Nella serata tra giovedì e venerdi un compagno di Vercelli, insieme a una
compagna, è stato aggredito prima verbalmente e poi fisicamente da due giovani,
almeno uno autodichiaratosi di Blocco Studentesco.
L’aggressione è stata però respinta e non ci sono state conseguenze di riguardo
ai danni dei compagni aggrediti.
L’aggressione fascista è iniziata prima verbalmente con una serie di insulti e
affermazioni del tipo “Vercelli è nostra” e, quando sembrava esaurirsi con un
semplice scambio di insulti e i compagni si stavano allontanando, si è
trasformata in un aggressione fisica “alle spalle”. Nonostante questo i
“fascistelli” sono stati messi presto in fuga senza conseguenze di rilievo ai
danni del compagno aggredito.
Questo episodio si inserisce in un clima particolare nella città di Vercelli, va
presa in considerazione l’ inefficacia dell’amministrazione comunale in ambito
di verde pubblico e salute, esigenze alle quali si risponde con decoro urbano e
progetti con pura funzione estetica e mediatica; ma anche nelle scuole e in
generale nelle strade della cittadina, un sentimento di frustrazione si traduce
in scaramucce e azioni di disturbo nei confronti dei giovani che invece si
autorganizzano dal basso nelle scuole, manifestandosi in insulti e espressioni
di odio nei confronti di bambini e bambine di origine straniera. Il monumento
alla resistenza è stato altresì imbrattato nella settimana precedente al 25
aprile e delle scritte inneggianti al fascismo e alla remigrazione, comparse a
ridosso del primo maggio, sono state prontamente ripulite dai cittadini e
cittadine solidali.
Vercelli non è nuova a questo tipo episodi ma la presenza fascista nelle strade
è sempre stata efficacemente respinta dall’antifascismo militante, come in
questo caso.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Riceviamo e pubblichiamo..
Con il nome dell’anarchico internazionalista Kyriakos Xymitiris, “Kyriakos X”,
naviga con Freedom Flotilla Coalition per rompere il blocco genocida che lo
stato sionista impone su Gaza da decenni.
In onore alla vita di Kyriakos, che fino all’ultimo giorno è stata dedicata alla
lotta per la giustizia, sempre al finaco dei popoli oppressi, navighiamo in
solidarietà con la legittima resistenza del popolo palestinese, che non ha mai
smesso di lottare per porre fine all’occupazione colonialista della propria
terra.
L’8 maggio, Kyriakos X ha lasciato il porto di Ierapetra, a Creta, insieme ad
altre 33 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla e ha incontrato in mare altre
quattro imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition. La barca è portata da 8
persone con passaporti di cinque paesi diversi, tra cui Grecia, Albania, Regno
Unito, Corea, Francia e Guadalupe. Dopo alcuni giorni di riassestamento
all’ancora con le altre 4 imbarcazioni di FFC in acque greche, il 14 Maggio la
flotta si è riunita di nuovo con le barche di GSF, e naviga ora verso Gaza
insieme ad altre 56 imbarcazioni, formando la più grande flotta civile che abbia
mai navigato.
Storicamente, la Grecia ha avuto un ruolo di primo piano nel movimento della
flottilla sin dal suo inizio. Il 23 ottobre 2008, due piccole barche da pesca
con a bordo circa 44 persone del Free Gaza Movement raggiunsero Gaza; 10 di loro
avevano passaporti greci. Sono state le prime imbarcazioni a raggiungere Gaza in
circa 40 anni. Le imbarcazioni sono state accolte da decine di migliaia di
palestinesi. Il movimento, che in seguito è diventato la Freedom Flotilla
Coalition, ha promesso a chi l’ha accolto quel giorno sulle coste della
Palestina che “non avrebbe smesso di navigare finché l’assedio di Israele non
fosse stato spezzato”.
Un^ de^ compagn^ che ha reso possibile la partenza di Kyriakos X ricorda bene il
primo arrivo della Flotilla. Quel giorno, da bambin^ palestinese Gazawi, era li
ad accogliere le barche, e ricorda quanto quelle due piccole imbarcazioni
abbiano significato: le persone di Gaza non erano sole, il popolo palestinese
non era solo, in tutto il mondo c’era chi lottava per la liberazione.
Kyriakos X mantiene la promessa fatta allora: non smetteremo di navigare finché
la Palestina non sarà libera.
Il movimento della flottiglia è un’azione non violenta che naviga legalmente
nelle acque internazionali. Il blocco israeliano dello spazio aereo, marittimo e
terrestre di Gaza è illegale: Israele non ha giurisdizione sulle acque
territoriali palestinesi. Nonostante ciò, le forze di occupazione israeliane
hanno iniziato a intensificare gli attacchi contro le flottiglie a partire dal
2009, speronando le imbarcazioni per affondarle, rapendo, colpendo con taser e
aggredendo i partecipanti, imprigionandoli illegalmente e, nel 2010, uccidendo
10 civili a bordo della “Mavi Marmara”.
La brutalità e l’impunità di Israele sono state ulteriormente messe a nudo
durante il suo recente attacco terroristico alla flotta della Global Sumud
Flotilla, avvenuto nella notte trail29 e il 30 aprile al largo delle coste di
Creta, nella zona SAR greca, a soli 75 km dal Peloponneso e a 1240 km dalla
Palestina. L’esercito di occupaizone israeliano, é arrivato dall’altra parte del
mediterraneo con le sue navi da guerra, ha rapito circa 181 civili, alcun^ de^
qual^ sono stat^ torturat^, aggredit^ sessualmente e fisicamente.
Le forze di occupazione israeliane hanno distrutto e danneggiato 22
imbarcazioni, distruggendo i motori delle barche, e lasciandole alla deriva, e
hanno rapito Saif Abu Keshek e Thiago Avila, che sono stati portati e detenuti
illegalmente nella Palestina occupata. Gli avvocati di Adalah hanno riferito che
all’arrivo idue attivisti presentavano segni di tortura sui loro corpi.
Gli attivisti della GSF rimasti sono stati consegnati direttamente nelle mani
delle autorità greche, in territorio greco, il che non solo ha messo in luce
ancora una volta il totale disprezzo di Israele per i principi umanitari e il
diritto internazionale, ma ha anche rivelato fino a che punto il governo greco
sia
disposto ad arrivare nella collaborazione diretta con un esercito genocida,
agendo apertamente la sua complicità ai crimini di guerra dello stato sionista.
La missione della flottiglia non è simbolica. Si tratta di un’azione civile,
diretta e non violenta, da popolo a popolo, per contrastare un sistema di
apartheid, dominio, colonizzazione e oppressione che i governi di tutto il mondo
hanno permesso e protetto, da cui hanno tratto impunemente profitto.
Kyriakos X invita chi sitrova a terra a mobilitarsi: la lotta per la liberazione
palestinese è ovunque, laddove aziende, istituzioni, media e governi complici
alimentano il genocidio di Israele con totale impunità. Israele e i suoi alleati
sono responsabili dei loro crimini contro il popolo palestinese. Kyriakos X
invita le persone a concentrarsi sul sabotaggio della macchina e della catena di
approvvigionamento delle armi che rende possibile il genocidio di Israele: nei
porti, nelle fabbriche, negli uffici aziendali e nelle istituzioni governative.
Chiediamo alle persone di tutto il mondo di interrompere il flusso di armi e
costringere i governi a fare i conti con la loro complicità. Questo è un momento
che richiede un’escalation.
«Salpiamo perché l’assedio illegale e il genocidio di Gaza da parte di Israele
devono finire. Salpiamo per i diritti di del popolo Palestinese, e di tutti i
popoli, per l’autodeterminazione di ognuno. Salpiamo perché la società civile
palestinese ha chiesto al mondo di agire, e noi non possiamo non rispondere».
Mentre la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla continuano la
loro navigazione, circa 10.000 palestinesi sono detenut^ nelle prigioni
israeliane, la maggior parte senza accuse né processo. Molti vengono torturati,
subiscono violenze sessuali e vengono uccisi. Centinaia di loro sono bambin^.
Nel frattempo, la violenza dei coloni e dei soldati israeliani in tutta la
Cisgiordania continua a intensificarsi: l^ bambin^ palestines^ vengono colpit^ a
scuola, le loro case vengono demolite e i loro raccolti o il bestiame distrutti.
Allo stesso tempo, la “Linea Gialla” illegale di Israele si sta espandendo a
Gaza, e il genocidio e i bombardamenti non si sono mai fermati. Il genocidio di
Israele in Libano continua, e le sue innumerevoli violazioni dei cosiddetti
cessate il fuoco vengono ignorate dai leader mondiali. Il mondo rimane in
silenzio.
Su Kyriakos X non navigano eroi e eroine, siamo persone comuni che rifiutano il
silenzio e la complicità: abbiamo deciso di usare i nostri corpi e i nostri
privilegi per stare al fianco dei popoli oppressi, rifiutandoci di vivere in un
mondo in cui il genocidio è normalizzato e tollerato.
Nessun^ è libero finché la Palestina non sarà libera.
Forensic Architecture Tracker https://freedomflotilla.org/ffc-gsf-tracker/
Live Cams Freedom Flotilla Coalition
https://www.youtube.com/@freedomflotillacoalition6166 Instagram
https://www.instagram.com/kyriakosx.ffc.greece?igsh=MW1rNjZxZThkcXEzeg%3D%3D
Nessuno sembra chiedersi cosa significhi politicamente e simbolicamente che una
delle prime comunità straniere a “rilanciare” una zona montana italiana sia
composta da cittadini di uno Stato che in questo momento sta perpetrando un
genocidio.
Grazia Parolari – Invictapalestina – 11 Maggio 2026
La Valsesia è una delle valli alpine piemontesi più interessata, già dal
dopoguerra, da un forte calo demografico dovuto all’emigrazione verso la pianura
e le città industriali. L’indice di vecchiaia è tra i più alti della Regione,
con gli over 65 che, nei comuni più piccoli e nelle frazioni, rappresentano
spesso oltre un quarto degli abitanti. Tale calo demografico ha svuotato piccole
frazioni, portato alla chiusura di servizi come scuole, ambulatori medici,
uffici postali, lasciato abbandonate o semi abbandonate molte delle tipiche case
in pietra.
Il rilancio del mercato immobiliare, attraverso un’iniziativa chiamata ”Progetto
Baita” e finalizzata soprattutto alla vendita e al recupero di queste case, è
apparso a molti come un’opportunità di rivitalizzazione per una comunità
destinata a spegnersi nel silenzio.
A ideare e lanciare il progetto, che prende il nome dal termine
ebraico bayit (casa), con l’aggiunta di “ita” per Italia, è stato Ugo Luzzati.
Ebreo italiano cresciuto a Genova, emigrato in Israele e successivamente
tornato, almeno saltuariamente, in Italia, ha raccontato di avere avuto questa
idea dopo una conversazione con una maestra del comune di Valsesia che si
lamentava delle classi vuote. Da lì la domanda: perché non portare famiglie
israeliane in Valsesia?
Nel 2022 fonda ufficialmente Progetto Baita con l’obiettivo di aiutare gli
immigrati israeliani ad inserirsi e ad ambientarsi nella nuova realtà. Il
progetto acquisisce maggiore rilevanza dopo l’ottobre del 2023, favorendo
l’insediamento di famiglie israeliane in diversi comuni della Valsesia: da
Borgosesia passando per Varallo, Cravagliana, Civiasco, Balmuccia e Scopello,
fino a Rimasco.
Valsesia, avvio progetto “Baita” , fonte: X, @lastampa
Entro la fine del 2024 più di 80 famiglie si erano trasferite nell’area, mentre
il gruppo Facebook “Vita in Valsesia”, in italiano ed ebraico, nato nel 2023,
contava già oltre 11.000 membri.
Proveniente in larga parte dalle classi medio- alte, la maggioranza dei nuovi
arrivati è composta da laureati con posizioni qualificate: medici, ingegneri,
informatici, farmacisti. Molti lavorano da remoto. Il sindaco di Varallo Sesia,
Pietro Bondetti, ha dichiarato di “essere entusiasta dell’arrivo di persone con
un grado alto di istruzione” e considerate desiderose di integrarsi. “Sono
benestanti e fanno girare l’economia, e ciò non guasta. Prima del loro arrivo la
zona era rischio desertificazione demografica. Ora siamo rinati” ha affermato.
Sul piano burocratico, molti sono avvantaggiati dal possesso di un passaporto
europeo, spesso ereditato dai nonni originari dell’Europa Orientale, oppure
ottenuto attraverso le leggi sulla cittadinanza introdotte da Spagna e
Portogallo per i discendenti degli ebrei sefarditi espulsi nel 1492. Altri
dispongono della “carta blu” europea riservata ai lavoratori altamente
qualificati. Alcuni, arrivati dopo il 7 ottobre, hanno invece ottenuto forme di
protezione internazionale o permessi legati alla situazione di conflitto.
L’arrivo di questa ondata di israeliani si inserisce nel più ampio fenomeno di
crescente emigrazione che interessa Israele dal 2023, legato soprattutto alla
situazione politica e militare in corso. Secondo dati presentati alla Knesset,
già nel 2023 82.800 israeliani avevano lasciato il Paese, una cifra rimasta
elevata anche nel 2024. Nello stesso periodo, è diminuito drasticamente il
numero dei rientri: 24.200 nel 2023, appena 12.100 nei soli primi otto mesi del
2024.
E’ la yerida, la “discesa”, termine che indica l’emigrazione da Israele, opposta
all’aliyah, la “salita” verso Israele. Per lungo tempo considerata uno stigma
sociale e politico, oggi appare sempre più normalizzata.
Intanto a Varallo la pronipote del premio Nobel per la letteratura Shmuel Yosef
Agnon, insegna ebraico a 30 italiani. “Stiamo aprendo la prima succursale
italiana di liceo per nomadi digitali” afferma” già funzionante negli Stati
Uniti, e in molti altri paesi europei. Pensiamo a un polo accademico che si
occupi di cyber security e Intelligenza artificiale in cui noi israeliani siamo
fortissimi. Stiamo facendo arrivare i primi medici israeliani. Molto spesso
negli ultimi anni qui i concorsi sono andati deserti e ci sono diversi posti
vacanti negli ospedali della zona. Insieme, penso che possiamo rendere ancora
più bella la Valsesia”.
Una Valsesia più bella, o una Valsesia più controllata?
Le materie tecnologiche del polo accademico a cui la pronipote del Nobel si
riferisce, non sono separabili dall’apparato militare e di sorveglianza dello
Stato di Israele. Aziende come NSO Group- produttrice del software spia Pegasus
– o Elbit Systems – principale fornitore di droni e armi utilizzate a Gaza, sono
espressione dello stesso ambiente accademico e industriale da cui provengono
molti di questi “laureati benestanti” di cui il sindaco di Varallo si dichiara
entusiasta. Portare in Valsesia un polo tecnologico israeliano, non significa
portare solo competenze, ma anche un pezzo di quello specifico sistema, con le
sue reti, i suoi finanziamenti, le sue appartenenze.
C’è anche un altro aspetto, più prosaico, che solleva grande entusiasmo tra i
residenti: l’aumento del valore degli immobili. “Si innamorano del posto, del
verde e della vita tranquilla, le piste da sci sono una sorpresa inaspettata.
Cercano preferibilmente case indipendenti con un bel terreno intorno, meglio se
lontane da altre proprietà. E qui c’è l’imbarazzo della scelta”, racconta Gianni
Tognotti, vicepresidente del progetto e immobiliarista.
Tutto entusiasmante, tutto positivo quindi?
Il punto che nessuno nomina
La stampa italiana che ha raccontato questo fenomeno, tende quasi sempre a
sottolineare gli stessi elementi: la capacità di queste famiglie di prendere una
decisione difficile, ricominciare, integrarsi. E certamente gli Israeliani che
scelgono la Valsesia esercitano un diritto alla mobilità globale: possedere un
passaporto, acquistare casa dove desiderano, costruirsi una nuova vita in un
Paese straniero liberamente scelto. Ma questi diritti non sono una semplice
fortuna individuale, né soltanto frutto di meriti personali: sono la conseguenza
di uno statuto giuridico e politico che ai Palestinesi continua ad essere
negato.
Amnesty International, nel suo rapporto sull’Apartheid di Israele, presentato
nel 2022, ha ben documentato in 278 pagine come le autorità israeliane abbiano
sistematicamente negato ai palestinesi diritti e libertà fondamentali: drastiche
limitazioni alla libertà di movimento, trasferimenti forzati, diniego di
nazionalità e del diritto al ritorno, solo per citarne alcuni. Lo stesso sistema
che ai coloni garantisce libertà di circolare e di continuare a rubare terre,
nega ai Palestinesi il diritto di muoversi senza permessi, checkpoint e
autorizzazioni militari.
I Palestinesi della Striscia di Gaza non possono scegliere la Valsesia. Non
possono scegliere nulla. Vivono – sarebbe meglio dire sopravvivono – in un
territorio sotto assedio da quasi vent’anni, bombardato e devastato, privato
sistematicamente di acqua, cibo, scuole, ospedali e cure mediche, di ripari
sicuri e della possibilità di trasferirsi altrove senza dover dipendere da
permessi difficilmente ottenibili.
Pochi giorni fa Varallo si è mobilitata per accogliere una famiglia palestinese
proveniente da Gaza – padre, madre e cinque figli. La richiesta urgente al
Ministero degli Esteri porta, tra le altre firme, quella del sindaco e del
parroco di Varallo, e dello stesso Luzzati. Tra i volontari disponibili ad
accoglierli, anche alcuni Israeliani residenti in zona.
La famiglia palestinese attesa a Varallo
La notizia è stata presentata come prova di solidarietà e umanità, non senza
aver sottolineato che la famiglia palestinese ha già dimostrato volontà di
“apertura e integrazione” (volontà che evidentemente non viene richiesta, o
ritenuta necessaria, per gli aspiranti residenti israeliani).
Ma è proprio questo gesto a evidenziare la contraddizione: la famiglia
palestinese è bloccata a Gaza. Non perché manchi una casa pronta, o perché la
comunità non voglia accoglierla, ma perché da Gaza non è possibile uscire senza
autorizzazioni specifiche e perché il sistema internazionale dei visti tratta i
palestinesi come una categoria separata, da esaminare, valutare, autorizzare
caso per caso, con tempi spesso lunghissimi
Nel frattempo, cittadini israeliani, senza alcuna limitazione e quando vogliono,
possono comprare un biglietto, prendere un aereo, arrivare in Italia, acquistare
case e ottenere la residenza.
E non è forse significativo che nessuno degli articoli entusiastici sul
“modello Varallo” si interroghi su cosa comporti questo tipo di insediamento –
apprezzato perché qualificato e benestante – in termini di possibile
trasformazione del territorio in una sorta di enclave separata dal tessuto
sociale locale?
Nessuno si chiede cosa significhi politicamente e simbolicamente che una delle
prime comunità straniere a “rilanciare” una zona montana italiana sia composta
da cittadini di uno Stato che in questo momento sta perpetrando un genocidio?
Nessuno riflette sul fatto che il diritto di muoversi liberamente e scegliere
dove vivere – così celebrato in queste cronache – è esattamente ciò che è negato
ai Palestinesi dal 1948 in poi?
C’è una dissonanza profonda in una società che celebra con entusiasmo l‘arrivo
di famiglie israeliane benestanti che acquistano e restaurano case di pietra
sulle Alpi, mentre contemporaneamente deve mobilitarsi per famiglie palestinesi
che, vittime di quello stesso Stato da cui provengono i “nuovi coloni”, chiedono
semplicemente la possibilità di sopravvivere.
Edward Said scrisse che i Palestinesi sono “vittime delle vittime”.
La Valsesia, nel suo piccolo, mostra quanto quella condizione non appartenga al
passato ma, in forme diverse e normalizzate, continui a prodursi nel presente .
Fonti:
www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/italia/valsesia-la-terra-promessa-in-provincia-di-vercelli-e-la-nuova-casa-degli-israeliani-in-fuga-dal-conflitto/
www.eurasia-rivista.com/israele-in-italia/
www.notiziaoggi.it/varallo-e-alta-valsesia/varallo-mobilita-accogliere-famiglia-gaza/
www.amnesty.eu/wp-content/uploads/2022/01/Israel.s-apartheid-against-Palestinians_Full-Report.pdf
www.ilmanifesto.it/la-grande-emigrazione-di-israele
I palestinesi di Gaza portano con sé le chiavi delle loro case distrutte da
Israele, un legame tra la guerra genocida e gli sfollamenti odierni e l’eredità
ancora viva della Nakba.
Da invictapalestina Fonte: English version
Ansam Al-Kitaa – Gaza – 14 maggio 2026
Negli angoli delle tende improvvisate, riposte in sacchi sopravvissuti ai
bombardamenti israeliani e portate nelle mani esauste degli sfollati, la chiave
rimane più di un semplice pezzo di metallo arrugginito.
Dalla Nakba del 1948 , i palestinesi hanno conservato le chiavi delle case che
sono stati costretti ad abbandonare, come prova che una volta quelle case
esistevano e che una storia non si conclude con lo sfollamento.
Settantotto anni dopo, la stessa scena si ripete a Gaza: case distrutte,
famiglie disperse e chiavi trasportate da uno sfollamento all’altro come se
fossero l’ultima cosa rimasta di casa.
Rami al-Sharafi, 40 anni, attivista sociale, direttore di Radio Zaman FM e padre
di cinque figli, tiene tre chiavi in macchina.
Uno apre ciò che resta della sua casa a Jabalia, distrutta il primo giorno di
guerra. Un altro apre il suo ufficio, anch’esso distrutto. E l’ultimo apre la
fattoria di famiglia.
Vi è inoltre una quarta chiave, ereditata, non sua. Appartiene alla casa di
famiglia nel villaggio palestinese di Harbiya , occupata e svuotata nel 1948.
Quella stessa chiave è stata tramandata di generazione in generazione.
“La mia casa a Jabalia è stata distrutta nel 2023”, racconta Rami.
“Oggi consegnerò quella chiave ai miei figli, proprio come ho ereditato la
chiave di Harbiya. I luoghi cambiano, ma la storia si ripete.”
La Nakba si riferisce allo spostamento di massa e all’espropriazione dei
palestinesi che hanno portato alla creazione di Israele [Getty].
Per Rami, la chiave non è una reliquia. È un ricordo continuo di ciò che è stato
sottratto.
“L’occupazione ha cercato per decenni di privare i palestinesi della loro terra,
delle loro case, della loro memoria”, ha dichiarato a The New Arab.
“Conserviamo queste chiavi come prova del nostro diritto e della nostra
presenza.”
I suoi nonni vissero in tende a Gaza dopo la Nakba, e ora, a 78 anni dalla
catastrofe, la sua famiglia vive in tende per sfollati: un promemoria
inquietante del fatto che la Nakba non è mai veramente finita.
“Una casa non è fatta solo di muri di cemento”, dice. “È memoria, calore, i
dettagli di una vita. Da più di due anni e mezzo sono stato costretto ad
abbandonare la mia casa”, racconta Rami.
“Ogni notte, ricordo come l’occupazione abbia distrutto i nostri ricordi e
cercato di distruggere le fondamenta delle nostre vite. Questa terra è nostra.
Vi resteremo, così come vi resteranno l’ulivo e l’olio.”
Aya Skaik, una madre di quattro figli di 35 anni, ha lasciato Gaza due mesi dopo
l’inizio della guerra israeliana . Ora vive in Canada, conservando le chiavi
della sua casa nel quartiere di Sheikh Radwan.
“Non è più solo un pezzo di metallo”, ha dichiarato a The New Arab. “È l’unica
garanzia che ho per dimostrare il mio diritto a quel luogo. È un filo che mi
lega all’odore delle mie mura, ai dettagli di una vita che mi sono lasciata alle
spalle.”
Per Aya, la chiave racchiude simultaneamente entrambi i significati: la casa
perduta e la volontà di restare.
“Portare con noi la chiave è di per sé un atto di resistenza”, afferma. “Non la
portiamo per piangere le rovine. La portiamo per confermare che restiamo, che la
nostra partenza per il Canada è temporanea e che l’idea di tornare non muore.
Viviamo di speranza, come vivevano di speranza i nostri genitori e i nostri
nonni.”
Non fa alcuna distinzione tra la Nakba dei suoi nonni e la propria.
“Quello che un tempo ci veniva raccontato del 1948, ora lo stiamo vivendo in
prima persona: la paura, la confusione, gli spostamenti continui, i bagagli
fatti in fretta. Proprio come mio nonno custodiva la chiave di casa sua a
Giaffa, io mi ritrovo a tenere in mano la chiave di Sheikh Radwan. La memoria si
tramanda di generazione in generazione allo stesso modo.”
Suo padre le ha dato più di una semplice chiave. “Mi ha raccontato la storia
della casa, una storia che un tempo era sempre aperta”, dice lei.
I palestinesi sfollati dalla guerra di Israele a Gaza conservano le chiavi delle
loro case danneggiate o distrutte come simbolo del ritorno, un giorno, nella
loro patria [Getty].
Fatima Sahwil, ricercatrice culturale e madre di quattro figli, vive in una casa
che non le sembra più sua. Ha ricominciato da zero, cercando di costruire nuovi
ricordi. La maggior parte di essi è legata alla guerra.
“La chiave è un simbolo di perdita e di nostalgia per il ricordo di un luogo”,
ha dichiarato la trentenne a The New Arab.
“Vivo in un posto che non mi rispecchia, non è il posto a cui ero affezionata.”
Lei detiene le chiavi di una casa che non possiede più e si pone la stessa
domanda: “Riuscirò a costruire una casa che conservi la bellezza della mia prima
casa e gli stessi ricordi ad essa legati?”
Per Fatima, la risposta si trova nella chiave stessa. “Significa che c’è la
speranza di poter un giorno tornare nelle nostre case sicure”, dice. “La chiave
è un simbolo di nostalgia, di ogni piccolo dettaglio che dava anima a un luogo.”
La nonna fu sfollata nel 1948 e conservò la chiave fino alla fine.
“Mia nonna portava sempre con sé la chiave perché credeva che sarebbe tornata.
Oggi io porto la mia con la stessa speranza. È questo il vero punto d’incontro
tra passato e presente, tra speranza, nostalgia e il desiderio di costruire una
vita piena e meravigliosa nonostante tutto.”
Una chiave per ogni Nakba
Bissan Natil, una scrittrice di letteratura per ragazzi di circa vent’anni, è
tornata nel nord di Gaza dopo essere stata sfollata a causa dell’occupazione che
bloccava l’accesso al nord. Al suo ritorno, ha trovato il suo quartiere
distrutto.
“All’inizio dello sfollamento, era difficile immaginare che saremmo tornati al
nord”, ha dichiarato Bissan a The New Arab .
“Ma siamo tornati. Quindi credo che ogni confine tracciato dall’occupazione
possa cambiare e che la terra resterà al suo popolo, non importa quanto tempo ci
vorrà.”
Per Bissan, la chiave è parte integrante dell’identità e della presenza. “I
palestinesi portano la chiave come parte di sé, come se fosse l’ultima prova di
appartenenza alla propria patria”, afferma.
“I nostri nonni, quando furono costretti a lasciare le loro case, non
immaginavano che l’assenza sarebbe durata più di settant’anni. Credevano che si
sarebbe trattato di pochi giorni. È una sensazione simile alla nostra di oggi:
torneremo, non importa quanto tempo ci vorrà, anche se gli strumenti di
distruzione e annientamento sono diventati più grandi e brutali.”
Descrive il dolore dei palestinesi come una memoria ereditata.
78 anni dopo la Nakba, i palestinesi continuano a subire sfollamenti e massacri
per mano di Israele [Getty]
“Il dolore si è trasferito dal ricordo di mia nonna al mio. La sensazione di
shock si rinnova. Non possiamo separare ciò che hanno vissuto i nostri nonni da
ciò che viviamo noi oggi.”
La nonna morì sognando di tornare a casa, nella città occupata di Majdal.
“Mi chiedo se manterrò la stessa speranza di ricostruire la casa e la vita
com’era prima”, dice.
«Il colore del nostro suolo è simile al colore della nostra pelle. Come possiamo
essere sradicati da una terra che è parte di noi?» si chiede Bissan.
“Le scene di sfollamento di oggi possono ricordare quelle vissute dai nostri
nonni, ma la speranza è sempre stata parte integrante della tenacia dei
palestinesi e della capacità di tornare a ciò che resta della loro casa e della
loro vita.”
Ansam Al-Kitaa è una giornalista freelance con sede a Gaza. Per anni ha seguito
le successive guerre a Gaza e il loro impatto umanitario e sociale per testate
internazionali e locali.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Dichiarazione politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina in
occasione del 78° anniversario della Nakba palestinese.
Il Fronte Popolare in occasione del 78° anniversario della Nakba: La lotta
contro l’occupazione è una lotta esistenziale e storica, e la resistenza
continuerà fino alla sua fine.
La questione dei rifugiati è al centro della causa palestinese, e il diritto al
ritorno è un diritto storico, legale e umanitario inalienabile che non si
estingue con il tempo.
O masse del nostro grande popolo palestinese, o figli della nostra nazione
araba, o popoli liberi di tutto il mondo…
Il 15 maggio commemoriamo il 78° anniversario della Nakba palestinese; Il
crimine storico in corso perpetrato dal movimento sionista e dalle sue bande
armate, con il sostegno coloniale e imperialista, attraverso lo sradicamento del
nostro popolo dalla sua terra e il suo spostamento forzato, e la creazione di
un’entità coloniale di insediamento fondata su massacri, pulizia etnica e
terrorismo organizzato. Da allora, le politiche di occupazione sono continuate
senza sosta, perpetrando uccisioni, repressione, confisca di terre e
giudaizzazione nel tentativo implacabile di cancellare l’identità nazionale
palestinese e spezzare la volontà del nostro popolo indomito.
Oggi, nel mezzo della guerra totale di sterminio, assedio, fame e distruzione
sistematica perpetrata contro il nostro popolo a Gaza, in Cisgiordania e a
Gerusalemme, unitamente all’escalation degli attacchi contro i prigionieri e i
luoghi sacri, e ai tentativi di imporre ulteriori leggi razziste – in
particolare la proposta di pena di morte per i prigionieri e i combattenti della
resistenza – il nostro popolo palestinese continua a compiere sacrificio dopo
sacrificio, rimanendo saldo sulla propria terra, resistendo e contrastando ogni
tentativo di soggiogarlo, spezzarne la volontà o privarlo dei suoi diritti
storici e nazionali. Questi crimini e queste politiche aggressive non sono
riusciti e non riusciranno a soggiogare il nostro popolo o a liquidare la sua
giusta causa.
Il nostro popolo, la nostra nazione araba, i popoli liberi del mondo:
Settantotto anni dopo la Nakba, i crimini di questa entità criminale e senza
scrupoli si intensificano, e i suoi mali raggiungono ormai la Palestina, la
regione e il mondo intero. Più perpetra crimini e omicidi, più scivola in una
struttura politica e sociale frammentata, approfondendo divisioni e
contraddizioni interne e ampliando le manifestazioni di fascismo e razzismo
all’interno del suo sistema di governo. Le crepe strutturali rivelano la sua
fragilità e l’accumulo di fattori che potrebbero portarne al collasso
dall’interno, il tutto mentre fallisce ripetutamente nell’imporre una vittoria
militare o politica, nonostante l’ampio e illimitato sostegno militare e
politico che riceve dall’amministrazione americana e dal sistema occidentale. Al
contrario, rapidi cambiamenti internazionali stanno sconvolgendo gli ambienti e
le lobby sioniste che lo sostengono. Il movimento di solidarietà con la
Palestina si sta espandendo a ritmi senza precedenti e le voci che rifiutano
l’occupazione e la discriminazione razziale si fanno sempre più forti, rendendo
la Palestina un punto di riferimento morale e politico globale. Ciò riflette
l’erosione del sostegno internazionale a questo progetto coloniale e il suo
graduale isolamento.
Noi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, nel commemorare
questo doloroso anniversario dal cuore dei campi di battaglia e dalle linee del
fronte, affermiamo quanto segue:
1. Affermiamo che la lotta contro l’occupazione sionista è una lotta
esistenziale e storica contro un progetto coloniale di insediamento basato su
omicidio, sfollamento e pulizia etnica. Il popolo palestinese continuerà la sua
resistenza in tutte le sue forme e difenderà i suoi inalienabili diritti
storici, primo fra tutti il diritto al ritorno, all’autodeterminazione e alla
creazione di uno Stato palestinese indipendente su tutto il territorio
nazionale, con Gerusalemme come capitale, fino alla completa cessazione
dell’occupazione.
2. Affermiamo che la questione dei rifugiati palestinesi rimarrà al centro della
causa nazionale palestinese e che il loro diritto al ritorno alle proprie case e
proprietà da cui furono sfollati nel 1948 è un diritto storico, legale e
umanitario inalienabile che non può essere perso con il passare del tempo o con
progetti di liquidazione. Sottolineiamo inoltre la necessità di proteggere i
campi profughi palestinesi in patria e nella diaspora, e respingiamo ogni forma
di persecuzione, emarginazione o tentativo di smantellare il loro ruolo
nazionale e simbolico di testimoni viventi della Nakba in corso. Chiediamo il
sostegno all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei
rifugiati palestinesi (UNRWA) e la possibilità per essa di adempiere pienamente
alle proprie responsabilità nei confronti dei rifugiati palestinesi. Respingiamo
qualsiasi tentativo di esaurire le sue risorse, minare il suo ruolo politico e
umanitario o eliminarla come testimone internazionale del crimine di sradicare
il nostro popolo dalla propria terra, fino a quando i rifugiati non faranno
ritorno alle case da cui sono stati costretti ad abbandonare la propria patria.
3. Affermiamo l’unità del popolo palestinese in patria e nella diaspora e la
necessità di costruire l’unità nazionale ricostruendo il sistema politico sui
fondamenti della collaborazione e della democrazia, attivando l’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina come suo legittimo rappresentante e
formulando una strategia nazionale e una leadership nazionale unificata per
contrastare l’aggressione e i piani di liquidazione dell’occupazione.
4. Affermiamo che la questione dei prigionieri rimarrà una questione nazionale
centrale e respingiamo tutti i crimini e le violazioni a cui sono sottoposti,
tra cui la tortura, la fame, la negligenza medica e le decisioni razziste nei
loro confronti. Ci impegniamo a continuare la lotta finché tutti i prigionieri
non saranno liberati e le carceri non saranno svuotate dell’ultimo prigioniero
palestinese.
5. Facciamo appello alle masse della nostra nazione araba e ai popoli liberi del
mondo affinché intensifichino ogni forma di sostegno al nostro popolo
palestinese, amplino le campagne di boicottaggio e impongano l’isolamento
politico, economico e accademico all’occupazione, e affinché i suoi leader
vengano processati come criminali di guerra dinanzi ai tribunali internazionali.
6. Mettiamo in guardia contro i tentativi del nemico sionista di sfuggire alla
sua difficile situazione tornando a una guerra su vasta scala nella Striscia di
Gaza. Questo nemico, con il suo tradimento e la sua aggressione, cerca di
sfruttare la guerra a fini elettorali e come opportunità per riabilitare la
propria immagine e ripristinare quella che definisce la sua “deterrenza” ormai
compromessa.
Pertanto, sottolineiamo quanto segue:
– Chiediamo l’immediata e completa attuazione dell’accordo di cessate il fuoco e
il ritiro completo delle forze sioniste da ogni centimetro della Striscia di
Gaza. Ciò richiede la cessazione di ogni forma di operazione militare da parte
dell’occupazione, inclusi assassinii e sparatorie, consentendo al contempo al
Comitato Amministrativo di entrare nella Striscia di Gaza e assumere le proprie
responsabilità.
– La necessità di aprire tutti i valichi senza restrizioni e di garantire il
flusso continuo di cibo, medicinali, carburante e tutti gli altri beni
essenziali per la nostra popolazione nella Striscia di Gaza.
– L’ingresso di una forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia di
Gaza per sostituire l’occupazione nelle aree da cui si ritirerà. La sua missione
sarà quella di monitorare il cessate il fuoco e garantirne il rispetto da parte
delle parti.
– L’avvio immediato degli sforzi di ricostruzione nelle aree distrutte
dall’occupazione, sotto un’amministrazione nazionale palestinese pura, libera da
qualsiasi tutela o interferenza esterna.
– Il rifiuto di qualsiasi tentativo di separare Gaza dalla Cisgiordania e la
cessazione di tutte le misure, politiche e decisioni razziste dell’occupazione
contro la nostra popolazione in Cisgiordania, a Gerusalemme e contro i
prigionieri. Ciò include la fine di raid, arresti, demolizioni e attività di
insediamento, nonché la fine delle violazioni contro i prigionieri e la garanzia
dei loro diritti e della loro dignità.
O masse incrollabili del nostro popolo…
Settantotto anni di Nakba, occupazione, massacri e assedio non sono riusciti a
spezzare la volontà del nostro popolo. Al contrario, esso ha consolidato la
propria identità di resistenza e la propria adesione ai diritti nazionali e
storici. Oggi, nonostante la guerra di sterminio e distruzione, il nostro popolo
continua con fermezza e risolutezza la sua legittima lotta fino alla liberazione
e al ritorno. Nel frattempo, la difficile situazione politica e morale
dell’occupazione si aggrava di fronte alla resilienza del nostro popolo e alla
crescente solidarietà internazionale con la Palestina. La sconfitta di questo
progetto coloniale sionista è più vicina che mai, grazie alla fermezza del
nostro popolo, all’intensificarsi della sua resistenza e al crescente isolamento
dell’occupazione dal resto del mondo.
Gloria ai martiri, libertà ai prigionieri, guarigione ai feriti e vittoria al
nostro popolo incrollabile fino al raggiungimento della libertà e
dell’indipendenza.
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Ufficio Stampa Centrale
15 maggio 2026
da Radio Onda d’Urto
Con il giornalista Giorgio Trucchi, collaboratore per Pagine Esteri dal Centro
America, abbiamo analizzato il contenuto dei 37 audio pubblicati da Hondurasgate
che svelano la trama ordita da USA, Israele ed Argentina per fare dell’Honduras
un polo strategico per mettere le mani sull’America Latina.
da Radio Blackout
Già dagli anni 70 e 80 del secolo scorso, l’Honduras ha ricoperto un ruolo
fondamentale, anche grazie alla sua collocazione geografica, per permettere agli
Stati Uniti di contrastare i movimenti armati di liberazione in Salvador e
Guatemala e la rivoluzione Sandinista in Nicaragua. Nuovamente il paese viene
cooptato per impedire qualsivoglia avanzata di movimenti sociali e di protesta,
così come organizzazioni politiche o di governo progressisti e di sinistra nei
paesi limitrofi.
In secondo luogo sul piatto torna la partita con la Cina: dall‘articolo scritto
per Pagine Esteri da Giorgio Trucchi si legge “Obiettivo immediato è frenare
l’espansione e il dominio cinese nella lavorazione dei minerali critici –
controlla circa l’85% della raffinazione delle terre rare del mondo –
intervenendo nelle zone di maggiore incidenza come lo è la regione
latinoamericana.“
Per chi volesse approfondire ulteriormente la notizia segnaliamo il
portale “Hondurasgate.ch” che riporta i file audio e il processo di verifica
dell’autenticità.
Due anziani benestanti vanno in crociera per sollazzarsi con il birdwatching di
specie rare, entrano in contatto con un virus zoonotico e contagiano vari
compagni di viaggio, oltre che a morire loro stessi. I biglietti per la crociera
costavano tra i 16 e i 25 mila euro. Il luogo in cui probabilmente è avvenuto il
contagio è una discarica, zona evitata come la peste dagli abitanti del
territorio.
L’incipit di quella che potrebbe essere una nuova pandemia globale è di per sé
piuttosto raccapricciante e tira in causa diverse questioni: chi viaggia e
perché, che significato ha oggi la circolazione delle merci e delle persone nel
mondo globalizzato, quali sono gli effetti delle catene del valore anche sulla
riproduzione oltre che sulla produzione. I circa 120 passeggeri della nave
Hondius sono poi stati evacuati, tornati rispettivamente nei loro luoghi di
provenienza (il che ha causato ulteriore circolazione dei contagi) per
quarantene fiduciarie e, al momento, l’OMS dichiara che il rischio sia piuttosto
contenuto per le caratteristiche del virus.
I giornali italiani si sperticano in esercizi retorici che fanno quasi
sorridere: la storia del 25enne calabrese prima contagiato e poi soltanto
(fortunatamente) in isolamento con la relativa sequela di smentite e,
parallelamente, il tono volutamente tranquillizzante “perché è diverso dal
Covid” “perché il virus lo conosciamo”, lasciano trapelare l’intento di mettere
le mani avanti e dire che “andrà tutto bene”, almeno questa volta. Le case
farmaceutiche che dal Covid hanno guadagnato milioni stanno già lavorando a un
nuovo vaccino, in primis Moderna che, in questi giorni, ha visto un salto in
borsa del 6%. Schillaci dichiara che “il rischio è basso ma siamo comunque
pronti”.
La domanda è: ma chi vi crede? Come si può ancora credere alla narrazione del
potere?
Due anni di pandemia da Covid e non c’è traccia di alcuna rielaborazione, né dal
punto di vista scientifico né medico, che possa condividere un bilancio su
quanto accaduto, mettendo a critica i limiti della gestione della pandemia.
Invece, chi ci ha guadagnato ci ha guadagnato, chi ci ha perso il lavoro e la
salute tanti saluti, chi ha provato a sollevare il tema della sanità
territoriale, dei fondi e delle mancanze strutturali all’italiana è stato
silenziato e ignorato (perché poi è venuta la guerra e i soldi servono per le
armi). Gli infermieri e i medici sono stati eroi per qualche giorno per poi
ricadere nell’inferno della quotidianità fatta di condizioni di lavoro
insostenibili che negano la possibilità di svolgere adeguatamente il proprio
ruolo. E chi s’è visto s’è visto.
L’unica soluzione propinata da chi avrebbe dovuto gestire la pandemia è stata
tecnica: un chiaro esempio di tecno soluzionismo che ha semplicemente diminuito
– a ragion veduta – la fiducia nella scienza e nella medicina, perché il
messaggio recepito è stato come il vaccino sia stato prima di tutto un’occasione
per guadagnare e speculare a livello mondiale capace di far fruttare ai Big
Pharma quattrini senza precedenti. Quella che era iniziata come una risposta
emergenziale è stata trasformata in struttura senza badare alle conseguenze e
per tutelare la possibilità di tornare a lavorare e a produrre, senza valutare
soluzioni alternative che pure in molti hanno proposto. Il tutto correlato da
casi come il Pfizergate, che aveva visto la Ursula Von der Leyen negare
l’accesso agli scambi di messaggi tra lei e l’AD dell’azienda ai giornalisti ma
anche dagli scandali delle case di comunità mai venute alla luce post pandemia,
utili solo a fare profitto per i soliti noti. Così come le dichiarazioni e le
azioni di chi avrebbe dovuto gestire l’emergenza ma si è lavato le mani della
salute pubblica sono state semplicemente archiviate (basti fare qualche nome per
quanto riguarda il caso piemontese dall’ex pm Rinaudo a Roberto Testi o al
sistema sanitario al collasso di intere regioni italiane commissariate da
tempo). Un esempio di prove generali di disciplinamento e di sorveglianza di
massa che hanno implementato la capacità e l’invasività del sistema
tecno-sorvegliante sulle vite di tutti e tutte. Chi mise a critica e si mobilitò
venne bollato a priori come complottista e ignorante. Il risultato fu quello di
dividere le persone ed aumentare la sfiducia generale e la confusione.
Non è qui tempo di fare previsioni se l’Hantavirus sarà la pandemia 2.0, cosa
che nessuno si augura, ma il punto è che nell’eventualità di una diffusione più
ampia del virus e, dunque, della necessità di mettere in campo un sistema di
gestione e contenimento del contagio, il terreno su cui ci si troverà sarà ancor
più costellato di contraddizioni e sfiducia totale nella scienza, nella tecnica
e nell’informazione. Il che, crediamo debba essere preso come un dato di fatto
con tutta la complessità che questo significa. Chi si chiede se questa nuova
“emergenza” sia stata confezionata ad hoc per distogliere l’attenzione dalle
questioni gravi della nostra epoca, come la guerra e il genocidio, ha
sicuramente una parte di ragione nel mettere in discussione una narrazione
dominante che non ha altri obiettivi se non quello di legittimare la catena di
comando. Anche se è altamente improbabile che sia stata creata a tavolino,
l’emergenza rappresenta sempre un’occasione di ristrutturazione ed ampliamento
del controllo per il sistema e la sua classe dirigente.
Se si volesse veramente affrontare il problema bisognerebbe innanzitutto fare un
bilancio serio della pandemia da Covid-19 e la sua gestione, e in più rendersi
conto che solo attraverso lo sviluppo di una capacità autonoma di chi sta in
basso di creare il proprio sapere e delle relazioni non mediate dal consumo si
potrebbe avere la capacità collettiva di affrontare nuove pandemie globali senza
cadere negli stessi errori del passato.
Siamo consapevoli dei rischi, ma i rischi derivanti dall’inizio e sono maggiori.
Di seguito ripubblichiamo il comunicato della Global Sumud Flottilla in partenza
dalle coste turche per procedere il viaggio verso Gaza. In vista delle date di
sciopero del 18 maggio e del 29, teniamo gli occhi puntati sulla missione!
“Abbiamo visto le conseguenze dell’inerzia, della complicità e della
partecipazione a livello globale alla violenza e all’occupazione sempre piu
estese del regime sionista.
Ci rifiutiamo di lasciare che la violenza abbia la meglio. Ci rifiutiamo di
normalizzare i crimini israeliani.
Mentre Israele porta avanti la sua occupazione genocida di Gaza, della
Cisgiordania e del Libano, estendendo i propri crimini alle acque europee, non
possiamo permetterci di fermarci.
Mentre il regime israeliano tiene prigionieri medici palestinesi da oltre 500
giorni senza processo e senza una fine in vista, non possiamo permetterci di
aspettare.
Ci rifiutiamo di restare a guardare di fronte al genocidio.
Alla popolazione assediata di Gaza e ai popoli occupati della Palestina e del
Libano: Oggi salpiamo.
Insieme continueremo a lottare, dimostrando che la solidarietà globale non può
essere fermata.”
Seconda visita di Trump – dopo quella del 2017 – a Pechino per un faccia a
faccia con Xj Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese.
da Radio Onda d’urto
Il vertice, annunciato e rinviato più volte, si terrà dalla serata del 13 fino a
venerdì 15 maggio.
Assieme a Trump diversi esponenti di peso della Casa Bianca e una ventina di Ceo
delle principali multinazionali Usa. Sul piatto, poi, le questioni
internazionali, a partire dall’empasse Usa nello Stretto di Hormuz, nell’ambito
dell’aggressione militare israeloUsa all’Iran, da cui Trump non ha idee di come
uscire. Da qui il tentativo di chiedere a Pechino di fare pressioni per un
accordo con Teheran, in virtù dei legami economici, militari e politici tra Iran
e Repubblica Popolare Cinese, oltre a quelli ancora più stretti che Pechino ha
con il Pakistan, mediatore della crisi.
Su Radio Onda d’Urto l’intervista, in vista del faccia a faccia Xi Jinping –
Trump a Pechino, al nostro collaboratore Dario Di Conzo, co-curatore di
Levante,docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea
all’Orientale di Napoli.
Lunedì 18 maggio ripartirà il dibattimento nel processo a carico di 26 imputat*
del Movimento No Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare
Neruda.
Per 16 persone, l’accusa è di associazione a delinquere, per aver partecipato
alle lotte sociali e ambientali che hanno animato Torino e la Val Susa.
Portiamo la nostra solidarietà dentro quell’ aula: siamo tutti e tutte
associazione a resistere!!
da Associazione a Resistere
Un nuovo terremoto giudiziario scuote il calcio professionistico italiano. Lo
scorso 24 aprile un avviso di garanzia ha raggiunto il designatore degli arbitri
di Serie A e Serie B, Gianluca Rocchi, indagato dalla Procura di Milano per
concorso in frode sportiva per fatti risalenti ai campionati 2023/24 e 2024/25.
In sintesi, l’accusa è quella di aver fatto pressione su alcuni colleghi
viziandone le scelte arbitrali e di aver favorito l’Inter con la designazione di
direttori di gara «graditi» al club milanese. Insieme a lui è indagato anche il
supervisore Var Andrea Gervasoni. L’inchiesta si regge principalmente su
intercettazioni ambientali e registrazioni dei dialoghi tra arbitri e sala Var
durante alcune gare di Serie A.
Nonostante al momento nella lista degli indagati non risulti nessun dirigente di
società calcistiche, le indagini vertono anche sui rapporti tra Rocchi e Giorgio
Schenone, addetto agli arbitri dell’Inter, e il fantasma di «Calciopoli» – lo
scandalo che a partire dal 2005 investì numerose società a partire da
intercettazioni tra l’allora designatore arbitrale Pairetto e i vertici del club
juventino – inevitabilmente aleggia. Partite truccate, favori arbitrali,
presunti sistemi di scommesse clandestine (vedi il caso Tonali/Fagioli
conclusosi con il patteggiamento dei due giocatori) non sono che le
manifestazioni più esteriori della corruzione sistemica dell’industria che
detiene il comando del calcio professionistico italiano.
In una fase in cui i diritti televisivi non rappresentano più l’introito
principale del sistema calcio globale, ma a fare da padrone è l’indotto delle
sponsorizzazioni, delle partnership commerciali con i colossi
dell’intrattenimento come Netflix (che ha appena acquistato i diritti del
videogioco della Fifa), del merchandising e del fumoso ma redditizio concetto di
esperienza, il calcio italiano prova a stare al passo con gli omologhi europei,
seppur con risultati non altrettanto redditizi. Se infatti la Premier League,
l’azienda leader del settore (perché di questo in fondo si tratta), ha sfiorato
i 10 miliardi di ricavi nell’ultima stagione, la Serie A si aggira attorno ai 3
miliardi. Ma al di là dei numeri che, al netto delle differenze, rimangono
stratosferici, la fase attuale porta con sé un cambio di paradigma che corrompe
– in maniera sempre più grottesca – il senso profondo dello «sport più amato
dagli italiani». Apripista della rincorsa al «modello britannico» è stata
senz’altro la Juventus, a partire dalla demolizione dello Stadio delle Alpi –
grande opera costruita in occasione di Italia ’90 nel quartiere Vallette – in
favore del più contemporaneo Juventus Stadium (ribattezzato Allianz Stadium nel
giugno 2017 in seguito alla vendita dei naming right al colosso tedesco di
assicurazioni), significativamente inaugurato l’8 settembre 2011 in concomitanza
con i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Più che uno
stadio dove andare a guardare le partite della squadra del cuore (da 45€ in su),
un grottesco ibrido tra un centro commerciale e un centro polifunzionale come
nella migliore tradizione dell’urbanistica post-industriale torinese, comprende
nel suo circondario il J-Museum, il J-Medical, il J-Village, il J-Store, ecc.,
diciture che rivelano l’elementare – quasi disperata – ricerca di una brand
identity.
Così, mentre i club e la Federazione tentano di imitare un modello nord-europeo
appiccicandolo in maniera posticcia al contesto casalingo (per effetto di un
conformismo tipico di chi non occupa la posizione di comando nella scala della
produzione di valore e di creazione di nuove forme di capitalismo) le falle
dell’intero sistema vengono a galla, tanto sul campo quanto fuori. Apoteosi di
un fallimento annunciato è l’ennesima (neanche più così) eclatante dêbacle della
Nazionale azzurra che per la terza volta di fila (cioè dal 2014) non si è
qualificata ai Mondiali. Annunciato perché la Seria A risulta essere il 49° su
50 campionati al mondo per percentuale di minuti giocati da calciatori al di
sotto dei 21 anni.Non è uno sport per vecchi, verrebbe da dire, ma è invece un
Paese dove la retorica sui giovani non ha limiti (non passa settimana senza che
il Presidente della Repubblica Mattarella non indirizzi loro un consiglio per
il futuro) e così la tiritera sull’Italia che «dovrebbe investire sui giovani a
partire dalle scuole calcio nei quartieri» è destinata a ricominciare come un
disco rotto, senza reali interventi in questa direzione da parte di un governo
che, nel pieno di una crisi globale e interna, abbozza in fretta e furia un ddl
di riforma del calcio, presentata dal senatore Paolo Marcheschi di Fratelli
d’Italia, dopo che il ministro dello Sport Andrea Abodi ha scaricato tutte le
responsabilità per la mancata qualificazione sulla Figc. Perché neanche nelle
peggiori previsioni il governo Meloni avrebbe potuto immaginare di passare alla
storia come l’unico governo ad aver mancato ben due Mondiali di fila; dopo aver
fatto dell’italianità (bianca e nazionalista) la propria ricetta per il futuro,
vede infatti sfumare nuovamente la possibilità di legittimarsi, per giunta
mentre i soldi per frenare l’impennata dei carburanti a causa della speculazione
scatenatasi attorno all’attacco statunitense all’Iran stanno finendo. Ed è
proprio sullo sfondo della crisi geopolitica globale che il calcio italiano fa
parlare di sé per questioni ben più imbarazzanti di una partita persa a
pallone.
Da quel dedalo senza fine che sono gli Epstein Files, al fianco
dell’imprenditore e compagno di Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani, qualche
settimana fa spunta un altro nome fino ad allora sconosciuto ai più: Paolo
Zampolli. Erede a 18 anni dell’azienda di famiglia Harbert, fondata dal padre
Giovanni e attiva nella distribuzione in Italia dei prodotti Hasbro dei
franchise di Guerre Stellari e Marvel, si trasferisce a New York a metà anni
Novanta dove in breve tempo diventa uno degli agenti di modelle più affermato.
Sarà lui in quegli anni a presentare Melania Knauss, oggi first lady, all’amico
Donald Trump con il quale collabora nell’ambito del mercato immobiliare d’élite.
Un’amicizia fortificata dopo che l’imprenditore milanese ha «coperto le spalle»
a Melania Trump durante la campagna elettorale del 2017 in cambio della promessa
di sostegno. Promessa che non si è fatta attendere dato che oggi Zampolli è
inviato speciale di Trump per le partnership globali. Ed è a questo punto che la
sua traiettoria si interseca con quella della Nazionale azzurra e del governo
Meloni; quando, all’apice del raffreddamento dei rapporti tra Trump e Meloni, –
determinata più dagli attacchi mediatici del tycoon che da una reale
dissociazione del governo italiano dalle politiche di guerra statunitensi – il
famigerato Zampolli tira fuori dal cappello la possibilità di un ripescaggio
della Nazionale azzurra agli imminenti Mondiali che si disputeranno negli Stati
Uniti e in Messico, al posto della Nazionale iraniana, regolarmente
qualificatasi, ma sulla cui partecipazione all’epoca aleggiavano dubbi più
consistenti di quelli attuali (nonostante ad oggi non siano ancora stati
validati i visti dei calciatori e l’Iran abbia sottolineato come si aspetta il
rispetto della bandiera e dell’inno nazionale). La Federazione Italiana Giuoco
Calcio, il ministro Abodi (con cui Zampolli si era incontrato qualche settimana
prima), lo stesso Trump bocciano l’idea bizzarra dell’impresario (ma tutto
sommato in linea con la spregiudicatezza mediatica della sua coalizione), il
quale ottiene l’unico risultato di attirare l’attenzione su di sé e vedersi
marcato ai fianchi da Report e le principali testate giornalistiche mondiali,
increduli di fronte a tanta fantasia. Più difficile invece per la Nazionale e
tutto il sistema calcio italiano buttarla in caciara di fronte a una vicenda
che, invece di distogliere l’attenzione dal fallimento sportivo e politico, non
fa che colorarlo di tinte ancora più imbarazzanti.
Ma la coalizione Epstein gode al suo interno di personaggi ben più influenti del
pur intraprendente Zampolli. È il caso di Gianni Infantino, presidente della
Fifa, federazione internazionale che governa il calcio a livello mondiale,
eletto nel febbraio del 2016 in seguito allo scandalo corruzione che travolge il
duo Blatter-Platini. Dirigente sportivo con passaporti svizzero e italiano,
Infantino non ha mai nascosto la sua simpatia e vicinanza politica con il
presidente Trump, tanto da aver partecipato alla riunione inaugurale del Board
of Peace nel febbraio del 2026 nel contesto del «Piano di Pace per Gaza».
Simpatia che è sfociata in bieco servilismo con l’istituzione del Fifa Peace
Prize, un premio evidentemente creato ad hoc per il tycoon, in seguito alla
bocciatura per il Nobel della Pace e poco prima dell’attacco all’Iran. Inutile
dire infatti che il primo vincitore è stato proprio Trump, premiato il 5
dicembre 2025 a Washington durante il sorteggio della fase finale per i
Mondiali. Ma non è l’unico trofeo Fifa a troneggiare nello studio ovale del
presidente; Infantino ha riservato all’amico la copia originale della Coppa del
Mondo per Club vinta nel luglio del 2025 dal Chelsea in seguito alla finale
disputata contro il Paris Saint-Germain nel MetLife Stadium in New Jersey alla
presenza del presidente Trump, il quale, con stupore dei giocatori della squadra
londinese, non resistette dal rimanere al loro fianco – a favore di telecamere
– nel momento clou della premiazione quando la coppa è sollevata dal capitano e
la squadra festeggia. Contro l’operato di Infantino si è addirittura
pronunciato il Sindacato Internazionale dei Giocatori, di certo non il sindacato
più combattivo esistente, ma un segnale significativo per un comparto perlopiù
alieno all’uso del sindacato come piattaforma rivendicativa. Ne è dimostrazione
il capitolo più grave della presidenza Infantino, quello legato allo
sfruttamento dei lavoratori immigrati e i morti nei cantieri per la costruzione
degli impianti del Mondiale poi disputatosi in Qatar nel 2022, di fronte alla
quale il presidente della Fifa minimizzò l’accaduto in virtù di un grande evento
desiderato da tutto il mondo e il mondo del calcio tacque.
Se dunque il calcio professionistico italiano vive un periodo di profonda crisi
identitaria e processuale, tra modelli di business esterofili, figuracce
internazionali e politiche miopi, ciò che emerge con forza e dignità è
l’universo sempre più vivace e cosciente delle esperienze di calcio popolare, le
quali non solo riportano lo sport e la socialità al centro della questione, ma
sono state anche in grado di organizzare la grande mobilitazione che ha visto
sfilare migliaia di persone contro l’ennesima partita giocata in Italia dalla
nazionale di calcio israeliana, lo scorso 14 ottobre 2025 a Udine. Nel pieno del
movimento blocchiamo tutto che riempì le strade di tutta Italia in quei mesi,
quella manifestazione, i cui numeri furono almeno il doppio dei seggiolini
occupati dentro allo stadio Friuli, ha riportato le persone che attorno allo
sport intessono relazioni quotidiane dal basso al livello di una risposta
collettiva e incisiva, oggi più che mai necessaria anche a partire dai campi di
calcio.
La violenza sui posti di lavori si muove su diversi livelli: da quello
quotidiano dello sfruttamento e dei sopprusi, a quello del braccio armato della
polizia che tutela gli interessi padronali.
da Radio Blackout
Desa, impresa chimica di detergenti, che produce anche per il marchio
Chanteclair, negli stabilimenti di Sant’Agata Bolognese è stata protagonista nei
giorni scorsi del licenziamento di un sindacalista del SiCobas, che ha fatto
seguito ad un momento di solidarietà con una lavoratrice aggredita verbalmente
da due responsabili durante il turno di lavoro.
Durante il picchetto del 7 Maggio organizzato per ottenere il reintegro dal
licenziamento, le cariche della polizia hanno costretto al ricovero due
lavoratori.
In diretta dai cancelli della fabbrica, dove anche oggi lavoratori, lavoratrici
e sindacalistx si sono trovati nuovamente per rispondere alla violenza messa in
campo da Stato e padroni, ricostruiamo cosa sta accadendo insieme a Tiziano, uno
dei coordinatori locali del SiCobas.
AGGIORNAMENTO: poche ore dopo la diretta, il presidio è stato sgomberato dalla
polizia che ha trascinato di forza i e le manifestanti smobilitando il
picchetto.