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Informazione di parte

Dentro il campo nemico, contro il campo nemico. Per la solidarietà internazionalista con il Venezuela, contro la guerra che viene
«la tendenza a creare il mercato mondiale […] è data immediatamente nel concetto di capitale. Ogni limite si presenta qui come ostacolo da superare» (K. Marx, Lineamenti fondamentali, vol. II, p. 9.). Un nostro articolo del 7 dicembre scorso iniziava con le parole «Mentre scriviamo queste righe il Presidente degli Stati Uniti dichiara unilateralmente chiuso lo spazio aereo sopra il Venezuela». Oggi, il 3 gennaio, mentre scriviamo queste righe il Presidente degli Stati Uniti ha ordinato un attacco aereo e di terra di larga scala contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela.  Le notizie sono ancora frammentarie, ma riportano di bombardamenti contro la base militare La Carlota, una raffineria a Caracas e il porto di La Guaira eseguiti con elicotteri ed aerei da guerra. Notizie non confermate e ad ora smentite dai messaggi che arrivano dal Venezuela parlano anche di attacchi contro gli edifici del potere legislativo e giudiziario e contro il palazzo presidenziale. Più preoccupante ed invece probabilmente realistica è l’informazione secondo cui la Delta Force americana avrebbe eseguito una operazione di rapimento nei confronti del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores e li avrebbe trasportati negli Stati Uniti oppure a Guantanamo. La contraerea venezuelana sembra avere risposto, anche se con poca coordinazione e poca efficacia – mentre più organizzate e più massicce sembrano essere le operazioni delle forze armate di terra venezuelane che si stanno dispiegando a Caracas e nelle zone di confine. Vivi e determinati appaiono i due ministri del governo secondi a Maduro, Diosdado Cabello e Vladimir Padrino – figure dotate di una minore importanza rispetto al Presidente, ma comunque riconosciuti e carismatici militanti chavisti della prima ora e rispettivamente al secondo e terzo posto della «kill list» americana con una taglia sulla testa di 25 e 15 milioni. Proviamo a dare alcune valutazioni a caldo, ritenendo però doverosa una premessa: ci troviamo di fronte ad un’operazione senza precedenti – sia dal punto di vista militare che dal punto di vista politico – e come tale bisogna interpretarla. SULL’IMPERIALISMO: APPUNTI PER COMPRENDERE LA GUERRA CHE VIENE Non abbiamo il tempo di dilungarci sulle motivazioni alla base della scelta interventista degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, di cui abbiamo già proposto un’analisi più articolata qui e qui. Riassumiamo tuttavia brevemente alcuni ragionamenti, perché crediamo che sia necessaria qualche chiarificazione per inquadrare correttamente l’operazione militare di questa notte. Consideriamo che la decisione di un’intervento militare contro il Venezuela sia una, e probabilmente la più contundente, delle risposte statunitensi a ciò che si può definire la crisi del comando imperiale americano. In breve: in un mondo segnato da un equilibrio politico ed economico altamente instabile – con l’Asia sempre più centrale all’interno delle catene di produzione materiale ed un asse occidentale ancora in grado di imporre, per ora, la propria legge sui mercati finanziari e sugli equilibri strategici grazie alla sua capacità di deterrenza militare – il Venezuela rappresenta per gli Stati Uniti una riserva di risorse strategiche (petrolio, gas, oro e minerali rari) fondamentali per spostare a proprio favore la bilancia del controllo delle basi materiali delle catene produttive e della transizione tecnologica. Crediamo che questo sia un elemento fondamentale da tenere a mente quando leggeremo – come in parte sta già accadendo – interpretazioni che presentano questo attacco come una decisione voluta esclusivamente da Trump: una forzatura funzionale ad appagare i falchi della destra americana, oppure una operazione mirata esclusivamente contro Nicolás Maduro, sulla cui pelle il presidente americano cerca di ricostruire un traballante consenso politico. Nella narrazione del progressismo europeo ed americano, la responsabilità verrà fatta ricadere sullo specchietto delle allodole di un presidente americano descritto come “populista” o “fascista”, talvolta persino come figura patologizzata, aggiungendo all’equazione una controparte venezuelana “corrotta” e dittatoriale.  Ciò che viene così messo in ombra è l’attenzione sulle cause strutturali di una scelta del genere, le cui radici affondano non nella psicologia del presidente americano di turno, ma nella logica materiale dell’imperialismo e nelle contraddizioni che ne governano il funzionamento. Su questo è utile, anche se poco di moda, ricordare Lenin, ed una definizione dei meccanismi di funzionamento dell’imperialismo che riteniamo ancora valida a più di cento anni dalla pubblicazione del testo che la contiene: «Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto piú la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto piú disperata è la lotta […]. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale […], comunque e dovunque, in cerca soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la paura di rimanere indietro nella lotta furiosa» (V. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, p. 122-123). La condivisione di una interpretazione del genere ci sembra la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per comprendere, per situare e per affrontare la situazione che oggi ci troviamo davanti. Non è necessario arrivare a negare le contraddizioni del governo venezuelano, le difficoltà del progetto rivoluzionario bolivariano, i suoi elementi più difficili e, forse anche giustamente, controversi all’interno del dibattito militante e di movimento sul Venezuela. In questo momento, ci appare necessario condividere una chiarezza di fondo.  Qua non siamo di fronte alla defenestrazione di un “dittatore” (o di un supposto narcotrafficante) compiuta “da un altro dittatore” un po’ più potente e un po’ più pazzo, un evento davanti a cui si possa far valere una tiepida equidistanza, o la richiesta di un ritorno a quella vuota parola tutta occidentale che è “democrazia” – quando viene pensata, ingenuamente o in mala fede, come un concetto del tutto indipendente dai processi di produzione capitalista e di costruzione di autonomia popolare. Già vediamo l’Unione Europea ed il progressismo delle nostre latitudini chiedere «legittime elezioni» in Venezuela, e aspettiamo di vedere da “sinistra” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) il richiamo un po’ compiaciuto alla “fine naturale” di un processo rivoluzionario “corrotto” e “anti-popolare”. Qua siamo di fronte ad un attacco politico-militare su larga scala contro l’autodeterminazione di un popolo e contro un processo rivoluzionario che ha contribuito in maniera innegabile a mettere in difficoltà il capitale statunitense sul controllo delle risorse materiali della produzione e sul controllo degli equilibri politici di un’area geografica politicamente e militarmente strategica per l’imperialismo americano.  Sull’identità del nemico, e sulle cause del suo intervento militare, non crediamo che debba esserci spazio per nessuna ambiguità. Ed allo stesso modo, non crediamo che debba esserci spazio per nessuna ambiguità nell’aprire e approfondire i percorsi di solidarietà incondizionata alla resistenza del popolo venezuelano e alla rivoluzione bolivariana di fronte ad un evento simile. COSA ASPETTARSI Può essere che gli attacchi aerei statunitensi si chiudano qua, come ha dichiarato Marco Rubio e come ha lasciato intendere Trump, e che il rapimento di Maduro consenta agli USA di non arrivare al tentativo di disarticolazione totale dello Stato avversario che ha invece contrassegnato l’inizio delle loro ultime operazioni militari (includiamo in questo ragionamento anche le operazioni militari israeliane, che si sviluppano secondo le stesse direttrici tattiche e strategiche di quelle statunitensi), come gli attacchi contro Iraq, Afghanistan, Libia, Hezbollah e – almeno in parte – Iran. Può essere che non si giunga quindi, da parte americana, ad una prosecuzione dei bombardamenti oppure ad un’invasione di terra – anche se è noto che il potenziale militare americano di fronte alle coste del Venezuela è in grado di mantenere un livello di pressione missilistica enorme e che ci sono stati allenamenti di marines nelle foreste caraibiche della Guyana in previsione di un intervento diretto in Venezuela. Di fronte alla mancanza di una giustificazione reale per una dichiarazione di guerra al Venezuela, e di fronte ad un potere legislativo statunitense profondamente ostile ad operazioni boots on the ground che negli ultimi anni sono finite solo in disastrose ritirate, è possibile che il tentativo di Trump sia quello di rappresentare la questione esclusivamente come un intervento chirurgico statunitense finalizzato all’estradizione di un presidente (falsamente) accusato di narcotraffico. Questo non significa, tuttavia, che ci si possa aspettare la fine o l’assopimento della pressione militare contro il Venezuela: se le operazioni di bombardamento saranno, temporaneamente o meno, sospese sarà a causa di due ragioni principali. La prima ragione, che abbiamo in parte già richiamato, riguarda le contraddizioni interne all’apparato politico-militare statunitense e alla stessa società americana. La crisi economica e sociale negli Stati Uniti incide in profondità, e il Congresso – insieme a settori della debole e oscillante opposizione progressista – ha già manifestato insofferenza non per il numero delle vittime venezuelane, ma per il costo materiale delle fasi di avvicinamento all’operazione: missili dai costi milionari, impiegati a decine dal Dipartimento della Guerra nelle scorse settimane contro imbarcazioni di pescatori venezuelani accusate di traffico di cocaina e fentanyl. Parallelamente, numerosi analisti militari statunitensi, pur sicuramente colpiti dal successo tattico dell’effetto sorpresa che ha loro imposto un quantomeno temporaneo silenzio, avevano sottolineato le enormi difficoltà a cui andrebbe incontro un’operazione di terra in Venezuela, e l’elevato numero di perdite – conseguenza anche della parziale (ma reale) militarizzazione di massa promossa dal governo venezuelano tra i settori sociali legati alla rivoluzione bolivariana. Sulla base di informazioni necessariamente frammentarie possiamo avanzare solo alcune ipotesi, ma è evidente che per gli USA la valutazione costi-benefici – in termini materiali, umani e politici – di un intervento militare su larga scala volto a occupare il paese, decapitare le forze armate, disarticolare lo Stato e i blocchi sociali chavisti ed imporre manu militari un cambio di governo non è affatto un’equazione lineare e dal risultato scontato.  Le decisioni finali dipenderanno dalle valutazioni del Pentagono e del Dipartimento della Guerra, chiamati a misurare fino a che punto l’imperialismo statunitense possa permettersi un tale salto nel buio dopo che l’ultima operazione di simile portata nella regione – l’attacco del 1989 contro il Panama che aveva portato alla cattura del presidente Noriega – risale a oltre trent’anni fa e non era certo risultata né rapida, né indolore, a maggior ragione tenendo conto della arretratezza militare delle forze armate panameñe e delle piccole dimensioni del paese. La guerra in Ucraina ha mostrato come l’apparato politico-militare statunitense non sia più in grado di garantire una deterrenza totale né di imporre vittorie rapide e decisive sul terreno. Ciò dipende anche, in parte, dal livello di preparazione delle controparti incontrate – è passata molta acqua sotto i ponti rispetto all’esercito sbrindellato di Noriega o al tanto inefficiente quanto mastodontico apparato militare iracheno di Saddam Hussein. Come ha recentemente dimostrato l’esperienza di lotta e di resistenza del popolo palestinese, la resistenza intesa come disponibilità sociale dispiegata all’insubordinazione, allo scontro politico e militare da parte di ampi settori della popolazione di un paese aggredito, sullo sviluppo di un sentimento di solidarietà e di nemicità collettiva all’aggressore e all’occupante è possibile costruire un’unità e una capacità di tenuta difficilmente neutralizzabili o recuperabili.  La seconda ragione che condizionerà la prosecuzione dell’intervento americano contro il Venezuela ha a che fare proprio con questo elemento, poiché si baserà sulla capacità della cosiddetta “opposizione venezuelana”, sostenuta dagli Stati Uniti e dalla CIA, di sfruttare il momento di disorientamento del governo bolivariano per mettere in crisi la tenuta interna del paese ed aprire uno scenario di guerra civile. Anche su questo terreno sarà necessario attendere e valutare la risposta delle forze armate venezuelane, all’interno delle quali è storicamente radicata la fedeltà al chavismo inteso non come apparato di potere ma come progetto politico fondato sul controllo popolare delle risorse e dell’economia, e su una dialettica certo irrisolta, ma rivoluzionaria tra potere popolare e potere militare. Ed è, allo stesso tempo, indispensabile ricordare che l’opposizione venezuelana si è strutturata negli anni su posizioni apertamente reazionarie e conservatrici, come confermano anche le recenti prese di posizione della sua principale esponente, María Corina Machado.  È comprensibile la difficoltà, per chi proviene da esperienze di auto-organizzazione e da una sensibilità almeno in parte anti-autoritaria, nel sospendere l’immediata simpatia istintiva che tende a farci schierare, in ogni conflitto sociale, con chi manifesta contro il governo del proprio paese piuttosto che con le sue forze di polizia. E tuttavia, proprio il contesto venezuelano ci ricorda che qualsiasi forza sociale opera sempre entro rapporti di forza materiali, politici e militari determinati, che ne condizionano l’efficacia, il programma e soprattutto l’identità. Bisognerebbe provare a superare la storica difficoltà nel riconoscere che l’opposizione venezuelana si configura sì come una forza reale, ma che si posiziona esplicitamente nel campo reazionario, e che le contraddizioni interne alle società e ai processi rivoluzionari esistono e vanno analizzate assumendo una valutazione politica, tattica e strategica dei campi di alleanza da sostenere e delle controparti da individuare. DALLE NOSTRE PARTI, DALLA NOSTRA PARTE Crediamo che, alla luce della sorpresa che ha colto molti di noi stamattina – ma non tutti, visto che già da mesi c’era chi segnalava che questo sarebbe accaduto – possano emergere alcuni spunti di base per orientarsi nel momento che stiamo affrontando.  La prima è non perdere la bussola e prepararsi a comprendere, studiare e prevedere le prossime mosse  ed i futuri scenari di sviluppo dell’imperialismo statunitense e delle sue articolazioni collettive in Europa e nell’Occidente. Organizzarsi per fare fronte ai passaggi successivi di un’offensiva che non può che concludersi o in una crisi diffusa e potenzialmente mortale dell’imperialismo occidentale, oppure nella rinnovata affermazione del suo dominio attraverso una guerra mondiale – frammentata nel tempo e combattuta per procura, ma in ogni caso su larga scala – richiede la capacità di leggere i processi in modo coerente e condiviso. La seconda è lavorare per rafforzare quelle opzioni politiche – nello scenario latinoamericano – in grado di continuare a mettere in crisi la capacità degli Stati Uniti e dell’Occidente collettivo di riorganizzare a proprio vantaggio le catene mondiali del valore attraverso il saccheggio materiale delle periferie, in particolare di quelle che detengono risorse critiche. Occorre fare, chiaramente, un’esercizio di umiltà, poiché si tratta di lavorare in questo senso nel campo delle nostre possibilità e del nostro posizionamento geografico e politico – senza, quindi, illudersi di poter spostare chissà cosa. Eppure, riconoscere che gli Stati Uniti tentano di scaricare all’esterno le proprie crisi interne – dalla questione delle sostanze stupefacenti alla gestione della forza lavoro migrante – trasformandole in pretesti per disciplinare politicamente avversari del «modo di vita americano» identificati nei governi marxisti dell’America Latina significa anche dare spazio ai tentativi di riforma sociale in corso in Venezuela, Colombia e Brasile, che aprono nuovi scenari di agibilità politica per il movimento, le forze progressiste e in parte anche quelle rivoluzionarie, dopo anni di repressione feroce. Non si tratta qua di mettere in soffitta tout court una posizione storicamente giusta e rivendicabile di ostilità e diffidenza nei confronti delle formazioni statali e dei governi, anche quando si tratta di governi progressisti, ma di ricordare che gli elementi della propria identità politica devono trovarsi in una relazione dialettica con le valutazioni tattiche e strategiche della fase in corso e che, in questo momento, si può ritenere opportuno accantonare temporaneamente tale posizione a favore di un sostegno critico a esperienze di governo come il progressismo colombiano, che ad esempio si è rifiutato di concedere suolo e basi militari agli americani per facilitare un’invasione del Venezuela, e che in queste ore sta esercitando il proprio peso nella regione per mettere in difficoltà l’apparato imperialista statunitense e l’opposizione conservatrice venezuelana che ne vorrebbe approfittare. La terza riguarda, invece, le nostre possibilità più concrete, ed ha a che fare con la necessità di approfondire le contraddizioni interne alla riproduzione di capitale alle nostre latitudini e, per esteso, all’imperialismo occidentale. Questa partita, forse la più interessante e decisiva, si svolge su diversi piani. Il primo riguarda la costruzione di mobilitazioni concrete in solidarietà con la resistenza del popolo venezuelano, capaci di sostenere le capacità politiche e militari del Venezuela di mettere in difficoltà i piani statunitensi per accaparrarsi il suo petrolio, ma che non rischino di scadere nel semplice richiamo alla «resistenza dei popoli» come fattore esclusivo in grado di contenere o arrestare la violenza dell’imperialismo statunitense. Il secondo piano riguarda quello che dovrebbe essere invece per noi uno dei fattori fondamentali nel poter mettere in difficoltà la controparte imperialista e che è invece, ci sembra, un elemento sistematicamente sottovalutato che invece richiederebbe un inquadramento più deciso, a maggior ragione poiché si colloca più in profondità e, paradossalmente, molto più alla nostra portata. Parliamo dell’intensità delle contraddizioni politiche e produttive interne agli Stati Uniti, all’Europa e al campo occidentale, e dei loro risvolti sulla configurazione complessiva della congiuntura internazionale.  In parte, il movimento di solidarietà alla Palestina è riuscito a individuare alcune di queste contraddizioni e ad agire per provare ad acutizzarle, con l’obiettivo di mettere in crisi il comando imperialista a casa propria: dare battaglia sul piano della legittimazione politica di un genocidio e di una guerra di conquista, la graduale costruzione di un campo sociale potente, capace di riconoscersi a vicenda e darsi forza nel produrre difficoltà reali per i governi occidentali, ed una stagione di mobilitazione radicale capace di identificare, denunciare e bloccare alcuni nodi fondamentali della valorizzazione capitalistica europea e, soprattutto, che proponeva al suo interno in maniera interessante ed innovativa la dialettica tra consenso e radicalità.  Si tratta quindi di lavorare per rafforzare il campo che si è strutturato attorno alla solidarietà internazionale con la Palestina, estendendone la disponibilità di lotta alla solidarietà con il Venezuela e, più in generale, alla costruzione di un’opposizione sociale e allo sviluppo di un antagonismo e di un rifiuto diffuso nei confronti della guerra di conquista, di sterminio e di predazione condotta dal comando occidentale contro i popoli del mondo. Questo implica la capacità collettiva di mettere tatticamente e strategicamente da parte esitazioni e ambivalenze, tenendo insieme la solidarietà internazionalista, il sostegno senza ambiguità alla resistenza dei popoli oppressi e, soprattutto, l’intelligenza di individuare ed intervenire sulle contraddizioni politiche, sociali ed economiche del capitale alla portata della nostra azione collettiva.  È su questo terreno che diventa possibile conoscersi, riconoscersi e organizzarsi per sabotare i meccanismi di costruzione e riproduzione dell’imperialismo, mettere in difficoltà il campo politico della controparte e agire non attraverso un esercizio di solidarietà retorica, ma come sostegno attivo alla resistenza del popolo venezuelano, del popolo palestinese e di tutti i popoli che verranno inevitabilmente colpiti. Questo terreno è dentro il campo nemico, contro il campo nemico, perché è qui che siamo chiamati a lavorare per inceppare l’orrore che si sta preparando e che è già in corso, ed è qui che siamo chiamati a praticare solidarietà concreta e sostegno reale ai popoli che si svegliano sotto le bombe.
Venezuela: ancora un’aggressione imperialista made in USA
Trump ha dichiarato che “Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie”.  Questa notte Caracas si è svegliata sotto le bombe dell’ennesima guerra statunitense. Almeno sette le esplosioni avvertite nella capitale venezuelana, ma attacchi sono avvenuti in tutto il paese. Colpita l’Accademia Militare di Mamo, a La Guaira, a 40 chilometri dalla capitale. Altre zone attaccate includono la base aerea La Carlota e l’aeroporto di Higuerote. Sarebbe stata bombardata anche la residenza del Ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez e secondo quanto riporta il Presidente della Colombia Gustavo Petro gli attacchi non hanno risparmiato il Parlamento di Caracas ed il mausoleo di Hugo Chávez. L’attacco avrebbe coinvolto anche forze di terra ed elicotteri militari. Maduro prima di essere catturato avrebbe autorizzato la lotta armata contro l’aggressione imperialista dispiegando diverse forze militari nelle strade di Caracas a protezione del Parlamento. Sembra che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodriguez, invece sia al sicuro. L’operazione da quanto si apprende dai media sarebbe stata programmata da diverse settimane e rinviata a causa delle condizioni metereologiche. L’attacco è avvenuto al di fuori di ogni norma del diritto internazionale, con la scusa prima della “guerra al narcotraffico“, poi della presenza di Hezbollah ed Hamas in Venezuela. In realtà come spiegavamo qui “La riorganizzazione della catena mondiale del valore e le crisi sociali interne agli Stati Uniti richiedono una politica estera che possa assicurare, almeno per qualche anno, la continuazione dell’egemonia statunitense attraverso il saccheggio materiale ed il disciplinamento politico di quelle che dalle parti della Casa Bianca sono considerate sin dal 1823 le periferie dell’Impero, e  soprattutto di quelle che detengono risorse critiche e possibilità di riarticolazione politica.” Ci si può facilmente immaginare che a questo attacco, se effettivamente avrà successo imponendo un regime change, seguiranno politiche ed azioni militari atte ad espandere il disciplinamento agli interessi statunitensi in tutto il continente. -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito il servizio di Radio Onda d’Urto sull’attacco: Attacco militare Usa contro il Venezuela. Nelle prime ore di sabato 3 gennaio 2026 raid di Washington hanno squarciato il cielo di Caracas e di altre regioni del Paese caraibico, al centro ormai dall’estate 2025 delle mire espansionistiche di Trump, con continui attacchi nei mari antistanti il Venezuela (e un centinaio di vittime), che la Casa Bianca ha genericamente definito come (presunti) “narcotrafficanti”. Ora l’accelerazione bellica anche dentro il territorio venezuelano, con attacchi che colpiscono infrastrutture militari in particolare attorno e dentro Caracas, oltre a zone fortemente simboliche – e senza nessun risvolto militare – del potere bolivariano, come il Parlamento e il Mausoleo dove riposano le spoglie di Hugo Chavez. In una nota, Maduro ha parlato di “gravissima aggressione militare Usa” in “siti civili e militari nella città di Caracas, capitale della Repubblica, e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira”. Sempre secondo la dichiarazione riportata da Tele Sur, “lo scopo dell’aggressione è l’appropriazione delle risorse strategiche del Venezuela… attivata l’immediata transizione alla lotta armata”. In realtà, la risposta armata venezuelana non c’è stata, di fronte ai raid Usa, condotti anche con aerei a bassa quota. Un’ora dopo il comunicato di Maduro, il presidente Usa Trump ha annunciato di avere rapito “Maduro e la moglie”, portandoli fuori dal Venezuela (dove, non si sa). “Abbiamo condotto con successo un attacco su larga scala in Venezuela..seguiranno dettagli, oggi alle ore 11:00 (le ore 18 in Italia, ndRodu) si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago”. Su Radio Onda d’Urto un primo commento (ore 10 del mattino) con Andrea Muratore, analista di scenari geopolitici e collaboratore di Inside Over.  Ascolta o scarica ITALIA – In Italia, Rete dei Comunisti, Osa e Cambiare Rotta annunciano per lunedì 5 gennaio una giornata di mobilitazione nazionale “contro l’aggressione militare Usa al Venezuela e con i popoli della Repubblica Bolivariana”. Qui il comunicato, diffuso da Contropiano.org 
Mohamed Shahin può restare in Italia
La Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta conferma il NO all’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che, su pressioni governative, aveva invece confermato il decreto di espulsione per Mohamed Shahin. da Torino per Gaza Tutto questo, dopo una sentenza del Tribunale del Riesame che aveva scarcerato Mohamed Shahin, definendo le dichiarazioni a sostegno dell’espulsione emessa da Piantedosi come “espressione di pensiero che non integra gli estremi di reato”, riconoscendo la libertà di espressione. Questo ulteriore passaggio giudiziario rappresenta l’ennesima vittoria della giustizia e della solidarietà contro il sistema della paura che il governo sta cercando di instaurare in questo Paese attraverso Decreti Legge, propaganda fuorviante di stampo razzista e islamofobo e le pressioni esercitate sulla magistratura. Queste pressioni minano non solo il diritto di espressione, ma anche il legittimo diritto ad una difesa equilibrata e giusta. Quello che il governo vuole delineare attraverso il caso Shahin è il tentativo di dare una punizione esemplare per tutte le persone immigrate o che vivono sotto il ricatto del permesso di soggiorno e anche per chi si mobilita contro il genocidio in Palestina e contro le politiche guerrafondaie del governo. Non va lasciato spazio al tentativo di questo governo di intimidire chiunque decida di alzare la voce per la Palestina, sui posti di lavoro, contro guerra e riarmo. Piuttosto paradigmatico è il fatto che la deputata alla Camera e membro della commissione di vigilanza RAI, Augusta Montaruli, condannata a 1 e mezzo per peculato per aver usato soldi pubblici per acquistare gioielli, orologi e borsette per un valore di 25000 euro, continui imperterrita a invocare la pena capitale utilizzando ogni pretesto per giustificare l’espulsione di Shahin, mettendolo in mezzo su altri procedimenti saltati alle cronache di questi ultimi giorni, che non lo vedono imputato ma che basterebbero di per sé alla deputata per dichiarare che “al di là delle responsabilità penali l’espulsione, che è un atto amministrativo con funzione preventiva, oggi è più che mai necessario”, chiarendo in via definitiva l’arbitrarietà di questa misura, non supportata da concreti pericoli “per la pubblica sicurezza” ma dalle speculazioni dei ministeri. La solidarietà che abbiamo messo in campo in queste settimane ha portato alla liberazione dal CPR per Mohamed ma non dobbiamo credere che la partita finisca qua. Sono, infatti, ancora molte le tappe che dovranno vederci presenti una volta di più per fare pressione affinché venga ristabilita la giustizia in questa vicenda. Mohamed al momento resta “libero” poiché ancora è da vagliare la sua posizione come richiedente asilo quindi la nostra attenzione non può calare, altrimenti ogni sforzo fin qui fatto si dimostrerà vano. Invitiamo quindi tutte e tutti alla massima allerta. Monitoriamo giorno per giorno, ora per ora, la situazione. Per la liberazione di Mohamed e per quella di ciascuno di noi.
L’altra America: si riaffacciano le lotte dei lavoratori
Mentre negli Stati Uniti aumentano la povertà, i senza tetto e la cronica mancanza di cure sanitarie per tutti, Trump ha fatto trovare il carbone sotto l’albero di Natale: un grande aumento delle spese militari e una (ulteriore) diminuzione delle coperture sanitarie per la parte meno ricca della popolazione. di Ezio Boero, da Volere la Luna Il 17 dicembre, solo 20 senatori (16 del Partito Democratico, tre del Partito Repubblicano e l’indipendente Bernie Sanders) hanno votato contro il National Defense Authorization Act. Coi suoi 901 miliardi di dollari, il più grande stanziamento annuale per spese militari nella storia degli Stati Uniti. Tra i favorevoli, 27 senatori democratici. Alla Camera la legge era stata approvata anche da 115 democratici. Tra gli stanziamenti per il 2026: 142 miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo (tra cui biotecnologie, armi ipersoniche e intelligenza artificiale), 400 milioni di dollari per l’Ucraina, 600 milioni per la cooperazione di difesa missilistica di Israele e un miliardo in “assistenza” a Taiwan. Inoltre, nell’ambito del “ripristino dell’ethos guerriero”, la cancellazione delle norme antidiscriminazione nelle forze armate e l’utilizzo di truppe in servizio attivo lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Negli stessi giorni, il Parlamento non ha rinnovato l’Affordable Care Act del 2010, l’assicurazione medica, cosiddetta Obamacare, per le fasce più povere della popolazione che consentiva di acquistare su un mercato “protetto” un’assicurazione sanitaria per le persone che non hanno polizze sul lavoro o sono coperte dai programmi Medicare o Medicaid per anziani e poveri. Con ciò, 22 milioni di statunitensi dovranno affrontare grandi aumenti dei premi delle assicurazioni private, che si aggiungono ai tagli alla sanità già approvati a marzo col cosiddetto Big Beautiful Bill, e con la rinuncia di una parte dei democratici a condizionare con l’estensione dei sussidi lo shutdown di novembre. Non è sicuro che l’argomento sarà ripreso nel 2026 col voto sulla petizione dei democratici, appoggiata anche da quattro repubblicani, per ripristinare i sussidi all’Affordable Care Act per tre anni. Questi tagli si aggiungono al già praticato ulteriore abbassamento delle tasse dei ricchi; il che, nell’anno, comporta un trasferimento di ricchezza dalle famiglie del popolo alle aziende e ai miliardari: il Congressional Budget Office, un ufficio imparziale del Parlamento, ha stimato che comportano una riduzione del 4% del reddito al 20% delle famiglie. All’interno delle persone più povere degli USA si trova una parte delle lavoratrici e di lavoratori. Ed è anche questa la ragione di alcune delle lotte che si sono sviluppate in questi ultimi anni nel mondo del lavoro. Nelle caffetterie della multinazionale Starbucks, a partire dal 13 novembre, è in corso uno sciopero, denominato Red Cup Rebellion: picchetti, in crescente numero di negozi sindacalizzati, con l’obiettivo di dar loro la massima forza in prossimità delle vacanze di fine anno. Da gennaio 2021 è attiva una campagna di sindacalizzazione da parte del sindacato Starbucks Workers United (SBWU) che affronta soprattutto i salari iniziali che, nella maggior parte degli Stati dell’Unione, sono di 15,25 dollari all’ora, e negli altri sono comunque meno di 20 dollari. Una retribuzione insufficiente a vivere degnamente nelle città degli USA. A molti baristi, inoltre, sono assegnate meno di 20 ore di lavoro a settimana, la soglia che permette di ricevere alcuni benefici concessi dall’azienda, come un’assicurazione sanitaria. Tale campagna di SBWU per ottenere un contratto collettivo è stata ostacolata in tutti i modi dalla multinazionale, che ha accumulato un numero record di violazioni del diritto del lavoro, tanto che spesso il National Labor Relations Board (NLRB), l’agenzia federale che deve difendere i diritti del lavoro, è dovuta intervenire per annullare azioni e licenziamenti illegittimi contro chi si è sindacalizzato o voleva farlo. I negozi Starbucks ad oggi sindacalizzati sono 550 con 11.000 addetti e, seppur non rappresentino neanche il 10% di quelli statunitensi, le loro variegate iniziative di sciopero, e anche di boicottaggi con appoggio della clientela, hanno fatto sì che l’azienda abbia subito un calo di popolarità e anche di vendite. La trattativa aperta dall’azienda nel febbraio 2024, quando il fondatore si è messo da parte, è ora bloccata di fronte alle risibili offerte padronali. Lo sciopero Red Cup Rebellion è iniziato in 65 negozi di 40 città e potrebbe diffondersi a tutti i 550 sindacalizzati. È iniziato nel giorno dell’anno in cui Starbucks distribuisce una tazza riutilizzabile e sconta il prezzo delle bevande, con conseguenti code di consumatori, che comportano un superlavoro dei baristi. Il sindacato ha anche richiesto di boicottare tutti i negozi di Starbucks, sindacalizzati o meno, per tutta la durata dello sciopero e di aderire alla petizione No Contract, No Coffee, di impegno a non acquistare in Starbucks mentre i baristi sono in sciopero, che ha oltrepassato le 200.000 firme. Nei primi giorni di dicembre dipendenti di Starbucks, clienti del bar, appartenenti ad altri sindacati si erano radunati anche a New York, di fronte alle porte d’ingresso dell’Empire State Building, il grattacielo che ospita uno degli uffici della multinazionale, con cartelli “No Contract, No Coffee” e “Baristas on Strike”. Sono avvenuti arresti, così come anche durante il blocco delle consegne di materia prima negli impianti di tostatura del caffè di Starbucks nella contea di York, che servono la gran parte dei negozi degli Stati Uniti nordorientali e del Canada. Anche di 30 manifestanti, nel più grande centro di distribuzione della caffetteria sulla West Coast, a Minden in Nevada. Manifestazioni di solidarietà, variamente organizzate, stanno avvenendo anche di fronte ai negozi Starbucks in alcuni Paesi del mondo (in Italia, a Milano). Sul fronte del lavoro pubblico, è stata attivata il 3 dicembre una causa dei dipendenti federali licenziati dal Dipartimento dell’efficienza del governo (DOGE), allora gestito da Musk, che ha tagliato, dall’inizio del secondo mandato di Trump, quasi il 12% della forza lavoro federale che consta in 2,3 milioni di persone. I licenziamenti erano iniziati col personale che gestiva i programmi antidiscriminatori, che cercano di garantire una corretta rappresentanza di tutti/e mondo di lavoro. Permane sullo sfondo l’idea trumpiana di selezionare le opinioni politiche degli impiegati federali, facendoli giurare fedeltà, non alla Nazione ma alle politiche della Casa Bianca. I tagli di personale hanno riguardato soprattutto Washington, che ha una delle maggiori popolazioni nere del Paese, il 13% impiegata in posti di lavoro federali. Trump ha paralizzato anche il NLRB, a cui i lavoratori del settore privato possono rivolgersi per affermare i loro diritti e, con la scusa della sicurezza nazionale, aveva anche eliminato i diritti di organizzazione sindacale di oltre un milione di dipendenti federali di molte agenzie governative. La Camera però ha approvato a metà dicembre, con un rarissimo voto bipartisan, il Protect America’s Workforce Act, che ripristina i diritti di contrattazione collettiva eliminati da Trump. Si attende ora il difficile voto al Senato. Dopo la conclusione abbastanza positiva del rinnovo dei contratti delle Big 3 dell’auto (Ford, General Motors, Chrysler ora in Stellantis) nel settembre 2024, il sindacato United Auto Workers (UAW) aveva destinato 40 milioni di dollari delle sue cospicue risorse a una campagna di sindacalizzazione delle imprese auto che si sono localizzate, o si sono trasferite, nel Sud degli Usa: imprese tedesche, giapponesi e coreane, incentivate da ogni sorta di sostegni, concorrenziali tra loro, dei singoli Stati, tutti governati da repubblicani, dove vigono leggi di “diritto al lavoro” che sono contrarie all’organizzazione collettiva dei lavoratori. Un primo successo, presso la Volkswagen di Chattanooga (Tennessee), è stato seguito da una sconfitta nelle elezioni per far accedere il sindacato alla Mercedes-Benz in Alabama e da sconfitte in altre aziende. In questo mese, in presenza di un’offerta contrattuale che UAW ha giudicato insufficiente e di una dichiarazione di sciopero, finora non effettuato, un gruppo di lavoratori della Volkswagen, coordinati da un’associazione antisindacale, ha aperto una petizione per “decertificare” il sindacato, accettando l’offerta aziendale. Nel frattempo, il caucus (componente) UAWD, che a lungo aveva lottato per la democrazia interna e che aveva appoggiato l’attuale dirigenza di UAW, quella che aveva sconfitto alle elezioni i rimasugli della vecchia gestione, finita in carcere per aver incassato tangenti da Marchionne, si è dissolto a causa dei continui dissidi tra la componente tradizionale operaia e quella dei lavoratori universitari (dottorandi, tutor, ecc), che ora sono quasi un terzo degli iscritti UAW su un posto di lavoro. Infine, a sommare la difficoltà attuale di uno dei più importanti, non più numericamente, ma politicamente, sindacati degli USA, il suo presidente Shawn Fain ha dovuto infine sottomettersi al diktat del monitor federale che supervisiona la trasparenza delle risorse del sindacato da quando la magistratura aveva “commissariato” UAW nel 2020 a causa delle suddette tangenti. L’imposizione ha comportato nei giorni scorsi un nuovo cambio di dirigenza, consistente nel ripristino di due dirigenti sindacali (Rich Boyer, vicepresidente della UAW, incaricato di Stellantis, e la segretaria-tesoriera Margaret Mock), i quali erano stati estromessi da Fain. Contemporaneamente, tre suoi stretti collaboratori, colpevoli di false accuse nei confronti degli ex esautorati, hanno dovuto retrocedere negli incarichi o dimettersi. Lo spreco di risorse per difendere la decisione di licenziare i due potrebbe mettere nuovamente in discussione la coerenza nell’utilizzo dei soldi degli iscritti di UAW e anche la possibilità di Fain di essere rieletto a presidente del Sindacato. Dal marzo scorso, infine, grandi manifestazioni nelle aree pubbliche gestite del National Park Service e del Forest Service, organizzate anche dai Resistance Rangers, un gruppo di oltre 1.000 dipendenti fuori servizio, hanno portato primi risultati positivi per la riammissione al lavoro della massa di ranger il cui licenziamento minacciava la sicurezza dei visitatori, la fauna selvatica e la prevenzione degli incendi nei parchi. Lo stesso per i ricorrenti tentativi di svendita di altre terre federali, assegnate a imprese trivellatrici, che si aggiungono ai 22 milioni di acri (sui 245 in totale delle aree protette) di terreno pubblico gestiti dal Bureau of Land Management che sono già attualmente “affittati” a compagnie petrolifere e del gas. Da giugno, una vasta coalizione di associazioni ha bloccato uno dei più grandi tentativi di privatizzazione di terre comuni. Il 2025 ha visto dunque negli USA una certa presenza di iniziative sociali e ambientali e di resistenza alle deportazioni di migranti e le grandi manifestazioni “Hands Off” del 5 aprile e “No Kings!” del 14 giugno e del 18 ottobre, contro i provvedimenti dell’amministrazione Trump e per difendere un minimo di equilibri di poteri nel sistema statunitense. Il movimento progressista statunitense si è trovato però nuovamente di fronte a un rallentamento delle iniziative sindacali e ha dovuto fare soprattutto perno sulle molteplici organizzazioni che operano sul terreno sociale, ambientale, di difesa degli immigrati. Sembra ancora in salita, sebbene già deliberata anche dai sindacati dei postini (APWU) e degli insegnanti (AFT), la proposta, lanciata dal sindacato UAW di unificare le scadenze contrattuali dei contratti di lavoro al primo maggio 2028 per farne una giornata nazionale di lotta. Un ritorno di quella data di lotta negli Stati Uniti, da cui essa promana, che sarebbe un grande segnale di unificazione del mondo del lavoro.
Terra e dignità
Terre & dignité Collettivo di film documentari Halfa (Collective Halfa) Con testimonianze di: Hayet Amami / Fathi Chamkhi / Messaouda Hajlaoui / Lazhar Hamdi / Mustapha Jouili / Ali Krimi / Belgacem Mansouri / Alaa Marzougui / Béchir Messaoudi / Najet Nouri / Steiff Lavoratori / Residenti di El Hania. Febbraio 2025, durata 95’ -------------------------------------------------------------------------------- 10 anni di inchiesta sulle multinazionali in Tunisia…in poche parole “Terre & dignité” è prima di tutto il risultato di un’indagine collettiva. Si tratta di un documento bilingue, in arabo e francese, sul neocolonialismo in Tunisia per il pubblico tunisino e francese, ma anche di lingua araba e francese. Abbiamo lavorato sulla storia, sugli archivi coloniali e sulle recenti immagini e notizie riguardanti i movimenti sociali in Tunisia. Seguendo il metodo di Assia Djebar in “La Zerda ou les chants de l’oubli”, abbiamo dato un’altra vita a questi archivi con la nostra (re)interpretazione, la nostra immaginazione, i nostri riferimenti. E abbiamo condotto interviste con protagonisti/e delle lotte sociali. Al centro di queste lotte ci siamo focalizzati su un argomento: la dipendenza della Tunisia dagli interessi economici europei, e in particolare dalla Francia. La Françafrique, o Europafrique in Tunisia, è la protagonista di questo documentario. Tre multinazionali sono oggetto delle nostre indagini: una tedesca: Steiff, che produce giocattoli nella città di Sidi Bouzid, e due francesi: Danone e Roullier, colossi dell’agrobusiness, presenti in diverse regioni tunisine. Ognuna in un campo: Steiff nella manifattura, Danone nell’agricoltura, Roullier nelle miniere di fosfato, rappresentano il ruolo subordinato imposto alla Tunisia ai margini del mercato mondiale. Il periodo coloniale è il punto di partenza per “Terre & dignité”,ma il punto d’incontro tra i membri del collettivo Halfa, che ha realizzato il film, è l’intifada del 17 dicembre 2010, un preludio ad altre rivolte nel mondo arabo. A nostro avviso, questa rivolta ha messo a nudo sia l’autoritarismo di un regime sia l’impasse di un sistema economico. La disoccupazione di massa, l’impoverimento dello Stato, la crisi idrica o l’inquinamento industriale sono conseguenze di questo sistema. Ed è proprio perché questo sistema economico neocoloniale si aggrappa ai suoi privilegi che la crisi economica persiste. È proprio questo sistema che deve cadere. Ci siamo incontrati mobilitandoci contro di esso perché crediamo in un altro mondo possibile. E anche perché, come scrisse il poeta di Sidi Bouzid Mohamed Sghaier Ouled Ahmed, amiamo questo paese. Decolonizzare il miraggio neoliberista e razzista “La nostra presenza in Nord Africa, e specialmente in Tunisia è l’imperativo numero uno della politica francese. Abbiamo cercato il modo migliore per perpetuarla?” 1 Il mantenimento del predominio francese in Tunisia, una pedina strategica sulla scacchiera della “Françafrique”, è stato spesso percepito principalmente dal punto di vista della collusione in materia di sicurezza. Durante la dittatura di Ben Ali, la Francia sosteneva di assecondare questo regime per il controllo dell’immigrazione clandestina e per la lotta al terrorismo. Allo stesso tempo, la Tunisia veniva presentata come un partner commerciale affidabile, un modello di successo economico, un mix di tradizione maghrebina ed economia di mercato. Le conseguenze economiche per la Tunisia sono state catastrofiche: abbandono di interi settori dell’economia (tessile, industria), crollo dei servizi pubblici, rovina dell’agricoltura, inquinamento e disoccupazione di massa. È impossibile comprendere i movimenti sociali sorti in questo Paese dopo lo sciopero generale nelle miniere di fosfato del 2008 senza mettere in prospettiva le scelte ideologiche imposte all’economia tunisina per decenni. Si fa di tutto per far sentire i tunisini in colpa: tutti i loro problemi vengono attribuiti ai loro leader autoritari, alle loro tradizioni culturali o alla loro religione. E le multinazionali vengono presentate come amiche della Tunisia. È questo miraggio neoliberista razzista che Terre&dignité propone di decolonizzare. Tuffarsi nell’abisso del passato, una condizione per comprendere la Françafrique Seguendo il consiglio di Frantz Fanon, questo documentario si apre con un “tuffo nell’abisso del passato”, gli archivi della Tunisia coloniale, prima di risalire nella superficie dell’attualità e delle lotte sociali. Le immagini della lotta armata per la liberazione nazionale, prima dell’indipendenza politica del paese nel 1956, sono legate all'”intifada del 17 dicembre 2010″, che ha estromesso Ben Ali. Rileggere Frantz Fanon, filmando la Françafrique in Tunisia, significa ribadire la sua constatazione iniziale sulla situazione politica che caratterizzò la maggior parte delle indipendenze africane.: “la borghesia nazionale assumerà il ruolo di gestore delle imprese occidentali e organizzerà praticamente il suo paese come un bordello d’Europa.” Per garantire la sostenibilità di questo sistema vergognoso, l’Europa ha bisogno di regimi che soffochino le proteste e le rendano invisibili, ha bisogno di: “un leader popolare che abbia il duplice ruolo di stabilizzare il regime e perpetuarne la dominazione” 2. È proprio questo “sistema” che il popolo tunisino ha assaltato nell’inverno arabo di dicembre 2010, gennaio e febbraio 2011. Ma se il leader dell’epoca cadde in maniera spettacolare, il neocolonialismo non allentò nemmeno per un momento i suoi privilegi. Il tema centrale di “Terre & dignité”sono quindi le filiali delle multinazionali europee, avatar del neocolonialismo in Tunisia. Con l’accordo di associazione del 1995 tra Europa e Tunisia, le leggi neoliberiste che lo accompagnano (come la simbolica “Legge 72”) e la corruzione che esercitano, beneficiano di privilegi degni di un paradiso fiscale: esenzione fiscale, abolizione degli oneri sociali o rimpatrio all’estero di tutti i profitti realizzati in Tunisia. E sfruttano una forza lavoro che riceve stipendi congelati per decenni dalle molteplici svalutazioni del dinar fino a un livello compreso tra 150 e 200 euro al mese. Steiff a Sidi Bouzid: una multinazionale tedesca nella culla delle rivolte arabe La fabbrica Steiff fu fondata da Margarete Steiff all’inizio del XX secolo. La sua sede centrale si trova ora a Giengen an der Brenz, nel distretto di Stoccarda. Dal 1975, ha trasferito gran parte della sua produzione in Tunisia, a Sidi Bouzid, la città da cui ebbe inizio l'”intifada” del 17 dicembre 2010, in seguito all’autoimmolazione del disoccupato Mohamed Bouazizi. Sidi Bouzid è la culla delle rivolte arabe, il cui slogan era “il popolo vuole la caduta del sistema”. Al centro di questo sistema ci sono le multinazionali che sfruttano la forza lavoro, come la Steiff. Oggi, si dice che la Steiff impieghi oltre 1.000 donne a Sidi Bouzid. Tuttavia, con un fatturato di 69 milioni di euro, la Steiff non è una grande multinazionale. È però una delle migliaia di imprese che si sono insediate in Tunisia per fare affari redditizi, approfittando del regime fiscale molto favorevole. La Steiff mantiene una presenza molto discreta in Tunisia. Il suo sito web ufficiale non menziona la sua presenza in Nord Africa. Alcuni articoli di stampa ne menzionano vagamente l’esistenza e sui social media si trovano a malapena delle foto. L’azienda sottolinea sul suo sito web, oltre alle sue attività commerciali, un aspetto umanitario con l’iniziativa “Steiff Charity”, che mira a “sostenere i bambini bisognosi nel loro sviluppo”. “Terre & dignité”svela l’altro lato della storia: le lavoratrici lavorano in condizioni infernali, con infrastrutture inadeguate in un ambiente arido, e subiscono molestie e insulti da parte dei superiori. Una di queste lavoratrici, Najet Nouri, è stata la prima donna a far parte dell’ufficio esecutivo dell’UGTT. Ci ha raccontato delle sofferenze sul lavoro e della repressione sindacale, ma anche dell’esperienza di sostegno reciproco tra lavoratrici nel contesto della dittatura e dello sfruttamento neoliberista. È difficile vedere altro che “charity-washing” nelle dichiarazioni di buone intenzioni della Steiff. L’azienda tedesca farebbe meglio a pagare salari dignitosi ai suoi dipendenti tunisini e a versare tasse e contributi previdenziali allo Stato tunisino. Questo sarebbe un modo molto più efficace per contribuire allo sviluppo dei bambini svantaggiati, come quelli le cui madri lavorano alla Steiff. Ma al dominio economico si aggiunge ora un altro grave problema, o meglio, una conseguenza di questo dominio: la crisi ecologica, che sta colpendo duramente un paese del sud come la Tunisia. Sfruttando eccessivamente il territorio nazionale, le multinazionali stanno raggiungendo il limite delle risorse idriche disponibili. E l’inquinamento industriale sta iniziando a rendere impossibile la vita in intere regioni. Decolonizzare la Terra: esempi di crisi climatica aggravata dalle multinazionali: Danone e Roullier, i giganti dell’agroalimentare in Tunisia L’ecologia spesso trascura le questioni neocoloniali e tende persino a perpetuare le dinamiche di potere. Il caso della Tunisia ne è un esempio lampante. Ad esempio, da diversi anni in Francia si indaga sull’inquinamento da alghe verdi in Bretagna, senza menzionare l’origine neocoloniale di questo inquinamento. Sappiamo infatti che la sua fonte principale sono i fertilizzanti utilizzati nell’agroindustria, e in particolare i fertilizzanti fosfatici. Le indagini sull’inquinamento da alghe verdi avrebbero quindi potuto tenere conto del fatto che l’origine di questo inquinamento risiede nei paesi del Sud del mondo (Marocco, Tunisia o Sahara Occidentale), produttori della materia prima per questi fertilizzanti: il fosfato. È tanto più necessario stabilire questo collegamento perché l’inquinamento in questi paesi è incomparabilmente più grave. L’industria dei fosfati è responsabile di uno dei peggiori disastri ambientali a sud del Mediterraneo. Terre & Dignité ha seguito l’intero percorso del fosfato, dall’estrazione nel bacino minerario di Gafsa, attraverso il Golfo di Gabès, fino alla sua destinazione finale sulla costa bretone. Il fosfogesso, un prodotto di scarto industriale radioattivo derivante dal lavaggio dei fosfati, carico di metalli pesanti, viene scaricato senza controllo nel deserto e nel Golfo di Gabès. Devasta i terreni agricoli, comprese le preziose e fragili oasi, e causa malattie a tutta la popolazione: tumori, osteoporosi, malattie della pelle e problemi respiratori. I denti di tutti gli abitanti del bacino minerario sono drammaticamente colpiti. Le migliaia di tonnellate di fosfogesso scaricate quotidianamente nel deserto della regione di Gafsa e del Golfo di Gabès hanno distrutto la flora e la fauna marina e rovinato agricoltori e pescatori. Associazioni come l’Osservatorio Tunisino dell’Acqua e Nomad 08 della regione di Gafsa, che abbiamo incontrato, o il collettivo Stop Pollution di Gabès, stanno attualmente partecipando a importanti mobilitazioni contro questo inquinamento, le prime di questo genere in Tunisia. La Roullier, leader francese nei fertilizzanti fosfatici, opera in Marocco e Tunisia, dove è il principale cliente del Gruppo Chimico Tunisino. “Una partnership storica”, secondo il sito web dell’azienda. La multinazionale francese trasforma ogni anno decine di migliaia di tonnellate di fosfato grezzo lavato in fertilizzante, che viene poi spedito in Europa. Le esigenze del settore agroalimentare europeo perpetuano e mantengono così l’espropriazione del territorio tunisino e dei suoi abitanti. La Roullier è la principale beneficiaria, e le responsabilità francesi sono molteplici. Nel 1972, fu l’impresa SPIE Batignolles a progettare il primo impianto di lavorazione del fosfato in Tunisia e a pianificare gli scarichi in mare. L’ambasciata francese e i successivi governi francesi incoraggiarono la Roullier nelle sue attività. Tuttavia, quando nel 2023 furono intervistati per la prima volta dai giornalisti sulle conseguenze ambientali dell’estrazione di fosfati in Tunisia, le autorità francesi si rifiutarono di rispondere 3. In tutta la Tunisia, l’acqua sta diventando un problema importante. Da diversi anni, gli abitanti di alcune città non hanno più acqua dai rubinetti. Stanno iniziando a fuggire per sopravvivere. Questa è la situazione attuale a Jelma, una cittadina di 6.000 abitanti non lontano da Sidi Bouzid, dove attivisti sindacali e comunitari lanciano l’allarme: un quarto della popolazione ha lasciato la città negli ultimi anni. È stato anche in questa città che nel maggio 2018 sono scoppiate rivolte contro la multinazionale Danone e la sua controllata Délice (vedi: foto di copertina di questo comunicato stampa). Délice ha costruito una fabbrica a Jelma e un pozzo d’acqua profondo più di 200 metri per rifornire l’industria lattiero-casearia della Danone. Jelma si trova in una “zona rossa” dove le trivellazioni sono normalmente vietate dalla legge tunisina. Le rivolte sono scoppiate quando Délice ha voluto perforare un secondo pozzo per le sue attività. Nonostante la repressione, gli abitanti di Jelma sono riusciti a distruggere il pozzo e a impedirne l’avvio. Le attività della Danone, della Roullier e delle altre multinazionali che monopolizzano le risorse idriche tunisine passano completamente inosservate in Francia. Eppure, in un momento di mobilitazioni per l’acqua e di “rivolte per la Terra” in Francia, come quelle di St-Soline nel 2023 e nel 2024, le organizzazioni dei movimenti sociali francesi potrebbero interessarsi alla situazione critica degli agricoltori tunisini. Le “nostre” multinazionali hanno un’enorme responsabilità nella crisi idrica tunisina, ma anche nell’inquinamento e nello sfruttamento del lavoro. Decolonizzare attraverso l’indagine collettiva “Terre & dignité”è un film collettivo che ritrae il (neo)colonialismo francese in Tunisia, utilizzando gli archivi coloniali e le voci di coloro che ne sono stati direttamente colpiti: operai, contadini e intellettuali tunisini. È un film realizzato interamente sotto il loro controllo, in collaborazione con loro, con ciò che erano disposti a mostrare e dire e con le priorità che avevano identificato. La scelta delle tre multinazionali su cui si concentra il film è stata fatta dagli abitanti delle regioni colpite. Crediamo che la disoccupazione, la siccità e l’inquinamento non siano effetti collaterali del colonialismo, ma piuttosto l’attuazione continua di un rapporto coloniale con la Terra 4. Dovremo quindi inventare un rapporto diverso con la Terra per trovare un vero orizzonte decoloniale. In quest’ottica, il Collettivo Halfa è composto da attivisti provenienti dai tre paesi del Maghreb e da attivisti francesi, che hanno lavorato insieme per indagare e montare filmati che documentano le gravi conseguenze delle attività di queste multinazionali sull’equilibrio sociale, economico e naturale della società tunisina. È il film di un collettivo internazionalista che prende il nome da una pianta delle steppe tunisine, intrecciata per realizzare corde: l’halfa. Alcuni testimoni dell’inchiesta Lazhar è un ex beduino che ha partecipato alla lotta armata per la liberazione della Tunisia. Dopo l’indipendenza si è stabilito nel villaggio di Ennasser, situato tra Sidi Bouzid e Gafsa, come molti altri combattenti della regione. Il film si apre con i ricordi di Lazhar del periodo coloniale. La sua voce ci guida attraverso filmati d’archivio. Le fanno eco quelle di Frantz Fanon e del poeta Mohamed Sghaier Ouled Ahmed, originario di Sidi Bouzid. Hayet è dietro la telecamera durante la maggior parte delle interviste. Guida lo spettatore attraverso il paesaggio rurale di Sidi Bouzid, la sua città natale, per incontrare agricoltori, disoccupati e sindacalizzati. Inoltre, appare davanti alla telecamera perché la sua analisi della realtà socio-economica è essenziale per la comprensione. Attivista del sindacato dei laureati disoccupati durante la rivolta del 17 dicembre, ora è una bracciante agricola. Ha creato un’azienda, “Oxyagro”, con un gruppo di donne per produrre compost organico, un’alternativa all’uso eccessivo di fertilizzanti chimici. Mentre con Lazhar abbiamo esaminato gli archivi del periodo coloniale, con Fathi ci siamo concentrati su quelli della Tunisia post-indipendenza. Oppositore politico di Ben Ali, Fathi è un testimone affascinante del passare del tempo e delle dinamiche della Françafrique o “Euro-Africa”. La sua analisi ci permette di comprendere meglio le logiche neoliberiste imposte che hanno impedito alla Tunisia di raggiungere una vera indipendenza. Mustapha è un economista specializzato nell’analisi delle trasformazioni delle aree rurali tunisine nell’era della globalizzazione. Come possono i piccoli agricoltori competere con i loro rivali europei? Come si appropriano le multinazionali di risorse e manodopera? Con l’aggravarsi della crisi economica in Tunisia, quale modello di sviluppo alternativo sarebbe adatto al Paese? Le parole di questo professore impegnato risuonano con quelle degli agricoltori che ha incontrato sul campo e che attendono ancora le politiche pubbliche coraggiose che le attueranno. Originario del bacino minerario di Gafsa, Alaa è un ingegnere chimico, specialista in materia di acqua. Con l’associazione Nomad 08 e l’Osservatorio Tunisino dell’Acqua, da molti anni mappa la carenza idrica e i movimenti sociali legati all’acqua. Attivista instancabile, partecipa a numerose attività di sensibilizzazione sulle problematiche ambientali. Decolonizzare l’ecologia implica necessariamente ascoltare con molta attenzione le voci di attori come Alaa, che possiedono le competenze tecniche per contribuire a un diverso modello di società. Ali è cresciuto e vive a Mdhilla, una delle quattro città del bacino minerario di Gafsa. Mdhilla è l’unica delle quattro città ad avere sia una fabbrica appartenente alla Compagnie des Phosphates de Gafsa, sia un’altra appartenente al Gruppo Chimico Tunisino. Mentre l’inquinamento del Gruppo Chimico di Gabès è già stato ampiamente discusso, quello di Mdhilla è quasi del tutto non documentato. Proprio come a Gabès, enormi volumi di rifiuti di fosfogesso vengono sversati nell’ambiente, in particolare nella regione delle oasi del Sahara tunisino. Ali ci porta in giro per Mdhilla in moto e ci mostra cosa vivono ogni giorno gli abitanti, vivendo nelle immediate vicinanze di una fabbrica situata nella loro città, che inquina l’aria, l’acqua, il terreno e persino l’interno delle loro case.   –>Tratto da Bilaterals.org.  Originale in  francese Qui * Traduzione di Ecor.Network. -------------------------------------------------------------------------------- Note:  1) Estratto da un articolo di François Mitterrand su Le Courrier de la Nièvre, 1952. Citato da Thomas Deltombe in “L’Afrique d’abord ! Quand François Mitterrand voulait sauver l’empire français”. 2) Les Damnés de la terre, pp.149 e 159. 3) Francebleu.fr, 20/10/2023, Elodie Guéguen, Cellule investigation de Radio France. 4) Polluer, c’est coloniser. Max Liboiron, ed. Amsterdam. p.50 -------------------------------------------------------------------------------- Didascalie delle foto:  – Immagine di copertina e Foto 1: Rivolta contro la perforazione di un pozzo a beneficio di ”Délice”, filiale della multinazionale Danone. Jelma, regione di Sidi Bouzid, maggio 2018. Foto: E.O.P. – Foto 2: Najet Nouri, rappresentante del sindacato della fabbrica Steiff di Sidi Bouzid e prima donna membro dell’ufficio esecutivo dell’UGTT (Unione Generale del Lavoro Tunisina). – Foto 3: Accanto al Gruppo chimico tunisino (GCT), la “montagna” di fosfogesso di Mdhilla, nel bacino minerario di Gafsa, di fronte alle oasi e al deserto, è un disastro ambientale ignorato. – Foto 4: Belgacem Mansouri e Béchir Messaoudi, due residenti della regione di Jelma, che praticano l’allevamento e l’agricoltura e le cui attività sono messe a repentaglio dalla scarsità di risorse idriche. – Foto 5 Messaouda Hajlaoui, una contadina della regione di Gtrana (Sidi Bouzid), con Hayet al momento delle riprese, nel Djebel Sidi Khelif
Ex Ilva: trattative tra governo e fondo speculativo Flacks, legato al movimento sionista Chabad
Ultimo dell’anno amaro per migliaia di operai ex-Ilva. Il multimiliardario Micheal Flacks, fondatore e presidente di Flacks Group, ha annunciato via profilo Linkedin un “accordo raggiunto con il Governo italiano per l’acquisizione dell’ex Ilva”. Il fondo speculativo statunitense – dopo la rottura totale, a novembre 2025, tra governo e sindacati del tavolo di trattativa dell’ex-Ilva e del destino di 8.500 operai – ha allungato la mano su Acciaierie d’Italia di Taranto, il più grande impianto siderurgico integrato d’Europa. Fonti vicine al dossier ex Ilva precisano che al momento è “solo” iniziata una trattativa in esclusiva serrata del gruppo Flacks con i commisari di Ilva e di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Secondo Flacks “il Governo italiano rimarrà un patner strategico con una quota del 40%”, mentre il fondo speculativo statunitense detiene “un’opzione per acquisire il 40% in futuro”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Gianmario Leone, giornalista del Corriere di Taranto, sottolinea come il presidente del gruppo Michael Flacks sia stato ripetutamente finanziatore di movimenti sionisti e colonialisti di Israele. In diverse occasioni, la Flacks Family Foundation e lo stesso Michael Flacks hanno annunciato finanziamenti a favore dello Chabad, movimento chassidico globale dell’ebraismo ortodosso che promuove l’occupazione illegale delle terre palestinesi e la colonizzazione di Gaza, sostenendo il concetto sionista di “Grande Israele”, dal Nilo all’Eufrate. A inizio 2024 Michael Flacks ha donato 5 milioni di dollari per la costruzione di un edificio di 10 piani nel centro di Gerusalemme da destinare allo Chabad. A dicembre 2025 la Flacks Family Foundation ha annunciato il finanziamento di altri 3 milioni di dollari a Colel Chabad, ente a cui è stato ritirato il titolo di “benefico” a fine 2024. Il Just Peace Advocates ha affermato che l’ente Colel Chabad non gestiva adeguatamente i fondi e che le sue attività sostenevano cause sioniste sotto la copertura di attività benefiche. Il movimento Chabad sostiene apertamente anche le IDF israeliane: durante l’attuale genocidio a Gaza, Colel Chabad ha gestito programmi come “Iron Sword” per sostenere soldati israeliani. I movimenti di protesta per la Palestina hanno denunciato la complicità dell’ente nello sterminio dei palestinesi a Gaza. Il movimento sionista internazionale Chabad ha sede anche New York, dove recentemente una folla filo-israeliana ha preso a calci e pugni una donna che protestava contro la presenza del ministro della destra colonica israeliana Itamar Ben-Gvir presso la sede del movimento sionista a Crown Heights, Brooklyn. Nei video diffusi online un uomo del gruppo le ha chiesto se “vuoi essere violentata?”. Fuori dalla stessa sede di Brooklyn, dimostranti filo-israeliani hanno aggredito un ebreo che protestava contro il genocidio a Gaza. Tornando alla possibile acquisizione di ex Ilva per mano del gruppo Flacks, è “inaccettabile che le trattative avvengano con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori. Ora più che mai è necessaria la costruzione di una società a maggioranza pubblica al fine di garantire la continuità industriale per la decarbonizzazione e l’occupazione”, ha dichiarato in una nota Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil. L’intervista a Gianmario Leone, giornalista del Corriere di Taranto. Ascolta o scarica. da Radio Onda d’Urto
Torino: “Tutti liberi subito. Il governo usa la repressione contro gli studenti che si mobilitano per la Palestina”
Questa mattina la questura di Torino ha effettuato perquisizioni a casa di giovanissimi con la conseguente applicazione di 6 misure cautelari ai domiciliari. Giovani che hanno preso parte alla mobilitazione di massa con lo slogan “Blocchiamo tutto” che ha visto manifestazioni oceaniche, blocchi nei principali snodi della logistica e delle infrastrutture dei trasporti, scioperi effettivi dalla fabbrica della guerra, estesa a tutto il nostro territorio nazionale. Il governo Meloni ha tentennato e ha avuto la dimostrazione che la popolazione non è disponibile a rendersi complice del genocidio in Palestina e ad arruolarsi nella guerra di domani. Per questo, dopo pochi mesi, la morsa inizia a stringere laddove si individua che possa fare più male. Creare un precedente come questo, selezionando scientificamente persone minorenni che frequentano collettivi studenteschi e hanno partecipato, insieme ad altre migliaia di giovani, alle manifestazioni dell’autunno è un colpo vile che va nella direzione di voler recidere alla base una prospettiva futura fatta di legami di solidarietà per costruire un vivere migliore. Di seguito pubblichiamo il comunicato dell’Assemblea Studentesca di Torino Questa mattina ci siamo svegliati con la notizia di 6 nostri compagni di scuola minorenni sottoposti a perquisizioni e agli arresti domiciliari come misura cautelare, in risposta alle mobilitazioni del movimento “blocchiamo tutto”, contro la complicità del governo Meloni nello sterminio dei palestinesi, che ha preso piede in tutta Italia durante l’autunno. Al centro dell’indagine, la contestazione alla giovanile del primo partito di governo, che portava avanti un volantinaggio di propaganda razzista davanti al liceo Einstein. Durante le occupazioni di tutte le scuole d’Italia nelle quali i giovani si sono resi protagonisti del movimento per la Palestina, alla polizia è stato ordinato di recarsi davanti al Liceo Einstein per difendere il volantinaggio, manganellando gli studenti che protestavano, ammanettando un minorenne. La risposta da parte di professori, genitori, studenti di tutte le scuole e della città intera è stata immediata e di massima solidarietà e sdegno verso le modalità repressive del governo. Quello che viene fatto passare come un caso isolato rientra perfettamente all’interno di un piano di disciplinamento giovanile funzionale alla preparazione della società e delle scuole ad un clima di guerra. I messaggi d’odio portati avanti dai volantini che il governo tiene tanto a difendere sono uno degli strumenti che questo usa per riaprire una divisione tra popoli che si era superata con il movimento per la Palestina. Tra i motivi degli arresti i blocchi delle stazioni, avvenuti mentre in tutta Italia si bloccavano porti, autostrade, e blocchi della logistica di guerra. Nel giorno in cui si vota la legge finanziaria, che aumenterà la spesa bellica di 23 miliardi nei prossimi tre anni, e mentre il governo si prepara alla reintroduzione della leva per i giovani, questi arresti domiciliari nei confronti di studenti giovanissimi, non sono casuali, ma una chiara intimidazione ai giovani che si sono mobilitati: non c’è spazio nelle scuole per organizzarsi contro la guerra! Il governo si trova in una situazione complicata e per questo attua misure così aspre, in tutto ciò sappiamo bene che non possiamo fermarci davanti a questo, la posta in gioco è troppo alta. Continueremo ad andare a scuola e a porci le stesse domande sul nostro futuro a testa alta, perchè liberare tutti vuol dire lottare ancora. Vogliamo la liberazione immediata di tutti i compagni! INTIFADA FINO ALLA VITTORIA.
Pensiero critico. Il capitale deve distruggere tutte le Askatasuna che esistono
Abbiamo tradotto questo interessante articolo sullo sgombero di Askatasuna di Iñaki Gil de San Vicente pubblicato originariamente su Resumen Latinoamericano. Buona lettura! La parola basca askatasuna significa “libertà” in italiano. Per il popolo basco è un onore e allo stesso tempo una sfida vedere come uno dei centri autogestiti più importanti d’Italia porti come emblema significativo la nostra askatasuna, parola carica di significato rivoluzionario per ogni nazione lavoratrice che lotti per la propria indipendenza operaia. È una sfida perché l’attacco fascista contro il centro torinese Askatasuna ci pone la necessità di un aiuto rivoluzionario diretto e immediato a questo centro tanto ammirato, e allo stesso tempo perché tale aiuto inizia anche dal moltiplicarli nella nostra Euskal Herria. Il governo neofascista di Roma ha assaltato il centro sociale autogestito Askatasuna di Torino, città industriale e operaia di grande importanza nella storia della lotta di classe in Italia, già prima che i consigli operai torinesi del 1919-1920 confermassero ancora una volta il ruolo dell’auto-organizzazione operaia e popolare nello sviluppo del marxismo. Sotto il fascismo, la Torino operaia si organizzava clandestinamente e nell’aprile del 1945 i partigiani liberarono la città, così come Milano. L’antifascismo popolare era radicato nelle classi lavoratrici torinesi e si mantenne forte fino alla fine degli anni ’80, creando reti sociali di autogestione in spazi recuperati. L’indebolimento delle sinistre alla fine del XX secolo colpì anche queste esperienze di contropotere popolare, ma non passò molto tempo prima che iniziasse una lenta ripresa. Con la nuova ondata di lotta di classe e antimperialista che sembra profilarsi all’orizzonte, tingendolo di rosso con venti di libertà, l’antifascismo si riorganizza in risposta alle repressioni crescenti, all’aumento del costo della vita e all’impoverimento, alla militarizzazione e alla guerra, al disastro socio-ecologico, ecc. Il centro autogestito Askatasuna era una conquista molto importante per estendere questa riattivazione; per questo vogliono distruggerlo alla radice, vogliono impedire che rinasca con maggiore forza in un altro spazio recuperato e autogestito. Quali pericoli vede oggi il capitale in Askatasuna in particolare e, più in generale, in questo processo che avanza dalla mera resistenza alla costruzione di movimenti popolari che vogliono coordinare e integrare autogestione, cooperativismo socialista, comunalismo, collettivi di formazione e informazione critica, sindacalismo sociopolitico e organizzazioni militanti inserite in esso, ecc.? Ancora di più: quali pericoli vede il capitale quando questo coordinamento si orienta con una bussola politica rivolta alla presa del potere, alla costruzione dello Stato comunale e alla socializzazione delle forze produttive? Vediamo dunque i quattro pericoli per l’ordine borghese che costringono questa classe a reprimere i centri autogestiti. Essi sono: auto-organizzazione, autogestione, autodeterminazione e autodifesa. È vero che tutti e quattro sono internamente connessi dalla stessa lotta quotidiana, formando un’unità, ma è anche vero che dobbiamo esporli in quest’ordine perché l’esperienza insegna che è così. Il primo pericolo è l’auto-organizzazione, perché il popolo compie il primo passo: unirsi, discutere, organizzarsi da sé per liberare uno spazio, recuperarlo. Il capitale avverte il pericolo che questa auto-organizzazione si estenda ad altre rivendicazioni quando il popolo lavoratore recupera un centro sociale privatizzato dalla borghesia, lo riconquista e lo libera rompendo la dittatura borghese della proprietà privata. Questo primo pericolo consiste precisamente nel fatto che la classe dominante è consapevole delle minacce che, per essa e per il suo potere, si aprono grazie all’effetto pedagogico di tale conquista operaia. La borghesia vede come poco a poco si deteriori un pilastro centrale del suo potere: la proprietà privata; vede come questo deterioramento possa accelerarsi se la sinistra rivoluzionaria intensifica, organizza ed estende la riconquista di proprietà requisite al capitale che passano alla classe lavoratrice, la quale si auto-organizza per fare di questi spazi liberati luoghi di contropotere popolare di base e iniziale, sottoposti a ogni sorta di minacce e pressioni ma nondimeno decisi non solo a sopravvivere, bensì soprattutto a espandersi creando reti con altri spazi. La libertà è contagiosa, e la repressione, la paura e l’alienazione, oltre al riformismo, sono le forme attraverso cui il potere sfruttatore tenta di stroncare sul nascere questo contagio, di far sì che i popoli accettino l’oppressione e rinuncino alla propria libertà. Quando un gruppo militante espelle la borghesia da uno spazio privatizzato, socializzandolo, dimostra di assumere il principio basilare dell’auto-organizzazione popolare: agisce al di fuori e contro la legge della proprietà privata che regola la totalità dell’esistenza sociale. L’auto-organizzazione sociale è presente quando agisce contro e al di fuori di questa legge dominante che reprime ogni possibilità di vita libera al di fuori di essa e contro di essa. I centri sociali recuperati mostrano che tale auto-organizzazione è possibile, che è possibile agire e pensare in modo contrario alla sottomissione obbediente alla proprietà privata. Arriviamo qui al secondo pericolo per il capitale: quello dell’autogestione. L’auto-organizzazione che ha liberato lo spazio recuperato di, per esempio, Askatasuna, si fonda sulla capacità quotidiana di autogestione dello spazio sociale riconquistato: il popolo auto-organizzato si gestisce da sé, si organizza da sé, non dipende dalla legge del gregarismo pecorile del gregge obbediente al capitale, bensì dalla decisione libera e critica del collettivo che si autogestisce. L’auto-organizzazione esige infatti inevitabilmente l’autogestione sociale generalizzata in quell’area concreta emancipata, qualunque essa sia. Nessuna auto-organizzazione sopravvive a lungo se si sottomette ai dettami della legge del capitale, della banca, delle istituzioni borghesi e ancor meno del loro Stato. La borghesia sa per esperienza che l’auto-organizzazione e l’autogestione insegnano al proletariato i rudimenti della futura società socialista, nonostante tutte le loro carenze e limitazioni dovute al fatto di trovarsi all’interno dell’ordine del capitale. Un collettivo che si autogestisce contravvenendo alla legge del mercato apprende, bene o male, i rudimenti del futuro potere operaio; e anche se in seguito le repressioni schiacciano questo o altri tentativi e anche se il riformismo fa di tutto per cancellarne la memoria nel popolo, quest’ultimo può conservarne il ricordo, tanto più quando la sinistra lo mantiene vivo grazie a sforzi quotidiani come quelli dei centri auto-organizzati e autogestiti, come Askatasuna. Giungiamo così al terzo pericolo per la borghesia: l’autodeterminazione. Essa consiste nel fatto che le lotte sociali giunte a questi livelli di sviluppo generano anche processi permanenti di autodeterminazione, perché devono decidere da sole su tutto. Sebbene la decisione autonoma sia già presente nell’auto-organizzazione e nell’autogestione, questo terzo pericolo si estende a sempre più aspetti della realtà, poiché lo sviluppo del centro sociale incide sempre di più sulla vita del quartiere, del vicinato popolare, di gruppi e collettivi che si rivolgono al centro sociale per ricevere aiuto, di sindacati e organizzazioni non riformiste che si integrano nelle reti sociali che facilitano i contatti, i dibattiti, le proposte e, ciò che è decisivo, la loro messa in pratica, la loro realizzazione concreta. L’autodeterminazione, già presente inizialmente nell’auto-organizzazione e nell’autogestione, finisce per superare le mura del centro sociale e per favorire che anche altri collettivi si autodeterminino non solo negli ambiti e nelle rivendicazioni in cui operano, ma anche in altri problemi che si collegano ai loro. La classe operaia, con tutte le sue espressioni e forme interne, impara progressivamente a decidere da sé su queste questioni, ad autodeterminarsi nei propri problemi perché vede l’esempio del centro sociale autogestito e comprende che solo il popolo salva il popolo. Il quarto e definitivo pericolo per la borghesia, in sé il centrale, è quello dell’autodifesa del centro sociale autogestito. Ancora una volta dobbiamo insistere sul fatto che, sebbene le quattro dimensioni formino una sola realtà, che ciascuna di esse si interconnetta con le altre tre creando un’unità concreta e che la migliore difesa inizi con il buon sviluppo delle altre tre, sebbene tutto ciò sia vero, l’aspetto decisivo è che il centro autogestito disponga della forza e del sostegno popolare sufficienti a dissuadere la borghesia dal tentare di chiuderlo. L’autodifesa deve ricorrere a tutti i mezzi possibili, oltre a quelli già menzionati: anche ai mezzi legali consigliati da collettivi di avvocati critici; anche ai mezzi di pressione pacifica e non violenta dell’azione di masse mobilitate in difesa del centro sociale; anche a forme non violente di pressione in mobilitazioni specifiche all’interno della totalità autogestita. Non dobbiamo sottovalutare l’importanza difensiva dell’informazione e dell’educazione pubblica veritiera svolta dal centro, che mostra ciò che fa per smascherare le menzogne e la propaganda controrivoluzionaria. Quanto maggiore sarà la legittimità acquisita dal centro sociale, tanto maggiore sarà la sua capacità difensiva e tanto minore sarà la legittimità della borghesia nel giustificare i propri attacchi. E in questa legittimità operaia deve avere un’importanza cruciale il diritto/necessità alla resistenza, alla violenza difensiva contro la violenza ingiusta, oppressiva e sfruttatrice. Ciononostante, l’autodifesa decisiva è quella che si inscrive in una visione strategica di lungo periodo, quella che sa che è in corso una guerra sociale tra la proprietà privata e la proprietà socializzata, e che in questa guerra sociale permanente ciò che è decisivo è che la classe lavoratrice conquisti più centri autogestiti di quanti la classe borghese riesca a distruggere. Ciò significa che ogni centro sociale deve auto-organizzarsi affinché, se lo Stato lo chiude, ne sorga immediatamente un altro o altri; deve cioè guidarsi secondo il principio strategico di Che Guevara: creare uno, due…, molti Vietnam. L’autodifesa di un centro concreto è di per sé un principio indiscutibile, ma, come diciamo, da una prospettiva strategica rivoluzionaria, l’essenziale è che vi siano sempre più Vietnam. Il centro sociale Askatasuna di Torino esprime in modo magistrale il quadruplo pericolo per il capitale rappresentato dal contropotere operaio nella sua forma di centro autogestito, perché, in sintesi, è di questo che si tratta. Il contropotere operaio consiste nelle forme organizzative costruite dal proletariato che, nel proprio ambito di intervento, riescono per un certo periodo a contenere il potere borghese e persino a sconfiggerlo in battaglie puntuali, fino a quando lo Stato capitalista contrattacca. Forme elementari di contropotere operaio sono, ad esempio, le imprese recuperate, le assemblee stabili che resistono per un certo tempo, i sindacati sociopolitici e le organizzazioni d’avanguardia che lottano apertamente contro la proprietà privata, i mezzi di diffusione critica coordinati in rete, i centri sociali autogestiti, eccetera. Sono contropoteri perché, nei loro ambiti specifici, possono arrivare ad avere la forza sufficiente per sconfiggere la borghesia conquistando le proprie giuste rivendicazioni o obbligandola a negoziare con il collettivo interessato. Nella lotta di classe, i contropoteri aumentano nella misura in cui il popolo lavoratore accresce la propria coscienza e organizzazione, aprendo sempre più fronti di battaglia nella guerra sociale. Ciò che accade è che il riformismo nasconde e boicotta decisamente l’esistenza reale dei contropoteri, poiché accetta solo la negoziazione capitolazionista all’interno del labirinto legale capitalista. Da parte sua, la borghesia li reprime con tutti i mezzi di cui dispone. La notevole capacità di mobilitazione del centro Askatasuna ha agito frequentemente come contropotere popolare, e questa è stata la ragione definitiva per tentare di distruggerlo: il capitale ammette un solo potere, il proprio, nessun altro. Bisognava distruggere Askatasuna, i suoi risultati e le sue lezioni, per impedire che sorgano sempre più Askatasuna. EUSKAL HERRIA 26 dicembre 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito alcuni comunicati di solidarietà dal mondo di lingua spagnolo: Redazione di Insurgente.org: https://insurgente.org/comunicado-de-solidaridad-ante-el-desalojo-del-centro-social-askatasuna-de-turin-e-info/ Nación Andaluza: https://nacionandaluza.org/2025/12/23/nacion-andaluza-en-solidaridad-con-el-centro-social-askatasuna-de-turin/ Arborea Andaluza: https://arborea-andaluza.org/comunicado-de-solidaridad-ante-el-desalojo-del-centro-social-askatasuna-de-turin Argentina Coordinadora Segunda Independencia: https://www.convocatoriasegundaindependencia.com/nota/965/SOLIDARIDAD-INTERNACIONALISTA-CON-LOS-CAMARADAS-DEL-CENTRO-SOCIAL-OCUPADO-Y-AUTOGESTIONADO-ASKATASUNA-DE-TUR%C3%8DN,-ITALIA Cuba Informaciòn TV: https://www.cubainformacion.tv/la-columna/20251223/119726/119726-askatasuna-de-turin-y-la-caida-del-arbol-de-navidad
Come i fondi di investimento “verdi” finanziano le armi
Gli investimenti Esg nelle aziende della difesa hanno subìto un’impennata negli ultimi anni fino a raggiungere i 50 miliardi di euro, sull’onda delle pressioni congiunte dell’industria bellica e della Commissione europea. ** di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino (*) «La guerra è pace, la pace è guerra». Insieme all’industria della difesa, la commissione europea sembra aver fatto proprio lo slogan più famoso del distopico 1984 di George Orwell per convincere i mercati finanziari che la produzione di armi può essere considerata sostenibile. L’obiettivo: aprire all’industria della difesa le porte del crescente mercato degli investimenti sostenibili o Esg (che promuovono attività ecologiche, sociali o di buona governance), il segmento “verde” della finanza europea che attira capitali globali per settemila miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Morningstar. Attraverso un linguaggio calibrato, documenti strategici e una serie di incontri ufficiali, Bruxelles ha progressivamente ampliato il concetto di “sostenibilità”, fino a includere nel suo perimetro settori apparentemente estranei quali la difesa e la sicurezza. Come rivela questa inchiesta coordinata da Voxeurop, in collaborazione con IrpiMedia, Mediapart ed El Pais, il fenomeno è già in piena attività, e in continua crescita. Produttori di droni come la francese Safran, di bombe come la tedesca Rheinmetall, e di carri armati come la britannica Bae Systems, ricevono miliardi di investimenti “verdi” da asset manager di tutto il mondo autorizzati ad operare nei mercati europei. Persino Elbit Systems, primo produttore di armi israeliano e direttamente coinvolto nella guerra a Gaza, figura oggi in fondi di transizione climatica o Esg. Così i piccoli risparmiatori europei potrebbero essersi trovati a finanziare quello che le Nazioni Unite hanno definito come un genocidio nella striscia di Gaza. 50 miliardi di fondi “verdi” finiti in carri armati e droni militari In soli quattro anni, gli investimenti “verdi” nell’industria bellica sono più che triplicati. Da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a 49,8 miliardi nel 2025. Tra il 2024 e il 2025 la quota di investimenti nel settore è raddoppiata, secondo dati che abbiamo estratto dalla London Stock Exchange Group, una piattaforma internazionale di dati finanziari. L’inchiesta analizza i dati sugli investimenti verdi in 118 tra le società del settore della difesa quotate in borsa con la maggiore capitalizzazione al mondo, cioè quelle con maggior valore di mercato. Abbiamo anche analizzato 3.037 fondi che dal 2021 al 2025 hanno inserito titoli del settore della difesa nei loro portafogli “verdi”. Investimenti “verdi” nelle armi Il totale degli investimenti cosiddetti “verdi” nel settore Difesa dal 2021 al 2025. ++ Gli investimenti “verdi” sono quelli disciplinati dal Regolamento europeo relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (detto Sfdr) in vigore dal 2021, che disciplina gli investimenti che promuovono «caratteristiche  ambientali e/o sociali» (articolo 8) e quelli che devono essere propriamente «sostenibili» (articolo 9). Si applica a tutte le istituzioni finanziarie attive nel mercato dell’Unione europea. Dal 2021 al 2025 il valore di mercato di tutte le società oggetto dell’analisi è raddoppiato raggiungendo i 3.000 miliardi di euro, l’equivalente del pil della Francia nel 2024. Solo nel 2025 circa 769 fondi “verdi” hanno accumulato profitti per sette miliardi di euro tra compravendita di azioni e distribuzione di dividendi da parte delle società attive nella difesa. Nicola Koch, dell’Osservatorio sulla Finanza Sostenibile, commenta così questo aumento: «In questo periodo le aziende della difesa hanno generato forti profitti e investire è diventato conveniente. Tuttavia, i produttori di armi non dovrebbero rientrare nella definizione di investimenti sostenibili perché la funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire, distruggere o uccidere, generando così impatti negativi sulla vita umana e sugli ecosistemi che non sono in linea con i principi dello sviluppo sostenibile». Le aziende di armi che stanno beneficiando dei fondi Esg Nel 2025 sono 104 le società che si sono spartite i 49,8 miliardi di euro di investimenti “verdi” offerti da società di gestione del risparmio. Metà di questa somma è andata a 27 società europee. La prima è la francese Safran, con 5,6 miliardi di euro, segue la tedesca Rheinmetall con quattro miliardi. Tra le dieci società della difesa che attirano più investimenti verdi ci sono anche la tedesca MTU Aero Engines, l’italiana Leonardo, la filiale olandese di Airbus, la francese Thales, la spagnola Indra, la svedese Saab e le britanniche Rolls Royce e BAE Systems. Secondo recenti studi, BAE Systems produrrebbe una varietà di armi utilizzate dall’esercito israeliano nelle operazioni di guerra a Gaza, tra cui l’Obice Semovente M109, prodotto con Rheinmetall. Rolls Royce, che controlla la filiale tedesca MTU è invece fornitore di componenti ingegneristiche di carri armati israeliani che secondo recenti inchieste avrebbero ucciso civili innocenti a Gaza. Armi “sostenibili” Le prime 15 società della difesa che hanno ricevuto investimenti “verdi” nel secondo trimestre 2025. Uscendo dai confini europei le società statunitensi fanno da padrone: fabbricanti di armamenti come Howmet Aerospace, General Electric, Axon, Boeing, TransDigm e RTX dominano la classifica, attirando 13 miliardi di euro sui 18 destinati agli investimenti fuori dall’Unione europea. Fondi “sostenibili” I primi 15 asset manager per investimenti “verdi” nel settore difesa nel secondo trimestre 2025. Le scomode domande del manager di banca alla Commissione europea Tommy Piemonte è un ex-manager della banca tedesca Pax-Bank für Kirche und Caritas (Banca della pace per la chiesa e la carità). Metà italiano e metà tedesco, da anni lavora nel campo della finanza sostenibile. Il 27 novembre 2024 ha partecipato a un incontro organizzato dalla Commissione europea: il Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue, intitolato Investire nella difesa e nella sicurezza dell’Ue: una nuova priorità politica. L’incontro aveva un obiettivo preciso: sottolineare la necessità di aprire le porte dei fondi sostenibili all’industria della difesa. In qualità di rappresentante di una banca etica e membro dell’associazione per lo sviluppo sostenibile Shareholders for Change, Piemonte si aspettava risposte chiare dalla Commissione. Invece, è stato espulso dall’evento dopo aver messo in discussione la presunta “sostenibilità” del settore della difesa. Lo abbiamo sentito pochi mesi dopo, a gennaio, per farci raccontare cosa è accaduto. All’incontro – che riuniva funzionari della Commissione, rappresentanti dell’industria bellica e operatori finanziari – Piemonte, collegato online, ha posto alcune domande semplici: «Perché pensate che sia così importante per l’industria delle armi essere etichettata come sostenibile?». L’ultima delle sue osservazioni, disponibile nella ricostruzione che ci ha fornito, gli è costata l’espulsione: «Non evitate le mie domande solo perché vi sembrano troppo critiche». La ricostruzione è stata confermata da Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica, anche lui presente al Forum: «Quasi tutti i relatori hanno ripetuto lo stesso slogan: non c’è sostenibilità senza sicurezza. È un tentativo esplicito di dimostrare che la finanza sostenibile è compatibile con il settore della difesa», ha spiegato. «Come se io fossi vegetariano e al ristorante mi servissero una bistecca, dicendo che da oggi tutte le bistecche sono vegetariane». Un rapporto interno della Commissione rivela invece che gli organizzatori erano soddisfatti: hanno apprezzato le «discussioni produttive sulle sfide e le opportunità di investimento» nell’ambito di un incontro che avrebbe promosso «il dialogo tra il settore finanziario, la Commissione e l’industria sugli incentivi agli investimenti nel settore della difesa». Le slide dell’evento, che abbiamo ottenuto in esclusiva, confermano questo messaggio. Diversi dipartimenti della Commissione – dalle Direzioni generali per la difesa e lo spazio a quella per la stabilità finanziaria – affermano che i produttori di armi possono essere inclusi nei fondi “verdi” senza violare alcuna normativa. Anne Fort, vice capo di gabinetto del commissario europeo per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius, ha dichiarato che «il quadro finanziario sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa». Joanna Sikora-Wittnebel, responsabile per la finanza sostenibile nella Direzione generale per la stabilità finanziaria, ha aggiunto: «Il quadro finanziario sostenibile dell’Ue è compatibile con gli investimenti nella difesa», sottolineando in una slide che «l’Sfdr è neutrale dal punto di vista settoriale». Nessun danno significativo Secondo la finanza sostenibile europea un investimento non deve recare danni significativi agli obiettivi di sostenibilità. Per questo motivo la Commissione ha fornito una lista di indicatori chiamati «Principali impatti negativi delle decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità» (Principal adverse impacts of investment decisions on sustainability factors). L’unica menzione del settore militare nell’ambito di questi indicatori è quello di esposizione ad armi controverse. Il 26 novembre, inoltre in Parlamento europeo è stata approvata la proposta della Commissione, di sostituire il termine “armi controverse” con il termine “armi vietate”, escludendo di fatto solo quattro categorie dai fondi sostenibili: le mine antiuomo, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche. Le armi all’uranio impoverito, le armi laser accecanti, frammenti non rilevabili, le armi incendiarie come il fosforo bianco, e i sistemi d’arma autonomi letali, meglio conosciuti come robot killer sono finanziabili con investimenti sostenibili. Per la normativa tutte queste altre armi non provocherebbero danni significativi. Questi indicatori non includono inoltre le armi atomiche. Come le armi sono diventate sostenibili in Europa La campagna per far riconoscere l’industria della difesa come sostenibile inizia già nel 2021, anno dell’entrata in vigore dell’Sfdr. In ottobre l’Associazione europea delle industrie aerospaziali, della sicurezza e della difesa (Asd) – che riunisce le principali aziende al centro di questa inchiesta tra cui Safran, Airbus, Rheinmetall, Leonardo, e BAE Systems – ha pubblicato un articolo che dettava la linea per includere la produzione bellica negli investimenti verdi. «La difesa è una componente essenziale della sicurezza, e la sicurezza costituisce il presupposto per la pace, la prosperità, la cooperazione internazionale e lo sviluppo economico e sociale», scriveva l’allora segretario generale Jan Pie, aggiungendo: «Contribuendo a garantire la sicurezza, i produttori europei del settore della difesa danno di fatto un contributo fondamentale a un mondo più sostenibile». L’articolo denunciava le restrizioni che i fondi “verdi” delle banche imponevano alle imprese militari. L’obiettivo era accreditare la difesa nel settore Esg e chiedere alle istituzioni europee di diffondere quel messaggio, semplificando al tempo stesso i criteri di esclusione adottati dalla Banca europea per gli investimenti. La narrativa si è diffusa anche tramite iniziative nazionali. Un gruppo di rappresentanti del settore della difesa provenienti da Germania, Finlandia, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia ha pubblicato un comunicato dal titolo Non c’è sostenibilità senza difesa e sicurezza, richiamando il linguaggio dell’Asd. L’urgenza del settore di entrare nel mercato degli investimenti “verdi” emerge anche dai documenti interni. Il resoconto degli incontri tra i lobbisti della difesa e la commissione europea – che abbiamo ottenute dopo una lunga e complessa richiesta di accesso agli atti – rivela chiaramente il tono delle pressioni. In uno di questi incontri, nel marzo 2021, l’Asd lamentava che i «prodotti finanziari verdi escludono sempre più la difesa e ne limitano l’accesso ai finanziamenti». A novembre dello stesso anno Alessandro Profumo, ad di Leonardo – azienda italiana produttrice, tra l’altro, di munizioni d’artiglieria a lungo raggio e sistemi di artiglieria navale – ha incontrato Timo Pesonen, dg per l’industria della difesa e lo spazio della commissione europea. In quella riunione, spiega una minuta che abbiamo ottenuto, Profumo «ha espresso preoccupazione per il fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla tassonomia dell’Ue per le attività sostenibili». Questo fronte coordinato ha gradualmente trovato ascolto e supporto a Bruxelles, con un’impennata dopo l’invasione su larga scala della Russia all’Ucraina. Nel febbraio 2022, una settimana prima che cominciasse l’“operazione speciale” russa, una comunicazione della Commissione al parlamento europeo chiedeva con urgenza maggiori fondi al settore della difesa per via delle crescenti tensioni ai confini ucraini, aggiungendo poi: «È altrettanto importante garantire che altre politiche orizzontali, quali le iniziative in materia di finanza sostenibile, rimangano coerenti con gli sforzi dell’Unione europea volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti». L’invasione a tutto campo ha rafforzato gli argomenti dell’industria, anche in ambito finanziario: «Dall’invasione russa dell’Ucraina, il valore delle azioni delle società europee operanti nel settore della difesa, in precedenza depresso, ha registrato una notevole ripresa», scrive l’Asd nell’ottobre 2022. In questa nota suggerisce che la Commissione e le autorità di vigilanza europee competenti emanino linee guida per chiarire che i gestori del risparmio non debbano rendere pubblici gli impatti negativi degli investimenti in società europee del settore della difesa che non siano coinvolte nelle quattro categorie di armi vietate. Il testo sembra anche riconoscere l’avversione del pubblico nei confronti degli investimenti militari: «Fino a quando e anche quando il pregiudizio normativo sarà eliminato, l’Asd teme che i gestori patrimoniali possano continuare ad attuareesclusioni nel settore della difesa, in particolare a causa della pressione dell’opinione pubblica o dei requisiti specifici per gli investitori». L’Asd chiede dunque un ancora più intenso supporto politico da parte delle istituzioni europee, scrivendo che occorre «intensificare le azioni volte a convincere i gestori patrimoniali che l’Unione e i suoi stati membri sostengono le imprese del settore della difesa e sono determinati a garantire loro l’accesso ai finanziamenti privati». Un anno dopo la posizione dell’Asd viene ribadita quasi parola per parola in una nota della Commissione europea: «La Commissione riconosce la necessità di garantire l’accesso ai finanziamenti e agli investimenti, anche da parte del settore privato, per tutti i settori strategici, in particolare l’industria della difesa che contribuisce alla sicurezza dei cittadini europei». «La riabilitazione del settore della difesa nell’immaginario collettivo e successivamente nel quadro normativo è stato il frutto di una sapiente, sofisticata e coordinata strategia di comunicazione e lobbying da parte dei campioni industriali nazionali e associazioni di categorie», così ha commentato  a Voxeurop Alberto Alemanno, professore universitario e fondatore di The Good Lobby. Il processo si completa nel 2024, con la Strategia industriale europea per la difesa. Nel documento la Commissione afferma che nessuna norma ostacola gli investimenti privati nel settore militare e riprende apertamente lo slogan coniato tre anni prima: «L’industria della difesa dell’Unione contribuisce in modo determinante alla resilienza e alla sicurezza dell’Unione e, di conseguenza, alla pace e alla sostenibilità sociale. In tale contesto, il quadro dell’Ue per la finanza sostenibile è pienamente coerente con gli sforzi dell’Unione volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti. Esso non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa» Elbit Systems, dai fondi verdi alla guerra a Gaza Prima del 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas su Israele e inizio della risposta israeliana, il valore di un’azione di Elbit Systems ruotava sui 200 dollari. Oggi il valore è più che raddoppiato, raggiungendo quota 480 dollari. Il suo rapporto di bilancio del 2024 descrive chiaramente il ruolo attivo di Elbit nella fornitura di armi all’esercito israeliano: «Dall’inizio della guerra, Elbit Systems ha registrato un aumento significativo della domanda dei propri prodotti e soluzioni da parte del ministero della difesa israeliano rispetto ai livelli precedenti al conflitto […] Nel corso del 2024, la società si è aggiudicata contratti dal ministero per un valore complessivo di oltre 5 miliardi di dollari». Come ha già dimostrato il centro Action on Armed Violence, numerose armi prodotte da Elbit Systems, tra cui bombe e proiettili, sono state usate a Gaza durante l’operazione Iron Sword. Non solo: con la guerra Elbit ha avuto modo di sperimentare l’uso dell’intelligenza artificiale (ia) e innovare i propri prodotti. Lo conferma un’intervista ad Haim Delmar, direttore generale della divisione C4I & Cyber di Elbit Systems, pubblicata sul sito della stessa: «L’intelligenza artificiale generativa è più importante della rivoluzione di internet. Il suo impatto sul processo decisionale in campo militare sta appena cominciando a manifestarsi. In questa guerra abbiamo visto il suo potenziale: elaborare informazioni di intelligence a una velocità senza precedenti. E questo è solo l’inizio». Nel 2025 sono stati 25 i fondi “verdi” che hanno investito complessivamente 23 milioni di euro nella società israeliana. Tra questi compaiono un fondo “ESG Ottimizzato” offerto dalla VP Bank del Liechtenstein, venduto anche in Germania, o il “BGF Climate Transition” offerto da BlackRock Investment Management UK, venduto in diversi paesi Ue. Altri fondi “verdi” che investono milioni in Elbit come il Fidelity Global Multiasset, dichiarano di utilizzare criteri di investimento Esg o di escludere aziende che violino i principi del Global Compact delle Nazioni Unite, il cui primo articolo recita: «Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale». ** (*) Tratto da Irpimedia. Questa inchiesta collaborativa è stata coordinata da Voxeurop, in collaborazione con El País, IrpiMedia e Mediapart. La produzione di questa inchiesta è sostenuta da un grant del fondo IJ4EU. ***
Qesser Zuhrah: la studentessa che potrebbe presto diventare la più giovane persona a morire in uno sciopero della fame nel Regno Unito
Giunta al cinquantesimo giorno di rifiuto del cibo, la manifestante di Palestine Action detenuta in carcere, Qesser Zuhrah, è ora in pericolo di vita da Les Enfants Terribles Oggi è il cinquantesimo giorno dello sciopero della fame di Qesser Zuhrah, iniziato dopo oltre un anno trascorso nel carcere di HMP Bronzefield, nel Surrey, dove attende il processo. In un appunto scritto dal letto d’ospedale, dopo essere stata trasferita in ambulanza, ha raccontato che le guardie le avevano chiesto perché si rifiutasse di mangiare. «Forse si stavano vergognosamente interrogando su ciò che significavano la catena al mio braccio destro e la flebo a quello sinistro», ha scritto. «Tutto ciò che vogliamo è poter tornare a casa, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità. Una casa per noi e una casa per il popolo palestinese». La polizia antiterrorismo ha arrestato Zuhrah nel novembre dello scorso anno con l’accusa di rapina aggravata, danneggiamento criminale e disordini violenti, nell’ambito di un’azione di Palestine Action contro un centro di ricerca nel Regno Unito di proprietà del maggiore produttore di armi israeliano, Elbit Systems. Per alcuni è una prigioniera politica che prende posizione contro quella che ritiene la complicità del governo britannico in un genocidio. Per altri è una giovane fuorviata, sospettata di terrorismo, che mette a rischio la propria vita in un atto di politica simbolica. Esiste ora un rischio imminente che Zuhrah, che ha compiuto 20 anni in carcere lo scorso gennaio, diventi la persona più giovane a morire durante uno sciopero della fame in una prigione del Regno Unito, e la prima a farlo senza processo né condanna. «Abbiamo parlato molte volte di tutti i possibili esiti – e anche della morte – sedute l’una di fronte all’altra, con il tavolo del carcere tra noi e entrambe spaventate», ha detto Ella Moulsdale, migliore amica di Zuhrah e sua compagna di studi all’University College London. «C’è sempre il rischio di morire», ha aggiunto Moulsdale, spiegando che la frequenza cardiaca a riposo dell’amica aveva raggiunto i 127 battiti al minuto (la norma è tra i 60 e i 100 bpm). «Stai portando il tuo corpo a un livello di fame che non dovrebbe mai raggiungere e per cui non è fatto, un punto in cui il corpo inizia a divorare se stesso». Zuhrah, studentessa al secondo anno di scienze sociali, ha quattro fratelli più piccoli, uno dei quali, Salaam Mahmood, 19 anni, è detenuto nel carcere di HMP Belmarsh con l’accusa di aver preso parte a un’azione di Palestine Action. Non ha parlato pubblicamente dei suoi genitori. Moulsdale, 21 anni, sta agendo come parente di riferimento. Ha raccontato che quando si sono conosciute «aveva questa energia contagiosa: una diciannovenne frizzante e divertente che cambiava l’atmosfera di una stanza». «Tutti la conoscono come una persona coraggiosa, e lo è, ma poi mi telefona dalla sua cella dicendo: “Ciao, c’è un ragno. Che faccio? Aiutami a farlo uscire”». Zuhrah è una delle cinque persone in sciopero della fame, di età compresa tra i 20 e i 31 anni, in attesa di processo per presunti reati legati alle campagne di Palestine Action. Tutte rifiutano il cibo da almeno 42 giorni e stanno sviluppando complicazioni sanitarie sempre più gravi. Tra loro c’è Teuta Hoxha, 29 anni, al 43° giorno del suo secondo sciopero della fame negli ultimi mesi. Amu Gib, 30 anni, è al 50° giorno, mentre Heba Muraisi è al 49°. Il governo ha rifiutato di interloquire con i detenuti o con i loro avvocati in merito a una lista di richieste che comprende la libertà su cauzione, la fine di quella che definiscono censura delle loro comunicazioni, l’annullamento della decisione di mettere al bando Palestine Action come organizzazione terroristica e la chiusura delle varie attività di Elbit nel Regno Unito. Gli avvocati dei detenuti stanno valutando un’azione legale, sostenendo che le linee guida del Ministero della Giustizia (MoJ) in materia di scioperi della fame prevedono che un rappresentante del governo – un alto funzionario o un superiore – debba incontrarli o accettare di operare tramite un mediatore per risolvere la situazione. James Timpson, ministro per le carceri, ha cercato di minimizzare le pressioni della campagna, esplose la scorsa settimana quando le famiglie degli scioperanti hanno tenuto una conferenza stampa descrivendo il rapido deterioramento delle loro condizioni. Timpson ha affermato che il servizio penitenziario è «molto esperto nella gestione degli scioperi della fame» e che nelle carceri britanniche se ne registrano in media più di 200 all’anno. Questa cifra si baserebbe su dati relativi ai «rifiuti di mangiare», categoria che comprende tutti i detenuti che hanno rifiutato il cibo per 48 ore, o liquidi e cibo per 24 ore. Secondo dati governativi, otto uomini sono morti in carcere tra il 1999 e il 2022 dopo aver rifiutato il cibo. Nessuna donna è morta nello stesso periodo. Una fonte del MoJ ha dichiarato che i detenuti sono stati posti in custodia cautelare da un giudice e che non spetta al dipartimento interferire. Una fonte di alto livello del sistema carcerario ha detto: «Sono oltre i 40 giorni. Potrebbero provocarsi danni irreparabili. Sono davvero preoccupato che molte persone stiano incoraggiando dei giovanissimi a fare cose davvero stupide. Si sono messi con le spalle al muro, questi ragazzi», ha aggiunto, affermando che il governo sta prendendo la questione seriamente ma senza mostrare segni di voler cedere per primo. Non è chiaro se una donna sia mai morta in una prigione del Regno Unito durante uno sciopero della fame come atto di protesta, ma Mary Jane Clarke, una suffragetta, morì il giorno di Natale del 1910, due giorni dopo aver trascorso un mese in carcere per aver infranto una finestra. Iniziò uno sciopero della fame e venne alimentata forzatamente, pratica che si ritiene collegata alla sua morte per emorragia cerebrale. L’alimentazione forzata dei detenuti capaci di rifiutare razionalmente il cibo è considerata un atto di tortura dagli anni Settanta. Kerry Moscogiuri, di Amnesty International UK, ha invitato il governo a «fare tutto ciò che è in suo potere per porre fine a questa terribile situazione». Moulsdale, che è in contatto quasi quotidiano con Zuhrah, ha detto di credere che l’amica sia determinata a proseguire lo sciopero della fame, ma ha aggiunto: «Voglio che viva. Voglio davvero che viva. E so che anche lei vuole vivere».
Repressione di Stato e complicità con il genocidio: colpire i palestinesi per servire Israele
Riprendiamo da Osservatorio repressione Colpire i palestinesi in Italia per coprire il genocidio a Gaza. La criminalizzazione della solidarietà come arma politica al servizio israeliano. Ancora una volta lo Stato italiano colpisce le organizzazioni palestinesi presenti nel nostro Paese. Nove persone arrestate, la solita accusa di “sostegno a Hamas”, il solito copione costruito per criminalizzare un intero popolo e spezzare il movimento di solidarietà con la Palestina. Questa volta il pretesto sono presunti finanziamenti, diretti o indiretti, che alcune associazioni avrebbero inviato a Gaza. Ma il quadro politico è chiarissimo: non siamo davanti a un’operazione di giustizia, bensì a un atto di repressione politica funzionale agli interessi dello Stato di Israele. Non entreremo nel merito dell’inchiesta giudiziaria. Quello che conta è il contesto: un governo italiano totalmente subalterno al governo genocida di Netanyahu, complice sul piano militare, economico e diplomatico dello sterminio in corso del popolo palestinese. Mentre l’Italia rafforza gli accordi commerciali e militari con Israele, mentre Leonardo continua a produrre e vendere armi che alimentano il massacro di Gaza, le forze di polizia vengono utilizzate come manganello politico contro contro chiunque esprima solidarietà con il popolo palestinese. Il doppio standard è disgustoso. Il ministro Piantedosi non ha mai mosso un dito per indagare sui cittadini italiani con doppio passaporto israeliano che hanno partecipato alle operazioni militari a Gaza, nonostante interrogazioni parlamentari precise. Nessuna parola, nessuna indagine. Nessun problema, invece, a garantire vacanze tranquille in Italia ai militari israeliani, protetti dalla polizia mentre il loro esercito rade al suolo Gaza. Questo è il senso reale della “lotta al terrorismo” del governo Meloni: protezione totale per chi massacra, repressione per chi solidarizza. Il messaggio politico è limpido: il genocidio dei palestinesi viene presentato come “legittima difesa”, mentre la resistenza di un popolo oppresso e ogni forma di sostegno umanitario o politico vengono automaticamente marchiate come terrorismo. È la narrativa di Israele, ripetuta parola per parola dal governo italiano. Questa operazione repressiva ha un obiettivo preciso: colpire e intimidire il movimento di solidarietà con la Palestina, che negli ultimi mesi ha riempito le piazze, bloccato le città, messo in discussione la complicità italiana con il sionismo. Mentre i media oscurano il genocidio in corso, amplificano gli arresti per costruire un teorema infame: milioni di persone scese in piazza sarebbero manovrate dal terrorismo. Una menzogna utile solo a giustificare la repressione. Ma il vero terrorismo è quello praticato dallo Stato di Israele, con la copertura e il sostegno attivo delle potenze occidentali. È il terrorismo dei bombardamenti, dell’assedio, della fame usata come arma di guerra. È il terrorismo di chi oggi spinge il mondo verso una nuova fase di riarmo generalizzato e di guerra permanente. Gli arresti di oggi puzzano di complicità fino in fondo. Quando verranno arrestati i vertici di Leonardo per concorso nei crimini di guerra? Quando verranno indagati i ministri che firmano accordi militari con Israele? Per questo governo, come ha ammesso Tajani, “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Vale pochissimo quando Israele bombarda ospedali, scuole e campi profughi. Vale tantissimo, invece, quando c’è da colpire attivisti, associazioni, manifestazioni di piazza. Se l’accusa contro i palestinesi arrestati è quella di aver avuto rapporti con istituzioni locali della Striscia di Gaza per consegnare aiuti umanitari, allora bisognerebbe arrestare anche funzionari dell’ONU, della UE e di tutte le ONG internazionali che operano sul territorio. Equiparare sindaci, ospedali, scuole e strutture umanitarie palestinesi a “emanazioni terroristiche” non è una tesi giuridica: è propaganda di guerra. È la stessa tesi del governo israeliano, che considera ogni palestinese di Gaza un nemico da eliminare. Ed è gravissimo che lo Stato italiano la faccia propria. Aspettiamo di vedere le prove di questo teorema giudiziario, perché dalle dichiarazioni entusiaste della destra di governo emerge chiaramente la natura politica di questa operazione. Serve a criminalizzare la solidarietà, a intimidire chi lotta, a spezzare un fronte di opposizione che negli ultimi mesi è cresciuto nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze. La solidarietà non è terrorismo. Il problema è che non esiste alcuna indagine autonoma delle autorità italiane: l’inchiesta si basa su documenti forniti dallo Stato di Israele. Uno Stato che non ammette controlli indipendenti e che accusa di complicità con Hamas chiunque osi criticarlo. Questo non è diritto, è sudditanza coloniale. Mohammed Hannoun e gli altri arrestati sono accusati di aver finanziato Hamas per milioni di euro. Ma dagli stessi atti emerge che quei fondi sarebbero stati destinati a istituzioni pubbliche di Gaza, riconosciute dalla comunità internazionale. Israele le considera illegali, ma non le Nazioni Unite. Da quando l’Italia applica i criteri giudiziari di uno Stato genocida? Da anni è in corso una campagna politica e mediatica contro Hannoun e contro le associazioni palestinesi in Italia. Giornali di destra, ambienti sionisti e loro terminali istituzionali hanno lavorato a lungo per costruire il bersaglio. Oggi quella campagna trova il pieno sostegno del governo Meloni, che applaude e incoraggia la repressione. È l’ennesima conferma della complicità strutturale dell’Italia con la politica genocida di Israele. Il governo ha scelto: repressione, criminalizzazione, obbedienza agli interessi israeliani. È la risposta a un’opposizione sociale e politica che cresce contro la guerra, contro il riarmo, contro una finanziaria di guerra che taglia tutto tranne le spese militari. Le mobilitazioni dell’autunno e la due giorni del 28 e 29 novembre hanno fatto paura. E oggi arriva la repressione. La complicità con Israele non è un incidente: è un pilastro della strategia dell’Occidente imperialista. Per questo colpiscono i palestinesi. Per questo colpiscono la solidarietà. Ma la repressione non fermerà chi sta dalla parte giusta della storia.
SIRIA. Aleppo, i miliziani legati alla Turchia sparano sui quartieri curdi
Aleppo torna nuovamente a essere teatro di scontri tra le forze di sicurezza siriane e le SDF (Syrian Democratic Forces), la coalizione a guida curda. Gli scontri sono avvenuti nei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud, nel nord della città di Aleppo. Entrambi i quartieri sono a maggioranza curda e sotto il controllo delle SDF. di Silvia Casadei, da Pagine Esteri Le sparatorie cominciate il 22 dicembre, proseguite durante la notte, hanno ucciso due persone e ferito almeno 15 civili secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa siriana SANA. Testimoni hanno riferito che sono state le fazioni Hamzat e Amshat, recentemente unite all’esercito siriano, ad aver attaccato i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh bombardandoli con carri armati e armi pesanti. Si tratta di milizie armate filo-turche, attive soprattutto nel nord del Paese, nelle aree di Afrin, Azaz, al-Bab e Jarablus. Formalmente ora rientrano nelle strutture dell’Esercito Nazionale Siriano, ma nella pratica continuano a operare anche come gruppi autonomi. Di ispirazione sunnita, si sono distinte per espropri di case e terreni ai danni di famiglie curde, violenze contro donne e civili e per l’inserimento nelle proprie file di ex combattenti jihadisti. Inoltre le forze di sicurezza legate a Damasco avrebbero preso di mira depositi di armi e cercato di intercettare spedizioni di armamenti destinate, pare, alle SDF, come riportato dal giornale libanese The Cradle. Gli scontri a fuoco seguono quelli verificatisi poco più di due mesi fa sempre ad Aleppo, iniziati l’8 ottobre nell’area della diga di Tishrin e poi estesi al centro urbano. Si conclusero due giorni dopo con la firma di un cessate il fuoco e con l’impegno, da entrambe le parti, a rispettare gli accordi firmati il 10 marzo 2025. L’accordo di marzo stabiliva, tra i vari punti, che le strutture militari delle forze curde si sarebbero dovute integrare all’interno dell’esercito siriano entro la fine del 2025. Un’intesa che, dopo i primi mesi, ha conosciuto una fase di stallo, legata anche alla diffidenza delle istituzioni curde nei confronti del governo centrale di Damasco, a seguito dei massacri perpetrati contro le minoranze alawita e drusa, ma che, dopo gli scontri di ottobre, sembrava aver riaperto uno spazio negoziale, con la ripresa di contatti diretti tra le due leadership. Nell’attuale partita tra Damasco e le forze curde sta giocando un ruolo importante anche il pressing del governo turco, rafforzato dalla visita del ministro degli Esteri Hakan Fidan, attualmente a Damasco. Ankara ha infatti da sempre considerato le forze curde in Siria come una propaggine del PKK, classificandole come forze ostili e “terroristiche”. È stato proprio il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, a lanciare una velata minaccia alla leadership delle SDF, affermando in un comunicato del 18 dicembre che «la pazienza di Ankara nei confronti delle SDF stava finendo», dichiarando di aspettarsi una piena integrazione delle forze curde nell’esercito siriano entro la fine del 2025. Nel medesimo comunicato, il ministro aveva inoltre dichiarato, in riferimento all’accordo del 10 marzo: «Tutti si aspettano che venga rispettato senza alcun ritardo o modifica, perché non vogliamo vedere alcuna deviazione da esso», facendo esplicito riferimento alle forze curde. L’appoggio di Ankara all’attuale governo siriano è un’alleanza nata da tempo, fatta di sovvenzioni e supporto logistico, che ha visto la Turchia tra i maggiori sostenitori del governo di Ahmed al-Sharaa già prima della presa del potere dell’8 dicembre 2024. Non a caso, nel governatorato di Idlib, roccaforte dell’ormai “defunto” (a parole) HTS, la moneta principale è la lira turca, così come le linee telefoniche mobili sono agganciate a ripetitori turchi. A ciò si aggiunge la presenza di diverse basi militari che, anche a seguito dell’occupazione del cantone di Afrin nel 2019 con l’operazione “Ramoscello d’Ulivo”, ha segnato in modo stabile la presenza turca nel nord-ovest della Siria. Nella giornata del 23 dicembre, il ministero della Difesa siriano e la controparte curda avrebbero ordinato la sospensione degli attacchi. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale dello Stato siriano, l’ordine di sospensione mirerebbe a limitare gli scontri e ad allontanarli dalle aree civili. Nonostante l’apertura di questa nuova fase di “non aggressione”, appare ancora molto lontana l’implementazione reale degli accordi del 10 marzo, che sembrano configurarsi più come un atto simbolico che come una reale possibilità di accordo.