La corte de L’Aquila ha accettato l’ammissibilità nel processo di metà degli
interrogatori fatti nelle carceri israeliane, in spregio a qualsiasi diritto
internazionale.
da Osservatorio Repressione
Negata, invece, l’ammissione di quasi tutte le consulenze di parte proposte
dalla difesa degli attivisti palestinesi. Tra le persone che i legali di Anan,
Ali e Mansour hanno chiesto che potessero intervenire in aula durante il
processo c’erano la relatrice speciale Onu Francesca Albanese, la deputata del
M5S Stefania Ascari, Don Nandino di Pax Christi, Riccardo Mattone di
Mediterranea Saving Humans e Ronen Bar, dirigente dello Shin Bet, i servizi
segreti interni israeliani.
Prima udienza del processo contro i cittadini palestinesi Anan Yaeesh, Ali Irar
e Mansour Doghmosh nella mattina di mercoledì 2 aprile 2025 davanti alla Corte
d’Assise del Tribunale dell’Aquila.
La Procura accusa Anan (in carcere da oltre un anno), Ali e Mansour di
terrorismo per aver, secondo accuse formulate dalle
autorità israeliane, finanziato la Brigata Tulkarem, attiva nella resistenza
contro l’occupazione sionista in Cisgiordania.
Il processo si svolge in un tribunale italiano ma – caso più unico che raro – le
indagini sono state svolte interamente da inquirenti stranieri… Quelli
dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi. Durante la prima udienza,
i giudici italiani hanno ammesso tutte le prove documentali prodotte da Tel
Aviv: le trascrizioni di interrogatori a prigionieri palestinesi sottoposti –
con ogni probabilità – a tortura. Negata, invece, l’ammissione di quasi tutte le
consulenze di parte proposte dalla difesa degli attivisti palestinesi.
Tra le persone che i legali di Anan, Ali e Mansour hanno chiesto che potessero
intervenire in aula durante il processo c’erano la relatrice speciale
Onu Francesca Albanese, la deputata del M5S Stefania Ascari, Don Nandino di Pax
Christi, Riccardo Mattone di Mediterranea Saving Humans e Ronen Bar, dirigente
dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani.
Il giudice ha fatto sgomberare l’aula dell’udienza perché è stata
contestata,giustamente, la traduzione dell’interprete che stava stravolgendo
l’intervento di Anan
Durante l’udienza, all’esterno del Tribunale dell’Aquila si è svolto un presidio
di solidarietà con i tre imputati. “Anche laddove fosse accertato il sostegno
dei tre imputati alla resistenza in Palestina, addirittura il diritto
internazionale e il diritto internazionale umanitario ritengono ogni forma di
resistenza legittima”, commenta Khaled El Qaisi di Udap, che nel processo è
consulente della difesa per la lingua araba. “L’impressione è che da un lato si
voglia evitare un processo nel quale possano emergere da un lato i crimini
perpetrati da Israele, dall’altro si vuole delegittimare ciò che è legittimato
anche dallo stesso diritto internazionale, ossia il diritto di un popolo sotto
occupazione a ogni forma di resistenza al fine di ottenere la propria
autodeterminazione e liberazione”.
Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto il racconto dell’udienza con Khaled El
Qaisi dell’Unione democratica arabo-palestinese. Ascolta o scarica
Radio Onda Rossa in comunicazione diretta dall’Aquila, ha parlato con Vincenzo
sull’inizio del processo e con un compagno dei Giovani Palestinesi Italia sul
fatto che, con questo processo, lo Stato italiano cerca di condannare il diritto
internazionale alla resistenza. Ascolta o Scarica
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
USA. Persone migranti, non importa se regolari o meno, vengono rastrellate per
strada, sequestrate da uomini dal volto coperto e senza divise o distintivi, e
sbattute in pulmini neri per poi scomparire nei centri di detenzione dell’ICE
(U.S. Immigration and Customs Enforcement).
di alexik, da La bottega del Barbieri
Persone comuni prese a caso, ma anche persone impegnate nella solidarietà alla
Palestina sottoposte a sequestri mirati.
Se la deportazione disposta da Trump di centinaia di immigrati venezuelani in un
lager salvadoregno ha sollevato un certo scandalo a livello internazionale, in
questi giorni nel silenzio tombale dei nostri media si stanno moltiplicando
negli USA scenari che ricordano l’Argentina dei generali dopo il golpe del ’76,
quando energumeni col passamontagna ti rapivano per strada sbattendoti su una
Ford Falcon.
Raccogliamo qui le denunce che sempre più riempiono i social network, e che
raccontano ogni giorno la quotidianità di questo nuovo incubo americano.
**
***
Le hanno detto che avrebbe passato la notte a Miami.
Nessun avvertimento. Nessun avvocato. Non c’è tempo per fare le valigie.
Solo polsini d’acciaio avvolti intorno ai polsi, stretti sul petto, incatenati a
una cintura in vita così stretta che non riusciva a respirare. Un autobus senza
cibo, senza acqua, senza bagno – solo una pozzanghera di piscio che bagna il
pavimento. Le guardie le hanno detto di andare avanti e urinare dove si sedeva.
L’ha fatto.
Condizioni di detenzione a Krome.
Poi l’hanno spinta dentro Krome.
Krome, il centro di detenzione di Miami dove dovrebbero essere detenuti uomini
con precedenti penali, non donne immigrate senza accuse, senza condanne, senza
voce. Krome, dove lei e altre 26 sono stati infilate “come sardine in un
barattolo”, costrette a dormire sul cemento, dove gli è stata offerta una doccia
di tre minuti in quattro giorni e dove le guardie gli han detto di fingere di
avere una crisi convulsiva se volevano medicine. Una donna ha avuto una crisi
epilettica. Sono venuti per lei. Le altre le hanno ignorate.
Tre persone sono morte in custodia dell’ICE. Tre. In poco più di un mese.
Genry Ruiz-Guillen, 29 anni, dall’Honduras, morta il 23 gennaio.
Serawit Gezahegn Dejene, 45 anni, etiope, morta il 29 gennaio.
Maksym Chernyak, 44 anni, ucraino, è morto il 20 febbraio.
Nessuna condanna. Nessun processo equo. Nessuna protezione.
Solo morte sotto luci fluorescenti.
E mentre i corpi si accumulano, gli architetti di questo sistema ridono.
Gli architetti della sofferenza
Tom Homan, ora ufficialmente lo “zar delle frontiere” di Trump, non sta più
solo urlando dai talk show di Fox News. Comanda lui. E promette “deportazioni
ogni giorno”, giura di espellerne a milioni. Sta spingendo per costruire nuovi
campi di detenzione nelle basi militari e nella baia di Guantanamo, per
esternalizzare il carcere nelle carceri locali e per abbassare gli standard
federali di detenzione lngo i confini.
Vuole consegnare vite umane a qualsiasi sceriffo con gabbia e budget. Questa non
è una forza dell’ordine, è un’epurazione nazionale.
Kristi Noem non è più la governatrice del Sud Dakota.
È stata promossa a Segretario della Sicurezza Nazionale, supervisionando
l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), il Customs and Border Protection
(CBP), e la Federal Emergency Management Agency (FEMA).
Ha già iniziato a rimodellare la politica delle catastrofi e l’applicazione
dell’immigrazione con la fredda efficienza di chi non si è mai preoccupato del
costo umano. Ha visitato i centri di detenzione all’estero e ha proposto di
attribuire più potere e finanziare la macchina che sta già uccidendo le persone.
Questa è la donna che ora si occupa di proteggere la patria – e la tratta come
un campo di battaglia.
E Stephen Miller, il goblin di alabastro dietro la prima ondata di terrore
xenofobo di Trump, è tornato all’interno dell’Ala Ovest [l’edificio che ospita
gli uffici del Presidente degli Stati Uniti d’America, ndt] come Vice Capo di
Stato Maggiore per la Politica e la Sicurezza Nazionale. Lui non si sta
nascondendo. Non si sta ammorbidendo. Sta gettando le basi per le deportazioni
di massa, le separazioni familiari e la militarizzazione totale
dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. La strategia di Miller è
semplice: inondare il sistema, romperlo e far sembrare la crudeltà come ordine.
Questa non è cattiva gestione. Questa non è politica. Questa è sofferenza umana
sancita dallo Stato. L’Immigration and Customs Enforcement ha 46.269 persone in
custodia, ben oltre la sua dotazione ufficiale di 41.500 posti letto. Il
Congresso l’ha appena premiato con altri 430 milioni di dollari.
I centri di detenzione stanno straripando. Le guardie sussurrano: “Non dovrebbe
essere così”. Ma continuano a girare la chiave. Continuano a chiudere le porte.
Perché questo sistema non è stato progettato per riabilitare. Non è stato
progettato per scoraggiare. È stato progettato per distruggere le persone.
E funziona.
Approfittatori imprenditoriali del gulag
Akima Infrastructure Protection – ricorda questo nome.
Questo è l’appaltatore privato che gestisce Krome con un contratto federale da
685 milioni di dollari. I soldi delle tue tasse. Il tuo paese. Il tuo nome sulla
fattura.
E Akima non ha semplicemente ignorato le segnalazioni di sovraffollamento, abusi
e morte – non ha nemmeno risposto. Perché non hanno l’obbligo di farlo. Nel
sistema di gulag dell’immigrazione americano, la responsabilità è facoltativa, i
profitti sono obbligatori.
Akima non è il solo. Il racket delle detenzioni privatizzate è un business in
crescita.
Peggiori sono le condizioni, più alti sono i margini. Più detenuti equivale a
più letti, più guardie, più pagamenti federali. Questi non sono semplici
appaltatori di carceri, sono profittatori di guerra, in una guerra interna
contro i poveri, i non bianchi, i senza documenti, gli usa e getta.
E mentre tre esseri umani muoiono nelle gabbie del governo in trenta maledetti
giorni, l’ICE pubblica un comunicato dicendo che non possono verificare gli
abusi senza i nomi delle donne. È come guardare una casa bruciare e dire che non
puoi aiutare se le fiamme non presentano una richiesta formale.
Quello che ICE significa davvero è questo: a meno che non ci consegni i loro
nomi, non possiamo vendicarci.**
Paura, silenzio e il nuovo incubo americano
Queste donne hanno paura di parlare perché sanno cosa succede a chi dice la
verità in un sistema costruito per cancellarle. La loro paura non è paranoia. È
saggezza. Perché nell’America di Trump, il sistema dell’immigrazione non è più
civile. È punitivo, predatorio e letale.
E mentre questo spettacolo horror al rallentatore si svolge dietro sbarre
d’acciaio e posti di blocco di sicurezza, il resto del paese lo passa oltre:
troppo stanco, troppo intorpidito, troppo avvolto nei punti di discussione per
vedere cosa c’è proprio di fronte a loro:
Gli Stati Uniti stanno di nuovo gestendo i campi di concentramento.
Non in segreto. Non nell’ombra. A Miami. In Arizona. In Texas. Con un pieno
finanziamento del Congresso. Con indifferenza bipartisan. Con l’approvazione
aperta di un movimento politico che acclama la crudeltà come fosse patriottismo.
E a meno che non gli diamo un nome, lo urliamo e ci infuriamo contro, andrà
sempre peggio. Perché questa amministrazione lo ha detto chiaramente: non
vogliono aggiustare il sistema. Vogliono distruggere più persone. Più
velocemente. Più economicamente. Più rumorosamente.
E se questo significa più sacchi per cadaveri? Così sia. Per loro non è un
fallimento.
Il piano funziona esattamente come previsto.**
Che diavolo FACCIAMO?
Smettiamo di fingere che sia normale. Smettiamo di chiamarlo “sistema guasto” e
iniziamo a chiamarlo per quello che è: un’arma.
Abbiamo i nomi. Diamo un nome ai morti. Noi diciamo Genry. Serawit. Maksym. Non
come note a piè di pagina, ma come prova che il silenzio è complicità.
Facciamo pressione al Congresso affinché tolga i fondi all’ICE, perchè metta
fine ai contratti di detenzione privata, perché chiuda Krome e ogni struttura
simile. Chiediamo indagini indipendenti, responsabilità penale e media che
coprano queste storie come se fossero in gioco vite, perché lo sono.
Sosteniamo le organizzazioni guidate dagli immigrati. Scateniamo l’inferno nei
municipi.
Presentiamoci con i cartelli, con le querele, con le telecamere, con la giusta
furia. Inondiamo i loro uffici. Scriviamo fino a quando ci sanguinano le dita.
Organizziamo protestiamo resistiamo.
E se ti trovi in una posizione di potere – se sei uno staff, un avvocato, un
giornalista, un essere umano con una piattaforma – usala. Questa non è
un’esercitazione. Questo non è un momento per restare neutrali.
La macchina sta uccidendo le persone. Le persone che lo gestiscono ne sono
orgogliose.
E la storia non perdonerà chi è rimasto a guardare.
Alza la voce. Distruggi il loro silenzio. E non fermarti finché le gabbie non
saranno vuote.
DAL PROFILO FB DI DUSTIN WEST
Sono stato appena fermato e il mio cane è stato aggredito da agenti dell’ICE in
borghese, insieme a membri sotto copertura della polizia di New York, credo,
mentre cercavo di intervenire in un rapimento ICE nel mio quartiere.
Si sono rifiutati di identificarsi, erano mascherati, non hanno prodotto alcun
mandato firmato, ed erano in un furgone senza contrassegni. Hanno letteralmente
rapito dalla strada una famiglia che accompagnava i figli a casa da scuola, e
poi hanno preso a calci il mio cane e ammanettato me e i miei vicini per aver
fatto domande.
Hanno frugato illegalmente nel mio telefono, violato diversi diritti
costituzionali, e poi sono scappati con una famiglia e le urla dei bambini nel
retro di un furgone per chissà dove.
Se questo può accadere in un angolo di Harlem alle 5:30 del pomeriggio, siamo in
grossi guai ragazzi. Proteggete voi stessi e i vostri vicini in qualsiasi modo
possiate fare.
Sono assolutamente affranto, infuriato e disgustato per quello che è diventato
il mio paese e se non provate lo stesso; o non ci fate attenzione o siete parte
del problema.
Voglio rendere chiara la conclusione che ho tratto da questa esperienza.
È questo: i neri e i non bianchi in questo paese sono sottoposti a questo stesso
tipo di violenza e illegalità da secoli, con esiti spesso ben peggiori di quelli
che ho vissuto io.
Il fatto che gli oppressori al potere ora siano disposti a infliggerlo anche ad
un uomo bianco privilegiato in pieno giorno, nel presunto bastione dei valori
progressisti che è New York, dimostra solo quanto siano diventati sfacciati e
quanto debba essere pericoloso per tutti gli altri, non per un privilegiato come
me.
I bianchi DEVONO ostacolare il fascismo in ogni momento. DOBBIAMO mettere in
gioco i nostri corpi e i nostri privilegi.
DOBBIAMO essere chiave inglese negli ingranaggi di questa orribile macchina che
abbiamo contribuito a creare. Non ci rimane molto tempo per evitare che vengano
fatti danni irreversibili e irreparabili a milioni di persone qui e in tutto il
mondo….
Vi prego di tenere d’occhio i vostri quartieri, continuare a parlarne, e fare
ciò che è possibile per fermare queste cose quando le vedete, e trasmettete
immediatamente in streaming! Vorrei davvero averlo fatto !
Credo che abbastanza corpi bianchi e telecamere dal vivo avrebbero potuto far
pensare due volte questi tizi e avrebbero potuto impedire il rapimento di questa
famiglia. Conosco abbastanza tutte le persone, organizzate, rumorose e in
strada, speriamo possano iniziare a invertire la rotta mortale su cui siamo.
Tutti devono agire secondo le proprie abilità, privilegi e livelli comfort
rischiando, ma tutti devono agire! Il silenzio è complicità!
***
DAL PROFILO FB DI FABIO SABATINI
***
Arresti, deportazioni e intimidazioni per reati d’opinione. È così che comincia,
colpendo quelli sgraditi alla maggioranza. Per arrivare, infine, a chiunque osi
dissentire. Una repressione del dissenso sistematica, che si sta già estendendo
dai campus universitari a ogni angolo della vita pubblica.
Il video dell’arresto di Rumeysa Ozturk diffuso da AP mette i brividi, fa paura,
indigna.
Ozturk è una dottoranda di ricerca presso il Department of Child Study and Human
Development della Tufts University, dove si occupa di psicologia dello sviluppo
infantile. Aveva un permesso di soggiorno regolare e risiede negli Stati Uniti
da quando ha conseguito un Master alla Columbia University. Pochi giorni fa,
appena uscita di casa, è stata accerchiata da sei uomini, alcuni dei quali
mascherati, ammanettata e caricata su un furgone. Le è stato revocato il visto e
subito dopo è stata deportata. Nessuna udienza, nessuna garanzia costituzionale.
Come tanti altri deportati, non è accusata di alcun reato. Ma ha firmato,
insieme a dei colleghi, una lettera di sostegno alla popolazione civile di Gaza,
pubblicata su una rivista studentesca locale. Una presa di posizione che le
autorità hanno ritenuto “contraria agli interessi americani”.
La sua università non ha ottenuto altre informazioni sulle ragioni dell’arresto
– ma dovremmo chiamarlo rapimento, come quello di Mahmoud Khalil e di tanti
altri studenti, dottorandi e ricercatori che stanno sparendo nel silenzio
generale.
Serve una incredibile faccia tosta per giustificare le violazioni dei diritti
civili con l’alibi della lotta all’antisemitismo, quando si governa con ministri
e consiglieri antisemiti o perfino fan dichiarati del Terzo Reich.
L’antisemitismo è solo un pretesto.
Ora Trump ha deciso di colpire i simpatizzanti della Palestina, sapendo che
musulmani e professori dei college di élite non suscitano simpatie nel pubblico,
e il loro arresto crea divisioni. Domani toccherà a chi protesta per i diritti
LGBT, poi a chi imbratta le Tesla, fino a che nessuno che critichi il regime
potrà più sentirsi al sicuro, per quanto bianco, maschio, etero e cis.
Ogni minoranza perseguitata lo sa: l’unico vero scudo contro l’oppressione e la
violenza è una società libera, fondata sul rispetto dei diritti civili, dello
stato di diritto e delle garanzie costituzionali.
Accettare che uno studente o un ricercatore possa sparire per reati d’opinione,
senza processo né accuse formali, significa accettare che anche i cittadini
“nativi” possano perdere i loro diritti. Al governo basterà dire che qualcuno
“ha agito contro gli interessi americani”.
Lo stesso vale per le università. La Columbia ha accettato di cedere al potere
politico la gestione delle proprie procedure di reclutamento e disciplina, in
cambio della sopravvivenza finanziaria. Ma un’università senza fondi è ancora
un’università. Un’università senza libertà di espressione, no. È solo
un’istituzione svuotata, pronta a diventare un braccio ideologico, uno dei
tanti, del regime. Se ci si piega per non perdere fondi, presto si
sacrificheranno i professori dissenzienti e chiunque, non adeguandosi, metta a
rischio l’afflusso di risorse. Finché il regime arriverà a stabilire quali libri
si possano tenere nelle biblioteche, non solo quelle universitarie.
È così che comincia. Con piccoli compromessi a spese di chi è sgradito alla
maggioranza. E poi, gradualmente, si arriva a chiunque osi dissentire. Altro che
difesa del free speech. Altro che lotta all’antisemitismo. Quella in corso è una
sistematica repressione del dissenso, che si sta già estendendo dai campus
universitari a ogni angolo della vita pubblica americana.
La libertà d’espressione e la democrazia non sono mai un’eredità garantita. Sono
conquiste fragili, che si logorano rapidamente con l’indifferenza verso le
ingiustizie, come quando si accettano in silenzio l’arresto di un ricercatore e
la censura di un’idea.
***
Riprendiamo qui di seguito il comunicato degli studenti e delle studentesse
torinesi che continuano a battersi per chiedere giustizia per Ramy e per un
futuro migliore per tutti e tutte.
Vogliamo però fare qualche riflessione rispetto alla gravità dell’operazione
poliziesca messa in campo e al suo “tempismo”.
Partiamo dai reati contestati alle persone arrestate: sono tutti di modesta
entità e vertono in grossa parte sul concetto giuridico di concorso esteso
all’inverosimile, tendenza già vista negli anni nelle procure di mezza Italia ma
che a Torino trova la sua forzatura più becera. Le cosiddette “violenze”
contestate ai ragazzi e ragazze arrestati sono: l’aver solo parlato al megafono
sostenendo la protesta (che è costato i domiciliari a Stefano e Sara e le firme
giornalire a Nicola), aver spostato delle transenne per proteggere il corteo
dalle cariche delle forze dell’ordine, aver allontanato i lacrimogeni sparati
sul corteo, e dulcis in fundo aver dato dei “maiali” ai carabinieri, dileggiando
“la Benemerita” di non venire mai bene nelle foto.
Chi ha anche solo visto i filmati della manifestazione, si renderà subito conto
che quanto contestato è poca cosa rispetto a quanto accduto al corteo, che
ricordiamo spontaneo e seguito di pochi giorni all’uscita del filmato che
mostrava, di fatto, i carabinieri uccidere a sangue freddo un ragazzino, perché
colpevole di scappare in motorino.
Ancora una volta, la Procura rivisita a suo piacimento il diritto per poter
costruire ad arte il mostro manovratore, impersonato questa volta in chi diceva
la sua al megafono, per infantilizzare gli atti di rivolta e ascriverli a mere
strumentalizzazioni. L’obbiettivo è chiaro: colpire duro chi crede nella
possibilità di organizzarsi collettivamente, alla luce del sole.
Ancora una volta vediamo i giornali cedere alle veline della Questura e
ascrivere i compagni e compagne al Pubblic Enemy numero uno: l’Askatasuna,
quando invece sono tutti militanti di collettivi studenteschi, anche di
orientamento differente. Evidentemente non è bastata la batosta clamorosa alle
teorie complottiste sul conflitto sociale data dalla sentenza del processo
Sovrano. Pare che una certa stampa proprio non voglia darsi pace che a Torino,
il conflitto sociale è nel Dna della metropoli, è la naturale risposta delle
persone che la abitano, al triste progetto che le istituzioni vorrebbero
costruirle sopra. La cosa che forse li spaventa ancora di più è che nonostante
gli anni di carcere e le manganellate distribuiti a piene mani dal potere, i
giovani siano sempre di più in piazza e a prendersi i propri spazi nelle scuole
e nelle università. Si mettano il cuore in pace questurini e giornalisti, Torino
non vuol padroni. Invitiamo a riflettere su questi veri e propri colpi di mano
della polzia politica italiana e a metterli in relazione al clima bellico da
mobilitazione generale per “salvar l’Europa”, per unire i punti e capire che
solo l’espressione di una forza collettiva e popolare può fermarli dal portarci
tutti nel baratro della barbarie capitalita. Solidarietà alle studentesse e agli
studenti arrestat. Liber Subito!
Il comunicato congiunto scritto dai giovani:
Questa mattina all’alba, la questura di Torino ha deciso di notificare otto
misure cautelari, di cui quattro arresti domiciliari e quattro obblighi di
firma, a giovani compagni e compagne che si spendono ogni giorno per un futuro
migliore. I fatti contestati risalgono al 9 gennaio di quest’anno, quando in
migliaia in tutta Italia e a Torino abbiamo deciso di scendere in piazza
chiedendo verità e giustizia per Ramy, ucciso dai carabinieri durante un
inseguimento.
Il corteo di quella sera si inserisce in un percorso di mobilitazione più ampio,
iniziato già la scorsa primavera a partire dai cortei per la Palestina, che
hanno portato al movimento delle Intifade studentesche, ridando forza
all’attivazione giovanile. Da quel momento a Torino i cortei si sono susseguiti
senza sosta dimostrando un protagonismo che non si vedeva da tempo: sono tante
le persone che hanno animato le piazze di quest’anno, mettendosi a disposizione
e organizzandosi insieme per lottare.
Non è certo stando in prima fila allo striscione o parlando ad un megafono che
si sovradetermina la volontà e la convinzione di centinaia e centinaia di
persone, come scrive invece la questura negli atti accusatori consegnati questa
mattina. Anzi, questa narrazione appiattisce la forza collettiva, riducendo a
pochi soggetti una volontà che invece è diffusa.
Se la questura pensa che chi anima le piazze, chi scende in corteo, sia un mero
burattino è perchè ignora la consapevolezza collettiva.
In questo contesto, viene punito non solo il gesto di manifestare in piazza, ma
anche il fatto stesso di tematizzare, di esplicitare le ragioni e i motivi alla
base di una protesta. Ancora una volta, si colpisce chi ha il coraggio di
prendere parola, di far sentire la propria voce, come se il semplice atto di
esprimersi fosse un crimine. Si sta dunque ponendo la premessa per una sorta di
“reato di pensare”, in cui qualunque espressione di dissenso viene silenziata.
Si tratta tra l’altro della medesima narrazione portata in tribunale con il
processo Sovrano e fallita appena due giorni fa con l’assoluzione completa per
il reato di associazione per delinquere. La controparte evidentemente non ha
preso bene la sconfitta e non ha tardato a rispondere con un’operazione
costruita su misura per l’occorrenza, con l’esplicita volontà di intimidire
ancora una volta i più giovani. Siamo ben consapevoli che non si tratti di un
attacco contro le singole condotte, ma contro un movimento capace di coinvolgere
trasversalmente i giovani di questa città, dimostrando la propria potenza in più
occasioni. La giornata di lunedì ne è l’ultimo e più chiaro esempio: centinaia
di persone si sono radunate sotto il tribunale di Torino non solo in solidarietà
con i 28 imputati, ma soprattutto in risposta all’attacco alle lotte che quel
processo rappresenta per tutti.
Di fronte a questi vili attacchi non faremo un passo indietro: siamo e saremo
sempre associazione a resistere!
LIBERE TUTTE, LIBERI TUTTI!
L’intervista a un giovane compagno di Torino, una delle persone colpite dalle
misure cautelari realizzata da Radio Onda d’Urto.
L’intervento di Beatrice degli Studenti Indipendenti, una degli 8 colpiti da
misure cautelari ai microfoni di Radio Blackout.
Riprendiamo l’intervista di Radio onda d’urto a Vincenzo, uno dei compagni
processati:
Crollata la montatura giudiziaria-poliziesca che ha cercato di criminalizzare le
lotte sociali e l’opposizione alla grande opera inutile e dannosa del TAV con
l’accusa di associazione a delinquere, l’associazione a resistere in un
comunicato ribadisce che “Non si può fermare, perché associazione a resistere é
chi mette a rischio se stesso per difendere un pezzo di territorio, é chi
partecipa a un picchetto, chi a uno sciopero, l’associazione a resistere é chi
occupa una scuola, é chi vuole costruire per sé e per tutti un futuro migliore,
associazione a resistere é chi blocca una nave piena di armi, é chi si organizza
per non lasciare nessuna da sola. Non si può circoscrivere, perché ogni giorno
c’è chi resiste al ricatto del lavoro, alla perdita della propria terra, allo
sfruttamento delle menti.”
Durante il corteo del 28 Marzo abbiamo raccolto i contributi di alcuni giovani
lavoratori di Dumarey, ex General motors, un’ azienda specializzata nella
progettazione di sistemi di propulsione, che conta circa 700 dipendenti nello
stabilimento torinese.
Riportiamo le testimonianze di due ingegneri e di un operaio che lavorano nel
sito all’interno della “Cittadella Politecnica”.
Ciao chi siete e perché siete qui oggi? Qual è la situazione all’interno della
vostra azienda?
F: Sono un operaio del settore Automotive, dipendente di Dumarey, sono qui oggi
naturalmente per richiedere il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici e a sostenere
le proposte avanzate dalla piattaforma unitaria che Federmeccanica si sta
rifiutando assertivamente di accettare. Dentro la mia azienda c’è una bella
novità, ovvero che la parte di ingegneria inizia finalmente a scioperare, si
rendono conto che la nuova carne da macello, per quanto laureati, sono loro. Per
quanto riguarda gli operai mi rendo conto che non tutti come me hanno la
possibilità di scioperare perché chi deve mandare avanti una famiglia purtroppo
non si può permettere nemmeno di perdere una giornata di lavoro, quindi sono qua
anche per loro. Comunque l’adesione alle assemblee di preparazione, è stata
discreta mentre per quanto riguarda lo sciopero è decisamente ben riuscito.
M: Siamo dei dipendenti di Dumarey Automotive, una multinazionale che produce
software e motori. Siamo qui perché vogliamo far sentire la nostra voce anche
alla nostra azienda riguardo il rinnovo del CCNL e all’esigenza di una riduzione
dell’orario lavorativo. Il discorso dell’orario si connette all’ingresso dell’IA
in un lavoro come il nostro, ci parlano sempre di più di bisogno di efficienza
da parte dei lavoratori ma questo si traduce per noi in un carico di lavoro
maggiore da portare a termine nello stesso tempo, ovvero 40 ore settimanali,
arricchendo alla fine l’azionista dell’ azienda e portando il lavoratore a
doversi occupare di 10 cose contemporaneamente, questo logora il lavoro del
“nuovo operaio”, noi infatti siamo entrambi ingegneri.
A: La nostra azienda è un po’ particolare perché la maggior parte dei dipendenti
sono ingegneri, quindi impiegati, per cui persone che in alcuni casi possono
intendere la lotta con senso di colpa, come se uno sciopero fosse un problema.
La cosa positiva è che l’asticella dell’arroganza del padrone si è spostata
sempre più in alto e quindi anche i nostri colleghi si sono svegliati. Di solito
a partecipare agli scioperi eravamo solo noi delegati, magari nemmeno tutti, e
una buona parte di operai. Oggi siamo un bel po’, qui facendo una stima saremo
una cinquantina, ed è un successo perché di solito non arrivavamo a 10.
M: Questo è significativo perché conferma che il rinnovo del CCNL è una cosa
sentita, non solo da noi che magari siamo più interni alle dinamiche del
sindacato come RSU, ma in generale dalle persone, l’inflazione che ha mangiato
gli stipendi, i servizi che scendono sempre di più, a fronte di ciò è importante
che ci sia un risveglio collettivo per i nostri diritti, che sono stati
conquistati dai nostri nonni e genitori negli anni 60/70 e che adesso nel tempo
vengono deteriorati dalla visione di profitto delle aziende che ricercano un
profitto sempre più alto e abbassano sempre di più quelli che sono i diritti dei
singoli lavoratori.
A: Secondo me la cosa che più è riuscita da parte degli imprenditori italiani,
oltre a farsi finanziare dallo stato da trent’anni e piangere comunque miseria,
e ci va coraggio, è quello di aver detto da un lato la lotta di classe non
esiste, siamo tutti sulla stessa barca, dall’altro però loro la lotta contro la
classe l’hanno fatta, infatti negli ultimi 30 anni i lavoratori hanno perso
potere d’acquisto vedendo detassarsi anche i loro dividendi.
M: Infine un altro motivo per cui siamo qui oggi è la precarietà, anche le
aziende come le nostre, sfruttando sempre di più quello che la tecnologia offre,
ad esempio lo smart working, va alla ricerca di consulenza estera a basso costo,
principalmente nei paesi del Maghreb, per pagare poco i dipendenti, non
assumerli direttamente ma attraverso contratti di consulenza così “quando non mi
servi più stacco la spina”, andando a sminuire magari un ingegnere che ha
impiegato molto tempo ed energie nel prendere una laurea e un certo tipo di
“know how” per poi venire sfruttato, siamo diventati gli “operai del nuovo
millennio” e questa direzione non ci piace.
Come vivete questo vento di guerra e corsa al riarmo? E cosa pensate
dell’ipotesi di riconversione dell’Automotive a settore bellico?
F: Da parte mia la corsa al riarmo è percepita male, riconvertire un settore che
è stato storicamente votato al trasporto e alla mobilità alla guerra ovviamente
è un gioco sporco.
M: Ci sono pro e contro, le migliori tecnologie sono state sviluppate nei
periodi di guerra e non ci si può nascondere, perché lì vengono investiti i
soldi. Ad esempio in campo farmaceutico durante la guerra contro il covid le
aziende hanno investito nella ricerca per vaccini che prima non esistevano.
La guerra non è mai una cosa bella, sono per la difesa dell’Europa ma non so se
è il metodo giusto andare a spendere sul riarmo togliendo così investimenti su
quello che ci tocca tutti i giorni, ad esempio l’istruzione, negli asili nido
non ci sono i soldi per comprare la carta e i materiali e sono costi che
ricadono sui genitori, le strutture sono fatiscenti e anche di quello si devono
occupare i genitor perché non ci sono i soldi per metterli a posto, le rette
vengono 600/700 euro al mese, ci parlano di incentivazione alle nascite ma come
si fa, in famiglie in cui ci sono giovani (non più tanto giovani perché ormai
per arrivare ad avere una situazione stabile si parla di arrivare ai
quarant’anni) a far fronte a tutte queste spese?
L’istruzione è andata in malora, la sanità sta andando in malora, per fare una
visita ci impieghi mesi e alla fine ti costringono ad andare nel privato.
Se la guerra significa, togliamo soldi alla società perché dobbiamo investire
nelle armi no. Se si dice dobbiamo difendere il nostro territorio va bene ma
sempre valutando tutte le possibili soluzioni a una guerra, quindi non solo il
riarmo ma attraverso molte altre misure.
A: Io non sono d’accordo con la riconversione, in generale la politica
industriale la fanno gli stati, quindi se da parte degli stati UE c’è una corsa
al riarmo le imprese li seguono, sembra quasi che fino a ieri non investissero
nel bellico ma in realtà lo facevano anche prima, ora stanno incrementando la
produzione, in un momento tra l’altro in cui lo stato sociale è devastato e
stanno continuando a distruggerlo e poi ricordiamoci che in guerra, da che mondo
è mondo, ci vanno i poveri a morire per i ricchi.
Se vuoi raccontarci la tua storia scrivici a:
inchiesta.lavoro@gmail.com
Scopri gli altri articoli del percorso d’inchiesta sul lavoro a questo link.
Riprendiamo il comunicato di associazione a resistere:
Oggi il Tribunale di Torino ha pronunciato la sentenza in primo grado per il
processo “Sovrano”: tutti e tutte assolti per il capo di associazione a
delinquere! Le pene per i reati singoli sono stati ridimensionati. Un passaggio
epocale per le lotte di tutto il Paese.
Questo non ci basta, di seguito accenniamo ad alcune considerazioni a caldo.
La storia dei movimenti sociali voleva essere negata sul palcoscenico in cui va
in scena la giustizia. Il tentativo della questura e della procura della città
di Torino viene squalificato e rimandato al mittente.
Quella che conosciamo oggi è una giustizia finalizzata a garantire lo status
quo, atta ad alimentare la disuguaglianza sociale, tutelando gli interessi
borghesi pronti a volersi riprodurre sulla pelle di chi non ha gli stessi
privilegi. Per questo finché non saremo tutti e tutte libere non sarà finita. Le
misure preventive indicate dalla procuratrice generale Lucia Musti in occasione
dell’udienza di oggi mostrano ostentatamente il disprezzo e la repulsione nei
confronti di chi in questo Paese ha il coraggio di non girarsi dall’altra parte,
oltre alla volontà di creare un clima di tensione e allarmismo.
Un teorema basato su fantasie morbose di alcuni individui pronti a tutto pur di
fare carriera, come dimostra la promozione del dirigente della digos Carlo Ambra
che ha diretto le indagini, non viene accolto. L’Askatasuna, il Movimento No Tav
e lo Spazio Popolare Neruda non sono un’associazione a delinquere.
Ora non c’è più tempo per perdere tempo.
Se oggi l’ostinazione del potere è una condizione con cui dover fare i conti in
maniera sempre più stringente, ancor più urgente diventa ambire a un orizzonte
differente, radicalmente diverso. E praticarlo.
L’associazione a resistere non è uno slogan ma è l’espressione effettiva delle
lotte che autonomamente sono capaci di incidere nel proprio ambito.
Non si può fermare, perché associazione a resistere é chi mette a rischio se
stesso per difendere un pezzo di territorio, é chi partecipa a un picchetto, chi
a uno sciopero, l’associazione a resistere é chi occupa una scuola, é chi vuole
costruire per sé e per tutti un futuro migliore, associazione a resistere é chi
blocca una nave piena di armi, é chi si organizza per non lasciare nessuna da
sola. Non si può circoscrivere, perché ogni giorno c’è chi resiste al ricatto
del lavoro, alla perdita della propria terra, allo sfruttamento delle menti.
Le scadenze che si susseguiranno nei prossimi mesi saranno la risposta a una
fase generale di guerra e criminalizzazione del dissenso che, a testa alta,
dovrà venire messa in campo. Contro la guerra, contro il riarmo, contro la
militarizzazione della società, alimentando la possibilità di una società più
giusta a fronte di governi che ci vorrebbero inerme carne da cannone.
Con la certezza nel cuore che i compagni e la compagne colpite dalla condanna
per i reati singoli non saranno mai lasciati indietro, guardiamo avanti perché
la responsabilità di assolvere nel miglior modo possibile il compito storico dei
militanti politici oggi, per tutti coloro che si riconoscono in una scelta che
antepone gli interessi collettivi a quelli individuali, é prioritaria.
L’associazione a resistere sta nel sogno realizzato che quotidianamente viene
costruito collettivamente, per questo non ci farete più perdere tempo.
Ieri mattina i metalmeccanici sono scesi in piazza in tutta Italia in occasione
dello sciopero nazionale di categoria, per richiedere il rinnovo del CCNL e la
riapertura della trattativa ostacolata da Federmeccanica e Assistal.
Lo sciopero ha toccato punte in alcuni stabilimenti del 90%.
La piazza torinese ha visto la partecipazione di oltre 5 mila lavoratori,
provenienti da tutta la regione. In piazza si respirava aria di determinazione
nel portare avanti la lotta fino al raggiungimento del rinnovo contrattuale,
secondo la piattaforma proposta e votata dagli stessi lavoratori. Da tempo ormai
si susseguono all’interno dei posti di lavoro eterogenee iniziative come blocchi
degli straordinari, delle flessibilità, e presidi fuori dalle fabbriche, oltre
agli scioperi disarticolati su tutta la settimana, per fare pressione sulle
aziende e sulle istituzioni al fine di riaprire il tavolo di trattative.
La composizione del corteo era variegata, hanno partecipato molti lavoratori
dell’indotto dell’automotive, ma anche del settore del bianco, dell’informatica,
quest’ultimi non hanno il loro contratto specifico rientrando di fatto in quello
metalmeccanico, ed infine i lavoratori dell’aereospace. Significativo la volontà
di prendere parola da parte dei metalmeccanici più giovani, nonostante la loro
presenza minoritaria nel corteo. Questi infatti ci raccontano come si traducano
sulla dimensione umana i ritmi lavorativi, e di come il lavoro abbia sussunto le
loro vite.
Nonostante Stellantis non faccia parte del CCNL, hanno partecipato al corteo
anche operai di Stellantis Mirafiori e Rivalta, nei quali è stato indetto
sciopero.
Questo a conferma del fatto di come anche nel settore dell’automotive nostrana
si vivano delle condizione di disagio non indifferente dovute allea crisi ormai
ventennale della fiat, con le conseguenze legate anche allo spropositato ricorso
alla CIGS.
Oltre alle note difficoltà dovute alla finta conversione all’elettrico che ha
portato nel tempo ad un calo produttivo e di vendita, che sta lacerando il
tessuto operaio industriale del nostro territorio.
Un altro dato significativo è il punto di vista espresso riguardo il riarmo. Si
riscontra una contrarietà generale alla guerra, ma la consapevolezza della
possibilità di un aumento di posti di lavoro e di investimenti nel settore della
ricerca e dagli investimenti messi in cantiere da parte dell’UE.
Crediamo sia importante attraversare queste piazze, coglierne le possibili
tendenze e se possibile favorire la riconoscibilità tra i lavoratori. A fronte
di ciò pensiamo che questi mesi di mobilitazioni, sulle sacrosante richieste sul
CCLN, siano un primo passo significativo, all’interno di un contesto generale di
crisi del mondo del lavoro che avrà bisogno di una presa di parola sempre più
incisiva da parte dei lavoratori, considerato che il quadro europeo determinerà
ricadute su tutto il comparto torinese e non solo.
Il 16 marzo, 59 giovani sono morti tra le fiamme a Kocani, in Macedonia, in un
club notturno. Avevano tra i 14 e i 25 anni.
Condividiamo questo contributo da Immigrital
Le istituzioni hanno dichiarato sette giorni di lutto. Ma non basta. Migliaia di
persone sono scese in strada, in più città, oltre ogni divisione etnica e
religiosa. Non solo per ricordare, ma per lottare. La rabbia ha travolto auto e
locali del gestore del club. Quel club non era a norma, mancavano perfino le più
basilari misure di sicurezza, aggirate attraverso corruzione e complicità
istituzionale. Il sindaco si è dimesso. Dopo le proteste, il parlamento si è
preso due settimane di vacanza: un insulto a chi chiede giustizia, ma anche un
segnale di paura.
Perché è la stessa corruzione che soffoca e uccide ovunque nei Balcani. Sanità,
istruzione, lavoro sfruttato. Le prime generazioni costrette a emigrare, oggi
ancora migliaia di giovani costretti a partire. E chi resta viene lasciato
morire. Nelle fiamme dell’ospedale modulare covid di Tetov. Nell’incidente di un
bus, che ha ucciso 45 persone. Nelle fiamme di questo club, in una notte che
doveva essere di svago.
Questa rabbia è giustizia popolare. Acqua per respirare. Spesso, in questi anni,
la mobilitazione esplode in massa in tutti i Balcani.
L’Italia ha un ruolo nei Balcani, visti storicamente come il proprio giardino. E
gran parte della diaspora balcanica ed est-europea vive qui, tra sfruttamento,
silenziamento, razzismo e classismo. Per questo è necessario sostenere le lotte
nei paesi di origine: perché nessuno sia più costretto ad andarsene, ma possa
scegliere se farlo.
Nei Balcani, come altrove, la trasformazione passa attraverso il rovesciamento
di regimi corrotti, la lotta per maggiore democrazia e partecipazione, la
redistribuzione di ricchezze e potere.
Vostri i profitti, nostre le vite. Il sistema sarà il prossimo.
Oggi, insieme a giovani di seconda generazione del gruppo Immigrital di Pisa
(dove tra l’altro sono state trasportate e ad oggi sono ricoveratə alcunə
persone ferite nell’incendio) e a giovani balcanici student3 internazionali,
abbiamo condiviso memoria, rabbia e lotta. Contro la corruzione e i sistemi che
costringono a partire o lasciano morire. Tutti i giorni. Anche solo se ci
proviamo a svagare una notte. Ne abbiamo abbastanza: il sistema ci uccide. Il
sistema sarà il prossimo
REAZIONE ALLA TRAGEDIA DI KOČANI (DOLORE, RABBIA E DOMANDE APERTE)
Ancora mancano le parole per descrivere lo shock, il dolore e la rabbia causati
dalla tragedia di ieri a Kočani, dove un incendio ha tolto la vita a 59 persone,
principalmente giovani ragazzi e ragazze.
Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie e ai cari delle
vittime. La loro perdita è irreparabile. Le loro vite sono state distrutte.
Distrutte dalla corsa al profitto, dal desiderio di guadagni rapidi, dai
privilegi senza responsabilità, senza consapevolezza delle possibili
conseguenze…
Ogni società di classe nasconde i propri crimini. Durmo Turs, Besa Trans,
l’ospedale modulare di Tetovo sono finiti come “eventi dimenticati in tre
giorni”. La democrazia capitalista si basa su una propaganda quotidiana che
trova costantemente nuovi temi di conflitto sociale per distrarre le menti dei
lavoratori. Ma ieri, ancora una volta, un incendio: ancora una volta norme e
regolamenti violati, ancora una volta un evidente crimine. Una volta era il
cosiddetto trasporto internazionale, poi un ospedale, e infine una discoteca.
Tutte le disgrazie hanno un denominatore comune: il profitto.
In quasi ogni città, edifici abbandonati si sono trasformati in discoteche,
cabaret e club notturni che improvvisamente diventano centri regionali per
centinaia di giovani, mentre autorizzazioni per cambi d’uso vengono rilasciate
senza i dovuti studi tecnici, si effettuano corsi di sicurezza fittizi, si
emettono licenze false, si effettuano ispezioni senza sopralluoghi. Nella corsa
al profitto e al guadagno rapido, le regole servono solo per essere aggirate, e
le competenze vengono mercificate.
Mentre il governo e l’opposizione si accuseranno a vicenda in vista delle
elezioni su chi sia responsabile della tragedia, e mentre la procura e il
sistema giudiziario cercheranno nei prossimi giorni di recuperare una fiducia
che non hanno mai avuto, è tempo di puntare il dito direttamente contro l’élite
imprenditoriale locale e i potenti locali che qualcuno ha messo a fare da
“sceriffi”.
È tempo di puntare il dito contro di loro come classe, non come individui. La
cosiddetta discoteca ha operato indisturbata per oltre 10 anni. Durante questo
periodo, il potere centrale e locale è cambiato più volte, mentre la burocrazia
invecchiava e veniva sostituita. Ma gli schemi criminali sono rimasti e
continuano a esistere, perché è impossibile che il capitalismo funzioni senza di
essi: sono il suo prodotto.
È tempo di puntare il dito contro l’intero sistema capitalistico, senza paura di
essere accusati di relativizzare la tragedia. Perché non dobbiamo dimenticare
che tragedie simili accadono ovunque nel mondo, poiché il capitalismo governa
ovunque. Dai paesi più sviluppati a quelli meno avanzati. Perché anche lì, come
qui, la corsa al profitto e ai guadagni rapidi è il motore che muove la macchina
sociale così com’è progettata. È un sistema in cui alcuni rispondono alla legge
per i più piccoli errori, mentre altri non rispondono nemmeno per i crimini più
gravi.
Questo sistema non può essere riformato. Il capitalismo svilisce e disumanizza
le vite umane ovunque nel mondo. Questo sistema non può essere aggiustato.
Continuerà a trattarci come schiavi, servi e risorse.
Considerando tutto ciò, è tempo di cambiare il nostro modo di concepire ciò che
è normale e accettabile. Dal sollevare le spalle e accettare passivamente le
situazioni attuali, all’organizzazione politica completa degli oppressi che
porterà i cambiamenti rivoluzionari necessari!
Contributo dellə compagnə dell’ organizzazione Alba Socialista e spazio sociale
Dunja, Skopje
Di seguito i link alle traduzioni in albanese, macedone ed inglese:
https://docs.google.com/document/d/1-zrjmayzfC6na5DSPQ_Ai3U2fCL9vJhXQOcjZwUKfn4/edit
https://docs.google.com/document/d/12v9FVEetVSNkPnKDMoajOnSMiFQZJjBH6RCTsUgPs1A/edit
La segretaria generale della CISL, a fronte delle ultime 3 persone morte lo
stesso giorno sul proprio luogo di lavoro, ha sbrigativamente commentato: “è una
strage che non finisce mai”.
Commento peculiare, visto che il compito di politica e sindacati sarebbe
lavorare non solo affinché nessuna strage abbia più luogo, ma affinché non una
sola persona perda la vita per colpa del proprio lavoro.
D’altronde, quest’affermazione sbrigativa ha una sua evidenza scientifica che
trova riscontro non solo nei dati dell’INAIL – che si basano
esclusivamente sulle denunce d’infortunio – bensì, da altre fonti informative –
come le inchieste infortunio dei Servizi PreSAL delle ASL – che ci dicono che
solo in Piemonte ci sono dai 35 ai 40 morti sul lavoro, una media stabile da 10
anni. I comparti più a rischio risultano essere agricoltura e edilizia e la
popolazione più a rischio è ovviamente quella straniera.
C’è di più: dall’analisi di 800 infortuni mortali in 20 anni, è risultato che un
terzo degli incidenti si sarebbe potuto evitare grazie all’intervento di un
operatore di vigilanza e ispezione. In edilizia, almeno la metà. Dati
interessanti si possono trovare qui .
È d’altronde chiaro che l’attività di controllo sulla sicurezza non può essere
fatta solo dai servizi delle ASL. Devono farlo anche gli RSPP e i rappresentanti
dei lavoratori per la sicurezza, e avere un approccio più integrato sia tra loro
che con coloro con i quali svolgono il lavoro di vigilanza e d’ispezione.
Ma i controlli da soli non bastano: servirebbe integrare fonti, saperi ed
esperienze. Importantissima è la divulgazione dell’esperienza dei lavoratori e,
per questo, abbiamo intervistato un epidemiologo del lavoro che da anni si
occupa di raccogliere le storie dei singoli eventi su questo sito.
L’idea è che, da una parte, leggere retrospettivamente quello che è successo
possa aiutare a capire se si sarebbe potuto evitare, e, dall’altra, fare di ogni
singolo caso un principio di diffusione della conoscenza tra lavoratori e
lavoratrici che si trovano ad affrontare il rischio, spesso in maniera
contingente ed estemporanea.
Ai nostri microfoni, Osvaldo Pasqualini. Buon ascolto.
da Radio Blackout
Lunedì 31 di marzo è una giornata importante per le persone che si rivedono
nelle lotte e nei movimenti nati attorno alla storia dei centri sociali in
Italia: è il giorno in cui il Tribunale di Torino deciderà sul destino di 28
persone, 16 delle quali accusate di associazione a delinquere, legate al
Movimento Notav, al centro sociale torinese Askatasuna e allo spazio
popolare Neruda.
Sono complessivamente 88 gli anni di carcere chiesti dall’accusa, 72 i capi di
imputazione, oltre 7 i milioni pretesi dalla Procura e dalle partici civili,
compresi i Ministeri e l’avvocatura di Stato, 3 milioni dei quali chiesti per
danno d’immagine allo Stato. Richieste basate su costosissime indagini durate
anni, ore di intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti, migliaia di
soldi pubblici consumati per strutturare un teorema che, come sottolineano gli
avvocati della difesa, vuole rendere il dissenso un reato.
L’Assocazione a Resistere, che si è costituita a seguito delle accuse mosse
contro il movimento torinese e che ha trovato l’adesione di migliaia di persone
solidali, ha sottolineato in un comunicato come questo processo e l’impianto
accusatorio tenti di “mettere sotto accusa il senso della militanza politica“.
Askatasuna è, con ogni probabilità, il centro sociale più citato d’Italia. Lo è
per la sua lunga storia politica, per la sua ampia comunità che si è formata
attorno a Corso Regina Margherita e alle lotte in Val di Susa e, in parte, per
gli accanimenti giudiziari che in questi anni si sono abbattuti su attivisti e
attiviste.
L’ipotesi iniziale della Digos, attraverso le lunghe indagini e il massiccio
impianto accusatorio, era dimostrare che Askatasuna fosse una associazione
sovversiva. Una volta caduta la paradossale accusa di sovversione, la fase
successiva è stata quella di dimostrare che dentro al centro sociale torinese si
annidasse un’associazione criminosa.
Il senso di questo maxi-processo, definito Sovrano dal nome delle indagini,
secondo la difesa e le realtà coinvolte dalle accuse è quello al contrario di
riuscire a costituire il conflitto sociale come reato, processando chi agisce il
conflitto ed escludendo il cosidetto “diritto penale del nemico”, cioè il
diritto al dissenso.
Per ripercorrere i punti chiave e le anomalie del processo Sovrano, Radio Onda
d’Urto ha intervistato Dana, una delle imputate coinvolte. Ascolta o scarica.
Sul processo Sovrano, il quotidiano Il Manifesto ha realizzato un inserto
speciale in uscita oggi venerdì 28 marzo. Ce ne parla di Giansandro Merli de Il
Manifesto. Ascolta o scarica.
L’inserto de “Il Manifesto” in edicola oggi con la splendida copertina di
ZeroCalcare
da Radio Onda d’Urto