Lo Stato di Polizia, spiegato bene. Il ministero dell’Interno ha aperto un
procedimento disciplinare per i Vigili del fuoco che a Pisa si sono
inginocchiati davanti alla bandiera di Gaza durante lo sciopero generale.
da Osservatorio Repressione
Il Ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare contro
dieci Vigili del fuoco colpevoli di un gesto che onora la divisa: inginocchiarsi
davanti alla bandiera di Gaza, durante uno sciopero generale, per ricordare le
vittime civili — soprattutto i bambini — massacrati sotto le bombe. Non è un
abuso. Non è un reato. È umanità. E proprio per questo viene punita.
Il ministro Matteo Piantedosi dovrebbe vergognarsi.
Il 22 settembre, sui lungarni di Pisa, nel giorno dello sciopero proclamato
dall’USB a sostegno della Global Sumud Flotilla e di Gaza, Claudio Mariotti e
altri nove pompieri hanno osservato un minuto di silenzio. In ginocchio. Un
gesto sobrio, nonviolento, limpido. Le immagini sono diventate virali. E lo
Stato ha risposto non con rispetto, ma con repressione.
La contestazione disciplinare arriva dal Viminale e colpisce sei vigili toscani
e quattro di altre regioni. L’accusa è grottesca: aver “discreditato il Corpo”
perché il gesto sarebbe avvenuto in divisa. Come se la divisa fosse un bavaglio.
Come se la neutralità fosse obbligo di silenzio davanti a un genocidio. Come se
l’etica fosse incompatibile con il servizio pubblico.
Mariotti — 38 anni di servizio, sindacalista USB — lo spiega con una chiarezza
che inchioda l’ipocrisia del potere: «Ci siamo inginocchiati per esprimere
solidarietà alle vittime, in particolare ai bambini. Sulla nostra uniforme
portiamo la spilla UNICEF. Il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco
è ambasciatore UNICEF, grazie a un accordo rinnovato nel 2024 dal
sottosegretario Prisco. Non c’è stata alcuna azione anticostituzionale».
E infatti non c’è. C’è solo coerenza.
Punirli significa dire che la divisa serve a tacere, non a proteggere. Che il
lavoratore pubblico deve obbedire anche quando l’obbedienza coincide con
l’indifferenza. Che la solidarietà è ammessa solo se muta, invisibile, innocua.
È il manuale dello Stato di polizia: reprimere il dissenso non quando disturba
l’ordine, ma quando rompe la narrazione.
Qui il punto è politico, non disciplinare. Il Viminale colpisce dirigenti
sindacali e lavoratori durante uno sciopero legittimo. Colpisce la libertà di
espressione. Colpisce il diritto a manifestare un’opinione morale su un crimine
di massa. E lo fa con l’arma più subdola: la sanzione amministrativa, la
minaccia di sospensione, decurtazione dello stipendio, perfino — in via remota
— licenziamento. La commissione disciplinare partirà il 29 gennaio. Il messaggio
è già arrivato: state al vostro posto.
Ma quale “discredito”? I pompieri non hanno mai nascosto la loro presenza nelle
piazze con i dispositivi di protezione individuale, come i metalmeccanici con la
tuta o i sanitari con il camice. Il discredito vero è punire chi salva vite per
aver ricordato vite spezzate. Il discredito è usare l’apparato disciplinare
per intimidire chi non si volta dall’altra parte.
Lo USB ha annunciato battaglia e ha convocato per il 28 gennaio, a Roma, il
convegno: «Contro la repressione della libertà d’espressione e la
militarizzazione del Corpo». Militarizzazione: parola chiave. Perché è questo
che sta accadendo. Non solo ai Vigili del fuoco, ma a tutto il lavoro
pubblico. Uniformare, zittire, punire.
Questo non è rispetto delle regole. È legalismo punitivo. È l’uso della “forma”
per soffocare la sostanza. È lo Stato che chiede neutralità davanti alla strage
e chiama “ordine” il silenzio. È l’idea che l’umanità sia un rischio
reputazionale.
No. I pompieri di Pisa non hanno discreditato il Corpo. L’hanno onorato.
Chi lo discredita è chi reprime la solidarietà, chi confonde la divisa con il
bavaglio, chi trasforma l’obbedienza in virtù civica.
Questo è lo Stato di polizia, spiegato bene: punire il gesto giusto per educare
tutti al silenzio.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – La sentenza di primo grado dispone 5 anni e mezzo di
carcere per Anan Yaeesh, contro i 12 anni chiesti dalla Procura, mentre Ali Irar
e Mansour Doghmosh (per loro chiesti rispettivamente 9 e 7 anni) sono stati
assolti dal Tribunale de L’Aquila, dove fin dal mattino un folto presidio
solidale si è riunito per esprimere solidarietà a 3 e ribadire che “la
Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”.
AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – Attesa per oggi, venerdì 16 gennaio, la sentenza di
primo grado nei confronti di Anan, Ali e Mansour, i tre giovani cittadini
palestinesi accusati di terrorismo internazionale dal Tribunale de L’Aquila.
Finora non è emerso alcun elemento incriminante a carico degli imputati. Secondo
l’accusa, formulata dalle autorità israeliane, i tre avrebbero finanziato la
Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese territori occupati
contro l’invasione israeliano. Il diritto internazionale e il diritto
internazionale umanitario – dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni
Unite, fino alla Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del
popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale, anche
attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti civili estranei al
conflitto. Nel corso del processo non è emerso alcun superamento di questo
limite.
Un punto centrale è stato il tentativo dell’accusa di presentare un insediamento
illegale israeliano in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base
militare, come una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa
tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento proveniente
dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha negato l’ammissione. In
risposta, l’accusa ha richiesto di convocare l’ambasciatore israeliano come
testimone nella prossima udienza.
In occasione di questa udienza è stato organizzato un presidio al Tribunale de
L’Aquila, iniziato questa mattina alle ore 9.30, per esprimere solidarietà ad
Anan, Ali e Mansour e per ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta
né si processa”. Bloccato da polizia e carabinieri un pullman di solidali che
doveva raggiungere l’iniziativa. Ingente il dispiegamento poliziesco.
Gli aggiornamento dal presidio:
Ore 11.00 – Laila dei Giovani Palestinesi d’Italia Ascolta o scarica.
Ore 10.30 – Vincenzo Miliucci, storico compagno romano Ascolta o scarica.
Ore 15.45: La sentenza di primo grado condanna a 5 anni e mezzo di carcere per
Anan, mentre assolve Ali e Mansour. Fuori dal tribunale prosegue il presidio
dal quale sentiamo Laila, dei GPI. Ascolta o scarica
da Radio Onda d’Urto
Lo sgombero di Askatasuna non è (solo) un episodio di cieco rancore da parte di
un governo di destra che approfitta della presa del potere per regolare i conti
con l’opposizione sociale.
Questo atto di forza da parte del Ministero dell’Interno risponde ad esigenze
governative che si articolano su diversi piani di realtà. Alcune le abbiamo
sviscerate già in un precedente editoriale. In questo articolo proveremo ad
approfondire un ragionamento più organico che funzioni tanto da bilancio quanto
da rilancio di una proposta autonoma dentro la fase che stiamo vivendo.
LA POSTA IN GIOCO
Per capire come si è arrivati alla situazione attuale bisogna necessariamente
ricordare almeno a grandi linee la sequenza storica. A più riprese negli scorsi
decenni si sono susseguite minacce di sgombero del centro sociale torinese, ma
queste minacce non sono mai diventate veramente consistenti fino alla nascita
del governo Draghi. Governo d’unità nazionale dove tutti i principali partiti,
tranne Fratelli d’Italia, erano coinvolti.
In quegli anni l’attenzione della procura verso i movimenti sociali torinesi, ed
in particolare su Askatasuna ed il movimento No Tav, si è fatta spasmodica.
L’obiettivo principale era evidentemente quello di fiaccare la resistenza
valsusina che da decenni si oppone fieramente ad una grande opera inutile ed
ecocida. Sequestri di presidi, operazioni ed arresti, ed infine l’inchiesta
denominata “Sovrano”. Anni ed anni di intercettazioni ai danni di attivisti ed
attiviste No Tav, di militanti di Askatasuna per produrre un’accusa di
Associazione Sovversiva che non ha retto nemmeno alle valutazioni del giudice
delle indagini preliminari, riformulata in Associazione a Delinquere durante il
dibattimento. Poco importa che l’inchiesta faccia acqua da tutte le parti, crea
comunque un clima mediatico e politico che ha come obiettivo l’accerchiamento
delle lotte sociali in città. Stralci di intercettazioni estratte dal loro
contesto vengono pubblicate sui giornali per spargere fango su militanti ed
attivisti/e. L’obiettivo esplicito della Procura durante il processo è quello di
depoliticizzare le iniziative del movimento e ridurle tout court ad azioni
criminali ispirate dal desiderio di agire violenza. D’altronde questa è la
trasposizione sul piano giudiziario di quello che già da tempo accade nelle
piazze: problemi di ordine sociale e politico vengono trattati come questioni di
ordine pubblico e “gestiti” a colpi di manganello e lacrimogeni. L’accusa di
Associazione a Delinquere non va a buon fine e tutti gli imputati e le imputate
vengono assolti/e in primo grado, sebbene fiocchino comunque condanne
significative per reati minori. Ma nel frattempo, grazie al clima mediatico
sollevato artatamente dall’inchiesta, la Procura e la Questura operano una serie
di forzature atte a colpire il centro sociale torinese. Ciò che non entra dalla
porta della montatura giudiziaria si prova a farlo entrare dalla finestra degli
atti amministrativi. Parti del centro sociale vengono messe sotto sequestro, si
inizia a parlare di inagibilità di alcuni ambienti della struttura, anche qui si
tenta la depoliticizzazione di un progetto di sgombero che è eminentemente
politico.
Nel frattempo il governo è cambiato, la destra meloniana ha vinto le elezioni e
il terreno arato dal predecessore può essere seminato. Sul piano economico il
governo Meloni si produce da subito in una politica di austerità e difesa degli
interessi padronali paragonabile solo ai governi tecnici post crisi del 2008.
Sul piano politico invece si concentra sulle questioni identitarie che non
costano nulla (o quasi), ma consolidano il consenso del proprio blocco
elettorale di riferimento e soprattutto distolgono l’attenzione dalla macelleria
sociale che il governo porta avanti. Da quando il governo si è insediato ogni
settimana specula su una nuova polemica strumentale, quasi sempre su un terreno
congeniale alla destra che con il suo mix di vittimismo ed esercizio
spregiudicato del potere ne esce tendenzialmente rafforzata. Si può dire di
tutto del governo Meloni, ma non che non sappia dominare con attenzione il campo
mediatico, costringendo gli “avversari” a giocare sul proprio terreno.
L’operazione apparentemente riesce, soprattutto per via di una pressoché totale
incapacità politica dell’opposizione istituzionale. L’unico fatto politico
rilevante sul piano elettorale in questo periodo è la crescita esponenziale
dell’astensionismo. Il consenso verso i partiti di governo si sposta di pochi
decimali anche se il numero complessivo dei votanti si abbassa continuamente.
Meloni e i suoi hanno capito una cosa: in questa fase non si governa al centro,
e soprattutto gli elettori dell’opposizione o gli indecisi non vanno
conquistati, ma demoralizzati. E’ una classica strategia di soppressione del
voto tipica dei Repubblicani USA, ma nel nostro paese assume forme specifiche.
Il governo si cura di mantenere la fedeltà del proprio blocco elettorale e della
propria rete di interessi mentre si mantiene viva una narrazione che lo vorrebbe
in lotta con un potere più grande: gli Stati Uniti o/e l’Unione Europea? No, la
presunta egemonia culturale della sinistra. Una barzelletta, ahi noi, in un
mercato delle idee dominato da liberali e moderati completamente sconnessi dal
paese reale.
La Meloni ed il suo governo hanno campo facile e sono convinti che basti avere
il pieno controllo della narrazione per mantenersi saldi al potere. Ma gli
scricchiolii dell’edificio retorico si mostrano a chi ha un minimo d’occhio per
notarli. Conflitti sociali, sommovimenti ed accenni di mobilitazione su
questioni specifiche continuano ad emergere nella società, persino in settori,
come quello degli agricoltori, che sono tradizionalmente considerati legati alla
destra.
A rendere meno idilliaca la stagione di governo non è solamente quello che si
muove in basso, ma anche ciò che si muove in alto: i venti di guerra che si
fanno sempre più insistenti.
In questo campo il governo si mostra pienamente allineato con i propri
predecessori: fermo posizionamento atlantista al fianco degli USA dell’amico
Donald Trump, ma anche dell’Unione Europea. Ubbidiente ai diktat della NATO sul
riarmo e a quelli dell’Unione Europea sul pareggio di bilancio lo spazio di
manovra in termini di politiche economiche è blindato. Ma trasversalmente il
paese è ostile alla politica di riarmo ed austerity, la retorica non riesce a
coprire fino in fondo la sudditanza del governo sovranista nei confronti degli
interessi esterni. Intanto sugli schermi degli smartphone scorrono le immagini
del primo genocidio in diretta globale.
Ecco che succede qualcosa di inaspettato, qualcosa che travolge non solo il
dominio della narrazione del governo, ma che interviene direttamente sulle
scelte di posizionamento politico internazionale, sulle decisioni di politica
economica e sull’intera società. Il movimento contro il genocidio del popolo
palestinese, già significativo in Italia, esonda e diventa “Blocchiamo tutto”.
Abbiamo già provato a proporre alcune analisi a caldo del fenomeno (1|2) quindi
non ci dilunghiamo oltre. Ci fermiamo a quattro considerazioni di carattere
generale: in primo luogo il movimento ha mostrato che esiste un magma sociale,
potenzialmente maggioritario, che è disponibile a mobilitarsi. In secondo luogo
una composizione sociale trasversale, ma sostanzialmente giovanile, popolare e
proletaria ha riunito le proprie istanze e visioni in una cornice generale,
declinandola specificatamente poi nel proprio contesto di vita. Non solo: questa
alchimia ha dato vita al primo vero e proprio sciopero sociale autorganizzato
del nostro paese, senza padrini istituzionali e con una significativa
pervasività sociale, radicalità ed efficacia. Infine il movimento ha vanificato
lo sforzo del governo nel moltiplicare i reati connessi alle manifestazioni di
piazza.
Questo è stato il primo ed unico momento dall’inizio della legislatura in cui il
governo è andato in difficoltà. I motivi sono molti: per un governo che si è
presentato come l’unico con un consenso popolare da molto tempo a questa parte
l’emersione di un “altro” popolo nelle piazze è un’incrinatura significativa. In
secondo luogo il movimento “Blocchiamo tutto” ha colpito dove fa più male, sulla
questione della guerra, del riarmo, del posizionamento internazionale. Infine ha
mostrato come il tentativo di ridurre ogni conflitto sociale a questione di
ordine pubblico non produce i risultati sperati. Inoltre, fattore non
secondario, il movimento non è il prodotto di una scommessa dei partiti e dei
sindacati istituzionali, ma viene dal basso, quindi mostra che esiste una parte
di paese significativa che cerca un’altra opzione politica radicalmente
differente.
Dunque è chiaro che in cima all’agenda del governo ci sia l’intenzione di
impedire che questo fenomeno si ripeta, che forme di organizzazione
politico-sociale si condensino al suo interno, che assumano delle forme più
compiute e strutturate.
E’ cronaca quotidiana: operazioni di polizia in grande stile che poi
partoriscono il topolino perché fondate sul niente, tentativi di espulsione
d’imperio di figure autorevoli del movimento contro il genocidio, inchieste e
misure cautelari e addirittura, notizia degli ultimi giorni, la schedatura degli
studenti palestinesi in Italia. I progetti di disciplinamento sociale si muovono
a 360 gradi, dal tentativo di riprendere il controllo della narrazione, alla più
tipica repressione. Lo sgombero di Askatasuna ed il più ampio attacco agli spazi
sociali antagonisti da parte del governo si inserisce in questo quadro, ed in
questo quadro va misurato.
Il vero timore del governo non è ciò che gli spazi sociali rappresentano di per
sé, ma ciò che potrebbero potenzialmente rappresentare se effettivamente
riuscissero ad emanciparsi dalla torsione minoritaria di cui sono preda da anni,
ed effettivamente raccogliessero ed organizzassero questa potenziale forza e
disponibilità a mobilitarsi. Ciò che sta cercando di fare il governo è
disarticolare i legami sociali e popolari, tentare di condurre all’isolamento ed
alla residualità le forze antagoniste. Torino in questi anni è stata una città
in cui i percorsi di autorganizzazione e radicamento sociale e politico si sono
massificati e moltiplicati, andando nella direzione opposta a quella auspicata e
perpetrata dalla destra, dalla procura e dalla questura, ecco perché è qui che
l’attacco del governo è partito. E’ per questo che bisogna essere chiari/e, la
risposta a questo attacco non può limitarsi a difendere la nostra storia, la
nostra identità e la nostra tradizione, ma deve essere un passaggio di
superamento dei nostri limiti e di elaborazione di una proposta collettiva
all’altezza dei tempi.
Oggi non vi è più alcuno spazio di agibilità garantito e scontato dall’assetto
democratico, viviamo in un continente sull’orlo della guerra, l’unica garanzia è
la capacità di costruire radicamento, proposta organizzativa e rapporti di forza
reali.
QUANTO COSTA AMARE UN CENTRO SOCIALE
Negli ultimi decenni recenti di storia “dei movimenti” la sovrapposizione con
gli spazi sociali di un progetto politico che si ponga su certi livelli di
intervento, di conflittualità, di ambizione, ha avuto dei momenti di picco, di
completa organicità, di capacità propulsiva. Pensiamo alla ricchezza dei centri
sociali nei termini di possibilità di costruire saperi, arti, competenze al di
fuori delle logiche del profitto grazie alla socialità alternativa, pensiamo
alla scoperta musicale, al vedersi riconosciuto un valore di aggregazione che
puntasse a qualcosa che andasse oltre se stessi. Pensiamo a quanta produzione
teorica, a quanti dibattiti e discussioni si sono tenuti tra le loro mura. Per
quanto l’identità (delle occupazioni e di chi ne ha fatto parte), nei termini
superficiali del concetto, abbia assunto un ruolo centrale, perché utile alla
lotta in determinati momenti, laddove nelle fasi di movimento dispiegato
nascesse l’esigenza di marcare una differenza, è stata a fasi alterne una leva
utilizzata con strumentalità. Con il passare del tempo, in alcuni casi, è
diventato lo stesso mostro che si sarebbe dovuto rifuggire.
La ristrutturazione del capitale, attraverso le trasformazioni della fabbrica
sociale, della vita formativa e della socialità, gli stravolgimenti
dell’organizzazione sociale nell’ambito del lavoro, dell’abitare, della
circolazione dei saperi, ha fatto sì che la controparte prendesse le misure,
approfondisse le proprie conoscenze, per stringere le maglie intorno a quelle
dimensioni chiamate “antagoniste”. Per sommi capi ripercorriamo alcuni tra i
passaggi più significativi delle due precedenti decadi. Genova, nelle
implicazioni che ha avuto rispetto ai temi del conflitto e della strumentalità
dei rapporti con le istituzioni, ha segnato un punto di non ritorno, aprendo la
strada che ci ha condotto sino ad oggi. A livello nazionale le esperienze non
compromesse su un piano di svendita della propria identità (intesa qui nel senso
profondo del concetto, di identità-contro capace di aggregare intorno a sé
strati sociali che non trovano la propria autovalorizzazione negli itinerari
proposti dal capitale) e, di conseguenza, delle possibilità di creare e
organizzare conflitto sono andate man mano diradandosi. Le ondate studentesche
del 2008 e del 2010, hanno ancora assunto alcuni caratteri della protesta
giovanile in senso largo, rimettendo il punto su una necessità di massa di
riconoscersi come una parte in causa, collettiva, con delle pretese; i movimenti
del 2011 che dal Maghreb alle acampadas nelle piazze europee hanno iniziato a
ribaltare alcuni canoni, segnando la chiusura di una fase storica che ancora
guardava da vicino ai movimenti sociali classici.
Nelle accelerazioni del mondo attuale, dalla crisi del 2008 alla pandemia nel
2020 sino alle guerre dell’oggi che incarnano i primi segnali di indebolimento
del dominio occidentale rappresentato dagli USA, gli anni dieci del duemila
hanno rappresentato una risacca generale che, sommandosi poi alla perdita di
senso evocata dal Covid19, ha trasformato i punti di riferimento, sconquassando
le poche certezze rimaste. Nelle emersioni sociali spontanee, spurie, che si
sono date dai forconi in avanti infatti, il “movimento”, o per meglio dire le
soggettività che hanno continuato a porsi il problema del conflitto e dunque di
una trasformazione sociale, ha guardato a tratti con reticenza, ha avuto poca
capacità di incidere, si è dotato di pochi strumenti di inchiesta per
comprendere. Parallelamente però, abbiamo assistito ad una rinnovata attivazione
giovanile su temi universali, dalla crisi climatica al transfemminismo, a tratti
queste mobilitazioni hanno assunto dei caratteri distanti dalla realtà e dalle
contraddizioni, a tratti sono state capaci di integrare all’agenda politica
istituzionale temi fondamentali. Abbiamo analizzato questi fenomeni come una
polarizzazione e abbiamo letto nella necessità di ricomposizione uno degli
obiettivi principali di questa fase, a fronte di una sorta di continuum
paradossale sul quale situare da un lato, i delusi dalla politica istituzionale
che vivono la crisi sociale nella loro accelerata decetomedizzazione e,
dall’altro giovanissimi che della verginità politica, perché nemmeno nati
durante gli ultimi cicli di movimento degli anni duemila, ne hanno fatta una
bandiera per tagliare i ponti con un passato che non è più in grado di
rappresentare un’indicazione chiara nel marasma generale.
Sino ad arrivare all’oggi, quando una bandiera, quella della Palestina, ha avuto
il pregio smisurato di favorire una ricomposizione reale che abbiamo vissuto nel
suo picco nei due mesi di movimento dispiegato dell’autunno 2025. Un ciclo al
momento parzialmente chiuso ma che sobbolle al di sotto della coltre di
oppressione e che potrebbe riemergere nel prossimo futuro.
Da avanguardia a retroguardia
Proprio in un momento espansivo come non si vedeva da tempo le maglie si
stringono, segno dell’effettivo peso che un movimento come Blocchiamo Tutto ha
avuto nei confronti della compagine governativa e al contempo sintomo di un
movimento che ha colto impreparati/e anche le soggettività organizzate.
Uno dei limiti con cui fare i conti è lo schiacciamento sul piano della
controparte, che sia l’integrazione pressochè totale degli itinerari offerti
tout court o che sia una spiccata idiosincrasia per essi, il tema è come
alimentare una soggettività in grado di trasformare quel terreno in un ambito di
conflitto – nel suo significato originario – intervenendo sulle ambivalenze e
costruendo rapporti di forza in una fase in cui contano solo quelli reali. Lo
strenuo tentativo della controparte di irretire e appianare in maniera da
rendere compatibile da una parte o di isolare, marginalizzare e ghettizzare
dall’altra, complice la dimensione generale di una fase di disciplinamento,
frammentazione sociale e sfruttamento ha ottenuto dei parziali risultati, in
maniera ciclica e, ne siamo certi, non risolutiva. L’obiettivo della controparte
in questi anni per quanto riguarda Askatasuna, ma in generale nei confronti di
chiunque abbia espresso una rigidità, è stato quello di spingere le “realtà di
movimento” verso il settarismo, la disperazione, l’irrilevanza. Un altro
elemento di limite è dato dal fatto che l’attività di «movimento» è stata a
volte una risposta a bisogni di riconoscimento individuale, con la tendenza a
richiudersi nel proprio gruppo o microgruppo cercando rifugio in “identità
forti, in fondo tradizionali”, in fragili risposte ideologiche, perché i
problemi aperti, indefiniti, senza certezze alimentano angosce, ansie e paura.
La domanda che sorge allora è quale possa essere l’obiettivo oggi per le
soggettività che si pongono il problema di organizzarsi, di radicarsi, di
moltiplicarsi, di spingere affinché si realizzino momenti di messa in
contraddizione del capitale e di una sua conseguente destrutturazione? Se da un
lato è sacrosanto difendere gli spazi e le dimensioni che resistono la storia
insegna che occorre anticiparla per non rimanere inerti spettatori, quando ciò
viene concesso. L’urgenza è uscire da una posizione di difesa e passare a una in
attacco. Allora, mentre il mondo dei movimenti per come lo abbiamo conosciuto
negli ultimi trent’anni si sta affievolendo emergono nuove contraddizioni, nuovi
fenomeni sociali, nuovi bisogni. E continua a risuonare in testa quella domanda:
cosa vuol dire essere autonomi oggi?
La proposta, ancora, l’autonomia
La proposta a cui si riferisce l’autonomia contropotere è una proposta
organizzativa che sia capace di essere mezzo per sviluppare conflittualità e
autovalorizzazione degli strati sociali di riferimento per dotarsi della
possibilità concreta di incidere nella società. Si fonda su una qualità
dell’agire nella società che si ponga all’altezza delle dinamiche sociali e
delle contraddizioni di una precisa fase storica. Ha bisogno di conoscere le
condizioni oggettive che la controparte mette in campo nello strutturare la
realtà affinché il sistema capitalista si riproduca. Ha bisogno di un progetto
finalizzato a intervenire in continuo rapporto con la società stessa, si nutre
del conflitto come motore, come leva, come possibilità per trasformare i
rapporti di dominio e di sfruttamento, per un obiettivo più alto, collettivo.
L’identità autonoma non si fonda, non coincide, non è mai stata la
rappresentazione del “centro sociale” in quanto luogo fisico, materiale, in
quanto organizzazione che si pone come fine la propria autorappresentazione e
riproduzione. L’identità autonoma è un modo di essere e di lottare che si
dispiega nella dimensione individuale e collettiva su un piano che va ben oltre
le forme che le militanze nella storia si sono date per rappresentarsi. Il
radicamento nella società significa porsi il problema di essere comprensibili,
di rompere le proprie bolle di autorappresentazione, di essere espressione di un
punto di vista che non sia separato dalla dimensione reale in cui la gente vive,
di sintonizzarsi con i bisogni sociali e nel riconoscersi sulla base di
aspettative opposte a quelle che il sistema propone.
Pensiamo di poter partire da un presupposto, ossia l’esistenza di una domanda
sociale di autonomia: quali sono i settori sociali che oggi a partire dal
rifiuto delle proprie condizioni di vita e da una richiesta di cambiamento
possono diventare una forza trasformativa? Cosa vuol dire favorirne
l’organizzazione autonoma?
In poche parole, che ruolo assume una proposta politica autonoma all’interno di
questa fase?
L’ATTUALITÀ DI UNA PROPOSTA AUTONOMA
Ci sembra sempre più evidente che nel disfacimento del patto sociale emerso
dagli anni ottanta e messo alla dura prova dalle ripetute crisi degli ultimi
decenni le istituzioni che hanno retto questo patto sono sempre più
delegittimate a livello sociale. Se da un lato questo ha prodotto una tendenza
alla disillusione ed al ritiro nel privato, dall’altro c’è una controtendenza:
una voglia di fare politica nonostante le istituzioni. Questo ci pare un
sentimento trasversale che si fa più potente lì dove è più evidente che il
sistema non è in grado di dare risposte credibili sui grandi nodi della
contemporaneità: i cambiamenti climatici, la guerra, la crisi della cura, la
compressione dei redditi e quella delle libertà per citarne solo alcuni. La
critica al capitalismo nella sua attuale configurazione necrogena non è più
solo un “discorso da centri sociali”.
Questo dato ci rende ancor più convinti che senza le masse, senza la maturazione
di dei soggetti politici collettivi nessun cambiamento è possibile, nessuna
vittoria all’orizzonte.
Ecco quindi che il pallino che abbiamo in testa è come costruire e favorire
questi processi di massa. Il punto uno della nostra agenda è questo oggi, tutto
il resto è in subordine. A maggior ragione alla luce dei fatti, ossia che la
possibilità della vittoria esiste e l’abbiamo assaporata negli scioperi di massa
e nei blocchi di settembre e ottobre scorsi e che, parallelamente, lo scenario
globale si complica e la tendenza della guerra e del riarmo generali diventano
sempre più una realtà, favorire processi di massa è la conditio sine qua non.
Proprio nella ristrutturazione del capitale sulla linea bellica esplicita e dei
rapporti sociali interni e frapposti ad esso si strutturano nuovi rapporti di
classe. Pensare che nella composizione esista una scissione troppo
deterministica tra il campo dei bisogni materiali e quello del politico è
superficiale e a volte classista: nell’allineamento degli interessi di classe da
una parte all’altra del Mediterraneo e dell’Atlantico, nel riconoscersi popolo
non in maniera omogeneizzante ma in quanto possibilità di esprimere una forza
effettiva, vediamo i germi di una dialettica e di una effettiva contrapposizione
agli interessi del campo avverso.
Certo non è scontato né automatico. Ci dobbiamo interrogare su come ricostruire
una nostra opzione autonoma capace di emergere in un contesto sociale ampio, su
come essere una leva per aprire spazi al protagonismo di soggetti nuovi, su come
essere in grado di valorizzare l’intelligenza collettiva e il sapere prodotto
dalle lotte e dalle attivazioni dal basso, come misurarsi con la necessità di
punti di riferimento e risposte fisse, come immaginare e costruire nuove
contro-istituzioni, infrastrutture durature, un progetto nel quale riconoscersi
ma che non implichi un’adesione formale a un’organizzazione insufficiente di per
sé. E’ la scommessa di sintonizzarsi con una dimensione popolare che sta
maturando forme proprie, riferimenti, un’informazione propria, una comunicazione
propria, un programma politico (seppur implicito) proprio. Serve costruire spazi
reali e concreti, articolare la propria presenza, radicarsi sul territorio.
Costi quel che costi.
Conoscere la storia è indispensabile per comprendere il presente. Non perché
permetta di prevedere il futuro, ma perché fornisce gli strumenti per
interpretare ciò che viviamo e agire di conseguenza. Pensare e agire oggi, in
funzione del domani. Per questo la storia non è mai neutra: è terreno di
scontro, di conflitto, di lotta di classe. Viene stravolta, riscritta,
trasformata in uno strumento di intossicazione delle coscienze, con l’obiettivo
di impedire il riconoscimento della propria forza, la capacità di analizzare il
presente e di immaginare la possibilità di scrivere il proprio futuro. Da questa
consapevolezza nasce il progetto dei quaderni dell’autonomia. Un progetto
politico che tiene insieme memoria, conflitto e prospettiva, intrecciando
percorsi vecchi e nuovi di militanza a partire dall’esperienza politica
dell’occupazione di via dei Transiti 28 a Milano.
Dedicato alla storia delle lotte sociali, dei movimenti antagonisti e delle
esperienze di resistenza. Un lavoro di riordino e valorizzazione di materiali
raccolti in quasi cinquant’anni d’occupazione: documenti, volantini, fotografie,
testimonianze che raccontano pratiche di lotta anticapitalista e antagonista
nella città di Milano.
Perché la parola quaderni? Abbiamo chiamato questo progetto Quaderni
dell’Autonomia proprio perché non si tratta di libri compiuti e definitivi ma di
raccolte di materiali volti alla costruzione di un filo rosso che colleghi
passato e presente, sempre e comunque con uno sguardo sulle lotte del futuro.
In un’epoca in cui la memoria storica viene sistematicamente rimossa o distorta,
riteniamo questo lavoro indispensabile per ricostruire e riappropriarci delle
nostre radici politiche.
Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma della volontà di trasmettere alle
nuove generazioni l’eredità delle lotte antagoniste, affinché possano
reinterpretarla e mantenerla viva, adattandola alle contraddizioni del presente.
Ripercorrere la storia non significa guardare indietro, ma fare i conti con i
nodi irrisolti del presente. A partire anche dalla questione degli spazi sociali
occupati e autogestiti e dal ciclo di lotte che hanno rappresentato e che, a
nostro avviso, devono rappresentare ancora.
Di seguito pubblichiamo l’introduzione al Quaderno, il testo integrale è
scaricabile alla fine del testo. Buona lettura!
C.O.A. T28
“È forse impossibile ricostruire con precisione tutte le “partecipazioni” o il
“grado di protagonismo” dei compagni dei Transiti alle battaglie politiche e
alle lotte che sono state portate avanti nella città di Milano e non solo, nel
corso di questi quasi 50 anni. Anche perché spesso, per avvantaggiare il
percorso politico si utilizzavano firme come “l’assemblea cittadina che si è
tenuta al CS X Nella data Y” come per il corteo del 1998 oppure per l’11/11/2000
“lo spezzone antagonista che è partito da Porta Venezia”
Allo stesso modo è impossibile citare tutti numerosi collettivi e le lotte che
hanno trovato sede, in tempi e modi differenti, negli spazi di Via Dei Transiti.
Gli studenti per l’autonomia, il collettivo “ma chi vi ha autorizzato” il
collettivo precari, fino all’importante esperienza del Telefono Viola, sono solo
alcune delle numerose esperienze di lotta politica che negli anni si sono
organizzate attorno a questa occupazione
È ancora corretto pensare al Centro Occupato Autogestito T28 come un centro
politico militante che porta avanti progetti e percorsi politici; è quindi
ovvia, ieri come oggi, l’interazione con moltissime altre realtà politiche
affini e meno affini. Citarle tutte, ricostruirne legami e interazioni sarebbe
stato forse troppo complesso e dispersivo.
Ci sentiamo di fare tuttavia una dichiarazione assoluta: dove ci sono state
occupazioni e conflitto più o meno radicale, i compagni dei Transiti sono sempre
stati presenti; sempre al servizio delle lotte, dei collettivi e
dell’autorganizzazione.
Riteniamo questo lavoro indispensabile per provare a ricostruire e
riappropriarci delle nostre radici politiche, rileggendo criticamente le
esperienze e i percorsi che ci hanno preceduto.
L’intento non è soltanto quello di fornire uno strumento a chi oggi si affaccia
ai percorsi vecchi e nuovi di militanza, sentiamo anche il dovere di trasmettere
alle nuove generazioni l’eredità delle lotte, affinché possano reinterpretarle e
mantenerle vitali, adattandole ai linguaggi e alle esigenze del presente.
Non vogliamo limitarci a conservare un ricordo nostalgico del passato ma
continuare a costruire collettivamente visioni e pratiche alternative al sistema
che ci opprime.
In un momento storico in cui il vecchio stenta a scomparire e il nuovo fatica a
prendere forma, assistiamo a un profondo cambiamento nei modi di fare politica e
di confliggere, dove le pratiche di attivismo rischiano di sostituirsi alle
forme di militanza politica, oggi invece più che mai indispensabile.
Ripercorrere la storia non significa soltanto guardare indietro, ma fare i conti
con i nodi irrisolti del presente, per affrontare la complessità che la
situazione ci impone.
Tutto questo si inserisce in un contesto storico preciso in cui non solo le
lotte, ma anche la loro memoria è sotto attacco. Ci riferiamo alla questione
degli spazi sociali occupati autogestiti e del ciclo di lotte che hanno
rappresentato e che, a nostro modo di vedere, devono rappresentare ancora oggi.
Guardare la strada da cui proveniamo significa anche riconoscerci debitori degli
errori e delle sconfitte, ma anche delle esperienze di lotta accumulate, che
ancora oggi resistono.
Essere militanti del COA T28, oggi, per noi, significa non accettare
passivamente la “fine di un ciclo”. La destinazione resta la stessa: la
trasformazione della società, ma i sentieri da percorrere vanno riaperti,
reinventati e battuti nuovamente.
Le nostre parole d’ordine rimangono: autonomia, autorganizzazione, contropotere
e riappropriazione.
Qui un pezzo di una storia, e che vogliamo continuare a scrivere, insieme,
ancora.“
Scarica qui il primo quaderno:
Via Dei Transiti 28: Militanza, Autonomia, OrganizzazioneDownload
Nuovi e vecchi interessi del Nord globale, e in particolare degli Stati Uniti,
stanno ridisegnando una geografia del mondo fatta di guerre, furti, e
distruzione.
Un contributo di Studentx per la Palestina – Pisa
Accanto al vecchio possesso di risorse quali petrolio e gas, si unisce nel
disegno imperialista il saccheggio dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo),
come unica possibilità per la sopravvivenza delle grandi potenze imperialiste,
che possono così esternalizzare i costi sociali e ambientali della riproduzione
di un sistema capitalistico e bellico insostenibile.
È anche questo il motivo per cui, nonostante in Palestina continui il genocidio,
leader occidentali insieme a quelli israeliani parlano con insistenza della
ricostruzione di Gaza. Sicuramente da una parte si tratta dell’operazione di
manipolazione della realtà che abbiamo visto spesso da parte israeliana;
dall’altra, però, sono in ballo nuovi interessi economici su cui tutto il mondo
si sta già leccando i baffi, che combaciano allo stesso tempo con l’ultimo step
del colonialismo di insediamento sionista: ricostruire Gaza per ridisegnarla
secondo l’occupante. Si deve pacificare Gaza per renderla attrattiva,
trasformarla secondo canoni capitalistici (potrebbe diventare una riviera
turistica, con smart cities costruite con l’IA, un hub logistico, un nuovo polo
industriale…), e sfruttare al meglio le sue risorse, senza impedimenti di
sorta.
Sono proprio questi impedimenti ad essere allo stesso tempo fattori scatenanti
della furia genocidaria e tallone d’Achille di qualsiasi piano coloniale. Questo
“impedimento” è la resistenza dei popoli – in questo caso palestinese – nel loro
territorio, la loro ferma volontà di non cedere di fronte alla prepotenza
imperialista. L’intervento militare statunitense in Venezuela segue la stessa
logica. L’obiettivo, su cui lo stesso Donald Trump non fa mistero, era quello
dell’accesso alle risorse petrolifere. Tuttavia, come scrive Daniela Ortiz,
attivista peruviana: “Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma
c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo
guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana. […] Non si possono
capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto
dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, che non permetteva
che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali
del Venezuela e che garantiva che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel
bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in
maniera sovrana.”
In un sistema capitalistico sempre più in crisi, che deve lottare per la propria
sopravvivenza in modo sempre più agguerrito, il quadro delineato finora in due
esempi eclatanti, disegna le dinamiche di potere a tutte le latitudini. Per
questo allora possiamo dire che è nel costruire la possibilità delle persone di
pensarsi in diritto e in potere di decidere insieme ai propri vicini, agli
abitanti del quartiere, del paese o della propria città, che uso fare delle
proprie risorse, come organizzare i propri spazi, che fini attribuire alle
proprie vite, così come nel combattere ogni forma di estrattivismo che spreme e
getta via lavoratori e terre per profitti di altri, che si costruisce la
resistenza all’imperialismo, e quindi alla guerra.
Lottare per una Palestina libera, oggi più che mai, significa lottare contro la
guerra che la infiamma, che è prodotto del sistema estrattivista, imperialista e
capitalista in cui siamo immersi. Lottare per la Palestina vuol dire mettere a
ogni livello dei sassolini nella macchina del profitto, che sebbene sembra
scorrere inesorabile, ha come spada di Damocle sulla sua testa la ribellione
delle popolazioni – come quella del popolo iraniano.
Per leggere meglio la fase attuale di questo sistema di guerre, e in particolare
la situazione che sta vivendo la Palestina, abbiamo scelto di approfondire in
questo articolo il “piano di pace” scritto di fatto dagli Stati Uniti per Gaza,
le questioni che apre, gli obiettivi che persegue, per poi inserirlo in una
cornice economica più ampia sul concetto di disaster capitalism. Conoscere più
complessivamente lo sguardo occidentale sulla ricostruzione di Gaza ci permette
anche di capire più in profondità l’agire del sistema universitario italiano in
questo contesto. Alle affermazioni del ministro Tajani sull’opportunità di
contribuire a formare la nuova classe dirigente palestinese, infatti, proprio
gli atenei pisani hanno risposto facendosi promotori della costruzione di un
ateneo italiano a Gaza, là dove tutte le università palestinesi sono state
distrutte. Nell’ultimo paragrafo dell’articolo riporteremo questa notizia,
dandone la lettura dal punto di vista di chi, dall’inizio del genocidio, sta
lottando contro le complicità dell’accademia con il sistema israeliano.
Il piano di pace
In Palestina non c’è tregua. Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania le forme
con cui lo Stato di Israele conduce la guerra contro i palestinesi sono sempre
più articolate e violente. Al di là della “linea gialla” – il territorio ancora
più stretto in cui sono confinati migliaia di palestinesi – si vive nelle tende,
senza gas, alla fame e al freddo. In Cisgiordania la colonizzazione israeliana,
sotto forma di gruppi paramilitari o dell’esercito, procede come non mai. Questo
dopo che il 17 novembre le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione 2803
sulla base della proposta di Donald Trump “comprehensive plan to end the Gaza
conflict”, che prevede un mandato internazionale per un’amministrazione di
transizione di Gaza, il board of peace presieduto da Donald Trump, insieme alla
presenza di “forze di sicurezza internazionali” nella regione.
Non stupisce che le violazioni di questo accordo da parte di Israele siano
all’ordine del giorno: da due anni qualsiasi patto, stipulato soltanto per
manipolare la verità della guerra che l’esercito di occupazione continuava a
fare a Gaza, non è mai stato rispettato. Dietro a questa risoluzione, però, si
possono rintracciare diverse dinamiche che la rendono un passaggio necessario da
comprendere per il movimento per la Palestina, dal momento in cui struttura le
complicità dei nostri governi e delle aziende occidentali su un livello sempre
più profondo. Come afferma Ramzy Baroud, fondatore del Palestine Chronicle, “non
è la fine della guerra, è una transizione verso una guerra amministrata,
istituzionale e permanente. Di fatto la risoluzione non apre un processo di
pace, ma una nuova fase della guerra”. Chi sono gli attori di questa nuova fase,
quali siano i loro obiettivi e come agiscano è quello che passo passo vorremmo
comprendere sempre meglio.
Si è già detto tanto sul nuovo modello coloniale affermato da questa
Risoluzione, che oltretutto non rispetta nessuno degli elementi di una “buona
pace” descritti dalle stesse Nazioni Unite, tra cui le sanzioni per i
responsabili, i risarcimenti per la parte danneggiata, la fine del supporto
finanziario per chi ha contribuito a sovvenzionare il genocidio. Nel testo non
si fa mai riferimento al concetto di responsabilità per Israele, nonostante i
crimini contro l’umanità che lo stesso diritto internazionale ha riconosciuto;
non si riconosce il popolo palestinese come soggetto politico. Con le due
strutture principali previste, il Board of peace e le forze di sicurezza –
costituite da società militari private, che non devono quindi rispondere alle
autorità di parlamenti e convenzioni -, si afferma un governo esterno coloniale
su Gaza e contemporaneamente ci si pone l’obiettivo che Israele in due anni di
genocidio non è riuscita a raggiungere: disarmare la resistenza palestinese.
Quello che non è riuscito con la forza, si tenta ora anche sul piano della
diplomazia, mentre si continua a portare allo stremo un popolo.
C’è un altro aspetto che nella risoluzione rimane volutamente poco definito: dal
punto di vista economico, il piano rimane molto vago sulla ricostruzione di
Gaza, nonostante le cifre da gestire di cui si parla ammontino circa a 70
miliardi. Si nomina un nuovo fondo per cui si tira in causa la Banca Mondiale, e
si mette esplicitamente la ricostruzione economica di Gaza sotto il controllo
esterno di donatori.
Disaster capitalism
In questa logica orientata agli interessi del profitto, i piani per la
ricostruzione di Gaza rientrano pienamente in ciò che Naomi Klein definisce
Disaster Capitalism. Attraverso questa lente teorica è possibile comprendere non
solo la nuova fase politica in corso a Gaza, ma anche dinamiche e interessi
strutturali che si riproducono a livello globale, in un contesto in cui crisi e
guerre si susseguono con ritmo sempre più accelerato. Nel suo libro The Shock
Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, Klein descrive come la distruzione e
il collasso provocati da guerre o disastri naturali vengano utilizzati come
occasioni di profitto per le élite politiche ed economiche globali, ma
soprattutto come strumenti per imporre riforme politiche funzionali agli
interessi del capitale, quali la deregolamentazione, la privatizzazione e
l’accaparramento delle terre e delle risorse naturali.
Attraverso una economic shock therapy, vengono creati fatti politici ed
economici che favoriscono gli interessi delle grandi imprese internazionali in
assenza di qualsiasi controllo democratico, mentre la popolazione locale è
troppo distratta e sopraffatta dalla distruzione per reagire o opporsi in modo
efficace. Si tratta di uno schema già osservato in contesti come l’Iraq, il
Libano e l’Afghanistan, dove la ricostruzione post-bellica è stata utilizzata
per imporre assetti economici e politici esterni, spesso senza il consenso delle
comunità colpite.
Tipicamente, si possono individuare tre meccanismi principali che innescano il
capitalismo dei disastri: (1) l’istituzione di una struttura di governance che
nega alla popolazione locale l’agency politica e il controllo sul proprio
futuro; (2) un processo di accaparramento della terra, estrazione delle risorse
e profitto dalla ricostruzione; e (3) l’imposizione di assetti di sicurezza
volti a far rispettare le condizioni necessarie a un controllo politico ed
economico duraturo della potenza imperialista, in questo caso da parte di
Israele e dei suoi alleati.
Il caso di Gaza: ricostruire per ridisegnare.
Nel caso di Gaza, la risoluzione dell’ONU come già detto rimane vaga riguardo ai
piani precisi per il futuro economico di Gaza, ma possiamo ricavare un’idea
delle intenzioni a partire da diversi progetti proposti negli ultimi anni – già
da tempo quindi si guarda con desiderio ai profitti della ricostruzione. Questi
progetti sono proposti da diversi soggetti e hanno diverse caratteristiche, ma
logiche comuni che possiamo definire appaiono chiaramente. Tra questi, figura il
piano An Economic Plan for Rebuilding Gaza: A BOT Approach, elaborato dal
professore Joseph Pelzman della George Washington University, che nel luglio
2024 lo ha presentato al team di Donald Trump, ispirando la visione molto nota
del presidente di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Un altro
progetto rilevante è GREAT Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and
Transformation Trust), che sarebbe stato guidato da un gruppo di uomini d’affari
israeliani capeggiati da Michael Eisenberg, finanziere israelo-americano,
insieme a Liran Tancman, ex membro dell’intelligence militare israeliana.
In particolare, il piano di Pelzman esplicita in modo sistematico uno schema che
si chiama “Build-Operate-Transfer” (BOT) che riflette una razionalità più ampia,
rintracciabile anche negli altri progetti di ricostruzione. Tale schema prevede
che investitori stranieri ottengano il controllo di Gaza per un periodo di 50
anni, occupandosi della ricostruzione (Build) e della gestione di
un’amministrazione civile (Operate) basata sulla “fornitura privata di servizi
pubblici” e sull’applicazione dei principi di common law su proprietà, contratti
e diritto penale e civile. La sovranità dei residenti (Transfer) verrebbe
considerata solo al termine di questo periodo, una volta completata
l’amministrazione civile e consolidato il paradigma della rule of law.
Questa impostazione, pur presentata come tecnica e neutrale, esprime una logica
di governance che esclude la popolazione locale da qualsiasi agency politica e
controllo sul proprio futuro, negando di fatto il diritto
all’autodeterminazione. Inoltre, viene imposto un sistema socio-economico
costruito a vantaggio di interessi esterni, che espone i palestinesi a un
livello estremamente elevato di rischio e vulnerabilità.
Con questo schema di governance privatizzata, il processo di ricostruzione tende
strutturalmente a trasformarsi in un meccanismo di estrazione di profitti a
favore di multinazionali globali e regionali. Il flusso di miliardi di dollari
previsto dal Fondo, formalmente destinato alla crescita dell’economia
palestinese, rischia così di essere intercettato e sfruttato principalmente da
grandi attori economici esterni, piuttosto che reinvestito a beneficio della
popolazione locale. Questo rischio è ulteriormente accentuato dal fatto che gare
e bandi per la ricostruzione sarebbero gestiti direttamente dal Fondo e dal
Board of Peace, escludendo di fatto qualsiasi controllo palestinese sui processi
decisionali e sull’allocazione delle risorse. In tale contesto, la ricostruzione
diventa uno spazio privilegiato di accumulazione per capitali esterni, più che
uno strumento di sviluppo locale.
Inoltre, i piani prevedono anche l’estrazione e la fornitura di gas da Gaza.
Inserita in questo modello di governance, l’estrazione delle risorse naturali
non può che configurarsi come parte di un più ampio processo di accaparramento
della terra e delle risorse, rafforzando una dinamica coloniale di
espropriazione economica e territoriale. Alla luce delle recenti azioni e
pressioni esercitate dagli Stati Uniti nei confronti di paesi ricchi di risorse
naturali — come il Venezuela, la Colombia o la Groenlandia — il contenuto e la
tempistica dei piani di ricostruzione di Gaza devono essere letti all’interno di
una più ampia traiettoria di imperialismo estrattivista statunitense, in cui la
ricostruzione diventa uno strumento per garantire accesso, controllo e
sfruttamento delle risorse strategiche sul livello globale.
Tornando alla teoria del capitalismo del disastro, dobbiamo però aggiungere un
tassello, che aggiunge violenza a questi disegni economici. Nel contesto di
Gaza, infatti, emerge una differenza cruciale che il modello classico del
Disaster Capitalism rischia di trascurare. In altri casi non era presente un
attore portatore di un progetto di colonizzazione di natura genocidaria. A Gaza,
invece, ai meccanismi già noti si aggiungono strumenti volti a portare avanti il
genocidio, finalizzati alla distruzione della vita, della terra e della cultura
palestinese, e alla creazione di un nuovo sistema politico ed economico
concepito per il “dopo genocidio”.
Per esempio, nel progetto GREAT vengono proposti programmi di trasferimento
volontario in cui i Gazawi che accettano di spostarsi “volontariamente” in un
altro paese ricevono un pacchetto di ricollocazione di 5.000 dollari a persona,
con affitto sovvenzionato per quattro anni (100% nel primo anno, 75% nel
secondo, 50% nel terzo e 25% nel quarto) e sostegno alimentare garantito per il
primo anno. In parallelo, la costruzione di abitazioni permanenti viene
giustificata anche con il fabbisogno residenziale di persone non provenienti da
Gaza. Il piano prevede che 25% della popolazione si sposti in un altro paese.
Nonostante questo venga motivato con l’obiettivo di “accelerare la
ricostruzione”, si configura invece come ulteriore meccanismo per sostituire la
popolazione Gazawi con residenti esterni.
Inoltre, i piani di investimento e le visioni e proposte socio-economiche sono
così invadenti da trasformare il territorio in un hub commerciale, in una
“Riviera turistica”. Più che ricostruzione, dovremmo parlare di sostituzione.
Con la distruzione del patrimonio culturale, lo scolasticidio e l’ecocidio, Gaza
è stata trasformata in modo sistematico e travolgente, ed ora dopo la
distruzione si procede con il sostituire quello che c’era con qualcosa di
completamente diverso. La visione della ricostruzione non riprende affatto ciò
che era Palestina o Gaza: non viene mai menzionato un piano per il patrimonio
culturale, per i siti archeologici o per il recupero dei danni ecologici.
L’unico aspetto a cui sembra essere attribuito un ruolo importante è la
costruzione di un sistema scolastico. Tuttavia, emergono elementi che fanno
intuire un ulteriore meccanismo della pulizia etnica, che punta tramite la
scuola alla creazione di una nuova identità e alla sostituzione di quella
palestinese. In particolare, si prevede l’istituzione di un sistema scolastico
riformato dalla materna fino al 12° anno, basato sui curricula di Emirati Arabi
Uniti, Bahrain e Arabia Saudita, e gestito da docenti internazionali secondo il
modello IB di Singapore, rafforzando così un’educazione orientata a un’identità
esterna, e non alla trasmissione della cultura locale palestinese.
La cosiddetta “ricostruzione di Gaza” rappresenta così una forma di guerra forse
meno visibile delle bombe e della fame, poiché mascherata dal linguaggio delle
“politiche di sviluppo”, ma che, in ultima analisi, continua a colpire il popolo
palestinese attraverso la medesima violenza coloniale. Pensiamo che queste
riflessioni dimostrino come il movimento per la Palestina debba tenere di conto
di questa nuova fase, per impegnarsi sempre di più a distruggere i profitti di
chi lucra sulla ricostruzione, e al livello mondiale sull’estrattivismo
coloniale di risorse. I piani della cosiddetta “ricostruzione di Gaza” non
devono essere interpretati come l’ennesimo accordo internazionale destinato a
essere disatteso da Israele, bensì come una transizione verso un sistema
politico ed economico coerente con il progetto di colonizzazione d’insediamento
e di natura genocidaria portato avanti da Israele, nonché con gli interessi di
profitto delle élite globali.
Come sappiamo, questi processi prendono spesso avvio anche nei nostri contesti,
come dimostrano diversi attori italiani — tra cui alcune università pisane — che
cercano di trarre vantaggio dalla “ricostruzione di Gaza” attraverso
collaborazioni istituzionali e politiche, come vedremo nell’ultimo paragrafo.
Per questo motivo, uno dei compiti fondamentali del movimento per la Palestina
rimane quello di smascherare i piani coloniali delle élite globali e di
contrastarli attivamente all’interno dei propri contesti.
… e l’Università.
Nelle dichiarazioni di novembre 2025, il ministro degli esteri Tajani ha
sottolineato l’importanza di un sostegno trasversale alla Palestina, che non
trascuri gli aspetti fondamentali dell’educazione necessari a ricostruire una
società civile in grado di aprire un dialogo interno. “Anche questo – ha
affermato – è un modo concreto per contribuire a formare la futura classe
dirigente: per una Palestina libera, prospera, sovrana e pacifica. Una Palestina
che, in tali condizioni, l’Italia è pronta a riconoscere senza ulteriori attese,
ma che avrà bisogno di una leadership forte, trasparente e preparata.”
A tale necessità la ministra Bernini ha subito fatto seguito, annunciando il
progetto di costruire un’università italiana a Gaza. In questa catena di
comando, i prossimi ad intervenire sono stati proprio i rettori dei tre atenei
pisani. L’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore
Sant’Anna, riunite nelle persone dei tre rettori insieme all’arcivescovo della
città, si sono proposti come avanguardie di questo processo, definendo il
territorio pisano come uno strategico “hub di pace”. Si nominano progetti
precisi: “dal reclutamento di politologi internazionali specializzati in
risoluzione dei conflitti alle collaborazioni già avviate con scienziati
palestinesi per comprendere la situazione delle università nelle zone di guerra,
fino al progetto di costruire un nuovo ateneo italiano a Gaza, come auspicato
dalla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini”.
Ecco l’ultimo tassello per un colonialismo perfetto: la formazione occidentale
di una futura classe dirigente “palestinese”, perfettamente addomesticata alle
volontà dei colonizzatori. Dall’inizio del movimento per la Palestina, le
complicità della nostra accademia si sono modificate, sia nella conoscenza che
ne abbiamo fatto, sia per le scelte del nostro Ateneo. In particolare, tramite
le lotte per il boicottaggio abbiamo conosciuto sempre più facce della
complicità: dagli accordi quadro ai progetti europei, ai software delle nostre
biblioteche. Ma anche la nostra governance si è ristrutturata: dovendo tagliare
su alcuni accordi più espliciti, come quelli quadro, deve rientrare ora in un
piano molto più raffinato e strategico di allineamento con il governo italiano.
«Nel piano 2025 ho reclutato per chiamata diretta un politologo internazionale
che si occupa proprio di risoluzione dei conflitti», ha annunciato il Rettore
Nicola Vitiello della Scuola Superiore Sant’Anna, nell’incontro sopra
menzionato. «Abbiamo invitato uno scienziato palestinese a spiegarci quali
università esistevano e non esistono più a Gaza: ci siamo fatti fare un quadro
concreto, al di là delle divisioni. […] A Gaza non ci sono più atenei. La
proposta della Ministra Bernini mi trova assolutamente d’accordo: perché non
pensare di costruire nella Striscia un’università italiana, appena le condizioni
di sicurezza lo permetteranno? Dobbiamo trasmettere ai giovani valori positivi e
le università possono creare ponti, collaborando con tutte le istituzioni senza
prendere la parte di una fazione in guerra. […] Se questa cosa la fa un ateneo
non sposta gli equilibri, ma se c’è uno sforzo coordinato, e Pisa potrebbe
essere il polo universitario delle Scienze per la pace, questo potrebbe
diventare anche un asset strategico».
Noi diciamo ai tre rettori che non abbiamo avuto bisogno di due anni di
genocidio e di politologi internazionali per sapere che a Gaza non ci sono più
atenei. Ci sono bastate le parole dei palestinesi per capirlo. In questi due
anni abbiamo costruito i nostri antidoti alla legittimazione scientifica del
colonialismo israeliano, fondata sulla “neutralità”, sulla distanza necessaria
per un sapere “vero”. Non ci serve una diplomazia che giustifica e legittima il
colonialismo israeliano. E soprattutto, non faremo parte dei loro piani
coloniali sulla ricostruzione di Gaza, che ora ci sono ben chiari.
Riferimenti e approfondimenti.
* An Economic Plan for Rebuilding Gaza: A BOT Approach, Joseph Pelzman
https://ceesmena.org/wp-content/uploads/2024/10/An-Economic-Plan-for-Rebuilding-Gaza__A-BOT-Approach-_FINAL_July-21_2024.pdf
* GREAT Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation
Trust)
https://www.washingtonpost.com/documents/f86dd56a-de7f-4943-af4a-84819111b727.pdf
* Destruction, Disempowerment, and Dispossession: Disaster Capitalism and the
Postwar Plans for Gaza, Nur Arafeh and Mandy Turner
https://carnegieendowment.org/research/2025/07/destruction-disempowerment-and-dispossession-disaster-capitalism-and-the-postwar-plans-for-gaza?lang=en
* Gaza’s Reconstruction and the Settler-Colonial Logic of Elimination, Jad
Baghdadi
https://noria-research.com/mena/gazas-reconstruction-and-the-settler-colonial-logic-of-erasure/
* Dietro la tregua l’ONU ha formalizzato un nuovo modello coloniale a Gaza,
Romana Rubeo
https://it.palestinechronicle.com/dietro-la-tregua-lonu-ha-formalizzato-un-nuovo-modello-coloniale-a-gaza/
* Pisa si candida a diventare hub mondiale delle Scienze della pace, Università
di Pisa.
https://www.unipi.it/news/268171/
* Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare
del processo bolivariano, Daniela Ortiz
https://www.progettometi.org/analisi/il-tacito-patto-tra-progressisti-e-imperialisti-sul-venezuela-non-parlare-del-processo-bolivariano
* Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile, Federico
Scirchio
https://www.progettometi.org/analisi/imperialismo-ecologico-fase-suprema-del-capitalismo-fossile/
* Qual è la posta in gioco della guerra. La distruzione di capitale e la
(ri)costruzione, Claudio Cozza
https://www.progettometi.org/analisi/qual-e-la-posta-in-gioco-della-guerra-la-distruzione-di-capitale-e-ricostruzione/
* Corollario globale all’attacco in Venezuela, redazione Infoaut.
https://www.infoaut.org/approfondimenti/corollario-globale-allattacco-in-venezuela
* The Shock doctrine, Naomi Klein https://naomiklein.org/the-shock-doctrine/
Riportiamo il commento a caldo del Comitato Vanchiglia Insieme in merito alla
partecipatissima assemblea tenutasi nei locali della palestra della scuola del
quartiere Vanchiglia e ripubblichiamo il contributo di Alessandra Algostino
apparso su Volere la Luna.
Lo
sgombero (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/12/19/askatasuna-uno-sgombero-contro-la-citta/) non
ha chiuso la storia di Askatasuna. Al contrario, ne sta innescando un
prosecuzione di grande interesse.
Askatasuna è un bene comune. Non lo dice il patto di collaborazione con il
Comune, al momento rescisso, ma lo afferma, con i fatti, l’assemblea che si è
tenuta mercoledì pomeriggio in Vanchiglia, il quartiere di Aska, nella palestra
stracolma di una scuola. Rappresentanti di associazioni, a partire dagli
organizzatori (il Comitato Vanchiglia Insieme), ma anche tante e tanti cittadine
e cittadini, molti genitori e insegnanti delle scuole che da anni condividono
spazi con il centro sociale. La presenza popolare, di generazioni e provenienze
diverse, gli interventi densi e sentiti, hanno sancito, dal basso,
che Askatasuna è un bene comune, che il quartiere ha costruito insieme al centro
sociale una alternativa alla città competitiva, alla global city, alla
gentrificazione, alla sicurezza come ordine pubblico. È emersa
nell’assemblea un’idea e una pratica diversa di città, la città della sicurezza
sociale, della ricostituzione del senso di comunità, della capacità di
evidenziare contraddizioni e affrontarle attraverso un conflitto dal basso,
emancipante.
Non intendo dipingere un quadro forzatamente idilliaco – tensioni esistono, così
come passività e indifferenza – ma sottolineare come sia viva una partecipazione
consapevole, un’alternativa resistente che, nelle differenze, mantiene la
capacità di cogliere ciò che unisce. È un elemento di speranza in una società
resa passiva e frammentata dalla logica competitiva del neoliberismo, compattata
artificialmente intorno al nemico, mantenuta unita dalla paura, sterilizzata
dalla repressione.
Negli interventi è stato dipinto il quadro fosco del contesto: dalla noncuranza
per il diritto all’istruzione a fronte di supposte esigenze di ordine pubblico e
all’economia di guerra che assesta il colpo di grazia allo Stato sociale, dalla
repressione nei confronti di studenti minorenni alla paura della guerra che si
profila all’orizzonte, dalla normalizzazione della legge del più forte e della
violenza che ha spodestato il diritto internazionale alla deriva autoritaria
della democrazia. È la consapevolezza del legame fra locale e globale, della
complessità, delle connessioni e delle contraddizioni che avvolgono quanto
accade sul territorio, e di come in gioco sia un modello di vita e di
relazioni.
La risposta del quartiere, subito dopo lo sgombero, con un corteo di oltre
cinquemila persone, e, mercoledì, con l’assemblea partecipatissima e intensa,
mostrano sin d’ora, con i fatti, la vitalità e il legame con il territorio del
centro sociale. Askatasuna è un bene comune: occorre trovare le forme e il modo
che consentano di proseguire l’esperienza. Nell’immediato è necessario porre
fine alla militarizzazione del quartiere, che il Comune rivendichi il proprio
ruolo (https://volerelaluna.it/controcanto/2025/12/23/askatasuna-il-giorno-dopo/),
sostituendo alla visione autoritaria dello sgombero, quella della democrazia che
riconosce il conflitto e valorizza l’autorganizzazione sociale e l’alternativa
politica, ovvero l’espressione della democrazia dal basso, della partecipazione
effettiva (quella partecipazione che l’articolo 3 della Costituzione sancisce
come obiettivo e strumento di emancipazione).
La vicenda Askatasuna non riguarda solo Torino; in questi giorni il pensiero
corre in particolare allo Spin Time di Roma, all’immagine di un’altra assemblea
affollatissima, a testimonianza, di nuovo, del radicamento nei territori e nella
società degli spazi sociali. I centri sociali sono luoghi di aggregazione, di
ri-costruzione del legame sociale, di solidarietà, di cultura alternativa, di
immaginazione e pratica politica alternativa. Spazi di critica, libertà e
liberazione, intollerabili per chi governa attraverso la militarizzazione dei
territori, e di democrazia; per chi sta preparando un’ulteriore stretta
repressiva, nuovi disegni di legge e decreti che si accaniscono sul classico
trittico del nemico (migranti, dissenzienti e poveri), senza scordare i disegni
di legge antisemitismo (non solo della destra) che mirano a disciplinare scuola
e università.
Lo sgombero di Askatasuna, preceduto negli scorsi mesi da quello del
Leoncavallo, è simbolo della chiusura del pluralismo e del conflitto che
connotato l’essenza della democrazia, quel conflitto che permette il
riconoscimento dei margini e la trasformazione, quel conflitto che si ostina a
rifiutare che governi, a livello nazionale e internazionale, la legge del
dominio, la legge del più forte. C’è un filo che lega gli sgomberi dei centri
sociali, la riforma sulla giustizia, il progetto di premierato, l’autonomia
differenziata, lo scardinamento del diritto internazionale: è la costruzione di
un potere economico e politico autoritario, senza limiti, autoreferenziale,
pronto ad eliminare tutti coloro che considera eccedenti, che siano spazi
sociali, migranti, palestinesi, poveri, ribelli. La partecipazione consapevole e
resistente è la costruzione di un’altra storia.
Vanchiglia chiama Torino.
Torino risponde….e prende la rincorsa!
“Ieri la palestra della scuola Fontana era stracolma di persone di ogni età:
pensionatə, studentə, attivistə e collettivi, persone comuni si sono guardate
negli occhi, intrecciato percorsi e condiviso pensieri.
Travolti dagli avvenimenti di questo ultimo mese che ha portato alla sottrazione
violenta di uno spazio importante per il quartiere e la città e la conseguente
militarizzazione, si sono ritrovate insieme per cominciare a tracciare la via
per una risposta collettiva.
Siamo tanto emozionatə quanto entusiastə di questo nuovo inizio. Grazie, a
prestissimo! A breve i prossimi appuntamenti!”
In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione:
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e
xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari
quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso.
Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a
casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo
studio.
Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e
ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo
dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la
vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio
una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”.
Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e,
a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di
questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole
della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso.
Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla
vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta
l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame
del 20 gennaio.
Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein:
“Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le
misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni)
disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del
30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i
fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della
prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a
Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e
stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una
società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne
chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire
loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.”
Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una
scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù
Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa.
La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca.
Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in
ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che
vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce
alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle
manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie
repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di
condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda
generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in
quelle date di sciopero generale.
Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta
venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti
be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le
persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza
alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in
secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi
chi dissente.
Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove
misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il
tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun,
le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di
polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto
copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può
ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’
previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi
ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i
controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per
prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa
possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni
amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie,
indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate
motivo di salassi fino a 20 mila euro.
In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per
cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del
carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai
domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il
compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero
dell’Askatasuna (come viene raccontato qui).
Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il
tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione
dal basso puntuale e lucido.
Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio
Pepino
da Radio Blackout
Per una partecipazione di Valle all’assemblea del 17 gennaio a Torino – ore 15
al Campus Luigi Einaudi
da notav.info
Il Governo Meloni continua la sua guerra contro il popolo, contro i territori e
contro chi si organizza per difendere diritti, ambiente e dignità. Una guerra
fatta di decreti repressivi, di investimenti miliardari in armamenti e
militarizzazione, di devastazione ambientale e di grandi opere inutili, mentre
si affama il welfare, si precarizza il lavoro e si smantellano scuola, ricerca,
sanità e cultura.
Non ci sono governi amici, ma qualcuno si dimostra essere più nemico di altri.
Sotto la “guida” di Fratelli d’Italia, in Valsusa, negli ultimi anni abbiamo
visto la rappresentazione plastica di come si rende una valle sacrificabile ai
grandi interessi economici e politici incompatibili con la vita: furti
legalizzati di case e terreni per svenderli a Telt, tentativi di accorpamento
degli istituti scolastici e nuovi progetti devastanti per il territorio come il
tentativo di installare una nuova discarica a Mattie e la futura costruzione di
una stazione elettrica di Terna ad Avigliana, con conseguente latrocinio di
terreni agricoli e risorse.
Per finire, il programma futuro del governo e di Telt (vero e unico governatore)
per la nostra valle prevede: un gigantesco deposito volto al contenimento
di scorie e smarino, l’inizio della cantierizzazione a Traduerivi e della
collina morenica, il licenziamento dei lavoratori e lavoratrici dell’autoporto a
Susa (ma il Tav non portava lavoro?) e di quelli legati al comparto produttivo
(licenziamenti senza preavviso all’Azimut e ora i 160 alla ex-Tekfor di
Avigliana). Se poi dobbiamo, invece, parlare di fondi per i territori, i Comuni
di Avigliana, Caselette, Villar Dora, Sant’Ambrogio, Reano, Trana e Sangano
rischiano il declassamento e quindi il taglio drastico di servizi essenziali.
Ciliegina sulla torta, dopo aver costretto molte amministrazioni ad accettarle
(facendo i dovuti distinguo tra chi lo ha fatto con riluttanza e chi invece è
stato ben contento di stringere dal trogolo), le famosissime compensazioni che
avrebbero dovuto coprire d’oro i Comuni, annunciate in pompa magna dal ministro
Salvini in Regione, non sono state finanziate dal suo stesso governo, lasciando
a bocca asciutta le amministrazioni. Come si dice da queste parti “già ciacolà e
peui bastonà” insomma.
La Linea ad Alta Velocità Torino – Lione rappresenta l’incarnazione di un
governo che si insedia nei territori con la violenza, cercando di soffocare ogni
processo decisionale collettivo e imponendo scelte calate dall’alto. Un modello
che apre spazi agli interessi del profitto, alle grandi aziende appaltatrici e
alle infiltrazioni mafiose, cercando allo stesso tempo di chiusure invece quelli
della partecipazione, della tutela ambientale e della giustizia sociale. La
militarizzazione e gli espropri non sono effetti collaterali, ma strumenti di un
disegno preciso: controllare i territori e piegarli agli interessi di pochi
contro i bisogni reali delle comunità che li abitano.
Lo sgombero del Centro Sociale Askatasuna si inserisce in questo quadro. Non è
un fatto isolato né una questione di ordine pubblico: è un atto politico, un
arrogante messaggio rivolto a chi costruisce conflitto sociale, solidarietà e
pratiche di autorganizzazione. Colpire uno spazio significa colpire le
relazioni, i percorsi di lotta, le possibilità di incontro e di costruzione
collettiva di alternative.
Per il Movimento No Tav la difesa degli spazi non è una questione astratta. Lo
sappiamo bene in Valsusa, dove da decenni la lotta si costruisce anche
attraverso presidi e luoghi di incontro e di decisione collettiva. Il Presidio
di San Giuliano, nato nella casa della famiglia di Ines espropriata da Telt, ne
è un esempio attuale e concreto: uno spazio restituito alla collettività,
aperto, vissuto, capace di unire lotta ambientale, difesa del territorio e
relazioni solidali. Un presidio che dimostra come al sopruso si possa rispondere
con presenza, cura e determinazione e che ci fa capire che gli spazi si
difendono abitandoli, attraversandoli e rendendoli necessari. Dove loro
distruggono, noi costruiamo.
Difendere Askatasuna, difendere i presidi No Tav e tutti gli spazi sociali sotto
attacco, significa tutelare la possibilità stessa di organizzarsi contro
questo modello di società fondato su guerra, sfruttamento e devastazione.
L’assemblea nazionale del 17 gennaio a Torino sarà un momento importante per
ritrovarsi, riconoscersi e rafforzare un fronte determinato contro il governo
Meloni, contro le guerre e contro il genocidio del popolo palestinese. Un fronte
capace di unire lotte territoriali, vertenze sociali, esperienze di resistenza e
di autorganizzazione attraverso la consapevolezza che solo una risposta
collettiva e radicale potrà contrastare le politiche reazionarie di questo
governo.
Dalla Val di Susa a Torino, dai territori colpiti dalle grandi opere inutili
agli spazi sociali sgomberati, rifiutiamo questo destino: uniamoci contro il
governo!
Da Osservatorio Repressione
Un attacco sistematico alle libertà costituzionali nel silenzio imposto
dall’emergenza permanente. Due nuovi pacchetti sicurezza: ulteriore
criminalizzazione del dissenso, fermi preventivi, zone rosse senza limiti, scudo
penale agli agenti: la democrazia arretra mentre avanza l’autoritarismo violento
di Stato
C’è una parola che il governo evita con cura, mentre la pratica la impone ogni
giorno: repressione. L’Italia che sta prendendo forma sotto l’esecutivo guidato
da Giorgia Meloni non è semplicemente più severa; è più povera di diritti, più
diffidente verso i cittadini, più aggressiva verso chi dissente. È un Paese in
cui la sicurezza diventa il grimaldello per restringere libertà fondamentali, e
l’ordine pubblico la scusa per normalizzare l’eccezione.
Due nuovi pacchetti “sicurezza” sono pronti a irrompere nell’ordinamento: un
decreto legge e un disegno di legge. Sessantacinque misure confezionate dai
tecnici del Viminale, pronte a essere selezionate a Palazzo Chigi. Il metodo è
noto: rapidità, blindature, riduzione degli spazi di discussione. Il risultato è
altrettanto chiaro: una stretta definitiva contro il dissenso.
ZONE ROSSE PERMANENTI, DIRITTI A TEMPO DETERMINATO
Le città diventano mappe di esclusione. Le “zone rosse” non saranno più
eccezioni motivate da urgenze, ma strumenti ordinari, rinnovabili, espandibili,
sottratti a un vero controllo. Basterà una segnalazione, persino una denuncia,
per essere allontanati da interi quartieri. Il diritto di circolazione viene
trasformato in privilegio revocabile.
Alle telecamere ovunque si aggiungono tecnologie biometriche negli stadi e nei
luoghi pubblici, mentre perquisizioni e controlli nelle manifestazioni diventano
prassi liberalizzata. Non servono più motivazioni stringenti: basta la parola
“sicurezza”. Così, il sospetto sostituisce la prova; la prevenzione divora la
presunzione d’innocenza.
IL DISSENSO COME REATO AMMINISTRATIVO
È qui che il disegno si fa apertamente autoritario. Fermi “preventivi” fino a 12
ore per chi “potrebbe” disturbare un corteo. Multe fino a 20mila euro per chi
manifesta senza autorizzazione, devia un percorso, non si scioglie abbastanza in
fretta. Sanzioni amministrative pesantissime, senza le garanzie del diritto
penale, pensate per scoraggiare, intimidire, svuotare le piazze.
Basta una condanna non definitiva — persino una denuncia — per subire divieti di
accesso alle infrastrutture urbane. Il messaggio è brutale: protestare costa
caro. E se sei povero, giovane, precario, il costo è proibitivo.
MIGRANTI: IL DIRITTO SPECIALE DELL’ECCEZIONE
Per i migranti si consolida un diritto speciale, più duro e meno garantito. Nei
CPR — luoghi di detenzione amministrativa per persone che non hanno commesso
reati — arrivano regole di rango primario dopo il richiamo della Corte
costituzionale, ma l’impianto resta punitivo. Addio al gratuito patrocinio
automatico contro l’espulsione. Obbligo di “collaborare” all’identificazione.
Rimpatri accelerati. Ricongiungimenti familiari compressi.
Le navi delle ONG tornano nel mirino, con interdizioni decise dall’esecutivo in
nome di una “pressione migratoria eccezionale”. Anticipazione di norme europee
non ancora in vigore sui “paesi terzi sicuri”, riduzione del controllo dei
giudici sul trattenimento. Traduzione politica: deportazioni più facili,
giustizia più debole.
MINORI E POVERTÀ EDUCATIVA: PUNIRE INVECE DI CAPIRE
Ai ragazzi si risponde con l’ammonimento del questore già tra i 12 e i 14 anni,
con sanzioni ai tutori, con arresti in flagranza e misure cautelari. Coltelli,
stupefacenti, perfino veicoli confiscabili: la guerra simbolicacontro il disagio
giovanile ignora le cause sociali e investe tutto sulla punizione. È l’ennesima
scorciatoia: meno scuola, più manette.
SCUDO AGLI AGENTI, SILENZIO SUI CONTROLLI
Mentre i diritti dei cittadini arretrano, le tutele per le forze di polizia
avanzano. Arriva lo scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli
indagati in presenza presunta di cause di giustificazione. Niente sospensione
dal servizio. Premi di carriera. Nelle carceri si rafforzano le operazioni sotto
copertura. L’equilibrio dei poteri si inclina: chi controlla viene controllato
meno.
L’IPOCRISIA AL POTERE
La destra che oggi riempie le carceri di dissenzienti è la stessa che
versa lacrime di coccodrillo per la repressione in Iran. Denuncia gli
autoritarismi lontani mentre costruisce, passo dopo passo, un ecosistema
repressivo domestico. È un doppio standard morale che non regge alla prova dei
fatti.
Il vicepremier Matteo Salvini rivendica il pacchetto come una vittoria politica.
È una vittoria, sì — contro la democrazia liberale, contro il conflitto sociale,
contro l’idea che la sicurezza nasca da diritti più forti e non da libertà più
deboli.
UN PAESE DA INCUBO (SE NON REAGIAMO)
Questo non è ordine: è normalizzazione dell’eccezione. Non è sicurezza: è paura
amministrata. Non è tutela: è punizione preventiva. Se passa l’idea che il
dissenso sia un problema di polizia, allora la politica ha già abdicato.
La domanda non è se queste norme renderanno l’Italia più sicura. La domanda
è quanto spazio resterà alla libertà quando la sicurezza diventa una clava e il
cittadino un sospetto permanente. La risposta dipende da quanto saremo disposti
a difendere, oggi, ciò che domani potrebbe non esserci più.
Pubblichiamo di seguito il contributo di Nicoletta Dosio sull’udienza tenutasi
questo lunedì nei confronti di Giorgio Rossetto presso il tribunale di Imperia.
12 gennaio, Imperia. Siamo scesi dalla Valle in solidarietà a Giorgio Rossetto
compagno e fratello.
Oggi al Tribunale di Imperia si concluderà con la sentenza il processo nei suoi
confronti per violazione della sorveglianza speciale. In passato Giorgio,
colpito da sorveglianza speciale con obbligo di dimora a Bussoleno dove
risiede, si era recato – previa, ripetuta e sempre respinta richiesta di
autorizzazione al tribunale competente – a Taggia dove vive la sua compagna. A
quel pugno di case alte sul mare Giorgio ha dedicato cure, mettendo a
disposizione la sua lunga esperienza di giardiniere e l’amore per quelle terre
aspre e tenaci.
A Taggia egli fu arrestato ed ebbe inizio la storia che oggi si conclude.
Arriviamo ad Imperia in una mattinata di sole, tra le alture argentee di uliveti
e la malinconia del mare invernale
Siamo in ritardo. All’uscita dall’autostrada una pattuglia della polizia ci
ferma e non si limita a controllare libretto e patente del guidatore, ma ci
identifica tutti quanti ( siamo in cinque, cinque NO TAV tutti pregiudicati,
dunque meritevoli di qualche attenzione…).
Arriviamo infine al tribunale,un edificio modesto, quasi familiare rispetto alla
mole maledetta del tribunale di Torino.
Per Giorgio c’è accoglienza festosa:compagne e compagni del CSA La talpa e
l’orologio sono come sempre presenti e concretamente solidali.
L’udienza si conclude rapidamente e arriva la sentenza: colpevole di violazione
della sorveglianza speciale; cinque mesi e sei giorni di reclusione.
Giorgio prende la parola per ringraziare il numeroso pubblico presente e per
ribadire la volontà di proseguire la protesta attiva contro l’istituto della
sorveglianza speciale, in quanto pratica giudiziaria illegittima e persecutoria
, finalizzata a colpire non reati specifici, sanzionati con sentenza di
tribunale, ma la persona per quello che è, le sue convinzioni, il suo modo di
stare al mondo.
Di qui, nei confronti di Giorgio, il divieto di prender parte ai più svariati
momenti di socialità , dai consigli comunali, alle riunioni ANPI, dall’attività
sindacale, agli eventi culturali, per arrivare all’assurdo: il divieto di
partecipare alle cerimonie funebri in onore di amici.
Fuori dal tribunale non mancano le interviste dai giornali locali e la foto di
gruppo, gioiosa nonostante tutto, con sventolio di bandiere NO TAV, il sorriso
di compagne e compagni, gli sguardi belli e sinceri dei giovanissimi, gli stessi
che, nel Paese e oltre, vediamo animare una nuova Resistenza, nella
consapevolezza che l’oppressore vince solo se gli oppressi rinunciano a lottare.
Intorno a noi si muove una città in rapida metamorfosi da centro operaio e
mercantile a città-vetrina. Il porto di Oneglia, un tempo scalo di pescherecci,
si è trasformato in parcheggio di yacht miliardari. La fabbrica della pasta
Agnesi che dava lavoro a tutta la Riviera, è ora un edificio imponente e vuoto,
il monumento ad un passato estinto.
Eppure nei vicoli a ridosso del porto persiste il profumo antico di focaccia
ligure, la fragranza del baccalà in umido e delle trenette al pesto….
Ma è giunto il momento di ripartire. tra qualche ora ritroveremo la Valle, sullo
sfondo lo splendore delle montagne innevate, le bandiere NO TAV in strada e ai
balconi, le ferite dei cantieri e la resistenza dei presidi, la volontà di lotta
insopprimibile, dolce e testarda, l’unica garanzia per un futuro possibile.
da notav.info
Sembra assurdo, ma è la verità. La Procura di Torino ha chiesto al tribunale di
Sorveglianza di revocare i domiciliari a Giorgio Rossetto per mandarlo in
carcere.
La motivazione? Un’intervista rilasciata ai microfoni di Radio Onda d’Urto in
cui esprime la sua opinione rispetto alla fase politica generale del paese, e
alle condizioni che hanno portato allo sgombero del centro sociale torinese
Askatasuna.
La Procura basandosi su annotazioni dei dirigenti della Digos e
dell’Antiterrorismo torinesi, trasforma quelle che sono semplici opinioni in un
supposto mandato esecutivo dei cortei che hanno seguito lo sgombero di Aska.
Come sempre si stravolgono le leggi e si forza il diritto pur di perseguire
un’opinione scomoda. L’intervista per chi l’ha ascoltata non si presta in alcun
modo alle interpretazioni che invece vuole veicolare la Procura.
Evidentemente si trova inaccettabile che qualcuno dica che “il Re è nudo!”
perché aldilà delle proprie personali opinioni e auspici, l’intervista centra il
punto nel mettere in evidenza le “nudità” del potere. Ricordiamo che Giorgio è
sottoposto per via di una condanna definitiva agli arresti domiciliari da
diversi mesi e che prima di questi era gravato dal regime di Sorveglianza
Speciale nel comune di Bussoleno.
Come per l’operazione Sovrano, anche in questo caso, si cerca di trasformare un
compagno e un militante in una specie di Padrino che tutto può e tutto dispone.
Nulla di più falso e lontano dallo spirito militante e autonomo che
contraddistingue la lunga militanza di Giorgio e di tanti e tante altre. Giorgio
nell’intervista, dichiara di non partecipare alle riunioni del centro sociale
dal 2018 perché continuamente gravato da misure restrittive. Su cosa si basano
allora le accuse della Procura? Evidentemente non è bastata la sconfitta del
teorema associativo nel processo “Sovrano”, si continuano a montare castelli di
carta in assenza della minima prova, arrivando ai limiti del grottesco. Può
un’intervista essere motivo per finire in carcere? Noi crediamo di no.
Ad ogni modo, il Giudice ha disposto un udienza per discutere la proposta della
Procura il 21 gennaio. Aspetteremo a vedere come andrà questa vicenda ma terremo
alta l’attenzione su questo atto di repressione meschino e sproporzionato,
auspicando che non si avalli l’ennesima forzatura della Procura Torinese, che in
questi mesi sta dando prova di “pervicacia” (come direbbero loro!) nel
continuare a costruire un laboratorio di repressione nella città e nella valle.
Giorgio libero! Tutti e tutte libere!
Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito
a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito
delle manifestazioni per la Palestina di ottobre scorso.
È notizia di questa mattina una nuova operazione di rappresaglia dopo il
movimento blocchiamo tutto, questa volta sono arrivate misure cautelari tra
carcere e domiciliari, a diversi ragazzi che hanno partecipato alle enormi
mobilitazioni per la Palestina, in particolare lo sciopero generale del 3
ottobre, in cui più di 100mila torinesi sono scese in piazza, in una città
blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a
Gaza.
Uno sciopero generale che ha detto delle cose chiare: fuori i signori della
guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la
città produttiva per la vostra guerra!
In quella giornata un serpentone irriducibile ha sfilato dalle prime ore del
mattino fino a tarda notte, con migliaia e migliaia di persone che rispondevano
agli attacchi della polizia e resistevano alle cariche e alla repressione.
A distanza di mesi arriva il conto: il governo si vendica sui giovani che hanno
iniziato a gettare un seme per la resistenza in un mondo che si sta piegando
alla logica della armi.
Esprimiamo solidarietà assoluta per coloro che sono colpiti dalla repressione e
ci mettiamo a disposizione per costruire un impianto di solidarietà forte e
largo per fare fronte a questi attacchi!
Ricordiamo che 6 studenti minorenni sono ancora agli arresti domiciliari e
chiediamo la liberazione di tutti e di tutte subito!
PALESTINA LIBERA, TUTTI LIBERI