Riprendiamo da Scienza in rete
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di
Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio,
affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più
marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere
tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine
globale.
Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un
saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un
tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma
storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo
sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali.
Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande
efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca
internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in
corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e
Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la
parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII,
con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena
alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra
l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica
rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War.
Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra
grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio
strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare.
La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano
all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste
tecnologie negli apparati bellici.
LE PROMESSE TRADITE E GLI EFFETTI REALI DELLA DIGITALIZZAZIONE
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume.
Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea
produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una
dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria
di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet
viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale
svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello
sviluppo delle innovazioni radicali.
Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione
abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza
produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il
lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato
stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture
private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale
appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e
quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di
rafforzare relazioni di dominio.
Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al
consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti
di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa
capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla
configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato
globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di
rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche
danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama
esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo,
a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese
sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico
“interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più
concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin
radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del
capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non
più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di
infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli
strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della
proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione.
Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali
non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione
di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso
militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in
cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori
indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra
Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già
ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve.
Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande
capitale.
Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo
sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del
digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare
stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi
di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome,
mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft
fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese
specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei
circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso).
Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano
così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici
miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da
infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma
la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali,
l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono
in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra
digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo:
quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che
avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare,
ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che
si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli
eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo.
Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi
ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare
l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto).
Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico
italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul
tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu).
LA TRAIETTORIA CINESE VERSO L’INTEGRAZIONE DEL SISTEMA TECNOLOGICO E DI GUERRA
L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una
combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il
resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo
periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello
occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il
ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello
sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come
uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a
una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo.
Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura
ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel
1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una
frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature
di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben
detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della
strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire
un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della
sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di
trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a
lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”.
Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi
fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il
coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere
settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La
peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani
quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie
pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti
diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per
l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in
base alle specificità settoriali e territoriali.
La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di
sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della
digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario
quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida
diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi
fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si
innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più
rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è
soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo
pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme
private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento
e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale.
Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft)
statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante
delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel
radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente
geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più
attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu,
Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei
trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire
da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri
formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla
costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e
Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese
si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un
sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo
senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta
soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma
anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera
regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando
spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come
semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di
modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge
mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche.
Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e
contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e
Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi
strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre
profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di
lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale
privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza
tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello
occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici
delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma
Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu
(JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea
legislativa della Repubblica Popolare.
L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico,
perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e
sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche
industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con
le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una
differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi
statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non
sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto
piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria
delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base
sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia
esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la
cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della
popolazione.
È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene
politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come
sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo
tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di
direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra
Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande
capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa
prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa
da quella statunitense.
È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua
dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se
non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di
fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva
all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando
ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La
spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi
pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA,
cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la
sfera economica.
Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi
ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il
supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e
NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni
organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la
circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di
droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti.
Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta
verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione
delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che
emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo,
strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto
politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per
la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo
convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la
spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento
agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove
strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul
versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione
tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in
infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione
strutturale del confronto globale.
Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul
ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente
regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del
rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento
della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più
segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza.
Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel
dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso,
accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza
rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente
cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre
più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive
Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha
sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi
tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti
di Epstein.
La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto sta
accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele, in
particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate
composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump.
Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA
però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in
guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a
USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo
di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel
sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco
come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture
tecnologiche le guerre di Trump.
Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori.
da Radio Blackout
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro
l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è
ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa.
Nonostante non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia
Occidentale, le ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono
sovrapponibili con la guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo
l’inizio degli attacchi pakistani a Kabul.
Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le
proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le
immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato
americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle
relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la
manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda
comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi
contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non
indifferente per la linea Trump.
Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate
tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan.
da Radio Blackout
Sei mezzi militari imbarcati su una nave porta-container della Hapag-Lloyd, la
Kobe Express, direzione Tangeri (solito scalo utile ad aggirare la legge
185/90).
“Ancora una volta il porto di Livorno viene utilizzato come snodo logistico del
traffico bellico internazionale. Ancora una volta, dietro la facciata neutrale
del commercio globale, passano mezzi e strumenti di guerra. Le recenti
escalation militari nel Mediterraneo e oltre, hanno riattivato immediatamente i
flussi militari nello scalo labronico”. Cosi’ i Gap Livorno che denunciano per
l’ennesima volta come il porto sia ormai diventato infrastruttura strategica non
solo per l’economia, ma per la politica di guerra.
“È qui che si intrecciano interessi commerciali, equilibri geopolitici e scelte
che nulla hanno a che vedere con la sicurezza delle cittadine e dei cittadini né
con quella dei territori. Ci raccontano che è “necessario”, che è “normale”, che
è “parte del sistema”. Ma questo sistema ci rende solo più espostə, più
vulnerabilə, meno tutelatə. Ogni escalation internazionale trova nel nostro
porto un ingranaggio pronto a muoversi. E a pagare il prezzo siamo noi:
lavoratori e lavoratrici trasformatə in anelli della catena bellica, territori
trasformati in piattaforme operative, città rese bersagli potenziali.
I portuali non vogliono essere complici di guerre e genocidi e non vogliono che
il proprio lavoro venga piegato agli interessi militari di governi e
multinazionali. “Se questa dinamica si ripresenterà- annunciano- promettiamo
che bloccheremo di nuovo i varchi. Lo abbiamo fatto e possiamo farlo ancora”.
Le considerazioni di Simone del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno
da Radio Onda d’Urto
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba
diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è
un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e
piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è
semplice: lo vogliamo?
da No Base
IL MEDITERRANEO NON È UNO SFONDO: È UN TEATRO
Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui
si inserisce.
Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto
simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti
al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati,
capacità di colpire in poche ore.
Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il
Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.
E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia
strategica per conto terzi.
CAMP DARBY: NON SOLO UNA BASE, MA UN SISTEMA
Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa
di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di
nome senza conoscerne il ruolo reale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua
riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche
(dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli),
adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale
bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione,
pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli
che si stanno moltiplicando ovunque.
Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le
Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un
progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più
chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai
definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di
euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e
del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.
Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E
a quali necessità risponde veramente?
LE FORZE SPECIALI SI SPOSTANO. MA DOVE, E PERCHÉ?
Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di
forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci”
al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area
ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede
interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.
Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio
economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali
— forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in
un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare
Galileo Galilei e il Porto di Livorno.
Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di
comando risponderebbero?
LE FERROVIE E I “CORRIDOI CIVILI”
L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare”
all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto
transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe
e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.
In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per
convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità
di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su
nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.
La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture
civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci
ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento
europeo è la rapidità di movimento militare.
LA GUERRA IBRIDA E IL TERRITORIO COME PIATTAFORMA
La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di
dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità
decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.
In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo
in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in
capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di
intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte
di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane
sventolano sul suo perimetro.
Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita
infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine
decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste
strutture?
Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta
pubblica e verificabile.
JAMMS E PRATICA DI MARE: IL CERVELLO DIGITALE DELLA GUERRA
Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare
a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità
avanzate di guerra elettronica.
JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze
speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain
Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente
tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber.
Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate
per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di
dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma,
probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i
dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con
sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi
al minimo.
Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in
questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e
l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp
Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico?
Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale?
La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E
l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.
DECISIONALITÀ E SOVRANITÀ: IL CASO CROSETTO
C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.
Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il
ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura
improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in
apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le
decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando
integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i
ministeri italiani.
Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di
autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che
transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi
operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene
valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era
“preventivato”?
Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?
Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta
pubblica, anzi le aggira.
E il silenzio è già una risposta.
IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA
C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come
“ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del
territorio”.
Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.
Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali,
i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto
mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in
piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.
E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.
Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in
hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state
attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di
integrazione?
Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state
condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi
derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde,
e a chi, delle decisioni prese?
Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo
intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della
logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi
coloniali nostrani.
Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con
certezza:
Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!
Non si ferma l’aggressione imperialista Usa-Israele contro l’Iran, anzi si
intensifica.
L’intervento è stato evidentemente preparato per mesi, con l’accumulo di forze
militari americane nell’area mediorientale, utilizzando i negoziati di Ginevra
come specchietto per le allodole, per distrarre e disorientare la difesa
iraniana.
Quello che inizialmente sembrava voler essere una sorta di guerra lampo, come
successo in Venezuela, si sta trasformando in un conflitto che durerà nel tempo,
scompaginando i piani iniziali.
La strategia di Israele, evidentemente supportata dalla parte neocon dello stato
profondo americano, di chiudere i conti con l’asse della Resistenza sciita è
arrivata ad un punto di svolta con questa specie di “all in” con cui si spera di
far capitolare la Repubblica Islamica. Questa mossa va inquadrata nel contesto
generale scaturitosi da dopo il 7 ottobre 2023 e il conseguente genocidio del
popolo palestinese. Di più, va messa in relazione con il piano decennale di
disciplinare il medio-oriente ai diktat dell’imperialismo occidentale, di cui
Israele è testa di ponte in quell’area.
L’aggressione messa in campo, in barba a qualsiasi logica di diritto
internazionale, è talmente spudoratamente imperialista e coloniale, che i
tentativi retorici di Trump e Netanyahu di farla passare come un’operazione di
liberazione del popolo iraniano e per la democrazia, non vengono presi in
considerazione praticamente da nessuno, se non da qualche giornalista d’apparato
o da chi ha interessi diretti con americani e israeliani.
La risposta iraniana è tenace ed è improntata su strategie nuove che hanno
spiazzato l’aggressore. Colpire in risposta a largo raggio e con intensità mai
vista prima le basi americane in tutta l’area limitrofa, il territorio
Israeliano, tutti i paesi del golfo, sta logorando l’ombrello protettivo,
costosissimo, costruito negli anni dagli apparati militari imperialisti. Le
infrastrutture logistiche ed energetiche, così come le maggiori città stanno
pagando un costo altissimo. Diversi analisti, anche occidentali, convergono
nella valutazione che più durerà il conflitto più sarà difficile garantire
protezione ai propri alleati del golfo e allo stesso territorio israeliano. Le
scorte di missili di contraerea per rispondere ai bombardamenti iraniani non
sono infiniti, e molti dati portano a pensare che non possano durare a lungo. Il
fatto che questo costo sia il più alto e duraturo possibile è la scommessa
iraniana per far demordere l’attacco scatenatogli contro, e far scendere a
mediazioni l’aggressore. Questo potrà portare anche ad un ulteriore ampliamento
del conflitto in cui ogni scenario, fino a pochi giorni fa remoto, diventa ora
possibile. Ogni giorno che passa si allarga il teatro di guerra, fino a lambire
i margini meridionali dell’unione europea.
Si rende evidente un fatto grosso che si vede soprattutto nella reazione
iraniana: la guerra si muove interamente sulle catene del valore. L’Iran è uno
snodo centrale per l’economia cinese, non solo come approvvigionamento di
materie prime, ma anche a livello logistico. Viceversa la risposta messa in
campo dai pasdaran punta a disarticolare le basi economiche dell’accumulazione e
del modello di “capitalismo arabo” filo Usa del Golfo. Il risultato di questa
combo è che sempre di più le varie mistificazioni di facciata cadono e viene
alla luce la natura capitalista (e dunque sulle linee del profitto che
travalicano i territori) della guerra.
Il territorio iraniano intanto paga un costo enorme in termini di vite umane e
di danni strutturali, con pericolosissimi attacchi alle infrastrutture nucleari
che possono potenzialmente portare a catastrofi ai danni di tutta la
popolazione.
La Repubblica Islamica e l’intero asse della Resistenza stanno affrontando
questa guerra di aggressione in maniera esistenziale e coscienti che la partita
che si gioca è di portata storica per tutto il Medio Oriente.
Gli obiettivi americani sono non solo la caduta del regime, ma anche la
balcanizzazione del territorio iraniano su linee etniche e religiose. Vanno in
questo senso i finanziamenti e il sostegno alle milizie curde del nord-Iran e si
preparano a considerare anche l’opzione dell’intervento diretto con le truppe,
che vista la difficoltà logistica che comporterebbe potrebbe essere delegata a
forze locali “ostili” al governo.
L’altro obbiettivo è quello di spezzare qualsiasi sostegno ai palestinesi per
poter finire il genocidio iniziato a Gaza, colonizzare definitivamente la
Cisgiordania ed impedire preventivamente qualsiasi resistenza nei paesi
confinanti all’entità sionista. Infine impedire l’approvvigionamento e il
sostegno al movimento libanese Hezbollah e agli houthi. Infatti l’Iran, che
piaccia o meno, è stato l’unico attore statale a sostenere la resistenza nei
fatti, in questi anni, al progetto della “grande Israele”.
Per questo motivo una capitolazione dell’Iran o un suo disfacimento sarebbe la
rovina per i palestinesi e per tutti quelli che si pongono il problema di
resistere al progetto imperialista. Questa constatazione, che parte dai dati
materiali della situazione sul campo, non vuol dire che ai movimenti che si sono
battuti contro il genocidio dei Palestinesi, debba piacere il regime teocratico
iraniano, o che non bisogna assumersi la complessità delle mobilitazioni contro
il regime che da molti anni vengono portate avanti. Il fatto è che nulla di
buono può scaturire dall’intervento imperialista né per le masse popolari
iraniane né per tutto il movimento a livello globale. Anche se è comprensibile
che alcuni iraniani della diaspora e in loco, siano felici per la morte dei
Khamenei, ciò non cancella il fatto che le condizioni di vita materiali e di
diritti sociali e civili in Iran non potranno che peggiorare con una guerra di
lungo corso e la disgregazione territoriale che si vuole portare a termine. Lo
si è visto in Siria, in Iraq, in Afghanistan, dov’è la democrazia che tanto si
sbandierava di voler portare? Sono migliorate le condizioni delle masse? La
caduta dall’alto di quei regimi ha portato all’avanzata di un movimento
progressista e anticapitalista o addirittura rivoluzionario e comunista? Non ci
sembra proprio.
Per questo motivo moltissimi iraniani a cui sicuramente non va a genio la classe
di profittatori creata dalla rivoluzione islamica, si pongono il problema di
contrastare l’attacco imperialista dentro e fuori dal paese.
Come fu per il 7 ottobre, il potere prova a giocare la sua partita, instillando
nei movimenti e nelle masse il ragionamento, tutto frutto di una supposta
superiorità occidentale e coloniale, per cui i popoli colonizzati dovrebbero
assumere delle forme di resistenza e di ribellione alla barbarie capitalista,
“pulite”, pacifiche, “felici” e idealizzate. L’autodeterminazione dei popoli
invece assume spessissimo forme dure e che possono non piacere a chi sta nella
parte occidentale del mondo. Le petro-monarchie sono il modello imperialista, o
al massimo un regno di caos e di guerra civile distruttiva su base etnica o
religiosa.
Con questo dato politico semplice ma enorme bisogna fare i conti, come fu per il
la resistenza del popolo palestinese. L’equidistanza che vediamo in certi
ambienti della sinistra e, purtroppo anche di movimento, finiscono per agevolare
il disegno del dominio e tolgono forza e supporto a chi resiste materialmente
alla guerra imperialista. La sfida oggi è quella di mettere in campo un
movimento contro questa aggressione e il progetto imperiale americano che abbia
parole chiare e comprensibili senza ambiguità. O si è contro o si appoggia
l’aggressione, non ci sono vie di mezzo.
Fare la nostra parte, in occidente, vuol dire costruire e favorire l’emergere di
un movimento contro la guerra, contro l’intero “progetto” occidentale, facendo
mancare la base di supporto materiale e di consenso che permette il genocidio e
l’assoggettamento di tutta quella parte di mondo che subisce o che non si vuole
assoggettare all’ordine imperiale.
In Italia e in tutta Europa, i costi sociali ed economici di questa guerra
saranno altissimi. Il prezzo di gas e carburanti non potrà che lievitare
ulteriormente, colpendo le condizioni di vita materiali di milioni di persone.
L’uso delle basi americane sul nostro territorio, così come il coinvolgimento
diretto nel conflitto, già realtà per Francia, Inghilterra e Germania, non farà
che esporre la popolazione a diventare potenziale obiettivo diretto.
Crediamo che questa coscienza sia diffusa e radicata in una grossa fetta della
popolazione italiana ed europea in generale: ci si rende conto che il progetto
di egemonia americana non è più in grado di offrire una contropartita
accettabile. Gli interessi materiali di chi sta in basso, quindi in primis di
tutelare i propri standard di vita, non coincidono con gli interessi delle
élites europee e del governo Meloni. Questi ultimi sono proni non solo per
adesione all’ideologia Maga, o perchè figliocci di Bannon, o perché
strutturalmente atlantisti, ma perché la maggior parte della borghesia italiana
ed europea ha capito che c’è la possibilità di mantenere i propri privilegi
scaricando i costi verso il basso. L’acuirsi di questa situazione non potrà che
ampliare il divario fra i partiti istituzionali e la massa sempre più crescente
di persone che non si riconoscono più nel sistema istituzionale, lasciando uno
spazio politico vuoto in cui può crescere un’insorgenza sociale nuova. Il
movimento contro il genocidio e la guerra a Gaza è stato anche questo.
In questa congiuntura generale si arriva al dunque anche per il governo
italiano: la strategia propagandistica per la “sovranità” nei settori strategici
è evidentemente smascherata, che si tratti di energia o di altri ambiti,
l’Italia in questi anni non ha fatto alcun passo avanti in questa direzione con
dure conseguenze sul piano economico. Di fatto l’unico settore in cui l’Italia
ha buone speranze è quello dell’industria militare, ma su questo dovrà fare i
conti con un forte sentimento anti bellico che cresce in vari settori della
popolazione. L’equilibrismo e l’imbarazzo di Meloni nei confronti di Trump avrà
un punto di caduta? Nel frattempo la domanda da porci è: l’occidente collettivo
è sprovvisto oggi di ” idee forza” per muovere le masse verso la guerra, dunque
come esplicitare e tradurre concretamente un programma che di fatto viene
espresso dalle parti basse della classe? Serve un piano di realtà immediato
perché la risposta non può essere lasciata al Vannacci di turno.
Ci uniamo al messaggio di saluto da parte di Derive Approdi in merito alla
scomparsa di Romolo Gobbi e per ricordarlo ripubblichiamo questa intervista
presente sul sito Futuro Anteriore – Dai Quaderni Rossi ai movimenti globali:
ricchezze e limiti dell’operaismo italiano.
Apprendiamo con grande dispiacere la notizia della scomparsa di Romolo Gobbi,
figura di grande importanza nelle esperienze di «Quaderni rossi» e di «classe
operaia» e nell’organizzazione delle lotte di fabbrica a Torino negli anni
Sessanta, storico acuto e coraggioso, persona dotata di profonda intelligenza e
straordinaria ironia. Con noi ha pubblicato la nuova edizione di «Com’eri bella,
classe operaia. Storie, fatti e misfatti dell’operaismo italiano», volume che
consigliamo a coloro che vogliano guardare alla propria storia senza stucchevoli
mitologie e inutili nostalgie. Per ricordarlo, pubblichiamo a seguire un breve
stralcio del libro: crediamo restituisca bene quello che Romolo è stato.
«Dopo pochi giorni ci giunse la sentenza: “Tali compagni nel corso della loro
attività presso la nostra fabbrica hanno compiuto ‘aperti atti di indisciplina e
svolto attività di tipo frazionistico’ tali da creare notevoli difficoltà e
intralci alla azione del Partito e del sindacato di classe. I loro atti di
indisciplina si sono manifestati pubblicamente e in materiali di propaganda
stampa e diffusi di loro iniziativa, posizioni contrarie alla linea
autonomamente decisa dal Sindacato unitario e vincolante per la corrente
comunista. Constatato, dopo prolungati sforzi, che si sono protratti per alcuni
mesi, anche sulla base di colloqui diretti, malgrado vari richiami orali, il
loro rifiuto a voler riconoscere gli errori commessi, contrapponendo alla
esigenza dell’autocritica il loro diritto a svolgere un’azione di frazione. La
Cellula dei Larghi Nastri e il Comitato Direttivo di sezione unitamente decidono
la RADIAZIONE di Gobbi e di Gasparotto dal Nostro Partito”. Il 20 febbraio 1962
ci fu un riesame della nostra radiazione da parte della presidenza della
Commissione federale di controllo: durante la seduta ci venne chiesto
insistentemente di fare l’autocritica, anche benevolmente, ma noi fummo
intransigenti e ce ne andammo con la formula di rito “Cari compagni, fraterni
saluti”. Eravamo nel partito esattamente da un anno. Pierluigi disegnò un
cartiglio con una grande zeta rossa, per Zengakuren come ci chiamavano nel
sindacato, al cui centro campeggiavano due braccia incrociate nel classico gesto
osceno col motto “Moriantur burocrates”. In alto c’era un’altra scritta: “sempre
espulsi – sempre presenti”».
INTERVISTA A ROMOLO GOBBI – 14 DICEMBRE 2000
Da buon storico materialista inizio dicendo che l’individuo è collocato nella
società in cui vive. Mentre l’esperienza operaista è precedente, praticamente
finisce con Gramsci, quindi negli anni ’20, la raboceia opposizia (opposizione
operaia) venne sciolta da Lenin, la Kollontai divenne ambasciatrice in Finlandia
credo, quindi l’esperienza operaista con questi personaggi si chiuse. Perché
negli anni ’60 a Torino c’è un revival operaistico? La domanda è questa. Intanto
c’è una continuità teorica, nel senso che soggetti determinati (poi dirò dei
nomi) portano e conservano la memoria, la teoria e i valori dell’operaismo, e
non sono dentro il Partito Comunista, anche se si sa che lì vinse l’ala degli
ordinovisti, cioè quelli che Lenin accusava di essere operaisti, di essere
anarcosindacalisti. Ad esempio quando si rivolse a Terracini dicendo che a
Torino c’è stato qualcosa di anarcosindacalista ma niente di marxista. Chi
conserva parte di questi valori? E’ una parte del Partito d’Azione, la sua
sinistra che si chiama Vittorio Foa, che durante il fascismo, pubblica un
quaderno di Giustizia e Libertà sull’Ordine Nuovo e sui consigli, e poi divenne
socialista e vicesegretario della CGIL. Vi è anche un altro soggetto di origine
azionista, Trentin, figlio del Trentin azionista, e divenne vicesegretario della
CGIL. Quindi, furono i due vicesegretari della CGIL che nel 1960 o ’61 si
rivolsero a Raniero Panzieri, che rappresenta l’altro filone socialista;
Panzieri e Libertini i quali avevano teorizzato le tesi sul controllo operaio.
C’è poi questo polo internazionale che è stato rappresentato dalla Yugoslavia e
basta. Quindi, è un filo flebile, non ci sono altri, sono quelli; e sono
soprattutto quei due vicesegretari che puntano a realizzare in Italia una
qualche forma di controllo operaio. L’operaismo ha vinto perché è riuscito a far
fare al sindacato i consigli di fabbrica, anche se poi sono stati svuotati.
Allora, come potevano due vicesegretari della CGIL ottenere questo risultato se
non facendo marciare l’esperienza con gambe più giovani e comunque rendendo la
cosa più evidente, dal momento che non potevano loro (in nome di chi?) far
passare questa cosa. C’è stato dunque questo liaison Panzieri-Foa-Garavini e
l’idea di fare i Quaderni Rossi, questa è la base soggettiva portante di questi
valori.
Dall’altra parte la società italiana di quegli anni stava vivendo il boom
economico, cioè una fase di reindustrializzazione. Gli anni del boom economico
produssero una crescita vertiginosa, il miracolo italiano di
industrializzazione. La Fiat fece Rivalta, si estese a Carmagnola, costruì
stabilimenti da tutte le parti, nacque il polo elettromeccanico. Ci fu questa
situazione di banale consumismo che il capitalismo mondiale aveva già superato:
in Italia i frigoriferi, le automobili, il consumo di massa di questi beni
durevoli arriva in quegli anni lì. Allora, cosa succede secondo me? Che
ricreandosi le condizioni dell’industrializzazione dei primi anni del secolo, è
stato possibile che individui che avevano nella loro memoria questi valori
cogliessero questa occasione per proclamare una qualche preminenza della classe
operaia, perché la classe operaia in quegli anni era in espansione ed era
protagonista. Congiunti questi fattori con la società veniamo fuori anche noi,
prodotti di questa stessa società, cioè coinvolti in questo fenomeno vistoso di
crescita operaia. Quindi, scatta tutta quella sequela di entusiasmi, la crescita
entusiasmante della classe operaia ci porta ad essere solidali con essa, ad
auspicare una trasformazione della società in maniera radicale, in cui la classe
operaia sia protagonista.
Adesso arriviamo a noi, poveri tapini che veniamo soggiogati dal fenomeno
sociale e veniamo indottrinati e strumentalizzati da chi invece aveva delle idee
più chiare, anche se penso che nemmeno loro sapessero bene dove sarebbero andati
a finire, ma avevano questi valori in tasca. Noi come veniamo fuori? Siamo il
prodotto di una società chiusa, che è Torino, tipico esempio: se uno volesse in
tutto il mondo indicare una società chiusa, Torino è la più rappresentativa.
Quindi, apparteniamo ad una classe media, piccolo borghese, caratterizzata da
questa chiusura mentale. Ci sono invece degli individui che per ragioni
genetiche o culturali si vogliono ribellare, si dice che Torino è la culla ed il
covo di sperimentazione, in realtà secondo me è la reazione alla sua chiusura: è
talmente chiusa che uno a un certo punto deve esplodere. Allora, vengono fuori
le punte critiche e le punte polemiche nei confronti della società, che magari
in una società più permissiva non verrebbero fuori. Di fatto veniamo tutti da
esperienze religiose, frustranti, alla ricerca di una realizzazione pratica. Io
credo di essere stato l’unico cattolico in crisi, degli altri Rieser era ebreo
valdese, infatti c’è questa componente valdese, lo sono Mottura, la Edda
Saccomani, le prime riunioni si fanno ad Agape. Quindi, in crisi non dico
mistica ma senz’altro religiosa e dunque giustamente c’è il collegamento con
minoranze religiose: da questo impasto viene fuori la psicologia di queste
persone. E’ una cosa così banale che qualsiasi psicologo avrebbe potuto fare,
non è un risultato eccezionale, non eravamo degli individui eccezionali. A
riprova di questo si sa che nell’area dei Quaderni Rossi gravitano personaggi
quali Gianni Vattimo, Guglielminetti, lo stesso Coppellotti, quelli del gruppo
Mounier, cattolici operaisti per conto loro. Anche Greppi viene fuori
dall’esperienza valdese, ma poi c’è anche Miegge che diventa pastore a Roma, un
altro valdese. Io con questo ho spiegato tutto: una religiosità vissuta in
maniera di crisi, quindi un voler superare la propria religiosità con qualcosa
di più soddisfacente e tangibile ed eccoci approdare alla religione operaista:
chiaramente per noi aveva questo valore di sostituzione, e si guardava alla
classe. In Come eri bella classe operaia racconto di questa matrice religiosa,
adesso sono stato più esplicito, forse allora avevo meno chiaro questo quadro
complessivo ma direi che l’operaismo a Torino rinasce da questa convergenza di
spinte sociali, esperienze religiose individuali in crisi e personalità comunque
illustri che invece ci utilizzano.
Nel ’61 io faccio il discorso alla conferenza dei comunisti delle grandi
fabbriche davanti a Togliatti e a tutti gli altri, Amendola, Ingrao: “parla lo
studente Gobbi di Torino”, era impensabile. Lo studente Gobbi di Torino,
iscritto da due mesi al Partito Comunista, alla conferenza dei comunisti delle
grandi fabbriche non può parlare, non è nemmeno concepibile: però, se dietro ha
due vicesegretari della CGIL che gli scrivono il discorsoallora questo può anche
parlare. Si fa un piccolo conciliabolo, “vai tu, no io no”: Soave si è subito
ritirato, lui è una chiocciola, si ritira dentro la sua libreria o a casa sua,
Romano naturalmente no, Pierluigi no, quindi faccio io il discorso e mi piglio
le ire di Togliatti, mi processano nel partito e mi sbattono fuori dopo pochi
mesi. E naturalmente io faccio il discorso, che non è più rintracciabile ma io
ce l’ho a casa in copia, quella praticamente è un’anticipazione dei consigli
operai, si dice: “Il partito in fabbrica non conta più, il sindacato nelle sue
strutture attuali non ha una presa e un contatto diretto con la classe, la
classe è disponibile, bisogna creare degli organismi”. E si parla proprio di
assemblee e di delegati di reparto, cioè questi ce lo avevano in testa, lo fanno
dire a me. Togliatti naturalmente se la prende con me perché suocera intenda.
* – In questo contesto che hai delineato come è avvenuto nello specifico il tuo
processo di formazione politica e culturale e quali sono state eventuali
figure di riferimento nell’ambito di questo percorso?
Intanto c’è il liceo Gioberti, io sono compagno di classe di Mottura, poi questi
ripete e quindi diventa compagno di classe di Rieser e il gioco è fatto: eravamo
compagni di liceo. C’era poi anche la giovane Negarville, che poi diventerà
moglie di Minucci. Era così. Ad esempio, perché Rieser viene al Gioberti? Perché
lì insegna il professor Molpurgo, ebreo, e allora le classi di Molpurgo si
riempiono di ebrei. Siamo di nuovo lì, sono delle spiegazioni banali ma ovvie
anche. Nessuno dei professori naturalmente ha un valore, ma ci sono questi
legami. Si passa anche attraverso la politica universitaria, ma poi ci si
ritrova tutti nel Partito Socialista con Basso: allora ecco di nuovo un altro
personaggio, Lelio Basso, e siamo tutti bassiani. Anche la Edda Saccomani viene
dal Gioberti, quindi i valdesi e gli ebrei al Gioberti si ritrovano e fanno
combriccola, poi si ritrovano all’università a Palazzo Campana. Io faccio
politica universitaria ma gli altri credo di no: tra l’altro io non la faccio
nell’UGI che era la forza deputata, ma poiché un altro del liceo era nei
Goliardi Indipendenti, che erano liberali, mi fa andare lì. Ma io nel giro di
due anni maturo la mia iscrizione al Partito Socialista, corrente bassiana, e
allora ci ritroviamo tutti lì dentro, insomma tutti quei cinque o sei che
eravamo, cioè io, Rieser, Mottura, Soave, Edda Saccomani, poi c’erano altri che
si sono persi per la strada, la donna di Mottura, che è un’altra valdese. Poi
Lelio Basso non è che suscitasse particolare entusiasmo, però anche lui era un
portatore di un’ideologia se non operaista certamente non carrista, quindi
comunista in senso stretto, e neanche riformista: luxemburghiano insomma.
Essendo appunto in crisi, tutta l’eredità critica del comunismo noi la
ereditiamo, quindi anche Trotzkij, Soave era trotzkista. Alquati è un
personaggio misterioso, perché lui non è stato niente di tutto ciò, nel momento
in cui bisognava iscriversi diceva “bisogna iscriversi al Patito Comunista”, noi
ci iscrivevamo e lui no, al Partito Socialista noi ci iscrivevamo e lui no. Lui
è sempre fuori, gioca sempre da fuori: non so se sia una sorta di opportunismo o
di reticenza, non lo so, ci manda avanti ma lui non c’è. Comunque, rispetto alla
strumentalizzazione era fatta da altri, e cioè dai Foa e dai Trentin, poi questi
naturalmente fanno valere la loro posizione sulla Camera dl Lavoro di Torino,
quindi vengono fuori i Garavini, i Pugno, gli Alasia, tutti questi personaggi
che collaborano ai Quaderni Rossi: ma lì è già più ovvio, lì c’è addirittura
un’autorità gerarchica che li fa marciare. Poi c’è questo caso Fiat che
improvvisamente esplode e questo dà forza al discorso, perché la cosa non viene
prevista dal partito, questo anzi è sempre lì che si lecca le ferite perché è
stato fatto fuori dalla Fiat, dai vecchi compagni che noi contattiamo:
diventiamo sindacalisti, questo non l’ho detto ma lo sapete. Partecipiamo ai
direttivi sindacali, alle commissioni interne Fiat, con diritto di parola, ci
affidano la campagna elettorale mi pare del ’61 alla Mirafiori e in qualche
altra sezione, alle ferriere credo. Ci dividiamo il lavoro, io e Gasparotto ci
occupiamo delle ferriere, siamo in organico del sindacato, io sono responsabile
sindacale CGIL delle ferriere e credo lo fosse anche Pierluigi.
* – Tronti sostiene una dimensione parallela a quella di cui tu parlavi a
proposito di Foa e Trentin: cioè, lui dice di avere sempre avuto l’ipotesi di
costruire una componente che potesse fare pressione sul Partito Comunista,
cosa che poi si conclude con la chiusura di Classe Operaia. Dopo i fatti di
piazza Statuto, tra il primo e il secondo numero dei Quaderni Rossi, matura
la contrapposizione tra Panzieri e Tronti, anche se poi alcuni la fanno
passare più come contrapposizione tra Panzieri e alcuni di voi.
I bruti, eravamo definiti così dagli altri: c’era l’ala bene e l’ala che aveva
fatto di questo operaismo anche l’assunzione di atteggiamenti esteriori,
bestemmie, rutti, scoreggie, per cui venivamo definiti i bruti, eravamo io,
Soave, Alquati e Gasparotto.
* – Siete anche i quattro che avete portato avanti la ricerca militante e
l’intervento alla Fiat e in altre fabbriche.
Noi siamo contro la ricerca sociologica, siamo anche per la militanza nel
sindacato e per l’impegno nelle fabbriche. E siamo i quattro (in realtà tre,
perché Romano no) che si iscrivono al PCI: il segno della rottura è questa
iscrizione al Partito Comunista che facciamo in tre, forse in quattro, non so se
la Edda Saccomani ci segue in questa esperienza, senz’altro ci segue quella che
era la donna di Romano, la Anna Chicco, poi forse c’era anche la Gisella di
Iuvalta.
* – Le due coppie che portavano avanti questo percorso di ricerca militante e
di intervento politico eravate da una parte tu e Gasparotto e dall’altra
Alquati e Soave?
Per quanto riguarda Alquati e Soave è più problematico, Romano è sempre dietro,
io non me lo ricordo piazzato in un punto particolare. Io e Pierluigi ho già
detto che siamo responsabili sindacali della CGIL e lavoriamo alle ferriere;
nell’estate ’61, quando scoppiano degli scioperi spontanei alle manutenzioni,
facciamo questi volantini (che sono anche depositati al centro Gobetti). Questi
volantini vennero firmati “un gruppo di operai delle Ferriere”, ciclostilati
Camera del Lavoro di Torino, noi approfittiamo di questa presenza ufficiale:
anzi, addirittura usiamo una firma che automaticamente ti delegittima, perché o
ti firmi commissione interna o non puoi firmarti “un gruppo di operai”, che
cos’è?, la mentalità burocratica non accetta una cosa del genere. Addirittura in
questi volantini si mette in luce il fatto che “siamo riusciti a scioperare
perché le commissioni interne erano in ferie, cioè abbiamo superato le divisioni
e le pastoie burocratiche”. L’autorganizzazione e l’autonomia operaia sono le
cose che li fanno incazzare, e avevano fatto incazzare pochi mesi prima
Togliatti quando ero andato a dirglielo in faccia: “la classe sa organizzarsi,
senza bisogno del partito e senza bisogno del sindacato”, conun’organizzazione
appunto di base, con i comitati e via dicendo. Questi volantini sono due: il
primo fatto per la manutenzione che aveva scioperato, che poi era stato uno
sciopero bianco, poi un secondo volantino e lì incomincia la discussione
all’interno. Questo volantino viene fatto in agosto, quando le manutenzioni
lavorano perché gli impianti sono fermi e io e Pierluigi ci trovavamo a Torino,
mentre gli altri erano via. Al ritorno che cosa facciamo di questo volantino e
di questo sciopero? Comunichiamo agli altri operai della Fiat che c’è stato uno
sciopero, di poche ore e di pochi operai, ma che comunque è possibile fare uno
sciopero autorganizzato dagli operai. Pum, volantone in cui si dice questa cosa
qua: il Lanzardo è d’accordo e ce lo ciclostila presso lo SFI, il sindacato
ferrovieri a cui lui apparteneva, ma nei Quaderni Rossi c’è discussione, su
quella roba lì c’è rottura, infatti ci sbattono fuori dal sindacato, tutti,
anche quelli che non erano d’accordo sul secondo volantino, ma poi in fondo sì,
c’è discussione ma poi si decide di fare questa cosa, però si arriva alla
rottura. Allora, la costruzione comincia a incrinarsi e la parte ufficiale
prende le distanze. Quindi, mentre al primo numero partecipa la Camera del
Lavoro di Torino, al secondo numero non ci sono già più, Trentin e Foa si sono
ritirati, invece Panzieri va avanti per la sua strada con questo gruppo di
giovani.
* – Come sono capitati a Torino Alquati e Gasparotto?
Sono attirati da questa presenza, è una presenza clamorosa, nel senso che gli
intellettuali davanti alle fabbriche non ci sono più dal 1920 insomma, perché le
divisioni di classe si erano formate, c’era stato il fascismo, nel dopoguerra
certamente non c’era stato nulla di diverso. Addirittura qualcuno (dovrebbe
essere Giorgio Galli, ma non ne sono sicuro) scrivendo su Il ponte dice: “Questo
gruppo di giovani bassiani a Torino si occupa di sindacato”; quindi, Panzieri,
Einaudi. Così, arrivano questi due pellegrini da esperienze diverse, Romano da
Unità Proletaria di Montaldi, e Pierluigi Gasparotto viene dalla comune di via
Sirtoli: anche lì esperienze di iniziazione, di crisi.
* – Qual è il tuo giudizio sulla figura di Gaspare De Caro rispetto sia ai
Quaderni sia a Classe Operaia?
Gaspare De Caro viene da Roma, del gruppo romano io non so nulla, so quello che
loro hanno detto, è tra l’altro ancora più eterogeneo di noi, perché Asor Rosa è
socialista, Tronti è comunista. Gaspare De Caro è una meteora, è una presenza
“massiccia” perché era un uomo anche intellettualmente molto strutturato, però è
uno storico, non c’entrava niente. Era amico di Tronti, questi l’ha coinvolto
nella cosa ma quasi subitaneamente lui si ritira, lo fa praticamente subito
quando vede che questa cosa assume la connotazione di gruppuscolo. Perché finché
era entrismo sindacale e nel partito allora, per la validità che ha mostrato
l’entrismo, poteva comunque giustificarsi; ma per una persona seria, che ha una
sua cultura, una sua professione, dei suoi obiettivi, non era possibile.
* – Però, anche da quanto ha scritto in un ciclostilato da lui fatto insieme ad
Enzo Grillo nei primi anni ’70, De Caro ha operato una rottura profondamente
critica in particolare nei confronti delle ipotesi di Tronti rispetto al PCI.
L’entrismo di Tronti è addirittura patetico, perché lui continua a considerarsi
iscritto al Partito Comunista mentre invece è stato espulso, lui è convinto di
essere sempre stato dentro il partito. Io non so che cosa dire, noi consumiamo
praticamente immediatamente il rapporto con il partito, ossia io, Pierluigi e
Romano, perché a quel punto invece Soave resta nel partito, quindi se vogliamo
il trontiano è lui; e noi invece cavalchiamo questa deriva gruppuscolare,
estremista, e quindi con Faina a Genova e con Toni Negri facciamo questo 1°
numero di Classe Operaia.
C’è poi il discorso sulla sociologia. Panzieri a Torino, all’Einaudi, è la
sociologia, e i De Palma, i Lolli, questi che frequentavano l’università, che si
occupavano di sociologia, anche loro vengono irretiti da questa novità. L’Italia
scopre la sociologia, la cultura italiana, perennemente in ritardo, scopre la
sociologia. E naturalmente compito ancora più arduo è far accettare al partito e
alle organizzazioni sindacali la sociologia come strumento di conoscenza della
classe, cosa pazzesca: la scienza borghese che pensa di essere superiore alle
capacità euristiche del partito, dei propri militanti, dell’intellettuale
collettivo! “Ma quali questionari, andiamo a chiedere ai compagni”; e poiché
questi si erano ficcati in un buco, i compagni dicevano: “Noi siamo isolati,
siamo perseguitati, questi non si muoveranno mai, perché sono tutti ‘barotti’,
sono tutti contadini, hanno il frigorifero e la macchina e quindi non
sciopereranno mai, questo è il dato”. Invece, noi continuiamo in questa cosa;
poi, visto che uno dei quattro è finito nelle BR e via dicendo, quella cosa lì
ha poi una logica di vita estremistica. Potere Operaio di Torino di Emilio
Soave, il Gatto Selvaggio di Romolo Gobbi e queste cose qua, come potevano
andare a finire? L’esperienza di Classe Operaia ci obbliga a un percorso
assurdo, perché si spacciava per un’esperienza militante ed era uno strumento
improponibile, impraticabile nella comunicazione con gli operai, testi
illeggibili, discorso intellettualistico, i Quaderni Rossi già erano una bella
perla in questo senso. Non capisco perché voi vi interessiate tanto di questa
cosa, è un’assurdità, un parto ritardato di trenta o quarant’anni rispetto agli
altri, un aborto, che però ha prodotto la deformazione di questo sindacato
italiano che è quello che è, una delle forze dominanti di questa società:
parliamoci chiaro, il sindacato conta in Italia, eccome, ed ha contato di più
perché questa esperienza è andata in porto, il salario come variabile
indipendente, i delegati, questa cosa qui ha avuto un impatto pazzesco sulla
società italiana. Ciò incontrando anche una classe imprenditoriale incompetente,
il cui principale rappresentante è il demente torinese Agnelli, che è uno dei
massimi esponenti. Cioè, una classe imprenditoriale che dice: “Facciamo
l’accordo e appoggiamo le sinistre perché queste possono fare quello che le
destre non possono fare”. E’ una frase testuale, Agnelli l’ha detta a proposito
del governo di centro-sinistra, ma lui già lo pensava quando nel ’75 firmava
l’accordo con i sindacati. Se le cose vanno così cosa succede? Durano per un po’
di tempo, passato il quale i tuoi si ribellano e hai i 40.000, e gli altri alle
prime elezioni dopo che si sono comportati come le destre perdono il governo.
Questo è il risultato che ha ottenuto questo imbecille, questa tartaruga rugosa.
Per rendervi conto anche della mia evoluzione successiva, non solo io vedo con
occhio distaccato l’esperienza particolare, io non voglio mobilitareaggettivi
altisonanti, in realtà ho ereditato da mia madre un forte senso autocritico e un
gusto per l’ironia e per l’autoironia. In generale siamo in una fase quasi di
deindustrializzazione, perché con l’introduzione dell’automazione
automaticamente la classe operaia viene ridimensionata, e siamo al punto in cui
ci troviamo oggi. In realtà, l’Italia vive una controtendenza dovuta alla sua
arretratezza, per cui si espande la classe operaia e negli altri punti si sta
già riducendo. Quindi, il sogno operaista era tanto più sogno perché era un
sogno provinciale, italico, abbastanza nordico, tutto sommato i grattacieli nel
deserto del Sud non l’hanno certo trasformato in un paese industriale. Questo
era il dato ed è la contraddizione stessa del marxismo che in fondo predica un
futuro di egemonia politica, un termine a lui estraneo, diciamo di dominio e di
conquista politica del potere da parte della classe operaia quando la sua
analisi porta comunque nella direzione opposta, è lui stesso che lo afferma
quando dice che il capitale è portato per sua natura a risparmiare forza-lavoro:
quindi, la classe operaia è anche destinata ad aumentare, solo che poi a un
certo punto dovrà diminuire. La condanna del marxismo è tutta lì, tutte le altre
contraddizioni sono minime rispetto a questa contraddizione di fondo: bisognerà
che lo sviluppo capitalistico raggiunga il massimo, ma quando l’ha raggiunto la
classe operaia è una minoranza e non può più reggere lo Stato comunista,
quell’idea lì. Dunque, non solo io mi rendo conto di questo, ma mi rendo conto
che a livello mondiale ormai si muovono forze che addirittura sovrastano questa
microdimensione, che è una dimensione che riguarda un quarto dell’umanità,
adesso un quinto, in un breve periodo di tempo sarà un sesto per diventare poi
un decimo dell’umanità nell’arco di 30-40 anni. Quello che mi differenzia da
tutti gli altri, proprio in maniera chiara, è la percezione del boom demografico
che stiamo vivendo: se vogliamo torniamo a Malthus insomma, aveva ragione
Malthus, altro che Marx! La popolazione sta crescendo in maniera pazzesca, a
livelli esponenziali e via di questo passo: è devastante non rendersi conto che
è inutile che stiamo a discutere dei 4.000 o 40.000 operai quando ci sono 600
milioni di islamici che invaderanno l’Europa nei prossimi vent’anni, perché sono
questi i termini. La Fondazione Agnelli ha fatto i suoi studi ormai da due o tre
anni prevedendo che nell’anno 2020 la popolazione dell’area sud del Mediterraneo
raddoppierà, adesso sono 580 milioni, se ne aggiungeranno altri 580 milioni.
Allora, se uno dice che raddoppia la popolazione pensa che raddoppierà
l’immigrazione: no, perché se questa popolazione produce questa immigrazione,
tutta la popolazione che si aggiungerà è potenziale di immigrazione verso
l’Europa. Questo è il dato, qui crolla tutto insomma, da quando è tale la
dimensione globale del problema. Esci da questa Torino operaia e operaista e ti
trovi già in un’Italia che non è più questa cosa qui, guardi il resto del mondo
e vedi che è un’altra cosa ancora. Il modello non è estensibile a tutta
l’umanità, non si può estendere il livello di vita dell’Occidente al mondo
intero: intanto devi moltiplicare tutto per quattro o per cinque, quindi i 40
milioni di automobili devi moltiplicarli per quella cifra, diventa un casino. La
consapevolezza dei limiti, possiamo dire, il capitale e la borghesia li
acquisisce con i suoi rapporti sui limiti dello sviluppo, il Movimento Operaio
non ha mai fatto i conti con questa cosa qua. Poi c’è questa dato
dell’immigrazione e anche su questo loro non si rendono assolutamente conto di
quello che sta succedendo, hanno fornito loro i dati, hanno detto 600 milioni,
non i 60.000 o i 6.000: praticamente la popolazione europea non arriva a 600
milioni, quindi si avrà un’islamizzazione dell’Europa, oppure si avrà un
conflitto, ma i conflitti non hanno mai impedito l’immigrazione di massa, non
c’è niente da fare. Questi arrivano, nonostante Schengen o tutto quello che si
vuole. Qui, anche da un punto di vista puramente non vorrei dire etico, ma
comunque se uno deve difendere il più debole, ci si deve rendere conto che un
operaio è uno straricco rispetto a un povero marocchino che raccatta quattro
soldi (e nemmeno tanto solo quattro soldi) per arrivare in Italia: non ha
niente, è un vero proletario, mentre questi hanno già da difendere i loro
interessi. Infatti, per tornare ad un discorso anche autocritico nei confronti
della classe operaia, questa era razzista, sono loro i primi razzisti, non
contiamoci delle balle: anche giustamente, perché questi mettono in discussione
i loro livelli di vita, la loro sicurezza di posto di lavoro, il loro livello di
consumi ecc. Ma io questa scelta non la voglio fare, non voglio dire che
condanno gli operai per questo loro egoismo: la cosa travalica le valutazioni
morali, la cosa ci sovrasta, è apocalittica. Inesorabilmente e ineludibilmente
arriveranno, si vede che cosa fanno, si fanno stivare dentro i container e poi
muoiono disidratati, passano sotto i muri, gli Stati Uniti hanno costruito un
muro lungo migliaia di chilometri per impedire ai latinos di entrare ma loro
entrano, passano sotto, saltano. La condizione dell’altra parte dell’umanità è
talmente disperante che non c’è niente da fare. Che cosa dice il Movimento
Operaio? Niente, non dice niente. Da un lato c’è il buonismo che dice
“lasciamoli venire”, e nella misura in cui lo dicono gli operai diventano sempre
più anti-Movimento Operaio e sempre più razzisti. Poi, una volta che sono qua,
anche lì c’è il dilemma del Movimento Operaio, che non riesce a prendere una
posizione coerente: “integriamoli” o “difendiamo la loro identità”? Già lì non
riescono a decidere, se vengono sbattuti fuori dal governo è perché non riescono
a decidere, sono impossibilitati dal loro retroterra culturale a decidere, posto
che questa cosa sia decidibile. In realtà, davanti a 600 milioni tu non decidi
niente, non puoi fare che preparare sei letti in casa tua e aspettare che
vengano: non è razionalizzabile la cosa, a meno di mobilitare armi di sterminio
di massa, ma 600 milioni non li ammazzi, la Seconda Guerra Mondiale ha ammazzato
60 milioni di persone, la decima parte, 600 milioni è una cosa incredibile.
* – Si potrebbe dire che l’operaismo ha cercato di fare i conti con tre
categorie: la politica, gli operai e la cultura e gli intellettuali. Con
queste tre dimensioni si è trovato a fare i conti e in qualche modo i
risultati di come poi è finito dipendono anche dal come ha fatto i conti con
questa situazione. Se uno dovesse prendere le traiettorie individuali delle
persone, si vede che in quella che era la dimensione politica in cui
tendevano c’è stato poco, mentre invece si sono collocati all’interno della
società in certi ruoli.
Quando io affrontavo quelli di Lotta Continua dicevo loro: “voi siete i figli
della borghesia e finirete per sostituirla, inevitabilmente, ineludibilmente”; a
questi fessi della questura di Torino che fanno un mandato per le occupazioni a
500 studenti universitari torinesi c’era da chiedere: “ma voi avete beccato la
classe intellettuale, la classe politica, la classe dirigente tra vent’anni, chi
cavolo credete di andare a prendere? Sono i figli dell’ex questore, dell’ex
giudice, dell’ex non so cosa e diventeranno questori e giudici e direttori di
Fiat, questa è la realtà”. E’ praticamente un automatismo sociale, non so come
cavolo dirlo, che cosa avremmo dovuto fare? E’ inevitabile che finisse così, non
c’è né scandalo né niente, è un’inerzia, le regole della società si fanno
rispettare da sole.
* – Che non sia uno scandalo ne siamo pienamente convinti. Il problema è che
questi soggetti hanno trovato delle risorse intellettuali e personali di
formazione che si sono costruite in una situazione che andava contro la
dimensione sistemica e poi però sono affluite ad una dimensione sistemica.
Ma l’umanità è proceduta così da sempre: le nuove generazioni si contrappongono
alle vecchie per poi a loro volta succederle. Questo è il modo in cui procede
l’umanità, si può dire cheè esteso anche al regno animale in generale, ma
senz’altro nell’umanità è così, al punto che le società più conservatrici
istituzionalizzano questa cosa con i riti di iniziazione. I Masai hanno questo
meraviglioso rito di iniziazione, per cui i giovani capelloni si possono far
crescere i capelli fino a una certa età: quando si fa il rito c’è sempre
l’aspetto tragico o quasi, devono dormire nella foresta da soli per una notte,
dopo di che il giorno dopo tornano al villaggio e possono “ciulare” tutte le
donne, possono prendere tutto quello che vogliono, possono fare il sessantotto,
ma il giorno dopo gli vengono tagliati i capelli, diventano adulti ed entrano
nel ruolo della conservazione della società. Le società primitive erano così
consapevoli che le cose funzionavano così che hanno istituzionalizzato la cosa:
“va bene, noi ve lo lasciamo fare, anzi voi dovete fare il sessantotto, però il
giorno dopo per favore smettetela e fate i pastori come noi, assumetevi le
vostre responsabilità, la vostra moglie, riproducetevi ecc.”.
* – Il problema è capire quanto questo processo abbia comportato un livello di
distruzione di ricchezza che era comunque altra: ciò che avviene in un giorno
sulla formazione delle persone ha un certo carattere, mentre per un percorso
più lungo il discorso cambia.
Facciamo un giudizio di relazione con altre società e con altre epoche. In fondo
tra queste persone, tra i protagonisti di questa cosa, non c’era nessun
individuo eccezionale, parliamoci chiaro; noi possiamo anche convincerci che
Romano Alquati è uno simpatico e intelligente, ma io e lui facciamo ogni tanto
qualche libretto e basta. Nessuno di noi è assurto ad un livello culturale alto,
siamo rimasti degli scalzacani insomma. Io non sono un professore universitario
ma un ricercatore, Romano è associato, gli altri magari sono ordinari, non
Tronti credo, lo è Asor Rosa: però, chi è Asor Rosa? La figura meschina di Asor
Rosa, questo personaggio squallido che mette in cattedra la propria amante, che
litiga con l’altro professore di storia della letteratura romana e spacca la
facoltà di italiano a Roma, questa volgarità e banalità della vita normale. Noi
siamo stati fagocitati dentro questa normalità, ma forse non eravamo eccezionali
nemmeno allora, torno a ripeterlo: si sono dovute verificare delle convergenze
soggettive, sociali e di persone più adulte perché noi venissimo fuori, ma forse
non eravamo nessuno. Recentemente, tra i miei compagni di liceo del Gioberti,
qualcuno ha avuto l’idea infelice di fare una cena quarant’anni dopo, questa
cosa allucinante, la condizione umana è questa, siamo dei poveretti:
indubbiamente, confrontandomi con i miei superstiti compagni, io sono un po’
meno poveretto di loro, loro non sono nessuno insomma, io nel mio piccolo mi
sono ricavato un minimo di visibilità, nonostante una damnatio nominis che la
sinistra mi ha appioppato. Il che mi crea anche delle difficoltà, le case
editrici per stampare un libro mi fanno difficoltà, devo girare. La scelta di
una casa editrice piccolissima è una scelta di basso profilo, io posso
stamparmeli da solo i libri. Che Romano avesse scritto tutti questi libri io non
lo sapevo, nessuno glieli ha recensiti, qualcuno dei miei qualche volta è stato
recensito naturalmente per cazziarmi, ma come si dice “purché se ne parli…”,
così ragionano gli editori, a me non me ne frega assolutamente niente. La
ricaduta di un libro come quello di Romano o di un libro mio, in una società
illetterata e incolta come quella italiana, è nulla. E’ stato fatto il calcolo
che l’editoriale del Corriere della Sera viene letto da 10.000 persone, cioè
l’editoriale del principale quotidiano italiano viene letto da 10.000 persone,
praticamente gli addetti ai lavori. Quindi, la ricaduta è nulla, un libro o un
saggio quando arriva a una tiratura di 1.000 copie si è già ripagato, 3.000
copie è il massimo, questa è la società italiana. Allora, di che cosa stiamo
ragionando? Nessuno di noi è diventato qualcosa di eccezionale. Rieser è una
figura patetica, lui sta ancora facendo l’inchiesta operaia: la coerenza è anche
una virtù, ma perseverare è diabolico, se sei coerente nell’errore, caro mio,
vuol dire che non sei proprio quel genio. E Romano si è fatto chiudere lì a
Scienze Politiche, siamo ghettizzati, io sono ghettizzato qua dentro, non
conosco nessuno, non parlo con nessuno. Siamo integrati come era ovvio che fosse
date le potenzialità intellettuali che avevamo comunque affinato, la cultura
media era più bassa, era anche giusto, siamo stati imbarcati qui. De Luna farlo
professore universitario ce ne vuole, Lotta Continua sarebbe da criminalizzare
soltanto per avere espresso i De Luna, i Revelli, i Sofri. Si pensi a quella
vicenda lì, che riguardava 10.000 persone, tra l’altro io rivendico il passaggio
della staffetta a costoro, perché a Palazzo Nuovo nell’aula 39, oggi 3, quando
io e Soave abbiamo affrontato l’assemblea del movimento, aprile o forse maggio
1969, gli abbiamo detto: “adesso voi pigliate su e andate davanti alle
fabbriche, perché se no siete delle merde”, con questi che si agitavano, ma li
abbiamo obbligati. Il mio libro più importante è stato La Fiat è la nostra
università, c’era scritto: “volete che gli studenti vengano davanti alle
fabbriche ad aiutare?” tutti sì, sì, figurati, pensando naturalmente alle
studentesse più che agli studenti, qualcuno è riuscito a realizzare il sogno di
scoparsi una studentessa. Ma quella roba lì la rivendico e nel contempo potrei
anche dire che mi pento, ma visto che i dieci anni precedenti li avevo passati
io davanti alla Mirafiori, loro hanno passato i dieci anni successivi: io dal
’61 al ’69, loro sono stati lì dal ‘69 all’80. Si può anche vedere la cosa in
questi termini: l’esperienza dell’operaismo torinese negli anni ’60 ha
anticipato le esperienze di Lotta Continua e di Potere Operaio, con tutto quello
che si può dire, cioè sui mea culpa da parte mia o non. Quindi, siamo di fronte
a un fenomeno ripetibile, quindi verificabile, quindi scientifico fin nella sua
prima manifestazione. Adesso non posso aggiungere altro, come noi siamo finiti
per essere integrati anche gli altri hanno fatto la stessa fine, magari
integrati in carcere. Da Liguori a tutti quanti sono lì, è inevitabile che
succeda una cosa di questo genere.
* – Quali sono i tuoi cosiddetti numi tutelari, ossia figure e autori che
collocheresti in un ideale pantheon di riferimento per il tuo percorso
politico e culturale?
Fin quando sono stato in questo ambito di esperienza le figure sono le stesse
degli altri. Potrei aggiungere il personaggio Bordiga, che in fondo degli altri
nessuno ha valutato nella sua importanza o nella sua pochezza, la si chiami come
si vuole: la mia esperienza e la mia adesione all’operaismo e al gramscianesimo
era abbastanza critica, cioè non ci credevo molto. E poi si tenga conto che
eravamo dei ragazzini, quindi facevamo le cose che ci sembrava giusto fare: voi
adesso riflettete e pensate che fosse una cosa razionale e studiata, ma era
anche emotiva, nelle sue ispirazioni originarie era tipicamente emotiva,
iniziatica, andare al popolo è stata l’esperienza di tutta una generazione
russa, i populisti. Non è che ci pensi molto, io mi ricordo che quando Panzieri
è arrivato a Torino ci ha dato l’elenco dei libri da leggere, e allora potrei
ricordarmi l’elenco o dire che mi sono letto i 45 volumi di Lenin e le Opere
Complete di Marx, vero e non vero, con una certa approssimazione, ma senz’altro
una delle prime cose che Panzieri ci fece leggere furono la terza e la quarta
sezione del Primo Libro de Il capitale. Addirittura, nel ’67, centenario della
pubblicazione del Primo Libro de Il capitale, io, ormai assoldato dall’Istituto
Storico della Resistenza, tenni una lettura commentata del Primo Libro de Il
capitale alla quale partecipavano certi Viale, certi ragazzotti che poi
divennero quello che sappiamo, abbiamo anticipato in tutti i sensi. Il Gatto
Selvaggio ha anticipato teoricamente le modalità che poi saranno famose nel ’69,
lo sciopero di reparto, lo sciopero a rotazione, tutte queste cose qui,
anticipato in base alle esperienze comuni che si facevano in questo
post-Quaderni Rossi e anche post-Classe Operaia; questa cosa qui è stata poi
ereditata dagli altri e l’hanno fatta loro. Capovolgo la cosa: potrei anche
vantarmi di avere educato Toni Negri, perché quando uscii il Gatto Selvaggio ci
fu questa fuga da Torino di Romano in bicicletta per andare a Milano sulla
statale con tre valige piene di libri e di vestiti (era una forza della
natura!), io invece più modestamente mi rifugiai a Venezia da Toni Negri che mi
portava in giro, “questo è Gobbi, il Gatto Selvaggio”. Perché poi il Gatto
Selvaggio lo abbiamo fatto assieme io e Romano Alquati, ma naturalmente lui
stava dietro e io mi sono beccato la condanna a dieci mesi di reclusione, cosa
che mi segue ancora adesso, ho fatto la domanda per associato e ho dovuto
mettere che ho subito condanna: naturalmente per me è un onore dire che sono
stato condannato per apologia di reato, sono stato il primo italiano ad esserlo
dalla fine del fascismo, poi vennero gli altri. Dunque, abbiamo anticipato,
grazie a voi mi sono ricordato anche di questo merito o demerito: la nostra
esperienza ha anticipato di pochi anni un’esperienza che si può dire allora
veramente generazionale, perché lì è stata una generazione di intellettuali che
si sono sentiti coinvolti. L’operaismo non è mica morto con noi, Lotta Continua
e Potere Operaio furono i nostri successori.
* – Ci piacerebbe che in un altro incontro ci dicessi che cosa pensi della
cultura di sinistra.
Pensate la cosa peggiore e io penso quella. Vorrei concludere con quella domanda
che mi avete fatto a proposito dell’operaismo che ha dovuto fare i conti con la
politica, gli operai e la cultura. Non lo so, ci sono di nuovo degli
automatismi, perché Panzieri lavora all’Einaudi e il libro di Tronti viene
pubblicato dall’Einaudi perché Bobbio lo appoggia, è così: lì ci sono questi
legami, Panzieri viene fatto fuori però continua a contare dentro l’Einaudi.
C’era invece un rovescio, cioè alcuni di loro erano affascinati o incuriositi da
questo fenomeno, che in fondo li riguardava: insomma, il padre di Rieser era
comunque stato un personaggio, i Foa, adesso mi viene in mente il nome di Solmi
per dirne un altro della casa Einaudi, Baranelli, Ciafaloni, tutta questa gente
qui seguirono con interesse questa cosa. Ma, ripeto, il fenomeno è l’altro, il
fenomeno è quello di massa che ha prodotto; l’ha prodotto per automatismo anche
lì, perché non poteva che essere così. Lì c’è un passaggio che non so se Soave
ha già detto: forse proprio rendendoci conto che la nostra eredità poteva essere
inflazionata e poteva anche arrivare a dei fenomeni degenerativi, al convengo
del Palazzetto dello Sport del luglio del ’69, dopo l’assemblea operai-studenti
con la formazione di Potere Operaio e Lotta Continua, io ed Emilio Soave
distribuimmo due documenti in cui praticamente facevamo loro le carte, e cioè la
previsione di quello che sarebbe successo. Intanto abbiamo preannunciato che
loro sarebbero diventati due partitini antagonisti, e poi avevamo loro
preannunciato che avrebbero fatto una brutta fine insomma. Perché fintanto che
la cosa aveva le dimensioni nostre e le lotte operaie anticipavano una scadenza
istituzionale le cose sono potute accadere, ma quando ci sarà la scadenza
istituzionale, lo sciopero nazionale dei metalmeccanici, questa cosa verrà
riassorbita dalle istituzioni e voi vi troverete a combattere contro le
istituzioni, e finirete male. L’abbiamo scritto, mi pare che avesse un titolo
come “Una o due cose”. In fondo, la nostra è stata anche una ritirata
strategica, nel senso di definitiva, perché intanto ci sentivamo surclassarti da
queste forze preponderanti, più numerose, li abbiamo egemonizzati per tutta la
durata dell’assemblea operai-studenti: corso Traiano io lo rivendico ancora
adesso come mia personale iniziativa alla quale tutti loro si opposero
duramente. Sofri, Negri, Bologna, tutti quanti si opposero alla manifestazione
in occasione dello sciopero della casa, perché mi dicevano che avrebbe bruciato
le avanguardie: il giorno dopo poi gridavano all’insurrezione, ragazzini! Ma in
fondo noi abbiamo appunto consegnato l’eredità giacente a costoro e costoro ne
hanno fatto l’uso che sono stati in grado di fare, forse non si poteva fare
altrimenti, insomma, parliamoci chiaro: l’unità delle sinistre e poi si mettono
in due a fare le stesse cose in concorrenza l’uno con l’altro, è ridicolo. Se ci
fosse stato uno spazio poteva solo venire fuori da una sinergia, certamente non
da una divisione di quel genere lì. Ma poi, ripeto, era una situazione anomala:
perché non si è verificato niente di tutto ciò altrove? Perché altrove era già
passata questa stagione, qui è durata ancora fino al 1980, quando la Fiat ha
fatto i conti e zac, ha cominciato a tagliare, tagliare, tagliare e adesso la
classe operaia è quella che è, ma siamo ai livelli internazionali, forse ancora
sovrabbondanti.
Segnaliamo un evento che si terrà sabato 14 marzo alle ore 14 a Torino presso
Volere la Luna organizzato dalla Rete di Resistenza Legale. Di seguito
pubblichiamo l’indizione.
La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo
centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto
penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei
conflitti sociali.
La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di
contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e
sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale,
su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato
rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni
creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali
dei cittadini.
La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti
fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e
mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare
collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito
giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e
alla protesta sociale.
A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive
situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli
strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale
di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di
avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di
costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza.
La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate
e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale
a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi
dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i
movimenti sociali”.
L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione
Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi
processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e
attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad
occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a
Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio
criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a
piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro
sociale Askatasuna a Torino.
All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e
gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli
attivisti imputati.
Da ormai due mesi il comitato Mu.Basta, nel rione Pilastro di Bologna, si oppone
alla realizzazione di un museo nel parco Moneta Mitilini Stefanini, il
principale del quartiere. 1000 m² di verde, frequentati quotidianamente dagli
abitanti della zona, dovrebbero essere cementificati per poter costruire il
MuBa, “Museo dei Bambini”. L’amministrazione comunale ha preso questa decisione
senza consultare gli abitanti, calando la decisione dall’alto e imponendola alla
cittadinanza.
I risultati di un progetto di questo tipo sono evidenti a tutti: il soffocamento
di una delle aree verdi del quartiere – sempre più rare nei contesti
metropolitani -, l’esclusione politica di chi quel parco effettivamente lo vive
e la privatizzazione di uno spazio pubblico, con tutte le conseguenze che
derivano dai processi di gentrificazione urbana.
Dopo più di un mese di silenzio e inattività, la situazione si è inasprita la
settimana scorsa. In risposta all’inizio dei lavori, previsti per lunedì 23
febbraio, il comitato ha costruito un presidio permanente, che ha evidentemente
spaventato la giunta Lepore. I primi (due) operai sono infatti arrivati scortati
da decine di poliziotti in antisommossa, pronti a fronteggiare gli abitanti del
quartiere. Dopo giorni di provocazioni, durante i quali non solo chi vive nel
quartiere o fa parte del comitato, ma anche persone solidali da tutta Bologna,
hanno impedito che i lavori continuassero, la questura ha cambiato marcia. Alle
7 di mattina del 2 marzo, dopo l’arrivo di 15 camionette e un idrante, è
iniziato lo sgombero del presidio. Le tende e le strutture sono state distrutte
e i presidianti cacciati. Dopo l’arrivo di altre persone, sono anche iniziate le
cariche della polizia, che ha fermato e arrestato 6 persone. Un signore anziano
è finito in ospedale, dopo aver ricevuto delle manganellate.
In mattinata il numero di persone si è moltiplicato e due presidi spontanei si
sono radunati sotto la questura, che ospitava i compagni arrestati, e sotto il
palazzo del Consiglio comunale. Il sindaco, per la terza volta nelle ultime
settimane, ha blindato le porte e rifiutato ogni dialogo con il comitato o con
gli abitanti del quartiere. Il giorno stesso – la sera – è stata chiamata
un’assemblea pubblica, a cui hanno partecipato centinaia di persone. Il
risultato non è stato dissimile dalla mattina. Al tentativo di avvicinarsi alla
zona ormai blindata, la risposta è stata immediata: cariche a freddo,
lacrimogeni ad altezza uomo. Altri tre sono stati i fermi da parte della
Polizia.
Ormai, per distruggere il verde pubblico, viene mandata la celere, come già
successo l’anno scorso con il parco Don Bosco, sempre a Bologna. Chi si
preoccupa del suo quartiere, di problemi sociali, urbani e ambientali, viene
gestito come un fastidio all’ordine pubblico e trattato di conseguenza.
Il Pilastro, tuttavia, continua a resistere. Già un presidio è stato organizzato
nella mattinata di ieri sotto il carcere Dozza, per portare solidarietà agli
arrestati. Residenti, cittadini e solidali continuano a frequentare la zona,
esercitando pressione costante e rilanciando ancora più forte il presidio e
tutte le attività e le iniziative organizzate per i prossimi giorni.
Di seguito il comunicato del Comitato Mu.basta
REPRESSIONE CONTRO IL PILASTRO CHE SI VUOLE AUTODETERMINARE. AMMINISTRAZIONE E
GOVERNO NON FERMERANNO LA MOBILITAZIONE CONTRO IL MUBA
Nella serata di ieri abbiamo assistito a cariche a freddo contro un’assemblea di
residenti, ragazzx e bambinx, lacrimogeni lanciati ad altezza uomo,
accerchiamenti e rappresaglie protratti fino a tarda notte e altre tre persone
portate in questura.
Questi sono stati gli ultimi tasselli di una giornata che ha visto la violenza
istituzionale diventare protagonista. I segnali sono chiari: l’amministrazione
di questa città, la giunta Lepore-Clancy, considera il rione Pilastro e i suoi
spazi verdi come un’opportunità di speculazione, come l’ennesima vetrina per
attrarre turismo internazionale. Le voci che si alzano dal quartiere e che
rivendicano un ruolo reale nei processi decisionali vengono trattate come
ostacoli, come imprevisti da rimuovere lungo un percorso già scritto di
cementificazione.
È qui che interviene la mano della questura: nell’accordo politico tra
l’amministrazione della città e il governo nazionale, nei nuovi decreti
sicurezza di Piantedosi e nelle politiche securitarie introdotte negli ultimi
anni, si costruisce il contesto in cui i progetti calano dall’alto e vanno
avanti comunque, anche contro chi quei luoghi li vive ogni giorno.
Il Pilastro però non accetta la rassegnazione, la passività, né il ruolo di
spettatore che il governo cittadino e quello nazionale vorrebbero imporgli. Oggi
sono emerse con forza le necessità di chi abita davvero il rione, in
contrapposizione al progetto di gentrificazione del MUBA.
Per questo rilanciamo il presidio nel parco. Da oggi ancora una volta il parco
sarà vissuto, attraversato e difeso, perché noi un’ idea di comunità ce
l’abbiamo in mente: un parco come bene comune, luogo di incontro tra generazioni
e tra culture, spazio di socialità libera.
IL PILASTRO NON SI ARRESTA.
A seguito dell’ennesima morte sul lavoro, in questo caso parliamo di Loris
Costantino, operaio della ditta di pulizie Gea Power che stava lavorando nello
stabilimento dell’ex ILVA di Taranto, abbiamo deciso di pubblicare un’intervista
fatta agli attivisti e attiviste del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e
Pensanti e della Convocatoria Ecologista Taranto, con cui abbiamo percorso i
temi chiave delle lotte sul territorio tarantino.
I fatti dell’intervista si fermano alla fine dello scorso novembre. Già il 12
gennaio un altro operaio di ExIlva, il 46enne Claudio Salamida, era morto a
causa del cedimento di una griglia metallica non fissata. Dal 2012, anno del
sequestro giudiziario dell’impianto, sono morti 11 operai.
Il 2 Agosto 2012, l’irruzione dell’Apecar dei Liberi e Pensanti, nella piazza
monopolizzata in assetto compatto dai sindacati confederali, venuti a difendere
il lavoro, secondo la logica di un sistema di produzione che non aveva e non ha
al suo centro né la tutela del lavoratore né quella dell’ambiente.
Che cosa sta succedendo: aggiornamenti ExIlva, con Virginia Rondinelli e
Raffaele Cataldi
Raffaele, operaio cassaintegrato, è di ritorno dall’università di Genova al
momento dell’intervista, dove ha presentato il suo libro Malesangue, edito da
Alegre a gennaio 2025. Le studentesse e gli studenti dell’università, ci
racconta, non sono disinteressati. Al contrario, mostrano attenzione e
partecipazione verso una storia industriale e umana di cui in Italia si parla
poco, e quasi mai, dando voce a chi la vive sulla propria pelle, ma “non abbiamo
ricette”, dice, “possiamo solo raccontare la nostra esperienza”.
Alla domanda sulla condizione attuale degli impianti e del quadro politico su
Ilva, Raffaele Cataldi e Virginia Rondinelli fanno fatica a rispondere, ci
delineano infatti una situazione confusa: non si conoscono le reali condizioni
della fabbrica, non si sa chi possa comprarla, né a quali condizioni. Le
richieste dei cittadini che vorrebbero la chiusura dell’area a caldo vengono
ignorate, mentre i sindacati chiedono la nazionalizzazione. Quest’ultima
richiesta è stata respinta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy,
Adolfo Urso, che ne ha sottolineato l’incostituzionalità, “come se prima del 95
non ci fosse la stessa Costituzione, come se Italsider non fosse stata
nazionale”, commenta Virginia. Si dichiara come unica possibilità dello Stato
quella di partecipare a una gara insieme ad altri privati, aggirando quindi
l’ostacolo. Al bando di gara il presidente uscente Emiliano era d’accordo,
mentre il nuovo, De Caro, al momento dell’intervista e dunque in campagna
elettorale, si diceva contrario. Intanto, Michael Flacks, tale imprenditore
statunitense, ha offerto 1€ per acquistare exIlva e “Urso, per rendere
appetibile, ha detto che ne sono pronti dallo Stato 750 milioni, che sono sempre
quelli sequestrati ai Riva, pronti per essere immessi e che dovrebbero servire
per le bonifiche e l’amministrazione straordinaria”.
Nel frattempo, resta al centro del conflitto l’Autorizzazione Integrata
Ambientale (AIA), concessa per 12 anni. Secondo il governo, sarebbe la più
avanzata d’Europa, secondo esperti e associazioni – che hanno presentato un
ricorso insieme al Comitato – è invece la peggiore autorizzazione concessa a un
impianto siderurgico dopo l’aggiornamento dei parametri europei su emissioni e
Agenda 2030. Ma che cosa prevede? Lo chiediamo a Virginia, che ci racconta che
l’AIA sull’Ilva garantisce la possibilità dell’impianto di continuare l’attività
per altri 12 anni. In questo arco di tempo dovrebbe avvenire la dismissione
della produzione a carbone e il passaggio a una produzione basata sui forni
elettrici. Questo viene però previsto in assenza di un piano industriale, senza
indicazione della collocazione degli impianti elettrici e senza un
cronoprogramma certo. Nel dibattito emerge anche un conflitto tra territori,
perché Genova sostiene che, se i forni elettrici devono essere realizzati,
vadano concentrati a Taranto, con l’ipotesi di tre forni a Taranto e uno a
Genova, lasciando comunque Taranto come area a caldo.
L’AIA non offre garanzie sulla tutela della salute, così come non le offriva in
passato. Per sua natura è una concessione, una proroga che consente a un’azienda
di continuare a insistere su un territorio, a condizione di adeguarsi
progressivamente alle norme ambientali. Nel caso dell’Ilva, però, le
prescrizioni dell’AIA non vengono rispettate dal 2008 e nessun gestore ha mai
completato quanto previsto, nonostante l’autorizzazione continui a essere
rinnovata.
Tra gli interventi indicati come risolutivi dall’AIA c’è la copertura dei parchi
minerali, che viene utilizzata per sostenere che non sia più necessaria la
pulizia delle aree circostanti. “In questo modo si confonde la semplice pulizia
con la bonifica e la sanificazione, che sono operazioni completamente diverse.
Lo spolverio, inoltre, non deriva solo dai parchi, ma anche dalla movimentazione
interna degli impianti, dalle gru del porto e dai nastri trasportatori. Mancano
sistemi di contenimento delle polveri e cappe di filtraggio nelle fasi emissive,
tanto che le coperture dei parchi sono diventate rosse. Il suolo sottostante non
è stato qualificato né impermeabilizzato e rimane invisibile e non verificabile.
Pulire i davanzali, pulire gli spazi antistanti, le scuole non significa
sanificare. La sanificazione e la bonifica sono un’altra cosa. Significa
spazzare, appunto”, conclude Virginia sul tema.
Si afferma che l’80% delle prescrizioni sia stato completato, ma resta un 15–20%
mai definito, di cui non si conosce il contenuto reale. Nel tempo continuano a
emergere scoperte giudiziarie, con sequestri del NOE (Nucleo Operativo
Ecologico) e il ritrovamento di chilometri di condotte sotterranee contenenti
sostanze inquinanti non tipizzate, con possibili sversamenti in acqua. L’AIA
prevede un sistema di controlli affidato a ISPRA, ARPA, ASL ed enti locali, ma
l’ultimo gestore è stato indagato per truffa sulle emissioni, per assenza di
manutenzione e per getto di sostanze pericolose, continua a raccontarci.
Per quanto riguarda i forni elettrici, questi non esistono concretamente:
esistono solo disegni, bandi contestati e appalti bloccati da ricorsi. Non c’è
alcuna certezza sulla loro realizzazione. I forni elettrici, inoltre, fondono a
temperature tra gli 800 e i 1000 gradi, restando quindi impianti di area a caldo
e continuando a essere emissivi. Esistono studi che ne valutano l’impatto
ambientale e in altri territori, vedesi Piombino, sono già oggetto di
contestazione. In aggiunta, i quattro forni Dri, impianti di preriduzione,
andrebbero a gas, smentendo nuovamente la favoletta del piano di
decarbonizzazione e “servirebbero soprattutto ad alimentare i forni elettrici
dell’azienda a Nord”.
In definitiva, l’AIA non chiarisce che tipo di acciaio si produrrà, a chi
servirà e a quale prezzo, e non garantisce né indotto, né occupazione stabile,
né compatibilità ambientale.
Dissalatore, con Alessandro Esposito
La presenza dell’ex Ilva è stata utilizzata come alibi per imporre scelte calate
dall’alto, opere impattanti che scaricano sulla popolazione i costi ambientali,
sanitari e sociali di un modello di sviluppo imposto. Oggi però il territorio
tarantino non è minacciato solo dal siderurgico. Accanto all’ExIlva avanzano
altri progetti che riproducono la stessa logica estrattiva, tra questi, due
opere emergono per impatto e simbolismo: il dissalatore sul fiume Tara e la
nuova discarica del quartiere Paolo VI.
Parliamo del dissalatore con Alessandro Esposito, attivista e ricercatore
indipendente, il quale ci racconta che l’opera, finanziata con circa 126 milioni
di euro, in parte fondi PNRR, viene giustificata con la carenza idrica, e si
sostiene che l’acqua dissalata servirebbe alla popolazione e in parte
all’agricoltura. Questa narrazione portata avanti da Acquedotto Pugliese però
non tiene conto delle enormi perdite dell’inefficienza delle infrastrutture,
dell’esistenza di invasi già costruiti e inutilizzati, come il Pappadai, e del
consumo continuo di acqua da parte del settore industriale, che drena
continuamente acqua a soddisfacimento dei propri bisogni produttivi. Quando AQP
è stata interrogata su questo tema ha risposto che “la popolazione tarantina
deve fare lo sforzo senza domandarsi il perché di questo sacrificio”. Alessandro
nota quanto questo discorso fallisca non solo sul piano politico, nel definire
il concetto di sacrificio, ma anche da un punto di vista di lettura della
disponibilità delle risorse: “AQP interroga la crisi idrica come circoscritta
alla Regione Puglia, quando sappiamo perfettamente che Acquedotto Pugliese ha un
rapporto diretto nell’approvvigionamento delle acque anche con la Basilicata.”
Nuovamente ci troviamo di fronte alla strumentalizzazione di un bisogno con una
nuova opera, che, evitando la radice del problema, non risponde alla domanda: da
che cosa deriva il bisogno di tutta quest’acqua?
E più andiamo avanti nell’analisi con Alessandro, maggiori livelli di
complessità vengono fuori. Il progetto è strettamente legato al fiume Tara, che
è già oggetto di sottrazione d’acqua per l’Ilva. Secondo AQP, l’Ilva dovrebbe
ridurre i prelievi dal Tara e compensare attraverso il dissalatore. Ma “avendo a
che fare con poteri come quelli legati al siderurgico, ogni limite è fatto per
essere superato”, non c’è fiducia reale sui limiti e vincoli imposti a Ilva. Una
sfiducia che è alimentata anche dalla visione della della cordata che costruirà
l’impianto, in cui è presente la CISA spa, azienda legata alla gestione di
discariche e con Albanese, amministratore delegato già indagato per smaltimento
di rifiuti tossici e intralcio alla giustizia.
Oltre agli aspetti tecnici e procedurali, il Tara ha un valore che va ben oltre
l’opera. È uno spazio di comunità condiviso da Taranto, Massafra e Statte, un
luogo di relazioni, memoria, rifugio e socialità dentro un territorio “a cui
ogni spazio è stato e continua a essere sottratto dai piani industriali”. È
“un’oasi che all’interno del triangolo industriale resiste
all’industrializzazione”, divenendo così anche uno spazio politico, che resiste
allo sfruttamento della crisi socio-ecologica, e accoglie la comunità che lo
attraversa e decide di unirsi a sua difesa.
Dopo essere stato pubblicato nel 2023, oggi il procedimento è nel suo punto
peggiore, il cantiere è di fatto avviato e sono già iniziati sradicamenti di
ulivi, piante da frutto e il taglio della vegetazione lungo il fiume. Anche
l’ultima strada istituzionale, il ricorso al TAR da parte del Comune di Taranto,
è stata abbandonata nonostante pareri negativi come quello di ARPA. Di fronte a
questo scenario, l’unica prospettiva rimasta è una “riappropriazione
conflittuale dello spazio politico”. Non c’è più interlocuzione con il Comune,
che ha disatteso le aspettative della comunità, e quindi la mobilitazione si
sposta direttamente sul territorio, sulla difesa del Tara “contro le ruspe e
contro lo sradicamento non solo degli alberi, ma anche dei nostri corpi da
quello spazio”. Questa viene indicata come la linea politica più importante,
quella su cui storicamente si sono costruite le comunità in lotta.
In questo caso specifico, la comunità dissidente non ha visto un percorso
lineare. Le prime istanze sono state portate avanti dalla Convocatoria
Ecologista di Taranto, oltre a qualche soggetto partitico che ha prontamente
voltato le spalle. In una prima fase di stallo i fondi PNRR destinati sembravano
bloccati, ma a ripresa del procedimento amministrativo soggettività di Taranto,
Massafra e Statte si sono attivate per costruire insieme una rete spontanea dal
basso. In risposta alle lettere e posizioni dei comitati filo istituzionali, la
linea politica della Convocatoria e della rete è netta: “dissalatore né qui né
altrove”. E questa è stata portata avanti principalmente attraverso momenti di
informazione e confronto, raccogliendo competenze tecniche che hanno costruito
una contronarrazione rispetto a quella di AQP, e a laboratori che hanno
accompagnato al monitoraggio scientifico in loco la riflessione politica
collettiva. E anche chi crede che questa acqua serva, finisce a provare un senso
di sfiducia, perché il progetto intacca lo spazio che le persone abitano e “c’è
una cosa positiva a Taranto. Taranto è stata delusa continuamente e questo ha
costruito un costante senso di dubbio”.
Discarica Paolo VI, con Michael Tortorella, Alessandro Esposito e Virginia
Rondinelli
Tra i vecchi e nuovi progetti che dominano la zona di sacrificio tarantina
compare anche quello della discarica — così ci tiene a chiamarla Michael
Tortorella, attivista e dottorando in ‘Storie, politiche e culture del globale’
all’Università di Bologna, — nel quartiere di Paolo VI. Il progetto prende
avvio nel 2021 ma solo lo scorso maggio, a procedimento amministrativo concluso,
emerge agli onori di cronaca.
L’iter, gestito dalla Provincia, ha visto l’approvazione di un impianto
formalmente destinato al recupero di rifiuti inerti, che acquisirebbe gli scarti
di edilizia per il loro riutilizzo, ma che di fatto viene percepito e vuole
essere descritto come una vera e propria discarica. L’impianto, con
un’estensione pari a circa cinque campi da calcio, sorge a ridosso del quartiere
e in prossimità della zona protetta del Mar Piccolo. Il tentativo istituzionale
di presentarla come un’opera sostenibile e di recupero, in una dimensione
ambientalista, trova fallacia nelle criticità fin da subito sollevate. Il parere
dell’ente Regione sulla tutela del paesaggio è stato infatti inizialmente
negativo, ma ha poi imposto solo una riduzione minima del progetto, mentre ARPA
ha espresso valutazioni — non vincolanti — sulle emissioni di polveri sottili
PM10 e PM2.5 e sull’impatto del traffico, stimato in circa 20 mila camion
l’anno. I proponenti giustificano l’intervento sostenendo che l’area sia già
antropizzata, al centro di altri insediamenti industriali: “sembrerebbe normale
coprire in maniera permanente queste aree a vocazione agricola”, aggiunge
Virginia, “nel momento in cui una un’area è già contaminata, allora è quella
giusta da continuare a compromettere, e questo è un principio che va
assolutamente ribaltato”.
La reazione popolare che Michael ci racconta ha visto l’innescarsi di una
mobilitazione spontanea di tutto il quartiere. I primi momenti di iniziativa
risalgono a maggio, ma il picco della mobilitazione si è concentrato a luglio,
in concomitanza con le vicende legate all’AIA di ExIlva: è riconosciuto il
passaggio politicamente rilevante che quel momento ha rappresentato, vedendo
emergere non solo la comunità storicamente mobilitata contro Ilva, ma una più
larga, che rompe con “gli schemi di un ambientalismo borghese e istituzionale” e
si afferma con “uno spirito che tiene conto e si radica all’interno della
sensibilità del quartiere, andando oltre alle sole istanze tecniche, verso la
politicizzazione dell’abitare quotidiano del quartiere”.
La vertenza sembra aver aperto una relazione nuova con un quartiere storicamente
marginalizzato. Paolo VI è un quartiere di estrema periferia in cui mancano
servizi essenziali, luoghi di aggregazione, attività commerciali, in alcuni
punti non arrivano i mezzi pubblici: un “quartiere dormitorio” dove “sembra di
fare un salto indietro di decenni, come se anche il brutto dello sviluppo
capitalistico a loro non interessi”.
Anche nella consapevolezza che l’iter amministrativo fosse sostanzialmente già
definito, la necessità di rompere le contraddizioni della vita quotidiana ha
spinto il quartiere a mobilitarsi comunque. E nel contesto che ci descrivono,
questa mobilitazione assume un valore che va oltre la singola vertenza
ambientale, e che accende, invece, la necessità di ricostruire relazioni
radicate con le soggettività del territorio.
Taranto per la Palestina e i blocchi contro Eni, con Michael Tortorella
Tutte le mobilitazioni che hanno e continuano ad attraversare Taranto si sono
intrecciate sempre più chiaramente con il movimento per la Palestina, vedendo la
nascita del coordinamento Taranto x la Palestina, che ha aperto uno sguardo più
ampio sul ruolo strategico della città e delle sue infrastrutture.
Il 24 settembre, due giorni dopo la prima giornata di sciopero generale, BDS
Italia comunica la notizia che al porto di Taranto sta per attraccare la
petroliera maltese Seasalvia, pronta a caricare 30mila tonnellate di greggio per
l’aviazione israeliana, con destinazione il porto di Haifa. La mobilitazione in
risposta prende inizio con un presidio, iniziativa che va oltre le aspettative e
porta rapidamente a un confronto diretto con l’autorità portuale, responsabile
degli attracchi delle navi. L’ente, ci racconta Michael, tenta inizialmente di
scaricare le responsabilità, negando la concessione diretta, attribuendola a
Shell: “elemento molto interessante rispetto alle relazioni tra le
multinazionali del greenwashing e le infrastrutture locali, oggi funzionali alla
costruzione del regime di guerra”.Shell ed Eni risultano coinvolte
nell’autorizzazione dell’attracco, ma la pressione esercitata dal presidio porta
il direttore di Eni, Giannese, a fare marcia indietro.
Il 26 settembre, però, Taranto x la Palestina e USB ricevono la notizia
dell’attracco della SeaSalvia, concesso da Eni questa volta. Scatta di nuovo un
presidio, in una dinamica di rapida mobilitazione, che riesce a portare in
pochissime ore 300 persone davanti al porto, numeri significativi per la città,
ci sottolinea. Il giorno successivo la nave, alla fine, attracca, e mentre circa
2000 persone scendono in corteo a Grottaglie contro la Leonardo, altre 200
riescono a occupare il molo Eni insieme ai lavoratori portuali, bloccando le
operazioni di greggio per diverse ore. Nel rimpallarsi le responsabilità, Eni e
il Comune mostrano la complicità strutturale nel rendere il porto di Taranto
“luogo necessario dentro le logiche di sostegno al genocidio palestinese e al
regime di guerra”.
Un mese dopo, a fine ottobre, il movimento riceve la notizia che la nave non
sarebbe più diretta verso acque palestinesi, ma arrivata in Egitto, dove il
tracciamento termina. Alla riattivazione di questo, la nave risulta ad Ashdod,
in acque palestinesi sotto il controllo israeliano: le circa 30mila tonnellate
di greggio trasportate e passate per Taranto si traducono in carburante per i
bombardamenti.
Lo stesso schema si ripete a novembre, ma in un contesto che porta con sé gli
effetti, il “reflusso” del movimento globale, che incide ancora positivamente
sulla capacità numerica di mobilitazione spontanea locale. Rimangono tuttavia
centrali le alleanze nate e solidificate nell’intrecciarsi di istanze locali,
dal dissalatore, alla discarica, partendo dall’Ilva, nel nome della solidarietà
con la resistenza palestinese. La nave, di nuovo, non viene fermata e il Comune,
nonostante la violazione della legge nazionale 185/1990 sul transito di
materiali di armamento, ha continuato a votare contro lo scioglimento degli
accordi con Eni, che rafforza nel frattempo il proprio ruolo strategico su
Taranto come snodo nel Mediterraneo. “Nella nuova fase neocoloniale a Gaza, Eni
ha un ruolo centrale sullo scenario del Mediterraneo e delle responsabilità
politiche e giuridiche rispetto ai due attracchi della Seasalvia “. Ma Eni è
anche “l’attore che riproduce sistematicamente la crisi socio ecologica a
Taranto: se in città non c’è puzza di Ilva c’è puzza di Eni”. Nei ragionamenti
che anche il movimento per la Palestina ha portato a fare risulta ormai
inefficace “l’associazionismo ambientalista dominante che ha sempre cercato la
pacificazione e la logica del compromesso rispetto alle questioni sociali”,
mentre “l’emergere di nuove contraddizioni sistemiche, emotive ed esistenziali
possono riscoprire una forza collettiva e fare i conti con determinate
contraddizioni”.
Prospettive per Taranto
In questo quadro si inseriscono i Giochi del Mediterraneo, previsti tra agosto e
settembre 2026, presentati, in una narrazione salvifica, come “la nuova chimera”
che, con otto impianti sportivi permanenti dovrebbero garantire benessere
psicofisico e coinvolgere le nuove generazioni – che da Taranto scappano –
proiettando la città in una dimensione internazionale. Le contraddizioni
emergono all’istante: una città priva di servizi essenziali e di spazi adeguati
per accogliere gli atleti, al punto da ipotizzare l’utilizzo di navi da
crociera.
“Taranto è costantemente sotto pressione da diversi punti di vista. Abbiamo la
più grande base militare della Marina, della NATO. Adesso si prevede
l’ingrandimento. Abbiamo la più grande raffineria, abbiamo il più grande
siderurgico: è chiaro che noi siamo non una zona di sacrificio, noi non contiamo
proprio niente. I giochi del Mediterraneo andranno nella stessa direzione. Otto
impianti permanenti per chi? Le nuove generazioni vanno via, non c’è una scuola
agibile, non abbiamo un’università indipendente, le strade sono a pezzi, non
abbiamo i trasporti, non abbiamo i servizi essenziali in pronto soccorso. Chi
potrà fruire di queste mega strutture? è un contentino per alcuni, un’operazione
di facciata.” I Giochi del Mediterraneo diventano il nuovo tassello di una
narrazione che parla di sviluppo e modernizzazione mentre riduce tutto a
città-vetrina, riproducendo le stesse gerarchie e gli stessi squilibri: “c’è
un’incongruenza a livello di ascolto dei bisogni e delle istanze della
popolazione. È chiaro che gli interessi vanno in un’altra direzione. Quello che
noi possiamo provare a fare è intrecciare le lotte e rispondere, ognuno con la
propria modalità”.
“Taranto è sempre stata un laboratorio, non solo di sacrificio, ma anche di
resistenza e ripensamento radicale” e necessita – seguendo l’insegnamento della
causa palestinese – di acquisire pieno significato letto dentro uno scenario
mediterraneo più ampio in cui si intrecciano il Tyrrhenian Link in Sardegna e le
grandi infrastrutture energetiche, la crisi idrica e le connessioni tra il
dissalatore tarantino e quelli siciliani, un clima diffuso di militarizzazione e
nuovi processi di colonizzazione. E contro le minacce degli interessi altrui
risulta fondamentale solidificare i rapporti con le regioni vicine, in nome di
quelle alleanze tra i territori in lotta: nelle lunghe rotte del gas con la
Basilicata che condivide la vertenza contro Eni, con il Salento martoriato dalla
TAP. Per le tarantine e i tarantini riconoscere i risultati ottenuti, le
consapevolezze acquisite e le rotture prodotte è fondamentale per resistere alla
pressione costante degli interessi in campo. Allo stesso tempo, prendersi cura
di ciò che emerge, delle nuove soggettività, delle alleanze territoriali, che
oggi, come la Palestina, ci restituiscono una chiave di lettura globale dei
rapporti di potere, diventa una necessità politica.
La mobilitazione contro la discarica, il rifiuto del dissalatore, per la difesa
dell’acqua, dei fiumi, del mare attraversato dalla Freedom Flotilla, della
terra: lotte che non si limitano a dire “no” a una singola opera, ma che
interrogano in profondità la crisi socio-ecologica come crisi politica
complessiva, che individua lo scacchiere di interessi più ampio, la direzione
coloniale che attraversa i territori e li frammenta per renderli più
governabili.
Il conflitto con ExIlva ha fatto di Taranto un laboratorio di dissidenza della
classe operaia, ma ha anche e soprattutto prodotto un portato trasformativo che
va oltre quel perimetro, generazionalmente. “Bisogna prenderci cura del nuovo,
di ciò che sta emergendo”: dalla rottura del ricatto lavoro-salute e il rifiuto
della fabbrica come inevitabile destino calato dall’alto, all’acquisizione di
una una dignità collettiva e alla messa in discussione dell’intero modello di
sviluppo su cui Taranto, e con essa il Sud locale e globale, è stata costruita.
Un modello che non produce soltanto sfruttamento, ma morte, e al quale si può
rispondere “solo se riuniamo tutti i Sud e i margini che sono in ogni parte”. Le
lotte popolari che continuano a nascere nei quartieri tarantini parlano di cura,
di salute, ma soprattutto di desiderio e possibilità di cambiamento. Ed è qui
che la resistenza diventa spazio di immaginazione e trasformazione.
“Ci sono diritti già riconosciuti, il punto è che sembrano non valere in alcune
aree, e bisogna che qualcuno si prenda la briga di militare costantemente contro
questa illegittimità e forzatura.”
A questo link è possibile trovare la raccolta fondi per il ricorso al Tar in
difesa del fiume Tara:
https://www.gofundme.com/f/raccolta-fondi-per-il-fiume-tara-ricorso-dissalatore
Sulla vicenda di Rogoredo, come spesso succede quando si tratta di episodi che
coinvolgono l’ordine pubblico o le forze di polizia, si è acceso un fortissimo
dibattito mediatico.
Un agente spara a un ragazzo di 28 anni, Zak Mansouri, e lo uccide. Emergono
dalle prime indagini circostanze che spiegherebbero l’accaduto con una legittima
difesa e, immediatamente, si scatena il polverone. Opinionisti, giornalisti e
politici ripubblicano compulsivamente la notizia, che rimbalza da una pagina
all’altra. Cupi mormorii di appoggio da parte dei partiti di opposizione,
proclami di sostegno incondizionato, quasi trionfali, dalla destra di governo, a
cui non sembra vero di avere tra le mani una notizia “d’oro” di questo tipo.
Dichiarazioni di solidarietà al poliziotto a destra e a manca – soprattutto da
chi già da anni basa il suo programma politico su vicende del genere – escono
per giorni, ininterrotte, da ogni bocca istituzionale. La Lega di Salvini lancia
persino una campagna pubblica, “Io sto col poliziotto”, con banchetti e gazebo
in tutte le città italiane.
Subito viene rilanciata una delle punte di diamante del nuovo decreto sicurezza,
ancora in fase di preparazione: il cosiddetto “scudo penale”. Tecnicamente si
tratta, in contesti come di quello di Rogoredo, di un registro separato in cui
gli agenti di Polizia vengono inseriti al posto del normale registro degli
indagati. Questo, solo se appare “evidente” una “giustificazione”, come ad
esempio la legittima difesa. Insomma, una scorciatoia immediata per evitare
l’iter processuale.
L’approvazione del decreto subisce dunque un’ulteriore accelerazione, prima di
tutto propagandistica, come già avvenuto poco dopo il corteo del 31 gennaio per
Askatasuna. Il clamore mediatico viene usato per legittimare il salto di
passaggi “democratici” nella ratifica di decreti governativi. Nulla di nuovo.
Nulla di nuovo neanche nella diatriba parlamentare scaturita dalle proteste
indignate dell’opposizione, che attaccano con fervore la “deriva autoritaria”
del governo Meloni, senza tuttavia mettere in discussione l’apparato complessivo
su cui proprio la fantomatica “deriva” si regge. Il decreto rimane a decantare
qualche settimana, a riprova del fatto che l’urgenza securitaria annunciata dal
governo stia più nell’alveo delle parole che nei fatti. Grandi dichiarazioni di
Meloni e Salvini hanno accompagnato i giorni successivi all’approvazione ma dal
5 febbraio, quando sembrava che sarebbe entrato in vigore a momenti, il decreto
è rimasto bloccato per oltre tre settimane alla Ragioneria di Stato. Il
problema? La mancanza di fondi. Piuttosto emblematico che il cavallo di
battaglia su cui il governo ha impostato la sua campagna elettorale e la sua
agenda manchi dell’elemento fondamentale per essere realizzato, ossia i soldi.
Il decreto verrà poi bollinato ma con alcune modifiche sia di natura economica
sia nella sostanza proprio dopo quanto accaduto a Rogoredo.
Infatti, passano tre settimane ed escono nuove prove che ribaltano totalmente la
tesi delle prime indagini. Il poliziotto, Carmelo Cinturrino, ha ucciso un uomo
disarmato e, aiutato da un collega, gli ha messo in mano una pistola a salve. Ha
poi aspettato più di venti minuti prima di chiamare l’ambulanza, lasciandolo
morire. Si scopre anche che l’agente estorceva quotidianamente al ragazzo
centinaia di euro e dosi di cocaina. Guadagnando dunque sulla pelle di una
persona a cui poi ha sparato e che ha lasciato morire.
La notizia spiazza la scena e distrugge il teatrino politico tirato su le
settimane prima. Chi ringrazia di non essersi esposto più di tanto a favore del
poliziotto, chi opta per il silenzio, chi addirittura decide di cancellare i
contenuti pubblicati sui social, rendendo ancora più evidente la precedente
presa di posizione. Chi non si tira indietro, dopo aver difeso a spada tratta
l’agente, invoca pene ancora più severe e giustizia raddoppiata se i reati sono
commessi dalle forze dell’ordine. Si parla ancora una volta delle “mele marce”,
in maniera trasversale e condivisa. Cinturrino sarebbe quindi un poliziotto
cattivo che ha corrotto, con brutalità e nessun senso della morale, il buon nome
della divisa, della Polizia, delle forze dell’ordine. Un malvivente che ha
sfruttato la sua posizione di potere non per gli alti e nobili fini che
perseguono i suoi colleghi, ma per arricchirsi e delinquere.
Eppure, ancora una volta, vengono smentiti. Intorno all’agente ci sarebbe stata
una rete di complicità più o meno strutturata, composta sì dagli altri 4 agenti
già coinvolti nelle indagini, ma anche dalle varie sfere del commissariato
“Mecenate”. Una catena di responsabilità, dirette e indirette, che avrebbe nei
fatti sostenuto, protetto, facilitato l’operato di Cinturrino. A partire anche
dai frequenti pestaggi ai danni di spacciatori, non riportati negli atti
ufficiali.
C’è forse da stupirsi? Se si leggono le notizie dell’ultima settimana,
evidentemente no. Più o meno contemporaneamente all’arresto di Cinturrino, altri
tre poliziotti vengono arrestati, questa volta nella capitale. Verbali falsi,
perquisizioni inventate e di nuovo accordi con la criminalità organizzata:
scambiavano soffiate in cambio di chili di cocaina, che poi spacciavano. Pure in
questo caso si ipotizza una connivenza, più o meno esplicita, con altri colleghi
della Polizia. Ma ancora non è finita. Sempre lo stesso giorno, vengono
denunciati 21 tra poliziotti e carabinieri, accusati di furto e truffa. Con la
complicità di una cassiera, avrebbero rubato prodotti alla Coin della stazione
di Roma Termini per 184 mila euro. Se guardiamo a un caso di qualche anno fa,
diventa ancora più improbabile che si tratti di “mele marce”. In questi giorni
si è infatti concluso il processo con una condanna nei confronti di Massimo
Adriatici, ex assessore alla sicurezza a Voghera ed ex poliziotto. La sua
vicenda è per certi versi simile a quella di Rogoredo. Una presunta legittima
difesa è diventata, man mano che il processo andava avanti ed emergevano nuovi
dettagli, un omicidio volontario. Massimo Adriatici, il 20 luglio 2021, ha
ucciso con un colpo di pistola Younes El Boussettaoui, durante una vera e
propria ronda notturna, solitaria e armata. Un altro evento su cui, ovviamente,
le solite parti politiche avevano mangiato in abbondanza, sperticandosi in
difesa di Adriatici e costruendo campagne di solidarietà. Ancora una volta,
però, venendo smentiti dalla verità.
Non volendo continuare una lista che diventerebbe infinita, si possono fare
alcune considerazioni. Vi è infatti una vera e propria tradizione di casi
giudiziari in cui sono implicati agenti delle forze dell’ordine accusati di
delinquere, in maniera più o meno organizzata, forti della loro posizione di
potere. Una tradizione che ha come capofila la quasi rocambolesca vicenda della
“Uno Bianca”, una banda armata, composta anche da 4 poliziotti, che a fine anni
‘80, durante decine di rapine, uccise 23 persone. Sono quindi numerosi i casi di
questo tipo e nella maggior parte di questi vi è un’evidente complicità da parte
di colleghi apparentemente non coinvolti, ma comunque conniventi.
È complesso spiegare questo fenomeno in maniera netta e definita. Una prima
constatazione è che gli agenti di polizia non siano avulsi dalle condizioni
materiali e dal contesto sociale in cui operano. In Italia oggi i corpi di
polizia e dell’esercito vengono offerti come una sorta di ammortizzatore sociale
e, in un momento di crisi e recessione, all’offerta corrisponde la soddisfazione
di un bisogno e quindi una risposta affermativa. L’ingresso nelle FdO è una
garanzia, un assicurarsi un salario dignitoso e un lavoro meno rischioso e
faticoso di altri, soprattutto per i giovani in quei territori in cui non viene
fatto alcun tipo di investimento nel tessuto economico e produttivo. Il salario
da dipendente dello Stato si sa, necessita però di essere arrotondato, sia in
termini economici sia in termini di status. E dunque, il sistema stesso per come
funziona si basa e costruisce in maniera strutturale spazi di opacità,
ambiguità, abuso. Praticarli non può essere spiegato come mera eccezione
soggettiva di qualcuno (per quanto rimanga valida la regola “c’è lavoro e
lavoro”) ma come forma obbligata di adesione a un’etica ribaltata del lavoro.
Ancora più allettante dal momento in cui è chiara la garanzia di impunità
giuridica data dal proprio ruolo. Questo sistema di messa a disposizione di
possibilità di ascesa sociale e di potere è funzionale a garantire
parallelamente fedeltà al corpo dello Stato e crea il meccanismo per cui
l’abuso, la prevaricazione, la molestia – interna ed esterna – siano
normalizzate e sistematizzate, in una potenziale escalation che permette anche
di arrivare a situazioni in cui gli agenti uccidono, ricattano, proteggono e
riproducono forme di sfruttamento e oppressione. In questo senso, il codice
cameratesco che si sviluppa tra le file delle FdO assume un ruolo rilevante. Il
senso di appartenenza, la dinamica gruppale e le gerarchie strette portano alla
saldatura di una struttura sociale chiusa, coesa, che trova la sua
legittimazione nell’intrinseca “vera giustizia” dello Stato che rappresenta.
Questa dinamica genera poi un cortocircuito istituzionale nel momento in cui il
potere giudiziario, o finanche quello mediatico, evidenzia o accusa le forze di
polizia di atti delinquenziali o collusione con la criminalità organizzata. A
quel punto, l’unico rimedio per mantenere salda la struttura rimane l’epurazione
dei soggetti interessati, tacciati dunque di essere “mele marce”. A questo
genere di episodi, che vedono le FdO protagoniste di atti generalmente legati ad
un proprio profitto o tornaconto, si aggiungono poi i giornalieri “abusi di
potere”, nelle modalità più disparate, in tutti i contesti in cui agisce la
forza pubblica.
Nell’ultimo mese sono arrivate 16 condanne per torture attuate nelle carceri di
Torino e Firenze. Casi che allungano una lista decennale di abusi della Polizia
Penitenziaria nelle patrie galere. Tanto nelle Case Circondariali, quanto negli
IPM, i maltrattamenti fisici, i pestaggi e i soprusi sono costanti, senza
contare le storture del sistema penale e detentivo – che passa anche dagli
orrori strutturali dei CPR – che costituiscono forme di abuso non già
immediatamente e direttamente fisiche, ma di logoramento psicologico sul lungo
periodo. Violenze che non si limitano agli istituti “totali”, ma che si
riproducono anche nei contesti urbani, nelle periferie marginalizzate, nella
repressione di manifestazioni e mobilitazioni. Le chat dei carabinieri
responsabili della morte di Ramy Elgaml, pubblicate nei giorni scorsi, sono un
esempio lampante di come non esistano casi fortuiti o eccezionali: la violenza
eccedente si costruisce su precise condizioni di potere e anche, come dimostra
questo caso, su un humus culturale razzista, sessista e classista che permea le
forze dell’ordine.
Si capisce quindi anche che il limite della violenza che la Polizia può
esercitare è totalmente arbitrario e, come se non bastasse, assolutamente non
vincolante. Questo perché il monopolio legittimo dell’uso della forza rimane
necessariamente intestato allo Stato (non potrebbe essere altrimenti, pena la
sua estinzione), anche se vengono posti dei limiti morali o, come nella maggior
parte dei casi, tecnici. Non è un caso infatti che le forme di disciplinamento
passino sempre di più da dispositivi di controllo virtuali o spaziali, come le
zone rosse o i daspi urbani. Strumenti che vengono sviluppati di pari passo con
l’implementazione di altri sistemi di disciplinamento e controllo. Si tratta
delle nuove tecnologie legate alla sorveglianza, all’intelligenza artificiale e
al riconoscimento biometrico. Tecnologie sviluppate in ambito bellico che
affinano le modalità di controllo e progressivamente cominciano anche a
sostituire quelle vecchie, meccaniche-tecnologiche o umane che siano.
Infine, per collocare e comprendere meglio questo aspetto, è necessario definire
il ruolo sociale delle forze dell’ordine, anche in una dimensione storica. La
polizia, come organo costitutivo di uno Stato, si occupa della garanzia
dell’ordine pubblico, del controllo degli episodi “criminali” e dell’integrità e
stabilità delle istituzioni. In Europa comincia ad emergere, in maniera
strutturata, tra il XVIII e XIX secolo, in un periodo di importanti cambiamenti
politici, sociali ed economici. Una fase in cui la progressione verso modi
capitalistici di produzione comporta un mutamento delle forme di illegalità e
delle necessità di protezione delle nuove classi dominanti. L’illegalità, che si
sposta progressivamente sul piano della lesione della proprietà, da un lato;
l’emersione di forze sociali capaci di mettere in discussione l’ordine
costituito, dall’altro.
La polizia si sviluppa quindi come strumento di controllo territoriale capillare
sulle persone, evolvendosi di pari passo con le scienze sociali e con la
tecnologia. Progredisce infatti grazie a una codificazione sistematica e in
continua estensione dei comportamenti “devianti”, dei reati e delle pene ad essi
correlate, delle condizioni psicologiche, sociali e politiche – di classe –
della popolazione. Un organo indispensabile per le moderne macchine burocratiche
statali, ma con l’obiettivo preciso e manifesto di controllare e disciplinare la
società. Un obiettivo intrinseco che per forza di cose necessita dell’uso della
forza e, talvolta, della violenza.
Rebus sic stantibus, il tentativo di giustificare tali comportamenti attraverso
la retorica delle “mele marce” regge in maniera piuttosto traballante. Queste
non costituiscono un’anomalia negativa se non utilizzando il prisma
interpretativo degli stessi corpi di polizia. Si tratta piuttosto di eccessi più
visibili di violenza che emergono dalla naturale funzione della forza pubblica,
almeno così come è strutturata in un sistema di potere Stato-Capitale. La
regola, non l’eccezione.
Si è da poco conclusa la due giorni di discussione “Per realizzare un sogno
comune” del 21 e 22 febbraio a Livorno. Ore dense di scambio, di condivisione,
di domande comuni in cui decine di realtà di lotta, centinaia di persone da
tutta Italia e le isole, hanno provato a fare i primi passi per camminare
insieme.
Da dove partiamo?
L’esigenza di questo incontro è nata dal voler affrontare la realtà di guerra in
cui viviamo e le possibilità di resistenza e autonomia che vivono nelle nostre
lotte e nella società. Abbiamo delineato gli scenari della fabbrica della
guerra, che disgrega e impoverisce la società, aliena le persone e i territori,
produce oppressione e nichilismo.”Blocchiamo tutto” ha rappresentato una
frattura netta tra chi ha scelto di scioperare e lottare e chi invece governa,
con disumanità genocida. Ci anima un senso di responsabilità collettiva, nel
costruire insieme le risposte al bisogno di cambiamento emerso in quelle
settimane, nel voler conoscere con chiarezza la modernità del sistema
capitalista, nel voler essere una forza capace di trasformarlo con la lotta.
Verso quali obiettivi?
Non siamo noi l’alternativa: possiamo però darci gli strumenti, il metodo, la
pratica per costruire autonomia, con chiarezza e serietà, sfidando la
rassegnazione generale. I due giorni a Livorno hanno definito l’obiettivo di
questo percorso: rallentare e smantellare la fabbrica della guerra, interrompere
i flussi bellici, a partire da ogni territorio e contesto in cui viene espresso
conflitto per la conquista di autonomia per le comunità popolari che contendono
un potere nei confronti di un sistema di guerra. Abbiamo oggi una traccia di
lavoro: degli ambiti in cui svolgere lavoro di conricerca, in cui stringere
nuove alleanze, in cui non solo difendere gli spazi sotto attacco ma costruirne
di nuovi a partire dalla ricostruzione di un tessuto sociale, di fiducia e di
cooperazione.
Con quali proposte?
Assemblee e presidi permanenti, casse di resistenza, mutualismo conflittuale,
scioperi e blocchi di massa; sviluppare piattaforme che partano da bisogni, non
su base identitaria ma su esigenze reali; percorsi fuori dalle metropoli per
rimettere al centro ciò che viene definito “marginale”; guardare alla rilevanza
della crisi agricola e la necessità di organizzarsi con soggetti che nella terra
vedono storia, lavoro, memoria e identità.
Non partiamo da zero: esistono infrastrutture di inchiesta e conricerca già
attive che possono essere integrate e riprodotte altrove (pensiamo alle
Mappature dal Basso delle infrastrutture energetiche e belliche ma anche al
lavoro interregionale portato avanti da HUB – Bollettino della Militarizzazione
e delle resistenze dei territori) ; ma vogliamo anche di più. Organizziamo un
percorso che si doti di un istituto di formazione e autoformazione che rilevi
dalle lotte i nodi da approfondire; partecipiamo reciprocamente alle iniziative
che animano i contesti locali. Individuiamo nel terreno della comunicazione e
dell’informazione un ambito di conflitto e di possibilità: mettiamo a
disposizione gli strumenti già esistenti come il sito Infoaut per accogliere
punto di vista e materiali prodotti a partire dalle lotte ma immaginiamo anche
strumenti comunicativi agili che possano costituire una infrastruttura utile per
il coordinamento immediato sui blocchi, nelle manifestazioni, nelle iniziative
di un nuovo ciclo.
Immaginiamo, infatti, un futuro non lontano e tangibile in cui poter coordinare
i nostri blocchi ai flussi della guerra, in cui supportare reciprocamente
picchetti, scioperi, assemblee, occupazioni di scuole e università, individuando
insieme gli strumenti giusti e coinvolgendo sempre nuove persone, lavoratori,
territori e settori della società che esprimono il bisogno di lottare. Non
dimentichiamo di guardare alla Palestina come bussola in questa fase,
supportando e partecipando come equipaggi di terra e di mare alla nuova partenza
della Global Sumud Flottilla verso Gaza e verso Cuba.
Contribuire al progetto collettivo
L’idea che ha animato queste giornate è quella di non voler attendere, ma
prendere l’iniziativa e sentirci uniti nel farlo. Abbiamo l’obiettivo di
costruire e accumulare forza per far pagare ai padroni del mondo, animati da
violenza e sopraffazione, il costo di ciò che viene imposto. Possiamo contendere
la possibilità di costruire rigidità ovunque siamo collocati per il
miglioramento della vita collettiva.
Abbiamo la prova reale che il bisogno di unirsi per contare e smettere di subire
esiste. Da questi due giorni traiamo la spinta e il desiderio vivo di
organizzarci sempre meglio e in modi nuovi, per ottenere risultati concreti e
avere la forza e la capacità di difenderli. Per prendere realmente potere
collettivo, e sottrarlo a chi comanda. Lo ripetiamo, il sogno comune da
realizzare è una vita libera dal dominio capitalistico, suprematista e
patriarcale, ricca di capacità collettive, piena di significato umano,
nell’autonomia che cresce.
Camminiamo per realizzare questo sogno comune.
Invitiamo tutti e tutte a unirsi e a farlo insieme, con fiducia, concretezza e
coraggio.