Sul referendum: oltre il voto, per la nostra autonomia. Come gruppo e nelle
nostre cerchie abbiamo votato “NO” convintamente anche se non ci siamo esposti
pubblicamente, al contrario del referendum dell’estate scorsa dove – per far
emergere il nesso imprescindibile tra cittadinanza e classe. Ma, da quella
giornata ai risultati di oggi, vogliamo ordinare alcune riflessioni a caldo,
coerentemente col nostro posizionamento ancorato ai bisogni, alle lotte e
all’autonomia della nostra gente. Quindi accogliamo con entusiasmo la vittoria
del “NO”.
Da Immigrital
Concordiamo nel merito del voto, su cui non ci soffermiamo sia perché molti ne
hanno parlato meglio di quanto faremmo noi e sia per la volontà di non inserirci
nello scontro scontro tra poteri istituzionali (dove l’accesso ci è precluso a
prescindere).
Riteniamo evidente il tentativo governativo di istituzionalizzare il fascismo e
l’autoritarismo sia contrastando scioperi e lotte che sistematizzando misure
incontrollate già presenti che noi conosciamo bene: dalle decisioni arbitrarie
delle questure – daspo, fogli di via, deportazioni etc – ai decreti sicurezza,
mirando a rendere sistema la violenza quotidiana e strutturale contro i più
marginalizzati, privati di risorse e proprietà. Quindi contro di noi, i nostri
quartieri e la nostra gente. Misure quotidiane da stato di polizia – proprio di
definizione, in quanto bypassano ogni controllo – direttamente legate a
questure, partiti e privati e sperimentate prima su migranti e ultras e che oggi
colpiscono in primo luogo non apparati democratici o realtà politicamente
organizzate ma società più marginalizzata ed esclusa.
In un contesto in cui, almeno dal 2020, l’estrema destra istituzionale (e quella
di strada, dai partiti sdoganata e tutelata), ha costruito un discorso classista
e razzista – contro ad es. i “maranza” – usando ogni mezzo detenuto per
prepararsi a questa “organicizzazione” e istituzionalizzazione fascista. Ogni
singolo discorso e passo politico si muove in quell’ottica. Anche questo quesito
referendario lo leggiamo in questo quadro.
Riconosciamo la necessità democratica di indipendenza della magistratura, che
non significa assenza di politica interna, e il tentativo esterno e partitico di
controllarla. Ma vogliamo andarne oltre: parliamo di democrazia non come
fantoccio sbandierato, ma come processo concreto e quotidiano che parta proprio
dalle zone che più ne sono private esteriormente. Per riequilibrare le
asimmetrie e contrastare le oppressioni dobbiamo costruire la nostra, di
democrazia, intesa come radicale e come nostro potere. Partendo
dall’organizzazione nel lavoro, come già si vede, ma anche nelle strade, nei
quartieri, nelle scuole. Ovunque siamo segregati dall’esterno e ovunque vogliano
che siamo assoggettati all’arbitrio e all’abuso di altri. Per questo: democrazia
e autonomia. Da un lato l’autonomia dentro gli spazi che ci impongono,
dall’altro il conflitto per spezzare le barriere che ci confinano: per accedere
a istruzione, sanità, lavoro equo, casa, sport e professioni di ogni tipo.
Quindi ogni atto e ogni comunicazione di questo governo fascista lo leggiamo
come tentativo di spezzare questa emersione e questa lotta, organizzata in forme
differenti e spesso non canoniche. Piccoli provvedimenti, micro-abusi
quotidiani, intensificazioni delle violenze già sistemiche, fino al tentativo di
istituzionalizzarle.
Se l’esito del referendum su cittadinanza e lavoro è stato uno dei picchi più
bassi e violenti degli ultimi trent’anni della nostra presenza in Italia,
l’ultimo anno ha segnato un crescendo di energia. Dalle piazze per Gaza, che
hanno visto numeri massicci e proteste radicali in ogni singolo comune italiano,
a piccole ma grandi vittorie collegate tra loro. Il rifiuto del genocidio
avallato in ambito partitico e istituzionale, con blocchiamo tutto, o della
guerra -qualsiasi sia il popolo oppresso – come il blocco del treno a Pisa. Non
solo quindi resistendo e opponendosi alle barbarie ma anche scavalcando decreti
sicurezza e criminalizzazione del conflitto. In questo contesto emergono sempre
più prime e seconde generazioni. E se il tentativo è organicizzare il fascismo,
a partire contro chi ha meno risorse e vive quotidianamente le oppressioni e i
decreti, gran parte della società italiana dimostra di opporsi. Dalle
commemorazioni per Ramy, organizzate nel nostro piccolo, al rifiuto di concetti
come “remigrazione”, fino all’antifascismo militante contro i raduni
dell’estrema destra riguardo a questi temi. Questo dimostra che la società non
solo si oppone alla torsione autoritaria, ma che esiste una pulsione democratica
insita nella società stessa che è molto più avanti dei partiti. E in questa
potenziale saldatura tra tradizione democratica di parte della società italiana,
realtà militanti organizzate e le categorie totalmente escluse e soffocate, che
sta nascendo e nascerà la nuova Italia – capace di essere dentro e per la
società, nella contemporaneità e rivolta al futuro. Lo diciamo quindi senza
timore: questi trent’anni di merda soffocante, dove il potere ha tentato
trasversalmente di sfruttarci, incarcerarci ed escluderci, spesso riuscendoci ma
trovandoci giorno dopo giorno con ogni nostra forza a contrastarlo, stanno
finendo. Il tentativo estremo di istituzionalizzare il fascismo usando chi ha
meno potere come capro espiatorio fallirà. E oggi è stato un grosso fallimento
loro, e grande vittoria nostra.
Se la società è disposta a tutelare non solo la democrazia così com’è ma a
sostenere la componente più esclusa e l’accesso a risorse, ricchezze,
immaginazioni e possibilità, democrazia reale e concreta, l’auto-organizzazione
multietnica della gioventù, classe operaia e quartieri popolari, allora Giorgia
Meloni presto andrà a casa. Ogni tassello governativo, dal nostro punto di
vista, è stato una reazione anche alla nostra emersione, e verrà continuamente
contrastato, resistendo ma anche rilanciando. Le nostre vite sono sempre state
una barricata e una lotta giornaliera contro poteri strutturalmente classisti e
razzisti: per questo l’antifascismo continuerà a essere baluardo e lo slancio
sarà sempre teso all’autonomia, nei luoghi dove viviamo ma anche per una nuova
Italia tutta e per tutti.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato,
stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa
batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.
Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti
andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere,
cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle.
L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo
il 60% degli aventi diritto. Pur non necessitando di quorum, una fetta
significativa di società si è politicizzata su questa faccenda ed è andata a
votare.
La composizione del voto. Analizzando il fronte del No, si tratta di almeno 2
milioni e mezzo in più dell’ultimo referendum sul lavoro. Contando il dato di
percentuale del voto giovanile è facile intuire che un buon pezzo, anche se non
tutto, di questo surplus siano i giovani under 35. Contano però sicuramente gli
scontenti del campo “sovranista”, tra leghisti e fratelli d’Italia un buon
numero dichiara di aver votato No. Inoltre, non è da escludere una
partecipazione al voto variegata da quel magma sociale che solitamente non
partecipa alle elezioni, e che se si politicizza lo fa “fuori” dai canoni
classici della politica.
La geografia. Il No fa percentuali importanti nelle grandi città, tutte da nord
a sud, e in generale va meglio al centro e al meridione. Nei comuni sotto i
diecimila abitanti è in vantaggio il Sì, oltre che nelle regioni in cui la Lega
è storicamente forte.
A fronte di questi dati si può dire che sia stato sicuramente un referendum
sull’operato del governo e che piegare tutte le dimensioni di conflitto e
opposizione al fronte del No sia stato un boomerang di proporzioni enormi.
Non è però ininfluente il merito del quesito che comunque è stato, giustamente,
interpretato come una manovra per liberare le mani a colletti bianchi e politici
corrotti di vario tipo. Delmastro in questo caso, bisogna dire che abbia aiutato
a chiarificare la questione a tutti. Non parliamo poi di Rogoredo e delle
proposte di scudo penale alla polizia. In definitiva, era abbastanza chiaro il
tentativo di rafforzare la compagine dell’esecutivo, indebolendo un pezzo di
apparato statale che da sempre gioca la sua partita in autonomia e con i suoi
propri interessi: la magistratura. L’intera partita sulla sicurezza si sta
rivelando un pantano e in questo senso le percentuali di posti come Caivano (70%
per il no) parlano abbastanza chiaro.
Quindi vince la sinistra? Lo zombie di Berlusconi è stato ricacciato sottoterra
dal rinfocolato spirito civico costituzionalista naturalmente presente nel Dna
degli italiani? La magistratura è di nuovo il primo partito in Italia? Al di là
della provocazione, ci sembra che bisogna andare un pò più in là di quanto ci
viene “venduto” in queste ore.
Innanzi tutto la guerra. La situazione generale si è sommata ai fattori che
elencavamo prima, quindi all’impostazione data dalla Meloni al referendum. I
costi della sudditanza atlantista e americana dell’Italia si fanno sentire e
incidono come voto di protesta: addirittura alcune prime pagine dei giornali
oggi mettono sul piatto il “sentimento antiamericano”. Questo risultato ci parla
anche di una politicizzazione di numeri significativi di persone, soprattutto
giovani, che non può non farci pensare a quanto successo in autunno con le
mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Il rischio che questo risultato venga
recuperato da un quadro di partiti istituzionali a sinistra che nella sostanza
non hanno nulla di diverso dalla destra c’è e bisogna farci i conti. Così come
il rischio che il quadro della magistratura, del “giudiziario”, si riabiliti
agli occhi della gente come possibile argine allo sfacelo generale della
politica italiana. E anche questa non è una buona cosa.
C’è però un dato ancora più interessante e che, probabilmente in pochi vedono o
vogliono vedere, ossia la realtà di una possibilità: non si vuole ricadere negli
“errori” del passato, maggiore è la coscienza dell’inconsistenza della politica
istituzionale e della leggerissima sfumatura che esiste tra “destra e sinistra”
nel campo dei partiti, e ci si è costruiti un’idea autonoma in merito alla
domanda del perché siamo arrivati a questo punto.
La guerra imperialista contro l’Iran e il modo spudoratamente coloniale in cui
si comporta l’amministrazione Trump, hanno un effetto reale sulla nostra società
e sull’Europa in generale. Indirettamente questo “no” sanziona la sudditanza del
governo Meloni e il suo sovranismo di carta.
Questo referendum ha in qualche modo rivelato un’ “intelligenza popolare” che ha
avuto la capacità di cogliere questo passaggio come un’occasione per “fare male”
al governo e a chi ci ha portati sull’orlo della guerra, più che per dare
consenso a sinistra. A fronte dell’intelligenza dal basso manca però un modo
complessivo da parte di chi vorrebbe rappresentare “l’alternativa reale”,
“l’opzione dal basso”, di costruire le condizioni per offrire a questo pezzo di
società la possibilità di riconoscersi in una dimensione complessiva, “di essere
movimento” e di poter fare affidamento ad altre infrastrutture che dovrebbero
fortificarsi nella società per escludere completamente la tensione verso la
delega.
Le piazze dei prossimi giorni e settimane saranno un termometro importante per
la possibilità di un’attivazione diffusa e per chiedere le dimissioni del
governo, ma è importante non cadere nel tranello di riproporre il solito ritmo,
perché la musica è cambiata, e questo vale per tutti. Se si respira un vento di
cambiamento allora dobbiamo soffiare più forte! A noi rimane il compito di
stimolare e raccogliere questa indicazione senza spaventarsi dell’altezza della
sfida o delle contraddizioni che questa fase porta con sé.
Abbiamo svolto questa lunga intervista a Youssef Boussoumah, militante di lungo
corso di estrema sinistra, anti-imperialista e decoloniale che oggi contribuisce
al progetto di informazione autonoma Parole d’Honneur e di QG Décoloniale. I
temi trattati partono da una lettura anti-imperialista della guerra all’Iran e
approfondiscono contraddizioni e posture che, da un punto di vista dei
movimenti, rischiano di rendere ambigua la lotta comune contro il nemico
principale, ossia l’imperialismo. Youssef Boussoumah fornisce degli argomenti
basati su una lettura materialista e marxista della storia, storia che ci porta
a dover rispondere presenti a un appuntamento inaggirabile, ossia il sostegno
senza se e senza ma alla lotta contro l’imperialismo che in questa fase sta
attaccando l’Iran e la sua popolazione.
Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele?
Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso
piano imperialismo e stato iraniano.
Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una
teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo?
Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi?
Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti
occidentali?
Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele?
Questa aggressione imperialista chiaramente si iscrive innanzitutto su due
livelli: il primo, è una volontà condivisa ma principalmente afferente a una
necessità degli USA di mantenere il proprio dominio sul Medio Oriente e
sull’Asia Occidentale. Questo perché nell’ultimo periodo l’imperialismo ha il
sentore di perdere terreno in Asia Occidentale. Lo perde in conseguenza
all’intervento di nuovi attori come la Cina e la Russia. Quindi nella situazione
di difficoltà economica crescente e la perdita di egemonia su un piano mondiale
per Trump si tratta di riaffermare la potenza imperialista in una regione che è
assolutamente vitale. Dopo ritorno sulla questione temporale. Quindi, in maniera
generale, è chiaramente il modo per riaffermare il suo ruolo, per contrastare la
lenta erosione della sua potenza e contrapporsi all’attore maggiore che è la
Cina e, in altra misura, la Russia. La Cina è effettivamente molto presente sul
territorio grazie alle vie commerciali con l’Iran e il suo approvvigionamento di
petrolio dipende molto da questa regione. Quindi l’obiettivo è privare la Cina
del suo apporto energetico, mettere in difficoltà il suo principale concorrente
sul piano internazionale.
Trump al contempo è legato a doppio filo con l’entità sionista in una sorta di
rapporto dialettico in cui il tema oggi è capire chi influenza maggiormente
l’altro. Credo ci sia un cambiamento di interessi da parte di Israele, come
sempre il suo obiettivo è l’espansione dello stato coloniale che vuole
assolutamente imporre come diktat su tutta la regione e, oggi, si contrappone al
solo Stato che crea un ostacolo a questo progetto. Da un lato, ma non
unicamente, c’è la questione della Palestina perche l’Iran è il solo stato che
sostiene la causa palestinese, al di là degli attori subalterni come gli Houti o
come Hezbollah, o altri attori minori, ma l’Iran è il solo Stato che sostiene la
Palestina in quanto tale. Non si tratta soltanto di un sostegno morale, politico
ma si tratta di un sostegno materiale. Non è un segreto dire che effettivamente
l’Iran sostiene materialmente da molto tempo le forze che si oppongono al
colonialismo sionista in Palestina. Un sostegno messo in difficoltà dalla
situazione in Siria con il cambiamento di regime il quale si è allineato con
l’imperialismo, mentre precedentemente questo supporto passava anche tramite la
Siria sino in Giordania e viceversa sino a Gaza.
Dunque, non è unicamente l’interesse sionista a contrapporsi a un avversario che
sostiene la Palestina, ma c’è un elemento che troppo spesso si dimentica e che
invece è fondamentale nella dinamica imperialista, ossia l’Iran costituisce un
elemento perturbatore in Asia occidentale per l’imperialismo. Questo è un dato,
indipendentemente da ciò che si possa pensare dell’Iran, dell’opposizione
iraniana, considerato che in Iran esiste una lotta di classe e ha tutta la
legittimità di esistere come in ogni Paese del mondo. Bene, detto questo, quando
guardiamo all’Iran in quanto tale, al di là degli affari interni che riguardano
gli iraniani, l’Iran è l’unico Stato del Sud globale in grado di mostrare che
anche uno Stato del Sud globale possa mantenere la propria sovranità nazionale e
la propria sicurezza territoriale: due elemente fondamentali per gli stati del
sud. L’iran può garantire questi due elementi nonostante un embargo che dura da
40 anni, nonostante questo tiene testa non solo all’entità sionista ma anche
all’imperialismo. Non è equivalente a Cuba o altre situazioni ma l’Iran in
quanto paese del sud, indipendentemente da ciò che pensiamo del regime, infligge
un reale schiaffo all’imperialismo. Dal momento in cui si possiede una relativa
indipendenza economica è possibile ottenere un certo livello di sviluppo e
questo è inammissibile per l’imperialismo perché, ricordiamolo, l’imperialismo
ha sistematicamente distrutto e si è sistematicamente opposto a tutte le
esperienze di sviluppo autonome. Certo, parliamo sempre di un’autonomia
relativa, ma ci sono diverse sfumature nei Paesi del Sud. Su questo ci tornerò
in seguito perché è un aspetto che molti compagni non comprendono. Quindi
guardiamo all’Iran in quanto tale, perché sapete che occorre distinguere tra
Stato, regime politico e governo, questi tre elementi vanno assolutamente
distinti sennò non possiamo comprendere di cosa si parla, e qua si parla dello
Stato. Siamo militanti anti-imperialisti dunque siamo completamente attaccati
alla preservazione degli Stati dei Paesi del sud e sosteniamo la loro domanda di
sovranità e integrità nazionale.
Altrimenti, senza queste due condizioni, non c’è niente di possibile. Non è
nemmeno il caso di parlare di democrazia in Iran se questi due elementi
dovessero venire meno. Se non sussistono questi due aspetti non è possibile
parlare di democrazia e l’esperienza a livello storico lo dimostra. Purtroppo
nessun Paese del sud storicamente ha potuto stabilire una democrazia e, a meno
che non si pensi che le popolazioni del sud siano completamente incapaci a
mettere in campo la democrazia, bisogna trovare una ragione storica che spieghi
come mai tutti i Paesi che sono riusciti a liberarsi dal colonialismo non hanno
potuto realizzare un sistema democratico pena il mantenimento della propria
sovranità nazionale. Non è una questione secondaria e soprattutto non funziona
all’inverso. Non ci sarà mai democrazia in Iran o nei Paesi del Sud fino a che
non ci saranno sovranità e sicurezza nazionale il che significa assicurare la
difesa delle frontiere, possedere un sistema coercitivo e quindi un esercito.
Altrimenti non comprenderemmo perché in tutti i paesi del sud che hanno tentato
di mettere in piedi una democrazia liberale, che hanno fatto il tentativo senza
assicurare questi elementi, hanno fallito. Possiamo prendere molti esempi:
Lumumba in Congo, Sankara in Burkina Faso, Allende in Cile, Kwame Nkrumah in
Ghana, ecc. tutti questi paesi hanno giocato il gioco della democrazia e nessuno
è sopravvissuto.
Potrei anche parlare dell’Iran di Mossadegh del 1953, nessuno è sopravvissuto,
in quanto senza garantire quei due elementi l’imperialismo ha organizzato colpi
di stato, ha ucciso i leader. E dunque, molto spesso i Paesi del Sud che hanno
voluto assicurare i loro confini e la loro sovranità nazionale, hanno messo in
campo dei regimi che nulla hanno a che vedere con dei regimi democratici
liberali, anzi molto spesso sono regimi autoritari con degli obiettivi molto
chiari: il primo è che nel momento in cui si viene accerchiati dall’imperialismo
non c’è alcuno spazio per la democrazia, anche quando ci sarebbe parte della
popolazione aperta a questo genere di idee. Questo non significa giustificare ma
significa spiegare come funziona e perché possiamo affermare che l’Iran si trovi
esattamente in questa analisi: in quanto è un paese del sud che ha mostrato in
maniera magistrale che questo è possibile.
Dunque, a seguito di questa premessa, torno sulla ragione per la quale sia
l’entità sionista sia l’imperialismo sono contrapposti all’Iran, dunque non
unicamente per la Palestina, ma perché se mai l’esperienza iraniana dovesse
riuscire questo potrebbe sconquassare completamente l’ordine imperialista nella
regione. Immaginiamo che si possa arrivare a una pace anche relativa in Asia
Occidentale, compreso con Israele. Immaginiamo l’Iran solo dal punto di vista
del suo sviluppo economico e dunque le sanzioni sarebbero sospese, sarebbe un
grave problema per l’imperialismo. Questo perché su un piano di indipendenza
economica l’Iran è in grado anche sotto un duro regime di sanzioni di garantire
un importante livello di sviluppo – siamo d’accordo non stiamo parlando di un
sistema socialista – ma questa forma di capitalismo con autosufficienza
economica permette di mettere in pericolo l’ordine imperialista nella regione.
Questo innanzitutto avrebbe un effetto sugli altri Paesi della regione e l’Iran
potrebbe diventare la locomotiva di quei Paesi, incentivando gli altri Paesi
dell’Asia Occidentale, attraverso semplici rapporti commerciali e questo
comporterebbe che il piano coloniale sionista diventerebbe caduco. Bisogna
sottolineare un aspetto, l’imperialismo punta sull’entità sionista, c’è
evidentemente una forma di investimento a lungo termine affinché l’entità
sionista si imponga ma se questo non dovesse funzionare, perché l’entità
sionista non dovesse riuscire a imporsi sul piano militare ed economico nella
regione, in quanto Isrrele ha l’ambizione di diventare il centro imperialista in
Asia Occidentale, se ciò non accade perché c’è un concorrente come l’Iran
sarebbe un grave problema anche per l’imperialismo.
L’Iran ha un potenziale industriale relativo ma un potenziale scientifico
straordinario. L’iran ha investito molto sull’educazione, ad esempio l’iran è un
Paese che produce più ingegneri che l’Europa occidentale, alla NASA la seconda
nazionalità in percentuale è quella iraniana e, a causa delle sanzioni, non
avendo sufficienti posti di lavoro le persone partono e vanno negli USA. Quindi
abbiamo un esempio con l’Iran di ciò che un paese del sud può fare quando cerca
di avere un piano di sviluppo indipendente e questo è proprio ciò che bisogna
assolutamente distruggere per il futuro, in quanto mette in pericolo il progetto
sionista e l’investimento imperialista nella regione e l’imperialismo non fa mai
investimento a fondo perduto. Oggi, dal lato sionista occorre distruggere un
nemico perché il nemico del progetto sionista sono i palestinesi e questa è la
contraddizione principale nella regione, ma si tratta di tenere in
considerazione anche il fatto che nella regione l’Iran rappresenta il
concorrente più legato alla Cina, questo sul piano economico e di sviluppo è un
grande pericolo per l’imperialismo. Questa guerra è portata avanti anche in
relazione a questo e non solo per motivi ideologici, parliamo di motivi infatti
molto concreti e materiali.
Se l’Iran dovesse sopravvivere a questo attacco, in quanto Stato, allora a quel
punto la popolazione iraniana farà i suoi conti con il proprio sistema. Bisogna,
per comprendere la situazione, parlare degli interessi concreti che sono questi,
questa guerra può essere letta come il prodromo della grande battaglia contro la
Cina, contro la quale al momento l’imperialismo non osa contrapporsi in maniera
diretta ma colpendo tutti i suoi alleati e proxy sul piano mondiale. In questo
senso, Trump intende interrompere e interferire nei rapporti anche tra Cina e
Russia, è in questa chiave di lettura che va vista la guerra in Ucraina, in modo
da attrarre nella sua sfera di influenza la Russia neutralizzando i propositi
ucraini, in cambio della sua neutralità. Questa guerra è un preparare il terreno
in quanto l’impero ancora non sa in che modo affronterà la Cina. Dovrà valutare
se immaginare una contrapposizione diretta o meno, dunque per il momento viene
preparato il terreno.
Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso
piano imperialismo e stato iraniano.
Questo può essere decostruito in due modi, dipende se ci sentiamo militanti
oppure se guardiamo semplicemente al diritto internazionale, entrambi legittimi.
Dunque se si adotta il punto di vista del cittadino medio è chiaro che il
diritto internazionale oggi impone di denunciare questa guerra, è l’ONU stesso a
dirlo, bisogna denunciare questa aggressione sul piano internazionale in quanto
è un’aggressione completamente illegale – questo certo può fare sorridere che ci
siano aggressioni legali e illegali, ma tant’è. Questa guerra è totalmente
illegale perchè non è né stata dichiarata né validata ed è un’aggressione contro
uno Stato sovrano.
Quindi indipendentemente da ciò che possiamo pensare, e credetemi a volte i
giudici di diritto internazionale rischiano di essere più radicali di certi
militanti, è che un’aggressione internazionale è da condannare. E’ un’azione da
brigantaggio internazionale contro uno Stato sovrano quando l’Iran non ha invaso
nessun Paese, dunque questa guerra deve chiudersi immediatamente. Su questo
livello già si può sostenere facilmente che la guerra deve finire,
indipendentemente dal tipo di regime, se ci piace o non ci piace. O altrimenti
occorrerebbe mettere in discussione tutto il diritto internazionale, anche se
molti dicono che ormai non serve e che sia insufficiente, ma rimane importante
anche quando non viene rispettato o anche se lo critichiamo, in quanto permette
di stabilire un punto di riferimento e da lì in poi si può criticare dicendo che
non sia abbastanza ma se non ci fosse nemmeno questo livello allora sarebbe la
giungla totale. Molte persone si sbagliano, non bisogna assolutamente andare
nella direzione della distruzione del diritto internazionale nonostante dal
nostro punto di vista militante sia insufficiente, in quanto nonostante sia
stato messo in campo dall’imperialismo è avvenuto in un momento in cui
l’imperialismo dell’epoca era messo in difficoltà dall’URSS.
Era all’indomani della seconda guerra mondiale e quindi l’ipotesi sovietica ha
fatto sì che il diritto internazionale, anche se fosse ideato dall’imperialismo,
comportava degli aspetti positivi. Ricordiamo tutte le risoluzioni dell’ONU
adottate negli anni 70, un momento in cui i Paesi del Sud nell’alleanza dei
paesi del sud socialisti era molto forte. Quello che veniva chiamato dai
dirigenti israeliani in maniera denigratoria la “maggioranza automatica”, perché
all’ONU c’era sistematicamente una maggioranza che era data da questa alleanza
tra paesi del sud e paesi socialisti i cosiddetti “non allineati”, il che ha
permesso che molte risoluzioni in favore della Palestina fossero votate.
Risoluzioni iin favore della Palestina e che condannavano l’entità sionista, lo
stato d’apartheid dell’Africa del Sud, e molte altre iniziative
dell’imperialismo. Quindi occorre comprendere che il diritto internazionale è il
frutto di un rapporto di forza è importante. Non si tratta di dire che non sia
necessario.
Detto questo, è incredibile come delle persone possano mettere sullo stesso
piano l’aggressione imperialista, coadiuvata dall’entità sionista che sta
perpetrando il genocidio del popolo palestinese, e lo stato iraniano.
indipendentemente, ancora una volta da cosa possiamo pensare, ma se siamo
militanti anti-imperialisti questo è fondamentale.
La lotta imperialista non è una lotta che dà degli assegni in bianco a qualunque
regime – per inciso, non mi piace usare la parola “regime” perché perlomeno in
Francia ha un aspetto denigratorio, se parliamo di Macron nessuno parla di
“regime di Macron”. L’Iran è una Repubblica Islamica, se parliamo di “regime”
nel senso del potere iraniano, ecco, a questo sistema di potere non stiamo dando
un assegno in bianco. Ma bisogna parlare degli esempi storici della lotta
anti-imperialista, pensiamo a Lenin che difendeva la monarchia afghana
dall’impero britannico, non perché considerasse formidabile la monarchia ma
perché si tratta di individuare un aggressore, quindi l’imperialismo in quanto
tale, e i Paesi dominati. Quello che dobbiamo auspicare è che questi Paesi
dominati possano accedere a un altro tipo di dimensione, per quanto ci riguarda
a un sistema socialista.
Ma non può esistere socialismo in Iran o altrove fino a che l’aggressività
imperialista non sarà messa in difficoltà, fratturata, vinta. Prendiamo
l’esempio degli anni 70, un periodo in cui l’imperialismo era in difficoltà –
non ho detto vinto – ma ha dovuto retrocedere a causa di formidabili sconfitte
ricevute in particolare in Africa, come in Algeria per i movimenti di
liberazione dal colonialismo. Non bisogna dimenticare il Vietnam. L’esplosione
di lotte non è data dal fatto che l’imperialismo in quel momento era diventato
più “gentile” ma perché aveva subito dei colpi, ad esempio in Vietnam. Spesso
non viene fatto il legame tra la situazione interna, anche nei paesi del nord
imperialista, e il costo che subisce l’imperialismo dovuto a fatti esterni, ma
il legame è diretto. Lo abbiamo visto nella storia, quando c’è stato un
presidente debole negli USA questo ha permesso l’avanzamento delle lotte
dell’America Latina, questo è stato dato dall’indebolimento del sistema
imperialista, dunque noi abbiamo interesse affinché l’imperialismo si
indebolisca relativamente all’esito delle nostre lotte. In questo senso, in Iran
non ci sarà democrazia senza che l’imperialismo subisca un colpo.
Non dico che andrà a sprofondare ma dico che un piccolo fallimento può aprire
degli spazi di agibilità per le lotte. L’obiettivo dell’Iran è dunque quello di
preservare la propria integrità nazionale. Oggi la minaccia per l’Iran non è
soltanto la fine del governo attuale, la scommessa non sta sul piano della fine
del regime della Repubblica Islamica, ma sul piano del rischio della distruzione
dello Stato come lo abbiamo visto in Libia, in Siria, come abbiamo visto in
altra misura in Algeria. Ci sono senza dubbio delle dinamiche interne, non si
tratta come dicono alcuni di “dimenticarci” di cosa vuole la popolazione. Non si
tratta di questo.
A volte però rispetto all’agenda locale e nazionale l’imperialismo riesce a
applicare i suoi interessi e a deviare delle lotte popolari. Questo è avvenuto
in tutti i Paesi che ho citato, anche in Libano, non dimentichiamo la guerra
civile libanese. Quindi gli anti-imperialisti non possono mettere in alcun caso
sullo stesso piano l’imperialismo dominante con lo stato iraniano. Questa
confusione, nei casi in cui si verifica, proviene da una cattiva analisi del
concetto di imperialismo. L’imperialismo, schematizzando al massimo, riguarda
tutti i Paesi a livello globale in quanto tutti, nessuno vi si può sottrarre,
vengono coinvolti su scale diverse dalla dimensione di espansione e di attività
dell’imperialismo. Ci sono alcuni paesi che tentano di sottrarsi in maniera
relativa, come la Corea del Nord, come Cuba, indipendentemente ancora una volta
da cosa si pensi nel merito di quei Paesi. Quindi cos’è l’imperialismo? Una
visione orizzontale dell’imperialismo è completamente stupida. L’imperialismo è
come un treno: un treno con una locomotiva con dei vagoni di prima, seconda e
terza classe e via di seguito. Quindi oggi essere anti-imperialisti è prima di
tutto essere razionali e significa essere conseguenti, ossia innanzitutto
contrapporsi alla locomotiva e al vagone di prima classe. Se non si va in questa
direzione non si ottiene nulla. Ciò che ha creato confusione è che ultimamente
una parte dei militanti ha messo tutto sullo stesso piano, a forza di mettere
tutto sullo stesso piano, dalle forze di opposizione e il potere di Ghaddafi in
Libia e l’imperialismo per esempio, abbiamo questi risultati: la Libia non
esiste più, la Siria non esiste più.
Non dico che non ci fossero delle dinamiche interne che avevano ragione di
opporsi al potere siriano o di Ghaddafi. La questione non sta su questo piano. E
nei confronti dei militanti che dall’interno si oppongono a questi regimi non si
tratta di delegittimare la loro azione ma purtroppo è chiaro che la loro azione
non è stata in grado di dissociarsi dall’intervento imperialista. Questo è il
problema: in nessun caso ci si può appoggiare sull’imperialismo dominante per
opporsi a un potere locale perché tutti perdono in questo gioco. Quindi gli
anti-imperialisti devono opporsi all’imperialismo dominante. Esiste una
gerarchia nell’imperialismo e non è una gerarchia che si struttura sul criterio
morale di quanto un sistema sia più “cattivo” di un altro. E’ una questione di
strategia, in questo senso personalmente sono maoista. Si tratta di pura logica
di buon senso.
Il maoismo ha perlomeno mostrato un certo numero di questioni rispetto alla
lotta contro l’imperialismo. La gerarchia non si stabilisce da un punto di vista
morale e il problema è che molti militanti reagiscono da un punto di vista
morale. Ma noi facciamo politica, non della morale. Abbiamo avuto degli esempi
in Cina, il movimento rivoluzionario comunista ha fatto delle alleanze con la
borghesia locale contro l’occupazione giapponese. Durante la seconda guerra
mondiale bisognava opporsi al fascismo e i militanti comunisti internazionalisti
non hanno esitato a allearsi con l’URSS, non perché apprezzassero l’URSS ma
perché l’obiettivo in quel momento era distruggere la macchina fascista, il
nemico principale era il fascismo. Altrimenti si diventa paragonabili a quei
gruppi che nel 1939 dicevano “Né Stalin né Hitler”. Ci sono dei momenti in cui
si stabiliscono delle gerarchie, ma non significa che sia sul piano della
morale, ma perché bisogna opporsi al nemico principale e oggettivamente il
nemico principale è l’imperialismo in quanto tale. L’imperialismo non è soltanto
circoscrivibile all’azione militare ma è un modo di produzione. Oggi viviamo in
un modo di produzione imperialista, non capitalista.
Il nostro agire deve essere guidato dall’efficacia in base a questa gerarchia.
Per riprendere uno slogan maoista “proletari di tutti i popoli e nazioni
oppresse unitevi”, non voleva dire che alla testa di certe nazioni dominate vi
fossero dei leader socialisti, anzi c’erano leader autoritari e repressivi,
questo vale anche per il regime iraniano, questo autoritarismo interno e
repressione interna, come ho detto è anche dovuto all’accerchiamento dell’Iran.
Ma la domanda da porci è cosa dobbiamo fare noi che siamo all’esterno? Dobbiamo
vedere la contraddizione principale.
C’è una contraddizione tra l’imperialismo dominante e i popoli della periferia e
i loro alleati delle forze anti-imperialiste nei Paesi del Nord. E questa
contraddizione è fondamentale e non impedisce che ci siano delle contraddizioni
interne, di classe, come ovunque nei Paesi del sud. Ma la contraddizione è nei
confronti dell’impero dominante ed è fondamentale nella situazione attuale. Non
comprenderla significa sbattere contro un muro. Quindi i militanti
anti-imperialisti devono sostenere le forze progressiste in Iran. Parlo però
delle forze progressiste in Iran che sono reali, come il partito comunista
Tudeh, che non nega il fatto che sia necessario difendere lo stato iraniano in
quanto tale. Così come nella storia quando si è trattato di sostenere il Vietnam
nella guerra si è fatto, ma non era un governo democratico liberale, era un
governo che ha avuto anche forme repressive nei confronti di correnti interne.
Era chiaro che ci fosse un’opposizione interna al governo di Ho Chi Minh ma
anche chiara quale fosse la contraddizione principale, sia internamente che
esternamente. Non capisco perché oggi ci sia stata questa oscillazione, d’un
tratto un’oscillazione verso un approccio ambiguo su questo piano. Ma pensiamo
anche a Sankara, non era un modello di democrazia liberale in senso borghese del
termine, ma non impediva che occorresse assolutamente difendere Sankara perché
il suo progetto politico era quello di rovesciare l’imperialismo.
Così oggi in Iran, lo stato iraniano opponendosi all’imperialismo permetterà
alle forze progressiste iraniane nel futuro di imporre la propria agenda. Ma il
contrario, se lo stato iraniano sarà distrutto, non ci sarà nessuna agenda per
nessuno, non ci sarà niente per nessuno. A maggior ragione che l’Iran è un
mosaico di popoli e il grande rischio è chiaramente la guerra civile. Ciò che ha
impedito la guerra civile in Iraq dopo l’invasione del 2003 è il fatto che c’era
l’Iran, non tanto per ragioni religiose in quanto la maggior parte della
popolazione è sciita, ma per il fatto che lo stato iraniano ha impedito che la
guerra civile fosse completamente distruttiva in Iraq. Se lo stato iraniano
dovesse implodere sarebbe la guerra civile in tutta la regione e non ci sarebbe
nessun orizzonte socialista da immaginare, né liberazione per le donne, ma ci
sarebbe un orizzonte di disordine imperialista sul quale regnerebbe l’entità
sionista per suo conto, ossia per conto degli USA che sono il nemico principale.
E l’Iran l’ha ben compreso, non siamo nel campo della morale.
Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una
teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo?
L’Iran non è uno stato-nazione, la maggior parte dei dirigenti iraniani non sono
persiani, sono azeri dunque non siamo nel quadro dello stato-nazione. Mentre il
potere all’epoca dello scià era organizzato intorno all’identità persiana, al
tempo vi fu il tentativo da parte della monarchia di distruggere il passato
musulmano. Quindi in Iran c’è una questione identitaria che bisogna tenere in
conto, considerando anche che all’origine della dinastia dei Pahlavi di fatto ci
furono gli inglesi, dato che il fondatore faceva parte della brigata dei
cosacchi e quell’identità venne completamente fabbricata dagli inglesi.
In questo caso furono gli inglesi ma l’invarianza da individuare è che
l’imperialismo in un dato momento può anche fare del “bricolage” con le identità
presenti su un territorio, costruire ad hoc un sistema politico basato su
un’identità sostanzialmente fatta artificialmente. La Repubblica Islamica quindi
rompe con lo stato-nazione persiano. L’identità attorno alla quale si istituisce
il nuovo sistema è l’islam. La Repubblica Islamica pone la questione identitaria
e l’appartenenza alla civiltà arabo-musulmana in maniera generale, questa forma
di governo è chiaramente una teocrazia autoritaria e naturalmente repressiva.
Vi è un clero ma è un sistema molto complesso, in quanto esiste anche un
parlamento e assume anche per certi aspetti delle forme democratiche. Non
significa che si tratti di una democrazia socialista o altro, ma è un sistema
che si distingue profondamente dalle petrolmonarchie del Golfo per esempio, in
quanto sono totalmente teocratiche mentre l’Iran è quantomeno una repubblica.
Paradossalmente le petrolmonarchie non sono oggetto di così dure critiche,
probabilmente perché si pensa che stia nell’ordine delle cose.
In Iran non è aggirabile il fatto che ci sia tutta una parte della popolazione
che sostiene il potere, ma nella dimensione del potere ci sono delle
contraddizioni interne, ci sono delle opposizioni, quelle che l’occidente chiama
“moderati” a differenza dei “radicali” ma rappresentano delle sfumature di
contestazione e di opposizione come esistono in tutti i Paesi.. o forse anche
più dure che per esempio in Francia. A parte l’eccezione della France Insoumise
abbiamo abbastanza l’impressione che non ci siano particolari sfumature
all’interno del panorama politico francese..
Detto questo, non possiamo capire l’evoluzione della teocrazia in Iran se non
prendiamo in considerazione l’atto fondamentale che è avvenuto quando la
Repubblica stava emergendo, ossia la guerra con l’Iraq. A questa guerra sono poi
succeduti 40 anni di guerra di sanzioni. Le sanzioni occorre ricordarlo sono una
forma molto violenta di arma e non si può analizzare ciò che succede oggi in
Iran senza tenere conto di questi passaggi. La guerra è stata portata avanti
dall’Iraq evidentemente con il supporto e lo slancio da parte dell’occidente e
dei regimi arabi. Questo ha portato al rafforzamento della teocrazia e quello
che va sottolineato è che sta agli iraniani decidere. Lo slogan che si sente
dire alle nostre latitudini “Né scià né mollah” è uno slogan fortemente
europeocentrico che fa uso dell’espressione “mollah” che trovo anche
particolarmente denigratoria.
La popolazione iraniano oggi per il 25% circa sostiene la natura del Paese,
quindi la Repubblica Islamica. A fronte di questa percentuale il resto andrebbe
analizzato nella complessità in quanto non si tratta di un blocco omogeneo né
organizzato come si vorrebbe dall’Occidente. C’è una parte, una percentuale
minima, che sostiene il ritorno dello scià, soprattutto una fetta di popolazione
che detiene i mezzi finanziari e poi c’è tutta una parte della popolazione che
cerca di vivere normalmente. Il problema è quando da parte di uomini politici
anche di sinistra in Occidente viene sottolineato che il problema per l’Iran è
il fatto di essere una teocrazia.
Il problema dell’Iran non è il fatto di essere una teocrazia, inoltre dipende se
il “nostro” dispiacere per il fatto che lo sia voglia dire che si auspica per
gli iraniani (per quanto stia a loro decidere) una democrazia in termini
socialisti o in termini liberali. Il punto è che l’imperialismo produce
autoritarismo e produce repressione, non si tratta di deresponsabilizzare gli
attori politici iraniani interni ma queste sono le condizioni oggettive per
tutto ciò che ho detto prima. Un altro elemento da tenere in conto quando si
analizza lo stato iraniano è la presenza di 14 o 15 frontiere intorno ai suoi
confini e la presenza di numerosissime minoranze etniche: curdi, baluchi, arabi,
azeri. Il che è una ricchezza ma significa anche una difficoltà in quanto molto
spesso questa molteplicità viene strumentalizzata dall’imperialismo. In questo
senso ritorna la questione dell’integrità dello stato. Anche sul piano religioso
l’imperialismo può giocare un ruolo a fronte del fatto che all’interno dell’Iran
ci sono maggiormente sciiti ma anche non sciiti o altre religioni.
In fondo la questione da porre per chi vive in Europa è quale dovrebbe essere
l’alternativa per gli iraniani: innanzitutto sono loro a dover decidere, in
secondo luogo se la nostra proposta è la democrazia liberale certamente non è
possibile dato che non si tratta di democrazia nel miglior senso del termine ma
di imperialismo. La questione è qual è il nostro compito? Il compito dei
militanti anti-imperialisti nelle metropoli imperialiste? Possiamo chiaramente
dire che siamo contro la repressione e il regime autoritario ma dobbiamo farlo
senza unire le nostre voci a chi di fatto nella storia ha permesso che avvenisse
questo tipo di sviluppo del regime, in questa direzione. Bisogna risalire ai
tempi della distruzione dell’Iraq.
Risaliamo all’epoca della narrazione su Saddam Hussein, il dittatore per il
quale anche gran parte della sinistra e dell’estrema sinistra è caduta nella
trappola di sostenere l’invasione americana e, quindi che si voglia o no, la
distruzione dell’Iraq. Abbiamo visto che dopo la distruzione del regime iracheno
non si è aperta un’epoca storica di democrazia in cui le forze progressiste
hanno avuto modo di prendere il potere. Abbiamo invece visto che sulle macerie
irachene si sono installati e sviluppati dei mostri come Al Qaeda, come Daesh
che sono il risultato diretto di questa guerra. Nel sostenere le forze di
opposizione progressiste in Iran da qui occorre anche fare attenzione a capire
quali sono le forze realmente progressiste e quelle che invece vengono sostenute
dall’esterno, dalla CIA ad esempio.
Sono dinamiche non nuove in questa regione, un gruppo considerato di opposizione
alla Repubblica Islamica per esempio, i Mojahedin-e Khalq, aveva trovato rifugio
in Iraq all’epoca di Saddam Hussein e intervennero nella guerra contro il
proprio Paese, quindi l’Iran, avevano a disposizioni armi date dal regime di
Saddam, ma una volta che l’Iraq è stato distrutto si sono messi in collegamento
direttamente con i servizi americani, costruendo legami anche con le
petrolmarchie del Golfo. Una forza legata all’imperialismo non può essere in
alcun modo considerata accettabile, abbiamo visto i danni che questo produce in
Libano e in Siria. Questo è motivo di grande confusione alle nostre latitudini
anche rispetto a ciò che è avvenuto in Siria. Non ci si può appoggiare
all’imperialismo statunitense per affossare un regime. E’ un modo di fare che
viene definito “dégagisme”, ossia un atteggiamento che intende “spazzare via”
costi quel che costi, non è possibile però ragionare nei termini in cui prima si
manda via e poi si decide cosa fare. Nessuna forza progressista e
anti-imperialista può appoggiarsi all’imperialismo, questo è inaccettabile.
Questo proviene da un errore di fondo che è un errore di analisi e che non
porterà a nulla di buono per la popolazione, né per gli iraniani né per i
curdi.
C’è un principio rivoluzionario che si chiama invece “disfattismo”, bene, noi ci
auspichiamo la disfatta del nostro imperialismo. Chiaramente ci auspichiamo la
disfatta dell’imperialismo americano e quello europeo viene di conseguenza
perché sono evidentemente legati. Il nostro compito principale è sostenere uno
stato sovrano che nonostante tutto resiste all’imperialismo. La distruzione
dell’Iran significherebbe la distruzione di tutta la regione e soprattutto delle
forze di opposizione e di resistenza all’imperialismo, in quanto se non ci fosse
l’Iran oggi il progetto sionista di Israele avrebbe già occupato interamente il
Libano mettendo in campo un regime vassallo dell’imperialismo, ma ciò non
avviene perché c’è una forte resistenza all’interno.
Noi ci troviamo quindi davanti a un pericolo maggiore che prende le forme
fasciste nella sua espressione imperialista, non si tratta di dire che siamo di
fronte al fascismo storico perché ci sono delle differenze, ma che questa
violenza imperialista ricorda la brutalità fascista. Oggi l’Iran rappresenta un
punto di appoggio per la resistenza al rullo compressore imperialista che mette
in atto una violenza inedita, come il genocidio ancora in corso in Palestina.
L’Iran in questo senso non è secondario. Bisognerebbe fare un piccolo sondaggio
di cosa pensa la popolazione a Gaza di questa guerra. Non significa che i
palestinesi sarebbero allora per loro natura dei sostenitori di un regime
autoritario e repressivo, ma all’ora attuale occorre sapere da che parte stare.
Potremmo fare un parallelismo per noi europei con la Seconda Guerra mondiale.
Come fare per resistere a forme di violenza inedita che arrivano sino
all’impresa genocidaria. Come fanno i popoli a resistere? Sicuramente non è
gridando da qui “Né scià né Mollah” che potremo bloccare il rullo compressore
dell’imperialismo che non punta solo al regime change ma punta alla distruzione
totale della regione e alla sua balcanizzazione.
Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi?
C’è stata una mobilitazione anche al di là delle frontiere iraniane della
popolazione sciita in risposta alla guerra imperialista, si spiega, anche se non
sono uno specialista nella storia delle religioni, a partire dall’aspetto
contestatario dello sciismo. Già all’emergere dello sciismo nella sua storia è
possibile individuare questo aspetto quasi insurrezionale, oltre a una natura
che tende alla giustizia.
Lo sciismo è una religione ma è anche un’ideologia politica. C’è un forte
aspetto politico e per le popolazioni sciite della regione l’Iran può in qualche
modo rappresentare il portabandiera di questa appartenenza che non si limita a
un elemento religioso ma anche politico di contrapposizione a un ordine
imperialista che tra l’altro a tratti si appoggia a una maggioranza sunnita.
L’islam politico e lo sciismo è un elemento perturbatore dell’imperialismo ed è
stato anche messo in luce da un certo numero di pensatori marxisti. Si
differenzia infatti la teocrazia iraniana dal regime saudita o dalle forme di
governo in cui la corrente maggioritaria è afferente al waabismo.
Il waabismo in particolare, è una forza evidentemente legata all’imperialismo,
per alcuni infatti si tratterebbe quasi di una forma di eresia. Per quanto
riguarda l’Iran il fatto che sia una “repubblica” e non una “monarchia” va anche
letto in correlazione al fatto che si fondi su una dimensione sciita che ha da
sempre avuto questa natura contestataria.
Per l’Occidente la religione ha una natura fortemente reazionaria legata allo
sviluppo del capitalismo e alla modernità a partire dal 1492, una modernità che
prende avvio e si struttura a partire da eventi come le crociate che hanno avuto
un forte carattere ideologico religioso. Abbiamo però anche numerosi esempi
nella storia occidentale di fenomeni religiosi dalla natura contestataria. Ad
esempio, i contadini tedeschi di Thomas Muntzer oppure le correnti protestanti
nella dimensione cattolica, a queste correnti si sono legate rivolte.
Questa dimensione religiosa e politica non la vediamo solo in Iran ma anche in
Palestina e in Libano dove ci sono organizzazioni che hanno un riferimento
religioso. Queste organizzazioni beneficiano del sostegno della maggioranza
della popolazione. L’aspetto della religione, in particolare dello sciismo, che
riguarda la lotta alle ingiustizie si rivede in queste organizzazioni. Ad
esempio il jihad islamico palestinese si può inserire in questa analisi.
L’incontro tra militanti di estrema sinistra e di militanti con un referente
religioso, appartenenti a organizzazioni sì religiose ma che pongono come
condizione l’essere esplicitamente anti-imperialiste, è stato un elemento molto
importante.
Tra l’altro un elemento interessante è anche vedere che la maggior parte del
sostegno alla Palestina, pur essendo sunniti, è arrivato dal mondo sciita.
Questo ci fa capire come questa adesione non sia completamente schiacciata sul
piano religioso altrimenti questo non sarebbe stato possibile, esiste un lato
politico della lettura che fanno queste dimensioni della fase.
Inoltre, occorre sottolineare che per gli sciiti se guardiamo a cosa accade per
esempio in Pakistan o altrove, c’è una percezione di essere una minoranza
oppressa che è oppressa da un ordine imperialista in questo senso l’Iran può
rappresentare un rovesciamento di quest’ordine.
Per quanto riguarda noi oltre ad avere un pensiero anti-imperialista è
importante sostenere anche uno sguardo decoloniale. Questo permette di
accogliere anche delle riflessioni non eurocentriche e di dare dignità al ruolo
dell’elemento religioso nelle forme di contestazione nel mondo, di cui la storia
è pregna di esempi. Dall’America Latina, in Colombia sino all’Africa in Kenya.
Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti
occidentali?
In generale penso che ci sia una paralisi del pensiero politico in Occidente.
Questo è un fatto. I pochi pensatori politici che emergono rimangono rinchiusi
in una griglia di lettura che ripropone uno schema specifico, di una sorta di
rigidità ideologica. Questa rigidità ideologica è molto problematica, per noi
militanti decoloniali si tratta di un pensiero eurocentrico. Ed è sorprendente
perché se guardiamo ai primi pensatori del marxismo, Marx stesso, Lenin, Engels,
hanno posto questo tema evitando a ogni costo la rigidità ideologica.
I primi pensatori erano molto più aperti a questa contaminazione di riflessioni
e di pensiero derivante anche da altri Paesi e dalle lotte anticoloniali
rispetto a oggi. Siamo in un certo senso oggi, ed è abbastanza triste dirlo
perché immediatamente ricorda l’immaginario proposto da personaggi come
Huntington, ma siamo di fronte a una guerra di civiltà. Credo però che ci sia un
aspetto “civilizzatore” che si è appropriato di molte correnti di pensiero che
affondavano le radici nel materialismo in Occidente. Gli USA hanno avuto un
ruolo importante in questo.
Questo è un problema nell’ottica di darsi come obiettivo l’alleanza reale con i
paesi del sud globale e con i musulmani in Europa. Occorre dunque opporsi alla
creazione dello stigma da parte del sistema dominante in Europa, che arriva
addirittura a creare delle identità ad hoc che circoscrivono il musulmano. Non
bisogna stare in silenzio su questo fenomeno in quanto militanti di sinistra e
non cadere nella trappola dicotomica di ciò che è religioso e ciò che non lo è.
Oggi, anche a fronte della storia europea, sarebbe assolutamente stupido
arroccarsi su una sorta di “anticlericalismo” o di “ateismo da battaglia”,
perché priverebbe di vedere una leva che parte da un’aspirazione
all’universalismo, una sorta di giustizia e di benessere universale, che la
religione, anche lo stesso cattolicesimo, porta con sé.
Per noi, noi che afferiamo al progetto di Parole d’Honneur e di QG Décoloniale,
il nostro media, ci iscriviamo in un pensiero decoloniale che non vuole mettere
al centro l’”indigeno” in quanto tale ma mettere al centro la questione
dell’islam. Questo è importante perché in Occidente è lì che sta la
contraddizione, non è la principale, ma fa parte della difficoltà di cui sopra.
Come disse Sultan-Galiev che si impegnò in maniera organica nella rivoluzione
bolscevica, era un azero dell’Azerbaijan che fu anche oppositore sia di Lenin
che di Stalin, disse che ci sono molte forme e molte vie per giungere al
socialismo. Nel senso che non si tratta di conformarsi all’ideologia ma di
conformarsi all’aspirazione al socialismo, vi è una dimensione di esplorazione e
ricerca che è fondamentale. E’ un lungo cammino, ma un cammino assolutamente
essenziale.
In questa strada di aspirazione al socialismo non può non esserci uno spazio
fondamentale per la lotta all’imperialismo e alla modernità, in quanto il
concetto di modernità nasce ed è per forza impregnato di un’ideologia
occidentale. Oggi a fronte della guerra all’Iran sarebbe molto grave dirsi
anti-imperialisti e non rispondere all’appuntamento con la storia. Occorre
abbandonare in questo senso una postura morale e paternalista, in definitiva
eurocentrica.
Per rispondere all’appuntamento con la storia bisogna sostenere la disfatta
dell’imperialismo contro l’Iran, perché in caso contrario vedremmo anche la
distruzione del movimento palestinese e i grandi genocidi nella storia sono
stati commessi sempre in favore di grandi guerre imperialiste.
Pubblichiamo la seconda puntata dell’approfondimento sulla nuova politica Usa in
Latino America, a cura della redazione. Qui la prima puntata. Buona lettura!
Seconda parte
CHIUDERE I CONTI, O QUANTOMENO PROVARCI
Oltre alla questione della gestione delle rotte del traffico, l’operazione
contro il Mencho rende visibile anche il secondo elemento alla base di “Shield
of the Americas”: la continuazione e l’approfondimento di quell’elemento del
politico che accompagna ogni fase di rafforzamento di un dominio egemonico in
crisi. Il raid è stato fondamentalmente imposto dagli Stati Uniti al Messico,
guarda caso uno dei paesi non invitati al summit in Florida. La morte del boss
non inciderà sulla fine della violenza in Messico – al contrario, contribuirà
probabilmente ad incrementare la “guerra di frammentazione territoriale” di cui
è vittima il paese, ed il governo messicano ne è cosciente. Eppure, se il
Messico si fosse rifiutato di dare seguito all’imboccata dell’esercito
americano, Trump avrebbe avuto gioco facile a indicare il governo di Claudia
Sheinbaum come pavido, nella migliore delle ipotesi, o apertamente colluso con i
cartelli, nella peggiore. La prima conseguenza sarebbe stata l’imposizione di
ulteriori dazi all’economia messicana, ma abbiamo già detto quanto l’operazione
di gennaio contro Maduro – costruita dopo una lunga campagna mediatica
improntata proprio sull’accusare il governo venezuelano di collusione con il
narcotraffico – abbia dimostrato a tutti i paesi latinoamericani che gli Stati
Uniti sono assolutamente disposti ad impiegare la forza militare contro le
articolazioni statali non allineate ai piani di recupero del controllo egemonico
statunitense.
La prima missione ufficiale di “Shield of the Americas”, lanciata a metà marzo,
aiuta a chiarire ulteriormente questo intreccio tra recupero del controllo sulle
catene del valore, disciplinamento degli attori che governano la circolazione e
messa in crisi delle opzioni politiche progressiste – e, se non apertamente
anti-imperialiste, quantomeno non pienamente allineate agli interessi
statunitensi. Si tratta di una vasta operazione militare avviata in Ecuador, un
paese travolto da livelli di violenza straordinari proprio perché divenuto uno
dei principali punti di transito dei flussi – legali ed extra-legali – che
attraversano il continente, in particolare della cocaina proveniente da Colombia
e Venezuela e diretta verso il mercato americano (e asiatico).
Significativamente, quando il presidente Daniel Noboa – espressione di un
liberismo autoritario apertamente allineato agli interessi statunitensi – aveva
proposto l’apertura a una presenza militare americana strutturale come soluzione
“risolutiva” alla crisi di violenza del paese nel novembre 2025, l’elettorato
ecuadoriano aveva risposto al referendum con un netto rifiuto. Un elemento che
ci ricorda come popoli e le forze politiche latinoamericane siano sì terreno
materiale di una guerra che si combatte sulla loro pelle, ma niente affatto
soggetti passivi e che, al contrario, continuino a opporre resistenza alla
subordinazione diretta delle proprie vite e, soprattutto, della sovranità
politica e militare dei propri paesi agli Stati Uniti e al loro apparato
militare, storicamente percepiti – a ragione – come tra i principali
responsabili delle fratture e delle violenze che attraversano il continente.
Nel più puro stile di Trump, Noboa ha ignorato il responso popolare e ha
comunque lanciato l’operazione, che coinvolge decine di migliaia di soldati e
poliziotti ecuadoriani insieme a forze scelte statunitensi, con intelligence,
supporto tecnologico e copertura aerea americana. Al di là alla militarizzazione
dello spazio pubblico (città, paesi, autobus, autostrade), tuttavia, le
operazioni non sembrano svolgersi nelle zone urbane o rurali in cui si è
concentrata la maggior parte della violenza legata all’attività di bande
extra-legali e cartelli della droga. Gli attacchi ecuadoriano-americani,
soprattutto sotto forma di bombardamenti aerei e di incursioni di terra, si sono
invece registrati nelle regioni boschive al confine con la Colombia, zone di
frontiera dove sono attive le formazioni armate extra-legali colombiane Comandos
de la Frontera e Coordinadora Nacional Ejercito Bolivariano.
Sia i CDF che la CNEB discendono dalle FARC, la più grande organizzazione
guerrigliera del continente, smobilitatasi formalmente nel 2016 dopo l’accordo
di pace con lo Stato colombiano. Queste dissidenze, composte in larga parte da
quadri medi e bassi dell’ex-guerriglia, continuano a combattere contro il
governo, mantengono forme di controllo territoriale su ampie porzioni del paese
e sono coinvolte nella produzione e nel traffico di cocaina. La relazione tra
forze rivoluzionarie e narcotraffico in America Latina è lunga e stratificata,
ma un elemento va segnalato: quasi tutte le organizzazioni guerrigliere hanno
finito per riarticolare a proprio vantaggio i meccanismi di controllo
territoriale e di estrazione della rendita legati al narcotraffico. Questo si è
tradotto, nella pratica, nell’imposizione di una tassazione sulla produzione e
sulla movimentazione della cocaina, inserendosi così nella circolazione del
valore senza rinunciare – almeno formalmente – alla propria legittimazione
politica. Una dinamica che le ha poste spesso in conflitto diretto con i
cartelli, proprio sul terreno del controllo dei flussi e della rendita. Il punto
più interessante, tuttavia, è un altro. Sia i CDF che la CNEB – organizzazioni
che Stati Uniti ed Ecuador classificano come “narcoterroriste”, in continuità
con la definizione già utilizzata per le FARC e, più recentemente, per il
governo venezuelano – sono oggi coinvolte in un complesso processo di
negoziazione politica con il governo colombiano di Gustavo Petro.
Il governo Petro rappresenta una delle principali espressioni istituzionali, nel
continente, di una linea apertamente critica nei confronti dell’ingerenza
statunitense in America Latina: il suo agire politico ha rappresentato al tempo
stesso un punto di frizione concreto con l’imperialismo americano e uno dei
pochi tentativi, pur tra contraddizioni evidenti, di costruire da sinistra un
margine di autonomia politica nella regione. Il progetto progressista colombiano
si trova tuttavia oggi in una fase decisiva, segnata dall’avvicinarsi delle
elezioni e dalla necessità di consolidare risultati politici concreti. In questo
quadro, il governo ha investito in maniera significativa sulla strategia della
“pace totale”, e le trattative con i Comandos de la Frontera e la Coordinadora
rappresentano uno dei principali punti di forza di questo progetto. Il processo
di negoziato prevederebbe lo scioglimento delle due organizzazioni armate, la
consegna delle armi e la rinuncia al narcotraffico in cambio di garanzie di
reinserimento civile dei combattenti e di sviluppo di alternative economiche
nelle regioni di confine tra la Colombia e l’Ecuador: in particolare, la
costruzione di progetti agricoli e infrastrutturali capaci di sostituire la
coltivazione della coca, sottraendo i contadini locali al ricatto materiale che
li lega all’economia illegale. Proprio sulla riuscita di questo negoziato e
sulla capacità di sottrarre territori e popolazioni alla logica della guerra
permanente e aprire spazi materiali per una diversa organizzazione economica e
sociale, alternativa tanto alla militarizzazione quanto all’economia illegale
che ne costituisce uno dei principali presupposti, si gioca nei prossimi mesi la
credibilità e la sopravvivenza politica del governo Petro.
Sebbene le operazioni di combattimento di “Shield of the Americas” fossero
formalmente previste sul territorio ecuadoriano, le forze armate di Noboa,
insieme all’esercito statunitense, hanno però lanciato diversi raid aerei oltre
la frontiera colombiana, colpendo gli accampamenti dei Comandos de la Frontera
in territorio colombiano. Nel corso di queste operazioni sarebbe stato
assassinato, attraverso un’incursione mirata, anche il portavoce della
Coordinadora, figura centrale nel processo di negoziazione in corso con il
governo colombiano. Questo passaggio segna un obiettivo politico piuttosto
chiaro: destabilizzare e, nei fatti, sabotare il processo di “pace totale”
promosso dal governo Petro, proprio a ridosso di una fase elettorale decisiva.
Il risultato, almeno parziale, è già sotto gli occhi: le trattative sono state
sospese dagli stessi gruppi armati, interrompendo un percorso che, pur tra mille
contraddizioni, aveva contribuito a ridurre i livelli di violenza in alcune aree
del paese ed il costo politico per il governo Petro sotto elezioni sarà,
probabilmente, molto alto.
CHI RESISTE E NOI
Speriamo che questi elementi abbiano contribuito a chiarire quelle che riteniamo
saranno le prossime mosse degli Stati Uniti e dei governi reazionari del
continente latinoamericano. Ci troviamo di fronte a una linea d’azione che
ricorre all’uso dispiegato della forza militare per perseguire tre obiettivi
strategici tra loro strettamente intrecciati. Il primo è il riacquisto, almeno
parziale, del controllo sulle catene di produzione del valore: sia attraverso
l’appropriazione diretta delle risorse strategiche (come in Venezuela), sia
mediante un controllo più stretto e militarizzato dei flussi di trasporto e
delle infrastrutture logistiche che ne garantiscono la circolazione. Il secondo
riguarda la selezione e il disciplinamento degli attori extra-legali che operano
dentro questi processi: non la loro eliminazione indiscriminata, ma la loro
ristrutturazione funzionale, anche a costo di intensificare la violenza che si
abbatte sulla popolazione – principalmente le donne e le comunità contadine ed
indigene – già esposta agli effetti devastanti del narcotraffico e delle
economie illegali. Il terzo è lo scaricamento del costo politico di queste
operazioni sugli assetti istituzionali “scomodi”, su quei paesi che non si
allineano pienamente agli interessi statunitensi o che mantengono, pur tra
contraddizioni, posizioni critiche nei confronti dell’imperialismo americano.
Si tratta di una strategia che tende a ridefinire l’intero spazio
latinoamericano come terreno diretto della competizione globale. Non sarà,
fortunatamente, un passaggio automatico né privo di ostacoli: la sua piena
dispiegazione dipenderà anche dalla capacità degli Stati Uniti di chiudere in
maniera favorevole altri fronti aperti, a partire dallo scontro con l’Iran. È
solo in questa condizione – cioè liberando risorse politiche, militari e
strategiche – che Washington potrà concentrare con maggiore intensità la propria
iniziativa nel continente. Speriamo che ragionare in questa prospettiva possa
aiutarci a prepararci allo scenario che i prossimi mesi consegneranno
all’America Latina, a riconoscere che la prossima guerra americana –
frammentata, indiretta, ma non per questo meno reale né meno distruttiva – si
giocherà in larga misura proprio lì, e a individuare i terreni concreti su cui i
movimenti e le/i militanti rivoluzionarie europee potranno costruire un sostegno
reale. In poche parole: se queste sono le direttrici dell’attacco, dove
individuare la resistenza?
C’è un elemento che fa esplodere le contraddizioni interne al campo
imperialista, proprio perché sfugge a qualsiasi possibilità di essere ricondotto
alla retorica della “guerra alla droga”: la volontà dell’amministrazione
reazionaria di Trump di stringere la morsa intorno a Cuba. A differenza di
Messico e Colombia, Cuba non è inserita nei flussi del narcotraffico, e proprio
per questo l’establishment statunitense non riesce ad applicare con efficacia la
stessa narrazione che gli consente di massimizzare la pressione politica contro
altri governi della regione. Qui il livello del conflitto si mostra per ciò che
è: apertamente politico. La rivoluzione cubana viene presa di mira per ciò che
rappresenta storicamente: un’esperienza di rottura che ha resistito per decenni
all’imperialismo americano e che ha sostenuto, politicamente, militarmente ed
economicamente, altre opzioni di resistenza nel continente, dalle formazioni
guerrigliere colombiane alle lotte popolari messicane, fino al processo
bolivariano venezuelano. In questo caso non è possibile mascherare l’assedio
americano dietro categorie discorsive securitarie o emergenziali, in quanto
l’obiettivo esplicito è la distruzione di un’esperienza politica nemica.
Non è un caso che attorno alla difesa di Cuba si stia organizzando, in molti
paesi dell’America Latina, una forma di solidarietà straordinaria. Dal Messico
sono partite decine di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, mentre diverse
petroliere hanno sfidato il blocco imposto dagli Stati Uniti; allo stesso tempo,
si è messo in movimento un convoglio solidale che riprende pratiche già viste in
altri contesti, come quella della Global Sumud Flotilla: l’uso diretto dei corpi
per rompere un assedio e rendere visibile, senza mediazioni, la brutalità
dell’intervento imperialista. Sostenere Cuba, in questo quadro, rappresenta una
delle prime e più efficaci leve per produrre difficoltà concrete agli Stati
Uniti e, auspicabilmente, costringerli a pagare un costo politico crescente.
Anche perché, in un contesto segnato da un progressivo logoramento del consenso
interno all’amministrazione Trump in seguito all’aggressione contro l’Iran, un
intervento militare diretto contro l’isola risulterebbe difficile da
giustificare e da sostenere senza copertura ideologica della “guerra alla droga”
o di una narrativa difensiva credibile, ed esporrebbe apertamente la natura del
conflitto e i limiti stessi della proiezione imperialista statunitense.
In un recente articolo1 Raúl Zibechi ha sottolineato come, in America Latina e
non solo, si viva «un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In
America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e
neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra
coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa
realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza
proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra
continua a invocare». Zibechi mette sul tavolo una questione reale: le forme di
resistenza da cui guardare e a cui portare sostegno non stanno solo nelle
organizzazioni storiche, ma nelle pratiche di resistenza territoriale diffuse
che si sono sviluppate, negli ultimi anni, soprattutto all’interno delle
comunità contadine e indigene.
Noi crediamo che, di fronte all’attuazione in America Latina dello stesso piano
di riacquisto del dominio egemonico che gli Stati Uniti stanno dispiegando in
Medio Oriente – e che, riprendendo Zibechi, possiamo leggere come un piano dai
tratti apertamente genocidari – guardare a queste esperienze di resistenza
locale sia certamente necessario e interessante, ma rischi di non essere
sufficiente rispetto alla scala dello scontro che si sta aprendo. In altre
parole, prendere in considerazione le vittorie e le capacità di tenuta di queste
comunità è importante, ma difficilmente essere possono costituire, da sole, un
argine efficace all’avanzata di un dispositivo politico, economico e militare di
questa portata. Pur da una prospettiva che ha sempre riconosciuto, sottolineato
e combattuto i limiti della politica istituzionale e della forma-stato, e che
non ha mai smesso di criticarne le illusioni, ci sembra necessario tenere
insieme più livelli: guardare anche a quelle esperienze di governo, da un lato,
e di resistenza rivoluzionaria più strutturata, dall’altro, che – pur in forma
spuria, piena di contraddizioni e con tutti i limiti del caso – possono
rappresentare un punto di appoggio, anche parziale, anche temporaneo, dentro una
fase che si annuncia molto dura e un argine anche solo temporaneo e localizzato
all’avanzata dell’imperialismo americano.
Il problema più urgente che dobbiamo porci alle nostre latitudini è, però,
precedente: non abbiamo – ad oggi – la forza di incidere anche solo in minima
parte sugli equilibri di questa partita e sui suoi effetti. È un problema serio.
Se è vero infatti che per la Palestina si è progressivamente sviluppata una
mobilitazione internazionale molto forte che ha contribuito – anche se,
ovviamente, in misura minima rispetto allo sforzo della resistenza palestinese –
a incrinare il campo di possibilità di Israele e a far pagare un costo politico,
e a tratti materiale, all’imposizione del programma genocidario, quella
mobilitazione poggiava su una relazione storica di solidarietà e riconoscimento
con il popolo palestinese. Una relazione che teneva insieme generazioni diverse,
dai/le militanti legati alle forze rivoluzionarie palestinesi degli anni ’70
alle giovani generazioni delle periferie europee, passando per ampi strati di
società genuinamente disposti a mobilitarsi contro l’orrore che quotidianamente
si andava consumando in mondovisione. Per la guerra in Iran, la costruzione di
un terreno simile appare già più difficile – eppure non è impossibile, nella
misura in cui l’intervento americano e israeliano viene da più parti letto come
prosecuzione del medesimo dispositivo di guerra e sterminio già dispiegato in
Palestina, e nella misura in cui le altissime ricadute materiali
dell’aggressione si stanno facendo sentire in Europa sotto forma di
impressionanti aumenti del prezzo del carburante.
Per quanto riguarda l’America Latina, invece, la situazione è più complessa. Le
relazioni storiche di solidarietà con le forze rivoluzionarie del continente e
con Cuba scontano oggi una certa “storicizzazione”, sia nelle traiettorie
individuali e nell’anagrafica delle militanti e dei militanti che le hanno
sostenute, sia nell’immaginario complessivo dei movimenti. Al contrario,
maggiore attenzione hanno suscitato – almeno in alcuni settori – le forme di
resistenza territoriale e di “immaginazione di un nuovo mondo” di cui parlavamo
prima. Tuttavia, queste esperienze tendono a configurarsi come un orizzonte
piuttosto confuso e velleitario di aspettativa e immaginario che come un
riferimento politico nei cui confronti possano essere immediatamente praticabili
il riconoscimento e la solidarietà: pur essendo costruite su metodi da cui
abbiamo molto da imparare, non sono né immediatamente riproducibili né
sufficientemente comprensibili alle nostre latitudini. Né sembrano in grado, da
sole e nella loro diversità e molteplicità, di costituire un punto di
aggregazione sufficientemente forte da poter consentire un’identificazione
diffusa e un sostegno strutturato.
Nominare, anche solo in parte, questi limiti è necessario per iniziare a
lavorarci. A noi spetta il compito, per quanto limitato, di provare a uscire da
questa impasse: ricostruire i legami, chiarire i riferimenti, individuare i
punti di intervento possibili. Perché è proprio su questi terreni che si
giocherà concretamente la possibilità di rallentare, inceppare o almeno rendere
più costosa l’avanzata dell’offensiva imperialista in America Latina. Con
l’umiltà di non poter determinare gli esiti della partita, ma con la
consapevolezza che essa si giocherà e, quindi, per non rassegnarci ad essere tra
gli spettatori inermi della guerra che viene e che si consumerà principalmente
sulla pelle dei popoli latinoamericani.
1. https://comune-info.net/la-tormenta-e-le-nostre-alternative/ ↩︎
Pubblichiamo, in due puntate, questo speciale a cura della redazione sul
progetto imperialista Usa, targato Trump, diretto verso l’America Latina. Nella
prima parte, si approfondirà il progetto “Shield of America” e il nuovo corso
interventista portato avanti dagli Stati Uniti. Nella seconda parte ci si
concentrerà sulla portata politica della nuova fare apertasi con il rapimento di
Maduro e l’assedio di Cuba, analizzando le implicazioni e i compiti che
potenzialmente ci si pongono di fronte. Buona lettura!
Prima parte
Il 7 marzo 2026, in Florida, il presidente americano Donald Trump ha organizzato
un summit con numerosi capi di Stato latinoamericani. Presenti l’argentino
Javier Milei, il boliviano Rodrigo Paz Pereira, Rodrigo Chaves per il Costa
Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per
la Guyana, l’hondureño Nasry Asfura, il panameño José Raúl Mulino, Santiago Peña
per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla
Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Ha inoltre partecipato, seppure senza
status formale perché non ancora insediato, anche il presidente eletto del Cile
José Antonio Kast, accompagnato dal suo futuro ministro della Difesa. Per
l’amministrazione americana, presenti il segretario di Stato Marco Rubio, il
segretario alla Difesa (o per meglio dire alla Guerra) Pete Hegseth, il
segretario al Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick,
il rappresentante per il commercio Jamieson Greer e la segretaria alla Homeland
Security Kristi Noem – la cosiddetta “regina delle deportazioni” che,
significativamente, ha assunto il ruolo di delegata ufficiale statunitense per
seguire l’iniziativa.
Basterebbe l’orientamento politico ed il ruolo istituzionale dei presenti a
rendere esplicito lo scopo di una simile riunione: l’adunata completa dei leader
latinoamericani di destra o di estrema destra – significativamente assenti,
infatti, Messico, Venezuela, Colombia, Brasile – seduta allo stesso tavolo con i
responsabili economici e militari dell’amministrazione Trump. Più chiaro di così
non si può, direbbe qualcuno. Ed invece sì. L’iniziativa si è conclusa infatti
con il lancio della coalizione militare “Shield of the Americas”, “Scudo delle
Americhe”: una nuova architettura di cooperazione militare e di sicurezza
regionale che Washington presenta come una coalizione multinazionale contro
cartelli della droga e influenza geopolitica di potenze extra-emisferiche, in
particolare Cina e Russia.
L’iniziativa, definita anche “Americas Counter-Cartel Coalition”, prevede il
coordinamento tra apparati militari e di sicurezza, la condivisione di
intelligence e l’organizzazione di operazioni militari congiunte. Nella dottrina
strategica che accompagna il progetto la sicurezza del continente viene
ridefinita attorno a tre priorità principali: la distruzione delle reti dei
cartelli transnazionali, il contenimento dell’influenza economica e
infrastrutturale cinese nella regione e il controllo dei flussi migratori verso
gli Stati Uniti. Il punto principale, secondo le dichiarazioni finali della
conferenza, è «un più stretto allineamento tra i governi partecipanti e gli
Stati Uniti».
“Shield of the Americas” è un’operazione passata largamente sotto silenzio nella
stampa mainstream – e, in larga misura, anche nei circuiti dei movimenti
rivoluzionari e anti-imperialisti – perché ha coinciso con i primi giorni della
violentissima aggressione americana e israeliana contro l’Iran. Eppure, essa è
l’esplicitazione dell’intenzione statunitense di tornare a esercitare un
controllo egemonico sull’amministrazione politica ed economica delle risorse,
dei flussi logistici e dei mercati che strutturano l’intero continente
latinoamericano, e rappresenta con ogni probabilità la forma concreta che questo
progetto assumerà nei prossimi mesi. In alcune analisi1 abbiamo già descritto
come a dominare gli sviluppi contemporanei della politica e dell’economia
mondiali sia la crisi dell’egemonia globale statunitense. La principale risposta
in termini di “politica estera” degli Stati Uniti a questa crisi – che abbiamo
riassunto qui 2 consiste nella ricostruzione e nel dispiegamento di una potenza
di fuoco adatta a garantire il controllo, quantomeno parziale, delle basi
materiali della produzione e degli snodi logistici delle catene del valore.
I round di apertura della strategia statunitense in America Latina risalgano a
gennaio, con l’operazione militare contro il Venezuela che ha permesso a
Washington di segnare due punti a proprio favore. Il primo: il controllo diretto
sul petrolio venezuelano. Uno degli elementi centrali del tentativo americano di
uscire dalla crisi consiste infatti nell’accaparramento diretto delle risorse
alla base delle catene di produzione, e le più significative del continente
latinoamericano sono rappresentate dalle riserve di petrolio greggio nel
sottosuolo del Venezuela. Il recupero del controllo su queste risorse ha
permesso agli Stati Uniti di superare gli storici problemi di approvvigionamento
successivi alla guerra in Ucraina e di corazzarsi contro la crisi globale del
petrolio che Trump sapeva di scatenare bombardando Teheran. Nota bene: proprio
mentre scriviamo queste righe, la buona vecchia “politica delle cannoniere”
sperimentata nel raid contro Maduro del 3 gennaio sta permettendo alle compagnie
Chevron e Shell di chiudere un accordo definito “storico” con il governo
venezuelano. Riduzione delle sanzioni sull’esportazione di petrolio, nonché
l’apertura dei lavori estrattivi in due nuovi giacimenti. I profitti promettono
già di per sé di essere enormi, ma aumenteranno a dismisura a causa del blocco
dello stretto di Hormuz e del crollo della produzione di petrolio proveniente
dal Golfo, i cui depositi sono sotto pressione iraniana.
Il secondo punto segnato a vantaggio di Washington con l’operazione del 3
gennaio risiede nella dimostrazione della propria potenza militare nei confronti
di un governo erede di un processo rivoluzionario popolare esplicitamente
anti-americano, radicato in una tradizione politica marxista e profondamente
anti-imperialista. Potenza che ha reso possibile un parziale recupero politico
di questo governo non mediante una sostituzione lineare del gruppo dirigente, ma
attraverso una ristrutturazione forzata dei rapporti di forza interni, prodotta
dall’impatto combinato dell’intervento militare e della pressione strategica
(diciamo “parziale recupero politico” perché crediamo che ridurre quanto
accaduto in Venezuela a una semplice operazione di “cambio di regime”, nella
quale Maduro viene sostituito in maniera pressoché indolore da una
vicepresidentessa in tutto e per tutto fantoccio di Washington, rappresenti
un’analisi alquanto superficiale delle dinamiche politiche interne al paese e di
ciò che resta del processo rivoluzionario bolivariano).
Ma l’importanza del raid del 3 gennaio riguarda anche il messaggio rivolto
simultaneamente al resto dell’America Latina e al “fronte interno” statunitense.
Da un lato, l’operazione contro Maduro rappresenta un precedente che dimostra
fino a che punto gli Stati Uniti siano disposti a spingersi per ristabilire il
proprio dominio e al tempo stesso, ridefinisce i margini di manovra degli altri
attori regionali; dall’altro, rappresenta la dimostrazione del possibile
successo di una linea di condotta aggressiva che era stata prudentemente evitata
dalle scorse amministrazioni americane, restie a scommettere su interventi
muscolari diretti per paura di venire trascinati nei pantani di una guerra lunga
e costosa.
Se l’attacco contro il Venezuela puntava quindi alle risorse petrolifere e a
sdoganare l’opzione militare come possibile forma di intervento americano nella
regione, i round successivi della strategia statunitense introdotti da “Shield
of the Americas”, con ogni probabilità, riguarderanno alcuni altri elementi
centrali nel tentativo di recupero del potere egemonico statunitense in America
Latina. Il primo riguarda il rafforzamento del controllo politico e militare
sugli snodi centrali della logistica del valore che strutturano il quadrante
latinoamericano dell’economia globale. Il secondo è la necessità di portare a
casa una vittoria “definitiva” contro ciò che in America Latina conserva ancora
un peso storico che in gran parte del resto del mondo è stato neutralizzato o
marginalizzato: le opzioni politiche di carattere popolare, rivoluzionario e
marxista, radicate in tradizioni di lotta che attraversano l’intero continente.
LA WAR ON DRUGS COME GESTIONE MILITARIZZATA DELLE CATENE DEL VALORE EXTRA-LEGALI
L’espansione e la diversificazione dei flussi di merci costituiscono una delle
architetture fondamentali dell’economia capitalistica globale e della
riproduzione del valore. In questo contesto, il controllo degli snodi attraverso
cui questi flussi transitano diventa essenziale per garantire la continuità
dell’accumulazione: il controllo politico e militare sui punti di strozzatura
della circolazione globale permette, infatti, la possibilità stessa di
organizzare produzione ed estrazione su scala macro-regionale e planetaria. Fino
ad oggi, in America Latina, questo controllo si è dato nella forma di una
architettura gerarchica di dispositivi politici, commerciali e logistici che
hanno garantito a Washington il mantenimento, seppur a tratti risicato, di
un’influenza duratura nel continente. Al livello più alto di questa architettura
si collocano gli strumenti politico-istituzionali del sistema interamericano:
l’Organizzazione degli Stati Americani e la rete di accordi di libero scambio
con paesi come Cile, Colombia e Perù, che hanno integrato porzioni decisive
dell’economia latinoamericana nelle catene commerciali e finanziarie dominate
dal capitale nordamericano. Questo modello è stato parzialmente messo in crisi
dai primi governi progressisti latinoamericani, che hanno promosso diversi
tentativi di integrazione regionale – Mercosur, UNASUR, CELAC – provando ad
aprirsi uno spazio relativamente autonomo nei campi del commercio e delle
infrastrutture. Ma questi progetti, sostenuti dal boom delle materie prime che
precedette la crisi del 2007-2008, sono stati progressivamente trascinati a
fondo dalle contraddizioni delle economie estrattive e duramente ridimensionati
con il rallentamento economico del decennio successivo.
Negli ultimi anni, la crescente presenza del capitale cinese nella regione si è
intensificata soprattutto nel campo dei grandi progetti infrastrutturali. È su
questo terreno che l’America Latina è tornata a configurarsi come uno dei
principali spazi di confronto tra Cina e Stati Uniti. Tuttavia, leggere
l’attuale fase politica latinoamericana unicamente alla luce del “grande gioco
multipolare” tra Cina e Stati Uniti non permette di comprendere a fondo i
meccanismi che si stanno dispiegando in un continente dove l’influenza cinese,
tutto sommato, è ancora relativamente debole – e rischia di riprodurre il
solito, scontato mantra geopolitico che ci impedisce di cogliere a fondo i
processi ed i piani reali dell’imperialismo americano. La partita con gli
interessi economici cinesi, infatti, nei prossimi anni si giocherà con ogni
probabilità all’interno delle istituzioni nazionali latinoamericane e negli
apparati statali chiamati a decidere su infrastrutture, concessioni e
investimenti strategici. Gli Stati Uniti stanno intervenendo sul piano politico,
economico e diplomatico per orientare questi processi e garantire l’affermazione
di candidati e governi strettamente allineati a Washington, in grado di
contenere l’avanzata del capitale cinese e di mantenere l’inserimento della
regione dentro l’orbita statunitense. In questo senso vanno il rafforzamento
delle relazioni con determinate élite politiche e la costruzione di blocchi
politici “affidabili”, e guarda caso i governi invitati al vertice in Florida
coincidono con quelli più disponibili a questo riallineamento: segno che la
competizione tra Stati Uniti e Cina passa – ad ora – principalmente attraverso
la selezione di classi dirigenti locali funzionali a uno specifico ordine
geopolitico ed economico.
“Shield of the Americas”, al contrario, è una coalizione di carattere militare,
ed il suo primo obiettivo dichiarato riguarda i cosiddetti cartelli della droga.
Con una lettura piuttosto superficiale della realtà, siamo abituati a
considerare i cartelli come bande di gangster armati che accumulano miliardi
producendo cocaina nelle profondità della selva, invece di vederli per quello
che sono: articolazioni armate del capitale (ma d’altronde, quale articolazione
del capitale non è armata) di carattere extra-statale. Il potere politico,
economico e militare dei cartelli è cresciuto a dismisura proprio perché
detengono la capacità di governare segmenti cruciali dell’accumulazione – in
primo luogo la produzione e il traffico di stupefacenti, ma non solo – collocati
nella sfera dell’extra-legalità e quindi formalmente fuori dalla portata
regolatrice delle istituzioni economiche e giuridiche statali. Negli ultimi
decenni, i cartelli si sono trovati nella redditizia situazione di poter
rappresentare soggetti protagonisti all’interno della ristrutturazione dei
flussi produttivi seguita alla globalizzazione, intervenendo nella sfera della
circolazione come dispositivi di cattura del valore e trasformando il controllo
territoriale in una forma di appropriazione di rendita. Il loro ruolo si colloca
sempre di più nei punti di strozzatura delle infrastrutture logistiche
latinoamericane, ma principalmente lungo i punti nevralgici (frontiere, porti e
corridoi terrestri e marittimi) dell’asse America Latina-Stati Uniti – Messico,
Honduras, Colombia, Ecuador ed El Salvador – dove esercitano un potere materiale
decisivo attraverso l’organizzazione del passaggio e la selezione delle merci e
delle persone che attraversano le frontiere.
Il problema che rappresentano per gli Stati Uniti non ha certamente a che fare
con questioni “etiche” legate all’ultraviolenza dell’agire politico e militare
dei cartelli nei confronti delle classi popolari, delle donne, dei popoli
indigeni. Anzi: in quanto strumenti di governo materiale di alcune filiere
economiche, i cartelli impongono disciplina produttiva, garantiscono la
continuità dei flussi e il controllo territoriale necessario al loro
funzionamento consentendo al capitale “legale” di esternalizzare la violenza
indispensabile a questi processi e scaricarne così i costi politici fuori dal
perimetro diretto degli Stati. Per anni, inoltre, cartelli hanno lavorato
insieme ai dispositivi statali contro i movimenti rivoluzionari latinoamericani,
arrivando ad essere usati come vere e proprie truppe di assalto anti-insorgenti.
Basta ricordare i cartelli colombiani trasformatisi in paramilitari e
responsabili di un vero e proprio genocidio politico nei confronti
dell’opposizione rivoluzionaria e progressista del paese.
La “guerra contro i cartelli” approfondita dagli Stati Uniti con “Shield of the
Americas” ha altrettanto poco a che vedere con gli effetti devastanti degli
oppiacei sul proletariato statunitense, se si considera che la domanda è stata
indotta ad arte tra le fasce proletarie americane dalle grandi compagnie
farmaceutiche statunitensi, prima tra tutte la Purdue Pharma. L’introduzione di
massa sul mercato libero dell’ossicodone, nel 1996, è ormai riconosciuta come la
causa principale dell’attuale epidemia di oppiacei – insieme alla natura stessa
della sanità americana, strutturata intorno alle assicurazioni mediche private,
che spesso si negano a pagare operazioni e controlli sanitari importanti e si
limitano a coprire i costi degli anti-dolorifici. Se gli Stati Uniti volessero
completamente interrompere il flusso di fentanyl e oppioidi gestito dai cartelli
centro- e latinoamericani, si troverebbero quindi probabilmente a fare i conti
con una enorme richiesta di programmi pubblici di disintossicazione e di
revisione delle politiche delle assicurazioni sanitarie.
Il punto di rottura all’interno dell’equazione è quindi altro. Esso si produce
se e quando i cartelli eccedono la funzione assegnata, abusando del grado di
parziale autonomia che hanno raggiunto nel controllo dei flussi. Quando cioé
alcuni cartelli non si limitano più ad operare dentro le catene del valore, ma
provano a governarle in proprio, a esercitare una sovranità diretta sulla
circolazione, a trattenere o produrre quote crescenti di rendita fuori dal
controllo del comando imperiale. Qualsiasi operazione contro “il narcotraffico”
in America Latina va quindi intesa nel senso di un recupero militarizzato da
parte degli Stati Uniti e dei governi latinoamericani apertamente allineati con
gli USA del controllo e del comando sui corridoi logistici e di “richiamo
all’ordine” delle strutture criminali incaricate del loro governo materiale
delle economie extra-legali.
Un esempio: il 24 febbraio, in una gigantesca operazione militare con
caratteristiche di guerra dispiegata, come l’utilizzo di elicotteri e droni da
combattimento, viene ucciso dalle forze armate messicane “El Mencho”, il leader
di uno dei cartelli più potenti e sanguinari del Messico, il Cartel Jalisco
Nueva Generación – scatenando la reazione violentissima della struttura
paramilitare del CJNG, che ha risposto con giorni di attentati e blocchi
stradali. Non è un caso che le informazioni necessarie alla localizzazione ed
eliminazione del Mencho siano venuta proprio dagli Stati Uniti – e non dalle
agenzie di intelligence federali storicamente deputate alla lotta al
narcotraffico, come la DEA, bensì da un’unità specializzata delle forze armate
statunitensi creata apposta per l’occasione.
Il CJNG si era espanso fino a diventare la struttura criminale più grande del
Messico approfittando dell’offensiva poliziesca e militare contro il suo rivale,
il potente Cartel de Sinaloa guidato da El Chapo. Il CJNG rappresenta
un’anomalia rispetto alla tradizione dei cartelli, in quanto organizzato come
una sorta di “federazione sotto marchio”, con articolazioni territoriali
fortemente autonome che pagano una quota sui profitti e acquistano droga e
servizi logistici dal centro. Queste strutture autonome hanno ampia influenza al
confine tra USA-Messico, dove controllano il passaggio di migranti, cocaina e
fentanyl: significativamente, si sono specializzate nell’aggirare i blocchi
della guardia di frontiera e dell’esercito statunitense.
La morte del Mencho, ovviamente, non significa la fine del CJNG. Ma un nuovo
equilibrio interno o uno scontro tra le varie articolazioni del gruppo
permetteranno ad altre reti criminali di prendere temporaneamente parte del
controllo sul confine. E gli altri cartelli messicani, come racconta soddisfatto
il media latinoamericano di destra Infobae3 si trovano adesso in uno stato di
“paranoia e nervosismo”, ben più coscienti dei rischi che si possono correre a
forzare troppo la mano nel traffico con gli USA. In questo senso, l’operazione
contro il Mencho ha permesso agli Stati Uniti di riguadagnare parte del
controllo sulla logistica della droga e di riaprire una trattativa implicita o
esplicita sulla gestione della frontiera e del flusso di fentanyl.
1. https://infoaut.org/approfondimenti/un-pugno-di-odio-grondante-intervista-a-phil-a-neel,
https://infoaut.org/culture/la-lunga-frattura-dalla-crisi-globale-al-blocchiamo-tutto
↩︎
2. https://infoaut.org/approfondimenti/i-tatuaggi-di-pete-hegseth-lamerica-latina-e-la-guerra-che-viene,
https://infoaut.org/editoriali/guerra-alliran-da-un-certo-punto-in-la-non-ce-piu-ritorno
↩︎
3. https://www.infobae.com/mexico/2026/03/18/tras-muerte-de-el-mencho-carteles-mexicanos-intensifican-amenazas-y-hackeos-contra-militares-de-eeuu/
↩︎
A ventitré anni dall’assassinio di Dax, continuiamo a ricordarlo non solo come
compagno ma come parte viva di un percorso di lotta che attraversa il tempo e si
rinnova ogni giorno. Dax vive nelle lotte che continuiamo a portare avanti,
nelle case occupate, nelle assemblee, nei quartieri popolari che resistono alla
speculazione e all’abbandono.
Viviamo un contesto segnato da venti di guerra, tensioni internazionali e una
crescente corsa al riarmo. Se la guerra imperialista è sullo sfondo del fronte
esterno, sul fronte interno si cerca di imporre lo stato di polizia per
reprimere il dissenso. La ristrutturazione degli equilibri politici mondiali
vede l’imperialismo impegnato a difendere ed estendere le proprie aree di
influenza, mentre i costi di queste scelte ricadono sui territori, sui quartieri
popolari, sulle vite di tutti e tutte.
Col movimento del blocchiamo tutto l’opposizione alla guerra, il conflitto
sociale e il contrasto alle politiche guerrafondaie si è intrecciato alla causa
di liberazione palestinese, non solo come forma di solidarietà simbolica o
umanitaria, ma come lotta attiva contro il sionismo e la guerra imperialista.
Dentro questo scenario, il ricordo di Dax rappresenta da più di vent’anni un
momento di convergenza, di costruzione di legami e di rafforzamento di un fronte
antifascista che guarda oltre i confini. Non una semplice commemorazione, ma una
tappa di un percorso più ampio di resistenza, che oggi guarda anche al 25 aprile
come una giornata che sappia rilanciare le lotte sociali.
Durante il corteo del 14 marzo sono stati infatti individuati e sanzionati
alcuni luoghi e gli attori legati alla guerra e all’industria bellica: la sede
della RAI, dove è stata data alle fiamme la bandiera israeliana per denunciare
la complicità della principale emittente televisiva nazionale nel silenziare e
censurare un genocidio in corso, mistificando, falsificando e distorcendo la
realtà a favore degli interessi del governo Meloni e di Israele; l’ex caserma
Montello, che sarà trasformata nella nuova ‘Cittadella della Sicurezza‘ dove
sarà ospitata la sede della Polizia Stato di Milano con oltre 2000 agenti di
polizia; il consolato in costruzione degli Stati Uniti, un’altra città nella
città, dove è stata bruciata una bandiera americana e ancora l’OHB, un’azienda
che dovrebbe operare nel civile ma che ha esteso le sue attività alla
produzione bellica, in particolar modo attiva nell’campo delle tecnologie
spaziali legate alla guerra e pertanto sanzionata dal corteo.
Domenica 15 marzo, in contemporanea all’assemblea internazionalista tenutasi al
PalaSharp occupato, si è svolta una giornata di lotta e riappropriazione nella
parte popolare del quartiere ticinese. Una giornata costruita in continuità con
le pratiche quotidiane di chi questo quartiere lo abita e lo difende.
Via Gola, via Pichi, via Borsi: qui da quasi 30 anni si resiste contro
privatizzazione e speculazione. Un’area popolare in cui compagni hanno avuto la
forza e la lungimiranza di riconoscere in anticipo i processi di gentrificazione
e di opporvisi concretamente, costruendo un argine alla speculazione edilizia
che altrove è dilagata. La risposta al vuoto abitativo voluto da Aler e MM con
la complicità di Comune e Regione è l’occupazione per riprendersi un diritto,
quello alla casa, altrimenti negato: le case vuote non sono mai neutre, ma
funzionali alla rendita e all’esclusione.
Qui, per muri e lamiere, non c’è spazio. Al civico 7 di via Gola, dove abitativa
Dax, c’è scritto qualcosa che possiamo affermare ancora a testa alta:
“DAX VIVE IN OGNI CASA OCCUPATA”. Ed è proprio qui, davanti a questa scritta,
che il 16 di marzo si è conclusa l’ultima giornata per ricordare Davide, dopo un
corteo che ha attraversato le strade del suo quartiere.
Un quartiere profondamente antifascista, dove si costruiscono assemblee di lotta
e percorsi condivisi. Nel quartiere l’antifascismo emerge come effetto della
lotta stessa. È nella pratica quotidiana di difesa e solidarietà che gli
abitanti si riconoscono, progressivamente, come antifascisti. Sostenere il
ticinese, sostenere la lotta per la casa, rivendicare e praticare l’occupazione
significa schierarsi dalla parte di chi difende un’idea di città diversa,
accessibile e libera dalla speculazione.
Ripartiamo da qui. Dai quartieri, dalle lotte territoriali, dalla costruzione i
rapporti di forza che siamo in grado di mettere in campo per sviluppare
contro-potere a autorganizzazione dal basso. Continuiamo a lottare per il
diritto alla casa e a un abitare dignitoso che sia contro la guerra e il riarmo.
Perché ogni euro destinato alla guerra è un euro sottratto ai quartieri
popolari, alla sanità, alle scuole e alle nostre vite. In questa fase storica,
caratterizzata da una costante escalation bellica è però necessario costruire
percorsi di convergenza delle lotte territoriali che sappiano mettere in campo
rapporti di forza in grado di inceppare la macchina bellica e di opporsi alla
devastazione che la guerra imperialista, sempre più vicina anche alle nostre
porte, impone. In questo senso dobbiamo fare del 25 arile un’altra giornata di
lotta per il rilancio dell’opposizione sociale contro la guerra e il fascismo
che avanza.
VERSO IL 25 APRILE COSTRUIAMO OPPOSIZIONE SOCIALE: GUERRA ALLA GUERRA!
ANTIFASCISMO E’ ANTICAPITALISMO E’ ANTISIONISMO
Chi guadagna dal blocco dello Stretto di Hormuz? ENI, ad esempio. Si parla di
dividendi straordinari per la società di Descalzi da quando il petrolio è
stabile sui 90 dollari, con oscillazioni che vanno sino a oltre i 100.
Il numero uno di Eni l’ha annunciato ai suoi azionisti e già solo per le sue
parole il titolo ha visto un rialzo in borsa. Ecco il meccanismo svelato:
finanziarizzazione selvaggia del mercato energetico e dunque gravi conseguenze
sulle tasche dei contribuenti e guadagni stellari per i grandi monopoli
energetici a livello globale.
Il governo italiano vara il decreto che dovrebbe fare abbassare i prezzi del
carburante fino al 7 aprile: una misura con chiaro scopo elettorale e senza
alcun aggancio con la realtà, i benzinai nel caos mantengono prezzi che sfiorano
il 2 euro al litro (solo il 20% dei distributori ha applicato lo sconto) e il
governo pensa a nuovi provvedimenti da varare ma il problema è che mancano i
soldi. Il decreto è stato finanziato tagliando a trasporti e sanità. Il costo
del decreto ammonta a 549 milioni ma addirittura l’ex dirigente di Eni sostiene
che sia una misura fuffa e che per intervenire seriamente occorrerebbero 7
miliardi.
La preoccupazione di Giorgia però, oltre al voto della settimana prossima, è
accodarsi ai 7 vassalli europei di Usa e Israele per farsi cuscinetto per il
passaggio da Hormuz. Arrivano poi le dovute precisazioni dopo le dichiarazioni
di ieri a conclusione del Consiglio Europeo che sottolineano un impegno soltanto
dopo la “tregua”, ma intanto passo dopo passo l’Italia scivola nello scenario
della guerra guerreggiata.
Di seguito riportiamo la trascrizione e l’audio di un’intervista realizzata da
Radio Blackout a Dario di Conzo, docente a contratto all’Università Orientale di
Napoli, dove insegna riforme economiche della Cina contemporanea, sul tema
energetico, speculazione e gestione dei mercati globali.
Una lettura che circola rispetto alla guerra all’Iran da parte degli Stati Uniti
è che sia stata un tentativo di attaccare di fatto la Cina, per colpire quindi i
suoi principali rifornimenti di petrolio prima il Venezuela, poi l’Iran, ma
anche il suo sbocco per la nuova via della Seta. Qual è la situazione effettiva
dei rifornimenti energetici cinesi?
Quello che sta succedendo in Iran va necessariamente letto su su due livelli. Da
un lato c’è una dinamica regionale che è autonoma rispetto al confronto Stati
Uniti e Cina che è legata agli equilibri mediorientali e diciamo anche alla
proiezione esterna di Israele in questo rinnovato progetto di costruzione di una
grande Israele con tutto quello che ha comportato e sta comportando in Palestina
o nel sud del Libano e nonché anche il sud della Siria e poi le operazioni che
avvengono in Iran. E poi dall’altro un piano generale che è sempre valido oggi
nell’osservare la politica estera statunitense: ossia lo scontro di fondo, la
competizione nei confronti della Repubblica Popolare Popolare Cinese. Per quella
che è la mia interpretazione questo secondo livello di scontro con la Cina
rimane sullo sfondo rispetto al teatro attuale in Iran e la dimensione regionale
e il crescente bellicismo di Israele siano appunto il fattore preminente di
quanto stiamo osservando.
Di base c’è un consenso nella politica americana, sia democratici che
repubblicani, nonché il complesso militare industriale che oggi è più opportuno
chiamare complesso militare digitale, rispetto alla Grand Strategy americana,
ossia il contenimento dell’ascesa cinese in quanto viene visto come l’unico
attore a livello internazionale in grado prospetticamente di minacciare
l’egemonia statunitense nell’ordine globale per motivi economici, di capacità di
sviluppo endogeno della tecnologia, nonché sul quantitativo di forze militari e
trasformazione dell’ascesa economica in proiezione militare, soprattutto per
quanto riguarda la dimensione aeronautica e nautica.
Il problema è che oggi come oggi paradossalmente tra Stati Uniti e Israele
l’egemone sembra essere Israele, per egemone intendo la capacità di Israele di
far percepire agli Stati Uniti i suoi propri interessi particolari in Medio
Oriente come gli interessi preminenti anche degli Stati Uniti, motivo per cui
ancora una volta gli Stati Uniti si ritrovano a investire tempo, energia e
risorse in quella che credo anche giustamente viene chiamata terza guerra del
Golfo. Si tratta della terza in 35 anni, alla quale aggiungiamo il lunghissimo
conflitto in Afghanistan e mi dimenticherei sicuramente dei teatri bellici del
XX secolo in quella parte del mondo e in Nord Africa se dovessi elencarli tutti.
Questo fa sì che gli Stati Uniti continuano a concentrarsi di più sul Medio
Oriente per essere più corretti rispetto a investire nel contenimento della
Cina. Insomma, quando parliamo di investimento non è solo distrazione, di
risorse militari da quelle che sono le basi americane nell’Asia Orientale e, più
in generale nell’area pacifica, in favore del trasferimento delle porte aerei.
Il tema credo sia anche politico simbolico per tutti quegli attori, per quelle
piccole o medie potenze regionali, che ci sono in Asia, che sono per motivi
molto diversi storicamente più vicine agli Stati Uniti che alla Cina, che è
anche il grande paese che costruì in passato la sua sinosfera e la sua capacità
di essere attore preminente nelle relazioni internazionali dell’Asia, parliamo
delle Filippine, la Corea del Sud, il Giappone, in parte anche Australia,
Indonesia, Thailandia, per certi aspetti il Vietnam e soprattutto Taiwan. Ormai
anche a sproposito tutto quello che succede viene riportato rispetto al progetto
cinese, che è chiaramente reale, di riprendere Taiwan, però in qualche modo è
oggi utilizzato molto come il prezzemolo
Quanto descritto, quindi una sorta di schizofrenia tra Grand Strategy americana,
sulla quale mi sembra ci sia un consenso condiviso, e quella che poi è la
praticità, la realtà delle iniziative americane, è qualcosa che credo faccia
piacere a Pechino: nonostante la Cina abbia abbandonato il principio di
“nascondere i propri talenti e coltivare se stessi”, cioè quindi una postura
internazionale umile e senza farsi troppo notare e in favore di una maggiore
assertività internazionale, durante gli ultimi tre mandati dell’amministrazione
Xi Jin Ping. Allo stesso tempo io credo che Pechino sia contenta di vedere che
gli Stati Uniti, invece che investire nella reindustrializzazione interna, nella
capacità competitiva in termini tecnologici, industriali, continuino a spendere
una quota sempre più alta di PIL e tantissime risorse in termini aggregati, cioè
siamo arrivati a 1000 miliardi di dollari di spese militari annuali per gli
Stati Uniti. La Cina è circa molto meno di un terzo, credo si aggiri intorno ai
150 miliardi di dollari di spese militari. Io credo che alla Cina faccia piacere
vedere questo investimento non indirizzato direttamente nel continente che più
li riguarda.
Allo stesso tempo la guerra in Iran può rappresentare, e in parte già
rappresenta, sempre di più un problema per per la Repubblica Popolare. Le due
variabili sono il tempo di durata del conflitto e, chiaramente, l’esito. L’Iran
e lo Stretto di Hormuz sono dei luoghi molto rilevanti per l’offerta energetica
globale. Il 20% di gas e petrolio del mondo passa di lì. Per quanto riguarda la
Cina quasi il 50% del suo rifornimento viene e passa dallo stretto di Hormuz e
quindi è chiaro che nel medio lungo periodo il protrarsi di questa situazione
potrebbe rivelarsi un problema. Tuttavia la relazione tra Cina e Iran è
asimmetrica: sono due attori che nel sistema internazionale odierno hanno un
interesse convergente, seppur con intensità e storie completamente diverse, che
è quello di superare l’unipolarismo americano con tutto quello che comporta.
Tuttavia l’Iran per la Cina rappresenta il 13-14% delle importazioni totali tra
gas e petrolio che non è una cifra bassa, però in qualche modo non è l’unico
fornitore. A differenza di quanto è avvenuto in Venezuela dove c’era una
condanna netta nell’identificare gli Stati Uniti come cattivi e il Venezuela
come come buoni e Maduro come una vittima di un rapimento e di un atto contro il
diritto internazionale, oggi in quanto sta succedendo nel Golfo Persico tra
Iran, Israele e Stati Uniti con il coinvolgimento di tutti gli attori
dell’Arabia Saudita, Emirati Arabia Uniti, Oman, Qatar, porta a una doppia
condanna: si condanna sia l’Iran, sia si condanna chiaramente quanto stanno
facendo Israele e Stati Uniti. Questo penso avvenga perchè l’Iran a sua volta
fa una guerra asimmetrica dichiarando di fatto guerra all’economia mondo, con la
chiusura dello Stretto e con la chiusura di aeroporti internazionali come Dubai,
Doha, Abu Dhabi, che persone comuni come noi frequentano poco, però sono dei
segnali di inversione di quella di quella tendenza del mondo piatto, liscio e a
cui noi siamo sempre di più abituati. Stanno mettendo sotto scacco l’economia
globale, o diciamo oltre la rilevanza di quell’area del mondo, danneggiano la
Cina, ma attenzione, danneggiano molto anche noi in Europa. Il conflitto si sta
espandendo, lambendo Cipro, arrivando in Oman, non si può ignorare ciò che
accade tra Afghanistan e Pakistan, per cui il teatro bellico nel mondo inizia a
essere una fetta molto ampia proprio in termini geografici e si sta creando un
effetto domino molto pericoloso, non solo in termini generali per la guerra e
per i suoi riverberi nell’ordine economico. Chiaramente se questa guerra
all’economia globale si protrae per troppo tempo per la Cina diventa un problema
perché a mio avviso la Cina è l’attore che nell’attuale ordine economico del XX
secolo, dal suo ingresso nel WTO, ha avuto la capacità di guadagnarne di più. Ed
è questo stesso il motivo per cui gli Stati Uniti, con le buone o con le
cattive, stanno provando a riformare quest’ordine con una serie infinita di
iniziative che non riguardano solo l’ultima amministrazione Trump.
L’altro punto che sollevavo, ossia che l’esito conta, per quanto ad oggi non sia
possibile fare previsioni al nostro livello ma è ovvio che se Israele e Stati
Uniti sostituissero la Repubblica Islamica con un regime, con un ordine
democratico o meno che sia, che subordina l’Iran a all’economia mondo guidata
dagli Stati Uniti quello per la Cina sarebbe un problema perché significa
eliminare un partner, un impegno agli Stati Uniti, un fornitore di energia, in
ogni caso al momento questo scenario non sembra molto probabile. Detto questo la
Cina ha la capacità di commerciare con attori che sono molto fedeli agli Stati
Uniti, per cui questa prospettiva probabilmente non escluderebbe completamente
dei legami economici tra Cina e Iran in uno stato di regime change. Chiaramente
li riformerebbe a maggior vantaggio dell’Iran rispetto a quello che avviene
oggi, praticamente la Cina è l’unico compratore di gas e petrolio dall’Iran,
cioè circa l’80%, detto questo sono variabili che poi nel tempo potrebbero
modificare anche la postura di Pechino, credo però concordiamo tutti, è stata
molto moderata.
Come si spiega la capacità della Cina di reggere a questo colpo, in quanto al
momento sembra in grado di limitare l’impatto dell’attacco degli Stati Uniti
all’Iran sui suoi settori interni, energetici e di approvvigionamento. E quali
differenze di gestione e pianificazione del settore energetico tra Cina e
dimensione “occidentale”, per non parlare dell’Europa..
Un elemento che io trovo interessante del modello di sviluppo economico cinese è
il fatto che la Cina di tutti i settori che ha liberalizzato non ha mai
liberalizzato la strategicità e la centralità del settore energetico, che va
dalle rinnovabili fino all’ampio utilizzo del carbone. Quindi tutto il settore
energetico è dominato dalla filiera statale, da imprese di stato per quanto
riguarda la firma dei contratti di esportazione la raffinazione, la
distribuzione e quindi la costruzione del prezzo dell’energia, del gas e del
petrolio in Cina è in qualche modo governato da un misto tra leggi di mercato –
perché in parte chiaramente governano l’acquisto di queste fonti energetiche e
non. Ricordiamo che la Cina è il primo compratore al mondo di di energia e allo
stesso tempo però non ha mai ceduto al settore privato o tanto peggio
finanziarizzato il settore energetico, per cui in qualche modo questi shock la
danneggiano, ma a differenza nostra credo abbia maggiori elementi per temperare
gli aspetti più negativi o scioccanti delle crisi energetiche.
Mentre da noi, e ciò mi rende attonito, c’è un regime di finanziarizzazione
dell’energia che fa sì che fondamentalmente qualsiasi shock esterno crei
grandissimi margini di profitto per la borsa di Amsterdam in particolare, e per
tutti gli operatori che ne fanno parte, per cui c’è quasi una struttura di
incentivi interna al nostro sistema che predilige l’avvento di shock perché
permette a chi detiene la proprietà dell’energia finanziarizzata di speculare e
guadagnare di più e fare i famosi “extra profitti”, che appunto è una brutta
parola “extra” a mio avviso perché non è nient’altro che una dinamica
normalissima, anzi costruita. Quindi noi il giorno dopo che scoppia la guerra in
Iran ci ritroviamo a pagare di più la benzina, quella stessa benzina che il
nostro sistema complessivo ha acquistato mesi fa e ad altri pezzi ma su di essa
c’è una proiezione degli shock energetici nel nostro mercato in media tutta
speculare perché il prezzo su questi mercati finanziari non è fatto dalla
domanda e dall’offerta reale, quindi dalla chiusura o meno dello stretto di
Hormuz, ma è fatto sull’aspettativa futura del prezzo e i cosiddetti futures
finanziari. Questi applicati all’energia che, a mio avviso, dovrebbe essere un
bene comune, crea delle situazioni di mercato che innanzitutto non sono di
mercato, ma sono di mera mera speculazione finanziaria, e che paghiamo tutti
noi.
Tutti non intendo solo quel 10% di persone che sono in condizione di povertà in
Italia e un altro 20% tra cui molti di noi che è prossimo a una situazione di
povertà in termini reddituali che ovviamente dovendo riscaldare la casa,
utilizzare l’energia o fare il pieno della macchina per andare al lavoro quindi
tutte spese che in qualche modo alieniamo da altro o non abbiamo più risparmi,
ma è un danno anche per tutto il nostro settore industriale, col quale io
empatizzo relativamente, però ciò implica che continui a perdere competitività
negli ultimi anni a favore di altri modelli di sviluppo economico, tra cui la
Cina, che invece continua a avere dei prezzi mediani dell’energia molto più
bassi.
Quindi il fatto che non vi sia più la possibilità contingente di acquistare gas
e petrolio che passano dallo Stretto associato a quanto sta avvendendo
dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, che adesso non è più
spettacolarizzato come prima, che ci ha portato a distanziare la Russia
smettendo di comprare risorse energetiche, fa sì che noi sperimentiamo ormai da
4-5 anni una costante crisi energetica che è un dramma collettivo, quasi mi
verrebbe da dire interclasse, per tutto il sistema Italia.
La nostra classe politica l’unica cosa che può fare è scontare il costo delle
accise, cioè togliere una parte delle tasse che noi paghiamo come consumatori
tramite l’aumento del prelievo fiscale e lo restituisce ai consumatori
attraverso il taglio dell’accise, un qualcosa di necessario ma che il governo ha
fatto nell’ordine dei 25 centesimi e in chiave elettorale, ma che non elimina il
problema che spero di aver ben descritto a monte e questa è anche una frattura
tra il modello cinese e il nostro capitalismo selvaggio, però il dominio del
settore energetico è qualcosa che nel caos odierno secondo me fornisce loro un
vantaggio importante.
L’11 marzo 2026, nello stabilimento Herrenknecht in Germania, è stata
“consegnata” la prima delle due gigantesche talpe destinate al lato italiano del
tunnel di base del Moncenisio.
Da Notav.info
Una macchina lunga più di duecento metri, capace di scavare montagne come un
grissino nel tonno Rio Mare, pronta a trasformare le Alpi in corridoi di cemento
armato (ne sentivamo il bisogno). Nei prossimi mesi sarà trasferita via
autostrada a Chiomonte attraverso 150 convogli eccezionali, rimontata e pronta a
scavare ad inizio 2027 (aspettiamo ancora un attimo a dirlo), sia la seconda
discenderia che poi la galleria sud che sbucherà a San Giuliano di Susa.
Ma chi è la Herrenknecht? E che cosa fa?
Dietro a molte delle grandi opere sotterranee del mondo c’è in effetti proprio
questo nome. Con sede a Schwanau, nel distretto di Friburgo in Germania,
Herrenknecht è leader globale nella tecnologia per lo scavo meccanizzato. La
loro specialità sono le TBM ossia Tunnel Boring Machine, macchine che non si
limitano a scavare, ma che costruiscono direttamente il rivestimento del tunnel
mentre avanzano. Parliamo insomma di vere e proprie fabbriche sotto terra.
A immaginarselo, può sembrare quasi fantascienza.
Queste frese realizzano metropolitane, ferrovie, autostrade, reti idriche e
fognarie, ma anche perforazioni per energia e geotermia, sempre adattate alle
condizioni locali. Una fresa di questo calibro costa milioni di euro. Che
potrebbero decisamente essere impiegati meglio: quella che è destinata al
cantiere della Maddalena ci è costata esattamente 35 milioni di euro, se
pensiamo che ne dovremmo pure pagare un’altra, basterebbero per risanare i conti
dell’ASL To3, in deficit nel 2025 di 62,7 milioni di euro… ma che fornisce ben
altri servizi agli abitanti del territorio!
Tra le creazioni della Herrenknecht c’è la cosiddetta macchina “dual mode”
destinata a Chiomonte, progettata per adattarsi a condizioni geologiche
drasticamente diverse: roccia dura da un lato, terreni soffici e instabili
dall’altro.
In Italia, la Herrenknecht ha una sede a Gessate (MI) che offre assistenza
tecnica e manutenzione, supportando i cantieri italiani dove sono impiegate le
TBM, aiutando a installare, collaudare, riparare e ottimizzare le macchine,
consulenza per la progettazione delle TBM, collabora con le imprese italiane per
adattare le frese alle condizioni geologiche locali, e supporto commerciale
ovvero coordina contratti, ordini e vendite sul territorio italiano.
Insomma, nulla di stupefacente, tranne la narrazione che ne viene fatta. Sembra,
come sempre, tutto bello, lindo e pulito… se non si scava un po’ più a fondo
(perdonate il gioco di parole).
Come già ci dimostra ogni giorno TELT, anche per la Herrenknecht l’etica non
sembra essere un valore alla base del propri affari. Dietro la magnificenza
tecnica che ci viene narrata, c’è qualcosa tenuto ben sepolto.
Who Profits – The Israeli Occupation Industry ( Who Profits ), ovvero un
database che monitora l’impiego di aziende internazionali in progetti legati
all’occupazione israeliana nei Territori Palestinesi, ha documentato l’uso delle
TBM di Herrenknecht in opere che non sono semplici infrastrutture civili, ma che
hanno anche scopi militari. Alcune macchine sono state utilizzate per scavare un
bypass idrico nel villaggio di Bardala, collegato alla rete della compagnia
israeliana Mekorot, contribuendo a sostenere gli insediamenti israeliani nei
territori occupati e a controllare le risorse idriche palestinesi. Altre TBM
sono state messe in azione nella costruzione della linea ferroviaria veloce
Tel Aviv–Gerusalemme, opera che rafforza insediamenti e connessioni strategiche
nei territori occupati. Le TBM della Herrenknecht sono state realizzate su
misura per lo specifico tipo di terreno in cui si trovano le gallerie, pertanto
l’azienda è ben consapevole che le sue macchine vengono utilizzate per
l’estrazione mineraria nei territori palestinesi occupati.
Al termine dei lavori, le macchine possono essere rivendute a Herrenknecht, che
le ristruttura e le rivende ad altri progetti su larga scala. Insomma, per farla
breve e senza pochi fronzoli, potremmo avere prima o poi anche in Val di Susa
una macchina, o delle parti, che hanno contribuito all’occupazione israeliana in
Palestina.
Macchine civili, ma con scopi di sostenere le occupazioni militari, che
diventano strumenti di pressione sui territori che alterano la vita delle
comunità, rafforzando interessi che calpestano diritti. Fino addirittura a
sostenere l’apartheid.
Sembra un po’ la storia del progetto TAV in Val di Susa, prima adibito solo a
merci e persone, poi inserito nell importantissimo progetto del Corridoio
Mediterraneo TEN-T (Trans-European Transport Network), che guarda caso da opera
identificata solo come ad uso civile, è poi stata riconosciuta come dual-use,
cioè di supporto anche alla logistica militare e al trasporto di armi.
Tutto insomma gira intorno al profitto, e sì, il denaro la fa da padrone. Eppure
per noi rimane anche una questione di scelte, di chi decide dove, come e perché
usare una macchina così potente; e pure sulla pelle di chi.
La TBM può essere spettacolare (se hai questo tipo di fascinazioni) e
agghiacciante insieme. Quello che rappresenta è una devastazione ambientale
scientifica e organizzata nei minimi dettagli. Un monumento alle grandi opere
inutili, alla mercificazione del territorio. E, alla luce dei fatti, figlia di
un’azienda che è complice di un genocidio in atto.
Tornando alla Torino-Lione, Herrenknecht è il volto industriale più avanzato del
progetto: capace di costruire giganti che violano le montagne, ma coscientemente
incapace di vedere che cosa c’è al di là del profitto.
La grande TBM forse stupirà tecnicamente, sicuramente aspettiamo con ansia che
la battezzino con un nome all’altezza delle colleghe Federica e Viviana che
operano in Francia. Noi proponiamo ATTILA: A come atrocità, doppia T come
terremoto e tragedia, ecc (cit.).
Tornando seri, ma chi paga per tutto questo? Noi, i territori, le comunità che
li abitano. Ogni metro scavato sarà una ferita che non si potrà rimarginare.
Ogni euro speso, sarà rubato a chi ne ha davvero bisogno e a tutto ciò che fa
davvero gli interessi della comunità. Le montagne non sono fatte per il cemento
e l’acciaio e certe cose che sono là dentro, devono rimanerci, come l’amianto,
per dirne una.
E risulta assurdo doverlo ricordare ogni qualvolta.
Ed è per questo che mentre loro progettano la prossima TBM, noi dobbiamo
prepararci a continuare a resistere: evitare che la nostra valle venga ancora
una volta violata, a denunciare gli sporchi interessi di queste aziende che
tutto pensano di poter fare e di poter avere, fermare le macchine.
La TBM potrà pure essere progettata per essere inarrestabile, ma anche noi
abbiamo dimostrato che anche la lotta può esserlo.
È stato pubblicato da qualche giorno il nuovo decreto del Ministero
dell’Istruzione e del Merito sull’ordinamento degli istituti tecnici. Si tratta
della risoluzione finale di una riforma già definita con il PNRR nel 2022 e
voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, membro del governo
Draghi.
Nonostante sia passato in totale sordina nel dibattito pubblico e lo stesso
Valditara non abbia formalmente preso parola in merito, il decreto – già
approvato dalla Corte dei Conti – modifica quadri orari, indirizzi e obiettivi
formativi degli istituti tecnici superiori.
La riforma si inscrive nell’ormai noto processo di adeguamento dei curricoli
scolastici alle necessità del “tessuto produttivo del Paese”, in linea con i
propositi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in materia d’istruzione e
secondo i vettori d’innovazione digitale e tecnologica da questi indicati.
Se ad un primo sguardo i cambiamenti non sono né tanti né sostanziali,
analizzarne le modalità e le finalità restituisce un quadro di rilevanza
politica per il settore della formazione e per chiunque studi o lavori nelle
scuole.
Il decreto ridefinisce innanzitutto gli indirizzi degli istituti tecnici
italiani. Non ci sono in questo senso modifiche considerevoli: “l’offerta
formativa” si divide in settore economico e tecnologico-ambientale, con le già
note diramazioni specifiche delle discipline tecniche (finanza e marketing,
meccanica, elettronica, biotecnologie etc.). L’unica differenza degna di nota è
l’ingresso definitivo della scuola del Made in Italy nel settore agroalimentare,
formalizzando uno dei cavalli di battaglia dell’esecutivo a guida Meloni e del
ministro Valditara nello specifico. Un cambiamento che, pur volendo riconoscere
a Valditara voglia e tenacia nel tentativo di coniugare spirito nazionalistico e
adeguamento del sistema scolastico agli standard UE, sembra più una mossa di
propaganda che di effettiva utilità al sistema produttivo italiano.
Il conseguente ambito su cui il decreto interviene è la formulazione dei quadri
orari degli istituti. Se il monte ore rimane sostanzialmente identico, varia
significativamente il rapporto tra l’area di “istruzione generale” e le aree “di
indirizzo”, vale a dire l’insieme delle discipline specifiche del corso di
studio scelto. Il risultato della riforma, dato dalla riduzione oraria di
materie come matematica, storia, geografia (praticamente eliminata) e diritto, è
uno sbilanciamento ancora più importante verso le materie d’indirizzo. Uno
sbilanciamento accentuato dalla diminuzione ulteriore dell’insegnamento delle
“scienze sperimentali”: scienze della terra, fisica, chimica, biologia. Una
misura forse poco comprensibile vista la consuetudinaria – e per altro inesatta
– dicotomia tra materie “umanistiche” e “scientifiche”, che però non tiene in
considerazione l’evoluzione della scuola in relazione all’industria 4.0 e al
contestuale appiattimento della formazione sulle materie STEM. Queste
rappresentano il nucleo disciplinare privilegiato di questa riforma e vanno a
sostituire tanto gli insegnamenti “umanistici” quanto l’ambito delle scienze
naturali, su cui tra l’altro proprio le discipline tecnologico-ingegneristiche
si basano.
Se poi si considerano le linee guida introdotte da Valditara nell’insegnamento
della storia – eurocentrismo, focus sul Risorgimento e classici latini e greci
in seconda elementare – e l’insegnamento del latino alle scuole medie, si coglie
ancora di più il senso a tratti contradditorio delle sue politiche. Diminuire
progressivamente, quanto meno negli istituti tecnici, le materie considerate
superflue e, contemporaneamente, rendere il “superfluo” che rimane, un
grossolano tentativo di condizionamento ideologico.
Vale poi la pena evidenziare nello specifico il caso dell’italiano. La nuova
riforma diminuisce le ore di italiano insegnate al quinto anno da 4 a 3,
cambiando l’unico storico invariante comune a tutte le scuole superiori.
Lungi dal voler difendere a spada tratta una certa maniera di intendere
l’insegnamento dell’italiano e della letteratura, che spesso si limita alla
spiegazione nozionistica e cronologica di autori uno dietro l’altro,
accompagnata dalla vecchia e triste mitizzazione della “cultura umanistica”,
classica e moderna, non si può far finta che questa misura non abbia alcun
valore, sia pure soltanto simbolico.
È innanzitutto la prova provata dell’evidente direzione della formazione
italiana, alla continua rincorsa – sempre più veloce – della coincidenza tra
insegnamento scolastico e impresa. Cade persino il tentativo di rappresentare la
preparazione tecnica come, al pari di quella liceale, improntata alla formazione
di “cittadini consapevoli”. Non è retorico dire che sempre di più
l’avvicinamento delle scuole alle filiere produttive territoriali stia
trasformando gli istituti già parzialmente professionalizzanti in fabbriche di
forza-lavoro iper specializzata. In quest’ottica, quale utilità può avere
insegnare l’italiano?
D’altra parte, potremmo pure provocatoriamente reputare questa evidente
squalifica della Cultura italiana come un’opportunità per strappare quel velo di
Maya dietro cui molti – anche docenti e professori – siedono comodamente. Chissà
se si accorgeranno che già da molto tempo la scuola non è quel mezzo di
elevazione sociale, culturale e spirituale che credono.
Peraltro, neanche la riforma usa mezzi termini. Gran parte del decreto tratta
del rafforzamento dei rapporti tra istituti tecnici, università e aziende, con
l’obiettivo dichiarato di creare ponti diretti, attraverso accordi stipulati a
priori, tra scuole e imprese. “Formazione scuola-lavoro” (come Valditara ha
deciso di ribattezzare i PCTO) e percorsi di orientamento che vengono quindi
ampliati, sulla base dei “Patti educativi 4.0”. Tali “Patti educativi 4.0”, al
di là della retorica della scuola-azienda cara al Ministro, altro non sono che
nuovi percorsi di alternanza, con un focus sull’Industria 4.0 – altro pilastro
del PNRR. L’asse attorno a cui ruotano sono quindi la tecnologia, la
digitalizzazione della produzione e ovviamente l’intelligenza artificiale.
Valditara infila nei nuovi patti educativi anche gli ITS Academy, i nuovi
istituti che compongono il secondo ciclo della formula 4+2 e che, negli ultimi
due anni, si sono dimostrati un fallimento quasi totale in termini di adesione
degli istituti e di iscrizioni. Evidentemente hanno bisogno di nuovi incentivi
esterni.
L’intervento sulla formazione, comunque, non riguarda soltanto studenti e
studentesse. Anche per i docenti sono previsti corsi formativi e periodi di
osservazione nelle aziende del territorio, in base alle relazioni tra percorso
di studio e filiera produttiva di riferimento. I docenti potranno così rimanere
costantemente aggiornati tanto sugli sviluppi tecnologico-organizzativi della
produzione, quanto sui possibili sbocchi post-diploma. Si parla pure, a partire
dalle esperienze sul campo dei professori, di modalità “laboratoriali
innovative” da introdurre nell’insegnamento: considerate le premesse e gli
obiettivi dei “patti formativi”, viene ancora di più spianata la strada per la
progressiva penetrazione degli attori privati in quello che rimane della scuola
pubblica.
L’ultimo tassello del decreto è infine legato ai processi di integrazione
dell’UE della formazione, attraverso l’organizzazione di scambi culturali, anni
all’estero e l’implementazione della “metodologia CLIL”, vale a dire
l’insegnamento di determinate materie in un’altra lingua (generalmente
l’inglese).
Un aspetto interessante di quest’ultimo passaggio, che ha più le sembianze di un
invito che di una legge vincolante, è l’accento posto sull’autonomia scolastica.
Ogni istituto dovrà provvedere da sé alla formulazione di questi percorsi e, in
generale, all’organizzazione del nuovo ordinamento. Nella definizione dei quadri
orari, un numero non indifferente di ore dell’area di indirizzo (dalle 132 dei
primi due anni alle 231 dell’ultimo) sarà ripartito secondo le decisioni delle
singole scuole, attribuendo un’importante responsabilità ai singoli collegi
docenti, tra l’altro sempre più esautorati del loro potere dalle attività
manageriali dei dirigenti. Considerando poi che le nuove disposizioni dovranno
necessariamente essere in vigore per l’anno scolastico 2026-2027, viene anche
naturale immaginare le difficoltà organizzative a cui si assisterà all’inizio
del prossimo anno.
Bisogna poi leggere l’ampliamento dell’autonomia scolastica, introdotta ormai
quasi 30 anni fa, attraverso due lenti interpretative. Da un lato si assiste
all’aziendalizzazione della scuola anche sul piano formale. Non si tratta quindi
solo della parcellizzazione del sapere o della mercificazione della conoscenza,
ma di un’esplicita traduzione dell’organizzazione, della burocrazia e del
lessico aziendale nel contesto scolastico. A questo si accompagna, come misura
complementare – tanto causa quanto effetto – il definanziamento tendenziale
dell’Istruzione. Nell’ultima manovra di bilancio, attestata da molti tra le più
insignificanti in termini di crescita, l’Istruzione pubblica ha subito tagli
piuttosto pesanti, stimati tra i 600 e gli 800 milioni di euro.
Insomma, tra le farneticazioni sulla scuola costituzionale e la realizzazione
dei percorsi di “educazione al rispetto”, il ministro Valditara – in evidente
linearità con i suoi predecessori – continua, anche quando nessuno lo nota, a
svendere la scuola ai privati e a impoverire le possibilità formative di
studenti e studentesse.
Digos e Procura colpiscono realtà sociali e manifestanti dello sciopero del 22
settembre. Nel mirino l’azione “Blocchiamo tutto” e le mobilitazioni per Gaza e
la Global Sumud Flotilla
Da Osservatorio Repressione
Una nuova operazione repressiva della polizia ha colpito a Milano decine di
attivisti e attiviste legati alle mobilitazioni per la Palestina e contro la
guerra. L’intervento della Digos riguarda in particolare militanti vicini al CSA
Lambretta e alla rete Gaza FREEstyle ed è legato alle manifestazioni dello
sciopero generale del 22 settembre scorso, giornata di mobilitazione nazionale
contro il genocidio del popolo palestinese e in solidarietà con la missione
della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.
L’inchiesta della Procura di Milano, guidata da Marcello Viola e coordinata
dalla pm Francesca Crupi, ha portato finora all’apertura di circa venti
procedimenti giudiziari. Sei giovani sono stati raggiunti da misure cautelari
disposte dalla gip Giulia D’Antoni: obbligo di firma, divieto di dimora e
divieto di uscire nelle ore notturne. Per altre otto persone, invece, sono stati
fissati gli interrogatori preventivi.
I fatti contestati risalgono agli scontri avvenuti al termine del corteo del 22
settembre davanti alla Stazione Centrale di Milano, quando una parte dei
manifestanti tentò di occupare lo scalo ferroviario. Secondo gli inquirenti si
sarebbe trattato di episodi di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto
abusivo di oggetti ritenuti offensivi – come spranghe – e interruzione di
pubblico servizio.
Quella giornata di mobilitazione, tuttavia, non fu l’azione di un singolo gruppo
politico. Fu una mobilitazione ampia e composita, parte di un contesto nazionale
di protesta segnato dallo slogan “Blocchiamo tutto”, che aveva visto scendere in
piazza migliaia di persone per denunciare il genocidio in corso a Gaza e per
sostenere le iniziative internazionali di solidarietà con la popolazione
palestinese.
In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in
decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida
condotta da Israele nella Striscia di Gaza e per denunciare le responsabilità
politiche che l’hanno resa possibile – e continuano a sostenerla. Le complicità
del governo italiano, dell’Unione Europea e più in generale del Nord globale
sono state al centro delle proteste: mentre si proclamano appelli alla pace,
continuano i rapporti diplomatici ed economici con Israele e soprattutto
proseguono le forniture militari.
Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie
internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone
palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80%
delle città della Striscia è stato completamente raso al suolo. Interi quartieri
sono stati cancellati, insieme a un ecosistema devastato dalle operazioni
militari. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche dopo la
cosiddetta “tregua”, mentre le infrastrutture civili sono distrutte e gli
ospedali ridotti al collasso: una crisi umanitaria senza precedenti.
È dentro questo scenario che la mobilitazione sociale è diventata uno degli
strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile
prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una
punizione collettiva su larga scala.
I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti
a Milano non sono infatti un episodio isolato. Negli ultimi mesi centinaia di
persone in tutta Italia sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e
altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei,
blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con
la popolazione palestinese.
Si tratta di una vera e propria escalation repressiva che riflette una tendenza
più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari
contro le mobilitazioni sociali è cresciuto in modo significativo, trasformando
spesso il dissenso politico in una questione di sicurezza nazionale, cioè nella
difesa dello status quo.
Il caso milanese si inserisce esattamente in questo quadro. Le nuove misure
giudiziarie arrivano mentre i movimenti stanno costruendo nuove mobilitazioni
nazionali, tra cui l’iniziativa “No Kings” prevista a Roma il 27 e 28 marzo e la
nuova missione internazionale della Global Sumud Flotilla.
Secondo Gaza FREEstyle il tempismo dell’operazione non è casuale. «Non è un caso
che questa operazione arrivi proprio ora – spiegano – pochi giorni prima della
grande mobilitazione nazionale che stiamo costruendo e a poche settimane dalla
nuova missione della Flotilla».
Il governo Meloni, forte dei decreti sicurezza approvati negli ultimi mesi, sta
attaccando sistematicamente le realtà sociali organizzate nel tentativo di
limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto
e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di
intervenire contro quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi
liberati, mutualismo sociale e pratiche vive di cittadinanza.
Nonostante questo, dai movimenti arriva un messaggio chiaro: la solidarietà non
si arresta. Le reti sociali che negli ultimi mesi hanno animato le piazze contro
la guerra e il genocidio a Gaza non sembrano intenzionate a fermarsi, ma al
contrario a rafforzare le mobilitazioni e la costruzione di un’opposizione
sociale sempre più ampia contro l’economia di guerra e le politiche securitarie.
La vicenda milanese, dunque, non riguarda soltanto un’indagine giudiziaria. È
uno dei tanti fronti su cui si misura oggi il conflitto tra movimenti sociali e
apparati statali in un Paese dove la gestione dell’ordine pubblico tende sempre
più a sovrapporsi alla gestione del dissenso politico.
MILANO: MISURE CAUTELARI PER DECINE DI COMPAGNI-E NELL’OPERAZIONE REPRESSIVA
CONTRO IL MOVIMENTO “BLOCCHIATO TUTTO”
da Radio Onda d’Urto
Ennesima operazione repressiva contro il movimento Blocchiamo Tutto, che in
autunno mobilitò milioni di persone nel nostro Paese contro genocidio,
occupazione e complicità anche del nostro Paese.
A Milano misure cautelari con obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di
uscire la sera, per gli scontri con la polizia, schierata il 22 settembre a
blindare la stazione Centrale di Milano. Per altri 8 indagati fissati invece gli
interrogatori preventivi. I reati a vario titolo sono resistenza a pubblico
ufficiale, lesioni, porto abusivo di armi e interruzione di pubblico servizio.
Nel mirino in particolare compagne-i del Centro Sociale Lambretta e di Gaza
FREEstyle: “Questi provvedimenti e queste misure cautelari, che si sommano a
quelli già attuati negli scorsi mesi in diverse province, sono epsressione
dell’attacco sistemico del governo Meloni alle realtà sociali organizzate, nel
tentativo di silenziarne la progettualità, l’azione sul territorio. – scrivono
in un comunicato le due realtà – Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che
verranno causate da queste misure, il nostro impegno prosegue e si rafforza. La
solidarietà non si arresta”.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Raja, compgna dal Centro Sociale Lambretta e
di Gaza
La campagna referendaria sta giungendo al termine e lo scenario che si profila
per il governo è più che incerto.
L’ennesima grossa magagna si interpone al cammino governativo che, fino alle
mobilitazioni di settembre ottobre 2025, appariva privo di inciampi. Aver voluto
ricondurre ogni discorso critico ad un fantomatico “fronte del no” si sta
dimostrando un boomerang che rischia seriamente di portare alla prima bocciatura
“elettorale” della Meloni. Difficile recuperare andando da Fedez1 qualche giorno
prima del voto, se tra l’altro la Premier continua a sbagliare clamorosamente i
toni, dicendo che di dimissioni non se ne parla e mostrando la stessa arroganza
espressa a fronte delle mobilitazioni per la Palestina.
La guerra imperialista all’Iran e la crisi economica che sta travolgendo il
paese sommate ad una sconfitta sonora in termini di consenso, potranno scatenare
la “tempesta perfetta”? Non lo sappiamo, ma scommetterci e aiutare Eolo ci
sembra doveroso. Non possiamo non pensare alla faccia che farebbe la nostra Lady
di argilla… ops di ferro, se dovesse andare male pure questa… Quale iniezione di
buon umore quell’espressione per quanti si sono opposti e vogliono continuare a
farlo!
È noto che a gran parte degli italiani poco importa del tentativo di intervenire
sulla magistratura e che, probabilmente in molti, non provino nemmeno
particolare simpatia nei confronti di quel pezzo di apparato statale, anch’esso
in gran parte marcio come gli altri: quello che conta oggi è però il percorso
reale che può riaprire spazi di mobilitazione e insubordinazione di fronte allo
scenario sempre più incerto che il potere deve affrontare. Dopo lo sgombero di
Askatasuna e dopo le manifestazioni di massa e conflittuali che ci sono state in
risposta, abbiamo assistito al tentativo di Meloni e del suo esercito di Troll,
di schierarsi in maniera netta contro chiunque fosse sceso in strada. Ora,
questo le si ritorcerà contro? Lo speriamo. Sommessamente, ci viene da dire che
forse il conflitto non sia poi così negativo!
I partiti di “opposizione” sembrano in ogni caso incapaci di rappresentarsi come
una reale alternativa e anche in questa campagna referendaria hanno più che
altro testimoniato la loro inconsistenza.
Il referendum costituzionale, dunque, si è trasformato in un voto di consenso
per il governo. Il tentativo di modificare le regole che governano la
magistratura sono in gran parte lette dalle persone come il tentativo di una
classe di politicanti, post fascisti, ladroni e papponi, di guadagnarsi maggiore
impunità di quanta non ne posseggano già. Inoltre, entra in gioco la questione
dei decreti sicurezza e della stretta sull’agibilità delle manifestazioni: con
una magistratura meno “forte” e “indipendente” si pensa che avrebbero strada
spianata.
In generale, la riforma costituzionale, come fu quella tentata da Renzi, rivela
il tentativo di rafforzare l’esecutivo e in questo caso limitando il potere
della magistratura in modo da impedire interferenze date da potenziali inchieste
giudiziarie che ne influenzerebbero il consenso. La parte di casta che afferisce
alla destra meloniana, così come quella erede di Berlusconi e, d’altronde, buona
parte del Pd, ha da sempre le mani in pasta in affari sporchi e ruberie: questo
significa avere il fianco scoperto e, quindi, cercare di coprirlo.
Non entriamo qui nel merito della riforma, ma ci pare effettivamente netto
l’intervento sul CSM presente nel testo: questa la vera partita politica da
portare a casa per il governo, in quanto sarebbe un effettivo colpo alla
capacità delle correnti di organizzarsi e pesare nella scelta dell’indirizzo
complessivo e politico della magistratura. Rimandiamo a un interessante
contributo per un approfondimento nel merito qui.
Ciò non toglie che la magistratura nel nostro paese non abbia caratteristiche
altrettanto da “casta” in quanto i poteri e le loro prerogative risultano quasi
illimitati e non soggetti al “controllo popolare”. Di fatto si tratta
dell’espressione dello “Stato” nella sua struttura profonda, degli ultimi
decisori e garanti dell’ordine costituito e dell’inquadramento del nostro paese
nel sistema capitalista. La cosiddetta “indipendenza” dei giudici è in realtà un
aspetto strutturale, trasversale e sostanzialmente “politico”, che permette a
quel pezzo di Stato di esercitare pressioni in tutte le direzioni, e ciò che ha
influenzato enormemente la storia del nostro paese.
Questa supposta “indipendenza” non ha forse avallato e facilitato la repressione
dei movimenti e ogni spinta di insubordinazione? Crediamo che i movimenti e le
lotte non abbiano amici ai “piani alti” e che certa retorica di sinistra o
giustizialista, che purtroppo trova sponde anche nei movimenti, sia deleteria.
Detto ciò, l’operazione messa in atto dal governo è quella di rafforzarsi e
questo fatto è nemico della possibilità che crescano nuove mobilitazioni di
massa nel paese. Qui nessuno pensa che la magistratura salverà il paese dal
“fascismo”, una vittoria del “no” è però più che auspicabile.
1. non ci soffermiamo a descrivere la bassezza di chi pur di aver la ciotola
piena è disposto a prendere da mangiare da ogni padrone. ↩︎
La lotta di donne e uomini che dipendono dall’economia della loro terra.
Dopo aver pubblicato un lungo contributo che propone un quadro a partire dalle
voci del territorio relativamente all’intreccio delle lotte tarantine qui,
riceviamo e pubblichiamo dal Comitato di Ginosa, sempre in provincia di Taranto,
un podcast che racconta la loro attivazione a difesa del territorio.
L’indotto della produzione biologica in un’area a vocazione agricola, come
quella a cavallo tra Puglia e Basilicata, riconosciuta in tutto l’arco ionico, è
minacciato da un programma di industrializzazione assolutamente non compatibile
con il paesaggio rurale, rischiando di mettere in ginocchio l’economia
agroalimentare tra i comuni di Ginosa e Castellaneta in provincia di Taranto, e
Bernalda in quella di Matera.
Tra i comuni più colpiti sarà quello di Ginosa, dove un impianto di
termovalorizzazione del modello a Centrale Termoelettrica alimentata a
Combustibile Solido Secondario (CSS), minaccia non solo i raccolti, ma anche il
paesaggio e la salute dei cittadini.
A raccontare la vicenda saranno le e i compagn* del Comitato NO
TERMOVALORIZZATORE GINOSA presso il loro presidio permanente, che da molti mesi
combattono contro un progetto che rischia di sfregiare per sempre la loro terra
e la loro economia.
Crediti
Contenuti a cura del Comitato NO TERMOVALORIZZATORE.
8 Marzo 2026, Piazza Marconi, Ginosa.
Registrazioni, musiche ed editing di REC086.
Le ragioni del NO sono esposte in un volantino diffuso per pubblicizzare il
presidio permanente e le riprendiamo di seguito:
LE 5 VERITÀ CHE VOGLIONO NASCONDERCI
UN INCENERITORE MASCHERATO
Non è una semplice centrale: è un impianto da 90 MW che brucerà
85.000 tonnellate/anno di rifiuti (CSS). Un camino alto 45 metri e un’area di
240.000 mq distruggeranno il paesaggio di Contrada Girifalco.
ALLARME SANITARIO (Dati 2025)
Studi europei recenti su impianti simili mostrano fallimenti nei controlli:
diossine nel terreno e nelle uova fino a 87 volte sopra i limiti e PFAS 138
volte oltre la soglia. Non saremo noi le cavie!
MORTE DELL’AGRICOLTURA E DEL TURISMO
Le nostre eccellenze Biologiche e Biodinamiche (olio, vino, ortaggi) perderanno
le certificazioni di qualità. L’economia rurale e l’indotto agrituristico
verranno rimpiazzati da fumi inquinanti e ceneri che dovranno essere smaltite in
altri impianti.
IL MINISTERO DELLA CULTURA HA DETTO NO ️
Esiste già un parere negativo ufficiale: l’impatto volumetrico è incompatibile
con la tutela del nostro patrimonio rurale e paesaggistico.
La Regione Puglia non può ignorarlo!
UN “KILLER CLIMATICO” OBSOLETO
Bruciare plastica produce più CO2 del carbone. Mentre l’Europa chiede riciclo e
riduzione, questo progetto ci lega a tecnologie inquinanti e non rispetta gli
obiettivi di economia circolare.