Contro la guerra globale e ai nostri territori. Per la costruzione di un
orizzonte di possibilità oltre estrattivismo e sfruttamento
Cosenza – 11 e 12 aprile 2026
Non esiste un solo Sud. Esistono una pluralità di Sud, attraversati dalla
medesima struttura di disuguaglianza, fatta di spopolamento, abbandono e
speculazione.
Questa assemblea nasce da una necessità impellente.
Dalla consapevolezza che i Sud non rappresentano una periferia geografica da
amministrare, ma una condizione storica, un campo di forze politico e teorico:
un punto di osservazione dal quale è possibile mettere a nudo le macerie del
modello capitalistico estrattivista.
Rifiutiamo le lenti deformanti del cosiddetto “sottosviluppo” e di una presunta
arretratezza endemica dei territori meridionali. Una retorica tipica dei
processi coloniali, che serve soltanto a mascherare una realtà ben più brutale:
il Sud (e le isole) non sono un vagone lento da agganciare alla locomotiva del
Nord, ma un laboratorio in cui è stato collaudato un modello di sviluppo
parassitario e mortifero, pensato altrove e per interessi totalmente estranei a
chi queste terre le abita.
Interrogarsi sui Sud oggi significa quindi ridiscutere il senso stesso dello
sviluppo, il rapporto tra economia e vita, tra produzione e territori, tra
istituzioni e comunità.
Negli ultimi anni, è sempre più evidente la tendenza alla trasformazione delle
regioni meridionali in spazi di pura disponibilità: alla speculazione,
all’estrazione violenta di risorse naturali ed energetiche, alla riduzione a
meta di turismo di massa e/o a corridoio logistico funzionale all’apparato
militare-industriale. È un modello che procede sistematicamente in direzione
contraria agli interessi di chi questi territori li vive.
Anche la fragilità delle nostre terre, palesata dai più recenti eventi climatici
estremi, non è un fatto esclusivamente naturale ma fa parte delle conseguenze di
questo processo.
Le esondazioni, le frane e i crolli che sbriciolano i nostri centri, le coste e
le aree interne non sono mera fatalità; sono la concretizzazione di un’incuria
programmata. Sono il prodotto della stessa logica che devasta i servizi
fondamentali: una sanità pubblica smantellata, che produce migrazioni forzate
per il diritto alla cura; infrastrutture obsolete, che lasciano interi territori
senz’acqua; reti di collegamento e trasporto insicure, carenti o addirittura
inesistenti, che rendono la quotidianità un vero e proprio esercizio di
sopravvivenza.
In questo quadro, le “grandi opere”, come il Ponte sullo Stretto, così come
quegli interventi di facciata o puramente simbolici, non rappresentano risposte
reali a problemi fin troppo concreti, ma gli esempi più lampanti di una
dissonanza insopportabile. Sottraggono risorse alle urgenze reali per alimentare
un’economia dell’eccezione e dell’emergenza permanente, garantendo profitti a
pochi e altrove, mentre ai nostri territori viene sottratto il presente e il
futuro.
Si tratta di una vera e propria “guerra ai territori”, una modalità di dominio
violento sui territori e sui popoli che li abitano, che diventa ancora più
evidente nella fase attuale di riconversione bellica della società,
dall’asservimento economico agli interessi della macchina bellica fino alla
messa a valore dei territori nei flussi della logistica militare.
Nonostante il Sud non sia un blocco omogeneo, nelle regioni meridionali, nelle
aree interne e nelle isole si riproduce con regolarità impressionante la stessa
scala di disuguaglianza, con intensità differenti ma con le stesse
problematiche: povertà diffusa, precarietà, assenza di servizi fondamentali e
prospettive di vita dignitose, devastazione ambientale, dissesto e saccheggio
dei territori.
Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove e continue
ondate di emigrazione. Un fenomeno, questo sì endemico, che oggi paradossalmente
non rappresenta più neanche la strada per un netto miglioramento delle
condizioni economiche di partenza, ma una scelta praticamente ‘obbligata’ che
impone di produrre ricchezza altrove per salari da fame, e di cui le stesse
famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi economici e sociali.
I Sud, allora, rischiano davvero di diventare soltanto dei luoghi di passaggio,
delle vetrine turistiche per qualche mese l’anno, oppure semplicemente di
sparire, schiacciati tra spopolamento e sfruttamento. Sicuramente non dei luoghi
dove immaginare di poter rimanere a vivere, e sicuramente non in maniera
dignitosa.
Contro questa traiettoria, non serve un modello di sviluppo imitativo.
Non bisogna rincorrere modelli industriali che hanno già prodotto devastazione
ambientale e sociale. Non ci serve la retorica dell’assistenzialismo, né tanto
meno l’idealizzazione di un’identità statica, l’idea di un Sud immobile e
rassegnato.
Serve rompere con le rappresentazioni stereotipate e le lenti coloniali per
iniziare la costruzione di un’alternativa concreta e praticabile, da
contrapporre a ritmi e modelli imposti da un sistema di morte e devastazione.
Non esistono anticorpi ‘naturali’ al capitalismo: esistono il conflitto e
l’organizzazione.
Sud può e deve diventare uno spazio da cui produrre un’altra idea di abitare i
luoghi: uno sguardo che parta dal Mediterraneo per rimettere in discussione
dalle fondamenta la centralità del mercato e il dominio tecnico-militare come
orizzonte inevitabile.
Ma questo piano teorico ha senso solo se resta strettamente intrecciato alla
soddisfazione dei bisogni più urgenti e immediati. Non potrà avere alcuna
incisività senza la rivendicazione di una sanità territoriale efficiente, senza
la pretesa di infrastrutture adeguate, senza la difesa dei territori da
estrattivismo e devastazione, senza una lotta contro precarietà e sfruttamento
lavorativo; perché è solo attraverso la risposta a questi bisogni fondamentali
che la possibilità di rimanere smette di essere un’aspirazione e diventa una
realtà politica concreta.
Per discutere insieme di tutto questo, convochiamo un’assemblea meridionale a
Cosenza, per sabato 11 e domenica 12 aprile.
Questo appuntamento rappresenta la seconda tappa di un percorso collettivo
avviato nei mesi scorsi a Messina, sui fili della lotta contro il Ponte sullo
Stretto, dove abbiamo sancito la necessità di liberarci dalle retoriche
coloniali sul Sud.
Vogliamo dare continuità a quella posizione, allargando il fronte a tutte le
realtà delle regioni meridionali che ogni giorno si organizzano nei territori.
Vogliamo che sia uno spazio politico di confronto, proposta e riflessione,
capace di tenere insieme l’analisi critica e la necessità di tracciare percorsi
per forme di opposizione concreta.
Il Sud non è un problema da amministrare.
È una forza collettiva che si organizza.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Da Carmillaonline
Redazione
A volte ritorniamo, anche in presenza, fuori da questi schermi. Il 18 aprile
prossimo, a Roma, si svolgerà Carmillafest 2026. La data non è casuale perché
quattro anni fa, proprio in quel giorno, veniva a mancare il fondatore della
nostra testata: lo scrittore e militante rivoluzionario Valerio Evangelisti.
Questa seconda edizione di Carmillafest – la prima si tenne a Bologna insieme a
Valerio nel 2019 – sarà quindi dedicata alla poetica politica del nostro amico e
compagno.
Da sempre chi lotta ha bisogno di miti, eroi, canzoni, visioni di mondi
migliori, avventure che possano essere d’ispirazione. Detto in una sola parola:
un immaginario. Ma della stessa cosa ha bisogno anche chi domina, sfrutta e
reprime. Valerio affermava che l’immaginario è un terreno di scontro: i ribelli
devono liberarlo dalla colonizzazione reazionaria del Potere. Come alcuni nostri
redattori scrivevano in una raccolta di saggi di alcuni anni fa (Immaginari
alterati) «Occorre liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale
che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la
dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e far sì che
tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale
cambiamento dello stato di cose presenti. I rappresentanti del potere e dello
sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano immaginano e governano sulla
base di assunti ritenuti immutabili, coloro che vogliono il cambiamento devono
immaginarne e proporne altri.»
Pur nella sua estrema eterogeneità, se la nostra rivista, nei suoi 31 anni di
vita prima cartacea e poi digitale, dovesse dichiarare il proprio fondamento
teorico, questo appena enunciato ne costituisce una buona approssimazione.
Il 18 aprile i redattori di Carmilla racconteranno la figura umana, artistica e
politica di Valerio Evangelisti, la storia di una testata ispirata a una vampira
lunare e desiderante come la rivoluzione; analizzeranno il personaggio di
Nicolas Eymerich, l’eroe più famoso uscito dalla penna dello scrittore
bolognese; dialogheranno sugli orridi venti di guerra, già preannunciati in
molti romanzi di Evangelisti; presenteranno le loro ultime novità editoriali. Al
termine non mancherà il convivio con cibo, bevande e dj set. Nelle prossime
settimane pubblicheremo il luogo dell’appuntamento e il programma, ma intanto
segnatevi la data.
Il 28 marzo alle ore 15 torniamo a scendere in piazza a Niscemi (CL), la città
del MUOS, per dire con forza no alla guerra e all’uso delle basi militari
statunitensi in Italia.
Partenza del corteo: via Carlo Marx angolo via Aldo Moro, Niscemi (CL)
Nel cuore della sughereta di Niscemi sorgono la stazione NRTF e il MUOS, due
infrastrutture militari strategiche operative tutto l’anno, destinate
esclusivamente alle comunicazioni militari statunitensi.
Da qui passano quotidianamente segnali che sostengono le guerre degli Stati
Uniti. Gli Stati Uniti fanno la guerra da casa nostra, utilizzando
infrastrutture collocate sul nostro territorio ma sottratte alla sovranità dei
cittadini.
Quando un territorio ospita infrastrutture militari strategiche, diventa
automaticamente un potenziale bersaglio nei conflitti. Le ricadute della guerra
sono già presenti nella nostra vita quotidiana: aumento dei prezzi di energia e
carburanti, incremento del costo della vita, taglio delle spese sociali e
pubbliche a vantaggio di quelle militari, mentre tornano nel dibattito pubblico
proposte come la reintroduzione della leva.
In Sicilia e in Italia, recentemente, si sono tenute manifestazioni contro la
guerra a Sigonella e Trapani, a cui abbiamo partecipato insieme ad altre realtà
pacifiste e sociali. Il 28 marzo, oltre a Niscemi, si terranno mobilitazioni in
altre città italiane, tra cui Roma e le piazze delle donne per la pace.
La manifestazione che chiamiamo vuole collocarsi in questo solco comune di
opposizione alla guerra in cui ci stanno portando, perché riteniamo importante
scendere in piazza anche in un luogo come Niscemi, città ferita due volte, prima
dall’imposizione della base americana e poi da una frana che poteva e doveva
essere prevenuta.
A Niscemi e ovunque, scendiamo in piazza con la fiducia che “i popoli in rivolta
scrivono la storia”: dagli anni in cui il Movimento No MUOS ha invaso la base
americana, alle mobilitazioni per la Palestina divampate con la partenza delle
flottiglie, fino alle lotte dei lavoratori contro la guerra, portuali e
ferrovieri in testa. Fino all’esempio recente della stazione di Pisa, dove un
treno che trasportava mezzi militari è stato bloccato.
Durante la manifestazione ci sarà un momento di confronto aperto con comitati,
associazioni e singoli cittadini interessati a coordinare iniziative contro la
guerra.
Il 28 marzo ci ritroviamo a Niscemi per ribadire che:
* i territori non sono basi militari
* la guerra non può essere normalizzata
* i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità
* la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel
Mediterraneo
Per sottrarre i luoghi alla guerra e alle servitù militari.
Per restituirli alle comunità locali.
📍 Niscemi (CL) – partenza corteo: via Carlo Marx angolo via Aldo Moro
🗓 28 marzo 2026
🕒 ore 15:00
Aperto alle adesioni di associazioni, comitati e singoli cittadini.
Da No Muos.info
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di
petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana.
Da Radio Blackout
Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento
sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi
d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo (
200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce
uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro
indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del
debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di
una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La
credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si
rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad
incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei
petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la
chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo
del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi
intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che
porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a
breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della
fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione
dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità
attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un
forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap)
valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti
segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione
e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra.
Ne parliamo con Alessandro Volpi economista
Da Radio Blackout
Il processo autoritario e guerra fondaio si combatte insieme: per questo No
Kings Italy, il 27 e il 28 Marzo, raccoglie a Roma una coalizione di più di 700
realtà contro i re e le loro guerre:
“I “Re” non sono solo i leader internazionali che guidano guerre e processi
autoritari. Sono: le oligarchie economiche e finanziarie, i giganti del tech, le
multinazionali che impoveriscono il lavoro,i poteri urbani che espellono poveri
e migranti.”, si legge sul comunicato di chiusura dell’assemblea che il 3 Marzo
ha segnato il via ai lavori.
La prima stoccata al Governo Meloni, che con il referendum ha ricevuto prima di
tutto un forte NO popolare alle politiche autoritarie e securitarie è solo un
primo passo nella direzione della costruzione di un’opposizione a uno Stato che
in nulla rappresenta la sua popolazione.
La mobilitazione che nasce dai percorsi “Stop Rearm Europe” e la rete contro il
DDL Sicurezza “No DDL paura” tracciano un internazionalismo con vocazione
locale. La volontà è la creazione di una mobilitazione transnazionale che, a
partire dalle esperienze territoriali delle lotte sociali, ambientali, sul
lavoro e antirazziste, confluisca contro la compressione dei diritti sociali e
dei processi autoritari che interessano l’Italia e l’Europa e che culminano con
le guerre imperialiste “dei re” che ora infestano il Medio Oriente.
La data, infatti, cade in concomitanza con la manifestazione No Kings U.S.A.,
che il 28 di Marzo lanciano una mobilitazione diffusa nel paese contro le
politiche di Trump, l’imperialismo in Medio Oriente e l’invasione dell’ICE nei
territori.
Ne abbiamo parlato con Stella dei Centri Sociali Del Nord Est:
Ripubblichiamo l’articolo degli Attivisti dell’Assemblea per la Palestina
apparso sulla rivista Voci da Dentro che racconta il presidio al carcere per
Tarek, ragazzo arrestato dopo un corteo per Gaza.
Per tutta la sera un vento gelido e salmastro tagliava la faccia come una lama.
Davanti a noi, la facciata in cemento armato del carcere di San Donato, a
Pescara. Per una coincidenza feroce, siamo a pochi giorni dall’anniversario
della morte di un ragazzo egiziano di 24 anni, suicidatosi in quel carcere nel
febbraio 2025.
Ed eccoci qui, arrivati da diverse parti d’Abruzzo, con il megafono stretto
nelle mani intirizzite, a far giungere la nostra solidarietà a chi è inghiottito
dentro quell’opprimente blocco di cemento armato. In alto, sul lato che dà sulla
strada, una finestra con le sbarre ritaglia l’unico rettangolo di luce. Da
dietro le sbarre, la sagoma di un uomo protende le braccia verso l’esterno. Più
che il volto — che rimarrà sempre in penombra — è ben visibile la forza
disperata della sua voce. Una voce che ha l’urgenza di venir fuori tutta d’un
fiato, prima di essere ributtata dentro.
«Sono Tarek. Fate arrivare la mia voce».
Tarek Dridi, originario della Tunisia, è stato arrestato dopo la manifestazione
del 5 ottobre 2024, quando, per la prima volta dopo il 7 ottobre, migliaia di
persone si mobilitarono a Piazzale Ostiense, a Roma, in solidarietà con la
Palestina, denunciando il genocidio in corso. Quella mattina Tarek, in realtà,
non aveva preso parte alla mobilitazione: si trovava semplicemente in un bar
vicino alla piazza. Fu quando vide le cariche della polizia che si frappose tra
il cordone degli agenti che caricava e la folla. In quel frangente così
concitato si alzò la maglia e si tagliò il petto con una lametta. Un gesto
estremo di protesta, come fanno spesso coloro che passano per i CPR e le
carceri. Un gesto che però, nel processo con rito abbreviato, è stato
ribattezzato come resistenza aggravata.
La sua voce ci arriva a tratti, inghiottita dal rumore del traffico: «Stiamo
subendo, stiamo soffrendo. La gente qui sta morendo. I diritti non esistono
proprio, qui le condizioni sono disumane, non funziona niente: la sanità non
funziona, non abbiamo nemmeno l’acqua calda. Per noi è difficile anche fare il
Ramadan. Conoscete la mia storia: dopo il 5 ottobre sono stato condannato
ingiustamente. Resisto fino alla fine, io sono più forte di loro. Mi fido di
voi. Se state con me, la mia condanna non mi interessa! Vi ringrazio per la
solidarietà. Vi voglio bene. Io resisto ancora, lo sapete! Palestina libera!
Libertà.»
VOCI DAL PRESIDIO
Nel corso del presidio, durante un collegamento telefonico, l’avvocato Leonardo
Pompili ci restituisce alcuni passaggi: «Tarek si è cucito la bocca per
protestare contro le condizioni in cui è costretto a vivere, che lo consumano
fisicamente e psicologicamente. Ora fortunatamente sta un po’ meglio, ma sta
comunque attraversando l’inverno senza indumenti adeguati, e questo aggrava
ulteriormente la sua situazione».
Sappiamo che il trasferimento improvviso a Pescara ha pesato molto sulla psiche
di Tarek. A Roma, infatti, aveva costruito quel minimo di legami e relazioni
capaci di farlo sentire meno solo. Qui, a rendere tutto più duro, è il taglio
sistematico dei contatti con l’esterno: al momento, infatti, a Tarek non vengono
concesse autorizzazioni né per i colloqui né per ricevere pacchi.
Sul piano processuale, a dicembre, nella prima udienza d’appello, si è aperta
formalmente la strada a una perizia sulle sue condizioni cliniche, rimaste fuori
dal processo di primo grado (chiuso con una condanna a 4 anni e 8 mesi).
Nonostante fossero state presentate le cartelle cliniche pregresse, il primo
giudice non le ha prese in considerazione, né le ha sfogliate, essendo sporche e
sgualcite. Un dettaglio che rivela lo sguardo, spesso classista, che finisce per
ignorare come Tarek, senza fissa dimora, vivesse in condizioni di forte
indigenza: quelle carte spiegazzate non erano un atto di incuria, ma la traccia
materiale della sua condizione.
«Ancora oggi i periti non sono riusciti ad avere una copia integrale della
cartella clinica di Tarek — continua a spiegarci Pompili — perché in carcere non
sarebbe disponibile il personale incaricato di fare le fotocopie. Tutto questo
risulta ancora più surreale se si pensa che la richiesta non arriva da un perito
della difesa, ma da un ausiliare di un perito della Corte. Una mancanza
gravissima, dato che la perizia clinica completa sarà determinante nelle
valutazioni in appello».
«Ci sono molti punti da ridiscutere — aggiunge Pompili —: la sentenza,
profondamente ingiusta, ricostruisce gli eventi in modo non lineare e
attribuisce a Tarek condotte non supportate dagli atti: l’autolesionismo sarebbe
stato letto come resistenza a pubblico ufficiale senza prove che in quel momento
si stesse opponendo a un arresto; e l’accusa di lesioni, legata all’uso di
ombrelli e bottiglie contro le forze dell’ordine, non sarebbe confermata dai
filmati depositati agli atti».
CONCLUSIONI: FAR ARRIVARE LA VOCE
Una casa circondariale a un passo dal cuore di Pescara dovrebbe essere
impossibile da ignorare. E invece può diventare invisibile, come se non
riguardasse nessuno. Quella finestra, quelle braccia protese verso l’esterno
strappano via l’illusione: il carcere non è solo un Altrove. È qui, dentro la
città, dentro le nostre vite. E si regge, in modo persino banale, su quanta
indifferenza siamo disposti a tollerare.
Il vento, il freddo gelido che taglia come una lama, non sono solo metafore
aleatorie. In questa storia sono la perfetta espressione di quello che si prova
di fronte alla violenza di un sistema che si dice rieducativo e che, alla fine
dei conti, si riduce nella punizione e nell’abbandono delle persone detenute. I
colloqui negati, i pacchi bloccati, i contatti tagliati non sono disfunzioni di
un sistema organico carente — che come problema esiste — quanto piuttosto il
funzionamento normale di un dispositivo afflittivo, che ha nell’isolamento della
persona detenuta il suo strumento più raffinato. L’iter burocratico-giudiziario
— sordo, cieco, lento quando fa comodo — finisce per pesare come una pena
aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza ma eseguita ogni giorno.
La storia di Tarek non è solo la sua storia. È la storia di tanti che riempiono
le carceri, poveri cristi senza un santo in paradiso a cui appellarsi, che
affidano a gesti estremi l’ultima possibilità di scegliere sulla propria vita e,
non ultimo, di far arrivare un messaggio fuori. La sua storia è venuta a galla
perché c’era una rete politica pronta a raccoglierla, a non lasciarla affogare
tra quelle pareti. Una rete che ricorda che quel giorno, a Piazzale Ostiense,
Tarek ha scelto da che parte stare. E lo ha fatto in un tempo in cui prendere
posizione per la Palestina viene fatto pagare a un prezzo sempre più caro.
Una scelta come quella di Tarek non poteva che diventare bersaglio di una
repressione che in questo paese si è fatta sempre più capillare, infiltrandosi
nei dispositivi legislativi e trasformando la solidarietà nei confronti della
Palestina in qualcosa da scoraggiare. E la lista è lunga: Anan Yaeesh,
partigiano della resistenza palestinese, rinchiuso a Melfi. Ahmad Salem, in
regime AS2 a Rossano, per aver condiviso un video che chiamava a mobilitarsi
contro il genocidio a Gaza. Mohamed Hannoun, in carcere perché la sua raccolta
fondi solidale è stata letta come finanziamento ad Hamas.
Per questo è importante continuare a stare nei tribunali e in ogni altro posto
necessario, perché le persone che si trovano ad affrontare questo calvario non
si sentano sole. Le braccia di Tarek ci ricordano quanto tutto questo ci sia
vicino.
Tarek esiste, resiste come può, e noi restiamo al suo fianco.
«Se state con me, la mia condanna non mi interessa».
Assemblea per la Palestina Pescara, sulla rivista di Voci di dentro
Mercoledì 18 marzo in Regione Piemonte è partito il “Comitato di supporto” per
la tratta nazionale Avigliana-Orbassano.
da notav.info
Hanno partecipato tecnici regionali, rappresentanti di RFI, dei sindaci e degli
amministratori, ma anche figure politiche a favore dell’opera come l’assessore
regionale alle Infrastrutture strategiche Enrico Bussalino e il vicesindaco
della Città Metropolitana, Jacopo Suppo.
Il “comitato” si propone di favorire il dialogo tra istituzioni e territorio,
monitorare lo stato di attuazione degli interventi e affrontare le criticità che
potranno emergere nelle diverse fasi di realizzazione dell’infrastruttura.
Tradotto: indorare la pillola per imporre l’opera anche a chi è contrario.
La soluzione trovata dai piani alti a seguito delle osservazioni critiche
depositate dall’Unione Montana Valle Susa e alcuni comuni come Avigliana,
Caselette e Sant’Ambrogio è stata quella di creare tavoli di lavoro tematici per
affrontare l’interferenza coi pozzi che forniscono acqua potabile, il rischio di
danneggiare con gli scavi l’equilibrio idrico della collina morenica e il
complessivo impatto ambientale, i potenziali danni legati a materiali
pericolosi, come l’amianto. E ancora la questione del consumo di suolo agricolo
e la gestione del materiale di scavo che comporterebbe aumenti significativi del
traffico pesante nell’area.
Sul fatto che gli studi trasportistici su cui si basa il progetto di Rfi
risalgono a più di dieci anni fa e non rispondono ai bisogni reali, non si
capisce quale sia la loro soluzione.
Mentre la Regione Piemonte sostiene il progetto, e con questo comitato punta a
superare l’opposizione degli enti locali e rispettare il cronoprogramma (che
prevede l’inizio lavori nel 2027 e l’attivazione della linea entro il 2034, in
contemporanea con la tratta internazionale), quello che viene riportato dai
quotidiani piemontesi, è che i sindaci chiedono almeno l’interramento della
linea, sebbene sia presente anche un fronte di alcuni amministratori e di
comitati No Tav per cui l’obiettivo resta l’opzione zero, cioè l’utilizzo della
tratta esistente.
Questo dibattito ci riporta alla posizione emersa attraverso la lettera
pubblicata sul quotidiano “Valsusa Oggi” dal gruppo di opposizione di Avigliana,
che prova a presentarsi come un punto di vista realistico in opposizione
all’amministrazione, ma che si colloca all’interno di un perimetro già definito:
quello dell’accettazione dell’opera.
Si propone l’interramento come soluzione tecnica, come compromesso accettabile,
come forma di mitigazione locale. Ma si rimuove il nocciolo della questione:
qualsiasi tratta della Torino-Lione è inutile, imposta e devastante, continua (e
continuerà) a produrre effetti negativi sul nostro territorio, indipendentemente
dal fatto che i binari vengano costruiti in superficie o sottoterra.
L’interramento ad Avigliana viene presentato come l’unica opzione concreta, ma
in realtà è una falsa alternativa. Accettare l’opera significa accettarne le
conseguenze complessive: cantieri, consumo di risorse pubbliche, impatti
ambientali e sanitari, militarizzazione dei territori. Continuare a inseguire
soluzioni tecniche dentro un progetto intrinsecamente sbagliato significa
restare intrappolati in una logica che non lascia scampo: si finisce sempre per
contrattare un danno che non potrà che riversarsi sulla popolazione della Valle.
Porre il piano della discussione sull’interramento, significa negoziare sul COME
realizzare il Tav, non sul SE.
Sappiamo, però, che le amministrazioni locali (soprattutto quelle che, in questo
contesto, hanno prodotto pagine e pagine di osservazioni sulla tratta nazionale
Avigliana – Orbassano) hanno a cuore la salute dei propri cittadini e cittadine
e la salvaguardia del proprio territorio.
Per questo, vorremmo incitarle a non lasciarsi assorbire dalle dinamiche che
necessariamente si sviluppano intorno a questi tavoli e a mantenere uno sguardo
lucido sulla situazione, riconoscendo che confronti di questo tipo perdono
subito di efficacia perché basati su trattative prolungate che finiscono
sicuramente per indebolire le ragioni di partenza, soprattutto se non c’è piena
chiarezza sugli obiettivi.
Si tratta di dinamiche, purtroppo, già viste: senza nemmeno dover tornare
indietro fino al 2006 e all’istituzione del primo Osservatorio, siamo più che
sicuri che anche questa volta il percorso del “dentro e contro” istituzionale
difficilmente potrà portare a un qualche tipo di risultato.
L’adesione a questi tavoli non porterà alcun beneficio alla Valsusa. Piuttosto,
continuerà a rafforzare le posizioni dei proponenti e realizzatori dell’opera,
sempre volte a devastare e sprecare enormi risorse di denaro pubblico,
legittimando così la prosecuzione degli interventi da attuare. Inoltre, tali
percorsi possono contribuire a rappresentare all’opinione pubblica e ai
finanziatori un livello di condivisione che non sempre corrisponde alle
posizioni espresse dalle comunità interessate.
Aderire alla narrazione bipartisan (condivisa, ad esempio, sia dalla Giunta
Cirio sia da parte del gruppo di opposizione del Pd ad Avigliana) secondo cui
sarebbe necessario superare anni di opposizione, ritenuti responsabili della
mancata partecipazione ai tavoli e delle criticità sul territorio, offre una
lettura completamente errata della realtà non restituendo pienamente la
complessità delle mobilitazioni e delle ragioni che le hanno motivate nel
tempo.
Senza il Movimento No Tav, senza il conflitto sociale che ha attraversato la
Valsusa e senza una chiara, netta e coraggiosa opposizione delle amministrazioni
locali, oggi non esisterebbero nemmeno spazi di discussione. Figuriamoci le
modifiche progettuali.
Quella che viene liquidata come ideologia è stata, in questi anni, l’unica vera
difesa concreta del territorio. Così come l’“opzione zero”, reputata
irrealistica, è l’unica posizione coerente se si guarda all’interesse collettivo
e non alla gestione dell’esistente.
Dire no all’opera non è un esercizio retorico, ma una scelta politica precisa:
fermare un progetto dannoso e aprire finalmente una discussione su mobilità
utile, manutenzione della rete esistente, servizi per i pendolari, cura e
priorità di un territorio già abbastanza martoriato e sacrificato.
Per questo spostare la centralità del dibattito istituzionale sul tema
dell’interramento dei binari, è solo un modo per distogliere l’attenzione dal
focus della questione: la necessità di fermare la Torino-Lione.
Tutto il resto, semplicemente, è noia.
Sul referendum: oltre il voto, per la nostra autonomia. Come gruppo e nelle
nostre cerchie abbiamo votato “NO” convintamente anche se non ci siamo esposti
pubblicamente, al contrario del referendum dell’estate scorsa dove – per far
emergere il nesso imprescindibile tra cittadinanza e classe. Ma, da quella
giornata ai risultati di oggi, vogliamo ordinare alcune riflessioni a caldo,
coerentemente col nostro posizionamento ancorato ai bisogni, alle lotte e
all’autonomia della nostra gente. Quindi accogliamo con entusiasmo la vittoria
del “NO”.
Da Immigrital
Concordiamo nel merito del voto, su cui non ci soffermiamo sia perché molti ne
hanno parlato meglio di quanto faremmo noi e sia per la volontà di non inserirci
nello scontro scontro tra poteri istituzionali (dove l’accesso ci è precluso a
prescindere).
Riteniamo evidente il tentativo governativo di istituzionalizzare il fascismo e
l’autoritarismo sia contrastando scioperi e lotte che sistematizzando misure
incontrollate già presenti che noi conosciamo bene: dalle decisioni arbitrarie
delle questure – daspo, fogli di via, deportazioni etc – ai decreti sicurezza,
mirando a rendere sistema la violenza quotidiana e strutturale contro i più
marginalizzati, privati di risorse e proprietà. Quindi contro di noi, i nostri
quartieri e la nostra gente. Misure quotidiane da stato di polizia – proprio di
definizione, in quanto bypassano ogni controllo – direttamente legate a
questure, partiti e privati e sperimentate prima su migranti e ultras e che oggi
colpiscono in primo luogo non apparati democratici o realtà politicamente
organizzate ma società più marginalizzata ed esclusa.
In un contesto in cui, almeno dal 2020, l’estrema destra istituzionale (e quella
di strada, dai partiti sdoganata e tutelata), ha costruito un discorso classista
e razzista – contro ad es. i “maranza” – usando ogni mezzo detenuto per
prepararsi a questa “organicizzazione” e istituzionalizzazione fascista. Ogni
singolo discorso e passo politico si muove in quell’ottica. Anche questo quesito
referendario lo leggiamo in questo quadro.
Riconosciamo la necessità democratica di indipendenza della magistratura, che
non significa assenza di politica interna, e il tentativo esterno e partitico di
controllarla. Ma vogliamo andarne oltre: parliamo di democrazia non come
fantoccio sbandierato, ma come processo concreto e quotidiano che parta proprio
dalle zone che più ne sono private esteriormente. Per riequilibrare le
asimmetrie e contrastare le oppressioni dobbiamo costruire la nostra, di
democrazia, intesa come radicale e come nostro potere. Partendo
dall’organizzazione nel lavoro, come già si vede, ma anche nelle strade, nei
quartieri, nelle scuole. Ovunque siamo segregati dall’esterno e ovunque vogliano
che siamo assoggettati all’arbitrio e all’abuso di altri. Per questo: democrazia
e autonomia. Da un lato l’autonomia dentro gli spazi che ci impongono,
dall’altro il conflitto per spezzare le barriere che ci confinano: per accedere
a istruzione, sanità, lavoro equo, casa, sport e professioni di ogni tipo.
Quindi ogni atto e ogni comunicazione di questo governo fascista lo leggiamo
come tentativo di spezzare questa emersione e questa lotta, organizzata in forme
differenti e spesso non canoniche. Piccoli provvedimenti, micro-abusi
quotidiani, intensificazioni delle violenze già sistemiche, fino al tentativo di
istituzionalizzarle.
Se l’esito del referendum su cittadinanza e lavoro è stato uno dei picchi più
bassi e violenti degli ultimi trent’anni della nostra presenza in Italia,
l’ultimo anno ha segnato un crescendo di energia. Dalle piazze per Gaza, che
hanno visto numeri massicci e proteste radicali in ogni singolo comune italiano,
a piccole ma grandi vittorie collegate tra loro. Il rifiuto del genocidio
avallato in ambito partitico e istituzionale, con blocchiamo tutto, o della
guerra -qualsiasi sia il popolo oppresso – come il blocco del treno a Pisa. Non
solo quindi resistendo e opponendosi alle barbarie ma anche scavalcando decreti
sicurezza e criminalizzazione del conflitto. In questo contesto emergono sempre
più prime e seconde generazioni. E se il tentativo è organicizzare il fascismo,
a partire contro chi ha meno risorse e vive quotidianamente le oppressioni e i
decreti, gran parte della società italiana dimostra di opporsi. Dalle
commemorazioni per Ramy, organizzate nel nostro piccolo, al rifiuto di concetti
come “remigrazione”, fino all’antifascismo militante contro i raduni
dell’estrema destra riguardo a questi temi. Questo dimostra che la società non
solo si oppone alla torsione autoritaria, ma che esiste una pulsione democratica
insita nella società stessa che è molto più avanti dei partiti. E in questa
potenziale saldatura tra tradizione democratica di parte della società italiana,
realtà militanti organizzate e le categorie totalmente escluse e soffocate, che
sta nascendo e nascerà la nuova Italia – capace di essere dentro e per la
società, nella contemporaneità e rivolta al futuro. Lo diciamo quindi senza
timore: questi trent’anni di merda soffocante, dove il potere ha tentato
trasversalmente di sfruttarci, incarcerarci ed escluderci, spesso riuscendoci ma
trovandoci giorno dopo giorno con ogni nostra forza a contrastarlo, stanno
finendo. Il tentativo estremo di istituzionalizzare il fascismo usando chi ha
meno potere come capro espiatorio fallirà. E oggi è stato un grosso fallimento
loro, e grande vittoria nostra.
Se la società è disposta a tutelare non solo la democrazia così com’è ma a
sostenere la componente più esclusa e l’accesso a risorse, ricchezze,
immaginazioni e possibilità, democrazia reale e concreta, l’auto-organizzazione
multietnica della gioventù, classe operaia e quartieri popolari, allora Giorgia
Meloni presto andrà a casa. Ogni tassello governativo, dal nostro punto di
vista, è stato una reazione anche alla nostra emersione, e verrà continuamente
contrastato, resistendo ma anche rilanciando. Le nostre vite sono sempre state
una barricata e una lotta giornaliera contro poteri strutturalmente classisti e
razzisti: per questo l’antifascismo continuerà a essere baluardo e lo slancio
sarà sempre teso all’autonomia, nei luoghi dove viviamo ma anche per una nuova
Italia tutta e per tutti.
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato,
stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa
batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.
Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti
andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere,
cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle.
L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo
il 60% degli aventi diritto. Pur non necessitando di quorum, una fetta
significativa di società si è politicizzata su questa faccenda ed è andata a
votare.
La composizione del voto. Analizzando il fronte del No, si tratta di almeno 2
milioni e mezzo in più dell’ultimo referendum sul lavoro. Contando il dato di
percentuale del voto giovanile è facile intuire che un buon pezzo, anche se non
tutto, di questo surplus siano i giovani under 35. Contano però sicuramente gli
scontenti del campo “sovranista”, tra leghisti e fratelli d’Italia un buon
numero dichiara di aver votato No. Inoltre, non è da escludere una
partecipazione al voto variegata da quel magma sociale che solitamente non
partecipa alle elezioni, e che se si politicizza lo fa “fuori” dai canoni
classici della politica.
La geografia. Il No fa percentuali importanti nelle grandi città, tutte da nord
a sud, e in generale va meglio al centro e al meridione. Nei comuni sotto i
diecimila abitanti è in vantaggio il Sì, oltre che nelle regioni in cui la Lega
è storicamente forte.
A fronte di questi dati si può dire che sia stato sicuramente un referendum
sull’operato del governo e che piegare tutte le dimensioni di conflitto e
opposizione al fronte del No sia stato un boomerang di proporzioni enormi.
Non è però ininfluente il merito del quesito che comunque è stato, giustamente,
interpretato come una manovra per liberare le mani a colletti bianchi e politici
corrotti di vario tipo. Delmastro in questo caso, bisogna dire che abbia aiutato
a chiarificare la questione a tutti. Non parliamo poi di Rogoredo e delle
proposte di scudo penale alla polizia. In definitiva, era abbastanza chiaro il
tentativo di rafforzare la compagine dell’esecutivo, indebolendo un pezzo di
apparato statale che da sempre gioca la sua partita in autonomia e con i suoi
propri interessi: la magistratura. L’intera partita sulla sicurezza si sta
rivelando un pantano e in questo senso le percentuali di posti come Caivano (70%
per il no) parlano abbastanza chiaro.
Quindi vince la sinistra? Lo zombie di Berlusconi è stato ricacciato sottoterra
dal rinfocolato spirito civico costituzionalista naturalmente presente nel Dna
degli italiani? La magistratura è di nuovo il primo partito in Italia? Al di là
della provocazione, ci sembra che bisogna andare un pò più in là di quanto ci
viene “venduto” in queste ore.
Innanzi tutto la guerra. La situazione generale si è sommata ai fattori che
elencavamo prima, quindi all’impostazione data dalla Meloni al referendum. I
costi della sudditanza atlantista e americana dell’Italia si fanno sentire e
incidono come voto di protesta: addirittura alcune prime pagine dei giornali
oggi mettono sul piatto il “sentimento antiamericano”. Questo risultato ci parla
anche di una politicizzazione di numeri significativi di persone, soprattutto
giovani, che non può non farci pensare a quanto successo in autunno con le
mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Il rischio che questo risultato venga
recuperato da un quadro di partiti istituzionali a sinistra che nella sostanza
non hanno nulla di diverso dalla destra c’è e bisogna farci i conti. Così come
il rischio che il quadro della magistratura, del “giudiziario”, si riabiliti
agli occhi della gente come possibile argine allo sfacelo generale della
politica italiana. E anche questa non è una buona cosa.
C’è però un dato ancora più interessante e che, probabilmente in pochi vedono o
vogliono vedere, ossia la realtà di una possibilità: non si vuole ricadere negli
“errori” del passato, maggiore è la coscienza dell’inconsistenza della politica
istituzionale e della leggerissima sfumatura che esiste tra “destra e sinistra”
nel campo dei partiti, e ci si è costruiti un’idea autonoma in merito alla
domanda del perché siamo arrivati a questo punto.
La guerra imperialista contro l’Iran e il modo spudoratamente coloniale in cui
si comporta l’amministrazione Trump, hanno un effetto reale sulla nostra società
e sull’Europa in generale. Indirettamente questo “no” sanziona la sudditanza del
governo Meloni e il suo sovranismo di carta.
Questo referendum ha in qualche modo rivelato un’ “intelligenza popolare” che ha
avuto la capacità di cogliere questo passaggio come un’occasione per “fare male”
al governo e a chi ci ha portati sull’orlo della guerra, più che per dare
consenso a sinistra. A fronte dell’intelligenza dal basso manca però un modo
complessivo da parte di chi vorrebbe rappresentare “l’alternativa reale”,
“l’opzione dal basso”, di costruire le condizioni per offrire a questo pezzo di
società la possibilità di riconoscersi in una dimensione complessiva, “di essere
movimento” e di poter fare affidamento ad altre infrastrutture che dovrebbero
fortificarsi nella società per escludere completamente la tensione verso la
delega.
Le piazze dei prossimi giorni e settimane saranno un termometro importante per
la possibilità di un’attivazione diffusa e per chiedere le dimissioni del
governo, ma è importante non cadere nel tranello di riproporre il solito ritmo,
perché la musica è cambiata, e questo vale per tutti. Se si respira un vento di
cambiamento allora dobbiamo soffiare più forte! A noi rimane il compito di
stimolare e raccogliere questa indicazione senza spaventarsi dell’altezza della
sfida o delle contraddizioni che questa fase porta con sé.
Abbiamo svolto questa lunga intervista a Youssef Boussoumah, militante di lungo
corso di estrema sinistra, anti-imperialista e decoloniale che oggi contribuisce
al progetto di informazione autonoma Parole d’Honneur e di QG Décoloniale. I
temi trattati partono da una lettura anti-imperialista della guerra all’Iran e
approfondiscono contraddizioni e posture che, da un punto di vista dei
movimenti, rischiano di rendere ambigua la lotta comune contro il nemico
principale, ossia l’imperialismo. Youssef Boussoumah fornisce degli argomenti
basati su una lettura materialista e marxista della storia, storia che ci porta
a dover rispondere presenti a un appuntamento inaggirabile, ossia il sostegno
senza se e senza ma alla lotta contro l’imperialismo che in questa fase sta
attaccando l’Iran e la sua popolazione.
Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele?
Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso
piano imperialismo e stato iraniano.
Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una
teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo?
Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi?
Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti
occidentali?
Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele?
Questa aggressione imperialista chiaramente si iscrive innanzitutto su due
livelli: il primo, è una volontà condivisa ma principalmente afferente a una
necessità degli USA di mantenere il proprio dominio sul Medio Oriente e
sull’Asia Occidentale. Questo perché nell’ultimo periodo l’imperialismo ha il
sentore di perdere terreno in Asia Occidentale. Lo perde in conseguenza
all’intervento di nuovi attori come la Cina e la Russia. Quindi nella situazione
di difficoltà economica crescente e la perdita di egemonia su un piano mondiale
per Trump si tratta di riaffermare la potenza imperialista in una regione che è
assolutamente vitale. Dopo ritorno sulla questione temporale. Quindi, in maniera
generale, è chiaramente il modo per riaffermare il suo ruolo, per contrastare la
lenta erosione della sua potenza e contrapporsi all’attore maggiore che è la
Cina e, in altra misura, la Russia. La Cina è effettivamente molto presente sul
territorio grazie alle vie commerciali con l’Iran e il suo approvvigionamento di
petrolio dipende molto da questa regione. Quindi l’obiettivo è privare la Cina
del suo apporto energetico, mettere in difficoltà il suo principale concorrente
sul piano internazionale.
Trump al contempo è legato a doppio filo con l’entità sionista in una sorta di
rapporto dialettico in cui il tema oggi è capire chi influenza maggiormente
l’altro. Credo ci sia un cambiamento di interessi da parte di Israele, come
sempre il suo obiettivo è l’espansione dello stato coloniale che vuole
assolutamente imporre come diktat su tutta la regione e, oggi, si contrappone al
solo Stato che crea un ostacolo a questo progetto. Da un lato, ma non
unicamente, c’è la questione della Palestina perche l’Iran è il solo stato che
sostiene la causa palestinese, al di là degli attori subalterni come gli Houti o
come Hezbollah, o altri attori minori, ma l’Iran è il solo Stato che sostiene la
Palestina in quanto tale. Non si tratta soltanto di un sostegno morale, politico
ma si tratta di un sostegno materiale. Non è un segreto dire che effettivamente
l’Iran sostiene materialmente da molto tempo le forze che si oppongono al
colonialismo sionista in Palestina. Un sostegno messo in difficoltà dalla
situazione in Siria con il cambiamento di regime il quale si è allineato con
l’imperialismo, mentre precedentemente questo supporto passava anche tramite la
Siria sino in Giordania e viceversa sino a Gaza.
Dunque, non è unicamente l’interesse sionista a contrapporsi a un avversario che
sostiene la Palestina, ma c’è un elemento che troppo spesso si dimentica e che
invece è fondamentale nella dinamica imperialista, ossia l’Iran costituisce un
elemento perturbatore in Asia occidentale per l’imperialismo. Questo è un dato,
indipendentemente da ciò che si possa pensare dell’Iran, dell’opposizione
iraniana, considerato che in Iran esiste una lotta di classe e ha tutta la
legittimità di esistere come in ogni Paese del mondo. Bene, detto questo, quando
guardiamo all’Iran in quanto tale, al di là degli affari interni che riguardano
gli iraniani, l’Iran è l’unico Stato del Sud globale in grado di mostrare che
anche uno Stato del Sud globale possa mantenere la propria sovranità nazionale e
la propria sicurezza territoriale: due elemente fondamentali per gli stati del
sud. L’iran può garantire questi due elementi nonostante un embargo che dura da
40 anni, nonostante questo tiene testa non solo all’entità sionista ma anche
all’imperialismo. Non è equivalente a Cuba o altre situazioni ma l’Iran in
quanto paese del sud, indipendentemente da ciò che pensiamo del regime, infligge
un reale schiaffo all’imperialismo. Dal momento in cui si possiede una relativa
indipendenza economica è possibile ottenere un certo livello di sviluppo e
questo è inammissibile per l’imperialismo perché, ricordiamolo, l’imperialismo
ha sistematicamente distrutto e si è sistematicamente opposto a tutte le
esperienze di sviluppo autonome. Certo, parliamo sempre di un’autonomia
relativa, ma ci sono diverse sfumature nei Paesi del Sud. Su questo ci tornerò
in seguito perché è un aspetto che molti compagni non comprendono. Quindi
guardiamo all’Iran in quanto tale, perché sapete che occorre distinguere tra
Stato, regime politico e governo, questi tre elementi vanno assolutamente
distinti sennò non possiamo comprendere di cosa si parla, e qua si parla dello
Stato. Siamo militanti anti-imperialisti dunque siamo completamente attaccati
alla preservazione degli Stati dei Paesi del sud e sosteniamo la loro domanda di
sovranità e integrità nazionale.
Altrimenti, senza queste due condizioni, non c’è niente di possibile. Non è
nemmeno il caso di parlare di democrazia in Iran se questi due elementi
dovessero venire meno. Se non sussistono questi due aspetti non è possibile
parlare di democrazia e l’esperienza a livello storico lo dimostra. Purtroppo
nessun Paese del sud storicamente ha potuto stabilire una democrazia e, a meno
che non si pensi che le popolazioni del sud siano completamente incapaci a
mettere in campo la democrazia, bisogna trovare una ragione storica che spieghi
come mai tutti i Paesi che sono riusciti a liberarsi dal colonialismo non hanno
potuto realizzare un sistema democratico pena il mantenimento della propria
sovranità nazionale. Non è una questione secondaria e soprattutto non funziona
all’inverso. Non ci sarà mai democrazia in Iran o nei Paesi del Sud fino a che
non ci saranno sovranità e sicurezza nazionale il che significa assicurare la
difesa delle frontiere, possedere un sistema coercitivo e quindi un esercito.
Altrimenti non comprenderemmo perché in tutti i paesi del sud che hanno tentato
di mettere in piedi una democrazia liberale, che hanno fatto il tentativo senza
assicurare questi elementi, hanno fallito. Possiamo prendere molti esempi:
Lumumba in Congo, Sankara in Burkina Faso, Allende in Cile, Kwame Nkrumah in
Ghana, ecc. tutti questi paesi hanno giocato il gioco della democrazia e nessuno
è sopravvissuto.
Potrei anche parlare dell’Iran di Mossadegh del 1953, nessuno è sopravvissuto,
in quanto senza garantire quei due elementi l’imperialismo ha organizzato colpi
di stato, ha ucciso i leader. E dunque, molto spesso i Paesi del Sud che hanno
voluto assicurare i loro confini e la loro sovranità nazionale, hanno messo in
campo dei regimi che nulla hanno a che vedere con dei regimi democratici
liberali, anzi molto spesso sono regimi autoritari con degli obiettivi molto
chiari: il primo è che nel momento in cui si viene accerchiati dall’imperialismo
non c’è alcuno spazio per la democrazia, anche quando ci sarebbe parte della
popolazione aperta a questo genere di idee. Questo non significa giustificare ma
significa spiegare come funziona e perché possiamo affermare che l’Iran si trovi
esattamente in questa analisi: in quanto è un paese del sud che ha mostrato in
maniera magistrale che questo è possibile.
Dunque, a seguito di questa premessa, torno sulla ragione per la quale sia
l’entità sionista sia l’imperialismo sono contrapposti all’Iran, dunque non
unicamente per la Palestina, ma perché se mai l’esperienza iraniana dovesse
riuscire questo potrebbe sconquassare completamente l’ordine imperialista nella
regione. Immaginiamo che si possa arrivare a una pace anche relativa in Asia
Occidentale, compreso con Israele. Immaginiamo l’Iran solo dal punto di vista
del suo sviluppo economico e dunque le sanzioni sarebbero sospese, sarebbe un
grave problema per l’imperialismo. Questo perché su un piano di indipendenza
economica l’Iran è in grado anche sotto un duro regime di sanzioni di garantire
un importante livello di sviluppo – siamo d’accordo non stiamo parlando di un
sistema socialista – ma questa forma di capitalismo con autosufficienza
economica permette di mettere in pericolo l’ordine imperialista nella regione.
Questo innanzitutto avrebbe un effetto sugli altri Paesi della regione e l’Iran
potrebbe diventare la locomotiva di quei Paesi, incentivando gli altri Paesi
dell’Asia Occidentale, attraverso semplici rapporti commerciali e questo
comporterebbe che il piano coloniale sionista diventerebbe caduco. Bisogna
sottolineare un aspetto, l’imperialismo punta sull’entità sionista, c’è
evidentemente una forma di investimento a lungo termine affinché l’entità
sionista si imponga ma se questo non dovesse funzionare, perché l’entità
sionista non dovesse riuscire a imporsi sul piano militare ed economico nella
regione, in quanto Isrrele ha l’ambizione di diventare il centro imperialista in
Asia Occidentale, se ciò non accade perché c’è un concorrente come l’Iran
sarebbe un grave problema anche per l’imperialismo.
L’Iran ha un potenziale industriale relativo ma un potenziale scientifico
straordinario. L’iran ha investito molto sull’educazione, ad esempio l’iran è un
Paese che produce più ingegneri che l’Europa occidentale, alla NASA la seconda
nazionalità in percentuale è quella iraniana e, a causa delle sanzioni, non
avendo sufficienti posti di lavoro le persone partono e vanno negli USA. Quindi
abbiamo un esempio con l’Iran di ciò che un paese del sud può fare quando cerca
di avere un piano di sviluppo indipendente e questo è proprio ciò che bisogna
assolutamente distruggere per il futuro, in quanto mette in pericolo il progetto
sionista e l’investimento imperialista nella regione e l’imperialismo non fa mai
investimento a fondo perduto. Oggi, dal lato sionista occorre distruggere un
nemico perché il nemico del progetto sionista sono i palestinesi e questa è la
contraddizione principale nella regione, ma si tratta di tenere in
considerazione anche il fatto che nella regione l’Iran rappresenta il
concorrente più legato alla Cina, questo sul piano economico e di sviluppo è un
grande pericolo per l’imperialismo. Questa guerra è portata avanti anche in
relazione a questo e non solo per motivi ideologici, parliamo di motivi infatti
molto concreti e materiali.
Se l’Iran dovesse sopravvivere a questo attacco, in quanto Stato, allora a quel
punto la popolazione iraniana farà i suoi conti con il proprio sistema. Bisogna,
per comprendere la situazione, parlare degli interessi concreti che sono questi,
questa guerra può essere letta come il prodromo della grande battaglia contro la
Cina, contro la quale al momento l’imperialismo non osa contrapporsi in maniera
diretta ma colpendo tutti i suoi alleati e proxy sul piano mondiale. In questo
senso, Trump intende interrompere e interferire nei rapporti anche tra Cina e
Russia, è in questa chiave di lettura che va vista la guerra in Ucraina, in modo
da attrarre nella sua sfera di influenza la Russia neutralizzando i propositi
ucraini, in cambio della sua neutralità. Questa guerra è un preparare il terreno
in quanto l’impero ancora non sa in che modo affronterà la Cina. Dovrà valutare
se immaginare una contrapposizione diretta o meno, dunque per il momento viene
preparato il terreno.
Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso
piano imperialismo e stato iraniano.
Questo può essere decostruito in due modi, dipende se ci sentiamo militanti
oppure se guardiamo semplicemente al diritto internazionale, entrambi legittimi.
Dunque se si adotta il punto di vista del cittadino medio è chiaro che il
diritto internazionale oggi impone di denunciare questa guerra, è l’ONU stesso a
dirlo, bisogna denunciare questa aggressione sul piano internazionale in quanto
è un’aggressione completamente illegale – questo certo può fare sorridere che ci
siano aggressioni legali e illegali, ma tant’è. Questa guerra è totalmente
illegale perchè non è né stata dichiarata né validata ed è un’aggressione contro
uno Stato sovrano.
Quindi indipendentemente da ciò che possiamo pensare, e credetemi a volte i
giudici di diritto internazionale rischiano di essere più radicali di certi
militanti, è che un’aggressione internazionale è da condannare. E’ un’azione da
brigantaggio internazionale contro uno Stato sovrano quando l’Iran non ha invaso
nessun Paese, dunque questa guerra deve chiudersi immediatamente. Su questo
livello già si può sostenere facilmente che la guerra deve finire,
indipendentemente dal tipo di regime, se ci piace o non ci piace. O altrimenti
occorrerebbe mettere in discussione tutto il diritto internazionale, anche se
molti dicono che ormai non serve e che sia insufficiente, ma rimane importante
anche quando non viene rispettato o anche se lo critichiamo, in quanto permette
di stabilire un punto di riferimento e da lì in poi si può criticare dicendo che
non sia abbastanza ma se non ci fosse nemmeno questo livello allora sarebbe la
giungla totale. Molte persone si sbagliano, non bisogna assolutamente andare
nella direzione della distruzione del diritto internazionale nonostante dal
nostro punto di vista militante sia insufficiente, in quanto nonostante sia
stato messo in campo dall’imperialismo è avvenuto in un momento in cui
l’imperialismo dell’epoca era messo in difficoltà dall’URSS.
Era all’indomani della seconda guerra mondiale e quindi l’ipotesi sovietica ha
fatto sì che il diritto internazionale, anche se fosse ideato dall’imperialismo,
comportava degli aspetti positivi. Ricordiamo tutte le risoluzioni dell’ONU
adottate negli anni 70, un momento in cui i Paesi del Sud nell’alleanza dei
paesi del sud socialisti era molto forte. Quello che veniva chiamato dai
dirigenti israeliani in maniera denigratoria la “maggioranza automatica”, perché
all’ONU c’era sistematicamente una maggioranza che era data da questa alleanza
tra paesi del sud e paesi socialisti i cosiddetti “non allineati”, il che ha
permesso che molte risoluzioni in favore della Palestina fossero votate.
Risoluzioni iin favore della Palestina e che condannavano l’entità sionista, lo
stato d’apartheid dell’Africa del Sud, e molte altre iniziative
dell’imperialismo. Quindi occorre comprendere che il diritto internazionale è il
frutto di un rapporto di forza è importante. Non si tratta di dire che non sia
necessario.
Detto questo, è incredibile come delle persone possano mettere sullo stesso
piano l’aggressione imperialista, coadiuvata dall’entità sionista che sta
perpetrando il genocidio del popolo palestinese, e lo stato iraniano.
indipendentemente, ancora una volta da cosa possiamo pensare, ma se siamo
militanti anti-imperialisti questo è fondamentale.
La lotta imperialista non è una lotta che dà degli assegni in bianco a qualunque
regime – per inciso, non mi piace usare la parola “regime” perché perlomeno in
Francia ha un aspetto denigratorio, se parliamo di Macron nessuno parla di
“regime di Macron”. L’Iran è una Repubblica Islamica, se parliamo di “regime”
nel senso del potere iraniano, ecco, a questo sistema di potere non stiamo dando
un assegno in bianco. Ma bisogna parlare degli esempi storici della lotta
anti-imperialista, pensiamo a Lenin che difendeva la monarchia afghana
dall’impero britannico, non perché considerasse formidabile la monarchia ma
perché si tratta di individuare un aggressore, quindi l’imperialismo in quanto
tale, e i Paesi dominati. Quello che dobbiamo auspicare è che questi Paesi
dominati possano accedere a un altro tipo di dimensione, per quanto ci riguarda
a un sistema socialista.
Ma non può esistere socialismo in Iran o altrove fino a che l’aggressività
imperialista non sarà messa in difficoltà, fratturata, vinta. Prendiamo
l’esempio degli anni 70, un periodo in cui l’imperialismo era in difficoltà –
non ho detto vinto – ma ha dovuto retrocedere a causa di formidabili sconfitte
ricevute in particolare in Africa, come in Algeria per i movimenti di
liberazione dal colonialismo. Non bisogna dimenticare il Vietnam. L’esplosione
di lotte non è data dal fatto che l’imperialismo in quel momento era diventato
più “gentile” ma perché aveva subito dei colpi, ad esempio in Vietnam. Spesso
non viene fatto il legame tra la situazione interna, anche nei paesi del nord
imperialista, e il costo che subisce l’imperialismo dovuto a fatti esterni, ma
il legame è diretto. Lo abbiamo visto nella storia, quando c’è stato un
presidente debole negli USA questo ha permesso l’avanzamento delle lotte
dell’America Latina, questo è stato dato dall’indebolimento del sistema
imperialista, dunque noi abbiamo interesse affinché l’imperialismo si
indebolisca relativamente all’esito delle nostre lotte. In questo senso, in Iran
non ci sarà democrazia senza che l’imperialismo subisca un colpo.
Non dico che andrà a sprofondare ma dico che un piccolo fallimento può aprire
degli spazi di agibilità per le lotte. L’obiettivo dell’Iran è dunque quello di
preservare la propria integrità nazionale. Oggi la minaccia per l’Iran non è
soltanto la fine del governo attuale, la scommessa non sta sul piano della fine
del regime della Repubblica Islamica, ma sul piano del rischio della distruzione
dello Stato come lo abbiamo visto in Libia, in Siria, come abbiamo visto in
altra misura in Algeria. Ci sono senza dubbio delle dinamiche interne, non si
tratta come dicono alcuni di “dimenticarci” di cosa vuole la popolazione. Non si
tratta di questo.
A volte però rispetto all’agenda locale e nazionale l’imperialismo riesce a
applicare i suoi interessi e a deviare delle lotte popolari. Questo è avvenuto
in tutti i Paesi che ho citato, anche in Libano, non dimentichiamo la guerra
civile libanese. Quindi gli anti-imperialisti non possono mettere in alcun caso
sullo stesso piano l’imperialismo dominante con lo stato iraniano. Questa
confusione, nei casi in cui si verifica, proviene da una cattiva analisi del
concetto di imperialismo. L’imperialismo, schematizzando al massimo, riguarda
tutti i Paesi a livello globale in quanto tutti, nessuno vi si può sottrarre,
vengono coinvolti su scale diverse dalla dimensione di espansione e di attività
dell’imperialismo. Ci sono alcuni paesi che tentano di sottrarsi in maniera
relativa, come la Corea del Nord, come Cuba, indipendentemente ancora una volta
da cosa si pensi nel merito di quei Paesi. Quindi cos’è l’imperialismo? Una
visione orizzontale dell’imperialismo è completamente stupida. L’imperialismo è
come un treno: un treno con una locomotiva con dei vagoni di prima, seconda e
terza classe e via di seguito. Quindi oggi essere anti-imperialisti è prima di
tutto essere razionali e significa essere conseguenti, ossia innanzitutto
contrapporsi alla locomotiva e al vagone di prima classe. Se non si va in questa
direzione non si ottiene nulla. Ciò che ha creato confusione è che ultimamente
una parte dei militanti ha messo tutto sullo stesso piano, a forza di mettere
tutto sullo stesso piano, dalle forze di opposizione e il potere di Ghaddafi in
Libia e l’imperialismo per esempio, abbiamo questi risultati: la Libia non
esiste più, la Siria non esiste più.
Non dico che non ci fossero delle dinamiche interne che avevano ragione di
opporsi al potere siriano o di Ghaddafi. La questione non sta su questo piano. E
nei confronti dei militanti che dall’interno si oppongono a questi regimi non si
tratta di delegittimare la loro azione ma purtroppo è chiaro che la loro azione
non è stata in grado di dissociarsi dall’intervento imperialista. Questo è il
problema: in nessun caso ci si può appoggiare sull’imperialismo dominante per
opporsi a un potere locale perché tutti perdono in questo gioco. Quindi gli
anti-imperialisti devono opporsi all’imperialismo dominante. Esiste una
gerarchia nell’imperialismo e non è una gerarchia che si struttura sul criterio
morale di quanto un sistema sia più “cattivo” di un altro. E’ una questione di
strategia, in questo senso personalmente sono maoista. Si tratta di pura logica
di buon senso.
Il maoismo ha perlomeno mostrato un certo numero di questioni rispetto alla
lotta contro l’imperialismo. La gerarchia non si stabilisce da un punto di vista
morale e il problema è che molti militanti reagiscono da un punto di vista
morale. Ma noi facciamo politica, non della morale. Abbiamo avuto degli esempi
in Cina, il movimento rivoluzionario comunista ha fatto delle alleanze con la
borghesia locale contro l’occupazione giapponese. Durante la seconda guerra
mondiale bisognava opporsi al fascismo e i militanti comunisti internazionalisti
non hanno esitato a allearsi con l’URSS, non perché apprezzassero l’URSS ma
perché l’obiettivo in quel momento era distruggere la macchina fascista, il
nemico principale era il fascismo. Altrimenti si diventa paragonabili a quei
gruppi che nel 1939 dicevano “Né Stalin né Hitler”. Ci sono dei momenti in cui
si stabiliscono delle gerarchie, ma non significa che sia sul piano della
morale, ma perché bisogna opporsi al nemico principale e oggettivamente il
nemico principale è l’imperialismo in quanto tale. L’imperialismo non è soltanto
circoscrivibile all’azione militare ma è un modo di produzione. Oggi viviamo in
un modo di produzione imperialista, non capitalista.
Il nostro agire deve essere guidato dall’efficacia in base a questa gerarchia.
Per riprendere uno slogan maoista “proletari di tutti i popoli e nazioni
oppresse unitevi”, non voleva dire che alla testa di certe nazioni dominate vi
fossero dei leader socialisti, anzi c’erano leader autoritari e repressivi,
questo vale anche per il regime iraniano, questo autoritarismo interno e
repressione interna, come ho detto è anche dovuto all’accerchiamento dell’Iran.
Ma la domanda da porci è cosa dobbiamo fare noi che siamo all’esterno? Dobbiamo
vedere la contraddizione principale.
C’è una contraddizione tra l’imperialismo dominante e i popoli della periferia e
i loro alleati delle forze anti-imperialiste nei Paesi del Nord. E questa
contraddizione è fondamentale e non impedisce che ci siano delle contraddizioni
interne, di classe, come ovunque nei Paesi del sud. Ma la contraddizione è nei
confronti dell’impero dominante ed è fondamentale nella situazione attuale. Non
comprenderla significa sbattere contro un muro. Quindi i militanti
anti-imperialisti devono sostenere le forze progressiste in Iran. Parlo però
delle forze progressiste in Iran che sono reali, come il partito comunista
Tudeh, che non nega il fatto che sia necessario difendere lo stato iraniano in
quanto tale. Così come nella storia quando si è trattato di sostenere il Vietnam
nella guerra si è fatto, ma non era un governo democratico liberale, era un
governo che ha avuto anche forme repressive nei confronti di correnti interne.
Era chiaro che ci fosse un’opposizione interna al governo di Ho Chi Minh ma
anche chiara quale fosse la contraddizione principale, sia internamente che
esternamente. Non capisco perché oggi ci sia stata questa oscillazione, d’un
tratto un’oscillazione verso un approccio ambiguo su questo piano. Ma pensiamo
anche a Sankara, non era un modello di democrazia liberale in senso borghese del
termine, ma non impediva che occorresse assolutamente difendere Sankara perché
il suo progetto politico era quello di rovesciare l’imperialismo.
Così oggi in Iran, lo stato iraniano opponendosi all’imperialismo permetterà
alle forze progressiste iraniane nel futuro di imporre la propria agenda. Ma il
contrario, se lo stato iraniano sarà distrutto, non ci sarà nessuna agenda per
nessuno, non ci sarà niente per nessuno. A maggior ragione che l’Iran è un
mosaico di popoli e il grande rischio è chiaramente la guerra civile. Ciò che ha
impedito la guerra civile in Iraq dopo l’invasione del 2003 è il fatto che c’era
l’Iran, non tanto per ragioni religiose in quanto la maggior parte della
popolazione è sciita, ma per il fatto che lo stato iraniano ha impedito che la
guerra civile fosse completamente distruttiva in Iraq. Se lo stato iraniano
dovesse implodere sarebbe la guerra civile in tutta la regione e non ci sarebbe
nessun orizzonte socialista da immaginare, né liberazione per le donne, ma ci
sarebbe un orizzonte di disordine imperialista sul quale regnerebbe l’entità
sionista per suo conto, ossia per conto degli USA che sono il nemico principale.
E l’Iran l’ha ben compreso, non siamo nel campo della morale.
Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una
teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo?
L’Iran non è uno stato-nazione, la maggior parte dei dirigenti iraniani non sono
persiani, sono azeri dunque non siamo nel quadro dello stato-nazione. Mentre il
potere all’epoca dello scià era organizzato intorno all’identità persiana, al
tempo vi fu il tentativo da parte della monarchia di distruggere il passato
musulmano. Quindi in Iran c’è una questione identitaria che bisogna tenere in
conto, considerando anche che all’origine della dinastia dei Pahlavi di fatto ci
furono gli inglesi, dato che il fondatore faceva parte della brigata dei
cosacchi e quell’identità venne completamente fabbricata dagli inglesi.
In questo caso furono gli inglesi ma l’invarianza da individuare è che
l’imperialismo in un dato momento può anche fare del “bricolage” con le identità
presenti su un territorio, costruire ad hoc un sistema politico basato su
un’identità sostanzialmente fatta artificialmente. La Repubblica Islamica quindi
rompe con lo stato-nazione persiano. L’identità attorno alla quale si istituisce
il nuovo sistema è l’islam. La Repubblica Islamica pone la questione identitaria
e l’appartenenza alla civiltà arabo-musulmana in maniera generale, questa forma
di governo è chiaramente una teocrazia autoritaria e naturalmente repressiva.
Vi è un clero ma è un sistema molto complesso, in quanto esiste anche un
parlamento e assume anche per certi aspetti delle forme democratiche. Non
significa che si tratti di una democrazia socialista o altro, ma è un sistema
che si distingue profondamente dalle petrolmonarchie del Golfo per esempio, in
quanto sono totalmente teocratiche mentre l’Iran è quantomeno una repubblica.
Paradossalmente le petrolmonarchie non sono oggetto di così dure critiche,
probabilmente perché si pensa che stia nell’ordine delle cose.
In Iran non è aggirabile il fatto che ci sia tutta una parte della popolazione
che sostiene il potere, ma nella dimensione del potere ci sono delle
contraddizioni interne, ci sono delle opposizioni, quelle che l’occidente chiama
“moderati” a differenza dei “radicali” ma rappresentano delle sfumature di
contestazione e di opposizione come esistono in tutti i Paesi.. o forse anche
più dure che per esempio in Francia. A parte l’eccezione della France Insoumise
abbiamo abbastanza l’impressione che non ci siano particolari sfumature
all’interno del panorama politico francese..
Detto questo, non possiamo capire l’evoluzione della teocrazia in Iran se non
prendiamo in considerazione l’atto fondamentale che è avvenuto quando la
Repubblica stava emergendo, ossia la guerra con l’Iraq. A questa guerra sono poi
succeduti 40 anni di guerra di sanzioni. Le sanzioni occorre ricordarlo sono una
forma molto violenta di arma e non si può analizzare ciò che succede oggi in
Iran senza tenere conto di questi passaggi. La guerra è stata portata avanti
dall’Iraq evidentemente con il supporto e lo slancio da parte dell’occidente e
dei regimi arabi. Questo ha portato al rafforzamento della teocrazia e quello
che va sottolineato è che sta agli iraniani decidere. Lo slogan che si sente
dire alle nostre latitudini “Né scià né mollah” è uno slogan fortemente
europeocentrico che fa uso dell’espressione “mollah” che trovo anche
particolarmente denigratoria.
La popolazione iraniano oggi per il 25% circa sostiene la natura del Paese,
quindi la Repubblica Islamica. A fronte di questa percentuale il resto andrebbe
analizzato nella complessità in quanto non si tratta di un blocco omogeneo né
organizzato come si vorrebbe dall’Occidente. C’è una parte, una percentuale
minima, che sostiene il ritorno dello scià, soprattutto una fetta di popolazione
che detiene i mezzi finanziari e poi c’è tutta una parte della popolazione che
cerca di vivere normalmente. Il problema è quando da parte di uomini politici
anche di sinistra in Occidente viene sottolineato che il problema per l’Iran è
il fatto di essere una teocrazia.
Il problema dell’Iran non è il fatto di essere una teocrazia, inoltre dipende se
il “nostro” dispiacere per il fatto che lo sia voglia dire che si auspica per
gli iraniani (per quanto stia a loro decidere) una democrazia in termini
socialisti o in termini liberali. Il punto è che l’imperialismo produce
autoritarismo e produce repressione, non si tratta di deresponsabilizzare gli
attori politici iraniani interni ma queste sono le condizioni oggettive per
tutto ciò che ho detto prima. Un altro elemento da tenere in conto quando si
analizza lo stato iraniano è la presenza di 14 o 15 frontiere intorno ai suoi
confini e la presenza di numerosissime minoranze etniche: curdi, baluchi, arabi,
azeri. Il che è una ricchezza ma significa anche una difficoltà in quanto molto
spesso questa molteplicità viene strumentalizzata dall’imperialismo. In questo
senso ritorna la questione dell’integrità dello stato. Anche sul piano religioso
l’imperialismo può giocare un ruolo a fronte del fatto che all’interno dell’Iran
ci sono maggiormente sciiti ma anche non sciiti o altre religioni.
In fondo la questione da porre per chi vive in Europa è quale dovrebbe essere
l’alternativa per gli iraniani: innanzitutto sono loro a dover decidere, in
secondo luogo se la nostra proposta è la democrazia liberale certamente non è
possibile dato che non si tratta di democrazia nel miglior senso del termine ma
di imperialismo. La questione è qual è il nostro compito? Il compito dei
militanti anti-imperialisti nelle metropoli imperialiste? Possiamo chiaramente
dire che siamo contro la repressione e il regime autoritario ma dobbiamo farlo
senza unire le nostre voci a chi di fatto nella storia ha permesso che avvenisse
questo tipo di sviluppo del regime, in questa direzione. Bisogna risalire ai
tempi della distruzione dell’Iraq.
Risaliamo all’epoca della narrazione su Saddam Hussein, il dittatore per il
quale anche gran parte della sinistra e dell’estrema sinistra è caduta nella
trappola di sostenere l’invasione americana e, quindi che si voglia o no, la
distruzione dell’Iraq. Abbiamo visto che dopo la distruzione del regime iracheno
non si è aperta un’epoca storica di democrazia in cui le forze progressiste
hanno avuto modo di prendere il potere. Abbiamo invece visto che sulle macerie
irachene si sono installati e sviluppati dei mostri come Al Qaeda, come Daesh
che sono il risultato diretto di questa guerra. Nel sostenere le forze di
opposizione progressiste in Iran da qui occorre anche fare attenzione a capire
quali sono le forze realmente progressiste e quelle che invece vengono sostenute
dall’esterno, dalla CIA ad esempio.
Sono dinamiche non nuove in questa regione, un gruppo considerato di opposizione
alla Repubblica Islamica per esempio, i Mojahedin-e Khalq, aveva trovato rifugio
in Iraq all’epoca di Saddam Hussein e intervennero nella guerra contro il
proprio Paese, quindi l’Iran, avevano a disposizioni armi date dal regime di
Saddam, ma una volta che l’Iraq è stato distrutto si sono messi in collegamento
direttamente con i servizi americani, costruendo legami anche con le
petrolmarchie del Golfo. Una forza legata all’imperialismo non può essere in
alcun modo considerata accettabile, abbiamo visto i danni che questo produce in
Libano e in Siria. Questo è motivo di grande confusione alle nostre latitudini
anche rispetto a ciò che è avvenuto in Siria. Non ci si può appoggiare
all’imperialismo statunitense per affossare un regime. E’ un modo di fare che
viene definito “dégagisme”, ossia un atteggiamento che intende “spazzare via”
costi quel che costi, non è possibile però ragionare nei termini in cui prima si
manda via e poi si decide cosa fare. Nessuna forza progressista e
anti-imperialista può appoggiarsi all’imperialismo, questo è inaccettabile.
Questo proviene da un errore di fondo che è un errore di analisi e che non
porterà a nulla di buono per la popolazione, né per gli iraniani né per i
curdi.
C’è un principio rivoluzionario che si chiama invece “disfattismo”, bene, noi ci
auspichiamo la disfatta del nostro imperialismo. Chiaramente ci auspichiamo la
disfatta dell’imperialismo americano e quello europeo viene di conseguenza
perché sono evidentemente legati. Il nostro compito principale è sostenere uno
stato sovrano che nonostante tutto resiste all’imperialismo. La distruzione
dell’Iran significherebbe la distruzione di tutta la regione e soprattutto delle
forze di opposizione e di resistenza all’imperialismo, in quanto se non ci fosse
l’Iran oggi il progetto sionista di Israele avrebbe già occupato interamente il
Libano mettendo in campo un regime vassallo dell’imperialismo, ma ciò non
avviene perché c’è una forte resistenza all’interno.
Noi ci troviamo quindi davanti a un pericolo maggiore che prende le forme
fasciste nella sua espressione imperialista, non si tratta di dire che siamo di
fronte al fascismo storico perché ci sono delle differenze, ma che questa
violenza imperialista ricorda la brutalità fascista. Oggi l’Iran rappresenta un
punto di appoggio per la resistenza al rullo compressore imperialista che mette
in atto una violenza inedita, come il genocidio ancora in corso in Palestina.
L’Iran in questo senso non è secondario. Bisognerebbe fare un piccolo sondaggio
di cosa pensa la popolazione a Gaza di questa guerra. Non significa che i
palestinesi sarebbero allora per loro natura dei sostenitori di un regime
autoritario e repressivo, ma all’ora attuale occorre sapere da che parte stare.
Potremmo fare un parallelismo per noi europei con la Seconda Guerra mondiale.
Come fare per resistere a forme di violenza inedita che arrivano sino
all’impresa genocidaria. Come fanno i popoli a resistere? Sicuramente non è
gridando da qui “Né scià né Mollah” che potremo bloccare il rullo compressore
dell’imperialismo che non punta solo al regime change ma punta alla distruzione
totale della regione e alla sua balcanizzazione.
Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi?
C’è stata una mobilitazione anche al di là delle frontiere iraniane della
popolazione sciita in risposta alla guerra imperialista, si spiega, anche se non
sono uno specialista nella storia delle religioni, a partire dall’aspetto
contestatario dello sciismo. Già all’emergere dello sciismo nella sua storia è
possibile individuare questo aspetto quasi insurrezionale, oltre a una natura
che tende alla giustizia.
Lo sciismo è una religione ma è anche un’ideologia politica. C’è un forte
aspetto politico e per le popolazioni sciite della regione l’Iran può in qualche
modo rappresentare il portabandiera di questa appartenenza che non si limita a
un elemento religioso ma anche politico di contrapposizione a un ordine
imperialista che tra l’altro a tratti si appoggia a una maggioranza sunnita.
L’islam politico e lo sciismo è un elemento perturbatore dell’imperialismo ed è
stato anche messo in luce da un certo numero di pensatori marxisti. Si
differenzia infatti la teocrazia iraniana dal regime saudita o dalle forme di
governo in cui la corrente maggioritaria è afferente al waabismo.
Il waabismo in particolare, è una forza evidentemente legata all’imperialismo,
per alcuni infatti si tratterebbe quasi di una forma di eresia. Per quanto
riguarda l’Iran il fatto che sia una “repubblica” e non una “monarchia” va anche
letto in correlazione al fatto che si fondi su una dimensione sciita che ha da
sempre avuto questa natura contestataria.
Per l’Occidente la religione ha una natura fortemente reazionaria legata allo
sviluppo del capitalismo e alla modernità a partire dal 1492, una modernità che
prende avvio e si struttura a partire da eventi come le crociate che hanno avuto
un forte carattere ideologico religioso. Abbiamo però anche numerosi esempi
nella storia occidentale di fenomeni religiosi dalla natura contestataria. Ad
esempio, i contadini tedeschi di Thomas Muntzer oppure le correnti protestanti
nella dimensione cattolica, a queste correnti si sono legate rivolte.
Questa dimensione religiosa e politica non la vediamo solo in Iran ma anche in
Palestina e in Libano dove ci sono organizzazioni che hanno un riferimento
religioso. Queste organizzazioni beneficiano del sostegno della maggioranza
della popolazione. L’aspetto della religione, in particolare dello sciismo, che
riguarda la lotta alle ingiustizie si rivede in queste organizzazioni. Ad
esempio il jihad islamico palestinese si può inserire in questa analisi.
L’incontro tra militanti di estrema sinistra e di militanti con un referente
religioso, appartenenti a organizzazioni sì religiose ma che pongono come
condizione l’essere esplicitamente anti-imperialiste, è stato un elemento molto
importante.
Tra l’altro un elemento interessante è anche vedere che la maggior parte del
sostegno alla Palestina, pur essendo sunniti, è arrivato dal mondo sciita.
Questo ci fa capire come questa adesione non sia completamente schiacciata sul
piano religioso altrimenti questo non sarebbe stato possibile, esiste un lato
politico della lettura che fanno queste dimensioni della fase.
Inoltre, occorre sottolineare che per gli sciiti se guardiamo a cosa accade per
esempio in Pakistan o altrove, c’è una percezione di essere una minoranza
oppressa che è oppressa da un ordine imperialista in questo senso l’Iran può
rappresentare un rovesciamento di quest’ordine.
Per quanto riguarda noi oltre ad avere un pensiero anti-imperialista è
importante sostenere anche uno sguardo decoloniale. Questo permette di
accogliere anche delle riflessioni non eurocentriche e di dare dignità al ruolo
dell’elemento religioso nelle forme di contestazione nel mondo, di cui la storia
è pregna di esempi. Dall’America Latina, in Colombia sino all’Africa in Kenya.
Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti
occidentali?
In generale penso che ci sia una paralisi del pensiero politico in Occidente.
Questo è un fatto. I pochi pensatori politici che emergono rimangono rinchiusi
in una griglia di lettura che ripropone uno schema specifico, di una sorta di
rigidità ideologica. Questa rigidità ideologica è molto problematica, per noi
militanti decoloniali si tratta di un pensiero eurocentrico. Ed è sorprendente
perché se guardiamo ai primi pensatori del marxismo, Marx stesso, Lenin, Engels,
hanno posto questo tema evitando a ogni costo la rigidità ideologica.
I primi pensatori erano molto più aperti a questa contaminazione di riflessioni
e di pensiero derivante anche da altri Paesi e dalle lotte anticoloniali
rispetto a oggi. Siamo in un certo senso oggi, ed è abbastanza triste dirlo
perché immediatamente ricorda l’immaginario proposto da personaggi come
Huntington, ma siamo di fronte a una guerra di civiltà. Credo però che ci sia un
aspetto “civilizzatore” che si è appropriato di molte correnti di pensiero che
affondavano le radici nel materialismo in Occidente. Gli USA hanno avuto un
ruolo importante in questo.
Questo è un problema nell’ottica di darsi come obiettivo l’alleanza reale con i
paesi del sud globale e con i musulmani in Europa. Occorre dunque opporsi alla
creazione dello stigma da parte del sistema dominante in Europa, che arriva
addirittura a creare delle identità ad hoc che circoscrivono il musulmano. Non
bisogna stare in silenzio su questo fenomeno in quanto militanti di sinistra e
non cadere nella trappola dicotomica di ciò che è religioso e ciò che non lo è.
Oggi, anche a fronte della storia europea, sarebbe assolutamente stupido
arroccarsi su una sorta di “anticlericalismo” o di “ateismo da battaglia”,
perché priverebbe di vedere una leva che parte da un’aspirazione
all’universalismo, una sorta di giustizia e di benessere universale, che la
religione, anche lo stesso cattolicesimo, porta con sé.
Per noi, noi che afferiamo al progetto di Parole d’Honneur e di QG Décoloniale,
il nostro media, ci iscriviamo in un pensiero decoloniale che non vuole mettere
al centro l’”indigeno” in quanto tale ma mettere al centro la questione
dell’islam. Questo è importante perché in Occidente è lì che sta la
contraddizione, non è la principale, ma fa parte della difficoltà di cui sopra.
Come disse Sultan-Galiev che si impegnò in maniera organica nella rivoluzione
bolscevica, era un azero dell’Azerbaijan che fu anche oppositore sia di Lenin
che di Stalin, disse che ci sono molte forme e molte vie per giungere al
socialismo. Nel senso che non si tratta di conformarsi all’ideologia ma di
conformarsi all’aspirazione al socialismo, vi è una dimensione di esplorazione e
ricerca che è fondamentale. E’ un lungo cammino, ma un cammino assolutamente
essenziale.
In questa strada di aspirazione al socialismo non può non esserci uno spazio
fondamentale per la lotta all’imperialismo e alla modernità, in quanto il
concetto di modernità nasce ed è per forza impregnato di un’ideologia
occidentale. Oggi a fronte della guerra all’Iran sarebbe molto grave dirsi
anti-imperialisti e non rispondere all’appuntamento con la storia. Occorre
abbandonare in questo senso una postura morale e paternalista, in definitiva
eurocentrica.
Per rispondere all’appuntamento con la storia bisogna sostenere la disfatta
dell’imperialismo contro l’Iran, perché in caso contrario vedremmo anche la
distruzione del movimento palestinese e i grandi genocidi nella storia sono
stati commessi sempre in favore di grandi guerre imperialiste.
Pubblichiamo la seconda puntata dell’approfondimento sulla nuova politica Usa in
Latino America, a cura della redazione. Qui la prima puntata. Buona lettura!
Seconda parte
CHIUDERE I CONTI, O QUANTOMENO PROVARCI
Oltre alla questione della gestione delle rotte del traffico, l’operazione
contro il Mencho rende visibile anche il secondo elemento alla base di “Shield
of the Americas”: la continuazione e l’approfondimento di quell’elemento del
politico che accompagna ogni fase di rafforzamento di un dominio egemonico in
crisi. Il raid è stato fondamentalmente imposto dagli Stati Uniti al Messico,
guarda caso uno dei paesi non invitati al summit in Florida. La morte del boss
non inciderà sulla fine della violenza in Messico – al contrario, contribuirà
probabilmente ad incrementare la “guerra di frammentazione territoriale” di cui
è vittima il paese, ed il governo messicano ne è cosciente. Eppure, se il
Messico si fosse rifiutato di dare seguito all’imboccata dell’esercito
americano, Trump avrebbe avuto gioco facile a indicare il governo di Claudia
Sheinbaum come pavido, nella migliore delle ipotesi, o apertamente colluso con i
cartelli, nella peggiore. La prima conseguenza sarebbe stata l’imposizione di
ulteriori dazi all’economia messicana, ma abbiamo già detto quanto l’operazione
di gennaio contro Maduro – costruita dopo una lunga campagna mediatica
improntata proprio sull’accusare il governo venezuelano di collusione con il
narcotraffico – abbia dimostrato a tutti i paesi latinoamericani che gli Stati
Uniti sono assolutamente disposti ad impiegare la forza militare contro le
articolazioni statali non allineate ai piani di recupero del controllo egemonico
statunitense.
La prima missione ufficiale di “Shield of the Americas”, lanciata a metà marzo,
aiuta a chiarire ulteriormente questo intreccio tra recupero del controllo sulle
catene del valore, disciplinamento degli attori che governano la circolazione e
messa in crisi delle opzioni politiche progressiste – e, se non apertamente
anti-imperialiste, quantomeno non pienamente allineate agli interessi
statunitensi. Si tratta di una vasta operazione militare avviata in Ecuador, un
paese travolto da livelli di violenza straordinari proprio perché divenuto uno
dei principali punti di transito dei flussi – legali ed extra-legali – che
attraversano il continente, in particolare della cocaina proveniente da Colombia
e Venezuela e diretta verso il mercato americano (e asiatico).
Significativamente, quando il presidente Daniel Noboa – espressione di un
liberismo autoritario apertamente allineato agli interessi statunitensi – aveva
proposto l’apertura a una presenza militare americana strutturale come soluzione
“risolutiva” alla crisi di violenza del paese nel novembre 2025, l’elettorato
ecuadoriano aveva risposto al referendum con un netto rifiuto. Un elemento che
ci ricorda come popoli e le forze politiche latinoamericane siano sì terreno
materiale di una guerra che si combatte sulla loro pelle, ma niente affatto
soggetti passivi e che, al contrario, continuino a opporre resistenza alla
subordinazione diretta delle proprie vite e, soprattutto, della sovranità
politica e militare dei propri paesi agli Stati Uniti e al loro apparato
militare, storicamente percepiti – a ragione – come tra i principali
responsabili delle fratture e delle violenze che attraversano il continente.
Nel più puro stile di Trump, Noboa ha ignorato il responso popolare e ha
comunque lanciato l’operazione, che coinvolge decine di migliaia di soldati e
poliziotti ecuadoriani insieme a forze scelte statunitensi, con intelligence,
supporto tecnologico e copertura aerea americana. Al di là alla militarizzazione
dello spazio pubblico (città, paesi, autobus, autostrade), tuttavia, le
operazioni non sembrano svolgersi nelle zone urbane o rurali in cui si è
concentrata la maggior parte della violenza legata all’attività di bande
extra-legali e cartelli della droga. Gli attacchi ecuadoriano-americani,
soprattutto sotto forma di bombardamenti aerei e di incursioni di terra, si sono
invece registrati nelle regioni boschive al confine con la Colombia, zone di
frontiera dove sono attive le formazioni armate extra-legali colombiane Comandos
de la Frontera e Coordinadora Nacional Ejercito Bolivariano.
Sia i CDF che la CNEB discendono dalle FARC, la più grande organizzazione
guerrigliera del continente, smobilitatasi formalmente nel 2016 dopo l’accordo
di pace con lo Stato colombiano. Queste dissidenze, composte in larga parte da
quadri medi e bassi dell’ex-guerriglia, continuano a combattere contro il
governo, mantengono forme di controllo territoriale su ampie porzioni del paese
e sono coinvolte nella produzione e nel traffico di cocaina. La relazione tra
forze rivoluzionarie e narcotraffico in America Latina è lunga e stratificata,
ma un elemento va segnalato: quasi tutte le organizzazioni guerrigliere hanno
finito per riarticolare a proprio vantaggio i meccanismi di controllo
territoriale e di estrazione della rendita legati al narcotraffico. Questo si è
tradotto, nella pratica, nell’imposizione di una tassazione sulla produzione e
sulla movimentazione della cocaina, inserendosi così nella circolazione del
valore senza rinunciare – almeno formalmente – alla propria legittimazione
politica. Una dinamica che le ha poste spesso in conflitto diretto con i
cartelli, proprio sul terreno del controllo dei flussi e della rendita. Il punto
più interessante, tuttavia, è un altro. Sia i CDF che la CNEB – organizzazioni
che Stati Uniti ed Ecuador classificano come “narcoterroriste”, in continuità
con la definizione già utilizzata per le FARC e, più recentemente, per il
governo venezuelano – sono oggi coinvolte in un complesso processo di
negoziazione politica con il governo colombiano di Gustavo Petro.
Il governo Petro rappresenta una delle principali espressioni istituzionali, nel
continente, di una linea apertamente critica nei confronti dell’ingerenza
statunitense in America Latina: il suo agire politico ha rappresentato al tempo
stesso un punto di frizione concreto con l’imperialismo americano e uno dei
pochi tentativi, pur tra contraddizioni evidenti, di costruire da sinistra un
margine di autonomia politica nella regione. Il progetto progressista colombiano
si trova tuttavia oggi in una fase decisiva, segnata dall’avvicinarsi delle
elezioni e dalla necessità di consolidare risultati politici concreti. In questo
quadro, il governo ha investito in maniera significativa sulla strategia della
“pace totale”, e le trattative con i Comandos de la Frontera e la Coordinadora
rappresentano uno dei principali punti di forza di questo progetto. Il processo
di negoziato prevederebbe lo scioglimento delle due organizzazioni armate, la
consegna delle armi e la rinuncia al narcotraffico in cambio di garanzie di
reinserimento civile dei combattenti e di sviluppo di alternative economiche
nelle regioni di confine tra la Colombia e l’Ecuador: in particolare, la
costruzione di progetti agricoli e infrastrutturali capaci di sostituire la
coltivazione della coca, sottraendo i contadini locali al ricatto materiale che
li lega all’economia illegale. Proprio sulla riuscita di questo negoziato e
sulla capacità di sottrarre territori e popolazioni alla logica della guerra
permanente e aprire spazi materiali per una diversa organizzazione economica e
sociale, alternativa tanto alla militarizzazione quanto all’economia illegale
che ne costituisce uno dei principali presupposti, si gioca nei prossimi mesi la
credibilità e la sopravvivenza politica del governo Petro.
Sebbene le operazioni di combattimento di “Shield of the Americas” fossero
formalmente previste sul territorio ecuadoriano, le forze armate di Noboa,
insieme all’esercito statunitense, hanno però lanciato diversi raid aerei oltre
la frontiera colombiana, colpendo gli accampamenti dei Comandos de la Frontera
in territorio colombiano. Nel corso di queste operazioni sarebbe stato
assassinato, attraverso un’incursione mirata, anche il portavoce della
Coordinadora, figura centrale nel processo di negoziazione in corso con il
governo colombiano. Questo passaggio segna un obiettivo politico piuttosto
chiaro: destabilizzare e, nei fatti, sabotare il processo di “pace totale”
promosso dal governo Petro, proprio a ridosso di una fase elettorale decisiva.
Il risultato, almeno parziale, è già sotto gli occhi: le trattative sono state
sospese dagli stessi gruppi armati, interrompendo un percorso che, pur tra mille
contraddizioni, aveva contribuito a ridurre i livelli di violenza in alcune aree
del paese ed il costo politico per il governo Petro sotto elezioni sarà,
probabilmente, molto alto.
CHI RESISTE E NOI
Speriamo che questi elementi abbiano contribuito a chiarire quelle che riteniamo
saranno le prossime mosse degli Stati Uniti e dei governi reazionari del
continente latinoamericano. Ci troviamo di fronte a una linea d’azione che
ricorre all’uso dispiegato della forza militare per perseguire tre obiettivi
strategici tra loro strettamente intrecciati. Il primo è il riacquisto, almeno
parziale, del controllo sulle catene di produzione del valore: sia attraverso
l’appropriazione diretta delle risorse strategiche (come in Venezuela), sia
mediante un controllo più stretto e militarizzato dei flussi di trasporto e
delle infrastrutture logistiche che ne garantiscono la circolazione. Il secondo
riguarda la selezione e il disciplinamento degli attori extra-legali che operano
dentro questi processi: non la loro eliminazione indiscriminata, ma la loro
ristrutturazione funzionale, anche a costo di intensificare la violenza che si
abbatte sulla popolazione – principalmente le donne e le comunità contadine ed
indigene – già esposta agli effetti devastanti del narcotraffico e delle
economie illegali. Il terzo è lo scaricamento del costo politico di queste
operazioni sugli assetti istituzionali “scomodi”, su quei paesi che non si
allineano pienamente agli interessi statunitensi o che mantengono, pur tra
contraddizioni, posizioni critiche nei confronti dell’imperialismo americano.
Si tratta di una strategia che tende a ridefinire l’intero spazio
latinoamericano come terreno diretto della competizione globale. Non sarà,
fortunatamente, un passaggio automatico né privo di ostacoli: la sua piena
dispiegazione dipenderà anche dalla capacità degli Stati Uniti di chiudere in
maniera favorevole altri fronti aperti, a partire dallo scontro con l’Iran. È
solo in questa condizione – cioè liberando risorse politiche, militari e
strategiche – che Washington potrà concentrare con maggiore intensità la propria
iniziativa nel continente. Speriamo che ragionare in questa prospettiva possa
aiutarci a prepararci allo scenario che i prossimi mesi consegneranno
all’America Latina, a riconoscere che la prossima guerra americana –
frammentata, indiretta, ma non per questo meno reale né meno distruttiva – si
giocherà in larga misura proprio lì, e a individuare i terreni concreti su cui i
movimenti e le/i militanti rivoluzionarie europee potranno costruire un sostegno
reale. In poche parole: se queste sono le direttrici dell’attacco, dove
individuare la resistenza?
C’è un elemento che fa esplodere le contraddizioni interne al campo
imperialista, proprio perché sfugge a qualsiasi possibilità di essere ricondotto
alla retorica della “guerra alla droga”: la volontà dell’amministrazione
reazionaria di Trump di stringere la morsa intorno a Cuba. A differenza di
Messico e Colombia, Cuba non è inserita nei flussi del narcotraffico, e proprio
per questo l’establishment statunitense non riesce ad applicare con efficacia la
stessa narrazione che gli consente di massimizzare la pressione politica contro
altri governi della regione. Qui il livello del conflitto si mostra per ciò che
è: apertamente politico. La rivoluzione cubana viene presa di mira per ciò che
rappresenta storicamente: un’esperienza di rottura che ha resistito per decenni
all’imperialismo americano e che ha sostenuto, politicamente, militarmente ed
economicamente, altre opzioni di resistenza nel continente, dalle formazioni
guerrigliere colombiane alle lotte popolari messicane, fino al processo
bolivariano venezuelano. In questo caso non è possibile mascherare l’assedio
americano dietro categorie discorsive securitarie o emergenziali, in quanto
l’obiettivo esplicito è la distruzione di un’esperienza politica nemica.
Non è un caso che attorno alla difesa di Cuba si stia organizzando, in molti
paesi dell’America Latina, una forma di solidarietà straordinaria. Dal Messico
sono partite decine di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, mentre diverse
petroliere hanno sfidato il blocco imposto dagli Stati Uniti; allo stesso tempo,
si è messo in movimento un convoglio solidale che riprende pratiche già viste in
altri contesti, come quella della Global Sumud Flotilla: l’uso diretto dei corpi
per rompere un assedio e rendere visibile, senza mediazioni, la brutalità
dell’intervento imperialista. Sostenere Cuba, in questo quadro, rappresenta una
delle prime e più efficaci leve per produrre difficoltà concrete agli Stati
Uniti e, auspicabilmente, costringerli a pagare un costo politico crescente.
Anche perché, in un contesto segnato da un progressivo logoramento del consenso
interno all’amministrazione Trump in seguito all’aggressione contro l’Iran, un
intervento militare diretto contro l’isola risulterebbe difficile da
giustificare e da sostenere senza copertura ideologica della “guerra alla droga”
o di una narrativa difensiva credibile, ed esporrebbe apertamente la natura del
conflitto e i limiti stessi della proiezione imperialista statunitense.
In un recente articolo1 Raúl Zibechi ha sottolineato come, in America Latina e
non solo, si viva «un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In
America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e
neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra
coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa
realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza
proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra
continua a invocare». Zibechi mette sul tavolo una questione reale: le forme di
resistenza da cui guardare e a cui portare sostegno non stanno solo nelle
organizzazioni storiche, ma nelle pratiche di resistenza territoriale diffuse
che si sono sviluppate, negli ultimi anni, soprattutto all’interno delle
comunità contadine e indigene.
Noi crediamo che, di fronte all’attuazione in America Latina dello stesso piano
di riacquisto del dominio egemonico che gli Stati Uniti stanno dispiegando in
Medio Oriente – e che, riprendendo Zibechi, possiamo leggere come un piano dai
tratti apertamente genocidari – guardare a queste esperienze di resistenza
locale sia certamente necessario e interessante, ma rischi di non essere
sufficiente rispetto alla scala dello scontro che si sta aprendo. In altre
parole, prendere in considerazione le vittorie e le capacità di tenuta di queste
comunità è importante, ma difficilmente essere possono costituire, da sole, un
argine efficace all’avanzata di un dispositivo politico, economico e militare di
questa portata. Pur da una prospettiva che ha sempre riconosciuto, sottolineato
e combattuto i limiti della politica istituzionale e della forma-stato, e che
non ha mai smesso di criticarne le illusioni, ci sembra necessario tenere
insieme più livelli: guardare anche a quelle esperienze di governo, da un lato,
e di resistenza rivoluzionaria più strutturata, dall’altro, che – pur in forma
spuria, piena di contraddizioni e con tutti i limiti del caso – possono
rappresentare un punto di appoggio, anche parziale, anche temporaneo, dentro una
fase che si annuncia molto dura e un argine anche solo temporaneo e localizzato
all’avanzata dell’imperialismo americano.
Il problema più urgente che dobbiamo porci alle nostre latitudini è, però,
precedente: non abbiamo – ad oggi – la forza di incidere anche solo in minima
parte sugli equilibri di questa partita e sui suoi effetti. È un problema serio.
Se è vero infatti che per la Palestina si è progressivamente sviluppata una
mobilitazione internazionale molto forte che ha contribuito – anche se,
ovviamente, in misura minima rispetto allo sforzo della resistenza palestinese –
a incrinare il campo di possibilità di Israele e a far pagare un costo politico,
e a tratti materiale, all’imposizione del programma genocidario, quella
mobilitazione poggiava su una relazione storica di solidarietà e riconoscimento
con il popolo palestinese. Una relazione che teneva insieme generazioni diverse,
dai/le militanti legati alle forze rivoluzionarie palestinesi degli anni ’70
alle giovani generazioni delle periferie europee, passando per ampi strati di
società genuinamente disposti a mobilitarsi contro l’orrore che quotidianamente
si andava consumando in mondovisione. Per la guerra in Iran, la costruzione di
un terreno simile appare già più difficile – eppure non è impossibile, nella
misura in cui l’intervento americano e israeliano viene da più parti letto come
prosecuzione del medesimo dispositivo di guerra e sterminio già dispiegato in
Palestina, e nella misura in cui le altissime ricadute materiali
dell’aggressione si stanno facendo sentire in Europa sotto forma di
impressionanti aumenti del prezzo del carburante.
Per quanto riguarda l’America Latina, invece, la situazione è più complessa. Le
relazioni storiche di solidarietà con le forze rivoluzionarie del continente e
con Cuba scontano oggi una certa “storicizzazione”, sia nelle traiettorie
individuali e nell’anagrafica delle militanti e dei militanti che le hanno
sostenute, sia nell’immaginario complessivo dei movimenti. Al contrario,
maggiore attenzione hanno suscitato – almeno in alcuni settori – le forme di
resistenza territoriale e di “immaginazione di un nuovo mondo” di cui parlavamo
prima. Tuttavia, queste esperienze tendono a configurarsi come un orizzonte
piuttosto confuso e velleitario di aspettativa e immaginario che come un
riferimento politico nei cui confronti possano essere immediatamente praticabili
il riconoscimento e la solidarietà: pur essendo costruite su metodi da cui
abbiamo molto da imparare, non sono né immediatamente riproducibili né
sufficientemente comprensibili alle nostre latitudini. Né sembrano in grado, da
sole e nella loro diversità e molteplicità, di costituire un punto di
aggregazione sufficientemente forte da poter consentire un’identificazione
diffusa e un sostegno strutturato.
Nominare, anche solo in parte, questi limiti è necessario per iniziare a
lavorarci. A noi spetta il compito, per quanto limitato, di provare a uscire da
questa impasse: ricostruire i legami, chiarire i riferimenti, individuare i
punti di intervento possibili. Perché è proprio su questi terreni che si
giocherà concretamente la possibilità di rallentare, inceppare o almeno rendere
più costosa l’avanzata dell’offensiva imperialista in America Latina. Con
l’umiltà di non poter determinare gli esiti della partita, ma con la
consapevolezza che essa si giocherà e, quindi, per non rassegnarci ad essere tra
gli spettatori inermi della guerra che viene e che si consumerà principalmente
sulla pelle dei popoli latinoamericani.
1. https://comune-info.net/la-tormenta-e-le-nostre-alternative/ ↩︎
Pubblichiamo, in due puntate, questo speciale a cura della redazione sul
progetto imperialista Usa, targato Trump, diretto verso l’America Latina. Nella
prima parte, si approfondirà il progetto “Shield of America” e il nuovo corso
interventista portato avanti dagli Stati Uniti. Nella seconda parte ci si
concentrerà sulla portata politica della nuova fare apertasi con il rapimento di
Maduro e l’assedio di Cuba, analizzando le implicazioni e i compiti che
potenzialmente ci si pongono di fronte. Buona lettura!
Prima parte
Il 7 marzo 2026, in Florida, il presidente americano Donald Trump ha organizzato
un summit con numerosi capi di Stato latinoamericani. Presenti l’argentino
Javier Milei, il boliviano Rodrigo Paz Pereira, Rodrigo Chaves per il Costa
Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per
la Guyana, l’hondureño Nasry Asfura, il panameño José Raúl Mulino, Santiago Peña
per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla
Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Ha inoltre partecipato, seppure senza
status formale perché non ancora insediato, anche il presidente eletto del Cile
José Antonio Kast, accompagnato dal suo futuro ministro della Difesa. Per
l’amministrazione americana, presenti il segretario di Stato Marco Rubio, il
segretario alla Difesa (o per meglio dire alla Guerra) Pete Hegseth, il
segretario al Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick,
il rappresentante per il commercio Jamieson Greer e la segretaria alla Homeland
Security Kristi Noem – la cosiddetta “regina delle deportazioni” che,
significativamente, ha assunto il ruolo di delegata ufficiale statunitense per
seguire l’iniziativa.
Basterebbe l’orientamento politico ed il ruolo istituzionale dei presenti a
rendere esplicito lo scopo di una simile riunione: l’adunata completa dei leader
latinoamericani di destra o di estrema destra – significativamente assenti,
infatti, Messico, Venezuela, Colombia, Brasile – seduta allo stesso tavolo con i
responsabili economici e militari dell’amministrazione Trump. Più chiaro di così
non si può, direbbe qualcuno. Ed invece sì. L’iniziativa si è conclusa infatti
con il lancio della coalizione militare “Shield of the Americas”, “Scudo delle
Americhe”: una nuova architettura di cooperazione militare e di sicurezza
regionale che Washington presenta come una coalizione multinazionale contro
cartelli della droga e influenza geopolitica di potenze extra-emisferiche, in
particolare Cina e Russia.
L’iniziativa, definita anche “Americas Counter-Cartel Coalition”, prevede il
coordinamento tra apparati militari e di sicurezza, la condivisione di
intelligence e l’organizzazione di operazioni militari congiunte. Nella dottrina
strategica che accompagna il progetto la sicurezza del continente viene
ridefinita attorno a tre priorità principali: la distruzione delle reti dei
cartelli transnazionali, il contenimento dell’influenza economica e
infrastrutturale cinese nella regione e il controllo dei flussi migratori verso
gli Stati Uniti. Il punto principale, secondo le dichiarazioni finali della
conferenza, è «un più stretto allineamento tra i governi partecipanti e gli
Stati Uniti».
“Shield of the Americas” è un’operazione passata largamente sotto silenzio nella
stampa mainstream – e, in larga misura, anche nei circuiti dei movimenti
rivoluzionari e anti-imperialisti – perché ha coinciso con i primi giorni della
violentissima aggressione americana e israeliana contro l’Iran. Eppure, essa è
l’esplicitazione dell’intenzione statunitense di tornare a esercitare un
controllo egemonico sull’amministrazione politica ed economica delle risorse,
dei flussi logistici e dei mercati che strutturano l’intero continente
latinoamericano, e rappresenta con ogni probabilità la forma concreta che questo
progetto assumerà nei prossimi mesi. In alcune analisi1 abbiamo già descritto
come a dominare gli sviluppi contemporanei della politica e dell’economia
mondiali sia la crisi dell’egemonia globale statunitense. La principale risposta
in termini di “politica estera” degli Stati Uniti a questa crisi – che abbiamo
riassunto qui 2 consiste nella ricostruzione e nel dispiegamento di una potenza
di fuoco adatta a garantire il controllo, quantomeno parziale, delle basi
materiali della produzione e degli snodi logistici delle catene del valore.
I round di apertura della strategia statunitense in America Latina risalgano a
gennaio, con l’operazione militare contro il Venezuela che ha permesso a
Washington di segnare due punti a proprio favore. Il primo: il controllo diretto
sul petrolio venezuelano. Uno degli elementi centrali del tentativo americano di
uscire dalla crisi consiste infatti nell’accaparramento diretto delle risorse
alla base delle catene di produzione, e le più significative del continente
latinoamericano sono rappresentate dalle riserve di petrolio greggio nel
sottosuolo del Venezuela. Il recupero del controllo su queste risorse ha
permesso agli Stati Uniti di superare gli storici problemi di approvvigionamento
successivi alla guerra in Ucraina e di corazzarsi contro la crisi globale del
petrolio che Trump sapeva di scatenare bombardando Teheran. Nota bene: proprio
mentre scriviamo queste righe, la buona vecchia “politica delle cannoniere”
sperimentata nel raid contro Maduro del 3 gennaio sta permettendo alle compagnie
Chevron e Shell di chiudere un accordo definito “storico” con il governo
venezuelano. Riduzione delle sanzioni sull’esportazione di petrolio, nonché
l’apertura dei lavori estrattivi in due nuovi giacimenti. I profitti promettono
già di per sé di essere enormi, ma aumenteranno a dismisura a causa del blocco
dello stretto di Hormuz e del crollo della produzione di petrolio proveniente
dal Golfo, i cui depositi sono sotto pressione iraniana.
Il secondo punto segnato a vantaggio di Washington con l’operazione del 3
gennaio risiede nella dimostrazione della propria potenza militare nei confronti
di un governo erede di un processo rivoluzionario popolare esplicitamente
anti-americano, radicato in una tradizione politica marxista e profondamente
anti-imperialista. Potenza che ha reso possibile un parziale recupero politico
di questo governo non mediante una sostituzione lineare del gruppo dirigente, ma
attraverso una ristrutturazione forzata dei rapporti di forza interni, prodotta
dall’impatto combinato dell’intervento militare e della pressione strategica
(diciamo “parziale recupero politico” perché crediamo che ridurre quanto
accaduto in Venezuela a una semplice operazione di “cambio di regime”, nella
quale Maduro viene sostituito in maniera pressoché indolore da una
vicepresidentessa in tutto e per tutto fantoccio di Washington, rappresenti
un’analisi alquanto superficiale delle dinamiche politiche interne al paese e di
ciò che resta del processo rivoluzionario bolivariano).
Ma l’importanza del raid del 3 gennaio riguarda anche il messaggio rivolto
simultaneamente al resto dell’America Latina e al “fronte interno” statunitense.
Da un lato, l’operazione contro Maduro rappresenta un precedente che dimostra
fino a che punto gli Stati Uniti siano disposti a spingersi per ristabilire il
proprio dominio e al tempo stesso, ridefinisce i margini di manovra degli altri
attori regionali; dall’altro, rappresenta la dimostrazione del possibile
successo di una linea di condotta aggressiva che era stata prudentemente evitata
dalle scorse amministrazioni americane, restie a scommettere su interventi
muscolari diretti per paura di venire trascinati nei pantani di una guerra lunga
e costosa.
Se l’attacco contro il Venezuela puntava quindi alle risorse petrolifere e a
sdoganare l’opzione militare come possibile forma di intervento americano nella
regione, i round successivi della strategia statunitense introdotti da “Shield
of the Americas”, con ogni probabilità, riguarderanno alcuni altri elementi
centrali nel tentativo di recupero del potere egemonico statunitense in America
Latina. Il primo riguarda il rafforzamento del controllo politico e militare
sugli snodi centrali della logistica del valore che strutturano il quadrante
latinoamericano dell’economia globale. Il secondo è la necessità di portare a
casa una vittoria “definitiva” contro ciò che in America Latina conserva ancora
un peso storico che in gran parte del resto del mondo è stato neutralizzato o
marginalizzato: le opzioni politiche di carattere popolare, rivoluzionario e
marxista, radicate in tradizioni di lotta che attraversano l’intero continente.
LA WAR ON DRUGS COME GESTIONE MILITARIZZATA DELLE CATENE DEL VALORE EXTRA-LEGALI
L’espansione e la diversificazione dei flussi di merci costituiscono una delle
architetture fondamentali dell’economia capitalistica globale e della
riproduzione del valore. In questo contesto, il controllo degli snodi attraverso
cui questi flussi transitano diventa essenziale per garantire la continuità
dell’accumulazione: il controllo politico e militare sui punti di strozzatura
della circolazione globale permette, infatti, la possibilità stessa di
organizzare produzione ed estrazione su scala macro-regionale e planetaria. Fino
ad oggi, in America Latina, questo controllo si è dato nella forma di una
architettura gerarchica di dispositivi politici, commerciali e logistici che
hanno garantito a Washington il mantenimento, seppur a tratti risicato, di
un’influenza duratura nel continente. Al livello più alto di questa architettura
si collocano gli strumenti politico-istituzionali del sistema interamericano:
l’Organizzazione degli Stati Americani e la rete di accordi di libero scambio
con paesi come Cile, Colombia e Perù, che hanno integrato porzioni decisive
dell’economia latinoamericana nelle catene commerciali e finanziarie dominate
dal capitale nordamericano. Questo modello è stato parzialmente messo in crisi
dai primi governi progressisti latinoamericani, che hanno promosso diversi
tentativi di integrazione regionale – Mercosur, UNASUR, CELAC – provando ad
aprirsi uno spazio relativamente autonomo nei campi del commercio e delle
infrastrutture. Ma questi progetti, sostenuti dal boom delle materie prime che
precedette la crisi del 2007-2008, sono stati progressivamente trascinati a
fondo dalle contraddizioni delle economie estrattive e duramente ridimensionati
con il rallentamento economico del decennio successivo.
Negli ultimi anni, la crescente presenza del capitale cinese nella regione si è
intensificata soprattutto nel campo dei grandi progetti infrastrutturali. È su
questo terreno che l’America Latina è tornata a configurarsi come uno dei
principali spazi di confronto tra Cina e Stati Uniti. Tuttavia, leggere
l’attuale fase politica latinoamericana unicamente alla luce del “grande gioco
multipolare” tra Cina e Stati Uniti non permette di comprendere a fondo i
meccanismi che si stanno dispiegando in un continente dove l’influenza cinese,
tutto sommato, è ancora relativamente debole – e rischia di riprodurre il
solito, scontato mantra geopolitico che ci impedisce di cogliere a fondo i
processi ed i piani reali dell’imperialismo americano. La partita con gli
interessi economici cinesi, infatti, nei prossimi anni si giocherà con ogni
probabilità all’interno delle istituzioni nazionali latinoamericane e negli
apparati statali chiamati a decidere su infrastrutture, concessioni e
investimenti strategici. Gli Stati Uniti stanno intervenendo sul piano politico,
economico e diplomatico per orientare questi processi e garantire l’affermazione
di candidati e governi strettamente allineati a Washington, in grado di
contenere l’avanzata del capitale cinese e di mantenere l’inserimento della
regione dentro l’orbita statunitense. In questo senso vanno il rafforzamento
delle relazioni con determinate élite politiche e la costruzione di blocchi
politici “affidabili”, e guarda caso i governi invitati al vertice in Florida
coincidono con quelli più disponibili a questo riallineamento: segno che la
competizione tra Stati Uniti e Cina passa – ad ora – principalmente attraverso
la selezione di classi dirigenti locali funzionali a uno specifico ordine
geopolitico ed economico.
“Shield of the Americas”, al contrario, è una coalizione di carattere militare,
ed il suo primo obiettivo dichiarato riguarda i cosiddetti cartelli della droga.
Con una lettura piuttosto superficiale della realtà, siamo abituati a
considerare i cartelli come bande di gangster armati che accumulano miliardi
producendo cocaina nelle profondità della selva, invece di vederli per quello
che sono: articolazioni armate del capitale (ma d’altronde, quale articolazione
del capitale non è armata) di carattere extra-statale. Il potere politico,
economico e militare dei cartelli è cresciuto a dismisura proprio perché
detengono la capacità di governare segmenti cruciali dell’accumulazione – in
primo luogo la produzione e il traffico di stupefacenti, ma non solo – collocati
nella sfera dell’extra-legalità e quindi formalmente fuori dalla portata
regolatrice delle istituzioni economiche e giuridiche statali. Negli ultimi
decenni, i cartelli si sono trovati nella redditizia situazione di poter
rappresentare soggetti protagonisti all’interno della ristrutturazione dei
flussi produttivi seguita alla globalizzazione, intervenendo nella sfera della
circolazione come dispositivi di cattura del valore e trasformando il controllo
territoriale in una forma di appropriazione di rendita. Il loro ruolo si colloca
sempre di più nei punti di strozzatura delle infrastrutture logistiche
latinoamericane, ma principalmente lungo i punti nevralgici (frontiere, porti e
corridoi terrestri e marittimi) dell’asse America Latina-Stati Uniti – Messico,
Honduras, Colombia, Ecuador ed El Salvador – dove esercitano un potere materiale
decisivo attraverso l’organizzazione del passaggio e la selezione delle merci e
delle persone che attraversano le frontiere.
Il problema che rappresentano per gli Stati Uniti non ha certamente a che fare
con questioni “etiche” legate all’ultraviolenza dell’agire politico e militare
dei cartelli nei confronti delle classi popolari, delle donne, dei popoli
indigeni. Anzi: in quanto strumenti di governo materiale di alcune filiere
economiche, i cartelli impongono disciplina produttiva, garantiscono la
continuità dei flussi e il controllo territoriale necessario al loro
funzionamento consentendo al capitale “legale” di esternalizzare la violenza
indispensabile a questi processi e scaricarne così i costi politici fuori dal
perimetro diretto degli Stati. Per anni, inoltre, cartelli hanno lavorato
insieme ai dispositivi statali contro i movimenti rivoluzionari latinoamericani,
arrivando ad essere usati come vere e proprie truppe di assalto anti-insorgenti.
Basta ricordare i cartelli colombiani trasformatisi in paramilitari e
responsabili di un vero e proprio genocidio politico nei confronti
dell’opposizione rivoluzionaria e progressista del paese.
La “guerra contro i cartelli” approfondita dagli Stati Uniti con “Shield of the
Americas” ha altrettanto poco a che vedere con gli effetti devastanti degli
oppiacei sul proletariato statunitense, se si considera che la domanda è stata
indotta ad arte tra le fasce proletarie americane dalle grandi compagnie
farmaceutiche statunitensi, prima tra tutte la Purdue Pharma. L’introduzione di
massa sul mercato libero dell’ossicodone, nel 1996, è ormai riconosciuta come la
causa principale dell’attuale epidemia di oppiacei – insieme alla natura stessa
della sanità americana, strutturata intorno alle assicurazioni mediche private,
che spesso si negano a pagare operazioni e controlli sanitari importanti e si
limitano a coprire i costi degli anti-dolorifici. Se gli Stati Uniti volessero
completamente interrompere il flusso di fentanyl e oppioidi gestito dai cartelli
centro- e latinoamericani, si troverebbero quindi probabilmente a fare i conti
con una enorme richiesta di programmi pubblici di disintossicazione e di
revisione delle politiche delle assicurazioni sanitarie.
Il punto di rottura all’interno dell’equazione è quindi altro. Esso si produce
se e quando i cartelli eccedono la funzione assegnata, abusando del grado di
parziale autonomia che hanno raggiunto nel controllo dei flussi. Quando cioé
alcuni cartelli non si limitano più ad operare dentro le catene del valore, ma
provano a governarle in proprio, a esercitare una sovranità diretta sulla
circolazione, a trattenere o produrre quote crescenti di rendita fuori dal
controllo del comando imperiale. Qualsiasi operazione contro “il narcotraffico”
in America Latina va quindi intesa nel senso di un recupero militarizzato da
parte degli Stati Uniti e dei governi latinoamericani apertamente allineati con
gli USA del controllo e del comando sui corridoi logistici e di “richiamo
all’ordine” delle strutture criminali incaricate del loro governo materiale
delle economie extra-legali.
Un esempio: il 24 febbraio, in una gigantesca operazione militare con
caratteristiche di guerra dispiegata, come l’utilizzo di elicotteri e droni da
combattimento, viene ucciso dalle forze armate messicane “El Mencho”, il leader
di uno dei cartelli più potenti e sanguinari del Messico, il Cartel Jalisco
Nueva Generación – scatenando la reazione violentissima della struttura
paramilitare del CJNG, che ha risposto con giorni di attentati e blocchi
stradali. Non è un caso che le informazioni necessarie alla localizzazione ed
eliminazione del Mencho siano venuta proprio dagli Stati Uniti – e non dalle
agenzie di intelligence federali storicamente deputate alla lotta al
narcotraffico, come la DEA, bensì da un’unità specializzata delle forze armate
statunitensi creata apposta per l’occasione.
Il CJNG si era espanso fino a diventare la struttura criminale più grande del
Messico approfittando dell’offensiva poliziesca e militare contro il suo rivale,
il potente Cartel de Sinaloa guidato da El Chapo. Il CJNG rappresenta
un’anomalia rispetto alla tradizione dei cartelli, in quanto organizzato come
una sorta di “federazione sotto marchio”, con articolazioni territoriali
fortemente autonome che pagano una quota sui profitti e acquistano droga e
servizi logistici dal centro. Queste strutture autonome hanno ampia influenza al
confine tra USA-Messico, dove controllano il passaggio di migranti, cocaina e
fentanyl: significativamente, si sono specializzate nell’aggirare i blocchi
della guardia di frontiera e dell’esercito statunitense.
La morte del Mencho, ovviamente, non significa la fine del CJNG. Ma un nuovo
equilibrio interno o uno scontro tra le varie articolazioni del gruppo
permetteranno ad altre reti criminali di prendere temporaneamente parte del
controllo sul confine. E gli altri cartelli messicani, come racconta soddisfatto
il media latinoamericano di destra Infobae3 si trovano adesso in uno stato di
“paranoia e nervosismo”, ben più coscienti dei rischi che si possono correre a
forzare troppo la mano nel traffico con gli USA. In questo senso, l’operazione
contro il Mencho ha permesso agli Stati Uniti di riguadagnare parte del
controllo sulla logistica della droga e di riaprire una trattativa implicita o
esplicita sulla gestione della frontiera e del flusso di fentanyl.
1. https://infoaut.org/approfondimenti/un-pugno-di-odio-grondante-intervista-a-phil-a-neel,
https://infoaut.org/culture/la-lunga-frattura-dalla-crisi-globale-al-blocchiamo-tutto
↩︎
2. https://infoaut.org/approfondimenti/i-tatuaggi-di-pete-hegseth-lamerica-latina-e-la-guerra-che-viene,
https://infoaut.org/editoriali/guerra-alliran-da-un-certo-punto-in-la-non-ce-piu-ritorno
↩︎
3. https://www.infobae.com/mexico/2026/03/18/tras-muerte-de-el-mencho-carteles-mexicanos-intensifican-amenazas-y-hackeos-contra-militares-de-eeuu/
↩︎