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10 SETTEMBRE: BLOCCARE TUTTO E PRENDERE BENE LA MIRA. UN CONTRIBUTO DAI SOULEVEMENTS DE LA TERRE
I Soulèvements de la terre contribuiranno a «bloccare tutto» contro il piano Bayrou a partire dal 10 settembre. Numerosi comitati locali e i granai dei Soulèvements de la terre hanno iniziato a mettere a disposizione i loro mezzi materiali, reti e savoir-faire. Dedichiamo alla discussione portata avanti all’interno del movimento che si annuncia, qualche riflessione rispetto alle lotte contro l’intossicazione del mondo e contro l’alleanza dei miliardari reazionari. Riflessioni che possono dare idee su “cosa bloccare” al momento di “bloccare tutto”. L’estate brulica di voci di rivolta. Dai canali Telegram agli appuntamenti di preparazione fissati fin dall’inizio dell’anno, dalle immagini dei video che girano e tornano da tutte le parti, dai sindacati che si lanciano in gruppi di gilets jeunes che si rilanciano, una data è nelle teste di tutti: 10 settembre. Le Soulèvements de la terre condividono questa impazienza di «bloccare tutto» per far saltare l’austerità e uscire insieme dalla strada che sembrava completamente tracciata dall’autoritarismo attuale verso un nuovo fascismo in arrivo. Duplomb, Budget, Esercito: è troppo Subito dopo che Macron ha annunciato il raddoppio del budget delle forze armate entro il 2027 (43 miliardi rubati ai diritti sociali e direttamente iniettati nel complesso militare-industriale), il primo ministro François Bayrou ha presentato il 15 luglio un “progetto di bilancio” per il 2026. Annuncia la soppressione di due giorni festivi, e il messaggio è esplicito: “Bisogna lavorare di più, bisogna che tutta la Nazione lavori di più per produrre”. Questa volta senza alcuna speranza di “guadagnare di più”. Produrre di più? Rispettando le regole del mercato mondiale, significa estrarre di più per inquinare di più. Estendere sempre più il campo della devastazione. Aggravare ancora le disparità di ricchezze. Siamo già sprofondati nel produttivismo e nella messa a lavoro generalizzata. Come tutto ciò fa morire il nostro ambiente di vita. Annuncia un «anno bianco» sulle prestazioni sociali, il che significherebbe che gli assegni familiari, il premio di attività, l’RSA (Revenu de Solidarité Active) o le APL (Aide personnalisée au logement) resterebbero bloccati al loro importo del 2025 mentre i prezzi e gli affitti continuerebbero a salire. Bayrou annuncia anche tagli di 5 miliardi sulla salute: raddoppiamento a 100€ della franchigia annuale sui farmaci, fine del rimborso integrale dei trattamenti fatta eccezione per le condizioni cliniche di lunga durata… Con una mano Macron promulga la legge Duplomb che lascia il campo libero al modello agroindustriale che ci avvelena, con l’altra si prepara a distruggere sempre più le possibilità di curarsi e vivere degnamente. «Bloccare tutto», ci siamo L’idea di riprendere la strada era in molte menti da molto tempo. Bloccare tutto per cacciare la cricca di liberali-autoritari che devastano il paese? La scommessa è più che allettante. «Non vogliamo subire la loro crisi. Vogliamo cambiare rotta, per sempre, con e per il popolo», dichiara l’appello del 10 settembre. Ci siamo. Da cinque anni i Soulèvements de la terre hanno rafforzato lotte radicate localmente cercando di agire direttamente: come occupare, bloccare, disarmare o smantellare progetti mortali e industrie tossiche. Se abbiamo potuto ottenere delle vittorie tattiche localizzate territorialmente e contribuire a far recedere progetti di artificializzazione di terre, mega-bacini o nuove autostrade, sappiamo anche che non ci sarà vittoria più profonda senza una dinamica, che ci supera di gran lunga, di insubordinazione contro il sistema capitalista. La rete di resistenza che contribuiamo a far vivere può mutare, crescere ed evolvere in contatto con un movimento come quello che sembra annunciarsi. Al di là delle nostre azioni, desideriamo imparare a costituirci in forza d’iniziativa e d’intervento in grado di partecipare quando si costruiscono movimenti di grande portata. Molti comitati locali hanno iniziato a mettere a disposizione i loro mezzi materiali, reti e savoir-faire, in particolare per partecipare al rinfornimento di provviste, all’inchiesta locale o all’organizzazione di blocchi. Contribuire concretamente ci sembra il miglior punto di partenza. Essere pronti all’incontro, all’imprevisto e alle interferenze di alcuni codici «militanti» ci sembra imperativo. Riteniamo che queste disposizioni non impediscano di assumere la visione del mondo che porta i Soulèvements de la terre a voler partecipare attivamente al movimento. A costo di bloccare, chiediamo quindi di mirare direttamente alle lobby e alle infrastrutture più dannose per tutti, al servizio delle quali si mette attualmente questo governo. In vista delle assemblee locali di preparazione al movimento che cominciano ad organizzarsi un po’ dappertutto per decidere gli obiettivi che avrebbero più senso e impatto, qui proponiamo alla discussione due possibili piste d’intervento, all’incrocio delle lotte alle quali partecipiamo e delle sfide proprie al 10 settembre. Vivere bene, produrre bene, mangiare bene In risposta alla rabbia sociale che ha portato all’appello del 10 settembre, una tempesta infuria contro il complesso agroindustriale, reso visibile dalla lotta contro la legge Duplomb. Mangiare, bere e respirare senza avvelenarsi è la base, ed è fondamentalmente legato al modo in cui viene prodotta la nostra alimentazione. Quale posto può occupare la questione agricola in un movimento di rabbia popolare oggi? Riteniamo che dovrebbe essere centrale riaffermare come l’agricoltura contadina sia parte della soluzione e richieda un ampio sostegno. Se la rivolta contro l’intossicazione del mondo e l’ondata di rabbia contro l’austerità neoliberista si incontrano, potrebbero riprendere in mano il complesso agroindustriale. Da questo punto di vista, come sottolinea la Confédération paysanne, “l’alimentazione è una questione altamente strategica che può essere un importante punto di convergenza per far sì che questo rientro sociale sia esplosivo”. Garanzia dei redditi contadini, sostegno all’insediamento, difesa degli orti operai, recupero delle terre, sostegno all’accesso di tutti ad un’alimentazione di qualità, opposizione ai pesticidi, generalizzazione dell’agricoltura contadina: Non mancano le idee per andare verso una fabbrica popolare del sostentamento e dell’alimentazione. Ma affinché la “socializzazione dell’alimentazione” possa diventare altro che un incantesimo utopistico, diciamo che è la lotta per l’agricoltura contadina che deve essa stessa «socializzare». Vale a dire lasciarsi trasformare dagli incontri consentiti dalla lotta sociale più generale per la dignità delle classi popolari. I luoghi di produzione e vendita emblematici dell’agroindustria e del libero scambio, le grandi infrastrutture che uccidono i contadini e il suolo e intossicano la popolazione possono essere bloccati efficacemente. I banchetti popolari, azioni di ridistribuzione e blocchi di grandi superfici sono altrettante occasioni d’incontro tra la lotta per la difesa delle terre e quella contro il piano Bayrou. Far cadere il BBM (Bayrou Bolloré Macron) I grandi gruppi capitalisti, come quello di Bolloré, sono i primi beneficiari dei regali fiscali che il governo non tocca mentre attacca i giorni festivi e la salute. 211 miliardi, è la cifra delle sovvenzioni annuali offerte alle grandi imprese senza alcuna contropartita. I capi più influenti del paese, che con una mano sostengono il piano Bayrou, non trascurano peraltro alcuno sforzo per portare l’estrema destra al potere. È che sanno che quello che fanno Retailleau e Bayrou oggi, l’RN (Rassemblement National) lo farebbe ancora meglio domani: far convergere misure ultra-liberali e liberticide, distruzione dei servizi pubblici e austerità per le classi popolari, diritto a inquinare tutto ed estrattivismo neo-coloniale, esacerbazione dell’islamofobia, strumentalizzazione dell’antisemitismo e vendita di armi a Israele in pieno genocidio a Gaza… Questa è l’immagine del fascismo che viene. La loro strategia è di deviare i sentimenti di rabbia in sentimenti mortali di odio dell’altro. Come Musk o Zuckerberg negli Stati Uniti, i Bolloré, Stérin, Arnault et consorti costruiscono un mondo dove regnano solo le regole dell’impresa e del profitto. Una proposta tattica per il movimento è di prendere di mira i miliardari reazionari che saccheggiano, sfruttano e sono gli unici a beneficiare dei piani alla Bayrou. Bolloré in testa, perché possiede una macchina di propaganda estremamente potente e tossica. Questi media (Cnews, JDD, Europe 1,…) non mancheranno di caricaturare il movimento di settembre, di tentare di deviarlo o di criminalizzarlo per spegnerlo a colpi di menzogne e disinformazione. In quest’ottica la campagna in corso contro l’impero Bolloré può essere un punto di appoggio e uno strumento. I siti del gruppo sono mappati, il loro funzionamento è spiegato e molti gruppi si sono già gettati nella battaglia. Bolloré e i miliardari reazionari possiedono ovunque depositi, negozi, fabbriche. Fanno parte per noi degli obiettivi logici da bloccare e intorno ai quali aprire discussioni con i dipendenti. Di fronte al loro lavoro di divisione delle classi popolari, il 10 settembre e le sue conseguenze possono essere l’occasione per ricordare che i nostri nemici reali sono dalla parte di questi miliardari e delle loro ambizioni politiche. Ci sono molti altri obiettivi e modalità di intervento pertinenti e ancora poche settimane per organizzarsi. Da diversi modi di “bloccare tutto” e definizioni di “mirare bene”, è giunto il momento di provare nuovamente la nostra potenza comune nelle strade . Trova la mappa su https://indignonsnous.fr https://lessoulevementsdelaterre.org/blog/10-septembre–tout-bloquer-et-bien-viser
Bologna: cariche della polizia contro il picchetto antisfratto a difesa di una famiglia con minori
Manganellate di polizia contro attiviste e attivisti di Plat – Piattaforma di intervento sociale, stamane in occasione di un picchetto antisfratto in via Cherubini a Bologna. Decine di solidali sono intervenuti per difendere dallo sfratto una famiglia con figli minori. Polizia e Carabinieri hanno sfondato la porta e buttato genitoroi e bambini in mezzo a una strada, nonostante gli inquilini avessero pagato regolarmente l’affitto. Il contratto di locazione era terminato, non erano state date soluzioni alternative alla famiglia sotto sfratto , oltretutto, l’assistente sociale di riferimento è ad oggi in ferie. A seguito dello sfratto, un corteo spontaneo si è diretto verso la sede dei servizi sociali del Comune felsineo per pretendere una soluzione degna. Soltanto ieri la premier di destra Giorgia Meloni, nel suo monologo al Meeting di Cl a Rimini, aveva promesso un piano casa per aiutare le giovani famiglie in difficoltà. Il collegamento da Bologna con Federico, della redazione Radio Onda d’Urto Emilia-Romagna. da Radio Onda d’Urto
Sullo sgombero del Leoncavallo
Com’era prevedibile, alla proditoria azione di sgombero attuata dal Ministero per giocare d’anticipo e bloccare a) una programmata azione di mediazione del Comune di Milano con la ricerca di una nuova sede, b) un ricompattarsi di quel che resta del “movimento” al rientro dalle ferie, è seguito un dibattito sulla stampa e sui social dove se ne leggono di tutti i colori e s’aggiunge confusione a quella che già ammorba da tempo lo spazio pubblico. Di Sergio Fontegher Bologna, da Officina Primo Maggio Nella speranza di diradare un po’ di questa nebbia fitta mi permetto di fare qualche osservazione. Tanto per cominciare: un minimo di memoria storica non fa mai male. I “centri sociali” sono nati negli anni Settanta come contenitori di una conflittualità e di un antagonismo sociale che non trovava spazi adeguati nemmeno nei gruppi extraparlamentari, erano già espressione di una generazione successiva al ’68. Non a caso prenderanno slancio dopo il ’77 e in particolare negli anni della grande repressione e della sconfitta operaia, quindi nei decenni Ottanta e Novanta. Ci cresceranno i nostri figli, che oggi hanno più di 50 anni, troveranno un luogo dove mantenere certi valori, dove difendersi da certi pericoli (la droga pesante), dove cominciare a produrre e consumare una nuova cultura, che fu chiamata cultura underground, dove trovare situazioni affini quando andavano all’estero, in Germania, negli Stati Uniti, cioè nei paesi a capitalismo avanzato, dove trovare chi li rendeva famigliari con le nuove tecnologie, con quell’universo chiamato web, con il movimento dei cyberpunk, degli hacker. Dai “centri sociali” sono venuti fuori fior di informatici, di ex “smanettoni”, sono venuti fuori tecnici del suono ed esperti di trattamento immagini. A Milano quanti lavoratori del cinema, del mondo dello spettacolo, della musica, dell’editoria digitale, sono usciti dai “centri sociali”! Sentir parlare oggi dei “centri sociali” come posti dove la birra costava 1,50 euro, come luoghi di sfogo della street art, come sedi di concerti a tutto volume fino alle 2 di notte, sentirne parlare con la nostalgia pelosa di quelli che ne rappresentano l’opposto, leggere che li apprezzava pure Vittorio Sgarbi, mi fa venire il voltastomaco. E ancora di più quando leggo che l’opposizione parlamentare esplode in un: “allora per par condicio chiudiamo anche lo stabile occupato da Casa Pound a Roma, per ristabilire la legalità”. Lo dicono in un paese dove dilaga la simil-schiavitù nelle campagne, nella logistica, nella ristorazione, nel food delivery ecc.. Certo, anche i “centri sociali” hanno avuto il loro declino, in parallelo con tutta la società italiana. Primo Moroni, che ne è stato il “tutor” più illustre con la sua Libreria Calusca di Milano, li definiva “luoghi d’aggregazione del disagio giovanile” già alla fine degli Anni Novanta. La cosiddetta cultura underground ha perso tutto il suo slancio, anzi, ha fornito modelli per la più becera cultura del consumismo, dal prêt-à-porter alla musica rap molti ambiti del consumismo moderno hanno attinto a piene mani ai modelli lanciati dalla cultura underground. Oggi tanti segni identitari dei radical chic sono identici a quelli diffusi nei “centri sociali” anni Novanta, quando il figlio del brigatista condannato all’ergastolo si alzava nelle assemblee dichiarando con orgoglio, “sono figlio di un combattente comunista”. Ma mentre sul carro della cultura underground, della street art, saltavano tanti paraculi, dai “centri sociali” all’inizio del nuovo millennio partiva lo spunto della lotta al precariato. San Precario non l’hanno mica inventato CGIL CISL e UIL. A Milano alle May Day Parade c’erano duecentomila giovani in corteo con gli impianti hi fi a pieno volume caricati su semirimorchi il pomeriggio del Primo maggio, alla mattina, alla manifestazione ufficiale con sindacati, autorità e compagnia cantante se c’erano 5 mila presenti era tanto. E allora qui bisogna tornare, da qui occorre riprendere il discorso. Urgente è ricostituire un movimento antagonista, conflittuale, radicale, che ponga al centro il dramma numero 1 oggi in Italia (ma in realtà presente nel mondo capitalista tutto): lo squilibrio spaventoso tra capitale e lavoro. Il problema che aveva il figlio del brigatista negli anni Novanta ce l’ha oggi il laureato a pieni voti alla Statale, ce l’ha il guardiasala della Fondazione Prada, laurea in storia dell’arte e conoscenza di due lingue straniere a 5 euro l’ora, e ce l’ha l’autista dell’ATM a 1600 euro al mese, che non si può permettere un affitto a Milano e al mattino si fa 1 ora e mezza di viaggio per venire a lavorare. Ce l’hanno le migliaia di donne e uomini a partita Iva, che lavorano in prestigiosi studi professionali o nei servizi di cura in appalto presso enti ospedalieri, case per anziani e altro, per non parlare delle cameriere e dei camerieri che lavorano in nero nei bar, nei ristoranti, negli alberghi, nelle pizzerie. Ridare un minimo di dignità al lavoro, un minimo di prestigio alle competenze, questi sono i temi che mi piacerebbe entrassero con forza nella manifestazione del 6 settembre. I “centri sociali” sono luoghi dove persone giovani e meno giovani si riprendono il senso dell’esistenza, si riprendono i loro desideri, non sono (o non dovrebbero essere) ambiti in cui una generazione ripiegata su se stessa cerca consolazione alle proprie sfighe.
Argentina: manifestanti attaccano la carovana elettorale di Javier Milei
Il presidente partecipava a un comizio elettorale nella località di Buenos Aires situata nella terza sezione elettorale dopo lo scandalo che ha scosso il governo per presunti fatti di tangenti e corruzione nell’acquisto di medicinali. tradotto da Resumen Latinoamericano Il corteo presidenziale stava percorrendo l’avenida Yrigoyen quando è stato aggredito da diverse persone che hanno lanciato pietre e insultato il presidente, accompagnato dalla sorella Karina, dal responsabile politico Sebastián Pareja, dai candidati José Luis Espert e Maximiliano Bondarenko e dal regista Santiago Oria. «Confermateci che non arriverà in piazza. Vediamo che stanno attaccando il presidente. La situazione si è complicata parecchio», ha riferito il giornalista di C5N Lautaro Maislin, che si trovava sul posto nel momento di massima tensione. Di fronte all’aggressione al corteo presidenziale con pietre, bottiglie e centinaia di insulti, la sicurezza presidenziale ha protetto il capo dello Stato e il furgone su cui viaggiava ha lasciato il luogo ad alta velocità per evitare ulteriori attacchi. L’idea iniziale era che il presidente percorresse diversi isolati del distretto situato nella Terza Sezione Elettorale e concludesse con un grande evento in Plaza Grigera, cosa che alla fine non è avvenuta. FALLITA LA CAROVANA DI MILEI A LOMAS DE ZAMORA: DUE PERSONE ARRESTATE Il presidente ha cercato di fare un giro a Lomas de Zamora, ma un gruppo di residenti ha protestato per la sua presenza nella zona. Nel tentativo di attirare l’attenzione sulla campagna elettorale di Buenos Aires e di distogliere i riflettori dallo scandalo relativo al pagamento di tangenti all’Agenzia Nazionale per la Disabilità (Andis), mercoledì il presidente Javier Milei ha organizzato una carovana fallita a Lomas de Zamora, interrotta da una protesta dei residenti. “Tutto quello che dicono è una bugia”, ha dichiarato il presidente in risposta alla domanda sugli audio attribuiti a Diego Spagnuolo. L’intervento della campagna si è concluso con lanci di pietre e bottiglie contro i candidati e due persone arrestate. «Tutto quello che dice (Spagnuolo) è una bugia e lo porteremo davanti alla giustizia e dimostreremo che ha mentito», è stata la prima frase di Milei al microfono di C5N, quando è stato interrogato sulle accuse del suo amico, avvocato ed ex titolare dell’Andis. Il presidente ha parlato dal cassone del furgone che ha percorso alcuni isolati lungo l’Avenida Yrigoyen, l’arteria principale del partito della periferia sud. Milei ha scelto di mostrarsi nuovamente con sua sorella Karina, indagata per le presunte tangenti denunciate da Spagnuolo, e accompagnato anche dal candidato alla carica di deputato nazionale per Buenos Aires, José Luis Espert, che alla fine è fuggito dal corteo a bordo di una moto, e dal fondatore di La Libertad Avanza Sebastián Pareja. Il corteo era previsto per le 14 a Yrigoyen e Laprida, ma è partito da Colombres, a tre isolati dal punto di ritrovo, e ha percorso solo quei metri lungo il viale principale, fino a svoltare su Laprida tra urla, insulti e oggetti lanciati contro Milei. Il corteo fallito è iniziato circondato da un gruppo di militanti che Milei, Espert, Kairna e Pareja hanno salutato e incoraggiato, circondati da un nutrito gruppo di addetti alla sicurezza. Tra loro, il giornalista di C5n Laturo Maislín è riuscito a ottenere la prima dichiarazione del presidente sul caso delle registrazioni audio, ricevendo anche un avvertimento da uno dei membri della sicurezza: «Figli di puttana, dovrete andare in un altro paese per coprire notizie menzognere».
Venezia: sabato 30 agosto corteo per lo stop al genocidio a Gaza
Circa un mese fa i centri sociali del nord est hanno lanciato un corteo a Venezia perché nei giorni della Mostra del cinema si parli di Palestina, per portare la condanna del genocidio e la solidarietà al popolo palestinese fino al red carpet, dove domani mattina si terrà la conferenza stampa di lancio. Stop al genocidio, stop alle collaborazioni e alla vendita di armi a Israele. Moltissime le adesioni da collettivi, associazioni, partiti, personalità dello spettacolo e il collettivo Venice4Palestine di operat* del cinema. Appuntamento alle 17 di sabato al Lido. Ne parliamo con una compagna di Venezia da Radio Onda Rossa 82 VENICE 4 PALESTINE Moltissimə autorə, registə, produttorə, professionistə del cinema a vario titolo, insieme a attivistə di Artists for for Palestine – Italia, Filmworkers for Palestine, Collettivo #NoBavaglio, Global project-stop al genocidio e del movimento nonviolento a guida palestinese BDS si sono coordinati per dare spazio durante la Mostra del Cinema di Venezia a iniziative di resistenza pacifica, dalle più istituzionali alle più creative, anche attraverso il talento autoriale o comunicativo degli artisti presenti, e richiamare l’attenzione sul genocidio della popolazione palestinese in corso da ormai due anni da parte del governo e dell’esercito israeliano, in violazione del diritto internazionale e umanitario nonché dei più basilari valori umani. Tutte queste persone, che rifiutano di essere complici del genocidio e della pulizia etnica compiuti da Israele, riunitə nella sigla Venice for Palestine hanno inviato una lettera aperta alla Biennale di Venezia, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica, alle Giornate degli autori, alla Settimana internazionale della critica e ai professisti del cinema e dell’audiovisivivo, della cultura e dell’infomazione. La lettera, disponibile anche in inglese, francese, tedesco e spagnolo ([IT] [EN] [FR] [DE] [ES]), è stata sottoscritta a oggi da più di 1500 firmatari (per aggiungere la propria adesione inviare una mail a venice4palestine@gmail.com con nome-cognome-professione). La direzione della Biennale di Venezia non ha risposto alla lettera, ma ha rilasciato uno scarno comunicato stampa in cui si dice “disponibile al dialogo”, facendo riferimento alla presenza in concorso di film palestinesi, nonché a film presenti lo scorso anno e realizzati da case di produzione israeliane complici del tentativo di artwashing del genocidio dei palestinesi a Gaza, come denunciato da più di 300 autori cinematografici in una lettera aperta. Alla Mostra del cinema quest’anno sono peraltro presenti anche aperti sostenitori del genocidio e finanziatori dell’esercito israeliano. -------------------------------------------------------------------------------- LETTERA APERTA ALLA BIENNALE DI VENEZIA ALLA MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA ALLE GIORNATE DEGLI AUTORI ALLA SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA AI PROFESSIONITƏ DEL CINEMA E DELL’AUDIOVISIVO, DELLA CULTURA E DELL’INFORMAZIONE “Fermate gli orologi, spegnete le stelle” Il carico è troppo per continuare a vivere come prima. Da quasi due anni a questa parte ci giungono immagini inequivocabili dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania. Assistiamo, incredulә e impotenti, allo strazio di un genocidio compiuto in diretta dallo Stato di Israele in Palestina. Nessunә potrà mai dire: “Io non sapevo, non immaginavo, non credevo”. Tuttә abbiamo visto. Tuttә vediamo.  Eppure, mentre si accendono i riflettori sulla Mostra del Cinema di Venezia, rischiamo di vivere l’ennesimo grande evento impermeabile a tale tragedia umana, civile e politica. Lo spettacolo deve continuare, ci viene detto, esortandoci a distogliere lo sguardo – come se il “mondo del cinema” non avesse a che fare con il “mondo reale”. E invece è proprio attraverso le immagini, realizzate da colleghә, magari amicә, che abbiamo appreso del genocidio, delle aggressioni violente e anche omicide a registә e autorә in Cisgiordania, della punizione collettiva inflitta al popolo palestinese e di tutti gli altri crimini contro l’umanità commessi dal governo e dall’esercito israeliani. Quelle immagini che in questi mesi sono costate la vita a quasi 250 operatorә dell’informazione palestinesi. La Biennale e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dovrebbero celebrare la potenza dell’arte come mezzo di trasformazione, di testimonianza, di rappresentazione dell’umano e di sviluppo della coscienza critica. Ed è proprio questo a renderla uno straordinario mezzo di riflessione, di partecipazione attiva e di resistenza. In risposta alle dichiarazioni spesso tiepide, vaghe o, peggio, comode espresse dagli organi di potere, dell’informazione e della cultura, rivendichiamo una posizione chiara e priva di ambiguità: è tempo non solo di empatia ma anche di responsabilità. La semantica, il linguaggio, le parole e le immagini, non sono accessori, specie per chi crede nell’arte: sono una forma di resistenza fondamentale e necessaria. Altrimenti dovremmo arrenderci all’evidenza che essere cineastә o giornalistә, oggi, non ha più alcun senso. Per questo, noi attivistә, giornalistә e professionistə del cinema e dell’audiovisivo crediamo che per una volta lo spettacolo, almeno per qualche momento, debba fermarsi, interrompere il flusso di indifferenza, aprire un varco alla consapevolezza. Chiediamo quindi alla Biennale, alla Mostra, alle Giornate degli Autori e alla Settimana della Critica di prendere una posizione netta e sostenere queste istanze. Rivendichiamo altresì la necessità di spazi e modalità di narrazione per la Palestina rivolgendoci a tuttә coloro che possono e vogliono spostare qualcosa a qualsiasi livello. A Venezia tutti i riflettori saranno puntati sul mondo del cinema, abbiamo tuttә il dovere di far conoscere le storie e le voci di chi viene massacratә anche con la complice indifferenza occidentale. Esortiamo tutti i settori della cultura e dell’informazione a utilizzare, in occasione della Mostra, la propria immagine e i propri mezzi per creare un sottofondo costante di parole e di iniziative: che non venga mai meno la voce della verità sulla pulizia etnica, sull’apartheid, sull’occupazione illegale dei territori palestinesi, sul colonialismo e su tutti i crimini contro l’umanità commessi da Israele per decenni e non solo dal 7 ottobre. Invitiamo chi lavora nel cinema a immaginare, coordinare e realizzare insieme, durante la Mostra, azioni che diano risonanza al dissenso verso le politiche governative filosioniste: un dissenso espresso nel segno della creatività, grazie alle nostre capacità artistiche, comunicative e organizzative. Noi artistә e amantә dell’arte, noi professionistә del settore e appassionatә del cinema, noi organizzatorә, formatorә e addettә all’informazione, noi che siamo il cuore pulsante di questa Mostra, ribadiamo con fermezza che non saremo complici ignavә, che non rimarremo in silenzio, che non volgeremo lo sguardo altrove, che non cederemo all’impotenza e alle logiche del potere. Ce lo impone l’epoca in cui viviamo e la responsabilità di esseri umani. Non esiste Cinema senza umanità. Facciamo in modo che questa mostra abbia un senso e che non si trasformi in una triste e vacua vetrina. Insieme, con coraggio, con integrità. Palestina libera!
Haiti: Trump invade la nazione haitiana con mercenari di Erik Prince
Gli USA hanno creato e armato le bande terroriste haitiane con la partecipazione della CIA, del MOSSAD israeliano, dell’esercito colombiano, del generale Montoya e del paramilitarismo colombiano… di Narciso Isa Conde Questo processo ha contato sull’appoggio di Álvaro Uribe, dei presidenti haitiani Martelly e Moises, di settori della Polizia Nazionale di Haiti e dell’intelligence domenicana, e con finanziamenti di oligarchi haitiani della risma di Gilbert Bigio, in associazione con i Vicini e González Bunster in affari domenicano-haitiani. Le bande hanno giocato un ruolo chiave nella smobilitazione del popolo haitiano. Le bande sono servite come pretesto per imporre la fallita presenza della criminale polizia keniana sotto la tutela degli USA. Dall’invasione keniana made in USA, ai mercenari di Trump Ora, dopo questo prevedibile fallimento interventista, le bande stanno venendo usate per giustificare l’invasione di una compagnia statunitense di mercenari che risponde al nome di VETUS GLOBAL. Questa impresa militare privata è di proprietà del veterano di guerra ERIK PRINCE, un uomo molto legato a Donald Trump e al neofascismo statunitense. I suoi contratti “imprenditoriali” si iscrivono dentro il perverso processo globale intrapreso dagli USA e dalle potenze europee alleate, che implica la privatizzazione e la mercificazione di non poche operazioni di guerra; questa è la trasformazione della questione militare in affare altamente lucroso, passando per la morte in grande scala e i massacri degli esseri umani. Erik Prince, fondatore della compagnia di mercenari privata Blackwater e forte alleato politico di Donald Trump, ha firmato un accordo di 10 anni con il governo di Haiti (sotto tutela degli USA) per combattere le bande criminali che lo stesso regime americano ha promosso. Come dire, Trump, che guida lo stato imperialista nordamericano come un sistema di imprese private, ha escogitato questo contrattista per organizzare il suo intervento militare in Haiti. Il contratto include l’assunzione di funzioni esattrici da parte dell’impresa di proprietà di Prince e tra le aree riservate per i suoi affari c’è il regime di imposte e gli affari relativi al voluminoso commercio della Repubblica Dominicana con Haiti, attraverso la frontiera. L’ingerenza nelle dogane haitiane come fonte di guadagno privata di un’impresa mercenaria. Secondo l’agenzia Reuters: “Una fonte a conoscenza dell’operazione ha detto che, una volta stabilizzata la sicurezza, l’impresa progetterà e implementerà un sistema per tassare le mercanzie che entrano dalla Repubblica Domenicana”, valutate in circa un miliardo di dollari annuali. Erik Dean Prince, di 56 anni, ex ufficiale dei Navy SEAL e padrone della suddetta impresa privata per ingaggiare guerre lucrose, è -ripeto- molto conosciuto per aver fondato nel 1997 la compagnia militare privata americana Blackwater, impresa che svolse un ruolo importante nei conflitti dell’Irak e dell’Afganistan. Attualmente questa impresa mercenaria si chiama Academi e appartiene al consorzio VETUS GLOBAL. Con il sostegno di Trump e associata a Saint-Cyr con inclusa la dogana Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, Prince è intervenuto nell’Ecuador del neofascista Noboa e ha pattuito con la Repubblica Democratica del Congo lavori di sicurezza e controllo delle risorse minerali. Vetus Global ha iniziato le operazioni ad Haiti lo scorso marzo, “dispiegando principalmente droni in coordinamento con la forza d’operazione guidata dal primo ministro”. Nelle prossime settimane, “aumenterà la sua presenza con centinaia di combattenti provenienti da Stati Uniti, Europa ed El Salvador, addestrati come franco tiratori e specialisti in intelligence e comunicazioni. Saranno utilizzati anche elicotteri e imbarcazioni, e parte della squadra conterà su persone che parlano francese e il creolo haitiano. E sono filtrate informazioni che, una volta stabilizzata la sicurezza, l’impresa mercenaria procederà ad implementare, con l’appoggio dello stato lacchè, il detto sistema impositivo per tassare le merci che entrano dalla Repubblica Dominicana. Una miniera d’oro in biglietti. Nonostante che l’impresa mercenaria di Eric Price ora operi dall’ufficio del nuovo presidente del Consiglio di Transizione, Laurent Saint-Cyr, né lui né le ex autorità consultate hanno risposto alle richieste di commenti fatte dalla stampa. Sanno di essere colpevoli di un servilismo mercantile facinoroso. Laurent Saint-Cyr è un imprenditore haitiano che va bene al trumpismo e al militarismo mercenario. Qui, nella Repubblica Domenicana, prima il silenzio ufficiale e l’apparente indifferenza dei media e dei settori dominanti, fatto che ha molto a che vedere con la complicità. Ci sono casi, come quello del Diario Libre, di proprietà del potente Gruppo Rainieri-Punta Cana, che presta molta attenzione compiacente, evitando la necessaria condanna. 26 agosto 2025 Resumen Latinoamericano Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca
Palestina: Global Sumud Flotilla, da Genova (31 agosto) e dalla Sicilia (4 settembre) le partenze italiane verso Gaza per rompere l’assedio
Da Genova (il 31 agosto) e dalla Sicilia (il 4 settembre) partirà la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla, coalizione internazionale “di persone comuni (organizzatori, operatori umanitari, medici, artisti, sacerdoti, avvocati e marinai) che credono nella dignità umana e nel potere dell’azione non violenta.  A giugno 2025 abbiamo lanciato una mobilitazione coordinata a livello globale via terra, mare e aria. A fine estate 2025, torniamo con una strategia unitaria: un unico obiettivo e un coordinamento globale come mai prima d’ora. I nostri sforzi si fondano su decenni di resistenza palestinese e solidarietà internazionale. Sebbene apparteniamo/abbiamo nazioni, fedi e convinzioni politiche diverse, siamo uniti da un’unica verità: l’assedio e il genocidio devono finire. Siamo indipendenti, internazionali e non affiliati ad alcun governo o partito politico”. Maghreb Sumud Flotilla, Freedom Flotilla Coalition, Global Movement to Gaza e Sumud Nusantara si sono uniti per un obiettivo comune: “rompere l’assedio illegale di Gaza via mare, aprire un corridoio umanitario e porre fine al genocidio in corso del popolo palestinese. Quest’estate, decine di imbarcazioni salperanno da porti di tutto il mondo, grandi e piccoli, convergendo verso Gaza nella più grande flottiglia civile coordinata della storia”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Maria Elena Delia, torinese, è fisica, project manager e insegnante, portavoce italiana di Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica Di seguito, il comunicato in lingua italiana: “Alla luce dell’ennesima carneficina perpetrata da Israele sulla popolazione di Gaza, in cui è stato colpito il Nasser Medical Complex a Khan Younis (nel sud della Striscia) uccidendo in diretta televisiva 20 persone tra cui 5 giornalisti, anche dall’Italia il “Global Movement to Gaza” inizia la mobilitazione in vista delle partenze imminenti di decine di barche cariche di attivisti e aiuti umanitari da Genova e dalla Sicilia, per unirsi alla mobilitazione globale della Global Sumud Flotilla. “Il conto alla rovescia è cominciato.” – dichiara Maria Elena Delia, membro del Consiglio Direttivo della Global Sumud Flotilla e Coordinatrice italiana del Global Movement to Gaza – “Molte barche partiranno dalla Sicilia il 4 settembre, mentre il 31 agosto barche cariche di aiuti umanitari partiranno da Genova. Non posso far altro che dire grazie alle tante persone che ci stanno sostenendo. Questo è un movimento dal basso, l’idea nasce da donne e uomini della società civile che hanno deciso di riempire un vuoto istituzionale, un vuoto di umanità. Consapevoli che si tratta soltanto di una goccia in un oceano di bisogni, questo atto dimostra l’insofferenza e la determinazione di chi non accetta la paralisi del sistema internazionale e la complicità del nostro governo ed è pronto a intervenire per spezzare l’assedio e gettare una luce sui crimini di Israele.” La Global Sumud Flotilla è la più grande missione marittima civile mai tentata verso Gaza, una coalizione mondiale di attivisti, giornalisti, medici, persone comuni e personalità dello spettacolo con l’obiettivo di spezzare l’assedio e stabilire un canale umanitario stabile che possa soddisfare le richieste d’aiuto provenienti dalla Palestina. Da oggi fino a venerdì 29 agosto, a Genova, il Global Movement to Gaza, con Music for Peace e il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) hanno indetto una mobilitazione generale per la raccolta di 45 tonnellate di generi alimentari in 5 giorni, da caricare sulle barche in partenza per Gaza sabato 30 agosto, in una cerimonia aperta all’intera cittadinanza. Tra il 31 agosto e il 4 settembre, decine di barche di piccole dimensioni salperanno in due ondate da Barcellona, dalla Sicilia e dalla Tunisia in un’azione coordinata nel totale rispetto del diritto internazionale. Decine i volontari italiani che hanno deciso di imbarcarsi per sostenere lo sforzo, tra cui Boris Vitlacil, attivista italo-bosniaco: “Porto la voce delle vittime di Sarajevo a quelle di Gaza: un ponte tra l’assedio del passato e il blocco del presente, nella speranza di dimostrare che la coscienza respira ancora di fronte a una desolazione calcolata. Il mio imbarco sulla flottiglia non è un atto di sfida, ma di dovere: un dovere di far rispettare gli obblighi internazionali quando l’applicazione vacilla, un dovere di affermare i principi quando le istituzioni falliscono. L’azione civile nonviolenta non è una catena di approvvigionamento alternativa; è un acceleratore etico della legalità. “Sono oltre 62 mila le vittime del genocidio a Gaza a 688 giorni dall’inizio dei raid israeliani sulla Striscia. Gli ultimi dati UNRWA aggiornati al 20 agosto sono allarmanti: una media di oltre 90 uccisioni al giorno, di cui l’83% civili (stando ai dati trapelati dal database della stessa intelligence israeliana); mentre una stima dello scorso gennaio attesterebbe il dato ad oltre il 40% dell’attuale cifra (The Lancet)”. da Radio Onda d’Urto
L’ancora di salvezza degli Stati Uniti maschera la caduta libera dell’economia israeliana
L’Ufficio Centrale di Statistica israeliano ha riferito che l’economia, già in costante stato di contrazione, si è contratta di un ulteriore 3,5% tra aprile e giugno. Fonte: English version Di Ramzy Baroud – 25 agosto 2025 In un passo importante verso l’isolamento economico di Israele dovuto al Genocidio a Gaza, il Fondo Pensionistico Governativo Globale norvegese ha annunciato la scorsa settimana che avrebbe disinvestito da altre società israeliane. Il fondo sovrano norvegese è il più grande al mondo, con investimenti totali in Israele stimati in 1,9 miliardi di dollari (1,6 miliardi di euro). La decisione di disinvestire è stata presa gradualmente, ma è coerente con la crescente solidarietà del governo norvegese con la Palestina e le critiche a Israele. Assumendo un ruolo di primo piano, insieme a Spagna, Irlanda e Slovenia, la Norvegia è stata una delle principali voci critiche europee nei confronti del Genocidio israeliano e della Carestia provocata deliberatamente a Gaza, contribuendo attivamente all’inchiesta della Corte Internazionale di Giustizia sul Genocidio e riconoscendo formalmente lo Stato di Palestina nel maggio 2024. Questa posizione diplomatica e giuridica, unita al disinvestimento finanziario, rappresenta uno sforzo coerente e crescente per ritenere Israele responsabile del suo continuo Sterminio dei palestinesi. L’economia israeliana era già in caduta libera prima del Genocidio. Il crollo iniziale era legato alla profonda instabilità politica del Paese, conseguenza del tentativo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del suo governo estremista di cooptare il sistema giudiziario, compromettendo così qualsiasi parvenza di democrazia rimasta nel Paese. Ciò ha comportato un significativo calo della fiducia degli investitori. La guerra e il Genocidio, iniziati il 7 ottobre 2023, non hanno fatto altro che accelerare la crisi, spingendo un’economia già fragile sull’orlo del baratro. Secondo i rapporti del Ministero delle Finanze israeliano, gli investimenti diretti esteri sono diminuiti di circa il 28% nella prima metà del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023. Qualsiasi presunta successiva ripresa degli investimenti esteri era ingannevole. Non è stata il risultato di una mobilitazione mondiale per salvare Israele, ma piuttosto la conseguenza di un torrente di finanziamenti statunitensi riversati per aiutare Israele a sostenere sia la sua economia che il Genocidio a Gaza, insieme ai suoi altri fronti di guerra. Il Prodotto Interno Lordo di Israele è stato stimato dalla Banca Mondiale in circa 540 miliardi di dollari (464 miliardi di euro) nel 2024. Ma la guerra a Gaza ha intaccato notevolmente l’economia israeliana. Le stime interne a Israele sono complesse, ma tutti i dati indicano che l’economia sta soffrendo e continuerà a soffrire nel prossimo futuro. Citando rapporti della Banca d’Israele e del Ministero delle Finanze, il quotidiano economico israeliano Calcalist ha riportato a gennaio che il costo della guerra a Gaza aveva raggiunto oltre 67,5 miliardi di dollari (58 miliardi di euro) entro la fine dell’anno scorso. Considerando che i costi della guerra in corso continuano a crescere in modo esponenziale, e con le altre conseguenze della guerra, tra cui i disinvestimenti dal mercato israeliano da parte della Norvegia e di altri Paesi, le proiezioni per l’economia israeliana appaiono davvero fosche. L’Ufficio Centrale di Statistica israeliano ha riferito che l’economia, già in costante stato di contrazione, si è contratta di un ulteriore 3,5% tra aprile e giugno. Si prevede che questo crollo continuerà, nonostante il sostegno finanziario senza precedenti degli Stati Uniti a Tel Aviv. In effetti, senza l’aiuto americano, la precaria economia israeliana si troverebbe in una situazione molto peggiore. Sebbene gli Stati Uniti abbiano sempre sostenuto Israele, il loro aiuto negli ultimi due anni è stato il più generoso e decisivo finora. Israele riceve 3,8 miliardi di dollari (3.265 milioni di euro) di denaro dei contribuenti statunitensi all’anno, a seguito dell’ultimo memorandum d’intesa decennale, firmato nel 2016. Ma altrettanto preziose, se non di più, sono le garanzie sui prestiti, che consentono a Israele di prendere in prestito denaro a un tasso di interesse molto più basso sul mercato globale. Il sostegno degli Stati Uniti, quindi, ha permesso agli investitori di considerare il mercato israeliano un rifugio sicuro per i loro fondi, garantendo spesso rendimenti elevati. Questo valeva per il fondo sovrano norvegese, così come per numerose altre entità e società. Ora che Israele è diventato un marchio negativo, associato a investimenti non etici a causa del Genocidio a Gaza e della crescente espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania, gli Stati Uniti, in qualità di principale benefattore di Israele, sono intervenuti per colmare le lacune. La Legge sugli Stanziamenti Supplementari di Emergenza dell’aprile 2024 ha stanziato un totale di 26,4 miliardi di dollari (22,7 miliardi di euro) per Israele. Sebbene gran parte del denaro fosse destinato alle spese per la difesa, la maggior parte di esso confluirà nell’economia israeliana. Questa somma, in aggiunta agli aiuti militari annuali, consente al governo israeliano di ridurre al minimo la spesa per la difesa e di impedire che l’economia si contragga a un ritmo ancora più rapido. Inoltre, libera l’industria della difesa israeliana, che potrà continuare a produrre nuove e sofisticate tecnologie militari che garantiranno la competitività di Israele nel mercato degli armamenti. Il Polo Militare-Industriale, una parte significativa dell’economia israeliana, non solo viene sostenuto, ma riceve anche un nuovo impulso dagli aiuti americani, garantendo che la Macchina Bellica continui a funzionare con il minimo impatto finanziario. Tutto ciò non dovrebbe sminuire l’importanza del disinvestimento dal sistema finanziario israeliano. Al contrario, significa che gli sforzi di disinvestimento devono aumentare significativamente per bilanciare la spinta degli Stati Uniti a impedire l’implosione dell’economia israeliana. Inoltre, questo dovrebbe anche rendere i cittadini statunitensi che si oppongono al ruolo del loro governo nel Genocidio di Gaza più consapevoli della portata della determinazione di Washington a salvare Israele, anche a costo di Sterminare i palestinesi. In effetti, il flusso di fondi dagli Stati Uniti non è un’azione passiva; è una collaborazione attiva che consente direttamente il Genocidio israeliano a Gaza. Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU). Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto, per Invictapalestina.org
Libertà per Marwan Barghouti e tutti i prigionieri palestinesi
Sarà quasi impossibile in futuro compiere atti più vili dell’irruzione minacciosa di Ben Gvir e della sua scorta nella cella del prigioniero politico palestinese Marwan Barghouti, in carcere da 23 anni, più volte aggredito e percosso, messo da anni in regime speciale, a corto anche di cibo, per cercare di umiliare in lui, personaggio integro, l’intero popolo palestinese, la sua dignità, la sua irriducibile capacità di resistere. da Il Pungolo Rosso L’altrettanto vile video che la propaganda sionista sta diffondendo, vuol far credere ad una sua “sottomissione” al colono killer che fa il ministro degli interni, di cui le tv e i giornali riportano i proclami suprematisti, razzisti e sterministi senza mai una vera parola di critica, come se stessero bevendo, o offrendo al pubblico, un bicchiere d’acqua per dissetarsi. La sola risposta adeguata a questa provocazione è rilanciare con forza la richiesta di libertà per Marwan Barghouti e gli oltre 15.000 prigionieri politici palestinesi, non pochi dei quali ragazzini, oggetto di sistematiche torture e di vessazioni d’ogni tipo. Lo facciamo accompagnando questa richiesta con un disegno di Mohammad Sabaaneh e la lettera di sua moglie Fadwa. (Red.) Questo il messaggio di Fadwa per suo marito Marwan Barghouti dopo averlo visto, dimagrito e quasi irriconoscibile, nel video diffuso dal ministro israeliano Ben-Gvir, che ha vigliaccamente minacciato Marwan nella sua cella. ————————————————————————————— “Marwan non ho riconosciuto i tuoi lineamenti, e forse una parte di me non vuole accettare tutto quello che il tuo viso e il tuo corpo esprimono, tutto quello che tu e i prigionieri avete sopportato in carcere. Marwan ti stanno ancora inseguendo, anche dopo 23 anni di prigione e 2 anni nella cella d’isolamento in cui vivi. Ti stanno ancora prendendo di mira, le catene sono ancora alle tue mani, ma conosco il tuo spirito e la tua determinazione. So che rimarrai libero… libero… libero. Ti preoccupi solo del tuo popolo e di porre fine alle sue sofferenze, che hanno raggiunto il cielo a Gaza, ottenendo la loro libertà e preservando la loro dignità. “ Oh montagna, nessun vento può scuoterti”. So che l’unica cosa che può scuoterti è ciò che senti del dolore del tuo popolo, e l’unica cosa che ti ferisce è l’incapacità di proteggere i bambini palestinesi.Tu sei del popolo, e ovunque tu sia, sei in mezzo a loro, sei di loro e parte di loro; il tuo destino è legato al popolo. Così eri, e così rimarrai”. Fadwa Al Barghouti
La truffa del Ponte continua
Alla vigilia della trasmissione del dossier alla Corte dei Conti, annunciata da Salvini come tappa decisiva dopo l’approvazione del CIPESS, denunciamo ancora una volta l’enorme operazione di propaganda e saccheggio che si nasconde dietro la parola “ponte”. Anche questo passaggio è infatti scontato: la Corte potrà solo segnalare irregolarità, senza alcun potere di bocciatura, e Salvini lo utilizzerà come ulteriore passerella mediatica per alimentare l’illusione di un’opera che vive soltanto nei titoli dei giornali e nei sogni di qualche comitato d’affari. Lo stesso copione già visto recentemente con il roboante annuncio della firma del contratto tra Stretto di Messina e il General Contractor Eurolink, un consorzio che, secondo lo stesso decreto del 2023 che riaprì la partita del ponte, potrebbe ricostituirsi solo dopo la rinuncia al contenzioso legale con lo Stato. Ma il contenzioso è tuttora aperto e a ottobre ci sarà la nuova udienza d’appello a Roma, dopo che Eurolink aveva già perso in primo grado. Il ponte resta quindi un imbroglio buono solo a drenare miliardi dalle casse pubbliche verso costruttori e cricche politiche. Persino gli stessi progettisti e i massimi esperti che hanno guidato i comitati scientifici, come Remo Calzona, hanno ribadito che l’opera è tecnicamente irrealizzabile: i parametri sismici e ambientali dello Stretto la rendono impossibile, i materiali necessari non esistono. Eppure il governo insiste con le favole, rinvia le verifiche, cambia le commissioni e arriva perfino a dichiarare il ponte “opera di emergenza” e “necessaria a fini bellici”, nel tentativo di mantenere in piedi una macchina propagandistica senza credibilità. A Messina intanto nasce una nuova società per azioni che raccoglie famiglie storiche dell’imprenditoria locale, presentata come pronta a fornire beni e servizi per la realizzazione del ponte. Tra i soci figurano anche gruppi economici che, secondo la retorica pontista, sarebbero tra i più danneggiati dall’eventuale costruzione. La realtà è ben diversa: chi conosce i territori sa che il ponte non si farà mai e che gli equilibri dei grandi affari non sono affatto a rischio. Per questo molti scelgono di posizionarsi comunque nella partita, pronti a ottenere nuove rendite e vantaggi. È la dimostrazione plastica che il ponte non è mai stato pensato per il futuro di Sicilia e Calabria, ma come gigantesca bolla speculativa che ingrassa sempre gli stessi. Mentre la politica si esercita in annunci in pompa magna, la realtà è che in oltre cinquant’anni sono già stati bruciati 650 milioni di euro per mantenere in vita una società inutile, pagare stipendi d’oro e pubbliche relazioni, senza un solo metro di infrastruttura. È lo stesso meccanismo delle grandi opere in tutta Italia: miliardi divorati da finanza e clientele mentre scuole, ospedali e trasporti locali crollano. Per questo ribadiamo con forza che non accetteremo mai questo scempio. Non ci fermeranno né il decreto sicurezza, che prova a trasformare in problema di ordine pubblico il legittimo dissenso popolare, né gli interessi miliardari di chi difende un progetto irrealizzabile. Continueremo a opporci, a informare e a mobilitare, perché il ponte non si farà mai e perché Sicilia e Calabria meritano ben altro: lavoro vero, servizi pubblici, giustizia sociale e ambientale. Il ponte non è progresso, è saccheggio. No al ponte! NO Ponte Calabria
Diritto all’abitare, diritto alla città
Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli, Monitor, Napoli 2025. di Giovanni Iozzoli, da Carmilla Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro, nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le metropoli tardocapitaliste. Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione dell’accesso alla merce casa. Oggi, le due categorie – casa e lavoro – si sono in qualche modo sganciate dal reciproco rapporto di dipendenza. Si può avere un lavoro e non avere diritto all’abitare, anche dentro condizioni contrattuali dignitose. Si può lavorare 50 ore a settimana e finire col dormire in una macchina. La specialissima merce casa si è come autonomizzata dall’ordinario meccanismo di formazione del prezzo delle merci. E’ diventato un terreno nuovo di gerarchizzazione dei rapporti sociali, la linea di confine tra il “dentro” e il “fuori”, tra l’appartenenza alla polis e la collocazione nei suoi bordi sfrangiati. La casa è un prisma attraverso cui si possono leggere in controluce diverse tendenze generali in atto: la crisi dei ceti medi, la ripolarizzazione feroce della distribuzione del reddito, lo spazio urbano come luogo privilegiato di incontro tra capitale finanziario e produttivo, l’espansione della bolla immobiliare come indicatore ultimo della decadenza economica di un “capitalismo nazionale”. Infatti l’impazzimento del valore e dei prezzi del mercato immobiliare è in stretta connessione con la crisi generale del sistema capitalistico, con le sue difficoltà di autovalorizzazione che costringono ad individuare le superfici edificabili, come unica controtendenza alla caduta dei profitti nei settori di impiego tradizionale. Quando una metropoli si deindustrializza, sposta tutte le sue energie e risorse su quel terreno – dietro le ambigue formule del ridisegno urbanistico, della riqualificazione, del contrasto al degrado, del restyling etc – e la città, le sue mura, le sue strade, le sue piazze, le sue abitazioni, diventano snodo centrale del ciclo di valorizzazione. Il possesso/eredità di un immobile (familiare) è oggi la modalità  prevalente e quasi esclusiva per accedere al mutuo/acquisto, mentre l’affitto è sopposto ad un vertiginoso processo di rendita speculativa pressoché inarrestabile – tendenza che rende la società italiana sempre più simile a quella degli Stati Uniti. Lavoro/reddito/casa rappresentano un intreccio tematico in radicale ridislocazione; e per raccontare la moderna condizione proletaria nella metropoli, sarà necessaria una nuova qualità dell’indagine sociologica e dell’inchiesta sul campo. E’ lo sforzo che affronta Barbara Russo nel suo libro Le case dei sogni, un testo che si inserisce nel filone di indagine che il ricercatore collettivo Monitor  continua a produrre, partendo dalla metropoli napoletana ma relazionandosi agli analoghi fenomeni più generali della società italiana. A Napoli, il nodo del diritto all’abitare si intreccia strettamente con i processi di turistificazione e gentrificazione (alla napoletana) di quello che è il centro storico più vasto e popolato d’Europa. E tali processi a loro volta ridisegnano il mercato del lavoro e riconfigurano la cartografia dei poteri sul territorio – tra governi locali, imprenditoria privata tradizionale e nuova imprenditoria del terzo settore. Un approccio analitico che inquadra Napoli, quindi, non come eterna capitale dell’arretratezza, bensì laboratorio avanzato di tendenze della ristrutturazione capitalistica – nonché di forme originali di resistenza sociale. Barbara Russo sceglie l’approccio etnografico, ormai indispensabile per indagare le fenomenologie sociali complesse, intervistando diverse tipologie di figure che si ritrovano nel vortice dei cambiamenti. Si va dai privati cittadini lanciati nella speculazione del b&b fai da te, agli operatori più strutturati che hanno scelto la via del property manager – l’intermediazione professionale che si va regolarizzando sul piano normativo e fiscale, creando anche nuovi elementi di stratificazione sociale. Fino ad arrivare ai “danni collaterali” prodotti da ogni espansione di mercato: le persone vittime dell’espulsione dal centro di Napoli, cacciate da case destinate ad essere fagocitate dentro al ciclo della speculazione turistica. > Molti degli intervistati raccontano di essere rimasti nelle loro case quando i > proprietari hanno alzato i canoni di locazione all’improvviso, di aver > accettato di pagare fitti più alti pur di continuare a vivere in quelle case, > di aver assecondato le sempre nuove richieste dei proprietari nonostante > l’assenza di manutenzione e contratti registrati per metà o del tutto in nero. > Quando sono arrivati gli sfratti, alcuni di loro hanno provato a resistere, > non solo perché non avevano altri posti dove andare, ma anche per > salvaguardare il legame affettivo con le loro case e non perdere i rapporti > con il vicinato, che in molti casi fornivano loro anche una possibilità di > accedere al lavoro e al welfare. Chi alla fine ha dovuto lasciare la casa, ha > preferito accettare canoni di locazione più alti a fronte di condizioni > abitative peggiori, oppure si è fatto ospitare da amici e parenti, rinunciando > ad avere una casa propria pur di rimanere in questi quartieri, vicino alle > proprie comunità, ai luoghi di lavoro, alle scuole dei figli e agli spazi dove > si svolge la propria vita quotidiana. (pag. 11) La maggior parte dei soggetti più deboli, non possono che cedere alla speculazione e alla forza di impatto dell’industria turistica. Racconta una famiglia intervistata: > Da otto anni viviamo in questa casa, qui abbiamo le nostre abitudini, la > scuola, il parco, la chiesa; si tratta di perdere tutto (…). Il proprietario > ci ha detto che ce ne dobbiamo andare perché vendono tutto, anche gli altri > due appartamenti che hanno nel palazzo. Gli avevo chiesto di mantenere > l’affitto ma mi ha risposto che tutti gli appartamenti diventeranno b&b e che > quindi non è possibile restare. Saranno venute a vedere la casa più di > cinquanta persone: parlano di come aggiustarla, di cosa cambiare per farne un > b&b… (pag. 60) Quindi il passaggio storico, epocale, che ha investito Napoli, nel racconto di Barbara Russo, è facilmente leggibile. Attori sociali vecchi e nuovi individuano nel centro storico della città un terreno di valorizzazione che può essere venduto all’industria dell’”esperienza turistica”, che dall’inizio del secolo in corso ha cominciato a inserire Napoli nella sua mappa di itinerari pregiati. La composizione sociale popolare e sottoproletaria di quei quartieri rappresenta un ostacolo a tale valorizzazione, ma anche una risorsa in quanto serbatoio di mano d’opera inutilizzata. Comincia il processo di espulsione delle classi povere che liberano metri quadri per l’uso turistico e allo stesso tempo la messa in valore della forza lavoro che in quei territori vive. Nasce la retorica del turismo come Grande Occasione di emancipazione. Si uso lo stigma che ricade da sempre sui quartieri popolari – parassitismo e malavita – per legittimare il ridisegno urbanistico e sociale dei territori. Nel racconto che ne fanno i residenti, alcuni rioni, come la Sanità, aderiscono perfettamente a questo schema – senza dimenticare che le vite delle persone non sono né schemi né statistiche. > Una delle maggiori contraddizioni che saltano all’occhio quando si osserva ciò > che sta accadendo alla Sanità riguarda lo squilibrio tra il potere d’acquisto > dei turisti e quello dei residenti. Dai beni di prima necessità, fino alle > attività commerciali e di ristorazione, i prezzi sono aumentati ma la povertà > del quartiere è rimasta invariata. Applicato al campo degli affitti, questo > scarto rivela un nuovo cortocircuito prodotto dall’economia turistica, capace > di tagliare in due la città: un mercato immobiliare dai valori sempre più alti > che non coincide con i redditi e le possibilità economiche degli abitanti, > apre la strada a nuovi attori (pag. 67) E quindi, sovente, lo sfrattato, diventa anche carne da macello dell’industria turistica. > Nel caso di Cinzia, come in quelli di Dinesh, Pramila e altri intervistati che > hanno perso la casa, proprio chi è impiegato come mano d’opera precaria, > flessibile e sottopagata nel comparto alberghiero o extra-alberghiero, è poi > coinvolto nelle sue “esternalità negative”, in primis gli sfratti e la perdita > della casa. (pag. 81) La retorica delle Grande Occasione, l’eterno mito del Risanamento napoletano, il turismo come moderna panacea alla crisi delle metropoli e il nodo casa come nuovo ordinatore sociale, sono fenomeni ricorrenti che investono tante città ma che a Napoli si presentano nelle forme più trasparenti e leggibili. Le analisi elaborate in questo libro, prodotte “dall’interno” dello tsunami sociale che sta ridisegnando le metropoli, rappresentano il racconto vivo, in presa diretta, di un grande cambiamento che arricchirà pochi e peggiorerà le condizioni di tanti. Senza il protagonismo dei soggetti che vivono la città, senza il rispetto dei loro bisogni e della loro storia, nessuna emancipazione è possibile: soprattutto se fondata sulla speculazione immobiliare.
Milano: sgombero contro lo Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo
Sgombero nella mattinata di giovedì 21 agosto 2025 per lo Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo di Milano, esperienza autogestita attiva nel capoluogo lombardo da mezzo secolo esatto. Bloccati da blindati e forze dell’ordine tutti gli ingressi di via Watteau, 7, dove il Leoncavallo si era trasferito nel 1994, a seguito di un primo sgombero – anch’esso agostano – con successiva rioccupazione di un altro stabile. L’indicazione per i solidali è di presidiare via Stella all’angolo con via Bettoni, subito a nord del centro sociale; qui in mattinata sono arrivate oltre 300 persone. Alle ore 18, invece, indetta un’assemblea pubblica all’esterno del Leoncavallo. . “Il prefetto Piantedosi – spiegano dal Leonka – l’aveva promesso alla destra: il centro sociale più famoso d’Italia deve scomparire. I simboli fanno paura, la storia ancora di più. Lanciamo quindi un presidio e un’assemblea pubblica oggi alle h 18.00 in via Watteau. Ora decide Milano!” Lo sfratto era stato rinviato, a luglio, e calendarizzato per il 9 settembre. In realtà blindati, ufficiale giudiziario e forze dell’ordine si sono presentati, a sorpresa, già oggi, 21 agosto.  Con loro pure i legali dell’immobiliare Orologio della famiglia Cabassi, a cui – secondo la Corte d’Appello di Milano – andrebbe 3 milioni di euro a titolo di “risarcimento”; soldi che il Viminale ha ora chiesto all’associazione Mamme del Leoncavallo Sulla vicenda del Leoncavallo, la sua storia e la lunga campagna per avere uno spazio dentro la città vetrina, quella del cemento e degli affari “made in Milano”, Radio Onda d’Urto ha realizzato numerosi approfondimenti, che si possono riascoltare qui. Di seguito, invece, le corrispondenze di Radio Onda d’Urto di oggi, giovedì 21 agosto 2025: Ore 12.45 – Il collegamento con Mauro Decortes, del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, dal presidio solidale fuori dal Leoncavallo. Ascolta o scarica. Ore 11 – Il collegamento con Paolo, compagno de La Terra Trema, dall’esterno del Leoncavallo. Ascolta o scarica. da Radio Onda d’Urto (foto da Milano in Movimento)