Ripubblichiamo un contributo che approfondisce l’articolazione della guerra sul
territorio toscano a firma Linda Maggiori e apparso su L’Indipendente. Un
materiale da accompagnare a HUB – Bollettino della militarizzazione e delle
resistenze dei territori, a cura del Movimento No Base e altre realtà di Pisa,
Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara, in vista della due giorni che si terrà a
Livorno il 21-22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” di cui è uscito qui
il programma completo.
Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e
merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di
Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A
fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava
mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà
settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera
statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro
materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione
Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il
Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito
delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto
manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di
un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose
(IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta.
Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è
interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di
navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa,
tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan,
fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal
ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira
sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo
al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per
permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri,
con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di
materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6
km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove
vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già
manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni
ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando
la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024.
Banchine in costruzione e colmate . Foto di Ugo Macchia
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«Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare
ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di
migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del
Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che
saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei
fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del
comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il
cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno
in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di
vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci
sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come
compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli
scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta
energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi,
per essere completata, in teoria, entro il 2030.
IL CANALE DEI NAVICELLI E CAMP DARBY
La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al
Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare
statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di
missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari
del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche.
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Binario Tombolo. Foto di Linda Maggiori Il ponte girevole. Foto di Linda
Maggiori
Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500
attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree
del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di
pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai
cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di
armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di
“consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia
logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila
euro, pagati dagli Stati Uniti.
«Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della
volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che,
formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata
come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere
comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune.
La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per
conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al
100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e
controllo sulla navigazione nel Canale.
Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30
settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo
contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non
ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla
Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o
controllo su ciò che passa».
Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia
logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale,
detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col
fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici.
Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato
altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri
nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra.
«L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di
“Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL
Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma
che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San
Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la
militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di
Diritti in Comune.
IL RIARMO PASSA DAI BINARI
Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito
satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori
Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo
sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che
collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine
2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino
alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati.
«Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato
comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A
questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo
Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega
l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria
Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati
44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi
militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto».
A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una
settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo
erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo,
per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri
contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono
serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il
riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione
Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per
Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di
euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari
1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è
quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice
uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e
Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si
interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un
importante polo produttivo di Leonardo.
Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del
2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi
pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra
gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta
concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di
incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono
amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato.
Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le
comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle
Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby,
scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di
circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base
americana.
L’AEROPORTO MILITARE DI PISA E IL NUOVO HANGAR
L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi.
Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e
l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare
della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il
Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni
di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super
Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan,
costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo.
«Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento
esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia
per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso
questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA
nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più
insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono
trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo
sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico.
LA BASE EX CISAM
Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare
della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco
naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado.
Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che
copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal
Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e
interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si
aggira sui 520 milioni di euro.
Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i
lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie
e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un
presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori
non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale.
«Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano
economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione
dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta.
«Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di
riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM)
che dovrebbe essere dismesso e bonificato.
Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base,
tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni
negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby,
ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al
Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che
sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo.
Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e
delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su
34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da
alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un
centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col
Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto
Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un
autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo
elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a
scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una
città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura
civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove
sorge sia restituita alla cittadinanza.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Conferenza stampa ieri mattina a Napoli per lanciare la manifestazione in difesa
degli spazi sociali e di libertà in Campania.
da Radio Onda d’urto
Nelle ultime settimane attacchi sono arrivati a Officina 99, Gridas,
Insurgencia, Carlo Giuliani, Civico 7, Cprs e Banchi Nuovi, nel mirino del
disegno repressivo del governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi
autogestiti. Da qui il corteo regionale di sabato, ore 15, piazza Garibaldi a
Napoli.
Davide, compagno napoletano degli spazi sociali
COMUNICATO
“I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani,
al Civico 7, al CPRS, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi
sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal
governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti”, è quanto si
legge nell’appello di lancio della manifestazione in difesa degli “spazi sociali
e di libertà” promossa dai movimenti di lotta della regione Campania e che
sfilerà a Napoli questo sabato 14 febbraio dalle 15:00 a piazza Garibaldi.
Tantissime le sottoscrizioni arrivate dal mondo delle battaglie sociali,
ambientali e sindacali, ma anche dall’accademia, dal mondo dell’arte e della
musica, oltre che dell’associazionismo. Ospiti d’onore i 99 Posse, che si
esibiranno dal camion del corteo insieme a molti altri artisti. Ad aderire alla
manifestazione, tra gli altri, c’è il Global Movement to Gaza, tra i promotori
della Flotilla e delle piazze oceaniche dello scorso autunno in favore del
popolo palestinese.
“Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a
lavoratorə, disoccupati, studenti, precari, persone migranti, artisti, solidali
e tutti coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre
vite. Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi
sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle
la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta”, è quanto i promotori
affermano in una nota congiunta.
Ieri abbiamo visto una vecchia conoscenza del movimento No Tav, il Pm Padalino,
andare in televisione a piangere miseria per fine della sua infausta carriera,
da PM anti-notav al trasferimento di forza come giudice civile all’Aquila.
da notav.info
Tra manie di persecuzione e teoremi strampalati, come si suol dire, il buon Pada
se la canta e se la suona, lasciando intendere che il processo e le sanzioni di
cui è stato oggetto sarebbero state ordite da chissà quale complotto No Tav e
non causati dai comportamenti orripilanti del magistrato che vengono
scientemente nascosti al pubblico. A fine intervista, Padalino arriva a dire di
essere stato “assolto perché il fatto non sussiste” e che le torbide vicende
giudiziarie che l’hanno portato a essere sanzionato dal Consiglio Superiore
della Magistratura, sono legate al “non aver richiesto una fattura”. Il
presentatore, il sig. Porro, non fa un plissé e lascia correre. Una mancanza di
curiosità certo assai singolare per un “giornalista”. Proprio quando si parla di
tanto di impunità della magistratura non si dice al pubblico perché, una volta
su duecento, un PM è finito effettivamente sanzionato dal pur indulgente CSM.
Visto che né il sig. Porro né Padalino sembrano interessati a dare dettagli lo
facciamo noi, perché ognuno possa farsi un’idea delle disavventure del PM
anti-notav, avendo però tutti gli elementi in mano.
Padalino finisce sotto i riflettori per due vicende distinte.
La prima riguarda l’accusa di essersi fatto assegnare specifici fascicoli di
amici e conoscenti, in spregio all’assegnazione automatica che dovrebbe
garantire l’imparzialità della procura.
La seconda riguarda una serie di cene gratis in ristornati di lusso e weekend
graziosamente offerti al magistrato e consorte nonché operazioni e visite
mediche. Quest’ultima vicenda comincia quando un ufficiale della guardia di
finanza, Fabio Pettinicchio, viene condannato a 5 anni di reclusione per
sfruttamento della prostituzione. Con altri colleghi delle fiamme gialle,
Pettinicchio assicurava infatti protezione a una serie di locali a luci rosse
sul Lago maggiore in cambio di consumazioni gratis e prestazione sessuali.
Pettinicchio, dopo il processo in primo grado, chiede l’aiuto a un caro amico,
il PM Padalino, per preparare la difesa. Fondamentale il contributo dell’avv.
Bertolino (oggi deceduto), altra figura ben conosciuta dai No Tav perché
nominato per anni dai poliziotti che si costituiscono parte civile contro i
manifestanti valsusini nonché referente del sindacato di polizia salviniano SAP.
Oltre alla consulenza e ai consigli, il sostegno del PM Padalino all’ufficiale
Pettinicchio si spinge fino al prestito dell’auto con scorta assegnata al
magistrato perché il finanziare potesse tornare con più agio in Piemonte da un
viaggio di affari a Roma in cui preparava la difesa per il processo di appello.
Pettinicchio ovviamente non ha mai mancato di restituire le attenzioni del Pada
con favori e regali: cena al bistrot di Canavacciuolo, diversi soggiorni a costo
zero all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio, etc. Tutti fatti che in TV Padalino
e Porro omettono facendo credere all’incauto telespettatore che il PM anti-notav
sarebbe stato assolto perché “il fatto non sussiste”.
Padalino in realtà intrattiene a beneficio del pubblico una bella confusione
sulle due vicende che lo hanno visto coinvolto. Per la prima, l’assegnazione di
fascicoli agli amici, il Pada è stato effettivamente assolto con questa formula.
Due altri PM hanno infatti inviato delle lettere al giudice assicurando che le
assegnazioni certo non seguivano “rigidi automatismi” (l’assegnazione
automatica) ma rispettavano i “criteri organizzativi” della procura. Tant’è,
tutto è finito quindi a tarallucci e vino.
Per l’altro procedimento, il giudice ha certo ritenuto che non si potesse
trattare di “corruzione” visto che Padalino non era assegnato al caso di
Pettinicchio ma l’assoluzione è arrivata “tralasciando ogni considerazione e
valutazione squisitamente morali o di opportunità”. Insomma, le cene e gli altri
regalini ricevuti dal finanziere/magnaccia sono considerati fatti assolutamente
incontrovertibili, attestati da intercettazioni e acclarati in sede di giudizio
anche dal giudice che assolve Padalino che li considera “eticamente discutibili”
ma non “penalmente rilevanti”. Un PM dalla dubbia morale che infatti il CSM ha
deciso di sanzionare per la “gravità elevata dei fatti contestati” pur finendo
per salvare il collega dal licenziamento inzialmente previsto. A ognuno ora la
sua idea su questo triste satiro in cerca di ribalta.
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno che istituzionalizza la
violenza sessuale”. Su queste parole d’ordine la rete Non Una di Meno ha
chiamato diverse iniziative in molte città d’Italia per organizzarsi e lottare
contro il DDL Bongiorno.
Di seguito riportiamo alcuni degli appuntamenti
Torino
Martedì 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova
versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega
Giulia Bongiorno.
Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone
trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza
patriarcale.
Questo DDL fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e
pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un aula di
tribunale che quella che ha subito era violenza. Con le parole del decreto,
pretende che ogni persona denunciante sia capace di dimostrare il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a
prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza,
urlare in maniera sufficientemente udibile, mostrare lesioni sufficientemente
profonde.
Non è un semplice tecnicismo giuridico, ma una scelta politica precisa,
pesantemente peggiorativa dell’attuale legge contro la violenza di genere e
sessuale e che calpesta la Convenzione di Istanbul, ovvero i fondamenti di ogni
impianto normativo sulla violenza.
Se questo DDL diventerà legge, avrà profonde ricadute sulla materialità delle
nostre vite: decidere come deve essere dimostrata una violenza sessuale
significa decidere anche che cos’è violenza, chi detiene il diritto sui corpi,
chi può essere credutə, chi invece viene sistematicamente protetto.
Significa aprire le porte ad una normalizzazione sempre più ampia della violenza
sessuale in un contesto culturale e politico che colpevolizza le donne e le
soggettività dissidenti per quello che subiscono, esercita una violenza
istituzionale sempre maggiore nei confronti delle persone trans e non binarie,
sdogana gli abusi maschili e di potere ad ogni livello della società.
Significa moltiplicare la violenza secondaria che chi denuncia già oggi vive
nelle aule di tribunale. Significa spingere sempre più donne e soggettività nel
climax di violenza che ci consegna centinaia di femminicidi, lesbicidi e
transcidi ogni anno.
Come transfemministə non possiamo permettere che questa legge venga approvata.
Non accettiamo che lo Stato istituzionalizzi la violenza sessuale.
Insieme, nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, insieme allə nostrə
amichə, abbiamo deciso di essere il grido collettivo di tutti quei “no” detti e
non rispettati, ma anche di quelli che da solə non siamo riuscitə a dire.
Senza consenso è stupro.
Organizziamoci insieme.
Verona
GIÙ LE MANI DALLA LEGGE SULLA VIOLENZA SESSUALE✊🏻🔥
A 25 anni dalla Convenzione di Istanbul, in Italia si sta cambiando la normativa
sulla violenza sessuale per decidere ancora sui nostri corpi.
Quella che doveva essere una normativa che metteva al centro il *consenso
libero, esplicito e revocabile*, si è trasformato nel suo contrario, peggiorando
la situazione attuale, perché si concentra sul dimostrare la «volontà
contraria», quindi il dissenso. Ancora una volta la responsabilità rischia di
ricadere su chi la violenza la vive.
Il 10 febbraio ci troviamo con rabbia e amore per condividere lotta e cura.
Vogliamo fare rete per rovesciare un diritto penale e un immaginario che “misura
la violenza non sull’atto compiuto, ma sulla reazione subita e che continua a
interrogare i corpi violati” (cit. GiULiA
Giornaliste Unite Libere Autonome).
Confronteremo saperi, pensieri, esperienze; creeremo striscioni e cartelli per
portare in piazza il grido di tuttə le soggettività oppresse, per stare insieme
e dare spazio a nuovi immaginari.
Ci troviamo alle 20.30 nella sala di
ENERGIE SOCIALI – Via Bruto Poggiani, 4 – 37135 Verona
Scegliamo luoghi e modalità di partecipazione il più accessibili possibile.
Scrivici se vuoi partecipare!
In AUTOBUS da Verona Porta Nuova B :
-41, fermata Via Trieste II, 8 min a piedi
-51, fermata Via Malfer I B, 3 min a piedi
-21, fermata Fiera B, 11 min a piedi
-53, fermata Via Scuderlando IV, 4 min a piedi
-61, fermata Viale del lavoro/viale dell’industria B, 6 min a piedi
Se hai bisogno di accompagnamento o di altre info scrivici.
Cuneo
Roma:
Il femminicidio di Zoe Trinchero, 17 anni, per mano di un ragazzo di 19 anni che
era stato rifiutato, rimette al centro il tema del consenso e del suo rovescio:
la cultura dello stupro.
In Parlamento è in discussione un disegno che peggiora le norme sulla violenza
sessuale perché cancella il consenso per tutelare gli abuser.
Incontriamoci in assemblea pubblica per continuare a organizzare insieme la
campagna contro il DdL sul Dissenso e la giornata di mobilitazione del 15
febbraio, in connessione con l’assemblea di lunedì 9 in Sapienza.
Blocchiamo il DdL Dissenso perché la violenza non diventi norma.
Senza consenso è stupro!
Verso lo sciopero transfemminista dell’8/9 marzo prepariamo lo sciopero della
produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli di genere, nelle
scuole, nei posti di lavoro, nella città.
Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo!
Bologna:
Ci vediamo domani per l’assemblea settimanale di Nonunadimeno. Continuiamo con
la costruzione dello sciopero dell’8/9M!
Ordine del giorno:
– Continueremo a discutere della costruzione dello sciopero e degli eventi in
programma nel prossimo mese di lotta!
– 11 febbraio: completeremo la costruzione dell’evento con lə compagnə iranianə
di @hamsaye_bologna
– 15 febbraio: organizzazione della piazza insieme a Di.Re e ai centri
antiviolenza
contro il DDL Bongiorno
– Prossimi eventi di autofinanziamento verso lo sciopero
Lo spazio è accessibile, scrivici per bisogni specifici.
con amore e rabbia 💜🔥
Asti:
Assemblea di auto formazione aperta a tuttə
Mercoledì 11 Febbraio
H 20.30 Foyer delle famiglie – Asti
Parliamo della nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla
senatrice della Lega Giulia Bongiorno.
L’ennesimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie.
Una norma che fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale.
Una norma che pretende che la persona offesa dimostri in un’aula di tribunale
che quella che ha subito era effettivamente violenza, dimostrando il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Chi decide per noi, per i nostri corpi?
Chi viene protetto e perché?
Le nostre vite contano. Le nostre parole contano.
Tivoli:
La rete chiama, noi rispondiamo.
Anche noi aderiamo alla mobilitazione permanente lanciata da D.i.Re e da tutta
la rete transfemminista contro il DDL Bongiorno e ogni tentativo di svuotare il
significato del consenso.
Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere:
è diritto, autodeterminazione, libertà.
Indebolirlo significa aumentare la violenza e ridurre la tutela delle donne e
delle soggettività più esposte.
📍 Il 15 febbraio saremo in piazza Garibaldi, insieme a oltre 100 piazze in
tutta Italia.
Perché sui nostri corpi e sulle nostre vite non si arretra.
Trento:
Si avvicina la data dell’8 marzo e anche quest’anno vogliamo costruire con voi
insieme lo sciopero e la piazza che verrà chiamata a Trento!
Messina:
Di recente è stata presentata in Senato da parte di un’esponente della Lega una
riformulazione dell’articolo relativo alla violenza sessuale.
Per la prima volta in un testo di legge appariva la parola “consenso”; e non
solo, specificava anche “libero e attuale”, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚’ 𝙪𝙣 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙣𝙨𝙤
𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙪𝙤’ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙚𝙩𝙚𝙨𝙤, 𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙤
𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚’ 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙧𝙚𝙫𝙤𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙚.
Questa dicitura ci avrebbe allineato ai Paesi europei più virtuosi sul tema di
genere e avrebbe rispettato il principio di autodeterminazione sessuale sancito
dalla Convenzione Internazionale di Istanbul (cui tutti gli Stati UE sono
firmatari e vincolati) e dalla Cassazione.
Quella che sembrava una svolta storica in Italia è stata cancellata con un colpo
di spugna. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲
𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼
𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗶 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮’
𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝘁𝗮’ 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗹 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼”.
Una modifica che sposta nuovamente la responsabilità degli abusi sulle vittime e
inasprisce i già difficili processi verso chi decide di denunciare e si ritrova
a dover provare di non essersela cercata.
𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗼’ 𝗲’ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲! È la volontà di ignorare
decenni di studi sulla strutturalità della violenza di genere. Un’ulteriore
istituzionalizzazione della cultura dello stupro che prima ci abusa e poi ci
colpevolizza, facendo vittimizzazione secondaria. Una tutela dello status quo
che continua a giustificare e proteggere gli uomini abusanti sulla nostra pelle.
E un insulto a tutto il lavoro di Associazioni, Collettivi e Centri Antiviolenza
che ogni giorno gratuitamente colmano i vuoti istituzionali e si occupano del
sostegno diretto alle vittime.
Riprendiamo questa intervista a Havin Guneser, un punto di vista situato che
offre uno sguardo sui molteplici aspetti che vanno analizzati in questa fase per
comprendere la situazione in Rojava, svolta da Radio Onda d’Urto.
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici
dell’assemblea dell’Academy of Social Science, già portavoce della campagna
“Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan” e autrice del libro “L’arte
della libertà. Breve storia del movimento di liberazione curdo” (Meltemi, 2025).
Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel
mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan.
Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle
milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione
autonoma della Siria del nord-estall’interno di quella che il movimento di
liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale.
Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere
come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per
sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare
l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio
oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli.
Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media
mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro
l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine,
abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di
liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il
ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca
di Imrali.
Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano
Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin
Guneser
Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda
d’Urto ad Havin Guneser:
Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare
quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in
tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e
all’accordo di cessate il fuoco?
Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto
nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato
nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo
sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni
circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due
anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con
l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria
e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i
curdi, il popolo curdo.
Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto
molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli
e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e
territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato
molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che
sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti
all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia
Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come
saranno le cose in Medio Oriente.
E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i
combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio
Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte
davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro
sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o
luoghi simili. Questo è un livello.
Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100
anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono
stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo
quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da
altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato
illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato
dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su
come risolvere i conflitti in Medio Oriente.
Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni.
Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare
nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono
attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono
o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un
massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo
mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato
un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a
cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico
adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella
regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di
questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh.
Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi
affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran,
sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente.
Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale,
sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata
nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze
che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse.
Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo
dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente
importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento.
È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi
jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e
anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In
sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la
capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche
al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e
abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli
amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un
soffio.
Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato
accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il
Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno
capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra
tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più.
Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto
complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è
collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il
paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le
spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona,
dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati
nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e
dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è
stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli
propone.
Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto,
l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano
un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le
potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono
“avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei
colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo.
Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci
sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che
cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il
Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più
decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere
qualche guerra per conto loro.
Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche
l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente
anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di
formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto
un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori
pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro i
turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del
Medio Oriente.
Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale
stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul
riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati
dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra
forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i
loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi
nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo
basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno.
Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché
una volta iniziato è impossibile fermarlo.
Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in
Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo
più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo,
l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno
Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione
autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle
forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo
dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in
Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole
e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di
impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente.
Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un
punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come
entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci
saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro.
Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma
l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e
negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso
la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno,
mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro
determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle
donne e la nazione democratica nella regione.
Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo
che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero
fretta di concludere tutto molto rapidamente.
Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto
il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo
piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto
un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con
grande sicurezza.
Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria
del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di
propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo
attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle
East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche
diversi media occidentali. Perché?
Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho
già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere
l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti
milioni di dollari sulla sua testa.
Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema
mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha
permeato ogni angolo delle procedure statali.
Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a
parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato
all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne
sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria.
Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le
élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a
ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi,
con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto
rapidamente.
E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel
– ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto
obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo
modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i
buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti,
ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose
più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si
sono trasformati.
Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di
dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi
sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire,
abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante
dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio
nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano
le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e
assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad
Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la
combattente fosse giovane.
Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile
all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non
dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando
di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa
del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è
tutta una questione di “campismo”.
Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in
questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale
potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è
molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante
esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far
capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo.
Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro
del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti
a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo.
Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del
rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste
settimane?
Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di
Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla
Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando
la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan
stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo
in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i
curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante
il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo
Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una
guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero
diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente
sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente,
mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non
favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di
trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione.
Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è
successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un
complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri
ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio,
il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha
dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli
attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento
e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme
genocidio, di una resistenza e lotta in Siria.
Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15
febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del
Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono
state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono
state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi.
Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede.
Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con
le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe
trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire,
quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e
dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era
nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi.
Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose
stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che
lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti
gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che
non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in
ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era
così. Questa informazione non era stata divulgata.
Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte
di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati
Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui
anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano
presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare
tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo
desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile,
realistico, diciamo… Quello realistico sul campo.
Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di
non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma
anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che
costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50
anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra
mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’.
E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto
il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio
Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema
mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere
presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema
capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo
paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la
modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di
cui stiamo parlando.
La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il
futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in
grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta
facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del
confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio
Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri
aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia
dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.
Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Fabrizio Salmoni
Riporto i miei brevi commenti inviati alla mia sez. Anpi Nizza Lingotto sui
fatti di sabato, secondo me, sono tre i risultati politici positivi:
1. L’affermazione dell’autonomia del movimento che costringe tutto l’arco
istituzionale a mostrarsi uniforme (Anpi nazionale compreso!) quindi a fare
chiarezza;
2. La capacità sul terreno di far arretrare la polizia;
3. Far emergere (v. Stampa di domenica) che a Torino c’è una borghesia
progressista che sta con i movimenti. Oggi quella é sotto attacco, balbetta
e un po’ frigna perchè si sente presa in mezzo ma c’è e tocca rincuorare i
cuori deboli. Anche il discorso del Sindaco contiene timide considerazioni
che vanno oltre la condanna. Evidentemente si sono create fratture nella
sinistra istituzionale. Ben vengano!
Quindi direi non poco.
C’è poi un risvolto clamoroso da annotare: Al Tg7 Mentana, con faccia
contrita e allargando le braccia in sconforto, chiaramente controvoglia, per
la prima volta da sempre ha letto testualmente e per intero il comunicato di
Aska e centri sociali sulla giornata di sabato (per me, un buon comunicato)
e ha fatto vedere la polizia che manganellava in gruppo un povero fotografo.
Non ricordo sia mai accaduto in anni che abbia mai letto un comunicato dei
movimenti, sempre e solo veline di questure, partiti o governi. E’ successo
qualcosa. Non so a cosa si debba la novità e bisognerebbe capire ma mi
sembra comunque un insperato elemento positivo.
Sarebbe poi importante fare qualcosa per chiarire a tanti partecipanti che
si ritraggono di fronte alla forza dispiegata della piazza e si lasciano
influenzare dalla retorica sui buoni e cattivi, sugli “infiltrati” e sui
complottismi,che non si fa politica col vittimismo, con i mille distinguo
(pur da considerare), che é importante talvolta proiettare la forza politica
nelle piazze, dimostrare forza, e che bisogna essere consapevoli purtroppo
che immancabilmente il potere reagisce. Insomma, bisogna fortificare anche i
cuori.
Aggiungerei un altro elemento importante: i fatti di sabato hanno
incrementato l’attuale instabilità politica, un elemento che può giocare a
favore di chi ricerca un cambiamento sostanziale degli equilibri politici e
di cui bisognerebbe approfittare per far avanzare il fronte di lotta. Il
potere cerca instancabilmente la stabilità a tutti i livelli per poter
muoversi a piacimento quindi è compito del fronte di lotta creare e
mantenere instabilità con il lavoro politico, con i nostri comportamenti
individuali e collettivi, con l’organizzazione, e avere la consapevolezza di
ciò che abbiamo di fronte. Per esempio, a ciò che si muove nella politica
istituzionale: mi riferisco all’esordio di Vannacci. Promette guai e una
futura forza paramilitare di estrema destra che possa raggruppa tutti i
gruppi extraparlamentari fascisti. Bisognerà essere preparati e lavorare per
un fronte unico dei movimenti.
La diretta dal corteo di Radio Onda d’Urto
Al via allo stadio San Siro le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Tra i
50 leader mondiali presenti in tribuna d’onore anche il vicepresidente
statunitense JD Vance, fischiato dalla platea al passaggio della squadra USA,
così come quella israeliana. Con Vance e il segretario di Stato Usa Rubio c’è
pure l’Ice, la milizia privata trumpiana che da settimane a Minneapolis – e in
molte città statunitensi – va a caccia di migranti e antirazzisti, deportando e
anche uccidendo.
In concomitanza con la kermesse olimpica, è iniziata giovedì la quattro giorni
delle Utopiadi, l’appuntamento sportivo, sociale e politico promosso dalle
realtà dello sport popolare in esplicita alternativa e opposizione alle
Olimpiadi Milano-Cortina. Il Comitato Insostenibili Olimpiadi, la rete di spazi
sociali e associazioni, ha aperto ieri la giornata occupando e liberando l’ex
PalaSharp di via Carlo Salerio, una struttura abbandonata dal 2011 e sottratta
da anni all’uso sportivo e alla cittadinanza. Nel tardo pomeriggio di ieri, alle
18, si è svolta in zona San Siro la fiaccolata popolare antiolimpica, con
partenza da viale Mar Jonio.
Oggi, dalle ore 15, il corteo nazionale in piazza Medaglie d’Oro: è la prima
manifestazione di movimento dopo l’approvazione del pacchetto (in)sicurezza del
governo Meloni. Partecipano le realtà dello sport popolare e di base, dei
movimenti civici e ambientalisti, di comitati territoriali e collettivi
studenteschi, dei movimenti transfemministi, delle reti di lotta per il diritto
all’abitare e del sindacalismo conflittuale, dei movimenti scesi al fianco del
popolo palestinese e delle reti che si oppongono alla deriva securitaria. Ne
parla, ai microfoni di Radio Onda d’Urto Mery, del CIO e di Off Topic.
Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto i collegamenti dalla manifestazione di
Milano:
Ore 18.40 – La manifestazione contro le Insostenibili Olimpiadi si dirige verso
Brenta. Sono almeno 5 le persone fermate a seguito delle cariche e dei
lacrimogeni contro il corteo che tentava di raggiungere la Tangenziale Est.
Ore 18.15 – Il corteo, una volta arrivato in Via Mompiani, nel quartiere
Corvetto, dietro lo striscione “know your enemy” ha cercato di raggiungere la
Tangeniale Est di Milano. Lacrimogeni e idranti sul corteo, prima dell’impatto
con la testa. Dalla manifestazione fuochi d’artificio e petardi. Il collegamento
con Francesco della Redazione.
Ore 17.40 – Azione in piazzale Ferrara dove il corteo ha esposto uno striscione
che recita “lunga vita ai quartieri popolari”. Su altri due striscioni si legge
“case alle famiglie, fuori le divise dal quartiere” e “stop speculazione nei
quartieri”. Il collegamento con Francesco di Radio Onda d’Urto da Milano.
Ore 17.20 – In via Benaco la manifestazione nazionale prosegue: le interviste a
chi era in piazza realizzate da Marco e Francesco della Redazione.
Ore 17.00 – “Siamo 10mila“, fanno sapere dal CIO. L’intervista a Luciano
Muhlbauer, storico compagno di Milano, e le prime valutazioni dal corteo.
Ore 16.35 – Il corteo ha svoltato in via Brembo, a ridosso del maxi cantiere
dello Scalo Romana, dove sorge il Villaggio Olimpico. Qui srotolato uno
striscione sul ponte che sovrasta la ferrovia, con la scritta: “Binary is for
the train”; accesi fumogeni e fuochi d’artificio. Il collegamento con Francesco
della Redazione.
Ore 16.00 – Il corteo è partito da Piazza Medaglie d’Oro prendendo Corso
Lodi. Il collegamento con Marco, della Redazione di Radio Onda d’Urto, racconta
spezzone per spezzone la composizione della manifestazione contro le
“insostenibili olimpiadi”.
Ore 15.30 – Il collegamento da Piazza Medaglie d’Oro con Francesco della
Redazione e l’intervento di Elio Catania, di Off Topic.
Ore 11.00 – Partenza collettiva dalla stazione della città da cui
trasmettiamo, Brescia: appuntamento con APE Brescia alla stazione ferroviaria
alle ore 12.28. Ne parla Francesco, vicepresidente di APE Brescia.
Ieri, venerdì 7 febbraio, si è tenuto lo sciopero internazionale dei porti che
ha coinvolto 21 porti a livello internazionale: da Genova a Livorno, Trieste,
Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari ma
anche Tangeri, Bilbao, fino in Grecia e in Turchia. A Genova è stato lanciato
l’osservatorio sul traffico marittimo di armi. Sin dalla mattinata sono state
bloccate alcune navi di compagnia israeliana, a Livorno la ZIM Virginia è stata
bloccata e, come sostiene l’Unione Sindacale di Base nel suo comunicato “La
stessa costa sta succedendo alla ZIM New Zealand, che era prevista per questa
mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare
oggi a Venezia e domani a Ravenna”. In serata manifestazioni si sono tenute in
diverse città italiane contro la guerra, contro il riarmo e contro il genocidio
in Palestina, per chiedere un embargo commerciale su Israele e per opporsi alla
militarizzazione delle infrastrutture del territorio.
Di seguito pubblichiamo alcuni contributi sulla giornata.
da Radio Blackout
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle
banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle
Americhe.
La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da vari altri
sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici bellici alla
denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei e presìdi
sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a Bilbao,
da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un corteo
dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a Livorno,
Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani.
Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di
armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo.
Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali
militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il
tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa
al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno
registrato profitti record.
Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali,
organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e
tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali
Porto di Genova 7 febbraio 2026
..la buona notizia è quella della volontà di mettere in campo un ” osservatorio
sul rispetto della legge 185/90 contro i traffici di armi” ,ci immaginiamo che
qualche resistenza a questo importante progetto ci sarà,in ogni caso il
contrasto alla guerra ed ai suoi traffici non si fermerà.
Oggi è stata una giornata importante, tra i 25/30 porti sono stati interessati a
questa mobilitazione internazionale.
Il 30 agosto lo avevamo promesso ,bloccheremo tutto,faremo gli scioperi
generali,arriveremo.allo sciopero internazionale.
Ci sono momenti della storia che la classe operaia ,in questo caso i lavoratori
portuali devono scendere in campo devono riequilibrare un po’ le cose,ecco ci
stiamo provando ,e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui
posti di lavoro,contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al
centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali ,chiediamo
l’inserimento del lavoro usurante a fine pensionistici nel presente dei vecchi
portuali ,e nel futuro dei giovani lavoratori del porto..
Non ci fermeremo mai perché siamo stanchi di lottare,ma solo quando avremo
vinto..
Working class combat
Riceviamo e pubblichiamo volentieri..
Extinction Rebellion si unisce alle voci di dissenso sul nuovo decreto
sicurezza, denunciando il restringimento dei diritti costituzionali e la
legalizzazione di prassi degradanti che vengono portate avanti sempre più spesso
negli ultimi anni. “Una deriva autoritaria senza precedenti di fronte a cui la
disobbedienza civile nonviolenta diventa un dovere morale”.
Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto
sicurezza, un provvedimento che introduce una serie di misure destinate a
restringere in modo significativo il diritto al dissenso in Italia: dal fermo
preventivo fino a 12 ore prima delle manifestazioni allo scudo penale per le
forze di polizia, fino a nuove disposizioni che inaspriscono le pene per le
persone migranti nei CPR e facilitano gli sgomberi degli spazi
occupati.Extinction Rebellion denuncia quello che definisce “una deriva
autoritaria senza precedenti: un decreto che regolarizza la violazione
sistematica del diritto costituzionale a manifestare liberamente il proprio
pensiero ed espone chiunque all’arbitrio delle forze dell’ordine, sotto
indirizzo del governo. Un decreto che legalizza pratiche che vengono già
utilizzate illegittimamente dalla polizia e di fronte a cui la disobbedienza
civile nonviolenta diventa un dovere morale”.
Il fermo preventivo anche senza condanna: quando lo Stato diventa accusa e
giudice
Tra le principali novità del decreto vi è l’introduzione del fermo
preventivo nell’ordinamento italiano. La norma rende legale l’accompagnamento e
il trattenimento in Questura fino a 12 ore di persone con precedenti denunce o
“segnalazioni di polizia” per reati contro il patrimonio o contro la persona
prima di cortei e manifestazioni. Non è necessario essere stati processati o
condannati: è sufficiente l’esistenza di precedenti denunce, anche se archiviate
o ritenute infondate dalla magistratura. Extinction Rebellion sottolinea che
tali denunce possono essere state originate dalle stesse forze di polizia,
talvolta in modo strumentale per criminalizzare chi protesta e costruire un
profilo “criminale”. “In questo modo la polizia, sotto indirizzo del governo,
diventa l’organo che formula le accuse e che, senza l’intermediazione della
magistratura, può poi utilizzare quelle stesse accuse per prelevare le persone
dirette a una protesta e trattenerle fino a 12 ore”, afferma il movimento. “Si
tratta di un gravissimo attacco alle libertà di movimento e di manifestazione,
che di fatto regolarizza prassi illegittime già diffuse nelle Questure di tutta
Italia per impedire lo svolgimento di manifestazioni pacifiche e criminalizzare
i movimenti”.
Dall’abuso alla norma: pratiche illegittime ora legalizzate
Pratiche simili sono già state applicate in passato con Extinction Rebellion in
diverse città, tra cui Roma, Bologna, Brescia, Padova e Venezia. In queste
occasioni, manifestazioni nonviolente sono state interrotte o addirittura fatte
saltare con l’uso della forza: centinaia di persone sono state fermate e
trascinate malamente, caricate sugli autobus e trattenute nelle celle delle
Questure per otto o dieci ore, nonostante avessero consegnato spontaneamente i
documenti di identità (come previsto dalla legge). “Quello che oggi diventa
legale con questo decreto, viene praticato illegittimamente dalle Questure di
tutta Italia da anni. E ciò che accade una volta in Questura – durante i fermi –
è a sua volta una prassi illegittima: perquisizioni corporali abusive e
immotivate, rilievi biometrici e, prelievo di oggetti personali – compresi
farmaci e telefoni – e impossibilità di comunicare con avvocati e familiari”,
riporta il movimento. I fermi si concludono spesso con denunce per reati come
manifestazione non preavvisata (art. 18 TULPS) o violenza privata (art. 610
c.p.) – a volte anche senza la manifestazione vi sia mai stata – e che vengono
regolarmente archiviate dalla magistratura per assenza di reato. A queste si
aggiunge spesso l’emissione di fogli di via fino a quattro anni, misura prevista
dalla legge 159/2011 per reati gravi come quelli di mafia ma utilizzata
regolarmente anche contro persone incensurate per allontanarle dalle città.
Negli ultimi anni Extinction Rebellion ha presentato e vinto ricorsi per
l’annullamento di fogli di via illegittimi e ha denunciato le Questure di
Bologna, Brescia e Roma per sequestro di persona, abuso d’ufficio e trattamenti
degradanti nei confronti di attivisti. “La libertà non è mai garantita: va
difesa ogni giorno”, afferma il movimento, richiamando una frase attribuita a
Hannah Arendt. “La democrazia si difende contestando le leggi ingiuste: un fermo
illegittimo, una denuncia pretestuosa, un foglio di via immotivato alla volta.
Ed è ciò che continueremo a fare, a partire dal nuovo decreto sicurezza”.
Decreto e disegno di legge: scudo penale, fermo preventivo, zone rosse, stretta
su minori e migranti. E un Paese che si abitua all’eccezione
Il pacchetto-sicurezza che il governo ha approvato in Consiglio dei ministri non
è semplicemente un insieme di norme tecniche. È un messaggio politico compatto,
e in parte brutale, che racconta una precisa idea di società: una società in cui
l’ordine pubblico diventa la lente principale attraverso cui leggere i
conflitti, le periferie, le migrazioni, perfino l’adolescenza. Un pacchetto
diviso in due atti, un decreto legge immediatamente esecutivo e un disegno di
legge che seguirà il percorso parlamentare, ma con un obiettivo comune: spostare
ulteriormente in avanti la soglia del controllo e rendere normale ciò che fino a
ieri era considerato eccezionale.
La scelta di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a
rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che
incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine
pubblico e sulla costruzione del “nemico interno”. Il disegno di legge, invece,
ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico,
quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una
strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le
fondamenta.
Uno dei punti centrali è lo scudo penale, definito in modo tecnicamente più
prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo,
potenzialmente più pervasivo. Non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come
ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene
esteso a tutti i cittadini. Il principio è che chi commette un reato in presenza
di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto
nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con
garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe
portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa
valutazione del pubblico ministero. La decisione finale sulla giustificabilità
resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per
rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di
legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso
chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un
contesto percepito come minaccioso. In un Paese già attraversato da una retorica
di paura, e da un razzismo sociale che spesso decide chi sia credibile e chi no,
uno scudo penale esteso rischia di produrre un effetto selettivo. Non protegge
genericamente “i cittadini”: protegge soprattutto chi è già riconosciuto come
cittadino pieno, e tende a rendere ancora più vulnerabile chi viene percepito
come estraneo, giovane, marginale, migrante.
L’altro pilastro è il fermo di prevenzione, che entra nel decreto nella versione
rivista dopo i rilievi del Quirinale. Ed è importante notare questo passaggio,
perché racconta la dinamica con cui la soglia del possibile viene spinta sempre
un po’ più avanti. La bozza originaria era più aggressiva, più apertamente
orientata al sospetto. La riscrittura introduce paletti: il fermo, in occasione
di manifestazioni pubbliche, potrà durare al massimo dodici ore e potrà
riguardare solo persone con precedenti specifici e/o trovate in possesso di armi
o oggetti atti a offendere. Non basterà più, almeno formalmente, l’idea vaga che
qualcuno “possa” essere pericoloso, né l’abbigliamento ritenuto idoneo al
travisamento. Il trattenimento dovrà essere comunicato tempestivamente al
magistrato di turno, che potrà verificare se sussistano le condizioni di legge
e, in caso contrario, ordinare l’immediato rilascio. Questa è la versione che
prova a rispettare l’articolo 13 della Costituzione. Ma resta un fatto enorme:
si introduce un meccanismo che trasforma la piazza in un luogo dove la libertà
personale può essere compressa in via preventiva. La protesta, anziché essere
tutelata come diritto, viene trattata come un contesto eccezionale, un
territorio in cui la logica non è più “punire chi commette un reato” ma
“trattenere chi potrebbe commetterlo”. È esattamente qui che la
criminalizzazione del dissenso diventa concreta: non perché si vieti formalmente
di manifestare, ma perché si crea un regime in cui partecipare a un corteo
significa accettare un rischio ulteriore, una possibilità di essere fermati e
trattenuti, soprattutto se si appartiene a categorie già marcate come sospette.
Il decreto interviene anche sul tema dei controlli di polizia con l’introduzione
di un illecito penale specifico per chi non si ferma all’alt delle forze
dell’ordine e fugge mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Anche qui la
misura può apparire, a prima vista, ragionevole: nessuno vuole inseguimenti
pericolosi o fughe che mettono a rischio vite. Ma dentro l’architettura
complessiva, questa norma assume un’altra funzione: aumenta l’area della
punibilità legata non tanto a un danno effettivo quanto al comportamento, alla
dinamica dell’interazione con la polizia. E quando si moltiplicano le occasioni
di controllo, come accade con le zone rosse e con la gestione securitaria dello
spazio urbano, si moltiplicano anche le situazioni in cui un gesto, una
reazione, una paura possono trasformarsi in un reato.
Le zone rosse, infatti, tornano come uno strumento centrale. Si prevede la loro
istituzione nelle aree considerate più a rischio, come le stazioni, con
l’obiettivo dichiarato di prevenire degrado e criminalità. Ma la logica reale è
quella della selezione: stabilire che esistono luoghi della città dove la
presenza stessa diventa un problema, dove alcune persone sono tollerate e altre
no. Le zone rosse non risolvono il disagio, non curano le cause della
marginalità, non riducono la violenza sociale. La spostano, la nascondono, la
reprimono. E soprattutto producono un effetto culturale: rendono normale l’idea
che la città sia attraversabile in modo diverso a seconda di chi sei, di come ti
vesti, di quanti anni hai, di che faccia hai, di che accento hai.
Dentro questo impianto trova spazio anche l’ossessione contemporanea per
l’“emergenza minori”, che il governo usa come chiave narrativa per legittimare
una stretta punitiva. La norma introduce un divieto più netto di vendita ai
minori di diciotto anni di coltelli e oggetti atti a offendere, e prevede
sanzioni amministrative fino a dodicimila euro per i venditori, compresi quelli
online, con la possibilità di sospensione o revoca della licenza. Ma non si
ferma qui. Viene introdotta la possibilità di arresto in flagranza e di adozione
di misure cautelari anche per i minori trovati in possesso di coltelli. E
soprattutto vengono previste sanzioni amministrative “collaterali” molto
pesanti: un minorenne sorpreso con una lama in tasca potrà vedersi sospesi
patente o passaporto e, nel caso di stranieri, addirittura il permesso di
soggiorno. Questo è un passaggio gravissimo, perché costruisce un diritto
differenziale: lo stesso comportamento produce conseguenze diverse a seconda
dello status giuridico. E quando il permesso di soggiorno diventa un’arma
sanzionatoria, la sicurezza non è più un tema penale: diventa un meccanismo di
disciplinamento sociale e di esclusione.
È in questo punto che l’etichetta “maranza”, evocata come se fosse un fenomeno
naturale, rivela la sua funzione politica. Non descrive: designa. Non analizza:
marchia. E marchiare significa produrre una classe pericolosa. Il giovane,
soprattutto se periferico e spesso se migrante o figlio di migranti, viene
trattato come un soggetto da neutralizzare prima ancora che da comprendere. La
politica, invece di affrontare la crisi educativa, la povertà, l’abbandono
scolastico, la segregazione urbana, sceglie la scorciatoia del codice penale. È
più semplice, più comunicabile, più vendibile in televisione. Ed è anche più
devastante.
Nel disegno di legge restano inoltre misure pensate per la cosiddetta
“responsabilizzazione dei genitori” dei minori coinvolti in atti di delinquenza.
La formula sembra ragionevole, quasi morale. In realtà è una costruzione
classista e punitiva: significa trasferire la colpa, rendere la devianza un
fatto familiare, punire economicamente chi spesso è già fragile. È la stessa
logica che attraversa l’intero pacchetto: non curare le cause, ma punire i
sintomi, e farlo nel modo più visibile possibile.
Parallelamente, il pacchetto interviene sull’immigrazione con una doppia
strategia. Nel decreto trovano spazio norme per rendere più rapide ed eseguibili
le espulsioni di immigrati irregolari, in particolare di coloro che non
rispettano l’ordine di lasciare il Paese entro sette giorni contenuto nel foglio
di via. Alla seconda inosservanza, i questori potranno direttamente provvedere
al rimpatrio. Il tema viene presentato come efficienza amministrativa, ma in
realtà aumenta il potere discrezionale e riduce l’area delle garanzie. Quando il
rimpatrio diventa un automatismo accelerato, il rischio è che la persona
scompaia dal campo dei diritti e venga trattata come un oggetto logistico.
Nel disegno di legge restano invece le norme che stringono le maglie sui
ricongiungimenti familiari e quelle che riprendono, con una forma giuridica più
elaborata, l’ossessione del blocco navale. Si prevede infatti la possibilità di
interdire l’attraversamento delle acque territoriali per periodi compresi tra
trenta giorni e sei mesi in presenza di minacce all’ordine pubblico o alla
sicurezza nazionale. È una norma volutamente elastica, costruita su concetti
vaghi come “minaccia” e “ordine pubblico”, che possono essere allargati a
seconda del clima politico e mediatico del momento. Ed è proprio questa vaghezza
che rende la misura pericolosa: non perché sarà usata ogni giorno, ma perché può
essere usata quando conviene, e perché intanto sposta l’orizzonte. La migrazione
viene definitivamente trattata come una questione di difesa, non di diritti, e
il mare come un confine militare, non come uno spazio di soccorso.
Dovrebbero trovare spazio anche provvedimenti sui flussi migratori con
respingimenti coatti, misura su cui il Quirinale avrebbe espresso riserve. E
questo dettaglio, apparentemente tecnico, è politicamente rivelatore. Il
Quirinale interviene raramente in modo esplicito, e quando lo fa significa che
la soglia di compatibilità costituzionale è stata spinta troppo in avanti. Ma la
dinamica è ormai collaudata: si propone una versione estrema, si subiscono
rilievi, si corregge quanto basta per farla passare, e alla fine resta comunque
un impianto più duro di quello precedente. È la politica come avanzamento
graduale dell’eccezione.
In mezzo a tutte queste misure, c’è anche l’inasprimento delle pene per alcuni
reati contro il patrimonio, come i furti in abitazione, con l’aumento dei minimi
e dei massimi edittali. Anche qui, il messaggio è semplice: più carcere, più
severità. Ma l’effetto reale è discutibile, perché la storia della giustizia
penale insegna che l’inasprimento delle pene non riduce automaticamente i reati.
Serve piuttosto a rafforzare un’immagine di governo “duro”, a produrre una
sensazione di controllo. E intanto si continua a caricare un sistema carcerario
già in crisi, mentre la criminalità vera, quella economica, quella organizzata,
quella che divora risorse pubbliche e diritti, resta spesso ai margini della
narrazione securitaria.
Alla fine, ciò che emerge è un disegno coerente. Il dissenso viene trattato come
un problema di ordine pubblico, la marginalità come un rischio, la giovinezza
come un allarme, la migrazione come una minaccia. E su questa base si costruisce
un sistema in cui la polizia ha più strumenti, più margini di discrezionalità,
più possibilità di intervento preventivo, mentre il cittadino – soprattutto
quello che non rientra nei canoni del cittadino “giusto” – ha meno spazi, meno
tutele, meno presunzione di innocenza sociale.
Il punto più inquietante, però, non è la singola norma. È il clima che queste
norme producono e consolidano. Perché un Paese non diventa autoritario solo
quando vieta formalmente la protesta o quando sospende apertamente la
Costituzione. Diventa autoritario quando si abitua all’idea che la libertà sia
condizionata, che l’eccezione sia normale, che alcune persone siano sospette per
natura, che la forza sia più credibile del diritto. E quando ci si abitua, il
passo successivo non fa più scandalo.
Questo pacchetto-sicurezza non promette davvero più sicurezza. Promette qualcosa
di più preciso e più inquietante: la chiusura progressiva degli spazi di
agibilità politica e sociale. Non è una semplice espansione dei poteri di
controllo, è un tentativo di ridisegnare il perimetro di ciò che è legittimo
fare, dire, attraversare, contestare. È la trasformazione della piazza, della
strada, della periferia e perfino dell’adolescenza in territori sotto sospetto,
dove la libertà non è più un diritto pieno ma una concessione revocabile.
E soprattutto, questo impianto costruisce e consolida nuove “classi pericolose”,
come si faceva nei momenti peggiori della storia europea: giovani, poveri,
migranti, figli delle periferie, figure sociali trattate non come cittadini ma
come presenze da disciplinare. Il dissenso viene riscritto come disturbo, la
marginalità come minaccia, la differenza come rischio. È un ritorno a una logica
da Ancien Régime, dove l’ordine non coincide con la giustizia ma con la
gerarchia, e dove lo Stato non garantisce diritti: seleziona corpi, controlla
territori, punisce identità.
Il punto, allora, non è solo che “il controllo raramente torna indietro”. Il
punto è che, una volta normalizzata questa cultura politica, ciò che non torna
indietro è la soglia stessa della democrazia. Perché quando lo Stato si abitua a
governare attraverso paura e repressione preventiva, non sta proteggendo la
società: sta insegnandole a respirare in meno spazio.
da osservatorio repressione
Il terzo reportage fa seguito al Manifesto Per il bisogno di confluire tra terre
emerse e al numero 0.1 Approdo sui territori che combattono la speculazione
energetica
Grazie a ____delia _cry_me e verolialessia per la copertina
1. CAPITOLO “IERI”
INTRODUZIONE SULLE LOTTE STORICHE AMBIENTALISTE TOSCANE E LE NUOVE TENDENZE TRA
PROGRAMMAZIONE DEL TERRITORIO E SEMPLIFICAZIONE
Se da un lato la regione Toscana risulta agli occhi esterni una terra dalle
caratteristiche fisiche e ambientali affascinanti e accoglienti, dall’altro, chi
la vive, fa anche i conti con una realtà più cruda. Un territorio fortemente
mortificato da una serie infinita di scelte concettualmente sbagliate fatte da
chi invece lo dovrebbe tutelare. Scelte che spesso nascondono, ma neanche
troppo, sacche di speculazione e abusivismo edilizio, mancanza di tutela dei
territori, soprattutto delle aree agricole, e di rispetto delle leggi vigenti,
addirittura modificate nel corso degli anni, anche recenti, in base alle
esigenze della parte imprenditoriale. Fatta eccezione per alcuni isolati
episodi, dove la tutela di luoghi viene veramente messa al primo posto – grazie
magari a collaborazioni tra amministrazioni locali e associazioni ambientaliste
territoriali – analizzando nello specifico tutte le aree della regione, si
evidenzia il ripetersi di determinate criticità, il che mette in luce la
mancanza di un indirizzo generale di tutela del territorio, affiancato a
un’assenza di controllo da parte degli organi preposti, sia locali che
regionali.
Una regione come questa, con mare, isole e coste, pianure, colline e montagne,
presenta una notevole serie di aree che, agli occhi di speculatori e politici
poco lungimiranti o interessati più alla cura del proprio essere anziché al
rispetto del mandato politico ricevuto, appaiono un terreno fertile per
interessi privati e personalistici; una tendenza che pone tali aree ben al di là
delle reali necessità del territorio e di chi lo vive. Dando uno sguardo alle
zone costiere si evidenzia come in questi luoghi la speculazione edilizia
l’abbia fatta da padrona nel cambiare i connotati fisici di paesi esistenti già
da tempo, magari anche secoli. Il caso più emblematico è sicuramente la
Versilia, ormai sfregiata nella sua integrità paesaggistico-territoriale, e oggi
sotto attacco anche riguardo al tema viabilità, con l’asse di penetrazione di
Viareggio (600 metri di strada fra la Darsena e l’autostrada a danno della
pineta esistente). Non sono certo rimaste immuni le province di Livorno e
Grosseto, aree soggette soprattutto a espansioni urbanistiche con fini
turistico-residenziali, per soddisfare una sempre maggiore richiesta di domanda
di seconde case. E non si è salvata certamente l’Isola d’Elba, protagonista
negli ultimi mesi di ben quattro alluvioni di grossa entità, frutto sia di bombe
d’acqua che di progettazioni urbanistiche tutt’altro che utili per la tutela del
territorio e dei suoi abitanti. Restando sulla costa, da annotare anche la
crescente richiesta di posti barca, col conseguente proliferare di nuovi
porticcioli o l’ampliamento degli esistenti che ormai ogni paese, più o meno
grande che sia, possiede. Progettazioni che, anche queste, impattano fortemente
sul territorio.
Ma guardando al mare, tutti gli occhi oggi sono puntati sullo stravolgimento del
porto di Livorno: il progetto Darsena Europa prevede fondali più profondi, tre
chilometri di banchine nuove, due milioni di metri quadrati di nuove aree.
Interventi che porteranno nuovi volumi di traffico merci da dover poi
trasportare a destinazione, motivo per cui hanno ripreso forza le voci di
possibili nuovi lavori lungo l’arteria stradale Livorno-Firenze, la FiPiLi
(ampliamento delle carreggiate con possibile creazione di una terza, ticket per
i trasportatori), e lungo la Rosignano-Civitavecchia (trasformazione in
autostrada rispetto alle attuali quattro corsie).
La continua richiesta di disponibilità di immobili invece, da costruire ex novo
o da recuperare spesso con integrazioni di volumi, si è sviluppata in tutte
quelle aree regionali di maggior richiamo, sia rurali che cittadine, non
risparmiando neanche quelle di grande valore naturale-paesaggistico come il
chiantigiano, o città di indubbia importanza storico-culturale come lo stesso
capoluogo di Firenze. Tutte queste criticità, derivanti molto spesso da varianti
urbanistiche che vanno quasi a stravolgere i principi iniziali delle
progettazioni, si aggiungono a vertenze ambientali storiche locali,
problematiche non solo mai risolte ma che in alcuni casi sono andate addirittura
peggiorando nel corso del tempo. Viene in mente lo sbancamento delle Alpi
Apuane, col beneficio dei guadagni per pochi padroni d’azienda a discapito di un
sempre maggiore inquinamento fatto di polveri sottili, e di sversamento di
materiali di scarto nei fiumi locali, oltre che di impatti visivi fortemente
negativi.
L’inquinamento indiscriminato riversato nei fiumi, prodotto in passato da
scarichi industriali derivanti dalle lavorazioni estrattive, oggi è causato dai
rifiuti di aziende senza scrupoli (storiche le battaglie per la salvaguardia dei
fiumi Ambra e Merse, nell’area regionale centro-sud), ma assume anche nuove
forme come l’interramento di materiali tossici mescolati ad altri nella
costruzione di opere pubbliche (il caso più recente è lo scarto conciario Keu
mischiato nell’asfalto e riversato nelle zone tra Pontedera ed Empoli). Tornando
alla questione viabilità, resta alta l’attenzione verso la creazione di una
nuova pista aeroportuale a Firenze Peretola mentre procedono i lavori di
ampliamento degli aeroporti di Pisa e della stessa Firenze, dove tra l’altro,
proseguono gli interventi per l’alta velocità ferroviaria dopo le devastazioni
che negli anni passati hanno interessato l’area mugellana. Degna di nota è poi
la presenza della fabbrica Solvay nel comune costiero di Rosignano Marittimo,
che determina la chiusura permanente di tratti di spiaggia per la presenza di
scarti industriali e mercurio.
Rientra poi nel computo delle criticità anche la presenza di basi militari come
Camp Darby (PI), da decenni il maggiore arsenale militare Usa in Europa, con
tutto ciò che questo comporta: esercitazioni in loco e continui spostamenti di
attrezzature militari. Per la base è previsto un ampliamento che interesserà
anche il Parco Regionale di San Rossore-Migliarino-Massaciuccoli, pertanto
anch’esso soggetto a inquinamento e degrado biologico. Da evidenziare come in
questi ultimi anni da Livorno a La Spezia si sta strutturando uno dei corridoi
centrali della militarizzazione in Italia1.
Per quanto riguarda invece la gestione dei rifiuti negli anni, problema che
persiste tuttora, non sono mai stati raggiunti standard accettabili di
produzione (in eccesso) e di smaltimento (un terzo viene tuttora interrato). Si
lamentano mancanze di infrastrutture, ma al di là di questo, è evidente che
esiste strutturalmente un surplus di produzione di scarti rispetto alla media
nazionale.
Passando poi al tema energetico, di grande impatto ambientale e politico è stata
la collocazione, a Livorno nel 2013 e a Piombino nel 2023, di due
rigassificatori: il primo allocato a 22 km dalla costa, il secondo nel porto
cittadino. A scapito della narrazione che vorrebbe convincere dell’abbandono
delle fonti fossili per la transizione energetica. Transizione che le realtà e i
comitati del territorio toscano vorrebbero senza speculazione ma che così non è,
come dimostra la moltiplicazione degli impianti rinnovabili su scala industriale
che costellano il paesaggio, dagli Appennini alla costa2. Uno dei fattori che
lascia via libera alla speculazione energetica è l’assenza di programmazione e
ragionamento sui territori in funzione dei bisogni di chi li abita, anzi,
assistiamo a una linea governativa che va nella direzione della centralizzazione
e semplificazione in tutte le materie, e in quella energetica in maniera
lampante; ne è un esempio il DL 175 sulle aree di accelerazione e il decreto sul
nucleare del Ministro Pichetto-Fratin.
Proprio a partire da queste considerazioni l’assemblea organizzata insieme alla
Coalizione TESS / Transizione Energetica Senza Speculazione3 sabato 22 novembre
2025 presso Il Santo Villore Vicchio alla Chiesa di San Lorenzo, di cui più
avanti racconteremo il progetto di comunità, è stata introdotta da un intervento
di Anna Marson, professoressa ordinaria di Pianificazione del territorio presso
IUAV di Venezia, in merito al significato del territorio, del paesaggio e della
nostra appartenenza a essi, che ha affrontato il tema con un approccio
ecoterritorialista di cui qui di seguito proviamo a dare un accenno.
Dagli anni ‘70 a oggi assistiamo a un sempre più forte sviluppo della “coscienza
di luogo”, come direbbero Giacomo Becattini e Alberto Magnaghi, principali
ispiratori della Società degli ecoterritorialisti4, ossia di uno “svilupparsi di
un senso di ‘responsabilità locale’ che sapeva coniugare memoria storica,
sviluppo economico legato alle risorse locali, rinascita dell’uso della lingua
minoritaria, senso di orgoglio per forme embrionali di autogoverno5”. Alberto
Magnaghi definisce anche un quadro di prospettiva collettiva a partire da questa
premessa, dicendo che:
la sfida ulteriore riguarda la possibilità di avviare, sul piano sia concettuale
che pratico, una ricomposizione multiattoriale, multidisciplinare e
multisettoriale di questi nuovi campi, progetti e strumenti dello sviluppo
locale, sperimentando iniziative di ricerca/azione che affianchino fattivamente
queste esperienze innescando forme di relazione, riconoscimento reciproco e
cooperazione capaci di superare l’approccio settoriale6.
Questa dimensione, nel metodo, si rifà alla conricerca di Romano Alquati di cui
abbiamo già accennato nel Manifesto di Confluenza numero 07 e nell’articolo di
prossima pubblicazione sui Quaderni della Decrescita, ma che rinfreschiamo sin
da ora a partire dalle sue parole:
La conricerca è un processo aperto in avanti (e non solo) e la sua processualità
aperta è la sua modalità fondamentale. Ed anche nei suoi aspetti di ricerca e
sviluppo teorico é comunque sempre un processo pratico. Aperto non solo perché
comunque sempre ipotetico ed indefinito, nel suo movimento interminato, verso il
futuro; ma anche perché flessibile, con margini di indeterminazione e con
riprodursi continuo di alternative e quindi con una varietà almeno potenziale
inestinta: da cui possa sempre riproporsi e ricercarsi e riprodursi il nuovo,
ulteriore8.
Questo preambolo è utile per sottolineare come oggi si aprano degli spazi e dei
terreni, fisici e concreti, dentro e intorno ai quali è possibile lavorare per
la produzione di una soggettività-contro che, collettivamente e in maniera
processuale, sia capace di definire e agire con una prospettiva di
trasformazione della gestione dei territori e, dunque, dei rapporti sociali. In
questo senso, Anna Marson ha introdotto il concetto di pianificazione dei
territori con riferimento all’ambivalenza di questo tema. Infatti, per
concludere questo spunto teorico, come viene sostenuto da Aldo Bonomi nel suo
contributo dal titoloDai distretti sociali alle bioregioni urbaneapparso
nell’opera collettanea Ecoterritorialismo9:
Magnaghi mi invitava a “cogliere la composizione soggettiva che viene avanti”,
invitando me e quant’altri interessati a delineare tracce e pratiche di
autorganizzazione sociale e comunitaria che, seppure in modo ambivalente,
avessero dentro di sé istanze trasformative capaci di restituire potere alla
società mettendone in discussione il destino di residuo funzionale alla logica
dei flussi. Il tutto alla luce di segnali sempre più evidenti dell’inverarsi di
quella tendenza dell’economia a sussumere la riproduzione sociale e la vita
quotidiana secondo logiche di industrializzazione delle relazioni sociali poste
sulle quali aveva a suo tempo riflettuto romano Alquati (di cui si trova traccia
in Sulla riproduzione della capacità vivente umana. L’industrializzazione della
soggettività, DeriveApprodi, Roma, 2021).
Lasciamo dunque la parola all’intervento di Anna Marson che, a partire dalla sua
esperienza in Regione Toscana, problematizza il tema della pianificazione del
territorio, dei percorsi decisionali, delle procedure semplificate, dell’assenza
di qualunque forma di programmazione. Aspetti che rappresentano un terreno
ambivalente all’interno del quale le realtà sociali, i comitati, le
associazioni, gli aggregati territoriali sviluppano la propria “coscienza di
luogo” contendendosi con le istituzioni locali, alternativamente alleandosi
tatticamente a esse e/o contrapponendosi ai loro tentativi di
strumentalizzazione e imposizione dall’alto, il potere di gestione del
territorio in cui si vive e ci si riproduce a livello sociale.
Conosco purtroppo le strutture di governo della Regione Toscana perché nel 2010
sono stata nominata assessore regionale al governo del territorio e mi sono
fatta tutta la legislatura 2010-2015. C’è una legge sul governo del territorio
in Toscana che è stata più volte ritoccata e che ogni tanto viene citata col mio
cognome, non come legge 65/2014, ma come legge Marson: un piano paesaggistico
che tra mille polemiche ho portato all’approvazione. La cosa grave, secondo me,
sono le deleghe sulla valutazione di impatto ambientale, sulla valutazione
ambientale strategica, sull’energia e altre deleghe ambientali che sono state
sottratte all’assessorato all’ambiente. Quest’ultimo è stato richiesto e poi
effettivamente dato al rappresentante dei 5 Stelle, ma mutilato delle deleghe
nominate sopra che si è tenuto il Presidente della giunta regionale.
Cercherò di parlarvi di come vedo io le procedure per l’approvazione di questi
impianti, quali sono i punti deboli ma anche gli aspetti su cui forse sarebbe
utile focalizzarsi per riuscire a cambiare un po’ le cose, partendo dal fatto
che l’Italia è l’unico Paese europeo che, rispetto agli obiettivi fissati a suo
tempo dall’Unione Europea per la transizione energetica, ha rinunciato a
qualunque forma di programmazione imponendo una regolamentazione dall’alto
(anche sapendo che oggi quegli obiettivi sono cambiati per la stessa EU). È un
caso unico in Europa. Questo credo che dobbiamo tenerlo presente perché in tutti
gli altri Paesi europei, analogamente a quanto è stato fatto in Italia, sono
stati fissati degli obiettivi di quantità di energia prodotta da fonti
rinnovabili ma il come raggiungerli è stato concertato con diversi livelli di
programmazione. In Italia, invece, il governo nazionale ha deciso che
soprattutto i nuovi grandi impianti possono essere realizzati con procedure
semplificate, alla faccia di tutti gli strumenti di pianificazione e di
programmazione vigenti.
La Regione Piemonte, per esempio, aveva un buon piano energetico regionale,
redatto qualche anno fa, ma non ha avuto la possibilità di integrare quel piano
per capire come raggiungere questi nuovi obiettivi, ossia ha dovuto metterlo da
parte e adeguarsi al raggiungimento degli obiettivi di energia fissati dal
governo nazionale. In realtà questi obiettivi quantitativi rappresenterebbero
anche un limite ai nuovi impianti perché le procedure semplificate dovrebbero
applicarsi solo per consentirne il raggiungimento, ma sono in corso di
approvazione e sono già stati approvati progetti per quantità di energie ben
superiori a quelli dei target quantitativi fissati e di questo il Ministero
dell’Ambiente sembra non tenere minimamente conto. Sull’eolico c’è una
concorrenza di progetti enorme, e non tutti in aree con indici di ventosità tali
da garantire la migliore efficienza degli impianti. Eppure quelli presentati in
aree che non garantiscono la piena efficienza dell’impianto non vengono bloccati
in attesa di capire se altri che riguardano le aree a miglior ventosità possano
già essere sufficienti per raggiungere i target.
Come saprete, le regioni erano state chiamate in causa ma soltanto nel precisare
i criteri per le aree idonee e non idonee, distinzione carica di ambiguità
perché gli impianti possono essere presentati anche per le aree non idonee.
Semplicemente, nelle aree non idonee le soprintendenze, quindi gli organi locali
del Ministero della Cultura competenti in materia di vincoli paesaggistici,
hanno il potere di bloccare il progetto in qualche modo, di esprimere parere
negativo, cosa che non vale per le aree idonee, a meno che il progetto non
interessi direttamente proprio un vincolo. Dopodiché a oggi il pallino delle
scelte è in mano al governo che di fatto ha ancor più centralizzato le decisioni
su aree idonee e di accelerazione, anche a seguito della sentenza del Tar del
Lazio che aveva bloccato le procedure per una questione amministrativa andando a
invalidare parte del primo decreto aree idonee in materia di discrezionalità
lasciata in mano alle regioni.
Nel 2011, in cui c’era stata una procedura analoga che aveva chiamato in causa
le regioni con un tempo molto ridotto nello specificare i criteri per realizzare
gli impianti di energia rinnovabile sul territorio, qualcosa di utile a volte le
regioni lo avevano fatto. La Regione Toscana, per esempio, aveva dichiarato che
gli impianti fotovoltaici a terra in area agricola erano ammessi soltanto se di
piccola taglia e promossi direttamente dall’azienda agricola per fornire energia
all’azienda stessa, anche per dare un po’ di reddito integrativo alle aziende
agricole ed evitare scempi del territorio. Oggi siamo veramente in un’altra
prospettiva. L’alessandrino è forse il territorio più devastato da grandi
impianti fotovoltaici a terra. Questi impianti – autorizzati – producono tanta
di quell’energia che la rete non è in grado di assorbire quindi stanno
progettando nuovi tratti di rete, nuove cabine ma per tutta questa energia non
ci sono nemmeno gli utenti, per cui stanno pianificando deidata center affinché
qualcuno la utilizzi: è un cane che si morde la coda, senza via d’uscita.
Non c’è più nessun governo del territorio e da questo punto di vista le energie
rinnovabili sono solo un aspetto del problema. Ho assistito qualche mese fa alla
presentazione di una tesi di dottorato sulla riapertura delle miniere di terre
rare in Piemonte, in montagna o territori marginali, e che in grande silenzio
vengono autorizzate per progetti presentati solitamente da multinazionali che
giungono anche da molto lontano. Nel caso della ricerca di dottorato, l’azienda
che voleva riaprire le miniere era australiana. La strategia nazionale sulle
aree interne, che già era stata rallentata e in qualche modo riportata
nell’ambito delle politiche ordinarie gli anni scorsi, oggi è stata chiusa: il
nostro governo nazionale ha dichiarato che i territori marginali sono “da
abbandonare al loro destino”. Si è detto che tanto vale che la popolazione di
quei territori non sia più in alcun modo sostenuta dalle politiche nazionali, al
contrario di quanto avveniva nei secoli passati. Come ricostruito in un bel
libretto di qualche anno fa dell’antropologo Annibale Salsa, pubblicato da
Donzelli, per mantenere la popolazione in montagna, essenziale per garantirne la
salvaguardia dei terreni e il presidio delle vie di comunicazione trasnazionali,
la montagna godeva di agevolazioni particolari e chi ci viveva non solo pagava
meno tasse, ma aveva delle condizioni privilegiate. Si teneva insomma conto
della difficoltà di mantenere la vita in quei territori. Privilegi che oggi sono
passati alle zone economiche speciali: le zone logistiche, finanziate dal
governo, che anziché aiutare la montagna incentiva la devastazione di luoghi
comodi per nuove attrezzature logistiche, energetiche e così via.
Attualmente, la Direttiva europea 2023/2413 (c.d. RED III) ha sostituito,
rafforzandone i principi, la direttiva 2018/2001 (c.d. RED II), indicando gli
impianti a fonti rinnovabili come opere di interesse pubblico prevalente (dalle
aree idonee si passa alle aree di accelerazione). È ancora presto per tirare un
bilancio, specie delle scelte di implementazione in Italia: se da una parte pare
ci sia attenzione alle aree protette e di valore naturalistico, e che alle
Regioni sia restituita sovranità di decisione, dall’altra si spinge (ai vari
livelli istituzionali EU, Stato, Regione) su quelle considerate “zone di
sacrificio”, a scapito di bonifiche e rispristino, e per tempi amministrativi
ridotti, che rischiano di portarsi dietro una ulteriore estromissione delle
possibilità decisionali dei territori (in Piemonte, per esempio, si va dai
dodici mesi d’attesa per le autorizzazioni oltre ai 150kW di potenza ai sei mesi
in caso di installazioni sotto i 150 kW).
Io credo che si debbano rivendicare con forza delle politiche diverse, il
rispetto della programmazione, un rinnovo della programmazione che deve
coinvolgere i cittadini, gli enti locali, e tutti i soggetti che vivono i
territori. E quindi penso che sia possibile anche trovare degli alleati nelle
amministrazioni locali, dove c’è qualcuno che ragiona ancora con la propria
testa e che non dipende soltanto dagli interessi estranei. La Toscana è
caratterizzata dalla specificità e dalla cultura dei suoi territori.
L’alternativa di governo di questa regione, un po’ diversa da altre parti
d’Italia, era data da tante esperienze di rapporto tra comunità e amministratori
locali, ed è proprio su queste specificità di governo locali che bisognerebbe
far leva. Io credo che dovremmo rimettere a fuoco quello che fanno i politici,
le politiche con cui governano il territorio e dovremmo ricostruire delle
competenze su come si può governare diversamente.
La storia sta andando in direzione opposta. Negli anni 2000 l’Unione Europea
sembrava dar spazio alle regioni nel tentativo di superare gli stati nazionali e
di costruire un’Europa federata anche dal punto di vista politico delle regioni.
Siamo tornati invece a riportare in vita gli stati-nazione, di nazione per la
difesa, di politiche di guerra, una concezione ottocentesca che speravamo
superata. E sappiamo oggi quanto purtroppo in Europa, in Italia ancora di più,
nonostante queste nuove politiche o forse anche a causa di esse il malessere
economico e i divari sociali stiano aumentando.
In conclusione dunque, riprendendo le parole di Alquati:
contro-formazione oggi è innesco di processi di una nuova contro-mutazione
antropologica, anche culturale, mediante contro-trasformazione di soggettività
di agenti umani in ri-soggettivazione, e non solo di soggettività macchiniche,
ed in una combinazione attiva con queste (soggettività dei mezzi) ed in un
contesto in movimento.
L’ambivalenza rimane il cuore della contesa: la scelta sta nel rendere
disponibili le proprie capacità e competenze per essere espropriate nel processo
di valorizzazione del capitale, oppure scegliere di agire in maniera da
riappropriarsi di conoscenze e capacità in senso autonomo. Nelle pagine che
seguono tracciamo una prospettiva, insieme a chi ha organizzato, partecipato, e
si è confrontato con noi nelle giornate A difesa dell’Appennino10, a proposito
di piste vive di lavoro e di cooperazione che guardano a mobilitazioni e a
percorsi di indagine e approfondimento in merito alla speculazione energetica
nel territorio toscano.
2. CAPITOLO “OGGI”
LE LOTTE “ATTUALI”
SOLE
La piaga del fotovoltaico industriale è una storia di accaparramento dei terreni
e trasformazione della loro vocazione, una storia di ribaltamento delle priorità
che per lungo tempo hanno armonizzato paesaggio e cultura. Quei vincoli che
prima erano dei paletti obbligatori per i residenti, che dovevano preservare il
paesaggio agreste tipico delle campagne toscane, sono stralciati da progetti di
monoculture di pannelli. Il nostro viaggio inizia in uno dei paesi colpiti da
questa trasformazione che mina non solo il paesaggio ma anche la storia, la
tradizione e la cultura degli abitanti di un territorio.
Siamo state alla Piana di Mommio a visitare Anna, componente del Comitato dei
cittadini di Piano di Mommio: no al fotovoltaico sul suolo nei terreni agricoli,
che ci ha raccontato della loro attivazione in risposta al progetto calato sulle
loro teste.
Massarosa, comune di circa 20.000 abitanti nella provincia di Lucca. La “Valle
Verde”: così, fino a pochi mesi fa, gli abitanti della zona chiamavano questo
territorio. Una distesa agricola, vecchi casolari dell’Ottocento, il profilo
delle colline sullo sfondo e un terreno fragile, umido, modellato dai rapporti
agricoli con la terra. Oggi, chi si affaccia alla finestra vede un’altra
immagine: file di pannelli fotovoltaici, una selva di ferraglia al posto dei
girasoli.
Incontriamo Anna del comitato cittadino nato spontaneamente negli ultimi mesi,
composto da una quindicina di residenti tra Massarosa e il vicino comune di
Camaiore. Ci accompagna lungo i campi trasformati in cantiere. “Qui”, dice, “la
Valle Verde è diventata la Valle Pannelli”. Il comitato si è costituito quando i
residenti hanno iniziato a collegare i segnali sparsi che arrivavano tramite
passaparola. La scintilla scatta il 10 dicembre 2023: Anna ricorda di essersi
messa immediatamente in contatto con il Comune per capire cosa stesse accadendo.
Dall’altra parte, però, le risposte sono vaghe, poco rassicuranti. Per settimane
cala un silenzio sospeso, un immobilismo ufficiale che non convince del tutto.
Dopo le prime rassicurazioni del vicesindaco infatti, nel febbraio 2024 il
progetto viene valutato come conforme e approvato per poter essere attuato. Il
comitato si è da subito attivato per frenarne l’avanzata tramite interpellanze
al sindaco, formazioni con gli esperti, osservazioni, PEC in cui si descrivono
le varie criticità. Poi, il 10 febbraio 2024, il quadro cambia all’improvviso:
il vicesindaco chiama Anna e le comunica che la società proponente ha presentato
tutta la documentazione necessaria. «Non si può fare più nulla», le dice. È così
che il progetto prende forma nella sua dimensione reale: un impianto
fotovoltaico di due ettari e mezzo a ridosso delle abitazioni di Massarosa. Il
comitato decide allora di chiedere un incontro urgente con il sindaco. Quel
pomeriggio, entrando nella sala comunale, si trova davanti l’intera giunta,
compreso l’ufficio tecnico. È in quel momento, racconta Anna, che si alza il
coperchio e la vicenda mostra tutta la sua complessità.
Oggi i cittadini denunciano una trasformazione radicale del paesaggio: da un
campo di girasoli a un’area fitta di strutture metalliche, visibili a pochi
metri dalle loro finestre. Una presenza ingombrante che ignora la vicinanza
delle abitazioni, una distanza ravvicinata che rimane infatti uno dei punti
più contestati. Ci spiega: “Qui vive una famiglia con due bambini. E’ assurdo
che la normativa italiana non preveda una distanza minima”. La legge in materia
di impianti rinnovabili parla di vicinanza a zone industriali e alla viabilità
ma niente afferma per quanto riguarda la vicinanza alle abitazioni. Gli impatti
legati alla prossimità a un impianto di tale portata, anche se non ancora
certificati, possono esistere: già alcuni studi di importanza minore provano
l’esistenza di conseguenze sulla salute umana, legate non solo alla presenza dei
pannelli ma anche alle cabine di accumulo, parte dell’insieme del progetto. Il
comitato ha chiesto quindi ad alcuni parlamentari di presentare un emendamento
specifico che andasse a ricoprire questa mancanza giuridica: la distanza tra un
impianto industriale e una casa dovrebbe essere almeno di 500 metri.
C’è poi un problema non di poco conto legato alla strada, un incrocio già
pericoloso di per sé, percorso da studenti e lavoratori: i camion si fermano in
mezzo alla carreggiata per scaricare i materiali. “La sicurezza dei cittadini
viene considerata sempre l’ultimo tassello quando si guarda più agli interessi
economici dei privati che creano questi scempi”.
Camminando lungo il perimetro del cantiere, ci accorgiamo che qui l’acqua
ristagna. “Ora c’è un acquitrino. Noi, per costruire o ristrutturare le case
abbiamo dovuto fare rilievi con l’ingegnere idraulico, mettere tutto a norma.
Loro invece non hanno chiesto niente. Sembra che ci siano due pesi e due misure.
Viene giustificato in nome del green, che green poi non è”. Il terreno è stato
preso in affitto a 500 euro al mese: 6.000 euro l’anno per trent’anni.
“Cinquecento euro oggi non valgono niente. Figuriamoci tra dieci anni. E siamo
sicuri che queste società esisteranno ancora?”. Chi vive qui teme di perdere ciò
che ha costruito negli anni: il valore delle case, le attività agricole, una
fattoria appena avviata, i campi coltivati.
Le preoccupazioni dei residenti riguardano anche la solidità della società che
gestisce l’impianto. Spesso in questi casi si tratta di aziende con capitali
sociali minimi, che accedono a finanziamenti pubblici legati al PNRR, realizzano
gli investimenti e poi lasciano le comunità locali senza reali garanzie. Nei
contratti è previsto lo smantellamento dell’impianto a fine ciclo ma – in caso
di fallimento della società – le clausole resterebbero solo sulla carta. Se la
stessa non dovesse più esistere, nessuno si assumerebbe la responsabilità di
rimuovere le strutture, lasciando sul territorio una distesa di ferraglia
destinata a restare indefinitamente, con il rischio che saranno poi gli stessi
residenti a dover pagare direttamente lo smantellamento. Anna e il suo comitato
si chiedono: “Se un domani dovesse succedere che una di queste società fallisce,
chi è che va a smantellare tutto questo impianto, tutta questa ferraglia?”
Ma chi c’è veramente dietro questa società? Una serie di scatole cinesi che
portano a una scoperta che fa rabbrividire. Dal cartello all’entrata nel
cantiere le società interessate all’installazione dei pannelli risultano essere
Sunprime Solar Belt con sede a Milano, un’impresa esecutrice sempre collegata a
Sunprime e un’impresa subappaltatrice SE.CO. srl. Entrambe le aziende Sunprime
hanno capitale sociale di 10 mila euro con socio unico (a fronte di un valore
dei lavori di 1 milione e mezzo di euro), hanno identica sede allo stesso
indirizzo e fanno parte di una stessa holding. Dalla visura camerale infatti
risulta che la Sunprime Holdings srl abbia un capitale sociale di 17.123.300,00
di euro, un presidente del CDA israeliano e che abbia raccolto oltre 90 milioni
di euro di equity da Nofar Energy, una società internazionale di energie
rinnovabili quotata alla borsa di Tel Aviv e da Noy Fund, il più grande ed
importante fondo infrastrutturale israeliano.
“Io dico che qui c’è il sangue di qualcuno”. Anna ci racconta le sue ricerche
per approfondire la struttura della società che sta realizzando l’impianto,
scoprendo legami con capitali israeliani. Una scoperta che ha aggiunto un
ulteriore livello di coinvolgimento emotivo e politico alla protesta: sulla
strada è comparsa una bandiera palestinese
La riunione organizzata in autunno per informare la cittadinanza in paese, ha
preso però atto del messaggio fatto passare dall’amministrazione comunale,
secondo cui l’opera fosse ormai inevitabile. Il 6 ottobre, a sorpresa, Anna e il
comitato hanno cominciato a vedere installare nel campo le reti arancioni, i
cartelli e quindi l’effettiva apertura del cantiere. Nessuna figura
istituzionale si è mossa per raccogliere le loro valide ragioni. Intanto il
terreno ormai dilaniato subisce il peso delle forti piogge di questa settimana:
non è più quello di prima e appare massacrato da ruspe e camion ma non per
questo Anna e i suoi compagni si sono arresi, continuando a farsi vedere e
sentire. La mobilitazione continua, fino all’ultimo pannello posato. Hanno
scritto articoli per la stampa locale, affisso striscioni lungo le strade,
realizzato manifesti più volte rimossi e poi nuovamente esposti. Per il comitato
la battaglia non è più soltanto contro un impianto fotovoltaico ma contro
un’idea di sviluppo calata dall’alto, priva di garanzie e scollegata dalla vita
quotidiana di chi abita questi luoghi.
A rendere ancora più evidente questo scollegamento è il confronto con ciò che
manca. “Ci mancano le cose essenziali per vivere. Non ci sono le fognature”. I
servizi primari non sono mai realmente arrivati e non c’è interesse a investire
sulle infrastrutture di base. È un paradosso: mentre si autorizza un impianto
energetico green, restano irrisolti bisogni elementari come la rete fognaria.
Una sproporzione che rafforza la convinzione di abitare un territorio
considerato utile solo quando può generare profitto, ma marginale quando si
tratta di garantire servizi fondamentali.
A rafforzare la sensazione di un intervento imposto è anche l’assenza di
risposte sul destino dell’energia prodotta. Anna racconta di aver chiesto al
Comune quale sia il reale fabbisogno energetico di Massarosa e quanta
elettricità dovrebbe generare l’impianto, senza ottenere dati chiari. L’area
interessata oggi è di due ettari e mezzo ma il rischio è che si estenda anche su
altre zone. Anna, concludendo, si chiede: “Porterò i bimbi a vedere i campi o li
porterò a vedere i pannelli?”
L’agrivoltaico e il fotovoltaico dilagano anche sul resto della regione:
un’altra area fortemente colpita è la Val di Cornia. Marco, giovane agricoltore
del territorio, racconta l’assalto che le aziende stanno mettendo in campo per
accaparrarsi quest’area, nota per essere una delle più fertili e quindi adatte
alla coltivazione, in quanto pianura alluvionale. Una zona da sempre a vocazione
agricola, soprannominata anche Orto della Toscana. La Val di Cornia, ci spiega
Marco, è una pianura costiera collocata di fronte all’isola d’Elba, qui sono
diversi i progetti che minacciano il territorio: 350 ettari tra fotovoltaico,
agrivoltaico e pale eoliche. Attualmente sei progetti di eolico sono già stati
costruiti sul lungomare e a questi se ne dovrebbero aggiungere un’altra ventina.
Una colonizzazione del paesaggio che prosegue nell’entroterra preso d’assalto
dalle aziende energetiche, vista l’assenza di aree protette o siti di interesse.
Aziende che considerano quest’area a completa disposizione per progetti di
rinnovabile industriale nonostante la Val di Cornia rappresenti un territorio di
immenso valore, pur senza l’esistenza di riconoscimenti formali in tal senso.
Marco, insieme a Serena e Francesco, ha raggiunto l’assemblea a Villore, tutti e
tre fanno parte del Comitato Terre di Val di Cornia che si batte contro questi
progetti e contro le procedure per la loro attuazione, tra cui quelle di
esproprio. Sebbene per i progetti fotovoltaici l’esproprio sia consentito solo
per opere annesse o cavidotti, è invece consentito sempre per l’eolico, dove le
procedure da addizionare sono tantissime. Attraverso osservazioni e
sensibilizzazione tra la popolazione il comitato informa e inchiesta per frenare
gli immensi impatti che provocherebbero i progetti che giorno e notte continuano
ad essere proposti nella zona.
VENTO
L’aggressione selvaggia alle aree interne continua anche in altre zone della
Toscana e viene portata avanti nei luoghi in cui persistono, nella complessità,
altre attività agricole: terreni difficili da lavorare, ma comunque preziosi,
incastonati nell’Appennino Tosco Romagnolo. Una zona particolarmente colpita da
progetti di eolico industriale è quella del Mugello, conosciuto per la sua
bellezza, biodiversità, per le marronete e le reti idrografiche. Sono questi
crinali i custodi di acqua pura, la poca ormai rimasta, vista la situazione
della Regione Toscana che presenta una qualità delle acque degradata. È in
queste località che sorge il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi che,
nonostante sia un’area protetta riconosciuta, sta subendo la devastazione dei
propri crinali.
Fabrizia fa parte, con il Comitato Tutela Crinale Mugellano, dellaCoalizione
ambientale TESS. Il coordinamento raccoglie 140 soggetti tra comitati e
associazioni nel territorio e collabora con numerosi enti tra cui ISPRA, ENEA e
il CNR per proporre una pianificazione energetica senza consumo di suolo,
devastazione ambientale e senza la perturbazione di terreni rurali, agricoli o
di sistemi naturali. Da più di 5 anni i comitati di cui fa parte Fabrizia,
ilComitato Tutela del Crinale Mugellano, iComitati territoriali uniti del
Mugello e, più recentemente, il Comitato Crinali Liberi Londa, insieme alla
Coalizione TESS, nata nel 2024, si battono per difendere queste aree.
A Villore dove sono già cominciati i lavori per un impianto eolico industriale,
il disastro è davanti agli occhi di tutti. A questo scempio già in atto si è
appena aggiunto un nuovo progetto che dovrebbe sorgere a Londa, porta di accesso
del Parco delle Foreste Casentinesi. Le pale si troverebbero a 800 metri dal
parco protetto e la loro costruzione è stata presentata ad agosto da Hergo
Renewables ENI, senza che la popolazione ne fosse informata in precedenza.
Proprio il giorno dell’assemblea, il 22 novembre, il comitato nato per
salvaguardare queste aree, Comitato Crinali Liberi Londa, ha presentato una
lettera aperta in cui afferma che, ancora prima della pubblicazione del progetto
da parte della Regione, erano già iniziati gli avvicinamenti con i vari
proprietari per la proposta di vendita dei terreni senza rivelare la finalità.
Ciò consente di avere meno opposizione e di avere già disponibili i terreni
necessari all’installazione delle pale, prima ancora dell’approvazione del
progetto in cambio di benefici economici e monetari.
Nelle settimane successive al nostro incontro i comitati hanno continuato a
mobilitarsi e si è tenuta un’assemblea pubblica a Rincine, giovedì 18 dicembre,
a cui è stato invitato il Sindaco per presentare il progetto di impianto
industriale eolico Londa. Durante l’assemblea, come viene riportato nel
comunicato conclusivo, la popolazione ha espresso piena contrarietà all’impianto
eolico, mentre il Sindaco ha ribadito di non essere contrario per preconcetto e
di voler trattare con la società eolica Hergo Renewables ENI per le
compensazioni. Gli interventi dei partecipanti hanno denunciato la mancanza di
una tempestiva informazione e il coinvolgimento della popolazione, in quanto il
Sindaco affermava che “dalla presentazione della documentazione ad agosto fino
alla pubblicazione del progetto, a dicembre, non se ne poteva parlare”.
La popolazione intervenuta ha manifestato contrarietà al progetto sottolineando:
* il grande e irreversibile impatto ambientale sul crinale per il progetto
eolico che prevede 6 pale alte 200 metri da Croce ai Mori alla Consuma;
* l’inconciliabilità e l’incompatibilità di Londa, comune del Parco, con
l’industrializzazione dei crinali confinanti con il Parco Nazionale Foreste
Casentinesi, che si è espresso contrario all’impianto eolico in sede formale
deliberativa e in modo pubblico sulla sua pagina Facebook ufficiale;
* la svalutazione ambientale, sociale ed economica del capitale naturale di
Porta di accesso al Parco Nazionale;
* la distruzione del paesaggio, che annichilisce l’attrattiva turistica su cui
le varie amministrazioni negli anni hanno puntato come volàno di sviluppo;
* l’inquinamento acustico e visivo dell’impianto in prossimità di abitati e
agriturismi;
* la compromissione di attività legate a turismo, accoglienza, ristorazione e
produzioni locali.
A conclusione dell’assemblea, alcuni interventi hanno richiesto al Sindaco e
all’Amministrazione di “opporsi decisamente all’industrializzazione eolica dei
crinali di Londa” o di dimettersi. Condividiamo un’ulteriore riflessione esposta
da Fabrizia durante l’assemblea, che ci sembra rilevante per riflettere insieme
su come vengono concepite le aree interne e sul perché vale la pena lottare per
sfatare alcuni miti inventati dalle lobby ambientaliste e delle rinnovabili:
I territori selezionati sono quelli dove credono ci sia meno resistenza, come
quelli dell’Appennino, dove gli insediamenti abitativi sono scarsi, le
cosiddette aree interne che loro chiamano marginali. Territori definiti
disabitati o abbandonati (vedi le affermazioni di Legambiente e altre
eco-lobby), a torto. Territori definiti senza futuro, quindi ritenuti adatti
all’industrializzazione, dove l’unico benessere che può arrivare è in termini di
soldi a queste comunità ormai ritenute condannate e destinate al non futuro. Noi
pensiamo tutto il contrario. Sappiamo bene che le persone che abitano queste
aree sono persone rimaste o che ritornano alla montagna, che faticano a vivere e
quindi non hanno grandi mezzi o risorse per opporsi a differenza di altri
territori. Dove ci sono grandi proprietà, grandi ville, personaggi famosi, i
mezzi per opporsi non mancano, per cui quelle zone non vengono neanche
considerate.
L’altro lato della medaglia, come sottolinea Marco, è che i progetti di pannelli
non li fanno, come originariamente dicevano di voler fare, sui terreni
degradati, incolti, marginali, ma al contrario sui terreni più comodi.
I terreni più comodi sono quelli in piano, i terreni in piano sono quelli più
fertili, come ad esempio in Val di Cornia. In quella zona il suolo è diviso in
otto classi, dalla 1, quella dei terreni più fertili perché polivalenti, che non
hanno problemi di inquinamento, di struttura, fino alla classe 8 dei terreni in
alta montagna, terreni più poveri, difficili da lavorare. La nostra zona, la Val
di Cornia, ha questa benedizione di avere quasi solo suolo di classe 1 e in
Toscana sono poche queste aree. L’insediamento dei pannelli è possibile perché
questi proponenti molto ricchi arrivano su zone agricole impoverite da un
sistema che sta facendo scomparire letteralmente la produzione agricola.
Arrivano dei personaggi che dopo aver riempito le zone di Battipaglia nel sud o
piuttosto zone intorno a Bergamo di serre, che fanno diventare veramente delle
pianure come Almeria, questi mari di plastica, arrivano in zona e comprano
tutto.
Questa è una conseguenza e magari anche un fattore di accelerazione di un
fenomeno molto più grave e molto più profondo che è il fallimento totale
dell’agricoltura, su cui torneremo più avanti. E’ importante però sottolineare
il paradosso narrativo di chi propone/impone i progetti, siano essi eolici o
fotovoltaici, che di fatto rende idoneo qualsiasi terreno: che si tratti di
montagna o di pianura ci sarà un impianto adatto a quel territorio che dovrà
adeguarsi alla speculazione energetica.
ACQUA
Nel nostro percorso di avvicinamento alla due giorni nell’Appennino abbiamo
fatto tappa a Empoli, dove Edoardo e Gabriele, due attivisti studenti
universitari, ci hanno raccontato del fermento che la anima focalizzandosi sul
Comitato Empoli del Sì, nato al fine di sostenere il Sì al referendum comunale
tenutosi il 9 novembre 2025 per l’abrogazione della delibera con cui il Comune
ha aderito al progetto Alia Multiutility Plures.
Per comporre il quadro del territorio un’ulteriore risorsa sotto attacco in
Toscana è infatti proprio l’acqua, oltre al sole e al vento. Una storia che
intreccia temi importanti come la finanziarizzazione delle risorse naturali, la
privatizzazione dei servizi pubblici, gli interessi che muovono i partiti che
nelle amministrazioni locali dovrebbero tutelare la cittadinanza. Ci racconta
anche di un’attivazione inedita, in una cittadina come Empoli che ha portato
sino alla costruzione di un Referendum comunale, creando un precedente
interessante di presa di protagonismo della popolazione.
In un bar nei pressi dell’Università di Empoli i ragazzi ci raccontano che il
progetto della multiutility toscana quotata in borsa nasce nel 2022 all’interno
del Partito Democratico e che inizialmente si propone addirittura di avere una
portata regionale (una multiutility che gestisca i servizi di tutta la regione)
ma che nella realtà a oggi ha visto l’adesione delle “sole” province di Prato,
Firenze (tra cui Empoli con un ruolo importante), Pistoia, ed alcuni comuni
nell’aretino. L’intento era quello di creare una grande società, una grande
holding finanziaria, che raggruppasse al suo interno tutte quelle aziende che in
precedenza gestivano individualmente i servizi pubblici essenziali. Nello
specifico i tre settori coinvolti sono quelli dell’acqua, dei rifiuti e
dell’energia. Lo sviluppo di questa multiutility parte dalla decisione da parte
dei comuni delle tre province di fondere le società che gestivano i servizi in
questione sui loro territori in Alia S.p.A., società mista pubblico-privata che
già gestiva i rifiuti nelle tre province coinvolte. La società ha poi preso il
nome di Plures S.p.A.
Nonostante la grande importanza del tema trattato, in questi anni l’informazione
nei confronti della cittadinanza dei comuni coinvolti è stata pressoché nulla.
“A Empoli si è riusciti a fare un po’ di informazione locale anche sulla scia
della recente lotta contro il gassificatore e grazie alla presenza di vari
comitati nati negli ultimi anni, uno su tutti Trasparenza per Empoli, e di
realtà politiche che hanno una conoscenza molto approfondita di certi argomenti
e sono pertanto in grado di spiegare le contraddizioni di certi progetti”, come
ci racconta Edoardo.
La prima contraddizione riscontrata riguarda l’obbligo di gara per il servizio
idrico: il progetto della multiutility va infatti a scontrarsi con l’esito del
referendum abrogativo del 2011 che abrogava appunto la legge del governo
Berlusconi riguardante l’obbligo di gara per l’acqua. Plures è stata invece
presentata in maniera propagandistica e mistificata, spacciata per una società
pubblica sebbene non rientrasse nel modello di gestione in house nonostante
l’intero capitale pubblico iniziale, proprio perché destinata da statuto alla
sua quotazione in borsa, e quindi soggetta all’obbligo di gara per ottenere i
servizi.
I modelli di gestione dei servizi pubblici sono fondamentalmente tre: quello
interamente privato, individuato tramite gara, il mix pubblico-privato in cui un
privato, individuato sempre tramite gara acquisisce una quota della società
pubblica e la gestione del servizio con una scadenza predeterminata, e il
modello in house. Come più volte spiegato dal Comitato Empoli del Sì, l’in house
è l’unico modello di gestione realmente pubblica possibile a oggi in Italia, in
cui i comuni sono proprietari al 100% ed esercitano un controllo totale sulla
società, che fornisce servizi solo sui loro territori. Questa forma di gestione
consente pertanto un affidamento diretto del servizio senza passare da una gara
a livello europeo obbligatoria per tutte le altre forme di gestione, con il
conseguente rischio di affidamento a un’azienda interamente privata e aliena al
nostro territorio. Per l’esattezza, anche l’in house è una società di diritto
privato, motivo per cui negli anni il Forum dei Movimenti per l’acqua ha chiesto
anche attraverso proposte di legge che fosse ripristinata, come accadeva in
passato, la possibilità di gestire i servizi anche attraverso società di diritto
pubblico come le aziende speciali o le municipalizzate, su cui il controllo
democratico era ancora più forte. Tuttavia il referendum del 2011, così come le
proposte di legge, non è soltanto rimasto inascoltato, ma anche attivamente
tradito attraverso una costante pressione nei confronti dei comuni affinché
questi mettessero a gara i servizi pubblici locali, introducendo vincoli
all’accesso ai fondi pubblici o come accaduto durante il governo Draghi nel 2022
che ha imposto più stringenti obblighi di motivazione laddove non si ricorra al
mercato.
La multiutility, come specificato all’interno della delibera che si intende
abrogare con il referendum, ha come obiettivo ultimo la quotazione in borsa,
perseguendo in tal modo lo stesso modello delle altre grandi multiutility
presenti in Italia: Iren, Acea, A2A, Hera. Un modello di natura fortemente
antidemocratica che porta alla creazione di vere e proprie arene decisionali
inaccessibili ai comuni più piccoli o ai consiglieri comunali anche dei comuni
più grandi, come avvenuto a Firenze dove a un consigliere comunale è stato
negato l’accesso ai contenuti di un consiglio d’amministrazione della società
gestore.
Altro punto da sottolineare è la suddivisione assolutamente diseguale delle
quote al suo interno, con Prato e Firenze che da sole ne detengono la stragrande
maggioranza, escludendo quindi i piccoli comuni dal potere decisionale.
Osservando questi modelli di gestione liberista la tendenza che si rileva in
generale è la costituzione di società miste tra pubblico e privato, dove
quest’ultimo detiene solitamente il 30-40% della partecipazione ma prevale di
fatto quando si tratta di scegliere le politiche aziendali. Queste società hanno
infatti come obiettivo principale da statuto quello di generare e dividere
utili: la loro natura è fortemente privatistica, cioè orientata al profitto e il
meccanismo per raggiungere l’obiettivo è il ricarico della tariffa sulle tasse
dei cittadini). Il regime tariffario di questi servizi, il full cost recovery,
impone in ogni caso di ripagare i costi di gestione e di investimento tramite la
bolletta, a cui però si aggiungono gli utili per gli azionisti, siano essi i
comuni o i privati. Gli oneri di sistema introdotti in tariffa servono appunto a
questo: importi che non corrispondono a un servizio offerto, bensì a una tassa
occulta aggiuntiva che in proporzione alle quote detenute viene divisa tra soci
pubblici (i comuni) e privati, tra l’altro neanche progressiva (una sorta di
flat tax aggiuntiva).
E Gabriele aggiunge ancora: “il tema con cui abbiamo cercato di sensibilizzare
le persone è il rischio legato a una svendita di settori strategici anche per la
crisi ambientale – energia, rifiuti, acqua – a una società che in futuro verrà
quotata in borsa. Perché la domanda da porci è sempre la stessa: questi soggetti
penseranno all’ambiente, magari incentivando la raccolta differenziata, oppure
penseranno a far profitto? A titolo di esempio, per una società del genere
bruciare rifiuti per generare energia sarebbe l’ideale, tant’è che tra gli
obiettivi di una delle società fondatrici di Plures c’è la creazione di un
inceneritore, presentato però come pirogassificatore o distretto circolare,
termine che lo rende più attraente con il suo falso alone di economia circolare,
no?”. I più giovani del comitato hanno anche cercato di coinvolgere la
mobilitazione per la Palestina, proponendo una riflessione sulla connessione tra
la multiutility e l’economia del genocidio, resa ancor più evidente dal fatto
che il presidente di Estra, una delle società controllate dalla multiutility,
Francesco Macrì fa parte anche del consiglio d’amministrazione della Leonardo
S.p.a.
In termini assoluti il risultato del referendum comunale non ha raggiunto
l’obiettivo sperato in quanto il numero di partecipanti è stato all’incirca il
30% dei residenti di Empoli, tra i quali il “sì” è stato praticamente il voto
assoluto. E’ comunque un risultato che va valutato anche tenendo conto
dell’assenza di informazione istituzionale e del boicottaggio sistematico da
parte del Comune (dimezzamento dei seggi elettorali e loro accorpamento, seggi
senza ingressi segnalati o con strada non illuminata, organizzazione di eventi
in città la domenica del voto, zero comunicazione sui social comunali), di
un’amministrazione di “centro-centro-centro sinistra” che pur sollecitata più
volte non ha mai preso posizione sul quesito referendario. Non ultimo il parere
negativo sull’accorpamento del referendum alle elezioni regionali, richiesto dal
comitato, che avrebbe incentivato la partecipazione democratica e diminuito la
spesa.
Nella pratica dunque l’unica fonte di informazione attiva in città durante i due
mesi di campagna referendaria è stato proprio il Comitato del Sì, un gruppo nato
da poche persone che via via si è ampliato ma dotato di mezzi e risorse
limitati; a ogni buon conto una piccola realtà che si è spesa fino alla fine.
Una vittoria del “Sì” avrebbe comportato per il comune di Empoli, al momento
della quotazione in borsa della multiutility, la possibilità di uscire riavendo
indietro i capitali conferiti e optare per un altro modello di gestione. Così
purtroppo non è accaduto ma c’è di più: una dichiarazione rassicurante del
sindaco, post referendum, in cui si dichiarava da sempre contrario alla
privatizzazione dell’acqua e alla futura quotazione in borsa, richiamando una
delibera approvata frettolosamente prima del referendum che impegnava il sindaco
stesso a votare in modo contrario nel Cda di Plures. Una dichiarazione goffa e
creata ad arte per confondere: nella realtà è facile immaginare quanto poco
possa contare il Comune di Empoli col suo misero 3% di quote in un’assemblea dei
soci contro colossi come Prato e Firenze. Resta il fatto che argomenti molto
tecnici come questi creano una certa difficoltà di divulgazione e si prestano
bene a essere depoliticizzati per fare falsa informazione.
Alcune note positive in questa faccenda però sembrano esserci perché proprio nei
giorni in cui ci siamo incontrati è trapelata la notizia che l’Autorità Idrica
Toscana sembrerebbe voler prorogare di un anno la concessione a Publiacqua della
gestione del servizio idrico nella Conferenza dei servizi, nell’ottica di
costituire in seguito una società in house scongiurando così il pericolo della
gara. “Noi non ce lo aspettavamo davvero!”, ci spiegano i due attivisti, “è
stata una grossa sorpresa. Evidentemente la consulta referendaria ha smosso
qualcosa ai piani alti, sebbene non si sia vinto”. Un altro segnale di
cambiamento sembra poi toccare anche il Partito Democratico empolese “renziano
di destra”, se si pensa che all’ex sindaca di Empoli, Brenda Barnini, nonostante
i 10mila voti presi alle elezioni regionali, non sia stato dato l’assessorato
(lei era tra le maggiori fautrici del progetto multiutility, difendendolo a
spada tratta adducendo che la quotazione in borsa era un cambiamento
assolutamente migliorativo). Lascia ben sperare poi anche il fatto che ci siano
altri comuni che si stanno mobilitando chiedendo consigli al Comitato del Sì in
merito al referendum comunale, uno strumento a oggi ben poco usato. Da questo
momento il comitato si propone di svolgere una funzione vigilante sui prossimi
sviluppi mantenendo però attiva la protesta perché, fermo restando i recenti
segnali positivi, per poter realmente costituire una società in house dovranno
essere apportati cambiamenti strutturali a livello di statuto della
multiutility.
Nel congedarci con Edoardo e Gabriele riflettiamo su alcuni punti che questo
incontro ci ha fornito. Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte a un progetto
calato dall’alto, privo di informazione ai cittadini e coronato dal boicottaggio
di uno strumento democratico quale è il referendum: un’ulteriore testimonianza
del distacco ormai creatosi tra rappresentanza politica e cittadinanza.
Constatiamo inoltre la tendenza contemporanea verso uno spudorato tentativo di
imporre un processo di finanziarizzazione delle nostre vite, uno step over
rispetto alla semplice concessione (più o meno temporanea) al privato: qui si
arriva alla (s)vendita definitiva di pezzi delle società a gruppi finanziari.
Progetti dunque voluti dai colossi della finanza, quegli stessi che controllano
le altre grandi multiutility quotate in borsa in Italia (Black Rock, Vanguard,
State Street) generando enormi utili.
L’esperienza di Empoli ci mostra però anche un’altra cosa: il senso di comunità
venutosi a creare in città dopo le proteste di qualche anno fa contro il
gassificatore, è stato un fattore determinante per la crescita di un sentimento
di appartenenza popolare dal basso. Il referendum, le mobilitazioni per Gaza
degli ultimi mesi, l’interesse mostrato da alcuni comuni limitrofi nei confronti
del fermento cittadino, la continua nascita di nuovi comitati e il recente
impegno nel contrasto al consumo di suolo legato alla “rigenerazione urbana”
gravitante attorno allo stadio, sono tutti elementi interconnessi tra loro. Un
territorio nel quale un’importante singola lotta (contro il gassificatore) ha
funto da apripista nello sviluppo di una motivazione popolare, radicando realtà
cittadine che hanno sviluppato competenze e in questi ultimi anni hanno svolto
un grande lavoro politico. La condivisione di saperi e di esperienze delle
singole lotte all’interno dei territori al fine di dare maggiore voce e forza
alle ragioni di tanti No è una direzione da seguire.
“Da gocce a fiume per far salire la marea”, il tema dell’acqua ritorna durante
il viaggio avvicinandosi al Mugello e coloro che hanno seguito e continuano a
seguire le vicende delle gallerie costruite per le linee ferroviarie Alta
Velocità in Val di Susa ricorderanno la situazione del Mugello, in Toscana, dove
i lavori hanno causato il prosciugamento definitivo di torrenti e sorgenti.
Vennero infatti prosciugati 81 corsi d’acqua, 37 sorgenti, una trentina di pozzi
e cinque acquedotti. È il lascito della Tav del Mugello, 73.3 km di binari sotto
gli Appennini che collegano l’Emilia Romagna e la Toscana, come riporta un
articolo del 2019 di Radio Città Fujiko11. Suggeriamo la visione del
documentario realizzato da IDRA12, Associazione di cittadini che negli anni ha
portato avanti l’opposizione all’Alta Velocità in Mugello.
TERRA
Gli impatti sull’ecosistema del territorio
Gli impatti di cui si parla, molto spesso sono quelli che riguardano il
paesaggio, le trasformazioni della viabilità, la mancanza di servizi, l’attacco
alla biodiversità.
Ne hanno fatto accenno gli interventi di Anna di Pian di Mommio, in particolare
sollevando la questione delle trasformazioni del paesaggio non solo per una
volontà di conservazione estetica, quanto più per le conseguenze concrete che
queste possono apportare alle risorse del territorio che permettono la
vivibilità: ad esempio al turismo, questione che assume priorità per chi abita
le coste toscane, in particolare la Versilia. E’ stato anche sottolineato il
doppio standard che viene messo in campo dalle amministrazioni locali: quando si
tratta di trasformazioni al paesaggio, le eredità storiche e archeologiche non
rappresentano un ostacolo alla speculazione energetica, mentre i cittadini,
giustamente, devono rispettare ogni vincolo paesaggistico e architettonico in
cui si inseriscono con le proprie abitazioni.
Il lavoro che viene portato avanti dai Comitati dei Crinali insieme alla
Coalizione TESS poi rappresenta un prezioso contributo in merito agli effetti
sulla biodiversità e sugli ecosistemi. Uno dei momenti in cui si è dato ampio
spazio a questi temi è stato il convegno L’industrializzazione eolica
dell’Appennino da loro organizzato a Castagno d’Andrea, vicino San Godenzo. Le
criticità per l’avifauna, in particolare per le aquile reali che popolano i
crinali mugellani, hanno costituito il cuore del convegno. Fabio Borlenghi,
esperto di aquile reali e segretario dell’Associazione Altura, interviene
durante la carrellata di esperti che si sono messi a disposizione della
mobilitazione del comitato sottolineando la giustificazione con la quale la
Regione Toscana avrebbe autorizzato il progetto eolico Badia del Vento sul
crinale di Monte Loggio nell’Alta Valmarecchia. La ditta proponente infatti
parla di mitigazione per rispondere alla problematica relativa a una delle cause
di mortalità additiva per le specie di uccelli protetti come l’aquila reale,
ossia la collisione fatale con le pale eoliche, sostenendo che le stesse si
fermerebbero in un certo intervallo di tempo se venissero avvistate aquile reali
in avvicinamento.
Oltre alla criticità per l’avifauna, nel contributo delle Esplorazioni di
Confluenza13 si ricostruisce parte della storia del territorio e si evidenziano
i rischi per la biodiversità grazie all’intervento di Carlo Visca, grande
conoscitore del Parco Nazionale Foreste Casentinesi e guida al Centro Visite del
Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna di Castagno
d’Andrea.
All’interno del dibattito complessivo sugli impatto dei progetti di energia
rinnovabile su scala industriale pochissimo spazio viene dato al tema, seppur
centralissimo, delle mafie e degli interessi di certe aziende, come già era
stato messo in luce dai comitati calabresi presenti al convegno No alla Servitù
Energetica svoltosi a Livorno a marzo 202514. In un intervento del Coordinamento
Regionale Controvento Calabria edel Movimento Terra e Libertà Calabria infatti
veniva sottolineato come gli interessi malavitosi (‘ndrangheta, mafia, camorra,
SCU) vanno a braccetto con la costruzione degli impianti eolici.
Nelle nostre terre questo legame è quasi indissolubile con quella parte di
politica collusa che pressa quotidianamente sulle popolazioni dell’entroterra.
Le minacce, velate o palesi che siano, sono all’ordine del giorno e non dare il
giusto peso al fenomeno mafioso rende il nostro approccio al problema mancante
di un tassello importante. Quando le Procure esprimono preoccupazione riguardo a
possibili infiltrazioni mafiose e attività di corruzione, soprattutto in aree
dove le organizzazioni criminali sono più attive, si riferiscono alla capacità
delle stesse di entrare in perfetta sintonia con gli strumenti finanziari e gli
incentivi destinati alla produzione di energia eolica, che rendono l’industria
della produzione di energia attraente per le cosche come in passato lo furono lo
smaltimento delle scorie radioattive e tossiche. Il movimento, a nostro avviso,
non deve commettere gli stessi errori di valutazione già fatti nel passato
sull’importanza di contrastare il capitale finanziario nelle sue diverse
espressioni territoriali.
In merito a queste considerazioni occorre anche ribadire che povertà e paura
hanno un peso notevole sulla quotidianità di allevatori, contadini, piccoli
proprietari, cittadini che si avvicinano alle istanze dei comitati e dopo poco
se ne sottraggono perché avvicinati, persuasi o se volete minacciati, da persone
a cui è difficile dire di no. Viene segnalata anche una notizia di aprile 2025
(Fonte Ansa Calabria) di una indagine della Procura di Crotone nell’inchiesta
sugli interessi della ‘ndrangheta nella costruzione dell’ impianto eolico nella
zona di Melissa (tristemente già nota per la Strage di contadini da parte delle
truppe di Scelba il 29 ottobre del 1949) e Strongoli. Le indagini prendono vita
dall’ omicidio di Silvio Russano, strettamente legato alle attività di movimento
terra e acquisizione di terreni. Melissa e Strongoli sono terre di grandi
vigneti doc e producono gli stessi vini che la Regione Calabria per voce del suo
Assessore Regionale all’agricoltura Gianluca Gallo promuove con grande enfasi al
Vinitaly di Verona tacendo, chiaramente, la morsa mafiosa che attanaglia i
viticoltori di tutta l’area.
Già nel 2017 la Procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, in merito
all’impianto eolico Wind farm di Isola di Capo Rizzuto (Crotone), considerato
fra i più grandi d’Europa per estensione e potenza erogata, sequestra 350
milioni di euro alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. Dietro il parco eolico
più grande d’Europa infatti “ci sono i soldi e i beni accumulati in anni e anni
di comportamenti mafiosi”, sostiene Gratteri. Di esempi come questi ce ne sono a
iosa e le cronache ne sono piene.
Ci sembra inoltre molto rappresentativa la considerazione fatta dai comitati del
territorio: “La mafia è una montagna di merda e noi non possiamo rischiare che
il suo olezzo possa essere disperso dalle pale eoliche” e anche ciò che ne
consegue in quanto a indicazione politica: “Se vogliamo che il movimento cresca
in consapevolezza non commettiamo la leggerezza di sorvolare su queste
dinamiche.”
Anche a Villore, durante l’assemblea, si è trattato il tema delle aziende, degli
interessi e della opacità di gestione di determinati impianti e progetti, come
sottolinea Fabrizia nel suo intervento durante l’assemblea:
Si parla molto poco della connessione che c’è tra ll’arrivo di queste grandi
società multinazionali che colonizzano e occupano interi territori, intere
regioni come la Basilicata, la Puglia, la Calabria e i “signori del vento”.
Ecco, allora noi dovremmo ragionare molto di più sul fatto che questa energia
pulita, bella, rinnovabile è sporca sotto tanti aspetti: non solo dall’inizio
alla fine della filiera, perché le torri eoliche vengono prodotte col fossile,
estraendo materiali, perché sono fatte di legno di balsa che viene dalla
deforestazione dell’Amazzonia, che è un legno particolare, flessibile e
resistente, si imparenta con microplastiche e non è più nè scomponibile né
differenziabile, quindi crea problemi enormi per lo smaltimento. Inoltre viene
impiegato il neodimio nei rotori, una terra rara che per essere estratta
necessita di tanta acqua e che produce elettromagnetismo, per poi diventare
assolutamente tossica e inquinante. Tutti i lavori richiedono ruspe, macchinari
enormi, scavatrici che consumano gasolio, fossile, petrolio; motoseghe, tutto
consuma fossile ed emette gas climalteranti, inquinamenti. emissioni di CO2,
abbattimento di foreste che sono le migliori alleate per il clima. Tutto questo
non ha niente di green. La speculazione sull’energia, i cavidotti di chilometri.
Allora io vorrei dire che tra tutte le cose di questa filiera sporca che non
vengono dette, perché nella narrativa mainstream di queste cose non si parla, si
enfatizza solo il valore salvifico delle pale a fronte dell’apocalisse
climatica. Ecco, io vorrei dire che non si parla in modo approfondito di tutta
la corruzione e di tutta la mafia che c’è quando arrivano tanti soldi, come
quando si tratta di impianti industriali eolici, di cementificazione e di
industrializzazione. Il settore del movimento terra è risaputo che sia uno dei
settori a maggiore infiltrazione mafiosa.
La crisi dell’Agricoltura
A Villore, frazione di Vicchio, abbiamo conosciuto Massimiliano e Francesco, due
castanicoltori i cui terreni e marronete sono sotto minaccia dal progetto
eolico. La loro testimonianza ci pone davanti agli effetti devastanti che il
progetto avrà e ha già mostrato di avere nel loro territorio, e dai loro
discorsi è ben chiara la spinta a preservarne l’integrità e il patrimonio
naturale, cercando dei compromessi con le esigenze della transizione
energetica.
Il comitato che si è attivato 5 anni fa porta avanti la lotta contro la
costruzione di un mega campo eolico in alta quota, i cui impatti
coinvolgerebbero direttamente le loro terre. Il lavoro del comitato è iniziato a
livello provinciale, ci racconta Massimiliano, ma ha avuto poi la forza di
raggiungere una scala maggiore, fino a entrare nella coalizione interregionale
TESS. Il progetto però purtroppo sta procedendo.
Massimiliano ci parla delle tappe percorse dalla lotta del comitato e della
comunità:
Il progetto è stato presentato in maniera massonica a Vicchio, al Teatro Giotto,
e poi a Villore, frazione più coinvolta insieme a Corella. L’ingegnere
responsabile della AGSM, ditta veronese dell’impianto, è andato dritto senza
neanche interpellare la popolazione. È stata una comunicazione più che una
conferenza o riunione, cioè loro comunicavano che la cosa si doveva fare e si
sarebbe fatta, con il Sindaco a fianco. Non c’è stato né un manifesto in paese
né una comunicazione corretta, niente, c’è stato un tagliandino con la ditta
esecutrice: è stata ed è una scelta politica, obbligata; te la prendi, te la
tieni e punto. Il Sindaco precedente si è venduto per 2 lire, ha spianato la
strada. Ora quello nuovo non è a favore ma lo sarebbe se gli dessero più soldi
perché Villore è un comune in crisi, con 1 milione e mezzo di debiti, e quando
entri in carica con 1 milione e mezzo di debiti, diventa un problema tutto.
Abbiamo combattuto da subito però non c’è stato proprio modo di contrastarla,
sono stati fatti rilievi da parte di geologi anche nella mia marroneta, rilievi
sul terreno, sulle frane che nel 2023 ci hanno devastato. Sono andati a livello
regionale, poi a livello governativo, addirittura saltando la Soprintendenza,
quindi una lotta quasi persa. I lavori sono iniziati da 2 anni circa.
Poi ci racconta dell’incontro con un ornitologo, arrivato da Milano, che
accompagnò a visitare l’area e ospitò a casa. Nel loro confronto venne fuori che
avrebbe scritto una relazione a riguardo ma, nell’incredulità di tutti, alla
fine dichiarò che non c’era niente di rilevante nel raggio di 30 km dal sito
dell’impianto. Secondo quanto riportato dall’esperto chiamato a valutare il
progetto la zona era perfettamente adatta. Questa vicenda ci pone davanti a una
riflessione in merito al tema delle valutazioni ambientali e della non
neutralità della scienza. Le ditte, per poter fare analisi sul territorio,
assumono infatti liberi professionisti pagati dall’azienda stessa mantenendo
sullo sfondo un conflitto di interessi ampio, molto semplicemente giustificato
dalla neutralità insita nei dati tecnici. Dei ricorsi e documenti a opera del
comitato sono testimoni i fascicoli delle rilevazioni di almeno 4 anni, riguardo
ai quali Francesco commenta così: “finché non succederà qualcosa di eclatante,
per cui potremo dire noi ve l’avevamo detto, rimarranno lì fermi. Si
interesseranno solo quando il danno verrà fuori.”
La marroneta di Massimiliano è a un chilometro in linea d’aria dal cantiere. La
sorgente che passa di lì serve l’acqua al Comune di Vicchio e rischia di essere
compromessa dalla costruzione della strada necessaria al passaggio dei mezzi
pesanti. L’intubamento di 50 m della sorgente, e la conseguente
cementificazione, altererebbe irreparabilmente il flusso d’acqua che serve alla
comunità, nonché potrebbe aumentare il rischio di frane in un’area già soggetta
a dissesto idrogeologico. La seconda pala tra l’altro verrebbe posta a monte
della sorgente. Scendendo a piedi lungo il fiumiciattolo la ricca vegetazione e
le imponenti rocce farebbero tentennare chiunque dallo stravolgere quel
patrimonio naturalistico.
Anche durante l’assemblea è stato dato grande spazio al tema dell’agricoltura e
molti contributi, da un lato all’altro della Toscana, si sono intersecati in un
dialogo molto proficuo. Uno degli argomenti principali della controparte,
riporta uno degli agricoltori di Vicchio, “è che questi luoghi non hanno futuro.
L’agricoltura è memoria e perdere memoria è come perdere semi. Quello che
succede a Gaza è la prospettiva che bisogna guardare: lì i semi li bruciano, qui
ce li levano. Di là gli animali li ammazzano e qui si ostinano a una produzione
sempre più precisa. È tutto graduale ma quello è il futuro. La nostra
preoccupazione più grande è quella di perdere memoria”.
Si tratta dunque di un processo di svendita di terreni agricoli che vivono già
una profonda crisi. Un’ulteriore tendenza raccontata dagli agricoltori è quella
di un vero e proprio aggirare la possibilità di un diniego della vendita del
terreno. “Come è accaduto a Londa, dove è previsto un ulteriore impianto eolico
industriale sui crinali: prima di presentare l’impianto ci sono state offerte di
acquisto dei terreni, soltanto dopo però è venuto fuori che su quei terreni
sarebbe sorto un impianto eolico. Qui, tra Villore e Marradi, nella parte di
Appennino dove sorgono le marronete, il valore dei terreni non è alto, si parla
di circa 2mila euro.” Confrontandosi con Marco del Comitato Terre Val di Cornia,
anche lui giovane agricoltore, viene fatta una valutazione rispetto al prezzo
dei terreni, al processo di svendita e speculazione. “Il prezzo normale fino a
che non iniziassero a speculare e ad acquistare terreni per gli impianti era 15
mila euro, ormai siamo a 20 mila. Quelli del fotovoltaico te ne propongono 70 o
anche 80 mila. Quindi questo cosa significa? Venendo qui (nel Mugello, ndr)
ragionavo e pensavo che con lo stesso budget da noi ci si compra un ettaro, qui
ne compri 35. Perciò mi chiedevo se questi attori con questi capitali così
importanti avessero già fatto acquisti enormi di bosco che costa poco, per poi
eventualmente farci un impianto ma anche non concluderlo o non farci niente.”
Uno spazio concreto che si spalanca per la speculazione finanziaria.
Le tenaci colture e i processi agricoli utilizzati vengono messi a rischio dagli
impatti degli impianti industriali. Francesco è anche apicoltore e, in questo
scenario, teme per la salute degli impollinatori della zona. Le turbine eoliche
creano elettromagnetismi per i quali le api potrebbero non tornare alla colonia.
“L’elettromagnetismo della pala fa sì che gli impollinatori non tornino a casa,
non tornino al nido. Vuol dire che una parte di bosco rimane sterile, cioè non
viene impollinata. Negli ultimi due anni ci hanno portato via il futuro,
capito? Marroni, miele, coltivazioni locali, il lavoro stesso degli agricoltori
rischia di essere compromesso. Ma anche il futuro del bosco, infatti “lassù
hanno portato via faggi di più di 100 anni per fare cippato, per fare energia
con l’albero bruciato, capito? Insomma, ci sarebbero tanti modi di fare le cose,
t’accorgi che questa è proprio speculazione del popolo, è proprio mancanza di
ragione e basta.”
Villore, ci spiegano, “è scomposta, non è un paese, non è un villaggio, ma sono
tutti i gruppetti di case su queste tre montagne” e tra le valli di Villore e
Corella ci sono circa 400 ettari di marronete, “quindi ce ne sono di
proprietari, ma non c’è un coinvolgimento diretto su questo impianto”. Tanti
sottovalutano, altri non sono in disaccordo, credono alle esigenze dettate dalla
Green Energy e pensano che porterebbe beneficio: “Lo fanno tutti, come mai noi
siamo sempre quelli del non si vuol fare?”, ci racconta Francesco. I nostri
interlocutori sono tra i pochi agricoltori che hanno deciso di opporsi
apertamente al grande impianto ma sottolineano che la loro non è contrarietà
assoluta alle energie rinnovabili.
Nasce frustrazione. Nessuno è contro gli eolici o i fotovoltaici. Uno è contro
un eolico, un fotovoltaico messo in un posto sbagliato. Non è che bisogna essere
ingegneri, si tratta di questo: non ci offrono mai niente a misura nostra e per
noi. Dammi qui per la mia azienda agricola una pala piccola e dammeli qui i tre
pannelli e vedrai che la collina è più bellina fra 2 anni. Ma no, non si investe
mica su di noi, si deve fare sempre su larga scala. Perché sennò non fa
economia, non fa soldi. Anche se è molto più funzionale il microeolico e il
fotovoltaico da mantenere, non è quello che interessa, non è industriale;
interessa l’industria ma portare un’industria su un crinale è follia. Metri di
cemento per far passare camion nel sentiero più vecchio d’Europa è follia.
Il grande impianto infatti sfrutterebbe il vento delle loro montagne per
produrre energia da trasportare a 40 chilometri di distanza circa, verso
Firenzuola. Si tratta dell’impianto eolico più alto d’Italia, con pale previste
a circa 1190 m, dove il limite tecnico sarebbe di 1200.
Ci spiegano:
I sistemi per fare cose a livello familiare o comunitario ci sono: un paesino
come Villore con un piccolo impianto si manda avanti tranquillamente. Se si
decide di voler coprire Villore o Corella nell’ottica di efficienza energetica,
uno ci può anche stare. Il costo sarebbe minore, l’impianto molto più piccolo.
Le stime dell’energia prodotta dall’impianto inizialmente riportavano 35.000
famiglie per poi arrivare a 10.000: 10.000 famiglie, 30.000 persone:
praticamente tre bar e quattro o cinque industrie piccole. Quanto resta? Nulla.
Non serve neanche metà Vicchio. Con un impianto quassù la spesa minore sarebbe
portare corrente giù. E invece la corrente la farebbero camminare lungo i monti
fino a Pontassieve, lontano 42 km, immettendola in un’altra centrale Enel. Qui
c’è un villaggio di 350 persone, lì ce n’è un altro di 400: si poteva prendere
un’aria di 20 km² e darle energia.
Quelli del no non sono del no e basta. Le comunità spesso le soluzioni le hanno
ma non vengono ascoltate. “Vicchio è una realtà commerciale abbastanza grande,
basterebbe pensare alla copertura dei capannoni e del centro sportivo.” La
costruzione di impianti industriali a larga scala in aree marginali come quella
di Villore si palesa ancor più essere una risposta a un bisogno artificiale,
piuttosto che una necessità reale delle comunità locali, che potrebbero invece
beneficiare di una gestione energetica sostenibile se su misura. “Ti stanno
imbottigliando l’aria. Vogliono darti più di quanto hai bisogno e ti danno più
bisogni di quanti ne hai. E non c’è un’educazione alla sobrietà. L’energia verde
non sarà mai possibile se non si insegna alla gente ad avere un consumo più
razionale. La paura è anche questa: che questi impianti alla fine vengono fatti
non sulla base del consumo di oggi, ma di quello che hanno già previsto ci
sarà”. Bisogna insomma fare di più, bisogna farlo meglio, bisogna farlo verde,
ma per fare ancora di più.
La marroneta di Massimiliano è Indicazione Geografica Protetta, il che non è
bastato a porre dei dubbi sul mega impianto. “Ogni pala ha un consumo di 300
litri di olio motore ogni 3 anni per il funzionamento degli ingranaggi, poi di
conseguenza nebulizzato, sparso dove c’è coltivazione, dove c’è frutto.” Per far
arrivare su in cima i mezzi, sono stati costruiti 14 km di strada sulla
cordigliera, sono stati fatti interventi sull’autostrada per arrivare a Dicomano
e sulla statale. La preoccupazione è anche quella di fornire un precedente: “se
questa scelta politica passa, potrebbe poi passare su tutto l’Appennino. La zona
qui è a 1 km in linea d’aria dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Fra
20 anni potrebbero arrivare anche lì, anno dopo anno, metro dopo metro…”.
Risulta inevitabile riflettere con loro sulla situazione agricola generale, sui
limiti e sulle mancanze dei produttori locali, e su come le loro esperienze
potrebbero essere sostenute. La frustrazione è alimentata dalla mancanza di una
risposta concreta da parte delle istituzioni che prendono decisioni lontano dai
luoghi di produzione e dalle persone che vivono quotidianamente le difficoltà
del territorio, e le cui preoccupazioni continuano a essere ignorate.
Francesco prosegue:
I raccolti non sono mai uguali e i contributi dovrebbero salire. Noi
decespugliamo a mano le nostre marronete perché non c’è nessuna macchina o
nessun trattore che riesce a entrarci. È il territorio che fa delle eccellenze.
Noi facciamo eccellenze: il biondo fiorentino, la farina di marroni, il miele di
castagno, il miele d’Edera, il millefiori. Questi sono gli ultimi luoghi di
produzione, dove le portano gli apicoltori le api? Sull’Appennino.
E Massimiliano ribadisce:
In poche parole si finirà a lavorare giù, a valle. Già ora, nonostante la mia
marroneta, un buon 30% io lo devo raggiungere in giardini, altrimenti non sto
dentro le spese. Un tempo avevo anche piccole colture di ceci e mais. Adesso
queste superfici che dovrebbero assolutamente garantire un reddito, visto che
tenere puliti 4 ettari di marroneta e uno di 300 ulivi richiede tanto lavoro,
non lo fanno. Il lavoro secolare di portare i marroni a essere un frutto più
nobile non viene tutelato. All’IGP inizialmente mi si dava al prezzo finale €1,
quest’anno sono arrivato a soli 30 cent in più: ormai al produttore arrivano
sempre gli stessi soldi e invece loro lo rivendono poi a prezzi più alti. Gli
aiuti che danno sono miseri. Io ricevo €200 per ettaro, prendo €1000 l’anno di
aiuti più altri 400 l’anno per zona svantaggiata, essendo in altezza. Con la
comunità montana due anni fa siamo riusciti ad avere un po’ di materiale: ci
siamo messi insieme in 16 e teniamo a posto tutta la strada fino alle marronete,
che sarebbe un compito della comunità montana e pubblica perché c’è la sorgente
d’acqua che serve il comune.
I miseri aiuti e l’assenza di politiche efficaci per il supporto delle piccole
aziende rende ancora più difficile sopravvivere in un contesto in cui il mercato
agricolo non riesce a garantire un reddito adeguato. Infatti gli agricoltori
sostengono che “bisogna affrontare il tema delle piccole realtà artigianali, del
prodotto tipico e delle eccellenze, il tutto dovrebbe essere gestito in un altro
modo. Non c’è interesse che rimangano queste piccole realtà, che rimanga la
filiera corta, il prodotto buono, i mercati contadini, le associazioni.” La
quota annuale del CIA (Consorzio Italiano Agricoltori) è di €600, per
frequentare un mercatino ne chiedono €30 al giorno. “È un’associazione che tende
più a tutelarsi che a tutelare. Ho smesso di fare i mercati, ci vado da solo e
me lo gestisco io il mercato. Per problemi con le marronete c’è l’Università di
Torino che ci aiuta da tre anni: con una telefonata di un professore si salta
Comunità Montana, forestale, associazioni. Ma dico, dove sono loro?”.
A sottolineare gli sforzi comunitari dei castanicoltori, ci raccontano che, dopo
aver trovato delle temperature invernali troppo alte per i parassiti del
castagno, da quest’anno raccoglieranno da sé le galle con il parassita buono e
cattivo da mettere in cella frigorifera dei produttori di marroni che hanno gli
ambienti più adatti. Con le conoscenze e competenze che acquisiscono dallo
studio e dall’esperienza, improvvisandosi biologi, creano autonomamente le
condizioni per riuscire a mandare avanti la loro produzione e lo fanno con il
sostegno reciproco laddove l’assistenza istituzionale si limita a interventi
sporadici e a contributi insufficienti. “Gli insetti sono fondamentali”, spiega
Francesco, “io pianto fiori in più proprio per vedere se arriva un insetto
diverso, è importante. Ormai si va verso una sterilità sempre più cavalcante.
Dovrebbe essere dato più spazio a chi lo fa e a chi ci mette passione. Chi è
negli uffici gestisce ma non tutela perché non conosce neanche. Se devo andare a
informare loro su quello che devo avere per fare, fallo fare a me.”
“Non si vuole fare le vittime”, aggiunge Massimiliano, “però sembra che sia più
vicino un futuro in cui ti accorgi che hanno bruciato tutti i semi e ammazzato
tutti gli animali che avessero un minimo di genetica importante, piuttosto che
uno in cui arriva la regione e mi dà soldi e sostegno per la mia attività in
castanicoltura. Se non ci aiutiamo non ce la si fa, l’unico modo è darsi una
mano e finché c’hai qualcuno che te la dà, lo fai. Se qualcuno smette di darti
una mano, noi dobbiamo smettere.”
Le criticità socio economiche dell’area sono ben riscontrabili nei cambiamenti e
nelle perdite che l’agricoltura e la produzione locale vivono. Villore era la
capitale italiana del marrone, erano sei i mulini attivi dalla frazione di
Villore al comune di Vicchio ma la passione, la volontà e la manutenzione che
definivano quest’area così prospera sono venute meno. “Ora ho cercato un mulino
per macinare ceci e da San Bavello fino a Fiorenzuola non ce n’è più uno aperto.
Per un vecchio che chiude, non c’è neanche un giovane che riapre. Un mulino lo
fai per passione, un’azienda agricola come le nostre la tieni per passione”, e
solo per passione, quando aiuti e incentivi non ci sono.
Anche Marco, durante l’assemblea, interagisce su questo tema, a partire da un
antico adagio L’orto vuole il grasso, ossia la terra, e la vigna vuole il sasso:
Io faccio grano, ho messo un po’ di vigna, un po’ di ulivi, in generale le zone
della Maremma sono vocate all’agricoltura: in pianura si fanno ortaggi su ampia
scala, seminativo e a volte anche vino e olio. È un sistema che si è retto sul
boom economico e quindi parliamo di piccoli produttori, nel senso di 20 ettari,
10 – 20 erano stati assegnati dopo la riforma agraria nel dopoguerra e questi
piccoli produttori facevano un po’ di grani, un po’ di barbabietole, un po’ di
pomodori, gestivano la rendita con il raccolto in cooperativa, consegnavano, si
facevano pagare e campavano bene. C’è gente che ha costruito le case da zero
lavorando così, ora sembra una cosa impensabile. Oggi produrre e vendere il
raccolto non funziona più. Quindi cosa succede? I primi settori colpiti sono
quelli dove c’è un forte bisogno di manodopera, infatti assistiamo a fenomeni di
caporalato. Se l’Italia vuole mangiare, il caporalato esiste per forza. Sembra
una provocazione ma la verità è che se si ha un dipendente e lo si paga il
giusto allora il produttore ci rimette. Oggi chi fa ortaggi sta smettendo e si
dedica al seminativo perché con una persona sola è possibile mandare avanti
decine e centinaia di ettari, con i trattori, meccanizzando, estendendo la
superficie. Una sorta di ritorno al latifondo. A volte non è sufficiente nemmeno
questo e dunque quello che sta accadendo è che le persone iniziano a vendere i
terreni. Oppure l’altra strada è “valorizzare” il proprio prodotto, saperlo
vendere, quindi oltre ad agricoltore bisogna essere direttore di marketing,
manager, distributore insomma. Per chi è nato negli anni ‘50 sicuramente non è
una via percorribile ma anche per i giovani è una strada tortuosa e impegnativa.
Infine, per quanto riguarda il grano ma anche altre colture che semini, viene
piantato ma poi non si sa quando e quanto te lo pagheranno.
Dinamiche simili si ripropongono anche per i marroni: “Il prezzo viene stabilito
secondo delle speculazioni fatte sulle piazze del mercato quindi c’è chi vende
il terreno per farci mettere i pannelli, c’è chi lo vende a chi ha un
appezzamento più grosso e questo alimenta la dinamica del latifondo, un
latifondo che non torna più nelle mani delle famiglie nobili ma nelle mani delle
multinazionali”, continua Marco.
Inoltre, non c’è un forte ricambio generazionale tra gli agricoltori della zona.
Da oltre 1000 marronete su cui si lavorava, ne sono rimaste 300. Nei mercati, ci
raccontano, sono tanti i contadini giovani e la richiesta del prodotto locale in
aumento permette loro di vendere tutto ciò che producono. Non si riesce però,
essendo comunque una minoranza, ad attirare la partecipazione da parte di tutti.
“Non riusciamo a stare insieme, non riusciamo a fare quel contesto di rete. Solo
occasionalmente ci si dà una mano qua e là e i frutti ci sono, fare progetti
comunitari è sempre più difficile con la competizione e ciò che ne consegue.”
Francesco sottolinea: “Qui, sull’Appennino, i terreni sono tutti disagiati, si
lavora su terrazze di circa 2, 3 o massimo 4 metri, quindi il trattore non ci
può salire E’ complicato muoversi sull’Appennino, è difficilmente
attraversabile, non c’è accesso a un’industria e pertanto non è una terra di
valore economico. Certo potrebbe essere utile a chi intende comprare crediti di
carbonio per ripulire le emissioni delle proprie aziende altrove, comprando
pezzi di bosco qui.” Infatti, nella zona dell’Acquacheta già lo fanno: un
proprietario americano sta comprando terreni e boschi proprio per i crediti di
carbonio. Nell’era della finanziarizzazione il bosco diventa centrale, le
tonnellate di CO2 sono quotate in borsa e questo diventa quindi interessante per
i grandi gruppi e le multinazionali.
Un peso importante lo hanno le autorità di riferimento, come Legambiente:
persone che per anni si sono fidate delle loro posizioni ambientaliste tendono
ad allinearsi automaticamente al loro giudizio favorevole, anche se il contesto
locale racconterebbe ben’altro. L’idea cavalcante dei “pro” crede alla
narrazione della Green Energy sulla necessità e inevitabilità di queste grandi
opere, indipendentemente da chi ne subisce le conseguenze, indipendentemente dai
pareri di geologi che parlano dei 20 km più a rischio di dissesto idrogeologico
che la zona dell’Appennino mugellano rappresenta.
Fabrizia su questi aspetti conclude così:
Questa zona è molto interessante e attrattiva anche perché situata al confine
con il Parco Nazionale Foreste Casentinesi prossimo alle foreste sacre, ha un
alto valore naturalistico, un grande pregio ambientale e habitat, specie
protette e foreste in buono stato. Pertanto parliamo di foreste che offrono
benefici ecosistemici formidabili per la salute umana riconosciuti anche dagli
studiosi del CNR. Quindi ci sta che queste società le acquistino o per
facilitarsi il lavoro dell’industrializzazione eolica (se il progetto viene
approvato) o per il sistema dei crediti di carbonio nel caso di non
approvazione. Per di più si assicurano la loro presenza su un territorio che
possono progressivamente occupare e fare proprio in modo irreversibile e
permanente.
Alla fine, come problematizza Marco, siamo di fronte a due modi diversi di
riproporre un nuovo latifondo: ciò induce a un fenomeno di accaparramento e di
accentramento nelle mani di un solo proprietario di enormi quantità di terreno.
Se un singolo proprietario acquista 200 o 2000 ettari in un territorio significa
che una sola persona è in grado di ribaltare tutto il territorio, farne ciò che
vuole. E’ un fenomeno che accade altrove, in Africa, in Sud America ma vediamo
anche qui una tendenza simile: se un singolo individuo o una società. che
nemmeno si conosce, detiene la maggior parte dei terreni significa che possiede
letteralmente pezzi del nostro Paese.
Questa è l’ennesima testimonianza di un modus operandi nel quale le decisioni
vengono prese fuori dal territorio, senza dare reale potere a chi ci vive,
lavora e ha una visione diretta e responsabile della zona. Tuttavia, nonostante
le difficoltà, il sentimento che riceviamo dagli agricoltori di Villore non è di
resa: rallentare i lavori resta l’aspetto principale al momento, nell’attesa di
intoppi burocratici e cambiamenti nelle politiche locali e nazionali, ma anche
nella instancabile pretesa di essere ascoltati. Tutto questo avviene in un
territorio che è anche pregno di esperienze che fanno la differenza, storie di
comunità e di lotte che portano avanti un’altra idea di gestione della terra e
dei rapporti sociali e produttivi.
I Progetti dalla città alla terra
Nonostante siano stati e siano tuttora numerosi gli attacchi al territorio
toscano, vale la pena rintracciare e dare parola anche a quelle esperienze che,
in situazioni complicate, sono riuscite a rispondere e a rilanciare, per
costruire un presente e un futuro diversi.
Durante la due giorni a Villore abbiamo avuto l’opportunità di venire a contatto
con due esperienze cittadine che si orientano proprio verso un’azione di
riappropriazione e convergenza, punti di riferimento in Toscana e non solo, per
chi ha scelto di percorrere e sostenere una strada diversa rispetto a quella di
una vita mercificata, individuale e slegata dal territorio. Due esperienze che
nascono e fioriscono nella città di Firenze ma che, non per questo, si slegano
dalle aree cosiddette marginali, anzi, il percorso che propongono è diverso:
riparare una frattura che si è creata tra città e campagna o montagna, per
convergere e creare connessioni di mutuo-aiuto, che sorpassino i rapporti
servili e di opportunità dominanti nelle società di oggi.
Partiamo dalla Comunità delle Piagge, la quale, grazie al rifugio che custodisce
tra i pendii dell’Appennino, a Villore (frazione di Vicchio), ci ha ospitati e
ha messo a disposizione i propri spazi per favorire la discussione e l’incontro.
Un edificio in pietra, da cui ammirare e monitorare ciò che succede alle
montagne in cui è immerso, dove condividere tempo ed esperienze.
La Comunità delle Piagge è nata circa 31 anni fa, grazie all’intervento di Don
Santoro, in un quartiere di Firenze. Don Santoro è un prete che ha scelto di
lavorare, rinunciando ai privilegi ecclesiastici: dopo un periodo come
insegnante, è entrato in fabbrica diventando operaio e ora si occupa di
smontaggio dei rifiuti elettrici ed elettronici. Il quartiere da cui nasce la
comunità fa parte di un territorio già devastato, zona a rischio idrogeologico
in cui, nonostante ciò, sono sorte abitazioni e condomini per far fronte ai
bisogni abitativi di tante persone che raggiungevano la capitale toscana e che
non potevano permettersi una casa sicura. Un luogo di periferia urbana come
tanti in Italia. Dagli abitanti delle case popolari del quartiere e Don Santoro
è nato un progetto di partecipazione, coinvolgimento, restituzione di parola, ma
anche dignità che come primo intento aveva e ha quello di ricostruire una
comunità sul territorio. Nel tempo sono stati tanti gli interventi di
mutuo-aiuto, come la finanza mutualistica e solidale in ottica antibancaria: la
collettività, le persone possono partecipare a questa esperienza che permette
loro di poter ottenere prestiti senza nessun tasso di interesse, senza garanzie
patrimoniali o fiscali.
Anche Simone, della Comunità delle Piagge, durante l’assemblea racconta la sua
esperienza. La canonica ha in comodato dalla parrocchia di Vicchio una marroneta
di 4 ettari e, ci spiega:
abito nella casa poderale di sopra con altri 13 ettari e mezzo di terra. Abbiamo
iniziato l’esperienza 30 anni fa insieme al prete e a un gruppo di giovani,
tutti siamo figli di contadini. C’era un sogno collettivo che anima i sogni
personali. Abbiamo anche bisogno di costruire delle alternative concrete e
quindi negli anni abbiamo passato i weekend a sistemare il tetto, a raccogliere
marroni, a rendere vivibile questa casa. Dobbiamo fare spazio ai sogni dei
giovani. La capacità di sognare ci è stata tolta ma ce la dobbiamo riprendere
per sognare un mondo diverso e poter riconnettere i nostri sogni con tutti
tramite una resistenza collettiva dal basso.
La Comunità delle Piagge ha quindi sostenuto e rafforzato quelle esperienze
virtuose per il territorio e le lotte che lo animano: dal caso GKN ad attività
agricole dal basso e housing sociale.
La seconda esperienza che riportiamo è proprio quella di GKN, di cui
condividiamo un breve testo scritto apposta dal percorso Convergenza Ecosociale
per questo numero di Confluenza.
Nel biennio 2024-2025 che ci lasciamo alle spalle, il mondo occidentale è stato
segnato dal fallimento della transizione dall’alto. Le previsioni indicano che,
seguendo questa traiettoria, arriveremo a +3,5° di anomalia a fine secolo, oltre
il doppio di quanto già sperimentiamo. In attesa dei dati definitivi sullo
scorso anno, il 2024 ha già battuto il record di riscaldamento globale e quello
dell’incremento di CO₂ in atmosfera (26% in più del previsto). La crescita
dell’uso delle fonti fossili è legata all’aumento dei consumi energetici
industriali e all’estensione degli scenari di guerra. Non solo, guerra vuol dire
anche distruzione di beni, merci, mezzi di produzione, che dovranno essere
ricostruiti con ulteriori risorse energetiche. Il solo conflitto in Ucraina
genera circa 100 milioni di tonnellate annue di CO₂, pari alle emissioni di un
paese come il Belgio. Oggi non si tratta più di rivendicare il ritorno al Green
Deal europeo, per quanto possa essere preferibile al piano di riarmo: quello
spazio politico si è chiuso. L’opzione della transizione dall’alto non esiste
più; resta solo la fragile e ancora opaca possibilità di una transizione dal
basso. In questo quadro, l’esperienza GKN continua a rappresentare un
riferimento per le realtà ecologiste dei nostri territori. “Un’azione contro il
riarmo” è lo slogan della nuova campagna di azionariato popolare che punta a
costruire dal basso una nuova fabbrica: produzione di pannelli fotovoltaici e
cargo bike al servizio di una vera transizione.
L’esperienza della Convergenza Ecosociale (COESO) mira a restituire questo
patrimonio collettivo che è l’immaginario GKN. Non si tratta solo di sostenere
la fabbrica di Campi Bisenzio, ma di interrogarsi su come la sua esperienza
possa innescare processi di convergenza più ampi. Una composizione eterogenea di
realtà, senza formulazioni organizzative, si riunisce periodicamente per
discutere di come utilizzare efficacemente il tempo e le energie a nostra
disposizione per affrontare la crisi climatica. Il percorso si è finora basato
su un’agenda condivisa e su una lenta costruzione di affinità, articolandosi in
tre missioni:
• la produzione di un immaginario ecosociale, ecologista e di classe, capace di
collocarsi nell’opposizione al regime di guerra;
• la condivisione di temi e pratiche (depavimentazione e riforestazione,
cooperativismo e mutualismo conflittuale, energia e comunità energetiche) in una
discussione non meramente additiva ma convergente;
• il rafforzamento della dimensione internazionale attraverso reti di mutuo
soccorso e momenti di confronto assembleare.
Con l’attenuarsi della fase di mobilitazioni di massa di settembre-ottobre per
la Palestina e a sostegno della Flotilla, si spinge in avanti il fronte della
repressione, che in Italia si sta dando in termini di sgomberi di spazi politici
e arresti di personalità riconoscibili di quel movimento. Di quella fase
espansiva riteniamo fondamentale sedimentare la pratica del “far da sé”. Di
fronte ad una comunità internazionale balbettante nel riconoscere il più
basilare diritto umanitario, qualcuno si è imbarcato portando con sé beni di
prima necessità. Pensiamo che oggi quelle flottiglie debbano avere anche un
corrispettivo sulla terra: fabbriche sotto controllo collettivo convertite alla
produzione ecologica. Con GKN possiamo mettere a terra una ammiraglia della
Flotilla di mare che verrà.
3. CAPITOLO “DOMANI”
CONCLUSIONI SULLE PROSPETTIVE DI LOTTA
Partiamo dal cimitero di Villore per salire con le auto sino al luogo da cui
iniziare la passeggiata. Siamo un gruppo di circa dieci persone, tra chi ha
preso parte all’assemblea del giorno precedente e chi abita il territorio. Nella
notte ha nevicato moltissimo, il paesaggio è cristallino, intatto. Nel cammino
Fabrizia spiega alcuni aspetti che riguardano i monti dove dovrà sorgere
l’impianto industriale. La salita si fa con le ginocchia nella neve per giungere
il più vicino possibile al luogo in cui sono iniziati i primi lavori. Ci
racconta che quest’estate la terra si è ribellata, ha voluto dare un avviso: il
29 luglio c’è stato un terremoto a Villore avvertito da tutta la popolazione
mentre a Marradi è avvenuto il 15 agosto, giorno dell’Assunzione.
Il sentiero 00 porta al Monte Falco. Questi monti sono le ultime aree con minor
inquinamento e minor presenza di infrastrutture pregresse, qui non ci sono
strade, non ci sono luci: l’impianto causerebbe dunque anche un impatto visivo
ed acustico, andando a colpire un territorio praticamente ancora intatto. Il
sentiero si dipana tra le marronete e la torre eolica è prevista al valico; al
proprietario del bosco non è stato chiesto nulla, nonostante il suo terreno si
trovi in prossimità nonostante subirà comunque le conseguenze in termini di
alterazione del paesaggio e disturbo ambientale. Vediamo sul sentiero già i
primi segni dei lavori: un fenomeno erosivo che ha portato via metri di terra
inondando la strada, perchè sono stati tagliati arbusti e crochi. Siamo di
fronte alla montagna sacra degli etruschi, il Falterona che significa “trono del
cielo”, l’impianto industriale sorgerà di fronte al monte sacro.
A partire da questi primi passi, abbiamo stilato un percorso che vuole darsi
alcune tappe da percorrere insieme per sviluppare una progettualità comune:
Insieme al Movimento No Base abbiamo contribuito alla creazione di una
mappatura15 in grado di leggere i nostri territori e i loro cambiamenti, sia dal
punto di vista delle infrastrutture belliche che dal punto di vista di quelle
energetiche o impattanti il territorio. Tenere insieme questi aspetti diventa
fondamentale per monitorare le trasformazioni in atto e comprendere quanto lo
sfruttamento bellico sia spesso accompagnato e dipendente da impianti energetici
che hanno enormi impatti su acqua, suolo e aria.
Riteniamo il lavoro di mappatura utile anche per fornirci degli strumenti di
condivisione collettiva, per creare percorsi in via di espansione, da
dettagliare attraverso la ricerca e l’informazione. Un progetto a cui possono
contribuire tutti e tutte coloro che si pongono il problema di unire i puntini,
che si pongono una domanda in più e cercano una risposta collettiva e plurale
agli attacchi osservabili con i propri occhi: siano essi ambientali o sociali.
Sappiamo bene che le logiche di riarmo e guerra andranno sempre di più a
espandere il settore bellico e ad aumentare i progetti di colonizzazione e
speculazione energetica: con la mappatura pertanto intendiamo monitorare e
tenerci informati a vicenda rispetto alle possibili evoluzioni.
Un elemento fondamentale che permette l’inserimento di nuovi progetti e, al
tempo stesso, di nuove realtà che nascono per contrastarli è quello
dell’informazione e della conricerca, un processo continuo di ricerca da portare
avanti attivamente e continuamente.
Durante l’assemblea era presente anche Adriano Cirulli, Professore Associato in
Sociologia dei fenomeni politici, presso il Dipartimento per lo Sviluppo
Sostenibile e la Transizione Ecologica dell’Università degli Studi del Piemonte
Orientale “Amedeo Avogadro” che, nel suo intervento, è voluto partire dal
presupposto che la transizione è un processo politico e non solo tecnologico.
Adriano Cirulli fa parte del network di Sociologia di Posizione che si interroga
anche sul ruolo sociale del ricercatore accademico e sugli impatti che gli
oggetti di studio hanno sulla società tutta. L’obiettivo della ricerca è quello
di dare voce a chi spesso non trova spazio nel mainstream, quindi ai comitati di
cittadini, per descrivere la realtà in cui nasce una riflessione critica
importante che parte da una consapevolezza: gli interessi in gioco sono diversi.
Contare anche questa voce nell’assemblea è un elemento importante perché uno
degli obiettivi di una proposta che possa avere l’ambizione di incidere sul
territorio è quello di coinvolgere anche soggetti che hanno competenze e che
lavorano o si attivano in altri ambiti come quello scientifico e accademico.
Oltre al comparto accademico e scientifico, all’incontro a Villore era presente
anche la Redazione di “PerUn’AltraCittà” di Firenze, un Osservatorio
territoriale sulle conflittualità sociali esistenti e sui fronti ancora da
aprire che costantemente segue le lotte del territorio.
Villore è una piccolissima goccia in un processo di colonizzazione nazionale:
quello che succede qui è uguale a quanto accade in Val di Cornia, a Massarosa o
in Sardegna, dove in base al recente Decreto relativo alle aree idonee, i
permessi per gli impianti industriali sarebbero concessi praticamente ovunque.
Occorre pertanto costruire un percorso di avvicinamento e preparazione alla
marcia popolare che si è deciso di organizzare a marzo sul territorio del
Mugello, che faccia sentire le persone vive, attive all’interno delle situazioni
che vengono proposte. “Sappiamo dove siamo, conosciamo il territorio, chi ci
vive, il ruolo di presidio sul territorio è fondamentale”, sottolinea Carlo
Visca, guida al Centro Visite del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte
Falterona e Campigna di Castagno d’Andrea .
Al tal fine in assemblea è stato proposto di coinvolgere molti soggetti diversi,
per esempio è stata sottolineata l’importanza di ricomporre un mondo che è
attraversato da tante anime diverse, che spaziano dai portuali ai comitati
agricoli più arrabbiati. Un passaggio che è stato ripreso da più parti è la
necessità di dare vita a un’iniziativa anche in città, a Firenze, con il
coinvolgimento di esperienze come GKN che oggi stanno portando avanti un
discorso su transizione ecologica e il settore produttivo che apre a molte
riflessioni interessanti. Il lavoro da svolgere riguarda anche le aziende che
finanziano i progetti imposti sul territorio, in particolare per svelare la
presenza di capitali israeliani, come ci ha raccontato Anna di Pian di Mommio.
Infine, nella prospettiva generale, abbiamo voluto riportare l’attenzione sulla
questione del ritorno del nucleare. Innanzitutto, occorre smantellarne la
narrazione che parla di autonomia energetica, sicurezza energetica e
sostenibilità. Si tratta in fondo degli stessi elementi discorsivi che vengono
propinati anche quando si tratta di eolico su scala industriale e delle ultime
centrali a carbone, intoccabili alla luce del mantra della sicurezza.
Considerando la realtà dei fatti però autonomia e sicurezza energetica sono
concetti alquanto discutibili: i materiali con cui sono costruite le pale e
l’uranio estratto per le centrali nucleari, sono entrambi esempi di un’economia
globale che dimostra quanto sia intrinsecamente impossibile l’autosufficienza
energetica. Il piano Mattei è un ulteriore esempio di colonizzazione per
assicurarsi approvvigionamento di fossile che altrimenti non avremmo a
disposizione come Paese.
Per smontare la tesi della sostenibilità nucleare occorre portare l’attenzione
sul tema delle scorie: il solo Piemonte ad esempio ne detiene il 90% con zone
assolutamente compromesse e altre in cui a causa di alluvioni o dissesti
idrogeologici sono avvenuti spargimenti di scorie via fiume. A tal proposito non
è stato ancora trovato un deposito unico per le scorie, dunque è impensabile
parlare di sostenibilità dato che significherebbe produrne di ulteriori quando
al momento non esiste soluzione per quelle vecchie e per quelle che devono
rientrare in Italia dall’estero. A tal proposito tra l’altro non è stato ancora
neanche trovato un deposito unico nazionale, dunque è impensabile parlare di
sostenibilità dato che una ripresa del nucleare implicherebbe la produzione di
nuove scorie (tenendo bene a mente che oltre a quelle presenti sul territorio
nazionale ne rientreranno a breve altre riprocessate dall’estero). Il principio
di sostenibilità corrisponde invece al cercare di rispettare i cicli di
riconversione naturale che sono quelli propri della natura.
Ci sono infine due ulteriori elementi di rischio da tenere in conto. Il primo
riguarda la questione della diminuzione delle emissioni di CO2: se questo rimane
l’unico criterio considerato valido per porsi il problema della sostenibilità, è
evidente come anche il nucleare possa diventare una strada percorribile. Quello
che ci insegnano i territori colpiti dalla speculazione energetica però è che il
criterio delle emissioni non può essere l’unico adottabile: ci sono tutta una
serie di altri impatti che bisogna mettere sul piatto. Inoltre, è importante
sottolineare un altro presupposto palese: una gestione adeguata dei rifiuti non
speciali in Italia all’oggi non è garantita, il che dovrebbe fare pensare che le
promesse di una gestione sicura delle scorie sia solamente uno specchietto per
le allodole. La Terra dei Fuochi è un esempio lampante di mala gestione
pubblica, interessi economici privati e infiltrazioni mafiose che danno la cifra
di quanto sia irrealistico immaginare una gestione corretta delle scorie
nucleari.
Infine, si parla di nucleare proprio quando si sta ritornando a un’economia di
guerra. Il tema del nucleare è già centrale nei contesti bellici attuali: siano
essi relativi alla guerra russo ucraina, all’Iran o ai piani dei nuovi test
atomici americani.
Il nucleare è un’energia che o è strumento o è obiettivo di guerra16.
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1. Come viene raccontato dal lavoro congiunto di mobilitazione, organizzazione
e inchiesta degli ultimi mesi che ha coinvolto diverse realtà e lavoratori
di Pisa, Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara portando a “HUB”, un
bollettino che raccoglie inchieste e approfondimenti sulla militarizzazione
dei territori.
↩︎
2. Su Mappature dal basso https://mappaturedalbasso.weebly.com/ un primo
sguardo sui progetti in corso di realizzazione, un progetto realizzato in
collaborazione con il Movimento No Base – Né a Coltano né altrove.
↩︎
3. Qui il sito di TESS per approfondire https://www.coalizionetess.com/
↩︎
4. Ecoterritorialismo è il titolo dell’ultimo libro curato da Alberto Magnaghi
(scomparso nel 2023) insieme a Ottavio Marzocca, filosofo e attuale
presidente della Società dei territorialisti e delle territorialiste. Il
titolo riflette un approccio diverso al territorio, al governo del
territorio, che consideri la dimensione ecologica non una dimensione
tecnica, non una dimensione da trattarsi in modo funzionalista, ma una
dimensione dell’abitare i territori. Con l’azione ecologica, energetica, ci
si occupa del nostro mondo di vita, non della natura o dell’ambiente, degli
animali, delle piante, dei batteri, eccetera. Cisi occupa quindi di
politiche ambientali per assicurare una prospettiva agli esseri umani su
questo pianeta. Da un lato questa teorizzazione dell’importanza di
assicurare forme di autogoverno dei luoghi, non per farne delle entità
isolate ma delle entità federate, è un’idea classica del governo di scala
superiore, quindi del governo regionale, nazionale, eccetera, come un
governo che esprime le federazioni dei luoghi e di autogoverni locali che
curino la necessaria integrazione tra diverse attenzioni: attenzione alla
dimensione ecologica, ambientale, produttiva, energetica, sociale. Un
governo in grado di tenere insieme queste cose, di valutare l’efficacia
delle politiche su questi diversi piani”.
↩︎
5. Magnaghi A., Marzocca O., a cura di, Ecoterritorialismo, Firenze University
Press, collana Territori, 2023.
↩︎
6. Magnaghi A., Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2020.
↩︎
7. Confluenza, Per il bisogno di confluire tra terre emerse, Infoaut.org,
numero 0, 31 luglio 2024. ↩︎
8. Alquati R., Per fare conricerca, Velleità Alternative, Torino 1993.
↩︎
9. Magnaghi A., Marzocca O., a cura di, Ecoterritorialismo, op.cit.
↩︎
10. Confluenza, Un primo resoconto dell’appuntamento due giorni a difesa
dell’Appennino, come continuare a rendere vivi i nostri presidi di
resistenza dal basso, Infoaut.org, 2 dicembre 2025.
https://www.infoaut.org/confluenza/un-primo-resoconto-dellappuntamento-due-giorni-a-difesa-dellappennino-come-continuare-a-rendere-vivi-i-nostri-presidi-di-resistenza-dal-basso
↩︎
11. Radio Città Fujiko, Il Mugello devastato dall’Alta Velocità, 15 settembre
2019.
https://www.radiocittafujiko.it/il-mugello-devastato-dall-alta-velocita/
↩︎
12. TAV – C’era una volta in Mugello, disponibile su Youtube un’anteprima
https://youtu.be/SEf9orXD6Rw?si=ozeI83klOnw3ewUT
↩︎
13. Confluenza, Le esplorazioni di Confluenza: il Mugello si prepara a
difendere il territorio dalla speculazione eolica, Infoaut.org, 7 ottobre
2025.
↩︎
14. Confluenza, Se non trova ostacoli il capitale si prende tutto, rilancio e
progettualità dal convegno di Livorno. A metà settembre il prossimo
appuntamento, Infoaut.org, 22 aprile 2025. In questo articolo si trova una
restituzione della due giorni
https://infoaut.org/confluenza/se-non-trova-ostacoli-il-capitale-si-prende-tutto-rilancio-e-progettualita-dal-convegno-di-livorno-a-meta-settembre-il-prossimo-appuntamento
↩︎
15. Mappature dal basso, link cit. Capitolo1.
↩︎
16. Segnaliamo gli approfondimenti di Confluenza sulla questione nucleare:
L’energia non è una merce: per uscire dal fossile non serve il nucleare,
per la transizione energetica bastano le rinnovabili ma senza speculazione,
31 gennaio 2025 ; Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta
alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo, 18 giugno
2025; Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine
delle guerre: la grande trappola del nostro tempo II PARTE, 23 giugno 2025;
Assemblea regionale a Mazzé “Noi siamo sicuri che dire no alla guerra deve
significare il ricomporre le lotte: le lotte ambientali con le lotte
operaie, con le lotte di tipo sociale”, 14 luglio 2025; Riflessioni post
Festival Alta Felicità su riarmo, energia e nucleare: l’urgenza di bloccare
la guerra ai territori a partire dai territori, 5 agosto 2025; Nuovo DDL
nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia. Alcune
considerazioni per prepararsi al contrattacco, 20 ottobre 2025; DDL
NUCLEARE : cosa aspettarci, cosa sappiamo? I PUNTATA: Guardare al futuro
con una benda sugli occhi, 14 novembre 2025; II PUNTATA: un tuffo nel
passato per guardare al futuro, 13 gennaio 2026, Infoaut.org.
↩︎
Riportiamo l’abstract del contributo di Confluenza scritto per l’ultimo numero
dei Quaderni della Decrescita a tema tecnologia (sotto link per leggere l’intero
articolo). L’occasione è stata utile a riprendere le fila complessive del
progetto, soprattutto sotto il profilo del metodo, e per ripercorrere gli snodi
centrali di quanto fatto finora. Il tema dell’articolo sarà il nostro contributo
in occasione dell’appuntamento “Per realizzare un sogno comune” che si terrà a
Livorno il 21-22 febbraio. Buona lettura.
“Attivo da poco più di un anno, il progetto Confluenza è costituito da diverse
sensibilità e competenze – da quelle dei circuiti ambientalisti storici, a
quelle ecologiste ed accademiche – mobilitate a seconda della circostanza o in
sinergia per approfondire criticamente politiche “verdi” e programmi di
transizione ecologica. Costruendo occasioni di scambio tra i saperi dei
territori, i quali conoscono da una prospettiva privilegiata gli effetti delle
trasformazioni che li interessano, e i saperi più tradizionalmente definiti
tecnico-scientifici, Confluenza vuole favorire la formazione di reti di
reciproco supporto e la diffusione di strumenti con cui appropriarsi di spazi di
partecipazione che troppo spesso sembrano dati per scontati. In questo
contributo si illustrano alcuni dei principali passaggi di metodo con cui
Confluenza si avvicina alle questioni di interesse, specie rispetto alla
transizione energetica che sta investendo i territori, e quindi vengono tratte
delle considerazioni sul tema “tecnologia”. Lì dove questa transizione è intesa
principalmente come una svolta guidata dall’innovazione, un’indagine che parta
dai conflitti dei territori e dai saperi locali rivela che al di sotto della
superficie del soluzionismo tecnologico si agitano innanzitutto questioni
politiche e di politica della conoscenza”.
Continua a leggere sul sito dei Quaderni della Decrescita