L’Università di Pisa fa sparire il presidio di Pace dei “Tre Pini”
Mercoledì 18 marzo ore 11.00 conferenza stampa al Rettorato, Lungarno Pacinotti
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Durante una passeggiata di monitoraggio al CISAM, nel cuore del Parco di San
Rossore, abbiamo trovato il nostro Presidio di Pace dei “Tre Pini” sgomberato.
Bagni, docce, lavabi, tavoli e panche spariti, insieme a tutti gli oggetti e le
attrezzature messe a disposizione da solidali. È sparito tutto ciò che è stato
costruito con il contributo della collettività e che ha reso un posto prima
abbandonato percorribile dalla cittadinanza. In altre parole, un furto. Oltre
che un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a chi si batte concretamente
per la pace, per l’ambiente, contro le guerre.
Ma chi ha paura di un presidio per la Pace?
L’Università di Pisa è proprietaria del terreno dei “Tre Pini”, da anni
abbandonato e rigenerato dall’autorecupero del movimento No Base che vi ha
realizzato campeggi, mobilitazioni, iniziative di socialità e molto altro.
L’università di Pisa ha scelto di essere complice del progetto della base
militare, accettando la “compensazione” della ristrutturazione del Borgo ex
Bigattiera. Ora sappiamo in cambio di che cosa: in cambio del suo schieramento
nel campo di chi vuole la guerra mondiale. E così, l’Università si rende
disponibile a intralciare il movimento di cittadini, studenti, abitanti del
territorio che difendono il parco dalle basi militari e che lottano per la Pace.
L’Università di Pisa possiede tutti i terreni adiacenti alle basi militari del
nostro territorio: CISAM, Camp Darby e COMFOSE. Finora, ha deciso di tutelare le
attività di quelle basi, piuttosto che difendere le sue stesse terre dalla
militarizzazione e dal cemento, su cui sorgono anche le sue stesse strutture
didattiche come il Centro Avanzi di Agraria o l’Ospedale didattico veterinario.
Ma le collaborazioni con la guerra sono anche dirette: l’Ateneo pisano porta
avanti ricerche milionarie all’interno di laboratori, come il RASS Lab a
Cisanello o il Laboratorio Nazionale di Reti e Tecnologie Fotoniche del CNIT in
collaborazione con aziende belliche come Leonardo SpA e Rheinmetall, con la
NATO e persino con il CISAM, dove dovrebbe sorgere la nuova base militare.
L’Università di Pisa è come la verità di Orwell: quando parla di Pace, sta
facendo la Guerra, quando parla di ambiente, sta gettando il cemento, quando
parla di progresso, sta progettando il colonialismo. Non dimentichiamo che è la
stessa Università che continua a sostenere Israele e i progetti con le entità
che portano avanti il genocidio in Palestina.
Provare a cancellare il Presidio di Pace Tre Pini è un attacco a chi lotta per
la pace.
Che cosa fa paura all’Università? Fa paura che qualcuno attraversi e curi i suoi
spazi per parlare di pace? Fa paura che si difenda il Parco di San Rossore dalle
reti, dal cemento, dalle basi militari? Fa paura che qualcuno contesti i
traffici di armi e difenda i principi di Pace della Costituzione?
Non è un caso che questo avvenga pochi giorni dopo aver bloccato un treno carico
di armi, cosa che ha dato un segnale di pace forte e concreto a tutto il Paese.
Non è in dubbio che ciò avvenga a braccetto con quei soggetti politici e
militari che continuano a decidere in modo dispotico sul nostro territorio.
Vogliamo dirlo con chiarezza: l’ipocrisia e la vigliaccheria dell’Ateneo,
evidentemente invischiato con i poteri guerrafondai della nostra epoca, non ci
stupiscono. Né tantomeno ci spaventano, perché sappiamo che il presidio dei Tre
Pini verrà presto ricostruito dalla mobilitazione popolare. Perché in questo
periodo di guerra, è sempre più forte il bisogno di lottare per la pace.
Chi ha paura della pace ha paura di chi sta resistendo a un’idea di mondo fatta
di brama di potere, di profitto, di prepotenza sui popoli: ha il terrore di
perdere il proprio tornaconto negli affari di guerra. Cerca di distruggere,
laddove in tanti provano a costruire alternative e prospettive. Pochi giorni fa
abbiamo dimostrato che resistere a tutto questo è possibile, ma che sarà sempre
più importante farlo insieme e collettivamente. Il gesto dell’Università ci
mostra quanto è necessario che tutti prendano posizione, partecipino e in ogni
modo facciano la loro parte per la pace.
È sempre più chiaro che non possiamo delegare a queste istituzioni il potere di
decretare le sorti del nostro territorio, così come del pianeta: spetta farlo a
noi, insieme. Il Parco appartiene alla popolazione, agli animali e alle piante,
non al Rettore, non all’ateneo, non ai militari. La Pace o si costruisce o si fa
la guerra. E l’Università di Pisa, evidentemente, vuole fare la guerra.
Mercoledì 18 marzo alle 11.00 Conferenza Stampa al Rettorato prendiamo parola su
quanto è successo.
Da Movimento No Base
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Raid aereo delle forze aeree USA contro l’isola di Kharg, terminal petrolifero
offshore iraniano. Stanotte il presidente Donald Trump ha dato l’ordine al
Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (Centcom) di
colpire massicciamente le infrastrutture militari ospitate nell’isola da cui
viene esportato quasi il 90% del petrolio dell’Iran.
L’8 marzo scorso l’isola che si trova a 25 km di distanza dalle coste iraniane e
a meno di 500 km dallo Stretto di Hormuz era stata al centro di una lunga
missione di intelligence, riconoscimento e sorveglianza di un drone MQ-4C
“Triton” (reg. 169804 – c/s VVPE804) di US Navy decollato dalla stazione
aeronavale di Sigonella.
Dopo aver attraversato tutto il Mediterraneo centro-orientale, il velivolo senza
pilota si era diretto inizialmente verso le coste nordorientali iraniane per
sorvolare il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture
della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio.
Successivamente il “Triton” USA ha raggiunto l’isola di Kharg. “La missione del
drone può essere servita per monitorare l’attività iraniana lungo la costa e
raccogliere dati d’intelligence per gli approcci marittimi verso l’isola di
Kharg”, hanno commentato gli analisti del sito specializzato ItaMilRadar.
L’attacco di stanotte conferma l’importanza strategica delle operazioni eseguite
la scorsa settimana dal drone partito da Sigonella. Senza il preventivo
monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target, non sarebbe
stato possibile effettuare con successo i bombardamenti dei caccia USA inviati
sull’Isola da Centcom.
L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che sarebbero state almeno una
quindicina le esplosioni a Kharg. Nello specifico sarebbero state colpite una
postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo
dell’aeroporto e l’hangar di una compagnia petrolifera offshore. Il raid avrebbe
pertanto risparmiato le infrastrutture petrolifere ospitate nell’isola.
“Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere di Kharg”, ha
dichiarato Donald Trump. “Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio
libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Le infrastrutture petrolifere dell’isola furono totalmente distrutte
nell’autunno del 1986 dalle forze irachene nel corso della lunga e sanguinosa
guerra Iran-Iraq. Secondo fonti di stampa statunitensi il Pentagono starebbe
vagliando l’ipotesi di inviare un commando speciale per occupare l’isola ed
impadronirsi del terminal petrolifero. Anche in quest’ottica può essere letta la
missione dell’8 marzo dell’MQ-4C “Triton” di Sigonella. Con buona pace del
governo Meloni-Tajani-Crosetto e del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da
Sergio Mattarella che continuano ad affermare ipocritamente l’estraneità
dell’Italia dal conflitto scatenato da USA ed Israele contro l’Iran e l’uso
delle basi militari da parte degli alleati per mere funzioni tecnico-logistiche.
Antonio Mazzeo Blog
A partire dal 6 marzo le autorità tunisine hanno arrestato diversi membri,
attuali ed ex, della Global Sumud Flottilla e li hanno portati all’Unità
Investigativa della Garde National a El Aouina, Tunis Capital.
Attualmente 7 persone sono detenute a El Aouina e sottoposte a interrogatori da
parte della Garde Nationale. Dopo i primi 5 giorni, la Garde Nationale può
prolungare il periodo di dentenzione e interrogatorio di altri 5 giorni. Dopo
questo primo passaggio, le persone possono: o andare in tribunale davanti al
giudice e finire in carcere, o essere rilasciate.
Questa ondata di arresti coincide con i preparativi per la seconda Global Sumud
Flottilla, che dovrebbe partire da Tunisi la prossima primavera. Gli arresti si
collocano in un contesto regionale e globale di intensificazione dell’offensiva
imperialista e sionista contro tutte le forze che rifiutano i progetti di
egemonia e sottomissione, e contro la resistenza in Palestina e in Libano.
Il clima locale é segnato da una progressiva chiusura degli spazi pubblici, dal
silenziamento delle voci libere e dalla criminalizzazione della solidarietà
locale e internazionale. L’arresto di membri e organizzatori della Flotilla
Sumud arriva dopo mesi di campagne di diffamazione contro questa iniziativa
internazionale, che hanno colpito individualmente le persone che la sostengono,
specialmente su Facebook.
Oggi i social media amplificano queste operazioni, creano divisioni e
manipolazioni,attraverso campagne di odio fatte per discreditare ogni
espressione di solidarietà con il popolo palestinese.
Un presidio autorizzato, poi vietato all’ultimo minuto e infine disperso con la
forza è quanto successo allx attivistx della Global Sumud Flotilla che la sera
di mercoledì 4 marzo si sono recatx al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, dove
era prevista una iniziativa chiamata da tutta la comunità solidale e dai
lavoratori portuali.
Il porto di Sidi Bou Said è lo stesso dal quale la Flotilla salpò durante la sua
ultima missione, quello in cui un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla subì
due attacchi da parte dei droni ed è lo stesso che accolse la Flotilla con
migliaia e migliaia di persone.
Il presidio era autorizzato, ma circa un’ora prima dell’inizio, l’autorità
tunisina ha informato lx manifestanti già sul luogo che avevano ritirato
l’autorizzazione senza altre giustificazioni. Il gruppo ha deciso comunque di
raggiungere il porto ma, appena sceso dal bus, è stato avvicinato dalle prime
forze di polizia, che hanno intimato di fermarsi: “noi abbiamo proseguito e dopo
sono intervenuti con l’antisomossa”.
C’erano anche Thiago Avila, dall’Italia Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella,
Greta Thunberg e rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand
Madleens. Il giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto
l’annullamento di un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della
società civile e giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi.
Tra i motivo della presenza in Tunisia c’era anche un incontro organizzativo,
della Global Sumud Flotilla, della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand
Madleens. La prossima missione è prevista verso fine aprile, in un contesto
sempre più urgente: negli ultimi giorni infatti, il regime israeliano ha chiuso
ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza, invocando lo stato di emergenza
nazionale e non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’aggressione
militare israelo-statunitense all’Iran, interrompendo così il già scarso flusso
di cibo, acqua e carbutante verso i 2 milioni di abitanti della Striscia già
stremati da due anni di genocidio.
Ascolta il racconto e le voci raccolte da alcunx compas in Tunisia.
È chiaro che la Tunisia non è un paese sicuro, contrariamente a quanto dichiara
l’Unione Europea.
Libertà per
Jawahar Channa
Sana Msalhi
Wael Nawar
Ghassen Boughdiri
Ghassen Henchiri
Nabil Channoufi
Amin Bennour
Libertà per tutt* prigionier*
Da Radio Blackout
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026
Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.
È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore
sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con
decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto
possiamo solo immaginarlo.
Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli
altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno
disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando
il traffico di armi.
Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che
possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro
desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno
fermato la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della
storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo,
l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del
nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.
Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare
l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati,
movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa,
da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi
per bloccare questo treno.
Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi
e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi
blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San
Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia
nell’ingranaggio della guerra.
A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il
treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne
siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi
alla guerra e non ai bisogni della società.
Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa
essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in
gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che
il popolo non vuole farne parte.
Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia
a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che
abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà
importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17,
organizziamo insieme nuove iniziative di diserzione, di disarmo, di blocco.
Costruiamo la pace con la lotta.
di Gioacchino Toni da Carmillaonline
Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill
Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00
Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere
cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto
a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now
(1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai
indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si
proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022)
di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo
stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle
immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video
postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale
del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della
razionalità bellica» (p. IX).
Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica,
permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da
sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre
tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e
il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei
piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo,
cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali
connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che
alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di
battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in
forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp.
X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una
pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro
effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di
confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una
guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della
guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra
ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo
di forza antropologico che si è creato» (p. XI).
Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente
di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione
per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli
attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la
rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone
a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp.
XII-XIII).
Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione
ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti
del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di
funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per
contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta
all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per
scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce
al di fuori del suo controllo politico.
> Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere
> sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i
> tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore
> ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato
> in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico,
> anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli
> attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a
> sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive
> più (p. XV).
A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il
terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti –
umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale
emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il
nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.
> In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra
> pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine
> su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno
> guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace
> di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione
> sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi
> tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla
> complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non
> decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli
> spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più
> un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente
> mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza
> corona” (pp. XVII-XVIII).
Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al
“software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo
il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e
dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e
la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida.
«Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia
tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e
nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e
mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso
per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la
società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a
crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano
l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa
della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata
sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà
condivisa» (p. 32).
«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società
esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di
weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla
politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p.
36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e
tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano
l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione
razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso
collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in
grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.
> Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro,
> la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della
> guerra permanente.
> La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi,
> opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la
> polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri
> obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una
> società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente
> specializzata, caotica ed entropica.
> La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne
> diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima
> analisi, una vittima (p. 53).
In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste
tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende
piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva
da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice
tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è
relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.
Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a
piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come
normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in
passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che
legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono
spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma,
il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico
strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa
di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come
un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere
alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.
Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti
contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita
che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i
sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.
> In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla
> guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico
> significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire,
> subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i
> propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della
> violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra
> ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).
Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida
con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è
trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui
l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul
controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di
potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a
creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete
performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di
competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della
politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in
definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).
Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione
universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della
società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze
scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.
> Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda,
> travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che
> alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la
> politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi,
> di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe
> disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario
> contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in
> definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la
> trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con
> altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).
Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata
di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova
antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica”
per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e
comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per
pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della
guerra» (p. 129).
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Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo il primo contributo di un compagno
torinese che intraprenderà un viaggio solidale a Cuba nell’ambito della campagna
“Let Cuba Breathe” . Speriamo possa essere un occasione per il sito di poter
condividere informazioni e impressioni di prima mano dall’isola strangolata in
questi giorni dal blocco totale deciso dall’imperialismo USA. Buona lettura.
Questo 17 di Marzo, nel caos imposto all’ordine del giorno della politica
mondiale. Partirà dall’Italia un aereo della flotta Nuestra America Convoy, che
nell’ambito dellacampagna internazionale Let Cuba Breathe raggiungerà l’Avana,
per convergere il 21 Marzo con la flottiglia navale e portare aiuti medici ed
umanitari essenziali nonché la solidarietà dovuta ad una popolazione ormai
strangolata
dall’assedio statunitense, che in queste ore serra il pugno sull’isola.
L’iniziativa si inserisce in un trend ormai generale, in cui nello sgretolamento
del feticcio di Diritto Internazionale le dinamiche di solidarietà sono portate
avanti più che mai in prima persona, da singoli, associazioni o reti informali.
Mentre impotenti commentatori affollano il panorama della politica, cianciando
in un lago di sangue. Normali cittadine e cittadini, sperimentando il terrore
dato dalla consapevolezza di essere in balia della legge del più forte
reagiscono spontaneamente cercando soluzioni semplici, alternative per
affrontare problemi astrattamente troppo
complessi. Il momento è storico per Cuba e la sua anomalia, già dalla rielezione
il presidente Trump aveva messo gli occhi sul fascicolo.
Dopo la caduta di Maduro Cuba ha perso definitivamente quella “cintura di
sicurezza” internazionale che le ha permesso di sopravvivere economicamente a
più di cinquant’anni di embargo. Perdendo il principale approvvigionamento di
petrolio l’isola si è trovata sempre più definitivamente bloccata e incapace di
far fronte ai minimi bisogni della vita quotidiana, difronte a blackout che
sembra abbiano sfiorato le 20 ore consecutive.
Assistiamo in questi giorni a proteste di chi chiede al governo risposte che
sarà difficile gestire nel perdurare di una situazione materiale così grave,
mentre anche le richieste della rappresentanza delle Nazioni Unite a Cuba
vengono sostanzialmente ignorate. Nel confronto geopolitico con la Cina, la
vecchia superpotenza deve tornare innanzitutto ad essere Americana, è in questa
chiave che si rinverdisce Monroe e la sua dottrina di continente all’uso e
consumo di Washington.
Con “Shield of the Americas summit” si cerca dietro l’onnipresente trama
securitaria di stringere i ranghi in chiave innanzitutto ideologica degli
alleati USA nella regione. Già avviato invece, dal procuratore federale Reding
Quinones grande inquisitore fedele al Tycoon un “gruppo di lavoro per avviare
procedimenti penali negli Stati Uniti contro leader cubani”. L’isola vive uno
dei suoi periodi peggiori, in cui alla crisi economica dovuta al Covid si
aggiunge la stretta definitiva del blocco internazionale. Nonostante la dignità
e la resistenza del popolo cubano siano ormai esempio globale di resistenza, la
crisi economica ha innescato un circolo vizioso recessione/ emigrazione da cui è
difficile uscire.
Dall’Italia abbiamo oltre una storica amicizia anche un recente debito con
Cuba, su cui chi ci governa cerca di sputare continuamente offendendo l’onore
del paese. Anche oggi come da anni medici specializzati aiutano ad evitare il
collasso della sanità pubblica in regioni come la Calabria, in cui ormai la
salute invece che un diritto sta diventando un miraggio.
Delle scorse settimane è la richiesta dell’amministrazione USA al nostro paese
di ritirare i visti al personale cubano e il cambio conseguente nelle
dichiarazioni del governatore Occhiuto, passate da “abbiamo già concordato con
le autorità cubane” a “abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per
il reclutamento degli ulteriori medici”.
Cuba non si salva da sola e se ancora la sua storia fa scomodare all’imperatore
nordamericano la categoria “Bad Philosophy” non possiamo che esserle al fianco
nei modi che ci sono possibili. È importante che l’esempio di cambiamento di
Cuba ci interroghi, non in maniera romantica o ideologica sulla possibilità e
l’urgenza di
sperimentare un alternativa al gioco del più forte, oggi più di ieri.
In queste settimane di escalation bellica a livello globale fa capolino la
malaugurata idea di intervenire sulle conseguenze della crisi energetica facendo
ricorso a un’energia costosissima, assolutamente non sicura e altamente
inquinante in quanto produttrice di scorie che non si sa come smaltire, come il
nucleare.
Riproponiamo una prima sessione di puntate informative su L’inganno nucleare
curate da Marco Pezzoni, Umberto Lorini e altri esperti, come il professor
Angelo Tartaglia (con il quale abbiamo elaborato molti contributi sul tema da
ritrovare nella rubrica di Confluenza).
Qui un commento di Daniele Gamba a fronte delle ultime notizie che vedono Ursula
Von Der Leyen in prima linea per costellare l’Europa di SMR – Small Modular
Reactor e il Ministro Gilberto Pichetto Fratin rincorrere i paventati
finanziamenti europei per dare seguito al disegno di legge che riaprirebbe la
questione nucleare in Italia, passando sopra i due referendum popolari che hanno
espresso chiaramente la contrarietà a tale fonte energetica.
Il nucleare o è strumento o è obiettivo di guerra, è urgente informare e
smascherare la follia che chi governa ha in mente per i nostri territori. La
narrazione del governo Meloni di rendersi indipendenti a livello energetico
nell’ottica di una fantomatica “sovranità energetica” é assolutamente falsa.
Inganno Nucleare: l’eredità del secolo scorso e di cosa resta delle centrali
dismesse
L’Italia sta accelerando sul ritorno al nucleare, ma conviene davvero? Quali i
rischi per ambiente, salute e sicurezza? Con Marco Pezzoni, Umberto Lorini e
altri esperti a livello nazionale del mondo tecnico e scientifico entreremo nei
meccanismi, nelle contraddizioni e nei rischi che il ritorno all’atomo potrebbe
comportare.
In questa puntata parleremo dell’eredità del secolo scorso e di cosa resta delle
centrali dismesse, con l’annosa questione del deposito nazionale ancora da
individuare.
Inganno nucleare, il pericolo che torna: scorie radioattive
Nella seconda puntata di “Inganno nucleare: il pericolo che torna”. Parleremo
delle scorie radioattive: dove sono ora e che fine faranno questi rifiuti? Chi
pagherà il deposito nazionale? Quali sono i progetti per i siti delle ex
centrali come Caorso?
L’inganno nucleare, il pericolo che torna: IL GRANDE BLUFF
Terza puntata di “Inganno nucleare: il pericolo che torna. Cosa sono gli Smr, le
piccole centrali che potrebbero arrivare anche vicino a casa? Cosa significa
nucleare di quarta generazione?
Esiste già o ci vorranno anni per realizzarla? Si può dunque definire un grande
bluff? Analisi e approfondimenti da non perdere insieme a Marco Pezzoni di Rete
Ambiente Lombardia e a Umberto Lorini, presidente di Pro Natura Piemonte e a
tanti altri esperti del settore.
L’inganno nucleare, il pericolo che torna: COSTI E CONSUMI
Quarta puntata di “Inganno nucleare: il pericolo che torna. Quanto costa
veramente l’energia nucleare? Quali sono i consumi effettivi? E a quanto ammonta
il fabbisogno reale?
Approfondimenti e analisi da non perdere insieme a Marco Pezzoni di Rete
Ambiente Lombardia e a Umberto Lorini, presidente di Pro Natura Piemonte e a
tanti altri esperti del settore.
Qui una raccolta di articoli sul tema:
L’energia non è una merce: per uscire dal fossile non serve il nucleare, per la
transizione energetica bastano le rinnovabili ma senza speculazione
Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la
grande trappola del nostro tempo.
Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la
grande trappola del nostro tempo (II parte)
Assemblea regionale a Mazzé “Noi siamo sicuri che dire no alla guerra deve
significare il ricomporre le lotte: le lotte ambientali con le lotte operaie,
con le lotte di tipo sociale”
Riflessioni post Festival Alta Felicità su riarmo, energia e nucleare: l’urgenza
di bloccare la guerra ai territori a partire dai territori
Nuovo DDL nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia. Alcune
considerazioni per prepararsi al contrattacco
DDL NUCLEARE pt.II: un tuffo nel passato per guardare al futuro
Questo sabato si tiene la prima occasione d’incontro nazionale della rete di
legali che ragiona a partire dai vecchi e nuovi dispositivi di repressione
penale.
da Radio Blackout
La torsione autoritaria sul piano legislativo degli ultimi periodi, in
particolare con uno sguardo alla conflittualità sociale e alla protesta, ha
fatto nascere da un anno e mezzo l’esigenza per una serie di avvocati e avvocate
di scambiare i materiali legati alle varie esperienze giudiziarie per metterle a
confronto verso un’elaborazione collettiva.
“La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di
contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e
sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale,
su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato
rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni
creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali
dei cittadini.”
Oltre ai decreti sicurezza, anche il referendum sulla giustizia è paradigmatico
nel mostrare come si costruisce il diritto penale del nemico: una direzione che
il referendum vuole legalizzare ma già intrapresa da tempo. Il meccanismo che
vediamo già messo in atto vede il sovvertimento del potere del pubblico
ministero, che viene messo in secondo piano rispetto alla polizia giudiziaria: a
Torino abbiamo assistito a come l’impalcatura del processo, invece di farla la
procura spesso e volentieri viene fatta dalla DIGOS, risultando nel rendere la
polizia un vero e proprio avvocato della polizia.
L’incontro è sabato 14 marzo dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione
Volere la luna, in via Trivero n. 16
Ne parliamo con l’avvocato Claudio Novaro:
Ieri pomeriggio tra Pisa, Livorno e Pontedera era previsto il transito di un
treno carico di mezzi militari ed esplosivi diretti all’hub militare toscano.
Sia a Livorno prima, che a Pontedera e Pisa poi, il treno é stato prima
rallentato e poi bloccato al binario 3 della stazione centrale di Pisa.
Dopo sei ore di blocco sui binari il treno non è passato ed è tornato da dove è
venuto.
Di seguito proponiamo un commento a caldo condiviso tra le realtà del territorio
come il Movimento No Base, il Gruppo Autonomi Portuali, Ex Caserma Occupata di
Livorno, USB Livorno, Pap Livorno che tematizza il successo dell’iniziativa
sottolineando la possibilità di riprodurre su ogni territorio il blocco della
fabbrica della guerra.
Quello che sta accadendo alla stazione di Pisa Centrale non è stato un episodio
casuale.
È il risultato di una rete di lotta, di complicità politica e di organizzazione
dal basso che da mesi prova a mettere i bastoni tra le ruote alla macchina della
guerra.
Un treno di 32 vagoni carico di armi, esplosivi e mezzi militari destinati ai
circuiti della guerra è stato fermato. Non da qualche incidente tecnico. Non da
qualche ritardo burocratico.
È stato fermato dalla mobilitazione popolare.
La nostra piena solidarietà va al movimento No Base di Pisa e a tutte le
compagne e i compagni che hanno reso possibile questo blocco, dimostrando che
quando i territori si organizzano la logistica della guerra non è invincibile.
Ma quel blocco non nasce dal nulla, nasce da uno sciopero sulla nave che ha
scaricato quel carico a Piombino, proclamato da USB.
Nasce da un primo blocco alla stazione ferroviaria di Livorno Calambrone, che ha
rallentato e deviato il convoglio, mandando fuori tempo la tabella di marcia
della logistica militare.
Quel ritardo ha aperto uno spazio, e Pisa lo ha riempito con la mobilitazione.
Questo è il punto politico fondamentale: quando le lotte si parlano, la macchina
della guerra si inceppa.
Se quel treno è stato fermato è perché esiste una trama di relazioni costruita
nel tempo: portuali, lavoratori della logistica, movimenti territoriali,
collettivi antimilitaristi, spazi sociali e sindacati.
Un ruolo decisivo lo ha avuto anche il Bollettino HUB, uno strumento di
inchiesta militante che ha permesso a tante realtà di comprendere e monitorare
il traffico di armi e materiali militari che attraversa i nostri porti, le
nostre ferrovie, le nostre città.
Perché la verità è semplice: la guerra passa anche da qui.
Passa dai nostri porti, dalle nostre banchine, dai nostri binari.
E senza questa infrastruttura civile messa al servizio degli eserciti, molte
guerre semplicemente non potrebbero essere combattute.
Per questo ciò che è accaduto tra
Piombino, Livorno e Pisa è molto più di un blocco.
È un esempio concreto di come si costruisce l’opposizione reale alla guerra:
inchiesta, organizzazione, sciopero, blocco.
È la dimostrazione che la logistica della guerra può essere interrotta quando
lavoratori e territori decidono di non essere complici.
Ed è da qui che bisogna ripartire.
Costruire ancora più connessioni.
Rafforzare queste reti.
Moltiplicare i momenti di blocco e di sabotaggio sociale della filiera bellica.
Perché ogni treno fermato, ogni nave rallentata, ogni carico bloccato è un
messaggio chiaro a chi lucra sulla guerra: sui nostri territori la vostra
logistica non passerà senza trovare resistenza.
Qui l’intervista su Radio Onda d’Urto durante il blocco:
Giovedì 12 marzo, tra Pisa, Livorno e Pontedera era previsto il transito di un
treno carico di mezzi militari ed esplosivi diretti all’hub militare toscano. A
Livorno e Pontedera il treno è stato rallentato da attiviste-i del Movimento No
Base, che poi è riuscito a fermare completamente il convoglio al binario 3 della
stazione centrale di Pisa.
Qui il treno è rimasto dalle ore 19 fin a tarda serata, quando è dovuto tornare
indietro sui suoi passi, vista la determinazione della protesta, rimasta per ore
sui binari.
Dal Movimento No Base si spiega: “il treno non è passato! A Pisa la guerra non
la vogliamo: dopo sei ore di blocco dei binari il treno è tornato indietro da
dove è venuto. Un risultato decisivo della determinazione e la resistenza di
tutt. Ovunque possiamo fermarli, in ogni città e in ogni paese, La Toscana non é
zona di guerra, fuori le armi dalla nostra terra!”.
Il collegamento su Radio Onda d’Urto dalla stazione di Pisa con Alessandra del
Movimento No Base al momento del blocco.
Aggiornamento delle 21 con Fausto Pascali Movimento No Base
Ad oggi è possibile sostenere che gli USA non si aspettassero una durata della
guerra di questo tipo. Nessun segno di de-escalation: gli attacchi aerei contro
l’Iran si intensificano nella seconda settimana di guerra. I bombardamenti su
Teheran sono indiscriminati, ospedali, scuole, civili, depositi di petrolio nel
centro della città.
Trump chiede la resa incondizionata ma non ottiene ciò che spera, anzi. Se
l’attacco imperialista ha preso avvio con buona speranza di chiuderla in fretta,
magari con un cambio di regime come in Venezuela, significa dover fare i conti
con la storia. La spudorata ferocia dell’attacco dispiegato sulle città iraniane
è senza precedenti e la retorica del “libereremo il paese dalla dittatura” è
durata poco, quella che si è scatenata è la stessa furia genocida che abbiamo
conosciuto a Gaza. Colpire deliberatamente le riserve di petrolio in una città
da 10 milioni di abitanti, sapendo di scatenare una nube tossica e piogge acide,
è qualcosa di disumano che ha mostrato la vera intenzione dell’attacco
imperialista: nessuna liberazione, ma guerra di sterminio. Le vite di chi è
fuori dall’Occidente e dai sui piani coloniali, valgono zero. Dimostrare di
saper resistere e rispondere a questo attacco, dall’Iran al Libano, è un fuoco
di speranza per milioni di persone in Medioriente e nel mondo che sentono la
necessità che qualcosa si frapponga a questo piano distruttivo e di barbarie.
Strategie
Anche se è difficile capire quale sia la reale strategia americana dietro
l’attacco e soprattutto come gli USA pensino di uscirne, diverse sono le opzioni
in campo. Va premesso che nelle “nebbie di guerra” è difficile reperire fonti
attendibili e discernere dalla propaganda. Da parte americana, l’obiettivo
sembra rimanere quello di un crollo del regime e di un suo cambio di vertice,
poco importa se questo avverrà a costo di colpire la popolazione civile.
Dall’altra, si spera di disarticolare la struttura statale e di balcanizzare il
paese seguendo la strategia del caos adottata in Siria. Alcuni partiti kurdi
della recente coalizione non nascondono di essere dentro questa dinamica,
aspettando probabilmente il momento propizio. Di fronte al mancato indebolimento
dello stato iraniano e la scelta di Mojtaba Khamenei come guida suprema della
Repubblica, quindi di una continuità di comando e di uno slittamento su
posizioni meno disponibili a mediazioni, la parte americana valuta l’intervento
diretto con truppe sul terreno. Sembra per ora orientata o all’occupazione dei
terminal petroliferi o dei siti nucleari.
Israele ha messo fretta, come spiega Paola Rivetti in un’intervista, poiché
l’occasione era propizia. Dopo un gennaio di proteste, Russia e Cina impegnate
altrove, Hezbollah meno forte e la fine di Assad, la Repubblica Islamica pareva
indebolita. Parallelamente però la crisi del dollaro è un fatto materiale a cui
la politica di Trump doveva dare risposta, non si può escludere dunque che tra i
vari obiettivi di questo surriscaldamento c’è la necessità di ridisciplinare i
Paesi del Golfo alleati. Come sostiene Alessandro Volpi, infatti “Gli Stati
Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro
e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40
mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare
compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad
accettare le pressioni Usa in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno
ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la
priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi
la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta
dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l’attacco
all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di
condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le
petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva”. E inoltre “Un clima
di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petrolmonarchie alle
società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume
delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo
del petrolio. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State
Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio. In
cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui
detengono già circa il 40%”.
La strategia iraniana continua a concentrarsi su di una risposta ad ampio
spettro verso le basi americane nell’area e verso Israele. Nel frattempo si
intensifica il blocco dello stretto di Hormuz, con un suo possibile blocco
totale attraverso la posa di mine navali. Gli altri alleati dell’Iran, quindi
soprattutto Hezbollah e i gruppi iracheni stanno facendo la loro parte. Israele
non ha mai subito un attacco di questo tipo. Per quanto Netanyahu volesse
cogliere l’occasione per spingere il suo progetto sionista togliendo di mezzo
l’ostacolo più importante, è costretto a fare fronte a un attacco dentro i
propri “confini” su civili e target militari. Il 7 ottobre è stato un evento di
significativa portata e ad alto livello di shock ma non in termini di durata e
d’estensione. Israele ha un punto debole nella stessa struttura organizzativa
dello stato sionista, senza il supporto americano e dell’Occidente non potrebbe
far fronte a nessuna delle sue funzioni essenziali. I Paesi del Golfo: colpire
obiettivi ben precisi come basi americane in questi Paesi e infrastrutture
logistiche ed energetiche, oltre a data center, impianti di desalinizzazione
accompagnati dal blocco dello Stretto di Hormuz denotano un ulteriore elemento
di potenza a fronte della confusione dell’aggressore.
Gli USA vorrebbero ora una fine più immediata della guerra, ma come fanno a dire
che hanno vinto? Non c’è un punto di caduta prevedibile: invasione via terra,
bombe tattiche nucleari, accaparramento di risorse e in particolare delle scorte
di uranio, attacchi e estensione della guerra verso obiettivi dei paesi che
vorranno farsi coinvolgere nell’ennesimo esempio di fallimento della politica
estera trumpiana.
Catene del valore
Il potere egemonico si fonda oggi sulla capacità di avere l’esercito più forte
al mondo e sulla finanziarizzazione del dollaro. Il controllo della produzione è
in parte ancora assolutamente attuale ma il problema per gli USA deriva
dall’eccessiva frammentazione e dislocazione della catena del valore. Questo
processo, come spiega Phil Neel, crea bolle di rischio e, su scala globale,
finisce per conferire maggiore potere a certi Stati piuttosto che ad altri,
quelli che gli USA si auspicherebbero. Il problema è infatti il costo dei
processi produttivi globali che, per una fase che ha preceduto l’avvio della
guerra guerreggiata su scala potenzialmente globale, Trump ha gestito attraverso
l’imposizione di dazi e un’economia protezionista, con l’avvio di avventure
coloniali come dimostra l’attenzione posta alla Groenlandia e al Canada oltre al
protrarre il genocidio in Palestina. In questo processo il Sud globale intanto
ha sviluppato i suoi meccanismi di produzione locale e anche i suoi eserciti.
Non si tratta qui di coltivare l’illusione di chi pensa al mondo in scala
multipolare né di difendere interessi campisti ma di rendere conto dei
meccanismi di questa fase avanzata del capitalismo a livello globale. Una delle
prospettive americane per uscire dal piano inclinato, in cui c’è evidentemente
una crisi del potere egemonico, va nella direzione di sviluppare “più guerra”
nei punti di partenza o nei punti strategici delle catene del valore, dove esso
viene effettivamente estratto, oltre ai punti dove ci sono fratture storiche in
cui intervenire e approfondire la crisi, come può essere stato il caso
dell’Ucraina. In questo senso il colpo al Venezuela che ha preceduto l’attacco
all’Iran è indicativo in quanto è stato targettizzato uno dei luoghi in cui il
petrolio rappresenta il centro dei rapporti bilaterali con Paesi come la Russia
e la Cina, obiettivo reale per gli USA.
Di fatto quanto sta accadendo in Iran va letto sia nella sua specificità
regionale sia all’interno della più ampia competizione sistemica tra Stati Uniti
e Cina e quindi un ulteriore tentativo di intervenire sulle catene del valore
cinesi. Se è vero che le dinamiche mediorientali mantengono una loro autonomia,
legata agli equilibri regionali, alla pressione israeliana e alle strategie
statunitensi nell’area, è altrettanto evidente che esse si inseriscono nel
quadro della rivalità globale con Pechino. In questo senso l’Iran assumerebbe
una rilevanza particolare anche per la sua posizione nel sistema energetico che
alimenta l’economia cinese.
Da un lato, come mostrano le ricerche di mercato Kpler effettuate da Politico,
“Sebbene la Cina acquisti petrolio da nazioni di tutto il Medio Oriente, l’Iran
è stato secondo solo all’Arabia Saudita come fornitore l’anno scorso”. Nel 2025,
l’Iran e il Venezuela hanno rappresentato il 17% degli acquisti di greggio da
parte della Cina, che sfrutta la sua posizione di compratore privilegiato data
dall’assenza di domanda per questi due attori sottoposti a sanzioni. Secondo i
dati citati la Cina avrebbe già da tempo iniziato a stoccare petrolio,
raggiungendo un livello record di importazioni, al fine di garantirsi una
coperta più lunga in vista delle accelerazioni caotiche statunitensi. Uno studio
del centro di ricerca sull’energia della Columbia University parla di 11,6
milioni di barili al giorno nel 2025.
Altre analisi invitano invece a ridimensionare la centralità dell’Iran per
l’economia energetica cinese. Come osserva Domenicantonio De Giorgio, docente di
Economia all’Università Cattolica, la narrativa secondo cui le operazioni
militari statunitensi contro Iran e Venezuela avrebbero l’obiettivo di recidere
una componente decisiva dell’approvvigionamento energetico cinese risulta, a
contatto con i dati, ampiamente sopravvalutata. In realtà il greggio sanzionato
rappresenterebbe solo una quota limitata del consumo energetico complessivo
della Cina, un’economia il cui mix energetico rimane fortemente dominato dal
carbone e sempre più sostenuto dall’espansione delle rinnovabili.
Quindi, nonostante ogni teatro bellico che coinvolge direttamente gli Stati
Uniti tenda inevitabilmente a essere letto anche alla luce della grand strategy
statunitense di lungo periodo, che negli ultimi quindici anni ha assunto sempre
più chiaramente i contorni del contenimento della Cina, crediamo che l’analisi
debba essere più sfumata e stratificata. Com’è noto, all’interno
dell’establishment statunitense non esiste una visione unitaria rispetto alla
centralità del Medio Oriente. Accanto al blocco neoconservatore – storicamente
favorevole a un confronto diretto con l’Iran e alla ristrutturazione dell’ordine
regionale – esiste infatti un orientamento trasversale, presente tanto nel campo
repubblicano quanto in quello democratico, che considera il Medio Oriente un
teatro sempre più secondario e potenzialmente dispersivo rispetto alla
competizione strategica principale, quella con la Cina nel Pacifico. Da questo
punto di vista, una parte significativa del complesso militare statunitense vede
le guerre mediorientali come un consumo improduttivo di risorse militari,
finanziarie e politiche che dovrebbero invece essere concentrate nel
contenimento della potenza cinese.
Ma, anche tenendo conto di queste sfumature di punti vista, è facile che in
definitiva sia stata la possibilità di colpire la Cina in maniera indiretta, ad
aver convinto Trump all’azione.
Dal punto di vista di Pechino il conflitto iraniano presenta quindi un carattere
profondamente ambiguo: da un lato rappresenta un potenziale fattore di
destabilizzazione per una regione cruciale per la sicurezza energetica cinese;
dall’altro può trasformarsi in un’opportunità geopolitica nel momento in cui
costringe Washington a disperdere risorse militari e attenzione strategica in un
teatro secondario. In questo senso l’esperienza degli ultimi vent’anni – dalle
guerre in Iraq e Afghanistan fino al sostegno militare all’Ucraina – mostra come
l’impegno statunitense in conflitti prolungati abbia spesso contribuito a
ridurre la capacità di concentrazione strategica degli Stati Uniti nel quadrante
indo-pacifico, offrendo indirettamente spazi di manovra alla Cina.
Allo stesso tempo, tuttavia, esistono rischi concreti per Pechino legati
all’evoluzione della guerra. Il primo riguarda l’eventualità di un crollo del
regime iraniano e la natura del sistema politico che potrebbe emergere da tale
processo: un cambiamento di regime fortemente subordinato agli Stati Uniti
altererebbe profondamente gli equilibri energetici e geopolitici della regione.
Il secondo riguarda invece la vulnerabilità strutturale delle rotte energetiche.
Circa il 45% delle importazioni cinesi di petrolio e gas transitano attraverso
lo Stretto di Hormuz. Proprio per questo motivo Pechino sembra muoversi con
estrema cautela: pur condannando l’escalation militare e ribadendo la necessità
di una soluzione diplomatica, continua a presentarsi come attore mediano tra
l’Iran e i Paesi del Golfo indirettamente coinvolti nel conflitto. La Cina non è
il “padrino” dell’Iran, né sembra intenzionata a esporsi apertamente in sua
difesa; allo stesso tempo, un conflitto limitato che respinga l’offensiva
statunitense senza produrre il collasso dello Stato iraniano potrebbe persino
risultare funzionale agli interessi cinesi nel breve periodo. In questa
prospettiva si collocano anche le notizie relative alla condivisione di
informazioni satellitari e dati di intelligence con Teheran: un sostegno
calibrato che permette a Pechino di testare le proprie capacità di intelligence
bellica senza assumere un impegno diretto a difesa della Repubblica islamica.
Inoltre, l’Iran è il principale sbocco verso Occidente della Nuova Via della
Seta, asse che ne garantisce l’infrastruttura logistica. Alla luce di questo
ragionamento si può dunque aggiungere un ulteriore elemento, molto materiale e
pragmatico, che può spiegare l’azione degli USA in quanto non soltanto motivata
da pressione israeliana quanto più un assecondare una parte come i neocons che
hanno visto in questa guerra una possibilità per iniziare a mettere i bastoni
tra le ruote alla Cina.
Non è immediato immaginare quale possa essere oggi il punto di caduta della
strategia Trump dal momento che l’Iran ha messo in campo un’arma fondamentale
come la chiusura dello Stretto di Hormuz, il che fa pensare che ci potranno
essere conseguenze pesanti a livello globale. Probabilmente le ricadute si
avranno a livello di quei Paesi che sono ancora completamente dipendenti da
scambi anche con l’Asia oltre che con gli USA, laddove il gnl americano non ha
potuto sostituire completamente la fornitura di tali risorse da parte della
Russia a seguito dell’interruzione dei rapporti europei voluta da Trump, dunque
l’Europa. Il prezzo del barile vola così alle stelle, fino a 90-100 dollari (il
record di quest’anno è stato fissato al 2026-03-09 a 119.5) mentre in borsa sono
stati persi 2 mila miliardi dall’inizio della guerra, secondo i dati del
Sole24ore. È anche interessante sottolineare che tutte le recenti mobilitazioni
di massa dall’Europa all’America si sono scatenate con gli aumenti dei prezzi
sulla benzina, dai Gilet Gialli al Messico, e non va sottovalutato il ruolo che
potrebbe assumere un settore produttivo e sociale come quello degli agricoltori
oggi in Europa.
Tenute
Il mondo MAGA è contrariato per la nuova “avventura” trumpiana. Nick Fuentes,
leader della corrente “groyper” salita agli onori delle cronache a seguito
dell’omicidio Kirk, è andato su tutte le furie contro Trump per la sua
dichiarazione “i soldati moriranno” e ha scritto su X: “Trump ha detto: “I
soldati moriranno”. Ok, ma per chi stanno morendo? Chi sta dicendo loro di
morire? Per cosa? Di chi è la decisione? È il Presidente eletto dal popolo degli
Stati Uniti d’America? O è il primo ministro di Israele?”. Il fondo
dell’invettiva prende origine da un chiaro e netto antisemitismo che irriga una
composizione che ha avuto un ruolo importante costituendo la base del consenso
popolare trumpiano. La spaccatura nel partito repubblicano si è resa esplicita
con un’intervista a Fuentes da parte di Tucker Carlson, ex conduttore di Fox
News che oggi tiene un podcast dal titolo “The Tucker Carlson Show” anche lui in
rottura sempre più profonda con le posizioni di Trump che lo ha definito “non un
vero MAGA” , risalente a ottobre scorso in cui Fuentes parlò del pericolo di
ebrei organizzati negli Stati Uniti. La sudditanza nei confronti di Israele pare
essere il perno della critica all’operato di Trump. Non è da poco anche il fatto
che si supponga che la guerra arrivi nel momento giusto per oscurare il
contenuto degli Epstein Files, infatti ci sono correnti che parlano di
“coalizione Epstein” per riferirsi all’alleanza USA-Israele.
Il cuore della fragilità dell’area MAGA è da iscrivere in uno scollamento totale
tra guida americana e parte bassa della classe che questi personaggi disgustosi
strumentalizzano per costruire il loro spazio di potere e di fama. Negli USA da
anni c’è un’urgente questione di classe e questo comporta una crisi profonda
della società con aumento di suicidi, uso di sostanze e rincorsa all’armamento
individuale. In questo quadro Trump ha avuto la capacità di costruire una figura
che potesse attirare questo genere di composizione con la narrazione relativa al
rendere ancora grande l’America ma non è da considerarsi un outsider pazzo: è un
uomo che ha le spalle coperte dai grandi capitali finanziari legati alla Big
tech e alla Silicon Valley, vero cuore del capitalismo americano e reale
possibilità di tenuta dell’imperialismo americano, come gli Epstein files
dimostrano e come dimostra il fatto che figure chiave del grande capitale
finanziario e dell’industria tecnologica non hanno voltato le spalle a Trump
nella guerra all’Iran, anzi lo sostengono. Chi conta nella Silicon Valley vuole
un intreccio più stretto tra Stato e grandi capitali, il che significa un solo
punto di sbocco: la guerra. Meno Stato per più Stato è l’equivalenza che vale
oggi, il che significa rilanciare l’economia e la valorizzazione capitalistica
su ciò che permette di garantire profitto, riarmo, investimenti energetici e
high tech. Se si producono armi poi, per non cadere in una crisi di
sovrapproduzione, vanno usate. Non a caso oggi figure come Peter Thiel,
fondatore di Palantir, tecnologia utilizzata anche in questa guerra, è un sereno
sostenitore di questo attacco considerato come necessario. Come racconta Nafez
Ahmed in questa inchiesta “L’indagine di Byline Times ha rilevato che le tre
figure più importanti di Palantir Technologies, la società di analisi dei dati
di intelligenza artificiale al centro dell’intelligence utilizzata per
giustificare gli attacchi USA-israeliani contro l’Iran, hanno sostenuto
pubblicamente esattamente il confronto militare che ne è seguito, con una che lo
descrive come un’opportunità di investimento. I cofondatori di Palantir, Peter
Thiel e Joe Lonsdale, hanno entrambi sostenuto pubblicamente che il conflitto
con l’Iran è inevitabile, con Lonsdale che ha detto che sperava di “investire in
Iran” dopo un cambio di regime. Il CEO di Palantir, Alex Karp, ha previsto che
la guerra con l’Iran avrebbe dimostrato il valore del sistema d’arma autonomo
dell’azienda.” Lo scontro tra Pentagono e Anthropic dimostra come l’AI stia
velocemente assumendo un ruolo di primo piano nella gestione militare degli
obiettivi di guerra. Anthropic produce Claude, come racconta Carola Frediani in
questo articolo, famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni, Claude è
nel sistema integrato di Palanthir, utilizzato nella guerra in Iran. Prima
ancora pare sia stata utilizzata nella cattura di Maduro, andando contro ai
“principi” del fondatore – italiano – Dario Amodei che aveva stabilito dei
criteri per l’utilizzo di questo strumento: ossia che non dovesse assolvere a
una funzione di sorveglianza di massa su cittadini americani e non per farne un
sistema di direzione d’arma che escludesse la supervisione umana. Questi
paletti, considerati troppo progressisti e democratici per la cerchia di Pete
Hegseth, hanno fatto sì che Anthropic venisse messa “fuori legge” definendolo un
“rischio per la catena di approvigionamento”, etichetta che si usa per aziende
russe o cinesi per escludere rischi di influenza esterna. In ogni caso, questa
contraddizione interna rappresenta una cima di un iceberg ben più profondo in
cui il complesso militare industriale fa uso di intelligenza artificiale per la
guerra e il che potrebbe aprire una faglia nei settori di chi vi lavora
assumendo un ruolo dirimente dato che i grandi capitali puntano sulla
transizione tecnologica come elemento fondamentale per la riproduzione egemonica
americana.
Andare a segno in breve tempo con l’uccisione di Ali Khamenei per gli USA poteva
sembrare un colpo ben riuscito a pochissimi giorni dall’inizio della guerra.
Eppure non c’è stata la caduta del sistema statuale e territoriale. Non ha
creato una situazione di frattura interna in cui Israele e USA si sarebbero
potuti inserire come sono stati soliti fare nella storia. Non si è scatenato il
caos e la popolazione non ha colto l’occasione per riprendere a protestare:
l’effetto immediato è stato serrare i ranghi e tenere. Le figure intorno a
Khamenei e alla sua struttura sono solide, si pensi a Ali Larijani, attuale
segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale: un uomo con una
lunghissima carriera istituzionale, considerato tra i conservatori uno dei più
pragmatici. Paola Rivetti evidenzia che anche da lui la linea viene mantenuta:
non ci si siede al tavolo con Trump. È emblematica in questo senso la vicenda
intorno alle dichiarazioni del presidente Pezeshkian, come sottolinea Al Jazeera
“L’interpretazione di Trump delle osservazioni di Pezeshkian «è totalmente
falsa»”. Hamidreza Gholamzadeh, direttore del think tank iraniano Diplo House,
afferma che l’interpretazione di Trump dei commenti di Pezeshkian come una
«resa» è «totalmente falsa». Quello che il presidente iraniano intendeva nel suo
videomessaggio preregistrato, in cui diceva che l’Iran avrebbe smesso di
prendere di mira i paesi vicini a meno che non fosse attaccato da lì, era in
realtà “la stessa cosa che era in atto negli ultimi sette giorni – l’Iran non
sta attaccando o prendendo di mira i suoi vicini, l’Iran sta attaccando le
risorse americane o israeliane nella regione”. Regolarmente dall’inizio della
guerra la propaganda imperialista (immediatamente ripresa dai giornali nostrani)
riporta notizie che vogliono fare propendere per una situazione in miglioramento
per gli USA, cosa che non viene mai confermata (come per il caso dei curdi
iraniani). A riprova di ciò, Al Jazeera continua: “Gholamzadeh ha detto che
l’Iran sta chiedendo ai suoi vicini “di smettere di collaborare con gli Stati
Uniti o il regime israeliano e di non consentire loro di usare la loro terra o
il loro spazio aereo per attaccare l’Iran”, descrivendo la richiesta come
qualcosa di “molto normale” e “legale”.” Nonostante ci sia voluto del tempo
prima che venisse designata la successione alla guida suprema la Repubblica
Islamica non ha ceduto. Probabilmente questa iniziativa ha invece sbloccato una
situazione di stallo nella necessaria successione a Khamenei che era gravemente
malato.
Nei giorni in cui si attendeva la nomina chi ha pensato a una “svolta moderata”
per il successore a Khamenei non aveva chiara la storia dell’Iran e, anzi, come
viene sottolineato da Alberto Negri in un articolo del Manifesto La rivoluzione
stringe i ranghi e si fa dinastia, è abbastanza scontato che in tempo di guerra
non ci siano spazi per trattative dietro le quinte tra Washington e Teheran
(come forse spererebbero gli americani). D’altro canto in questi giorni abbiamo
visto da parte degli USA la volontà di giocare tutte le carte per destabilizzare
il regime, come ad esempio la propaganda americana sull’entrata in guerra della
colonna curda (per quanto andrebbe approfondito come realmente i gruppi curdi
nel territorio stiano immaginando una prospettiva in cui collocarsi nello
scenario di accelerazione generale). Come spiega Negri, con la candidatura di
Mojtaba, figlio di Khamenei, si sarebbe fatta una contraria alla tradizione
storica iraniana, infatti la formula repubblicana istituita dal 1979 prevede che
ogni carica della gerarchia della Repubblica Islamica venga eletta e che non
venga attuata una linea dinastica, anche per differenziarsi dalla monarchia
ereditaria dei Palhevi. In ogni caso, non si è trattato di una svolta
“moderata”, infatti Mojtaba è una figura che ha avuto un ruolo importante
all’interno delle Guardie Rivoluzionarie, molto vicino ai pasdaran e all’ala
militare: proprio in quanto figlio della storia recente dell’Iran che ha visto
una tenuta del regime durante l’attacco da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nel
1980, un passaggio che determinò un approfondirsi del sentimento nazionalista
iraniano. Come sottolinea Rassa Ghaffari in un’intervista svolta da Radio
Blackout e ripubblicata su Infoaut qui, “Khamenei non era un uomo solo al
potere, come Ghaddafi in Libia”. Il figlio, per quanto non si volesse immaginare
una linea dinastica, mantiene dunque una continuità nei termini di solidità
dell’infrastruttura che fino ad ora ha consentito all’Iran di non essere
balcanizzato, nonostante i tentativi esterni facendo leva sulla grande
eterogeneità interna, e di non rendere legittima un’opzione che veda
all’opposizione figure della cerchia dello scià che, nonostante gli sforzi
americani in termini materiali di finanziamenti e propaganda, non vede uno
spazio effettivo nel contesto attuale, se non essere sporadicamente appellato da
alcune anime della diaspora iraniana.
Se anche all’interno del regime potessero esserci settori più aperti a una
prospettiva di allentamento delle rigidità in un quadro globale di alleanze e
assedio di fatto, con la guerra questi settori sembrano essersi richiusi. Il
regime non si teneva solo su Khamenei e la strategia iraniana di estendere la
guerra mostra che questo convenga all’Iran e non a USA e Israele che, nel
frattempo, si trovano in una situazione di potenziale contraddizione per
obiettivi leggermente diversi e interessi che potrebbero in qualche modo
allontanarsi. La guerra uccide però le possibilità di opposizione rivoluzionaria
dal basso all’establishment ma al contempo finché l’imperialismo rimarrà come il
paradigma globale, sarà davvero molto difficile immaginare processi di reale
“democratizzazione” (non nell’accezione attuale del termine) dei Paesi del Sud
globale. Le necessità sono altre e la storia dei movimenti anticoloniali insegna
che le ingerenze esterne hanno portato al fallimento dei processi rivoluzionari,
indebolimento, uccisione dei leader e instaurazione di regimi autoritari. Un
processo che dalla seconda metà del 900 arriva alle Primavere Arabe, dove si è
verificato il rischio per i movimenti che aprono alle influenze e alle logiche
di dominio esterne che emergono e si inseriscono in quei contesti è quello di
finire come la Siria. Oggi siamo davanti a una situazione diversa, l’Iran non ha
nulla a che vedere rispetto alla dimensione irachena che ha visto lo svilupparsi
di una crisi profonda determinata dalle guerre scatenate dagli USA nel 1991 e
nel 2003, con l’eliminazione di Saddam Hussein. Un periodo durante il quale si è
creato il terreno per un discorso ambivalente, al contempo nazionale e
internazionale, del jihad come resistenza a questi interventi, come viene
spiegato da Saki Montassir nel suo libro La révolution et le jihad.
Organizzazioni islamiste che hanno ricevuto finanziamenti dagli americani in
maniera conclamata sono accresciute in situazioni di caos in quanto prodotto del
mondo contemporaneo e in Iraq queste opzioni sono diventate la resistenza
nazionale islamica contro l’invasione statunitense, con tutte le derive e le
storture del caso. In Iraq non c’era però un’infrastruttura statale e una
solidità religiosa, culturale, profonda come in Iran, il che ha permesso un
regime change che andasse nella direzione degli interessi americani nell’area,
così come accaduto più di recente in Siria.
Emerge, infine, un rapporto del National Intelligence Council (Nic) che sostiene
che un attacco militare statunitense su larga scala difficilmente riuscirebbe a
rovesciare la leadership iraniana. Per questo la dimensione propagandistica e di
immaginario assume un ruolo centrale oggi e le dichiarazioni su Truth di Trump
dimostrano una necessità a modellare l’opinione pubblica riportando notizie a
metà, false e manipolate per far passare il messaggio che l’Iran sia debole e
pronto alla resa. Scrive Marina Catucci sul Manifesto che “Secondo il documento,
i meccanismi di successione della Repubblica islamica sono stati concepiti
proprio per garantire la stabilità del sistema in caso di morte della Guida
suprema. I funzionari a conoscenza del rapporto che hanno parlato al Washington
Post, hanno spiegato che l’establishment religioso e militare iraniano
reagirebbe seguendo protocolli precisi, pensati per preservare la struttura e
l’autorità del regime. La possibilità che la frammentata opposizione iraniana
riesca a prendere il controllo del Paese è definita «improbabile».” La
narrazione di Trump deve fare uso dunque di una guerra di meme, di video e di
contenuti virtuali che possano delineare un immaginario diverso dalla realtà
delle cose.
Immaginari
La dimensione religiosa è fondamentale, infatti la morte di Khamenei ha
significato una perdita di un riferimento spirituale per il mondo sciita che si
estende ben oltre i confini dell’Iran. Comunità sciite si trovano in Pakistan,
la seconda per numero dopo l’Iran, in Bahrain, Libano, Yemen, Arabia Saudita e
India. Le proteste significative di parte della popolazione nei territori in cui
sono presenti basi o ambasciate americane è indicativa. Il tema è leggere questa
fase come l’atto di “resistenza esistenziale” che va portato sino in fondo.
Hezbollah è sceso in campo, nonostante non ci fosse particolare solidità per
loro vista la posizione del governo del Libano, al fianco dell’Iran e il suo
leader Naim Qassem ha fatto un discorso che ha toccato la profondità della
questione che si è aperta con questa guerra: “Dopo un anno e tre mesi, il nemico
continua la sua aggressione, dopo l’accordo di cessate il fuoco del 2024 noi
abbiamo rispettato l’accordo assieme allo stato libanese. Abbiamo accettato la
via diplomatica. La pazienza ha però un limite. Le violazioni della tregua da
parte di Israele sono state, secondo i dati Onu, oltre 10mila fino a questa
escalation. Invece di opporsi all’aggressione israeliana il governo libanese si
oppone alla resistenza. Ora siamo davanti a una difesa esistenziale. La nostra
decisione è di fare fronte a Israele: non abbiamo alcuna intenzione di
arrenderci. Incombe la necessità sul governo libanese di operare per la
sovranità nazionale e di proteggere il suo popolo e il nostro diritto alla
resistenza.. è un’aggressione contro tutto il Libano”.
A fronte di una dimensione complessa ed eterogenea, viene portata avanti una
resistenza che nei fatti esiste anche sui piani bassi, tra le fila di una
popolazione che non è inerme né avulsa dalle critiche e contraddizioni di un
sistema come quello iraniano, ma che sostiene nella concretezza materiale
quotidiana uno sforzo complessivo all’opporsi a quello che di fatto è
l’imperialismo americano e il progetto sionista per l’area. In questo quadro si
rende ancora più evidente e visibile la crisi totale e imbarazzante del
cosiddetto occidente collettivo, dei “valori” occidentali, il degrado insito
nella cultura e nel sistema politico occidentale. Un occhio di riguardo va
dedicato al fanatismo religioso della teocrazia USA che in questa fase rafforza
il sodalizio con l’oltranzismo religioso sionista e di estrema destra:
l’amministrazione Trump è completamente impregnata di queste posizioni che si
incarnano in figure precise con ruoli anch’essi ben specifici. Pensiamo a Pete
Hegseth, segretario alla difesa, e al capo dello stato maggiore il generale Dan
Caine. I due, oltre a dichiarare ormai giorni fa il controllo dei cieli iraniani
entro una settimana, sono l’emblema del fanatismo religioso. Ne parla Luca
Celada in un articolo sul Manifesto dal titolo Teocrazia USA contro gli
ayatollah: il disegno è divino, dove riporta che si registrano centinaia di
messaggi da parte di comandanti che per tenere alto il morale delle truppe
parlano della guerra all’Iran come parte di un “disegno divino” e di Trump come
“unto dal Signore” per il ritorno di Cristo in terra. Insomma, un delirio a
tutto tondo che non rimane confinato a circuiti da sette religiose avulse dalla
società ma che ricopre ruoli fondamentali nella sfera decisionale di come deve
proseguire la guerra e definisce il mandato americano. Ad ogni livello di
governo infatti sono stati inseriti integralisti cristiano-evengelici avventisti
che da sempre fanno parte della coalizione e della base di consenso trumpiana.
Ad esempio, nell’articolo di Celada si cita Mike Johnson, lo speaker della
Camera che per riferirsi ai membri dell’opposizione parla di “possessione
demonica”, oppure a Mike HuckAbee governatore dell’Arkansas che, oltre a essere
un ex telepredicatore, è l’attuale ambasciatore a Gerusalemme con forti legami
con il movimento dei coloni. A sostegno di tutta questa dimensione ci sono
fondazioni come la Heritage Foundation che grazie a fondi importanti direziona e
modella pensiero reazionario e integralista. Al contempo in Israele cresce il
fervore messianico e si prega per la vittoria militare.
In altre forme e su altri livelli anche l’attacco ai simboli dell’imperialismo
americano in Medio Oriente mostra la fragilità e la precarietà su cui si fonda a
livello ideologico la propagine imperialista nei Paesi del Golfo. La propaganda
USA e occidentale messa in campo per narrare gli attacchi a Dubai o in Qatar
mostrano quanto la dimensione delle petromonarchie sia di fatto una cristalliera
che dimostra tutta la sua debolezza: gli articoli fin sui quotidiani italiani
che cercano di normalizzare le “giornate di shopping nei grattacieli di Dubai”
nonostante le notti di paura per i missili, ne sono un esempio. Ma l’esempio più
lampante di questo passaggio ulteriore nella narrazione della guerra oggi, e
della bassezza soggettiva di cui è impregnato il capitalismo mondiale, è l’uso
dei social nei racconti degli attacchi, delle influencer che raccontano le loro
notti da incubo. È una dura e cruda realtà che lancia un messaggio “non è più il
tempo in cui dal tuo lettino in spiaggia puoi rimanere indifferente al massacro
dell’umanità”. La propaganda imperialista si impegna a utilizzare tutti gli
artifici retorici in suo possesso per descrivere questi luoghi come stabili e
ancora in qualche modo inattaccabili, eppure la loro precarietà è ormai su tutti
gli schermi. Non è un caso che in tutti i Paesi del Golfo la parte che permette
la riproduzione della società con il proprio lavoro schiavile davanti agli
attacchi che infiammano le raffinerie si godono lo spettacolo. Sono territori
che da un punto di vista ecologico non hanno da offrire possibilità di vita per
l’umano, a meno che non si attuasse un modello di organizzazione sociale capace
di sintonizzarsi con l’ecosistema, a causa delle loro asperità e risorse
limitate. Aver rivolto l’attenzione soltanto ai giacimenti di petrolio e mai al
limite materiale dovuto alla scarsità di risorse naturali utili alla
sopravvivenza umana in determinati territori oggi arriva a un punto in cui la
contraddizione esplode. Droni iraniani colpiscono in Bahrain per la prima volta
un impianto di desalinizzazione, in un’area in cui centinaia di impianti di
desalinizzazione si trovano lungo la costa del Golfo Persico e la regione
dipende molto dalla loro acqua, considerarli obiettivi di guerra significa aver
compreso la fragilità su cui si fondano questi Paesi. Il capitale finanziario
che incarnano sarà in grado di sopperire al granello di sale che rischia di
ostacolare l’ingranaggio della riproduzione, come la mancanza di acqua?
Non siamo pronti
Spingendo il ragionamento ancora un passaggio successivo, l’elemento del
virtuale pone delle questioni non scontate. I numerosi giochi di simulazione,
svolti anche ad alti livelli, che inscenano guerre guerreggiate tra Paesi
dell’Occidente con il resto del mondo indicano uno scenario, ossia “non siamo
ancora pronti”. Seppur siano simulazioni, nell’epoca in cui il virtuale assume a
tratti un carattere materiale e sostanziale, un elemento del genere è perlomeno
indicativo. L’andamento delle prime fasi della guerra all’Iran dimostrano uno
scenario inaspettato. La situazione russo-ucraina ricorda che non è una guerra
lampo l’opzione più praticabile sul piatto, conflitti di questo tipo si
trasformano in guerre di logoramento, mostrando una difficoltà da parte di chi
le ha preparate e poi scatenate a determinare la fuoriuscita come in passato.
Nonostante queste evidenti difficoltà se guardiamo all’Europa la volontà delle
élites rimane quella di farsi stampella dell’imperialismo americano. La corsa al
riarmo dell’ultimo anno, il sostegno continuo dell’Ucraina attraverso pacchetti
di armi, i nuovi piani europei della Ursula con l’elmetto che addirittura parla
di riempire l’Europa di Small Modular Reactor per sopperire alla crisi
energetica, sono una chiara presa di posizione. Oggi a fronte della situazione
in Iran alcuni Paesi, come Francia e Germania ma anche Gran Bretagna seppur
fuori dall’UE, si mostrano immediatamente disponibili a farsi coinvolgere nel
conflitto aperto. Macron apre alla deterrenza nucleare con la facilità con cui
si beve un bicchier d’acqua e le dichiarazioni di Merz non vanno nella direzione
di condannare l’attacco americano e di Israele. Al tempo stesso l’incapacità e
l’assenza di sostanza politica da parte di questi capi di Stato hanno dato
l’impressione ancora una volta di essere un piede dentro e un piede fuori dalla
guerra, frenando sul sostegno militare per la paura delle ripercussioni sui
mercati. Anche Meloni si ispira a questa posizione annunciando che non c’è
coinvolgimento italiano nella guerra mentre da Sigonella partono i droni
americani e tra i pacchetti di aiuti all’Ucraina spuntano anche i decreti per
gli “amici del Golfo”.
Un focus specifico val la pena dedicarlo al ruolo del governo Meloni. Con tutta
la buona volontà l’immagine del nostro Paese a livello globale non è
assolutamente credibile, basti pensare che nessuno aveva avvisato l’Italia
dell’attacco. Italia che si considera amica privilegiata di Trump ma che al
tempo stesso dimostra di non aver saputo minimamente costruire un livello di
consenso radicato nella popolazione, in particolare sui temi cari alla Meloni
come la sicurezza e la crisi, la guerra e la sovranità nazionale. A livello
europeo gli unici a fare un discorso apertamente anti americano sono i partiti
di estrema destra come Afd in Germania, Le Pen in Francia, cogliendo una sorta
di “nazionalismo antiamericano” che si è diffuso a livello popolare nella
drammatica situazione di crisi sociale generale e crisi del sistema di valori
(se mai lo sia stato) occidentale. Non è il discorso dei liberali progressisti
democratici che si intestano l’opposizione alla dimensione reazionaria e
conservatrice di Trump, bensì un chiaro e netto rifiuto nei confronti
dell’ingerenza esterna e all’esposizione alle conseguenze concrete che la crisi
egemonica americana non ha saputo nascondere. Si traduce in una richiesta di
protezione e di sovranità su un piano popolare a cui le destre tentano di
rispondere in maniera sconclusionata anche perchè il problema alla base è la
mancanza di risorse materiali a livello europeo per scendere su un terreno di
mediazione e di soluzione palliativa rispetto alla dimensione di rivendicazione
basilare di migliori condizioni materiali per sé.
Queste suggestioni devono aprire lo sguardo rispetto a quale sia il bisogno e la
proposta implicita che si snoda in questa composizione sociale trasversalmente
al di là dei confini nazionali europei, considerando l’area come una dimensione
in cui ci sono differenze di liquidità e disponibilità economica ma che
rimangono minime. I temi sono la necessità di sovranità alimentare, energetica e
territoriale. Che la sfida oggi sia la costruzione di un’infrastruttura in grado
di reggere alle necessità tecniche, all’esplosione demografica, al collasso
ecoclimatico, al bisogno di produzione di energia e al bisogno di sussistenza,
sono infatti alcuni spunti che anche Phil Neel illustra nei suoi testi quando
pone la questione di cosa significhi concretamente immaginare una transizione a
una società senza classi, comunista. Un limite della “sinistra” e dei movimenti
in questa fase è proprio quello descritto da Houria Bouteldja come una mancanza
di capacità a delineare un immaginario, un sogno di parte desiderabile di massa
e che sia concorrenziale alle destre. Manca una “passione identificatoria” che
possa tradurre le esigenze della classe in una proposta che sia una sorta di
“patriottismo internazionalista”. La Palestina ha in qualche modo fatto
intravvedere nella pratica questo tipo di orizzonte, una bussola capace di
orientare e di fare sintesi tra la necessità di un radicamento nazionale e una
prospettiva internazionalista. Aggregarsi intorno a un “sogno” che abbia la
capacità mobilitativa sul piano dell’immaginario ma che possa anche saper
rispondere ai bisogni materiali proletari. In qualche modo riappropriarsi del
concetto di “patria” significa per Bouteldja fare un discorso molto chiaro in
merito alla crisi dei servizi e del welfare: essa viene percepita dai proletari
bianchi come una perdita di sovranità e occorre fare capire che la giustizia
sociale non può che passare tramite l’ esproprio dei capitali della borghesia,
il che porterebbe a un risultato molto più appetibile che semplicemente
contendersi le briciole con i razzializzati. Per farlo occorre ristabilire la
“sovranità popolare”, che poi per noi può voler significare il contropotere. In
Italia oggi occorre rendere visibile il tradimento della destra al governo.
Questa dinamica, conclude Bouteldja, non può funzionare se non viene tenuta
insieme a un discorso internazionalista e profondamente anti imperialista,
anteponendo una visione organicamente materialista della complessità delle
dinamiche nella società e nei rapporti tra alto e basso per far fronte alla
debolezza insita dei complottismi.
E noi
Che prepararsi alla guerra sia fondamentale per “difendersi” da possibili
minacce è il refrain che ha accompagnato la narrazione mainstream in questi
ultimi due anni, dall’Ucraina in poi. Questa narrazione va smontata ma
soprattutto è evidentemente monca dal momento che lo stesso Iran accarezza
l’idea che la stessa Europa possa diventare “obiettivo” legittimo se si unirà a
USA e Israele. Nelle fasce proletarie europee, in particolare in quei Paesi
recentemente colpiti dall’onda lunga del colonialismo occidentale è fresco il
ricordo di cosa significhi essere considerati complici della politica
colonialista americana ed europea. La fase di Blocchiamo Tutto ha per forza di
cose coltivato un terreno in cui non c’è spazio per ambiguità di sorta in una
fase come questa: occorre schierarsi contro la guerra e soprattutto contro la
guerra condotta dall’imperialismo americano utile a spianare la strada al
progetto sionista. Non c’è spazio per discorsi che non fanno il paio con il
fatto che esista una sola parte da supportare: ossia i subalterni che si
ribellano e si ricompongono con gli strumenti a loro disposizione. E se la via
scelta da questi non è corrispondente ai valori di una dimensione della
“sinistra” – nella sua migliore accezione del termine – significa soltanto una
cosa: tirarsi su le maniche e costruire il terreno per alleanze strategiche in
cui l’obiettivo comune è liberarsi dall’imperialismo e dal dominio occidentale
capitalistico. Ciò non significa che le élites asiatiche o mediorientali non
siano insitamente pregne e immerse in un sistema globale capitalista né che la
rigidità può essere posta da una supposta opzione che starebbe fuori dal sistema
capitalista rappresentata da quel blocco che viene sbrigativamente definito dei
BRICS o che si assumerebbe il compito di rappresentare l’alternativa. All’oggi
non esiste alternativa praticabile e materiale: esiste soltanto uno spiraglio,
una frattura che va allargata il più possibile per contribuire a dare la
spallata necessaria al dominio americano e al processo di insraelinizzazione
della società. Con tutti i mezzi possibili e cogliendo tutte le occasioni.
Questo non significa che condividere pezzi di strada in maniera strategica con i
soggetti e gli attori coinvolti nell’obiettivo comune implichi una fase
costituente in cui si costruisce un programma comune, la sfida sta nel
fortificare un programma in grado di dare una gerarchia precisa capace di
immaginare una società di uguaglianza e solidarietà reali. Ne siamo ben lontani
ma vedere da lontano l’obiettivo permette di comprendere i passi da compiere.
Nel breve periodo non vanno messe da parte le indicazioni poste dal movimento
reale che ha superato quello formale nei mesi di settembre ottobre: la pratica
del blocco, della partecipazione di massa a forme di rottura capaci di
coinvolgere ma al contempo di essere efficaci, ci sembrano le caratteristiche
dirimenti. Il tutto andrà misurato con gli sviluppi della fase oggettiva.
Proselitismo politico, culture autoritarie e zone d’ombra nelle forze armate
L’inchiesta della procura di Torino sul gruppo Avanguardia Torino ha riaperto
una questione che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico italiano: il
rapporto tra ambienti dell’estrema destra e settori delle istituzioni militari.
Non si tratta semplicemente di un episodio giudiziario circoscritto, ma di un
caso che solleva interrogativi più ampi sulle dinamiche di socializzazione,
sulle culture organizzative e sulla permeabilità di alcuni contesti
istituzionali alla propaganda neofascista.
Secondo quanto ricostruito da Rita Rapisardi su il manifesto, nelle oltre
centocinquanta pagine degli atti dell’inchiesta condotta dai Ros emerge che il
circolo Edoras, luogo di ritrovo del gruppo Avanguardia Torino, era frequentato
abitualmente anche da alcuni militari dell’Esercito italiano in servizio. Gli
investigatori parlano esplicitamente di un proselitismo che avrebbe fatto
“breccia anche tra i militari in servizio attivo, connotati da idee estremiste”.
Nessuno dei militari individuati risulta formalmente indagato nel procedimento,
ma la loro presenza ricorrente agli eventi organizzati dal gruppo appare come un
elemento significativo nel quadro investigativo.
Il circolo Edoras era uno dei luoghi in cui si incontravano militanti e
simpatizzanti dell’organizzazione, guidata da Enrico Forzese – ex esponente di
Fratelli d’Italia – e Mattia Borsella, entrambi tra gli indagati nel
procedimento per apologia di fascismo. Qui si tenevano incontri politici,
momenti di socialità militante, concerti e conferenze che vedevano la
partecipazione di esponenti dell’area neofascista nazionale e internazionale.
Tra gli episodi documentati nell’inchiesta figura, ad esempio, una serata del
giugno 2024 con la presenza della comunità Raido di Roma e l’esibizione della
band identitaria La Vecchia Sezione, evento organizzato per celebrare la ripresa
dell’attività militante dopo la pausa estiva.
Non si trattava soltanto di momenti culturali o conviviali. Secondo la
ricostruzione investigativa, il gruppo era coinvolto anche in azioni di
propaganda militante in città, come affissioni di manifesti e esposizione di
striscioni. In una di queste occasioni uno dei militari presenti sarebbe stato
fotografato dietro uno striscione con la scritta «Non è bastato il piombo della
feccia rossa. Giorgos e Manolis vivono in noi», in riferimento ai due militanti
del partito neonazista greco Alba Dorata uccisi nel 2013. Il materiale raccolto
dagli inquirenti descrive inoltre rituali di iniziazione, cori nazisti e
razzisti, saluti romani e propaganda antisemita. In una conversazione
intercettata nel dicembre 2023, due attivisti arrivano perfino a definire Torino
“la capitale europea del nazismo”, rivendicando contatti con gruppi analoghi
presenti in diversi paesi del continente.
Questo quadro investigativo suggerisce che Avanguardia Torino non fosse soltanto
un piccolo gruppo locale, ma una realtà inserita in una rete internazionale di
organizzazioni dell’estrema destra radicale, impegnate in attività di propaganda
e reclutamento. In questo contesto, la presenza di militari in servizio – anche
se non coinvolti penalmente – assume un significato politico e sociologico che
va oltre il singolo episodio.
Per comprendere la portata di fenomeni come questo è utile guardare anche alle
ricerche sociologiche sulla cultura militare. In un lavoro intitolato
Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane,
i sociologi Charlie Barnao e Pietro Saitta hanno analizzato il processo di
socializzazione all’interno della brigata paracadutisti Folgore, uno dei reparti
più prestigiosi dell’esercito italiano. Il loro studio, basato su
un’autoetnografia e su numerose interviste, sostiene che l’apprendimento
dell’aggressività e della disciplina gerarchica non sia un semplice effetto
collaterale della vita militare, ma un processo deliberato e funzionale agli
obiettivi dell’istituzione. Secondo gli autori, la caserma funziona come una
vera e propria “istituzione totale”, in cui l’individuo viene progressivamente
risocializzato attraverso rituali, pratiche disciplinari e modelli di
comportamento collettivi. Il percorso di formazione si sviluppa attraverso tre
fasi principali. Nella prima fase, quella della separazione, il nuovo arrivato
viene privato dei riferimenti della vita civile e sottoposto a una serie di
pratiche destabilizzanti che mirano a uniformare il gruppo e a cancellare le
identità precedenti. Nella fase successiva, definita di transizione, l’allievo
vive in una condizione di incertezza e pressione psicologica in cui il
principale punto di riferimento diventa la figura dell’istruttore, dotato di un
potere quasi assoluto sulla vita quotidiana dei subordinati. Infine, nella fase
di aggregazione, il soldato viene reintegrato nella comunità militare con una
nuova identità, sancita da rituali e simboli di appartenenza.
All’interno di questo processo assumono un ruolo centrale alcune pratiche
rituali che rafforzano la gerarchia e lo spirito di corpo. Tra queste gli autori
descrivono la cosiddetta “pompata”, una serie di piegamenti sulle braccia
imposta come punizione o come rito identitario. La pratica non ha soltanto una
funzione disciplinare, ma contribuisce a interiorizzare un modello di relazione
basato sulla subordinazione all’autorità e sulla celebrazione della durezza
fisica. Barnao e Saitta interpretano questi meccanismi alla luce delle teorie
sulla personalità autoritaria sviluppate da Theodor Adorno nel dopoguerra. Il
tipo di personalità che emerge da questo processo educativo è caratterizzato da
forte sottomissione all’ordine gerarchico, esaltazione della forza e della
disciplina, tendenza alla rigidità ideologica e predisposizione all’aggressività
verso chi viene percepito come esterno o nemico. Un altro elemento che emerge
dalla ricerca riguarda la crescente continuità tra cultura militare e cultura di
polizia. Negli ultimi decenni – osservano gli autori – si è sviluppato un
processo di reciproca contaminazione: da un lato l’azione di polizia tende a
militarizzarsi, dall’altro le forze armate assumono sempre più spesso funzioni
tipicamente poliziesche. Questa trasformazione è favorita dalla
professionalizzazione dell’esercito, dalla mobilità del personale tra diversi
corpi dello Stato e dall’utilizzo di unità militari in operazioni di ordine
pubblico o sicurezza interna.
Alla luce di queste considerazioni, il caso Avanguardia Torino non può essere
ridotto alla presenza di qualche militare con simpatie estremiste. Piuttosto,
mette in evidenza un nodo più complesso: la possibile intersezione tra reti
politiche radicali e specifiche subculture istituzionali. Non significa
affermare che le forze armate italiane siano attraversate da un fenomeno diffuso
di neofascismo, ma suggerisce che alcuni ambienti possano rappresentare terreni
particolarmente sensibili per il reclutamento o l’influenza ideologica da parte
di gruppi dell’estrema destra.
La storia europea insegna che il rapporto tra apparati coercitivi dello Stato e
ideologie autoritarie è sempre stato delicato. Per questo il problema non
riguarda soltanto eventuali responsabilità penali individuali, ma anche la
qualità dei meccanismi di controllo democratico, della formazione istituzionale
e delle culture professionali che attraversano gli apparati armati. La presenza
di militari in ambienti apertamente neofascisti, anche quando non assume rilievo
penale, rappresenta in ogni caso un segnale che interroga la capacità delle
istituzioni democratiche di vigilare su se stesse.
In questo senso, l’inchiesta torinese ricorda che la difesa dello stato di
diritto non si gioca soltanto nelle aule di tribunale o nelle leggi che vietano
la ricostituzione del partito fascista. Si gioca anche nelle culture quotidiane
delle istituzioni, nei valori che vengono trasmessi nei luoghi di formazione e
nella capacità delle democrazie di impedire che ideologie autoritarie trovino
spazio proprio all’interno degli apparati chiamati a difenderle.
Da osservatorio repressione
Prosegue la narrazione sensazionalistica sull’avanzamento della Torino-Lione.
Come avevamo già anticipato con “Acchiappa la talpa”, mercoledì 11 marzo è stata
presentata al raggruppamento di imprese UXT (Itinera, Ghella e Spie Batignolles)
e alla direzione lavori IS2P (FS Engineering, ARX, Systra, Setec), nello
stabilimento della società tedesca Herrenknecht, la prima fresa destinata allo
scavo del Tunnel di base del Moncenisio, lato italiano.
La macchina, una TBM da 35 milioni di euro, lunga quanto due campi da calcio
(per l’esattezza 235 metri) e del peso di 3.200 tonnellate, sarà utilizzata per
scavare la seconda discenderia e proseguire con lo scavo della galleria sud del
tunnel di base, già iniziato sul lato francese, avanzando poi sotto la montagna
fino a Susa. Si tratta di uno dei macchinari più mostruosi previsti per la
realizzazione dell’opera e rappresenta, nelle intenzioni dei promotori, un
passaggio altamente simbolico verso l’avvio dello scavo della galleria
principale.
Secondo quanto annunciato in pompa magna da TELT, la fresa verrà trasportata nei
prossimi mesi in Val di Susa per essere assemblata nel cantiere di Chiomonte.
Per trasferirla smontata interamente via autostrada serviranno circa 150 tra tir
e trasporti eccezionali (a questo è servito lo svincolo A32, finito di costruire
a gennaio). Solo dopo questa lunga fase di montaggio la macchina potrà entrare
in funzione: l’avvio degli scavi dal lato italiano viene infatti indicato non
prima dell’inizio del 2027.
Quello che è certo è che, come ci è stato riferito da anche da alcuni No Tav,
sono già in corso le operazioni preparatorie per accogliere il macchinario, non
solo nel piazzale antistante il tunnel geognostico (che dovrà comunque essere
abbassato di 7 metri), ma anche nella martoriata area archeologica e fuori dal
cantiere.
cancello zona archeologica percorso maddalena percorso maddalena-volto di roccia
trivella zona traliccio Terna trivella la fresa nuovi container zona necropoli
L’evento è stato celebrato dalle istituzioni come un ulteriore passo avanti
nella realizzazione dell’opera e per il rilancio occupazionale del Piemonte
(proprio come dicevamo ieri). Ma al di là della retorica ufficiale, i cantieri
della Torino-Lione continuano a procedere tra cronoprogrammi più volte
modificati (sono in ritardo di “soli” 18 anni), varianti progettuali (senza VIA
e VIS) e costi complessivi che nel corso degli anni sono cresciuti in maniera
esponenziale.
A darsi sonore pacche sulle spalle, ovviamente, c’erano la vicepresidente della
Regione Elena Chiorino (Fratelli d’Italia), il presidente Daniel Bursaux e il
direttore generale Maurizio Bufalini per conto di TELT, William Masi, presidente
di UXT (che ha candidamente dichiarato che non ci “dovrebbero essere problemi di
dispersione” durante la triturazione delle rocce di amianto), il console
italiano a Friburgo, Pietro Falcone (ma perché? chi diavolo è?), e in
collegamento il ministro Salvini e il suo omologo francese Philippe Tabarot (che
sembra un insulto in piemontese).
Nel frattempo, la realtà quotidiana in Valsusa restituisce un quadro ben diverso
da quello raccontato nella propaganda istituzionale: quello di un territorio
progressivamente trasformato in un’unica area di cantiere, con ampie porzioni di
valle devastate, case e terreni espropriati ad aziende agricole, allevatori e
proprietari, oltre ad una presenza sempre più massiccia di forze dell’ordine a
presidio delle aree interessate dai lavori. Nel frattempo, nelle poche aree
industriali rimaste le fabbriche chiudono o, quando va bene, gli operai vengono
messi in cassa integrazione per la mancanza di lavoro. Come sempre, ci sono
lavoratori considerati di serie A e lavoratori di serie B, sacrificabili.
Nei cantieri si parla di 3.300 persone impegnate nei cantieri tra Italia e
Francia, ma non si dice mai nulla sulle condizioni di lavoro: i tipi di
contratto (determinato, intermittente, specializzato?), il grado di esposizione
ad agenti pericolosi per la salute (polveri, amianto, acqua contaminata,
temperature altissime?), la presenza di lavori usuranti. Inoltre, quanti tra i
circa 900 lavoratori italiani (picco massimo previsto) sono realmente valsusini,
visto che quest’opera avrebbe dovuto rilanciare l’economia della valle?
Da oltre trent’anni la realizzazione della Torino-Lione incontra l’opposizione
di una parte significativa della popolazione locale e di tutti coloro che
abbiano un minimo di spirito critico e capacità di fare due calcoli, continuando
a denunciare l’inutilità dell’opera, i suoi costi economici e ambientali e il
modello di sviluppo che questa infrastruttura rappresenta.
La consegna della fresa è solo un capitolo e questa rimane una grande opera
imposta dall’alto, sostenuta da malavitosi e ingenti finanziamenti pubblici che
sarebbero necessari in istruzione, sanità e trasporto pubblico locale, nonchè
accompagnata da militarizzazione e un dispositivo di controllo del territorio
sempre più pesante, che negli anni sta trasformato la Val di Susa in una vera e
propria zona di sacrificio.
Di fronte alla retorica dell’inevitabilità e dell’irreversibilità, resta aperto
uno dei nodi centrali che il Movimento No Tav pone da decenni: quale sia
l’utilità reale di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità, così come è
stato sollevato recentemente anche per la tratta Avigliana-Orbassano.
Con l’arrivo della talpa si apre dunque una nuova fase del racconto mediatico
dell’opera. Ma in Valsusa, accanto ai cantieri e alle celebrazioni
istituzionali, continua anche la mobilitazione di chi da anni si oppone alla
Torino-Lione e alle sue conseguenze sul territorio. Perché la partita sul TAV
non si gioca solo nei cantieri o nei palazzi della politica, ma soprattutto
nella capacità dei territori di continuare a opporsi a un’opera ritenuta
inutile, dannosa e imposta.
Quindi…avanti No Tav!
da Notav.info