A seguito dell’ennesima morte sul lavoro, in questo caso parliamo di Loris
Costantino, operaio della ditta di pulizie Gea Power che stava lavorando nello
stabilimento dell’ex ILVA di Taranto, abbiamo deciso di pubblicare un’intervista
fatta agli attivisti e attiviste del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e
Pensanti e della Convocatoria Ecologista Taranto, con cui abbiamo percorso i
temi chiave delle lotte sul territorio tarantino.
I fatti dell’intervista si fermano alla fine dello scorso novembre. Già il 12
gennaio un altro operaio di ExIlva, il 46enne Claudio Salamida, era morto a
causa del cedimento di una griglia metallica non fissata. Dal 2012, anno del
sequestro giudiziario dell’impianto, sono morti 11 operai.
Il 2 Agosto 2012, l’irruzione dell’Apecar dei Liberi e Pensanti, nella piazza
monopolizzata in assetto compatto dai sindacati confederali, venuti a difendere
il lavoro, secondo la logica di un sistema di produzione che non aveva e non ha
al suo centro né la tutela del lavoratore né quella dell’ambiente.
Che cosa sta succedendo: aggiornamenti ExIlva, con Virginia Rondinelli e
Raffaele Cataldi
Raffaele, operaio cassaintegrato, è di ritorno dall’università di Genova al
momento dell’intervista, dove ha presentato il suo libro Malesangue, edito da
Alegre a gennaio 2025. Le studentesse e gli studenti dell’università, ci
racconta, non sono disinteressati. Al contrario, mostrano attenzione e
partecipazione verso una storia industriale e umana di cui in Italia si parla
poco, e quasi mai, dando voce a chi la vive sulla propria pelle, ma “non abbiamo
ricette”, dice, “possiamo solo raccontare la nostra esperienza”.
Alla domanda sulla condizione attuale degli impianti e del quadro politico su
Ilva, Raffaele Cataldi e Virginia Rondinelli fanno fatica a rispondere, ci
delineano infatti una situazione confusa: non si conoscono le reali condizioni
della fabbrica, non si sa chi possa comprarla, né a quali condizioni. Le
richieste dei cittadini che vorrebbero la chiusura dell’area a caldo vengono
ignorate, mentre i sindacati chiedono la nazionalizzazione. Quest’ultima
richiesta è stata respinta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy,
Adolfo Urso, che ne ha sottolineato l’incostituzionalità, “come se prima del 95
non ci fosse la stessa Costituzione, come se Italsider non fosse stata
nazionale”, commenta Virginia. Si dichiara come unica possibilità dello Stato
quella di partecipare a una gara insieme ad altri privati, aggirando quindi
l’ostacolo. Al bando di gara il presidente uscente Emiliano era d’accordo,
mentre il nuovo, De Caro, al momento dell’intervista e dunque in campagna
elettorale, si diceva contrario. Intanto, Michael Flacks, tale imprenditore
statunitense, ha offerto 1€ per acquistare exIlva e “Urso, per rendere
appetibile, ha detto che ne sono pronti dallo Stato 750 milioni, che sono sempre
quelli sequestrati ai Riva, pronti per essere immessi e che dovrebbero servire
per le bonifiche e l’amministrazione straordinaria”.
Nel frattempo, resta al centro del conflitto l’Autorizzazione Integrata
Ambientale (AIA), concessa per 12 anni. Secondo il governo, sarebbe la più
avanzata d’Europa, secondo esperti e associazioni – che hanno presentato un
ricorso insieme al Comitato – è invece la peggiore autorizzazione concessa a un
impianto siderurgico dopo l’aggiornamento dei parametri europei su emissioni e
Agenda 2030. Ma che cosa prevede? Lo chiediamo a Virginia, che ci racconta che
l’AIA sull’Ilva garantisce la possibilità dell’impianto di continuare l’attività
per altri 12 anni. In questo arco di tempo dovrebbe avvenire la dismissione
della produzione a carbone e il passaggio a una produzione basata sui forni
elettrici. Questo viene però previsto in assenza di un piano industriale, senza
indicazione della collocazione degli impianti elettrici e senza un
cronoprogramma certo. Nel dibattito emerge anche un conflitto tra territori,
perché Genova sostiene che, se i forni elettrici devono essere realizzati,
vadano concentrati a Taranto, con l’ipotesi di tre forni a Taranto e uno a
Genova, lasciando comunque Taranto come area a caldo.
L’AIA non offre garanzie sulla tutela della salute, così come non le offriva in
passato. Per sua natura è una concessione, una proroga che consente a un’azienda
di continuare a insistere su un territorio, a condizione di adeguarsi
progressivamente alle norme ambientali. Nel caso dell’Ilva, però, le
prescrizioni dell’AIA non vengono rispettate dal 2008 e nessun gestore ha mai
completato quanto previsto, nonostante l’autorizzazione continui a essere
rinnovata.
Tra gli interventi indicati come risolutivi dall’AIA c’è la copertura dei parchi
minerali, che viene utilizzata per sostenere che non sia più necessaria la
pulizia delle aree circostanti. “In questo modo si confonde la semplice pulizia
con la bonifica e la sanificazione, che sono operazioni completamente diverse.
Lo spolverio, inoltre, non deriva solo dai parchi, ma anche dalla movimentazione
interna degli impianti, dalle gru del porto e dai nastri trasportatori. Mancano
sistemi di contenimento delle polveri e cappe di filtraggio nelle fasi emissive,
tanto che le coperture dei parchi sono diventate rosse. Il suolo sottostante non
è stato qualificato né impermeabilizzato e rimane invisibile e non verificabile.
Pulire i davanzali, pulire gli spazi antistanti, le scuole non significa
sanificare. La sanificazione e la bonifica sono un’altra cosa. Significa
spazzare, appunto”, conclude Virginia sul tema.
Si afferma che l’80% delle prescrizioni sia stato completato, ma resta un 15–20%
mai definito, di cui non si conosce il contenuto reale. Nel tempo continuano a
emergere scoperte giudiziarie, con sequestri del NOE (Nucleo Operativo
Ecologico) e il ritrovamento di chilometri di condotte sotterranee contenenti
sostanze inquinanti non tipizzate, con possibili sversamenti in acqua. L’AIA
prevede un sistema di controlli affidato a ISPRA, ARPA, ASL ed enti locali, ma
l’ultimo gestore è stato indagato per truffa sulle emissioni, per assenza di
manutenzione e per getto di sostanze pericolose, continua a raccontarci.
Per quanto riguarda i forni elettrici, questi non esistono concretamente:
esistono solo disegni, bandi contestati e appalti bloccati da ricorsi. Non c’è
alcuna certezza sulla loro realizzazione. I forni elettrici, inoltre, fondono a
temperature tra gli 800 e i 1000 gradi, restando quindi impianti di area a caldo
e continuando a essere emissivi. Esistono studi che ne valutano l’impatto
ambientale e in altri territori, vedesi Piombino, sono già oggetto di
contestazione. In aggiunta, i quattro forni Dri, impianti di preriduzione,
andrebbero a gas, smentendo nuovamente la favoletta del piano di
decarbonizzazione e “servirebbero soprattutto ad alimentare i forni elettrici
dell’azienda a Nord”.
In definitiva, l’AIA non chiarisce che tipo di acciaio si produrrà, a chi
servirà e a quale prezzo, e non garantisce né indotto, né occupazione stabile,
né compatibilità ambientale.
Dissalatore, con Alessandro Esposito
La presenza dell’ex Ilva è stata utilizzata come alibi per imporre scelte calate
dall’alto, opere impattanti che scaricano sulla popolazione i costi ambientali,
sanitari e sociali di un modello di sviluppo imposto. Oggi però il territorio
tarantino non è minacciato solo dal siderurgico. Accanto all’ExIlva avanzano
altri progetti che riproducono la stessa logica estrattiva, tra questi, due
opere emergono per impatto e simbolismo: il dissalatore sul fiume Tara e la
nuova discarica del quartiere Paolo VI.
Parliamo del dissalatore con Alessandro Esposito, attivista e ricercatore
indipendente, il quale ci racconta che l’opera, finanziata con circa 126 milioni
di euro, in parte fondi PNRR, viene giustificata con la carenza idrica, e si
sostiene che l’acqua dissalata servirebbe alla popolazione e in parte
all’agricoltura. Questa narrazione portata avanti da Acquedotto Pugliese però
non tiene conto delle enormi perdite dell’inefficienza delle infrastrutture,
dell’esistenza di invasi già costruiti e inutilizzati, come il Pappadai, e del
consumo continuo di acqua da parte del settore industriale, che drena
continuamente acqua a soddisfacimento dei propri bisogni produttivi. Quando AQP
è stata interrogata su questo tema ha risposto che “la popolazione tarantina
deve fare lo sforzo senza domandarsi il perché di questo sacrificio”. Alessandro
nota quanto questo discorso fallisca non solo sul piano politico, nel definire
il concetto di sacrificio, ma anche da un punto di vista di lettura della
disponibilità delle risorse: “AQP interroga la crisi idrica come circoscritta
alla Regione Puglia, quando sappiamo perfettamente che Acquedotto Pugliese ha un
rapporto diretto nell’approvvigionamento delle acque anche con la Basilicata.”
Nuovamente ci troviamo di fronte alla strumentalizzazione di un bisogno con una
nuova opera, che, evitando la radice del problema, non risponde alla domanda: da
che cosa deriva il bisogno di tutta quest’acqua?
E più andiamo avanti nell’analisi con Alessandro, maggiori livelli di
complessità vengono fuori. Il progetto è strettamente legato al fiume Tara, che
è già oggetto di sottrazione d’acqua per l’Ilva. Secondo AQP, l’Ilva dovrebbe
ridurre i prelievi dal Tara e compensare attraverso il dissalatore. Ma “avendo a
che fare con poteri come quelli legati al siderurgico, ogni limite è fatto per
essere superato”, non c’è fiducia reale sui limiti e vincoli imposti a Ilva. Una
sfiducia che è alimentata anche dalla visione della della cordata che costruirà
l’impianto, in cui è presente la CISA spa, azienda legata alla gestione di
discariche e con Albanese, amministratore delegato già indagato per smaltimento
di rifiuti tossici e intralcio alla giustizia.
Oltre agli aspetti tecnici e procedurali, il Tara ha un valore che va ben oltre
l’opera. È uno spazio di comunità condiviso da Taranto, Massafra e Statte, un
luogo di relazioni, memoria, rifugio e socialità dentro un territorio “a cui
ogni spazio è stato e continua a essere sottratto dai piani industriali”. È
“un’oasi che all’interno del triangolo industriale resiste
all’industrializzazione”, divenendo così anche uno spazio politico, che resiste
allo sfruttamento della crisi socio-ecologica, e accoglie la comunità che lo
attraversa e decide di unirsi a sua difesa.
Dopo essere stato pubblicato nel 2023, oggi il procedimento è nel suo punto
peggiore, il cantiere è di fatto avviato e sono già iniziati sradicamenti di
ulivi, piante da frutto e il taglio della vegetazione lungo il fiume. Anche
l’ultima strada istituzionale, il ricorso al TAR da parte del Comune di Taranto,
è stata abbandonata nonostante pareri negativi come quello di ARPA. Di fronte a
questo scenario, l’unica prospettiva rimasta è una “riappropriazione
conflittuale dello spazio politico”. Non c’è più interlocuzione con il Comune,
che ha disatteso le aspettative della comunità, e quindi la mobilitazione si
sposta direttamente sul territorio, sulla difesa del Tara “contro le ruspe e
contro lo sradicamento non solo degli alberi, ma anche dei nostri corpi da
quello spazio”. Questa viene indicata come la linea politica più importante,
quella su cui storicamente si sono costruite le comunità in lotta.
In questo caso specifico, la comunità dissidente non ha visto un percorso
lineare. Le prime istanze sono state portate avanti dalla Convocatoria
Ecologista di Taranto, oltre a qualche soggetto partitico che ha prontamente
voltato le spalle. In una prima fase di stallo i fondi PNRR destinati sembravano
bloccati, ma a ripresa del procedimento amministrativo soggettività di Taranto,
Massafra e Statte si sono attivate per costruire insieme una rete spontanea dal
basso. In risposta alle lettere e posizioni dei comitati filo istituzionali, la
linea politica della Convocatoria e della rete è netta: “dissalatore né qui né
altrove”. E questa è stata portata avanti principalmente attraverso momenti di
informazione e confronto, raccogliendo competenze tecniche che hanno costruito
una contronarrazione rispetto a quella di AQP, e a laboratori che hanno
accompagnato al monitoraggio scientifico in loco la riflessione politica
collettiva. E anche chi crede che questa acqua serva, finisce a provare un senso
di sfiducia, perché il progetto intacca lo spazio che le persone abitano e “c’è
una cosa positiva a Taranto. Taranto è stata delusa continuamente e questo ha
costruito un costante senso di dubbio”.
Discarica Paolo VI, con Michael Tortorella, Alessandro Esposito e Virginia
Rondinelli
Tra i vecchi e nuovi progetti che dominano la zona di sacrificio tarantina
compare anche quello della discarica — così ci tiene a chiamarla Michael
Tortorella, attivista e dottorando in ‘Storie, politiche e culture del globale’
all’Università di Bologna, — nel quartiere di Paolo VI. Il progetto prende
avvio nel 2021 ma solo lo scorso maggio, a procedimento amministrativo concluso,
emerge agli onori di cronaca.
L’iter, gestito dalla Provincia, ha visto l’approvazione di un impianto
formalmente destinato al recupero di rifiuti inerti, che acquisirebbe gli scarti
di edilizia per il loro riutilizzo, ma che di fatto viene percepito e vuole
essere descritto come una vera e propria discarica. L’impianto, con
un’estensione pari a circa cinque campi da calcio, sorge a ridosso del quartiere
e in prossimità della zona protetta del Mar Piccolo. Il tentativo istituzionale
di presentarla come un’opera sostenibile e di recupero, in una dimensione
ambientalista, trova fallacia nelle criticità fin da subito sollevate. Il parere
dell’ente Regione sulla tutela del paesaggio è stato infatti inizialmente
negativo, ma ha poi imposto solo una riduzione minima del progetto, mentre ARPA
ha espresso valutazioni — non vincolanti — sulle emissioni di polveri sottili
PM10 e PM2.5 e sull’impatto del traffico, stimato in circa 20 mila camion
l’anno. I proponenti giustificano l’intervento sostenendo che l’area sia già
antropizzata, al centro di altri insediamenti industriali: “sembrerebbe normale
coprire in maniera permanente queste aree a vocazione agricola”, aggiunge
Virginia, “nel momento in cui una un’area è già contaminata, allora è quella
giusta da continuare a compromettere, e questo è un principio che va
assolutamente ribaltato”.
La reazione popolare che Michael ci racconta ha visto l’innescarsi di una
mobilitazione spontanea di tutto il quartiere. I primi momenti di iniziativa
risalgono a maggio, ma il picco della mobilitazione si è concentrato a luglio,
in concomitanza con le vicende legate all’AIA di ExIlva: è riconosciuto il
passaggio politicamente rilevante che quel momento ha rappresentato, vedendo
emergere non solo la comunità storicamente mobilitata contro Ilva, ma una più
larga, che rompe con “gli schemi di un ambientalismo borghese e istituzionale” e
si afferma con “uno spirito che tiene conto e si radica all’interno della
sensibilità del quartiere, andando oltre alle sole istanze tecniche, verso la
politicizzazione dell’abitare quotidiano del quartiere”.
La vertenza sembra aver aperto una relazione nuova con un quartiere storicamente
marginalizzato. Paolo VI è un quartiere di estrema periferia in cui mancano
servizi essenziali, luoghi di aggregazione, attività commerciali, in alcuni
punti non arrivano i mezzi pubblici: un “quartiere dormitorio” dove “sembra di
fare un salto indietro di decenni, come se anche il brutto dello sviluppo
capitalistico a loro non interessi”.
Anche nella consapevolezza che l’iter amministrativo fosse sostanzialmente già
definito, la necessità di rompere le contraddizioni della vita quotidiana ha
spinto il quartiere a mobilitarsi comunque. E nel contesto che ci descrivono,
questa mobilitazione assume un valore che va oltre la singola vertenza
ambientale, e che accende, invece, la necessità di ricostruire relazioni
radicate con le soggettività del territorio.
Taranto per la Palestina e i blocchi contro Eni, con Michael Tortorella
Tutte le mobilitazioni che hanno e continuano ad attraversare Taranto si sono
intrecciate sempre più chiaramente con il movimento per la Palestina, vedendo la
nascita del coordinamento Taranto x la Palestina, che ha aperto uno sguardo più
ampio sul ruolo strategico della città e delle sue infrastrutture.
Il 24 settembre, due giorni dopo la prima giornata di sciopero generale, BDS
Italia comunica la notizia che al porto di Taranto sta per attraccare la
petroliera maltese Seasalvia, pronta a caricare 30mila tonnellate di greggio per
l’aviazione israeliana, con destinazione il porto di Haifa. La mobilitazione in
risposta prende inizio con un presidio, iniziativa che va oltre le aspettative e
porta rapidamente a un confronto diretto con l’autorità portuale, responsabile
degli attracchi delle navi. L’ente, ci racconta Michael, tenta inizialmente di
scaricare le responsabilità, negando la concessione diretta, attribuendola a
Shell: “elemento molto interessante rispetto alle relazioni tra le
multinazionali del greenwashing e le infrastrutture locali, oggi funzionali alla
costruzione del regime di guerra”.Shell ed Eni risultano coinvolte
nell’autorizzazione dell’attracco, ma la pressione esercitata dal presidio porta
il direttore di Eni, Giannese, a fare marcia indietro.
Il 26 settembre, però, Taranto x la Palestina e USB ricevono la notizia
dell’attracco della SeaSalvia, concesso da Eni questa volta. Scatta di nuovo un
presidio, in una dinamica di rapida mobilitazione, che riesce a portare in
pochissime ore 300 persone davanti al porto, numeri significativi per la città,
ci sottolinea. Il giorno successivo la nave, alla fine, attracca, e mentre circa
2000 persone scendono in corteo a Grottaglie contro la Leonardo, altre 200
riescono a occupare il molo Eni insieme ai lavoratori portuali, bloccando le
operazioni di greggio per diverse ore. Nel rimpallarsi le responsabilità, Eni e
il Comune mostrano la complicità strutturale nel rendere il porto di Taranto
“luogo necessario dentro le logiche di sostegno al genocidio palestinese e al
regime di guerra”.
Un mese dopo, a fine ottobre, il movimento riceve la notizia che la nave non
sarebbe più diretta verso acque palestinesi, ma arrivata in Egitto, dove il
tracciamento termina. Alla riattivazione di questo, la nave risulta ad Ashdod,
in acque palestinesi sotto il controllo israeliano: le circa 30mila tonnellate
di greggio trasportate e passate per Taranto si traducono in carburante per i
bombardamenti.
Lo stesso schema si ripete a novembre, ma in un contesto che porta con sé gli
effetti, il “reflusso” del movimento globale, che incide ancora positivamente
sulla capacità numerica di mobilitazione spontanea locale. Rimangono tuttavia
centrali le alleanze nate e solidificate nell’intrecciarsi di istanze locali,
dal dissalatore, alla discarica, partendo dall’Ilva, nel nome della solidarietà
con la resistenza palestinese. La nave, di nuovo, non viene fermata e il Comune,
nonostante la violazione della legge nazionale 185/1990 sul transito di
materiali di armamento, ha continuato a votare contro lo scioglimento degli
accordi con Eni, che rafforza nel frattempo il proprio ruolo strategico su
Taranto come snodo nel Mediterraneo. “Nella nuova fase neocoloniale a Gaza, Eni
ha un ruolo centrale sullo scenario del Mediterraneo e delle responsabilità
politiche e giuridiche rispetto ai due attracchi della Seasalvia “. Ma Eni è
anche “l’attore che riproduce sistematicamente la crisi socio ecologica a
Taranto: se in città non c’è puzza di Ilva c’è puzza di Eni”. Nei ragionamenti
che anche il movimento per la Palestina ha portato a fare risulta ormai
inefficace “l’associazionismo ambientalista dominante che ha sempre cercato la
pacificazione e la logica del compromesso rispetto alle questioni sociali”,
mentre “l’emergere di nuove contraddizioni sistemiche, emotive ed esistenziali
possono riscoprire una forza collettiva e fare i conti con determinate
contraddizioni”.
Prospettive per Taranto
In questo quadro si inseriscono i Giochi del Mediterraneo, previsti tra agosto e
settembre 2026, presentati, in una narrazione salvifica, come “la nuova chimera”
che, con otto impianti sportivi permanenti dovrebbero garantire benessere
psicofisico e coinvolgere le nuove generazioni – che da Taranto scappano –
proiettando la città in una dimensione internazionale. Le contraddizioni
emergono all’istante: una città priva di servizi essenziali e di spazi adeguati
per accogliere gli atleti, al punto da ipotizzare l’utilizzo di navi da
crociera.
“Taranto è costantemente sotto pressione da diversi punti di vista. Abbiamo la
più grande base militare della Marina, della NATO. Adesso si prevede
l’ingrandimento. Abbiamo la più grande raffineria, abbiamo il più grande
siderurgico: è chiaro che noi siamo non una zona di sacrificio, noi non contiamo
proprio niente. I giochi del Mediterraneo andranno nella stessa direzione. Otto
impianti permanenti per chi? Le nuove generazioni vanno via, non c’è una scuola
agibile, non abbiamo un’università indipendente, le strade sono a pezzi, non
abbiamo i trasporti, non abbiamo i servizi essenziali in pronto soccorso. Chi
potrà fruire di queste mega strutture? è un contentino per alcuni, un’operazione
di facciata.” I Giochi del Mediterraneo diventano il nuovo tassello di una
narrazione che parla di sviluppo e modernizzazione mentre riduce tutto a
città-vetrina, riproducendo le stesse gerarchie e gli stessi squilibri: “c’è
un’incongruenza a livello di ascolto dei bisogni e delle istanze della
popolazione. È chiaro che gli interessi vanno in un’altra direzione. Quello che
noi possiamo provare a fare è intrecciare le lotte e rispondere, ognuno con la
propria modalità”.
“Taranto è sempre stata un laboratorio, non solo di sacrificio, ma anche di
resistenza e ripensamento radicale” e necessita – seguendo l’insegnamento della
causa palestinese – di acquisire pieno significato letto dentro uno scenario
mediterraneo più ampio in cui si intrecciano il Tyrrhenian Link in Sardegna e le
grandi infrastrutture energetiche, la crisi idrica e le connessioni tra il
dissalatore tarantino e quelli siciliani, un clima diffuso di militarizzazione e
nuovi processi di colonizzazione. E contro le minacce degli interessi altrui
risulta fondamentale solidificare i rapporti con le regioni vicine, in nome di
quelle alleanze tra i territori in lotta: nelle lunghe rotte del gas con la
Basilicata che condivide la vertenza contro Eni, con il Salento martoriato dalla
TAP. Per le tarantine e i tarantini riconoscere i risultati ottenuti, le
consapevolezze acquisite e le rotture prodotte è fondamentale per resistere alla
pressione costante degli interessi in campo. Allo stesso tempo, prendersi cura
di ciò che emerge, delle nuove soggettività, delle alleanze territoriali, che
oggi, come la Palestina, ci restituiscono una chiave di lettura globale dei
rapporti di potere, diventa una necessità politica.
La mobilitazione contro la discarica, il rifiuto del dissalatore, per la difesa
dell’acqua, dei fiumi, del mare attraversato dalla Freedom Flotilla, della
terra: lotte che non si limitano a dire “no” a una singola opera, ma che
interrogano in profondità la crisi socio-ecologica come crisi politica
complessiva, che individua lo scacchiere di interessi più ampio, la direzione
coloniale che attraversa i territori e li frammenta per renderli più
governabili.
Il conflitto con ExIlva ha fatto di Taranto un laboratorio di dissidenza della
classe operaia, ma ha anche e soprattutto prodotto un portato trasformativo che
va oltre quel perimetro, generazionalmente. “Bisogna prenderci cura del nuovo,
di ciò che sta emergendo”: dalla rottura del ricatto lavoro-salute e il rifiuto
della fabbrica come inevitabile destino calato dall’alto, all’acquisizione di
una una dignità collettiva e alla messa in discussione dell’intero modello di
sviluppo su cui Taranto, e con essa il Sud locale e globale, è stata costruita.
Un modello che non produce soltanto sfruttamento, ma morte, e al quale si può
rispondere “solo se riuniamo tutti i Sud e i margini che sono in ogni parte”. Le
lotte popolari che continuano a nascere nei quartieri tarantini parlano di cura,
di salute, ma soprattutto di desiderio e possibilità di cambiamento. Ed è qui
che la resistenza diventa spazio di immaginazione e trasformazione.
“Ci sono diritti già riconosciuti, il punto è che sembrano non valere in alcune
aree, e bisogna che qualcuno si prenda la briga di militare costantemente contro
questa illegittimità e forzatura.”
A questo link è possibile trovare la raccolta fondi per il ricorso al Tar in
difesa del fiume Tara:
https://www.gofundme.com/f/raccolta-fondi-per-il-fiume-tara-ricorso-dissalatore
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Sulla vicenda di Rogoredo, come spesso succede quando si tratta di episodi che
coinvolgono l’ordine pubblico o le forze di polizia, si è acceso un fortissimo
dibattito mediatico.
Un agente spara a un ragazzo di 28 anni, Zak Mansouri, e lo uccide. Emergono
dalle prime indagini circostanze che spiegherebbero l’accaduto con una legittima
difesa e, immediatamente, si scatena il polverone. Opinionisti, giornalisti e
politici ripubblicano compulsivamente la notizia, che rimbalza da una pagina
all’altra. Cupi mormorii di appoggio da parte dei partiti di opposizione,
proclami di sostegno incondizionato, quasi trionfali, dalla destra di governo, a
cui non sembra vero di avere tra le mani una notizia “d’oro” di questo tipo.
Dichiarazioni di solidarietà al poliziotto a destra e a manca – soprattutto da
chi già da anni basa il suo programma politico su vicende del genere – escono
per giorni, ininterrotte, da ogni bocca istituzionale. La Lega di Salvini lancia
persino una campagna pubblica, “Io sto col poliziotto”, con banchetti e gazebo
in tutte le città italiane.
Subito viene rilanciata una delle punte di diamante del nuovo decreto sicurezza,
ancora in fase di preparazione: il cosiddetto “scudo penale”. Tecnicamente si
tratta, in contesti come di quello di Rogoredo, di un registro separato in cui
gli agenti di Polizia vengono inseriti al posto del normale registro degli
indagati. Questo, solo se appare “evidente” una “giustificazione”, come ad
esempio la legittima difesa. Insomma, una scorciatoia immediata per evitare
l’iter processuale.
L’approvazione del decreto subisce dunque un’ulteriore accelerazione, prima di
tutto propagandistica, come già avvenuto poco dopo il corteo del 31 gennaio per
Askatasuna. Il clamore mediatico viene usato per legittimare il salto di
passaggi “democratici” nella ratifica di decreti governativi. Nulla di nuovo.
Nulla di nuovo neanche nella diatriba parlamentare scaturita dalle proteste
indignate dell’opposizione, che attaccano con fervore la “deriva autoritaria”
del governo Meloni, senza tuttavia mettere in discussione l’apparato complessivo
su cui proprio la fantomatica “deriva” si regge. Il decreto rimane a decantare
qualche settimana, a riprova del fatto che l’urgenza securitaria annunciata dal
governo stia più nell’alveo delle parole che nei fatti. Grandi dichiarazioni di
Meloni e Salvini hanno accompagnato i giorni successivi all’approvazione ma dal
5 febbraio, quando sembrava che sarebbe entrato in vigore a momenti, il decreto
è rimasto bloccato per oltre tre settimane alla Ragioneria di Stato. Il
problema? La mancanza di fondi. Piuttosto emblematico che il cavallo di
battaglia su cui il governo ha impostato la sua campagna elettorale e la sua
agenda manchi dell’elemento fondamentale per essere realizzato, ossia i soldi.
Il decreto verrà poi bollinato ma con alcune modifiche sia di natura economica
sia nella sostanza proprio dopo quanto accaduto a Rogoredo.
Infatti, passano tre settimane ed escono nuove prove che ribaltano totalmente la
tesi delle prime indagini. Il poliziotto, Carmelo Cinturrino, ha ucciso un uomo
disarmato e, aiutato da un collega, gli ha messo in mano una pistola a salve. Ha
poi aspettato più di venti minuti prima di chiamare l’ambulanza, lasciandolo
morire. Si scopre anche che l’agente estorceva quotidianamente al ragazzo
centinaia di euro e dosi di cocaina. Guadagnando dunque sulla pelle di una
persona a cui poi ha sparato e che ha lasciato morire.
La notizia spiazza la scena e distrugge il teatrino politico tirato su le
settimane prima. Chi ringrazia di non essersi esposto più di tanto a favore del
poliziotto, chi opta per il silenzio, chi addirittura decide di cancellare i
contenuti pubblicati sui social, rendendo ancora più evidente la precedente
presa di posizione. Chi non si tira indietro, dopo aver difeso a spada tratta
l’agente, invoca pene ancora più severe e giustizia raddoppiata se i reati sono
commessi dalle forze dell’ordine. Si parla ancora una volta delle “mele marce”,
in maniera trasversale e condivisa. Cinturrino sarebbe quindi un poliziotto
cattivo che ha corrotto, con brutalità e nessun senso della morale, il buon nome
della divisa, della Polizia, delle forze dell’ordine. Un malvivente che ha
sfruttato la sua posizione di potere non per gli alti e nobili fini che
perseguono i suoi colleghi, ma per arricchirsi e delinquere.
Eppure, ancora una volta, vengono smentiti. Intorno all’agente ci sarebbe stata
una rete di complicità più o meno strutturata, composta sì dagli altri 4 agenti
già coinvolti nelle indagini, ma anche dalle varie sfere del commissariato
“Mecenate”. Una catena di responsabilità, dirette e indirette, che avrebbe nei
fatti sostenuto, protetto, facilitato l’operato di Cinturrino. A partire anche
dai frequenti pestaggi ai danni di spacciatori, non riportati negli atti
ufficiali.
C’è forse da stupirsi? Se si leggono le notizie dell’ultima settimana,
evidentemente no. Più o meno contemporaneamente all’arresto di Cinturrino, altri
tre poliziotti vengono arrestati, questa volta nella capitale. Verbali falsi,
perquisizioni inventate e di nuovo accordi con la criminalità organizzata:
scambiavano soffiate in cambio di chili di cocaina, che poi spacciavano. Pure in
questo caso si ipotizza una connivenza, più o meno esplicita, con altri colleghi
della Polizia. Ma ancora non è finita. Sempre lo stesso giorno, vengono
denunciati 21 tra poliziotti e carabinieri, accusati di furto e truffa. Con la
complicità di una cassiera, avrebbero rubato prodotti alla Coin della stazione
di Roma Termini per 184 mila euro. Se guardiamo a un caso di qualche anno fa,
diventa ancora più improbabile che si tratti di “mele marce”. In questi giorni
si è infatti concluso il processo con una condanna nei confronti di Massimo
Adriatici, ex assessore alla sicurezza a Voghera ed ex poliziotto. La sua
vicenda è per certi versi simile a quella di Rogoredo. Una presunta legittima
difesa è diventata, man mano che il processo andava avanti ed emergevano nuovi
dettagli, un omicidio volontario. Massimo Adriatici, il 20 luglio 2021, ha
ucciso con un colpo di pistola Younes El Boussettaoui, durante una vera e
propria ronda notturna, solitaria e armata. Un altro evento su cui, ovviamente,
le solite parti politiche avevano mangiato in abbondanza, sperticandosi in
difesa di Adriatici e costruendo campagne di solidarietà. Ancora una volta,
però, venendo smentiti dalla verità.
Non volendo continuare una lista che diventerebbe infinita, si possono fare
alcune considerazioni. Vi è infatti una vera e propria tradizione di casi
giudiziari in cui sono implicati agenti delle forze dell’ordine accusati di
delinquere, in maniera più o meno organizzata, forti della loro posizione di
potere. Una tradizione che ha come capofila la quasi rocambolesca vicenda della
“Uno Bianca”, una banda armata, composta anche da 4 poliziotti, che a fine anni
‘80, durante decine di rapine, uccise 23 persone. Sono quindi numerosi i casi di
questo tipo e nella maggior parte di questi vi è un’evidente complicità da parte
di colleghi apparentemente non coinvolti, ma comunque conniventi.
È complesso spiegare questo fenomeno in maniera netta e definita. Una prima
constatazione è che gli agenti di polizia non siano avulsi dalle condizioni
materiali e dal contesto sociale in cui operano. In Italia oggi i corpi di
polizia e dell’esercito vengono offerti come una sorta di ammortizzatore sociale
e, in un momento di crisi e recessione, all’offerta corrisponde la soddisfazione
di un bisogno e quindi una risposta affermativa. L’ingresso nelle FdO è una
garanzia, un assicurarsi un salario dignitoso e un lavoro meno rischioso e
faticoso di altri, soprattutto per i giovani in quei territori in cui non viene
fatto alcun tipo di investimento nel tessuto economico e produttivo. Il salario
da dipendente dello Stato si sa, necessita però di essere arrotondato, sia in
termini economici sia in termini di status. E dunque, il sistema stesso per come
funziona si basa e costruisce in maniera strutturale spazi di opacità,
ambiguità, abuso. Praticarli non può essere spiegato come mera eccezione
soggettiva di qualcuno (per quanto rimanga valida la regola “c’è lavoro e
lavoro”) ma come forma obbligata di adesione a un’etica ribaltata del lavoro.
Ancora più allettante dal momento in cui è chiara la garanzia di impunità
giuridica data dal proprio ruolo. Questo sistema di messa a disposizione di
possibilità di ascesa sociale e di potere è funzionale a garantire
parallelamente fedeltà al corpo dello Stato e crea il meccanismo per cui
l’abuso, la prevaricazione, la molestia – interna ed esterna – siano
normalizzate e sistematizzate, in una potenziale escalation che permette anche
di arrivare a situazioni in cui gli agenti uccidono, ricattano, proteggono e
riproducono forme di sfruttamento e oppressione. In questo senso, il codice
cameratesco che si sviluppa tra le file delle FdO assume un ruolo rilevante. Il
senso di appartenenza, la dinamica gruppale e le gerarchie strette portano alla
saldatura di una struttura sociale chiusa, coesa, che trova la sua
legittimazione nell’intrinseca “vera giustizia” dello Stato che rappresenta.
Questa dinamica genera poi un cortocircuito istituzionale nel momento in cui il
potere giudiziario, o finanche quello mediatico, evidenzia o accusa le forze di
polizia di atti delinquenziali o collusione con la criminalità organizzata. A
quel punto, l’unico rimedio per mantenere salda la struttura rimane l’epurazione
dei soggetti interessati, tacciati dunque di essere “mele marce”. A questo
genere di episodi, che vedono le FdO protagoniste di atti generalmente legati ad
un proprio profitto o tornaconto, si aggiungono poi i giornalieri “abusi di
potere”, nelle modalità più disparate, in tutti i contesti in cui agisce la
forza pubblica.
Nell’ultimo mese sono arrivate 16 condanne per torture attuate nelle carceri di
Torino e Firenze. Casi che allungano una lista decennale di abusi della Polizia
Penitenziaria nelle patrie galere. Tanto nelle Case Circondariali, quanto negli
IPM, i maltrattamenti fisici, i pestaggi e i soprusi sono costanti, senza
contare le storture del sistema penale e detentivo – che passa anche dagli
orrori strutturali dei CPR – che costituiscono forme di abuso non già
immediatamente e direttamente fisiche, ma di logoramento psicologico sul lungo
periodo. Violenze che non si limitano agli istituti “totali”, ma che si
riproducono anche nei contesti urbani, nelle periferie marginalizzate, nella
repressione di manifestazioni e mobilitazioni. Le chat dei carabinieri
responsabili della morte di Ramy Elgaml, pubblicate nei giorni scorsi, sono un
esempio lampante di come non esistano casi fortuiti o eccezionali: la violenza
eccedente si costruisce su precise condizioni di potere e anche, come dimostra
questo caso, su un humus culturale razzista, sessista e classista che permea le
forze dell’ordine.
Si capisce quindi anche che il limite della violenza che la Polizia può
esercitare è totalmente arbitrario e, come se non bastasse, assolutamente non
vincolante. Questo perché il monopolio legittimo dell’uso della forza rimane
necessariamente intestato allo Stato (non potrebbe essere altrimenti, pena la
sua estinzione), anche se vengono posti dei limiti morali o, come nella maggior
parte dei casi, tecnici. Non è un caso infatti che le forme di disciplinamento
passino sempre di più da dispositivi di controllo virtuali o spaziali, come le
zone rosse o i daspi urbani. Strumenti che vengono sviluppati di pari passo con
l’implementazione di altri sistemi di disciplinamento e controllo. Si tratta
delle nuove tecnologie legate alla sorveglianza, all’intelligenza artificiale e
al riconoscimento biometrico. Tecnologie sviluppate in ambito bellico che
affinano le modalità di controllo e progressivamente cominciano anche a
sostituire quelle vecchie, meccaniche-tecnologiche o umane che siano.
Infine, per collocare e comprendere meglio questo aspetto, è necessario definire
il ruolo sociale delle forze dell’ordine, anche in una dimensione storica. La
polizia, come organo costitutivo di uno Stato, si occupa della garanzia
dell’ordine pubblico, del controllo degli episodi “criminali” e dell’integrità e
stabilità delle istituzioni. In Europa comincia ad emergere, in maniera
strutturata, tra il XVIII e XIX secolo, in un periodo di importanti cambiamenti
politici, sociali ed economici. Una fase in cui la progressione verso modi
capitalistici di produzione comporta un mutamento delle forme di illegalità e
delle necessità di protezione delle nuove classi dominanti. L’illegalità, che si
sposta progressivamente sul piano della lesione della proprietà, da un lato;
l’emersione di forze sociali capaci di mettere in discussione l’ordine
costituito, dall’altro.
La polizia si sviluppa quindi come strumento di controllo territoriale capillare
sulle persone, evolvendosi di pari passo con le scienze sociali e con la
tecnologia. Progredisce infatti grazie a una codificazione sistematica e in
continua estensione dei comportamenti “devianti”, dei reati e delle pene ad essi
correlate, delle condizioni psicologiche, sociali e politiche – di classe –
della popolazione. Un organo indispensabile per le moderne macchine burocratiche
statali, ma con l’obiettivo preciso e manifesto di controllare e disciplinare la
società. Un obiettivo intrinseco che per forza di cose necessita dell’uso della
forza e, talvolta, della violenza.
Rebus sic stantibus, il tentativo di giustificare tali comportamenti attraverso
la retorica delle “mele marce” regge in maniera piuttosto traballante. Queste
non costituiscono un’anomalia negativa se non utilizzando il prisma
interpretativo degli stessi corpi di polizia. Si tratta piuttosto di eccessi più
visibili di violenza che emergono dalla naturale funzione della forza pubblica,
almeno così come è strutturata in un sistema di potere Stato-Capitale. La
regola, non l’eccezione.
Si è da poco conclusa la due giorni di discussione “Per realizzare un sogno
comune” del 21 e 22 febbraio a Livorno. Ore dense di scambio, di condivisione,
di domande comuni in cui decine di realtà di lotta, centinaia di persone da
tutta Italia e le isole, hanno provato a fare i primi passi per camminare
insieme.
Da dove partiamo?
L’esigenza di questo incontro è nata dal voler affrontare la realtà di guerra in
cui viviamo e le possibilità di resistenza e autonomia che vivono nelle nostre
lotte e nella società. Abbiamo delineato gli scenari della fabbrica della
guerra, che disgrega e impoverisce la società, aliena le persone e i territori,
produce oppressione e nichilismo.”Blocchiamo tutto” ha rappresentato una
frattura netta tra chi ha scelto di scioperare e lottare e chi invece governa,
con disumanità genocida. Ci anima un senso di responsabilità collettiva, nel
costruire insieme le risposte al bisogno di cambiamento emerso in quelle
settimane, nel voler conoscere con chiarezza la modernità del sistema
capitalista, nel voler essere una forza capace di trasformarlo con la lotta.
Verso quali obiettivi?
Non siamo noi l’alternativa: possiamo però darci gli strumenti, il metodo, la
pratica per costruire autonomia, con chiarezza e serietà, sfidando la
rassegnazione generale. I due giorni a Livorno hanno definito l’obiettivo di
questo percorso: rallentare e smantellare la fabbrica della guerra, interrompere
i flussi bellici, a partire da ogni territorio e contesto in cui viene espresso
conflitto per la conquista di autonomia per le comunità popolari che contendono
un potere nei confronti di un sistema di guerra. Abbiamo oggi una traccia di
lavoro: degli ambiti in cui svolgere lavoro di conricerca, in cui stringere
nuove alleanze, in cui non solo difendere gli spazi sotto attacco ma costruirne
di nuovi a partire dalla ricostruzione di un tessuto sociale, di fiducia e di
cooperazione.
Con quali proposte?
Assemblee e presidi permanenti, casse di resistenza, mutualismo conflittuale,
scioperi e blocchi di massa; sviluppare piattaforme che partano da bisogni, non
su base identitaria ma su esigenze reali; percorsi fuori dalle metropoli per
rimettere al centro ciò che viene definito “marginale”; guardare alla rilevanza
della crisi agricola e la necessità di organizzarsi con soggetti che nella terra
vedono storia, lavoro, memoria e identità.
Non partiamo da zero: esistono infrastrutture di inchiesta e conricerca già
attive che possono essere integrate e riprodotte altrove (pensiamo alle
Mappature dal Basso delle infrastrutture energetiche e belliche ma anche al
lavoro interregionale portato avanti da HUB – Bollettino della Militarizzazione
e delle resistenze dei territori) ; ma vogliamo anche di più. Organizziamo un
percorso che si doti di un istituto di formazione e autoformazione che rilevi
dalle lotte i nodi da approfondire; partecipiamo reciprocamente alle iniziative
che animano i contesti locali. Individuiamo nel terreno della comunicazione e
dell’informazione un ambito di conflitto e di possibilità: mettiamo a
disposizione gli strumenti già esistenti come il sito Infoaut per accogliere
punto di vista e materiali prodotti a partire dalle lotte ma immaginiamo anche
strumenti comunicativi agili che possano costituire una infrastruttura utile per
il coordinamento immediato sui blocchi, nelle manifestazioni, nelle iniziative
di un nuovo ciclo.
Immaginiamo, infatti, un futuro non lontano e tangibile in cui poter coordinare
i nostri blocchi ai flussi della guerra, in cui supportare reciprocamente
picchetti, scioperi, assemblee, occupazioni di scuole e università, individuando
insieme gli strumenti giusti e coinvolgendo sempre nuove persone, lavoratori,
territori e settori della società che esprimono il bisogno di lottare. Non
dimentichiamo di guardare alla Palestina come bussola in questa fase,
supportando e partecipando come equipaggi di terra e di mare alla nuova partenza
della Global Sumud Flottilla verso Gaza e verso Cuba.
Contribuire al progetto collettivo
L’idea che ha animato queste giornate è quella di non voler attendere, ma
prendere l’iniziativa e sentirci uniti nel farlo. Abbiamo l’obiettivo di
costruire e accumulare forza per far pagare ai padroni del mondo, animati da
violenza e sopraffazione, il costo di ciò che viene imposto. Possiamo contendere
la possibilità di costruire rigidità ovunque siamo collocati per il
miglioramento della vita collettiva.
Abbiamo la prova reale che il bisogno di unirsi per contare e smettere di subire
esiste. Da questi due giorni traiamo la spinta e il desiderio vivo di
organizzarci sempre meglio e in modi nuovi, per ottenere risultati concreti e
avere la forza e la capacità di difenderli. Per prendere realmente potere
collettivo, e sottrarlo a chi comanda. Lo ripetiamo, il sogno comune da
realizzare è una vita libera dal dominio capitalistico, suprematista e
patriarcale, ricca di capacità collettive, piena di significato umano,
nell’autonomia che cresce.
Camminiamo per realizzare questo sogno comune.
Invitiamo tutti e tutte a unirsi e a farlo insieme, con fiducia, concretezza e
coraggio.
Raúl Zibechi. Quanto successo nell’Amazonas in quest’ultimo mese rappresenta un
chiaro e contundente trionfo dell’umanità che resiste, non si arrende e non si
vende.
Quattordici popoli che abitano le rive del fiume Tapajós sono riusciti a
ribaltare la decisione del governo brasiliano di Lula, che privatizzava tre
importanti flussi d’acqua: Tocantins, Madera e Tapajós.
Dopo 33 giorni di un affollato accampamento di fronte alle installazioni della
multinazionale Cargill, a Santarem, Lula ha dovuto revocare il decreto che
trasformava i fiumi in idrovie o corridoi dell’agro-negozio per il trasporto di
grani per le grandi imprese dell’alimentazione. Lo ha fatto un giorno prima che
fossero realizzate manifestazioni in quasi tutto il paese a sostegno dei popoli
originari, qualcosa che anticipava un’ondata di proteste contro il suo governo.
Il progetto fa parte del programma di “destatizzazione” del governo Lula, che in
questo modo si piega alle richieste del grande capitale consegnandogli tremila
chilometri di fiumi. Sembra uno scherzo che sia il governo “progressista” quello
si impegni alla privatizzazione, niente meno, che dia i fragili fiumi amazzonici
che conservano la vita e la biodiversità. La crescita dell’economia è alla base
di questi progetti, che sempre danneggiano i popoli e la natura.
Il capitale tornerà a ritentare. Ha già ottenuto enormi “avanzamenti” sotto i
precedenti governi di Lula e di Dilma Rouseff, come la diga Belo Monte, un
progetto faraonico della dittatura militare (la quarta idroelettrica più grande
del mondo), che i popoli erano riusciti a rallentare. devia un importante fiume,
il Xingu, fatto che lascia i popoli rivieraschi senza sostentamento. D’altra
parte, le opere del fiume San Francisco portano le sue acque a più di 600
chilometri dal suo corso naturale, per irrigare le coltivazioni di frutta da
esportazione del Brasile. C’è molto di più.
Ora la privatizzazione dei tre fiumi era un passo in più nella distruzione della
maggiore selva del pianeta, per promuovere l’accumulazione di capitale
accelerando la circolazione delle merci. La vittoria dei popoli merita una
lettura che vada un po’ più in là di questo caso, ogni volta questo tipo di
notizie non compare nei grandi media…
Il primo e più notevole aspetto è la determinazione e la fermezza dei popoli
amazzonici, e più in generale dei popoli originari dell’America Latina. Essendo
una parte molto piccola della popolazione del Brasile, sono in testa alle
resistenze, mostrando il cammino agli altri settori sociali che si mostrano
passivi o impotenti di fronte all’avanzata del capitalismo. In questa occasione,
la resistenza ha attivato quattordici popoli dei più di cento che vivono
nell’Amazzonia, ed era solo questione di tempo a che gli altri si unissero alla
lotta.
Ci insegnano che non importa quanti siano se si è decisi e bene organizzati. Che
la resistenza tenace ha la capacità di espandersi, perché la dignità continua ad
avere alleati nonostante quanto stiamo vivendo nelle nostre società. Che si può
vincere se mettiamo il corpo e non temiamo le conseguenze. In questa occasione,
dobbiamo evidenziare il ruolo delle donne e delle e dei giovani, come sta
succedendo in molte geografie.
Il secondo aspetto è che la resistenza ha superato le istituzioni, e più
concretamente il ministero dei Popoli Indigeni presidiato da Sonia Guajajara e
creato da Lula per addomesticare le resistenze. Il suo compagno di partito, il
PSOL, Guilherme Boulos segretario della Presidenza, ha preferito conservare
l’incarico piuttosto che mantenere la sua promessa di consultare i popoli.
Questo ci insegna che tutto il sistema politico, dalla destra di Bolsonaro fino
alla sinistra “radicale” del PSOL, sono complici del capitale.
Da ultimo, noi popoli e movimenti dal basso di tutto il mondo dobbiamo seguire
con attenzione tutte le lotte, perché loro non solo ci insegnano che “sì si
può”, ma che ci segnano anche i cammini che ciascuno dovrà adattare alla sua
propria geografia. Non abbiamo manuali né libri che ci dicano come affrontare
questa tormenta. Solo le resistenze e le ribellioni ci mostrano il cammino.
25 febbraio 2026
Desindormémonos
da Comitato Carlos Fonseca
Da Cipro all’Oceano Indiano; un intero quadrante del mondo gettato nel caos e in
fiamme dopo l’aggressione militare Usa – Israele contro l’Iran, partita sabato
28 febbraio.
Con il passare delle ore, emerge chiaramente come non vi sia nessuna strategia
complessiva (nemmeno di ridisegno in chiave imperialista in senso classico) a
Washington e Tel Aviv, se non uno sfoggio brutale e gangsteristico di potenza
militare. Obiettivo: generare caos incontrollato e indiscriminato, in modo da
poter incassare i propri dividendi politici, strategici e anche economici.
Per Netanyahu in ballo c’è, come sempre, la sopravvivenza politica, inseguendo
il sogno colonico della Grande Israele, dall’Egitto all’Arabia Saudita, dalla
Giordania all’Iraq.
Per Trump, invece, l’accelerazione bellicista serve soprattutto a piegare la
bilancia commerciale Usa a proprio favore, con il boom dei prezzi energetici, da
fare pagare ai Paesi Ue, non a caso tenuti fuori dalla porta dell’attacco, senza
alcuna comunicazione preventiva. Al riguardo sono già centinaia le petroliere e
navi che trasportano Gnl bloccate nello Stretto di Hormuz. Chiusa, per gli
attacchi iraniani, la raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita,
una delle più grandi del Medio Oriente, con una capacità di 550.000 barili al
giorno. L’Opec+ aumenta la produzione (206mila barili al giorno ad aprile), ma
la speculazione corre più veloce: nelle prime ore di lunedì 2 marzo il Brent
segna già un balzo del 13%, sopra gli 82 dollari al barile, rispetto ai 73 di
venerdì. La stima realistica è che presto si possa arrivare a 100 dollari al
barile.
L’intervista ad Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea al dipartimento
di Scienze politiche dell’Università di Pisa.
La cronaca sul terreno intanto rischia di dare le vertigini: la regione in
fiamme è in fiamme, a partire dall’Iran, con altre decine di vittime. Il totale,
da sabato, è di 555 morti in Iran, comprese 148 studentesse ammazzate da un raid
israelo-Usa in una scuola colpita nella zona di Minab. Intanto il Capo
dell’agenzia per l’energia atomica Rafael Grossi ha lanciato l’allarme su una
“possibile fuoriuscita radiologica con gravi conseguenze” in seguito agli
attacchi Usa-Israele sui siti nucleari iraniani, mentre l’Oms lancia l’allarme
sull’attacco all’ospedale Gandhi di Teheran, danneggiato durante i
bombardamenti. Le strutture sanitarie sono protette dal diritto internazionale
umanitario”, ricorda il direttore Oms, Ghebreyesus.
Tace su queste accuse Trump, che invece sostiene: “48 leader iraniani sono stati
uccisi in un colpo solo”, salvo poi annunciare da un lato che “gli attacchi
andranno avanti un mese”, mentre partiranno “colloqui con ‘la nuova leadership
su loro richiesta”. Trattativa smentita però dal capo della sicurezza iraniana
Larijani, uno degli uomini forti del regime degli ayatollah: l’Iran ‘non
negozierà e nominerà la nuova Guida Suprema della teocrazia ‘in 1-2 giorni’.
Fuori dall’Iran solo oggi esplosioni a Gerusalemme, Tel Aviv, Dubai, Abu Dhabi,
Doha e pure Cipro, con un drone finito sulla pista d’atterraggio della base
britannica di Akrotiri. Un morto in Bahrein per gli attacchi iraniani. Un F15
Usa abbattuto in Kuwait, con i 2 piloti salvi grazie ai paracaduti, mentre ieri
3 soldati Usa erano morti e 5 feriti negli attacchi. Teheran ha colpito anche la
regione curdoirachena di Erbil. Dentro Israele 9 morti e numerosi feriti per un
altro missile iraniano che ha sfondato la contraerea colpendo un insediamento
colonico.
L’attacco all’Iran riverbera i propri effetti anche sulla già drammatica
situazione del vicino Oriente, sulle rive del Mediterraneo. Strage di civili in
Libano per mano israeliana; 31 morti e 150 feriti, dopo alcuni razzi di
Hebzollah partiti a seguito dell’omicidio di Khamenei. “L’operazione continuerà
a lungo”, dice Tel Aviv. Decine di migliaia di persone in fuga dal sud del
Libano e dai quartieri meridionali di Beirut, con il rischio concreto di nuova
invasione militare di Israele, che dal canto proprio non escludere di “avere
ucciso, in uno dei raid”, lo stesso Naim Qassem, leader di Hezbollah
dall’ottobre 2024, a seguito dell’omicidio del precedente numero uno del
movimento sciita libanese, Hassan Nasrallah..
Da Beirut, Libano, la corrispondenza con Mauro Pompili, giornalista freelance e
nostro collaboratore.
Dal Libano alla Palestina: in Cisgiordania 5 feriti per le incursioni militari
israeliane attorno a Nablus e a Qalandia. 2 morti per i raid israeliani invece a
Jabalia, nord di Gaza, dove tutti i valichi di accesso – essenziali per la
consegna degli aiuti e per i pazienti che devono viaggiare per cure mediche –
restano chiusi, ha detto il Cogat, l’ente del ministero della Difesa israeliano,
che non comunica alcuna data per la riapertura, anche per i funzionari
internazionali. Da sabato a oggi dentro la Striscia i prezzi dei generi
alimentari sono rapidamente raddoppiati nei mercati locali. Le persone fanno
scorte, mentre le Nazioni Unite denunciano che già a febbraio le razioni
umanitarie sono state dimezziate “in gran parte perché non ci sono forniture
sufficienti”.
Sulla Palestina l’aggiornamento con il giornalista Michele Giorgio,
corrispondente de Il Manifesto, direttore di Pagine Esteri e nostro
collaboratore.
Infine l’Italia. Bloccato a Dubai dopo l’attacco all’Iran, il ministro della
Difesa Crosetto rientra in Italia con un aereo militare. Il M5s presenta
un’interrogazione e chiede le dimissioni immediate, sostenendo che ‘è legittimo
chiedersi quale sia stato il livello di informazione preventiva del governo’.
Bloccato a Dubai anche il questore di Roma Massucci, assieme a migliaia di
cittadini italiani. Tajani annuncia una Task Force Golfo per assistere,
telefonicamente, lavoratori e turisti. Lo stesso vicepremier insieme a Crosetto
riferiranno oggi, lunedì 2 marzo, in Senato, a Roma.
A Milano invece domani, martedì 3 marzo, presidio in via Turati del Collettivo
Togehter for Iran “contro il regime degli ayatollah e contro la guerra
israelo-Usa che come tutte le guerre colpiscono anche milioni di donne, uomini e
bambini, così come il loro futuro e il loro diritto all’autodeterminazione.
Donna, Vita, Libertà”.
da Radio onda d’urto
Trump pochi giorni fa al Congresso ha snocciolato una serie di orpelli
discorsivi per dimostrare che tutto sta procedendo per “Rendere l’America Ancora
Grande”.
Dalla colpa agli immigrati per i crimini più efferati, al finto miglioramento
dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi
immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di
una delle donne violentate dallo stesso di cui in questi giorni si sono
magicamente perse le documentazioni. In questo show utile a camuffare la poca
soddisfazione per la sua politica interna in vista delle elezioni di midterm non
ha esitato a dare certezze sul prossimo obiettivo strategico, l’Iran, realizzato
prontamente nei giorni successivi con l’avvio di una guerra diretta da parte di
Usa e Israele.
Francesco Dall’Aglio commenta così la conferenza di Monaco per la sicurezza di
qualche settimana fa: “è stata, in linea di massima, un gran circo con pochi
acrobati e moltissimi clown. I clown non devono però distrarci dalle conclusioni
alle quali i nostri leader sono giunti, ovvero che l’Occidente, qualsiasi cosa
intendiamo con questo termine, è nei guai. Questa non è una novità ma è
sicuramente un problema, e non solo perché in Occidente ci viviamo pure noi: è
un problema perché ormai è chiaro che l’unico modo di venirne fuori è la guerra,
non quella che la Russia, la Cina e gli altri cattivi faranno a noi, perché non
hanno né necessità né intenzione né mezzi per farla, ma quella che noi faremo a
loro e per la quale stiamo preparando la nostra opinione pubblica, la nostra
legislazione, la nostra economia.” E poi continua elencando i motivi dei guai
dell’Occidente: la scarsità di risorse e dunque il colonialismo come strumento
adottato su più livelli; la pavida rincorsa alle indicazioni dell’imperialismo
USA, tradotto in una sorta di continuo punzecchiamento nei confronti di Russia,
Cina e Iran – Paesi che due su tre hanno l’arma atomica. La strategia di mettere
in campo i proxy disponibili a giocare la battaglia occidentale, di colpire
economicamente a furia di sanzioni, provocando o curvando “rivoluzioni colorate”
non sta funzionando più. A forza di sopravvalutarsi non sembra più essere
possibile per l’Occidente nascondere i guai sotto il tappeto, mentre si protrae
la guerra in Europa in modo da ristrutturare l’industria bellica con l’obiettivo
di risollevare l’economia e si sostanzia il tutto con leva obbligatoria e
propaganda, i guai vengono allo scoperto.
La vicenda degli Epstein Files è indicativa in questo senso: un primo dato è
l’aver sbattuto in faccia ancora una volta a tutto il mondo la profonda natura
patriarcale su cui si fonda e si è sempre fondato il sistema capitalista. Il
modo di produzione capitalista non è solo il rapporto sociale di classe: per
funzionare ha bisogno di articolarsi e integrare a suo beneficio altri rapporti
di dominazione, in particolare di genere e di razza. Questi, oltre a prendere la
forma di processi di estrazione di valore economico, vengono amplificati da
relazioni sociali (e culturali) di oppressione e violenza. Il dominio maschile è
strutturalmente funzionale al capitalismo, così come il dominio basato sulla
razza.
Il secondo dato è la normalizzazione: per quanto si sia sviluppato un sentimento
di scandalo diffuso, di fatto la reazione maggioritaria è che in qualche modo ci
si aspettava una simile situazione. Non per altro dimensioni che dall’alto
vengono definite complottiste prefigurano in maniera piuttosto esplicita una
sorta di élite globale che, facendo uso di violenze, stupri, manipolazione
dell’informazione e, di conseguenza, delle menti, domini il mondo.
In questa vicenda sono due gli attori principali: in primis, i grandi gruppi di
potere occidentali che siano sovranisti, MAGA, laburisti, progressisti poco
importa, il risultato è una sorta di partito in cui l’unica rigidità da
rispettare è mantenere il potere; in secundis, il vassallo dell’imperialismo
americano in Medio Oriente, Israele.
Si evincono senza fatica i rapporti stretti, simbiotici, speculari tra Epstein e
la genealogia Maxwell con Israele, tramite il rapporto con Ehud Barak, massima
espressione dell’apparato militare israeliano con il quale il nesso operativo si
consolidò nel dominio della cybersecurity. Per esempio, sfogliando i file qui si
evince che Epstein finanziò Carbyne, una tecnologia avanzata per identificazione
di soggetti, e in generale finanziò gran parte dell’investimento milionario
formalmente intestato a Barak. Tale assetto ha garantito a Israele il controllo
su infrastrutture civili estere. Barak è una figura piuttosto centrale dato che
è il carnefice di Virginia Giuffre, la prima vittima di Epstein che, dopo essere
stata violentata e dopo aver denunciato Epstein è “morta suicida”, come riporta
un articolo del Fatto Quotidiano. Al padre di Ghislaine Maxwell, complice di
Epstein, come racconta Lavinia Marchetti qui, vennero riservate in Israele
esequie equiparate a un saluto di Stato, funerali che vengono riservati agli
eroi nazionali anche secondo il Washington Post.
Un elemento che apparentemente risulta poco concreto ma che invece è il cuore di
come il sistema capitalista intende aggiornare il suo progetto è il ruolo della
scienza.
Se da un lato, il capitalismo attuale mostra tutti i suoi aspetti più beceri,
bassi, sporchi dall’altro, investe e punta all’innovazione scientifica e
tecnologica come il cavallo di battaglia che ne garantirà la fuoriuscita dalla
crisi in cui si trova. Non a caso l’imperialismo statunitense gioca con la
narrazione del monopolio cinese che rischia di superarli nell’ambito
dell’innovazione tecnologica contribuendo al clima di scontro imminente e per
agevolare strette di politica economica.
Infatti, nei Files ciò che risulta inaspettato nella sua concretezza è il legame
di Epstein, dunque del coagulo di potere che ha rappresentato e a cui ha
permesso di riprodursi, con scienziati e teorici sul tema dello sviluppo
cognitivo, del controllo della popolazione e del fascismo, come ad esempio
Joscha Bach di cui vi è traccia in questa cartella.
Lo “scienziato cognitivo” tedesco è un teorico dell’intelligenza artificiale, un
promotore dell’eugenetica e del transumanismo. In questi scambi viene
ricostruito l’utilizzo e la messa a disposizione di argomenti pseudoscientifici
per legittimare teorie razziste, sessiste, sino ad arrivare alle ipotesi di
esecuzioni di massa di malati e anziani. Nei suoi post apre alle ipotesi di
simulazione della realtà aumentata come suggerito da Elon Musk ma è soprattutto
Bach a influenzare e modellare una figura come Musk. Vorremmo dire nonostante,
ma invece è proprio grazie alle sue tesi che Epstein ha mantenuto un ruolo di
primo piano negli ambienti della Silicon Valley anche dopo la condanna del 2008.
A parlarne è Nafeez Mosaddeq Ahmed, direttore esecutivo presso l’Institute for
Policy Research & Development, una fondazione indipendente con sede a Brighton.
È ricercatore presso la Islamic Human Rights Commission di Londra e ha scritto
per Fazi Editore alcuni saggi, in particolare l’ultimo riguarda la commissione
d’inchiesta sull’11 settembre del Congresso Usa, mostrando che si tratta di un
falso e rivelando il fatto che anche il presidente della commissione era in
affari con la famiglia di Bin Laden.
Ahmed in un contributo in tre parti dimostra che “i files di Epstein espongono
come la gerarchia razziale, l'”ottimizzazione” genetica e persino l’abbattimento
della popolazione guidata dal clima” fossero tesi che circolavano all’interno
delle cerchie della Big Tech. Le reti private di Epstein hanno di fatto plasmato
la Silicon Valley.
La fiducia conquistata da Epstein nella “Broligarchia” della Silicon Valley ha
aperto la strada anche all’influenza nel settore del Bitcoin, con l’idea che la
via delle criptovalute potesse essere un mezzo per costruire la transizione al
di fuori del sistema delle istituzioni per come le conosciamo. Piuttosto
paradossale dato che questo interesse non nasceva dall’esigenza di maneggiare un
sistema utile a non lasciare traccia dei suoi movimenti bancari, vista la
compiacenza di grandi banche che hanno lasciato fare transazioni sospette a
Epstein per anni.
Si parla infatti, in questo articolo di Michela Calculli, di “ oltre 15 anni in
cui JPMorgan Chase ha gestito i suoi conti, processando più di 4.700 transazioni
per un valore complessivo superiore a 1,1 miliardi di dollari. Molte di queste
includevano pagamenti a vittime del traffico sessuale negli Stati Uniti, in
Europa dell’Est e Russia. Dal 2013 al 2018, dopo che JPMorgan si era sfilata,
Deutsche Bank aprì per Epstein più di 40 conti, elaborando milioni in
transazioni sospette, strutturate per eludere gli obblighi di segnalazione
antiriciclaggio. Tra queste, pagamenti a donne descritti come «rette
scolastiche». Nel 2023, le due banche pagarono complessivamente 365 milioni di
dollari in accordi extragiudiziali con le vittime. Oggi quattro banche
(JPMorgan, Deutsche Bank, Bank of America e BNY Mellon) sono al centro di
un’inchiesta parlamentare su oltre 1,5 miliardi di dollari in transazioni
sospette”.
Anche la visione che spinge all’abbattimento della popolazione “vulnerabile”
per il cambiamento climatico è uno dei campi su cui Ahmed indaga. Nel suo
articolo vengono presi in esame in particolare gli scambi con Josha Bach e con
Nick Bostrom, i due “scienziati” finanziati da Epstein che hanno contribuito a
modellare la definizione delle generazioni future di AI, mostrando come le
teorie sul diradamento selettivo della popolazione e dunque discorsi che
sostengono la gerarchia umana, non fossero casi isolati ma la vera e propria
infrastruttura discorsiva che permea il contesto intellettuale e di ricercatori
dell’ambiente della Silincon Valley.
Nick Bostrom è il fondatore della dottrina del “longtermismo” secondo la quale
le decisioni morali sono il criterio con cui orientare il benessere delle
generazioni future. Riprendiamo la definizione da Treccani:
[William David MacAskill, professore associato a Oxford] Nel 2015, a 28 anni, ha
pubblicato un libro che ha lasciato il segno fra gli idealisti dell’economia
digitale “Fare meglio del bene” (“Doing Good Better”). Con altri colleghi ha
creato il “Centro per l’Altruismo Efficace”. Nel suo ultimo libro predica il
“lungotermismo” con alcune premesse che appaiono tanto profonde quanto
lapalissiane: il futuro potrà essere buono o pessimo, le nostre azioni
determineranno quel che sarà. (Mario Platero, Repubblica.it, 5 dicembre 2022,
A&F Economia).
Queste teorie aprono alla colonizzazione dello spazio, idea molto cara a Elon
Musk e a un immaginario alimentato da uomini, bianchi e multimilionari che
diffondono una nuova definizione della vita, della morte e della morale come
criteri universalistici, creata ad hoc nei loro simposi. Queste teorie parlano
di allevamento selettivo in utero per migliorare il QI, di sorveglianza globale
totale da parte dell’AI come mezzo per prevenire l’estinzione di massa.
Tramite questi rapporti di amicizia, di potere e di soldi – dunque molto più
materiali di quanto si possa pensare – Epstein e i suoi hanno fatto sì che la
Silicon Valley creasse una visione del mondo in cui si elevasse un’aristocrazia
cognitiva autodefinitasi in funzione dell’”ottimizzazione genetica”. Secondo
quanto viene riportato come tesi principale nell’articolo di Ahmed, queste idee
modellano le tecnologie, definendo quindi il nuovo ordine tecnologico mondiale.
Il messaggio che viene trasmesso è che non esista una verità oggettiva dei fatti
ma i fatti sono il prodotto delle opinioni politiche, dove per opinioni
politiche si intende il prodotto dell’egemonia culturale derivante dalla
transizione tecnologica, banalmente e materialmente determinata dalla
provenienza dei suoi finanziamenti e, dunque, da chi detiene il controllo dei
grandi capitali a livello mondiale. Queste opinioni politiche si sviluppano
nelle cene di lusso, nei meeting tra multimilionari, nei convegni come quelli
organizzati dalla Fondazione Edge, nata nel 1996 e appuntamento fisso per i
fedeli della Silicon Valley, dove si incontrano coloro che hanno il controllo
totale su tutta l’infrastruttura digitale: dal cloud, ai social network, alla
vendita della merce via internet.
Emergono dai files collegamenti diretti a Paragon sia con Idan Nurick e Ehud
Barak. Risultano evidenti le collaborazioni dell’azienda di spionaggio
cibernetico e la “fortuna” economica di Epstein avvalorando la tesi per cui ci
fosse una circolarità fra la rete di élite che emerge dai dati resi pubblici e
l’apparato video-sorvegliante israeliano e americano.
Questo genere di presupposti influenzano la produzione tecnologica e la
transizione digitale determinandone i criteri, la possibilità di indirizzare
l’opinione pubblica in una certa direzione, il controllo e il disciplinamento
sociale, l’influenza sugli algoritmi sulla base di teorie tecnonaziste,
arrivando a stimolare e orientare guerre.
E’ un terreno che suscita dimensioni in cui il confine tra fatti oggettivi e
ipotesi fantasiose è labile, eppure il dato da tenere a mente è il fatto che il
tema della transizione scientifica e tecnologica stia a cuore a livello
trasversale nella società. Interessa ed è campo di battaglia, a partire dalla
dimensione popolare, nei termini percui vi è stata una cesura netta rispetto al
presupposto di neutralità della scienza, prima con la gestione della pandemia e
dopo con il genocidio a Gaza, sino ad arrivare, in termini opposti e speculari,
a sfiorare i vertici di potere che nel sistema globale hanno individuato in
quella dimensione la chiave per la reale possibilità di una transizone egemonica
che non preveda il crollo dell’impero americano.
Per rendere tangibile questo obiettivo l’egemonia viene tradotta in maniera
biopolitca nel controllo e dominazione dei corpi femminili. In questo senso, la
dimensione pseudoscientifica che orienta e plasma il nuovo paradigma che modella
il mondo attraverso la transizione digitale e l’intelligenza artificiale ha la
sua precipitazione nella forma più antica di dominazione: lo stupro come arma di
guerra.
“Secondo quanto riferito da quattro fonti al New York Times nel 2019, Epstein
aveva confidato a scienziati e imprenditori il suo piano di «seminare la razza
umana con il suo dna», inseminando fino a 20 donne alla volta nella tenuta.”
viene riportato dall’articolo apparso su valori.it.
Proprio a partire da questo presupposto e tentando di dare un contributo allo
sforzo collettivo necessario per attualizzare una lettura di femminismo
materialista in relazione alle vicende Epstein, possiamo fare alcuni
ragionamenti che cerchino di andare oltre la constatazione che la realtà supera
di gran lunga le fantasie più oscure e violente. La forza per ribaltare lo
sfruttamento e la prevaricazione si trova in quei soggetti che, in un mondo in
cui l’immaterialità diventa strumento per offuscare il sistema di comando e la
gerarchia sociale su cui si basa il capitalismo contemporaneo, riportano
l’attenzione alla materialità del rapporto di dominio, quindi le donne e le
soggettività non conformi, in primis. La rigidità posta da questi soggetti è
un’invarianza a livello globale che rappresenta uno dei terreni di possibilità
maggiormente avanzati oggi. La gestione da parte dei governi europei, e non
solo, dell’esplicitazione di tale livello di violenza patriarcale emerso dai
files, crediamo la dica lunga su quanto la lotta transfemminista ponga una
rigidità di classe che le élites globali non possono ignorare. Per quanto siano
stati messi in campo tutti gli strumenti per silenziare, delegittimare,
cancellare la parola delle donne vittime di violenza non esiste un frame teorico
tra le élites globali che possa essere socialmente accettato in cui apertamente
si possa giustificare questo livello di abuso, pur vivendo in contesti di
forzata normalizzazione di tante altre forme della suddetta violenza. Questo
freno non si spiega per una remora morale, umana o politica ma per il timore che
suscita la potenziale reazione dal basso, in quanto possibilità materiale di
rovesciamento del sistema di potere. Che il dominio patriarcale sia legittimato
in varie forme e in generale nella società su tutti i livelli è un assunto ma
possiamo ribadire anche in questo caso come possa essere una chiave leggere
questa tensione come una leva centrale nell’ottica di contrapposizione al
dominio capitalista.
I fatti emersi dallo scambio di mail di Epstein non sono la prova che non
esistano più categorie morali ordinarie, la prova del loro superamento l’abbiamo
avuta con il genocidio in diretta tv e social a Gaza. Ciò che si tenta di fare
passare come una “modernità liquida”, in cui non ci sarebbero rapporti concreti
che si sviluppano sui rapporti di produzione, consumo e profitto è soltanto un
tentativo per confondere. Settori della società che hanno deciso che fosse
sufficiente la loro disponibilità nei confronti dell’informazione e della
scienza mainstream non sono da biasimare ma, anzi, il lavoro da fare è quello di
costruire collettivamente una scienza autonoma, dal basso e popolare, forse
attualizzando forme di luddismo e sottrazione contro le macchine
dell’innovazione digitale come pratiche da sperimentare.
Esiste una sorta di “partito universale” in cui palesemente e senza timore
alcuno vengono superate deliberatamente le categorie di destra o sinistra, in
cui a guidare l’azione è puramente il potere e la garanzia per la riproduzione
della minima percentuale di classe che governa a livello mondiale. Questi files
ci pongono anche di fronte all’integrazione differenziale all’interno del
sistema capitalista egemonico mostrando che chi sta in cima alla classifica
degli “intoccabili” rimangono i due blocchi che stanno attaccando il mondo: USA
e Israele. A ben guardare i files infatti, ci si rende conto che dalla rete sono
escluse quelle che potremmo definire “élites minori”, contrapposte
antagonisticamente all’egemonia imperiale americana. Questo sicuramente non per
superiorità morale o etica, ma perché vi è un differente accesso alle forme
materiali del potere dato dalla globalizzazione del capitale finanziarizzato e
alle sue possibilità di esercitare un controllo pressoché illimitato sulle vite
dei subalterni. A farne parte sono infatti quelle reti europee e mediorientali
vassalle della dimensione imperialista americana, definendo in maniera
abbastanza chiara quanto le diplomazie e i governi interni al patto atlantico
siano immersi mani e piedi in questa rete. La sbandierata superiorità
“occidentale” si manifesta ancora una volta per quello che è realmente: una rete
di dominio che mira al totale controllo biopolitico dei subalterni.
Ciò che possiamo cogliere e contro-utilizzare da questi files è la fotografia
della soggettività capitalista “globalista” e finanziaria. Questo è l’umano-tipo
che caratterizza la borghesia finanziaria globale dei nostri giorni, il prodotto
di quella guerra di classe praticata dall’alto negli ultimi 40 anni di
neoliberismo. Riprendendo un famoso slogan delle mobilitazioni scaturite dalla
crisi del 2008, i file disegnano un’immagine nitida: un ritratto di famiglia di
quell’1% che fa la guerra al restante 99.
Si mostra così il vero volto della classe dei possidenti, sublimando tutte le
vecchie categorie interpretative dello scontro di classe con una
contrapposizione fra alto e basso in base alla propria collocazione nel sistema
di dominio capitalista. Pur permanendo discontinuità e stratificazioni mediali
di accumulazione di ricchezza e privilegi, la distanza fra questa catena globale
del comando e chi sta nelle parti basse della classe iper-proletaria è enorme,
paragonabile a quella fra le classi degli imperi schiavili di duemila anni fa.
Prosegue la mobilitazione permanente contro il DDL Bongiorno, lanciata il 27
gennaio scorso dai centri antiviolenza, dalle reti e dai movimenti femministi e
trasfemministi di tutto il Paese.
In questo quadro, oggi, sabato 28 febbraio, corteo nazionale a Roma, a cui hanno
aderito moltissime realtà di movimento, sindacali e della società civile
organizzata che, in linea con le istanze della mobilitazione, vedono
nell’emendamento presentato dalla leghista Bongiorno a fine gennaio – che
abbandona il modello del consenso sostituendolo con quello basato sul “dissenso”
– l’ennesimo attacco all’autodeterminazione delle donne e un “salto indietro”
pericoloso.
“Il consenso non è una formula astratta da togliere o concedere dall’alto. È una
pratica viva, situata, complessa. È ciò che permette alle persone di scegliere,
desiderare, dire sì e dire no” – scrive la cooperativa sociale BeFree
nell’appello alla mobilitazione, aggiungendo – “Opporsi a questo DDL significa
difendere il consenso come strumento di libertà, non come arma di controllo.
Significa rifiutare una politica che usa la paura per restringere diritti.
Significa affermare che senza consenso non c’è giustizia, e senza
autodeterminazione non c’è protezione”.
Su Radio Onda d’Urto, l’intervista realizzata in mattinata a Francesca de Masi,
presidente della cooperativa sociale BeFree, tra le realtà promotrici
dell’iniziativa
Il concentramento era previsto alle ore 13 in piazza della Repubblica da dove il
corteo, diretto in piazza San Giovanni, è partito intorno alle 14,30. In testa
al corteo, i centri antiviolenza che si oppongono a questo ddl, chiedendone il
ritiro al grido di “senza consenso, è stupro”. La discussione della legge è
infatti calendarizzata in Senato l’8 aprile, per poi proseguire il proprio iter
alla Camera.
“Con il DdL Bongiorno cade il velo della propaganda del Governo e rimane la
guerra alle donne e alle persone trans. – scrive Non Una di Meno Roma – Se la
legge sul dissenso dovesse essere approvata significherebbe un salto indietro
inaccettabile e pericoloso”.
La corrispondenza dal corteo di Andrea Cegna, in collegamento dallo spezzone di
Non Una di Meno
Dal corteo, l’intervista a Simona di Lucha Y Siesta
In questo quadro, e per rilanciare sia il corteo di oggi contro il cosiddetto
ddl stupri, sia la sua stretta connessione con l’imminente mobilitazione e
sciopero transfemminista globale dell’8 e 9 marzo, Non Una di Meno Milano ha
chiamato questa mattina una conferenza stampa partecipata: “. “Il Bongiorno si
vede dal consenso” – hanno scritto le compagnə del nodo milanese – perché non
vogliamo essere uccis3 o violentat3, ma nemmeno sottopagat3, insultat3,
licenziat3 per un sì o per un no”.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Chiara di Non Una di Meno Milano
da Radio Onda d’Urto
Mentre sullo sfondo resta il vero protagonista dell’intera vicenda – la
Torino-Lione – con i suoi cantieri che continuano a incidere pesantemente
sull’assetto del territorio, ancora una volta il nodo ferroviario torinese si
trasforma in terreno di scontro tra grandi gruppi industriali.
Con una delibera del 19 dicembre 2025, l’Autorità di Regolazione dei
Trasporti ha imposto a Rete Ferroviaria Italiana (RFI) di garantire alla
compagnia ferroviaria francese SNCF l’accesso agli impianti di servizio del nodo
torinese in condizioni “eque e non discriminatorie”. Tradotto: i francesi devono
poter utilizzare gli spazi di manutenzione e preparazione dei treni necessari
per operare sull’alta velocità italiana. Un passaggio tecnico solo in apparenza.
Perché dietro l’accesso ai binari e agli impianti si gioca una partita molto più
ampia: quella del controllo del mercato dell’Alta Velocità tra colossi pubblici
europei.
Un dato significativo riguarda Orbassano. Lo scalo, inizialmente valutato come
possibile base operativa, è stato dichiarato indisponibile perché vincolato ai
lavori della Torino-Lione almeno fino al 2034.
Ancora una volta emerge con chiarezza come la grande opera stia ridefinendo
l’utilizzo delle infrastrutture esistenti. Uno scalo ferroviario strategico
viene di fatto sottratto per anni a funzioni ordinarie e assorbito da un
cantiere permanente, con effetti che ricadono sull’intero sistema ferroviario
locale. Mentre si continua a raccontare la Torino-Lione come un’opportunità di
sviluppo, la realtà è quella di un territorio progressivamente subordinato alle
esigenze di un’opera dai benefici tutt’altro che dimostrati.
SNCF ha annunciato l’intenzione di attivare nove collegamenti quotidiani tra
Torino, Milano, Roma e Napoli e quattro tra Torino e Venezia, utilizzando i
nuovi treni Tgv a due piani, con l’obiettivo di conquistare il 15% del mercato
entro il 2030. Parallelamente, l’Autorità Garante della Concorrenza e del
Mercato ha aperto un’istruttoria nei confronti di Ferrovie dello Stato Italiane
e della stessa RFI per verificare possibili abusi di posizione dominante. Si
parla di concorrenza, ma la scena è quella di uno scontro tra grandi gruppi
pubblici europei, laddove restano sullo sfondo i bisogni reali del territorio
legati a linee locali in difficoltà e pendolari lasciati soli a fare i conti con
i disservizi.
La questione non è “chi” gestirà più treni veloci tra Torino e Roma. La
questione è quale modello ferroviario si sta imponendo. Un modello centrato
sull’alta velocità, sulla competizione tra operatori e sul profitto. Un modello
che continua a drenare risorse pubbliche verso grandi infrastrutture e servizi
esclusivi, mentre viene trascurato il trasporto regionale.
E intanto, nei territori attraversati dai cantieri, restano rumore, polveri,
consumo di suolo e una comunità che da oltre trent’anni porta avanti un’altra
idea di mobilità.
La domanda che ci poniamo è semplice: a chi serve davvero questo modello?
da notav info
Questa mattina l’Iran è stato svegliato da un nuovo attacco congiunto di Israele
e Stati Uniti. Numerose le città colpite e soprattutto, a finire sotto il fuoco
dei missili sono state le strutture governative e dell’esercito. Non è ancora
chiaro il volume distruttivo messo in atto e quanti membri dell’apparato
iraniano ne abbiano pagato le conseguenze.
Si hanno notizie abbastanza certe e comprovate da video che due scuole sono
state colpite e che la conta de morti sale di ora in ora. Immediata e
probabilmente più che aspettata, è stata la risposta iraniana che ha colpito sia
Israele che gli alleati americani nella regione con l’obbiettivo, raggiunto in
alcuni casi, di colpire direttamente le basi americane. Mentre la situazione sul
campo si evolve e si cerca di carpire informazioni attraverso la “nebbia di
guerra”, proviamo a buttare giù qualche ragionamento a caldo di fronte a questa
ennesima evoluzione dello scenario di guerra globale.
Da giorni i negoziati sul nucleare iraniano in corso a Ginevra erano in stallo,
e più di un osservatore aveva evidenziato come probabilmente fossero soltanto un
diversivo per preparare l’attacco. Come successo nei mesi scorsi nei negoziati
fra il governo israeliano e Hamas, le trattative servono a distrarre
l’avversario per poterlo colpire più duramente possibile. La diplomazia
imperialista americana ha il volto feroce di chi prova a estorcere le proprie
richieste con una pistola puntata alla testa dell’avversario.
Donald Trump è apparso poco dopo l’inizio dei bombardamenti in un video affidato
al suo social personale. Cappellino bianco USA, caratteristico colorito arancio
fluo, sta in piedi a snocciolare un discorso retorico sulla necessità
dell’attacco come difesa preventiva e come risultato dell’indisponibilità
iraniana a trattare veramente. Al di là dell’ipocrisia e delle menzogne sulle
armi nucleari iraniane, quella che traspare è l’immagine di uno sceriffo stanco
e un pò sbiascicante, quasi alticcio. Comico se non fosse a capo dell’impero
americano; tragico nel restituire l’immagine più nitida della ferocia
imperialista dell’egemone globale.
Nei giorni dei colloqui indiretti a Ginevra tra USA e Iran, Washington aveva
chiesto garanzie in merito allo stop dell’arricchimento dell’uranio e maggiori
ispezioni. I colloqui non sono finiti con una conferenza stampa ma con il
bombardamento da parte degli USA e di Israele.
Nei giorni scorsi fonti di Politico davano per buona la possibilità che sarebbe
stato Israele a iniziare l’attacco in modo che gli Usa potessero rispondere a
difesa dell’alleato nell’area. Il risultato è stato un attacco che pare a tutti
gli effetti congiunto e preparato da mesi.
Israele questa mattina ha attaccato l’Iran con un’operazione detta “preventiva”
con bombardamenti su palazzi del potere e obiettivi istituzionali a Teheran. Gli
USA hanno seguito dopo poco con ulteriori bombardamenti. Missili cadono anche su
Qom, Isfahan, Kermanshan, Karaj, Tabriz, Minab. Mentre Israele ha anche colpito
il sud del Libano.
Khamenei non si troverebbe a Teheran, si registrano anche attacchi cibernetici
che rendono difficoltosa la raccolta di informazioni e si parla di un probabile
blackout di internet nel paese. In mattinata l’Iran ha intrapreso la risposta
lanciando missili balistici verso il nord della Palestina occupata, colpendo
aree vicino a Haifa e la base americana di Al Dhafra. Qautar, Emirati, Arabia
Saudita, Giordania in quasi tutti assaggiano il fuoco dei balistici iraniani a
riprova che le minacce dei giorni scorsi del regime questa volta non saranno
probabilmente a vuoto. Il golfo Persico e lo stretto di Hormuz sono stati di
fatto chiusi dalla marina iraniana, e pare che sa iniziato il confronto con
quella statunitense. Sono centinaia i missili e i droni lanciati in risposta e
non è dato sapere quanto si estenderà il conflitto, anche se le premesse sono
più che drammatiche. Chi parla di qualche giorno, chi di settimane,
l’impressione è quella che si sia aperto il vaso di pandora e non è ancora
chiaro in che modo si chiuderà.
Se siamo di fronte ad un tentativo di guerra lampo, come fu quella dei 12
giorni, o davanti all’esplodere di un conflitto dispiegato in tutto il
medioriente è presto per dirlo. Quel che risulta chiaro è che il nucleare
iraniano sia ancora una volta una scusa per intervenire, magari attraverso un
regime change guidato dall’alto, per disciplinare un attore statale scomodo ai
desiderata Usa e alla proiezione militare ed egemonica israeliana.
Trump e Netanyahu chiedono apertamente al popolo iraniano di aspettare la fine
degli attacchi per insorgere, in un mix di ipocrisia e lucida efferatezza, si
fanno padri e padroni, indossando davanti ai loro elettori una maschera di cera,
impastata con la filosofia suprematista occidentale. Chi ci creda più è tutto da
capire, anche se iniziamo a veder sguazzare in questo pantano putrido molti
giornalisti e politicanti nostrani.
Il tentativo israeliano è quello di demilitarizzare l’Iran, considerato il
nemico numero uno nella regione e spianare la strada al progetto sionista.
Mentre il governo di Tel Aviv si prepara ad un nuovo intervento a Gaza, alza la
posta e prova a dare, quella che vorrebbe essere, la spallata finale alla
Repubblica Islamica, indebolita dalle proteste popolari degli scorsi mesi.
Come scrive Sasan Sedghinia in questa intervista:“l’amministrazione statunitense
considera l’Iran come l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina
e Russia. La Cina è attualmente il principale partner commerciale del regime
della Repubblica Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la
Russia nella guerra in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai e dei BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non
ha mai assunto il ruolo di vero partner strategico né per Pechino né per Mosca,
entrambe generalmente inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte
alle crisi di governance in Iran.”
Il progetto espansionista e coloniale di Israele è quello di colonizzare
territori o renderli proni ai propri interessi. A questo si somma la necessità
di risorse materiali e agricole: la regione strategicamente centrale e decisiva
dal punto di vista energetico e finanziario è l’Iran. Sicuramente non stanno a
cuore del progetto sionista le migliaia di persone scese in piazza negli anni in
Iran, nè le loro condizioni materiali. Se così fosse non si bombarderebbe il
paese, non si imporrebbero sanzioni draconiane che affamano da anni la
popolazione, non si finanzierebbe una rete di intelligence di sabotatori e
assassini.
La strategia americana sembra simile a quella utilizzata in Venezuela, anche se
non è da escludere un intervento prolungato i cui esiti sono imprevedibili.
Continua così il tradimento dalla promessa fatta al popolo Maga, da parte di
Trump di un disimpegno militare complessivo in conflitti aperti ai margini
dell’impero. Quello che traspare è invece una proiezione ancora più forte verso
l’esterno con l’obbiettivo di appropriarsi direttamente delle risorse necessarie
per “fare di nuovo grande l’America”.
Sui media nostrani inizia a fare breccia la narrazione dell’intervento giusto
che colpisce solo l’apparato per liberare il popolo iraniano, di fatto
legittimando l’intervento imperialista e condannando le vittime che sta
mietendo. E’ importante rifiutare fin da subito questa retorica
giustificazionista. Va fatto assumendosi la complessità dello scenario iraniano,
della composizione sociale, dei diversi attori e tensioni che hanno animato le
sollevazioni in Iran degli ultimi anni, avendo chiaro che non arriverà nulla di
buono da chi ha come pratica e obbiettivo il genocidio dei subalterni e dei
nemici dell’ordine imperiale. Le prossime mobilitazioni contro la guerra nel
nostro paese saranno chiamate ad essere all’altezza di questa sfida.
Gli Stati Uniti e Israele stanno attaccando l’Iran. Dalle 7 del mattino locali
di sabato 28 febbraio 2026 i due eserciti stanno bombardando la capitale
iraniana Teheran in quello che definiscono un “attacco preventivo”, rispetto a
cosa non si sa.
da Radio Onda d’urto
I media e diversi video nel web mostrano missili in volo ed esplosioni continue,
nel centro ma anche nell’est e nel centro nord della città, anche sul ponte
Seyed Khandan, dove si trova il quartier generale congiunto delle forze armate.
Secondo media dell’opposizione iraniana e israeliani, uno degli obiettivi
sarebbe la residenza presidenziale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, si
registrano esplosioni anche a Isfahan e in diverse altre città, tra cui Qom,
Karaj, e Kermanshah. Teheran ha dichiarato chiuso lo spazio aereo “fino a nuovo
ordine”. Lo stesso ha fatto Tel Aviv, dove governo ed esercito però specificano
che “non è necessario rifugiarsi nei bunker”. L’Iran starebbe già rispondendo
con il lancio di missili sul territorio dello stato di Israele, mentre
l’esercito israeliano afferma che gli attacchi sul territorio iraniano hanno già
provocato la morte di molte figure, anche chiave, dei Pasdaran.
In un video pubblicato sul suo social media Truth, il presidente Usa Donald
Trump conferma il coinvolgimento statunitense: “Abbiamo iniziato una grande
operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti
minacce del regime iraniano”, dice Trump. “Abbiamo provato a fare un accordo –
aggiunge nel video il tycoon – ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare
alla sue ambizioni nucleari”. E ancora: “distruggeremo i loro missili e ci
assicureremo che l’Iran non abbia il nucleare. Il regime imparerà a breve che
non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane”. Infine, Trump intima
ai Pasdaran di deporre le armi o, dice, andranno incontro a “morte certa”, ed
esorta, ancora una volta, gli iraniani a “prendere il controllo” del proprio
governo, tornando a strumentalizzare le grandi rivolte popolari di dicembre 2025
e gennaio 2026.
Soltanto ieri sera, venerdì 27 febbraio, il ministro degli Esteri dell’Oman,
mediatore nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, aveva parlato di sviluppi
positivi e della disponibilità di Teheran di smantellare il proprio uranio
arricchito.
Su Radio Onda d’Urto è intervenuta, a caldo, nelle ore immediatamente successive
all’inizio degli attacchi per aggiornamenti, un primo commento e per riportare
testimonianze ricevute da Teheran, Paola Rivetti, ricercatrice e docente di
Relazioni internazionali alla Dublin City University e autrice di diversi lavori
sull’Iran, come il recente Storia dell’Iran, uscito nel gennaio 2026 per le
edizioni Laterza. “Questo è un momento tragico – afferma Rivetti ai nostri
microfoni – Si tratta di un paese la cui popolazione è stata messa in
ginocchio dalla repressione interna, dalle sanzioni economiche, adesso da
questa guerra, quindi è un momento veramente drammatico per gli iraniani e le
iraniane”
Qui un’intervista risalente agli scorsi giorni realizzata da Radio Blackout
sullo stato dell’arte dei colloqui e gli scenari previsti, utile a restituire il
quadro generale che ha portato sino a qui.
Contributo registrato giovedì 26 febbraio con Eliana Riva, caporedattrice di
Pagine Esteri
Un secondo aggiornamento con Eliana Riva, successiva al secondo tempo dei
negoziati tenutesi giovedì.
Sabato 28 febbraio alle ore 14 si svolgerà a Novara un convegno-assemblea dal
titolo Mappare, denunciare e organizzare la resistenza alle fabbriche di
guerra organizzato dalla Rete Antimilitarista piemontese e dai comitati locali.
da Radio Blackout
Verranno accesi i riflettori su due fronti cruciali, quali la filiera delle armi
nel Nord Italia e il greenwashing della guerra a partire dalle inchieste che le
esperienze che si organizzano dal basso sui territori hanno svolto per
individuare le infrastrutture belliche, i flussi e la logistica, oltre agli
investimenti che provengono da aziende israeliane.
Il lavoro sulle infrastrutture belliche sul territorio piemontese che verrà
presentato è consultabile sul sito Mappature dal basso
PROGRAMMA DELLA GIORNATA
Ore 14.00 – Apertura lavori
Saluti introduttivi della Rete Antimilitarista e Intervento di Antonio Mazzeo
Interventi
Assemblea Stop Riarmo: Mappatura delle infrastrutture belliche del Piemonte
Confluenza: presentazione del dossier “Energie rinnovabili e capitale
israeliano: le connessioni nascoste”
Elio Pagani (Abbasso la Guerra ODV): co-autore del libro “Mappatura delle
aziende belliche del Varesotto, co-autore di Varese. La provincia con le ali
mette gli artigli. Mappatura dell’industria bellica varesina” di Abbasso la
Guerra e Weapon Watch
Assemblea Permanente Contro le Guerre: mappatura delle aziende belliche del
Lecchese
Connessioni e mobilitazioni
con Luca Lo Buglio (NO-F35 Trapani)
Ricordo con il Movimento NO-F35 Novara e altri interventi da Liguria, Piemonte e
Lombardia
Il 23 febbraio è stato arrestato Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della
polizia accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26
gennaio nel quartiere di Rogoredo, a Milano. La ricostruzione di quanto accaduto
disegna una dinamica strutturale di abusi e violenza in territori laddove si
alimenta un’esclusione sistemica.
Territori non privi di contraddizioni che vengono narrati in maniera fuorviante
dalla copertura mediatica privando di fatto della possibilità di prendere
parola, ostacolando anche forme di ricomposizione dal basso.
Ci sono delle esperienze e dei vissuti che raccontano di un orizzonte diverso,
di legami che si creano, di autorganizzazione e possibilità che si aprono, di
conflitti che emergono in varie forme. Esiste un riconoscimento sociale e
politico e le ipotesi di percorsi collettivi passano attraverso la lotta per
l’accesso ai bisogni e dal radicamento per la costruzione autonoma di un punto
di vista e di una comunicazione propri.
Alcune riflessioni insieme a un compagno del collettivo Immigrital su questi e
altri temi a partire dagli omicidi di Milano, di Zack e di Ramy.
La foto in copertina è presa da Immigrital1 ed è di @vengaence_ riguarda
un’iniziativa di socialità in quartiere Corvetto.
da Radio Blackout