Riprendiamo il comunicato scritto dall’Assemblea Studentesca di Torino in merito
a una nuova operazione nei confronti di giovani minorenni a Torino a seguito
delle manifestazioni per la Palestina di ottobre scorso.
È notizia di questa mattina una nuova operazione di rappresaglia dopo il
movimento blocchiamo tutto, questa volta sono arrivate misure cautelari tra
carcere e domiciliari, a diversi ragazzi che hanno partecipato alle enormi
mobilitazioni per la Palestina, in particolare lo sciopero generale del 3
ottobre, in cui più di 100mila torinesi sono scese in piazza, in una città
blindata, per determinare la fine della complicità italiana nel genocidio a
Gaza.
Uno sciopero generale che ha detto delle cose chiare: fuori i signori della
guerra dalle nostre città, fuori l’industria bellica da Torino: non saremo la
città produttiva per la vostra guerra!
In quella giornata un serpentone irriducibile ha sfilato dalle prime ore del
mattino fino a tarda notte, con migliaia e migliaia di persone che rispondevano
agli attacchi della polizia e resistevano alle cariche e alla repressione.
A distanza di mesi arriva il conto: il governo si vendica sui giovani che hanno
iniziato a gettare un seme per la resistenza in un mondo che si sta piegando
alla logica della armi.
Esprimiamo solidarietà assoluta per coloro che sono colpiti dalla repressione e
ci mettiamo a disposizione per costruire un impianto di solidarietà forte e
largo per fare fronte a questi attacchi!
Ricordiamo che 6 studenti minorenni sono ancora agli arresti domiciliari e
chiediamo la liberazione di tutti e di tutte subito!
PALESTINA LIBERA, TUTTI LIBERI
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Materiale di intelligence non verificato, raccolto in un conflitto armato, viene
usato per criminalizzare la solidarietà con la Palestina. Un precedente
gravissimo per i diritti e la democrazia
da osservatoriorepressione
Non è possibile determinare con certezza l’accuratezza delle informazioni che
attribuirebbero presunti finanziamenti ad Hamas all’Associazione benefica di
solidarietà con il popolo palestinese riconducibile a Mohammed Hannoun,
arrestato a fine dicembre insieme ad altre otto persone con l’accusa di
associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. A dirlo,
nero su bianco, sono le stesse autorità israeliane.
In quaranta pagine prodotte a Tel Aviv il 23 giugno e trasmesse alla Procura di
Genova a inizio luglio, è contenuto un elenco di 266 cosiddette “battlefield
evidence”, prove raccolte sul campo di battaglia che dovrebbero attestare legami
tra l’associazione italiana e Hamas. A firmare le note allegate è “Avi”, capo
della divisione ricerca e valutazione del National Bureau for Counter Terrorist
Financing (Nbctf), che ammette come in diversi casi non sia stato possibile
stabilire né il luogo né la data di acquisizione dei documenti. Un limite che,
secondo l’ufficiale israeliano, non comprometterebbe l’identificazione dei
beneficiari dei fondi: a Gaza, sostiene, controlla tutto Hamas e ogni relazione
con chi opera nella Striscia equivarrebbe, dopo il 7 ottobre 2023, a
fiancheggiamento del terrorismo.
Una logica che prescinde dalla verifica giudiziaria. Lo stesso “Mr Avi” spiega
che molte informazioni non possono essere condivise neppure con l’autorità
giudiziaria italiana per ragioni di sicurezza militare. Nonostante ciò, afferma
che la sua conoscenza diretta dei luoghi di sequestro sarebbe sufficiente. Le
descrizioni delle circostanze di acquisizione dei materiali, raccolti durante
l’operazione “Sword of Iron” tra il 2023 e il 2024, risultano però spesso vaghe:
un laptop sequestrato il 22 novembre 2023 conterrebbe “varie informazioni” su
organizzazioni attive a Gaza con un collegamento ad Hamas “molto probabile”;
documenti requisiti il 16 novembre apparterrebbero a “un’entità di Hamas
indefinibile”; un hard disk dell’8 dicembre conterrebbe file “molto
probabilmente” riconducibili a un funzionario dell’ufficio di Yahya Sinwar.
È su questo impianto che le difese dei nove arrestati hanno depositato una
memoria durissima, sostenendo l’assoluta inutilizzabilità dei materiali perché
affetti da “un cumulo insanabile di deficit” che ne esclude qualsiasi valenza
probatoria. Le “prove dal campo” sarebbero prive di una catena di custodia
conforme agli standard dell’Onu, di Eurojust e del Consiglio d’Europa: mancano
l’identificazione di chi ha materialmente raccolto i dati, metadati verificabili
e ogni possibilità di controllo indipendente.
In un comunicato diffuso nelle ultime ore, i quattordici avvocati del collegio
difensivo ribadiscono che “l’aula di giustizia non è un campo di battaglia” e
che materiali di intelligence militare non possono fondare procedimenti penali.
Una posizione che richiama un precedente non secondario: nel 2010 la stessa
Procura di Genova, allora rappresentata dalla pm Francesca Nanni, chiese e
ottenne l’archiviazione di un’indagine per terrorismo pressoché identica, sempre
a carico di Hannoun.
Secondo i legali, l’inchiesta in corso non riguarda condotte penalmente
accertate, ma la circolazione di informazioni prodotte in uno scenario di guerra
e da apparati di sicurezza stranieri. Nessun giudice israeliano, sottolineano,
ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate, che restano
appannaggio dei servizi di sicurezza, operanti sotto il controllo diretto
dell’esecutivo e dentro una logica dichiaratamente bellica. Importare questi
materiali in un processo penale significa, a loro avviso, abbattere una
distinzione essenziale in democrazia: quella tra guerra e giustizia.
Il contesto internazionale rafforza il nodo politico-giuridico. Israele rifiuta
sistematicamente di sottoporsi alla giurisdizione della Corte penale
internazionale, anche di fronte a ipotesi documentate di crimini internazionali.
È dunque, sostengono i difensori, inaccettabile che lo stesso Stato pretenda di
esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali attraverso canali di
cooperazione giudiziaria, spesso fornendo documentazione “spontaneamente”, senza
neppure una richiesta formale.
Su questa indagine pesa anche una gestione mediatica e politica particolarmente
esposta. Oggi pomeriggio alla Camera il ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi riferirà sull’inchiesta che, a suo dire, avrebbe “svelato il vero
volto dei pro pal”. Dichiarazioni che, secondo i legali, contribuiscono a creare
un clima colpevolista incompatibile con la presunzione di innocenza sancita
dall’articolo 27 della Costituzione.
Venerdì 16 gennaio il Tribunale del Riesame di Genova dovrà decidere se
confermare o meno la custodia cautelare di Hannoun e degli altri otto indagati,
trasferiti nel frattempo in carceri speciali perché accusati di terrorismo. Lo
stesso giorno, a L’Aquila, è attesa la sentenza di primo grado per Anan Yaeesh,
Ali Irar e Mansour Doghmosh, anche loro imputati sulla base di testimonianze
raccolte in Israele per fatti non commessi sul territorio italiano.
Per i difensori, l’uso di informazioni di intelligence – per di più straniere –
come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso
slittamento verso un “diritto penale del nemico”, in cui categorie e strumenti
propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti
devastanti sui diritti fondamentali. Una deriva che, avvertono, non riguarda un
caso isolato ma rischia di diventare un precedente.
L’esito del Riesame dirà se questa impostazione reggerà al vaglio dei giudici.
Ma la domanda resta aperta, e inquietante: come definire un sistema in cui prove
di guerra diventano atti giudiziari e il confine tra conflitto armato e Stato di
diritto si fa sempre più sottile?
Riceviamo e pubblichiamo volentieri il comunicato scritto da varie realtà dello
Sport Popolare di tutta Italia.
Rispondiamo alla chiamata di solidarietà che ci arriva da Betlemme, dove Israele
ha da pochi giorni dato l’ordine di demolizione di un campo da calcio.
Qui, sotto all’ombra del terribile muro in cemento armato, conosciuto anche come
“muro dell’apartheid” che segna il confine dell’enorme campo profughi di Aidaa,
si trova un campo da calcio in erba sintetica.
Circondato da torrette militari e telecamere, costantemente sorvegliato da
soldati armati, questo spazio è frequentato dai bambini e dalle bambine, dai
ragazzi e dalle ragazze del campo profughi di Aidaa, uno dei più grandi e
indomiti della regione.
Non sono ormai molti gli spazi in Palestina dove incontrarsi, fare sport e
socialità e i pochi rimasti sono visti come una minaccia dall’esercito
israeliano.
Da fine novembre infatti è stato emanato un ordine di demolizione del campo.
Israele sotto la tutela mediatica della “falsa tregua” prosegue
indisturbatamente nel suo programma di pulizia etnica e lo fa violando come
sempre, il diritto internazionale ( il campo sorge nella zona A, quella che
secondo gli accordi di Oslo sarebbe dovuta essere totalmente sotto controllo
palestinese) e mistificando a piacimento la realtà (sostenendo che il campo sia
stato costruito in assenza di permessi, quando invece lo stesso sindaco della
città afferma il contrario) lo stato ebraico terrorista continua ad utilizzare
la forza per sterminare la popolazione palestinese. Non ci stupisce.
Evidentemente l’obiettivo della demolizione non è solo il campo da calcio in sé
per sè, ma ciò che rappresenta: uno spazio di aggregazione e di socialità dove
l’identità palestinese può ancora riprodursi e tramandarsi.
Oltre al suo valore sociale e aggregativo, il calcio, nel bene e nel male, gioca
un ruolo storico nella costruzione dell’identità dei popoli, delle nazioni e dei
territori, per questo non si può circoscrivere l’attacco al campo di AIDAA
all’ennesimo “dispetto” per sfiancare la resilienza e la capacità di
riorganizzarsi del popolo Palestinese, ma va guardato come una mossa da inserire
nel più ampio tentativo di distruzione dell’identità Palestinese.
L’obiettivo è ormai apertamente dichiarato: lo sterminio del popolo palestinese
e l’annientamento della sua identità. Per questo nemmeno un piccolo campo da
calcio può essere risparmiato da questa furia devastatrice.
Lo sport e le sue infrastrutture diventano quindi un campo di battaglia, dove
non si gioca più solo una partita di calcio ma una partita di sopravvivenza.
Riprendiamo l’appello lanciato da Mohamed Abusrour, un volontario del AIDA
Youth Center.
Perché questa demolizione non passi nel silenzio generale come spesso accade.
Perché a questa demolizione seguano la costruzione di altri campi in tutto il
territorio della Palestina, dal fiume fino al mare.
Perché la terra ritorni al popolo palestinese.
Perché la furia imperialista e coloniale di Israele non abbia più alcuna
legittimazione e appoggio.
Per tutte queste ragioni invitiamo tutte le realtà di sport, che si oppongono
alle logiche e alle azioni violente dello stato sionista ad unirsi alla
mobilitazione in solidarietà con il campo di Aidaa:
Chiedere la revoca immediata dell’ordine di demolizione sul campo Aida e il
rispetto degli spazi sportivi palestinesi come diritto umano fondamentale.
Diffondere e informare, che si sappia ciò che sta succedendo.
Fare pressioni sugli organi istituzionali dello sport e del calcio (FIFA, UEFA,
FIGC, CONI), perché non passi sottotraccia il loro coinvolgimento in quello che
sta succedendo in Palestina, nella speranza che messi alle strette prendano
posizione ed escludano dalle competizioni internazionali le squadre isrealiane
fin quando non sarà restituita ai palestinesi la terra e la dignità
dell’esistenza.
Organizzare raccolte fondi perché se dovesse essere demolito il campo, ne
possano essere costruiti altri e altri ancora.
Tutte le realtà sportive popolari e non, associazioni, club, federazioni, atleti
e tifosi, sono chiamate a prendersi carico della nuova campagna:
Save Aida pitch save our dreams! in difesa del campo sportivo del campo profughi
di Aida, diffondiamo lo slogan sui social esponiamolo sugli spalti e nei campi
nelle riprese dei campionati. Vogliamo gridare che lo sport non lava i crimini:
ricostruiremo Aida pitch ancora e ancora, fuori Israele dalla Palestina!
FERMIAMO LA DEMOLIZIONE DEL CAMPO DI AIDAA
SAVE AIDA PITCH SAVE OUR DREAMS!!
SHOW ISRAEL THE RED CARD!
Officina 99 ringrazia le centinaia di persone di tutte le età che hanno animato
l’assemblea pubblica di sabato 10 gennaio: rappresentanti di spazi sociali,
collettivi, realtà di movimento, ma anche artistə, musicistə e solidalə da tutta
la Campania e oltre.
L’assemblea ha espresso piena solidarietà e complicità verso le pratiche di
autogestione e ribadito l’importanza degli spazi sociali come luoghi in cui
sperimentare forme diverse di stare insieme e dove costruire un’altra idea di
città: orizzontale, inclusiva, orientata alla soddisfazione dei bisogni di tuttə
e non al profitto di pochi.
Nel rigettare con forza ogni minaccia di sgombero nei confronti di tutti gli
spazi occupati nei nostri territori, abbiamo concordato sulla necessità di
rilanciare sul piano della lotta. La lotta in difesa degli spazi sociali non può
che coincidere con la lotta per la casa, per il reddito, per l’ambiente, contro
l’economia di guerra, contro colonialismo e imperialismo, contro fascismo e
patriarcato.
Invitiamo pertanto tuttə a una nuova riunione, sabato 17 gennaio a Officina 99
per costruire una mobilitazione regionale il 14 febbraio in difesa di tutti gli
spazi sociali e autogestiti, contro questo governo fascista e le sue politiche
autoritarie, per rilanciare l’opposizione sociale e praticare l’unità dei
movimenti.
Organizziamo inoltre la partecipazione unitaria delle realtà di lotta napoletane
al corteo nazionale di Torino in difesa del CSOA Askatasuna.
CSOA Officina 99
Da quando è scoppiata la rivolta in Iran assistiamo all’ennesimo scontro tra
tifoserie contrapposte all’interno del movimento antagonista e più in generale
della sinistra di classe.
C’è chi anche di fronte all’evidente carneficina di proletari e proletarie che
sta portando avanti il regime si ostina a difenderlo come un baluardo del
multipolarismo e chi, dall’altro lato, rimuove il problema oggettivo dell’uso
politico che Stati Uniti ed Israele tentano di fare della rivolta per completare
il loro progetto di ridisegno del Medio Oriente.
Eppure la rivolta in Iran sarebbe un importante banco di prova per confrontarsi
analiticamente con la complessità del presente e provare a trarne delle lezioni
necessarie.
Iniziamo da alcune ovvietà. È palese che la rivolta esplosa in Iran è il
prodotto di condizioni di vita sempre più disperate che coinvolgono alcune
frange significative della società. Come spiegato da più parti (1 | 2) la
situazione economica dell’Iran è estremamente compromessa. Ad aggravare questo
quadro vi sono la crisi climatica ed una malagestione delle forniture idriche
che hanno colpito anche aree del paese tradizionalmente fedeli al regime.
Inoltre da quanto viene riportato un ruolo lo ha avuto anche l’incapacità del
regime nel difendere la popolazione dagli attacchi israeliani durante la guerra
dei 12 giorni. È una rivolta interclassista, interetnica ed interreligiosa che
ha coinvolto tanto le grandi città, quanto alcune aree rurali. Non è una rivolta
organizzata da una forza politica strutturata o da una coalizione di forze
politiche strutturate, anche se diversi soggetti ed organizzazioni provano ad
assumerne la direzione. All’interno della rivolta vi sono anche forze operaie,
proletarie e di classe che giocano un ruolo: è di oggi la notizia che gli operai
delle delle compagnie AzarAb e Wagon Pars avrebbero occupato e preso il
controllo dei relativi stabilimenti logistici ed industriali nella città di
Arak. È altrettanto acclarato che all’interno della rivolta vi sono diversi
elementi legati direttamente a Reza Pahlavi, il figlio dello Scià cacciato dalla
rivoluzione del ‘79, al Mossad ed alla CIA. Non bisogna dimenticare poi che le
condizioni economiche in cui versa l’Iran sono conseguenza anche dell’isolamento
economico e della recrudescenza delle sanzioni che tanto le amministrazioni
Trump quanto quella Biden hanno imposto al paese. Come scrivevamo in questa
breve riflessione sul recente attacco statunitense al Venezuela questo genere di
pressioni fa parte dell’armamentario storico dell’imperialismo statunitense e
serve appositamente per costruire le condizioni di un regime change in un paese
considerato ostile.
In questa rivolta coesistono, come in ogni rivolta, forze, contenuti, pulsioni e
ideologie diverse, a volte contrapposte che si confrontano e scontrano per far
prevalere i propri interessi. Ma è anche una rivolta differente da quelle che a
stretto giro la hanno preceduta negli scorsi anni, l’ultima in ordine di tempo
nel 2022 al grido “Donna, vita e libertà”, i cui temi sembrano permanere ed
assommarsi in questo ciclo. È differente per estensione sociale e territoriale:
non riguarda un solo ceto sociale, una sola regione, una sola etnia, una sola
rivendicazione ma è stratificata ed articolata. Vi è sicuramente una parte di
borghesia e piccola borghesia iraniana che esclusa dai circoli economici del
regime e diminuita dalla crisi guarda ad Occidente sperando in un modello
liberale e liberista. Questa è quella parte della rivolta celebrata sui media
occidentali, quella che ha una voce ed un modo per rappresentarsi sullo scenario
internazionale. Ma sul campo sembra esserci molto altro: giovani e giovanissimi,
proletari, donne e persino contadini che probabilmente hanno in odio tanto gli
Stati Uniti ed Israle quanto il regime, ma che non hanno forme di organizzazione
politica compiuta in grado di esercitare egemonia, almeno per il momento,
sull’intero processo. È una storia già vista, dalle primavere arabe ad
Euromaidan, l’eclissi di forze di classe organizzate porta inevitabilmente ad
una deviazione del potenziale rivoluzionario da parte di potenze esterne e/o
interne che lo utilizzano per i propri interessi capitalisti ed imperialisti.
Spesso questo esito conduce alla tragedia: guerra, guerre civili, regimi ancora
più brutali, disintegrazione del tessuto sociale e politico. Questi sono già
oggi gli scenari che gli analisti contemplano candidamente per l’Iran mentre si
dibatte su quale conta dei morti sia più credibile.
Non c’è dubbio che Israele e gli Stati Uniti approfitteranno della situazione
per provare a sferrare un colpo mortale ad uno dei pochi argini regionali al
loro progetto, ma questo nulla toglie alle legittime rivendicazioni del popolo
iraniano. Si tratta di interessi materiali, non (solo) di aspirazioni
democratiche e liberali: la nostra parte pretende migliori condizioni di vita, e
non serve essere sentimentali, ma basta essere materialisti, per comprendere che
l’eroica resistenza all’imperialismo statunitense senza un’orizzonte
trasformativo non si mangia e non si beve.
L’elemento nuovo e da valorizzare è semmai che in nuce un’autonomia all’interno
delle proteste sembra prendere corpo: molte testimonianze riportano che nelle
piazze uno degli slogan più diffusi è “Morte al regime, morte allo Scià”, segno
che i manifestanti non aspirano ad una restaurazione del sovrano sostenuto
dall’Occidente, così come è importante notare che in molti video che circolano
sui social media viene espressa una forte contrarietà verso un intervento
esterno. Qualcosa di ben diverso dagli appelli al regime change che vengono
diffusi dai media mainstream.
Ora questo quadro dovrebbe fare molto riflettere su un doppio fallimento delle
storiche posture della sinistra. Da un lato la logica del “ogni nemico del mio
nemico è mio amico” ha degli esiti stranianti per cui in nome di uno sciatto
antimperialismo si è disposti a sacrificare le legittime aspirazioni proletarie.
Dall’altro lato una candida visione etica che senza volerlo si accoda alla
strategia israelo-statunitense favorendo un intervento esterno che la nostra
parte in loco non auspica né desidera (dato che tra l’altro il soft power
statunitense è sempre meno capace di affabulare le masse), ricordiamo il
dibattito sul presunto imperialismo iraniano. Questo è il passaggio stretto in
cui ci troviamo. L’unico favore che possiamo fare agli iraniani è quello di
accettare questa complessità, smettere di tifare e capire come favorire
l’emersione dell’autonomia proletaria, la sua organizzazione ed il suo
rafforzamento.
Conferenza stampa nel primo pomeriggio di oggi, martedì 13 gennaio, a Torino,
organizzata dai e dalle portavoce del comitato proponente del patto di
collaborazione per rendere Askatasuna bene comune.
Un patto stracciato il 18 dicembre, giorno in cui lo spazio sociale di Torino è
stato violentemente sgomberato dalla sua storica sede, in Corso Regina
Margherita 47, su mandato di Piantedosi e Meloni. Tutt’oggi il quartiere
Vanchiglia è militarizzato giorno e notte da camionette e agenti.
“Il silenzio del sindaco di Torino è assordante e ingiustificabile“, hanno
affermato oggi i portavoce in conferenza stampa, chiedendo al Comune di
effettuare un’ispezione all’interno della palazzina “per costatare i danni dopo
lo sgombero, visto che l’edificio è di proprietà comunale”.
“E’ compito della cittadinanza e di chi ha a cuore la città di
Torino mobilitarsi affinchè questo progetto possa proseguire“, fa sapere ai
microfoni di Radio Onda d’Urto Alessandra Algostino, del comitato proponente e
docente, che ricorda l’assemblea cittadina in programma per domani, giovedì 14
dicembre presso la Scuola Fontana.
L’intervista a Giorgio Cremaschi, di Potere al popolo e tra i garanti del patto
“Askatasuna bene comune” rotto dal Comune in occasione dello sgombero, e
Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale all’Università di
Torino. Ascolta o scarica.
da Radio Onda d’Urto
Le analisi e le ipotesi che seguono, e quindi le discussioni e le inchieste che
hanno permesso di dare loro una forma – ancora in divenire – partono da quella
composizione di piazza che abbiamo provato a definire come “Generazione
Palestina”, che si è espressa con diversi gradi di spontaneismo, autonomia e
organizzazione in particolar modo durante le manifestazioni e gli scioperi per
la Palestina – ma passando anche per le importanti mobilitazioni per la morte di
Ramy Elgaml – e contro un razzismo istituzionale e diffuso che si sono
susseguiti dall’ottobre 2023 ad oggi con particolare partecipazione e incisività
tra settembre e ottobre 2025, nella fase del “blocchiamo tutto”.
da Kamo Modena
In quelle settimane, con il picco degli scioperi generali del 22 settembre e del
3 ottobre, abbiamo infatti assistito, anche nella pacificata Modena, a nuove
disponibilità e livelli di conflittualità, sia in relazione alla soggettività
che ne è stata l’avanguardia, sia per quanto riguarda la poca o quasi nulla
sovrapponibilità tra espressione di conflittualità, per l’appunto, e
organizzazioni “a capo” delle mobilitazioni. Queste ultime, in generale, sono
state infatti spesso e volentieri eccedute, in termini di iniziativa,
protagonismo e autonomia, da chi evidentemente scendeva in piazza e paralizzava
tangenziali, porti, stazioni e autostrade non per alzare la bandiera del
partito, del sindacato o del collettivo, ma per esprimere voglia di contare,
rompere l’impotenza, e sfogare una condizione di profondo malessere,
indignazione e rabbia a supporto del popolo e della resistenza Palestinesi e in
antagonismo a un governo e una classe politica e dirigente che vedono il riarmo
e quindi la guerra come unico orizzonte desiderabile.
Da qui la necessità di indagare i complessi, stratificati e spesso
contraddittori legami che mettono in relazione la sfaccettata composizione della
“generazione Palestina”, e in particolare le seconde generazioni che ne formano
il nucleo pulsante, con questioni come:
– la profonda necessità di costruire forme e linguaggi organizzativi e di
militanza più efficaci, slegati da modelli ingessati e ideologici della
sinistra, tenendo tuttavia ben stretto il filo rosso della tradizione
rivoluzionaria e delle lotte di classe collocate sui territori;
– il ruolo cruciale che razza e quindi razzializzazione svolgono come strumenti
di produzione e riproduzione del sistema capitalistico, quindi coloniale e
imperialistico;
– ricercare potenziali saperi, strumenti, legami confrontando l’organizzazione
di soggettività politiche delle banlieue parigine con le periferie italiane rese
fabbrica della guerra, verso una prospettiva di conflitto e ricomposizione che
veda seconde generazioni e proletariato bianco uniti da una prospettiva di
rottura e fuoriuscita insieme dalla catastrofe del presente, fatta di genocidio,
riarmo, ristrutturazione bellica e guerra generalizzata.
– la liberazione della Palestina come catalizzatore e motore di cambiamento,
anche alle nostre latitudini.
Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono
mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive
di rilancio e trasformazione? Che ruolo hanno razza, classe e religione nella
composizione delle lotte presenti e future e nelle forme organizzative politiche
del domani? Sono le domande che abbiamo posto e discusso, il 15 novembre 2025 al
Dopolavoro Kanalino78, insieme ai Giovani Palestinesi di Modena e Reggio Emilia
con Anna Curcio (ricercatrice militante, autrice di «L’Italia è un paese
razzista», Derive Approdi 2024) e Atanasio Bugliari Goggia (autore di «Rosso
Banlieue» e «La santa canaglia», ombre corte 2022-2023).
Buona lettura.
M.
I Giovani Palestinesi di Modena e Reggio introdurranno a una discussione interna
e a un dibattito che abbiamo avuto con con altre realtà realtà del territorio,
soprattutto con Kamo Modena, nel quale abbiamo tentato di unire i punti di
analisi sviluppati partendo da quanto abbiamo vissuto nelle piazze negli ultimi
due anni di mobilitazioni a sostegno della Palestina e nella campagna
“Blocchiamo tutto” degli ultimi mesi. In questo modo, cercheremo di darvi la
cornice entro la quale cogliere al meglio la portata politica e le ragioni del
nostro interesse per i contributi di Anna e Atanasio. A nostro modo di vedere
infatti, una riflessione sulle premesse, gli effetti e il senso profondo delle
mobilitazioni per la Palestina deve prendere le mosse da una discussione sul
protagonismo delle seconde generazioni e sugli strumenti che i militanti possono
portare al movimento nascente.
S.
Negli ultimi due anni qualcosa di profondo si è mosso nelle piazze. Il tema
della razza e della Palestina hanno mosso un senso collettivo che va ben oltre
la solidarietà e l’indignazione momentanea. Abbiamo visto come abbiano
risvegliato una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva, ma che
riconoscendo nel capitalismo il sistema fallimentare che continua a
istituzionalizzare la violenza, ha preso coscienza del fatto che gli stessi
autori della violenza, divisione, marginalizzazione e discriminazione che hanno
vissuto nella loro esperienza diretta sono gli stessi che hanno interesse ad
alimentare la macchina di guerra che occupa la Palestina.
Ma non solo: le seconde generazioni sono riuscite a individuare come nemico lo
stesso sistema che crea anche un grande divario economico e sociale a livello
mondiale, e che continua a giustificare qualsiasi morte di chi sta in basso, in
nome di un progresso economico falso e illusorio, che riempie le tasche ai
ricchi del mondo. Ciò poiché, dal loro punto di vista, questo sistema si
ripresenta, anche se in scala ridotta, anche nelle loro vite e nelle loro
scelte, costringendoli quindi di conseguenza a stare ai margini. Questa
sistematica e radicata marginalizzazione la rivedono quindi in qualsiasi
oppressione in giro per il mondo, in particolare in quella coloniale nel Sud
globale. Questa nuova presa di coscienza ha posto le basi affinché la
generazione che noi oggi stiamo chiamando “Generazione Palestina” inizia a
riconoscersi e a pensarsi, e a costruirsi come soggetto politico conflittuale,
mettendo da parte il ruolo di vittima che viene attribuita loro dalle narrazioni
umanitarie e assistenzialistiche.
E così ci troviamo oggi a ragionare sulla razza, affrontando di petto uno dei
meccanismi principali con cui il potere continua a riprodurre diseguaglianze
materiali e simboliche. La razzializzazione non è un’opinione o una sensibilità
culturale, ma il mezzo concreto con cui si determina chi viene considerato parte
della società e chi invece rimane sempre sospeso, precario e esposto. Influenza
l’accesso al lavoro, alla cittadinanza, alla credibilità politica e persino al
diritto di essere arrabbiati. Per molte persone razzializzate questo non è un
concetto astratto, ma un’esperienza quotidiana. Lo vivono negli sguardi, nei
controlli, nei rapporti con le istituzioni che li trattano come ospiti da
gestire e non come soggetti politici. Guardare le mobilizzazioni di questi anni
con questa lente permette quindi di capire perché proprio i giovani
razzializzati siano stati tra i più presenti, i più lucidi e i più determinati:
poiché essi riconoscono immediatamente nei dispositivi che colpiscono la
Palestina gli stessi dispositivi che organizzano la loro vita qui in Europa e
soprattutto in Italia. Senza il concetto di razzializzazione, questa lettura
complessiva della vita e della società si perde. Conservandolo, tutto si allinea
e acquista senso.
Questa generazione, chiamata anche Z – che a livello globale ha ribadito che non
vuole più continuare a subire e che in Italia è composta da giovani delle
seconde generazioni, da figlie e figli delle migrazioni, ma anche da chi si
riconosce nelle battaglie che partono dal basso – sta riscrivendo i linguaggi e
i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo
conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si ritrova a volerlo fare con
urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Con le
mobilitazioni per la Palestina, specialmente negli ultimi anni, abbiamo
assistito e partecipato in prima persona, sia come GPI nazionale che sul
territorio di Modena, a tentativi e successi di organizzazione e protagonismo
inediti da parte di quella che chiamiamo “Generazione Palestina”. Questo, per
forza di cose, ha generato situazioni che in passato probabilmente si sono
verificate molto più raramente nei contesti politici e di piazze del nostro
paese.
Abbiamo infatti potuto analizzare e vivere le dinamiche che si sono venute a
creare tra le realtà palestinesi e quelle italiane, motivo di ulteriore spinta
al protagonismo e al confronto, in alcuni casi anche conflittuale. A nostro modo
di vedere, è una risposta alla costante tensione generata, da un lato, dalla
spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza
in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la
colonizzazione, oltre che di un’analisi di avanguardia del contesto politico del
Levante, e dall’altro dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla
pacificazione e al porsi “dalla parte dei palestinesi, ma non troppo”. Tutto ciò
in un contesto, quello italiano e in particolare quello modenese, segnato da un
razzismo istituzionale e diffuso, che delegittima e criminalizza
sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle
comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, abbiamo ad esempio assistito
all’entrata in vigore del decreto legge ex DDL 1660, fortemente indirizzato alla
repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle
fasce di popolazione razzializzate.
Uno dei passaggi più importanti di questi due anni è stato capire quanto la
battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi
vengono raccontati. I media italiani continuano a riprodurre narrazioni che
infantilizzano i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati
in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, le rendono
accettabili per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la Generazione
Palestina è riuscita a rompere questo schema. Ha iniziato a parlare direttamente
senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Con video, reel, interventi
spontanei in piazza, comunicati scritti da chi vive certe realtà sulla propria
pelle. Tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile
dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contronarrazioni significa
quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che
finalmente non dipende più dalla legittimazione di istituzioni e giornali che
hanno sempre raccontato queste comunità da fuori.
Abbiamo quindi pensato che possa essere particolarmente prezioso il contributo
di Anna – autrice di L’Italia è un paese razzista – per comprendere come il tema
della razza, per molti versi accantonato e quindi da recuperare, sia stato e
rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione
che il sistema capitalista ci impone, e ancora di più per capire come inquadrare
un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è
razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un
antirazzismo di matrice prettamente umanitaria e capitanato da una sinistra
italiana bianca, spesso incapace (diciamo pure sempre incapace!) nel renderlo
lotta politica, conflittuale e anticapitalista.
Inoltre è emersa la complessità anche in termini di composizione politica
all’interno della stessa comunità araba e tra le diverse organizzazioni arabe e
palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere le cause più
disparate: il paese di provenienza, la generazione di appartenenza, la stessa
famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse,
l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme
importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante
che vuole la comunità araba, o anche quella palestinese, e per l’appunto queste
seconde generazioni di cui si parla, come qualcosa di omogeneo e facente
riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Attraverso il
lavoro di inchiesta e vivendo le dinamiche descritte, andando quindi a sondare e
comprendere quali sono le contraddizioni interne, si possono quindi ipotizzare
una scomposizione e una ricomposizione di questi segmenti di popolazione in
termini politici. Riconoscere le differenze è una parte fondamentale del lavoro
politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi
siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione.
Le differenze di classe, le storie familiari, la religione, il rapporto con la
migrazione, il legame più o meno diretto con la Palestina o con gli altri
contesti coloniali, tutto questo influisce sulle forme di partecipazione, di
conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si
parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione
coloniale che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le
contraddizioni è fondamentale, perché significa dare la possibilità a ciascuna
soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro a un’identità politica
preconfezionata. È solo da questa complessità che può nascere una forza
collettiva capace di durare.
Parallelamente alle realtà politiche organizzate arabe, specialmente negli
ultimi mesi del “blocchiamo tutto”, nelle piazza per la Palestina abbiamo
incontrato una componente altamente conflittuale e allo stesso tempo priva di
una reale organizzazione. Se a Milano questo si è tradotto in decine di giovani
che hanno portato avanti autonomamente, spontaneamente, gli scontri con le
guardie a ridosso della stazione Centrale, nel contesto estremamente più
pacificato della nostra città, Modena, questa componente si è comunque
dimostrata protagonista nel blocco della tangenziale in occasione dello sciopero
generale per Gaza del 3 ottobre. Quando si parla del blocco della tangenziale ci
ricordiamo tutti che è stato in risposta a quello programmato e concordato da
CGIL & co., con tempi e modalità ben lontani dallo slogan “blocchiamo tutto”.
Ma la distanza dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati,
associazioni storiche, non è un rifiuto a prescindere, è una risposta a
istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le
trasformazioni reali del Paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati,
questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la
loro lingua e che non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura
ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più
veloci, più legate ai bisogni immediati. La Generazione Palestina si muove con
codici diversi, non le interessa riprodurre modelli del passato, vuole creare
strumenti che funzionano oggi, che parlano ai margini, che sappiano trasformare
la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un
terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica.
La Palestina non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i
giovani, questa nuova generazione, mobilita anche sul piano emotivo, identitario
e intimo. Per molti giovani razzializzati la Palestina non è lontana, è parte
della propria storia familiare, dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie
subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la
Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in quei
meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente. Questo ha
trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi
in cui finalmente si poteva dire “io ci sono, io esisto, io ho una voce” senza
filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha
permesso a questa generazione di resistere nonostante la repressione, le
criminalizzazioni e la delegittimazione continua.
Da qui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e
intercettare queste soggettività, per certi versi estranei ai metodi di fare
militanza, prettamente bianchi e italiani; da qui, la necessità di indagare come
rilanciare i due anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi
le ha vissute. Allo stesso tempo, chi le ha vissute ha reso queste piazze
profondamente diverse da quelle precedenti agli scorsi due anni. Tutto questo
calato attentamente in un contesto in cui – in forme particolarmente impattanti
sul tessuto produttivo-industriale e di ricerca universitaria, e quindi sociale
ed economico del nostro territorio – stiamo assistendo ad una rapida e profonda
conversione verso tutto ciò che fa riferimento alla produzione di componenti e
software, volte all’uso bellico o al dual-use, con una prospettiva di guerra
portata sempre più avanti.
Anna Curcio
Intanto vorrei ringraziarvi per l’ospitalità e la compagna dei GPI per il suo
intervento, perché credo che abbia discusso dei temi assolutamente centrali.
Dunque, mentre iniziavo a mettere insieme una serie di considerazioni che avevo
fatto negli anni passati sulla questione del razzismo in Italia insieme
all’editore abbiamo pensato che che fosse arrivato il momento di aprire uno
spazio di riflessione e mettere a critica il modo in cui, perlomeno nei
settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo
considerato cosa sia il razzismo, come funzioni e quindi come sia andata
definendosi la lotta antirazzista. Il titolo che ho voluto dare al mio ultimo
libro – L’Italia è un paese razzista – provocatoriamente non ha il punto
interrogativo perché penso che viviamo realmente in un paese razzista. Ciò però
non perché gli italiani siano moralmente peggiori di altri, ma perché viviamo
all’interno di società capitalistiche, e quindi coloniali. In altri termini, il
razzismo è un elemento assolutamente costitutivo della storia del nostro paese e
dell’identità degli italiani. Insomma, sfatare il mito degli italiani brava
gente non è soltanto un modo per fare ammenda di colpe passate, ma il primo
passo per comprendere qualcosa della realtà in cui viviamo oggi; finché non
mettiamo in chiaro che la nostra società contemporanea è strutturalmente
razzista non faremo mai un passo avanti nell’analisi e nella comprensione del
nostro presente. Dopodiché, una volta che abbiamo assunto il razzismo
strutturale della nostra società, abbiamo la responsabilità politica di
scegliere di essere antirazzisti. Si apre così il problema per definizione,
perché, come emerge anche dall’intervento della compagna, si tratta di capire
come si debba essere antirazzisti e cosa non abbia funzionato in tutti questi
anni.
Faccio un esempio diretto: io sono cresciuta politicamente negli anni ‘90 e noi,
la generazione dei movimenti antagonisti, non abbiamo mai apertamente affrontato
il razzismo. A tratti nemmeno lo nominavamo, come se fossimo incapaci di
vederlo. Ci siamo certo occupati moltissimo di migrazioni, ma sempre con la
pretesa di prendere parola al posto di qualcun altro, o di aiutare qualcuno “più
sfigato” di noi. Era un atteggiamento che di fatto infantilizzava le persone
migranti, che ci spingeva a trascurare la profondità del problema, e ci rendeva
incapaci di affrontarlo di petto in modo radicale, ossia in vista del
cambiamento sociale.
Ritengo poi vi sia un nodo irrisolto nella maniera in cui è andata costruendosi
la memoria storica dell’esperienza del nazifascismo in Italia e in Europa
continentale (sorvoliamo ora sulla questione della Gran Bretagna, che ha una
storia e un rapporto col colonialismo diverso). Per farla breve, già dagli anni
Cinquanta si può vedere come necessario per le classi dirigenti contenere il
peso dell’olocausto e delle leggi razziali, ora mettendole rapidamente da parte,
ora depoliticizzandone la portata considerandole faccende che riguardavano le
classi dirigenti “di prima”. Dal canto suo, la lotta di liberazione nazionale e
la Resistenza sono stati momenti storicamente cruciali, che hanno ridefinito la
società italiana alla fine del regime fascista; ma non hanno avuto la capacità –
oggi abbiamo la responsabilità di dirlo – di affrontare il problema del razzismo
come un nodo politico fondamentale. Anzi, il razzismo era diventato un problema
del fascismo. Fatto fuori il fascismo, finito il razzismo. La razza non veniva
nemmeno nominata: né, fortunatamente, in senso biologico e eugenetico, ma
nemmeno la razza intesa come razzializzazione, ovvero come condizione ed
esperienza sociale determinante. Si è buttato il bambino con l’acqua sporca. Al
contrario, le responsabilità degli italiani ci sono tutte, e il razzismo è un
elemento specifico della nazione Italia, dell’italianità.
Partiamo da un dato: l’Italia nasce sulla frattura Nord-Sud. Se voi andate a
rileggere la letteratura della metà dell’Ottocento, ossia degli anni in cui si
faceva l’Italia, in mezzo agli afflati romantici per “un sol popolo unito”,
ritrovate tutti i più triti commenti sulla gente del Sud Italia come “africani”.
Due Italie e due popolazioni, una negroide a sud e una ariana a nord. Dopotutto,
l’ideologia fascista non è nata dal niente, ma affondava le sue radici nel modo
dominante di pensare l’Italia e l’Europa. L’Italia nasce sulla frattura del
razzismo interno e, non a caso, a nemmeno vent’anni dall’unificazione
cominciano immediatamente le campagne di “civilizzazione” dell’Africa. Ora però,
per comprendere realmente la portata del problema, occorre evitare le
semplificazioni a cui spesso incorre la stampa e la letterature, diciamo,
progressiste.
La colonizzazione non era una semplice faccenda di esportazione culturale o di
fabbricazione del consenso interno attraverso un “altro” deforme, del tipo “noi
non siamo europei del Sud, europei sfigati, perché siamo portatori di civiltà e
capaci di conquiste”. No, l’elemento determinante consisteva nel conservare per
il Mediterraneo una funzione di cerniera tra l’Europa capitalista, l’Europa
della rivoluzione industriale che pompava commercio e denaro, e l’Africa
profonda, “l’Africa nera”, descritta come metafora dell’arretratezza poiché
ancora non assoggettata completamente al regime capitalista. Di modo che tutto
ciò che non è immediatamente identificabile con la norma bianca capitalista
diviene “altro”, diventa “male”. Si disegna una linea gerarchica, che viene
giustificata anche come una linea evolutiva, con l’Europa del Nord in vetta,
l’Africa al fondo, e tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo in una
sorta di zona ambigua, di contaminazione, considerati non del tutto
“all’altezza” dei nord-europei ma pur sempre “migliori” degli africani. Bene,
questo giudizio storico e questo ruolo nelle catene capitalistiche
internazionali arriva fino ad oggi. Tant’è vero che, quando scoppia la crisi
economica nel 2011, la stampa occidentale ha prodotto l’espressione “PIGS”,
porci, per indicare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, cioè esattamente i
paesi del Mediterraneo.
Tutto questo per dire cosa? Che intorno alle lotte del razzismo c’è l’occasione
per aprire una partita che non è riducibile al rispetto per “i valori”, per le
cortesie liberali, e li scavalca largamente in ordine di importanza. A mio modo
di vedere, può aprirsi una nuova stagione politica estremamente seria. Con la
Generazione Palestina oggi e in parte ieri con le mobilitazioni di Black Lives
Matter i giovani hanno hanno scovato un nuovo spazio politico che non è quello
dei militanti antagonisti dei centri sociali come me, che facevano le cose “per
aiutare i poveri migranti”. No, la rivolta delle nuove generazioni razzializzate
insiste su un punto ben più profondo: mostrando il vero volto genocida e
poliziesco dell’Europa e dell’Italia, mettono finalmente sotto accusa la
funzione di questi paesi di frontiera dell’Occidente negli equilibri
internazionali, vale a dire nella riproduzione del capitalismo su scala globale.
Avendo trovato il coraggio di mettere alla luce del sole da quale parte stia
l’Europa nelle catene di dominio mondiali, la loro presa di parola e il loro
protagonismo ci pongono davanti a delle domande cruciali. Quindi noi, noi
militanti comunisti italiani e europei, abbiamo il dovere di fare un passo
indietro e metterci in ascolto.
E ancora, fare un passo indietro e mettersi in ascolto non significa solo
sentire un affresco di storie di vita tragiche, rischiando così di finire in un
patetismo inutile e in una commiserazione che finisce per riprodurre le nostre
fantasie da salvatori del mondo, ma vuol dire costruire percorsi comuni di lotta
concreti. Solo mettendosi su questo piano di condivisione e complicità reale,
una lotta antirazzista può diventare efficace e mettere in crisi le gerarchie
del potere, ovvero del capitalismo razziale. Perché il capitalismo ha bisogno
del razzismo per funzionare, sia a livello locale che internazionale – di esempi
storici se ne possono fare a volontà. Quindi, affrontare il razzismo significa
mettere in discussione il modo in cui funziona la nostra società, e interrompere
quelle gerarchie che troppo spesso si sono insinuate nelle nostre pratiche.
Detto fuori dai denti: se io, militante bianca, magari anche colta e borghese,
aiuto i poveri migranti sfigati che arrivano qui senza il pane e li tratto come
vittime inermi, sto riproducendo quelle gerarchie. Certo, è sacrosanta
l’accoglienza, specialmente oggi di fronte ad un governo che la criminalizza, e
dobbiamo continuare a rivendicarla; ma rimaniamo consapevoli che la lotta
antirazzista è un’altra cosa. La lotta antirazzista mette in discussione le
gerarchie anche tra di noi, e quindi impone immediatamente di costruire percorsi
comuni.
H.
Prima di passare la parola ad Atanasio, una brevissima premessa su come noi
Giovani Palestinesi abbiamo letto il suo lavoro. Parlare della Palestina
significa riconoscere che la conflittualità non è un rumore di fondo, ma la
musica necessaria per dare legittimità politica a chi vive quotidianamente
l’oppressione. In questo orizzonte, i lavori di Atanasio – Rosso Banlieu e La
santa canaglia – non sono semplici studi, sono laboratori di senso, mappe che ci
aiutano a leggere la marginalità non come una ferita dell’immaginario, ma come
un terreno fertile da cui germoglia la resistenza. La Francia non è l’Italia e
le banlieues non sono le periferie italiane; eppure, ciò che emerge da quei
quartieri è un laboratorio politico che ci riguarda da vicino. I risultati
sociali e politici che Atanasio ha saputo restituire ci offrono chiavi di
lettura indispensabili per immaginare scenari futuri e speranze concrete per
questa generazione che, in Italia, si riconosce nella lotta palestinese.
Le banlieues francesi ci insegnano che la conflittualità, quando diventa pratica
collettiva, non è caos, ma è emancipazione. Non è devianza, ma protagonismo.
Comprendere il conflitto in Palestina significa anche riconoscere che la
resistenza di quel popolo non resta confinata oltre il Mediterraneo, ma si
incide sui corpi delle seconde generazioni qui. È un dolore che non si limita ai
racconti, ma che pulsa nelle vene, che si riflette negli sguardi, che trasforma
la memoria in canto e ferita. È il peso di una Storia che non si può
dimenticare, e che rende legittima la conflittualità con lo Stato quando
necessario. Perché non si può chiedere a chi porta dentro la memoria
colonizzazione di restare in silenzio.
Ringraziamo Atanasio perché riconosciamo la preziosità di un lavoro che ci
permette di leggere la Generazione Palestina non come un fenomeno isolato, ma
come parte di una genealogia più ampia di resistenze e conflitti: una genealogia
che attraversa confini, che mette in relazione Francia e Italia, Palestina ed
Europa, e che ci consegna la consapevolezza che solo attraverso un risveglio
addolorato possiamo imprimere l’autocoscienza nei soggetti nascenti, possiamo
costruire nuove forme di comunità politica e di speranza.
Infine il tempo, che negli ultimi anni è sembrato scorrere impetuoso,
travolgendo eventi e vite con una velocità che lascia senza respiro. Ma è
impetuoso anche il tempo di questa generazione, che non conosce lentezza e non
accetta di aspettare. È un tempo che brucia, che accelera, che pretende di
essere ascoltato ora. Ed è proprio in questa urgenza che si rivela la sua forza
politica. Un tempo che non si lascia disciplinare, che non si piega alla
pacificazione, ma che si sa fare conflitto e speranza insieme, aprendo spiragli
di futuro laddove sembra esserci solo chiusura. L’orologio si è rotto e
l’abbiamo rotto noi. Questo è e sarà il nostro tempo.
Atanasio Bugliari Goggia
Dunque, in primo luogo vorrei ringraziare i compagni e le compagne di Kamo per
l’invito, Anna per aver fatto da tramite, e i compagni e le compagne dei Giovani
Palestinesi di Modena e Reggio, perché è sempre un piacere assistere a un
livello simile di discussione. Ora, prima di parlare delle mie ricerche, ci
tengo a sottolineare che ho militato per moltissimi anni in Italia, ma da un po’
vivo in Svizzera, in un contesto di piena desertificazione sociale. Seguo
l’Italia da lontano, partecipando qualche volta a qualche evento importante,
quindi diciamo che non ho i gradi per scendere nello specifico su quanto è
emerso negli ultimi mesi di mobilitazione in Italia. Piuttosto, è il vostro
parere che mi interessa. Preferisco quindi dare un contributo facendo
riferimento a quanto bolle in pentola nelle banlieues soprattutto perché credo
moltissimo nel valore dell’inchiesta come strumento militante. Quello che però
posso riscontrare sicuramente è che in tutti gli interventi che mi hanno
preceduto ho ritrovato una serie di questioni che sono sul tavolo anche nei
movimenti delle periferie parigine che avevo visto io: la divisione di classe,
la divisione di razza, la cooptazione da parte dei gruppuscoli e dei partiti, le
divisioni tra quella che era l’estrema sinistra cittadina francese e i movimenti
delle banlieues, la repressione, eccetera. Pur a distanza di anni, molti dei
punti più caldi sono presenti anche nel contesto che avete affrontato in queste
settimane.
Detto questo, ci tengo profondamente a ricordare l’importanza, il valore
politico e umano dell’opera di Emilio Quadrelli, perché se questi lavori sono
stati possibili e mi hanno permesso di rientrare in collegamento con realtà di
compagni e compagne in Italia è stato sicuramente grazie a lui. Nel suo ultimo
lavoro – L’altro bolscevismo. Kamo, l’uomo di Lenin – ha cercato di capire dove
sia oggi la classe, intendendo con essa più una forza antagonista che una
porzione di reddito, ma soprattutto ha messo in evidenza un punto centrale e che
condivido appieno: l’idea che, forse ormai da un po’ di anni, viviamo in una
fase in cui il punto di vista della classe è sicuramente più avanzato rispetto
alla capacità organizzativa che abbiamo come compagne e compagni. A mio modo di
vedere è un dato certo da cui dobbiamo prendere le mosse, e che vorrei teneste
presente come sottofondo anche riguardo a quello che dirò sulle mie inchieste.
I miei lavori nelle banlieues sono il risultato di una ricerca etnografica (cioè
realizzata vivendo personalmente ai luoghi che si osservano, senza tenersi a
distanza) concentrata nelle periferie al nord-est di Parigi. Per essere precisi
dovremmo parlare di cités, cioè dei quartieri popolari all’interno
di banlieues più grandi, che a loro volta presentano anche settori medio o
alto-borghesi. Nella fattispecie, sono stato prima nella banlieue di
Clichy-sous-Bois, dove furono ammazzati dalla polizia Bouna e Zyed nel 2005 e
dove esplosero enormi rivolte, e infine a Aulnay-sous-Bois; se a Clichy ho
cercato di condividere il vissuto quotidiano di questa periferia, ad Aulnay ho
militato a tutto tondo nelle diverse realtà che si erano costituite durante quel
periodo.
Diciamo che sono arrivato in Francia con un’ipotesi da sottoporre a verifica,
ossia che quanto accaduto nel 2005 riguardasse non una specifica classe sociale,
ma a tutto ciò ruota intorno, per usare un lessico antico,
al lumpenproletariato, vale a dire a tutto ciò che è esterno al lavoro, i suoi
residui, le sue frattaglie, i settori operai in declino, eccetera. Insomma, mi
aspettavo di trovare nelle periferie una soggettività politica che incarnasse la
rivolta dei senza lavoro. Invece mi sono ritrovato davanti a tutt’altro: per
semplificare, l’idea che mi sono fatto è che in quel periodo le periferie
rappresentassero un po’ un test per i nuovi modelli disciplinari in un momento
di pesante ristrutturazione del sistema capitalista. Non a caso, le rivolte che
hanno incendiato la Francia nel 2005 e nel 2007 (così come quelle che si sono
verificate fino al 2023, anche se spesso sono state innescate da altre cause
contingenti) esplosero proprio a ridosso di una congiuntura economica
drammatica, dalla quale scaturì una crisi sociale probabilmente senza fine.
Insomma, la mia ipotesi è che le banlieues abbiano rappresentato un campo di
prova per le classi dirigenti in un momento di ristrutturazione del mercato del
lavoro: un test per imporre nuove forme di lavoro, maggiormente precario e in
molti casi de-regolamentarizzato al 100%, ma anche per verificare la capacità di
reazione delle classi sociali. Poiché le periferie parigine hanno una lunga
storia di lotte e di resistenza, i ceti dominanti in quella fase hanno provato a
vedere queste nuove forme di lavoro potevano essere insediate in un contesto
diciamo “di primo mondo”, e entro che limiti avrebbero risposto al degradamento
della loro condizione.
La cosa per me più interessante da registrare fu che nel quadro di questo
conflitto tra Stato e padroni da un lato, e classe operaia delle sterminate
periferie dall’altro, la posta in gioco che si combatteva in primo luogo era
quella che ruotava intorno ai legami di solidarietà. Io sono profondamente
convinto che quello che si giocava in quel momento nelle banlieues, cioè il
tentativo di rendere disciplinata e sottomessa una classe sociale, passava anche
dalla volontà di rompere quei legami spontanei di solidarietà che nel corso dei
decenni hanno permesso alle lotte di prendere forma. La partita tra il potere e
le periferie insorte si decideva intorno alla tenuta di quei legami nati in seno
al proletariato.
Provo a fare qualche esempio concreto. Quando sono arrivato in banlieue si era
nel picco del tentativo di cooptazione lanciato dal segretario di Stato del
governo di Sarkozy, il progetto “Espoir Banlieue”. Era un piano messo in campo
da Fadela Amara (ironia della sorte, Amara, cabila di una famiglia simpatizzante
per l’FLN, era un’ex militante del gruppo femminista Ni putes Ni soumises) retto
sulla tesi che la possibilità di uscire dalla banlieues e quindi di realizzarsi
economicamente, fosse possibile solo abbandonandola, il che equivaleva a dire
che il riscatto sociale passava dal ripudio dei legami di solidarietà.
A mio modo di vedere, tutto quello che si muoveva dentro le periferie partiva da
questa guerra ai legami di solidarietà, che a loro volta riportavano la traccia
di una lunga storia di resistenza trasmessa dai genitori ai figli. Quelle che
allora erano la seconda generazione di migranti poteva accedere a una
ricchissima memoria delle lotte agite dai propri padri e dalle proprie madri,
nei paesi di origine, nei percorsi della migrazione e infine agite
quotidianamente dentro le periferie. Per capirci, i racconti dei giovani di
14-15 anni ruotavano intorno a un padre in cassa integrazione, a una madre
depressa, a un fratello che aveva tentato il suicidio, al lavoro a cottimo:
questo era il romanzo di formazione della gioventù delle periferie. La storia
delle famiglie era la storia di una classe. E a tutto ciò si intersecavano i
dispositivi della razza.
Faccio ora un rapido inciso, richiamandomi a quello che diceva anche Anna.
Quando sono arrivato nelle periferie parigine, venivo da un periodo di
disillusione profonda verso la militanza che avevo attraversato in Italia. Ero
(e sono) convinto che una delle cause di questa crisi di militanza in Italia
dipendesse dall’abbandono troppo diffuso di una visione propriamente di classe e
di uno sguardo fisso sui rapporti economici e sociali. Quindi, guardare alle
risposte della classe operaia francese di periferia era una questione urgente
anche per quello che era il mio vissuto politico in prima persona. Con il tempo
ci ho riflettuto molto, e anche con i contributi di Anna ho imparato a guardare
più approfonditamente le sovrapposizioni della razza e della classe, ma gli
input più preziosi sono venuti dalle esperienze apprese dagli insorti. Nelle
periferie, infatti, la capacità di mettere in relazione l’appartenenza di classe
e l’appartenenza di razza, in territori specifici, era un esercizio
continuamente coltivato, che i militanti e gli abitanti dei quartieri portavano
avanti come una priorità inderogabile.
Torniamo ai legami di solidarietà. Il dispositivo della razza e della classe si
intersecavano a partire da una cornice territoriale: sia il governo delle
popolazioni e quanto le forme di antagonismo venivano sempre modificate,
calibrate e organizzate sulla base delle specificità di un luogo, dei suoi
abitanti e degli elementi economico-sociali che lo componevano. Di pari passo,
la guerra che si combatteva intorno ai legami di solidarietà aveva proprio nel
territorio la variabile più importante. Per capirci, il periodo in cui sono
arrivato io era una fase di gentrificazione potentissima, dove una delle lotte
che portavano avanti i comitati territoriali era la difesa degli spazi, delle
abitazioni e dei quartieri. Lì la gentrificazione, oltre ad un obiettivo
economico consistente nella “messa a lavoro” di quartieri ingovernabili, fungeva
anche da tentativo di espellere dalle periferie la memoria delle lotte e di
oscurare le potenzialità di legami sociali spontanei intessuti dagli abitanti.
Ma capiamoci bene, le periferie francesi non sono le periferie statunitensi.
Per esempio, io ho visto “mixité” razziale molto importante da un lato, e al
contempo un’omogeneità sociale dall’altro. L’origine etnica e la confessione
religiosa poteva cambiare tantissimo, ma rimanevano appartenenti a un tessuto
sociale specifico, a un proletariato che spesso, soprattutto in una fase di
crisi economica, tendeva a scivolare nel sottoproletariato; in sintesi, si
trattava di una determinata composizione sociale che viveva di lavori saltuari
con qualche tuffo nell’economia illegale dovuto alle condizioni oggettive di
vita. La cosa sorprendente è che rispondeva a questa incertezza e precarietà
strutturali affidandosi alla comunità locale, opponendosi a tutto ciò che
pretendeva di penetrarle dall’esterno, e tale disposizione collettiva alla
resistenza trovavano uno sfogo nei riot – i quali, a loro volta, potevano
trovare anche un’estensione nazionale.
Dalla convergenza di questo spirito di rivolta, che nasceva da condizioni
economiche non più sopportabili, e del senso di appartenenza comunitaria, che
superava gli identitarismi etnici, si costruiva il terreno più fertile anche per
il riconoscimento e l’immedesimazione con la realtà palestinese. Insomma, quei
dispositivi di razzializzazione offrivano, quasi come una conseguenza non
prevista dal governo o dalle forze di polizia, un utile gancio per la
solidarietà con altri popoli arabi in lotta. Di pari passo, l’infantilizzazione
di cui parlava prima anche Anna paradossalmente apriva spazio anche alle
generazioni più giovani. In molti casi infatti la categoria di “giovani” viene
impugnata dalla controparte, estendendola a chiunque, per sostenere che le
persone che ne vengono bollate non sono capaci di ragionare politicamente e
delegittimarne le rivendicazioni. Gli abitanti delle banlieues sono abituati a
riconoscere questa ipocrisia, dimodoché nei cortei si trovavano accanto
giovanissimi, soggetti più maturi e le strutture militanti senza che tra di essi
si stabilissero gerarchie a priori.
Per come la vedo io, sta forse in questo il maggior punto di convergenza tra
quanto avveniva in banlieue e la parte più innovativa e interessante delle
ultime mobilitazioni in Italia, ovvero il rapporto tra gli abitanti più giovani
delle periferie e le strutture militanti. In Francia c’erano un gran numero di
realtà organizzate che in molti casi datavano agli anni a partire dagli anni
’90, ‘70 o addirittura ‘50, ma quando sono esplosi i riot che ho visto io queste
si trovavano in un momento di profonde fratture interne, di crisi della
militanza e di tendenza all’individualismo. Gran parte del lavoro politico di
queste organizzazioni, oltre alla costruzione di un discorso teorico, consisteva
nell’avvicinamento di nuove figure, spesso giovani. L’ipotesi a cui sono
arrivato è che probabilmente in questi settori giovanili, fosse presente una
fortissima coscienza di classe, ossia che non solo viviamo in una società di
merda e razzista, ma che sia anche possibile trovare i responsabili e i
beneficiari di questa loro situazione. La difficoltà stava piuttosto nella
capacità di agire come un lavoro politico di lunga durata, quindi non non
limitarsi alla rivolta di strada come risoluzione di tutti i problemi, e
approdare piuttosto a una progettualità di più ampio respiro. In altri termini,
il nodo della questione stava nel capire come passare dalla coscienza classe
alla coscienza politica – il che significa appunto capire come coltivare
l’esplosione violenta di strada delle contraddizioni in una lotta a una società
che ci sfrutta e che ci porta a una guerra inter-imperialista. Ovviamente, lo
sviluppo di queste posizioni era possibile soltanto attraverso il lavoro di
comunicazione.
Questo contributo si aggancia in particolare alla prima puntata dal titolo
Guardare al futuro con una benda sugli occhi e vuole dare profondità storica al
tema. Si tratta di guardare all’eredità che il nucleare del passato ha lasciato
sui nostri territori e le conseguenze di questo “patrimonio” come passaggio
fondamentale per poter strutturare uno sguardo al futuro.
Continuiamo a studiare e a tenere alta l’attenzione sul tema del ritorno del
nucleare, al fondo dell’articolo è possibile trovare una raccolta di tutti i
nostri approfondimenti sul tema.
Le foto inserite nell’articolo sono tratte dal documentario
Proponiamo un’intervista a Adna Camdzic, dottoranda in Global History of Empires
all’Università di Torino. La sua ricerca si concentra sulla storia della
deindustrializzazione nucleare in Italia, analizzando le scelte politiche e
tecnologiche che hanno portato alla chiusura delle centrali nucleari e i loro
effetti sociali, economici e ambientali sui territori coinvolti nella
transizione energetica. Ha inoltre contribuito alla realizzazione del
documentario “Memorie Nucleari“, dedicato alla centrale nucleare di Caorso,
disponibile su YouTube.
1. Cosa ti ha portato a scegliere proprio Caorso come caso di studio
principale? Quali elementi rendono questo sito particolarmente significativo
per comprendere la storia del nucleare in Italia? E, al tempo stesso, quanto
pensi che la sua vicenda possa essere rappresentativa di un’esperienza più
ampia, europea o globale?
La scelta di questo caso di studio non è stata arbitraria, ma il risultato di un
percorso di ricerca guidato dalle fonti. Nei documenti dell’archivio
parlamentare e, in particolare, nei materiali prodotti dalla Commissione Scalia
sulla gestione dei rifiuti negli anni Novanta, il sito emerge con insistenza
come un impianto anomalo e problematico, distinto dagli altri nodi del nucleare
civile italiano.
A renderlo particolarmente significativo è soprattutto la sua temporalità
peculiare, che ne fa una sorta di condensato delle contraddizioni dell’intero
programma atomico nazionale. Si tratta infatti di una centrale che arriva tardi
e se ne va presto: concepita negli anni Sessanta come parte del rilancio del
nucleare italiano, dopo l’avvio di Trino, Latina e Garigliano, è l’ultima a
essere costruita e l’unica a entrare in funzione commerciale quando il ciclo
storico dell’atomo è già in crisi a livello internazionale. Avviata solo nel
1981, viene fermata definitivamente nel 1990 con una decisione governativa, dopo
appena qualche anno di attività effettiva, travolta prima dall’impatto di
Chernobyl e poi dall’esito del referendum del 1987. È, in questo senso, una
centrale “fuori tempo”, che rende visibile lo scarto tra una promessa
tecnologica formulata nel pieno del tecno-ottimismo e una realtà politica ormai
profondamente mutata. A questa brevissima fase produttiva fa seguito una
temporalità opposta, segnata da un tempo lungo di attesa, sospensione e gestione
dell’eredità industriale. Dal 1990 l’impianto entra nella custodia protettiva
passiva e poi in un processo di decommissioning – fatto di decontaminazione e
smantellamento – che si estende per decenni ed è tuttora incompiuto. In altri
termini, la produzione di elettricità occupa un arco temporale limitato, mentre
le conseguenze politiche, ambientali e sociali si protraggono per oltre
trent’anni. Questo squilibrio temporale è rivelatore: dice molto del nucleare
come tecnologia incapace di chiudere davvero il proprio ciclo e di contenere nel
presente i costi delle proprie promesse.
Per questo il caso costituisce un osservatorio privilegiato non solo per
comprendere la storia del nucleare italiano, ma anche per cogliere una dinamica
più ampia, europea e globale. In molti Paesi industrializzati le centrali sono
state operative per periodi relativamente brevi, mentre lo smantellamento degli
impianti e la gestione dei rifiuti si sviluppano su scale temporali lunghissime,
spesso scaricate sulle generazioni successive. Qui questa asimmetria diventa
particolarmente visibile: una tecnologia pensata per il futuro che lascia
soprattutto un’eredità problematica. Studiare il sito di Caorso significa dunque
spostare lo sguardo dalla fase eroica della produzione e del tecno-ottimismo
alla fase opaca del “dopo”, mostrando come il decommissioning non sia un atto
finale neutro o puramente tecnico, ma una questione profondamente politica,
territoriale e temporale. In questo senso, non siamo di fronte a un’eccezione
locale, bensì a un caso emblematico di come il nucleare, una volta spenta la
promessa, continui a occupare il presente.
2. Nella tua ricerca analizzi la nascita dell’idea di “decommissioning” in
Italia e la sua trasformazione in un nuovo campo di competenza dopo la
chiusura del programma nucleare. Quali sono, secondo te, i momenti o gli
attori chiave che hanno favorito questa transizione – dal fare energia al
“disfare” le sue infrastrutture? Quali implicazioni ha avuto sui territori?
L’idea di decommissioning in Italia non nasce improvvisamente dopo il referendum
del 1987, né come semplice conseguenza della fine del programma nucleare. Al
contrario, prende forma molto prima, già tra la fine degli anni Sessanta e
soprattutto negli anni Settanta, all’interno di una fase di crescente incertezza
sul futuro dell’atomo e di aumento delle preoccupazioni ambientali e di
sicurezza degli impianti, sia a livello internazionale sia nazionale (pensiamo
ai problemi sollevati dall’incidente di Three Mile Island del 1979). È in quel
contesto che il “fine vita” delle installazioni nucleari inizia a essere pensato
non più come un dettaglio marginale, ma come una questione strutturale del
nucleare stesso.
Negli anni Settanta, infatti, il nucleare entra in crisi non solo per ragioni
economiche e industriali, ma anche perché viene messo in discussione sul piano
ecologico. Le contestazioni ambientali, l’emergere di nuovi saperi critici e,
più in generale, la fine del tecno-ottimismo postbellico costringono
istituzioni, tecnici e industrie a ripensare il nucleare come tecnologia
“governabile”, controllabile lungo tutto il suo ciclo. In questa fase, anche in
Italia, si tenta di rispondere alle critiche non abbandonando l’atomo, ma
rilanciandolo in forme nuove: si parla di un nucleare compatibile con le
preoccupazioni ambientali, di chiusura del ciclo del combustibile, di riduzione
delle scorie attraverso tecnologie come il riprocessamento e di superamento dei
limiti tecnologici dei reattori tradizionali grazie ai reattori veloci.
È all’interno di questo clima sperimentale che emerge anche il decommissioning,
inizialmente non come politica di uscita dal nucleare, ma come promessa
tecno-ambientale. Dimostrare che un impianto può essere smantellato in
sicurezza, che un sito può essere restituito al territorio e che le scorie
possono essere gestite, diventa un modo per rispondere alle proteste
ambientaliste e per preservare la legittimità del nucleare stesso. In Italia
questa fase è segnata da una serie di progetti pilota e sperimentazioni
tecniche: la dismissione di piccoli reattori di ricerca, le prime operazioni di
decontaminazione, le collaborazioni con programmi europei e internazionali, il
ruolo di enti come il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) prima ed
ENEA poi, insieme all’ENEL e ad alcune aziende pubbliche e semi-pubbliche (tra
cui NUCLECO) che iniziano a costruire competenze specifiche sullo
smantellamento. Già prima di Chernobyl, dunque, il decommissioning viene
concepito come un campo di sperimentazione tecnica e istituzionale, strettamente
intrecciato ad altri tentativi di “salvare” il nucleare attraverso una gestione
più razionale del suo ciclo: dal riprocessamento del combustibile ai progetti
sui reattori veloci, fino alla ricerca su depositi e contenitori per le scorie.
Non si tratta ancora di una politica di chiusura, ma di una strategia di
rassicurazione, che prova a dimostrare che il nucleare può farsi carico delle
proprie conseguenze ambientali. La svolta arriva negli anni Ottanta, soprattutto
con Chernobyl. A quel punto il decommissioning cambia di segno: da promessa che
accompagna il rilancio dell’atomo diventa lo strumento attraverso cui gestire la
sua fine. Dopo il referendum del 1987 e la decisione politica di uscire dal
nucleare, lo smantellamento viene investito di una nuova funzione simbolica e
pratica: evitare l’abbandono dei siti, contenere il rischio ambientale,
governare un’eredità industriale che non può semplicemente essere abbandonata
(ricordiamo che diverse componenti delle centrali rimangono contaminate anche
dopo la chiusura).
Tuttavia, anche in questa fase, il decommissioning continua a funzionare in
larga parte come una promessa futura. Viene presentato come la soluzione ai
problemi ambientali e territoriali lasciati dal nucleare, ma la sua
realizzazione concreta si rivela estremamente complessa. I tempi si allungano,
le competenze si frammentano, le responsabilità si spostano tra enti diversi,
mentre la gestione delle scorie resta irrisolta. Attori come ENEL prima e poi
SOGIN (che eredita di fatto le strutture e il personale dell’ENEL e dell’ENEA),
insieme agli organismi di controllo e alle istituzioni statali e regionali, si
trovano a operare in un campo segnato da incertezze tecniche (come smantellare
componenti di grandi dimensioni altamente contaminate? come e dove smaltire i
rifiuti?), vuoti normativi (in Italia fino al 1995 il decommissioning non è un
processo regolamentato) e conflitti territoriali. Le conseguenze sui territori
sono profonde. Lungi dal liberare rapidamente le aree che avevano ospitato il
nucleare, il decommissioning ha spesso lasciato questi luoghi in uno stato di
dipendenza prolungata dall’economia atomica. Con il processo di smantellamento
si attivano meccanismi di compensazione economica: i territori ricevono risorse
perché continuano a ospitare siti nucleari, rifiuti radioattivi e infrastrutture
in attesa di una soluzione definitiva. Queste compensazioni, pur offrendo un
sostegno finanziario, finiscono spesso per cristallizzare la presenza del
nucleare nel tempo, rendendo più difficile immaginare e progettare un futuro
realmente post-nucleare. In questo senso, il decommissioning non segna una vera
uscita dall’atomo, ma inaugura una nuova forma di dipendenza territoriale: non
più fondata sulla produzione di energia, ma sulla gestione del residuo. I
territori restano legati al nucleare come spazio di stoccaggio, sorveglianza e
attesa, mentre l’orizzonte della riconversione viene continuamente rinviato. Più
che una soluzione definitiva, lo smantellamento si configura così come un regime
di gestione permanente, che continua a interrogare il rapporto tra tecnologia,
ambiente e responsabilità politica nel lungo periodo.
3. Il tuo studio racconta anche la delusione di una generazione che aveva
creduto nell’atomo come promessa di modernità. Riesci a vedere delle
similitudini con il presente? Come (e se) è cambiata la fiducia nella
scienza e nella tecnologia rispetto a quella stagione di ottimismo
industriale? Pensi che esista una differenza di percezione
intergenerazionale sul rapporto tra tecnologia e progresso?
La delusione di una generazione che aveva creduto nell’atomo come simbolo di
modernità attraversa tutta la storia che racconto. È una generazione cresciuta
nell’idea che la tecnologia fosse sinonimo di progresso lineare, governabile,
quasi neutrale, capace di produrre sviluppo senza lasciare residui problematici.
L’esperienza del nucleare ha incrinato profondamente questa visione: non tanto
perché la tecnologia “non funzionasse”, ma perché ha mostrato con forza quanto
il suo funzionamento fosse inseparabile da scelte politiche, istituzionali ed
economiche che ne hanno amplificato le contraddizioni. Oggi quella fiducia non è
scomparsa, ma si è trasformata.
Rispetto al passato, esiste una maggiore consapevolezza dei limiti della scienza
quando è subordinata a interessi industriali e politici, e quando viene
presentata come soluzione tecnica a problemi che sono in realtà sociali,
ambientali e temporali. Il nucleare è diventato, in questo senso, un simbolo
potente di ciò che accade quando i benefici vengono concentrati nel presente,
mentre i costi, ambientali, territoriali, finanziari, vengono scaricati sul
futuro. Questo tema torna con forza anche nel presente, in una fase che è
nuovamente caratterizzata da un rilancio del discorso sull’atomo. I progetti
legati al cosiddetto “nuovo nucleare”, dai reattori modulari di piccola taglia
alle promesse di un nucleare più flessibile e sostenibile, ripropongono un
modello di fiducia che non è affatto inedito. Richiamano, per molti aspetti, le
narrazioni del secondo dopoguerra e soprattutto degli anni Settanta, quando il
nucleare veniva presentato come leva di modernizzazione territoriale, occasione
di sviluppo industriale e risposta razionale alle crisi energetiche.
Sono immagini che riportano alla mente scene già viste: l’arrivo dei grandi
componenti tecnologici, i cantieri che trasformano paesi di poche migliaia di
abitanti, la promessa di una crescita socio-economica capace di ridisegnare il
futuro locale, come è accaduto a Caorso o a Trino. Su Trino, ad esempio, il
sociologo francese Cesare Mattina ha mostrato bene come queste promesse abbiano
inciso profondamente sull’immaginario territoriale e sulle aspettative
collettive. Osservando questi processi dal punto di vista dei territori che
hanno già vissuto l’esperienza nucleare, emerge però un elemento importante: più
che una sfiducia nella scienza in quanto tale, si è prodotta una sfiducia nella
gestione politica delle scelte scientifiche e tecnologiche. È una sfiducia che
riguarda l’intreccio tra tecnica e politica, cioè quel campo in cui decisioni
presentate come “necessarie” o “inevitabili” finiscono per produrre lunghi stati
di stallo, eredità irrisolte e promesse non mantenute. In questo senso, la
critica non è rivolta solo alle istituzioni politiche, ma anche a una certa
figura del tecnico o del tecnocrate, che contribuisce a orientare le scelte
pubbliche attraverso promesse di efficienza, sicurezza o ritorno economico
difficilmente verificabili nel lungo periodo.
Le riflessioni di Asma Mhalla sulla tecnopolitica e sul ruolo delle grandi
infrastrutture tecnologiche sono, da questo punto di vista, illuminanti:
mostrano come il problema non sia la tecnologia in sé, ma il potere che essa
esercita quando viene sottratta al dibattito democratico. Per quanto riguarda la
dimensione generazionale, non credo che la differenza stia tanto in una
contrapposizione netta tra “giovani” e “anziani”. Piuttosto, vedo un cambiamento
di prospettiva in quella generazione che ha attraversato il passaggio: dalla
promessa alla crisi, dall’entusiasmo alla gestione del residuo. È una
generazione che ha sperimentato direttamente lo scarto tra ciò che era stato
promesso e ciò che è rimasto, e che per questo tende a leggere con maggiore
cautela i nuovi cicli di fiducia tecnologica. Al contrario, mi sembra che le
generazioni più giovani si muovano spesso in una sorta di vuoto storico, in cui
il passato nucleare è poco conosciuto o percepito come distante. Non tanto per
disinteresse, quanto per assenza di una memoria pubblica condivisa di quella
esperienza. Questo rende più facile il ritorno di narrazioni ottimistiche,
slegate dalle eredità materiali e politiche ancora presenti sui territori. In
questo senso, il problema non è una nuova fede ingenua nella tecnologia, ma la
mancanza di strumenti storici per interrogare criticamente le promesse che
tornano ciclicamente a presentarsi come nuove.
4. Nel 2025 il governo italiano ha approvato un disegno di legge per
reintrodurre il cosiddetto “nucleare sostenibile” nel piano energetico
nazionale, includendo tecnologie come gli SMR. Come vedi questa azione del
governo rispetto al tema che i vecchi problemi appaiono come le nuove
soluzioni? Come si può immaginare un nuovo nucleare quando il tema dello
smantellamento dei rifiuti atomici è più che mai attuale? Che fine hanno
fatto le scorie degli anni ‘70 e cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi
anni?
Il dibattito sul cosiddetto “nucleare sostenibile” e sugli SMR ripropone una
dinamica che conosciamo bene: presentare come nuove soluzioni tecnologie che non
hanno ancora risolto i nodi fondamentali del passato. Parlare di nuovi reattori
senza affrontare seriamente la questione delle scorie e dello smantellamento
significa, ancora una volta, rimuovere il cuore politico del problema, spostando
l’attenzione sul futuro senza fare i conti con ciò che è rimasto indietro. Se si
parte proprio dall’ultima parte della domanda – che fine hanno fatto le scorie
degli anni Settanta – la risposta è tutt’altro che rassicurante. Quelle scorie,
in larga parte, sono ancora lì. Nel caso di Caorso, il combustibile irraggiato è
stato trasferito all’estero per il riprocessamento, ma una parte dei rifiuti è
rimasta sul sito, e altri continuano ad essere prodotti con i processi di
smantellamento, e il loro destino è tuttora legato a decisioni politiche non
prese. Da anni si parla del possibile rientro di materiali riprocessati e
condizionati, e questa prospettiva continua ad alimentare nei territori una
sensazione di sospensione e di incertezza: la paura che il nucleare non se ne
vada mai davvero, che resti come presenza latente, pronta a tornare. Questa
incertezza incide profondamente sulla possibilità di immaginare un futuro
post-nucleare. Il decommissioning viene presentato come il percorso verso il
“prato verde”, ma finché la questione dei rifiuti non trova una soluzione
strutturale, quello scenario resta una promessa lontana.
Oggi, in assenza di un deposito nazionale, si torna a discutere dell’ipotesi di
riportare i rifiuti sui siti delle ex centrali e di mantenerli lì per tempi
indefiniti. Questo rende evidente come il decommissioning, più che un processo
lineare di chiusura, sia diventato una gestione prolungata dell’attesa. La
questione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi rimane infatti uno dei
nodi centrali e irrisolti della storia nucleare italiana. Senza un deposito, non
è possibile fare passi decisivi nello smantellamento degli impianti; è un freno
strutturale che accompagna il decommissioning fin dalle sue origini. E anche
laddove il deposito venisse realizzato, non rappresenterebbe comunque una
soluzione definitiva: il progetto italiano prevede un deposito di superficie,
pensato per contenere i rifiuti a bassa e media attività e, solo
temporaneamente, anche quelli più radioattivi, come il combustibile, in attesa
di soluzioni di lungo periodo che ancora non esistono. A livello internazionale
si stanno sperimentando opzioni di smaltimento geologico profondo – come in
Finlandia o in Svezia – ma anche queste soluzioni, pur più avanzate sul piano
tecnico, aprono interrogativi enormi sul piano etico e intergenerazionale. Come
comunicare il pericolo di queste scorie a comunità future che vivranno tra
centinaia o migliaia di anni? Come trasmettere un rischio in un tempo che esce
completamente dalle nostre categorie politiche e culturali?
È qui che il problema del nucleare smette definitivamente di essere solo
tecnico. In letteratura, questa situazione viene spesso descritta come un wicked
problem: un problema intrinsecamente complesso, senza una soluzione definitiva,
in cui ogni tentativo di risposta modifica il problema stesso e produce nuovi
effetti collaterali. Le scorie nucleari sono un esempio emblematico di questo
tipo di problema: non possono essere eliminate, solo gestite; non possono essere
risolte una volta per tutte, ma solo spostate nel tempo e nello spazio, con
conseguenze che ricadono su altri territori e su altre generazioni.
Personalmente, non credo di avere risposte semplici o soluzioni definitive a
questo nodo. Quello che vedo, però, è il ritorno di vecchi discorsi e di vecchie
forme di fiducia tecnologica, che oggi vengono riproposte in un nuovo contesto
di crisi climatica ed energetica. Una fiducia che ha certamente la capacità di
mobilitare capitali, competenze e immaginari, ma che lascia aperta una domanda
fondamentale: fino a che punto queste promesse sono davvero in grado di
rispondere alla crisi ambientale ed energetica che stiamo attraversando, senza
riprodurre le stesse asimmetrie temporali e territoriali del passato? In questo
senso, il rischio del “nuovo nucleare” non è solo tecnico, ma profondamente
politico: pensare il futuro energetico senza fare i conti con ciò che resta del
passato significa costruire ancora una volta soluzioni che rinviano i problemi
invece di affrontarli, trasformando l’emergenza in una gestione permanente
dell’eredità, o in quella che lo storico Mauro Elli ha chiamato “latenza”.
5. Tra i vari documenti di archivio che hai analizzato, sono presenti numerosi
materiali delle organizzazioni ambientaliste di quegli anni, tra cui
Legambiente, Amici della Terra e Italia Nostra. Essi contribuirono a
ridefinire la questione nucleare come tema ambientale. Oggi come valuti le
loro posizioni rispetto al nucleare, spesso contestualizzato come necessario
per la decarbonizzazione?
Le organizzazioni ambientaliste hanno avuto un ruolo fondamentale nel ridefinire
il nucleare in Italia come una questione ambientale, e non semplicemente
energetica o industriale. Già tra gli anni Settanta e Ottanta, associazioni come
Legambiente, Amici della Terra e Italia Nostra contribuiscono a spostare il
dibattito pubblico sui temi del rischio, della tutela dei territori, della
salute e della responsabilità intergenerazionale. Tuttavia, fin dall’inizio,
questo fronte non è mai stato del tutto omogeneo, e il tema del nucleare rende
particolarmente visibili le differenze interne all’ambientalismo italiano. Amici
della Terra nasce alla fine degli anni Settanta come sezione italiana di
un’organizzazione internazionale, con un’impostazione fortemente legata all’idea
di un ambientalismo “scientifico”, razionale, orientato alla valutazione
comparata dei rischi e delle soluzioni tecnologiche. In quegli anni
l’associazione si spende su diversi fronti: dalla critica all’uso indiscriminato
delle fonti fossili alla promozione dell’efficienza energetica, fino alla
partecipazione a studi tecnici sulla sicurezza dei reattori, come nel caso
dell’Italian Reactor Safety Study sulla centrale di Caorso. In questo approccio,
il nucleare non viene respinto in quanto tale, ma sottoposto a una valutazione
costi-benefici, nella convinzione che, a determinate condizioni tecniche e di
controllo, possa rappresentare uno strumento utile anche sul piano ambientale.
Legambiente, che nasce ufficialmente nel 1980, sviluppa invece un’impostazione
diversa. Pur facendo ampio uso di saperi scientifici, costruisce la propria
azione soprattutto a partire dai territori, dalle vertenze locali, dalle
mobilitazioni contro i grandi impianti e dalle campagne di sensibilizzazione
popolare. Il nucleare diventa per Legambiente un simbolo di un modello di
sviluppo centralizzato, opaco e imposto dall’alto, incompatibile con una visione
dell’ambiente fondata sulla partecipazione, sulla prevenzione del rischio e
sulla tutela delle comunità locali.
Questa differenza di approccio segna una linea di frattura che attraversa tutta
la storia dell’ambientalismo italiano. Negli anni Ottanta, questa divergenza
resta in parte ricomposta all’interno del grande fronte antinucleare che porta
al referendum del 1987. Ma nel lungo periodo le differenze riemergono. Oggi
Amici della Terra ha progressivamente assunto una posizione favorevole al
ritorno del nucleare, soprattutto nel quadro della crisi climatica e della
decarbonizzazione, interpretando l’atomo come una tecnologia necessaria per
ridurre le emissioni e garantire la sicurezza energetica. Questa evoluzione
rende l’associazione un caso emblematico di quella tradizione ambientalista che
privilegia l’intervento sulle grandi scelte di politica energetica, il dialogo
con le istituzioni e una visione più “sistemica” del problema. Legambiente, al
contrario, ha mantenuto una posizione critica verso il nucleare, coerente con la
propria storia e con il proprio radicamento territoriale. Anche nel contesto
attuale, l’organizzazione continua a leggere l’atomo come una tecnologia
costosa, lenta, con un’eredità ambientale irrisolta e con effetti problematici
sui territori, preferendo puntare su rinnovabili, efficienza energetica e
modelli di transizione diffusa. La sua azione resta fortemente ancorata alle
lotte locali, ai conflitti ambientali concreti e alla difesa dei territori che
ospitano infrastrutture energetiche e rifiuti.
Questa divergenza non va letta semplicemente come una contrapposizione tra “pro”
e “contro” il nucleare, ma come il riflesso di una frattura più profonda nella
storia dell’ambientalismo italiano: da un lato un ambientalismo più
tecnico-scientifico, orientato all’intervento sulle politiche nazionali e
parlamentari; dall’altro un ambientalismo più sociale e territoriale, che
diffida delle grandi soluzioni centralizzate e mette al centro l’esperienza dei
luoghi. Il ritorno del dibattito sul nucleare rende oggi questa frattura
particolarmente visibile. In questo senso, il confronto attuale non è
semplicemente più complesso o meno ideologico rispetto al passato, ma richiede
una memoria storica ancora più solida. Senza questa memoria, il rischio è
duplice: da un lato semplificare le posizioni ambientaliste come irrazionali o
nostalgiche; dall’altro riproporre il nucleare come soluzione tecnica
“necessaria”, senza interrogarsi sulle eredità materiali, politiche e
territoriali che quella tecnologia ha già prodotto. È proprio in questa tensione
che si gioca, oggi, una parte decisiva del dibattito pubblico sull’energia e
sull’ambiente in Italia.
In conclusione poniamo alcune riflessioni in particolare rispetto all’ultima
risposta dell’intervista che ci pare aprire questioni di stringente attualità.
Il caso di Caorso è emblematico: la sua breve fase di funzionamento è utile non
solo a spiegare il complicato e impossibile tema del decommissioning, ma
soprattutto per analizzarne la narrazione ampiamente distopica che ci parla di
mito del progresso tecnologico, energia pulita, sviluppo territoriale.
Argomentazioni che tutt’ora riempiono la propaganda sul “nuovo nucleare” e che
riguardano le promesse arbitrarie su un maggior livello di sicurezza,
sull’ottimizzazione delle scorie e il nucleare come unica via verso la
decarbonizzazione.
Il tema della decarbonizzazione sta diventando più che mai centrale: la
direzione intrapresa dal governo propone una miscela di rinnovabili e nucleare
come soluzione alla crisi climatica, celando dietro a un dito la persistenza e
l’espansione di interessi legati alle fonti fossili.
Ma come possiamo considerare il nucleare una energia pulita? Come si può
immaginare un nuovo ciclo nucleare quando quello precedente non è mai stato
realmente chiuso?
Basterebbe osservare ciò che accade ai territori che hanno già pagato il prezzo
dell’atomo e continuano a essere incastrati in un’economia atomica o quelli in
allerta per l’arrivo delle scorie per i depositi nucleari, molto spesso
coincidenti – come nel caso di Trino, territorio profondamente segnato
dall’esperienza del nucleare sia sull’immaginario territoriale che sulle
aspettative collettive.
Infine, è un tassello prezioso riportare il sapere e dare centralità
all’esperienza dei vari soggetti che si sono mobilitati in passato contro il
nucleare, dalle associazioni ambientaliste alle realtà di movimento, e che
ancora oggi manifestano grande preoccupazione per l’energia atomica. Oggi la
sfida che ci troviamo davanti però è più complessa, perché deve includere una
riflessione sul tema delle rinnovabili.
A partire dalle esperienze che abbiamo raccolto e con cui siamo entrati in
dialogo con il percorso di Confluenza abbiamo iniziato a mettere profondamente
in crisi la propaganda in atto legata a una finta transizione energetica
“green”. Più andiamo a fondo nei contesti delle lotte territoriali che stanno
crescendo e si stanno ampliando sul nostro territorio, più sentiamo la necessità
di complessificare questa lettura. Non si tratta solo di valutare i danni
ambientali immediati, ma di rimettere in discussione l’intera logica di
mercificazione dell’energia che continua a trattare i territori come spazi
sacrificabili in nome di una transizione guidata dal profitto. L’obiettivo è che
questo approccio possa interessare tutti e tutte coloro che nel tempo hanno
lottato e fatto in modo che l’Italia fosse un Paese che dicesse NO al nucleare.
A fronte del rischio che la sovranità popolare che scelse il No al nucleare
venga messa in discussione dall’alto, come già il decreto Pichetto-Fratin sta
ponendo le basi per farlo, è ancor più necessario ricomporre un fronte unito che
vi si opponga.
Per questo, sia in tema di nucleare che di rinnovabili, non possiamo permetterci
scorciatoie o semplificazioni: i territori ci stanno chiedendo uno sguardo più
ampio, più approfondito. Non esistono zone sacrificabili per fare strada a
speculazioni atomiche o “green” e produrre energia che va al di là del nostro
necessario quotidiano, e che molto spesso serve ad alimentare guerra e morte nel
contesto attuale di riarmo europeo. Ripensare davvero la questione energetica
significa partire da qui: dal rifiuto delle promesse astratte e dalla centralità
dei territori, delle loro memorie e da nuove possibilità di autodeterminazione.
Qui la raccolta degli altri contributi sul tema:
L’energia non è una merce: per uscire dal fossile non serve il nucleare, per la
transizione energetica bastano le rinnovabili ma senza speculazione
Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la
grande trappola del nostro tempo.
Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la
grande trappola del nostro tempo (II parte)
Assemblea regionale a Mazzé “Noi siamo sicuri che dire no alla guerra deve
significare il ricomporre le lotte: le lotte ambientali con le lotte operaie,
con le lotte di tipo sociale”
Riflessioni post Festival Alta Felicità su riarmo, energia e nucleare: l’urgenza
di bloccare la guerra ai territori a partire dai territori
Nuovo DDL nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia. Alcune
considerazioni per prepararsi al contrattacco
È morto per il freddo all’età di 55 anni Pietro Zantonini, originario di
Brindisi, durante un turno di vigilanza notturna nel cantiere delle olimpiadi
Milano-Cortina.
Emergono in queste ore interrogativi pesanti su sicurezza, turni e condizioni di
lavoro: l’uomo infatti svolgeva la sorveglianza da solo, nei pressi di un
gabbiotto riscaldato con una stufetta, con temperature esterne oltre 10 gradi
sotto lo zero. Ogni due ore usciva per effettuare la ricognizione nei pressi del
cantiere dello stadio del ghiaccio. La notte tra il 7 e 8 gennaio, però, ha
chiamato i colleghi per segnalare che si sentiva male. Arrivati i soccorsi,
l’uomo era già morto.
Pietro Zantonini aveva più volte manifestato “preoccupazione e lamentele in
merito alle condizioni di lavoro, ai turni notturni prolungati e alla mancanza
di adeguate tutele”. “Elementi – spiega l’avvocato della famiglia, Francesco
Dragone – che rendono necessario un approfondimento giudiziario e che riportano
al centro dell’attenzione il tema della sicurezza e delle condizioni di lavoro
nei cantieri e nei servizi collegati ai grandi eventi, in particolare in vista
delle Olimpiadi Invernali del 2026”.
Intanto proseguono le proteste e le iniziative di sensibilizzazione contro le
“insostenibili” Olimpiadi di Milano-Cortina, a meno di un mese dal loro inizio:
qui il calendario delle iniziative di CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi di
Milano.
Luca, del Collettivo Off Topic e di CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi di
Milano, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
da Radio Onda d’Urto
La Repubblica Islamica ha sempre dato prova di creatività nel sopravvivere. Ma
questa volta deve affrontare richieste che non possono essere placate con
concessioni materiali.
Di Lior Sternfeld, tradotto da +972 Magazine
Il 28 dicembre sono scoppiate proteste antiregime in diverse città iraniane, che
in pochi giorni si sono diffuse in tutta la Repubblica Islamica, diventando la
più significativa ondata di disordini dal 2022, anno della rivolta “Donna, Vita,
Libertà”. A differenza dei precedenti cicli di proteste, questa volta non c’è
stata una questione predominante. I manifestanti hanno gridato slogan contro la
carenza d’acqua, il crollo della valuta, la corruzione del governo e le
avventure militari regionali del regime con uguale furia.
La simultaneità e la proliferazione geografica delle proteste – che hanno
coinvolto oltre 100 città e paesi – è particolarmente rivelatrice. Non si è
trattato di azioni coordinate da un’opposizione organizzata, ma piuttosto della
combustione spontanea di una società che ha raggiunto il punto di rottura. Dalle
periferie povere di Teheran ai quartieri della classe media di Shiraz, dalle
città curde dell’ovest alle zone baluchi nel sud-est, gli iraniani sono scesi in
piazza per chiedere conto a un regime che non è più in grado di fornire nemmeno
i servizi di base, come un approvvigionamento idrico affidabile.
Che un’altra ondata di proteste avrebbe travolto l’Iran non è stata una grande
sorpresa. Negli ultimi dieci anni, il deterioramento delle condizioni economiche
del Paese ha ripetutamente alimentato disordini a livello nazionale.
L’iperinflazione, attualmente stimata tra il 42 e il 48% annuo, e il crollo
effettivo della valuta nazionale hanno devastato il tenore di vita.
Il valore del rial è crollato da circa 40.000 per dollaro all’inizio del 2018,
prima dell’attuazione della campagna di sanzioni “massima pressione”
dell’amministrazione Trump, a un tasso di cambio reale stimato oggi di quasi 1,5
milioni di rial per dollaro. Questa caduta libera dell’economia ha coinciso con
la crescente visibilità – e le conseguenze sempre più rovinose – della
corruzione statale.
Ciò che contraddistingue l’attuale ondata di proteste, tuttavia, non è solo ciò
che chiedono i manifestanti, ma anche la crescente incapacità del regime di
placarle. Una delle strategie di lunga data della Repubblica Islamica è stata
quella di assorbire i disordini attraverso una combinazione di repressione e
concessioni: lasciare che le proteste covassero sotto la cenere prima di
reprimerle violentemente, offrendo contemporaneamente concessioni materiali.
Le proteste nazionali del 2017-18 e del 2019, ad esempio, scatenate dal
peggioramento delle condizioni economiche, sono state represse con brutalità, ma
hanno anche portato a modeste concessioni sotto forma di sussidi per il
carburante e il cibo, adeguamenti di bilancio e modifiche delle politiche
economiche. Allo stesso modo, dopo la rivolta del 2022, lo Stato ha
effettivamente sospeso l’applicazione dell’obbligo dell’hijab nel tentativo di
indebolire lo slancio del movimento.
Studenti dell’Università di Tecnologia Amirkabir protestano contro la Repubblica
Islamica a Teheran, Iran, 20 settembre 2022. (Darafsh/CC BY-SA 4.0)
Da quando la rivolta del 2022 si è placata, l’Iran ha dovuto affrontare
molteplici shock politici, economici, sociali e geopolitici. Tra questi figurano
la morte improvvisa del presidente Ebrahim Raisi e di altri alti funzionari in
un incidente elicotteristico; l’elezione di un presidente riformista per la
prima volta dal 2005; la reintroduzione delle sanzioni dell’ONU nel settembre
2025; l’effettivo crollo dell’intera struttura di potere regionale del regime,
da Hezbollah in Libano al regime di Assad in Siria; e il primo scontro militare
diretto dell’Iran con Israele nel 2024.
Di conseguenza, la guerra di 12 giorni del giugno 2025 ha distrutto uno dei
pilastri fondamentali dell’immagine che il regime aveva di sé stesso. Nonostante
anni di retorica aggressiva, il conflitto ha dimostrato a molti iraniani che il
Paese era effettivamente indifeso contro Israele, che gli aerei israeliani
potevano bombardare Teheran e altre città impunemente e terrorizzare la
popolazione, senza incontrare alcuna resistenza significativa da parte
dell’esercito iraniano. Sebbene la guerra abbia temporaneamente favorito un
senso di solidarietà nazionale tra il regime e coloro che altrimenti ne
sarebbero stati critici, questa riconciliazione non è durata a lungo.
Al momento della stesura di questo articolo, gli scontri a Teheran si stanno
intensificando e le manifestazioni continuano a diffondersi, con almeno 45
manifestanti uccisi e oltre 2.000 arrestati. Il regime iraniano ha mantenuto il
potere per oltre quattro decenni offrendo concessioni tattiche quando
necessario, ma anche senza esitare a ricorrere alla forza brutale. Questa ondata
di proteste sfida quella strategia di sopravvivenza in modo nuovo. Se in passato
le rivolte potevano essere contenute attraverso concessioni specifiche, ora la
richiesta è quella della responsabilità stessa. E quando i fallimenti accumulati
hanno eroso anche la capacità dello Stato di fornire acqua, nessuna concessione
tattica può essere sufficiente.
RAGGIUNGENDO IL PUNTO DI ROTTURA
All’inizio di dicembre 2025, la crisi idrica in Iran, prevista da tempo, ha
raggiunto proporzioni catastrofiche. Il fiume Zayandehrud a Isfahan, un tempo
linfa vitale per l’agricoltura della regione, era prosciugato da mesi. Nel
Khuzestan, i residenti hanno riferito di ricevere acqua corrente solo due giorni
alla settimana. Nei quartieri popolari della zona sud di Teheran, le famiglie si
sono svegliate con i rubinetti completamente asciutti, costringendole ad
acquistare acqua in bottiglia a prezzi esorbitanti o a fare la fila per ore
davanti agli autocarri dell’acqua comunali.
Il cambiamento climatico ha giocato un ruolo significativo in questa crisi: la
deforestazione e la desertificazione hanno subito una drammatica accelerazione
e, con inverni sempre più secchi, il manto nevoso sui monti Zagros e Alborz,
fonte di gran parte dell’acqua dolce dell’Iran, è diminuito drasticamente.
Tuttavia, la crisi idrica è anche il risultato di decisioni politiche, il
culmine di decenni di cattiva gestione. Il regime ha dato priorità a progetti
agricoli ad alto consumo idrico e allo sviluppo industriale in regioni con
scarsa disponibilità d’acqua per motivi di clientelismo politico, ignorando gli
avvertimenti degli scienziati ambientali e omettendo di investire nella
conservazione o nella riparazione delle infrastrutture idriche fatiscenti, dove
si stima che il 20-30% dell’acqua venga perso a causa di perdite prima di
raggiungere i consumatori.
In particolare, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), che
controlla vasti interessi economici tra cui l’edilizia e l’agricoltura, è stato
implicato nella costruzione illegale di dighe e in progetti di deviazione delle
acque che servono i suoi interessi commerciali, devastando al contempo le
comunità locali.
Per molti iraniani, la scarsità d’acqua è diventata la prova più tangibile che
il sistema non è solo corrotto o mal gestito, ma fondamentalmente incapace di
governare. L’Iran dispone di notevoli risorse idriche, ma la cattiva gestione ha
creato una scarsità artificiale. La consapevolezza che la loro sofferenza non è
inevitabile, ma il risultato diretto delle scelte politiche del regime, ha
mobilitato coloro che un tempo speravano ancora in una riforma graduale.
Una delle principali linee di frattura del momento attuale è la questione dei
negoziati sul nucleare con l’Occidente e la prospettiva di un allentamento delle
sanzioni. Il presidente Masoud Pezeshkian, che ha esortato la classe politica ad
ascoltare i manifestanti e a rispondere alle loro richieste, è stato eletto in
parte proprio per perseguire tale apertura con le potenze occidentali. Tuttavia,
dopo quattro decenni di sanzioni, l’economia iraniana ha sviluppato
meccanismi che le hanno permesso di funzionare, dando origine a nuove élite
benestanti e erodendo al contempo la tradizionale classe media: élite che
potrebbero opporsi a qualsiasi accordo proprio perché esso sconvolge uno status
quo a loro vantaggioso.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. (Ayoub Ghaderi/CC BY 4.0 Deed)
La crescente consapevolezza da parte di molti iraniani che, a causa degli
estremisti di Teheran e dell’impossibilità di fidarsi delle intenzioni di Donald
Trump, non si intravede alcun accordo all’orizzonte, potrebbe spiegare il senso
di disperazione che ha alimentato questa ondata di proteste.
È in questo contesto che va interpretata l’escalation delle manifestazioni, che
coinvolgono tutte le fasce d’età, le classi sociali, le etnie e i settori. Le
rivendicazioni sono molteplici: libertà civili, politica economica, svalutazione
della moneta, carenza d’acqua, infrastrutture fatiscenti e perdita di qualsiasi
percorso credibile per tornare alla normalità. Tuttavia, tutte convergono verso
un’unica richiesta fondamentale: la responsabilità.
Qui risiede sia la sfida che l’opportunità che il movimento di opposizione
iraniano deve affrontare. Le precedenti ondate di proteste hanno articolato
richieste più limitate e tangibili – sussidi, salari, adeguamenti politici –
alle quali il regime ha potuto rispondere con concessioni limitate. La
responsabilità, al contrario, non è qualcosa su cui si può negoziare. Quali
concessioni può offrire un sistema quando è la sua stessa legittimità ad essere
messa in discussione?
IL FATTORE ESTERNO
Israele e Stati Uniti hanno un peso rilevante nei calcoli dei manifestanti
iraniani, anche se non nel modo in cui molti osservatori occidentali suppongono.
Sebbene i funzionari israeliani non abbiano nascosto il loro desiderio di un
cambio di regime in Iran, e nonostante le recenti dichiarazioni bellicose di
Benjamin Netanyahu, le prove concrete di un imminente attacco militare sono
limitate. La guerra di 12 giorni di giugno ha dimostrato la schiacciante
superiorità militare di Israele, ma, contrariamente a quanto si potrebbe
pensare, il risultato più importante ottenuto da Netanyahu in quel conflitto
potrebbe risiedere proprio nel fatto che le capacità nucleari dell’Iran non sono
state distrutte. Il persistere della minaccia iraniana è fondamentale per la
sopravvivenza politica del primo ministro.
Nel frattempo, a Washington, il presidente Trump ha pubblicamente minacciato un
intervento qualora le forze di sicurezza iraniane dovessero intensificare la
repressione e uccidere i manifestanti. Il rapimento da parte
dell’amministrazione del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie
conferisce certamente credibilità alle minacce di Trump, ma ha anche attivato
profonde ansie iraniane riguardo all’intervento straniero.
Un’azione militare israeliana o americana mentre gli iraniani scendono in piazza
andrebbe quasi certamente a vantaggio del regime, consentendogli di dipingere le
rivendicazioni interne come destabilizzazione sostenuta dall’estero. La memoria
politica iraniana è lunga: il colpo di Stato del 1953 della CIA e dell’MI6
contro Mosaddeq, che i funzionari britannici e americani giustificarono come un
modo per salvare l’Iran dal caos, inaugurò invece 25 anni di dittatura. Il
parallelo con la discussione aperta di Trump sul controllo delle risorse
petrolifere del Venezuela non sfugge agli iraniani, che vedono le promesse di
“liberazione” come una copertura per il dominio imperiale.
Ecco perché lo slogan «Morte al tiranno, che sia re o leader [supremo]» risuona
con tanta forza. Gli iraniani rifiutano la Repubblica islamica, ma anche le
alternative sostenute dall’estero e promosse da figure in esilio come Reza
Pahlavi, figlio dell’ex scià, che dalla comodità della sua casa vicino a
Washington, D.C. chiede ai manifestanti di combattere fino alla fine. Sebbene
gli slogan pro-Pahlavi siano apparsi più frequentemente rispetto alle passate
ondate di proteste, in linea di massima la maggior parte degli iraniani sembra
desiderare sovranità, democrazia e responsabilità, non un ritorno alla monarchia
o la sottomissione agli interessi strategici delle potenze straniere.
Non è ancora chiaro se questa ondata avrà successo laddove altre hanno fallito.
Il regime conserva un notevole potere coercitivo, l’opposizione rimane
frammentata e l’intervento straniero rischia di ostacolare piuttosto che
favorire le aspirazioni democratiche. Tuttavia, la convergenza di collasso
economico, catastrofe ambientale, umiliazione regionale e legittimità esaurita
suggerisce che l’Iran potrebbe essere entrato in una nuova fase.
Ciò non significa che la Repubblica Islamica sia sull’orlo del collasso: essa ha
ripetutamente dimostrato la sua creatività nel trovare modi per sopravvivere. La
questione non è se il cambiamento avverrà, ma quale forma assumerà e a quale
costo per il popolo iraniano.
Foto di copertina: Gli iraniani si radunano bloccando una strada durante una
protesta a Kermanshah, Iran, l’8 gennaio 2026. (Kamran / Middle East Images /
AFP via Getty Images)
Terzo giorno consecutivo di proteste a Minneapolis, dopo l’uccisione della
37enne Renee Nicole Good, avvenuta durante un’operazione di rastrellamento
condotta da agenti dell’ICE, l’agenzia anti-immigrazione.
Le proteste si sono estese in tutto il Paese: a New York si sono susseguite tre
manifestazioni in 24 ore, ma le piazze si sono riempite anche in città
considerate meno militanti, come Las Vegas, Nashville, Indianapolis e Miami. Per
il fine settimana sono previste manifestazioni in tutti gli Stati uniti.
I media intanto hanno diffuso il presunto nome dell’agente che avrebbe aperto il
fuoco: si tratterebbe di Jonathan E. Ross. in servizio presso l’Ice almeno dal
2016 secondo documenti relativi a un procedimento non collegato.
“I’m not mad at you”, “Non sono arrabbiata con te”. Queste sono state le ultime
parole di Renee Good all’agente che l’ha uccisa sparandole tre corpi al volto
mentre si trovava alla guida della su auto a Minneapolis. La frase pronunciata
con il sorriso dalla 37enne è emersa nell’ultimo video pubblicato dalla Casa
Bianca, quello della bodycam dell’agente. Per l’amministrazione il filmato di 30
secondi dimostra che Jonathan Ross ha agito per “autodifesa”. Ma per chi ha
visto e analizzato il video non è proprio così. Good, infatti, era in auto con
una mano fuori dal finestrina e una sul volante quando gli agenti si sono
avvicinati. “Non sono arrabbiata con te dice” e poi ha cercato di fare
retromarcia.
Da luglio a oggi ci sono stati 13 episodi nei quali agenti dell’immigrazione
hanno sparato contro veicoli guidati da civili causando il ferimento di almeno
otto persone e la morte di due. Lo rivela il Wall Street Journal. Secondo i
documenti del tribunale e le testimonianze degli avvocati, solo uno di questi
civili era armato ma non ha mai tirato fuori la pistola.
Da Seattle la testimonianza di Elisabetta Valenti, del Seattle Central College,
che ci racconta dei tanti abusi commessi dai poliziotti dell’ICE Ascolta o
scarica
da Radio Onda d’Urto
You know, hope is a mistake. If you can’t fix what’s broken, you’ll, uh… you’ll
go insane
Mad Max: Fury Road
Il deserto cresce; guai a chi in sè cela deserti
Così parlò Zarathustra. F. Nietzsche
di Federico Scirchio, da Progetto Me-Ti
L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante
conflitto per il controllo delle risorse naturali (petrolio, gas, carbone, terre
rare, acqua) e delle infrastrutture logistiche utili allo spostamento di queste
(corridoi logistici, pipeline ecc..), in un contesto sempre più caotico,
caratterizzato dall’acuirsi della crisi climatica, con effetti sempre più
devastanti sulla vita terrestre e sull’economia e dalla corsa per lo sviluppo
dell’AI.
Richiamando Lenin, possiamo definirlo imperialismo ecologico, come fase suprema
del capitalismo fossile. Questa nozione, da non confondere con l’imperialismo
ecologico di stampo biologico di Alfred Worcester Crosby Jr., va inserita nel
più ampio spettro di studi elaborati da pensatori dell’ecologia politica come
Andreas Malm, Jason W. Moore e altri, che sostengono che il capitale globale si
è storicamente fuso con la natura, organizzando la produzione sulla base di
risorse energetiche a basso costo (“natura a buon mercato” come la definisce
Moore) e accumulando potere tramite la conquista ecologica del pianeta.
Per Lenin i fattori trainanti erano eminentemente economici: la
sovraccumulazione di capitali nei paesi avanzati spingeva a esportarli
all’estero in cerca di maggior profitto; la competizione monopolistica spingeva
a cercare materie prime a basso costo e nuovi mercati; il sistema imperialista,
in ultima analisi, serviva a sostenere i saggi di profitto dei monopoli
nazionali attraverso lo sfruttamento delle colonie.
Nell’interpretazione ecologico politica, queste tesi restano valide, ma si
arricchiscono di una dimensione ambientale: oggi la ricerca del profitto passa
anche per l’accesso privilegiato a “servizi ecologici” gratuiti o a basso costo
(terra fertile, assorbimento dei rifiuti, stabilità climatica). L’imperialismo
ecologico mira quindi a ottenere “più natura a un prezzo inferiore”, in
parallelo al classico obiettivo di ottenere più lavoro umano sfruttato1.
Ad esempio, il saccheggio coloniale dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo) è
visto come componente intrinseca, non accidentale, dell’accumulazione
imperialista. Questa differenza teorica sposta l’accento sull’interdipendenza
tra sistema economico capitalistico e metabolismo ecologico globale (energia,
materia, vita). Ne risulta una lettura più “olistica” dell’imperialismo, come
regime socio-ecologico e non solo economico. Le grandi potenze globali
militarizzano l’accesso alle risorse residue, trasformando il collasso ecologico
in campo di battaglia.
Il recente attacco al Venezuela si spiega se consideriamo che Caracas possiede
le maggiori riserve petrolifere del mondo. David Harvey osservava già negli anni
2000 che “i tentativi compiuti dagli Stati Uniti per guadagnare il controllo
delle risorse petrolifere dell’Iraq e del Venezuela … hanno un grande
significato”, spiegando che rovesciare Chávez a Caracas (insieme a Saddam a
Baghdad) faceva parte di una strategia per garantirsi “un saldo controllo sul
rubinetto del petrolio globale” e mantenere così l’egemonia statunitense. Non a
caso, il Venezuela è stato strozzato da pesanti sanzioni USA, che – come in
Iran, Siria o Libia – hanno colpito la popolazione nel tentativo di piegare
governi indesiderati tagliandone le rendite petrolifere. Il dramma venezuelano
ne è la prova: il collasso della sua economia è il risultato di una punizione
imperiale per aver conteso la gestione sovrana del petrolio.
L’ARTICO: LA NUOVA FRONTIERA DELLE RISORSE (E DEI CONFLITTI)
Se il Venezuela mostra il volto noto dell’imperialismo fossile, l’Artico
rappresenta la nuova frontiera. Il riscaldamento globale sta sciogliendo i
ghiacci polari, aprendo un Eldorado di risorse e rotte navali un tempo
inaccessibili. Questa regione fino a pochi anni fa fuori dalla Storia, è in
realtà un gigantesco bottino: contiene circa il 13% delle riserve petrolifere
non ancora sfruttate del pianeta e il 30% di quelle di gas naturale, oltre a
un’enorme ricchezza di minerali strategici (si stima il 22% delle risorse
energetiche mondiali e il 15% delle terre rare siano concentrati nell’Artico).
Mentre la calotta artica si ritira, le potenze mondiali avanzano. Russia, Stati
Uniti, Canada, Europa e Cina stanno già misurando i propri settori di
piattaforma continentale e rivendicando quote di questo tesoro congelato. Il
disgelo sta aprendo nuove rotte marittime attraverso il Passaggio a Nord-Ovest e
la rotta siberiana, accorciando i tempi di navigazione tra Atlantico e Pacifico
di settimane. La nuova rotta artica cinese “China–Europe Arctic Express”2 è già
in funzione da questo settembre quando la prima portacontainer, la Istanbul
Bridge ha navigato attraverso i gelidi mari artici per arrivare in Inghilterra
in soli 20 giorni, senza dover approdare nei porti russi. È quindi evidente che
chi controllerà queste rotte e risorse dominerà i commerci futuri.
Non sorprende che l’Artico si stia “scaldando” anche dal punto di vista
militare. La NATO ha moltiplicato le esercitazioni alle alte latitudini e la
Russia ha riaperto basi sovietiche e schierato nuove forze, includendo missili e
sottomarini nucleari nelle acque polari. La Groenlandia – territorio autonomo
danese ambito di cui si sta parlando molto in questi giorni come prossimo
obiettivo espansionistico di Trump – possiede alcuni dei più ricchi giacimenti
di terre rare al mondo e occupa una posizione geostrategica cruciale tra
Atlantico e Artico. Chi controlla Groenlandia e Canada settentrionale controlla
in buona parte l’Artico. L’ironia nella tragedia è evidente: il riscaldamento
globale, causato dall’uso di combustibili fossili, apre la via a nuove
estrazioni di… combustibili fossili. L’imperialismo ecologico si nutre persino
del disastro climatico che produce, in una spirale autodistruttiva.
UCRAINA: GUERRA, ENERGIA E CLIMA
Il devastante conflitto in Ucraina è un altro prisma attraverso cui leggere
l’imperialismo contemporaneo. La guerra scatenata dall’invasione russa nel 2022
non riguarda solo confini o identità nazionali: è intrecciata all’energia, ai
mercati globali del gas e alle trasformazioni geopolitiche legate alla crisi
climatica3. Sin dalle prime settimane, il conflitto ha assunto i contorni di una
guerra energetica europea. Nel tentativo di fiaccare la macchina bellica di
Mosca, i Paesi NATO ed UE hanno imposto sanzioni mirate al cuore fossile della
Russia: blocco delle importazioni di petrolio e gas russi, sabotaggio dei
gasdotti (Nord Stream 1 e 2) che rifornivano l’Europa, sostituzione del gas di
Mosca con forniture di GNL statunitense, piano tedesco per l’idrogeno “verde” e
perfino riapertura al carbone e al nucleare in Europa. La Russia ha risposto
deviando i flussi energetici verso Cina e India e cercando una certa autarchia
economica, in una specie di “sganciamento” dall’Occidente. L’energia è così
diventata arma e bottino insieme: gasdotti fatti esplodere, oleodotti contesi,
centrali usate come scudi tattici.
Ma l’importanza ecologica della guerra ucraina va oltre il teatro bellico
locale. Da un lato, ha messo a nudo la dipendenza fossile dell’Europa,
costringendola a scelte drastiche: riaprire centrali a carbone4, cercare nuovi
fornitori autoritari di gas (dall’Azerbaijan al Golfo) e al contempo accelerare
sul Green Deal per ridurre i consumi di idrocarburi nel medio termine.
Dall’altro lato, la guerra ha rilanciato una corsa agli armamenti che divora
risorse e investimenti distogliendoli dalla transizione ecologica. Come nota
Padovan5, “in questa corsa al riarmo l’energia gioca un ruolo centrale”: il
militarismo richiede enormi quantità di combustibili fossili per far muovere
truppe, aerei, carri armati, e gli eserciti “manterranno risolutamente le
opportunità di accesso e controllo delle fonti fossili” necessarie. Ogni
conflitto armato contemporaneo porta con sé un’ombra ecologica lunga: emissioni
belliche, devastazione di ecosistemi, rischi nucleari. L’Ucraina oggi brucia nei
campi di battaglia e, metaforicamente, brucia carbone e gas in un mondo che
dovrebbe lasciarli sottoterra. Le guerre del presente sono figlie di un ordine
energetico morente, basato sui fossili, che prova con la forza a perpetuarsi.
MEDIO ORIENTE: DAL PETROLIO ALLE GUERRE PER L’ACQUA?
Se c’è una regione dove l’imperialismo ecologico ha lasciato cicatrici profonde,
è il Medio Oriente. Qui, dall’epoca coloniale fino al nuovo millennio, si
combattono guerre per il controllo delle fonti energetiche e dei corridoi
logistici. Il XX secolo ha visto il Golfo Persico trasformarsi nel “cuore di
tenebra”6 dell’ordine petrolifero mondiale: chi dominava i suoi pozzi dominava
l’economia globale. Non a caso il Medio Oriente è stato teatro di invasioni,
colpi di Stato e conflitti incessanti, spesso mascherati da scontri ideologici o
religiosi ma sostanzialmente guerre per il petrolio. Possiamo parlare senza
mezzi termini di “petro-imperialismo”. Padovan e Grasso lo definiscono
anche “petro-guerra”: non solo competizione tra Stati per accaparrarsi il
greggio, ma uso sistematico della guerra per conservare o rimodellare l’ordine
geopolitico in funzione fossile. Nel loro elenco rientrano le due guerre del
Golfo contro l’Iraq, la guerra civile in Libia, quella in Algeria, la guerra
civile siriana, oltre a conflitti forse meno noti come quelli per le ricchezze
del delta del Niger o tra Sudan del Nord e del Sud. Tutti eventi accomunati da
un fattore: idrocarburi a profusione sotto terra e sangue sulla terra.
Questo imperialismo fossile non è però una reliquia del passato: ancora oggi
plasma la regione. Si pensi all’appoggio incondizionato degli USA e di potenze
europee a petromonarchie autoritarie purché alleate (Arabia Saudita e Golfo), o
alle tensioni sul programma nucleare iraniano (dietro cui c’è anche la volontà
occidentale di controllare l’energia in quella nazione). Uno sviluppo
inquietante è che, accanto al petrolio, l’acqua potrebbe diventare il prossimo
casus belli mediorientale. Il cambiamento climatico sta prosciugando fiumi e
desertificando terre: il fiume Giordano, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo a sud
minacciano di scatenare dispute tra Stati per l’accesso a risorse idriche sempre
più scarse. Israele già controlla la maggior parte delle riserve d’acqua dolce
nei territori palestinesi occupati, facendo dell’oro blu un ulteriore strumento
di dominio. E nel frattempo, la Palestina incarna un tragico intreccio di
colonialismo e capitalismo fossile: come racconta Andreas Malm7, la “distruzione
della Palestina e quella del pianeta” sono processi intrecciati fin
dall’origine, articolati dalla logica di dominio del capitalismo fossile.
L’attuale genocidio a Gaza non è un incidente della storia, ma “il culmine
strutturale di un progetto coloniale di insediamento sostenuto dall’imperialismo
fossile fin dal 1840”. Fu infatti sotto l’Impero britannico, alimentato dal
carbone e poi dal petrolio, che prese piede l’idea di una colonia europea in
Terra Santa, con pipeline strategiche come l’oleodotto Mosul-Haifa negli anni
’20. Oggi nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale (bacino del Levante,
al largo di Gaza, Libano e Cipro su cui anche la nostrana ENI ha messo le mani)
aggiungono un ulteriore incentivo materiale alle alleanze e ai conflitti
regionali. Nel Medio Oriente, più che altrove, l’imperialismo ecologico è storia
viva e presente, dove il controllo delle risorse – dal petrolio all’acqua – si
paga con il genocidio di interi popoli.
INDO-PACIFICO: CORRIDOI MARITTIMI E TERRE RARE NELLA CONTESA USA-CINA
Un altro grande scacchiere della competizione globale è l’Indo-Pacifico, un
immenso teatro oceanico che va dalle coste dell’Asia orientale fino all’Oceano
Indiano. Qui la rivalità diretta tra Stati Uniti e Cina – la potenza egemone in
declino e quella emergente – assume esplicitamente una dimensione economica e
ecologica. Al centro vi è il controllo di rotte e risorse strategiche. Il Mar
Cinese Meridionale, ad esempio, non è solo un insieme di scogli contesi per
orgoglio nazionale: è una regione ricchissima di gas e petrolio offshore, su cui
affacciano Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e altri paesi affamati di
energia. Le isole Spratly, ricche di giacimenti, sono presidiate da basi
militari cinesi e rivendicate anche da Taiwan, Vietnam, Malesia e Filippine; lo
stesso accade più a nord per le Isole Paracelso8. Questa “guerra delle isole” è
in realtà una guerra per idrocarburi e per il dominio delle vie marittime: un
terzo del commercio mondiale passa per il Pacifico occidentale, e chi domina
queste acque decide su un pezzo notevole del commercio marittimo globale.
Pechino lo sa, e infatti ha costruito negli ultimi anni una flotta poderosa e
fortificato atolli per spingere fuori gli USA dal suo “cortile di casa”;
Washington risponde cercando alleati (Australia, India, Giappone – il cosiddetto
Quad) e stipulando patti militari come l’AUKUS, il tutto per contenere l’accesso
cinese alle rotte e alle risorse.
Ma nel Pacifico la contesa non si limita al petrolio e al gas. La transizione
energetica stessa sta diventando terreno di scontro imperialistico. La spinta
alle rinnovabili e all’elettrificazione aumenta la domanda di terre rare e
minerali critici (litio, cobalto, nichel, ecc.), indispensabili per batterie,
turbine e veicoli elettrici. E qui la Cina parte da una posizione dominante
quasi monopolistica: controlla circa il 70% dell’estrazione globale di terre
rare e il 90% della loro raffinazione9. Pechino ha usato questo vantaggio come
arma di pressione, limitando le esportazioni di minerali strategici per
difendere la propria industria e mettere in difficoltà l’Occidente. Gli USA e i
partner corrono ai ripari: investono in nuove miniere (in Australia, Africa,
Americhe), cercano accordi di fornitura alternativi e sviluppano programmi di
“critical minerals diplomacy” nell’ASEAN10. Anche qui, dunque, l’ecologia-mondo
è al centro del conflitto: la decarbonizzazione può paradossalmente innescare
nuove forme di imperialismo, nella misura in cui la corsa a fonti energetiche
pulite scatena una corsa alle risorse minerarie per produrle.
L’Indo-Pacifico è teatro anche di una competizione infrastrutturale: la Nuova
Via della Seta cinese (Belt and Road Initiative) intesse una rete di porti,
ferrovie e oleodotti attraverso Asia e Africa per garantire a Pechino
approvvigionamenti sicuri e vie commerciali protette, mentre gli Stati Uniti
tentano di ostacolarla con progetti alternativi e alleanze regionali. Logistica
e accesso ai mercati sono anch’essi fattori ecologici strategici – basti pensare
alla importanza degli stretti di Malacca o di Hormuz, dove passa l’energia del
mondo e che sono permanentemente militarizzati. In sintesi, nell’Indo-Pacifico
vediamo emergere un imperialismo delle catene di approvvigionamento: chi domina
i nodi di questa rete (cavi sottomarini, rotte marittime, miniere di materiali
hi-tech) detta legge nell’economia globale del futuro. E dietro ogni cavo e ogni
miniera c’è la stessa logica: assicurarsi il comando sulle condizioni materiali
dell’esistenza collettiva, che siano carburanti fossili o metalli rari.
LA FORMA DEL DOMINIO OGGI: DAL TERRITORIO ALLE RISORSE NATURALI
È chiaro che il potere nel XXI secolo si misura attraverso il dominio dei flussi
di energia globali. La linfa dell’imperialismo contemporaneo scorre attraverso
oleodotti, cavi sottomarini e grandi catene di approvvigionamento di minerali e
terre rare, tutto sotto il puntuale controllo di un articolato sistema di
sorveglianza tecnologica e militare. In un mondo scosso dalla crisi climatica,
il vecchio schema del dominio territoriale lascia spazio a un
dominio eco-centrico: Stati e corporazioni lottano per la sovranità sulle
risorse naturali e sui sistemi che le trasformano in valore. Come scriveva già
nel 2004 Immanuel Wallerstein11, nel sistema mondiale i paesi forti tendono a
strutturare gli scambi in modo da estrarre plusvalore dalla periferia verso il
centro, tramite quello che è stato definito “scambio ineguale”. Oggi quel
saccheggio assume la forma della depredazione ecologica: il Nord globale, patria
delle multinazionali energetiche, succhia petrolio, minerali e lavoro dal Sud
globale, esternalizzando costi sociali e ambientali. E quando ciò non basta,
intervengono le cannoniere moderne – sanzioni, colpi di stato pilotati,
interventi “umanitari” – a garantire l’ordine necessario agli affari. David
Harvey ha parlato di “accumulazione per spossessamento”, indicando come il
capitalismo trova nuovi spazi di profitto appropriandosi dei beni comuni –
terra, acqua, energia – spesso tramite la forza. Timothy Mitchell, nel
suo Carbon Democracy12, ha mostrato come la politica stessa delle democrazie
occidentali sia stata plasmata dall’accesso privilegiato a carbone e petrolio,
al punto che “organizzare il Medio Oriente sotto controllo imperiale divenne
importante per la possibilità stessa della democrazia come forma di governo in
Occidente”. Il risultato è un sistema mondiale in cui Stato e Capitale agiscono
di concerto soprattutto nel proteggere gli interessi del settore fossile. Il
complesso politico-industriale che alimenta l’imperialismo ecologico comprende
governi, eserciti e grandi imprese energetiche in un’orchestra mortale, pronta a
sacrificare vite umane e stabilità climatica pur di mantenere il proprio
dominio.
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1. Contropiano ↩︎
2. Il Sole 24 Ore ↩︎
3. Jacobin Italia ↩︎
4. EuroNews ↩︎
5. Capitalismo fossile, militarismo e guerra. Conflitti della deep
transition ↩︎
6. Come lo definisce Said in Cultura e Imperialismo riprendendo Conrad. ↩︎
7. Bologna For Climate Justice ↩︎
8. Inside Over ↩︎
9. Nato Association ↩︎
10. American Foreign Service Association ↩︎
11. World-Systems Analysis: An Introduction, Duke University Press ↩︎
12. Carbon Democracy. Political power in the age of oil ↩︎