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Informazione di parte

Riforma Valditara, tra industria 4.0 e svendita ai privati della scuola pubblica
È stato pubblicato da qualche giorno il nuovo decreto del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’ordinamento degli istituti tecnici. Si tratta della risoluzione finale di una riforma già definita con il PNRR nel 2022 e voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, membro del governo Draghi. Nonostante sia passato in totale sordina nel dibattito pubblico e lo stesso Valditara non abbia formalmente preso parola in merito, il decreto – già approvato dalla Corte dei Conti – modifica quadri orari, indirizzi e obiettivi formativi degli istituti tecnici superiori. La riforma si inscrive nell’ormai noto processo di adeguamento dei curricoli scolastici alle necessità del “tessuto produttivo del Paese”, in linea con i propositi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in materia d’istruzione e secondo i vettori d’innovazione digitale e tecnologica da questi indicati. Se ad un primo sguardo i cambiamenti non sono né tanti né sostanziali, analizzarne le modalità e le finalità restituisce un quadro di rilevanza politica per il settore della formazione e per chiunque studi o lavori nelle scuole. Il decreto ridefinisce innanzitutto gli indirizzi degli istituti tecnici italiani. Non ci sono in questo senso modifiche considerevoli: “l’offerta formativa” si divide in settore economico e tecnologico-ambientale, con le già note diramazioni specifiche delle discipline tecniche (finanza e marketing, meccanica, elettronica, biotecnologie etc.). L’unica differenza degna di nota è l’ingresso definitivo della scuola del Made in Italy nel settore agroalimentare, formalizzando uno dei cavalli di battaglia dell’esecutivo a guida Meloni e del ministro Valditara nello specifico. Un cambiamento che, pur volendo riconoscere a Valditara voglia e tenacia nel tentativo di coniugare spirito nazionalistico e adeguamento del sistema scolastico agli standard UE, sembra più una mossa di propaganda che di effettiva utilità al sistema produttivo italiano. Il conseguente ambito su cui il decreto interviene è la formulazione dei quadri orari degli istituti. Se il monte ore rimane sostanzialmente identico, varia significativamente il rapporto tra l’area di “istruzione generale” e le aree “di indirizzo”, vale a dire l’insieme delle discipline specifiche del corso di studio scelto. Il risultato della riforma, dato dalla riduzione oraria di materie come matematica, storia, geografia (praticamente eliminata) e diritto, è uno sbilanciamento ancora più importante verso le materie d’indirizzo. Uno sbilanciamento accentuato dalla diminuzione ulteriore dell’insegnamento delle “scienze sperimentali”: scienze della terra, fisica, chimica, biologia. Una misura forse poco comprensibile vista la consuetudinaria – e per altro inesatta – dicotomia tra materie “umanistiche” e “scientifiche”, che però non tiene in considerazione l’evoluzione della scuola in relazione all’industria 4.0 e al contestuale appiattimento della formazione sulle materie STEM. Queste rappresentano il nucleo disciplinare privilegiato di questa riforma e vanno a sostituire tanto gli insegnamenti “umanistici” quanto l’ambito delle scienze naturali, su cui tra l’altro proprio le discipline tecnologico-ingegneristiche si basano. Se poi si considerano le linee guida introdotte da Valditara nell’insegnamento della storia – eurocentrismo, focus sul Risorgimento e classici latini e greci in seconda elementare – e l’insegnamento del latino alle scuole medie, si coglie ancora di più il senso a tratti contradditorio delle sue politiche. Diminuire progressivamente, quanto meno negli istituti tecnici, le materie considerate superflue e, contemporaneamente, rendere il “superfluo” che rimane, un grossolano tentativo di condizionamento ideologico.  Vale poi la pena evidenziare nello specifico il caso dell’italiano. La nuova riforma diminuisce le ore di italiano insegnate al quinto anno da 4 a 3, cambiando l’unico storico invariante comune a tutte le scuole superiori.  Lungi dal voler difendere a spada tratta una certa maniera di intendere l’insegnamento dell’italiano e della letteratura, che spesso si limita alla spiegazione nozionistica e cronologica di autori uno dietro l’altro, accompagnata dalla vecchia e triste mitizzazione della “cultura umanistica”, classica e moderna, non si può far finta che questa misura non abbia alcun valore, sia pure soltanto simbolico. È innanzitutto la prova provata dell’evidente direzione della formazione italiana, alla continua rincorsa – sempre più veloce – della coincidenza tra insegnamento scolastico e impresa. Cade persino il tentativo di rappresentare la preparazione tecnica come, al pari di quella liceale, improntata alla formazione di “cittadini consapevoli”. Non è retorico dire che sempre di più l’avvicinamento delle scuole alle filiere produttive territoriali stia trasformando gli istituti già parzialmente professionalizzanti in fabbriche di forza-lavoro iper specializzata. In quest’ottica, quale utilità può avere insegnare l’italiano? D’altra parte, potremmo pure provocatoriamente reputare questa evidente squalifica della Cultura italiana come un’opportunità per strappare quel velo di Maya dietro cui molti – anche docenti e professori – siedono comodamente. Chissà se si accorgeranno che già da molto tempo la scuola non è quel mezzo di elevazione sociale, culturale e spirituale che credono. Peraltro, neanche la riforma usa mezzi termini. Gran parte del decreto tratta del rafforzamento dei rapporti tra istituti tecnici, università e aziende, con l’obiettivo dichiarato di creare ponti diretti, attraverso accordi stipulati a priori, tra scuole e imprese. “Formazione scuola-lavoro” (come Valditara ha deciso di ribattezzare i PCTO) e percorsi di orientamento che vengono quindi ampliati, sulla base dei “Patti educativi 4.0”. Tali “Patti educativi 4.0”, al di là della retorica della scuola-azienda cara al Ministro, altro non sono che nuovi percorsi di alternanza, con un focus sull’Industria 4.0 – altro pilastro del PNRR. L’asse attorno a cui ruotano sono quindi la tecnologia, la digitalizzazione della produzione e ovviamente l’intelligenza artificiale. Valditara infila nei nuovi patti educativi anche gli ITS Academy, i nuovi istituti che compongono il secondo ciclo della formula 4+2 e che, negli ultimi due anni, si sono dimostrati un fallimento quasi totale in termini di adesione degli istituti e di iscrizioni. Evidentemente hanno bisogno di nuovi incentivi esterni. L’intervento sulla formazione, comunque, non riguarda soltanto studenti e studentesse. Anche per i docenti sono previsti corsi formativi e periodi di osservazione nelle aziende del territorio, in base alle relazioni tra percorso di studio e filiera produttiva di riferimento. I docenti potranno così rimanere costantemente aggiornati tanto sugli sviluppi tecnologico-organizzativi della produzione, quanto sui possibili sbocchi post-diploma. Si parla pure, a partire dalle esperienze sul campo dei professori, di modalità “laboratoriali innovative” da introdurre nell’insegnamento: considerate le premesse e gli obiettivi dei “patti formativi”, viene ancora di più spianata la strada per la progressiva penetrazione degli attori privati in quello che rimane della scuola pubblica. L’ultimo tassello del decreto è infine legato ai processi di integrazione dell’UE della formazione, attraverso l’organizzazione di scambi culturali, anni all’estero e l’implementazione della “metodologia CLIL”, vale a dire l’insegnamento di determinate materie in un’altra lingua (generalmente l’inglese). Un aspetto interessante di quest’ultimo passaggio, che ha più le sembianze di un invito che di una legge vincolante, è l’accento posto sull’autonomia scolastica. Ogni istituto dovrà provvedere da sé alla formulazione di questi percorsi e, in generale, all’organizzazione del nuovo ordinamento. Nella definizione dei quadri orari, un numero non indifferente di ore dell’area di indirizzo (dalle 132 dei primi due anni alle 231 dell’ultimo) sarà ripartito secondo le decisioni delle singole scuole, attribuendo un’importante responsabilità ai singoli collegi docenti, tra l’altro sempre più esautorati del loro potere dalle attività manageriali dei dirigenti. Considerando poi che le nuove disposizioni dovranno necessariamente essere in vigore per l’anno scolastico 2026-2027, viene anche naturale immaginare le difficoltà organizzative a cui si assisterà all’inizio del prossimo anno. Bisogna poi leggere l’ampliamento dell’autonomia scolastica, introdotta ormai quasi 30 anni fa, attraverso due lenti interpretative. Da un lato si assiste all’aziendalizzazione della scuola anche sul piano formale. Non si tratta quindi solo della parcellizzazione del sapere o della mercificazione della conoscenza, ma di un’esplicita traduzione dell’organizzazione, della burocrazia e del lessico aziendale nel contesto scolastico. A questo si accompagna, come misura complementare – tanto causa quanto effetto – il definanziamento tendenziale dell’Istruzione. Nell’ultima manovra di bilancio, attestata da molti tra le più insignificanti in termini di crescita, l’Istruzione pubblica ha subito tagli piuttosto pesanti, stimati tra i 600 e gli 800 milioni di euro. Insomma, tra le farneticazioni sulla scuola costituzionale e la realizzazione dei percorsi di “educazione al rispetto”, il ministro Valditara – in evidente linearità con i suoi predecessori – continua, anche quando nessuno lo nota, a svendere la scuola ai privati e a impoverire le possibilità formative di studenti e studentesse.
Milano, nuova stretta contro i movimenti: misure cautelari per attivisti pro-Palestina
Digos e Procura colpiscono realtà sociali e manifestanti dello sciopero del 22 settembre. Nel mirino l’azione “Blocchiamo tutto” e le mobilitazioni per Gaza e la Global Sumud Flotilla Da Osservatorio Repressione Una nuova operazione repressiva della polizia ha colpito a Milano decine di attivisti e attiviste legati alle mobilitazioni per la Palestina e contro la guerra. L’intervento della Digos riguarda in particolare militanti vicini al CSA Lambretta e alla rete Gaza FREEstyle ed è legato alle manifestazioni dello sciopero generale del 22 settembre scorso, giornata di mobilitazione nazionale contro il genocidio del popolo palestinese e in solidarietà con la missione della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza. L’inchiesta della Procura di Milano, guidata da Marcello Viola e coordinata dalla pm Francesca Crupi, ha portato finora all’apertura di circa venti procedimenti giudiziari. Sei giovani sono stati raggiunti da misure cautelari disposte dalla gip Giulia D’Antoni: obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di uscire nelle ore notturne. Per altre otto persone, invece, sono stati fissati gli interrogatori preventivi. I fatti contestati risalgono agli scontri avvenuti al termine del corteo del 22 settembre davanti alla Stazione Centrale di Milano, quando una parte dei manifestanti tentò di occupare lo scalo ferroviario. Secondo gli inquirenti si sarebbe trattato di episodi di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto abusivo di oggetti ritenuti offensivi – come spranghe – e interruzione di pubblico servizio. Quella giornata di mobilitazione, tuttavia, non fu l’azione di un singolo gruppo politico. Fu una mobilitazione ampia e composita, parte di un contesto nazionale di protesta segnato dallo slogan “Blocchiamo tutto”, che aveva visto scendere in piazza migliaia di persone per denunciare il genocidio in corso a Gaza e per sostenere le iniziative internazionali di solidarietà con la popolazione palestinese. In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida condotta da Israele nella Striscia di Gaza e per denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile – e continuano a sostenerla. Le complicità del governo italiano, dell’Unione Europea e più in generale del Nord globale sono state al centro delle proteste: mentre si proclamano appelli alla pace, continuano i rapporti diplomatici ed economici con Israele e soprattutto proseguono le forniture militari. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città della Striscia è stato completamente raso al suolo. Interi quartieri sono stati cancellati, insieme a un ecosistema devastato dalle operazioni militari. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche dopo la cosiddetta “tregua”, mentre le infrastrutture civili sono distrutte e gli ospedali ridotti al collasso: una crisi umanitaria senza precedenti. È dentro questo scenario che la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una punizione collettiva su larga scala. I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono infatti un episodio isolato. Negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Si tratta di una vera e propria escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è cresciuto in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in una questione di sicurezza nazionale, cioè nella difesa dello status quo. Il caso milanese si inserisce esattamente in questo quadro. Le nuove misure giudiziarie arrivano mentre i movimenti stanno costruendo nuove mobilitazioni nazionali, tra cui l’iniziativa “No Kings” prevista a Roma il 27 e 28 marzo e la nuova missione internazionale della Global Sumud Flotilla. Secondo Gaza FREEstyle il tempismo dell’operazione non è casuale. «Non è un caso che questa operazione arrivi proprio ora – spiegano – pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale che stiamo costruendo e a poche settimane dalla nuova missione della Flotilla». Il governo Meloni, forte dei decreti sicurezza approvati negli ultimi mesi, sta attaccando sistematicamente le realtà sociali organizzate nel tentativo di limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire contro quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, mutualismo sociale e pratiche vive di cittadinanza. Nonostante questo, dai movimenti arriva un messaggio chiaro: la solidarietà non si arresta. Le reti sociali che negli ultimi mesi hanno animato le piazze contro la guerra e il genocidio a Gaza non sembrano intenzionate a fermarsi, ma al contrario a rafforzare le mobilitazioni e la costruzione di un’opposizione sociale sempre più ampia contro l’economia di guerra e le politiche securitarie. La vicenda milanese, dunque, non riguarda soltanto un’indagine giudiziaria. È uno dei tanti fronti su cui si misura oggi il conflitto tra movimenti sociali e apparati statali in un Paese dove la gestione dell’ordine pubblico tende sempre più a sovrapporsi alla gestione del dissenso politico. MILANO: MISURE CAUTELARI PER DECINE DI COMPAGNI-E NELL’OPERAZIONE REPRESSIVA CONTRO IL MOVIMENTO “BLOCCHIATO TUTTO” da Radio Onda d’Urto Ennesima operazione repressiva contro il movimento Blocchiamo Tutto, che in autunno mobilitò milioni di persone nel nostro Paese contro genocidio, occupazione e complicità anche del nostro Paese. A Milano misure cautelari con obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di uscire la sera, per gli scontri con la polizia, schierata il 22 settembre a blindare la stazione Centrale di Milano. Per altri 8 indagati fissati invece gli interrogatori preventivi. I reati a vario titolo sono resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto abusivo di armi e interruzione di pubblico servizio. Nel mirino in particolare compagne-i del Centro Sociale Lambretta e di Gaza FREEstyle: “Questi provvedimenti e queste misure cautelari, che si sommano a quelli già attuati negli scorsi mesi in diverse province, sono epsressione dell’attacco sistemico del governo Meloni alle realtà sociali organizzate, nel tentativo di silenziarne la progettualità, l’azione sul territorio. – scrivono in un comunicato le due realtà – Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che verranno causate da queste misure, il nostro impegno prosegue e si rafforza. La solidarietà non si arresta”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Raja, compgna dal Centro Sociale Lambretta e di Gaza
Quindi no!?!
La campagna referendaria sta giungendo al termine e lo scenario che si profila per il governo è più che incerto. L’ennesima grossa magagna si interpone al cammino governativo che, fino alle mobilitazioni di settembre ottobre 2025, appariva privo di inciampi. Aver voluto ricondurre ogni discorso critico ad un fantomatico “fronte del no” si sta dimostrando un boomerang che rischia seriamente di portare alla prima bocciatura “elettorale” della Meloni. Difficile recuperare andando da Fedez1 qualche giorno prima del voto, se tra l’altro la Premier continua a sbagliare clamorosamente i toni, dicendo che di dimissioni non se ne parla e mostrando la stessa arroganza espressa a fronte delle mobilitazioni per la Palestina. La guerra imperialista all’Iran e la crisi economica che sta travolgendo il paese sommate ad una sconfitta sonora in termini di consenso, potranno scatenare la “tempesta perfetta”? Non lo sappiamo, ma scommetterci e aiutare Eolo ci sembra doveroso. Non possiamo non pensare alla faccia che farebbe la nostra Lady di argilla… ops di ferro, se dovesse andare male pure questa… Quale iniezione di buon umore quell’espressione per quanti si sono opposti e vogliono continuare a farlo! È noto che a gran parte degli italiani poco importa del tentativo di intervenire sulla magistratura e che, probabilmente in molti, non provino nemmeno particolare simpatia nei confronti di quel pezzo di apparato statale, anch’esso in gran parte marcio come gli altri: quello che conta oggi è però il percorso reale che può riaprire spazi di mobilitazione e insubordinazione di fronte allo scenario sempre più incerto che il potere deve affrontare. Dopo lo sgombero di Askatasuna e dopo le manifestazioni di massa e conflittuali che ci sono state in risposta, abbiamo assistito al tentativo di Meloni e del suo esercito di Troll, di schierarsi in maniera netta contro chiunque fosse sceso in strada. Ora, questo le si ritorcerà contro? Lo speriamo. Sommessamente, ci viene da dire che forse il conflitto non sia poi così negativo! I partiti di “opposizione” sembrano in ogni caso incapaci di rappresentarsi come una reale alternativa e anche in questa campagna referendaria hanno più che altro testimoniato la loro inconsistenza. Il referendum costituzionale, dunque, si è trasformato in un voto di consenso per il governo. Il tentativo di modificare le regole che governano la magistratura sono in gran parte lette dalle persone come il tentativo di una classe di politicanti, post fascisti, ladroni e papponi, di guadagnarsi maggiore impunità di quanta non ne posseggano già. Inoltre, entra in gioco la questione dei decreti sicurezza e della stretta sull’agibilità delle manifestazioni: con una magistratura meno “forte” e “indipendente” si pensa che avrebbero strada spianata.  In generale, la riforma costituzionale, come fu quella tentata da Renzi, rivela il tentativo di rafforzare l’esecutivo e in questo caso limitando il potere della magistratura in modo da impedire interferenze date da potenziali inchieste giudiziarie che ne influenzerebbero il consenso. La parte di casta che afferisce alla destra meloniana, così come quella erede di Berlusconi e, d’altronde, buona parte del Pd, ha da sempre le mani in pasta in affari sporchi e ruberie: questo significa avere il fianco scoperto e, quindi, cercare di coprirlo.  Non entriamo qui nel merito della riforma, ma ci pare effettivamente netto l’intervento sul CSM presente nel testo: questa la vera partita politica da portare a casa per il governo, in quanto sarebbe un effettivo colpo alla capacità delle correnti di organizzarsi e pesare nella scelta dell’indirizzo complessivo e politico della magistratura. Rimandiamo a un interessante contributo per un approfondimento nel merito qui.  Ciò non toglie che la magistratura nel nostro paese non abbia caratteristiche altrettanto da “casta” in quanto i poteri e le loro prerogative risultano quasi illimitati e non soggetti al “controllo popolare”. Di fatto si tratta dell’espressione dello “Stato” nella sua struttura profonda, degli ultimi decisori e garanti dell’ordine costituito e dell’inquadramento del nostro paese nel sistema capitalista. La cosiddetta “indipendenza” dei giudici è in realtà un aspetto strutturale, trasversale e sostanzialmente “politico”, che permette a quel pezzo di Stato di esercitare pressioni in tutte le direzioni, e ciò che ha influenzato enormemente la storia del nostro paese.  Questa supposta “indipendenza” non ha forse avallato e facilitato la repressione dei movimenti e ogni spinta di insubordinazione? Crediamo che i movimenti e le lotte non abbiano amici ai “piani alti” e che certa retorica di sinistra o giustizialista, che purtroppo trova sponde anche nei movimenti, sia deleteria. Detto ciò, l’operazione messa in atto dal governo è quella di rafforzarsi e questo fatto è nemico della possibilità che crescano nuove mobilitazioni di massa nel paese. Qui nessuno pensa che la magistratura salverà il paese dal “fascismo”, una vittoria del “no” è però più che auspicabile. 1. non ci soffermiamo a descrivere la bassezza di chi pur di aver la ciotola piena è disposto a prendere da mangiare da ogni padrone. ↩︎
Ginosa (Taranto), in piazza per dire NO al termovalorizzatore.
La lotta di donne e uomini che dipendono dall’economia della loro terra. Dopo aver pubblicato un lungo contributo che propone un quadro a partire dalle voci del territorio relativamente all’intreccio delle lotte tarantine qui, riceviamo e pubblichiamo dal Comitato di Ginosa, sempre in provincia di Taranto, un podcast che racconta la loro attivazione a difesa del territorio. L’indotto della produzione biologica in un’area a vocazione agricola, come quella a cavallo tra Puglia e Basilicata, riconosciuta in tutto l’arco ionico, è minacciato da un programma di industrializzazione assolutamente non compatibile con il paesaggio rurale, rischiando di mettere in ginocchio l’economia agroalimentare tra i comuni di Ginosa e Castellaneta in provincia di Taranto, e Bernalda in quella di Matera. Tra i comuni più colpiti sarà quello di Ginosa, dove un impianto di termovalorizzazione del modello a Centrale Termoelettrica alimentata a Combustibile Solido Secondario (CSS), minaccia non solo i raccolti, ma anche il paesaggio e la salute dei cittadini. A raccontare la vicenda saranno le e i compagn* del Comitato NO TERMOVALORIZZATORE GINOSA presso il loro presidio permanente, che da molti mesi combattono contro un progetto che rischia di sfregiare per sempre la loro terra e la loro economia. Crediti Contenuti a cura del Comitato NO TERMOVALORIZZATORE. 8 Marzo 2026, Piazza Marconi, Ginosa. Registrazioni, musiche ed editing di REC086. Le ragioni del NO sono esposte in un volantino diffuso per pubblicizzare il presidio permanente e le riprendiamo di seguito: LE 5 VERITÀ CHE VOGLIONO NASCONDERCI  UN INCENERITORE MASCHERATO   Non è una semplice centrale: è un impianto da 90 MW che brucerà 85.000 tonnellate/anno di rifiuti (CSS). Un camino alto 45 metri e un’area di 240.000 mq distruggeranno il paesaggio di Contrada Girifalco.  ALLARME SANITARIO (Dati 2025) Studi europei recenti su impianti simili mostrano fallimenti nei controlli: diossine nel terreno e nelle uova fino a 87 volte sopra i limiti e PFAS 138 volte oltre la soglia. Non saremo noi le cavie!  MORTE DELL’AGRICOLTURA E DEL TURISMO Le nostre eccellenze Biologiche e Biodinamiche (olio, vino, ortaggi) perderanno le certificazioni di qualità. L’economia rurale e l’indotto agrituristico verranno rimpiazzati da fumi inquinanti e ceneri che dovranno essere smaltite in altri impianti.  IL MINISTERO DELLA CULTURA HA DETTO NO ️  Esiste già un parere negativo ufficiale: l’impatto volumetrico è incompatibile con la tutela del nostro patrimonio rurale e paesaggistico.  La Regione Puglia non può ignorarlo!  UN “KILLER CLIMATICO” OBSOLETO Bruciare plastica produce più CO2 del carbone. Mentre l’Europa chiede riciclo e riduzione, questo progetto ci lega a tecnologie inquinanti e non rispetta gli obiettivi di economia circolare. 
Escalation in Medio Oriente: si allarga il conflitto tra Iran, Libano e paesi del Golfo
All’inizio della terza settimana dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran, si osserva un’ulteriore escalation del conflitto: si alza la posta in gioco e si amplia il raggio degli obiettivi colpiti. da Radio Blackout Le immagini che arrivano sono poche, e questo contribuisce ad abbassare l’attenzione mediaticae la percezione della gravità della situazione. Non vengono colpiti soltanto obiettivi militari — come spesso viene riportato attraverso statistiche e analisi economiche — ma la città di Teheran è sottoposta a bombardamenti costanti, con un numero di vittime che cresce di giorno in giorno. L’obiettivo di Israele e Stati Uniti è di mettere in ginocchio l’Iran, attraverso una strategia che combina pressioni continua sulla popolazione civile e il colpire infrastrutture militari, come l’attacco all’isola di Kharg di sabato, aprendo anche il dibattito sulle possibili conseguenze sull’economia globale di attacchi alle infrastrutture petrolifere.  Un secondo fronte del conflitto riguarda il Libano. Israele porta avanti bombardamenti continui e su larga scala, oltre 800 persone uccise e circa 850.000 sfollate e da lunedì mattina è stata avviata un’invasione via terra. Aumentano gli ordini di evacuazione per interi quartieri di Beirut e per altre aree del paese, in un tentativo di frammentare il tessuto sociale libanese. A questo si aggiunge un livello crescente di violenza psicologica: giovedì mattina, l’aviazione israeliana ha lanciato volantini sulla capitale, richiamando pratiche già viste nella, da Israele definita, “dottrina Gaza”. Gli attacchi sul Libano non sono mai realmente cessati dal 2024: non c’è mai stato un effettivo cessate il fuoco a dimostrazione della natura coloniale degli obiettivi israeliani. Ne abbiamo parlato con Chiara Cruciati, giornalista e vice direttrice de Il Manifesto. Ci siamo poi soffermate sugli obiettivi reali e sugli interessi in gioco di Stati Uniti e Israele, che non sempre coincidono pienamente. Se le strategie israeliane sono chiare ed esplicite, quelle statunitensi risultano più ambigue e difficili da interpretare. Infatti, l’aggressione non si è rivelata rapida come annunciato da Trump, e il “regime change”, fortemente auspicato e sostenuto, non si è concretizzato, anche per via della totale incomprensione statunitense della reale struttura politica e sociale della società iraniana. Negli ultimi giorni, abbiamo visto Trump prima richiedere il supporto militare di altri paesi per la sicurezza delle rotte marittime nello stretto di Hormuz e poi mobilitare migliaia di marines e parlare di un possibile intervento via terra. In questo quadro complesso, è fondamentale considerare anche il ruolo e le reazioni dei paesi del Golfo, che rappresentano un ulteriore elemento di (dis)equilibrio nel conflitto. Ci siamo anche messe in collegamento diretto con il Libano con Mazen, militante di Beirut, che ci parla dei recenti attacchi israeliani, che in realtà non sono mai stati sospesi negli ultimi due anni. Fa parte di Nation Station, associazione che serve pasti agli sfollati. Per supportare questo progetto, si può seguire qui.
Val Susa: accanimento contro Giorgio Rossetto, prolungata la detenzione a un giorno dalla fine della pena.Intervista a Nicoletta Dosio
“E’ una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav”. Inizia così l’intervista a Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav valsusina, in merito alla decisione della Procura della Repubblica di prolungare il periodo di detenzione domiciliare per Giorgio Rossetto, compagno torinese del movimento contro l’opera in Val di Susa, il cui periodo di detenzione domiciliare scadeva sabato 14 marzo 2026. Iniziata a gennaio 2025, la detenzione domiciliare per Rossetto era stata comminata per delle condanne definitive legate “al maxi-processo per lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruizione della baita in Clarea nel 2010 e infine una marcia No Tav nel 2019”, scrive il movimento valsusino in un comunicato. Il 2 febbraio 2026, un anno e un mese aver iniziato a scontare la pena, Giorgio Rossetto aveva subito l’aggravamento della detenzione a causa di un’intervista rilasciata ai nostri microfoni, “colpevole” di aver commentato a Radio Onda d’Urto lo sgombero di Askatasuna dello scorso dicembre. Aver parlato a una emittente informativa gli è costato il divieto di comunicazione e riduzione ad un’ora del tempo consentito per uscire. La storia di Rossetto è una storia comune a tanti attivisti e attiviste No Tav, sommersi da denunce, indagini, pedinamenti e punizioni giudiziarie continue. Nonostante anni di feroce repressione poliziesca e giudiziaria, il Movimento della Val Susa continua la sua lotta della grande opera in utile in progetto nella valle alpina. A confermarne l’inutilità, la stessa TELT, società costruttrice dell’opera, che ha formalizzato lo slittamento dell’entrata in funzione della TAV Torino-Lione al 2034, intascandosi nel frattempo milioni di fondi pubblici e speculando per anni sulla sua costruzione. Per Rossetto, il 13 marzo 2026 (un giorno prima della conclusione della detenzione), “sfruttando il fatto che è stato dichiarato inammissibile un ricorso in cassazione” vengono aggiunti ulteriori 8 mesi di detenzione alla pena. “La questione è che contro di noi viene applicato il diritto penale del nemico”, denuncia Nicoletta Dosio ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Di seguito l’intervista completa. da Radio Onda d’Urto
Una prospettiva antifascista dalla Francia
Fascistizzazione dello Stato, genealogie coloniali e congiuntura elettorale a un mese dai “fatti di Lione”. Intervista con Antonin Bernanos e Carlotta Benvegnù Da Acta Media La morte, il 14 febbraio, di un militante fascista a Lione — a seguito di scontri con militanti antifascisti che assicuravano il servizio d’ordine ai margini di un’iniziativa di una deputata de La France Insoumise — è stata interpretata da diverse voci come un «momento Kirk» per la Francia. In altre parole, questo evento è stato utilizzato dall’estrema destra, in ascesa verso il potere, per tentare di cambiare paradigma, marginalizzando le componenti politiche antifasciste e cercando di rovesciare il «barrage elettorale» storico che, da decenni, impedisce alla dinastia Le Pen di accedere alla presidenza. Potreste dirci qual è, dal vostro punto di vista, la percezione del momento in Francia e, più in generale, in che modo le diverse componenti (dai collettivi antifascisti a LFI) hanno reagito? Per comprendere ciò che sta accadendo oggi in Francia, a nostro avviso è necessario collocare il momento politico innescato dagli eventi di Lione all’interno di una sequenza molto più lunga. Siamo nel cuore di un processo che noi — insieme ad altri — definiamo da diversi anni come una fascistizzazione dello Stato. Vale a dire una tendenza profonda e duratura delle democrazie occidentali, particolarmente visibile in Francia, soprattutto per la centralità che vi occupa il discorso islamofobo. Ciò implica criticare l’idea secondo cui il fascismo emergerebbe come una rottura brutale con l’ordine repubblicano e democratico, a seguito della presa del potere da parte dell’estrema destra. Ciò che osserviamo, al contrario, è un processo graduale, inscritto nelle trasformazioni ordinarie dello Stato e del campo politico. Questo contesto è indispensabile per comprendere il trattamento recente — mediatico e politico — del fascismo e dell’antifascismo. Torneremo più avanti su questo punto in modo più approfondito, ma è già necessario ricordare che la criminalizzazione dell’antifascismo in Francia non risale agli eventi di Lione. Almeno dal 2016, i gruppi antifascisti figurano tra i settori più repressi del movimento sociale. Si può pensare, ad esempio, all’affaire del quai de Valmy, dopo l’incendio di un’auto della polizia durante una manifestazione del movimento contro la legge sul lavoro nel 2016, che ha rappresentato un importante episodio repressivo contro i gruppi che componevano il cosiddetto cortège de tête, prendendo di mira in particolare l’Action Antifasciste Paris Banlieue, diversi dei cui membri sono stati incarcerati durante e al termine della procedura giudiziaria. Occorre inoltre ricordare lo scioglimento del Groupe Antifa Lyon et Environ nel marzo 2022, che ha preceduto quello della Jeune Garde nel giugno 2025. In questo quadro, una figura mediatica dell’«antifa» si è progressivamente imposta, costruita come minaccia e oggetto di criminalizzazione. Ciò è vero anche altrove, ma perché proprio a partire da questo periodo, in particolare in Francia? Perché a partire dal 2016, in particolare con il movimento contro la legge sul lavoro, i gruppi antifascisti si sono radicati sempre più nelle mobilitazioni sociali, diventando sempre più visibili all’interno di un ciclo di lotte che ha contestato sia l’accelerazione dell’agenda neoliberale sia la normalizzazione di un’agenda islamofoba. La loro presenza in queste mobilitazioni e in diverse lotte sociali (ecologiste, sindacali, contro le violenze poliziesche) li ha resi politicamente irrecuperabili da parte del potere. Non era esattamente così in precedenza, quando una figura del «buon» antifascista poteva ancora essere mobilitata da una parte della sinistra o del centro repubblicano. Gli eventi di Lione non hanno dunque aperto una sequenza totalmente nuova; hanno piuttosto accelerato un processo avviato da circa dieci anni, offrendo al potere l’opportunità di portare a compimento la demonizzazione dell’antifascismo. La novità — e forse la specificità francese — sta nel fatto che questa demonizzazione si estende ormai allo stesso campo istituzionale. Essa trascina con sé anche La France Insoumise, formazione che, secondo numerosi sondaggi, potrebbe trovarsi al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2027 di fronte al Rassemblement national. La France Insoumise era peraltro già oggetto di una campagna di delegittimazione, in particolare attraverso accuse ripetute di antisemitismo, oggi ulteriormente intensificate a seguito dei fatti di Lione, anche in relazione alle sue prese di posizione contro il genocidio in Palestina. Ma ciò che cambia qui è che l’episodio lionese è stato colto non solo dall’estrema destra come un’occasione per spostare lo stigma dell’estremismo verso la sinistra, ma anche da una larga parte del campo politico per proseguire questa impresa di demonizzazione della France Insoumise. Inoltre, non è solo il RN: è l’intera Assemblea nazionale che ha osservato un minuto di silenzio per un militante neofascista — un fatto inedito nella storia della Repubblica, se si eccettua il periodo del regime di Pétain. Dal lato dell’«estremo centro», vale a dire del macronismo, la novità consiste in una svolta strategica: dal barrage républicain si è passati all’esacerbazione dei poli. Ieri il racconto era semplice: «noi o il fascismo». Oggi diventa: «noi o la guerra civile». Non si tratta più soltanto della diga contro l’estrema destra; è la messa in scena di un paese sull’orlo della frattura, di cui loro sarebbero gli unici capaci di ricomporre i pezzi. La carta giocata non è quindi più quella del fronte repubblicano, ma quella dell’arbitraggio: presentarsi come ultimo baluardo, come garante ultimo dell’ordine. Questa svolta interviene in un contesto di crisi profonda per la maggioranza presidenziale, mentre l’ipotesi di un secondo turno nel 2027 tra Jordan Bardella e Jean-Luc Mélenchon si imponeva come uno degli scenari più plausibili. È troppo presto per dire se la scommessa pagherà. Ma l’evento viene colto come un’opportunità: tentare di riconquistare una legittimità politica fortemente erosa. Infine, dal lato de La France Insoumise, al centro di attacchi che non sono più soltanto mediatici ma anche fisici — decine di sedi prese di mira, locali danneggiati, ripetute minacce di morte contro i suoi membri — la direzione del partito ha mantenuto il proprio sostegno alla Jeune Garde e ha rifiutato di prendere le distanze dal deputato proveniente da questo collettivo, di cui aveva sostenuto e accompagnato l’elezione. Ha inoltre sostenuto una linea di difesa dell’antifascismo, pur riducendolo a una postura di «autodifesa popolare» puramente difensiva e condannando gli autori dei fatti — che appartenevano tuttavia, è bene ricordarlo, a un settore del movimento antifascista che essa stessa aveva cooptato nell’organizzazione — e che oggi rischiano pene detentive molto pesanti. Da parte nostra — quella dell’antifascismo autonomo, per dirla in breve — invitiamo ovviamente a sostenere La France Insoumise di fronte al processo di criminalizzazione di cui oggi è bersaglio. È ormai chiaro che, in questa fase, al di là della scadenza elettorale, gli attacchi che la colpiscono superano di gran lunga il suo perimetro: cercano di colpire l’insieme del movimento sociale e delle opposizioni politiche. Una capitolazione de LFI aprirebbe la strada a un’offensiva molto più ampia. Tuttavia, se sosteniamo la LFI nella congiuntura attuale, restiamo comunque critici nei confronti della strategia che ha portato il gruppo antifascista Jeune Garde a integrare le sue file fino a far eleggere uno dei suoi ex portavoce come deputato in un dipartimento storicamente acquisito al Rassemblement national. Questa scelta corrisponde infatti a un’ipotesi che si potrebbe definire «strategia antifascista del fronte elettorale». Tale ipotesi considera l’ascesa dell’estrema destra come il terreno centrale della lotta e concepisce l’antifascismo principalmente come uno scontro diretto contro di essa. Lo Stato appare quindi meno come il luogo di produzione della fascistizzazione e più come una barriera difettosa che bisognerebbe costringere a svolgere il proprio ruolo. Da qui la prospettiva di un fronte unitario e interclassista, suscettibile di estendersi, se necessario, fino al Parti socialiste. Al contrario, noi analizziamo l’estrema destra come una componente di un processo di fascistizzazione più ampio, che si dispiega all’interno stesso dello Stato e attraversa una parte delle formazioni politiche, anche a sinistra — comprese quelle che si rivendicano antifasciste. La sequenza islamofoba del 2015 ne ha fornito un’illustrazione. Ci torneremo. Con una nota più ottimista, riteniamo che questa sequenza post-lionese, pur chiarendo il ruolo dello Stato e di una parte della sinistra nel processo di fascistizzazione in corso (come mostra l’episodio del minuto di silenzio), potrebbe anche far emergere capacità antifasciste più ampi, sulle quali sarebbe possibile costruire dinamiche politiche capaci di superare la logica di un antifascismo dei piccoli gruppi. Come accennavamo nella prima domanda, pur con le sue specificità, il caso francese si inserisce pienamente in una congiuntura internazionale più ampia: dal già citato «caso Kirk» negli Stati Uniti alla lunga sequenza di Budapest, con le sue molteplici ramificazioni tra la Germania e altri paesi; ma anche alla criminalizzazione osservata in Inghilterra con il tentativo di scioglimento di Palestine Action, o ancora alla retorica utilizzata dal governo Meloni contro le recenti mobilitazioni a Torino e Milano («nemici della nazione», «terroristi»). Quale riflessione è possibile sviluppare, dalla Francia, su questa congiuntura, nella quale la cosiddetta «Internazionale nera» sembra sempre più in grado di esercitare un’egemonia e di proporsi come forza dirigente in un momento in cui la guerra occupa un posto sempre più centrale — con le torsioni autoritarie che ne derivano in diversi paesi e la messa in opera di economie di guerra? Dalla Francia, questa congiuntura permette di riflettere sul modo in cui un processo di fascistizzazione — inteso non come il prolungamento del fascismo storico, ma piuttosto come l’attualizzazione di una parte dei suoi fondamenti (autoritarismo, guerra, suprematismo e gestione razziale) — si accelera, anche in contesti in cui l’estrema destra non è (ancora) al potere. Essa rivela soprattutto le dinamiche di fondo, lunghe e profonde, che preparano il terreno all’estrema destra, al di là dell’emergere contingente della cosiddetta «Internazionale nera». Queste dinamiche si manifestano attraverso uno slittamento autoritario progressivo degli apparati dello Stato e di alcuni partiti politici, tramite pratiche repressive e discriminatorie, e attraverso la gestione mirata delle popolazioni non bianche, oggi in particolare delle popolazioni musulmane. Si tratta, ancora una volta, di ciò che viene chiamato fascistizzazione, e che deve essere compreso come un continuum: già presente nelle istituzioni, esso si dispiega attraverso pratiche ordinarie e si accelera in un contesto di guerra, di crisi economica e di crisi più generale dell’egemonia dell’imperialismo occidentale. L’esempio dell’islamofobia di Stato in Francia nel 2015 — chiusura arbitraria di moschee, perquisizioni amministrative, controlli di polizia su base razziale legalizzati, violenze, incarcerazioni preventive e di massa di musulmani — mostra che queste dinamiche non dipendono unicamente dall’arrivo dell’estrema destra al potere, dal momento che in quell’epoca era il Parti Socialiste a governare, con François Hollande come Presidente della Repubblica. Ciò non significa che riteniamo che l’accesso al potere del Rassemblement National sarebbe privo di conseguenze. Oggi, per fare solo un esempio, è l’estrema destra a proporre le misure più razziste e discriminatorie, come la soppressione dell’AME (Aide médicale d’État, l’assistenza medica per gli stranieri in situazione irregolare). Ma nulla garantisce che il centro non possa seguirla tra qualche tempo, come ha già fatto su molti altri temi. Questa prospettiva sottolinea inoltre la necessità di sviluppare forme alternative di sanità autogestita, su cui stiamo riflettendo insieme ad alcuni compagni. Infine, nel contesto francese, il legame storico tra il processo di fascistizzazione e la colonialità è piuttosto evidente, forse ancora più che altrove. Esiste una vera e propria genealogia coloniale del fascismo francese. Le sconfitte in Indocina e in Algeria hanno profondamente strutturato la Quinta Repubblica, così come la storia dell’estrema destra francese e quella del Rassemblement National, in cui si ritrovano i germi di queste dinamiche. Come sottolinea Enzo Traverso, esiste una continuità tra colonialità e fascismo: un continuum fascista che si sviluppa a partire dalle pratiche coloniali (sia prima del fascismo storico degli anni Trenta, sia dopo, in ciò che si potrebbe definire postfascismo). In Francia, durante la guerra d’Algeria, l’estrema destra si posiziona come avanguardia del campo dell’«Algérie française», in particolare all’interno dell’Organisation armée secrète (OAS), organizzazione armata contro l’indipendenza algerina. È all’interno di questa organizzazione, che riuniva miliziani di estrema destra, militari e poliziotti, che si sono formati i quadri più importanti di quello che diventerà il Front National (oggi Rassemblement National). Dopo la vittoria algerina, il potere si trovò costretto a rispondere alla minaccia di una rivolta fascista e aprì dunque le porte dello Stato — in particolare nell’esercito e nella polizia — all’estrema destra per canalizzare queste pulsioni golpiste. La creazione della BAC (Brigade anti-criminalité), ad esempio — le attuali unità di polizia incaricate di reprimere quotidianamente le popolazioni non bianche dei quartieri popolari segregati delle grandi metropoli — è l’erede diretta delle BNA (Brigades Nord-Africaines), una polizia d’eccezione incaricata della repressione degli algerini impegnati nella lotta per l’indipendenza. Dopo la guerra, i capi militari e i prefetti coloniali che avevano gestito la controinsurrezione coloniale furono tutti reintegrati nella metropoli e riciclati nei dipartimenti che raggruppavano i quartieri composti in maggioranza da popolazioni immigrate, provenienti dalle zone postcoloniali. Il mantenimento dell’ordine francese e la segregazione razziale dello spazio metropolitano si ispirano direttamente a pratiche repressive sviluppate in Algeria, trasferendo all’interno del territorio francese metodi di gestione dei colonizzati. C’è infine un’ultima dimensione della fascistizzazione che ci sembra importante sottolineare: il fascismo come opzione di gestione della crisi, ma anche — come ricorda Alberto Toscano — come forma di contro-rivoluzione preventiva. Per dirla semplicemente, percepiamo un legame tra il ritorno dell’ipotesi neofascista e il livello di mobilitazione sociale che il paese ha conosciuto nel corso dell’ultimo decennio: dal movimento contro la Loi Travail, ai Gilets Jaunes, fino alle rivolte successive alla morte di Nahel Merzouk — per citare solo alcuni episodi di questa sequenza. Questa constatazione si ritrova anche a livello internazionale, in particolare negli Stati Uniti, che hanno conosciuto un ciclo di mobilitazioni molto intense, dal movimento Occupy Wall Street passando per Black Lives Matter fino alle mobilitazioni contro la guerra genocidaria a Gaza. La straordinaria resistenza popolare contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), alla quale prestiamo particolare attenzione, ha portato a vittorie concrete e si è strutturata attraverso comitati di base, scioperi generali e forme d’azione che combinano blocchi e manifestazioni. Essa accentua attualmente la crisi di egemonia interna del potere statunitense e si appoggia a contropoteri che si sono consolidati nel corso degli anni, attraverso mobilitazioni come Black Lives Matter o gli ultimi storici scioperi nel settore automobilistico. La situazione in Palestina illustra anch’essa questa dinamica di contro-rivoluzione preventiva: incarna al tempo stesso la crisi di egemonia del progetto sionista e la capacità della resistenza popolare di tenergli testa. È dunque all’interno di un quadro di crisi profonda — economica, politica e di egemonia — che leggiamo l’apparizione simultanea della guerra e del fascismo come opzioni di uscita per i poteri occidentali. Questi due strumenti si alimentano e si rafforzano reciprocamente. Le offensive imperialiste — per esempio contro Iran o Venezuela — si inscrivono come risposte alla crisi del progetto sionista e a quella dell’imperialismo statunitense, sviluppandosi allo stesso tempo in un contesto di crisi politica ed economica interna. Torniamo al contesto francese. Quali dibattiti esistono e quali riflessioni sono in corso sulla sequenza politica attuale e sulle prospettive a medio termine (pensando in particolare alla scadenza elettorale del 2027)? Lo straordinario ed eterogeneo ciclo che, dal movimento contro la Loi Travail del 2016, è passato attraverso la forza e l’estensione dei Gilets Jaunes, attraversando mobilitazioni antirazziste «culminate» con la rivolta successiva alla morte di Nahel Merzouk e diversi movimenti contro le riforme governative, sembra essersi in parte chiuso — probabilmente scontrandosi sia con una repressione violenta sia con una più generale «fine delle mediazioni», oltre che con limiti soggettivi. Nel corso di questo periodo si è assistito alla scomparsa, alla nascita o alla trasformazione di diverse opzioni politiche — si pensi, ad esempio, al declino del Comité invisible o all’evoluzione del partito di Jean‑Luc Mélenchon. È stato tracciato un bilancio di questo decennio oppure, secondo voi, quali lezioni sarebbe possibile trarne guardando al futuro? Da qualche tempo stiamo cercando di elaborare proprio questo bilancio. In primo luogo, ai nostri occhi non è possibile affermare con certezza che il ciclo di cui parlate sia chiuso: siamo già stati sorpresi più volte da esplosioni sociali inattese e dalla capacità di sedimentazione e articolazione che movimenti apparentemente molto distanti sono riusciti a mettere in campo. Ma siamo anche consapevoli che, anche grazie al contesto internazionale, stiamo entrando in una nuova congiuntura. Se si deve trarre un bilancio di questo decennio, esso parte da una constatazione centrale: l’opzione autonoma, nonostante i tentativi di superare le impasse di un modello spontaneo e diffuso che era egemonico nel ciclo pre-2016, e nonostante gli sforzi di autocritica e le sperimentazioni organizzative intraprese, non è ancora riuscita a reggere i cambiamenti di ciclo e di temporalità e quindi a capitalizzare e sedimentare in modo duraturo una forma organizzativa. Un esempio tra gli altri, che a nostro avviso rappresenta il tentativo più avanzato di superare il prisma spontaneista, è quello dei Soulèvements de la Terre. Questa esperienza ha rappresentato una vera svolta organizzativa, strutturata e coerente. Ma si è rapidamente scontrata con i propri limiti: ha eccelso in ciò che si potrebbe chiamare un «momento ecologista», ma la fine di quel momento ne ha comportato il declino. Molti altri tentativi sono stati condotti negli ultimi anni nel campo autonomo, cercando sia di rompere con le opzioni tradizionali (trotskiste, maoiste, marxiste-leniniste, ecc.) sia di superare la dicotomia tra verticalità e orizzontalità. Per restare vicini a chi scrive, è ad esempio il caso del progetto Acta, associato alle Brigades de Solidarité Populaire durante la pandemia. Anche qui, nonostante un successo quasi inatteso nella temporalità del momento, queste esperienze di auto-organizzazione hanno mostrato i limiti dell’autonomia nel radicarsi nel tempo e nello strutturare una continuità organizzativa. Bisogna quindi constatare che, all’uscita da questo ciclo di mobilitazioni, non è stata un’ipotesi autonoma a imporsi, ma piuttosto un’ipotesi istituzionale ed elettorale: quella portata da La France Insoumise. Nessuna opzione di auto-organizzazione è riuscita a stabilizzarsi o a consolidare durevolmente la propria presenza. LFI, tuttavia, non proviene direttamente dal movimento sociale, come è accaduto ad esempio con Syriza in Grecia o con Podemos in Spagna. Essa incarna quindi meno un prolungamento del conflitto sociale all’interno delle istituzioni che uno spostamento di quel conflitto verso la sfera istituzionale. Ovviamente si tratta di una semplificazione: molte persone partecipano alle lotte sociali da anni e allo stesso tempo votano e sostengono LFI; le due opzioni non sono vissute come alternative. Resta però il fatto che i limiti de LFI sul terreno della mobilitazione di piazza sono visibili, sia come forza di convocazione sia come capacità organizzativa. Lo si è visto dopo le elezioni legislative, quando l’appello a scendere in piazza per contestare la formazione di un governo di centrodestra nonostante la vittoria della sinistra è rimasto relativamente debole. Lo si è visto anche con la sequenza «blocchiamo tutto» di settembre, fortemente promossa da LFI ma alla fine molto effimera. Parallelamente, l’idea di un rapporto dialettico tra LFI e movimento sociale si scontra oggi con la debolezza di quest’ultimo. Dal nostro punto di vista, ciò che ci interessa non è tanto decidere astrattamente se l’opzione istituzionale sia «buona» o «cattiva», né discutere del sostegno a LFI — che, nella congiuntura attuale, appare quasi un’evidenza strategica di fronte all’offensiva reazionaria in corso. Ciò che ci importa, e che cerchiamo di mantenere come bussola metodologica, è analizzare la sequenza a partire dalle lotte passate — e soprattutto da quelle che verranno. In questo senso esiste un dibattito negli ambienti autonomi. Quando sfugge al dogmatismo, esso ruota essenzialmente attorno a una domanda: una vittoria o almeno un consolidamento della FI può diventare il vettore di nuove lotte oppure no? Alcuni sostengono che una sua vittoria elettorale potrebbe aprire una sequenza di conflittualità intensa, persino pre-rivoluzionaria, tanto lo scontro con il blocco borghese verrebbe esasperato dall’attuazione del suo programma. Altri ritengono che, a un livello simile di offensività, la posta principale sarebbe piuttosto la ricostruzione di dinamiche di resistenza popolare. Altri ancora, più scettici, traggono le lezioni di esperienze passate — in particolare Syriza — e ritengono che una vittoria de LFI rischierebbe soprattutto di chiudere la conflittualità sociale assorbendola nello spazio istituzionale, indipendentemente anche dalla questione di un’eventuale «tradimento». In ogni caso, la questione strategica centrale non si limita alla scadenza elettorale e va oltre il ruolo de LFI o il rapporto da mantenere con essa. Si tratta piuttosto di capire come permettere a ciò che si è sedimentato nelle lotte dell’ultimo decennio di consolidarsi. È in questo senso che osserviamo con attenzione ciò che accade negli Stati Uniti con le mobilitazioni contro l’ICE, dove vediamo strutturarsi progressivamente reti di resistenza auto-organizzate che combinano scioperi, pratiche quotidiane di solidarietà, blocchi, pratiche insurrezionali e anche forme di articolazione con una parte del Partito Democratico degli Stati Uniti. Il contesto qui non è esattamente lo stesso, naturalmente. Ma si ritrova una configurazione simile: una forte densità di lotte accumulate nel corso del decennio precedente e, allo stesso tempo, la possibilità di uno slittamento rapido verso un regime neo-fascista utilizzato dal blocco borghese come strumento di uscita dalla crisi. L’urgenza per noi è quindi capire come, in una sequenza di polarizzazione crescente, costruire capacità organizzative in grado di durare nel tempo e di far fronte a un irrigidimento autoritario. E anche come pensare un antifascismo che sia allo stesso tempo decisamente autonomo — cioè radicato nelle lotte sociali e auto-organizzato — ma capace di uscire dall’impasse della sua forma gruppuscolare.
Chi ha paura della pace?
L’Università di Pisa fa sparire il presidio di Pace dei “Tre Pini” Mercoledì 18 marzo ore 11.00 conferenza stampa al Rettorato, Lungarno Pacinotti 43 Durante una passeggiata di monitoraggio al CISAM, nel cuore del Parco di San Rossore, abbiamo trovato il nostro Presidio di Pace dei “Tre Pini” sgomberato. Bagni, docce, lavabi, tavoli e panche spariti, insieme a tutti gli oggetti e le attrezzature messe a disposizione da solidali. È sparito tutto ciò che è stato costruito con il contributo della collettività e che ha reso un posto prima abbandonato percorribile dalla cittadinanza. In altre parole, un furto. Oltre che un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a chi si batte concretamente per la pace, per l’ambiente, contro le guerre.  Ma chi ha paura di un presidio per la Pace? L’Università di Pisa è proprietaria del terreno dei “Tre Pini”, da anni abbandonato e rigenerato dall’autorecupero del movimento No Base che vi ha realizzato campeggi, mobilitazioni, iniziative di socialità e molto altro.  L’università di Pisa ha scelto di essere complice del progetto della base militare, accettando la “compensazione” della ristrutturazione del Borgo ex Bigattiera. Ora sappiamo in cambio di che cosa: in cambio del suo schieramento nel campo di chi vuole la guerra mondiale. E così, l’Università si rende disponibile a intralciare il movimento di cittadini, studenti, abitanti del territorio che difendono il parco dalle basi militari e che lottano per la Pace. L’Università di Pisa possiede tutti i terreni adiacenti alle basi militari del nostro territorio: CISAM, Camp Darby e COMFOSE. Finora, ha deciso di tutelare le attività di quelle basi, piuttosto che difendere le sue stesse terre dalla militarizzazione e dal cemento, su cui sorgono anche le sue stesse strutture didattiche come il Centro Avanzi di Agraria o l’Ospedale didattico veterinario. Ma le collaborazioni con la guerra sono anche dirette: l’Ateneo pisano porta avanti ricerche milionarie all’interno di laboratori, come il RASS Lab a Cisanello o il Laboratorio Nazionale di Reti e Tecnologie Fotoniche del CNIT in collaborazione con aziende belliche come Leonardo SpA  e Rheinmetall, con la NATO e persino con il CISAM, dove dovrebbe sorgere la nuova base militare.  L’Università di Pisa è come la verità di Orwell: quando parla di Pace, sta facendo la Guerra, quando parla di ambiente, sta gettando il cemento, quando parla di progresso, sta progettando il colonialismo. Non dimentichiamo che è la stessa Università che continua a sostenere Israele e i progetti con le entità che portano avanti il genocidio in Palestina. Provare a cancellare il Presidio di Pace Tre Pini è un attacco a chi lotta per la pace. Che cosa fa paura all’Università? Fa paura che qualcuno attraversi e curi i suoi spazi per parlare di pace? Fa paura che si difenda il Parco di San Rossore dalle reti, dal cemento, dalle basi militari? Fa paura che qualcuno contesti i traffici di armi e difenda i principi di Pace della Costituzione? Non è un caso che questo avvenga pochi giorni dopo aver bloccato un treno carico di armi, cosa che ha dato un segnale di pace forte e concreto a tutto il Paese. Non è in dubbio che ciò avvenga a braccetto con quei soggetti politici e militari che continuano a decidere in modo dispotico sul nostro territorio.  Vogliamo dirlo con chiarezza: l’ipocrisia e la vigliaccheria dell’Ateneo, evidentemente invischiato con i poteri guerrafondai della nostra epoca, non ci stupiscono. Né tantomeno ci spaventano, perché sappiamo che il presidio dei Tre Pini verrà presto ricostruito dalla mobilitazione popolare. Perché in questo periodo di guerra, è sempre più forte il bisogno di lottare per la pace. Chi ha paura della pace ha paura di chi sta resistendo a un’idea di mondo fatta di brama di potere, di profitto, di prepotenza sui popoli: ha il terrore di perdere il proprio tornaconto negli affari di guerra. Cerca di distruggere, laddove in tanti provano a costruire alternative e prospettive. Pochi giorni fa abbiamo dimostrato che resistere a tutto questo è possibile, ma che sarà sempre più importante farlo insieme e collettivamente. Il gesto dell’Università ci mostra quanto è necessario che tutti prendano posizione, partecipino e in ogni modo facciano la loro parte per la pace.  È sempre più chiaro che non possiamo delegare a queste istituzioni il potere di decretare le sorti del nostro territorio, così come del pianeta: spetta farlo a noi, insieme. Il Parco appartiene alla popolazione, agli animali e alle piante, non al Rettore, non all’ateneo, non ai militari. La Pace o si costruisce o si fa la guerra. E l’Università di Pisa, evidentemente, vuole fare la guerra.   Mercoledì 18 marzo alle 11.00 Conferenza Stampa al Rettorato prendiamo parola su quanto è successo. Da Movimento No Base
Gli USA bombardano l’isola di Kharg dopo i voli spia di un drone di Sigonella
Raid aereo delle forze aeree USA contro l’isola di Kharg, terminal petrolifero offshore iraniano. Stanotte il presidente Donald Trump ha dato l’ordine al Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (Centcom) di colpire massicciamente le infrastrutture militari ospitate nell’isola da cui viene esportato quasi il 90% del petrolio dell’Iran. L’8 marzo scorso l’isola che si trova a 25 km di distanza dalle coste iraniane e a meno di 500 km dallo Stretto di Hormuz era stata al centro di una lunga missione di intelligence, riconoscimento e sorveglianza di un drone MQ-4C “Triton” (reg. 169804 – c/s VVPE804) di US Navy decollato dalla stazione aeronavale di Sigonella. Dopo aver attraversato tutto il Mediterraneo centro-orientale, il velivolo senza pilota si era diretto inizialmente verso le coste nordorientali iraniane per sorvolare il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio. Successivamente il “Triton” USA ha raggiunto l’isola di Kharg. “La missione del drone può essere servita per monitorare l’attività iraniana lungo la costa e raccogliere dati d’intelligence per gli approcci marittimi verso l’isola di Kharg”, hanno commentato gli analisti del sito specializzato ItaMilRadar. L’attacco di stanotte conferma l’importanza strategica delle operazioni eseguite la scorsa settimana dal drone partito da Sigonella. Senza il preventivo monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target, non sarebbe stato possibile effettuare con successo i bombardamenti dei caccia USA inviati sull’Isola da Centcom. L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che sarebbero state almeno una quindicina le esplosioni a Kharg. Nello specifico sarebbero state colpite una postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo dell’aeroporto e l’hangar di una compagnia petrolifera offshore. Il raid avrebbe pertanto risparmiato le infrastrutture petrolifere ospitate nell’isola. “Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere di Kharg”, ha dichiarato Donald Trump. “Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”. Le infrastrutture petrolifere dell’isola furono totalmente distrutte nell’autunno del 1986 dalle forze irachene nel corso della lunga e sanguinosa guerra Iran-Iraq. Secondo fonti di stampa statunitensi il Pentagono starebbe vagliando l’ipotesi di inviare un commando speciale per occupare l’isola ed impadronirsi del terminal petrolifero. Anche in quest’ottica può essere letta la missione dell’8 marzo dell’MQ-4C “Triton” di Sigonella. Con buona pace del governo Meloni-Tajani-Crosetto e del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Sergio Mattarella che continuano ad affermare ipocritamente l’estraneità dell’Italia dal conflitto scatenato da USA ed Israele contro l’Iran e l’uso delle basi militari da parte degli alleati per mere funzioni tecnico-logistiche. Antonio Mazzeo Blog
Operazioni di polizia in Tunisia contro la Global Sumud Flotilla
A partire dal 6 marzo le autorità tunisine hanno arrestato  diversi membri, attuali ed ex, della Global Sumud Flottilla e li hanno portati all’Unità Investigativa della Garde National a El Aouina, Tunis Capital. Attualmente 7 persone sono detenute a El Aouina e sottoposte a interrogatori da parte della Garde Nationale. Dopo i primi 5 giorni, la Garde Nationale può prolungare il periodo di dentenzione e interrogatorio di altri 5 giorni. Dopo questo primo passaggio, le persone possono: o andare in tribunale davanti al giudice e finire in carcere, o essere rilasciate. Questa ondata di arresti coincide con i preparativi per la seconda Global Sumud Flottilla, che dovrebbe partire da Tunisi la prossima primavera. Gli arresti si collocano in un contesto regionale e globale di intensificazione dell’offensiva imperialista e sionista contro tutte le forze che rifiutano i progetti di egemonia e sottomissione, e contro la resistenza in Palestina e in Libano.  Il clima locale é segnato da una progressiva chiusura degli spazi pubblici, dal silenziamento delle voci libere e dalla criminalizzazione della solidarietà locale e internazionale. L’arresto di membri e organizzatori della Flotilla Sumud arriva dopo mesi di campagne di diffamazione contro questa iniziativa internazionale, che hanno colpito individualmente le persone che la sostengono, specialmente su Facebook. Oggi i social media amplificano queste operazioni, creano divisioni e manipolazioni,attraverso campagne di odio fatte per discreditare ogni espressione di solidarietà con il popolo palestinese. Un presidio autorizzato, poi vietato all’ultimo minuto e infine disperso con la forza è quanto successo allx attivistx della Global Sumud Flotilla che la sera di mercoledì 4 marzo si sono recatx al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, dove era prevista una iniziativa chiamata da tutta la comunità solidale e dai lavoratori portuali. Il porto di Sidi Bou Said è lo stesso dal quale la Flotilla salpò durante la sua ultima missione, quello in cui un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla subì due attacchi da parte dei droni ed è lo stesso che accolse la Flotilla con migliaia e migliaia di persone. Il presidio era autorizzato, ma circa un’ora prima dell’inizio, l’autorità tunisina ha informato lx manifestanti già sul luogo che avevano ritirato l’autorizzazione senza altre giustificazioni. Il gruppo ha deciso comunque di raggiungere il porto ma, appena sceso dal bus, è stato avvicinato dalle prime forze di polizia, che hanno intimato di fermarsi: “noi abbiamo proseguito e dopo sono intervenuti con l’antisomossa”. C’erano anche Thiago Avila, dall’Italia Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella, Greta Thunberg e rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand Madleens. Il giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto l’annullamento di un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della società civile e giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi. Tra i  motivo della presenza in Tunisia c’era anche un incontro organizzativo, della Global Sumud Flotilla, della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand Madleens. La prossima missione è prevista verso fine aprile, in un contesto sempre più urgente: negli ultimi giorni infatti, il regime israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza, invocando lo stato di emergenza nazionale e non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, interrompendo così il già scarso flusso di cibo, acqua e carbutante verso i 2 milioni di abitanti della Striscia già stremati da due anni di genocidio. Ascolta il racconto e le voci raccolte da alcunx compas in Tunisia. È chiaro che la Tunisia non è un paese sicuro, contrariamente a quanto dichiara l’Unione Europea. Libertà per Jawahar Channa Sana Msalhi Wael Nawar Ghassen Boughdiri Ghassen Henchiri Nabil Channoufi Amin Bennour Libertà per tutt* prigionier* Da Radio Blackout
Resistere alla guerra, lottare per la pace
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026 Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.  È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto possiamo solo immaginarlo.  Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando il traffico di armi.  Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno fermato  la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo, l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.  Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati, movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa, da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi per bloccare questo treno. Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia nell’ingranaggio della guerra.  A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi alla guerra e non ai bisogni della società.  Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che il popolo non vuole farne parte.  Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17, organizziamo insieme nuove iniziative  di diserzione, di disarmo, di blocco. Costruiamo la pace con la lotta.
Guerra. Per una nuova antropologia politica
di Gioacchino Toni da Carmillaonline Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00 Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX). Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI). Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII). Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico. > Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere > sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i > tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore > ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato > in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico, > anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli > attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a > sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive > più (p. XV). A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica. > In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra > pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine > su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno > guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace > di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione > sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi > tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla > complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non > decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli > spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più > un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente > mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza > corona” (pp. XVII-XVIII). Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32). «Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali. > Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, > la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della > guerra permanente. > La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, > opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la > polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri > obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una > società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente > specializzata, caotica ed entropica. > La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne > diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima > analisi, una vittima (p. 53). In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove. Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni. Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi. > In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla > guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico > significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, > subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i > propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della > violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra > ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94). Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108). Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità. > Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, > travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che > alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la > politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, > di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe > disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario > contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in > definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la > trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con > altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128). Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129). --------------------------------------------------------------------------------