L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi
di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la
vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui
viviamo.
Dimostra ancora una volta che in seno alle forze dell’ordine non si trovino mele
marce, ma è l’albero ad esserlo. Come è successo a Rogoredo con l’omicidio di
Zak Mansouri o a Corvetto con l’inseguimento e la morte di Ramy, come è successo
a Genova 25 anni fa. Il limite alla violenza che la polizia può esercitare non è
vincolante ma totalmente arbitrario e la regola, in un sistema di potere
Stato-Capitale, è questa: ci sono manifestazioni più visibili ed efferate della
naturale funzione della forza pubblica e questi omicidi alla luce del sole lo
sono.
Diffondiamo la parola di chi ha immediatamente avuto la forza e la capacità di
reagire come i familiari di Fakir e la comunità del quartiere Pilastro che, ieri
sera, è scesa in strada in migliaia e gli appuntamenti di mobilitazione di
quest’oggi a partire dallo sciopero della logistica chiamato dai Si Cobas.
da Acta Media il video dell’omicidio di Fakir – segue richiesta di inviare
testimonianze alla pagina
Acta media ha raccontato la determinazione e la lucidità della piazza di ieri
sera e dei familiari dell’uomo.
A Bologna è stato chiamato un doppio appuntamento per oggi: alle 19 in Piazza
del Nettuno e alle 22 all’interporto per lo sciopero della logistica.
Video e intervento del Comitato di quartiere Pilastro
In molte città italiane si stanno organizzando iniziative di solidarietà e di
mobilitazione per chiedere verità e giustizia per Fakir, in particolare il
sindacato Si Cobas ha chiamato uno sciopero della logistica.
Di seguito alcuni testi e materiali usciti in queste ore e l’indizione dello
sciopero.
POLIZIA UCCIDE GIOVANE PROLETARIO SCIOPERO PROVINCIALE DEI LAVORATORI A BOLOGNA
da Si Cobas
Il video dimostra l’efferatezza della polizia italiana contro un giovane
lavoratore.
Come a Genova 25 anni fa nelle manifestazioni di protesta contro il G8 del 2001
e come succede continuamente dagli Stati Uniti alla Francia, le forze
dell’ordine ammazzano i proletari: ieri a Bologna la polizia ucciso Fakir
Abderrahim operaio della logistica.
Come organizzazione del movimento operaio e sindacato di classe, il SI Cobas ha
subito proclamato lo stato di agitazione per la provincia di Bologna.
In particolare, stasera 20 dalle alle ore 22 si prepara uno sciopero per fermare
tutte le aziende dell’interporto logistico di Bologna.
Perciò si chiede a tutti i compagni anche degli altri luoghi di lavoro e di
fuori città di partecipare alle azioni operaie cosicché piu dura risulti la
denuncia contro l’uccisione di questo nostro compagno per rafforzare
l’opposizione contro economia di guerra e guerre a partire dalla lotta contro il
razzismo di stato per la dignità della persona umana e per la difesa della vita
contro sfruttamento e oppressione.
Siamo a fianco dei famigliari, degli amici e compagni di Fakir Una classe, un
fronte, una lotta Il nemico è in casa nostra Sciopero oggi, sciopero domani
CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI
SI Cobas
Qui sotto pubblichiamo il testo della proclamazione di sciopero del SI Cobas
nazionale e di Bologna:
“Proclamazione sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato
dell’Emilia-Romagna
Il Sindacato Intercategoriale Cobas proclama, per il giorno 20 luglio 2026, uno
sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato della regione Emilia
Romagna.
PER L’UCCISIONE DI UN LAVORATORE DA PARTE DELLA POLIZIA DI STATO
Lo sciopero sarà articolato dalle ore 22 del 20 Luglio 2026 alle ore 22 del
giorno 21 luglio del 2026.
Verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Lottiamo per il mondo che vogliamo
da Network Antagonista torinese
È stato ucciso dalla polizia a Bologna Abderrahim Fakir, 43 anni, immobilizzato
sul pavimento da due poliziotti. Muore soffocato a terra con mani e piedi
legati, sotto gli occhi degli operatori sanitari, dopo che gli agenti avevano
infierito con lo spray al peperoncino. Alcuni media arrivano a parlare di “un
malore” durante l’intervento delle forze dell’ordine, chiamate da un residente
per via delle richieste di aiuto dell’uomo.
È stata immediata la reazione della comunità del rione Pilastro, quartiere
periferico di Bologna che negli scorsi mesi ha visto significative mobilitazioni
per la difesa di un parco pubblico, luogo di aggregazione del quartiere e unica
area verde. In questo caso, un uomo è morto per mano della polizia: simbolo
concreto dell’estrema violenza che dall’alto viene scaricata verso il basso a
confermare che la vita delle persone non ha alcun valore per chi assume
determinate funzioni nella società, atte a garantire la riproduzione di un
sistema di sfruttamento e ingiustizie. Nel giro di poche ore, ieri sera il
passaparola ha portato migliaia di abitanti per le strade del quartiere per
chiedere verità e giustizia per Abderrahim e la sua famiglia.
Spendiamo due parole sulla condotta delle forze dell’ordine in questo Paese che,
negli ultimi tempi, hanno goduto di un occhio di riguardo nei loro confronti che
ha loro concesso spazi di agibilità e legittimità sempre maggiori. Ricordiamo la
morte di Moussa Balde nel CPR nella nostra città e la morte di Ramy El Gaml
durante un inseguimento a Milano. Ma anche i più recenti avvenimenti accaduti a
Torino in occasione del derby quando, a causa di un lancio di lacrimogeno ad
altezza uomo, Marco Basoccu ha rischiato la vita.
Al bisogno di sicurezza nei quartieri delle metropoli italiane, da destra a
sinistra, si risponde con una politica securitaria, sostanziando un certo grado
di militarizzazione delle strade e di controllo. Con le dovute scale e senza
forzare paragoni, il pensiero va a Minneapolis o alle periferie della vicina
Francia, dove questa è la quotidianità per molte fasce di popolazione. Occorre
innanzitutto guardare al processo di normalizzazione della violenza dall’alto
che, anche alle nostre latitudini, viene organizzato. Ciò avviene a tratti in
maniera millimetrica attraverso leggi e riforme e, a tratti, con il supporto di
personaggi beceri, meschini e razzisti che si mettono a disposizione del potere
per alimentare la “guerra fra poveri” o per l’ennesima passarella elettorale,
grazie anche alla forte mediatizzazione della strumentalizzazione di bisogni
reali. L’uso della forza e della dimensione virtuale si mischiano in una nuova
frontiera della violenza istituzionale nei confronti delle dimensioni
proletarie. Non si tratta soltanto di un’arma di distrazione di massa ma anche
della necessità di intruppamento della società quando soffiano i venti di
guerra.
Al bisogno di giustizia, gridato a gran voce dai familiari di Abderrahim Fakir
questa sera riuniti in presidio, occorre immaginare come costruire possibilità
di risposta collettive e autonome dai percorsi offerti e imposti. Partire dal
bisogno di far contare le proprie vite, dall’esigenza di autodifesa a fronte dei
costi dai quali il sistema si sgrava per imporre desolazione e frammentazione
sociale può essere un passaggio su cui ragionare. Che per gli interessi di altri
si possa decidere della vita o della morte delle persone è qualcosa a cui non
abituarsi mai. La solidarietà concreta con la Palestina e la lotta che si è
espressa sono una bussola anche di fronte a questo.
Vicinanza e solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir e alla città di
Bologna che alza la voce contro questa violenza crudele e raccapricciante. Con
nel cuore chi questo sistema malato vuole sacrificare per il proprio interesse,
lottiamo per il mondo che vogliamo.
A Torino il sindacato Si Cobas ha chiamato due appuntamenti che diffondiamo:
ore 18 presidio a Porta Palazzo e ore 19 fiaccolata per Barriera di Milano
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val
di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per
imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005.
da Notav.info
Il 27 giugno 2011, non fu soltanto l’apertura del cantiere della Maddalena: fu
il tentativo di spezzare un movimento che da anni dimostrava come fosse
possibile organizzarsi dal basso, difendere il territorio e mettere in
discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla
devastazione ambientale.
Ricordare le giornate della Libera Repubblica della Maddalena non significa
lasciarsi andare alla nostalgia. Significa riconoscere che quelle giornate hanno
lasciato un’eredità viva, nella quale si è sperimentata la forza di un popolo in
lotta per la propria autodeterminazione, capace di creare relazioni e legami
duraturi che ancora oggi resistono e permettono di continuare a combattere. La
lotta del Movimento No Tav è più viva che mai e continua a essere una battaglia
non solo per chi vive in questa valle, ma anche per la giustizia ambientale,
sociale e climatica. Una battaglia che parla alla Val di Susa e a tutte le
comunità che, in Italia e nel mondo, si oppongono alla logica delle grandi opere
imposte.
In Val di Susa continua l’aggressione sistematica al territorio. TELT e i suoi
sporchi affari inquinano Chiomonte, Giaglione, San Didero e Salbertrand, ma
anche i siti dei futuri depositi di smarino di Susa, Caprie, Caselette e
Torrazza Piemonte. I cantieri si moltiplicano, estendendosi come un cancro sul
nostro territorio e non lasciando spazio ad altro che a un deserto di catrame e
cemento, laddove prima prosperavano boschi, prati, natura e vita.
Eppure, come il 3 Luglio 2011, la risposta di chi vede quest’opera senza il velo
opaco e dorato della propaganda non è venuta meno e, anche con la marcia dello
scorso anno, lo abbiamo dimostrato.
Oggi come allora, da una parte c’è chi vorrebbe trasformare la Valle in un
enorme cantiere unico, una grande metastasi frammentata, resa più digeribile e
meno contestabile, che avanza spezzetata con l’obiettivo di normalizzare,
insieme alle misure respressive e i Decreti Sicurezza, la devastazione che
produce: una zona militarizzata e sacrificabile, da svendere agli interessi
delle lobby politico-imprenditoriali.
Dall’altra c’è chi è pronto a impedire che questo avvenga, chi sogna per la
Valle un altro modello di sviluppo, nel quale le specificità del territorio
vengano rispettate e dove vivere e lavorare non significhi avvelenare la terra e
ammalarsi.
Oggi, oltre alla Piana di Susa, dove lo scorso anno abbiamo visto l’avvio di un
nuovo cantiere nell’area dell’ex pista di Guida Sicura a Traduerivi, territorio
già martoriato la cui ferita rischia di estendersi fino a Bussoleno, un’altra
porzione della valle è sotto attacco. Con la Tratta Nazionale
Avigliana-Orbassano stiamo assistendo a un nuovo tentativo di assedio,
prontamente contrastato e, per ora, respinto da comunità e amministrazioni.
E, nonostante il Governo francese abbia rinviato al 2045 la realizzazione della
loro tratta nazionale, sottolineando come quest’opera non sia oggi più attuale
né prioritaria, in Italia il Governo Meloni e il Commissario straordinario
Calogero Mauceri hanno ribadito la volontà di procedere con la realizzazione
della nostra tratta nazionale, sostenendo che l’Italia non possa attendere i
tempi della Francia e indicando il 2033 come obiettivo, peraltro irrealizzabile,
per la conclusione dell’opera.
Questo dimostra come la Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata o
a un passo dalla conclusione, nonostante la propaganda continui a raccontarla
come tale, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi.
Ma la fretta del Governo si spiega anche con il progressivo disvelamento della
Torino-Lione, non come alternativa ecologica, come falsamente è stata presentata
negli anni, ma come parte integrante del sistema logistico e di guerra che
incentiva il trasporto militare lungo il Corridoio Mediterraneo, collegando
l’Europa occidentale a quella orientale. Non è un caso che il Commissario TEN-T
(Reti transeuropee dei trasporti) abbia richiamato la necessità di individuare
finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche, arrivando a evocare il ricorso
al debito e il coinvolgimento di finanziatori privati. Non ci stupirebbe,
quindi, vedere presto il logo di Leonardo accanto a quello di TELT.
È ormai evidente che il nostro Paese, guidato da Fratelli d’Italia, intende
investire nella guerra e nel riarmo, dimostrando ben poco interesse per la
tutela dell’ambiente. Così, mentre distrugge suolo agricolo e paesaggio in Val
di Susa, cerca di conquistare visibilità attraverso un protagonismo bellico che
nulla ha a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio.
Uno sviluppo che, in Valle e ovunque, ci rifiutiamo di vedere fondato
sull’economia di guerra e sugli interessi militari, sull’impoverimento prodotto
dalla sottrazione di risorse quali terreni agricoli, acqua e boschi, sulla
contaminazione del territorio con inquinanti persistenti come i PFAS, come
avverrebbe con lo smarino del TAV o con i fumi tossici dell’Acciaieria Beltrame.
Allo stesso modo, non possiamo accettare che il futuro del territorio passi
attraverso la speculazione energetica, dalle grandi stazioni elettriche di
Avigliana e Borgone o agli impianti fotovoltaici calati dall’alto, funzionali
solo agli interessi delle grandi aziende anziché ai bisogni delle comunità.
In occasione dei 10 anni del Festival Alta Felicità e dei 15 anni dalla Libera
Repubblica della Maddalena, sabato 25 luglio torneremo a marciare e,
quest’anno, saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da
Venaus, con carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della
devastazione, simboli di tutto ciò contro cui combattiamo.
Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo
sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra
popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura.
La Val di Susa è nostra e la riprenderemo. A 15 anni dalla Libera Repubblica
della Maddalena, SAREMO OVUNQUE!
Ora e sempre No Tav! Palestina libera!
Durante il weekend di iniziative a difesa dell’Appennino è stata prodotta una
carta a partire dal confronto tra i vari comitati presenti. La trovate di
seguito con l’invito a diffonderla e stamparla!
La carta e altri materiali saranno presenti al banchetto di Confluenza e dei
comitati a difesa del verde al Festival Alta Felicità a Venaus dal 24 al 26
luglio!
Per metterti in contatto con noi scrivi a: confluenza.info@gmail.com
Il fabbisogno di energia dipende dal tipo di società che si vuole e, per
immaginarlo, dovremmo partire dalle nostre necessità e aspirazioni come popolo.
Sempre di più, dove saranno presenti campi fotovoltaici o parchi eolici o nuove
centrali nucleari saranno presenti anche data center che, in barba a tutti i
vincoli e normative, verranno costruiti perché strategici per il sovranismo
digitale oltre che energetico.
La transizione deve avere le seguenti caratteristiche:
* POPOLARE, ovvero interamente gestita dalla cittadinanza e dagli abitanti di
un territorio. Il popolo è sovrano: allora occorre partire dalle esigenze di
chi ha attività che producono effettivamente benefici al territorio come
aziende agricole, produttori locali, chi vi abita e ha presente il valore di
queste aree;
* INFORMAZIONE TECNICA TRASPARENTE, deve essere accessibile e condivisa, oltre
a dover tenere in considerazione che il popolo possiede un sapere molto
prezioso: tecnico, scientifico e politico. Questo patrimonio deve essere
considerato molto più credibile del sapere tecnico al soldo di ENI o di altre
multinazionali dell’energia;
* l’energia deve essere AUTOPRODOTTA e AUTOCONSUMATA dagli abitanti dei luoghi
dove sorgono gli impianti energetici. L’energia deve essere in mano alle
persone che la usano mentre l’attuale sistema energetico è verticistico.
Contro la speculazione energetica in mano alle multinazionali non c’è un piano
B: esistono solo mobilitazioni e resistenza. La lotta ci permette di
riappropriarci di spazi che magari, poco tempo fa, sembravano impenetrabili.
L’energia deve essere in mano alle popolazioni contro le logiche del mercato
energivoro.
In tutti i luoghi dove ci sarà speculazione energetica, noi ci saremo.
Qui puoi scaricare il file pdf
CARTA TRANSIZIONE POPOLAREDownload
Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima
giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa
di lotta a San Didero, il secondo giorno è stato dedicato al confronto politico,
alla socialità e alla presenza nei luoghi della resistenza.
da Notav.info
Nel pomeriggio il presidio di Venaus ha ospitato la presentazione del libro “La
Lunga Frattura”, insieme alla redazione di InfoAut. Un momento di discussione
attorno ai temi della guerra e della crisi dei valori dell’imperialismo, dopo il
movimento in solidarietà alla Palestina di settembre e ottobre scorsi occorre
continuare a interrogarsi sulle possibilità che nel prossimo futuro si apriranno
per contrapporsi al riarmo generalizzato, alla devastazione dei territori e alla
crisi sociale.
La serata si è poi spostata al Presidio di Traduerivi, a Susa, dove aperitivo,
musica e iniziativa di lotta hanno riportato al centro uno dei luoghi simbolo
della devastazione in Valsusa.
Decine di No Tav hanno raggiunto poi il cantiere, percorrendone il perimetro e
facendo risuonare una lunga battitura contro le reti che delimitano l’area.
Nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine la determinazione dei
presenti ha permesso di divellere alcuni tratti della concertina installata
lungo le recinzioni. La risposta è stata, ancora una volta, a suon di
lacrimogeni e idrante nel tentativo di allontanare i/le No Tav dalle reti. Un
copione ormai noto, che vede un enorme impiego di uomini e mezzi schierati per
difendere l’ennesimo cantiere mentre la mobilitazione No Tav continua a
dimostrare, con determinazione e partecipazione, che la resistenza in Valle non
si è mai fermata.
Ancora una volta il weekend di lotta ha rappresentato un’occasione per
ritrovarsi, condividere esperienze e rafforzare i legami tra chi continua a
sostenere la lotta No Tav.
La giornata di oggi vede la fine di questo fine settimana tra montaggi e
allestimenti in vista del Festival Alta Felicità, che tornerà il prossimo fine
settimana a Venaus per celebrare la sua decima edizione.
Come ogni anno, il passaggio dal campeggio al festival racconta la continuità di
un percorso fatto di impegno collettivo, partecipazione e autorganizzazione.
Perché l’Alta Felicità non è soltanto un festival: è il frutto del lavoro di
centinaia di persone che, insieme, costruiscono uno spazio di incontro, cultura,
musica e resistenza nel cuore della Val di Susa.
L’appuntamento è quindi per il prossimo weekend a Venaus, per dieci anni di Alta
Felicità e una nuova occasione per continuare a dimostrare che un’altra idea di
territorio, fondata sulla condivisione e sulla difesa dei beni comuni, è
possibile.
Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non
cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una
posta politica ancora aperta, e va trattata come tale.
Ridurla al ricordo delle sole ferite, delle violenze e del lutto significa
consegnarla alla storia solo come cronaca. Perché il senso di quelle giornate
non sta nella loro tragedia, ma in ciò che il movimento contro il G8 seppe
mettere in campo e che la controparte non poté sopportare: per una volta, si era
smesso di cercare il nemico di fianco, nell’altro impoverito quanto noi, e si
era tornati a guardare in alto, verso i responsabili reali dell’ingiustizia.
Tutto quello che venne dopo, la macchina repressiva, i pestaggi, la tortura,
l’omicidio di Piazza Alimonda, la lunga guerra sul racconto, altro non è stato
che la misura esatta della paura che questo seppe incutere.
La posta in gioco
Il punto non erano le manifestazioni. Le riunioni cominciarono nell’inverno e
nella primavera del 2001, settimana dopo settimana, tra realtà diversissime, e
già lì si aprì la frattura politica destinata a segnare tutto. I social forum,
per natura, dovevano mediare tra posizioni distanti, dalle reti pacifiste ai
gruppi ecologisti, ma lo facevano anteponendo le forme dell’espressione agli
obiettivi: prima l’equilibrio sul dispositivo, un corteo, due piazze tematiche,
tre assemblee, un concerto, e solo dopo i contenuti. Per l’area antagonista quel
senso andava rovesciato. Genova non poteva essere la solita manifestazione
nazionale, la vetrina di un’organizzazione: doveva essere il tentativo di
alimentare un movimento reale, fatto di uomini e donne, con un obiettivo comune
e dichiarato, ribaltare i rapporti di forza tra chi governa e i governati: “i
sudditi volevano marciare (sul serio!) per calpestare i re”.
Su la testa, su lo sguardo
Su questo il movimento, nella sua pluralità, convergeva. Per una volta si era
riusciti a indicare la responsabilità corretta delle ingiustizie del mondo: non
un male astratto, ma un sistema con una forma, dei beneficiari e dei difensori.
Otto capi di Stato non potevano rappresentare sei miliardi di persone; l’uno per
cento non poteva decidere delle sorti di tutti gli altri, chiudendosi in una
reggia, neanche dorata, ma circondata da sbarre e forze dell’ordine, a
deliberare senza incontrare opposizione. L’anticapitalismo, nelle sue
definizioni più variegate, in quegli anni, non fu una parola d’ordine tra le
altre: fu la leva che tenne insieme soggettività, ceti e culture politiche
altrimenti divise, come non è più riuscito di fare in tutto il quarto di secolo
successivo.
Ed è questo il cuore della questione. Ciò che rese Genova insopportabile per il
potere non fu la conflittualità di piazza, fu l’aver dimostrato, davanti a
milioni di persone, che è possibile aprire percorsi lineari e diretti contro i
veri responsabili. Che il nemico ha un nome e un indirizzo.
Nemici da abbattere
A quella chiarezza lo Stato rispose con altrettanta chiarezza. Il G8 si presentò
in maniera dichiaratamente autoritaria, sprezzante verso i movimenti, avvilente
nella propaganda che per settimane annunciò tutto ciò che «poteva succedere»,
preparando l’opinione pubblica alla resa dei conti. Sul piano repressivo si
costruì un vero e proprio ring: fortini, addestramenti straordinari della
celere, caserme allestite per l’occasione, DIGOS e agenti in borghese di più
corpi. Non l’ordine pubblico di una manifestazione, ma una macchina che per
organizzazione e finalità ebbe i tratti di una struttura criminale rivolta
contro un movimento.
Che la repressione fosse preventiva, e non reazione a un ordine pubblico
degenerato, lo dimostra ciò che accadde prima ancora dell’inizio del vertice.
Citiamo ad esempio che una settimana avanti, un gruppo di militanti diretto a
Genova per un’ultima riunione di rete viene fermato a un posto di blocco
all’uscita dell’autostrada. Nella perquisizione dell’auto spunta un taglierino,
uno strumento di lavoro, serviva al compagno in questione ad esempio a tagliare
le fascette dei giornali nelle edicole. Basta quello: interviene la DIGOS, i
controlli certificano che si tratta di attivisti del centro sociale Askatasuna,
e la giornata si chiude con un divieto di ingresso nel comune di Genova per tre
anni. Un foglio di via comminato a chi non aveva fatto nulla se non essere
schedato. La colpa, già allora, non era un atto: era l’appartenenza politica.
Fu a Genova, inoltre, che l’ordine pubblico cambiò passo con la ricerca
sistematica del corpo a corpo: la battaglia in campo, il pestaggio, la carica a
piede sull’acceleratore contro chi teneva le mani alzate. Una violenza
dichiarata ed esibita, con la pretesa di rispettabilità di chi sa di poterla
esercitare impunemente.
Dopo Genova, per rifarsi il trucco, vista l’esplosione dei sel f media
sopratutto, le forze dell’ordine cambiarono deliberatamente strategia, evitando
i corpo a corpo, per passare a lacrimogeni e idranti, con meno danni televisivi
dei pestaggi.
Smash Capitalism!
È dentro questa cornice che vanno lette le forme di lotta su cui ancora oggi si
specula. Il venerdì si compone il blocco che la stampa battezzerà black bloc:
qualche centinaio di persone dietro uno striscione nero: Smash Capitalism:
banche e agenzie assicurative colpite lungo il percorso, mentre chi arriva nel
primo pomeriggio trova già un corteo in movimento e una situazione precipitata.
Ridotta all’osso, la scelta di quelle ore è politica e non estetica: riportare
l’iniziativa contro la zona rossa e assumersene la responsabilità, oppure
assistere passivi a ciò che comunque si sarebbe determinato.
Fu scelta la seconda strada e ancora oggi la litania sugli infiltrati è quella
che va per la maggiore.
Contro la vulgata degli infiltrati che spiegherebbero ogni cosa, va rovesciato
il ragionamento. Quando la polizia, potendo scegliere tra una via di soggetti
attrezzati allo scontro e una di manifestanti inermi, carica sistematicamente i
secondi, non c’è nessun mistero: c’è una scelta deliberata, che punta a spezzare
la parte più larga e indifesa del movimento per diffondere paura.
Diffondere paura come forma di controllo. (Cit)
La cosiddetta «macelleria messicana» della notte tra il 21 e il 22 luglio, con
le sue decine di feriti, e poi la caserma di Bolzaneto, non furono incidenti né
eccessi: furono il volto compiuto di quella macchina statuale che aveva
contemporaneamente un Vicepresidente del Consiglio e il ministro della giustizia
in visita nelle caserme a battezzare il metodo.
Bolzaneto: la (auto) sospensione del diritto
Bolzaneto è il punto in cui lo Stato di diritto, semplicemente, si sospende. Ciò
che vi avvenne, e che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la giustizia
italiana avrebbero riconosciuto come tortura, fu una liturgia sistematica
dell’umiliazione: l’identificazione e l’accerchiamento, la faccia contro il muro
per ore, la sigaretta spenta in volto, le celle stipate, i cori dei carabinieri
che cantavano vittoria, il liquido urticante negli occhi, le manganellate su chi
non reggeva più in piedi, il silenzio improvviso delle guardie all’arrivo di
un’autorità, i trasferimenti fino al carcere, la convalida davanti a un giudice
con accuse fabbricate come la distribuzione di spranghe di ferro «a tutti i
manifestanti» messe a verbale come fossero cronaca. Non fu la deriva di qualche
agente: fu una struttura che sapeva di poter agire così, e lo fece.
Piazza Alimonda
Al centro di tutto resta il pomeriggio del 20 luglio. Piazza Alimonda. Carlo
Giuliani, ventitré anni, colpito a morte da un carabiniere mentre nel caos
solleva un estintore. Questo non è un incidente, non è una risposta, non è il
prezzo di uno scontro: è un omicidio, a prescindere da chi materialmente
premette il grilletto. E il potere lo seppe subito, tanto che alla morte fece
seguire immediatamente la sua gestione: la copertura, il fotogramma trasformato
in accusa alla vittima, le false notizie per fare di Carlo una scheggia
impazzita, un corpo estraneo espulso dal suo stesso corteo. Ma Carlo non era
estraneo a nulla. Era un ragazzo che stava in prima fila per spontaneità e per
coraggio, che tentava l’assalto e la difesa del corteo che aveva alle spalle.
Non era inquadrato in nessuno schema, e proprio per questo poteva essere
chiunque.
Qui si misura la cesura vera. Per una generazione, quella fu la prima morte di
piazza. I caduti degli anni Settanta erano un ricordo dei libri, qualcosa di
tramandato e lontano; nel 2001, per la prima volta, uno dei nostri veniva ucciso
dalle forze dell’ordine sotto gli occhi di tutti. La notizia della sua morte fu
vissuta come un lutto collettivo, al di là della persona: come se una parte di
ciascuno fosse stata uccisa con lui. Non fu la paura, però, a prevalere. Fu quel
lutto ad accendere un fuoco nuovo e a riportare tutti in piazza il giorno dopo,
quando duecentocinquantamila, trecentomila persone ripresero il corteo, non più
ignare, ma consapevoli di avere di fronte un nemico organizzato, scorretto,
ferito e pauroso.
La guerra sul racconto e la pratica dell’obiettivo
Ciò che Genova lasciò non fu solo un trauma, ma una lunga battaglia sulla
narrazione, ed è su questo terreno che il potere lavorò negli anni successivi,
penetrando anche aree del movimento. Si mise in moto la caccia all’infiltrato:
bisognava trovare un nemico interno che fosse l’agente in borghese, l’ultras, la
scheggia black bloc, il corpo estraneo a cui addossare tutto, per normalizzare
l’anormale. Perché normalizzare significava negare l’evidenza: che da quelle
giornate si era usciti con le ossa rotte e con un compagno ucciso. La vera posta
di quell’operazione culturale non era Genova in sé, ma la delegittimazione di
una pratica: quella dello scontro finalizzato agli obiettivi
La pratica dell’obiettivo per un movimento è ciò che distingue le parole dai
fatti. I movimenti non possono vivere di sole parole, anche belle, anche giuste,
devono andare fino in fondo.
Quella ferita è stata portata dietro per un decennio, fino alla Val di Susa.
Dopo lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, nel 2011, la macchina
narrativa dei «black bloc» venne rimessa in moto da giornali e veline di
questura. Ma questa volta si ruppe qualcosa. Dal popolo della valle non venne il
«quelli non sono dei nostri», bensì il suo rovesciamento: «siamo tutti black
bloc». Rivendicare la pratica di un obiettivo invece di prenderne le distanze
fu, per chi veniva da Genova, la prova che quel dispositivo di divisione poteva
essere spezzato dal basso. È la lezione più concreta di questi venticinque anni:
la solidarietà nella pratica disinnesca la criminalizzazione più di qualsiasi
appello alla rispettabilità.
Cosa resta
Il bilancio, a venticinque anni, è netto. La globalizzazione contro cui il
movimento si mosse non è mai stata altro che una forma imbellettata (e
semantica) del capitalismo, una forma impomatata dell’ imperialismo: non più
solo conquista e occupazione di territori, ma distruzione diffusa di diritti,
ricatto sociale, impoverimento collettivo, che parta dalla Colombia per arrivare
in Piemonte o dal centro del mondo per scaricarsi sulle sue periferie.
Quella fase è oggi, mentre scriviamo addirittura in parte superata dalla storia
più vecchia del mondo, quella della guerra, ripresa dei conflitti armati, e il
capitalismo, il più cinico dei sistemi, dimostra ancora una volta che gli serve
sempre una guerra, per conquistare risorse o riequilibrare gli assetti mondiali.
La vecchia, sana guerra combattuta con altri mezzi resta uno dei suoi motori,
mentre per anni si è guardato altrove, immaginando un futuro fatto solo di
finanza e di merci immateriali.
Ma la cosa che il potere non poteva sopportare, allora, resta la stessa che non
può sopportare oggi: che dentro la società si torni a guardare in alto.
L’aggressione ai movimenti a Genova fu una delle leve contro un pensiero altro
rispetto al dominante, e la sproporzione della reazione, Bolzaneto, la Diaz,
l’omicidio di Piazza Alimonda, è la misura di quella paura.
Per questo Carlo Giuliani non sarà mai una parentesi da chiudere: è la ragione
per cui, ogni luglio, si torna in piazza, e la sua immagine, col passamontagna e
l’estintore in mano, continua a essere sentita come cosa propria.
Venticinque anni dopo, mentre nuove mobilitazioni provano di nuovo ad alzare lo
sguardo come quelle passate sulla Palestina, la posta che Genova lascia in
eredità non è la nostalgia di una stagione, ma un metodo e una direzione:
indicare i responsabili, praticare gli obiettivi, e non smettere di guardare in
alto, spingendo dal basso, forte, con Carlo nel cuore.
Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati
nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una
prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il
significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni,
un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e
già ripubblicato sul nostro portale.
La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di eccezione” in cui
viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a
questo fatto. (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia)
Futuro anteriore
Uno, due, tre viva Pinochet
Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei
Sette, otto, nove il negretto non commuove!
Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre
lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver
garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto
accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto
inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di
focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le
narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per
lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle
reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in
carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che
si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in
carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza,
nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e
militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera
catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per
intero legata al governo precedente. A conti fatti, nonostante il maccheronico
decisionismo di cui Berlusconi ama ammantarsi, la decisione della quale il
premier in carica e il suo Governo riuscirono a farsi interamente carico non
andò oltre il posizionamento di un certo numero di fioriere al fine di rendere
esteticamente più piacevoli alcune piazze della città destinate al passeggio dei
“grandi della terra”, oltre all’imperativo decreto che vietava agli abitanti
delle zone interessate agli eventi dei “grandi” di stendere i panni alle
finestre. Infine, dato un breve sguardo ai palazzi della città, constatato che
alcuni di questi si presentavano in maniera malconcia e poco decorosa Berlusconi
ordinava, sicuramente con piglio ducesco, di recuperare in fretta e furia un
certo numero di “teloni artistici” con i quali ricoprire le meste mura dei
palazzi. Con ciò il centro storico di Genova non sarebbe diventata proprio il
remake di Versailles ma per un paio di giorni il gioco, come in effetti accadde,
avrebbe potuto funzionare. Questo, a conti fatti, ciò di cui si occupò
concretamente il Governo di destra mentre l’intera macchina poliziesca e la
pianificazione della gestione del Vertice è stata per intero farina del sacco
fuoriuscito dal Governo della sinistra. Vale forse la pena di ricordare, al
proposito, che il la al G8 genovese è stato dato dal Governo di D’Alema il
quale, in non poche occasioni, tendeva a pavoneggiarsi mostrando il suo non
secondario feeling con Condoleezza Rice feeling che, attraverso il gioco del
detto e non detto, il nostro faceva intendere essere non solo di natura
diplomatica e politica.
Gossip a parte resta il fatto che la macchina del G8 ha preso le mosse sin dal
1999 e dal quel momento è stata puntigliosamente oliata e perfezionata. Del
resto di quanto gli “eventi genovesi” avessero ben poco di sorprendente e
inaspettato è facilmente constatabile con quanto andato in scena poco tempo
prima nel corso delle giornate napoletane1, con ancora il governo di
centro–sinistra in carica, le quali, col senno di poi, possono considerarsi come
una sorta di prova generale di Genova 2001. Detto ciò, onde evitare equivoci di
sorta, occorre fare una fondamentale precisazione. Qua non si tratta, infatti,
di addossare le colpe della “macelleria messicana” andata in scena a Genova al
governo di centro–sinistra piuttosto che a quello di centro – destra ma di
evidenziare, piuttosto, il carattere unitario del comando internazionale del
capitale. Focalizzare lo sguardo su D’Alema piuttosto che su Berlusconi, o
viceversa, significherebbe perimetrare gli “eventi genovesi” in un’ottica
localista dimenticando che, ormai dai tempo, i governi nazionali non sono altro
che semplici propaggini e appendici, con poteri decisionali sempre più limitati,
di poteri sovranazionali espressioni dirette delle varie componenti del comando
internazionale del capitale2. Un comando che se, nelle diverse sue
articolazioni, mostra di essere tutt’altro che prono a un unico disegno, tanto
che il conflitto armato interimperialistico può essere tranquillamente assunto
come la cifra del presente, nel rapporto con le masse subalterne conosce una
“linea di condotta” sostanzialmente unitaria. Il G8 genovese, di ciò, ne è stato
l’esatta fotografia. È all’interno di questo scenario obiettivo che, allora,
diventa persino semplice comprendere il senso di quelle giornate e tutto ciò che
si sono portate appresso, in primis la pratica della tortura.
Un aspetto sul quale appare importante soffermarsi poiché l’utilizzo della
tortura è qualcosa che va ben oltre la brutalità ma è indice di un passaggio
politico a tutto tondo. Anche su questa esiste una non secondaria documentazione
alla quale non si può far altro che rimandare evitando, in tal modo, di ripetere
cose arcinote3. Più importante invece soffermarsi sui significati politici
centrali che il passaggio alla tortura comporta poiché, il non farlo, potrebbe
portare a un insieme di malintesi che finirebbero per diluire la tortura in una
delle tante forme di sopraffazione poliziesca delle quali il mondo è tanto ricco
quanto rigoglioso o, come nel caso genovese è stato più volte ventilato,
all’iniziativa autonoma di quote di forze dell’ordine particolarmente
reazionarie e prone alla violenza tanto che, commentatori tanto ingenui quanto
sprovveduti, nei “fatti di Genova” hanno voluto intravedere un tentativo di
golpe ordito dalle componenti filo fasciste del governo di centro – destra.
Ovviamente di detto golpe non vi è stato alcun sentore così come nessuna
modifica di una qualche rilevanza è andata a intaccare il quadro istituzionale.
Certo il G8 genovese ha sancito un radicale passaggio nella “costituzione
materiale” degli assetti del comando ma questo è un altro discorso, discorso che
ben poco ha a che vedere con gli eterei mondi della politica e delle
costituzioni formali ma affonda le sue ben più solide radici negli inferi della
produzione4. Chiarito ciò proseguiamo.
Quello che va evidenziato, a differenza di quanto comunemente fatto dai testi e
dai resoconti coevi agli eventi genovesi, il cui sguardo si è focalizzato sulla
violenza e la brutalità poliziesca5, è soffermarsi su cosa racchiude in sé il
passaggio alla tortura, i suoi fini e i suoi obiettivi. Il passaggio alla
tortura non rappresenta il tratto sadico e in fondo irrazionale del potere
politico semmai un atto estremamente lucido e consapevole frutto del più
cristallino decisionismo politico. Sicuramente non sono rari i casi in cui
singoli gruppi polizieschi finiscono “fuori controllo” e vanno ben oltre il loro
mandato ma questo non avviene mai nel caso della tortura. La tortura non è un
eccesso dettato da un particolare contesto nel quale qualcuno “perde la testa”
bensì un “programma politico” che soggiace per intero a una intenzionalità
fredda, priva di emotività e del tutto razionale e che, a conti fatti e in
maniera lucida e sintetica, racconta come il potere politico, senza distinzioni
di sorta, si relaziona alle masse subalterne o, come accaduto in passato in
Italia e Germania, un modo per neutralizzare le organizzazioni rivoluzionarie e
i settori operai e proletari a queste affini6.
Per comprenderlo cominciamo, intanto, con il dire che la tortura è altra cosa da
quelpassage à tabac espressione con la quale il milieu7 è abituato a indicare
l’interrogatorio di polizia. In questo caso tabac non ha nulla a che fare con il
tabacco poiché, in argot, tabac significa battere o più precisamente picchiare.
Con questa espressione il milieu indica ciò che pressoché abitualmente comporta
l’interrogatorio di polizia. Nonostante, da tempo, una serie inesauribile di
fiction come per esempio Il Commissario Montalbanoo Il maresciallo Rocca abbiano
propagandato un’immagine assolutamente prona alla correttezza formale e a un
trattamento scevro da qualunque brutalità da parte delle forze dell’ordine, il
prosaico realismo consegnatoci dall’espressione cara al milieu rimane il
permanente sfondo dell’interrogatorio di polizia. Al proposito vale sicuramente
la pena di ricordare che è abitudine, tra coloro i quali corrono il rischio di
incappare in un fermo o un arresto di girare con una lametta a portata di mano,
solitamente nella bocca, in modo da potersi procurare all’occorrenza una certa
quantità di lesioni in modo tale da interrompere l’interrogatorio e accedere al
ricovero ospedaliero. In altre circostanze, invece, chi non ha lamette a
disposizione cerca di tagliarsi, o procurarsi vistose lesioni, buttandosi contro
una finestra e, attraverso questa via estrema, porre fine all’interrogatorio e
trovare rifugio in un Pronto soccorso8. Tutto ciò per dire che la violenza da
parte delle forze dell’ordine non è certo una eccezione ma una costante se non
proprio certa, assai probabile. Tuttavia siamo ben distanti dal poter
considerare tutto questo alla stregua di tortura anche perché, notoriamente, per
i torturati l’escamotage dell’autolesionismo e conseguente ricovero ospedaliero
non è certo una carta giocabile. Il fatto stesso che la polizia, di fronte a
lesioni e ferite, si fermi indica come, per quanto brutale e violento,
al passage à tabac non è consentito varcare una certa soglia. Perché vi sia
tortura, per prima cosa e anche indipendentemente dal livello di violenza
esercitata, occorre che vi sia una decisione politica ovvero che la violenza non
sia il frutto della libera iniziativa di questo o quel funzionario ma che la
decisione della violenza e delle sue forme appartenga per intero allo Stato. Non
si tratta di una sottigliezza ma di un passaggio nodale.
Nel caso della violenza, che in certi casi può assumere anche gli aspetti propri
della tortura, frutto dell’abitudine costume poliziesco non vi è una regia
centralizzata e un obiettivo politico da raggiungere mentre, quando la violenza
è il frutto di una decisione politicamente centralizzata, il tutto ruota intorno
al raggiungimento di precisi obiettivi politici. La tortura, e ne è un aspetto
sicuramente non secondario, è finalizzata a far parlare il soggetto/oggetto
inquisito ma non solo e anzi, come il G8 genovese ha ampiamente testimoniato,
l’obiettivo perseguito non ha nulla a che vedere con il reperimento di
informazioni. Scopo principale della tortura è spezzare e annullare l’identità
politica e sociale del torturato, annichilirlo e terrorizzarlo e per questo il
suo livello di violenza, a trecentosessanta gradi, è incommensurabile al più
noto passage à tabac.
Per i mondi illegali e per le stesse forze di polizia, a conti fatti,
il passage à tabacrappresenta una prova e un rito di passaggio. Attraverso di
questo si pesa il soggetto con il quale si ha a che fare, lo si classifica. Chi
passa la prova dal milieu sarà considerato un “bravo ragazzo”, uno del quale ci
si può fidare mentre, da parte poliziesca, sarà archiviato come uno che non
parla e con il quale non è il caso di perdere troppo tempo. Certo tutto ciò non
fornisce la certezza di non dover più passare attraverso quell’esperienza ma
sicuramente un po’ l’allontana. In ogni caso il passage à tabac ha come sola e
unica finalità la confessione e la delazione nei confronti dei possibili
complici, la tortura va di gran lunga oltre. Per quanto il reperimento di
informazioni rimanga un suo obiettivo si può arrivare a dire che, per certi
versi, questo è ciò che sta in superficie ma il vero scopo della tortura è
distruggere e piegare l’anima del prigioniero. L’uso del terrore mira
esattamente a ciò. Quanto andato in scena a Genova ne rappresenta non solo una
eccellente esemplificazione ma un vero e proprio paradigma. Banalmente ai
prigionieri non doveva essere estorta alcuna informazione, nulla doveva essere
scoperto, nessun ipotetico complice doveva essere identificato, alcun piano
sventato tanto che i prigionieri non sono stati sottoposti a interrogatorio ma
“semplicemente” brutalizzati e terrorizzati. Se, in qualche modo, erano entrati
nelle caserme pensando che un altro mondo è possibile, dovevano uscirne non solo
sapendo che nessun altro mondo era possibile ma talmente piegati e terrorizzati
da non poter neppur pensare a qualcosa di diverso. Ogni forma di resistenza
alla globalizzazione del capitale doveva essere tanto rimossa quanto
annichilita. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo politico perseguito dal
potere politico attraverso l’uso sistematico della tortura. Del resto il fatto
che oggetti della tortura fossero gli stessi gruppi pacifisti e di ispirazione
religiosa qualcosa ha ben voluto dire9. Ciò che doveva essere estirpato era
qualunque forma di “pensiero critico” nei confronti della globalizzazione del
capitale e del pensiero unico che questa si porta appresso.
L’abito fa il monaco
Ma questo scenario era così imprevedibile? Di quanto andato in scena, nelle
giornate immediatamente a ridosso del Vertice, era così impossibile averne un
qualche sentore oppure, al contrario, non pochi indizi potevano far presupporre
che le giornate del Vertice sarebbero state tutto tranne che un pranzo di gala?
Ciò che si stava verificando in città mentre le date del Vertice si avvicinavano
non dava alcun segnale di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto? Il clima che
si respirava in città, e in particolare nella zona centrale che di lì a poco
sarebbe diventata addirittura non transitabili e gli stessi residenti, se non
muniti di uno speciale lasciapassare, costretti a rimanervi segregati, era cosi
sereno? Perché, a conti fatti, come autentici dilettanti allo sbaraglio gli
organizzatori ufficiali del Contro Vertice, ovvero tutte quelle organizzazioni
confluite nel Genoa Social Forum 10, hanno obiettivamente mandato al macello
centinaia di migliaia di persone? Di quale malinteso, a conti fatti, la
tragicità delle giornate genovesi è stato l’effetto? Fatale, in tutto ciò, è la
cornice teorico – politica che ha fatto da sfondo all’organizzazione del Contro
Vertice la quale, proprio in quelle giornate, ha conosciuto, insieme alla sua
più radicale smentita, il suo inevitabile declino11. Prima di affrontare i
guasti di detta ipotesi politica caliamoci un attimo nel mondo empirico partendo
con la descrizione del fenomeno, il quale notoriamente è più ricco della legge,
per passare poi a una sintetica disamina delle fatidiche giornate. Un piccolo
resoconto etnografico può già fornire l’idea di che cosa stesse bollendo in
pentola. Si tratta di un episodio, persino divertente, che mi ha visto coinvolto
in prima persona e del quale ho un ricordo più che nitido, episodio avvenuto
quattro giorni prima che le giornate del Contro Vertice prendessero le mosse,
parliamo quindi del quindici luglio.
A fine giugno avevo partecipato al Campionato europeo di powerlifting tenutosi a
Londra. Campionato che, anche un po’ fortunosamente, avevo vinto. Avevo
gareggiato nella categoria dei novanta chili rientrandovi con una qualche fatica
per cui due settimane dopo ero sicuramente più pesante di almeno tre o quattro
chili ma in buona forma. Diciamo che per strada non era proprio facile passare
inosservati. A questa massa non proprio rientrante nella norma va aggiunto un
abbigliamento altrettanto poco convenzionale, ovvero il tipico look da palestra
insieme agli inevitabili capelli rasati. Così combinato,insieme a un cucciolo
che a dieci mesi pesava già quaranta chili e sembrava avere il classico argento
vivo addosso, entro nel labirinto dei vicoli del Centro storico cittadino per
fare la spesa. Imboccata via san Luca12 incrocio un gruppo di ragazze e ragazzi
con un cucciolo di labrador. I due cani iniziano a giocare dando vita alla
classica situazione nella quale cuccioli particolarmente giocosi si incontrano e
finiscono con l’attirare l’attenzione dei passanti. Il gruppo è formato da due
ragazze e tre ragazzi con una età che, a occhio, poteva andare tra i diciotto e
i venti anni. Dall’aspetto, ossia taglio dei capelli, vestiario e zainetti
incarnano il modello idealtipico del no global radicale ma non troppo. Non hanno
facce da strada e non sembrano neppure appartenere a quei settori giovanili di
“classe operaia dura” abitualmente presente tra i vicoli dell’angiporto. I loro
modi sono gentili ed educati e assai consoni a chi può vantare più una lunga
militanza tra i boy scout e le associazioni di volontariato che tra le file di
un qualche gruppo duro, radicale e pronto allo scontro di piazza. La loro aria
ha ben poco di coatto o sgamato piuttosto quella dello sprovveduto che
attraversa luoghi a lui sostanzialmente estranei come del resto, ancora nel
2001, il Centro storico poteva presentarsi. Se nel look, in qualche modo,
possono vantare anche una vaga affinità con i punk-bestia questa è la medesima
che poteva avvicinare i lettori di “Noi giovani”13 con la beat generation!.
Finita questa sintetica descrizione riprendiamo il racconto.
Mentre i cani giocano con l’inevitabile intreccio dei guinzagli e via dicendo
veniamo letteralmente circondati da una decina di poliziotti che in maniera
decisamente brusca ci chiedono i documenti. I tipi sono decisamente esagitati e
sopra le righe come se tra noi avessero individuato Matteo Messina Denaro o
qualcuno di calibro affine. L’attenzione si concentra immediatamente sui
ragazzini, mentre io vengo tenuto in disparte, i quali vengono attaccati al muro
e perquisiti, ragazze comprese anche se, di norma, avrebbero dovute essere
perquisite da un agente donna ma evidentemente i nostri, anche se a modo loro,
erano già post gender. Ovviamente, nei confronti delle ragazze, non mancano una
serie di apprezzamenti sessisti mentre i ragazzini vengono apostrofati, con
battute come frocetti e via dicendo. La perquisizione corporale ovviamente non
porta a nulla e quindi l’attenzione passa agli zainetti il cui contenuto viene
rovesciato con sfregio in mezzo a via san Luca. Da un paio di questi fuoriescono
dei libri alla vista dei quali delle 44 Magnum o delle P38 avrebbero suscitato
una reazione decisamente più composta. Iniziano così una serie di tiritere sugli
studenti e gli intellettuali sulle quali non è il caso di soffermarsi poiché
sono l’esatta fotocopia delle tradizionali retoriche plebee rivolte al ceto
intellettuale14.
La cosa dura una buona mezz’ora poi, tenendoli sempre attaccati al muro, passano
al controllo dei documenti via centrale. In mezzo a tutto ciò vi sono una serie
di dichiarazioni che, senza che la fantasia debba intervenire, fanno ben capire
cosa si sta profilando all’orizzonte. Alla fine li mollano dicendogli: Tanto il
culo ve lo spacchiamo tra qualche giorno. A quel punto rimango solo io e già sto
immaginando che sarò fermato, portato in Questura e chi più ne ha più ne metta.
Soprattutto sono preoccupato per il cane e sto pensando di lasciarlo alla mia
parrucchiera di fiducia che fortunatamente è nelle immediate vicinanze . Faccio
per mettere mano al portafoglio per mostrare i documenti e, con non poca
sorpresa ma anche molto sollevato, incontro lo sguardo amicale del poliziotto
che mi dice: Ma figurati, tu non sei come quelli là. Ringrazio e, con molta
calma e ricambiando il sorriso, mi dirigo verso un negozio vicino per completare
la spesa. Tutto ciò non deve stupire perché, come ha evidenziato la ricerca
sociologica, l’aspetto di una persona influisce notevolmente sui comportamenti
delle forze dell’ordine15. Nell’azione della polizia vi è sempre uno sfondo
antropologico originato da un insieme di pregiudizi proprio delle retoriche di
senso comune16 come, del resto, è ogni giorno facilmente constatabile osservando
i comportamenti polizieschi nei confronti della popolazione immigrata17.
Questo episodio, è bene sottolinearlo, è stato tutto tranne che un caso isolato.
La caccia al no global era palesemente dichiarata e che la caccia avrebbe preso
le sembianze della guerra qualcosa di più di una semplice ipotesi di scuola. Di
ciò se ne è avuta una corposa conferma nelle giornate successive, soprattutto in
quella del 21. Sull’andamento differenziato delle giornate occorre soffermarsi
poiché sono in grado di raccontare qualcosa di non convenzionale che la
narrazione ufficiale intorno al G8 ha per lo più eluso. Come noto, in realtà, le
giornate sono state tre e non due anche se, quella del 19 luglio incentrata
principalmente sulla “questione immigrazione”, è stata una manifestazione più
ufficiosa che ufficiale. Questa giornata, con tantissima partecipazione anche se
una parte consistente dei manifestanti era ancora in viaggio verso Genova, si è
svolta senza incidenti e, almeno, in merito al discorso che stiamo facendo non
vi un granché da dire. Spiccava, certamente, il numero impressionante di forze
dell’ordine disseminate lungo il percorso del corteo, il loro fare piuttosto
aggressivo il che, solo con il senno del poi, poteva interpretarsi come una
avvisaglia, ancora sul piano del simbolico, di ciò che i giorni successivi
portavano in grembo. Il 19, in ogni caso, fila liscia e si conclude il Piazzale
Kennedy18 con un comizio di alcuni esponenti del Genoa Social Forum e il
concerto dell’icona no global del momento, Manu Chao. Nel corso della serata si
svolge anche una riunione “informale” dei responsabili organizzativi delle varie
componenti del Genoa Social Forum ed è una riunione interessante perché mostra
la totale incomprensione di questi nei confronti della realtà e delle dinamiche
che di lì a qualche ora i manifestanti si troveranno a affrontare. Per farla
breve nessuno ipotizza la possibilità di un attacco di una qualche consistenza
da parte delle forze dell’ordine e l’unico problema che viene posto è il
controllo dei gruppi che stanno fuori dal perimetro del Genoa Social Forum.
Nessuna organizzazione dispone di una struttura “militante” anche perché tra le
tante perle teoriche elaborate comunemente dalle componenti del Genoa Social
Forum vi è proprio la critica, il rifiuto e la condanna di tutte quelle pratiche
“novecentesche” sulle quali il Movimento dei Movimenti è stato in grado di
porre, senza rimpianti di sorta, la parola fine. Questo il frame analitico con
il quale gli organizzatori si apprestano a affrontare le giornate successive.
Stato d’eccezione
Veniamo così alla prima vera e propria giornata del Contro Vertice, il 20
luglio. La dinamica reale dei fatti, nonostante la morte di Carlo Giuliani, non
sembra raccontare l’esistenza, da parte delle forze dell’ordine, di una
strategia pianificata anche perché in virtù della dislocazione logistica delle
manifestazioni non si mostrava realistica una pianificazione dell’attacco a
tutto tondo. Troppe le manifestazioni e gli appuntamenti in giro per la città
per poter pensare di trattarli come poi è avvenuto il 21. Diciamo che il 20 può
essere considerato un prologo di quanto accaduto il giorno dopo ma un prologo
che sicuramente ha avuto esiti contraddittori. Va rilevato infatti che,
contrariamente a quanto per lo più raccontato dalla pubblicistica inerente ai
fatti genovesi tutta incentrata sulla vittimizzazione del movimento, nel corso
del 20 in non pochi casi non secondari spezzoni del movimento sono stati in
grado di ribaltare i pronostici ovvero respingere gli attacchi delle forze
dell’ordine, contrattaccare e colpire gli obiettivi che si erano prefissati. Il
bilancio del 20, pertanto, non è così lineare e mostra come, a conti fatti, lo
spazio metropolitano più che delle forze dell’ordine sia amico degli insorti.
Ciò che sembra importante rilevare è come la giornata del 20, parafrasando
Engels, abbia posto all’ordine del giorno una “nuova scienza delle
barricate”1 in grado di scompaginare gli assetti militari delle forze
dell’ordine. Volendo studiare, sul piano del “pensiero strategico”, quanto
andato in scena il 20 luglio si potrebbe asserire che la tattica messa in campo
da una parte neppure minimale dei manifestanti è stata una sorta di
rivisitazione in chiave metropolitana della teoria militare di Mao e Sun Tsu2.
Quattro aspetti, in particolare, sembrano legarsi a ciò. Il primo, che assume
una valenza strategica, consiste nel rovesciare completamente il frame in cui il
nemico vorrebbe ascriverti ovvero prendere l’iniziativa anziché subirla quindi
attaccare invece che difendersi. In questo modo, da un lato si assesta un colpo
mortale di tipo cognitivo ancora prima che militare al nemico, il quale scende
in campo per aggredire e non prende minimamente in considerazione l’ipotesi di
essere esso stesso quello attaccato, dall’altro lo si obbliga a rincorrere in
continuazione l’azione dell’avversario obbligandolo a improvvisare e
impedendogli di ragionare strategicamente. Non è un caso che coloro i quali si
sono mossi in una logica difensiva, anche provando a combattere, il 20 luglio
siano stati massacrati. In seconda battuta l’utilizzo del territorio come
risorsa. Palesemente gran parte dei gruppi che si sono battuti si sono “armati”
utilizzando le cospicue risorse che la metropoli è per forza di cose costretta a
fornire. Ciò ha finito con il ridicolizzare, più che le forze dell’ordine in
quanto tali, l’organizzazione ipertecnologica della quale queste si fanno vanto
poiché una strumentazione minima ha messo in crisi autentici Robocop e tutti i
gadget a questi annessi. Il terzo elemento è stato dato dall’apparire dove le
forze di polizia non se lo aspettavano, quindi agire velocemente evitando o
limitando al massimo lo scontro diretto. Questa è una tattica classica del
maoismo che si porta appresso un duplice effetto: colpire in piena sicurezza
l’obiettivo ma, soprattutto, demoralizzare e frustare l’umore del nemico che si
ritrova, di fatto, continuamente sotto scacco. Anche il quarto aspetto deve
molto al maoismo. Chiunque presente nella giornata del 20 ha potuto facilmente
constatare come i gruppi offensivi agissero più come plotoni che come armata
ovvero marciavano divisi per colpire uniti. Il 20 il grosso dei feriti e dei
prigionieri c’è stato proprio tra coloro che marciavano nei panni dell’armata la
quale, in caso di attacco, avrebbe costituito la massa d’urto contro la quale le
forze nemiche si sarebbero infrante. Gli esiti arcinoti degli eventi hanno
dimostrato quanto irrealistica si mostrasse detta scelta strategica. A fronte
dello strapotere tecnologico delle forze dell’ordine ogni anche coraggioso
tentativo di difesa si è velocemente trasformato in una rotta senza capo né
coda. Tutto ciò ha fatto sì che, nonostante la brutalità messa in campo e la
pratica della tortura già in atto nei confronti dei prigionieri, la giornata del
20 possa essere archiviata come una giornata nella quale, per il comando
internazionale del capitale molti conti sembravano non tornare. Significativo il
fatto che di ciò praticamente non si parli, mentre centrale diventa il
sottolineare il tratto repressivo della giornata e questo non tanto per
colpevolizzare le forze dell’ordine bensì per cancellare dalla memoria l’idea
stessa che lottare e vincere è possibile. Non per caso coloro i quali si sono
battuti con successo sono stati bollati come provocatori, infiltrati, fascisti e
via dicendo del resto è almeno da Piazza Statuto3 che questo ritornello, più
ossessivo di un tormentone estivo, viene ripetuto.
Passiamo così alla fatidica data del 21 luglio. Questa è la giornata chiave del
G8 genovese. Gli eventi sono di una linearità e semplicità sconcertante. Il
calendario del Contro Vertice prevedeva un solo e unico appuntamento, un corteo
che doveva partire dalla zona Foce4 e quindi attraversare un certo numero di vie
cittadine. Nonostante quanto accaduto il giorno, non solo e soltanto in
relazione alla morte di Carlo Giuliani, ma per il modo decisamente belligerante
mostrato dalle forze dell’ordine, gli organizzatori ufficiali della
manifestazione (ovvero il Genoa Social Forum) non adottarono nessun accorgimento
di autodifesa anzi si adoperarono non poco per far sì che il corteo fosse del
tutto “disarmato”. Se, per quanto in maniera grottesca, organizzarono una
qualche forma di Servizio d’Ordine questo aveva il compito di isolare i
“cattivi” e i “provocatori” dalla parte sana dei manifestanti. Un comportamento
non così incomprensibile visto che la sera prima, di fronte al cadavere ancora
caldo di Carlo Giuliani, i vertici del Genoa Social Forum si affrettarono a
bollare Carlo come un “punkabbestia tossico” che nulla aveva a che vedere con la
gran parte dei manifestanti. Palesemente per la dirigenza del Genoa Social Forum
il problema non erano le forze dell’ordine, anche se sarebbe più sensato dire
che il loro problema non era il comando internazionale del capitale poiché, in
fondo, le forze dell’ordine non erano altro che il braccio militare di un
cervello politico, bensì tutta quella componente dei manifestanti che il giorno
prima aveva dimostrato di saper mettere i bastoni tra le ruote ai disegni del
potere politico.
Il Genoa Social Forum si poneva dunque l’obiettivo di pacificare il corteo e,
all’occorrenza, reprimere ogni pratica di attacco. Questo lo scenario nel quale
precipitano circa 350.000 persone (questa la stima approssimativa dei
partecipanti al corteo del 21) che intorno alle 15 iniziano a muoversi da Corso
Italia verso Piazza Rossetti. Nelle prime 10/15 fila è concentrato il gotha del
Genoa Social Forum distanziato di una ventina di metri dal resto dei
manifestanti, metri che, col senno di poi, mostreranno di avere più che una
ragione. Dal canto loro le forze dell’ordine, oltre a quelle tenute in riserva
nelle immediate vicinanze del corteo, sono massicciamente dislocate di fronte al
corteo formando un angolo retto tra Corso Italia e Piazza Rossetti dove, cioè,
secondo il percorso concordato doveva svoltare e dirigersi il corteo. Altre
forze visibili non sembrano essercene a parte alcuni elicotteri che svolazzano,
però abbastanza alti, sul corteo. Repentinamente la testa del corteo, pressoché
in solitudine, parte e, pochi metri dopo, svolta verso Piazza Rossetti
mettendosi, apparentemente, in salvo. A quel punto, senza alcun motivo, tutte le
forze dell’ordine schierate iniziano a sparare lacrimogeni, gli elicotteri si
abbassano e anche da questi iniziano a essere sparati i candelotti mentre, come
per magia, dai tetti delle case circostanti si materializzano non pochi tiratori
che iniziano a fare il tiro al bersaglio contro il corteo. Questo, del tutto
impreparato, sbanda paurosamente e fugge assumendo, per forza di cose, una forma
goffa e scomposta. A quel punto il lancio di lacrimogeni si affievolisce e
partono le cariche. Una quota di manifestanti cerca rifugio buttandosi sulle
spiagge sottostanti e, a conti fatti, risulterà una delle peggiori soluzioni.
Nessuno aveva fatto sicuramente caso ai gommoni che stazionavano sul mare o, se
li avevano notati, pensavano che fossero i soliti gommoni che in estate
pullulano nel mare cittadino. Su questi, però, non c’erano bagnanti ma forze
dell’ordine le quali, appena iniziate le cariche, avevano fatto prua verso le
spiagge pronte allo sbarco. Così, chi pensò di salvarsi sulle spiagge, si trovò
chiuso a monte dalle cariche e a mare dalle truppe appena sbarcate. Questi
saranno i primi a essere massacrati, catturati e torturati.
Il resto della giornata è un continuum di quanto appena raccontato. La
Diaz5 sarà la classica ciliegina sulla torta che ben si coniuga con il prelievo
e arresto dei feriti dentro gli ospedali, i lacrimogeni sparati contro le
ambulanze e il sistematico pestaggio e arresto di chiunque non fosse in grado di
correre abbastanza veloce. Anche se qualche forma di resistenza è stata tentata
questa non ha avuto, e neppure poteva avere, alcuna incidenza sull’andamento
della battaglia. Questa non poteva che essere persa in partenza poiché il modo
stesso in cui la manifestazione era stata pensata e organizzata consegnava i
manifestanti al nemico. Si potrebbe andare avanti ore a raccontare episodi della
giornata il che, però, non modificherebbe di una virgola quanto sinteticamente
descritto. La giornata del 21 vede il trionfo del Vertice nei confronti del
Contro Vertice e questo è quanto.
Giunti a questo punto appare sensato provare a trarre qualche indicazione da
quanto andato in scena. A molti, o almeno a quelli che per età anagrafica
provenivano dagli anni Settanta, le prime cose che vennero in mente furono le
immagini del golpe cileno. Una comparazione sulla quale si può ampiamente
concordare poiché, nei nostri mondi, scenari simili non si erano mai visti e
tanto meno dati neppure nel corso degli anni Settanta dove, per quanto di bassa
intensità, l’Italia è stata attraversata dalla guerra civile. Il confronto con
il Cile è quanto mai azzeccato ma non tanto per le forme di repressione
riscontrate ma per ciò che queste ratificano nel rapporto tra classi dominanti e
masse subalterne. A conti fatti, quanto osservato a Genova, in assoluto non è
per nulla una novità, ma lo è se consideriamo il perimetro dell’Europa
Occidentale e, più in generale, dell’Occidente nel suo insieme. Ciò che è andato
in scena a Genova può essere considerato esattamente come la cifra della
globalizzazione un’asserzione che, in prima battuta, può apparire come una
boutade ma che, a uno sguardo minimamente attento, si mostra densa di non poco
realismo. Ciò che è andato in scena nel corso delle giornate genovesi non
testimonia niente altro che due cose: la fine della
legittimità 6 storico–politica delle masse subalterne e, come diretta
conseguenza di ciò, il venir meno di ogni forma di mediazione tra comando
internazionale del capitale e quote sempre più alte di subalterni anche nei
nostri mondi. In altre parole quel “patto socialdemocratico”7 che aveva
caratterizzato il secondo dopo guerra dell’Europa Occidentale e, pur se con
sfumature non secondarie, il mondo Occidentale è venuto meno. Nel momento in cui
il mondo si è fatto uno a farsi egemone come modello di governo delle masse
subalterne, attraverso un processo a cascata, non sono stati i diritti e le
garanzie presenti in Occidente bensì le forme di dominio proprie di ciò che
comunemente veniva definito Terzo mondo. A farsi egemone è stato un modello
tipico del mondo coloniale dove, notoriamente, alle masse è riconosciuta voce ma
non linguaggio8.
Con ciò viene meno il riconoscimento della dimensione politica dei subalterni la
cui dimensione assume sempre più quella della “massa senza volto” e quindi
deprivata di ogni spazio di mediazione politica e sociale9.
La topica colossale coltivata dalle organizzazioni del Genoa Social Forum è
stata proprio quella di non aver letto l’oggettività di questo passaggio e aver
tentato, su scala globale, la riattivazione di un “patto socialdemocratico” che
il potere politico, però, non ha più nelle corde. Le giornate del G8 genovese
hanno posto fine a un malinteso che il Genoa Social Forum ha coltivato, in
maniera obiettivamente autistica, sino all’ultimo. Genova non ha significato la
fine di tutto, la pietra tombale sul Movimento o il venir meno di ogni forma di
resistenza e contrapposizione bensì l’inizio di una nuova fase del conflitto. Il
G8 genovese ha sicuramente chiuso il capitolo del Novecento il che non vuol dire
che abbia azzerato le contraddizioni del capitalismo e dell’imperialismo, semmai
le ha amplificate. In questi venti anni abbiamo assistito a tutto tranne che a
una qualche forma di pacificazione sia perché le tensioni interimperialiste
hanno fatto precipitare il mondo in una guerra permanente dagli esiti incerti,
sia perché movimenti di massa non secondari hanno e stanno scuotendo alla base
gran parte delle certezze che l’era globale pensava di portarsi appresso. In
tale ottica, allora, le ceneri del G8 sparse ai quattro venti non hanno nulla di
funereo ma, con molto più realismo, appaiono come semi dell’Angelus Novus.
Sul nuovo campione della piccola borghesia italiana
Rincorrere, sparare a freddo a due uomini è giustiziare. Rincarare la dose con
una terza persona già a terra, non è farsi giustizia da soli ma essere spietati
assassini. Roggero a quanto pare aveva la mano facile viste le cronache
giornalistiche sul suo passato giudiziario, di quando minacciò tre persone con
una pistola.
A diventare l’eroe piccolo borghese, coccolato da destra con una buona dose di
strumentalizzazione per dipingersi come i maga all’italiana – senza nemmeno
tanto riuscirci – è stato facile, ora ci sarà la doccia di realtà con l’arrivo
in carcere. Quale sarà il sentire della massa possiamo ben immaginarlo..
Oggi Roggero si chiede come sia possibile che Minetti sia stata graziata e lui
no. In effetti è l’unica cosa su cui potremmo essere d’accordo, su dove stia la
coerenza del Presidente Mattarella: dopo aver graziato una arrivista
approfittatrice che ha brindato a colpi di gin tonic nel suo ranch in Uruguay
sulla pelle di poveri e bambini perché non allungare la lista dei meritevoli con
un omicida conclamato.
Il punto qui non è gioire perché la giustizia faccia il suo corso ma è
constatare come personaggi di tale ignominia possano assumere un ruolo da
protagonisti nel teatro della politica istituzionale e dei media, e vederne la
bassezza. Il punto non è fare affidamento nella giustizia borghese per ottenere
ragione ed equità, ma saper discernere tra ciò che è il prodotto di questo
sistema che, di bieco egoismo da piccolo benestante costruito sulla pelle degli
altri ne fa la sua bandiera, e chi ogni giorno deve confrontarsi anche con la
necessità di auto difendersi e costruire dimensioni di giustizia autonoma.
Il dibattito in corso sui giornali italiani ma anche nelle bolle social di
destra e sinistra contrappongono la “giustizia fai da te” alla legalità dello
Stato e il suo diritto assoluto al monopolio della forza. Destra da una parte e
sinistra dall’altra che, ancora una volta, non perde occasione di avocare
all’istituzione capitalista il suo sacro e intoccabile Leviatano. Il punto è un
altro, non esiste la giustizia “fai da te”, esiste la giustizia come processo
sociale della legge del capitale del tutti contro tutti o la giustizia come
frutto della conquista di una parzialità della società che si contrappone ad un
altra. La “Giustizia” è il frutto dei rapporti di forza nella società anche
nella sua dimensione etica. In ogni caso comunque quella di Roggero non è
giustizia da nessuno dei punti di vista analizzati, ma è l’affermazione della
punizione spietata del proprietario profittatore contro chi non gliene riconosce
il diritto esclusivo e la vuole “derubare”. Della sua crudeltà parlano i video
di quel giorno, ma a non avere voce è quel mondo reale e poco social, di persone
che abbandonano la legalità e i suoi percorsi di vita sfruttata e silente per
percorrerne altre, anch’esse piene di contraddizioni, che spesso fanno ritornare
al punto di partenza se non peggio.
Uno dei due rapinatori – che d’altra parte hanno scelto di rapinare una
gioielleria e non di spacciare droga ad adolescenti per farsi un po’ di soldi –
era un proletario delle Torri di corso Grosseto. Centinaia di famiglie vivono in
quella parte di città, periferia della metropoli torinese, molte in occupazioni
di alloggi popolari, altri sotto sfratto, molti sono padri e madri di famiglia
che conducono le loro vite con dignità per sopravvivere in questo mondo. A loro
va la nostra solidarietà piena e di cuore.
Si è concluso ieri sera il primo giorno del Campeggio di Lotta No Tav,
appuntamento estivo che ogni anno anima la Valle e desta sempre grande
preoccupazione per la controparte.
da Notav.info
I primi ad agitarsi, ovviamente, sono state Questura e Prefettura, che hanno
emanato la solita ordinanza prefettizia inf retta e furia, che avrebbe
voluto limitare la libertà di circolazione nei territori valsusini, imponendo
un “divieto di accesso appiedato organizzato” nelle zone limitrofe ai cantieri,
anche in giorni in cui non sono previste iniziative (!). A seguirli,
probabilmente costretti dal clima di terrore che la polizia è solita instillare
attorno a qualsiasi forma di dissenso, anche i Sindaci di alcuni Comuni (si dice
il peccato, non il peccatore) che ingenuamente hanno pubblicato delle ordinanze,
probabilmente scritte dalla Questura stessa, per divieto di vendita di bevande
in “contenitori di vetro, lattine o altri contenitori atti a offendere”.
Ovviamente forme di intimidazione non hanno minimamente interferito con la
volontà dei No Tav di attraversare liberamente il proprio territorio e le
iniziative del campeggio si sono regolarmente svolte come da programma.
Dopo l’accoglienza al presidio di Venaus, che è stato finalmente ripopolato da
tende e giovani, ci si è spostati in località Baraccone di San Didero dove sorge
il Presidio No Tav “Leonard Peltier” per iniziare con la
partecipatissima presentazione del nuovo sito (presto online!) di notav.infoa
cura di questa redazione, con a seguire l’apericena condiviso in stile No Tav.
I timori della controparte, conscia dell’ inutilità delle sue inosservate
ordinanze, si sono palesati con la presenza di polizia in assetto anti sommossa,
con blidati e idranti, praticamente ovunque fuori e attorno al cantier-fortino
di quello che dovrebbe essere un autoporto. L’esibizione muscolare e
spropositata di forza, solitamente si accompagna con la debolezza di un progetto
non voluto dalla popolazione: solo con la militarizzazione è stato possibile
realizzare quest’opera e solo la militarizzazione può far sì che continui ad
esistere. Ci chiediamo se avranno intenzione, quando e se verrà inaugurato, di
vincere il premio di “Autogrill più militarizzato del mondo”, circondato da filo
spinato e presidiato h24 da esercito e polizia (sicuramente sarà il preferito
dagli automobilisti).
Ma chi invece ha dalla sua parte la forza della ragione, non si fa certo fermare
e spaventare da questo tipo di muscolarità bruta: nonostante i blocchi delle
forze dell’ordine, i/le No Tav si sono spostati dal presidio e hanno fatto il
giro intorno al cantiere con battiture, cori e canti per far sentire alle truppe
d’occupazione che non sono le benvenute, che la Valsusa è nostra e la vogliamo
difendere dalla devastazione. Anche i folletti della Clarea hanno voluto dare il
loro appoggio, illuminando il cantiere con fuochi d’artificio e con parecchi
metri di concertina divelta dalle reti. La reazione delle forze dell’ordine,
probabilmente non paga di quello che hanno causato a Torino al tifoso juventino
Marco Basoccu, è stato quello di tirare sparare lacrimogeni sui manifestanti.
Ritornati a Venaus, ci si prepara quindi alla seconda giornata di campeggio!
Oggi, ricordiamo, dalle ore 15 ci sarà la presentazione e dibattito de “La lunga
frattura“, a cura della redazione di InfoAut al presidio di Venaus e
dalle ore 19 aperitivo, musica e lotta al Presidio di Traduerivi, Susa.
Vi aspettiamo per una nuova giornata di lotta contro la guerra e le grandi
opere!
Il porto di Livorno rappresenta uno snodo logistico importante per tutto il Mar
Mediterraneo. E’ uno dei cinque principali porti italiani sia in termini di
traffico di merci varie, sia in termini di TEU, sia in termini di traffico
passeggeri.
E’ uno scalo polivalente e multipurpose, in grado cioè di accogliere navi varia
tipologia e con infrastrutture capaci di movimentare qualsiasi categoria
merceologica. E’ stato inserito dal 2013 nei corridoi europei principali di
commercio individuati dal Parlamento Europeo e cioè nella cosiddetta rete TEN-T
(Trans European Transport Network).
Al suo interno però non avviene solo scambio di merci civile ma c’è anche un
intenso traffico di armamenti, come più volte documentato anche dal Gruppo
Autonomo Portuali e dal sindacato USB. Negli ultimi anni lo scalo labronico è
stato oggetto più volte di proteste e blocchi proprio per contrastare il
passaggio di materiale bellico. E’ stato rilevato il trasporto da parte di
alcune navi di materiale diretto alla base statunitense di Camp Darby oppure lo
spostamento di mezzi utilizzati da Israele nel genocidio palestistene, come ad
esempio da parte della SLNC. Molte navi provengono o sono dirette in porti
israeliani. Più volte i portuali del GAP e di USB hanno segnalato il passaggio
di pezzi di artiglieria, esplosivi, jeep, lanciamissili e anche carri armati. In
questo contesto il porto di Livorno, sta vivendo una trasformazione profonda che
cambierà radicalmente il profilo del porto e di tutto il territorio limitrofo
sotto vari punti di vista.
E’ in atto infatti la realizzazione della Nuova Darsena Europa o Piattaforma
Europa. Un progetto imponente che prevede un’enorme ampliamento a mare della
parte settentrionale, quella commerciale, del porto. Saranno costruite oltre 3
km di nuove banchine e verranno dragati circa 17 milioni di m3 di materiali, per
un’estensione totale che sarà di 800 000 m2. L’opera, che dovrebbe essere
terminata entro il 2030, permetterà a navi ancor più grandi di quelle che
arrivano adesso di entrare in porto.
I fondali arriveranno ad avere infatti una profondità di 17 metri (con opzione
di arrivare fino a 20 m) per far entrare unità con pescaggio fino a 15 m.
Questa grande opera, che impatterà in maniera devastante anche dal punto di
vista ambientale, andrà a rafforzare l’hub logistico-militare di tutto il
territorio data anche la sua vicinanza a varie fabbriche di armi presenti
nell’area livornese e pisana, e alla base statunitense di Camp Darby. Una delle
principali basi USA sul territorio italiano. Quest’ultima è collegata via mare
attraverso il Canale dei Navicelli, un idrovia di 17 chilometri che collega Pisa
al porto di Livorno che negli ultimi anni è stato fortemente soggetto ad
investimenti per il potenziamento.
Da lì, armamenti vari vengono trasferiti verso il porto di Livorno, caricati su
navi e spediti verso zone di guerra. Il 18 aprile del 2026 compagne e compagni
di varie realtà politiche antimilitariste livornesi si sono opposti al passaggio
della nave Freeberg che proveniva appunto da Camp Darby, – con un carico di
esplosivi, mine e munizioni – e diretta in aree di guerra, passando per il porto
di Livorno.
Un ulteriore tassello della militarizzazione del porto di Livorno e del
rafforzamento dell’hub logistico-militare è rappresentato da una novità degli
ultimi mesi riguardante la richiesta di concessione di 10 000 m2 di area
portuale dell’azienda DRASS. La DRASS è un’azienda italiana con sede principale
a Livorno e leader nella tecnologia subacquea e specializzata nella costruzione
di sottomarini, veicoli per le forze speciali e tecnologie subacquee varie. Come
il sottomarino DGK, Il DS8 SDV – sommergibile da guerra altamente efficace,
insidioso e furtivo per missioni di sabotaggio e intelligence – o il RONDA LUUV
– un grande veicolo sottomarino senza pilota di nuova generazione che consente
un’ampia gamma di scenari operativi, ed è In grado di schierare siluri, mine e
altri carichi utili specifici per la missione -.
A seguito di un maxi accordo da 1,4 miliardi di dollari per sei sottomarini
classe DGK con l’Indonesia, l’azienda ha fatto richiesta all’Autorità Portuale
di Livorno per la concessione di una superficie di area portuale di 10 000 m2
con affaccio su una banchina di 50 metri lineari ed una profondità d’acqua di
almeno sei metri che sarebbero l’accesso diretto al mare per testare e
collaudare i mezzi prodotti dall’azienda. Appena appresa la notizia è scattata
subito la protesta di numerose realtà cittadine, contrarie all’utilizzo militare
di spazi civili del porto, tramite un presidio e richiedendo un incontro al
presidente dell’Autorità Portuale. L’azienda dal canto suo ha risposto facendo
leva sul solito gioco del ricatto occupazionale dichiarando che in caso di
mancata concessione si perderebbe un’occasione di sviluppo della città con i
posti di lavoro che si creerebbero.
La partita ad oggi è ancora aperta. E’ fondamentale ancora una volta opporsi a
questo passaggio che creerebbe anche un precedente pericoloso nonché un
ulteriore salto in avanti nella militarizzazione del porto livornese che
rappresenta un anello fondamentale nella filiera militare in un territorio,
quello toscano, già ampiamente militarizzato.
Mentre procede lo sgombero di Scordovillo, c’è chi prova ancora una volta a
costruire il racconto più semplice: mettere gli ultimi contro gli ultimi.
di Addunati
Da una parte le famiglie rom. Dall’altra chi aspetta da anni un alloggio
popolare. Una contrapposizione che non nasce spontaneamente, ma è il prodotto di
anni di politiche fallimentari e della scelta di scaricare sui più deboli il
prezzo dell’assenza di una vera politica abitativa.
Sono decine gli appartamenti Aterp rimasti incompleti nel Quartiere Savutano,
intere palazzine di edilizia pubblica mai terminate solo per giochi di mero
calcolo politico, perché le famiglie beneficiarie di quegli appartamenti
sarebbero state quasi sicuramente famiglie rom. E così il paradosso, oggi si
sgomberano decine e decine di appartamenti occupati – compresi quelli occupati
da famiglie rom – per reperire appartamenti da destinare ad altre famiglie rom.
Ed in questa isteria istituzionale, tra dichiarazioni pubbliche e corsa al
selfie mentre le ruspe demoliscono le baracche del campo, si consuma l’ennesimo
dramma sociale di questo territorio.
Noi questa logica la respingiamo.
Il nemico non è chi vive in una baracca.
Il nemico non è chi aspetta da anni una casa popolare.
Il nemico è chi ha lasciato che un ghetto esistesse per decenni e oggi pretende
di risolvere tutto spostando il problema da un territorio all’altro.
Sul punto si segnala la Legge regionale 7 luglio 2026, n. 21, con la quale la
Regione Calabria ha introdotto una disciplina straordinaria per consentire il
progetto di superamento del campo di Scordovillo, prevedendo la possibilità di
trasferire le famiglie anche presso case popolari situate in altri Comuni,
superando così le graduatorie esistenti.
Ma spostare le persone non significa risolvere il problema. Significa,
piuttosto, trasferire altrove le conseguenze di decenni di abbandono
istituzionale, con il rischio concreto di alimentare nuove tensioni sociali nei
territori interessati, con decisioni imposte dall’alto senza alcun
coinvolgimento della popolazione e delle istituzioni.
È il classico meccanismo della guerra tra poveri.
Si alimenta la competizione tra chi è in graduatoria e chi viene trasferito. Tra
cittadini di Comuni diversi. Tra persone che vivono tutte la stessa condizione
di fragilità.
Così si distoglie l’attenzione dalle vere responsabilità: la cronica assenza di
investimenti nell’edilizia residenziale pubblica, il progressivo smantellamento
del welfare e l’incapacità delle istituzioni di garantire il diritto
all’abitare.
Noi non accetteremo mai questa impostazione.
Non permetteremo che i lavoratori, i disoccupati, le famiglie delle case
popolari e le famiglie rom vengano trasformati in nemici tra loro.
La chiusura di un ghetto è un obiettivo che condividiamo. Ma non può essere
realizzata esportando il problema, dividendo le comunità o mettendo in
competizione persone accomunate dallo stesso bisogno.
Servono più case popolari.
Servono investimenti pubblici.
Servono inclusione, lavoro, scuola e servizi.
Serve una sanatoria delle occupazioni abitative.
Perché nessuno conquista un diritto quando viene sottratto a un altro.
La guerra tra poveri conviene solo a chi non vuole mettere in discussione le
responsabilità della politica.
Mo’ me lo segno proprio.
1. Qual è la narrazione dei nuclearisti e perché sostengono che sia cambiato
qualcosa
Il convegno dal titolo “Da Fermi al futuro” ha avuto il suo primo appuntamento
alle OGR di Torino, per iniziativa del Ministro Pichetto Fratin, in
collaborazione con La Stampa, e ha preso avvio tacciando di immobilismo e di
ideologia tutti coloro contrari al nucleare.
La giornata ha visto la presenza di ospiti istituzionali, dal Ministro
dell’Ambiente ai sindaci di Torino e di Trino, dal presidente di ENEA a Sogin,
dall’amministratore delegato di NewCleo ad altri manager e figure
dell’industria, con ovviamente Confindustria in prima linea. Il mantra che ha
fatto da leitmotiv all’evento (dalla dubbia validità scientifica, vista la
presenza in qualità di moderatore esperto di Alessandro Cecchi Paone, la cui
partecipazione all’Isola dei Famosi deve averlo formato sull’indipendenza
energetica) è l’assoluta necessità di rendere l’Italia energeticamente
indipendente e per fare ciò, nucleare e rinnovabili vanno intese come tecnologie
fondamentalmente inscindibili.
Il dibattito confonde pragmatismo con ideologia. Solare ed eolico vengono messi
all’angolo per il limite della discontinuità, mentre il nucleare viene auspicato
per la garanzia energetica. Anche Cirio, presidente della Regione Piemonte, si
avventura in questo circo affermando che “chi approfitta della crisi rurale per
mettere i pannelli è uno sciacallo” approfittandosene così lui stesso per fare
un po’ di propaganda sperando di ingraziarsi il consenso degli agricoltori
(Cirio ha forse la memoria corta visto che le proteste più accanite si sono
verificate sotto il Governo di cui anche il suo partito fa parte) quindi, presto
fatto, ci vuole il nucleare. Cirio si fa promotore del nucleare contro le
rinnovabili con una performance che punta al consenso facile.
L’altra direttrice che fa da cornice al convegno è il congratularsi a vicenda
perché l’opinione pubblica parrebbe migliorata nei confronti del nucleare. Il
tutto condito da grandi pacche sulle spalle per il progetto delle CER,
nonostante sia ampiamente noto quanto sia complicato per i cittadini rendersi
energeticamente autonomi.
Le danze vengono aperte da Pichetto Fratin, convinto nuclearista da decenni, che
impronta il suo ragionamento su quanto siano cambiati la tecnologia, lo
sviluppo, la ricerca, la conoscenza…mentre tutta la contrarietà all’atomo viene
ricondotta al mero errore umano, già di per sé pilatesca descrizione degli
incidenti di Chernobyl e Fukushima. L’Anti Nuclearismo avrebbe dunque origine da
un fraintendimento: la demonizzazione di una tecnologia neutra colpevole di aver
portato il referendum su di una dimensione puramente “emotiva”. Che
considerazione per la popolazione italiana che è andata alle urne a votare per
non uno ma due referendum sul nucleare!
Chiaramente per tutto il convegno si parla di “nucleare sostenibile”: concetto
partito dall’UE a garanzia dell’inserimento del nucleare nella nuova tassonomia
verde dopo una “certa sbandata”, come viene definita dal Ministro, degli anni
precedenti. Lui stesso però riconosce che si parla ancora di fissione e non di
fusione, quindi tutte le argomentazioni pseudo-scientifiche portate avanti negli
interventi successivi lasciano di fatto a desiderare.
Le scorie sono un altro tasto dolente (di cui tratteremo più avanti nella
disamina) per come vengono trattate con sufficienza: “Massì, sono in Francia e
in Piemonte ne abbiamo poche, dovremmo metterle in un deposito temporaneo di 150
metri circa… quindi basterebbe tenere una parte di capannone dedicata a questo”.
Altro grande tema da tam-tam giornalistico: il nucleare abbasserà le bollette
delle famiglie! Da sole le rinnovabili non risolverebbero il problema (cosa che
già potrebbero fare), e Francia e Spagna vengono portate come esempio in quanto
produttrici di energia nucleare. Nulla viene detto sul fatto che in Francia al
momento ben tre centrali sono state chiuse a causa delle altissime temperature
dovute al caldo di queste settimane (un problema che tra l’altro si ripresenta
sistematicamente ogni estate da anni). La misura è un requisito di protezione
ambientale per evitare di scaricare troppa acqua calda nei fiumi che si stanno
già riscaldando a causa delle ondate di calore. Un tema che dovrebbe fare
riflettere seriamente visto il cambiamento climatico in atto (il quale non
innalza soltanto le temperature medie del regime fluviale ma determina anche
lunghi periodi di scarsità idrica territoriale), e per il quale non vengono
prese misure strutturali, se non per dare adito alla propaganda in difesa degli
interessi degli industriali.
Cecchi Paone, nuclearista da sempre e giovane spadoliniano insieme al Ministro
Pichetto Fratin (così si descrive lui stesso), è chiamato a contribuire alla
costruzione ideologica di un nucleare Made in Italy, collegando l’attuale
libidine atomica a Enrico Fermi e al suo gruppo di lavoro: “una grande e
bellissima storia”. Paone si sofferma sulle caratteristiche artigianali delle
sperimentazioni scientifiche e sulle qualità inventive di Fermi, una lunga
premessa per arrivare al punto: il genio prodotto dalla nostra terra con le sue
caratteristiche di italianità, dall’Italia sarebbe anche stato tradito con la
rinuncia del Paese al nucleare. Secondo Cecchi Paone l’eredità di Fermi sarebbe
dunque al momento sprecata. Oggi però a portare avanti la storia del nucleare fa
capolino una nuova tecnologia: i reattori di ultimissima generazione “che ancora
non sono pronti ma hanno già un centinaio di pre-ordini”, con un italiano
(probabilmente si riferisce a Stefano Buono, ad di NewCleo, di cui parleremo in
seguito) assunto in un ruolo chiave (anche se negli Stati Uniti). Vorremmo mica
tradire e misconoscere anche questo di genio? In fondo sta pure arrivando
l’intelligenza artificiale con i data center correlati e servirà tanta energia.
La conclusione del ragionamento è quindi che dell’energia prodotta dal nucleare
“non se ne può fare a meno: tanta, disponibile, non discontinua come quella
delle rinnovabili”.
Vengono poi omaggiate la sede delle OGR e la città di Torino, quest’ultima
resasi disponibile allo svolgimento di questa giornata di propaganda. Una città
di cui pare essere sempre stata chiara la vocazione al lavoro verso il progresso
e alla tecnologia. E allora Paone fa un appello a città e sindaco affinché
Torino aiuti a realizzare e sia protagonista del sogno di progresso sull’onda
del nucleare, per “rifare grande l’Italia nel mondo e dare avvio a un nuovo
Rinascimento”.
Nel succedersi degli interventi, queste lodi tornano come un mantra costruito ad
hoc per irretire e intontire l’ascoltatore. Riprendiamo alcuni passaggi prima di
lasciare spazio ad alcuni focus che ci sembrano importanti: il quadro
legislativo, il ruolo di Piemonte, Torino e della Sogin, l’analisi di NewCleo e
degli attori coinvolti in questo tentativo di ritorno al nucleare.
Giovanni Guzzetta, giurista e capo di gabinetto scelto da Brunetta durante il IV
governo Berlusconi, parla di come “combattere il tabù di una narrazione negativa
rispetto all’atomo: non è giustificato da evidenze empiriche e rientra nel tema
della tecnofobia, una cosa che ha caratterizzato la storia dell’uomo”. Viene
quindi trattato questo argomento come una banalità che ha sempre abbracciato la
storia dell’umanità… poveri stolti tecnofobici!
Anche l’industria ha qualcosa da dire e, come sempre, è il comparto che viene
maggiormente ascoltato dalle istituzioni, a partire dal governo. Aurelio Regina,
Componente del Consiglio di Presidenza e Delegato per l’Energia e per la
Transizione energetica e Presidente del Gruppo Tecnico Energia di Confindustria,
parla di un cambiamento rispetto al passato per quanto riguarda l’opinione
pubblica. Tutti convinti che non rappresenti più un problema ma un’opportunità e
che la popolazione sia assolutamente propensa al nucleare. “L’industria italiana
è pronta a sostenere il nucleare di nuova generazione e a fare la propria
parte!”, esordisce così. L’energia deve essere prodotta in funzione
dell’interesse dello sviluppo industriale, su queste basi viene fatto un
parallelo con l’idroelettrico come fonte utilizzata in questa chiave nella
storia dell’industria italiana. La proposta suggerita per il futuro per lo
sviluppo del nucleare in Italia è l’utilizzo degli oneri di sistema annuali a
fronte dei 200 miliardi spesi per l’implementazione delle rinnovabili. “Con 200
miliardi potremmo costruire il futuro del nostro Paese con un numero di mini
centrali davvero competitivo”, ribadisce Regina. Anche secondo l’industriale il
risultato del referendum è stato dettato dall’impatto emotivo, denigrando in
maniera paternalista chi ha votato no al nucleare. Mentre, a suo dire, oggi c’è
maggiore consapevolezza sugli interessi del nostro sistema: “se vogliamo contare
su un futuro più pulito e competitivo abbiamo solo due fonti che vanno in
parallelo e stanno insieme per forza di cose: nucleare e rinnovabili, se
vogliamo liberarci dalle fonti fossili.” Una narrazione che punta a tenere
insieme queste tecnologie per indorare la pillola, condendo il tutto con un’aura
globale che strizza l’occhio all’ansia climatica delle giovani generazioni, come
se si stesse parlando a una massa di semplici creduloni.
Regina chiude con un appello alle forze politiche: “Su questo tema non ci può
essere né colore né bandiera, le politiche energetiche vanno valutate su altri
parametri che non sono quelli ideologici.” Ancora una volta viene
depoliticizzato il tema dell’energia come se fosse puramente una questione
tecnica senza alcun impatto sul piano politico e sociale oltre che economico.
In tutta questa pantomima, in cui la bussola viene dettata dall’abbandono delle
fonti fossili e dalla necessità di decarbonizzazione, tra gli invitati figura
Francesca Ferrazza in rappresentanza di ENI, settore fusione. Tutti così
convinti di abbandonare le fonti fossili, come insigniti della missione della
decarbonizzazione, ma poi si fa sedere al tavolo il maggior monopolio energetico
ingrassato da gas e petrolio. Per la rappresentante di ENI l’energia da fusione
è strategica e fruibile, a portata di mano, cosa non vera!!
La tecnologia è cambiata, altro punto su cui si martella. Il nuovo approccio è
basato sulla “sicurezza intrinseca passiva” perché il nocciolo del reattore è
collocato dentro una struttura di cemento armato scavata in profondità, il che
lo renderebbe meno vulnerabile. Inoltre, secondo Franco Cotana, Amministratore
delegato di RSE (Ricerca Sistema Energetico), gli SMR (piccoli reattori
modulari) sono più economici, più rapidi e con tempi certi, il che offre più
garanzie per il loro finanziamento a debito. Addirittura riesce a parlare di
“economia circolare” perché ciò che esce dalla quarta generazione non è scarto
pericoloso, a suo dire. Probabilmente l’economia circolare alla quale sta
pensando è quella che riguarda banche, fondi di investimento e speculazione
finanziaria. È incredibile come si possa fare passare il concetto in base al
quale il cosiddetto “nuovo” nucleare non comporterebbe più rischi né
conseguenze, ma addirittura un’ipotesi di rifiuti zero legata alla fusione,
tecnologia al momento inesistente.
Il convegno viene concluso da Cecchi Paone che elargisce meriti al Ministro e
ribadisce sostegno a tutti i nuclearisti convinti che hanno partecipato. Si
lamenta del silenzio intorno ai benefici del nucleare e della contestazione
“senza futuro”, ma si congratula con il sindaco di Trino che, rivela, vorrebbe
portare “in processione”. Paone consiglia di smetterla con questi referendum “su
una cosa così complicata da spiegare”. Il livello di paternalismo e denigrazione
che esce da tutti i pori di questi figuri nei confronti della popolazione arriva
infatti a livelli altissimi, e allora bisogna smetterla con questa “parolaccia”
delle scorie che, per la paura che trasmette, ha inciso sul sentimento popolare.
Cecchi Paone probabilmente si immagina ancora protagonista di un reality di
dubbio gusto quando gioisce perché con un “condottiero come Fratin” sarà
possibile ottenere il risultato di riportare il nucleare in Italia.
Il nostro ex naufrago televisivo non si risparmia e così, per salutare colleghi
e amici, incita a “lavorare in maniera visibile”. L’Italia vede la popolazione
informarsi con la televisione: allora i decisori politici e gli industriali
devono “pretendere che almeno una delle televisioni italiane torni a fare
alfabetizzazione scientifica”. Infine, in qualità di divulgatore scientifico, si
lascia andare a un monito: “Non dimenticate la nuova medicina nucleare,
diagnostica prima ancora che curativa, insieme all’intelligenza artificiale
produrrà risultati sconvolgenti. Nell’era dell’unicità tutti dobbiamo
collaborare e prendere esempio da Musk. Ma soprattutto non morite per i prossimi
5 anni perché il mix tra intelligenza artificiale e nucleare porterà a risultati
senza precedenti.”
Lui sembra dirlo convintamente, chissà se anche ci crede: “non dico che non si
morirà più, ma sicuramente sempre di meno”.
Cecchi Paone sull’isola del programma tv
2. Stato avanzamento iter normativo
Da Pichetto Fratin si evince la direzione del Governo che punta ad avere uno
strumento normativo adeguato già entro l’estate per avviare l’iter di una
ripresa nucleare. Dopo la legge delega, la norma prevede un periodo di 12 mesi
per l’emanazione dei decreti attuativi. L’obiettivo dichiarato è quello di
presentare i decreti legislativi entro Natale, da sottoporre poi ai pareri delle
Regioni.
“Qual è il criterio oggettivo che dimostra che la volontà popolare è stata
superata?” viene chiesto al professor Giovanni Guzzetta, oggi consigliere
giuridico del Ministro sul nucleare sostenibile relativamente ai risultati dei
passati referendum. L’ospite si rifà alla sentenza del 2012 della Corte
Costituzionale che si è espressa circa la possibilità di ripristino di una
disciplina abrogata qualora si verifichi un mutamento nel quadro politico o
nella situazione di fatto. La risposta, dunque, conferma la linea che corre
lungo tutto il convegno: da una parte l’attuale atteggiamento verso il nucleare
considerato più articolato e complesso rispetto al quesito referendario di
allora (quadro politico), dall’altro l’ancora sottolineato miglioramento delle
tecnologie e della disciplina nazionale e internazionale sulla sicurezza
(situazione di fatto). Stando a ciò, la disciplina abrogata può essere
ripristinata.
Per quanto riguarda gli standard di sicurezza, il DDL rinvia sostanzialmente
alla determinazione di quelli basati sulle indicazioni delle agenzie
internazionali, oltre che a quelli rivolti alla struttura morfologica dei
territori. Il ruolo di controllo sulla sicurezza, indica, non dovrà
necessariamente essere affidato al Ministero, ma piuttosto a specifiche agenzie
tecniche, scaricando così gli oneri. Riguardo alle procedure, invece, si
sottolinea l’esigenza di una semplificazione per favorire gli investimenti
privati: “Affrontati certi nodi, si può proseguire con l’iter amministrativo”.
Sui grandi finanziamenti che il nucleare richiede però, il DDL non prevede una
soluzione netta. Emerge il suo avere “una funzione di indirizzo politico
chiara”, cioè quella di “uscire dall’opzione zero sul nucleare”. Per evitare di
scontrarsi con la diffidenza di molti, dunque, e innescare il processo in cui
“riabituarci all’idea”, nessuno scenario è precluso, ma si favoriscono le
compartecipazioni pubblico-privato. In nome di questo adattamento tutto servirà
a superare il tabù, così come il potenziamento degli accordi con la ricerca e le
università.
Presentando il nucleare come una grande opportunità per i territori, sia dal
punto di vista lavorativo, economico che – addirittura – in termini di
valorizzazione del territorio (attraverso le compensazioni), aggiunge, poi, che
il DDL prevede che le intese tra Stato e Regioni siano vincolanti. Tuttavia, per
evitare stalli, il quadro costituzionale permette allo Stato di procedere anche
in caso di diniego regionale qualora esistano esigenze di carattere nazionale
sovrastanti o atteggiamenti ostruzionistici da parte di una regione.
È proprio sul valore territoriale anche Picchetto presenta il nucleare non solo
come fonte di produzione di energia, ma anche – udite, udite! – di tutela
territoriale, al contrario di eolico e fotovoltaico che tappezzerebbero il
nostro patrimonio naturalistico (e turistico).
Ministro Pichetto Fratin
Il piano mira a una chiusura dell’iter complessivo entro il 2050. Per garantire
che la normativa non venga smantellata da governi successivi, Guzzetta
sottolinea l’importanza di avere la certezza legislativa: dopo aver “fatto
riabituare” l’opinione pubblica, chiamare questa al voto referendario tra il
2028 e il 2029 non solo è ipotizzato ma è visto come un’opportunità per saldare
il posizionamento pubblico favorevole e, così, rendere difficile un’inversione
di rotta da parte di altri governi.
3. Soggetti in campo: tra pubblico e privato
C’è spazio poi per i rappresentanti di categorie, gli attori pubblici,
semipubblici e privati che si stanno adoperando per il ritorno al nucleare
nazionale.
Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia – realtà partecipata da
ENEL, Ansaldo Energia e Leonardo – ammonisce sull’importanza di educare un
pubblico (che si presume possa essere in parte diffidente) tramite dati
oggettivi e un metodo comparativo che consisterebbe nel confrontare scenari
energetici diversi a seconda del futuro che vogliamo. Tutto bello, peccato che
per Nuclitalia, che si è assunta questo compito, pare comunque non ci siano
troppi dubbi su quale sia lo scenario su cui valga la pena approfondire: è
quello nucleare, con cui l’Italia avrebbe non solo a disposizione una fonte
energetica a basso costo ma anche il volano per rilanciare filiere industriali
in declino. Quindi più che partire da un futuro desiderabile a valutare le
condizioni per raggiungerlo, vengono prima poste le condizioni e da queste
dedotte le conseguenze, come se condizioni e futuro a cui ambire non potessero
che essere queste. A Mastrantonio fa subito eco Aurelio Regina, vicepresidente
di Confindustria Energia, che ribadisce come il nucleare “non sia una scelta
ideologica, ma una necessità”. Gli interessi dell’industria e del Paese in
questo senso sarebbero perfettamente allineati, e le crisi contemporanee (le
guerre in Ucraina e in Iran) stanno lì a dimostrarlo.
Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, sollecitato sull’Italia
intesa come seconda industria nucleare europea (nonostante i referendum, sintomo
di “un rifiuto quasi inconscio”, secondo il moderatore) si spertica sulla
bellezza del nucleare come tema di ricerca: un oggetto tecnologico che
porterebbe in dote la continua capacità di “inventare qualcosa di nuovo”. Per
questo i giovani studenti, definiti ormai laici (non ideologici), non resistono
all’appeal di un corso di studi che al Politecnico fa bei numeri in termini di
iscritti.
Stefano Buono, Newcleo
Infine è il turno dell’azienda Newcleo, impegnata nello sviluppo di reattori
modulari di quarta generazione e per questo trattata come la punta di diamante
della rinascita nucleare italiana. Newcleo rappresenta così il privato e
l’impresa che investono sul futuro grazie a grandi capacità di ricerca e
innovazione, e ne è portavoce il fondatore, il fisico Stefano Buono (estromesso
però dal ruolo di presidente dall’assemblea dei soci investitori a giugno 2025:
forse al di là dei lustrini della propaganda non tutti erano convinti della
bontà delle ultime innovazioni). Buono loda il DDL ma ammonisce sulla necessità
di decreti attuativi che – non sorprende nessuno – vadano nella direzione di
semplificazione burocratica sul modello degli Stati Uniti. Basta con le
lungaggini dei processi autorizzativi e viva un’amministrazione moderna che
permette di muoversi velocemente.
In sintesi, quello che emerge è un sistema Paese che avrebbe tutte le capacità e
gli strumenti per tornare al nucleare non domani, ma subito; un sistema che in
larga misura è sulla stessa lunghezza d’onda e marcia compatto. Eventuali
resistenze sono il lascito di paure ormai illogiche, frutto di incidenti del
passato che non hanno più senso di essere temuti perché siamo ormai approdati a
nuove generazioni tecnologiche che permetteranno di non avere più scorie (“non
si rilascia più niente”, sentenzia Cecchi Paone) e mettono in campo nuovi
meccanismi di prevenzione del rischio.
C’è ancora un problema, però: “convincere la popolazione” secondo Buono. Questa
cocciuta popolazione che, chissà per quale irrazionale motivo, proprio non
capisce che il nucleare sarebbe ripristinato nei suoi interessi.
4. Ruolo di Torino e del Piemonte
Torino si sa, nel campo dell’innovazione si contende da sempre il primato di
città del futuro e della tecnologia e il nucleare non poteva che rientrare tra
le etichette che accrescono l’immaginario positivista e tecnocratico dei
politici della nostra città e del Piemonte, da destra a sinistra.
Per una città in crisi come quella dell’auto, il nucleare rappresenta un altro
settore su cui puntare. Presenti sia il Presidente della Regione Cirio che il
sindaco di Torino Stefano Lo Russo: approcci diversi ma con un comune obiettivo,
sfruttare le potenzialità dell’intellighenzia e il savoir faire torinese per
essere pionieri della “nuova” tecnologia energetica “green”. Il sindaco del PD
si discosta dalla linea del partito, accarezzando l’idea atomica e di fatto
appoggiando e sostenendo un convegno che della propaganda sul nucleare ne fa la
propria bandiera.
Forse è alla luce (o meglio al buio) delle centinaia di blackout del giugno
torinese che hanno mandato in tilt la città che Lo Russo è arrivato a dare per
buona qualsiasi soluzione di fronte a un problema che sembra ingestibile e che
rischia di far crollare il consenso verso le elezioni 2027, secondo lui infatti
il nucleare diventa l’ennesima carta per riparare all’enorme richiesta di
energia di cui la città avrebbe bisogno. Per risolvere le ondate di calore e i
blackout che colpiscono i cittadini anche a causa dei condizionatori? Certo
questi hanno un ruolo. Ma è più probabile che le preoccupazioni si rivolgono a
dover garantire e rassicurare le imprese belliche in espansione o il
raffreddamento delle nuove infrastrutture dell’IA, i datacenter.
Come conferma il rappresentante della Camera di Commercio di Torino: “Serve il
nucleare perchè ci serve energia per far funzionare le evoluzioni tecnologiche
come l’IA e soprattutto le infrastrutture che la supportano, i data center, dal
fabbisogno energetico enorme.” Non sono state menzionate le volte in cui gli
ospedali sono stati a rischio blackout, i chili di cibo che le famiglie hanno
dovuto buttare nella spazzatura perché i congelatori sono stati paralizzati o
ancora le persone anziane o malate che si sono trovate senza condizionatore per
ore se non giorni, con picchi sopra i 40°C. Secondo il sindaco, l’elettricità
diventa sempre più importante per soddisfare i bisogni di tutti e, ad oggi, non
è presente nessuna fonte che sia in grado di risolvere il problema energetico. È
qui che si inserisce il nucleare e che l’atomo fa capolino nel mix energetico.
Pagliacciate in consiglio comunale a Torino
Come concentrare l’attenzione della popolazione sui suoi presunti benefici?
Lo Russo invoca una certa neutralità della scienza, l’unica che può entrare in
gioco in un terreno così “ideologicamente compromesso”: c’è bisogno di un quadro
laico per superare le paure dei torinesi e per crearlo è necessario investire su
un sapere iperspecializzato, affermazioni contraddittorie sentite più volte. È
ormai ben noto come gli investimenti deviino il corso delle cose, plasmino
un’informazione e una formazione che non sono mai scevre da indirizzamenti
politici. Soprattutto se si tratta di un tema così controverso e che di fatto
rappresenta una tecnologia cosiddetta dual use come il nucleare. E quale
migliore città se non Torino, con il Politecnico e un settore industriale
all’avanguardia, per poterne esplorare le possibilità?
Anche Cirio parte dalla situazione energetica attuale per approdare alla
necessità impellente dell’energia atomica. La prende alla larga, cogliendo
l’occasione per criticare, senza veline, i vari movimenti che si sono occupati
della difesa dei propri territori, colpevoli di cieca ideologia (ancora una
volta) e di aver impedito il progresso e l’autonomia energetica del Paese. Non
poteva non citare i No TAP (fratelli del sud di quei delinquenti dei No Tav),
che hanno rischiato di portare al collasso il sistema energetico italiano
tentando di impedire la costruzione del metanodotto che “dal 2022 ha salvato il
Paese permettendo l’approvvigionamento di gas dall’Azerbaigian dopo aver
abdicato al gas russo”. Secondo il Presidente il nucleare è l’unica energia in
grado di rendere veramente indipendente l’Italia dall’estero: “Occorre coraggio
e portare avanti una battaglia essenziale”, dice elogiando il Ministro Pichetto
Fratin e la sua decisione di scommettere sul ritorno all’atomo. Da buon
piemontese, ricorda come la terra vada rispettata e come il mix energetico debba
tenere conto delle aree rurali in crisi, senza sfruttarle per produrre energia
come è avvenuto per tanti progetti di fotovoltaico ed eolico (il problema viene
sollevato qui in maniera strumentale ma grazie al lavoro di messa in rete tra
comitati abbiamo sviluppato un’ampia conoscenza a riguardo, scevra da
strumentalizzazioni politiche con l’obiettivo di dare spazio alle rivendicazioni
di agricoltori e abitanti delle aree coinvolte in questi progetti). Come dirà
Fratin poco dopo: “L’Italia è troppo bella per essere tappezzata da pale
eoliche”. Si potrebbe essere d’accordo, se non fosse che l’Italia è troppo bella
anche per essere minacciata dalla costruzione di nuove centrali nucleari che da
sempre rappresentano una fonte di instabilità, subordinazione, e minaccia per i
territori dove sorgono e per chi li abita.
Cirio con le nocciole del Piemonte
Cirio e Lo Russo concordano: Torino deve diventare il polo della ricerca, del
trasferimento tecnologico, la città dove mettere a profitto le menti giovani per
risolvere il problema energetico e fare da capofila del ritorno dell’atomo,
sfruttando finanziamenti e investimenti annessi. La filastrocca è sempre la
stessa: investire sulla ricerca per creare valore aggiunto, aprire le porte al
futuro di possibilità che solo il nucleare può garantire. Un futuro
“sostenibile” e “sicuro”, frutto di anni di ricerca e avanzamenti che a Torino
non si sono mai fermati, che sono andati avanti incessantemente nonostante i
freni a mano tirati da una popolazione troppo “emotiva” per capire l’importanza
del progresso tecnologico e le potenzialità di questa tecnologia e una politica
incapace di affermarsi e cambiare il corso delle cose. Menomale che è arrivata
Meloni?
Ad assicurare l’impegno del mondo accademico, e quindi della ricerca e dello
sviluppo tecnologico nell’ambito nucleare, è il rettore del Politecnico di
Torino, Stefano Corgnati. E quale migliore curriculum per un ruolo del genere:
dottore di ricerca in Energetica e Professore ordinario di Fisica Tecnica e
Ambientale del Dipartimento Energia al Poli. Secondo Corgnati è proprio grazie
allo sviluppo tecnologico che si può far capire quanto il nucleare sia una fonte
sicura, soprattutto alla luce degli avanzamenti della tecnologia digitale che,
analizzando i dati, dovrebbe porre delle condizioni di sicurezza ancora
maggiori. Il solito cane che si morde la coda: più sicurezza digitale, più
richiesta di energia, più nucleare, più sicurezza digitale e via dicendo, in un
ciclo di accumulazione energetica e quindi di capitale. Vivisezionando il
comparto del sapere, Corgnati continua, sostenendo che il ruolo dei Politecnici
sia stato fondamentale in questi anni per tenere accesa la miccia del progresso:
c’è sempre stata una nicchia che si è concentrata su quello che è un comparto ad
elevata intensità di sapere e con un continuo tasso di innovazione, una
tecnologia dalle mille e una possibilità di profitto da coltivare a dovere. Non
solo, la tecnologia nucleare permette di costruire “visioni per il futuro”
secondo il Rettore, che rilancia con vanto il boom degli iscritti all’indirizzo
sull’energia nucleare della magistrale in Ingegneria Energetica e Nucleare.
Ammette a gran voce quello che è il ruolo dei Politecnici: formare giovani per
alimentare la forza lavoro.
Corgnati stringe la mano al Ministro delle Imprese Adolfo Urso
Ciò che non viene discusso sono i lauti finanziamenti che, nello specifico, il
curriculum di Nuclear Engineering riceve da Newcleo, la quale supporta gli
studenti con borse di studio e progetti di didattica innovativa. Ciò che viene
omesso riguarda la scelta di come quel curriculum venga indirizzato da
opportunità lavorative maggiormente presenti in quel settore, dove le grandi
imprese stanno puntando. I tassi di occupazione a seguito del conseguimento di
una laurea in Nuclear Engineering sono maggiori del 90% a un anno dal
conseguimento, a differenza dei tanti altri volontariamente sottosviluppati,
come ad esempio quello delle rinnovabili su piccola scala. Tante sono le
opportunità di ricerca per il settore: in un momento di definanziamento totale
dell’Università pubblica, i grandi sponsor si fanno avanti, facendo del lavoro
precario un’arma da utilizzare per alimentare le proprie imprese.
Insomma, piena disponibilità da parte del Politecnico ad assumere un ruolo
centrale nello scacchiere radioattivo, e chissà se questo impegno non
traghetterà il rettore a qualche poltrona di più alto rango? Alcuni giornali lo
dipingono già come un papabile sostituto di Cirio.
Il ruolo centrale del Piemonte viene confermato anche dal Ministro biellese
Pichetto Fratin: la regione si conferma essere una terra di innovazione e
ricerca, ricca di un certo “hummus culturale” non meglio definito, pronta a
chiarire in termini tecnici i vantaggi che può avere questa tecnologia, grazie
in particolare al Politecnico. Nei prossimi mesi si potrà far chiarezza su
quell’ “humus culturale” di cui parlano il Ministro e i suoi alleati, ribaltando
una narrazione che non rappresenta il vero volere di chi abita questi
territori.
Ma c’è un altro capitolo che interessa la regione e ne caratterizza il passato:
quello delle scorie.
Il triangolo delle scorie in Piemonte
Storicamente il Piemonte è interessato dal tema del nucleare, sia per la
centrale “Enrico Fermi” a Trino e i siti satelliti tra cui l’impianto EUREX, il
Deposito Avogadro di Saluggia e l’impianto FN di Bosco Marengo, che per la mole
di scorie che nella regione sono custodite. Il 78/79% delle scorie radioattive
del Paese si trova in Piemonte, proprio in depositi temporanei come quello di
Saluggia e quello di Trino. Negli ultimi anni si è tanto dibattuto del Deposito
Unico Nazionale che dovrebbe rappresentare l’approdo definitivo per il materiale
di scarto radioattivo, un’opera che, sebbene necessaria, è sempre stata gestita
con approssimazione e senza una proposta realizzabile e affidabile da parte di
Sogin. Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) è la S.p.a dello Stato
responsabile del decommissioning (smantellamento e bonifica) di tutti i siti
nucleari italiani e della messa in sicurezza dei relativi rifiuti radioattivi.
Nel 2021 la società ha pubblicato la prima CNAPI (Carta Nazionale delle Aree
Potenzialmente Idonee) individuando 67 luoghi idonei, mentre nel 2023 ha
pubblicato la CNAI (Carta Nazionale delle Aree Idonee), contenente 51 siti
idonei. Ad oggi la situazione è in stallo, dopo tre anni niente sembra più
essersi mosso e Sogin non concede certezze né accenna a una potenziale
calendarizzazione dei prossimi passi.
CNAI
La Sogin inizia il proprio intervento paragonando le scorie a dei leoni: “Cos’è
pericoloso e cos’è rischioso? Se metto il leone in una gabbia, il rischio che il
leone mi aggredisca è basso, dobbiamo fare tante gabbie”. Insomma, il nucleare
non può venire definito pericoloso, ma solo rischioso. Un rischio che verrebbe
attenuato grazie alla costruzione di un Deposito Unico adeguato, su cui si è
concentrata l’azienda pubblica nelle ultime decadi con scarsi risultati. Oggi in
Italia ci sono 33 depositi provvisori, 23 per bassa e molto bassa attività e 10
per bassa-intermedia attività. Il Deposito Unico Nazionale dovrebbe sostituire
tutti questi: un unico centro passivo (quindi senza persone che controllano,
così dice Sogin) con triple barriere e senza emissioni per il territorio. Non
solo una sicurezza per i territori che da decenni ospitano “temporaneamente”
sostanze radioattive, ma un simbolo di prestigio e privilegio che avrà l’onore
di ospitare anche un parco tecnologico che dovrebbe occuparsi di medicina
nucleare, sempre a detta di Sogin.
Manifestazione No Nuke in provincia di Vercelli
La vicenda del Deposito Unico Nucleare si intreccia nello specifico con il
destino della città di Trino. Nonostante non fosse nella lista di possibili siti
destinati alla creazione del Deposito, il sindaco Pane ha presentato nel 2023
un’autocandidatura, rendendo disponibile la città di Trino a ospitare la
costruzione della struttura definitiva per le scorie. Un meccanismo controverso
quello della presentazione delle autocandidature: perché proporre il proprio
territorio quando non compare nella lista dei luoghi idonei realizzata da
esperti che, a loro dire, hanno sezionato l’intero stivale per proporre delle
soluzioni “adeguate”? In sintesi, come può essere idoneo un territorio che non è
presente nella lista delle aree idonee per il Deposito Unico? La risposta è
semplice, e i cittadini di Trino e dei paesi limitrofi l’hanno riportata a gran
voce: Trino non è idonea, e tanti sono i motivi che la definiscono come tale.
Sconvolgente è la postura del sindaco Pane che, nonostante fosse stato costretto
a ritirare l’autocandidatura alla luce della contrarietà della popolazione, si
ripresenta in veste di paladino dell’atomo e coraggioso gladiatore del
palcoscenico, forte, a suo dire, di avere avuto in passato la capacità
diplomatica necessaria ad ottenere il sostegno degli abitanti che finalmente si
sarebbero scrollati di dosso l’ideologia malsana no-nuke, per aderire alla
proposta di un futuro radioso per la città di Trino. Un futuro meritato e che
potrà essere finalmente conquistato ospitando una delle strutture più sicure
della terra, il Deposito Unico.
La Stampa 1986 sulla manifestazione a Trino
Una auto-sviolinata nauseante che stona con la realtà dei fatti, ovvero la
volontà della popolazione di tutelare, ancora una volta, il proprio territorio
da chi propone progetti per tentare la propria scalata politica. Il sindaco Pane
ribadisce con nonchalance come la convivenza con i rifiuti nucleari non sia mai
stata “ingombrante”, come il nucleare sia sempre stato accolto fin dagli anni
‘60 a braccia aperte dai residenti e come il vero problema sia un altro per il
territorio: l’amianto. Altra piaga sicuramente drammatica della storia del
territorio, ma che sicuramente non si può “sostituire” a quella radioattiva
dell’epoca della centrale atomica. Nonostante la storpiatura storica elaborata
dal sindaco, la popolazione della zona è ancora pronta a ricordargli da che
parte sta e che la decisione sul futuro del territorio spetterà a loro.
Manifestazione a Trino contro il Deposito Unico Nucleare nel 2024
5. Conclusioni e nostra prospettiva
In tutta onestà, il fatto che da questo evento potesse risultare un discorso a
senso unico in qualche modo ce lo si aspettava, visti anche gli investimenti di
7,5 milioni di euro previsti nel decreto legge per il 2025 e 2026 al fine di
finanziare la campagna informativa a sostegno del nucleare. Purtroppo però si è
perfino riusciti ad andare oltre, riducendo, a tratti anche goffamente, “Da
Fermi al Futuro” a un mero spot pubblicitario pro-nuclearista. È proprio questo
che alla fine lascia uno strascico di interrogativi sulla serietà comunicativa
del convegno e sulla trasparenza nei confronti dei cittadini: nel momento in cui
si imposta un discorso sul futuro del Paese e su una pianificazione energetica
strategica, le rappresentanze istituzionali non possono e non devono ridurre la
questione a marketing. Il solo fatto di non avere programmato un contraddittorio
sarebbe di per sé sufficiente a derubricare l’evento a una sorta di
“televendita”, ospitata però, ricordiamolo, all’interno di un medium importante
e programmato come la prima di una serie di iniziative.
Ci pare importante dunque provare a tirare le somme di ciò che è stato detto. Se
da un lato il ricorrente appello ai giovani (“ci salveranno i giovani!”, gli
stessi giovani che vengono criminalizzati, ci teniamo ad aggiungere, quando
questi esprimono il loro dissenso verso le politiche del governo italiano) pare
essere un tassello fondamentale per il superamento delle spinte emotive del
passato che hanno reso il nucleare un tabù, le migliorie tecnologiche (a oggi
però solo sulla carta) elencate costituiscono l’altro leitmotiv della giornata.
Non c’è da stupirsi, d’altronde: nella strategia governativa entrambi i punti
dovrebbero rappresentare le modifiche (del quadro politico relativamente a un
mutato atteggiamento della popolazione e delle situazioni di fatto in merito
allo sviluppo tecnologico) necessarie per la presentazione di un futuro
referendum abrogativo.
In parallelo appare evidente il tentativo di sminuire il valore dei due
referendum post Cernobyl e Fukushima (1987 e 2011) laddove si sostiene che nel
primo caso non ci fosse difficoltà di approvvigionamento energetico come oggi
(come a dire che le questioni geopolitiche avrebbero, al lato pratico, maggior
peso rispetto al rischio di un incidente nucleare), mentre del secondo se ne
evidenzia retrospettivamente l’utilita’ per la diminuzione di incidenti e rischi
futuri, sottolineando, tra le righe, gli enormi passi avanti fatti negli ultimi
15 anni (guarda caso!) dalla tecnologia dell’atomo in tema di sicurezza.
Argomentazione che fa a pugni con quanto, ad esempio, sostiene il movimento
no-nuke giapponese (vedi ad esempio la testimonianza dell’attivista Sabu Kohso).
L’obiettivo principale del convegno è stato quello di impostare un discorso su
come orientare l’opinione pubblica in modo subdolo verso un ritorno all’energia
nucleare. I temi portati a sostegno vanno dalla creazione di valore sociale ed
economico allo sviluppo di una supply chain per la creazione di una filiera
nazionale, dal nucleare inteso come fonte non fossile alla sua sicurezza
intrinseca. Dal connubio tra sviluppo di nuove centrali e ricerca in campo
medico, agli svantaggi relativi allo stoccaggio delle scorie e al
decommissioning intesi come processi slegati da centrali in funzione, e ancora
dalla circolarità della futura tecnologia nucleare idealizzata praticamente come
una “produzione a moto perpetuo” alla garanzia di autosufficienza energetica e
di prezzi più bassi.
Un vero e proprio climax ascendente di dichiarazioni entusiastiche culminato in
una perla motivazionale dal sapore di slogan pseudo-scientifico e transumanista:
“Non morite nei prossimi cinque anni perché dobbiamo riportare il nucleare in
Italia!”
Ora, battute a parte, i punti elencati mostrano contraddizioni, a tratti
imbarazzanti, che meritano perlomeno delle brevi considerazioni. Al di là del
fatto che le tariffe odierne dimostrano quanto il costo del nucleare non sia per
niente conveniente sul mercato, è tutto da dimostrare che una centrale di quarta
generazione (a oggi non esistente) potrà in futuro vivere di “autogenerazione”
(“non emetti più niente, non consumi più combustibile”) senza la necessità di
nuove barre di uranio. Quindi il tema legato all’autosufficienza energetica
appare di per sé un’utopia.
Passando invece al tema delle scorie (pardon, “rifiuti” o “residui”, perché,
come già evidenziato in precedenza, a detta dei partecipanti al convegno
“scoria” sarebbe una “parolaccia” creata per fare “terrorismo”), negli
interventi da noi ascoltati non vi è traccia del fatto che il 99% di quelle
prodotte in passato dalle nostre centrali rimane attualmente stoccato
all’estero in attesa di rimpatrio, un “disturbo” fatto ai paesi “ospitanti” non
gratuito, ovviamente, ma pagato dalle nostre bollette. In compenso, ci si spinge
ad annunciare che i “residui” delle centrali di quarta generazione non saranno
pericolosi ma paragonabili a quelli ospedalieri. Ma non finisce qui, si sostiene
ancora che servirebbe ripartire con nuove centrali a fissione, producendo quindi
ulteriori scorie, per ottimizzare gli svantaggi dovuti alla presenza comunque
obbligatoria dei depositi temporanei e i processi di decommissioning
(smantellamento) dei vecchi impianti: un po’ come ricorrere all’assunzione di
alcol in condizione di ipotermia, un finto rimedio che peggiora la situazione.
Tra l’altro, piccola puntualizzazione, sempre in tema di decommissioning, un
dato anch’esso non pervenuto nel discorso: dei 213 impianti nucleari chiusi a
oggi solo 9 possono essere considerati bonificati completamente.
Ma il punto forse più sorprendente tra quelli elencati è quello che viene
presentato come una supposta interdipendenza tra energia e medicina nucleare.
Perché parlare di diagnosi precoce del cancro, di maggiori possibilità di
guarigione? A pelle, crediamo che nessuno abbia mai pensato di considerare un
tabù la ricerca nel campo della medicina nucleare! E che c’entra questa con gli
Small modular reactors o i reattori di quarta generazione? O addirittura con la
fusione nucleare?
Manifestazione in provincia di Vercelli
Forse è proprio da qui che deve partire una riflessione seria. Nonostante si
continuino a sbandierare i benefici economici che l’atomo dovrebbe portare alla
bolletta energetica, appare evidente che la ricerca nucleare abbia per sua
natura costi elevatissimi, il che comporta la costante ricerca di sponde con cui
condividere la spesa. Così è sempre stato con il nucleare civile e quello
militare, così emerge qui dalle dichiarazioni sugli enormi costi legati alla
medicina nucleare. Il dubbio, ovviamente, non è se investire o meno nella
ricerca medica, piuttosto ci domandiamo se sia plausibile programmare una spesa
di 200 miliardi di euro per la creazione di un impianto energetico nucleare
nazionale, viste le incoerenze sopra elencate e i lunghi tempi di realizzazione
che non ci possiamo permettere se vogliamo davvero affrontare l’emergenza
climatica che anno dopo anno batte ogni record.
Sempre in tema di spesa, non è certo un caso che, sfruttando l’assist europeo e
l’etichetta green data di recente al nucleare, tra gli obiettivi menzionati ci
sia la volontà di portare in Europa l’idea che il sostegno pubblico non vada
attuato solo verso le rinnovabili ma anche nei confronti di un’elettrificazione
nucleare, intesa come processo di decarbonizzazione, il che darebbe accesso a
quei 7-8 miliardi di euro annuali di oneri generali di sistema.
Possiamo dunque riassumere che la scommessa del nucleare a oggi sarebbe quella
di massimizzare il contributo di una ricerca che ha continuato a lavorare in
sordina in questi decenni e puntare su uno sviluppo industriale che crei
crescita nella speranza che tutto questo ripaghi in futuro degli sforzi e dei
costi iniziali da sostenere, al momento tuttavia non comprovabili né
finanziabili in maniera chiara. Il suggerimento pare dunque essere quello di non
sbilanciarsi nel parlare solo di potenzialità, ma di quanto si sia in grado di
fare realmente oggi, perché del risparmio in bolletta non si può conoscere né la
tempistica né l’importo reale.
In conclusione, seguendo l’impostazione dettata dal convegno relativamente al
tenere un approccio non ideologico verso l’argomento e restando quindi su un
piano tecnico-pratico, possiamo dire che l’insieme degli interventi ha
confermato una visione priva di certezze, ricca di slogan e con alcuni
pericolosi “non detti” che dovrebbero allertare l’opinione pubblica e i media. A
tal proposito ci domandiamo se la stessa La Stampa e/o le piattaforme incaricate
di ospitare i futuri “eventi televendita” pianificati dal governo, si sentiranno
in dovere di porsi e di porre agli attori intervenuti alcuni interrogativi,
cominciando (se possiamo dar loro dei suggerimenti) dalle dichiarazioni a tratti
deliranti che dipingono la quarta generazione di reattori a fissione come
gioiellini privi di produzione di scorie pericolose e autorigeneranti in termini
di barre di uranio.
Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in
vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani
reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina.
Vorremmo fare luce su un fatto preoccupante passato sotto il radar. Da 6 mesi
infatti sono detenuti giovanissimi dai 16 ai 18 anni a seguito dei disordini
dello sciopero del 3 ottobre.
La legge italiana dovrebbe basarsi sul principio di imparzialità,
proporzionalità della pena e funzione rieducativa di questa, tutta via questi
ragazzi (alcuni dei quali senza precedenti e con le sole accuse di resistenza e
danneggiamento) sono stati allontanati dalle loro famiglie, dalla scuola e
abbandonati in carceri minorili e comunità a chilometri dalla loro vita, dopo un
operazione in grande stile a pochi giorni dai fatti. In uno Stato in cui la
burocrazia procede lenta, ci sono stupratori e mafiosi a piede libero ci sembra
perlomeno sospetta la repentinità e la forza impiegata contro questi ragazzi.
Gli stessi esponenti del governo che dichiarano: “se viene Netanyahu in Italia
non lo arrestiamo”, si sono rivendicati l’operazione. Tutta questa insensatezza
però si risolve quando consideriamo il fattore politico: quest’operazione si
configura come vendetta del governo contro il movimento per la Palestina.
Dipingono dei ragazzi come mostri e li usano da capro espiatorio: i violenti
propal (anche se in quella piazza a scatenare gli scontri era stata la polizia),
spaventando allo stesso momento i giovani che si mobilitano e creando divisioni
nel movimento. A pagarne il prezzo? Dei ragazzini. Non accettiamo il divide et
impera di un governo con le mani sporche di sangue che è debole coi forti e
forte coi deboli, che con una mano firma decreti sicurezza contro chi manifesta
e con l’altra depenalizza i reati con cui i politici rubano, non abbandoniamo
questi ragazzi da soli a pagare il prezzo di una piazza in cui eravamo 100.000.
Una giustizia educativa
«Di che nazionalità era quello che ti passava le bottiglie da lanciare?»
Una delle numerose domande, questa, che ha costellato l’interrogatorio svoltosi
ieri presso il Tribunale minorile di Torino ai danni di 2 dei 6 imputati,
arrestati lo scorso gennaio con l’accusa di resistenza e danneggiamento per aver
partecipato alle mobilitazioni serali del 3 ottobre, durante il movimento
Blocchiamo Tutto.
Salta agli occhi da un quesito simile tutto l’indegno razzismo che ha coronato
l’intera udienza. L’interrogazione procede ansiogena richiedendo se gli imputati
fossero a conoscenza dei fondamenti di Hamas e se ne condividessero i valori, e
ancora opinioni richieste riguardo il 7 ottobre, e addirittura insinuazioni
riguardo ipotetici sensi di colpa che chi aderisce alle manifestazioni per la
Palestina, come i ragazzi sotto processo, dovrebbero provare nei confronti dei
“bambini israeliani”. II sionismo istituzionale non cerca nemmeno di celarsi
dietro una presunta deontologia della professione di giudice. Un interrogatorio
pressante che ha spesso esulato dall’oggetto del processo. Un interrogatorio
strutturato per far dire ciò che il giudice voleva sentire nelle vesti di una
confessione e con modalità volutamente provocatorie con il fine di indurre a
reazioni che giustificassero il profilo aggressivo delineato dall’accusa e
sotteso dalla corte giudicante.
Ecco la portata educativa veicolata dal sistema penale minorile, che cerca di
infondere nei ragazzi che disgraziatamente si trovano a rapportarsi con questa
istituzione, il senso di colpa, la vergogna, l’impotenza, un sistema che in via
cautelare allontana dalla propria famiglia rinchiudendo persone senza processo
in un carcere minorile o in una comunità a kilometri da casa, impedendo di
andare a scuola o di frequentare sport o attività essenziali alla crescita
personale, che impedisce la socialità e l’appagamento di una vita significativa.
Vogliono, in sostanza che quel marchio del “criminale” ti rimanga inciso sulla
fronte per tutta la vita, perchè una persona, nonostante la propria giovane età,
ha osato sfidare il potere costituito che poi, senza scrupoli, si vendica del
fatto che milioni di persone abbiano bloccato il Paese intero mossi da un ideale
di giustizia arrivato fino a noi grazie alla voce irriducibile della resistenza
palestinese. Educazione equivale a sottomissione.
Non servivano, per altro, le 2 ore di ritardo con cui è cominciata l’udienza,
per ricordare ai giovani imputati che del loro tempo le istituzioni se ne
fregano con assoluta convinzione.
Sarebbero bastati i 6 mesi di detenzione, i mesi di attesa per avere un permesso
per frequentare la scuola (quasi fosse una gentile concessione!). Tempo che è
stato sottratto all’autodeterminazione, alla crescita, alle aspirazioni di
queste persone, un tempo che nessuno avrà mai il potere di restituire.
L’esito dell’udienza è stato 1 anno di messa alla prova, ci sarebbe da chiedere
a chi bisognerebbe dare prova di cosa. Dopo 6 mesi di detenzione, non si è
contenti del risultato e si vuole continuare a tenere nelle maglie strette della
cosiddetta giustizia la vita di questi prigionieri politici.
Giovedì 16 luglio verranno sottoposti a processo anche il resto dei minorenni
arrestati a gennaio, e ancora una volta saremo lì. Perchè nessuno dovrebbe
subire una violenza simile da solo e perchè liberare i nostri prigionieri è un
dovere che rientra tra i compiti di chi si pone l’obiettivo di liberare questo
mondo dal fascismo sionista che sta avvelenando le vite dei popoli di tutta la
terra. Ce lo insegna la Palestina che indietro non si lascia nessuno e così
continueremo a fare. La libertà è una lotta costante!
LIBERTÀ PER I NOSTRI PRIGIONIERI POLITICI
LIBERTÀ PER LA PALESTINA E PER I POPOLI DI TUTTA LA TERRA