“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano
e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli
risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”.
di Paolo Lago da Carmilla
E probabilmente ha ragione perché i protagonisti del bel film Le città di
pianura (2025) di Francesco Sossai, Doriano detto Dori e Carlobianchi
(interpretati rispettivamente da due bravissimi Pierpaolo Capovilla e Sergio
Romano) sono due personaggi in continuo movimento, nomadici, legati strettamente
al territorio ma soggetti a una continua deterritorializzazione come i nomadi di
Deleuze e Guattari, esponenti di una nuova soggettività policentrica, queer e
metamorfica. Il loro movimento continuo attraverso le strade del Nord Est è un
espediente conoscitivo che non scaturisce da una volontà predeterminata ma dalla
casualità. Doriano e Carlobianchi si muovono esclusivamente per andare a “bere
l’ultima”, il cosiddetto “bicchiere della staffa” e per questo motivo sarebbero
capaci di spostarsi, in piena notte, da un capo all’altro della loro terra, il
Veneto. Perché Le città di pianura è un film strettamente legato al territorio,
un esperimento di mappatura dei luoghi – rigorosamente senza l’utilizzo di
Google Maps – che attua una riscrittura creativa del territorio stesso.
Contemporaneamente fiabesco e reale, quello spazio che pare scaturito da un
“capriccio” del Veronese che osserva Giulio (un altrettanto bravissimo Filippo
Scotti) nella villa del Conte, è forse allora il protagonista indiscusso del
film. I personaggi nomadici, lanciati in una dimensione picaresca on the road
alla ricerca del bicchiere della staffa, possiedono uno sguardo particolare –
forse magico e fiabesco – sullo spazio che attraversano, un po’ come Totò e
Ninetto nei film-fiaba di Pasolini (penso a Uccellacci e uccellini e a La Terra
vista dalla Luna), che si trovano a solcare le periferie romane nel momento
della trasformazione del boom economico. Fra cantieri e segnaletiche
strampalate, fra spazialità lancinanti che verranno cementificate, i due si
muovono come folletti straniti in un’età dominata da un cieco sviluppo.
Non troppo diversa è l’età, quella contemporanea, in cui si muovono Doriano e
Carlobianchi: anche adesso il territorio appare continuamente soggetto a scempi
paesaggistici, a distruzioni, a cambiamenti inaspettati. Fiabeschi e marginali,
a volte i due si trovano in mezzo a personaggi ancora più straniti, ma stavolta
in senso negativo (ma che pure si pensano ‘normali’), storditi e ‘zombificati’
dallo sviluppo e dal conformismo. Come nel momento in cui si recano nel locale
in stile far west lungo la strada per Venezia dove, sorseggiando una birra,
Doriano osserva: “Sembra di stare negli Stati Uniti”. E in effetti si trovano in
mezzo a ragazze con cappelli da cow boy che si muovono meccanicamente al suono
di folk music, fra musicisti agghindati anch’essi alla cow boy e bandiere
americane. Le persone spente, stranite e zombificate che si trovano nel locale
sono forse una metafora della società contemporanea, dell’incapacità degli
individui di sentirsi vicini al proprio territorio in modo positivo e
propositivo. Forse, invece, i frequentatori del locale sono capaci di essere
vicini al territorio solo in modo deleterio e negativo, con tutte le
implicazioni sovraniste, razziste e leghiste, un po’ come i frequentatori dei
bar che si lamentano delle gestioni cinesi in un altro bel film ambientato nel
Nord Est, Io sono Li (2011) di Andrea Segre. Mentre loro sono dentro a stonarsi
nel loro universo fatto di America e di cow boys, fuori dal locale Carlobianchi
si fa offrire una sigaretta da un curioso personaggio, un tedesco che gira
l’Italia per vederla prima che gli italiani la distruggano e che sta cercando il
cantiere dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, che sembra un aggiornamento
4.0 dei cantieri solcati da Totò e Ninetto nei film di Pasolini. Mentre una gran
parte di paese passa il suo tempo nell’indifferenza e nel qualunquismo, quello
stesso paese viene progressivamente vandalizzato e devastato dal potere, con la
tacita connivenza di molti.
Nel loro movimento continuo, i personaggi sembrano poi metamorficamente assumere
connotazioni provenienti da altre storie e da altri film. Ad esempio, quando
‘agganciano’ Giulio, giovane studente di architettura, in una Venezia notturna
alla festa per la laurea di Giulia Antonia, di cui è segretamente innamorato, i
due assomigliano un po’ al Bruno Cortona-Vittorio Gassman in Il sorpasso (1962)
di Dino Risi che, a sua volta, ‘aggancia’ e si porta con sé il timido Roberto
Mariani (Jean-Louis Trintignant), innamorato di una sua compagna di università
che vive in Versilia. Come il personaggio di Trintignant (ma in una storia,
stavolta, con happy end), Giulio è sempre sul punto di abbandonare i due per
tornarsene a casa, alla sua vita ‘seria’ fatta di studio. Senonché, i due
fiabeschi folletti avranno il compito di incoraggiarlo e di instradarlo verso la
sua amata che, guarda caso, abita a Verona, città da innamorati. Nel momento in
cui Giulio sale sul treno per recarsi dalla ragazza non riesce a capirsi con
Carlobianchi, che gli dice qualcosa quando le porte sono già chiuse; allo stesso
modo, alla fine di La dolce vita (1959) di Federico Fellini, Marcello (Marcello
Mastroianni) non riesce a capire le parole di una ragazza che gli parla da
lontano sulla spiaggia. Carlobianchi, poi, nella sua continua ricerca di
sigarette che non compra perché – dice – “io non fumo”, può far pensare al
personaggio di Domenico (Erland Josephson) in Nostalghia (1983) di Andrej
Tarkovskij, che chiede sempre una sigaretta perché non fuma dicendo: “bisogna
imparare a non fumare, bisogna imparare a fare le cose importanti”.
Dori, Carlobianchi, Giulio e anche Genio (Andrea Pennacchi), il vecchio amico
tornato dall’Argentina, sono legati al territorio ma anche estranei: se Dori e
Carlobianchi sono fiabescamente marginali, Giulio, studente di architettura a
Venezia, è ‘straniero’ in quanto napoletano e Genio ritorna come un forestiero
dopo un lungo soggiorno in Argentina. Lo vediamo in immagini poetiche mentre
attraversa territori sconfinati insieme ai lavoratori del posto, o sperduto in
bivacchi notturni dove, appunto poeticamente, la sua figura potrebbe evocare i
versi di Dino Campana dedicati al periodo trascorso dal poeta in Argentina:
“Quiere Usted Mate? Uno spagnolo mi profferse a bassa voce, quasi a non turbare
il silenzio della Pampa. Le tende si allungavano a pochi passi da noi seduti in
circolo in silenzio guardavamo a tratti furtivamente le strane costellazioni che
doravano l’ignoto della prateria notturna” (D. Campana, Canti orfici, Rizzoli,
Milano, 1989, p. 183).
E il territorio, sotto lo sguardo dei personaggi, non cessa di cambiare.
Spariscono vecchi luoghi del cuore, autentici e popolari, stritolati dalla
macina sfrenata dello sviluppo, come la trattoria della Mery dove i tre amici si
recavano a mangiare le lumache mentre le vecchie case vengono abbandonate e
nuove autostrade e veloci vie di comunicazione si apprestano a devastare antichi
giardini e ville storiche. La narrazione on the road di Le città di pianura
srotola un movimento picaresco che fotografa in tanti flash il territorio del
Nord Est e i suoi spazi, lembi di terra ormai preda del degrado e della
solitudine, specchio dell’intero paese. Per guardare allo spazio circostante i
personaggi sembrano scegliere una specie di contro-spazio, la Tomba Brion,
costruita dall’architetto veneziano Carlo Scarpa e rimasta incompiuta, che si
configura quasi come una eterotopia foucaultiana. Da questo luogo ‘altro’,
diverso, separato dal contesto quotidiano, Doriano e Carlobianchi, insieme a
Giulio, scrutano campi abbandonati e villette a schiera tutte uguali che si
susseguono nella eterna periferia delle “città di pianura” del Nord Est. Città
blandite e ferite, come la working class che le abita, da crisi su crisi e da
cinici esponenti del capitale come il Cavalier Fadìga (Roberto Citran), pronto a
premiare, appunto cinicamente, l’operaio Sossai (che ha lo stesso nome del
regista) nel giorno del suo pensionamento.
Eppure, lo sguardo incantato dei personaggi, perennemente on the road per andare
“a bere l’ultima”, sembra poter sovvertire qualsiasi convenzione e
normalizzazione, qualsiasi cinismo nascosto nelle pieghe della calma piatta
quotidiana. Perché la stessa passione per il bere che li caratterizza, più che
un vizio moralisticamente da condannare, appare come un ulteriore legame
culturale con lo spazio che li circonda e una spinta aperta alla
socializzazione, in una successione pressoché infinita di incontri, contro
l’individualismo imperante. “Andiamo a bere l’ultima?” è la risposta popolare e
sociale, intrisa della cultura del popolo, all’individualista, volgare, elitaria
e ignorante “Milano da bere” degli anni Ottanta. La ricerca continua del
“bicchiere della staffa” sembra assumere i tratti della ricerca dell’”antica
festa” in un mondo ormai ‘tecnicizzato’, secondo quanto scrive Furio Jesi
riguardo alla trilogia La bella estate (1949) di Cesare Pavese. Come nota Jesi,
“le «feste» dei tre romanzi sono le lunghe veglie in compagnia, nelle ore
notturne in cui i personaggi si uniscono e continuano a camminare per la città e
per la collina, esitando sempre all’istante di lasciarsi, prolungando fino
all’alba quell’essere desti insieme che nell’antichità era condizione festiva,
ma coincideva con l’attesa e la celebrazione di un’epifania oggi impossibile”
(F. Jesi, Letteratura e mito, Einaudi, Torino, 1968, p. 163). La ricerca
dell’ultimo bicchiere è quasi un legame impossibile con il mito, il
prolungamento di una socialità arcaica sconosciuta all’universo della tecnologia
che devasta gli spazi in nome del profitto e che, dopo avere cementificato
quegli stessi spazi, ha costretto gli individui nelle solitudini domestiche di
fronte ad apparecchiature elettriche ed elettroniche, che siano il televisore
degli inizi, lo smartphone o una smart TV con piattaforme a pagamento; è il
legame diretto con le dinamiche ancestrali del saper stare insieme oggi
inesorabilmente perdute. Lo sguardo dei personaggi, tra una birra, un vinello e
una grappa, legge, mappa e ama follemente il territorio e la sua gente, almeno
fino alla prossima devastazione.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da
Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo
sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in
partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata.
All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo
palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi
Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna
Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque
esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas.
Di Lisa Ferrelli da Sardegna oltre la cronaca
Dentro è fuori. L’antropologo francese Marc Augé inserisce anche gli aeroporti
nella categoria dei cosiddetti “non-luoghi”. Imbarco, sbarco, controlli. Spazi
alienanti e transitori in cui le persone che li attraversano vengono inglobate
tendendo all’anonimato e diventando – in questo caso – passeggere. Quello che
però sostiene chi critica la teoria dei non-luoghi di Augé, è che qualsiasi
luogo, anche quello più asettico, può assumere un significato particolare per un
gruppo di individui. E che il concetto di vuoto sociale, nello sguardo che
considera l’essere umano come animale sempre relazionale (con la vita così come
con l’ambiente in sé), difficilmente sussiste.
Domenica mattina, l’aeroporto di Cagliari Elmas è stato tutto fuorché un
non-luogo. La chiamata alla mobilitazione è arrivata da Unica per la Palestina,
collettivo informale di studenti e studentesse dell’Università di Cagliari nato
per fermare gli accordi tra UniCa e Israele, in solidarietà col popolo
palestinese. “Scendiamo in piazza come fronte unito in diverse città sarde –
scrivono – per manifestare contro la presenza sionista nelle nostre università,
contro il turismo sionista e contro i gravi fenomeni che brutalizzano il nostro
territorio”.
L’appuntamento nello scalo sardo era legato alle proteste conseguenti l’arrivo
(iniziato da circa un mese) di voli provenienti da Tel Aviv. Il sospetto di chi
manifesta è che a bordo vi siano riservisti dell’esercito israeliano
accompagnati dalle famiglie per trascorrere un periodo di “decompressione” in
Sardegna, ma non solo. Ancora prima, è il collegamento diretto tra la Sardegna e
la città israeliana ad alimentare la base del dissenso, dal punto di vista del
“legame” con uno stato accusato di genocidio ma anche rispetto a un’altra
questione, forse la più centrale di tutte: la partecipazione di civili
all’attività militare è considerata un tratto distintivo e identitario della
storia di Israele.
È previsto infatti un servizio militare obbligatorio a partire dai 18 anni (2
anni e 8 mesi per gli uomini e 2 anni per le donne) che riguarda anche i
cittadini israeliani all’estero e chi ha doppio passaporto. Tracciare quindi una
linea tra civili e militari, tra chi è parte attiva o meno dell’oppressione del
popolo palestinese (considerato anche il fatto che dopo il periodo di leva
obbligatoria si viene solitamente inseriti nelle liste dei “riservisti”, pronti
ad essere mobilitati in caso di necessità) può essere difficile. Ma il tempo del
genocidio non ammette indifferenza, soprattutto tra le fila di chi cerca di
porre l’attenzione verso la sistemica negazione del diritto
all’autodeterminazione che caratterizza da decenni la vita delle persone
palestinesi. E la complessità ottiene quindi come reazione un messaggio che
passa in maniera univoca e che accoglie chiunque esca dal terminal arrivi.
“Sionisti andate via”, “Stop al genocidio, sionisti ammazza bambini”.
LA CRONACA DEI FATTI
Dentro, al piano terra dell’aeroporto Mario Mameli di Elmas, i passeggeri del
volo in arrivo da Tel Aviv escono dall’area extra-Schengen. Il volo LY05487
atterra alle 9:35. Ad accogliere chi arriva c’è una comitiva di circa cinque
persone, due di loro sventolano una piccola bandiera israeliana. Le porte si
aprono e sono loro a salutarli e a dargli il benvenuto in terra sarda. Una delle
prime persone a varcare la soglia è una donna, ha con sé una grande valigia
scura. La comitiva la accoglie e la informa del fatto che nello spazio esterno è
in corso una manifestazione pro Palestina, suggerendole altre uscite. «Io sono
italiana ma amo Israele – risponde – allora uscirò così». Si inchina, apre la
valigia e tira fuori una bandiera israeliana dirigendosi verso l’uscita,
nell’applauso della comitiva di supporters. Con una mano tiene il bagaglio, con
l’altra sventola il vessillo bianco e blu.
Fuori, nel marciapiede esterno tra l’ingresso A e l’ingresso B dell’area arrivi,
è il luogo del dissenso. La donna esce, alza in alto la bandiera mentre quelle
che in totale sono una quarantina di persone in protesta sventolano bandiere
palestinesi, tengono alti vari striscioni e gridano in coro. “I criminali di
guerra non sono benvenuti”, “Palestina libera”, “Vergogna”. Lo scontro è
verbale, ma la Polizia si frappone mantenendo le distanze. La donna ride e manda
baci ai manifestanti. Tra questi ultimi c’è chi si rivolge al dispiegamento di
forze dell’ordine (una ventina di agenti della Polizia di Stato, con la Digos
presente sul posto) chiedendo perché non interrompano la provocazione. La
risposta ribadisce le disposizioni emanate 24 ore prima: “non potete inseguire
le persone”.
Le prescrizioni della Questura volte a garantire “i rigorosi standard di
sicurezza, fluidità della circolazione pedonale e veicola” dell’aeroporto,
circoscrivono tempi, luoghi e modalità di svolgimento della manifestazione. I
partecipanti dovranno permanere “esclusivamente” sul marciapiede esterno
dell’area arrivi. Non si possono seguire o affiancare i passeggeri, la protesta
deve essere statica, non sono ammesse forme di contestazioni “dirette” nei
confronti dei passeggeri. E i volti devono essere scoperti. Le forze dell’ordine
filmano ogni minuto della protesta ma per l’occasione «non c’è un’organizzazione
particolare», spiegano. «Anche perché la situazione è abbastanza tranquilla, si
vuole garantire il dialogo». Nel frattempo, il numero di persone che varcano la
soglia degli arrivi aumenta.
Dentro, la comitiva filo-israeliana resta in postazione, bandierine alla mano.
Ribadiscono il loro benvenuto: alcuni ricambiano, altri no. Si guardano intorno,
ma non vogliono parlare. Anzi. Evitano domande però chiedono di “provare” che
chi scrive sia davvero una giornalista: «Ma io non ci credo», ridono. Uno di
loro scatta delle foto, segue e punta l’obiettivo sulla giornalista in modo
continuativo, all’interno dell’area aeroportuale così come all’esterno, restando
per diverso tempo a distanza ravvicinata. Alla richiesta sul perché insista col
seguire e scattare, risponde: «Perché faccio quello che voglio». Una condotta
che sembrerebbe travalicare la generica documentazione dell’evento.
Nel frattempo, fuori, la protesta non si ferma. Un uomo esce dalle porte
scorrevoli dell’aeroporto, attraversa il presidio e, senza fermarsi, sibila:
«Stupidi». Pochi minuti dopo una donna sfila davanti ai manifestanti sollevando
una collana con quella che appare come una stella di David; ride in faccia al
gruppo. Le risposte restano corali: bandiere al vento, striscioni in alto.
«Pace, giustizia e libertà per il popolo palestinese», recita un cartello. «A
foras sos sionistas», si legge su un altro. Spunta anche «baby killers», in
riferimento a quanto di recente confermato anche dalla Commissione
internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu. Bambini e bambine palestinesi
sarebbero stati deliberatamente presi di mira e uccisi da forze di sicurezza
israeliane, elemento – sostenuto da prove – ritenuto rilevante per valutare
l’intento genocida. “Una strategia per distruggere la continuità biologica e
l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”, si legge nel rapporto.
Non mancano però anche attestazioni di solidarietà: alcune persone che lavorano
in aeroporto si fermano e, a margine, esprimono accordo con il presidio,
prevedendo un’estate segnata da «queste tipologie» di nuovi arrivi. L’aria, nel
caldo di fine mattina, pulsa sul coro: «Pa‑le‑sti-na li‑be‑ra». Sono le 11:30 e
le persone in protesta lentamente, se ne vanno.
(NON) LUOGO
Dentro è fuori, e viceversa. La Palestina entra ed esce dai terminal insieme ai
passeggeri diventando causa universale, senza sospensioni. La continuità del
transito incontra la continuità del dissenso, secondo l’idea che nemmeno (o
forse, soprattutto) un aeroporto debba restare neutro: in tempi di genocidio,
anche i luoghi di passaggio possono diventare luoghi di posizionamento. È lo
sguardo a determinarli.
Ripubblichiamo di seguito il comunicato dei Si Cobas Torino
POLIZIA CONTRO OPERAI IN SCIOPERO LA LOTTA VA AVANTI
Ancora un tentativo di sgombero del presidio dei lavoratori In’s nel polo
logistico di Tortona (AL) al sesto giorno di sciopero: ma il presidio operaio va
avanti.
La nostra organizzazione sindacale continua a rivendicare forti miglioramenti
delle condizioni di vita e provvedimenti contro il capo responsabile della ditta
Man Hand Work che provoca con insulti razzisti e minacce aggressive attaccando
lavoratori e sindacalisti.
Violenza poliziesca, repressione di stato, rappresaglia padronale: ecco la
risposta della prefettura e della questura di Alessandria alle giuste richieste
degli operai.
Prima le denunce, le multe e i fogli di via contro i sindacalisti: ora
addirittura le camionette blindate della celere e gli agenti armati in assetto
antisommossa nel tentativo di sgomberare i lavoratori pacificamente seduti per
terra in protesta per salario, diritti e dignità.
Il capo responsabile aziendale continua a provocare gli operai e l’altra notte
(il presidio andava avanti da 17 ore) ha tentato maldestramente di aggredire gli
scioperanti per di più un combutta con altri sgherri dell’azienda.
Il sindacato ribadisce di non accettare queste azioni di violenza contro i
lavoratori e di respingere ogni attacco alle le lotte operaie, perciò rilancia
la difesa del diritto di sciopero a partire dall’assemblea nazionale del 27
giugno a Milano, inoltre denuncia che lavoratori operanti su altri appalti sono
stati trasferiti a Tortona per sostituire illegalmente gli operai in sciopero.
In una fase della crisi in cui i settori piú reazionari e non solo da destra
soffiano propagandisticamente sul fuoco della “guerra tra poveri” e mediatizzano
l’odio razziale al grido di “reimmigrazione”, anche le grandi aziende e i
giganti multinazionali a partire dalla logistica provano ad approfittare del
clima antioperaio a antimmigrati peggiorando le condizioni di vita dei
lavoratori e delle avanguardie operaie: soprattutto quei lavoratori spesso
immigrati capaci di unirsi e organizzarsi nel sindacato di classe portando
avanti la lotta sul luogo di lavoro per rompere una schiavitù di
iper-sfruttamento, precarietà e caporalato.
Nonostante questo nuovo violento tentativo di sgombero, il presidio operaio è
ripreso e lo sciopero continua finché non verranno prese misure immediate e
concrete da parte dell’azienda per far finire i comportamenti vessatori,
antisindacali e razzisti dei loro capi e capetti.
AVANTI FINO ALLA VITTORIA
CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI
Negli scorsi giorni si sono tenuti dei picchetti in solidarietà a due lavoratori
del ristorante Meat-To a Torino. Da diverse settimane viene denunciata una
situazione di lavoro inaccettabile da parte dei lavoratori sindacalizzati con la
CUB: si parla di lavoro 7/7 senza riposi e paghe orarie di 4 euro l’ora.
Riprendiamo di seguito le rivendicazioni dei lavoratori, diffuse da
Colpo.Torino, CUB – immigrazione, Flaica CUB, Collettivo Ujamaa, Voci Migranti.
I lavoratori sono stati sostenuti da un presidio composito organizzato dalle
diverse realtà cittadine sia sindacali che non per sollevare la centralità della
questione dello sfruttamento nell’ambito della ristorazione.
* Riconoscimento del contratto full-time e a tempo indeterminato
* 8×5 : lavoro per otto ore su cinque giorni
* Per il riconoscimento delle ore realmente lavorate e relative maggiorazioni
* Contro ogni forma di discriminazione e repressione sindacale
* Per il rispetto dei diritti di chi lavora nella ristorazione
Qui l’indizione dello sciopero:
MEAT.TO: UN BUFFET DI SFRUTTAMENTO!
I lavoratori di MEAT.TO in sciopero hanno finti contratti part-time ma in realtà
ogni settimana lavorano 55 ore o più, 7 giorni su 7, anche su turni spezzati.
La loro paga è di circa 4 euro l’ora al fronte di un ciclo lavorativo che dura
tutta la settimana e che li tiene sfruttati e rinchiusi come in galera sul loro
posto di lavoro.
Due lavoratori bengalesi, Sawon e Pranto, hanno avuto il coraggio aprire una
vertenza sindacale a cui l’azienda ha risposto subito col licenziamento,
provvedimento ritirato poi ritirato poichè illegittimo. Ora la lotta continua e
i lavoratori hanno deciso di scioperare, con la volontà di cambiare contratto e
vita!
Rivendichiamo:
IL RICONOSCIMENTO CONTRATTUALE DI TUTTE LE ORE LAVORATE!
8×5: OTTO ORE DI LAVORO PER 5 GIORNI LA SETTIMANA PERCHÉ IL RIPOSO È UN DIRITTO
DI TUTT*!
TEMPO INDETERMINATO PERCHÉ LA PRECARIETÀ RENDE SCHIAVI!
IL RICONOSCIMENTO DI TUTTE LE ORE PREGRESSE E RELATIVE MAGGIORAZIONI PERCHÉ IL
LAVORO SI PAGA!
LA FINE DELLA DISCRIMINAZIONE E REPRESSIONE SINDACALE.
PERCHÉ L’ORGANIZZAZIONE È LA MIGLIORE ARMA DEI LAVORATOR*!
CUB Immigrazione
COLPO Coordinamento lavoro precario organizzato
Comitato cittadino per le voci migranti
Collettivo Ujamaa
Ci viene inviato e ripubblichiamo volentieri questo articolo del Gruppo
d’Intervento Giuridico che fa il punto sui progetti previsti sul territorio
sardo, in particolare a Cala Finanza. Si parla di speculazione immobiliare e di
processo di cementificazione violentissimi, portati avanti dalla società
Tavolara Bay che ha l’obiettivo di costruire mega resort di lusso per extra
ricchi, il tutto chiaramente in “sintonia con la natura”, come viene da loro
stessi dichiarato. Gli speculatori immobiliari vengono sostenuti da contributi
pubblici, come ha scritto il GrIG in un altro articolo che si può leggere qui.
La mobilitazione dal basso che si sta creando sta mettendo in crisi un sistema,
il che va sostenuto e diffuso il più possibile.
Il Gruppo Tutela Territorio Sardo – Gruttes Oristano chiama una manifestazione
questo mercoledì 1 luglio, di seguito l’indizione.
Nonostante i tentativi di calmare il dissenso, per il fattaccio di #CalaFinanza
non si è ancora trovata una soluzione definitiva.
Non possiamo fermarci adesso, non basta chiudere la stalla dopo che i buoi sono
scappati.
Il popolo sardo e tutti quelli che lo sostengono nella difesa della natura
dell’isola, vogliono risposte chiare!
I teatrini li abbiamo visti: gli scarica barile, i tentativi di sganciarsi dalle
responsabilità del Comune, ma anche il dietro front della società brasiliana per
ottenere il minimo ma mettere comunque un puntello su un’area bella quanto
delicata.
Cala Finanza è ancora sul tavolo degli speculatori.
La nostra voce deve farsi sentire.
Non ci lasciamo comprare.
Non ci lasciamo ammansire.
Non ci lasciamo fermare.
Contro ogni tipo di speculazione,
ci vediamo a Cala Finanza il primo luglio.
La vicenda della speculazione immobiliare sul litorale gallurese fra Cala
Finanza e Punta La Greca, davanti all’Isola di Tavolara, è sempre più ricca di
particolari e colpi di scena, da far invidia a una delle
migliori telenovelas carioca.
La decisione di revocare la delibera consiliare n. 50 del 25 novembre
2025, annunciata dal sindaco Lai durante la riunione del Consiglio comunale di
Loiri Porto San Paolo del 25 giugno 2026, equivale a chiudere la stalla quando i
buoi sono scappati, senza che si determini alcuna conseguenza pratica.
deliberazione-consiglio-comunale-loiri-porto-s.-paolo-n.-50-del-25-novembre-2025-1Download
La tecnica è sempre quella utilizzata nelle ultime settimane: gettare fumo negli
occhi, per giustificare ad ogni costo i propri comportamenti.
Dire “ci siamo sbagliati”, sarebbe, invece, il modo migliore per dimostrare
buona fede, e rassicurare i cittadini sulle proprie intenzioni future.
Quella delibera era in sostanza un parere in sede di conferenza di servizi dato
alla Struttura di Missione ZES, che l’ha utilizzata per concedere
l’autorizzazione unica ZES n. 74 del 9 febbraio 2026 in favore della Tavolara
Bay s.r.l., non un provvedimento di variante.
Su quell’atto, che il sindaco ha proposto al Consiglio comunale, ha cambiato
versione almeno due volte.
In un’intervista a La Nuova Sardegna, del 7 giugno scorso, aveva esaltato il
“modello Phi Beach“ per Cala Finanza. Da un po’ di tempo, sostiene che serviva a
“beneficiare” i cittadini, con il 50% dell’area di Tavolara Bay da destinare a
parco pubblico, come prevede il PUC per la sottozona F2, che il Consiglio
comunale ha proposto, al posto della sottozona F4, originariamente richiesta
dalla società.
Loiri Porto S. Paolo, Cala Finanza, taglio macchia mediterranea (fine marzo
2026)
Peccato che, nella citata delibera, la parola “parco” non comparisse neanche. Il
PUC effettivamente prevede, per le sottozone classificate in questo modo, quello
che ha scoperto il sindaco, subordinandolo però ad un piano attuativo.
Ma per Cala Finanza, che costituisce un’area boscata naturalisticamente integra,
sarebbe un netto peggioramento anche rispetto al progetto della società, il
quale interviene su una porzione dell’area inferiore al 50%, determinando una
completa e disastrosa antropizzazione di tutta la parte rimanente.
La delibera esprimeva, invece, un parere “favorevole all’iniziativa” della
società Tavolara Bay, e motivava la proposta di classificare l’area come
Sottozona F2 – Insediamenti turistici spontanei, non con il parco, ma con la
presa d’atto che non erano previsti “nuovi volumi e/o nuove aree edificabili”.
E il glamping?
La delibera non se ne era affatto dimenticata, ma assumeva la tesi della
società, che l’amovibilità e la temporaneità dei bungalow consentisse di non
considerali come “nuovi volumi”.
Esattamente l’opposto di quanto era scritto, nel parere tecnico della dirigente
del servizio urbanistico del Comune, che la portava a rilevare l’impossibilità
di esprimere un parere favorevole all’iniziativa.
E l’opposto di quanto sostenuto dalla Regione, dalla Soprintendenza e dal Corpo
forestale e di vigilanza ambientale, cioè da tutti gli enti che hanno
contrastato, con i fatti e non con le parole, la sciagurata iniziativa della
Tavolara Bay.
comunicato stampa JSHF del 21 agosto 2024
Anche le dichiarazioni di Thiago Alonso de Oliveira, CEO di JHSF Partecipacoes
UK, a La Nuova Sardegna di giovedì 25 giugno, hanno solo lo scopo di confondere
le acque.
Leggendole, sembra che la società voglia rinunciare al glamping, proclamando che
a Villa Joy non ci sarà neppure un metro di cubatura in più, e la struttura
rimarrà com’è, con la sola conversione della destinazione d’uso, da residenziale
a ricettiva.
pallottoliere, utile pure per contare i metri cubi
Chiunque affermi che il progetto immobiliare in questa sola prima fase “non
preveda un metro cubo in più” racconta una favola: “la realizzazione, nella
parte del terreno a est delle ville, di una struttura ricettiva definita
‘glamping’ costituita da 7 moduli abitativi amovibili a uso camere e 2 a uso
ufficio, e delle relative opere di urbanizzazione (rete fognaria, idrica ed
elettrica).
I moduli abitativi, previsti ad una distanza dal mare che oscilla tra 20 e i 40
m, hanno dimensione di circa 6 x 3 x 2,40 m (h interna) ciascuno, una superficie
di 18 mq e un volume di circa 54 mc (con altezza da terra di circa 3,00/3,10 m),
poggiano su una pedana in legno e la copertura è piana, in legno; la parete
posteriore è in alluminio piena e le tre pareti laterali sono in vetro
antiriflesso.
All’interno trovano spazio la stanza e tutti gli impianti. I moduli abitativi
saranno collegati all’area delle ville da un sentiero realizzato su fondo
naturale e stabilizzato con ghiaia della larghezza di circa 4 m e lunghezza di
circa 325 m, di cui 150 m esistenti e 175 m di nuova realizzazione. Sopra il
percorso verrà realizzata una passerella in legno, ancorata al terreno senza
l’ausilio di nessuna base in cemento e sopraelevata, che fungerà da supporto per
le reti di sottoservizi (rete elettrica e rete idrica).” (nota Direzione
generale Pianificazione Territoriale e Vigilanza Edilizia RAS prot. n. 15995 del
26 marzo 2026).
Ogni “modulo abitativo” significa 54 metri cubi in più, sette “moduli abitativi”
significa 378 metri cubi in più.
Il resto sono favole.
Il 5 giugno scorso, Tavolara Bay aveva già depositato al TAR una dichiarazione
formale, contenente l’impegno ad “astenersi dal porre in essere gli interventi”
a Cala Finanza,per tutta la stagione estiva 2026 (decreto presidenziale T.A.R.
Sardegna, Sez. II, 6 giugno 2026, n. 150).
Cagliari, sede del T.A.R. Sardegna (Piazza del Carmine-Via Sassari)
È in relazione a questa dichiarazione,che il TAR ha evitato di concedere la
sospensiva chiesta dalla Regione.
Se quella che allora era (ed è) una sospensione, fosse davvero diventata
una rinuncia al glamping, la società avrebbe davanti a sé una via molto
semplice: comunicare alla Struttura di missione della ZES unica che non intende
più avvalersi della variante urbanistica che le è stata concessa, se non per la
villa e le sue immediate pertinenze.
Noi del GrIG la sfidiamo a farlo, se vuole essere creduta.
In caso contrario, sarà chiaro a tutti, che l’intento è semplicemente quello di
tacitare le opposizioni al progetto, cosa peraltro molto difficile, in attesa
dell’udienza del TAR dell’8 luglio prossimo, dove il GrIG ci sarà.
E l’1 luglio 2026 si tiene la presentazione cagliaritana del processo di
revisione del vigente piano paesaggistico regionale (P.P.R.), fondamentale
strumento di salvaguardia del territorio costiero, che dovrebbe esser esteso
all’intera Isola. E il GrIG sarà anche in quella sede.
Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)
La Nuova Sardegna, 27 giugno 2026 Cormorano (Phalacrocorax carbo)
(foto per conto GrIG, S.D., archivio GrIG)
Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele
e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti.
Da Radio Blackout
Il cuore del trattato prevede il disarmo totale di Hezbollah da parte
dell’esercito libanese, che dovrebbe riacquisire il controllo del sud del paese.
Tuttavia, il ritiro delle forze di occupazione sionista (IOF) avverrebbe solo
dopo la verifica del disarmo da parte di Israele, con la concreta possibilità
che questo non avvenga e che la fascia lungo il confine meridionale, la
cosiddetta “zona cuscinetto” resti sotto occupazione sionista.
I giornali si sono affrettati a definire questa intesa come “primo passo verso
la pace tra Beirut e Tel Aviv”, mentre le fazioni della resistenza libanese e
palestinese l’hanno additata come “una resa a Israele“. Migliaia sono stati i/le
manifestanti che sono scesi in piazza a Beirut, accusando il governo del
presidente Joseph Aoun di aver ceduto alle pressioni di Washington.
Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e giornalista
per Il Manifesto.
La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno
caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il
messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.
Immagine di copertina: Una protesta in solidarietà con i lavoratori portuali di
Genova e la loro opposizione alle spedizioni di armi verso Israele. (Foto: via
USB)
Di Michael Leonardi – 21 giugno 2026
Mentre la campagna genocida di Israele continua, con oltre 70.000 palestinesi
Massacrati a Gaza e la sua aggressione che ora si estende al Libano, un nuovo e
potente Fronte di Resistenza sta emergendo nei porti del mondo. Lavoratori
portuali, camionisti e attivisti solidali si rifiutano di essere complici della
Macchina di Morte, bloccando fisicamente le spedizioni di armi e smascherando le
catene di approvvigionamento globali che alimentano guerre senza fine e traggono
profitto dai Massacri di Massa.
Queste azioni non sono gesti simbolici. Stanno elaborando una strategia per
soffocare la Macchina da Guerra e smantellare l’Economia del Genocidio nei suoi
anelli più deboli. Ma per avere successo, devono evolversi in uno sforzo
internazionale sostenuto e coordinato. Blocchi isolati possono sensibilizzare
l’opinione pubblica; solo un’azione sincronizzata e transfrontaliera può davvero
affamare la bestia.
I porti della resistenza in Italia
I lavoratori portuali italiani sono stati in prima linea. Sindacati come
l’Unione Sindacale di Base (USB) e il Collettivo Autonomo dei Lavoratori
Portuali di Genova (CALP) hanno ripetutamente bloccato le attività per impedire
che armi e componenti militari raggiungessero Israele.
Nel settembre 2025, i lavoratori portuali di Genova e Livorno hanno bloccato i
porti durante uno sciopero generale nazionale che ha portato milioni di persone
in piazza. A Ravenna, i lavoratori hanno impedito l’accesso ai camion che
trasportavano esplosivi diretti ad Haifa. Azioni simili hanno preso di mira navi
collegate alla ZIM e ad altri vettori.
La Resistenza si è estesa anche a Sud. In Calabria, nello strategico porto di
Gioia Tauro, attivisti e lavoratori portuali si sono mobilitati contro sospetti
carichi a duplice uso e merci militari destinate a Israele. La Grecia si unisce
alla lotta
L’ondata di proteste si sta diffondendo in tutto il Mediterraneo. In Grecia, i
lavoratori portuali del principale porto del Pireo hanno intrapreso azioni
coraggiose, bloccando le spedizioni di acciaio e munizioni destinate a Israele.
Centinaia di lavoratori e attivisti si sono mobilitati per fermare le operazioni
di carico e scarico di questo carico letale, dichiarando che non saranno
complici del Genocidio in corso.
Il New Jersey e il fronte americano
Dall’altra parte dell’Atlantico, il porto di Elizabeth, nel New Jersey, è
diventato un campo di battaglia cruciale. Essendo il terzo porto più grande
degli Stati Uniti e il principale esportatore commerciale di armi verso Israele
al di fuori delle basi militari, movimenta circa 1.000 tonnellate di armi e
componenti militari a settimana.
Il 22 maggio 2026, oltre 30 attivisti hanno bloccato i terminale di Maher alle
4:30 del mattino, prendendo di mira le navi ZIM Virginia e Maersk che
trasportavano munizioni destinate a Israele. I manifestanti si sono incatenati a
un camper e a un camion con una barca, bloccando l’ingresso del terminale con
striscioni che recitavano “ZIM e Maersk trasportano Genocidio ed Ecocidio”,
“Blocchiamo le bombe” e “Stop al Genocidio, all’Ecocidio e alle deportazioni”.
Dieci attivisti sono stati arrestati e ora rischiano accuse penali.
Danny Creamer, uno degli arrestati, ha dichiarato: “Non si può permettere a
società produttrici di armi come Zim e Maersk di perpetuare e trarre profitto
dalla violenza e dal Genocidio commessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Credo che ogni singola persona abbia la responsabilità di resistere alle azioni
del nostro governo e di queste multinazionali, a prescindere dalle conseguenze”.
Mark Colville ha aggiunto: “Abbiamo bloccato il terminale per impedire al
governo statunitense di violare le proprie leggi inviando armi a Israele per
commettere Crimini di Guerra e Genocidio”.
L’organizzazione Port Workers for Palestine (Lavoratori Portuali per la
Palestina) ha condotto un’intensa attività di sensibilizzazione a Elizabeth,
evidenziando il ruolo del porto come arteria fondamentale nella Macchina Bellica
israelo-americana. Mentre l’International Longshoremen’s Association
(Associazione Internazionale degli Scaricatori Portuali – ILA) è rimasta in gran
parte inerte, i camionisti non sindacalizzati hanno mostrato molta più
solidarietà. Poiché i canali sindacali ufficiali non sono intervenuti, sono
intervenuti gli attivisti di base.
Verso uno sforzo internazionale coordinato
Questi blocchi fanno parte di un crescente risveglio globale. Un recente
incontro internazionale di lavoratori portuali in Turchia ha riunito
rappresentanti di almeno 34 sindacati di 34 porti. L’incontro ha gettato le basi
per azioni coordinate previste per questo autunno, tra fine settembre e ottobre,
volte ad aumentare la pressione sull’Economia di Guerra attraverso scioperi e
blocchi sincronizzati.
Da Gioia Tauro al Pireo, da Genova a Elisabetta, il messaggio è chiaro: i porti
devono diventare barriere alla guerra, non corridoi per la consegna di armi. La
solidarietà internazionale non è un’opzione, è essenziale. Le azioni isolate
accrescono la consapevolezza, ma solo una campagna coordinata e transfrontaliera
può infliggere colpi decisivi all’Economia del Genocidio.
La visione va oltre la sola Palestina. I porti rappresentano una proprietà
collettiva e un potere di influenza collettivo. Il Conglomerato
Militare-Industriale estrae enormi risorse dalle comunità lavoratrici prima
ancora che queste possano vedere i benefici del loro lavoro. In media, ogni
americano contribuisce con oltre 5.000 dollari (4.356 euro) all’anno al
militarismo statunitense, una cifra che è ulteriormente aumentata sotto
l’amministrazione Trump. In quanto lavoratori, abbiamo un profondo obbligo
morale di difendere non solo noi stessi, ma anche la comunità internazionale:
rifiutare il flusso di armi che porta tanta sofferenza in Palestina, in Libano e
altrove.
Governi e aziende denunciano questi sforzi come “dirompenti”. Ma il vero
elemento dirompente è il quotidiano afflusso di bombe che radono al suolo
ospedali, scuole e intere famiglie. I lavoratori e i cittadini che rifiutano la
complicità stanno esercitando la più alta forma di solidarietà: usare la propria
forza lavoro e la propria presenza collettiva per fermare le uccisioni.
La strada da percorrere è urgente. I lavoratori portuali, i sindacati, gli
autotrasportatori e i movimenti di solidarietà devono ampliare queste azioni,
coordinandosi oltre i confini, prendendo di mira punti strategici come
Elisabetta, Gioia Tauro e il Pireo, e mantenendo una pressione costante fino a
quando il flusso di armi non cesserà. Le azioni coordinate autunnali scaturite
dall’incontro in Turchia rappresentano un passo fondamentale in questa
direzione.
La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno
caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il
messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.
I porti si stanno ribellando. La Resistenza è internazionale. La Macchina da
Guerra e l’Economia del Genocidio possono, e devono, essere fermate.
Da Invicta palestina Fonte: English version
–Michael Leonardi è un giornalista residente in Italia, è vicepresidente della
Treewater Initiative, un’organizzazione no-profit che da oltre un decennio si
dedica alla costruzione della sostenibilità in una Palestina libera.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Proponiamo di seguito un’intervista che abbiamo svolto a un manager e consulente
strategico del settore delle rinnovabili che tocca punti centrali oggi
soprattutto in tempi di blackout..
Questa foto e quella di copertina sono state scattate al Presidio Sa Baracca de
Su Padru nei pressi della Stazione Terna di Selargius, provincia di Cagliari,
durante l’inchiesta svolta in Sardegna.
INTRODUZIONE
La transizione energetica viene spesso presentata come un processo inevitabile e
necessario per affrontare la crisi climatica e ridurre la dipendenza dalle fonti
fossili. Tuttavia, occorre interrogarsi su una questione fondamentale: chi
governa realmente questa transizione? Gli investimenti messi in campo sono
orientati alla decarbonizzazione o sono solo l’ennesima occasione di profitto?
Negli ultimi anni, infatti, il settore delle rinnovabili è diventato uno dei
principali terreni di investimento per fondi finanziari e grandi utility – oltre
che di capitali stranieri, in particolare israeliani, come abbiamo messo in
evidenza nel Dossier. In questo contesto, il dibattito si riduce esclusivamente
tra favorevoli e contrari agli impianti, mentre rimangono in secondo piano
questioni decisive come la pianificazione territoriale, il consumo di suolo
agricolo e di terreni non più usati a fini agricoli, la riorganizzazione della
rete elettrica, i BESS come sistemi di accumulo, e chi beneficia realmente della
produzione energetica.
Per approfondire questi temi abbiamo intervistato un manager di un importante
gruppo industriale, che da anni opera nel settore delle energie rinnovabili,
nonché consulente strategico per diverse imprese che operano nel settore. Il suo
punto di vista è particolarmente interessante perché parte da una convinzione
netta: la necessità di ridurre il ricorso alle fonti fossili. Allo stesso tempo,
però, evidenzia come una transizione lasciata alle sole dinamiche di mercato
finisca per alimentare fenomeni speculativi.
Insieme abbiamo approfondito il tema dell’elettrificazione, della competizione
tecnologica a livello globale, delle Comunità Energetiche Rinnovabili e dei
finanziamenti connessi, del ritorno del nucleare nel dibattito pubblico,
dell’esplosione della domanda di energia generata dai data center e dall’AI. La
nostra domanda di fondo rimane la stessa di sempre: la transizione energetica è
davvero orientata alla riduzione strutturale e permanente delle emissioni oppure
rimane incardinata nelle classiche logiche del mercato?
L’intervista ci ha restituito un quadro più complesso rispetto alle narrazioni
semplicistiche che circolano sul tema. Se l’effettiva riduzione strutturale
delle emissioni appare tecnicamente possibile, la sua concreta realizzazione si
scontra inevitabilmente con interessi economici, logiche speculative e limiti
infrastrutturali. Gli elementi forniti dall’interlocutore offrono nuovi
strumenti utili per orientarsi tra le contraddizioni che attraversano oggi il
mondo dell’energia e per riflettere su quale modello di transizione sia
realmente praticabile. Su alcune questioni i nostri approcci naturalmente
divergono, in particolare rispetto alla concezione di suolo e di “natura” che
preferiamo chiamare congiuntamente “territorio”, per evitare la loro
mercificazione e non intenderlo come “cosa” a sé rispetto a un ecosistema
all’interno del quale anche l’umano ha il suo posto. Così come non ci convince
l’idea di una transizione che, seppur necessaria per fare fronte all’emergenza
climatica, debba calpestare le sane istanze che provengono dai territori molto
spesso condannati a essere zone di sacrificio. Per chi dovrebbe essere fatto
questo sacrificio? Ogni resistenza locale è fondamentale perché esprime la
necessità di non svendere la propria terra, un sintomo di umanità e di riscatto
che va assolutamente alimentato e valorizzato.
Il pregio del ragionamento che viene sviluppato dal nostro interlocutore è
l’aver adottato uno sguardo globale, cosa non scontata al giorno d’oggi: “a
partire dalla necessità di consumare meno energie fossili possibili occorre
provare ad utilizzare quanto più possibile le risorse offerte dalla natura”. E,
soprattutto, che “i processi di transizione devono essere governati. Perché se
non sono governati e sono lasciati al mercato o comunque alla giungla senza
regole, la deriva fatalmente arriva”.
Un ulteriore aspetto degno di nota è che la lotta per la difesa dei territori
viene tenuta in conto dagli stessi player del settore energetico come un
elemento che ha alimentato un processo normativo più stringente, con la
conseguenza di rendere il comparto delle rinnovabili meno interessante per
attori finanziari guidati esclusivamente da logiche speculative.
Dinamica dei prezzi dell’energia
Prima di entrare nel merito della transizione da rinnovabili, dei limiti e dei
loro vantaggi, abbiamo chiesto di chiarire un aspetto fondamentale, ossia la
dinamica – costantemente volatile – dei prezzi dell’energia.
“Il mercato elettrico italiano è diviso in 6 zone geografiche di mercato (Nord,
Centro-Nord, Centro-Sud, Sud, Sicilia, Sardegna) più alcune zone commerciali
straniere e poli di limitata produzione. Questa divisione serve a gestire i
limiti fisici di trasporto della rete di trasmissione nazionale.
Il prezzo dell’energia e il PUN
Prezzi Zonali per i produttori: ogni zona ha un proprio prezzo orario (Prezzo
Zonale) che dipende da domanda, offerta e colli di bottiglia della rete.
Prezzo Unico Nazionale (PUN) per i consumatori: i consumatori finali in Italia
(sia a Palermo che a Milano) pagano la materia prima energia allo stesso prezzo
base, ovvero il PUN. Il PUN è la media ponderata dei prezzi zonali.
I Produttori subiscono lo “scompenso” locale e vendono la loro energia al Prezzo
Zonale della propria area. Se in una zona c’è un eccesso di produzione
rinnovabile e la rete non riesce a trasportarla altrove, il prezzo di quella
specifica zona crolla (anche a zero). Di conseguenza, i produttori locali in
quel momento non guadagnano nulla dalla vendita dell’energia in borsa. I
consumatori finali (aziende e famiglie) non vedono queste fluttuazioni locali
direttamente sul prezzo della materia prima, perché pagano il PUN (Prezzo Unico
Nazionale). Tuttavia, risentono dei costi di gestione del sistema in questo
modo: quando i prezzi zonali crollano a zero in alcune regioni, la media
ponderata nazionale (il PUN) si abbassa. Di conseguenza, in quell’ora, tutti i
consumatori italiani beneficiano di un prezzo della materia prima più basso.
Inoltre, per gestire l’intermittenza delle rinnovabili e i colli di bottiglia
della rete, il gestore (Terna) deve attivare centrali tradizionali per mantenere
la rete stabile. Questi costi di bilanciamento rientrano nei cosiddetti oneri di
dispacciamento. Questi oneri di dispacciamento e i costi di trasporto vengono
spalmati in modo quasi identico su tutti i consumatori d’Italia,
indipendentemente dalla regione in cui si trovano.
Per ovviare agli squilibri di prezzo, ma soprattutto agli squilibri di
stabilità della rete dovuti al continuo attacco e stacco di diverse fonti di
immissione, si ricorre all’accumulo elettrochimico, cioè alle batterie, di cui
parleremo più avanti.
Rispetto a queste considerazioni sul mercato dell’energia, vale la pena fare un
cenno anche al nucleare. Infatti dalla Francia compriamo dell’energia prodotta
col nucleare esclusivamente per una questione di mercato (del resto come per
tutte le merci anche l’energia fluisce sempre, per motivi di mercato, dalla zona
con il prezzo più basso a quella con il prezzo più alto)
“Le centrali nucleari, al contrario delle centrali a gas (ma qui si sta
semplificando), non si possono accendere e spegnere in 5 ore ma devono stare
sempre accese, quindi i francesi, pur di non spegnerle, la notte vendono
l’energia a prezzi particolarmente bassi ed è questo il motivo per cui prendiamo
il nucleare dalla Francia, puramente economico”. Senza vendere tutta l’energia
prodotta da una centrale nucleare, infatti, non c’è nessun calcolo
costi-benefici che possa reggere. “Ma il nucleare non è per niente l’energia che
costa meno. Il prezzo da guardare è il Levelized Cost of Energy (LCOE) che tiene
conto di quanto costa fare un impianto, ossia tutto l’investimento iniziale e
quanto costa tenerlo in funzione e mantenerlo nell’arco della vita utile, e
divide questo indice per l’energia che si produce in questo arco di tempo.
L’energia nucleare è molto più cara dell’energia fotovoltaica o dell’eolico e
non stiamo nemmeno considerando il tema delle scorie nucleari.” Nel suddetto
calcolo, ci teniamo ad aggiungere, non si menziona il tema e gli enormi costi
relativi al decommissioning legato agli impianti nucleari. Vale a dire il
processo connesso alla loro dismissione e alla bonifica dell’area per riportarla
alle condizioni preesistenti, che dura decenni e ha un costo elevatissimo.
Funzionamento e organizzazione della rete elettrica
Anche il tema del funzionamento della rete elettrica è piuttosto centrale,
grazie al quadro che viene proposto di seguito viene naturale comprendere che la
centralizzazione energetica non è una scelta lungimirante bensì sarebbe più
oculata un’organizzazione della rete elettrica basata sul principio di
prossimità. Il nostro interlocutore definisce alcuni elementi base.
“Le reti elettriche si dividono in reti ad altissima tensione, alta tensione,
media tensione e bassa. Questo perché per trasportare l’energia da un punto
all’altro (dalla centrale di produzione al luogo di consumo), per un principio
fisico ineluttabile, più alta la tensione elettrica a cui avviene il trasporto
della corrente elettrica, più bassa è la perdita di energia dovuto ad cosiddetto
effetto Joule (si scalda il conduttore elettrico dissipando energia quando
percorso da una corrente). Quindi per questo motivo 150 anni fa abbiamo pensato
che fosse meglio trasportarla in altissima tensione. La perdita dipende dalla
distanza tra luogo di produzione, ovvero di connessione della mega- centrale, e
il luogo poi di trasformazione in media. Diciamo che le perdite in altissima
tensione sono attorno all’1% per 100 km. Più è bassa la tensione, più questa
perdita è alta. Considerate che la perdita va al quadrato della corrente.
Corrente e tensione sono inversamente proporzionali l’una rispetto all’altra,
quindi più alta la tensione, più bassa la corrente.”
L’Italia, ma non solo l’Italia, è nata con un modello di produzione
centralizzata dell’energia. Le grandi centrali che la producono la immettono in
questa rete e nel momento in cui arriva nelle case dei cittadini la corrente è a
“bassissima” tensione. Il modello della CER dovrebbe dunque partire da questo
presupposto fisico: “ci sono produttori e consumatori che si mettono d’accordo.
Io ho 5 kW, impianto piccolo, tu consumi 3 a casa tua. Siamo sottesi alla stessa
cabina e consumiamo quello che produciamo”.
La rete elettrica nazionale risale agli anni ‘50-’60, il che introduce
necessariamente un elemento di potenziale mala gestione o di “ammaloramento del
conduttore”. Ciò significa che le società (spesso a controllo pubblico) faticano
a trovare le necessarie risorse per l’ammodernamento della rete in un mercato
troppo condizionato dalla logica del profitto.
“Vi ricordo che tutti noi nella bolletta ne paghiamo un pezzettino proprio per
questo, per tenere le reti in efficienza, una delle componenti del prezzo è
infatti la Tariffa di Trasporto e Gestione Contatore che è la specifica quota
della bolletta che serve a finanziare la rete e i distributori locali. Se però
chi prende i soldi anziché investirli non lo fa, è un altro tema. ARERA
monitora costantemente il numero e la durata delle interruzioni di corrente
elettrica (black out) subite dai cittadini. Se un distributore locale non fa
manutenzione e la qualità peggiora oltre i limiti stabiliti, ARERA dovrebbe
applicare pesanti sanzioni pecuniarie e imporre rimborsi automatici in bolletta
a favore dei clienti. Qui a Torino IRETI gestisce la rete di distribuzione
dell’energia elettrica. Il controllore pubblico della concessione di IRETI a
Torino è direttamente ARERA (a livello nazionale per gli aspetti tariffari e
tecnici) insieme al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (che
rilascia le concessioni ventennali per il servizio di distribuzione)”. Ciò ci
spinge a fare una considerazione semplice ma non banale: IRETI è controllata
interamente da Iren che a sua volta è quotata nel segmento blue chips della
borsa di MIlano. Iren distribuisce dividendi agli azionisti mediamente ogni
anno, sottraendo così la possibilità di effettuare maggiori investimenti nella
rete elettrica stessa. Ci chiediamo come si possa realmente programmare una
seria ristrutturazione dell’infrastruttura energetica quando la sua gestione è
innestata in dinamiche di mercato borsistico e shareholder value.
Fattibilità e limiti delle rinnovabili
In linea generale è indispensabile tenere a mente la natura discontinua delle
due principali fonti rinnovabili esistenti, dovuta al loro limite tecnico
intrinseco: in assenza di sole e di vento la produzione di energia viene a
mancare. Partendo da questo presupposto, ne consegue che l’accumulo
elettrochimico, i cosiddetti BESS (Battery energy storage system), è
fondamentale per poter conservare l’energia prodotta e poterla utilizzare nelle
ore di assenza della fonte. Tali accumulatori sono inoltre “in grado di
risolvere in maniera sostanziale gli squilibri dei prezzi, l’instabilità di
funzionamento (black out) e la stabilità della frequenza della rete”. Come verrà
trattato accuratamente più avanti, relativamente al tema delle batterie sorge
però uno scoglio di natura ideologico-politica in quanto i produttori di
accumulatori a livello mondiale sono principalmente cinesi, fattore questo
percepito come un deterrente nel mondo occidentale contemporaneo.
L’impatto che hanno i BESS in termini di superficie occupata è, inoltre, un
elemento da tenere in considerazione per quanto concerne gli impianti di
medie-grandi dimensioni: per dare un’idea, “un ettaro di terreno destinato agli
accumulatori equivale a 100 MW e 400 MWh di potenza immagazzinata, che in
termini tecnici è un risultato comunque soddisfacente”. Fermo restando che serve
una seria valutazione di quanti impianti large scale siano realmente necessari e
a quale scopo, resta urgentemente da stabilire una pianificazione di quali
superfici utilizzare per gli impianti stessi e per i BESS.
In merito al collocamento di impianti fotovoltaici di medie-grandi dimensioni
emerge dalla nostra intervista la conferma di un dato più volte incontrato
durante le nostre indagini: la copertura con pannelli solari del 2% del
territorio italiano sarebbe sufficiente per il fabbisogno energetico1 totale del
Paese. Resta però aperta una questione importante per noi, legata al reale
numero di impianti necessari e soprattutto al dove collocarli: se è vero, come
riporta l’interlocutore, che in Italia ci sono “tantissimi terreni non più
coltivati da decenni, con una bassissima produzione agricola e zone impervie da
raggiungere” che si possono tenere in considerazione per il fotovoltaico, è
altrettanto importante tenere conto di due elementi. Il primo riguarda il fatto
che il 7% circa del nostro territorio è già cementificato e di edifici di varia
natura ed estensione disponibili ad accogliere pannelli solari ce ne sono a
volontà. Il secondo tocca dinamiche relative all’alterazione della biodiversità
dei terreni (siano essi poco o per niente sfruttati per la produzione agricola),
all’effetto “isola di calore” che subiscono (dovuto alla concentrazione di
pannelli) e in linea generale alla considerazione ormai condivisa da più parti
del suolo quale risorsa da difendere (per ragioni ambientali, sociali, culturali
e identitarie) da ogni insediamento di tipo “industriale”, quale che esso sia.
Relativamente al collocamento dei BESS invece concordiamo sul fatto che la
numerosa presenza di zone industriali dismesse nel nostro territorio suggerisce
l’utilizzo di tali aree, anche per la vicinanza delle stesse alle reti
elettriche e per la possibilità di effettuare in contemporanea bonifiche a
luoghi che altrimenti continuerebbero a compromettere nel tempo il territorio
anche se inutilizzati.
Il processo al quale assistiamo relativamente all’accumulo viene definito dal
nostro interlocutore una sorta di “nazionalizzazione indiretta” da parte di
Terna (la società pubblica che gestisce le reti di trasporto ad alta tensione),
la quale tramite il bando MACSE, nel tentativo di equilibrare la rete, sta
tentando di portare avanti un modello di collaborazione pubblico-privato:
l’investitore si impegna nella realizzazione di un BESS, alla quale partecipa
economicamente Terna che avrà il diritto di gestirne l’utilizzo. Se da un lato è
positivo che l’esperienza dell’azienda pubblica venga posta a garanzia per il
funzionamento del sistema, dall’altro è ovviamente opinabile la scelta di
rivolgersi ai privati (sempre tenendo a mente lo status di bene comune
dell’oggetto di discussione, l’energia!) al fine di garantire loro una
remunerazione.
Tornando a un piano più tecnico ci paiono degne di nota le riflessioni emerse in
merito ai temi eolico e agri-voltaico.
La disamina delle condizioni ventose caratterizzanti il nostro Paese rispecchia
in buona parte il fermento creatosi in questi ultimi anni nei territori
coinvolti da progetti eolici. Se da un lato l’ovvietà dell’impraticabilità (e i
risvolti di tipo ambientale a essa connessi) di pensare di portare torri e pale
eoliche su vette appenniniche certifica le proteste in atto sui crinali
tosco-emiliani da noi riportati qui, la densità di pale eoliche già presenti nel
meridione e in Sardegna tocca un nervo scoperto che ha a che fare con una scarsa
regolamentazione avvenuta in passato e una mancanza di ascolto dei territori.
Fondamentalmente le zone ventose in Italia sono rappresentate da alcune dorsali
appenniniche, dal sud Italia e dalla Sardegna ma in linea generale “con le
installazioni eoliche siamo già molto avanti, gli spazi sono saturi in quanto i
posti adatti dove installare parchi eolici sono stati già tutti occupati”. Una
soluzione prospettata dall’interlocutore è quella del repowering, a cui il
settore in questo momento sta guardando con interesse; vale a dire la
dismissione di “vecchie” turbine da rimpiazzare con altre nuove di maggiore
potenza, a fronte di una netta diminuzione di unità di aerogeneratori
(sostituendo ad esempio un parco eolico di 10 turbine da 700 KW con una singola
pala da 7 MW). Rimangono insoluti i temi della dismissione, del suolo consumato,
dell’impossibilità di riparazione e di bonifica delle aree, oltre che della
decisionalità dei territori (a tal proposito consigliamo di leggere il nostro
approfondimento a partire dalla voce dei comitati contro la speculazione
energetica in Sardegna).
Riguardo all’agrivoltaico le preoccupazioni sembrerebbero essere condivise anche
dagli addetti ai lavori, la cui progettazione di un campo fotovoltaico in
coesistenza con l’attività agricola prevede di installare i pali delle strutture
molto a fondo nel terreno, per evitare – come già verificatosi nelle zone più
ventose a sud – che i pannelli vengano portati via dal vento. Tenendo presente
che il 20% dei terreni disponibili risulta abbandonato da più di 50 anni, e che
basterebbe coprire di pannelli il 2% del territorio nazionale per raggiungere
abbondantemente gli obiettivi dati dal fotovoltaico, pensare all’agro, con le
regole a oggi imposte e la necessità di stabilire accordi con chi possiede e
dovrà lavorare il terreno, rappresenta più problematiche e infattibilità che
altro.
Rispetto ai terreni abbandonati, tuttavia, un’altra criticità è rappresentata
dal ruolo degli “intermediari”: coloro che sfruttano la conoscenza del
territorio e, in presenza di un terreno ereditato e non coltivato, suggeriscono
il contatto di chi sarebbe disposto a pagare anche €5000 per ettaro all’anno: un
fenomeno speculativo tra proprietari, intermediari e fondi di investimento, che
— almeno fino a qualche tempo fa — prospettava un rendimento finanziario almeno
all’8%, e che tra il ‘21 e il ‘22 in Sardegna ha permesso di presentare una
quantità di progetti di cui solo il 5% oggi sembra andare avanti.
L’intervista ha poi toccato il tema delle CER sottolineando fin da subito gli
ostacoli che queste hanno presentato e continuano a presentare. Primo fra tutti
l’iniziale limite alla realizzazione delle stesse, imposto ai comuni fino a 5000
abitanti, ora aumentato a 40.000. Secondo, il ruolo cruciale delle
amministrazioni locali che ricevono dagli incentivi statali una somma aggiuntiva
all’inserimento del Comune all’interno della comunità energetica, arrivando così
a ottenere una somma capace di ricoprire quasi il totale dell’investimento.
Tuttavia, queste peccano spesso nella fase di progettazione, durante la quale
viene richiesta l’individuazione di progetti sociali a cui destinare i fondi
aggiuntivi e che i comuni, per mancanza di competenze o personale, spesso
faticano a individuare. “Dopo l’insuccesso dei finanziamenti ai comuni, ora ci
si sta spostando verso l’attività agricola, aprendo bandi che destinano fondi
alla copertura dei tetti delle stalle”. L’intervistato aggiunge che tali bandi
sarebbero ottimi, considerato il numero di stalle presenti soprattutto al nord,
non fosse che anche in questo caso i limiti imposti, come quello di ricevere il
finanziamento a patto che si consumi interamente l’energia prodotta, non
facilitano la realizzazione di nuove CER. “Ma che energia consuma una vacca?”,
si chiede; e così il surplus di energia prodotta che potrebbe venir pagato
all’allevatore diventa un pernicioso disincentivo alla transizione. Simili
iniziative appaiono come l’ennesima trovata, con scarsi fondi, volta a
dimostrare di aver fatto qualcosa, più che a farlo davvero.
Infine, i limiti delle competenze tecnico-specialistiche che vengono richieste
alle comunità (e che queste spesso non hanno), necessarie a comprendere il
funzionamento dei portali attraverso cui interagire con la rete. “Le
multiutility non vedono [le CER] come una minaccia. Io non penso che il modello
della comunità possa andare oltre certi limiti, ci sono temi di efficienza di
cui tenere conto. Il pannello, la batteria, un allaccio di emergenza alla rete:
non è un modello semplicissimo. Il modello cooperativo non passa.”
Elettrificazione e digitalizzazione: afferrare nuove tendenze nel panorama
energetico-finanziario
Le aziende che si occupano del settore, si sa, sono sempre “un passo avanti”
rispetto al destino dei territori: tra meeting e incontri di questo ramo
d’impresa ci si confronta sui progetti che la faranno da padrone nel futuro. È
da quelle stanze infatti che si colgono le anticipazioni, le tendenze, perché
gli investimenti privati e i trend finanziari decidono di fatto cosa sarà
conveniente implementare e cosa, quindi, detterà la moda della futura
speculazione.
Riassumiamo a che punto siamo con le rinnovabili dal punto di vista della
“convenienza” per i mercati finanziari. Le fonti rinnovabili sono state uno dei
perni attorno a cui si sono concentrati gli investimenti in ambito energetico,
promossi e promulgati alla luce del PNRR e delle politiche volte al
raggiungimento del Net Zero 50, secondo cui l’Europa, e quindi anche l’Italia,
dovrebbe diventare carbon neutral entro il 2050. Secondo il nostro interlocutore
però, i progetti di rinnovabili avrebbero ormai sorpassato il loro picco: ci si
attende, quindi, una frenata rispetto alla miriade di impianti che venivano
presentati e proposti sulla scia dei lauti finanziamenti e dell’hype che questi
avevano generato.
Questo arresto si inserisce nel trend del fallimento del Green New Deal Europeo
e sarebbe legato a due motivi specifici: il primo riguarda la materialità delle
caratteristiche territoriali, il secondo, molto interessante, deriva dai
conflitti derivati da questa corsa sfrenata alle FER che hanno costretto a
implementare delle regole che, seppur lasche, hanno ridotto il margine di
profitto che si poteva ricavare.
La prima ragione quindi sarebbe legata alla mancanza di aree adeguate alla
costruzione di progetti, come nel caso dell’eolico, dove la capacità
installabile nei territori ventosi (come già accennato prima in Italia sono
principalmente le isole e l’arco appenninico) è poca e si incontrano non poche
difficoltà logistiche per impiantare delle pale su terreni molto difficili da
raggiungere. Come viene sottolineato “pale sempre più imponenti dovrebbero
raggiungere monti di 2000 metri, spesso in assenza di strade e infrastrutture
adeguate: un’operazione che non conviene ai più” se non per fare propaganda
falsamente ecologica, aggiungiamo noi.
La seconda ragione riporta come il freno alle rinnovabili si legherebbe anche
alle misure regolamentari imposte di fronte all’accaparramento senza freni dei
terreni, attuatosi per soddisfare il grande mercato allora presente. “Ad
esempio, oggi per chiedere una connessione da 1000 MW si è obbligati a
presentare una fideiussione per garantire la realizzazione della connessione,
una policy che ha fatto arrestare il mercato delle connessioni.” Più in
generale, dopo un’ondata di progetti che sembravano poter vedere la luce, in
questi ultimi anni le mega-rinnovabili hanno scoperto il loro volto speculativo
e la loro “fattibilità economica” è andata calando.
Una nota a parte vale per l’agrivoltaico che, ribadiamo, è da sempre risultato
non interessante (economicamente), né fattibile (far convivere pannelli e
colture è stata da sempre una bella favola da turbo eco-modernisti) e la
tendenza sembra rimanere tale. Questa affermazione risulta vera a partire da
quali sono le scelte sugli investimenti più o meno redditizi e logiche di
azienda, infatti in Cina sappiamo esserci particolare interesse
economico-finanziario anche in questo campo (con tutte le conseguenze del caso).
“Anche il fotovoltaico è sempre meno profittevole: necessita di una notevole
estensione per essere produttivo, infatti, per generare 1 MWh c’è bisogno di 1
ettaro di terreno, nonostante l’efficienza dei pannelli sia migliorata molto nel
tempo. Ora stanno venendo attuati progetti abbozzati tre anni fa, che potrebbero
rappresentare la coda dell’ondata di richieste di costruzione di FER”.
Il prezzo medio del fotovoltaico è crollato per la dinamica dei prezzi già
descritta: “il prezzo medio è quindi di 60 euro al MWh, mentre 15 anni fa
ammontava a 300 euro al MWh e già pagava appena l’investimento. I rendimenti
finanziari degli investimenti fotovoltaici viaggiano attorno al 5%, sono
rendimenti bassi come quelli dei titoli di stato, chi investe ancora in questo
settore lo fa per diversificare il portafoglio o per un po ‘ di greenwashing. Ci
potrebbe essere spazio per più CER, ora che hanno aumentato il limite a comuni
fino a 40.000 abitanti, tuttavia le CER non hanno mai interessato veramente le
grandi multiutility, se non per un pò di greenwashing, perché gli ordini di
profitto sono troppo bassi”. D’altronde come potrebbe il mercato incentivare una
delle poche tecnologie, come le CER, che renderebbe, anche se parzialmente,
indipendente la popolazione facendole autoprodurre l’energia di cui ha bisogno?
Una grossa parte del calo degli investimenti e degli impianti FER è dunque
determinata dal processo di finanziarizzazione, gli investimenti vanno laddove
si annusa maggiore profittabilità dei progetti. Questo processo è strettamente
legato alle dinamiche di guerra globale che, a loro volta, influenzano gli
investimenti: in particolare il nostro interlocutore, fa riferimento agli
equilibri con il competitor cinese.
Pur di non interferire con gli interessi del mercato della sfera occidentale,
quindi dell’UE ma nei fatti degli USA, l’Italia e altri Paesi europei rischiano
di dover spendere di più per determinati materiali e materie prime critiche in
quanto non è tenuta in conto la possibilità di approvvigionarsi dalla Cina.
Anche per questo motivo, dunque, il mercato delle rinnovabili alle nostre
latitudini è in discesa, perché costa e non conviene (in quanto le scelte
politiche su quali debbano essere i nostri fornitori determinano la scelta prima
ancora della convenienza puramente economica). Ad esempio, per quanto riguarda i
sistemi di accumulo – come spiegato in precedenza centrali in un sistema su base
rinnovabile – le batterie vengono prodotte per lo più in Cina e quindi non viene
sviluppato questo mercato. Su questo dall’intervista emerge un’idea precisa: è
paradossale che in Germania dove c’è meno sole che in Italia vi sia più
fotovoltaico che da noi. “Questo avviene perché la supply chain tedesca è più
efficiente di quella italiana e ci impiegano 20 giorni a fare arrivare un carico
di pannelli dalla Cina in Germania”. Inoltre, sempre secondo il nostro
interlocutore, la Cina ha da sempre attuato una “strategia che ha messo al primo
posto l’estrazione di terre rare e altre materie prime critiche, attuando una
vera e propria pianificazione che andasse incontro all’implementazione di
energie rinnovabili su larga scala”. Oltretutto appare una notevole
contraddizione: “le BESS cinesi non vanno bene ma i pannelli fotovoltaici cinesi
sì, perché in Europa non vengono prodotti da nessuna parte, per cui Paesi come
la Germania sono obbligati a comprarli proprio dalla Cina”. Sorge spontanea una
domanda: perché quindi mettere sotto scacco l’adozione di una tecnologia che
potenzialmente potrebbe calmierare i prezzi in bolletta ai consumatori e
coadiuvare la praticabilità di un orizzonte effettivamente volto all’utilizzo di
più rinnovabili, solo perchè il fornitore principale è la Cina e non gli USA?
Questo non toglie le ricadute negative a livello ambientale della produzione di
batterie e rispetto all’estrazione di materie prime legate alle rinnovabili in
Cina e in tutti quei Paesi dove sono state dislocate produzioni, comprese quelle
Occidentali, perché è lì che costano meno, ci sono meno regole dal punto di
vista ambientale e rispetto alle condizioni di lavoro, e perché nella mentalità
capitalista l’importante è ottenere materie prime a basso costo per foraggiare
nuovi cicli di accumulazione e fare avanzare il sistema per come lo conosciamo,
ovviamente a discapito di tutte le popolazioni che vivono e lavorano nei
territori.
Siamo d’accordo che vada riconosciuto un dato, ossia che “La Cina ha saputo
pianificare e programmare la transizione diventando un’esperta del settore: la
transizione energetica del resto non si può improvvisare seguendo l’oscillazione
del mercato. In Cina la pianificazione ha pagato, l’implementazione delle
rinnovabili è consistente e in espansione. Anche qui tra l’altro si trova un
mercato dei crediti di carbonio, parallelo a quello usato nel panorama
internazionale: i crediti di carbonio prodotti in Cina però non sono accettati
all’estero, nonostante siano effettivamente equivalenti a quelli prodotti in
Occidente”.
Queste barriere inficiano la possibilità concreta di implementare la transizione
e di avere uno sguardo internazionale relativamente al cambiamento climatico
che, però, è un problema globale.
Ritornando ai trend finanziari e a cosa sembra palesarsi all’orizzonte a fronte
del fatto che gli investimenti sulle FER sembrano ormai tramontati, occorre
parlare di Data Center. I data center si inseriscono nel dibattito del settore
da circa due anni, per diventarne oggi protagonisti; alcuni parlano di una nuova
rivoluzione industriale dettata proprio da queste nuove infrastrutture: per
ingigantire la nuova bolla speculativa che è alle porte e che probabilmente
seguirà il destino di quella delle FER, potenzialmente scoppiando non senza
danni. Oggi in ogni caso una cosa è certa: la tendenza alla digitalizzazione e
all’invasione dell’intelligenza artificiale sta costruendo una nuova base
infrastrutturale industriale composta da processori e server utili a computare
le operazioni e al contempo a sfruttare quantità di energia enormi. La rilevanza
industriale dei data center ha fatto sì che diventassero oggetto di interesse
per chi investe e chi progetta infrastrutture energetiche, elemento che non è
passato inosservato nemmeno all’azienda del nostro interlocutore.
Ciò che interessa principalmente a chi vuole costruire un data center è la
vicinanza dei terreni all’alta tensione. L’enorme quantità di energia che serve
all’infrastruttura dipende principalmente dall’esigenza di raffreddamento e del
controllo termico di questi capannoni riempiti di computer. “I data center”
aggiunge “si dividono in diversi livelli di sicurezza: non si tratta di
sicurezza informatica ma di livelli di sicurezza energetica a garanzia che non
manchi mai la corrente, in quanto la sua assenza farebbe cascare i computer”. E’
interessante anche ribadire chi sta investendo in questo nuovo mercato: fondi di
investimento che prendono soldi da privati ma anche dal pubblico, dietro ai
quali si nascondono industriali come Google, Amazon, Nvidia, i quali necessitano
di alta capacità di calcolo (pensiamo all’IA). Un punto è confermato: “oggi il
giro di investimenti per i data center sembra essere enorme: un progetto del
genere rende (probabilmente) ordini di grandezza in più rispetto a un progetto
di rinnovabili.” Non è un caso se gli investitori vi si sono buttati a capofitto
e che Regno Unito, Francia, Germania risultano ormai iper-saturi e indisponibili
a ospitare nuovi progetti: non c’è più spazio elettrico e pare sia arrivato il
tempo per l’Italia di aprire le porte a questo nuovo mercato. La Lombardia nel
giro di pochissimo tempo è stata la prima regione a saturarsi e presentare nuove
regolamentazioni per limitare il fenomeno, la partita si apre ora su altre
regioni e sappiamo già che in Piemonte non c’è più tanto spazio elettrico
disponibile.
Quello che rimane invariato, che si vogliano implementare enormi parchi di
rinnovabili o capannoni di server, è la speculazione che questi progetti portano
con sé. Sia per i data center che per le FER, inoltre, le reti elettriche
risultano limitate e insufficienti, senza un adeguato spazio elettrico per
accogliere tutte le richieste che vengono effettuate. C’è un doppio problema
quindi: perché fare spazio nella rete a progetti speculativi di varia origine
mentre continuano a esserci black out e non si vuole investire nelle BESS e in
un sistema di rinnovabili su piccola scala? Il rifacimento delle reti elettriche
per destinare spazio ai progetti rinnovabili fatti su misura dei bisogni delle
persone sarebbe l’obiettivo minimo a cui mirare per risolvere, almeno
parzialmente, l’impasse energetica di fronte a cui ci troviamo, senza che lo
spazio elettrico venga accaparrato per progetti dannosi, cambiando un paradigma
basato su sempre maggiore elettrificazione, digitalizzazione e speculazione.
CONCLUSIONI
In conclusione anche per chi lavora all’interno del settore energetico e ha una
visione che punta alla transizione come necessaria – al di là delle resistenze
dei territori – la questione centrale torna ad essere che i processi di
transizione vanno governati e ciò non avviene (al netto di una produzione
legislativa di settore ipertrofica che di fatto non ha centrato l’obiettivo
dichiarato).
Questo aspetto è fondamentale se si vuole davvero andare nella direzione
dell’abbandono delle energie fossili, tenendo conto che per quanto riguarda
l’ambito eolico inizia a mancare lo spazio materiale e che le resistenze dei
territori sono un fattore importante. Ci sono poi alcuni punti fermi che
dovrebbero far drizzare le orecchie: l’agrivoltaico non ha senso di esistere,
anche dal punto di vista tecnico. E allora perché viene proposto/imposto agli
agricoltori italiani che versano già di per sé in una dura crisi del settore?
All’oggi un dato torna da molti lati: il 2% del suolo nazionale basterebbe per
il fabbisogno di energia da fotovoltaico (tenendo conto di quanto detto in
precedenza).. E se sulla base di questo calcolo si utilizzassero soltanto le
superfici già impermeabilizzate e cementificate? A noi piace spingerci un po’
più in là e, infatti, secondo diversi studi se si ricoprisse il suolo già
cementificato, all’oggi il 7% in Italia, si soddisferebbe il fabbisogno
energetico. Certo, il limite delle rinnovabili è il fatto di essere discontinue
dunque occorrerebbe fare un lavoro importante di riorganizzazione della rete
elettrica nazionale per poter immaginare di consumare energia di prossimità e
solo per le esigenze reali della popolazione (quindi non per fabbriche di armi o
data center, ad esempio..). Oltre a non subire continui black out. Lo dice la
fisica: più si aumenta la distanza da percorrere per l’energia, più si verifica
dispersione e quindi maggior spreco/perdita. Consumare da vicino ciò che si
produce dovrebbe essere la regola per una reale transizione, non si tratta di
ideologia ma di regole della fisica. Occorre superare il modello centralizzato
della rete per immaginare un risparmio sia energetico sia per le tasche dei
cittadini. Gli investimenti dunque dovrebbero essere direzionati
nell’ammodernamento della rete da parte di IRETI (a livello locale torinese) ma
anche nella creazione delle condizioni materiali per questo passaggio, per
esempio con un serio impegno nella bonifica dell’amianto sui tetti delle case e
aziende nel Paese.
La questione, come veniva analizzato in precedenza, è la fame di speculazione e
l’ambito energetico è strutturato in funzione di questo. La stessa dinamica di
prezzo rappresenta questa tendenza: i gestori energetici possono (e vogliono)
comprare a prezzo zero durante le ore di picco di immissione di energia nella
rete e rivendere a prezzi molto più alti nelle ore in cui la domanda energetica
aumenta. Dovrebbe esserci un’autorità di regolazione del mercato dei prezzi
dell’energia, l’ARERA, ma molto spesso questa funge da garante per manager e
amministratori delegati di grandi società energetiche che intendono riciclarsi
nell’ambito senza assolvere alla propria funzione.
Non si può non tenere in conto la dinamica globale di guerra nelle scelte di
mercato, non è un caso infatti che non si voglia investire nei sistemi di
accumulo perché il mercato dei BESS è in Cina, il che alle nostre latitudini non
è incentivato. Queste dinamiche mostrano anche un altro dato: l’ambito delle
rinnovabili è, nonostante tutto, poco redditizio da un punto di vista
speculativo, ma sicuramente così non è per i data center. Il data center non
pone un limite sull’energia che gli serve anche solo per il mantenimento
dell’ambiente a date condizioni. In questo ambito a vederci un pozzo di profitto
sono i grandi fondi di investimento, un classico modo per “mettere a lavoro i
soldi”, come precisato nel titolo..
In conclusione, la cruda realtà è che “la decarbonizzazione non profittevole in
Occidente non è fattibile”. Questo deve fare riflettere su quali siano gli
interessi in campo e su cosa è demandabile oppure no alla decisionalità di
intermediari che si pongono come i gestori dei terreni approfittando della
crescente crisi agricola nel Paese. La sovranità energetica si conquista
difendendo particella per particella il terreno agricolo. Non solo, lo si fa
smascherando un progetto di transizione che a livello governativo non si ha
nessuna intenzione di concretizzare se non per soddisfare le mire speculative
delle aziende di settore. Sorge dunque il dubbio che una transizione senza
speculazione possa essere fattivamente possibile: potrebbe esserlo dal punto di
vista materiale e fisico ma questo deve significare una rivoluzione sul piano
dell’organizzazione sociale. E allora non c’è altro tempo da perdere.
Infine, consigliamo di leggere il documento che pubblicheremo a breve di Angelo
Tartaglia dal titolo “Politiche energetiche”, un breve testo che dettaglia in
maniera cristallina la possibilità di avviare un reale processo di transizione
energetica il cui obiettivo non sia la speculazione.
1. Il fabbisogno energetico totale include il settore dei trasporti e del
riscaldamento, questi ambiti non sono totalmente decarbonizzabili a
condizione che avvenga una riorganizzazione di tali settori in una direzione
diversa.
↩︎
Il sindacato SI Cobas ha proclamato uno sciopero e un presidio di protesta per
oggi, lunedì 29 giugno, presso il deposito BRT di via Niccolò Paganini a Settimo
Torinese.
Da Radio Onda d’Urto
L’agitazione è stata indetta in seguito a un tragico incidente sul lavoro
avvenuto venerdì 26 giugno, all’interno del Brt Depot di Settimo Torinese
costato la vita ad Antonio Gala, corriere di 64 anni, residente a Vauda
Canavese. Secondo quanto riferito, l’uomo è morto nel deposito logistico del
gruppo Bartolini, nella zona industriale della città.
Nel comunicato, Si Cobas richiama la morte del lavoratore, indicato come autista
Utm, e collega l’episodio a un quadro più ampio di criticità denunciate da tempo
nel settore degli appalti e della logistica. Tra i problemi elencati dal
sindacato ci sono turni massacranti, orari precari, carichi e ritmi di lavoro
elevati, contestazioni sulle buste paga, mancanza di attenzione alle esigenze
personali e familiari, cambi di appalto al ribasso, incertezza occupazionale,
mezzi ritenuti insicuri, oltre a discriminazioni, comportamenti antisindacali,
licenziamenti politici, intimidazioni e razzismo.
Proprio venerdi scorso il Gup del Tribunale di Piacenza ha prosciolto i
sindacalisti di Si Cobas e USB dall’accusa di associazione a delinquere. Per gli
imputati è caduta l’imputazione principale poiché “il fatto non sussiste”,
azzerando l’impianto accusatorio nato dall’inchiesta della Procura di Piacenza
nel 2022. Oltre all’associazione a delinquere, sono caduti gli 83 capi
d’imputazione che includevano estorsione, violenza privata, resistenza a
pubblico ufficiale e sabotaggio. Per i 7 sindacalisti coinvolti (tra cui Ali
Mohamed Arafat, Aldo Milani e Carlo Pallavicini per il Si Cobas) è stato emesso
un non luogo a procedere. Il giudice ha confermato la natura e la legittimità
costituzionale dell’attività sindacale, ponendo fine al teorema accusatorio che
riteneva le organizzazioni di base come vere e proprie associazioni criminali.
Da Settimo Torinese sentiamo Daniele dei Si Cobas Torino
Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia
e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento all3
ultim3, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un
testone, un polemico.
Ambro aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una generosità e capacità
di offrire all3 altr3 che spesso sconfinava nel sacrificio. Era anche un ragazzo
arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie e le sue storture. Ambro aveva
ben chiaro il concetto e il senso di collettività, mettendolo in atto ogni
giorno in ogni gesto e parola. Ha sempre creduto nella politica dal basso, cioè
quella tangibile fatta da chi vive in questo sistema precario per sostenere le
persone colpite dallo stesso, criticando con lungimiranza e lucidità lo Stato e
le varie politiche susseguitesi negli anni, sia nel nostro paese che a livello
globale.
Ambro il 15 Marzosi è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese
dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue
care falesie.
Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a misure cautelari.
Noi tutt3, amic3, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovat3 a dover far senso
di un dolore enorme, nessun3 riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale.
In questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una
parte scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare.
Ambro credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che
la libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran
voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a
supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva
bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui.
Aveva ricevuto in Febbraio l’avviso di garanzia che lo informava del
procedimento pendente e dei capi di indagine relativi proprio a quelle
manifestazioni. Una lista gonfiata da un caso diventato politicamente sensibile.
Si dovevano trovare colpevoli, e l3 si doveva punire duramente. Si sentiva dalle
istituzioni la pretesa di muoversi subito e colpire duro.
Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di firma giornaliera e il divieto di
dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la custodia cautelare. L’aveva chiesta per
tutt3 le 11 indagat3. La maggior parte, poco più che maggiorenn3 incensura3.
Studenti per lo più. A seguito di richiesta di riesame, non solo erano state
confermate le misure in essere, ma era anche stato condannato al pagamento delle
spese. Poco dopo tenne alcuni colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva.
Si era detto talvolta preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare
ricevute. Parlava di alcune sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio.
In un primo momento era sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per
cercare un lavoro a Torino, sperando in occasione del prossimo riesame di farsi
rimuovere la misura dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 Marzo
racconta un’altra storia.
Dopo la morte di Ambro ci siamo pres3 tempo di elaborare e abbiamo
collettivizzato il dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno
politico il 25 Aprile. Quel giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui
e affisso una targa in ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani.
Ambro infatti, per noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo
considerato importante raccontarlo tra le vie di Torino, durante una
manifestazione alla quale lui sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime
settimane il caso è stato reso pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel
procedimento. Grazie alla volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie
di considerazioni in merito al problematico utilizzo spropositato delle misure
cautelari, il caso di Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale “la
Repubblica” ha quindi deciso di scrivere in merito e var3 esponenti politic3 e
attivist3 hanno ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si
leggeva nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di
raccontare chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di
sentire.
Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia stata
gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre
l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona.
La strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta
come Pro Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per
comprendere la difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può
essere stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben
rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui
social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La criminalizzazione
delle persone che sono scese in piazza dopo il DL sicurezza è un tema che
finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non siamo d’accordo con il
modo con cui la vicenda è stata trattata.
Si parla poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno
sguardo ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta
sempre più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il
nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito
agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il DL sicurezza, ci sono
già molte persone che stanno subendo le conseguenze massacranti di scelte
politiche volte ad annichilire le persone e ogni movimento di dissenso verso il
potere.
A tal proposito speriamo che questa nostra riflessione possa aiutare e far
risuonare le voci di chi oggi si trova in questa situazione e che ha bisogno di
aiuto. Speriamo che questo possa essere l’inizio di una riflessione più ampia
riguardo alla gestione delle misure cautelari e alle considerazioni relative
alla delicatezza con cui il sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi.
L’empatia e il tener conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli
affetti intorno a queste persone, deve essere un tema centrale nella
riconsiderazione dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della
gestione da parte dell3 operatric3 della giustizia di ogni aspetto che riguarda
le vicende giudiziarie.
Crediamo che quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema
urgenza e che sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure
cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo stesso
tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive in prima
persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che, nel suo
insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che dovrebbe
essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di cronaca,
riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle
modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un vuoto perché non se ne
parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non c’è più senza avere la
cura di contattare con il giusto livello di umanità gli affetti, senza tenere in
considerazione la delicatezza della situazione, è già di per sé molto violento.
Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la vicenda di Ambro è stata
raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo pochissima cura delle
persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo abbiamo deciso di scrivere
questo articolo, ma chiediamo di essere rispettat3 nel nostro dolore e speriamo
che tutto questo possa davvero far riflettere su temi che non spetta a noi
sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si assuma la responsabilità e
la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati che hanno necessità di essere
approfonditi da chi effettivamente ha gli strumenti per farlo. Abbiamo bisogno
della collaborazione di tutt3.
Amore che resiste
Oltre tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni
parte di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua
assenza, che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in
giro, mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da
raccontare. Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro,
narriamo con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto
sguincio penserai: ‘’Mamma mia quest3 qui, proprio non hanno capito niente di
me’’. Forse è così, forse per descriverti non bastano tutt3 quest3 amic3 riunit3
per ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così
che abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi
sempre dell3 altr3, una persona irriverente, che non scende a compromessi se
questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma
anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio
che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti
che siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato.
Per sempre, L3 tu amic3.
Audio trasmesso sulle libere frequenze di Radio Blackout la mattina di giovedì
25 giugno 2026.
Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui
dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump,
durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di
fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla
popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe
cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.
Una versione prontamente smentita da Meloni, che si è affrettata a rispondere
per le rime suggerendo al tycoon di badare alla sua, di popolarità.
La prima tentazione è di considerare questo battibecco come un episodio tra i
tanti all’interno del miserabile teatrino della politica occidentale a cui i
vari vertici del G7 ci hanno ben abituati. La seconda è di sintonizzarsi con i
giornalisti de LA7 e affrontare le ormai quotidiane sparate di Trump con un
sorrisetto superiore, convinti che la credibilità del presidente statunitense
sia giunta ai minimi storici e probabilmente definitivamente affossata dai tre
mesi di messaggi contraddittori misti a patetiche minacce con cui ha cercato –
invano – una via di fuga dal pantano iraniano.
La querelle di Evian potrebbe invece assumere le dimensioni di un fatto che più
di altri sta facendo emergere alcune contraddizioni interne al campo
dell’imperialismo. Vogliamo fare il punto su alcuni dati che questo episodio
sembra consegnarci, e che stanno progressivamente affiorando sia all’interno
dell’informazione italiana mainstream ma, soprattutto, all’interno delle basi
sociali del campo “sovranista” italiano ed americano.
1. Il primo elemento ha a che fare con la relazione tra la popolarità di Trump e
la capacità di manovra del progetto imperialista. Vale la pena partire da una
premessa abbastanza scontata ma che spesso si tende a dimenticare: Trump non è
un cacicco capriccioso, bensì l’espressione di una coalizione di interessi
economici che vanno dal grande capitale tecnologico americano a quella che Phil
Neel ha definito come la “lumpen borghesia” dell’hinterland americano –
concessionari d’auto, appaltatori edili e piccoli imprenditori. Una larga
coalizione che ha scommesso su di lui perché il progetto MAGA si è fatto garante
di due cose: riportare sotto controllo americano le catene del valore globali,
garantendo l’interventismo necessario ad ammortizzare gli ingenti problemi che
attanagliavano alcuni settori centrali del capitalismo statunitense attraverso
una forma di disciplinamento, anche armato, degli attori periferici in grado di
controllare le risorse centrali; e scaricare i costi degli stessi problemi
economici verso il basso e verso l’esterno.
Le principali forme di opposizione registrate negli USA sono provenute finora da
settori urbani politicamente ostili al partito repubblicano, e si siano
materializzate principalmente sotto forma di resistenza diffusa nei confronti
dell’espulsione di massa di forza lavoro migrante. Tuttavia, questo non
significa che il progetto americano debba temere esclusivamente la capacità di
resistenza di chi decide di attaccare, anzi: il consenso all’interno della
propria base non sembra più essere secondario. Da almeno un anno e mezzo ci sono
significativi mal di pancia, soprattutto all’interno del cerchio magico di
fedelissimi che hanno sostenuto Trump sin dall’ultima amministrazione –
principalmente nei confronti dell’atteggiamento statunitense rispetto ad un
Israele talmente assetato di sangue che inizia a suscitare l’odio ed il malumore
di un grosso settore della base MAGA, come dimostrano le recenti uscite di
Tucker Carlson, uno degli ideologi più influenti di quell’area. Adesso che gli
USA scontano davanti agli occhi di tutto il Mondo la difficoltà di sviluppare
una strategia comune con la loro truppa d’assalto in Medio Oriente, queste
tensioni sono destinate ad approfondirsi.
Neanche il consenso del proletariato bianco statunitense sembra più granitico,
soprattutto perché la guerra contro l’Iran ha dimostrato che, per Trump,
rispettare entrambi gli impegni programmatici comporta un’evidente
contraddizione. L’operazione militare partita per riaffermare il dominio
statunitense sul Medio-Oriente e convincere definitivamente gli Stati del Golfo
ad affidare petrolio, data-center e commissioni per la difesa al carro
USA-Israele si è tradotta in un Memorandum d’intesa piuttosto vago, che
rispecchia una sconfitta sul campo e, soprattutto, in termini economici. In
altre parole, non solo non è risultato possibile cementare l’influenza americana
nel Golfo e stabilirsi definitivamente come principale potenza egemonica
nell’area, ma il tentativo ha prodotto un innalzamento drammatico dei costi
produttivi e riproduttivi all’interno dell’economia domestica, con conseguenze
abbastanza significative sui portafogli della base sociale MAGA. L’agenzia
Moody’s stima il costo della guerra per “consumatori e contribuenti americani”
intorno ai 135 miliardi – e questo senza calcolare che l’economia americana
dovrà prepararsi ad una significativa austerity per sostenere gli aumenti di
budget “emergenziali” del Dipartimento della Guerra, che ha dovuto raschiare il
fondo alle scorte di materiale, munizioni e sistemi d’arma già fortemente
intaccate da cinque anni di sostegno militare all’Ucraina e da tre anni di
rifornimenti a Israele.
In questo senso, la guerra contro l’Iran non ha sicuramente fatto bene alla
popolarità di Donald Trump. È troppo presto per ipotizzare se la società
statunitense e la base “lumpen borghese” del Trumpismo dimostreranno qualcosa di
più di una semplice insofferenza ed arriveranno a ritirare esplicitamente il
consenso alle politiche del presidente. Di certo qualcuno – tra i quali lo
stesso Carlson – già lo accusa di fare solo gli interessi del grande capitale
americano.
2. Il secondo elemento ha a che fare con le conseguenze dirette del primo, nei
termini in cui le difficoltà del progetto imperialista americano tendono a
tradursi in una pressione accelerata sui livelli subordinati della gerarchia
imperiale. Gli stati europei – Italia inclusa – si trovano nella difficile
posizione di non essere abbastanza autonomi per negoziare i termini della
propria subordinazione, né abbastanza periferici per non riportare conseguenze
immediate dal conflitto: se l’incudine è la crisi economica conseguenza della
guerra, che colpisce esattamente i paesi più integrati nel modello di
capitalismo logistico globalizzato (quelli per cui chiudere Hormuz equivale al
disastro immediato), il martello è una politica estera americana che genera
queste crisi e ne scarica i costi verso coloro che un tempo considerava alleati
da tutelare.
Ed infatti, se la guerra contro l’Iran e l’Asse della Resistenza non ha fatto
bene a Trump, neanche a Giorgia Meloni è andata tanto meglio. Per quanto
riguarda l’Italia, la conseguenza più evidente del conflitto si è tradotta
nell’aumento drammatico del prezzo di gasolio e benzina: +75% e +38%, a malapena
ammortizzato da una serie di misure tampone del governo. La pessima figura è
arrivata già nei primissimi giorni: Tajani ha dichiarato di aver scoperto i
bombardamenti americani solo nel corso di quella mattinata, e ha dovuto
ammettere, in parallelo, la presenza del ministro della Difesa Crosetto in
viaggio di piacere proprio in mezzo al fuoco incrociato.
Tutto questo avviene nel quadro di un’evidente autonomia dell’alleato americano
dalle tradizionali regole d’ingaggio condivise che avevano storicamente legato a
doppio filo la progettualità politico-militare degli Stati Uniti alla NATO, con
cui l’Italia ha condiviso almeno dieci missioni all’estero negli ultimi anni e
di cui Meloni si è sempre fregiata essere fiera sostenitrice. A tutti è stato
chiaro che il Comando Americano non ha avvertito gli alleati europei prima di
scatenare un’operazione militare senza precedenti che avrebbe costretto quegli
stessi alleati a correre urgentemente ai ripari. La vicenda dello stretto di
Hormuz è il punto più nitido. Mentre Washington trattava e bombardava a fasi
alterne, tenendo aperta la partita secondo i propri tempi e i propri interessi,
l’Europa – e l’Italia in particolare – si è trovata a pagare il prezzo delle
avventure militari americane senza aver avuto voce in capitolo sulla loro
conduzione.
D’altronde, lo scarico dei costi politici ed economici delle operazioni
americane sugli “ex-alleati” è un meccanismo che negli ultimi anni ha informato
e diretto in misura sempre maggiore la politica estera statunitense. Basti
pensare all’insistenza americana perché l’Europa si faccia finalmente carico
della guerra che Trump odia di più: quella contro la Russia. Un conflitto tutto
politico, visto che di ritorni economici ce ne sono pochi (a parte un po’ di
terre rare, che comunque Trump si è già accaparrato costringendo Zelensky a
firmarne la consegna in cambio della riapertura del rubinetto delle armi). Di
nuovo, stavolta, c’è solo che l’Europa e l’Italia vengono pubblicamente additati
come parassiti ingrati, che si rifiutano di togliere le castagne dal fuoco agli
USA sminando Hormuz e si rifiutano di concedere le basi militari.
Quanto poi queste accuse corrispondano a realtà è ancora da vedere, visto che la
famosa accusa di Trump secondo cui l’Italia ha “negato le basi ai caccia
statunitensi” è stata prontamente smentita dalla NATO. Non solo, infatti, nei
giorni della guerra iraniana armi e munizioni USA sono passate a tonnellate
nelle sette basi che l’esercito statunitense possiede in Italia, scaricate e
maneggiate dai 13mila soldati americani che le occupano, ma il 24 giugno lo
stesso segretario NATO Mark Rutte nel patetico tentativo di ingraziarsi gli
Stati Uniti ha – per l’ennesima volta – sbugiardato pubblicamente il governo
Meloni spergiurando che i jet d’attacco USA le basi italiane le avevano
utilizzate eccome, e che dal “paese sovrano” erano partiti oltre 500 voli
militari statunitensi. La gelida replica del Ministero della Difesa italiano,
che si limita a ribadire il “rispetto dei trattati NATO” (i cui contenuti, in
ogni caso, sono almeno in parte coperti dal segreto di Stato) la dice lunga su
l’imbarazzo di essere stati pubblicamente messi alle strette dalle accuse di
tradimento targate USA e dagli spergiuri servili di iper-collaborazionismo della
NATO.
3. Il terzo elemento ha a che fare con la dialettica tra i primi due, cioè tra
la progettualità dell’imperialismo americano ed i suoi limiti, e la posizione di
subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti in cui si trovano l’Europa
e l’Italia. La tensione generata dalla crisi di questa dialettica ci appare
irrisolvibile attraverso il tradizionale prisma politico della destra
sovranista.
La crisi del dominio egemonico americano spinge gli Stati Uniti ad accelerare lo
scarico dei costi verso gli stati subordinati della propria catena imperiale;
questi stati, però, non hanno margini reali per sottrarsi al meccanismo, perché
la loro posizione nella divisione internazionale del lavoro e nella struttura
militare occidentale è quella che è. L’Italia è un caso paradigmatico, nei
termini della sua strutturale dipendenza dagli USA tanto sul piano della
sicurezza quanto su quello dell’integrazione nelle catene del valore. Proprio il
battibecco “basi sì, basi no, basi forse” di questi giorni non ci sembra altro
che l’ennesima dimostrazione che l’Italia è, allo stato attuale, completamente
incapace di influire o negoziare riguardo alle condizioni della propria
subordinazione.
Meloni sa che deve farsi andare bene quel che impone Trump, perché ha tra le
mani un’Italia troppo inserita dentro le catene del valore dominate dagli Stati
Uniti per strappare in maniera netta – e d’altronde, il decoupling che qualcuno
in nord Europa prova timidamente ad abbozzare è già un casino per loro, per noi
è proprio fantascienza; troppo atlantista, a livello di identità politica e di
strutturazione difensiva e militare, per trattare da pari con una potenza i cui
interessi stanno rapidamente divergendo da quelli europei; e troppo dipendente
dall’export verso Germania, Francia e Stati Uniti – rispettivamente 74, 67 e 63
miliardi nel 2023 – per scegliere di precludersi un campo – o farsi ricoprire di
dazi – senza conseguenze immediate sulla propria base industriale.
L’unico comparto che sta cercando di articolarsi sotto forma “sovranista” è
l’industria militare, settore su cui tutta la locomotiva europea, dalla Germania
alla Francia, sta puntando per cercare di smarcarsi un po’ economicamente dagli
USA e mettere da parte qualche riserva economica e militare per l’inverno della
guerra a bassa intensità e ad alta frammentazione che nei prossimi anni
caratterizzerà il mondo. Non a caso, gli Stati Uniti stanno cercando di
obbligare gli “ex-alleati” che intendono mettersi in proprio sulla Difesa a
pagare un prezzo sproporzionatamente alto, come dimostra il programma PURL
(Prioritized Ukraine Requirements List) che obbliga i membri della NATO a
stanziare quasi 6 miliardi di dollari per acquistare direttamente dagli USA
sistemi d’arma da donare all’Ucraina, l’ennesimo tentativo statunitense riuscito
di scaricare il costo della crisi militare ucraina sui Paesi europei.
Il 22 giugno Crosetto ha dichiarato a gran voce che l’Italia non parteciperà al
PURL e non acquisterà dagli USA la partita di missili Patriot da consegnare
all’Ucraina. Ma il 7 ed 8 luglio è in programma ad Ankara il secondo vertice
NATO sull’argomento, e il Segretario della Guerra USA Pete Hegseth ha dichiarato
compiaciuto che sarà l’occasione per riportare all’obbedienza “parecchi alleati
che sembrano ancora pensare che sia arrivata l’era del free-riding” – cioè,
della capacità di sottrarsi all’ennesimo meccanismo-capestro.
Un battibecco come quello del G7 ha le sue radici proprio nel fatto che
qualcuno, adesso, si sta trovando a pagare un conto che quando è salita al
governo non aveva preventivato. Che si sia trattato di un timido strappo reale –
come tende a suggerire anche la stessa premier per cercare di mostrarsi forte di
fronte alla prepotenza trumpiana – o più semplicemente di un teatrino a favor di
telecamera, il risultato non cambierà. Lo scisma politico tra Italia e Stati
Uniti, allo stato attuale è semplicemente impraticabile.
Contrariamente a chi preventivava ancora qualche giorno di polemiche, la scena è
tornata rapidamente quella di un governo che riassesta silenziosamente gli
equilibri: e se pubblicamente ha annunciato qualche diserzione di facciata ai
prossimi summit diplomatici (tra l’altro revocata, visto che al 4 luglio a
quanto pare si presenterà una folta delegazione italiana) – tra pochi giorni
verrà di nuovo ufficializzato il patetico tentativo meloniano di accordarsi ad
un imperialismo in crisi che si è fatto prendere a schiaffi sullo stretto di
Hormuz.
Dal punto di vista politico, questi elementi rappresentano la dimostrazione
evidente del punto principale su cui si inceppa il progetto sovranista che
questa compagine di governo ha venduto ai suoi elettori. E al di là della destra
impantanata che si arrampicherà sugli specchi, a farsi questi calcoli c’è
soprattutto una borghesia italiana stretta tra Washington e Berlino che non sa
ancora dove trovare l’uscita dal pantano. Qualche assist pubblico per continuare
a fare riferimento agli USA arriverà infatti immancabilmente anche dal “campo
liberal-progressista”: come interpretare altrimenti il fatto che La Repubblica
da dieci giorni metta ogni giorno in prima pagina Obama – che abbraccia
Michelle, che visita una scuola… – se non per suggerire che l’America può
tornare ad avere un volto umano e liberal, che tutto sommato l’era Trumpiana è
solo una fase al ribasso della democrazia e che con la prosperità yankee potremo
ancora salvarci da un futuro siberiano o mandarino.
I costi di questo allineamento – energetici, salariali, militari – aumentano di
mese in mese e, guarda caso, si scaricano verso il basso nella gerarchia
sociale. Nel frattempo gli amici di Trump sfondano record di arricchimento,
l’entourage del presidente fa insider trading sulla guerra in Iran per
costruirsi resort vacanze privati sulla costa dell’Albania e comprare presidenti
e primi ministri dei paradisi fiscali in giro per i Balcani e il Centro America.
Lo scollamento tra la sovranità nazionale con cui la destra ha stravinto gli
ultimi cicli elettorali e una realtà di subordinazione economica e militare
cieca alla volontà degli Stati Uniti è visibile a chiunque voglia vederlo.
Osservare interessati gli effetti delle ennesime piccole crepe all’interno delle
relazioni strutturali tra Stati Uniti ed Europa, quindi, significa cominciare a
tematizzare l’irresolubilità di questa contraddizione all’interno del blocco
sovranista per spaccarlo e costringerlo ad esaurirsi nel vano tentativo di dare
delle risposte. Occorre pensare a come fare leva su questo scarto per articolare
un programma che si prepari alla lunga notte della guerra che arriva mettendo al
centro la difesa degli interessi di classe. Il movimento di massa contro il
genocidio a Gaza ha già dimostrato che lo spazio per l’organizzazione contro
questo regime di oligarchi e di assassini esiste: riaprirlo e sostanziarlo
rappresenterà la sfida collettiva dei prossimi mesi.
Sono oltre 25.000 le persone che risultano al momento disperse a seguito dei
devastanti terremoti che ieri sera, mercoledì 24 giugno, hanno colpito il
Venezuela.
Due scosse violentissime, a breve distanza, tra mezzanotte e le due di notte,
orario italiano, hanno causato il crollo di centinaia di edifici. La prima
scossa è stata di magnitudo 7.1, la seconda di 7.5. Si è trattato del sisma più
violento da 126 anni a questa parte in Venezuela, con epicentro a Yumare, 300 km
a ovest di Caracas.
Sale a 164 morti e 1000 feriti il bilancio, ma i numeri sono destinati a salire.
Lo stato più colpito è La Guaira. Danneggiato l’aeroporto internazionale che ha
sospeso i voli. La presidente a interim Rodriguez ha annunciato lo stato di
emergenza: ‘Situazione grave’.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Geraldina Colotti, giornalista ed esperta in
questioni latinoamericane, con cui abbiamo fatto anche un quadro generale della
situazione del Paese, già in grave crisi politico-economica.