«la tendenza a creare il mercato mondiale […] è data immediatamente nel concetto
di capitale. Ogni limite si presenta qui come ostacolo da superare» (K. Marx,
Lineamenti fondamentali, vol. II, p. 9.).
Un nostro articolo del 7 dicembre scorso iniziava con le parole «Mentre
scriviamo queste righe il Presidente degli Stati Uniti dichiara unilateralmente
chiuso lo spazio aereo sopra il Venezuela». Oggi, il 3 gennaio, mentre scriviamo
queste righe il Presidente degli Stati Uniti ha ordinato un attacco aereo e di
terra di larga scala contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Le notizie sono ancora frammentarie, ma riportano di bombardamenti contro la
base militare La Carlota, una raffineria a Caracas e il porto di La Guaira
eseguiti con elicotteri ed aerei da guerra. Notizie non confermate e ad ora
smentite dai messaggi che arrivano dal Venezuela parlano anche di attacchi
contro gli edifici del potere legislativo e giudiziario e contro il palazzo
presidenziale. Più preoccupante ed invece probabilmente realistica è
l’informazione secondo cui la Delta Force americana avrebbe eseguito una
operazione di rapimento nei confronti del presidente Nicolás Maduro e della
moglie Cilia Flores e li avrebbe trasportati negli Stati Uniti oppure a
Guantanamo. La contraerea venezuelana sembra avere risposto, anche se con poca
coordinazione e poca efficacia – mentre più organizzate e più massicce sembrano
essere le operazioni delle forze armate di terra venezuelane che si stanno
dispiegando a Caracas e nelle zone di confine. Vivi e determinati appaiono i due
ministri del governo secondi a Maduro, Diosdado Cabello e Vladimir Padrino –
figure dotate di una minore importanza rispetto al Presidente, ma comunque
riconosciuti e carismatici militanti chavisti della prima ora e rispettivamente
al secondo e terzo posto della «kill list» americana con una taglia sulla testa
di 25 e 15 milioni.
Proviamo a dare alcune valutazioni a caldo, ritenendo però doverosa una
premessa: ci troviamo di fronte ad un’operazione senza precedenti – sia dal
punto di vista militare che dal punto di vista politico – e come tale bisogna
interpretarla.
SULL’IMPERIALISMO: APPUNTI PER COMPRENDERE LA GUERRA CHE VIENE
Non abbiamo il tempo di dilungarci sulle motivazioni alla base della scelta
interventista degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, di cui abbiamo già
proposto un’analisi più articolata qui e qui. Riassumiamo tuttavia brevemente
alcuni ragionamenti, perché crediamo che sia necessaria qualche chiarificazione
per inquadrare correttamente l’operazione militare di questa notte.
Consideriamo che la decisione di un’intervento militare contro il Venezuela sia
una, e probabilmente la più contundente, delle risposte statunitensi a ciò che
si può definire la crisi del comando imperiale americano. In breve: in un mondo
segnato da un equilibrio politico ed economico altamente instabile – con l’Asia
sempre più centrale all’interno delle catene di produzione materiale ed un asse
occidentale ancora in grado di imporre, per ora, la propria legge sui mercati
finanziari e sugli equilibri strategici grazie alla sua capacità di deterrenza
militare – il Venezuela rappresenta per gli Stati Uniti una riserva di risorse
strategiche (petrolio, gas, oro e minerali rari) fondamentali per spostare a
proprio favore la bilancia del controllo delle basi materiali delle catene
produttive e della transizione tecnologica. Crediamo che questo sia un elemento
fondamentale da tenere a mente quando leggeremo – come in parte sta già
accadendo – interpretazioni che presentano questo attacco come una decisione
voluta esclusivamente da Trump: una forzatura funzionale ad appagare i falchi
della destra americana, oppure una operazione mirata esclusivamente contro
Nicolás Maduro, sulla cui pelle il presidente americano cerca di ricostruire un
traballante consenso politico. Nella narrazione del progressismo europeo ed
americano, la responsabilità verrà fatta ricadere sullo specchietto delle
allodole di un presidente americano descritto come “populista” o “fascista”,
talvolta persino come figura patologizzata, aggiungendo all’equazione una
controparte venezuelana “corrotta” e dittatoriale.
Ciò che viene così messo in ombra è l’attenzione sulle cause strutturali di una
scelta del genere, le cui radici affondano non nella psicologia del presidente
americano di turno, ma nella logica materiale dell’imperialismo e nelle
contraddizioni che ne governano il funzionamento. Su questo è utile, anche se
poco di moda, ricordare Lenin, ed una definizione dei meccanismi di
funzionamento dell’imperialismo che riteniamo ancora valida a più di cento anni
dalla pubblicazione del testo che la contiene: «Quanto più il capitalismo è
sviluppato, quanto piú la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più
acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie
prime, tanto piú disperata è la lotta […]. Da ciò nasce inevitabilmente la
tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico,
e anche il proprio territorio in generale […], comunque e dovunque, in cerca
soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la paura di rimanere
indietro nella lotta furiosa» (V. Lenin, L’imperialismo fase suprema del
capitalismo, p. 122-123).
La condivisione di una interpretazione del genere ci sembra la condizione
necessaria, anche se non sufficiente, per comprendere, per situare e per
affrontare la situazione che oggi ci troviamo davanti. Non è necessario arrivare
a negare le contraddizioni del governo venezuelano, le difficoltà del progetto
rivoluzionario bolivariano, i suoi elementi più difficili e, forse anche
giustamente, controversi all’interno del dibattito militante e di movimento sul
Venezuela. In questo momento, ci appare necessario condividere una chiarezza di
fondo.
Qua non siamo di fronte alla defenestrazione di un “dittatore” (o di un supposto
narcotrafficante) compiuta “da un altro dittatore” un po’ più potente e un po’
più pazzo, un evento davanti a cui si possa far valere una tiepida equidistanza,
o la richiesta di un ritorno a quella vuota parola tutta occidentale che è
“democrazia” – quando viene pensata, ingenuamente o in mala fede, come un
concetto del tutto indipendente dai processi di produzione capitalista e di
costruzione di autonomia popolare. Già vediamo l’Unione Europea ed il
progressismo delle nostre latitudini chiedere «legittime elezioni» in Venezuela,
e aspettiamo di vedere da “sinistra” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) il
richiamo un po’ compiaciuto alla “fine naturale” di un processo rivoluzionario
“corrotto” e “anti-popolare”.
Qua siamo di fronte ad un attacco politico-militare su larga scala contro
l’autodeterminazione di un popolo e contro un processo rivoluzionario che ha
contribuito in maniera innegabile a mettere in difficoltà il capitale
statunitense sul controllo delle risorse materiali della produzione e sul
controllo degli equilibri politici di un’area geografica politicamente e
militarmente strategica per l’imperialismo americano.
Sull’identità del nemico, e sulle cause del suo intervento militare, non
crediamo che debba esserci spazio per nessuna ambiguità. Ed allo stesso modo,
non crediamo che debba esserci spazio per nessuna ambiguità nell’aprire e
approfondire i percorsi di solidarietà incondizionata alla resistenza del popolo
venezuelano e alla rivoluzione bolivariana di fronte ad un evento simile.
COSA ASPETTARSI
Può essere che gli attacchi aerei statunitensi si chiudano qua, come ha
dichiarato Marco Rubio e come ha lasciato intendere Trump, e che il rapimento di
Maduro consenta agli USA di non arrivare al tentativo di disarticolazione totale
dello Stato avversario che ha invece contrassegnato l’inizio delle loro ultime
operazioni militari (includiamo in questo ragionamento anche le operazioni
militari israeliane, che si sviluppano secondo le stesse direttrici tattiche e
strategiche di quelle statunitensi), come gli attacchi contro Iraq, Afghanistan,
Libia, Hezbollah e – almeno in parte – Iran. Può essere che non si giunga
quindi, da parte americana, ad una prosecuzione dei bombardamenti oppure ad
un’invasione di terra – anche se è noto che il potenziale militare americano di
fronte alle coste del Venezuela è in grado di mantenere un livello di pressione
missilistica enorme e che ci sono stati allenamenti di marines nelle foreste
caraibiche della Guyana in previsione di un intervento diretto in Venezuela.
Di fronte alla mancanza di una giustificazione reale per una dichiarazione di
guerra al Venezuela, e di fronte ad un potere legislativo statunitense
profondamente ostile ad operazioni boots on the ground che negli ultimi anni
sono finite solo in disastrose ritirate, è possibile che il tentativo di Trump
sia quello di rappresentare la questione esclusivamente come un intervento
chirurgico statunitense finalizzato all’estradizione di un presidente
(falsamente) accusato di narcotraffico. Questo non significa, tuttavia, che ci
si possa aspettare la fine o l’assopimento della pressione militare contro il
Venezuela: se le operazioni di bombardamento saranno, temporaneamente o meno,
sospese sarà a causa di due ragioni principali.
La prima ragione, che abbiamo in parte già richiamato, riguarda le
contraddizioni interne all’apparato politico-militare statunitense e alla stessa
società americana. La crisi economica e sociale negli Stati Uniti incide in
profondità, e il Congresso – insieme a settori della debole e oscillante
opposizione progressista – ha già manifestato insofferenza non per il numero
delle vittime venezuelane, ma per il costo materiale delle fasi di avvicinamento
all’operazione: missili dai costi milionari, impiegati a decine dal Dipartimento
della Guerra nelle scorse settimane contro imbarcazioni di pescatori venezuelani
accusate di traffico di cocaina e fentanyl. Parallelamente, numerosi analisti
militari statunitensi, pur sicuramente colpiti dal successo tattico dell’effetto
sorpresa che ha loro imposto un quantomeno temporaneo silenzio, avevano
sottolineato le enormi difficoltà a cui andrebbe incontro un’operazione di terra
in Venezuela, e l’elevato numero di perdite – conseguenza anche della parziale
(ma reale) militarizzazione di massa promossa dal governo venezuelano tra i
settori sociali legati alla rivoluzione bolivariana. Sulla base di informazioni
necessariamente frammentarie possiamo avanzare solo alcune ipotesi, ma è
evidente che per gli USA la valutazione costi-benefici – in termini materiali,
umani e politici – di un intervento militare su larga scala volto a occupare il
paese, decapitare le forze armate, disarticolare lo Stato e i blocchi sociali
chavisti ed imporre manu militari un cambio di governo non è affatto
un’equazione lineare e dal risultato scontato.
Le decisioni finali dipenderanno dalle valutazioni del Pentagono e del
Dipartimento della Guerra, chiamati a misurare fino a che punto l’imperialismo
statunitense possa permettersi un tale salto nel buio dopo che l’ultima
operazione di simile portata nella regione – l’attacco del 1989 contro il Panama
che aveva portato alla cattura del presidente Noriega – risale a oltre
trent’anni fa e non era certo risultata né rapida, né indolore, a maggior
ragione tenendo conto della arretratezza militare delle forze armate panameñe e
delle piccole dimensioni del paese. La guerra in Ucraina ha mostrato come
l’apparato politico-militare statunitense non sia più in grado di garantire una
deterrenza totale né di imporre vittorie rapide e decisive sul terreno. Ciò
dipende anche, in parte, dal livello di preparazione delle controparti
incontrate – è passata molta acqua sotto i ponti rispetto all’esercito
sbrindellato di Noriega o al tanto inefficiente quanto mastodontico apparato
militare iracheno di Saddam Hussein. Come ha recentemente dimostrato
l’esperienza di lotta e di resistenza del popolo palestinese, la resistenza
intesa come disponibilità sociale dispiegata all’insubordinazione, allo scontro
politico e militare da parte di ampi settori della popolazione di un paese
aggredito, sullo sviluppo di un sentimento di solidarietà e di nemicità
collettiva all’aggressore e all’occupante è possibile costruire un’unità e una
capacità di tenuta difficilmente neutralizzabili o recuperabili.
La seconda ragione che condizionerà la prosecuzione dell’intervento americano
contro il Venezuela ha a che fare proprio con questo elemento, poiché si baserà
sulla capacità della cosiddetta “opposizione venezuelana”, sostenuta dagli Stati
Uniti e dalla CIA, di sfruttare il momento di disorientamento del governo
bolivariano per mettere in crisi la tenuta interna del paese ed aprire uno
scenario di guerra civile. Anche su questo terreno sarà necessario attendere e
valutare la risposta delle forze armate venezuelane, all’interno delle quali è
storicamente radicata la fedeltà al chavismo inteso non come apparato di potere
ma come progetto politico fondato sul controllo popolare delle risorse e
dell’economia, e su una dialettica certo irrisolta, ma rivoluzionaria tra potere
popolare e potere militare. Ed è, allo stesso tempo, indispensabile ricordare
che l’opposizione venezuelana si è strutturata negli anni su posizioni
apertamente reazionarie e conservatrici, come confermano anche le recenti prese
di posizione della sua principale esponente, María Corina Machado.
È comprensibile la difficoltà, per chi proviene da esperienze di
auto-organizzazione e da una sensibilità almeno in parte anti-autoritaria, nel
sospendere l’immediata simpatia istintiva che tende a farci schierare, in ogni
conflitto sociale, con chi manifesta contro il governo del proprio paese
piuttosto che con le sue forze di polizia. E tuttavia, proprio il contesto
venezuelano ci ricorda che qualsiasi forza sociale opera sempre entro rapporti
di forza materiali, politici e militari determinati, che ne condizionano
l’efficacia, il programma e soprattutto l’identità. Bisognerebbe provare a
superare la storica difficoltà nel riconoscere che l’opposizione venezuelana si
configura sì come una forza reale, ma che si posiziona esplicitamente nel campo
reazionario, e che le contraddizioni interne alle società e ai processi
rivoluzionari esistono e vanno analizzate assumendo una valutazione politica,
tattica e strategica dei campi di alleanza da sostenere e delle controparti da
individuare.
DALLE NOSTRE PARTI, DALLA NOSTRA PARTE
Crediamo che, alla luce della sorpresa che ha colto molti di noi stamattina – ma
non tutti, visto che già da mesi c’era chi segnalava che questo sarebbe accaduto
– possano emergere alcuni spunti di base per orientarsi nel momento che stiamo
affrontando.
La prima è non perdere la bussola e prepararsi a comprendere, studiare e
prevedere le prossime mosse ed i futuri scenari di sviluppo dell’imperialismo
statunitense e delle sue articolazioni collettive in Europa e nell’Occidente.
Organizzarsi per fare fronte ai passaggi successivi di un’offensiva che non può
che concludersi o in una crisi diffusa e potenzialmente mortale
dell’imperialismo occidentale, oppure nella rinnovata affermazione del suo
dominio attraverso una guerra mondiale – frammentata nel tempo e combattuta per
procura, ma in ogni caso su larga scala – richiede la capacità di leggere i
processi in modo coerente e condiviso.
La seconda è lavorare per rafforzare quelle opzioni politiche – nello scenario
latinoamericano – in grado di continuare a mettere in crisi la capacità degli
Stati Uniti e dell’Occidente collettivo di riorganizzare a proprio vantaggio le
catene mondiali del valore attraverso il saccheggio materiale delle periferie,
in particolare di quelle che detengono risorse critiche. Occorre fare,
chiaramente, un’esercizio di umiltà, poiché si tratta di lavorare in questo
senso nel campo delle nostre possibilità e del nostro posizionamento geografico
e politico – senza, quindi, illudersi di poter spostare chissà cosa. Eppure,
riconoscere che gli Stati Uniti tentano di scaricare all’esterno le proprie
crisi interne – dalla questione delle sostanze stupefacenti alla gestione della
forza lavoro migrante – trasformandole in pretesti per disciplinare
politicamente avversari del «modo di vita americano» identificati nei governi
marxisti dell’America Latina significa anche dare spazio ai tentativi di riforma
sociale in corso in Venezuela, Colombia e Brasile, che aprono nuovi scenari di
agibilità politica per il movimento, le forze progressiste e in parte anche
quelle rivoluzionarie, dopo anni di repressione feroce. Non si tratta qua di
mettere in soffitta tout court una posizione storicamente giusta e rivendicabile
di ostilità e diffidenza nei confronti delle formazioni statali e dei governi,
anche quando si tratta di governi progressisti, ma di ricordare che gli elementi
della propria identità politica devono trovarsi in una relazione dialettica con
le valutazioni tattiche e strategiche della fase in corso e che, in questo
momento, si può ritenere opportuno accantonare temporaneamente tale posizione a
favore di un sostegno critico a esperienze di governo come il progressismo
colombiano, che ad esempio si è rifiutato di concedere suolo e basi militari
agli americani per facilitare un’invasione del Venezuela, e che in queste ore
sta esercitando il proprio peso nella regione per mettere in difficoltà
l’apparato imperialista statunitense e l’opposizione conservatrice venezuelana
che ne vorrebbe approfittare.
La terza riguarda, invece, le nostre possibilità più concrete, ed ha a che fare
con la necessità di approfondire le contraddizioni interne alla riproduzione di
capitale alle nostre latitudini e, per esteso, all’imperialismo occidentale.
Questa partita, forse la più interessante e decisiva, si svolge su diversi
piani. Il primo riguarda la costruzione di mobilitazioni concrete in solidarietà
con la resistenza del popolo venezuelano, capaci di sostenere le capacità
politiche e militari del Venezuela di mettere in difficoltà i piani statunitensi
per accaparrarsi il suo petrolio, ma che non rischino di scadere nel semplice
richiamo alla «resistenza dei popoli» come fattore esclusivo in grado di
contenere o arrestare la violenza dell’imperialismo statunitense. Il secondo
piano riguarda quello che dovrebbe essere invece per noi uno dei fattori
fondamentali nel poter mettere in difficoltà la controparte imperialista e che è
invece, ci sembra, un elemento sistematicamente sottovalutato che invece
richiederebbe un inquadramento più deciso, a maggior ragione poiché si colloca
più in profondità e, paradossalmente, molto più alla nostra portata. Parliamo
dell’intensità delle contraddizioni politiche e produttive interne agli Stati
Uniti, all’Europa e al campo occidentale, e dei loro risvolti sulla
configurazione complessiva della congiuntura internazionale.
In parte, il movimento di solidarietà alla Palestina è riuscito a individuare
alcune di queste contraddizioni e ad agire per provare ad acutizzarle, con
l’obiettivo di mettere in crisi il comando imperialista a casa propria: dare
battaglia sul piano della legittimazione politica di un genocidio e di una
guerra di conquista, la graduale costruzione di un campo sociale potente, capace
di riconoscersi a vicenda e darsi forza nel produrre difficoltà reali per i
governi occidentali, ed una stagione di mobilitazione radicale capace di
identificare, denunciare e bloccare alcuni nodi fondamentali della
valorizzazione capitalistica europea e, soprattutto, che proponeva al suo
interno in maniera interessante ed innovativa la dialettica tra consenso e
radicalità.
Si tratta quindi di lavorare per rafforzare il campo che si è strutturato
attorno alla solidarietà internazionale con la Palestina, estendendone la
disponibilità di lotta alla solidarietà con il Venezuela e, più in generale,
alla costruzione di un’opposizione sociale e allo sviluppo di un antagonismo e
di un rifiuto diffuso nei confronti della guerra di conquista, di sterminio e di
predazione condotta dal comando occidentale contro i popoli del mondo. Questo
implica la capacità collettiva di mettere tatticamente e strategicamente da
parte esitazioni e ambivalenze, tenendo insieme la solidarietà
internazionalista, il sostegno senza ambiguità alla resistenza dei popoli
oppressi e, soprattutto, l’intelligenza di individuare ed intervenire sulle
contraddizioni politiche, sociali ed economiche del capitale alla portata della
nostra azione collettiva.
È su questo terreno che diventa possibile conoscersi, riconoscersi e
organizzarsi per sabotare i meccanismi di costruzione e riproduzione
dell’imperialismo, mettere in difficoltà il campo politico della controparte e
agire non attraverso un esercizio di solidarietà retorica, ma come sostegno
attivo alla resistenza del popolo venezuelano, del popolo palestinese e di tutti
i popoli che verranno inevitabilmente colpiti. Questo terreno è dentro il campo
nemico, contro il campo nemico, perché è qui che siamo chiamati a lavorare per
inceppare l’orrore che si sta preparando e che è già in corso, ed è qui che
siamo chiamati a praticare solidarietà concreta e sostegno reale ai popoli che
si svegliano sotto le bombe.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Trump ha dichiarato che “Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo
un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente
Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla
moglie”.
Questa notte Caracas si è svegliata sotto le bombe dell’ennesima guerra
statunitense. Almeno sette le esplosioni avvertite nella capitale venezuelana,
ma attacchi sono avvenuti in tutto il paese. Colpita l’Accademia Militare di
Mamo, a La Guaira, a 40 chilometri dalla capitale. Altre zone attaccate
includono la base aerea La Carlota e l’aeroporto di Higuerote. Sarebbe stata
bombardata anche la residenza del Ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez e
secondo quanto riporta il Presidente della Colombia Gustavo Petro gli attacchi
non hanno risparmiato il Parlamento di Caracas ed il mausoleo di Hugo Chávez.
L’attacco avrebbe coinvolto anche forze di terra ed elicotteri militari.
Maduro prima di essere catturato avrebbe autorizzato la lotta armata contro
l’aggressione imperialista dispiegando diverse forze militari nelle strade di
Caracas a protezione del Parlamento. Sembra che la vicepresidente venezuelana,
Delcy Rodriguez, invece sia al sicuro.
L’operazione da quanto si apprende dai media sarebbe stata programmata da
diverse settimane e rinviata a causa delle condizioni metereologiche. L’attacco
è avvenuto al di fuori di ogni norma del diritto internazionale, con la scusa
prima della “guerra al narcotraffico“, poi della presenza di Hezbollah ed Hamas
in Venezuela. In realtà come spiegavamo qui “La riorganizzazione della catena
mondiale del valore e le crisi sociali interne agli Stati Uniti richiedono una
politica estera che possa assicurare, almeno per qualche anno, la continuazione
dell’egemonia statunitense attraverso il saccheggio materiale ed il
disciplinamento politico di quelle che dalle parti della Casa Bianca sono
considerate sin dal 1823 le periferie dell’Impero, e soprattutto di quelle che
detengono risorse critiche e possibilità di riarticolazione politica.”
Ci si può facilmente immaginare che a questo attacco, se effettivamente avrà
successo imponendo un regime change, seguiranno politiche ed azioni militari
atte ad espandere il disciplinamento agli interessi statunitensi in tutto il
continente.
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Di seguito il servizio di Radio Onda d’Urto sull’attacco:
Attacco militare Usa contro il Venezuela. Nelle prime ore di sabato 3 gennaio
2026 raid di Washington hanno squarciato il cielo di Caracas e di altre regioni
del Paese caraibico, al centro ormai dall’estate 2025 delle mire
espansionistiche di Trump, con continui attacchi nei mari antistanti il
Venezuela (e un centinaio di vittime), che la Casa Bianca ha genericamente
definito come (presunti) “narcotrafficanti”.
Ora l’accelerazione bellica anche dentro il territorio venezuelano, con attacchi
che colpiscono infrastrutture militari in particolare attorno e dentro Caracas,
oltre a zone fortemente simboliche – e senza nessun risvolto militare – del
potere bolivariano, come il Parlamento e il Mausoleo dove riposano le spoglie
di Hugo Chavez.
In una nota, Maduro ha parlato di “gravissima aggressione militare Usa” in “siti
civili e militari nella città di Caracas, capitale della Repubblica, e negli
stati di Miranda, Aragua e La Guaira”. Sempre secondo la dichiarazione riportata
da Tele Sur, “lo scopo dell’aggressione è l’appropriazione delle risorse
strategiche del Venezuela… attivata l’immediata transizione alla lotta armata”.
In realtà, la risposta armata venezuelana non c’è stata, di fronte ai raid Usa,
condotti anche con aerei a bassa quota.
Un’ora dopo il comunicato di Maduro, il presidente Usa Trump ha annunciato di
avere rapito “Maduro e la moglie”, portandoli fuori dal Venezuela (dove, non si
sa). “Abbiamo condotto con successo un attacco su larga scala in
Venezuela..seguiranno dettagli, oggi alle ore 11:00 (le ore 18 in Italia,
ndRodu) si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago”.
Su Radio Onda d’Urto un primo commento (ore 10 del mattino) con Andrea Muratore,
analista di scenari geopolitici e collaboratore di Inside Over. Ascolta o
scarica
ITALIA – In Italia, Rete dei Comunisti, Osa e Cambiare Rotta annunciano per
lunedì 5 gennaio una giornata di mobilitazione nazionale “contro l’aggressione
militare Usa al Venezuela e con i popoli della Repubblica Bolivariana”. Qui il
comunicato, diffuso da Contropiano.org
La Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta conferma il NO
all’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo
così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che, su
pressioni governative, aveva invece confermato il decreto di espulsione per
Mohamed Shahin.
da Torino per Gaza
Tutto questo, dopo una sentenza del Tribunale del Riesame che aveva scarcerato
Mohamed Shahin, definendo le dichiarazioni a sostegno dell’espulsione emessa da
Piantedosi come “espressione di pensiero che non integra gli estremi di reato”,
riconoscendo la libertà di espressione.
Questo ulteriore passaggio giudiziario rappresenta l’ennesima vittoria della
giustizia e della solidarietà contro il sistema della paura che il governo sta
cercando di instaurare in questo Paese attraverso Decreti Legge, propaganda
fuorviante di stampo razzista e islamofobo e le pressioni esercitate sulla
magistratura. Queste pressioni minano non solo il diritto di espressione, ma
anche il legittimo diritto ad una difesa equilibrata e giusta.
Quello che il governo vuole delineare attraverso il caso Shahin è il tentativo
di dare una punizione esemplare per tutte le persone immigrate o che vivono
sotto il ricatto del permesso di soggiorno e anche per chi si mobilita contro il
genocidio in Palestina e contro le politiche guerrafondaie del governo. Non va
lasciato spazio al tentativo di questo governo di intimidire chiunque decida di
alzare la voce per la Palestina, sui posti di lavoro, contro guerra e riarmo.
Piuttosto paradigmatico è il fatto che la deputata alla Camera e membro della
commissione di vigilanza RAI, Augusta Montaruli, condannata a 1 e mezzo per
peculato per aver usato soldi pubblici per acquistare gioielli, orologi e
borsette per un valore di 25000 euro, continui imperterrita a invocare la pena
capitale utilizzando ogni pretesto per giustificare l’espulsione di Shahin,
mettendolo in mezzo su altri procedimenti saltati alle cronache di questi ultimi
giorni, che non lo vedono imputato ma che basterebbero di per sé alla deputata
per dichiarare che “al di là delle responsabilità penali l’espulsione, che è un
atto amministrativo con funzione preventiva, oggi è più che mai necessario”,
chiarendo in via definitiva l’arbitrarietà di questa misura, non supportata da
concreti pericoli “per la pubblica sicurezza” ma dalle speculazioni dei
ministeri.
La solidarietà che abbiamo messo in campo in queste settimane ha portato alla
liberazione dal CPR per Mohamed ma non dobbiamo credere che la partita finisca
qua. Sono, infatti, ancora molte le tappe che dovranno vederci presenti una
volta di più per fare pressione affinché venga ristabilita la giustizia in
questa vicenda. Mohamed al momento resta “libero” poiché ancora è da vagliare la
sua posizione come richiedente asilo quindi la nostra attenzione non può calare,
altrimenti ogni sforzo fin qui fatto si dimostrerà vano.
Invitiamo quindi tutte e tutti alla massima allerta. Monitoriamo giorno per
giorno, ora per ora, la situazione. Per la liberazione di Mohamed e per quella
di ciascuno di noi.
Mentre negli Stati Uniti aumentano la povertà, i senza tetto e la cronica
mancanza di cure sanitarie per tutti, Trump ha fatto trovare il carbone sotto
l’albero di Natale: un grande aumento delle spese militari e una (ulteriore)
diminuzione delle coperture sanitarie per la parte meno ricca della popolazione.
di Ezio Boero, da Volere la Luna
Il 17 dicembre, solo 20 senatori (16 del Partito Democratico, tre del Partito
Repubblicano e l’indipendente Bernie Sanders) hanno votato contro il National
Defense Authorization Act. Coi suoi 901 miliardi di dollari, il più grande
stanziamento annuale per spese militari nella storia degli Stati Uniti. Tra i
favorevoli, 27 senatori democratici. Alla Camera la legge era stata approvata
anche da 115 democratici. Tra gli stanziamenti per il 2026: 142 miliardi di
dollari per la ricerca e lo sviluppo (tra cui biotecnologie, armi ipersoniche e
intelligenza artificiale), 400 milioni di dollari per l’Ucraina, 600 milioni per
la cooperazione di difesa missilistica di Israele e un miliardo in “assistenza”
a Taiwan. Inoltre, nell’ambito del “ripristino dell’ethos guerriero”, la
cancellazione delle norme antidiscriminazione nelle forze armate e l’utilizzo di
truppe in servizio attivo lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Negli
stessi giorni, il Parlamento non ha rinnovato l’Affordable Care Act del
2010, l’assicurazione medica, cosiddetta Obamacare, per le fasce più povere
della popolazione che consentiva di acquistare su un mercato “protetto”
un’assicurazione sanitaria per le persone che non hanno polizze sul lavoro o
sono coperte dai programmi Medicare o Medicaid per anziani e poveri. Con ciò, 22
milioni di statunitensi dovranno affrontare grandi aumenti dei premi delle
assicurazioni private, che si aggiungono ai tagli alla sanità già approvati a
marzo col cosiddetto Big Beautiful Bill, e con la rinuncia di una parte dei
democratici a condizionare con l’estensione dei sussidi lo shutdown di novembre.
Non è sicuro che l’argomento sarà ripreso nel 2026 col voto sulla petizione dei
democratici, appoggiata anche da quattro repubblicani, per ripristinare i
sussidi all’Affordable Care Act per tre anni. Questi tagli si aggiungono al già
praticato ulteriore abbassamento delle tasse dei ricchi; il che, nell’anno,
comporta un trasferimento di ricchezza dalle famiglie del popolo alle aziende e
ai miliardari: il Congressional Budget Office, un ufficio imparziale del
Parlamento, ha stimato che comportano una riduzione del 4% del reddito al 20%
delle famiglie.
All’interno delle persone più povere degli USA si trova una parte delle
lavoratrici e di lavoratori. Ed è anche questa la ragione di alcune delle lotte
che si sono sviluppate in questi ultimi anni nel mondo del lavoro.
Nelle caffetterie della multinazionale Starbucks, a partire dal 13 novembre, è
in corso uno sciopero, denominato Red Cup Rebellion: picchetti, in crescente
numero di negozi sindacalizzati, con l’obiettivo di dar loro la massima forza in
prossimità delle vacanze di fine anno. Da gennaio 2021 è attiva una campagna di
sindacalizzazione da parte del sindacato Starbucks Workers United (SBWU) che
affronta soprattutto i salari iniziali che, nella maggior parte degli Stati
dell’Unione, sono di 15,25 dollari all’ora, e negli altri sono comunque meno di
20 dollari. Una retribuzione insufficiente a vivere degnamente nelle città degli
USA. A molti baristi, inoltre, sono assegnate meno di 20 ore di lavoro a
settimana, la soglia che permette di ricevere alcuni benefici concessi
dall’azienda, come un’assicurazione sanitaria. Tale campagna di SBWU per
ottenere un contratto collettivo è stata ostacolata in tutti i modi dalla
multinazionale, che ha accumulato un numero record di violazioni del diritto del
lavoro, tanto che spesso il National Labor Relations Board (NLRB), l’agenzia
federale che deve difendere i diritti del lavoro, è dovuta intervenire per
annullare azioni e licenziamenti illegittimi contro chi si è sindacalizzato o
voleva farlo. I negozi Starbucks ad oggi sindacalizzati sono 550 con 11.000
addetti e, seppur non rappresentino neanche il 10% di quelli statunitensi, le
loro variegate iniziative di sciopero, e anche di boicottaggi con appoggio della
clientela, hanno fatto sì che l’azienda abbia subito un calo di popolarità e
anche di vendite. La trattativa aperta dall’azienda nel febbraio 2024, quando il
fondatore si è messo da parte, è ora bloccata di fronte alle risibili offerte
padronali. Lo sciopero Red Cup Rebellion è iniziato in 65 negozi di 40 città e
potrebbe diffondersi a tutti i 550 sindacalizzati. È iniziato nel giorno
dell’anno in cui Starbucks distribuisce una tazza riutilizzabile e sconta il
prezzo delle bevande, con conseguenti code di consumatori, che comportano un
superlavoro dei baristi. Il sindacato ha anche richiesto di boicottare tutti i
negozi di Starbucks, sindacalizzati o meno, per tutta la durata dello sciopero e
di aderire alla petizione No Contract, No Coffee, di impegno a non acquistare in
Starbucks mentre i baristi sono in sciopero, che ha oltrepassato le 200.000
firme. Nei primi giorni di dicembre dipendenti di Starbucks, clienti del bar,
appartenenti ad altri sindacati si erano radunati anche a New York, di fronte
alle porte d’ingresso dell’Empire State Building, il grattacielo che ospita uno
degli uffici della multinazionale, con cartelli “No Contract, No Coffee” e
“Baristas on Strike”. Sono avvenuti arresti, così come anche durante il blocco
delle consegne di materia prima negli impianti di tostatura del caffè di
Starbucks nella contea di York, che servono la gran parte dei negozi degli Stati
Uniti nordorientali e del Canada. Anche di 30 manifestanti, nel più grande
centro di distribuzione della caffetteria sulla West Coast, a Minden in Nevada.
Manifestazioni di solidarietà, variamente organizzate, stanno avvenendo anche di
fronte ai negozi Starbucks in alcuni Paesi del mondo (in Italia, a Milano).
Sul fronte del lavoro pubblico, è stata attivata il 3 dicembre una causa dei
dipendenti federali licenziati dal Dipartimento dell’efficienza del
governo (DOGE), allora gestito da Musk, che ha tagliato, dall’inizio del secondo
mandato di Trump, quasi il 12% della forza lavoro federale che consta in 2,3
milioni di persone. I licenziamenti erano iniziati col personale che gestiva i
programmi antidiscriminatori, che cercano di garantire una corretta
rappresentanza di tutti/e mondo di lavoro. Permane sullo sfondo l’idea trumpiana
di selezionare le opinioni politiche degli impiegati federali, facendoli giurare
fedeltà, non alla Nazione ma alle politiche della Casa Bianca. I tagli di
personale hanno riguardato soprattutto Washington, che ha una delle maggiori
popolazioni nere del Paese, il 13% impiegata in posti di lavoro federali. Trump
ha paralizzato anche il NLRB, a cui i lavoratori del settore privato possono
rivolgersi per affermare i loro diritti e, con la scusa della sicurezza
nazionale, aveva anche eliminato i diritti di organizzazione sindacale di oltre
un milione di dipendenti federali di molte agenzie governative. La Camera però
ha approvato a metà dicembre, con un rarissimo voto bipartisan, il Protect
America’s Workforce Act, che ripristina i diritti di contrattazione collettiva
eliminati da Trump. Si attende ora il difficile voto al Senato.
Dopo la conclusione abbastanza positiva del rinnovo dei contratti delle Big 3
dell’auto (Ford, General Motors, Chrysler ora in Stellantis) nel settembre 2024,
il sindacato United Auto Workers (UAW) aveva destinato 40 milioni di dollari
delle sue cospicue risorse a una campagna di sindacalizzazione delle imprese
auto che si sono localizzate, o si sono trasferite, nel Sud degli Usa: imprese
tedesche, giapponesi e coreane, incentivate da ogni sorta di sostegni,
concorrenziali tra loro, dei singoli Stati, tutti governati da repubblicani,
dove vigono leggi di “diritto al lavoro” che sono contrarie all’organizzazione
collettiva dei lavoratori. Un primo successo, presso la Volkswagen di
Chattanooga (Tennessee), è stato seguito da una sconfitta nelle elezioni per far
accedere il sindacato alla Mercedes-Benz in Alabama e da sconfitte in altre
aziende. In questo mese, in presenza di un’offerta contrattuale che UAW ha
giudicato insufficiente e di una dichiarazione di sciopero, finora non
effettuato, un gruppo di lavoratori della Volkswagen, coordinati da
un’associazione antisindacale, ha aperto una petizione per “decertificare” il
sindacato, accettando l’offerta aziendale. Nel frattempo, il caucus (componente)
UAWD, che a lungo aveva lottato per la democrazia interna e che aveva appoggiato
l’attuale dirigenza di UAW, quella che aveva sconfitto alle elezioni i rimasugli
della vecchia gestione, finita in carcere per aver incassato tangenti da
Marchionne, si è dissolto a causa dei continui dissidi tra la componente
tradizionale operaia e quella dei lavoratori universitari (dottorandi, tutor,
ecc), che ora sono quasi un terzo degli iscritti UAW su un posto di lavoro.
Infine, a sommare la difficoltà attuale di uno dei più importanti, non più
numericamente, ma politicamente, sindacati degli USA, il suo presidente Shawn
Fain ha dovuto infine sottomettersi al diktat del monitor federale che
supervisiona la trasparenza delle risorse del sindacato da quando la
magistratura aveva “commissariato” UAW nel 2020 a causa delle suddette tangenti.
L’imposizione ha comportato nei giorni scorsi un nuovo cambio di dirigenza,
consistente nel ripristino di due dirigenti sindacali (Rich Boyer,
vicepresidente della UAW, incaricato di Stellantis, e la segretaria-tesoriera
Margaret Mock), i quali erano stati estromessi da Fain. Contemporaneamente, tre
suoi stretti collaboratori, colpevoli di false accuse nei confronti degli ex
esautorati, hanno dovuto retrocedere negli incarichi o dimettersi. Lo spreco di
risorse per difendere la decisione di licenziare i due potrebbe mettere
nuovamente in discussione la coerenza nell’utilizzo dei soldi degli iscritti di
UAW e anche la possibilità di Fain di essere rieletto a presidente del
Sindacato.
Dal marzo scorso, infine, grandi manifestazioni nelle aree pubbliche gestite del
National Park Service e del Forest Service, organizzate anche dai Resistance
Rangers, un gruppo di oltre 1.000 dipendenti fuori servizio, hanno portato primi
risultati positivi per la riammissione al lavoro della massa di ranger il cui
licenziamento minacciava la sicurezza dei visitatori, la fauna selvatica e la
prevenzione degli incendi nei parchi. Lo stesso per i ricorrenti tentativi di
svendita di altre terre federali, assegnate a imprese trivellatrici, che si
aggiungono ai 22 milioni di acri (sui 245 in totale delle aree protette) di
terreno pubblico gestiti dal Bureau of Land Management che sono già attualmente
“affittati” a compagnie petrolifere e del gas. Da giugno, una vasta coalizione
di associazioni ha bloccato uno dei più grandi tentativi di privatizzazione di
terre comuni.
Il 2025 ha visto dunque negli USA una certa presenza di iniziative sociali e
ambientali e di resistenza alle deportazioni di migranti e le grandi
manifestazioni “Hands Off” del 5 aprile e “No Kings!” del 14 giugno e del 18
ottobre, contro i provvedimenti dell’amministrazione Trump e per difendere un
minimo di equilibri di poteri nel sistema statunitense. Il movimento
progressista statunitense si è trovato però nuovamente di fronte a un
rallentamento delle iniziative sindacali e ha dovuto fare soprattutto perno
sulle molteplici organizzazioni che operano sul terreno sociale, ambientale, di
difesa degli immigrati. Sembra ancora in salita, sebbene già deliberata anche
dai sindacati dei postini (APWU) e degli insegnanti (AFT), la proposta, lanciata
dal sindacato UAW di unificare le scadenze contrattuali dei contratti di lavoro
al primo maggio 2028 per farne una giornata nazionale di lotta. Un ritorno di
quella data di lotta negli Stati Uniti, da cui essa promana, che sarebbe un
grande segnale di unificazione del mondo del lavoro.
Terre & dignité
Collettivo di film documentari Halfa (Collective Halfa)
Con testimonianze di: Hayet Amami / Fathi Chamkhi / Messaouda Hajlaoui / Lazhar
Hamdi / Mustapha Jouili / Ali Krimi / Belgacem Mansouri / Alaa Marzougui /
Béchir Messaoudi / Najet Nouri / Steiff Lavoratori / Residenti di El Hania.
Febbraio 2025, durata 95’
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10 anni di inchiesta sulle multinazionali in Tunisia…in poche parole
“Terre & dignité” è prima di tutto il risultato di un’indagine collettiva. Si
tratta di un documento bilingue, in arabo e francese, sul neocolonialismo in
Tunisia per il pubblico tunisino e francese, ma anche di lingua araba e
francese. Abbiamo lavorato sulla storia, sugli archivi coloniali e sulle recenti
immagini e notizie riguardanti i movimenti sociali in Tunisia. Seguendo il
metodo di Assia Djebar in “La Zerda ou les chants de l’oubli”, abbiamo dato
un’altra vita a questi archivi con la nostra (re)interpretazione, la nostra
immaginazione, i nostri riferimenti. E abbiamo condotto interviste con
protagonisti/e delle lotte sociali. Al centro di queste lotte ci siamo
focalizzati su un argomento: la dipendenza della Tunisia dagli interessi
economici europei, e in particolare dalla Francia. La Françafrique, o
Europafrique in Tunisia, è la protagonista di questo documentario. Tre
multinazionali sono oggetto delle nostre indagini: una tedesca: Steiff, che
produce giocattoli nella città di Sidi Bouzid, e due francesi: Danone e
Roullier, colossi dell’agrobusiness, presenti in diverse regioni tunisine.
Ognuna in un campo: Steiff nella manifattura, Danone nell’agricoltura, Roullier
nelle miniere di fosfato, rappresentano il ruolo subordinato imposto alla
Tunisia ai margini del mercato mondiale. Il periodo coloniale è il punto di
partenza per “Terre & dignité”,ma il punto d’incontro tra i membri del
collettivo Halfa, che ha realizzato il film, è l’intifada del 17 dicembre 2010,
un preludio ad altre rivolte nel mondo arabo. A nostro avviso, questa rivolta ha
messo a nudo sia l’autoritarismo di un regime sia l’impasse di un sistema
economico. La disoccupazione di massa, l’impoverimento dello Stato, la crisi
idrica o l’inquinamento industriale sono conseguenze di questo sistema. Ed è
proprio perché questo sistema economico neocoloniale si aggrappa ai suoi
privilegi che la crisi economica persiste. È proprio questo sistema che deve
cadere. Ci siamo incontrati mobilitandoci contro di esso perché crediamo in un
altro mondo possibile. E anche perché, come scrisse il poeta di Sidi Bouzid
Mohamed Sghaier Ouled Ahmed, amiamo questo paese.
Decolonizzare il miraggio neoliberista e razzista
“La nostra presenza in Nord Africa, e specialmente in Tunisia è l’imperativo
numero uno della politica francese. Abbiamo cercato il modo migliore per
perpetuarla?” 1
Il mantenimento del predominio francese in Tunisia, una pedina strategica sulla
scacchiera della “Françafrique”, è stato spesso percepito principalmente dal
punto di vista della collusione in materia di sicurezza. Durante la dittatura di
Ben Ali, la Francia sosteneva di assecondare questo regime per il controllo
dell’immigrazione clandestina e per la lotta al terrorismo. Allo stesso tempo,
la Tunisia veniva presentata come un partner commerciale affidabile, un modello
di successo economico, un mix di tradizione maghrebina ed economia di mercato.
Le conseguenze economiche per la Tunisia sono state catastrofiche: abbandono di
interi settori dell’economia (tessile, industria), crollo dei servizi pubblici,
rovina dell’agricoltura, inquinamento e disoccupazione di massa. È impossibile
comprendere i movimenti sociali sorti in questo Paese dopo lo sciopero generale
nelle miniere di fosfato del 2008 senza mettere in prospettiva le scelte
ideologiche imposte all’economia tunisina per decenni. Si fa di tutto per far
sentire i tunisini in colpa: tutti i loro problemi vengono attribuiti ai loro
leader autoritari, alle loro tradizioni culturali o alla loro religione. E le
multinazionali vengono presentate come amiche della Tunisia. È questo miraggio
neoliberista razzista che Terre&dignité propone di decolonizzare.
Tuffarsi nell’abisso del passato, una condizione per comprendere la Françafrique
Seguendo il consiglio di Frantz Fanon, questo documentario si apre con un “tuffo
nell’abisso del passato”, gli archivi della Tunisia coloniale, prima di risalire
nella superficie dell’attualità e delle lotte sociali. Le immagini della lotta
armata per la liberazione nazionale, prima dell’indipendenza politica del paese
nel 1956, sono legate all'”intifada del 17 dicembre 2010″, che ha estromesso Ben
Ali. Rileggere Frantz Fanon, filmando la Françafrique in Tunisia, significa
ribadire la sua constatazione iniziale sulla situazione politica che
caratterizzò la maggior parte delle indipendenze africane.: “la borghesia
nazionale assumerà il ruolo di gestore delle imprese occidentali e organizzerà
praticamente il suo paese come un bordello d’Europa.” Per garantire la
sostenibilità di questo sistema vergognoso, l’Europa ha bisogno di regimi che
soffochino le proteste e le rendano invisibili, ha bisogno di: “un leader
popolare che abbia il duplice ruolo di stabilizzare il regime e perpetuarne la
dominazione” 2. È proprio questo “sistema” che il popolo tunisino ha assaltato
nell’inverno arabo di dicembre 2010, gennaio e febbraio 2011. Ma se il leader
dell’epoca cadde in maniera spettacolare, il neocolonialismo non allentò nemmeno
per un momento i suoi privilegi. Il tema centrale di “Terre & dignité”sono
quindi le filiali delle multinazionali europee, avatar del neocolonialismo in
Tunisia. Con l’accordo di associazione del 1995 tra Europa e Tunisia, le leggi
neoliberiste che lo accompagnano (come la simbolica “Legge 72”) e la corruzione
che esercitano, beneficiano di privilegi degni di un paradiso fiscale: esenzione
fiscale, abolizione degli oneri sociali o rimpatrio all’estero di tutti i
profitti realizzati in Tunisia. E sfruttano una forza lavoro che riceve stipendi
congelati per decenni dalle molteplici svalutazioni del dinar fino a un livello
compreso tra 150 e 200 euro al mese.
Steiff a Sidi Bouzid: una multinazionale tedesca nella culla delle rivolte arabe
La fabbrica Steiff fu fondata da Margarete Steiff all’inizio del XX secolo. La
sua sede centrale si trova ora a Giengen an der Brenz, nel distretto di
Stoccarda. Dal 1975, ha trasferito gran parte della sua produzione in Tunisia, a
Sidi Bouzid, la città da cui ebbe inizio l'”intifada” del 17 dicembre 2010, in
seguito all’autoimmolazione del disoccupato Mohamed Bouazizi. Sidi Bouzid è la
culla delle rivolte arabe, il cui slogan era “il popolo vuole la caduta del
sistema”. Al centro di questo sistema ci sono le multinazionali che sfruttano la
forza lavoro, come la Steiff.
Oggi, si dice che la Steiff impieghi oltre 1.000 donne a Sidi Bouzid. Tuttavia,
con un fatturato di 69 milioni di euro, la Steiff non è una grande
multinazionale. È però una delle migliaia di imprese che si sono insediate in
Tunisia per fare affari redditizi, approfittando del regime fiscale molto
favorevole. La Steiff mantiene una presenza molto discreta in Tunisia. Il suo
sito web ufficiale non menziona la sua presenza in Nord Africa. Alcuni articoli
di stampa ne menzionano vagamente l’esistenza e sui social media si trovano a
malapena delle foto. L’azienda sottolinea sul suo sito web, oltre alle sue
attività commerciali, un aspetto umanitario con l’iniziativa “Steiff Charity”,
che mira a “sostenere i bambini bisognosi nel loro sviluppo”. “Terre &
dignité”svela l’altro lato della storia: le lavoratrici lavorano in condizioni
infernali, con infrastrutture inadeguate in un ambiente arido, e subiscono
molestie e insulti da parte dei superiori. Una di queste lavoratrici, Najet
Nouri, è stata la prima donna a far parte dell’ufficio esecutivo dell’UGTT. Ci
ha raccontato delle sofferenze sul lavoro e della repressione sindacale, ma
anche dell’esperienza di sostegno reciproco tra lavoratrici nel contesto della
dittatura e dello sfruttamento neoliberista. È difficile vedere altro che
“charity-washing” nelle dichiarazioni di buone intenzioni della Steiff.
L’azienda tedesca farebbe meglio a pagare salari dignitosi ai suoi dipendenti
tunisini e a versare tasse e contributi previdenziali allo Stato tunisino.
Questo sarebbe un modo molto più efficace per contribuire allo sviluppo dei
bambini svantaggiati, come quelli le cui madri lavorano alla Steiff. Ma al
dominio economico si aggiunge ora un altro grave problema, o meglio, una
conseguenza di questo dominio: la crisi ecologica, che sta colpendo duramente un
paese del sud come la Tunisia. Sfruttando eccessivamente il territorio
nazionale, le multinazionali stanno raggiungendo il limite delle risorse idriche
disponibili. E l’inquinamento industriale sta iniziando a rendere impossibile la
vita in intere regioni.
Decolonizzare la Terra: esempi di crisi climatica aggravata dalle
multinazionali: Danone e Roullier, i giganti dell’agroalimentare in Tunisia
L’ecologia spesso trascura le questioni neocoloniali e tende persino a
perpetuare le dinamiche di potere. Il caso della Tunisia ne è un esempio
lampante. Ad esempio, da diversi anni in Francia si indaga sull’inquinamento da
alghe verdi in Bretagna, senza menzionare l’origine neocoloniale di questo
inquinamento. Sappiamo infatti che la sua fonte principale sono i fertilizzanti
utilizzati nell’agroindustria, e in particolare i fertilizzanti fosfatici. Le
indagini sull’inquinamento da alghe verdi avrebbero quindi potuto tenere conto
del fatto che l’origine di questo inquinamento risiede nei paesi del Sud del
mondo (Marocco, Tunisia o Sahara Occidentale), produttori della materia prima
per questi fertilizzanti: il fosfato. È tanto più necessario stabilire questo
collegamento perché l’inquinamento in questi paesi è incomparabilmente più
grave. L’industria dei fosfati è responsabile di uno dei peggiori disastri
ambientali a sud del Mediterraneo.
Terre & Dignité ha seguito l’intero percorso del fosfato, dall’estrazione nel
bacino minerario di Gafsa, attraverso il Golfo di Gabès, fino alla sua
destinazione finale sulla costa bretone. Il fosfogesso, un prodotto di scarto
industriale radioattivo derivante dal lavaggio dei fosfati, carico di metalli
pesanti, viene scaricato senza controllo nel deserto e nel Golfo di Gabès.
Devasta i terreni agricoli, comprese le preziose e fragili oasi, e causa
malattie a tutta la popolazione: tumori, osteoporosi, malattie della pelle e
problemi respiratori. I denti di tutti gli abitanti del bacino minerario sono
drammaticamente colpiti. Le migliaia di tonnellate di fosfogesso scaricate
quotidianamente nel deserto della regione di Gafsa e del Golfo di Gabès hanno
distrutto la flora e la fauna marina e rovinato agricoltori e pescatori.
Associazioni come l’Osservatorio Tunisino dell’Acqua e Nomad 08 della regione di
Gafsa, che abbiamo incontrato, o il collettivo Stop Pollution di Gabès, stanno
attualmente partecipando a importanti mobilitazioni contro questo inquinamento,
le prime di questo genere in Tunisia.
La Roullier, leader francese nei fertilizzanti fosfatici, opera in Marocco e
Tunisia, dove è il principale cliente del Gruppo Chimico Tunisino. “Una
partnership storica”, secondo il sito web dell’azienda. La multinazionale
francese trasforma ogni anno decine di migliaia di tonnellate di fosfato grezzo
lavato in fertilizzante, che viene poi spedito in Europa. Le esigenze del
settore agroalimentare europeo perpetuano e mantengono così l’espropriazione del
territorio tunisino e dei suoi abitanti. La Roullier è la principale
beneficiaria, e le responsabilità francesi sono molteplici. Nel 1972, fu
l’impresa SPIE Batignolles a progettare il primo impianto di lavorazione del
fosfato in Tunisia e a pianificare gli scarichi in mare. L’ambasciata francese e
i successivi governi francesi incoraggiarono la Roullier nelle sue attività.
Tuttavia, quando nel 2023 furono intervistati per la prima volta dai giornalisti
sulle conseguenze ambientali dell’estrazione di fosfati in Tunisia, le autorità
francesi si rifiutarono di rispondere 3.
In tutta la Tunisia, l’acqua sta diventando un problema importante. Da diversi
anni, gli abitanti di alcune città non hanno più acqua dai rubinetti. Stanno
iniziando a fuggire per sopravvivere. Questa è la situazione attuale a Jelma,
una cittadina di 6.000 abitanti non lontano da Sidi Bouzid, dove attivisti
sindacali e comunitari lanciano l’allarme: un quarto della popolazione ha
lasciato la città negli ultimi anni. È stato anche in questa città che nel
maggio 2018 sono scoppiate rivolte contro la multinazionale Danone e la sua
controllata Délice (vedi: foto di copertina di questo comunicato stampa). Délice
ha costruito una fabbrica a Jelma e un pozzo d’acqua profondo più di 200 metri
per rifornire l’industria lattiero-casearia della Danone. Jelma si trova in una
“zona rossa” dove le trivellazioni sono normalmente vietate dalla legge
tunisina. Le rivolte sono scoppiate quando Délice ha voluto perforare un secondo
pozzo per le sue attività. Nonostante la repressione, gli abitanti di Jelma sono
riusciti a distruggere il pozzo e a impedirne l’avvio.
Le attività della Danone, della Roullier e delle altre multinazionali che
monopolizzano le risorse idriche tunisine passano completamente inosservate in
Francia. Eppure, in un momento di mobilitazioni per l’acqua e di “rivolte per la
Terra” in Francia, come quelle di St-Soline nel 2023 e nel 2024, le
organizzazioni dei movimenti sociali francesi potrebbero interessarsi alla
situazione critica degli agricoltori tunisini. Le “nostre” multinazionali hanno
un’enorme responsabilità nella crisi idrica tunisina, ma anche nell’inquinamento
e nello sfruttamento del lavoro.
Decolonizzare attraverso l’indagine collettiva
“Terre & dignité”è un film collettivo che ritrae il (neo)colonialismo francese
in Tunisia, utilizzando gli archivi coloniali e le voci di coloro che ne sono
stati direttamente colpiti: operai, contadini e intellettuali tunisini. È un
film realizzato interamente sotto il loro controllo, in collaborazione con loro,
con ciò che erano disposti a mostrare e dire e con le priorità che avevano
identificato. La scelta delle tre multinazionali su cui si concentra il film è
stata fatta dagli abitanti delle regioni colpite. Crediamo che la
disoccupazione, la siccità e l’inquinamento non siano effetti collaterali del
colonialismo, ma piuttosto l’attuazione continua di un rapporto coloniale con la
Terra 4. Dovremo quindi inventare un rapporto diverso con la Terra per trovare
un vero orizzonte decoloniale. In quest’ottica, il Collettivo Halfa è composto
da attivisti provenienti dai tre paesi del Maghreb e da attivisti francesi, che
hanno lavorato insieme per indagare e montare filmati che documentano le gravi
conseguenze delle attività di queste multinazionali sull’equilibrio sociale,
economico e naturale della società tunisina. È il film di un collettivo
internazionalista che prende il nome da una pianta delle steppe tunisine,
intrecciata per realizzare corde: l’halfa.
Alcuni testimoni dell’inchiesta
Lazhar è un ex beduino che ha partecipato alla lotta armata per la liberazione
della Tunisia. Dopo l’indipendenza si è stabilito nel villaggio di Ennasser,
situato tra Sidi Bouzid e Gafsa, come molti altri combattenti della regione. Il
film si apre con i ricordi di Lazhar del periodo coloniale. La sua voce ci guida
attraverso filmati d’archivio. Le fanno eco quelle di Frantz Fanon e del poeta
Mohamed Sghaier Ouled Ahmed, originario di Sidi Bouzid.
Hayet è dietro la telecamera durante la maggior parte delle interviste. Guida lo
spettatore attraverso il paesaggio rurale di Sidi Bouzid, la sua città natale,
per incontrare agricoltori, disoccupati e sindacalizzati. Inoltre, appare
davanti alla telecamera perché la sua analisi della realtà socio-economica è
essenziale per la comprensione. Attivista del sindacato dei laureati disoccupati
durante la rivolta del 17 dicembre, ora è una bracciante agricola. Ha creato
un’azienda, “Oxyagro”, con un gruppo di donne per produrre compost organico,
un’alternativa all’uso eccessivo di fertilizzanti chimici.
Mentre con Lazhar abbiamo esaminato gli archivi del periodo coloniale, con Fathi
ci siamo concentrati su quelli della Tunisia post-indipendenza. Oppositore
politico di Ben Ali, Fathi è un testimone affascinante del passare del tempo e
delle dinamiche della Françafrique o “Euro-Africa”. La sua analisi ci permette
di comprendere meglio le logiche neoliberiste imposte che hanno impedito alla
Tunisia di raggiungere una vera indipendenza.
Mustapha è un economista specializzato nell’analisi delle trasformazioni delle
aree rurali tunisine nell’era della globalizzazione. Come possono i piccoli
agricoltori competere con i loro rivali europei? Come si appropriano le
multinazionali di risorse e manodopera? Con l’aggravarsi della crisi economica
in Tunisia, quale modello di sviluppo alternativo sarebbe adatto al Paese? Le
parole di questo professore impegnato risuonano con quelle degli agricoltori che
ha incontrato sul campo e che attendono ancora le politiche pubbliche coraggiose
che le attueranno. Originario del bacino minerario di Gafsa, Alaa è un ingegnere
chimico, specialista in materia di acqua. Con l’associazione Nomad 08 e
l’Osservatorio Tunisino dell’Acqua, da molti anni mappa la carenza idrica e i
movimenti sociali legati all’acqua. Attivista instancabile, partecipa a numerose
attività di sensibilizzazione sulle problematiche ambientali. Decolonizzare
l’ecologia implica necessariamente ascoltare con molta attenzione le voci di
attori come Alaa, che possiedono le competenze tecniche per contribuire a un
diverso modello di società.
Ali è cresciuto e vive a Mdhilla, una delle quattro città del bacino minerario
di Gafsa. Mdhilla è l’unica delle quattro città ad avere sia una fabbrica
appartenente alla Compagnie des Phosphates de Gafsa, sia un’altra appartenente
al Gruppo Chimico Tunisino. Mentre l’inquinamento del Gruppo Chimico di Gabès è
già stato ampiamente discusso, quello di Mdhilla è quasi del tutto non
documentato. Proprio come a Gabès, enormi volumi di rifiuti di fosfogesso
vengono sversati nell’ambiente, in particolare nella regione delle oasi del
Sahara tunisino. Ali ci porta in giro per Mdhilla in moto e ci mostra cosa
vivono ogni giorno gli abitanti, vivendo nelle immediate vicinanze di una
fabbrica situata nella loro città, che inquina l’aria, l’acqua, il terreno e
persino l’interno delle loro case.
–>Tratto da Bilaterals.org. Originale in francese Qui
* Traduzione di Ecor.Network.
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Note:
1) Estratto da un articolo di François Mitterrand su Le Courrier de la Nièvre,
1952. Citato da Thomas Deltombe in “L’Afrique d’abord ! Quand François
Mitterrand voulait sauver l’empire français”.
2) Les Damnés de la terre, pp.149 e 159.
3) Francebleu.fr, 20/10/2023, Elodie Guéguen, Cellule investigation de Radio
France.
4) Polluer, c’est coloniser. Max Liboiron, ed. Amsterdam. p.50
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Didascalie delle foto:
– Immagine di copertina e Foto 1: Rivolta contro la perforazione di un pozzo a
beneficio di ”Délice”, filiale della multinazionale Danone. Jelma, regione di
Sidi Bouzid, maggio 2018. Foto: E.O.P.
– Foto 2: Najet Nouri, rappresentante del sindacato della fabbrica Steiff di
Sidi Bouzid e prima donna membro dell’ufficio esecutivo dell’UGTT (Unione
Generale del Lavoro Tunisina).
– Foto 3: Accanto al Gruppo chimico tunisino (GCT), la “montagna” di fosfogesso
di Mdhilla, nel bacino minerario di Gafsa, di fronte alle oasi e al deserto, è
un disastro ambientale ignorato.
– Foto 4: Belgacem Mansouri e Béchir Messaoudi, due residenti della regione di
Jelma, che praticano l’allevamento e l’agricoltura e le cui attività sono messe
a repentaglio dalla scarsità di risorse idriche.
– Foto 5 Messaouda Hajlaoui, una contadina della regione di Gtrana (Sidi
Bouzid), con Hayet al momento delle riprese, nel Djebel Sidi Khelif
Ultimo dell’anno amaro per migliaia di operai ex-Ilva. Il multimiliardario
Micheal Flacks, fondatore e presidente di Flacks Group, ha annunciato via
profilo Linkedin un “accordo raggiunto con il Governo italiano per
l’acquisizione dell’ex Ilva”.
Il fondo speculativo statunitense – dopo la rottura totale, a novembre 2025, tra
governo e sindacati del tavolo di trattativa dell’ex-Ilva e del destino di 8.500
operai – ha allungato la mano su Acciaierie d’Italia di Taranto, il più grande
impianto siderurgico integrato d’Europa.
Fonti vicine al dossier ex Ilva precisano che al momento è “solo” iniziata una
trattativa in esclusiva serrata del gruppo Flacks con i commisari di Ilva e di
Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Secondo Flacks “il Governo
italiano rimarrà un patner strategico con una quota del 40%”, mentre il fondo
speculativo statunitense detiene “un’opzione per acquisire il 40% in futuro”.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Gianmario Leone, giornalista del Corriere di
Taranto, sottolinea come il presidente del gruppo Michael Flacks sia stato
ripetutamente finanziatore di movimenti sionisti e colonialisti di Israele.
In diverse occasioni, la Flacks Family Foundation e lo stesso Michael Flacks
hanno annunciato finanziamenti a favore dello Chabad, movimento chassidico
globale dell’ebraismo ortodosso che promuove l’occupazione illegale delle terre
palestinesi e la colonizzazione di Gaza, sostenendo il concetto sionista di
“Grande Israele”, dal Nilo all’Eufrate.
A inizio 2024 Michael Flacks ha donato 5 milioni di dollari per la costruzione
di un edificio di 10 piani nel centro di Gerusalemme da destinare allo Chabad. A
dicembre 2025 la Flacks Family Foundation ha annunciato il finanziamento di
altri 3 milioni di dollari a Colel Chabad, ente a cui è stato ritirato il titolo
di “benefico” a fine 2024.
Il Just Peace Advocates ha affermato che l’ente Colel Chabad non gestiva
adeguatamente i fondi e che le sue attività sostenevano cause sioniste sotto la
copertura di attività benefiche.
Il movimento Chabad sostiene apertamente anche le IDF israeliane: durante
l’attuale genocidio a Gaza, Colel Chabad ha gestito programmi come “Iron Sword”
per sostenere soldati israeliani. I movimenti di protesta per la Palestina hanno
denunciato la complicità dell’ente nello sterminio dei palestinesi a Gaza.
Il movimento sionista internazionale Chabad ha sede anche New York, dove
recentemente una folla filo-israeliana ha preso a calci e pugni una donna che
protestava contro la presenza del ministro della destra colonica israeliana
Itamar Ben-Gvir presso la sede del movimento sionista a Crown Heights, Brooklyn.
Nei video diffusi online un uomo del gruppo le ha chiesto se “vuoi essere
violentata?”. Fuori dalla stessa sede di Brooklyn, dimostranti filo-israeliani
hanno aggredito un ebreo che protestava contro il genocidio a Gaza.
Tornando alla possibile acquisizione di ex Ilva per mano del gruppo Flacks, è
“inaccettabile che le trattative avvengano con fondi speculativi alle spalle dei
lavoratori. Ora più che mai è necessaria la costruzione di una società a
maggioranza pubblica al fine di garantire la continuità industriale per la
decarbonizzazione e l’occupazione”, ha dichiarato in una nota Loris Scarpa,
coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil.
L’intervista a Gianmario Leone, giornalista del Corriere di Taranto. Ascolta o
scarica.
da Radio Onda d’Urto
Questa mattina la questura di Torino ha effettuato perquisizioni a casa di
giovanissimi con la conseguente applicazione di 6 misure cautelari ai
domiciliari. Giovani che hanno preso parte alla mobilitazione di massa con lo
slogan “Blocchiamo tutto” che ha visto manifestazioni oceaniche, blocchi nei
principali snodi della logistica e delle infrastrutture dei trasporti, scioperi
effettivi dalla fabbrica della guerra, estesa a tutto il nostro territorio
nazionale. Il governo Meloni ha tentennato e ha avuto la dimostrazione che la
popolazione non è disponibile a rendersi complice del genocidio in Palestina e
ad arruolarsi nella guerra di domani. Per questo, dopo pochi mesi, la morsa
inizia a stringere laddove si individua che possa fare più male. Creare un
precedente come questo, selezionando scientificamente persone minorenni che
frequentano collettivi studenteschi e hanno partecipato, insieme ad altre
migliaia di giovani, alle manifestazioni dell’autunno è un colpo vile che va
nella direzione di voler recidere alla base una prospettiva futura fatta di
legami di solidarietà per costruire un vivere migliore.
Di seguito pubblichiamo il comunicato dell’Assemblea Studentesca di Torino
Questa mattina ci siamo svegliati con la notizia di 6 nostri compagni di scuola
minorenni sottoposti a perquisizioni e agli arresti domiciliari come misura
cautelare, in risposta alle mobilitazioni del movimento “blocchiamo tutto”,
contro la complicità del governo Meloni nello sterminio dei palestinesi, che ha
preso piede in tutta Italia durante l’autunno.
Al centro dell’indagine, la contestazione alla giovanile del primo partito di
governo, che portava avanti un volantinaggio di propaganda razzista davanti al
liceo Einstein.
Durante le occupazioni di tutte le scuole d’Italia nelle quali i giovani si sono
resi protagonisti del movimento per la Palestina, alla polizia è stato ordinato
di recarsi davanti al Liceo Einstein per difendere il volantinaggio,
manganellando gli studenti che protestavano, ammanettando un minorenne. La
risposta da parte di professori, genitori, studenti di tutte le scuole e della
città intera è stata immediata e di massima solidarietà e sdegno verso le
modalità repressive del governo.
Quello che viene fatto passare come un caso isolato rientra perfettamente
all’interno di un piano di disciplinamento giovanile funzionale alla
preparazione della società e delle scuole ad un clima di guerra.
I messaggi d’odio portati avanti dai volantini che il governo tiene tanto a
difendere sono uno degli strumenti che questo usa per riaprire una divisione tra
popoli che si era superata con il movimento per la Palestina.
Tra i motivi degli arresti i blocchi delle stazioni, avvenuti mentre in tutta
Italia si bloccavano porti, autostrade, e blocchi della logistica di guerra.
Nel giorno in cui si vota la legge finanziaria, che aumenterà la spesa bellica
di 23 miliardi nei prossimi tre anni, e mentre il governo si prepara alla
reintroduzione della leva per i giovani, questi arresti domiciliari nei
confronti di studenti giovanissimi, non sono casuali, ma una chiara
intimidazione ai giovani che si sono mobilitati: non c’è spazio nelle scuole per
organizzarsi contro la guerra!
Il governo si trova in una situazione complicata e per questo attua misure così
aspre, in tutto ciò sappiamo bene che non possiamo fermarci davanti a questo, la
posta in gioco è troppo alta. Continueremo ad andare a scuola e a porci le
stesse domande sul nostro futuro a testa alta, perchè liberare tutti vuol dire
lottare ancora.
Vogliamo la liberazione immediata di tutti i compagni!
INTIFADA FINO ALLA VITTORIA.
Abbiamo tradotto questo interessante articolo sullo sgombero di Askatasuna di
Iñaki Gil de San Vicente pubblicato originariamente su Resumen Latinoamericano.
Buona lettura!
La parola basca askatasuna significa “libertà” in italiano. Per il popolo basco
è un onore e allo stesso tempo una sfida vedere come uno dei centri autogestiti
più importanti d’Italia porti come emblema significativo la nostra askatasuna,
parola carica di significato rivoluzionario per ogni nazione lavoratrice che
lotti per la propria indipendenza operaia. È una sfida perché l’attacco fascista
contro il centro torinese Askatasuna ci pone la necessità di un aiuto
rivoluzionario diretto e immediato a questo centro tanto ammirato, e allo stesso
tempo perché tale aiuto inizia anche dal moltiplicarli nella nostra Euskal
Herria.
Il governo neofascista di Roma ha assaltato il centro sociale autogestito
Askatasuna di Torino, città industriale e operaia di grande importanza nella
storia della lotta di classe in Italia, già prima che i consigli operai torinesi
del 1919-1920 confermassero ancora una volta il ruolo dell’auto-organizzazione
operaia e popolare nello sviluppo del marxismo. Sotto il fascismo, la Torino
operaia si organizzava clandestinamente e nell’aprile del 1945 i partigiani
liberarono la città, così come Milano. L’antifascismo popolare era radicato
nelle classi lavoratrici torinesi e si mantenne forte fino alla fine degli anni
’80, creando reti sociali di autogestione in spazi recuperati. L’indebolimento
delle sinistre alla fine del XX secolo colpì anche queste esperienze di
contropotere popolare, ma non passò molto tempo prima che iniziasse una lenta
ripresa.
Con la nuova ondata di lotta di classe e antimperialista che sembra profilarsi
all’orizzonte, tingendolo di rosso con venti di libertà, l’antifascismo si
riorganizza in risposta alle repressioni crescenti, all’aumento del costo della
vita e all’impoverimento, alla militarizzazione e alla guerra, al disastro
socio-ecologico, ecc. Il centro autogestito Askatasuna era una conquista molto
importante per estendere questa riattivazione; per questo vogliono distruggerlo
alla radice, vogliono impedire che rinasca con maggiore forza in un altro spazio
recuperato e autogestito. Quali pericoli vede oggi il capitale in Askatasuna in
particolare e, più in generale, in questo processo che avanza dalla mera
resistenza alla costruzione di movimenti popolari che vogliono coordinare e
integrare autogestione, cooperativismo socialista, comunalismo, collettivi di
formazione e informazione critica, sindacalismo sociopolitico e organizzazioni
militanti inserite in esso, ecc.?
Ancora di più: quali pericoli vede il capitale quando questo coordinamento si
orienta con una bussola politica rivolta alla presa del potere, alla costruzione
dello Stato comunale e alla socializzazione delle forze produttive? Vediamo
dunque i quattro pericoli per l’ordine borghese che costringono questa classe a
reprimere i centri autogestiti. Essi sono: auto-organizzazione, autogestione,
autodeterminazione e autodifesa. È vero che tutti e quattro sono internamente
connessi dalla stessa lotta quotidiana, formando un’unità, ma è anche vero che
dobbiamo esporli in quest’ordine perché l’esperienza insegna che è così.
Il primo pericolo è l’auto-organizzazione, perché il popolo compie il primo
passo: unirsi, discutere, organizzarsi da sé per liberare uno spazio,
recuperarlo. Il capitale avverte il pericolo che questa auto-organizzazione si
estenda ad altre rivendicazioni quando il popolo lavoratore recupera un centro
sociale privatizzato dalla borghesia, lo riconquista e lo libera rompendo la
dittatura borghese della proprietà privata. Questo primo pericolo consiste
precisamente nel fatto che la classe dominante è consapevole delle minacce che,
per essa e per il suo potere, si aprono grazie all’effetto pedagogico di tale
conquista operaia. La borghesia vede come poco a poco si deteriori un pilastro
centrale del suo potere: la proprietà privata; vede come questo deterioramento
possa accelerarsi se la sinistra rivoluzionaria intensifica, organizza ed
estende la riconquista di proprietà requisite al capitale che passano alla
classe lavoratrice, la quale si auto-organizza per fare di questi spazi liberati
luoghi di contropotere popolare di base e iniziale, sottoposti a ogni sorta di
minacce e pressioni ma nondimeno decisi non solo a sopravvivere, bensì
soprattutto a espandersi creando reti con altri spazi.
La libertà è contagiosa, e la repressione, la paura e l’alienazione, oltre al
riformismo, sono le forme attraverso cui il potere sfruttatore tenta di
stroncare sul nascere questo contagio, di far sì che i popoli accettino
l’oppressione e rinuncino alla propria libertà. Quando un gruppo militante
espelle la borghesia da uno spazio privatizzato, socializzandolo, dimostra di
assumere il principio basilare dell’auto-organizzazione popolare: agisce al di
fuori e contro la legge della proprietà privata che regola la totalità
dell’esistenza sociale. L’auto-organizzazione sociale è presente quando agisce
contro e al di fuori di questa legge dominante che reprime ogni possibilità di
vita libera al di fuori di essa e contro di essa. I centri sociali recuperati
mostrano che tale auto-organizzazione è possibile, che è possibile agire e
pensare in modo contrario alla sottomissione obbediente alla proprietà privata.
Arriviamo qui al secondo pericolo per il capitale: quello dell’autogestione.
L’auto-organizzazione che ha liberato lo spazio recuperato di, per esempio,
Askatasuna, si fonda sulla capacità quotidiana di autogestione dello spazio
sociale riconquistato: il popolo auto-organizzato si gestisce da sé, si
organizza da sé, non dipende dalla legge del gregarismo pecorile del gregge
obbediente al capitale, bensì dalla decisione libera e critica del collettivo
che si autogestisce. L’auto-organizzazione esige infatti inevitabilmente
l’autogestione sociale generalizzata in quell’area concreta emancipata,
qualunque essa sia. Nessuna auto-organizzazione sopravvive a lungo se si
sottomette ai dettami della legge del capitale, della banca, delle istituzioni
borghesi e ancor meno del loro Stato.
La borghesia sa per esperienza che l’auto-organizzazione e l’autogestione
insegnano al proletariato i rudimenti della futura società socialista,
nonostante tutte le loro carenze e limitazioni dovute al fatto di trovarsi
all’interno dell’ordine del capitale. Un collettivo che si autogestisce
contravvenendo alla legge del mercato apprende, bene o male, i rudimenti del
futuro potere operaio; e anche se in seguito le repressioni schiacciano questo o
altri tentativi e anche se il riformismo fa di tutto per cancellarne la memoria
nel popolo, quest’ultimo può conservarne il ricordo, tanto più quando la
sinistra lo mantiene vivo grazie a sforzi quotidiani come quelli dei centri
auto-organizzati e autogestiti, come Askatasuna.
Giungiamo così al terzo pericolo per la borghesia: l’autodeterminazione. Essa
consiste nel fatto che le lotte sociali giunte a questi livelli di sviluppo
generano anche processi permanenti di autodeterminazione, perché devono decidere
da sole su tutto. Sebbene la decisione autonoma sia già presente
nell’auto-organizzazione e nell’autogestione, questo terzo pericolo si estende a
sempre più aspetti della realtà, poiché lo sviluppo del centro sociale incide
sempre di più sulla vita del quartiere, del vicinato popolare, di gruppi e
collettivi che si rivolgono al centro sociale per ricevere aiuto, di sindacati e
organizzazioni non riformiste che si integrano nelle reti sociali che facilitano
i contatti, i dibattiti, le proposte e, ciò che è decisivo, la loro messa in
pratica, la loro realizzazione concreta.
L’autodeterminazione, già presente inizialmente nell’auto-organizzazione e
nell’autogestione, finisce per superare le mura del centro sociale e per
favorire che anche altri collettivi si autodeterminino non solo negli ambiti e
nelle rivendicazioni in cui operano, ma anche in altri problemi che si collegano
ai loro. La classe operaia, con tutte le sue espressioni e forme interne, impara
progressivamente a decidere da sé su queste questioni, ad autodeterminarsi nei
propri problemi perché vede l’esempio del centro sociale autogestito e comprende
che solo il popolo salva il popolo.
Il quarto e definitivo pericolo per la borghesia, in sé il centrale, è quello
dell’autodifesa del centro sociale autogestito. Ancora una volta dobbiamo
insistere sul fatto che, sebbene le quattro dimensioni formino una sola realtà,
che ciascuna di esse si interconnetta con le altre tre creando un’unità concreta
e che la migliore difesa inizi con il buon sviluppo delle altre tre, sebbene
tutto ciò sia vero, l’aspetto decisivo è che il centro autogestito disponga
della forza e del sostegno popolare sufficienti a dissuadere la borghesia dal
tentare di chiuderlo.
L’autodifesa deve ricorrere a tutti i mezzi possibili, oltre a quelli già
menzionati: anche ai mezzi legali consigliati da collettivi di avvocati critici;
anche ai mezzi di pressione pacifica e non violenta dell’azione di masse
mobilitate in difesa del centro sociale; anche a forme non violente di pressione
in mobilitazioni specifiche all’interno della totalità autogestita. Non dobbiamo
sottovalutare l’importanza difensiva dell’informazione e dell’educazione
pubblica veritiera svolta dal centro, che mostra ciò che fa per smascherare le
menzogne e la propaganda controrivoluzionaria. Quanto maggiore sarà la
legittimità acquisita dal centro sociale, tanto maggiore sarà la sua capacità
difensiva e tanto minore sarà la legittimità della borghesia nel giustificare i
propri attacchi. E in questa legittimità operaia deve avere un’importanza
cruciale il diritto/necessità alla resistenza, alla violenza difensiva contro la
violenza ingiusta, oppressiva e sfruttatrice.
Ciononostante, l’autodifesa decisiva è quella che si inscrive in una visione
strategica di lungo periodo, quella che sa che è in corso una guerra sociale tra
la proprietà privata e la proprietà socializzata, e che in questa guerra sociale
permanente ciò che è decisivo è che la classe lavoratrice conquisti più centri
autogestiti di quanti la classe borghese riesca a distruggere. Ciò significa che
ogni centro sociale deve auto-organizzarsi affinché, se lo Stato lo chiude, ne
sorga immediatamente un altro o altri; deve cioè guidarsi secondo il principio
strategico di Che Guevara: creare uno, due…, molti Vietnam. L’autodifesa di un
centro concreto è di per sé un principio indiscutibile, ma, come diciamo, da una
prospettiva strategica rivoluzionaria, l’essenziale è che vi siano sempre più
Vietnam.
Il centro sociale Askatasuna di Torino esprime in modo magistrale il quadruplo
pericolo per il capitale rappresentato dal contropotere operaio nella sua forma
di centro autogestito, perché, in sintesi, è di questo che si tratta. Il
contropotere operaio consiste nelle forme organizzative costruite dal
proletariato che, nel proprio ambito di intervento, riescono per un certo
periodo a contenere il potere borghese e persino a sconfiggerlo in battaglie
puntuali, fino a quando lo Stato capitalista contrattacca. Forme elementari di
contropotere operaio sono, ad esempio, le imprese recuperate, le assemblee
stabili che resistono per un certo tempo, i sindacati sociopolitici e le
organizzazioni d’avanguardia che lottano apertamente contro la proprietà
privata, i mezzi di diffusione critica coordinati in rete, i centri sociali
autogestiti, eccetera.
Sono contropoteri perché, nei loro ambiti specifici, possono arrivare ad avere
la forza sufficiente per sconfiggere la borghesia conquistando le proprie giuste
rivendicazioni o obbligandola a negoziare con il collettivo interessato. Nella
lotta di classe, i contropoteri aumentano nella misura in cui il popolo
lavoratore accresce la propria coscienza e organizzazione, aprendo sempre più
fronti di battaglia nella guerra sociale. Ciò che accade è che il riformismo
nasconde e boicotta decisamente l’esistenza reale dei contropoteri, poiché
accetta solo la negoziazione capitolazionista all’interno del labirinto legale
capitalista. Da parte sua, la borghesia li reprime con tutti i mezzi di cui
dispone. La notevole capacità di mobilitazione del centro Askatasuna ha agito
frequentemente come contropotere popolare, e questa è stata la ragione
definitiva per tentare di distruggerlo: il capitale ammette un solo potere, il
proprio, nessun altro. Bisognava distruggere Askatasuna, i suoi risultati e le
sue lezioni, per impedire che sorgano sempre più Askatasuna.
EUSKAL HERRIA 26 dicembre 2025
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Di seguito alcuni comunicati di solidarietà dal mondo di lingua spagnolo:
Redazione di Insurgente.org:
https://insurgente.org/comunicado-de-solidaridad-ante-el-desalojo-del-centro-social-askatasuna-de-turin-e-info/
Nación Andaluza:
https://nacionandaluza.org/2025/12/23/nacion-andaluza-en-solidaridad-con-el-centro-social-askatasuna-de-turin/
Arborea Andaluza:
https://arborea-andaluza.org/comunicado-de-solidaridad-ante-el-desalojo-del-centro-social-askatasuna-de-turin
Argentina Coordinadora Segunda Independencia:
https://www.convocatoriasegundaindependencia.com/nota/965/SOLIDARIDAD-INTERNACIONALISTA-CON-LOS-CAMARADAS-DEL-CENTRO-SOCIAL-OCUPADO-Y-AUTOGESTIONADO-ASKATASUNA-DE-TUR%C3%8DN,-ITALIA
Cuba Informaciòn TV:
https://www.cubainformacion.tv/la-columna/20251223/119726/119726-askatasuna-de-turin-y-la-caida-del-arbol-de-navidad
Gli investimenti Esg nelle aziende della difesa hanno subìto un’impennata negli
ultimi anni fino a raggiungere i 50 miliardi di euro, sull’onda delle pressioni
congiunte dell’industria bellica e della Commissione europea.
**
di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino (*)
«La guerra è pace, la pace è guerra».
Insieme all’industria della difesa, la commissione europea sembra aver fatto
proprio lo slogan più famoso del distopico 1984 di George Orwell per convincere
i mercati finanziari che la produzione di armi può essere considerata
sostenibile.
L’obiettivo: aprire all’industria della difesa le porte del crescente mercato
degli investimenti sostenibili o Esg (che promuovono attività ecologiche,
sociali o di buona governance), il segmento “verde” della finanza europea che
attira capitali globali per settemila miliardi di euro, secondo gli ultimi dati
Morningstar.
Attraverso un linguaggio calibrato, documenti strategici e una serie di incontri
ufficiali, Bruxelles ha progressivamente ampliato il concetto di
“sostenibilità”, fino a includere nel suo perimetro settori apparentemente
estranei quali la difesa e la sicurezza.
Come rivela questa inchiesta coordinata da Voxeurop, in collaborazione con
IrpiMedia, Mediapart ed El Pais, il fenomeno è già in piena attività, e in
continua crescita. Produttori di droni come la francese Safran, di bombe come la
tedesca Rheinmetall, e di carri armati come la britannica Bae Systems, ricevono
miliardi di investimenti “verdi” da asset manager di tutto il mondo autorizzati
ad operare nei mercati europei.
Persino Elbit Systems, primo produttore di armi israeliano e direttamente
coinvolto nella guerra a Gaza, figura oggi in fondi di transizione climatica o
Esg. Così i piccoli risparmiatori europei potrebbero essersi trovati a
finanziare quello che le Nazioni Unite hanno definito come un genocidio nella
striscia di Gaza.
50 miliardi di fondi “verdi” finiti in carri armati e droni militari
In soli quattro anni, gli investimenti “verdi” nell’industria bellica sono più
che triplicati.
Da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a 49,8 miliardi nel 2025. Tra il 2024 e il
2025 la quota di investimenti nel settore è raddoppiata, secondo dati che
abbiamo estratto dalla London Stock Exchange Group, una piattaforma
internazionale di dati finanziari.
L’inchiesta analizza i dati sugli investimenti verdi in 118 tra le società del
settore della difesa quotate in borsa con la maggiore capitalizzazione al mondo,
cioè quelle con maggior valore di mercato. Abbiamo anche analizzato 3.037 fondi
che dal 2021 al 2025 hanno inserito titoli del settore della difesa nei loro
portafogli “verdi”.
Investimenti “verdi” nelle armi
Il totale degli investimenti cosiddetti “verdi” nel settore Difesa dal 2021 al
2025.
++
Gli investimenti “verdi” sono quelli disciplinati dal Regolamento europeo
relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari
(detto Sfdr) in vigore dal 2021, che disciplina gli investimenti che promuovono
«caratteristiche ambientali e/o sociali» (articolo 8) e quelli che devono
essere propriamente «sostenibili» (articolo 9).
Si applica a tutte le istituzioni finanziarie attive nel mercato dell’Unione
europea.
Dal 2021 al 2025 il valore di mercato di tutte le società oggetto dell’analisi è
raddoppiato raggiungendo i 3.000 miliardi di euro, l’equivalente del pil della
Francia nel 2024.
Solo nel 2025 circa 769 fondi “verdi” hanno accumulato profitti per sette
miliardi di euro tra compravendita di azioni e distribuzione di dividendi da
parte delle società attive nella difesa.
Nicola Koch, dell’Osservatorio sulla Finanza Sostenibile, commenta così questo
aumento: «In questo periodo le aziende della difesa hanno generato forti
profitti e investire è diventato conveniente. Tuttavia, i produttori di armi non
dovrebbero rientrare nella definizione di investimenti sostenibili perché la
funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire, distruggere o uccidere,
generando così impatti negativi sulla vita umana e sugli ecosistemi che non sono
in linea con i principi dello sviluppo sostenibile».
Le aziende di armi che stanno beneficiando dei fondi Esg
Nel 2025 sono 104 le società che si sono spartite i 49,8 miliardi di euro di
investimenti “verdi” offerti da società di gestione del risparmio. Metà di
questa somma è andata a 27 società europee. La prima è la francese Safran, con
5,6 miliardi di euro, segue la tedesca Rheinmetall con quattro miliardi.
Tra le dieci società della difesa che attirano più investimenti verdi ci sono
anche la tedesca MTU Aero Engines, l’italiana Leonardo, la filiale olandese di
Airbus, la francese Thales, la spagnola Indra, la svedese Saab e le britanniche
Rolls Royce e BAE Systems.
Secondo recenti studi, BAE Systems produrrebbe una varietà di armi utilizzate
dall’esercito israeliano nelle operazioni di guerra a Gaza, tra cui l’Obice
Semovente M109, prodotto con Rheinmetall. Rolls Royce, che controlla la filiale
tedesca MTU è invece fornitore di componenti ingegneristiche di carri armati
israeliani che secondo recenti inchieste avrebbero ucciso civili innocenti a
Gaza.
Armi “sostenibili”
Le prime 15 società della difesa che hanno ricevuto investimenti “verdi” nel
secondo trimestre 2025.
Uscendo dai confini europei le società statunitensi fanno da padrone:
fabbricanti di armamenti come Howmet Aerospace, General Electric, Axon, Boeing,
TransDigm e RTX dominano la classifica, attirando 13 miliardi di euro sui 18
destinati agli investimenti fuori dall’Unione europea.
Fondi “sostenibili”
I primi 15 asset manager per investimenti “verdi” nel settore difesa nel secondo
trimestre 2025.
Le scomode domande del manager di banca alla Commissione europea
Tommy Piemonte è un ex-manager della banca tedesca Pax-Bank für Kirche und
Caritas (Banca della pace per la chiesa e la carità). Metà italiano e metà
tedesco, da anni lavora nel campo della finanza sostenibile.
Il 27 novembre 2024 ha partecipato a un incontro organizzato dalla Commissione
europea: il Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa
dell’Ue, intitolato Investire nella difesa e nella sicurezza dell’Ue: una nuova
priorità politica. L’incontro aveva un obiettivo preciso: sottolineare la
necessità di aprire le porte dei fondi sostenibili all’industria della difesa.
In qualità di rappresentante di una banca etica e membro dell’associazione per
lo sviluppo sostenibile Shareholders for Change, Piemonte si aspettava risposte
chiare dalla Commissione. Invece, è stato espulso dall’evento dopo aver messo in
discussione la presunta “sostenibilità” del settore della difesa. Lo abbiamo
sentito pochi mesi dopo, a gennaio, per farci raccontare cosa è accaduto.
All’incontro – che riuniva funzionari della Commissione, rappresentanti
dell’industria bellica e operatori finanziari – Piemonte, collegato online, ha
posto alcune domande semplici: «Perché pensate che sia così importante per
l’industria delle armi essere etichettata come sostenibile?». L’ultima delle sue
osservazioni, disponibile nella ricostruzione che ci ha fornito, gli è costata
l’espulsione: «Non evitate le mie domande solo perché vi sembrano troppo
critiche».
La ricostruzione è stata confermata da Andrea Baranes, presidente della
Fondazione Finanza Etica, anche lui presente al Forum: «Quasi tutti i relatori
hanno ripetuto lo stesso slogan: non c’è sostenibilità senza sicurezza. È un
tentativo esplicito di dimostrare che la finanza sostenibile è compatibile con
il settore della difesa», ha spiegato. «Come se io fossi vegetariano e al
ristorante mi servissero una bistecca, dicendo che da oggi tutte le bistecche
sono vegetariane».
Un rapporto interno della Commissione rivela invece che gli organizzatori erano
soddisfatti: hanno apprezzato le «discussioni produttive sulle sfide e le
opportunità di investimento» nell’ambito di un incontro che avrebbe promosso «il
dialogo tra il settore finanziario, la Commissione e l’industria sugli incentivi
agli investimenti nel settore della difesa».
Le slide dell’evento, che abbiamo ottenuto in esclusiva, confermano questo
messaggio. Diversi dipartimenti della Commissione – dalle Direzioni generali per
la difesa e lo spazio a quella per la stabilità finanziaria – affermano che i
produttori di armi possono essere inclusi nei fondi “verdi” senza violare alcuna
normativa. Anne Fort, vice capo di gabinetto del commissario europeo per la
difesa e lo spazio Andrius Kubilius, ha dichiarato che «il quadro finanziario
sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore
della difesa».
Joanna Sikora-Wittnebel, responsabile per la finanza sostenibile nella Direzione
generale per la stabilità finanziaria, ha aggiunto: «Il quadro finanziario
sostenibile dell’Ue è compatibile con gli investimenti nella difesa»,
sottolineando in una slide che «l’Sfdr è neutrale dal punto di vista
settoriale».
Nessun danno significativo
Secondo la finanza sostenibile europea un investimento non deve recare danni
significativi agli obiettivi di sostenibilità. Per questo motivo la Commissione
ha fornito una lista di indicatori chiamati «Principali impatti negativi delle
decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità» (Principal adverse
impacts of investment decisions on sustainability factors).
L’unica menzione del settore militare nell’ambito di questi indicatori è quello
di esposizione ad armi controverse. Il 26 novembre, inoltre in Parlamento
europeo è stata approvata la proposta della Commissione, di sostituire il
termine “armi controverse” con il termine “armi vietate”, escludendo di fatto
solo quattro categorie dai fondi sostenibili: le mine antiuomo, le munizioni a
grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche. Le armi all’uranio impoverito,
le armi laser accecanti, frammenti non rilevabili, le armi incendiarie come il
fosforo bianco, e i sistemi d’arma autonomi letali, meglio conosciuti come robot
killer sono finanziabili con investimenti sostenibili.
Per la normativa tutte queste altre armi non provocherebbero danni
significativi.
Questi indicatori non includono inoltre le armi atomiche.
Come le armi sono diventate sostenibili in Europa
La campagna per far riconoscere l’industria della difesa come sostenibile inizia
già nel 2021, anno dell’entrata in vigore dell’Sfdr. In ottobre l’Associazione
europea delle industrie aerospaziali, della sicurezza e della difesa (Asd) – che
riunisce le principali aziende al centro di questa inchiesta tra cui Safran,
Airbus, Rheinmetall, Leonardo, e BAE Systems – ha pubblicato un articolo che
dettava la linea per includere la produzione bellica negli investimenti verdi.
«La difesa è una componente essenziale della sicurezza, e la sicurezza
costituisce il presupposto per la pace, la prosperità, la cooperazione
internazionale e lo sviluppo economico e sociale», scriveva l’allora segretario
generale Jan Pie, aggiungendo: «Contribuendo a garantire la sicurezza, i
produttori europei del settore della difesa danno di fatto un contributo
fondamentale a un mondo più sostenibile».
L’articolo denunciava le restrizioni che i fondi “verdi” delle banche imponevano
alle imprese militari. L’obiettivo era accreditare la difesa nel settore Esg e
chiedere alle istituzioni europee di diffondere quel messaggio, semplificando al
tempo stesso i criteri di esclusione adottati dalla Banca europea per gli
investimenti.
La narrativa si è diffusa anche tramite iniziative nazionali. Un gruppo di
rappresentanti del settore della difesa provenienti da Germania, Finlandia,
Francia, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia ha pubblicato un comunicato dal titolo
Non c’è sostenibilità senza difesa e sicurezza, richiamando il linguaggio
dell’Asd.
L’urgenza del settore di entrare nel mercato degli investimenti “verdi” emerge
anche dai documenti interni. Il resoconto degli incontri tra i lobbisti della
difesa e la commissione europea – che abbiamo ottenute dopo una lunga e
complessa richiesta di accesso agli atti – rivela chiaramente il tono delle
pressioni. In uno di questi incontri, nel marzo 2021, l’Asd lamentava che i
«prodotti finanziari verdi escludono sempre più la difesa e ne limitano
l’accesso ai finanziamenti».
A novembre dello stesso anno Alessandro Profumo, ad di Leonardo – azienda
italiana produttrice, tra l’altro, di munizioni d’artiglieria a lungo raggio e
sistemi di artiglieria navale – ha incontrato Timo Pesonen, dg per l’industria
della difesa e lo spazio della commissione europea. In quella riunione, spiega
una minuta che abbiamo ottenuto, Profumo «ha espresso preoccupazione per il
fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla tassonomia dell’Ue per le
attività sostenibili».
Questo fronte coordinato ha gradualmente trovato ascolto e supporto a Bruxelles,
con un’impennata dopo l’invasione su larga scala della Russia all’Ucraina.
Nel febbraio 2022, una settimana prima che cominciasse l’“operazione speciale”
russa, una comunicazione della Commissione al parlamento europeo chiedeva con
urgenza maggiori fondi al settore della difesa per via delle crescenti tensioni
ai confini ucraini, aggiungendo poi: «È altrettanto importante garantire che
altre politiche orizzontali, quali le iniziative in materia di finanza
sostenibile, rimangano coerenti con gli sforzi dell’Unione europea volti a
facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai
finanziamenti e agli investimenti».
L’invasione a tutto campo ha rafforzato gli argomenti dell’industria, anche in
ambito finanziario: «Dall’invasione russa dell’Ucraina, il valore delle azioni
delle società europee operanti nel settore della difesa, in precedenza depresso,
ha registrato una notevole ripresa», scrive l’Asd nell’ottobre 2022. In questa
nota suggerisce che la Commissione e le autorità di vigilanza europee competenti
emanino linee guida per chiarire che i gestori del risparmio non debbano rendere
pubblici gli impatti negativi degli investimenti in società europee del settore
della difesa che non siano coinvolte nelle quattro categorie di armi vietate.
Il testo sembra anche riconoscere l’avversione del pubblico nei confronti degli
investimenti militari: «Fino a quando e anche quando il pregiudizio normativo
sarà eliminato, l’Asd teme che i gestori patrimoniali possano continuare ad
attuareesclusioni nel settore della difesa, in particolare a causa della
pressione dell’opinione pubblica o dei requisiti specifici per gli investitori».
L’Asd chiede dunque un ancora più intenso supporto politico da parte delle
istituzioni europee, scrivendo che occorre «intensificare le azioni volte a
convincere i gestori patrimoniali che l’Unione e i suoi stati membri sostengono
le imprese del settore della difesa e sono determinati a garantire loro
l’accesso ai finanziamenti privati».
Un anno dopo la posizione dell’Asd viene ribadita quasi parola per parola in una
nota della Commissione europea: «La Commissione riconosce la necessità di
garantire l’accesso ai finanziamenti e agli investimenti, anche da parte del
settore privato, per tutti i settori strategici, in particolare l’industria
della difesa che contribuisce alla sicurezza dei cittadini europei».
«La riabilitazione del settore della difesa nell’immaginario collettivo e
successivamente nel quadro normativo è stato il frutto di una sapiente,
sofisticata e coordinata strategia di comunicazione e lobbying da parte dei
campioni industriali nazionali e associazioni di categorie», così ha commentato
a Voxeurop Alberto Alemanno, professore universitario e fondatore di The Good
Lobby.
Il processo si completa nel 2024, con la Strategia industriale europea per la
difesa.
Nel documento la Commissione afferma che nessuna norma ostacola gli investimenti
privati nel settore militare e riprende apertamente lo slogan coniato tre anni
prima: «L’industria della difesa dell’Unione contribuisce in modo determinante
alla resilienza e alla sicurezza dell’Unione e, di conseguenza, alla pace e alla
sostenibilità sociale.
In tale contesto, il quadro dell’Ue per la finanza sostenibile è pienamente
coerente con gli sforzi dell’Unione volti a facilitare un accesso sufficiente
dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti. Esso
non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa»
Elbit Systems, dai fondi verdi alla guerra a Gaza
Prima del 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas su Israele e inizio della
risposta israeliana, il valore di un’azione di Elbit Systems ruotava sui 200
dollari. Oggi il valore è più che raddoppiato, raggiungendo quota 480 dollari.
Il suo rapporto di bilancio del 2024 descrive chiaramente il ruolo attivo di
Elbit nella fornitura di armi all’esercito israeliano: «Dall’inizio della
guerra, Elbit Systems ha registrato un aumento significativo della domanda dei
propri prodotti e soluzioni da parte del ministero della difesa israeliano
rispetto ai livelli precedenti al conflitto […] Nel corso del 2024, la società
si è aggiudicata contratti dal ministero per un valore complessivo di oltre 5
miliardi di dollari».
Come ha già dimostrato il centro Action on Armed Violence, numerose armi
prodotte da Elbit Systems, tra cui bombe e proiettili, sono state usate a Gaza
durante l’operazione Iron Sword.
Non solo: con la guerra Elbit ha avuto modo di sperimentare l’uso
dell’intelligenza artificiale (ia) e innovare i propri prodotti. Lo conferma
un’intervista ad Haim Delmar, direttore generale della divisione C4I & Cyber di
Elbit Systems, pubblicata sul sito della stessa: «L’intelligenza artificiale
generativa è più importante della rivoluzione di internet. Il suo impatto sul
processo decisionale in campo militare sta appena cominciando a manifestarsi. In
questa guerra abbiamo visto il suo potenziale: elaborare informazioni di
intelligence a una velocità senza precedenti. E questo è solo l’inizio».
Nel 2025 sono stati 25 i fondi “verdi” che hanno investito complessivamente 23
milioni di euro nella società israeliana. Tra questi compaiono un fondo “ESG
Ottimizzato” offerto dalla VP Bank del Liechtenstein, venduto anche in Germania,
o il “BGF Climate Transition” offerto da BlackRock Investment Management UK,
venduto in diversi paesi Ue.
Altri fondi “verdi” che investono milioni in Elbit come il Fidelity Global
Multiasset, dichiarano di utilizzare criteri di investimento Esg o di escludere
aziende che violino i principi del Global Compact delle Nazioni Unite, il cui
primo articolo recita: «Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la
protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale».
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(*) Tratto da Irpimedia.
Questa inchiesta collaborativa è stata coordinata da Voxeurop, in collaborazione
con El País, IrpiMedia e Mediapart. La produzione di questa inchiesta è
sostenuta da un grant del fondo IJ4EU.
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Giunta al cinquantesimo giorno di rifiuto del cibo, la manifestante di Palestine
Action detenuta in carcere, Qesser Zuhrah, è ora in pericolo di vita
da Les Enfants Terribles
Oggi è il cinquantesimo giorno dello sciopero della fame di Qesser Zuhrah,
iniziato dopo oltre un anno trascorso nel carcere di HMP Bronzefield, nel
Surrey, dove attende il processo.
In un appunto scritto dal letto d’ospedale, dopo essere stata trasferita in
ambulanza, ha raccontato che le guardie le avevano chiesto perché si rifiutasse
di mangiare. «Forse si stavano vergognosamente interrogando su ciò che
significavano la catena al mio braccio destro e la flebo a quello sinistro», ha
scritto.
«Tutto ciò che vogliamo è poter tornare a casa, alla sicurezza, alla libertà e
alla dignità. Una casa per noi e una casa per il popolo palestinese».
La polizia antiterrorismo ha arrestato Zuhrah nel novembre dello scorso anno con
l’accusa di rapina aggravata, danneggiamento criminale e disordini violenti,
nell’ambito di un’azione di Palestine Action contro un centro di ricerca nel
Regno Unito di proprietà del maggiore produttore di armi israeliano, Elbit
Systems.
Per alcuni è una prigioniera politica che prende posizione contro quella che
ritiene la complicità del governo britannico in un genocidio. Per altri è una
giovane fuorviata, sospettata di terrorismo, che mette a rischio la propria vita
in un atto di politica simbolica.
Esiste ora un rischio imminente che Zuhrah, che ha compiuto 20 anni in carcere
lo scorso gennaio, diventi la persona più giovane a morire durante uno sciopero
della fame in una prigione del Regno Unito, e la prima a farlo senza processo né
condanna.
«Abbiamo parlato molte volte di tutti i possibili esiti – e anche della morte –
sedute l’una di fronte all’altra, con il tavolo del carcere tra noi e entrambe
spaventate», ha detto Ella Moulsdale, migliore amica di Zuhrah e sua compagna di
studi all’University College London.
«C’è sempre il rischio di morire», ha aggiunto Moulsdale, spiegando che la
frequenza cardiaca a riposo dell’amica aveva raggiunto i 127 battiti al minuto
(la norma è tra i 60 e i 100 bpm). «Stai portando il tuo corpo a un livello di
fame che non dovrebbe mai raggiungere e per cui non è fatto, un punto in cui il
corpo inizia a divorare se stesso».
Zuhrah, studentessa al secondo anno di scienze sociali, ha quattro fratelli più
piccoli, uno dei quali, Salaam Mahmood, 19 anni, è detenuto nel carcere di HMP
Belmarsh con l’accusa di aver preso parte a un’azione di Palestine Action. Non
ha parlato pubblicamente dei suoi genitori.
Moulsdale, 21 anni, sta agendo come parente di riferimento. Ha raccontato che
quando si sono conosciute «aveva questa energia contagiosa: una diciannovenne
frizzante e divertente che cambiava l’atmosfera di una stanza».
«Tutti la conoscono come una persona coraggiosa, e lo è, ma poi mi telefona
dalla sua cella dicendo: “Ciao, c’è un ragno. Che faccio? Aiutami a farlo
uscire”».
Zuhrah è una delle cinque persone in sciopero della fame, di età compresa tra i
20 e i 31 anni, in attesa di processo per presunti reati legati alle campagne di
Palestine Action. Tutte rifiutano il cibo da almeno 42 giorni e stanno
sviluppando complicazioni sanitarie sempre più gravi. Tra loro c’è Teuta Hoxha,
29 anni, al 43° giorno del suo secondo sciopero della fame negli ultimi mesi.
Amu Gib, 30 anni, è al 50° giorno, mentre Heba Muraisi è al 49°.
Il governo ha rifiutato di interloquire con i detenuti o con i loro avvocati in
merito a una lista di richieste che comprende la libertà su cauzione, la fine di
quella che definiscono censura delle loro comunicazioni, l’annullamento della
decisione di mettere al bando Palestine Action come organizzazione terroristica
e la chiusura delle varie attività di Elbit nel Regno Unito.
Gli avvocati dei detenuti stanno valutando un’azione legale, sostenendo che le
linee guida del Ministero della Giustizia (MoJ) in materia di scioperi della
fame prevedono che un rappresentante del governo – un alto funzionario o un
superiore – debba incontrarli o accettare di operare tramite un mediatore per
risolvere la situazione. James Timpson, ministro per le carceri, ha cercato di
minimizzare le pressioni della campagna, esplose la scorsa settimana quando le
famiglie degli scioperanti hanno tenuto una conferenza stampa descrivendo il
rapido deterioramento delle loro condizioni.
Timpson ha affermato che il servizio penitenziario è «molto esperto nella
gestione degli scioperi della fame» e che nelle carceri britanniche se ne
registrano in media più di 200 all’anno. Questa cifra si baserebbe su dati
relativi ai «rifiuti di mangiare», categoria che comprende tutti i detenuti che
hanno rifiutato il cibo per 48 ore, o liquidi e cibo per 24 ore.
Secondo dati governativi, otto uomini sono morti in carcere tra il 1999 e il
2022 dopo aver rifiutato il cibo. Nessuna donna è morta nello stesso periodo.
Una fonte del MoJ ha dichiarato che i detenuti sono stati posti in custodia
cautelare da un giudice e che non spetta al dipartimento interferire.
Una fonte di alto livello del sistema carcerario ha detto: «Sono oltre i 40
giorni. Potrebbero provocarsi danni irreparabili. Sono davvero preoccupato che
molte persone stiano incoraggiando dei giovanissimi a fare cose davvero stupide.
Si sono messi con le spalle al muro, questi ragazzi», ha aggiunto, affermando
che il governo sta prendendo la questione seriamente ma senza mostrare segni di
voler cedere per primo.
Non è chiaro se una donna sia mai morta in una prigione del Regno Unito durante
uno sciopero della fame come atto di protesta, ma Mary Jane Clarke, una
suffragetta, morì il giorno di Natale del 1910, due giorni dopo aver trascorso
un mese in carcere per aver infranto una finestra. Iniziò uno sciopero della
fame e venne alimentata forzatamente, pratica che si ritiene collegata alla sua
morte per emorragia cerebrale. L’alimentazione forzata dei detenuti capaci di
rifiutare razionalmente il cibo è considerata un atto di tortura dagli anni
Settanta.
Kerry Moscogiuri, di Amnesty International UK, ha invitato il governo a «fare
tutto ciò che è in suo potere per porre fine a questa terribile situazione».
Moulsdale, che è in contatto quasi quotidiano con Zuhrah, ha detto di credere
che l’amica sia determinata a proseguire lo sciopero della fame, ma ha aggiunto:
«Voglio che viva. Voglio davvero che viva. E so che anche lei vuole vivere».
Riprendiamo da Osservatorio repressione
Colpire i palestinesi in Italia per coprire il genocidio a Gaza. La
criminalizzazione della solidarietà come arma politica al servizio israeliano.
Ancora una volta lo Stato italiano colpisce le organizzazioni palestinesi
presenti nel nostro Paese. Nove persone arrestate, la solita accusa di “sostegno
a Hamas”, il solito copione costruito per criminalizzare un intero popolo e
spezzare il movimento di solidarietà con la Palestina. Questa volta il pretesto
sono presunti finanziamenti, diretti o indiretti, che alcune associazioni
avrebbero inviato a Gaza. Ma il quadro politico è chiarissimo: non siamo davanti
a un’operazione di giustizia, bensì a un atto di repressione politica funzionale
agli interessi dello Stato di Israele.
Non entreremo nel merito dell’inchiesta giudiziaria. Quello che conta è il
contesto: un governo italiano totalmente subalterno al governo genocida di
Netanyahu, complice sul piano militare, economico e diplomatico dello sterminio
in corso del popolo palestinese. Mentre l’Italia rafforza gli accordi
commerciali e militari con Israele, mentre Leonardo continua a produrre e
vendere armi che alimentano il massacro di Gaza, le forze di polizia vengono
utilizzate come manganello politico contro contro chiunque esprima solidarietà
con il popolo palestinese.
Il doppio standard è disgustoso. Il ministro Piantedosi non ha mai mosso un dito
per indagare sui cittadini italiani con doppio passaporto israeliano che hanno
partecipato alle operazioni militari a Gaza, nonostante interrogazioni
parlamentari precise. Nessuna parola, nessuna indagine. Nessun problema, invece,
a garantire vacanze tranquille in Italia ai militari israeliani, protetti dalla
polizia mentre il loro esercito rade al suolo Gaza. Questo è il senso reale
della “lotta al terrorismo” del governo Meloni: protezione totale per chi
massacra, repressione per chi solidarizza.
Il messaggio politico è limpido: il genocidio dei palestinesi viene presentato
come “legittima difesa”, mentre la resistenza di un popolo oppresso e ogni forma
di sostegno umanitario o politico vengono automaticamente marchiate come
terrorismo. È la narrativa di Israele, ripetuta parola per parola dal governo
italiano.
Questa operazione repressiva ha un obiettivo preciso: colpire e intimidire il
movimento di solidarietà con la Palestina, che negli ultimi mesi ha riempito le
piazze, bloccato le città, messo in discussione la complicità italiana con il
sionismo. Mentre i media oscurano il genocidio in corso, amplificano gli arresti
per costruire un teorema infame: milioni di persone scese in piazza sarebbero
manovrate dal terrorismo. Una menzogna utile solo a giustificare la repressione.
Ma il vero terrorismo è quello praticato dallo Stato di Israele, con la
copertura e il sostegno attivo delle potenze occidentali. È il terrorismo dei
bombardamenti, dell’assedio, della fame usata come arma di guerra. È il
terrorismo di chi oggi spinge il mondo verso una nuova fase di riarmo
generalizzato e di guerra permanente. Gli arresti di oggi puzzano di complicità
fino in fondo. Quando verranno arrestati i vertici di Leonardo per concorso nei
crimini di guerra? Quando verranno indagati i ministri che firmano accordi
militari con Israele?
Per questo governo, come ha ammesso Tajani, “il diritto internazionale vale fino
a un certo punto”. Vale pochissimo quando Israele bombarda ospedali, scuole e
campi profughi. Vale tantissimo, invece, quando c’è da colpire attivisti,
associazioni, manifestazioni di piazza. Se l’accusa contro i palestinesi
arrestati è quella di aver avuto rapporti con istituzioni locali della Striscia
di Gaza per consegnare aiuti umanitari, allora bisognerebbe arrestare anche
funzionari dell’ONU, della UE e di tutte le ONG internazionali che operano sul
territorio.
Equiparare sindaci, ospedali, scuole e strutture umanitarie palestinesi a
“emanazioni terroristiche” non è una tesi giuridica: è propaganda di guerra. È
la stessa tesi del governo israeliano, che considera ogni palestinese di Gaza un
nemico da eliminare. Ed è gravissimo che lo Stato italiano la faccia propria.
Aspettiamo di vedere le prove di questo teorema giudiziario, perché dalle
dichiarazioni entusiaste della destra di governo emerge chiaramente la natura
politica di questa operazione. Serve a criminalizzare la solidarietà, a
intimidire chi lotta, a spezzare un fronte di opposizione che negli ultimi mesi
è cresciuto nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze.
La solidarietà non è terrorismo. Il problema è che non esiste alcuna indagine
autonoma delle autorità italiane: l’inchiesta si basa su documenti forniti dallo
Stato di Israele. Uno Stato che non ammette controlli indipendenti e che accusa
di complicità con Hamas chiunque osi criticarlo. Questo non è diritto, è
sudditanza coloniale.
Mohammed Hannoun e gli altri arrestati sono accusati di aver finanziato Hamas
per milioni di euro. Ma dagli stessi atti emerge che quei fondi sarebbero stati
destinati a istituzioni pubbliche di Gaza, riconosciute dalla comunità
internazionale. Israele le considera illegali, ma non le Nazioni Unite. Da
quando l’Italia applica i criteri giudiziari di uno Stato genocida?
Da anni è in corso una campagna politica e mediatica contro Hannoun e contro le
associazioni palestinesi in Italia. Giornali di destra, ambienti sionisti e loro
terminali istituzionali hanno lavorato a lungo per costruire il bersaglio. Oggi
quella campagna trova il pieno sostegno del governo Meloni, che applaude e
incoraggia la repressione. È l’ennesima conferma della complicità strutturale
dell’Italia con la politica genocida di Israele.
Il governo ha scelto: repressione, criminalizzazione, obbedienza agli interessi
israeliani. È la risposta a un’opposizione sociale e politica che cresce contro
la guerra, contro il riarmo, contro una finanziaria di guerra che taglia tutto
tranne le spese militari. Le mobilitazioni dell’autunno e la due giorni del 28 e
29 novembre hanno fatto paura. E oggi arriva la repressione.
La complicità con Israele non è un incidente: è un pilastro della strategia
dell’Occidente imperialista. Per questo colpiscono i palestinesi. Per questo
colpiscono la solidarietà. Ma la repressione non fermerà chi sta dalla parte
giusta della storia.
Aleppo torna nuovamente a essere teatro di scontri tra le forze di sicurezza
siriane e le SDF (Syrian Democratic Forces), la coalizione a guida curda. Gli
scontri sono avvenuti nei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud, nel nord
della città di Aleppo. Entrambi i quartieri sono a maggioranza curda e sotto il
controllo delle SDF.
di Silvia Casadei, da Pagine Esteri
Le sparatorie cominciate il 22 dicembre, proseguite durante la notte, hanno
ucciso due persone e ferito almeno 15 civili secondo quanto riportato
dall’agenzia di stampa siriana SANA.
Testimoni hanno riferito che sono state le fazioni Hamzat e Amshat, recentemente
unite all’esercito siriano, ad aver attaccato i quartieri di Sheikh Maqsoud e
Ashrafieh bombardandoli con carri armati e armi pesanti. Si tratta di milizie
armate filo-turche, attive soprattutto nel nord del Paese, nelle aree di Afrin,
Azaz, al-Bab e Jarablus. Formalmente ora rientrano nelle strutture dell’Esercito
Nazionale Siriano, ma nella pratica continuano a operare anche come gruppi
autonomi. Di ispirazione sunnita, si sono distinte per espropri di case e
terreni ai danni di famiglie curde, violenze contro donne e civili e per
l’inserimento nelle proprie file di ex combattenti jihadisti. Inoltre le forze
di sicurezza legate a Damasco avrebbero preso di mira depositi di armi e cercato
di intercettare spedizioni di armamenti destinate, pare, alle SDF, come
riportato dal giornale libanese The Cradle.
Gli scontri a fuoco seguono quelli verificatisi poco più di due mesi fa sempre
ad Aleppo, iniziati l’8 ottobre nell’area della diga di Tishrin e poi estesi al
centro urbano. Si conclusero due giorni dopo con la firma di un cessate il fuoco
e con l’impegno, da entrambe le parti, a rispettare gli accordi firmati il 10
marzo 2025. L’accordo di marzo stabiliva, tra i vari punti, che le strutture
militari delle forze curde si sarebbero dovute integrare all’interno
dell’esercito siriano entro la fine del 2025. Un’intesa che, dopo i primi mesi,
ha conosciuto una fase di stallo, legata anche alla diffidenza delle istituzioni
curde nei confronti del governo centrale di Damasco, a seguito dei massacri
perpetrati contro le minoranze alawita e drusa, ma che, dopo gli scontri di
ottobre, sembrava aver riaperto uno spazio negoziale, con la ripresa di contatti
diretti tra le due leadership.
Nell’attuale partita tra Damasco e le forze curde sta giocando un ruolo
importante anche il pressing del governo turco, rafforzato dalla visita del
ministro degli Esteri Hakan Fidan, attualmente a Damasco. Ankara ha infatti da
sempre considerato le forze curde in Siria come una propaggine del PKK,
classificandole come forze ostili e “terroristiche”. È stato proprio il ministro
degli Esteri turco, Hakan Fidan, a lanciare una velata minaccia alla leadership
delle SDF, affermando in un comunicato del 18 dicembre che «la pazienza di
Ankara nei confronti delle SDF stava finendo», dichiarando di aspettarsi una
piena integrazione delle forze curde nell’esercito siriano entro la fine del
2025.
Nel medesimo comunicato, il ministro aveva inoltre dichiarato, in riferimento
all’accordo del 10 marzo: «Tutti si aspettano che venga rispettato senza alcun
ritardo o modifica, perché non vogliamo vedere alcuna deviazione da esso»,
facendo esplicito riferimento alle forze curde.
L’appoggio di Ankara all’attuale governo siriano è un’alleanza nata da tempo,
fatta di sovvenzioni e supporto logistico, che ha visto la Turchia tra i
maggiori sostenitori del governo di Ahmed al-Sharaa già prima della presa del
potere dell’8 dicembre 2024. Non a caso, nel governatorato di Idlib, roccaforte
dell’ormai “defunto” (a parole) HTS, la moneta principale è la lira turca, così
come le linee telefoniche mobili sono agganciate a ripetitori turchi. A ciò si
aggiunge la presenza di diverse basi militari che, anche a seguito
dell’occupazione del cantone di Afrin nel 2019 con l’operazione “Ramoscello
d’Ulivo”, ha segnato in modo stabile la presenza turca nel nord-ovest della
Siria.
Nella giornata del 23 dicembre, il ministero della Difesa siriano e la
controparte curda avrebbero ordinato la sospensione degli attacchi. Secondo
l’agenzia di stampa ufficiale dello Stato siriano, l’ordine di sospensione
mirerebbe a limitare gli scontri e ad allontanarli dalle aree civili.
Nonostante l’apertura di questa nuova fase di “non aggressione”, appare ancora
molto lontana l’implementazione reale degli accordi del 10 marzo, che sembrano
configurarsi più come un atto simbolico che come una reale possibilità di
accordo.