Oltre il 90% delle scuole di Gaza è stato danneggiato e la stragrande
maggioranza è ancora utilizzata come rifugio per gli sfollati.
Fonte: English version da Invictapalestina
Immagine di copertina: Oltre il 90% delle scuole di Gaza è stato danneggiato e
la stragrande maggioranza è ancora utilizzata come rifugio per gli sfollati.
(Foto: Omar Ashtawy/APA)
Dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani – 5 marzo 2026
Territorio Palestinese – Israele continua a commettere Scolasticidio nella
Striscia di Gaza, 28 mesi dopo il suo attacco militare, attraverso politiche
sistematiche e deliberate volte a impedire alla popolazione di ripristinare
l’istruzione.
Queste politiche includono il blocco in corso, l’attacco a obiettivi civili,
comprese le strutture scolastiche, attraverso bombardamenti e distruzioni,
l’impedimento della ricostruzione e l’ostruzione dell’ingresso di materiali,
attrezzature e risorse operative necessarie per ristrutturare e gestire scuole e
università. Di conseguenza, centinaia di migliaia di studenti rimangono tagliati
fuori dall’istruzione formale.
La realtà attuale riflette un modello sistematico israeliano volto a distruggere
il sistema educativo nella Striscia di Gaza prendendo di mira i civili, inclusi
studenti, insegnanti e accademici, e attaccando obiettivi civili come scuole e
università, rendendoli inutilizzabili. Questo radica lo Scolasticacidio in una
politica più ampia volta a distruggere le fondamenta della vita nell’enclave e a
privare la società della sua capacità di sopravvivere e riprendersi, favorendo
al contempo gli sfollamenti forzati e la riorganizzazione coercitiva della
realtà demografica e sociale.
Ciò che rimane dell’istruzione nella Striscia di Gaza è limitato a un
apprendimento parziale in scuole gravemente danneggiate o semi-distrutte gestite
dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati
Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), insieme a piccole iniziative comunitarie
e scuole private temporanee. La maggior parte opera in tende che non soddisfano
gli standard minimi di sicurezza, protezione o istruzione e operano in
condizioni di costante instabilità e pericolo.
Di conseguenza, oltre 780.000 studenti sono stati privati dell’istruzione
regolare per tre anni accademici consecutivi. Questa prolungata interruzione
aggrava le lacune di apprendimento, interrompe il percorso accademico degli
studenti e compromette le loro possibilità di completare l’istruzione superiore
e di entrare nel mercato del lavoro.
L’attacco militare israeliano ha causato perdite catastrofiche e senza
precedenti nel settore dell’istruzione, colpendo vite umane, infrastrutture e
ambiente educativo. Ciò si verifica in un contesto che consolida il Genocidio
Scolastico come un attacco sia agli individui che alle istituzioni.
L’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha documentato l’uccisione di 18.911 studenti e
1.362 studenti dell’istruzione superiore, oltre al ferimento di 2.931 studenti
dell’istruzione superiore e decine di migliaia di altri studenti che hanno
riportato lesioni di varia natura. Inoltre, gli attacchi dell’esercito
israeliano hanno ucciso 794 insegnanti e 246 membri del corpo docente e
ricercatori universitari, ferendone rispettivamente 3.261 e 1.491.
Ciò rivela un attacco diretto e sistematico al sistema della conoscenza
palestinese, attraverso attacchi ai suoi quadri educativi e di ricerca e minando
la sua capacità di proseguire, recuperare e riprodurre la conoscenza.
Queste cifre non rappresentano perdite isolate. Rivelano un modello ampio e
sistematico che prende di mira il processo educativo in tutte le sue componenti,
inclusi studenti e personale docente, amministrativo e di ricerca. Tali attacchi
minano la struttura della conoscenza della società, ne indeboliscono la capacità
di resistere e riprendersi e lasciano conseguenze durature sulle prospettive di
sviluppo e ricostruzione per i decenni a venire.
L’esercito israeliano ha bombardato direttamente 668 edifici scolastici,
distrutto completamente 179 scuole pubbliche e danneggiato gravemente altre 118,
oltre ad aver bombardato e vandalizzato 100 scuole dell’UNRWA. Un totale di 63
edifici universitari sono stati completamente distrutti, con gravi danni alle
università e agli istituti rimanenti.
I danni materiali hanno colpito il 95% delle scuole nella Striscia di Gaza, con
oltre il 90% degli edifici scolastici che necessitavano di ricostruzione o di
importanti interventi di ristrutturazione, lasciando la stragrande maggioranza
fuori servizio. Ciò riflette una politica di distruzione sistematica delle
infrastrutture educative, ingiustificabile per motivi di necessità militare,
data la portata, la portata e la natura ripetuta degli attacchi.
Questo schema dimostra che questi attacchi non costituiscono danni incidentali
alle infrastrutture educative, ma un vero e proprio Genocidio Scolastico,
perpetrato nell’ambito del Genocidio israeliano contro i palestinesi, che prende
di mira le basi della loro sopravvivenza e distrugge le condizioni della loro
vita presente e futura.
Soluzioni temporanee mal strutturate e la spinta verso l’apprendimento a
distanza in condizioni di interruzioni di corrente, internet lento e condizioni
di insicurezza non riescono a soddisfare gli standard educativi di base e non
possono sostituire l’istruzione formale. Affidarsi a tali misure parziali
consolida la disgregazione continua, aggrava le lacune educative e lascia
effetti psicologici e sociali duraturi su una generazione cresciuta sotto
bombardamenti, blocchi e privazioni.
L’Osservatorio Euro-Mediterraneo sottolinea che il salvataggio del processo
educativo richiede un piano di emergenza completo che ripristini scuole e
università al normale funzionamento ove possibile, fornisca strutture temporanee
che soddisfino gli standard minimi di sicurezza e qualità didattica quando
necessario, implementi programmi di supporto psicologico e di compensazione
accademica per gli studenti e riabiliti il personale e le strutture colpite
secondo una tempistica chiara e annunciata pubblicamente, con meccanismi di
monitoraggio per garantirne l’attuazione e la responsabilità.
I bambini nella Striscia di Gaza sono il gruppo più preso di mira e colpito dal
Genocidio in corso. La loro sofferenza si estende oltre le uccisioni e le
ferite, fino alla distruzione delle condizioni di vita presenti e future, tra
cui la perdita di familiari, cure e protezione; ripetuti sfollamenti forzati;
mancanza di sicurezza, cibo, acqua e assistenza sanitaria; e un grave
deterioramento della salute mentale dovuto a continui bombardamenti, paura e
perdita. Sono inoltre privati del gioco, di spazi sicuri e di stabilità sociale.
Lo Scolasticidio è uno strumento centrale in questa persecuzione, che esclude i
bambini dall’istruzione formale durante i loro anni più critici, creando
profonde lacune nella conoscenza, aumentando i rischi di abbandono scolastico,
lavoro minorile e matrimoni precoci, e minando la loro capacità di riprendersi e
ricostruire le proprie vite, minacciando una generazione privata di una crescita
sana, dignità e opportunità.
La comunità internazionale deve fare pressione su Israele affinché cessi
immediatamente di colpire obiettivi civili, comprese le strutture scolastiche, e
revochi le restrizioni che ostacolano il ripristino del settore dell’istruzione.
Ciò include l’ingresso di materiali di ricostruzione e forniture operative per
riabilitare scuole e università, nonché di materiali didattici essenziali come
cancelleria, libri, computer e strumenti didattici.
Le restrizioni dovrebbero essere revocate anche per le unità prefabbricate
(roulotte) da utilizzare come aule temporanee che soddisfano standard minimi di
sicurezza e funzionalità, piuttosto che per la formazione continua in tende che
non offrono un ambiente di apprendimento adeguato.
L’Osservatorio Euro-Mediterraneo invita le autorità amministrative che
gestiscono la Striscia di Gaza, incluso il Comitato Nazionale per
l’Amministrazione di Gaza, ad adempiere alle proprie responsabilità legali e
amministrative dando priorità all’istruzione. Ciò richiede l’adozione di un
piano di emergenza trasparente e pubblicamente annunciato per ripristinare la
regolare istruzione, che comprenda la valutazione dei bisogni, l’individuazione
di sedi scolastiche temporanee che soddisfino gli standard minimi di sicurezza e
protezione, l’attuazione di sessioni di recupero e supporto psicosociale e
l’istituzione di meccanismi di monitoraggio e rendicontazione per evitare di
limitarsi a gestire la crisi o di affidarsi a iniziative irregolari e
insostenibili.
Gli organismi competenti delle Nazioni Unite, tra cui il Fondo delle Nazioni
Unite per l’Infanzia (UNICEF), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per
l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) e l’UNRWA, nonché le istituzioni
internazionali incentrate sull’istruzione, devono andare oltre le formalità e
adottare un intervento coordinato e pratico. Ciò dovrebbe garantire
finanziamenti urgenti e un piano di attuazione per ricostruire le infrastrutture
scolastiche e ripristinare l’istruzione formale secondo gli standard
internazionali.
Inoltre, gli sforzi dovrebbero includere la fornitura di materiali didattici
alternativi, il supporto alla formazione del personale, l’ampliamento dei
programmi di protezione e supporto psicosociale per i bambini e l’istituzione di
meccanismi di supervisione per garantire che la ricostruzione non venga
ostacolata e che le strutture scolastiche rimangano sicure.
I programmi di riabilitazione e di supporto psicosociale devono essere integrati
come parte fondamentale e sistematica del futuro curriculum educativo per
affrontare il profondo trauma psicologico vissuto da oltre 780.000 studenti e
per impedire che l’interruzione dell’istruzione causi danni irreversibili e a
lungo termine.
Il perdurare di questa situazione costituisce una palese violazione del diritto
all’istruzione e consolida le ripercussioni a lungo termine sul tessuto sociale,
economico e culturale della Striscia di Gaza. L’Osservatorio Euro-Mediterraneo
sottolinea la necessità di un’azione internazionale urgente per porre fine allo
Scolasticacidio, proteggere scuole e università come spazi sicuri per
l’apprendimento e la vita, e salvaguardare i diritti dei bambini di Gaza,
inclusi il diritto alla vita, alla sicurezza, all’assistenza, alla salute,
all’istruzione e a uno sviluppo sano, libero da uccisioni, lesioni, sfollamenti
e privazioni sistematiche dell’infanzia.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
È finita ieri la tre giorni di mobilitazione e sciopero globale femminista e
transfemminista, indetta per il weekend dell’8 marzo.
In più di sessanta città italiane sono stati organizzati presidi, cortei,
manifestazioni e contestazioni, partecipati da decine di migliaia di persone. Un
weekend di lotta che si inscrive in una più ampia mobilitazione contro la
violenza di genere, la guerra e la precarietà.
“Le nostre vite valgono, noi scioperiamo” lo slogan scelto da Non Una di Meno
per la piattaforma politica degli scorsi giorni, indicando nei territori la
pratica dello sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal genere e dai
generi. Manifestazioni e presidi il 7-8; lo sciopero il 9, indetto anche dalla
CGIL e dai sindacati di base.
Centrale è stata la partecipazione dalle scuole e dalle università, dove, tra
cortei interni, presidi, iniziative sociali e scioperi – soprattutto nella
giornata di ieri -, le giovani hanno dimostrato cosa vuol dire opporsi alla
violenza di genere e attaccare le strutture di dominio che permeano anche i
luoghi della formazione. Ormai, anche al di fuori dei momenti di immediata
risposta ai femminicidi che vengono mediatizzati si evince un costante lavoro ed
esigenza che dal basso costruisce rapporti, contro percorsi e possibilità di
lotta.
Già il 28 febbraio, 10mila persone si riunivano a Roma per il corteo nazionale
contro il DDL Bongiorno, inaugurando una mobilitazione permanente contro il
disegno di legge bipartisan sulla violenza sessuale, nel quale viene sostituito
il consenso con il modello interpretativo del dissenso. Un percorso che
coinvolge le reti transfemministe di tutto il Paese e che vede una convergenza
estesa contro l’ennesimo rafforzamento del dominio patriarcale sulla società.
La grande partecipazione che si è vista in questi giorni mostra ancora quanto la
questione di genere rappresenti un nodo di mobilitazione centrale, anche
inserito in un quadro di relazioni sempre più evidenti tra patriarcato,
autoritarismo e guerra.
In questo senso, il movimento per la Palestina ha dato le indicazioni per
tracciare in maniera più definita i nessi strutturali che legano la
controffensiva patriarcale degli ultimi anni alla deriva bellica che viene
imposta alle persone dalle potenze imperiali.
Se la controparte, su un piano globale, sta tentando – anche con successo – di
riprendere il terreno tolto dalle ondate dei movimenti femministi e
transfemministi degli ultimi anni, lo sciopero esteso degli ultimi tre giorni
fornisce quanto meno l’evidenza di un vettore su cui costruire proposte e
percorsi di lotta.
CON LA STESSA RABBIA E IMMUTATO AMORE
Era il 16 marzo 2003 quando Davide, Dax, Cesare è stato ucciso a coltellate da
mani fasciste. Vent’anni fa, il 27 agosto 2006, Renato Biagetti viene
assassinato sul litorale romano dalle stesse lame. Da allora le storie di Dax e
Renato si sono intrecciate, da allora compagni e compagne di Milano e Roma hanno
iniziato a camminare insieme, con la stessa rabbia e con immutato amore.
Ancora oggi il ricordo di Dax si lega a quello di Renato, per dar vita a
giornate di mobilitazione, incontri, lotta e iniziative che trasformano delle
ricorrenze in occasioni per costruire e consolidare un fronte antifascista
europeo rivoluzionario e antimilitarista.
Dal marzo milanese al ventennale di Renato a Roma, saranno giorni di convergenza
e scambio. Nella memoria di Davide e Renato si declinano tutte le lotte che
animiamo e attraversiamo, ognuno con le proprie attitudini e nei propri
contesti. Nella memoria dei nostri compagni ci rafforziamo reciprocamente per
rilanciare un’alleanza rivoluzionaria contro guerra, riarmo e capitalismo, per
resistere al buio che avanza e attaccare il mostro neoliberale.
CONFLITTI: DAL GLOBALE AL LOCALE
Fronti di guerra, tensioni internazionali, corse al riarmo: la ristrutturazione
degli equilibri politici mondiali vede l’imperialismo impegnato a difendere,
estendere, mettere in discussione confini e aree di influenza. Dietro a ogni
operazione militare si muovono interessi economici, sono una strategia di
accumulazione di capitale nella sua forma più cruenta e omicida.
Negli ultimi due anni il contrasto alle politiche guerrafondaie si è legato alla
causa di liberazione palestinese, che è tornata al centro del conflitto politico
in seguito all’operazione Diluvio di Al-Aqsa, contribuendo a comprendere la
causa di liberazione di una resistenza anticoloniale non solo in senso
difensivo, ma come attacco al progetto sionista e imperialista occidentale,
rivendicando l’obiettivo della liberazione dal fiume fino al mare e rompendo il
muro di silenzio e normalizzazione della colonia sionista. Questo ha dato
impulso ad un movimento globale per la liberazione della Palestina. In Italia,
come in altri paesi, si è concepito non solo come forma di solidarietà simbolica
o umanitaria, ma come lotta attiva contro il sionismo e la guerra imperialista.
La solidarietà tra lavoratori, lavoratrici e con i popoli oppressi diventa una
minaccia concreta al mantenimento del capitalismo e dello stato di guerra.
Parallelamente alla pacificazione in Palestina, con gli accordi di “pace” di
Trump che prevedono un nuovo mandato coloniale su Gaza, la pacificazione interna
in Europa avanza con un’ulteriore stretta repressiva. La criminalizzazione in
Italia ha colpito in alcuni casi in aperta concertazione con “Israele”,
mostrando la continuità tra la politica repressiva interna e i rapporti
diplomatici e commerciali, come nel caso di Anan Yaeesh arrestato il 27 gennaio
2024 in seguito alla richiesta di estradizione da parte di “Israele”. Del
dicembre scorso è l’inchiesta “Domino” in cui l’accusa di finanziamento al
terrorismo si basa su direttive israeliane. Tali operazioni criminalizzano i
palestinesi che sostengono la resistenza in Palestina e dalla diaspora e
rappresentano un monito nei confronti del movimento in Italia, che ha visto
numerosi arresti, fogli di via, divieti e violenza poliziesca palesatasi più
volte nelle piazze per la Palestina. I nuovi DDL che prevedono l’equiparazione
di antisionismo ad antisemitismo costituiscono un salto di qualità nella
repressione delle idee: l’idea stessa della lotta antisionista diventa reato.
L’aggravarsi dei conflitti porta con sé l’esigenza, da parte dei diversi paesi,
di garantire un fronte interno pacificato, in cui la guerra sia “normalizzata” e
accettata in tutte le sue implicazioni sociali ed economiche. Senza dissidenza e
conflitto sociale, la strada per politiche guerrafondaie è ben spianata. Tutti i
soggetti che si adoperano per resistere a questo sistema sono scomodi, sono voci
da eliminare a qualunque costo.
EUROPA: GUERRA AGLI ANTIFASCIST. FREE ALL ANTIFAS!
Negli ultimi anni in tutta Europa le forze di polizia si coordinano e
collaborano per colpire compagni e compagne antifa. In Germania per la prima
volta dei militanti antifascisti sono accusati di associazione a delinquere
grazie al teorema accusatorio Antifa Ost, creato dalle autorità tedesche nel
2021. Nel settembre scorso il dipartimento di stato USA ha inserito Antifa Ost
nell’elenco delle organizzazioni terroristiche con l’obiettivo esplicito di
colpire le strutture di solidarietà, portando alla chiusura di numerosi account
social a supporto della campagna e dei conti correnti di Rote Hilfe (soccorso
Rosso).
Una persecuzione che raggiunge il suo apice in seguito alle manifestazioni
contro la Giornata dell’onore di Budapest del febbraio 2023, in cui vengono
arrestat* tre compagn* che oggi rischiano fino a 24 anni di carcere. Grazie alla
collaborazione tra autorità tedesche e ungheresi le accuse arrivano a
coinvolgere diciotto antifas ricercat* in tutta Europa sui quali pende una
richiesta di estradizione. Sei di loro si trovano in carcere in Germania in
attesa di processo e Maja, estradata illegalmente, è imprigionata a Budapest in
condizioni di violazione sistematica dei suoi diritti da ormai quasi 2 anni. La
sentenza a suo carico assume i caratteri di una rappresaglia delle autorità
magiare contro il movimento antifascista europeo.
Al carcere, ai mandati di cattura europei e alla persecuzione giudiziaria si
somma un sempre più frequente ricorso da parte delle polizie europee a misure
amministrative preventive finalizzate a limitare la libertà di movimento di
militanti. Dispositivi concepiti per respingere i migranti alle frontiere
vengono estesi a nuovi soggetti indesiderati.
Per contribuire allo sviluppo di analisi e azioni condivise da parte del
movimento antifascista internazionale è fondamentale costruire legami tra realtà
europee: la solidarietà internazionalista, il confronto continuo tra esperienze
politiche provenienti da paesi diversi, il concepirsi come parte integrante di
un movimento antifascista europeo sono oramai punti fermi del nostro agire
politico e trovano una rappresentazione continuativa in tutti gli anniversari di
Dax. Non solo, crediamo sia questa una strategia efficace e vincente per
allargare i nostri orizzonti di lotta, recuperando il valore storico delle
pratiche internazionaliste e fronteggiando in maniera coordinata le insidie di
un’Europa sempre più schierata a destra.
MILANO: TRA VETRINA OLIMPICA E ASSEDIO ALLE PERIFERIE
Nel contesto di conflitti globali, in un’Europa reazionaria, non si rinuncia
alla logica speculativa dei grandi eventi che in questi mesi si è abbattuta
sulla nostra città. Ed ecco imporsi i giochi olimpici invernali Milano-Cortina
2026 che significano aumento del costo della casa, indebitamento pubblico, nuove
grandi opere nocive, devastazione e saccheggio dei territori montani, lavoro
insicuro e non retribuito.
Mentre la città si rifà trucco per ospitare il grande evento, nei quartieri
popolari non si ferma il processo fagocitante del capitale immobiliare con
sfratti, sgomberi, controllo sociale e speculazione edilizia. Gli interventi in
massa delle forze dell’ordine susseguitesi in diverse zone della città (da San
Siro a Giambellino, passando per Baggio) negli ultimi mesi, su mandato del
Ministro Piantedosi, sono la punta dell’iceberg di un sistema che mira a
criminalizzare chi vive in condizioni di precarietà abitativa, economica o
sociale. Nel frattempo, nella città con gli affitti più cari d’Italia, migliaia
di case popolari restano sfitte, non assegnate, lamierate e addirittura murate.
Si dismette il patrimonio immobiliare pubblico a favore della speculazione
edilizia e del latifondo del mattone, per questo ancora oggi occupare
rappresenta una legittima alternativa, una forma concreta di lotta contro questo
processo che rende la nostra città sempre più esclusiva e escludente.
La stretta autoritaria che stiamo vivendo passa anche attraverso l’attacco alla
cultura, allə studenti, agli spazi sociali. Il Governo vuole fermare i sogni
collettivi: si colpisce laddove si crea contro-sapere, dove si custodisce uno
sguardo lucido sulle responsabilità di chi ci pone in queste condizioni, dove ci
si organizza per liberarsi dallo sfruttamento della vita.
NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE
In una realtà sempre più cupa, altrettanto reale è il movimento europeo e
mondiale che si sta mobilitando contro la guerra e l’imperialismo. Nelle piazze
di tutto il mondo da Genova al Nepal, da Milano allo Yemen e al Kurdistan i
popoli reclamano giustizia e pace, alzano un grido contro guerra e genocidio,
resistono affinché il buio non prevalga. Sabotaggi, proteste, azioni
attraversano ogni giorno tutti i paesi del mondo ricordando ai potenti che
laddove lavoratori e lavoratrici, studenti e persone si uniscono non c’è
ricchezza o riarmo che tenga. L’occasione del ricordo di Dax è da più di
vent’anni parte di un percorso di resistenza e di lotta, che ci consente di
costruire un fronte antifascista internazionale. Per questo i giorni del suo
ricordo vorremmo che fossero momenti di convergenza e creazione di legami,
consapevoli che mobilitarci per ricordare Dax deve essere parte di un percorso
di resistenza che passa anche dal prossimo 25 aprile.
In questo quadro a tinte fosche vi è ancora una luce che dà speranza, e sta a
noi alimentare questa luce, guidati dalla memoria dei compagni e delle compagne
uccisi da fascismo e capitalismo. La resistenza, la lotta, la solidarietà sono
le componenti essenziali che ci permettono di immaginare, creare e praticare un
mondo diverso, di libertà e autodeterminazione per tutt* e in ogni luogo.
di Dario Morgante*
Nuove foto, video e testimonianze mettono in discussione la versione dell’agente
ferito durante il corteo del 31 gennaio a Torino. Una sequenza di pochi secondi
diventata il frame mediatico che ha alimentato la narrazione dell’emergenza e
aperto la strada al nuovo decreto sicurezza del governo Meloni. A circa un mese
dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata da Dario Morgante per VD News
«Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Con queste
parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato il famoso “video
del martello”, divenuto virale nelle ore successive al corteo del 31 gennaio a
Torino e che ritrae l’aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista. A
circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News,
basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in
discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito
alla dinamica dell’evento.
La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a
dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo
ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta
verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso
autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane
precedenti. Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle
strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era
ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e
interventi delle forze di polizia molto violenti.
Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica
e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19.04 del 31 gennaio da un
cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della
Difesa Guido Crosetto alle ore 20.15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo
decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con
il Quirinale. Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di
polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi
per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al
pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti
nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle
sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità
(fino a dodicimila euro).
Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico
collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane,
facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i
disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere.
Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti
domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del
Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico
ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima
contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte
dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le
indagini preliminari.
Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato
formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia
squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina
Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di
alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino. Inoltre,
sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici,
tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva
«spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e
«trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi
soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente.
Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione
collettiva – è smentita da numerosi elementi.
Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi
ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto,
una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta.
«Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un
post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i
manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si
allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone». Secondo
la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno
finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui
cade. Da lì partono i secondi del video virale».
Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un
video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente
precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19.03 e G.V. si trova su
corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un
semaforo. Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in antisommossa si
compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di
alcuni oggetti. Tra loro — sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza
dagli altri agenti — ci sarebbe anche Calista. La registrazione precede di circa
un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la
comparsa del martello (19.04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile
con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del
momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come
sostenuto da Rapisardi.
A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del
fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi
metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho
visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le
recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il
guardrail». Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di
agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un
palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di
G.V.).
È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non
sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e
uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per
continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione
perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la
stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello. «A quel
punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono
diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era
ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è
stato circondato».
Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la
sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi.
«Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo
dopo arriva un altro agente che lo protegge».
È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa
ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente
trasformata in materiale utile alla deriva sicuritaria ormai abbondantemente
intrapresa dal Governo Meloni.
*da VDNEWS e osservatorio antirepressione
Verso una violenza senza fine in Medio Oriente
da Machina
La guerra contro l’Iran segna un ulteriore salto nell’escalation mediorientale
guidata da Israele e Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane sulle infrastrutture
energetiche del Golfo mostrano quanto fragile sia l’equilibrio globale costruito
su petrolio e rotte commerciali. Sullo sfondo emerge un progetto più ampio
dell’«Asse del Caos»: indebolire e frammentare gli Stati della regione, con
conseguenze difficilmente controllabili.
***
La guerra contro l’Iran che Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato il 28
febbraio con la «decapitazione» della leadership del paese e il bombardamento di
centinaia di obiettivi militari e civili – inclusa una scuola femminile a Minab,
dove 165 bambine e membri del personale sono stati massacrati –, si è
rapidamente trasformata in una conflagrazione regionale dalle conseguenze
incalcolabili.
Militarmente indebolito dalla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025 – quando
Donald Trump aveva dichiarato che le capacità nucleari dell’Iran erano state
«annientate» – e disprezzato da molti iraniani dopo la repressione sanguinosa
delle proteste e delle rivolte all’inizio di quest’anno, il regime iraniano non
è stato ancora destabilizzato dalla perdita della sua guida suprema, l’ayatollah
Khomeini, così come del ministro della Difesa e del comandante in capo della
spina dorsale militare e ideologica del regime, il Corpo delle Guardie della
Rivoluzione Islamica (IRGC).
Anticipando la decimazione delle proprie élite, l’Iran ha impiegato una
struttura di comando decentralizzata per organizzare attacchi non solo contro
obiettivi israeliani e statunitensi – inclusi Tel Aviv e diverse basi
americane – ma anche contro le infrastrutture energetiche e civili degli Stati
del Golfo, da cui dipende gran parte della strategia regionale degli Stati Uniti
– dagli Accordi di Abramo alla «Nuova Gaza».
Droni e missili iraniani hanno colpito la raffineria petrolifera Ras Tanura di
Saudi Aramco in Arabia Saudita e la città industriale del gas naturale
liquefatto (LNG) Ras Laffan Industrial City di QatarEnergy. Entrambi i siti
hanno sospeso le operazioni, con effetti immediati sui mercati energetici,
probabilmente destinati a peggiorare: QatarEnergy è il più grande produttore
mondiale di LNG, responsabile del 20 per cento dell’offerta globale, mentre Ras
Tanura è un hub cruciale per il petrolio greggio trasportato via mare.
Sono stati colpiti diversi altri porti e infrastrutture energetiche in tutto il
Golfo, compresi i data center di cloud computing di Amazon negli Emirati Arabi
Uniti e in Bahrein.
Nel frattempo, l’Iran minaccia anche tutte le navi che attraversano lo Stretto
di Hormuz, un passaggio strategico fondamentale per l’energia globale che era
già stato teatro delle «guerre delle petroliere» durante il conflitto Iran-Iraq
negli anni Ottanta.
Questo ha portato a proposte francesi per la creazione di una forza
internazionale volta a impedire un blocco di fatto che potrebbe avere effetti
disastrosi sull’economia globale – anche se è difficile vedere come potrebbe
evitare l’aumento dei premi assicurativi per il rischio marittimo, che stanno
già colpendo il commercio in tutto il Golfo.
Mentre l’impatto economico della guerra si fa già sentire a livello globale, la
sua dimensione militare si sta estendendo oltre il Medio Oriente, con droni di
Hezbollah che hanno colpito la base RAF britannica di Akrotiri, a Cipro.
Come ha suggerito il commentatore politico Seamus Malekafzali, gli iraniani
stanno impiegando tattiche di guerriglia, ma con le capacità militari di uno
Stato. L’esaurimento delle scorte di droni, missili e sistemi antiaerei da
entrambe le parti si è rivelato un fattore determinante per i tempi e la
traiettoria della guerra.
La concentrazione della ritorsione iraniana su infrastrutture energetiche e
corridoi commerciali mostra probabilmente le lezioni apprese dal blocco dello
Stretto di Bab al-Mandab da parte di Ansar Allah nello Yemen, in risposta al
genocidio di Israele a Gaza. In quel caso, nonostante fossero oggetto di
bombardamenti continui e attacchi di «decapitazione», gli Houthi hanno sfruttato
la loro posizione geografica e un arsenale militare molto inferiore con grande
efficacia, proprio infliggendo danni economici.
Il presidente Donald J. Trump ha espresso sorpresa per la disponibilità degli
iraniani a regionalizzare la guerra, colpendo gli alleati del Golfo degli Stati
Uniti. Questo nonostante il fatto che la sua amministrazione, in continuità con
quelle precedenti, abbia costantemente denunciato il regime teocratico
iraniano per la sua «follia», il «terrorismo», le «guerre per procura» e la
«destabilizzazione».
Come per molte altre sue dichiarazioni sulla guerra, l’unica cosa coerente nelle
affermazioni di Trump è la loro incoerenza. Le sue previsioni sulla durata del
conflitto sono variate da pochi giorni a settimane o mesi, con la precisazione
che gli Stati Uniti possono combattere «per sempre».
Anche la giustificazione per l’inizio della guerra ha oscillato notevolmente:
costringere l’Iran a «capitolare» completamente sul suo programma nucleare;
provocare una rivolta popolare e un cambio di regime; obbligare gli iraniani a
scegliere una leadership più malleabile; impedire all’Iran di esportare la
propria rivoluzione attraverso alleati regionali come Hezbollah; o persino la
pretesa grandiosa secondo cui il regime doveva essere attaccato perché avrebbe
«mosso guerra alla civiltà stessa».
Nel frattempo, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, celebrando la fine delle
«guerre politicamente corrette» e la scomparsa delle «stupide regole
d’ingaggio», ha cercato di sostenere che ciò che appare come incoerenza sia in
realtà il genio strategico di Trump, che gli permetterebbe di «cercare
opportunità, vie d’uscita ed escalation per gli Stati Uniti che creino nuove
possibilità di realizzare ciò di cui abbiamo bisogno secondo la nostra
tempistica».
Non potrebbe essere più chiaro.
Questa incapacità di attenersi a qualsiasi copione strategico razionale ha
prodotto anche alcuni momenti di oscura comicità. Riflettendo sulla «opzione
venezuelana», secondo cui la rimozione dei governanti del paese avrebbe favorito
l’emergere di sostituti subordinati, Trump ha osservato che l’attacco «è stato
così riuscito che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno
di quelli a cui stavamo pensando perché sono tutti morti. Anche il secondo o il
terzo classificato sono morti».
Ciò che è al di là di ogni dubbio è che il benessere e il futuro del popolo
iraniano non contano nulla nel calcolo di guerra statunitense e israeliano.
Come ha osservato puntualmente lo studioso Behrooz Ghamari-Tabrizi – ex detenuto
nel braccio della morte nella Repubblica islamica – l’attacco al regime, inclusa
l’uccisione di Khamenei, fa parte di un «pacchetto», «perché l’assassinio della
guida suprema iraniana fa parte anche dell’uccisione di bambini iraniani. Fa
parte anche dell’uccisione di civili innocenti iraniani. Fa parte anche degli
attacchi contro gli ospedali iraniani».
Nessuna sorpresa, aggiunge, quando questi attacchi vengono condotti da
Netanyahu e Trump, cioè il «re del genocidio e qualcuno negli Stati Uniti che è
così profondamente nei guai con il sistema legale americano, con i file
Epstein».
Mentre Trump e la sua amministrazione sembrano afflitti da una sorta di disturbo
imperiale da deficit di attenzione, i loro partner in questa guerra scelta
volontariamente non hanno alcuna difficoltà a comunicare i propri obiettivi.
Domenica, il primo ministro israeliano e ricercato per crimini di guerra
Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il coinvolgimento degli Stati Uniti nella
guerra contro l’Iran «ci permette di fare ciò che ho sperato di fare per 40 anni
— infliggere un colpo devastante al regime del terrore».
Nel periodo che ha preceduto la guerra, Netanyahu ha lavorato intensamente per
assicurarsi che i negoziati con gli iraniani non mandassero a monte il suo
desiderio di spezzare la Repubblica islamica. Che Israele abbia stabilito tempi
e agenda della guerra è stato suggerito dal segretario di Stato Marco Rubio, il
quale ha dichiarato ai giornalisti: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione
israeliana. Sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze
americane e sapevamo che, se non li avessimo colpiti preventivamente prima che
lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate».
Trump ha poi cercato di ridimensionare queste affermazioni con la doppia e poco
plausibile dichiarazione secondo cui, di fronte ad attacchi imminenti da parte
dell’Iran, gli Stati Uniti «hanno forzato la mano di Israele».
Resta da vedere se il dolore economico inflitto nel Golfo e a livello globale,
causato dal fatto che l’Iran abbia preso di mira, per ritorsione, infrastrutture
energetiche e logistiche, porterà gli Stati Uniti a ridurre o porre fine alla
guerra.
Dopo aver ucciso la guida suprema e molti membri delle élite iraniane, la guerra
potrebbe far crollare il regime? Il precedente storico suggerisce che,
nonostante la sua estrema impopolarità presso ampie fasce della popolazione, una
campagna di bombardamenti aerei – che sta già causando grandi sofferenze tra i
civili – non provocherà un cambio di regime. Come ha sostenuto lo studioso
Robert Pape, «sarebbe una prima volta nella storia».
Molti di coloro che mettono in guardia contro il regime change – non solo
sinistre o liberali, ma anche i critici sempre più rumorosi di Trump
nell’estrema destra MAGA – ricordano che le avventure imperiali degli Stati
Uniti in Iraq, Afghanistan e Libia hanno portato a varie forme di collasso
statale, con effetti devastanti sulla sicurezza e sui mezzi di sussistenza delle
popolazioni coinvolte.
Questo però ignora il fatto che, nonostante tutte le omelie e i progetti sul
nation-building, i neoconservatori che sostennero quelle guerre non hanno mai
evitato il nation-breaking. Nel 2006, il generale Wesley Clark raccontò di aver
visto un memorandum dell’ufficio dell’allora segretario alla Difesa Donald
Rumsfeld che delineava una strategia volta a «eliminare» sette paesi in cinque
anni.
Questi paesi erano Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Che sia
stato per progetto, collusione o incompetenza, è difficile ignorare che gli
obiettivi di quel memorandum siano stati in gran parte realizzati.
Nonostante i ripetuti appelli diretti al popolo iraniano, è evidente anche dalle
sue azioni che l’obiettivo di Israele non è tanto il cambio di regime quanto
piuttosto il collasso e la frammentazione dello Stato – una politica che Israele
porta avanti da tempo nei confronti del Libano e che ha promosso anche in Siria,
avvantaggiandosi su un avversario storico il cui territorio ora può essere
occupato impunemente.
Con la complicità degli Stati Uniti, Israele continua inoltre la sua politica di
sostegno ai movimenti separatisti tra le minoranze etno-nazionali
dell’Iran (curdi, baluci, arabi). Se questo serve a indebolire o eliminare
qualsiasi sfida alla sua continua oppressione del popolo palestinese e alla sua
aspirazione a un dominio incontrollato nella regione, Israele è ben disposto a
essere circondato da Stati svuotati e frantumati, privi delle capacità politiche
e militari necessarie per opporsi alla sua potenza e impunità.
Questo orizzonte di collasso statale rappresenta il complemento perfetto
dell’ideologia coloniale-teocratica della «Grande Israele», che anima molti
membri del governo Netanyahu e che è stata recentemente sostenuta anche
dall’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, il quale ritiene che i
confini dello Stato ebraico siano stabiliti dalla Bibbia.
Mentre la complicità della maggior parte delle potenze europee con il genocidio
israeliano a Gaza e la loro riluttanza ad applicare il mandato di arresto della
Corte penale internazionale contro Netanyahu sono ormai un fatto acquisito,
resta comunque notevole che esse continuino a sostenere una guerra
israelo-statunitense in cui il disfacimento di Stati e società non è un difetto
ma una caratteristica, e che sta già producendo destabilizzazione regionale e
turbolenze economiche globali.
Questo sostegno può assumere forme di servilismo imbarazzante, come nella
recente visita del cancelliere tedesco alla Casa Bianca, o nell’adulazione del
segretario generale della NATO Mark Rutte nei confronti del suo «papà» Trump,
«il leader del mondo libero». Ma può anche assumere forme più concrete e
consequenziali, come l’impegno di Francia, Germania e Regno Unito a
intraprendere «azioni difensive» contro l’Iran, senza però opporsi in alcun modo
a una guerra di aggressione in palese violazione del diritto internazionale.
L’unico paese europeo a distinguersi davvero dal coro di vassalli e
facilitatori è stata la Spagna, il cui primo ministro Pedro Sánchez ha proibito
agli Stati Uniti di utilizzare le loro basi di Rota e Morón per l’attacco contro
l’Iran.
Seduto accanto al compiacente Merz nello Studio Ovale martedì, Trump – mostrando
ancora una volta la considerazione che nutre per la sovranità dei suoi presunti
alleati – ha dichiarato che, se lo volesse, potrebbe usare comunque quelle basi,
e che in ogni caso interromperebbe immediatamente tutti gli scambi commerciali
con la Spagna.
All’indomani della guerra in Iraq, l’economista Giovanni Arrighi definì
l’imperialismo statunitense nella sua fase tarda come fondato su un «dominio
senza egemonia»: la capacità di esercitare una forza militare schiacciante e una
pressione economica enorme, separata però dal tentativo di convincere gli
alleati che la posizione di superpotenza fosse nel loro interesse.
Nel momento in cui si lega sempre più al progetto israeliano di smantellare la
sovranità statale nella regione circostante, la politica degli Stati
Uniti diventa sempre più nichilista, come se la mera dimensione della sua forza
militare e la presunta immunità da conseguenze significative le dessero licenza
di distruggere e destabilizzare senza assumersi responsabilità per le
conseguenze o gli esiti.
Sebbene l’attacco all’Iran sia già profondamente impopolare tra l’opinione
pubblica statunitense, è difficile vedere come la macchina bellica
israelo-statunitense possa essere fermata da qualunque opposizione politica,
interna o internazionale.
Resta una questione aperta se un caos economico crescente potrà avere un effetto
là dove la politica o il diritto non riescono ad averlo – ed è difficile
immaginare che Israele rinunci al suo antico obiettivo di spezzare lo Stato
iraniano.
Qualunque sia la traiettoria che prenderà la guerra, una cosa è certa: i suoi
danni saranno duraturi, aggravando tutti i disastri che l’imperialismo
statunitense, il colonialismo israeliano e l’autocrazia interna hanno già
inflitto alla regione.
***
Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli
e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo
razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale.
Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre
al potere (2024).
elaborazione di Angelica Ferrara
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto
Usa-Israele.
Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non
scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta
alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione
della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi.
Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente
forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8
settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile
obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista
nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora
chiaro il punto di caduta né la strategia americana.
L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di
origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere
uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia
intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo
definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che
rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in
Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo
quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche
contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista
non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli.
Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel
colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di
come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione
verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica
aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto
altro.
da Radio Blackout
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano.
Nel sud del paese e nelle periferie meridionali di Beirut migliaia di persone
sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle minacce dei
bombardamenti a tappeto israeliani e delle operazioni militari terresti legate
allo scontro tra Israele e Hezbollah. Interi villaggi sono stati obbligati dai
sionisti a sfollare e molte famiglie si sono spostate verso nord o verso la
capitale, mentre infrastrutture civili e servizi essenziali vengono colpiti o
interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano:
da Radio Blackout
Riprendiamo da Scienza in rete
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di
Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio,
affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più
marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere
tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine
globale.
Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un
saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un
tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma
storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo
sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali.
Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande
efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca
internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in
corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e
Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la
parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII,
con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena
alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra
l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica
rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War.
Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra
grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio
strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare.
La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano
all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste
tecnologie negli apparati bellici.
LE PROMESSE TRADITE E GLI EFFETTI REALI DELLA DIGITALIZZAZIONE
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume.
Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea
produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una
dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria
di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet
viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale
svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello
sviluppo delle innovazioni radicali.
Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione
abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza
produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il
lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato
stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture
private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale
appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e
quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di
rafforzare relazioni di dominio.
Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al
consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti
di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa
capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla
configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato
globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di
rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche
danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama
esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo,
a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese
sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico
“interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più
concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin
radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del
capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non
più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di
infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli
strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della
proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione.
Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali
non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione
di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso
militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in
cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori
indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra
Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già
ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve.
Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande
capitale.
Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo
sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del
digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare
stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi
di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome,
mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft
fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese
specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei
circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso).
Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano
così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici
miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da
infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma
la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali,
l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono
in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra
digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo:
quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che
avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare,
ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che
si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli
eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo.
Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi
ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare
l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto).
Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico
italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul
tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu).
LA TRAIETTORIA CINESE VERSO L’INTEGRAZIONE DEL SISTEMA TECNOLOGICO E DI GUERRA
L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una
combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il
resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo
periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello
occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il
ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello
sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come
uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a
una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo.
Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura
ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel
1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una
frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature
di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben
detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della
strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire
un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della
sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di
trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a
lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”.
Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi
fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il
coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere
settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La
peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani
quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie
pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti
diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per
l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in
base alle specificità settoriali e territoriali.
La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di
sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della
digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario
quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida
diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi
fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si
innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più
rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è
soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo
pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme
private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento
e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale.
Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft)
statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante
delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel
radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente
geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più
attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu,
Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei
trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire
da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri
formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla
costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e
Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese
si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un
sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo
senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta
soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma
anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera
regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando
spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come
semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di
modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge
mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche.
Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e
contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e
Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi
strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre
profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di
lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale
privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza
tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello
occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici
delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma
Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu
(JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea
legislativa della Repubblica Popolare.
L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico,
perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e
sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche
industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con
le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una
differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi
statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non
sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto
piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria
delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base
sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia
esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la
cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della
popolazione.
È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene
politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come
sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo
tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di
direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra
Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande
capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa
prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa
da quella statunitense.
È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua
dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se
non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di
fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva
all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando
ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La
spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi
pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA,
cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la
sfera economica.
Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi
ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il
supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e
NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni
organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la
circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di
droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti.
Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta
verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione
delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che
emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo,
strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto
politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per
la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo
convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la
spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento
agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove
strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul
versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione
tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in
infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione
strutturale del confronto globale.
Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul
ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente
regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del
rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento
della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più
segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza.
Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel
dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso,
accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza
rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente
cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre
più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive
Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha
sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi
tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti
di Epstein.
La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto sta
accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele, in
particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate
composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump.
Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA
però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in
guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a
USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo
di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel
sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco
come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture
tecnologiche le guerre di Trump.
Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori.
da Radio Blackout
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro
l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è
ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa.
Nonostante non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia
Occidentale, le ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono
sovrapponibili con la guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo
l’inizio degli attacchi pakistani a Kabul.
Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le
proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le
immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato
americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle
relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la
manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda
comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi
contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non
indifferente per la linea Trump.
Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate
tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan.
da Radio Blackout
Sei mezzi militari imbarcati su una nave porta-container della Hapag-Lloyd, la
Kobe Express, direzione Tangeri (solito scalo utile ad aggirare la legge
185/90).
“Ancora una volta il porto di Livorno viene utilizzato come snodo logistico del
traffico bellico internazionale. Ancora una volta, dietro la facciata neutrale
del commercio globale, passano mezzi e strumenti di guerra. Le recenti
escalation militari nel Mediterraneo e oltre, hanno riattivato immediatamente i
flussi militari nello scalo labronico”. Cosi’ i Gap Livorno che denunciano per
l’ennesima volta come il porto sia ormai diventato infrastruttura strategica non
solo per l’economia, ma per la politica di guerra.
“È qui che si intrecciano interessi commerciali, equilibri geopolitici e scelte
che nulla hanno a che vedere con la sicurezza delle cittadine e dei cittadini né
con quella dei territori. Ci raccontano che è “necessario”, che è “normale”, che
è “parte del sistema”. Ma questo sistema ci rende solo più espostə, più
vulnerabilə, meno tutelatə. Ogni escalation internazionale trova nel nostro
porto un ingranaggio pronto a muoversi. E a pagare il prezzo siamo noi:
lavoratori e lavoratrici trasformatə in anelli della catena bellica, territori
trasformati in piattaforme operative, città rese bersagli potenziali.
I portuali non vogliono essere complici di guerre e genocidi e non vogliono che
il proprio lavoro venga piegato agli interessi militari di governi e
multinazionali. “Se questa dinamica si ripresenterà- annunciano- promettiamo
che bloccheremo di nuovo i varchi. Lo abbiamo fatto e possiamo farlo ancora”.
Le considerazioni di Simone del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno
da Radio Onda d’Urto
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba
diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è
un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e
piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è
semplice: lo vogliamo?
da No Base
IL MEDITERRANEO NON È UNO SFONDO: È UN TEATRO
Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui
si inserisce.
Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto
simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti
al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati,
capacità di colpire in poche ore.
Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il
Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.
E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia
strategica per conto terzi.
CAMP DARBY: NON SOLO UNA BASE, MA UN SISTEMA
Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa
di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di
nome senza conoscerne il ruolo reale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua
riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche
(dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli),
adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale
bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione,
pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli
che si stanno moltiplicando ovunque.
Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le
Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un
progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più
chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai
definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di
euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e
del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.
Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E
a quali necessità risponde veramente?
LE FORZE SPECIALI SI SPOSTANO. MA DOVE, E PERCHÉ?
Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di
forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci”
al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area
ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede
interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.
Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio
economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali
— forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in
un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare
Galileo Galilei e il Porto di Livorno.
Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di
comando risponderebbero?
LE FERROVIE E I “CORRIDOI CIVILI”
L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare”
all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto
transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe
e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.
In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per
convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità
di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su
nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.
La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture
civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci
ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento
europeo è la rapidità di movimento militare.
LA GUERRA IBRIDA E IL TERRITORIO COME PIATTAFORMA
La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di
dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità
decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.
In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo
in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in
capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di
intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte
di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane
sventolano sul suo perimetro.
Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita
infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine
decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste
strutture?
Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta
pubblica e verificabile.
JAMMS E PRATICA DI MARE: IL CERVELLO DIGITALE DELLA GUERRA
Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare
a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità
avanzate di guerra elettronica.
JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze
speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain
Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente
tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber.
Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate
per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di
dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma,
probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i
dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con
sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi
al minimo.
Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in
questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e
l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp
Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico?
Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale?
La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E
l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.
DECISIONALITÀ E SOVRANITÀ: IL CASO CROSETTO
C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.
Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il
ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura
improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in
apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le
decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando
integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i
ministeri italiani.
Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di
autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che
transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi
operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene
valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era
“preventivato”?
Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?
Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta
pubblica, anzi le aggira.
E il silenzio è già una risposta.
IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA
C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come
“ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del
territorio”.
Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.
Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali,
i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto
mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in
piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.
E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.
Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in
hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state
attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di
integrazione?
Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state
condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi
derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde,
e a chi, delle decisioni prese?
Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo
intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della
logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi
coloniali nostrani.
Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con
certezza:
Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!