L’appello che risuona nelle scuole italiane da nord a sud si sta concretizzando
in numerose dimostrazioni, occupazioni e scioperi.
Se in alcune città la spinta è arrivata da collettivi radicatisi con le
mobilitazioni per la Palestina dell’anno passato, in altri contesti
l’organizzazione appare spontanea, appoggiandosi all’immaginario che
dall’Oltralpe sta facendo il giro del mondo, in primo luogo attraverso i social
media.
Venerdì scorso al tecnico Manzoni di Padova si sono verificate animate proteste
per l’eliminazione dei “ritardi brevi”, ovvero gli ingressi con pochi minuti di
ritardo rispetto all’orario previsto. Anche gli studenti di un altro istituto
padovano, il Valle, si sono attivati per l’assenza di un cortile dove
trascorrere l’intervallo, allagamenti, tetti che crollano.
Le motivazioni delle proteste risultano disomogenee. La maggior parte affronta
questioni locali, come la condizione dei plessi scolastici o provvedimenti
adottati dalle dirigenze. A Palermo lunedì scorso uno sciopero ha portato
all’annullamento dell’obbligo di fornire “motivazioni urgenti” per potersi
staccare per pochi minuti dalla lezione.
Si registrano attivazioni anche su questioni strutturali, come per il
provvedimento sul tetto del 30% per gli alunni stranieri previsto dal ministro
Valditara, la proposta formativa sempre più povera, l’insufficiente educazione
sessuo-affettiva, la conduzione di eventi in collaborazione con le forze armate
e le forze dell’ordine negli istituti. È generale l’impressione che
l’investimento nel riarmo stia erodendo le briciole destinate alla formazione e
al resto dei servizi pubblici.
Segue una parziale lista delle prossime mobilitazioni in aggiornamento!
Mercoledì 14
PALERMO ore 9 p.za Cattedrale
Venerdì 16
TORINO ore 10 p.za Xvii Dicembre + FFF
GENOVA ore 9.30 p.za De Ferrari
VENEZIA ore 9 p.le Donatori di sangue
PADOVA ore 8 p.le Stazione
VICENZA ore 9 p.le Stazione
BOLOGNA ore 9.30 Ufficio scolastico regionale
LIVORNO ore 9 p.za Cavour
ROMA ore 9.30 metro Cavour
Nella stessa mattinata o nel pomeriggio sono stati indetti da fff dei cortei per
lo sciopero nazionale per il clima: TRIESTE, TARANTO, PISA, FIRENZE, oltre che
in alcune delle città già menzionate.
Sabato 17
CAGLIARI
GROTTAGLIE ore 8.30 p.za Regina Margherita
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Dopo l’udienza di mercoledì 30 settembre scorso, ultima prima della sentenza
definitiva nei confronti di Stefano (qui si può leggere il resoconto), questo
mercoledì 14 ottobre alle ore 9.30 in aula 7 sarà la volta della nostra compagna
Sara.
La sorveglianza speciale è un dispositivo retaggio del codice Rocco di epoca
fascista, un modo per attuare una pressione e un controllo nei confronti di
compagni e compagne che si spendono nelle lotte con l’obiettivo di trasformare
in maniera pesante la loro quotidianità e condizionare la loro libertà.
Il tentativo è quello di colpire singole condotte, cucendo addosso alle
personalità attitudini inclini al compiere reati, proprio traducendo in epoca
contemporanea uno sguardo quasi lombrosiano atto a criminalizzare le lotte e i
movimenti sociali.
Non lasciamo soli e sole Stefano e Sara, questo mercoledì portiamo la
solidarietà in aula!
da Associazione a Resistere
Un migliaio di persone si sono radunate sabato 10 ottobre in Piazza della Scala
a Milano hanno risposto all’appello lanciato dalla Rete nazionale dei Comitati
Stop Data Center e manifestato nel pomeriggio per esprimere preoccupazioni e
denunciare le criticità che lo sviluppo di questi impianti hanno sul territorio,
in primis lombardo.
Chiedono in particolare una moratoria sulle nuove autorizzazioni fino alla
definizione di regole più precise su impatti ambientali, urbanistica e un
coinvolgimento reale dei cittadini nelle scelte rispetto a questi impianti.
Sollevano diverse criticità, tra le quali la mancanza di una valutazione
complessiva: in Lombardia, nell’area milanese in particolare, sono molti i
progetti che insistono sul territorio, spesso a pochi chilometri di distanza.
Servirebbe, secondo i rappresentanti della rete, analizzarli con uno sguardo
d’insieme e non singolarmente.
Da piazza della Sacala la corrispondenza di Giulia della redazione.
L’intervento in piazza di Enrico Duranti, della rete dei comitati stop data
Center e di Sergio Manera, professore di Fisica all’università di Pavia
da Radio Onda d’urto
Di seguito il comunicato della rete nazionale Stop Data Center
𝐂𝐄 𝐋’𝐀𝐁𝐁𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐅𝐀𝐓𝐓𝐀! 𝐆𝐑𝐀𝐙𝐈𝐄 𝐀 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐄 𝐄 𝐀 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐈!
Un immenso e di cuore 𝐆𝐑𝐀𝐙𝐈𝐄 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢
𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢, vera anima della nostra Rete e insostituibili
sentinelle dei territori! E un grazie gigantesco a ciascuna persona,
associazione e realtà che oggi è scesa in piazza, ci ha sostenuto e ha fatto
sentire la propria voce. È grazie alla tenacia, al presidio costante e
all’impegno di tutti noi se la manifestazione di oggi, 10 ottobre, è stata un
𝐒𝐔𝐂𝐂𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐒𝐓𝐑𝐀𝐎𝐑𝐃𝐈𝐍𝐀𝐑𝐈𝐎!
La 𝐑𝐞𝐭𝐞 𝐍𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐒𝐭𝐨𝐩 𝐃𝐚𝐭𝐚
𝐂𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫 ha fatto sentire un urlo forte, chiaro e inarrestabile: il nostro
territorio non si svende!
Ribadiamo a gran voce che la 𝐌𝐎𝐑𝐀𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀 è la chiave di volta per fermare
questa colonizzazione! Serve uno 𝐬𝐭𝐨𝐩 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐭𝐨 ai progetti
devastanti per tutelare i beni comuni.
Vedere così tante persone unite, fianco a fianco con la stessa passione e
determinazione, ci riempie di orgoglio e ci carica di un’energia incredibile.
Abbiamo dimostrato che di fronte al consumo scriteriato di risorse e alla
cementificazione selvaggia dei mega data center, le comunità sanno organizzarsi
e lottare insieme!
𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝟏𝟎 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚:
𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀ 𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚𝐭𝐞,
𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐭𝐞,
𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞!
UN GRAZIE INFINITO A TUTTE E TUTTI: a chi ha sfilato in piazza, a chi ha
organizzato ogni dettaglio, a chi ha diffuso la voce sui social e nei quartieri,
e 𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚.
Non ci fermeremo qui. 𝐋𝐚 𝐥𝐨𝐭𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚, ma oggi abbiamo
dimostrato a tutti la forza e la determinazione della nostra rete!
Anche i comitati territoriali contro la speculazione energetica da grandi
rinnovabili si mobilitano per la Palestina.
Ieri 10 ottobre 2026 in occasione della giornata di mobilitazione nazionale e
internazionale per la Palestina, a Pian di Mommio, piccolo paese in Toscana in
provincia di Lucca, si è tenuto un presidio sui territori implicati nella
costruzione di un progetto di fotovoltaico finanziato da un’azienda israeliana.
Ne avevamo parlato approfonditamente qui, insieme ad Anna, attivista del
comitato. In questo dossier avevamo analizzato la filiera degli investimenti e
il coinvolgimento dell’azienda Sunprime con i fondi derivanti da Noy Fund,
attore direttamente attivo nell’occupazione delle terre palestinesi in
Cisgiordania e a Gaza.
Il caso di Pian di Mommio
Di seguito il comunicato del comitato
Ti aspettiamo presso l’impianto fotovoltaico in Piano di Mommio Via dei
Ghivizzani per affrontare insieme il problema di uno sviluppo selvaggio e non
pianificato delle energie rinnovabili e discutere del futuro del nostro
territorio.
Vogliamo che la transizione energetica sia sostenibile anche per le comunità che
vivono questi luoghi, senza trasformare il nostro paesaggio in un enorme
deposito di litio, ferro e infrastrutture industriali. Chiediamo confronto,
trasparenza e soprattutto un modello di sviluppo che tenga conto del territorio
e delle persone che lo abitano.
Il futuro energetico non può essere costruito cancellando il futuro dei nostri
territori. Ti aspettiamo presso l’impianto. Vieni a discutere ed informarti.
I PANNELLI FOTOVOLTAICI VANNO POSIZIONATI SUI TETTI NON SUI CAMPI! RINNOVABILI
SÌ. CONSUMO DI SUOLO NO!
LA COSTITUZIONE TUTELA IL PAESAGGIO E L’AMBIENTE
L’articolo 9 della Costituzione recita:
” La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e
tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle
future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela
degli animali.”
NON SIAMO CONTRO L’ENERGIA PULITA.
Siamo favorevoli alle energie rinnovabili. Ma “transizione energetica“ non
significa sacrificare il territorio, né ignorare la qualità della vita di chi
vive vicino agli impianti.
PRIMA UTILIZZIAMO GLI SPAZI GIÀ ESISTENTI:
TETTI DELLE CASE
TETTI DELLE INDUSTRIE
PISCINE E IMPIANTI SPORTIVI
PARCHEGGI E AREE GIÀ URBANIZZATE
CAVE DISMESSE
AREE INDUSTRIALI DISMESSE E DEGRADATE
E GLI IMPIANTI A TERRA? VANNO POSIZIONATI LONTANO DALLE ABITAZIONI.
Chi vive nelle vicinanze ha diritto a silenzio, sicurezza e qualità della vita.
Gli impianti devono essere progettati e collocati nel rispetto delle persone che
abitano il territorio, considerando anche:
IL RUMORE DELLE CABINE E DELLE APPARECCHIATURE ELETTRICHE
GLI IMPATTI TERMICI E MICROCLIMATICI (ISOLA DI CALORE)
LA DISTANZA DALLE ABITAZIONI
IL PAESAGGIO E LA BIODIVERSITÀ
LA TUTELA DEI TERRENI AGRICOLI
NON È SOLO UNA QUESTIONE DI ENERGIA. È UNA QUESTIONE DI COME, DOVE E A QUALE
PREZZO PRODUCIAMO ENERGIA.
Diciamo no a un modello in cui i nostri territori diventano terreno di
speculazione e le comunità locali restano con i costi dal punto di vista del
territorio, dell’ambiente, della qualità della vita, mentre i profitti prendono
altre strade.
Vogliamo investimenti che portino lavoro, servizi, opportunità e benefici
concreti per chi vive questi territori.
Il territorio non è una merce da sfruttare. È la nostra casa, la nostra storia,
il nostro futuro.
Il Comitato dei Cittadini di Piano di Mommio
La chiamata da parte di Freedom Flottilla Viareggio
Anche Viareggio e la Versilia parteciperanno alla giornata di mobilitazione
nazionale contro il sionismo e il genocidio.
Abbiamo scelto di farlo iniziando una lotta contro la presenza dei capitali
israeliani nel commercio del fotovoltaico nelle nostre terre.
Boicottare, disinvestire e sanzionare Israele è oggi la pratica più concreta che
possiamo attuare per fermare uno Stato genocida come Israele. Per questo
invitiamo tutti a prendere parte al presidio con conferenza stampa che faremo al
campo del fotovoltaico a Massarosa.
e il comunicato:
Stamani, nella giornata di mobilitazione nazionale contro il genocidio in
Palestina e il sionismo, siamo scesi in piazza insieme al Coordinamento Versilia
per la Palestina e il Comitato cittadino di Pian di Mommio (Massarosa) per una
giornata di boicottaggio contro i capitali delle aziende israeliane nel
fotovoltaico locale e regionale. Abbiamo manifestato davanti all’impianto di
Pian di Mommio costruito attraverso scatole cinesi di holdings che fanno capo al
maggior fondo di investimento israeliano nel fotovoltaico e ad una società
multinazionale israeliana. Se i governi non sono in grado di sanzionare e
fermare il genocidio deve essere la mobilitazione popolare che attraverso il
boicottaggio, sanzionamento e disinvestimento devono costringere Israele a non
colonizzare le nostre economie e le nostre terre.
Della giornata di presidio organizzato davanti al campo fotovoltaico ne ha
parlato anche un quotidiano locale.
Sempre sullo stesso tema il collettivo Diritti per la Palestina di Ribolla ha
organizzato un presidio che si terrà venerdì 16 ottobre. Di seguito l’indizione:
16 ottobre: Presidio sotto la Regione per dire NO all’Autorizzazione Unica
Energetica all’impianto agrivoltaico “Ribolla” dell’azienda genocidaria
Shikun&Binui, inserita nella Black list ONU per violazione dei diritti umani in
Palestina. Sembra assurdo ma è così, la Regione Toscana è ad un passo dal
concedere l’autorizzazione. Ma c’è di più, Shikun&Binui ha presentato progetti
per 5 impianti tra la provincia di Grosseto, Livorno e Pisa che, se fossero
autorizzati, frutterebbero all’azienda israeliana oltre 100MW e 180 000 pannelli
su un latifondo multicentrico di 150 ettari complessivi che sarebbero così
completamente deturpati e colonizzati. La transizione ecologica che vogliamo
dev’essere etica, giusta e democratica, e lo ribadiremo insieme nel giorno del
Climate Strike. Dopo due mesi di resistenza, 17 000 firme raccolte, l’appoggio
di Francesca Albanese e Moni Ovadia, ci troveremo per rammentare alla Regione
Toscana che ha l’obbligo morale di rispettare i diritti umani, come sancito
dall’art 3 dello Statuto Regionale e di onorare il Riconoscimento – avvenuto
l’11 febbraio 2026 – dello Stato di Palestina da parte della stessa Regione
Toscana.
Come cittadini, non abbiamo intenzione di accettare che il nostro sole produca
alcun MW che alimenti il genocidio a Gaza e in Cisgiordania, nemmeno se
dovessero esserci vantaggi per il territorio. Non solo non accetteremo ulteriori
complicità con Israele, ma chiediamo l’interruzione di ogni rapporto con
Israele, perché finora è stata la mancanza di azioni concrete per interrompere
il ciclo di impunità che ha permesso ad Israele di portare avanti il genocidio.
Se passa Ribolla, è probabile che anche gli altri impianti passino. Se non passa
Ribolla, avremo fatto quello che ci chiedono i Palestinesi quando ci dicono
“Grazie di tutto, ma fate qualcosa dove siete voi per fermare il sistema
economico finanziario di Israele, altrimenti questo inferno non finirà mai”
Ci vediamo il 16 ottobre, via Cavour ore 11!
Il cosiddetto “nuovo nucleare” ricorre ancora alla fissione dell’atomo e
continua a produrre scorie radioattive che si accumulano sul nostro territorio.
Da quarant’anni, i rifiuti liquidi ad alta attività dell’impianto Eurex di
Saluggia sono sempre nello stesso posto nel Vercellese e non sono state neanche
solidificate. Del deposito nazionale non c’è neanche l’ombra e, anche per
questo, l’Italia è sotto procedura di infrazione europea. Come se non bastasse,
il Maxi Data Center “Cavour Hyperscale Campus” previsto a Trino (Vc), come tutti
i grandi Data Center, suscita forti preoccupazioni energetiche, ambientali ed
etiche. Per funzionare, limitandoci al solo aspetto energetico, richiede di
essere alimentato con 400 MW continuativi di energia elettrica, pari a 3
miliardi e mezzo di chilowattora: più del triplo del consumo di tutti i settori
della intera provincia di Vercelli (1 miliardo di kWh/anno). Questi nuovi enormi
consumi vanificheranno la transizione energetica, essendo persino superiori alla
produzione di tutto il fotovoltaico installato in Piemonte (3 miliardi di kWh).
E a Trino rispunterà una nuova centrale atomica
Ripubblichiamo ’intervista di FABIO BALOCCO con GIAN PIERO GODIO, ambientalista,
apparsa su Italia Libera.
Segnaliamo anche che a proposito di questi temi si terrà un incontro pubblico
promosso da Legambiente del Vercellese e della Valsesia a Trino, stretto tra
data center e nucleare.
Gian Piero Godio in una manifestazione ambientalista
► Gian Piero Godio ha lavorato per molti anni al Comitato Nazionale per
l’Energia Nucleare (Cnen) come responsabile della unità di Automazione e Calcolo
scientifico dell’impianto nucleare di riprocessamento Eurex di Saluggia, in
Piemonte. È proprio facendo quel lavoro che ha constatato quanto il nucleare
fosse pericoloso per i lavoratori, per l’ambiente e per il suo legame con le
guerre, e così si è sentito in dovere di far conoscere a tutti questi aspetti
poco pubblicizzati, entrando a far parte attiva, già negli anni ’80, dei
movimenti ecopacifisti e successivamente delle associazioni ambientaliste Pro
Natura e Legambiente, delle quali fa parte tuttora, oltre ad essere referente
dell’Osservatorio dei Cittadini sul nucleare [nota].
— Tanto tuonò che piovve: dopo anni che si parla del ritorno all’energia
nucleare, pare che ci siamo, il governo ha approvato il Ddl delega per la
realizzazione di nuove centrali. Si parla di nucleare sostenibile: è così? E in
cosa le nuove centrali si differenzierebbero dalle vecchie?
> «Può mai esistere il nucleare sostenibile, può esistere la guerra giusta? Sono
> una contraddizione, un ossimoro. In ogni caso, persino formalmente, il
> Regolamento Delegato (Ue) 1214 del 2022 prevede che un impianto nucleare possa
> ritenersi sostenibile se:
>
> – lo Stato dispone di impianti di smaltimento finale in esercizio per tutti i
> rifiuti radioattivi a più bassa radioattività;
>
> – di un piano per l’entrata in funzione, entro il 2050, di un impianto di
> smaltimento di rifiuti radioattivi ad alta attività;
>
> e mi risulta che l’Italia su questi temi sia addirittura in procedura di
> infrazione. Per quanto riguarda le “nuove” centrali non potrebbero che essere
> del tutto simili alle “vecchie” che in Italia già conosciamo bene:
> innanzitutto continueranno ad utilizzare la fissione nucleare e,
> conseguentemente, a produrre ulteriore plutonio e ulteriori scorie
> radioattive; poi viene detto che saranno “più piccole” delle precedenti, cioè
> tra i 100 e i 200 MW, ma le ex centrali nucleari di Latina e del Garigliano
> erano rispettivamente da 200 e da 150 MW … e poi, se saranno da 100 MW, per
> fare anche solo il 10% dell’energia elettrica necessaria al 2050 ne
> occorreranno quasi un centinaio, allegria!».
Il ministro dell’Ambiente e Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin
“abbracciato” dai nuclearisti italiani
— Dato che dietro ogni scelta di carattere economico c’è una lobby che spinge,
nel caso di specie ti chiedo: quale business c’è dietro? Si sa o si può
ipotizzare?
> «A mio parere il Governo più che il nucleare in sé, vuole scegliere quello che
> definirei il “modello nucleare”, cioè non una singola tecnologia, ma un
> sistema energetico centralizzato e a favore dei grandi interessi industriali,
> evitando i processi di democrazia partecipativa e le autonomie locali
> attraverso decreti d’urgenza o procedure autorizzative speciali. Infatti la
> nuova legge prevede che ad autorizzare tutti i vari impianti nucleari sarà
> esclusivamente il Mase (ministero per l’Ambiente e la Sicurezza energetica), e
> non è neppure una novità, se pensiamo a Ponte sullo stretto, Tav, mega Data
> Center, ecc.».
— Debbono ancora essere smaltite le scorie lasciate dal nucleare “insostenibile”
e in futuro si uniranno quelle del sostenibile…
> Foto storica dell’impianto di riprocessamento Eurex di Saluggia (Vc), credit
> Sogin
>
> «I rifiuti radioattivi del nucleare pregresso non sono stati sistemati. Appare
> innanzitutto evidente la vergognosa incapacità dimostrata per l’indispensabile
> e urgente solidificazione dei rifiuti liquidi ad alta attività giacenti da
> oltre 40 anni presso l’impianto Eurex di Saluggia: l’impianto di
> solidificazione Cemex. Nei serbatoi del sito nucleare Eurex – gestito prima da
> Cnen-Enea e, dal 2003, da Sogin – sono tuttora presenti complessivamente circa
> 270 metri cubi di rifiuti liquidi radioattivi prodotti nel corso delle
> campagne, condotte negli anni ‘70 e ‘80 in questo sito, campagne di
> riprocessamento degli elementi di combustibile irraggiato, provenienti da
> varie centrali nucleari italiane ed estere. La solidificazione di questi
> rifiuti è stata richiesta più volte dagli organi di controllo fin dal 1977,
> quando il ministero dell’Industria prescrisse al Cnen la realizzazione
> dell’impianto entro cinque anni. Ma dopo oltre quarant’anni e innumerevoli
> proroghe della prescrizione l’impianto non è ancora pronto e la
> solidificazione non è ancora iniziata. I rifiuti liquidi poi, una volta
> cementati, andranno portati in depositi che ancora non si sa dove e quando
> verranno realizzati. Siamo quindi in buone mani! Ed ora il Governo vorrebbe
> ripartire daccapo con nuove centrali nuovi impianti di fabbricazione e di
> riprocessamento e ulteriori depositi di scorie?».
— Come giustifica il governo questa scelta a fronte del fatto che in passato gli
elettori con ben due referendum si sono dichiarati compattamente contrari
all’energia nucleare?
> Sondaggio Demopolis dopo l’approvazione del disegno di legge sul nucleare alla
> Camera, giugno 2026
>
> «Nella relazione che accompagnava il Disegno di Legge, definitivamente
> approvato il 23 settembre, si giustificava il mancato rispetto del risultato
> del referendum del 2011 sostenendo che vi era nel frattempo stato un
> cambiamento dello scenario tecnologico e politico. Invece il risultato del
> referendum del 2011 risulta ancora valido in quanto, per lo meno in un primo
> periodo, secondo la proposta governativa, si tratterà inevitabilmente dello
> stesso tipo di reattori oggetto dello scorso referendum (terza generazione),
> quindi, lo scenario tecnologico è lo stesso del 2011. Inoltre il Governo del
> secondo referendum del 2011 era presieduto da Silvio Berlusconi; quindi, oggi,
> anche lo scenario politico è approssimativamente lo stesso di allora
> (Centrodestra)».
— Un tema scottante e attuale: qual è il rapporto tra il nucleare e i data
center?
> «Effettivamente centrali nucleari e mega data center sembrano fatti apposta
> per un matrimonio di interessi e di potere, mentre l’Intelligenza Artificiale
> dovrebbe essere considerata un Bene Comune ed essere sottratta ad applicazioni
> belliche, speculative o antidemocratiche. Il suo sviluppo dovrebbe essere
> aperto e graduale, ed il suo addestramento nei data center dovrebbe avvenire
> in modo flessibile, così da adattarsi alle disponibilità orarie e stagionali
> delle fonti rinnovabili che devono rappresentare da subito l’unica fonte
> energetica utilizzabile, e devono derivare da nuovi impianti e nuovi accumuli
> a questo specificamente destinati, per evitare che venga cannibalizzata la
> quantità di energia rinnovabile tuttora prodotta. Questo sviluppo potrebbe
> essere preventivamente pianificato a livello statale e regionale, ma così non
> è, tant’è che il Maxi Data Center “Cavour Hyperscale Campus” previsto a Trino
> (Vc) è stato riconosciuto “strategico” dal Consiglio dei ministri, anche se,
> come tutti di grandi Data Center, suscita forti preoccupazioni energetiche,
> ambientali ed etiche. Intanto ci si dovrebbe chiedere a cosa serve questo
> gigantismo dei data center? Alla speculazione, al controllo sociale, alla
> guerra? Ma, limitandosi ai soli aspetti energetici, dato che richiede di
> essere alimentato con 400 MW continuativi di energia elettrica, significa che
> ogni anno in Data Center di Trino consumerà 3 miliardi e mezzo di chilowattora
> di energia elettrica, più del triplo del consumo di tutti i settori della
> intera provincia di Vercelli (1 miliardo di kWh/anno). Questi nuovi enormi
> consumi vanificheranno la transizione energetica, dato che sono persino
> superiori alla produzione di tutto il fotovoltaico installato in Piemonte (3
> miliardi di kWh nel 2024). Se dovesse alimentarsi con solo agrivoltaico, per
> avere un funzionamento continuo servirebbero impianti per almeno 35 chilometri
> quadrati (3.500 ettari) di superficie, e una quantità impressionante di
> batterie (400 MW, 4 milioni di kWh). Allora lo dicano chiaramente che pensano
> di mettere a Trino una nuova centrale nucleare per alimentarlo! Riguardo al
> tema, Legambiente del Vercellese e della Valsesia e Pro Natura del Vercellese,
> Valsesia e Vco organizzano a Trino, per venerdì 16 ottobre 2026, alle ore
> 20,45, presso l’Auditorium delle Scuole Medie “Famiglia Tricerri” in via
> Vittime di Bologna 5, una serata dal titolo: “Trino – tra Data center e
> nucleare. È questo il futuro che ci spetta?”».
Sabato 10 ottobre tante piazze italiane si sono riempite dei colori della
bandiera palestinese dando uno slancio a questo inizio di autunno di lotta.
Credits to jujjio
All’appello internazionale e nazionale per una giornata di mobilitazione dal
titolo “La fine del genocidio è la fine del sionismo” hanno risposto
coordinamenti e comitati locali, collettivi, e in generale, una buona parte di
popolazione che continua, seppur con ritmi diversi rispetto allo scorso autunno,
ad avere uno sguardo lucido e netto sul genocidio in Palestina. Soprattutto
riconoscendo l’esigenza fondamentale di scendere in strada e attivarsi con
protagonismo.
I riflettori della stampa mainstream si sono spenti sulla guerra permanente
voluta da Netanyahu e sul piano esplicitato ormai da tempo di sterminio
programmato di una popolazione intera. Quello che però è davvero significativo,
e apre una breccia di possibilità nella contrapposizione alla guerra e ai voleri
dei governi occidentali, è il fatto che la capacità e l’irriducibilità della
resistenza dei palestinesi è ciò che giunge come messaggio chiaro sino alle
nostre latitudini. E non solo in Europa, ma in giro per il mondo ieri sono state
decine e decine di migliaia le persone a riempire le piazze per la Palestina.
Manifestazione per la Palestina a Montevideo – Uruguay
Il significato che la Palestina continua ad avere per la popolazione italiana,
nella sua eterogeneità, è il fatto di dare la possibilità di raccogliere diverse
istanze con una radice comune: sentirsi popolo che non vuole accondiscendere ai
piani criminali che il governo ha per noi. Che la Palestina abbia saputo
liberarci non è uno slogan, è sentimento comune di chi oggi sa che vuole
prendere parte in un movimento generale chiaro e netto su parole d’ordine
semplici: fine del genocidio, contro la guerra e il riarmo della società, con la
resistenza dei popoli oppressi.
In questa fase in cui prende avvio la campagna elettorale quel che risulta
chiaro in maniera diffusa è che non ci sono governi amici, chi si schiera con la
Palestina è anche chi non intende affidarsi a chi conduce interessi nemici al
popolo. Oggi si dà una discrimine forse inedita: la possibilità che chi vede il
marcio della politica istituzionale assuma anche la necessità di rendersi
protagonista di un processo di trasformazione.
Foto di copertina dell’articolo di jujjio
Riportiamo di seguito alcuni testi e foto delle piazze del 10 ottobre in Italia
In 20mila a Torino: comincia un autunno caldo di resistenza dalla Palestina al
mondo intero – Torino per Gaza
Credits to jujjio
Oggi anche Torino si unisce alla sollevazione popolare che dalla Francia alla
Spagna sta assediando i governi complici e corrotti con la guerra e il
genocidio, governi che stanno affamando i popoli sull’altare del profitto.
La questura torinese ha provato a impedire che l’inizio del corteo avvenisse in
Piazza Castello, hanno provato a mandare prescrizioni intimidatorie, a bloccare
il furgone e a schierare i celerini contro le persone che volevano entrare in
piazza Castello. Il tentativo non ha funzionato perché a spinta ci siamo
conquistati Piazza Castello e l’abbiamo liberata dall’ipocrisia.
Un fiume di interventi ha animato l’intero corteo esprimendo vicinanza
all’esperienza palestinese di resistenza e riconoscendo la necessità di
continuare a lottare contro genocidio e guerra, non solo perchè è un dovere
umano, ma anche perchè le persone non riescono più ad arrivare a fine mese per
colpa della sudditanza a Israele e Stati Uniti.
La vivacità del corteo è stata tale da non farsi bastare che la manifestazione
finisse in piazza Castello, abbiamo proseguito fino a piazza Vittorio e lì
abbiamo fatto quel processo popolare che le istituzioni occidentali non hanno il
coraggio di fare, le persone hanno distrutto i burattini di Trump e Netanyahu e
i resti sono stati dati alle fiamme.
Dobbiamo liberare l’Italia, dobbiamo liberarci dalle catene di questo sistema di
violenza e corruzione, dobbiamo rispondere alle necessità del presente e
riscrivere la storia.
I prossimi appuntamenti saranno:
16 ottobre p.zza XVIII dic ore 10.00
24 ottobre piazza Castello ore 15.00
Viva la resistenza dei popoli liberi
Viva la Palestina che sta liberando il mondo intero
Di seguito i collegamenti realizzati con alcune delle piazze italiane da Radio
Onda d’Urto
17.45: Anche a Napoli migliaia di persone in piazza, come ci racconta Gianni del
Cau, collettivo autorganizzato universitario.
17.30: Finita la manifestazione a Brescia, da dove Daniele della redazione ci
offre una ultima corrispondenza.
17.20: Presidio di solidarietà anche in provincia di Brescia. In Valle
Camonica un centinaio di persone hanno partecipato all’iniziativa della rete
“Palestina anima mundi” a Breno. Ci offre un resoconto della
manifestazione Alessandro, della redazione di Radio Onda d’Urto Valle Camonica.
17.15: Anche a Grosseto un presidio di solidarietà per la Palestina. Un
appuntamento particolare perchè si lega alla protesta in corso a Ribolla contro
un impianto fotovoltaico nella quale è implicata una società israeliana
implicata con il genocidio a Gaza. Ce ne parla dalla piazza il nostro
collaboratore Sante.
Ore 17.05: Dal corteo di Milano un aggiornamento da Claudio, compagno del CS
Vittoria.
Ore 16.50: Il corteo a Brescia, partecipato da quasi 3mila persone, è giunto
davanti alla fabbrica Leonardo. Qui è statacancellata la targa all’ingresso e si
stanno tenendo alcuni interventi che denunciano la complicità di questa azienda
(e del governo italiano, primo azionista di Leonardo Spa) con il governo
israeliano. Vi proponiamo la corrispondenza di Daniele della redazione.
Da Brescia vi proponiamo alcune interviste raccolte all’interno del corteo che
si dirige verso la fabbrica d’armi Leonardo.
Ore 16.45: Da Milano, dove il corteo è partecipato da migliaia di persone, il
contributo di Shoukri, dell’Udap.
Ore 16.30: A Roma migliaia di persone proseguono la manifestazione, partita dal
Colosseo, Da qui la corrispondenza di Giulia, compagna di Acrobax.
Ore 16.15: A Torino la manifestazione che voleva radunarsi in piazza Castello ha
subito un tentativo di impedirlo da parte della polizia. Ci sono state alcue
tensioni che ci racconta Hafsa, di Torino per Gaza.
Ore 16: da Roma, dove la pioggia ha cessato di scendere dal cielo e il corteo si
sta muovendo, la corrispondenza di Stefano Bertoldi che ha intervistato anche
alcuni partecipanti al corteo.
Ore 15.30: Il primo collegamento con Brescia, dove in piazza Garibaldi il corteo
si sta preparando a partire per raggiungere la fabbrica d’armi Leonardo Spa come
annunciato. Vi proponiamo l’intervento dall’impianto di amplificazione di
Umberto del Coordinamento Palestina di Brescia
Di seguito abbiamo raccolto alcune immagini delle piazze in diverse città
d’Italia con grande partecipazione
Da diversi giorni gli agricoltori sono tornati a mobilitarsi. Come ribadiscono
con forza dal 2024, il settore primario è in crisi: costi di produzione che
eccedono il guadagno, indebitamento, squilibri di potere lungo le filiere della
GDO, difficoltà climatiche, politiche agricole inadeguate ai più, assenza di
ricambio intergenerazionale.
Oggi, il lievitare del costo del carburante si inserisce in un contesto di
aumento dei costi di produzione (es. fertilizzanti e concime), mettendo
particolarmente in crisi il settore cerealicolo, determinato dai conflitti in
corso.
Le risposte di questi giorni consistono in blocchi stradali e di autocisterne
di carburante (in particolare in Calabria e Sicilia, dove sono coinvolti anche i
pescatori), latte versato sulla Via Aurelia (Lazio), cortei di trattori, presidi
(in Puglia, dove si denuncia l’olivicoltura in crisi) e sit-in a Roma, in
piazza Santi Apostoli. Non mancano i tavoli di confronto con le autorità (come
in Calabria), ma le misure promesse vengono generalmente giudicate
insufficienti.
Come sottolineano spesso le organizzazioni nate dalle proteste dei trattori del
2024, che cercano di interfacciarsi direttamente con l’opinione pubblica, mentre
il margine degli agricoltori è ridotto all’osso, i prezzi dei prodotti sugli
scaffali continuano a salire. Più in generale, nelle mobilitazioni si parla
tanto di carovita, e questo sta portando altre categorie di lavoratori e
lavoratrici ad unirsi.
Ne parliamo con Gabriele Forte, agricoltore in Campania e membro di Agricoltori
Italiani, e Ivo Pittavino, allevatore in Piemonte. Ivo fa parte della realtà
Agricoltori Autonomi Italiani Piemonte.
da Radio Blackout
Lunedì 12 ottobre ripartirà dopo la pausa estiva il dibattimento nel processo
d’appello a carico dell* imputat* del Movimento No Tav, del centro
sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda.
Verranno nuovamente interrogati alcun* imputat*. L’udienza durerà tutta la
mattina, quindi ogni momento sarà buono per raggiungere l’aula e portare la
nostra solidarietà!
Per 16 persone, l’accusa è di associazione a delinquere, per aver partecipato
alle lotte sociali e ambientali che hanno animato Torino e la Val Susa.
da notav.info
Riprendiamo il comunicato pubblicato dal Network Antagonista Torinese,
solidarietà a tutti e tutte le compagne e i compagni inquisiti!
Questa mattina sono state effettuate 12 perquisizioni ai danni di compagni e
compagne per un totale di 19 richieste di misure cautelari che vanno dal carcere
all’obbligo di firma, tutte prevedono il passaggio preliminare
all’interrogatorio di garanzia. Un’operazione a firma Paolo Scafi, pm dalla
penna facile quando c’è da fare incetta di misure cautelari, tra le sue ultime
prodezze le misure per gli ultras di Toro e Juve a seguito degli scontri del
derby quando Marco Basoccu venne gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno
sparato ad altezza uomo.
Il contesto è quello della manifestazione oceanica del 31 gennaio scorso a
seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna. Ai compagni e alle
compagne coinvolti nelle richieste di misura cautelare vengono imputati diversi
reati con l’intento di dare la responsabilità ad alcuni di quella che è stata
una manifestazione di rabbia popolare che ha visto la partecipazione di oltre 50
mila persone. Ricordiamo anche l’uso massiccio e violento da parte delle forze
dell’ordine di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, di cui si è parlato in un
dossier e in diverse inchieste giornalistiche. La violenza è quella che viene
dall’alto e che viene perpetrata ogni giorno nei confronti di chi deve essere
messo a lavoro per interessi nemici ai nostri.
Lo sgombero dell’Aska è stato un colpo voluto dal governo a seguito di un
movimento che ha bloccato un Paese intero per fermare un genocidio mostrato in
diretta tv. In quella giornata Piantedosi si sfregava le mani e scriveva sui
social che finalmente giustizia era stata fatta, i politici locali con Marrone
in testa non hanno sprecato l’occasione per togliersi sassolini dalle scarpe, la
questura di Torino e la Procura hanno avuto la loro soddisfazione effimera nel
vedere che finalmente i loro sforzi erano stati premiati. Eppure, l’unica cosa
certa è che il 18 dicembre 2025 ha chiuso una porta ma ha spalancato uno spazio
di possibilità che ancora oggi vive nelle lotte di ogni giorno.
Torino è partigiana avevamo detto in quell’occasione e Torino continua anche
oggi a schierarsi contro la guerra, contro il riarmo e contro un sistema che
sfrutta e specula per il profitto. Torino è partigiana perché è con la Palestina
che resiste, è con gli studenti e studentesse che nelle scuole e nelle
università pretendono un futuro più giusto, è con i lavoratori e lavoratrici che
scioperano per interrompere e bloccare la guerra sui nostri territori.
Torino è solidale con chi viene colpito da questa operazione, un tentativo di
punire alcuni per una giornata che rimane nella storia ma che non è finita con
le ceneri di un pomeriggio, anzi, consolida una prospettiva di lotta collettiva
per la libertà di tutti e tutte. Intanto, ci vediamo nelle piazze di questo
ottobre contro il riarmo e per la Palestina, verso il 24 ottobre e oltre.
Askatasuna vuol dire libertà, solidarietà a tutti e tutte le compagne inquisite!
Riportiamo l’intervento introduttivo del convegno svoltosi mercoledì 7 ottobre
presso l’Università di Torino, organizzato dal coordinamento Torino per Gaza,
dal titolo “La fine del genocidio è la fine del sionismo”. In questa
introduzione vengono toccati molti nodi politici fondamentali che aiutano a
capire quanto sia mistificato il dibattito attorno alla resistenza palestinese
da gran parte dei media main stream.
L’evento è stato partecipato da più di 300 persone che hanno ascoltato gli
ospiti invitati in presenza e in collegamento. Alla fine del convegno si è dato
vita ad un corteo attorno al polo unversitario del campus Einaudi letteralmente
circondato dalle forze dell’ordine. Infatti sono state schierate una ventina di
camionette, un idrante e centinaia di poliziotti in assetto antisommossa e in
borghese. La governance universitaria si è piegata a questa ennesima
militarizzazione del dissenso, i cui effetti ricadono su chiunque viva lo spazio
universitario. In un momento in cui vengono approvati decreti che vogliono
bollare come antisemita ogni voce in disaccordo con le politiche genocide di
Israele crediamo sia ancora più importante dare spazio alle ragioni che animano
la solidarietà al popolo palestinese e alla sua resistenza. Buona lettura!
Buonasera a tutti e tutte,
Vogliamo ringraziarvi moltissimo per essere qui oggi con noi e, soprattutto, per
essere qui ad ascoltare i nostri ospiti. Con noi oggi abbiamo Adel, della rete
Samidoun, è una rete internazionale di organizzatori e attivisti impegnati a
promuovere la solidarietà con i prigionieri palestinesi nella loro lotta per la
libertà. Atef, studente palestinese, e Miriam Abu Daqqa, attivista femminista
palestinese e dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
(FPLP).
Prima di dare la parola a loro, vorremmo spendere due parole sull’importanza di
essere qui oggi e sull’importanza di un dibattito di questo tipo all’interno
dell’università.
Questo in cui ci troviamo è un luogo di sapere, di pensiero critico ma il
sistema di guerra e di israelizzazione delle società sta rendendo le università
un veicolo propagandistico a favore del genocidio. Le futili polemiche
giornalistiche, non possono nei fatti impedirci di far emergere un’analisi
completa che permette di leggere eventi come il 7 ottobre nella loro storicità
ma soprattutto di assumere lo sguardo dell’oppresso e un approccio decoloniale
per comprendere gli sconvolgimenti del presente.
Il sapere viene utilizzato per mantenere una precisa torre d’avorio: quella del
potere.
Il sistema della formazione dentro cui veniamo educati, sin dai primi anni di
scuola, ci insegna unicamente ad acconsentire, a stare zitti, a non
interrogarci, ma soltanto a integrarci ad un sistema di sopraffazione e
violenza.
Basti pensare che, ad esempio, in cinque anni di scuola superiore, nessun
programma affronta davvero il colonialismo. Nessuno affronta la storia della
schiavitù, della segregazione dell’Africa e della sua spartizione secondo gli
sporchi interessi europei.
a Nessuno viene insegnato che, tuttora, per avere un’Europa ricca e benestante
(sempre per pochi) è necessaria una periferia, uno scarto, un luogo di lavoro,
di sfruttamento e di povertà. E questo luogo viene rappresentato dai Paesi del
Sud globale.
A Nessuno viene insegnato che gli Stati Uniti d’America hanno macellato e
distrutto interi territori del Medio Oriente per il puro controllo delle risorse
e del petrolio.
in virtù di questo appare chiaro che raccontare la verità è un compito sempre
più nobile e sempre più difficile, soprattutto quando le aule vengono negate, i
microfoni vengono spenti, e le voci vengono silenziate.
Il 7 ottobre 2023, il muro che ha confinato la popolazione di Gaza per oltre
vent’anni si è aperto per la prima volta. È bene sottolineare come il 7 ottobre
non sia stato l’inizio del genocidio, bensì l’inasprimento e l’innalzamento di
uno sterminio che era già in corso a “bassa intensità”, da quasi ottant’anni.
Non possiamo non leggere questa data come un evento che si inscrive all’interno
di precise coordinate storiche, dentro un processo coloniale feroce e dentro un
regime di apartheid. La strumentalizzazione di questa data è direttamente
imputabile alla volontà di continuare questo genocidio, che ormai non riguarda
più soltanto la Palestina, ma tutto il Medio Oriente.
Abbiamo visto come questa data abbia scosso il mondo intero e come abbia dato
vita a un movimento globale che, per tre anni di fila, ha continuato a scendere
nelle strade, nelle manifestazioni, nei presidi e negli scioperi globali.
La Palestina e il 7 ottobre hanno rotto quella patina di indifferenza e di
individualismo nella quale erano immerse le nostre vite, facendoci comprendere,
man mano, quanto fosse importante lottare per questa lotta anche per i nostri
territori, per i nostri diritti. Vediamo un Occidente immerso in politiche di
ultradestra, in politiche guerrafondaie, in politiche volte al riarmo, a valori
xenofobi, classisti e razzisti. Come sempre, è stato messo un po’ ovunque in
atto il dispositivo del divide et impera per far tacere il malcontento popolare.
Tre anni quindi, nei quali assistevamo al massacro del popolo palestinese, ma
nei quali, parallelamente, vedevamo anche qui, tra le nostre vie, i risvolti di
quelle stesse politiche.
Quando vogliamo inserire il 7 ottobre all’interno di una cornice di analisi
decoloniale, lo facciamo anche in virtù della sua forzata strumentalizzazione,
che si fonda su due delle matrici più importanti: da un lato l’antisemitismo e
dall’altro l’islamofobia. Due fenomeni che vengono continuamente messi in
contrapposizione, facendoci credere che l’islamofobia sia una diretta
conseguenza dell’antisemitismo, che quest’ultimo esista perché i popoli
musulmani praticherebbero odio e violenza.
Ebbene, sarebbe utile oggi ricordare che la Shoah è una diretta conseguenza
dell’odio e della violenza praticati dal mondo occidentale; che coloro che oggi
parlano di democrazia e di antisemitismo, che a gran voce gridano “mai più”,
sono gli stessi che hanno praticato il genocidio contro gli ebrei e sono anche
gli stessi che continuano a sostenere politiche di violenza e di sterminio in
Palestina.
Spesso e volentieri dimentichiamo la nascita della questione palestinese, che
viene fatta coincidere con il 1948, con la Nakba, una delle più grandi
espulsioni forzate della storia. Ma sarebbe importante ricordarsi del 1936,
l’anno della Rivolta araba, l’anno nel quale il dominio britannico e le bande
armate sioniste spinsero per il controllo della Palestina.
E questo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio incondizionato degli
inglesi, senza l’appoggio incondizionato dell’Europa intera.
Che cosa ce ne facciamo allora di quel “mai più”? Che cosa ce ne facciamo di
tutte le ipocrite dichiarazioni di pace, quando questa pace vuole essere
garantita soltanto a una parte del mondo? Al mondo bianco, al mondo che detiene
il potere, il capitale, il potere economico.
Perché non sentiamo mai parlare di “mai più” quando si parla del genocidio in
Palestina, nonostante le immagini terrificanti che siamo costretti a vedere ogni
giorno?
Nel raccontare la verità è importante ricordare che il futuro della Palestina è
anche nelle nostre mani, che la nostra voce può fare da megafono e che
raccontare la verità significa anche dire che le elezioni che ci saranno questo
ottobre sono uno schiaffo a qualsiasi valore etico e morale.
Vogliono farci credere che il problema sia il governo di estrema destra di
Netanyahu e non l’esistenza stessa dello stato coloniale e illegittimo
israeliano. tant’è che i sondaggi in israele danno netanyahu in minoranza non
tanto perchè si è reso protagonista dell’ultima e più feroce fase del genocidio,
ma piuttosto perchè non sia stato abbastanza sanguinario dal punto di vista
degli israeliani.
la sinistra israeliana sostiene di voler ritornare a quello che c’era prima. Ma
cosa c’era prima del 7 ottobre in Palestina?
C’erano gli arresti. C’era Gaza sotto embargo. C’era la colonizzazione feroce
della Cisgiordania. C’erano la devastazione, l’odio e l’impossibilità, per i
palestinesi, di condurre una vita normale. In Palestina non c’è una famiglia che
non abbia un componente in carcere o che non abbia un martire. Ecco che cosa
c’era prima del 7 ottobre in Palestina. C’era l’apartheid. C’era un progetto di
devastazione più lento, più difficile da scrutare, più difficile da vedere nella
sua interezza rispetto a quello che abbiamo potuto osservare dopo il 7 ottobre.
Non possiamo raccontarci che possa cambiare qualcosa. I sionisti che vivono
nella palestina occupata hanno l’unico obiettivo di realizzare la grande
israele, progetto coloniale che prevede l’annessione della cisgiordania, del
libano e il controllo di ciò che chiamiamo medio oriente.
E’ a partire da momenti come questi che scegliamo non solo di non sostenere
tutto questo, ma di dare uno spiraglio per un mondo diverso.
Ai nostri ospiti oggi chiediamo di darci tre panoramiche diverse, tre
prospettive, tre sfumature attraverso cui leggere quello che sta accadendo.
Abbiamo il piacere di avere con noi Miriam Abu Daqqa, a cui chiediamo di
approfondire le conformazioni e le stratificazioni della resistenza in palestina
e come questa si connette a ai suoi alleati in medio oriente e nel mondo
avremo poi Adel, della rete samidoun a cui chiediamo di delineare meglio il
processo storico che ha portato la palestina alla ribellione che nel 2023 ha
cambiato il segno della storia odierna.
E infine Atef a cui chiediamo di fare un focus sulla resistenza qui in Italia,
con particolare attenzione al ruolo della diaspora palestinese e alla questione
dei prigionieri politici palestinesi.
A loro, quindi, la parola.
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e
mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per
affrontare il caro gasolio.
Da Radio Blackout
Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei
“trattori”.
La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello
stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla
popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione
statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno di una macchina agricola può
costare più di 1.500 euro.
I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori brutti”, sono già fermi e il
danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.
Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione,
che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari
che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del
2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che
vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i
20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.
Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in
piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a
campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi
sporchi affari!”
Ne parliamo con Federico di USB e de La Base di Cosenza:
E con Gianluca del gruppo Agricoltori Brutti:
In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare.
da Radio Blackout
Ieri sera è giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a
seguito dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata
ricoverata. Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative
in Spagna e alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una
donna uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo
sciopero generale dell’11 novembre.
Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica
istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per
Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono
stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a
seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati
quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito
indipendentista catalano.
Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale
in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase
di riarmo e guerra.
Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio
informativo “Barcellona chiama Italia“
Di seguito un audio di Aniello Lampo, compagno di base a Madrid, sempre a cura
dell’informazione di Radio Blackout
Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen
Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón
di Madrid. Aveva 87 anni.
Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17
anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva
vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta
morire anche lei.
Ma non glielo hanno permesso.
La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato
quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente.
Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà
dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo
contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di
quanto percepiva con la sua pensione.
Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di
difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo
sfratto.
Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una
barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale.
Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29
settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa
con un affitto compatibile col suo reddito.
Ma non ce l’ha fatta, è morta prima.
Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa.
Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per
settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha
trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un
profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio.
Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un
diritto?
Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando
por lo que es vuestro”.
Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.