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Informazione di parte

USA: ancora ampie proteste in tutto il paese contro l’ICE, la polizia federale controllata da Trump
Terzo giorno consecutivo di proteste a Minneapolis, dopo l’uccisione della 37enne Renee Nicole Good, avvenuta durante un’operazione di rastrellamento condotta da agenti dell’ICE, l’agenzia anti-immigrazione.  Le proteste si sono estese in tutto il Paese: a New York si sono susseguite tre manifestazioni in 24 ore, ma le piazze si sono riempite anche in città considerate meno militanti, come Las Vegas, Nashville, Indianapolis e Miami. Per il fine settimana sono previste manifestazioni in tutti gli Stati uniti. I media intanto hanno diffuso il presunto nome dell’agente che avrebbe aperto il fuoco: si tratterebbe di Jonathan E. Ross. in servizio presso l’Ice almeno dal 2016 secondo documenti relativi a un procedimento non collegato. “I’m not mad at you”, “Non sono arrabbiata con te”. Queste sono state le ultime parole di Renee Good all’agente che l’ha uccisa sparandole tre corpi al volto mentre si trovava alla guida della su auto a Minneapolis. La frase pronunciata con il sorriso dalla 37enne è emersa nell’ultimo video pubblicato dalla Casa Bianca, quello della bodycam dell’agente. Per l’amministrazione il filmato di 30 secondi dimostra che Jonathan Ross ha agito per “autodifesa”. Ma per chi ha visto e analizzato il video non è proprio così. Good, infatti, era in auto con una mano fuori dal finestrina e una sul volante quando gli agenti si sono avvicinati. “Non sono arrabbiata con te dice” e poi ha cercato di fare retromarcia. Da luglio a oggi ci sono stati 13 episodi nei quali agenti dell’immigrazione hanno sparato contro veicoli guidati da civili causando il ferimento di almeno otto persone e la morte di due. Lo rivela il Wall Street Journal. Secondo i documenti del tribunale e le testimonianze degli avvocati, solo uno di questi civili era armato ma non ha mai tirato fuori la pistola. Da Seattle la testimonianza di Elisabetta Valenti, del Seattle Central College, che ci racconta dei tanti abusi commessi dai poliziotti dell’ICE Ascolta o scarica da Radio Onda d’Urto
Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile
You know, hope is a mistake. If you can’t fix what’s broken, you’ll, uh… you’ll go insane Mad Max: Fury Road Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti Così parlò Zarathustra. F. Nietzsche di Federico Scirchio, da Progetto Me-Ti L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante conflitto per il controllo delle risorse naturali (petrolio, gas, carbone, terre rare, acqua) e delle infrastrutture logistiche utili allo spostamento di queste (corridoi logistici, pipeline ecc..), in un contesto sempre più caotico, caratterizzato dall’acuirsi della crisi climatica, con effetti sempre più devastanti sulla vita terrestre e sull’economia e dalla corsa per lo sviluppo dell’AI.   Richiamando Lenin, possiamo definirlo imperialismo ecologico, come fase suprema del capitalismo fossile. Questa nozione, da non confondere con l’imperialismo ecologico di stampo biologico di Alfred Worcester Crosby Jr., va inserita nel più ampio spettro di studi elaborati da pensatori dell’ecologia politica come Andreas Malm, Jason W. Moore e altri, che sostengono che il capitale globale si è storicamente fuso con la natura, organizzando la produzione sulla base di risorse energetiche a basso costo (“natura a buon mercato” come la definisce Moore) e accumulando potere tramite la conquista ecologica del pianeta. Per Lenin i fattori trainanti erano eminentemente economici: la sovraccumulazione di capitali nei paesi avanzati spingeva a esportarli all’estero in cerca di maggior profitto; la competizione monopolistica spingeva a cercare materie prime a basso costo e nuovi mercati; il sistema imperialista, in ultima analisi, serviva a sostenere i saggi di profitto dei monopoli nazionali attraverso lo sfruttamento delle colonie. Nell’interpretazione ecologico politica, queste tesi restano valide, ma si arricchiscono di una dimensione ambientale: oggi la ricerca del profitto passa anche per l’accesso privilegiato a “servizi ecologici” gratuiti o a basso costo (terra fertile, assorbimento dei rifiuti, stabilità climatica). L’imperialismo ecologico mira quindi a ottenere “più natura a un prezzo inferiore”, in parallelo al classico obiettivo di ottenere più lavoro umano sfruttato1. Ad esempio, il saccheggio coloniale dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo) è visto come componente intrinseca, non accidentale, dell’accumulazione imperialista. Questa differenza teorica sposta l’accento sull’interdipendenza tra sistema economico capitalistico e metabolismo ecologico globale (energia, materia, vita). Ne risulta una lettura più “olistica” dell’imperialismo, come regime socio-ecologico e non solo economico. Le grandi potenze globali militarizzano l’accesso alle risorse residue, trasformando il collasso ecologico in campo di battaglia. Il recente attacco al Venezuela si spiega se consideriamo che Caracas possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo. David Harvey osservava già negli anni 2000 che “i tentativi compiuti dagli Stati Uniti per guadagnare il controllo delle risorse petrolifere dell’Iraq e del Venezuela … hanno un grande significato”, spiegando che rovesciare Chávez a Caracas (insieme a Saddam a Baghdad) faceva parte di una strategia per garantirsi “un saldo controllo sul rubinetto del petrolio globale” e mantenere così l’egemonia statunitense. Non a caso, il Venezuela è stato strozzato da pesanti sanzioni USA, che – come in Iran, Siria o Libia – hanno colpito la popolazione nel tentativo di piegare governi indesiderati tagliandone le rendite petrolifere. Il dramma venezuelano ne è la prova: il collasso della sua economia è il risultato di una punizione imperiale per aver conteso la gestione sovrana del petrolio. L’ARTICO: LA NUOVA FRONTIERA DELLE RISORSE (E DEI CONFLITTI) Se il Venezuela mostra il volto noto dell’imperialismo fossile, l’Artico rappresenta la nuova frontiera. Il riscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacci polari, aprendo un Eldorado di risorse e rotte navali un tempo inaccessibili. Questa regione fino a pochi anni fa fuori dalla Storia, è in realtà un gigantesco bottino: contiene circa il 13% delle riserve petrolifere non ancora sfruttate del pianeta e il 30% di quelle di gas naturale, oltre a un’enorme ricchezza di minerali strategici (si stima il 22% delle risorse energetiche mondiali e il 15% delle terre rare siano concentrati nell’Artico). Mentre la calotta artica si ritira, le potenze mondiali avanzano. Russia, Stati Uniti, Canada, Europa e Cina stanno già misurando i propri settori di piattaforma continentale e rivendicando quote di questo tesoro congelato. Il disgelo sta aprendo nuove rotte marittime attraverso il Passaggio a Nord-Ovest e la rotta siberiana, accorciando i tempi di navigazione tra Atlantico e Pacifico di settimane. La nuova rotta artica cinese “China–Europe Arctic Express”2 è già in funzione da questo settembre quando la prima portacontainer, la Istanbul Bridge ha navigato attraverso i gelidi mari artici per arrivare in Inghilterra in soli 20 giorni, senza dover approdare nei porti russi. È quindi evidente che chi controllerà queste rotte e risorse dominerà i commerci futuri. Non sorprende che l’Artico si stia “scaldando” anche dal punto di vista militare. La NATO ha moltiplicato le esercitazioni alle alte latitudini e la Russia ha riaperto basi sovietiche e schierato nuove forze, includendo missili e sottomarini nucleari nelle acque polari. La Groenlandia – territorio autonomo danese ambito di cui si sta parlando molto in questi giorni come prossimo obiettivo espansionistico di Trump – possiede alcuni dei più ricchi giacimenti di terre rare al mondo e occupa una posizione geostrategica cruciale tra Atlantico e Artico. Chi controlla Groenlandia e Canada settentrionale controlla in buona parte l’Artico. L’ironia nella tragedia è evidente: il riscaldamento globale, causato dall’uso di combustibili fossili, apre la via a nuove estrazioni di… combustibili fossili. L’imperialismo ecologico si nutre persino del disastro climatico che produce, in una spirale autodistruttiva. UCRAINA: GUERRA, ENERGIA E CLIMA Il devastante conflitto in Ucraina è un altro prisma attraverso cui leggere l’imperialismo contemporaneo. La guerra scatenata dall’invasione russa nel 2022 non riguarda solo confini o identità nazionali: è intrecciata all’energia, ai mercati globali del gas e alle trasformazioni geopolitiche legate alla crisi climatica3. Sin dalle prime settimane, il conflitto ha assunto i contorni di una guerra energetica europea. Nel tentativo di fiaccare la macchina bellica di Mosca, i Paesi NATO ed UE hanno imposto sanzioni mirate al cuore fossile della Russia: blocco delle importazioni di petrolio e gas russi, sabotaggio dei gasdotti (Nord Stream 1 e 2) che rifornivano l’Europa, sostituzione del gas di Mosca con forniture di GNL statunitense, piano tedesco per l’idrogeno “verde” e perfino riapertura al carbone e al nucleare in Europa. La Russia ha risposto deviando i flussi energetici verso Cina e India e cercando una certa autarchia economica, in una specie di “sganciamento” dall’Occidente. L’energia è così diventata arma e bottino insieme: gasdotti fatti esplodere, oleodotti contesi, centrali usate come scudi tattici. Ma l’importanza ecologica della guerra ucraina va oltre il teatro bellico locale. Da un lato, ha messo a nudo la dipendenza fossile dell’Europa, costringendola a scelte drastiche: riaprire centrali a carbone4, cercare nuovi fornitori autoritari di gas (dall’Azerbaijan al Golfo) e al contempo accelerare sul Green Deal per ridurre i consumi di idrocarburi nel medio termine. Dall’altro lato, la guerra ha rilanciato una corsa agli armamenti che divora risorse e investimenti distogliendoli dalla transizione ecologica. Come nota Padovan5, “in questa corsa al riarmo l’energia gioca un ruolo centrale”: il militarismo richiede enormi quantità di combustibili fossili per far muovere truppe, aerei, carri armati, e gli eserciti “manterranno risolutamente le opportunità di accesso e controllo delle fonti fossili” necessarie. Ogni conflitto armato contemporaneo porta con sé un’ombra ecologica lunga: emissioni belliche, devastazione di ecosistemi, rischi nucleari. L’Ucraina oggi brucia nei campi di battaglia e, metaforicamente, brucia carbone e gas in un mondo che dovrebbe lasciarli sottoterra. Le guerre del presente sono figlie di un ordine energetico morente, basato sui fossili, che prova con la forza a perpetuarsi. MEDIO ORIENTE: DAL PETROLIO ALLE GUERRE PER L’ACQUA? Se c’è una regione dove l’imperialismo ecologico ha lasciato cicatrici profonde, è il Medio Oriente. Qui, dall’epoca coloniale fino al nuovo millennio, si combattono guerre per il controllo delle fonti energetiche e dei corridoi logistici. Il XX secolo ha visto il Golfo Persico trasformarsi nel “cuore di tenebra”6 dell’ordine petrolifero mondiale: chi dominava i suoi pozzi dominava l’economia globale. Non a caso il Medio Oriente è stato teatro di invasioni, colpi di Stato e conflitti incessanti, spesso mascherati da scontri ideologici o religiosi ma sostanzialmente guerre per il petrolio. Possiamo parlare senza mezzi termini di “petro-imperialismo”. Padovan e Grasso lo definiscono anche “petro-guerra”: non solo competizione tra Stati per accaparrarsi il greggio, ma uso sistematico della guerra per conservare o rimodellare l’ordine geopolitico in funzione fossile. Nel loro elenco rientrano le due guerre del Golfo contro l’Iraq, la guerra civile in Libia, quella in Algeria, la guerra civile siriana, oltre a conflitti forse meno noti come quelli per le ricchezze del delta del Niger o tra Sudan del Nord e del Sud. Tutti eventi accomunati da un fattore: idrocarburi a profusione sotto terra e sangue sulla terra. Questo imperialismo fossile non è però una reliquia del passato: ancora oggi plasma la regione. Si pensi all’appoggio incondizionato degli USA e di potenze europee a petromonarchie autoritarie purché alleate (Arabia Saudita e Golfo), o alle tensioni sul programma nucleare iraniano (dietro cui c’è anche la volontà occidentale di controllare l’energia in quella nazione). Uno sviluppo inquietante è che, accanto al petrolio, l’acqua potrebbe diventare il prossimo casus belli mediorientale. Il cambiamento climatico sta prosciugando fiumi e desertificando terre: il fiume Giordano, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo a sud minacciano di scatenare dispute tra Stati per l’accesso a risorse idriche sempre più scarse. Israele già controlla la maggior parte delle riserve d’acqua dolce nei territori palestinesi occupati, facendo dell’oro blu un ulteriore strumento di dominio. E nel frattempo, la Palestina incarna un tragico intreccio di colonialismo e capitalismo fossile: come racconta Andreas Malm7, la “distruzione della Palestina e quella del pianeta” sono processi intrecciati fin dall’origine, articolati dalla logica di dominio del capitalismo fossile. L’attuale genocidio a Gaza non è un incidente della storia, ma “il culmine strutturale di un progetto coloniale di insediamento sostenuto dall’imperialismo fossile fin dal 1840”. Fu infatti sotto l’Impero britannico, alimentato dal carbone e poi dal petrolio, che prese piede l’idea di una colonia europea in Terra Santa, con pipeline strategiche come l’oleodotto Mosul-Haifa negli anni ’20. Oggi nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale (bacino del Levante, al largo di Gaza, Libano e Cipro su cui anche la nostrana ENI ha messo le mani) aggiungono un ulteriore incentivo materiale alle alleanze e ai conflitti regionali. Nel Medio Oriente, più che altrove, l’imperialismo ecologico è storia viva e presente, dove il controllo delle risorse – dal petrolio all’acqua – si paga con il genocidio di interi popoli. INDO-PACIFICO: CORRIDOI MARITTIMI E TERRE RARE NELLA CONTESA USA-CINA Un altro grande scacchiere della competizione globale è l’Indo-Pacifico, un immenso teatro oceanico che va dalle coste dell’Asia orientale fino all’Oceano Indiano. Qui la rivalità diretta tra Stati Uniti e Cina – la potenza egemone in declino e quella emergente – assume esplicitamente una dimensione economica e ecologica. Al centro vi è il controllo di rotte e risorse strategiche. Il Mar Cinese Meridionale, ad esempio, non è solo un insieme di scogli contesi per orgoglio nazionale: è una regione ricchissima di gas e petrolio offshore, su cui affacciano Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e altri paesi affamati di energia. Le isole Spratly, ricche di giacimenti, sono presidiate da basi militari cinesi e rivendicate anche da Taiwan, Vietnam, Malesia e Filippine; lo stesso accade più a nord per le Isole Paracelso8. Questa “guerra delle isole” è in realtà una guerra per idrocarburi e per il dominio delle vie marittime: un terzo del commercio mondiale passa per il Pacifico occidentale, e chi domina queste acque decide su un pezzo notevole del commercio marittimo globale. Pechino lo sa, e infatti ha costruito negli ultimi anni una flotta poderosa e fortificato atolli per spingere fuori gli USA dal suo “cortile di casa”; Washington risponde cercando alleati (Australia, India, Giappone – il cosiddetto Quad) e stipulando patti militari come l’AUKUS, il tutto per contenere l’accesso cinese alle rotte e alle risorse. Ma nel Pacifico la contesa non si limita al petrolio e al gas. La transizione energetica stessa sta diventando terreno di scontro imperialistico. La spinta alle rinnovabili e all’elettrificazione aumenta la domanda di terre rare e minerali critici (litio, cobalto, nichel, ecc.), indispensabili per batterie, turbine e veicoli elettrici. E qui la Cina parte da una posizione dominante quasi monopolistica: controlla circa il 70% dell’estrazione globale di terre rare e il 90% della loro raffinazione9. Pechino ha usato questo vantaggio come arma di pressione, limitando le esportazioni di minerali strategici per difendere la propria industria e mettere in difficoltà l’Occidente. Gli USA e i partner corrono ai ripari: investono in nuove miniere (in Australia, Africa, Americhe), cercano accordi di fornitura alternativi e sviluppano programmi di “critical minerals diplomacy” nell’ASEAN10. Anche qui, dunque, l’ecologia-mondo è al centro del conflitto: la decarbonizzazione può paradossalmente innescare nuove forme di imperialismo, nella misura in cui la corsa a fonti energetiche pulite scatena una corsa alle risorse minerarie per produrle. L’Indo-Pacifico è teatro anche di una competizione infrastrutturale: la Nuova Via della Seta cinese (Belt and Road Initiative) intesse una rete di porti, ferrovie e oleodotti attraverso Asia e Africa per garantire a Pechino approvvigionamenti sicuri e vie commerciali protette, mentre gli Stati Uniti tentano di ostacolarla con progetti alternativi e alleanze regionali. Logistica e accesso ai mercati sono anch’essi fattori ecologici strategici – basti pensare alla importanza degli stretti di Malacca o di Hormuz, dove passa l’energia del mondo e che sono permanentemente militarizzati. In sintesi, nell’Indo-Pacifico vediamo emergere un imperialismo delle catene di approvvigionamento: chi domina i nodi di questa rete (cavi sottomarini, rotte marittime, miniere di materiali hi-tech) detta legge nell’economia globale del futuro. E dietro ogni cavo e ogni miniera c’è la stessa logica: assicurarsi il comando sulle condizioni materiali dell’esistenza collettiva, che siano carburanti fossili o metalli rari. LA FORMA DEL DOMINIO OGGI: DAL TERRITORIO ALLE RISORSE NATURALI È chiaro che il potere nel XXI secolo si misura attraverso il dominio dei flussi di energia globali. La linfa dell’imperialismo contemporaneo scorre attraverso oleodotti, cavi sottomarini e grandi catene di approvvigionamento di minerali e terre rare, tutto sotto il puntuale controllo di un articolato sistema di sorveglianza tecnologica e militare. In un mondo scosso dalla crisi climatica, il vecchio schema del dominio territoriale lascia spazio a un dominio eco-centrico: Stati e corporazioni lottano per la sovranità sulle risorse naturali e sui sistemi che le trasformano in valore. Come scriveva già nel 2004 Immanuel Wallerstein11, nel sistema mondiale i paesi forti tendono a strutturare gli scambi in modo da estrarre plusvalore dalla periferia verso il centro, tramite quello che è stato definito “scambio ineguale”. Oggi quel saccheggio assume la forma della depredazione ecologica: il Nord globale, patria delle multinazionali energetiche, succhia petrolio, minerali e lavoro dal Sud globale, esternalizzando costi sociali e ambientali. E quando ciò non basta, intervengono le cannoniere moderne – sanzioni, colpi di stato pilotati, interventi “umanitari” – a garantire l’ordine necessario agli affari. David Harvey ha parlato di “accumulazione per spossessamento”, indicando come il capitalismo trova nuovi spazi di profitto appropriandosi dei beni comuni – terra, acqua, energia – spesso tramite la forza. Timothy Mitchell, nel suo Carbon Democracy12, ha mostrato come la politica stessa delle democrazie occidentali sia stata plasmata dall’accesso privilegiato a carbone e petrolio, al punto che “organizzare il Medio Oriente sotto controllo imperiale divenne importante per la possibilità stessa della democrazia come forma di governo in Occidente”. Il risultato è un sistema mondiale in cui Stato e Capitale agiscono di concerto soprattutto nel proteggere gli interessi del settore fossile. Il complesso politico-industriale che alimenta l’imperialismo ecologico comprende governi, eserciti e grandi imprese energetiche in un’orchestra mortale, pronta a sacrificare vite umane e stabilità climatica pur di mantenere il proprio dominio. -------------------------------------------------------------------------------- 1. Contropiano ↩︎ 2. Il Sole 24 Ore ↩︎ 3. Jacobin Italia ↩︎ 4. EuroNews ↩︎ 5. Capitalismo fossile, militarismo e guerra. Conflitti della deep transition ↩︎ 6. Come lo definisce Said in Cultura e Imperialismo riprendendo Conrad. ↩︎ 7. Bologna For Climate Justice ↩︎ 8. Inside Over ↩︎ 9. Nato Association ↩︎ 10. American Foreign Service Association ↩︎ 11. World-Systems Analysis: An Introduction, Duke University Press ↩︎ 12. Carbon Democracy. Political power in the age of oil ↩︎
Via libera all’accordo di libero scambio UE-Mercosur. Proteste degli agricoltori, anche in Italia
09 gennaio 2026. Milano. Dal serbatoio fuoriescono litri di latte. Siamo davanti al Pirellone, sede del consiglio regionale della Lombardia. Ed è così che entra nel vivo anche in Italia la nuova ondata di proteste degli agricoltori. Il corteo ha visto la partecipazione di centinaia di trattori, guidati da allevatori e agricoltori lombardi. “Gli allevamenti in Italia continuano ad essere penalizzati, sempre le solite storie” spiega uno di loro. Ma questa volta la storia al centro della protesta è principalmente una: il cosiddetto accordo Mercosur. Proprio in questo giorno, la maggioranza dei paesi membri dell’Unione Europea ha votato il via all’accordo di libero scambio UE-Mercosur, malgrado l’opposizione diffusa di agricoltori in Europa e in Sud America. Questo accordo mette al centro gli interessi dell’agrobusiness, a scapito del reddito delle piccole e medie aziende, così come della sussistenza dei lavoratori agricoli. Si parla della rimozione dei dazi dal 90% dei prodotti scambiati, elemento che andrà ad intensificare la competizione dei mercati con beni prodotti sulla base di standard ambientali, sociali e sanitari non equivalenti. Come denuncia il comunicato stampa del coordinamento europeo della Via Campesina, non è realistico sostenere che questo accordo includa una forte reciprocità degli scambi o che questa verrà garantita da un maggior numero di controlli alla frontiera, poco significativi in un contesto di sistemi di produzione agricola1. Durante le votazioni, si sono opposti la Francia, la Polonia, l’Austria, l’Irlanda e l’Ungheria, mentre il Belgio si è astenuto. Un posizionamento che potremmo definire di facciata, dell’ultimo minuto, visto il poco lavoro fatto nel tempo per mettere a critica l’accordo. Ma questi governi si sono sentiti alle strette, date le grandi proteste di questi mesi, ad esempio in Polonia e in Francia. Sempre il 9 gennaio, a Varsavia, sono infatti migliaia gli agricoltori che attraversano la città in direzione degli uffici del primo ministro, dietro striscioni con su scritto “stop UE-Mercosur”, “non uccidete l’agricoltura polacca”. Più difficile prendere una posizione contraria per paesi come Spagna e Portogallo che non possono prendere le distanze da realtà con cui hanno strette relazioni storiche ed economiche. I governi dei quattro paesi sudamericani coinvolti (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) hanno spinto tanto per la chiusura delle trattative – aperte da più di 20 anni. Elementi che portano comunque ad interrogarci su quali forme alternative e socialmente giuste dovrebbero prendere oggi gli accordi bilaterali con il sud America sicuramente già consistenti. In Italia, sono favorevoli all’accordo PD e Fratelli d’Italia. Tutto l’apparato istituzionale si muove però nella costante contraddizione, cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Dopo aver definito l’accordo “prematuro”, Meloni si dichiara favorevole, e anche Coldiretti, che fino a qualche settimana prima era in strada, mobilitandosi anche a Bruxelles – a differenza dei sindacati francesi, che non si fanno convincere neanche dalle ultime modifiche aggiunte al testo dell’accordo2. E ora l’opinione pubblica italiana viene bombardata da inesattezze come le tante dichiarazioni sul legame necessario tra apertura dei mercati, crescita economica e abbassamento dei costi per i consumatori. Così come sono inesatte le dichiarazioni della Meloni, che ora per giustificarsi dice di aver contrattato 45 miliardi per l’agricoltura italiana e lo stop alla Carbon tax alle frontiere Ue per i fertilizzanti. I soldi della PAC già spettavano agli agricoltori italiani e comunque il budget europeo non è ancora stato approvato in via definitiva. Mentre le importazioni di fertilizzanti chimici favoriscono più che altro gli interessi dei business della petrolchimica nordamericani. In questi giorni continuano le proteste e l’ultimo sì (o no) all’accordo dovrà arrivare dal parlamento europeo. Tocca ora agli eurodeputati ratificare. In Italia, nel mentre, la Lega cerca di cavalcare il malcontento del mondo agricolo, come dimostrato anche dalla presenza della vicesegretaria Sardone e l’ex ministro dell’Agricoltura Centinaio durante la protesta a Milano. Ad ogni modo, gli agricoltori non sembrano avere l’intenzione di fermarsi perché chi lo vive sulla propria pelle conosce bene il contesto in cui ci si muove: “La situazione dopo due anni di mobilitazione è peggiorata, nonostante il nostro ministro non perda occasione per ribadire che va tutto bene anzi a gonfie vele, il mercato dei cereali è sempre in crisi cronica con prezzi che non coprono i costi di produzione (pubblicati da ismea), il comparto vitivinicolo non sta attraversando un bel periodo che ha portato in alcune zone a piazzare il prodotto a prezzi del 50-60% più bassi, per le nocciole è crisi nera a causa della progressiva riduzione della produzione per problemi climatici e sanitari, anche il riso ha visto i prezzi quasi dimezzati e vendite azzerate a causa di importazione selvaggia. La crisi più grave la sta vivendo l’allevamento per la produzione di latte soprattutto per la rapidità con cui è sceso il prezzo da 70 a meno di 50 cent/litro che ha portato alla disdetta di numerosi contratti e alla contingentazione delle produzioni con il rischio che il latte non venga ritirato.” (Comunicato stampa Agricoltori Autonomi Italiani, 5 gennaio 2026) 1 https://www.eurovia.org/press-releases/eu-countries-green-light-eu-mercosur-free-trade-agreement-farmers-ignored-democracy-sidelined/ 2 https://ilmanifesto.it/ok-europeo-allintesa-con-il-mercosur-ma-nel-governo-la-lega-dice-no
Torino: nuove misure cautelari nei confronti di 13 giovani
Ieri mattina a Torino sono state recapitate 13 misure cautelari nei confronti di studenti e studentesse universitarie, ragazzi e ragazze che studiano e lavorano per fare quadrare il proprio futuro e si impegnano nelle dimensioni di lotta collettive. Il pacchetto di misure prevede firme quotidiane, obbligo di dimora e rientri notturni. I fatti a cui si riferisce questa operazione riguardano diversi cortei per la Palestina e altre manifestazioni studentesche svolte alla fine del 2024. In particolare, si fa riferimento ad alcune manifestazioni che avevano in sé già i germi di una partecipazione più ampia ed eterogenea e la volontà di individuare obiettivi esemplificativi della complicità del governo italiano con il genocidio. Emerge tra le altre l’iniziativa alla fabbrica della Leonardo che per la prima volta aveva visto un flusso di giovani e giovanissimi spalancare le sue porte per simbolicamente contestare uno dei gangli produttivi del territorio torinese che sul genocidio in Palestina sta maturando il suo fatturato. Come veniva scritto qui “come Intifada studentesca abbiamo occupato la sede della Leonardo Spa! In 50 siamo entratə all’interno dello stabilimento mentre altre 50 persone bloccavano l’ingresso” erano stati attaccati “manifesti e gli striscioni per denunciare la complicità di Leonardo con il genocidio in corso a Gaza. Nonostante il gruppo industriale dichiari di lavorare prevalentemente nel campo della difesa, infatti, Leonardo da oltre un anno continua a sostenere l’esercito israeliano attraverso spedizioni che includono assistenza tecnica da remoto, riparazioni materiali e fornitura di ricambi per i velivoli di addestramento della Israeli Air Force. Oltre a questo l’azienda ha fornito i sistemi per i bulldozer blindati (Caterpillar Do), che da anni vengono sistematicamente usati per distruggere le abitazioni palestinesi.” In quei mesi ben tre sedi delle principali università torinesi erano occupate da settimane da studenti e studentesse, mesi in cui si è costruita una forte solidarietà e chiarezza di intenti su come essere motore di una trasformazione del presente e in particolare nella volontà di interrompere gli accordi delle proprie Università con Israele, aprendo una profonda riflessione sulla funzione e gli obiettivi della ricerca accademica e del sapere. Uno degli altri episodi che vengono contestati è il momento in cui lo spezzone sociale che aveva partecipato a una grande giornata di sciopero, in qualche modo preambolo di ciò che si è avverato un anno dopo, quella del 29 novembre 2024. Si riportava allora su queste pagine “L’appuntamento di domani porta con sé l’evidenza di una chiamata di sciopero generale in macroscopico ritardo, sintomo dello stato di salute delle organizzazioni sindacali e dei rapporti di forza in campo, ma anche uno spiraglio nei termini di partecipazione e di necessità diffusa di porre al centro alcune questioni in un’epoca di economia di guerra. In particolare, si impone un tema urgente nell’agenda politica: la questione salariale e le condizioni di lavoro – e sfruttamento – nel nostro Paese. L’eterogeneità della partecipazione è un dato interessante, nei contributi che seguono tentiamo di darne una panoramica”. In quell’occasione, che aveva visto migliaia di persone scendere in piazza, la parte più viva del corteo aveva deciso di deviare dalla piazza finale della manifestazione per raggiungere Porta Nuova e poi Porta Susa con l’intento di bloccare i binari e la circolazione. Mentre i precari e le precarie dell’Università erano riusciti/e a prendere spazio sul palco principale della CGIL e portare le proprie rivendicazioni. Una giornata che aveva in nuce alcune caratteristiche che poi si sono verificate su una dimensione di massa l’autunno scorso. In questo senso, l’intenzione punitiva da parte della polizia politica torinese si inserisce in un contesto che di fatto non è più lo stesso di qualche tempo fa. L’operazione in questione aveva visto un primo tentativo di disegnare un’ulteriore ipotesi di “regia” di Askatasuna dietro questi fatti, una prima bocciatura da parte del Giudice delle Indagini Preliminari delle misure richieste in prima istanza (che andavano dagli arresti domiciliari sino al carcere) e conseguenti interrogatori che si sono svolti a inizio di quest’autunno. Ora, dopo alcuni mesi e, proprio a ridosso dello sgombero di Askatasuna, arriva il pacchetto completo di misure cautelari, decisamente ridimensionate rispetto alle richieste iniziali. Se da un lato la volontà di Questura e Procura torinesi non accenna a modificare le proprie strategie dall’altro oggi la situazione generale è diametralmente cambiata: occupare i binari, deviare cortei per riversarsi in tutta la città, indicare nelle fabbriche della guerra la responsabilità del genocidio (come veniva ben raccontato qui in un contributo dei collettivi universitari) e bloccare tutto non è più una pratica avanguardista ma un senso comune, un sapere condiviso, una significativa esperienza che milioni di persone in Italia hanno sperimentato comprendendone il significato e la portata. L’assemblea del 17 gennaio a Torino sarà ulteriore occasione per ribadire la necessità di un fronte unito per contrapporsi alla tendenza generale, contro il governo e contro queste pratiche repressive e per portare solidarietà agli studenti e studentesse colpiti dalle misure cautelari! Tutti e tutte libere!
Siamo dentro una lunga tempesta
Quanto accaduto in Venezuela conferma che l’America Latina vive una svolta storica, che non sarà breve e che colpirà i popoli più dei governi, dice Raúl Zibechi in un’intervista con Radio Alas, in Argentina. di Raúl Zibechi, da Comune-Info La situazione è molto complessa, molto dura, e non abbiamo chiaro cosa succederà, anche se abbiamo qualche idea di ciò che sta accadendo. Tu da tempo stai lanciando segnali di allarme su molte delle dinamiche in corso. Ci interessa molto il tuo modo di collegare tra loro i diversi processi che stanno attraversando il pianeta. Seguendo l’orientamento zapatista, io penso – e pensiamo – che siamo nel mezzo di una tempesta. E che questa tempesta, nei prossimi mesi e anni, andrà aggravandosi. La fase finale della tempesta è cominciata con il genocidio del popolo palestinese: da tre anni assistiamo alla situazione che vive Gaza e l’insieme del popolo palestinese. Ci sono poi altri fronti, e ora l’attacco al Venezuela conferma che siamo, soprattutto in America Latina, di fronte a un momento di svolta storica. Una svolta che non durerà due giorni. Siamo in un tempo nel quale ciò che sarà colpito non saranno solo i governi, ma i popoli. L’impatto sarà tremendo, distruttivo, negativo, e, a mio avviso, non siamo preparati ad affrontarlo. La forza imperiale è enormemente superiore alle capacità di resistenza dei nostri popoli. È duro dirlo, ma credo sia necessario guardare la realtà in faccia e assumerla per quella che è. Secondo te esistono margini di azione per ridurre l’impatto? Se non possiamo fermare questa enorme forza imperiale, esistono strategie che i popoli possono darsi per attenuarne gli effetti? Prima di tutto dobbiamo avere chiara la dimensione dell’impatto. Dopo la distruzione di Gaza, gli attacchi in Libano, in Siria, in Iran, e il fatto che lo Stato di Israele sia uscito praticamente impunito da tutto questo – nonostante le condanne e le manifestazioni – vediamo oggi l’Unione Europea proporsi di rafforzare seriamente le relazioni con Israele, firmando anche accordi energetici, come quello con l’Egitto sul gas. Ora il governo Trump non solo attacca il Venezuela, ma distrugge una parte significativa delle sue installazioni militari. Il Venezuela disponeva di capacità difensive, e il presidente viene sequestrato in un’operazione condotta senza perdite, in modo sorprendentemente facile. Qualcosa è accaduto e ancora non sappiamo cosa. Inoltre, Trump minaccia Petro in Colombia e il Messico. Siamo di fronte a un’offensiva di una portata senza precedenti, almeno per quanto ricordi. Hanno dichiarato apertamente di voler controllare il Venezuela fino a quando il presidente o la presidente sarà qualcuno di loro gradimento. Di fronte a questo scenario, penso che i popoli abbiano bisogno di rifugi, di arche – come mi piace chiamarle – capaci di navigare e galleggiare nella tempesta. Perché oggi ciò che è in gioco è la sopravvivenza dei popoli, non delle singole persone, ma dei popoli nel loro insieme. E quando dico “popoli” intendo soprattutto quelli che stanno più in basso: popoli neri, popoli originari, contadini, periferie urbane… Più si è in basso, più l’impatto è duro e minori sono le capacità di difesa. Non è lo stesso affrontare una tempesta sistemica generalizzata per una classe media o per chi vive ai margini. E a questo si aggiunge la tempesta ambientale, che ci colpisce in modo sempre più violento. Per questo credo che sia fondamentale disporre di territori, spazi, luoghi che ci diano riferimento come popoli: luoghi in cui poter stare, in cui sentirsi relativamente al sicuro, in cui esistano le condizioni minime per sopravvivere. Questa offensiva è appena iniziata e, a mio avviso, durerà almeno venti o trent’anni, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Anche se si dice “a Trump restano tre anni”, la politica non cambierà, perché non dipende più da una singola persona. Dobbiamo quindi pensare in una prospettiva di lungo periodo, di ripiegamento strategico. Gli zapatisti parlano di orizzonti di centoventi anni: lottare affinché tra centoventi anni una bambina possa scegliere liberamente cosa essere. È di questo che si tratta. Siamo in una fase di transizione tra egemonie, in cui gli Stati Uniti hanno deciso di rafforzarsi in America Latina per mantenere il loro ruolo imperiale. Il caso del Venezuela va letto in questo contesto più ampio. Basta guardare dove minacciano: Caraibi, Messico, America Centrale, Groenlandia, Canada. Vogliono circondarsi di una zona “sicura”. Questa zona sicura comprende tutta l’America Latina, con le sue risorse naturali e i suoi popoli, per poter affrontare l’ascesa dell’Asia e della Cina, che in molti ambiti li sta superando. Il primo passo è quindi una comprensione lucida e calma di ciò che sta accadendo. Oggi nessuno Stato della regione – nemmeno i due più importanti, Messico e Brasile – è in grado di affrontare questa offensiva. Figuriamoci altri Paesi, come l’Argentina o l’Ecuador, dove addirittura i presidenti festeggiano. Questo ci dice che per le destre concetti come sovranità nazionale e indipendenza non sono più un riferimento: celebrano apertamente un’invasione. A cosa attribuisci questo aumento della violenza e degli attacchi diretti, senza più le mediazioni del passato? Alla decadenza degli Stati Uniti. Lo riconoscono loro stessi quando dicono “rendere di nuovo grande l’America”: significa che non lo è più. Hanno compreso che non possono competere con la Cina. Per questo si sono ritirati dall’Ucraina, dall’Asia (fatta eccezione per il Giappone), e concentrano le forze nel nostro continente. Non bombarderanno Russia o Cina: concentreranno qui la loro potenza. Questa scelta è esplicitata nell’ultima strategia nazionale di difesa approvata negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo era contenere la Cina; ora non ci riescono più. La Cina, solo nel 2025, ha varato sette cacciatorpediniere. Gli Stati Uniti non riescono a vararne nemmeno una all’anno. La tendenza è chiara: non potendo competere lì, si rafforzano nel “cortile di casa”, devastandolo. Non accetteranno governi che non gradiscono. Possono dire che Maduro è una dittatura, ma Petro è stato eletto democraticamente. Eppure Trump lo minaccia apertamente. Questo non lo fa con Xi Jinping o con altri leader globali, ma con i presidenti latinoamericani sì. Il pretesto oggi è il narcotraffico, ma sappiamo tutti che non è questo il vero motivo. Di fronte a tutto questo, molti si chiedono cosa abbiamo imparato come popoli negli ultimi anni. Se guardiamo dal punto di vista dei popoli, i governi progressisti hanno avuto un ruolo centrale nell’indebolire i movimenti sociali e popolari: politiche assistenziali, demobilitazione, elettoralismo di corto respiro, forte personalizzazione del potere. Abbiamo rimosso dall’analisi l’autodistruzione del progressismo in Paesi come Bolivia e Argentina e le conseguenze devastanti che questo ha avuto sulle popolazioni organizzate. Oggi ci troviamo in una situazione di offensiva multipla: governi locali reazionari, governi imperiali e repressioni mirate in specifici territori, come nel caso del popolo mapuche. Le forze per resistere frontalmente non ci sono. Occorre quindi unirsi, ripiegare, senza smettere di agire: continuare a mobilitarsi, denunciare, ma soprattutto avviare un dibattito profondo su come siamo arrivati fin qui, sugli errori commessi e sulle strade da ricostruire. *Immagine in alto: Dipinto di Valeria Cademartori 6 Gennaio 2026
Esecuzione federale a Minneapolis: l’ICE uccide, Trump approva
Una donna uccisa in pieno giorno da un agente mascherato. Le autorità federali bloccano le indagini, la propaganda riscrive i fatti, le piazze insorgono. Non è “sicurezza”: è terrore di Stato. da Osservatorio Repressione L’omicidio di Renee Nicole Macklin Good, 37 anni, poeta, scrittrice, madre, cittadina statunitense, non è un “incidente operativo”. È il prodotto coerente di una strategia di terrore. È la fotografia di un potere che arma uomini mascherati, li sottrae al controllo pubblico e poi riscrive la realtà per garantire l’impunità. È l’ICE di Donald Trump che spara in pieno giorno a Minneapolis e lo Stato federale che chiude le porte alle indagini indipendenti. Il sovrintendente del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, Drew Evans, lo ha messo nero su bianco: la procura federale ha impedito alla BCA di partecipare all’inchiesta. Doveva essere un’indagine congiunta con l’Federal Bureau of Investigation. Poi lo stop. Accesso negato ai materiali. Ritiro “a malincuore”. La verità, come il grilletto, è stata messa sotto sequestro. LA PROPAGANDA AL POSTO DELLA GIUSTIZIA A New York, la Segretaria alla Sicurezza nazionale Kristi Noem ha recitato il copione: nessuna esclusione, “prassi”, collaborazione per “tenere i criminali lontani dalle strade”. Ma chi sono i criminali? Per il governatore del Minnesota Tim Walz, i reati li commettono gli agenti dell’ICE. Walz parla di “propaganda” e annuncia che lo Stato farà ciò che Washington sabota: un’indagine completa, equa e rapida. Non è retorica. Con una mossa senza precedenti, Walz ha diramato un ordine di allerta per preparare la Guardia nazionale a proteggere la popolazione da operazioni “pericolose e sensazionalistiche”. È la risposta istituzionale a una forza federale che agisce come un corpo paramilitare fuori dalla Costituzione. UN’ESECUZIONE FILMATA, UNA BUGIA RIPETUTA Good è stata uccisa da un agente mascherato mentre cercava di allontanarsi. Disarmata. Nessuna minaccia. La Casa Bianca l’ha dipinta come “terrorista interna” che avrebbe tentato di investire agenti federali. La realtà è opposta: cittadina nata in Colorado, mai accusata di nulla se non una multa stradale; sui social si definiva “poeta, scrittrice, moglie e madre”. Era sposata con una donna, aveva un figlio di sei anni. I network nazionali hanno mostrato le immagini. L’opinione pubblica ha sobbalzato. Ma mentre lo sdegno montava, un’onda di odio e falsità ha invaso rete e comunicati: l’elogio macabro dell’“autodifesa”, il bullismo politico del “fuck around and find out”. La negazione sistematica dell’evidenza filmata è la cifra di una frattura epistemica costruita a tavolino: erodere la realtà condivisa per rendere credibile l’orwelliano. Le manifestazioni sono esplose subito: Minneapolis, Chicago, New York, Seattle. A Minneapolis i cortei si sono spostati davanti al Whipple Federal Building, base operativa dell’ICE. Le scuole pubbliche hanno sospeso le lezioni per sicurezza. Non è “disordine”: è autodifesa civile. I rappresentanti eletti parlano chiaro. Ilhan Omar chiede che l’ICE smetta di terrorizzare le comunità e lasci la città. Alexandria Ocasio-Cortez definisce l’agente “un assassino” e chiede l’incriminazione per omicidio: l’ICE fa sparire le persone dalle strade, è una forza anticivile, senza responsabilità. Il senatore Chris Murphy e la deputata Pramila Jayapal parlano di taglio dei fondi e di “forza canaglia”. Non è fantascienza: a gennaio si vota il bilancio. Le piazze rispondono Le manifestazioni sono esplose subito: Minneapolis, Chicago, New York, Seattle. A Minneapolis i cortei si sono spostati davanti al Whipple Federal Building, base operativa dell’ICE. Le scuole pubbliche hanno sospeso le lezioni per sicurezza. Non è “disordine”: è autodifesa civile. I rappresentanti eletti parlano chiaro. Ilhan Omar chiede che l’ICE smetta di terrorizzare le comunità e lasci la città. Alexandria Ocasio-Cortez definisce l’agente “un assassino” e chiede l’incriminazione per omicidio: l’ICE fa sparire le persone dalle strade, è una forza anticivile, senza responsabilità. Il senatore Chris Murphy e la deputata Pramila Jayapal parlano di taglio dei fondi e di “forza canaglia”. Non è fantascienza: a gennaio si vota il bilancio. GUERRA INTERNA, STRATEGIA DEL CAOS In un paese che conta ancora circa mille morti l’anno per mano delle forze dell’ordine, si potrebbe archiviare tutto come normalità militarizzata. Sarebbe un errore. Good è vittima di una guerra dichiarata contro il paese stesso: contro immigrati, stati e città non allineati, contro chi contesta la “grande deportazione”. L’assalto ai 15 milioni di irregolari, ai 50 milioni di nati all’estero, ai 68 milioni di ispanici è prova di forza e strumento di dominio. L’uccisione della poeta, freddata da tre colpi alla testa, è un atto premeditato nella catena di comando: un’esecuzione politica destinata a frantumare il paese e a consolidare il potere attraverso il caos. Il presidente arriva a dire che Good è stata uccisa dalla “sinistra radicale”. È lo stesso schema di sempre: quando un vero terrorista investì e uccise Heather Heyer a Charlottesville, parlò di “brava gente da entrambe le parti”. Oggi la ministra Noem emette la sua sentenza preventiva. Il vicepresidente JD Vance incita e rassicura i pretoriani: “siamo dalla vostra parte”. Il messaggio è chiaro: la criminalizzazione degli “alieni” si estende ai dissidenti; il diritto di protestare, osservare, documentare viene colpito a colpi di 9 mm. IMPUNITÀ ARMATA Minneapolis non nasce dal nulla. È l’esito di un’escalation avviata quando colonne blindate hanno invaso quartieri operai di Los Angeles, lacrimogeni alla mano, creando l’emergenza che poi giustifica se stessa. Lo denuncia anche il ministro della Giustizia del Minnesota Keith Ellison: le autorità federali intralciano attivamente le indagini. L’FBI, diretto dall’ideologo di regime Kash Patel, esclude gli inquirenti locali. Intanto l’ICE cresce: 12.000 agenti in un anno, reclutati senza scrupoli, bonus fino a 50.000 dollari. Volti coperti, tatuaggi che parlano di affinità estremiste. La crescita coincide con gli indulti presidenziali a facinorosi e miliziani. La Corte Suprema a maggioranza Maga offre la copertura. La ricetta è esplosiva. NON PASSERÀ Contro la rappresentazione violenta dello “scontro di civiltà” non si sono fermate le proteste, il monitoraggio civico, l’autodifesa popolare — quella a cui partecipava Renee Nicole Good. La voce del Minnesota si alza, ferma e arrabbiata. Anche la cultura pop smaschera l’abuso: lo ha ricordato Stephen Colbert. Qui non c’è ambiguità possibile. Un’agenzia federale ha ucciso una donna disarmata. Lo Stato federale ha blindato l’inchiesta. La propaganda ha tentato di cancellare le immagini. Ma le piazze, le istituzioni locali e una parte crescente del Congresso non arretrano. La giustizia per Renee Nicole Macklin Good non è solo un dovere: è una linea di resistenza. Contro l’ICE, contro Trump, contro l’impunità armata. Foto di copertina: Minneapolis, 8 gennaio 2026 (AP Photo/Tom Baker)
Siria: resistono i quartieri curdi di Aleppo all’attacco di Damasco. 140mila i civili in fuga
In Siria, le milizie salafite del governo di transizione continuano ad attaccare i quartieri autogovernati a maggioranza curda di Aleppo, ovvero Sheikh Maqsoud e Ashrefyie, con colpi d’artiglieria e tentativi di entrare con carri armati. L’area fa parte dell’Amministrazione autonoma del confederalismo democratico anche se è staccata, a livello territoriale, dal resto della Siria nordorientale. Le forze di sicurezza interna dei due quartieri denunciano continui raid e tentativi di incursione, tutti respinti. “Nonostante stiano schierando migliaia di uomini e aumentando i mezzi blindati – si legge nella nota – i miliziani governativi non sono ancora riusciti ad avanzare in nessun modo grazie alla resistenza dei quartieri”. Le vittime civili, però, aumentano: 15 morti, 60 feriti e 140mila sfollati in due giorni. Mentre bombardano i civili (130 case distrutte), i miliziani di Damasco hanno anche tagliato l’elettricità e impediscono l’ingresso di cibo e forniture mediche, mentre nel resto di Aleppo effettuano arresti di massa, dislocando cecchini sui tetti. Dietro l’attacco condotto da Damasco, che ha lanciato pure un ultimatum per lasciare i quartieri curdi (in cui vivono 200mila persone) c’è, come da tradizione, la Turchia; non a caso il Ministero della Difesa turco minaccia di “essere pronto a fornire il supporto necessario se la Siria lo richiederà”. Il punto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio Informazione del Kurdistan in Italia, con cui abbiamo allargato lo sguardo anche sui rapporti di forza, sociali e politici, che al momento coinvolgono l’intera regione Ascolta o scarica Oltra alla Siria, c’è infatti un altro Paese – l’Iran – scosso, ormai da una decina di giorni, da proteste di massa, partite a causa di inflazione, carovita e svalutazione della moneta locale e via via diventate di critica radicale ai Pasdaran. Oggi, in Iran, è sciopero generale, mentre sale a 34 le vittime accertate nella repressione, che tuttavia non riesce per ora ad arrivare ovunque. È il caso del Rojihlat, il Kurdistan iraniano: qui in due città, Abdanan e Malekshahi, i Pasdaran hanno lasciato l’area nelle mani dei manifestanti. Da qui il Pjak, ala iraniana del movimento di liberazione curdo, rispetto alle interferenze straniere di fronte alle proteste popolari chiarisce: “Teheran deve ascoltare le richieste delle persone. Il popolo chiede una vita libera e dignitosa. Le persone sono in grande difficoltà nel trovare il pane. Questo è un problema interno dell’Iran, non accetteremo ingerenze di altri Paesi”. da Radio Onda d’Urto
Speciale Venezuela a cura della redazione informativa di Radio Blackout
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti. Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di narcoterrorismo. Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela. Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di qualsiasi esperimento socialista. Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e territori. Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno). Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato: Geraldina Colotti da Caracas Un compagno del movimento studentesco colombiano Un compagno che si trova a Maracay Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa Francesco della Rete dei comunisti Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional Audio completo MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15 a Torino di seguito pubblichiamo l’indizione chiamata da Rete dei Comunisti e firmata da numerose realtà cittadine Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela e il rapimento del legittimo presidente Nicolas Maduro e di sua moglie , Primera Combatiente, Cilia Flores, da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti si inserisce nella crisi del capitalismo occidentale e nella tendenza alla guerra e al riarmo. L’aggressione al Venezuela non è solo il tentativo di appropriarsi delle ricche risorse strategiche presenti sul territorio, ma anche di tornare ad affermare il controllo su quello che Washington continua a considerare il proprio “cortile di casa”, nonché un attacco a un modello alternativo alla barbarie dell’imperialismo. Il pretesto è la falsa accusa di narcoterrorismo, dopo che Trump ha concesso l’indulto all’ex presidente dell’Honduras condannato da un tribunale statunitense a 45 anni di prigione per l’accertato trafico di 400 tonnellate di cocaina. Mentre i presidenti di Colombia, Messico, Nicaragua, Honduras, Cuba e Brasile hanno denunciato l’attacco criminale e illegale degli USA, una esibizione della rinnovata dottrina Monroe e dell’aggressività imperialista statunitense, il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale. Chiamiamo allora per sabato 10 gennaio una manifestazione a Torino in sostegno del Venezuela bolivariano, per la liberazione del presidente Maduro, contro il terrorismo a stelle e strisce. Convinti che difendere la rivoluzione bolivariana sia difendere un’esperienza reale di società alternativa alla sfruttamento e alla guerra del capitalismo occidentale. Giù le mani dal Venezuela! Libertà per Maduro! Yankee go home! Da Radio Blackout
Regno Unito: sciopero della fame dei detenuti per la Palestina al limite
Prigionieri per la Palestina in sciopero della fame: dopo 64 giorni di digiuno, soffrono di spasmi muscolari incontrollabili e difficoltà respiratorie di Prisoners for Palestine Heba Muraisi, detenuta per la Palestina in sciopero della fame, sta soffrendo di spasmi muscolari incontrollabili che potrebbero indicare danni neurologici e difficoltà respiratorie, mentre continua il suo sciopero della fame a tempo indeterminato.  Muraisi è diventata la persona che ha portato avanti lo sciopero della fame più a lungo, raggiungendo oggi i 64 giorni di sciopero della fame iniziato il 3 novembre 2025. Parlando con Prisoners for Palestine, Muraisi ha descritto di “avere spasmi muscolari e contrazioni al braccio” e di “sentirsi come se trattenesse il respiro senza sapere perché, come se dovesse ricordare a se stessa di respirare”. Muraisi ha affermato che non interromperà il suo sciopero della fame finché il carcere non acconsentirà al suo trasferimento all’HMP Bronzefield: alla fine dello scorso anno è stata trasferita improvvisamente dall’HMP Bronzefield all’HMP New Hall, che dista centinaia di chilometri dalla sua famiglia e dalla sua rete di sostegno. Heba Muraisi è detenuta in custodia cautelare da oltre un anno per attivismo a favore della Palestina, superando i limiti standard di custodia del Regno Unito, e chiede anche l’immediata concessione della libertà provvisoria come parte delle sue richieste per porre fine allo sciopero della fame, nessuna delle quali è stata ancora soddisfatta. È ormai al terzo mese di sciopero della fame con l’impegno incrollabile di garantire che queste richieste siano soddisfatte. Un secondo scioperante della fame, Kamran Ahmed, è stato ricoverato in ospedale per la quinta volta dalla settimana scorsa, da quando ha iniziato lo sciopero della fame. Ahmed ha riferito di essere stato ammanettato con doppie manette durante tutta la sua degenza in ospedale, il che gli ha provocato un gonfiore ai polsi. Il personale sanitario ha avuto grandi difficoltà a inserirgli il catetere a causa degli effetti che lo sciopero della fame ha avuto sul suo corpo, causando il restringimento delle vene e rendendole molto difficili da individuare. Gli esperti medici hanno espresso preoccupazione per questo trattamento, che lui ha dovuto affrontare costantemente durante i ripetuti ricoveri ospedalieri. Ahmed ha segnalato una perdita uditiva intermittente mentre entra nel 57° giorno di sciopero della fame, raggiungendo un punto critico in cui è molto probabile che si verifichino danni fisici irreversibili. Sebbene non sia riuscita a visitare Heba, in una lettera indirizzata a lei, sua madre, Dunya, ha scritto: “Siamo qui dietro di te, ti sosteniamo e ti amiamo senza limiti. Non importa quanto duri la notte dell’attesa, il sole della libertà sorgerà sicuramente”. Oggi Prisoners for Palestine ha annunciato che T Hoxha ha sospeso il suo sciopero della fame dopo aver ricevuto varie richieste, tra cui la consegna della posta arretrata risalente a sei mesi fa, un libro con le scuse per il ritardo e una visita confermata con un membro della Joint Extremism Unit (JEXU) per discutere delle sue condizioni di detenzione individuali. Da quando ha terminato il suo sciopero della fame sabato sera, la prigione ha rifiutato di mandarla in ospedale nonostante le richieste, poiché non è in grado di gestire in modo sicuro la reintegrazione alimentare, che potrebbe causare la sindrome da reintegrazione alimentare. Nonostante l’estrema urgenza della situazione, in cui il rischio di insufficienza organica, paralisi, danni cerebrali e morte improvvisa è sempre più elevato, il governo britannico continua a rifiutarsi di incontrare i detenuti in sciopero della fame e i loro rappresentanti, mettendo a repentaglio le loro vite. Una dichiarazione di Francesca Nadin, portavoce di Prisoners for Palestine, afferma: “Mentre lo sciopero della fame entra nel suo terzo mese, le condizioni di salute di coloro che continuano a digiunare continuano a peggiorare e su di loro incombe un grave pericolo. Nonostante ciò, rimangono saldi nelle loro azioni e convinzioni, convinti che continuare lo sciopero sia l’unico modo per ottenere giustizia di fronte al disprezzo del governo per la vita”. Traduzione di Enzo Ianes per Osservatorio Repressione
Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
Riceviamo e pubblichiamo volentieri… di Yadira Márquez, pubblicato in castigliano in Zona de Estrategia il 06/01/2026 Traduzione da OtrasItalias Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che si trova in una popolata zona dell’est della città. L’onda espansiva fa tremare case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area del sud dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cecilia Flores, viene brutalmente attaccata da circa dieci elicotteri militari statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre istallazioni militari e di comunicazioni in altri punti del paese. La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia, qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo. Nel frattempo, diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda bruciano e la gente che ci abita nei dintorni esce atterrata per strada, i media ufficiali rimangono in silenzio. Nelle reti del chavismo circola un richiamo alla calma, discorsi che parlano di piccoli attacchi, e perfino del fatto che si tratti di velivoli venezuelani, cioè, la solita storia: sminuire o coprire ciò che sta accadendo, perfino se il governo rischia di cadere. In Venezolana de Televisión (il canale dello Stato), una reporter appostata in una strada vuota parlava della normalità e del controllo della situazione. La gente si butta a capofitto sui social per ottenere qualche informazione, per capire cosa stia succedendo, per gestire l’angoscia. Circolano video delle esplosioni, degli attacchi, degli incendi. Osserviamo enormi elicotteri attraversare il cielo della città nel buio. Immagini sconnesse, sciolte, senza un filo che possa generare un senso. Quelle due ore diventano eterne per le dimensioni della violenza e del terrore che essa semina. Solo dopo le quattro del mattino vengono rese note le dichiarazioni di Donald Trump, che annuncia che le forze di sicurezza nordamericane hanno sequestrato il presidente Maduro e Cilia Flores, e che li stanno portando negli Stati Uniti per essere processati per reati quali narcotraffico, detenzione di armi da guerra e qualsiasi altra cosa. Quasi due ore dopo dei bombardamenti appare il Ministro della Difesa, da solo, in un video registrato, denunciando che si tratta di un’aggressione imperiale. Nessuna spiegazione di cos’è successo, di perché è fallita la difesa e nemmeno nessun riconoscimento della sua responsabilità in quella breccia. Il canale dello Stato annuncia che è stato decretato lo “Stato di commozione esterna”, il che implica eccezionalità e restrizioni di garanzie costituzionali, nuovamente senza alcun tipo di dettaglio o di spiegazione. C’è un silenzio ermetico che accresce il turbamento e l’incertezza, prima, e il sospetto poi. Nel suo breve discorso successivo, un commosso Donald Trump parla del successo dell’”operazione”. “E’ stata perfetta”, “l’ho vista in diretta come fosse un film”, “se solo aveste visto la velocità, la violenza”, “soltanto noi potevamo farlo” dice, con un’eccitazione quasi oscena. E’ il potere crogiolandosi su se stesso, celebrando la propria barbarie, narcisista, delirante. Due giorni dopo l’invasione, nel Venezuela c’è un ambiente di incredulità per quanto successo, di commozione per l’aggressione e per la superbia di cui essa è intrisa, ma anche di incertezza per ciò che verrà. I media, controllati dal governo, mescolano documentari di animali con letture di comunicati ufficiali pieni di slogan e niente più. Non troviamo informazioni nemmeno in altri media pubblici come Telesur, che era stata creata per combattere l’accerchiamento mediatico. I pochi e brevi interventi ufficiali, dopo i discorsi antimperialisti di rigore, richiamano alla calma e alla normalità. Non c’è informazione. Non ci sono dati, non ci sono cifre sui feriti e sui morti, non c’è un registro delle zone distrutte, non c’è un’analisi di ciò che è successo e di com’è successo. Possibilmente perché spiegare come abbiano fatto a superare il sistema di difesa senza danni visibili nel proprio equipaggiamento o al personale militare statunitense, o meglio, spiegare perché i sistemi di difesa non si sono attivati, anche se l’invasione era annunciata da mesi, risulta abbastanza compromettente per coloro che controllano i media e detengono finora il potere. La vicepresidente Delcy Rodríguez viene nominata presidente, “messa in carica” grazie alla manovra illegale della Corte suprema di giustizia, che dichiara l’assenza temporanea del presidente (e non la sua assenza definitiva), aggirando così l’obbligo di convocare elezioni tra 30 giorni. Nel suo intervento di sabato pomeriggio lancia gli slogan antimperialisti di rigore, ma domenica propone al governo degli Stati Uniti di costruire un’agenda di collaborazione e dice che la sua priorità è creare un vincolo armonico con quel paese. Dal canto suo, le dichiarazioni di Marco Rubio fanno si che tutte le narrative create per giustificare l’aggressione si sgretolino. Non c’è alcun riferimento a come pensano di smantellare il “cartel de los soles”, non si parla di elezioni, di diritti umani, né si parla del destino degli oltre 800 prigionieri politici rinchiusi in condizioni disumane. Tra la gravità dei fatti e il vuoto di informazione, le venezuelane rimaniamo intrappolate nell’incertezza e nella necessità di trovare un senso. Gli oppositori seguaci di María Corina Machado fanno dei salti mortali retorici per provare a spiegare come mai, nonostante siano tutti loro sostenitori dell’invasione, siano stati tagliati fuori dalle trattative. I seguaci del governo cercano di far conciliare l’indignazione per l’aggressione imperiale con i richiami alla normalità. E’ un paese scisso fino allo sconcerto. Noi che non abbiamo affinità né con l’opposizione classista e antidemocratica (e il suo ingenuo racconto di salvezza) né con l’impopolare governo che si sta incrinando, scegliamo di mettere insieme i frammenti di informazione trovati qua e là. L’assenza di un racconto coerente che faccia filare degli avvenimenti così atroci con i richiami alla calma e alla normalità provoca un vuoto di senso. La gente non sa bene come descrivere ciò che sente, c’è uno stato generale di commozione e allo stesso tempo di passività generale. E’ difficile non immaginare le trattative volte a consegnare Maduro (o a non resistere al sequestro, che è quasi la stessa cosa). In particolare dopo che i portavoci del governo statunitensi hanno affermato che questo era stato preparato per mesi con partecipazione interna. E, ancora meno, dopo che Marco Rubio ha dichiarato che lui stesso era stato presente in conversazioni con Delcy Rodríguez, che si è sempre dimostrata “pronta a collaborare”. Sappiamo che il principale interesse del governo statunitense (oltre a quello geopolitico) è la ricchezza petrolifera venezuelana. Donald Trump ha già annunciato che investirà nell’infrastruttura petrolifera per il suo recupero e far si che generi ricchezza per il paese — il suo? Ha anche detto che per fare ciò ha bisogno al potere coloro che possano garantire un minimo di governabilità e stabilità. Resta nel frattempo la sensazione che non sapremo mai esattamente come sia stata pianificata ed eseguita l’aggressione. Ma l’incertezza verso il futuro immediato è troppo grande per fermarci a pensare a ciò. Le domande su quello che può succedere si moltiplicano. In questo scenario, l’idea che il governo bolivariano possa diventare il nuovo amministratore delle compagnie petrolifere dei gringos ci appare un’immagine alquanto bizzarra, il più triste finale di ciò che una volta fu sogno rivoluzionario.
Repressione e guerra: fronte interno e fronte esterno – La guerra ibrida di Israele in Italia – Venezuela e Palantir – Prisoners for Palestine
Estratti dalla puntata di lunedì 5 gennaio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia UK: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Aggiornamenti sullo sciopero della fame intrapreso nelle carceri britanniche da compagnx accusatx per le azioni rivendicate da Palestine Action, mentre la lotta prosegue dentro e fuori le galere: REPRESSIONE E GUERRA: IL CONTINUUM TRA MILITARIZZAZIONE E “POLIZIZZAZIONE” Fronte interno – I processi di militarizzazione della repressione non riguardano solo la traslazione di sistemi d’arma dal contesto bellico all’ordine pubblico, ma anche la costruzione del nemico interno e di un arsenale normativo per contrastarlo. Parallelamente, una categoria elastica come quella della “guerra ibrida” può includere anche l’influenza di un paese straniero sugli apparati repressivi e legislativi di un altro Stato? Se così fosse, dovremmo essere in grado di riconoscere la guerra ibrida mossa da Israele. Fronte esterno – L’operazione militare-repressiva che ha portato al rapimento di Maduro e di sua moglie si è costruita all’interno della cornice della guerra al narcotraffico. Se gli Stati Uniti hanno storicamente utilizzato il traffico di droga come pratica militare (Caso Contras, Operazione Blue Moon, ecc.), oggi si rappresentano come vittime di cartelli della droga equiparati a organizzazioni terroristiche in un’inchiesta firmata dalla Procuratrice Generale Pam Bondi, la stessa figura che giocò un ruolo importante nell’iscrizione di Antifa tra le sigle del terrorismo internazionale. Proseguendo lungo questa linea di analisi cerchiamo di osservare alcune possibili cause (narrative, politiche, economiche) dell’operazione in Venezuela, ascoltando le dichiarazioni sugli interessi in quel quadrante della Gen. Laura Richardson (2023 – amministrazione Biden), passando per un breve excursus che riguarda le banane Chiquita e il Guatemala (operazione PBSuccess del 1954), per arrivare al ruolo di Palantir: EFFETTI SANITARI DELLA GUERRA DEI DRONI Partendo da un articolo pubblicato su Lancet, cerchiamo di analizzare le trasformazioni sul piano sanitario apportate dal ruolo centrale delle armi pilotate da remoto e dai sistemi d’arma autonomi nei conflitti contemporanei: da Radio Blackout
Quando la polizia fa pedagogia (e decide cos’è il Bene e cos’è il Male)
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella replica del sindacato di polizia Fsp alla lettera dei genitori di Vanchiglia.   Non tanto, o comunque non solo, per i contenuti, quanto per il ruolo che gli agenti si auto attribuiscono: non più garanti dell’ordine pubblico, ma giudici morali, educatori, narratori ufficiali del Bene e del Male. Di fronte a genitori che segnalano disagio per un quartiere militarizzato, per scuole chiuse senza preavviso, per bambini costretti a muoversi tra transenne, furgoni e controlli, per una vita di quartiere sconvolta e non rispettata, la risposta non entra mai nel merito perché evidentemente tutto è percepito come lecito, di fronte alla necessità di sgomberare un centro sociale di quartiere come l’Askatasuna. Non una parola sulla sospensione delle lezioni. Nulla sul diritto allo studio. E nemmeno un accenno alla proporzionalità delle misure. Al contrario, arriva una squalifica totale delle preoccupazioni espresse. Non ci si aspetta che queste risposte le dia la polizia. E infatti non dovrebbe. Sorprende che suoi rappresentanti si sentano legittimati a prendere parola su un tema così politico e delicato. Secondo il segretario provinciale Fsp Luca Pantanella, le accuse sono “ridicole” e i bambini, finalmente, possono andare a scuola “in una zona sicura”. Sicura da chi? Da un centro sociale che per anni ha rappresentato, per una parte del quartiere, un presidio di aggregazione, cultura e socialità. Ma soprattutto: chi decide cosa rende un quartiere sicuro per i bambini? La polizia o le famiglie che lo abitano? Se le famiglie dicono che non si sentono più sicure, chi può dire loro che sbagliano a sentirsi così? E’ davvero surreale. Il passaggio più grave arriva quando Pantanella afferma che “Askatasuna non è un oratorio, ma la base criminale di ogni azione e pensiero sovversivo contro lo Stato”. Qui non siamo più nel terreno dell’ordine pubblico, ma in quello dell’ideologia pura e della propaganda politica. Non un’analisi, non una distinzione, non un fatto: solo un’etichetta totale, che serve a giustificare tutto ciò che è avvenuto e tutto ciò che potrà avvenire. Ancora più inquietante è la chiusura: “Ai bambini i genitori dovrebbero un giorno raccontare che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male assoluto”. È difficile immaginare una frase più rivelatrice. La polizia non si limita a intervenire: riscrive la storia, stabilisce una morale unica, dà la linea politica al governo della Città ed infine indica ai genitori cosa dovrebbero raccontare ai figli. È qui che il confine viene di nuovo, e incredibilmente, superato. Perché nessuno ha delegato le forze dell’ordine a insegnare come si educano i bambini, soprattutto quelli non loro, né a stabilire quali luoghi siano “male assoluto” e quali “bene”. Questa retorica binaria serve solo a una cosa: legittimare la repressione come atto educativo, la militarizzazione come cura, la chiusura delle scuole come effetto collaterale accettabile. I genitori di Vanchiglia stanno difendendo una quotidianità, il diritto dei figli ad andare a scuola senza vivere un clima di assedio, il diritto di un quartiere a non essere trasformato in una zona rossa permanente. La risposta del sindacato di polizia, invece, mostra con chiarezza un’altra idea di città in linea con le politiche del governo: una città in cui chi dissente è il male, chi controlla è il bene e chi vive i territori deve solo adeguarsi e ringraziare. Se questo è il modello di “sicurezza” che ci viene proposto, allora la domanda è semplice e riguarda tutti: da chi dovrebbero davvero essere protetti i bambini?