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Informazione di parte

Lo Stato di polizia colpisce i Vigili del fuoco di Pisa
Lo Stato di Polizia, spiegato bene. Il ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare per i Vigili del fuoco che a Pisa si sono inginocchiati davanti alla bandiera di Gaza durante lo sciopero generale. da Osservatorio Repressione Il Ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare contro dieci Vigili del fuoco colpevoli di un gesto che onora la divisa: inginocchiarsi davanti alla bandiera di Gaza, durante uno sciopero generale, per ricordare le vittime civili — soprattutto i bambini — massacrati sotto le bombe. Non è un abuso. Non è un reato. È umanità. E proprio per questo viene punita. Il ministro Matteo Piantedosi dovrebbe vergognarsi. Il 22 settembre, sui lungarni di Pisa, nel giorno dello sciopero proclamato dall’USB a sostegno della Global Sumud Flotilla e di Gaza, Claudio Mariotti e altri nove pompieri hanno osservato un minuto di silenzio. In ginocchio. Un gesto sobrio, nonviolento, limpido. Le immagini sono diventate virali. E lo Stato ha risposto non con rispetto, ma con repressione. La contestazione disciplinare arriva dal Viminale e colpisce sei vigili toscani e quattro di altre regioni. L’accusa è grottesca: aver “discreditato il Corpo” perché il gesto sarebbe avvenuto in divisa. Come se la divisa fosse un bavaglio. Come se la neutralità fosse obbligo di silenzio davanti a un genocidio. Come se l’etica fosse incompatibile con il servizio pubblico. Mariotti — 38 anni di servizio, sindacalista USB — lo spiega con una chiarezza che inchioda l’ipocrisia del potere: «Ci siamo inginocchiati per esprimere solidarietà alle vittime, in particolare ai bambini. Sulla nostra uniforme portiamo la spilla UNICEF. Il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco è ambasciatore UNICEF, grazie a un accordo rinnovato nel 2024 dal sottosegretario Prisco. Non c’è stata alcuna azione anticostituzionale». E infatti non c’è. C’è solo coerenza. Punirli significa dire che la divisa serve a tacere, non a proteggere. Che il lavoratore pubblico deve obbedire anche quando l’obbedienza coincide con l’indifferenza. Che la solidarietà è ammessa solo se muta, invisibile, innocua. È il manuale dello Stato di polizia: reprimere il dissenso non quando disturba l’ordine, ma quando rompe la narrazione. Qui il punto è politico, non disciplinare. Il Viminale colpisce dirigenti sindacali e lavoratori durante uno sciopero legittimo. Colpisce la libertà di espressione. Colpisce il diritto a manifestare un’opinione morale su un crimine di massa. E lo fa con l’arma più subdola: la sanzione amministrativa, la minaccia di sospensione, decurtazione dello stipendio, perfino — in via remota — licenziamento. La commissione disciplinare partirà il 29 gennaio. Il messaggio è già arrivato: state al vostro posto. Ma quale “discredito”? I pompieri non hanno mai nascosto la loro presenza nelle piazze con i dispositivi di protezione individuale, come i metalmeccanici con la tuta o i sanitari con il camice. Il discredito vero è punire chi salva vite per aver ricordato vite spezzate. Il discredito è usare l’apparato disciplinare per intimidire chi non si volta dall’altra parte. Lo USB ha annunciato battaglia e ha convocato per il 28 gennaio, a Roma, il convegno: «Contro la repressione della libertà d’espressione e la militarizzazione del Corpo». Militarizzazione: parola chiave. Perché è questo che sta accadendo. Non solo ai Vigili del fuoco, ma a tutto il lavoro pubblico. Uniformare, zittire, punire. Questo non è rispetto delle regole. È legalismo punitivo. È l’uso della “forma” per soffocare la sostanza. È lo Stato che chiede neutralità davanti alla strage e chiama “ordine” il silenzio. È l’idea che l’umanità sia un rischio reputazionale. No. I pompieri di Pisa non hanno discreditato il Corpo. L’hanno onorato. Chi lo discredita è chi reprime la solidarietà, chi confonde la divisa con il bavaglio, chi trasforma l’obbedienza in virtù civica. Questo è lo Stato di polizia, spiegato bene: punire il gesto giusto per educare tutti al silenzio.
L’Aquila: 5 anni e 6 mesi per Anan, assolti Ali e Mansour nel processo di primo grado contro la resistenza palestinese
AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – La sentenza di primo grado dispone 5 anni e mezzo di carcere per Anan Yaeesh, contro i 12 anni chiesti dalla Procura, mentre Ali Irar e Mansour Doghmosh (per loro chiesti rispettivamente 9 e 7 anni) sono stati assolti dal Tribunale de L’Aquila, dove fin dal mattino un folto presidio solidale si è riunito per esprimere solidarietà a 3 e ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”. AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – Attesa per oggi, venerdì 16 gennaio, la sentenza di primo grado nei confronti di Anan, Ali e Mansour, i tre giovani cittadini palestinesi accusati di terrorismo internazionale dal Tribunale de L’Aquila. Finora non è emerso alcun elemento incriminante a carico degli imputati. Secondo l’accusa, formulata dalle autorità israeliane, i tre avrebbero finanziato la Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese territori occupati contro l’invasione israeliano. Il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario – dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale, anche attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti civili estranei al conflitto. Nel corso del processo non è emerso alcun superamento di questo limite. Un punto centrale è stato il tentativo dell’accusa di presentare un insediamento illegale israeliano in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base militare, come una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento proveniente dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha negato l’ammissione. In risposta, l’accusa ha richiesto di convocare l’ambasciatore israeliano come testimone nella prossima udienza. In occasione di questa udienza è stato organizzato un presidio al Tribunale de L’Aquila, iniziato questa mattina alle ore 9.30, per esprimere solidarietà ad Anan, Ali e Mansour e per ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”. Bloccato da polizia e carabinieri un pullman di solidali che doveva raggiungere l’iniziativa. Ingente il dispiegamento poliziesco. Gli aggiornamento dal presidio: Ore 11.00 – Laila dei Giovani Palestinesi d’Italia Ascolta o scarica. Ore 10.30 – Vincenzo Miliucci, storico compagno romano Ascolta o scarica. Ore 15.45: La sentenza di primo grado condanna a 5 anni e mezzo di carcere per Anan, mentre assolve Ali  e Mansour. Fuori dal tribunale prosegue il presidio dal quale sentiamo Laila, dei GPI.  Ascolta o scarica da Radio Onda d’Urto
Costi quel che costi
Lo sgombero di Askatasuna non è (solo) un episodio di cieco rancore da parte di un governo di destra che approfitta della presa del potere per regolare i conti con l’opposizione sociale.  Questo atto di forza da parte del Ministero dell’Interno risponde ad esigenze governative che si articolano su diversi piani di realtà. Alcune le abbiamo sviscerate già in un precedente editoriale. In questo articolo proveremo ad approfondire un ragionamento più organico che funzioni tanto da bilancio quanto da rilancio di una proposta autonoma dentro la fase che stiamo vivendo. LA POSTA IN GIOCO Per capire come si è arrivati alla situazione attuale bisogna necessariamente ricordare almeno a grandi linee la sequenza storica. A più riprese negli scorsi decenni si sono susseguite minacce di sgombero del centro sociale torinese, ma queste minacce non sono mai diventate veramente consistenti fino alla nascita del governo Draghi. Governo d’unità nazionale dove tutti i principali partiti, tranne Fratelli d’Italia, erano coinvolti.  In quegli anni l’attenzione della procura verso i movimenti sociali torinesi, ed in particolare su Askatasuna ed il movimento No Tav, si è fatta spasmodica. L’obiettivo principale era evidentemente quello di fiaccare la resistenza valsusina che da decenni si oppone fieramente ad una grande opera inutile ed ecocida. Sequestri di presidi, operazioni ed arresti, ed infine l’inchiesta denominata “Sovrano”. Anni ed anni di intercettazioni ai danni di attivisti ed attiviste No Tav, di militanti di Askatasuna per produrre un’accusa di Associazione Sovversiva che non ha retto nemmeno alle valutazioni del giudice delle indagini preliminari, riformulata in Associazione a Delinquere durante il dibattimento. Poco importa che l’inchiesta faccia acqua da tutte le parti, crea comunque un clima mediatico e politico che ha come obiettivo l’accerchiamento delle lotte sociali in città. Stralci di intercettazioni estratte dal loro contesto vengono pubblicate sui giornali per spargere fango su militanti ed attivisti/e. L’obiettivo esplicito della Procura durante il processo è quello di depoliticizzare le iniziative del movimento e ridurle tout court ad azioni criminali ispirate dal desiderio di agire violenza. D’altronde questa è la trasposizione sul piano giudiziario di quello che già da tempo accade nelle piazze: problemi di ordine sociale e politico vengono trattati come questioni di ordine pubblico e “gestiti” a colpi di manganello e lacrimogeni. L’accusa di Associazione a Delinquere non va a buon fine e tutti gli imputati e le imputate vengono assolti/e in primo grado, sebbene fiocchino comunque condanne significative per reati minori. Ma nel frattempo, grazie al clima mediatico sollevato artatamente dall’inchiesta, la Procura e la Questura operano una serie di forzature atte a colpire il centro sociale torinese. Ciò che non entra dalla porta della montatura giudiziaria si prova a farlo entrare dalla finestra degli atti amministrativi. Parti del centro sociale vengono messe sotto sequestro, si inizia a parlare di inagibilità di alcuni ambienti della struttura, anche qui si tenta la depoliticizzazione di un progetto di sgombero che è eminentemente politico.  Nel frattempo il governo è cambiato, la destra meloniana ha vinto le elezioni e il terreno arato dal predecessore può essere seminato. Sul piano economico il governo Meloni si produce da subito in una politica di austerità e difesa degli interessi padronali paragonabile solo ai governi tecnici post crisi del 2008. Sul piano politico invece si concentra sulle questioni identitarie che non costano nulla (o quasi), ma consolidano il consenso del proprio blocco elettorale di riferimento e soprattutto distolgono l’attenzione dalla macelleria sociale che il governo porta avanti. Da quando il governo si è insediato ogni settimana specula su una nuova polemica strumentale, quasi sempre su un terreno congeniale alla destra che con il suo mix di vittimismo ed esercizio spregiudicato del potere ne esce tendenzialmente rafforzata. Si può dire di tutto del governo Meloni, ma non che non sappia dominare con attenzione il campo mediatico, costringendo gli “avversari” a giocare sul proprio terreno. L’operazione apparentemente riesce, soprattutto per via di una pressoché totale incapacità politica dell’opposizione istituzionale. L’unico fatto politico rilevante sul piano elettorale in questo periodo è la crescita esponenziale dell’astensionismo. Il consenso verso i partiti di governo si sposta di pochi decimali anche se il numero complessivo dei votanti si abbassa continuamente. Meloni e i suoi hanno capito una cosa: in questa fase non si governa al centro, e soprattutto gli elettori dell’opposizione o gli indecisi non vanno conquistati, ma demoralizzati. E’ una classica strategia di soppressione del voto tipica dei Repubblicani USA, ma nel nostro paese assume forme specifiche. Il governo si cura di mantenere la fedeltà del proprio blocco elettorale e della propria rete di interessi mentre si mantiene viva una narrazione che lo vorrebbe in lotta con un potere più grande: gli Stati Uniti o/e l’Unione Europea? No, la presunta egemonia culturale della sinistra. Una barzelletta, ahi noi, in un mercato delle idee dominato da liberali e moderati completamente sconnessi dal paese reale. La Meloni ed il suo governo hanno campo facile e sono convinti che basti avere il pieno controllo della narrazione per mantenersi saldi al potere. Ma gli scricchiolii dell’edificio retorico si mostrano a chi ha un minimo d’occhio per notarli. Conflitti sociali, sommovimenti ed accenni di mobilitazione su questioni specifiche continuano ad emergere nella società, persino in settori, come quello degli agricoltori, che sono tradizionalmente considerati legati alla destra.  A rendere meno idilliaca la stagione di governo non è solamente quello che si muove in basso, ma anche ciò che si muove in alto: i venti di guerra che si fanno sempre più insistenti. In questo campo il governo si mostra pienamente allineato con i propri predecessori: fermo posizionamento atlantista al fianco degli USA dell’amico Donald Trump, ma anche dell’Unione Europea. Ubbidiente ai diktat della NATO sul riarmo e a quelli dell’Unione Europea sul pareggio di bilancio lo spazio di manovra in termini di politiche economiche è blindato. Ma trasversalmente il paese è ostile alla politica di riarmo ed austerity, la retorica non riesce a coprire fino in fondo la sudditanza del governo sovranista nei confronti degli interessi esterni. Intanto sugli schermi degli smartphone scorrono le immagini del primo genocidio in diretta globale.  Ecco che succede qualcosa di inaspettato, qualcosa che travolge non solo il dominio della narrazione del governo, ma che interviene direttamente sulle scelte di posizionamento politico internazionale, sulle decisioni di politica economica e sull’intera società. Il movimento contro il genocidio del popolo palestinese, già significativo in Italia, esonda e diventa “Blocchiamo tutto”. Abbiamo già provato a proporre alcune analisi a caldo del fenomeno (1|2) quindi non ci dilunghiamo oltre. Ci fermiamo a quattro considerazioni di carattere generale: in primo luogo il movimento ha mostrato che esiste un magma sociale, potenzialmente maggioritario, che è disponibile a mobilitarsi. In secondo luogo una composizione sociale trasversale, ma sostanzialmente giovanile, popolare e proletaria ha riunito le proprie istanze e visioni in una cornice generale, declinandola specificatamente poi nel proprio contesto di vita. Non solo: questa alchimia ha dato vita al primo vero e proprio sciopero sociale autorganizzato del nostro paese, senza padrini istituzionali e con una significativa pervasività sociale, radicalità ed efficacia. Infine il movimento ha vanificato lo sforzo del governo nel moltiplicare i reati connessi alle manifestazioni di piazza. Questo è stato il primo ed unico momento dall’inizio della legislatura in cui il governo è andato in difficoltà. I motivi sono molti: per un governo che si è presentato come l’unico con un consenso popolare da molto tempo a questa parte l’emersione di un “altro” popolo nelle piazze è un’incrinatura significativa. In secondo luogo il movimento “Blocchiamo tutto” ha colpito dove fa più male, sulla questione della guerra, del riarmo, del posizionamento internazionale. Infine ha mostrato come il tentativo di ridurre ogni conflitto sociale a questione di ordine pubblico non produce i risultati sperati. Inoltre, fattore non secondario, il movimento non è il prodotto di una scommessa dei partiti e dei sindacati istituzionali, ma viene dal basso, quindi mostra che esiste una parte di paese significativa che cerca un’altra opzione politica radicalmente differente.  Dunque è chiaro che in cima all’agenda del governo ci sia l’intenzione di impedire che questo fenomeno si ripeta, che forme di organizzazione politico-sociale si condensino al suo interno, che assumano delle forme più compiute e strutturate.  E’ cronaca quotidiana: operazioni di polizia in grande stile che poi partoriscono il topolino perché fondate sul niente, tentativi di espulsione d’imperio di figure autorevoli del movimento contro il genocidio, inchieste e misure cautelari e addirittura, notizia degli ultimi giorni, la schedatura degli studenti palestinesi in Italia. I progetti di disciplinamento sociale si muovono a 360 gradi, dal tentativo di riprendere il controllo della narrazione, alla più tipica repressione. Lo sgombero di Askatasuna ed il più ampio attacco agli spazi sociali antagonisti da parte del governo si inserisce in questo quadro, ed in questo quadro va misurato. Il vero timore del governo non è ciò che gli spazi sociali rappresentano di per sé, ma ciò che potrebbero potenzialmente rappresentare se effettivamente riuscissero ad emanciparsi dalla torsione minoritaria di cui sono preda da anni, ed effettivamente raccogliessero ed organizzassero questa potenziale forza e disponibilità a mobilitarsi. Ciò che sta cercando di fare il governo è disarticolare i legami sociali e popolari, tentare di condurre all’isolamento ed alla residualità le forze antagoniste. Torino in questi anni è stata una città in cui i percorsi di autorganizzazione e radicamento sociale e politico si sono massificati e moltiplicati, andando nella direzione opposta a quella auspicata e perpetrata dalla destra, dalla procura e dalla questura, ecco perché è qui che l’attacco del governo è partito. E’ per questo che bisogna essere chiari/e, la risposta a questo attacco non può limitarsi a difendere la nostra storia, la nostra identità e la nostra tradizione, ma deve essere un passaggio di superamento dei nostri limiti e di elaborazione di una proposta collettiva all’altezza dei tempi. Oggi non vi è più alcuno spazio di agibilità garantito e scontato dall’assetto democratico, viviamo in un continente sull’orlo della guerra, l’unica garanzia è la capacità di costruire radicamento, proposta organizzativa e rapporti di forza reali. QUANTO COSTA AMARE UN CENTRO SOCIALE Negli ultimi decenni recenti di storia “dei movimenti” la sovrapposizione con gli spazi sociali di un progetto politico che si ponga su certi livelli di intervento, di conflittualità, di ambizione, ha avuto dei momenti di picco, di completa organicità, di capacità propulsiva. Pensiamo alla ricchezza dei centri sociali nei termini di possibilità di costruire saperi, arti, competenze al di fuori delle logiche del profitto grazie alla socialità alternativa, pensiamo alla scoperta musicale, al vedersi riconosciuto un valore di aggregazione che puntasse a qualcosa che andasse oltre se stessi. Pensiamo a quanta produzione teorica, a quanti dibattiti e discussioni si sono tenuti tra le loro mura. Per quanto l’identità (delle occupazioni e di chi ne ha fatto parte), nei termini superficiali del concetto, abbia assunto un ruolo centrale, perché utile alla lotta in determinati momenti, laddove nelle fasi di movimento dispiegato nascesse l’esigenza di marcare una differenza, è stata a fasi alterne una leva utilizzata con strumentalità. Con il passare del tempo, in alcuni casi, è diventato lo stesso mostro che si sarebbe dovuto rifuggire.  La ristrutturazione del capitale, attraverso le trasformazioni della fabbrica sociale, della vita formativa e della socialità, gli stravolgimenti dell’organizzazione sociale nell’ambito del lavoro, dell’abitare, della circolazione dei saperi, ha fatto sì che la controparte prendesse le misure, approfondisse le proprie conoscenze, per stringere le maglie intorno a quelle dimensioni chiamate “antagoniste”. Per sommi capi ripercorriamo alcuni tra i passaggi più significativi delle due precedenti decadi. Genova, nelle implicazioni che ha avuto rispetto ai temi del conflitto e della strumentalità dei rapporti con le istituzioni, ha segnato un punto di non ritorno, aprendo la strada che ci ha condotto sino ad oggi. A livello nazionale le esperienze non compromesse su un piano di svendita della propria identità (intesa qui nel senso profondo del concetto, di identità-contro capace di aggregare intorno a sé strati sociali che non trovano la propria autovalorizzazione negli itinerari proposti dal capitale) e, di conseguenza, delle possibilità di creare e organizzare conflitto sono andate man mano diradandosi. Le ondate studentesche del 2008 e del 2010, hanno ancora assunto alcuni caratteri della protesta giovanile in senso largo, rimettendo il punto su una necessità di massa di riconoscersi come una parte in causa, collettiva, con delle pretese; i movimenti del 2011 che dal Maghreb alle acampadas nelle piazze europee hanno iniziato a ribaltare alcuni canoni, segnando la chiusura di una fase storica che ancora guardava da vicino ai movimenti sociali classici.  Nelle accelerazioni del mondo attuale, dalla crisi del 2008 alla pandemia nel 2020 sino alle guerre dell’oggi che incarnano i primi segnali di indebolimento del dominio occidentale rappresentato dagli USA, gli anni dieci del duemila hanno rappresentato una risacca generale che, sommandosi poi alla perdita di senso evocata dal Covid19, ha trasformato i punti di riferimento, sconquassando le poche certezze rimaste. Nelle emersioni sociali spontanee, spurie, che si sono date dai forconi in avanti infatti, il “movimento”, o per meglio dire le soggettività che hanno continuato a porsi il problema del conflitto e dunque di una trasformazione sociale, ha guardato a tratti con reticenza, ha avuto poca capacità di incidere, si è dotato di pochi strumenti di inchiesta per comprendere. Parallelamente però, abbiamo assistito ad una rinnovata attivazione giovanile su temi universali, dalla crisi climatica al transfemminismo, a tratti queste mobilitazioni hanno assunto dei caratteri distanti dalla realtà e dalle contraddizioni, a tratti sono state capaci di integrare all’agenda politica istituzionale temi fondamentali. Abbiamo analizzato questi fenomeni come una polarizzazione e abbiamo letto nella necessità di ricomposizione uno degli obiettivi principali di questa fase, a fronte di una sorta di continuum paradossale sul quale situare da un lato, i delusi dalla politica istituzionale che vivono la crisi sociale nella loro accelerata decetomedizzazione e, dall’altro giovanissimi che della verginità politica, perché nemmeno nati durante gli ultimi cicli di movimento degli anni duemila, ne hanno fatta una bandiera per tagliare i ponti con un passato che non è più in grado di rappresentare un’indicazione chiara nel marasma generale.  Sino ad arrivare all’oggi, quando una bandiera, quella della Palestina, ha avuto il pregio smisurato di favorire una ricomposizione reale che abbiamo vissuto nel suo picco nei due mesi di movimento dispiegato dell’autunno 2025. Un ciclo al momento parzialmente chiuso ma che sobbolle al di sotto della coltre di oppressione e che potrebbe riemergere nel prossimo futuro.  Da avanguardia a retroguardia Proprio in un momento espansivo come non si vedeva da tempo le maglie si stringono, segno dell’effettivo peso che un movimento come Blocchiamo Tutto ha avuto nei confronti della compagine governativa e al contempo sintomo di un movimento che ha colto impreparati/e anche le soggettività organizzate.  Uno dei limiti con cui fare i conti è lo schiacciamento sul piano della controparte, che sia l’integrazione pressochè totale degli itinerari offerti tout court o che sia una spiccata idiosincrasia per essi, il tema è come alimentare una soggettività in grado di trasformare quel terreno in un ambito di conflitto – nel suo significato originario – intervenendo sulle ambivalenze e costruendo rapporti di forza in una fase in cui contano solo quelli reali. Lo strenuo tentativo della controparte di irretire e appianare in maniera da rendere compatibile da una parte o di isolare, marginalizzare e ghettizzare dall’altra, complice la dimensione generale di una fase di disciplinamento, frammentazione sociale e sfruttamento ha ottenuto dei parziali risultati, in maniera ciclica e, ne siamo certi, non risolutiva. L’obiettivo della controparte in questi anni per quanto riguarda Askatasuna, ma in generale nei confronti di chiunque abbia espresso una rigidità, è stato quello di spingere le “realtà di movimento” verso il settarismo, la disperazione, l’irrilevanza. Un altro elemento di limite è dato dal fatto che l’attività di «movimento» è stata a volte una risposta a bisogni di riconoscimento individuale, con la tendenza a richiudersi nel proprio gruppo o microgruppo cercando rifugio in “identità forti, in fondo tradizionali”, in fragili risposte ideologiche, perché i problemi aperti, indefiniti, senza certezze alimentano angosce, ansie e paura.  La domanda che sorge allora è quale possa essere l’obiettivo oggi per le soggettività che si pongono il problema di organizzarsi, di radicarsi, di moltiplicarsi, di spingere affinché si realizzino momenti di messa in contraddizione del capitale e di una sua conseguente destrutturazione? Se da un lato è sacrosanto difendere gli spazi e le dimensioni che resistono la storia insegna che occorre anticiparla per non rimanere inerti spettatori, quando ciò viene concesso. L’urgenza è uscire da una posizione di difesa e passare a una in attacco. Allora, mentre il mondo dei movimenti per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni si sta affievolendo emergono nuove contraddizioni, nuovi fenomeni sociali, nuovi bisogni. E continua a risuonare in testa quella domanda: cosa vuol dire essere autonomi oggi? La proposta, ancora, l’autonomia La proposta a cui si riferisce l’autonomia contropotere è una proposta organizzativa che sia capace di essere mezzo per sviluppare conflittualità e autovalorizzazione degli strati sociali di riferimento per dotarsi della possibilità concreta di incidere nella società. Si fonda su una qualità dell’agire nella società che si ponga all’altezza delle dinamiche sociali e delle contraddizioni di una precisa fase storica. Ha bisogno di conoscere le condizioni oggettive che la controparte mette in campo nello strutturare la realtà affinché il sistema capitalista si riproduca. Ha bisogno di un progetto finalizzato a intervenire in continuo rapporto con la società stessa, si nutre del conflitto come motore, come leva, come possibilità per trasformare i rapporti di dominio e di sfruttamento, per un obiettivo più alto, collettivo. L’identità autonoma non si fonda, non coincide, non è mai stata la rappresentazione del “centro sociale” in quanto luogo fisico, materiale, in quanto organizzazione che si pone come fine la propria autorappresentazione e riproduzione. L’identità autonoma è un modo di essere e di lottare che si dispiega nella dimensione individuale e collettiva su un piano che va ben oltre le forme che le militanze nella storia si sono date per rappresentarsi. Il radicamento nella società significa porsi il problema di essere comprensibili, di rompere le proprie bolle di autorappresentazione, di essere espressione di un punto di vista che non sia separato dalla dimensione reale in cui la gente vive, di sintonizzarsi con i bisogni sociali e nel riconoscersi sulla base di aspettative opposte a quelle che il sistema propone. Pensiamo di poter partire da un presupposto, ossia l’esistenza di una domanda sociale di autonomia: quali sono i settori sociali che oggi a partire dal rifiuto delle proprie condizioni di vita e da una richiesta di cambiamento possono diventare una forza trasformativa? Cosa vuol dire favorirne l’organizzazione autonoma? In poche parole, che ruolo assume una proposta politica autonoma all’interno di questa fase? L’ATTUALITÀ DI UNA PROPOSTA AUTONOMA Ci sembra sempre più evidente che nel disfacimento del patto sociale emerso dagli anni ottanta e messo alla dura prova dalle ripetute crisi degli ultimi decenni le istituzioni che hanno retto questo patto sono sempre più delegittimate a livello sociale. Se da un lato questo ha prodotto una tendenza alla disillusione ed al ritiro nel privato, dall’altro c’è una controtendenza: una voglia di fare politica nonostante le istituzioni. Questo ci pare un sentimento trasversale che si fa più potente lì dove è più evidente che il sistema non è in grado di dare risposte credibili sui grandi nodi della contemporaneità: i cambiamenti climatici, la guerra, la crisi della cura, la compressione dei redditi e quella delle libertà per citarne solo alcuni. La critica al capitalismo nella sua attuale configurazione necrogena  non è più solo un “discorso da centri sociali”.  Questo dato ci rende ancor più convinti che senza le masse, senza la maturazione di dei soggetti politici collettivi nessun cambiamento è possibile, nessuna vittoria all’orizzonte.  Ecco quindi che il pallino che abbiamo in testa è come costruire e favorire questi processi di massa. Il punto uno della nostra agenda è questo oggi, tutto il resto è in subordine. A maggior ragione alla luce dei fatti, ossia che la possibilità della vittoria esiste e l’abbiamo assaporata negli scioperi di massa e nei blocchi di settembre e ottobre scorsi e che, parallelamente, lo scenario globale si complica e la tendenza della guerra e del riarmo generali diventano sempre più una realtà, favorire processi di massa è la conditio sine qua non. Proprio nella ristrutturazione del capitale sulla linea bellica esplicita e dei rapporti sociali interni e frapposti ad esso si strutturano nuovi rapporti di classe. Pensare che nella composizione esista una scissione troppo deterministica tra il campo dei bisogni materiali e quello del politico è superficiale e a volte classista: nell’allineamento degli interessi di classe da una parte all’altra del Mediterraneo e dell’Atlantico, nel riconoscersi popolo non in maniera omogeneizzante ma in quanto possibilità di esprimere una forza effettiva, vediamo i germi di una dialettica e di una effettiva contrapposizione agli interessi del campo avverso. Certo non è scontato né automatico. Ci dobbiamo interrogare su come ricostruire una nostra opzione autonoma capace di emergere in un contesto sociale ampio, su come essere una leva per aprire spazi al protagonismo di soggetti nuovi, su come essere in grado di valorizzare l’intelligenza collettiva e il sapere prodotto dalle lotte e dalle attivazioni dal basso, come misurarsi con la necessità di punti di riferimento e risposte fisse, come immaginare e costruire nuove contro-istituzioni, infrastrutture durature, un progetto nel quale riconoscersi ma che non implichi un’adesione formale a un’organizzazione insufficiente di per sé. E’ la scommessa di sintonizzarsi con una dimensione popolare che sta maturando forme proprie, riferimenti, un’informazione propria, una comunicazione propria, un programma politico (seppur implicito) proprio. Serve costruire spazi reali e concreti, articolare la propria presenza, radicarsi sul territorio. Costi quel che costi.
Quaderni dell’Autonomia- Via Dei Transiti 28
Conoscere la storia è indispensabile per comprendere il presente. Non perché permetta di prevedere il futuro, ma perché fornisce gli strumenti per interpretare ciò che viviamo e agire di conseguenza. Pensare e agire oggi, in funzione del domani. Per questo la storia non è mai neutra: è terreno di scontro, di conflitto, di lotta di classe. Viene stravolta, riscritta, trasformata in uno strumento di intossicazione delle coscienze, con l’obiettivo di impedire il riconoscimento della propria forza, la capacità di analizzare il presente e di immaginare la possibilità di scrivere il proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce il progetto dei quaderni dell’autonomia. Un progetto politico che tiene insieme memoria, conflitto e prospettiva, intrecciando percorsi vecchi e nuovi di militanza a partire dall’esperienza politica dell’occupazione di via dei Transiti 28 a Milano. Dedicato alla storia delle lotte sociali, dei movimenti antagonisti e delle esperienze di resistenza. Un lavoro di riordino e valorizzazione di materiali raccolti in quasi cinquant’anni d’occupazione: documenti, volantini, fotografie, testimonianze che raccontano pratiche di lotta anticapitalista e antagonista nella città di Milano. Perché la parola quaderni?  Abbiamo chiamato questo progetto Quaderni dell’Autonomia proprio perché non si tratta di libri compiuti e definitivi ma di raccolte di materiali volti alla costruzione di un filo rosso che colleghi passato e presente, sempre e comunque con uno sguardo sulle lotte del futuro. In un’epoca in cui la memoria storica viene sistematicamente rimossa o distorta, riteniamo questo lavoro indispensabile per ricostruire e riappropriarci delle nostre radici politiche. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma della volontà di trasmettere alle nuove generazioni l’eredità delle lotte antagoniste, affinché possano reinterpretarla e mantenerla viva, adattandola alle contraddizioni del presente. Ripercorrere la storia non significa guardare indietro, ma fare i conti con i nodi irrisolti del presente. A partire anche dalla questione degli spazi sociali occupati e autogestiti e dal ciclo di lotte che hanno rappresentato e che, a nostro avviso, devono rappresentare ancora. Di seguito pubblichiamo l’introduzione al Quaderno, il testo integrale è scaricabile alla fine del testo. Buona lettura! C.O.A. T28 “È forse impossibile ricostruire con precisione tutte le “partecipazioni” o il “grado di protagonismo” dei compagni dei Transiti alle battaglie politiche e alle lotte che sono state portate avanti nella città di Milano e non solo, nel corso di questi quasi 50 anni. Anche perché spesso, per avvantaggiare il percorso politico si utilizzavano firme come “l’assemblea cittadina che si è tenuta al CS X Nella data Y” come per il corteo del 1998 oppure per l’11/11/2000 “lo spezzone antagonista che è partito da Porta Venezia” Allo stesso modo è impossibile citare tutti numerosi collettivi e le lotte che hanno trovato sede, in tempi e modi differenti, negli spazi di Via Dei Transiti. Gli studenti per l’autonomia, il collettivo “ma chi vi ha autorizzato” il collettivo precari, fino all’importante esperienza del Telefono Viola, sono solo alcune delle numerose esperienze di lotta politica che negli anni si sono organizzate attorno a questa occupazione È ancora corretto pensare al Centro Occupato Autogestito T28 come un centro politico militante che porta avanti progetti e percorsi politici; è quindi ovvia, ieri come oggi, l’interazione con moltissime altre realtà politiche affini e meno affini. Citarle tutte, ricostruirne legami e interazioni sarebbe stato forse troppo complesso e dispersivo. Ci sentiamo di fare tuttavia una dichiarazione assoluta: dove ci sono state occupazioni e conflitto più o meno radicale, i compagni dei Transiti sono sempre stati presenti; sempre al servizio delle lotte, dei collettivi e dell’autorganizzazione. Riteniamo questo lavoro indispensabile per provare a ricostruire e riappropriarci delle nostre radici politiche, rileggendo criticamente le esperienze e i percorsi che ci hanno preceduto. L’intento non è soltanto quello di fornire uno strumento a chi oggi si affaccia ai percorsi vecchi e nuovi di militanza, sentiamo anche il dovere di trasmettere alle nuove generazioni l’eredità delle lotte, affinché possano reinterpretarle e mantenerle vitali, adattandole ai linguaggi e alle esigenze del presente. Non vogliamo limitarci a conservare un ricordo nostalgico del passato ma continuare a costruire collettivamente visioni e pratiche alternative al sistema che ci opprime. In un momento storico in cui il vecchio stenta a scomparire e il nuovo fatica a prendere forma, assistiamo a un profondo cambiamento nei modi di fare politica e di confliggere, dove le pratiche di attivismo rischiano di sostituirsi alle forme di militanza politica, oggi invece più che mai indispensabile. Ripercorrere la storia non significa soltanto guardare indietro, ma fare i conti con i nodi irrisolti del presente, per affrontare la complessità che la situazione ci impone. Tutto questo si inserisce in un contesto storico preciso in cui non solo le lotte, ma anche la loro memoria è sotto attacco. Ci riferiamo alla questione degli spazi sociali occupati autogestiti e del ciclo di lotte che hanno rappresentato e che, a nostro modo di vedere, devono rappresentare ancora oggi. Guardare la strada da cui proveniamo significa anche riconoscerci debitori degli errori e delle sconfitte, ma anche delle esperienze di lotta accumulate, che ancora oggi resistono. Essere militanti del COA T28, oggi, per noi, significa non accettare passivamente la “fine di un ciclo”. La destinazione resta la stessa: la trasformazione della società, ma i sentieri da percorrere vanno riaperti, reinventati e battuti nuovamente. Le nostre parole d’ordine rimangono: autonomia, autorganizzazione, contropotere e riappropriazione. Qui un pezzo di una storia, e che vogliamo continuare a scrivere, insieme, ancora.“ Scarica qui il primo quaderno: Via Dei Transiti 28: Militanza, Autonomia, OrganizzazioneDownload
Gaza come laboratorio di nuovi imperialismi e l’importanza dei popoli che resistono
Nuovi e vecchi interessi del Nord globale, e in particolare degli Stati Uniti, stanno ridisegnando una geografia del mondo fatta di guerre, furti, e distruzione. Un contributo di Studentx per la Palestina – Pisa Accanto al vecchio possesso di risorse quali petrolio e gas, si unisce nel disegno imperialista il saccheggio dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo), come unica possibilità per la sopravvivenza delle grandi potenze imperialiste, che possono così esternalizzare i costi sociali e ambientali della riproduzione di un sistema capitalistico e bellico insostenibile. È anche questo il motivo per cui, nonostante in Palestina continui il genocidio, leader occidentali insieme a quelli israeliani parlano con insistenza della ricostruzione di Gaza. Sicuramente da una parte si tratta dell’operazione di manipolazione della realtà che abbiamo visto spesso da parte israeliana; dall’altra, però, sono in ballo nuovi interessi economici su cui tutto il mondo si sta già leccando i baffi, che combaciano allo stesso tempo con l’ultimo step del colonialismo di insediamento sionista: ricostruire Gaza per ridisegnarla secondo l’occupante. Si deve pacificare Gaza per renderla attrattiva, trasformarla secondo canoni capitalistici (potrebbe diventare una riviera turistica, con smart cities costruite con l’IA, un hub logistico, un nuovo polo industriale…), e sfruttare al meglio le sue risorse, senza impedimenti di sorta.  Sono proprio questi impedimenti ad essere allo stesso tempo fattori scatenanti della furia genocidaria e tallone d’Achille di qualsiasi piano coloniale. Questo “impedimento” è la resistenza dei popoli – in questo caso palestinese – nel loro territorio, la loro ferma volontà di non cedere di fronte alla prepotenza imperialista. L’intervento militare statunitense in Venezuela segue la stessa logica. L’obiettivo, su cui lo stesso Donald Trump non fa mistero, era quello dell’accesso alle risorse petrolifere. Tuttavia, come scrive Daniela Ortiz, attivista peruviana: “Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana. […] Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, che non permetteva che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantiva che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana.” In un sistema capitalistico sempre più in crisi, che deve lottare per la propria sopravvivenza in modo sempre più agguerrito, il quadro delineato finora in due esempi eclatanti, disegna le dinamiche di potere a tutte le latitudini. Per questo allora possiamo dire che è nel costruire la possibilità delle persone di pensarsi in diritto e in potere di decidere insieme ai propri vicini, agli abitanti del quartiere, del paese o della propria città, che uso fare delle proprie risorse, come organizzare i propri spazi, che fini attribuire alle proprie vite, così come nel combattere ogni forma di estrattivismo che spreme e getta via lavoratori e terre per profitti di altri, che si costruisce la resistenza all’imperialismo, e quindi alla guerra.  Lottare per una Palestina libera, oggi più che mai, significa lottare contro la guerra che la infiamma, che è prodotto del sistema estrattivista, imperialista e capitalista in cui siamo immersi. Lottare per la Palestina vuol dire mettere a ogni livello dei sassolini nella macchina del profitto, che sebbene sembra scorrere inesorabile, ha come spada di Damocle sulla sua testa la ribellione delle popolazioni – come quella del popolo iraniano. Per leggere meglio la fase attuale di questo sistema di guerre, e in particolare la situazione che sta vivendo la Palestina, abbiamo scelto di approfondire in questo articolo il “piano di pace” scritto di fatto dagli Stati Uniti per Gaza, le questioni che apre, gli obiettivi che persegue, per poi inserirlo in una cornice economica più ampia sul concetto di disaster capitalism. Conoscere più complessivamente lo sguardo occidentale sulla ricostruzione di Gaza ci permette anche di capire più in profondità l’agire del sistema universitario italiano in questo contesto. Alle affermazioni del ministro Tajani sull’opportunità di contribuire a formare la nuova classe dirigente palestinese, infatti, proprio gli atenei pisani hanno risposto facendosi promotori della costruzione di un ateneo italiano a Gaza, là dove tutte le università palestinesi sono state distrutte. Nell’ultimo paragrafo dell’articolo riporteremo questa notizia, dandone la lettura dal punto di vista di chi, dall’inizio del genocidio, sta lottando contro le complicità dell’accademia con il sistema israeliano.  Il piano di pace In Palestina non c’è tregua. Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania le forme con cui lo Stato di Israele conduce la guerra contro i palestinesi sono sempre più articolate e violente. Al di là della “linea gialla” – il territorio ancora più stretto in cui sono confinati migliaia di palestinesi – si vive nelle tende, senza gas, alla fame e al freddo. In Cisgiordania la colonizzazione israeliana, sotto forma di gruppi paramilitari o dell’esercito, procede come non mai. Questo dopo che il 17 novembre le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione 2803 sulla base della proposta di Donald Trump “comprehensive plan to end the Gaza conflict”, che prevede un mandato internazionale per un’amministrazione di transizione di Gaza, il board of peace presieduto da Donald Trump, insieme alla presenza di “forze di sicurezza internazionali” nella regione.  Non stupisce che le violazioni di questo accordo da parte di Israele siano all’ordine del giorno: da due anni qualsiasi patto, stipulato soltanto per manipolare la verità della guerra che l’esercito di occupazione continuava a fare a Gaza, non è mai stato rispettato. Dietro a questa risoluzione, però, si possono rintracciare diverse dinamiche che la rendono un passaggio necessario da comprendere per il movimento per la Palestina, dal momento in cui struttura le complicità dei nostri governi e delle aziende occidentali su un livello sempre più profondo. Come afferma Ramzy Baroud, fondatore del Palestine Chronicle, “non è la fine della guerra, è una transizione verso una guerra amministrata, istituzionale e permanente. Di fatto la risoluzione non apre un processo di pace, ma una nuova fase della guerra”. Chi sono gli attori di questa nuova fase, quali siano i loro obiettivi e come agiscano è quello che passo passo vorremmo comprendere sempre meglio. Si è già detto tanto sul nuovo modello coloniale affermato da questa Risoluzione, che oltretutto non rispetta nessuno degli elementi di una “buona pace” descritti dalle stesse Nazioni Unite, tra cui le sanzioni per i responsabili, i risarcimenti per la parte danneggiata, la fine del supporto finanziario per chi ha contribuito a sovvenzionare il genocidio. Nel testo non si fa mai riferimento al concetto di responsabilità per Israele, nonostante i crimini contro l’umanità che lo stesso diritto internazionale ha riconosciuto; non si riconosce il popolo palestinese come soggetto politico. Con le due strutture principali previste, il Board of peace e le forze di sicurezza – costituite da società militari private, che non devono quindi rispondere alle autorità di parlamenti e convenzioni -, si afferma un governo esterno coloniale su Gaza e contemporaneamente ci si pone l’obiettivo che Israele in due anni di genocidio non è riuscita a raggiungere: disarmare la resistenza palestinese. Quello che non è riuscito con la forza, si tenta ora anche sul piano della diplomazia, mentre si continua a portare allo stremo un popolo. C’è un altro aspetto che nella risoluzione rimane volutamente poco definito: dal punto di vista economico, il piano rimane molto vago sulla ricostruzione di Gaza, nonostante le cifre da gestire di cui si parla ammontino circa a 70 miliardi. Si nomina un nuovo fondo per cui si tira in causa la Banca Mondiale, e si mette esplicitamente la ricostruzione economica di Gaza sotto il controllo esterno di donatori.  Disaster capitalism In questa logica orientata agli interessi del profitto, i piani per la ricostruzione di Gaza rientrano pienamente in ciò che Naomi Klein definisce Disaster Capitalism. Attraverso questa lente teorica è possibile comprendere non solo la nuova fase politica in corso a Gaza, ma anche dinamiche e interessi strutturali che si riproducono a livello globale, in un contesto in cui crisi e guerre si susseguono con ritmo sempre più accelerato. Nel suo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, Klein descrive come la distruzione e il collasso provocati da guerre o disastri naturali vengano utilizzati come occasioni di profitto per le élite politiche ed economiche globali, ma soprattutto come strumenti per imporre riforme politiche funzionali agli interessi del capitale, quali la deregolamentazione, la privatizzazione e l’accaparramento delle terre e delle risorse naturali.  Attraverso una economic shock therapy, vengono creati fatti politici ed economici che favoriscono gli interessi delle grandi imprese internazionali in assenza di qualsiasi controllo democratico, mentre la popolazione locale è troppo distratta e sopraffatta dalla distruzione per reagire o opporsi in modo efficace. Si tratta di uno schema già osservato in contesti come l’Iraq, il Libano e l’Afghanistan, dove la ricostruzione post-bellica è stata utilizzata per imporre assetti economici e politici esterni, spesso senza il consenso delle comunità colpite.  Tipicamente, si possono individuare tre meccanismi principali che innescano il capitalismo dei disastri: (1) l’istituzione di una struttura di governance che nega alla popolazione locale l’agency politica e il controllo sul proprio futuro; (2) un processo di accaparramento della terra, estrazione delle risorse e profitto dalla ricostruzione; e (3) l’imposizione di assetti di sicurezza volti a far rispettare le condizioni necessarie a un controllo politico ed economico duraturo della potenza imperialista, in questo caso da parte di Israele e dei suoi alleati. Il caso di Gaza: ricostruire per ridisegnare. Nel caso di Gaza, la risoluzione dell’ONU come già detto rimane vaga riguardo ai piani precisi per il futuro economico di Gaza, ma possiamo ricavare un’idea delle intenzioni a partire da diversi progetti proposti negli ultimi anni – già da tempo quindi si guarda con desiderio ai profitti della ricostruzione. Questi progetti sono proposti da diversi soggetti e hanno diverse caratteristiche, ma logiche comuni che possiamo definire appaiono chiaramente. Tra questi, figura il piano An Economic Plan for Rebuilding Gaza: A BOT Approach, elaborato dal professore Joseph Pelzman della George Washington University, che nel luglio 2024 lo ha presentato al team di Donald Trump, ispirando la visione molto nota del presidente di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Un altro progetto rilevante è GREAT Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation Trust), che sarebbe stato guidato da un gruppo di uomini d’affari israeliani capeggiati da Michael Eisenberg, finanziere israelo-americano, insieme a Liran Tancman, ex membro dell’intelligence militare israeliana.   In particolare, il piano di Pelzman esplicita in modo sistematico uno schema che si chiama “Build-Operate-Transfer” (BOT) che riflette una razionalità più ampia, rintracciabile anche negli altri progetti di ricostruzione. Tale schema prevede che investitori stranieri ottengano il controllo di Gaza per un periodo di 50 anni, occupandosi della ricostruzione (Build) e della gestione di un’amministrazione civile (Operate) basata sulla “fornitura privata di servizi pubblici” e sull’applicazione dei principi di common law su proprietà, contratti e diritto penale e civile. La sovranità dei residenti (Transfer) verrebbe considerata solo al termine di questo periodo, una volta completata l’amministrazione civile e consolidato il paradigma della rule of law. Questa impostazione, pur presentata come tecnica e neutrale, esprime una logica di governance che esclude la popolazione locale da qualsiasi agency politica e controllo sul proprio futuro, negando di fatto il diritto all’autodeterminazione. Inoltre, viene imposto un sistema socio-economico costruito a vantaggio di interessi esterni, che espone i palestinesi a un livello estremamente elevato di rischio e vulnerabilità.  Con questo schema di governance privatizzata, il processo di ricostruzione tende strutturalmente a trasformarsi in un meccanismo di estrazione di profitti a favore di multinazionali globali e regionali. Il flusso di miliardi di dollari previsto dal Fondo, formalmente destinato alla crescita dell’economia palestinese, rischia così di essere intercettato e sfruttato principalmente da grandi attori economici esterni, piuttosto che reinvestito a beneficio della popolazione locale. Questo rischio è ulteriormente accentuato dal fatto che gare e bandi per la ricostruzione sarebbero gestiti direttamente dal Fondo e dal Board of Peace, escludendo di fatto qualsiasi controllo palestinese sui processi decisionali e sull’allocazione delle risorse. In tale contesto, la ricostruzione diventa uno spazio privilegiato di accumulazione per capitali esterni, più che uno strumento di sviluppo locale. Inoltre, i piani prevedono anche l’estrazione e la fornitura di gas da Gaza. Inserita in questo modello di governance, l’estrazione delle risorse naturali non può che configurarsi come parte di un più ampio processo di accaparramento della terra e delle risorse, rafforzando una dinamica coloniale di espropriazione economica e territoriale. Alla luce delle recenti azioni e pressioni esercitate dagli Stati Uniti nei confronti di paesi ricchi di risorse naturali — come il Venezuela, la Colombia o la Groenlandia — il contenuto e la tempistica dei piani di ricostruzione di Gaza devono essere letti all’interno di una più ampia traiettoria di imperialismo estrattivista statunitense, in cui la ricostruzione diventa uno strumento per garantire accesso, controllo e sfruttamento delle risorse strategiche sul livello globale. Tornando alla teoria del capitalismo del disastro, dobbiamo però aggiungere un tassello, che aggiunge violenza a questi disegni economici. Nel contesto di Gaza, infatti, emerge una differenza cruciale che il modello classico del Disaster Capitalism rischia di trascurare. In altri casi non era presente un attore portatore di un progetto di colonizzazione di natura genocidaria. A Gaza, invece, ai meccanismi già noti si aggiungono strumenti volti a portare avanti il genocidio, finalizzati alla distruzione della vita, della terra e della cultura palestinese, e alla creazione di un nuovo sistema politico ed economico concepito per il “dopo genocidio”. Per esempio, nel progetto GREAT vengono proposti programmi di trasferimento volontario in cui i Gazawi che accettano di spostarsi “volontariamente” in un altro paese ricevono un pacchetto di ricollocazione di 5.000 dollari a persona, con affitto sovvenzionato per quattro anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo, 50% nel terzo e 25% nel quarto) e sostegno alimentare garantito per il primo anno. In parallelo, la costruzione di abitazioni permanenti viene giustificata anche con il fabbisogno residenziale di persone non provenienti da Gaza. Il piano prevede che 25% della popolazione si sposti in un altro paese. Nonostante questo venga motivato con l’obiettivo di “accelerare la ricostruzione”, si configura invece come ulteriore meccanismo per sostituire la popolazione Gazawi con residenti esterni. Inoltre, i piani di investimento e le visioni e proposte socio-economiche sono così invadenti da trasformare il territorio in un hub commerciale, in una “Riviera turistica”. Più che ricostruzione, dovremmo parlare di sostituzione. Con la distruzione del patrimonio culturale, lo scolasticidio e l’ecocidio, Gaza è stata trasformata in modo sistematico e travolgente, ed ora dopo la distruzione si procede con il sostituire quello che c’era con qualcosa di completamente diverso. La visione della ricostruzione non riprende affatto ciò che era Palestina o Gaza: non viene mai menzionato un piano per il patrimonio culturale, per i siti archeologici o per il recupero dei danni ecologici. L’unico aspetto a cui sembra essere attribuito un ruolo importante è la costruzione di un sistema scolastico. Tuttavia, emergono elementi che fanno intuire un ulteriore meccanismo della pulizia etnica, che punta tramite la scuola alla creazione di una nuova identità e alla sostituzione di quella palestinese. In particolare, si prevede l’istituzione di un sistema scolastico riformato dalla materna fino al 12° anno, basato sui curricula di Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Arabia Saudita, e gestito da docenti internazionali secondo il modello IB di Singapore, rafforzando così un’educazione orientata a un’identità esterna, e non alla trasmissione della cultura locale palestinese. La cosiddetta “ricostruzione di Gaza” rappresenta così una forma di guerra forse meno visibile delle bombe e della fame, poiché mascherata dal linguaggio delle “politiche di sviluppo”, ma che, in ultima analisi, continua a colpire il popolo palestinese attraverso la medesima violenza coloniale. Pensiamo che queste riflessioni dimostrino come il movimento per la Palestina debba tenere di conto di questa nuova fase, per impegnarsi sempre di più a distruggere i profitti di chi lucra sulla ricostruzione, e al livello mondiale sull’estrattivismo coloniale di risorse. I piani  della cosiddetta “ricostruzione di Gaza” non devono essere interpretati come l’ennesimo accordo internazionale destinato a essere disatteso da Israele, bensì come una transizione verso un sistema politico ed economico coerente con il progetto di colonizzazione d’insediamento e di natura genocidaria portato avanti da Israele, nonché con gli interessi di profitto delle élite globali. Come sappiamo, questi processi prendono spesso avvio anche nei nostri contesti, come dimostrano diversi attori italiani — tra cui alcune università pisane — che cercano di trarre vantaggio dalla “ricostruzione di Gaza” attraverso collaborazioni istituzionali e politiche, come vedremo nell’ultimo paragrafo. Per questo motivo, uno dei compiti fondamentali del movimento per la Palestina rimane quello di smascherare i piani coloniali delle élite globali e di contrastarli attivamente all’interno dei propri contesti. … e l’Università. Nelle dichiarazioni di novembre 2025, il ministro degli esteri Tajani ha sottolineato l’importanza di un sostegno trasversale alla Palestina, che non trascuri gli aspetti fondamentali dell’educazione necessari a ricostruire una società civile in grado di aprire un dialogo interno. “Anche questo – ha affermato – è un modo concreto per contribuire a formare la futura classe dirigente: per una Palestina libera, prospera, sovrana e pacifica. Una Palestina che, in tali condizioni, l’Italia è pronta a riconoscere senza ulteriori attese, ma che avrà bisogno di una leadership forte, trasparente e preparata.”  A tale necessità la ministra Bernini ha subito fatto seguito, annunciando il progetto di costruire un’università italiana a Gaza. In questa catena di comando, i prossimi ad intervenire sono stati proprio i rettori dei tre atenei pisani. L’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna, riunite nelle persone dei tre rettori insieme all’arcivescovo della città, si sono proposti come avanguardie di questo processo, definendo il territorio pisano come uno strategico “hub di pace”. Si nominano progetti precisi: “dal reclutamento di politologi internazionali specializzati in risoluzione dei conflitti alle collaborazioni già avviate con scienziati palestinesi per comprendere la situazione delle università nelle zone di guerra, fino al progetto di costruire un nuovo ateneo italiano a Gaza, come auspicato dalla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini”.   Ecco l’ultimo tassello per un colonialismo perfetto: la formazione occidentale di una futura classe dirigente “palestinese”, perfettamente addomesticata alle volontà dei colonizzatori. Dall’inizio del movimento per la Palestina, le complicità della nostra accademia si sono modificate, sia nella conoscenza che ne abbiamo fatto, sia per le scelte del nostro Ateneo. In particolare, tramite le lotte per il boicottaggio abbiamo conosciuto sempre più facce della complicità: dagli accordi quadro ai progetti europei, ai software delle nostre biblioteche. Ma anche la nostra governance si è ristrutturata: dovendo tagliare su alcuni accordi più espliciti, come quelli quadro, deve rientrare ora in un piano molto più raffinato e strategico di allineamento con il governo italiano.  «Nel piano 2025 ho reclutato per chiamata diretta un politologo internazionale che si occupa proprio di risoluzione dei conflitti», ha annunciato il Rettore Nicola Vitiello della Scuola Superiore Sant’Anna, nell’incontro sopra menzionato. «Abbiamo invitato uno scienziato palestinese a spiegarci quali università esistevano e non esistono più a Gaza: ci siamo fatti fare un quadro concreto, al di là delle divisioni. […] A Gaza non ci sono più atenei. La proposta della Ministra Bernini mi trova assolutamente d’accordo: perché non pensare di costruire nella Striscia un’università italiana, appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno? Dobbiamo trasmettere ai giovani valori positivi e le università possono creare ponti, collaborando con tutte le istituzioni senza prendere la parte di una fazione in guerra. […] Se questa cosa la fa un ateneo non sposta gli equilibri, ma se c’è uno sforzo coordinato, e Pisa potrebbe essere il polo universitario delle Scienze per la pace, questo potrebbe diventare anche un asset strategico». Noi diciamo ai tre rettori che non abbiamo avuto bisogno di due anni di genocidio e di politologi internazionali per sapere che a Gaza non ci sono più atenei. Ci sono bastate le parole dei palestinesi per capirlo. In questi due anni abbiamo costruito i nostri antidoti alla legittimazione scientifica del colonialismo israeliano, fondata sulla “neutralità”, sulla distanza necessaria per un sapere “vero”. Non ci serve una diplomazia che giustifica e legittima il colonialismo israeliano. E soprattutto, non faremo parte dei loro piani coloniali sulla ricostruzione di Gaza, che ora ci sono ben chiari.  Riferimenti e approfondimenti. * An Economic Plan for Rebuilding Gaza: A BOT Approach, Joseph Pelzman https://ceesmena.org/wp-content/uploads/2024/10/An-Economic-Plan-for-Rebuilding-Gaza__A-BOT-Approach-_FINAL_July-21_2024.pdf  * GREAT Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation Trust) https://www.washingtonpost.com/documents/f86dd56a-de7f-4943-af4a-84819111b727.pdf * Destruction, Disempowerment, and Dispossession: Disaster Capitalism and the Postwar Plans for Gaza, Nur Arafeh and Mandy Turner https://carnegieendowment.org/research/2025/07/destruction-disempowerment-and-dispossession-disaster-capitalism-and-the-postwar-plans-for-gaza?lang=en * Gaza’s Reconstruction and the Settler-Colonial Logic of Elimination, Jad Baghdadi https://noria-research.com/mena/gazas-reconstruction-and-the-settler-colonial-logic-of-erasure/ * Dietro la tregua l’ONU ha formalizzato un nuovo modello coloniale a Gaza, Romana Rubeo https://it.palestinechronicle.com/dietro-la-tregua-lonu-ha-formalizzato-un-nuovo-modello-coloniale-a-gaza/ * Pisa si candida a diventare hub mondiale delle Scienze della pace, Università di Pisa. https://www.unipi.it/news/268171/ * Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano, Daniela Ortiz https://www.progettometi.org/analisi/il-tacito-patto-tra-progressisti-e-imperialisti-sul-venezuela-non-parlare-del-processo-bolivariano * Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile, Federico Scirchio https://www.progettometi.org/analisi/imperialismo-ecologico-fase-suprema-del-capitalismo-fossile/ * Qual è la posta in gioco della guerra. La distruzione di capitale e la (ri)costruzione, Claudio Cozza https://www.progettometi.org/analisi/qual-e-la-posta-in-gioco-della-guerra-la-distruzione-di-capitale-e-ricostruzione/ * Corollario globale all’attacco in Venezuela, redazione Infoaut. https://www.infoaut.org/approfondimenti/corollario-globale-allattacco-in-venezuela  * The Shock doctrine, Naomi Klein https://naomiklein.org/the-shock-doctrine/ 
Vanchiglia chiama Torino: assemblea cittadina post sgombero di Askatasuna
Riportiamo il commento a caldo del Comitato Vanchiglia Insieme in merito alla partecipatissima assemblea tenutasi nei locali della palestra della scuola del quartiere Vanchiglia e ripubblichiamo il contributo di Alessandra Algostino apparso su Volere la Luna. Lo sgombero (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/12/19/askatasuna-uno-sgombero-contro-la-citta/) non ha chiuso la storia di Askatasuna. Al contrario, ne sta innescando un prosecuzione di grande interesse. Askatasuna è un bene comune. Non lo dice il patto di collaborazione con il Comune, al momento rescisso, ma lo afferma, con i fatti, l’assemblea che si è tenuta mercoledì pomeriggio in Vanchiglia, il quartiere di Aska, nella palestra stracolma di una scuola. Rappresentanti di associazioni, a partire dagli organizzatori (il Comitato Vanchiglia Insieme), ma anche tante e tanti cittadine e cittadini, molti genitori e insegnanti delle scuole che da anni condividono spazi con il centro sociale. La presenza popolare, di generazioni e provenienze diverse, gli interventi densi e sentiti, hanno sancito, dal basso, che Askatasuna è un bene comune, che il quartiere ha costruito insieme al centro sociale una alternativa alla città competitiva, alla global city, alla gentrificazione, alla sicurezza come ordine pubblico. È emersa nell’assemblea un’idea e una pratica diversa di città, la città della sicurezza sociale, della ricostituzione del senso di comunità, della capacità di evidenziare contraddizioni e affrontarle attraverso un conflitto dal basso, emancipante. Non intendo dipingere un quadro forzatamente idilliaco – tensioni esistono, così come passività e indifferenza – ma sottolineare come sia viva una partecipazione consapevole, un’alternativa resistente che, nelle differenze, mantiene la capacità di cogliere ciò che unisce. È un elemento di speranza in una società resa passiva e frammentata dalla logica competitiva del neoliberismo, compattata artificialmente intorno al nemico, mantenuta unita dalla paura, sterilizzata dalla repressione.  Negli interventi è stato dipinto il quadro fosco del contesto: dalla noncuranza per il diritto all’istruzione a fronte di supposte esigenze di ordine pubblico e all’economia di guerra che assesta il colpo di grazia allo Stato sociale, dalla repressione nei confronti di studenti minorenni alla paura della guerra che si profila all’orizzonte, dalla normalizzazione della legge del più forte e della violenza che ha spodestato il diritto internazionale alla deriva autoritaria della democrazia. È la consapevolezza del legame fra locale e globale, della complessità, delle connessioni e delle contraddizioni che avvolgono quanto accade sul territorio, e di come in gioco sia un modello di vita e di relazioni.  La risposta del quartiere, subito dopo lo sgombero, con un corteo di oltre cinquemila persone, e, mercoledì, con l’assemblea partecipatissima e intensa, mostrano sin d’ora, con i fatti, la vitalità e il legame con il territorio del centro sociale. Askatasuna è un bene comune: occorre trovare le forme e il modo che consentano di proseguire l’esperienza. Nell’immediato è necessario porre fine alla militarizzazione del quartiere, che il Comune rivendichi il proprio ruolo (https://volerelaluna.it/controcanto/2025/12/23/askatasuna-il-giorno-dopo/), sostituendo alla visione autoritaria dello sgombero, quella della democrazia che riconosce il conflitto e valorizza l’autorganizzazione sociale e l’alternativa politica, ovvero l’espressione della democrazia dal basso, della partecipazione effettiva (quella partecipazione che l’articolo 3 della Costituzione sancisce come obiettivo e strumento di emancipazione). La vicenda Askatasuna non riguarda solo Torino; in questi giorni il pensiero corre in particolare allo Spin Time di Roma, all’immagine di un’altra assemblea affollatissima, a testimonianza, di nuovo, del radicamento nei territori e nella società degli spazi sociali. I centri sociali sono luoghi di aggregazione, di ri-costruzione del legame sociale, di solidarietà, di cultura alternativa, di immaginazione e pratica politica alternativa. Spazi di critica, libertà e liberazione, intollerabili per chi governa attraverso la militarizzazione dei territori, e di democrazia; per chi sta preparando un’ulteriore stretta repressiva, nuovi disegni di legge e decreti che si accaniscono sul classico trittico del nemico (migranti, dissenzienti e poveri), senza scordare i disegni di legge antisemitismo (non solo della destra) che mirano a disciplinare scuola e università. Lo sgombero di Askatasuna, preceduto negli scorsi mesi da quello del Leoncavallo, è simbolo della chiusura del pluralismo e del conflitto che connotato l’essenza della democrazia, quel conflitto che permette il riconoscimento dei margini e la trasformazione, quel conflitto che si ostina a rifiutare che governi, a livello nazionale e internazionale, la legge del dominio, la legge del più forte. C’è un filo che lega gli sgomberi dei centri sociali, la riforma sulla giustizia, il progetto di premierato, l’autonomia differenziata, lo scardinamento del diritto internazionale: è la costruzione di un potere economico e politico autoritario, senza limiti, autoreferenziale, pronto ad eliminare tutti coloro che considera eccedenti, che siano spazi sociali, migranti, palestinesi, poveri, ribelli. La partecipazione consapevole e resistente è la costruzione di un’altra storia. Vanchiglia chiama Torino. Torino risponde….e prende la rincorsa! “Ieri la palestra della scuola Fontana era stracolma di persone di ogni età: pensionatə, studentə, attivistə e collettivi, persone comuni si sono guardate negli occhi, intrecciato percorsi e condiviso pensieri. Travolti dagli avvenimenti di questo ultimo mese che ha portato alla sottrazione violenta di uno spazio importante per il quartiere e la città e la conseguente militarizzazione, si sono ritrovate insieme per cominciare a tracciare la via per una risposta collettiva. Siamo tanto emozionatə quanto entusiastə di questo nuovo inizio. Grazie, a prestissimo! A breve i prossimi appuntamenti!” In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione:
Torino laboratorio di repressione: dagli arresti di giovani minorenni alle novità della Procura si anticipano le tendenze del nuovo ddl sicurezza
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso.  Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo studio.  Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”.  Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e, a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso.  Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame del 20 gennaio. Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein:  “Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni) disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del 30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.” Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa.  La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca. Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in quelle date di sciopero generale.  Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi chi dissente.  Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun, le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’ previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie, indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate motivo di salassi fino a 20 mila euro.  In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero dell’Askatasuna (come viene raccontato qui).  Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione dal basso puntuale e lucido.  Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio Pepino da Radio Blackout
Il governo è nemico dei territori, i territori resistono!
Per una partecipazione di Valle all’assemblea del 17 gennaio a Torino – ore 15 al Campus Luigi Einaudi da notav.info Il Governo Meloni continua la sua guerra contro il popolo, contro i territori e contro chi si organizza per difendere diritti, ambiente e dignità. Una guerra fatta di decreti repressivi, di investimenti miliardari in armamenti e militarizzazione, di devastazione ambientale e di grandi opere inutili, mentre si affama il welfare, si precarizza il lavoro e si smantellano scuola, ricerca, sanità e cultura. Non ci sono governi amici, ma qualcuno si dimostra essere più nemico di altri. Sotto la “guida” di Fratelli d’Italia, in Valsusa, negli ultimi anni abbiamo visto la rappresentazione plastica di come si rende una valle sacrificabile ai grandi interessi economici e politici incompatibili con la vita: furti legalizzati di case e terreni per svenderli a Telt, tentativi di accorpamento degli istituti scolastici e nuovi progetti devastanti per il territorio come il tentativo di installare una nuova discarica a Mattie e la futura costruzione di una stazione elettrica di Terna ad Avigliana, con conseguente latrocinio di terreni agricoli e risorse. Per finire, il programma futuro del governo e di Telt (vero e unico governatore) per la nostra valle prevede: un gigantesco deposito volto al contenimento di scorie e smarino, l’inizio della cantierizzazione a Traduerivi e della collina morenica, il licenziamento dei lavoratori e lavoratrici dell’autoporto a Susa (ma il Tav non portava lavoro?) e di quelli legati al comparto produttivo (licenziamenti senza preavviso all’Azimut e ora i 160 alla ex-Tekfor di Avigliana). Se poi dobbiamo, invece, parlare di fondi per i territori, i Comuni di Avigliana, Caselette, Villar Dora, Sant’Ambrogio, Reano, Trana e Sangano rischiano il declassamento e quindi il taglio drastico di servizi essenziali. Ciliegina sulla torta, dopo aver costretto molte amministrazioni ad accettarle (facendo i dovuti distinguo tra chi lo ha fatto con riluttanza e chi invece è stato ben contento di stringere dal trogolo), le famosissime compensazioni che avrebbero dovuto coprire d’oro i Comuni, annunciate in pompa magna dal ministro Salvini in Regione, non sono state finanziate dal suo stesso governo, lasciando a bocca asciutta le amministrazioni. Come si dice da queste parti “già ciacolà e peui bastonà” insomma. La Linea ad Alta Velocità Torino – Lione rappresenta l’incarnazione di un governo che si insedia nei territori con la violenza, cercando di soffocare ogni processo decisionale collettivo e imponendo scelte calate dall’alto. Un modello che apre spazi agli interessi del profitto, alle grandi aziende appaltatrici e alle infiltrazioni mafiose, cercando allo stesso tempo di chiusure invece quelli della partecipazione, della tutela ambientale e della giustizia sociale. La militarizzazione e gli espropri non sono effetti collaterali, ma strumenti di un disegno preciso: controllare i territori e piegarli agli interessi di pochi contro i bisogni reali delle comunità che li abitano. Lo sgombero del Centro Sociale Askatasuna si inserisce in questo quadro. Non è un fatto isolato né una questione di ordine pubblico: è un atto politico, un arrogante messaggio rivolto a chi costruisce conflitto sociale, solidarietà e pratiche di autorganizzazione. Colpire uno spazio significa colpire le relazioni, i percorsi di lotta, le possibilità di incontro e di costruzione collettiva di alternative. Per il Movimento No Tav la difesa degli spazi non è una questione astratta. Lo sappiamo bene in Valsusa, dove da decenni la lotta si costruisce anche attraverso presidi e luoghi di incontro e di decisione collettiva. Il Presidio di San Giuliano, nato nella casa della famiglia di Ines espropriata da Telt, ne è un esempio attuale e concreto: uno spazio restituito alla collettività, aperto, vissuto, capace di unire lotta ambientale, difesa del territorio e relazioni solidali. Un presidio che dimostra come al sopruso si possa rispondere con presenza, cura e determinazione e che ci fa capire che gli spazi si difendono abitandoli, attraversandoli e rendendoli necessari. Dove loro distruggono, noi costruiamo. Difendere Askatasuna, difendere i presidi No Tav e tutti gli spazi sociali sotto attacco, significa tutelare la possibilità stessa di organizzarsi contro questo modello di società fondato su guerra, sfruttamento e devastazione. L’assemblea nazionale del 17 gennaio a Torino sarà un momento importante per ritrovarsi, riconoscersi e rafforzare un fronte determinato contro il governo Meloni, contro le guerre e contro il genocidio del popolo palestinese. Un fronte capace di unire lotte territoriali, vertenze sociali, esperienze di resistenza e di autorganizzazione attraverso la consapevolezza che solo una risposta collettiva e radicale potrà contrastare le politiche reazionarie di questo governo. Dalla Val di Susa a Torino, dai territori colpiti dalle grandi opere inutili agli spazi sociali sgomberati, rifiutiamo questo destino: uniamoci contro il governo!
Non è sicurezza, è repressione: l’Italia entra nell’era dello Stato di polizia
Da Osservatorio Repressione Un attacco sistematico alle libertà costituzionali nel silenzio imposto dall’emergenza permanente. Due nuovi pacchetti sicurezza: ulteriore criminalizzazione del dissenso, fermi preventivi, zone rosse senza limiti, scudo penale agli agenti: la democrazia arretra mentre avanza l’autoritarismo violento di Stato C’è una parola che il governo evita con cura, mentre la pratica la impone ogni giorno: repressione. L’Italia che sta prendendo forma sotto l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è semplicemente più severa; è più povera di diritti, più diffidente verso i cittadini, più aggressiva verso chi dissente. È un Paese in cui la sicurezza diventa il grimaldello per restringere libertà fondamentali, e l’ordine pubblico la scusa per normalizzare l’eccezione. Due nuovi pacchetti “sicurezza” sono pronti a irrompere nell’ordinamento: un decreto legge e un disegno di legge. Sessantacinque misure confezionate dai tecnici del Viminale, pronte a essere selezionate a Palazzo Chigi. Il metodo è noto: rapidità, blindature, riduzione degli spazi di discussione. Il risultato è altrettanto chiaro: una stretta definitiva contro il dissenso. ZONE ROSSE PERMANENTI, DIRITTI A TEMPO DETERMINATO Le città diventano mappe di esclusione. Le “zone rosse” non saranno più eccezioni motivate da urgenze, ma strumenti ordinari, rinnovabili, espandibili, sottratti a un vero controllo. Basterà una segnalazione, persino una denuncia, per essere allontanati da interi quartieri. Il diritto di circolazione viene trasformato in privilegio revocabile. Alle telecamere ovunque si aggiungono tecnologie biometriche negli stadi e nei luoghi pubblici, mentre perquisizioni e controlli nelle manifestazioni diventano prassi liberalizzata. Non servono più motivazioni stringenti: basta la parola “sicurezza”. Così, il sospetto sostituisce la prova; la prevenzione divora la presunzione d’innocenza. IL DISSENSO COME REATO AMMINISTRATIVO È qui che il disegno si fa apertamente autoritario. Fermi “preventivi” fino a 12 ore per chi “potrebbe” disturbare un corteo. Multe fino a 20mila euro per chi manifesta senza autorizzazione, devia un percorso, non si scioglie abbastanza in fretta. Sanzioni amministrative pesantissime, senza le garanzie del diritto penale, pensate per scoraggiare, intimidire, svuotare le piazze. Basta una condanna non definitiva — persino una denuncia — per subire divieti di accesso alle infrastrutture urbane. Il messaggio è brutale: protestare costa caro. E se sei povero, giovane, precario, il costo è proibitivo. MIGRANTI: IL DIRITTO SPECIALE DELL’ECCEZIONE Per i migranti si consolida un diritto speciale, più duro e meno garantito. Nei CPR — luoghi di detenzione amministrativa per persone che non hanno commesso reati — arrivano regole di rango primario dopo il richiamo della Corte costituzionale, ma l’impianto resta punitivo. Addio al gratuito patrocinio automatico contro l’espulsione. Obbligo di “collaborare” all’identificazione. Rimpatri accelerati. Ricongiungimenti familiari compressi. Le navi delle ONG tornano nel mirino, con interdizioni decise dall’esecutivo in nome di una “pressione migratoria eccezionale”. Anticipazione di norme europee non ancora in vigore sui “paesi terzi sicuri”, riduzione del controllo dei giudici sul trattenimento. Traduzione politica: deportazioni più facili, giustizia più debole. MINORI E POVERTÀ EDUCATIVA: PUNIRE INVECE DI CAPIRE Ai ragazzi si risponde con l’ammonimento del questore già tra i 12 e i 14 anni, con sanzioni ai tutori, con arresti in flagranza e misure cautelari. Coltelli, stupefacenti, perfino veicoli confiscabili: la guerra simbolicacontro il disagio giovanile ignora le cause sociali e investe tutto sulla punizione. È l’ennesima scorciatoia: meno scuola, più manette. SCUDO AGLI AGENTI, SILENZIO SUI CONTROLLI Mentre i diritti dei cittadini arretrano, le tutele per le forze di polizia avanzano. Arriva lo scudo contro l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza presunta di cause di giustificazione. Niente sospensione dal servizio. Premi di carriera. Nelle carceri si rafforzano le operazioni sotto copertura. L’equilibrio dei poteri si inclina: chi controlla viene controllato meno. L’IPOCRISIA AL POTERE La destra che oggi riempie le carceri di dissenzienti è la stessa che versa lacrime di coccodrillo per la repressione in Iran. Denuncia gli autoritarismi lontani mentre costruisce, passo dopo passo, un ecosistema repressivo domestico. È un doppio standard morale che non regge alla prova dei fatti. Il vicepremier Matteo Salvini rivendica il pacchetto come una vittoria politica. È una vittoria, sì — contro la democrazia liberale, contro il conflitto sociale, contro l’idea che la sicurezza nasca da diritti più forti e non da libertà più deboli. UN PAESE DA INCUBO (SE NON REAGIAMO) Questo non è ordine: è normalizzazione dell’eccezione. Non è sicurezza: è paura amministrata. Non è tutela: è punizione preventiva. Se passa l’idea che il dissenso sia un problema di polizia, allora la politica ha già abdicato. La domanda non è se queste norme renderanno l’Italia più sicura. La domanda è quanto spazio resterà alla libertà quando la sicurezza diventa una clava e il cittadino un sospetto permanente. La risposta dipende da quanto saremo disposti a difendere, oggi, ciò che domani potrebbe non esserci più.
Sorveglianza speciale:Giorgio Rossetto condannato a 5 mesi e 6 giorni di reclusione
Pubblichiamo di seguito il contributo di Nicoletta Dosio sull’udienza tenutasi questo lunedì nei confronti di Giorgio Rossetto presso il tribunale di Imperia. 12 gennaio, Imperia. Siamo scesi dalla Valle in solidarietà a Giorgio Rossetto compagno e fratello. Oggi al Tribunale di Imperia si concluderà con la sentenza il processo nei suoi confronti per violazione della sorveglianza speciale. In passato Giorgio, colpito da sorveglianza speciale  con obbligo di dimora a Bussoleno dove risiede, si era recato  – previa, ripetuta e sempre respinta richiesta di autorizzazione al tribunale competente – a Taggia dove vive la sua compagna. A quel pugno di case alte sul mare Giorgio ha dedicato cure, mettendo a disposizione la sua lunga esperienza di giardiniere e l’amore per quelle terre aspre e tenaci. A Taggia egli fu arrestato ed ebbe inizio la storia che oggi si conclude. Arriviamo ad Imperia in una mattinata di sole, tra le alture argentee di uliveti e la malinconia del mare invernale Siamo in ritardo. All’uscita dall’autostrada una pattuglia della polizia ci ferma e non si limita a controllare libretto e patente del guidatore, ma ci identifica tutti quanti ( siamo in cinque, cinque NO TAV tutti pregiudicati, dunque  meritevoli di qualche attenzione…). Arriviamo infine al tribunale,un edificio modesto, quasi familiare rispetto alla mole maledetta del tribunale di Torino. Per Giorgio c’è accoglienza festosa:compagne e compagni del CSA  La talpa e l’orologio sono come sempre presenti e concretamente solidali. L’udienza si conclude rapidamente  e arriva la sentenza: colpevole di violazione della sorveglianza speciale; cinque mesi e sei giorni di reclusione. Giorgio prende la parola per ringraziare il numeroso pubblico presente e  per ribadire la volontà di proseguire la  protesta attiva contro l’istituto della sorveglianza speciale, in quanto pratica giudiziaria illegittima e persecutoria , finalizzata a colpire non reati specifici, sanzionati con sentenza di tribunale, ma la persona per quello che è, le sue convinzioni, il suo modo di stare al mondo. Di qui, nei confronti di Giorgio, il divieto di prender parte ai più svariati momenti  di socialità , dai consigli comunali, alle riunioni ANPI, dall’attività sindacale, agli eventi culturali, per arrivare all’assurdo: il divieto di partecipare alle cerimonie funebri in onore di amici. Fuori dal tribunale non mancano le interviste dai giornali locali e la foto di gruppo, gioiosa nonostante tutto, con sventolio di bandiere NO TAV, il sorriso di compagne e compagni, gli sguardi belli e sinceri dei giovanissimi, gli stessi che, nel Paese e oltre, vediamo animare una nuova Resistenza, nella consapevolezza che l’oppressore vince solo se gli oppressi rinunciano a lottare. Intorno a noi si muove una città in rapida metamorfosi da centro operaio e mercantile a città-vetrina. Il porto di Oneglia, un tempo scalo di pescherecci, si è trasformato in parcheggio di yacht miliardari. La  fabbrica della pasta Agnesi che dava lavoro a tutta la Riviera, è ora un edificio imponente e vuoto, il monumento ad un passato estinto. Eppure nei vicoli a ridosso del porto persiste il profumo antico di focaccia ligure, la fragranza del baccalà in umido e delle trenette al pesto…. Ma è giunto il momento di ripartire. tra qualche ora ritroveremo la Valle, sullo sfondo lo splendore delle montagne innevate, le bandiere NO TAV in strada e ai balconi, le ferite dei cantieri e la resistenza dei presidi, la volontà di lotta insopprimibile, dolce e testarda, l’unica garanzia per un futuro possibile. da notav.info
La Procura chiede il carcere per un’intervista
Sembra assurdo, ma è la verità. La Procura di Torino ha chiesto al tribunale di Sorveglianza di revocare i domiciliari a Giorgio Rossetto per mandarlo in carcere. La motivazione? Un’intervista rilasciata ai microfoni di Radio Onda d’Urto in cui esprime la sua opinione rispetto alla fase politica generale del paese, e alle condizioni che hanno portato allo sgombero del centro sociale torinese Askatasuna. La Procura basandosi su annotazioni dei dirigenti della Digos e dell’Antiterrorismo torinesi, trasforma quelle che sono semplici opinioni in un supposto mandato esecutivo dei cortei che hanno seguito lo sgombero di Aska. Come sempre si stravolgono le leggi e si forza il diritto pur di perseguire un’opinione scomoda. L’intervista per chi l’ha ascoltata non si presta in alcun modo alle interpretazioni che invece vuole veicolare la Procura. Evidentemente si trova inaccettabile che qualcuno dica che “il Re è nudo!” perché aldilà delle proprie personali opinioni e auspici, l’intervista centra il punto nel mettere in evidenza le “nudità” del potere. Ricordiamo che Giorgio è sottoposto per via di una condanna definitiva agli arresti domiciliari da diversi mesi e che prima di questi era gravato dal regime di Sorveglianza Speciale nel comune di Bussoleno. Come per l’operazione Sovrano, anche in questo caso, si cerca di trasformare un compagno e un militante in una specie di Padrino che tutto può e tutto dispone. Nulla di più falso e lontano dallo spirito militante e autonomo che contraddistingue la lunga militanza di Giorgio e di tanti e tante altre. Giorgio nell’intervista, dichiara di non partecipare alle riunioni del centro sociale dal 2018 perché continuamente gravato da misure restrittive. Su cosa si basano allora le accuse della Procura? Evidentemente non è bastata la sconfitta del teorema associativo nel processo “Sovrano”, si continuano a montare castelli di carta in assenza della minima prova, arrivando ai limiti del grottesco. Può un’intervista essere motivo per finire in carcere? Noi crediamo di no. Ad ogni modo, il Giudice ha disposto un udienza per discutere la proposta della Procura il 21 gennaio. Aspetteremo a vedere come andrà questa vicenda ma terremo alta l’attenzione su questo atto di repressione meschino e sproporzionato, auspicando che non si avalli l’ennesima forzatura della Procura Torinese, che in questi mesi sta dando prova di “pervicacia” (come direbbero loro!) nel continuare a costruire un laboratorio di repressione nella città e nella valle.  Giorgio libero! Tutti e tutte libere!
Nuove misure nei confronti di minorenni, disciplinarmente e bastone sui giovani
Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito delle manifestazioni per la Palestina di ottobre scorso. È notizia di questa mattina una nuova operazione di rappresaglia dopo il movimento blocchiamo tutto, questa volta sono arrivate misure cautelari tra carcere e domiciliari, a diversi ragazzi che hanno partecipato alle enormi mobilitazioni per la Palestina, in particolare lo sciopero generale del 3 ottobre, in cui più di 100mila torinesi sono scese in piazza, in una città blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a Gaza. Uno sciopero generale che ha detto delle cose chiare: fuori i signori della guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la città produttiva per la vostra guerra! In quella giornata un serpentone irriducibile ha sfilato dalle prime ore del mattino fino a tarda notte, con migliaia e migliaia di persone che rispondevano agli attacchi della polizia e resistevano alle cariche e alla repressione. A distanza di mesi arriva il conto: il governo si vendica sui giovani che hanno iniziato a gettare un seme per la resistenza in un mondo che si sta piegando alla logica della armi. Esprimiamo solidarietà assoluta per coloro che sono colpiti dalla repressione e ci mettiamo a disposizione per costruire un impianto di solidarietà forte e largo per fare fronte a questi attacchi! Ricordiamo che 6 studenti minorenni sono ancora agli arresti domiciliari e chiediamo la liberazione di tutti e di tutte subito! PALESTINA LIBERA, TUTTI LIBERI