Riprendiamo qui di seguito il comunicato degli studenti e delle studentesse
torinesi che continuano a battersi per chiedere giustizia per Ramy e per un
futuro migliore per tutti e tutte.
Vogliamo però fare qualche riflessione rispetto alla gravità dell’operazione
poliziesca messa in campo e al suo “tempismo”.
Partiamo dai reati contestati alle persone arrestate: sono tutti di modesta
entità e vertono in grossa parte sul concetto giuridico di concorso esteso
all’inverosimile, tendenza già vista negli anni nelle procure di mezza Italia ma
che a Torino trova la sua forzatura più becera. Le cosiddette “violenze”
contestate ai ragazzi e ragazze arrestati sono: l’aver solo parlato al megafono
sostenendo la protesta (che è costato i domiciliari a Stefano e Sara e le firme
giornalire a Nicola), aver spostato delle transenne per proteggere il corteo
dalle cariche delle forze dell’ordine, aver allontanato i lacrimogeni sparati
sul corteo, e dulcis in fundo aver dato dei “maiali” ai carabinieri, dileggiando
“la Benemerita” di non venire mai bene nelle foto.
Chi ha anche solo visto i filmati della manifestazione, si renderà subito conto
che quanto contestato è poca cosa rispetto a quanto accduto al corteo, che
ricordiamo spontaneo e seguito di pochi giorni all’uscita del filmato che
mostrava, di fatto, i carabinieri uccidere a sangue freddo un ragazzino, perché
colpevole di scappare in motorino.
Ancora una volta, la Procura rivisita a suo piacimento il diritto per poter
costruire ad arte il mostro manovratore, impersonato questa volta in chi diceva
la sua al megafono, per infantilizzare gli atti di rivolta e ascriverli a mere
strumentalizzazioni. L’obbiettivo è chiaro: colpire duro chi crede nella
possibilità di organizzarsi collettivamente, alla luce del sole.
Ancora una volta vediamo i giornali cedere alle veline della Questura e
ascrivere i compagni e compagne al Pubblic Enemy numero uno: l’Askatasuna,
quando invece sono tutti militanti di collettivi studenteschi, anche di
orientamento differente. Evidentemente non è bastata la batosta clamorosa alle
teorie complottiste sul conflitto sociale data dalla sentenza del processo
Sovrano. Pare che una certa stampa proprio non voglia darsi pace che a Torino,
il conflitto sociale è nel Dna della metropoli, è la naturale risposta delle
persone che la abitano, al triste progetto che le istituzioni vorrebbero
costruirle sopra. La cosa che forse li spaventa ancora di più è che nonostante
gli anni di carcere e le manganellate distribuiti a piene mani dal potere, i
giovani siano sempre di più in piazza e a prendersi i propri spazi nelle scuole
e nelle università. Si mettano il cuore in pace questurini e giornalisti, Torino
non vuol padroni. Invitiamo a riflettere su questi veri e propri colpi di mano
della polzia politica italiana e a metterli in relazione al clima bellico da
mobilitazione generale per “salvar l’Europa”, per unire i punti e capire che
solo l’espressione di una forza collettiva e popolare può fermarli dal portarci
tutti nel baratro della barbarie capitalita. Solidarietà alle studentesse e agli
studenti arrestat. Liber Subito!
Il comunicato congiunto scritto dai giovani:
Questa mattina all’alba, la questura di Torino ha deciso di notificare otto
misure cautelari, di cui quattro arresti domiciliari e quattro obblighi di
firma, a giovani compagni e compagne che si spendono ogni giorno per un futuro
migliore. I fatti contestati risalgono al 9 gennaio di quest’anno, quando in
migliaia in tutta Italia e a Torino abbiamo deciso di scendere in piazza
chiedendo verità e giustizia per Ramy, ucciso dai carabinieri durante un
inseguimento.
Il corteo di quella sera si inserisce in un percorso di mobilitazione più ampio,
iniziato già la scorsa primavera a partire dai cortei per la Palestina, che
hanno portato al movimento delle Intifade studentesche, ridando forza
all’attivazione giovanile. Da quel momento a Torino i cortei si sono susseguiti
senza sosta dimostrando un protagonismo che non si vedeva da tempo: sono tante
le persone che hanno animato le piazze di quest’anno, mettendosi a disposizione
e organizzandosi insieme per lottare.
Non è certo stando in prima fila allo striscione o parlando ad un megafono che
si sovradetermina la volontà e la convinzione di centinaia e centinaia di
persone, come scrive invece la questura negli atti accusatori consegnati questa
mattina. Anzi, questa narrazione appiattisce la forza collettiva, riducendo a
pochi soggetti una volontà che invece è diffusa.
Se la questura pensa che chi anima le piazze, chi scende in corteo, sia un mero
burattino è perchè ignora la consapevolezza collettiva.
In questo contesto, viene punito non solo il gesto di manifestare in piazza, ma
anche il fatto stesso di tematizzare, di esplicitare le ragioni e i motivi alla
base di una protesta. Ancora una volta, si colpisce chi ha il coraggio di
prendere parola, di far sentire la propria voce, come se il semplice atto di
esprimersi fosse un crimine. Si sta dunque ponendo la premessa per una sorta di
“reato di pensare”, in cui qualunque espressione di dissenso viene silenziata.
Si tratta tra l’altro della medesima narrazione portata in tribunale con il
processo Sovrano e fallita appena due giorni fa con l’assoluzione completa per
il reato di associazione per delinquere. La controparte evidentemente non ha
preso bene la sconfitta e non ha tardato a rispondere con un’operazione
costruita su misura per l’occorrenza, con l’esplicita volontà di intimidire
ancora una volta i più giovani. Siamo ben consapevoli che non si tratti di un
attacco contro le singole condotte, ma contro un movimento capace di coinvolgere
trasversalmente i giovani di questa città, dimostrando la propria potenza in più
occasioni. La giornata di lunedì ne è l’ultimo e più chiaro esempio: centinaia
di persone si sono radunate sotto il tribunale di Torino non solo in solidarietà
con i 28 imputati, ma soprattutto in risposta all’attacco alle lotte che quel
processo rappresenta per tutti.
Di fronte a questi vili attacchi non faremo un passo indietro: siamo e saremo
sempre associazione a resistere!
LIBERE TUTTE, LIBERI TUTTI!
L’intervista a un giovane compagno di Torino, una delle persone colpite dalle
misure cautelari realizzata da Radio Onda d’Urto.
L’intervento di Beatrice degli Studenti Indipendenti, una degli 8 colpiti da
misure cautelari ai microfoni di Radio Blackout.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Riprendiamo l’intervista di Radio onda d’urto a Vincenzo, uno dei compagni
processati:
Crollata la montatura giudiziaria-poliziesca che ha cercato di criminalizzare le
lotte sociali e l’opposizione alla grande opera inutile e dannosa del TAV con
l’accusa di associazione a delinquere, l’associazione a resistere in un
comunicato ribadisce che “Non si può fermare, perché associazione a resistere é
chi mette a rischio se stesso per difendere un pezzo di territorio, é chi
partecipa a un picchetto, chi a uno sciopero, l’associazione a resistere é chi
occupa una scuola, é chi vuole costruire per sé e per tutti un futuro migliore,
associazione a resistere é chi blocca una nave piena di armi, é chi si organizza
per non lasciare nessuna da sola. Non si può circoscrivere, perché ogni giorno
c’è chi resiste al ricatto del lavoro, alla perdita della propria terra, allo
sfruttamento delle menti.”
Durante il corteo del 28 Marzo abbiamo raccolto i contributi di alcuni giovani
lavoratori di Dumarey, ex General motors, un’ azienda specializzata nella
progettazione di sistemi di propulsione, che conta circa 700 dipendenti nello
stabilimento torinese.
Riportiamo le testimonianze di due ingegneri e di un operaio che lavorano nel
sito all’interno della “Cittadella Politecnica”.
Ciao chi siete e perché siete qui oggi? Qual è la situazione all’interno della
vostra azienda?
F: Sono un operaio del settore Automotive, dipendente di Dumarey, sono qui oggi
naturalmente per richiedere il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici e a sostenere
le proposte avanzate dalla piattaforma unitaria che Federmeccanica si sta
rifiutando assertivamente di accettare. Dentro la mia azienda c’è una bella
novità, ovvero che la parte di ingegneria inizia finalmente a scioperare, si
rendono conto che la nuova carne da macello, per quanto laureati, sono loro. Per
quanto riguarda gli operai mi rendo conto che non tutti come me hanno la
possibilità di scioperare perché chi deve mandare avanti una famiglia purtroppo
non si può permettere nemmeno di perdere una giornata di lavoro, quindi sono qua
anche per loro. Comunque l’adesione alle assemblee di preparazione, è stata
discreta mentre per quanto riguarda lo sciopero è decisamente ben riuscito.
M: Siamo dei dipendenti di Dumarey Automotive, una multinazionale che produce
software e motori. Siamo qui perché vogliamo far sentire la nostra voce anche
alla nostra azienda riguardo il rinnovo del CCNL e all’esigenza di una riduzione
dell’orario lavorativo. Il discorso dell’orario si connette all’ingresso dell’IA
in un lavoro come il nostro, ci parlano sempre di più di bisogno di efficienza
da parte dei lavoratori ma questo si traduce per noi in un carico di lavoro
maggiore da portare a termine nello stesso tempo, ovvero 40 ore settimanali,
arricchendo alla fine l’azionista dell’ azienda e portando il lavoratore a
doversi occupare di 10 cose contemporaneamente, questo logora il lavoro del
“nuovo operaio”, noi infatti siamo entrambi ingegneri.
A: La nostra azienda è un po’ particolare perché la maggior parte dei dipendenti
sono ingegneri, quindi impiegati, per cui persone che in alcuni casi possono
intendere la lotta con senso di colpa, come se uno sciopero fosse un problema.
La cosa positiva è che l’asticella dell’arroganza del padrone si è spostata
sempre più in alto e quindi anche i nostri colleghi si sono svegliati. Di solito
a partecipare agli scioperi eravamo solo noi delegati, magari nemmeno tutti, e
una buona parte di operai. Oggi siamo un bel po’, qui facendo una stima saremo
una cinquantina, ed è un successo perché di solito non arrivavamo a 10.
M: Questo è significativo perché conferma che il rinnovo del CCNL è una cosa
sentita, non solo da noi che magari siamo più interni alle dinamiche del
sindacato come RSU, ma in generale dalle persone, l’inflazione che ha mangiato
gli stipendi, i servizi che scendono sempre di più, a fronte di ciò è importante
che ci sia un risveglio collettivo per i nostri diritti, che sono stati
conquistati dai nostri nonni e genitori negli anni 60/70 e che adesso nel tempo
vengono deteriorati dalla visione di profitto delle aziende che ricercano un
profitto sempre più alto e abbassano sempre di più quelli che sono i diritti dei
singoli lavoratori.
A: Secondo me la cosa che più è riuscita da parte degli imprenditori italiani,
oltre a farsi finanziare dallo stato da trent’anni e piangere comunque miseria,
e ci va coraggio, è quello di aver detto da un lato la lotta di classe non
esiste, siamo tutti sulla stessa barca, dall’altro però loro la lotta contro la
classe l’hanno fatta, infatti negli ultimi 30 anni i lavoratori hanno perso
potere d’acquisto vedendo detassarsi anche i loro dividendi.
M: Infine un altro motivo per cui siamo qui oggi è la precarietà, anche le
aziende come le nostre, sfruttando sempre di più quello che la tecnologia offre,
ad esempio lo smart working, va alla ricerca di consulenza estera a basso costo,
principalmente nei paesi del Maghreb, per pagare poco i dipendenti, non
assumerli direttamente ma attraverso contratti di consulenza così “quando non mi
servi più stacco la spina”, andando a sminuire magari un ingegnere che ha
impiegato molto tempo ed energie nel prendere una laurea e un certo tipo di
“know how” per poi venire sfruttato, siamo diventati gli “operai del nuovo
millennio” e questa direzione non ci piace.
Come vivete questo vento di guerra e corsa al riarmo? E cosa pensate
dell’ipotesi di riconversione dell’Automotive a settore bellico?
F: Da parte mia la corsa al riarmo è percepita male, riconvertire un settore che
è stato storicamente votato al trasporto e alla mobilità alla guerra ovviamente
è un gioco sporco.
M: Ci sono pro e contro, le migliori tecnologie sono state sviluppate nei
periodi di guerra e non ci si può nascondere, perché lì vengono investiti i
soldi. Ad esempio in campo farmaceutico durante la guerra contro il covid le
aziende hanno investito nella ricerca per vaccini che prima non esistevano.
La guerra non è mai una cosa bella, sono per la difesa dell’Europa ma non so se
è il metodo giusto andare a spendere sul riarmo togliendo così investimenti su
quello che ci tocca tutti i giorni, ad esempio l’istruzione, negli asili nido
non ci sono i soldi per comprare la carta e i materiali e sono costi che
ricadono sui genitori, le strutture sono fatiscenti e anche di quello si devono
occupare i genitor perché non ci sono i soldi per metterli a posto, le rette
vengono 600/700 euro al mese, ci parlano di incentivazione alle nascite ma come
si fa, in famiglie in cui ci sono giovani (non più tanto giovani perché ormai
per arrivare ad avere una situazione stabile si parla di arrivare ai
quarant’anni) a far fronte a tutte queste spese?
L’istruzione è andata in malora, la sanità sta andando in malora, per fare una
visita ci impieghi mesi e alla fine ti costringono ad andare nel privato.
Se la guerra significa, togliamo soldi alla società perché dobbiamo investire
nelle armi no. Se si dice dobbiamo difendere il nostro territorio va bene ma
sempre valutando tutte le possibili soluzioni a una guerra, quindi non solo il
riarmo ma attraverso molte altre misure.
A: Io non sono d’accordo con la riconversione, in generale la politica
industriale la fanno gli stati, quindi se da parte degli stati UE c’è una corsa
al riarmo le imprese li seguono, sembra quasi che fino a ieri non investissero
nel bellico ma in realtà lo facevano anche prima, ora stanno incrementando la
produzione, in un momento tra l’altro in cui lo stato sociale è devastato e
stanno continuando a distruggerlo e poi ricordiamoci che in guerra, da che mondo
è mondo, ci vanno i poveri a morire per i ricchi.
Se vuoi raccontarci la tua storia scrivici a:
inchiesta.lavoro@gmail.com
Scopri gli altri articoli del percorso d’inchiesta sul lavoro a questo link.
Riprendiamo il comunicato di associazione a resistere:
Oggi il Tribunale di Torino ha pronunciato la sentenza in primo grado per il
processo “Sovrano”: tutti e tutte assolti per il capo di associazione a
delinquere! Le pene per i reati singoli sono stati ridimensionati. Un passaggio
epocale per le lotte di tutto il Paese.
Questo non ci basta, di seguito accenniamo ad alcune considerazioni a caldo.
La storia dei movimenti sociali voleva essere negata sul palcoscenico in cui va
in scena la giustizia. Il tentativo della questura e della procura della città
di Torino viene squalificato e rimandato al mittente.
Quella che conosciamo oggi è una giustizia finalizzata a garantire lo status
quo, atta ad alimentare la disuguaglianza sociale, tutelando gli interessi
borghesi pronti a volersi riprodurre sulla pelle di chi non ha gli stessi
privilegi. Per questo finché non saremo tutti e tutte libere non sarà finita. Le
misure preventive indicate dalla procuratrice generale Lucia Musti in occasione
dell’udienza di oggi mostrano ostentatamente il disprezzo e la repulsione nei
confronti di chi in questo Paese ha il coraggio di non girarsi dall’altra parte,
oltre alla volontà di creare un clima di tensione e allarmismo.
Un teorema basato su fantasie morbose di alcuni individui pronti a tutto pur di
fare carriera, come dimostra la promozione del dirigente della digos Carlo Ambra
che ha diretto le indagini, non viene accolto. L’Askatasuna, il Movimento No Tav
e lo Spazio Popolare Neruda non sono un’associazione a delinquere.
Ora non c’è più tempo per perdere tempo.
Se oggi l’ostinazione del potere è una condizione con cui dover fare i conti in
maniera sempre più stringente, ancor più urgente diventa ambire a un orizzonte
differente, radicalmente diverso. E praticarlo.
L’associazione a resistere non è uno slogan ma è l’espressione effettiva delle
lotte che autonomamente sono capaci di incidere nel proprio ambito.
Non si può fermare, perché associazione a resistere é chi mette a rischio se
stesso per difendere un pezzo di territorio, é chi partecipa a un picchetto, chi
a uno sciopero, l’associazione a resistere é chi occupa una scuola, é chi vuole
costruire per sé e per tutti un futuro migliore, associazione a resistere é chi
blocca una nave piena di armi, é chi si organizza per non lasciare nessuna da
sola. Non si può circoscrivere, perché ogni giorno c’è chi resiste al ricatto
del lavoro, alla perdita della propria terra, allo sfruttamento delle menti.
Le scadenze che si susseguiranno nei prossimi mesi saranno la risposta a una
fase generale di guerra e criminalizzazione del dissenso che, a testa alta,
dovrà venire messa in campo. Contro la guerra, contro il riarmo, contro la
militarizzazione della società, alimentando la possibilità di una società più
giusta a fronte di governi che ci vorrebbero inerme carne da cannone.
Con la certezza nel cuore che i compagni e la compagne colpite dalla condanna
per i reati singoli non saranno mai lasciati indietro, guardiamo avanti perché
la responsabilità di assolvere nel miglior modo possibile il compito storico dei
militanti politici oggi, per tutti coloro che si riconoscono in una scelta che
antepone gli interessi collettivi a quelli individuali, é prioritaria.
L’associazione a resistere sta nel sogno realizzato che quotidianamente viene
costruito collettivamente, per questo non ci farete più perdere tempo.
Ieri mattina i metalmeccanici sono scesi in piazza in tutta Italia in occasione
dello sciopero nazionale di categoria, per richiedere il rinnovo del CCNL e la
riapertura della trattativa ostacolata da Federmeccanica e Assistal.
Lo sciopero ha toccato punte in alcuni stabilimenti del 90%.
La piazza torinese ha visto la partecipazione di oltre 5 mila lavoratori,
provenienti da tutta la regione. In piazza si respirava aria di determinazione
nel portare avanti la lotta fino al raggiungimento del rinnovo contrattuale,
secondo la piattaforma proposta e votata dagli stessi lavoratori. Da tempo ormai
si susseguono all’interno dei posti di lavoro eterogenee iniziative come blocchi
degli straordinari, delle flessibilità, e presidi fuori dalle fabbriche, oltre
agli scioperi disarticolati su tutta la settimana, per fare pressione sulle
aziende e sulle istituzioni al fine di riaprire il tavolo di trattative.
La composizione del corteo era variegata, hanno partecipato molti lavoratori
dell’indotto dell’automotive, ma anche del settore del bianco, dell’informatica,
quest’ultimi non hanno il loro contratto specifico rientrando di fatto in quello
metalmeccanico, ed infine i lavoratori dell’aereospace. Significativo la volontà
di prendere parola da parte dei metalmeccanici più giovani, nonostante la loro
presenza minoritaria nel corteo. Questi infatti ci raccontano come si traducano
sulla dimensione umana i ritmi lavorativi, e di come il lavoro abbia sussunto le
loro vite.
Nonostante Stellantis non faccia parte del CCNL, hanno partecipato al corteo
anche operai di Stellantis Mirafiori e Rivalta, nei quali è stato indetto
sciopero.
Questo a conferma del fatto di come anche nel settore dell’automotive nostrana
si vivano delle condizione di disagio non indifferente dovute allea crisi ormai
ventennale della fiat, con le conseguenze legate anche allo spropositato ricorso
alla CIGS.
Oltre alle note difficoltà dovute alla finta conversione all’elettrico che ha
portato nel tempo ad un calo produttivo e di vendita, che sta lacerando il
tessuto operaio industriale del nostro territorio.
Un altro dato significativo è il punto di vista espresso riguardo il riarmo. Si
riscontra una contrarietà generale alla guerra, ma la consapevolezza della
possibilità di un aumento di posti di lavoro e di investimenti nel settore della
ricerca e dagli investimenti messi in cantiere da parte dell’UE.
Crediamo sia importante attraversare queste piazze, coglierne le possibili
tendenze e se possibile favorire la riconoscibilità tra i lavoratori. A fronte
di ciò pensiamo che questi mesi di mobilitazioni, sulle sacrosante richieste sul
CCLN, siano un primo passo significativo, all’interno di un contesto generale di
crisi del mondo del lavoro che avrà bisogno di una presa di parola sempre più
incisiva da parte dei lavoratori, considerato che il quadro europeo determinerà
ricadute su tutto il comparto torinese e non solo.
Il 16 marzo, 59 giovani sono morti tra le fiamme a Kocani, in Macedonia, in un
club notturno. Avevano tra i 14 e i 25 anni.
Condividiamo questo contributo da Immigrital
Le istituzioni hanno dichiarato sette giorni di lutto. Ma non basta. Migliaia di
persone sono scese in strada, in più città, oltre ogni divisione etnica e
religiosa. Non solo per ricordare, ma per lottare. La rabbia ha travolto auto e
locali del gestore del club. Quel club non era a norma, mancavano perfino le più
basilari misure di sicurezza, aggirate attraverso corruzione e complicità
istituzionale. Il sindaco si è dimesso. Dopo le proteste, il parlamento si è
preso due settimane di vacanza: un insulto a chi chiede giustizia, ma anche un
segnale di paura.
Perché è la stessa corruzione che soffoca e uccide ovunque nei Balcani. Sanità,
istruzione, lavoro sfruttato. Le prime generazioni costrette a emigrare, oggi
ancora migliaia di giovani costretti a partire. E chi resta viene lasciato
morire. Nelle fiamme dell’ospedale modulare covid di Tetov. Nell’incidente di un
bus, che ha ucciso 45 persone. Nelle fiamme di questo club, in una notte che
doveva essere di svago.
Questa rabbia è giustizia popolare. Acqua per respirare. Spesso, in questi anni,
la mobilitazione esplode in massa in tutti i Balcani.
L’Italia ha un ruolo nei Balcani, visti storicamente come il proprio giardino. E
gran parte della diaspora balcanica ed est-europea vive qui, tra sfruttamento,
silenziamento, razzismo e classismo. Per questo è necessario sostenere le lotte
nei paesi di origine: perché nessuno sia più costretto ad andarsene, ma possa
scegliere se farlo.
Nei Balcani, come altrove, la trasformazione passa attraverso il rovesciamento
di regimi corrotti, la lotta per maggiore democrazia e partecipazione, la
redistribuzione di ricchezze e potere.
Vostri i profitti, nostre le vite. Il sistema sarà il prossimo.
Oggi, insieme a giovani di seconda generazione del gruppo Immigrital di Pisa
(dove tra l’altro sono state trasportate e ad oggi sono ricoveratə alcunə
persone ferite nell’incendio) e a giovani balcanici student3 internazionali,
abbiamo condiviso memoria, rabbia e lotta. Contro la corruzione e i sistemi che
costringono a partire o lasciano morire. Tutti i giorni. Anche solo se ci
proviamo a svagare una notte. Ne abbiamo abbastanza: il sistema ci uccide. Il
sistema sarà il prossimo
REAZIONE ALLA TRAGEDIA DI KOČANI (DOLORE, RABBIA E DOMANDE APERTE)
Ancora mancano le parole per descrivere lo shock, il dolore e la rabbia causati
dalla tragedia di ieri a Kočani, dove un incendio ha tolto la vita a 59 persone,
principalmente giovani ragazzi e ragazze.
Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie e ai cari delle
vittime. La loro perdita è irreparabile. Le loro vite sono state distrutte.
Distrutte dalla corsa al profitto, dal desiderio di guadagni rapidi, dai
privilegi senza responsabilità, senza consapevolezza delle possibili
conseguenze…
Ogni società di classe nasconde i propri crimini. Durmo Turs, Besa Trans,
l’ospedale modulare di Tetovo sono finiti come “eventi dimenticati in tre
giorni”. La democrazia capitalista si basa su una propaganda quotidiana che
trova costantemente nuovi temi di conflitto sociale per distrarre le menti dei
lavoratori. Ma ieri, ancora una volta, un incendio: ancora una volta norme e
regolamenti violati, ancora una volta un evidente crimine. Una volta era il
cosiddetto trasporto internazionale, poi un ospedale, e infine una discoteca.
Tutte le disgrazie hanno un denominatore comune: il profitto.
In quasi ogni città, edifici abbandonati si sono trasformati in discoteche,
cabaret e club notturni che improvvisamente diventano centri regionali per
centinaia di giovani, mentre autorizzazioni per cambi d’uso vengono rilasciate
senza i dovuti studi tecnici, si effettuano corsi di sicurezza fittizi, si
emettono licenze false, si effettuano ispezioni senza sopralluoghi. Nella corsa
al profitto e al guadagno rapido, le regole servono solo per essere aggirate, e
le competenze vengono mercificate.
Mentre il governo e l’opposizione si accuseranno a vicenda in vista delle
elezioni su chi sia responsabile della tragedia, e mentre la procura e il
sistema giudiziario cercheranno nei prossimi giorni di recuperare una fiducia
che non hanno mai avuto, è tempo di puntare il dito direttamente contro l’élite
imprenditoriale locale e i potenti locali che qualcuno ha messo a fare da
“sceriffi”.
È tempo di puntare il dito contro di loro come classe, non come individui. La
cosiddetta discoteca ha operato indisturbata per oltre 10 anni. Durante questo
periodo, il potere centrale e locale è cambiato più volte, mentre la burocrazia
invecchiava e veniva sostituita. Ma gli schemi criminali sono rimasti e
continuano a esistere, perché è impossibile che il capitalismo funzioni senza di
essi: sono il suo prodotto.
È tempo di puntare il dito contro l’intero sistema capitalistico, senza paura di
essere accusati di relativizzare la tragedia. Perché non dobbiamo dimenticare
che tragedie simili accadono ovunque nel mondo, poiché il capitalismo governa
ovunque. Dai paesi più sviluppati a quelli meno avanzati. Perché anche lì, come
qui, la corsa al profitto e ai guadagni rapidi è il motore che muove la macchina
sociale così com’è progettata. È un sistema in cui alcuni rispondono alla legge
per i più piccoli errori, mentre altri non rispondono nemmeno per i crimini più
gravi.
Questo sistema non può essere riformato. Il capitalismo svilisce e disumanizza
le vite umane ovunque nel mondo. Questo sistema non può essere aggiustato.
Continuerà a trattarci come schiavi, servi e risorse.
Considerando tutto ciò, è tempo di cambiare il nostro modo di concepire ciò che
è normale e accettabile. Dal sollevare le spalle e accettare passivamente le
situazioni attuali, all’organizzazione politica completa degli oppressi che
porterà i cambiamenti rivoluzionari necessari!
Contributo dellə compagnə dell’ organizzazione Alba Socialista e spazio sociale
Dunja, Skopje
Di seguito i link alle traduzioni in albanese, macedone ed inglese:
https://docs.google.com/document/d/1-zrjmayzfC6na5DSPQ_Ai3U2fCL9vJhXQOcjZwUKfn4/edit
https://docs.google.com/document/d/12v9FVEetVSNkPnKDMoajOnSMiFQZJjBH6RCTsUgPs1A/edit
La segretaria generale della CISL, a fronte delle ultime 3 persone morte lo
stesso giorno sul proprio luogo di lavoro, ha sbrigativamente commentato: “è una
strage che non finisce mai”.
Commento peculiare, visto che il compito di politica e sindacati sarebbe
lavorare non solo affinché nessuna strage abbia più luogo, ma affinché non una
sola persona perda la vita per colpa del proprio lavoro.
D’altronde, quest’affermazione sbrigativa ha una sua evidenza scientifica che
trova riscontro non solo nei dati dell’INAIL – che si basano
esclusivamente sulle denunce d’infortunio – bensì, da altre fonti informative –
come le inchieste infortunio dei Servizi PreSAL delle ASL – che ci dicono che
solo in Piemonte ci sono dai 35 ai 40 morti sul lavoro, una media stabile da 10
anni. I comparti più a rischio risultano essere agricoltura e edilizia e la
popolazione più a rischio è ovviamente quella straniera.
C’è di più: dall’analisi di 800 infortuni mortali in 20 anni, è risultato che un
terzo degli incidenti si sarebbe potuto evitare grazie all’intervento di un
operatore di vigilanza e ispezione. In edilizia, almeno la metà. Dati
interessanti si possono trovare qui .
È d’altronde chiaro che l’attività di controllo sulla sicurezza non può essere
fatta solo dai servizi delle ASL. Devono farlo anche gli RSPP e i rappresentanti
dei lavoratori per la sicurezza, e avere un approccio più integrato sia tra loro
che con coloro con i quali svolgono il lavoro di vigilanza e d’ispezione.
Ma i controlli da soli non bastano: servirebbe integrare fonti, saperi ed
esperienze. Importantissima è la divulgazione dell’esperienza dei lavoratori e,
per questo, abbiamo intervistato un epidemiologo del lavoro che da anni si
occupa di raccogliere le storie dei singoli eventi su questo sito.
L’idea è che, da una parte, leggere retrospettivamente quello che è successo
possa aiutare a capire se si sarebbe potuto evitare, e, dall’altra, fare di ogni
singolo caso un principio di diffusione della conoscenza tra lavoratori e
lavoratrici che si trovano ad affrontare il rischio, spesso in maniera
contingente ed estemporanea.
Ai nostri microfoni, Osvaldo Pasqualini. Buon ascolto.
da Radio Blackout
Lunedì 31 di marzo è una giornata importante per le persone che si rivedono
nelle lotte e nei movimenti nati attorno alla storia dei centri sociali in
Italia: è il giorno in cui il Tribunale di Torino deciderà sul destino di 28
persone, 16 delle quali accusate di associazione a delinquere, legate al
Movimento Notav, al centro sociale torinese Askatasuna e allo spazio
popolare Neruda.
Sono complessivamente 88 gli anni di carcere chiesti dall’accusa, 72 i capi di
imputazione, oltre 7 i milioni pretesi dalla Procura e dalle partici civili,
compresi i Ministeri e l’avvocatura di Stato, 3 milioni dei quali chiesti per
danno d’immagine allo Stato. Richieste basate su costosissime indagini durate
anni, ore di intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti, migliaia di
soldi pubblici consumati per strutturare un teorema che, come sottolineano gli
avvocati della difesa, vuole rendere il dissenso un reato.
L’Assocazione a Resistere, che si è costituita a seguito delle accuse mosse
contro il movimento torinese e che ha trovato l’adesione di migliaia di persone
solidali, ha sottolineato in un comunicato come questo processo e l’impianto
accusatorio tenti di “mettere sotto accusa il senso della militanza politica“.
Askatasuna è, con ogni probabilità, il centro sociale più citato d’Italia. Lo è
per la sua lunga storia politica, per la sua ampia comunità che si è formata
attorno a Corso Regina Margherita e alle lotte in Val di Susa e, in parte, per
gli accanimenti giudiziari che in questi anni si sono abbattuti su attivisti e
attiviste.
L’ipotesi iniziale della Digos, attraverso le lunghe indagini e il massiccio
impianto accusatorio, era dimostrare che Askatasuna fosse una associazione
sovversiva. Una volta caduta la paradossale accusa di sovversione, la fase
successiva è stata quella di dimostrare che dentro al centro sociale torinese si
annidasse un’associazione criminosa.
Il senso di questo maxi-processo, definito Sovrano dal nome delle indagini,
secondo la difesa e le realtà coinvolte dalle accuse è quello al contrario di
riuscire a costituire il conflitto sociale come reato, processando chi agisce il
conflitto ed escludendo il cosidetto “diritto penale del nemico”, cioè il
diritto al dissenso.
Per ripercorrere i punti chiave e le anomalie del processo Sovrano, Radio Onda
d’Urto ha intervistato Dana, una delle imputate coinvolte. Ascolta o scarica.
Sul processo Sovrano, il quotidiano Il Manifesto ha realizzato un inserto
speciale in uscita oggi venerdì 28 marzo. Ce ne parla di Giansandro Merli de Il
Manifesto. Ascolta o scarica.
L’inserto de “Il Manifesto” in edicola oggi con la splendida copertina di
ZeroCalcare
da Radio Onda d’Urto
Ottocento pezzi acquistati dall’azienda Imi Systems, che rifornisce l’esercito.
Il porto romagnolo teatro di proteste e di blocchi dei portuali di armi e navi
israeliane
di Linda Maggiori da il manifesto
Nel porto di Ravenna da oltre un mese è bloccato un carico di 14 tonnellate di
componenti di armi diretto a Israele. In tutto ottocento pezzi metallici
classificati come materiale d’armamento e diretti all’azienda israeliana IMI
Systems Ltd che rifornisce l’esercito israeliano. Il sequestro d’urgenza risale
al 4 febbraio scorso, effettuato dall’Agenzia delle Dogane e convalidato dal
Gip.
Una notizia finora passata sotto silenzio, senza comunicati stampa, giunta alla
stampa locale solo ieri, quando il Tribunale di Ravenna ha esaminato la
richiesta di dissequestro avanzata dall’avvocato Luca Perego che assiste la
ditta Valforge di Lecco. Tutto è iniziato a metà 2024 quando la società
lecchese, specializzata in fucina e stampa di articoli metallici, ha ricevuto un
ordine di oltre 250mila euro dalla IMI Systems e a sua volta ha commissionato la
fabbricazione dei pezzi a due aziende di Varese.
LA VALFORGE PERÒ, come contesta la procura, non ha l’autorizzazione a esportare
il materiale bellico, né è iscritta nel Registro nazionale delle imprese
istituito presso il ministero della difesa. È stato quindi indagato
l’amministratore unico della società. La linea della difesa sostiene che
l’azienda non era a conoscenza della destinazione militare, essendo questi
prodotti dalla «funzione indistinguibile», usati anche nel settore civile.
Eppure la natura totalmente militare della Imi Systems e la classificazione dei
pezzi come componenti militari avrebbe dovuto far sorgere sospetti già al
momento dell’ordine. Ma a quanto pare non ne ha destato nessuno.
Così la “merce” prodotta a Varese, dopo aver passato il “test di qualità” a
Lecco, è stata trasportata tramite tir al porto di Ravenna, dove l’attendeva una
nave incaricata dall’azienda militare israeliana e diretta in Israele. Ma
qualcosa si è inceppato. Lo spedizioniere avrebbe chiesto all’azienda di Lecco
di sottoscrivere una certificazione e, secondo quanto riferisce l’avvocato nel
ricorso, l’azienda si sarebbe soltanto a quel punto resa conto della
destinazione militare e avrebbe annullato la spedizione, cercando di far tornare
a Lecco la merce.
Nel frattempo però è intervenuta l’Agenzia delle Dogane con il sequestro. I
container ora si trovano al Terminal container (Tcr) e il Tribunale del Riesame
si è riservato alcuni giorni per esprimersi nel merito del ricorso. Non è la
prima volta che Ravenna è crocevia di traffici militari. Nel 2023 una protesta
aveva atteso il passaggio della nave israeliana Zim e nel maggio 2021 i
sindacati del porto di Ravenna avevano bloccato il carico di armi per Israele,
proclamando sciopero.
«ABBIAMO a che fare tutti i giorni con tantissimi container – spiega un portuale
– Ci accorgiamo degli armamenti solo se abbiamo una soffiata o se sono ben
visibili. Ma se sono pezzi smontati chiusi dentro ai container non è facile
sapere di che si tratta. Non credo che questo sia l’unico né l’ultimo carico di
armi di passaggio nel porto di Ravenna».
Un attivista del Coordinamento lecchese Stop al Genocidio e del Bds (la campagna
Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni lanciata dalla società civile palestinese
nel 2005) commenta: «La notizia è un’ulteriore dimostrazione del triste ruolo di
aziende della Provincia di Lecco nell’esportazione di materiale di armamento a
Israele sia nel 2023 che nel 2024 come riportano le statistiche del commercio
estero dell’Istat e recenti inchieste di Altreconomia. Insieme all’Assemblea
permanente lecchese contro le guerre, stiamo combattendo da mesi una lotta per
raccogliere dati, denunciare e fermare queste produzioni di morte. Noi
monitoriamo l’export autorizzato, che è già troppo, ma se a questo si aggiunge
il traffico illegale di armi verso Israele il quadro è ancora più fosco». Per il
29 marzo è indetto un presidio in piazza a Ravenna contro il transito di armi
nel porto.
Invece di occuparsi dello stato delle strade di fronte all’abbandono delle opere
pubbliche, la Viabilità Nazionale è stata utilizzata come strumento di
provocazione nell’ambito di un nuovo anniversario dell’ultimo colpo di stato.
Questo martedì, soltanto un giorno dopo un nuovo anniversario del sanguinoso
colpo di stato perpetrato il 24 marzo 1976, il governo di Javier Milei ha
demolito un monumento a Osvaldo Bayer, storico, giornalista e autore di La
Patagonia Ribelle, che era situato all’ingresso della città di Río Gallegos,
Santa Cruz.
Nell’amministrazione di ultradestra, il pessimo stato delle strade di fronte
all’abbandono delle opere pubbliche non fa parte dell’agenda della Viabilità
Nazionale. Né le grandi buche, né la mancanza di pittura, né la segnaletica in
cattivo stato. Al suo posto, l’organismo incaricato della costruzione e
manutenzione delle vie a livello nazionale è utilizzato per la “battaglia
culturale” che porta avanti il governo nazionale.
A poche ore dal 24 marzo, Viabilità Nazionale ha demolito il monumento in
omaggio ad Osvaldo Bayer che era stato inaugurato 2 anni fa, durante la gestione
di Alicia Kirchner come governatrice di Santa Cruz.
Commissione per la Memoria degli Scioperi del 1920-1921 – Río Gallegos
Da parte della Commissione per la Memoria degli Scioperi del 1920-1921 di Río
Gallegos, ripudiamo quanto successo con l’immagine di Osvaldo Bayer che stava
all’entrata della nostra città capitale.
Consideriamo che sia una vendetta di coloro che rivendicano il genocidio
avvenuto negli Scioperi Patagonici. Un massacro perpetrato dai gruppi di potere
e il loro braccio armato che fucilarono 1.500 persone che desideravano una vita
migliore per loro e le loro famiglie.
Fu grazie all’enorme apporto di Bayer, e delle sue indagini che gli costarono
vari anni della sua vita, che fu permesso di trarre dall’oblio, quanto avvenuto
a Santa Cruz tra il 1920 e il 1921 e, inoltre, di rivendicare la causa giusta di
quello sciopero operaio che commosse tutta la Patagonia e il resto del paese.
Allora, non è casuale che, ad un giorno dal 24 Marzo, e a 49 anni dal golpe
civico, ecclesiastico, militare ed imprenditoriale, si porti a termine
l’abbattimento dell’immagine di Osvaldo Bayer, come una vendetta di coloro che
rivendicano tutti i genocidi avvenuti in Argentina e in particolare in
Patagonia. Sono coloro che oggi sono nello stato e vogliono una “Storia
Completa”, come una falsa discussione. Se così volessero, dicano dove sono le
fosse comuni, per ritrovare i resti di coloro che furono fucilati nel 1921 e
quanti furono giustiziati nel massacro.
Non è nemmeno causale che questo 25 marzo, festeggino la caduta del monumento di
Bayer, quando è il “Giorno del Lavoratore della Stampa”, come lo fu Osvaldo e il
suo prezioso lavoro di indagine, che gli costò l’esilio durante la dittatura
militare.
Allora, noi che rivendichiamo la memoria di quegli scioperanti, con più ragione
e con più forza dobbiamo continuare a lottare per impedire che occultino quello
che realmente avvenne a Santa Cruz, perché è impossibile che possano riuscirci
con l’abbattimento di un monumento.
Come disse Bayer:
“Voglia che il silenzio patagonico non sia più ferito dall’eco dei proiettili;
voglia che il paesaggio patagonico non soffra più il corsetto di frontiere
inventate dall’egoismo umano, e si estenda dall’Atlantico al Pacifico come nel
sogno di Bolivar; voglia che l’uomo e la donna patagonici possano allevare i
propri figli in mansuetudine e allegria, e respirare le sue arie e aromi con
tranquillità di sapersi sicuri nella propria dignità; voglia che la natura
patagonica possa continuare a crescere la propria fauna e la propria flora come
quando c’erano i suoi abitanti naturali, che staranno sempre affacciati a
vigilare dalle coste, dai laghi e dalle cordigliere cosa facciamo della loro
madre terra.
L’ingiustizia con le sue armi da fuoco continua a stabilire la legge. Se
continua così, non rimarrà alcun dubbio che continueranno a sorgere altre
Patagonie ribelli”.
25 marzo 2025
Resumen Latinoamericano
Traduzione a cura del Comitato Carlos Fonseca