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Informazione di parte

Quaderni dell’Autonomia- Via Dei Transiti 28
Conoscere la storia è indispensabile per comprendere il presente. Non perché permetta di prevedere il futuro, ma perché fornisce gli strumenti per interpretare ciò che viviamo e agire di conseguenza. Pensare e agire oggi, in funzione del domani. Per questo la storia non è mai neutra: è terreno di scontro, di conflitto, di lotta di classe. Viene stravolta, riscritta, trasformata in uno strumento di intossicazione delle coscienze, con l’obiettivo di impedire il riconoscimento della propria forza, la capacità di analizzare il presente e di immaginare la possibilità di scrivere il proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce il progetto dei quaderni dell’autonomia. Un progetto politico che tiene insieme memoria, conflitto e prospettiva, intrecciando percorsi vecchi e nuovi di militanza a partire dall’esperienza politica dell’occupazione di via dei Transiti 28 a Milano. Dedicato alla storia delle lotte sociali, dei movimenti antagonisti e delle esperienze di resistenza. Un lavoro di riordino e valorizzazione di materiali raccolti in quasi cinquant’anni d’occupazione: documenti, volantini, fotografie, testimonianze che raccontano pratiche di lotta anticapitalista e antagonista nella città di Milano. Perché la parola quaderni?  Abbiamo chiamato questo progetto Quaderni dell’Autonomia proprio perché non si tratta di libri compiuti e definitivi ma di raccolte di materiali volti alla costruzione di un filo rosso che colleghi passato e presente, sempre e comunque con uno sguardo sulle lotte del futuro. In un’epoca in cui la memoria storica viene sistematicamente rimossa o distorta, riteniamo questo lavoro indispensabile per ricostruire e riappropriarci delle nostre radici politiche. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma della volontà di trasmettere alle nuove generazioni l’eredità delle lotte antagoniste, affinché possano reinterpretarla e mantenerla viva, adattandola alle contraddizioni del presente. Ripercorrere la storia non significa guardare indietro, ma fare i conti con i nodi irrisolti del presente. A partire anche dalla questione degli spazi sociali occupati e autogestiti e dal ciclo di lotte che hanno rappresentato e che, a nostro avviso, devono rappresentare ancora. Di seguito pubblichiamo l’introduzione al Quaderno, il testo integrale è scaricabile alla fine del testo. Buona lettura! C.O.A. T28 “È forse impossibile ricostruire con precisione tutte le “partecipazioni” o il “grado di protagonismo” dei compagni dei Transiti alle battaglie politiche e alle lotte che sono state portate avanti nella città di Milano e non solo, nel corso di questi quasi 50 anni. Anche perché spesso, per avvantaggiare il percorso politico si utilizzavano firme come “l’assemblea cittadina che si è tenuta al CS X Nella data Y” come per il corteo del 1998 oppure per l’11/11/2000 “lo spezzone antagonista che è partito da Porta Venezia” Allo stesso modo è impossibile citare tutti numerosi collettivi e le lotte che hanno trovato sede, in tempi e modi differenti, negli spazi di Via Dei Transiti. Gli studenti per l’autonomia, il collettivo “ma chi vi ha autorizzato” il collettivo precari, fino all’importante esperienza del Telefono Viola, sono solo alcune delle numerose esperienze di lotta politica che negli anni si sono organizzate attorno a questa occupazione È ancora corretto pensare al Centro Occupato Autogestito T28 come un centro politico militante che porta avanti progetti e percorsi politici; è quindi ovvia, ieri come oggi, l’interazione con moltissime altre realtà politiche affini e meno affini. Citarle tutte, ricostruirne legami e interazioni sarebbe stato forse troppo complesso e dispersivo. Ci sentiamo di fare tuttavia una dichiarazione assoluta: dove ci sono state occupazioni e conflitto più o meno radicale, i compagni dei Transiti sono sempre stati presenti; sempre al servizio delle lotte, dei collettivi e dell’autorganizzazione. Riteniamo questo lavoro indispensabile per provare a ricostruire e riappropriarci delle nostre radici politiche, rileggendo criticamente le esperienze e i percorsi che ci hanno preceduto. L’intento non è soltanto quello di fornire uno strumento a chi oggi si affaccia ai percorsi vecchi e nuovi di militanza, sentiamo anche il dovere di trasmettere alle nuove generazioni l’eredità delle lotte, affinché possano reinterpretarle e mantenerle vitali, adattandole ai linguaggi e alle esigenze del presente. Non vogliamo limitarci a conservare un ricordo nostalgico del passato ma continuare a costruire collettivamente visioni e pratiche alternative al sistema che ci opprime. In un momento storico in cui il vecchio stenta a scomparire e il nuovo fatica a prendere forma, assistiamo a un profondo cambiamento nei modi di fare politica e di confliggere, dove le pratiche di attivismo rischiano di sostituirsi alle forme di militanza politica, oggi invece più che mai indispensabile. Ripercorrere la storia non significa soltanto guardare indietro, ma fare i conti con i nodi irrisolti del presente, per affrontare la complessità che la situazione ci impone. Tutto questo si inserisce in un contesto storico preciso in cui non solo le lotte, ma anche la loro memoria è sotto attacco. Ci riferiamo alla questione degli spazi sociali occupati autogestiti e del ciclo di lotte che hanno rappresentato e che, a nostro modo di vedere, devono rappresentare ancora oggi. Guardare la strada da cui proveniamo significa anche riconoscerci debitori degli errori e delle sconfitte, ma anche delle esperienze di lotta accumulate, che ancora oggi resistono. Essere militanti del COA T28, oggi, per noi, significa non accettare passivamente la “fine di un ciclo”. La destinazione resta la stessa: la trasformazione della società, ma i sentieri da percorrere vanno riaperti, reinventati e battuti nuovamente. Le nostre parole d’ordine rimangono: autonomia, autorganizzazione, contropotere e riappropriazione. Qui un pezzo di una storia, e che vogliamo continuare a scrivere, insieme, ancora.“ Scarica qui il primo quaderno: Via Dei Transiti 28: Militanza, Autonomia, OrganizzazioneDownload
Gaza come laboratorio di nuovi imperialismi e l’importanza dei popoli che resistono
Nuovi e vecchi interessi del Nord globale, e in particolare degli Stati Uniti, stanno ridisegnando una geografia del mondo fatta di guerre, furti, e distruzione. Un contributo di Studentx per la Palestina – Pisa Accanto al vecchio possesso di risorse quali petrolio e gas, si unisce nel disegno imperialista il saccheggio dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo), come unica possibilità per la sopravvivenza delle grandi potenze imperialiste, che possono così esternalizzare i costi sociali e ambientali della riproduzione di un sistema capitalistico e bellico insostenibile. È anche questo il motivo per cui, nonostante in Palestina continui il genocidio, leader occidentali insieme a quelli israeliani parlano con insistenza della ricostruzione di Gaza. Sicuramente da una parte si tratta dell’operazione di manipolazione della realtà che abbiamo visto spesso da parte israeliana; dall’altra, però, sono in ballo nuovi interessi economici su cui tutto il mondo si sta già leccando i baffi, che combaciano allo stesso tempo con l’ultimo step del colonialismo di insediamento sionista: ricostruire Gaza per ridisegnarla secondo l’occupante. Si deve pacificare Gaza per renderla attrattiva, trasformarla secondo canoni capitalistici (potrebbe diventare una riviera turistica, con smart cities costruite con l’IA, un hub logistico, un nuovo polo industriale…), e sfruttare al meglio le sue risorse, senza impedimenti di sorta.  Sono proprio questi impedimenti ad essere allo stesso tempo fattori scatenanti della furia genocidaria e tallone d’Achille di qualsiasi piano coloniale. Questo “impedimento” è la resistenza dei popoli – in questo caso palestinese – nel loro territorio, la loro ferma volontà di non cedere di fronte alla prepotenza imperialista. L’intervento militare statunitense in Venezuela segue la stessa logica. L’obiettivo, su cui lo stesso Donald Trump non fa mistero, era quello dell’accesso alle risorse petrolifere. Tuttavia, come scrive Daniela Ortiz, attivista peruviana: “Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana. […] Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, che non permetteva che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantiva che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana.” In un sistema capitalistico sempre più in crisi, che deve lottare per la propria sopravvivenza in modo sempre più agguerrito, il quadro delineato finora in due esempi eclatanti, disegna le dinamiche di potere a tutte le latitudini. Per questo allora possiamo dire che è nel costruire la possibilità delle persone di pensarsi in diritto e in potere di decidere insieme ai propri vicini, agli abitanti del quartiere, del paese o della propria città, che uso fare delle proprie risorse, come organizzare i propri spazi, che fini attribuire alle proprie vite, così come nel combattere ogni forma di estrattivismo che spreme e getta via lavoratori e terre per profitti di altri, che si costruisce la resistenza all’imperialismo, e quindi alla guerra.  Lottare per una Palestina libera, oggi più che mai, significa lottare contro la guerra che la infiamma, che è prodotto del sistema estrattivista, imperialista e capitalista in cui siamo immersi. Lottare per la Palestina vuol dire mettere a ogni livello dei sassolini nella macchina del profitto, che sebbene sembra scorrere inesorabile, ha come spada di Damocle sulla sua testa la ribellione delle popolazioni – come quella del popolo iraniano. Per leggere meglio la fase attuale di questo sistema di guerre, e in particolare la situazione che sta vivendo la Palestina, abbiamo scelto di approfondire in questo articolo il “piano di pace” scritto di fatto dagli Stati Uniti per Gaza, le questioni che apre, gli obiettivi che persegue, per poi inserirlo in una cornice economica più ampia sul concetto di disaster capitalism. Conoscere più complessivamente lo sguardo occidentale sulla ricostruzione di Gaza ci permette anche di capire più in profondità l’agire del sistema universitario italiano in questo contesto. Alle affermazioni del ministro Tajani sull’opportunità di contribuire a formare la nuova classe dirigente palestinese, infatti, proprio gli atenei pisani hanno risposto facendosi promotori della costruzione di un ateneo italiano a Gaza, là dove tutte le università palestinesi sono state distrutte. Nell’ultimo paragrafo dell’articolo riporteremo questa notizia, dandone la lettura dal punto di vista di chi, dall’inizio del genocidio, sta lottando contro le complicità dell’accademia con il sistema israeliano.  Il piano di pace In Palestina non c’è tregua. Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania le forme con cui lo Stato di Israele conduce la guerra contro i palestinesi sono sempre più articolate e violente. Al di là della “linea gialla” – il territorio ancora più stretto in cui sono confinati migliaia di palestinesi – si vive nelle tende, senza gas, alla fame e al freddo. In Cisgiordania la colonizzazione israeliana, sotto forma di gruppi paramilitari o dell’esercito, procede come non mai. Questo dopo che il 17 novembre le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione 2803 sulla base della proposta di Donald Trump “comprehensive plan to end the Gaza conflict”, che prevede un mandato internazionale per un’amministrazione di transizione di Gaza, il board of peace presieduto da Donald Trump, insieme alla presenza di “forze di sicurezza internazionali” nella regione.  Non stupisce che le violazioni di questo accordo da parte di Israele siano all’ordine del giorno: da due anni qualsiasi patto, stipulato soltanto per manipolare la verità della guerra che l’esercito di occupazione continuava a fare a Gaza, non è mai stato rispettato. Dietro a questa risoluzione, però, si possono rintracciare diverse dinamiche che la rendono un passaggio necessario da comprendere per il movimento per la Palestina, dal momento in cui struttura le complicità dei nostri governi e delle aziende occidentali su un livello sempre più profondo. Come afferma Ramzy Baroud, fondatore del Palestine Chronicle, “non è la fine della guerra, è una transizione verso una guerra amministrata, istituzionale e permanente. Di fatto la risoluzione non apre un processo di pace, ma una nuova fase della guerra”. Chi sono gli attori di questa nuova fase, quali siano i loro obiettivi e come agiscano è quello che passo passo vorremmo comprendere sempre meglio. Si è già detto tanto sul nuovo modello coloniale affermato da questa Risoluzione, che oltretutto non rispetta nessuno degli elementi di una “buona pace” descritti dalle stesse Nazioni Unite, tra cui le sanzioni per i responsabili, i risarcimenti per la parte danneggiata, la fine del supporto finanziario per chi ha contribuito a sovvenzionare il genocidio. Nel testo non si fa mai riferimento al concetto di responsabilità per Israele, nonostante i crimini contro l’umanità che lo stesso diritto internazionale ha riconosciuto; non si riconosce il popolo palestinese come soggetto politico. Con le due strutture principali previste, il Board of peace e le forze di sicurezza – costituite da società militari private, che non devono quindi rispondere alle autorità di parlamenti e convenzioni -, si afferma un governo esterno coloniale su Gaza e contemporaneamente ci si pone l’obiettivo che Israele in due anni di genocidio non è riuscita a raggiungere: disarmare la resistenza palestinese. Quello che non è riuscito con la forza, si tenta ora anche sul piano della diplomazia, mentre si continua a portare allo stremo un popolo. C’è un altro aspetto che nella risoluzione rimane volutamente poco definito: dal punto di vista economico, il piano rimane molto vago sulla ricostruzione di Gaza, nonostante le cifre da gestire di cui si parla ammontino circa a 70 miliardi. Si nomina un nuovo fondo per cui si tira in causa la Banca Mondiale, e si mette esplicitamente la ricostruzione economica di Gaza sotto il controllo esterno di donatori.  Disaster capitalism In questa logica orientata agli interessi del profitto, i piani per la ricostruzione di Gaza rientrano pienamente in ciò che Naomi Klein definisce Disaster Capitalism. Attraverso questa lente teorica è possibile comprendere non solo la nuova fase politica in corso a Gaza, ma anche dinamiche e interessi strutturali che si riproducono a livello globale, in un contesto in cui crisi e guerre si susseguono con ritmo sempre più accelerato. Nel suo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, Klein descrive come la distruzione e il collasso provocati da guerre o disastri naturali vengano utilizzati come occasioni di profitto per le élite politiche ed economiche globali, ma soprattutto come strumenti per imporre riforme politiche funzionali agli interessi del capitale, quali la deregolamentazione, la privatizzazione e l’accaparramento delle terre e delle risorse naturali.  Attraverso una economic shock therapy, vengono creati fatti politici ed economici che favoriscono gli interessi delle grandi imprese internazionali in assenza di qualsiasi controllo democratico, mentre la popolazione locale è troppo distratta e sopraffatta dalla distruzione per reagire o opporsi in modo efficace. Si tratta di uno schema già osservato in contesti come l’Iraq, il Libano e l’Afghanistan, dove la ricostruzione post-bellica è stata utilizzata per imporre assetti economici e politici esterni, spesso senza il consenso delle comunità colpite.  Tipicamente, si possono individuare tre meccanismi principali che innescano il capitalismo dei disastri: (1) l’istituzione di una struttura di governance che nega alla popolazione locale l’agency politica e il controllo sul proprio futuro; (2) un processo di accaparramento della terra, estrazione delle risorse e profitto dalla ricostruzione; e (3) l’imposizione di assetti di sicurezza volti a far rispettare le condizioni necessarie a un controllo politico ed economico duraturo della potenza imperialista, in questo caso da parte di Israele e dei suoi alleati. Il caso di Gaza: ricostruire per ridisegnare. Nel caso di Gaza, la risoluzione dell’ONU come già detto rimane vaga riguardo ai piani precisi per il futuro economico di Gaza, ma possiamo ricavare un’idea delle intenzioni a partire da diversi progetti proposti negli ultimi anni – già da tempo quindi si guarda con desiderio ai profitti della ricostruzione. Questi progetti sono proposti da diversi soggetti e hanno diverse caratteristiche, ma logiche comuni che possiamo definire appaiono chiaramente. Tra questi, figura il piano An Economic Plan for Rebuilding Gaza: A BOT Approach, elaborato dal professore Joseph Pelzman della George Washington University, che nel luglio 2024 lo ha presentato al team di Donald Trump, ispirando la visione molto nota del presidente di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Un altro progetto rilevante è GREAT Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation Trust), che sarebbe stato guidato da un gruppo di uomini d’affari israeliani capeggiati da Michael Eisenberg, finanziere israelo-americano, insieme a Liran Tancman, ex membro dell’intelligence militare israeliana.   In particolare, il piano di Pelzman esplicita in modo sistematico uno schema che si chiama “Build-Operate-Transfer” (BOT) che riflette una razionalità più ampia, rintracciabile anche negli altri progetti di ricostruzione. Tale schema prevede che investitori stranieri ottengano il controllo di Gaza per un periodo di 50 anni, occupandosi della ricostruzione (Build) e della gestione di un’amministrazione civile (Operate) basata sulla “fornitura privata di servizi pubblici” e sull’applicazione dei principi di common law su proprietà, contratti e diritto penale e civile. La sovranità dei residenti (Transfer) verrebbe considerata solo al termine di questo periodo, una volta completata l’amministrazione civile e consolidato il paradigma della rule of law. Questa impostazione, pur presentata come tecnica e neutrale, esprime una logica di governance che esclude la popolazione locale da qualsiasi agency politica e controllo sul proprio futuro, negando di fatto il diritto all’autodeterminazione. Inoltre, viene imposto un sistema socio-economico costruito a vantaggio di interessi esterni, che espone i palestinesi a un livello estremamente elevato di rischio e vulnerabilità.  Con questo schema di governance privatizzata, il processo di ricostruzione tende strutturalmente a trasformarsi in un meccanismo di estrazione di profitti a favore di multinazionali globali e regionali. Il flusso di miliardi di dollari previsto dal Fondo, formalmente destinato alla crescita dell’economia palestinese, rischia così di essere intercettato e sfruttato principalmente da grandi attori economici esterni, piuttosto che reinvestito a beneficio della popolazione locale. Questo rischio è ulteriormente accentuato dal fatto che gare e bandi per la ricostruzione sarebbero gestiti direttamente dal Fondo e dal Board of Peace, escludendo di fatto qualsiasi controllo palestinese sui processi decisionali e sull’allocazione delle risorse. In tale contesto, la ricostruzione diventa uno spazio privilegiato di accumulazione per capitali esterni, più che uno strumento di sviluppo locale. Inoltre, i piani prevedono anche l’estrazione e la fornitura di gas da Gaza. Inserita in questo modello di governance, l’estrazione delle risorse naturali non può che configurarsi come parte di un più ampio processo di accaparramento della terra e delle risorse, rafforzando una dinamica coloniale di espropriazione economica e territoriale. Alla luce delle recenti azioni e pressioni esercitate dagli Stati Uniti nei confronti di paesi ricchi di risorse naturali — come il Venezuela, la Colombia o la Groenlandia — il contenuto e la tempistica dei piani di ricostruzione di Gaza devono essere letti all’interno di una più ampia traiettoria di imperialismo estrattivista statunitense, in cui la ricostruzione diventa uno strumento per garantire accesso, controllo e sfruttamento delle risorse strategiche sul livello globale. Tornando alla teoria del capitalismo del disastro, dobbiamo però aggiungere un tassello, che aggiunge violenza a questi disegni economici. Nel contesto di Gaza, infatti, emerge una differenza cruciale che il modello classico del Disaster Capitalism rischia di trascurare. In altri casi non era presente un attore portatore di un progetto di colonizzazione di natura genocidaria. A Gaza, invece, ai meccanismi già noti si aggiungono strumenti volti a portare avanti il genocidio, finalizzati alla distruzione della vita, della terra e della cultura palestinese, e alla creazione di un nuovo sistema politico ed economico concepito per il “dopo genocidio”. Per esempio, nel progetto GREAT vengono proposti programmi di trasferimento volontario in cui i Gazawi che accettano di spostarsi “volontariamente” in un altro paese ricevono un pacchetto di ricollocazione di 5.000 dollari a persona, con affitto sovvenzionato per quattro anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo, 50% nel terzo e 25% nel quarto) e sostegno alimentare garantito per il primo anno. In parallelo, la costruzione di abitazioni permanenti viene giustificata anche con il fabbisogno residenziale di persone non provenienti da Gaza. Il piano prevede che 25% della popolazione si sposti in un altro paese. Nonostante questo venga motivato con l’obiettivo di “accelerare la ricostruzione”, si configura invece come ulteriore meccanismo per sostituire la popolazione Gazawi con residenti esterni. Inoltre, i piani di investimento e le visioni e proposte socio-economiche sono così invadenti da trasformare il territorio in un hub commerciale, in una “Riviera turistica”. Più che ricostruzione, dovremmo parlare di sostituzione. Con la distruzione del patrimonio culturale, lo scolasticidio e l’ecocidio, Gaza è stata trasformata in modo sistematico e travolgente, ed ora dopo la distruzione si procede con il sostituire quello che c’era con qualcosa di completamente diverso. La visione della ricostruzione non riprende affatto ciò che era Palestina o Gaza: non viene mai menzionato un piano per il patrimonio culturale, per i siti archeologici o per il recupero dei danni ecologici. L’unico aspetto a cui sembra essere attribuito un ruolo importante è la costruzione di un sistema scolastico. Tuttavia, emergono elementi che fanno intuire un ulteriore meccanismo della pulizia etnica, che punta tramite la scuola alla creazione di una nuova identità e alla sostituzione di quella palestinese. In particolare, si prevede l’istituzione di un sistema scolastico riformato dalla materna fino al 12° anno, basato sui curricula di Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Arabia Saudita, e gestito da docenti internazionali secondo il modello IB di Singapore, rafforzando così un’educazione orientata a un’identità esterna, e non alla trasmissione della cultura locale palestinese. La cosiddetta “ricostruzione di Gaza” rappresenta così una forma di guerra forse meno visibile delle bombe e della fame, poiché mascherata dal linguaggio delle “politiche di sviluppo”, ma che, in ultima analisi, continua a colpire il popolo palestinese attraverso la medesima violenza coloniale. Pensiamo che queste riflessioni dimostrino come il movimento per la Palestina debba tenere di conto di questa nuova fase, per impegnarsi sempre di più a distruggere i profitti di chi lucra sulla ricostruzione, e al livello mondiale sull’estrattivismo coloniale di risorse. I piani  della cosiddetta “ricostruzione di Gaza” non devono essere interpretati come l’ennesimo accordo internazionale destinato a essere disatteso da Israele, bensì come una transizione verso un sistema politico ed economico coerente con il progetto di colonizzazione d’insediamento e di natura genocidaria portato avanti da Israele, nonché con gli interessi di profitto delle élite globali. Come sappiamo, questi processi prendono spesso avvio anche nei nostri contesti, come dimostrano diversi attori italiani — tra cui alcune università pisane — che cercano di trarre vantaggio dalla “ricostruzione di Gaza” attraverso collaborazioni istituzionali e politiche, come vedremo nell’ultimo paragrafo. Per questo motivo, uno dei compiti fondamentali del movimento per la Palestina rimane quello di smascherare i piani coloniali delle élite globali e di contrastarli attivamente all’interno dei propri contesti. … e l’Università. Nelle dichiarazioni di novembre 2025, il ministro degli esteri Tajani ha sottolineato l’importanza di un sostegno trasversale alla Palestina, che non trascuri gli aspetti fondamentali dell’educazione necessari a ricostruire una società civile in grado di aprire un dialogo interno. “Anche questo – ha affermato – è un modo concreto per contribuire a formare la futura classe dirigente: per una Palestina libera, prospera, sovrana e pacifica. Una Palestina che, in tali condizioni, l’Italia è pronta a riconoscere senza ulteriori attese, ma che avrà bisogno di una leadership forte, trasparente e preparata.”  A tale necessità la ministra Bernini ha subito fatto seguito, annunciando il progetto di costruire un’università italiana a Gaza. In questa catena di comando, i prossimi ad intervenire sono stati proprio i rettori dei tre atenei pisani. L’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna, riunite nelle persone dei tre rettori insieme all’arcivescovo della città, si sono proposti come avanguardie di questo processo, definendo il territorio pisano come uno strategico “hub di pace”. Si nominano progetti precisi: “dal reclutamento di politologi internazionali specializzati in risoluzione dei conflitti alle collaborazioni già avviate con scienziati palestinesi per comprendere la situazione delle università nelle zone di guerra, fino al progetto di costruire un nuovo ateneo italiano a Gaza, come auspicato dalla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini”.   Ecco l’ultimo tassello per un colonialismo perfetto: la formazione occidentale di una futura classe dirigente “palestinese”, perfettamente addomesticata alle volontà dei colonizzatori. Dall’inizio del movimento per la Palestina, le complicità della nostra accademia si sono modificate, sia nella conoscenza che ne abbiamo fatto, sia per le scelte del nostro Ateneo. In particolare, tramite le lotte per il boicottaggio abbiamo conosciuto sempre più facce della complicità: dagli accordi quadro ai progetti europei, ai software delle nostre biblioteche. Ma anche la nostra governance si è ristrutturata: dovendo tagliare su alcuni accordi più espliciti, come quelli quadro, deve rientrare ora in un piano molto più raffinato e strategico di allineamento con il governo italiano.  «Nel piano 2025 ho reclutato per chiamata diretta un politologo internazionale che si occupa proprio di risoluzione dei conflitti», ha annunciato il Rettore Nicola Vitiello della Scuola Superiore Sant’Anna, nell’incontro sopra menzionato. «Abbiamo invitato uno scienziato palestinese a spiegarci quali università esistevano e non esistono più a Gaza: ci siamo fatti fare un quadro concreto, al di là delle divisioni. […] A Gaza non ci sono più atenei. La proposta della Ministra Bernini mi trova assolutamente d’accordo: perché non pensare di costruire nella Striscia un’università italiana, appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno? Dobbiamo trasmettere ai giovani valori positivi e le università possono creare ponti, collaborando con tutte le istituzioni senza prendere la parte di una fazione in guerra. […] Se questa cosa la fa un ateneo non sposta gli equilibri, ma se c’è uno sforzo coordinato, e Pisa potrebbe essere il polo universitario delle Scienze per la pace, questo potrebbe diventare anche un asset strategico». Noi diciamo ai tre rettori che non abbiamo avuto bisogno di due anni di genocidio e di politologi internazionali per sapere che a Gaza non ci sono più atenei. Ci sono bastate le parole dei palestinesi per capirlo. In questi due anni abbiamo costruito i nostri antidoti alla legittimazione scientifica del colonialismo israeliano, fondata sulla “neutralità”, sulla distanza necessaria per un sapere “vero”. Non ci serve una diplomazia che giustifica e legittima il colonialismo israeliano. E soprattutto, non faremo parte dei loro piani coloniali sulla ricostruzione di Gaza, che ora ci sono ben chiari.  Riferimenti e approfondimenti. * An Economic Plan for Rebuilding Gaza: A BOT Approach, Joseph Pelzman https://ceesmena.org/wp-content/uploads/2024/10/An-Economic-Plan-for-Rebuilding-Gaza__A-BOT-Approach-_FINAL_July-21_2024.pdf  * GREAT Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation Trust) https://www.washingtonpost.com/documents/f86dd56a-de7f-4943-af4a-84819111b727.pdf * Destruction, Disempowerment, and Dispossession: Disaster Capitalism and the Postwar Plans for Gaza, Nur Arafeh and Mandy Turner https://carnegieendowment.org/research/2025/07/destruction-disempowerment-and-dispossession-disaster-capitalism-and-the-postwar-plans-for-gaza?lang=en * Gaza’s Reconstruction and the Settler-Colonial Logic of Elimination, Jad Baghdadi https://noria-research.com/mena/gazas-reconstruction-and-the-settler-colonial-logic-of-erasure/ * Dietro la tregua l’ONU ha formalizzato un nuovo modello coloniale a Gaza, Romana Rubeo https://it.palestinechronicle.com/dietro-la-tregua-lonu-ha-formalizzato-un-nuovo-modello-coloniale-a-gaza/ * Pisa si candida a diventare hub mondiale delle Scienze della pace, Università di Pisa. https://www.unipi.it/news/268171/ * Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano, Daniela Ortiz https://www.progettometi.org/analisi/il-tacito-patto-tra-progressisti-e-imperialisti-sul-venezuela-non-parlare-del-processo-bolivariano * Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile, Federico Scirchio https://www.progettometi.org/analisi/imperialismo-ecologico-fase-suprema-del-capitalismo-fossile/ * Qual è la posta in gioco della guerra. La distruzione di capitale e la (ri)costruzione, Claudio Cozza https://www.progettometi.org/analisi/qual-e-la-posta-in-gioco-della-guerra-la-distruzione-di-capitale-e-ricostruzione/ * Corollario globale all’attacco in Venezuela, redazione Infoaut. https://www.infoaut.org/approfondimenti/corollario-globale-allattacco-in-venezuela  * The Shock doctrine, Naomi Klein https://naomiklein.org/the-shock-doctrine/ 
Vanchiglia chiama Torino: assemblea cittadina post sgombero di Askatasuna
Riportiamo il commento a caldo del Comitato Vanchiglia Insieme in merito alla partecipatissima assemblea tenutasi nei locali della palestra della scuola del quartiere Vanchiglia e ripubblichiamo il contributo di Alessandra Algostino apparso su Volere la Luna. Lo sgombero (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/12/19/askatasuna-uno-sgombero-contro-la-citta/) non ha chiuso la storia di Askatasuna. Al contrario, ne sta innescando un prosecuzione di grande interesse. Askatasuna è un bene comune. Non lo dice il patto di collaborazione con il Comune, al momento rescisso, ma lo afferma, con i fatti, l’assemblea che si è tenuta mercoledì pomeriggio in Vanchiglia, il quartiere di Aska, nella palestra stracolma di una scuola. Rappresentanti di associazioni, a partire dagli organizzatori (il Comitato Vanchiglia Insieme), ma anche tante e tanti cittadine e cittadini, molti genitori e insegnanti delle scuole che da anni condividono spazi con il centro sociale. La presenza popolare, di generazioni e provenienze diverse, gli interventi densi e sentiti, hanno sancito, dal basso, che Askatasuna è un bene comune, che il quartiere ha costruito insieme al centro sociale una alternativa alla città competitiva, alla global city, alla gentrificazione, alla sicurezza come ordine pubblico. È emersa nell’assemblea un’idea e una pratica diversa di città, la città della sicurezza sociale, della ricostituzione del senso di comunità, della capacità di evidenziare contraddizioni e affrontarle attraverso un conflitto dal basso, emancipante. Non intendo dipingere un quadro forzatamente idilliaco – tensioni esistono, così come passività e indifferenza – ma sottolineare come sia viva una partecipazione consapevole, un’alternativa resistente che, nelle differenze, mantiene la capacità di cogliere ciò che unisce. È un elemento di speranza in una società resa passiva e frammentata dalla logica competitiva del neoliberismo, compattata artificialmente intorno al nemico, mantenuta unita dalla paura, sterilizzata dalla repressione.  Negli interventi è stato dipinto il quadro fosco del contesto: dalla noncuranza per il diritto all’istruzione a fronte di supposte esigenze di ordine pubblico e all’economia di guerra che assesta il colpo di grazia allo Stato sociale, dalla repressione nei confronti di studenti minorenni alla paura della guerra che si profila all’orizzonte, dalla normalizzazione della legge del più forte e della violenza che ha spodestato il diritto internazionale alla deriva autoritaria della democrazia. È la consapevolezza del legame fra locale e globale, della complessità, delle connessioni e delle contraddizioni che avvolgono quanto accade sul territorio, e di come in gioco sia un modello di vita e di relazioni.  La risposta del quartiere, subito dopo lo sgombero, con un corteo di oltre cinquemila persone, e, mercoledì, con l’assemblea partecipatissima e intensa, mostrano sin d’ora, con i fatti, la vitalità e il legame con il territorio del centro sociale. Askatasuna è un bene comune: occorre trovare le forme e il modo che consentano di proseguire l’esperienza. Nell’immediato è necessario porre fine alla militarizzazione del quartiere, che il Comune rivendichi il proprio ruolo (https://volerelaluna.it/controcanto/2025/12/23/askatasuna-il-giorno-dopo/), sostituendo alla visione autoritaria dello sgombero, quella della democrazia che riconosce il conflitto e valorizza l’autorganizzazione sociale e l’alternativa politica, ovvero l’espressione della democrazia dal basso, della partecipazione effettiva (quella partecipazione che l’articolo 3 della Costituzione sancisce come obiettivo e strumento di emancipazione). La vicenda Askatasuna non riguarda solo Torino; in questi giorni il pensiero corre in particolare allo Spin Time di Roma, all’immagine di un’altra assemblea affollatissima, a testimonianza, di nuovo, del radicamento nei territori e nella società degli spazi sociali. I centri sociali sono luoghi di aggregazione, di ri-costruzione del legame sociale, di solidarietà, di cultura alternativa, di immaginazione e pratica politica alternativa. Spazi di critica, libertà e liberazione, intollerabili per chi governa attraverso la militarizzazione dei territori, e di democrazia; per chi sta preparando un’ulteriore stretta repressiva, nuovi disegni di legge e decreti che si accaniscono sul classico trittico del nemico (migranti, dissenzienti e poveri), senza scordare i disegni di legge antisemitismo (non solo della destra) che mirano a disciplinare scuola e università. Lo sgombero di Askatasuna, preceduto negli scorsi mesi da quello del Leoncavallo, è simbolo della chiusura del pluralismo e del conflitto che connotato l’essenza della democrazia, quel conflitto che permette il riconoscimento dei margini e la trasformazione, quel conflitto che si ostina a rifiutare che governi, a livello nazionale e internazionale, la legge del dominio, la legge del più forte. C’è un filo che lega gli sgomberi dei centri sociali, la riforma sulla giustizia, il progetto di premierato, l’autonomia differenziata, lo scardinamento del diritto internazionale: è la costruzione di un potere economico e politico autoritario, senza limiti, autoreferenziale, pronto ad eliminare tutti coloro che considera eccedenti, che siano spazi sociali, migranti, palestinesi, poveri, ribelli. La partecipazione consapevole e resistente è la costruzione di un’altra storia. Vanchiglia chiama Torino. Torino risponde….e prende la rincorsa! “Ieri la palestra della scuola Fontana era stracolma di persone di ogni età: pensionatə, studentə, attivistə e collettivi, persone comuni si sono guardate negli occhi, intrecciato percorsi e condiviso pensieri. Travolti dagli avvenimenti di questo ultimo mese che ha portato alla sottrazione violenta di uno spazio importante per il quartiere e la città e la conseguente militarizzazione, si sono ritrovate insieme per cominciare a tracciare la via per una risposta collettiva. Siamo tanto emozionatə quanto entusiastə di questo nuovo inizio. Grazie, a prestissimo! A breve i prossimi appuntamenti!” In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione:
Torino laboratorio di repressione: dagli arresti di giovani minorenni alle novità della Procura si anticipano le tendenze del nuovo ddl sicurezza
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso.  Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo studio.  Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”.  Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e, a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso.  Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame del 20 gennaio. Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein:  “Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni) disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del 30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.” Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa.  La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca. Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in quelle date di sciopero generale.  Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi chi dissente.  Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun, le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’ previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie, indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate motivo di salassi fino a 20 mila euro.  In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero dell’Askatasuna (come viene raccontato qui).  Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione dal basso puntuale e lucido.  Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio Pepino da Radio Blackout
Il governo è nemico dei territori, i territori resistono!
Per una partecipazione di Valle all’assemblea del 17 gennaio a Torino – ore 15 al Campus Luigi Einaudi da notav.info Il Governo Meloni continua la sua guerra contro il popolo, contro i territori e contro chi si organizza per difendere diritti, ambiente e dignità. Una guerra fatta di decreti repressivi, di investimenti miliardari in armamenti e militarizzazione, di devastazione ambientale e di grandi opere inutili, mentre si affama il welfare, si precarizza il lavoro e si smantellano scuola, ricerca, sanità e cultura. Non ci sono governi amici, ma qualcuno si dimostra essere più nemico di altri. Sotto la “guida” di Fratelli d’Italia, in Valsusa, negli ultimi anni abbiamo visto la rappresentazione plastica di come si rende una valle sacrificabile ai grandi interessi economici e politici incompatibili con la vita: furti legalizzati di case e terreni per svenderli a Telt, tentativi di accorpamento degli istituti scolastici e nuovi progetti devastanti per il territorio come il tentativo di installare una nuova discarica a Mattie e la futura costruzione di una stazione elettrica di Terna ad Avigliana, con conseguente latrocinio di terreni agricoli e risorse. Per finire, il programma futuro del governo e di Telt (vero e unico governatore) per la nostra valle prevede: un gigantesco deposito volto al contenimento di scorie e smarino, l’inizio della cantierizzazione a Traduerivi e della collina morenica, il licenziamento dei lavoratori e lavoratrici dell’autoporto a Susa (ma il Tav non portava lavoro?) e di quelli legati al comparto produttivo (licenziamenti senza preavviso all’Azimut e ora i 160 alla ex-Tekfor di Avigliana). Se poi dobbiamo, invece, parlare di fondi per i territori, i Comuni di Avigliana, Caselette, Villar Dora, Sant’Ambrogio, Reano, Trana e Sangano rischiano il declassamento e quindi il taglio drastico di servizi essenziali. Ciliegina sulla torta, dopo aver costretto molte amministrazioni ad accettarle (facendo i dovuti distinguo tra chi lo ha fatto con riluttanza e chi invece è stato ben contento di stringere dal trogolo), le famosissime compensazioni che avrebbero dovuto coprire d’oro i Comuni, annunciate in pompa magna dal ministro Salvini in Regione, non sono state finanziate dal suo stesso governo, lasciando a bocca asciutta le amministrazioni. Come si dice da queste parti “già ciacolà e peui bastonà” insomma. La Linea ad Alta Velocità Torino – Lione rappresenta l’incarnazione di un governo che si insedia nei territori con la violenza, cercando di soffocare ogni processo decisionale collettivo e imponendo scelte calate dall’alto. Un modello che apre spazi agli interessi del profitto, alle grandi aziende appaltatrici e alle infiltrazioni mafiose, cercando allo stesso tempo di chiusure invece quelli della partecipazione, della tutela ambientale e della giustizia sociale. La militarizzazione e gli espropri non sono effetti collaterali, ma strumenti di un disegno preciso: controllare i territori e piegarli agli interessi di pochi contro i bisogni reali delle comunità che li abitano. Lo sgombero del Centro Sociale Askatasuna si inserisce in questo quadro. Non è un fatto isolato né una questione di ordine pubblico: è un atto politico, un arrogante messaggio rivolto a chi costruisce conflitto sociale, solidarietà e pratiche di autorganizzazione. Colpire uno spazio significa colpire le relazioni, i percorsi di lotta, le possibilità di incontro e di costruzione collettiva di alternative. Per il Movimento No Tav la difesa degli spazi non è una questione astratta. Lo sappiamo bene in Valsusa, dove da decenni la lotta si costruisce anche attraverso presidi e luoghi di incontro e di decisione collettiva. Il Presidio di San Giuliano, nato nella casa della famiglia di Ines espropriata da Telt, ne è un esempio attuale e concreto: uno spazio restituito alla collettività, aperto, vissuto, capace di unire lotta ambientale, difesa del territorio e relazioni solidali. Un presidio che dimostra come al sopruso si possa rispondere con presenza, cura e determinazione e che ci fa capire che gli spazi si difendono abitandoli, attraversandoli e rendendoli necessari. Dove loro distruggono, noi costruiamo. Difendere Askatasuna, difendere i presidi No Tav e tutti gli spazi sociali sotto attacco, significa tutelare la possibilità stessa di organizzarsi contro questo modello di società fondato su guerra, sfruttamento e devastazione. L’assemblea nazionale del 17 gennaio a Torino sarà un momento importante per ritrovarsi, riconoscersi e rafforzare un fronte determinato contro il governo Meloni, contro le guerre e contro il genocidio del popolo palestinese. Un fronte capace di unire lotte territoriali, vertenze sociali, esperienze di resistenza e di autorganizzazione attraverso la consapevolezza che solo una risposta collettiva e radicale potrà contrastare le politiche reazionarie di questo governo. Dalla Val di Susa a Torino, dai territori colpiti dalle grandi opere inutili agli spazi sociali sgomberati, rifiutiamo questo destino: uniamoci contro il governo!
Non è sicurezza, è repressione: l’Italia entra nell’era dello Stato di polizia
Da Osservatorio Repressione Un attacco sistematico alle libertà costituzionali nel silenzio imposto dall’emergenza permanente. Due nuovi pacchetti sicurezza: ulteriore criminalizzazione del dissenso, fermi preventivi, zone rosse senza limiti, scudo penale agli agenti: la democrazia arretra mentre avanza l’autoritarismo violento di Stato C’è una parola che il governo evita con cura, mentre la pratica la impone ogni giorno: repressione. L’Italia che sta prendendo forma sotto l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è semplicemente più severa; è più povera di diritti, più diffidente verso i cittadini, più aggressiva verso chi dissente. È un Paese in cui la sicurezza diventa il grimaldello per restringere libertà fondamentali, e l’ordine pubblico la scusa per normalizzare l’eccezione. Due nuovi pacchetti “sicurezza” sono pronti a irrompere nell’ordinamento: un decreto legge e un disegno di legge. Sessantacinque misure confezionate dai tecnici del Viminale, pronte a essere selezionate a Palazzo Chigi. Il metodo è noto: rapidità, blindature, riduzione degli spazi di discussione. Il risultato è altrettanto chiaro: una stretta definitiva contro il dissenso. ZONE ROSSE PERMANENTI, DIRITTI A TEMPO DETERMINATO Le città diventano mappe di esclusione. Le “zone rosse” non saranno più eccezioni motivate da urgenze, ma strumenti ordinari, rinnovabili, espandibili, sottratti a un vero controllo. Basterà una segnalazione, persino una denuncia, per essere allontanati da interi quartieri. Il diritto di circolazione viene trasformato in privilegio revocabile. Alle telecamere ovunque si aggiungono tecnologie biometriche negli stadi e nei luoghi pubblici, mentre perquisizioni e controlli nelle manifestazioni diventano prassi liberalizzata. Non servono più motivazioni stringenti: basta la parola “sicurezza”. Così, il sospetto sostituisce la prova; la prevenzione divora la presunzione d’innocenza. IL DISSENSO COME REATO AMMINISTRATIVO È qui che il disegno si fa apertamente autoritario. Fermi “preventivi” fino a 12 ore per chi “potrebbe” disturbare un corteo. Multe fino a 20mila euro per chi manifesta senza autorizzazione, devia un percorso, non si scioglie abbastanza in fretta. Sanzioni amministrative pesantissime, senza le garanzie del diritto penale, pensate per scoraggiare, intimidire, svuotare le piazze. Basta una condanna non definitiva — persino una denuncia — per subire divieti di accesso alle infrastrutture urbane. Il messaggio è brutale: protestare costa caro. E se sei povero, giovane, precario, il costo è proibitivo. MIGRANTI: IL DIRITTO SPECIALE DELL’ECCEZIONE Per i migranti si consolida un diritto speciale, più duro e meno garantito. Nei CPR — luoghi di detenzione amministrativa per persone che non hanno commesso reati — arrivano regole di rango primario dopo il richiamo della Corte costituzionale, ma l’impianto resta punitivo. Addio al gratuito patrocinio automatico contro l’espulsione. Obbligo di “collaborare” all’identificazione. Rimpatri accelerati. Ricongiungimenti familiari compressi. Le navi delle ONG tornano nel mirino, con interdizioni decise dall’esecutivo in nome di una “pressione migratoria eccezionale”. Anticipazione di norme europee non ancora in vigore sui “paesi terzi sicuri”, riduzione del controllo dei giudici sul trattenimento. Traduzione politica: deportazioni più facili, giustizia più debole. MINORI E POVERTÀ EDUCATIVA: PUNIRE INVECE DI CAPIRE Ai ragazzi si risponde con l’ammonimento del questore già tra i 12 e i 14 anni, con sanzioni ai tutori, con arresti in flagranza e misure cautelari. Coltelli, stupefacenti, perfino veicoli confiscabili: la guerra simbolicacontro il disagio giovanile ignora le cause sociali e investe tutto sulla punizione. È l’ennesima scorciatoia: meno scuola, più manette. SCUDO AGLI AGENTI, SILENZIO SUI CONTROLLI Mentre i diritti dei cittadini arretrano, le tutele per le forze di polizia avanzano. Arriva lo scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza presunta di cause di giustificazione. Niente sospensione dal servizio. Premi di carriera. Nelle carceri si rafforzano le operazioni sotto copertura. L’equilibrio dei poteri si inclina: chi controlla viene controllato meno. L’IPOCRISIA AL POTERE La destra che oggi riempie le carceri di dissenzienti è la stessa che versa lacrime di coccodrillo per la repressione in Iran. Denuncia gli autoritarismi lontani mentre costruisce, passo dopo passo, un ecosistema repressivo domestico. È un doppio standard morale che non regge alla prova dei fatti. Il vicepremier Matteo Salvini rivendica il pacchetto come una vittoria politica. È una vittoria, sì — contro la democrazia liberale, contro il conflitto sociale, contro l’idea che la sicurezza nasca da diritti più forti e non da libertà più deboli. UN PAESE DA INCUBO (SE NON REAGIAMO) Questo non è ordine: è normalizzazione dell’eccezione. Non è sicurezza: è paura amministrata. Non è tutela: è punizione preventiva. Se passa l’idea che il dissenso sia un problema di polizia, allora la politica ha già abdicato. La domanda non è se queste norme renderanno l’Italia più sicura. La domanda è quanto spazio resterà alla libertà quando la sicurezza diventa una clava e il cittadino un sospetto permanente. La risposta dipende da quanto saremo disposti a difendere, oggi, ciò che domani potrebbe non esserci più.
Sorveglianza speciale:Giorgio Rossetto condannato a 5 mesi e 6 giorni di reclusione
Pubblichiamo di seguito il contributo di Nicoletta Dosio sull’udienza tenutasi questo lunedì nei confronti di Giorgio Rossetto presso il tribunale di Imperia. 12 gennaio, Imperia. Siamo scesi dalla Valle in solidarietà a Giorgio Rossetto compagno e fratello. Oggi al Tribunale di Imperia si concluderà con la sentenza il processo nei suoi confronti per violazione della sorveglianza speciale. In passato Giorgio, colpito da sorveglianza speciale  con obbligo di dimora a Bussoleno dove risiede, si era recato  – previa, ripetuta e sempre respinta richiesta di autorizzazione al tribunale competente – a Taggia dove vive la sua compagna. A quel pugno di case alte sul mare Giorgio ha dedicato cure, mettendo a disposizione la sua lunga esperienza di giardiniere e l’amore per quelle terre aspre e tenaci. A Taggia egli fu arrestato ed ebbe inizio la storia che oggi si conclude. Arriviamo ad Imperia in una mattinata di sole, tra le alture argentee di uliveti e la malinconia del mare invernale Siamo in ritardo. All’uscita dall’autostrada una pattuglia della polizia ci ferma e non si limita a controllare libretto e patente del guidatore, ma ci identifica tutti quanti ( siamo in cinque, cinque NO TAV tutti pregiudicati, dunque  meritevoli di qualche attenzione…). Arriviamo infine al tribunale,un edificio modesto, quasi familiare rispetto alla mole maledetta del tribunale di Torino. Per Giorgio c’è accoglienza festosa:compagne e compagni del CSA  La talpa e l’orologio sono come sempre presenti e concretamente solidali. L’udienza si conclude rapidamente  e arriva la sentenza: colpevole di violazione della sorveglianza speciale; cinque mesi e sei giorni di reclusione. Giorgio prende la parola per ringraziare il numeroso pubblico presente e  per ribadire la volontà di proseguire la  protesta attiva contro l’istituto della sorveglianza speciale, in quanto pratica giudiziaria illegittima e persecutoria , finalizzata a colpire non reati specifici, sanzionati con sentenza di tribunale, ma la persona per quello che è, le sue convinzioni, il suo modo di stare al mondo. Di qui, nei confronti di Giorgio, il divieto di prender parte ai più svariati momenti  di socialità , dai consigli comunali, alle riunioni ANPI, dall’attività sindacale, agli eventi culturali, per arrivare all’assurdo: il divieto di partecipare alle cerimonie funebri in onore di amici. Fuori dal tribunale non mancano le interviste dai giornali locali e la foto di gruppo, gioiosa nonostante tutto, con sventolio di bandiere NO TAV, il sorriso di compagne e compagni, gli sguardi belli e sinceri dei giovanissimi, gli stessi che, nel Paese e oltre, vediamo animare una nuova Resistenza, nella consapevolezza che l’oppressore vince solo se gli oppressi rinunciano a lottare. Intorno a noi si muove una città in rapida metamorfosi da centro operaio e mercantile a città-vetrina. Il porto di Oneglia, un tempo scalo di pescherecci, si è trasformato in parcheggio di yacht miliardari. La  fabbrica della pasta Agnesi che dava lavoro a tutta la Riviera, è ora un edificio imponente e vuoto, il monumento ad un passato estinto. Eppure nei vicoli a ridosso del porto persiste il profumo antico di focaccia ligure, la fragranza del baccalà in umido e delle trenette al pesto…. Ma è giunto il momento di ripartire. tra qualche ora ritroveremo la Valle, sullo sfondo lo splendore delle montagne innevate, le bandiere NO TAV in strada e ai balconi, le ferite dei cantieri e la resistenza dei presidi, la volontà di lotta insopprimibile, dolce e testarda, l’unica garanzia per un futuro possibile. da notav.info
La Procura chiede il carcere per un’intervista
Sembra assurdo, ma è la verità. La Procura di Torino ha chiesto al tribunale di Sorveglianza di revocare i domiciliari a Giorgio Rossetto per mandarlo in carcere. La motivazione? Un’intervista rilasciata ai microfoni di Radio Onda d’Urto in cui esprime la sua opinione rispetto alla fase politica generale del paese, e alle condizioni che hanno portato allo sgombero del centro sociale torinese Askatasuna. La Procura basandosi su annotazioni dei dirigenti della Digos e dell’Antiterrorismo torinesi, trasforma quelle che sono semplici opinioni in un supposto mandato esecutivo dei cortei che hanno seguito lo sgombero di Aska. Come sempre si stravolgono le leggi e si forza il diritto pur di perseguire un’opinione scomoda. L’intervista per chi l’ha ascoltata non si presta in alcun modo alle interpretazioni che invece vuole veicolare la Procura. Evidentemente si trova inaccettabile che qualcuno dica che “il Re è nudo!” perché aldilà delle proprie personali opinioni e auspici, l’intervista centra il punto nel mettere in evidenza le “nudità” del potere. Ricordiamo che Giorgio è sottoposto per via di una condanna definitiva agli arresti domiciliari da diversi mesi e che prima di questi era gravato dal regime di Sorveglianza Speciale nel comune di Bussoleno. Come per l’operazione Sovrano, anche in questo caso, si cerca di trasformare un compagno e un militante in una specie di Padrino che tutto può e tutto dispone. Nulla di più falso e lontano dallo spirito militante e autonomo che contraddistingue la lunga militanza di Giorgio e di tanti e tante altre. Giorgio nell’intervista, dichiara di non partecipare alle riunioni del centro sociale dal 2018 perché continuamente gravato da misure restrittive. Su cosa si basano allora le accuse della Procura? Evidentemente non è bastata la sconfitta del teorema associativo nel processo “Sovrano”, si continuano a montare castelli di carta in assenza della minima prova, arrivando ai limiti del grottesco. Può un’intervista essere motivo per finire in carcere? Noi crediamo di no. Ad ogni modo, il Giudice ha disposto un udienza per discutere la proposta della Procura il 21 gennaio. Aspetteremo a vedere come andrà questa vicenda ma terremo alta l’attenzione su questo atto di repressione meschino e sproporzionato, auspicando che non si avalli l’ennesima forzatura della Procura Torinese, che in questi mesi sta dando prova di “pervicacia” (come direbbero loro!) nel continuare a costruire un laboratorio di repressione nella città e nella valle.  Giorgio libero! Tutti e tutte libere!
Nuove misure nei confronti di minorenni, disciplinarmente e bastone sui giovani
Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito delle manifestazioni per la Palestina di ottobre scorso. È notizia di questa mattina una nuova operazione di rappresaglia dopo il movimento blocchiamo tutto, questa volta sono arrivate misure cautelari tra carcere e domiciliari, a diversi ragazzi che hanno partecipato alle enormi mobilitazioni per la Palestina, in particolare lo sciopero generale del 3 ottobre, in cui più di 100mila torinesi sono scese in piazza, in una città blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a Gaza. Uno sciopero generale che ha detto delle cose chiare: fuori i signori della guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la città produttiva per la vostra guerra! In quella giornata un serpentone irriducibile ha sfilato dalle prime ore del mattino fino a tarda notte, con migliaia e migliaia di persone che rispondevano agli attacchi della polizia e resistevano alle cariche e alla repressione. A distanza di mesi arriva il conto: il governo si vendica sui giovani che hanno iniziato a gettare un seme per la resistenza in un mondo che si sta piegando alla logica della armi. Esprimiamo solidarietà assoluta per coloro che sono colpiti dalla repressione e ci mettiamo a disposizione per costruire un impianto di solidarietà forte e largo per fare fronte a questi attacchi! Ricordiamo che 6 studenti minorenni sono ancora agli arresti domiciliari e chiediamo la liberazione di tutti e di tutte subito! PALESTINA LIBERA, TUTTI LIBERI
Le contraddizioni dell’inchiesta. Neanche Israele è sicuro delle “prove”: il teorema contro Hannoun nasce dalla guerra
Materiale di intelligence non verificato, raccolto in un conflitto armato, viene usato per criminalizzare la solidarietà con la Palestina. Un precedente gravissimo per i diritti e la democrazia da osservatoriorepressione Non è possibile determinare con certezza l’accuratezza delle informazioni che attribuirebbero presunti finanziamenti ad Hamas all’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese riconducibile a Mohammed Hannoun, arrestato a fine dicembre insieme ad altre otto persone con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. A dirlo, nero su bianco, sono le stesse autorità israeliane. In quaranta pagine prodotte a Tel Aviv il 23 giugno e trasmesse alla Procura di Genova a inizio luglio, è contenuto un elenco di 266 cosiddette “battlefield evidence”, prove raccolte sul campo di battaglia che dovrebbero attestare legami tra l’associazione italiana e Hamas. A firmare le note allegate è “Avi”, capo della divisione ricerca e valutazione del National Bureau for Counter Terrorist Financing (Nbctf), che ammette come in diversi casi non sia stato possibile stabilire né il luogo né la data di acquisizione dei documenti. Un limite che, secondo l’ufficiale israeliano, non comprometterebbe l’identificazione dei beneficiari dei fondi: a Gaza, sostiene, controlla tutto Hamas e ogni relazione con chi opera nella Striscia equivarrebbe, dopo il 7 ottobre 2023, a fiancheggiamento del terrorismo. Una logica che prescinde dalla verifica giudiziaria. Lo stesso “Mr Avi” spiega che molte informazioni non possono essere condivise neppure con l’autorità giudiziaria italiana per ragioni di sicurezza militare. Nonostante ciò, afferma che la sua conoscenza diretta dei luoghi di sequestro sarebbe sufficiente. Le descrizioni delle circostanze di acquisizione dei materiali, raccolti durante l’operazione “Sword of Iron” tra il 2023 e il 2024, risultano però spesso vaghe: un laptop sequestrato il 22 novembre 2023 conterrebbe “varie informazioni” su organizzazioni attive a Gaza con un collegamento ad Hamas “molto probabile”; documenti requisiti il 16 novembre apparterrebbero a “un’entità di Hamas indefinibile”; un hard disk dell’8 dicembre conterrebbe file “molto probabilmente” riconducibili a un funzionario dell’ufficio di Yahya Sinwar. È su questo impianto che le difese dei nove arrestati hanno depositato una memoria durissima, sostenendo l’assoluta inutilizzabilità dei materiali perché affetti da “un cumulo insanabile di deficit” che ne esclude qualsiasi valenza probatoria. Le “prove dal campo” sarebbero prive di una catena di custodia conforme agli standard dell’Onu, di Eurojust e del Consiglio d’Europa: mancano l’identificazione di chi ha materialmente raccolto i dati, metadati verificabili e ogni possibilità di controllo indipendente. In un comunicato diffuso nelle ultime ore, i quattordici avvocati del collegio difensivo ribadiscono che “l’aula di giustizia non è un campo di battaglia” e che materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali. Una posizione che richiama un precedente non secondario: nel 2010 la stessa Procura di Genova, allora rappresentata dalla pm Francesca Nanni, chiese e ottenne l’archiviazione di un’indagine per terrorismo pressoché identica, sempre a carico di Hannoun. Secondo i legali, l’inchiesta in corso non riguarda condotte penalmente accertate, ma la circolazione di informazioni prodotte in uno scenario di guerra e da apparati di sicurezza stranieri. Nessun giudice israeliano, sottolineano, ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate, che restano appannaggio dei servizi di sicurezza, operanti sotto il controllo diretto dell’esecutivo e dentro una logica dichiaratamente bellica. Importare questi materiali in un processo penale significa, a loro avviso, abbattere una distinzione essenziale in democrazia: quella tra guerra e giustizia. Il contesto internazionale rafforza il nodo politico-giuridico. Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alla giurisdizione della Corte penale internazionale, anche di fronte a ipotesi documentate di crimini internazionali. È dunque, sostengono i difensori, inaccettabile che lo stesso Stato pretenda di esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali attraverso canali di cooperazione giudiziaria, spesso fornendo documentazione “spontaneamente”, senza neppure una richiesta formale. Su questa indagine pesa anche una gestione mediatica e politica particolarmente esposta. Oggi pomeriggio alla Camera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riferirà sull’inchiesta che, a suo dire, avrebbe “svelato il vero volto dei pro pal”. Dichiarazioni che, secondo i legali, contribuiscono a creare un clima colpevolista incompatibile con la presunzione di innocenza sancita dall’articolo 27 della Costituzione. Venerdì 16 gennaio il Tribunale del Riesame di Genova dovrà decidere se confermare o meno la custodia cautelare di Hannoun e degli altri otto indagati, trasferiti nel frattempo in carceri speciali perché accusati di terrorismo. Lo stesso giorno, a L’Aquila, è attesa la sentenza di primo grado per Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, anche loro imputati sulla base di testimonianze raccolte in Israele per fatti non commessi sul territorio italiano. Per i difensori, l’uso di informazioni di intelligence – per di più straniere – come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un “diritto penale del nemico”, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali. Una deriva che, avvertono, non riguarda un caso isolato ma rischia di diventare un precedente. L’esito del Riesame dirà se questa impostazione reggerà al vaglio dei giudici. Ma la domanda resta aperta, e inquietante: come definire un sistema in cui prove di guerra diventano atti giudiziari e il confine tra conflitto armato e Stato di diritto si fa sempre più sottile?
Fermiamo la demolizione del campo da calcio di Aidaa Camp a Betlemme
Riceviamo e pubblichiamo volentieri il comunicato scritto da varie realtà dello Sport Popolare di tutta Italia. Rispondiamo alla chiamata di solidarietà che ci arriva da Betlemme, dove Israele ha da pochi giorni dato l’ordine di demolizione di un campo da calcio. Qui, sotto all’ombra del terribile muro in cemento armato, conosciuto anche come “muro dell’apartheid” che segna il confine dell’enorme campo profughi di Aidaa, si trova un campo da calcio in erba sintetica.  Circondato da torrette militari e telecamere, costantemente sorvegliato da soldati armati, questo spazio è frequentato dai bambini e dalle bambine, dai ragazzi e dalle ragazze del campo profughi di Aidaa, uno dei più grandi e indomiti della regione.  Non sono ormai molti gli spazi in Palestina dove incontrarsi, fare sport e  socialità e i pochi rimasti sono visti come una minaccia dall’esercito israeliano.  Da fine novembre infatti è stato emanato un ordine di demolizione del campo. Israele sotto la tutela mediatica della “falsa tregua” prosegue indisturbatamente nel suo programma di pulizia etnica e lo fa violando come sempre, il diritto internazionale ( il campo sorge nella zona A, quella che secondo gli accordi di Oslo sarebbe dovuta essere totalmente sotto controllo palestinese) e mistificando a piacimento la realtà (sostenendo che il campo sia stato costruito in assenza di permessi, quando invece lo stesso sindaco della città afferma il contrario) lo stato ebraico terrorista continua ad utilizzare la forza per sterminare la popolazione palestinese. Non ci stupisce.   Evidentemente l’obiettivo della demolizione non è solo il campo da calcio in sé per sè, ma ciò che rappresenta: uno spazio di aggregazione e di socialità dove l’identità palestinese può ancora riprodursi e tramandarsi.  Oltre al suo valore sociale e aggregativo, il calcio, nel bene e nel male, gioca un ruolo storico nella costruzione dell’identità dei popoli, delle nazioni e dei territori,  per questo non si può circoscrivere l’attacco al campo di AIDAA all’ennesimo “dispetto” per sfiancare la resilienza e la capacità di riorganizzarsi del popolo Palestinese, ma va guardato come una mossa da inserire nel più ampio tentativo di distruzione dell’identità Palestinese. L’obiettivo è ormai apertamente dichiarato: lo sterminio del popolo palestinese e l’annientamento della sua identità. Per questo nemmeno un piccolo campo da calcio può essere risparmiato da questa furia devastatrice. Lo sport e le sue infrastrutture diventano quindi un campo di battaglia, dove non si gioca più solo una partita di calcio ma una partita di sopravvivenza.  Riprendiamo l’appello lanciato da Mohamed Abusrour, un volontario del  AIDA Youth Center. Perché questa demolizione non passi nel silenzio generale come spesso accade.  Perché a questa demolizione seguano la costruzione di altri campi in tutto il territorio della Palestina, dal fiume fino al mare.  Perché la terra ritorni al popolo palestinese.  Perché la furia imperialista e coloniale di Israele non abbia più alcuna legittimazione e appoggio.   Per tutte queste ragioni invitiamo tutte le realtà di sport, che si oppongono alle logiche e alle azioni violente dello stato sionista ad unirsi alla mobilitazione in solidarietà con il campo di Aidaa:  Chiedere la revoca immediata dell’ordine di demolizione sul campo Aida e il rispetto degli spazi sportivi palestinesi come diritto umano fondamentale. Diffondere e informare, che si sappia ciò che sta succedendo. Fare pressioni sugli organi istituzionali dello sport e del calcio (FIFA, UEFA, FIGC, CONI), perché non passi sottotraccia il loro coinvolgimento in quello che sta succedendo in Palestina, nella speranza che messi alle strette prendano posizione ed escludano dalle competizioni internazionali le squadre isrealiane fin quando non sarà restituita ai palestinesi la terra e la dignità dell’esistenza. Organizzare raccolte fondi perché se dovesse essere demolito il campo, ne possano essere costruiti altri e altri ancora. Tutte le realtà sportive popolari e non, associazioni, club, federazioni, atleti e tifosi, sono chiamate a prendersi carico della nuova campagna:  Save Aida pitch save our dreams! in difesa del campo sportivo del campo profughi di Aida, diffondiamo lo slogan sui social esponiamolo sugli spalti e nei campi nelle riprese dei campionati. Vogliamo gridare che lo sport non lava i crimini: ricostruiremo Aida pitch ancora e ancora, fuori Israele dalla Palestina! FERMIAMO LA DEMOLIZIONE DEL CAMPO DI AIDAA SAVE AIDA PITCH SAVE OUR DREAMS!! SHOW ISRAEL THE RED CARD!
Napoli: in centinaia all’assemblea in difesa di Officina 99
Officina 99 ringrazia le centinaia di persone di tutte le età che hanno animato l’assemblea pubblica di sabato 10 gennaio: rappresentanti di spazi sociali, collettivi, realtà di movimento, ma anche artistə, musicistə e solidalə da tutta la Campania e oltre. L’assemblea ha espresso piena solidarietà e complicità verso le pratiche di autogestione e ribadito l’importanza degli spazi sociali come luoghi in cui sperimentare forme diverse di stare insieme e dove costruire un’altra idea di città: orizzontale, inclusiva, orientata alla soddisfazione dei bisogni di tuttə e non al profitto di pochi. Nel rigettare con forza ogni minaccia di sgombero nei confronti di tutti gli spazi occupati nei nostri territori, abbiamo concordato sulla necessità di rilanciare sul piano della lotta. La lotta in difesa degli spazi sociali non può che coincidere con la lotta per la casa, per il reddito, per l’ambiente, contro l’economia di guerra, contro colonialismo e imperialismo, contro fascismo e patriarcato. Invitiamo pertanto tuttə a una nuova riunione, sabato 17 gennaio a Officina 99 per costruire una mobilitazione regionale il 14 febbraio in difesa di tutti gli spazi sociali e autogestiti, contro questo governo fascista e le sue politiche autoritarie, per rilanciare l’opposizione sociale e praticare l’unità dei movimenti. Organizziamo inoltre la partecipazione unitaria delle realtà di lotta napoletane al corteo nazionale di Torino in difesa del CSOA Askatasuna. CSOA Officina 99