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Informazione di parte

Aggressione fascista respinta a Vercelli
Nella serata tra giovedì e venerdi un compagno di Vercelli, insieme a una compagna, è stato aggredito prima verbalmente e poi fisicamente da due giovani, almeno uno autodichiaratosi di Blocco Studentesco.  L’aggressione è stata però respinta e non ci sono state conseguenze di riguardo ai danni dei compagni aggrediti.  L’aggressione fascista è iniziata prima verbalmente con una serie di insulti e affermazioni del tipo “Vercelli è nostra” e, quando sembrava esaurirsi con un semplice scambio di insulti e i compagni si stavano allontanando, si è trasformata in un aggressione fisica “alle spalle”. Nonostante questo i “fascistelli” sono stati messi presto in fuga senza conseguenze di rilievo ai danni del compagno aggredito.  Questo episodio si inserisce in un clima particolare nella città di Vercelli, va presa in considerazione l’ inefficacia dell’amministrazione comunale in ambito di verde pubblico e salute, esigenze alle quali si risponde con decoro urbano e progetti con pura funzione estetica e mediatica; ma anche nelle scuole e in generale nelle strade della cittadina, un sentimento di frustrazione si traduce in scaramucce e azioni di disturbo nei confronti dei giovani che invece si autorganizzano dal basso nelle scuole, manifestandosi in insulti e espressioni di odio nei confronti di bambini e bambine di origine straniera. Il monumento alla resistenza è stato altresì imbrattato nella settimana precedente al 25 aprile e delle scritte inneggianti al fascismo e alla remigrazione, comparse a ridosso del primo maggio, sono state prontamente ripulite dai cittadini e cittadine solidali.  Vercelli non è nuova a questo tipo episodi ma la presenza fascista nelle strade è sempre stata efficacemente respinta dall’antifascismo militante, come in questo caso. 
Kyriakos X é salpata verso Gaza
Riceviamo e pubblichiamo.. Con il nome dell’anarchico internazionalista Kyriakos Xymitiris, “Kyriakos X”, naviga con Freedom Flotilla Coalition per rompere il blocco genocida che lo stato sionista impone su Gaza da decenni. In onore alla vita di Kyriakos, che fino all’ultimo giorno è stata dedicata alla lotta per la giustizia, sempre al finaco dei popoli oppressi, navighiamo in solidarietà con la legittima resistenza del popolo palestinese, che non ha mai smesso di lottare per porre fine all’occupazione colonialista della propria terra. L’8 maggio, Kyriakos X ha lasciato il porto di Ierapetra, a Creta, insieme ad altre 33 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla e ha incontrato in mare altre quattro imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition. La barca è portata da 8 persone con passaporti di cinque paesi diversi, tra cui Grecia, Albania, Regno Unito, Corea, Francia e Guadalupe. Dopo alcuni giorni di riassestamento all’ancora con le altre 4 imbarcazioni di FFC in acque greche, il 14 Maggio la flotta si è riunita di nuovo con le barche di GSF, e naviga ora verso Gaza insieme ad altre 56 imbarcazioni, formando la più grande flotta civile che abbia mai navigato. Storicamente, la Grecia ha avuto un ruolo di primo piano nel movimento della flottilla sin dal suo inizio. Il 23 ottobre 2008, due piccole barche da pesca con a bordo circa 44 persone del Free Gaza Movement raggiunsero Gaza; 10 di loro avevano passaporti greci. Sono state le prime imbarcazioni a raggiungere Gaza in circa 40 anni. Le imbarcazioni sono state accolte da decine di migliaia di palestinesi. Il movimento, che in seguito è diventato la Freedom Flotilla Coalition, ha promesso a chi l’ha accolto quel giorno sulle coste della Palestina che “non avrebbe smesso di navigare finché l’assedio di Israele non fosse stato spezzato”. Un^ de^ compagn^ che ha reso possibile la partenza di Kyriakos X ricorda bene il primo arrivo della Flotilla. Quel giorno, da bambin^ palestinese Gazawi, era li ad accogliere le barche, e ricorda quanto quelle due piccole imbarcazioni abbiano significato: le persone di Gaza non erano sole, il popolo palestinese non era solo, in tutto il mondo c’era chi lottava per la liberazione. Kyriakos X mantiene la promessa fatta allora: non smetteremo di navigare finché la Palestina non sarà libera. Il movimento della flottiglia è un’azione non violenta che naviga legalmente nelle acque internazionali. Il blocco israeliano dello spazio aereo, marittimo e terrestre di Gaza è illegale: Israele non ha giurisdizione sulle acque territoriali palestinesi. Nonostante ciò, le forze di occupazione israeliane hanno iniziato a intensificare gli attacchi contro le flottiglie a partire dal 2009, speronando le imbarcazioni per affondarle, rapendo, colpendo con taser e aggredendo i partecipanti, imprigionandoli illegalmente e, nel 2010, uccidendo 10 civili a bordo della “Mavi Marmara”. La brutalità e l’impunità di Israele sono state ulteriormente messe a nudo durante il suo recente attacco terroristico alla flotta della Global Sumud Flotilla, avvenuto nella notte trail29 e il 30 aprile al largo delle coste di Creta, nella zona SAR greca, a soli 75 km dal Peloponneso e a 1240 km dalla Palestina. L’esercito di occupaizone israeliano, é arrivato dall’altra parte del mediterraneo con le sue navi da guerra, ha rapito circa 181 civili, alcun^ de^ qual^ sono stat^ torturat^, aggredit^ sessualmente e fisicamente. Le forze di occupazione israeliane hanno distrutto e danneggiato 22 imbarcazioni, distruggendo i motori delle barche, e lasciandole alla deriva, e hanno rapito Saif Abu Keshek e Thiago Avila, che sono stati portati e detenuti illegalmente nella Palestina occupata. Gli avvocati di Adalah hanno riferito che all’arrivo idue attivisti presentavano segni di tortura sui loro corpi. Gli attivisti della GSF rimasti sono stati consegnati direttamente nelle mani delle autorità greche, in territorio greco, il che non solo ha messo in luce ancora una volta il totale disprezzo di Israele per i principi umanitari e il diritto internazionale, ma ha anche rivelato fino a che punto il governo greco sia disposto ad arrivare nella collaborazione diretta con un esercito genocida, agendo apertamente la sua complicità ai crimini di guerra dello stato sionista. La missione della flottiglia non è simbolica. Si tratta di un’azione civile, diretta e non violenta, da popolo a popolo, per contrastare un sistema di apartheid, dominio, colonizzazione e oppressione che i governi di tutto il mondo hanno permesso e protetto, da cui hanno tratto impunemente profitto. Kyriakos X invita chi sitrova a terra a mobilitarsi: la lotta per la liberazione palestinese è ovunque, laddove aziende, istituzioni, media e governi complici alimentano il genocidio di Israele con totale impunità. Israele e i suoi alleati sono responsabili dei loro crimini contro il popolo palestinese. Kyriakos X invita le persone a concentrarsi sul sabotaggio della macchina e della catena di approvvigionamento delle armi che rende possibile il genocidio di Israele: nei porti, nelle fabbriche, negli uffici aziendali e nelle istituzioni governative. Chiediamo alle persone di tutto il mondo di interrompere il flusso di armi e costringere i governi a fare i conti con la loro complicità. Questo è un momento che richiede un’escalation. «Salpiamo perché l’assedio illegale e il genocidio di Gaza da parte di Israele devono finire. Salpiamo per i diritti di del popolo Palestinese, e di tutti i popoli, per l’autodeterminazione di ognuno. Salpiamo perché la società civile palestinese ha chiesto al mondo di agire, e noi non possiamo non rispondere». Mentre la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla continuano la loro navigazione, circa 10.000 palestinesi sono detenut^ nelle prigioni israeliane, la maggior parte senza accuse né processo. Molti vengono torturati, subiscono violenze sessuali e vengono uccisi. Centinaia di loro sono bambin^. Nel frattempo, la violenza dei coloni e dei soldati israeliani in tutta la Cisgiordania continua a intensificarsi: l^ bambin^ palestines^ vengono colpit^ a scuola, le loro case vengono demolite e i loro raccolti o il bestiame distrutti. Allo stesso tempo, la “Linea Gialla” illegale di Israele si sta espandendo a Gaza, e il genocidio e i bombardamenti non si sono mai fermati. Il genocidio di Israele in Libano continua, e le sue innumerevoli violazioni dei cosiddetti cessate il fuoco vengono ignorate dai leader mondiali. Il mondo rimane in silenzio. Su Kyriakos X non navigano eroi e eroine, siamo persone comuni che rifiutano il silenzio e la complicità: abbiamo deciso di usare i nostri corpi e i nostri privilegi per stare al fianco dei popoli oppressi, rifiutandoci di vivere in un mondo in cui il genocidio è normalizzato e tollerato. Nessun^ è libero finché la Palestina non sarà libera. Forensic Architecture Tracker https://freedomflotilla.org/ffc-gsf-tracker/ Live Cams Freedom Flotilla Coalition https://www.youtube.com/@freedomflotillacoalition6166 Instagram https://www.instagram.com/kyriakosx.ffc.greece?igsh=MW1rNjZxZThkcXEzeg%3D%3D
La  Valsesia e i “nuovi insediamenti” israeliani
Nessuno sembra chiedersi cosa significhi politicamente e simbolicamente che una delle prime comunità straniere a “rilanciare” una zona montana italiana sia composta da cittadini di uno Stato che in questo momento sta perpetrando un genocidio. Grazia Parolari – Invictapalestina – 11 Maggio 2026 La Valsesia è una delle valli alpine piemontesi più interessata, già dal dopoguerra, da un forte calo demografico dovuto all’emigrazione verso la pianura e le città industriali. L’indice di vecchiaia è tra i più alti della Regione, con gli over 65 che, nei comuni più piccoli e nelle frazioni, rappresentano spesso oltre un quarto degli abitanti. Tale calo demografico ha svuotato piccole frazioni, portato alla chiusura di servizi come scuole, ambulatori medici, uffici postali, lasciato abbandonate o semi abbandonate molte delle tipiche case in pietra. Il rilancio del mercato immobiliare, attraverso un’iniziativa chiamata ”Progetto Baita” e finalizzata soprattutto alla vendita e al recupero di queste case, è apparso a molti come un’opportunità di rivitalizzazione per una comunità destinata a spegnersi nel silenzio. A ideare e lanciare il progetto, che prende il nome dal termine ebraico bayit (casa), con l’aggiunta di “ita” per Italia, è stato Ugo Luzzati. Ebreo italiano cresciuto a Genova, emigrato in Israele e successivamente tornato, almeno saltuariamente, in Italia, ha raccontato di avere avuto questa idea dopo una conversazione con una maestra del comune di Valsesia che si lamentava delle classi vuote. Da lì la domanda: perché non portare famiglie israeliane in Valsesia? Nel 2022 fonda ufficialmente Progetto Baita con l’obiettivo di aiutare gli immigrati israeliani ad inserirsi e ad ambientarsi nella nuova realtà. Il progetto acquisisce maggiore rilevanza dopo l’ottobre del 2023, favorendo l’insediamento di famiglie israeliane in diversi comuni della Valsesia: da Borgosesia passando per Varallo, Cravagliana, Civiasco, Balmuccia e Scopello, fino a Rimasco. Valsesia, avvio progetto “Baita” , fonte: X, @lastampa Entro la fine del 2024 più di 80 famiglie si erano trasferite nell’area, mentre il gruppo Facebook “Vita in Valsesia”, in italiano ed ebraico, nato nel 2023, contava già oltre 11.000 membri. Proveniente in larga parte dalle classi medio- alte, la maggioranza dei nuovi arrivati è composta da laureati con posizioni qualificate: medici, ingegneri, informatici, farmacisti. Molti lavorano da remoto. Il sindaco di Varallo Sesia, Pietro Bondetti, ha dichiarato di “essere entusiasta dell’arrivo di persone con un grado alto di istruzione” e considerate desiderose di integrarsi. “Sono benestanti e fanno girare l’economia, e ciò non guasta. Prima del loro arrivo la zona era rischio desertificazione demografica. Ora siamo rinati” ha affermato. Sul piano burocratico, molti sono avvantaggiati dal possesso di un passaporto europeo, spesso ereditato dai nonni originari dell’Europa Orientale, oppure ottenuto attraverso le leggi sulla cittadinanza introdotte da Spagna e Portogallo per i discendenti degli ebrei sefarditi espulsi nel 1492. Altri dispongono della “carta blu”  europea riservata ai lavoratori altamente qualificati. Alcuni, arrivati dopo il 7 ottobre, hanno invece ottenuto forme di protezione internazionale o permessi legati alla situazione di conflitto. L’arrivo di questa ondata di israeliani si inserisce nel più ampio fenomeno di crescente emigrazione che interessa Israele dal 2023, legato soprattutto alla situazione politica e militare in corso. Secondo dati presentati alla Knesset, già nel 2023 82.800 israeliani avevano lasciato il Paese, una cifra rimasta elevata anche nel 2024. Nello stesso periodo, è diminuito drasticamente il numero dei rientri: 24.200 nel 2023, appena 12.100 nei soli primi otto mesi del 2024. E’ la yerida, la “discesa”, termine che indica l’emigrazione da Israele, opposta all’aliyah, la “salita” verso Israele. Per lungo tempo considerata uno stigma sociale e politico, oggi appare sempre più normalizzata. Intanto a Varallo la pronipote del premio Nobel per la letteratura Shmuel Yosef Agnon, insegna ebraico a 30 italiani. “Stiamo aprendo la prima succursale italiana di liceo per nomadi digitali” afferma”  già funzionante negli Stati Uniti, e in molti altri paesi europei. Pensiamo a un polo accademico che si occupi di cyber security e Intelligenza artificiale in cui noi israeliani siamo fortissimi. Stiamo facendo arrivare i primi medici israeliani. Molto spesso negli ultimi anni qui i concorsi sono andati deserti e ci sono diversi posti vacanti negli ospedali della zona. Insieme, penso che possiamo rendere ancora più bella la Valsesia”. Una Valsesia più bella, o una Valsesia più controllata? Le materie tecnologiche del polo accademico a cui la pronipote del Nobel si riferisce, non sono separabili dall’apparato militare e di sorveglianza dello Stato di Israele. Aziende come NSO Group- produttrice del software spia Pegasus – o Elbit Systems – principale fornitore di droni e armi utilizzate a Gaza, sono espressione dello stesso ambiente accademico e industriale da cui provengono molti di questi “laureati benestanti” di cui il sindaco di Varallo si dichiara entusiasta. Portare in Valsesia un polo tecnologico israeliano, non significa portare solo competenze, ma anche un pezzo di quello specifico sistema, con le sue reti, i suoi finanziamenti, le sue appartenenze. C’è anche un altro aspetto, più prosaico, che solleva grande entusiasmo tra i residenti: l’aumento del valore degli immobili. “Si innamorano del posto, del verde e della vita tranquilla, le piste da sci sono una sorpresa inaspettata. Cercano preferibilmente case indipendenti con un bel terreno intorno, meglio se lontane da altre proprietà. E qui c’è l’imbarazzo della scelta”, racconta Gianni Tognotti, vicepresidente del progetto e immobiliarista. Tutto entusiasmante, tutto positivo quindi? Il punto che nessuno nomina La stampa italiana che ha raccontato questo fenomeno, tende quasi sempre a sottolineare gli stessi elementi: la capacità di queste famiglie di prendere una decisione difficile, ricominciare, integrarsi. E certamente gli Israeliani che scelgono la Valsesia esercitano un diritto alla mobilità globale: possedere un passaporto, acquistare casa dove desiderano, costruirsi una nuova vita in un Paese straniero liberamente scelto. Ma questi diritti non sono una semplice fortuna individuale, né soltanto frutto di meriti personali: sono la conseguenza di uno statuto giuridico e politico che ai Palestinesi continua ad essere negato. Amnesty International, nel suo rapporto sull’Apartheid di Israele, presentato nel 2022, ha ben documentato in 278 pagine come le autorità israeliane abbiano sistematicamente negato ai palestinesi diritti e libertà fondamentali: drastiche limitazioni alla libertà di movimento, trasferimenti forzati, diniego di nazionalità e del diritto al ritorno, solo per citarne alcuni. Lo stesso sistema che ai coloni garantisce libertà di circolare e di continuare a rubare terre, nega ai Palestinesi il diritto di muoversi senza permessi, checkpoint e autorizzazioni militari. I Palestinesi della Striscia di Gaza non possono scegliere la Valsesia. Non possono scegliere nulla. Vivono – sarebbe meglio dire sopravvivono – in un territorio sotto assedio da quasi vent’anni, bombardato e devastato, privato sistematicamente di acqua, cibo, scuole, ospedali e cure mediche, di ripari sicuri e della possibilità di trasferirsi altrove senza dover dipendere da permessi difficilmente ottenibili. Pochi giorni fa Varallo si è mobilitata per accogliere una famiglia palestinese proveniente da Gaza – padre, madre e cinque figli. La richiesta urgente al Ministero degli Esteri porta, tra le altre firme, quella del sindaco e del parroco di Varallo, e dello stesso Luzzati. Tra i volontari disponibili ad accoglierli, anche alcuni Israeliani residenti in zona. La famiglia palestinese attesa a Varallo La notizia è stata presentata come prova di solidarietà e umanità, non senza aver sottolineato che la famiglia palestinese ha già dimostrato volontà di “apertura e integrazione” (volontà che evidentemente non viene richiesta, o ritenuta necessaria, per gli aspiranti residenti israeliani). Ma è proprio questo gesto a evidenziare la contraddizione: la famiglia palestinese è bloccata a Gaza. Non perché manchi una casa pronta, o perché la comunità non voglia accoglierla, ma perché da Gaza non è possibile uscire senza autorizzazioni specifiche e perché il sistema internazionale dei visti tratta i palestinesi come una categoria separata, da esaminare, valutare, autorizzare caso per caso, con tempi spesso lunghissimi Nel frattempo, cittadini israeliani, senza alcuna limitazione e quando vogliono, possono comprare un biglietto, prendere un aereo, arrivare in Italia, acquistare case e ottenere la residenza.  E non è forse significativo che nessuno degli articoli entusiastici sul “modello Varallo” si interroghi su cosa comporti questo tipo di insediamento – apprezzato perché qualificato e benestante – in termini di possibile trasformazione del territorio in una sorta di enclave separata dal tessuto sociale locale? Nessuno si chiede cosa significhi politicamente e simbolicamente che una delle prime comunità straniere a “rilanciare” una zona montana italiana sia composta da cittadini di uno Stato che in questo momento sta perpetrando un genocidio? Nessuno riflette sul fatto che il diritto di muoversi liberamente e scegliere dove vivere – così celebrato in queste cronache – è esattamente ciò che è negato ai Palestinesi dal 1948 in poi? C’è una dissonanza profonda in una società che celebra con entusiasmo l‘arrivo di famiglie israeliane benestanti che acquistano e restaurano case di pietra sulle Alpi, mentre contemporaneamente deve mobilitarsi per famiglie palestinesi che, vittime di quello stesso Stato da cui provengono i “nuovi coloni”, chiedono semplicemente la possibilità di sopravvivere. Edward Said scrisse che i Palestinesi sono “vittime delle vittime”. La Valsesia, nel suo piccolo, mostra quanto quella condizione non appartenga al passato ma, in forme diverse e normalizzate, continui a prodursi nel presente . Fonti: www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/italia/valsesia-la-terra-promessa-in-provincia-di-vercelli-e-la-nuova-casa-degli-israeliani-in-fuga-dal-conflitto/ www.eurasia-rivista.com/israele-in-italia/ www.notiziaoggi.it/varallo-e-alta-valsesia/varallo-mobilita-accogliere-famiglia-gaza/ www.amnesty.eu/wp-content/uploads/2022/01/Israel.s-apartheid-against-Palestinians_Full-Report.pdf www.ilmanifesto.it/la-grande-emigrazione-di-israele
Dalla Nakba a Gaza, i palestinesi continuano a portare con sé le chiavi delle case che sono stati costretti ad abbandonare
I palestinesi di Gaza portano con sé le chiavi delle loro case distrutte da Israele, un legame tra la guerra genocida e gli sfollamenti odierni e l’eredità ancora viva della Nakba. Da invictapalestina Fonte: English version Ansam Al-Kitaa – Gaza – 14 maggio 2026 Negli angoli delle tende improvvisate, riposte in sacchi sopravvissuti ai bombardamenti israeliani e portate nelle mani esauste degli sfollati, la chiave rimane più di un semplice pezzo di metallo arrugginito. Dalla Nakba del 1948 , i palestinesi hanno conservato le chiavi delle case che sono stati costretti ad abbandonare, come prova che una volta quelle case esistevano e che una storia non si conclude con lo sfollamento. Settantotto anni dopo, la stessa scena si ripete a Gaza: case distrutte, famiglie disperse e chiavi trasportate da uno sfollamento all’altro come se fossero l’ultima cosa rimasta di casa. Rami al-Sharafi, 40 anni, attivista sociale, direttore di Radio Zaman FM e padre di cinque figli, tiene tre chiavi in macchina. Uno apre ciò che resta della sua casa a Jabalia, distrutta il primo giorno di guerra. Un altro apre il suo ufficio, anch’esso distrutto. E l’ultimo apre la fattoria di famiglia. Vi è inoltre  una quarta chiave, ereditata, non sua. Appartiene alla casa di famiglia nel villaggio palestinese di Harbiya , occupata e svuotata nel 1948. Quella stessa chiave è stata tramandata di generazione in generazione. “La mia casa a Jabalia è stata distrutta nel 2023”, racconta Rami. “Oggi consegnerò quella chiave ai miei figli, proprio come ho ereditato la chiave di Harbiya. I luoghi cambiano, ma la storia si ripete.” La Nakba si riferisce allo spostamento di massa e all’espropriazione dei palestinesi che hanno portato alla creazione di Israele [Getty]. Per Rami, la chiave non è una reliquia. È un ricordo continuo di ciò che è stato sottratto. “L’occupazione ha cercato per decenni di privare i palestinesi della loro terra, delle loro case, della loro memoria”, ha dichiarato  a The New Arab. “Conserviamo queste chiavi come prova del nostro diritto e della nostra presenza.” I suoi nonni vissero in tende a Gaza dopo la Nakba, e ora, a 78 anni dalla catastrofe, la sua famiglia vive in tende per sfollati: un promemoria inquietante del fatto che la Nakba non è mai veramente finita. “Una casa non è fatta solo di muri di cemento”, dice. “È memoria, calore, i dettagli di una vita. Da più di due anni e mezzo sono stato costretto ad abbandonare la mia casa”, racconta Rami. “Ogni notte, ricordo come l’occupazione abbia distrutto i nostri ricordi e cercato di distruggere le fondamenta delle nostre vite. Questa terra è nostra. Vi resteremo, così come vi resteranno l’ulivo e l’olio.” Aya Skaik, una madre di quattro figli di 35 anni, ha lasciato Gaza due mesi dopo l’inizio della  guerra israeliana . Ora vive in Canada, conservando le chiavi della sua casa nel quartiere di Sheikh Radwan. “Non è più solo un pezzo di metallo”, ha dichiarato  a The New Arab. “È l’unica garanzia che ho per dimostrare il mio diritto a quel luogo. È un filo che mi lega all’odore delle mie mura, ai dettagli di una vita che mi sono lasciata alle spalle.” Per Aya, la chiave racchiude simultaneamente entrambi i significati: la casa perduta e la volontà di restare. “Portare con noi la chiave è di per sé un atto di resistenza”, afferma. “Non la portiamo per piangere le rovine. La portiamo per confermare che restiamo, che la nostra partenza per il Canada è temporanea e che l’idea di tornare non muore. Viviamo di speranza, come vivevano di speranza i nostri genitori e i nostri nonni.” Non fa alcuna distinzione tra la Nakba dei suoi nonni e la propria. “Quello che un tempo ci veniva raccontato del 1948, ora lo stiamo vivendo in prima persona: la paura, la confusione, gli spostamenti continui, i bagagli fatti in fretta. Proprio come mio nonno custodiva la chiave di casa sua a Giaffa, io mi ritrovo a tenere in mano la chiave di Sheikh Radwan. La memoria si tramanda di generazione in generazione allo stesso modo.” Suo padre le ha dato più di una semplice chiave. “Mi ha raccontato la storia della casa, una storia che un tempo era sempre aperta”, dice lei. I palestinesi sfollati dalla guerra di Israele a Gaza conservano le chiavi delle loro case danneggiate o distrutte come simbolo del ritorno, un giorno, nella loro patria  [Getty]. Fatima Sahwil, ricercatrice culturale e madre di quattro figli, vive in una casa che non le sembra più sua. Ha ricominciato da zero, cercando di costruire nuovi ricordi. La maggior parte di essi è legata alla guerra. “La chiave è un simbolo di perdita e di nostalgia per il ricordo di un luogo”, ha dichiarato la trentenne a The New Arab. “Vivo in un posto che non mi rispecchia, non è il posto a cui ero affezionata.” Lei detiene le chiavi di una casa che non possiede più e si pone la stessa domanda: “Riuscirò a costruire una casa che conservi la bellezza della mia prima casa e gli stessi ricordi ad essa legati?” Per Fatima, la risposta si trova nella chiave stessa. “Significa che c’è la speranza di poter un giorno tornare nelle nostre case sicure”, dice. “La chiave è un simbolo di nostalgia, di ogni piccolo dettaglio che dava anima a un luogo.” La nonna fu sfollata nel 1948 e conservò la chiave fino alla fine. “Mia nonna portava sempre con sé la chiave perché credeva che sarebbe tornata. Oggi io porto la mia con la stessa speranza. È questo il vero punto d’incontro tra passato e presente, tra speranza, nostalgia e il desiderio di costruire una vita piena e meravigliosa nonostante tutto.” Una chiave per ogni Nakba Bissan Natil, una scrittrice di letteratura per ragazzi di circa vent’anni, è tornata nel nord di Gaza dopo essere stata sfollata a causa dell’occupazione che bloccava l’accesso al nord. Al suo ritorno, ha trovato il suo quartiere distrutto. “All’inizio dello sfollamento, era difficile immaginare che saremmo tornati al nord”, ha dichiarato Bissan a The New Arab . “Ma siamo tornati. Quindi credo che ogni confine tracciato dall’occupazione possa cambiare e che la terra resterà al suo popolo, non importa quanto tempo ci vorrà.” Per Bissan, la chiave è parte integrante dell’identità e della presenza. “I palestinesi portano la chiave come parte di sé, come se fosse l’ultima prova di appartenenza alla propria patria”, afferma. “I nostri nonni, quando furono costretti a lasciare le loro case, non immaginavano che l’assenza sarebbe durata più di settant’anni. Credevano che si sarebbe trattato di pochi giorni. È una sensazione simile alla nostra di oggi: torneremo, non importa quanto tempo ci vorrà, anche se gli strumenti di distruzione e annientamento sono diventati più grandi e brutali.” Descrive il dolore dei palestinesi come una memoria ereditata. 78 anni dopo la Nakba, i palestinesi continuano a subire sfollamenti e massacri per mano di Israele [Getty] “Il dolore si è trasferito dal ricordo di mia nonna al mio. La sensazione di shock si rinnova. Non possiamo separare ciò che hanno vissuto i nostri nonni da ciò che viviamo noi oggi.” La nonna morì sognando di tornare a casa, nella città occupata di Majdal. “Mi chiedo se manterrò la stessa speranza di ricostruire la casa e la vita com’era prima”, dice. «Il colore del nostro suolo è simile al colore della nostra pelle. Come possiamo essere sradicati da una terra che è parte di noi?» si chiede Bissan. “Le scene di sfollamento di oggi possono ricordare quelle vissute dai nostri nonni, ma la speranza è sempre stata parte integrante della tenacia dei palestinesi e della capacità di tornare a ciò che resta della loro casa e della loro vita.” Ansam Al-Kitaa è una giornalista freelance con sede a Gaza. Per anni ha seguito le successive guerre a Gaza e il loro impatto umanitario e sociale per testate internazionali e locali. Traduzione a cura di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Dichiarazione politica del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina in occasione del 78° anniversario della Nakba palestinese
Dichiarazione politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina in occasione del 78° anniversario della Nakba palestinese. Il Fronte Popolare in occasione del 78° anniversario della Nakba: La lotta contro l’occupazione è una lotta esistenziale e storica, e la resistenza continuerà fino alla sua fine. La questione dei rifugiati è al centro della causa palestinese, e il diritto al ritorno è un diritto storico, legale e umanitario inalienabile che non si estingue con il tempo. O masse del nostro grande popolo palestinese, o figli della nostra nazione araba, o popoli liberi di tutto il mondo… Il 15 maggio commemoriamo il 78° anniversario della Nakba palestinese; Il crimine storico in corso perpetrato dal movimento sionista e dalle sue bande armate, con il sostegno coloniale e imperialista, attraverso lo sradicamento del nostro popolo dalla sua terra e il suo spostamento forzato, e la creazione di un’entità coloniale di insediamento fondata su massacri, pulizia etnica e terrorismo organizzato. Da allora, le politiche di occupazione sono continuate senza sosta, perpetrando uccisioni, repressione, confisca di terre e giudaizzazione nel tentativo implacabile di cancellare l’identità nazionale palestinese e spezzare la volontà del nostro popolo indomito. Oggi, nel mezzo della guerra totale di sterminio, assedio, fame e distruzione sistematica perpetrata contro il nostro popolo a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, unitamente all’escalation degli attacchi contro i prigionieri e i luoghi sacri, e ai tentativi di imporre ulteriori leggi razziste – in particolare la proposta di pena di morte per i prigionieri e i combattenti della resistenza – il nostro popolo palestinese continua a compiere sacrificio dopo sacrificio, rimanendo saldo sulla propria terra, resistendo e contrastando ogni tentativo di soggiogarlo, spezzarne la volontà o privarlo dei suoi diritti storici e nazionali. Questi crimini e queste politiche aggressive non sono riusciti e non riusciranno a soggiogare il nostro popolo o a liquidare la sua giusta causa. Il nostro popolo, la nostra nazione araba, i popoli liberi del mondo: Settantotto anni dopo la Nakba, i crimini di questa entità criminale e senza scrupoli si intensificano, e i suoi mali raggiungono ormai la Palestina, la regione e il mondo intero. Più perpetra crimini e omicidi, più scivola in una struttura politica e sociale frammentata, approfondendo divisioni e contraddizioni interne e ampliando le manifestazioni di fascismo e razzismo all’interno del suo sistema di governo. Le crepe strutturali rivelano la sua fragilità e l’accumulo di fattori che potrebbero portarne al collasso dall’interno, il tutto mentre fallisce ripetutamente nell’imporre una vittoria militare o politica, nonostante l’ampio e illimitato sostegno militare e politico che riceve dall’amministrazione americana e dal sistema occidentale. Al contrario, rapidi cambiamenti internazionali stanno sconvolgendo gli ambienti e le lobby sioniste che lo sostengono. Il movimento di solidarietà con la Palestina si sta espandendo a ritmi senza precedenti e le voci che rifiutano l’occupazione e la discriminazione razziale si fanno sempre più forti, rendendo la Palestina un punto di riferimento morale e politico globale. Ciò riflette l’erosione del sostegno internazionale a questo progetto coloniale e il suo graduale isolamento. Noi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, nel commemorare questo doloroso anniversario dal cuore dei campi di battaglia e dalle linee del fronte, affermiamo quanto segue: 1. Affermiamo che la lotta contro l’occupazione sionista è una lotta esistenziale e storica contro un progetto coloniale di insediamento basato su omicidio, sfollamento e pulizia etnica. Il popolo palestinese continuerà la sua resistenza in tutte le sue forme e difenderà i suoi inalienabili diritti storici, primo fra tutti il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente su tutto il territorio nazionale, con Gerusalemme come capitale, fino alla completa cessazione dell’occupazione. 2. Affermiamo che la questione dei rifugiati palestinesi rimarrà al centro della causa nazionale palestinese e che il loro diritto al ritorno alle proprie case e proprietà da cui furono sfollati nel 1948 è un diritto storico, legale e umanitario inalienabile che non può essere perso con il passare del tempo o con progetti di liquidazione. Sottolineiamo inoltre la necessità di proteggere i campi profughi palestinesi in patria e nella diaspora, e respingiamo ogni forma di persecuzione, emarginazione o tentativo di smantellare il loro ruolo nazionale e simbolico di testimoni viventi della Nakba in corso. Chiediamo il sostegno all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) e la possibilità per essa di adempiere pienamente alle proprie responsabilità nei confronti dei rifugiati palestinesi. Respingiamo qualsiasi tentativo di esaurire le sue risorse, minare il suo ruolo politico e umanitario o eliminarla come testimone internazionale del crimine di sradicare il nostro popolo dalla propria terra, fino a quando i rifugiati non faranno ritorno alle case da cui sono stati costretti ad abbandonare la propria patria. 3. Affermiamo l’unità del popolo palestinese in patria e nella diaspora e la necessità di costruire l’unità nazionale ricostruendo il sistema politico sui fondamenti della collaborazione e della democrazia, attivando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina come suo legittimo rappresentante e formulando una strategia nazionale e una leadership nazionale unificata per contrastare l’aggressione e i piani di liquidazione dell’occupazione. 4. Affermiamo che la questione dei prigionieri rimarrà una questione nazionale centrale e respingiamo tutti i crimini e le violazioni a cui sono sottoposti, tra cui la tortura, la fame, la negligenza medica e le decisioni razziste nei loro confronti. Ci impegniamo a continuare la lotta finché tutti i prigionieri non saranno liberati e le carceri non saranno svuotate dell’ultimo prigioniero palestinese. 5. Facciamo appello alle masse della nostra nazione araba e ai popoli liberi del mondo affinché intensifichino ogni forma di sostegno al nostro popolo palestinese, amplino le campagne di boicottaggio e impongano l’isolamento politico, economico e accademico all’occupazione, e affinché i suoi leader vengano processati come criminali di guerra dinanzi ai tribunali internazionali. 6. Mettiamo in guardia contro i tentativi del nemico sionista di sfuggire alla sua difficile situazione tornando a una guerra su vasta scala nella Striscia di Gaza. Questo nemico, con il suo tradimento e la sua aggressione, cerca di sfruttare la guerra a fini elettorali e come opportunità per riabilitare la propria immagine e ripristinare quella che definisce la sua “deterrenza” ormai compromessa. Pertanto, sottolineiamo quanto segue: – Chiediamo l’immediata e completa attuazione dell’accordo di cessate il fuoco e il ritiro completo delle forze sioniste da ogni centimetro della Striscia di Gaza. Ciò richiede la cessazione di ogni forma di operazione militare da parte dell’occupazione, inclusi assassinii e sparatorie, consentendo al contempo al Comitato Amministrativo di entrare nella Striscia di Gaza e assumere le proprie responsabilità. – La necessità di aprire tutti i valichi senza restrizioni e di garantire il flusso continuo di cibo, medicinali, carburante e tutti gli altri beni essenziali per la nostra popolazione nella Striscia di Gaza. – L’ingresso di una forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia di Gaza per sostituire l’occupazione nelle aree da cui si ritirerà. La sua missione sarà quella di monitorare il cessate il fuoco e garantirne il rispetto da parte delle parti. – L’avvio immediato degli sforzi di ricostruzione nelle aree distrutte dall’occupazione, sotto un’amministrazione nazionale palestinese pura, libera da qualsiasi tutela o interferenza esterna. – Il rifiuto di qualsiasi tentativo di separare Gaza dalla Cisgiordania e la cessazione di tutte le misure, politiche e decisioni razziste dell’occupazione contro la nostra popolazione in Cisgiordania, a Gerusalemme e contro i prigionieri. Ciò include la fine di raid, arresti, demolizioni e attività di insediamento, nonché la fine delle violazioni contro i prigionieri e la garanzia dei loro diritti e della loro dignità. O masse incrollabili del nostro popolo… Settantotto anni di Nakba, occupazione, massacri e assedio non sono riusciti a spezzare la volontà del nostro popolo. Al contrario, esso ha consolidato la propria identità di resistenza e la propria adesione ai diritti nazionali e storici. Oggi, nonostante la guerra di sterminio e distruzione, il nostro popolo continua con fermezza e risolutezza la sua legittima lotta fino alla liberazione e al ritorno. Nel frattempo, la difficile situazione politica e morale dell’occupazione si aggrava di fronte alla resilienza del nostro popolo e alla crescente solidarietà internazionale con la Palestina. La sconfitta di questo progetto coloniale sionista è più vicina che mai, grazie alla fermezza del nostro popolo, all’intensificarsi della sua resistenza e al crescente isolamento dell’occupazione dal resto del mondo. Gloria ai martiri, libertà ai prigionieri, guarigione ai feriti e vittoria al nostro popolo incrollabile fino al raggiungimento della libertà e dell’indipendenza. Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina Ufficio Stampa Centrale 15 maggio 2026 da Radio Onda d’Urto
Hondurasgate: i tentacoli d’Israele e Stati Uniti sull’America latina
Con il giornalista Giorgio Trucchi, collaboratore per Pagine Esteri dal Centro America, abbiamo analizzato il contenuto dei 37 audio pubblicati da Hondurasgate che svelano la trama ordita da USA, Israele ed Argentina per fare dell’Honduras un polo strategico per mettere le mani sull’America Latina. da Radio Blackout Già dagli anni 70 e 80 del secolo scorso, l’Honduras ha ricoperto un ruolo fondamentale, anche grazie alla sua collocazione geografica, per permettere agli Stati Uniti di contrastare i movimenti armati di liberazione in Salvador e Guatemala e la rivoluzione Sandinista in Nicaragua. Nuovamente il paese viene cooptato per impedire qualsivoglia avanzata di movimenti sociali e di protesta, così come organizzazioni politiche o di governo progressisti e di sinistra nei paesi limitrofi. In secondo luogo sul piatto torna la partita con la Cina: dall‘articolo scritto per Pagine Esteri da Giorgio Trucchi si legge “Obiettivo immediato è frenare l’espansione e il dominio cinese nella lavorazione dei minerali critici – controlla circa l’85% della raffinazione delle terre rare del mondo – intervenendo nelle zone di maggiore incidenza come lo è la regione latinoamericana.“ Per chi volesse approfondire ulteriormente la notizia segnaliamo il portale “Hondurasgate.ch” che riporta i file audio e il processo di verifica dell’autenticità.
Questa volta andrà tutto bene?
Due anziani benestanti vanno in crociera per sollazzarsi con il birdwatching di specie rare, entrano in contatto con un virus zoonotico e contagiano vari compagni di viaggio, oltre che a morire loro stessi. I biglietti per la crociera costavano tra i 16 e i 25 mila euro. Il luogo in cui probabilmente è avvenuto il contagio è una discarica, zona evitata come la peste dagli abitanti del territorio.  L’incipit di quella che potrebbe essere una nuova pandemia globale è di per sé piuttosto raccapricciante e tira in causa diverse questioni: chi viaggia e perché, che significato ha oggi la circolazione delle merci e delle persone nel mondo globalizzato, quali sono gli effetti delle catene del valore anche sulla riproduzione oltre che sulla produzione. I circa 120 passeggeri della nave Hondius sono poi stati evacuati, tornati rispettivamente nei loro luoghi di provenienza (il che ha causato ulteriore circolazione dei contagi) per quarantene fiduciarie e, al momento, l’OMS dichiara che il rischio sia piuttosto contenuto per le caratteristiche del virus.  I giornali italiani si sperticano in esercizi retorici che fanno quasi sorridere: la storia del 25enne calabrese prima contagiato e poi soltanto (fortunatamente) in isolamento con la relativa sequela di smentite e, parallelamente, il tono volutamente tranquillizzante “perché è diverso dal Covid” “perché il virus lo conosciamo”, lasciano trapelare l’intento di mettere le mani avanti e dire che “andrà tutto bene”, almeno questa volta. Le case farmaceutiche che dal Covid hanno guadagnato milioni stanno già lavorando a un nuovo vaccino, in primis Moderna che, in questi giorni, ha visto un salto in borsa del 6%. Schillaci dichiara che “il rischio è basso ma siamo comunque pronti”.  La domanda è: ma chi vi crede? Come si può ancora credere alla narrazione del potere? Due anni di pandemia da Covid e non c’è traccia di alcuna rielaborazione, né dal punto di vista scientifico né medico, che possa condividere un bilancio su quanto accaduto, mettendo a critica i limiti della gestione della pandemia. Invece, chi ci ha guadagnato ci ha guadagnato, chi ci ha perso il lavoro e la salute tanti saluti, chi ha provato a sollevare il tema della sanità territoriale, dei fondi e delle mancanze strutturali all’italiana è stato silenziato e ignorato (perché poi è venuta la guerra e i soldi servono per le armi). Gli infermieri e i medici sono stati eroi per qualche giorno per poi ricadere nell’inferno della quotidianità fatta di condizioni di lavoro insostenibili che negano la possibilità di svolgere adeguatamente il proprio ruolo. E chi s’è visto s’è visto.  L’unica soluzione propinata da chi avrebbe dovuto gestire la pandemia è stata tecnica: un chiaro esempio di tecno soluzionismo che ha semplicemente diminuito – a ragion veduta – la fiducia nella scienza e nella medicina, perché il messaggio recepito è stato come il vaccino sia stato prima di tutto un’occasione per guadagnare e speculare a livello mondiale capace di far fruttare ai Big Pharma quattrini senza precedenti. Quella che era iniziata come una risposta emergenziale è stata trasformata in struttura senza badare alle conseguenze e per tutelare la possibilità di tornare a lavorare e a produrre, senza valutare soluzioni alternative che pure in molti hanno proposto. Il tutto correlato da casi come il Pfizergate, che aveva visto la Ursula Von der Leyen negare l’accesso agli scambi di messaggi tra lei e l’AD dell’azienda ai giornalisti ma anche dagli scandali delle case di comunità mai venute alla luce post pandemia, utili solo a fare profitto per i soliti noti. Così come le dichiarazioni e le azioni di chi avrebbe dovuto gestire l’emergenza ma si è lavato le mani della salute pubblica sono state semplicemente archiviate (basti fare qualche nome per quanto riguarda il caso piemontese dall’ex pm Rinaudo a Roberto Testi o al sistema sanitario al collasso di intere regioni italiane commissariate da tempo). Un esempio di prove generali di disciplinamento e di sorveglianza di massa che hanno implementato la capacità e l’invasività del sistema tecno-sorvegliante sulle vite di tutti e tutte. Chi mise a critica e si mobilitò venne bollato a priori come complottista e ignorante. Il risultato fu quello di dividere le persone ed aumentare la sfiducia generale e la confusione. Non è qui tempo di fare previsioni se l’Hantavirus sarà la pandemia 2.0, cosa che nessuno si augura,  ma il punto è che nell’eventualità di una diffusione più ampia del virus e, dunque, della necessità di mettere in campo un sistema di gestione e contenimento del contagio, il terreno su cui ci si troverà sarà ancor più costellato di contraddizioni e sfiducia totale nella scienza, nella tecnica e nell’informazione. Il che, crediamo debba essere preso come un dato di fatto con tutta la complessità che questo significa. Chi si chiede se questa nuova “emergenza” sia stata confezionata ad hoc per distogliere l’attenzione dalle questioni gravi della nostra epoca, come la guerra e il genocidio, ha sicuramente una parte di ragione nel mettere in discussione una narrazione dominante che non ha altri obiettivi se non quello di legittimare la catena di comando.  Anche se è altamente improbabile che sia stata creata a tavolino, l’emergenza rappresenta sempre un’occasione di ristrutturazione ed ampliamento del controllo per il sistema e la sua classe dirigente.  Se si volesse veramente affrontare il problema bisognerebbe innanzitutto fare un bilancio serio della pandemia da Covid-19 e la sua gestione, e in più rendersi conto che solo attraverso lo sviluppo di una capacità autonoma di chi sta in basso di creare il proprio sapere e delle relazioni non mediate dal consumo si potrebbe avere la capacità collettiva di affrontare nuove pandemie globali senza cadere negli stessi errori del passato. 
Oggi salpiamo verso Gaza
Siamo consapevoli dei rischi, ma i rischi derivanti dall’inizio e sono maggiori. Di seguito ripubblichiamo il comunicato della Global Sumud Flottilla in partenza dalle coste turche per procedere il viaggio verso Gaza. In vista delle date di sciopero del 18 maggio e del 29, teniamo gli occhi puntati sulla missione! “Abbiamo visto le conseguenze dell’inerzia, della complicità e della partecipazione a livello globale alla violenza e all’occupazione sempre piu estese del regime sionista. Ci rifiutiamo di lasciare che la violenza abbia la meglio. Ci rifiutiamo di normalizzare i crimini israeliani. Mentre Israele porta avanti la sua occupazione genocida di Gaza, della Cisgiordania e del Libano, estendendo i propri crimini alle acque europee, non possiamo permetterci di fermarci. Mentre il regime israeliano tiene prigionieri medici palestinesi da oltre 500 giorni senza processo e senza una fine in vista, non possiamo permetterci di aspettare. Ci rifiutiamo di restare a guardare di fronte al genocidio. Alla popolazione assediata di Gaza e ai popoli occupati della Palestina e del Libano: Oggi salpiamo. Insieme continueremo a lottare, dimostrando che la solidarietà globale non può essere fermata.”
Xi Jinping – Trump : Iran, commercio ed economia globale sul piatto della tre giorni a Pechino del presidente Usa
Seconda visita di Trump – dopo quella del 2017 – a Pechino per un faccia a faccia con Xj Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese. da Radio Onda d’urto Il vertice, annunciato e rinviato più volte, si terrà dalla serata del 13 fino a venerdì 15 maggio. Assieme a Trump diversi esponenti di peso della Casa Bianca e una ventina di Ceo delle principali multinazionali Usa. Sul piatto, poi, le questioni internazionali, a partire dall’empasse Usa nello Stretto di Hormuz, nell’ambito dell’aggressione militare israeloUsa all’Iran, da cui Trump non ha idee di come uscire. Da qui il tentativo di chiedere a Pechino di fare pressioni per un accordo con Teheran, in virtù dei legami economici, militari e politici tra Iran e Repubblica Popolare Cinese, oltre a quelli ancora più stretti che Pechino ha con il Pakistan, mediatore della crisi. Su Radio Onda d’Urto l’intervista, in vista del faccia a faccia Xi Jinping – Trump a Pechino, al nostro collaboratore Dario Di Conzo, co-curatore di Levante,docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’Orientale di Napoli.
Seconda udienza in appello del processo per associazione a delinquere / Lunedì 18 maggio:portiamo la solidarietà nell’aula maxi 2
Lunedì 18 maggio ripartirà il dibattimento nel processo a carico di 26 imputat* del Movimento No Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda. Per 16 persone, l’accusa è di associazione a delinquere, per aver partecipato alle lotte sociali e ambientali che hanno animato Torino e la Val Susa. Portiamo la nostra solidarietà dentro quell’ aula: siamo tutti e tutte associazione a resistere!! da Associazione a Resistere
Ma come Calcio siamo messi, fra corruzione ed esclusione dai mondiali
Un nuovo terremoto giudiziario scuote il calcio professionistico italiano. Lo scorso 24 aprile un avviso di garanzia ha raggiunto il designatore degli arbitri di Serie A e Serie B, Gianluca Rocchi, indagato dalla Procura di Milano per concorso in frode sportiva per fatti risalenti ai campionati 2023/24 e 2024/25. In sintesi, l’accusa è quella di aver fatto pressione su alcuni colleghi viziandone le scelte arbitrali e di aver favorito l’Inter con la designazione di direttori di gara «graditi» al club milanese. Insieme a lui è indagato anche il supervisore Var Andrea Gervasoni. L’inchiesta si regge principalmente su intercettazioni ambientali e registrazioni dei dialoghi tra arbitri e sala Var durante alcune gare di Serie A. Nonostante al momento nella lista degli indagati non risulti nessun dirigente di società calcistiche, le indagini vertono anche sui rapporti tra Rocchi e Giorgio Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter, e il fantasma di «Calciopoli» – lo scandalo che a partire dal 2005 investì numerose società a partire da intercettazioni tra l’allora designatore arbitrale Pairetto e i vertici del club juventino – inevitabilmente aleggia. Partite truccate, favori arbitrali, presunti sistemi di scommesse clandestine (vedi il caso Tonali/Fagioli conclusosi con il patteggiamento dei due giocatori) non sono che le manifestazioni più esteriori della corruzione sistemica dell’industria che detiene il comando del calcio professionistico italiano.  In una fase in cui i diritti televisivi non rappresentano più l’introito principale del sistema calcio globale, ma a fare da padrone è l’indotto delle sponsorizzazioni, delle partnership commerciali con i colossi dell’intrattenimento come Netflix (che ha appena acquistato i diritti del videogioco della Fifa), del merchandising e del fumoso ma redditizio concetto di esperienza, il calcio italiano prova a stare al passo con gli omologhi europei, seppur con risultati non altrettanto redditizi. Se infatti la Premier League, l’azienda leader del settore (perché di questo in fondo si tratta), ha sfiorato i 10 miliardi di ricavi nell’ultima stagione, la Serie A si aggira attorno ai 3 miliardi. Ma al di là dei numeri che, al netto delle differenze, rimangono stratosferici, la fase attuale porta con sé un cambio di paradigma che corrompe – in maniera sempre più grottesca – il senso profondo dello «sport più amato dagli italiani». Apripista della rincorsa al «modello britannico» è stata senz’altro la Juventus, a partire dalla demolizione dello Stadio delle Alpi – grande opera costruita in occasione di Italia ’90 nel quartiere Vallette – in favore del più contemporaneo Juventus Stadium (ribattezzato Allianz Stadium nel giugno 2017 in seguito alla vendita dei naming right al colosso tedesco di assicurazioni), significativamente inaugurato l’8 settembre 2011 in concomitanza con i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Più che uno stadio dove andare a guardare le partite della squadra del cuore (da 45€ in su), un grottesco ibrido tra un centro commerciale e un centro polifunzionale come nella migliore tradizione dell’urbanistica post-industriale torinese, comprende nel suo circondario il J-Museum, il J-Medical, il J-Village, il J-Store, ecc., diciture che rivelano l’elementare – quasi disperata – ricerca di una brand identity.  Così, mentre i club e la Federazione tentano di imitare un modello nord-europeo appiccicandolo in maniera posticcia al contesto casalingo (per effetto di un conformismo tipico di chi non occupa la posizione di comando nella scala della produzione di valore e di creazione di nuove forme di capitalismo) le falle dell’intero sistema vengono a galla, tanto sul campo quanto fuori. Apoteosi di un fallimento annunciato è l’ennesima (neanche più così) eclatante dêbacle della Nazionale azzurra che per la terza volta di fila (cioè dal 2014) non si è qualificata ai Mondiali. Annunciato perché la Seria A risulta essere il 49° su 50 campionati al mondo per percentuale di minuti giocati da calciatori al di sotto dei 21 anni.Non è uno sport per vecchi, verrebbe da dire, ma è invece un Paese dove la retorica sui giovani non ha limiti (non passa settimana senza che il Presidente della Repubblica  Mattarella non indirizzi loro un consiglio per il futuro) e così la tiritera sull’Italia che «dovrebbe investire sui giovani a partire dalle scuole calcio nei quartieri» è destinata a ricominciare come un disco rotto, senza reali interventi in questa direzione da parte di un governo che, nel pieno di una crisi globale e interna, abbozza in fretta e furia un ddl di riforma del calcio, presentata dal senatore Paolo Marcheschi di Fratelli d’Italia, dopo che il ministro dello Sport Andrea Abodi ha scaricato tutte le responsabilità per la mancata qualificazione sulla Figc. Perché neanche nelle peggiori previsioni il governo Meloni avrebbe potuto immaginare di passare alla storia come l’unico governo ad aver mancato ben due Mondiali di fila; dopo aver fatto dell’italianità (bianca e nazionalista) la propria ricetta per il futuro, vede infatti sfumare nuovamente la possibilità di legittimarsi, per giunta mentre i soldi per frenare l’impennata dei carburanti a causa della speculazione scatenatasi attorno all’attacco statunitense all’Iran stanno finendo. Ed è proprio sullo sfondo della crisi geopolitica globale che il calcio italiano fa parlare di sé per questioni ben più imbarazzanti di una partita persa a pallone.  Da quel dedalo senza fine che sono gli Epstein Files, al fianco dell’imprenditore e compagno di Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani, qualche settimana fa spunta un altro nome fino ad allora sconosciuto ai più: Paolo Zampolli. Erede a 18 anni dell’azienda di famiglia Harbert, fondata dal padre Giovanni e attiva nella distribuzione in Italia dei prodotti Hasbro dei franchise di Guerre Stellari e Marvel, si trasferisce a New York a metà anni Novanta dove in breve tempo diventa uno degli agenti di modelle più affermato. Sarà lui in quegli anni a presentare Melania Knauss, oggi first lady, all’amico Donald Trump con il quale collabora nell’ambito del mercato immobiliare d’élite. Un’amicizia fortificata dopo che l’imprenditore milanese ha «coperto le spalle» a Melania Trump durante la campagna elettorale del 2017 in cambio della promessa di sostegno. Promessa che non si è fatta attendere dato che oggi Zampolli è inviato speciale di Trump per le partnership globali. Ed è a questo punto che la sua traiettoria si interseca con quella della Nazionale azzurra e del governo Meloni; quando, all’apice del raffreddamento dei rapporti tra Trump e Meloni, – determinata più dagli attacchi mediatici del tycoon che da una reale dissociazione del governo italiano dalle politiche di guerra statunitensi – il famigerato Zampolli tira fuori dal cappello la possibilità di un ripescaggio della Nazionale azzurra agli imminenti Mondiali che si disputeranno negli Stati Uniti e in Messico, al posto della Nazionale iraniana, regolarmente qualificatasi, ma sulla cui partecipazione all’epoca aleggiavano dubbi più consistenti di quelli attuali (nonostante ad oggi non siano ancora stati validati i visti dei calciatori e l’Iran abbia sottolineato come si aspetta il rispetto della bandiera e dell’inno nazionale). La Federazione Italiana Giuoco Calcio, il ministro Abodi (con cui Zampolli si era incontrato qualche settimana prima), lo stesso Trump bocciano l’idea bizzarra dell’impresario (ma tutto sommato in linea con la spregiudicatezza mediatica della sua coalizione), il quale ottiene l’unico risultato di attirare l’attenzione su di sé e vedersi marcato ai fianchi da Report e le principali testate giornalistiche mondiali, increduli di fronte a tanta fantasia. Più difficile invece per la Nazionale e tutto il sistema calcio italiano buttarla in caciara di fronte a una vicenda che, invece di distogliere l’attenzione dal fallimento sportivo e politico, non fa che colorarlo di tinte ancora più imbarazzanti. Ma la coalizione Epstein gode al suo interno di personaggi ben più influenti del pur intraprendente Zampolli. È il caso di Gianni Infantino, presidente della Fifa, federazione internazionale che governa il calcio a livello mondiale, eletto nel febbraio del 2016 in seguito allo scandalo corruzione che travolge il duo Blatter-Platini. Dirigente sportivo con passaporti svizzero e italiano, Infantino non ha mai nascosto la sua simpatia e vicinanza politica con il presidente Trump, tanto da aver partecipato alla riunione inaugurale del Board of Peace nel febbraio del 2026 nel contesto del «Piano di Pace per Gaza». Simpatia che è sfociata in bieco servilismo con l’istituzione del Fifa Peace Prize, un premio evidentemente creato ad hoc per il tycoon, in seguito alla bocciatura per il Nobel della Pace e poco prima dell’attacco all’Iran. Inutile dire infatti che il primo vincitore è stato proprio Trump, premiato il 5 dicembre 2025 a Washington durante il sorteggio della fase finale per i Mondiali. Ma non è l’unico trofeo Fifa a troneggiare nello studio ovale del presidente; Infantino ha riservato all’amico la copia originale della Coppa del Mondo per Club vinta nel luglio del 2025 dal Chelsea in seguito alla finale disputata contro il Paris Saint-Germain nel MetLife Stadium in New Jersey alla presenza del presidente Trump, il quale, con stupore dei giocatori della squadra londinese, non resistette dal rimanere al loro fianco – a favore di telecamere –  nel momento clou della premiazione quando la coppa è sollevata dal capitano e la squadra festeggia. Contro l’operato di Infantino si è  addirittura pronunciato il Sindacato Internazionale dei Giocatori, di certo non il sindacato più combattivo esistente, ma un segnale significativo per un comparto perlopiù alieno all’uso del sindacato come piattaforma rivendicativa. Ne è dimostrazione il capitolo più grave della presidenza Infantino, quello legato allo sfruttamento dei lavoratori immigrati e i morti nei cantieri per la costruzione degli impianti del Mondiale poi disputatosi in Qatar nel 2022, di fronte alla quale il presidente della Fifa minimizzò l’accaduto in virtù di un grande evento desiderato da tutto il mondo e il mondo del calcio tacque. Se dunque il calcio professionistico italiano vive un periodo di profonda crisi identitaria e processuale, tra modelli di business esterofili, figuracce internazionali e politiche miopi, ciò che emerge con forza e dignità è l’universo sempre più vivace e cosciente delle esperienze di calcio popolare, le quali non solo riportano lo sport e la socialità al centro della questione, ma sono state anche in grado di organizzare la grande mobilitazione che ha visto sfilare migliaia di persone contro l’ennesima partita giocata in Italia dalla nazionale di calcio israeliana, lo scorso 14 ottobre 2025 a Udine. Nel pieno del movimento blocchiamo tutto che riempì le strade di tutta Italia in quei mesi, quella manifestazione, i cui numeri furono almeno il doppio dei seggiolini occupati dentro allo stadio Friuli, ha riportato le persone che attorno allo sport intessono relazioni quotidiane dal basso al livello di una risposta collettiva e incisiva, oggi più che mai necessaria anche a partire dai campi di calcio.
Licenziamenti e repressione: rispondere alle aggressioni dentro e fuori alla Desa di Sant’Agata Bolognese
La violenza sui posti di lavori si muove su diversi livelli: da quello quotidiano dello sfruttamento e dei sopprusi, a quello del braccio armato della polizia che tutela gli interessi padronali. da Radio Blackout Desa, impresa chimica di detergenti, che produce anche per il marchio Chanteclair, negli stabilimenti di Sant’Agata Bolognese è stata protagonista nei giorni scorsi del licenziamento di un sindacalista del SiCobas, che ha fatto seguito ad un momento di solidarietà con una lavoratrice aggredita verbalmente da due responsabili durante il turno di lavoro. Durante il picchetto del 7 Maggio organizzato per ottenere il reintegro dal licenziamento, le cariche della polizia hanno costretto al ricovero due lavoratori. In diretta dai cancelli della fabbrica, dove anche oggi lavoratori, lavoratrici e sindacalistx si sono trovati nuovamente per rispondere alla violenza messa in campo da Stato e padroni, ricostruiamo cosa sta accadendo insieme a Tiziano, uno dei coordinatori locali del SiCobas.  AGGIORNAMENTO: poche ore dopo la diretta, il presidio è stato sgomberato dalla polizia che ha trascinato di forza i e le manifestanti smobilitando il picchetto.