Source - InfoAut: Informazione di parte

Informazione di parte

Roma sotto sfratto: l’attacco agli spazi sociali e le risposte dal basso
Dopo lo sgombero di Askatasuna e la risposta di massa degli scorsi mesi, continua la campagna contro gli spazi sociali in tutta Italia. Da Roma riceviamo e pubblichiamo il comunicato dello Spazio Sociale Ex 51 di Valle Aurelia, che invita abitanti e realtà sociali a partecipare a un’assemblea pubblica presso il loro spazio in via Aurelio Bacciarini 12 il 1° marzo alle 14:30. Vale la pena inoltre ripercorrere le molteplici iniziative in corso nella capitale. Ieri una partecipata street parade ha attraversato le strade del Laurentino, quartiere popolare dove da anni l’occupazione di Laurentino 38 costruisce relazioni e percorsi di lotta insieme agli abitanti. L’iniziativa nasce in risposta all’annunciato sgombero che, secondo i tempi amministrativi, dovrebbe prodursi entro il mese di febbraio: un nuovo attacco a una realtà che ha rappresentato negli anni un punto di riferimento contro l’abbandono istituzionale, la speculazione e il degrado programmato. Domenica prossima, come ogni anno, si terrà nel quartiere Tufello il corteo in ricordo di Valerio Verbano, giovane militante antifascista ucciso il 22 febbraio 1980 nella sua casa da un commando neofascista. Una ferita ancora aperta nella storia della città, che continua a vivere nelle mobilitazioni contro fascismo, repressione e violenza di Stato. Di seguito il comunicato dell’Ex 51.  Dopo la grande manifestazione del 31 gennaio a Torino abbiamo assistito a una forte reazione del governo in due direzioni: una stretta securitaria e autoritaria, già parte del suo programma da destra radicale, e un importante sforzo mediatico per attaccare l’opposizione reale, quella sociale e di piazza. La prima è uno strumento completamente nelle loro mani che ha preso la forma di un nuovo decreto sicurezza e di un disegno di legge; a essi è necessario contrapporsi ancora in maniera decisa, riprendendosi metro dopo metro gli spazi di libertà negata. Non è certo sufficiente osteggiare simili provvedimenti timidamente e con qualche frase ad effetto, come magistralmente fa la sinistra istituzionale, per beceri motivi elettorali e che, qualora al governo, avrebbe reagito in modo analogo. Il secondo, cioè la propaganda mediatica, àmbito nel quale l’apparato statale è egemone, sembrerebbe non aver funzionato a dovere fin da subito. Forse perché preso dalla foga, forse perché screditare una piazza da 50.000 persone non era semplice; forse perché parzialmente controbilanciato da una stampa più vicina alla sinistra partitica e pallidamente scettica su vari aspetti (esclusivamente per i suddetti motivi elettorali, non ci si illuda: un identico attacco al corteo è comunque arrivato anche da loro); forse perché, nonostante gli ingenti e costosi mezzi di comunicazione, non può incidere su ogni argomento. Etichettare la rabbia sociale esclusivamente come la cosiddetta “violenza dei centri sociali” e addirittura “terrorismo” non ha apparentemente raggiunto i risultati sperati, visto che è evidente alla maggior parte della popolazione come la realtà sia ben distante e più articolata. Ciò ha spinto gli apparati dello stato a rincarare la dose: infatti, il copione si è ripetuto dopo la manifestazione di Milano del 7 febbraio contro la devastazione economica e ambientale prodotta dalle olimpiadi. La retorica del potere, se possibile, si è dimostrata ancora più vuota: chi manifesta è “nemico dell’Italia!”. Una nuova inchiesta, se così si può dire, ha quindi preso di mira in modo subdolo e vigliacco alcuni spazi sociali di Roma, tra cui l’Ex 51, cercando di dipingerli con un’immagine distorta, attraverso riprese acquisite di nascosto e montate ad arte, con musiche cupe, tinte fosche e una dose massiccia di sensazionalismo. La narrazione è così grottesca e lontana dalla realtà che non vale neanche la pena analizzarla nel dettaglio. Non è nostro interesse dare loro alcuna attenzione. Anzi, quasi ci rallegra questo interesse morboso e accanito nei nostri confronti, perché ci offre l’opportunità di rilanciare e mostrare, anche a chi non ci conosce, chi siamo veramente e che cosa facciamo. Come altri centri sociali, collettivi e realtà che si autorganizzano per proporre dal basso alternative concrete allo stato di cose, ci sentiamo di dire che il nostro spazio rappresenta una vera opposizione. In un quartiere e in una più ampia zona di Roma – quella del quadrante Nord-Ovest – dove i problemi sono tanti, profondi e radicati e al contempo ignorati dalle istituzioni, l’attenzione mediatica, invece di curarsi della desolazione e dell’abbandono in cui la popolazione vive, dei diritti negati e delle condizioni materiali ogni giorno peggiori, cerca, per conto di chi governa, di criminalizzare chi costruisce percorsi per opporsi a tutto questo. La nostra opposizione si manifesta attraverso un conflitto reale, costruito con percorsi di lotta dal basso, contro lo stato attuale delle cose, e, al contempo, attraverso iniziative di informazione e condivisione, formazione e dibattito, attività sociali a tutti i livelli. Basterà dire che abbiamo avuto conoscenza del servizio, in parte anche a noi dedicato, subito dopo una bella giornata di distribuzione indumenti nell’àmbito del nostro progetto di Guardaroba Solidale e apprestandoci a discutere della prosecuzione del percorso nazionale, tracciato a partire dalla grande assemblea del 17 gennaio a Torino. Siamo entrambe le cose, seppur per il potere ciò non sia concepibile né ammissibile, e in ogni caso da reprimere. Rifiutiamo e non ci riconosciamo nella dicotomia tra buoni e cattivi, sempre più spesso utilizzata da questo governo, come anche da quelli precedenti, per dividerci e criminalizzarci. L’apparato dello stato ci attacca con le sue armi. Dobbiamo sempre ricordare che, oltre alla necessità di difenderci, ciò offre opportunità e che la scelta del campo di battaglia spetta a noi. Crediamo che questo campo sia nei quartieri delle città, nei piccoli centri e in ogni comunità che si forma attorno a bisogni che questo sistema tradisce quotidianamente. Si trova nelle attività sociali e culturali che le realtà propongono dal basso. Si trova nei movimenti e nelle piazze che, con le loro specificità, sono attivi ogni giorno per creare un’opposizione concreta a questo stato di cose. La lotta mediatica non ci appartiene: al momento è sproporzionata in termini di forze e la propaganda, che avvelena le persone sedute davanti alla TV, non può essere affrontata ad armi pari. Ma possiamo mostrare a tutti che cosa realmente siamo, nella quotidianità e nelle lotte, mantenendo la nostra identità, la nostra narrazione e soprattutto la nostra agenda, nella consapevolezza che un mondo diverso, senza disparità o ingiustizia, è possibile. Ci appelliamo quindi a tutti i centri sociali, i collettivi, le assemblee e le realtà della città che vogliano condividere con noi idee e proposte per rilanciare un percorso cittadino di lotta, che difenda e promuova gli spazi e tutto ciò che facciamo quotidianamente, che unisca contro il costante attacco e ribalti il tavolo, che faccia vera opposizione in base alle proprie pratiche e specificità. Proprio per questo invitiamo collettivi, percorsi e singole individualità ad un’assemblea per discutere di tutto il 1 marzo alle 14:30 presso il nostro spazio in via Aurelio Bacciarini, 12, Valle Aurelia. Ci vedremo in piazza il 14 febbraio per L38 e il 21 febbraio in ricordo di Valerio Verbano. Ad Askatasuna la nostra solidarietà militante, vicinanza ideale e gratitudine per quanto fa e rappresenta. A ZK Squat e Leoncavallo la complicità e la vicinanza per i recenti sgomberi. A L38 Squat, Officina 99, CaseMatte e Spin Time la solidarietà per le minacce ricevute. A tutti gli spazi e i collettivi oggi sotto attacco la nostra rabbia, perché, se continuiamo la lotta, gli apparati dello stato non potranno fermarci mai. Contro il governo Meloni Contro ogni oppressore Contro il pacchetto sicurezza e l’attacco mediatico. In difesa degli spazi sociali e per il rilancio di un’opposizione reale, dal basso e conflittuale. Il popolo si ribella Ostinatamente, Spazio Sociale Ex 51- Valle Aurelia – Roma, 11 febbraio 2026
Gli Stati Uniti deportano segretamente i palestinesi in Cisgiordania in coordinamento con Israele
Un’indagine rivela che i palestinesi arrestati dall’ICE vengono trasportati, legati e incatenati, su un aereo privato di proprietà di un magnate israeliano-americano vicino a Trump. da invictapalestina.org Fonte. English version Di Ghousoon Bisharat e Ben Reiff – 5 febbraio 2026 Gli Stati Uniti stanno deportando silenziosamente i palestinesi arrestati dal Dipartimento Immigrazione e Dogane (ICE) verso la Cisgiordania Occupata a bordo di un aereo privato, con due voli di questo tipo effettuati in coordinamento con le autorità israeliane dall’inizio di quest’anno, nell’ambito di un’operazione segreta e politicamente delicata rivelata da un’indagine congiunta di +972 Magazine e The Guardian. Otto uomini palestinesi, ammanettati per polsi e caviglie per l’intero viaggio, sono stati fatti deportare da un centro di deportazione dell’ICE a Phoenix, in Arizona, il 20 gennaio e sono arrivati a Tel Aviv la mattina seguente dopo aver fatto rifornimento in New Jersey, Irlanda e Bulgaria. Dopo l’arrivo all’aeroporto Ben Gurion, gli uomini sono stati caricati su un veicolo con un agente di polizia israeliano armato e rilasciati a un posto di blocco militare fuori dalla città palestinese di Ni’lin, in Cisgiordania. Lo stesso aereo privato, di proprietà di un magnate immobiliare israeliano-americano, amico e socio in affari di lunga data del Presidente Donald Trump, ha effettuato un viaggio quasi identico lunedì di questa settimana, ma il numero di passeggeri a bordo e la maggior parte delle loro identità rimangono poco chiari. Secondo fonti a conoscenza dei dettagli, gli otto uomini deportati con il volo iniziale, la cui prima notizia è stata riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, sono residenti in città della Cisgiordania, tra cui Betlemme, Hebron, Silwad, Ramun, Bir Nabala e Al-Ram. Alcuni di loro erano titolari di permesso di soggiorno e molti hanno mogli, figli e altri familiari stretti negli Stati Uniti. Alcuni erano stati trattenuti nelle strutture dell’ICE per settimane; almeno uno è stato trattenuto per oltre un anno. La prima persona a notarli al momento del rilascio al posto di blocco di Ni’lin il 21 gennaio è stato Mohammed Kanaan, un professore universitario che vive vicino al valico. “Verso le 11 del mattino, ho visto un gruppo di uomini camminare verso casa mia indossando pigiami grigio chiaro, come quelli indossati dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane”, ha dichiarato. (Queste tute provengono dall’ICE.) “Sono rimasto scioccato nel vederle. L’esercito israeliano di solito non rilascia prigionieri a questo posto di blocco”. Un lavoratore palestinese aspetta fuori dal checkpoint di Ni’lin, mentre sullo sfondo si può vedere l’insediamento israeliano di Hashmonaim, Cisgiordania occupata, 21 ottobre 2013. (Keren Manor/Activestills) Kanaan ha detto che gli uomini avevano freddo quando sono arrivati a casa sua. “Non indossavano giacche o cappotti, e quel giorno il tempo era molto freddo e ventoso”, ha raccontato. “Sono rimasti a casa mia per due ore, durante le quali ho dato loro da mangiare e hanno chiamato le loro famiglie, che sono venute a prenderli o hanno organizzato il trasporto per loro”. Secondo Kanaan, era passato così tanto tempo dall’ultima volta che gli uomini avevano contattato le loro famiglie, a causa della loro prolungata detenzione nelle strutture dell’ICE, che alcuni di loro erano considerati dispersi. “Le loro famiglie erano così felici di sentire le loro voci”, ha detto. “Una madre ha iniziato a urlare e piangere al telefono”. Un residente di Ramun ha confermato che due uomini originari della città della Cisgiordania erano sul primo volo di espulsione. Ha aggiunto che almeno altri quattro giovani della città che vivevano negli Stati Uniti sono attualmente trattenuti dalle autorità statunitensi, con crescenti timori che possano essere espulsi anche loro. Diversi avvocati specializzati in immigrazione hanno espresso sgomento e preoccupazione per i voli, osservando che le espulsioni di palestinesi attraverso Israele sono state estremamente rare in passato e che facilitare le espulsioni nei Territori Occupati può costituire una violazione del Diritto Internazionale. “Oltre alle numerose irregolarità nell’espulsione di otto palestinesi su un aereo privato e senza un giusto processo, questo trasferimento viola anche il principio di non respingimento, che vieta il rimpatrio forzato di individui in un Paese in cui vi siano fondati motivi di ritenere che la persona correrebbe il rischio di subire danni irreparabili al ritorno, tra cui persecuzioni, torture, maltrattamenti o altre gravi violazioni dei diritti umani”, ha spiegato Gissou Nia, direttrice del Progetto di Contenzioso Strategico presso il Consiglio Atlantico. “Gli Stati Uniti sono vincolati da trattati internazionali che lo vietano esplicitamente, tra cui la Convenzione Contro la Tortura”, ha proseguito. Pertanto, gli Stati Uniti hanno violato questo principio rimandando richiedenti asilo palestinesi e palestinesi con altri status su un volo per Israele, dove subiscono persecuzioni. Agenti della polizia di frontiera israeliana arrestano con violenza un manifestante palestinese nei pressi del checkpoint di Beit El, a nord di Ramallah, Cisgiordania occupata, 22 dicembre 2017. (Oren Ziv) “Anche il ruolo dello Stato israeliano nel trasferimento di questi individui dall’aeroporto Ben Gurion alla Cisgiordania lo implica in questa violazione”, ha aggiunto Nia. “Inoltre, se Irlanda e Bulgaria erano a conoscenza del fatto che l’aereo privato trasportava questi individui, la sosta per il rifornimento solleva interrogativi sulla responsabilità di intermediazione di quei Paesi”. L’avvocato israeliano per i diritti umani Michael Sfard ha descritto i voli come “un caso eccezionale: non conosco casi in cui i palestinesi siano riusciti a raggiungere la Cisgiordania attraverso l’aeroporto Ben Gurion, nemmeno per motivi umanitari, ad eccezione dei VIP”. Pertanto, ha affermato, ritiene che “un qualche tipo di interesse specifico abbia reso tutto ciò possibile”. Secondo Haaretz, le deportazioni sono state effettuate in seguito a “una richiesta insolita da Washington a Israele” e sono state approvate dal servizio di sicurezza israeliano Shin Bet. “Tutto ciò che ho vissuto, l’ho vissuto negli Stati Uniti” Maher Awad, 24 anni, era uno degli otto uomini sul primo volo di deportazione. “La mia vita era meravigliosa”, ha dichiarato dalla casa di famiglia a Ramun, vicino a Ramallah, in un inglese con accento americano. “Mi sentivo al sicuro negli Stati Uniti finché l’ICE non mi ha arrestato”. Ha raccontato di essersi trasferito quasi dieci anni fa dalla West Bank a Kalamazoo, nel Michigan, dove viveva già suo zio. Ha terminato il liceo lì prima di iniziare a lavorare nel famoso negozio di shawarma di famiglia, tra le altre attività di famiglia. Non aveva il permesso di soggiorno, ma ha detto di aver ottenuto un numero di previdenza sociale mentre ne faceva richiesta. Ha anche pagato le tasse e ha ottenuto la patente di guida. Ha incontrato la sua compagna, la ventiseienne Sandra McMyler, qualche anno fa, e avevano programmato di sposarsi. “Tutto ciò che sapevo, tutto ciò che ho vissuto l’ho vissuto negli Stati Uniti”, ha detto. Un palestinese scende dal jet privato che ha deportato lui e altri sette palestinesi dagli Stati Uniti in Israele, il 21 gennaio 2026. (Fonte sconosciuta) Nel febbraio 2025, Awad chiamò la polizia per denunciare un’irruzione. Ma al loro arrivo, lo arrestarono, apparentemente in relazione a un’accusa di violenza domestica del 2024, che sia lui che McMyler, il soggetto coinvolto, dichiararono essere stata archiviata. Fu trattenuto per due giorni nel carcere locale; quando uscì, fu prelevato dall’ICE (l’accusa penale fu poi archiviata). Per quasi un anno, fu trasferito tra diversi centri di detenzione prima di essere imbarcato sul volo per Israele. Gli agenti dell’ICE, ha detto, gli confiscarono il passaporto palestinese e il telefono, senza restituirli. Quando di recente fu fermato a un posto di blocco militare israeliano, tutto ciò che dovette mostrare fu una patente di guida del Michigan. Dopo aver appreso che le autorità statunitensi intendevano deportarlo in Cisgiordania, ha affermato di aver espresso forti obiezioni agli agenti dell’ICE e a un giudice. “Ma mi hanno semplicemente costretto ad andarmene”, ha spiegato. “È spaventoso; non voglio davvero essere qui. Preferirei essere in un Paese diverso dal mio in questo momento, a causa di tutto quello che sta succedendo”. Poco prima che Awad venisse arrestato, McMyler, che aveva già due figli, è rimasta incinta di suo figlio, nato quattro mesi fa. Awad non lo ha ancora incontrato. “Mi ha consumato ogni singolo giorno”, ha detto a proposito dell’aver perso la nascita di suo figlio. “Ogni volta che vado a dormire, guardo le sue foto e piango”. Oltre alla compagna e al figlio, il fratello, la sorella e lo zio di Awad rimangono negli Stati Uniti, e ha detto che hanno tutti uno status legale. “Vuole solo suo figlio, vuole la sua famiglia”, ha detto McMyler dal Michigan. “Vuole potermi aiutare a prendermi cura del suo bambino. Vuole tenerlo in braccio, baciarlo, coccolarlo. “Gli altri miei figli sentono la sua mancanza”, ha aggiunto, descrivendo come ha sofferto senza Awad nell’ultimo anno. “Voglio che la mia famiglia torni insieme”. Maher Awad and Sandra McMyler. (Courtesy) Sameer Zeidan, un commesso di 47 anni originario della città di Bir Nabala, sempre vicino a Ramallah, era sullo stesso volo di espulsione di Awad. Suo zio, Khaled, ha dichiarato che Zeidan viveva in Louisiana da oltre vent’anni con la moglie, anche lei palestinese della Cisgiordania e cittadina statunitense. Avevano cinque figli, tutti con passaporto statunitense. Secondo lo zio, Zeidan aveva un permesso di soggiorno, ma l’ha lasciata scadere senza rinnovarla. Anche i suoi genitori e tre dei suoi fratelli vivono negli Stati Uniti. Khaled ha affermato che Zeidan, che ha scontato la pena in carcere circa dieci anni fa, è stato detenuto dall’ICE per circa un anno e mezzo, durante il quale è stato trasferito tra diverse strutture. È stato informato dell’espulsione. volo con due mesi di anticipo. Come Awad, ha detto, gli agenti dell’ICE hanno confiscato la carta d’identità e il passaporto palestinese di Zeidan e non glieli hanno mai restituiti. Zeidan ha raccontato a suo zio di essere stato ammanettato mani e polsi “dal momento in cui ha lasciato il centro di detenzione dell’ICE fino a quando non è sceso dall’auto al posto di blocco vicino a Ni’lin”. Durante il volo, ha detto suo zio, ha mangiato “muovendo la faccia verso il piatto”; quando ha avuto bisogno di usare il bagno, gli hanno permesso di togliere un polso e una caviglia dalle catene. Secondo suo zio, a Zeidan è stato fatto firmare documenti che autorizzavano la sua espulsione, cosa di cui si pente. “Mi ha detto che se non avesse firmato questi documenti, sarebbe stato in qualche modo in grado di rinnovare il suo permesso di soggiorno”, ha detto Khaled. “Ora non può tornare negli Stati Uniti. Tutta la sua famiglia è lì”. “Un sistema opaco e senza responsabilità” La coda dell’aereo privato utilizzato per i due recenti voli di deportazione reca l’emblema di Dezer Development, una società immobiliare fondata dall’imprenditore israeliano-americano Michael Dezer e oggi gestita dal figlio, Gil Dezer. I Dezer sono soci in affari di Donald Trump dall’inizio degli anni 2000. Hanno costruito sei torri residenziali a marchio Trump a Miami, in Florida, e i documenti mostrano che hanno donato congiuntamente oltre 1,3 milioni di dollari (1,1 milioni di euro) alle sue campagne presidenziali. La stravagante festa per il 50° compleanno di Gil Dezer, l’anno scorso, ha visto la partecipazione di artisti vestiti da Trump. Il suo sito Web riporta che è membro degli Amici della Florida delle Forze di Difesa Israeliane, un’organizzazione no-profit statunitense che raccoglie fondi per l’esercito israeliano. Dezer ha parlato del suo “amore” per il Presidente in una recente intervista. “Lo conosco da circa 20 anni. Ero al suo matrimonio. Lui era al mio. Siamo buoni amici. Sono molto orgoglioso che sia in carica. “Sono molto orgoglioso del lavoro che sta svolgendo”. Trump Towers di Dezer Development a Sunny Isles, Florida, 25 marzo 2012. (Edward Dulmulder/CC BY 2.0) I voli arrivano mentre l’amministrazione Trump intensifica gli sforzi per espellere un gran numero degli oltre 10 milioni di immigrati clandestini che vivono negli Stati Uniti. A tal fine, l’ICE ha noleggiato l’aereo di Dezer, che in precedenza ha descritto come “il mio giocattolo preferito”, tramite Journey Aviation, una compagnia con sede in Florida che spesso si avvale di contratti con agenzie federali per fornire accesso a una flotta di aerei privati. (Journey ha rifiutato di commentare i voli di espulsione verso Israele.) Secondo Human Rights First (I Diritti Umani Prima di Tutto – HRF), che monitora i voli di espulsione, l’aereo di Dezer ha effettuato altri quattro “voli di espulsione” da ottobre: in Kenya, Liberia, Guinea ed Eswatini. “Questo aereo a noleggio privato è stato ripetutamente utilizzato per i voli dell’ICE Air”, ha affermato Savi Arvey, direttore della ricerca e analisi per i diritti dei rifugiati e degli immigrati dell’HRF. “Fa parte di un sistema opaco di aerei privati che facilita la campagna di Deportazioni di Massa di questa amministrazione, che ha palesemente ignorato il giusto processo, separato le famiglie e operato senza alcuna responsabilità”. In un’e-mail, Dezer ha dichiarato di “non essere mai stato a conoscenza dei nomi” di coloro che viaggiano a bordo del suo aereo quando è noleggiato privatamente da Journey, né dello scopo del volo. “L’unica cosa di cui sono informato sono le date di utilizzo”, ha detto. I funzionari statunitensi non hanno risposto alle domande sul costo dei due recenti voli per Israele, ma secondo l’ICE, i costi dei voli a noleggio sono variati da quasi 7.000 a oltre 26.000 dollari (5.900-21.900 euro) per ora di volo in passato. Fonti del settore aeronautico stimano che i voli di ritorno per Israele siano probabilmente costati all’ICE tra i 400.000 e i 500.000 dollari (336.000-420.000 euro). Poiché gli Stati Uniti non riconoscono la Palestina come Stato, esistono enormi incongruenze nel modo in cui i funzionari di frontiera classificano i Paesi di origine e di espulsione dei palestinesi. I palestinesi arrivati negli Stati Uniti sono stati variamente identificati come provenienti da Israele, Egitto, Giordania o qualsiasi altro Paese arabo attraverso il quale potrebbero aver transitato, la maggior parte dei quali, e in particolare Israele, li ha generalmente rifiutati. Di conseguenza, i palestinesi spesso languiscono nei centri di detenzione per immigrati statunitensi più a lungo di altri immigrati. In passato, quando le autorità per l’immigrazione non riuscivano a trovare un Paese in cui espellerli, i palestinesi venivano rilasciati negli Stati Uniti, spesso con cavigliere monitorate e l’obbligo di regolari controlli presso l’ICE. Ma poiché l’amministrazione Trump ha cercato di mantenere la promessa di espulsioni di massa, diversi palestinesi sono stati espulsi dagli Stati Uniti negli ultimi mesi. Ex funzionari del Dipartimento per la Sicurezza Interna e del Dipartimento di Stato hanno confermato che gli Stati Uniti in passato erano stati riluttanti a deportare i palestinesi attraverso Israele, e gli avvocati specializzati in immigrazione hanno espresso preoccupazione per il coinvolgimento di Israele nelle deportazioni, temendo che i loro clienti possano ritrovarsi detenuti, interrogati o maltrattati dalle stesse forze di sicurezza da cui spesso fuggono. “C’è ora la volontà di fare ciò che altre amministrazioni non sono state disposte a fare”, ha affermato Maria Kari, un avvocato che ha rappresentato palestinesi sotto custodia dell’ICE. “Rimandarli, presumibilmente, in una situazione di pericolo”. Un portavoce del Dipartimento di Stato americano si è rifiutato di commentare, limitandosi a dire che “si coordina strettamente con il Dipartimento per la Sicurezza Interna negli sforzi per rimpatriare gli immigrati clandestini”. Anche un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna non ha risposto alle domande sui voli di espulsione verso Israele, ma ha dichiarato: “Se un giudice stabilisce che un immigrato clandestino non ha il diritto di stare in questo Paese, lo espelleremo. Punto”. L’ICE non ha risposto alle domande. Il Ministero degli Esteri e il Servizio Penitenziario israeliano hanno rifiutato di commentare. Harry Davies, Alice Speri e Sufian Taha del Guardian hanno contribuito a questo articolo, insieme ad Alaa Salama. Ghousoon Bisharat è la redattrice capo di +972 Magazine Ben Reiff è vicedirettore di +972 Magazine, con sede a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz, ed è intervenuto al Listening Post di Al Jazeera e alla radio britannica LBC. È anche membro fondatore del collettivo editoriale di Vashti Media.
Napoli: corteo per la difesa degli spazi sociali, contro la guerra e il governo
Pubblichiamo il comunicato dei Movimenti di Lotta Campani che hanno convocato il corteo a Napoli con il titolo “Amore che resiste”, un appuntamento che si inserisce nel quadro di mobilitazione a livello nazionale per la costruzione dell’opposizione sociale al governo Meloni. Anche da Napoli arriva una voce plurale ma con un obbiettivo comune: difendere gli spazi di libertà, di socialità e aggregazione significa rilanciare per costruire alternative reali che dai territori convergano per le mobilitazioni future. 5000 persone in piazza nonostante la pioggia a Napoli in difesa degli spazi sociali, in solidarietà con Askatasuna e Leoncavallo, contro le politiche securitarie e repressive di questo governo e contro la sua economia di guerra. Un corteo ricco, partecipato, comunicativo, colorato, nato come risposta alla richiesta di sgombero di Officina 99, in cui le tante voci dei movimenti di lotta hanno saputo convergere in un unico momento collettivo, a difesa degli spazi sociali di Insurgencia, del Gridas, del Carlo Giuliani, del Civico 7, di Banchi Nuovi, del CPRS Soccavo così come dei territori, da Bagnoli a san Giovanni, fino all’Agro Caleno. Non è che l’inizio. Continueremo a sostenere le singole vertenze e mobilitazioni regionali e nazionali, ma anche a farle convergere, per costruire una rete dell’opposizione sociale. Per il diritto al reddito e alla riduzione degli orari di lavoro, per il diritto all’abitare, per la difesa dell’ambiente, della salute e di tutti i servizi sociali a partire dall’istruzione pubblica. Lungo il percorso si sono svolte diverse azioni comunicative e di denuncia da parte degli studenti medi ed universitari, abbiamo portato sulle mura della questura quegli abusi di polizia tanto cari al governo Meloni. Infine, è stato consegnato sotto la sede dell’ MSC un grosso pacco a stelle e strisce per denunciare la sua complicità, come Main sponsor dell’American’s Cup, nella devastazione di Bagnoli, per il suo ruolo logistico nel genocidio del popolo palestinese e per la sua responsabilità nell’inquinamento nell’area portuale che causa oltre 700 morti l’anno con le sue navi da crociera e quelle mercantili. Il corteo si è concluso in piazza Municipio con interventi delle varie realtà presenti, le esibizioni dei 99 posse e di altri artisti, mentre venivano srotolati striscioni in solidarietà con la resistenza del popolo palestinese e curdo. Invitiamo tutti giovedì prossimo alle 19 a Officina 99 per decidere insieme come continuare questo percorso di lotta cominciato oggi. 21 febbraio – corteo regionale basta impianti a Pastorano @bastaimpianti 21-22 febbraio assemblea nazionale a Livorno “Per realizzare un sogno comune” 27 febbraio – manifestazione sul l’abitare @retesetrestaabitante 28 febbraio – iniziativa Napoli per la Palestina 5 marzo contro la leva militare 14 marzo per un no sociale al referendum 28 marzo no kings corteo nazionale a Roma I MOVIMENTI DI LOTTA CAMPANI
Porto, basi e stazioni: così la Toscana si prepara alla guerra
Ripubblichiamo un contributo che approfondisce l’articolazione della guerra sul territorio toscano a firma Linda Maggiori e apparso su L’Indipendente. Un materiale da accompagnare a HUB – Bollettino della militarizzazione e delle resistenze dei territori, a cura del Movimento No Base e altre realtà di Pisa, Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara, in vista della due giorni che si terrà a Livorno il 21-22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” di cui è uscito qui il programma completo. Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose (IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta. Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa, tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan, fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri, con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6 km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024. Banchine in costruzione e colmate . Foto di Ugo Macchia 1 di 2 «Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi, per essere completata, in teoria, entro il 2030. IL CANALE DEI NAVICELLI E CAMP DARBY La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche. 1 di 2 Binario Tombolo. Foto di Linda Maggiori Il ponte girevole. Foto di Linda Maggiori Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500 attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di “consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila euro, pagati dagli Stati Uniti. «Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che, formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune. La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al 100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e controllo sulla navigazione nel Canale. Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30 settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o controllo su ciò che passa».  Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale, detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici. Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra. «L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di “Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di Diritti in Comune. IL RIARMO PASSA DAI BINARI  Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine 2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati. «Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati 44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto». A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo, per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari 1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un importante polo produttivo di Leonardo.   Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del 2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato.  Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby, scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base americana. L’AEROPORTO MILITARE DI PISA E IL NUOVO HANGAR L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi. Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan, costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo. «Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico. LA BASE EX CISAM  Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado. Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si aggira sui 520 milioni di euro. Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale. «Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta. «Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM) che dovrebbe essere dismesso e bonificato. Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base, tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby, ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo. Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su 34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove sorge sia restituita alla cittadinanza. 
Napoli: conferenza stampa del corteo regionale “Amore che resiste” di sabato 14 febbraio
Conferenza stampa ieri mattina a Napoli per lanciare la manifestazione in difesa degli spazi sociali e di libertà in Campania. da Radio Onda d’urto Nelle ultime settimane attacchi sono arrivati a Officina 99, Gridas, Insurgencia, Carlo Giuliani, Civico 7, Cprs e Banchi Nuovi, nel mirino del disegno repressivo del governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti. Da qui il corteo regionale di sabato, ore 15, piazza Garibaldi a Napoli.  Davide, compagno napoletano degli spazi sociali  COMUNICATO “I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani, al Civico 7, al CPRS, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti”, è quanto si legge nell’appello di lancio della manifestazione in difesa degli “spazi sociali e di libertà” promossa dai movimenti di lotta della regione Campania e che sfilerà a Napoli questo sabato 14 febbraio dalle 15:00 a piazza Garibaldi. Tantissime le sottoscrizioni arrivate dal mondo delle battaglie sociali, ambientali e sindacali, ma anche dall’accademia, dal mondo dell’arte e della musica, oltre che dell’associazionismo. Ospiti d’onore i 99 Posse, che si esibiranno dal camion del corteo insieme a molti altri artisti. Ad aderire alla manifestazione, tra gli altri, c’è il Global Movement to Gaza, tra i promotori della Flotilla e delle piazze oceaniche dello scorso autunno in favore del popolo palestinese. “Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a lavoratorə, disoccupati, studenti, precari, persone migranti, artisti, solidali e tutti coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre vite. Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta”, è quanto i promotori affermano in una nota congiunta.
Il PM Padalino, il finanziere magnaccia e le fatture
Ieri abbiamo visto una vecchia conoscenza del movimento No Tav, il Pm Padalino, andare in televisione a piangere miseria per fine della sua infausta carriera, da PM anti-notav al trasferimento di forza come giudice civile all’Aquila. da notav.info Tra manie di persecuzione e teoremi strampalati, come si suol dire, il buon Pada se la canta e se la suona, lasciando intendere che il processo e le sanzioni di cui è stato oggetto sarebbero state ordite da chissà quale complotto No Tav e non causati dai comportamenti orripilanti del magistrato che vengono scientemente nascosti al pubblico. A fine intervista, Padalino arriva a dire di essere stato “assolto perché il fatto non sussiste” e che le torbide vicende giudiziarie che l’hanno portato a essere sanzionato dal Consiglio Superiore della Magistratura, sono legate al “non aver richiesto una fattura”. Il presentatore, il sig. Porro, non fa un plissé e lascia correre. Una mancanza di curiosità certo assai singolare per un “giornalista”. Proprio quando si parla di tanto di impunità della magistratura non si dice al pubblico perché, una volta su duecento, un PM è finito effettivamente sanzionato dal pur indulgente CSM. Visto che né il sig. Porro né Padalino sembrano interessati a dare dettagli lo facciamo noi, perché ognuno possa farsi un’idea delle disavventure del PM anti-notav, avendo però tutti gli elementi in mano. Padalino finisce sotto i riflettori per due vicende distinte. La prima riguarda l’accusa di essersi fatto assegnare specifici fascicoli di amici e conoscenti, in spregio all’assegnazione automatica che dovrebbe garantire l’imparzialità della procura. La seconda riguarda una serie di cene gratis in ristornati di lusso e weekend graziosamente offerti al magistrato e consorte nonché operazioni e visite mediche. Quest’ultima vicenda comincia quando un ufficiale della guardia di finanza, Fabio Pettinicchio, viene condannato a 5 anni di reclusione per sfruttamento della prostituzione. Con altri colleghi delle fiamme gialle, Pettinicchio assicurava infatti protezione a una serie di locali a luci rosse sul Lago maggiore in cambio di consumazioni gratis e prestazione sessuali. Pettinicchio, dopo il processo in primo grado, chiede l’aiuto a un caro amico, il PM Padalino, per preparare la difesa. Fondamentale il contributo dell’avv. Bertolino (oggi deceduto), altra figura ben conosciuta dai No Tav perché nominato per anni dai poliziotti che si costituiscono parte civile contro i manifestanti valsusini nonché referente del sindacato di polizia salviniano SAP. Oltre alla consulenza e ai consigli, il sostegno del PM Padalino all’ufficiale Pettinicchio si spinge fino al prestito dell’auto con scorta assegnata al magistrato perché il finanziare potesse tornare con più agio in Piemonte da un viaggio di affari a Roma in cui preparava la difesa per il processo di appello. Pettinicchio ovviamente non ha mai mancato di restituire le attenzioni del Pada con favori e regali: cena al bistrot di Canavacciuolo, diversi soggiorni a costo zero all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio, etc. Tutti fatti che in TV Padalino e Porro omettono facendo credere all’incauto telespettatore che il PM anti-notav sarebbe stato assolto perché “il fatto non sussiste”. Padalino in realtà intrattiene a beneficio del pubblico una bella confusione sulle due vicende che lo hanno visto coinvolto. Per la prima, l’assegnazione di fascicoli agli amici, il Pada è stato effettivamente assolto con questa formula. Due altri PM hanno infatti inviato delle lettere al giudice assicurando che le assegnazioni certo non seguivano “rigidi automatismi” (l’assegnazione automatica) ma rispettavano i “criteri organizzativi” della procura. Tant’è, tutto è finito quindi a tarallucci e vino. Per l’altro procedimento, il giudice ha certo ritenuto che non si potesse trattare di “corruzione” visto che Padalino non era assegnato al caso di Pettinicchio ma l’assoluzione è arrivata “tralasciando ogni considerazione e valutazione squisitamente morali o di opportunità”. Insomma, le cene e gli altri regalini ricevuti dal finanziere/magnaccia sono considerati fatti assolutamente incontrovertibili, attestati da intercettazioni e acclarati in sede di giudizio anche dal giudice che assolve Padalino che li considera “eticamente discutibili” ma non “penalmente rilevanti”. Un PM dalla dubbia morale che infatti il CSM ha deciso di sanzionare per la “gravità elevata dei fatti contestati” pur finendo per salvare il collega dal licenziamento inzialmente previsto. A ognuno ora la sua idea su questo triste satiro in cerca di ribalta.
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno” Iniziative in molte città d’Italia
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno che istituzionalizza la violenza sessuale”. Su queste parole d’ordine la rete Non Una di Meno ha chiamato diverse iniziative in molte città d’Italia per organizzarsi e lottare contro il DDL Bongiorno. Di seguito riportiamo alcuni degli appuntamenti Torino Martedì 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno. Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza patriarcale. Questo DDL fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un aula di tribunale che quella che ha subito era violenza. Con le parole del decreto, pretende che ogni persona denunciante sia capace di dimostrare il dissenso manifestato al momento dell’atto. Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza, urlare in maniera sufficientemente udibile, mostrare lesioni sufficientemente profonde. Non è un semplice tecnicismo giuridico, ma una scelta politica precisa, pesantemente peggiorativa dell’attuale legge contro la violenza di genere e sessuale e che calpesta la Convenzione di Istanbul, ovvero i fondamenti di ogni impianto normativo sulla violenza. Se questo DDL diventerà legge, avrà profonde ricadute sulla materialità delle nostre vite: decidere come deve essere dimostrata una violenza sessuale significa decidere anche che cos’è violenza, chi detiene il diritto sui corpi, chi può essere credutə, chi invece viene sistematicamente protetto. Significa aprire le porte ad una normalizzazione sempre più ampia della violenza sessuale in un contesto culturale e politico che colpevolizza le donne e le soggettività dissidenti per quello che subiscono, esercita una violenza istituzionale sempre maggiore nei confronti delle persone trans e non binarie, sdogana gli abusi maschili e di potere ad ogni livello della società. Significa moltiplicare la violenza secondaria che chi denuncia già oggi vive nelle aule di tribunale. Significa spingere sempre più donne e soggettività nel climax di violenza che ci consegna centinaia di femminicidi, lesbicidi e transcidi ogni anno. Come transfemministə non possiamo permettere che questa legge venga approvata. Non accettiamo che lo Stato istituzionalizzi la violenza sessuale. Insieme, nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, insieme allə nostrə amichə, abbiamo deciso di essere il grido collettivo di tutti quei “no” detti e non rispettati, ma anche di quelli che da solə non siamo riuscitə a dire. Senza consenso è stupro. Organizziamoci insieme. Verona GIÙ LE MANI DALLA LEGGE SULLA VIOLENZA SESSUALE✊🏻🔥 A 25 anni dalla Convenzione di Istanbul, in Italia si sta cambiando la normativa sulla violenza sessuale per decidere ancora sui nostri corpi. Quella che doveva essere una normativa che metteva al centro il *consenso libero, esplicito e revocabile*, si è trasformato nel suo contrario, peggiorando la situazione attuale, perché si concentra sul dimostrare la «volontà contraria», quindi il dissenso. Ancora una volta la responsabilità rischia di ricadere su chi la violenza la vive. Il 10 febbraio ci troviamo con rabbia e amore per condividere lotta e cura. Vogliamo fare rete per rovesciare un diritto penale e un immaginario che “misura la violenza non sull’atto compiuto, ma sulla reazione subita e che continua a interrogare i corpi violati” (cit. GiULiA Giornaliste Unite Libere Autonome). Confronteremo saperi, pensieri, esperienze; creeremo striscioni e cartelli per portare in piazza il grido di tuttə le soggettività oppresse, per stare insieme e dare spazio a nuovi immaginari. Ci troviamo alle 20.30 nella sala di ENERGIE SOCIALI – Via Bruto Poggiani, 4 – 37135 Verona Scegliamo luoghi e modalità di partecipazione il più accessibili possibile. Scrivici se vuoi partecipare! In AUTOBUS da Verona Porta Nuova B : -41, fermata Via Trieste II, 8 min a piedi -51, fermata Via Malfer I B, 3 min a piedi -21, fermata Fiera B, 11 min a piedi -53, fermata Via Scuderlando IV, 4 min a piedi -61, fermata Viale del lavoro/viale dell’industria B, 6 min a piedi Se hai bisogno di accompagnamento o di altre info scrivici. Cuneo Roma: Il femminicidio di Zoe Trinchero, 17 anni, per mano di un ragazzo di 19 anni che era stato rifiutato, rimette al centro il tema del consenso e del suo rovescio: la cultura dello stupro. In Parlamento è in discussione un disegno che peggiora le norme sulla violenza sessuale perché cancella il consenso per tutelare gli abuser. Incontriamoci in assemblea pubblica per continuare a organizzare insieme la campagna contro il DdL sul Dissenso e la giornata di mobilitazione del 15 febbraio, in connessione con l’assemblea di lunedì 9 in Sapienza. Blocchiamo il DdL Dissenso perché la violenza non diventi norma. Senza consenso è stupro! Verso lo sciopero transfemminista dell’8/9 marzo prepariamo lo sciopero della produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli di genere, nelle scuole, nei posti di lavoro, nella città. Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo! Bologna: Ci vediamo domani per l’assemblea settimanale di Nonunadimeno. Continuiamo con la costruzione dello sciopero dell’8/9M! Ordine del giorno: – Continueremo a discutere della costruzione dello sciopero e degli eventi in programma nel prossimo mese di lotta! – 11 febbraio: completeremo la costruzione dell’evento con lə compagnə iranianə di @hamsaye_bologna – 15 febbraio: organizzazione della piazza insieme a Di.Re e ai centri antiviolenza contro il DDL Bongiorno – Prossimi eventi di autofinanziamento verso lo sciopero Lo spazio è accessibile, scrivici per bisogni specifici. con amore e rabbia 💜🔥 Asti: Assemblea di auto formazione aperta a tuttə Mercoledì 11 Febbraio H 20.30 Foyer delle famiglie – Asti Parliamo della nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno. L’ennesimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie. Una norma che fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale. Una norma che pretende che la persona offesa dimostri in un’aula di tribunale che quella che ha subito era effettivamente violenza, dimostrando il dissenso manifestato al momento dell’atto. Chi decide per noi, per i nostri corpi? Chi viene protetto e perché? Le nostre vite contano. Le nostre parole contano. Tivoli: La rete chiama, noi rispondiamo. Anche noi aderiamo alla mobilitazione permanente lanciata da D.i.Re e da tutta la rete transfemminista contro il DDL Bongiorno e ogni tentativo di svuotare il significato del consenso. Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere: è diritto, autodeterminazione, libertà. Indebolirlo significa aumentare la violenza e ridurre la tutela delle donne e delle soggettività più esposte. 📍 Il 15 febbraio saremo in piazza Garibaldi, insieme a oltre 100 piazze in tutta Italia. Perché sui nostri corpi e sulle nostre vite non si arretra. Trento: Si avvicina la data dell’8 marzo e anche quest’anno vogliamo costruire con voi insieme lo sciopero e la piazza che verrà chiamata a Trento! Messina: Di recente è stata presentata in Senato da parte di un’esponente della Lega una riformulazione dell’articolo relativo alla violenza sessuale. Per la prima volta in un testo di legge appariva la parola “consenso”; e non solo, specificava anche “libero e attuale”, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚’ 𝙪𝙣 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙣𝙨𝙤 𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙪𝙤’ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙚𝙩𝙚𝙨𝙤, 𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙤 𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚’ 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙧𝙚𝙫𝙤𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙚. Questa dicitura ci avrebbe allineato ai Paesi europei più virtuosi sul tema di genere e avrebbe rispettato il principio di autodeterminazione sessuale sancito dalla Convenzione Internazionale di Istanbul (cui tutti gli Stati UE sono firmatari e vincolati) e dalla Cassazione. Quella che sembrava una svolta storica in Italia è stata cancellata con un colpo di spugna. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗶 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮’ 𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝘁𝗮’ 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗹 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼”. Una modifica che sposta nuovamente la responsabilità degli abusi sulle vittime e inasprisce i già difficili processi verso chi decide di denunciare e si ritrova a dover provare di non essersela cercata. 𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗼’ 𝗲’ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲! È la volontà di ignorare decenni di studi sulla strutturalità della violenza di genere. Un’ulteriore istituzionalizzazione della cultura dello stupro che prima ci abusa e poi ci colpevolizza, facendo vittimizzazione secondaria. Una tutela dello status quo che continua a giustificare e proteggere gli uomini abusanti sulla nostra pelle. E un insulto a tutto il lavoro di Associazioni, Collettivi e Centri Antiviolenza che ogni giorno gratuitamente colmano i vuoti istituzionali e si occupano del sostegno diretto alle vittime.
“La resistenza ha fermato, per ora, i piani delle potenze capitaliste contro l’autogoverno in Rojava” Intervista ad Havin Guneser
Riprendiamo questa intervista a Havin Guneser, un punto di vista situato che offre uno sguardo sui molteplici aspetti che vanno analizzati in questa fase per comprendere la situazione in Rojava, svolta da Radio Onda d’Urto. Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici dell’assemblea dell’Academy of Social Science, già portavoce della campagna “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan” e autrice del libro “L’arte della libertà. Breve storia del movimento di liberazione curdo” (Meltemi, 2025). Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan. Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-estall’interno di quella che il movimento di liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale. Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli. Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine, abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca di Imrali. Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin Guneser Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser: Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e all’accordo di cessate il fuoco? Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i curdi, il popolo curdo. Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come saranno le cose in Medio Oriente. E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o luoghi simili. Questo è un livello. Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100 anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su come risolvere i conflitti in Medio Oriente. Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni. Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh. Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran, sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente. Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale, sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse. Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento. È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un soffio. Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più. Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona, dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli propone. Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto, l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono “avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo. Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere qualche guerra per conto loro. Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro i turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del Medio Oriente. Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno. Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché una volta iniziato è impossibile fermarlo. Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo, l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente. Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno, mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle donne e la nazione democratica nella regione. Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero fretta di concludere tutto molto rapidamente. Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con grande sicurezza. Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche diversi media occidentali. Perché? Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti milioni di dollari sulla sua testa. Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha permeato ogni angolo delle procedure statali. Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria. Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi, con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto rapidamente. E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel – ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti, ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si sono trasformati. Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire, abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la combattente fosse giovane. Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è tutta una questione di “campismo”. Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo. Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo. Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste settimane? Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente, mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione. Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio, il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme genocidio, di una resistenza e lotta in Siria. Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15 febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi. Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede. Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire, quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi. Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era così. Questa informazione non era stata divulgata. Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile, realistico, diciamo… Quello realistico sul campo. Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50 anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’. E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di cui stiamo parlando. La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.
Un commento sulla manifestazione del 31 gennaio
Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Fabrizio Salmoni Riporto i miei brevi commenti inviati alla mia sez. Anpi Nizza Lingotto sui fatti di sabato, secondo me, sono tre i risultati politici positivi: 1. L’affermazione dell’autonomia del movimento che costringe tutto l’arco istituzionale a mostrarsi uniforme (Anpi nazionale compreso!) quindi a fare chiarezza; 2. La capacità sul terreno di far arretrare la polizia; 3. Far emergere (v. Stampa di domenica) che a Torino c’è una borghesia progressista che sta con i movimenti. Oggi quella é sotto attacco, balbetta e un po’ frigna perchè si sente presa in mezzo ma c’è e tocca rincuorare i cuori deboli. Anche il discorso del Sindaco contiene timide considerazioni che vanno oltre la condanna. Evidentemente si sono create fratture nella sinistra istituzionale. Ben vengano! Quindi direi non poco. C’è poi un risvolto clamoroso da annotare: Al Tg7 Mentana, con faccia contrita e allargando le braccia in sconforto, chiaramente controvoglia, per la prima volta da sempre ha letto testualmente e per intero il comunicato di Aska e centri sociali sulla giornata di sabato (per me, un buon comunicato) e ha fatto vedere la polizia che manganellava in gruppo un povero fotografo. Non ricordo sia mai accaduto in anni che abbia mai letto un comunicato dei movimenti, sempre e solo veline di questure, partiti o governi. E’ successo qualcosa. Non so a cosa si debba la novità e bisognerebbe capire ma mi sembra comunque un insperato elemento positivo. Sarebbe poi importante fare qualcosa per chiarire a tanti partecipanti che si ritraggono di fronte alla forza dispiegata della piazza e si lasciano influenzare dalla retorica sui buoni e cattivi, sugli “infiltrati” e sui complottismi,che non si fa politica col vittimismo, con i mille distinguo (pur da considerare), che é importante talvolta proiettare la forza politica nelle piazze, dimostrare forza, e che bisogna essere consapevoli purtroppo che immancabilmente il potere reagisce. Insomma, bisogna fortificare anche i cuori. Aggiungerei un altro elemento importante: i fatti di sabato hanno incrementato l’attuale instabilità politica, un elemento che può giocare a favore di chi ricerca un cambiamento sostanziale degli equilibri politici e di cui bisognerebbe approfittare per far avanzare il fronte di lotta. Il potere cerca instancabilmente la stabilità a tutti i livelli per poter muoversi a piacimento quindi è compito del fronte di lotta creare e mantenere instabilità con il lavoro politico, con i nostri comportamenti individuali e collettivi, con l’organizzazione, e avere la consapevolezza di ciò che abbiamo di fronte. Per esempio, a ciò che si muove nella politica istituzionale: mi riferisco all’esordio di Vannacci. Promette guai e una futura forza paramilitare di estrema destra che possa raggruppa tutti i gruppi extraparlamentari fascisti. Bisognerà essere preparati e lavorare per un fronte unico dei movimenti.
Milano: “insostenibili olimpiadi”, corteo nazionale contro il profitto sui territori e le montagne
La diretta dal corteo di Radio Onda d’Urto Al via allo stadio San Siro le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Tra i 50 leader mondiali presenti in tribuna d’onore anche il vicepresidente statunitense JD Vance, fischiato dalla platea al passaggio della squadra USA, così come quella israeliana. Con Vance e il segretario di Stato Usa Rubio c’è pure l’Ice, la milizia privata trumpiana che da settimane a Minneapolis – e in molte città statunitensi – va a caccia di migranti e antirazzisti, deportando e anche uccidendo. In concomitanza con la kermesse olimpica, è iniziata giovedì la quattro giorni delle Utopiadi, l’appuntamento sportivo, sociale e politico promosso dalle realtà dello sport popolare in esplicita alternativa e opposizione alle Olimpiadi Milano-Cortina. Il Comitato Insostenibili Olimpiadi, la rete di spazi sociali e associazioni, ha aperto ieri la giornata occupando e liberando l’ex PalaSharp di via Carlo Salerio, una struttura abbandonata dal 2011 e sottratta da anni all’uso sportivo e alla cittadinanza. Nel tardo pomeriggio di ieri, alle 18, si è svolta in zona San Siro la fiaccolata popolare antiolimpica, con partenza da viale Mar Jonio. Oggi, dalle ore 15, il corteo nazionale in piazza Medaglie d’Oro: è la prima manifestazione di movimento dopo l’approvazione del pacchetto (in)sicurezza del governo Meloni. Partecipano le realtà dello sport popolare e di base, dei movimenti civici e ambientalisti, di comitati territoriali e collettivi studenteschi, dei movimenti transfemministi, delle reti di lotta per il diritto all’abitare e del sindacalismo conflittuale, dei movimenti scesi al fianco del popolo palestinese e delle reti che si oppongono alla deriva securitaria. Ne parla, ai microfoni di Radio Onda d’Urto Mery, del CIO e di Off Topic.  Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto i collegamenti dalla manifestazione di Milano: Ore 18.40 – La manifestazione contro le Insostenibili Olimpiadi si dirige verso Brenta. Sono almeno 5 le persone fermate a seguito delle cariche e dei lacrimogeni contro il corteo che tentava di raggiungere la Tangenziale Est. Ore 18.15 – Il corteo, una volta arrivato in Via Mompiani, nel quartiere Corvetto, dietro lo striscione “know your enemy” ha cercato di raggiungere la Tangeniale Est di Milano.  Lacrimogeni e idranti sul corteo, prima dell’impatto con la testa. Dalla manifestazione fuochi d’artificio e petardi. Il collegamento con Francesco della Redazione.  Ore 17.40 – Azione in piazzale Ferrara dove il corteo ha  esposto uno striscione che recita “lunga vita ai quartieri popolari”. Su altri due striscioni si legge “case alle famiglie, fuori le divise dal quartiere” e “stop speculazione nei quartieri”. Il collegamento con Francesco di Radio Onda d’Urto da Milano.  Ore 17.20 – In via Benaco la manifestazione nazionale prosegue: le interviste a chi era in piazza realizzate da Marco e Francesco della Redazione.  Ore 17.00 – “Siamo 10mila“, fanno sapere dal CIO. L’intervista a Luciano Muhlbauer, storico compagno di Milano, e le prime valutazioni dal corteo.  Ore 16.35 – Il corteo ha svoltato in via Brembo, a ridosso del maxi cantiere dello Scalo Romana, dove sorge il Villaggio Olimpico. Qui srotolato uno striscione sul ponte che sovrasta la ferrovia, con la scritta: “Binary is for the train”; accesi fumogeni e fuochi d’artificio. Il collegamento con Francesco della Redazione.  Ore 16.00 – Il corteo è partito da Piazza Medaglie d’Oro prendendo Corso Lodi. Il collegamento con Marco, della Redazione di Radio Onda d’Urto, racconta spezzone per spezzone la composizione della manifestazione contro le “insostenibili olimpiadi”.  Ore 15.30 – Il collegamento da Piazza Medaglie d’Oro con Francesco della Redazione e l’intervento di Elio Catania, di Off Topic.  Ore 11.00 – Partenza collettiva dalla stazione della città da cui trasmettiamo, Brescia: appuntamento con APE Brescia alla stazione ferroviaria alle ore 12.28. Ne parla Francesco, vicepresidente di APE Brescia. 
Sciopero internazionale dei porti contro la logistica di guerra
Ieri, venerdì 7 febbraio, si è tenuto lo sciopero internazionale dei porti che ha coinvolto 21 porti a livello internazionale: da Genova a Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari ma anche Tangeri, Bilbao, fino in Grecia e in Turchia. A Genova è stato lanciato l’osservatorio sul traffico marittimo di armi. Sin dalla mattinata sono state bloccate alcune navi di compagnia israeliana, a Livorno la ZIM Virginia è stata bloccata e, come sostiene l’Unione Sindacale di Base nel suo comunicato “La stessa costa sta succedendo alla ZIM New Zealand, che era prevista per questa mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare oggi a Venezia e domani a Ravenna”. In serata manifestazioni si sono tenute in diverse città italiane contro la guerra, contro il riarmo e contro il genocidio in Palestina, per chiedere un embargo commerciale su Israele e per opporsi alla militarizzazione delle infrastrutture del territorio. Di seguito pubblichiamo alcuni contributi sulla giornata. da Radio Blackout Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle Americhe. La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da vari altri sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici bellici alla denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei e presìdi sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a Bilbao, da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un corteo dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a Livorno, Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani. Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo. Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno registrato profitti record. Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi. dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali Porto di Genova 7 febbraio 2026 ..la buona notizia è quella della volontà di mettere in campo un ” osservatorio sul rispetto della legge 185/90 contro i traffici di armi” ,ci immaginiamo che qualche resistenza a questo importante progetto ci sarà,in ogni caso il contrasto alla guerra ed ai suoi traffici non si fermerà. Oggi è stata una giornata importante, tra i 25/30 porti sono stati interessati a questa mobilitazione internazionale. Il 30 agosto lo avevamo promesso ,bloccheremo tutto,faremo gli scioperi generali,arriveremo.allo sciopero internazionale. Ci sono momenti della storia che la classe operaia ,in questo caso i lavoratori portuali devono scendere in campo devono riequilibrare un po’ le cose,ecco ci stiamo provando ,e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui posti di lavoro,contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali ,chiediamo l’inserimento del lavoro usurante a fine pensionistici nel presente dei vecchi portuali ,e nel futuro dei giovani lavoratori del porto.. Non ci fermeremo mai perché siamo stanchi di lottare,ma solo quando avremo vinto.. Working class combat
Extinction Rebellion sul nuovo decreto sicurezza: “Deriva autoritaria, è il momento di disobbedire”
Riceviamo e pubblichiamo volentieri.. Extinction Rebellion si unisce alle voci di dissenso sul nuovo decreto sicurezza, denunciando il restringimento dei diritti costituzionali e la legalizzazione di prassi degradanti che vengono portate avanti sempre più spesso negli ultimi anni.  “Una deriva autoritaria senza precedenti di fronte a cui la disobbedienza civile nonviolenta diventa un dovere morale”. Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto sicurezza, un provvedimento che introduce una serie di misure destinate a restringere in modo significativo il diritto al dissenso in Italia: dal fermo preventivo fino a 12 ore prima delle manifestazioni allo scudo penale per le forze di polizia, fino a nuove disposizioni che inaspriscono le pene per le persone migranti nei CPR e facilitano gli sgomberi degli spazi occupati.Extinction Rebellion denuncia quello che definisce “una deriva autoritaria senza precedenti: un decreto che regolarizza la violazione sistematica del diritto costituzionale a manifestare liberamente il proprio pensiero ed espone chiunque all’arbitrio delle forze dell’ordine, sotto indirizzo del governo. Un decreto  che legalizza pratiche che vengono già utilizzate illegittimamente dalla polizia e di fronte a cui la disobbedienza civile nonviolenta diventa un dovere morale”. Il fermo preventivo anche senza condanna: quando lo Stato diventa accusa e giudice Tra le principali novità del decreto vi è l’introduzione del fermo preventivo nell’ordinamento italiano. La norma rende legale l’accompagnamento e il trattenimento in Questura fino a 12 ore di persone con precedenti denunce o “segnalazioni di polizia” per reati contro il patrimonio o contro la persona prima di cortei e manifestazioni. Non è necessario essere stati processati o condannati: è sufficiente l’esistenza di precedenti denunce, anche se archiviate o ritenute infondate dalla magistratura. Extinction Rebellion sottolinea che tali denunce possono essere state originate dalle stesse forze di polizia, talvolta in modo strumentale per criminalizzare chi protesta e costruire un profilo “criminale”. “In questo modo la polizia, sotto indirizzo del governo, diventa l’organo che formula le accuse e che, senza l’intermediazione della magistratura, può poi utilizzare quelle stesse accuse per prelevare le persone dirette a una protesta e trattenerle fino a 12 ore”, afferma il movimento. “Si tratta di un gravissimo attacco alle libertà di movimento e di manifestazione, che di fatto regolarizza prassi illegittime già diffuse nelle Questure di tutta Italia per impedire lo svolgimento di manifestazioni pacifiche e criminalizzare i movimenti”. Dall’abuso alla norma: pratiche illegittime ora legalizzate Pratiche simili sono già state applicate in passato con Extinction Rebellion in diverse città, tra cui Roma, Bologna, Brescia, Padova e Venezia. In queste occasioni, manifestazioni nonviolente sono state interrotte o addirittura fatte saltare con l’uso della forza: centinaia di persone sono state fermate e trascinate malamente, caricate sugli autobus e trattenute nelle celle delle Questure per otto o dieci ore, nonostante avessero consegnato spontaneamente i documenti di identità (come previsto dalla legge). “Quello che oggi diventa legale con questo decreto, viene praticato illegittimamente dalle Questure di tutta Italia da anni. E ciò che accade una volta in Questura – durante i fermi – è a sua volta una prassi illegittima: perquisizioni corporali abusive e immotivate, rilievi biometrici e, prelievo di oggetti personali – compresi farmaci e telefoni – e impossibilità di comunicare con avvocati e familiari”, riporta il movimento. I fermi si concludono spesso con denunce per reati come manifestazione non preavvisata (art. 18 TULPS) o violenza privata (art. 610 c.p.) – a volte anche senza la manifestazione vi sia mai stata – e che vengono regolarmente archiviate dalla magistratura per assenza di reato. A queste si aggiunge spesso l’emissione di fogli di via fino a quattro anni, misura prevista dalla legge 159/2011 per reati gravi come quelli di mafia ma utilizzata regolarmente anche contro persone incensurate per allontanarle dalle città. Negli ultimi anni Extinction Rebellion ha presentato e vinto ricorsi per l’annullamento di fogli di via illegittimi e ha denunciato le Questure di Bologna, Brescia e Roma per sequestro di persona, abuso d’ufficio e trattamenti degradanti nei confronti di attivisti. “La libertà non è mai garantita: va difesa ogni giorno”, afferma il movimento, richiamando una frase attribuita a Hannah Arendt. “La democrazia si difende contestando le leggi ingiuste: un fermo illegittimo, una denuncia pretestuosa, un foglio di via immotivato alla volta. Ed è ciò che continueremo a fare, a partire dal nuovo decreto sicurezza”.