Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito
e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di
Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la
possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad
aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.
Ricordiamo che a luglio scorso, gli Houthi – che già controllavano la regione
della capitale Sana’a – sono riusciti a cacciare le forze filo-governative dalla
costa sud-occidentale, prendendo il controllo della città portuale di Mokha,
importante centro strategico, dell’isola di Mayyun e delle isole Hanish. Tutti
territori già oggetto di contesa, poiché permettono un controllo potenzialmente
totale sulla viabilità dello stretto. Tutto questo è avvenuto a seguito della
crisi di Hormuz e alla scelta obbligata delle petromonarchie di spostare la
circolazione sull’altro lato della penisola arabica (Bab el-Mandeb, appunto),
permettendo di attenuare – seppure lievemente – la strozzatura sul mercato
petrolifero. La guerra civile era scoppiata nel 2014, dopo l’inizio delle
operazioni militari del gruppo sciita zaidita nelle regioni ovest del Paese. Le
forze armate yemenite sono state sostenute negli ultimi dodici anni – durante i
quali gli Houthi hanno mantenuto pressappoco gli stessi territori fino alla
scorsa settimana -, da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finanziati e
aiutati a loro volta dagli Stati Uniti.
L’Arabia è il maggiore esportatore di petrolio dei paesi OPEC e la sua economia,
nonostante i piani di diversificazione della produzione, è ancora basato
sull’export di petrolio per il 45% del PIL. Colpire il suo commercio petrolifero
significa quindi assestare un colpo durissimo tanto al paese quanto al mercato
del petrolio su scala globale. Inoltre il blocco è avvenuto contestualmente al
sabotaggio da parte di milizie filo-iraniane in Iraq dell’oleodotto East-West,
che aveva permesso, insieme a Bab el-Mandeb, di far fronte alla chiusura di
Hormuz. L’offerta di greggio saudita è scesa a circa 6 milioni di barili al
giorno, raggiungendo il minimo storico dal 1990 ad oggi. Se poi l’oleodotto non
verrà ripristinato in tempi brevi, provocando uno stop pressoché totale
all’export saudita, vi è la possibilità di un crollo del 4% dell’intera offerta
globale. Attualmente gli Houthi stanno tenendo in scacco, seppur precario,
l’Arabia Saudita, tanto nella sua funzione di sostegno al governo Yemenita
quanto nel suo ruolo di alleato USA fondamentale per la strategia di gestione
del Medio Oriente.
La guerra si inserisce infatti nella spaccatura tra Iran, di cui gli Houthi sono
alleati, e paesi arabi allineati alla strategia Israelo-americana di contrasto
all’Asse della Resistenza. Strategia che appare sempre più fallimentare man mano
che il tempo passa. Trump infatti, dopo le richieste saudite di intervenire in
Yemen, ha risposto con un secco diniego: la prospettiva di un’ulteriore campagna
fallimentare – utile solo a dimostrare l’inefficienza militare USA in contesti
di guerra “ibrida” – sarebbe politicamente ed economicamente insostenibile.
Decisione di certo comprensibile se si considerano le elezioni midterm alle
porte, ma che ha come conseguenza un rinnovato e, per il momento, sicuro margine
di manovra militare per le milizie di Ansar Allah. Il perdurare della crisi
potrebbe però spingere gli USA ad intervenire nonostante le imminenti elezioni.
Sul versante regionale appare invece evidente lo sfaldamento dell’alleanza
Arabia – Emirati, o per lo meno un allontanamento dei loro obiettivi anche sul
breve periodo. L’esercito yemenita si trova infatti praticamente spaccato in due
parti, una sostenuta dal regno di Saud e l’altra dagli Emirati. Questa
divisione, che ha origine dalle divergenze strategiche dei due paesi – come
spiegato qui -, si ripercuote sui risultati politici di Israele e degli USA
ottenuti con gli accordi di Abramo. Non significa certo che le alleanze USA
stiano per crollare definitivamente, ma il frazionamento causato dai conflitti
in corso e la resistenza – e il contrattacco – dell’Iran ne mettono a dura prova
la tenuta. Come d’altra parte non si parla di una vittoria immediata dell’Asse
della Resistenza: sulla carta le possibilità tecniche di colpire gli Houthi ci
sarebbero.
In tutto questo contesto, il Gibuti, che si affaccia sullo stretto di Bab
el-Mandeb e dista solo 30 km dalla costa yemenita, è un coacervo di basi
militari straniere. Gli Stati Uniti, la Francia, l’Italia, la Cina e il Giappone
possiedono una propria base militare sul piccolo territorio del paese. A queste
si aggiunge la presenze nelle installazioni americane e francesi di soldati
tedeschi, spagnoli e britannici. Appena più a sud c’è poi da ricordare il
Somaliland, regione secessionista della Somalia riconosciuta dal solo Stato
ebraico. Secondo un’inchiesta di Le Monde, gli UAE starebbero finanziando da
quasi un anno la costruzione di una base militare a Berbera, da mettere a
disposizione di Israele e degli USA. Si tratta anche in questo caso di una città
portuale che si affaccia sul Golfo di Aden, e quindi direttamente rivolto verso
il litorale yemenita controllato dai Partigiani di Dio.
A mancare è piuttosto la capacità di riorganizzare una forza politica capace di
seguire gli obiettivi militari dettati dallo Zio Sam. Opera nella quale gli
Stati Uniti trovano sempre più difficoltà, anche con gli alleati storici. La
risposta del nuovo patto di difesa stipulato da Pakistan, Turchia e Arabia
Saudita ne è una prova. Se il patto si può leggere come una forma di
avvicinamento tra un paese della NATO e due alleati politici tanto dell’Alleanza
Atlantica quanto soprattutto degli USA, risulta chiaro anche il significato
opposto: in assenza di un reale agente stabilizzatore nella regione, i tre paesi
hanno ritenuto necessario stipulare questo patto di mutua difesa militare.
Questo dipende certo dal timore di un’escalation con l’Iran – che ha colpito a
più riprese zone dell’Arabia Saudita – e con gli Houthi, ma anche dalla spinta
sempre più aggressiva e oltranzista di Israele, che va sempre più in contrasto
soprattutto con gli interessi di Ankara. Vi è poi da considerare il ruolo che il
Pakistan ha deciso di assumere rispetto al conflitto in corso tra Stati Uniti e
Iran, ovvero quello di un mediatore più o meno imparziale, capace di porsi –
anche grazie alla leva atomica – come stabilizzatore regionale. Così spiegata la
decisione dei due paesi, sulla carta dovuta alla non attività del nuovo patto,
di non intervenire.
Assistiamo per l’ennesima volta nel giro di pochi mesi a un ulteriore elemento
di destabilizzazione nei confronti degli Stati che gravitano nell’orbita
americana e, dunque di riflesso, un colpo alla loro garanzia di tenuta nella
regione. Per quanto sia complicato dirimere quanto ci sia di strategia e quanto
sia dettato da variabili impazzite, conseguenza dalle scelte di Trump e, dunque,
di una tendenza soggettiva ben specifica, un dato è il susseguirsi di azioni
vincenti da parte di diversi soggetti della Resistenza che risultano inaspettate
per i Paesi filoamericani.
Se le aziende petrolifere americane vedranno un incremento della domanda a
fronte di un aumento piuttosto accentuato dei prezzi al barile – ampliando una
produzione già spinta a regime dopo il tracollo del Venezuela e la chiusura di
Hormuz -, la sconfitta sul piano politico è piuttosto chiara. Hormuz rimane
chiuso e Trump appare incapace di intervenire per impedire all’Iran di mantenere
un controllo significativo in uno Stretto di interesse globale. In questi giorni
i ministri degli Esteri del G7 riuniti a margine dell’Assemblea dell’ONU a NYC
hanno dichiarato che gli Houthi devono immediatamente cessare le loro azioni
militari contro il trasporto marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, oltre a
invocare la fine del supporto in mezzi e armi da parte dell’Iran agli Houthi.
Trump nel frattempo ha enunciato nuove frasi ad effetto, “deciderò se fare
esplodere l’Iran”.. che su questo piano non ci sia nessun tipo di reazione a
livello internazionale la dice lunga sulla posizione tuttora egemone di un
personaggio e di un sistema di capitali come gli USA. Al di là delle frasi ad
effetto però l’Arabia Saudita rimane isolata e la pressione su Bab el- Mandeb
rimane un elemento di fastidio. Per quanto i Partigiani di Dio abbiano detto di
non voler interferire con nessun’altro se non con le petroliere saudite e di
fatto non ci sono motivi per pensare che abbiano la volontà di contrapporsi a
decine di Paesi che commerciano nel Mar Rosso, la pressione da loro esercitata
in queste settimane è una leva politica di un certo rilievo. La crisi del
mercato petrolifero, la minaccia costante per le navi mercantili, dei potenziali
pedaggi e l’aumento dei costi assicurativi rappresentano elementi di ricatto a
discapito degli Stati Uniti.
L’essere impreparati contro milizie irregolari, eserciti popolari o, come in
questo caso, formazioni di combattenti yemeniti dipinti dalla narrazione
generale come “ribelli in ciabatte”, dimostra da parte degli USA un livello di
vulnerabilità interessante. Probabilmente proprio a causa di una sorta di
delirio di onnipotenza collettivo che spinge a pensarsi come inattaccabili da
una parte e, dall’altra, a guardare a queste dimensioni come i “barbari”
incapaci di organizzarsi, di formarsi, di ottenere mezzi militari, di avere
capacità strategiche e politiche è ciò che apre contraddizioni sia nel cuore
dell’impero americano sia alle sue periferie. Il fatto che questi soggetti si
considerino soggetti collocati in un determinato luogo e in uno specifico
momento della Storia e dunque si percepiscano in possibilità di intervenire, è
ciò che spiazza maggiormente uno sguardo pregno di pseudo superiorità morale
ancorché materiale. Inoltre, l’innovazioe tecnologica militare trainata dalla
guerra in Ucraina, insieme all’accesso a piattaforme di intelligenza
artificiale, ha inaspettatamente rafforzato le possibilità della guerriglia e
fornito nuovi strumenti adeguati a fronteggiare la sproporzione di mezzi in
campo. Ciò ha reso possibile trasformare un offensiva dell’Arabia Saudita in una
controffensiva dirompente a favore degli Houthi.
Questa dinamica ha nei fatti rappresentato una costante storica per contribuire
alla vittoria dei movimenti anti-coloniali contro le potenze imperiali, ma forse
oggi potremmo registrare un nuovo dato: gli Stati Uniti non riescono più a
garantire in maniera credibile agli occhi del mondo un’influenza politica capace
di evitare che eventi di questo tipo si verifichino e negli ultimi anni ciò è
avvenuto con maggiore intensità e regolarità. Questo processo produce un effetto
a catena di potenziamento delle capacità militari dei gruppi dei “ribelli” ma
soprattutto alimenta la loro reputazione in termini simbolici, pensiamo dal 7
ottobre in avanti. Sarà interessante vedere dove porterà questa nuova tendenza,
se ad un’erosione lineare dell’egemonia globale USA e contestualmente ad
un’intensificazione dell’aggressività militare sui territori implicati per
rispondere sul piano della forza oppure a un lavoro che sappia puntare anche a
una dimensione di ricostruzione di una legittimità e intervenga per riassorbire
la crisi dei valori dell’occidente collettivo e in particolare dell’egemonia
americana.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Questa estate il Consiglio comunale di Londa ha espresso all’unanimità parere
contrario e ha così respinto il progetto di mega parco eolico che gravava sui
crinali mugellani. Di seguito riportiamo il comunicato della Coalizione
ambientale TESS e aggiungiamo alcune considerazioni!
Eolico a Londa, il bilancio della Coalizione ambientale TESS dopo un anno di
attività.
La rete di associazioni e comitati ripercorre le tappe della mobilitazione
contro il progetto industriale e pubblica una nota integrale sul percorso svolto
e sulle prospettive future
A un anno dall’inizio delle mobilitazioni contro l’installazione di impianti
eolici industriali al confine del Parco Nazionale Foreste Casentinesi sui
crinali della Montagna Fiorentina, la Coalizione ambientale TESS (Transizione
Energetica Senza Speculazione) traccia il bilancio delle iniziative promosse sul
territorio di Londa e nei comuni limitrofi in cui vengono ripercorse le tappe
principali della vicenda, dalle prime richieste di confronto pubblico fino alle
recenti deliberazioni dei consigli comunali e degli enti di tutela.
Grande soddisfazione per un anno di continuo impegno e per gli obiettivi
raggiunti nella difesa dei crinali della Montagna Fiorentina da parte dei
Comitati e delle Associazioni della Coalizione ambientale TESS (Transizione
Energetica Senza Speculazione) e di tutti i cittadini contrari
all’industrializzazione dei Crinali di Londa, che da subito hanno dato
tempestiva, puntuale e corretta informazione sulle criticità insanabili di
questa imponente opera in un Comune che è porta di accesso al Parco Nazionale
Foreste Casentinesi.
La Coalizione ambientale TESS, dal 26 agosto 2025, ha richiesto con PEC al
Sindaco, Tommaso Cuoretti, un’assemblea pubblica: un incontro informativo e un
confronto che affrontasse tutte le questioni inerenti il mega eolico industriale
in un Comune che vede la sua economia principale e il suo sviluppo futuro nelle
risorse della bellezza della natura e del paesaggio.
Il 15 febbraio 2026 la Coalizione TESS ha organizzato un Convegno oltremodo
partecipato con esperti giuristi e tecnici competenti nel settore dell’eolico
presso la Sala Polifunzionale dell’Unione dei Comuni a Rincine per informare la
popolazione sulle Osservazioni tecnico-giuridiche dell’Associazione Italia
Nostra e di tante altre Associazioni inviate alla Regione Toscana per la VIA
(Valutazione di Impatto Ambientale) del Progetto eolico Londa.
È stata avviata da parte del Comitato Crinali Liberi Londa la Raccolta firme per
una Petizione pubblica attualmente in corso, sono stati scritti numerosi
articoli pubblicati sulla stampa per informare i cittadini sullo stato dell’iter
del procedimento, sull’infondatezza delle compensazioni ventilate dal Sindaco
nella presentazione del progetto nelle Assemblee pubbliche di Rincine il 18
dicembre scorso e nella sala del Consiglio comunale nei giorni del 5 e del 6
dicembre.
Ricordiamo il servizio del TG RAI Toscana dell’11 gennaio 2026 in cui fu data la
notizia che Londa, grazie al Progetto eolico della Società eolica Hergo
Renewables, sarebbe diventato il primo Comune ad avere la bolletta azzerata.
La Coalizione ambientale TESS ha realizzato numerose iniziative aperte alla
popolazione, con invito alle Associazioni e alle Istituzioni del territorio sui
temi delle Comunità energetiche, delle alternative energetiche concrete alla
cementificazione e alla devastazione degli ecosistemi montani, iniziative per la
difesa legale dei crinali, dei territori e della popolazione dalla
colonizzazione speculativa energetica, iniziative sul tema rinnovabili e
legalità, fra cui il 12 luglio un incontro pubblico con il patrocinio del Comune
di San Godenzo.
Il 4 luglio nel Comune di Rufina, alla Villa Poggio Reale, la Coalizione
ambientale TESS con la collaborazione dell’Osservatorio Biodiversità ha
organizzato un Convegno molto partecipato presentando il Crinale di Croce a Mori
come soggetto di diritto dell’Appennino Montagna Fiorentina a rischio di
industrializzazione eolica.
Un anno di impegno, iniziato il 26 agosto 2025, durante il quale è stato chiesto
con appelli, comunicati, volantini, petizioni, lettere aperte, marce popolari,
assemblee, sit-in e presidi al Comune di Londa un reale confronto con la
cittadinanza e una Delibera di parere contrario al Progetto eolico Londa.
Dopo un anno di informazione corretta e continuativa da parte del Comitato
Crinali Liberi Londa, aderente alla Coalizione TESS, il Consiglio comunale ha
approvato finalmente una delibera di parere contrario unanime al Progetto di
eolico industriale in data 27 luglio 2026.
Da parte del Comune di Londa sono mancate le Osservazioni tecnico-giuridiche per
la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) della Regione Toscana, rilevanti e
fondamentali, dato che è proprio Londa l’unico Comune ad avere tutte e 6 le
torri eoliche alte 200 metri nel suo territorio. Manca ad oggi una delibera di
parere favorevole ad ampliare il perimetro del Parco proprio su quel crinale di
Croce a Mori, territorio del Comune di Londa, che è di fatto l’insostituibile
corridoio ecologico fra il Parco Nazionale, la terza tappa del Cammino di
Francesco (Via Toscana del Gualdo e della Consuma), la Riserva biogenetica di
Vallombrosa e le aree protette del Pratomagno.
Da parte nostra siamo consapevoli e felici di avere dato il massimo contributo
per la salvaguardia della Montagna Fiorentina.
Proseguiremo dunque con il nostro costruttivo e propositivo impegno a Londa, nel
territorio del Mugello, del Casentino e a Firenze presso la Regione Toscana
portando avanti le istanze di salvaguardia e ampliamento delle aree protette in
ordine alla Strategia nazionale della biodiversità, recentemente richiamata dal
Presidente della Repubblica Mattarella nell’incontro con il Presidente della
Comunità del Parco Nazionale Luca Santini, i cui 11 Sindaci hanno unanimamente
espresso parere contrario al Progetto eolico Londa, così come 5 Comuni su 6
dell’Unione dei Comuni Valdarno Valdisieve.
Anche il Consiglio dell’Ente Parco ha espresso da subito parere unanime
contrario. Tutti i Comuni interessati direttamente all’opera — Londa, Rufina e
Stia Pratovecchio — hanno espresso parere contrario, tranne il Comune di
Dicomano.
Parere contrario è arrivato dalle Soprintendenze coinvolte e parere nettamente
contrario al Progetto eolico Londa è stato inviato alla Regione Toscana da parte
della Soprintendenza Speciale PNRR del Ministero.
Certi che la Regione Toscana terrà conto di così tanti pareri contrari del
territorio e di tutte le Osservazioni degli Enti presenti alla VIA, continueremo
a fare la nostra parte e a far sentire la voce forte e chiara del territorio per
la salvaguardia dei crinali del Comune di Londa, del Mugello e del Casentino.
Noi ci limitiamo a ricordare il percorso di conricerca, costruzione di rete e
lotta sui crinali mugellani (che abbiamo raccontato qui), di cui una tappa
fondamentale era stata una bella marcia fin sotto il Comune di Londa, insieme al
Comitato Crinali Libero Londa e a tante altre realtà del territorio regionale
unite proprio contro il progetto che è stato recentemente bloccato.
Continuiamo a sentir ripetere, su stampa e canali mainstream, che l’Italia
sarebbe indietro sulle rinnovabili a causa della burocrazia e, soprattutto, a
causa della “pioggia di no” che arriva dai territori. E dopo aver frignato, la
stessa stanca voce mainstream chiede regole certe e procedure veloci, cioè di
comprimere e disciplinare il libero esercizio della partecipazione
democratica.
Il punto, sosteniamo, è esattamente l’opposto. Quando un territorio esprime un
dissenso così documentato e trasversale, la politica dovrebbe interrogarsi su
come progettare diversamente la transizione, cogliendo i tantissimi suggerimenti
che comitati come quelli che si erano riuniti a Londa continuano a esprimere.
Per esempio, pianificare gli impianti di rinnovabili nelle aree urbane e già
infrastrutturate, sostenere maggiormente le forme di produzione e condivisione
locale dell’energia, favorire filiere corte e rispondano alle loro richieste dei
territori.
In ogni caso, se continueranno a (far finta di) non sentirci, grideremo ancora
più forte.
Quello che è “successo” a Ramy, a Fakir, a Lince e mol3 altr3 non sono episodi
isolati.
Sono parte di un problema più grande che riguarda il modo in cui vengono gestiti
e controllati determinati corpi, determinate comunità, determinati territori.
Riguarda la brutalità e gli abusi delle forze dell’ordine, la criminalizzazione
delle persone migranti e non bianche, la repressione del dissenso e un modello
securitario che presenta il controllo come unica risposta possibile.
È dentro questo quadro che la campagna Lince ci chiede di attraversare il 2
ottobre insieme. Non come una semplice giornata di memoria, ma come un momento
per mettere in relazione esperienze diverse, costruire una rete e provare a dare
continuità a un percorso di mobilitazione che non si esaurisca nella risposta a
un singolo episodio.
Non chiediamo verità. La verità è già molto chiara e sotto gli occhi di tutt3. È
tempo di chiedere giustizia. E chiedere giustizia significa anche interrogare le
condizioni che rendono possibile la violenza, la sua normalizzazione e
l’impunità. Significa non accettare che ogni episodio venga isolato dagli altri,
come se non esistesse un filo che li attraversa.
Da mesi, a Bologna e in altre città, diverse realtà stanno provando a reagire a
questa situazione. Lo abbiamo visto nelle mobilitazioni, nelle assemblee, nei
percorsi nati attorno a Fakir e ad altri episodi di violenza e repressione. Ma
troppo spesso queste esperienze rimangono separate, mentre proprio la
frammentazione rischia di indebolire la possibilità di costruire una risposta
comune.
A partire da quanto emerso dall’assemblea di piazza Lucio Dalla di luglio,
vogliamo quindi provare a costruire uno spazio cittadino e, allo stesso tempo, a
metterlo in relazione con le esperienze che attraversano altri territori.
Uno spazio orizzontale e trasversale che parta dalle comunità direttamente
coinvolte, a partire dal Pilastro e dalle comunità migranti e che sappia tenere
insieme le diverse forme di resistenza alla violenza istituzionale, alla
repressione e alla deriva securitaria.
Il 21 settembre alle 18.30, in piazza Lucio Dalla, ci incontriamo per discutere
insieme come costruire la piazza del 2 ottobre e, soprattutto, come dare
continuità a questo percorso.
Perché oggi più che mai, mentre i fascismi avanzano e la repressione si fa
sempre più pervasiva, abbiamo bisogno di costruire connessioni, non ulteriori
divisioni. Di riconoscere le differenze tra le nostre esperienze senza
trasformarle in frammentazione. Di stare insieme, organizzarci e costruire una
forza collettiva capace di non lasciare sole le persone e le comunità che
subiscono violenza.
Ramy, Fakir, Lince e tutte le esperienze che in questi mesi hanno attraversato
le nostre città ci parlano della stessa necessità: trasformare la rabbia e la
resistenza in organizzazione, relazione e mobilitazione. Insomma in comunità.
Questa è una proposta. Il resto si costruisce insieme.
21 settembre, ore 18.30
piazza Lucio Dalla
assemblea cittadina
L’ex generale contestato oggi da centinaia di persone a Torino. Di seguito il
comunicato congiunto di diverse realtà torinesi che hanno partecipato alla
mobilitazione.
Da Network Antagonista Torinese, Collettivo Universitario Autonomo Torino,
Studenti Indipendenti, Extinction Rebellion e Oltre – Torino.
Oggi in centinaia alle otto di mattina ci si è ritrovati fuori dall’hotel dove
l’ex generale era ospite di un convegno sulla sicurezza urbana, inizialmente
sarebbe dovuta essere una “formazione” per le forze di polizia.
Vannacci si rappresenta come outsider quando è finanziato dagli Stati Uniti, si
presenta come l’uomo contro il riarmo quando da buon militare vorrebbe vederci
tutti e tutte soldati e sostiene da sempre il genocidio in Palestina. Vannacci
dice che chi lo contesta “non è democratico”.
Vannacci a Torino è stato contestato da giovani e meno giovani, Torino oggi ha
chiarito una cosa molto semplice: chi contribuisce a una guerra che non
vogliamo, chi usa il tema della sicurezza per dividere, chi sostiene che i
femminicidi non esistano, chi è dichiaratamente sionista non ha nessuna
legittimità.
Il tour dell’ex generale non sarà certamente finito e, in giro per l’Italia
dovremo assistere a ulteriori teatrini, ma in ogni città certamente troverà chi
non ha intenzione di fargli fare la parte di quello “anti-sistema” . In ogni
città c’è chi sa bene da che parte stare per lottare contro il riarmo e la
guerra.
Nessun generale per nessuna guerra, Torino non ti vuole, tutta Italia non ti
vuole!
Di seguito una corrispondenza di Radio Onda d’Urto
A Torino mobilitazione dal primo mattino e fino a mezzogiorno, venerdì 18
settembre, con diverse centinaia di persone a circondare l’Nh Hotel di corso
Vittorio Emanuele II, dove il leader dell’estrema destra di Futuro Nazionale
Roberto Vannacci ha partecipato al convegno (mezzo vuoto, guardando le sedie in
sala, dove si è palesato sul finire pure Vittorio Feltri) su ‘Insicurezza
urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori’, organizzato
dal sindacato Fsp della Polizia di Stato.
“Nessun generale per nessuna guerra, Vannacci fuori da Torino” è lo striscione
di testa dei manifestanti, chiamati in piazza dal Network Antagonista Torinese e
bloccati a distanza dall’hotel da un ingente schieramento poliziesco. Dopo un
lungo fronteggiamento, il presidio è diventato un corteo in quartiere, cercando
altri varchi per avvicinarsi all’Nh hotel e al convegno vannacciano,
blindatissimo, per concludersi attorno a mezzogiorno, rilanciando altre scadenze
di lotta per i prossimi giorni.
Da Torino su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con Nina, studentessa
universitaria e compagna del Cua
Un articolo Di FRANCESCO CAPPELLO apparso sul blog Seminare Domande
Quando il calcolo diventa bersaglio militare. L’impatto economico, ecologico e
militare delle cattedrali digitali sul territorio piemontese. L’impatto dei mega
data center sul sistema territoriale torinese: speculazione infrastrutturale,
reti di produzione energetica rinnovabile, sistemi di accumulo energetico BESS e
profili di rischio dual-use
Sul territorio della città metropolitana di Torino e dell’area piemontese si sta
consumando una delle più imponenti operazioni di riconversione urbanistica ed
energetica della storia recente, perfettamente integrata nella logica di
militarizzazione del calcolo, riarmo tecnologico e controllo sociale che
caratterizza la corsa globale all’Intelligenza Artificiale.
Il capoluogo sabaudo e la sua prima cintura non rappresentano una scelta
casuale: la presenza di un solido tessuto industriale automobilistico in via di
dismissione, l’estesa disponibilità di aree produttive dismesse da
riqualificare, la vicinanza strategica con lo snodo finanziario e digitale di
Milano e una rete di trasmissione elettrica ad alta tensione ereditata dai
complessi manufatturieri del Novecento rendono la provincia di Torino il secondo
polo d’attrazione nazionale per le cattedrali informatiche, posizionandosi
subito dietro l’area milanese.
I dati forniti dal gestore della rete elettrica nazionale Terna registrano una
pressione senza precedenti sul territorio piemontese, dove si concentrano 64
istanze ufficiali di prenotazione di potenza per oltre 13 gigawatt complessivi.
La sola provincia di Torino assorbe 43 pratiche per una potenza teorica
richiesta pari a oltre 8 gigawatt, trasformando la mappa dei comuni
dell’hinterland in una scacchiera di speculazione infrastrutturale dove la
disponibilità di suolo, acqua ed elettricità pubblica rischia di essere
larghissimamente asservita alle esigenze dei grandi complessi di elaborazione
dati.
Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario distinguere il
quadro delle infrastrutture tra i nodi già operativi, i progetti che hanno
ottenuto le necessarie autorizzazioni urbanistiche e la marea di istanze ancora
in attesa di valutazione.
La geografia delle strutture già realizzate e pienamente operative mappa
l’architettura digitale civile e istituzionale che per decenni ha servito il
territorio, prima dell’avvento dei colossi hyperscale. In Torino città figurano
14 impianti consolidati di medie e piccole dimensioni. Tra questi spicca
l’infrastruttura pubblica gestita dalla società in-house CSI Piemonte nelle sedi
di Via Monastir e Corso Unione Sovietica, che costituisce il cuore
dell’elaborazione dati per la Città di Torino, la Regione e le pubbliche
amministrazioni locali; la struttura è accreditata dall’Agenzia per la
Cybersicurezza Nazionale ed è candidata a Polo Strategico Nazionale (PSN) per la
custodia e la gestione dei dati critici, sanitari e strategici pubblici.
A questo nodo si affiancano i data center proprietari dei grandi gruppi
industriali, bancari e di telecomunicazione, come la struttura TIM di Via Oreste
Mattirolo, i centri elaborazione dati del gruppo Intesa Sanpaolo dedicati alla
gestione delle transazioni finanziarie e della profilazione creditizia, i nodi
di Fastweb e Iren, nonché il centro tecnologico operativo di Noovle (società
cloud della galassia TIM) a Settimo Torinese.
Questi centri rappresentano l’ossatura della prima fase digitale, improntata
alla gestione dei servizi locali e aziendali, ben diversa dall’impatto
distruttivo e vorace dei complessi di nuova generazione a servizio delle
piattaforme algoritmiche internazionali.
Sul fronte dei data center autorizzati e in fase avanzata di iter urbanistico,
le varianti adottate dai vari consigli comunali delineano progetti
circostanziati che convertono siti produttivi dismessi o terreni agricoli in
infrastrutture ad alta densità per l’elaborazione di dati della pubblica
amministrazione, della logistica avanzata, dell’industria strategica, della
sicurezza e della difesa (guerra ibrida, cyber sicurezza, Defence cloud e guerra
multi dominio).
A Caselle Torinese la variante numero 3 al Piano Regolatore Generale, approvata
all’unanimità dal Consiglio Comunale e supportata da compensazioni ambientali
negoziate con l’Ente Parco La Mandria per interventi di deimpermeabilizzazione e
forestazione urbana, ha trasformato la destinazione d’uso di 450 mila metri
quadrati delle aree Ata vicine all’aeroporto “Sandro Pertini” da commerciale a
industriale produttiva ad alta tecnologia. Su questa variante si innesta il
progetto promosso dal colosso immobiliare Hines, che prevede un campus di sei
edifci industriali per oltre 150 mila metri quadrati coperti più un fabbricato
d’appoggio tecnologico, con una richiesta di potenza elettrica di 250 megawatt e
un investimento di 500 milioni di euro.
La posizione adiacente allo scalo aeroportuale e ai vettori di telecomunicazione
lo candida all’elaborazione di dati logistici, aerospaziali e di pubblica
sicurezza.
A Moncalieri, la riconversione urbanistica interessa lo storico stabilimento
dell’ex Ilte (Industria Libraria Tipografica Editrice) di Via Postiglione,
chiuso nel 2016 e acquistato nel 2022 per 9 milioni di euro dal tribunale
fallimentare di Roma da parte di LCP (Logistics Capital Partners), fondo
internazionale attivo nel real estate e nella logistica. Il progetto, che ha già
ottenuto il parere positivo degli uffici comunali nel marzo 2026 e si trova al
centro delle discussioni sulle compensazioni ambientali, prevede la costruzione
di uno dei poli informatici più grandi d’Italia: un campus di quattro grandi
edifici per 270 mila metri quadrati di superficie complessiva e una potenza
elettrica di ben 576 megawatt. Si tratta di una potenza persino superiore a
quella prevista per il mega-impianto nell’area dell’ex centrale di Trino
Vercellese (compreso tra i 300 e i 400 MW con 4,5 miliardi di investimento), per
un valore economico complessivo stimato in oltre 4,5 miliardi di euro e
un’occupazione dichiarata di 400 posti di lavoro. Attorno al cuore tecnologico
dedicato ai server sono previsti uffici, parcheggi, viabilità interna, aree
verdi e un impianto fotovoltaico dedicato. Il passaggio dallo stabilimento
fondato nel 1975 che per decenni ha stampato le Pagine Gialle, quotidiani e
riviste nazionali a una mega-fabbrica del calcolo ad altissima densità per i big
data segna la conversione simbolo della cintura sud torinese.
Sempre sul fronte delle varianti urbanistiche avviate per la logistica
industriale e i servizi di calcolo figurano i terreni dell’ex Fiat Ricambi, che
coprono oltre un milione di metri quadrati a cavallo tra i comuni di None e
Volvera (con estensioni verso Moncalieri e Nichelino) e vedono istanze di
potenza superiori a 600 megawatt.
A Torrazza Piemonte le varianti sulle aree delle ex fornaci mirano a consentire
la demolizione e ricostruzione per far posto a un polo di calcolo orientato
all’IA, mentre a Montanaro la società FCV (FCV, Real Estate Development, è una
società di promozione, sviluppo e gestione immobiliare) ha avviato le
interlocuzioni urbanistiche per un “Data Center hub” su un’area di 412 mila
metri quadrati.
Nel capoluogo, la Cittadella dell’Aerospazio di Corso Marche rappresenta
l’esempio più stringente di integrazione tra urbanistica, “difesa” e gestione
dati: nel perimetro riqualificato ex Alenia, la variante urbanistica si
intreccia con i progetti del gruppo Leonardo e dei centri di ricerca per
l’installazione di un supercomputer e data center dedicato all’elaborazione dei
dati della ricerca aerospaziale, dei sistemi di navigazione satellitare e
militare.
La categoria di gran lunga più critica e pervasiva è infine quella dei data
center richiesti e ancora privi di autorizzazione finale, che compongono una
marea speculativa di prenotazione energetica in attesa delle procedure uniche di
VIA e AIA.
A Torino città, nel quartiere Lucento, la riqualificazione dell’ex Laminatoio
Bonafous vede protagonista la società Reba Projects, riconducibile al gruppo
Asja Energy di Agostino Re Rebaudengo. Il progetto di trasformazione dell’area
industriale dismessa prevede l’insediamento di un data center con una potenza di
carico iniziale di 125 megawatt e una capacità d’espansione programmata oltre i
300 megawatt, per un investimento finanziario che parte da oltre un miliardo di
euro. L’infrastruttura è nativamente concepita per supportare il calcolo
intensivo dell’Intelligenza Artificiale e la gestione di grandi moli di dati a
servizio del tessuto economico ed economico-statale.
In cima alla classifica per potenza richiesta figura il Comune di Grugliasco,
dove sull’area ex Pininfarina di Borgata Lesna la variante urbanistica riguarda
un primo modulo di circa 58 mila metri quadrati, con una potenza di progetto
indicata nell’ordine dei 200 megawatt e un investimento stimato in circa 4
miliardi di euro, a fronte di almeno 200 posti di lavoro promessi. L’operazione
è seguita da Added Value Capital e dall’imprenditore Alfiero Massimini, che
agiscono da intermediari; il nome dell’utilizzatore finale del data center non è
stato reso pubblico. Il 30 giugno 2026 il Consiglio comunale di Grugliasco ha
approvato, con 17 voti favorevoli, la delibera che riconosce l’interesse
pubblico alla deroga urbanistica richiesta per l’intervento. Considerando però
l’intero comparto industriale dismesso di Grugliasco, risulta depositata a Terna
una richiesta di allaccio alla rete per l’incredibile potenza complessiva di
1,23 gigawatt (pensata per grandi cluster di supercalcolo per l’IA) con impatti
idrici massicci per il raffreddamento, un dato che supera di circa sei volte la
potenza dichiarata per il solo progetto ex Pininfarina, e che lascia aperti
interrogativi su quali ulteriori ampliamenti, margini tecnici o progetti
paralleli possano comporlo.
Nel capoluogo, a Torino città, le pratiche complessive presentate a Terna
sfiorano 1,09 gigawatt di richiesta, focalizzandosi sul recupero di vecchi
immobili industriali e scali ferroviari.
A Settimo Torinese, oltre al polo già operativo di Noovle, si registrano ben
otto manifestazioni di interesse presentate al Comune per un volume potenziale
di potenza richiesta pari a 1,05 gigawatt. La spinta speculativa si estende a
raggiera lungo i principali corridoi energetici della provincia, dove sono state
depositate decine di istanze pendenti nei comuni di Chivasso, Rivalta di Torino
e Collegno per sfruttare le vicine sottostazioni elettriche ad alta tensione e i
canali di raffreddamento idrico. A questa pressione sulla provincia torinese si
affiancano, a pochissima distanza dai confini provinciali, i progetti di
mega-impianti come quello pianificato nell’area dell’ex centrale termoelettrica
di Trino Vercellese, da oltre 4,5 miliardi di euro, concepito per agire in
stretta sinergia con la rete di calcolo dell’area metropolitana di Torino.
L’analisi a largo spettro dei portali istituzionali, dai bollettini ufficiali
della Regione Piemonte ai documenti di programmazione urbanistica comunali e
alle rilevazioni di Terna, evidenzia come questo sviluppo incontrollato proceda
in assenza di una pianificazione territoriale coordinata capace di valutare gli
impatti cumulativi. La corsa all’autorizzazione dei data center nell’area
torinese non risponde a una visione di sviluppo sostenibile o di utilità sociale
per la popolazione locale, ma si inserisce perfettamente nella dinamica di
accaparramento delle risorse energetiche e idriche del territorio per
alimentarne la voracità, sostenendo i modelli di intelligenza artificiale, le
piattaforme di sorveglianza digitale e i sistemi informativi a supporto della
finanza globale e del riarmo bellico.
Per comprendere la reale portata dell’impatto territoriale che sarà generato dai
data center nella città metropolitana di Torino, è necessario analizzare il
sistema di approvvigionamento energetico dedicato. La transizione verso le fonti
pulite per queste infrastrutture rappresenta un vincolo economico e finanziario
stringente: l’accesso ai capitali internazionali, ai fondi europei e alle linee
di credito dei grandi asset manager globali è subordinato al rispetto dei
criteri ESG (Environmental, Social, and Governance) e alla stipula di contratti
a lungo termine per l’acquisto di sola energia rinnovabile (Corporate Power
Purchase Agreements – PPA).
Questa esigenza finanziaria si scontra con una contraddizione fisica
fondamentale: i data center dedicati all’Intelligenza Artificiale, alla finanza
e al sistema di guerra richiedono un carico elettrico continuo e costante
(baseload), attivo 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno, laddove la produzione
eolica e solare è per sua natura intermittente e dipendente dalle condizioni
atmosferiche. Per evitare il ricorso alle fonti fossili della rete nazionale,
che vanificherebbe le certificazioni necessarie per intercettare i mercati
finanziari, l’ecosistema industriale piemontese sta subendo una trasformazione
infrastrutturale coordinata. Questa riorganizzazione poggia sulla proliferazione
di maxi-impianti di Fonti di Energia Rinnovabile (FER) e sull’installazione di
gigafactory di accumulo elettrochimico tramite batterie (Battery Energy Storage
Systems – BESS).
La dimensione di questo fenomeno trova riscontro nei dati istituzionali della
Regione Piemonte e del Consiglio Regionale, che in attuazione della normativa
nazionale sulle aree idonee e sul riparto del burden sharing hanno fissato
l’obiettivo vincolante di installare 4.991 megawatt (pari a quasi 5 gigawatt) di
nuova potenza da fonti rinnovabili entro il 2030. La sola provincia di Torino
riveste un ruolo primario in questo piano, assorbendo una quota rilevante delle
nuove istanze di impianti fotovoltaici a terra e agrivoltaici avanzati. La
pressione sulle superfici agricole del Canavese, del Pinerolese e della pianura
torinese è direttamente correlata alla domanda di energia dei data center: le 43
pratiche pendenti o autorizzate nella provincia torinese richiedono oltre 8
gigawatt di potenza teorica complessiva, a fronte di una produzione solare che
per erogare un singolo gigawatt continuativo necessita di installazioni estese
per centinaia di ettari di terreno.
Parallelamente agli impianti di produzione, la Giunta regionale e gli enti
locali si trovano così a gestire l’esplosione delle autorizzazioni per i
sistemi di accumulo BESS di taglia industriale, indispensabili per stoccare
l’eccesso di energia diurna e rilasciarla continuamente ai server durante le ore
notturne o di buio.
Il nodo infrastrutturale torinese è diventato uno dei principali poli
d’attrazione nazionali per questi impianti. Tra le strutture già autorizzate e
in fase di cantiere spicca il mega-progetto BESS stand-alone di Rondissone,
sviluppato dalla società Aer Soléir e aggiudicatario nell’asta del Capacity
Market di Terna, che prevede un investimento di 170 milioni di euro per una
potenza di 250 megawatt e una capacità di accumulo pari a 1 gigawattora,
collocandosi tra i più grandi impianti di accumulo energetico d’Europa.
A questa struttura si affiancano decine di ulteriori istanze presentate presso
la Città Metropolitana di Torino e i comuni della prima e seconda cintura, in
particolare nei poli strategici di Chivasso, Settimo Torinese, Orbassano e lungo
l’asse della Val di Susa, dove la disponibilità di stazioni di trasformazione ad
alta tensione ereditate dal tessuto ex industriale consente l’allaccio di
“container” di batterie a litio per centinaia di megawatt aggiuntivi.
L’incastro tra la produzione rinnovabile, i sistemi BESS e le richieste dei data
center evidenzia precise criticità territoriali e sociali. La legge regionale
sulle aree idonee ha introdotto vincoli specifici per limitare il consumo di
suolo agricolo (fissando tetti massimi alla Superficie Agricola Utilizzata
comunale e distanze di rispetto), ma ha al contempo stabilito corsie
preferenziali ed esenzioni per gli impianti destinati all’autoconsumo
industriale e ai poli tecnologici, disponendo persino l’obbligo di copertura
fotovoltaica per i nuovi data center e centri logistici. Ciononostante, la
combinazione di campus per server, parchi solari estesi e container BESS sottrae
ampie porzioni di terreno, alterando inevitabilmente gli ecosistemi locali.
Si registrano inoltre profili di rischio industriale legati agli impianti BESS,
dovuti alla presenza di grandi quantitativi di batterie al litio ad alta densità
soggette al rischio di thermal runaway (incendi chimici ad alta temperatura e di
difficilissimo spegnimento) in prossimità di centri abitati o aree produttive.
Infine, l’enorme concentrazione di potenza richiesta a Terna impone massicci
interventi di adeguamento della rete elettrica ad alta tensione; le relative
opere infrastrutturali rischiano di traslare i propri costi sulla collettività
attraverso le componenti tariffarie delle bollette elettriche, mentre i benefici
del calcolo avanzato e della vendita di energia rimangono concentrati in capo ai
grandi operatori privati e ai fondi speculativi.
I data center ad alta densità di calcolo e le loro infrastrutture energetiche
d’appoggio non sono soltanto nodi strategici dell’economia e della finanza
globale, ma si configurano a tutti gli effetti come installazioni a marcata
natura dual-use, ossia a doppio uso civile e militare. La progressiva
integrazione del cloud di supercalcolo nei sistemi informativi della difesa,
nella gestione logistica delle forze armate, nell’elaborazione dell’intelligence
strategica e nella guida dei sistemi d’arma autonomi basati sull’Intelligenza
Artificiale trasforma radicalmente lo statuto di queste cattedrali digitali in
tempo di crisi o di conflitto armato.
Nel quadro delle dottrine militari contemporanee e del diritto internazionale
bellico, un centro elaborazione dati che ospita o processa flussi informativi
strategici cessa di essere una semplice struttura commerciale per assumere la
qualifica di obiettivo militare primario (key terrain informazionale). La
concentrazione sul territorio torinese di imponenti poli di calcolo, affiancati
da maxi-impianti di produzione rinnovabile e da imponenti sistemi di accumulo
BESS ad alta intensità energetica, determina così la creazione di veri e propri
bersagli strategici ad alto rischio.
In caso di escalation geopolitica o di operazioni belliche convenzionali,
cibernetiche o ibride, l’attacco diretto o il sabotaggio a queste infrastrutture
— siano essi condotti tramite attacchi informatici devastanti, droni o missili
di precisione a lungo raggio — non provocherebbe soltanto la paralisi dei
servizi digitali e il rischio di estesi blackout energetici a cascata sulla rete
civile. Un’aggressione o un incidente catastrofico su un data center o su una
gigafactory di batterie a ridosso delle aree urbane esporrebbe la popolazione
residente e i comuni limitrofi a danni collaterali devastanti, che vanno dalla
distruzione fisica del tessuto urbano circostante al rischio di incendi chimici
e tossici inestinguibili legati ai sistemi di accumulo elettrochimico,
trasformando le comunità locali nei terminali fisici di una guerra combattuta
alla velocità del calcolo algoritmico.
FONTI
* Terna S.p.A. (Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale):Rilevazioni e
dati ufficiali sulle istanze di prenotazione della potenza elettrica per i
data center in Italia e in Piemonte (95,38 GW a livello nazionale; 64 istanze
per oltre 13 GW in Piemonte; 43 pratiche per 8,08 GW nella sola provincia di
Torino; 1,23 GW a Grugliasco; 1,09 GW a Torino città; 1,05 GW a Settimo
Torinese; ~600 MW a Chivasso e ~600 MW a None).
* Sole 24 Ore (“Data center: 95 gigawatt di richieste alla rete Terna”, di
Celestina Dominelli, 23 Agosto 2026):Inquadramento economico-normativo
nazionale sul boom delle istanze di allaccio alla rete elettrica e intervista
a Laura D’Aprile (Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Mase) su linee
guida per i procedimenti di VIA/AIA e misure anti-speculazione.
* La Voce (“Data center a Chivasso, Settimo Torinese, Grugliasco. Sarà
un’invasione?”, di Liborio La Mattina, 15 Settembre 2026): Dettagli puntuali
sui progetti della cintura torinese: ex Laminatoio Bonafous a Lucento (Reba
Projects / Asja Energy da 125–300 MW), ex Pininfarina a Grugliasco (Added
Value Capital / Alfiero Massimini da 200 MW e 4 miliardi), ex Ilte a
Moncalieri, parco logistico ex Fiat Ricambi (None/Volvera), polo di Caselle
(Hines da 250 MW), Chivasso e le 8 manifestazioni di interesse a Settimo
Torinese.
* La Repubblica Torino (“Nell’ex Ilte nasce il mega data center”, di Mattia
Aimola, 2026): Dettagli ufficiali sul progetto LCP (Logistics Capital
Partners) a Moncalieri in Via Postiglione: acquisto dal tribunale
fallimentare nel 2022 per 9 milioni di euro, parere positivo degli uffici
comunali a marzo 2026, 4 edifici su 270.000 m², potenza di 576 MW, 400 posti
di lavoro e oltre 4,5 miliardi di investimento.
* Verbale di Deliberazione del Consiglio Comunale di Grugliasco (n. 41 del 30
giugno 2026): Approvazione dell’interesse pubblico per la deroga urbanistica
sull’area ex Pininfarina di Borgata Lesna (circa 58 mila m², 200 MW, 4
miliardi di euro promossi da Added Value Capital).
* Delibere e Piani Urbanistici dei Comuni di Caselle Torinese, Montanaro e
Torrazza Piemonte: Variante n. 3 al PRG di Caselle Torinese sulle aree Ata
(450 mila m² complessivi per 150 mila m² coperti dal campus Hines);
interlocuzioni del developer FCV a Montanaro (412 mila m²) e varianti sulle
ex fornaci di Torrazza Piemonte.
* Città di Torino e Regione Piemonte (CSI Piemonte, Polo Strategico Nazionale e
Cittadella dell’Aerospazio):Documentazione istituzionale sugli impianti
in-house di Via Monastir e Corso Unione Sovietica (CSI Piemonte accreditato
ACN e candidato PSN); varianti urbanistiche ex Alenia in Corso Marche per la
Cittadella dell’Aerospazio e i progetti di supercalcolo con Leonardo S.p.A.
* Regione Piemonte e Consiglio Regionale del Piemonte: Atti d’indirizzo per il
riparto del burden sharing e legge regionale sulle aree idonee per impianti a
fonti rinnovabili (target vincolante di 4.991 MW di nuova potenza FER entro
il 2030, vincoli SAU e deroghe per l’autoconsumo di poli tecnologici e data
center).
* Rinnovabili.it / SolareB2B / Energia Mercato (“Aer Soléir investe 170 milioni
in Piemonte: al via a Rondissone uno dei più grandi BESS d’Italia”,
2026): Dettagli sull’impianto BESS stand-alone di Aer Soléir a Rondissone
(250 MW / 1 GWh di capacità di accumulo, aggiudicato nell’asta Capacity
Market di Terna per 170 milioni di euro).
* UNIDIR – United Nations Institute for Disarmament Research (“Clouds of War:
The Implications of Targeting Data Centres”, Policy Note): Analisi di diritto
internazionale e dottrina bellica sul valore strategico e dual-use (civile e
militare) delle infrastrutture fisiche di calcolo e dei data center
considerati key terrain informazionali e bersagli militari.
* Modern War Institute at West Point (“Data Center Warfare: Defending the Key
Terrain of AI Infrastructure”, Policy Paper): Studi sull’integrazione tra
infrastrutture fisiche di supercalcolo per l’IA, sistemi d’arma autonomi,
difesa cibernetica e vulnerabilità bellica dei nodi energetici.
In data 8 settembre, sul blog dell’azienda di intelligenza artificiale OpenAI è
comparso un post il quale sostiene che un modello di IA generativa non
disponibile al pubblico – ed evidentemente più potente del loro ultimo modello:
GPT-6 Astra – abbia risolto le equazioni di Navier-Stokes, uno dei sette
problemi del millennio.
L’equazione di Navier-Stokes è l’equazione fondamentale della dinamica dei
fluidi classica e descrive un fluido (come l’aria o l’acqua) in termini
newtoniani, ossia applicando il secondo principio della dinamica (F=ma) a un
fluido incomprimibile, visto, approssimando, come oggetto continuo e non come
insieme di atomi. Si tratta di un sistema di equazioni differenziali le cui
soluzioni sono oggetti continui in uno spazio a infinite dimensioni e servono
per calcolare la variazione di velocità di un fluido a partire dal gradiente di
pressione, dalla viscosità e dalle forze esterne (gravità o forze applicate).
Sono concetti che nascono tra 700 e 800, ma nonostante l’apparente semplicità
concettuale sono equazioni di cui non si riesce a scrivere una soluzione
analitica per la versione generale, per cui è necessario utilizzare ulteriori
approssimazioni per semplificare dei termini (approssimazioni che per la
maggioranza dei casi sono più che sufficienti, specialmente in campo
ingegneristico). Solo nel XX secolo è stato dimostrato che delle soluzioni
generali esistono. La domanda irrisolta rimane: se io fisso le mie condizioni
iniziali può accadere che la mia soluzione a un certo punto sviluppi una
singolarità? Ossia è possibile che la soluzione mi dia una velocità infinita in
un tempo finito (cioè ad energia finita)?
Il problema del millennio riguarda dunque lo status di regolarità di questa
equazione, cioè la validità di questo modello classico e delle approssimazioni
sopra citate. Questo problema è risolvibile in due modi: 1. dimostrando
positivamente che non si possono sviluppare delle singolarità; 2. trovando una
situazione che con determinate condizioni produce questa singolarità. Degli
agenti AI utilizzati metà sono stati messi a risolvere il problema nel primo
modo, metà nel secondo. Sono stati proprio questi ultimi a riuscire.
Dopo queste minime coordinate per intendere al meglio lo spessore del problema,
possiamo discutere di ciò che è successo.
La faccenda è tutto fuorché priva di zone d’ombra. In primis, soprattutto per
gli appassionati, nonostante OpenAI abbia fornito le dimostrazioni a queste
equazioni, bisognerà aspettare almeno due anni affinché il Clay Mathematics
Institute approvi la dimostrazione.
In secundis, in contemporanea alla dichiarazione di OpenAI, lo scienziato
Tristan Buckmaster ha contestato l’azienda big tech sostenendo che l’azienda ha
sostanzialmente rubato le idee a lui e ad un altro scienziato: Levent Alpöge.
Buckmaster sostiene che recentemente lui e Alpöge avevano reso pubblico tre
risultati che riguardavano le equazioni di Navier-Stokes, basandosi su un
programma di ricerca redatto da Diego Còrdoba e Luis Martìnez-Zoroa. Lo stesso
programma da cui OpenAI sarebbe partito. Buckmaster e Alpöge non nascondono
l’utilizzo estensivo di Large Language Model per farsi aiutare nella ricerca,
tuttavia sostenendo che le dimostrazioni fornite dalle IA erano “orrende” e più
vicine al genere del “AI slop”.
La controversia inizia il 3 settembre con Buckmaster che scrive ad un matematico
di OpenAI poiché girava voce che dentro Anthropic – azienda programmatrice di
Claude e competitor diretto di OpenAI – si fosse risolto uno dei problemi del
millennio e che informazioni sul progresso dei due matematici fossero passate ad
OpenAI. Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, un problema di dimostrazione
matematica può essere “attaccato” in modi differenti e vedere infine se porta ad
un risultato e quanto è elegante. Il modo in cui Buckmaster e Alpöge hanno
iniziato a lavorare al problema era un modo che stavano sperimentando solo loro
due. Tuttavia, un altro scambio tra Alpöge e OpenAI ha messo in luce il fatto
che la scoperta interna dell’azienda big tech ha seguito lo stesso “fronte
d’attacco” fornendo al LLM soltanto un prompt che illustrava il problema. I due
matematici vengono a sapere che è stato generato pochi giorni prima, ovvero
quando è circolata l’informazione che ci fossero grandi progressi sulle
equazioni di Navier-Stokes. OpenAI, in seguito, non è stata chiara con
Buckmaster se e quanto il loro modello è stato addestrato con i lavori che i due
matematici caricavano su Codex.
Buckmaster è stato, infine, messo davanti a due scelte da OpenAI, ormai
praticamente allo scoperto di aver rubato le idee ai due matematici senza
riconoscimento di sorta. Tutte e due le scelte mettevano davanti l’esclusione di
Alpöge dagli autori poiché impiegato da Anthropic. Entrambe le scelte sono state
rifiutate.
Questo è forse il primo caso – almeno di questa portata – di evidente furto di
sapere da parte delle aziende big tech. Non solo mero furto di sapere, ma
proprio della capacità attiva del ricercatore, della sua pratica attiva di fare
ricerca e di condurla; in altre parole, non solo furto dell’informazione ma
furto di produrla. In realtà non è in sé una novità: le aziende IA già
distruggono quantità di libri antichi per assorbirne il sapere e si addestrano
sulla quantità enorme di dati che ogni utente lascia in rete. Ma per la prima
volta un’azienda rivendica che dietro una grande produzione di sapere – come la
risoluzione di Navier-Stokes – ci sia poco o niente lavoro umano.
Una delle implicazioni è anche i livelli di potenza che le IA hanno raggiunto.
Le equazioni di Navier-Stokes, come detto già prima, sono state formulate nel
1821. Da allora, ogni giorno, almeno un matematico ci ha lavorato sopra e a
migliaia sono stati ispirati per iniziare a studiare in questo campo. Che un’IA
l’abbia risolta in 88 ore è un dato non scontato, tuttavia senza scadere in
tecno-fanatismi , la storia di Buckmaster e OpenAI ha fatto emergere il ruolo
dell’intelligenza collettiva anche di fronte ad un lavoro che appare quasi
totalmente macchinico. Che le IA da sole possano risolvere davvero un problema
matematico da sole, invece, ci fa scadere in un tecno-pessimismo anche questo da
evitare. Dunque ci discostiamo dal matematico cinese Deng Yu che,
scherzosamente, ha recentemente affermato che se un’IA dovesse risolvere in
autonomia un problema allora è il tempo per i matematici di darsi alla scrittura
di romanzi. Aggiungiamo, questo tipo di sviluppo scientifico riproduce un idea
di efficientismo per cui l’unica cosa che conta è arrivare al risultato prima
possibile, ma non tiene conto del fatto che proprio una ricerca fatta di
tentativi, errori, strade sbagliate è quella che ha portato come effetti
collaterali in realtà proprio delle scoperte enormi. Proprio nei tentativi
infruttuosi per risolvere l’ultimo teorema di Fermat è stato dato luogo alla
teoria algebrica dei numeri e molti altri esempi.
Con i modelli di OpenAI disponibili sul mercato fino a Chat GPT-6 Astra è stato
riscontrato moltissime volte come nelle dimostrazioni matematiche spesso essi
cadano in argomentazioni “circolari”, assumendo implicitamente ciò che deve
essere dimostrato, e questo tipo di argomentazioni non viene considerato un
errore nella dimostrazione step by step.
Quello che stupisce è questo improvviso interesse in un campo notoriamente poco
finanziato perché non direttamente profittevole, ossia quello della matematica
pura. Infatti la risoluzione di questo problema non ha dei risvolti pratici
effettivi, se non in parte per quanto riguarda casistiche estremamente esotiche
come buchi neri ecc. Probabilmente la risoluzione di un problema di questo tipo
risulta fondamentale nel quadro della propaganda che proprio in questi giorni
mette in primo piano la pericolosità catastrofica dell’AI e l’ineffabilità del
suo dominio sugli esseri umani, propaganda che ha chiari scopi di lucro. La
matematica pura di per sé non è un campo del sapere altamente redditizio, come
lo può essere il suo riflesso ossia la matematica applicata. L’interesse che le
big tech AI hanno dentro questo campo è ignoto e forse ha più a che vedere con
la “prova muscolare” della propria capacità di elaborazione dei propri modelli,
che del rientro economico e basta.
In un’ottica macroscopica, andando oltre la faccenda appena raccontata, la
specificità di questa fase della produzione capitalistica è eminentemente quella
del furto della capacità umana per fini avversi alle classi subalterne. Come
indicato da un articolo di Emiliana Armano, l’era dell’IA pone un salto
qualitativo rispetto alla sussunzione della capacità umana e dell’intelligenza
sociale per le sue capacità di calcolo. Questa storia inizia ad aiutarci a
rispondere alla domanda di chi domina e gestisce questi processi sussuntivi e
quanto tra questi che presidiano possano nascere cortocircuiti dettati dalla
competitività capitalistica. In alcuni punti Buckmaster non si tira indietro
affermando che se davvero OpenAI ha risolto le equazioni di Navier-Stokes questo
è un passo in avanti per tutti e che tutta questa storia è paragonabile allo
scontro scacchistico tra Kasparov e Deep Blue. L’intuizione è parzialmente
corretta: il risultato delle equazioni non è allora un risultato nato dalla sola
ricerca indipendente, ma è immediatamente proprietà di una azienda; in questo
senso la sussunzione ha a che fare non solo con il processo di formulare la
ricerca, ma anche con il risultato. Ciò che ci interessa di più, tuttavia, è
ricercare e mettere a valore quelle sacche non effettivamente sussunte per
rompere le finalità capitalistiche e deviare verso fini nostri.
Proponiamo un contributo sugli strumenti messi in campo a partire dalla lotta
del Movimento No Base, per costruire un movimento popolare antimilitarista e per
far fronte alla complessità dei territori investiti dalle infrastrutture di
guerra.
Introduzione
In ogni territorio i tentacoli della guerra hanno la forma delle infrastrutture
militari, delle esercitazioni, dei confini, delle servitù, degli spazi sottratti
all’uso delle comunità e tutte quelle trasformazioni che, poco alla volta, fanno
entrare la presenza militare nella vita quotidiana. La militarizzazione può
assumere forme molto diverse e proprio per questo non è sempre visibile
immediatamente: può diventare qualcosa a cui ci si abitua, fino a non
riconoscerla più come un problema. Per affrontare questa complessità, un
movimento contro la guerra e la militarizzazione deve poter disporre di
strumenti ed attività diversi, capaci di adattarsi ai territori e alle
situazioni. Informarsi, fare inchiesta, costruire relazioni, comunicare,
osservare ciò che accade e organizzare iniziative sono tutte forme di azione
contro la guerra. Si tratta di modi attraverso cui impariamo a conoscere sempre
più in profondità i territori e a capire come la guerra li attraversa e li
trasforma, ma anche come riscoprire il legame reciso con i territori stessi e le
comunità che li abitano.
Per questo è importante non concentrare lo sguardo in un solo punto. La forza di
un movimento può risiedere nella capacità di moltiplicare i punti di
osservazione e di iniziativa, lasciando che siano i territori stessi a produrre
conoscenza, relazioni e pratiche. Muoversi in molti campi significa anche
riconoscere che non esiste un’unica forma di partecipazione. Questa diversità di
modi è la possibilità concreta che ciascuno trovi un modo per contribuire.
Scoprire e riscoprire i territori significa sottrarli alla rappresentazione
della guerra come qualcosa di inevitabile e tornare a interrogarsi su chi li
decide, chi li attraversa e chi ne paga i costi. Significa anche disabituarsi
alla guerra, interrompere la normalizzazione della sua presenza e riaprire uno
spazio per immaginare territori sottratti alla logica militare.
Monitoraggio del territorio
La natura ha occhi e orecchie nel cuore dell’HUB militare
1. Breve storia del monitoraggio no base
2023. Abbiamo iniziato a sentire l’esigenza di fare un monitoraggio continuativo
intorno all’area prevista per la costruzione della base militare nel 2023,
quando abbiamo scoperto che il progetto sarebbe stato spostato a San Piero a
Grado e Pontedera, non più a Coltano. È stato l’anno in cui abbiamo fatto il
primo campeggio e in cui abbiamo occupato il Presidio dei “Tre Pini” per la
prima volta per renderlo un punto stabile di attraversamento del movimento no
base.
2024. A settembre di quell’anno è stato poi confermato dal tavolo
inter-istituzionale che il progetto sarebbe stato proprio a San Piero a Grado e
Pontedera e di conseguenza abbiamo organizzato diverse attività fino al 2 giugno
del 2024 in cui è stato inaugurato il Presidio di Pace dei “Tre Pini”. C’era
l’esigenza di percorrere il territorio su cui hanno intenzione di costruire
un’infrastruttura devastante, conoscerlo, ed essere sempre pronti ad interferire
con le movimentazioni belliche. Questo ha tutta una serie di specificità nel
momento in cui ci troviamo davanti a delle reti che ci sono già, in un
territorio già militarizzato. La sfida era di essere lì, di vedere cosa
succedeva, di starci e di capire anche in che modalità quel Parco possa cambiare
di fatto: perché a 50 m dalle reti militari c’è il Parco, ma questo Parco è
anche dentro le reti e quindi il punto per noi è capire come tutto quel
territorio può essere vissuto al di là della militarizzazione. Quindi, ciò che
si fa ai “Tre Pini”, il progetto che si porta avanti sul Parco e nei Poderi lì
intorno, vale in prospettiva per tutta un’area che vogliamo che sia restituita
interamente alla natura.
2024-2025. Tra il 2024 e il 2025 eravamo ogni settimana ai “Tre Pini” a fare
lavori e passeggiate di monitoraggio, percorrendo il territorio, guardando oltre
le reti per vedere se ci fossero dei cambiamenti. Era stato annunciato che i
lavori sarebbero cominciati proprio a fine 2024 nonostante non vi fossero i
documenti. Per tenere il passo di quello che sembrava il potenziale inizio di un
cantiere, noi eravamo lì ogni settimana. Questo aveva due scopi: da una parte
continuare a costruire il presidio, sistemarlo, pulirlo, dotarlo delle cose di
cui c’era bisogno, tra cui gli attrezzi, donati da tante persone, riordinare il
materiale… Dall’altra era anche un modo per continuare ad essere presenti sul
territorio. Già la semplice presenza è un grosso fastidio per la controparte,
perché vuol dire mobilitare contingenti per vedere cosa facciamo, anche se si
tratta “solo” di una passeggiata nel sentiero boschivo aperto a tutti. Così come
fare le foto, avvicinarci alle reti, tutto questo destava una preoccupazione.
Questa “preoccupazione” è centrale per tutto il lavoro del movimento, in
particolare per quanto riguarda il monitoraggio, perché è indice del fatto che
c’è qualcosa da nascondere e rende evidente come loro non ci vogliano lì
intorno. Si vede anche nel modo in cui continuano a comportarsi le istituzioni
afferenti al Parco: dall’Ente Parco che sta a disinvestendo sulle guide
ambientali e non sta quasi più facendo tour di natura ambientale in quella zona
o in generale in San Rossore; all’Università che ha tutti i terreni intorno alla
base militare e che ha recentemente sgomberato il presidio di “Tre Pini”, poi
ripreso da un corteo di centinaia di persone durante la giornata di lotta del 25
Aprile. Tutte queste istituzioni stanno agendo sempre di più nell’ottica di
rendere inaccessibile quella zona e disincentivare la sua percorribilità e
questo è nel pieno interesse di fatto delle attività militari.
2025. Verso la fine del 2025 lo scenario è cambiato perché abbiamo constatato
che sul Parco non ci stavano essendo degli avanzamenti rispetto al progetto
della base. Con “Blocchiamo tutto”, ci siamo resi conto che c’era una
consapevolezza collettiva che stava venendo a galla. Che il discorso non è
“oddio, ci costruiscono la nuova base militare” e basta. Il punto è: c’è una
infrastruttura complessa articolata e integrata sul territorio, in particolare
questo territorio, che riproduce e permette la guerra e la stanno potenziando in
diversi modi; all’interno di questo quadro c’è un tassello in più che è la base
militare di San Piero a Grado, che serve per spostare dei reparti dei corpi
speciali più vicino a Camp Darby, dove già hanno messo il COMFOSE, quindi dove
già si sta cercando di creare un accentramento che renda più facili e veloci la
logistica, le movimentazioni e le attività di intelligence. La necessità non era
più solo verificare a che punto fosse il nuovo progetto, ma cercare di farci
un’idea più chiara e collettiva di che ruolo avesse all’interno di un contesto
più ampio. Quindi anche l’idea del monitoraggio ha spostato un po’ il suo centro
dai “Tre Pini” e quello che succedeva lì intorno, verso l’idea di monitorare
complessivamente l’HUB militare.
2. Pratiche di monitoraggio diffuso
Parlando degli strumenti, il monitoraggio sostanzialmente si fa andando in
questi luoghi tutte le settimane e facendo le foto agli alberi e a tutto ciò che
vediamo oltre le reti. Così abbiamo notato tagli di alberi, sfrondamenti,
pulizie di vario tipo. Cumuli di ghiaia che compaiono all’interno delle reti.
Insomma, cambiamenti che ci facevano stare all’erta. Quindi facciamo le foto, le
archiviamo e cerchiamo di monitorare se ci sono dei cambiamenti nel corso del
tempo. C’è anche il progetto del Centralino che è un numero di telefono, un
contatto del movimento no base a cui si possono inviare segnalazioni, che è
stato utilizzato anche per tutti i monitoraggi a San Piero a Grado. Ci sono
persone che si danno disponibili con turnazioni per andare in diversi orari a
San Piero per vedere se si muovono mezzi di un certo tipo, che tipo di movimenti
ci sono, se ci sono mezzi da costruzione, perché abbiamo visto alla fine
dell’anno scorso alcuni mezzi che spostavano alberi tagliati. Dei piccoli
segnali che forse stavano cominciando degli abbattimenti, anche se alla fine si
è trattato più di episodi sporadici. Quindi, anche se il monitoraggio in questo
senso non ha rivelato grandi cambiamenti, è stato importante per capire come si
stanno muovendo le controparti a prescindere che non stiano ancora costruendo la
base. Non vuol dire che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, vuol dire che le
priorità evidentemente sono diverse. Quindi per noi è stato importante
nell’ottica di riuscire a chiarire quale è la loro tattica in questo momento,
che evidentemente non è quella di costruire in fretta e furia la base militare
di San Piero a Grado, ma è più composita di così e quindi anche la nostra
progettualità si è dovuta calibrare su un fenomeno più ampio.
Il tentativo che stiamo facendo è di espandere il monitoraggio e l’uso del
Centralino anche oltre e permettere che sia uno strumento per le persone per
segnalare movimenti, anomalie, cambiamenti sul territorio più allargato: ad
esempio spostamenti di container particolari, movimenti di mezzi militari o
carichi di oggetti da identificare sulle strade civili. L’obiettivo è una sorta
di monitoraggio collettivo, quotidiano e diffuso del territorio. La vera sfida
di questo è creare l’abitudine nelle persone di farsi delle domande e fare lo
sforzo di non normalizzare costantemente la guerra. L’idea è di avere sempre un
occhio sul territorio, senza dare per scontato che sia ritenuto normale che
passino dei carri armati sul treno in stazione, ma invece riuscire a segnalarlo.
È anche grazie a questa nuova abitudine (in costruzione) che ad esempio è stato
possibile il blocco del treno del 12 marzo 2026, perché senza le persone che si
attivavano, guardavano e si chiedevano, “ma perché ci sono 32 vagoni carichi di
mezzi militari?” non sarebbe stato possibile una mobilitazione collettiva che
andava da Livorno a Pisa. Questo serve anche a fare un’inchiesta per
rintracciare tutti questi flussi militari complessi, diversificati e sparsi per
il territorio, per cui serve un grosso lavoro collettivo che deve partire
quantomeno dal darci una mano a vederli a tenerne traccia quotidianamente,
perché si verificano ogni giorno.
3. Monitoraggio e mappatura
A San Piero a Grado stiamo cercando di sviluppare una maniera più organizzata di
segnalare e di registrare i cambiamenti sul territorio, tramite un’applicazione
di mappatura che permette di fare dei questionari geolocalizzati. Stiamo
cercando di farlo durante le iniziative che facciamo ai “Tre Pini”, le
passeggiate ecologiche sul territorio e l’utilizzo di quest’app mentre si
passeggia. Con questo strumento si possono segnalare sia gli aspetti da
tutelare, a partire dalla biodiversità, ma anche gli aspetti nocivi che
minacciano il Parco, come cantieri, rifiuti abbandonati, anomalie di vario tipo,
movimentazioni belliche. Cerchiamo di mappare queste cose, perché ciascuna
risposta al questionario verrà assegnata su una mappa, permettendoci di avere
un’idea nel corso del tempo di come si sta trasformando il Parco e di cosa si
trova al suo interno. Vogliamo riuscire a dare un obiettivo alle segnalazioni e
rendere sempre più facile riconoscere quali sono le priorità, cosa segnalare di
fronte alla normalizzazione della guerra sui nostri territori.
4. Il legame ecologico con il Parco
Il legame con il Parco Naturale nasce da un no forte e sentito rispetto a quella
che viene percepita come un’opera inutile, estremamente dispendiosa e brutta,
nel senso più immediato del termine. Negli anni abbiamo costruito una
consapevolezza e una struttura di questo No. Il discorso naturale-ecologico è
stato approfondito e scoperto a partire proprio da questa opposizione. Perché di
fatto molti che abitano a Pisa, magari non vanno a San Piero, non conoscono i
“Tre Pini” e quei luoghi. E invece con il tempo anche con l’aiuto di esperti,
siamo riusciti a capire il valore di questo territorio. Abbiamo fatto
passeggiate e incontri per conoscere le caratteristiche del terreno, costituito
da dune che risultano da secoli di ritiro del livello del mare che ha creato un
territorio con delle specificità. Cementificare sarebbe un enorme danno
ecologico oltre che un rischio per gli abitanti, perché la struttura del
territorio permette anche la ritenzione dell’acqua: ettari di cemento
rischierebbero di provocare grandi allagamenti. Oltre a questo è importante la
conoscenza delle specie che abitano il Parco, i daini, le specie protette, la
flora. Tutte le motivazioni che noi portiamo ci hanno permesso di entrare più in
relazione con questo territorio e di conoscerne il valore, mentre l’Ente Parco,
che dovrebbe promuoverne la conoscenza, lo propone come sede della base militare
e disincentiva le passeggiate delle guide ambientali in quella zona: questo per
noi è molto grave, per cui è un obiettivo politico quello di rendere nuovamente
conosciuto il Parco. Dal corteo del 25 Aprile, alle biciclettate a Camp Darby,
ai campeggi estivi, dalle passeggiate ecologiche alla navigazione del Canale dei
Navicelli sono tante e diverse le forme di monitoraggio e mobilitazione con cui
stiamo cercando di rendere attraversabile l’area del Parco e far prendere
contatto alle persone con il sito di interesse della base militare e con il
territorio da difendere dalla militarizzazione.
5. Bollettino sulla militarizzazione
Il bollettino “Hub” sulle forme di militarizzazione e resistenze dei territori
nasce a settembre 2025 durante il campeggio no base al Presidio di Pace “Tre
Pini”, proprio mentre il movimento “Blocchiamo tutto” stava iniziando a
germogliare dalla partenza della Flotilla e dalle iniziative coraggiose di
blocco dei portuali genovesi e livornesi. Ha le sue radici nel bisogno di
organizzare su una più ampia scala il monitoraggio attivo del territorio di cui
abbiamo parlato finora. Nel corso dei mesi la rivista è stata presentata in
tantissime iniziative e in decine di città e paesi di Toscana, Liguria e
Piemonte.
Lo strumento del bollettino risponde a una serie di bisogni del movimento contro
la guerra sul territorio, che vorremmo raccontare.
a. Inchiesta: il bollettino raccoglie contributi da parte di comitati
territoriali, movimenti, gruppi di lavoratori ferrovieri e portuali,
associazioni che sui territori di Pisa, Livorno, Carrara, Firenze e La Spezia si
battono contro la militarizzazione nelle sue diverse forme. Mettendo insieme
conoscenze vive dei diretti interessati dai processi di militarizzazione,
l’obiettivo è ricostruire l’HUB militare nella sua dimensione integrata di
flussi di armi, mezzi, uomini, infrastrutture fisiche e virtuali, logistica,
filiera e industria, addestramento, capacità operative, proiezione militare
all’estero. Indaghiamo con articoli e approfondimenti specifici sulle
infrastrutture militari come funziona e a quali scopi questo HUB che innerva la
Toscana, mettendo in rete i tasselli di informazioni sui diversi territori e
costruendo un sapere utile all’azione e alla lotta. L’inchiesta ha come primo
obiettivo la scoperta di una verità volutamente occultata di come i territori
siano piegati agli interessi di guerra e quali poteri (militari, politici,
industriali, accademici) prendano le decisioni sulle nostre teste.
b. Informazione: strettamente connesso all’inchiesta e allo svelamento del
funzionamento dell’HUB militare con le sue infrastrutture militari è
l’informazione. Le conoscenze che costruiamo con il bollettino vengono diffuse
in modo accessibile sia con la rivista che con altre forme di restituzione, in
modo che questo “sapere” non sia specialistico o tecnico, ma diffuso e alla
portata di chiunque voglia essere consapevole di come e perché attivarsi contro
la militarizzazione e la guerra. Come funziona quella base militare vicino Pisa
o Carrara? A cosa serve il porto di Livorno dal punto di vista bellico? In che
modo le ferrovie di Pontedera e La Spezia sono integrate nella logistica
bellica? Ci poniamo domande di questo tipo e molte altre, per costruire insieme
risposte che rendano diffuso un sapere utile a rendere visibile la guerra sui
territori per contrastarla attivamente.
c. Fare rete: tramite l’attività di ricerca condivisa del bollettino, le
presentazioni, lo scambio di materiali, punti di vista, appuntamenti di
mobilitazione, il percorso di “HUB” è un ottimo strumento per fare rete e
costruire coordinamento tra territori. La scelta di farlo con un bollettino è
voluta: vogliamo fare rete nella pratica, nel processo di condivisione dei
saperi, nella costruzione di iniziative di discussione o mobilitazione che ci
vedano in gioco insieme sugli stessi obiettivi. L’esperienza del blocco del
treno del 12 marzo è il risultato della costruzione condivisa di saperi, di
relazioni sui territori e nei posti di lavoro, della volontà di interrompere le
catene della logistica militare come obiettivo condiviso e da praticare
insieme.
d. Definire gli obiettivi: costruire inchieste, diffondere informazioni, tessere
reti e condividere saperi ed esperienze. Tutto ciò, nel percorso del bollettino
ha il fine di moltiplicare la capacità dei movimenti e dei territori di
individuare i propri obiettivi. Ovunque abbiamo un porto da bloccare, dicevamo
nelle settimane di “Blocchiamo tutto”. I territori sono cosparsi di anelli di
catene che portano dall’Italia ai teatri di guerra e che costringono aree e
società del nostro Paese a condizioni di sacrificio, nocività e impoverimento.
Con il percorso del bollettino possiamo scoprire questi luoghi della guerra e
darci nuovi strumenti per costruire campagne, mobilitazioni, assemblee e
percorsi che abbiano l’obiettivo di ostacolare la guerra intervenendo sulle sue
forme concrete sui territori, bloccando, disertando, scioperando ovunque
possiamo e siamo collocatə.
I punti no base
L’obiettivo di organizzarsi capillarmente sul territorio
I Punti No Base sono nati dall’esigenza di uno strumento di organizzazione e
comunicazione capillare sui territori che non fosse centralizzato su Pisa. In
questo modo gruppi e persone che convergevano spesso rispetto a Pisa, come
centro città, si sono potuti organizzare anche sui propri territori. Il percorso
è nato da un’esigenza molto semplice, lineare, informativa. Da una parte a che
punto è il progetto della base, dall’altra la diffusione degli eventi principali
del movimento no base, consapevoli che la mobilitazione fosse già dislocata su
varie parti del territorio periferico. Pisa è stato un centro di attivazione in
connessione con altre parti a partire da Coltano, e poi San Piero. A Pontedera è
diverso, perché tanti e tante abitanti sono parte attiva del movimento. I punti
no base, quindi, rispondono a una esigenza di capillarità materiale e di
presenza sui territori che non riguardano solo il punto specifico dov’è la base.
Un “punto no base” è un luogo fisico che ha un indirizzo, degli orari di
apertura che possono essere resi pubblici, attraversabile da chiunque cerchi
informazioni sul movimento. Queste informazioni possono essere delle
informazioni mirate agli eventi, relative alla base, possono essere pratiche di
informazione attiva, quindi eventi e iniziative varie.
1. La mappa: prendere posizione con il movimento
I punti no base vengono inseriti in una mappa in aggiornamento, utile per
informare chi è sul territorio per cercare dei punti no base e per dare loro
visibilità. Perché essere un punto no base è anche essere un punto che offre la
sua solidarietà al movimento, quindi un luogo che rappresenta una posizione di
supporto al movimento e di partecipazione. Oltre all’esigenza di informazione,
vi è quindi quella di una presa di posizione nei territori per cui più si
diffonde questa cosa e più le persone sanno che anche gli spazi di riferimento
della propria città e dei propri paesi hanno preso una certa posizione e
rappresentano esplicitamente la posizione del movimento no base in quel luogo.
2. Un po’ di storia…
Abbiamo iniziato ad agire nel 2024 con dei punti che sapevamo che avevano già
espresso la loro volontà di essere solidali e partecipi, come i circoli e alcuni
negozi. Nel tempo i punti no base si sono allargati, sia rispetto all’obiettivo
di diffusione sia rispetto a una rete relativa ai flussi. Alcuni ce l’hanno
chiesto anche fuori dalla Toscana. Rispetto al movimento base il territorio
allargato è molto importante: dai punti no base si è creato un gruppo di lavoro
e una forma organizzativa attiva per mappare i punti e mettersi direttamente in
contatto con alcuni luoghi. Dobbiamo pensare che non tutte le persone presenti
in punti no base siano ugualmente partecipi alle attività del movimento e alcuni
punti addirittura non erano vissuti da persone che partecipavano al movimento,
ma per noi erano importanti come posti da continuare ad attraversare sempre di
più. Ci siamo chiesti come organizzarsi con questo tipo di rete in modo tale che
diventasse sia espansiva e costruttiva per le esigenze del momento, magari con
un corteo, il campeggio, un momento di informazione, sia per la crescita del
punto no base stesso. Talvolta ci siamo ritrovati con dei passaggi anche non
scontati rispetto a circoli stessi, in cui la base doveva fare i conti con il
direttivo e con delle difficoltà rispetto al mantenimento dei materiali oppure
proprio alla loro sparizione.
3. Crescere insieme, un passo alla volta
Sono tutti piccoli step che sulle cose più basilari ci facevano e ci hanno fatto
e ci continuano a fare conoscere tanti modi di approcciarsi alla questione della
base stessa, ma anche alle composizioni della società: come sono fatti i
territori che vivono intorno a noi? Chi frequenta oggi i circoli? Chi frequenta
le piazze attorno ai punti no base? Si sta costruendo un’abitudine ad
attraversare i punti, a trasmettere responsabilità e organizzazione che non
riguardano direttamente la dimensione di Pisa, spingendoci a coltivare questi
luoghi, anche solo con i materiali, creando piano piano una familiarità con un
certo tipo di pratiche. Se prima questi contenuti non c’erano in certi contesti,
adesso arrivano. Sono momenti non solo di pubblicizzazione, ma di inchiesta,
perché è uno scambio molto attivo. È anche piano piano una conoscenza, nel
continuare a reiterare queste pratiche, al di là della pubblicizzazione dei
social, iniziando ad attaccare i manifesti, facendo i volantinaggi: è un piano
di diffusione delle informazioni e di scambio. È anche una questione di avere
cura che ci siano materiali e che rimangano nel tempo, che lo spazio li accolga
bene, che le persone ne discutano. È diverso che mettere un manifesto e basta. I
punti no base hanno organizzato realmente delle assemblee, dei momenti di
benefit, incentivando forme di partecipazione le più varie possibili con
messaggi espressi direttamente. Per esempio, abbiamo fatto dei momenti materiali
in dei punti no base che sempre più assumono responsabilità, libertà,
organizzazione.
4. Il ruolo strategico dei punti no base
I punti no base sono elementi fisici, punti di riferimento che permettono di
strutturare una prassi e presenza riconoscibili, aiutano a rafforzare relazioni
invisibilizzate o date per scontate, lasciate magari anche all’abitudine o
dell’urgenza. Nel momento in cui si presentano delle situazioni di urgenza sulla
questione della base, noi vogliamo essere pronti in una maniera che è
comprensibile, trasmissibile e anche abbastanza veloce rispetto un movimento che
possa rispondere nella forma più possibile allargata e su questo i punti no base
possono aiutare ad accelerare. L’abbiamo visto per esempio rispetto al blocco
del treno del 12 marzo 2026, che è partito da un piano cittadino, ma ha avuto un
effetto dirompente e si è espanso nel territorio molto velocemente, perché passa
da luoghi che non sono la grande metropoli, ma sono paesi in cui le reti si
attivano in maniera molto veloce e l’opinione pure.
Immaginiamo che nei punti no base si possa mettere una luce su altre questioni
che riguardano i paesi e che magari altrimenti non hanno uno spazio di
confronto. E anche dove il punto no base è semplicemente un luogo che ospita
materiale, si tratta comunque di una presenza mirata, segnata sulla mappa: il
punto di partenza, il seme è stato messo e si può dare ampio respiro alle forme
di diffusione del movimento. I punti no base funzionano infatti con la cura che
possano essere luoghi che agevolano forme di partecipazione ed espressione. Lo
spazio rappresenta una sfida rispetto al luogo, magari la “sede” del punto, però
anche potenzialità abbastanza ampie: si possono fare presentazioni, momenti
materiali, forme di confronto assembleare sul paese, forme di mobilitazione che
partono dal luogo. Questo metodo potrebbe valere per tantissime esigenze di
lotta facendo in modo che non si separi mai dagli obiettivi e dalla visione
complessiva sempre in trasformazione del movimento più ampio.
Trasparenza e democrazia
Le informazioni sono un campo di battaglia
1. Rendiamo politico l’accesso alle informazioni
Abbiamo iniziato a parlare di trasparenza a partire dall’estate 2025 da un
ragionamento di necessità di una conoscenza effettiva dello stato dell’arte
attuale del progetto della base. È necessario per il movimento conoscere contro
cosa ci si batte, quale impatto può avere, le tempistiche e i contenuti del
progetto. Lo strumento fondamentale utilizzato è stato l’Accesso civico agli
atti: strumento burocratico e legislativo che si è dimostrato molto politico,.
Come movimento l’abbiamo portato avanti con una campagna e una pressione
pubblica, aggiungendovi due piani:
1. Abbiamo condiviso l’accesso agli atti con firme di altre associazioni come
Legambiente, Osservatorio contro militarizzazione delle scuole, Altreconomia,
Libera Pisa, avendo quindi una parte sociale e associativa riconosciuta.
2. Abbiamo fatto un lavoro politico per far mandare l’accesso agli atti anche ai
comuni e alle giunte del territorio pisano che hanno espresso contrarietà al
progetto di base. Queste sono diverse (Calcinaia, Vicopisano, San Giuliano,
Vecchiano, Calci,…) e hanno espresso contrarietà per lo più in autonomia.
Lo stesso accesso agli atti è stato mandato da Calci, Cascina, da una
consigliera comunale di Pontedera partecipe del movimento no base; abbiamo avuto
un comunicato di sostegno politico di un consigliere regionale di AVS. Le
istituzioni non hanno dato una grande risposta, ma abbiamo avuto più attenzione
e siamo usciti sui giornali.
2. Accesso Civico agli Atti
Siamo così andati avanti con un primo accesso agli atti che è stato di
sondaggio: si tratta di documenti di cui non sappiamo neanche se esistano o
meno; quindi, il primo accesso consente di vedere se esistono o se si chiamano
nel modo che pensavamo noi. In seguito abbiamo fatto un’istanza di riesame,
tramite un supporto di un’avvocata, per una questione di lessico e conoscenze
giuridiche che non abbiamo come singoli cittadini. A livello formale è stata
l’avvocata, con le firme delle associazioni, che ha fatto l’accesso come libera
cittadina. Quindi la politicità viene dalla campagna che si fa. Lo stesso vale
per gli accessi fatti da esponenti politici e amministrativi. Alla Regione e
alla Provincia, oltre agli accessi civici, hanno anche altri strumenti perchè
sono nei tavoli preparatori della base, almeno a livello politico. Ora però la
discussione è tutta in mano all’Arma e alla Difesa; quindi, non c’è una
sollecitazione degli enti locali (Parco, Regione etc.) fino a che non ci sarà il
progetto fatto e finito.
L’Accesso Civico agli Atti ci ha portato a capire qual è lo stato dell’arte del
progetto della base: prima fra tutte il diniego di alcune informazioni ci ha
dimostrato che darci informazioni sarebbe stato come dare informazioni al nemico
perchè siamo in un clima di guerra. Nonostante, invece, quando la base era
prevista su Coltano, abbiamo fatto uno stesso accesso agli atti e le
informazioni furono rese pubbliche. A livello legale, per come è narrato
l’accesso agli atti, il progetto è a un punto in cui non è stata fatta ancora
una valutazione di impatto ambientale, c’è solo una valutazione ancora di
carattere generale: ma il progetto concreto di cosa vorrebbero costruire in sé
esiste e non ce l’hanno dato.
3. Pro e Contro dell’istanza di riesame e del ricorso
Con questo strumento dell’Accesso Civico, in ogni caso, abbiamo avuto alcuni
documenti: gli scambi tra istituzioni e commissario Sessa, Ministero della
Difesa, le approvazioni di altri commissari. Sappiamo cosa esiste, cosa è stato
approvato e cosa no, ma non ne abbiamo i contenuti. Sappiamo che la previsione
di spesa è di 520 milioni. Di fronte al rifiuto di avere documentazione più
approfondita nell’accesso agli atti, lo strumento ulteriore è fare istanza di
riesame e in seguito puoi fare ricorso. Si va in tribunale e ha un costo, il
problema è che abbiamo valutato che all’istanza di riesame il ministero della
difesa hanno dato giustificazioni che non sono complete, ma incisive: in molti
casi, per ricorsi simili e con giustificazioni simili, la parte che fa ricorso
ha perso. Il ricorso ha un costo accessibile, ma perdere implica pagare le spese
legali che sono migliaia di euro. Questo può comunque avere risvolti positivi:
in molte lotte contro grandi opere militari, la maggior parte delle cose che
abbiamo conosciuto è tramite i processi dei ricorsi. Perchè i militari portano
delle prove per negare le informazioni e le prove sono informazioni. Questo è
comunque uno strumento da prendere in considerazione anche se ha dei contro
negli esiti del processo e nelle spese da sostenere.
4. Una campagna per la decisionalità
La campagna si è delineata nel far portare accesso agli atti ai vari comuni ed è
stata vettore di attivazione a partire dai punti no base e dalle persone
interessate a fare qualcosa nel proprio territorio come no base. A Pontedera,
per esempio, questo è avvenuto come protagonismo anche dei comuni limitrofi e
richiesta di responsabilità sulle proprie amministrazioni. Cascina o Vicopisano
hanno avuto una prima attivazione in cui si dice “anche io devo e posso fare la
mia parte contro la base a partire dal fare pressione, scrivere qualcosa,
attivare dei contatti”. Questo era l’obiettivo di fondo che abbiamo raggiunto:
portare un intervento sulla trasparenza in tutto il territorio di Pisa e
provincia e far sentire la responsabilità alle persone sulla propria
attivazione. Nel lavoro insieme ai punti no base ciò è stato importante.
Inoltre, questo ha messo in condizioni molte amministrazioni di prendere
posizione a livello politico, facendo fare degli avanzamenti a tutto il
movimento in termini di legittimità sul territorio.
In generale il ragionamento sulla campagna sulla trasparenza “Il buio oltre le
reti” è di avere accesso alle informazioni su un territorio privo di ogni
possibilità di decisionalità, capire che scelte sono state prese sulle nostre
teste e mostrare il passaggio enorme di aver preso queste decisioni dall’alto:
così vogliamo avvicinarci invece a prospettive democratiche dal basso. Il piano
della trasparenza si deve legare anche a uno più generale di conoscenza e tutela
del territorio: l’obiettivo è di non rimanere estraniati dalla realtà con questo
tipo di intervento, ma ragionarne insieme a chi abita i territori, mostrare che
è uno strumento decisionale importante. Nell’immaginare la trasparenza, bisogna
immaginare la tutela ambientale, epidemiologica, la sicurezza idrogeologica, la
presenza di reattori nucleari, esercitazioni militari, sullo stesso piano di
trasparenza e diritto ad avere delle informazioni in modo che le persone possano
usarlo per tutelarsi e organizzarsi.
Il 25 settembre alle ore 9 si terrà l’ultima Conferenza dei Servizi in Provincia
a Biella ove si deciderà se autorizzare o meno il progetto agrivoltaico
denominato SolarPark3. Questo impianto interessa ben 117 ettari di terreni
agricoli, produrrà circa 47 MWp e richiede un investimento iniziale di 32,5
milioni di euro.
A proporlo, in quel del Brianco nei Comuni di Santhià e Cavaglià, è un’impresa
controllata dalla società israeliana Econergy Renewable Energy Ltd.
Su questo progetto sono state presentate osservazioni critiche sia per gli
aspetti tecnici-ambientali (area riso DOP, impatti paesaggistici, connessione
alla rete, ecc.) ancorché sulla origine dei capitali e caratteristiche degli
investitori, ossia una società co-partecipata da altre società che hanno
attività economiche nei territori occupati, interessi nel settore della difesa e
produzione di armi, o sostengono direttamente o indirettamente i crimini
imputati ad Israele dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG).
In occasione della decisoria CdS il Circolo Tavo Burat ha organizzato, in
collaborazione con “Biellesi per la Palestina Libera”, un presidio di fronte al
Palazzo della Provincia di Biella per chiedere il rigetto della istanza e
sensibilizzare la cittadinanza sulla necessità che anche il Governo Italiano
disponga, come hanno fatto recentemente UK e altri paesi UE per i territori
occupati, sanzioni economiche nei confronti di Israele.
Noi abbiamo affrontato il tema nel Dossier sugli investimenti israeliani nei
progetti di fonti rinnovabili e abbiamo intervistato Andrea Maggi, agricoltore
coinvolto, a rischio esproprio del suo terreno in funzione di questo progetto.
Per riavvolgere il nastro delle puntate precedenti basta andare: qui, qui e qui.
In questo contributo si analizza il progetto previsto al Brianco.
Di seguito pubblichiamo il comunicato stampa del Circolo Tavo Burat e di
Biellesi per la Palestina.
“La banalità del male”: il caso Econergy e il progetto SolarPark31 nel biellese”
Eichmann, funzionario nazista, ha sempre e solo sostenuto di aver eseguito degli
ordini, di essere stato semplicemente uno zelante burocrate. Hannah Arendt ha
sottolineato come la “banalità del male” si manifesta nell’incapacità o nel
rifiuto di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni all’interno di un
sistema organizzato.
La Provincia di Biella deve decidere nella conclusiva Conferenza dei Servizi
della procedura di V.I.A. in programma a settembre se il proprio ruolo: è solo
quello dello zelante burocrate, la mera verifica se l’istanza di una controllata
di Econergy Renewable Energy Ltd – impresa israeliana del green-business, è
tecnicamente e normativamente valida o se: autorizzando il progetto di Econergy,
contribuirà al sostegno dell’economia di uno Stato sotto accusa da parte della
Corte Internazionale di Giustizia (CIG) per presunta violazione della
Convenzione sul Genocidio del 1948, convenzione ratificata dall’Italia le leggi
11 marzo 1952, n. 153. e 9 ottobre 1967, n. 962.
Gli Stati firmatari del trattato hanno l’obbligo giuridico vincolante di
prevenire il genocidio e di non esserne complici, il che richiede una revisione
e la potenziale sospensione del sostegno economico, politico e soprattutto
militare che possa agevolare tali atti.
La Provincia di Biella deve dunque scegliere se, nell’ingranaggio del genocidio
e dei crimini di guerra imputati ad Israele, vuole contribuire con del
“lubrificante” o con un “granello sabbia”, se vuole esserne in qualche misura
complice o se intende rispettare le indicazioni di un trattato internazionale
che il nostro Governo e la UE continuano ad ignorare.
Nel parere del 19/07/2024 la CIG, oltre a dichiarare illegale l’occupazione
israeliana nei territori palestinesi, dispone anche «agli Stati terzi di non
consentire investimenti di capitali frutto delle operazioni illecite nell’ambito
dell’occupazione». Una condizione minima per procedere all’autorizzazione
dell’impianto proposto da Econergy sarebbe dunque la verifica della provenienza
dei capitali investiti, ben 32,5 milioni di euro.
Si tenga presente che Econergy Renewable Energy Ltd è partecipata da Phoenix
Financial: questa società è attenzionata presso l’ONU per la partecipazione
azionaria in Elbit Systems (società israeliana settore armi e difesa) e gli
investimenti in diverse società che operano negli insediamenti illegali in
Cisgiordania, Gerusalemme Est e sulle Alture del Golan. Il socio di maggioranza
di Phoenix Financial è Affinity Partners, un fondo sovrano del Golfo, soggetto
coinvolto nel “Board of Peace”, il programma di ricostruzione della striscia
possibile solo con la cacciata dei Palestinesi da Gaza.
Essendo una multinazionale tale verifica potrebbe non essere semplice e, in caso
di mancanza di prove che i capitali di Econergy non siano frutto di operazioni
illecite, la Provincia di Biella potrebbe, in via cautelativa orientata
all’osservanza del parere della CIG, sospendere il giudizio di compatibilità
ambientale e il rilascio di titoli autorizzativi rimettendo la questione in sede
governativa. Ovvero disporre, per ragioni etiche e morali, il diniego
dell’autorizzazione rimettendo così al Governo le responsabilità in caso di
annullamento della determina dirigenziale.
Il “Circolo Tavo Burat – Pro Natura” e il coord. “Biellesi per la Palestina
Libera” chiedono dunque alla Provincia di Biella scelte coraggiose, di
riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni all’interno di un sistema
organizzato non autorizzando investimenti israeliani nel territorio provinciale.
In occasione della Conferenza dei Servizi conclusiva il procedimento di VIA
programmata per il 25 settembre alle ore 9,15 è organizzato, di fronte al
palazzo della Provincia di Biella, un presidio per informare e sensibilizzare la
cittadinanza sul tema.
Biella 15 settembre 2026
Circolo Tavo Burat – Pro Natura Biellesi per la Palestina Libera
1. Un progetto di parco agrivoltaico di 46,49 MWp, su un’area di 117 ha, in
regione Brianco tra Santhià e Cavaglià; valore dell’investimento 32,5
milioni di euro. ↩︎
Immagine diffusa nell’articolo molto dettagliato in merito del quotidiano La
Voce
A Taranto sono ripartite le 2.500 lettere di licenziamento per chi è impiegato
nell’indotto ex Ilva e così riparte anche la mobilitazione. Usb e confederali
hanno proclamato 24 ore di sciopero immediato, fino alle 7 di domattina, con
blocchi su alcune strade provinciali.
Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato le prime 24 ore di mobilitazione per
tutti i lavoratori dell’appalto, fino alle 7 di domani. Occupata la strada
provinciale attorno al Siderurgico, da dove poi lavoratori e lavoratrici si sono
mossi in corteo verso Palazzo di Città, mandando in tilt la viabilità. “Sia
chiaro che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie
per tutti lavoratori” dicono i sindacati, in vista – domani – del nuovo tavolo
annunciato da palazzo Chigi proprio sull’ex Ilva. “Il tempo è scaduto”, dicono
dall’indotto ex Ilva.
Giacomo Mastro, rsu Usb nel consorzio di aziende appaltatrici dell’ex Ilva in
sciopero
Il resoconto della mattinata con Giacomo Rizzo giornalista e corrispondente Ansa
da Taranto
da Radio onda d’Urto
Capire il presente per trasformare la realtà: la scelta dell’autoformazione.
Ciclo di lezioni gratuite di storia e geopolitica tenute da esperti e professori
di varie università Tutti i mercoledì alle ore 19 presso il Centro Occupato
Autogestito T28 in via dei Transiti 28 (Milano)
Oggi muoversi alla cieca non è più un’opzione, senza una direzione chiara e
senza una struttura solida si è vulnerabili e incapaci di essere all’altezza del
periodo storico che stiamo attraversando. Una sempre più ristretta cerchia di
potenti tecnocapitalisti e speculatori, con l’arma della propaganda, influenza
governi, istituzioni, università, agenzie di informazione e social, tentando di
fermare il declino del proprio sistema capitalista attraverso la forza militare
e le guerre. Per questo dobbiamo dotarci di strumenti che ci permettano di
capire “che fare”, attraverso la critica materialista dobbiamo leggere il
presente per agire tutti verso un’unica direzione.
Da questo nasce all’interno del Centro Occupato Autogestito T28 di Via Dei
Transiti 28, l’Università Popolare T28: non come un accademico esercizio di
stile, ma come una necessità politica stringente per darci un’organizzazione
compatta e camminare insieme, come un unico corpo, verso un unico obiettivo.
Conoscere la storia è indispensabile per avere gli strumenti attraverso cui
affrontare i nodi e le contraddizioni irrisolte nel presente. Sapere chi siamo è
l’unico modo per capire dove stiamo andando.
OLTRE IL VERBALISMO E L’ATTIVISMO CIECAMENTE PRATICO:
la rivoluzione e la trasformazione sociale non si fanno con i discorsi vuoti e
le parole astratte (il puro verbalismo), ma nemmeno con l’azione frenetica fine
a sé stessa. La nostra forza deve risiedere nell’unione e nel corretto
equilibrio tra la riflessione profonda e l’azione concreta.
DALLA PARTE DEGLI OPPRESSI:
non esiste denuncia autentica del presente se non c’è l’impegno a trasformarlo e
non esiste impegno reale senza un’azione materiale sui territori. Non per essere
solidali, ma per qualcosa di più profondo che va oltre l’assistenza, per lottare
insieme per la trasformazione radicale della realtà, questa è l’unica
solidarietà possibile. Questo gesto cessa quindi di essere una debolezza
sentimentale e diventa un atto politico collettivo, una presa di coscienza di
massa per essere parte integrante di una storia di lotta e resistenza mondiale
contro il nemico dell’umanità, il capitalismo.
ROMPERE IL SILENZIO COL “PERCHÉ?”:
ci hanno sempre raccontato che la cultura e la storia sono neutrali, sospese
sopra le parti. È una menzogna della narrazione dominante. La storia è,
innanzitutto, storia di lotta di classe. Nessun ordine costituito fondato
sull’oppressione e sullo sfruttamento può tollerare che gli sfruttati comincino
a chiedersi collettivamente: Perchè? Noi rifiutiamo quel posizionamento ambiguo
di chi, fingendosi equidistante, sceglie di fatto di non schierarsi. Noi
vogliamo sapere da che parte stare. Rivendichiamo la necessità di ricostruire la
storia delle lotte e dei popoli.
Vorremmo affrontare tutti quei temi e periodi storici che scuole e università
evitano o narrano in maniera falsata e parziale: la storia d’Italia dalla
resistenza, ai primi anni 2000, con un’ottica marxista per arrivare ai temi di
attualità e geopolitica. Lezioni frontali con momenti di confronto in cui porci
le giuste domande.
UNIRE LA COSCIENZA ALL’ORGANIZZAZIONE:
l’Università Popolare di T28 vuole trasformare lo studio in uno strumento,
l’autoformazione come presa di coscienza. Non accettiamo un sapere calato
dall’alto, da istituzioni che difendono gli interessi del capitale.
L’autoformazione è lo strumento per svelare l’inganno in cui viviamo, per
leggere il presente con occhi critici e acquisire gli strumenti teorici
necessari per affrontare e superare le contraddizioni attuali. Il sapere
borghese esclude; il sapere popolare include e arma la mente. L’accesso alla
conoscenza della storia e del presente deve essere accessibile a tutti e a
tutte, senza barriere. L’università popolare vuole essere uno spazio di
autoformazione dove si impara a leggere il mondo per trasformarlo.
CONOSCENZA CONTRO LA REPRESSIONE:
più forte è la coscienza politica, più solide sono le radici collettive di
fronte ai tentativi di frammentazione e repressione dello Stato.
STUDIARE PER COMPRENDERE, ORGANIZZARSI PER LOTTARE.
VERSO UN COMUNE OBIETTIVO.
Prima lezione DOMENICA 27 SETTEMBRE con il prof. Angelo D’Orsi ore 16:00 “La
storia tra doxa ed episteme. Il caso della guerra russo – ucraina”
Le altre lezioni saranno tutti i mercoledì alle ore 19:00
Al COA T28 in Via Dei Transiti 28 a Milano
PROGRAMMA DELLE LEZIONI
SETTEMBRE
27/09/2026 ANGELO D’ORSI La storia tra doxa ed episteme.
Il caso della guerra russo-ucraina.
30/09/2026 MANOLO MORLACCHI La Resistenza (1936-1945)
a) IL PCI
clandestino
b) La
guerra di Spagna
c) I
rapporti con la III Internazionale
d) Lo
scoppio della guerra
e) Dopo
Yalta
f) La
Resistenza
OTTOBRE
07/10/2026 CARLO FORMENTI Lukacs. La storia umana come
storia del lavoro
14/10/2026 MANOLO MORLACCHI Il dopoguerra (1945-1960)
a) La
svolta di Salerno
b) Le
elezioni politiche del 1948
c) Lo
scontro nel Comintern
d) Lo
scontro nel PCI
e) La
democrazia progressiva
f) La
questione sindacale
g) Il XX
Congresso del PCUS
h) La
fabbrica degli anni ‘50
21/10/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
28/10/2026 MANOLO MORLACCHI La NUOVA SINISTRA (1960-1970)
a)
L’operaio massa
b) Dal
revisionismo sovietico alla Cina di Mao
c)
Nascita della Nuova Sinistra
d) Il protagonismo operaio e
studentesco
e) La
guerra del Vietnam e le lotte anticolonialiste
f)
L’autunno caldo e la strategia della tensione
NOVEMBRE
04/11/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
11/11/2026 MANOLO MORLACCHI Lotta armata e riformismo radicale
(1970-1982)
a)
Nascita delle Brigate Rosse
b)
Nascita dei gruppi extraparlamentari
c) La
mutazione del PCI
d) Dalla
propaganda armata all’attacco al cuore dello stato
e) Il
movimento del ‘77
f)
L’operazione Moro
g)
Movimentismo e militarismo
h) La
questione del partito
i) Le
fratture brigatiste e la ritirata strategica
18/11/2026 CARLO FORMENTI La Cina riscrive la teoria della
transizione al socialismo
25/11/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
DICEMBRE
02/12/2026 MANOLO MORLACCHI Gli anni del riflusso (1982-1992)
a) Do you
remember revolution?
b) Le
lotte sociali
c) La
soluzione politica
d) La
sconfitta del PCI
e) Le
leggi antioperaie (equocanone, scala mobile)
09/12/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
16/12/2026 CARLO FORMENTI 1848-1917 le due vie del COMUNISMO
GENNAIO
13/01/2027 MANOLO MORLACCHI La seconda repubblica (1992-2001)
a) I
banchieri al governo
b) La
riforma del lavoro e delle pensioni
c) La
ricetta globalista
d) Le
guerre imperialiste
e) Un
altro mondo è possibile?
f)
Genova 2001
20/01/2027 VITTORIO MORFINO Introduzione al Materialismo Storico
27/01/2027 MAURIZIO GUERRI Contro il progresso e contro il
futuro.
Ripensare la storia a partire da Walter Benjamin ed Ernst Bloch
FEBBRAIO
03/02/2027 VITTORIO MORFINO Introduzione al Materialismo Storico
10/02/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (TEORIA)
17/02/2027 GIACOMO MARCHETTI L’imperialismo da neo-liberista a
predatorio. La crisi del modo di produzione capitalista e gli scenari politici
globali
24/02/2027 MAURIZIO GUERRI Guardare tutto, non vedere niente.
Noi davanti alle immagini del GENOCIDIO PALESTINESE
MARZO
03/03/2027 GIACOMO MARCHETTI Fidel e Chavez: il lascito dei giganti
del Marxismo Latino-Americano
10/03/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
17/03/2027 MAURIZIO GUERRI Esiste una sola violenza? violenza
del diritto e violenza della giustizia
24/03/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
31/03/1900 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
APRILE
07/04/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
I PROFESSORI:
ANGELO D’ORSI: per 45 anni Ordinario di Storia del pensiero politico
all’Università degli Studi di Torino. Tra i massimi esperti mondiali di Antonio
Gramsci, autore di innumerevoli pubblicazioni e oltre 50 libri (gli ultimi:
“Gramsci. La biografia”, Feltrinelli, e “Catastrofe neoliberista”, Lad
Edizioni), fondatore e direttore delle riviste “Historia Magistra” e
“Gramsciana”. Ha recentemente dato vita al movimento politico “Agorà”.
MANOLO MORLACCHI: direttore editoriale della casa editrice Meltemi, si occupa da
sempre di storia dell’Italia contemporanea. Ha pubblicato “La fuga in avanti. La
rivoluzione è un fiore che non muore”, “La linea del fuoco. L’Argentina da Peron
alla lotta armata” e “Memorie della periferia. Storie del Giambellino”.
CARLO FORMENTI: giornalista, ricercatore e blogger, è stato caporedattore del
mensile “Alfabeta”, redattore del “Corriere della Sera” e docente di Teoria dei
nuovi media all’Università degli Studi del Salento. Per Meltemi dirige la
collana “Visioni eretiche” e ha già pubblicato “Il socialismo è morto, viva il
socialismo! (2019)”, “Il capitale vede rosso (2020)”, “Ombre rosse (2022)” e
“Guerra e rivoluzione (2 vol., 2023)”.
VITTORIO MORFINO: professore di Storia della filosofia presso l’Università di
Milano-Bicocca, dove dirige anche il corso di perfezionamento in Teoria critica
della società. È stato visiting professor in alcune università europee e
latino-americane. Autore di alcuni testi sulla storia del materialismo e del
marxismo e direttore di «Quaderni materialisti».
MAURIZIO GUERRI: docente di estetica, filosofia contemporanea e fenomenologia
dei media presso L’accademia di Brera e l’università statale di filosofia.
Autore di pubblicazioni che trattano questioni di estetica contemporanea in
riferimento al rapporto tra immagine e politica.
LL: da oltre trent’anni si occupa di arti, culture digitali, software, hype
tecnologici e relativi danni collaterali. Dal 2023 sperimenta in locale modelli
di Intelligenza Artificiale open-weights quantizzati (tradotto: modelli AI
utilizzabili su normali computer in totale autonomia). Esperienza che merita di
essere condivisa in teoria e pratica.
GIACOMO MARCHETTI: redattore di “Contropiano”, ha tradotto e curato libri con
varie case editrici. In veste di giornalista ha effettuato diversi reportage in
vari paesi coinvolti in situazioni di conflitto. Come ricercatore indipendente
si occupa di storia del movimento operaio e comunista internazionale.
Capire il presente per trasformare la realtà: la scelta dell’autoformazione.
Ciclo di lezioni gratuite di storia e geopolitica tenute da esperti e professori
di varie università Tutti i mercoledì alle ore 19 presso il Centro Occupato
Autogestito T28 in via dei Transiti 28 (Milano)
Oggi muoversi alla cieca non è più un’opzione, senza una direzione chiara e
senza una struttura solida si è vulnerabili e incapaci di essere all’altezza del
periodo storico che stiamo attraversando. Una sempre più ristretta cerchia di
potenti tecnocapitalisti e speculatori, con l’arma della propaganda, influenza
governi, istituzioni, università, agenzie di informazione e social, tentando di
fermare il declino del proprio sistema capitalista attraverso la forza militare
e le guerre. Per questo dobbiamo dotarci di strumenti che ci permettano di
capire “che fare”, attraverso la critica materialista dobbiamo leggere il
presente per agire tutti verso un’unica direzione.
Da questo nasce all’interno del Centro Occupato Autogestito T28 di Via Dei
Transiti 28, l’Università Popolare T28: non come un accademico esercizio di
stile, ma come una necessità politica stringente per darci un’organizzazione
compatta e camminare insieme, come un unico corpo, verso un unico obiettivo.
Conoscere la storia è indispensabile per avere gli strumenti attraverso cui
affrontare i nodi e le contraddizioni irrisolte nel presente. Sapere chi siamo è
l’unico modo per capire dove stiamo andando.
OLTRE IL VERBALISMO E L’ATTIVISMO CIECAMENTE PRATICO:
la rivoluzione e la trasformazione sociale non si fanno con i discorsi vuoti e
le parole astratte (il puro verbalismo), ma nemmeno con l’azione frenetica fine
a sé stessa. La nostra forza deve risiedere nell’unione e nel corretto
equilibrio tra la riflessione profonda e l’azione concreta.
DALLA PARTE DEGLI OPPRESSI:
non esiste denuncia autentica del presente se non c’è l’impegno a trasformarlo e
non esiste impegno reale senza un’azione materiale sui territori. Non per essere
solidali, ma per qualcosa di più profondo che va oltre l’assistenza, per lottare
insieme per la trasformazione radicale della realtà, questa è l’unica
solidarietà possibile. Questo gesto cessa quindi di essere una debolezza
sentimentale e diventa un atto politico collettivo, una presa di coscienza di
massa per essere parte integrante di una storia di lotta e resistenza mondiale
contro il nemico dell’umanità, il capitalismo.
ROMPERE IL SILENZIO COL “PERCHÉ?”:
ci hanno sempre raccontato che la cultura e la storia sono neutrali, sospese
sopra le parti. È una menzogna della narrazione dominante. La storia è,
innanzitutto, storia di lotta di classe. Nessun ordine costituito fondato
sull’oppressione e sullo sfruttamento può tollerare che gli sfruttati comincino
a chiedersi collettivamente: Perchè? Noi rifiutiamo quel posizionamento ambiguo
di chi, fingendosi equidistante, sceglie di fatto di non schierarsi. Noi
vogliamo sapere da che parte stare. Rivendichiamo la necessità di ricostruire la
storia delle lotte e dei popoli.
Vorremmo affrontare tutti quei temi e periodi storici che scuole e università
evitano o narrano in maniera falsata e parziale: la storia d’Italia dalla
resistenza, ai primi anni 2000, con un’ottica marxista per arrivare ai temi di
attualità e geopolitica. Lezioni frontali con momenti di confronto in cui porci
le giuste domande.
UNIRE LA COSCIENZA ALL’ORGANIZZAZIONE:
l’Università Popolare di T28 vuole trasformare lo studio in uno strumento,
l’autoformazione come presa di coscienza. Non accettiamo un sapere calato
dall’alto, da istituzioni che difendono gli interessi del capitale.
L’autoformazione è lo strumento per svelare l’inganno in cui viviamo, per
leggere il presente con occhi critici e acquisire gli strumenti teorici
necessari per affrontare e superare le contraddizioni attuali. Il sapere
borghese esclude; il sapere popolare include e arma la mente. L’accesso alla
conoscenza della storia e del presente deve essere accessibile a tutti e a
tutte, senza barriere. L’università popolare vuole essere uno spazio di
autoformazione dove si impara a leggere il mondo per trasformarlo.
CONOSCENZA CONTRO LA REPRESSIONE:
più forte è la coscienza politica, più solide sono le radici collettive di
fronte ai tentativi di frammentazione e repressione dello Stato.
STUDIARE PER COMPRENDERE, ORGANIZZARSI PER LOTTARE.
VERSO UN COMUNE OBIETTIVO.
Prima lezione DOMENICA 27 SETTEMBRE con il prof. Angelo D’Orsi ore 16:00 “La
storia tra doxa ed episteme. Il caso della guerra russo – ucraina”
Le altre lezioni saranno tutti i mercoledì alle ore 19:00
Al COA T28 in Via Dei Transiti 28 a Milano
PROGRAMMA DELLE LEZIONI
SETTEMBRE
27/09/2026 ANGELO D’ORSI La storia tra doxa ed episteme.
Il caso della guerra russo-ucraina.
30/09/2026 MANOLO MORLACCHI La Resistenza (1936-1945)
a) IL PCI
clandestino
b) La
guerra di Spagna
c) I
rapporti con la III Internazionale
d) Lo
scoppio della guerra
e) Dopo
Yalta
f) La
Resistenza
OTTOBRE
07/10/2026 CARLO FORMENTI Lukacs. La storia umana come
storia del lavoro
14/10/2026 MANOLO MORLACCHI Il dopoguerra (1945-1960)
a) La
svolta di Salerno
b) Le
elezioni politiche del 1948
c) Lo
scontro nel Comintern
d) Lo
scontro nel PCI
e) La
democrazia progressiva
f) La
questione sindacale
g) Il XX
Congresso del PCUS
h) La
fabbrica degli anni ‘50
21/10/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
28/10/2026 MANOLO MORLACCHI La NUOVA SINISTRA (1960-1970)
a)
L’operaio massa
b) Dal
revisionismo sovietico alla Cina di Mao
c)
Nascita della Nuova Sinistra
d) Il protagonismo operaio e
studentesco
e) La
guerra del Vietnam e le lotte anticolonialiste
f)
L’autunno caldo e la strategia della tensione
NOVEMBRE
04/11/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
11/11/2026 MANOLO MORLACCHI Lotta armata e riformismo radicale
(1970-1982)
a)
Nascita delle Brigate Rosse
b)
Nascita dei gruppi extraparlamentari
c) La
mutazione del PCI
d) Dalla
propaganda armata all’attacco al cuore dello stato
e) Il
movimento del ‘77
f)
L’operazione Moro
g)
Movimentismo e militarismo
h) La
questione del partito
i) Le
fratture brigatiste e la ritirata strategica
18/11/2026 CARLO FORMENTI La Cina riscrive la teoria della
transizione al socialismo
25/11/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
DICEMBRE
02/12/2026 MANOLO MORLACCHI Gli anni del riflusso (1982-1992)
a) Do you
remember revolution?
b) Le
lotte sociali
c) La
soluzione politica
d) La
sconfitta del PCI
e) Le
leggi antioperaie (equocanone, scala mobile)
09/12/2026 VITTORIO MORFINO Introduzione al CAPITALE
16/12/2026 CARLO FORMENTI 1848-1917 le due vie del COMUNISMO
GENNAIO
13/01/2027 MANOLO MORLACCHI La seconda repubblica (1992-2001)
a) I
banchieri al governo
b) La
riforma del lavoro e delle pensioni
c) La
ricetta globalista
d) Le
guerre imperialiste
e) Un
altro mondo è possibile?
f)
Genova 2001
20/01/2027 VITTORIO MORFINO Introduzione al Materialismo Storico
27/01/2027 MAURIZIO GUERRI Contro il progresso e contro il
futuro.
Ripensare la storia a partire da Walter Benjamin ed Ernst Bloch
FEBBRAIO
03/02/2027 VITTORIO MORFINO Introduzione al Materialismo Storico
10/02/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (TEORIA)
17/02/2027 GIACOMO MARCHETTI L’imperialismo da neo-liberista a
predatorio. La crisi del modo di produzione capitalista e gli scenari politici
globali
24/02/2027 MAURIZIO GUERRI Guardare tutto, non vedere niente.
Noi davanti alle immagini del GENOCIDIO PALESTINESE
MARZO
03/03/2027 GIACOMO MARCHETTI Fidel e Chavez: il lascito dei giganti
del Marxismo Latino-Americano
10/03/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
17/03/2027 MAURIZIO GUERRI Esiste una sola violenza? violenza
del diritto e violenza della giustizia
24/03/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
31/03/1900 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
APRILE
07/04/2027 LL INTELLIGENZE
ARTIFICIALI: arruolati e disertori (PRATICA)
I PROFESSORI:
ANGELO D’ORSI: per 45 anni Ordinario di Storia del pensiero politico
all’Università degli Studi di Torino. Tra i massimi esperti mondiali di Antonio
Gramsci, autore di innumerevoli pubblicazioni e oltre 50 libri (gli ultimi:
“Gramsci. La biografia”, Feltrinelli, e “Catastrofe neoliberista”, Lad
Edizioni), fondatore e direttore delle riviste “Historia Magistra” e
“Gramsciana”. Ha recentemente dato vita al movimento politico “Agorà”.
MANOLO MORLACCHI: direttore editoriale della casa editrice Meltemi, si occupa da
sempre di storia dell’Italia contemporanea. Ha pubblicato “La fuga in avanti. La
rivoluzione è un fiore che non muore”, “La linea del fuoco. L’Argentina da Peron
alla lotta armata” e “Memorie della periferia. Storie del Giambellino”.
CARLO FORMENTI: giornalista, ricercatore e blogger, è stato caporedattore del
mensile “Alfabeta”, redattore del “Corriere della Sera” e docente di Teoria dei
nuovi media all’Università degli Studi del Salento. Per Meltemi dirige la
collana “Visioni eretiche” e ha già pubblicato “Il socialismo è morto, viva il
socialismo! (2019)”, “Il capitale vede rosso (2020)”, “Ombre rosse (2022)” e
“Guerra e rivoluzione (2 vol., 2023)”.
VITTORIO MORFINO: professore di Storia della filosofia presso l’Università di
Milano-Bicocca, dove dirige anche il corso di perfezionamento in Teoria critica
della società. È stato visiting professor in alcune università europee e
latino-americane. Autore di alcuni testi sulla storia del materialismo e del
marxismo e direttore di «Quaderni materialisti».
MAURIZIO GUERRI: docente di estetica, filosofia contemporanea e fenomenologia
dei media presso L’accademia di Brera e l’università statale di filosofia.
Autore di pubblicazioni che trattano questioni di estetica contemporanea in
riferimento al rapporto tra immagine e politica.
LL: da oltre trent’anni si occupa di arti, culture digitali, software, hype
tecnologici e relativi danni collaterali. Dal 2023 sperimenta in locale modelli
di Intelligenza Artificiale open-weights quantizzati (tradotto: modelli AI
utilizzabili su normali computer in totale autonomia). Esperienza che merita di
essere condivisa in teoria e pratica.
GIACOMO MARCHETTI: redattore di “Contropiano”, ha tradotto e curato libri con
varie case editrici. In veste di giornalista ha effettuato diversi reportage in
vari paesi coinvolti in situazioni di conflitto. Come ricercatore indipendente
si occupa di storia del movimento operaio e comunista internazionale.
Diffondiamo l’appuntamento in ricordo di Alex, compagno che ci ha lasciato da
poche settimane a Torino.
Da CUB Sanità e BDS Torino:
Sabato 12 settembre ci ritroviamo ai Giardini Reali di Torino per una fiaccolata
dedicata ad Alex, un momento collettivo e aperto per stare insieme, condividere
ricordi, parole, musica e saluti.
Sabato 12 settembre – ore 19.00
Giardini Reali, Torino – di fianco al Fenix
Accenderemo insieme le fiaccole per Alex, tra parole, musica e i ricordi di chi
con lui ha condiviso pezzi di vita, di amicizia e di lotta.
Ci sarà uno spazio aperto per chiunque voglia prendere la parola, raccontare un
ricordo o lasciare un saluto. Chiediamo solo di mantenere gli interventi brevi,
per lasciare spazio a tutte e tutti.
Alle ore 20.00 l’Imam di Torino, terrà un momento di preghiera di circa 15
minuti.
Ci sarà anche un grande bandierone della Palestina sul quale lasciare
liberamente una parola, una dedica o un pensiero per Alex.
Chi vuole può portare uno strumento per suonare o cantare insieme. Non sarà
prevista amplificazione tecnica per la musica.
Saremo sul prato: chi vuole può portare un telo, un cuscino o una sedia.
Condivideremo anche del cibo: ognuno può contribuire con qualcosa da mangiare o
da bere.
Vogliamo ricordare Alex anche così: incontrandoci, parlando, discutendo,
ascoltando musica, mangiando insieme e continuando a costruire quelle relazioni
a cui ha dedicato così tanto.
Ci vediamo lì. Ciao Alex.
Di seguito la voce di una compagna di CUB Sanità ai microfoni di Radio Blackout
Alex è stato un compagno impegnato a Torino su tanti fronti, tra cui quello
sindacale, lottando fianco a fianco a lavoratori, lavoratrici e lavoratorx. Ne
parliamo con Elisa della Cub Sanità, che ricorda la sua capacità di creare reti
e alleanze, di affiancare le persone, lasciandole sempre protagoniste dei
percorsi di lotta da attraversare.
Questo ricordo è anche un invito a partecipare a una commemorazione collettiva,
che si terrà sabato 12 settembre dalle 19 ai giardini reali (lato fenix),
Torino.