Riportiamo parte degli interventi della serata informativa organizzata da
Legambiente del Vercellese e della Valsesia – gruppo di Trino il 16 ottobre 2026
a Trino alla quale abbiamo partecipato, in modo da fissare alcuni concetti
chiave nell’approcciarsi a questo terreno.
I PARTE DOMANDA ENERGETICA FUORI DALLA REALTÀ
1.1 Dal reattore al Data Center
Ad aprire l’incontro è stato Fausto Cognasso, già membro del comitato TriNO
contro l’installazione del Deposito nucleare nazionale nella pianura risicola
vercellese. Il suo intervento è servito a confrontare la narrativa istituzionale
sul Cavour Hyperscale Campus (CHC) con i rischi reali per il territorio legati
alla realizzazione del progetto.
Del CHC si parla infatti solo in termini entusiastici. 400 MW di potenza di
calcolo, 4 miliardi di euro di investimento, importanti ricadute occupazionali:
un rilancio economico a tutto campo. Ma né dentro né fuori dalle sale comunali
si è ancora avuto un vero confronto politico sul progetto.
Il silenzio ufficiale lascia al momento sospese questioni decisive per la
valutazione del CHC da parte del territorio. Ad esempio, il campus potrà
affidarsi a fonti rinnovabili per le sue esigenze energetiche? O si dovrà
piuttosto ricorrere al nucleare, come ha lasciato intendere l’assessore
all’Ambiente della Regione Piemonte Marnati? C’è il rischio che i costi di
adeguamento della rete elettrica alla proliferazione di data center in Lombardia
e Piemonte vengano scaricati sui cittadini attraverso un aumento in bolletta?
L’insediamento di un data center potrebbe dare luogo o esasperare fenomeni di
isole di calore? E se, come dovrebbe avvenire nel caso del CHC a Trino, i server
non saranno raffreddati ad acqua, si userà allora un liquido refrigerante a base
di PFAS? I rischi legati a questi “inquinanti eterni” sono stati opportunamente
valutati?
Colmare il vuoto d’informazione
In merito a questa ondata di data center che si sta abbattendo sul nord Italia,
l’opacità rilevata anche a Trino in merito al progetto del CHC è la regola:
comitati, associazioni, stampa indipendente e cittadini si stanno mobilitando
per “coprire il deficit di informazione e democrazia”.
Ad esempio, il nesso tra crescita della produzione di PFAS e accelerazione sui
data center per le necessità dell’intelligenza artificiale è un fatto assodato.
In un report pubblicato dalla ONG svedese ChemSec viene illustrato come dai
piani industriali dei primi dieci grandi produttori mondiali di PFAS emerga
l’intento di espandere la produzione dei composti in risposta alla crescita
esponenziale del settore tech. Come abbiamo accennato, nel caso dei data center
i PFAS entrano in gioco per il raffreddamento in quanto necessari ai liquidi
refrigeranti alternativi all’uso di acqua o aria fredda. Queste moderne
tecnologie di raffreddamento dipendenti dai PFAS vengono tipicamente impiegate
negli hyperscaler come il CHC. Il colosso francese dei materiali Arkema, ad
esempio, ha inaugurato in Kentucky uno stabilimento da circa 60 milioni di
dollari per la produzione del gas HFO R1233Z, refrigerante di largo impiego e
utilizzato anche nei data center per il raffreddamento dei server.
Quanto alle ricadute occupazionali, resta da capire se artigiani e imprese
locali abbiano effettivamente le competenze per lavorare a una struttura come il
CHC. Nel caso della centrale Galileo Ferraris, ad esempio, gran parte
dell’imprenditoria locale dovette accontentarsi di subappalti marginali.
Sul piano amministrativo il coinvolgimento del territorio è completamente
assente. La dichiarazione di interesse strategico nazionale approvata
recentemente dal Consiglio dei Ministri per il CHC comporta la nomina di un
Commissario straordinario di governo, incaricato di garantire la “tempestiva
realizzazione dell’investimento”. L’iter ordinario, che pur essendo più
laborioso offre maggiori tutele per il territorio e le comunità che lo abitano,
qui dovrebbe lasciare il posto a un’autorizzazione unica, pensata per accelerare
i tempi e offrire certezze a chi muove i capitali. Come in altri casi di grandi
opere imposte dall’alto, il rischio è che la pianificazione urbanistica locale
ne esca subordinata a interessi di mercato e politica di palazzo. Tanto più
grave risulterebbe in questo quadro l’assenza di dibattito pubblico fin dalle
fasi preliminari del progetto.
La concentrazione di data center, di vecchie centrali atomiche non ancora
dismesse e depositi nucleari su aree relativamente ridotte risulterà inoltre in
una militarizzazione dei territori. Questo, per due ordini di motivi. Primo, si
renderà necessaria per impedire a cittadini e comitati di monitorare e
contrastare il progetto. Secondo, una volta in funzione, questi impianti
diventerebbero bersagli in una guerra globale le cui forme più distruttive sono
sempre più vicine anche alle nostre latitudini: la stessa che motiva i massicci
investimenti piemontesi in intelligenza artificiale e data center e che
favorisce l’establishment finanziario-industriale.
Altrettanto concreto appare, nel quadro delineato, il ritorno dell’atomo nel
vercellese. La legge 169, appena approvata, delega al Governo la disciplina del
nucleare “sostenibile” e pone in prima fila come candidati per l’insediamento di
futuri reattori i siti ex nucleari, Trino compreso. Indicativa del processo di
riapertura all’atomo la metamorfosi dell’azienda Sogin: nata per smantellare le
vecchie centrali e restituirle libere da ogni vincolo radiologico, è oggi tra i
protagonisti del suo rilancio. Secondo l’ex amministratore delegato Artizzu, i
siti da lei gestiti sono già pronti ad accogliere i nuovi reattori.
Nel frattempo la Commissione consultiva comunale di Trino sullo smantellamento
della centrale Enrico Fermi non si riunisce da due anni, nonostante le richieste
dei membri designati dalle associazioni ambientaliste. Restano inevase anche le
domande a Sogin sul Programma Vita Intera (PVI), il cronoprogramma che dovrebbe
documentare avanzamento e costi dei lavori. Atteso per il 2023, è arrivato solo
nel 2025 e attende ancora il vaglio dell’ARERA. Dal documento emerge che i costi
del solo decommissioning superano di 2,8 miliardi le stime del 2020-2021 e che
la chiusura della commessa slitta di dieci anni, dal 2029 al 2039.
Il 7 ottobre, infine, il Sindaco di Trino ha partecipato a Roma a un incontro
negli uffici di Inrete, società di lobbying che mette in relazione il mondo
politico-istituzionale con quello imprenditoriale. L’evento, intitolato “Il
nucleare per lo sviluppo energetico dell’Italia”, era promosso da Nuclitalia,
società partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, e nata per guidare il
ritorno dell’atomo in Italia. Nessuno ne ha dato notizia, né prima né dopo:
cittadini e comitati l’hanno scoperto da una determina che stanziava i fondi per
la trasferta.
1.2 Data center e nucleare: a che punto siamo?
Gianpiero Godio, referente dell’Osservatorio dei Cittadini sul nucleare, ha
approfondito il gigantismo energetico dei data center, analizzando più da vicino
la possibile interazione di queste strutture col nucleare, con le rinnovabili e
con i paradigmi energetici impliciti alla corsa agli hyperscaler. Nel corso
della sua vita professionale Godio è stato per vent’anni responsabile dell’unità
di automazione e calcolo scientifico dell’impianto nucleare Eurex di Saluggia
(CNEN), dirigendo quindi un “piccolo data center” per l’impianto di
riprocessamento.
Le osservazioni di Pro Natura alla consultazione sul disegno di legge regionale
Il 15 luglio la Regione Piemonte, tramite l’assessorato Ambiente, Intelligenza
Artificiale ed Energia, ha aperto una consultazione pubblica sul disegno di
legge regionale “Disciplina per l’insediamento di data center”. Pro Natura ha
presentato quattro pagine di osservazioni, i cui punti principali elaborati
possono così essere riassunti:
* L’AI va considerata un bene comune, quindi sottratta a usi bellici,
speculativi e antidemocratici, con uno sviluppo aperto e graduale.
* L’addestramento nei data center deve adattarsi alla disponibilità oraria e
stagionale delle rinnovabili. Queste devono essere l’unica fonte da subito e
provenire da nuovi impianti e nuovi accumuli dedicati, senza accentrare tutta
l’energia rinnovabile già prodotta sul territorio sottraendola ad altri
ambiti.
* Lo sviluppo va pianificato a livello statale e regionale, stabilendo potenza,
collocazione e finalità dei data center prima di realizzarli.
* I territori ospitanti vanno protetti da interruzioni di fornitura e, aggiunge
Godio, anche da aumenti dei prezzi locali. Le popolazioni devono essere
consultate con un’inchiesta pubblica preventiva.
* Sul piano etico, ci si chiede a chi serva davvero un’AI “totalizzante”: se
arricchisca il pensiero o lo sostituisca, e se serva percorsi di
emancipazione collettiva o speculazione e guerra.
I numeri dei consumi dell’AI – intelligenza artificiale
Un data center da 400 MW consumerebbe circa 3,5 miliardi di kWh l’anno, cioè il
triplo dei consumi di tutti i settori della provincia di Vercelli e più di tutta
la produzione fotovoltaica installata in Piemonte, che si aggira sui 3 miliardi
di kWh. A meno che l’addestramento dei modelli di machine learning e deep
learning non venga pianificato in modo flessibile, alimentarlo continuativamente
(come queste strutture normalmente richiedono) con l’agrivoltaico richiederebbe
circa 35 km² (3.500 ettari) e una quantità impressionante di batterie.
Inoltre, un approccio che ponga come imprescindibile a una riappropriazione
popolare dell’AI la sua sincronizzazione con le FER (Fonti Energia Rinnovabili),
escluderebbe a priori i data center hyperscale. Per dare un’idea della scala
delle necessità energetiche di queste strutture rispetto alle possibilità e ai
costi delle rinnovabili, il grande impianto fotovoltaico di Enel di Leri Cavour
produce meno del 5% di quanto servirebbe a un data center da 400 MW come il CHC.
Per permettere le modalità di insediamento massiccio di queste strutture che
stanno via via facendosi sempre più ingombranti, il ricorso alle fonti fossili è
inevitabile, anche se questa invasione in atto sembra debba fare da volano a
forme energetiche anche più problematiche.
La svolta sull’atomo: vecchi siti per il nuovo nucleare
Rieccoci, dunque, allo spettro del ritorno al nucleare in Italia. Quello fra
data center hyperscale e nucleare è un “matrimonio di interesse e di potere” che
non s’ha da fare, né a Trino né altrove. Dopo la pausa di agosto, a settembre è
emerso che la nuova legge delega sul nucleare fortemente voluta dal Governo e
già approvata dalla Camera, sarebbe stata approvata anche dal Senato.
L’approvazione formale infatti è avvenuta il 23 settembre.
La legge delega 169, come abbiamo già avuto modo di accennare, all’articolo 2
amplia la destinazione d’uso dei vecchi siti nucleari. Le finalità comprendono
nuovi impianti di produzione, impianti di fabbricazione e riprocessamento del
combustibile, stoccaggio temporaneo e smaltimento definitivo. Nella pratica una
loro riattivazione, legittimata dalla corsa ai data center, senza che sia mai
avvenuta una vera disattivazione.
Ad andare incontro a questa riattivazione potrebbero essere il centro Euratom a
Ispra, sul Lago Maggiore; Bosco Marengo, dove si fabbricavano le barre di
combustibile; il deposito di Tortona, e addirittura le miniere di uranio di
Peveragno e dell’Alta Val di Susa.
Sufficienza e bene comune: ripensare il progresso
Se data center, AI e nucleare sono il progresso, emerge con forza la necessità
di ripensare il concetto stesso di progresso. Per abbandonare le fonti fossili
servono sufficienza, efficienza, flessibilità e rinnovabili “fatte bene”, cioè
motivate organicamente dalle necessità e aspirazioni dei territori e non dalla
speculazione finanziaria.
I data center hyperscale sono, invece, l’antitesi della sufficienza:
raggiungerla implicherebbe infatti chiedersi quali usi digitali siano davvero
necessari al benessere umano e sociale e quali siano invece forme di
sovraconsumo ed estrattivismo.
Non basta puntare sull’efficienza, perché questa genera un effetto rimbalzo: una
maggiore efficienza, portando a un aumento della produzione, porta a uno
sfruttamento complessivo maggiore delle risorse. La sfida è invece quella di un
cambio di paradigma, di una sovversione dei rapporti di forza: l’AI deve essere
un bene comune, di uso limitato e per fini quali la ricerca scientifica o le
applicazioni mediche, e sincronizzata con la disponibilità giornaliera e
stagionale delle rinnovabili, conclude Godio.
La centrale nucleare di Trino durante la sua costruzione – Fondazione del
camino. Dal sito di Sogin
1.3 I consumi elettrici
Interviene Umberto Lorini (Pro Natura Vercellese, Valsesia e VCO), con una
riflessione sulle conseguenze dell’avvento dei data center sul consumo di
energia elettrica. Lorini guarda alla scala nazionale e contestualizza
storicamente quanto sta avvenendo.
Cosa è accaduto riguardo al fabbisogno di energia elettrica negli ultimi 100
anni?
Nella prima metà del XX secolo in Italia non si superò mai la soglia dei 25 TWh
e l’energia era prodotta principalmente attraverso centrali idroelettriche. Nel
dopoguerra, gli anni del boom economico e dell’industrializzazione, il
fabbisogno triplicò. Nel 1968 vennero superati i 100 TWh annui grazie anche
all’uso di altre fonti: all’idroelettrico si affiancò soprattutto il petrolio.
Nel 1973, alla vigilia della prima grande crisi petrolifera, due terzi del
fabbisogno nazionale di energia elettrica erano coperti da centrali a olio
combustibile. Negli anni ’70-’80 ci fu il momento del nucleare; quattro centrali
che anche quando funzionavano tutte e contemporaneamente non coprirono mai più
del 4-4,5% del fabbisogno elettrico nazionale, che in quel periodo era tra i 150
e i 200 TWh annui (e che lasciarono strascichi che si paghiamo ancora). Negli
ultimi 20 anni del XX secolo la domanda di energia elettrica in Italia crebbe
fino a sfiorare i 300 TWh annui. Rispetto alle fonti, Lorini mostra dati che
indicano come il petrolio sia stato in gran parte progressivamente sostituito
dal gas naturale, con cui nel 2000 in Italia si produceva più della metà
dell’energia elettrica.
Il picco dei consumi elettrici in Italia venne raggiunto 20 anni fa, nel 2007,
con 340 TWh annui: da quel momento – gli ultimi 20 anni – il fabbisogno di
energia elettrica è rimasto stabile fra i 300 e i 320 TWh. Di questi, il 40% è
attualmente coperto con fonti rinnovabili: fotovoltaico soprattutto, ma anche
idroelettrico, un po’ di eolico, un po’ di geotermico. La crescita costante di
consumo che ha caratterizzato tutto il XX secolo, con il XXI si è
sostanzialmente arrestata, se non leggermente calata.
Quali sono i motivi di questo calo di consumi nell’ultimo ventennio?
– L’efficientamento: per fare le stesse cose che facevamo 20 o 25 anni
fa, oggi, grazie al miglioramento tecnologico, consumiamo meno energia
elettrica.
– L’autoproduzione e l’autoconsumo, che non rientrano nei dati ufficiali,
per cui chi avesse pannelli solari sul proprio tetto per i propri consumi, non
rientra nel conteggio ufficiale a livello nazionale (si stima sia tra i 5 e i 10
TWh annui).
Se i consumi restassero stabili, entro il 2030 si potrebbe arrivare al 50% del
fabbisogno elettrico coperto da fonti rinnovabili (oggi siamo intorno al 41%) e
quindi progressivamente aumentare la quota di rinnovabili per sostituire
progressivamente le fonti fossili nella transizione energetica. Il professor
Angelo Tartaglia ha calcolato che con gli attuali pannelli fotovoltaici in
commercio il fabbisogno complessivo annuo nazionale (315 TWh) potrebbe essere
coperto con pannelli installati sullo 0,52% della superficie del territorio
nazionale (Lorini cita esplicitamente tetti e coperture, non suoli agricoli).
Tra l’altro, così facendo e con consumi stabili, entro il 2030 l’Italia non
avrebbe più bisogno di importare energia elettrica dalla rete europea, di cui,
per inciso, meno della metà arriva dalla Francia nucleare. Va infatti
sottolineato che gli acquisti dall’estero dipendono per lo più dalla convenienza
del prezzo in certi periodi, più che dalla capacità di produzione.
A partire da questo quadro di informazioni, Lorini propone due possibili scenari
per la transizione energetica:
– se la domanda si stabilizzasse a 300 TWh all’anno, per arrivare al
63,4% da rinnovabili (obiettivo PNIEC) servirebbe produrre 190 TW, che è un
obiettivo fattibile.
– Se però la domanda crescesse fino a 400 TWh all’anno, diventerebbe
difficilissimo coprire questo fabbisogno con le rinnovabili.
È qui che Lorini inserisce un discorso sui consumi che potrebbero portare il
fabbisogno da 300 a 400 TWh all’anno, e che identifica nei seguenti tre:
– i condizionatori. L’aumento delle temperature comporta una crescita
stimata di circa 7 TWh all’anno entro il 2030.
– Le auto elettriche. Previsioni dicono che si passerà dall’1% attuale al
5% nel 2030 e 10% nel 2035, con un consumo di circa 15 TWh all’anno in più.
– I data center. A livello nazionale si prevede che arriveranno a
consumare ulteriori 30-35 TWh all’anno.
Sono quindi soprattutto i data center a far saltare il banco con una richiesta
di energia abnorme, per cui le uniche strade sembrerebbero quella del continuo
consumo di combustibili fossili o la costruzione di nuove centrali nucleari. La
proliferazione dei data center altamente energivori porterebbe inevitabilmente
con sé il ritorno alla produzione di energia con il nucleare, perché non
basterebbero i pannelli fotovoltaici sugli edifici o sui campi per coprire
questi ordini di grandezza.
La centrale nucleare di Trino durante il suo esercizio. Dal sito di Sogin
II PARTE DATA CENTER COME NUOVO CAMPO DI VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE
2.1 Mappa dello sviluppo di data center in Italia
Come riportato dal Comitato di Ciarlasco “Nel Rapporto “Data Centers in Italy
2026 Market Research and Industry Survey” di IDA1, l’associazione italiana dei
promotori dei data center, è uscita questa mappa da loro elaborata. In questa
mappa e nel rapporto viene espressa la strategia del mercato dei data center in
Italia e il tutto viene presentato come un piano di sviluppo, in rapporto ai
piani energetici e di sviluppo delle infrastrutture di Terna, dei cavidotti e
delle fibre ottiche. Peccato che i data center vengano valutati singolarmente,
senza avere un piano nazionale con una valutazione ambientale strategica
nazionale.”
Se si guarda alla regione Lombardia la richiesta a Terna è di 44 Watt/h, pari al
130% del fabbisogno energetico nazionale del 2025. I 30 progetti in VIA
(Valutazione Impatto Ambientale) in Lombardia avrebbero dei consumi pari a 6
milioni di famiglie e servirebbero 24 centrali nucleari SMR per
alimentarli. Come viene raccontato anche da Enrico Duranti, portavoce della Rete
Stop Data Center intervenuto alla serata informativa.
Perché l’Italia è stata individuata come hub dei data center
Puntini gialli: progetti
Linee azzurre: dorsali della fibra ottica
Questi impianti vengono progettati in certi luoghi non solo per la capacità
energetica dell’alta tensione ma anche per la presenza delle fibre ottiche
fondamentale per la trasmissione dei dati. Come si vede dalla mappa qui sopra
arrivano molte linee dal Piemonte.
Come evidenziato dalla mappa dei cavidotti internazionali (qui in formato
consultabile online https://www.submarinecablemap.com/country/israel), anche
detti autostrade digitali, questi cavi arrivano in Europa dalla costa USA,
raggiungono l’Italia passando da Genova, proseguono verso Israele, India,
Singapore per poi tornare negli USA. Si tratta di un’unica autostrada digitale
per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per cui i data center sono
fondamentali : l’AI ha infatti una sempre maggiore necessità di spazio per
stoccare questi dati. La posizione dell’Italia risulta quindi utile per il
contesto mondiale.
2.2 Focus sul ruolo dell’Italia nel corridoio IMEC
Abbiamo iniziato a mettere insieme alcune informazioni che ci portano a
concludere che in questa circolazione di cavidotti c’è un ruolo assunto dall’hub
italiano nei confronti delle necessità israeliane. In particolare, il progetto
del corridoio IMEC (come viene esposto su ISPI) viene rappresentato come “la
spina dorsale di una regione indo-mediterranea. L’Italia e il futuro della
connettività transcontinentale. Il corridoio economico India-Medio
Oriente-Europa (IMEC) offre un’opportunità strategica per rimodellare il
commercio globale e la connettività digitale, posizionando l’Italia come hub
mediterraneo fondamentale e chiedendo un’azione politica mirata per garantire il
suo ruolo nelle reti geopolitiche ed economiche emergenti.” Questo progetto di
scambio e connettività tra Europa, Medio-Oriente e India è il risultato del G20
di Nuova Dehli del 2023, il tutto per beneficiare Israele nelle sue possibilità
di essere collegato a queste aree geografiche: un ponte dunque che viene gettato
nei confronti di Netanyahu. L’obiettivo di IMEC è di ridurre i tempi di
trasporto tra India ed Europa rispetto alla rotta di Suez e facilitare la
costruzione di gasdotti, cavi internet e reti energetiche.
In questo senso l’Italia diventa anche uno snodo per Israele: vengono registrati
il cavo Blue che passa da Genova, Jonah che parte da Bari e Mednautilus da
Catania. Per Israele è centrale la questione della connessione: il 70% del PIL
israeliano si concentra nei servizi, settore che dipende da internet. Inoltre
le telecomunicazioni e i servizi informatici sono la principale voce dell’export
israeliano.
IMEC è un corridoio che assume un ruolo fondamentale anche in relazione agli
aspetti geopolitici e per farlo funzionare i data center sono importanti, così
come lo sono gli snodi che fanno approdare i cavi, Genova e Trieste nel caso del
nostro Paese.
In questa mappa sono evidenziati soltanto i cavidotti israeliani e i loro punti
di approdo
Illustration of the IMEC and its connections, courtesy of ECFR. Sources:
TeleGeography, Edison, RailFreight. ECFR.
https://www.merip.org/2025/10/hardwiring-normalization-infrastructures-extraction-and-gazas-future/
Aggiungiamo anche che la questione energetica si intreccia con la dimensione
coloniale incarnata da Israele, così come abbiamo sottolineato rispetto agli
investimenti israeliani in grandi impianti di rinnovabili. L’autrice Rafeef
Ziadah, attivista palestinese per i diritti umani, ne parla in questo articolo
Ripensare la Palestina al di là dell’eccezionalismo, sottolineando come:
“Queste dinamiche sono visibili in diversi sviluppi recenti in tutta SWANA: il
consolidamento dei legami Golfo-Israele; l’integrazione delle tecnologie di
sorveglianza, armi e sicurezza; i cosiddetti schemi di sviluppo verde che si
presentano come futuri sostenibili mentre trincerano l’espropriazione coloniale;
e nuovi corridoi di trasporto e commercio, tra cui progetti come il corridoio
economico India-Medio Oriente (IMEC), che immaginano una circolazione regionale
senza soluzione di continuità mentre passano le aree geografiche in frantumi e
le rivendicazioni politiche dei palestinesi. Questi progetti sono spesso
inquadrati nel linguaggio della connettività, dell’innovazione e della
prosperità. Ma connettività per chi, a quali termini, e costruita sulla
cancellazione di chi?”
E aggiunge:
“Questa più ampia corsa per l’accesso – a rotte commerciali, dati, energia,
terra, porti, cavi sottomarini, corridoi logistici e influenza regionale – è
fondamentale per comprendere il presente. L’imperialismo non è semplicemente
guerra, funziona anche attraverso catene di approvvigionamento, circuiti
finanziari, architettura cloud, progetti di energia estrattiva, trasferimenti di
armi e il terreno digitale attraverso il quale le popolazioni sono monitorate,
governate e rese redditizie. Ciò ha implicazioni dirette per il modo in cui
comprendiamo l’economia politica in evoluzione della Palestina stessa.”
Illustration by Fourate Chahal El Rekaby
Fin dall’inizio Israele è stato parte integrante di questo progetto attraverso i
porti come Haifa. E’ chiaro che Israele non gioca da solo, infatti come viene
sottolineato in questo commento sempre di Rafeef Ziadah “Il piano di
riqualificazione di Gaza trapelato da Donald Trump prevede di trasformare il
territorio in un hub logistico all’interno di un corridoio economico regionale
guidato dagli Stati Uniti, dando priorità ai guadagni strategici e finanziari
rispetto ai diritti e alla sovranità palestinesi”, questo significa che nello
stesso corridoio viene previsto un ruolo di primo piano per il territorio
palestinese in quanto ulteriore tassello di questo progetto di connessione
globale. Infatti, sottolinea l’autrice “In un documento trapelato di 38 pagine
dell’amministrazione di Donald Trump – il Gaza Ricostituzione, Accelerazione
Economica e Trasformazione (Great) – propone di “trasformare fondamentalmente
Gaza” piegandola nel Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec).”
Tutto questo oltre ad aprire delle questioni sul piano politico e sulla
complicità dei governi europei con il genocidio in Palestina, mette in luce
anche una questione materiale, ossia legata alle conseguenze che queste
interconnessioni possono avere sul piano economico e come esse impongano un
peggioramento della crisi per le persone che abitano a queste latitudini. Vi è
inoltre un altro aspetto importante da tenere in conto che ha a che fare con
un’ennesima bolla speculativa: tutti questi impianti, a fronte di una richiesta
energetica spropositata rispetto alle possibilità materiali della rete e della
produzione, nella realtà non potranno mai essere realizzati.
2.3 Il legame tra intelligenza artificiale, data center, investimenti e finanza
Aggiungiamo questi aspetti a partire dal contributo del professor Alessandro
Volpi, intervistato da Alberto Deambrogio su Dignità tv.
Il processo fondamentale per comprendere la situazione in atto è il seguente:
gli Usa attestano il loro debito su 40 miliardi di dollari, un ruolo importante
è occupato dagli investimenti per l’intelligenza artificiale, inoltre,
contemporaneamente la borsa si sta gonfiando rispetto al valore reale delle
aziende. Un processo che viene confermato anche in questo articolo di Vincenzo
Comito di cui riprendiamo un passaggio: “Quasi allo stesso livello di
preoccupazione si colloca il quadro dei mercati finanziari e il loro crescente
legame con la situazione dei grandi gruppi dell’AI. I magnifici sette del
settore negli Usa stanno investendo somme colossali, in particolare nella
costruzione dei data center. Ma le prospettive di recuperare tali enormi
investimenti appaiono incerte. Intanto il valore dei titoli in Borsa continua a
crescere, gonfiando complessivamente un mercato finanziario di cui i titoli
delle imprese dell’IA costituiscono ormai la parte più importante, anche se gli
investimenti delle imprese del settore sono sempre più finanziati a debito e non
con le risorse interne. Poi c’è la situazione del private credit. Si tratta del
settore dei prestiti alle imprese da parte di entità non bancarie, un campo
opaco e solo scarsamente regolato, che registra una larga diffusione negli Stati
Uniti in particolare. Esso pesa in effetti nel paese per circa 3 trilioni di
dollari. Si registrano da qualche tempo una crescita nei default dei clienti,
nonché una crisi di liquidità delle imprese del settore, dovuta tra l’altro alla
crescita dei ritiri dei finanziamenti da parte del mercato.”
Da un lato quindi si verifica una mole di investimenti gigantesca accumulata nel
corso del tempo e, dall’altro lato, a fronte dell’indebitamento c’è forte
incertezza rispetto ai risultati reali in termini di margine operativo lordo.
Un altro elemento importante è il seguente: per effetto di un indebitamento così
marcato e per i massicci investimenti di grandi aziende (Nvidia, Microsoft,
OpenAi, Antropic) si sono venuti a creare multipli azionari con un rapporto tra
prezzo e utile attestatosi intorno a numeri altissimi. Ciò significa che c’è una
grande attribuzione di valore alle società legate al mondo dell’AI a fronte di
un indebitamento che sostiene grandi aspettative ma che cova incertezze sulla
sua tenuta e sulla realizzazione reale degli investimenti.
Questo processo sta però mostrando i suoi primi segnali di incrinatura e del
rischio bolla finanziaria, ossia una forte contrazione del valore azionario di
alcune di queste società. Ciò che ne si può dedurre è un dato generalizzato di
un parziale rallentamento. Perché ? L’AI dovrà fare i conti con il progressivo
aumento dei tassi di interesse. Infatti per effetto dell’indebitamento
complessivo negli USA i tassi si stanno gonfiando, il Paese è alle prese con la
ricomparsa dell’inflazione (4%) e, quindi, per situazioni così indebitate poter
far fronte al mantenimento del valore del proprio titolo con ulteriore ricorso
al debito, se i tassi di interesse crescono, diventa un meccanismo sempre più
oneroso e complicato. Non è un caso, aggiunge Volpi, che OpenAi e Antropic hanno
ritardato la loro iscrizione in borsa, questo perché la quotazione oggi è
pericolosa.
Infine, una parte significativa delle risorse viene dai grandi gestori
internazionali del risparmio (BlackRock e altri): realtà che inizialmente hanno
sostenuto questo sforzo comprando i titoli di Alphabet INC e Nvidia, grazie alla
capacità di assorbire azioni a livello internazionale. Ma in questo momento
anche i grandi fondi, che dispongono del risparmio mondiale, devono indirizzarlo
verso prodotti sul mercato globale che duplicano gli indici con una maggiore
certezza. Bisognerà dunque vedere se questi fondi di investimento continueranno
a indirizzare le loro iniezioni di capitale nel settore dell’intelligenza
artificiale. Questo perché se scende il valore delle azioni dell’AI saranno
costretti a venderle in modo da ricomporre il paniere dei fondi di investimento
dei risparmiatori, al cui interno infatti sono presenti anche fondi pensione,
inclusi quelli di gran parte degli italiani. Il meccanismo descritto implica un
fattore di rischio su settori fortemente iniettati di capitale privato,
strettamente legati all’andamento della borsa mondiale e, dunque, immersi nella
possibilità di sgonfiarsi completamente svalutando così pezzi di stato sociale
che dovrebbe invece essere garantito.
La bolla dunque è costruita su questa simmetria: risultati non sufficienti a
giustificare multipli azionari di questo tipo e, parallelamente, aumento dei
tassi di interesse. Oltre al contesto americano va tenuto in conto il debito
europeo e il processo che alimenta la bolla legata agli investimenti nel riarmo
(anch’esso legato all’intelligenza artificiale) oltre che alla spesa a esso
dedicata.
La bolla dell’AI è una bolla finanziarizzata: l’interrogativo riguarda il fatto
se le vendite future riusciranno a coprire gli enormi costi già in atto oppure
no e l’esempio dei progetti di data center è un fattore concreto di questo
processo che si materializza sui nostri territori.
2.4 Dibattito sul ruolo della politica
L’intervento di Alberto Deambrogio pone alcuni interrogativi importanti
sull’atteggiamento e sul ruolo della politica nei confronti del dilagare di data
center in atto. Il quadro che ne emerge è preoccupante e desolante allo stesso
tempo: una politica che pare aver smarrito il proprio reale compito,
insufficiente nel suo agire e continuamente alla rincorsa nel tentativo di
normare qualcosa che nella sostanza le sfugge di mano.
Una riflessione questa che si rispecchia su livelli diversi, a partire dal
regolamento europeo che prevede una rendicontazione annuale per una serie di
dati riguardanti queste megastrutture, uno schema di rating per classificare i
data center e un tentativo di stabilire standard minimi vincolanti di
prestazione energetica. Al di là della dubbia efficacia delle prime due misure
dovuta alla grande opacità dei proponenti dei progetti (come riportato da
diversi studi), nella sostanza si palesa un orientamento stabilito in maniera
non autonoma, che semplicemente insegue il progredire del fenomeno.
Anche a livello nazionale però le norme denotano un atteggiamento di
insufficienza, tra l’altro votate bipartisan. Il quadro normativo,
sostanzialmente riconducibile al Decreto legge semplificazioni e bollette
dell’anno corrente, si focalizza sul procedimento unico e sui tempi di
realizzazione delle strutture, sulla semplificazione dei nodi di connessione e
sul ricorso a un commissario di governo per investimenti strategici superiori a
1 miliardo di euro, senza neanche menzionare l’interlocuzione e il dialogo con i
territori interessati. Una pericolosa dinamica quest’ultima, che ripropone lo
stesso schema utilizzato per il nucleare: tutto viene centralizzato, le
decisioni sono prese dalle alte sfere in autonomia e il coinvolgimento delle
comunità locali è assente (si ripresenta anche sotto questo aspetto dunque il
legame fin qui più volte sottolineato tra data center e atomo).
Per quanto concerne la regione Piemonte invece un testo di legge a oggi non c’è
ancora, esistono però delle proposte che lasciano intravedere un orientamento di
massima: si accetta il fenomeno data center in maniera acritica impegnandosi a
stabilire dei paletti per limitare gli inconvenienti. Si ripropone dunque anche
a livello locale l’atteggiamento politico di cui sopra: la volontà di attrarre
sul territorio capitali e strutture per poi agire di rimando. Gli stessi
“paletti” auspicati nelle proposte appaiono comunque deboli, in particolar modo
in merito al consumo di suolo e acqua, all’inquinamento acustico e al tema delle
monetizzazioni; i riferimenti sono troppo morbidi e non contengono limiti
cogenti.
Il testo di legge finale della regione Piemonte sta probabilmente attendendo di
valutare quel che sta accadendo in Lombardia, dove una legge esiste già, poco
efficace, ma dove esiste anche un fermento e un movimento di protesta importante
che richiede a gran voce una moratoria che si può riassumere così: è necessario
fermarsi per comprendere e valutare attentamente la natura del fenomeno
(utilità, fattibilità, impatti di varia natura, a chi torna utile…) e in un
secondo momento scrivere la normativa, senza rincorrere il proponente di turno.
Di fronte a questo tipo di atteggiamento normativo passivo urge dunque fare
pressioni affinché la politica costruisca un proprio punto di vista critico
autonomo, al fine di contrastare il comando di scienza e tecnologia (prendendo
coscienza che esse non sono mai neutre), il cui potere pretende sempre più di
essere considerato indiscusso.
Occorre si prendano posizioni critiche a monte, senza avere alcun timore di
essere considerati retrogradi o “quelli del No”. Non si tratta di volersi
fermare per guardare indietro, bensì di porsi interrogativi seri al fine di
scegliere un modello diverso. Il relatore si pone poi una serie di interrogativi
che riproponiamo qui per sviluppare dibattito in merito: questi mega impianti,
questi hyperscaler, sono davvero la priorità e lo sviluppo futuro che vogliamo
pianificare? E’ in grado la politica di farsi proponente di un’alternativa reale
per poter cogliere le vere opportunità del progresso tecnologico senza
prostrarsi ai proponenti portatori di interessi di profitto? Perché nessuno
considera il principio di “calcolo diffuso” (o distribuito) con cui sviluppare
l’AI che può realmente servirci mediante il potenziamento dei nostri computer? E
ancora, le aziende alle spalle di queste mega strutture lavorano e accumulano
ricchezza con i dati che produciamo noi tutti e forniamo loro gratuitamente:
vogliamo parlare di come distribuire i proventi?
C’è poi un ulteriore elemento che la discussione politica elude trasversalmente:
l’effetto cumulativo dei data center. Come descritto precedentemente è in atto
una bolla finanziaria enorme nel settore dell’AI e varrebbe la pena porsi un
interrogativo: nel momento in cui scoppierà questa bolla, quale sarà l’effetto
sui territori occupati da queste strutture? Chi pagherà il conto? La risposta è
chiara fin da ora: il dominio della finanza lascia dietro di sé macerie che paga
la collettività.
Conclusioni
A fronte di queste riflessioni concludiamo quindi con un nostro punto di vista.
Il punto per noi sta nella proprietà e nella contesa del potere dell’energia in
senso generale, unica possibilità per stabilire a chi serve e per cosa. Soltanto
nella possibilità di riappropriarsi della produzione, gestione e consumo
dell’energia si potrebbe aprire uno scenario di sostenibilità e uguaglianza. Per
fare questo è evidente che non basti enunciarlo ma che occorra porsi il problema
dei rapporti di forza e della riorganizzazione generale dei rapporti nella
società. Detto questo, se pensiamo a un certo tipo di fonte energetica come le
rinnovabili, uno scenario simile non sarebbe così fuori dalla realtà. Il primo
problema dunque, quando ci si vuole approcciare al tema dei data center e
dell’AI nei termini di una possibile loro riforma, riguarda il fatto che il loro
sviluppo è materialmente inscindibile dall’utilizzo di energia nucleare. Questo
quindi impone un serio bagno di realtà: l’energia atomica è l’energia padrona
per eccellenza e uno scenario di controllo popolare su di essa è escluso, come
la stessa storia del movimento antinucleare ci insegna. In secondo luogo,
l’intelligenza artificiale sviluppata oggi non può prevedere un suo impiego che
escluda il dual use per il militare: è impossibile dunque pensare di scindere
una AI “buona” da una AI “cattiva”. Il punto quindi non è per noi doversi porre
il problema di trovare loro una soluzione per risolvere la crisi in atto quanto
più di porre con fermezza un NO chiaro e netto alla messa a disposizione dei
territori e di chi li abita per una rivoluzione industriale che è contro gli
interessi collettivi ma insitamente in favore degli interessi di chi deve oggi
garantire un’egemonia globale tramite la guerra. Lo abbiamo detto sin dal primo
momento con il Manifesto di Confluenza: dire NO è il primo atto costitutivo di
un processo democratico reale e ricompositivo e dietro il nostro NO c’è già di
fatto una proposta autonoma del vivere il territorio e le relazioni in e con
esso.
Qui è possibile rivedere il video integrale della serata informativa a Trino del
16 ottobre 2026
1. IDA ↩︎
DATA CENTER – IDA – REPORT – 8-10-2026Download
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Ripubblichiamo questa interessante intervista a Houria Bouteldja apparsa
originariamente su Machina.org
Pubblichiamo un’analisi di quanto accade in Francia dal 17 ottobre e, più in
generale, del ciclo di lotte che attraversa il paese, con un’intervista a Houria
Bouteldja, figura di riferimento del dibattito antirazzista e di cui
DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi! (edizione
originale Beaufs et barbares, La Fabrique éditions). Nel testo l’autrice
affronta diversi temi: dalla composizione sociale delle mobilitazioni alle
possibilità di ricomposizione tra i giovani delle banlieue e il proletariato
bianco impoverito, dal rapporto con La France insoumise alle analogie e alle
differenze con quanto sta emergendo in Italia. Complessivamente, un’importante
riflessione sulle trasformazioni del conflitto sociale in entrambi i paesi.
***
G.M.: Le immagini delle ultime mobilitazioni in Francia colpiscono per
partecipazione, composizione e radicalità delle pratiche di piazza, che si
inscrivono nella continuità del ciclo di conflitti che attraversa il paese da
molti anni, pur sembrando superare una nuova soglia d’intensità. A quale tipo di
mobilitazione abbiamo assistito? In che misura vi ritroviamo la storia delle
rivolte delle banlieue, delle mobilitazioni degli studenti delle superiori e
delle lotte degli ultimi anni? E quali elementi di novità avete individuato?
HB: Ciò che colpisce è che questo movimento sembra condensare da solo l’intero
ciclo di mobilitazioni degli ultimi dieci anni. La sua composizione sociale è
certamente specifica: per il momento si tratta di un movimento giovanile, nato
nelle banlieue, i cui protagonisti sono in gran parte minorenni, molti dei quali
di origine immigrata. Si sono mobilitati perché le loro condizioni di studio e
di vita non erano più accettabili, perché la soglia di tolleranza delle
ingiustizie vissute o osservate era stata ampiamente superata. Ma la sua
composizione politica è molto più complessa: porta con sé la stratificazione
soggettiva di un decennio di lotte che ha visto soggetti a prima vista molto
diversi tra loro – sindacalisti, gilet gialli, giovani rivoltosi non-bianchi –
scendere in lotta a turno, raramente insieme, raramente con le stesse parole
d’ordine e le stesse pratiche. Le lotte sono frammentate.
Eppure, oggi basta andare davanti a una scuola superiore bloccata o partecipare
a una manifestazione per ritrovare un’unità nelle parole d’ordine, nelle
pratiche o nei codici estetici: i gilet gialli, che questi ragazzi hanno
conosciuto da bambini, quando a volte manifestavano nei cortili delle scuole
cantando «Macron, dimettiti», riappaiono nelle bandiere tricolori, nei blocchi e
nella Marsigliese, tornata a essere un canto di battaglia. Le rivolte per Nahel,
assassinato dalla polizia nel 2023 a Nanterre, riaffiorano nell’estetica della
rivolta e nelle parole d’ordine contro le violenze poliziesche. Anche le
mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato il segno, mentre
quelle contro il genocidio a Gaza hanno riempito di bandiere palestinesi i
blocchi e le manifestazioni degli studenti delle superiori.
G.M.: Chi sono i principali protagonisti di queste mobilitazioni? Vedete
emergere rivendicazioni chiaramente identificabili oppure, per il momento,
soprattutto una «potenza negativa», intesa come rifiuto delle condizioni imposte
da anni di repressione e smantellamento dello Stato sociale (per semplificare,
contro il neoliberismo)? Quale importanza assume la consapevolezza del razzismo
sistemico e le discriminazioni subite per comprendere la composizione delle
manifestazioni, la radicalità delle forme di protesta e il rapporto con la
polizia?
H.B.: No, proprio questo è il punto: non si tratta di una potenza negativa o
difensiva. Di solito il movimento sociale si mobilita contro una legge, come
quella sul lavoro o sulle pensioni. È reattivo. Qui, invece, è insorto al di
fuori di un’agenda governativa volta a imporre un nuovo dispositivo liberista.
Il movimento è proattivo. Le rivendicazioni sono «per» qualcosa: il
miglioramento delle condizioni nelle scuole. È molto diverso.
A mio avviso, se la composizione razziale dei protagonisti è chiara, le
rivendicazioni hanno un carattere fortemente sociale. La consapevolezza del
razzismo è ovviamente presente, ma in primo piano vengono poste le questioni
sociali legate alle condizioni di vita. Certo, il continuo peggioramento delle
condizioni sociali è evidentemente legato alle discriminazioni razziali:
repressione poliziesca, disoccupazione endemica, percorsi senza sbocchi,
islamofobia… A soffrire di più sono gli abitanti dei quartieri popolari,
sottoposti a un supersfruttamento a cui si accompagna il rifiuto di riconoscerli
come «veri francesi». Da qui il sovrainvestimento nei simboli che rappresentano
la Francia. Ma ciò che va sottolineato è la straordinaria vitalità del
movimento, la sua creatività e il suo umorismo.
G.M.: Nei tuoi libri e nei tuoi interventi insisti sulla necessità di una
ricomposizione politica tra gli indigeni e i settori impoveriti del proletariato
bianco. Questa possibilità si era manifestata, almeno in parte, durante il
movimento dei gilet gialli. Vedete oggi segnali di una simile ricomposizione
nelle mobilitazioni francesi? Quali ostacoli continuano a impedirla e attraverso
quali pratiche politiche e di lotta potrebbe concretizzarsi?
Non bisogna dimenticare che undici milioni di elettori votano per il
Rassemblement national, facendone la prima forza politica del paese. Questo
significa che una grande parte del proletariato bianco è di estrema destra. Ma
in Francia una parte di questo proletariato può essere convinta dalla France
insoumise, perché è sì razzista, ma è anche legata allo Stato sociale.
D’altra parte, sì, nell’«altra Francia» vediamo delinearsi la possibilità di una
convergenza tra una parte del proletariato bianco delle città, le classi medie
di sinistra e i non bianchi dei quartieri popolari. La convergenza diventa reale
quando le condizioni dei bianchi peggiorano e le loro relazioni sociali si sono
costruite nella mescolanza razziale. Ad accelerare questo processo sono la paura
della globalizzazione e un nuovo sentimento patriottico, aperto alla diversità
razziale e, al tempo stesso, animato da una sensibilità internazionalista.
Ciò che colpisce molto, e che l’estrema sinistra francese non comprende, è
l’attaccamento alla patria. Non si erano mai viste così tante bandiere blu,
bianche e rosse nelle manifestazioni e tra i giovani, né si era mai sentita
cantare così tanto la Marsigliese. La cosa straordinaria è che questi giovani
sono riusciti a riappropriarsi dell’inno nazionale, di cui la destra e l’estrema
destra si erano completamente impadronite a fini nazionalistici, mentre è prima
di tutto un canto rivoluzionario. Che i discendenti degli immigrati
postcoloniali si riapproprino di questo canto per restituirgli la sua dimensione
rivoluzionaria, quando i simboli nazionali sono serviti a colonizzare i loro
antenati, è incredibile, ma si ricollega alle nostre analisi su quello che ho
chiamato «patriottismo internazionalista».
G.M.: Un elemento interessante del contesto francese è il ruolo della France
insoumise, una forza politica che agisce sul terreno istituzionale ma che, allo
stesso tempo, partecipa a numerose mobilitazioni e le sostiene apertamente.
Quale ruolo svolge LFI nell’attuale ciclo di lotte? Come interpretate questo
rapporto tra movimento e rappresentanza politica? Si tratta soprattutto di un
calcolo elettorale oppure le lotte sociali, antirazziste e decoloniali degli
ultimi anni hanno anche contribuito a far emergere una nuova forma di
espressione politica sul terreno istituzionale?
La France insoumise è nata dalla rottura con il Partito socialista e dal
tradimento del «no» al referendum sulla Costituzione europea del 2005. Da allora
il partito di Mélenchon non ha smesso di nutrirsi delle lotte, sia antiliberiste
sia antirazziste. LFI è effettivamente oggi una sintesi politica relativamente
radicale delle aspirazioni popolari. Che sia un partito parlamentarista non è un
male, se gode del sostegno dei settori popolari bianchi e non bianchi.
La nostra proposta, però, è una linea che non sia subordinata alla sola agenda
di LFI, perché dal nostro punto di vista bisogna andare oltre LFI, proprio
perché è vincolata alle regole del gioco parlamentare e la politica è anche e
soprattutto la piazza e i sindacati. È ciò che sta accadendo in questo momento
e, per ora, quello che osserviamo è che questi giovani in lotta si riconoscono
molto di più in LFI e molto poco nell’estrema sinistra.
G.M.: Guardando dalla Francia a ciò che accade in Italia, si potrebbe dire che
il nostro futuro assomigli al vostro passato. Nelle mobilitazioni di questi
ultimi giorni in Italia abbiamo assistito a qualcosa che, almeno nelle forme,
ricorda le rivolte delle banlieue francesi: giovani spesso con un background
migratorio, lontani dalle organizzazioni politiche tradizionali, sono diventati
protagonisti delle manifestazioni, esprimendo una radicalità che si è tradotta
in scontri con la polizia, saccheggi di negozi e forme di conflitto prive delle
mediazioni a cui eravamo abituati. È una novità importante in Italia, mentre in
Francia vi confrontate con questi fenomeni da decenni. Voi che avete
attraversato questa storia e l’avete interrogata politicamente, come
interpretate ciò che emerge oggi in Italia? Quali analogie e quali differenze
vedete rispetto all’esperienza francese? E che cosa ci dice questo scarto
temporale sulle trasformazioni del conflitto sociale nei due paesi?
Ci dice, se posso dirlo, che l’Italia è un paese occidentale di seconda
categoria, un paese il cui status in termini di bianchezza è inferiore a quello
della Francia e della Germania, ma superiore a quello della Polonia o
dell’Ungheria. A differenza della Francia, che insieme all’Inghilterra è al
cuore della bianchezza coloniale, almeno in Europa, l’Italia ha sfruttato molti
meno non bianchi della Francia e ha cominciato a farlo più tardi, anche se ha
avuto anch’essa un’esperienza coloniale.
Di conseguenza, l’esperienza razziale è più profonda in Francia, così come
l’antirazzismo politico ha una storia più lunga. In Italia le generazioni di non
bianchi non hanno ancora accumulato l’esperienza di lotta che abbiamo noi e che
ci viene anche dalla lotta storica contro la schiavitù e il colonialismo
ereditata dai nostri antenati. Senza contare l’importanza delle nostre vittorie,
come la guerra d’indipendenza algerina, che rafforza la nostra capacità di
resistenza.
Detto questo, le mobilitazioni per la Palestina in Italia sono state più
impressionanti che in Francia. Mi sembra che ciò sia dovuto anche al fatto che
la Francia è un paese più repressivo dell’Italia, nonostante in Italia il
fascismo sia al potere. Ma le ragioni di questa brutalità risiedono anche nel
fatto che in Francia esiste una vera sinistra di rottura, che per di più ha una
dimensione di massa. Credo che in Italia, purtroppo, non sia così.
***
Houria Bouteldja è una nota teorica e militante antirazzista franco-algerina. Ha
cofondato il Partito degli indigeni della repubblica. Insieme a Sadri Khiari è
autrice di Nous sommes les indigènes de la république e deI bianchi, gli ebrei e
noi. È membro del comitato editoriale di «QG décolonial» e del blog «Paroles
d’honneur». Per DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi!
(2024).
Giuseppe Molinari è direttore della rivista Machina, per cui cura, insieme a
Salvatore Cominu, la sezione «transuenze». PhD in economia all’Università di
Modena e Reggio Emilia, dove ha svolto una ricerca sugli effetti
dell’Intelligenza Artificiale sul lavoro. Per DeriveApprodi ha curato, insieme a
Loris Narda, Frammenti sulle macchine (2020).
La mobilitazione che come un fuoco di prateria sta incendiando l’Europa arriva
anche in Germania: sabato 31 ottobre, il giorno dopo le gigantesche
manifestazioni che in Italia hanno portato in piazza quasi 1 milione di persone,
e mentre continuano gli scontri davanti ai palazzi del potere in Albania e le
manifestazioni dell’«Atto III» in Francia, decine di migliaia di giovani hanno
riempito le strade di tutto il paese.
All’origine della chiamata c’era il movimento “Gen Z regelt” («ci pensa la Gen
Z»), una rete senza leader e autonoma dai partiti politici nata sull’onda delle
proteste studentesche e generazionali che hanno acceso la miccia in Francia.
“Gen Z regelt” organizzava direttamente solo cinque o sei piazze, tra cui
Berlino e Francoforte, ma in tanti altri luoghi la gioventù tedesca si è
semplicemente auto-convocata: a fine giornata risultavano manifestazioni in 34
città tedesche, con una partecipazione straordinaria quantificata dagli
organizzatori in oltre centomila persone.
La giornata di sabato si inserisce in un trend di mobilitazioni europee da cui
la Germania, il paese che per anni ha trascinato la UE con la sua potenza
industriale e dettato le regole della partita a tutti gli altri paesi attraverso
la propria spietata politica di rigore di bilancio, sembrava fino ad adesso
totalmente assente. Eppure, anche e forse soprattutto in Germania, ci sono tutti
gli ingredienti per far scoppiare il malcontento di una generazione: il modello
economico tedesco è in crisi, schiacciato dalla concorrenza cinese
sull’automotive e dal cinismo degli Stati Uniti, decisi ad abbandonare la ex
potenza industriale europea al suo destino e a limitarsi a tenerne sotto ferreo
controllo i mercati attraverso dazi e minacce. Impelagato da anni in una guerra
contro la Russia combattuta per procura in Ucraina, alla cui necessità non crede
più nessuno e della cui convenienza parecchi paesi UE stanno cominciando a
dubitare, il governo di centrodestra di Friedrich Merz risponde alla crisi in
cui è precipitato il suo paese con una massiccia politica di riarmo. I
diciottenni maschi devono già passare la visita di leva obbligatoria, e nei mesi
scorsi decine di migliaia di studenti hanno partecipato a quattro scioperi
scolastici contro la leva, con occupazioni e blocchi. Intanto il governo taglia
i fondi per la scuola e per il welfare, gli affitti continuano a salire e
l’unica alternativa politica di massa sembra essere l’AfD (che si conquista il
voto a valanga degli strati proletari e proletarizzati della ex-Germania Est). I
servizi di sicurezza dello Stato, intanto, si attrezzano contro “il nemico
interno” e “la guerra ibrida”, precipitando il paese in uno stato di paranoia
permanente e criminalizzando di fatto chiunque lotti e si esprima contro la
guerra, così come il movimento per la Palestina e l’antifascismo militante.
Le rivendicazioni del 31 riflettono tutto questo: no alla leva e al riarmo,
affitti accessibili, scuole che non cadano a pezzi, stop ai tagli. Nei cortei si
gridava «Merz muss weg» (“Merz deve andarsene”) insieme a slogan contro la
guerra e contro il carovita, come in tante altre piazze d’Europa. E proprio come
in altri paesi europei, la controparte si è mossa con largo anticipo: i servizi
di intelligence interna (il Verfassungsschutz) avevano messo sotto osservazione
la mobilitazione, mentre il sindacato di polizia GdP aveva bollato i
manifestanti come “giovani immigrati pronti a fare casino”, annunciando che non
avrebbero ricevuto «nessuna clemenza». La CDU ha chiesto di vietare le piazze in
diverse città e il governo Merz, intuendo la pericolosità di un movimento
auto-convocato con altissime possibilità di emulare le rivolte generazionali in
corso nel resto d’Europa, aveva esortato i giornali a non dare spazio alle
ragioni del movimento e aveva contribuito attivamente a diffondere il panico tra
gli abitanti dei centri città.
Una scenografia ormai tristemente familiare sia in Italia che in Francia si è
così ripetuta anche in Germania, con negozi barricati per proteggerne le
vetrine, un dispiegamento di forze da stato d’assedio e migliaia di poliziotti
in agguato con il chiaro mandato politico di terrorizzare i giovani e le giovani
e spezzare le gambe alla mobilitazione. In alcune città la provocazione
poliziesca ha dato i suoi frutti: a Colonia il corteo è stato vietato all’ultimo
minuto e poi attaccato con gli idranti; a Lipsia decine di persone sono state
chiuse per ore in un accerchiamento della polizia, e a Berlino si sono contati
fino a 56 fermi. In generale, però, la giornata è stata un successo: 15.000
partecipanti a Francoforte sono riusciti a manifestare nel centro città e hanno
resistito per tutta la sera alle cariche della polizia erigendo barricate fino a
tarda notte, mentre qualche vetrina di lusso crollava (nonostante le misure di
protezione), per la gioia di tanti giovani e lo shock dei principali giornali
tedeschi. Grossi cortei pomeridiani hanno conquistato il centro città anche a
Monaco e Dresda, mentre a Berlino, Amburgo, Hannover e Brema cortei spontanei e
scontri sono andati avanti fino a notte e a Stoccarda la polizia ha bloccato il
corteo a colpi di manganello e spray al peperoncino. Il ministro dell’Interno
dell’Assia si è detto «scioccato» e la stampa si è subito lanciata in un elenco
scandalistico delle violenze, un copione che a sua volta ricalca perfettamente
quello che abbiamo visto in opera dopo i primi giorni di mobilitazioni in
Francia e in Italia.
È troppo presto per dire se questo sabato di protesta in Germania rappresenterà
l’inizio di un ciclo e si estenderà oltre le composizioni studentesche e
giovanili. Un’analogia stretta con ciò che succede in Francia e in Italia non
regge (ancora). In Francia le proteste della “Gen Z” sembrano essere la
condensazione, per composizione e pratiche di lotta, di un decennio di lotte che
avevano portato in piazza, anche se a turno, soggetti molto differenti: studenti
medi, sindacalisti, pensionati, giovani di periferia, gilet gialli, lavoratori.
In Italia i tre fine-settimana di manifestazioni del 2026 potrebbero aprire a un
nuovo ciclo di mobilitazione di massa che trova radici e memoria nel “Blocchiamo
Tutto” del 2025. In Germania, invece, le piazze erano addormentate e pacificate
da tre o quattro anni. Le ultime mobilitazioni diffuse e di massa c’erano state
negli anni a cavallo della pandemia, quando una certa effervescenza giovanile
aveva agito come forza propulsiva per il movimento ecologista e per la lotta
contro il cambiamento climatico e il fossile, raggiungendo picchi anche molto
alti a livello di consenso e conflittualità (come le battaglie della foresta di
Hambach e di Lützerath). Dal 2023, poi, le lotte ecologiste sono gradualmente
rifluite, pur lasciandosi dietro una consapevolezza diffusa e una disponibilità
generale alla lotta che questa volta hanno certamente fatto la differenza. Dal 7
ottobre 2023, inoltre, il movimento tedesco si è trovato incastrato nelle
proprie contraddizioni mai risolte, dando il via a un’assurda spirale di scontri
e divisioni che lo hanno reso completamente incapace di assumere una posizione
unitaria e coraggiosa di fronte al genocidio del popolo palestinese. Una crisi
che tutt’oggi assorbe la maggior parte delle energie delle realtà politiche
organizzate in Germania, ma che, per molti, un proseguimento di questo nuovo
movimento della Gen Z (che fa della solidarietà alla Palestina uno dei suoi
punti fermi) potrebbe contribuire a far superare.
La forza del movimento giovanile che in Germania ha dato vita alla giornata del
31 ottobre sta nella sua spontaneità, come nel resto d’Europa, e nella genuinità
delle ragioni di chi scende in piazza, quelle di una composizione stanca e
impoverita dalle politiche dei governi europei e disgustata dall’orrore globale
che si sviluppa da anni in diretta TV. Ma, come nel resto d’Europa, bisognerà
valutare se la spontaneità sarà capace di reggere il contraccolpo di una
risposta governativa decisa a spezzare sul nascere la potenziale voglia di
riscatto di una generazione. Perché la mobilitazione duri servono anche in
Germania le contro-istituzioni di movimento che da anni, embrionalmente, si
costituiscono spontaneamente in Francia e che ultimamente abbiamo visto
protagoniste anche delle mobilitazioni italiane: assemblee di massa e comitati
nelle scuole, nelle università e nei quartieri, capaci di dare continuità e
forza collettiva alla mobilitazione. Il prossimo appuntamento, in Germania,
dovrebbe essere il 20 novembre, giornata di sciopero giovanile su scala europea.
Anche in Germania, quindi, lo sciopero sembra essere lo strumento con cui dare
continuità e rilanciare dopo una prima giornata di mobilitazione, e può essere
una maniera per estendere la lotta a settori sociali che non si sentono (ancora)
rappresentati da una rabbia marcatamente giovanile.
Se la mobilitazione avrà gambe per marciare, a fronte delle scommesse che le si
parano davanti, il fatto che anche nel cuore dell’Europa possa svilupparsi un
movimento contro guerra e carovita nel Paese motore da un lato della necessità
della riconversione bellica e del riarmo e, dall’altro, l’emblema della crisi
europea su tutti i livelli, rappresenta il possibile salto di qualità di un
movimento transnazionale, eterogeneo e transgenerazionale ma ancorato a istanze
di classe e potenzialmente in grado di invertire la direzione di una guerra in
cui tutti e tutte saremo coinvolti in maniera attiva. Per la prima volta da
molti anni l’Europa è attraversata da una scossa che mobilita molte persone e
settori sociali differenti fuori da un’attitudine resistenziale, ma di attacco
alle condizioni di vita imposte dall’alto.
Ripubblichiamo il comunicato di Torino è contro il riarmo.
Anche in occasione dello sciopero generale, chiamato grazie all’Unione Sindacale
di Base, Torino ha saputo dare un segnale forte.
Tutta la città bloccata, dal centro – così tanto al centro del dibattito
pubblico in quanto rappresentazione della città vetrina da preservare – sino
all’imbocco della tangenziale Nord, per dire no al riarmo e basta al carovita
causato dalle scelte politiche di questo governo.
Le strade sono state inondate da giovani e meno giovani, da studenti delle
scuole e dell’università (che rimane tutt’ora occupata nella sede del Campus
Einaudi) ai lavoratori della scuola ai precari della ricerca, ma anche da
pensionati, disoccupati, famiglie, cittadini, lavoratori e lavoratrici che hanno
deciso di fermarsi per un giorno e bloccare la produzione, la circolazione e il
consumo delle merci.
Anche la serata di Torino è stata vivacizzata da un corteo che è riuscito a
rimarcare la necessità di prendere le strade centrali della città con una
partecipazione importante che man mano è andata ingrossandosi.
C’è bisogno di continuare a confrontarsi, a ritrovarsi negli spazi liberati e
nelle strade, perchè questo è soltanto l’inizio di una lunga lotta che ha
l’obiettivo di cambiare il corso della storia.
Ci uniamo all’invito di ItaliainPiazza17 per una nuova mobilitazione che si
terrà sabato 7 novembre alle ore 15 in piazza Castello!
foto di filserioushots – mattiabellissimo_ph
Ripubblichiamo il comunicato del Collettivo Universitario Autonomo di Pisa in
merito alle rivendicazioni dell’occupazione avvenuta a conclusione del corteo
del 30 ottobre in occasione dello sciopero generale.
Ieri 30 ottobre 2026 siamo scese in piazza per lo sciopero generale chiamato da
USB e molti sindacati di base, uno sciopero internazionale contro il carovita e
la guerra: più di 100 porti sono stati bloccati per interrompere i flussi della
guerra e la sua logistica. Le piazze gremite in tutta Italia hanno detto una
cosa molto chiara: noi la guerra non la paghiamo.
Investire sulla guerra è una scelta politica, non solo di questo governo ma di
tutta l’oligarchia globale.
La guerra non è solo un’ipotesi futura, la guerra occupa già il nostro presente:
la paghiamo con il rincaro dei prezzi al supermercato, sui trasporti, sul
carburante, sulle bollette. La paghiamo quando il nostro diritto allo studio
viene eroso di giorno in giorno, e quando le nostre università, spolpate di
fondi e definanziate, devono convertire la propria ricerca agli interessi delle
aziende e dell’industria bellica.
Le tante voci alzatesi in corteo oggi nella nostra città si sono unite nella
decisione di occupare il palazzo della Sapienza, sede storica dell’università di
Pisa, sempre meno a disposizione dellə studentə e sempre più rifunzionalizzata
per essere vetrina dell’istituzione. La Sapienza, però, è anche il luogo dove si
sono prodotte nel 1967 le Tesi, documento programmatico del movimento
studentesco che avrebbe trasformato l’università negli anni successivi. Nelle
Tesi della Sapienza dellə studentə in lotta di sessant’anni fa si legge che
“l’università appartiene alla base universitaria”. Siamo qui oggi per gridarlo
di nuovo a gran voce.
L’università è di chi ci studia e di chi ci lavora. Chiediamo condizioni
dignitose per chi le nostre università le tiene aperte, le pulisce e le vive. V
ogliamo ribellarci al futuro che ci viene prospettato fatto di precarietà e di
saperi svenduti alla guerra e alla devastazione del territorio. Università e
conoscenza sono beni pubblici, di cui dobbiamo prenderci cura. L’università deve
essere un luogo accessibile a tuttə, che rispetti il nostro tempo e i nostri
bisogni, in cui crescere insieme, costruire un futuro collettivo, dove custodire
i saperi e metterli a disposizione di un territorio da tutelare.
Immaginiamo un’università che non sia un’autostrada da percorrere per la propria
carriera, ma una piazza dove condividere il nostro desiderio di conoscenza e di
trasformazione. In tutto il mondo le persone riempiono le strade e dalle
università ai porti tutto si può bloccare: l’occupazione della Sapienza è solo
una prima pietra lanciata nella nostra città nella nuova ondata di rabbia e
desiderio di riscatto che sta animando tutto il Mediterraneo.
Con questa occupazione vogliamo avanzare pretese rivolte al Governo, al
Ministero dell’Università e della Ricerca, all’Università di Pisa e all’Azienda
Regionale per il Diritto allo Studio (DSU Toscana).
Al governo – contro la finanziaria di guerra, contro il carovita
Chiediamo:
1. Il reinvestimento in istruzione, ricerca e sanità di tutti i fondi aggiuntivi
previsti per la difesa nella nuova legge di bilancio del 2027.
2. Il ripristino del taglio delle accise sui carburanti di 24,4 centesimi
complessivi.
3. La modifica del Codice degli appalti, affinché ci sia una progressiva
internalizzazione dellə lavoratorə, a partire dalle università.
4. Un aumento di 5 miliardi di euro del Fondo di Finanziamento Universitario.
Al Ministero – contro la privatizzazione degli studentati, contro l’università
trattata come fosse un’azienda
1. Che il 96% dei 33mila posti letto negli studentati costruiti coi fondi PNRR,
attualmente in mano ai privati, vengano posti sotto l’ente pubblico, uscendo dal
circuito del mercato immobiliare. Chiediamo inoltre che vengano resi disponibili
gli altri 27 mila posti letto promessi dal PNRR e non ancora realizzati.
2. La modifica dei criteri di premialità nella distribuzione dei finanziamenti
all’Università.
All’Università di Pisa – per un’università che risponda ai bisogni dellə
studenti
1. Indennità e rimborso spese per i tirocini curriculari. I tirocini non sono
lavoro gratuito e le spese per sostenerli non possono gravare sullə singolə.
2. Flessibilità e tutela del percorso di studi: ampliamento degli appelli ed
estensione delle sessioni straordinarie per borsistə. La nostra vita
universitaria deve seguire il ritmo dei nostri bisogni, senza ricatti.
3. Accesso aperto alla conoscenza e agli strumenti di studio. Chiediamo il
ripristino e il potenziamento di tutti gli abbonamenti universitari alle risorse
bibliografiche, banche dati e riviste digitali, unitamente alla fornitura di
licenze software gratuite per tutti i programmi informatici specialistici
richiesti dai vari corsi di laurea.
4. Spazi universitari accessibili e vivibili. I poli didattici e le biblioteche
devono estendere i propri orari di apertura, garantendo l’accesso continuo anche
nelle fasce serali, nei fine settimana, rendendo la città universitaria in un
luogo diffuso di studio, confronto e socialità.
5. Diritto alla mobilità e sostenibilità. Chiediamo uno stanziamento economico
dedicato al trasporto pubblico su gomma e su ferro per garantire la gratuità o
comunque una forte agevolazione dei titoli di viaggio per la popolazione
studentesca pendolare. Chiediamo di concordare con le aziende di trasporto il
potenziamento delle corse di autobus e treni regionali nelle fasce orarie di
maggiore affluenza.
6. Rigenerazione urbana e sostenibilità edilizia. L’Ateneo deve dare assoluta
priorità alla ristrutturazione, manutenzione e rifunzionalizzazione degli
edifici già presenti nel centro storico di Pisa. Chiediamo l’interruzione delle
politiche di cementificazione e della creazione di nuovi poli periferici isolati
dal tessuto sociale cittadino, privi di servizi adeguati e difficilmente
raggiungibili.
7. Difesa del patrimonio pubblico universitario. Chiediamo che l’Università si
impegni attivamente a tutelare la funzione sociale e studentesca dei propri
immobili. Di fronte alle previsioni del Piano Operativo Comunale, che prospetta
la conversione in parcheggi di presidi fondamentali come la mensa Martiri e
l’aula studio Pacinotti, l’Ateneo deve prendere una posizione netta a garanzia
della continuità d’uso di tali spazi per la comunità universitaria.
8. Disarmo accademico e responsabilità etica della ricerca. Chiediamo
l’interruzione di ogni accordo, convenzione e collaborazione di ricerca con le
aziende della filiera bellica e con realtà coinvolte in contesti di occupazione
e violazione dei diritti, inclusa la revisione della partecipazione dell’Ateneo
a progetti di ricerca europei come il programma Horizon con fini o risvolti
militari.
Al DSU – Diritti in accessibili: le condizioni del diritto allo studio
universitario della Toscana
È una tendenza ormai conclamata il progressivo smantellamento dei servizi
dell’azienda regionale del diritto allo studio (ARDSU), tramite privatizzazione
o riduzione dei benefici erogati. Questo succede tramite diverse strategie, tra
i quali l’innalzamento spropositato dei costi della mensa o l’esternalizzazione
dei servizi, e quindi dellə lavoratorə. Noi non staremo a guardare mentre ci
levano il terreno sotto i piedi. Per questo chiediamo:
1. Che tuttə lə idoneə siano beneficiariə, e che le graduatorie definitive
vadano in base all’ISEE, e non al numero dei CFU conseguiti. Al momento,
infatti, nelle graduatorie l’ISEE conta al20%, mentre il numero di CFU- quindi
la quantità di esami che sei riuscite a dare – conta per il restante 80%.
2. Che lə studentə beneficiariə del posto alloggio ricevano subito una soluzione
abitativa. Basta attese di mesi per avere il diritto che ci spetta.
3. Di ridefinire il tempo massimo del conseguimento dei CFU necessari al
mantenimento della borsa di studio, considerando anche l’appello di settembre
come sessione utile per questo fine. Di conseguenza, dilatare i tempi per la
richiesta di borsa.
4. Che il contributo affitto sia una possibilità realmente percorribile per
tuttə: la possibilità di richiesta deve essere aperta tutto l’anno e deve essere
garantito a tuttə lə studentə beneficiariə di posto alloggio che non hanno
ottenuto il posto in residenza.
5. Che la mensa ritorni ad avere prezzi calmierati e accessibili per tuttə, non
soltanto per le fasce di reddito più basso.
6. Che le strutture delle residenze siano realmente adeguate per lə studentə che
le abitano.
Vogliamo: manutenzioni e interventi strutturali immediati dove servono, wi-fi e
lavatrici gratuite in tutte le residenze, cucine funzionanti.
7. Che vengano aumentate le linee di trasporto pubblico nei pressi dei complessi
universitari, fuori e dentro il centro storico della città. Che ci siano
agevolazioni concrete anche per i treni e le linee extraurbane usate dallə
studentə pendolari.
Oltre 10mila persone sono scese in piazza a Livorno in occasione dello sciopero
generale e dello sciopero internazionale dei porti contro carovita, guerra e
riarmo. Oltre un milioni di persone scese in piazza in tutta Italia.
da Scrivania Autogestita di Informazione – Livorno
Oltre 10mila persone sono scese in piazza a Livorno nella giornata di ieri,
venerdì 30 ottobre. Una data che rimarrà sicuramente nella memoria per l’enorme
partecipazione. Forse non si erano mai visti numeri così a Livorno per una
manifestazione cittadina. Sicuramente non negli ultimi anni, nemmeno durante le
mobilitazioni dello scorso anno per la Palestina.
Ma ieri possiamo dire che è stata la prosecuzione e uno step in avanti di quei
giorni di settembre e ottobre 2025, in cui le lotte, in sostegno del popolo
palestinese e contro il genocidio che sta subendo da parte di Israele, si fecero
molto vive. Già da allora la questione non era circoscritta alla Palestina ma
riguardava l’opposizione a un modello in cui le guerre e le politiche di riarmo
erano al centro.
Oggi quel movimento è cresciuto, si è ampliato ed ha allargato le sue
prospettive. La dimostrazione è proprio l’enorme partecipazione che si è vista
ieri nella città labronica ma anche nel resto d’Italia dove sono scese in piazza
oltre un milione di persone.
La mobilitazione si è sviluppata nel giorno dello sciopero generale indetto da
USB, seguito poi da altre sigle sindacali, e dello sciopero internazionale dei
porti a cui hanno aderito oltre 113 porti di tutto il mondo mettendo insieme 25
sigle sindacali a livello internazionale.
Lo sciopero è nato per opporsi al traffico di armamenti all’interno dei porti ma
anche per avere salari più dignitosi.
In Italia si è mosso appunto contro il carovita, guerra e riarmo. In un periodo
storico in cui il costo della vita è sempre più difficile da sostenere, con
prezzi dei carburanti e dei beni di prima necessità sempre più alti, in cui la
precarietà è sempre più forte e in cui i giovani non hanno una prospettiva, i
governi continuano a spendere soldi per riarmarsi per combattere guerre che
nessuno vuole combattere.
A Livorno la giornata di ieri è iniziata dalle 6 della mattina con il blocco
della rotatoria del ponte Genova, snodo fondamentale per il porto di Livorno.
Poi si è spostata in centro città dove ha preso vita un enorme corteo partito da
Piazza Cavour, finito davanti alla Prefettura. La partecipazione è stata
trasversale e intergenerazionale. Portuali, lavoratori e lavoratrici di tanti
settori della logistica e non solo, negozianti, insegnanti, pompieri, studenti e
studentesse hanno partecipato calorosamente. L’USB, principale promotrice dello
sciopero, in testa al corteo ha guidato il cordone che ha visto anche la
partecipazione attiva di altri collettivi cittadini. Gruppo Autonomo Portuali,
collettivi studenteschi, centri sociali, collettivi antagonisti, altri sindacati
come COBAS e UNICOBAS, partiti della sinistra radicale fino alla presenza della
Curva Nord Livorno. Insomma una composizione veramente ampia che ha coinvolto
tanti settori e tante componenti sociali della città, fin dai blocchi della
mattina. Davanti alla prefettura c’è stato poi l’intervento di Francesca
Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati che in
questi anni ha denunciato e documentato le violazioni dei diritti umani e
internazionali dello stato genocida israeliano.
Nel pomeriggio poi un gruppo nutrito di persone si è portato nuovamente alla
rotatoria del ponte Genova per effettuare di nuovo un blocco.
Una data che, come detto, rimarrà nella memoria a Livorno ma anche nel resto
d’Italia.
Una giornata di lotta che ha dimostrato che una grossa parte di popolazione si
oppone fortemente al governo Meloni e alle sue politiche e non è più disposta ad
accettare questo sistema in cui viviamo.
Una giornata in cui l’Unione Sindacale di Base si è affermato ancor di più come
sindacato di riferimento, di lotta e di rottura. Mentre in Italia eravamo ormai
abituati alla CGIL, che seppur rappresentando ancora una grossa parte di
lavoratori e avendo tutt’oggi anche un ruolo conflittuale in alcuni specifici
contesti, ha dimostrato troppe volte di fare compromessi al ribasso.
Una giornata che si è svolta sulla scia delle proteste nate il 17 ottobre scorso
con i famosi scontri che si sono tenuti in diverse metropoli italiane, Torino,
Bologna, Milano e Roma su tutte, e che la classe politica che ci governa ha
cercato di derubricare a mera devastazione senza comprendere che evidentemente
ci sono dei disagi profondi nella società che riguardano i giovani e situazioni
particolari che si sono formate nelle periferie delle città dove la povertà e
l’insicurezza sociale fanno da padroni. Il governo Meloni, anche per rispondere
alla pancia del suo elettorato, ha reagito con l’ennesimo decreto sicurezza e
ulteriori inutili dispiegamenti di militari e forze dell’ordine senza
minimamente porsi di come affrontare realmente il problema, dimostrando ancora
una volta la sua bassezza politica.
A queste vanno aggiunte le grandi proteste per il costo del gasolio di
autotrasportatori e agricoltori principalmente nel sud italia.
L’inutile reazione securitaria del governo non ha fermato le proteste che sono
proseguite nel weekend successivo (24-25 ottobre). Proteste per lo più pacifiche
dove le forze dell’ordine hanno provato a fare una dimostrazione di forza
reprimendo senza motivo i manifestanti in diverse città.
Siamo quindi arrivati a ieri, sempre con le stesse parole d’ordine: contro
carovita, guerra e riarmo.
Attorno a questi slogan si sta sviluppando un movimento importante in Italia e
nel resto d’Europa. Ne sono dimostrazione le proteste che si sono sviluppate in
Francia, Spagna, Germania, Albania ecc. Il popolo non si sente più rappresentato
da una classe politica sorda e cieca davanti alle reali necessità delle persone.
In un sistema capitalista di cui al centro vediamo lo sfruttamento delle persone
e dell’ambiente, guerre e insicurezza sociale.
A Livorno lo striscione di testa recitava: contro carovita e guerra, Livorno
unita.
Sarà quindi necessario continuare a dare corpo e gambe a questo movimento con un
ulteriore certezza: se il popolo si unisce il sistema si può ribaltare.
Un contributo del Collettivo Giovani No Tav pubblicato su Notav.info
Nella giornata di ieri, 30 ottobre, abbiamo partecipato allo sciopero generale
che ha coinvolto moltissime città in tutta Italia. Come ha ricordato in piazza
Nicoletta Dosio, intervenendo a chiusura della manifestazione che ha occupato
l’ingresso della tangenziale e dell’autostrada, il valore di queste
mobilitazioni affonda le radici nella forza collettiva e nella volontà di
cambiare la società.
Avevamo la ragione e la forza. La forza ci era stata sottratta poi.
Oggi dico che abbiamo la ragione e la forza.
Nonostante gli iniziali tentativi delle forze dell’ordine di spezzare il corteo,
la mattina della giornata ha visto centomila persone che con determinazione
hanno inondato le strade del centro e di Barriera di Milano, paralizzando metà
Torino e la tangenziale per urlare a gran voce la necessità di una vita bella e
di un futuro dignitoso.
Un dato importante delle piazze di questa mattina è la composizione eterogenea e
trasversale: nonostante la repressione delle scorse settimane, la precettazione
del sciopero ai danni di lavoratori e lavoratrici dei trasporti e le vocine
minacciose di media ed esponenti di governo, abbiamo visto migliaia di giovani e
non giovani, studenti, lavoratori e precari riversarsi nelle strade per bloccare
tutto.
Il corteo si è poi spostato in Piazza Castello, dove la polizia ha caricato e
azionato l’idrante sulla piazza, senza tuttavia intimorire le persone che hanno
concluso questa partecipatissima mattinata di lotta al Campus Einaudi occupato,
con successivo appuntamento alle ore 18 per continuare lo sciopero.
Proprio dal Campus occupato, è partito il secondo corteo, direttosi verso Piazza
Castello. Ancora una volta, in migliaia per le vie del centro di Torino il
corteo ha paralizzato la città. Esattamente come la mattina, la composizione è
stata trasversale e la risposta delle forze dell’ordine non ha tardato: cariche
a freddo in Via Roma e fitto lancio di lacrimogeni in Piazza Castello. Il tutto
è terminato in Piazza Vittorio con la promessa di continuare le mobilitazioni.
Il segnale che leggiamo da questa intensa giornata di lotta e da quelle delle
scorse settimane è quello che la rabbia di ampi settori della società, stremata
dal carovita, dai continui tagli ai servizi pubblici a favore del riarmo, in
vista di un’assurda guerra che vorrebbero farci combattere, ha ormai superato la
soglia di tolleranza. Ce lo dimostrano le migliaia di persone scese in piazza
oggi e negli scorsi giorni, che stanno sintetizzando questainedita stagione di
lotta in un nuovo movimento col potenziale di essere ancora più incisivo di
quelli nati negli scorsi anni. Le rivendicazioni sono molteplici quanto chiare:
le dimissioni del governo Meloni, lo stop al riarmo e a tutte le istanze
associate ad esso, tra le quali primeggiano la costruzione di nuovi data center,
le collaborazioni dell’industria bellica con le università e le scuole, e tutte
le infrastrutture, tra cui il Tav, collegate ad esso. Inoltre, come da sempre,
la solidarietà verso il popolo palestinese rimane un punto saldo.
La reazione del governo a tutto ciò è stata quella che ha sempre avuto ad
istanze simili: militarizzazione permanente, istituzione di nuovi reati e
violenta repressione poliziesca.
Nonostante questo clima, da Torino alla Val Susa continueremo a scendere in
piazza fianco a fianco per ribadire il nostro dissenso.
Giornata di sciopero generale: numeri ancor più massicci delle prime
manifestazioni dell’autunno scorso. Blocchi in tutta Italia e cortei da decine
di migliaia di persone, dalle metropoli alle province.
Contro la guerra, contro il carovita, contro il riarmo voluto dal governo
Meloni. E ancora, contro una vita precaria e indignitosa, per dire basta ai
sacrifici che il governo italiano, insieme ai governi di tutta Europa, vogliono
imporre alla popolazione. La partecipazione è stata impressionante, da Sud a
Nord, oltre un milione in tutta Italia. Il Paese che per anni è stato narrato
come il bacino dell’indifferenza e che nei migliori dei casi avrebbe voluto
“fare come in Francia” in queste settimane, sull’onda del ciclo di movimento
iniziato un anno fa a sostegno della Palestina e contro la complicità dei
governi con il genocidio, sta dando un segnale chiaro: è giunto il tempo di
alzare la testa.
Grazie ai giovani che a fronte del peso di un futuro rubato stanno occupando
scuole e università da un mese per affermare la propria esistenza, ai giovani
che con rabbia calciano indietro la sfrontatezza dell’ingiustizia, oggi grazie
alla chiamata allo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base, si
sono uniti i lavoratori e le lavoratrici che non hanno nessuna garanzia di
vedere riconosciuto il proprio lavoro. Ma precarietà e sfruttamento non sono più
un orizzonte accettato. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che al Sud hanno
bloccato le merci lo dicono da settimane, insieme a studenti, famiglie e a
chiunque individua la causa di questa situazione alle scelte politiche
dall’alto, sottomesse ai diktat europei e trumpiani: non c’è più disponibilità.
Il governo Meloni deve fare i conti con il fatto che in piazza c’è il paese che
porta avanti l’ingranaggio di questo sistema e che se decide di fermarsi non ci
sarà alcuna prova di forza in grado di reggere il confronto. Le briciole di una
finanziaria che tenta di mascherare in ogni modo che l’unico interesse
governativo è trovare i soldi per il riarmo non hanno alcuna possibilità di
convincere la popolazione.
A Bologna, Pisa, Livorno, Roma, Torino, Treviso, Milano, Reggio Calabria,
Palermo, Bari, Trieste, Pavia, Vicenza, Modena, Padova, Mestre, Cosenza, Napoli,
Genova sono state bloccate le arterie principali delle città, gli snodi delle
tangenziali e i porti.
Livorno: la mattinata parte con il blocco del porto, prosegue poi con un corteo
di oltre 20 mila persone e continua con il blocco della circolazione al varco
Zara. Bologna: 50 mila persone nonostante i blocchi della polizia aprono un
varco e arrivano a inondare l’autostrada. Modena: giovani e famiglie in corteo
contro guerra e carovita. Torino: un corteo diramato in tutta la città, dal
centro alla tangenziale, raggiunge quota 100 mila persone, viene rilanciato
l’appuntamento alle 18 per un altro corteo cittadino. Cosenza: corteo di massa
di 7mila persone ha invaso le strade della città e bloccato autostrada e
superstrada. Pisa: un corteo di 20 mila persone si conclude con l’occupazione
del Palazzo della Sapienza, nel pomeriggio appuntamento per una grande
assemblea. Brescia: 10 mila persone in corteo hanno tentato di raggiungere
l’autostrada, cariche della polizia. Milano: 80 mila persone raggiungono la
tangenziale. Pavia: grande manifestazione contro guerra e carovita.
Qui le dirette di Radio Blackout e di Radio Onda d’Urto con i collegamenti dalle
piazze in tutta Italia.
Riprendiamo questa interessante analisi di McSilvan apparsa su Codice Rosso per
restituire una chiave di lettura della vicenda legata a Youssef Siher.
L’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di
materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della
Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione
della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o
ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si
tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a
una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare.
Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla
finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa
di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto
commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva
della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito
dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle
competenze tecniche dell’indagato.
Il caso giudiziario di Youssef Siher — sottoposto a fermo di indiziato di
delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito
alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” — costituisce
un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della
costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio
2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano
come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la
capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la
mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole,
la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”,
Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di
questo genere di magistratura.
1. YOUSSIF SIHER, IL PROFILO
Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda
generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine,
anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area
metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue
(madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo.
Il suo percorso accademico si è sviluppato interamente presso l’Università degli
Studi di Milano (Statale), dove ha conseguito nel luglio 2020 la laurea
triennale in Comunicazione — discutendo con il professor Nicola Del Corno una
tesi storiografica in Storia delle dottrine politiche sulla Sunnae sulla
recezione dei precetti islamici nelle istituzioni statuali, giudicata dal
relatore priva di connotazione radicale o apologetica — e successivamente la
laurea magistrale in Scienze Politiche, con una tesi sui movimenti islamici in
Marocco e i loro rapporti con la monarchia. Durante gli anni universitari è
stato eletto rappresentante degli studenti nel Senato Accademico nelle liste
di UniLab, formazione studentesca di orientamento moderato e vicina al
centrodestra. Nel 2024 ha svolto un tirocinio di ricerca (research trainee)
presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI (Istituto per
gli Studi di Politica Internazionale).
Sul piano lavorativo, ha operato come giornalista freelance collaborando con Il
Fatto Quotidiano(occupandosi tra il 2022 e il 2024 di proteste studentesche e
poi di crisi internazionali in Tunisia, Egitto, Sudan, Gaza e Mar Rosso), con Il
Foglio (un singolo articolo sul Pakistan nel 2022) e con il canale satellitare
panarabo Al Mayadeen English, ritenuto politicamente contiguo a Hezbollah. Da
gennaio 2026 lavora come esperto generalista per Mercor, una startup
statunitense di intelligenza artificiale, occupandosi di valutazione,
etichettatura dati (data labeling) e addestramento di modelli algoritmici. Nel
2024 era stato oggetto di una segnalazione dei servizi di intelligence italiani
per aver fondato e presieduto l’associazione Organizzazione Alba Nascente (OAN),
attiva nel contrasto all’islamofobia e nelle mobilitazioni pro-Palestina. Nel
settembre 2026 ha si è sposato con Sagia Hammoud, trentaduenne mediatrice
interculturale nata e residente a Como, di origini libanesi e palestinesi,
attivista dei Giovani Palestinesi di Milano.
2. LE CONTESTAZIONI DELLA PROCURA
La mattina di sabato 24 ottobre 2026, gli operatori della Squadra Mobile, della
Digos e della Polizia Postale di Milano hanno rintracciato Siher in un
appartamento di via Romilli (quartiere Corvetto, Milano), abitazione di
un’attivista pro-Palestina, localizzandolo attraverso il tracciamento tecnico
del telefono cellulare della moglie Sagia Hammoud, poiché il dispositivo di
Siher risultava spento. Condotto in Questura, nella tarda serata del 24 ottobre
è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto su decreto emesso dal
Procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola e dalla pubblico ministero
del pool antiterrorismo Francesca Crupo.
Dall’esame degli atti allegati al decreto di fermo e alla richiesta di convalida
emerge che a Siher non viene contestata la partecipazione materiale o
l’organizzazione dei violenti scontri e dei saccheggi verificatisi nel centro di
Milano (tra piazza Duomo e San Babila) nel fine settimana del 17 e 18 ottobre
2026. L’addebito riguarda esclusivamente l’attività comunicativa e digitale
posta in essere dopo tali disordini. Il primo nucleo fattuale raccolto dalla
Polizia Postale e dalla Digos attiene alla creazione e all’amministrazione dei
canali “Movimento 17 ottobre” (siglato M1710): domenica 18 ottobre 2026, alle
ore 19:58, Siher (in concorso con la moglie) ha attivato il gruppo Telegram e la
pagina Instagram del movimento, contraddistinti da un logo con una “M” bianca
cerchiata su sfondo nero recante le cifre “17” e “10”. In pochi giorni tali
canali hanno raccolto tra i 9.000 e gli 11.000 iscritti, generando un bacino di
visualizzazione potenziale stimato dalla Procura in 150.000 utenti.
Il secondo nucleo probatorio riguarda gli slogan e i post pubblicati su
Instagram e Telegram, qualificati dall’accusa come atti di istigazione a
delinquere e “dichiarazione di guerra continua”. Tra questi spicca il post
recante la frase “Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che
piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra
a questo presente infame”, cui si aggiungono l’invito alla “mobilitazione
permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”, con la
convocazione di presidi in otto città italiane per il 24 ottobre, nonché un
messaggio scritto direttamente da Siher su Telegram: “Dobbiamo fare come la
Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi”. Nel provvedimento
vengono inoltre richiamati messaggi dal tenore esplicitamente violento
(quali “spaccare gli istituti di credito è giusto” e “banche tutte al rogo”), i
quali risultano tuttavia postati nella chat generale da profili terzi e anonimi,
e non dall’amministratore.
Un terzo elemento d’accusa concerne le disposizioni orarie programmate e le
comunicazioni private rinvenute sul computer portatile sequestrato a Siher. Il
dispositivo è stato trovato dagli agenti acceso e privo di password sulla
schermata delle chat di coordinamento, a differenza dello smartphone di cui
l’indagato ha rifiutato di fornire il codice di sblocco. Sul notebook la Polizia
Postale ha individuato due messaggi programmati su Telegram per le ore 14:31 e
15:31 di sabato 24 ottobre, mai partiti a causa del sequestro, i quali
contenevano l’indicazione dei tre punti di concentramento cittadini in cui i
manifestanti avrebbero dovuto radunarsi per poi convergere nella piazza finale.
Sul medesimo portatile era attivo l’account WhatsApp Web denominato “Youssef
Siher”, contenente messaggi di terzi che chiedevano informazioni logistiche sul
corteo del 24 ottobre.
Il quarto pilastro probatorio è rappresentato dal reperimento sui dispositivi di
un documento in formato PDF intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso –
Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”. Il testo,
concepito come guida alla disobbedienza civile contro il governo Meloni,
suggerisce l’equipaggiamento da indossare in piazza (felpe con cappuccio,
occhiali protettivi, kefiah, guanti, kit di primo soccorso), illustra tecniche
di difesa passiva dai gas lacrimogeni (includendo un’illustrazione sul rilancio
del candelotto verso i reparti di polizia), consiglia l’uso di scudi rudimentali
e vernice spray per oscurare i blindati e le telecamere di sorveglianza, invita
a “sfondare” eventuali blocchi di polizia e propone la creazione di gruppi
temporanei sull’applicazione Signal con amministratori scelti casualmente per
monitorare gli spostamenti delle forze dell’ordine e cancellare le tracce a fine
corteo. Infine, un quinto elemento emerso dall’analisi forense della cronologia
web riguarda le interrogazioni rivolte da Siher a sistemi di intelligenza
artificiale generativa, ai quali aveva chiesto informazioni per l’elaborazione
di “strategie rivoluzionarie”, facendosi assistere dall’IA anche nella redazione
del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre, con cui si
annunciava il cambio di tattica per le piazze del giorno seguente.
3. LA MOTIVAZIONE CAUTELARE
Il passaggio cruciale della scheda clinico-giuridica risiede nel modo in cui il
Procuratore Viola e la PM Crupi motivano la sussistenza del periculum
libertatis (pericolo di reiterazione del reato ex art. 274, lett. c, c.p.p. e
pericolo di fuga ex art. 274, lett. b, c.p.p. e art. 384 c.p.p.) a carico di un
soggetto totalmente incensurato.
Nella richiesta di convalida e di applicazione della custodia in carcere, i
magistrati scrivono testualmente che Siher, sebbene incensurato, “ha dimostrato
una particolare capacità delinquenziale nel senso di saper sfruttare il suo
elevato background culturale ed i suoi contatti”, palesando “particolare abilità
e acume” e competenze informatiche idonee a “sviluppare una strategia
rivoluzionaria”. Analogamente, il pericolo di fuga viene ritenuto
“evidente” non già sulla base di preparativi materiali di espatrio (biglietti
aerei, passaporti falsi o conti esteri), bensì in ragione del fatto che, pur
essendo “italiano di seconda generazione”, egli possiede “particolari abilità e
capacità di muoversi” e una “rete relazionale che gli consentirebbe di riparare
all’estero” e far perdere le proprie tracce. In questa architettura
argomentativa, l’istruzione superiore, il plurilinguismo e il cosmopolitismo
relazionale — che nella fisiologia dell’ordinamento costituiscono indicatori di
pieno inserimento sociale — subiscono una metamorfosi
clinico-criminologica, trasformandosinella prova regina della pericolosità
terroristica del soggetto. Insomma Siher non è pericoloso perché stava
preparando la fuga ma lo è perché intelligente e quindi si prevede che sarà
pericoloso. La magistratura predittiva fa quindi il suo ingresso in scena.
4. ACCANTO ALLA MAGISTRATURA PREDITTIVA: I MEDIA COSTRUISCONO IL NEMICO INTERNO
L’arresto di Youssef Siher è stato accompagnato da una deflagrazione mediatica
che ha agito in totale autonomia rispetto al perimetro tecnico-giuridico delle
contestazioni, edificando attorno alla figura dell’indagato una narrazione
ipertrofica fondata sulla suggestione del “grande vecchio” o dell’infiltrato
radicale. L’analisi del discorso pubblico prodotto tra il 24 e il 27 ottobre
2026 permette di isolare quattro meccanismi strutturali attraverso i quali
l’hype giornalistico ha preparato e legittimato la torsione preventiva della
misura cautelare.
Il primo meccanismo consiste in una sistematica distorsione cronologica.
Nonostante gli atti della Procura di Milano chiariscano che i canali social del
“Movimento 17 ottobre” sono stati aperti alle ore 19:58 di domenica 18 ottobre —
ovvero a guerriglia urbana ormai esaurita — e che a Siher viene contestata la
sola attività istigatoria successiva, la quasi totalità delle testate
d’informazione ha titolato presentando il trentenne come “la mente degli scontri
e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre”, “il presunto
regista” delle devastazioni o “il capo e ideologo dei maranza arrestato”.
Questa sovrapposizione tra l’amplificazione digitale post factum e la regia
materiale ante factumrisponde a una precisa esigenza psicologico-politica: di
fronte a una rivolta giovanile estemporanea, fluida e priva di rivendicazioni
strutturate, l’opinione pubblica e gli apparati di sicurezza necessitano di un
soggetto singolo, razionale e identificabile a cui imputare la paternità del
caos. Come rilevato da osservatori attenti, si è così alimentata l’illusione
ottica che, bloccando il profilo social di Siher la mattina del 24 ottobre, lo
Stato avesse “schiacciato la testa del serpente”, quando in realtà nella
medesima giornata di sabato 24 ottobre si sono registrati 371 fermati (di cui
110 minorenni) nei cortei nazionali e gravi scontri di piazza a Bologna, del
tutto privi di coordinamento con l’indagato milanese.
Un secondo dispositivo retorico dell’hype mediatico risiede nella
criminalizzazione del successo formativo. La stampa conservatrice ha insistito
ossessivamente sul contrasto tra la figura del giovane disagiato di periferia e
il curriculum d’eccellenza di Siher: “Non c’era un maranza dietro il Movimento
17 ottobre. Non c’era neppure un ragazzo disagiato […] C’era, invece, Youssef
Siher […] almeno sulla carta, uno che ce l’ha fatta”. Invece di leggere la
laurea, il master, la conoscenza di quattro lingue e il ruolo nel Senato
Accademico con la lista moderata UniLab come elementi incompatibili con un
profilo di terrorismo stragista o insurrezionale, il circuito mediatico li ha
letti attraverso il prisma della dissimulazione e del “fallimento del miraggio
dell’integrazione”.
Questa lettura ha generato una ricaduta immediata sul mondo accademico e
dei think tank. L’ISPI si è affrettato a diramare una nota ufficiale per
precisare che lo stage di Siher risaliva al 2024 e che da allora non vi era
stata alcuna collaborazione, mentre su testate come Linkiesta il caso è stato
utilizzato per invocare misure urgenti sulla “sicurezza della ricerca”,
paventando il rischio di infiltrazioni radicali nelle università italiane. Tale
allarme appare del tutto scollegato dalla realtà empirica, ove si consideri che
il relatore di tesi di Siher, il professor Nicola Del Corno, ha pubblicamente
attestato l’assoluto rigore scientifico e l’assenza di qualsiasi vena estremista
o apologetica negli studi del giovane sull’islamismo politico.
Il terzo pilastro dell’hype giornalistico ha operato per accumulazione
suggestiva di significanti geopolitici eterogenei, fondendo attivismo
filopalestinese, terrorismo islamista e guerra ibrida russa. Nel giro di
quarantotto ore, le cronache hanno saldato in un unico blocco narrativo la
segnalazione d’intelligence del 2024 relativa alla fondazione
dell’Organizzazione Alba Nascente(OAN) e alla partecipazione di suoi esponenti a
una conferenza stampa alla Camera dei Deputati su invito del parlamentare
Aboubakar Soumahoro, vecchi commenti analitici di Siher sullo statuto di Hamas
del 2017 e il suo lavoro giornalistico per l’emittente Al Mayadeen English,
nonché il testo scritto a quattro mani con la moglie Sagia Hammoud sulla morte
del diciannovenne Ramy Elgaml durante un inseguimento dei carabinieri a Milano
nel novembre 2024. A questo mosaico biografico è stata infine sovrapposta
l’ipotesi di collegamenti operativi con la galassia degli hacker filorussi
(NoName) o con centrali del cosiddetto “terrorismo urbano di matrice islamica”.
Sebbene gli stessi inquirenti milanesi abbiano dovuto dare atto della
totale assenza di evidenze circa contatti con hacker filorussi o entità
statuali, il frame mediatico ha continuato a presentare Siher come il punto di
saldatura tra jihadismo internazionale e sovversione delle piazze europee.
Infine, il caso è stato immediatamente assorbito nella contesa politica
nazionale, trasformandosi in un test di lealtà ideologica. Mentre esponenti
della destra mediatica (come Italo Bocchino su X) arrivavano a evocare il
trattamento carcerario marocchino (“saresti stato riempito di botte nel momento
dell’arresto, saresti stato buttato in una cella e le chiavi sarebbero state
gettate chissà dove. Ringrazia l’Italia, pentiti”), nel centrosinistra esplodeva
una dura polemica attorno a Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), attaccato
dal senatore PD Filippo Sensi e da Angelo Bonelli (AVS) per aver messo in
discussione la legittimità del fermo per reati d’opinione.
Al contempo, tuttavia, l’evidente sproporzione tra l’hype terroristico e la
consistenza delle prove ha generato una convergenza critica trasversale: da
Susanna Marietti (coordinatrice di Antigone) e l’avvocato penalista Mirko
Mazzali, fino a direttori di orientamento opposto come Marco Travaglio (Il Fatto
Quotidiano) e Giuliano Ferrara (Il Foglio, già schedatore di operai durante gli
anni di piombo, ndr), i quali hanno concordemente ridimensionato la figura dello
“stratega del terrore” a quella di un giovane agitatore , denunciando l’uso
inflazionato della categoria di terrorismo e della custodia cautelare per un
reato d’opinione.
5. ALLE ORIGINI DELLA MAGISTRATURA PREDITTIVA ITALIANA: LEGISLAZIONE E
GIURISPRUDENZA
Per comprendere come la Procura di Milano abbia potuto qualificare l’apertura di
un canale social e il possesso di un file PDF come fattispecie di matrice
terroristica ed eversiva, è necessario esaminare la traiettoria compiuta dalla
legislazione penale italiana nell’ultimo decennio. Tale percorso mostra una
sistematica anticipazione della soglia di punibilità che ha progressivamente
eroso il principio di offensività, istituzionalizzando la sanzione della
pericolosità soggettiva e del “punibile perché si prevede che commetta reati”,
vera legge aurea della magistratura predittiva.
La dottrina penalistica italiana si è a lungo interrogata sul rapporto tra la
legislazione d’emergenza antiterrorismo e il modello teorico del diritto penale
del nemico (Feindstrafrecht) elaborato dal giurista tedesco Günther Jakobs.
Secondo Jakobs, mentre il “diritto penale del cittadino” attende
l’esteriorizzazione di un fatto lesivo e conserva una finalità rieducativa, il
“diritto penale del nemico” colpisce soggetti che, per la loro presunta
infedeltà permanente all’ordinamento, vengono privati dello status di persona e
sottoposti a una neutralizzazione preventiva basata sulla loro potenzialità
offensiva futura, mediante un’estrema anticipazione della tutela, la vaghezza
delle fattispecie, la sproporzione sanzionatoria e l’abbattimento delle garanzie
processuali.
Se fino alla metà degli anni Duemiladieci illustri studiosi (tra cui Francesco
Palazzo) preferivano qualificare il sistema italiano come un “diritto penale al
limite” — ossia un sistema che, pur flessibilizzando le garanzie e arretrando la
soglia punitiva, tentava di rimanere entro gli argini costituzionali di
proporzionalità e offensività — gli interventi normativi dell’ultimo decennio
hanno progressivamente varcato tale confine attraverso quattro tappe
fondamentali. La prima fase si è aperta con il D.L. 18 febbraio 2015, n. 7
(convertito nella L. 17 aprile 2015, n. 43), emanato in risposta al fenomeno
dei foreign fighters e agli attentati in Francia, che ha spostato il focus dalla
struttura associativa (art. 270-bis c.p.) al cosiddetto “lupo solitario”. Tale
intervento ha punito il soggetto passivo dell’arruolamento (art. 270-quater
c.p.), l’organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo (art.
270-quater.1 c.p.) e l’auto-addestramento (self-training, art. 270-quinquies
c.p.), introducendo altresì l’aggravante speciale dell’uso di strumenti
informatici o telematici per i delitti di istigazione e apologia (art. 414,
comma 4, c.p.). Nel 2015, tuttavia, il legislatore aveva ancora ancorato
l’auto-addestramento al requisito che il soggetto, acquisite le istruzioni,
ponesse in essere “comportamenti univocamente finalizzati” alla commissione
delle condotte terroristiche (art. 270-sexies c.p.), cercando così di evitare la
punizione della mera cogitatio o dello studio teorico.
La seconda tappa è stata segnata dalla L. 28 luglio 2016, n. 153 e dal D.Lgs. 1
marzo 2018, n. 21, che hanno introdotto i reati di finanziamento di condotte con
finalità di terrorismo (art. 270-quinquies.1 c.p.), sottrazione di beni o denaro
sottoposti a sequestro (art. 270-quinquies.2 c.p.) e atti di terrorismo nucleare
(art. 280-ter c.p.). Il dato dogmaticamente più allarmante di questa fase
risiede nella rottura del principio di proporzionalità: il mero finanziatore
(art. 270-quinquies.1) viene punito con la reclusione da 7 a 15 anni, la
medesima pena prevista dall’art. 270-bis c.p. per i promotori, capi e dirigenti
di un’associazione terroristica armata. Nel 2018, per effetto della riserva di
codice, la circostanza aggravante trasversale della finalità di terrorismo o di
eversione dell’ordine democratico è stata stabilmente codificata nell’art.
270-bis.1 c.p..
Con la terza tappa, coincidente con il D.L. 11 aprile 2025, n. 48 (cosiddetto
“Decreto Sicurezza 2025”), l’argine garantistico dei “comportamenti univoci” è
stato definitivamente abbattuto. Il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p. (Detenzione
di materiale con finalità di terrorismo) incrimina infatti con la reclusione da
2 a 6 anni chiunque consapevolmente si procuri o detenga materiale contenente
istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici, armi, sostanze
chimiche o su ogni altra tecnica per il compimento di atti con finalità di
terrorismo (art. 270-sexies), senza richiedere alcun comportamento esecutivo
ulteriore. Come evidenziato dalla più recente dottrina penalistica (Rubeo,
Manes), si tratta di un reato a forma libera, sussidiario e di pericolo
presunto, in cui l’ipertrofia della componente soggettivistica trasforma la pena
in mero strumento di “messa in sicurezza” preventiva della società.
Infine, la quarta tappa si è consumata con il D.L. 22 ottobre 2026, n. 190,
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 246 del 22 ottobre 2026 sull’onda emotiva
degli scontri milanesi del weekend precedente, il quale compie la saldatura
definitiva tra la logica dell’antiterrorismo e la gestione dell’ordine pubblico
di piazza. Esso introduce l’art. 420-bis c.p. (Violenza organizzata nelle
manifestazioni pubbliche) e l’art. 635.1 c.p. (Danneggiamento commesso da un
gruppo organizzato), punendo da 4 a 12 anni chi promuove, organizza o anche solo
istiga telematicamente gruppi di almeno cinque persone che operino con
violenza “anche occasionalmente”, ed estendendo a tutte queste ipotesi l’arresto
in flagranza differita (art. 382-bis c.p.p.).
6. LA DERIVA PREDITTIVA DELLA MAGISTRATURA ITALIANA
Questa deriva legislativa entra in rotta di collisione frontale con oltre mezzo
secolo di giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia di reati
d’opinione e di pericolo. La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 65
del 1970, ha salvato l’art. 414 c.p. (istigazione e apologia di delitto) dalla
declaratoria di illegittimità per contrasto con l’art. 21 Cost. a una condizione
tassativa: che la condotta non si esaurisca nella pura manifestazione di un
pensiero radicale o dissidente, ma presenti, per le sue modalità concrete,
un’effettiva e immediata idoneità a provocare la commissione di delitti.
Analogamente, con la sentenza n. 108 del 1974 la Consulta ha dichiarato
parzialmente illegittimo l’art. 415 c.p. (istigazione a disobbedire alle leggi e
all’odio fra le classi sociali) laddove non richiedeva che il fatto fosse
commesso “in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”.
Recependo tali coordinate, la Corte di Cassazione ha costantemente ribadito che
il delitto di cui all’art. 414 c.p. configura un reato di pericolo concreto e
non presunto, il quale esige dal giudice una rigorosa valutazione ex ante sulla
reale attitudine del discorso, nel contesto specifico e nel momento storico
dato, a innescare il passaggio all’azione delittuosa da parte dei destinatari
(Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 48247 del 2019). Allo stesso modo, la Suprema
Corte ha statuito che anche nelle fattispecie antiterrorismo a tutela fortemente
anticipata, come l’auto-addestramento ex art. 270-quinquies c.p., il principio
costituzionale di offensività impone l’accertamento di riscontri fattuali
esterni alla mera acquisizione o consultazione di materiale ideologico o teorico
(Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 13087 del 19 gennaio 2017).
La ragione per cui nel caso Siher — come in numerosi procedimenti analoghi —
questo consolidato statuto garantistico viene disapplicato nella fase genetica
del procedimento risiede nel meccanismo processuale del doppio binario
cautelare (art. 275, comma 3, c.p.p. e art. 51, comma 3-quater, c.p.p.). Quando
il pubblico ministero innesta su un reato comune (come l’istigazione ex art. 414
c.p., punita nella forma base da 1 a 5 anni, misura che di per sé renderebbe
ardua o preclusa la custodia in carcere per un incensurato) la finalità di
terrorismo o di eversione ex artt. 270-bis.1 e 270-sexies c.p., si attiva un
regime processuale speciale. In tale regime vige una presunzione legale relativa
di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza esclusiva della
custodia in carcere. Di conseguenza, nella fase del fermo e della convalida, il
baricentro cognitivo del giudice viene spostato dall’accertamento del pericolo
concreto dell’atto (che richiederebbe la prova quasi impossibile che uno slogan
su Instagram determini causalmente un saccheggio) alla valutazione del pericolo
potenziale dell’autore. La contestazione dell’aggravante terroristica funge così
da “chiave d’accesso” processuale per neutralizzare in carcere (nella sezione
speciale AS2) la potenzialità soggettiva dell’indagato, eludendo nella fase
cautelare il vaglio stringente imposto dalla Cassazione per il giudizio di
merito. Con questa elusione, la magistratura italiana ha strumenti per poter
girare il proprio, personale Minority Report.
7. INTELLIGENZA ARTIFICIALE, POLIZIA PREDITTIVA, COSTRUZIONE DEL TERRORISTA
Il caso Youssef Siher segna uno spartiacque inedito nella storia giudiziaria
italiana anche sotto il profilo tecnologico: è il primo procedimento per
terrorismo ed eversione in cui l’Intelligenza Artificiale (IA) compare
simultaneamente nel profilo professionale dell’indagato, nel compendio
probatorio d’accusa e nell’infrastruttura di sorveglianza e misurazione del
pericolo utilizzata dagli inquirenti. L’analisi dimostra come i sistemi
algoritmici agiscano da catalizzatori strutturali per sanzionare la potenzialità
della persona anziché il fatto commesso, operando lungo diverse direttrici
convergenti.
Dalle carte dell’inchiesta milanese emerge un elemento inedito: per fondare
l’accusa di progettazione eversiva e la richiesta di carcere, i pubblici
ministeri valorizzano il fatto che Siher avesse effettuato ricerche interrogando
sistemi di IA generativa per ottenere informazioni sulla “realizzazione di
strategie rivoluzionarie” e per farsi assistere nella stesura del secondo
comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre. A ciò si aggiunge la
circostanza biografica che Siher lavorasse da gennaio 2026 proprio per la
startup statunitense Mercor nell’addestramento e nella valutazione di modelli di
IA.
Sotto il profilo tecnico-giuridico, questo passaggio segna la nascita
della criminalizzazione del prompt (prompt incrimination). L’interazione tra un
utente e un modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model –
LLM) è, per sua natura ontologica, un processo di esternalizzazione cognitiva e
di esplorazione linguistico-probabilistica. Come chiarito anche nei recenti
documenti della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia del Ministero
dell’Interno (Quaderno n. 1/2025) in riferimento all’art. 3 dell’AI Act europeo,
un sistema di IA generativa produce output testuali assemblando e rielaborando
statisticamente dati preesistenti secondo logiche algoritmiche.
Quando la Procura utilizza i prompt rivolti da Siher all’IA come prova di
un “progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità
eversive” e della sua capacità di “sviluppare una strategia rivoluzionaria”,
essa compie un salto logico radicale. Da un lato, equipara il dialogo con un
software — che appartiene alla sfera del foro interno o, al più, della ricerca
intellettuale preparatoria non punibile — a una vera e propria concertazione
cospirativa. Dall’altro lato, trasforma la competenza professionale
dell’indagato nell’uso dell’IA, acquisita lavorando per Mercor, in un
moltiplicatore della sua pericolosità soggettiva, ritenendo che un soggetto
capace di padroneggiare strumenti generativi possieda per ciò stesso una
“capacità delinquenziale” superiore. In combinato disposto con il nuovo art.
270-quinquies.3 c.p., che punisce la mera detenzione di istruzioni a prescindere
da condotte univoche esterne, la generazione algoritmica di un testo sulle
tattiche di protesta diventa istantaneamente corpo del reato e indice cautelare.
Il secondo livello in cui l’IA favorisce il sanzionamento della potenzialità
eversiva riguarda gli strumenti investigativi di polizia predittiva (predictive
policing) e di monitoraggio digitale della radicalizzazione. Come documentato
negli studi della Scuola Superiore della Magistratura e del Ministero
dell’Interno, le autorità di pubblica sicurezza e di intelligence impiegano oggi
algoritmi avanzati di Machine Learning (ML) e di Natural Language
Processing (NLP — capaci di analizzare, rappresentare e comprendere il
linguaggio umano su vasta scala) per setacciare enormi volumi di dati digitali
strutturati e non strutturati (social network, chat aperte, transazioni
finanziarie AML/CFT) alla ricerca di “indicatori di anomalia” e pattern di
radicalizzazione.
Questo paradigma tecnologico altera alle fondamenta la struttura
dell’accertamento penale, determinando anzitutto il passaggio dalla causalità
deterministica alla correlazione probabilistica. Mentre i modelli tradizionali
di indagine muovono da un fatto di reato già commesso (ex post) per risalire
all’autore secondo leggi causali e regole deterministiche, gli algoritmi
predittivi di ML operano ex ante identificando anomalie statistiche e cluster di
rischio non censiti dai modelli tradizionali. Essi non accertano ciò che un
individuo ha fatto, ma calcolano la probabilità matematica di ciò che un
individuo potrebbe fare in base alla somiglianza del suo profilo semantico,
anagrafico e relazionale con dataset storici di soggetti radicalizzati.
A ciò si salda l’effetto “Black Box” e la conseguente crisi della legalità
algoritmica. Come avverte la dottrina giurisprudenziale della Scuola Superiore
della Magistratura, gli algoritmi più complessi “generano risposte non sempre
riproducibili, grazie ad un’analisi della realtà superiore alle capacità umane”,
ponendosi in acuta frizione con le garanzie di trasparenza e di controllo
difensivo. Quando un soggetto come Siher — già inserito nei database
d’intelligence nel 2024 per l’associazione Alba Nascente e monitorato per i suoi
scritti sull’Islam politico e sulle proteste della Generazione Z in Marocco —
attiva un canale Telegram con parole chiave ad alta densità semantica (“guerra”,
“rivoluzione”, “caduta del governo”), i sistemi di monitoraggio algoritmico
classificano istantaneamente il nodo come “minaccia eversiva ad alto rischio”.
La predizione della macchina si cristallizza così in una presunzione
investigativa che orienta il pubblico ministero a leggere ogni elemento neutro
della vita dell’indagato (gli studi universitari, il bilinguismo, i contatti
WhatsApp) come conferma del “progetto eversivo”.
Vi è infine un terzo meccanismo, più sottile ma decisivo negli atti della
Procura di Milano: l’uso delle metriche algoritmiche dei social network per
soddisfare fittiziamente il requisito giuridico dell’idoneità offensiva (art.
414 c.p.) e dell’intimidazione della popolazione (art. 270-sexies c.p.).
Nel decreto di fermo, la PM Crupi scrive che i messaggi di Siher su Instagram e
Telegram avevano creato uno “stato di intimidazione della
popolazione” perché “potenzialmente potevano raggiungere 150mila persone” (a
fronte di una base effettiva di circa 9.000–11.000 iscritti al canale). In
questo modo, il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione proprietario di
Meta (Instagram) e di Telegram — progettato dalle piattaforme per massimizzare
il tempo di permanenza (engagement) spingendo i contenuti polarizzanti nei feed
di utenti non iscritti — viene imputato giuridicamente all’indagato. La reach
potenziale stimata dall’algoritmo della piattaforma diventa la misura legale
del pericolo concreto del reato: l’indagato non viene tenuto in carcere per il
danno che ha effettivamente provocato, ma per la potenzialità
virale che l’architettura algoritmica dei social media attribuisce alle sue
parole.
8. LA MUTAZIONE GENETICA
Quando la rubrica giudiziaria viene inquadrata nelle coordinate del terrorismo o
dell’eversione dell’ordine democratico, il giudizio cautelare sul trattenimento
in carcere subisce una mutazione genetica: il fatto materiale commesso degrada a
mero sintomo occasionale, mentre l’oggettoreale della misura restrittiva diviene
la potenzialità soggettiva della persona, dilatata dagli inquirenti attraverso
una lettura orientata della sua biografia, della sua cultura e dei suoi
strumenti tecnologici.
Nel caso in esame, l’assenza di una partecipazione materiale agli scontri del
17-18 ottobre, l’inesistenza di una rete associativa armata o di collegamenti
con attori ostili esteri, e la natura eminentemente espressiva e velleitaria dei
post pubblicati non hanno impedito il fermo d’urgenza e la reclusione nella
sezione di Alta Sicurezza 2 di San Vittore. Ciò è stato reso possibile dalla
convergenza di quattro fattori strutturali che operano in stretta sinergia.
Anzitutto, si assiste all’inversione clinico-criminologica del capitale umano,
per cui l’assenza di precedenti penali, la laurea magistrale, il plurilinguismo,
le competenze nel settore dell’IA e lo status di cittadino italiano di seconda
generazione vengono capovolti da fattori di radicamento sociale in indicatori
di “particolare capacità delinquenziale” e di “pericolo di fuga”. In secondo
luogo, interviene l’hype mediatico pre-giudiziario, che retrodata la
responsabilità del soggetto costruendo l’archetipo rassicurante del “regista
occulto” e dell’”infiltrato accademico”, generando un allarme sociale che la
Procura utilizza poi circolarmente come prova dell’effetto intimidatorio e
terroristico della condotta.
A questi fattori si salda la deriva legislativa del decennio 2015–2026,
culminata nei Decreti Sicurezza n. 48/2025 (art. 270-quinquies.3 c.p.) e n.
190/2026 (art. 420-bis c.p.), che ha progressivamente sostituito il diritto
penale del fatto e del pericolo concreto con fattispecie di pericolo presunto,
ossimori dogmatici (“organizzazione anche occasionale”) e cornici edittali
sproporzionate pensate per attivare il doppio binario cautelare. Infine, agisce
la mediazione algoritmica dell’IA, che da un lato trasforma l’esplorazione
cognitiva privata (il prompt rivolto a un LLM) in prova di pianificazione
eversiva, e dall’altro converte le metriche commerciali di viralità potenziale
dei social network nel requisito oggettivo dell’offensività penale. In
definitiva, il caso Siher dimostra che nel diritto penale contemporaneo della
sicurezza nazionale il confine tra dissenso radicale, esplorazione intellettuale
e terrorismo non è più tracciato dalla materialità dell’offesa arrecata ai beni
giuridici, bensì dalla profilazione preventiva del tipo d’autore, con un vulnus
profondo ai principi scolpiti negli articoli 13, 21, 25 e 27 della Costituzione
repubblicana. Youssef Siher è, in questo modo, il primo detenuto politico della
magistratura predittiva italiana. Quanti altri ne seguiranno? E con quale
conseguenze nella politica e nella società? La questione è particolarmente
seria.
Per Codice Rosso, nlp
Lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato da USB e sostenuto da tanti
sindacati di base, è l’occasione per reagire a una crisi che pesa ogni
giorno sulle nostre vite.
Di seguito ripubblichiamo l’indizione di MULTI – Sindacato Sociale che aderisce
allo sciopero e sarà nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri per
costruire questa giornata. In allegato l’adesione allo sciopero da parte dei
lavoratori di Amazon.
Non possiamo andare avanti così: lavorare costa sempre di più, gli stipendi non
bastano e gli affitti sono impossibili. Imprese e istituzioni scaricano i costi
della crisi su chi lavora, attraverso part-time involontari, ore non pagate e
contratti precari. Gli ospedali non garantiscono cure adeguate, scuole e servizi
si impoveriscono, mentre aumentano le risorse destinate al riarmo.
Scioperare è un sacrificio, soprattutto per chi ha già pochi soldi. Ma
dobbiamo ribellarci a una normalità che ci impoverisce e ci toglie autonomia
e futuro. Fermarci insieme significa trasformare la fatica e la rabbia
individuali in una forza capace di cambiare i rapporti di potere.
In tutta Europa crescono le proteste. Autotrasportatori e agricoltori si
mobilitano contro l’aumento dei costi e l’indebitamento; giovani delle periferie
e studenti occupano scuole e piazze, stanchi di essere criminalizzati e privati
di opportunità. Conflitti diversi, una domanda comune: perché dobbiamo essere
sempre noi a pagare?
Dalla Palestina all’Ucraina, le guerre devastano popolazioni e territori mentre
si spendono soldi pubblici per produrre e acquistare armi. Banche, industrie
militari, imprese energetiche, grandi supermercati, case farmaceutiche,
multinazionali della logistica e fondi immobiliari continuano ad
accumulare profitti. Noi, invece, veniamo derubati della ricchezza che
produciamo: con salari insufficienti, affitti insostenibili, prezzi sempre più
alti e servizi pubblici impoveriti. Il nostro lavoro fa ricco lo Stato e le
grandi aziende, ma a noi restano sacrifici e rinunce. Ora basta.
Da Amazon a Carrefour, da Dussmann agli appalti pubblici, fino alla Scuola
Superiore Sant’Anna, alla Scuola Normale e alle scuole, dobbiamo far sentire la
voce di chi manda avanti la società con il proprio lavoro e la propria cura.
Vogliamo salari più alti, contratti stabili, la fine del lavoro gratuito e del
part-time imposto, case accessibili e servizi pubblici funzionanti. Le
risorse collettive devono servire la vita, non la guerra e i profitti di pochi.
Per questo dobbiamo portare lo sciopero ovunque, collegare le vertenze e fermare
i flussi di lavoro e di ricchezza che noi stessi produciamo. Non basta
indignarsi: dobbiamo organizzarci e ribellarci insieme per conquistare ciò che
ci viene negato.
Il 30 ottobre, dalla mattina presto, saremo con picchetti nei luoghi di lavoro,
di studio e nei quartieri per promuovere lo sciopero. Dalle ore 9 ci muoveremo
in corteo verso il Comune di Pisa.
PER ADERIRE, SEGNALARE LA PARTECIPAZIONE O COSTRUIRE INIZIATIVE, CONTATTATE
MULTI – SINDACATO SOCIALE:INFO@MULTISINDACATOSOCIALE.ORG
30-ottobre_261027_152501Download
Dal magazzino Amazon di Montacchiello (PISA) : per lo sciopero di domani 30
ottobre assemblea sindacale e presidio alle 8.30!
Carichi di lavoro inaccettabili, pressioni psicologiche e fisiche, sfruttamento
fino alla malattia e alla distruzione
É IL MOMENTO DI FARCI SENTIRE!
Basta essere trattati come lavoratori usa e getta! Basta avere paura, insieme
lottiamo contro lo sfruttamento! Le lavoratrici e i lavoratori vogliono
rispetto!
Insieme siamo forti!
Video dei drivers di Amazon in mobilitazione
Riprendiamo indizione della mobilitazione da parte dei coordinamenti cittadini
di Torino per Gaza e Torino contro il riarmo in vista della mobilitazione dello
sciopero del 30 ottobre. In allegato anche un registrato delle voci del 24
ottobre a cura di Radio Blackout.
BLOCCHIAMO L’ITALIA SCIOPERO GENERALE
Domani scendiamo in piazza ancora una volta per ribadire che siamo contro il
riarmo, contro il carovita e contro ogni forma di guerra.
Sono settimane che vediamo l’Italia intera scendere in piazza per dire che non
ce la fa più, che arrivare alla fine del mese è diventato un lusso sempre più
riservato a pochi, che non è più possibile accettare un presente fatto di
precarietà e impoverimento. Di fronte a tutto questo, le risposte del governo
italiano sono sempre più orientate alla repressione. Attraverso abusi di polizia
e limitazioni al diritto di manifestare, si tenta di restringere sempre di più
gli spazi del dissenso, obbligando le persone a lasciare il centro delle città e
relegando le proteste nelle periferie, lontano dagli occhi di chi governa e di
chi vorrebbe continuare a fare finta di niente. Ci chiediamo allora: queste
fantomatiche vetrine valgono forse più della vita di milioni di persone che non
riescono ad arrivare alla fine del mese? Vale più la tutela delle vetrine del
diritto di esprimere il proprio dissenso, di protestare contro le guerre e di
rivendicare condizioni di vita dignitose?
Ancora una volta, la domanda non dovrebbe essere perché le persone scendano in
piazza, perché giovani e studenti si mobilitino collettivamente, perché
un’intera generazione rifiuti di accettare le condizioni che le vengono imposte.
La vera domanda è perché, di fronte a queste rivendicazioni, la risposta delle
istituzioni continui a tradursi nella violenza e nella repressione.
Scendere in piazza è quindi sempre di più una necessità, un dovere collettivo.
Perché non possiamo accettare che la guerra diventi normalità mentre le nostre
condizioni di vita peggiorano, che miliardi vengano destinati al riarmo mentre
milioni di persone sono costrette a scegliere tra pagare le bollette, fare la
spesa e arrivare alla fine del mese. Vediamo un vento di rivolta e rivoluzione
arrivare dal mondo intero, da paesi molto vicini al nostro; Francia, Spagna,
Albania, paesi nei quali le settimane di mobilitazione hanno messo in crisi i
propri governi. Un solo grido ci attraversa tutti: No alla guerra e sì per una
vita dignitosa.
Come Coordinamento Torino per Gaza, sappiamo bene, guardando alla resistenza
palestinese, cosa significhi lottare, cosa significhi resistere e cosa
significhi non arrendersi di fronte alla violenza. Sappiamo che le lotte non
sono separate, che ciò che accade in Palestina non è distante da ciò che viviamo
qui. La guerra e il genocidio in Palestina si inseriscono in un sistema di
dominio e di violenza che si alimenta anche attraverso il riarmo, l’economia di
guerra e politiche che scaricano il costo delle proprie scelte sulle vite di chi
lavora, studia e vive in condizioni di crescente precarietà.
Con la stessa forza e determinazione che abbiamo mostrato lo scorso anno con
Blocchiamo tutto, vogliamo tornare a bloccare. Bloccare questo sistema, fermare
la macchina della guerra, opporci a un modello politico ed economico che ci
vuole sempre più sfruttati, sempre più impoveriti, sempre più disposti a chinare
la testa.
Vogliamo bloccare l’Italia per l’Italia stessa, per la nostra liberazione, per
costruire un futuro in cui le risorse siano destinate alla vita e non alla
guerra, ai diritti e non al riarmo, alla dignità delle persone e non ai profitti
di pochi.
Domani scendiamo in piazza per scioperare, per bloccare, per opporci alla
repressione e per mettere un punto a tutto questo.
Contro il riarmo. Contro il carovita. Contro ogni guerra. Per la Palestina, per
la nostra liberazione.
Alcune voci dal corteo del 24 ottobre a Torino contro guerra, riarmo e carovita.
Il movimento contro il carovita e la crisi sociale in Francia non accenna ad
arrestarsi.
da Radio Blackout
Nonostante un importante impegno da parte delle forze dell’ordine per tentare di
disarticolare la forza di questa fase di mobilitazione contro il governo,
l’appuntamento è per sabato 31 ottobre per il terzo atto. Queste settimane hanno
posto alcune questioni importanti da analizzare, dalla possibile ricomposizione
di diversi settori sociali alla radicalità delle rivendicazioni. E’ interessante
anche vedere come il governo Macron non accenni ad arretrare. Quali bisogni del
movimento e quali prospettive?
Ne abbiamo parlato con Mathieu Rigouste, compagno e ricercatore in scienze
sociali in Francia