Circa 26 feriti, due molto gravi, con un trauma alla testa, e più di una decina
di arresti è il saldo dei gravi scontri che si sono registrati questo sabato nel
paese di San Julián, nel dipartimento di Santa Cruz, quando agenti di polizia,
militari e gruppi civili di scontro come l’Unione Giovanile Cruceñista (UJC)
hanno tentato di sbloccare la strada che unisce la capitale del Santa Cruz con
il Beni.
Da comitato Carlos Fonseca
L’operazione di polizia e militare è iniziata circa alle 5.30 del mattino, con
più di un centinaio di agenti, con l’uso indiscriminato di gas lacrimogeni, di
pallini, e con alla testa gruppi di scontro di civili, che appartengono alla
UJC, e che erano armati di machete, bastoni ed esplosivi, apparentemente forniti
dal governo.
Nel tentativo di sbloccare la strada a quell’ora del mattino, ai blocchi, non
c’erano più di 60 persone, nonostante ciò, nella misura in cui passavano le ore,
gli abitanti di San Julián, principalmente giovani, li hanno rinforzarti e
allora si sono registrati gli scontri.
Nonostante l’eccessivo uso della forza, di gas e pallini, e gruppi di civili, la
strada è rimasta bloccata, non è stato possibile sgombrala. Sul posto si
trovavano due ministri dello stato, che all’inizio hanno detto che non sarebbe
stato permesso di “bloccare la Bolivia”, ma un’ora dopo erano scomparsi dal
luogo.
I due feriti gravi, un abitante e l’altro un poliziotto, sono stati soccorsi e
trasferiti in ospedale. Nelle reti sociali, è diventato virale un video in cui
si vede un camioncino bianco dal quale sono stati effettuati spari con un’arma
da fuoco contro i contadini.
È stato denunciato che il veicolo appartiene ad un capo della polizia alla cui
guida c’era il tenente colonnello Robert Gabriel Ruiz Medina, capo
dipartimentale dell’ICIA – OP Santa Cruz, che sarebbe uno dei responsabili dei
feriti da arma da fuoco, il cittadino e il poliziotto.
La targa del veicolo, un camioncino bianco, è 3480-URK, marca Nissan, modello
March, anno 2011, di proprietà del Tcnl. Robert Gabriel Ruiz Medina.
Dopo gli scontri, gli abitanti sono entrati nella stazione di Polizia della
regione, l’hanno saccheggiata e successivamente l’hanno incendiata, dopo
l’intervento della polizia e dei militari in un blocco della zona.
Il comandante dipartimentale della Polizia di Santa Cruz, David Gómez, ha
informato che gli abitanti di San Julián sono entrati con la forza nel posto di
polizia di San Julián, hanno sottratto molte cose di valore e successivamente
gli hanno dato fuoco.
Dopo questi gravi fatti, la Centrale Operaia Boliviana (COB) in una
dichiarazione pubblica ha espresso la propria preoccupazione per la repressione
poliziesca e militare durante lo sblocco e ha accusato il governo di promuovere
uno stato di scontro nel paese.
Nel documento, l’organizzazione sindacale sostiene che le dichiarazione del
presidente Rodrigo Paz che incita la popolazione a partecipare agli sgomberi
sono sfociate con la presenza di gruppi di civili irregolari durante gli
interventi effettuati in diverse regioni.
Da parte sua, la Federazione Túpac Katari ha denunciato di fronte
all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), alla CIDH, alla Corte IDH, ad
Amnesty International e alla Federazione Internazionale dei Diritti Umani i
fatti registrati a San Julián questo sabato a San Julián.
L’organizzazione ha accusato l’Unione Giovanile Cruceñista di agire come gruppo
irregolare, la Polizia Boliviana di proteggere e trasportare i suoi membri, e il
Governo di autorizzare o avallare queste azioni delittuose.
Il consigliere municipale di San Julián, Daniel Sánchez, ha duramente criticato
le autorità nazionali, dipartimentali, e principalmente il governo, che ha
accusato di permettere eccessi contro la popolazione mobilitata.
Il consigliere ha denunciato l’uso della forza durante le operazioni. “Stanno
mirando a bruciapelo, hanno bombe molotov, hanno bottiglie di benzina e questo
non è giusto. Invito l’autorità a riconsiderare e che saranno responsabili di
tutto questo”, ha avvertito.
Anche la deputata del Partito Democratico Cristiano (PDC), Patricia Patiño,
visibilmente scossa e sul punto di piangere, ha denunciato che il Governo ha
agito contro la popolazione di San Julián, anche senza dichiarare lo stato
d’emergenza.
La parlamentare ha mostrato una fotografia della persona ferita alla testa che,
secondo quanto ha affermato, presentava l’impatto di un proiettile. “Hanno
risvegliato il leone addormentato. Cazzo, San Julián va rispettato”, ha
affermato
Il vicepresidente dello stato, Edmand Lara, da parte sua, attraverso un
comunicato, si è rivolto al presidente Rodrigo Paz e ai suoi ministri e ha detto
che “non si possono utilizzare dei civili per affrontare altri civili (…), né
“sostituire il dialogo con lo scontro”.
El Nuevo Cambio
07 giugno 2026
Resumen Latinoamericano
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Uniamo qualche punto per mettere a fuoco, nel contesto più ampio di
ristrutturazione del territorio in funzione della guerra, la recente notizia
riguardo la prospettiva di produzione di droni militari ad alta tecnologia a
Modena attraverso una partnership che vede Italia e Regno Unito collaborare
tramite la milanese Vigilar Group Spa e la britannica MGI Engineering Ltd, che
aprirà la sua sede italiana nella nostra provincia.
Di Kamo Modena
Dalla guerra in Ucraina al genocidio in Palestina, fino all’aggressione nei
confronti dell’Iran e ai bombardamenti indiscriminati contro il Libano: la
guerra imperialista passa anche dall’Italia e nello specifico da Modena,
nell’ottica di mettere a profitto per il comparto bellico il suo altissimo
potenziale innovativo e produttivo nel settore automotive.
Inchiestare per anticipare, organizzare per sovvertire: nel vuoto politico che
ci circonda, queste possono essere le parole d’ordine da rendere formule
politiche concrete per costruire un laboratorio delle lotte contro la guerra,
divenuta la cartina tornasole dell’attuale fase storica e politica e dei
profondi sconvolgimenti che ne conseguono.
> «Sebbene non ci siano fonti pubbliche chiare in materia, sembra che parte
> della sperimentazione militare che vede nella Cucchiara interlocutore
> strategico ruoti, oltre che nella cybersicurezza, intorno al mondo
> dell’aviazione e dei droni – un’arma, quest’ultima, avviata alla produzione di
> massa il cui potenziale è già stato sperimentato sui fronti ucraino e
> mediorientali, che sarà protagonista nei futuri scenari bellici come il
> carrarmato nella Seconda guerra mondiale – che incontra i vari tentativi di
> Confindustria e della Regione emiliano-romagnola a governo PD di sviluppare un
> distretto locale dell’aerospazio.»
Come largamente anticipato nel contesto dell’inchiesta sul «Laboratorio della
guerra» pubblicata a Luglio 2025, dal quale è tratto il passaggio sopraccitato,
è ormai in atto da anni una profonda ristrutturazione del tessuto produttivo
modenese.
La messa a valore delle competenze tecniche e tecnologiche ad alta
specializzazione, sedimentate nel corso di decenni di eccellenza nell’ambito del
comparto automotive, divengono ora l’ingrediente imprescindibile per una
progressiva riconversione strategica dell’industria e del territorio verso una
sempre più strutturata e diffusa «Fabbrica della guerra».
Il progressivo passaggio da Motor Valley a Drone Valley ne esemplifica in
maniera simbolica la direzione: un settore automobilistico fortemente in affanno
lascia spazio alla produzione di droni ad alta tecnologia per il rilancio del
profitto d’impresa tramite accordi di alto livello tra Stati (Italia-Regno Unito
in questo caso), che coinvolgono a monte governi, ministeri della difesa,
apparati di intelligence, amministratori delegati di imprese e multinazionali,
banche finanziarie, e a valle attori e facilitatori come associazioni di
categoria (di imprese e lavoratori), politica regionale e locale, e funzionari
dell’industria della formazione come la nuova rettrice Cucchiara.
Questo il contesto dal quale prende forma la collaborazione tra Italia e Regno
Unito, e in particolare tra Vigilar Group Spa di Milano e l’inglese MGI
Engineering Ltd, che vedrà la sua sede italiana aprire proprio a Modena, con
l’obiettivo di produrre 200 droni al mese.
Inutile riportare passo passo quanto riportato nei vari articoli; dalla guerra
in Ucraina (ma con gli occhi rivolti verso il Medio Oriente) come vettore per lo
sviluppo e produzione di droni militari a costi competitivi e alta precisione di
attacco, fino alla prospettiva di saldare partnership tra le imprese locali (e
l’università, aggiungeremmo) per rafforzare «una filiera completa, tra le poche
in Europa, capace di coprire tutti i livelli della catena del valore, dai grandi
integratori fino ai fornitori di componenti e servizi» (si veda il progetto
ERiS-Emilia-Romagna in Space, con base a Forlì), tramite i dovuti passaggi con
la Nato, passando per il rinnovamento dei compartimenti della difesa a livello
europeo.
Non secondario il ruolo che riveste all’interno delle due imprese l’intelligenza
artificiale, perno centrale sul quale la nuova direzione universitaria modenese
sta modellando progetti e prospettive, come dimostra la recente inaugurazione
del nuovo UniMORE AI Center. Rappresentare un polo di ricerca di spicco in
ambito AI significa infatti inserirsi nelle catene del valore internazionali,
attraendo capitali e investimenti dall’estero e fornendo know-how alle piccole e
medie imprese locali, spesso incapaci di rimanere al passo in termini di
innovazione tecnologica.
Per non ricadere in retoriche meramente moraliste e pacifiste o in effimere
reazioni e proclami di pancia, certamente non sufficienti a sovvertire la
fabbrica della guerra e renderla un laboratorio delle lotte dove sperimentare
nuove forme di organizzazione dentro e contro di essa, portiamo l’attenzione a
quella che sta già emergendo come la composizione tecnica di lavoratori e
studenti che la ristrutturazione in atto dovrà formare come figure chiave da
inserire nei propri ingranaggi produttivi, e da esse pensare e stimolare
organizzazione laddove forme di rifiuto e conflitto, anche ambivalenti, lo
suggeriscono: operai e tecnici qualificati, ingegneri e professionisti con
competenze nei settori dell’aerospazio, dell’elettronica, dei sistemi autonomi e
della difesa.
Da qui il metodo della conricerca per indagare e stare dentro alle
contraddizioni che innegabilmente si stanno già venendo a creare, come nuove
crepe nello strutturarsi della fabbrica della guerra sull’intero territorio
modenese, e da esse pensare e creare organizzazione laddove le forme di rifiuto
e conflitto lo suggeriscono e lo permettono. Territorio che include certamente
imprese e università, ma anche servizi, alloggi, istituzioni, associazioni,
energia, ambiente, l’interezza del mosaico che prende la forma di un sistema
denso di interdipendenze e nel quale siamo situati, lo stesso che tenta di
imporre ordine e pace apparenti nel dilagante contesto della guerra imperialista
globale generalizzata.
Come (e se) adattare all’oggi le pratiche conflittuali emerse su larga scala,
anche a Modena, durante il periodo del ‘blocchiamo tutto’ dello scorso autunno
in opposizione all’ininterrotto genocidio del popolo palestinese?
Quali le modalità utili a sottrarre i saperi messi a profitto per guerra e
rilancio capitalista, trasformandoli invece in contro-saperi che siano strumento
per generare analisi e sovvertire gli attuali rapporti di forza?
Quali soggettività, dentro la fabbrica della guerra, faranno emergere le forme
di rifiuto da individuare, organizzare e generalizzare?
Come organizzare forme di conflitto autonomo e strategicamente slegate da
meccanismi di delega ad istituzioni locali e non?
Che formule organizzative, in rottura con le attuali, spesso inefficaci e fuori
dal tempo, si prestano al generare lotte in un territorio costellato da piccole
e medie imprese, e sostanzialmente pacificato?
Due referendum popolari hanno sancito il NO al nucleare in Italia. Una premessa
obbligata dalla quale partire per leggere le forzature del governo Meloni sul
tema: riaprire le centrali puntando sui “nuovi” Small Modular Reactors sarebbe
la soluzione per l’indipendenza energetica. Tutte balle, scusate il
francesismo.
Da alcuni anni a questa parte il governo italiano si trova stretto in una morsa:
da un lato, soddisfare gli interessi delle aziende fossili dando il via libera a
progetti rimasti fermi per decenni (come quello in Basilicata di estrazione di
petrolio) e cementare le amicizie di Meloni oltremare (le visite della
presidente con l’ad di Eni in Algeria e il Piano Mattei, ne sono un esempio);
dall’altro, mostrare all’Europa che l’Italia sta al passo con i tempi del Green
New Deal e della transizione energetica. In tutto ciò la guerra in Ucraina prima
e il blocco di Hormuz poi hanno imposto una dipendenza dal gas e dalle risorse
di proprietà del vero padrino del Belpaese, Trump, con l’obbligo di rispettare
il diktat di zero importazioni dalla Russia. Nel dover far contenti tutti Meloni
ha creato un bel inguacchio in cui non fa contento nessuno men che meno la
popolazione italiana che vede semplicemente lievitare le proprie bollette in
base all’andamento del prezzo del gas legato alla borsa di Amsterdam con
prospettive nefaste a fronte della crisi energetica data dalla guerra
imperialista. L’energia è un esempio emblematico del processo di
finanziarizzazione al quale i governi sono legati a doppio filo in questa fase,
il che significa per noi pagare affinché le grandi società energetiche possano
continuare a fare profitti e speculare e che i fondi bancari internazionali
possano “mettere a lavoro i soldi”. Una realtà dei fatti chiara e limpida per la
maggioranza degli italiani che, a ragione, si chiedono perché non poter tornare
a rifornirsi dalla Russia o perché dovrebbero mettere a disposizione i propri
terreni agricoli per espropri in funzione della cosiddetta transizione
energetica o come mai le bollette del riscaldamento aumentano senza aver nessun
motivo reale se non quello di contribuire a far fare profitto ai grandi monopoli
energetici. Non esiste alcun piano per la sovranità energetica italiana e non
sarà il nucleare a renderla possibile, elenchiamo di seguito un paio di punti.
Sovranità energetica dei miei stivali
Un dato molto semplice: miniere di uranio in Italia non esistono. Occorrerebbe
importare dunque la materia prima dal Niger, Kazakistan, Canada, Australia. La
filiera mondiale è governata da Rosatom e nel 2024 in piena guerra in Ucraina
l’UE ha importato dalla Russia il 23% dell’uranio arricchito.
E, udite udite, nemmeno gli SMR esistono. Esiste un lavoro di ricerca in questo
senso, esistono alcuni casi, ma all’oggi non ci sono dati che dimostrino un
bilancio favorevole in termine di costi-benefici per questa nuova tecnologia,
esistono dati che dimostrano soltanto il contrario. Lo dice anche Legambiente:
“Il progetto SMR più avanzato al mondo era NuScale, negli Stati Uniti: costi di
produzione stimati tra 250 e 354 dollari per MWh, valori del tutto fuori
mercato. Il progetto è stato cancellato. Gli unici tre SMR oggi in funzione nel
mondo raccontano la stessa storia: lo Shidao Bay 1 in Cina è entrato in funzione
16 anni dopo l’annuncio iniziale, con costi aumentati del 200%. I due piccoli
reattori galleggianti russi hanno superato il 300% del budget previsto”, non
serve essere dei fini economisti per valutare che non sia una soluzione né
economicamente conveniente né realistica per raggiungere gli obiettivi
climatici, posto che il nucleare non è “sostenibile” sul piano ecologico,
nonostante venga falsamente propagandato come tale dai suoi promotori. Esiste
però una narrativa secondo cui gli SMR sarebbero i reattori che ci abbasseranno
le bollette, una grande stupidaggine detta più volte anche dal ministro Pichetto
Fratin, perché oggi come oggi il kilowattora nucleare in tutto il mondo costa di
più di quello fotovoltaico. D’altronde è così per un motivo molto semplice:
qualunque centrale nucleare che va a fissione (dato che la fusione è ancora
tutta un’altra chimera) ha bisogno di impianti di sicurezza, sistemi di
refrigerazione e di controllo che ne costituiscono il costo, questo influisce
sul costo finale molto più che la materia stessa, ossia l’uranio.
Guardando alla Francia come caso studio, il rapporto Lazard 2025 enuncia alcuni
dati interessanti: “il fotovoltaico industriale è collocato a 38-78 dollari per
MWh, l’eolico a 37-86, il nucleare di nuova costruzione a 180. Tre volte tanto.
Dal 2009 a oggi il fotovoltaico è crollato dell’84%, l’eolico del 55%, mentre il
nucleare è salito del 47%”, viene riportato dall’articolo de La Nuova Ecologia.
Se in Francia l’elettricità costa meno non è il risultato del nucleare di per sé
ma perché la rete elettrica è maggiormente nazionalizzata rispetto a quella
italiana e nel mix elettrico l’Italia contiene il 45% di gas contro il 6%
francese, il che fa aumentare i costi vertiginosamente.
Il nuovo disegno di legge di Pichetto Fratin, passato alla Camera e in attesa
dell’approvazione in Senato, è una delega in bianco per l’accentramento dei
poteri a livello governativo per andare nella direzione di semplificazione delle
norme, bypassare le resistenze territoriali, convogliare i poteri di controllo e
di verifica sulla sicurezza nelle mani di chi decide dove e quando eventualmente
fare nuove centrali nucleari, quindi al Governo, esautorando ulteriormente i
poteri delle amministrazioni regionali e comunali.
Il gravoso problema del passato nucleare non viene minimamente tenuto in conto
infatti non esiste traccia di un’ipotesi di soluzione per lo stoccaggio delle
scorie, il Deposito Unico Nucleare è finito nel dimenticatoio e molte regioni
italiane fanno i conti con il lungo processo di decommissioning e di gestione
delle scorie, per non parlare dei soldi che paghiamo alla Francia per tenere in
caldo le nostre scorie in esubero e che, prima o poi, dovranno rientrare in
Italia. Inoltre, anche con la fissione dei piccoli reattori le scorie
continueranno a essere prodotte, l’unico modo per non produrne più è non
utilizzare il nucleare.
Le novità della propaganda
Un elemento di novità si può vedere nella propaganda cucita ad hoc per fare
breccia sul tema ecologico: il nucleare viene costantemente accoppiato al tema
delle fonti rinnovabili. Invece il nucleare non è né sostenibile né rinnovabile,
e viene invocato essenzialmente da coloro che vogliono cambiare tutto pur di non
cambiare niente. Se ci si fa caso chiunque in questi mesi abbia parlato di
nucleare lo ha fatto tirando in causa la necessità delle rinnovabili e della
transizione energetica: da Pichetto Fratin al rettore del Politecnico di Torino
il futuro sarebbe green a colpi di scorie, espropri, opere imposte, nocività,
aumento dei rischi per la sicurezza della popolazione.
Il punto è a chi serve e per cosa serve questa energia?
E’ banale e tutti lo sanno: guerra e transizione tecnologica. La fame di energia
oltre a venire utilizzata per dare una parvenza di serietà al governo quando
parla di indipendenza e autonomia energetica è utile a foraggiare le aziende del
big tech. Non a caso negli Usa i piccoli reattori sono un must have per le
grandi aziende del settore tecnologico e non solo: scrivevamo qui “Il fondatore
di ChatGpt Sam Altman è alla guida di Oklo, azienda che produce reattori
compatti di ultima generazione a fissione veloce che è cresciuta in Borsa del
400 per cento negli ultimi due mesi. Inoltre, il Ceo ha appena investito 375
milioni di dollari in Heliot Energy, start up che conta di sviluppare la fusione
nucleare in grado di produrre energia entro il 2028. Anche Jeff Bezos ha
contribuito alla ricerca in questo senso (di profitti) avviando il finanziamento
di 500 milioni di dollari per X Energy Reactor, azienda che sviluppa piccoli
reattori modulari. Google non è da meno, infatti ha siglato un accordo di valore
mondiale, così lo ha definito, con Kairos Power, start up californiana del
settore nucleare di ultima generazione”. E’ chiaro che lo sviluppo
dell’intelligenza artificiale necessiti di una quantità di energia che all’oggi
viene soltanto stimata ma che accarezza numeri da capogiro. Non a caso anche qui
da noi le aziende energetiche stanno orientando i loro investimenti futuri nei
data center e non più negli impianti rinnovabili, evidentemente un bel cubo di
server energivoro rende molto di più che dare la possibilità di essere realmente
indipendenti provvedendo a installare pannelli solari sui tetti delle case dei
cittadini. La regione Lombardia fa scuola in questo senso trovandosi già nella
situazione di non avere più spazio nella rete elettrica per aggiungere nuovi
data center, tendenza che probabilmente si svilupperà anche altrove.
Qual è il nostro piano?
Occorre puntare alla riorganizzazione dell’infrastrutturazione energetica,
pretendendo una reale sovranità dal basso, quindi il controllo della gestione e
del consumo energetico. L’autonomia energetica non può che passare dal controllo
dal basso attraverso le mobilitazioni, una pianificazione e una contesa del
potere su chi detiene il controllo dei prezzi per ottenere che si paghi ciò che
si consuma. Un orizzonte quasi utopico? Va compresa la materialità della
questione energetica sviluppando un programma che è quello che chi in questi
anni si è mobilitato a partire dai territori ha indicato con chiarezza:
transizione energetica senza speculazione, difesa dei territori presi d’assalto
dalle grandi aziende – molto spesso legate a investimenti israeliani – , pretesa
di decisionalità in merito alla pianificazione energetica sulla base dei bisogni
locali per impianti energetici di prossimità e non in funzione delle servitù
energetiche. E’ una questione fisica oltre che di buon senso. Rivendicare reale
sovranità e autonomia è l’unica via da seguire.
La crisi politica che attraversa la Bolivia è entrata in una nuova fase di
aggravamento dopo che un’affollata assemblea a El Alto ha deciso di approfondire
le misure della protesta, di mantenere i blocchi e di chiedere la rinuncia dei
funzionari del governo di Rodrigo Paz.
da comitatocarlosfonseca
La decisione è avvenuta in mezzo a crescenti voci su una possibile dichiarazione
dello stato d’emergenza durante il prossimo fine settimana e mentre l’Esecutivo
affronta un’ondata di rinunce che colpisce il cuore del suo gabinetto. Diverse
organizzazioni sociali hanno denunciato che qualsiasi tentativo di militarizzare
il conflitto incontrerà in risposta una maggiore mobilitazione popolare. (ANRed)
La risoluzione di El Alto ha coinciso con un fatto che evidenzia il
deterioramento interno del governo. Questo martedì si è saputo che tre ministri
hanno posto i propri incarichi a disposizione del presidente in mezzo alle
proteste che da più di cinque settimane paralizzano una gran parte del paese.
Tra le dimissioni confermate ci sono quelle del ministro della Difesa, Marcelo
Salinas, della ministra dell’Educazione, Beatriz García, e del ministro del
Lavoro, Edgar Morales, le cui uscite aumentano l’immagine di isolamento politico
dell’Esecutivo. Le rinunce sono avvenute dopo settimane di blocchi, scarsezza di
combustibili, aumento dei prezzi e fallimento dei tentativi governativi di
disinnescare il conflitto mediante tavoli di dialogo e parziali cambiamenti nel
gabinetto.
Le perdite ministeriali si aggiungono alle difficoltà che Paz stava già
affrontando nel sostenere la sua amministrazione. Giorni fa il mandatario aveva
annunciato una riduzione salariale per lui e i suoi ministri nel tentativo di
rispondere alle richieste sociali, nello stesso momento in cui prometteva una
ristrutturazione del suo gabinetto. Nonostante ciò, lontano dal fermare il
malessere, le proteste hanno continuato ad estendersi su tutto il territorio
nazionale.
Parallelamente, sette legislatori e legislatrici del Partito Democratico
Cristiano (PDC) continuano uno sciopero della fame nei locali dell’Assemblea
Legislativa Plurinazionale per chiedere l’apertura di un effettivo dialogo e
pubbliche garanzie che il governo non applichi lo stato d’emergenza. Tra coloro
che partecipano alla misura si trovano le senatrici Ana María Crispín, Judith
García ed Héctor Hinojosa, insieme ai deputati Víctor Huaranca, Rodolfo García e
Juana Chauca. I parlamentari sostengono che il conflitto sociale debba essere
risolto mediante negoziazioni e non mediante misure di forza che possono
limitare i diritti democratici. Alla protesta legislativa si è aggiunto un altro
sciopero della fame che avviene negli uffici della Difensoria del Popolo. Andrea
Manríquez, María Oporto e Ruth Huanca chiedono l’abrogazione delle misure che
permettono un maggiore intervento delle Forze Armate nei conflitti interni e
mettono in allarme sul rischio che si ripetano episodi repressivi come i
massacri di Senkata, Sacaba e Huayllani avvenuti durante il governo di fatto di
Jeanine Áñez. I manifestanti considerano che l’eliminazione delle restrizioni
stabilite dopo le raccomandazioni del GIEI apra la porta ad una risposta
militare di fronte alla protesta sociale.
La preoccupazione non è minore. Negli ultimi giorni il governo ha promulgato una
normativa che amplia la facoltà per la partecipazione delle Forze Armate nei
conflitti interni e diverse fonti giornalistiche hanno segnalato che l’Esecutivo
valuta misure straordinarie per garantire la circolazione nelle strade bloccate.
Nel frattempo, più di cento punti di blocco continuano ad essere attivi in
diversi dipartimenti, colpendo il rifornimento di alimenti, medicine e
combustibili, specialmente a La Paz ed El Alto.
Con un gabinetto diviso, mobilitazioni che non arretrano, scioperi della fame
dentro e fuori del Parlamento e crescenti avvertimenti su un’eventuale
sospensione delle garanzie costituzionali, il governo di Rodrigo Paz attraversa
il suo momento più delicato da quando si è insediato al potere appena sette mesi
fa. Da parte delle organizzazioni sociali mobilitate si afferma che qualsiasi
tentativo di imporre una via d’uscita repressiva, solo approfondirà una crisi
che ha già messo in discussione la stabilità di tutta l’amministrazione.
03/06/2026
ANRed
Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:“El gobierno de Paz se derrumba: El Alto
ratifica las protestas mientras renuncian ministros y crecen la preocupación
contra el estado de excepción”, pubblicato il 03-06-2026 in ANRed, su
[https://www.anred.org/el-gobierno-de-paz-se-derrumba-el-alto-ratifica-las-protestas-mientras-renuncian-ministros-y-crecen-la-preocupacion-contra-el-estado-de-excepcion/]
ultimo accesso 06-06-2026.
Riprendiamo il comunicato pubblicato da Fem.in cosentine in lotta, Usb Reggio
Calabria, Colpo Popolare, Addunati di Lamezia e La Base Cosenza in merito al
corteo di ieri ad Amendolara in risposta alla strage da caporalato.
Sabato siamo statə ad Amendolara per rompere il silenzio: come realtà sociali
calabresi e meridionali, come sindacati di base, abbiamo alzato la testa per
Waseem, Amin, Ullah e Safi.
Sul luogo del loro omicidio abbiamo portato la nostra rabbia e una posizione
chiara: il caporalato non è un’emergenza, ma un sistema criminale e cosciente,
che si regge sulla grande proprietà terriera e sulla grande distribuzione
alimentare organizzata.
Senza comprendere cosa ci sta dietro non è possibile capire e combattere il
fenomeno del caporalato.
Da un lato ci sono i padroni che si arricchiscono sfruttando e azzerando la
dignità umana nelle nostre campagne; dall’altro c’è la complicità dello Stato
che, attraverso leggi razziste come la Bossi-Fini, produce programmaticamente
invisibilità e ricattabilità legando il permesso di soggiorno al contratto di
lavoro, costringendo migliaia di persone ad accettare condizioni di lavoro
disumane pur di non tornare nelle terre da cui sono scappate o di vivere
nell’oblio.
Non accetteremo passerelle né lacrime di coccodrillo dalla politica complice, da
chi si ricorda del Sud solo in prossimità delle campagne elettorali. La Calabria
che lotta dal basso non si piega di fronte a nessuno, nè ai padroni nè ai loro
complici: la nostra mobilitazione per i diritti, la sicurezza e la dignità di
chi lavora si fermerà solamente quando MAI PIÙ SCHIAVI non sarà solo una scritta
sull’asfalto ma una realtà tangibile e consolidata.
Ad una settimana dal raduno nazionale del partito fondato dal Generale proviamo
a ragionare attorno alla sua figura e alla traiettoria politica di Futuro
Nazionale.
La costituente nazionale che si svolgerà a Roma il 13 e 14 giugno
nell’Auditorium della Conciliazione sarà l’occasione per convogliare il lavoro
svolto dai comitati territoriali, definire il programma e probabilmente i
candidati del partito alle prossime elezioni. Nella capitale in molti e molte si
stanno organizzando per mobilitarsi contro eventi di stampo neofascista e
razzista che sabato 13 giugno si terranno a Roma: oltre alla convention
vannacciana, ci sarà anche la sfilata per la remigrazione e riconquista,
chiaramente uno dei punti del programma del generale.
Tutta Italia è stata attraversata in questi mesi da piccoli (ma non troppo)
raduni chiamati dal novello partito di estrema destra, attorno ai quali si sono
coagulati fascisti di stampo locale, imprenditori e politici fuoriusciti dai
partiti di centro destra e della destra istituzionale. L’hype mediatico con cui
i giornali hanno seguito Vannacci ha sicuramente aiutato a far crescere la
partecipazione a Futuro Nazionale ma ci sono anche altre ragioni che solitamente
rimangono in ombra nel dibattito pubblico.
La costituzione del partito è stata finanziata principalmente dal Generale e
dalla sua associazione “Il mondo al contrario” ma si evidenzia una
partecipazione trasversale di piccoli imprenditori del settore ferroviario,
edilizio e agricolo. Non sono mancate anche raccolte fondi e sponsorizzazioni da
“influencer” di destra e molti dei politici che dalla Lega e da Fratelli
d’Italia hanno portato con loro una piccola dote a garanzia della loro
partecipazione.
L’emorragia di parlamentari di destra a favore del movimento vannacciano è
andata oltre l’iniziale adunata dei “trombati” alla Pozzolo o di personaggi
macchiettistici, come era all’inizio della scesa in campo del militare. Alcuni
settori della Lega e di Fratelli d’Italia hanno iniziato a prendere posizione e
a schierarsi apertamente. La crisi politica di Salvini ha sicuramente fatto la
fortuna di Vannacci, che era stato membro e eletto alle europee con la Lega. Il
tentativo di tenersi stretto il competitor, che molto ha preso dal modello
salviniano, non è riuscito e l’aquilotto ha, diciamo, spiccato il volo in
solitaria.
Siamo di fronte solamente ad un travaso di voti tutto nel campo della destra?
Un’operazione elettorale per ridefinire gli equilibri del campo largo della
destra? In parte sicuramente, in parte ci sembra di poter dire di no. Va
rilevato che potrebbe essere un tentativo di fare da stampella elettorale ad un
Meloni bis. Un’azione da finto outsider alla Renzi per poi andare a pretendere i
dividendi politici e le poltrone frutto della competizione elettorale.
Le elezioni comunali hanno confermato il trend di crescita di Vannacci e dei
suoi accoliti, anche se la bassa affluenza generalizzata non sembrerebbe
suggerire una pesca nell’astensionismo. La sinistra non ha usufruito del bonus
referendario che, come avevamo detto qui, è stata più un arma rivolta contro il
governo e le istituzioni in generale che un momento di partecipazione
costituzionale, meno che mai costituente.
I media liberali danno tutta questa visibilità a Vannacci perché probabilmente
sperano così di destabilizzare il quadro della destra istituzionale, ma il
risultato, come fu in passato per Salvini, sarà solo quello di radicalizzare il
quadro. Ancora più inutile se le proiezioni ascendenti di Futuro Nazionale si
inseriranno come sembra a stampella della Meloni rendendo insignificanti i voti
della destra moderata. L’eterno sogno di un governo centrista o tecnico, di
nuovo, aiuta a creare nuovi mostri.
Ci sembra però di notare una certa attenzione verso il progetto del Generale
proveniente dagli strati popolari e proletari del nostro paese, che se per ora
si coagula nella chiacchiera da bar e da banco del mercato, non è detto che non
possa allargarsi nel prossimo futuro. Lo diciamo perché siamo convinti che il
vuoto in politica non esista e che prima o poi possa concretizzarsi nuovamente
una dinamica di voto di protesta o la nascita di fenomeni di partecipazione
politica nuovi. Non è assolutamente detto che sia il progetto razzista e
xenofobo di Vannacci a concretizzare questa opzione, ma occorre interrogarsi sul
suo programma e cercare di capire le persone che lo seguono, che purtroppo non
sono solo quattro fascisti militanti.
Da anni a destra Salvini e Meloni hanno usato il perno dell’immigrazione come
costruttore di consenso e ora che l’opzione meloniana si è “bruciata”
dimostrando di essere incapace di andare al di là della vuota propaganda
razzista, qualcuno inizia ad accarezzare opzioni più estreme. Su questo tema ci
sarebbe molto da dire, ma il concetto chiave, come dimostra la strage di
Amendolara, è quello che finché a sinistra il fenomeno dello spostamento di
masse di proletari tagliate fuori dallo sviluppo e dal privilegio occidentale
che si muovono verso il centro dell’impero, verrà affrontata in maniera
puramente umanitaria da una parte, o inseguendo la destra dall’altra, ci sarà
sempre una forza elettorale capace di sfruttare la paura degli autoctoni di
dover condividere la propria miseria o ricchezza con altri, fomentando la guerra
tra poveri.
Il consenso al progetto del Generale travalica il classico punto razzista, in
questi mesi ha espresso posizioni in controtendenza con la destra al governo su
temi vari, primo fra tutti il collocamento dell’Italia rispetto alla guerra con
la Russia e dell’aggressione all’Iran. In sostanza, seppur non esplicito, quello
che è stato fatto trapelare tra le righe è quello di una avversione al progetto
atlantista e americano per un generico “interesse nazionale”. Vannacci come
altri fascisti in Europa ha capito su quali perni si sta ridefinendo la politica
alle nostre latitudini: guerra, progetto imperiale avverso ai paesi europei da
parte Usa, inconciliabili interessi industriali produttivi e sociali fra il
sistema italiano e l’Unione europea. Saper interpretare l’interesse nazionale e
di conseguenza anche un parziale interesse di una grossa massa popolare nel
Paese è la posta in palio. Certo manca di credibilità sia per la pletora di
personaggi demenziali che si porta dietro (e di cui lui è tutto sommato un buon
rappresentante), sia perché comunque chi si interroga su questi nodi non è un
deficiente e se non si propongono soluzioni credibili, la sola enunciazione dei
problemi, soluzioni fumose e confuse, o propinare la ghettizzazione e
persecuzione dei migranti non basta a far aderire le persone. Ognuna di queste
questioni se portata a conseguenza verso dei reali interessi “sovranisti”
intaccherebbe i pilastri della nostra condizione di subalternità e vassallaggio,
aprendo a scenari inediti e potenzialmente “rivoluzionari”. Dubitiamo che queste
siano le vere intenzioni del Generale o di qualsiasi altro politicante che oggi
partecipa alla mangiatoia elettorale, se escludiamo forze minoritarie di estrema
sinistra che però da anni non riescono a sfondare il muro del 3%.
Di Vannacci va inoltre detto che la figura del Generale dell’esercito che scende
in campo, in qualche modo ora in maniera tragicomica, risponde ad un certo
“spirito della Storia” della fase globale che stiamo attraversando. Più soldi al
comparto militare, intruppamento e militarizzazione della società vogliono anche
dare più potere ai militari. Significano anche la possibilità di una “delega”
verso quel comparto per tutelare gli interessi nazionali. Ora il quadro
dell’esercito italiano è abbastanza refrattario ad essere trascinato in guerra
ma se la situazione dovesse precipitare nessuno scenario può essere escluso a
priori.
Inoltre a sinistra già si accarezza l’idea di poter chiamare alla mobilitazione
antifascista per poter racimolare il consenso di chi giustamente si preoccupa di
arginare il montare della marea nera. Crediamo che l’unica forza credibile sia
mobilitatisi dal basso contro Vannacci e dall’altra sviluppare forza autonoma
che sappia prendere parola sulle questioni baricentrali che oggi ridefiniscono
il campo del “politico” su cui la “sinistra” è drammaticamente inadeguata.
Sabato 16 maggio, Sesto Fiorentino. Erano un paio di migliaia a marciare per
difendere “l’ultimo cuore verde rimasto nell’area metropolitana” di Firenze dal
progetto di ampliamento dell’aeroporto di Peretola.
Un progetto che sposa le logiche dell’iperturistificazione per il profitto per i
pochissimi che, sfruttando e consumando i territori, derubano anche la grande
maggioranza di chi in questi territori non è solo di passaggio, ma cresce e
vive. Furto che non sarebbe certo rettificato dalle presunte opere di
“compensazione” dell’aeroporto che devasteranno indirettamente (con lo
spostamento del ponte sull’Arno per fare spazio al lago di compensazione) il
Parco Fluviale dell’Arno e il Parco dei Renai, veri e propri polmoni verdi della
Piana.
Rispetto all’ultimo aggiornamento sulla rubrica di Confluenza, i ricorsi
presentati da cinque Comuni e da associazioni ambientaliste sono stati ammessi
al TAR e verranno discussi il prossimo 22 ottobre. Nel frattempo, però, il
Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha derubricato il passaggio
di approvazione previsto in Comunità europea (la zona appartiene alla rete
Natura 2000, ed è quindi protetta) alla semplice ottemperanza di una
comunicazione. Insomma, le pressioni sono forti e l’aeroporto s’ha da fare, ma
altrettanto cresce la consapevolezza della Piana di essere un territorio unito,
numeroso e che questa lotta può vincere.
Riportiamo gli interventi del Comitato e dei sindaci della zona, da Carmignano,
Calenzano e Sesto Fiorentino, in marcia in difesa della Piana. Si parla di
sviluppo giusto, di decisioni veramente partecipate, di territori che
ribadiscono che dal loro punto di vista le esigenze, le politiche e lo sviluppo
non corrispondono a quelli di un ristretto gruppo di interessi intenti solo a
spremere profitto dalla commercializzazione globale di Firenze. E quindi sarà
“la gente della Piana” a partecipare alla sua pianificazione futura, allo
sviluppo urbanistico e ai rapporti con Firenze, alla gestione delle risorse
economiche e alla cura dell’ambiente.
Realtà che hanno aderito all’Appello per il 16 maggio:
Associazione Alleanza beni comuni ODV, Pistoia; Associazione per i Diritti dei
Cittadini (ADiC Toscana Aps); Associazione Tutela Fauna Toscana; Associazione
Vivere in Valdisieve; Atto Primo Salute Ambiente Cultura; Biodistretto del
Montalbano; Casa Caciolle; Circolo Arci ex Macelli Quinto basso; Città futura
ODV Cafaggio; Coalizione ambientale interregionale TESS / Transizione energetica
senza speculazione; Collettivo di Fabbrica ex Gkn; Comitato 25 Aprile – Prato;
Comitato acqua bene comune Pistoia e Valdinievole; Comitato Alluvionati
Campigiani 2023 -Il Racchio-; Comitato No Inceneritori; Comitato per le Oasi WWF
dell’Area Fiorentina; Comunità delle Piagge; Comunità di resistenza contadina
Jerome Laronze; Confederazione Cobas di Pistoia; CSA Next Emerson; Ecolò sezioni
Sesto, Firenze, Fiesole; Federazione Cobas Firenze; Firenze per la Palestina;
Forum toscano dei Movimenti per l’Acqua; Friday For Future Firenze; Fuori
binario; Il Binario-Gruppo Italiano Amici della Natura sez. Sesto Fiorentino,
Laboratorio per Unaltracittà; LIBERA Sesto Fiorentino Presidio “Silvia Ruotolo”;
Mondeggi Beni Comuni; Movimento TAT (Tutela Ambiente Territorio) Montefoscoli;
No Comando NATO ne’ a Firenze ne’ altrove; No Valdera Avvelenata; Operai Ginori;
Presidio Libera Sesto Fiorentino; Rete Toscana Tutela Beni Comuni; Rifiuti Zero
Italia; Salviamo Firenze; SlowFood Scandicci/Firenze; Studenti di Sinistra;
SuddCobas; Trasparenza per Empoli; Valdera, Pi; WWF Area Fiorentina. Gruppi
politici: Alleanza Verdi Sinistra Toscana; Federazione provinciale del Partito
della Rifondazione Comunista; Movimento 5 Stelle- Toscana; P. Carc Federazione
Toscana; Partito Comunista Italiano – Federazione Ofelia Giugni – Prato; Partito
Comunista Italiano – Federazione Elio Chianesi – Firenze; Pistoia Rossa; Potere
al Popolo, Bagno a Ripoli FI Sud; Sinistra Italiana-Alleanza Verdi Sinistra
Sesto Fiorentino; Sinistra Italiana Toscana; Sinistra Progetto Comune
(Firenze).
Sabato 30 maggio, in seguito alla vittoria della Champions League da parte del
Paris Saint-Germain, per alcune ore il centro di Parigi è stato teatro di
disordini e scontri tra giovani tifosi e un numero esorbitante di forze
dell’ordine. Prove generali di una strategia della tensione a sfondo razzista.
Dopo essere stata la prima squadra francese a conquistare la competizione per
club più prestigiosa al mondo sconfiggendo l’Inter nell’edizione 2024-2025,
sabato scorso il Paris Saint-Germain ha confermato la propria imbattibilità a
livello europeo riconquistando il titolo in finale contro la squadra londinese
dell’Arsenal. La partita, disputata alla Puksás Aréna di Budapest, si è conclusa
ai rigori tenendo con il fiato sospeso i tifosi delle due squadre finaliste fino
agli ultimi istanti. Al secondo errore dei londinesi dal dischetto, la grande
folla accorsa nel centro di Parigi – 20.000 persone secondo le stime della
prefettura – è esplosa di gioia dando inizio ai rumorosi festeggiamenti per una
vittoria destinata a rimanere nella storia.
Fin qui tutto normale; se non fosse che, allo scoppiare dei primi fuochi
d’artificio in Place de la République, le forze dell’ordine in tenuta
antisommossa hanno risposto immediatamente gasando e disperdendo la folla,
nonostante questa fosse intenta a festeggiare per la vittoria appena avvenuta e
non mostrasse in alcun modo ostilità. In pochi secondi di fuggi fuggi generale
la gioia iniziale ha lasciato spazio a una tensione crescente che in breve tempo
è dilagata per tutto il centro cittadino, in particolare nei pressi del Parco
dei Principi, sugli Champs-Élysées e intorno alla Bastiglia.
Gli agenti in servizio erano 8.000, 3.000 in più dell’anno precedente e pari a
quelli impiegati all’apice delle mobilitazioni dei Gilets Jaunes nella primavera
del 2019. Divisi tra Gendarmerie e CRS, questi ultimi hanno in dotazione i
famigerati LBD (Lanceurs de balles de défense), fucili in grado di sparare
proiettili di gomma di grande diametro (40mm) chiamati flash ball a circa 80
m/s; gli stessi che provocarono la morte di un ventisettenne colpito al torace
nel 2023 durante una manifestazione a Marsiglia e che sabato scorso hanno
causato la perdita di un occhio a due persone, tra cui un ragazzino di 13 anni.
Mentre calava la sera su Parigi – per la prima volta il fischio d’inizio è stato
alle 18 per garantire più ore di incassi ai commercianti di Budapest – la
polizia seminava disordine, picchiando e arrestando in maniera da anticipare
le intenzioni dei tifosi qualunque esse fossero e reprimendo quella che fino a
quel momento non era stata altro che un’esplosione di gioia. La serata di
rastrellamenti è poi proseguita fino al raggiungimento della cifra record di 780
fermati, mentre da parte dei tifosi si è registrato un cumulo di biciclette del
servizio di bike-sharing Lime dato alle fiamme.
Nel frattempo i quattro canali televisivi nazionali francesi hanno riportato
indistintamente i fatti adottando da subito una retorica securitaria e di
denuncia dei «disordini in atto», fortemente in contrasto con le immagini in
diretta dalle piazze che restituivano una marea di persone in festa. Come se,
impazienti di seguire un copione già scritto, non aspettassero nemmeno la prima
carica della polizia per decretare che quella gioia eccessiva costituisse una
minaccia da reprimere.
La strategia del governo francese, in concerto con media istituzionali e
polizia, è chiara da un po’ di tempo a questa parte: reprimere sul nascere ogni
forma di riunione collettiva di massa attraverso un uso muscolare e provocatorio
della forza. Non solo per impaurire e scoraggiare la futura partecipazione a
raggruppamenti spontanei di massa di simile o diverso carattere, ma anche per
alimentare l’immaginario di una «Francia anti-francese» attraverso la
dimostrazione plastica che restituisca come reale e vivido lo scontro tra una
parte «non assimilabile» della società ai valori della Repubblica e la
Repubblica stessa, rappresentata dai poliziotti in tenuta antisommossa.
Ma la tensione ricercata e ottenuta attraverso la «gestione» poliziesca, non è
che un livello – il più basso – di una strategia ben più articolata che,
passando per i corridoi delle redazioni televisive, arriva fino ai piani più
alti della Repubblica Francese. In termini di tensione è infatti il presidente
della Repubblica a riservarsi la stoccata finale durante i festeggiamenti
ufficiali della squadra dopo il rientro a Parigi il giorno seguente alla
vittoria. E le sue parole non stonano affatto con quelle di Jordan Bardella,
presidente di Rassemblement National – partito di estrema destra fondato da
Marine Le Pen – che in diretta televisiva ha messo in guardia i francesi sul
fatto che «i nemici della Repubblica presto butteranno giù i portoni di casa dei
veri francesi». Macron dal canto suo, decretato che ciò che si è visto sabato a
Parigi non è «foot» (a dire il vero qualche calcio sferrato dai poliziotti si è
visto), si è lasciato andare a un vero e proprio delirio di onnipotenza
pre-rivoluzionaria (francese) affermando che «sarà intransigente con chi è stato
arrestato», quasi spettasse a lui (in quanto sovrano?) giudicare chi, in stato
di fermo, è ancora in attesa delle imputazioni a proprio carico. Ma l’unica cosa
che conta è mostrare fermezza e intransigenza e farlo con tono minaccioso;
alzare la tensione e tracciare una linea netta tra «chi è per il bene della
Francia» e chi è contro. Perché il movente di questa strategia della tensione
articolata a livello politico, mediatico e repressivo, si situa a cavallo di
questa linea artificiosamente costruita ad hoc.
Chi c’è dunque oltre quella linea? C’è chi finora volutamente non è stato
citato, ma che sta al cuore della questione: il popolo dei giovanissimi che
vivono nel circondario e dentro la grande metropoli parigina, cresciuti nei
quartieri dormitorio che – nati per dare un cubo di cemento agli operai negli
anni del dopoguerra – sono poi diventati l’«habitat naturale» per una
popolazione neocoloniale di origine migratoria da spremere durante l’orario di
lavoro e reprimere nel tempo libero. Ad accorrere in massa sabato scorso sono
stati infatti tantissimi giovani dei quartieri popolari (dalle banlieues, ma
anche da zone interne alla città) tra i quali il tifo per la squadra cittadina
ha registrato una crescita impressionante negli ultimi dieci anni e che hanno
intravisto nella finalissima di Champions un’occasione di festa e divertimento a
pochi giorni dalla fine della scuola. Un appuntamento simbolico e collettivo,
nel cuore della loro città. Ad aspettarli – come già detto – un contingente
spropositato di poliziotti in antisommossa, tutt’altro che intenzionato a
contenere una situazione di grande affluenza (per quello bastavano i vigili
urbani), ma istruiti a provocare e arrestare. Gli stessi che ogni giorno li
controllano e perquisiscono per le strade del quartiere.
Una strategia della tensione dunque che affonda le sue radici in una politica
istituzionale profondamente razzista che individua nel «popolo razzializzato»
(les noirs et les arabes) – in particolare nella sua componente giovanile – la
principale minaccia. Una minaccia in primis culturale, da «risolvere» con
l’integrazione per alcuni, con l’assimilazione per altri, ma per entrambi
intrinsecamente incompatibile con i valori della Repubblica. Una minaccia di
classe anche, a cui rispondere con la segregazione nei quartieri lontani dal
centro, cuore dell’industria del lusso parigino e del turismo, per scongiurare
comportamenti incompatibili (fosse anche una gioia eccessiva) nei paraggi delle
vetrine di Hermès e Louis Vuitton. A ulteriore riprova di tutto ciò basti
pensare che sabato scorso mentre i sindaci di St. Denis e La Courneuve –
periferie nella prima cintura nord di Parigi in cui abitano molti dei giovani
tifosi del PSG – predisponevano alcune fan zone in cui guardare la partita e
eventualmente festeggiare, con il chiaro intento di scoraggiare la discesa in
massa verso il centro cittadino, proprio lì dove si sono riversate 20.000
persone, non è stata prevista alcuna zona dedicata. Soltanto tanta polizia.
Nonostante tutto ciò, i giovanissimi dei quartieri popolari di Parigi volevano
essere lì e lì si sono riuniti. Nell’Europa di oggi festeggiare la propria
squadra del cuore può non essere compatibile. Lottare per la Palestina e contro
la guerra ancora meno. Ma dai quartieri alle scuole una nuova generazione vuole
riprendersi il proprio futuro, a cominciare dalle strade della propria città. E
non c’è strategia della tensione che tenga.
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania,
contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio
nazionale ai grandi capitali internazionali.
Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di
lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza
contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec,
un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare
dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di
Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran.
Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state
duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area,
schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera
illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle
violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte
indignazione in tutto il Paese.
Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali
contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e
territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari
stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia
di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il
maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo
accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini
le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad
allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime
manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal
governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e
delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali.
Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la
partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative
promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata
convocata una grande manifestazione nella capitale.
Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan
Katzani, ricercatore e attivista di Tirana.
Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e
significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci
sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva
dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati,
pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio
dall’espansione del turismo degli ultimi anni.
Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto
incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra
precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo
stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in
Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per
domenica 7 giugno alle h. 18.
da Radio Blackout
Dal 28 maggio tre voli ogni settimana da Tel Aviv atterrano a Cagliari ed
Alghero, trasportando decine di famiglie che alloggeranno poi in vari resort
nella zona meridionale della Sardegna.
da Radio Onda d’Urto
Si sono fatte sentire le proteste del Coordinamento sardo per la Palestina, che
ha riunito diverse associazioni locali per manifestare contro il soggiorno di
turisti provenienti da uno stato genocida.
“Ci hanno insultato e uno di loro ha esclamato we are going to kill’em all (li
uccideremo tutti)”, ha riportato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Mariella
Setzu, membro del coordinamento per la Palestina che ha preso parte al presidio
del 4 giugno all’aeroporto di Alghero, dove sono arrivati più di un centinaio di
turisti israeliani che sono stati poi condotti con tre bus al resort di Santa
Margherita di Pula, a circa trenta chilometri da Cagliari.
Come hanno ricordato gli attivisti del Coordinamento in un comunicato alla
Regione, “ogni cittadino israeliano è obbligato per legge ad arruolarsi
nell’esercito. Salvo i rari casi degli obiettori di coscienza, quindi, ogni
cittadino dello stato di Israele è potenzialmente partecipe alle campagne di
occupazione e pulizia etnica condotte in Palestina e Libano”. L’arrivo dei
vacanzieri è astato accompagnato da un pesante dispiegamento di forze
dell’ordine presso aeroporti e zone di villeggiatura, che ha visto anche la
presenza di agenti della Digos e unità cinofile.
L’intervista a Mariella Setzu del coordinamento per la Palestina
Traduciamo di seguito un articolo di Eli Friedman pubblicato sulla rivista
Positions Politics nel giugno 2026. Il testo prende spunto dalla nuova direttiva
del Consiglio di Stato cinese sui servizi pubblici nel luogo di residenza per
interrogarsi su una questione che ritorna ciclicamente nel dibattito sulla Cina
contemporanea: il sistema dell’hukou sta davvero per essere abolito?
Attraverso una ricostruzione storica e politica dell’evoluzione dell’hukou,
Friedman sostiene che le recenti riforme non rappresentano una sua scomparsa,
bensì un ulteriore adattamento di un’istituzione che continua a svolgere un
ruolo centrale nella regolazione della mobilità interna, nell’accesso ai servizi
sociali e nella riproduzione delle disuguaglianze territoriali e di classe.
L’autore colloca il dibattito attuale nel più ampio contesto delle
trasformazioni del welfare cinese, delle tensioni fiscali tra centro e governi
locali e delle sfide poste dalla crescente diffusione del lavoro precario e
informale.
Pur riconoscendo che il sistema è oggi meno rigido e coercitivo rispetto al
passato, Friedman conclude che una vera abolizione dell’hukou richiederebbe
profonde riforme fiscali e redistributive che, allo stato attuale, non sembrano
rientrare tra le priorità della leadership cinese. Buona lettura.
La Cina sta abolendo l’hukou? Da quando il Consiglio di Stato della RPC ha
annunciato una nuova linea guida sui servizi pubblici il 18 maggio 2026, questa
domanda ha generato un’ondata di commenti. Per decenni, analisti provenienti da
orientamenti politici molto diversi hanno chiesto la fine dell’hukou. È
finalmente arrivato quel momento? La maggior parte degli economisti ha sostenuto
che l’hukou introduce imperfezioni nel mercato del lavoro e sopprime i consumi
interni. Socialisti e altri progressisti, invece, hanno criticato il regime di
cittadinanza differenziata e l’accesso fortemente diseguale ai servizi sociali
sancito dai controlli sulla mobilità dell’hukou, ritenendo che essi riproducano
inevitabilmente profonde disuguaglianze tra le generazioni. Nelle ultime
settimane si è levato un coro crescente di ottimismo secondo cui questo relitto
dell’economia pianificata starebbe finalmente crollando.
La questione della scomparsa dell’hukou, tuttavia, è vecchia quanto le riforme
capitalistiche della Cina. Nel 1994, quando la migrazione di massa dalle
campagne alle città stava appena iniziando, il South China Morning Post pubblicò
il titolo: “Il sistema di registrazione sta per essere abolito” (Chan and
Buckingham 2008, 583). Non accadde, ma sei anni dopo la State Development
Planning Commission annunciò che “…la Cina punta ad abolire il sistema nei
prossimi cinque anni” (Xinhua 2001). Quattro anni più tardi, il New York Times
riportò ingenuamente: “La Cina prevede di abolire le distinzioni legali tra
residenti urbani e contadini in 11 province” (Kahn 2005). In risposta a questa
raccolta di speranze deluse, interpretazioni errate e propaganda in cattiva
fede, Kam Wing Chan e Will Buckingham scrissero un articolo fondamentale su The
China Quarterly nel 2008, in cui rispondevano in modo definitivo: no, l’hukou
può stare cambiando, ma non sta scomparendo.
Nei quasi due decenni trascorsi dall’articolo di Chan e Buckingham, il dibattito
non è scomparso. In particolare, il governo centrale annunciò nel 2013 un piano
di “nuova urbanizzazione” che prevedeva che l’hukou fosse “basato sul luogo di
residenza e sul lavoro di una persona” entro il 2020 (An 2013). Nell’ambito
dello sforzo per ottenere sostegno al nuovo piano, i media statali riportarono
che Xi Jinping stesso aveva sostenuto nella sua tesi di dottorato del 2001 che
“la tendenza storica punta all’abolizione del sistema hukou” e che l’accesso ai
servizi sociali avrebbe dovuto essere livellato (China Daily 2014). Tre decenni
dopo che quel titolo del SCMP aveva proclamato la fine dell’hukou, il Global
Times, meno sicuro rispetto ai suoi predecessori di fine Novecento, si chiedeva:
“Il sistema di registrazione familiare della Cina sta scomparendo?” (Global
Times 2023).
Quanto sopra è soltanto un riassunto della reiterazione quasi da “Giorno della
Marmotta” di questa domanda speranzosa, forse ingenua, nel corso dei decenni.
Perché allora, nonostante il consenso apparente sia dello Stato centrale sia dei
suoi critici, l’hukou è sopravvissuto? Sebbene certamente non sia stato abolito,
che cosa è cambiato? Che cosa, se mai qualcosa, rende diverso il momento
attuale? E come potrebbe apparire un’abolizione dell’hukou realmente
liberatoria?
L’hukou è, prima di tutto, uno strumento per realizzare uno sfruttamento
intensificato della popolazione rurale attraverso il controllo della mobilità.
Basato sul sistema sovietico del passaporto interno “propiska”, la versione
moderna dell’hukou fu implementata nel 1958. Questo nuovo sistema collegava
l’erogazione dei beni sociali a un luogo specifico. Lasciare il proprio luogo di
registrazione ufficiale dell’hukou significava rinunciare all’accesso ai beni
forniti dallo Stato, inclusi assistenza sanitaria, istruzione, pensioni e,
all’epoca, anche il cibo. La popolazione veniva divisa in popolazione urbana e
rurale, con la prima che godeva di maggiore accesso ai servizi mentre la seconda
manteneva diritti collettivi di proprietà nelle campagne. Altrettanto
importante, e spesso trascurato, è che le persone venivano fissate a una
specifica città o villaggio; non era possibile trasferirsi liberamente, per
esempio, da una piccola città dello Shanxi a Pechino. La gerarchia tra città è
spesso importante quanto quella tra aree rurali e urbane. Infine, l’hukou era ed
è tuttora un’istituzione altamente frammentata, poiché viene amministrato dalla
polizia a livello di prefettura. Il governo centrale ha quindi un controllo
limitato sul modo in cui le località regolano la cittadinanza locale.
Il regime di mobilità imposto dall’hukou ha assunto forme diverse nel contesto
dei drammatici cambiamenti politico-economici della Cina. Bloccare i contadini
nelle campagne era essenziale per l’accumulazione primitiva dell’era maoista
(Hung 2015), poiché la “forbice dei prezzi” veniva usata per estrarre valore
dalle campagne e investirlo nell’industria pesante. Ma quando le aree costiere
si aprirono al capitale privato negli anni Ottanta, questa enorme massa di
“lavoro eccedente” a basso costo e politicamente esclusa venne designata come
vantaggio comparato della Cina per attirare capitale prima nelle Zone Economiche
Speciali. Fino ai primi anni Duemila, la polizia molestava e arrestava le
persone sospettate di essere migranti illegali, deportandole nei loro luoghi di
origine rurali se non erano in grado di produrre un “permesso di residenza
temporanea”. Questo sistema permetteva alle città di accedere al lavoro rurale
in modo “just-in-time”, assorbendo giovani energici per farli lavorare in città
durante gli anni migliori della loro vita e rispedendoli nei villaggi una volta
che i loro corpi o le loro anime erano stati spezzati. I governi cittadini
colludevano con giganteschi conglomerati transnazionali per estrarre miliardi da
questa classe lavoratrice politicamente repressa, scaricando allo stesso tempo
sulle campagne i costi dell’istruzione, della riproduzione sociale e
dell’assistenza agli anziani. In questo senso, l’hukou e il conseguente
sfruttamento della classe lavoratrice migrante sono stati forse la principale
istituzione sociale alla base della (ormai tramontata) generazione di bonomia
sino-americana centrata sul capitale. Se nell’era maoista i contadini erano
confinati nella povertà delle campagne, nell’era della trasformazione
capitalistica essi vennero fisicamente trasferiti nelle città pur lavorando
sotto il segno della sacrificabilità.
Questa relazione estrattiva con l’entroterra era, ed è tuttora, rafforzata da un
sistema altamente decentralizzato di welfare sociale. Dagli anni Novanta in poi,
una quota crescente del peso fiscale per la fornitura dei servizi è ricaduta sui
governi locali. La conseguenza, prevedibile, è stata una crescita delle
disuguaglianze nella qualità e nella portata dei beni sociali. I cittadini di
Pechino godono dell’accesso a buoni ospedali, pensioni relativamente generose e
accesso privilegiato alle migliori scuole e università del paese. Al contrario,
i loro omologhi appena oltre il confine nella provincia dello Hebei affrontano
un’austerità talmente severa che, lo scorso inverno, molti non hanno potuto
permettersi di riscaldare le proprie case (Howe 2026). Nella contabilità
protezionista e nativista di molti residenti urbani, ogni ulteriore contadino
ammesso in città significa un letto d’ospedale in meno per i loro genitori e un
posto universitario in meno per i loro figli. L’abolizione dell’hukou
altererebbe profondamente il calcolo biopolitico dei principali nodi di potere
nella società cinese.
Qui troviamo la base materiale del nativismo urbano: gli esportatori (e i loro
signori della supply chain, una quota crescente dei quali è cinese piuttosto che
straniera) vogliono lavoro a basso costo, mentre i residenti urbani vogliono
accesso privilegiato alle infrastrutture della riproduzione sociale
sovvenzionate dallo Stato. Questi sono due dei gruppi più potenti del paese. Una
reale abolizione progressista dell’hukou significherebbe quindi non solo
permettere alle persone di muoversi liberamente per il paese, la visione
ristretta della libertà promossa dai neoliberali, ma anche un enorme
innalzamento delle protezioni sociali, tale per cui non sia necessario vivere in
una ricca mega-città per godere di servizi di qualità. Ciò implicherebbe rompere
le cittadelle urbane fiscalmente decentralizzate e riorganizzare i sistemi
pensionistici, sanitari e scolastici dal livello nazionale in giù. Il privilegio
delle città ricche verrebbe indebolito in nome dell’uguaglianza nazionale. I
figli dei funzionari di Pechino dovrebbero affrontare una concorrenza molto più
dura per entrare alla Peking University e alla Tsinghua. Città come Shanghai e
Shenzhen dovrebbero cedere il controllo su centinaia di miliardi di yuan dei
fondi pensione cittadini. Un simile progetto sarebbe enormemente costoso e
dovrebbe essere finanziato tramite tasse sui ricchi e sul capitale. Potrebbe
inoltre aumentare il costo del business e indebolire la (problematicamente)
dominante macchina esportatrice cinese. È precisamente perché una profonda
abolizione dell’hukou implica una radicale riforma fiscale e sociale che essa è
stata silenziosamente osteggiata, sabotata e diluita nel corso dei decenni.
Detto ciò, il regime di mobilità cinese è cambiato. Forse la singola riforma più
importante arrivò nel 2003, dopo che il migrante Sun Zhigang, incapace di
produrre un permesso di residenza, fu preso in custodia e picchiato a morte
dalla polizia a Guangzhou. Quando si scoprì che Sun era un laureato
universitario (e quindi non “soltanto” un lavoratore migrante), scoppiò
un’ondata di indignazione pubblica che portò direttamente all’abolizione del
famigerato sistema di “custodia e rimpatrio”. Sebbene l’hukou continui a essere
ospitato e applicato dalla polizia locale, gli agenti persero il diritto legale
di deportare i residenti rurali dalle città — una grande vittoria per la
giustizia sociale.
In generale, l’hukou è diventato meno restrittivo e una percentuale molto più
alta di persone è oggi idonea a ottenere un hukou urbano rispetto a una
generazione fa (Economist 2026). Sebbene vi siano forti disomogeneità in questo
sistema altamente frammentato, è diventato più facile per le persone,
all’interno di una data prefettura, passare da un hukou agricolo a uno non
agricolo, ottenendo così accesso ai servizi sociali. Soprattutto nelle piccole e
medie città, dove si è concentrata gran parte della crescita dell’urbanizzazione
negli ultimi anni, è diventato molto più facile per i residenti rurali ottenere
un hukou urbano locale. Il regime di mobilità è diventato meno violento e
rigidamente escludente. Mentre la distinzione urbano/rurale è stata
relativamente attenuata, la trasformazione della gerarchia socio-spaziale ha
prodotto nuove forme di disuguaglianza. Soprattutto, le città più grandi e
ricche, non a caso, i luoghi con i migliori servizi sociali di gran lunga,
restano bastioni fortificati di privilegio. Oggi non è difficile per un
contadino ottenere un hukou in una cittadina dello Henan, per esempio, ma le
probabilità di ottenere la cittadinanza di Pechino e tutto ciò che essa comporta
restano infinitesimali. In effetti, molti contadini che vivono nelle piccole
città vogliono mantenere il proprio hukou rurale a causa dei diritti fondiari ad
esso associati (Zhan 2017): avere diritti sulla terra è meglio del modesto
miglioramento dei servizi che riceverebbero passando a un hukou urbano di una
piccola città. Seguendo il modello del sistema di cittadinanza canadese, le
grandi città hanno implementato sistemi di acquisizione dell’hukou basati sui
“punti”, nei quali la proprietà immobiliare rappresenta il fattore principale
per accumulare punti. Analogamente, molte città ricche hanno implementato
programmi di “talenti umani” (人才) che offrono come incentivo la cittadinanza
locale alle persone dotate della giusta combinazione di capitale umano. La
conseguenza di questa riorganizzazione della gerarchia socio-spaziale è ciò che
ho definito “stato sociale invertito”, cioè un sistema che convoglia risorse
verso l’apice della struttura sociale e limita l’accesso a quelle risorse
nominalmente pubbliche a coloro che sono già altamente dotati di capitale
economico e culturale (Friedman 2022). Le distinzioni di status dell’era maoista
fungevano da divisione sociale che liberava una porzione disumanizzata e
sfruttabile della popolazione per alimentare il boom capitalistico; e sebbene
quelle vecchie distinzioni di status persistano nella gerarchia socio-spaziale,
la riproduzione di classe è sempre più guidata dalle differenze di mercato.
Gran parte, ma non tutto, della recente “Opinione sull’implementazione della
promozione dei servizi pubblici di base nel luogo di residenza”
(国务院关于推⾏常住地提供基本公共服务的实施意⻅) riprende una retorica già consolidata sull’inclusione
dei non residenti nei servizi sociali. L’Opinione afferma che il suo obiettivo
centrale è promuovere “la fornitura di servizi pubblici di base nel luogo di
residenza e l’eliminazione graduale del collegamento tra servizi pubblici e
residenza”. Va però anche osservato che molte espressioni positive come
“equalizzazione” (均等化) compaiono in questi documenti da ormai vent’anni.
Le affermazioni più ottimistiche riguardano la previdenza sociale (cioè
disoccupazione, congedi parentali, assicurazione contro gli infortuni sul
lavoro, sanità e pensioni). In un linguaggio notevolmente diretto, l’Opinione
chiede di “cancellare completamente” ogni restrizione alla partecipazione dei
non residenti ai sistemi previdenziali nel luogo in cui vivono. A mio avviso, la
frase più interessante dell’Opinione è questa: “Migliorare la messa in comune a
livello nazionale dei fondi per le pensioni di base dei lavoratori”, suggerendo
allo stesso tempo una messa in comune a livello provinciale per sanità,
assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e disoccupazione. La
centralizzazione fiscale potrebbe essere il passo più importante che il governo
centrale possa compiere per rendere più omogenei i servizi sociali, anche se il
fatto che ciò venga menzionato in una sola frase dovrebbe moderare le
aspettative.
L’Opinione affronta anche la questione della residenza basata sui punti o della
“fornitura stratificata di servizi pubblici”. Si tratta di un sistema che ha
consentito alle città di concedere accesso alle scuole pubbliche e ad altri
servizi su base condizionale, discriminando positivamente coloro che possiedono
immobili, hanno determinate competenze o hanno pagato tasse locali per un lungo
periodo. Pur riaffermando che le autorità locali possono continuare a usare
criteri basati sui punti, viene loro richiesto di “ridurre gradualmente il
numero di livelli… e abbassare la soglia di accesso”. In uno dei passaggi più
forti dell’Opinione, alle autorità locali viene detto che “non devono usare il
titolo di studio più elevato, il titolo professionale o i contributi fiscali
come fattori limitanti”, sebbene il testo rimanga significativamente silenzioso
sulla proprietà immobiliare.
Ci sono ovviamente dei problemi. L’Opinione lascia aperta la porta alla
discriminazione contro i migranti utilizzando strategicamente la formula
minacciosa secondo cui i servizi sociali devono essere disponibili “per coloro
che soddisfano le condizioni” (符合条件). Questo termine comune nelle politiche
educative e sociali significa che i governi locali possono stabilire i propri
sistemi per filtrare l’accesso ai servizi. Quando si tratta di uno dei bastioni
più controversi del privilegio delle città di “primo livello”, cioè l’esame di
ammissione all’università, il Consiglio di Stato offre chiaramente alle città
una via di fuga. Invece di dichiarare inequivocabilmente che la località non
conterà più per l’accesso universitario, l’Opinione ribadisce la politica
esistente affermando che le autorità locali possono permettere ai figli dei
migranti che soddisfano le condizioni di sostenere gli esami di scuola superiore
e universitari. Possiamo essere certi che non vi sarà alcuna liberalizzazione
delle ammissioni universitarie a Pechino, Shanghai o in altre mega-città con
università di alto livello. L’espressione “coloro che soddisfano le condizioni”
viene usata anche con riferimento agli alloggi pubblici in affitto e ai servizi
per l’impiego. Sotto aspetti cruciali, il governo centrale ha esplicitamente
dato ai governi locali il via libera per continuare a trattare i servizi sociali
come un privilegio, non come un diritto.
Forse il problema più sconcertante è che pensioni, sanità e disoccupazione sono
mediate dall’occupazione proprio nel momento in cui forme di lavoro irregolare e
precario sono esplose. Secondo le stime dello stesso governo, il 40%
dell’occupazione urbana ricade nel cosiddetto “lavoro flessibile” (cioè privo
delle protezioni garantite da un contratto di lavoro), e quindi in gran parte o
del tutto al di fuori del sistema di welfare. I migranti sono senza dubbio
sovrarappresentati nel segmento più precario del mercato del lavoro. L’Opinione
contiene la consueta, e finora priva di significato, retorica sull’inclusione
dei lavoratori irregolari nei sistemi di assicurazione sociale. Sulla questione
del lavoro irregolare, il massimo che l’Opinione riesce a proporre è che si
dovrebbe “studiare politiche per incoraggiare i lavoratori flessibili a
partecipare alle pensioni”. Questo difficilmente ispira fiducia. Sebbene non
possa essere detto esplicitamente, l’incapacità del Consiglio di Stato di
affrontare la questione cruciale del lavoro irregolare rivela l’intuizione che
la soluzione al problema dei servizi sociali diseguali sia sempre più una
questione di rapporti di forza di classe.
Nonostante parte del clamore delle ultime settimane, questa Opinione rappresenta
la persistenza di un approccio marginale e graduale alla riforma dell’hukou.
Dato che interessi potenti hanno fatto deragliare per decenni i ripetuti appelli
a superare l’hukou, è oggi più probabile che in passato assistere a cambiamenti
sostanziali?
Da un lato, non c’è mai stato un momento migliore per la Cina per costruire un
sistema nazionale di servizi sociali neutrale rispetto allo status. La Cina è
più ricca che mai e le sue città, in particolare, concentrano enormi ricchezze.
Per decenni, i malthusiani urbani hanno sostenuto che le città non potessero
superare la loro “capacità di carico” e che fosse necessario mantenere filtri
all’ingresso. Questo argomento diventa sempre meno sostenibile nel momento in
cui le città affrontano un drastico calo della fertilità e non hanno abbastanza
bambini per riempire le scuole. Con una migrazione internazionale quasi nulla e
un declino della popolazione a livello nazionale, la Cina non ha mai avuto un
rapporto così favorevole tra ricchezza e popolazione. La spesa sociale pro
capite cinese è molto inferiore a quella di altri paesi con un livello simile di
sviluppo (e molto inferiore rispetto ai paesi OCSE), quindi anche semplicemente
raggiungere la media rappresenterebbe un enorme progresso. Sebbene la capacità
strutturale sia chiaramente presente, il quadro politico più ampio è diventato
più ostile alla spesa sociale universalistica. Xi è personalmente piuttosto
allergico alle protezioni sociali, avendo sostenuto in un importante discorso
del 2021: “Anche se in futuro diventeremo più sviluppati e finanziariamente più
forti, non dovremmo fissare obiettivi eccessivamente elevati né fornire garanzie
eccessive, per non cadere nella trappola del ‘welfarismo’ che incoraggia la
pigrizia” (Caixin 2021). La rivalità imperiale con gli Stati Uniti, e la
rivalità economica con molti altri paesi, hanno rafforzato l’ala destra dello
Stato, che chiede maggiori spese per tecnologia e guerra. L’ultimo Piano
Quinquennale del marzo 2026 è concentrato in modo schiacciante su supply chain,
sicurezza nazionale e tecnologia. L’IA è stata il termine più citato del
rapporto con un ampio margine (Hofman 2026). Al contrario, la “Prosperità
Comune” si trovava quasi in fondo, con un numero di menzioni più che dimezzato
rispetto al Piano precedente. Le immense risorse della Cina vengono convogliate
nello sviluppo di tecnologie commerciabili, nel dominio globale delle catene di
approvvigionamento e nella modernizzazione ed espansione militare. Non solo le
protezioni sociali sono una priorità minore, ma Xi ha chiarito che lo Stato
vuole mantenere il mercato come strumento disciplinare sulle masse. Infine,
finché i governi locali saranno costretti a sostenere il costo della protezione
sociale, un robusto sistema di welfare sarà impossibile. Le autorità locali in
tutto il paese stanno affrontando crisi fiscali dovute alla fine della bolla
immobiliare, e molte hanno già effettuato tagli austeritari o non sono riuscite
a pagare puntualmente i dipendenti pubblici. L’Opinione non menziona alcun nuovo
trasferimento di spesa dal governo centrale per sostenere l’aumento delle uscite
che una liberalizzazione dell’hukou comporterebbe inevitabilmente. Senza
redistribuzione dal centro, le autorità locali resisteranno ferocemente a ogni
nuovo obbligo di spesa.
Realizzare una reale abolizione progressista dell’hukou richiederebbe una forza
politica immensa per superare la resistenza degli abitanti urbani privilegiati e
dei capitalisti dipendenti dal lavoro super-sfruttato. Questa forza non può
provenire dalla società, poiché i movimenti sociali, e in particolare quelli del
lavoro, sono anatema per il Partito. È anche chiaro, dato il continuo
tergiversare dello Stato e il suo ripetuto fallimento nel realizzare i propri
obiettivi dichiarati di riforma dell’hukou e di aumento dei consumi interni, che
non esiste ancora un blocco interno sufficientemente potente da imporre un
cambiamento radicale. Al contrario, le forze contrarie a una riforma così
fondamentale sono enormi. Eppure, l’hukou è cambiato ed è senza dubbio meno
centrale nella vita sociale rispetto a una generazione fa. La riforma
gradualista guidata dallo Stato ha permesso che una quota maggiore della
disuguaglianza fosse strutturata dal mercato piuttosto che dal solo hukou. Così
come il capitalismo razziale negli Stati Uniti produce esiti sociali razzisti
senza una gerarchia razziale formale, la Cina si sta dirigendo verso una
cristallizzazione delle disuguaglianze sociali con un’importanza ridotta della
residuale gerarchia di status maoista. Nel contesto dell’iper-competizione
capitalistica della Cina contemporanea, l’abolizione dell’hukou è un passo
necessario ma sempre più insufficiente per garantire i mezzi per sopravvivere e
prosperare.
Bibliografia
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Zhan, Shaohua. 2017. “Hukou Reform and Land Politics in China: Rise of a
Tripartite Alliance.” The China Journal 78 (1): 25–49.
Eli Friedman is Professor of Global Labor and Work at Cornell University
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo che analizza alcuni aspetti
centrali in ambito energetico: l’ipocrisia del sistema e l’assenza di
pianificazione, l’assalto delle società energetiche a discapito dei beni comuni,
la sottrazione al dibattito scientifico a beneficio della polarizzazione
ideologica, la carenza dal punto di vista progettuale e l’ampio spazio lasciato
alla speculazione e, infine, l’uso massiccio dei tamburi della propaganda. Il
nucleare oggi viene posto come alternativa sostenibile in un discorso totalmente
ipocrita sulla priorità da dare alle rinnovabili. Un controsenso tecnico,
pratico e di completa mistificazione della realtà. Teniamo alta l’attenzione!
Le recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta,
rilanciate dal canale istituzionale ANSA 2030, offrono la sintesi perfetta della
narrazione dominante che da mesi bombarda l’opinione pubblica. Attraverso i
media di massa viene diffuso un monito perentorio e apparentemente
indiscutibile: l’Europa e l’Italia devono accelerare a tappe forzate
sulla transizione ecologica per difendere i mercati, garantendo lo sviluppo
economico attraverso una massiccia infrastrutturazione energetica, a cui oggi si
aggiunge la proposta di «un’attenta valutazione» sul ritorno al nucleare. Dietro
questa facciata di pragmatismo economico e responsabilità climatica si nasconde,
in realtà, la solita richiesta di un sacrificio totale, irreversibile e non
ripagato, scaricato interamente sulle comunità locali delle aree interne e delle
isole. Una retorica tossica che tende sistematicamente a colpevolizzare i
territori, dipinti come l’ostacolo “retrogrado” o l’impaccio burocratico che
frena il progresso del Paese.
Per comprendere la reale portata di questa deriva, è necessario spostare lo
sguardo dalle stanze della finanza a quei luoghi che oggi fungono da avamposto e
laboratorio a cielo aperto di questo nuovo assetto industriale. La Sardegna, in
questo senso, rappresenta l’archetipo globale di questa dinamica. Isola nel
cuore del Mediterraneo, definita da confini geografici netti e custode di un
patrimonio ambientale e storico unico, questa terra è diventata il bersaglio
primario di una pianificazione calata dall’alto.
Ma ciò che si consuma qui non è un problema esclusivamente sardo: è lo specchio
di ciò che accade lungo l’intera dorsale appenninica e in ogni area rurale
d’Europa. Dalla Toscana alla Sicilia, fino alla Scozia e alla Spagna il modello
applicato è identico, geometrico e spietato.
L’introduzione della variabile nucleare in questo scenario cambia radicalmente
la magnitudo del problema e svela la totale ipocrisia del sistema. Se l’attuale
governance energetica si dimostra incapace di garantire il rispetto dei vincoli
paesaggistici elementari per l’installazione di un comune impianto fotovoltaico,
c’è da chiedersi con quale coraggio la tecnocrazia centrale pretenda di gestire
la localizzazione di reattori di nuova generazione o dei depositi di scorie.
Il rischio che i territori periferici vengano trasformati non solo in distese
industriali di silicio e acciaio, ma nel retrobottega tossico delle grandi
metropoli continentali, si fa drammaticamente concreto. Il caos pianificatorio e
il perenne conflitto sociale che ne deriva non sono il prodotto dell’egoismo dei
cittadini, ma la logica conseguenza di una deregolamentazione selvaggia che ha
consegnato i beni comuni a società d’assalto orientate al solo profitto privato.
IL GIOCO DELLA POLARIZZAZIONE: LA TRANSIZIONE COME ARMA ELETTORALE
I pretesti legati all’emergenza climatica e alla necessità di indipendenza
energetica sono stati abilmente sottratti al dibattito scientifico e democratico
per essere trasformati in armi di distrazione di massa, utili al gioco di
polarizzazione tra destra e sinistra. Questa contrapposizione ideologica,
amplificata quotidianamente dai media, non ha l’obiettivo di trovare soluzioni
strutturali per il futuro del pianeta, ma serve a raccogliere consensi facili a
seconda dei bacini elettorali di riferimento, lasciando del tutto intatto il
nucleo della speculazione energetica.
Da un lato, lo schieramento progressista e urbano utilizza i parametri della
transizione come un dogma indiscutibile di virtù ecologica. Per questa fazione,
coprire le campagne e i crinali montuosi di impianti industriali non è una
scelta economica, ma un dovere morale universale. Chiunque sollevi obiezioni –
siano esse legate alla tutela dei corsi d’acqua, alla distruzione dei suoli
agricoli o alla salvaguardia dei contesti storici – viene immediatamente
marchiato come oscurantista. Questa retorica pseudo-ambientalista serve a
legittimare gli interessi dei grandi fondi d’investimento privati, ammantando di
progressismo un’operazione che ha tutti i tratti di una sottomissione economica
delle periferie a vantaggio dei grandi centri di consumo.
Dall’altro lato dello specchio, lo schieramento conservatore cavalca
l’esasperazione dei territori rurali in chiave identitaria e sovranista, ma si
tratta di una messinscena puramente propagandistica. Questa parte politica agita
la bandiera della difesa delle tradizioni e del paesaggio durante le campagne
elettorali per raccogliere il voto di protesta delle comunità locali. Tuttavia,
una volta nelle stanze del governo, è la stessa che firma i decreti di
semplificazione burocratica, che esautora le soprintendenze e che avalla le
normative nazionali che spalancano la strada alle multinazionali dell’energia.
Questa polarizzazione artificiale distrugge sul nascere ogni possibilità di una
transizione democratica e distribuita. Trasforma una questione vitale di
gestione della terra in una guerra di tifoserie ideologiche, dove entrambi gli
schieramenti alimentano la paura del disastro – l’uno climatico, l’altro
economico – mentre, dietro le quinte, le procedure autorizzative avanzano
spedite e i territori vengono privati di ogni difesa legale.
L’ASSE TRA CAPITALI SPECULATIVI E INFILTRAZIONE MALAVITOSA
La scelta politica di delegare la transizione energetica interamente alle
dinamiche del libero mercato, accelerata dalla pioggia di incentivi pubblici e
dai fondi miliardari del PNRR, ha creato un terreno fertile per l’insediamento
di capitali speculativi di dubbia provenienza. Le relazioni periodiche della
Direzione Investigativa Antimafia lo mettono nero su bianco da anni: la
criminalità organizzata ha progressivamente affiancato ai settori tradizionali
dell’edilizia e del ciclo dei rifiuti il business delle fonti rinnovabili.
Questo fenomeno non si manifesta quasi mai con le forme rozze e visibili della
malavita di un tempo, ma si muove nell’ombra attraverso una fitta rete di
colletti bianchi, studi professionali compiacenti e società create dal nulla,
spesso dotate di capitali sociali irrisori. Queste aziende non nascono con la
vocazione industriale di produrre energia nel lungo periodo o di efficientare la
rete elettrica nazionale. Il loro unico e reale obiettivo è speculativo:
ottenere il titolo autorizzativo cartaceo.
Nel momento in cui la società d’assalto riesce a strappare l’approvazione
burocratica, quel pezzo di carta acquisisce un valore immenso, diventando una
merce di scambio da rivendere a scatola chiusa ai grandi fondi d’investimento
internazionali. Si realizzano così plusvalenze stratosferiche senza aver mai
posato un solo bullone sul terreno, monetizzando il paesaggio altrui.
Questo meccanismo spiega l’arroganza e la frenesia dei proponenti: chi deve
ripulire o far fruttare capitali speculativi non può permettersi i tempi dei
controlli ordinari e vive ogni richiesta di verifica come un attentato ai propri
interessi economici.
LA MENZOGNA DEL BLOCCO IDEOLOGICO
Quando un progetto per un impianto eolico o fotovoltaico viene respinto dalle
istituzioni locali, la macchina della propaganda finanziaria si attiva per
denunciare il presunto “blocco ideologico” del territorio. Se però si
abbandonano i titoli dei giornali e si vanno a leggere le relazioni istruttorie
degli organi tecnici dello Stato – come il Genio Civile, le Agenzie per la
Protezione Ambientale o le Soprintendenze – emerge una realtà del tutto opposta:
i dinieghi si fondano su gravissime carenze progettuali e illegalità
strutturali.
Spesso le società speculative sfruttano le fragilità intrinseche dei piccoli
comuni rurali, comunità che non dispongono delle risorse umane ed economiche
necessarie per aggiornare costantemente i propri piani urbanistici e mappare
ogni singola criticità del suolo. Progettare impianti industriali selvaggi in
territori complessi significa ignorare deliberatamente l’equilibrio dei luoghi.
In Sardegna, questa delicatezza è ovunque: un’isola fragile, densa di vene
d’acqua sotterranee, corridoi faunistici e un’immensa stratificazione
archeologica, dove l’installazione massiccia di aerogeneratori o distese di
silicio rischia di provocare un danno ambientale irreversibile.
Le istruttorie tecniche evidenziano costantemente tentativi di edificare sopra
bacini idrografici sensibili, dove la rimozione della copertura vegetale per far
spazio ai layout industriali compromette la stabilità idrogeologica del terreno
rurale e gli scavi per i plinti e i cablaggi intercettano, deviano e inquinano
le falde acquifere. Inoltre, la speculazione stringe d’assedio il patrimonio
identitario più profondo: monumenti millenari nati dalla pietra, come Nuraghes,
Tombe dei Giganti e fonti sacre, vengono circondati e sminuiti nella loro
continuità paesaggistica. Persino i muretti a secco, strutture tutelate
dall’Unesco che sono costate generazioni di fatica, sudore e pietra ai nostri
avi dell’Ottocento, vengono considerati dalle società come semplici intralci da
abbattere.
Un esempio emblematico di questo scontro si è consumato di recente
nell’Oristanese. Dalle pagine de Il Sole 24 Ore, una società ha accusato la
Sardegna di porre un “freno ideologico” allo sviluppo delle rinnovabili dopo il
blocco di alcuni suoi progetti. Eppure, basta esaminare i documenti ufficiali di
uno di questi impianti, l’agrivoltaico “Green and Blue” previsto a Palmas
Arborea, per scoprire la verità. I pareri degli enti di tutela dicono l’esatto
contrario: il diniego non si basa su ideologia, ma su oggettive e insuperabili
incompatibilità ambientali, idriche e archeologiche, che nulla hanno a che fare
con il pregiudizio e tutto hanno a che fare con la legalità.
[Consulta il documento ufficiale della Soprintendenza]
IL BULLISMO GIUDIZIARIO E L’INSULARITÀ VIOLATA
Quando il territorio riesce a far valere le proprie ragioni tecniche, la
speculazione non si arrende, ma sposta il conflitto sul piano del bullismo
giudiziario, impugnando i dinieghi davanti al TAR e al Consiglio di Stato. Si
consuma così una guerra d’attrito profondamente asimmetrica. Per queste società,
il ricorso amministrativo non è che un mero esercizio finanziario: una voce di
spesa preventivata nel bilancio, sostenuta da studi legali di peso capaci di
logorare le resistenze locali nel tempo. Al contrario, i cittadini, le
associazioni e i comitati spontanei non ricevono alcun aiuto pubblico: per
difendere la sicurezza dei propri fiumi o l’integrità della propria storia sono
costretti ad autotassarsi, organizzando collette popolari per sostenere i costi
esorbitanti delle perizie e degli avvocati. La tutela del proprio suolo diventa,
di fatto, un lusso economico.
A questa ingiustizia si somma il grande inganno macroeconomico del Prezzo Unico
Nazionale (PUN). La propaganda mediatica promette un calo generale delle
bollette grazie all’apporto delle rinnovabili. Ed è vero che l’immissione di
energia pulita abbassa il prezzo medio sulla borsa elettrica, ma il modo in cui
questo vantaggio viene distribuito svela la natura coloniale dell’operazione. Le
regioni periferiche che subiscono l’installazione selvaggia degli impianti
arrivano a produrre energia ben oltre il doppio del proprio fabbisogno,
abbattendo il prezzo di emissione. Tuttavia, i cittadini di quelle stesse
comunità svantaggiate non beneficiano di alcun centesimo di sconto diretto in
bolletta: pagano l’elettricità esattamente quanto un consumatore che vive in una
grande città, dove non viene installato un solo pannello per non disturbare il
bacino elettorale urbano. Il vero profitto economico viene interamente catturato
dai grandi distretti industriali e commerciali del Nord, mentre i costi ricadono
tutti sul sud già in annoso svantaggio.
In un contesto insulare, questa dinamica assume una gravità esistenziale e tocca
la carne viva della sopravvivenza. Un’isola ha confini rigidi per definizione.
Sottrarre ettari di terra fertile all’agricoltura e alla pastorizia per
trasformarli in zone industriali energetiche significa compromettere la
sovranità alimentare di una popolazione. Se un domani si verificasse una crisi
strutturale nelle catene globali dei trasporti marittimi o aerei, le comunità
locali non potranno nutrirsi di specchi fotovoltaici o di sentenze del TAR.
Inoltre, le imprese locali, escluse da qualsiasi beneficio reale sui costi
dell’elettricità, vengono private della possibilità di restare competitive,
aggravando un divario economico già appesantito dall’insularità. In pratica, le
periferie perdono su tutti i fronti.
La transizione calata dall’alto si traduce così in un trasferimento netto di
ricchezza e qualità della vita: le aree interne e le isole subiscono il consumo
del suolo, la perdita d’identità, i rischi idraulici e non ottengono vantaggi
tangibili; le società speculative incassano gli incentivi statali e si
arricchiscono con i soldi pubblici; le metropoli distanti consumano l’energia a
basso costo e non vedono mai una pala o un pannello.
È tempo che l’opinione pubblica superi la superficie dei proclami e riconosca
che la difesa del territorio non è un blocco ideologico, ma l’argine
indispensabile per impedire disastri ambientali in nome dell’avidità altrui. Non
c’è più tempo per l’indifferenza, la tifoseria e la propaganda. La difesa del
nostro suolo è l’ultima linea di confine: oltre, rimane solo il deserto della
speculazione.
Ed è qui e ora, che dobbiamo decidere da che parte stare.
originariamente pubblicato da Redazione di Logu – CONTRAINFORMATZIONE E CULTURA
DE SARDIGNA