A Livorno esiste un bosco urbano di 6 ettari in centro città. Da 14 anni questo
rifugio climatico è minacciato dalla speculazione.
Da 14 anni l’area è occupata da un comitato di lavoratorx, cittadinx e residenti
del quartiere che la presidiano notte e giorno per evitare che tutti gli alberi
vengano abbattuti per far posto al cemento. Qui si è dato vita a iniziative
sociali, incontri, momenti di dibattito.
Il 30 luglio di quest’anno l’area è stata venduta all’asta per un milione e
duecento mila euro ad un imprenditore. Entro 120 giorni il Tribunale deve
consegnare il terreno “libero da persone e cose” quindi nelle prossime settimane
è previsto lo sgombero.
In questi giorni si sono svolte assemblee molto partecipate e per il 5 settembre
è previsto un grande corteo che partirà dalle ore 16 dal Polmone verde di Via
Goito fino a Piazza del Municipio. La manifestazione sarà affiancata da 3 giorni
di campeggio libero, dal 3 al 6 settembre. Nel mentre sono partiti 4 presidi
permanenti, dislocati nei 4 ingressi del terreno, per prepararsi a resistere
allo sgombero.
Arianna, del comitato degli orti urbani di Via Goito, ci spiega meglio la
situazione, evidenziando come la manifestazione nazionale sarà importante non
solo per prendere parola contro la speculazione edilizia a Livorno, ma in modo
più ampio, difendere un modello di giustizia sociale e ambientale. Un modello
dove spazi verdi come gli orti oltre ad essere polmoni verdi per le nostre città
diventano luogo di auto-organizzazione.
da Radio Blackout
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto i Carabinieri
di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e
trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino.
A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura
alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni
delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. Giorgio
avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari.
Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne
definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo
sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010
e una marcia No Tav del 2019.
Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state aggravate dopo
un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato
dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie
opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a
una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio
quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un
nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in
Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi.
Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la
detenzione nell’autunno di quest’anno.
Ora arriva invece il ritorno alle Vallette dove si trovano tuttora anche i due
ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai
cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere.
«Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato
confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in
città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. “Perché la
storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle
migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della
Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e
continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono
rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da
più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle.Giorgio libero
subito. Liber tutt.**
La scarcerazione dovrebbe avvenire il 27 settembre. Ne parliamo con Roberto La
Macchia Co-Presidente dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici, avvocato
a Torino si occupa anche delle vicende giudiziarie di Giorgio Rossetto
da Radio Onda d’Urto
Riceviamo e pubblichiamo volentieri:
GIORGIO: UN COMPAGNO A CUI TENIAMO MOLTO
Conosciamo Giorgio da oltre quarant’anni, da quegli anni ’80 in cui i movimenti
organizzati di Torino erano stati azzerati dalla sconfitta operaia alla Fiat,
dalla repressione e dall’eroina.
Con pazienza, a Torino Giorgio aveva saputo ricostruire assieme ad altri
compagni e compagne i primi collettivi autonomi. Da quegli anni ’80 siamo stati
diretti testimoni della sua caparbietà nell’organizzare forme di opposizione
sociali, nell’alimentare conflitti, §-Contro apertamente e radicalmente, sempre
in dimensioni di massa.
E in tutti questi anni, prima a Torino e poi in Val di Susa, decine di migliaia
di persone hanno marciato al fianco di Giorgio per sfidare la devastazione dei
territori e le ingiustizie. Ma l’idea che la società possa muoversi,
organizzarsi e lottare con dinamiche collettive è incomprensibile e
inaccettabile per magistratura, forze dell'”ordine” e media. La loro narrazione
ha bisogno di un colpevole, un volto, un qualche “capo” di chissà quale
fantomatica gerarchia, da marchiare come responsabile e da colpire in maniera
esemplare.
Processi, reclusioni, divieti, arresti domiciliari e sorveglianza speciale:
l’accanimento giudiziario che da anni si è scatenato contro Giorgio non è solo
un’ingiustizia contro un singolo, ma vuole essere un monito per tutte le persone
che lottano per un mondo diverso, più equo e umano.
Magistratura e forze dell’ordine hanno deciso che Giorgio, per via delle sue
idee e del suo impegno, deve essere separato dalla società e privato di ogni
possibilità di partecipare ai conflitti sociali.
Questo è inaccettabile.
CONTRO L’ENNESIMO ASSURDO ARRESTO DI GIORGIO, VOGLIAMO CHE SIA IMMEDIATAMENTE
LIBERATO!
SOLIDARIETÀ A GIORGIO! GIORGIO LIBERO SUBITO!
TORINO ANNI ’80 FATTI NOSTRI / CICL. IN PROPR. / AGOSTO 2026
Centinaia di nuovi progetti di data center, ossia delle infrastrutture materiali
dell’intelligenza artificiale e delle cloud di dati, sono stati recentemente
presentati in Italia, che il Governo Meloni vorrebbe trasformare nel principale
hub digitale del Mediterraneo.
I data center necessitano di molta energia e le richieste di allaccio per data
center al gestore della rete elettrica Terna ammontano a 90 GW, di cui circa
metà nella sola Lombardia. Ci sono investimenti per svariati miliardi di euro da
parte dei giganti della Big Tech e alcuni progetti sono stati dichiarati di
interesse strategico nazionale con delibera del Consiglio dei ministri.
Tuttavia, le comunità che vivono sui territori dove sono previsti gli
insediamenti dei data center stanno esprimendo diverse criticità sull’impatto
ambientale, energetico e sanitario di queste strutture. Negli USA i comitati
sono riusciti attraverso petizioni, mobilitazioni e lotte a ottenere la
sospensione di progetti di nuovi data center per un totale di 64 miliari di
dollari. In Italia uno dei primi e più attivi comitati contro i data center è
nato a Lacchiarella.
Per approfondire questo tema, che non riguarda solo chi vive nei territori dove
verranno costruiti i data center ma chiunque debba interfacciarsi con gli
effetti dell’intelligenza artificiale, abbiamo intervistato Errico Duranti del
Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio.
Partiamo dall’attività del Comitato sul territorio, dato che si sta occupando
dell’invasione dei data center in Lombardia e, in particolare, in quest’area, su
cui vogliono realizzare due enormi progetti tra Lacchiarella e Zibido San
Giacomo, vicino anche alla frazione Badile: due campus hyperscale. Uno è quello
di APTO, che è quello con la procedura un po’ più avanzata, con un investimento
di oltre 3 miliardi di euro; poi c’è un altro progetto di K2, che invece prevede
un investimento di oltre 5 miliardi, di cui è stata dichiarata dal Governo
l’importanza strategica nazionale, ma che è ancora in uno stadio preliminare. Si
tratta, tanto per dare qualche numero, rispettivamente di 300 e 400 megawatt di
potenza. Peraltro, qui, dove già c’è una stazione Terna, ne verrà costruita una
nuova, sempre in quella zona, che adesso è coltivata a riso, denominata
Lacchiarella Ovest. Ecco, ci puoi un po’ ricapitolare che cosa prevedono questi
progetti e qual è l’impatto, dal punto di vista ambientale in primo luogo e, in
secondo luogo, anche dal punto di vista sociale su questi territori, sulla base
di quelle che sono un po’ le osservazioni che avete mosso, almeno nel caso di
APTO?
ERRICO: Allora, ricapitoliamo un attimo i progetti attorno a questo triangolo di
terra, che è un triangolo di terra di circa un milione di metri quadrati, tra i
territori di Zibido San Giacomo, Lacchiarella e, più in generale, quest’area del
Sud Milano. Territori che già in passato dovevano essere adibiti a grossi poli
produttivi, da cui poi è nato anche il progetto Girasole di Berlusconi a
Lacchiarella; si parlava anche di interporti e di altre cose che poi non sono
mai andate a buon fine. In quest’area non ci sono solo quei due progetti. C’è
APTO, che è quello più avanzato, già in fase di valutazione di impatto
ambientale e dal quale fondamentalmente è nata la battaglia del Comitato; poi,
magari, spiego anche come è partita. Si è inserito poi il discorso di K2
Strategic, questa società di Singapore che ha messo sul piatto italiano — si
parla di 20 miliardi di euro complessivi, ovviamente non tutti qui — e che in
quest’area parla di circa 5 miliardi e mezzo di investimento. Sempre su quel
territorio, e principalmente più che altro sul territorio di Lacchiarella, ci
sono anche altri due ambiti di trasformazione con destinazione urbanistica nei
quali sono previsti altri due data center. Attualmente la società che detiene i
terreni è la famosa AF Green, l’ex Zust Ambrosetti, che era proprietaria anche
dei terreni destinati ad APTO. Cos’è successo? Nel 2019, quando c’è stata la
variante urbanistica del Comune di Lacchiarella, circa 500 mila metri quadrati
hanno subito una trasformazione attraverso un piano attuativo proprio di Zust
Ambrosetti. Era stato previsto un polo produttivo di carattere semi-industriale:
non era una vera e propria logistica, ma assemblaggio e spedizione di merci,
quindi non rientrava nella categoria della logistica, bensì in quella di polo
produttivo. Tra l’altro, si parlava di circa 2.000-3.000 dipendenti. Per questo
è stato fatto quello che tecnicamente si chiama PAUR, cioè un procedimento
autorizzatorio unico regionale, nel quale viene fatta una valutazione
ambientale, sociale e così via, perché si trattava di un polo di carattere
regionale. Il procedimento ha avuto un esito positivo da parte della Regione. In
contemporanea, la società APTO ha presentato un progetto sullo stesso terreno
per realizzare un data center che, all’epoca, era considerato il data center più
grande d’Italia. Attualmente lo è ancora, anche se non è detto che manterrà
questo primato: domani potremmo perderlo. Cosa è successo? Praticamente, sullo
stesso terreno ci sono due procedimenti amministrativi in corso: uno già
approvato e uno che non è ancora approvato ed è in fase di valutazione presso il
Ministero. Quindi, se dovesse saltare il data center, teoricamente dovrebbe
partire questo polo industriale, sempre che ci sia ancora l’intenzione da parte
di AF Green di realizzarlo, perché comunque stiamo parlando di cose previste nel
2019 e dal 2019 a oggi sono cambiate tante cose.
Area di cantiere data center di Microsoft a Bornasco (PV)
Detto questo, in questo ambito di trasformazione, che si chiamava H1-H2, solo
una parte è quella dove è partito effettivamente il data center, che è l’H1B.
Poi l’H1A e l’H2 restano comunque destinati ad altre attività produttive, ma
anche lì sono previsti data center. La cosa interessante è che, subito dopo aver
cominciato la battaglia, abbiamo scoperto questa famosa nuova stazione elettrica
Lacchiarella Ovest di Terna, cosa che dal Comune non era mai emersa:
l’amministrazione aveva tenuto tutto sotto banco. L’abbiamo scoperta
fondamentalmente in un’assemblea pubblica organizzata dalla sindaca di Zibido
San Giacomo, che l’ha esposta e che, almeno da questo punto di vista, ha
pubblicato le informazioni, a differenza dell’amministrazione di Lacchiarella.
Guardando bene questi documenti, si scopre che questa nuova stazione elettrica
occuperebbe più o meno 100 mila metri quadrati e che sarebbe, fondamentalmente,
una riproposizione della stazione elettrica esistente. Nella documentazione è
scritto che servirebbe ad alimentare non solo il data center di Lacchiarella, ma
anche altri data center, tra cui, ad esempio, quelli di Noviglio e Vellezzo
Bellini. Tra questi c’è anche l’alimentazione di due data center di AF
Green-Zust Ambrosetti, che quindi si presume siano sugli ambiti H1A e H2. Si
presume, nel senso che la trasformazione urbanistica lo prevede e la stazione
elettrica prevista lo prevede. Non esiste ancora un progetto vero e proprio,
però, mettendo insieme i due elementi, è difficile pensare che quella stazione
non serva anche alla loro alimentazione.
Dopodiché veniamo a scoprire anche un altro progetto, che è il progetto Amazon,
sempre a Zibido San Giacomo, appena fuori da questo triangolo di terreno. È un
data center abbastanza piccolo rispetto agli altri, anche se sempre hyperscale,
e ha avuto anch’esso un carattere strategico nazionale, assieme a quello di Rho.
È stato uno dei primi per i quali il Ministero ha riconosciuto questo carattere
strategico nazionale. Non ha però le grandezze di Lacchiarella. Non ricordo bene
la potenza, ma parliamo di una potenza IT, cioè di potenza di calcolo, intorno
ai 50-60 MW, mentre Lacchiarella arriva a quasi 200 MW di potenza IT. Poi,
dentro la battaglia, scopriamo anche, sempre dall’amministrazione di Zibido,
questo grosso progetto di K2 Strategic, che sorgerebbe fondamentalmente a 500
metri di distanza da quello di APTO. Anche lì non c’è ancora un vero progetto:
adesso si parla di questa strategicità e di una determinata potenza. Abbiamo
visto delle cartine fatte uscire dall’amministrazione di Zibido, nelle quali si
identifica più o meno un territorio con un consumo di suolo simile, o forse
qualcosa di più, rispetto a quello di Lacchiarella. Vedremo nei prossimi mesi
quello che succederà.
Nel frattempo scopriamo, sempre dall’amministrazione e da queste cartine, che è
prevista anche una BESS, cioè uno stoccaggio di batterie al litio. Anche qua,
nel silenzio più totale, sempre sul territorio di Lacchiarella, è stato
approvato da parte del Ministero dell’Ambiente questo grosso progetto di BESS:
si parla di 160 container di batterie al litio, praticamente a 100 metri dal
data center. Nel progetto, ovviamente, non c’è scritto niente rispetto al data
center. Però una BESS costruita in mezzo a questo complesso di data center
difficilmente non può servire anche ai data center, anche perché le BESS sono
molto funzionali alla modulazione dell’energia elettrica. Di sicuro non possono
garantire un’autonomia significativa: io ho già fatto i calcoli e si parla di
circa quattro ore, quindi è un’autonomia molto bassa. Però possono servire
proprio alla modulazione della rete, quindi in caso di picchi, cali di tensione
o piccole interruzioni da parte della stazione elettrica possono fornire un
determinato supporto. Anche perché, fondamentalmente, tra tutti questi progetti
stiamo parlando di una potenza intorno al gigawatt. Quindi di un vero e proprio
comprensorio di data center che forse non ha eguali attualmente in Europa: quasi
un milione di metri quadrati di territorio con questa grandissima potenza di un
gigawatt. Parlandoci chiaro, è più o meno la potenza dell’ILVA di Taranto.
Quindi è come se un’ILVA di Taranto, dal punto di vista della potenza elettrica,
la mettessero qua. Però capite quella che è la potenza di un complesso del
genere.
Cantiere data center di Microsoft a Bornasco (PV)
Ovviamente, gli impatti quali sono? Ci sono degli impatti che possiamo definire
generali tra tutti i data center, che bene o male li accomunano, e poi ci sono
degli impatti che dipendono caso per caso, dal territorio, dai vincoli, da come
è strutturato, dalla geologia e così via.
Partiamo da quelli che sono gli impatti più generali di un data center, che
accomunano queste strutture a livello mondiale o comunque italiano. C’è
innanzitutto l’impatto energetico, ovviamente, nel senso che stiamo parlando di
strutture veramente energivore. Solo quello di Lacchiarella, quello di APTO,
dovrebbe consumare più di 2 TWh all’anno, che corrispondono più o meno a quasi
l’1% del fabbisogno energetico nazionale. Calcolate che, ovviamente, messi tutti
assieme, hanno un impatto veramente importante. Io ho fatto una mappatura di
quelli che sono attualmente in fase di valutazione di impatto ambientale: sono
circa 30 progetti e, più o meno, si può stimare — perché non tutti danno dati
precisi — il consumo effettivo sulla base della potenza installata e dei
rapporti che accomunano un po’ tutti i progetti. Possiamo stimare un consumo
energetico annuo complessivo nell’ordine di 15-16 TWh, che sono più o meno il
6-7% del fabbisogno nazionale. Ovviamente, però, stiamo parlando solo di 30
progetti: mancano tutti i nuovi progetti per i quali è partito solo adesso il
nuovo iter e non ci sono ancora le istruttorie di valutazione di impatto
ambientale, e mancano tutti quei progetti che sono già avviati e quelli che sono
già in funzione. Stimare che il settore dei data center nei prossimi 5-10 anni
possa arrivare a un consumo del 15% del fabbisogno elettrico nazionale non è
quindi azzardato. Attualmente, mettendo insieme i progetti esistenti, quelli in
funzione e quelli in valutazione di impatto ambientale, siamo più o meno intorno
al 9%; se aggiungiamo tutti gli altri, che sono decine, potremmo arrivare
tranquillamente a quella quota.
Immagine uscita dall’assemblea pubblica a Zibido San Giacomo.
È ovvio che questa questione pone diversi problemi. Per far funzionare questi
impianti ho bisogno di molta elettricità: dove vado a produrre tutta questa
elettricità? Sfatiamo il mito che le rinnovabili riescano da sole a supportare
una domanda di questo tipo. Di sicuro una parte verrà fatta con le rinnovabili.
Però bisogna capire realmente che cosa significa: se la rinnovabile vuol dire
campi sterminati di pannelli fotovoltaici in Sicilia, in Sardegna o in altre
zone d’Italia per alimentare i data center del Nord, io la chiamo — e l’ho
chiamata anche in altre occasioni — una forma di sviluppo diseguale dell’Italia.
Uso questo termine gramsciano, se vogliamo. I benefici dell’uso dell’energia
elettrica li avrei al Nord, con i data center e con i benefici per le società
proponenti, mentre i costi e gli impatti li avrei magari nel Mezzogiorno, in
Sardegna, in Toscana o anche in altre zone del Nord, con queste distese di
impianti fotovoltaici che hanno comunque degli impatti. Noi non siamo contrari
agli impianti fotovoltaici. È una tecnologia che assolutamente deve essere
utilizzata. Però il problema è che serve una reale pianificazione, basata sulle
reali necessità, e questa pianificazione deve essere fatta a livello nazionale e
tenendo conto delle comunità. In tutto questo discorso non c’è niente di tutto
ciò. Qui sono multinazionali che arrivano dall’estero e fanno queste distese,
non uso il termine “speculazione” perché è sbagliato, per puro profitto.
Fondamentalmente si tratta di questo.
E questo è un impatto. Dopodiché hai altri impatti, per esempio sulla rete
elettrica. Per far funzionare una cosa del genere a livello nazionale hai
bisogno di una rete adeguata. Terna questo se l’è posto negli ultimi due anni,
proprio in relazione alle richieste di allaccio di tutti questi data center.
Attualmente presso Terna sono depositate più di 500 richieste di allaccio per
data center, di svariate grandezze, per una potenza richiesta complessiva
intorno ai 90 GW. È una cosa inammissibile e improponibile, anche perché la
potenza rinnovabile installata in Italia è di circa 73 GW. Questo non significa,
ovviamente, che tutte queste richieste andranno a buon fine: probabilmente solo
una parte dei progetti verrà realizzata. Però stiamo parlando comunque di
quantità veramente importanti di richiesta di energia. Anche perché arriviamo da
una situazione in Italia in cui il problema energetico è molto sentito e in cui
già oggi importiamo energia dall’estero per soddisfare i nostri bisogni. Quindi
significa che o produciamo nuova energia — ma non si sa come, in una situazione
di mancanza totale di una strategia energetica nazionale seria e chiara — oppure
importiamo energia da altre parti, senza sapere bene da dove. È ovvio che i
proponenti dei data center spingono molto per il nucleare, dicendo che sarebbe
l’unica soluzione. Io questo lo vedo come un pericolo, ovviamente non come un
beneficio, essendo antinuclearista. Il problema è che anche qui bisogna sfatare
un mito: per fare un piano nazionale nucleare, se dovesse andare a buon fine,
passeranno 10-15 anni. Quindi, nei prossimi 10-15 anni, bisogna comunque dire
dove andare a prendere l’energia richiesta. E soprattutto, se si parla di
nucleare di nuova generazione, dei famosi SMR, quanti ce ne vorrebbero? Si parla
di 100, addirittura 200 piccoli reattori per sostenere questa domanda. Sono cose
folli, che non hanno senso in questo contesto.
E poi, ovviamente, c’è il problema della rete. La rete ha bisogno di un
ammodernamento. Qualche settimana fa ho fatto un lavoro su tutte le stazioni
elettriche proposte da Terna per far funzionare i data center: in Lombardia si
parla di circa 25 nuove stazioni elettriche. Vuol dire, di fatto, ricostruire
totalmente una parte della rete dell’alta tensione. E questo avviene in una
situazione in cui l’estate 2026 è stata considerata l’estate dei blackout in
Italia: una rete di media e bassa tensione che non è stata in grado di reggere
ai primi colpi del cambiamento climatico. Hai avuto una domanda crescente di
energia elettrica per gli impianti di condizionamento, per riuscire a sopportare
il raffrescamento delle case, perché è diventata una situazione invivibile. Hai
avuto un collasso delle reti proprio perché c’era troppo calore. Questa cosa la
puoi leggere nei comunicati di Unareti e di altre società della media tensione,
che hanno parlato proprio di questo. E di fronte a questa situazione, in Italia
si pensa ai data center, quando le necessità e le cose che servono sono ben
altre.
Ovviamente, poi, c’è un impatto sociale di tutto questo: il costo di questa
domanda di energia elettrica, rispetto al quale si cerca sempre un po’ di
sviare. I data center cercano di non rispondere a questa domanda. Sfatiamo un
mito: a livello nazionale non esiste più il PUN, cioè il prezzo unico nazionale.
Dal 2025 c’è il prezzo zonale. Vuol dire che, in base alla zona, paghi in
relazione alla domanda e all’offerta. È una cosa molto semplice del mercato: se
in una zona hai una fortissima domanda di energia elettrica, quell’energia
elettrica la paghi di più. Quindi in Lombardia pagherai molto di più l’energia
elettrica rispetto ad altre zone d’Italia. Sono macrozone — mi pare siano sette
— e ovviamente nella nostra zona si pagherà molto di più, anche perché i data
center sono concentrati soprattutto qui. Se stiamo parlando di una quota del 15%
a livello nazionale, bene o male una parte molto significativa è concentrata
qui. Quindi questo è un problema sociale. Noi diciamo che queste opere sono
inflazionistiche a tutti gli effetti e che l’aumento dei costi verrà scaricato
sulle bollette dei cittadini.
Questa cosa ha creato anche qualche malumore all’interno degli stessi partiti
della maggioranza. Ad esempio, leggevo di uno scontro all’interno della Lega
proprio su questa questione: la Lega della Lombardia, che fondamentalmente ha
spianato la strada a questi data center, chiede di spalmare a livello nazionale
i costi e quindi di ritornare a un discorso di prezzo unico nazionale; mentre,
per come veniva riportata la posizione della Lega in altre regioni, il
ragionamento era sostanzialmente: sono problemi vostri, li avete voluti e quindi
pagate di più. Vedremo cosa succederà nel prossimo periodo.
Poi c’è il consumo di suolo. Stiamo parlando di grossi impianti. È vero che
alcuni vengono fatti su aree dismesse, però molti, soprattutto quelli più
grandi, vengono realizzati su aree che non sono dismesse. Su questo voglio
spendere una parola rispetto alla nuova legge della Lombardia, che privilegia
l’uso delle aree brownfield, quindi dismesse. Se invece si va sulle aree
greenfield, cioè quelle vergini e non impermeabilizzate, che hanno un senso dal
punto di vista del consumo di suolo, bisogna pagare il 100% in più degli oneri
di urbanizzazione, o addirittura il 200% in più nei parchi e nelle zone
protette. Questo per dire cosa? È ovvio che una multinazionale che viene in
Italia e fa investimenti da miliardi di euro — perché anche un data center
piccolo ha un costo che si aggira sui 500 milioni di euro, mentre i più grandi
arrivano a diversi miliardi — può permettersi di spendere qualcosina in più, che
per loro è una briciola, su terreni vergini, dove non ha bisogno di bonificare,
di abbattere capannoni, di smaltire materiali e così via. Anzi, per loro è quasi
un beneficio. Quindi questa previsione della legge, alla fine, rischia di essere
una presa in giro: formalmente dici che vuoi privilegiare le aree dismesse, ma
poi effettivamente quello che succede è ben altra cosa.
Poi c’è il consumo di acqua. Anche qui facciamo un po’ di chiarezza. In Italia,
tendenzialmente, si usano sistemi di raffreddamento ad aria. Si usa quindi
l’aria esterna del capannone per raffreddare e, qualora l’aria superi una
determinata temperatura, generalmente intorno ai 29 gradi, entrano in funzione
dei gruppi frigoriferi con un sistema chiuso di circolo di acqua refrigerata. In
un sistema di questo tipo non hai sostanzialmente un consumo significativo di
acqua, se non per il riempimento dell’impianto e per il rabbocco. Quindi non
stiamo parlando di grandi quantità di acqua utilizzata. Hai però un altro
problema: un consumo energetico molto maggiore, perché questi impianti devono
comunque funzionare a elettricità. Uno degli indici che lo determina è il PUE,
che può essere intorno a 1,3-1,5. Vuol dire, semplificando, che se hai un data
center da 300 megawatt, il consumo complessivo può arrivare a 450 megawatt,
perché una parte dell’energia serve anche a raffreddare e alimentare
l’infrastruttura.
166 richieste di Datacenter a Terna, per un totale di potenza elettrica
installata di 44GW.
Hai poi dei casi, che vediamo soprattutto con due compagnie che operano in
Italia, Amazon e Microsoft, che usano un sistema misto aria-acqua. Non è il
sistema completamente ad acqua utilizzato in alcuni casi negli Stati Uniti: qui
hai un sistema ad aria nei periodi più freddi e, nei periodi più caldi, sopra i
29 gradi, un sistema a bulbo umido, per cui utilizzi acqua. Quindi quel consumo
d’acqua ce l’hai soprattutto nel periodo estivo, con grossi quantitativi. Ad
esempio, dagli studi relativi a progetti come Rho, Peschiera Borromeo, Zibido
San Giacomo, quello di Amazon e altri, possiamo verificare che si parla di
milioni di litri di acqua nel giro di tre mesi.
E soprattutto questa cosa è stata fatta, a mio avviso, sulla base di studi molto
sottovalutati: hanno utilizzato dati relativi ai periodi caldi del 2003, quindi
non aggiornati rispetto alle temperature reali di oggi, e non c’è uno studio
adeguato rispetto alla prospettiva di un ulteriore innalzamento delle
temperature dovuto al cambiamento climatico. Quindi quella stima potrebbe essere
molto sottodimensionata rispetto a un reale consumo effettivo che nei prossimi
anni potrebbe anche essere molto più alto. Perché magari i 29 gradi non li hai
più per tre mesi all’anno, ma per sei mesi.
Poi c’è un altro problema, quello delle isole di calore. Quando abbiamo
cominciato a inserirci nelle battaglie, siamo stati visti un po’ come dei
complottisti, degli “ecoterroristi”, e ci hanno sempre negato questa questione.
Poi sono usciti i primi studi a livello internazionale. Uno è quello di un
professore-ricercatore dell’Università di Cambridge, Andrea Marinoni, che ha
fatto uno studio molto interessante. È uno studio nel quale, fondamentalmente, è
stata fatta una mappatura di una serie di data center e si è rilevato un aumento
tendenziale della temperatura di circa due gradi, con punte di aumento,
ovviamente per i data center molto grandi, anche di nove gradi nelle immediate
vicinanze dell’impianto. Non parliamo ovviamente di nove gradi su dieci
chilometri. Dopodiché ci sono stati anche altri studi internazionali: altri
professori e scienziati hanno cominciato a studiare il fenomeno, in Uruguay, in
Canada, negli Stati Uniti. Noi abbiamo avuto la fortuna che nel Comitato di
Certosa c’è Sergio Manera, un fisico dell’Università di Pavia, che si è messo a
disposizione per fare degli studi. È partito proprio da lì per cercare di
calcolare realmente la cosa. Lui ha cominciato ad applicare lo studio a Certosa,
però a Certosa non c’è ancora un vero progetto, quindi lo ha fatto
fondamentalmente su Lacchiarella, perché lì il progetto è stato depositato
presso il Ministero. Ha elaborato uno studio di una trentina di pagine. La cosa
importante è che il Ministero, da quando noi abbiamo cominciato a parlare della
questione e a produrre controstudi, ha fondamentalmente imposto, nelle varie
integrazioni, la richiesta ai proponenti di realizzare studi specifici per
dimostrare che non ci fosse nessun tipo di impatto legato alle isole di calore e
alle ricadute sul suolo in termini di variazioni microclimatiche.
Diciamo che molti proponenti hanno snobbato totalmente la richiesta del
Ministero. Però ce n’è uno, in particolare, che non l’ha snobbata: è il caso di
Siziano, in provincia di Pavia, dove per l’ampliamento MIL8-MIL7 del campus di
Stack Infrastructure hanno fatto uno studio — non così articolato come quello di
Manera — arrivando alla conclusione che ci sarebbe un aumento di due gradi di
temperatura nel raggio di 400 metri. Ovviamente loro dicono: “Sì, ma alla fine
l’aumento della temperatura ce l’abbiamo solo dove c’è il data center, quindi
non c’è una ricaduta”. Stiamo comunque parlando di un data center molto piccolo
rispetto ad altri. Ma questo studio conferma quello che noi abbiamo detto: è
ovvio che se è piccolo l’isola di calore è minore; se è grosso, l’isola di
calore è maggiore. Per i grossi impianti, per i campus e soprattutto per la
vicinanza tra diversi data center, quindi per l’impatto cumulativo, la questione
dell’isola di calore pone molti interrogativi e deve essere analizzata. Anche
perché questo calore viene immesso nell’atmosfera e ha delle ricadute sia
ambientali sia sanitarie.
Data center campus Stack di Siziano (PV)
Ambientali, perché oltre ad aumentare ulteriormente, rispetto al cambiamento
climatico, la temperatura, hai comunque un problema: un aumento anche di uno o
due gradi sui terreni agricoli comporta l’aumento di tutta una serie di
parassiti che vanno a sconvolgere l’agricoltura. Faccio un esempio: diventano
habitat favorevoli per la cocciniglia, per la cimice asiatica, per la Popillia
japonica e altri parassiti che possono creare danni agricoli.
E poi ci sono i problemi sanitari, perché diventano anche fattori di
incubazione, ad esempio, per la zanzara tigre e per tutta una serie di malattie,
come il West Nile. Quindi diventa quasi un fattore patogeno, se vogliamo vederlo
così, oltre ovviamente al problema dell’aumento della temperatura in sé. Per
assurdo, l’aumento della temperatura pone più problemi dal punto di vista
agricolo nei periodi invernali che in quelli estivi, perché nei periodi
invernali vai a rompere quello che è l’equilibrio dell’inversione termica.
Questa cosa può comportare inverni più umidi e quindi problemi per l’agricoltura
che hai sempre avuto qua, creando anche fattori di tropicalizzazione. È ovvio
che, siccome tutti questi data center sono lungo la cintura dell’hinterland
milanese e nord-pavese, questa cintura verde attorno alla metropoli diventa un
problema. I due gradi in più che hai adesso a Milano, dovuti all’isola di calore
antropica, riconosciuta e studiata, rischieresti di crearli anche in questa
fascia verde, sconvolgendo tutto l’ambiente che abbiamo conosciuto. Quella
differenza di due gradi tra Milano e l’hinterland potrebbe non esserci più. È un
problema molto grosso.
Trovare delle soluzioni è difficile. Si può pensare al teleriscaldamento, che
potrebbe aiutare sotto certi aspetti, però non è detto che riesca a sopportare
questi carichi termici che vengono buttati nell’aria. E soprattutto non è che
tutta l’energia termica che disperdi riesca a essere immagazzinata: avresti
comunque una dissipazione. Una soluzione diversa sarebbe piantare milioni di
alberi per assorbire questo calore. Ma significherebbe destinare tutto il verde
disponibile a bosco, e non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani: per
fare un bosco servono decenni. Quindi questa questione dell’isola di calore è
molto importante da tenere nella valutazione.
Dopodiché ci sono altri problemi che dipendono caso per caso. Ci sono però
problemi abbastanza comuni, che riguardano per esempio l’impatto che può avere
l’opera sull’assetto urbanistico generale. Vado a piazzare il data center su un
terreno e, guarda caso, quel terreno può trovarsi all’interno di una rete
ecologica primaria o secondaria. Quindi vado a spezzare il reticolo ecologico
stabilito dai piani urbanistici sovraordinati, che serve fondamentalmente alla
fauna e alla flora. Vado a disgregare ancora di più un territorio che i piani
urbanistici cercavano di consolidare dopo cinquant’anni di urbanizzazione
selvaggia. Nel caso di Lacchiarella, il nuovo data center e la stazione
elettrica sono sulla rete ecologica primaria. Quindi vado a ridurla, creando un
corridoio molto più stretto, in una situazione che è già tragica. Poi ci sono
gli impatti principalmente sul suolo e sulle falde. Lacchiarella è emblematica,
ma è un problema che riguarda un po’ tutta la Lombardia, per la sua
conformazione geologica: abbiamo falde molto alte, in certi casi addirittura
subaffioranti, e zone di risorgiva. Ci sono quindi data center costruiti in zone
di risorgiva: Lacchiarella, Peschiera Borromeo, Zibido, Rozzano, Siziano. Cosa
comporta? Da un lato crei cementificazione; dall’altro hai gli stoccaggi di
gasolio per i generatori di emergenza e sistemi o materiali che possono
provocare danni. Penso ai sistemi UPS, alle batterie al litio che, in caso di
incendio, possono avere ricadute al suolo e quindi sulla falda. Poi fai delle
fondazioni con i famosi micropali, che comunque vanno a incidere sulla falda
superficiale. Tutta questa cosa sulla falda è un problema. Lacchiarella è stata
un oggetto importante delle nostre osservazioni proprio perché ricade in area
Seveso e, inizialmente, non se ne erano accorti. Il territorio è inoltre
caratterizzato da una falda vulnerabile, altamente vulnerabile. Lo stesso caso
lo stiamo vedendo a Rozzano, nel Polo Strategico Nazionale.
Poi c’è la vicinanza alle abitazioni. Hai data center, per esempio a Peschiera,
praticamente in mezzo alle case. E poi c’è l’assetto paesaggistico. Prendo
sempre il caso di Lacchiarella: ci sono cascine considerate storiche dal punto
di vista del Piano Territoriale Regionale, che dovrebbero essere valorizzate
come patrimonio culturale, con dentro anche chiese antiche, addirittura dell’XI
secolo, che vengono inglobate all’interno di questi data center. Capisci che non
c’è più un paesaggio inteso come qualcosa che dovrebbe essere sviluppato anche
da un punto di vista culturale. Ci sono situazioni limite che, secondo me, non
hanno nessun senso. E questo dimostra come, fino all’intervento dei comitati,
che hanno cominciato a porre tutta una serie di questioni, ci siano state
valutazioni da parte del Ministero, degli enti e della Regione di una
superficialità e di una banalità che non hanno senso. Ci sono, ad esempio, data
center approvati in piene fasce di rischio idrogeologico, come il caso di
Segrate, con una struttura che dovrebbe essere considerata strategica ma che
viene realizzata in piena area di rischio. Oppure il caso di Peschiera, e anche
Siziano, dove la fascia di rispetto del pozzo dell’acquedotto comprende una
parte del data center. Una fascia di rispetto non viene messa lì a caso. In
quelle fasce devi rispettare determinate prescrizioni. Non stiamo dicendo che
dentro una fascia di rispetto non si possa costruire un’abitazione o un’azienda;
ma costruire un’azienda con migliaia di metri cubi, migliaia di litri di
gasolio, sistemi UPS e così via è una cosa differente. Da questo punto di vista,
urbanisticamente e paesaggisticamente, ci sono anche le altezze. Sembra una
stronzata, ma generalmente i data center sono impianti che variano tra i 20 e i
25 metri. In questi territori sono quasi come le torri dei campanili. Quindi che
impatto visivo hanno? Vai a scardinare quello che è il paesaggio classico
riconosciuto. Penso, per esempio, al data center di Peschiera, in piena fascia
di rispetto dell’aeroporto di Linate, dove dovresti avere determinate altezze e
invece devi costruire il data center. La follia è totale. Da questo punto di
vista c’è una mancanza di comprensione della pianificazione urbanistica. Fino ad
arrivare a casi eclatanti. A Lacchiarella c’è il deposito Sigemi, un’azienda a
rischio di incidente rilevante, dove vengono stoccate grosse quantità di
carburanti, e viene falsificata la distanza: viene indicata come superiore a 2,5
chilometri quando in realtà è di 1,4 chilometri. La normativa di Città
Metropolitana impone almeno due chilometri di distanza dall’azienda a rischio di
incidente rilevante. E poi ci sono gli oleodotti, che passano e che vengono
trascurati. Anche qui: il caso di Lacchiarella, il caso di Magenta. Capisco che
gli oleodotti possano essere informazioni riservate, ma ci sono comunque
elementi che devono essere considerati nella valutazione.
Poi c’è l’impatto sanitario. È un tema che spazia su tanti aspetti.
Innanzitutto, quello che stiamo notando è che, indipendentemente dal nostro
intervento come comitati, l’Istituto Superiore di Sanità è l’unico ente che fin
da subito ha cominciato a mettere i puntini sulle “i”. Lo dico indipendentemente
da noi, perché certi pareri dell’ISS e certe richieste sono molto precedenti
rispetto alle prime nostre osservazioni o alla battaglia che abbiamo iniziato.
Questo va riconosciuto a un istituto composto da scienziati. Hanno cominciato a
porre tutta una serie di problemi, richiedendo integrazioni ai proponenti con
studi specifici e, addirittura, in certi casi dicendo che gli studi presentati
non andavano bene e chiedendone altri. Ci sono fondamentalmente tre filoni su
cui lavora l’Istituto Superiore di Sanità.
Il primo è l’impatto acustico. Tante volte su questi impianti non viene fatto un
serio ragionamento sull’impatto acustico, soprattutto dove sono vicini alle
abitazioni, perché si rischia di sforare i limiti. E c’è anche un problema di
caratterizzazione urbanistica, quindi della famosa zonizzazione acustica del
PGT. Neanche Lacchiarella, per esempio, rispetta la zonizzazione acustica.
Poi c’è l’impatto sulle acque, con tutta una serie di richieste di
approfondimento e analisi sul consumo delle acque, sull’impatto sulle acque,
sugli scarichi, sulla caratterizzazione dell’acquifero presente e sulla presenza
eventuale di inquinanti.
E poi c’è il tema delle emissioni dei generatori di emergenza. Su questi
generatori si dice: “Sono generatori di emergenza, quindi non c’è nessun tipo di
impatto perché funzionano solo in caso di emergenza”. Ma quando avviene
l’emergenza? Il problema è che quando fai una valutazione di impatto ambientale
non devi ragionare dicendo “chissà quando avverrà l’emergenza”. Se avviene, devi
porti il problema di quale impatto avrà. La VIA è fondamentalmente un’analisi
costi-benefici. Quindi questa cosa devi calcolarla nei costi e devi valutarla.
Devi calcolare sulla base di un massimo credibile di quella che può essere
l’emergenza. Chi determina il massimo credibile? Tendenzialmente si parla di 24
ore di emergenza. Quindi devi considerare un’emergenza di 24 ore. Gli standard
internazionali per la costruzione dei data center, le famose ISO, parlano
addirittura di 72 ore di emergenza: non 24, ma tre giorni, in caso di blackout.
Tanto che, per assurdo, il deposito di combustibile dovrebbe garantire almeno
48-72 ore. Se tu mi metti un deposito di combustibile di una determinata
dimensione, vuol dire che valuti la possibilità che si sviluppi un’emergenza di
quella durata. Quindi devi calcolare l’impatto di 48-72 ore di funzionamento
continuo di questi generatori, che devono essere in grado di supportare il
fabbisogno energetico dei data center. Sono grossi generatori, con motori
enormi, quasi come quelli di una nave. Generalmente sono da circa 2,4 MW
ciascuno. Solo APTO ne avrebbe 160. A livello lombardo, considerando i progetti
attualmente in valutazione di impatto ambientale, stiamo parlando di circa
1.500-1.600 generatori di emergenza. Non so se ci rendiamo conto del numero. Se
dovesse esserci un blackout generale di 24 ore in Lombardia, stiamo parlando di
1.600 grandi generatori che si mettono in funzione attorno a Milano. In quelle
24 ore, di cosa stiamo parlando? Infatti il problema qual è? L’Istituto
Superiore di Sanità, giustamente, dice: non dovete spalmarci le emissioni di un
anno. Perché, ovviamente, se spalmi le emissioni di quelle 24 ore sull’intero
anno, diventano quantità apparentemente ridicole. Il problema è la fase acuta.
Se dovesse esserci un’emergenza di 24 ore, cosa succede in quelle 24 ore dal
punto di vista sanitario, sull’apparato respiratorio, sull’apparato
cardiovascolare? Stiamo parlando di impianti che producono CO₂, ossidi di azoto,
PM10, PM2,5, ammoniaca, monossido di carbonio e altri inquinanti.
Quando l’Istituto Superiore di Sanità ha cominciato a fare questa richiesta, i
proponenti hanno cercato di fare le loro controdeduzioni, ma in tutti i casi non
riescono a rispettare i limiti dell’indice che viene valutato sulla base delle
linee guida. Li superano. Prendiamo il caso di Siziano, l’ultimo che ho
analizzato e sul quale abbiamo presentato delle osservazioni. Il proponente ha
ribattuto alle richieste dell’Istituto Superiore di Sanità. Abbiamo fatto le
nostre osservazioni, firmate anche da Federica Brenta, dottoressa dell’Istituto
dei Tumori di Milano e membro del Comitato di Certosa. Nel progetto vengono
mappati i recettori, cioè la popolazione potenzialmente esposta. Sono state
mappate circa 12.000 persone nei comuni di Pieve Emanuele, Locate di Triulzi,
Siziano e Lacchiarella. E praticamente questi recettori sono tutti fuori limite.
Quindi, se dovesse partire l’emergenza a Siziano, avrebbe un impatto sulla
salute della popolazione di tutta la zona, non solo di Siziano. Però viene
calcolato solo Siziano: Lacchiarella, Bornasco e gli altri comuni non vengono
considerati. A Siziano stiamo parlando di 81 generatori; a Lacchiarella APTO
arriverà a 160 e K2 a 200, a seconda della potenza; Zibido ne avrebbe altri. E
se dovesse esserci un blackout, nel raggio di dieci chilometri potresti avere
centinaia di generatori che partono contemporaneamente.
E poi c’è un altro problema: già durante le prove di manutenzione, che vengono
effettuate periodicamente, hai emissioni importanti. Immaginiamo cosa possa
succedere in una situazione di emergenza. E loro dicono: “Eh, ma questa cosa c’è
perché la qualità dell’aria è già pessima”. Il problema è proprio che, se la
qualità dell’aria è già pessima, il tuo contributo va a peggiorarla. La nuova
normativa europea sulla qualità dell’aria dice che, se sei già in una situazione
critica come la Lombardia, dove ci sono procedure di infrazione comunitarie
sulla qualità dell’aria, non dovresti aggiungere nuove emissioni. Oppure, se
vuoi farlo, devi trovare una tecnologia e un modo per fare in modo che non ci
sia un ulteriore contributo. Ovviamente questa cosa non riesci a farla. Molti
mettono gli SCR, le marmitte catalitiche che abbattono gli ossidi di azoto, ma,
per esempio, non abbattono il PM10 o il PM2,5. E in certi progetti leggi che
questi sistemi di abbattimento, per andare a pieno regime, hanno bisogno di
venti minuti di funzionamento. Vuol dire che allora tutta la fase manutentiva,
prima ancora che parta l’emergenza, diventa già problematica. Ci sono anche
contraddizioni tra i diversi progetti: alcuni dicono una cosa, altri un’altra.
Sembra quasi una presa per il culo generale. Però il problema sanitario rimane.
Poi c’è anche la strafottenza. Penso al caso del data center Data4, questo
grosso campus vicino a Settimo Milanese, nel quale l’Istituto Superiore di
Sanità ha detto chiaramente: “Sulla base dei vostri studi non possiamo darvi il
parere favorevole. Quindi dovete produrre ulteriori studi e dimostrarci il
contrario; altrimenti il parere non viene dato”. E il parere è vincolante, a
meno che non arrivi una deroga ministeriale. E questa cosa cosa significa? Che
praticamente si può arrivare a dire: “Va bene, allora saremo noi i primi a
sforare per un giorno”. Come se il problema fosse semplicemente quanti giorni
all’anno puoi sforare. È una cosa emblematica della strafottenza di questi
soggetti.
Serata informativa
Poi c’è il caso di Rozzano, Polo Strategico Nazionale. Generalmente, per legge,
una valutazione di impatto sanitario è obbligatoria per gli impianti superiori a
300 MW di potenza termica dei generatori di emergenza. Quindi non tutti i data
center rientrano automaticamente in questa casistica. Rozzano non rientrerebbe,
perché è sotto i 300 MW — 240 o 260, non ricordo il dato esatto. Quindi, in
teoria, non dovrebbe essere obbligatorio fare la VIS. Però il Ministero ha
detto: vista la complessità della situazione, vista la vicinanza con altri
impianti e così via, vi chiedo comunque di fare una valutazione di impatto
sanitario. E ha richiesto queste cose. Allora, finché potevano dire che andava
tutto bene, l’hanno fatta. Quando hanno dovuto entrare nello specifico degli
impatti acuti, hanno detto: “Ma noi non siamo obbligati a fare la valutazione di
impatto sanitario”. Ma se te la impone il Ministero, che cazzo significa? La
strafottenza della multinazionale rimane. Siamo al paradosso, all’assurdo. E su
questo bisognerebbe veramente aprire un capitolo rispetto a quello che io ho
categorizzato, dal punto di vista legislativo, come uno stato di eccezione.
Cioè, la legge mi sta stretta? C’è una legge, ma siccome mi sta stretta, la
sospendo e faccio come voglio perché ho una necessità che me lo chiede. È un po’
quello che, da un punto di vista filosofico, viene affrontato da Agamben con il
concetto di stato di eccezione. Io uso questo termine da tanto tempo, da quando
faccio queste battaglie. Lo vedo un po’ come una forma di bonapartismo. Non
voglio dire fascismo, perché bisogna caratterizzare le cose in modo differente.
Però è il meccanismo per cui la legge mi sta stretta e, siccome in questo
momento ho una necessità, faccio un decreto d’urgenza, faccio questo, faccio
quello. L’ambito ambientale è molto utilizzato in questa logica e si sposa molto
bene con quello che sta succedendo con i data center e, più in generale, con le
Big Tech. Per le Big Tech tutto è possibile.
Visto che hai toccato adesso tutto il discorso delle Big Tech, vorrei affrontare
altre due questioni. In diverse iniziative sui data center i cittadini pongono
la domanda: “Ma come mai li stanno facendo tutti qua?”Avevo letto alcuni tuoi
interventi e poi mi ero andato a guardare le mappe. Perché questi data center
vengono localizzati lungo determinati corridoi, lungo le fibre internazionali
(BlueMed, 2Africa, ecc), e ci sono investimenti enormi. Anche il capitale
italiano si è messo dentro questo processo. In altri contesti hai parlato di
neocolonialismo al riguardo, e quindi ti chiedo di approfondire questo tema. Poi
c’è il tema bolla AI o rivoluzione industriale. Da un lato abbiamo le prime otto
aziende per capitalizzazione a livello mondiale, attorno alle quali
verosimilmente c’è anche una bolla. Però tutta questa finanza che si riversa
nelle cosiddette “otto sorelle” deve poi avere uno sbocco. Come direbbe Marx,
serve un modo per rinviare al futuro la crisi. Questo sbocco si traduce poi in
investimenti materiali: cavidotti, data center, infrastrutture, con
un’aspettativa rispetto a quella che potrebbe essere la ricaduta, soprattutto
per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, per questi capitali che vogliono
valorizzarsi, e non è detto che si valorizzino. Attorno a questo tema abbiamo
due ipotesi molto diverse: chi vede tutto questo semplicemente come l’ennesima
bolla, come poteva essere la dot-com, e chi invece vede in questo una nuova
rivoluzione industriale, che si pone obiettivi precisi in termini di
valorizzazione del capitale e di riduzione del potere della classe lavoratrice,
con tagli, sostituzione di posti di lavoro e così via. Dentro a tutto questo ci
sono tutti questi progetti, che si stanno anche realizzando, ma che sono
tendenzialmente lasciati alla più piena libertà del grande capitale
internazionale. E da quella sfera, dalla sovracapitalizzazione di queste
aziende, arrivano poi le ricadute che abbiamo sui nostri territori, sui nostri
posti di lavoro e su tantissimi altri elementi.
C’è anche tutto un discorso di riorientamento del capitale locale. Tutta questa
fetta di capitalismo lombardo cerca, e cercherà, di reinserirsi in questo
discorso. Lo ha fatto in passato con la logistica e questa cosa può essere molto
profittevole per una parte di loro, soprattutto attraverso la compravendita dei
terreni, ma anche per gli studi di progettazione, gli studi legali che seguono
queste operazioni e così via. Perché poi, fondamentalmente, l’indotto che
utilizza una grossa compagnia, che può essere Microsoft o un fondo di
investimento, va a utilizzare soggetti locali. Dopodiché, in termini molto
concreti, questo genere di nuova industria non è una manifattura vera e propria.
Una volta realizzato l’impianto, tutta la componentistica, l’infrastruttura, i
cavi e così via arrivano da altrove.
Quindi cosa offre la Lombardia? Fondamentalmente offre il territorio. E allora
sembra un po’ questa la logica: svendiamo il più possibile e arricchiamoci, chi
si è visto si è visto.
Bolla o non bolla. Io personalmente, fin dall’inizio, non ho creduto a una bolla
speculativa finanziaria, almeno nel senso classico. Per senso classico parlo di
una bolla tipo 2008. Rispetto a una bolla tipo dot-com non la escludo, ma questo
non va a inficiare il discorso: una bolla tipo dot-com può comunque creare
realmente le basi per una nuova rivoluzione industriale. Se noi vogliamo vedere
la storia del capitalismo, la ferrovia stessa fu accompagnata da una bolla
speculativa. E, essendo io marxista, il fatto dell’accorpamento del capitale va
nella stessa direzione: capitali che si accorpano sempre più in trust,
oligopoli, grosse strutture industriali e finanziarie. Nel senso che, se è vero
che oggi vediamo startup e tutte queste cose, domani, in caso di una bolla stile
dot-com, è molto possibile che molte di queste siano costrette a saltare. Ma il
problema fondamentale è un altro: il grado di investimento di capitale reale che
le Big Tech stanno mettendo in questo piano di carattere mondiale non può essere
visto semplicemente come una bolla speculativa.
Stanno investendo nel futuro su tre questioni fondamentali. La prima è lo
scontro mondiale con la Cina per il predominio mondiale. La seconda è lo scontro
militare, quindi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale anche da un punto di
vista securitario e militare. La terza è l’utilizzo dell’intelligenza
artificiale per aumentare la produttività del lavoro in senso classico. E, per
aumentare la produttività del lavoro, in questo caso hai bisogno di sostituire
una parte del capitale umano con un nuovo tipo di capitale: algoritmi, robot e
umanoidi.
In questo scontro mondiale con la Cina ci sono delle differenze enormi tra
quello che è il modello dell’intelligenza artificiale del blocco occidentale —
fondamentalmente gli Stati Uniti, perché l’Europa in questo discorso conta molto
poco — e quello cinese. Il modello occidentale ha bisogno di grossissime
infrastrutture, soprattutto per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale
generativa: ha bisogno di enormi spazi tecnici dove mettere i dati, elaborarli,
addestrare i modelli e quindi ha bisogno di data center sempre più grandi e
potenti. La Cina invece non ha bisogno della stessa quantità di infrastrutture.
Ha già dimostrato in un paio di occasioni di essere in grado di sviluppare
modelli di intelligenza artificiale simili a quelli occidentali, se non
superiori in termini di efficienza, utilizzando meno risorse e meno spazio. Lo
puoi vedere anche semplicemente guardando quanti data center ci sono nel blocco
occidentale e quanti ce ne sono in Cina. In Cina hai un numero di data center
inferiore rispetto alla Germania, per non parlare degli Stati Uniti. Eppure, in
termini di brevetti, la Cina ha superato gli Stati Uniti. Questo deriva anche da
un modello economico differente, che non è comunista ma che possiamo definire,
semplificando, capitalismo di Stato. Riescono a fare cose con meno soldi, con
meno risorse, ma anche con una maggiore libertà di invenzione e brevettazione, e
questo permette loro di sviluppare modelli di intelligenza artificiale che sono
una spina nel fianco degli Stati Uniti.
C’è anche questo grosso corridoio tra Stati Uniti, Europa, Francia, Italia,
Israele, Paesi arabi, India, Singapore e Silicon Valley, con tutta una serie di
cavidotti, fibre ottiche, hub digitali e data center per il calcolo. In Cina di
tutto questo hanno molto meno bisogno. L’Occidente lo fa anche per cercare di
bloccare, dal punto di vista infrastrutturale e digitale, la famosa Via della
Seta cinese. Ci riusciranno? Non lo so. Il problema fondamentale, secondo me, è
che da un lato hai l’Occidente che sta facendo investimenti faraonici in termini
di denaro, che producono debito privato e debito pubblico, per cercare di
vincere questa battaglia contro la Cina. La Cina usa molti meno soldi, ma riesce
a stare al passo. Chi la vincerà? Non ho la sfera di cristallo.
Però, in termini di produttività del lavoro, quello che vedi, per esempio sul
terreno dell’automazione e dei robot umanoidi, è roba in Cina che in Occidente
ce la sogniamo. Io parto da un presupposto abbastanza marxista: la vittoria
reale in uno scontro imperialista può arrivare attraverso la guerra oppure dal
punto di vista economico, attraverso la capacità di ricavare plusvalore. Se
perdi la battaglia sulla produttività del lavoro, la Cina può tranquillamente
vincere. Non escludo che nel prossimo periodo l’Occidente possa sviluppare un
piano per l’automazione e per i robot umanoidi che riesca a superare la Cina.
Per ora non è così. E c’è un altro problema: la Cina, in questa battaglia, zitta
zitta, negli anni passati si è preparata. Gli Stati Uniti e l’Occidente, per il
profitto facile, non si sono accorti che la Cina si stava preparando. Tu hai le
terre rare e i minerali critici che sono fondamentalmente in mano alla Cina. E
quindi hai un Occidente che deve partire in rincorsa per poter agganciare la
Cina sul piano delle terre rare e dei minerali critici, che sono totalmente
fondamentali per questo tipo di sviluppo della nuova rivoluzione industriale.
Riuscirà a farlo? Non lo so. Non è così semplice riuscirci nel giro di poco
tempo. E soprattutto qual è il livello dello scontro commerciale e anche
militare che devi raggiungere a livello mondiale per andare a riprenderti pezzi
di territorio dove ci sono determinati minerali? Gli Stati Uniti, con Trump, ci
stanno provando, però Trump deve fare i conti anche con il proprio ambiente
interno e con quello che tutto questo sta comportando.
È ovvio che in questo contesto hai nuove forme di colonialismo. In senso
classico le puoi vedere nelle zone soggette allo sfruttamento delle risorse,
nelle miniere e così via. Ma, dall’altro punto di vista, hai le zone di
passaggio attraverso le quali viene creata questa nuova infrastruttura digitale.
E l’Italia è parte di questo. Le risorse dell’Italia — e tra le risorse metto
anche le risorse umane, quindi la sanità, per esempio — sono dentro una logica
del tutto coloniale. I governi nazionali, non tutti ma sicuramente quello
italiano, spianano la strada a questi grandissimi investimenti statunitensi nel
nome del futuro, della digitalizzazione e così via, senza realmente rendersi
conto di quello che c’è dietro. Non dico che nessuno se ne renda conto:
probabilmente molti politici lo capiscono.
Hai avuto un piano nazionale per attirare capitali esteri americani, fatto nel
2024, che è riuscito a portare in Italia investimenti molto importanti in cambio
di risorse dell’Italia. Ma, dall’altro lato, non sei stato in grado di
sviluppare un minimo discorso sulla strategicità della digitalizzazione reale
per l’Italia. E questo lo vedi nelle valutazioni di impatto ambientale. Ci sono
30 progetti in valutazione di impatto ambientale. Di questi, solo due sono
destinati allo sviluppo e all’ampliamento del Polo Strategico Nazionale. Ti do
un altro dato: sui famosi 1.500 generatori, solo una trentina sono legati a
questo potenziamento. Da un lato hai gli investimenti delle multinazionali in
Italia, di una determinata portata; dall’altro, per quello che hai già in Italia
— i dati della pubblica amministrazione, la difesa, la sanità — non hai neanche
un decimo di questo livello di investimento. Che strategia c’è in tutto questo?
Non voglio fare un discorso sovranista, non voglio arrivare proprio a quel
termine. Ma voglio farti capire perché possiamo parlare di nuove forme di
colonizzazione in Italia. Ed è ovvio che su questo andrebbe aperto un discorso
enorme, che anche come comitati stiamo affrontando. Nessuno nega la necessità
della digitalizzazione e dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per una
serie di usi importanti. Penso, per esempio, alla sanità. Se può realmente
servire al beneficio della collettività, va bene. Ma esiste un piano nazionale
per valutare tutto questo? No. Non c’è un piano nazionale che dica: in Italia
abbiamo bisogno di un determinato numero di data center, di una determinata
potenza di calcolo complessiva, perché ci serve per determinate funzioni utili
alla collettività. Una volta stabilito questo, valuti dove farli, come farli e
quali sono gli impatti sul territorio. Non c’è niente di tutto questo.
E comunque, se vuoi costruire realmente, perché il mondo va verso la direzione
di questa nuova rivoluzione industriale — e io non lo nego — devi farlo nella
chiave del bene della collettività. Noi, come comitati, non siamo luddisti. Non
stiamo dicendo: “Vogliamo rimanere come siamo e non vogliamo cambiare”. Se la
situazione tra dieci anni sarà totalmente differente, rimanere fermi
significherebbe rimanere indietro. Non è questo che stiamo dicendo. Vogliamo
farlo realmente, ma attraverso una discussione seria con i territori e con le
collettività. Noi, in questo momento, non stiamo dicendo “no” a questa cosa in
sé. Stiamo dicendo che vogliamo discuterne e vogliamo essere protagonisti di
questo cambiamento. Anche perché poi, in termini concreti, c’è l’impatto sul
posto di lavoro. L’intelligenza artificiale provocherà licenziamenti. Non dico
necessariamente licenziamenti di massa, ma basta guardare i primi dati: ci sono
già decine di vertenze in Italia, di aziende che lasciano a casa lavoratori per
sostituirli con gli algoritmi. Questa cosa devi affrontarla da un punto di vista
sociale. Cosa facciamo? Lasciamo a casa i lavoratori e basta? Bisogna trovare
nuove forme di risposta.
Innanzitutto penso che i movimenti debbano arrivare a nuove forme di programma.
Per esempio, una scala mobile dell’orario di lavoro, non del salario. Non ti sto
dicendo semplicemente le 35 ore di Bertinotti o di altri passaggi storici:
bisogna effettivamente trovare nuove forme che sappiano affrontare questo
discorso. Perché qual è il problema? Se l’intelligenza artificiale ci renderà
progressivamente tutti più poveri, se saremo milioni di disoccupati, cosa
faremo? Ci daranno il reddito di povertà? Perché l’unica soluzione possibile
sarebbe quella. Io non voglio il reddito di povertà. E quindi, per tornare a
questo discorso, è una questione veramente ampia. Anche noi, come comitati, la
stiamo affrontando non solo dal punto di vista ambientale, urbanistico e così
via. Abbiamo una visione più ampia e ci rendiamo conto che il problema è molto
più grande. E dentro questo discorso c’è anche la questione della localizzazione
dei data center. I proponenti mi dicono che li vogliono mettere dove ci sono le
fibre. In tutti i convegni in cui sono andato a parlare, i proponenti dei data
center mi danno ragione su questo punto. Ovviamente poi hanno una prospettiva
differente e danno a questa cosa un significato diverso. Ma è vero: vengono
posizionati lungo le fibre ottiche. E questo è il futuro, secondo loro. Noi
abbiamo un’altra visione e un altro modello di società, almeno io ce l’ho, però
il problema è capire cosa sta succedendo all’interno dei movimenti e dei
comitati che nascono sui territori. Perché sono le condizioni materiali che ti
portano anche a determinate conclusioni, comprese quelle politiche. Se nessuno
dice niente e nessuno fa niente, tutto passa in sordina. E tra dieci anni ci
troveremo con decine di data center, energia costosa, povertà e territori
devastati, costretti magari all’emigrazione.
Allora, visto che l’hai toccato, veniamo un po’ ai comitati. Perché la novità
positiva è che, invece, quello che sembra è che non stia passando tutto in
sordina. Negli ultimi mesi, in particolare, c’è un’attenzione sempre crescente
e, per certi versi, non è soltanto la costruzione di questi impianti a essere
contestata. Ci sono percorsi simili in altri Paesi, come gli Stati Uniti e
l’Irlanda, dove la costruzione dei data center è stata ed è tuttora contestata
dalle comunità. E forse questa è un po’ la domanda sui movimenti che,
trasversalmente rispetto alla società, non siano solamente legati alla
localizzazione di questi progetti, ma che sulla base delle riflessioni che
stavamo facendo poco fa si oppongano e cerchino di costruire anche delle reti.
Mi sembra che un po’ la direzione sia questa: si sta costruendo un manifesto,
quindi c’è già una forma di coordinamento.
Prima di chiederti di parlare del manifesto e delle prossime iniziative, mi
interessava capire anche quali sono le soggettività che si sono attivate dentro
questi comitati. Perché già sapevo che ci sono persone che provengono da
percorsi ambientalisti, persone che hanno fatto parte di comitati che sul
proprio territorio hanno contrastato centri commerciali, logistiche, altri
progetti urbanistici e di devastazione del territorio. E ci sono anche figure
che portano competenze tecniche specifiche. Quindi, innanzitutto, che tipo di
composizione c’è dentro i comitati in questa fase? E poi dove si sta cercando di
andare, in che direzione e con quali ipotesi?
Prima di rispondere a questa domanda, voglio fare un piccolo passaggio su una
cosa che mi ero dimenticato nel discorso di prima e che collego qua. Secondo me
tutto questo sta spingendo molte persone a riprendere una determinata coscienza
di sé. In tutto questo processo di colonizzazione, o neocolonizzazione — usiamo
il termine che vogliamo — vediamo anche nuove forme di stato di eccezione. E qui
voglio essere chiaro: ci si rende conto che il modello che le Big Tech
occidentali vogliono imporre sono nuove forme politiche, del tutto nuove, che
vanno anche a scardinare quella che abbiamo conosciuto come democrazia borghese.
Lo vedi nelle analisi economiche e negli stessi ideatori di questo progetto a
livello mondiale. Si vuole fondamentalmente imporre un nuovo ordine mondiale
basato sulla tecnologia e sull’intelligenza artificiale, che può avere ricadute
anche in termini securitari e di controllo sociale. E questo si accompagna anche
a determinate forme e teorie economiche che sono sempre state marginali
all’interno della stessa dottrina capitalistica. Mi riferisco a personaggi come
Alexander Karp, di Palantir, ma non solo. Hanno lanciato manifesti e
riflessioni, quasi filosofiche, su quello che dovrebbe essere il mondo del
futuro con l’intelligenza artificiale. Alexander Karp ha parlato di una “nuova
Repubblica tecnologica”. E questi discorsi si rifanno anche a quella scuola di
pensiero che va molto di moda negli Stati Uniti, cioè l’anarcocapitalismo, con
personaggi come Murray Rothbard e altri legati alla scuola economica austriaca.
L’idea è che lo Stato debba stare fuori, che tutto debba essere privato, fino ad
arrivare a ipotizzare addirittura città-Stato private. Sono discorsi molto ampi,
che magari vedremo in futuro. Però il problema è che quello che stiamo vedendo
adesso, attraverso queste forme di eccezione, ci fa vedere un po’ il tentativo
di questi personaggi di costruire questa nuova rivoluzione tecnologica e
industriale. E, in un contesto del genere, è ovvio che la gente si vede
distruggere i propri territori, le proprie vite, quello che ha conosciuto, e
comincia a mettersi in gioco.
Quello che posso dire di vedere in questi cinque mesi di battaglia — perché
questa battaglia è nata a marzo — è molto interessante. Lo dico perché io avevo
già analizzato questa questione negli ultimi due anni. Avevo fatto anche delle
osservazioni su Lacchiarella, però eravamo solo io e mia moglie e non si muoveva
una foglia. Poi è arrivato PresaDiretta, con il nuovo programma che hanno fatto
uscire a marzo. Quando è venuta PresaDiretta a fare l’intervista, mi dicevano:
“Ragazzi, ma davvero state dicendo che qua non si muove una foglia su quello che
sta succedendo in Lombardia?”. Io non avevo ancora neanche una visione chiara di
tutti i progetti come quella che ho adesso, dopo averli studiati per cinque
mesi. Eravamo in due, io e mia moglie. Cercavi magari di inserirti nei social di
paese, ma non succedeva niente.
Da quel programma è scoppiata, fondamentalmente, questa nostra rivoluzione. Dal
giorno dopo hanno cominciato a contattarmi da una serie di posti diversi e, man
mano, si è costruita questa rete. I primi, ovviamente, sono stati quelli di
Certosa, che tra l’altro erano nati appena prima dell’esperienza di
PresaDiretta, indipendentemente. Poi anche a Lacchiarella, dopo quella
trasmissione, è nato il Comitato, perché prima non esisteva neanche un comitato.
È stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha scoperto un
problema che era totalmente nascosto: le amministrazioni non dicevano nulla,
tutto passava in sordina, i progetti erano tutti dentro i cassetti. Poi i
giornalisti hanno cominciato a parlarne e, poco alla volta, è saltato fuori
quello che abbiamo visto. Devo dire che, soprattutto nell’ultimo mese e mezzo,
stiamo vedendo anche il grado di mediaticità che ha raggiunto la questione. Ti
chiedono interviste, ti contattano svariate testate, anche di destra, non solo
quelle classiche di sinistra. E sta prendendo sempre più piede. Vedi situazioni
in cui nasce un comitato e in cinque giorni riesce a raccogliere 2.000 firme.
È una cosa molto interessante. Probabilmente è sull’onda di quello che sta
succedendo nel pensiero comune della gente rispetto a questa questione. È una
cosa molto trasversale, perché dentro c’è veramente di tutto. Però,
fondamentalmente, c’è la gente che viene proprio dai territori, che sente
effettivamente il problema, e sente anche l’influenza di quello che sta
succedendo a livello mondiale. E questa relazione è reciproca. Non è che in
Italia sta succedendo questo perché in America succede quello. E viceversa: c’è
l’America che guarda a quello che sta succedendo in Italia. Per esempio, una
battaglia di un comitato è finita sul Financial Times. Mi hanno già contattato
anche da altre zone del mondo per queste battaglie. È un processo del tutto
nuovo che, personalmente, in 32 anni di militanza non ho mai visto. Non so
sinceramente come andrà e come si svilupperà, però è una cosa veramente
interessante. E lo si vede concretamente: nel giro di cinque mesi sono nati
circa 15 comitati territoriali, più o meno sviluppati. Laddove fai un’assemblea,
le assemblee sono piene. Ci contattano nuovi comitati che stanno nascendo perché
hanno scoperto un progetto sul proprio territorio, magari attraverso varianti
urbanistiche. È una cosa trasversale anche dal punto di vista politico.
Battersi su questioni concrete è anche un modo per cercare di portare
determinati contenuti all’interno di questa battaglia, che va al di là del
classico NIMBY. Il fatto che questi comitati siano in grado, in questo momento,
di analizzare così profondamente la questione sotto tutti i punti di vista — dal
punto di vista tecnico fino a quelli più generali — dimostra anche il grado di
studio e la capacità di analisi che si sono sviluppati. Noi, ovviamente, la
battaglia la faremo con tutti i mezzi possibili per vincerla. Se c’è da dare un
contributo per mettere dei paletti a una legge, per analizzare una determinata
legge, lo facciamo. Perché partiamo dal presupposto fondamentale di territori e
comunità orizzontali, in cui siamo noi a dover decidere cosa costruire e dove
costruirlo. Non vogliamo una cosa impostata dall’alto. Anche dal punto di vista
tecnico abbiamo delle competenze e le mettiamo in campo.
Questa nuova rivoluzione industriale ci sarà. Il problema è: come sarà e chi la
governerà? Le popolazioni devono avere tutto il diritto possibile di intervenire
in questa cosa. Se la vuoi fare, la fai con le popolazioni e si decide realmente
cosa serve e cosa non serve. Non deve essere una colonizzazione dei territori da
parte delle Big Tech.
Cosa sta nascendo? Fondamentalmente sta nascendo una rete tra tutte queste
realtà: circa una quindicina di comitati, e molti altri nasceranno e si
uniranno. Abbiamo cercato di mettere insieme tutti quei comitati che stanno
lavorando su questo tema, da Milano a Pavia, Brescia e Cremona, dove c’è anche
un progetto veramente gigantesco. Per l’autunno lanceremo una stagione di
mobilitazione. Innanzitutto il 12 settembre, con dei banchetti comuni nei vari
territori in cui siamo presenti, anche in vista di due date. Una sarà un
convegno regionale sabato 26 settembre, nel quale affronteremo la questione
dalla parte tecnica e ambientale fino alla parte che abbiamo discusso oggi,
quella del colonialismo. Non è detto che tutti siano d’accordo su tutto, però se
ne discute. Il manifesto va già in questa direzione e, per quanto mi risulta,
non ci sono state opposizioni neanche rispetto all’uso del termine “coloniale”.
Poi arriveremo a una manifestazione regionale sabato 10 ottobre. Sarà,
ufficialmente, la prima manifestazione regionale contro i data center. E nel
manifesto facciamo anche un appello. Noi su questa cosa ci stiamo spendendo:
studio, energie e tutto il resto. E questa cosa deve essere un’iniziativa nella
quale facciamo appello a tutte le realtà che sono realmente interessate a queste
tematiche. Un fronte comune su questa questione, pur nelle differenze, è
possibile. Penso che su un fronte comune rispetto a quello che sta succedendo
sia abbastanza semplice trovare una quadra per una mobilitazione. Sarebbe
veramente interessante. L’unico aspetto sul quale, purtroppo, siamo molto
indietro è riuscire ad avere dentro anche tutto il discorso relativo al mondo
del lavoro. Le associazioni sindacali, su questa cosa, dovrebbero cominciare a
dire due parole. Perché, alla fine, la gente che abita nei paesi sono lavoratori
e questa cosa va affrontata anche dal punto di vista del lavoro. Io penso anche
alle battaglie degli anni Settanta, quando i lavoratori e le organizzazioni
sindacali non si muovevano solo sulla difesa del posto di lavoro o sui diritti
sul posto di lavoro, ma anche su quello che succedeva nel proprio territorio.
Non è che la gente che abita in questi paesi non sia lavoratrice. Quindi il
fatto che questa gente debba respirarsi la merda perché arriva l’azienda
americana di turno è una cosa che devi affrontare. E poi, oltre a respirare
merda, ti toglie pure il lavoro. E magari ti aumenta pure le bollette. È una
battaglia che mette dentro veramente un sacco di questioni. Quindi facciamo
questo appello.
Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix)
in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia,
l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul
piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su
questo dibattito. E’ interessante la critica che il compagno ebreo decoloniale
per la Palestina rivolge alla sinistra – istituzionale e non – individuando
nella rigidità ideologica uno dei limiti nell’andare nella direzione di un
movimento di massa contro la guerra e l’imperialismo.
Daniel è un attivista sindacale e insegnante di liceo nei quartieri popolari
nella periferia di Parigi. In quanto ebreo, è anche attivista dell’Union Juive
Française Pour La Paix (UJFP). Da tempo si occupa della questione palestinese e
della lotta contro il sionismo nell’ambito delle attività sindacali e dei
movimenti sociali. In questa intervista analizza il fenomeno dell’imperialismo e
del riarmo europeo che si sta delineando sempre più chiaramente sia in Europa
che al di fuori di essa. L’intervista è stata svolta a giugno 2026.
Buona lettura!
Mi chiamo Daniel, sono insegnante in periferia di Parigi. Faccio parte
dell’Union Juive Française Pour la Paix, che lotta contro il razzismo e contro
il colonialismo, per i diritti dei Palestinesi e sono sindacalista nel mio
istituto scolastico e con gli insegnanti e il personale della scuola ho
partecipato ai movimenti degli ultimi anni come i Gilet Gialli o Bloquons Tout
ma anche agli scioperi dei lavoratori.
Come si possono interpretare i legami che diventano sempre più evidenti tra il
sionismo e i discorsi politici di destra in Europa, il razzismo, l’islamofobia e
l’imperialismo? Oggi c’è stata una rottura con il 7 ottobre e soprattutto dal
genocidio massiccio dei Palestinesi ma diciamo che questo si inserisce in una
continuità.
Prima di tutto, l’Europa ha sostenuto la creazione di Israele e l’espulsione dei
Palestinesi fin dall’inizio, presentando ciò come un processo di
autodeterminazione nazionale. Quindi c’è stato un rovesciamento dei valori e si
è data la solidarietà a un progetto coloniale.
Questo è stato un atteggiamento permanente da parte delle grandi potenze
imperialiste, che si trattasse dell’Europa, della Gran Bretagna, della Francia,
della Germania, degli Stati Uniti, dell’URSS. Questo, all’inizio. Poi c’è stato
un momento in cui hanno preteso di chiedere agli israeliani di fare degli
accordi. Accordi che sono sempre stati ingiusti e sfavorevoli nei confronti dei
Palestinesi oltre ad essere stato presentato come colpa dei Palestinesi da parte
di Israele. Si parla di Nakba permanente, con una grande espulsione nel 1948,
una grande espulsione nel 1967, e ora, molti morti da tre anni. Casa per casa,
espulsione per espulsione, in modo permanente. Oggi vediamo un’accelerazione e
un’ideologia che viene da Israele, che si presenta come la punta avanzata della
civiltà occidentale in difesa di quella che viene considerata un’opposizione
musulmana, che riproduce una guerra di civiltà, permeata di islamofobia, di
autoritarismo e che trasgredisce tutte le norme di diritto comunemente accettate
fino a questo momento.
Quindi ciò che vediamo in Israele risuona con ciò che accade in generale in
Occidente, ossia il bisogno delle classi dominanti di entrare in una
competizione esasperata che risponde a una sorta di crisi nell’accumulazione del
profitto, il che aumenta lo sfruttamento. Per andare in questa direzione ci sono
forse due vie, una via che conserva i diritti democratici e un’altra via,
puramente di estrema destra fascista, che vuole affrancarsi dalle norme, e che
quindi è arrivata al potere con Haider, Orbán, Meloni, Trump — beh, non in
Europa ma… Quindi questa estrema destra si ispira a Israele, ma in realtà tutte
le borghesie si muovono nella stessa direzione e quindi considerano la
solidarietà con lo Stato d’Israele come qualcosa di essenziale. Quindi è vero
che, vista questa radicalizzazione di Israele, ciò provoca una radicalizzazione
delle classi dominanti occidentali.
Dunque, nel rapporto di dominazione e nella repressione altrettanto duratura
rispetto alle colonie, nel rapporto coloniale con altri paesi o con le
popolazioni provenienti dalle colonie che abitano le metropoli, c’è sempre stato
un razzismo, una stigmatizzazione, un doppio standard nel trattamento. Ma ora,
con la solidarietà alla Palestina, ci sono stati regolarmente tentativi di
vietare queste manifestazioni di solidarietà, tentativi sempre più radicali, di
delegittimare la solidarietà qualificandola come antisemita, per esempio. Ora
anche con leggi in corso in Germania, ci sono tentativi come la legge Yadan in
Francia, che siamo riusciti a far fallire tre mesi fa ma che verrà ripresentata
tra qualche settimana.
Quindi ecco, c’è una vera solidarietà nel radicalizzare le popolazioni su una
frattura culturale, razzista, coloniale, piuttosto che indebolire le lotte
sociali e l’idea di un’opposizione di classe.
Per quanto riguarda la Francia farei un focus su islamofobia. Va collocato
precisamente nel 1989 il momento in cui il Partito Socialista ha iniziato ad
attaccare i musulmani, anche già nel 1984 ma si trattava di scioperi nel 1984.
Nel 1989 invece, l’attacco è avvenuto contro le scuole e al tema del velo. Ma
c’è stata chiaramente un’accelerazione dell’islamofobia dal 2001 e anche una
mutazione dell’estrema destra che non è necessariamente legata a Israele.
L’estrema destra francese, quella che conosco meglio, tradizionalmente era
basata più su un razzismo legato all’aspetto, avendo come obiettivo ad esempio
gli arabi o i neri.
L’odio contro l’islam, anche se si appoggia su una vecchia tradizione, è stato
veramente riattivato in modo intenso, direi, dal 2001. E quindi c’è stata
un’accelerazione dell’islamofobia negli ultimi tempi, con una grande quantità di
occasioni per le classi dominanti francesi di prendere di mira i musulmani e le
musulmane classificandoli come i nuovi pericoli, come minacce prioritarie. Ed
ecco, quindi in questo, il legame con Israele è comunque importante, nel senso
che si parla, per esempio, di civiltà giudaico-cristiana.
In un quadro in cui l’Europa era in realtà piuttosto antisemita, dopo la
creazione di Israele è stato volutamente posto l’accento sul fatto che gli ebrei
e i cristiani avessero punti in comune in contrapposizione con i musulmani.
Quindi concretamente, negli ultimi tempi, questa lotta ideologica è diventata
molto efficace in Francia, con media e casi giudiziari in cui si sono tentati
omicidi, persone non difese, per cercare di far esistere questa frattura
riguardo all’islamofobia. Direi però che comunque in Francia c’è una buona
resistenza.
Riguardo alla recrudescenza dell’antisemitismo, diversi Stati strumentalizzano
la definizione stessa di antisemitismo come possiamo affrontare questo?
E’ chiaro che l’antisemitismo è una vecchia tradizione europea e che si è
anch’essa evoluta a partire dal momento in cui hanno incoraggiato la creazione
di uno Stato d’Israele definito come Stato ebraico. Dopo la Seconda Guerra
Mondiale è stato anche definito relativamente a una sorta di riparazione
rispetto al crimine europeo, ovviamente a spese dei Palestinesi che non avevano
fatto nulla in merito.
Quindi questo ha cambiato le carte in tavola. Già il riconoscere che questo
Stato sia rappresentativo degli interessi di tutti gli ebrei del mondo è
qualcosa che è relativamente accettato in Francia almeno, e in Europa in
generale. E quindi, dato che ora c’è uno Stato che parla a suo nome e che
commette molti crimini, ci dà ulteriori ragioni per avere un problema con
questo.
La confusione tra antisemitismo — accettando che Israele sia lo Stato ebraico —
critica della politica israeliana e antisionismo va collocata all’origine.
Questo aspetto che lega politica israeliana e antisionismo porta inevitabilmente
a una recrudescenza dell’antisemitismo. Anche se, occorre sottolinearlo,
perlomeno in Francia che è il Paese in cui vivo, gli ebrei possono vivere in
maniera pacifica dichiarando apertamente la propria fede e cultura. Quindi non
bisogna concepire il fenomeno in maniera più grave di quello che è. Registriamo
però un aumento dell’antisemitismo. E bisognerebbe analizzare in modo corretto
questo dato, dirimendo quando si tratta effettivamente di razzismo che si basa
su pregiudizi classici nei confronti degli ebrei (ad esempio l’avarizia o il
controllo sul mondo). Questi aspetti rientrano in un antisemitismo tradizionale
e vanno distinti dalle critiche nei confronti della politica dello stato di
Israele. A volte queste critiche vengono poste in maniera confusa e il rischio è
che si presta il fianco a venire accusati di antisemitismo, mentre altre volte
non sono confuse per niente. Quando ad esempio scandiamo lo slogan “Free
Palestine from the river to the sea”, Palestina libera dal fiume Giordano al
mare, per noi questo non è antisemitismo. Ma per Israele sì, poiché condanna
l’esistenza di uno Stato ebraico. In realtà ciò che viene confuso è l’esistenza
degli ebrei e il bisogno di uno Stato ebraico, che sono due cose molto diverse.
Per esempio, viene anche sostenuto che il 7 ottobre Hamas ha compiuto pogrom
antisemiti. Ma in realtà bisogna capire il 7 ottobre prima di tutto come una
reazione di persone colonizzate, rinchiuse, che si difendono. E non che
sarebbero mobilitate da un odio verso gli ebrei, anche se questo può a volte
accompagnarlo ma non è il fattore esplicativo principale. Ecco, quindi questo
per stare sulla teoria. Poi va detto che la Francia o l’Europa hanno parlato
enormemente dell’aumento dell’antisemitismo con l’obiettivo di difendere Israele
e squalificare le critiche a Israele.
In questo caso quindi si può parlare di effettiva strumentalizzazione che arriva
fino al tentativo di definire questa materia sottoforma di nuove leggi. Prima si
è voluto vietare il boicottaggio dei prodotti israeliani dicendo che è
antisemita, mentre boicottare i prodotti provenienti da uno Stato non è una
critica a una religione. E ora le nuove leggi, delle vere e proprie
controffensive giudiziarie.
Al momento esiste un progetto di legge, la legge Yadan, che dice chiaramente che
quando si critica Israele, o si contesta la legittimità di uno Stato ebraico, si
tratterebbe di antisemitismo. Questo è veramente nuovo. E quindi questa proposta
di legge, che si chiama legge Yadan dal nome di una deputata francese — dei
francesi residenti in Israele, ma anche francesi residenti in Palestina, in
Italia, in Grecia, in Turchia, è una circoscrizione per i deputati all’estero.
Questa deputata ha presentato questa proposta di legge e si temeva che passasse.
Ma c’è stata una petizione, una mobilitazione, e quindi è stata bloccata
all’Assemblea Nazionale. E da allora, il governo ha detto che avrebbe proposto
una nuova versione a giugno.
Quindi il pericolo è sempre presente: ossia il tentativo di qualificare questo
come antisemitismo e squalificare la solidarietà internazionale. Ciò avviene in
parallelo ad altri pregiudizi razzisti, come il fatto che sarebbero in
particolare gli arabi, i musulmani, i giovani delle periferie ad essere più
antisemiti. E quindi in realtà, ecco, continuano a frammentare la popolazione.
E vorrei concludere dicendo che, secondo me, che sono ebreo da parte di madre —
non per fede, ma israeliano per nazionalità, poiché sono nato lì — e faccio
parte di una corrente minoritaria dell’ebraismo che considera che ciò che fanno
laggiù è razzista, coloniale e criminale, in realtà la Francia e gli altri Stati
occidentali, sostenendo Israele, sono antisemiti. È una continuità
dell’antisemitismo da parte loro.
E quindi vorrei ribaltare la questione: sì, c’è un aumento dell’antisemitismo di
Stato, a causa della radicalizzazione, dell’aumento del sostegno a Israele, che
si radicalizza nel suo lato criminale. Ma fin dall’inizio, considerare che gli
ebrei, per stare bene, debbano avere un luogo tutto loro, non è il punto. Gli
ebrei hanno il diritto di stare bene ovunque vogliano, mescolati agli altri. Non
hanno bisogno di essere radunati, non hanno bisogno di avere uno Stato ebraico,
perché lo Stato ebraico laggiù spossessa altre persone, quindi è intrinsecamente
dipendente dall’imperialismo. Non è quindi una lotta di liberazione nazionale, è
la strumentalizzazione di un’oppressione al servizio di un’altra oppressione. e
questo non è affatto qualcosa di positivo per gli ebrei.
Ci hanno fatto un regalo avvelenato chiedendoci di servire interessi europei e
occidentali. E quindi il fatto di essere raggruppati non è un bisogno, il fatto
di avere uno Stato non è un bisogno, il fatto di imporcelo come se fosse una
necessità significa legarci all’imperialismo, all’Europa coloniale, e questo è
antisemita.
Noi ebrei non vogliamo questo, e ce lo si impone, e si arriva a cose assurde:
questa legge dirà “critichi lo Stato d’Israele, sei antisemita”, anche se sei
ebreo. Quindi si dirà a degli ebrei che, poiché politicamente non sono
allineati, allora sono contro l’ebraismo. Insomma, è qui che il loro
ragionamento arriva all’assurdo. Ed è un’assurdità che serve unicamente a
disegni di divisione, di strumentalizzazione di cultura, religione e popolo gli
uni contro gli altri, per dividere e governare.
Qual è il ruolo dell’identità islamica politica e culturale e la sua importanza
nella lotta contro l’imperialismo coloniale e il razzismo, dall’Iran ad Hamas
passando per le periferie francesi?
Sì, allora, quando vedo questa domanda, il mio primo riflesso è di criticare la
domanda, e in un secondo momento andare nel senso della domanda per procedere
insieme. Prima di tutto direi che quando si citano l’Iran o Hamas, si citano
popoli del Vicino Oriente che sono vittime del colonialismo europeo da 150 anni.
Questi popoli del Vicino Oriente non sono solo musulmani. Sono una molteplicità
di religioni. Ci sono cristiani, ci sono ebrei, ce ne sono sempre stati, e tanti
tipi di cristiani e musulmani sciiti, sunniti, ecc.
E queste persone sono state prima di tutto vittime di una politica coloniale
europea. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’impero ottomano-turco è
crollato, gli eserciti inglesi e francesi si sono spartiti il Vicino Oriente,
come avevano fatto in Africa, con un righello e una mappa, e “questo è per te,
questo è per me”. Hanno ottenuto dei mandati. Lì hanno cominciato a tradire.
C’era già assolutamente una resistenza musulmana. Le persone, in nome della loro
religione, si stavano difendendo. Ma c’era anche una resistenza nazionale,
nazionalista. Era il nazionalismo arabo. La Gran Bretagna gli aveva promesso un
Regno arabo unito.
E quindi questo nazionalismo arabo è stato tradito dall’Europa che in cambio, li
ha frammentati in paesi. E così prende avvio tutta una lunga tradizione di
nazionalismo arabo, come resistenza all’imperialismo, a volte alleato all’URSS,
con una volontà di unità e di liberazione. Ed è con questi alleati che la
sinistra marxista europea lavorava in solidarietà, alleanza che poi è stata
indebolita. L’Egitto è stato portato a collaborare con Israele. La Giordania,
fin dall’inizio, è stata una creazione della Gran Bretagna. Il Libano è stato
estremamente indebolito da conflitti interni. La Siria, che era una repubblica
araba laica e socialista, anche se è stata oggetto di una lunga guerra civile,
ormai è in frantumi. L’Iraq, lo stesso. La Libia, anche. Ecco.
L’Iran è insorto come resistenza all’imperialismo. Chiaramente, all’inizio, la
rivoluzione iraniana era una rivoluzione sociale, una rivoluzione
anti-imperialista, contro lo Scià, per recuperare il petrolio e la sovranità. E
in questa rivoluzione, alla fine, ha prevalso un’ala musulmana sciita, gli
ayatollah, ma su una base anti-imperialista. Quindi in questo frangente si è
arrivati a una vera confusione politica tra anti-imperialismo e identità
musulmana in Iran. In seguito il movimento per la Palestina è stato diretto
dall’OLP, da Al Fatah, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in un
ampio fronte.
Ed è solo negli anni ’80 che sono emerse alternative musulmane al suo interno,
come Hamas, la Jihad islamica. In Libano, Hezbollah e altri. Nel frattempo in
Afghanistan, i talebani sono stati sostenuti dagli Stati Uniti contro
l’invasione sovietica e la sinistra afghana. Quindi in questo senso c’è stata
una rivitalizzazione dell’identità musulmana come identità politica che si è
organizzata e ha mobilitato le persone per difendere i propri interessi. Questo
ha visto un incremento dagli anni ’80, ’90 e ora sempre di più. Ma voglio dire,
c’è un aspetto intrinseco alle società di questi paesi dell’organizzarsi su base
religiosa.
Ma anche un aspetto estrinseco che viene da interessi imperialisti. E quindi si
può dire che il processo di trasformazione dell’identità musulmana in identità
politica negli anni ’80-’90 è avvenuto tramite l’emergenza di forze politiche
musulmane nella resistenza in quanto tale. Si può quindi considerare che dal
punto di vista della sinistra diventava più complicato mostrare solidarietà con
l’OLP, con Al Fatah, che prima parlava di una Palestina laica, unita e
democratica e dopo sempre meno. Ora l’OLP e Al Fatah si sono ritrovati
coinvolti, essendo integrati dagli accordi di Oslo e dall’Autorità Palestinese,
in un ruolo di subordinazione e di compromesso con il sionismo e l’imperialismo,
e quindi di repressione. Un processo repressivo che ha incluso gli stessi
palestinesi che, proprio per questo, hanno trovato nelle forze musulmane una
reale offerta politica di resistenza. Quindi oggi siamo a questo punto, e penso
che questo debba essere preso come dato.
L’islamismo è un oggetto politico ambivalente, ampio ed eterogeneo. Bisogna ad
esempio fare una grande differenza tra gli ayatollah — tra l’altro in Iran ci
sono ancora oggi diverse religioni che possono praticare il proprio culto — che
riproducono aspetti oppressivi superiori rispetto a, per esempio, Hezbollah o
Hamas, che sono prima di tutto forze di liberazione nazionale con un aspetto
musulmano, anche in queste dimensioni esiste il pluripartitismo e il
multiconfessionalismo nella loro realtà politica contemporanea. Quindi se su
questo livello la situazione è diventata più complessa, tuttavia continuiamo a
essere solidali con le lotte di questi popoli per il loro diritto
all’autodeterminazione e a potersi sviluppare liberamente di fronte
all’imperialismo.
Quindi in Francia o in Europa le persone si mobilitano contro le guerre, contro
i genocidi, in solidarietà con i diritti nazionali dei popoli e anche con il
loro diritto di praticare la propria religione. Potremmo dire che è più
difficile, ma nonostante tutto continuiamo con questa solidarietà, a fronte
dell’evoluzione della situazione.
Per quanto riguarda la Francia c’è una solidarietà musulmana con i musulmani
altrove, ma c’è anche una solidarietà araba. Oggi vivono molti maghrebini in
Europa di origine maghrebina, e questo è culturalmente un motivo di solidarietà.
Ma ci sono anche persone francesi, bianche, che sono anch’esse solidali con la
Palestina. E tutti lavoriamo insieme, nell’ottica di costruire solidarietà. Al
momento non abbiamo visto emergere in Francia, o in Europa, forze politiche
musulmane in quanto tali. Quindi, per tornare un po’ alla domanda, ora che ho
fatto tutte queste precisazioni storiche, sorgono delle questioni, perché
essendo state alimentate oppressioni e divisioni, in particolare contro i
musulmani, si rivela oggi necessario in Europa lottare contro l’islamofobia.
Oggi vediamo politiche di Stato che stigmatizzano i musulmani molto gravemente
nella vita quotidiana — per frequentare la scuola, per camminare per strada, per
accompagnare le uscite scolastiche, per lavorare con un velo, per trovare un
impiego, per trovare un alloggio. Tutto questo ora è reso più difficile, e
assistiamo davvero un’islamofobia attiva. Questa è una creazione reazionaria a
cui dobbiamo reagire, ed è stato difficile in particolare in Francia che ha una
tradizione laica distante dalle religioni, fare questo passaggio.
La sinistra francese si è contraddistinta per una mancanza di solidarietà
catastrofica per molto tempo. Era molto minoritaria, e c’è voluta circa una
decina d’anni perché a sinistra questo evolvesse, in particolare grazie alle
nuove generazioni, che sono molto meno segnate da schemi ideologici
tradizionali. E quindi siamo riusciti in Francia a dare alla lotta contro
l’islamofobia più legittimità, più forza. E quindi, anche se è difficile, siamo
in una posizione migliore rispetto a prima per affrontare queste evoluzioni e
mantenere la solidarietà. Ma è ancora estremamente complicato dato che
l’offensiva dello Stato francese passa attraverso un attacco ai musulmani nella
loro quotidianità, lo Stato li squalifica e impedisce loro di poter esistere
politicamente in quanto tali. Quindi questo nella sinistra francese, è ancora un
lavoro necessario da fare, su un piano di pedagogia, di solidarietà nella lotta,
per essere sufficientemente uniti e riuscire a opporsi a ciò — riuscendo, come
sinistra, ad accettare la legittimità di una lotta a difesa di un soggetto e di
un culto religioso che viene squalificato sulla base di pregiudizi reazionari.
Per provare a fare un paragone in Europa è stato meno difficile in Gran
Bretagna, in quanto la tradizione laica è meno sentita da parte della sinistra.
Ci sono stati infatti fronti unici, unitari, di resistenza molto più forti, che
hanno fatto sì che l’islamofobia avesse forse meno forza lì, anche se la si vede
aumentare anche lì.
E quindi è chiaro che con il sostegno dei fenomeni dei social media i nuovi
discorsi politici dell’estrema destra finanziati dagli Stati Uniti danno più
forza all’islamofobia. La battaglia culturale è intensa, e tuttavia sul campo
siamo comunque riusciti a mantenere o a ristabilire il fatto che questa
oppressione è inaccettabile. Quindi direi che questo è veramente un dato nuovo,
e questo nuovo dato obbliga a delle evoluzioni, e queste evoluzioni richiedono
molto tempo, ma avvengono comunque, e permettono comunque di resistere, per
quanto occorra fare i conti con il fatto di poter resistere ma con dei limiti.
Concluderò dicendo che, per esempio in Francia, sulla guerra contro l’Iran, ci
sono persone che dicono “tutti insieme contro la guerra” e ci sono persone che
dicono “né Scià né Mollah” o “né Stati Uniti né Mollah”. Questo avviene in
continuità con un’identità tradizionale della sinistra francese che vuole tener
conto delle oppressioni di minoranza nazionale o di genere e quindi hanno
bisogno di dissociarsi da forze musulmane che sono essenzialmente
caricaturizzate, per quanto abbiano delle contraddizioni su questi temi. E
poiché i media puntano la lente d’ingrandimento sui problemi che ci sono in
Medio Oriente, questo permette di dividere la sinistra e di renderla meno forte
nella sua opposizione alla guerra e alle politiche imperialiste. In Francia non
c’è un movimento anti-guerra corretto perché a sinistra si accentuano sempre le
divisioni, ciò che ci separa, ciò che non ci permette di essere solidali,
piuttosto che accentuare ciò che ci unisce e come possiamo unirci per combattere
insieme, anche se non siamo d’accordo su tutto. Ecco, si tratta ancora di una
vera e propria battaglia politica.
Prima di concludere volevo aggiungere una cosa sul tema del sionismo: in quanto
ebrei si considera che il sionismo sia una forma di antisemitismo dunque bisogna
costruire alleanze. Gli ebrei non potranno farcela da soli contro il sionismo,
hanno bisogno di solidarietà con musulmani, cristiani, atei, lavoratori, donne,
movimenti sociali vari, ecologisti. Abbiamo bisogno di far coagulare tutte
queste prospettive per costruire un campo sociale che riesca a rovesciare gli
Stati e le loro politiche borghesi, razziste e imperialiste.
Un’ultima riflessione viene dalla vittoria del PSG a fine maggio che ha visto
una grande mobilitazione, diciamo popolare, a partire dai quartieri, dai
giovani, ecc. Abbiamo analizzato questo rispetto al fatto che si vede come lo
Stato strutturalmente razzista francese abbia messo in atto una strategia atta a
reprimere e anticipare qualsiasi emersione di gioia o di lotta. Lo Stato ha
messo davvero in atto una presenza con l’obiettivo di disarticolare fin
dall’inizio le relazioni, i rapporti, e anche la possibilità stessa di radunarsi
per strada e semplicemente festeggiare la vittoria di una squadra di calcio.
Ecco, un po’ per riassumere: come hai visto questi momenti? Come sono andati?
Quali sono le tue analisi a riguardo?
Ho letto il vostro articolo e sono completamente d’accordo, perché non è la
prima volta. Il PSG infatti aveva già vinto la coppa europea l’anno scorso, e
già l’anno scorso avevano messo in atto questa strategia della repressione, con
moltissimi poliziotti estremamente aggressivi. Nei media non si insiste sulla
gioia e l’unità ma piuttosto sulla violenza, sulla divisione e sulla paura che
tutto questo suscita. Quindi chiaramente abbiamo uno Stato aggressivo che,
tramite una pratica neocoloniale, trova molteplici occasioni per far avanzare il
suo programma razzista e di terrore sul piano di impossibilitare.
Questo è da leggersi come un’evoluzione, perché quando la nazionale francese
aveva vinto nel 1998 i Mondiali e all’epoca si parlava della Francia “Black,
Blanc, Beur” [nero, bianco, arabo], in realtà c’era una sorta di orgoglio,
persino istituzionale, da parte della borghesia, nell’accettare questa unità.
Nel tempo si sono radicalizzati nel loro bisogno di dividerci su piani
identitari e sociologici. E’ vero, ad essere mediatizzate e esposte sono
soprattutto le periferie, i poveri, le “classi pericolose” e questo ha
l’obiettivo di costruire mediaticamente e ideologicamente un amalgama che venga
identificato come il problema che possa aprire a scenari di guerra civile su
base identitaria. Questa prospettiva è ciò da cui dobbiamo difenderci. Per
questo lo Stato è lì, con la sua repressione, la sua forza. E tutte le persone
che non vivono in questi quartieri popolari non si rendono conto della realtà
del contesto: io ci insegno e nonostante l’incredibile diversità culturale
delle persone, esiste un vivere insieme, delle relazioni dei miei alunni.. io
lavoro in un liceo di periferia dove, in una classe di 24 alunni, abbiamo fatto
delle statistiche a un certo punto: 11 nazionalità: di cui 10 alunni su 24
avevano come prima lingua una lingua diversa dal francese. Quindi sono davvero
dimensioni molto mescolate. E in questi posti molto mescolati, gli alunni
lavorano insieme e amano lavorare insieme. Quindi quando si è in periferia, che
ci si rende conto.
Ho potuto parlare per esempio con un professore che veniva dal sud della
Francia, da un posto dove lui stesso vota Rassemblement National, e mi ha detto:
sono rimasto sorpreso quando sono venuto a lavorare in una periferia vicino a
Parigi, nello scoprire che in realtà c’erano tanti giovani che meritavano di
essere sostenuti, e questo lo ha fatto evolvere, perché li ha conosciuti. Ma
quando si è lontani, con i media che costruiscono una loro narrazione
sull’attualità, si mantiene tutta una parte della popolazione francese in questa
paura basata su fratture identitarie. Quindi questa è veramente una strategia di
lungo termine da individuare nella borghesia francese, e che si è espressa anche
nelle partite di calcio.
Facendo un passo di lato rispetto all’attualità, in Francia ci sono state anche
delle rivolte delle periferie: prima nel 2005, quando la polizia aveva ucciso
Zyed e Bounna, e furono soprattutto le periferie a mobilitarsi, vittime del
coprifuoco e della grave repressione poliziesca. Ed è stato piuttosto un momento
in cui il resto della popolazione francese non sembrava così solidale. Ma questo
è in parte falso, perché ciò accadeva in un momento in cui c’erano anche altre
lotte, e in altre lotte tutti si erano battuti insieme nel corso del 2005.
Bisogna anche aggiungere che ci sono state ancora delle rivolte per Nahel, circa
3 anni fa, un altro giovane di periferia che è stato ucciso da un poliziotto che
è stata l’occasione di enormi manifestazioni nei quartieri popolari, che hanno
bruciato centinaia di commissariati nel Paese. Si è trattato di un momento
rivoluzionario ma la composizione era ancora in parte segmentata, per quanto in
realtà vi sono dei momenti in cui è la borghesia stessa a proporre una realtà
falsata per rappresentare il proletariato frammentato. Fra il 2005 e il 2023
possiamo individuare degli avanzamenti in generale. Nel frattempo c’è stata la
Loi Travail e il movimento che l’ha contestata e in quel passaggio vi è stata
un’identificazione della sinistra bianca con i giovani vittime delle violenze
poliziesche. Questo è avvenuto con la solidarietà nei confronti di Adama Traoré
e con il lavoro di mobilitazione di sua sorella Assa Traoré. Diverse lotte come
questa sono riuscite a sviluppare una presa di coscienza tra i giovani — per
caricaturare — una solidarietà tra “bianco di centro città” e un “razzializzato
di periferia”, una solidarietà che è di fatto aumentata. Ma anche nelle
manifestazioni per Nahel questo si vedeva. E quindi in realtà si è sviluppata
anche una tendenza mediatica che vuole mostrare tutto questo come segmentato.
Esiste certo un piano di realtà della frammentazione, ma anche un dato che vede
maggiori alleanze anche legato al fatto che la forza principale a sinistra è La
France Insoumise. LFI ora ha coniato il termine “Nouvelle France” e riesce in
qualche modo a fornire degli strumenti ideologici per riassorbire queste
fratture e riunificare i diversi frammenti del proletariato. Quindi si vedono,
nella popolazione, dal punto di vista della sinistra, dei progressi. Ma è quando
si è militanti che lo si vede. Se si è passivi politicamente e si dipende solo
dai media — o anche quando si è militanti — si vedono tutti questi episodi come
eventi nefasti che ci piombano addosso e che fanno avanzare la loro visione. E
ogni volta rispondiamo, e facciamo quel che possiamo. Altri avanzamenti vanno
ricondotti al lavoro di media come Parole d’Honneur — so che avete intervistato
Youssef Boussouma — e alle relazioni tra i movimenti delle periferie, dei
razzializzati, dei musulmani, con La France Insoumise, la sinistra più
mainstream. E quindi questo avanza.
Come vedi la rimilitarizzazione della società in questa fase di guerra e
l’esempio del progetto di legge in corso di elaborazione sull’”état d’alerte de
sécurité nationale” in Francia.
Tutto questo è molto preoccupante. Diciamo che, in più, c’è stato un momento
molto significativo quando un generale ha detto che i francesi si rendessero
conto che i nostri figli avrebbero dovuto combattere e morire per la patria, e
che bisognava esserne davvero consapevoli. Quindi la rimilitarizzazione avanza
molto. Si potrebbe fare tutto un confronto con i metodi di militarizzazione
della società israeliana. In Francia ci sono stati diversi modi di procedere, in
particolare nell’istruzione pubblica, con il Servizio Nazionale Universale, con
il posto lasciato alla difesa, i partenariati, si è trattato molto di un
discorso ideologico — prima per la laicità, e ora per la difesa nazionale e il
patriottismo — che progredisce.
E di fronte a questo siamo riusciti a dimostrare che il Servizio Nazionale
Universale, che era un progetto di Macron, alla fine non ha funzionato. Ha
coinvolto soltanto 100.000 giovani quando avrebbe dovuto coinvolgere tutti i
giovani, piuttosto giovani borghesi, figli di militari, che hanno partecipato
perché era su base volontaria. Ma è stato molto complicato, è stato squalificato
nei media, e i giovani lo rifiutano. Alcuni giovani hanno fatto blocchi nei
licei per protestare contro il militarismo. E quindi questa tematica cresce in
Francia. Ci sono collettivi contro la militarizzazione nell’istruzione. C’è un
collettivo che si chiama “Né guerra né stato di guerra”, che è molto valido.
All’Eurosatory, un salone delle armi, siamo riusciti a far togliere gli stand
israeliani qualche anno fa. Ma insomma, sono manifestazioni che hanno riunito
5000 persone, tutte molto di sinistra, è interessante ma è ancora marginale. Un
grande movimento contro la guerra in Francia fatica ancora molto a emergere, a
causa delle divisioni della sinistra, e anche in conseguenza al fatto che questa
ideologia militarista è in qualche modo riuscita a convincere dei francesi che
ci sia bisogno di tornelli di sicurezza davanti ai licei perché bisogna
difendersi nel caso si venga attaccati da terroristi, oppure che bisogna fare
partenariati con l’esercito per dare lavoro ai giovani, oppure che bisogna
comunque spendere soldi per difendere il Paese perché la guerra è un pericolo e
la Russia sia un pericolo per l’Europa. Questi assi di propaganda riescono a
toccare le persone e dunque complica il lavoro, da un lato. E dall’altro lato ci
sono le divisioni a sinistra. Ma contro la guerra, in realtà, dobbiamo
constatare che i governi e la Repubblica francese organizzano con metodi sempre
più autoritari anno dopo anno una radicalizzazione del militarismo,
dell’autoritarismo, un aumento delle spese militari, uno spostamento della
produzione civile verso produzioni militari. Quindi in realtà questo è veramente
il loro nuovo carburante economico, che si accompagna a un’ideologia per
giustificarlo e far sì che le persone vi aderiscano.
Purtroppo non c’è in Francia un esempio di manifestazione davvero significativo
in questo senso, abbiamo fatto dei blocchi, abbiamo fatto degli avanzamenti con
la lotta per la Palestina, il boicottaggio e la critica. La Francia ha preteso
di non essere complice nell’armare Israele, cosa falsa e che siamo riusciti, con
dei collettivi, con studi dettagliati, a dimostrare come la Francia collaborasse
e aiutasse militarmente Israele. Quindi questo ha approfondito le difficoltà del
governo e le sue contraddizioni. Abbiamo contribuito così a screditarlo, e
questo ha portato anche ad azioni di blocco dei movimenti sociali. A settembre
scorso ci sono state manifestazioni contro il governo Bayrou e contro il
bilancio e, in alcune città, a Marsiglia, a Rennes, dei militanti hanno bloccato
fabbriche di armamenti denunciandone la complicità con Israele. Questi sono
stati i tentativi che abbiamo messo in campo per fare uscire la lotta contro il
militarismo dal suo lato teorico, passivo e marginale, rendendola più concreta
e, il genocidio in Palestina, quindi, è stato unificante. Va sottolineato come,
ancora oggi per esempio la CGT porta avanti una posizione tutta schiacciata
sulla difesa dei posti di lavoro e dunque sulla necessità di difendere i propri
investimenti. Questo dimostra che la situazione è ancora complicata e ci sono
aspetti che pesano molto ma al tempo stesso che ci sono avanzamenti e che
lottiamo per questo.
A Cuba la crisi economica e sociale ha raggiunto livelli sempre più
drammatici. La carenza di carburante, energia elettrica, acqua, medicinali e
generi alimentari sta mettendo sotto pressione i servizi essenziali e colpendo
in modo particolare le fasce più fragili della popolazione, dai bambini agli
anziani, fino ai pazienti ricoverati negli ospedali.
Uno degli aspetti più evidenti della crisi riguarda la disponibilità di
carburante e, di conseguenza, la produzione e la distribuzione dell’energia
elettrica. Le interruzioni della corrente possono protrarsi per molte ore e, in
alcune zone, arrivare a durare diversi giorni. Senza carburante diventa più
difficile garantire il trasporto delle persone e delle merci, mantenere
operativi gli ospedali, distribuire l’acqua e assicurare il funzionamento delle
scuole.
“La situazione nel Paese è al momento precipitata rispetto agli ultimi mesi” ha
raccontato ai microfoni di Radio Onda d’Urto la reporter Valentina Barile
rientrata da poco da Cuba, dove ha seguito la missione umanitaria di AICEC
(Agenzia per l’interscambio Culturale ed Economica con Cuba) che ha portato
farmaci, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e sportivo alle
comunità contadine della Sierra Maestra e della Sierra Cristal, alle scuole e
agli ospedali rurali dell’Oriente cubano.
da Radio Onda d’Urto
Pubblichiamo il comunicato apparso qui del collettivo A/I in seguito alla
notizia diramata dal Dipartimento di Stato Americano in collaborazione con il
Dipartimento del Tesoro della iscrizione del collettivo nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche a livello mondiale. Con grande stima per il
prezioso lavoro svolto dal collettivo e con la consapevolezza della sempre
maggiore importanza che assumono ragionamenti profondi attorno a questi temi
mandiamo la nostra solidarietà!
Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un
piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può
leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle
del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.
Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e
allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una
piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad
attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto,
opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione
politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media
dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è
terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta
l’umanità.
Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Stay human
[ENGLISH VERSION]
Today we were made aware that the US Government has targeted a small,
volunteer-run, technology collective from Italy with disproportionate sanctions
as anyone can read in the Treasury Department Statement, the State
Department Statement and the related Executive Order.
We deny all allegations included in the statements, while we strongly affirm our
dedication to providing a platform of tools for digital self-defense, addressing
the need of free communication for activists and other individuals, groups and
associations.
We will not back down, we will keep doing what we have been doing all these
years and we will do whatever is in our possibility to counter the false
allegations made by a politically desperate administration with the sole
intention of swaying people and media attention away from their own violence and
warmongering.
Antifascism and anticapitalism are not terrorism. Protesting is not terrorism.
And everyone has the right to speak out and to struggle for humanity.
Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Stay human
Nella notte di lunedì 24 agosto velivoli militari provenienti dal Kuwait sono
transitati dall’aeroporto Galilei di Pisa, come denunciato da attivisti e
attiviste del Movimento No Base e altre realtà pisane.
Da Radio Onda d’Urto
Le immagini raccolte sul posto documentano la movimentazione di un sistema di
artiglieria, apparentemente contraerea, posizionato a ridosso della rampa aperta
del velivolo. L’aereo è “un Boeing C-17A Globemaster III, identificabile dal
numero di matricola e dalla bandiera kuwaitiana impresse sulla coda”, fa sapere
Diritti in Comune – Pisa.
Diritti in Comune ricostruisce anche gli spostamenti recenti del velivolo
attraverso le informazioni disponibili sulle piattaforme pubbliche di
tracciamento aereo, indicando passaggi tra Kuwait, Italia, Stati Uniti e Regno
Unito. “La successione di queste tratte conferma l’inserimento del velivolo in
un’intensa rete di collegamenti militari internazionali“, sostiene il gruppo.
È però soprattutto quanto sarebbe avvenuto sulla pista di Pisa a sollevare gli
interrogativi. Non viene infatti stabilito se il materiale sia stato caricato o
scaricato dal C-17. Da qui la richiesta di chiarimenti alle istituzioni. “Perché
armamenti e velivoli militari stranieri vengono movimentati sulle piste pisane
senza che la cittadinanza riceva alcuna informazione?”, domanda Diritti in
Comune.
Il Movimento No Base di Pisa, attivo contro l’industria delle armi sul
territorio, denuncia: “il coinvolgimento bellico italiano passa da qui”.
Nell’audio l’appello pubblico del Movimento No Base.
Dopo aver distrutto scuole, ospedali e case, Israele trasforma anche il gioco
dei bambini palestinesi in una «minaccia letale». Aquiloni di carta senza
esplosivi vengono equiparati ai droni e diventano il nuovo pretesto per
minacciare bombardamenti e sfollamenti nella Striscia.
Da Osservatorio Repressione
A Gaza anche far volare un aquilone può diventare un «atto di guerra». Non è una
metafora. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato
all’esercito di intervenire «immediatamente e con forza» contro il lancio di
aquiloni dalla Striscia, stabilendo un principio che nella sua assurdità
descrive perfettamente il livello raggiunto dalla politica israeliana nei
confronti della popolazione palestinese: «Un pallone è come un aquilone e un
aquilone è come un drone, con o senza esplosivi». Benjamin Netanyahu ha
rincarato la dose ordinando alle forze armate di fare «tutto» contro quella che
ha definito una «minaccia letale».
La sproporzione tra la presunta minaccia e la risposta annunciata sarebbe
grottesca se non riguardasse un territorio devastato da quasi tre anni di
bombardamenti, assedio, fame e sfollamenti. Gli aquiloni recuperati nei giorni
scorsi nei pressi degli insediamenti israeliani al confine con Gaza sono stati
controllati dagli stessi militari. Non contenevano esplosivi né materiali
sospetti e, secondo quanto riferito dall’esercito, non costituivano alcun
pericolo. Erano aquiloni. Aquiloni di carta provenienti da una terra nella quale
per migliaia di bambini giocare significa cercare per qualche minuto di
sottrarsi alla quotidianità delle macerie.
Non è bastato. Netanyahu e Katz hanno annunciato che, se il fenomeno continuerà,
Israele intensificherà gli attacchi contro Gaza e potrà ordinare l’evacuazione
della popolazione dalle zone indicate come luoghi di partenza di aquiloni,
palloni o droni. Non viene dunque minacciato soltanto chi fa volare un aquilone:
intere aree abitate potrebbero essere sottoposte a nuovi sfollamenti. Ancora una
volta una categoria militare viene estesa fino a inglobare la vita civile e a
trasformarla in bersaglio potenziale.
È necessario essere precisi: non risulta un ordine israeliano formulato
letteralmente come «sparare a qualsiasi bambino che faccia volare un aquilone».
La realtà documentata è comunque gravissima. Katz ha dichiarato che chiunque
«organizzi, lanci o consenta» questi lanci dovrà essere colpito con la massima
severità, mentre Netanyahu ha parlato di attaccare chi li effettua e i luoghi
dai quali provengono. Quando la maggior parte di quegli aquiloni appartiene ai
bambini, la conseguenza concreta è evidente: un gioco infantile viene inserito
dentro la logica dell’obiettivo militare.
La minaccia ha già prodotto il suo primo risultato. Non militare, ma sociale. I
comitati popolari che gestiscono campi e rifugi per gli sfollati hanno chiesto
alle famiglie di impedire ai bambini di far volare gli aquiloni. Non perché li
considerino pericolosi, ma perché temono la reazione israeliana. «Non per
limitare l’infanzia dei nostri bambini», hanno spiegato, «ma per proteggere le
loro vite innocenti». A Gaza sono dunque gli stessi genitori palestinesi a dover
togliere dalle mani dei figli uno degli ultimi giocattoli rimasti, perché un
aquilone che attraversa il cielo potrebbe diventare il pretesto per un
bombardamento.
È difficile trovare un’immagine più potente della condizione imposta
all’infanzia palestinese. Migliaia di bambini sono stati uccisi, feriti,
mutilati o resi orfani. Molti vivono nelle tende, dopo aver perso la casa.
Scuole e strutture sanitarie sono state distrutte o danneggiate, intere famiglie
cancellate, la malnutrizione e l’assenza di cure hanno accompagnato le bombe.
Adesso persino alzare gli occhi verso il cielo per seguire un pezzo di carta
colorata diventa un’attività da evitare.
E proprio mentre Israele costruiva il nuovo allarme degli aquiloni, continuava a
uccidere. Il 23 agosto attacchi israeliani hanno provocato almeno due morti, tra
i quali un bambino di quattro anni, e sette feriti secondo fonti sanitarie
palestinesi. Il giorno successivo altri attacchi e colpi di carro armato hanno
ucciso almeno quattro palestinesi, tra cui due bambini. La tregua continua così
a esistere soprattutto nel lessico diplomatico: secondo i dati riportati da
Reuters, più di 1.280 palestinesi sono stati uccisi dal cessate il fuoco
dell’ottobre 2025.
La memoria del 2018 viene utilizzata per costruire la giustificazione. Durante
la Grande Marcia del Ritorno furono effettivamente utilizzati aquiloni e palloni
incendiari per provocare incendi oltre la barriera israeliana. Ma proprio qui
sta il punto: gli aquiloni ritrovati oggi non trasportavano materiale
incendiario. Equiparare automaticamente un aquilone di carta a un drone armato
significa cancellare deliberatamente la differenza tra un oggetto innocuo e
un’arma.
È un meccanismo che Gaza conosce bene. Prima si costruisce una categoria
sufficientemente larga di «minaccia», poi dentro quella categoria si inseriscono
persone, luoghi e comportamenti civili; infine si presenta la risposta militare
come inevitabile. È la grammatica securitaria che ha accompagnato l’intera
offensiva israeliana: la scuola può diventare un centro di comando, l’ospedale
una base militare, la tenda un possibile rifugio di combattenti, il giornalista
un sospetto, l’operatore sanitario una minaccia. Ora anche l’aquilone può essere
un drone.
Non occorre sostenere che ogni aquilone sia necessariamente lanciato da un
bambino per cogliere il punto politico. Il governo israeliano ha deciso di
abolire la distinzione tra oggetti che possono avere capacità offensive e
oggetti che, secondo il suo stesso esercito, non trasportano alcun esplosivo. In
un territorio sottoposto a una potenza militare schiacciante, questa
equiparazione allarga ulteriormente la sfera di ciò che può essere considerato
ostile e quindi colpito.
La conseguenza più feroce è che il dispositivo funziona prima ancora che venga
sparato un colpo. Basta la minaccia. Una madre intervistata da Reuters ha
raccontato che suo figlio Ahmed, dieci anni, ogni estate faceva volare aquiloni
insieme agli altri bambini della strada. Adesso non glielo permetterà più. Ha
paura che venga colpito.
È questa forse l’immagine che meglio racconta ciò che sta accadendo. Non
soltanto l’esercizio della violenza, ma la sua interiorizzazione nella vita
quotidiana. Un bambino deve imparare che perfino giocare può mettere in pericolo
lui, la sua famiglia e chi vive nelle tende accanto alla sua. La minaccia
militare entra così nell’infanzia e ne stabilisce i confini.
Gaza è stata privata progressivamente dello spazio, delle case, delle scuole,
degli ospedali, della possibilità di muoversi e perfino della certezza di poter
sopravvivere. Adesso si pretende di regolamentarne anche il cielo. Il paradosso
è terribile: uno degli eserciti tecnologicamente più potenti del mondo, dotato
di caccia, droni, satelliti, sistemi di sorveglianza e armamenti avanzati,
dichiara di dover difendere Israele dagli aquiloni di carta di una popolazione
assediata.
Non è una nota marginale del conflitto. È la rappresentazione estrema della sua
logica: trasformare progressivamente ogni manifestazione della vita palestinese
in un problema di sicurezza. Persino un gioco. Persino un bambino che tiene in
mano un filo e prova, per qualche minuto, a far volare qualcosa sopra le
macerie.
Traduciamo dal sito inglese UnHerd questo articolo di Tobias Jones, frutto di un
reportage a Torino ed in particolare nel quartiere Vanchiglia, nella primavera
di quest’anno.
Lo facciamo per alcune ragioni che crediamo necessitino alcune precisazioni. La
prima è di completezza, infatti alcuni giornali locali lo hanno usato per
generare notizie e articoli di tipo sensazionalistico, omettendo, nella
maggioranza dei casi, i numerosi spezzoni di interviste ad abitanti ed attivisti
del territorio, curvando il senso generale del reportage alle necessità della,
ormai e perlopiù, stampa di regime. Almeno, nella lettura completa, le persone
interessate potranno carpirne il senso e trarne le proprie critiche. La seconda
è perchè crediamo che restituisca l’idea del “clima” che respira Torino e il
quartiere Vanchiglia in questo ultimo anno. Militarizzazione e vessazioni
autoritarie, che però non cancellano lo spitito di una parzialità di città che
si sente “torinesemente” ribelle, partigiana. Un immaginario comune sotto la
Mole, che più che “anomalia” pensiamo abbia la capacità di essere “esempio” di
come la normalità del potere può essere ribaltata. Tutto ciò al netto di
considerazioni, analisi e giudizi dello scrittore su Torino e la sua storia di
lotte, che a tratti troviamo mutuati da luoghi comuni, inesattezze e letture
perlopiù derivate da come la controparte ha riscritto quelle storie, piegandole
ad una narrazzione giudiziaria e manichea tipica dello Stato. Buona lettura!
Negli ultimi mesi, il quartiere torinese di Vanchiglia ha iniziato ad
assomigliare a Belfast al culmine dei Troubles. Camionette antisommossa dei
Carabinieri in coppia presidiano l’inizio e la fine di una dozzina di angoli di
strada. Non c’è un bar senza qualche poliziotto dentro o fuori. E, in una certa
misura, non è una novità. Nel corso dei secoli, Torino ha sempre attirato i
radicali — e, a sua volta, ha assistito alla repressione. Con le Alpi innevate
così vicine, la città ha attratto fuorilegge, e rifugiati ebrei e protestanti,
che avevano una chance combattiva per fuggire in Francia o in Svizzera se i
Duchi di Savoia avessero iniziato una caccia ai capri espiatori. È anche il
luogo dove Antonio Gramsci studiò e poi insegnò; dove la resistenza italiana
combatté i nazisti; e dove, negli anni Settanta, sindacati e radicali di estrema
sinistra, in gruppi dai nomi come Lotta Continua, Avanguardia Operaia e
Autonomia Operaia, sfidarono la potenza industriale della Fiat e degli Agnelli.
Nell’ultimo anno, l’ultimo scontro di Torino — tra lo Stato da un lato, e
un’alleanza di “comitati di quartiere” anarchici e manifestanti filo-palestinesi
dall’altro — si è andato intensificando. Lo scorso novembre, uno degli imam di
Torino, Mohammed Shahin, è stato arrestato e mandato in Sicilia, in attesa
dell’espulsione verso la sua terra d’origine egiziana, sebbene la sua
deportazione sia stata poi bloccata. Torino è gemellata con Gaza dal 1998, e
l’organizzazione Torino per Gaza porta regolarmente centinaia di migliaia di
manifestanti in strada.
Manifestanti radicali in marcia nel centro di Torino. (Tobias Jones)
Poi, il 18 dicembre 2025, in seguito a ordini emessi dal Ministero dell’Interno
e coordinati dal capo della Polizia, le truppe hanno fatto irruzione nel centro
sociale “Askatasuna”, nel cuore di Vanchiglia, e sgomberato tutti i suoi
occupanti. Ciò ha posto fine a quasi 30 anni durante i quali l’occupazione — il
nome significa “libertà” in basco — era diventato un punto d’incontro per gli
attivisti ambientali. Da allora ci sono stati scontri continui. Quando l’ho
visitata in occasione della parata del 1° Maggio, i sostenitori di Askatasuna e
la polizia antisommossa si sono scontrati. Scudi e manganelli contro aste di
bandiera e bottiglie di birra, e io ho preso la mia doccia d’obbligo
dall’idrante di una camionetta della polizia.
Due forze distinte si stanno schierando l’una contro l’altra: le autorità, che
ricevono ordini dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e i gruppi di
“autonomi” e “attivisti” che cercano di piantare quante più bandiere palestinesi
possibile. Lo scontro è asimmetrico perché la Presidente del Consiglio Giorgia
Meloni si sta dimostrando più duratura di quanto chiunque si aspettasse. Eletta
nell’ottobre 2022, le mancano solo poche settimane per battere il record del
governo più longevo nella storia Repubblicana Italiana. Nonostante la recente
sconfitta nel referendum sulla riforma della giustizia, e nonostante sia caduta
in disgrazia presso Donald Trump, Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia
sembrano saldamente al comando.
Eppure, se lo scontro è impari, l’esito non è scontato. “I governi si fanno a
Roma,” si vantava un tempo Torino, “ma cadono a Mirafiori.” Un riferimento alla
mega-fabbrica Fiat, a sud del cuore barocco di Torino, che un tempo impiegava
oltre 60.000 lavoratori. Il patrimonio operaio della città è svanito negli
ultimi decenni, e la sinistra tradizionale è comunque disprezzata dagli
occupanti di “Aska”. Questi attivisti non aspirano a cambiare un governo: perché
non credono nella democrazia tradizionale né tantomeno nello spettro politico in
quanto tale. Tentano invece un associazionismo dal basso che fa eco ad alcune
delle tradizioni più radicali della loro città.
***
Torino disorienta. La sovrapposizione dei suoi quattro fiumi sinuosi su viali
perpendicolari le dà l’aria di un tabellone del gioco dell’oca. Con la Basilica
di Superga sull’altra sponda del Po, e palazzi reali tutt’intorno — i Duchi
della città divennero Re d’Italia — è un luogo grandioso ma sfuggente.
Politicamente, tuttavia, le credenziali di sinistra di Torino sono sempre state
chiare, non da ultimo per l’eredità della Resistenza bellica. Oltre 1.000
partigiani locali sono sepolti nel “Campo della Gloria” nel cimitero monumentale
della città.
Oggi, però, l’antifascismo manca di una definizione al di là dell’ovvio, ed è
comunque politicamente poco utile: non si può costruire il futuro su una
negazione. Inoltre, la proliferazione di assemblee cittadine in tutta Torino,
non da ultimo a Vanchiglia, suggerisce che i radicali della città siano oggi
meno ispirati da Gramsci che da David Graeber. L’antropologo americano in prima
linea nelle proteste di Occupy, Graeber immaginava “un anarchismo nuovo, aperto
e pragmatico”, e parlava degli edifici occupati come di “un esercizio nella
politica del mutuo soccorso, della solidarietà e della cura. Un semplice, non
autorizzato atto d’amore.”
In molti sensi, l’Italia è stata pioniera degli spazi autonomi, sia in teoria
che in pratica. I primi CSA — “centri sociali autogestiti” — erano occupazioni
politiche organizzate dai radicali di estrema sinistra negli anni Settanta. Ma
oltre ai centri sociali, sperimentarono anche il “ritorno alla terra”. I
procuratori antimafia iniziarono a confiscare edifici e fattorie della
criminalità organizzata, e molti radicali si aggiudicarono bandi per avviare
comunità di recupero e spacci agricoli.
Gli antifascisti trascinano un busto di Mussolini per una strada di Torino.
(Fototeca Gilardi/Getty)
Ma se l’Italia è stata all’avanguardia nel congregazionalismo anarchico, è stata
pioniera anche nella repressione. A Genova, nel 2001, un uomo fu ucciso e una
scuola fu perquisita dalla polizia antisommossa alla ricerca di un illusorio
“black bloc” anarchico. Ora Meloni ha intensificato il ritmo della repressione.
Nell’agosto 2025, a Milano, il centro sociale Leoncavallo è stato sgomberato nel
suo cinquantesimo anniversario. A Genova, l’estate precedente, anche la Burrida
— un centro simile, dal nome di uno stufato di pesce locale — è stata perquisita
e sgomberata.
È possibile che Meloni stia subendo pressioni in tal senso da parte di Roberto
Vannacci, ex generale dell’esercito e minaccia incombente sul suo stesso fianco
destro. Ma quale che sia la causa di questi blitz, è chiaro che il caso
Askatasuna è diverso, non da ultimo per il modo in cui è stato a lungo in prima
linea nella protesta ben oltre Vanchiglia. Centrale in questo attivismo è
l’opposizione al cosiddetto “TAV”, acronimo italiano di “treno ad alta
velocità”, il progetto promette infine un nuovo collegamento ferroviario tra
Torino e Lione. Ma con le Alpi di mezzo, le incontaminate valli montane attorno
a Torino sono state sconvolte dai disordini, con scontri campali tra attivisti
No-TAV e polizia antisommossa che hanno portato a migliaia di arresti.
Forse per la sua sfumatura ambientalista, il movimento No-TAV ha guadagnato
sostenitori anche al di fuori della sinistra radicale. Un’attivista, Martina, lo
descrive come “davvero popolare”, capace di riunire “sindaci, cattolici e gente
comune”. Negli ultimi anni, intanto, anche la guerra a Gaza ha alimentato
l’indignazione locale. La criminalizzazione della protesta — con alcune parole
del tutto vietate — fa sì che molti torinesi siano furiosi. “Cosa dovremmo
fare?”, chiede un attivista di nome Karim. “Aspettare che siano tutti morti
prima di dire che è un genocidio?”
L’architettura peculiare di Torino offre luoghi di ritrovo per questi gruppi
diversi ma spesso sovrapposti. A causa della massiccia immigrazione dal Sud
durante il boom postbellico torinese, questa città fra le più industriali
d’Italia conta decine delle cosiddette case di quartiere, oltre a una serie di
circoli operai e case del popolo.
Martiri di sinistra all’Askatasuna. (Tobias Jones)
L’ex edificio di Askatasuna si trova a soli due minuti a piedi dalle sponde del
Po. Un vasto palazzo color ciliegia, che affaccia squadrato sul traffico
frenetico di Corso Regina Margherita, circondato da scuole. Data l’intensa
presenza di polizia, questo costringe genitori e bambini a passare ogni giorno
attraverso posti di blocco. Eppure l’area dietro l’edificio è pedonale, ed è
qui, fiancheggiata da muri decorati con ritratti di martiri antifascisti, che
Askatasuna continua a fare il suo lavoro di sensibilizzazione.
Riccardo arrivò nel 2006, 10 anni dopo la prima occupazione di Askatasuna. “È
qui che ho trovato ospitalità”, dice. È alla fine di un “laboratorio” all’aperto
sul reimmaginare l’educazione. Trenta persone — dai bambini ai pensionati — sono
rimaste sedute in cerchio tutto il giorno. I Carabinieri, la forza di polizia
nazionale militarizzata italiana, fanno rombare i motori a entrambe le estremità
della zona pedonale, rendendo difficile sentirsi.
Alla fine del workshop, Riccardo descrive Aska come una sorta di punto d’ascolto
“portaci i tuoi bisogni”, quello che lui e i suoi compagni chiamano uno
sportello. Le persone passano con un problema, e il gruppo aiuta a trovare una
soluzione. Una donna che non può permettersi di riparare una perdita viene messa
in contatto con un idraulico che lavora gratuitamente. A una vittima di sfratto
viene trovato un alloggio d’emergenza.
Gianluca Vitale, avvocato che rappresenta Mohamed Shahin e diversi attivisti
No-TAV, sostiene che periferie emarginate come queste — spesso con ampie
popolazioni immigrate — vengono messe sotto pressione per ragioni di “decoro
urbano”. Torino si sta gentrificando rapidamente, in gran parte grazie alle
start-up tecnologiche e al turismo, e le sacche di “marginalità”, che pagano
affitti bassi con contratti precari, sono bersagli facili per i politici di
Fratelli d’Italia che invocano la “riqualificazione”.
Attraverso tutto ciò, gli attivisti sono appassionatamente e ideologicamente
contrari a coinvolgere lo Stato nelle loro questioni. “C’è un enorme problema di
spaccio e delinquenza nel nostro quartiere”, ammette uno di loro. “Ma non
chiamiamo la polizia perché conosco il mio vicino.”
***
Al suo apice del dopoguerra, Mirafiori copriva tre milioni di metri quadrati del
lato sud di Torino, l’equivalente di 420 campi da calcio. All’interno, circa
60.000 operai incollavano, saldavano e rivettavano lungo quasi 25 miglia di
linee di montaggio. Ciò che producevano erano automobili: milioni di esse. La
Fiat era la fabbrica più importante d’Italia, e i proprietari dell’azienda, gli
Agnelli, erano ricchi come sovrani. Possedevano anche la Juventus, il gioiello
calcistico di Torino e la squadra più famosa d’Italia.
Nato nel 1943, in una cittadina a ovest di Milano, Pietro Perotti lasciò la
scuola a 11 anni. Andò presto a lavorare in un panificio, svegliandosi alle 2
del mattino e lavorando fino a mezzogiorno. Nel 1969, non molto più alto di
quanto fosse a 11 anni, si trasferì a Mirafiori, lavorando come manutentore in
officina. Un giorno, Perotti si stava spostando tra i reparti quando vide gli
operai meridionali dare inizio a una forma innovativa di protesta. Alcuni,
ricorda, “presero un bidone d’olio vuoto e iniziarono a percuoterlo come un
tamburo”. Altri si unirono, mentre si diffondeva la voce di un infortunio o di
una lamentela. Questi ex mezzadri, appena arrivati dalla Sicilia o dalla
Calabria e disorientati dalle catene di montaggio tayloriste, usarono persino i
loro attrezzi per iniziare a “fabbricare trombe, fischietti e strumenti
musicali”.
In tutto ciò, Perotti vide una ricreazione delle “feste dei santi” del Sud,
“dove il sacro e il profano coesistono”. Fu la svolta della sua vita, perché
capì che l’ordine delle cose doveva essere ribaltato attraverso l’allegria sul
posto. Perotti iniziò a disegnare graffiti politici nei bagni. La sua arte —
Marx appeso sul frontespizio della fabbrica, Agnelli con i pantaloni calati —
veniva realizzata in officina.
Ma nel corso degli anni Settanta, l’atmosfera si oscurò. Durante gli Anni di
Piombo — gli anni del terrorismo estremista sia di sinistra che di destra, con i
servizi segreti italiani annidati oscuramente nel mezzo — molti operai idealisti
furono attratti da attentati ed esecuzioni. Perotti, dal canto suo, aderì sia a
Lotta Continua che ad Avanguardia Operaia, due gruppi in seguito accusati di
indirizzare gli attivisti verso la lotta armata.
“Qui, a Mirafiori, eravamo in sette in una cellula operaia,” ricorda Perotti.
Gli fu ordinato di darsi alla clandestinità, ma rifiutò. Cinque del suo gruppo
di sette finirono nelle Brigate Rosse, il più famigerato gruppo di estrema
sinistra, che nel 1978 avrebbe rapito e ucciso Aldo Moro, ex primo ministro
italiano. Quanto a Perotti, rimase alla Fiat fino al 1985, organizzando proteste
invisibili come il “salto della scocca” — quando ogni 10 automobili che
passavano sulla linea di produzione, una veniva ignorata.
Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro a Roma nel 1978. (Keystone/Getty)
Forse perché visse i sanguinosi anni Settanta, Perotti è frustrato dalla natura
conflittuale delle proteste di Askatasuna. Sostiene invece che l’agitazione ha
bisogno di ironia, e che nella manifestazione del 1° Maggio i manifestanti
“avrebbero dovuto prendersi gioco di loro”, trovando nuovi slogan di disprezzo e
dando “biscotti ai bambini da offrire alla polizia antisommossa”.
Certamente, Perotti è un abile manipolatore della narrazione politica
contemporanea. I suoi pupazzi di gommapiuma di Trump e Meloni sono stati spesso
pubblicati dai giornali, accanto alle solite immagini di manganelli e gas
lacrimogeni. Ma non è l’unico a cercare di incanalare la rabbia in direzioni
positive. Ortensia, parte del Comitato di Vanchiglia, un altro “comitato” di
base, è una psicologa che dice che lei e i suoi colleghi cercano di trovare
parole “che arrivino a tutti, che siano gentili, e di non usare parole come
‘battaglia’.”
Ma il clima si sta oscurando. Ortensia descrive “una polarizzazione” in cui né
la polizia né i manifestanti possono fare marcia indietro. Una sua amica,
un’inglese, mi racconta che, un anno fa, il Comitato parlava solo di aiuole con
gli anziani; ora si trovano in una zona militarizzata a farsi controllare i
documenti.
I carabinieri sono sempre più comuni nelle strade di Torino. (Tobias Jones)
Al tramonto, mi fermo in una casa di quartiere a San Salvario, un quartiere di
lunghe strade e densi caseggiati del dopoguerra. La casa un tempo era l’antico
bagno pubblico, ed è ora un’altra sede di quartiere dall’aria alternativa, tutta
street art, ping pong, adolescenti rumorosi e nonne con i passeggini. Lì
incontro Nicoletta, Rosa e Giulia, parte di un’organizzazione informale chiamata
Mamme in Piazza. Queste madri — una dozzina in tutto — si sono unite dopo aver
visto i loro figli criminalizzati durante le proteste No-TAV. La loro intenzione
non era scusare il crimine, ma capire i propri figli e la rabbia che li animava.
“Non sempre condividiamo le pratiche della lotta,” dice Rosa, “ma difendiamo la
lotta dalla repressione.”
Queste madri parlano molto di rabbia: rabbia con i figli, con i coniugi, con se
stesse, verso lo Stato e la sua repressione. Ma come spesso accade quando le
madri scendono in piazza, vengono ascoltate perché hanno un linguaggio che, come
dice Nicoletta, “non è studiato: è emotivo, istintivo, ingenuo se vogliamo su
certe cose”. Le donne hanno usato megafoni fuori dal carcere cittadino, e hanno
partecipato a innumerevoli marce con i loro striscioni. Organizzano regolari
concerti dai balconi. “Ci asteniamo dal giudizio,” dice Rosa, “ma vediamo un
“loop”. Una repressione esagerata e spaventosa ti radicalizza. Ti fa incazzare.”
***
Il fatto che persino queste madri pacifiche imprechino mostra il livello di
rabbia nella città. C’è un profondo malcontento per il disagio economico e la
persecuzione giudiziaria, e i radicali di Torino hanno perso ogni fiducia nel
fatto che la politica tradizionale possa offrire soluzioni. L’ultima volta che
accadde, 50 anni fa, molti rivoluzionari frustrati si trasformarono in assassini
armati. Nessuno si aspetta che il caos degli anni Settanta ritorni — ma la
questione della violenza è il punto in cui il dibattito quasi sempre finisce per
arenarsi.
Da parte sua, la destra accusa i manifestanti di una serie di reati, indicando
l’irruzione negli uffici del giornale La Stampa, e un attacco a un poliziotto
nel mese di gennaio, come prova che il loro movimento sia immancabilmente
violento. Ma se lo si fa presente ai membri di Askatasuna, la risposta rovescia
l’accusa. “Per noi,” dice Riccardo, “‘conflitto’ è un termine chiave. Ma oggi
esiste un sistema che infligge violenza quotidiana a tutti i cittadini che
vivono nelle nostre comunità.”
Il tanto sbandierato “Pacchetto Sicurezza” di Meloni dovrebbe risolvere tutto
questo. Questa nuova legislazione sulla sicurezza, approvata nel febbraio 2026,
consente la creazione di “zone rosse” con presenze militarizzate, e legittima
l’arresto preventivo. Torino è centrale in questa crociata. Prima capitale
dell’Italia unita, e patria dei Re e della Fiat, non può permettersi di fallire
su qualcosa di semplice come “l’ordine pubblico”.
Per Vitale, l’avvocato, questo è un terreno pericoloso. “Stiamo parlando,” dice,
“di argomenti particolarmente delicati e della manifestazione di un pensiero.”
Sostiene che “un’opinione può non essere condivisa [da voi] ma resta
un’opinione. Un’opinione non può essere punita, non costituisce un reato.”
“Sembra,” aggiunge Vitale, “che a Torino stiamo assistendo a uno scontro tra
visioni rivali dello Stato: o la legislazione governativa è sottoposta a ciò che
è legale secondo la Costituzione, oppure è la magistratura a dover obbedire a un
atto legislativo.”
Quello scontro tra magistratura ed esecutivo è antico, ma per chi vive a
Vanchiglia stessa, la situazione appare bizzarra. Quando si parla con le madri
fuori dalle scuole, mentre accompagnano i figli, raccontano di essere insultate
dalla polizia. “Ha il diritto di stare zitta,” pare abbia detto un agente a
Ortensia.
A un angolo di strada mi imbatto in Alice Ravinale, rappresentante dell’Alleanza
Verdi e Sinistra nel parlamento regionale. “È tutta solo scena,” dice, indicando
due camionette antisommossa con le luci blu lampeggianti. “Ogni giorno ci
chiediamo di cosa abbiano paura.” La risposta, forse, è che hanno paura di
persone che rifiutano di riconoscere la necessità della loro presenza. Questa,
come sa bene Perotti, è la miglior forma di attacco: non prendere troppo sul
serio le figure d’autorità.
Qui di seguito le info per partecipare al festival in ricordo di Renato Biagetti
da Radio Onda Rossa.
20 anni di Rabbia e Amore
20 anni per Realizzare Sogni
20 anni per Resistere
20 anni contro ogni fascismo
𝟮𝟳 𝗔𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼 • 𝗙𝗼𝗰𝗲𝗻𝗲
𝟯_𝟰 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗔𝗰𝗿𝗼𝗯𝗮𝘅
𝟱 𝗦𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 • 𝗖𝗼𝗿𝘁𝗲𝗼 + 𝗣𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗦𝗰𝗵𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿
♡ Venti di Renato. Una comunitá che da quel giorno si muove per essere tempesta
e soffiare via ogni forma fascismo. Perché non accada mai piú! Perché abbiamo
scelto di stare dalla parte giusta della storia. Quella della Vita e della
Libertá per tuttə. Renoize sarà ancora una volta Festival Antifà, il posto dove
esserci tuttə. Un ventennale che non sará una celebrazione, ma costruzione, il
passo sicuro di un cammino collettivo…Con Renato nel ♡
Nella serata di venerdì, senza alcuna avvisaglia, Giorgio è stato prelevato dai
Carabinieri di Susa dalla sua dimora sopra la Credenza a Bussoleno e tradotto
nel carcere delle Vallette.
A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura
alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di non ben
specificate violazioni delle prescrizioni imposte.
Nel mese di marzo, dopo aver già passato parecchi mesi sottoposto alle misure
stabilite dal Tribunale di Sorveglianza, guarda caso il giorno stesso della sua
liberazione, Giorgio era stato nuovamente posto agli arresti domiciliari per
scontare un’altra pena che avrebbe concluso in autunno. Invece, torna nuovamente
in carcere.
Una nuova pagina della vicenda giudiziaria che lo riguarda e che da anni
accompagna la sua storia all’interno del Movimento No Tav. Una vicenda che
ognuno di noi ha seguito passo dopo passo e che ancora una volta ci porta a fare
i conti con la dimensione di accanimento verso chi continua a colpire chi lotta
contro la Torino-Lione.
Continueremo, dunque, a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è
stato confermato il carcere, la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come
in città, nelle piazze come nei sentieri, consapevoli che la sua storia. che è
la nostra storia di tanti e tante altre No Tav, è parte di un percorso
collettivo che certo non si interromperà con le porte di un carcere.
Giorgio libero subito!
Tutti e tutte liber*!
da Notav.info
https://www.notav.info/post/laccanimento-continua-giorgio-di-nuovo-in-carcere
E’ di ieri la notizia della decisione di Leonardo di allargarsi all’Ucraina
puntando in maniera esemplare a nuovi ampi terreni profittevoli per la sua
attività. Nasce così Leonardo Ukraine, società in realtà già insediatasi a
maggio 2026. La società ha sede a Kiev ed è controllata al 100% da Leonardo
International.
Da questa notizia possiamo elencare alcune brevi considerazioni con l’obiettivo
di mantenere alta l’attenzione in un tempo in cui il mantra è la normalizzazione
della guerra, per provare a renderci incapaci di sussultare di fronte
all’accelerazione con cui fa profumati conti l’industria bellica in ottica di
continua valorizzazione. Rispetto a questi temi va sicuramente ricordato il
lavoro sviluppato con le mappature per le infrastrutture militari consultabile
qui: https://mappaturedalbasso.weebly.com/
Innanzitutto, il primo elemento è che questa nuova branca di Leonardo si basa su
un ragionamento estremamente semplice: lo scenario di guerra Ucraino dimostra
che sul campo è possibile sperimentare, verificare e controllare nuovi strumenti
bellici, in particolare legati alla tecnologia militare hi-tech. La famosa
“guerra dei droni” e le innumerevoli “piogge di droni”, raccontate in maniera
piatta e regolare dai giornali e dalle tv italiane, sono un preziosissimo campo
di valorizzazione accelerata. Questa ricetta di sperimentazione di nuove
tecnologie direttamente sul campo permette alle aziende di migliorare, di
affinare le proprie ricerche e la propria strategia industriale, insomma di
raddrizzare il tiro (nel vero senso della parola) con i minor costi possibili –
se non si contano quelli sulle vite umane che è difficile rientrino nei bilanci
aziendali. Nel frattempo infatti il fronte di guerra non viene raccontato e
nessun media ha intenzione di mettere al centro i giovani morti ucraini e russi
nel tritacarne della prima linea, la diffusione dei renitenti alla leva, la
percentuale di persone fuggite dal Paese, la diminuzione drastica della
popolazione, altrimenti significherebbe incrinare la narrazione di una guerra in
cui “sta andando tutto bene” per l’Ucraina.
Questo passaggio di Leonardo non avviene nel vuoto, infatti è sempre in Ucraina
che dovrà essere testato Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrato
e multidominio che apre a nuove miliardarie prospettive commerciali. La novità
del domicilio a Kiev viene diffusa alle nostre latitudini da MIlano Finanza
senza che nessun altro tipo di comunicazione venisse quantomeno preventivata da
parte del Governo italiano che si trova comodamente seduto nella posizione di
veder passare sulla propria scrivania nuovi accordi e ratificarli. E’
interessante sottolineare poi, come viene riportato da Milano Finanza, che la
prova delle capacità e del livello tecnologico messo in campo dall’ecosistema di
droni in Ucraina è data da Brave1, ossia il polo statale ucraino che riunisce
2500 aziende per l’innovazione nella difesa. La forza di questo polo produttivo
è proprio il riscontro diretto sul campo, oltre agli stretti rapporti con
Palantir.
La dimensione della digitalizzazione e dell’AI nell’ambito militare è senza
ombra di dubbio il campo di maggior profitto, come dimostra l’andamento in borsa
dell’azienda da quando ha aperto il campo a mercati ad alto valore aggiunto.
Grazie ai dati raccolti da Analisi Azioni Leonardo 2026: Contratti, Target Price
e Grafici possiamo ricordare che il portafoglio di Leonardo ci parla di 44
miliardi di euro contabilizzati soltanto nelle prime settimane del 2026, in
seguito alla firma di nuovi contratti come quello con l’Arabia Saudita e
l’Indonesia. Un altro aspetto interessante è l’apertura al mercato green dato
dal miglioramento del rating ESG, ossia il criterio di valutazione di
sostenibilità di un’azienda, chiaramente discutibile per tutta una serie di
motivi.
Al di là dei dati ciò che va sottolineato è che il partito del riarmo e della
guerra è trasversale e non accenna a cambiare direzione. In questi mesi la
guerra in Ucraina rimane sullo sfondo per permettere all’Europa di prepararsi a
una sua personalissima e immotivata guerra alla Russia, costruendo sotto traccia
un’ipoteca sulla sicurezza della popolazione europea. Una direzione che non ha
altre motivazioni se non quella di rimanere attaccati e dipendenti alla
dimensione statunitense. Checché se ne dica di Trump, al di là delle
sconclusionate reazioni di ipocrita indignazione che a targhe alterne
coinvolgono i vari governi europei, il punto è che nonostante evidenti segnali
di un’imposizione su diversi livelli di uno stato di dominio e di controllo USA
sull’Europa (vedasi Ceuta), piuttosto evidente e insopportabile agli occhi dei
settori popolari, il vassallaggio europeo si riproduce nel suo torpore come se
fosse acqua fresca. La scommessa che possiamo, e vogliamo, fare è che ad uscire
dal sonnecchiamento generale, a tratti affabulato da proposte propagandistiche e
inconsistenti alla Vannacci, saranno quei soggetti che nella materialità della
quotidianità delle proprie esistenze si troveranno a mettere in campo rigidità
significative nei confronti dell’ emanazione diretta e dei simboli materiali di
questa condizione. Si collocheranno nei campi agricoli e nelle metropoli del
nostro Paese difese da comitati spontanei e da agricoltori arrabbiati per fare
fronte a progetti di speculazione energetica e contro i nuovi data center, nelle
scuole dove i giovani si sentiranno riempire la testa di concetti piegati alla
difesa della patria e della sicurezza, nelle università dove studenti e
studentesse che occupano e occuperanno ruoli chiave per il futuro della
valorizzazione di determinati settori, dallo sviluppo digitale con
l’intelligenza artificiale a quelli ingegneristici legati al nucleare, avranno
la determinazione di mettere in crisi questo processo di espropriazione di
valore e capacità. La Palestina ha segnato un punto di non ritorno e oggi siamo
di fronte a un magma che continua ad alimentare i propri punti di non ritorno:
la prospettiva verso la quale andiamo è che non potranno più essere superati
senza che venga presentato un conto a chi ci ha guadagnato fino ad ora e intende
guadagnarci ancora.