Dopo lo sgombero di Askatasuna e la risposta di massa degli scorsi mesi,
continua la campagna contro gli spazi sociali in tutta Italia. Da Roma riceviamo
e pubblichiamo il comunicato dello Spazio Sociale Ex 51 di Valle Aurelia, che
invita abitanti e realtà sociali a partecipare a un’assemblea pubblica presso il
loro spazio in via Aurelio Bacciarini 12 il 1° marzo alle 14:30.
Vale la pena inoltre ripercorrere le molteplici iniziative in corso nella
capitale.
Ieri una partecipata street parade ha attraversato le strade del Laurentino,
quartiere popolare dove da anni l’occupazione di Laurentino 38 costruisce
relazioni e percorsi di lotta insieme agli abitanti. L’iniziativa nasce in
risposta all’annunciato sgombero che, secondo i tempi amministrativi, dovrebbe
prodursi entro il mese di febbraio: un nuovo attacco a una realtà che ha
rappresentato negli anni un punto di riferimento contro l’abbandono
istituzionale, la speculazione e il degrado programmato.
Domenica prossima, come ogni anno, si terrà nel quartiere Tufello il corteo in
ricordo di Valerio Verbano, giovane militante antifascista ucciso il 22 febbraio
1980 nella sua casa da un commando neofascista. Una ferita ancora aperta nella
storia della città, che continua a vivere nelle mobilitazioni contro fascismo,
repressione e violenza di Stato.
Di seguito il comunicato dell’Ex 51.
Dopo la grande manifestazione del 31 gennaio a Torino abbiamo assistito a una
forte reazione del governo in due direzioni: una stretta securitaria e
autoritaria, già parte del suo programma da destra radicale, e un importante
sforzo mediatico per attaccare l’opposizione reale, quella sociale e di piazza.
La prima è uno strumento completamente nelle loro mani che ha preso la forma di
un nuovo decreto sicurezza e di un disegno di legge; a essi è necessario
contrapporsi ancora in maniera decisa, riprendendosi metro dopo metro gli spazi
di libertà negata. Non è certo sufficiente osteggiare simili provvedimenti
timidamente e con qualche frase ad effetto, come magistralmente fa la sinistra
istituzionale, per beceri motivi elettorali e che, qualora al governo, avrebbe
reagito in modo analogo. Il secondo, cioè la propaganda mediatica, àmbito nel
quale l’apparato statale è egemone, sembrerebbe non aver funzionato a dovere fin
da subito. Forse perché preso dalla foga, forse perché screditare una piazza da
50.000 persone non era semplice; forse perché parzialmente controbilanciato da
una stampa più vicina alla sinistra partitica e pallidamente scettica su vari
aspetti (esclusivamente per i suddetti motivi elettorali, non ci si illuda: un
identico attacco al corteo è comunque arrivato anche da loro); forse perché,
nonostante gli ingenti e costosi mezzi di comunicazione, non può incidere su
ogni argomento. Etichettare la rabbia sociale esclusivamente come la cosiddetta
“violenza dei centri sociali” e addirittura “terrorismo” non ha apparentemente
raggiunto i risultati sperati, visto che è evidente alla maggior parte della
popolazione come la realtà sia ben distante e più articolata. Ciò ha spinto gli
apparati dello stato a rincarare la dose: infatti, il copione si è ripetuto dopo
la manifestazione di Milano del 7 febbraio contro la devastazione economica e
ambientale prodotta dalle olimpiadi. La retorica del potere, se possibile, si è
dimostrata ancora più vuota: chi manifesta è “nemico dell’Italia!”. Una nuova
inchiesta, se così si può dire, ha quindi preso di mira in modo subdolo e
vigliacco alcuni spazi sociali di Roma, tra cui l’Ex 51, cercando di dipingerli
con un’immagine distorta, attraverso riprese acquisite di nascosto e montate ad
arte, con musiche cupe, tinte fosche e una dose massiccia di sensazionalismo. La
narrazione è così grottesca e lontana dalla realtà che non vale neanche la pena
analizzarla nel dettaglio. Non è nostro interesse dare loro alcuna attenzione.
Anzi, quasi ci rallegra questo interesse morboso e accanito nei nostri
confronti, perché ci offre l’opportunità di rilanciare e mostrare, anche a chi
non ci conosce, chi siamo veramente e che cosa facciamo. Come altri centri
sociali, collettivi e realtà che si autorganizzano per proporre dal basso
alternative concrete allo stato di cose, ci sentiamo di dire che il nostro
spazio rappresenta una vera opposizione. In un quartiere e in una più ampia zona
di Roma – quella del quadrante Nord-Ovest – dove i problemi sono tanti, profondi
e radicati e al contempo ignorati dalle istituzioni, l’attenzione mediatica,
invece di curarsi della desolazione e dell’abbandono in cui la popolazione vive,
dei diritti negati e delle condizioni materiali ogni giorno peggiori, cerca, per
conto di chi governa, di criminalizzare chi costruisce percorsi per opporsi a
tutto questo.
La nostra opposizione si manifesta attraverso un conflitto reale, costruito con
percorsi di lotta dal basso, contro lo stato attuale delle cose, e, al contempo,
attraverso iniziative di informazione e condivisione, formazione e dibattito,
attività sociali a tutti i livelli. Basterà dire che abbiamo avuto conoscenza
del servizio, in parte anche a noi dedicato, subito dopo una bella giornata di
distribuzione indumenti nell’àmbito del nostro progetto di Guardaroba Solidale e
apprestandoci a discutere della prosecuzione del percorso nazionale, tracciato a
partire dalla grande assemblea del 17 gennaio a Torino. Siamo entrambe le cose,
seppur per il potere ciò non sia concepibile né ammissibile, e in ogni caso da
reprimere. Rifiutiamo e non ci riconosciamo nella dicotomia tra buoni e cattivi,
sempre più spesso utilizzata da questo governo, come anche da quelli precedenti,
per dividerci e criminalizzarci. L’apparato dello stato ci attacca con le sue
armi. Dobbiamo sempre ricordare che, oltre alla necessità di difenderci, ciò
offre opportunità e che la scelta del campo di battaglia spetta a noi. Crediamo
che questo campo sia nei quartieri delle città, nei piccoli centri e in ogni
comunità che si forma attorno a bisogni che questo sistema tradisce
quotidianamente. Si trova nelle attività sociali e culturali che le realtà
propongono dal basso. Si trova nei movimenti e nelle piazze che, con le loro
specificità, sono attivi ogni giorno per creare un’opposizione concreta a questo
stato di cose.
La lotta mediatica non ci appartiene: al momento è sproporzionata in termini di
forze e la propaganda, che avvelena le persone sedute davanti alla TV, non può
essere affrontata ad armi pari. Ma possiamo mostrare a tutti che cosa realmente
siamo, nella quotidianità e nelle lotte, mantenendo la nostra identità, la
nostra narrazione e soprattutto la nostra agenda, nella consapevolezza che un
mondo diverso, senza disparità o ingiustizia, è possibile.
Ci appelliamo quindi a tutti i centri sociali, i collettivi, le assemblee e le
realtà della città che vogliano condividere con noi idee e proposte per
rilanciare un percorso cittadino di lotta, che difenda e promuova gli spazi e
tutto ciò che facciamo quotidianamente, che unisca contro il costante attacco e
ribalti il tavolo, che faccia vera opposizione in base alle proprie pratiche e
specificità.
Proprio per questo invitiamo collettivi, percorsi e singole individualità ad
un’assemblea per discutere di tutto il 1 marzo alle 14:30 presso il nostro
spazio in via Aurelio Bacciarini, 12, Valle Aurelia.
Ci vedremo in piazza il 14 febbraio per L38 e il 21 febbraio in ricordo di
Valerio Verbano. Ad Askatasuna la nostra solidarietà militante, vicinanza ideale
e gratitudine per quanto fa e rappresenta.
A ZK Squat e Leoncavallo la complicità e la vicinanza per i recenti sgomberi. A
L38 Squat, Officina 99, CaseMatte e Spin Time la solidarietà per le minacce
ricevute. A tutti gli spazi e i collettivi oggi sotto attacco la nostra rabbia,
perché, se continuiamo la lotta, gli apparati dello stato non potranno fermarci
mai.
Contro il governo Meloni Contro ogni oppressore Contro il pacchetto sicurezza e
l’attacco mediatico. In difesa degli spazi sociali e per il rilancio di
un’opposizione reale, dal basso e conflittuale. Il popolo si ribella
Ostinatamente,
Spazio Sociale Ex 51- Valle Aurelia – Roma, 11 febbraio 2026
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Un’indagine rivela che i palestinesi arrestati dall’ICE vengono trasportati,
legati e incatenati, su un aereo privato di proprietà di un magnate
israeliano-americano vicino a Trump.
da invictapalestina.org Fonte. English version
Di Ghousoon Bisharat e Ben Reiff – 5 febbraio 2026
Gli Stati Uniti stanno deportando silenziosamente i palestinesi arrestati dal
Dipartimento Immigrazione e Dogane (ICE) verso la Cisgiordania Occupata a bordo
di un aereo privato, con due voli di questo tipo effettuati in coordinamento con
le autorità israeliane dall’inizio di quest’anno, nell’ambito di un’operazione
segreta e politicamente delicata rivelata da un’indagine congiunta di +972
Magazine e The Guardian.
Otto uomini palestinesi, ammanettati per polsi e caviglie per l’intero viaggio,
sono stati fatti deportare da un centro di deportazione dell’ICE a Phoenix, in
Arizona, il 20 gennaio e sono arrivati a Tel Aviv la mattina seguente dopo aver
fatto rifornimento in New Jersey, Irlanda e Bulgaria. Dopo l’arrivo
all’aeroporto Ben Gurion, gli uomini sono stati caricati su un veicolo con un
agente di polizia israeliano armato e rilasciati a un posto di blocco militare
fuori dalla città palestinese di Ni’lin, in Cisgiordania.
Lo stesso aereo privato, di proprietà di un magnate immobiliare
israeliano-americano, amico e socio in affari di lunga data del Presidente
Donald Trump, ha effettuato un viaggio quasi identico lunedì di questa
settimana, ma il numero di passeggeri a bordo e la maggior parte delle loro
identità rimangono poco chiari.
Secondo fonti a conoscenza dei dettagli, gli otto uomini deportati con il volo
iniziale, la cui prima notizia è stata riportata dal quotidiano israeliano
Haaretz, sono residenti in città della Cisgiordania, tra cui Betlemme, Hebron,
Silwad, Ramun, Bir Nabala e Al-Ram. Alcuni di loro erano titolari di permesso di
soggiorno e molti hanno mogli, figli e altri familiari stretti negli Stati
Uniti. Alcuni erano stati trattenuti nelle strutture dell’ICE per settimane;
almeno uno è stato trattenuto per oltre un anno.
La prima persona a notarli al momento del rilascio al posto di blocco di Ni’lin
il 21 gennaio è stato Mohammed Kanaan, un professore universitario che vive
vicino al valico.
“Verso le 11 del mattino, ho visto un gruppo di uomini camminare verso casa mia
indossando pigiami grigio chiaro, come quelli indossati dai prigionieri
palestinesi nelle carceri israeliane”, ha dichiarato. (Queste tute provengono
dall’ICE.) “Sono rimasto scioccato nel vederle. L’esercito israeliano di solito
non rilascia prigionieri a questo posto di blocco”.
Un lavoratore palestinese aspetta fuori dal checkpoint di Ni’lin, mentre sullo
sfondo si può vedere l’insediamento israeliano di Hashmonaim, Cisgiordania
occupata, 21 ottobre 2013. (Keren Manor/Activestills)
Kanaan ha detto che gli uomini avevano freddo quando sono arrivati a casa sua.
“Non indossavano giacche o cappotti, e quel giorno il tempo era molto freddo e
ventoso”, ha raccontato. “Sono rimasti a casa mia per due ore, durante le quali
ho dato loro da mangiare e hanno chiamato le loro famiglie, che sono venute a
prenderli o hanno organizzato il trasporto per loro”.
Secondo Kanaan, era passato così tanto tempo dall’ultima volta che gli uomini
avevano contattato le loro famiglie, a causa della loro prolungata detenzione
nelle strutture dell’ICE, che alcuni di loro erano considerati dispersi. “Le
loro famiglie erano così felici di sentire le loro voci”, ha detto. “Una madre
ha iniziato a urlare e piangere al telefono”.
Un residente di Ramun ha confermato che due uomini originari della città della
Cisgiordania erano sul primo volo di espulsione. Ha aggiunto che almeno altri
quattro giovani della città che vivevano negli Stati Uniti sono attualmente
trattenuti dalle autorità statunitensi, con crescenti timori che possano essere
espulsi anche loro.
Diversi avvocati specializzati in immigrazione hanno espresso sgomento e
preoccupazione per i voli, osservando che le espulsioni di palestinesi
attraverso Israele sono state estremamente rare in passato e che facilitare le
espulsioni nei Territori Occupati può costituire una violazione del Diritto
Internazionale.
“Oltre alle numerose irregolarità nell’espulsione di otto palestinesi su un
aereo privato e senza un giusto processo, questo trasferimento viola anche il
principio di non respingimento, che vieta il rimpatrio forzato di individui in
un Paese in cui vi siano fondati motivi di ritenere che la persona correrebbe il
rischio di subire danni irreparabili al ritorno, tra cui persecuzioni, torture,
maltrattamenti o altre gravi violazioni dei diritti umani”, ha spiegato Gissou
Nia, direttrice del Progetto di Contenzioso Strategico presso il Consiglio
Atlantico.
“Gli Stati Uniti sono vincolati da trattati internazionali che lo vietano
esplicitamente, tra cui la Convenzione Contro la Tortura”, ha proseguito.
Pertanto, gli Stati Uniti hanno violato questo principio rimandando richiedenti
asilo palestinesi e palestinesi con altri status su un volo per Israele, dove
subiscono persecuzioni.
Agenti della polizia di frontiera israeliana arrestano con violenza un
manifestante palestinese nei pressi del checkpoint di Beit El, a nord di
Ramallah, Cisgiordania occupata, 22 dicembre 2017. (Oren Ziv)
“Anche il ruolo dello Stato israeliano nel trasferimento di questi individui
dall’aeroporto Ben Gurion alla Cisgiordania lo implica in questa violazione”, ha
aggiunto Nia. “Inoltre, se Irlanda e Bulgaria erano a conoscenza del fatto che
l’aereo privato trasportava questi individui, la sosta per il rifornimento
solleva interrogativi sulla responsabilità di intermediazione di quei Paesi”.
L’avvocato israeliano per i diritti umani Michael Sfard ha descritto i voli come
“un caso eccezionale: non conosco casi in cui i palestinesi siano riusciti a
raggiungere la Cisgiordania attraverso l’aeroporto Ben Gurion, nemmeno per
motivi umanitari, ad eccezione dei VIP”. Pertanto, ha affermato, ritiene che “un
qualche tipo di interesse specifico abbia reso tutto ciò possibile”.
Secondo Haaretz, le deportazioni sono state effettuate in seguito a “una
richiesta insolita da Washington a Israele” e sono state approvate dal servizio
di sicurezza israeliano Shin Bet.
“Tutto ciò che ho vissuto, l’ho vissuto negli Stati Uniti”
Maher Awad, 24 anni, era uno degli otto uomini sul primo volo di deportazione.
“La mia vita era meravigliosa”, ha dichiarato dalla casa di famiglia a Ramun,
vicino a Ramallah, in un inglese con accento americano. “Mi sentivo al sicuro
negli Stati Uniti finché l’ICE non mi ha arrestato”.
Ha raccontato di essersi trasferito quasi dieci anni fa dalla West Bank a
Kalamazoo, nel Michigan, dove viveva già suo zio. Ha terminato il liceo lì prima
di iniziare a lavorare nel famoso negozio di shawarma di famiglia, tra le altre
attività di famiglia. Non aveva il permesso di soggiorno, ma ha detto di aver
ottenuto un numero di previdenza sociale mentre ne faceva richiesta. Ha anche
pagato le tasse e ha ottenuto la patente di guida.
Ha incontrato la sua compagna, la ventiseienne Sandra McMyler, qualche anno fa,
e avevano programmato di sposarsi. “Tutto ciò che sapevo, tutto ciò che ho
vissuto l’ho vissuto negli Stati Uniti”, ha detto.
Un palestinese scende dal jet privato che ha deportato lui e altri sette
palestinesi dagli Stati Uniti in Israele, il 21 gennaio 2026. (Fonte
sconosciuta)
Nel febbraio 2025, Awad chiamò la polizia per denunciare un’irruzione. Ma al
loro arrivo, lo arrestarono, apparentemente in relazione a un’accusa di violenza
domestica del 2024, che sia lui che McMyler, il soggetto coinvolto, dichiararono
essere stata archiviata. Fu trattenuto per due giorni nel carcere locale; quando
uscì, fu prelevato dall’ICE (l’accusa penale fu poi archiviata).
Per quasi un anno, fu trasferito tra diversi centri di detenzione prima di
essere imbarcato sul volo per Israele. Gli agenti dell’ICE, ha detto, gli
confiscarono il passaporto palestinese e il telefono, senza restituirli. Quando
di recente fu fermato a un posto di blocco militare israeliano, tutto ciò che
dovette mostrare fu una patente di guida del Michigan.
Dopo aver appreso che le autorità statunitensi intendevano deportarlo in
Cisgiordania, ha affermato di aver espresso forti obiezioni agli agenti dell’ICE
e a un giudice. “Ma mi hanno semplicemente costretto ad andarmene”, ha spiegato.
“È spaventoso; non voglio davvero essere qui. Preferirei essere in un Paese
diverso dal mio in questo momento, a causa di tutto quello che sta succedendo”.
Poco prima che Awad venisse arrestato, McMyler, che aveva già due figli, è
rimasta incinta di suo figlio, nato quattro mesi fa. Awad non lo ha ancora
incontrato. “Mi ha consumato ogni singolo giorno”, ha detto a proposito
dell’aver perso la nascita di suo figlio. “Ogni volta che vado a dormire, guardo
le sue foto e piango”.
Oltre alla compagna e al figlio, il fratello, la sorella e lo zio di Awad
rimangono negli Stati Uniti, e ha detto che hanno tutti uno status legale.
“Vuole solo suo figlio, vuole la sua famiglia”, ha detto McMyler dal Michigan.
“Vuole potermi aiutare a prendermi cura del suo bambino. Vuole tenerlo in
braccio, baciarlo, coccolarlo.
“Gli altri miei figli sentono la sua mancanza”, ha aggiunto, descrivendo come ha
sofferto senza Awad nell’ultimo anno. “Voglio che la mia famiglia torni
insieme”.
Maher Awad and Sandra McMyler. (Courtesy)
Sameer Zeidan, un commesso di 47 anni originario della città di Bir Nabala,
sempre vicino a Ramallah, era sullo stesso volo di espulsione di Awad. Suo zio,
Khaled, ha dichiarato che Zeidan viveva in Louisiana da oltre vent’anni con la
moglie, anche lei palestinese della Cisgiordania e cittadina statunitense.
Avevano cinque figli, tutti con passaporto statunitense.
Secondo lo zio, Zeidan aveva un permesso di soggiorno, ma l’ha lasciata scadere
senza rinnovarla. Anche i suoi genitori e tre dei suoi fratelli vivono negli
Stati Uniti.
Khaled ha affermato che Zeidan, che ha scontato la pena in carcere circa dieci
anni fa, è stato detenuto dall’ICE per circa un anno e mezzo, durante il quale è
stato trasferito tra diverse strutture. È stato informato dell’espulsione. volo
con due mesi di anticipo. Come Awad, ha detto, gli agenti dell’ICE hanno
confiscato la carta d’identità e il passaporto palestinese di Zeidan e non
glieli hanno mai restituiti.
Zeidan ha raccontato a suo zio di essere stato ammanettato mani e polsi “dal
momento in cui ha lasciato il centro di detenzione dell’ICE fino a quando non è
sceso dall’auto al posto di blocco vicino a Ni’lin”. Durante il volo, ha detto
suo zio, ha mangiato “muovendo la faccia verso il piatto”; quando ha avuto
bisogno di usare il bagno, gli hanno permesso di togliere un polso e una
caviglia dalle catene.
Secondo suo zio, a Zeidan è stato fatto firmare documenti che autorizzavano la
sua espulsione, cosa di cui si pente. “Mi ha detto che se non avesse firmato
questi documenti, sarebbe stato in qualche modo in grado di rinnovare il suo
permesso di soggiorno”, ha detto Khaled. “Ora non può tornare negli Stati Uniti.
Tutta la sua famiglia è lì”.
“Un sistema opaco e senza responsabilità”
La coda dell’aereo privato utilizzato per i due recenti voli di deportazione
reca l’emblema di Dezer Development, una società immobiliare fondata
dall’imprenditore israeliano-americano Michael Dezer e oggi gestita dal figlio,
Gil Dezer.
I Dezer sono soci in affari di Donald Trump dall’inizio degli anni 2000. Hanno
costruito sei torri residenziali a marchio Trump a Miami, in Florida, e i
documenti mostrano che hanno donato congiuntamente oltre 1,3 milioni di dollari
(1,1 milioni di euro) alle sue campagne presidenziali.
La stravagante festa per il 50° compleanno di Gil Dezer, l’anno scorso, ha visto
la partecipazione di artisti vestiti da Trump. Il suo sito Web riporta che è
membro degli Amici della Florida delle Forze di Difesa Israeliane,
un’organizzazione no-profit statunitense che raccoglie fondi per l’esercito
israeliano.
Dezer ha parlato del suo “amore” per il Presidente in una recente intervista.
“Lo conosco da circa 20 anni. Ero al suo matrimonio. Lui era al mio. Siamo buoni
amici. Sono molto orgoglioso che sia in carica. “Sono molto orgoglioso del
lavoro che sta svolgendo”.
Trump Towers di Dezer Development a Sunny Isles, Florida, 25 marzo 2012. (Edward
Dulmulder/CC BY 2.0)
I voli arrivano mentre l’amministrazione Trump intensifica gli sforzi per
espellere un gran numero degli oltre 10 milioni di immigrati clandestini che
vivono negli Stati Uniti. A tal fine, l’ICE ha noleggiato l’aereo di Dezer, che
in precedenza ha descritto come “il mio giocattolo preferito”, tramite Journey
Aviation, una compagnia con sede in Florida che spesso si avvale di contratti
con agenzie federali per fornire accesso a una flotta di aerei privati. (Journey
ha rifiutato di commentare i voli di espulsione verso Israele.)
Secondo Human Rights First (I Diritti Umani Prima di Tutto – HRF), che monitora
i voli di espulsione, l’aereo di Dezer ha effettuato altri quattro “voli di
espulsione” da ottobre: in Kenya, Liberia, Guinea ed Eswatini.
“Questo aereo a noleggio privato è stato ripetutamente utilizzato per i voli
dell’ICE Air”, ha affermato Savi Arvey, direttore della ricerca e analisi per i
diritti dei rifugiati e degli immigrati dell’HRF. “Fa parte di un sistema opaco
di aerei privati che facilita la campagna di Deportazioni di Massa di questa
amministrazione, che ha palesemente ignorato il giusto processo, separato le
famiglie e operato senza alcuna responsabilità”.
In un’e-mail, Dezer ha dichiarato di “non essere mai stato a conoscenza dei
nomi” di coloro che viaggiano a bordo del suo aereo quando è noleggiato
privatamente da Journey, né dello scopo del volo. “L’unica cosa di cui sono
informato sono le date di utilizzo”, ha detto.
I funzionari statunitensi non hanno risposto alle domande sul costo dei due
recenti voli per Israele, ma secondo l’ICE, i costi dei voli a noleggio sono
variati da quasi 7.000 a oltre 26.000 dollari (5.900-21.900 euro) per ora di
volo in passato. Fonti del settore aeronautico stimano che i voli di ritorno per
Israele siano probabilmente costati all’ICE tra i 400.000 e i 500.000 dollari
(336.000-420.000 euro).
Poiché gli Stati Uniti non riconoscono la Palestina come Stato, esistono enormi
incongruenze nel modo in cui i funzionari di frontiera classificano i Paesi di
origine e di espulsione dei palestinesi. I palestinesi arrivati negli Stati
Uniti sono stati variamente identificati come provenienti da Israele, Egitto,
Giordania o qualsiasi altro Paese arabo attraverso il quale potrebbero aver
transitato, la maggior parte dei quali, e in particolare Israele, li ha
generalmente rifiutati. Di conseguenza, i palestinesi spesso languiscono nei
centri di detenzione per immigrati statunitensi più a lungo di altri immigrati.
In passato, quando le autorità per l’immigrazione non riuscivano a trovare un
Paese in cui espellerli, i palestinesi venivano rilasciati negli Stati Uniti,
spesso con cavigliere monitorate e l’obbligo di regolari controlli presso l’ICE.
Ma poiché l’amministrazione Trump ha cercato di mantenere la promessa di
espulsioni di massa, diversi palestinesi sono stati espulsi dagli Stati Uniti
negli ultimi mesi.
Ex funzionari del Dipartimento per la Sicurezza Interna e del Dipartimento di
Stato hanno confermato che gli Stati Uniti in passato erano stati riluttanti a
deportare i palestinesi attraverso Israele, e gli avvocati specializzati in
immigrazione hanno espresso preoccupazione per il coinvolgimento di Israele
nelle deportazioni, temendo che i loro clienti possano ritrovarsi detenuti,
interrogati o maltrattati dalle stesse forze di sicurezza da cui spesso fuggono.
“C’è ora la volontà di fare ciò che altre amministrazioni non sono state
disposte a fare”, ha affermato Maria Kari, un avvocato che ha rappresentato
palestinesi sotto custodia dell’ICE. “Rimandarli, presumibilmente, in una
situazione di pericolo”.
Un portavoce del Dipartimento di Stato americano si è rifiutato di commentare,
limitandosi a dire che “si coordina strettamente con il Dipartimento per la
Sicurezza Interna negli sforzi per rimpatriare gli immigrati clandestini”.
Anche un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna non ha risposto
alle domande sui voli di espulsione verso Israele, ma ha dichiarato: “Se un
giudice stabilisce che un immigrato clandestino non ha il diritto di stare in
questo Paese, lo espelleremo. Punto”.
L’ICE non ha risposto alle domande. Il Ministero degli Esteri e il Servizio
Penitenziario israeliano hanno rifiutato di commentare.
Harry Davies, Alice Speri e Sufian Taha del Guardian hanno contribuito a questo
articolo, insieme ad Alaa Salama.
Ghousoon Bisharat è la redattrice capo di +972 Magazine
Ben Reiff è vicedirettore di +972 Magazine, con sede a Londra. Ha scritto per
The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz, ed è intervenuto al
Listening Post di Al Jazeera e alla radio britannica LBC. È anche membro
fondatore del collettivo editoriale di Vashti Media.
Pubblichiamo il comunicato dei Movimenti di Lotta Campani che hanno convocato il
corteo a Napoli con il titolo “Amore che resiste”, un appuntamento che si
inserisce nel quadro di mobilitazione a livello nazionale per la costruzione
dell’opposizione sociale al governo Meloni. Anche da Napoli arriva una voce
plurale ma con un obbiettivo comune: difendere gli spazi di libertà, di
socialità e aggregazione significa rilanciare per costruire alternative reali
che dai territori convergano per le mobilitazioni future.
5000 persone in piazza nonostante la pioggia a Napoli in difesa degli spazi
sociali, in solidarietà con Askatasuna e Leoncavallo, contro le politiche
securitarie e repressive di questo governo e contro la sua economia di guerra.
Un corteo ricco, partecipato, comunicativo, colorato, nato come risposta alla
richiesta di sgombero di Officina 99, in cui le tante voci dei movimenti di
lotta hanno saputo convergere in un unico momento collettivo, a difesa degli
spazi sociali di Insurgencia, del Gridas, del Carlo Giuliani, del Civico 7, di
Banchi Nuovi, del CPRS Soccavo così come dei territori, da Bagnoli a san
Giovanni, fino all’Agro Caleno.
Non è che l’inizio. Continueremo a sostenere le singole vertenze e mobilitazioni
regionali e nazionali, ma anche a farle convergere, per costruire una rete
dell’opposizione sociale. Per il diritto al reddito e alla riduzione degli orari
di lavoro, per il diritto all’abitare, per la difesa dell’ambiente, della salute
e di tutti i servizi sociali a partire dall’istruzione pubblica.
Lungo il percorso si sono svolte diverse azioni comunicative e di denuncia da
parte degli studenti medi ed universitari, abbiamo portato sulle mura della
questura quegli abusi di polizia tanto cari al governo Meloni. Infine, è stato
consegnato sotto la sede dell’ MSC un grosso pacco a stelle e strisce per
denunciare la sua complicità, come Main sponsor dell’American’s Cup, nella
devastazione di Bagnoli, per il suo ruolo logistico nel genocidio del popolo
palestinese e per la sua responsabilità nell’inquinamento nell’area portuale che
causa oltre 700 morti l’anno con le sue navi da crociera e quelle mercantili.
Il corteo si è concluso in piazza Municipio con interventi delle varie realtà
presenti, le esibizioni dei 99 posse e di altri artisti, mentre venivano
srotolati striscioni in solidarietà con la resistenza del popolo palestinese e
curdo.
Invitiamo tutti giovedì prossimo alle 19 a Officina 99 per decidere insieme come
continuare questo percorso di lotta cominciato oggi.
21 febbraio – corteo regionale basta impianti a Pastorano @bastaimpianti
21-22 febbraio assemblea nazionale a Livorno “Per realizzare un sogno comune”
27 febbraio – manifestazione sul l’abitare @retesetrestaabitante
28 febbraio – iniziativa Napoli per la Palestina
5 marzo contro la leva militare
14 marzo per un no sociale al referendum
28 marzo no kings corteo nazionale a Roma
I MOVIMENTI DI LOTTA CAMPANI
Ripubblichiamo un contributo che approfondisce l’articolazione della guerra sul
territorio toscano a firma Linda Maggiori e apparso su L’Indipendente. Un
materiale da accompagnare a HUB – Bollettino della militarizzazione e delle
resistenze dei territori, a cura del Movimento No Base e altre realtà di Pisa,
Firenze, Livorno, La Spezia e Carrara, in vista della due giorni che si terrà a
Livorno il 21-22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” di cui è uscito qui
il programma completo.
Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e
merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di
Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A
fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava
mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà
settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera
statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro
materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione
Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il
Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito
delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto
manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di
un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose
(IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta.
Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è
interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di
navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa,
tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan,
fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal
ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira
sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo
al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per
permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri,
con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di
materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6
km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove
vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già
manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni
ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando
la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024.
Banchine in costruzione e colmate . Foto di Ugo Macchia
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«Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare
ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di
migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del
Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che
saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei
fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del
comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il
cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno
in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di
vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci
sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come
compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli
scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta
energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi,
per essere completata, in teoria, entro il 2030.
IL CANALE DEI NAVICELLI E CAMP DARBY
La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al
Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare
statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di
missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari
del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche.
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Binario Tombolo. Foto di Linda Maggiori Il ponte girevole. Foto di Linda
Maggiori
Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500
attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree
del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di
pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai
cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di
armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di
“consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia
logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila
euro, pagati dagli Stati Uniti.
«Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della
volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che,
formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata
come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere
comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune.
La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per
conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al
100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e
controllo sulla navigazione nel Canale.
Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30
settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo
contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non
ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla
Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o
controllo su ciò che passa».
Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia
logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale,
detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col
fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici.
Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato
altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri
nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra.
«L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di
“Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL
Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma
che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San
Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la
militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di
Diritti in Comune.
IL RIARMO PASSA DAI BINARI
Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito
satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori
Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo
sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che
collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine
2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino
alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati.
«Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato
comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A
questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo
Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega
l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria
Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati
44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi
militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto».
A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una
settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo
erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo,
per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri
contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono
serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il
riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione
Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per
Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di
euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari
1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è
quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice
uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e
Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si
interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un
importante polo produttivo di Leonardo.
Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del
2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi
pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra
gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta
concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di
incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono
amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato.
Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le
comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle
Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby,
scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di
circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base
americana.
L’AEROPORTO MILITARE DI PISA E IL NUOVO HANGAR
L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi.
Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e
l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare
della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il
Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni
di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super
Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan,
costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo.
«Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento
esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia
per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso
questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA
nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più
insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono
trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo
sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico.
LA BASE EX CISAM
Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare
della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco
naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado.
Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che
copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal
Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e
interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si
aggira sui 520 milioni di euro.
Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i
lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie
e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un
presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori
non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale.
«Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano
economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione
dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta.
«Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di
riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM)
che dovrebbe essere dismesso e bonificato.
Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base,
tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni
negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby,
ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al
Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che
sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo.
Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e
delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su
34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da
alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un
centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col
Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto
Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un
autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo
elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a
scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una
città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura
civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove
sorge sia restituita alla cittadinanza.
Conferenza stampa ieri mattina a Napoli per lanciare la manifestazione in difesa
degli spazi sociali e di libertà in Campania.
da Radio Onda d’urto
Nelle ultime settimane attacchi sono arrivati a Officina 99, Gridas,
Insurgencia, Carlo Giuliani, Civico 7, Cprs e Banchi Nuovi, nel mirino del
disegno repressivo del governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi
autogestiti. Da qui il corteo regionale di sabato, ore 15, piazza Garibaldi a
Napoli.
Davide, compagno napoletano degli spazi sociali
COMUNICATO
“I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani,
al Civico 7, al CPRS, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi
sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal
governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti”, è quanto si
legge nell’appello di lancio della manifestazione in difesa degli “spazi sociali
e di libertà” promossa dai movimenti di lotta della regione Campania e che
sfilerà a Napoli questo sabato 14 febbraio dalle 15:00 a piazza Garibaldi.
Tantissime le sottoscrizioni arrivate dal mondo delle battaglie sociali,
ambientali e sindacali, ma anche dall’accademia, dal mondo dell’arte e della
musica, oltre che dell’associazionismo. Ospiti d’onore i 99 Posse, che si
esibiranno dal camion del corteo insieme a molti altri artisti. Ad aderire alla
manifestazione, tra gli altri, c’è il Global Movement to Gaza, tra i promotori
della Flotilla e delle piazze oceaniche dello scorso autunno in favore del
popolo palestinese.
“Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a
lavoratorə, disoccupati, studenti, precari, persone migranti, artisti, solidali
e tutti coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre
vite. Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi
sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle
la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta”, è quanto i promotori
affermano in una nota congiunta.
Ieri abbiamo visto una vecchia conoscenza del movimento No Tav, il Pm Padalino,
andare in televisione a piangere miseria per fine della sua infausta carriera,
da PM anti-notav al trasferimento di forza come giudice civile all’Aquila.
da notav.info
Tra manie di persecuzione e teoremi strampalati, come si suol dire, il buon Pada
se la canta e se la suona, lasciando intendere che il processo e le sanzioni di
cui è stato oggetto sarebbero state ordite da chissà quale complotto No Tav e
non causati dai comportamenti orripilanti del magistrato che vengono
scientemente nascosti al pubblico. A fine intervista, Padalino arriva a dire di
essere stato “assolto perché il fatto non sussiste” e che le torbide vicende
giudiziarie che l’hanno portato a essere sanzionato dal Consiglio Superiore
della Magistratura, sono legate al “non aver richiesto una fattura”. Il
presentatore, il sig. Porro, non fa un plissé e lascia correre. Una mancanza di
curiosità certo assai singolare per un “giornalista”. Proprio quando si parla di
tanto di impunità della magistratura non si dice al pubblico perché, una volta
su duecento, un PM è finito effettivamente sanzionato dal pur indulgente CSM.
Visto che né il sig. Porro né Padalino sembrano interessati a dare dettagli lo
facciamo noi, perché ognuno possa farsi un’idea delle disavventure del PM
anti-notav, avendo però tutti gli elementi in mano.
Padalino finisce sotto i riflettori per due vicende distinte.
La prima riguarda l’accusa di essersi fatto assegnare specifici fascicoli di
amici e conoscenti, in spregio all’assegnazione automatica che dovrebbe
garantire l’imparzialità della procura.
La seconda riguarda una serie di cene gratis in ristornati di lusso e weekend
graziosamente offerti al magistrato e consorte nonché operazioni e visite
mediche. Quest’ultima vicenda comincia quando un ufficiale della guardia di
finanza, Fabio Pettinicchio, viene condannato a 5 anni di reclusione per
sfruttamento della prostituzione. Con altri colleghi delle fiamme gialle,
Pettinicchio assicurava infatti protezione a una serie di locali a luci rosse
sul Lago maggiore in cambio di consumazioni gratis e prestazione sessuali.
Pettinicchio, dopo il processo in primo grado, chiede l’aiuto a un caro amico,
il PM Padalino, per preparare la difesa. Fondamentale il contributo dell’avv.
Bertolino (oggi deceduto), altra figura ben conosciuta dai No Tav perché
nominato per anni dai poliziotti che si costituiscono parte civile contro i
manifestanti valsusini nonché referente del sindacato di polizia salviniano SAP.
Oltre alla consulenza e ai consigli, il sostegno del PM Padalino all’ufficiale
Pettinicchio si spinge fino al prestito dell’auto con scorta assegnata al
magistrato perché il finanziare potesse tornare con più agio in Piemonte da un
viaggio di affari a Roma in cui preparava la difesa per il processo di appello.
Pettinicchio ovviamente non ha mai mancato di restituire le attenzioni del Pada
con favori e regali: cena al bistrot di Canavacciuolo, diversi soggiorni a costo
zero all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio, etc. Tutti fatti che in TV Padalino
e Porro omettono facendo credere all’incauto telespettatore che il PM anti-notav
sarebbe stato assolto perché “il fatto non sussiste”.
Padalino in realtà intrattiene a beneficio del pubblico una bella confusione
sulle due vicende che lo hanno visto coinvolto. Per la prima, l’assegnazione di
fascicoli agli amici, il Pada è stato effettivamente assolto con questa formula.
Due altri PM hanno infatti inviato delle lettere al giudice assicurando che le
assegnazioni certo non seguivano “rigidi automatismi” (l’assegnazione
automatica) ma rispettavano i “criteri organizzativi” della procura. Tant’è,
tutto è finito quindi a tarallucci e vino.
Per l’altro procedimento, il giudice ha certo ritenuto che non si potesse
trattare di “corruzione” visto che Padalino non era assegnato al caso di
Pettinicchio ma l’assoluzione è arrivata “tralasciando ogni considerazione e
valutazione squisitamente morali o di opportunità”. Insomma, le cene e gli altri
regalini ricevuti dal finanziere/magnaccia sono considerati fatti assolutamente
incontrovertibili, attestati da intercettazioni e acclarati in sede di giudizio
anche dal giudice che assolve Padalino che li considera “eticamente discutibili”
ma non “penalmente rilevanti”. Un PM dalla dubbia morale che infatti il CSM ha
deciso di sanzionare per la “gravità elevata dei fatti contestati” pur finendo
per salvare il collega dal licenziamento inzialmente previsto. A ognuno ora la
sua idea su questo triste satiro in cerca di ribalta.
“Senza consenso è stupro: Blocchiamo il DDL Bongiorno che istituzionalizza la
violenza sessuale”. Su queste parole d’ordine la rete Non Una di Meno ha
chiamato diverse iniziative in molte città d’Italia per organizzarsi e lottare
contro il DDL Bongiorno.
Di seguito riportiamo alcuni degli appuntamenti
Torino
Martedì 27 gennaio è stato approvato in Commissione Giustizia al Senato la nuova
versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla senatrice della Lega
Giulia Bongiorno.
Questo DDL costituisce un attacco senza precedenti alle donne, alle persone
trans e non binarie e a tuttə coloro che vivono sulla propria pelle la violenza
patriarcale.
Questo DDL fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale — e
pretende che la persona offesa sia in grado di dimostrare in un aula di
tribunale che quella che ha subito era violenza. Con le parole del decreto,
pretende che ogni persona denunciante sia capace di dimostrare il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Dissenso significa, di fatto, assumere che i corpi siano disponibili fino a
prova contraria, fino a quando non riescono a dire “no” con abbastanza forza,
urlare in maniera sufficientemente udibile, mostrare lesioni sufficientemente
profonde.
Non è un semplice tecnicismo giuridico, ma una scelta politica precisa,
pesantemente peggiorativa dell’attuale legge contro la violenza di genere e
sessuale e che calpesta la Convenzione di Istanbul, ovvero i fondamenti di ogni
impianto normativo sulla violenza.
Se questo DDL diventerà legge, avrà profonde ricadute sulla materialità delle
nostre vite: decidere come deve essere dimostrata una violenza sessuale
significa decidere anche che cos’è violenza, chi detiene il diritto sui corpi,
chi può essere credutə, chi invece viene sistematicamente protetto.
Significa aprire le porte ad una normalizzazione sempre più ampia della violenza
sessuale in un contesto culturale e politico che colpevolizza le donne e le
soggettività dissidenti per quello che subiscono, esercita una violenza
istituzionale sempre maggiore nei confronti delle persone trans e non binarie,
sdogana gli abusi maschili e di potere ad ogni livello della società.
Significa moltiplicare la violenza secondaria che chi denuncia già oggi vive
nelle aule di tribunale. Significa spingere sempre più donne e soggettività nel
climax di violenza che ci consegna centinaia di femminicidi, lesbicidi e
transcidi ogni anno.
Come transfemministə non possiamo permettere che questa legge venga approvata.
Non accettiamo che lo Stato istituzionalizzi la violenza sessuale.
Insieme, nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee, insieme allə nostrə
amichə, abbiamo deciso di essere il grido collettivo di tutti quei “no” detti e
non rispettati, ma anche di quelli che da solə non siamo riuscitə a dire.
Senza consenso è stupro.
Organizziamoci insieme.
Verona
GIÙ LE MANI DALLA LEGGE SULLA VIOLENZA SESSUALE✊🏻🔥
A 25 anni dalla Convenzione di Istanbul, in Italia si sta cambiando la normativa
sulla violenza sessuale per decidere ancora sui nostri corpi.
Quella che doveva essere una normativa che metteva al centro il *consenso
libero, esplicito e revocabile*, si è trasformato nel suo contrario, peggiorando
la situazione attuale, perché si concentra sul dimostrare la «volontà
contraria», quindi il dissenso. Ancora una volta la responsabilità rischia di
ricadere su chi la violenza la vive.
Il 10 febbraio ci troviamo con rabbia e amore per condividere lotta e cura.
Vogliamo fare rete per rovesciare un diritto penale e un immaginario che “misura
la violenza non sull’atto compiuto, ma sulla reazione subita e che continua a
interrogare i corpi violati” (cit. GiULiA
Giornaliste Unite Libere Autonome).
Confronteremo saperi, pensieri, esperienze; creeremo striscioni e cartelli per
portare in piazza il grido di tuttə le soggettività oppresse, per stare insieme
e dare spazio a nuovi immaginari.
Ci troviamo alle 20.30 nella sala di
ENERGIE SOCIALI – Via Bruto Poggiani, 4 – 37135 Verona
Scegliamo luoghi e modalità di partecipazione il più accessibili possibile.
Scrivici se vuoi partecipare!
In AUTOBUS da Verona Porta Nuova B :
-41, fermata Via Trieste II, 8 min a piedi
-51, fermata Via Malfer I B, 3 min a piedi
-21, fermata Fiera B, 11 min a piedi
-53, fermata Via Scuderlando IV, 4 min a piedi
-61, fermata Viale del lavoro/viale dell’industria B, 6 min a piedi
Se hai bisogno di accompagnamento o di altre info scrivici.
Cuneo
Roma:
Il femminicidio di Zoe Trinchero, 17 anni, per mano di un ragazzo di 19 anni che
era stato rifiutato, rimette al centro il tema del consenso e del suo rovescio:
la cultura dello stupro.
In Parlamento è in discussione un disegno che peggiora le norme sulla violenza
sessuale perché cancella il consenso per tutelare gli abuser.
Incontriamoci in assemblea pubblica per continuare a organizzare insieme la
campagna contro il DdL sul Dissenso e la giornata di mobilitazione del 15
febbraio, in connessione con l’assemblea di lunedì 9 in Sapienza.
Blocchiamo il DdL Dissenso perché la violenza non diventi norma.
Senza consenso è stupro!
Verso lo sciopero transfemminista dell’8/9 marzo prepariamo lo sciopero della
produzione e della riproduzione, del consumo e dai ruoli di genere, nelle
scuole, nei posti di lavoro, nella città.
Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo!
Bologna:
Ci vediamo domani per l’assemblea settimanale di Nonunadimeno. Continuiamo con
la costruzione dello sciopero dell’8/9M!
Ordine del giorno:
– Continueremo a discutere della costruzione dello sciopero e degli eventi in
programma nel prossimo mese di lotta!
– 11 febbraio: completeremo la costruzione dell’evento con lə compagnə iranianə
di @hamsaye_bologna
– 15 febbraio: organizzazione della piazza insieme a Di.Re e ai centri
antiviolenza
contro il DDL Bongiorno
– Prossimi eventi di autofinanziamento verso lo sciopero
Lo spazio è accessibile, scrivici per bisogni specifici.
con amore e rabbia 💜🔥
Asti:
Assemblea di auto formazione aperta a tuttə
Mercoledì 11 Febbraio
H 20.30 Foyer delle famiglie – Asti
Parliamo della nuova versione del DDL sulla violenza sessuale, proposto dalla
senatrice della Lega Giulia Bongiorno.
L’ennesimo attacco alle donne, alle persone trans e non binarie.
Una norma che fa a pezzi il valore del consenso — inteso come manifestazione
libera, chiara e attuale della volontà di avere un rapporto sessuale.
Una norma che pretende che la persona offesa dimostri in un’aula di tribunale
che quella che ha subito era effettivamente violenza, dimostrando il dissenso
manifestato al momento dell’atto.
Chi decide per noi, per i nostri corpi?
Chi viene protetto e perché?
Le nostre vite contano. Le nostre parole contano.
Tivoli:
La rete chiama, noi rispondiamo.
Anche noi aderiamo alla mobilitazione permanente lanciata da D.i.Re e da tutta
la rete transfemminista contro il DDL Bongiorno e ogni tentativo di svuotare il
significato del consenso.
Il consenso non è una formula giuridica da riscrivere:
è diritto, autodeterminazione, libertà.
Indebolirlo significa aumentare la violenza e ridurre la tutela delle donne e
delle soggettività più esposte.
📍 Il 15 febbraio saremo in piazza Garibaldi, insieme a oltre 100 piazze in
tutta Italia.
Perché sui nostri corpi e sulle nostre vite non si arretra.
Trento:
Si avvicina la data dell’8 marzo e anche quest’anno vogliamo costruire con voi
insieme lo sciopero e la piazza che verrà chiamata a Trento!
Messina:
Di recente è stata presentata in Senato da parte di un’esponente della Lega una
riformulazione dell’articolo relativo alla violenza sessuale.
Per la prima volta in un testo di legge appariva la parola “consenso”; e non
solo, specificava anche “libero e attuale”, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚’ 𝙪𝙣 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙣𝙨𝙤
𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙥𝙪𝙤’ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙚𝙩𝙚𝙨𝙤, 𝙚𝙨𝙩𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙤
𝙙𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙞𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚’ 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙧𝙚𝙫𝙤𝙘𝙖𝙗𝙞𝙡𝙚.
Questa dicitura ci avrebbe allineato ai Paesi europei più virtuosi sul tema di
genere e avrebbe rispettato il principio di autodeterminazione sessuale sancito
dalla Convenzione Internazionale di Istanbul (cui tutti gli Stati UE sono
firmatari e vincolati) e dalla Cassazione.
Quella che sembrava una svolta storica in Italia è stata cancellata con un colpo
di spugna. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗲
𝘃𝗶𝘁𝘁𝗶𝗺𝗲 𝗮 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼
𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗼, 𝗱𝗶 𝗰𝘂𝗶 𝗽𝗼𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮’
𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝘁𝗮’ 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗹 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼”.
Una modifica che sposta nuovamente la responsabilità degli abusi sulle vittime e
inasprisce i già difficili processi verso chi decide di denunciare e si ritrova
a dover provare di non essersela cercata.
𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶𝗼’ 𝗲’ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲! È la volontà di ignorare
decenni di studi sulla strutturalità della violenza di genere. Un’ulteriore
istituzionalizzazione della cultura dello stupro che prima ci abusa e poi ci
colpevolizza, facendo vittimizzazione secondaria. Una tutela dello status quo
che continua a giustificare e proteggere gli uomini abusanti sulla nostra pelle.
E un insulto a tutto il lavoro di Associazioni, Collettivi e Centri Antiviolenza
che ogni giorno gratuitamente colmano i vuoti istituzionali e si occupano del
sostegno diretto alle vittime.
Riprendiamo questa intervista a Havin Guneser, un punto di vista situato che
offre uno sguardo sui molteplici aspetti che vanno analizzati in questa fase per
comprendere la situazione in Rojava, svolta da Radio Onda d’Urto.
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici
dell’assemblea dell’Academy of Social Science, già portavoce della campagna
“Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan” e autrice del libro “L’arte
della libertà. Breve storia del movimento di liberazione curdo” (Meltemi, 2025).
Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel
mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan.
Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle
milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione
autonoma della Siria del nord-estall’interno di quella che il movimento di
liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale.
Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere
come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per
sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare
l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio
oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli.
Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media
mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro
l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine,
abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di
liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il
ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca
di Imrali.
Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano
Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin
Guneser
Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda
d’Urto ad Havin Guneser:
Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare
quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in
tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e
all’accordo di cessate il fuoco?
Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto
nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato
nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo
sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni
circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due
anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con
l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria
e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i
curdi, il popolo curdo.
Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto
molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli
e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e
territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato
molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che
sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti
all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia
Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come
saranno le cose in Medio Oriente.
E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i
combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio
Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte
davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro
sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o
luoghi simili. Questo è un livello.
Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100
anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono
stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo
quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da
altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato
illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato
dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su
come risolvere i conflitti in Medio Oriente.
Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni.
Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare
nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono
attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono
o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un
massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo
mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato
un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a
cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico
adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella
regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di
questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh.
Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi
affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran,
sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente.
Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale,
sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata
nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze
che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse.
Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo
dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente
importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento.
È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi
jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e
anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In
sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la
capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche
al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e
abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli
amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un
soffio.
Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato
accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il
Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno
capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra
tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più.
Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto
complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è
collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il
paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le
spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona,
dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati
nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e
dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è
stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli
propone.
Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto,
l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano
un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le
potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono
“avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei
colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo.
Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci
sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che
cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il
Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più
decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere
qualche guerra per conto loro.
Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche
l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente
anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di
formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto
un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori
pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro i
turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del
Medio Oriente.
Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale
stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul
riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati
dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra
forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i
loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi
nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo
basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno.
Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché
una volta iniziato è impossibile fermarlo.
Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in
Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo
più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo,
l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno
Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione
autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle
forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo
dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in
Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole
e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di
impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente.
Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un
punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come
entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci
saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro.
Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma
l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e
negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso
la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno,
mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro
determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle
donne e la nazione democratica nella regione.
Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo
che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero
fretta di concludere tutto molto rapidamente.
Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto
il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo
piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto
un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con
grande sicurezza.
Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria
del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di
propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo
attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle
East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche
diversi media occidentali. Perché?
Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho
già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere
l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti
milioni di dollari sulla sua testa.
Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema
mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha
permeato ogni angolo delle procedure statali.
Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a
parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato
all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne
sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria.
Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le
élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a
ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi,
con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto
rapidamente.
E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel
– ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto
obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo
modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i
buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti,
ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose
più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si
sono trasformati.
Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di
dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi
sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire,
abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante
dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio
nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano
le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e
assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad
Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la
combattente fosse giovane.
Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile
all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non
dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando
di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa
del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è
tutta una questione di “campismo”.
Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in
questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale
potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è
molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante
esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far
capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo.
Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro
del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti
a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo.
Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del
rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste
settimane?
Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di
Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla
Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando
la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan
stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo
in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i
curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante
il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo
Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una
guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero
diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente
sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente,
mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non
favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di
trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione.
Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è
successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un
complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri
ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio,
il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha
dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli
attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento
e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme
genocidio, di una resistenza e lotta in Siria.
Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15
febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del
Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono
state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono
state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi.
Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede.
Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con
le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe
trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire,
quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e
dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era
nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi.
Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose
stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che
lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti
gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che
non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in
ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era
così. Questa informazione non era stata divulgata.
Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte
di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati
Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui
anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano
presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare
tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo
desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile,
realistico, diciamo… Quello realistico sul campo.
Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di
non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma
anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che
costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50
anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra
mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’.
E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto
il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio
Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema
mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere
presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema
capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo
paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la
modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di
cui stiamo parlando.
La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il
futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in
grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta
facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del
confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio
Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri
aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia
dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.
Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Fabrizio Salmoni
Riporto i miei brevi commenti inviati alla mia sez. Anpi Nizza Lingotto sui
fatti di sabato, secondo me, sono tre i risultati politici positivi:
1. L’affermazione dell’autonomia del movimento che costringe tutto l’arco
istituzionale a mostrarsi uniforme (Anpi nazionale compreso!) quindi a fare
chiarezza;
2. La capacità sul terreno di far arretrare la polizia;
3. Far emergere (v. Stampa di domenica) che a Torino c’è una borghesia
progressista che sta con i movimenti. Oggi quella é sotto attacco, balbetta
e un po’ frigna perchè si sente presa in mezzo ma c’è e tocca rincuorare i
cuori deboli. Anche il discorso del Sindaco contiene timide considerazioni
che vanno oltre la condanna. Evidentemente si sono create fratture nella
sinistra istituzionale. Ben vengano!
Quindi direi non poco.
C’è poi un risvolto clamoroso da annotare: Al Tg7 Mentana, con faccia
contrita e allargando le braccia in sconforto, chiaramente controvoglia, per
la prima volta da sempre ha letto testualmente e per intero il comunicato di
Aska e centri sociali sulla giornata di sabato (per me, un buon comunicato)
e ha fatto vedere la polizia che manganellava in gruppo un povero fotografo.
Non ricordo sia mai accaduto in anni che abbia mai letto un comunicato dei
movimenti, sempre e solo veline di questure, partiti o governi. E’ successo
qualcosa. Non so a cosa si debba la novità e bisognerebbe capire ma mi
sembra comunque un insperato elemento positivo.
Sarebbe poi importante fare qualcosa per chiarire a tanti partecipanti che
si ritraggono di fronte alla forza dispiegata della piazza e si lasciano
influenzare dalla retorica sui buoni e cattivi, sugli “infiltrati” e sui
complottismi,che non si fa politica col vittimismo, con i mille distinguo
(pur da considerare), che é importante talvolta proiettare la forza politica
nelle piazze, dimostrare forza, e che bisogna essere consapevoli purtroppo
che immancabilmente il potere reagisce. Insomma, bisogna fortificare anche i
cuori.
Aggiungerei un altro elemento importante: i fatti di sabato hanno
incrementato l’attuale instabilità politica, un elemento che può giocare a
favore di chi ricerca un cambiamento sostanziale degli equilibri politici e
di cui bisognerebbe approfittare per far avanzare il fronte di lotta. Il
potere cerca instancabilmente la stabilità a tutti i livelli per poter
muoversi a piacimento quindi è compito del fronte di lotta creare e
mantenere instabilità con il lavoro politico, con i nostri comportamenti
individuali e collettivi, con l’organizzazione, e avere la consapevolezza di
ciò che abbiamo di fronte. Per esempio, a ciò che si muove nella politica
istituzionale: mi riferisco all’esordio di Vannacci. Promette guai e una
futura forza paramilitare di estrema destra che possa raggruppa tutti i
gruppi extraparlamentari fascisti. Bisognerà essere preparati e lavorare per
un fronte unico dei movimenti.
La diretta dal corteo di Radio Onda d’Urto
Al via allo stadio San Siro le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Tra i
50 leader mondiali presenti in tribuna d’onore anche il vicepresidente
statunitense JD Vance, fischiato dalla platea al passaggio della squadra USA,
così come quella israeliana. Con Vance e il segretario di Stato Usa Rubio c’è
pure l’Ice, la milizia privata trumpiana che da settimane a Minneapolis – e in
molte città statunitensi – va a caccia di migranti e antirazzisti, deportando e
anche uccidendo.
In concomitanza con la kermesse olimpica, è iniziata giovedì la quattro giorni
delle Utopiadi, l’appuntamento sportivo, sociale e politico promosso dalle
realtà dello sport popolare in esplicita alternativa e opposizione alle
Olimpiadi Milano-Cortina. Il Comitato Insostenibili Olimpiadi, la rete di spazi
sociali e associazioni, ha aperto ieri la giornata occupando e liberando l’ex
PalaSharp di via Carlo Salerio, una struttura abbandonata dal 2011 e sottratta
da anni all’uso sportivo e alla cittadinanza. Nel tardo pomeriggio di ieri, alle
18, si è svolta in zona San Siro la fiaccolata popolare antiolimpica, con
partenza da viale Mar Jonio.
Oggi, dalle ore 15, il corteo nazionale in piazza Medaglie d’Oro: è la prima
manifestazione di movimento dopo l’approvazione del pacchetto (in)sicurezza del
governo Meloni. Partecipano le realtà dello sport popolare e di base, dei
movimenti civici e ambientalisti, di comitati territoriali e collettivi
studenteschi, dei movimenti transfemministi, delle reti di lotta per il diritto
all’abitare e del sindacalismo conflittuale, dei movimenti scesi al fianco del
popolo palestinese e delle reti che si oppongono alla deriva securitaria. Ne
parla, ai microfoni di Radio Onda d’Urto Mery, del CIO e di Off Topic.
Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto i collegamenti dalla manifestazione di
Milano:
Ore 18.40 – La manifestazione contro le Insostenibili Olimpiadi si dirige verso
Brenta. Sono almeno 5 le persone fermate a seguito delle cariche e dei
lacrimogeni contro il corteo che tentava di raggiungere la Tangenziale Est.
Ore 18.15 – Il corteo, una volta arrivato in Via Mompiani, nel quartiere
Corvetto, dietro lo striscione “know your enemy” ha cercato di raggiungere la
Tangeniale Est di Milano. Lacrimogeni e idranti sul corteo, prima dell’impatto
con la testa. Dalla manifestazione fuochi d’artificio e petardi. Il collegamento
con Francesco della Redazione.
Ore 17.40 – Azione in piazzale Ferrara dove il corteo ha esposto uno striscione
che recita “lunga vita ai quartieri popolari”. Su altri due striscioni si legge
“case alle famiglie, fuori le divise dal quartiere” e “stop speculazione nei
quartieri”. Il collegamento con Francesco di Radio Onda d’Urto da Milano.
Ore 17.20 – In via Benaco la manifestazione nazionale prosegue: le interviste a
chi era in piazza realizzate da Marco e Francesco della Redazione.
Ore 17.00 – “Siamo 10mila“, fanno sapere dal CIO. L’intervista a Luciano
Muhlbauer, storico compagno di Milano, e le prime valutazioni dal corteo.
Ore 16.35 – Il corteo ha svoltato in via Brembo, a ridosso del maxi cantiere
dello Scalo Romana, dove sorge il Villaggio Olimpico. Qui srotolato uno
striscione sul ponte che sovrasta la ferrovia, con la scritta: “Binary is for
the train”; accesi fumogeni e fuochi d’artificio. Il collegamento con Francesco
della Redazione.
Ore 16.00 – Il corteo è partito da Piazza Medaglie d’Oro prendendo Corso
Lodi. Il collegamento con Marco, della Redazione di Radio Onda d’Urto, racconta
spezzone per spezzone la composizione della manifestazione contro le
“insostenibili olimpiadi”.
Ore 15.30 – Il collegamento da Piazza Medaglie d’Oro con Francesco della
Redazione e l’intervento di Elio Catania, di Off Topic.
Ore 11.00 – Partenza collettiva dalla stazione della città da cui
trasmettiamo, Brescia: appuntamento con APE Brescia alla stazione ferroviaria
alle ore 12.28. Ne parla Francesco, vicepresidente di APE Brescia.
Ieri, venerdì 7 febbraio, si è tenuto lo sciopero internazionale dei porti che
ha coinvolto 21 porti a livello internazionale: da Genova a Livorno, Trieste,
Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari ma
anche Tangeri, Bilbao, fino in Grecia e in Turchia. A Genova è stato lanciato
l’osservatorio sul traffico marittimo di armi. Sin dalla mattinata sono state
bloccate alcune navi di compagnia israeliana, a Livorno la ZIM Virginia è stata
bloccata e, come sostiene l’Unione Sindacale di Base nel suo comunicato “La
stessa costa sta succedendo alla ZIM New Zealand, che era prevista per questa
mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare
oggi a Venezia e domani a Ravenna”. In serata manifestazioni si sono tenute in
diverse città italiane contro la guerra, contro il riarmo e contro il genocidio
in Palestina, per chiedere un embargo commerciale su Israele e per opporsi alla
militarizzazione delle infrastrutture del territorio.
Di seguito pubblichiamo alcuni contributi sulla giornata.
da Radio Blackout
Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle
banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche nelle
Americhe.
La mobilitazione, indetta in Italia dal sindacato USB e all’estero da vari altri
sindacati di lavoratori portuali, unisce il rifiuto dei traffici bellici alla
denuncia del peggioramento di salari e condizioni di lavoro. Cortei e presìdi
sono in corso nei principali porti europei e nordafricani, dal Pireo a Bilbao,
da Tangeri ad Amburgo, e in molti scali italiani. A Genova è chiamato un corteo
dal Varco San Benigno alle h. 18,30; previste mobilitazioni anche a Livorno,
Trieste, Cagliari, Ancora, Salerno e molti altri porti italiani.
Lo sciopero arriva al termine di anni di mobilitazioni contro il transito di
armi, iniziate a Genova nel 2019 e poi estese ad altri porti del Mediterraneo.
Inchieste e sequestri recenti hanno confermato il passaggio di materiali
militari nonostante i divieti. Accanto al rifiuto della logistica di guerra, il
tema centrale è il salario: l’aumento del costo della vita e la graduale corsa
al riarmo hanno eroso stipendi rimasti quasi fermi, mentre gli armatori hanno
registrato profitti record.
Ne abbiamo parlato con Riccardo, del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali,
organizzazione genovese da sempre in prima linea contro le navi della guerra e
tra i principali organizzatori dello sciopero di oggi.
dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali
Porto di Genova 7 febbraio 2026
..la buona notizia è quella della volontà di mettere in campo un ” osservatorio
sul rispetto della legge 185/90 contro i traffici di armi” ,ci immaginiamo che
qualche resistenza a questo importante progetto ci sarà,in ogni caso il
contrasto alla guerra ed ai suoi traffici non si fermerà.
Oggi è stata una giornata importante, tra i 25/30 porti sono stati interessati a
questa mobilitazione internazionale.
Il 30 agosto lo avevamo promesso ,bloccheremo tutto,faremo gli scioperi
generali,arriveremo.allo sciopero internazionale.
Ci sono momenti della storia che la classe operaia ,in questo caso i lavoratori
portuali devono scendere in campo devono riequilibrare un po’ le cose,ecco ci
stiamo provando ,e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui
posti di lavoro,contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al
centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali ,chiediamo
l’inserimento del lavoro usurante a fine pensionistici nel presente dei vecchi
portuali ,e nel futuro dei giovani lavoratori del porto..
Non ci fermeremo mai perché siamo stanchi di lottare,ma solo quando avremo
vinto..
Working class combat
Riceviamo e pubblichiamo volentieri..
Extinction Rebellion si unisce alle voci di dissenso sul nuovo decreto
sicurezza, denunciando il restringimento dei diritti costituzionali e la
legalizzazione di prassi degradanti che vengono portate avanti sempre più spesso
negli ultimi anni. “Una deriva autoritaria senza precedenti di fronte a cui la
disobbedienza civile nonviolenta diventa un dovere morale”.
Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo decreto
sicurezza, un provvedimento che introduce una serie di misure destinate a
restringere in modo significativo il diritto al dissenso in Italia: dal fermo
preventivo fino a 12 ore prima delle manifestazioni allo scudo penale per le
forze di polizia, fino a nuove disposizioni che inaspriscono le pene per le
persone migranti nei CPR e facilitano gli sgomberi degli spazi
occupati.Extinction Rebellion denuncia quello che definisce “una deriva
autoritaria senza precedenti: un decreto che regolarizza la violazione
sistematica del diritto costituzionale a manifestare liberamente il proprio
pensiero ed espone chiunque all’arbitrio delle forze dell’ordine, sotto
indirizzo del governo. Un decreto che legalizza pratiche che vengono già
utilizzate illegittimamente dalla polizia e di fronte a cui la disobbedienza
civile nonviolenta diventa un dovere morale”.
Il fermo preventivo anche senza condanna: quando lo Stato diventa accusa e
giudice
Tra le principali novità del decreto vi è l’introduzione del fermo
preventivo nell’ordinamento italiano. La norma rende legale l’accompagnamento e
il trattenimento in Questura fino a 12 ore di persone con precedenti denunce o
“segnalazioni di polizia” per reati contro il patrimonio o contro la persona
prima di cortei e manifestazioni. Non è necessario essere stati processati o
condannati: è sufficiente l’esistenza di precedenti denunce, anche se archiviate
o ritenute infondate dalla magistratura. Extinction Rebellion sottolinea che
tali denunce possono essere state originate dalle stesse forze di polizia,
talvolta in modo strumentale per criminalizzare chi protesta e costruire un
profilo “criminale”. “In questo modo la polizia, sotto indirizzo del governo,
diventa l’organo che formula le accuse e che, senza l’intermediazione della
magistratura, può poi utilizzare quelle stesse accuse per prelevare le persone
dirette a una protesta e trattenerle fino a 12 ore”, afferma il movimento. “Si
tratta di un gravissimo attacco alle libertà di movimento e di manifestazione,
che di fatto regolarizza prassi illegittime già diffuse nelle Questure di tutta
Italia per impedire lo svolgimento di manifestazioni pacifiche e criminalizzare
i movimenti”.
Dall’abuso alla norma: pratiche illegittime ora legalizzate
Pratiche simili sono già state applicate in passato con Extinction Rebellion in
diverse città, tra cui Roma, Bologna, Brescia, Padova e Venezia. In queste
occasioni, manifestazioni nonviolente sono state interrotte o addirittura fatte
saltare con l’uso della forza: centinaia di persone sono state fermate e
trascinate malamente, caricate sugli autobus e trattenute nelle celle delle
Questure per otto o dieci ore, nonostante avessero consegnato spontaneamente i
documenti di identità (come previsto dalla legge). “Quello che oggi diventa
legale con questo decreto, viene praticato illegittimamente dalle Questure di
tutta Italia da anni. E ciò che accade una volta in Questura – durante i fermi –
è a sua volta una prassi illegittima: perquisizioni corporali abusive e
immotivate, rilievi biometrici e, prelievo di oggetti personali – compresi
farmaci e telefoni – e impossibilità di comunicare con avvocati e familiari”,
riporta il movimento. I fermi si concludono spesso con denunce per reati come
manifestazione non preavvisata (art. 18 TULPS) o violenza privata (art. 610
c.p.) – a volte anche senza la manifestazione vi sia mai stata – e che vengono
regolarmente archiviate dalla magistratura per assenza di reato. A queste si
aggiunge spesso l’emissione di fogli di via fino a quattro anni, misura prevista
dalla legge 159/2011 per reati gravi come quelli di mafia ma utilizzata
regolarmente anche contro persone incensurate per allontanarle dalle città.
Negli ultimi anni Extinction Rebellion ha presentato e vinto ricorsi per
l’annullamento di fogli di via illegittimi e ha denunciato le Questure di
Bologna, Brescia e Roma per sequestro di persona, abuso d’ufficio e trattamenti
degradanti nei confronti di attivisti. “La libertà non è mai garantita: va
difesa ogni giorno”, afferma il movimento, richiamando una frase attribuita a
Hannah Arendt. “La democrazia si difende contestando le leggi ingiuste: un fermo
illegittimo, una denuncia pretestuosa, un foglio di via immotivato alla volta.
Ed è ciò che continueremo a fare, a partire dal nuovo decreto sicurezza”.