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Informazione di parte

Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito
Riprendiamo la presa di parola di Askatasuna in risposta alla narrazione mediatica di questi giorni a seguito del partecipassimo corteo nazionale di sabato 31 gennaio 2026. «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista. Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio. Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi. Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi. La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza. E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte. Solidarietà agli arrestati! Angelo, Matteo e Pietro liberi!
I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale
Riprendiamo l’indizione dello sciopero internazionale dei portuali previsto il 6 febbraio. Con la conferenza online del 27 gennaio, le 5 organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori portuali, l’Enedep di Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’ODT del Marocco e l’USB in Italia hanno confermato la giornata di lotta dei portuali del 6 febbraio con lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”.        La protesta partirà da 21 tra i più grandi e importanti porti europei e mediterranei, come Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona e Civitavecchia e altri ancora. Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto l’adesione anche dai porti di Amburgo e di Brema ed anche negli Stati Uniti, in diverse città portuali, si stanno organizzando mobilitazioni e iniziative. Un’azione congiunta e coordinata come non si vedevano da decenni alla quale si sono uniti movimenti e associazioni di solidarietà. La prossima settimana pubblicheremo il quadro completo delle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo il 6 febbraio. I portuali mandano un segnale di forte solidarietà internazionale contro la militarizzazione dei porti, il genocidio ancora in corso in Palestina, il traffico di armi e la corsa alla guerra a cui stiamo assistendo. Un segnale forte contro l’imperialismo e la rottura del diritto internazionale e in difesa dell’autodeterminazione dei popoli. Al centro della protesta ci sono le condizioni dei lavoratori. L’economia di guerra ha già tagliato i nostri salari, eroso i nostri diritti e distrutto i servizi pubblici essenziali. Lo spostamento delle risorse economiche sugli armamenti e l’industria bellica colpisce direttamente i salari e le condizioni di lavoro, allunga i tempi di lavoro e allontana la possibilità di riconoscere il nostro come lavoro usurante a fini pensionistici. Il 6 febbraio, inoltre, sarà il giorno dell’inaugurazione dei giochi olimpici invernali di Milano e Cortina. La presenza della milizia fascista dell’ICE è un segnale di provocazione che consideriamo inaccettabile. Per questo motivo, in solidarietà con la popolazione del Minnesota e di altri stati che stanno contestando le deportazioni e le uccisioni, saremo a Milano e grideremo ICE OUT insieme a Chris Smalls, fondatore del sindacato indipendente dentro Amazon negli USA, in piazza Gaza dalle 14.30. Chris sarà in Italia già dal 5 e lo incontreremo all’Università di Roma, facoltà di Lettere venerdì 5 alle 17.00. Appuntamenti in Italia del 6 febbraio: Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto Bari – ore 16:00 – Terminal Porto Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto. Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto 
Dossier: il vero volto del governo nella “gestione dell’ordine”
Abbiamo raccolto una serie di frammenti video che restituiscono il modo in cui il governo affronta il conflitto sociale: uso della violenza da parte delle forze dell’ordine, repressione e gestione dell’ordine pubblico in cui il sopruso e l’abuso sono la prassi. Senza dover commentare con grandi analisi il significato di violenza, uso della forza, conflitto, lasciamo alle immagini la capacità di spiegazione. In particolare, nella manifestazione del 31 gennaio a Torino, ci sono alcuni episodi che hanno assunto grande rilevanza mediatica e che riguardano un anziano trascinato dai celerini sulla banchina degli autobus con il volto insanguinato e poi abbandonato; un fotoreporter che è stato brutalmente picchiato al grido di “basta, sto male sono un fotografo”. Ma queste sono quelle che hanno avuto la “fortuna” di essere riprese e fatte girare sui social grazie al lavoro di tanti canali indipendenti che insieme a noi cercano di fotografare la realtà delle cose, tante altre non hanno avuto la stessa “fortuna”. I messaggi e le testimonianze che alcune persone stanno svolgendo tramite i social sono una parte preziosa e ci parlano di lacrimogeni nei passeggini, lanci ad altezza uomo sul corteo che si sta avviando a conclusione, persone in fuga dall’aria irrespirabile accerchiate contro un muro, manganellate contro persone girate di spalle evidentemente senza motivo. Il linguaggio è quello di uno Stato e di un Governo che guarda a un orizzonte ben preciso, è il linguaggio della criminalizzazione e dell’intimidazione per scoraggiare chi continua a voler dissentire. La piazza di Torino del 31 gennaio ha dimostrato che una buona parte di questo Paese non ha intenzione di smettere. Di seguito il materiale raccolto a partire da video che circolano sul web per chi avesse materiale utile per questo lavoro di testimonianza può scriverci qui da milanoinmovimento Fotografo in corso Regina foto di a.portfolio.b da nojusticenopeace_italy da nojusticenopeace_italy lanci ad altezza uomo
L’opposizione al governo Meloni parte da qui
Contributi, punti di vista, riflessioni da parte delle tante anime che hanno composto la ricchezza della manifestazione oceanica della Torino partigiana. Iniziamo una raccolta di ciò che si tenta di appiattire, con uno sguardo alla complessità della composizione, della soggettività e della fase che stiamo attraversando. Il comunicato del Comitato Vanchiglia Insieme “Sulla giornata di ieri” Per noi scendere in piazza significa esprimere il nostro dissenso, lo facciamo nel modo che ci caratterizza, conviviale e pacifico. Il nostro quartiere però è ferito, una ferita che si è fatta più profonda in questo mese e mezzo. Questa ferita ha indotto diverse reazioni, reazioni all’ impotenza e all’ ingiustizia: noi abbiamo reagito unendoci ancora di più e creando rete con la città, altri hanno preferito non reagire e chiudersi ancora di più, altri ancora hanno espresso la rabbia con forme di azione violenta, che non condividiamo. Ci addolora vedere i resti degli scontri, i danni creati e pensare a chi è rimasto ferito, ma ci addolora anche vedere che 50000 persone che hanno manifestato in altre forme sono rimaste nascoste da una coltre di fumo. Viviamo in un periodo storico difficile, dove la nostra libertà e i nostri diritti vengono gradualmente erosi. Il governo, con l’ aiuto dei media, cerca di fare quello che hanno sempre fatto i regimi: dividi et impera. A noi è richiesto lo sforzo e l’ impegno di tenere insieme i pezzi, di stare nella complessità, perché è nella complessità di idee, visioni e approcci che si trovano nuove risposte. Le persone che sono scese in piazza in questi mesi sono tantissime, differenti tra loro, ma portano lo stesso messaggio: vogliamo cambiare e possiamo cambiare il corso degli eventi che sta portando la nostra amata Terra ad implodere. Ci vorrà tempo, ci vorrà un grande sforzo, ma se restiamo fiduciosi e restiamo unite troveremo nuove forme di lotta dove chiunque possa sentirsi comodo, perché il nostro desiderio è comune, è giusto e non deve spegnersi. Ma oggi il nostro pensiero va al quartiere e a chiunque si sia svegliatə confuso e amareggiato. Non lasceremo che la tensione di una giornata oscuri il legame che ci unisce. Restiamo qui: per strada, tra la gente, pronti a fare la nostra parte per ricucire il quartiere. Vanchiglia è di chi la cura ogni giorno, e da qui ricominciamo. Il Comunicato del Collettivo Universitario Autonomo – Torino e del Kollettivo Studentesco Autonomo – Torino Corteo nazionale a Torino: 50mila persone rilanciano contro il governo nemico del popolo 3 spezzoni composti ciascuno da migliaia di persone partono dalle stazioni e dall’università occupata per riprendersi la città. Si aspettavano tutti una grande manifestazione ma la realtà ha superato le aspettative: la reazione generalizzata all’arrivo in Piazza Vittorio, il punto di convergenza, è stata quella della “pienezza” nel vero senso della parola. Al di là dei numeri strabilianti, l’eterogeneità della piazza permette di cogliere la cifra di cosa sia stato raccolto dall’appello conclusivo dell’assemblea del 17 gennaio, con la chiamata: governo nemico del popolo, il popolo rilancia. E il popolo ha rilanciato. Avevamo promesso sarebbe stata una manifestazione popolare e pensiamo di aver mantenuto la promessa, studenti dalle scuole superiori, sindacati di base, associazioni, organizzazioni palestinesi da tutta Italia, movimenti sociali, comitati di quartiere, universitari, delegazioni provenienti da tutto il Paese hanno animato la manifestazione prendendo parola per affermare l’intenzione comune di guardare al futuro e costruire le basi per il sogno collettivo di un mondo libero dal veleno della guerra, dal sionismo, dalla sudditanza agli Stati Uniti, dalla povertà dei tanti per il lusso di pochi, dalla terra devastata per i progetti inutili. Oggi Torino ha dimostrato come si può rispondere alla violenza dello Stato riuscendo anche a fare il passo in avanti di una proposta percorribile da molti e molte, nelle diversità certo, ma con l’occasione di rompere gli argini dell’impotenza e dell’immobilismo per percorrere una strada che non sappiamo ancora su quali itinerari ci potrà portare ma sappiamo che qualunque cosa abbia da offrirci non può che essere meglio di quel che c’è se la affrontiamo insieme. Mentre alcuni spezzoni si sono distribuiti per occupare i due incroci previsti dal percorso, una grande parte della manifestazione ha poi raggiunto il presidio di polizia permanente che sta intorno all’Aska rispondendo con forza alla militarizzazione coatta che ormai rappresenta l’unico metodo delle istituzioni attraverso cui gestire le crisi sociali. Sono state ore di scontri molto intense, l’aria irrespirabile, gli idranti, la polizia nervosa. Ma migliaia di persone hanno resistito e rispedito al mittente l’arroganza di chi ci vuole solo spaventati e silenti. L’Askatasuna non è solo un palazzo e la giornata di oggi ne è stata la prova, siamo solo all’inizio di un cammino da percorrere insieme, per la libertà e la possibilità di vivere in un mondo degno di chi lo abita. L’ITALIA È PARTIGIANA Un post di Rita Rapisardi, giornalista freelance per il Manifesto Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque. La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione. Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni. In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”. Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce. Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli. Un editoriale della rivista La Rivolta Ieri abbiamo assistito a un corteo immenso. Le stime parlano di 50 000 persone, provenienti da tutta Italia. Verso le 17.30 il corteo è virato in Corso Regina, dove sono iniziati gli scontri.  A fronte del video del poliziotto picchiato, per cui tutta l’Italia si indigna, ci sono decine di video degli abusi della polizia contro manifestant3, giornalist3, personale medico e fotograf3 inerm3, che rimarranno invece nel silenzio. Il silenzio di questa Italia che non sa più come ribellarsi a chi definisce chi manifesta “nemici dello stato”, a chi usa i nostri soldi per opere pubbliche inesistenti e inutili, a chi rinchiude attivist3 e reprime il dissenso, a chi ci toglie spazi sociali e di controcultura. Questa divisione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi della narrazione comune, non solo è falsa, ma è anche poco funzionale allo scopo per cui siamo sces3 in piazza. È vero che il corteo è stato per lo più pacifico, ma gli scontri non lo hanno delegittimato. Le 50 000 persone del corteo al momento degli scontri si trovavano esattamente dietro “l3 incappucciat3” “facinorosi” che si scontravano, per sostenerli.  La violenza innoridisce, ci smuove qualcosa dentro che è difficile ignorare; per questo sappiamo che la risposta collettiva di ieri non è nata dal vuoto, ma da violenza subìta e agìta per anni nei confronti di tutta la popolazione. L’eliminazione di spazi di culturali, la distruzione della libertà di parola e dissenso, l’arresto di innocent3, il collasso ecoclimatico e la guerra sempre più vicina: queste sono le violenze che ieri molte hanno rivisto mentre sono scese in piazza per un mondo alternativo.È per questo che, ricordando a tutt3 che manifestare è un nostro diritto, noi esprimiamo totale solidarietà a manifestant3, fotograf3 e giornalist3, che hanno subìto gli abusi dei servi dello stato. E come Rivista La Rivolta contribuiamo a diffondere la verità su ciò che è successo ieri, perché sappiamo che solo una parte riceverà giustizia da parte delle istituzioni. 
Torino è partigiana: il futuro comincia adesso
Riprendiamo il comunicato scritto in serata e uscito dal centro sociale Askatasuna sulla giornata di ieri. Scriviamo poche righe a caldo, a pochi minuti dalla conclusione della manifestazione che oggi ha visto a Torino scendere in piazza oltre 50 mila persone. Il messaggio politico lanciato in questa giornata è inequivocabile: esiste un’Italia che rifiuta l’assetto di guerra con cui il governo Meloni vorrebbe imporre lo stato delle cose. Oggi in ben tre piazze che sono state attraversate in maniera viva e da protagonisti, c’era l’Italia che difende la possibilità di esistere in un presente fatto di riarmo, nelle parole e nei fatti. C’era l’Italia che difende gli spazi di aggregazione e incontro, gli spazi sociali che nella storia di questo Paese hanno rappresentato un modo per affermare un’opzione concreta per fare la differenza. C’era l’Italia che parla il linguaggio dell’inclusione, che respinge razzismo e discriminazioni, che sta dalla parte dei popoli che resistono, che combatte il patriarcato ogni giorno e lotta per la salvezza del Pianeta, a difesa dei territori contro le grandi opere inutili. Un’Italia che non vede nelle periferie problemi di ordine pubblico o bacini elettorali, ma luoghi in cui costruire solidarietà e anche comunità resistenti. Nelle piazze c’erano i movimenti, i sindacati, i partiti, i collettivi, gli studenti e le studentesse di scuole e università, i comitati di quartiere, le bocciofile, le realtà grandi e piccole dell’associazionismo e della politica, insieme a tantissimi cittadini e cittadine che hanno scelto di non delegare e di essere protagonisti di una giornata irrinunciabile. La mobilitazione di oggi nasce dallo sgombero di Askatasuna e non si poteva non esserci. Chi perché c’era quando è stata occupata, chi perché ha pensato che la sua esistenza fosse l’argine a una deriva conservatrice, autoritaria, violenta da parte delle politiche dei governi che si sono succeduti fino ad ora, chi perché ci ha fatto i concerti, perché ci ha cresciuto i figli, chi perché voleva e continua a volersi organizzare insieme per costruire altri mondi possibili. E’ una storia che è patrimonio comune, è una storia che parla a tutto il Paese. E la giornata di oggi rispecchia in maniera chiara e netta una risposta di massa, popolare e dal basso a un governo che teme il conflitto e che considera chi resiste e lotta un nemico da annientare. Giorgia Meloni lo ha finalmente detto a chiare lettere: chi era a Torino oggi è il “nemico del governo”. Lo ha esplicitato, si è squarciato l’ultimo brandello di quel velo irreprensibile. Ed è un bene che abbiano timore Giorgia Meloni, Piantedosi, La Russa, il sindacato di polizia: in questo Paese siamo in molti e molte a non essere disposti a subire politiche securitarie, razziste, omofobe e guerrafondaie. Oggi coloro che non sono più disposti a accettare supinamente queste politiche erano lì, fianco a fianco, chi più avanti e chi più indietro. Chi più giovane e chi più anziano, ciascuno con le proprie possibilità ha dato il proprio contributo. Quando lo Stato, in tutte le sue forme, mostra il volto profondo della violenza con cui intende gestire l’esistente, impone militarizzazione, scherno e dileggio nei confronti della popolazione non ci si può stupire di ciò che questo scaturisce. Quando a essere chiuse per questioni di ordine pubblico sono le scuole dell’obbligo di un piccolo quartiere di Torino, quando a essere militarizzato è un solo quartiere di una città italiana, quando un capo di stato determina in maniera univoca le scelte politiche delle istituzioni pubbliche, quando a essere feriti sono decine e decine di persone che manifestano: possono essere eccezioni, possono essere emergenze, se lette con le loro lenti. Con le nostre il quadro è chiaro: non si tratta di una scuola, di un quartiere, di una città, di alcune decine di persone, si tratta dell’orizzonte verso il quale questo sistema vorrebbe tutte le scuole, tutti i quartieri, tutte le città, tutti coloro che dissentono. Ce lo mostra in maniera cristallina Minneapolis, ce lo mostra in maniera devastante Gaza. Leggere quanto è accaduto in questo quadro è una chiave che apre una finestra sul futuro, da domani in avanti lo sguardo va puntato su chi sono i responsabili: Il governo, che sceglie la repressione come linguaggio politico; la guerra, come strumento di profitto e di gestione delle controversie internazionali; il modello imperante degli Stati Uniti, delle persecuzioni razziali e della criminalizzazione delle minoranze; la propaganda e la paura come prassi politica. La realtà è che il conflitto diventa una risposta inevitabile. La presenza di oltre 50 mila persone dimostra che questa opposizione non è marginale né isolata. È una forza sociale reale, capace di riconoscersi, convergere. C’è un tempo per raccogliere, un tempo per costruire, un tempo per stracciare, un tempo per indicare i nemici del popolo e rilanciare. Avevano pensato di aver rotto l’argine, l’argine si ricostruisce ancora più più ampio, ancora più forte. Solidarietà a tutti e tutte le persone fermate e ferite oggi. Askatasuna vuol dire libertà. La ricchezza delle piazze raccontata ai microfoni di Radio Blackout in ponte radio con Radio Onda Rossa, Radio Quar, Radio Wombat, Radio Spore, Radio Neanderthal, Radio Eustacchio; e dalla diretta di Radio Onda d’Urto DIRETTA DAL CORTEO NAZIONALE. TORINO E’ PARTIGIANA Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali. “ASKATASUNA VUOL DIRE LIBERTÀ”: 50MILA PERSONE AL CORTEO NAZIONALE DI TORINO. LA DIRETTA DI RADIO ONDA D’URTO Di seguito, due dei (numerosi) video che testimoniano l’operato della polizia, sabato 31 gennaio, a Torino: * Video di manifestante, a terra, colpito da una quindicina di manganellate da parte di un celerino * Video di un manifestante, a terra e con il volto coperto di sangue, attorniato da poliziotti che si rifiutano di soccorrerlo.
Le Olimpiadi, il calcio e l’odore dei soldi
Venerdì 6 febbraio si celebrerà l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Di Fabio Balocco Delle olimpiadi si è già detto tutto. Dell’abbraccio fra destra (governatore Zaia) e “sinistra” (sindaco Sala) quando si parla di grandi eventi-grandi opere. Chi è attento alle questioni ambientali, saprà della pista di bob, fortemente voluta da Salvini, oppure della cabinovia Apollonio-Socrepes, in corso di ultimazione in una zona franosa. Ma saprà anche (ed era facile immaginarlo) che la manifestazione è l’occasione per una scorpacciata di opere che non si sarebbero altrimenti realizzate, e questo in territori già ampiamente infrastrutturati. Così si rileva come l’investimento per le opere ruoti attorno a 3,54 miliardi di euro, ma anche che, di questa cifra, solo una piccola frazione è direttamente legata allo svolgimento delle gare: appena il 13% della spesa complessiva finanzia infatti le opere essenziali per i giochi. Di più, la sola Regione Lombardia, sulla sua piattaforma Oltre i Giochi 2026, censisce ben 78 interventi per 5,17 miliardi di euro, di cui 44 opere per 3,82 miliardi non compaiono nel portale nazionale. In pratica, i giochi sono una ghiotta occasione per il partito del cemento e dell’asfalto: né più né meno come avvenne per Torino 2006. I giochi come occasione per aumentare in piccola misura il PIL nazionale, quel PIL indicatore del benessere, secondo i gonzi, ovvero chi gestisce il potere e chi lo sostiene. Ma c’è un particolare spesso sottaciuto dell’inaugurazione, e cioè che essa si svolgerà all’interno dello stadio Meazza di Milano e questo evento suonerà come un atto di addio, o meglio un funerale per questa che è una vera e propria istituzione milanese: lo stadio Meazza, già stadio San Siro. Perché il Comune, guidato dal “sinistro” Sala, lo ha venduto per 197 milioni alle due società Milan e Inter, consentendo loro di abbatterlo per realizzarne sì uno nuovo, ma anche e soprattutto di fare un bel business immobiliare: infatti nell’area sorgeranno anche hotel, uffici, negozi, ristoranti e il museo di Inter e Milan. Un po’ come già accadde a Torino, altro sindaco “sinistro”, Chiamparino (anch’egli invaghito da grandi eventi-grandi opere), con la Juventus, anche se qui fu costituito un diritto di superficie novantanovennale. Ma c’è anche un’altra storia, questa invece minima, da raccontare legata all’inaugurazione in quello stadio, e cioè la partita del campionato italiano di serie A che lì si dovrebbe disputare il giorno seguente, l’8 febbraio, e cioè Milan-Como, partita impedita appunto dalla manifestazione. Orbene, cosa aveva pensato la FIGC? Di disputarla non già in un’altra data, oppure in un campo neutro italiano, bensì a Perth, in Australia, ossia dall’altra parte del globo. Detta così potrebbe sembrare una barzelletta, e invece in questo mondo alla rovescia, era vera. Così Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A ai microfoni di Mediaset: “Milan-Como a Perth? È un sacrificio che chiediamo ai nostri tifosi, credo che lo abbiano compreso”(https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/2025/12/19-145352650/de_siervo_entusiasta ). E perché poi questa operazione? Per esportare il nostro calcio nel mondo… In realtà per un introito nelle casse federali di dodici milioni di euro. Caso vuole che poi la balzana idea sia saltata e non già per un rinsavimento improvviso dei dirigenti della Federcalcio, bensì per le condizioni poste dalla Confederazione Asiatica di Calcio, ritenute eccessive dalla nostra Lega. Così Ezio Simonelli, presidente della Lega Serie A: “Nell’esprimere rammarico per l’epilogo di questo progetto, continuiamo ad essere fermamente convinti che questa conclusione sia un’occasione persa nel progetto di crescita del calcio italiano a livello internazionale, che priva peraltro i tantissimi tifosi della Serie A all’estero di vivere il sogno di assistere dal vivo a una partita della loro squadra del cuore” (https://www.milannews.it/news/saltata-perth-simonelli-escalation-di-ulteriori-e-inaccettabili-richieste-dell-afc-occasione-persa-601508). E infatti immaginiamo quanti tifosi di Milan e Como ci siano a Perth… La follia delle grandi manifestazioni; la follia di abbattere uno stadio monumento del calcio; la follia (per fortuna saltata) di disputare una partita del nostro calcio dall’altra parte del mondo…che dire? I soldi, solo i soldi che muovono questo porco mondo. da Volere la Luna
Dopo i danni del ciclone Harry serve organizzazione popolare per la ricostruzione e controllo dal basso
Il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale stanziando 100 milioni di euro complessivi per Calabria, Sicilia e Sardegna. Non ci aspettavamo certo “tutto e subito”, ma è evidente che la somma messa a disposizione è largamente insufficiente se rapportata all’entità dei danni subiti. È una cifra che, anche alla luce di precedenti analoghi come l’alluvione in Emilia-Romagna, appare del tutto sproporzionata rispetto alle reali necessità di messa in sicurezza, ripristino e ricostruzione dei territori colpiti. A questa sproporzione si aggiunge una evidente differenza di approccio da parte dei governi e dei media quando eventi di questo tipo colpiscono territori diversi del Paese. Al Nord i disastri diventano immediatamente una questione nazionale, legata alla tenuta del sistema produttivo e dell’economia complessiva; al Sud vengono trattati come emergenze locali, da gestire con risorse minime e interventi tampone. Restano così troppo spesso sulla carta fondi e progetti, finanziati anche con le tasse dei cittadini calabresi, destinati alla rinaturalizzazione delle coste e al contrasto del dissesto idrogeologico, mentre le reali risorse vengono destinate all’aumento delle spese militari. Ancora una volta il Governo ricorre allo strumento del commissariamento, trasformando l’eccezione in regola. Una scelta che certifica la crisi delle istituzioni ordinarie e il loro reciproco discredito: lo Stato esautora enti locali e amministrazioni territoriali, dichiarando di fatto di non fidarsi della loro capacità di governo, ma al tempo stesso pretende di rafforzare la partecipazione democratica e la fiducia dei cittadini, chiedendo loro di andare a votare. Una contraddizione evidente, che alimenta distanza, sfiducia e disaffezione. Questa gestione emergenziale continua a intervenire sugli effetti senza affrontare le cause strutturali che rendono la Calabria e il Sud così vulnerabili. Non siamo di fronte a eventi imprevedibili o eccezionali, ma a fenomeni che si ripetono con regolarità crescente e che trovano terreno fertile in decenni di mancata manutenzione del territorio, cementificazione e occupazione delle coste, dissesto idrogeologico ignorato, urbanizzazione disordinata e infrastrutture pubbliche lasciate degradare. Chiamare tutto questo “emergenza” serve solo a rinviare le responsabilità e a evitare un vero cambio di rotta nelle politiche pubbliche. In questo quadro, la scelta di continuare a destinare risorse enormi a grandi opere inutili come il Ponte sullo Stretto appare ancora più grave e irresponsabile. Non si tratta solo di uno spreco di risorse, ma dell’emblema di un modello di sviluppo che concentra investimenti e decisioni, sacrifica la manutenzione diffusa e aumenta la fragilità dei territori. Ogni euro speso in quella direzione è un euro sottratto alla sicurezza delle persone, alla difesa dei territori, alla prevenzione e alla possibilità di creare lavoro pubblico realmente utile e duraturo. È chiaro che la ricostruzione e la messa in sicurezza non possono essere affidate esclusivamente a decreti, commissari e procedure opache. Senza forme reali di controllo e di intervento popolare, anche le risorse disponibili rischiano di trasformarsi in terreno di speculazione o di restare bloccate per anni nei meandri burocratici. Serve mettere in rete associazioni, comitati territoriali, realtà sociali e civiche che vivono quotidianamente questi territori, perché solo una partecipazione reale può garantire trasparenza, efficacia e giustizia sociale. Solo il popolo salva il popolo. Per questo riteniamo necessario moltiplicare momenti pubblici di confronto, organizzazione e partecipazione, soprattutto nelle aree maggiormente colpite dagli ultimi eventi, e rafforzare il percorso comune inaugurato con la piattaforma “Il Sud unito contro il Ponte”, che ci vedrà prossimamente riuniti in una nuova assemblea a Cosenza. Perché la Calabria e il Sud non siano ancora una volta periferia sacrificabile, ma territori che rivendicano diritti, risorse adeguate e un futuro fondato sulla giustizia sociale, ambientale e sulla cura quotidiana dei luoghi in cui viviamo. Movimento No Ponte – Calabria Addúnati – Lamezia Terme AGORÀ – Decollatura Associazione culturale “I sognatori” Colli Attivi – Catanzaro COLPO – Paola Coordinamento Locride per la Palestina CSC Nuvola Rossa – Villa San Giovanni Equosud – Reggio Calabria La Base – Cosenza Le Lampare – Cariati Movimento Terra e Libertà – Calabria Rinascita per Cinquefrondi USB Catanzaro da Addùnati
Torino: perquisizioni all’alba
Continua la criminalizzazione del movimento e delle mobilitazioni a Torino. Questa mattina, 29 gennaio, agenti della Digos, su ordine della Procura torinese, hanno fatto irruzione nelle case di due compagni per effettuare perquisizioni che hanno portato al sequestro di alcuni vestiti. L’accusa è quella di aver partecipato alla manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna del 20 dicembre. La mobilitazione era stata indetta come risposta cittadina allo sgombero del centro sociale e aveva raccolto più di 10 mila persone, in un grande corteo popolare che aveva tentato di avvicinarsi all’Askatasuna, ricevendo in risposta cariche e lacrimogeni. Probabilmente le perquisizioni di oggi sono parte di un indagine più ampia che potrebbe svilupparsi nei prossimi giorni o settimane. Dallo sgombero del centro sociale torinese, ogni settimana si susseguono operazioni di polizia ai danni del movimento con l’intento di criminalizzare la mobilitazione per la Palestina e contro il governo. Sembra evidente il tentativo di intimorire in vista del corteo nazionale del 31 gennaio. “Torino è partigiana” è la parola d’ordine che unisce la mobilitazione di questo mese sotto la Mole e non solo, e con questo spirito si resiste insieme a chi vorrebbe spaventare e dividere.
Frana Niscemi: terriorio fragile, comunità abbandonata, militarizzazione permanente, responsabilità politiche rimosse”.
Presa di posizione del Movimento No Muos “La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né archiviata come fatalità. Niscemi è da anni una cartina di tornasole delle fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: spopolamento progressivo, consumo di suolo, abbattimento di alberi, assenza di investimenti produttivi, infrastrutture inesistenti o abbandonate, trasporti precari dovuti a una rete ferroviaria inesistente, a una rete stradale cronicamente a rischio e all’assenza di trasporto pubblico. A questo si aggiunge l’assenza strutturale di una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione del dissesto idrogeologico. Opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza”. È significativo che una delle strade provinciali oggi chiuse per frana fosse già stata interdetta nei giorni precedenti a causa di un precedente movimento franoso piuttosto esteso. Il dissesto non nasce in una notte. È il prodotto di scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili. Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e determinante: la militarizzazione permanente del territorio. Niscemi è da molti anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy, all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso esclusivo della Marina militare statunitense. Parliamo di un complesso militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi. Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni, basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica”. Cosi’ il Movimento No Muos che prende parola sugli eventi franosi che stanno caratterizzando la citta’ che si affaccia sulla piana di Gela e che hanno determinato lo sfollamento , al momento, di circa 1500 persone. Sentiamo Federica del Movimento No Muos  da Radio Onda d’Urto
Verso il 31 gennaio Torino è partigiana: le convocazioni delle piazze tematiche
Dalla casa al lavoro, dalla formazione alla ricerca, dalle lotte a difesa del territorio alla solidarietà per la Palestina e il Rojava: una raccolta delle convocazioni tematiche per i tre concentramenti di sabato 31 gennaio in occasione del corteo nazionale “Contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali”. Articolo in aggiornamento.. TORINO PARTIGIANA: ANCHE LE SCUOLE SCENDONO IN PIAZZA! – SPEZZONE STUDENTESCO – CONTRO ARRESTI REPRESSIONE E GUERRA – PORTA SUSA da Assemblea Studentesca – Torino Il 31 gennaio ci sarà un corteo nazionale a Torino a seguito dello sgombero del centro sociale askatasuna. Come studenti sappiamo oggi qual è la posta in gioco in un presente sempre più asservito alle logiche della guerra e delle armi. Oggi la sfida di un presente libero e giusto si gioca sulle nostre spalle, tocca a noi dimostrare che a Torino le scuole sono pronte a rispondere alle ingiustizie. Il governo ha capito benissimo, sotto gli scricchiolii di un sistema che fa di tutto pur di sopravvivere, che l’unico modo che ha per evitare che le persone costruiscano un’alternativa ai loro profitti è la repressione di chiunque osi dissentire, così come per gli sgomberi, così come per gli arresti di 10 minorenni nella nostra città dopo le oceaniche manifestazioni dell’autunno. Se chi uccide e devasta è buono ,se essere dalla parte giusta della storia, essere contro i genocidi, la distruzione della natura, essere per la fratellanza e la sorellanza, essere per un mondo libero dal ricatto del lavoro, costruire un mondo fatto di solidarietà in cui si ha in base ai propri bisogni e si dà in base alle proprie capacità vuol dire essere cattivi, allora siamo tutti cattivi, e vogliamo esserlo in maniera intelligente. Ci vediamo per un grande spezzone studentesco il 31 gennaio da Porta Susa alle 14:30! Tutti liberi! Tutte libere! DIFENDERE GLI SPAZI SOCIALI E COSTRUIRE L’ALTERNATIVA – SPEZZONE CASA, REDDITO E LAVORO – PORTA SUSA da Prendocasa Torino, Spazio Popolare Neruda, Colpo Torino Il 18 dicembre il Governo Meloni ha ordinato lo sgombero del Centro Sociale Askatasuna, avanzando una minaccia esplicita nei confronti di tutte le realtà sociali d’Italia: da Spin Time a Roma, a Officina 99 a Napoli, fino al Lazzaretto Autogestito a Bologna e la lista sarebbe ancora lunga. Questo attacco si pone in continuità con le misure repressive attuate contro il movimento di solidarietà alla Palestina, come il decreto di espulsione di Mohamed Shain, l’arresto di Mohamed Hannoun e molti altri casi. Se da una parte assistiamo a un attacco repressivo contro realtà sociali, voci di dissenso e singoli individui, dall’altra il governo concretizza questo attacco attraverso scelte quotidiane che impoveriscono e precarizzano la vita delle persone. Criminalizzare il dissenso e spettacolarizzare la repressione serve a creare un capro espiatorio di fronte al fallimento delle politiche governative e al crescente malessere sociale. In un contesto di guerra globale e crisi economica, il Governo Meloni ha scelto, fin dal primo giorno del suo insediamento, di finanziare la guerra, l’industria bellica e il riarmo, tenendosi ben lontano dai bisogni reali della popolazione e tagliando i pochi strumenti di sostegno esistenti, come il reddito di cittadinanza e il fondo per la morosità incolpevole. I problemi che viviamo ogni giorno sono sotto gli occhi di tutt3: assenza di lavoro e di reddito, difficoltà sempre maggiori nell’accesso all’abitare, un sistema sanitario e un’istruzione sempre più escludenti. Avere una casa in cui vivere è diventato un miraggio per le fasce di popolazione più povere e un lusso difficilmente accessibile per le classi medie. Negli ultimi cinque anni i canoni di locazione sono aumentati del 50%; solo nel 2025 sono stati emanati oltre quarantamila provvedimenti di sfratto; un nucleo familiare in affitto su quattro fatica ad arrivare a fine mese; le assegnazioni di edilizia residenziale pubblica riguardano meno del 10% delle domande valide; il mercato degli affitti esclude e discrimina le persone razzializzate. Nel frattempo il Governo Meloni ha elaborato un cosiddetto “piano casa” che favorisce palazzinari e grandi proprietari, portando avanti una propaganda criminalizzante contro le persone povere e razzializzate. Assistiamo, quindi, alla propaganda del governo che alimenta la cosiddetta guerra tra poveri e il razzismo, addossando la responsabilità del peggioramento delle condizioni di vita generali alle migrazioni. Tutto questo sembra assurdo se si considera l’investimento italiano nel perseguimento di guerre imperialiste che depredano territori e popolazioni. Le stesse popolazioni che sono poi costrette ad emigrare e trovare ospitalità in paesi come l’Italia dove senza documenti e senza residenza non è possibile accedere alla casa, al lavoro e alle cure. Parallelamente a un contesto europeo di crescita salariale e accorciamento degli orari lavorativi, in Italia gli stipendi sono stazionari da anni. Il governo si fa erroneamente forte della crescita dell’occupazione, ma viene sbugiardato dall’ISTAT che rileva una rapida diminuzione. Uno sguardo più attento scorge oltre la propaganda, che il risultato delle politiche sul lavoro sono un’ulteriore precarizzazione dei contratti e un goffo tentativo di nascondere una bolla di povertà crescente. I servizi essenziali, quindi, si trasformano in lussi inaccessibili. Costruire un modo di vivere alternativo allo sfruttamento e all’isolamento prodotto dalla società capitalistica è una necessità impellente. Askatasuna è stata colpita perchè è un simbolo di dissenso e di lotta. Questo sgombero deve diventare un punto di partenza per costruire nuovi percorsi per tutte le realtà sociali che si occupano di: accesso alla casa, al reddito, al lavoro, all’istruzione, alla salute, allo sport e alla cultura. Per questo vi invitiamo a partecipare alla manifestazione del 31 gennaio e a organizzarsi collettivamente per costruire percorsi di discussione e una politica alternativa, condivisa e dal basso. Il clima generale di repressione e la narrazione della realtà come immutabile, non può che sfociare nella paura dell’autorità. Ma non dobbiamo dimenticare ciò che contraddistingue chi opprime da chi lotta. Se le loro azioni sono guidate dalla paura distruttiva, le nostre scaturiscono da una rabbia costruttiva, che aumenta ad ogni atto di repressione e che ci ricorda la necessità di unirici a prescindere dalle diverse organizzazioni e strutture. Perciò organizziamoci e resistiamo unit3, contribuendo ognuno secondo il proprio posizionamento e le proprie modalità imparando dalle passate e inventadone di nuove, creiamo consapevolezza e rete in un percoroso condiviso, il popolo vince quando il popolo è unito e schierato. SPEZZONE LAVORO E CASA PER TUTT Da Colpo Torino Lo sgombero di Askatasuna attuato dal governo Meloni e l’atto di guerra dello Stato nei confronti del quartiere Vanchiglia, sono parte di una logica di erosione degli spazi di organizzazione della lotta di classe che la borghesia nostrana porta avanti da decenni e che ci ha portato ad un arretramento generale sul terreno dei diritti sociali duramente conquistati con le lotte degli anni passati. Torino è la città con più cassaintegrati d’Italia. Più del 10% dei lavoratori torinesi non ha un contratto regolare. Il lavoro, quando si ha la fortuna di averlo, è precario, sottopagato a tal punto da riuscire a malapena a mettere il piatto a tavola, quasi niente di più. In aggiunta, i grandi speculatori fanno aumentare gli affitti nei quartieri popolari: in Barriera di Milano dieci anni fa si pagava 500 euro per 90 mq, oggi più di 900 euro. Un kg di pane è passato in poco tempo da 2,50 euro a 4 euro al kg. Come se non bastasse, il governo con la manovra finanziaria 2025 fa grandi tagli a sanità e istruzione, alza l’età pensionabile, raccoglie soldi qua e là con la nuova tassa sullo spid, quella sulle spedizioni di pacchi e gli aumenti alle sigarette.  Ci vendono come “riduzione delle tasse sul lavoro” un risparmio di 100-200 euro all’anno per i redditi da 28mila a 50mila euro mentre al colosso Amazon scontano al 75% un’evasione fiscale di 3miliardi di euro, della serie dacci quello che vuoi e siamo amici come prima, con buona pace dei piccoli commercianti che quando non fanno uno scontrino sono trattati da criminali. Per i miliardari il governo Meloni conferma anche la comodissima tassa fissa da 300 mila euro (CR7tax) per i paperoni stranieri che decideranno di trasferirsi in Italia (non le loro aziende, solo loro!) Il povero è sfruttato, il ricco coccolato. Il costo della vita sale, i servizi pubblici peggiorano, il lavoro si precarizza e avere un indeterminato oggi è un miraggio, i ricchi si arricchiscono sempre di più e le spese militari aumentano in maniera preoccupante. Da esercito di precari di riserva, vogliono fare di noi riserve per l’esercito, il passaggio è evidente. In questo contesto si inserisce la repressione contro gli spazi di antagonismo politico come Askatasuna e contro tutto il movimento di solidarietà alla resistenza palestinese, colpevoli di aver sferratto attacchi diretti alla macchina capitalista che ci ha portato in questa situazione di merda. Tenerci stretti gli spazi conquistati è importantissimo; tornare a sviluppare lotte popolari e di classe per aprine di nuovi, è necessario. Sabato 31 gennaio saremo in piazza a Torino per contestare il governo Meloni e per reclamare condizioni di vita migliori, per Askatasuna e per tanto altro. Concentramento spezzone Casa-Lavoro ore 14.30 davanti alla stazione di Porta Susa. Se ci vogliono in guerra, in guerra ci avranno, ma contro di loro! Torino è partigiana! GIU’ LE ARMI, SU I SALARI! CONTRO LA REPRESSIONE DEL GOVERNO MELONI! – ore 14 – Piazza VIII Dicembre Da Unione Sindacale di Base – Piemonte Il Governo Meloni, con le sue politiche avverse ai bisogni della classe lavoratrice, di sostegno e di appoggio alle guerre imperialiste e capitaliste, al genocida governo israeliano, repressive e inclini a forme xenofobe di ispirazione trumpiana, è nemico del popolo. L’autunno scorso ha preso vita un movimento di ribellione, resistenza e sdegno popolare verso le posizioni di questo Governo ed è il tentativo di soffocarlo che spiega l’inasprirsi dell’ondata repressiva che colpisce da mesi lavoratrici/lavoratori, studentesse/studenti, attivisti sociali e sindacalisti.Torino è una città-laboratorio di questa repressione, per la sua storia di città partigiana e capace di animare e organizzare lotte imponenti e durevoli come quella contro il TAV. È questo il contesto dello sgombero del centro sociale Askatasuna: quello di un ciclo di lotte avviato dal blocco delle armi dei portuali genovesi e dagli scioperi generali dal 22 settembre in poi e di un Governo impegnato in una repressione che intende criminalizzare le lotte sociali e politiche. SABATO 31 GENNAIO 2026 L’USB sarà in piazza, in mezzo alle lotte sociali e sindacali, contro il Governo Meloni nemico del Popolo che RESISTE. Appuntamento spezzone USB: p.zza XVIII Dicembre – Torino – ore 14 LA SICUREZZA DI MELONI E LO RUSSO: POLIZIA, SGOMBERI, RIARMO. CAMBIAMO TUTTO: CASA, SALARI E WELFARE! – PORTA SUSA Da Potere al Popolo Il 31 gennaio parteciperemo come Potere al Popolo alla manifestazione nazionale “Askatasuna vuol dire libertà, Torino è partigiana -contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali”. Questa data arriva dopo lo sgombero del 18 dicembre del centro sociale Askatasuna, realtà attiva nel conflitto sociale da 30 anni sul nostro territorio, da sempre in prima linea per la difesa degli spazi autogestiti, del diritto alla casa, nelle università e per la difesa territori devastati da grandi opere ecocide come il TAV in Val di Susa. La prova di forza che il Governo Meloni ha messo in atto, è una delle più violente che abbiamo visto negli ultimi anni: il quartiere di Vanchiglia militarizzato per giorni, le scuole chiuse, bambini lasciati fuori dai cancelli mentre centinaia di forze dell’ordine devastavano i locali del centro sociale, piazzavano jersey e barriere fra le strade come in un territorio di guerra. Il tempismo con cui questa operazione arriva non è casuale ma si inserisce in un clima di guerra sempre più pesante tanto sul fronte esterno, quanto sul fronte interno. La politica imperialista di Trump, ben lontana dall’immagine di “pacificatore” celebrata da Giorgia Meloni, rivela un Occidente sempre più in crisi che abbandona persino la retorica delle “guerre umanitarie” per tornare apertamente alla propria reale natura predatoria e criminale: dai bombardamenti sul Venezuela e dal tentativo di rovesciamento del governo per appropriarsi delle sue risorse petrolifere, fino al cosiddetto “Board of Peace” per Gaza, con cui i principali sostenitori di Israele si preparano a lucrare sulla ricostruzione di una terra che hanno contribuito a devastare attraverso decenni di genocidio sotto gli occhi del mondo. Parallelamente, anche in Europa avanza il piano di riarmo, con l’aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali, la compressione dei salari e una crescente militarizzazione della società. Per chi si oppone a questo clima guerrafondaio arriva la repressione che punta a silenziare le voci che si sono mobilitate contro il genocidio a Gaza e contro il riarmo, culminate nelle grandi mobilitazioni e negli scioperi generali promossi dall’USB e dal sindacalismo di base con l’obiettivo di “bloccare tutto”. Gli arresti dei 9 palestinesi, di giovani studenti e minorenni raggiunti da provvedimenti, lo sgombero e la chiusura di Askatasuna, l’annuncio di nuovi decreti sicurezza, la deportazione di Mohamed Shahin nel CPR di Caltanissetta, l’arresto di Muhammad Hannoun con accuse tutte da verificare, sono state le uniche risposte che questo Governo è riuscito a dare a chi è sceso in piazza per dire basta. Basta ad un genocidio in mondovisione, a lavorare per la guerra, a pagare il prezzo del riarmo mentre i salari e le pensioni restano al palo, la sanità e la scuola si impoveriscono, i territori vengono sempre di più impoveriti e abbandonati, anche di fronte ai sempre più frequenti disastri ambientali, conseguenti a una crisi climatica che questo modello di sviluppo insostenibile ha causato. È evidente che le politiche repressive stanno facendo un salto di qualità sotto il mandato di Giorgia Meloni (in questo senso vanno i nuovi pacchetti sicurezza ex ddl 1660, ma anche le riforme sul premierato, le riforme della giustizia sottoposte a referendum, il ddl Gasparri e l’estensione delle zone rosse) nell’ottica di uno stato di polizia sempre più autoritario, nel quale pure le libertà di espressione e di insegnamento vengono mette sotto attacco. Dall’altro lato non possiamo dimenticare un centro-sinistra che è stato facilitatore di alcune di queste riforme (decreto Minniti-Orlando del 2017 che ha aperto la strada all’utilizzo del Daspo urbano e all’estensione dei CPR, o l’infame ddl Delrio presentato dai senatori PD con il quale qualsiasi critica allo Stato di Israele verrebbe immediatamente tacciata di antisemitismo). Al di là della propaganda o dei tentativi di cavalcare “l’effetto Palestina”, il centro-sinistra non è mai stato dalla parte di chi denuncia la guerra, il riarmo, il genocidio e si organizza quotidianamente per cambiare questo mondo: l’immediato voltafaccia che la Giunta PD di Lo Russo ha tenuto la mattina del 18 dicembre nei confronti di Askatasuna (impegnata nel percorso della costituzione in bene comune per il centro sociale, ipotesi stroncata definitivamente con una delibera proposta dalla vicesindaco Favaro il 20 gennaio), ma anche il silenzio di fronte a un quartiere completamente bloccato dalle forze dell’ordine dopo la “chiamata” di Piantedosi, ci confermano ancora una volta che il Partito Democratico è perfettamente organico ai progetti di repressione del dissenso e normalizzazione del riarmo. Anche il primo cittadino, fa parte di quella cordata dei “Signori della guerra” che immaginano per Torino un futuro basato sull’industria bellica, che non può permettere la presenza di un fronte contrario a questo sviluppo. Lo abbiamo ripetuto tante volte: di fronte all’impoverimento dei nostri quartieri, agli attacchi ai salari e alle classi popolari, l’unica sicurezza di cui abbiamo bisogno è quella sociale: casa, salari, trasporti, salute, diritti per tutte e tutti. Per questo il 31 gennaio saremo in piazza, partendo da Porta Susa, al fianco dei compagni e delle compagne con cui abbiamo condiviso gli scioperi generali di questo autunno, pretendendo e dimissioni di Giorgia Meloni e del Sindaco di Torino Lo Russo. Per costruire un’alternativa politica e sociale, per cambiare tutto! TORINO È PARTIGIANA. GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI – PORTA SUSA da Centro Sociale Gabrio e Laboratorio Manituana Sabato 31 saremo tuttə al corteo nazionale, solidali con Askatasuna e con tutti gli spazi sociali occupati che come noi lottano ogni giorno. Scenderemo in piazza contro le politiche repressive e fasciste di questo governo, contro lo sgombero degli spazi che da sempre rappresentano luoghi di rottura dei meccanismi che reggono il capitalismo contemporaneo, contro chi ci vorrebbe mutə e addomesticabili. Askatasuna non è solo un luogo fisico, lo sappiamo; è un’idea, un simbolo, un movimento che non si ferma sigillando le porte di un edificio. Askatasuna è parte viva e pulsante della città e del quartiere Vanchiglia, come lo sono tutti gli spazi occupati che nei quartieri si radicano e costruiscono alternative dal basso. Per questo assume ancora più importanza essere lì e rivendicare insieme che i centri sociali e gli spazi autogestiti non sono un fine ma devono continuare ad esistere come mezzo a disposizione di tutt per continuare ad organizzarsi e a costruire comunità resistenti. Ci vediamo sabato 31 a Porta Susa alle 14:30. ASKA NON SI TOCCA GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI VERSO LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 31 GENNAIO A TORINO – SPEZZONE DEL MOVIMENTO NO TAV – PORTA NUOVA da Notav.info “Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali.” Il 31 gennaio saremo a Torino, ancora una volta dalla parte della libertà e della resistenza. Come Movimento No Tav abbiamo deciso di partecipare con un nostro spezzone, per esprimere solidarietà ad Askatasuna e a tutte le realtà sociali oggi sotto attacco. In un momento segnato da oppressione, guerra e impoverimento, vogliamo portare un messaggio chiaro: Torino è e resta partigiana, viva e solidale, contro chi tenta di cancellare autogestione, partecipazione e libertà. Il governo Meloni continua a schierarsi con chi bombarda, arma e occupa, e ad attaccare chi costruisce dal basso spazi di libertà e solidarietà. In Italia, tantissime e tantissimi giovani si sono mobilitate e mobibilitati nei mesi scorsi attraverso scioperi generali, blocchi e cortei di massa contro la complicità italiana nel conflitto, e l’hanno fatto sotto lo slogan “blocchiamo tutto” per denunciare quello che sta accadendo in Palestina. In risposta a queste mobilitazioni, lo Stato ha lanciato una pesante ondata repressiva, che ha colpito le e i giovani attiviste e attivisti. A Torino la Digos ha eseguito misure cautelari nei confronti di otto giovani, cinque dei quali minori tra i 15 e i 17 anni. Questa offensiva dimostra che l’opposizione al dissenso non fa sconti, neanche a chi è minorenne e sceglie di alzare la voce contro la guerra e l’oppressione. La repressione in Valsusa è quotidiana: il Movimento No Tav fin dalla sua nascita è bersaglio di operazioni e intimidazioni. L’ultimo episodio riguarda Giorgio Rossetto, storico compagno che da sempre sta dalla parte delle valle che resiste, per il quale la Procura di Torino ha chiesto la revoca degli arresti domiciliari semplicemente a causa di un’intervista rilasciata dopo lo sgombero dello spazio sociale, interpretando arbitrariamente alcune sue parole come «incitamento». Si tratta di un attacco politico evidente: si criminalizza il diritto di pensare, di avere le proprie idee, si prova a zittire chi racconta la lotta e denuncia soprusi. Per noi è chiaro, lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo: non ci sono governi amici, destra o sinistra. Da oltre trent’anni, dire NO alla Linea ad Alta Velocità Torino – Lione, significa essere parte viva delle lotte popolari, e anche oggi scegliamo di stare dalla parte di chi resiste, contro chi criminalizza i movimenti, svende diritti e devasta e militarizza i territori. Come Torino, anche la Valsusa è partigiana: lo è per storia, memoria e pratica quotidiana di resistenza. Il 31 gennaio saremo in piazza con determinazione e rabbia, contro il governo, contro la guerra e contro l’attacco agli spazi sociali. La Val di Susa, partigiana ieri come oggi, porterà per le strade della città la sua storia di lotta: una valle che non si piega, che difende la terra e la libertà con la forza di chi sa da che parte stare. Difendere Askatasuna significa difendere la libertà di tutte e tutti. Invitiamo tutti e tutte i/le No Tav a unirsi al concentramento del 31 gennaio a Torino, ore 14:30 a Porta Nuova, partendo insieme dalla Valsusa con il treno delle 13:19 da Bussoleno. Que viva Askatasuna. E, come diciamo sempre noi, a sarà düra, ma per loro! CORTEO NAZIONALE – SPEZZONE RISEUP4ROJAVA – PORTA NUOVA Da Defend Kurdistan Italia Sabato 31 Gennaio aderiamo al corteo nazionale chiamato dal centro sociale Askatasuna contro Governo, guerra ed attacco agli spazi sociali. Lo facciamo raccogliendo la chiamata al supporto internazionale per difendere la Rivoluzione del Rojava. C’è una linea rossa che collega le resistenze dei popoli in ogni luogo e territorio; allo stesso tempo, esiste un nemico comune che cerca di spezzare questa linea, frammentando le lotte e dividendo la società. Questo nemico, dal Rojava ai nostri territori, si riorganizza in maniera esplicita in una guerra che si pone l’obiettivo di stroncare qualsiasi esperienza alternativa a quella del capitalismo, del patriarcato e della devastazione del pianeta. Da settimane l’esperienza rivoluzionaria in Rojava sta affrontando una minaccia esistenziale. Il nuovo jihadismo si riorganizza attorno alla figura di al-Jolani, autoproclamato capo ad interim della Siria, leader di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) cresciuto all’interno dell’esperienza di Isis nelle file di Al Nusra. Dopo un anno dalla caduta del regime dittatoriale di Assad, al-Jolani mostra il suo vero volto. La promessa transizione democratica ha visto negli scorsi mesi il massacro e la repressione delle minoranze etniche, religiose, linguistiche e politiche all’interno della Siria, con l’obiettivo di costruire un progetto fascista centralizzato attorno ad uno Stato monolitico: una cultura, una bandiera, una lingua ed una religione. Contro questo modello che mira ad annichilire la società e i differenti popoli della Siria, l’Amministrazione Autonoma e Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES) rappresenta un’alternativa rivoluzionaria in un Medio Oriente sempre più ostaggio della spartizione imperialista delle grandi potenze. Nuovamente il popolo curdo viene usato come pedina di scambio sacrificale nei giochi di potere che riguardano Turchia, Israele, Stati Uniti e non ultima l’Unione Europea. Siamo di fronte alla riabilitazione completa di un jihadista che fino a pochi mesi era all’interno della lista dei maggiori terroristi mondiali, con una taglia di dieci milioni di dollari per la sua cattura. All’interno dell’opinione pubblica, nel giro di pochi giorni, è passato dall’essere un nemico pubblico per la sicurezza mondiale a diventare leader di Stato rassicurante. Lo scorso 9 gennaio le massime autorità dell’Unione Europea, da Von der Leyen a Costa, si sono recate a Damasco per stipulare finanziamenti europei pari a 620 milioni di euro per sostenere la ristrutturazione di un apparato statale siriano che al-Jolani sta modellando per costruire un governo autoritario e fondamentalista, con politiche e mentalità di Isis.Non è solo l’Unione Europea ma anche l’Italia a giocare un ruolo di legittimazione e normalizzazione del “nuovo” al-Jolani. L’Italia è l’unico paese del G7 ad avere un’ambasciata operativa a Damasco e pochi mesi fa sia il ministro Tajani che la premier Meloni hanno ribadito pieno supporto politico, commerciale ed economico alla “ricostruzione della Siria”, proponendosi come “ponte tra l’UE e la Siria”. L’offensiva lanciata dal governo di al-Jolani contro il Rojava e la DAANES avviene con il supporto politico e militare della Turchia, principale alleata nel perseguire intenti genocidi contro il popolo curdo. HTS e le milizie di mercenari di Isis stanno compiendo crimini di guerra quotidiani. Da Aleppo fino ai villaggi attorno a Kobanê sono centinaia i massacri, i rapimenti e le torture compiute da questi nuovi jihadisti. Prigioni come al-Aqtan e campi profughi come al-Hol sono stati tra i loro primi obiettivi, liberando ed integrando affiliati di Isis nelle loro file. Ad undici anni dalla liberazione di Kobanê dal fascismo jihadista di Isis, anche oggi ci troviamo ad affrontare la stessa minaccia. Difendere la rivoluzione in Rojava è necessario perché questa rivoluzione è una luce di speranza per tutto il Medio Oriente e per tutti i popoli che si stanno confrontando con la violenza della Terza Guerra Mondiale. La rivoluzione del Rojava è l’esempio reale e concreto che la liberazione delle donne è la base e la condizione essenziale per ogni processo democratico, è la garanzia della pace e della convivenza delle differenze etniche e religione ed è il principio guida per l’autorganizzazione e la costruzione delle comunità. Come denunciano le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), oggi la stessa mentalità jihadista del 2015 sta nuovamente attaccando l’intero Rojava e Kobanê in particolare. Una mentalità che rifiuta di riconoscere l’esistenza delle donne in qualsiasi sfera della vita, perché il ruolo che giocano le donne in questa rivoluzione è un ruolo essenziale, di avanguardia e difesa delle conquiste della rivoluzione. Attaccare le donne significa attaccare la società tutta. Difendere la rivoluzione delle donne e diffondere l’ideologia di liberazione delle donne significa difendere e diffondere questa rivoluzione. Tesseremo la rivoluzione delle donne ovunque perché la loro lotta è la nostra stessa lotta contro il patriarcato, il potere, la violenza, la guerra ed il fascismo. “Resistere è possibile, resistere è un dovere”. Con queste parole invitiamo tutte le realtà e le persone solidali ad unirsi allo spezzone Rise Up For Rojava che partirà dal concentramento della stazione Porta Nuova alle 14.30. Rise Up For Rojava Women Defend Rojava SPEZZONE POPOLARE CITTADINO “DAL QUARTIERE ALLA CITTA’ TORINO E’ PARTIGIANA” – PALAZZO NUOVO Dal Comitato Vanchiglia Insieme Il 31/01 scendiamo in strada con Askatasuna! Sabato scendiamo in piazza per essere una risposta concreta e dal basso, che porti avanti quelli che sono i veri bisogni e aspirazioni degli abitanti di questa città. Dall’ambiente, alla crisi climatica, alla sanità, alla mobilità, alla socialità fuori dalle logiche di mercato. L’Askatasuna è stato casa, luogo di confronto e socialità, di discussione e arricchimento, per Vanchiglia e per la città tutta. Il 31 gennaio sarà una tappa importante per dimostrare che gli abitanti di questa città ci sono e sanno da che parte stare. Ci vediamo per un pranzo collettivo in piazza Santa Giulia alle 13 per raggiungere poi il Palazzo Nuovo o direttamente al concentramento di Palazzo Nuovo delle 14.30. Cercate lo striscione “Dal quartiere alla città, Torino è partigiana”, avremo nastri bianchi e rossi per farci riconoscere! Vi aspettiamo! SPEZZONE UNIVERSITARIO – PALAZZO NUOVO articolo in aggiornamento..
CONTRO SGOMBERI, GUERRA E REPRESSIONE “Amore che resiste”
Riceviamo e pubblichiamo da parte dei Movimenti di Lotta Campani l’appello per il corteo regionale che si terrà a Napoli il 14 febbraio per la difesa di tutti gli spazi sociali, contro la guerra e contro il governo Meloni, unendoci alla solidarietà e invitando alla partecipazione. I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani, al Civico 7, al CPRS, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti e che colpisce a livello nazionale. Dopo gli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna, la minaccia si estende oggi a numerose occupazioni in tutta Italia. Si tratta  della vendetta contro l’incontenibile Movimento che In Italia come a livello internazionale è sceso in piazza a sostegno del popolo palestinese e della sua resistenza. Gli spazi occupati e autogestiti sono, da decenni, luoghi di pratiche vive e necessarie: attività sociali come doposcuola, palestre popolari, mense e ambulatori autogestiti; attività culturali come concerti, cineforum, presentazioni di libri e laboratori creativi, di mutuo soccorso ed autoproduzioni; iniziative politiche contro ogni forma di oppressione di classe, genere e provenienza; al fianco di disoccupatə, lavoratori e precariə; per il reddito universale, la riduzione degli orari di lavoro e l’aumento dei salari, il diritto allo studio, l’ecologia ambientale e sociale; contro la privatizzazione dei beni comuni; per la solidarietà internazionalista e l’autodeterminazione dei popoli a a partire da quello palestinese e curdo. L’impegno costante in difesa dei diritti di tuttə, per condizioni di vita dignitose e contro ogni forma di sfruttamento viene invece ridotto a una questione di ordine pubblico. La criminalizzazione degli spazi sociali è anche parte di un disegno politico complessivo, orientato al mantenimento di uno stato di emergenza permanente che serve a distogliere l’attenzione dai problemi reali della popolazione: sanità, casa, scuola, lavoro, reddito, ambiente, servizi sociali.  Il governo Meloni, mentre sostiene un’economia di guerra e contribuisce attivamente al genocidio in Palestina, approva manovre che smantellano ciò che resta dello stato sociale, allineandosi alle politiche belliche dell’Unione Europea e della NATO. Parallelamente, compie un salto di qualità nella repressione: militarizzazione delle piazze, rafforzamento dei dispositivi di sorveglianza, introduzione di strumenti normativi autoritari come il cosiddetto “Decreto Anti-Rave” del dicembre 2022, la Direttiva Piantedosi del 17 dicembre 2024 (“Zone Rosse”), l’ex DDL 1660, divenuto legge n. 80/2025, a cui si aggiunge il nuovo “Pacchetto Sicurezza” attualmente in discussione in Consiglio dei Ministri. Queste politiche non colpiscono solo spazi fisici, ma intere comunità, reti di relazioni, pratiche collettive e simboli di partecipazione, conflitto, produzione contro-culturale e cura reciproca. Si riafferma così un’idea di “sicurezza urbana” che produce segregazione e gerarchie. La messa a valore delle città vetrina e la protezione degli interessi delle classi privilegiate vanno a braccetto con l’abbandono istituzionale delle periferie e dei territori rurali e la criminalizzazione dei soggetti più vulnerabili. Persone senza fissa dimora, occupanti di case, disoccupatə, migranti, sex workers, militantə politicə diventano “indesiderabili” perché considerate ingombranti. Sullo stesso terreno spesso si muovono anche le amministrazioni di Centro sinistra come  Napoli con l’istituzione di zone rosse, le privatizzazioni e la svendita del patrimonio pubblico, la gentrificazione della città, la rigenerazione urbana ad uso e consumo della speculazione finanziaria come a Bagnoli e nell’area orientale. Ma non ci faremo intimidire. Le loro minacce sono, ieri come oggi, un detonatore per rilanciare dal basso una nuova stagione di lotte: contro gli sgomberi, per l’autogestione, per il diritto alla città. L’attacco agli spazi sociali è un attacco diretto ai diritti fondamentali! Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a lavoratorə, disoccupatə, studentə, precariə, persone migranti, artistə, solidalə e tuttə coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre vite. Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta. Difendiamo gli spazi sociali e autogestiti! Per un presente senza fascismo, repressione, patriarcato e autoritarismo. Centro Sociale Occupato Autogestito Officina 99 Ex OPG Je so’ Pazzo Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli Ecologia Politica Napoli Movimento Migranti e Rifugiati Napoli Studenti Autorganizzati Campani Potere al Popolo Napoli La voce delle lotte Chiamata alle arti Scugnizzo Liberato Giardino Liberato Materdei Mare Libero Napoli ECORE Lido Pola – Bene Comune Laboratorio Insurgencia Mezzocannone Occupato Coordinamento KAOS Collettivo ARGO Fridays For Future Napoli  Laboratorio Ecologista Autogestito ClimaX Stop Biocidio Centro Sociale Carlo Giuliani CPRS Spazio Occupato Banchi Nuovi Collettivo NaCima Movimento di Lotta Banchi Nuovi Biblioteca Ramondino Newiller Lavoratori manutenzione stradale Regione Campania Lavoratori logistica campania Sol Cobas Centro Sociale Ex Canapificio CSA Jan Assen Kortile Teatro USB Sanità Laboratorio di Mutuo Soccorso Zero81 Collettivo Universitario Demand Gridas  Civico 7 Liberato  Federazione Campana dell’Unione Sindacale di Base Casa del Popolo Villa Medusa  Movimento disoccupati 7 novembre  Rete libere di lottare contro stato di guerra e polizia – Campania Sgarrupato  Damm Rete SET – Campagna Resta Abitante Sportello Casa Napoli Centro Culturale Handala Ali Segreteria provinciale PRC Santa Fede Liberata Ex Asilo Filangieri Aversa con la Palestina Movimento Basta Impianti  Pompei Lab Associazione Culturale La Stazione Associazione Giuseppe Vero Palumbo Movimento Pienz a’ Salute Coordinamento Palestina Torre del Greco Area Vesuviana Movimento Corto Circuito Rete Ri-scosse Agroecologiche Campania Movimento Vesuvio Libero Associazione Mamme Vulcaniche Gli Amici Della Filangieri Rete Sottosuono Campania Comitato Parco San Gennaro Associazione Catena Rosa Collettivo Antispecista Spazio Animale Spartak San Gennaro  Sinistra Italiana Periferia attiva Mugnano  Città Futura Cercola Humanity in Focus ADESIONI IN AGGIORNAMENTO
Minneapolis si ribella contro le milizie dell’ICE
Prima dell’omicidio di Alex Pretti ,un infermiere di terapia intensiva presso il dipartimento governativo per i veterani di guerrra e attivista,avvenuto con un efferata esecuzione da parte delle squadracce dell’ICE ,si era svolto a Minneapolis un partecipato sciopero generale contro il governo federale. Uno sciopero iper-politico con una manifestazione estremamente partecipata nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata della Verità e della Libertà”. Lo sciopero è stato il punto di condensazione della mobilitazione dal basso che sta coinvolgendo le twins cities del Minnesota che supera di slancio le timidezze dei sindacati la codardia dei democratici .Una rete di solidarietà si estende in tutta la città, nelle scuole, per cercare di aiutare gli studenti e le famiglie immigrati. Prevedendo che qualcosa del genere accadesse, l’organizzazione è iniziata più di un anno fa e questa rete è stata davvero importante nell’aiutare le persone a reagire rapidamente. Ci si organizza con un qualche tipo di sistema di sostegno e controllo, che include il contatto con le famiglie colpite, l’attuazione di misure di mutuo soccorso, che si tratti di fornire un passaggio per andare e tornare dal lavoro, o cibo, o cose che non possono fare perchè hanno troppa paura di uscire di casa. La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo democratico come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di polizia di Minneapolis. Ci si potrebbe trovare di fronte ad un confronto in armi tra due organi dello stato ,i prodromi di una guerra civile americana le cui radici sono saldamente ancorate allle fratture di una società disuguale e violenta fondata sulle teorie suprematiste che tanto piacciono a Trump e ai suoi consiglieri. Ne parliamo con Giovanna Branca del “Manifesto” da Radio Blackout