Gli Stati Uniti e Israele stanno attaccando l’Iran. Dalle 7 del mattino locali
di sabato 28 febbraio 2026 i due eserciti stanno bombardando la capitale
iraniana Teheran in quello che definiscono un “attacco preventivo”, rispetto a
cosa non si sa.
da Radio Onda d’urto
I media e diversi video nel web mostrano missili in volo ed esplosioni continue,
nel centro ma anche nell’est e nel centro nord della città, anche sul ponte
Seyed Khandan, dove si trova il quartier generale congiunto delle forze armate.
Secondo media dell’opposizione iraniana e israeliani, uno degli obiettivi
sarebbe la residenza presidenziale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, si
registrano esplosioni anche a Isfahan e in diverse altre città, tra cui Qom,
Karaj, e Kermanshah. Teheran ha dichiarato chiuso lo spazio aereo “fino a nuovo
ordine”. Lo stesso ha fatto Tel Aviv, dove governo ed esercito però specificano
che “non è necessario rifugiarsi nei bunker”. L’Iran starebbe già rispondendo
con il lancio di missili sul territorio dello stato di Israele, mentre
l’esercito israeliano afferma che gli attacchi sul territorio iraniano hanno già
provocato la morte di molte figure, anche chiave, dei Pasdaran.
In un video pubblicato sul suo social media Truth, il presidente Usa Donald
Trump conferma il coinvolgimento statunitense: “Abbiamo iniziato una grande
operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti
minacce del regime iraniano”, dice Trump. “Abbiamo provato a fare un accordo –
aggiunge nel video il tycoon – ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare
alla sue ambizioni nucleari”. E ancora: “distruggeremo i loro missili e ci
assicureremo che l’Iran non abbia il nucleare. Il regime imparerà a breve che
non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane”. Infine, Trump intima
ai Pasdaran di deporre le armi o, dice, andranno incontro a “morte certa”, ed
esorta, ancora una volta, gli iraniani a “prendere il controllo” del proprio
governo, tornando a strumentalizzare le grandi rivolte popolari di dicembre 2025
e gennaio 2026.
Soltanto ieri sera, venerdì 27 febbraio, il ministro degli Esteri dell’Oman,
mediatore nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, aveva parlato di sviluppi
positivi e della disponibilità di Teheran di smantellare il proprio uranio
arricchito.
Su Radio Onda d’Urto è intervenuta, a caldo, nelle ore immediatamente successive
all’inizio degli attacchi per aggiornamenti, un primo commento e per riportare
testimonianze ricevute da Teheran, Paola Rivetti, ricercatrice e docente di
Relazioni internazionali alla Dublin City University e autrice di diversi lavori
sull’Iran, come il recente Storia dell’Iran, uscito nel gennaio 2026 per le
edizioni Laterza. “Questo è un momento tragico – afferma Rivetti ai nostri
microfoni – Si tratta di un paese la cui popolazione è stata messa in
ginocchio dalla repressione interna, dalle sanzioni economiche, adesso da
questa guerra, quindi è un momento veramente drammatico per gli iraniani e le
iraniane”
Qui un’intervista risalente agli scorsi giorni realizzata da Radio Blackout
sullo stato dell’arte dei colloqui e gli scenari previsti, utile a restituire il
quadro generale che ha portato sino a qui.
Contributo registrato giovedì 26 febbraio con Eliana Riva, caporedattrice di
Pagine Esteri
Un secondo aggiornamento con Eliana Riva, successiva al secondo tempo dei
negoziati tenutesi giovedì.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Sabato 28 febbraio alle ore 14 si svolgerà a Novara un convegno-assemblea dal
titolo Mappare, denunciare e organizzare la resistenza alle fabbriche di
guerra organizzato dalla Rete Antimilitarista piemontese e dai comitati locali.
da Radio Blackout
Verranno accesi i riflettori su due fronti cruciali, quali la filiera delle armi
nel Nord Italia e il greenwashing della guerra a partire dalle inchieste che le
esperienze che si organizzano dal basso sui territori hanno svolto per
individuare le infrastrutture belliche, i flussi e la logistica, oltre agli
investimenti che provengono da aziende israeliane.
Il lavoro sulle infrastrutture belliche sul territorio piemontese che verrà
presentato è consultabile sul sito Mappature dal basso
PROGRAMMA DELLA GIORNATA
Ore 14.00 – Apertura lavori
Saluti introduttivi della Rete Antimilitarista e Intervento di Antonio Mazzeo
Interventi
Assemblea Stop Riarmo: Mappatura delle infrastrutture belliche del Piemonte
Confluenza: presentazione del dossier “Energie rinnovabili e capitale
israeliano: le connessioni nascoste”
Elio Pagani (Abbasso la Guerra ODV): co-autore del libro “Mappatura delle
aziende belliche del Varesotto, co-autore di Varese. La provincia con le ali
mette gli artigli. Mappatura dell’industria bellica varesina” di Abbasso la
Guerra e Weapon Watch
Assemblea Permanente Contro le Guerre: mappatura delle aziende belliche del
Lecchese
Connessioni e mobilitazioni
con Luca Lo Buglio (NO-F35 Trapani)
Ricordo con il Movimento NO-F35 Novara e altri interventi da Liguria, Piemonte e
Lombardia
Il 23 febbraio è stato arrestato Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della
polizia accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26
gennaio nel quartiere di Rogoredo, a Milano. La ricostruzione di quanto accaduto
disegna una dinamica strutturale di abusi e violenza in territori laddove si
alimenta un’esclusione sistemica.
Territori non privi di contraddizioni che vengono narrati in maniera fuorviante
dalla copertura mediatica privando di fatto della possibilità di prendere
parola, ostacolando anche forme di ricomposizione dal basso.
Ci sono delle esperienze e dei vissuti che raccontano di un orizzonte diverso,
di legami che si creano, di autorganizzazione e possibilità che si aprono, di
conflitti che emergono in varie forme. Esiste un riconoscimento sociale e
politico e le ipotesi di percorsi collettivi passano attraverso la lotta per
l’accesso ai bisogni e dal radicamento per la costruzione autonoma di un punto
di vista e di una comunicazione propri.
Alcune riflessioni insieme a un compagno del collettivo Immigrital su questi e
altri temi a partire dagli omicidi di Milano, di Zack e di Ramy.
La foto in copertina è presa da Immigrital1 ed è di @vengaence_ riguarda
un’iniziativa di socialità in quartiere Corvetto.
da Radio Blackout
A rischio sgombero il presidio popolare di San Giuliano: nato lo scorso dicembre
a seguito di espropri, occupazioni abitative e sgomberi forzati degli abitanti,
il presidio è l’ennesima risposta concreta della comunità contro i cantieri
della grande opera inutile.
“Non accetteremo l’ennesima violenza su un territorio che da decenni porta sulle
spalle il peso di decisioni imposte. È il gesto concreto di una comunità che si
rialza e si difende insieme”, scriveva il movimento Notav alla nascita del
presidio permanente.
Oggi arriva la notizia dell’imminente sgombero: per questo motivo è stata
convocata un’assemblea alle 18, che precede l’apericena di questa sera e
la nottata al presidio in sua difesa.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Fabrizio, compagno del movimento No Tav
Per rimanere aggiornati basta seguire il canale telegram Presidio di San
Giuliano
Molteplici società israeliane con progetti nei territori occupati in Palestina e
Cisgiordania approdano su suolo italiano per finanziare progetti di energia
rinnovabile, in particolare agri e fotovoltaico su grande scala.
Abbiamo rintracciato questo flusso di capitali a partire dal caso della stazione
elettrica a Carisio, facente parte del più esteso progetto di campi agrivoltaici
tra Cavaglià e Santhià, nel territorio tra Biella e Vercelli; e abbiamo iniziato
a capire che la dinamica fosse molto frequente quando abbiamo incontrato la
signora Anna a Massarosa che si batte contro un progetto di fotovoltaico nei
campi accanto a casa sua. Abbiamo così dato il via all’inchiesta collettiva
durante la “Due giorni a difesa dell’Appennino” a Villore, di cui qui si possono
leggere le indicazioni per collaborare a questo lavoro.
Il dossier vede oggi la pubblicazione in una sua prima versione, datata febbraio
2026, ma il lavoro di inchiesta collettiva continua e invitiamo a partecipare
con l’obiettivo di individuare questi progetti e costruire una difesa del
territorio ancora più efficace.
INTRODUZIONE : Il suolo italiano nelle mani di Israele
Distese di pannelli fotovoltaici si moltiplicano sul territorio italiano
portando con sé accaparramento delle terre, espropri, devastazione del
paesaggio, della biodiversità: gli impatti sono molteplici e concreti. Come
progetto Confluenza crediamo che nessuna energia possa essere definita
sostenibile o rinnovabile quando annienta l’ecosistema, la storia e la cultura
di un luogo, quando ne esternalizza i profitti e specula. Di fronte al
proliferare di tecnologie definite “verdi”, e agli effetti non sostenibili che
queste hanno sui territori, abbiamo deciso di inchiestare quali siano i soggetti
che alimentano quest’industria energetica ormai ubiquitaria. A fronte delle
questioni sollevate dalla rete di comitati a difesa del territorio e contro la
speculazione energetica, la direttrice su cui focalizzare questa ricerca si è
delineata in maniera naturale. In particolare, a seguito di alcune segnalazioni,
abbiamo detectato la presenza di società israeliane con funzione di investitori
dei progetti agro e fotovoltaici e, dopo aver approfondito alcuni report che a
livello internazionale segnalano questa fonte di business con marchio
israeliano, abbiamo deciso di rintracciare i legami tra progetti predatori sul
suolo italiano e soggetti promotori con sede a Tel Aviv.
In una fase in cui il genocidio in Palestina continua a essere all’ordine del
giorno, l’occupazione delle terre palestinesi da parte di israele si
approfondisce, allargandosi e insediandosi in Cisgiordania, è dirimente indagare
il collegamento che persiste tra capitali e profitti israeliani e suolo
italiano. Riteniamo utile partire da alcune domande: perché Israele approda in
Italia attuando questo modello di business del rinnovabile? La modalità con cui
vengono imposti i progetti, a suon di propaganda del “capitalismo verde”, trova
una eco con la provenienza delle società che li promuovono, esportano,
impongono.
Sono riflessioni che potrebbero sembrare banali, tuttavia crediamo sia centrale
sottolineare la tendenza che si sviluppa all’interconnessione tra economia
bellica ed energetica, economia del genocidio, accaparramento delle terre e di
risorse. Andiamo a declinare quali piani si intrecciano: quello dello
sfruttamento territoriale in incremento in Italia, soprattutto quello collegato
al consumo di suolo e alla speculazione energetica; quello di espansione fondato
sull’accaparramento e la colonizzazione, tramite l’utilizzo di tecnologie
avanzate di cui Israele è pioniera.
Lo sviluppo tecnologico assume un rilievo di primo piano: da sempre Israele è
connotato nel mondo per gli avanzamenti tecnologici come fiore all’occhiello,
specialmente nel campo dell’high tech, delle tecnologie per la sorveglianza e
nel settore energetico, in primis per le rinnovabili. Sul sito del Ministero
dell’Economia e dell’Industria di Tel Aviv, alla sezione “Israel Trade missions
in Italy” viene esplicitamente riportato: “Israele è diventato leader mondiale
nell’uso dell’energia solare. Il Paese ha ampie zone desertiche che offrono
un’elevata radiazione solare, rendendo l’energia solare una scelta naturale. […]
Inoltre, Israele ha iniziato ad esportare la sua esperienza e le sue tecnologie
nel campo delle energie rinnovabili in tutto il mondo1”. L’innovazione
tecnologica, sia in ambito digitale che in ambito ecologico, è strutturalmente
funzionale a tenere in piedi uno stato genocida, il che dimostra e conferma
quanto la tecnologia non sia mai neutra, ma anzi, come questa giochi un ruolo
centrale nel progettare e poi con-causare conflitti, guerre, stermini. L’abbiamo
visto con l’elevato potenziale digitale tradotto in sistemi di cybersicurezza o
con dispositivi più mirati all’annientamento di vite umane (pensiamo a programmi
come lavander).
Anche le tecnologie rinnovabili non sono neutre e ricoprono un ruolo: il
greenwashing è una pratica estesa nel caso israeliano, uno strumento utile a
restituire l’immagine di uno stato all’avanguardia, in linea con l’intento di
ripulire l’occupazione e l’apartheid in Palestina. È proprio nei territori
palestinesi, infatti, che le aziende israeliane hanno avuto modo di sperimentare
e affinare le tecnologie fotovoltaiche. I terreni, appartenenti ai palestinesi,
vengono accaparrati e gli abitanti vengono espulsi: è il colonialismo di
occupazione. In questo sistema progettato per espandere un modello di
occupazione ed espropriazione, i pannelli assumono un ruolo non marginale, ossia
occupare terreno ed evitare un possibile ritorno dei palestinesi nelle loro
terre, affermando la presenza dei coloni. Una tecnologia, quindi, che deve i
suoi avanzamenti e perfezionamenti alla stretta connessione con l’occupazione e
la sottrazione di terre da parte dell’entità sionista.
Non si tratta di stimolare parallelismi che non avrebbero senso di esistere ma
di vedere come l’orizzonte al quale i governi nostrani vogliono puntare viene
incarnato in ciò che il progetto sionista pratica quotidianamente e
concretamente su suolo palestinese. Il meccanismo, su scale di grado
diametralmente diverse, si riproduce ad altre latitudini tramite espropri,
snaturazione dell’area e una lenta (ma talvolta anche con accelerazioni)
espulsione di chi ha abitato e si è preso cura da sempre di quelle zone.
Nel campo della formazione attraverso le mobilitazioni in ambito universitario
si è parlato della israelizzazione delle università e della società in
generale. In un contributo realizzato dall’assemblea torinese dal nome Stop
Riarmo vengono tracciate queste linee di tendenza2. In questo dossier intendiamo
mettere in luce come l’israelizzazione sia già in atto anche sui territori
italiani, sul suolo agricolo e sulle montagne, attraverso l’instaurazione di
progetti di speculazione energetica, le cui aziende promotrici sono a loro volta
finanziate da grandi gruppi israeliani i quali, nella maggior parte dei casi,
affinano le loro conoscenze scientifiche e sviluppano le loro tecnologie
sfruttando le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina.
Si tratta quindi di un triplo livello di sfruttamento e di espropriazione: il
ciclo di accumulazione che viene riprodotto porta così a risultati su più
livelli per l’economia del genocidio. Innanzitutto, all’occupazione di suolo
altrui (senza dover destinare il proprio a tali progetti) attraverso
l’imposizione di infrastrutture energetiche; in secondo luogo,
all’espropriazione e sfruttamento delle risorse naturali altrui come il vento,
il sole e l’acqua, oltre alla negazione della possibilità di coltivare; infine,
alla capitalizzazione sia in termini di know how sia in termini di produzione
energetica, il che permette di aumentare il raggio di azione, gli investimenti e
i profitti estendendo le proprie mire ovunque nel mondo; ciò avviene nella
finanziarizzazione del territorio, in modo da incorporare porzioni di territorio
in un portafoglio finanziario che deve garantire rendimenti stabili, elevati e
di lungo periodo.
Metodo
Proveremo ad appurare questa tesi portando alcuni esempi concreti che abbiamo
indagato con l’obiettivo di individuare i primi e più evidenti legami tra
economia del genocidio e profitti israeliani su suolo italiano. Questo dossier
prende origine da ciò che abbiamo ricostruito in questi mesi, tramite gli
incontri con abitanti, comitati e cittadini che si sono attivati per difendere i
propri territori da progetti di speculazione energetica. I dati che restituiamo
in questa prima forma di dossier scaturiscono dallaricerca collettiva di chi si
trova a dover fronteggiare in prima persona il sistema della speculazione
energetica e dell’esproprio sui propri territori e dal supporto prezioso del
lavoro svolto dal centro di ricerca indipendente WhoProfits dal quale abbiamo
reperito la maggior parte delle informazioni sulle aziende grazie al database
nel quale è possibile individuare il coinvolgimento commerciale delle società
israeliane e internazionali nell’occupazione della terra della popolazione
palestinese e siriana, facilmente consultabile sul loro sito. Questa prima
pubblicazione è provvisoria, in quanto pensiamo si tratti di un lavoro in
continuo aggiornamento al quale invitiamo a contribuire risalendo all’origine di
chi investe sui nostri territori con la prospettiva di mettere in circolazione
queste informazioni e sulla base di queste attivarsi in maniera ancora più
decisa.
Per chi vuole fare segnalazioni può scrivere alla mail confluenza.info@gmail.com
in modo da contribuire all’inchiesta collettiva e mettersi in rete.
I CASI STUDIO
Come viene riportato in un report dal titolo “The complicity of the Spanish
financial sector in the occupation of Palestine. The case of solar energy and
Greenwashing3” :
Il settore energetico israeliano ha subito un grande sviluppo negli ultimi anni.
La scoperta di grandi giacimenti di gas naturale a 40 km dalle coste del paese
ha trasformato il mix energetico israeliano e ridotto la sua dipendenza
dall’estero. Israele è così passato dall’essere un paese quasi completamente
dipendente dalle importazioni di energia a uno in grado di soddisfare tutto il
suo fabbisogno energetico, esportando energia anche nei paesi vicini. Le
tendenze globali, insieme alle trasformazioni nel settore energetico israeliano,
hanno portato a delibere governative volte a promuovere l’energia rinnovabile
nel settore elettrico e ad aumentare la crescita dell’elettricità prodotta.
Nell’ottobre 2020 il governo israeliano si è posto l’obiettivo di ottenere il
30% dell’energia consumata nel Paese da fonti rinnovabili entro il 2030. Secondo
questo piano, l’energia solare coprirà circa il 90% dell’elettricità, mentre
l’energia eolica, idrica e da biomasse produrrà il restante 10%. L’attuazione di
progetti di energia solare è un altro fattore che contribuisce all’espansione
territoriale del Paese verso regioni in cui la maggioranza della popolazione e
la proprietà terriera sono palestinesi, e si traduce nella confisca e
nell’annessione di questi territori.
1. ENLIGHT Direttamente coinvolta in progetti nei territori occupati
2. ECOENERGY Condivide il proprio fondo assicurativo con MIGDAL e INSURANCE che
possiedono infrastrutture in Cisgiordania e nei territori palestinesi
occupati
3. SUNPRIME Finanziata da NoFarEnergy e NoyFund che a sua volta incorpora CLAL
e MIGDAL
4. ELLOMAY Finanziata da CLAL a partire dall’accordo del 20 giugno 2025,
possiede progetti in Cisgiordania
1. ENLIGHT RENEWABLE ENERGY
Come riportato da Luigi Mastrodonato nel suo articolo Le aziende israeliane che
fanno affari con le rinnovabili in Italia, la Enlight Renewable Energy è nata
nel 2008 in Israele. Come sottolinea Who Profits, negli ultimi anni ha
partecipato a diversi progetti sulle alture del Golan in particolare
sull’installazione di turbine, sulla costruzione di strade e sull’ampliamento
delle linee ad alta tensione. Ha installato pannelli solari nelle basi militari
e nel suo budget filantropico del 2024, che rendiconta le varie donazioni fatte
a persone ed enti privati e pubblici, risultano fondi destinati all’esercito
israeliano. Da qualche anno l’azienda ha messo gli occhi sull’Italia per
installare, attraverso sue sussidiarie, impianti solari, eolici e di storage.
Alcuni, come quello di Nardò, in Puglia, sono già stati approvati. Altri, tra
Puglia, Basilicata e Molise, sono in attesa del via libera”.
Enlight, per portare a compimento lo sfruttamento delle risorse naturali nelle
terre occupate, viene finanziata da Clal. Come segnala Who Profits, quest’ultima
detiene il 6,7% di Enlight Renewable Energy e nel 2019 ha firmato accordi con
Enlight per un totale di 70 milioni di NIS per il finanziamento di quattro
progetti di parchi solari. Già nel 2018 le due avevano firmato un altro accordo
di finanziamento per un totale di 160 milioni di NIS destinati a impianti di
produzione fotovoltaica.
Sul loro sito si raccontano come un’azienda nata per progetti di energia solare
di piccola scala su tetti, per poi diventare una “leading global renewables
platform” con progetti su scala industriale in 10 Paesi. Traducendo, “I nostri
sforzi per accelerare la transizione energetica sono fondamentali nel percorso
verso il Net Zero. Per Enlight: “fare impresa facendo del bene è una cosa reale
e radicata nel nostro lavoro quotidiano”.
Chi ricopre ruoli di comando all’interno di Enlight?
Nella Board of Directors troviamo:
Gilad Yavetz
“Co-fondatore e amministratore delegato della società dalla sua nascita nel 2008
fino all’ottobre 2025, quando ha assunto l’attuale ruolo di presidente
esecutivo. Prima di fondare Enlight, Gilad ha ricoperto il ruolo di
vicepresidente marketing e vendite presso BVR, un’azienda high-tech che
collabora con le principali forze militari di tutto il mondo.”
Come riportato nell’articolo dello scorso dicembre Dopo aver guidato gli sforzi
di recupero degli ostaggi di Israele, il maggiore generale Nitzan Alon si unisce
all’ex CEO di Enlight per sostenere l’innovazione energetica “Gilad Yavetz e il
maggiore generale Nitzan Alon hanno deciso per la prima volta di istituire un
fondo di capitale di rischio focalizzato sul settore energetico nell’estate del
2023. Tuttavia, lo scoppio della guerra il 7 ottobre di quell’anno, che colpì
profondamente la vita di entrambi, mise in pausa i loro piani. Yavetz, allora
amministratore delegato della società di energia rinnovabile Enlight, perse suo
figlio, il capitano Yiftah Yavetz, nei combattimenti, mentre Alon, un membro
senior della società informatica Matrix, fu chiamato nelle riserve per dirigere
il Quartier Generale degli ostaggi e delle persone scomparse dell’IDF. Ora, dopo
che Alon ha completato il suo incarico circa un mese fa e Yavetz è passato a
ricoprire la carica di presidente di Enlight, i due stanno tornando alla loro
visione originaria: lanciare il fondo concepito per la prima volta due anni e
mezzo fa.”
Yair Seroussi
“Vicepresidente del consiglio di amministrazione, dopo un mandato di sette anni
come presidente. È presidente di ZIM Integrated Shipping Services Ltd. (NYSE:
ZIM), un operatore di spedizioni globali. Seroussi porta con sé un’immensa
esperienza nel consiglio di amministrazione, avendo ricoperto la carica di
presidente della Bank Hapoalim, una delle più grandi banche israeliane, e
dell’Associazione delle banche in Israele, e avendo guidato le operazioni
israeliane di Morgan Stanley per oltre 15 anni”.
Come testimonia l’articolo Israeli banks under fire for soaring profits amid
Gaza genocide, le più grandi banche israeliane hanno visto i loro profitti
salire alle stelle con il genocidio in Palestina. In particolare, le banche
maggiormente coinvolte sono cinque: Bank Leumi, Bank Hapoalim, Mizrahi Tefahot,
Israel Discount Bank e First International. Queste cinque grandi banche hanno
accumulato, secondo il Financial Times, un utile netto di 29,5 miliardi di NIS
(circa 7,8 miliardi di dollari) nel 2024. Sia Leumi che Hapoalim, inserite nella
UN Blacklist, hanno riportato guadagni record.
Inoltre, Bank Hapoalim è una delle numerose banche israeliane inserite nella
lista di boicottaggio e disinvestimento del più grande fondo sovrano del mondo,
Norges Bank Investment Management.
Who Profits sottolinea che “La Hapoalim Bank fornisce basi finanziarie e servizi
per le attività di insediamento e l’espansione degli insediamenti e trae
vantaggio dall’attività finanziaria negli insediamenti israeliani illegali nei
territori palestinesi occupati. Finanzia varie società di costruzione per
realizzare progetti immobiliari negli insediamenti della Cisgiordania occupata e
detiene come garanzia i diritti della società sul terreno e sul progetto.
La Hapoalim Bank ha guidato il finanziamento della costruzione dei parchi eolici
Ruach Beresheet ed Emek Habacha nel Golan siriano occupato con oltre 1 miliardo
di NIS per Enlight Renewable Energy. Tutti progetti su larga scala che sfruttano
i terreni occupati e le loro risorse naturali, insieme agli insediamenti della
zona e a beneficio delle famiglie e dell’industria israeliane su entrambi i lati
della Linea Verde.
La Hapoalim Bank promuove e sponsorizza tour in collaborazione con
organizzazioni di coloni nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e nel
Golan siriano. La Bank Hapoalim gestisce filiali e sportelli automatici di
servizi bancari negli insediamenti nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme
Est e nel Golan siriano. Nel 2022 ha finanziato la creazione del campo militare
“Ofek Rahav” del Ministero della Difesa israeliano e già nel 2012 ha prestato a
questo 200 milioni di euro per finanziare l’acquisto di 30 aerei da
addestramento e istruzione per un importo di 1 miliardo di euro.
La Hapoalim Bank beneficia dell’accesso al mercato bancario palestinese come
mercato vincolato. Secondo il Protocollo di Parigi, l’economia palestinese è
soggetta alla valuta israeliana e i rapporti finanziari del mercato bancario
palestinese con il resto del mondo devono passare attraverso il sistema bancario
israeliano. Le banche palestinesi devono fare affidamento sulle banche
israeliane, che fungono da banche corrispondenti, per i trasferimenti di fondi e
i servizi di compensazione, per i quali la banca richiede depositi di garanzie
di cassa esorbitanti e addebita commissioni elevate, e impone restrizioni al
trasferimento di denaro.”
Amit Paz
“Co-fondatore di CINO (Chief Innovation Officer) e Co-fondatore di Enlight,
attualmente alla guida delle iniziative di innovazione dell’azienda. Porta
decenni di esperienza nella gestione di progetti su larga scala in Israele e
all’estero. Prima della fondazione di Enlight, è stato vicepresidente delle
alleanze strategiche di Baran Group, una delle più grandi società di ingegneria
israeliane.”
Sempre segnalato da Who Profits, Baran Group è un fornitore israeliano di
ingegneria civile, tecnologia, telecomunicazioni e soluzioni di costruzione,
operatore globale quotato in borsa. Tra gli ultimi coinvolgimenti negli
insediamenti nei territori palestinesi occupati, nel febbraio 2024, Baran
Israel, una sussidiaria interamente controllata da Baran Group, ha pubblicato
una gara aperta per lavori di sviluppo per completare un progetto residenziale
nell’insediamento di Ma’ale Adumim nella Cisgiordania occupata. Lavori che la
società aveva in parte già realizzato nel 2022 e nel 2023 e che includevano la
demolizione di strade, infrastrutture agricole sotterranee, la costruzione di un
passaggio sotterraneo, muri di contenimento.
Nel maggio 2020 la società ha firmato un contratto con Elbit Systems per la
pianificazione e la gestione del trasferimento delle fabbriche dell’industria
militare israeliana (IMI) nella zona industriale di Ramat Beka nel Naqab, per un
valore di circa 18 milioni di dollari (60 milioni di NIS). Nel 2019, al Gruppo
Baran è stato concesso un contratto con la polizia israeliana per la costruzione
e la manutenzione di edifici per un valore di circa 7 milioni di NIS.”
Nel settore energetico, invece, nel 2022 Baran Israel ha gestito l’installazione
della prima turbina presso la centrale elettrica del parco eolico di Beresheet,
nel Golan siriano occupato, un grande progetto di Enlight Renewable Energy.
Notando, dunque, i numerosi progetti che Enlight Renewable Energy possiede nei
territori palestinesi occupati e nel Golan siriano, di seguito segnaliamo quelli
indicati dal gruppo di ricerca WhoProfits:
Progetto di energia eolica Ruach Beresheet
“Attraverso la sua filiale Ruach Beresheet L.P., Enlight è la proprietaria di
maggioranza del parco eolico Ruach Beresheet (Wind of Genesis) nel Golan siriano
occupato, a oggi il più grande progetto di energia rinnovabile israeliano
esistente su entrambi i lati della Green Line finora.
L’impianto si trova nella zona di Tel el Farass, nel sud-est del Golan siriano,
ed è stato istituito dalla società in collaborazione con gli insediamenti di
Yonatan, Alonei HaBashan, Ramat Magshimim, Mevo Hama, Natur, Kanaf, Avnei Eitan
e Ma’ale Gamla, che insieme possiedono il 10% del progetto.
Dispone di 39 turbine eoliche con una capacità installata di 207 MW, grazie alle
quali si prevede di fornire elettricità a 70.000 famiglie e generare un
fatturato annuo di 192 milioni di NIS nell’ambito di un accordo di 20 anni con
la Israel Electric Corporation. Il progetto include anche la costruzione e
l’espansione di 35 km di strade e una linea ad alta tensione comprendente fibre
ottiche che saranno distribuite sul Golan e consentiranno l’utilizzo di Internet
ad alta velocità agli insediamenti della zona. Le 39 turbine sono state fornite
da General Electric4, che è anche responsabile della produzione, della
fornitura, del trasporto, del sollevamento e del funzionamento delle stesse in
loco.
Il progetto è stato costruito da Minrav5 e Nextcom6 che ha effettuato la
pianificazione e l’esecuzione delle infrastrutture elettriche, di comunicazione
e di ingegneria civile, comprese le fondamenta delle turbine, le strade
pavimentate e le superfici delle gru per il progetto. L’istituzione del progetto
Ruach Beresheet è stata finanziata da un consorzio guidato da Hapoalim Bank in
collaborazione con Migdal Insurance7 e Financial Holdings Ltd. per un importo di
1,05 miliardi di NIS su un costo stimato di 1,25 miliardi di NIS. Nel giugno
2023 Enlight ha attivato le prime turbine del parco eolico.”
Progetto eolico Emek Habacha
“Attraverso la sua filiale Emek HaBacha Wind Energy Ltd., Enlight detiene il
40,85% del progetto eolico Emek Habacha nel Golan siriano settentrionale. Un
progetto che presenta 34 turbine eoliche con una capacità installata di 109 MW e
che dovrebbe generare energia per 40.000 famiglie israeliane, prospettando un
fatturato annuo di 105-145 milioni di NIS in bollette dell’elettricità.
Le turbine sono realizzate dalla società statunitense General Electric (NYSE:
GE), che impiega anche ingegneri elettrici e tecnici sul campo, i quali
forniscono servizi di manutenzione, gestione e formazione di subappaltatori,
ordini di acquisto e lavoro con fornitori, ordinazione di attrezzature e
gestione dell’inventario. Il progetto è stato finanziato da un consorzio guidato
da Hapoalim Bank ed è diventato operativo nel marzo 2022.”
Progetti aggiuntivi
“La filiale di Enlight, Enlight-Kidmat Zvi LP, gestisce un progetto solare
nell’insediamento di Kidmat Tzvi nel Golan siriano. L’altra filiale di Enlight,
Peirot HaGolan – Enlight L.P., gestisce un campo fotovoltaico da 1,5 MW
nell’insediamento di Merom Golan nel Golan siriano. Ha inoltre sei impianti
fotovoltaici installati costruiti su infrastrutture idriche nel Golan siriano in
collaborazione con Mei Golan Water Corporation, di proprietà di 27 insediamenti
nel Golan.
Nel gennaio 2022, la società è stata selezionata per partecipare a un programma
pilota lanciato dal Ministero dell’Energia e dal Ministero dell’Agricoltura e
dello Sviluppo Rurale per esaminare la fattibilità del doppio uso dei terreni
agricoli per la generazione di elettricità dall’energia solare. Come parte del
progetto, Enlight è stata selezionata per sviluppare impianti agro-voltaici
nell’insediamento di Carmel nella Cisgiordania occupata e negli insediamenti di
Ramat Magshimim e Merom Golan nel Golan siriano. Nel 2023, la società è stata
selezionata nuovamente per sviluppare quattro strutture aggiuntive negli
insediamenti di Ramat Magshimim e Merom Golan nel Golan siriano occupato.”
Progetti di energia rinnovabile nel Naqab
“L’azienda possiede il 90% del campo solare Eshkol Havetzelet-Halutziot, nella
regione di Naqab, con una potenza di 55 MW, che si estende su 1000 dunam di
terra (100 ettari). Nell’ambito del sopracitato programma pilota è stata
approvata la costruzione di 42 impianti su terreni agricoli nel Naqab. Queste
strutture contano un totale di 431,5 dunam e hanno una capacità totale di 35,641
MW. A Enlight sono stati concessi sei progetti pilota.”
PROGETTI su suolo italiano
PUGLIA: un campo fotovoltaico, un progetto di accumulo, un campo agrovoltaico
(riprendiamo dal sito di Enlight)
Nardò: “Il progetto fotovoltaico Nardò, situato nei pressi della città di Nardò
in Puglia, nel sud Italia, avrà una capacità installata di 97 MW. Il sistema
comprende pannelli solari a struttura fissa. Una parte essenziale dell’impianto
è il progetto del ‘Parco Verde’, che si estende su una superficie di 40 ettari e
offre ai residenti di Nardò un’area verde ricreativa.” Localizzato nelle
vicinanze, “il progetto di accumulo (storage) Nardò si prevede diventerà uno dei
più grandi sistemi di accumulo di energia a batteria del Paese, con una capacità
di 1.254 MWh.”
Quello di Nardò è l’unico impianto di accumulo di Enlight in Europa, altri 8
sono nei territori palestinesi occupati, un altro negli USA, nello Stato di New
Mexico.
Gravina PV “è un progetto agrovoltaico a Gravina di San Felice, vicino a Gravina
di Puglia: avrà una capacità installata di 60 MW e consentirà al contempo di
utilizzare il terreno per la coltivazione di erbe medicinali.”
BASILICATA: 2 progetti di fotovoltaico
Montemilone PV: “Il progetto fotovoltaico Montemilone avrà una capacità
installata di 20 MW, è ubicato nei pressi di Montemilone e comprende moduli
fotovoltaici a struttura fissa.”
Genzano PV: “Il progetto Genzano PV avrà una capacità installata di 20 MW,
comprende moduli fotovoltaici di base a struttura fissa e si trova vicino a
Genzano di Luca.”
MEPROLIGHT
“È un produttore e fornitore di mirini elettro-ottici e ottici, mirini
autoilluminanti per pistole e fucili a visione notturna e mirini e dispositivi
termici. L’azienda fornisce attrezzature all’esercito e alla polizia israeliani.
Nel 2015 è stata incaricata di fornire all’esercito decine di migliaia di
apparecchiature ottiche, mentre nel 2016 ha vinto una gara d’appalto per
fornirgli migliaia di mirini reflex MEPRO MOR, un mirino riflesso a punto rosso
compatto, robusto, multiuso, multi-attivato con puntatori laser integrati
progettati per una ripresa rapida e accurata. La società ha inoltre fornito
attrezzature all’esercito durante l’assalto israeliano a Gaza nel 2014.”
Mobilitazioni in Spagna
In Spagna, già tra luglio e agosto scorsi sono state chiamate all’attenzione e
denunciate le implicazioni e la complicità di Enlight Renewable Energy nei
territori illegalmente occupati in Palestina e Siria. Come viene riportato
dall’articolo Más de 130 oenegés y colectivos denuncian a la empresa israelí
Enlight por “promotora de la ocupación de Palestina”, oltre centinaia di
organizzazioni a difesa dell’ambiente e dei diritti umani hanno inviato una
lettera a Pedro Sanchez in cui chiedono di intterrompere le operazioni
commerciali della società israeliana su suolo spagnolo.
Nell’articolo La ocupación a través de las renovables: grupos de Amigas de la
Tierra exigimos a los gobiernos cortar relaciones con una empresa energética
israelí si riporta la mobilitazione dell’associazione Amici della Terra in
Spagna che sottolinea la responsabilità di Enlight Renewable Energy
inquadrandola in una storia di collaborazione con le forze di occupazione
israeliane. Oltre che in Italia e in Spagna, l’azienda promuove progetti in
Croazia, Irlanda, Ungheria, Serbia, Kosovo, Svezia e Stati Uniti. Sostenendo che
“i governi che collaborano con Enlight violano il diritto internazionale”,
l’associazione ha dunque lanciato l’appello al boicottaggio.
Segnalando il coinvolgimento del co-fondatore Yavetz con l’industria bellica
israeliana (di cui sopra), rimarca la lunga esperienza di collaborazione tra
Enlight Renewable Energy e l’IDF in progetti di energia rinnovabile. “Nel 2011
Enlight ha vinto una gara d’appalto per installare 45 pannelli solari sui tetti
delle basi dell’IDF, generando 2,25 megawatt di elettricità, il che
rappresentava il più grande progetto dell’azienda in quel momento. L’IDF lavora
attivamente per aumentare l’uso di fonti di energia rinnovabile e all’interno
delle proprie basi, come nel caso del megaprogetto solare della base aerea Ramón
(2017). Secondo una nuova proposta quadro, Enlight manterrà un’infrastruttura
che costruirà per circa 15 anni, prima di trasferirne la proprietà all’IDF, e
condividerne i profitti.”
Altre azioni di denuncia portate avanti in Spagna in solidarietà con la
Palestina sono avvenute contro un parco eolico di proprietà di Enlight a Gecama.
Nell’articolo Protest against Israeli-owned wind farm over developer’s ‘support
for genocide’ in Gaza vengono riportati i motivi del dissenso: “La protesta ha
avuto luogo presso il parco eolico Gecama da 331 MW, che è stato avviato nel
2022 e dispone di 69 turbine fornite dal produttore tedesco Nordex. Enlight
detiene una partecipazione del 72% nel progetto e a inizio 2025 ha annunciato di
essersi assicurata un finanziamento per trasformare il parco eolico nel più
grande complesso di energia ibrida in Spagna attraverso l’aggiunta di un parco
solare da 250 MW e di un sistema di accumulo di energia a batteria da 100 MW.”
Si aggiunge, inoltre, che nel rapporto sulla sostenibilità di Enlight del 2024,
tra le donazioni della società in ambito filantropico, scelte dai dipendenti, si
leggono fondi per il “sostegno all’IDF”.
Manifestanti al parco eolico Gecama da 331 MW in Spagna, che lo sviluppatore
israeliano Enlight vuole trasformare in un importante complesso di energia
ibrida. Oriol del Río López – Amigas de la Tierra
2. ECOENERGY
Ecoenergy, come viene riportato dall’articolo di Luigi Mastrodonato8 è
un’azienda “che sviluppa e gestisce progetti di energia rinnovabile. L’azienda è
stata fondata a Kfar Saba nel 2009, periodo in cui è cominciato il boom delle
energie rinnovabili in Israele. Tra il 2018 e il 2022 la capacità degli impianti
israeliani di energia rinnovabile è aumentata in media del 37 per cento
all’anno, più del doppio rispetto ai quattro anni precedenti. Nello stesso
periodo il numero di aziende del settore quotate alla borsa di Tel Aviv è
raddoppiato”.
Dal loro sito abbiamo preso in esame i partner
PHOENIX collabora con almeno 36 compagnie che fanno affari sui territori
palestinesi occupati, secondo il database consultabile sul sito Who Profits
Research Center, ne citeremo solo alcune con parte della relativa descrizione
che appare sul sito, ma invitiamo ad approfondire.
AFCON HOLDINGS
“Il gruppo si impegna nella progettazione, produzione, integrazione e
commercializzazione di sistemi elettromeccanici e di controllo. L’azienda
fornisce servizi all’esercito israeliano, al servizio carcerario israeliano e
alla polizia israeliana. La consociata interamente controllata dalla società,
Afcon Control and Automation, è il rivenditore autorizzato in Israele di metal
detector CEIA che sono stati documentati nei checkpoint israeliani nel 2008,
come il checkpoint Cave of the Patriarchs a Hebron, il checkpoint Beit Iba e il
checkpoint Erez a Gaza, nonché i checkpoint nella Valle del Giordano occupata.”
ASHTROM GROUP
“Una società israeliana quotata in borsa attiva nei settori della
contrattazione, dello sviluppo residenziale, delle proprietà che producono
reddito, degli alloggi in affitto, delle industrie delle costruzioni e delle
energie rinnovabili. Attraverso le sue filiali, la società gestisce una cava
nella Cisgiordania occupata e un impianto di cemento nella Gerusalemme Est
occupata, ed è coinvolta in un progetto di energia rinnovabile nel Golan siriano
occupato.Inoltre si occupa di fornire servizi agli insediamenti: l’azienda
gestisce una fabbrica di cemento nella zona industriale di Atarot nella
Gerusalemme Est occupata”.
BANK LEUMI
“Bank Leumi Le-Israel B.M. è una banca commerciale israeliana che fornisce una
varietà di servizi bancari e finanziari. Bank Leumi fornisce basi finanziarie e
servizi per le attività di insediamento e l’espansione degli insediamenti, e
beneficia dell’attività finanziaria negli insediamenti israeliani illegali nel
territorio palestinese occupato.”
CELLCOM ISRAEL
“Un gruppo di telecomunicazioni israeliano quotato in borsa che fornisce una
vasta gamma di servizi di comunicazione. Cellcom è il più grande fornitore di
telefonia mobile israeliano, che fornisce una vasta gamma di servizi tra cui
telefonia cellulare, servizi cellulari, servizi a banda larga ad alta velocità,
servizi multimediali, servizi televisivi over-the-top (OTT), infrastrutture
Internet e servizi di connettività, servizi di chiamata internazionali e servizi
telefonici fissi. Cellcom fornisce servizi di telecomunicazione e infrastrutture
cellulari agli insediamenti della Cisgiordania occupata, Gerusalemme Est e del
Golan siriano, e fornisce servizi cellulari e Internet al Ministero della Difesa
israeliano, all’esercito israeliano e all’Amministrazione civile israeliana
nella Cisgiordania occupata. La società ha fornito infrastrutture cellulari
all’esercito israeliano all’interno della Gaza occupata.”
RGREEN collabora con:
TAHAL GROUP INTERNATIONAL
“Una società di ingegneria multinazionale specializzata in sistemi idrici e
acque reflue. Tahal Group International è stato incaricato di sviluppare il
piano generale per il riutilizzo delle fognature e delle acque reflue per
Gerusalemme. Il piano generale copre l’impianto occidentale (Sorek-Refa’im), che
serve gli insediamenti di Givat Zeev e Beitar Illit nella Cisgiordania occupata,
così come due impianti, Homat Shmuel e Nabi Musa, che trattano le acque reflue
del bacino orientale di Gerusalemme.
L’impianto di trattamento delle acque reflue orientali (Nabi Musa) tratta le
acque reflue dei quartieri nord-orientali di Gerusalemme (compresi i quartieri
degli insediamenti di Neve Ya’akov e Pisgat Ze’ev) così come gli insediamenti di
Ma’aleh Adumim, Ma’aleh Adumin Industrial Zone, Adam, Anatot e Mitzpeh Yericho.
L’impianto di trattamento è stato costruito nell’area di Nabi Mussa nella Valle
del Giordano nella Cisgiordania occupata, su un appezzamento di 200 dunam da
utilizzare per lagune aerate. Secondo il progetto di Tahal, l’impianto avrà il
potenziale per trattare le acque reflue dal bacino dell’Og e dalla valle di
Kidron. L’impianto orientale sostituirà il bacino idrico di Og, situato vicino
al Mar Morto, che viene temporaneamente utilizzato come impianto di trattamento
delle acque reflue. Il serbatoio continuerà ad essere utilizzato come serbatoio
per gli effluenti trattati utilizzati nell’irrigazione all’interno degli
insediamenti agricoli nella Valle del Giordano occupata.”
ZIM INTEGRATED SHIPPING SERVICES
“Zim Integrated Shipping Services Ltd., comunemente nota come ZIM, è una società
di trasporto merci internazionale israeliana quotata in borsa. L’azienda è una
delle prime 10 compagnie di navigazione al mondo, che opera in più di 100 Paesi
in oltre 330 porti in tutto il mondo, offrendo servizi di carico secco, merci
refrigerate, merci speciali, merci pericolose e trasporto interno. La società
era precedentemente di proprietà statale israeliana ed è stata privatizzata alla
fine del 2003.”
Ricordiamo in merito che la compagnia ZIM è stata più volte bloccata nei suoi
tentativi di attraccare nei porti italiani durante gli scioperi generali a cui
hanno contribuito in maniera significativa e determinante i gruppi di lavoratori
portuali autonomi. Da Genova a Livorno sino a Taranto numerose giornate di lotta
hanno avuto la capacità di impedire alla ZIM di approdare sul territorio
italiano.
Cronologia della mobilitazione “Blocchiamo tutto”
Riprendiamo il comunicato di USB in merito al blocco a Genova della nave merci
della compagnia israeliana Zim: boicottiamo le navi del genocidio in tutta
Italia.
“Nella sera del 27/09/2025, durante la partenza del corteo in solidarietà alla
Palestina previsto a Genova, i portuali del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori
Portuali) sono venuti a conoscenza dai lavoratori in turno che, proprio in quel
momento, presso il terminal Spinelli si trovava ormeggiata la nave Zim New
Zealand della compagnia Israeliana ZIM con 10 container sospetti. Immediatamente
i portuali insieme a una parte della città hanno scelto di entrare in porto per
impedire che la nave venisse caricata mentre il resto della città giungeva in
solidarietà presso Varco Etiopia. L’USB ha immediatamente proclamato sciopero di
24h a partire dalle 21.30 presso il terminal per garantire la possibilità di
astensione dal carico e scarico di armamenti. Entro poche ore, dato
l’incredibile numero di lavoratori e studenti accorsi in solidarietà, è stato
ordinato alla nave di lasciare immediatamente la banchina. Una grande vittoria
della città di Genova e dei portuali del CALP, che ancora una volta dimostra il
ruolo che la classe operaia può e deve svolgere contro la guerra al fianco del
popolo Palestinese, contro il genocidio e contro il riarmo Europeo.
Successivamente un corteo partito da Varco Etiopia ha raggiunto la prima
mobilitazione prevista per ritrovarsi in piazza Matteotti e raccontare a tutta
la cittadinanza quanto accaduto nel corso della notte, rilanciando l’eventuale
sciopero generale immediato in caso di attacco alla Global Sumud Flotilla,
ripartita proprio ieri notte.
Le iniziative nei rispettivi porti contro le merci israeliane si stanno
moltiplicando, poniamo con urgenza il tema della necessità di un embargo
immediato a tutte le merci dirette o provenienti da Israele.”
Nei giorni successivi la nave Zim Virginia avrebbe dovuto attraccare presso il
terminal Darsena Toscana a Livorno, nello specifico durante la notte di lunedì
29 settembre. Per contro è rimasta per tutto il giorno in rada, così come era
successo a Genova due giorni prima. I portuali, appoggiati sia dal sindacato di
base Usb che dalla Filt Cgil. avevano infatti confermato: «Nessuna operazione di
sbarco, imbarco e stoccaggio verrà effettuata».
Chi investe in ECOENERGY ?
Come detto il settore delle rinnovabili per Israele è un grande campo di
profitto in crescita. In merito a questo riportiamo una dichiarazione di
Ecoenergy a seguito di un investimento ricevuto. E’ interessante indagare su chi
siano i partner finanziatori.
“Econergy Renewable Energy è lieta di annunciare il completamento di un
collocamento privato di circa 250 milioni di NIS (62,5 milioni di euro).
L’aumento di capitale è stato realizzato mediante l’emissione di circa 9,06
milioni di azioni ordinarie al prezzo di 27,6 NIS per azione, con uno sconto del
4,5% rispetto al prezzo di chiusura al 12 giugno 2025. Questo investimento
rappresenta un forte voto di fiducia nella strategia dell’azienda e nel suo
percorso di crescita a lungo termine in tutte le sue attività europee.”
Tra i principali partecipanti all’operazione figurano:
• Migdal Insurance ha aumentato la sua partecipazione a circa il 9% con un
investimento di 54 milioni di NIS (13 milioni di euro).
• Il Gruppo Phoenix ha investito 80 milioni di NIS ed è diventato un azionista
significativo con una partecipazione del 5,17% (19 milioni di euro).
• Anche Mor Capital ha raggiunto una partecipazione del ~5,17% a seguito di un
investimento di -45 milioni di NIS (11 milioni di euro).
• Menora Insurance invece ha acquisito -2,54 milioni di azioni per circa 70
milioni di NIS (-17 milioni di euro).
Sempre grazie al database presente sul sito del centro di ricerca indipendente
Who Profits riportiamo le descrizioni delle società finanziatrici qui di
seguito:
MIGDAL INSURANCE
“Una società israeliana quotata in borsa che opera nei settori delle
assicurazioni, delle pensioni e dei servizi finanziari. Come ha dimostrato una
precedente ricerca di Who Profits, Migdal e altre importanti compagnie
assicurative israeliane sono complici nel finanziamento della costruzione e dei
progetti di insediamento e di trasporto, nello sfruttamento delle risorse
naturali occupate e nel complesso militare-industriale di Israele, sia
direttamente che attraverso le loro partecipazioni in altre società.”
Per ulteriori informazioni sulla complicità delle compagnie assicurative e dei
fondi pensione israeliani, leggasi il rapporto di Who Profits: Assicurare
l’espropriazione: la complicità di cinque compagnie assicurative e
pensionistiche israeliane nella violazione dei diritti palestinesi.
Riprendendo l’articolo di Internazionale e come riportato in precedenza “Tra le
aziende coinvolte in alcuni di questi progetti c’è l’israeliana Phoenix
Financial, attiva nel settore assicurativo e degli investimenti patrimoniali, e
che tra le altre cose fornisce servizi al ministero della difesa e alla polizia
israeliana. Dal 2023 ha concesso alla Econergy prestiti di centinaia di milioni
di euro per realizzare impianti fotovoltaici in Polonia e Romania. In alcuni
casi è diventata comproprietaria degli impianti.
La Econergy non ha risposto alle domande sull’eventuale coinvolgimento della
Phoenix Financial nei progetti italiani e sui suoi legami con l’esercito
israeliano, “visto che tra i vertici c’è una figura con una lunga esperienza in
quel settore. Inoltre, l’azienda oggi è impegnata in altri progetti in Sicilia e
a settembre Unicredit le ha concesso un finanziamento da 58 milioni”.
E’ utile verificare anche chi ricopre i ruoli dirigenziali dell’azienda
ECOENERGY:
Il Dott. Elad Kerner, vicepresidente esecutivo e consigliere generale, secondo
la biografia presente sul sito di Ecoenergy è “un esperto in transazioni
commerciali, trattative complesse, investimenti internazionali, energia
rinnovabile e progetti immobiliari, sviluppo di progetti commerciali, fusioni e
acquisizioni, finanza e titoli, transazioni di difesa, consulenza, opinioni e
rapporti agli amministratori delegati, dirigenti, consiglio di amministrazione e
azionisti, governo societario, conformità ed etica, proprietà intellettuale e
contenzioso. Prima di Econergy Kerner è stato vicepresidente esecutivo e
consigliere generale per Israel Aerospace Industries, vicepresidente per una
società internazionale di rinnovabili, partner di rinomati studi legali in
Israele, presidente del comitato fiscale municipale d’appello per il comune di
Givat Shmuel e giudice militare con il grado di tenente colonnello nelle forze
di difesa israeliane. Ha conseguito un dottorato di ricerca in giurisprudenza, e
frequentato corsi di gestione aziendale (senza laurea) presso l’Università di
Bar Ilan.”
Il fatto che il vicepresidente dell’azienda sia un ex giudice militare con grado
di tenente colonnello nelle forze di difesa israeliane, si commenta da sé. Ci
chiediamo quali siano le competenze specifiche che abbiano permesso a Kerner di
diventare un leader nel settore delle energie rinnovabili a partire dal suo
ruolo nell’IDF: probabilmente ciò che torna utile è la dimestichezza con
l’occupazione dei territori e l’espropriazione delle risorse altrui.
Un occhio di riguardo va dato anche nei confronti del manager italiano di
Ecoenergy, il signor Luca Talia che, sempre dalla biografia sul sito ufficiale
dell’azienda, viene descritto come segue:
“E’ attivo nel settore delle energie rinnovabili dal 2009 con un forte
background nelle competenze tecniche, commerciali e operative degli impianti. Ha
un’esperienza internazionale nella vendita, costruzione e gestione di impianti
di biogas soprattutto in Italia, Europa, Sud-Est asiatico e Sud America. Come
plant manager Talia si occupa dell’O&M, della gestione finanziaria,
dell’ottimizzazione dei costi, dell’approvvigionamento di biomassa e della
gestione del team operativo. Prima di Econergy, ha trascorso diversi anni nel
settore del biogas iniziando come engineering manager in Sebigas con più di 80
progetti commissionati con successo, sia di produzione di energia elettrica che
di iniezione di reti di biometano. È stato anche sviluppatore e poi
amministratore delegato della Thailand Joint Venture. Prima di allora ha operato
nell’industria siderurgica per 6 anni come ingegnere di progetto che sviluppava
impianti di laminazione a caldo in tutto il mondo per Siemens VAI Metals
Technologies. Ha conseguito un Master in Ingegneria Meccanica presso il
Politecnico di Milano”.
Luca Talia, contattato dal giornalista di Internazionale in merito alle
complicità con le aziende israeliane che sfruttano i territori occupati in
Palestina, ha preferito non rispondere.
Il ribaltamento della realtà
E’ inquietante il lavoro svolto per ribaltare la realtà dei fatti. Alla luce di
tutte queste informazioni è importante dare spazio alla presentazione che
Ecoenergy fa di sé, dal suo sito:
La nostra Vision
L’energia rinnovabile sarà la fonte di alimentazione delle generazioni future.
La nostra Mission
Sviluppare, costruire e gestire impianti di energia rinnovabile di proprietà su
scala industriale, guidati dalla massima competenza di settore sul piano
regolatorio e normativo, sulla tecnologia in ogni fase cruciale, dalla creazione
del progetto alla fornitura di energia.
La nostra Storia
Abbiamo costruito Econergy dalle fondamenta, con la convinzione profonda che
l’energia sostenibile sia il migliore investimento della nostra generazione –
per il nostro pianeta e i nostri azionisti.
MAPPA PROGETTI ECOENERGY su suolo italiano
I principali progetti in Italia, dal Piemonte alla Sicilia, riguardano – secondo
il sito dell’azienda – i seguenti Comuni.
* Rivarolo – 11.5 MWp (Piedmont).
* Cumiana – 4.2 MWp (Piedmont).
* Palmeri – 1 MWp (Sicily).
* Gallo Assunta – 1 MWp (Sicily).
* Favari – 1 MWp (Sicily).
* Indovina – 1 MWp (Sicily).
Ne mancano alcuni, in particolare il caso di Carisio seguito da vicino dal
Circolo Tavo Burat di Biella con cui abbiamo avuto occasione di sviluppare
alcune approfondite interviste all’agricoltore che rischia l’esproprio dei suoi
terreni a causa della costruzione della cabina elettrica che dovrebbe fare da
raccordo per diversi impianti di agrivoltaico di proprietà di Ecoenergy. Qui
anche Confagricoltura Vercelli e Biella manifesta la propria contrarietà alla
realizzazione dell’impianto agrivoltaico E-VERGREEN e alle opere connesse nel
territorio dei Comuni di Santhià, Carisio e Buronzo: in primis per l’enorme
sottrazione di terreno oggi vocato e necessario alla produzione risicola,
situato in zona di Baraggia – riconosciuta DOP – e in secundis per il
conseguente impatto economico-ambientale e per l’occupazione di terreni agricoli
sicuramente non adatti ad un impianto di tale dimensione.
La creazione di impianti agrivoltaici, infatti, andrebbe a snaturare la vera
identità produttiva del territorio, inoltre la sottrazione di risaie
interferirebbe negativamente sulla biodiversità unica e tipica di tale coltura e
andrebbe a inficiare il riconosciuto ruolo ambientale di ricarica delle falde.
Anche sul sito del Ministero non compare il suddetto impianto di
Santhià-Cavaglià perché è un’istanza recente, nonostante l’impianto sia molto
grande è finito proceduralmente in Provincia di Biella. Facendo la ricerca a
questo link, appaiono però due progetti che riguardano la provincia di Oristano,
in Sardegna, non presenti sul sito dell’azienda:
Progetto di un impianto agrivoltaico, della potenza complessiva pari a 51,86
MWp, da realizzarsi nel Comune di Zerfaliu (OR) e Solarussa (OR), con opere di
connessione alla RTN.ECOENERGY SOLAR PARK 1 S.r.l.
Progetto per la realizzazione di un impianto eolico, ai sensi dell’art.23 del
D.Lgs. 152/2006, costituito da 14 aerogeneratori, ciascuno di potenza nominale
pari a 6,6 MW, e dalle opere necessarie di connessione alla RTN, per una potenza
complessiva di 92,4 MW, da realizzarsi nei Comuni di Ballao (SU) e Armungia
(SU).Econergy Project 2 S.r.l.Valutazione Impatto AmbientaleinfoProgetto per la
realizzazione di un impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta”
collegato alla RTN di potenza nominale 126,35 MWp collocato nei comuni di Bosco
Marengo e Alessandria (AL).ECONERGY SOLAR PARK 2 S.R.L.Valutazione Impatto
Ambientale (PNIEC-PNRR)info
impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta” collegato alla RTN di
potenza nominale 126,35 MWp collocato nei comuni di Bosco Marengo e Alessandria
(AL) e relative opere di reteECONERGY SOLAR PARK 2 S.R.L.
Per l’impianto agrivoltaico denominato “Cascina Chiaranta” collegato alla RTN di
potenza nominale 126,35 MWp, collocato nei comuni di Bosco Marengo e Alessandria
(AL) e relative opere di rete, la VIA risulta conclusa.
Per quanto riguarda il progetto nei comuni di Ballao e Armungia nel sud della
Sardegna, in questo dossier è possibile leggere la presentazione dell’azienda
Ecoenergy:
“Il proponente del progetto è Ecoenergy Project 2 S.r.l., società del gruppo
Ecoenergy (in seguito
Ecoenergy o Ecoenergy Group) con sede a Milano. Ecoenergy Group è un gruppo
internazionale di investimenti e gestione, investitore attivo e gestore di
risorse di energia rinnovabile nel mercato italiano da quasi un decennio. Tra i
20 principali gestori di risorse rinnovabili in Italia, il Gruppo Ecoenergy si
sta attualmente concentrando sulla creazione di valore per gli investitori
aumentando la propria presenza sul mercato europeo delle energie alternative e
continuando la sua acquisizione e la strategia di gestione attiva di risorse
rinnovabili di alta qualità. Il gruppo è stato recentemente classificato tra i
primi 50 principali team di investimento in energie rinnovabili in Europa. Con
investimenti e gestione di asset per un valore di oltre 350 milioni di euro e un
totale di 90 MW acquisiti, con oltre 600 MW di progetti in grid parity in fase
di sviluppo, la societá ha negoziato con successo piú di 20 accordi di
finanziamento con le migliori banche italiane. Il gruppo gestisce un portafoglio
che comprende 30 impianti situati in Puglia, Piemonte, Lazio, Sardegna e
Toscana, operativi e collegati alla rete per una media di 6 anni, con una
produzione cumulativa di oltre di 50 GWh all’anno.”
3. SUNPRIME
Sunprime è un produttore di energia rinnovabile che sta sviluppando impianti
fotovoltaici in tutta Italia, concentrandosi sul segmento commerciale e
industriale (C&I), su impianti a terra su terreni industriali e sistemi di
accumulo industriali di energia elettrica (Battery Energy Storage Systems).
In seguito all’investimento iniziale del management, dal 2021 la società ha
raccolto oltre 90 milioni di euro di equity da Nofar Energy, una società
internazionale di energie rinnovabili quotata alla Borsa di Tel Aviv (NOFR) con
una capitalizzazione di mercato di circa 1 miliardo di euro e circa 1,5 GW di
attività nel settore delle energie rinnovabili in Europa e negli Stati Uniti, e
Noy Fund, il più grande e importante fondo infrastrutturale israeliano con quasi
3 miliardi di euro di asset in gestione.
A oggi Sunprime è uno degli operatori del settore che ha avuto maggior successo
nei bandi DMFER del GSE, con oltre 240 MW di progetti che si sono aggiudicati la
tariffa CfD del GSE, e oltre 150 MW in esercizio.
Noy Fund, Nofar e Sunprime di recente hanno siglato una joint venture per
sviluppare progetti fotovoltaici in Italia e, come viene riportato in un
articolo del febbraio 2021, l’accordo tra i tre grandi gruppi alimenta in
maniera sostanziale lo sviluppo di progetti rinnovabili di aziende israeliane in
Italia. La joint venture è volta alla gestione della fase di sviluppo fino alla
costruzione della pipeline, prevista entro il 2025. NoyFund e Nofar sono i due
principali fondi di investimento israeliani. Noy Fund incorpora la maggior parte
dei principali investitori istituzionali di Israele, tra cui Altshuler Shaham,
la Fenice, Menora, Clal, Migdal, Amitim, Meitav Dash, Psagot, Halman Aldubi,
Poalim Capital Markets e altri.
E’ interessante indagare i progetti, le costruzioni, gli investimenti che queste
aziende accorpate in Noyfund portano avanti nei territori occupati in
Cisgiordania. Di seguito un piccolo quadro per il quale riprendiamo la
descrizione da WhoProfits.
Clal finanzia Bar Amana Buildings Construction & Development Co,: è una società
di costruzione e sviluppo di proprietà del movimento di insediamento Amana (dal
movimento di insediamento della Central Cooperative Association Gush Emunim).
Amana è considerata il principale braccio di insediamento dei coloni, che lavora
per stabilire insediamenti illegali e avamposti nel territorio palestinese
occupato. L’azienda ha sede nel quartiere di Ma’alot Dafna nella Gerusalemme Est
occupata.
La società sviluppa e commercializza progetti residenziali in insediamenti in
tutta la Cisgiordania occupata, compresi quelli di Karnei Shomron, Adam-Geva
Binyamin, Efrat, Elazar, Alon Shvut, Ibei HaNahal, Adora, Beit Hagai, Beit
Yatir, Bruchin, Barkan, Dolev, Hemdat, Tal Menashe, Talmon, Tene Omarim,
Yitzhar, Kfar Tapuach,, Carmel, Ma’ale Levona, Neveh Tzuf (Halamish), Kiryat
Arba, Shim’a, Nofim, Susya, Ma’on, Ma’ale Hever, Ateret, Einav, Eli, Alei Zahav,
Ofra, Otniel, Pedu’el, Almog, Kiryat Netafim, Karnei Shonron,
Ha realizzato progetti per la costruzione di nuovi quartieri sempre negli stessi
insediamenti della Cisgiordania occupata, tra cui il quartiere Karmei Shilo
nell’insediamento di Shilo, il quartiere Nofei Mamre nell’insediamento di Kiryat
Arba e il quartiere Nofei Shim’a in quello di Shim’a.”
Questa società è il chiaro esempio del progetto concreto di occupazione dei
territori da parte di Israele, con costruzioni atte a imporre insediamenti
illegali.
MIGADAL finanzia Molitan Industries:
“Un produttore privato israeliano di filo per cucire. La società gestisce una
fabbrica a Barkan I.Z, una zona industriale di insediamento nella Cisgiordania
occupata”.
PSAGOT WINERY:
“Psagot Winery è la più grande cantina di insediamento della Cisgiordania
occupata, che produce circa 750.000 bottiglie all’anno e ha sede nella zona
industriale di Sha’ar Binyamin nel Consiglio regionale di Mateh Binyamin. Il
sito della cantina comprende un impianto di produzione di vino, una cantina e un
centro visitatori. Offre tour, ospita eventi, conferenze e seminari, e gestisce
un’enoteca, una caffetteria e un vivaio.I vini Psagot sono prodotti da uve
provenienti da diversi vigneti negli insediamenti di Psagot, Har Bracha, Elon
Moreh e dall’avamposto di Kida, la maggior parte dei quali sono stati piantati
su terreni palestinesi di proprietà privata. La cantina commercializza i suoi
vini etichettati come “Made in Israel“.”
Nofar è una delle più grandi aziende solari C&I (che si occupa di sistemi di
accumulo di energia Commerciali e Industriali) esistenti con oltre 2.000
progetti in tutto il mondo, che genera 350 MW di energia rinnovabile e oltre 90
MW in costruzione. Qui è possibile consultare i suoi risultati finanziari
https://ir.nofar-energy.com/investor-relations/financial-results, per quanto
riguarda SUNPRIME, ha provveduto a finanziarla con circa 185 milioni di euro
(prestito datato luglio 2024).
A novembre 2025 aprendo il sito di NOFAR energy compariva questo contatore:
Questo invece è quanto viene riportato sul loro sito in merito alla propria
“mission” :
“Stiamo ridefinendo il futuro dell’energia globale, ma c’è molto di più. Siamo
sempre alla ricerca di pionieri visionari, cercatori di sfide e persone devote
che si uniscano alla nostra crescita globale.
Siamo orgogliosi di essere un luogo di lavoro che offre pari opportunità
indipendentemente da razza, colore, ascendenza, religione, sesso, origine
nazionale, orientamento sessuale, età, stato civile, disabilità, identità di
genere o stato di veterano. Se hai una disabilità o un bisogno speciale che
richiede la nostra attenzione e assistenza nel processo di reclutamento, ti
preghiamo di farcelo sapere.”
NOFAR è legata all’azienda Cherriessa, che seleziona ed esporta verdure in
Russia e in Europa. Coltiva principalmente carciofi, peperoncini e pomodorini e
si trova nell’insediamento di Tomer nella valle del Giordano occupata. La
fattoria “Saada” è il più grande coltivatore di pomodorini, con 20 ettari in
coltivazione. Altri 10 ettari sono utilizzati per coltivare peperoni e
peperoncini.
PROGETTI Sunprime in Italia
Il fondo di investimento israeliano Noy Infrastructure & Energy Investment Fund,
con il partner Nofar Energy, ha effettuato un aumento di capitale di 15 milioni
di euro relativo all’accordo di investimento di 200 MW con Sunprime Generation,
produttore elettrico italiano specializzato nello sviluppo, costruzione e
gestione di impianti solari su tetti.
Su un articolo di startupitalia si legge che “Il gruppo Sunprime, attraverso le
controllate Sunprime Generation Srl e Sunprime Energia Distribuita Srl, con il
supporto degli investitori Noy Fund e Nofar Energy, ha chiuso un contratto di
project financing per 150 milioni di euro con un pool di banche austriache e
tedesche composto da Kommunalkredit Austria AG, che agisce come mandated lead
arranger e structuring bank, insieme a KfW IPEX-Bank e Norddeutsche Landesbank
Girozentrale (Nord LB), entrambe in qualità di co-arrangers. Il finanziamento
andrà a sostenere la realizzazione di un portafoglio di progetti fotovoltaici
greenfield in Italia per un totale di 216 MW, che comprende sia impianti su
tetto sia a terra su aree industriali, che beneficeranno di una tariffa fissa
per 20 anni concessa dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE) nell’ambito dello
schema incentivante del DMFER. Si tratta del più grande finanziamento mai
ottenuto in Italia per progetti fotovoltaici su tetti, e comunque tra i più
grandi nel settore delle rinnovabili in Italia negli ultimi anni.
Sunprime utilizza una narrazione molto efficace, un greenwashing che punta alla
cancellazione totale dell’origine dei propri profitti. Val la pena scorrere la
loro pagina facebook.
Moncrivello (VC), un impianto da 999 kWp attivo dal 2022, Maleo (LO), dove
sorge un impianto da 3.032 kWp attivo dal settembre 2023, di fotovoltaico a
terra in area a destinazione urbanistica produttiva con trackers monoassiali, a
Salussola in provincia di Biella, dove già sono presenti altri progetti
finanziati da aziende israeliane, e moltissimi altri da nord a sud Italia che
compaiono sul suo sito a questo link https://sunprime.it/progetti/
Sullo stesso sito appaiono inoltre vaghe informazioni a riguardo di nuovi
impianti BESS previsti per il 2026 : BESS in Sviluppo in “Varie Località” con
previsione di entrata in esercizio dicembre 2026. “Sunprime ha in sviluppo
numerosi progetti per la realizzazione di impianti di accumulo di energia
elettrica (BESS) su scala industriale, che insistono sia sulla rete di
distribuzione che sulla rete di trasmissione. I progetti sono dislocati su tutto
il territorio nazionale e ognuno di questi avrà una capacità di accumulo di 2-4
h. L’obiettivo è la stabilizzazione della rete elettrica fornendo servizi ai
gestori della rete, per consentire una gestione migliore della crescente
penetrazione della produzione rinnovabile.”
MASSAROSA (Lucca)
Così come risulta dal cartello all’entrata nel cantiere le società interessate
all’installazione dei pannelli fotovoltaici a terra risultano essere diverse,
prima delle quali la società committente Sunprime Solar Belt srl con sede a
Milano, capitale sociale 10.000 euro, socio unico Sunprime MT srl (dal
16/05/2024). L’impresa esecutrice è Sunprime Development srl con sede a Milano,
stesso indirizzo di cui sopra, con capitale sociale 10.000 euro, socio unico
Sunprime Holdings srl (dal 1/08/2025). L’impresa subappaltatrice è la SE.CO.
srl.
Sunprime Holdings srl con capitale sociale 17.123.300,00 euro: tra i soci
risultano la società Surge srl e vari soci italiani oltre a Andromeda Solutions
Korlatolt Felelossegu (Ungheria). Il presidente del CDA Shelach Ran Shaul è nato
in Israele e qui residente, così come uno dei consiglieri Yannay Ofer Yosef. Sul
sito della Sunprime srl è scritto che la società ha raccolto oltre 90 milioni di
euro di equity da Nofar Energy.
Questo progetto è stato ampiamente raccontato nel numero Confluenza 0.2 – La
difesa dell’Appennino, nel quale Anna racconta la storia di difesa del
territorio, dove sta venendo costruito un campo fotovoltaico promosso da
Sunprime, a sua volta finanziata da Nofar e NoyFund.
4. ELLOMAY
Ellomay Capital Ltd. è una società israeliana attiva nello sviluppo e nella
gestione di progetti di energie rinnovabili, quotata in borsa sia a New York che
a Tel Aviv con il ticker “ELLO”, e presente nei settori dell’energia solare, del
gas naturale, dell’idroelettrico a pompaggio e delle soluzioni per la
termovalorizzazione dei rifiuti. Fondata nel 2009, l’azienda ha costruito e
acquisito nel tempo un portafoglio diversificato di asset nei mercati
energetici, con impianti in esercizio e progetti in sviluppo in varie nazioni,
inclusi progetti di foto e agrivoltaico in Italia, Spagna e Stati Uniti, e
partecipazioni in impianti in Israele.
Negli ultimi anni l’Italia sembra essere una delle frontiere di espansione
europea puntate da Ellomay. Il suo portafoglio italiano comprende impianti
fotovoltaici già collegati alla rete e altri progetti “ready to build” (pronti
per la costruzione), e si prevede che la capacità totale dei progetti italiani
raggiungerà centinaia di megawatt con una pipeline in costruzione e sviluppo che
si collega anche a gare nazionali per tariffe incentivanti.
In sintesi, la strategia del modello di business di Ellomay vede nell’Italia
un’occasione per portare proprie competenze in un mercato favorevole, sia dal
punto di vista della competitività attuale sia degli incentivi, come
sottolineato dall’articolo dal titolo Società israeliana firma accordo per
aumentare di 5 volte asset fotovoltaici in Italia.
Investitori
Per supportare finanziariamente la crescita di questo portafoglio italiano, nel
2025 Ellomay ha concluso una significativa operazione di investimento con Clal
Insurance Company Ltd., un importante investitore istituzionale israeliano.
Come riportato sul loro sito ufficiale : “Tel-Aviv, Israele, 20 giugno 2025
(GLOBE NEWSWIRE). Ellomay Capital Ltd., produttore e sviluppatore di energia
rinnovabile e progetti energetici in Europa, Israele e Stati Uniti, ha
annunciato oggi la chiusura dell’operazione di investimento con Clal Insurance
Company Ltd. (Clal), un importante investitore istituzionale israeliano, nel
portafoglio solare da 198 MW della società, composto da progetti operativi e
progetti in costruzione e sviluppo in Italia. A fronte del suo investimento nel
portafoglio solare italiano, Clal ne ha ricevuto una partecipazione del 49%.”
La struttura dell’operazione prevede la costituzione di una nuova società in
partnership (Israeli LP), in cui Ellomay agisce come general partner e insieme a
Clal detiene partecipazioni nel veicolo che controlla sette società italiane
titolari dei progetti fotovoltaici, comprendenti sia impianti già in esercizio
sia quelli pronti per essere costruiti. Nell’ambito dell’accordo è previsto
anche un diritto di “first look” per Clal su futuri progetti italiani di
Ellomay, consentendo al partner di valutare investimenti analoghi in altri asset
che raggiungano lo stato di “ready to build”. La transazione include inoltre
strumenti come warrant per l’acquisto di azioni ordinarie di Ellomay, che
possono essere esercitati secondo determinate condizioni di mercato come parte
del pacchetto complessivo di investimento.
Lo schema finanziario tra Ellomay e Clal riflette un modello di co-investimento
istituzionale in infrastrutture energetiche rinnovabili, in cui un developer
quotato porta asset e pipeline di progetti, mentre un investitore istituzionale
apporta capitale di lungo termine, con un equilibrio di quote di partecipazione
(51 % per Ellomay e 49 % per Clal) e diritti di governance che consentono a
Ellomay di continuare a dirigere e sviluppare le attività, beneficiando al
contempo del sostegno finanziario di un partner stabile nei propri mercati
chiave.
Clal Insurance Enterprises Holdings, la controllata di Clal coinvolta nella
partnership, è un gruppo finanziario e assicurativo israeliano con attività in
assicurazioni, pensioni e servizi finanziari per clienti privati e aziende.
Sebbene non sia indicato nel comunicato ufficiale sulla partnership con Ellomay,
ricerche più ampie indicano il ruolo di Clal, insieme ad altre grandi
assicurazioni israeliane, nel facilitare economicamente le dinamiche di
occupazione e colonizzazione che violano i diritti dei palestinesi, come
approfondito dal gruppo di ricerca WhoProfits. Oltre alla sua attività
principale come grande gruppo assicurativo e finanziario israeliano, la società
è stata attenzionata per essere complice nell’espansione e nel sostegno
economico dell’occupazione israeliana nei territori occupati. Clal ha fornito
infrastrutture finanziarie e prestiti a imprese edili coinvolte nella
costruzione di insediamenti in Cisgiordania occupata, trattenendo diritti e
garanzie su progetti immobiliari in colonie come Karnei Shomron, Beit Arye,
Beitar Ilit, Efrat, Ariel e Kiryat Arba. La società ha inoltre partecipato al
finanziamento di progetti militari e di infrastrutture statali israeliane (per
esempio il campus ICT per il Ministero della Difesa e la sede della polizia di
Yarkon) e, attraverso partecipazioni azionarie in imprese come Elbit Systems,
Shikun & Binui, Electra, in banche come Hapoalim, Discount e Leumi, è esposta ad
attività collegate alla costruzione di insediamenti, alle infrastrutture di
controllo e sfruttamento di risorse nei territori occupati (incluso il Golan
siriano), trasporti ai coloni e forniture all’apparato di sicurezza israeliano.
PROGETTI su suolo italiano
CASCINA VALMAGRA (Alessandria)
Il progetto Spinetta Marengo Solar 1, il cui iter amministrativo è quasi
concluso dopo la chiusura della conferenza dei servizi, riguarda la
realizzazione di un grande impianto agrivoltaico su circa 24 ettari di terreno
agricolo nella zona di Cascina Valmagra, a Spinetta Marengo (Alessandria), e
prevede l’installazione di oltre 33.000 moduli fotovoltaici sollevati a circa
4,7 metri dal suolo, con potenza complessiva di quasi 20 MWp. Riportiamo qui un
articolo de La Stampa dal titolo L’agrivoltaico mette a rischio la cascina in
terra cruda del 1600: “Fermate il progetto”, del 9 dicembre 2025.
Nel caso di Spinetta Marengo Solar 1 il contratto di acquisto delle particelle
catastali che compongono l’area è stato firmato da Carlo Maria Magni in qualità
di procuratore per conto di Ellomay. Magni risulta essere CEO di ReFeel, una
società italiana attiva nel settore delle energie rinnovabili che opera come
contractor EPC (Engineering, Procurement and Construction:
https://refeel.eu/it/distributed-generation/), ovvero occupandosi di
progettazione, acquisto dei componenti e costruzione di impianti fotovoltaici e
servizi correlati in diversi Paesi. ReFeel ha uffici in Italia e all’estero, è
impegnata da anni nello sviluppo di soluzioni PV “chiavi in mano” (oltre che in
Italia si dichiara all’opera a Panama e in Colombia) e si pone come partner
tecnico nell’intera filiera di realizzazione degli impianti. In questo caso la
procura di ReFeel riguarda i terreni, interpretati quindi come “componenti”
necessari per realizzare l’impianto agrivoltaico, oggetto dell’accordo di
compravendita.
Il progetto ha però suscitato ferma opposizione da parte del territorio. Già in
fase preliminare il Comune di Alessandria aveva espresso parere negativo,
evidenziando tra l’altro come l’attraversamento da parte del cavidotto
dell’impianto di aree in fascia fluviale del Bormida comporti rischi
idrogeologici e sottolineando la mancata definizione di adeguate compensazioni
economiche a favore dell’ente locale, quantificate in 1,8 milioni di euro e non
ancora fissate nella conferenza dei servizi. Il Comune ha inoltre richiamato la
proliferazione di impianti fotovoltaici nel territorio provinciale e la
necessità di frenare il consumo indiscriminato di suolo agricolo.
Il comitato “Salviamo le cascine” è diventato uno dei principali soggetti di
opposizione, sollecitando la Provincia di Alessandria a dire “no” alla
realizzazione dell’impianto e depositando osservazioni formali. Il comitato ha
evidenziato i rischi per la Cascina Valmagra, un edificio storico del 1600
realizzato in terra cruda e tutelato dal piano regolatore e dalla normativa
regionale, sottolineando che le vibrazioni delle macchine in cantiere potrebbero
causare fessurazioni e danni strutturali. Ha inoltre argomentato sull’impatto
negativo sull’uso agricolo dei suoli, sulla perdita di superfici agricole,
sull’alterazione del paesaggio rurale e su apparenti violazioni delle norme
paesaggistiche, chiedendo un atto di responsabilità da parte della Provincia.
Oltre al comitato, si sono dichiarate contrarie all’impianto numerose
associazioni come Vivere in Fraschetta, Campagne Turchesi, Fotovoltaico Terre,
la Consulta per il paesaggio, l’agricoltura e le rinnovabili e il comitato
Tuteliamo l’agricoltura.
La decisione finale della Provincia di Alessandria su Spinetta Marengo Solar 1,
attesa dopo le osservazioni, con il territorio in attesa di una pronuncia che
possa bilanciare gli obiettivi di sviluppo delle energie rinnovabili con la
tutela del paesaggio, dell’agricoltura e dei beni storici locali.
CASCINA MADDALENA (Alessandria)
Il progetto per la costruzione e l’esercizio di un impianto fotovoltaico
denominato “ELLO3”, con una potenza nominale di circa 15,24 MW e comprensivo
delle opere di connessione alla rete di trasmissione nazionale (RTN), è stato
formalmente presentato tramite Procedura di Valutazione di Impatto Ambientale
(VIA) statale presso il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE), ai sensi
dell’articolo 23 del Decreto legislativo 152/2006. Ellomay Solar Italy Three
S.r.l. è incaricata dello sviluppo del progetto nella zona di Cascina Maddalena,
un’area a sud del centro urbano di Alessandria caratterizzata da terreni
agricoli e corridoi naturalistici.
La storia del progetto inizia alcuni anni prima dell’attuale fase procedurale.
Già nel 2019 era stata presentata una prima richiesta di modifica urbanistica al
Piano regolatore comunale per consentire l’installazione di un impianto
fotovoltaico in quell’area, ma nel 2021 l’iter era stato sospeso e il relativo
via libera ritirato in autotutela dal Comune di Alessandria per ragioni tecniche
e di piano urbanistico. Nel 2020 Ellomay ha rilanciato l’idea parlando di un
impianto di tipo agrivoltaico e avviando la procedura di Valutazione d’Impatto
Ambientale presso il MiTE. Nell’ambito dell’iter istruttorio statale, anche la
Soprintendenza Speciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha
espresso un parere tecnico istruttorio relativo al progetto “ELLO3”, confermando
la presentazione del documento VIA e la validità della procedura di valutazione.
Tale progetto, come gran parte dei piani fotovoltaici di Ellomay in Italia, è
inserito nel più ampio portafoglio solare italiano del gruppo: Ellomay Capital
Ltd.
La presentazione di “ELLO3” ha incontrato forti resistenze e critiche da parte
delle istituzioni locali e di alcuni gruppi civici, come diffuso anche sui
quotidiani in un articolo dal titolo Alessandria dice no a 16 ettari di pannelli
di nuovo agrivoltaico del novembre 2024. Già nel 2024 infatti il Consiglio
Comunale di Alessandria ha bocciato una proposta di variante urbanistica che
avrebbe consentito l’installazione dei pannelli nell’area di Cascina Maddalena,
evidenziando un contrasto tra la pianificazione urbanistica vigente e la
trasformazione di vaste superfici agricole in impianti fotovoltaici. I
rappresentanti pubblici e politici locali hanno definito l’opera come
potenzialmente impattante sotto il profilo paesaggistico e urbanistico,
sottolineando come il progetto “deturpi il paesaggio, comprometta corridoi
naturalistici e contraddica il Piano regolatore”, e sia espressione di una
“speculazione urbanistica mascherata da transizione ecologica”. In questa fase
amministrativa, oltre al Consiglio Comunale, anche la Provincia di Alessandria
(che svolge funzioni di ente competente per l’autorizzazione unica) ha
manifestato posizioni critiche o di cautela, dando seguito alle osservazioni di
amministratori e associazioni contrarie alla proliferazione di grandi impianti
su suolo agricolo di pregio e in aree con valore paesaggistico e naturalistico.
Il destino autorizzativo finale del progetto rimane ancora da definire con il
prosieguo dell’iter amministrativo.
NOVI LIGURE
Il progetto, recentemente autorizzato, come sottolinea l’articolo di RadioGold
“Mentre si dibatte sul parco eolico dell’alta Val Borbera, è stata autorizzata
la costruzione della grande centrale agrivoltaica di Novi Ligure, che sorgerà
lungo via Mazzini nei pressi dell’aeroporto”, prevede la realizzazione di una
centrale agrivoltaica a Novi Ligure, su un terreno agricolo di circa 16 ettari
dove far sorgere un impianto con una potenza installata di 14,5 MW, capace di
generare oltre 23.000 MWh di energia all’anno. L’impianto sarà composto da circa
23.000 pannelli montati su torrette con inseguitori solari e promette di
integrare attività agricole come la coltivazione di erbe e la produzione di
miele tramite arnie dedicate. La connessione alla rete avverrà attraverso due
nuove cabine di consegna e un cavidotto interrato di media tensione di oltre 3
km.
(https://www.ilmoscone.it/2023/02/nuova-centrale-fotovoltaica-a-novi-dove-sara-realizzata/)
MASSERANO (Biella)
Impianto nel biellese (Masserano) già approvato, anche con le verifiche di
ottemperanza superate. A promuoverlo uno studio tecnico biellese, Land Live,
dell’ing. Riccardo Valz Gris.
Conclusioni e interpretazione nel quadro di riferimento più ampio
I progetti di energie rinnovabili in Italia, come quelli sviluppati da Ellomay e
dalle altre aziende prese in esame, non possono essere compresi pienamente se
vengono letti solo come tasselli della transizione energetica. Questi si
collocano piuttosto dentro il quadro del capitalismo finanziarizzato, in cui lo
spazio (che sia urbano o rurale) viene trattato come una merce finanziaria e
messo a valore attraverso dispositivi giuridici, tecnici e politici che ne
garantiscono la trasformazione rapida, prevedibile e quindi redditizia. In
questo senso il fotovoltaico e l’agrovoltaico non rappresentano un’alternativa
al modello estrattivo, ma ne costituiscono una riconfigurazione.
Nel capitalismo neoliberista finanziarizzato, attori come compagnie
assicurative, fondi pensione e investitori istituzionali hanno smesso da tempo
di limitarsi alla gestione del rischio o alla raccolta del risparmio. Essi
operano come soggetti centrali nell’organizzazione materiale dei territori,
investendo in infrastrutture, immobili, reti energetiche e grandi opere. Il caso
della partnership tra Ellomay e Clal Insurance rende esplicita questa dinamica:
un grande gruppo assicurativo non entra nei progetti per produrre energia, ma
per incorporare porzioni di territorio in un portafoglio finanziario che deve
garantire rendimenti stabili, elevati e di lungo periodo. L’impianto
fotovoltaico, in questa logica, non è che un dispositivo strumentale perché il
suolo agricolo diventa un asset finanziario.
Affinché questo processo funzioni, lo spazio deve essere reso disponibile come
“merce”, astratto dal suolo, scomponibile e trasferibile. È qui che entrano in
gioco le filiere di procurement e i soggetti tecnici come ReFeel, che operano
come mediatori fondamentali tra finanza e territorio. Il terreno agricolo, la
cascina storica, il paesaggio rurale o il corridoio naturalistico non sono più
luoghi abitati o ecosistemi complessi, ma “componenti” del progetto, al pari dei
moduli fotovoltaici o dei cavidotti. La procura per l’acquisto dei terreni,
esercitata da un contractor EPC, segnala proprio questo slittamento: la terra
viene trattata come input produttivo necessario alla realizzazione
dell’infrastruttura, e dunque come costo da ottimizzare e neutralizzare sul
piano politico e amministrativo.
Come avviene per la finanziarizzazione dell’urbanistica (di cui parla Alessandro
Volpi nel suo articolo dal titolo La vicenda urbanistica milanese ha molto a che
fare con la finanza, pubblicato su Altreconomia nel luglio 2025), anche nei
progetti energetici la redditività dipende da alcune condizioni chiave: la
riduzione al minimo degli oneri e delle compensazioni richieste dagli enti
locali, la certezza delle autorizzazioni, l’accorciamento dei tempi procedurali
e quindi una costante pressione verso la semplificazione normativa. Le
resistenze dei Comuni, delle Province, dei comitati e delle associazioni non
sono in quest’ottica incidenti marginali, ma attriti che introducono incertezza,
ritardi e costi che minano la logica finanziaria del progetto. E così la
delegittimazione delle opposizioni come NIMBY e la presentazione di ogni critica
come un ostacolo ideologico alla transizione ecologica.
In questo quadro, l’occupazione della Palestina non è un crimine lontano o una
preoccupazione morale, ma rappresenta il modello estremo e paradigmatico di
questa messa a disposizione dello spazio. Nei territori occupati la
trasformazione della terra in infrastruttura avviene attraverso un livello di
semplificazione radicale: l’azzeramento dei diritti politici della popolazione
colonizzata, l’espropriazione sistematica, la militarizzazione e il controllo
totale del territorio. Le compagnie assicurative israeliane come Clal hanno
operato e operano in questo contesto finanziando insediamenti, infrastrutture e
apparati di sicurezza, dimostrando come la violenza coloniale possa funzionare
da acceleratore perfetto della valorizzazione dello spazio.
Quando questi stessi soggetti entrano nei mercati europei delle rinnovabili, non
esportano direttamente l’occupazione militare ma ne trasferiscono la razionalità
economica: la terra deve essere disponibile, sgombra da conflitti, rapidamente
convertibile in asset e protetta da un quadro normativo favorevole agli
investitori. La differenza tra la Cisgiordania occupata e le campagne di
Alessandria non è dunque di natura strutturale, ma di grado. Dove non è
possibile imporre la disponibilità dello spazio con la forza, si ricorre a
dispositivi amministrativi, retoriche emergenziali (la crisi climatica trattata
come emergenza), incentivi economici e procedure straordinarie che comprimono il
dibattito democratico, la salvaguardia storico-paesaggistica e la pianificazione
territoriale.
I conflitti su Cascina Valmagra e Cascina Maddalena ci mostrano questo
meccanismo. La difesa del suolo agricolo, del paesaggio e dei beni storici entra
in collisione con una filiera finanziaria che non può permettersi rallentamenti
o incertezze. In nome della transizione energetica si chiede ai territori di
accettare una trasformazione irreversibile, mentre i benefici economici
principali vengono catturati da soggetti finanziari transnazionali. La questione
non è se vogliamo più energie rinnovabili, ma a quali condizioni e per conto di
chi. Se la transizione richiede che lo spazio venga trattato come una merce e
reso disponibile secondo una logica che trova il suo modello più coerente
nell’occupazione coloniale, allora è più che legittimo, anzi doveroso, chiedersi
se questa sia davvero una transizione sostenibile, o piuttosto l’ennesima
riconfigurazione, anche se “verde”, di un sistema di accumulazione che continua
a produrre disuguaglianze, espropriazioni e devastazioni ambientali.
1. https://itrade.gov.il/italy/2024/01/12/israele-si-afferma-come-un-pioniere-nel-settore-delle-energie-rinnovabili/
↩︎
2. Assemblea STOP RIARMO, Torino, Un opuscolo su riarmo, genocidio e logistica
della guerra, Infoaut, 24 ottobre 2025.
https://www.infoaut.org/approfondimenti/un-opuscolo-su-riarmo-genocidio-e-logistica-della-guerra
↩︎
3. NORA MIRALLES, CARLOS DÍAZ, FELIP DAZA, The complicity of the Spanish
financial sector in the occupation of Palestine. The case of solar energy
and Greenwashing, scaricabile in pdf su internet. ↩︎
4. General Electric su Who Profits:
https://www.whoprofits.org/companies/company/6337?general-electric
↩︎
5. Minrav su Who Profits: htt
ps://www.whoprofits.org/companies/company/3801?minrav-group ↩︎
6. Nextcom su Who Profits:
https://www.whoprofits.org/companies/company/6347?nextcom-group
↩︎
7. MIgdal Insurance su Who Profits:
https://www.whoprofits.org/companies/company/7346?migdal-insurance-and-financial-holdings
↩︎
8. Mastrodonato, L., Le aziende israeliane che fanno affari con le rinnovabili
in Italia, Internazionale, 13 gennaio 2026
https://www.internazionale.it/reportage/luigi-mastrodonato/2026/01/13/aziende-israeliane-rinnovabili-italia
↩︎
Riceviamo e pubblichiamo volentieri da Extinction Rebellion
Nella serata inaugurale del Festival di Sanremo, Extinction Rebellion ha invaso
la passerella davanti al teatro Ariston con cartelli ispirati ai nomi delle
canzoni in gara per denunciare le politiche ecocide e l’operazione di
greenwashing dei principali sponsor, Eni e Costa Crociere. La sicurezza del
Festival è intervenuta immediatamente, strappando gli striscioni e trascinando
via le persone, che si trovano attualmente in stato di fermo.
Nella serata di martedì, la passerella del teatro Ariston a Sanremo è stata
invasa da una decina persone appartenenti ad Extinction Rebellion, che hanno
mostrato cartelli con slogan ispirati ai nomi delle canzoni in gara per
denunciare le operazioni di greenwashing fatte dagli sponsor principali, ENI e
Costa Crociere. Saltando le transenne che li separavano dal ‘blue carpet’, la
famosa passerella delle star che ha recentemente adottato i colori di ENI, le
persone appartenenti al movimento per il clima hanno mostrato slogan come
”’Stella Stellina’, l’ecocidio si avvicina”, “Eni ‘sei tu’ che distruggi il
pianeta”, “Bellissimo Sanremo ma ‘che fastidio’ questi sponsor”. La sicurezza
del Festival è intervenuta immediatamente, strappando gli striscioni e
trascinando via le persone, che si trovano attualmente in stato di fermo.
Fermate anche alcune persone che stavano riprendendo quanto accadeva.
La protesta è parte di una più ampia denuncia delle politiche di greenwashing di
ENI, che da qualche tempo sta investendo in modo massiccio per sponsorizzare
eventi sportivi e culturali nel tentativo di ripulire la sua immagine di gigante
dei combustibili fossili. Secondo un report di Oil Change International del
2023, “nel 2022 le attività commerciali di Eni hanno causato più inquinamento
netto da gas serra a livello mondiale dell’Italia stessa”. Un più recente studio
dell’organizzazione A Sud mette in luce come ENI da qualche anno abbia messo in
atto un imponente strategia di marketing culturale, associando il proprio
marchio a molteplici iniziative sportive e culturali, senza prendere pero’ alcun
impegno vero e proprio verso le cause sociali o ambientali che i suoi spot
dicono di perseguire e senza attenzione verso quei territori in cui finanzia le
iniziative.
Extinction Rebellion non risparmia nemmeno Costa Crociere, altro main sponsor di
Sanremo, che nonostante abbia pubblicato un piano di sostenibilità in cui si
impegna a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, continua a
promuovere l’uso del gas fossile (GNL) per le sue navi da crociera,
pubblicizzandolo come “sostenibile”.
“Così come sarebbe inaccettabile che le grandi aziende del tabacco
sponsorizzassero il Festival, è inaccettabile permettere alle aziende
maggiormente responsabili della crisi ecoclimatica di usare queste occasioni per
ripulire la propria immagine pubblica”, dice Extinction Rebellion. “Dal 1951
Sanremo è stata la colonna sonora della storia del nostro Paese. Ma non c’è
musica su un pianeta morto. Non possiamo permettere che un evento come il
Festival di Sanremo, che celebra la musica e coloro che la creano, possa essere
finanziato e sponsorizzato proprio da chi la minaccia, e con grande amore diamo
voce alla scienza, che ci allarma da decenni sulle gravi conseguenze delle
emissioni climalteranti e viene sistematicamente ignorata da governi che hanno
ormai trasformato questa crisi ecoclimatica in emergenza sociale.”
Extinction Rebellion
Abbiamo accolto all’interno del sito Mappature dal Basso, dove già si trovano le
mappe dei comitati e quella del monitoraggio dei progetti speculativi, una nuova
mappatura!
Un lavoro portato avanti dall’assemblea torinese Stop Riarmo che ha approfondito
la filiera bellica sul territorio piemontese: la mappa raccoglie le aziende che
hanno partecipato alla fiera dell’Aerospazio e della Difesa tenutasi a Torino,
sino a ripercorrere il coinvolgimento di aziende che per logistica,
componentistica o per i servizi di ricerca e in ambito ingegneristico
collaborano alla produzione bellica sul territorio. Come viene sottolineato
nella fanzine di presentazione “Questa suddivisione ha consentito di rendere
visibile la struttura articolata della filiera sul territorio regionale e di
distinguere tra semplice appartenenza al comparto aerospaziale e coinvolgimento
documentato nella produzione o fornitura militare.”
Di seguito pubblichiamo la presentazione della mappa a cura dell’assemblea in
cui viene raccontato il metodo e i criteri utilizzati per impostare il lavoro
che è, come per quanto riguarda le altre mappe presenti sul sito, un processo
collettivo che va sostanziato dunque da non considerarsi come compiuto ed
esaustivo.
MAPPATURA DELLA FILIERA BELLICA PIEMONTESE
a cura dell’assemblea di STOP RIARMO
INTRODUZIONE
L’assemblea di Stop Riarmo è nata a maggio del 2025 con l’intento di costruire
un percorso ampio ed eterogeneo contro il riarmo europeo, contro la guerra e
contro chi finanzia il genocidio in Palestina. Pochi mesi prima, a marzo 2025,
la Commissione Europea ha infatti presentato il Piano ReArm Europe da 800
miliardi di euro da destinare alla difesa europea. Con questo piano sono state
subito chiare le intenzioni dell’Europa: finanziare le fabbriche di armi e
munizioni in supporto a una fantomatica difesa europea.
Nonostante il forte indebitamento, il progetto di riarmo procede grazie
all’introduzione di deroghe ad hoc del Patto di Stabilità e Crescita. Anche le
priorità dell’Italia si allineano a tutta l’Europa nel finanziare il settore
della difesa e dell’aerospazio penalizzando i bisogni reali dei cittadini, dalla
sanità pubblica all’educazione, dall’assistenzialismo ai territori.
Le potenti mobilitazioni a sostegno della resistenza palestinese hanno mostrato
già da tempo la volontà di una parte della popolazione di non rendersi complice
della macchina bellica che pone le sue radici anche nelle nostre città, nelle
strade che attraversiamo ogni giorno e nei quartieri dove viviamo e lavoriamo.
A Torino è in atto un processo di riconversione che sposta la sua produzione
industriale dal settore dell’automotive, antico motore della città e ora
profondamente in crisi, a vantaggio del settore della difesa e
dell’aerospazio. Sempre più aziende rientrano nella filiera bellica e sempre più
istituzioni la sostengono con ricerca e finanziamenti (vedi il caso pubblicato
da Irpi Media sui fondi Green destinati all’industria bellica).
Aziende come Leonardo e Thales collaborano sotto gli occhi di tutti con enti
pubblici e privati, come il Politecnico di Torino e Intesa San Paolo. Un esempio
lampante è la Città dell’Aerospazio in Corso Marche, un connubio che unisce
sotto lo stesso tetto Leonardo, il Politecnico e il comune di Torino, dove la
ricerca accademica e i soldi pubblici sono a servizio delle logiche della
guerra.
Con l’assemblea di Stop Riarmo abbiamo deciso di produrre un’informazione
tecnica utile per analizzare, comprendere e conoscere il territorio torinese e
gli ambiti in cui la guerra e il genocidio vengono finanziati e prodotti. Una
geografia da ripercorrere e conoscere per comprendere come si snoda la fabbrica
della guerra nei nostri territori.
Questa iniziativa nasce da una necessità militante che non era più rimandabile e
che pone le sue origini nelle mobilitazioni degli anni scorsi: puntare il nostro
sguardo non solo sui luoghi colpiti dalla guerra ma anche su quelli in cui la
guerra viene preparata.
Le figure che compongono la fabbrica della guerra sono molteplici: oltre agli
attori principali (come le già citate Leonardo e Thales, ma anche Avio Aero per
fare un ulteriore esempio), troviamo chi prende parte alla produzione (fornendo
specifici componenti o lavorazioni meccaniche), chi la finanzia, chi ne
favorisce le interazioni attraverso la logistica e il trasporto e chi ne agevola
le implementazioni tecnologiche come le Università e i Politecnici.
Nel laboratorio di mappatura che vi presentiamo con questo opuscolo abbiamo
mappato tutte le aziende che partecipano al settore dell’aerospazio e della
difesa, ponendo il focus su Torino e i suoi dintorni.
Questo opuscolo prosegue con un’indicazione sul metodo di ricerca utilizzato e
sulle fonti da cui abbiamo ottenuto le informazioni e successivamente si entrerà
più nel concreto della mappatura. Al fondo si può trovare invece un QR code che
porta direttamente alla mappatura online completa e quindi al risultato concreto
della ricerca.
METODO DI RICERCA
La filiera bellica
L’obiettivo della ricerca è quello di mappare la filiera bellica ed evidenziare
lo stretto legame tra tale settore produttivo e i nostri territori, con
particolare attenzione al contesto piemontese. Per poter procedere in questa
direzione, è stato necessario affrontare preliminarmente una questione
fondamentale: come possiamo definire un’azienda “bellica”?
In senso stretto, la definizione rimanda alle imprese che producono direttamente
armamenti, sistemi d’arma o piattaforme militari, quali velivoli da
combattimento, droni, sistemi di difesa o veicoli militari. Tuttavia, fin dalle
prime fasi del lavoro è emerso con chiarezza come la produzione militare
contemporanea non si esaurisca nei produttori finali. Essa si configura
piuttosto come una filiera complessa e stratificata, composta da industrie di
meccanica di precisione, aziende di componentistica, imprese specializzate nel
testing e nella certificazione dei materiali, società informatiche, centri di
ricerca e servizi di ingegneria avanzata.
Un’industria bellica, dunque, non comprende esclusivamente le aziende che
realizzano il prodotto militare finito, ma anche quelle che contribuiscono alla
sua costruzione attraverso la fornitura documentata di componenti o sistemi
destinati a programmi militari, oppure attraverso collaborazioni industriali con
imprese operanti nel settore della difesa, quando tali collaborazioni risultino
connesse a specifici progetti di natura militare, o analogamente eventuali
rapporti con le forze armate per produzione o fornitura.
Dual use
In questo contesto, il confine tra produzione civile e produzione militare si
presenta come labile. Una lavorazione meccanica di precisione, un software di
controllo, un sistema radio o un materiale composito possono essere integrati
tanto in un velivolo civile quanto in una piattaforma militare. Il dual use non
costituisce dunque un’eccezione marginale, ma una caratteristica intrinseca del
settore aerospaziale e, più in generale, delle industrie specializzate nella
lavorazione meccanica di precisione.
La compresenza di usi civili e militari della medesima tecnologia produce una
zona grigia difficilmente delimitabile. Nella maggior parte dei casi non è
pubblicamente tracciabile la destinazione finale di un componente; le aziende
raramente rendono note queste informazioni.
Questa ambivalenza non è soltanto un dato tecnico, ma una condizione che incide
direttamente sul piano metodologico. Essa rende problematica ogni
classificazione netta e definitiva delle imprese, imponendo un approccio fondato
su categorie differenziate in base al diverso grado di prossimità al
coinvolgimento diretto nell’industria bellica. Il dual use, in altre parole,
obbliga a riconoscere la natura complessa della filiera aerospaziale nei suoi
rapporti con la difesa.
Criteri di selezione
Alla luce della complessità definitoria e del problema strutturale del dual use,
la ricerca ha adottato una serie di scelte di selezione. Sono state inserite
nella mappatura tutte le aziende operanti nella filiera aerospaziale, comprese
quelle per cui non è stato possibile accertare un coinvolgimento diretto in
programmi militari. Tale decisione risponde a una duplice esigenza.
Da un lato, vi è un principio di rigore metodologico: evitare attribuzioni non
supportate da evidenze pubbliche, non dovendo quindi distinguere arbitrariamente
tra il coinvolgimento militare documentato e la semplice prossimità settoriale.
Dall’altro lato, vi è una scelta di natura politica: non limitare il nostro
sguardo ai soli produttori finali di armamenti, ma interrogarci sull’estensione
dell’intera rete industriale che rende possibile il settore militare.
La mappatura non assume dunque che tutte le aziende incluse siano “belliche” in
senso stretto. Al contrario, essa, pur operando una distinzione in categorie per
le aziende esaminate, considera nei criteri di inserimento tutte le aziende, per
la partecipazione a reti e iniziative di settore, che risultino coinvolte in
tale filiera.
Criteri di categorizzazione
Per quanto riguarda l’area piemontese, è stata elaborata una classificazione
settoriale delle aziende: spazio, lavorazioni meccaniche, servizi
ingegneristici, ricerca e sviluppo, componentistica e imprese leader nel settore
aerospaziale e defence. Questa suddivisione ha consentito di rendere visibile la
struttura articolata della filiera sul territorio regionale e di distinguere tra
semplice appartenenza al comparto aerospaziale e coinvolgimento documentato
nella produzione o fornitura militare.
A livello nazionale, è stato invece preso in considerazione l’elenco delle
aziende partecipanti all’Aerospace & Defence Meeting, utilizzato come indicatore
di prossimità o interesse verso il settore aerospaziale e della difesa.
È necessario precisare che la partecipazione a tale evento non costituisce
automaticamente prova di attività militare, poiché molte imprese vi prendono
parte con riferimento esclusivo al comparto civile, come l’aviazione commerciale
o il settore spaziale. Tuttavia, eventi di questo tipo non rappresentano
semplici spazi espositivi neutri, ma luoghi di costruzione di reti industriali e
di ricerca di nuove opportunità di partnership. Anche quando un’azienda non
risulti ancora direttamente inserita in programmi di difesa, la scelta di
partecipare segnala quantomeno un interesse ad avvicinarsi a tale filiera, a
stabilire contatti con soggetti già operanti nel settore o a esplorarne le
prospettive di sviluppo. Per questa ragione, la partecipazione all’Aerospace &
Defence Meeting non è stata considerata un criterio sufficiente per qualificare
un’azienda come bellica, ma è stata assunta come elemento rilevante per
comprendere il grado di integrazione di tale filiera sul territorio nazionale.
Fonti
Le fonti utilizzate per la ricerca sono esclusivamente pubbliche e verificabili:
elenchi ufficiali di partecipazione a eventi di settore (in particolare l’elenco
ufficiale delle aziende partecipanti all’A&D meeting, consultabile online), siti
aziendali, comunicati stampa, articoli di giornale e documentazione relativa a
partnership e cataloghi di produzione.
Sviluppi futuri
Tra gli sviluppi futuri della ricerca vi è l’intenzione di integrare dati
economico-finanziari, in particolare quelli relativi al fatturato, ai
dipendenti, al fine di offrire una rappresentazione più precisa del peso
effettivo della difesa all’interno delle singole realtà aziendali.
Parallelamente, si prevede di estendere la mappatura all’intero territorio
nazionale integrando e interagendo con i lavori di mappatura e inchiesta che si
stanno sviluppando su tutto il territorio a partire da dimensioni di lotte e
assemblee territoriali.
La mappatura è concepita come uno strumento aperto e in continua evoluzione: non
si tratta di una classificazione definitiva delle imprese, ma di uno strumento
politico dinamico, volto a rendere visibile la struttura reticolare della
filiera aerospaziale e le sue possibili intersezioni con il settore della
difesa. L’obiettivo è stimolare una riflessione critica sull’estensione e
l’impatto di tale filiera sul nostro territorio, riconoscendo al contempo le
ambiguità e i limiti epistemologici.
MAPPATURA
Città di Torino
In questo primo zoom della mappa abbiamo evidenziato il territorio
corrispondente alla città di Torino. È facile notare come le aziende provenienti
dal settore A&D non si concentrino soltanto nelle zone industriali periferiche,
dove comunque se ne rileva una notevole quantità, in particolare nei comuni di
Pianezza e di Beinasco/Orbassano, ma permeino profondamente anche il tessuto
urbano. I segnaposto che si trovano nelle zone più prossime al centro-città sono
perlopiù relativi ad aziende che forniscono servizi di consulenza o che
sviluppano software, trattandosi dunque di uffici più che di stabilimenti
produttivi, oppure si tratta di sedi legali di aziende i cui stabilimenti si
trovano invece nelle zone industriali circostanti. Questo appare comunque come
uno sforzo da parte delle aziende di acquisire uno status sociale “nobilitante”,
comparendo nella vita quotidiana delle persone anche solo con una semplice
insegna nei quartieri centrali e più frequentati. Non mancano comunque le
eccezioni, tra cui spicca per dimensioni dello stabilimento quella della Safran
Electronics & Defense (ex Collins Aerospace, prima ancora Microtecnica). In
questo caso si tratta di un complesso di più edifici, sia gestionali e di
rappresentanza che produttivi, collocati nel cuore del quartiere San Salvario.
Area del Canavese
Zoomando all’indietro sulla mappa, siamo andati ad evidenziare una porzione di
territorio più ampia, che oltre alla città di Torino include la zona ovest del
canavese fino alla città di Ivrea (che segna il confine con la Valle d’Aosta).
La parte settentrionale della provincia di Torino risulta puntinata di aziende
di dimensioni medio-piccole, dedicate principalmente alla produzione di
componenti per aziende più grandi o alla fornitura di lavorazioni meccaniche di
precisione. Fanno eccezione le due sedi Leonardo presenti nell’aeroporto di
Torino Caselle, corrispondenti alle divisioni Elettronica e Velivoli
dell’azienda di corso Marche.
Novara e Varese: gli aeroporti di Cameri e Malpensa
La terza area di interesse sulla mappa si trova al confine tra Piemonte e
Lombardia, in corrispondenza dell’aeroporto militare di Cameri (NO) e del ben
più grande scalo di Milano Malpensa a Ferno (VA). I segnaposto rossi in
prossimità dell’aeroporto di Cameri corrispondono alla sede di Leonardo Velivoli
chiamata FACO (Final Assembly & Check-Out facility), dedicata all’assemblaggio
degli F-35 italiani, olandesi e svizzeri, e alla sede produttiva di Avio Aero
(GE Avio Srl) dove si producono componenti dei motori aeronautici tramite
additive manifacturing (stampa 3D). Il segnaposto blu scuro identifica invece la
Mecaer Aviation Group, che produce attuatori e controlli di volo per velivoli ad
ala fissa e rotante.
Attraversando il confine regionale, spicca il segnaposto rosso di Cascina Costa,
immediatamente a ridosso dell’area aeroportuale di Malpensa. Si tratta di un
ulteriore sito Leonardo, che sorge laddove nel secolo scorso aveva visto la luce
l’azienda di elicotteri Agusta. Quest’ultima, fornitrice di elicotteri per
l’esercito italiano fin dagli anni ’70, è stata ora trasformata in toto nella
divisione Leonardo Elicotteri. Alcune delle altre aziende segnalate nelle aree
di Samarate e Somma Lombardo sono ditte fornitrici di sistemi avionici
(elettronica di bordo) o idraulici (attuatori), nonché incaricate
dell’assemblaggio di parte dei velivoli.
Lo scenario nazionale
L’ultimo focus può essere infine posto sull’intero territorio nazionale. Oltre
alle già analizzate aree del Piemonte, si può notare come esistano dei veri e
propri cluster produttivi che concentrano un numero elevato di aziende in aree
industriali di notevole interesse territoriale. Si evidenziano in particolare il
caso di Roma, dove troviamo le sedi italiane di alcune aziende leader del
settore A&D, come il consorzio europeo MBDA (che produce sistemi missilistici) e
la tedesca Rheinmetall (che nel centro romano progetta radar militari), e il
cluster napoletano, dove c’è un’elevata presenza di aziende dedite alla
meccanica di precisione per applicazioni aeronautiche.
PER LA MAPPATURA COMPLETA ONLINE
Questa mappatura è stata pubblicata sul sito “Mappature dal Basso”, realizzato
dalla rete Confluenza in collaborazione con il Movimento No Base, che a sua
volta aveva già avviato un lavoro simile. Sul sito è già presente un progetto di
mappatura, che pone l’attenzione su infrastrutture e progetti dannosi per i
territori e dal quale abbiamo preso ispirazione. Il metodo comune è l’utilizzo
della piattaforma Umap e la nostra mappatura in questo contesto si colloca
quindi come un approfondimento sulla questione bellica.
QUI L’OPUSCOLO SCARICABILE
Opuscolo mappatura infrastruttura bellica Piemonte STOPRIARMODownload
Centinaia di compagni e compagne, provenienti da diverse città di tutto il
paese, hanno partecipato all’incontro di due gironi: “Per realizzare un sogno
comune”organizzato da realtà territoriali che fanno riferimento a Infoaut.
L’invito era ad un confronto a livello molto ampio per costruire risposte
collettive dopo i mesi del movimento “Blocchiamo tutto” e lo sgombero
dell’Askasatuna. Al momento di confronto che si è svolto a Livorno nel fine
settimana scorso “c’è stata una miscela dal punto di vista generazionale, una
partecipazione trasversale ma con una buona presenza e protagonismo giovanile”
ci racconta Martina, compagna dell’Askasatuna di Torino. “L’obiettivo era
partire da una esigenza comune per intraprendere una strada a livello di
cooperazione per costruire una forza: tema centrale costruire una opposizione
concreta rispetto all’orizzonte bellico nella guerra che già pervade le nostre
vite – prosegue Martina – c’è l’esigenza di approfondire come la guerra si
articola nei diversi ambiti delle nostre vite per capire quali sono i nodi e i
punti strategici a partire dai quali è possibile attivarsi , è possibile
contrapporsi in maniera concreta all’avanzare della guerra sui nostri territori,
nelle nostre vite.”
Anche Simone di Pisa, compagno del sindacato sociale Multi insiste su questo
aspetto: “ la crisi globale e l’irreversibilità della guerra condotta da stati e
multinazionali ci pone di fronte l’esigenza di ricostruire un noi. Come provare
a costruire una moltiplicazione degli spazi, dei progetti e del modo di
intervenire nella società? Come riprodurre movimenti di sciopero che possano
inceppare il meccanismo della guerra? La partenza e la partecipazione di
centinaia se non migliaia di persone ad una nuova spedizione per rompere il muro
e il blocco navale nei confronti della Palestina è sicuramente un passaggio
importante, afferma riferendosi alla partenza a fine marzo di una nuova
flottiglia verso Gaza.
Il resoconto della due giorni con Martina dell’Askasatuna
Le valutazioni sull’incontro di Simone di Pisa del sindacato sociale Multi
da Radio Onda d’Urto
Ci tolgono spazi di dissenso e di lotta? Noi ci prendiamo più tempo e più
spazio.
Tre giorni potenti per bloccare i meccanismi della produzione e della
riproduzione sociale, che rendano visibile il nostro lavoro invisibilizzato, che
mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente
costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi,
militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo
sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise.
La nostra risposta alla violenza è collettiva, materiale, culturale e quotidiana
e straborda nelle piazze e negli scioperi.
Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere
uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le
vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della
cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo
presente soffocante e di desiderare la vita che vogliamo prenderci, per
costruire una lotta imprevedibile e concreta, di liberazione per tuttə.
Ad ogni tentativo di silenziare le nostre voci, rispondiamo con un grido
altissimo e feroce e un intero weekend di mobilitazione.
7-8-9M SAVE THE DATES
SABATO 7 marzo CORTEO CITTADINO
DOMENICA 8 marzo diffuso nei quartieri
LUNEDI 9 marzo giornata di sciopero transfemminista e di iniziative in città.
A breve tutti gli aggiornamenti e i dettagli sulle giornate di lotta!
da Non una di meno Torino
Ieri mattina si è tenuta una conferenza stampa davanti all’ufficio igiene
dell’Asl di Torino organizzata dalle persone che abitano lo Spazio Popolare
Neruda in risposta alle minacce di sgombero trapelate a mezzo stampa soltanto
pochi giorni fa.
L’Asl di Torino ancora una volta si fa carico di richieste di sgombero a fronte
di ispezioni svolte ad hoc per rispondere alle esigenze della Procura e della
Questura. Non a caso il medico legale, direttore del Dipartimento di Igiene
dell’Asl, nonché colui che ha firmato le carte in cui vengono portate
argomentazioni evidentemente false per giustificare la richiesta di sgombero
dello stabile per “ragioni sanitarie”, è Roberto Testi (qui si può leggere il
dossier in merito alle sue peripezie, in particolare quando fu a capo del
servizio prevenzione durante la pandemia). Lo stesso medico che, con inaspettata
solerzia, presentò le relazioni (per ben due volte) al Comune di Torino e in
Procura per chiedere il sequestro dell’immobile di corso Regina Margherita 47
con l’obiettivo di dichiararne l’inagibilità e spianare la strada alla Procura
per effettuare lo sgombero (passaggio ritardato di un anno in quanto nel
frattempo venne attivato il percorso di regolarizzazione).
Roberto Testi, che per carriera ha dato il braccio all’ex pm anti-notav Antonio
Rinaudo in svariate occasioni (favori, interessi poco chiari ecc.), oggi si
presta ben volentieri a condimento della campagna elettorale di personaggi come
Maurizio Marrone, infatti, grazie alla relazione del medico le dichiarazioni
dell’aspirante sindaco di Torino in quota Fratelli d’Italia non si sono fatte
attendere, sostenendo la necessità di “sgombero per ragioni umanitarie”. Tutto
questo in una fase di completa crisi dell’azienda sanitaria, come riportavamo in
questo articolo, tra gli scandali del sistema di favori emerso a ottobre scorso
all’Asl To4, i legami con il Garante della Privacy Agostino Ghiglia finito agli
onori della cronaca con un passato nel MSI e Procura e Questura.
E’ curioso che personaggi come questi si appellino all'”emergenza umanitaria”,
risulta superfluo sprecare parole per dirci perché. Ciò che occorre sottolineare
sono alcuni dati.
Innanzitutto, la predisposizione senza veli dell’Asl torinese a farsi da
stampella alle carriere politiche, utilizzando strumentalmente la salute
pubblica come arma di ricatto basando le proprie attestazioni su bugie malcelate
(si parla di indisponibilità da parte degli abitanti a seguire le procedure di
screening e di terapia, quando ciò non è mai accaduto; si parla di rischio
contagio per l’emersione di un nuovo caso – una recidiva curata in ospedale –
quando è chiaro che sgomberando si otterrebbe l’effetto opposto, ossia la
dispersione di supposti casi e dunque di contagio). L’uso amministrativo della
sanità e della sicurezza è un’ulteriore arma nelle mani di chi attacca gli spazi
e le esperienze sociali.
In secondo luogo, se non c’è alcuna dignità, amor per la verità (ma di che
stiamo parlando di questi tempi..), senso della trasparenza, non vi è nemmeno
nessun tipo di rigor di logica. L’irrazionalità è l’atteggiamento con il quale
dirigenti di sanità pubblica, istituzioni, politici, quotidiani amministrano le
situazioni di crisi (dunque la permanente emergenza nella quale siamo immersi)
in quanto l’unica bussola per il proprio agire è l’interesse politico spicciolo
che si traduce nella costante ricerca dello scranno del potere. Non viene
sollevato alcun problema all’interno di questa dimensione a fronte di un agire
palesemente irrazionale e contro l’interesse comune. La differenza è di grado,
ma la candida immunità con cui uomini al potere scelgono le proprie vittime,
consumano i miseri spazi di gestione dell’esistente per la fame di potere è la
stessa che ci scandalizza con gli Epstein Files, ed è strutturale e funzionale
al sistema stesso.
Non paghi quotidiani locali ridanno spazio a Marrone e alle sue calunnie in
risposta alla conferenza stampa e a Testi che ribadisce “Quel luogo è un
edificio inadatto all’abitazione, occupato da circa 600 persone, non controllato
ma controllabile, e rappresenta uno dei problemi sanitari più gravi degli ultimi
anni. Mancano verifiche e bonifiche“. E’ paradossale che si arrivi a definire un
contesto in cui sono state effettuate tutte le procedure previste dal protocollo
sanitario in casi di malattie infettive “uno dei problemi sanitari più gravi
degli ultimi anni”. Il problema grave è la situazione drammatica in cui versa la
sanità pubblica e, mentre questa rischia di non essere più in grado di garantire
le cure (basti pensare alle liste d’attesa, alla chiusura dei punti nascita,
alle aziende sanitarie commissariate, ai soldi finiti nelle tasche di dirigenti
e amministratori invece che per le case di comunità), ancor più grave è la
strumentalizzazione della salute ai fini di propaganda elettorale. Occorrerà
vedere gli sviluppi per dirlo, ma la tendenza a trovare gli strumenti per
procedere direttamente secondo volere governativo esautorando le amministrazioni
locali dalla decisionalità è un elemento da tenere in considerazione. Ciò non
toglie che chi amministra incarni la pochezza e la scarsissima caratura etica e
politica che farebbero la differenza in questo meccanismo, infatti non viene
posta alcuna resistenza ma anzi, comodamente si lascia fare. Che la “sinistra”
sia completamente nemica degli interessi popolari, evidentemente misera e senza
prospettiva, non è una novità, l’elemento di novità è che si allarga sempre di
più la platea di chi ne rimane deluso e disaffezionato senza remore e questo
apre nuove possibilità.
Un elemento prezioso di questa vicenda è l’alleanza e le relazioni che nel tempo
sono state approfondite tra medici volontari, professionisti della salute e
pazienti ma anche con abitanti, residenti del quartiere, attivisti, artisti,
famiglie. Tra gli interventi alla conferenza stampa viene sottolineato il
rapporto di fiducia creatosi, come dato sine qua non per procedere in maniera
corretta nella gestione della profilassi in casi di tutela della salute. La
messa a disposizione delle competenze tecniche scientifiche da una parte e
l’autodeterminazione che cresce tra le mura dello Spazio Popolare Neruda
esprimono una possibilità nei termini di autonomia, riscatto e crescita
soggettiva. Tutti elementi che chi governa e amministra in maniera completamente
asservita a dinamiche ciniche e meschine non è in grado di vedere ma è proprio
ciò che per loro dovrebbe rappresentare il vero pericolo. Si apre una battaglia
profondamente politica che riguarda l’accesso alla salute, alle cure e alla
residenza, un terreno ricompositivo e di rivendicazione chiara perché ancora una
volta viene delineato un campo in cui chi è nemico del popolo mostra il fianco
mentre cresce una forza dal basso, di autorganizzazione e di consenso che
difficilmente potrà essere estirpata da giochi di potere ormai senza veli.
Qui l’audio integrale della CONFERENZA STAMPA
Un estratto video
Di seguito il comunicato dello Spazio Popolare Neruda post conferenza stampa
Oggi, lunedì 23 febbraio, abbiamo tenuto una conferenza stampa davanti
all’ufficio di igiene per rispedire al mittente le accuse di carattere sanitario
mosse nei confronti dello Spazio Popolare Neruda.
Abbiamo appreso mezzo stampa che l’ufficio di igiene – con a capo Roberto Testi
– ha richiesto lo sgombero per motivi sanitari, accusandoci di non aver
collaborato nelle procedure di screening e inventando un nuovo caso di
positività alla tbc che altro non è che una recente riacutizzazione causata da
un’ allergia della persona malata ai farmaci.
Tutte falsità che abbiamo provveduto a sbugiardare, portando le email,
indirizzate all’Asl, in cui si comunicano i contatti di rischio contagio fin dal
14 di ottobre, suddivisi in cerchi concentrici, e una seguente mail del 13
novembre, che hanno portato a terminare il primo giro di screening di tutti gli
abitanti del Neruda agli inizi di Dicembre e del secondo a fine febbraio.
Queste comunicazioni mostrano la nostra disponibilità a collaborare a fronte di
una postura di chiusura da parte dell’uff. di igiene.
Oggi la situazione è già risolta da tempo e il Neruda è un posto completamente
sicuro ma l’estrema destra si avventa sulla recidiva per trasformarla in
campagna elettorale.
Il primo a parlare è Maurizio Marrone, che prima ancora dell’ufficio di igiene
ci accusa di essere un pericolo per la salute pubblica. Altra accusa prontamente
rispedita al mittente, visti i fondi inadeguati che la regione fornisce alla
sanità per gestire i reparti di infettivologia.
Infatti, nonostate la piena collaborazione dell’Amedeo di Savoia, i posti per
gli screening erano contingentati dagli scarsi fondi e dalla mancanza di
assunzioni di nuovi medici e infermieri,rendendo impossibile una risoluzione
ancora più tempestiva del problema.
Questa vicenda mostra in maniera evidente il razzismo sistemico che rende
volutamente complesso l’accesso alla salute per le persone con difficoltà ad
accedere ai documenti: infatti, è stata necessaria una fitta comunicazione con
il centro ISI per permettere a tutt di essere in possesso del codice STP per
accedere allo screening.
Il comunicato stampa del Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle
Cure
COMUNICATO STAMPA
NERUDA, NO AGLI ATTACCHI IDEOLOGICI E A QUALSIASI FORMA DI COLPEVOLIZZAZIONE E
SPECULAZIONE.
Il Comitato per il diritto alla tutela della salute e alle cure condanna senza
se e senza ma qualsiasi forma di colpevolizzazione e speculazione.
La tubercolosi esiste, esisteva ed esisterà. Ogni anno a Torino vengono
identificati 5–8 casi di infezioni comunitarie, con in 10 anni circa 70–80
persone coinvolte, ma nessuna dichiarazione pubblica è mai stata fatta in quelle
occasioni.
Nel 2011 ci fu un focolaio tra gli studenti di medicina alle Molinette: furono
identificati inizialmente 5 studenti malati (forma attiva) e circa 25–30
positivi ai test di screening (infezione latente) su oltre 160 tirocinanti
sottoposti a controllo: allora la soluzione fu forse sgomberare la facoltà?
Oggi si torna a parlare di sgomberare. Noi condanniamo la strumentalizzazione:
non si può usare un caso sanitario come pretesto, quasi si fosse felici di
trovare un paziente per propaganda.
Deve essere chiaro: se questi pazienti non fossero stati al Neruda non sarebbero
stati identificati.
Il Centro Neruda è nato perché c’è un problema abitativo: per le famiglie non
avere una casa peggiora la salute, fa ammalare e morire prima. Tutte le famiglie
residenti nel centro hanno collaborato con piena disponibilità ai controlli
sanitari. Questo è stato verosimilmente possibile grazie al clima di fiducia
costruito nel tempo all’interno del Neruda.
Senza il Neruda il contagio sarebbe stato peggiore, più esteso. Per la gestione
del caso di recidiva e per i controlli c’è stata piena collaborazione sia delle
famiglie sia dei medici.
Ci si aspettava un altro tipo di proposte: potenziare e finanziare la sanità
pubblica, che oggi si regge sull’abnegazione e sugli sforzi degli operatori.
Adesso si parla di TBC, ma la stessa cosa potrebbe avvenire con batteri
multiresistenti. E allora la domanda è: com’è messo il Piemonte rispetto alla
gestione delle malattie infettive?
I tre reparti dell’Amedeo di Savoia sono gli unici di competenza infettivologica
in tutta la provincia di Torino. La carenza di infettivologi è tale che i
colleghi riescono a malapena a coprire le consulenze urgenti delle altre ASL
periferiche, dove la carenza è gravissima.
Molte strutture ospedaliere, comprese quelle di Torino, sono vecchie, con
stanzoni a più letti e bagni in comune, rendendo difficile l’isolamento dei
malati infetti. I Pronto Soccorso sono sovraffollati, con pochissime o nulle
possibilità di reale isolamento e pazienti in barella gli uni accanto agli altri
che attendono spesso oltre 48 ore il ricovero.
I pazienti con infezioni resistenti che vengono dimessi dovrebbero proseguire
l’isolamento, ma questo è spesso logisticamente complesso e difficilmente
monitorabile dalle ASL, anche per carenza di personale.
Infine, dobbiamo sottolineare come questa propaganda mini la coesione sociale e
crei uno stigma verso il migrante, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. C’è
bisogno di questo? Il Comitato per il diritto alla tutela della salute e alle
cure è contro attacchi ideologici.
Saremo accanto alle famiglie, dalla parte di chi è malato, di chi non ha una
casa, sempre per il diritto alla salute per tutti, anche per le donne e anche
per le donne migranti.
Torino, 26 febbraio 2026 UFFICIO STAMPA
Di Marco Veruggio da officina primo maggio
> Una lunga chiacchierata con due attivisti del movimento Ice Out a Minneapolis:
> Janette Zahia Corcelius, sindacalista e attivista dei Democratic Socialists of
> America e Rafael Gonzales, rapper, insegnante e attivista.
> Questo articolo viene pubblicato in contemporanea su OPM e PuntoCritico
La mobilitazione contro l’offensiva anti-immigrati nel Minnesota e l’ampia
reazione alle esecuzioni a sangue freddo di Renée Good e di Walter J. Pretty
hanno dimostrato che si può resistere alla politica reazionaria di Trump non,
come auspica qualcuno anche in Italia, aspettando la rivincita nelle urne a
novembre o affidandosi a qualche magistrato illuminato, bensì ricorrendo ai
mezzi storicamente più efficaci a disposizione dei lavoratori e delle classi
subalterne: scioperi e manifestazioni. Per capire come sono nati i primi rapid
support team, che cos’è successo dopo l’escalation dell’ICE e del Border Patrol
e qual è realmente la situazione oggi, dopo che l’informazione italiana ha
spento i riflettori sul Minnesota, ci siamo fatti una lunga chiacchierata con
Janette Zahia Corcelius, sindacalista e community organiser della Office and
Professionals Employees International Union e attivista dei Democratic
Socialists of America a Minneapolis, e con Rafael Gonzales, rapper, cantante e
insegnante (nome d’arte Tufawon) impegnato nelle mobilitazioni. Quella che segue
è un’ampia sintesi della conversazione a tre.
Come si è sviluppata la vostra lotta e che esperienze avevate alle spalle?
Janette: Prima di arrivare in Minnesota l’ICE era stato anche altrove – Los
Angeles, Chicago ecc. – ma si trattava di grandi città. Minneapolis e Saint
Paul, le Twin Cities, invece, hanno rispettivamente 400 e 300mila abitanti, il
Minnesota in tutto meno di sei milioni. Qui Trump ha inviato circa 3mila agenti,
un’enormità. L’altro aspetto decisivo è che qui nel 2020 c’è stata l’uccisione
di George Floyd per mano della polizia e da qui è partita la reazione che ha
infiammato tutto il paese. Alcuni monumenti identificati come simboli di
ingiustizia razziale sono stati abbattuti. diversi edifici pubblici dati alle
fiamme. La separazione tra destra e sinistra si è accentuata. Nel 2022 la
Minneapolis Federation of Teachers ha proclamato uno sciopero, il primo dagli
anni ‘70, durato 18 giorni. E in passato il Minnesota ha avuto una tradizione
importante di movimenti progressisti, come quello dei nativi, e mobilitazioni
sindacali, come lo sciopero dei Teamsters del 1934. Insomma una storia di
resistenza in cui si intrecciano soggetti e motivi variegati.
Rafa: Aggiungo che abbiamo anche una storia di attacchi alle comunità dei
migranti. Qui, ad esempio, vive un’ampia comunità di somali, che sono stati
anche loro presi di mira e sono emersi anche elementi di islamofobia. Nel 2020,
quando fu ucciso George Floyd, molti membri delle nostre comunità si sono
attivati e abbiamo maturato delle competenze. Ma la storia inizia prima, perché
in passato avevamo già avuto dei neri uccisi dalla polizia. Insomma siamo stati
costretti a organizzarci, vigilare sulle comunità e tenerle al sicuro.
In che modo vi siete organizzati e che tattica avete adottato?
J.: La mobilitazione non è stata spontanea. C’è stata una preparazione, perché
sapevamo che saremmo stati nel mirino. Come ricordava Rafa la rivolta per George
Floyd è avvenuta durante il primo mandato di Trump, che è un personaggio
vendicativo. Inoltre il governatore del Minnesota Tim Walz nel 2024 è stato uno
stretto collaboratore di Kamala Harris e candidato alla vicepresidenza e questa
per Trump era un’altra ragione di vendetta. Perciò già prima che l’ICE arrivasse
decine di migliaia di persone si erano preparate ad agire. Sono state create
delle chat di quartiere usando l’app di messaggistica Signal per coordinarsi,
discutere e segnalare l’arrivo delle unità dell’ICE. Chat divise per scopo:
alcune di sostegno, altre per attivare le squadre di risposta rapida. L’ICE, ad
esempio, utilizza auto senza contrassegni, a volte prese a noleggio, una prassi
assolutamente illegale. Uno dei compiti degli attivisti è identificarle e
segnalarle prima che piombino sui loro obiettivi.
R.: Nei quartieri la gente si è attivata. Come ha detto Janette 30mila persone
hanno seguito dei corsi di formazione per imparare a respingere l’ICE. E sono
state incredibilmente efficaci. Le chat e i gruppi organizzati quartiere per
quartiere agiscono non solo a Minneapolis, ma in tutta l’area delle Twin Cities
e anche oltre. Nelle due città ci sono meno di un milione di residenti, ma se
consideriamo periferie e aree extraurbane arriviamo a 3 milioni e 700mila
persone e i team di intervento rapido coprono tutta l’area. A causa della
gentrificazione molte comunità marginalizzate sono state espulse dal centro
delle città e spinte nelle periferie. Qui l’ICE è stato particolarmente
aggressivo e le squadre sono state molto efficaci. La gente appena arriva l’ICE
esce fuori dalle macchine, usa i fischietti per attirare l’attenzione di chi sta
nelle case e nei negozi lì attorno e farli accorrere e riprende col telefono.
L’ICE ha la meglio quando le vittime sono da sole o in piccoli gruppi. L’azione
dei rapid support team serve a ridurre i rischi. Insomma qui abbiamo creato una
rete di comunicazione molto ramificata e capillare, al cui interno sono maturate
delle competenze ed è un sistema replicabile in altre città dove l’ICE farà le
stesse cose che ha fatto qui.
Che ruolo hanno avuto il sindacato e i Democratici?
J.: Oltre alle comunità, che hanno addestrato squadre di intervento rapido e
osservatori legali, anche i sindacati hanno incoraggiato gli iscritti ad
attivarsi, in particolare per impedire all’ICE di entrare nei posti di lavoro e
nelle scuole. A dir la verità ha anche cercato di fare in modo che gli agenti di
polizia ostacolassero o non collaborassero con l’ICE, ma la polizia non ha mosso
un dito. Sono razzisti e non faranno mai nulla per proteggerci. Poi c’è la
questione casa. Il Minnesota ha approvato una legge antisfratti, ma il
governatore Tim Walz non la sta applicando, perciò siamo intervenuti anche su
questo tema. Raccogliamo fondi per aiutare chi non riesce a pagare l’affitto e
proprio in queste ore abbiamo lanciato uno sciopero degli affitti chiedendo una
moratoria sugli sfratti e aiuti a chi non ce la fa. Anch’io smetterò di pagare
l’affitto in segno di solidarietà con chi non ci riesce.
R: Questa iniziativa del sindacato è un’ottima cosa, perché ci sono molte
famiglie in cui c’era una sola persona che portava a casa i soldi per pagare
l’affitto di casa ed è stata arrestata ed espulsa dall’ICE o dalla Guardia di
Frontiera, altri hanno perso il lavoro o lavoravano in aziende gestite da
immigrati, che sono stati costretti a vendere le proprie attività, per cui hanno
subito contraccolpi dall’arrivo dell’ICE. I raid contro gli immigrati hanno
avuto un impatto drastico sul reddito di molte famiglie, che oggi non sono più
in grado di pagare l’affitto. Ma ritrovarsi per strada significa essere ancor
più vulnerabili, perché la casa è anche una protezione dalle violenze degli
agenti federali. Su questo, come diceva Janette, la autorità non stanno facendo
molto.
Parli del governo del Minnesota?
R.: Sì, ma anche del sindaco.
Mi stai dicendo che il sindaco di Minneapolis ha mandato a quel paese l’ICE
davanti alle telecamere, ma non è andato oltre?
R.: Sì, certo. A differenza del consiglio comunale, che si è mosso, il sindaco
Jacob Frey ha mandato affanculo l’ICE, ha fatto conferenze stampa e
dichiarazioni pubbliche in favor di telecamera, ma poi non ci ha dato un aiuto
concreto. Hanno fatto molto più di lui i gestori di tanti coffee shop e negozi
che, essendo di fatto dei community hub aperti 12 ore al giorno, sono diventati
un punto di riferimento per le squadre di attivisti, organizzano raccolte di
cibo e altre cose utili a chi sta ore e ore in strada a vigilare e sono a
disposizione per tutto l’orario di apertura al pubblico. In questi mesi
l’afflusso di donazioni è stato enorme, anche se ora i numeri, man mano che la
copertura mediatica si riduce, diminuiscono.
J: Volevo aggiungere ancora una cosa sullo sciopero generale del 23 gennaio,
perché, come saprai, si è aperto un dibattito sul tema se sia stato o meno un
vero sciopero generale.
Forse bisogna dire a chi legge che negli USA fare sciopero per ragioni
politiche, come è stato il caso del 22 gennaio, è illegale e si rischiano
sanzioni severe fino all’arresto. Giusto?
J.: Sì, puoi scioperare solo per ragioni legate al tuo contratto di lavoro e poi
ci sono procedure lunghissime che qui nel Minnesota possono durare anche 60
giorni. Qui però puoi andare via dal posto di lavoro in qualsiasi momento per
ragioni di salute. Noi abbiamo incoraggiato i lavoratori a fermarsi – lo slogan
era “no work, no school, no shopping” – utilizzando metodi praticabili senza
esporre nessuno a conseguenze legali. Alla fine anche in molte aziende dove il
sindacato non è presente i dipendenti sono andati dai loro datori di lavoro e
hanno detto che quel giorno non sarebbero andati a lavorare. Il 23 nel Minnesota
un lavoratore su quattro non ha lavorato, perciò credo che sia stato un vero
sciopero generale. Dopo l’assassinio di Alex Pretty, che era un operatore
sanitario iscritto all’AFGE, un sindacato del pubblico impiego, i lavoratori
hanno chiesto di andare avanti e intere assemblee hanno appoggiato questa
proposta, ma i gruppi dirigenti del sindacato hanno deciso diversamente. Un
atteggiamento che per un verso è stato criticato, per un altro riflette un
quadro di oggettiva debolezza del sindacato. Nel Minnesota il tasso di
sindacalizzazione è superiore a quello federale, ma non supera il 15%.
In Italia l’informazione ci ha detto che dopo l’esecuzione di Renée Good e Alex
Pretty l’ICE si sta ritirando a poco a poco. È davvero così? E più in generale
cosa vi aspettate dal futuro qui e a livello federale e che lezioni avete
ricavato da quanto è successo?
R.: Su quanti agenti dell’ICE e del Border Patrol ci siano ancora in città ci
sono varie ipotesi. Sappiamo che doveva partire un primo contingente di circa
700 agenti e che altri dovrebbero seguirli, ma non possiamo dire con certezza se
tutti quelli che dovevano andarsene abbiano effettivamente abbandonato la città.
In realtà ci sono ancora molte operazioni in corso. Le squadre dell’ICE sono
ancora molto attive, in particolare nelle periferie, così come vengono segnalate
molte attività e transito di mezzi dell’ICE e humvee militari nell’edificio che
li ospita, dove probabilmente pianificano nuovi raid e si preparano a eseguirli.
Quel che è certo è che così come mentono quando ci raccontano che a Gaza
l’esercito israeliano ha smesso di sparare, possono mentire quando parlano
dell’ICE a Minneapolis. Di sicuro ICE, Border Patrol e governo hanno cambiato
tattica. Bovino era un personaggio che attirava le telecamere col suo stupido
taglio di capelli, il suo look nazi, i lanci di lacrimogeni contro la gente. E
faceva fare pessima figura al governo federale. Il suo sostituto Tom Homan è più
esperto e soprattutto non cerca l’attenzione dei media. Dirà ai suoi uomini di
essere più rapidi, di completare i raid in 7-8 minuti, in modo professionale e
indolore, ma andrà comunque avanti. D’altra parte arrivano segnalazioni di
agenti che tentano di infiltrarsi, si presentano in strada coi fischietti al
collo e fanno intelligence, raccolgono informazioni. Per questo è fondamentale
continuare a fare pressione. Le comunità in questo momento sono più vulnerabili,
perché l’attenzione è scesa e se sei solo, come dicevo, il rischio di essere
preso aumenta. Poi conosciamo Trump. Può ritirare l’ICE adesso e tra un minuto
dire: “Hey, vi mandiamo altri 3mila agenti”.
Più in generale come vedi il futuro?
R.: Ci sono anche altre città su cui l’azione dell’ICE ha e avrà un impatto
significativo. Del resto il problema non è iniziato con Trump. Il presidente che
ha espulso più immigrati di chiunque è stato Obama, ma i media all’epoca non
hanno dato tanto peso alla faccenda. Oggi il grosso dell’attenzione mediatica
deriva dal fatto che c’è una crisi politica nazionale senza precedenti. In
passato quando dei neri venivano uccisi dalla polizia non c’è stata la stessa
attenzione. Due cose ancora prima di concludere: i raid dell’ICE con
l’immigrazione non c’entrano nulla. Qui la posta in gioco è l’esercizio del
potere in una società che protegge gli interessi delle aziende ma non quelli
della gente comune. Perciò noi continueremo a lottare, per mandare via l’ICE e
non solo, ma è chiaro che se vanno via da qui per andare a fare le stesse cose
in altre città il problema non è risolto, cioè il problema va affrontato come
una questione nazionale. Secondo: andremo avanti senza cadere nella trappola del
governo. Trump vorrebbe che qui succedesse quello che è successo nel 2020, cioè
che bruciamo gli edifici federali. Noi restiamo sul terreno della protesta
pacifica, perché non vogliamo farci attirare su quel terreno.
J.: Voglio aggiungere un’ultima cosa. Chiedevi se abbiamo tratto qualche lezione
da quello che è successo. A mio avviso la lezione principale è che la sinistra
deve creare un fronte unito per combattere il fascismo. Noi qui lo abbiamo fatto
e pensiamo di poter essere di esempio per altri, anche se temo che altre città
non siano altrettanto organizzate, perché viviamo in un paese in cui si è molto
individualisti e isolati. In un fronte unitario, naturalmente, si possono
applicare tattiche diverse, che non tutti condividono e nondimeno credo vadano
rispettate. La cosa più importante, però, è cominciare a prenderci cura dei
nostri vicini e dei nostri colleghi di lavoro. Qui lavoriamo con semplici mamme,
molte politicamente liberal, senza alcuna esperienza di attivismo alle spalle.
Ma è quello che serve per combattere il fascismo: creare un movimento di massa.
E darsi obiettivi realistici. Sennò il rischio è cadere nella stessa trappola di
Black Lives Matter, che chiedeva di abolire la polizia, ha fallito e ora abbiamo
una società più militarizzata di prima. Io sono socialista. Credo che si debba
lottare contro l’ICE, usare l’arma dello sciopero generale, ma credo anche che
dobbiamo chiedere la pubblicazione degli Epstein files, non per colpire Trump,
ma per mostrare come funziona il capitalismo. Non voglio “tornare alla
normalità”, voglio una società nuova.
Torino. Apprendiamo la recente notizia della perdita da parte dell’associazione
culturale “Comala” degli spazi che gestisce da ormai 15 anni. La Circoscrizione
3, insieme al Comune di Torino, ha indetto un bando per l’assegnazione degli
spazi dell’ex caserma La Marmora, scartando “Comala” e optando per una cordata
di associazioni guidata dall’APS Social Innovation Teams.
Se può essere mascherato da atto dovuto e legittimo della Circoscrizione, in
realtà è possibile leggere in questa decisione – senza dover scavare neanche
troppo – precise volontà politiche e buchi procedurali di non poco conto.
Comala, da quando ha cominciato la sua attività, ha rappresentato un polo di
aggregazione di rilievo a livello cittadino e di quartiere. Aule studio, sale
musicali, uno studio di registrazione e spazi adibiti a laboratori di ogni tipo,
tutto costruito riabilitando uno stabile di proprietà del Comune in disuso da
decine di anni. Si tratta di un centro aperto e libero, che ha saputo capire e
coprire i bisogni di migliaia di persone – molte delle quali frequentano il
vicino Politecnico -, sviluppando importanti forme di partecipazione collettiva
e offrendo anche possibilità di organizzazione politica. Talvolta lo ha fatto
anche opponendosi direttamente a un modello di amministrazione cittadina, volto
a sacrificare la vivibilità degli spazi in favore della speculazione e del
profitto, come quando nel 2022 ostacolò e nei fatti impedì – nel quadro di una
mobilitazione più ampia – il progetto di realizzazione del supermercato
Esselunga, nel parco Artiglieri di Montagna.
In effetti, un’esperienza inusuale in una città come Torino, in cui
difficilmente si riesce a realizzare un luogo in cui possano coesistere
socialità, uso virtuoso dello spazio pubblico e gratuità dei servizi.
Un’esperienza che, evidentemente, non più gradita a chi governa la città, deve
essere smantellata. E questo accade non con la chiusura definitiva, ma con la
riconversione degli spazi secondo logiche totalmente opposte. I criteri di vita
e gestione di Comala retrocedono per far posto all’opzione politica che ormai
risulta l’unica direzione seguita dall’amministrazione comunale per “migliorare”
la città nei suoi ambiti giovanili: quella dell’impresa sociale,
dell’innovazione, della falsa sostenibilità ambientale.
L’associazione SIT, vincitrice del bando, si caratterizza proprio per il suo
obiettivo di farsi promotrice di “imprenditorialità sociale e ambientale” e, nel
contesto di Comala, di renderla “incubatore di start up e imprese”. Insomma,
propositi in perfetta linea con le nuove avanguardie politiche, ma pure e
soprattutto retoriche, dell’”imprenditorialità giovanile” come motore di
sviluppo non solo economico, ma anche sociale e ambientale. Il tutto andando
incontro – quantomeno secondo l’APS – alla necessità di creare sbocchi e
opportunità per il Politecnico.
Se si vuole ignorare l’inutilità per il Politecnico di un’ulteriore realtà di
questo tipo, di cui è saturo, rimangono comunque non pochi elementi
problematici, sottesi per altro a un indirizzo politico generale.
Si osserva infatti il trionfo di una visione dello sviluppo sociale strettamente
legata all’emersione di piccole imprese “innovative”, capaci, secondo chi
propugna questa prospettiva, di rivoluzionare progressivamente la società. Si
tratta del volto nuovo del capitalismo degli ultimi 15 anni, forgiato e
alimentato in seno alla Silicon Valley ed esportato come orizzonte di
evoluzione, specialmente nell’ambito high-tech. Un paradigma che ha subito preso
piede anche in Europa e specificamente in Italia, dove gli acceleratori di
impresa hanno un’ovvia minore portata di investimento. A Torino, le diverse
amministrazioni che si sono susseguite hanno, chi più chi meno, perseguito
questa caratterizzazione dello sviluppo cittadino. E così, all’inesorabile
processo di deindustrializzazione della città, la risposta è stata quella di
favorire l’organizzazione di grandi eventi e la proliferazione di associazioni,
cooperative e start up, spesso legate a doppio filo alle università, in
particolare il Politecnico. Il processo si allaccia perfettamente alla
realizzazione della “Città dell’Aerospazio”, indicando il tracciato preciso
della mutazione del tessuto economico-sociale di Torino. Lungi dal rappresentare
una svolta etica del capitalismo o persino un suo cambiamento sostanziale, si
tratta di una variazione di forma nei processi di valorizzazione, ancora più
subdola, poiché mischia a priori il processo di accumulazione a una presunta
intrinseca utilità sociale. L’idea poi che le start up possano essere alla
portata di tutti, con dimensioni limitate e con possibilità di crescita basate
sull’impegno e sull’ingegno, ricalca la retorica neoliberale del riscatto
sociale basato sulla dedizione individuale, di cui non c’è bisogno di ricordare
la falsità.
Insomma, nonostante i tentativi di edulcorare lo sfruttamento di persone e
risorse, la sostanza rimane grossomodo la stessa. E, di conseguenza, anche il
futuro del Comala, sebbene il presidente di SIT Paolo Landoni parli di mantenere
i servizi già esistenti, comincia a connotarsi in un determinato modo: tenere
gratuita la fruizione delle aule studio, ma rendendo altri servizi a pagamento o
più costosi e incentrare le attività sulle fantomatiche start up.
Salta poi all’occhio la presenza, tra le associazioni vincitrici, di Eufemia.
Sempre basata sulla “promozione sociale”, qualche anno fa balzò agli onori della
cronaca per non aver rispettato norme lavorative e aver licenziato
arbitrariamente delle dipendenti che avevano scioperato.
Si comprende quindi molto bene il vento che tira se i presupposti di evoluzione
del Comala sono questi.
Qualcuno, tra cui la presidente della Circoscrizione 3 Francesca Troise, per
giustificare la decisione, parla di un bando regolarmente indetto e pubblico, a
cui chiunque avrebbe potuto accedere. I motivi per cui questo discorso,
schiacciato sul profilo tecnico della decisione, rimane fuori da ogni logica di
senso sono più di uno.
Innanzitutto gli spazi gestiti dall’associazione Comala non erano stati, almeno
in principio, aggiudicati attraverso un bando pubblico. La Caserma La Marmora
era in disuso da anni e soltanto su iniziativa dell’associazione (non del
Comune), facendo richiesta alla Circoscrizione, sono iniziate le attività.
Inoltre, dal 2020 la concessione era scaduta. Nonostante ciò, per 5 anni Comala
ha continuato a curare lo spazio, ampliandolo, migliorandolo nella struttura e
nelle attività, e continuando a chiedere delle forme di regolarizzazione. Di
conseguenza, la decisione appena presa, da leggere in un quadro di passiva
opposizione ai progetti del Comala, appare come un deliberato attacco
all’associazione, studiato per delegittimarne la presenza e, cogliendo la prima
opportunità utile, eliminandola dal territorio.
Se poi si vuole fingere che la burocrazia abbia avuto più peso della
decisionalità politica, ci sarebbe da chiedersi per quale motivo non ci sia
stato un intervento in senso contrario. Lo spazio pubblico, i servizi per il
territorio e tutte le possibilità offerte da Comala sono state costruite di pari
passo con una comunità che si è riconosciuta nello spazio e in un certo modo di
intenderlo. È quindi soltanto quello il “pubblico” a cui dovrebbe essere chiesto
come, quando e perché lo spazio dovrebbe cambiare.
Si tratta in fondo di un copione già visto: quello della chiusura di spazi
sociali e giovanili che possano anche solo lontanamente costituire
un’alternativa all’esistente.
Soltanto 2 mesi fa veniva sgomberato Askatasuna, dando concretezza all’agenda
governativa – evidentemente condivisa da vere o presunte opposizioni, anche
nelle amministrazioni – di continuare a chiudere gli spazi, come già successo
con il Leoncavallo.
Questa tendenza, che non è iniziata 6 mesi fa e non finisce adesso, va
interpretata in una dimensione più generale.
L’intensificarsi di questi attacchi è andato paradossalmente di pari passo con
la perdita di agibilità generale dei movimenti sociali. La capacità di incidere
sui rapporti di forza si è fatta progressivamente più flebile, lasciando spazio
e terreno all’avanzata politica della controparte, che ha colpito le parti
tangibili e simboliche dei risultati delle lotte: centri sociali occupati, spazi
autogestiti, adesso anche associazioni culturali.
Se questo è un assunto da tenere a mente, difendendo quindi spazi e luoghi di
aggregazione, è anche necessario riuscire ad andare oltre, togliendosi
dall’angolo di isolamento e difesa nel quale vogliono costringere le energie
sociali emergenti, eliminando uno spazio dopo l’altro. In questo senso non si
può dimenticare l’esperienza dirompente delle mobilitazioni di inizio autunno,
che hanno dato una dimostrazione di come il campo delle possibilità e del
cambiamento sia ancora aperto. Colpire il Comala infatti, vuol dire anche
tentare di mettere un freno a chi immagina un futuro diverso e desidera
cambiarlo. Ed è proprio questo desiderio che bisogna rendere potenza
trasformativa, che si ponga l’obiettivo di intervenire sulla realtà e cambiarla.
Il futuro dell’Italia e dei paesi Occidentali si delinea in maniera sempre più
chiara: la guerra, per ora ancora nascosta nella crisi risolta con le politiche
di riarmo e negli equilibri politici e geopolitici sempre più precari, diventa
un orizzonte progressivamente più vivo. La chiusura degli spazi sociali è
sintomo anche di questo processo.
La posta in palio è decisamente alta e potenzialmente c’è in gioco, se non
ancora l’integrità della vita umana, sicuramente la possibilità di evitare
spirali di crisi e un’economia di guerra, con tutti i costi sociali che
determina. Di conseguenza, non ci si può fermare in un perimetro difensivo che
porterebbe inevitabilmente a perdere. Nelle scuole, nelle università, sui luoghi
di lavoro e nelle strade è stata dimostrata una forza. La forza degli scioperi
generali, del milione di persone a Roma e delle 50 mila a Torino per Askatasuna.
Difendere il Comala, difendere chi lo vive e resistere vuol dire riconoscere
questa forza e andare oltre, costruendo percorsi di lotta, con l’obiettivo,
senza illusioni, di ottenere delle vittorie.
Qui la petizione per salvare Comala