Terzo giorno consecutivo di proteste a Minneapolis, dopo l’uccisione della
37enne Renee Nicole Good, avvenuta durante un’operazione di rastrellamento
condotta da agenti dell’ICE, l’agenzia anti-immigrazione.
Le proteste si sono estese in tutto il Paese: a New York si sono susseguite tre
manifestazioni in 24 ore, ma le piazze si sono riempite anche in città
considerate meno militanti, come Las Vegas, Nashville, Indianapolis e Miami. Per
il fine settimana sono previste manifestazioni in tutti gli Stati uniti.
I media intanto hanno diffuso il presunto nome dell’agente che avrebbe aperto il
fuoco: si tratterebbe di Jonathan E. Ross. in servizio presso l’Ice almeno dal
2016 secondo documenti relativi a un procedimento non collegato.
“I’m not mad at you”, “Non sono arrabbiata con te”. Queste sono state le ultime
parole di Renee Good all’agente che l’ha uccisa sparandole tre corpi al volto
mentre si trovava alla guida della su auto a Minneapolis. La frase pronunciata
con il sorriso dalla 37enne è emersa nell’ultimo video pubblicato dalla Casa
Bianca, quello della bodycam dell’agente. Per l’amministrazione il filmato di 30
secondi dimostra che Jonathan Ross ha agito per “autodifesa”. Ma per chi ha
visto e analizzato il video non è proprio così. Good, infatti, era in auto con
una mano fuori dal finestrina e una sul volante quando gli agenti si sono
avvicinati. “Non sono arrabbiata con te dice” e poi ha cercato di fare
retromarcia.
Da luglio a oggi ci sono stati 13 episodi nei quali agenti dell’immigrazione
hanno sparato contro veicoli guidati da civili causando il ferimento di almeno
otto persone e la morte di due. Lo rivela il Wall Street Journal. Secondo i
documenti del tribunale e le testimonianze degli avvocati, solo uno di questi
civili era armato ma non ha mai tirato fuori la pistola.
Da Seattle la testimonianza di Elisabetta Valenti, del Seattle Central College,
che ci racconta dei tanti abusi commessi dai poliziotti dell’ICE Ascolta o
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da Radio Onda d’Urto
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
You know, hope is a mistake. If you can’t fix what’s broken, you’ll, uh… you’ll
go insane
Mad Max: Fury Road
Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti
Così parlò Zarathustra. F. Nietzsche
di Federico Scirchio, da Progetto Me-Ti
L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante
conflitto per il controllo delle risorse naturali (petrolio, gas, carbone, terre
rare, acqua) e delle infrastrutture logistiche utili allo spostamento di queste
(corridoi logistici, pipeline ecc..), in un contesto sempre più caotico,
caratterizzato dall’acuirsi della crisi climatica, con effetti sempre più
devastanti sulla vita terrestre e sull’economia e dalla corsa per lo sviluppo
dell’AI.
Richiamando Lenin, possiamo definirlo imperialismo ecologico, come fase suprema
del capitalismo fossile. Questa nozione, da non confondere con l’imperialismo
ecologico di stampo biologico di Alfred Worcester Crosby Jr., va inserita nel
più ampio spettro di studi elaborati da pensatori dell’ecologia politica come
Andreas Malm, Jason W. Moore e altri, che sostengono che il capitale globale si
è storicamente fuso con la natura, organizzando la produzione sulla base di
risorse energetiche a basso costo (“natura a buon mercato” come la definisce
Moore) e accumulando potere tramite la conquista ecologica del pianeta.
Per Lenin i fattori trainanti erano eminentemente economici: la
sovraccumulazione di capitali nei paesi avanzati spingeva a esportarli
all’estero in cerca di maggior profitto; la competizione monopolistica spingeva
a cercare materie prime a basso costo e nuovi mercati; il sistema imperialista,
in ultima analisi, serviva a sostenere i saggi di profitto dei monopoli
nazionali attraverso lo sfruttamento delle colonie.
Nell’interpretazione ecologico politica, queste tesi restano valide, ma si
arricchiscono di una dimensione ambientale: oggi la ricerca del profitto passa
anche per l’accesso privilegiato a “servizi ecologici” gratuiti o a basso costo
(terra fertile, assorbimento dei rifiuti, stabilità climatica). L’imperialismo
ecologico mira quindi a ottenere “più natura a un prezzo inferiore”, in
parallelo al classico obiettivo di ottenere più lavoro umano sfruttato1.
Ad esempio, il saccheggio coloniale dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo) è
visto come componente intrinseca, non accidentale, dell’accumulazione
imperialista. Questa differenza teorica sposta l’accento sull’interdipendenza
tra sistema economico capitalistico e metabolismo ecologico globale (energia,
materia, vita). Ne risulta una lettura più “olistica” dell’imperialismo, come
regime socio-ecologico e non solo economico. Le grandi potenze globali
militarizzano l’accesso alle risorse residue, trasformando il collasso ecologico
in campo di battaglia.
Il recente attacco al Venezuela si spiega se consideriamo che Caracas possiede
le maggiori riserve petrolifere del mondo. David Harvey osservava già negli anni
2000 che “i tentativi compiuti dagli Stati Uniti per guadagnare il controllo
delle risorse petrolifere dell’Iraq e del Venezuela … hanno un grande
significato”, spiegando che rovesciare Chávez a Caracas (insieme a Saddam a
Baghdad) faceva parte di una strategia per garantirsi “un saldo controllo sul
rubinetto del petrolio globale” e mantenere così l’egemonia statunitense. Non a
caso, il Venezuela è stato strozzato da pesanti sanzioni USA, che – come in
Iran, Siria o Libia – hanno colpito la popolazione nel tentativo di piegare
governi indesiderati tagliandone le rendite petrolifere. Il dramma venezuelano
ne è la prova: il collasso della sua economia è il risultato di una punizione
imperiale per aver conteso la gestione sovrana del petrolio.
L’ARTICO: LA NUOVA FRONTIERA DELLE RISORSE (E DEI CONFLITTI)
Se il Venezuela mostra il volto noto dell’imperialismo fossile, l’Artico
rappresenta la nuova frontiera. Il riscaldamento globale sta sciogliendo i
ghiacci polari, aprendo un Eldorado di risorse e rotte navali un tempo
inaccessibili. Questa regione fino a pochi anni fa fuori dalla Storia, è in
realtà un gigantesco bottino: contiene circa il 13% delle riserve petrolifere
non ancora sfruttate del pianeta e il 30% di quelle di gas naturale, oltre a
un’enorme ricchezza di minerali strategici (si stima il 22% delle risorse
energetiche mondiali e il 15% delle terre rare siano concentrati nell’Artico).
Mentre la calotta artica si ritira, le potenze mondiali avanzano. Russia, Stati
Uniti, Canada, Europa e Cina stanno già misurando i propri settori di
piattaforma continentale e rivendicando quote di questo tesoro congelato. Il
disgelo sta aprendo nuove rotte marittime attraverso il Passaggio a Nord-Ovest e
la rotta siberiana, accorciando i tempi di navigazione tra Atlantico e Pacifico
di settimane. La nuova rotta artica cinese “China–Europe Arctic Express”2 è già
in funzione da questo settembre quando la prima portacontainer, la Istanbul
Bridge ha navigato attraverso i gelidi mari artici per arrivare in Inghilterra
in soli 20 giorni, senza dover approdare nei porti russi. È quindi evidente che
chi controllerà queste rotte e risorse dominerà i commerci futuri.
Non sorprende che l’Artico si stia “scaldando” anche dal punto di vista
militare. La NATO ha moltiplicato le esercitazioni alle alte latitudini e la
Russia ha riaperto basi sovietiche e schierato nuove forze, includendo missili e
sottomarini nucleari nelle acque polari. La Groenlandia – territorio autonomo
danese ambito di cui si sta parlando molto in questi giorni come prossimo
obiettivo espansionistico di Trump – possiede alcuni dei più ricchi giacimenti
di terre rare al mondo e occupa una posizione geostrategica cruciale tra
Atlantico e Artico. Chi controlla Groenlandia e Canada settentrionale controlla
in buona parte l’Artico. L’ironia nella tragedia è evidente: il riscaldamento
globale, causato dall’uso di combustibili fossili, apre la via a nuove
estrazioni di… combustibili fossili. L’imperialismo ecologico si nutre persino
del disastro climatico che produce, in una spirale autodistruttiva.
UCRAINA: GUERRA, ENERGIA E CLIMA
Il devastante conflitto in Ucraina è un altro prisma attraverso cui leggere
l’imperialismo contemporaneo. La guerra scatenata dall’invasione russa nel 2022
non riguarda solo confini o identità nazionali: è intrecciata all’energia, ai
mercati globali del gas e alle trasformazioni geopolitiche legate alla crisi
climatica3. Sin dalle prime settimane, il conflitto ha assunto i contorni di una
guerra energetica europea. Nel tentativo di fiaccare la macchina bellica di
Mosca, i Paesi NATO ed UE hanno imposto sanzioni mirate al cuore fossile della
Russia: blocco delle importazioni di petrolio e gas russi, sabotaggio dei
gasdotti (Nord Stream 1 e 2) che rifornivano l’Europa, sostituzione del gas di
Mosca con forniture di GNL statunitense, piano tedesco per l’idrogeno “verde” e
perfino riapertura al carbone e al nucleare in Europa. La Russia ha risposto
deviando i flussi energetici verso Cina e India e cercando una certa autarchia
economica, in una specie di “sganciamento” dall’Occidente. L’energia è così
diventata arma e bottino insieme: gasdotti fatti esplodere, oleodotti contesi,
centrali usate come scudi tattici.
Ma l’importanza ecologica della guerra ucraina va oltre il teatro bellico
locale. Da un lato, ha messo a nudo la dipendenza fossile dell’Europa,
costringendola a scelte drastiche: riaprire centrali a carbone4, cercare nuovi
fornitori autoritari di gas (dall’Azerbaijan al Golfo) e al contempo accelerare
sul Green Deal per ridurre i consumi di idrocarburi nel medio termine.
Dall’altro lato, la guerra ha rilanciato una corsa agli armamenti che divora
risorse e investimenti distogliendoli dalla transizione ecologica. Come nota
Padovan5, “in questa corsa al riarmo l’energia gioca un ruolo centrale”: il
militarismo richiede enormi quantità di combustibili fossili per far muovere
truppe, aerei, carri armati, e gli eserciti “manterranno risolutamente le
opportunità di accesso e controllo delle fonti fossili” necessarie. Ogni
conflitto armato contemporaneo porta con sé un’ombra ecologica lunga: emissioni
belliche, devastazione di ecosistemi, rischi nucleari. L’Ucraina oggi brucia nei
campi di battaglia e, metaforicamente, brucia carbone e gas in un mondo che
dovrebbe lasciarli sottoterra. Le guerre del presente sono figlie di un ordine
energetico morente, basato sui fossili, che prova con la forza a perpetuarsi.
MEDIO ORIENTE: DAL PETROLIO ALLE GUERRE PER L’ACQUA?
Se c’è una regione dove l’imperialismo ecologico ha lasciato cicatrici profonde,
è il Medio Oriente. Qui, dall’epoca coloniale fino al nuovo millennio, si
combattono guerre per il controllo delle fonti energetiche e dei corridoi
logistici. Il XX secolo ha visto il Golfo Persico trasformarsi nel “cuore di
tenebra”6 dell’ordine petrolifero mondiale: chi dominava i suoi pozzi dominava
l’economia globale. Non a caso il Medio Oriente è stato teatro di invasioni,
colpi di Stato e conflitti incessanti, spesso mascherati da scontri ideologici o
religiosi ma sostanzialmente guerre per il petrolio. Possiamo parlare senza
mezzi termini di “petro-imperialismo”. Padovan e Grasso lo definiscono
anche “petro-guerra”: non solo competizione tra Stati per accaparrarsi il
greggio, ma uso sistematico della guerra per conservare o rimodellare l’ordine
geopolitico in funzione fossile. Nel loro elenco rientrano le due guerre del
Golfo contro l’Iraq, la guerra civile in Libia, quella in Algeria, la guerra
civile siriana, oltre a conflitti forse meno noti come quelli per le ricchezze
del delta del Niger o tra Sudan del Nord e del Sud. Tutti eventi accomunati da
un fattore: idrocarburi a profusione sotto terra e sangue sulla terra.
Questo imperialismo fossile non è però una reliquia del passato: ancora oggi
plasma la regione. Si pensi all’appoggio incondizionato degli USA e di potenze
europee a petromonarchie autoritarie purché alleate (Arabia Saudita e Golfo), o
alle tensioni sul programma nucleare iraniano (dietro cui c’è anche la volontà
occidentale di controllare l’energia in quella nazione). Uno sviluppo
inquietante è che, accanto al petrolio, l’acqua potrebbe diventare il prossimo
casus belli mediorientale. Il cambiamento climatico sta prosciugando fiumi e
desertificando terre: il fiume Giordano, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo a sud
minacciano di scatenare dispute tra Stati per l’accesso a risorse idriche sempre
più scarse. Israele già controlla la maggior parte delle riserve d’acqua dolce
nei territori palestinesi occupati, facendo dell’oro blu un ulteriore strumento
di dominio. E nel frattempo, la Palestina incarna un tragico intreccio di
colonialismo e capitalismo fossile: come racconta Andreas Malm7, la “distruzione
della Palestina e quella del pianeta” sono processi intrecciati fin
dall’origine, articolati dalla logica di dominio del capitalismo fossile.
L’attuale genocidio a Gaza non è un incidente della storia, ma “il culmine
strutturale di un progetto coloniale di insediamento sostenuto dall’imperialismo
fossile fin dal 1840”. Fu infatti sotto l’Impero britannico, alimentato dal
carbone e poi dal petrolio, che prese piede l’idea di una colonia europea in
Terra Santa, con pipeline strategiche come l’oleodotto Mosul-Haifa negli anni
’20. Oggi nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale (bacino del Levante,
al largo di Gaza, Libano e Cipro su cui anche la nostrana ENI ha messo le mani)
aggiungono un ulteriore incentivo materiale alle alleanze e ai conflitti
regionali. Nel Medio Oriente, più che altrove, l’imperialismo ecologico è storia
viva e presente, dove il controllo delle risorse – dal petrolio all’acqua – si
paga con il genocidio di interi popoli.
INDO-PACIFICO: CORRIDOI MARITTIMI E TERRE RARE NELLA CONTESA USA-CINA
Un altro grande scacchiere della competizione globale è l’Indo-Pacifico, un
immenso teatro oceanico che va dalle coste dell’Asia orientale fino all’Oceano
Indiano. Qui la rivalità diretta tra Stati Uniti e Cina – la potenza egemone in
declino e quella emergente – assume esplicitamente una dimensione economica e
ecologica. Al centro vi è il controllo di rotte e risorse strategiche. Il Mar
Cinese Meridionale, ad esempio, non è solo un insieme di scogli contesi per
orgoglio nazionale: è una regione ricchissima di gas e petrolio offshore, su cui
affacciano Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e altri paesi affamati di
energia. Le isole Spratly, ricche di giacimenti, sono presidiate da basi
militari cinesi e rivendicate anche da Taiwan, Vietnam, Malesia e Filippine; lo
stesso accade più a nord per le Isole Paracelso8. Questa “guerra delle isole” è
in realtà una guerra per idrocarburi e per il dominio delle vie marittime: un
terzo del commercio mondiale passa per il Pacifico occidentale, e chi domina
queste acque decide su un pezzo notevole del commercio marittimo globale.
Pechino lo sa, e infatti ha costruito negli ultimi anni una flotta poderosa e
fortificato atolli per spingere fuori gli USA dal suo “cortile di casa”;
Washington risponde cercando alleati (Australia, India, Giappone – il cosiddetto
Quad) e stipulando patti militari come l’AUKUS, il tutto per contenere l’accesso
cinese alle rotte e alle risorse.
Ma nel Pacifico la contesa non si limita al petrolio e al gas. La transizione
energetica stessa sta diventando terreno di scontro imperialistico. La spinta
alle rinnovabili e all’elettrificazione aumenta la domanda di terre rare e
minerali critici (litio, cobalto, nichel, ecc.), indispensabili per batterie,
turbine e veicoli elettrici. E qui la Cina parte da una posizione dominante
quasi monopolistica: controlla circa il 70% dell’estrazione globale di terre
rare e il 90% della loro raffinazione9. Pechino ha usato questo vantaggio come
arma di pressione, limitando le esportazioni di minerali strategici per
difendere la propria industria e mettere in difficoltà l’Occidente. Gli USA e i
partner corrono ai ripari: investono in nuove miniere (in Australia, Africa,
Americhe), cercano accordi di fornitura alternativi e sviluppano programmi di
“critical minerals diplomacy” nell’ASEAN10. Anche qui, dunque, l’ecologia-mondo
è al centro del conflitto: la decarbonizzazione può paradossalmente innescare
nuove forme di imperialismo, nella misura in cui la corsa a fonti energetiche
pulite scatena una corsa alle risorse minerarie per produrle.
L’Indo-Pacifico è teatro anche di una competizione infrastrutturale: la Nuova
Via della Seta cinese (Belt and Road Initiative) intesse una rete di porti,
ferrovie e oleodotti attraverso Asia e Africa per garantire a Pechino
approvvigionamenti sicuri e vie commerciali protette, mentre gli Stati Uniti
tentano di ostacolarla con progetti alternativi e alleanze regionali. Logistica
e accesso ai mercati sono anch’essi fattori ecologici strategici – basti pensare
alla importanza degli stretti di Malacca o di Hormuz, dove passa l’energia del
mondo e che sono permanentemente militarizzati. In sintesi, nell’Indo-Pacifico
vediamo emergere un imperialismo delle catene di approvvigionamento: chi domina
i nodi di questa rete (cavi sottomarini, rotte marittime, miniere di materiali
hi-tech) detta legge nell’economia globale del futuro. E dietro ogni cavo e ogni
miniera c’è la stessa logica: assicurarsi il comando sulle condizioni materiali
dell’esistenza collettiva, che siano carburanti fossili o metalli rari.
LA FORMA DEL DOMINIO OGGI: DAL TERRITORIO ALLE RISORSE NATURALI
È chiaro che il potere nel XXI secolo si misura attraverso il dominio dei flussi
di energia globali. La linfa dell’imperialismo contemporaneo scorre attraverso
oleodotti, cavi sottomarini e grandi catene di approvvigionamento di minerali e
terre rare, tutto sotto il puntuale controllo di un articolato sistema di
sorveglianza tecnologica e militare. In un mondo scosso dalla crisi climatica,
il vecchio schema del dominio territoriale lascia spazio a un
dominio eco-centrico: Stati e corporazioni lottano per la sovranità sulle
risorse naturali e sui sistemi che le trasformano in valore. Come scriveva già
nel 2004 Immanuel Wallerstein11, nel sistema mondiale i paesi forti tendono a
strutturare gli scambi in modo da estrarre plusvalore dalla periferia verso il
centro, tramite quello che è stato definito “scambio ineguale”. Oggi quel
saccheggio assume la forma della depredazione ecologica: il Nord globale, patria
delle multinazionali energetiche, succhia petrolio, minerali e lavoro dal Sud
globale, esternalizzando costi sociali e ambientali. E quando ciò non basta,
intervengono le cannoniere moderne – sanzioni, colpi di stato pilotati,
interventi “umanitari” – a garantire l’ordine necessario agli affari. David
Harvey ha parlato di “accumulazione per spossessamento”, indicando come il
capitalismo trova nuovi spazi di profitto appropriandosi dei beni comuni –
terra, acqua, energia – spesso tramite la forza. Timothy Mitchell, nel
suo Carbon Democracy12, ha mostrato come la politica stessa delle democrazie
occidentali sia stata plasmata dall’accesso privilegiato a carbone e petrolio,
al punto che “organizzare il Medio Oriente sotto controllo imperiale divenne
importante per la possibilità stessa della democrazia come forma di governo in
Occidente”. Il risultato è un sistema mondiale in cui Stato e Capitale agiscono
di concerto soprattutto nel proteggere gli interessi del settore fossile. Il
complesso politico-industriale che alimenta l’imperialismo ecologico comprende
governi, eserciti e grandi imprese energetiche in un’orchestra mortale, pronta a
sacrificare vite umane e stabilità climatica pur di mantenere il proprio
dominio.
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1. Contropiano ↩︎
2. Il Sole 24 Ore ↩︎
3. Jacobin Italia ↩︎
4. EuroNews ↩︎
5. Capitalismo fossile, militarismo e guerra. Conflitti della deep
transition ↩︎
6. Come lo definisce Said in Cultura e Imperialismo riprendendo Conrad. ↩︎
7. Bologna For Climate Justice ↩︎
8. Inside Over ↩︎
9. Nato Association ↩︎
10. American Foreign Service Association ↩︎
11. World-Systems Analysis: An Introduction, Duke University Press ↩︎
12. Carbon Democracy. Political power in the age of oil ↩︎
09 gennaio 2026. Milano. Dal serbatoio fuoriescono litri di latte. Siamo davanti
al Pirellone, sede del consiglio regionale della Lombardia.
Ed è così che entra nel vivo anche in Italia la nuova ondata di proteste degli
agricoltori. Il corteo ha visto la partecipazione di centinaia di trattori,
guidati da allevatori e agricoltori lombardi. “Gli allevamenti in Italia
continuano ad essere penalizzati, sempre le solite storie” spiega uno di loro.
Ma questa volta la storia al centro della protesta è principalmente una: il
cosiddetto accordo Mercosur.
Proprio in questo giorno, la maggioranza dei paesi membri dell’Unione Europea ha
votato il via all’accordo di libero scambio UE-Mercosur, malgrado l’opposizione
diffusa di agricoltori in Europa e in Sud America. Questo accordo mette al
centro gli interessi dell’agrobusiness, a scapito del reddito delle piccole e
medie aziende, così come della sussistenza dei lavoratori agricoli. Si parla
della rimozione dei dazi dal 90% dei prodotti scambiati, elemento che andrà ad
intensificare la competizione dei mercati con beni prodotti sulla base di
standard ambientali, sociali e sanitari non equivalenti.
Come denuncia il comunicato stampa del coordinamento europeo della Via
Campesina, non è realistico sostenere che questo accordo includa una forte
reciprocità degli scambi o che questa verrà garantita da un maggior numero di
controlli alla frontiera, poco significativi in un contesto di sistemi di
produzione agricola1.
Durante le votazioni, si sono opposti la Francia, la Polonia, l’Austria,
l’Irlanda e l’Ungheria, mentre il Belgio si è astenuto. Un posizionamento che
potremmo definire di facciata, dell’ultimo minuto, visto il poco lavoro fatto
nel tempo per mettere a critica l’accordo. Ma questi governi si sono sentiti
alle strette, date le grandi proteste di questi mesi, ad esempio in Polonia e in
Francia. Sempre il 9 gennaio, a Varsavia, sono infatti migliaia gli agricoltori
che attraversano la città in direzione degli uffici del primo ministro, dietro
striscioni con su scritto “stop UE-Mercosur”, “non uccidete l’agricoltura
polacca”.
Più difficile prendere una posizione contraria per paesi come Spagna e
Portogallo che non possono prendere le distanze da realtà con cui hanno strette
relazioni storiche ed economiche. I governi dei quattro paesi sudamericani
coinvolti (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) hanno spinto tanto per la
chiusura delle trattative – aperte da più di 20 anni. Elementi che portano
comunque ad interrogarci su quali forme alternative e socialmente giuste
dovrebbero prendere oggi gli accordi bilaterali con il sud America sicuramente
già consistenti.
In Italia, sono favorevoli all’accordo PD e Fratelli d’Italia. Tutto l’apparato
istituzionale si muove però nella costante contraddizione, cercando di dare un
colpo al cerchio e uno alla botte. Dopo aver definito l’accordo “prematuro”,
Meloni si dichiara favorevole, e anche Coldiretti, che fino a qualche settimana
prima era in strada, mobilitandosi anche a Bruxelles – a differenza dei
sindacati francesi, che non si fanno convincere neanche dalle ultime modifiche
aggiunte al testo dell’accordo2.
E ora l’opinione pubblica italiana viene bombardata da inesattezze come le tante
dichiarazioni sul legame necessario tra apertura dei mercati, crescita economica
e abbassamento dei costi per i consumatori. Così come sono inesatte le
dichiarazioni della Meloni, che ora per giustificarsi dice di aver contrattato
45 miliardi per l’agricoltura italiana e lo stop alla Carbon tax alle frontiere
Ue per i fertilizzanti. I soldi della PAC già spettavano agli agricoltori
italiani e comunque il budget europeo non è ancora stato approvato in via
definitiva. Mentre le importazioni di fertilizzanti chimici favoriscono più che
altro gli interessi dei business della petrolchimica nordamericani.
In questi giorni continuano le proteste e l’ultimo sì (o no) all’accordo dovrà
arrivare dal parlamento europeo. Tocca ora agli eurodeputati ratificare. In
Italia, nel mentre, la Lega cerca di cavalcare il malcontento del mondo
agricolo, come dimostrato anche dalla presenza della vicesegretaria Sardone e
l’ex ministro dell’Agricoltura Centinaio durante la protesta a Milano.
Ad ogni modo, gli agricoltori non sembrano avere l’intenzione di fermarsi perché
chi lo vive sulla propria pelle conosce bene il contesto in cui ci si muove:
“La situazione dopo due anni di mobilitazione è peggiorata, nonostante il nostro
ministro non perda occasione per ribadire che va tutto bene anzi a gonfie vele,
il mercato dei cereali è sempre in crisi cronica con prezzi che non coprono i
costi di produzione (pubblicati da ismea), il comparto vitivinicolo non sta
attraversando un bel periodo che ha portato in alcune zone a piazzare il
prodotto a prezzi del 50-60% più bassi, per le nocciole è crisi nera a causa
della progressiva riduzione della produzione per problemi climatici e sanitari,
anche il riso ha visto i prezzi quasi dimezzati e vendite azzerate a causa di
importazione selvaggia. La crisi più grave la sta vivendo l’allevamento per la
produzione di latte soprattutto per la rapidità con cui è sceso il prezzo da 70
a meno di 50 cent/litro che ha portato alla disdetta di numerosi contratti e
alla contingentazione delle produzioni con il rischio che il latte non venga
ritirato.”
(Comunicato stampa Agricoltori Autonomi Italiani, 5 gennaio 2026)
1
https://www.eurovia.org/press-releases/eu-countries-green-light-eu-mercosur-free-trade-agreement-farmers-ignored-democracy-sidelined/
2
https://ilmanifesto.it/ok-europeo-allintesa-con-il-mercosur-ma-nel-governo-la-lega-dice-no
Ieri mattina a Torino sono state recapitate 13 misure cautelari nei confronti di
studenti e studentesse universitarie, ragazzi e ragazze che studiano e lavorano
per fare quadrare il proprio futuro e si impegnano nelle dimensioni di lotta
collettive.
Il pacchetto di misure prevede firme quotidiane, obbligo di dimora e rientri
notturni. I fatti a cui si riferisce questa operazione riguardano diversi cortei
per la Palestina e altre manifestazioni studentesche svolte alla fine del 2024.
In particolare, si fa riferimento ad alcune manifestazioni che avevano in sé già
i germi di una partecipazione più ampia ed eterogenea e la volontà di
individuare obiettivi esemplificativi della complicità del governo italiano con
il genocidio.
Emerge tra le altre l’iniziativa alla fabbrica della Leonardo che per la prima
volta aveva visto un flusso di giovani e giovanissimi spalancare le sue porte
per simbolicamente contestare uno dei gangli produttivi del territorio torinese
che sul genocidio in Palestina sta maturando il suo fatturato. Come veniva
scritto qui “come Intifada studentesca abbiamo occupato la sede della Leonardo
Spa! In 50 siamo entratə all’interno dello stabilimento mentre altre 50 persone
bloccavano l’ingresso” erano stati attaccati “manifesti e gli striscioni per
denunciare la complicità di Leonardo con il genocidio in corso a Gaza.
Nonostante il gruppo industriale dichiari di lavorare prevalentemente nel campo
della difesa, infatti, Leonardo da oltre un anno continua a sostenere l’esercito
israeliano attraverso spedizioni che includono assistenza tecnica da remoto,
riparazioni materiali e fornitura di ricambi per i velivoli di addestramento
della Israeli Air Force. Oltre a questo l’azienda ha fornito i sistemi per i
bulldozer blindati (Caterpillar Do), che da anni vengono sistematicamente usati
per distruggere le abitazioni palestinesi.”
In quei mesi ben tre sedi delle principali università torinesi erano occupate da
settimane da studenti e studentesse, mesi in cui si è costruita una forte
solidarietà e chiarezza di intenti su come essere motore di una trasformazione
del presente e in particolare nella volontà di interrompere gli accordi delle
proprie Università con Israele, aprendo una profonda riflessione sulla funzione
e gli obiettivi della ricerca accademica e del sapere.
Uno degli altri episodi che vengono contestati è il momento in cui lo spezzone
sociale che aveva partecipato a una grande giornata di sciopero, in qualche modo
preambolo di ciò che si è avverato un anno dopo, quella del 29 novembre 2024. Si
riportava allora su queste pagine “L’appuntamento di domani porta con sé
l’evidenza di una chiamata di sciopero generale in macroscopico ritardo, sintomo
dello stato di salute delle organizzazioni sindacali e dei rapporti di forza in
campo, ma anche uno spiraglio nei termini di partecipazione e di necessità
diffusa di porre al centro alcune questioni in un’epoca di economia di guerra.
In particolare, si impone un tema urgente nell’agenda politica: la questione
salariale e le condizioni di lavoro – e sfruttamento – nel nostro Paese.
L’eterogeneità della partecipazione è un dato interessante, nei contributi che
seguono tentiamo di darne una panoramica”. In quell’occasione, che aveva visto
migliaia di persone scendere in piazza, la parte più viva del corteo aveva
deciso di deviare dalla piazza finale della manifestazione per raggiungere Porta
Nuova e poi Porta Susa con l’intento di bloccare i binari e la circolazione.
Mentre i precari e le precarie dell’Università erano riusciti/e a prendere
spazio sul palco principale della CGIL e portare le proprie rivendicazioni. Una
giornata che aveva in nuce alcune caratteristiche che poi si sono verificate su
una dimensione di massa l’autunno scorso.
In questo senso, l’intenzione punitiva da parte della polizia politica torinese
si inserisce in un contesto che di fatto non è più lo stesso di qualche tempo
fa. L’operazione in questione aveva visto un primo tentativo di disegnare
un’ulteriore ipotesi di “regia” di Askatasuna dietro questi fatti, una prima
bocciatura da parte del Giudice delle Indagini Preliminari delle misure
richieste in prima istanza (che andavano dagli arresti domiciliari sino al
carcere) e conseguenti interrogatori che si sono svolti a inizio di
quest’autunno. Ora, dopo alcuni mesi e, proprio a ridosso dello sgombero di
Askatasuna, arriva il pacchetto completo di misure cautelari, decisamente
ridimensionate rispetto alle richieste iniziali.
Se da un lato la volontà di Questura e Procura torinesi non accenna a modificare
le proprie strategie dall’altro oggi la situazione generale è diametralmente
cambiata: occupare i binari, deviare cortei per riversarsi in tutta la città,
indicare nelle fabbriche della guerra la responsabilità del genocidio (come
veniva ben raccontato qui in un contributo dei collettivi universitari) e
bloccare tutto non è più una pratica avanguardista ma un senso comune, un sapere
condiviso, una significativa esperienza che milioni di persone in Italia hanno
sperimentato comprendendone il significato e la portata.
L’assemblea del 17 gennaio a Torino sarà ulteriore occasione per ribadire la
necessità di un fronte unito per contrapporsi alla tendenza generale, contro il
governo e contro queste pratiche repressive e per portare solidarietà agli
studenti e studentesse colpiti dalle misure cautelari!
Tutti e tutte libere!
Quanto accaduto in Venezuela conferma che l’America Latina vive una svolta
storica, che non sarà breve e che colpirà i popoli più dei governi, dice Raúl
Zibechi in un’intervista con Radio Alas, in Argentina.
di Raúl Zibechi, da Comune-Info
La situazione è molto complessa, molto dura, e non abbiamo chiaro cosa
succederà, anche se abbiamo qualche idea di ciò che sta accadendo. Tu da tempo
stai lanciando segnali di allarme su molte delle dinamiche in corso. Ci
interessa molto il tuo modo di collegare tra loro i diversi processi che stanno
attraversando il pianeta.
Seguendo l’orientamento zapatista, io penso – e pensiamo – che siamo nel mezzo
di una tempesta. E che questa tempesta, nei prossimi mesi e anni, andrà
aggravandosi. La fase finale della tempesta è cominciata con il genocidio del
popolo palestinese: da tre anni assistiamo alla situazione che vive Gaza e
l’insieme del popolo palestinese. Ci sono poi altri fronti, e ora l’attacco al
Venezuela conferma che siamo, soprattutto in America Latina, di fronte a un
momento di svolta storica. Una svolta che non durerà due giorni. Siamo in un
tempo nel quale ciò che sarà colpito non saranno solo i governi, ma i popoli.
L’impatto sarà tremendo, distruttivo, negativo, e, a mio avviso, non siamo
preparati ad affrontarlo. La forza imperiale è enormemente superiore alle
capacità di resistenza dei nostri popoli. È duro dirlo, ma credo sia necessario
guardare la realtà in faccia e assumerla per quella che è.
Secondo te esistono margini di azione per ridurre l’impatto? Se non possiamo
fermare questa enorme forza imperiale, esistono strategie che i popoli possono
darsi per attenuarne gli effetti?
Prima di tutto dobbiamo avere chiara la dimensione dell’impatto. Dopo la
distruzione di Gaza, gli attacchi in Libano, in Siria, in Iran, e il fatto che
lo Stato di Israele sia uscito praticamente impunito da tutto questo –
nonostante le condanne e le manifestazioni – vediamo oggi l’Unione Europea
proporsi di rafforzare seriamente le relazioni con Israele, firmando anche
accordi energetici, come quello con l’Egitto sul gas.
Ora il governo Trump non solo attacca il Venezuela, ma distrugge una parte
significativa delle sue installazioni militari. Il Venezuela disponeva di
capacità difensive, e il presidente viene sequestrato in un’operazione condotta
senza perdite, in modo sorprendentemente facile. Qualcosa è accaduto e ancora
non sappiamo cosa.
Inoltre, Trump minaccia Petro in Colombia e il Messico. Siamo di fronte a
un’offensiva di una portata senza precedenti, almeno per quanto ricordi. Hanno
dichiarato apertamente di voler controllare il Venezuela fino a quando il
presidente o la presidente sarà qualcuno di loro gradimento.
Di fronte a questo scenario, penso che i popoli abbiano bisogno di rifugi, di
arche – come mi piace chiamarle – capaci di navigare e galleggiare nella
tempesta. Perché oggi ciò che è in gioco è la sopravvivenza dei popoli, non
delle singole persone, ma dei popoli nel loro insieme. E quando dico “popoli”
intendo soprattutto quelli che stanno più in basso: popoli neri, popoli
originari, contadini, periferie urbane… Più si è in basso, più l’impatto è duro
e minori sono le capacità di difesa. Non è lo stesso affrontare una tempesta
sistemica generalizzata per una classe media o per chi vive ai margini. E a
questo si aggiunge la tempesta ambientale, che ci colpisce in modo sempre più
violento.
Per questo credo che sia fondamentale disporre di territori, spazi, luoghi che
ci diano riferimento come popoli: luoghi in cui poter stare, in cui sentirsi
relativamente al sicuro, in cui esistano le condizioni minime per sopravvivere.
Questa offensiva è appena iniziata e, a mio avviso, durerà almeno venti o
trent’anni, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Anche se si dice “a
Trump restano tre anni”, la politica non cambierà, perché non dipende più da una
singola persona. Dobbiamo quindi pensare in una prospettiva di lungo periodo, di
ripiegamento strategico. Gli zapatisti parlano di orizzonti di centoventi anni:
lottare affinché tra centoventi anni una bambina possa scegliere liberamente
cosa essere. È di questo che si tratta.
Siamo in una fase di transizione tra egemonie, in cui gli Stati Uniti hanno
deciso di rafforzarsi in America Latina per mantenere il loro ruolo imperiale.
Il caso del Venezuela va letto in questo contesto più ampio. Basta guardare dove
minacciano: Caraibi, Messico, America Centrale, Groenlandia, Canada. Vogliono
circondarsi di una zona “sicura”. Questa zona sicura comprende tutta l’America
Latina, con le sue risorse naturali e i suoi popoli, per poter affrontare
l’ascesa dell’Asia e della Cina, che in molti ambiti li sta superando. Il primo
passo è quindi una comprensione lucida e calma di ciò che sta accadendo. Oggi
nessuno Stato della regione – nemmeno i due più importanti, Messico e Brasile –
è in grado di affrontare questa offensiva. Figuriamoci altri Paesi, come
l’Argentina o l’Ecuador, dove addirittura i presidenti festeggiano. Questo ci
dice che per le destre concetti come sovranità nazionale e indipendenza non sono
più un riferimento: celebrano apertamente un’invasione.
A cosa attribuisci questo aumento della violenza e degli attacchi diretti, senza
più le mediazioni del passato?
Alla decadenza degli Stati Uniti. Lo riconoscono loro stessi quando dicono
“rendere di nuovo grande l’America”: significa che non lo è più. Hanno compreso
che non possono competere con la Cina. Per questo si sono ritirati dall’Ucraina,
dall’Asia (fatta eccezione per il Giappone), e concentrano le forze nel nostro
continente. Non bombarderanno Russia o Cina: concentreranno qui la loro potenza.
Questa scelta è esplicitata nell’ultima strategia nazionale di difesa approvata
negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo era contenere la Cina; ora
non ci riescono più. La Cina, solo nel 2025, ha varato sette cacciatorpediniere.
Gli Stati Uniti non riescono a vararne nemmeno una all’anno. La tendenza è
chiara: non potendo competere lì, si rafforzano nel “cortile di casa”,
devastandolo.
Non accetteranno governi che non gradiscono. Possono dire che Maduro è una
dittatura, ma Petro è stato eletto democraticamente. Eppure Trump lo minaccia
apertamente. Questo non lo fa con Xi Jinping o con altri leader globali, ma con
i presidenti latinoamericani sì. Il pretesto oggi è il narcotraffico, ma
sappiamo tutti che non è questo il vero motivo.
Di fronte a tutto questo, molti si chiedono cosa abbiamo imparato come popoli
negli ultimi anni. Se guardiamo dal punto di vista dei popoli, i governi
progressisti hanno avuto un ruolo centrale nell’indebolire i movimenti sociali e
popolari: politiche assistenziali, demobilitazione, elettoralismo di corto
respiro, forte personalizzazione del potere. Abbiamo rimosso dall’analisi
l’autodistruzione del progressismo in Paesi come Bolivia e Argentina e le
conseguenze devastanti che questo ha avuto sulle popolazioni organizzate. Oggi
ci troviamo in una situazione di offensiva multipla: governi locali reazionari,
governi imperiali e repressioni mirate in specifici territori, come nel caso del
popolo mapuche. Le forze per resistere frontalmente non ci sono. Occorre quindi
unirsi, ripiegare, senza smettere di agire: continuare a mobilitarsi,
denunciare, ma soprattutto avviare un dibattito profondo su come siamo arrivati
fin qui, sugli errori commessi e sulle strade da ricostruire.
*Immagine in alto: Dipinto di Valeria Cademartori
6 Gennaio 2026
Una donna uccisa in pieno giorno da un agente mascherato. Le autorità federali
bloccano le indagini, la propaganda riscrive i fatti, le piazze insorgono. Non è
“sicurezza”: è terrore di Stato.
da Osservatorio Repressione
L’omicidio di Renee Nicole Macklin Good, 37 anni, poeta, scrittrice, madre,
cittadina statunitense, non è un “incidente operativo”. È il prodotto coerente
di una strategia di terrore. È la fotografia di un potere che arma uomini
mascherati, li sottrae al controllo pubblico e poi riscrive la realtà per
garantire l’impunità. È l’ICE di Donald Trump che spara in pieno giorno a
Minneapolis e lo Stato federale che chiude le porte alle indagini indipendenti.
Il sovrintendente del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, Drew Evans, lo
ha messo nero su bianco: la procura federale ha impedito alla BCA di partecipare
all’inchiesta. Doveva essere un’indagine congiunta con l’Federal Bureau of
Investigation. Poi lo stop. Accesso negato ai materiali. Ritiro “a malincuore”.
La verità, come il grilletto, è stata messa sotto sequestro.
LA PROPAGANDA AL POSTO DELLA GIUSTIZIA
A New York, la Segretaria alla Sicurezza nazionale Kristi Noem ha recitato il
copione: nessuna esclusione, “prassi”, collaborazione per “tenere i criminali
lontani dalle strade”. Ma chi sono i criminali? Per il governatore del
Minnesota Tim Walz, i reati li commettono gli agenti dell’ICE. Walz parla di
“propaganda” e annuncia che lo Stato farà ciò che Washington sabota: un’indagine
completa, equa e rapida.
Non è retorica. Con una mossa senza precedenti, Walz ha diramato un ordine di
allerta per preparare la Guardia nazionale a proteggere la popolazione da
operazioni “pericolose e sensazionalistiche”. È la risposta istituzionale a una
forza federale che agisce come un corpo paramilitare fuori dalla Costituzione.
UN’ESECUZIONE FILMATA, UNA BUGIA RIPETUTA
Good è stata uccisa da un agente mascherato mentre cercava di allontanarsi.
Disarmata. Nessuna minaccia. La Casa Bianca l’ha dipinta come “terrorista
interna” che avrebbe tentato di investire agenti federali. La realtà è opposta:
cittadina nata in Colorado, mai accusata di nulla se non una multa stradale; sui
social si definiva “poeta, scrittrice, moglie e madre”. Era sposata con una
donna, aveva un figlio di sei anni.
I network nazionali hanno mostrato le immagini. L’opinione pubblica ha
sobbalzato. Ma mentre lo sdegno montava, un’onda di odio e falsità ha invaso
rete e comunicati: l’elogio macabro dell’“autodifesa”, il bullismo politico del
“fuck around and find out”. La negazione sistematica dell’evidenza filmata è la
cifra di una frattura epistemica costruita a tavolino: erodere la realtà
condivisa per rendere credibile l’orwelliano.
Le manifestazioni sono esplose subito: Minneapolis, Chicago, New York, Seattle.
A Minneapolis i cortei si sono spostati davanti al Whipple Federal Building,
base operativa dell’ICE. Le scuole pubbliche hanno sospeso le lezioni per
sicurezza. Non è “disordine”: è autodifesa civile.
I rappresentanti eletti parlano chiaro. Ilhan Omar chiede che l’ICE smetta di
terrorizzare le comunità e lasci la città. Alexandria Ocasio-Cortez definisce
l’agente “un assassino” e chiede l’incriminazione per omicidio: l’ICE fa sparire
le persone dalle strade, è una forza anticivile, senza responsabilità. Il
senatore Chris Murphy e la deputata Pramila Jayapal parlano di taglio dei fondi
e di “forza canaglia”. Non è fantascienza: a gennaio si vota il bilancio.
Le piazze rispondono
Le manifestazioni sono esplose subito: Minneapolis, Chicago, New York, Seattle.
A Minneapolis i cortei si sono spostati davanti al Whipple Federal Building,
base operativa dell’ICE. Le scuole pubbliche hanno sospeso le lezioni per
sicurezza. Non è “disordine”: è autodifesa civile.
I rappresentanti eletti parlano chiaro. Ilhan Omar chiede che l’ICE smetta di
terrorizzare le comunità e lasci la città. Alexandria Ocasio-Cortez definisce
l’agente “un assassino” e chiede l’incriminazione per omicidio: l’ICE fa sparire
le persone dalle strade, è una forza anticivile, senza responsabilità. Il
senatore Chris Murphy e la deputata Pramila Jayapal parlano di taglio dei fondi
e di “forza canaglia”. Non è fantascienza: a gennaio si vota il bilancio.
GUERRA INTERNA, STRATEGIA DEL CAOS
In un paese che conta ancora circa mille morti l’anno per mano delle forze
dell’ordine, si potrebbe archiviare tutto come normalità militarizzata. Sarebbe
un errore. Good è vittima di una guerra dichiarata contro il paese stesso:
contro immigrati, stati e città non allineati, contro chi contesta la “grande
deportazione”. L’assalto ai 15 milioni di irregolari, ai 50 milioni di nati
all’estero, ai 68 milioni di ispanici è prova di forza e strumento di dominio.
L’uccisione della poeta, freddata da tre colpi alla testa, è un atto premeditato
nella catena di comando: un’esecuzione politica destinata a frantumare il paese
e a consolidare il potere attraverso il caos.
Il presidente arriva a dire che Good è stata uccisa dalla “sinistra radicale”. È
lo stesso schema di sempre: quando un vero terrorista investì e uccise Heather
Heyer a Charlottesville, parlò di “brava gente da entrambe le parti”. Oggi la
ministra Noem emette la sua sentenza preventiva. Il vicepresidente JD
Vance incita e rassicura i pretoriani: “siamo dalla vostra parte”. Il messaggio
è chiaro: la criminalizzazione degli “alieni” si estende ai dissidenti; il
diritto di protestare, osservare, documentare viene colpito a colpi di 9 mm.
IMPUNITÀ ARMATA
Minneapolis non nasce dal nulla. È l’esito di un’escalation avviata quando
colonne blindate hanno invaso quartieri operai di Los Angeles, lacrimogeni alla
mano, creando l’emergenza che poi giustifica se stessa. Lo denuncia anche il
ministro della Giustizia del Minnesota Keith Ellison: le autorità federali
intralciano attivamente le indagini. L’FBI, diretto dall’ideologo di regime Kash
Patel, esclude gli inquirenti locali.
Intanto l’ICE cresce: 12.000 agenti in un anno, reclutati senza scrupoli, bonus
fino a 50.000 dollari. Volti coperti, tatuaggi che parlano di affinità
estremiste. La crescita coincide con gli indulti presidenziali a facinorosi e
miliziani. La Corte Suprema a maggioranza Maga offre la copertura. La ricetta è
esplosiva.
NON PASSERÀ
Contro la rappresentazione violenta dello “scontro di civiltà” non si sono
fermate le proteste, il monitoraggio civico, l’autodifesa popolare — quella a
cui partecipava Renee Nicole Good. La voce del Minnesota si alza, ferma e
arrabbiata. Anche la cultura pop smaschera l’abuso: lo ha ricordato Stephen
Colbert.
Qui non c’è ambiguità possibile. Un’agenzia federale ha ucciso una donna
disarmata. Lo Stato federale ha blindato l’inchiesta. La propaganda ha tentato
di cancellare le immagini. Ma le piazze, le istituzioni locali e una parte
crescente del Congresso non arretrano. La giustizia per Renee Nicole Macklin
Good non è solo un dovere: è una linea di resistenza. Contro l’ICE, contro
Trump, contro l’impunità armata.
Foto di copertina: Minneapolis, 8 gennaio 2026 (AP Photo/Tom Baker)
In Siria, le milizie salafite del governo di transizione continuano ad attaccare
i quartieri autogovernati a maggioranza curda di Aleppo, ovvero Sheikh Maqsoud e
Ashrefyie, con colpi d’artiglieria e tentativi di entrare con carri armati.
L’area fa parte dell’Amministrazione autonoma del confederalismo democratico
anche se è staccata, a livello territoriale, dal resto della Siria
nordorientale. Le forze di sicurezza interna dei due quartieri denunciano
continui raid e tentativi di incursione, tutti respinti. “Nonostante stiano
schierando migliaia di uomini e aumentando i mezzi blindati – si legge nella
nota – i miliziani governativi non sono ancora riusciti ad avanzare in nessun
modo grazie alla resistenza dei quartieri”.
Le vittime civili, però, aumentano: 15 morti, 60 feriti e 140mila sfollati in
due giorni. Mentre bombardano i civili (130 case distrutte), i miliziani di
Damasco hanno anche tagliato l’elettricità e impediscono l’ingresso di cibo e
forniture mediche, mentre nel resto di Aleppo effettuano arresti di massa,
dislocando cecchini sui tetti. Dietro l’attacco condotto da Damasco, che ha
lanciato pure un ultimatum per lasciare i quartieri curdi (in cui vivono 200mila
persone) c’è, come da tradizione, la Turchia; non a caso il Ministero della
Difesa turco minaccia di “essere pronto a fornire il supporto necessario se la
Siria lo richiederà”.
Il punto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio Informazione del Kurdistan in Italia,
con cui abbiamo allargato lo sguardo anche sui rapporti di forza, sociali e
politici, che al momento coinvolgono l’intera regione Ascolta o scarica
Oltra alla Siria, c’è infatti un altro Paese – l’Iran – scosso, ormai da una
decina di giorni, da proteste di massa, partite a causa di inflazione, carovita
e svalutazione della moneta locale e via via diventate di critica radicale ai
Pasdaran. Oggi, in Iran, è sciopero generale, mentre sale a 34 le vittime
accertate nella repressione, che tuttavia non riesce per ora ad arrivare
ovunque. È il caso del Rojihlat, il Kurdistan iraniano: qui in due città,
Abdanan e Malekshahi, i Pasdaran hanno lasciato l’area nelle mani dei
manifestanti. Da qui il Pjak, ala iraniana del movimento di liberazione curdo,
rispetto alle interferenze straniere di fronte alle proteste popolari chiarisce:
“Teheran deve ascoltare le richieste delle persone. Il popolo chiede una vita
libera e dignitosa. Le persone sono in grande difficoltà nel trovare il pane.
Questo è un problema interno dell’Iran, non accetteremo ingerenze di altri
Paesi”.
da Radio Onda d’Urto
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi
civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti.
Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di
narcoterrorismo.
Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più
ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela.
Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di
qualsiasi esperimento socialista.
Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e
territori.
Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno).
Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato:
Geraldina Colotti da Caracas
Un compagno del movimento studentesco colombiano
Un compagno che si trova a Maracay
Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa
Francesco della Rete dei comunisti
Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional
Audio completo
MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15 a
Torino
di seguito pubblichiamo l’indizione chiamata da Rete dei Comunisti e firmata da
numerose realtà cittadine
Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela
e il rapimento del legittimo presidente Nicolas Maduro e di sua moglie , Primera
Combatiente, Cilia Flores, da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti si
inserisce nella crisi del capitalismo occidentale e nella tendenza alla guerra e
al riarmo. L’aggressione al Venezuela non è solo il tentativo di appropriarsi
delle ricche risorse strategiche presenti sul territorio, ma anche di tornare ad
affermare il controllo su quello che Washington continua a considerare il
proprio “cortile di casa”, nonché un attacco a un modello alternativo alla
barbarie dell’imperialismo.
Il pretesto è la falsa accusa di narcoterrorismo, dopo che Trump ha concesso
l’indulto all’ex presidente dell’Honduras condannato da un tribunale
statunitense a 45 anni di prigione per l’accertato trafico di 400 tonnellate di
cocaina.
Mentre i presidenti di Colombia, Messico, Nicaragua, Honduras, Cuba e Brasile
hanno denunciato l’attacco criminale e illegale degli USA, una esibizione della
rinnovata dottrina Monroe e dell’aggressività imperialista statunitense, il
governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo
Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la
natura predatoria dell’imperialismo occidentale.
Chiamiamo allora per sabato 10 gennaio una manifestazione a Torino in sostegno
del Venezuela bolivariano, per la liberazione del presidente Maduro, contro il
terrorismo a stelle e strisce.
Convinti che difendere la rivoluzione bolivariana sia difendere un’esperienza
reale di società alternativa alla sfruttamento e alla guerra del capitalismo
occidentale.
Giù le mani dal Venezuela!
Libertà per Maduro!
Yankee go home!
Da Radio Blackout
Prigionieri per la Palestina in sciopero della fame: dopo 64 giorni di digiuno,
soffrono di spasmi muscolari incontrollabili e difficoltà respiratorie
di Prisoners for Palestine
Heba Muraisi, detenuta per la Palestina in sciopero della fame, sta soffrendo di
spasmi muscolari incontrollabili che potrebbero indicare danni neurologici e
difficoltà respiratorie, mentre continua il suo sciopero della fame a tempo
indeterminato.
Muraisi è diventata la persona che ha portato avanti lo sciopero della fame più
a lungo, raggiungendo oggi i 64 giorni di sciopero della fame iniziato il 3
novembre 2025. Parlando con Prisoners for Palestine, Muraisi ha descritto di
“avere spasmi muscolari e contrazioni al braccio” e di “sentirsi come se
trattenesse il respiro senza sapere perché, come se dovesse ricordare a se
stessa di respirare”.
Muraisi ha affermato che non interromperà il suo sciopero della fame finché il
carcere non acconsentirà al suo trasferimento all’HMP Bronzefield: alla fine
dello scorso anno è stata trasferita improvvisamente dall’HMP Bronzefield
all’HMP New Hall, che dista centinaia di chilometri dalla sua famiglia e dalla
sua rete di sostegno. Heba Muraisi è detenuta in custodia cautelare da oltre un
anno per attivismo a favore della Palestina, superando i limiti standard di
custodia del Regno Unito, e chiede anche l’immediata concessione della libertà
provvisoria come parte delle sue richieste per porre fine allo sciopero della
fame, nessuna delle quali è stata ancora soddisfatta. È ormai al terzo mese di
sciopero della fame con l’impegno incrollabile di garantire che queste richieste
siano soddisfatte.
Un secondo scioperante della fame, Kamran Ahmed, è stato ricoverato in ospedale
per la quinta volta dalla settimana scorsa, da quando ha iniziato lo sciopero
della fame. Ahmed ha riferito di essere stato ammanettato con doppie manette
durante tutta la sua degenza in ospedale, il che gli ha provocato un gonfiore ai
polsi. Il personale sanitario ha avuto grandi difficoltà a inserirgli il
catetere a causa degli effetti che lo sciopero della fame ha avuto sul suo
corpo, causando il restringimento delle vene e rendendole molto difficili da
individuare.
Gli esperti medici hanno espresso preoccupazione per questo trattamento, che lui
ha dovuto affrontare costantemente durante i ripetuti ricoveri ospedalieri.
Ahmed ha segnalato una perdita uditiva intermittente mentre entra nel 57° giorno
di sciopero della fame, raggiungendo un punto critico in cui è molto probabile
che si verifichino danni fisici irreversibili.
Sebbene non sia riuscita a visitare Heba, in una lettera indirizzata a lei, sua
madre, Dunya, ha scritto: “Siamo qui dietro di te, ti sosteniamo e ti amiamo
senza limiti. Non importa quanto duri la notte dell’attesa, il sole della
libertà sorgerà sicuramente”.
Oggi Prisoners for Palestine ha annunciato che T Hoxha ha sospeso il suo
sciopero della fame dopo aver ricevuto varie richieste, tra cui la consegna
della posta arretrata risalente a sei mesi fa, un libro con le scuse per il
ritardo e una visita confermata con un membro della Joint Extremism Unit (JEXU)
per discutere delle sue condizioni di detenzione individuali. Da quando ha
terminato il suo sciopero della fame sabato sera, la prigione ha rifiutato di
mandarla in ospedale nonostante le richieste, poiché non è in grado di gestire
in modo sicuro la reintegrazione alimentare, che potrebbe causare la sindrome da
reintegrazione alimentare.
Nonostante l’estrema urgenza della situazione, in cui il rischio di
insufficienza organica, paralisi, danni cerebrali e morte improvvisa è sempre
più elevato, il governo britannico continua a rifiutarsi di incontrare i
detenuti in sciopero della fame e i loro rappresentanti, mettendo a repentaglio
le loro vite.
Una dichiarazione di Francesca Nadin, portavoce di Prisoners for Palestine,
afferma:
“Mentre lo sciopero della fame entra nel suo terzo mese, le condizioni di salute
di coloro che continuano a digiunare continuano a peggiorare e su di loro
incombe un grave pericolo. Nonostante ciò, rimangono saldi nelle loro azioni e
convinzioni, convinti che continuare lo sciopero sia l’unico modo per ottenere
giustizia di fronte al disprezzo del governo per la vita”.
Traduzione di Enzo Ianes per Osservatorio Repressione
Riceviamo e pubblichiamo volentieri…
di Yadira Márquez, pubblicato in castigliano in Zona de Estrategia il 06/01/2026
Traduzione da OtrasItalias
Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas
si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti
della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che
si trova in una popolata zona dell’est della città. L’onda espansiva fa tremare
case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area del sud
dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle
forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cecilia
Flores, viene brutalmente attaccata da circa dieci elicotteri militari
statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei
militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza
energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre
istallazioni militari e di comunicazioni in altri punti del paese.
La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la
maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi
da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia,
qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo.
Nel frattempo, diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda
bruciano e la gente che ci abita nei dintorni esce atterrata per strada, i media
ufficiali rimangono in silenzio. Nelle reti del chavismo circola un richiamo
alla calma, discorsi che parlano di piccoli attacchi, e perfino del fatto che si
tratti di velivoli venezuelani, cioè, la solita storia: sminuire o coprire ciò
che sta accadendo, perfino se il governo rischia di cadere. In Venezolana de
Televisión (il canale dello Stato), una reporter appostata in una strada vuota
parlava della normalità e del controllo della situazione.
La gente si butta a capofitto sui social per ottenere qualche informazione, per
capire cosa stia succedendo, per gestire l’angoscia. Circolano video delle
esplosioni, degli attacchi, degli incendi. Osserviamo enormi elicotteri
attraversare il cielo della città nel buio. Immagini sconnesse, sciolte, senza
un filo che possa generare un senso. Quelle due ore diventano eterne per le
dimensioni della violenza e del terrore che essa semina.
Solo dopo le quattro del mattino vengono rese note le dichiarazioni di Donald
Trump, che annuncia che le forze di sicurezza nordamericane hanno sequestrato il
presidente Maduro e Cilia Flores, e che li stanno portando negli Stati Uniti per
essere processati per reati quali narcotraffico, detenzione di armi da guerra e
qualsiasi altra cosa.
Quasi due ore dopo dei bombardamenti appare il Ministro della Difesa, da solo,
in un video registrato, denunciando che si tratta di un’aggressione imperiale.
Nessuna spiegazione di cos’è successo, di perché è fallita la difesa e nemmeno
nessun riconoscimento della sua responsabilità in quella breccia. Il canale
dello Stato annuncia che è stato decretato lo “Stato di commozione esterna”, il
che implica eccezionalità e restrizioni di garanzie costituzionali, nuovamente
senza alcun tipo di dettaglio o di spiegazione. C’è un silenzio ermetico che
accresce il turbamento e l’incertezza, prima, e il sospetto poi.
Nel suo breve discorso successivo, un commosso Donald Trump parla del successo
dell’”operazione”. “E’ stata perfetta”, “l’ho vista in diretta come fosse un
film”, “se solo aveste visto la velocità, la violenza”, “soltanto noi potevamo
farlo” dice, con un’eccitazione quasi oscena. E’ il potere crogiolandosi su se
stesso, celebrando la propria barbarie, narcisista, delirante.
Due giorni dopo l’invasione, nel Venezuela c’è un ambiente di incredulità per
quanto successo, di commozione per l’aggressione e per la superbia di cui essa è
intrisa, ma anche di incertezza per ciò che verrà. I media, controllati dal
governo, mescolano documentari di animali con letture di comunicati ufficiali
pieni di slogan e niente più. Non troviamo informazioni nemmeno in altri media
pubblici come Telesur, che era stata creata per combattere l’accerchiamento
mediatico. I pochi e brevi interventi ufficiali, dopo i discorsi antimperialisti
di rigore, richiamano alla calma e alla normalità. Non c’è informazione. Non ci
sono dati, non ci sono cifre sui feriti e sui morti, non c’è un registro delle
zone distrutte, non c’è un’analisi di ciò che è successo e di com’è successo.
Possibilmente perché spiegare come abbiano fatto a superare il sistema di difesa
senza danni visibili nel proprio equipaggiamento o al personale militare
statunitense, o meglio, spiegare perché i sistemi di difesa non si sono
attivati, anche se l’invasione era annunciata da mesi, risulta abbastanza
compromettente per coloro che controllano i media e detengono finora il potere.
La vicepresidente Delcy Rodríguez viene nominata presidente, “messa in carica”
grazie alla manovra illegale della Corte suprema di giustizia, che dichiara
l’assenza temporanea del presidente (e non la sua assenza definitiva), aggirando
così l’obbligo di convocare elezioni tra 30 giorni. Nel suo intervento di sabato
pomeriggio lancia gli slogan antimperialisti di rigore, ma domenica propone al
governo degli Stati Uniti di costruire un’agenda di collaborazione e dice che la
sua priorità è creare un vincolo armonico con quel paese.
Dal canto suo, le dichiarazioni di Marco Rubio fanno si che tutte le narrative
create per giustificare l’aggressione si sgretolino. Non c’è alcun riferimento a
come pensano di smantellare il “cartel de los soles”, non si parla di elezioni,
di diritti umani, né si parla del destino degli oltre 800 prigionieri politici
rinchiusi in condizioni disumane.
Tra la gravità dei fatti e il vuoto di informazione, le venezuelane rimaniamo
intrappolate nell’incertezza e nella necessità di trovare un senso. Gli
oppositori seguaci di María Corina Machado fanno dei salti mortali retorici per
provare a spiegare come mai, nonostante siano tutti loro sostenitori
dell’invasione, siano stati tagliati fuori dalle trattative. I seguaci del
governo cercano di far conciliare l’indignazione per l’aggressione imperiale con
i richiami alla normalità. E’ un paese scisso fino allo sconcerto.
Noi che non abbiamo affinità né con l’opposizione classista e antidemocratica (e
il suo ingenuo racconto di salvezza) né con l’impopolare governo che si sta
incrinando, scegliamo di mettere insieme i frammenti di informazione trovati qua
e là. L’assenza di un racconto coerente che faccia filare degli avvenimenti così
atroci con i richiami alla calma e alla normalità provoca un vuoto di senso. La
gente non sa bene come descrivere ciò che sente, c’è uno stato generale di
commozione e allo stesso tempo di passività generale.
E’ difficile non immaginare le trattative volte a consegnare Maduro (o a non
resistere al sequestro, che è quasi la stessa cosa). In particolare dopo che i
portavoci del governo statunitensi hanno affermato che questo era stato
preparato per mesi con partecipazione interna. E, ancora meno, dopo che Marco
Rubio ha dichiarato che lui stesso era stato presente in conversazioni con Delcy
Rodríguez, che si è sempre dimostrata “pronta a collaborare”. Sappiamo che il
principale interesse del governo statunitense (oltre a quello geopolitico) è la
ricchezza petrolifera venezuelana. Donald Trump ha già annunciato che investirà
nell’infrastruttura petrolifera per il suo recupero e far si che generi
ricchezza per il paese — il suo? Ha anche detto che per fare ciò ha bisogno al
potere coloro che possano garantire un minimo di governabilità e stabilità.
Resta nel frattempo la sensazione che non sapremo mai esattamente come sia stata
pianificata ed eseguita l’aggressione. Ma l’incertezza verso il futuro immediato
è troppo grande per fermarci a pensare a ciò. Le domande su quello che può
succedere si moltiplicano. In questo scenario, l’idea che il governo bolivariano
possa diventare il nuovo amministratore delle compagnie petrolifere dei gringos
ci appare un’immagine alquanto bizzarra, il più triste finale di ciò che una
volta fu sogno rivoluzionario.
Estratti dalla puntata di lunedì 5 gennaio 2026 di Bello Come Una Prigione Che
Brucia
UK: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE
Aggiornamenti sullo sciopero della fame intrapreso nelle carceri britanniche da
compagnx accusatx per le azioni rivendicate da Palestine Action, mentre la lotta
prosegue dentro e fuori le galere:
REPRESSIONE E GUERRA: IL CONTINUUM TRA MILITARIZZAZIONE E “POLIZIZZAZIONE”
Fronte interno – I processi di militarizzazione della repressione non riguardano
solo la traslazione di sistemi d’arma dal contesto bellico all’ordine pubblico,
ma anche la costruzione del nemico interno e di un arsenale normativo per
contrastarlo.
Parallelamente, una categoria elastica come quella della “guerra ibrida” può
includere anche l’influenza di un paese straniero sugli apparati repressivi e
legislativi di un altro Stato? Se così fosse, dovremmo essere in grado di
riconoscere la guerra ibrida mossa da Israele.
Fronte esterno – L’operazione militare-repressiva che ha portato al rapimento di
Maduro e di sua moglie si è costruita all’interno della cornice della guerra al
narcotraffico. Se gli Stati Uniti hanno storicamente utilizzato il traffico di
droga come pratica militare (Caso Contras, Operazione Blue Moon, ecc.), oggi si
rappresentano come vittime di cartelli della droga equiparati a organizzazioni
terroristiche in un’inchiesta firmata dalla Procuratrice Generale Pam Bondi, la
stessa figura che giocò un ruolo importante nell’iscrizione di Antifa tra le
sigle del terrorismo internazionale.
Proseguendo lungo questa linea di analisi cerchiamo di osservare alcune
possibili cause (narrative, politiche, economiche) dell’operazione in Venezuela,
ascoltando le dichiarazioni sugli interessi in quel quadrante della Gen. Laura
Richardson (2023 – amministrazione Biden), passando per un breve excursus che
riguarda le banane Chiquita e il Guatemala (operazione PBSuccess del 1954), per
arrivare al ruolo di Palantir:
EFFETTI SANITARI DELLA GUERRA DEI DRONI
Partendo da un articolo pubblicato su Lancet, cerchiamo di analizzare le
trasformazioni sul piano sanitario apportate dal ruolo centrale delle armi
pilotate da remoto e dai sistemi d’arma autonomi nei conflitti contemporanei:
da Radio Blackout
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella replica del sindacato di polizia
Fsp alla lettera dei genitori di Vanchiglia.
Non tanto, o comunque non solo, per i contenuti, quanto per il ruolo che gli
agenti si auto attribuiscono: non più garanti dell’ordine pubblico, ma giudici
morali, educatori, narratori ufficiali del Bene e del Male.
Di fronte a genitori che segnalano disagio per un quartiere militarizzato, per
scuole chiuse senza preavviso, per bambini costretti a muoversi tra transenne,
furgoni e controlli, per una vita di quartiere sconvolta e non rispettata, la
risposta non entra mai nel merito perché evidentemente tutto è percepito come
lecito, di fronte alla necessità di sgomberare un centro sociale di quartiere
come l’Askatasuna. Non una parola sulla sospensione delle lezioni. Nulla sul
diritto allo studio. E nemmeno un accenno alla proporzionalità delle misure. Al
contrario, arriva una squalifica totale delle preoccupazioni espresse. Non ci si
aspetta che queste risposte le dia la polizia. E infatti non dovrebbe. Sorprende
che suoi rappresentanti si sentano legittimati a prendere parola su un tema così
politico e delicato.
Secondo il segretario provinciale Fsp Luca Pantanella, le accuse sono “ridicole”
e i bambini, finalmente, possono andare a scuola “in una zona sicura”. Sicura da
chi? Da un centro sociale che per anni ha rappresentato, per una parte del
quartiere, un presidio di aggregazione, cultura e socialità. Ma soprattutto: chi
decide cosa rende un quartiere sicuro per i bambini? La polizia o le famiglie
che lo abitano? Se le famiglie dicono che non si sentono più sicure, chi può
dire loro che sbagliano a sentirsi così? E’ davvero surreale.
Il passaggio più grave arriva quando Pantanella afferma che “Askatasuna non è un
oratorio, ma la base criminale di ogni azione e pensiero sovversivo contro lo
Stato”. Qui non siamo più nel terreno dell’ordine pubblico, ma in quello
dell’ideologia pura e della propaganda politica. Non un’analisi, non una
distinzione, non un fatto: solo un’etichetta totale, che serve a giustificare
tutto ciò che è avvenuto e tutto ciò che potrà avvenire.
Ancora più inquietante è la chiusura: “Ai bambini i genitori dovrebbero un
giorno raccontare che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male
assoluto”. È difficile immaginare una frase più rivelatrice. La polizia non si
limita a intervenire: riscrive la storia, stabilisce una morale unica, dà la
linea politica al governo della Città ed infine indica ai genitori cosa
dovrebbero raccontare ai figli.
È qui che il confine viene di nuovo, e incredibilmente, superato. Perché nessuno
ha delegato le forze dell’ordine a insegnare come si educano i bambini,
soprattutto quelli non loro, né a stabilire quali luoghi siano “male assoluto” e
quali “bene”. Questa retorica binaria serve solo a una cosa: legittimare la
repressione come atto educativo, la militarizzazione come cura, la chiusura
delle scuole come effetto collaterale accettabile.
I genitori di Vanchiglia stanno difendendo una quotidianità, il diritto dei
figli ad andare a scuola senza vivere un clima di assedio, il diritto di un
quartiere a non essere trasformato in una zona rossa permanente. La risposta del
sindacato di polizia, invece, mostra con chiarezza un’altra idea di città in
linea con le politiche del governo: una città in cui chi dissente è il male, chi
controlla è il bene e chi vive i territori deve solo adeguarsi e ringraziare.
Se questo è il modello di “sicurezza” che ci viene proposto, allora la domanda è
semplice e riguarda tutti: da chi dovrebbero davvero essere protetti i bambini?