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Informazione di parte

Un altro Salento. Carta non solo turistica
Siamo abituati al racconto del Salento come luogo idilliaco, alla narrazione romantica fatta di scorci magnifici, sabbie dorate, erbette di campo e ricci di mare, anziani sorridenti e giovani abbronzati. Ma le cose stanno davvero, soltanto, così? da La Bottega del Barbieri C’è una nuova mappa (non solo) turistica del Salento. Non mostra gli attrattori, le cose belle, le chicche di un territorio di grande bellezza, ma evidenzia alcuni problemi, criticità, emergenze. Si tratta di una mappa pensata per il turista curioso, per il viaggiatore a cui non basta dare uno sguardo alla splendida superficie ma che vuole conoscere, approfondire, iniziare a stabilire un legame. Una cartina che mostra l’altro lato della medaglia, la faccia nascosta della Luna, la polvere sotto il tappeto… Il proposito – da tempo coltivato dal grafico, fattosi cartografo per l’occasione, Alberto Giammarruco e attuata grazie al fertile incontro dell’Associazione Bianca Guidetti Serra e dei redattori di ECOR.NETWORK (Estrattivismo, Conflitti, Resistenze) con Edizioni Kurumuny – viene dalla necessità di dare una rappresentazione cartografica che sfugge alle convenzioni del marketing del territorio, adottando piuttosto un approccio proprio della geografia critica in cui lo spazio non è un dato oggettivo e neutro ma una costruzione sociale, frutto degli equilibri interni alla società e dei suoi rapporti di potere. Il tutto allo scopo di superare il sempreverde adagio secondo il quale i panni sporchi vanno lavati in casa, e quindi anche di usare la rappresentazione dello spazio come produttore sociale, come elemento politico di sostegno ai conflitti attivi sul territorio. Cosa si nasconde sotto il tappeto dello sviluppo? Il modello di vita che ci siamo prefissati è sostenibile? Quanto incidono le grandi opere clima alteranti come il gasdotto TAP sulla nostra vita e sulla nostra salute? Viviamo in un territorio dai grandi valori paesaggistici ma circondati da mostri come l’ex-Ilva e Cerano, tra discariche a cielo aperto. Abbiamo mare e le spiagge tra le più belle, ma l’accesso è precluso perché c’è una spartizione economica delle bellezze. Il bene comune, la cosa pubblica è sempre più al servizio del privato. La mappa, in distribuzione gratuita, è un lavoro collettivo che si avvale dei testi di Alessandra Cecchi, Camillo Robertini, Emanuele Larini e coinvolge e dà voce a sigle e movimenti del territorio: Movimento NoTap Brindisi, NoTAP Melendugno, comitato Associazioni No Burgesi, il Comitato dei custodi del Bosco d’Arneo. L’ideazione e il progetto grafico è di Alberto Giammaruco, le illustrazioni sono dell’illustratrice Paola Rollo. Pur non avendo pretese di esaustività – per esempio non sono trattate le trasformazioni del paesaggio legate al CoDiRO, alle rinnovabili in area agricola, oppure la gestione dei beni culturali… – la mappa è però il frutto di uno sforzo collettivo che confidiamo sia sempre più aperto e in evoluzione. Data la natura divulgativa di questo lavoro, pubblicato in forma sperimentale, indichiamo nella nota in calce alcune delle fonti utilizzate.   PRIMA PRESENTAZIONE DOMENICA 29 MARZO ALLE H.18.30 PRESSO IL CASTELLO DI CORIGLIANO D’OTRANTO assieme ai gruppi, associazioni, comitati, impegnati nelle vertenze e nelle lotte contro le nocività ambientali e le grandi opere fossili del territorio. I PUNTI DELLA MAPPA  AREA INDUSTRIALE DI BRINDISI  TRA CROCIATE E DEINDUSTRIALIZZAZIONE Tutta l’area industriale di Brindisi, divisa in area chimica e area energia, è classificata come Sito di Interesse Nazionale (SIN), cioè come area contaminata che necessita di interventi di bonifica. Comprende impianti a rischio come il deposito GNL Edison, la discarica industriale di Micorosa, la megacentrale a carbone ENEL Federico II di Cerano, la centrale a biomasse SFIR, il petrolchimico Eni Versalis, Il deposito di GPL IPEM, la centrale a turbogas di EniPower, la centrale A2A Brindisi Nord, oltre a grosse industrie petrolchimiche (Syndial, Basell e Chemgas) e alla centrale di interconnessione SNAM di Matagiola. È inoltre in fase di cantiere nel porto della città una grande vasca di colmata (una sorta di discarica in mare), ed in sospeso il progetto del deposito costiero di benzina e diesel Brundisium. Nel 2023 il 6° Studio epidemiologico Sentieri, rilevava a Brindisi un aumento delle anomalie congenite, dei tumori maligni e un eccesso del rischio di ospedalizzazione nella comunità residente, dimostrando una evidenza scientifica del ruolo dei siti industriali contaminati. Per info: No TAP Brindisi. LA CENTRALE DI CERANO LA SALATA BOLLETTA DI FEDERICO II La Federico II è una centrale a carbone con una capacità totale di 2640 MW installati, che si estende su 270 ettari. È tra le più grandi d’Europa, anche in termini di emissioni di CO2, ed è stata per 30 anni al primo posto in Italia per i costi causati dalle sue emissioni inquinanti, i cui impatti si estendono verso sud fino al basso Salento. Nel luglio 2015 uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health ha affermato che la centrale provocherebbe fino a 44 morti l’anno. Nel 2025 l’ENEL ne ha dismesso le quattro unità produttive a carbone, ma il governo Meloni ne ha rinviato la chiusura definitiva al 2038, subordinandola alla realizzazione di futuri impianti nucleari. Il mantenimento della centrale come impianto di riserva per le emergenze nazionali ne impedisce la bonifica dei suoli e l’uso alternativo dell’ampio territorio al suo servizio. Per info: No TAP Brindisi. AREA INDUSTRIALE DI TARANTO  DALLA MAGNA GRECIA ALL’ONCOLOGIA Taranto è sede di impianti industriali e militari che hanno prodotto nell’ultimo secolo livelli altissimi di contaminazione, con relative ripercussioni su ambiente e salute. Il disastro ambientale è stato alimentato dal siderurgico ex Ilva, dall’arsenale militare, dalla raffineria dell’ENI, dalla Cementir, dalle discariche di rifiuti altamente pericolosi. Il 6° Rapporto Sentieri riportava nel 2023 per Taranto e la vicina Statte un tasso standardizzato di mortalità prematura per malattie croniche superiore del 20,9% nei maschi e dell’11,1% nelle femmine rispetto al dato regionale. Risultavano in eccesso la mortalità per tumore al polmone, alla pleura e per malattie respiratorie, oltre ai ricoveri per malattie dell’apparato urinario e per i tumori in età pediatrica. Nel 2015 le malformazioni congenite superavano del 9% la media regionale. Nello studio Sentieri mancano i numeri di ciò che non provoca morte o ospedalizzazione, ma che l’epidemiologia dal basso già sa: tiroiditi autoimmuni, dermatiti, endometriosi, forme infiammatorie artritiche o vascolari, allergie di ogni tipo, sindrome MCS (sensibilità chimica multipla), disturbi bipolari, malattie neurodegenerative, sterilità. L’infinita varietà di forme che a Taranto può assumere il dolore, che segue l’infinita varietà degli inquinanti chimici a cui è esposta la città. Per info: PeaceLink,  Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. EX ILVA – ACCIAERIE D’ITALIA                  COZZE, ACCIAIO E MALATTIE Inaugurato nel 1965, lo stabilimento siderurgico di Taranto (ex Italsider, ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia) ha contaminato nei decenni aria, suoli, mare e falde acquifere con una molteplicità di agenti tossici, cancerogeni, mutageni, genotossici, allergizzanti. È la principale fonte di nocività per la città di Taranto e non solo: le particelle inquinanti delle sue emissioni trasportate dal vento sono state rinvenute fino al Capo di Leuca. La nocività dell’ex Ilva venne affrontata dalla magistratura con l’inchiesta Ambiente svenduto. Nel 2021 la sentenza di primo grado comminò condanne per circa 270 anni di carcere a 26 imputati tra manager, classe dirigente locale e funzionari del siderurgico, per i reati di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Quattro anni dopo il processo venne annullato per ragioni risibili e trasferito a Potenza per ricominciare da capo, avviandosi così verso la prescrizione dei reati e il colpo di spugna. Per info: PeaceLink,  Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. PALUDE DEL CONTE – MANDURIA  BIODIVERSITÀ A RISCHIO LIQUAME La Palude del Conte di Torre Colimena è un‘area protetta che fa parte di una riserva naturale regionale. È un luogo magico, un sito di importanza comunitaria dove sostano gli uccelli migratori, crescono specie vegetali rare e nidificano tartarughe marine, fenicotteri rosa, fratini e pesci di ogni specie. Ma è anche un luogo a rischio, minacciato dell’arrivo di un canale per lo sversamento dei reflui in eccesso, in caso di guasto o di troppo pieno, del nuovo depuratore consortile di Sava e Manduria. L’impianto, costruito a poche decine di metri dal quartiere residenziale avetranese di Urmo Belsito, è attualmente dimensionato per gestire 5mila metri cubi di liquami al giorno, ma ne è già previsto il raddoppio entro il 2036. Il TAR ha già respinto i tentativi di fermare il progetto di sversamento dei reflui nel canale Arneo di Torre Colimena (che afferisce a sua volta al mare), ed è attualmente in atto un ricorso al Consiglio di Stato da parte di cittadini di Manduria e di Avetrana a difesa della riserva. BOSCO DELL’ARNEO LA PUBBLICA UTILITÀ DI UN BENE COMUNE Il Bosco dell’Arneo è ciò che resta della antica foresta oritana, estesa un tempo da Oria a Porto Cesareo e oggi in gran parte scomparsa. È racchiuso all’interno dell’area occupata dai circuiti per il collaudo di auto di lusso della Porsche Engineering, il Nardò Technical Center (NTC). Nell’agosto 2023 NTC, la Regione Puglia, i Comuni di Nardò e Porto Cesareo e il Consorzio ASI firmarono un accordo per l’ampliamento del circuito con nuove piste e impianti, da realizzare distruggendo 200 ettari del bosco ed espropriando 351 ettari di terreni privati. L’accordo tentava di aggirare i vincoli posti a tutela del bosco dalla Direttiva Habitat e dalla rete Natura 2000, dichiarando una supposta pubblica utilità del progetto, e sarebbe andato in porto se i cittadini e associazioni riuniti nel Comitato dei Custodi del Bosco d’Arneo non avessero condotto per quasi due anni una lotta determinata, con manifestazioni, ricorso a TAR, iniziative davanti alla sede della Commissione Europea a Bruxelles e della Porsche a Stoccarda, stringendo alleanze con i movimenti ambientalisti europei. Oggi, grazie a loro, il Bosco d’Arneo, è salvo. Per info: Comitato dei Custodi del Bosco d’Arneo. GASDOTTO TAP  IL GAS PIÙ DEMOCRATICO CHE CI SIA Il Trans Adriatic Pipeline è un gasdotto proveniente dall’Azerbaigian, un paese governato da più di 30 anni dalla stessa dinastia, segnalato per gravi violazioni dei diritti umani e per i disastri ambientali causati dall’estrazione di idrocarburi. L’approdo di TAP nel territorio di Melendugno ha generato, dal 2012 in poi, una ferma opposizione della popolazione locale, che ha contrastato l’opera con manifestazioni di massa, serrate, denunce agli organi preposti, e con blocchi fisici delle operazioni di espianto degli ulivi, trivellazioni, accesso dei mezzi di cantiere. Lo Stato ha risposto con la militarizzazione del territorio, l’imposizione di zone rosse, le cariche dei reparti antisommossa, la repressione economica e la criminalizzazione giudiziaria di attiviste e attivisti. Nel 2020 i mesi di lockdown hanno permesso il completamento dell’opera senza opposizione. Come tutti i gasdotti, il TAP è un’opera che, in piena catastrofe climatica, contribuisce a legarci ancora per decenni all’uso dei combustibili fossili. Vi scorre un gas 80 volte più climalterante della CO2, inquinante e potenzialmente esplosivo a ridosso dei centri abitati. Per Info: NO TAP Melendugno. Z.E.S. GALATINA – SOLETO  IL CUORE PUZZANTE DEL SALENTO Nella Zona Industriale – ZES Galatina/Soleto si concentra un alto numero di opifici industriali di prima classe (che dovrebbero per norma essere tenuti essere lontani dalle abitazioni) attivi da anni: il cementificio Colacem, una fonderia, una galvanica, un bitumificio, aziende di trattamento rifiuti. Solo da questi impianti i rifiuti processati e prodotti raggiungono 800.000 t/a, di cui la metà inceneriti dalla Colacem. Inoltre è in previsione l’insediamento nell’area di un impianto della Forenergy srl per la produzione di biometano mediante digestione anaerobica, con capacità di trattamento di circa 40mila tonnellate di rifiuti organici all’anno. Un quantitativo 9 volte superiore alla frazione organica prodotta dai Comuni di Galatina e Soleto, il che ne prefigura l’arrivo annuo di 35.000 tonnellate da altre zone. Il progetto è fortemente contestato dagli abitanti per le prevedibili conseguenze in termini di inquinamento, emissioni odorigene, consumo di acqua. Per info: Coordinamento civico Ambiente e Salute – prov. di Lecce. CEMENTIFICIO COLACEM  IL PROFUMO DI OSSIDO DI AZOTO AL MATTINO Il cementificio, attivo dal 1953, attualmente è di proprietà del Gruppo Financo. L’impianto utilizza coke da petrolio come combustibile e ceneri industriali come materie prime nel ciclo di produzione. È all’ottavo posto tra i cementifici italiani per emissioni di NOx e produce oltre 600.000 ton/anno di CO2. A queste si aggiungono polveri sottili, anidride solforosa, ammoniaca, metalli pesanti e composti organici volatili. Nel 2011 la Colacem figurava al 586° posto nella graduatoria dell’EEA degli impianti europei a maggior danno sanitario. Studi epidemiologici identificano nei 15 Comuni più vicini allo stabilimento un eccesso di tumori polmonari maschili. Nel tempo, le cave di argilla e calcare di servizio alla Colacem si sono allargate per decine di ettari. Attualmente incombe il rischio che l’impianto possa essere autorizzato alla combustione di rifiuti (CSS). Per info: Coordinamento civico Ambiente e Salute – prov. di Lecce. PORTO SELVAGGIO – NARDÒ  MORIRE PER UN PARCO Il Parco di Porto Selvaggio prese vita negli anni ‘50, grazie a un ampio intervento di rimboschimento da parte del Corpo Forestale. Dalla metà degli anni ’70 l’insenatura divenne oggetto di un tentativo di lottizzazione che avrebbe stravolto l’area con la costruzione di centinaia di immobili. Il progetto venne osteggiato da un vasto movimento, che nel 1980 riuscì ad ottenere dalla Regione l’istituzione del Parco naturale attrezzato Porto Selvaggio – Torre Uluzzi. Ma la legge regionale non riuscì a fermare i tentativi di speculazione. La notte del 31 marzo 1984 venne uccisa Renata Fonte, assessore del Comune di Nardò. Renata aveva partecipato alle battaglie civili e sociali di quegli anni contro le lottizzazioni cementizie, e continuò ad opporvisi anche da assessore, nel momento cruciale della definizione normativa dei confini e dei vincoli del parco. Venne uccisa perché «stava facendo perdere un sacco di soldi», ostacolando la realizzazione di un residence sulla costa in prossimità di Porto Selvaggio. Dobbiamo anche a lei se questo paradiso naturale non è stato distrutto, e a tutte le persone che hanno difeso il parco anche dagli appetiti speculativi successivi. DISCARICA SCOMUNICA – CORIGLIANO  MARA L’ACQUA DELLA FALDA, MARA MARA…  Nel sottosuolo del Comune di Corigliano si muove un bacino idrico decisivo per l’approvvigionamento potabile del Salento, uno dei più ricchi delle regioni meridionali, periodicamente messo a rischio da vecchie e nuove discariche. Nel 1987 sopra questa falda, nel sito di una vecchia discarica abusiva in località Scomunica, venne aperta una nuova discarica per il conferimento dei rifiuti “tal quali”, posta sotto la gestione della società Monteco. Funzionò per pochi anni, sufficienti però a creare una potenziale bomba ecologica. Nel 2003 la Regione individuò un sito attiguo all’area ex Monteco per collocare una nuova discarica, e la scelta venne confermata negli anni, nonostante la fiera opposizione di ambientalisti e Comuni. L’impianto, costruito dalla COGEAM, venne ultimato nel 2014, ma non venne mai attivato per il rischio oggettivo che rappresentava per le riserve idriche e grazie alla mobilitazione popolare. Nel febbraio 2025, la giunta regionale ha deliberato di metterlo in funzione, generando nuovamente una forte protesta da parte di sindaci e cittadini, che ancora dura. PORTO MIGGIANO  UNA STORIA DI MARE E CALCESTRUZZO La magnifica baia di Porto Miggiano fa parte di uno dei litorali più incontaminati dell’intera costa italiana e, per tale motivo, è stata vincolata nel 1970 ai sensi della Legge 1479/39, e dal 2000 compresa nel Sito di Importanza Comunitaria Otranto – Santa Maria di Leuca. Nonostante ciò, la baia è stata deturpata prima dalla realizzazione sul costone a picco sul mare di un resort e di un club con piscine, bar, ristorante e shopping center, e poi da lavori di consolidamento (o, piuttosto, distruzione) delle pareti delle falesie che hanno tagliato un’intera porzione di costa. I lavori erano funzionali alla creazione sotto le rocce (che rimangono comunque a rischio crollo) di piattaforme di cemento per il comodo stazionamento dei bagnanti, con grave alterazione della bellezza naturale del luogo. Un comitato a difesa della Baia ha cercato di fermare lo scempio. DISCARICA BURGESI – UGENTO  IL CICLO INFINITO DEI RIFIUTI La discarica Burgesi venne aperta nel 1991, grazie a una “concessione edilizia in sanatoria”, all’interno di vecchie cave di tufo dismesse. Originariamente doveva ricevere 700mila tonnellate di rifiuti urbani e speciali non pericolosi provenienti da 24 comuni della provincia, ma nel 2008 ne conteneva già quasi un milione e mezzo. Quell’anno venne ucciso il consigliere comunale Peppino Basile, noto per l’impegno contro la discarica. In un contesto così teso, la Regione decise di dirottare verso Burgesi ulteriori rifiuti di altre zone, ma la popolazione insorse ottenendo nel 2009 la chiusura dell’impianto. Burgesi è stata, nel tempo, oggetto di svariate denunce sullo sversamento illegale di rifiuti tossici, di cui non furono però trovati riscontri nelle indagini. Ci sono invece riscontri sull’incidenza di tumori nella zona, in particolare alla tiroide, con picchi che superano la media provinciale e regionale. Attualmente, la popolazione è di nuovo in strada per contrastare il progetto di riapertura, sopraelevazione ed ampliamento dell’impianto, finalizzato al conferimento di ulteriori 190.000 m3 provenienti da Brindisi. Per info: Comitato Associazioni “No Burgesi. PARCHI EOLICI OFFSHORE  VENTO DI TUTTI, ENERGIA DI POCHI La Messapia Floating Wind (partecipata ENI) ha presentato un progetto per la realizzazione di un parco eolico flottante denominato Messapia nell’area marina compresa fra Tricase a Santa Maria di Leuca. Il progetto prevede l’ancoraggio di 73 pale eoliche a 28 km dalla costa, su fondali profondi da 550 a 800 m, oltre a cavidotti a mare, opere impattanti sottocosta in prossimità del punto di approdo (Porto Badisco), e un cavidotto a terra che coinvolgerà numerosi comuni salentini. Attualmente il procedimento VIA è nella fase di istruttoria tecnica. Le osservazioni presentate denunciano come gli ancoraggi delle pale e le opere di connessione a mare coinvolgano aree tutelate e ad elevata valenza naturalistica per la presenza di posidonia e coralligeno, per le grotte, i fiumi e le sorgenti sottomarine, e gli habitat della foca monaca. Messapia si aggiunge ad un altro progetto eolico, l’Odra Energia, che prevede autogeneratori alti fino a 315 metri, sempre sullo stesso tratto di costa di straordinario valore paesaggistico. A questo arrembaggio delle multinazionali dell’energia si oppone il Parco naturale regionale Otranto-Santa Maria di Leuca. L’ESERCITO DEGLI INVISIBILI  A SAN FOCA, MA ANCHE NARDÒ, GALLIPOLI… San Foca è il suo mare, le sue spiagge sempre meno libere e, ultimamente, anche un posto alla moda, uno strano posto nel quale sorgono come funghi locali, baretti, rosticcerie e tikibar. Surf, banani e nomi in inglese sono la cifra di una località di mare sempre più “contemporanea”. All’occhio poco attento potrebbe sembrare che essa navighi in un benessere diffuso e capillare. Solo settant’anni fa era un paesino in cui i pochi abitanti lottavano contro una natura matrigna, stretti tra i latifondi dei signori e la malaria che rendeva quasi invivibile un territorio aspro. Passeggiando per la San Foca di oggi è difficile immaginare quel passato fatto di miseria, oggi è una marina sgargiante, come ci ricorda solertemente l’omonima scritta a caratteri cubitali che fa la sua bella presenza sul lungomare. Vi è però un lato oscuro di San Foca: l’esercito di lavoratori stagionali che negli ultimi anni sono affluiti e sono impiegati come lavapiatti, aiuto cuoco, camerieri e tuttofare nei lidi oppure in campagna. Parlandone con chi vive nella marina anche in inverno c’è sempre un po’ di diffidenza malcelata. Spesso si sente dire con una certa soddisfazione «non si vedono per le strade perché stanno sul retro, in cucina». Il vacanziero in agosto forse preferisce non vedere l’altra faccia del benessere, ma poi, inevitabilmente arriva l’inverno, quando le strade di San Foca sono oramai deserte, le giornate corte e fredde e quell’esercito di lavoratori, oramai in disoccupazione appare alla spicciolata. Sono sul lungomare a ciondolare su e giù, oppure sulla strada che conduce a Melendugno. Vengono dall’Africa subsahariana, dall’India, dal Pakistan, Bangladesh e dallo Stri Lanka, ma nell’isolamento e nella solitudine di una località quasi deserta il loro isolamento sociale e economico è ancora più accentuato. Non vi è un autobus che li porti a Melendugno a fare la spesa, un consultorio medico, un supermercato accessibile. L’inverno a San Foca è una lunga attesa per i locali, che attendono la stagione successiva per svoltare, ma anche per questi lavoratori che forse sognano di spostarsi più al nord, o fuori Italia. Alcune fonti utilizzate: – https://va.mite.gov.it/it-IT, https://epiprev.it/, – https://www.isprambiente.gov.it/it, – https://protezionecivile.regione.puglia.it/, – https://www.sit.puglia.it/, – https://www.arpa.puglia.it/, – https://www.sanita.puglia.it/web/asl-lecce/registro-tumori, – https://www.regione.puglia.it/web/ambiente, – www.svimez.it, – https://www.salutepubblica.net/, – https://www.isdenews.it/, – nocssnellecementerie.org , – www.liberiepensanti.it , – comitatonoburgesi.org , – https://www.peacelink.it/ – facebook.com/CoordinamentoCivicoAmbienteeSalute.prov.diLecce, – facebook.com/notap.melendugno/, – facebook.com/custodidelboscodarneo, – facebook.com/NOTAPBrindisi/ – facebook.com/noalcarbonebrindisi/, – facebook.com/SvincolamiLa275
Aggiornamento ultima udienza: sentenza di primo grado 27 maggio per i compagni di Antudo
4 anni e sei mesi, 3 anni e 2 mesi e 2 anni: queste le condanne richieste dal PM per i nostri compagni. I capi di imputazione iniziali, con le finalità di terrorismo scompaiono lasciando già presagire il crollo di un castello accusatorio insensato e politicamente costruito per screditare la lotta e il movimento contro la guerra e contro l’industria bellica. Dopo la requisitoria del PM, le arringhe dei legali della difesa smontano e dissolvono uno a uno le argomentazioni dell’accusa: indizi fumosi scollegati tra loro e senza riscontro di dati oggettivi spacciati per prove, reperti che scompaiono e altri oggetti che compaiono nei verbali senza essere mai stati repertati. Ci hanno provato e ci proveranno ancora a criminalizzare chi si batte quotidianamente contro le politiche imperialiste e guerrafondaie del governo italiano. Restiamo partigiani, sempre dalla parte giusta della storia e a testa alta! da antudo.info
Non a caso Thelma Tank – Alice libera subito
È arrivata la sentenza definitiva per Alice: 12 mesi di arresti domiciliari senza possibilità di messa in prova per i fatti dell’8 dicembre 2017. Quella notte, Alice e altri due compagni sono stati arrestati in un’imboscata della Digos a ridosso delle reti del cantiere della Clarea. Si stava svolgendo un’iniziativa di lotta No Tav, contro il cantiere della devastazione, partecipato da centinaia di attivisti del movimento. Ancora una volta la Questura di Torino tenta di colpire il movimento No Tav e chiunque si mobilita a difesa del proprio territorio e della propria terra. Questo ennesimo atto di repressione è l’ulteriore conferma dell’accanimento nei confronti di un movimento sociale e popolare che da più di trent’anni lotta e resiste, non solo contro un progetto dannoso, inutile, imposto, ma anche a sostegno di tutti coloro che vogliono un mondo diverso.  Questa condanna vuole intimorire, reprimere e zittire la nostra voce, ma tutta la Valle, tutta Torino (e non solo), sa quanto sia difficile, anzi impossibile, far abbassare la testa alla nostra compagna e soprattutto amica Alice, non a caso sul ring Thelma Tank.  Alla controparte, ai poliziotti e ai magistrati, ai PM e alla Questura diciamo solo questo: dove voi reprimete, noi rilanciamo, dove voi colpite, noi rispondiamo, dove voi arrestate, noi resistiamo.  Fermarci è impossibile! Alice libera subito da Notav.info
Autonomia energetica, sicurezza energetica: tutte favole
In questi giorni Meloni è volata in Algeria per definire nuovi accordi nuovi con Tebboune per aumentare l’importazione di gas dopo lo stop di gnl dal Qatar. Migliaia di marines arrivano boots on the ground nel Golfo mentre Trump si inventa fantomatiche trattative, anche le dichiarazioni manipolano il mercato energetico. Il petrolio è sopra la soglia critica dei 100 dollari al barile ma rimane in uno stato di congelamento nonostante non vi sia un corrispettivo reale.  L’aumento dei prezzi dell’energia non è solo una questione di ora ma avrà un effetto a lunga durata che potrà trasformarsi in recessione, come dicono alcuni (qui un’intervista a Alessandro Volpi sul tema). Il problema è il meccanismo speculativo e la finanziarizzazione del mercato energetico. Come viene sottolineato da Roberto Ciccarelli in un articolo dal titolo Gas, prezzi e inflazione. Ora solo il meteo può aiutare Meloni, anche a guerra finita la borsa potrebbe aumentare i tassi di interesse: aumento dei tassi, aumento del debito, il tutto alimentando una bolla in cui la materia prima è inesistente. Un meccanismo simile al 2008 con la crisi dei subprime. Il petrolio non si crea però artificialmente come l’immissione di liquidità, il che causa in primis inflazione ma, potenzialmente, potrebbe rivelarsi come una crisi ben più profonda, addirittura Confindustria si preoccupa per una crisi energetica “mai vista”: i pronostici dicono che se la guerra durerà fino al quarto trimestre il rischio recessione è reale, anche dal punto di vista dei padroni.  La recessione però è rischiosa anche per la speculazione: al momento vediamo un meccanismo simile a quello del periodo del 2022 quando l’Europa ha dovuto rinunciare al gas russo per iniziare a rifornirsi da quello americano, più costoso ed evidentemente merce di ricatto. Ma questo gioco per quanto funzionerà? Gli Usa intanto forzano la mano, imponendo all’UE di firmare gli accordi congelati a luglio scorso in merito all’approvvigionamento di gnl. O così oppure ulteriori dazi all’Europa.  Al governo italiano i soldi per lo sconto di 25 cent mancano già adesso, chissà come arriverà fino al 7 aprile data in cui scade il decreto sulle accise.  Ci sono però anche possibilità interessanti in un quadro buio come questo. Questa crisi potrà influenzare anche il mercato degli investimenti nei data center per l’intelligenza artificiale: forse riusciremo a liberarci di queste macchine? I margini delle big tech si comprimono e gli investimenti rallentano: tutto buono. Alcuni dati ci dicono che negli ultimi 30 giorni Meta ha perso il 10%, Nvidia il 7 e anche Amazon, pur essendo riuscito a contenere i danni, sta soffrendo. Questo accade perché l’infrastruttura digitale e tecnologica necessita di quantità enormi di energia e, nella sbornia generale di abbondanza energetica tanto paventata, una battuta d’arresto come quella che si profila all’orizzonte potrebbe avere effetti anche su questi ambiti in quanto a fronte dell’aumento considerevole dei costi si riduce il margine di guadagno. Il tutto viene aggravato dall’interruzione dei flussi per quanto riguarda componentistica, semiconduttori, elettronica. Ci sono orecchie per intendere e non si può perdere tempo: l’energia non è una merce ma un bene che deve essere collettivo, un terreno di contesa che va aggredito a partire da chi si trova a pagare questa crisi. Costruire un discorso chiaro rivolto a chi non intende rimanere dipendente dalla inconsistenza di Meloni e a chi rifiuta il vassallaggio con gli Usa. La sovranità energetica va conquistata, a partire dall’opporsi ai progetti imposti sui territori – che siano essi fossili o rinnovabili perché il punto è la speculazione e il profitto. Smascherare la narrazione sulla transizione energetica e sulla necessità del nucleare. Riprendersi i mezzi della produzione significa bloccare e interrompere i flussi. Solidificare le reti esistenti sui territori ma anche tentare di intercettare chi paga ma non vuole pagare, unire la condizione materiale con l’esigenza umana dell’opposizione alla guerra. 
Torino-Lione, Delmastro: No Tav come la Mafia.
Giornata di stravolgimenti in Piemonte per la gang Sì Tav. Da Notav.info A Roma è stato costretto alle dimissioni il biellese Andrea Delmastro Delle Vedove, lo stesso che appena un anno fa, in gita fuori porta a Chiomonte, dichiarava che “i No Tav sono come la mafia” e che ha scritto norme del decreto Sicurezza su misura per colpire il movimento. Peccato che Delmastro sia anche una buona forchetta e abbia “inavvertitamente” partecipato a una società proprietaria di un ristorante con quote derivanti dal riciclaggio di una cosca mafiosa. Evidentemente, di mafia parlava con cognizione di causa. Il distratto sottosegretario, a sua detta, avrebbe poi involontariamente spostato le sue quote su società non riconducibili a lui, casualmente proprio mentre il padre della sua socia veniva condannato. Dopo lo scandalo è stato infine costretto a dimettersi. Chi invece non si è dimessa del tutto è la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, che appena un paio di settimane fa veniva ripresa sorridente, con l’elmetto in testa, davanti alla nuova fresa — che ancora nessuno ha visto. Era molto felice: evidentemente gli incassi del ristorante andavano bene. Già, perché anche lei era socia di Delmastro nell’affare. Al suo posto arriverà il simpatico camerata Marrone. Attendiamo nuovi libri. A questo punto è quasi inutile continuare a sottolineare l’incredibile frequenza con cui emergono connessioni tra chi sostiene l’entità Tav e chi viene poi scoperto con le mani in pasta. La riflessione che vogliamo fare, anche alla luce della sconfitta referendaria, riguarda la giustizia: carriere separate non sappiamo, ma strade separate sicuramente. E soprattutto a velocità diverse. Mentre i soggetti citati non sono neppure stati indagati e con ogni probabilità non pagheranno mai davvero, qualsiasi gesto di resistenza contro un’opera imposta e inutile viene represso e punito con rapidità esemplare. Da 35 anni i processi contro il movimento sono all’ordine del giorno. La domanda allora è semplice: a chi conviene? La risposta la conosciamo, ma non si può scrivere. Ai prossimi politicanti di passaggio: continuate pure a parlare e ad accusare, ma fate attenzione, perché poi tutto torna indietro. Voi passate. Vi bruciate, vi riciclate, sparite. Il movimento No Tav dovrete per sempre metterlo in conto.
Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra
Di Sergio Fontegher Bologna da Officina Primo Maggio Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa, anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”, non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale. Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa, vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha vinto il ”Sì”. Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti? Ho capito dopo che le cose erano più complicate, la gente si rendeva conto che la partita era più grossa e le forze da mettere in campo dovevano passare per processi più complessi e inevitabilmente più lenti. In quest’ottica i “No” sono il segno di una presa di coscienza. Altro che separazione delle carriere! Si vota “No” perché si guarda al Medio Oriente, non alle sfuriate di Nordio! Qui è in gioco il destino del Paese! Allora, se questo è vero, bisogna andare a fondo per capire chi e dove ha votato “Sì’”. I commenti che ho letto non mi convincono, ripetono i toni e gli argomenti della campagna elettorale. Allora, come spesso mi capita, cambio ragionamento e punto di vista. E comincio col dire: guardate dove ha vinto il ”Sì”: quelle sono le aree dove è concentrato il core del capitalismo italiano. Non quello di sempre, degli Agnelli e dei Pesenti, quello che ha trovato un degno rampollo in John Elkann. No, quello dei fondi, quello dei Catella, quello della Milano-Cortina, quello dei grandi player dell’immobiliare logistico, quello che licenzia con un messaggio su WhatsApp. Quello che sopravvive solo se può praticare sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da Confcommercio o dagli innumerevoli “corpi intermedi”, ridotti più a spettri che a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente nel mondo. Ma è quello che ha portato l’Italia ad avere i salari più bassi, che costringe i laureati ad andarsene, che alle donne che vogliono far figli non apre le porte dell’azienda, il capitalismo dei tempi determinati, degli stage, dei contratti a chiamata, del lavoro gratuito, dei rinnovi contrattuali rimandati per anni, quel capitalismo che ha fatto scuola nell’amministrazione pubblica, nella scuola, negli ospedali, che privatizza ma coi soldi dello Stato. La sua natura, dobbiamo ammetterlo, viene allo scoperto con le inchieste di certa magistratura e dunque vota forsennatamente “Sì”. Mi viene in mente il Mario Tronti dei “Quaderni Rossi”: “Il primo passo rimane sempre il recupero di una irriducibile parzialità operaia contro l’intero sistema sociale del capitale. Niente verrà fatto senza odio di classe: né elaborazione della teoria, né organizzazione pratica” (QR, n. 3. p. 72). Oggi scandalizzano queste parole. Ma quell’odio di classe è quello iniziato, con ruoli rovesciati, già dai tempi di Reagan e di Thatcher, e poi proseguito con un’accelerazione impressionante dopo Lehmann Brothers e infuria oggi con la bolla dell’IA, con lo sviluppo dei Big Data, dei bitcoin. L’odio di classe è quello che questo capitalismo ha praticato sistematicamente contro tutta la forza lavoro, dal rider all’informatico di alto livello. Non esiste un’organizzazione politica e sindacale che ci dia la forza almeno di resistere. Quelle che si definiscono “opposizioni” non mi sembrano all’altezza. Ma di gente che opera attivamente per ridare dignità al lavoro ce n’è più di prima. Non lo fa perché tiene al potere della magistratura, ma per necessità vitale.
Futuro senza futuro: nuovo PRG e verde urbano nella Torino della “riqualificazione”
«Torino ha l’ambizione di superare la contrapposizione asfittica tra innovazione competitiva e coesione sociale. E la tutela ambientale sarà la piattaforma orizzontale. Non cerchiamo modelli, saremo il modello» Così il sindaco Lo Russo ha salutato l’approvazione del progetto preliminare del nuovo Piano Regolatore Generale (PRG) di Torino, passato al vaglio del Consiglio Comunale lunedì 16 marzo.   Si tratta per la città del primo PRG nel nuovo millennio: quello attuale, in vigore dal 1995, nasceva nel grande vuoto lasciato dal crollo del modello industriale, chiamato a gestire vaste aree di ex siti produttivi. L’importanza di questo passaggio, dopo oltre trent’anni, a una nuova versione di quello che non è solo “un dispositivo tecnico, ma anche un atto politico nel senso più alto del termine” viene efficacemente riassunta dalle parole dall’assessore all’Urbanistica Paolo Mazzoleni in Sala Rossa: “Oggi non stiamo semplicemente portando in approvazione un documento urbanistico. Stiamo proponendo al Consiglio e alla città un’idea per il suo futuro”. Il PRG è infatti, insieme al bilancio, uno dei pochi strumenti a disposizione del Comune per il governo del divenire della città: pianificazione dei servizi dalla sanità alla mobilità, destinazione d’uso degli spazi urbani, politiche abitative, modulazione e indirizzo delle attività, da culturali a formative a industriali, gestione del verde pubblico – insomma, l’orizzonte della Torino di domani dovrebbe essere già definito in quelle carte. Peccato, certo, che quelle stesse carte siano rimaste fino all’ultimo termine possibile (la votazione sul progetto preliminare del Consiglio Comunale) inaccessibili a chi si trova al di fuori del circuito amministrativo, impedendo dunque una critica puntuale dal basso del progetto di PRG, visto che a parole l’Amministrazione ha detto tutto e il contrario di tutto sull’impianto del futuro piano: maggiore flessibilità per adattarsi più rapidamente alle esigenze di mercato insieme a forte regia pubblica; centralità tanto dei servizi di prossimità quanto dell’attrattività per gli investimenti privati; attenzione al commercio di prossimità e apertura a capitali internazionali; contrasto al consumo di suolo e crescita. Se la conciliazione di interesse privato e pubblico dovrebbe passare attraverso una deregolamentazione urbanistica che elimina l’ostacolo della zonizzazione per destinazioni d’uso unita a un modello di perequazione, che prevede una compensazione in base al guadagno previsto sugli investimenti attraverso progetti di utilità collettiva (che potranno spaziare dall’edilizia sociale alla manutenzione delle strade ordinarie, rendendo così servizi essenziali un prodotto indiretto della speculazione), l’armonizzazione tra paradigma della crescita infinita con ambizioni green sembra volersi porre, a Torino come altrove, sotto il segno di riqualificazione e rigenerazione urbana. Due categorie concettuali contigue a cui si ricorre sempre più intensamente: sintomatico della loro centralità a livello nazionale la messa in cantiere di un DDL proprio sulla rigenerazione, che mira a promuovere in una cornice comune il fenomeno attraverso premi volumetrici, incentivi fiscali e l’istituzione di un Fondo nazionalead hoc da 3,4 miliardi di euro. Anche se leggermente diverse nella definizione (la riqualificazione ha una dimensione strettamente legata a interventi fisici, mentre la rigenerazione investe più dimensioni, compreso il tessuto sociale), nel discorso pubblico sono spesso usate in modo intercambiabile per intendere operazioni anche molto diverse per qualità e scala, ma accomunate dal recupero di zone già edificate o comunque compromesse (es. territori da bonificare) in disuso, spesso raccontate in termini di “degrado” e “marginalità”, spazi raccontati come “in cerca di futuro” e da “restituite alla città”. Non costruire ma trasformare: questa la strategia per contrastare il consumo di suolo e continuare a fatturare. Un discorso che a prima vista sembra filare. Torino è costellata di strutture di proprietà pubblica lasciate a far la muffa, spazi di cui meriterebbe riappropriarsi.  Andando però a osservare più da vicino processi messi in moto durante l’amministrazione Lo Russo licenziati come “rigenerazione” e “riqualificazione”, il quadro che emerge è nettamente diverso. Trapasso (parziale o totale, definitivo o temporaneo) del bene pubblico al privato, massicci investimenti per progetti di dubbia utilità calati dall’alto, interventi spot e di facciata, sgomberi, militarizzazione degli spazi collettivi e lotta senza quartiere all’iniziativa dal basso, il meccanismo della messa a rendita delle macerie deve ancora riuscire a dare saggi significativi della sua capacità di essere una forza trasformativa positiva per il territorio. E in una fase di conclamata (e drammatica) crisi climatica, particolarmente problematici sono i casi in cui questi progetti di restyling interessano le aree verdi, come su Torino sta succedendo al Meisino e si pianifica di far avvenire presto al Parco della Pellerina. Il primo fra i cardini della favola riqualificatoria a cadere a uno scrutinio anche minimo è l’azzeramento del consumo di suolo: infatti a essere spacciate come edificate o compromesse sono aree di suolo in larga parte libero e permeabile. Pensiamo al Meisino, dove la presenza di una cascina diroccata e un ex galoppatoio militare ha fornito l’appiglio per disseminare strutture sportive e interventi impattanti a macchia di leopardo su tutta la riserva naturale. Al discorso quantitativo andrebbe poi accompagnato quello qualitativo, che invece sembra venire omesso del tutto. Infatti, anche quando la superficie verde viene nominalmente mantenuta, è alto il rischio che attraverso il cambiamento di vocazione per l’area (chiave di volta dei progetti di “riqualificazione”) si cambi anche la tipologia di verde (passando ad es. da verde ecologico a verde attrezzato, per fare riferimento di nuovo al caso Meisino). Il mutamento non è un’indolore questione terminologica, ma comporta spesso accanto al degradamento del suolo anche perdite nette per il patrimonio arboreo e la biodiversità, con conseguente danno per la salute del territorio. Va ricordato che degrado e consumo di suolo rimangono la prima causa di frane e fenomeni alluvionali, e Torino sotto la Giunta Lo Russo si è posta saldamente in testa (dati ISPRA) alla classifica delle città italiane con più di 100.000 abitanti per percentuale di suolo consumato (nel 2023, oltre il 65%). Dunque, se anche smettessimo concretamente di cementificare domani costruendo solo dove già si edifica sarebbe comunque insufficiente: la necessità non prorogabile è quella di aumentare il suolo libero, non semplicemente di mantenere quello esistente.. Altrettanto omesso dall’Amministrazione è l’aspetto dell’impatto della fase di cantiere (per quella del futuro ospedale Torino Nord alla Pellerina, si prevedono ottimisticamente quattro anni), che diventa miracolosamente a impatto zero. Le considerazioni di carattere più tradizionalmente ecologico vanno ovviamente associate agli aspetti sociali del processo: svendita più o meno diretta degli spazi verdi, espulsione più o meno permanente delle comunità che attraversavano lo spazio (già anche solo durante i tempi sempre in espansione dei lavori: pensiamo al Parco della Tesoriera, occupato dall’autunno del 2024 da un cantiere PNRR fantasma) e unilateralità delle decisioni sono tutti aspetti che mettono in crisi la narrativa istituzionale. A tematizzare il nodo tra difesa del verde e riappropriazione degli spazi urbani sono i moltissimi comitati nati attorno a parchi, pratoni, alberi e alberate. A Torino parecchi comitati spontanei hanno costituito la rete Resistenza Verde che il 20 aprile festeggerà tre anni di esistenza vigile e combattiva.  Vedere più nello specifico il caso delle lotte in corso a Torino può forse essere utile per cominciare a fare chiarezza, oltre le nebbie istituzionali, su cosa si profila per la città nel nuovo Piano Regolatore. Il caso del verde pubblico di Torino La sera di venerdì 6 marzo si è tenuto al CSOA Gabrio un incontro che ha accolto voci dai diversi comitati impegnati nella difesa del verde urbano di Torino, mettendole in rapporto con l’orizzonte tracciato dal PRG. A organizzare l’incontro l’assemblea Un Altro Piano per Torino, nata nel 2023 con l’intento di studiare, criticare e contestare il processo verso il nuovo Piano Regolatore, e contestualmente elaborare una proposta alternativa dal basso. Obiettivo dell’incontro era mettere in relazione le due dimensioni, sostanziando le analisi dell’assemblea con l’esperienza dei comitati e rileggendo il percorso di questi alla luce della critica al nuovo PRG, realizzando un utile momento di aggiornamento, apertura e confronto in un momento critico per Torino. Le diverse lotte in difesa degli spazi verdi, ciascuna con le proprie specificità, appaiono legate su almeno su due fronti: la proposta attiva di un contro-modello di verde non mercificato o mercificabile, e l’opposizione alla riqualificazione, che come abbiamo visto è termine-spia di un  processo di riorganizzazione dall’alto degli spazi in funzione del maggior profitto nel minor tempo possibile. Il caso del Parco del Meisino, ferita aperta del territorio a cui abbiamo già fatto riferimento, mostra plasticamente come è ripensato il verde urbano all’interno del nuovo paradigma: il “Centro per l’educazione sportiva e ambientale”, progetto imposto dalla Giunta Lo Russo facendo leva su un presunto “degrado” dell’area, spaccia come “riqualificazione” la devastazione di quella che è l’unica riserva naturale urbana di Torino al fine di insediarvi un centro sportivo polivalente per attività di nicchia (come pump track, disc golf e addirittura biathlon con carabine laser). I 245 ettari della riserva, oltre al loro valore per chi li vive da anni, hanno un’importanza riconosciuta anche dalle istituzioni a livello regionale (come parte delle aree protette del Po piemontese), comunitario (ospitando una Zona di Protezione Speciale inserita nella rete Natura2000) e mondiale (come parte del sito MAB Unesco “Collina Po”). Il progetto, finanziato con 11,5 mln di fondi PNRR, è un’accozzaglia bizzarra di costosi e inutili interventi, incomprensibile se messo in relazione a necessità o volontà espresse dal territorio, immediatamente leggibile se inteso come strumento di intercettazione e dirottamento di fondi.L’afferenza al PNRR ha altresì permesso al progetto di godere di un iter ultrasemplificato in virtù delle scadenze stringenti del Piano, risultando così in una chiusura totale e strutturale alla partecipazione e intervento dei cittadini. L’area essendo posta alla confluenza tra Dora e Stura sul Po oltre all’alto valore ecologico è anche ad altissimo rischio idraulico, e soggetta a piene regolari (2000 e 2016 le più recenti). Il futuro “Centro per l’educazione sportiva e ambientale” avrà dunque o vita breve e/o costi di manutenzione improponibili, diventando un pozzo nero di fondi pubblici. Il Comitato a tutela del Parco, Salviamo il Meisino, si è venuto a formare spontaneamente all’annuncio del progetto nel 2022. Nonostante i diversi tentativi di bloccare il progetto, i cantieri si sono aperti ufficialmente a settembre del 2024, tra blocchi dei mezzi e contestazioni popolari gestite attraverso il ricorso massiccio e continuato alle forze dell’ordine. I lavori si trascinano avanti ormai da oltre un anno e mezzo, in uno scenario di irregolarità, inadempienze ai famosi “tempi stretti” del PNRR e opposizione mai cessata dei cittadini.All’attività di contrasto e monitoraggio dal basso dei cantieri sono stati affiancati anche tentativi sul piano legale, approdati in un ricorso al Tribunale ordinario che non è però stato dichiarato procedibile per un classico rimpallo di competenza tra Tribunale ordinario e TAR. Qualcosa si è comunque riuscito a strappare alla devastazione, soprattutto grazie alla pressione esercitata “sul campo”: è stata ottenuta la rimozione di alcuni interventi particolarmente impattanti che dovevano avere luogo nelle aree più sensibili e la messa in salvo dagli abbattimenti di un boschetto. Il danno, ovviamente, rimane comunque sopra la soglia critica, così come lo spreco di denaro pubblico. Se proprio c’era voglia di riqualificare, i fondi si sarebbero potuti almeno destinare dove utile e richiesto (per rimanere in tema di sport, le ex Piscine Sempione a Barriera di Milano ormai in corso di svendita sarebbero state un buon candidato). La futura fase di esercizio rimane un’incognita: il PNRR finanzia la costruzione, non la gestione (né la manutenzione).. Nel caso probabile in cui a farsi carico degli impianti siano soggetti privati o società sportive, non lo faranno certo gratuitamente. Allo spreco di risorse pubbliche e al danno ambientale si aggiungerebbe così anche una possibile privatizzazione parziale del Parco che, prima che la Giunta decidesse di “restituire” il parco alla città, era accessibile a tutti in ogni sua parte. Quello che il caso Meisino anticipa non è insomma un verde vivo e sociale, ma un finto green ridotto a terreno di gioco per operazioni speculative. Anche il progetto di un nuovo ospedale nell’area verde del Parco della Pellerina sta incontrando opposizione dal basso. Le due realtà che si muovono in questo senso sono il gruppo di lavoro Assemblea Pellerina/No ospedale nel Parco che unisce cittadini, comitati e associazioni e il Comitato Salviamo la Pellerina. Obiettivo comune è portare Comune, Regione, Asl e Inail (l’ente finanziatore) a cassare il progetto e ripensare la ricollocazione degli ospedali Maria Vittoria e Amedeo di Savoia. La decisione del sito del nuovo ospedale Torino Nord è ricaduta sulla Pellerina, tra una serie di sette proposte e quindi in ampia presenza di possibilità alternative, per una decisione unilaterale degli attori istituzionali. Le criticità del progetto, illustrate dalla corposa documentazione predisposta dal gruppo di lavoro, sono enormi. Prima fra tutti, proprio il consumo di suolo su cui il nuovo PRG vorrebbe tirare il freno a mano: l’area su cui si intende costruire (la punta estrema nord-ovest del Parco), impropriamente definita sterrato, è una zona verde di proprietà comunale. Il progetto prevede un’occupazione di più di 60.000 m2 di suolo permeabile e senza necessità di bonifiche. Anche qui come per il progetto del Meisino le istituzioni spingono su una narrazione dello  spazio come marginale, degradato e abbandonato al fine di giustificarne la cementificazione.  E i punti di contatto con il caso Meisino continuano: l’alto rischio idraulico dell’area (tra le più vulnerabili della città per rischio idrogeologico) e la falda superficiale presente (confermata anche da recenti carotaggi, realizzati a ridosso dell’inizio della Conferenza dei Servizi) dove si vorrebbe edificare porrebbero limiti importanti al progetto dalla fase di cantiere fino a quella di esercizio: la necessità di costruire la struttura rialzata su piloni di 6 m sopra il livello dell’esondazione della Dora del 2000, come riportato dal Progetto di Fattibilità, impedirebbe infatti la costruzione di parcheggi interrati e la presenza di servizi di medicina nucleare, vista l’impossibilità di porre gli impianti in un piano interrato per minimizzare la diffusione di radiazioni.La messa al bando della partecipazione popolare è un altro aspetto chiave: anche qui la decisione è stata calata dall’alto senza un dibattito pubblico preventivo e senza il coinvolgimento dei cittadini, che evidentemente l’Amministrazione ormai intende come meri lettori di comunicati diffusi mezzo stampa. Alle sessanta pagine di documentazione presentata contro il progetto dai comitati in difesa della Pellerina durante la Conferenza dei Servizi (conclusasi alla fine dello scorso novembre l’approvazione del progetto di fattibilità tecnico-economica) non è stata alcuna reale considerazione. L’attività di opposizione, nonostante la chiusura istituzionale, continua: il 13 marzo è stato depositato un ricorso straordinario al Consiglio di Stato con cui si impugna proprio il provvedimento conclusivo della Conferenza di Servizi, segnando un’altra tappa importante nel percorso della lotta per la il Parco. Un’alternativa concreta a questo tipo di “riqualificazione urbana” imposta dall’alto arriva invece dall’esperienza del cosiddetto Pratone Parella in via Madonna delle Salette. Residuo agricolo, poco più di un ettaro, versava in una condizione di effettivo “degrado” (accumulo di materiale di risulta e rifiuti) per effetto di un cantiere che vi era stato posto durante la costruzione di un vicino supermercato. Ciò nonostante, l’area era intesa dal quartiere come spazio verde, senza ambiguità. Nel 2019 alcuni residenti, oggi comitato Salviamo i Prati, hanno dato il via a iniziative dal basso per recuperare e poi mantenere il prato, cercando di coinvolgere il quartiere attraverso momenti di socialità, piccole manifestazioni e iniziative a carattere culturale (come presentazioni di libri). Sul pratone continuava però a pendere la spada di Damocle di una possibile edificazione futura, in quanto ancora classificato come vuoto urbano. Per metterlo al sicuro, il comitato ha presentato una delibera di iniziativa popolare, risultata a valle dell’iter nella dichiarazione di inedificabilità del pratone. Chiusa la fase di contrapposizione, si è posto dunque il problema a cui tante lotte territoriali non arrivano: la gestione del dopo. La soluzione individuata come più praticabile dal comitato è stata quella del Patto di collaborazione con la città di Torino. Il progetto dei cittadini si è dato come cardine l’incremento della biodiversità, con un’attenzione rivolta al miglioramento della qualità del suolo; sono stati piantati alberi, realizzata una zona per impollinatori, preservato un piccolo boschetto spontaneo. Quando possibile, il comitato partecipa a progetti del DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari) dell’Università. Continuano anche le iniziative culturali e gli interventi di manutenzione. Nonostante le tante luci della vicenda del pratone, qualche ombra e incertezza rimane sull’obiettivo più a lungo termine del comitato: allargare al quartiere la cura dello spazio, con un coinvolgimento più diretto di chi frequenta il pratone – un aspetto, questo, che si sta trovando difficile. Il percorso verso una presa di responsabilità veramente collettiva nell’autogestione degli spazi rimane, qui come altrove, complesso. Per il Parco Artiglieri da Montagna lo stato di cose e le intenzioni dell’Amministrazione sono invece meno trasparenti, anche alla luce del nuovo PRG. Il progetto di sacrificare il Parco per la costruzione di un supermercato nasce sotto Giunta Fassino, che ha ceduto l’area a Esselunga per 99 anni. Il progetto ha però incontrato soprattutto dal 2022 in poi una vivace e trasversale opposizione, svelando l’incapacità delle istituzioni di cogliere il valore reale del Parco per quartiere e città – non solo in quanto area verde ma anche in quanto spazio di libera aggregazione. Nonostante la chiara volontà dimostrata dal basso di salvare il Parco, nessuna amministrazione ha mai voluto trattare con Esselunga per fare marcia indietro. Il comitato EsseNon, che porta avanti l’opposizione a questo fenomeno speculativo, èanche e da tempo l’unico soggetto a prendersi cura dell’area verde – lasciata dal Comune in quell’incuria che accompagna e anticipa i progetti di svendita. Dalle carte per il nuovo PRG ciò che emerge è che il Parco viene cartograficamente descritto come area verde, ma soggetta a cambiamento. Un colpo al cerchio e uno alla botte: riconoscimento del suo status attuale ma senza garanzie per il futuro. Nonostante dunque anni di opposizione e a oltre dieci anni dalla cessione a Essenlunga, non pare sarà il nuovo PRG a liberare il Parco Artiglieri dal limbo della speculazione. Parimenti aperta e irrisolta rimane anche la questione dei grandi eventi nelle aree verdi. La prassi ormai consolidata di utilizzare parchi cittadini come contenitori per manifestazioni di massa a scopo di lucro che se anche transitorie hanno comunque una certa tendenza a cronicizzarsi mostra bene la profondità della “tutela ambientale come piattaforma orizzontale” come intesa dall’Amministrazione. Caso limite è Parco Dora, che gode di uno stato di occupazione eternamente rinnovato: lo spazio non fa in tempo a riprendersi dal Kappa Future Festival che già è tempo di allestire per il Salone del Gusto.Su Piazza d’Armi (già smangiucchiata durante le Olimpiadi del 2006) preoccupa il delirante progetto di rendervi permanenti le megastrutture del Fan Village delle ATP Finals, come denunciato da diverse realtà tra cui il comitato No Grandi Eventi.Mentre l’opposizione alla presenza del ToDays Festival al Parco della Confluenza (adiacente a una riserva naturale) è riuscita a ottenere che i concerti non si ripetato più nella zona solo a valle del festival stesso.Le presunte ricadute positive economiche e d’immagine per città e quartieri sono ciò su cui l’Amministrazione fa leva per minimizzarne l’impatto: affermazioni non supportate dai numeri e ancor meno dall’esperienza di chi si vede sottrarre e compromettere spazi verdi a proprie spese. La questione della destinazione di suolo pubblico per eventi di interesse privato rimane infatti un punto centrale nelle rivendicazioni dei cittadini. E se dopo settimane di cantiere, di allestimento, di montaggio e di evento in sè, gli spazi rimangono ancora chiusi per il ripristino ambientale, questo non avviene secondo tempistiche regolamentate dai cicli biologici,  ma dalle necessità dell’eventuale grande evento successivo. Lavori al parco del Meisino Che scienza e tecnica vengano chiamate in causa molto selettivamente non è una novità. La tecnica, già di per sé non neutra, lo è ancora meno nelle mani di chi ha pieno interesse nel tenere al di fuori dei processi decisionali sugli spazi urbani le stesse comunità che li animano. Il caso dell’alberata di Corso Belgio rimane esemplare: il progetto parte, come per il Meisino, dalla volontà di intercettare dei fondi (qui non PNRR, ma REACT EU), avvalendosi di un “esperimento” di sostituzione delle alberate su proposta proprio di un tecnico comunale. La tecnica di “rinnovo” di intere alberate nonostante la presenza di singoli esemplari sani (anche molti: 73 sui 77 abbattuti in corso Umbria) è considerata ormai largamente anacronistica e antiscientifica, ma ancora prevista dal nostro Regolamento del Verde Pubblico e Privato (art. 45 sul quale è in corso una battaglia portata avanti da cittadini e comitati per la sua modifica su cui torneremo dopo) e sicuramente pratica nello snellire i tempi di quei processi di restyling cari all’Amministrazione. Dall’opposizione spontanea dei residenti al progetto è nato un comitato Salviamo gli alberi di Corso Belgio che è stato capace di organizzarsi contro l’assalto: un presidio a salvaguardia degli alberi dai tagli durato tutta l’estate del 2023, senza interruzioni, durante la quale residenti e non di Corso Belgio hanno vissuto e dormito a turno sotto gli alberi per quattro mesi. Di fronte a questa vera e propria prova di forza popolare, la difesa del Comune è stata quella di provare a derubricare chi si opponeva agli abbattimenti come “cretini ideologizzati” senz’arte e troppo di parte. Qui come altrove attraverso l’accusa di volersi sostituire ai tecnici e mettere in dubbio le loro competenze non va letta la difesa di un approccio scientifico e razionale alla gestione del verde, ma il tentativo di spostare il discorso su un piano meno favorevole ai cittadini dimostratisi capaci di fare fronte comune alle imposizioni istituzionali. Il problema è l’indipendenza dei tecnici. Quelli comunali oggi sono destinatari di incentivi alle funzioni tecniche che li incoraggiano a produrre una marea di progetti. Quelli assoldati come periti di parte dalle istituzioni, quando convenute in Tribunale, non sono chiaramente indipendenti. E non lo sono, spesso, nemmeno quelli nominati come consulenti tecnici d’ufficio dai Giudici. Nel caso di Corso Belgio, il CTU prof. Beccaro, nell’ambito del ricorso presentato dal Comitato, ha dichiarato che l’alberata era in regressione, ossia “senescente”.  Il Giudice non ha potuto quindi dare totalmente ragione ai cittadini, pur riconoscendo il danno alla salute provocato dall’abbattimento. L’esito parzialmente favorevole ai cittadini è dipeso dagli accertamenti eseguiti dal prof. Beccaro tramite analisi satellitari sull’intervento “gemello” a quello di Corso Belgio già realizzato sulle alberate di corso Umbria, da cui risulta che questo ha “indotto un aumento dei valori di temperatura massima stagionale di +2°C”. L’ordinanza ha stabilito che se il Comune vuole realizzare il progetto, lo può fare soltanto per lotti, in 5 anni, cominciando dalle tratte più ammalorate. Questo, per mitigare il danno, non per azzerarlo. Poiché la regressione è stata provocata dai tecnici comunali stessi, che hanno evitato per 20 anni di sostituire gli alberi abbattuti, la battaglia del Comitato è continuata con due petizioni, al Sindaco e agli assessori e al Consiglio comunale – inascoltate –  che hanno chiesto la messa a dimora degli alberi mancanti. La lotta prosegue con la proposta di deliberazione di iniziativa popolare per modificare l’art. 45 del Regolamento del Verde (quello sul rinnovo delle alberate che permette interventi come Corso Belgio e Corso Umbria). La riscrittura dell’articolo è il risultato dello sforzo collettivo del Coordinamento per la tutela del Verde di Torino, che mette in rete comitati spontanei e associazioni. La proposta di modifica mira a inserire nel regolamento il principio “non si abbattono alberi sani”, articolandolo attraverso un monitoraggio periodico delle condizioni delle singole piante per valutarne le condizioni unitamente all’inammissibilità della sostituzione di un’intera alberata o di un tratto di essa se non in presenza di rischi comprovati per ogni singolo albero. Di ogni decisione di abbattimento dovrebbe inoltre venire data immediata comunicazione ai cittadini; dove ci fosse poi esigenza di sostituire più esemplari di un’alberata, vengono descritte una serie di strategie per minimizzare l’impatto. La proposta di delibera è stata presentata sulla scorta di oltre 2500 firme raccolte tra i cittadini di Torino dai comitati stessi. Difesa del verde, dunque, ma anche della (e attraverso la) iniziativa popolare. La proposta di delibera, com’era prevedibile, sta incontrando l’ostilità diretta tanto dei politici quanto dei tecnici, che rischierebbero (parole loro) di “vedere limitata la loro discrezionalità”: così ha affermato dalla dirigente della Divisione Verde Parchi e Tutela Animali dott.ssa Claudia Bertolotto nel suo irregolare parere di regolarità tecnica – un atto che dovrebbe limitarsi ad attestare se l’approvazione della delibera da parte del Consiglio comunale violi o meno la norma, e che è stato invece strumentalizzato per esprimere il personalissimo parere della dott.ssa sul contenuto. A difesa dell’operato dei tecnici, l’assessore Tresso ha affermato durante una Commissione che l’art. 45 stabilisce il rinnovo delle alberate come prassi straordinaria e, come tale, richiede una delibera di Giunta; questo nell’attuale art. 45 attuale non è previsto da nessuna parte. Non dal Regolamento discende il fatto che i progetti di corso Belgio e corso Umbria (e del Meisino) siano stati oggetto di delibere di Giunta, ma da quella sinergia tra tecnici e assessori che più che una garanzia di buone pratiche è garanzia di esclusione di partecipazione democratica. Le istituzioni sembrano interessate a tutelare non tanto il verde, la scienza o anche la prassi del rinnovo delle alberate nello specifico, quanto un meccanismo ben radicato nella gestione del conflitto negli spazi urbani: il politico manda avanti il tecnico nella sua presunta neutralità, e questo a sua volta può scaricare le responsabilità decisionali sul politico – chiudendo così quel cerchio al di fuori del quale ci vorrebbero lasciare. Nel caso in cui l’ostruzionismo amministrativo non bastasse a bloccare l’iniziativa dal basso, il conflitto coi cittadini potrà agilmente venire riclassificato come problema di ordine pubblico, depoliticizzando ulteriormente la questione e delegando alle forze dell’ordine la pacificazione sociale. Così avvenuto in Corso Belgio, come al Parco Artiglieri e al Meisino. La delibera sull’art. 45 rischia di diventare l’ennesima istanza popolare accantonata da questa Amministrazione, dietro la delibera sul risparmio idrico del Comitato Acqua Pubblica Torino, la delibera e il referendum per la Pellerina e la petizione del Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio. Menzione d’onore spetta poi al caso “Vuoti a rendere”, proposta di delibera promossa da associazioni per il diritto all’abitare che, pur non partendo da rivendicazioni particolarmente radicali, ha subito un tale massiccia opera di emendamento (a valle di una vera e propria campagna denigratoria) prima dell’approvazione da risultare completamente svuotata del contenuto politico. Un simile processo di svuotamento è quello che comitati e firmatari della delibera sull’art. 45 vorrebbero evitare ad ogni costo –  un processo di svuotamento politico non dissimile a quello subito da categorie come welfare, sostenibilità, partecipazione, inclusione, servizi, comunità, cura, accessibilità, e anche verde, ormai usati come veri e propri cavalli di Troia per veicolare il loro esatto contrario. La vera difesa del verde non può basarsi su un discorso meramente quantitativo di superficie o numero di alberi piantati (su cui è molto facile produrre “falsi in bilancio”), ma deve integrare una dimensione qualitativa, come avviene nelle rivendicazioni dei comitati attivi in città e nei propri quartieri a difesa di un verde sociale, ecologico e di prossimità. Dietro le destrezze terminologiche e nebbie mediatiche, quella che nei fatti si sta profilando è una città in cui gli spazi sono ridotti a merce con tanto di “obscolescenza programmata” e tenuti in costante regime di “riqualificazione” e riorganizzazione sulla base degli interessi di costruttori e privato forte. Una città in cui i processi decisionali sono blindati alla partecipazione dal basso e in cui la “regia pubblica” si riduce in un accentramento di potere decisionale nella Giunta. È un piano che se nella narrativa istituzionale promette tutto a tutti, in ambito di certezze concrete a noi ha niente da dare, senza molte idee oltre alla “grande occasione” di una riconversione bellica giocata tra aerospazio e data center – tra le otto aree di “grande trasformazione urbana” designate dal nuovo Piano Regolatore una intera, quella di corso Marche, è pensata come diretta emanazione della futura Cittadella dell’Aerospazio – e il consolidamento a norma della deregolamentazione urbanistica con la fine delle zonizzazioni per destinazioni d’uso. Dopo l’approvazione del progetto preliminare, si aprono i 60 giorni di tempo affinché i cittadini possano presentare le proprie osservazioni. Dopodiché, il testo passerà alla Regione (in cui i tempi di permanenza saranno accorciati grazie al Cresci Piemonte, una bella azione sinergica tra partiti in opposizione) e la votazione sul progetto definitivo del PRG dovrebbe tenersi tra circa un anno. Se difficile sarà incidere in maniera tangibile sul testo o bloccarne l’approvazione, aperta è comunque la strada della contestazione e del contrasto tanto ai progetti che ne hanno anticipato il paradigma, come quelli sul verde, quanto alle sue future applicazioni concrete.
I Sud si organizzano
Contro la guerra globale e ai nostri territori. Per la costruzione di un orizzonte di possibilità oltre estrattivismo e sfruttamento Cosenza – 11 e 12 aprile 2026 Non esiste un solo Sud. Esistono una pluralità di Sud, attraversati dalla medesima struttura di disuguaglianza, fatta di spopolamento, abbandono e speculazione. Questa assemblea nasce da una necessità impellente. Dalla consapevolezza che i Sud non rappresentano una periferia geografica da amministrare, ma una condizione storica, un campo di forze politico e teorico: un punto di osservazione dal quale è possibile mettere a nudo le macerie del modello capitalistico estrattivista. Rifiutiamo le lenti deformanti del cosiddetto “sottosviluppo” e di una presunta arretratezza endemica dei territori meridionali. Una retorica tipica dei processi coloniali, che serve soltanto a mascherare una realtà ben più brutale: il Sud (e le isole) non sono un vagone lento da agganciare alla locomotiva del Nord, ma un laboratorio in cui è stato collaudato un modello di sviluppo parassitario e mortifero, pensato altrove e per interessi totalmente estranei a chi queste terre le abita. Interrogarsi sui Sud oggi significa quindi ridiscutere il senso stesso dello sviluppo, il rapporto tra economia e vita, tra produzione e territori, tra istituzioni e comunità. Negli ultimi anni, è sempre più evidente la tendenza alla trasformazione delle regioni meridionali in spazi di pura disponibilità: alla speculazione, all’estrazione violenta di risorse naturali ed energetiche, alla riduzione a meta di turismo di massa e/o a corridoio logistico funzionale all’apparato militare-industriale. È un modello che procede sistematicamente in direzione contraria agli interessi di chi questi territori li vive. Anche la fragilità delle nostre terre, palesata dai più recenti eventi climatici estremi, non è un fatto esclusivamente naturale ma fa parte delle conseguenze di questo processo. Le esondazioni, le frane e i crolli che sbriciolano i nostri centri, le coste e le aree interne non sono mera fatalità; sono la concretizzazione di un’incuria programmata. Sono il prodotto della stessa logica che devasta i servizi fondamentali: una sanità pubblica smantellata, che produce migrazioni forzate per il diritto alla cura; infrastrutture obsolete, che lasciano interi territori senz’acqua; reti di collegamento e trasporto insicure, carenti o addirittura inesistenti, che rendono la quotidianità un vero e proprio esercizio di sopravvivenza. In questo quadro, le “grandi opere”, come il Ponte sullo Stretto, così come quegli interventi di facciata o puramente simbolici, non rappresentano risposte reali a problemi fin troppo concreti, ma gli esempi più lampanti di una dissonanza insopportabile. Sottraggono risorse alle urgenze reali per alimentare un’economia dell’eccezione e dell’emergenza permanente, garantendo profitti a pochi e altrove, mentre ai nostri territori viene sottratto il presente e il futuro. Si tratta di una vera e propria “guerra ai territori”, una modalità di dominio violento sui territori e sui popoli che li abitano, che diventa ancora più evidente nella fase attuale di riconversione bellica della società, dall’asservimento economico agli interessi della macchina bellica fino alla messa a valore dei territori nei flussi della logistica militare. Nonostante il Sud non sia un blocco omogeneo, nelle regioni meridionali, nelle aree interne e nelle isole si riproduce con regolarità impressionante la stessa scala di disuguaglianza, con intensità differenti ma con le stesse problematiche: povertà diffusa, precarietà, assenza di servizi fondamentali e prospettive di vita dignitose, devastazione ambientale, dissesto e saccheggio dei territori. Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove e continue ondate di emigrazione. Un fenomeno, questo sì endemico, che oggi paradossalmente non rappresenta più neanche la strada per un netto miglioramento delle condizioni economiche di partenza, ma una scelta praticamente ‘obbligata’ che impone di produrre ricchezza altrove per salari da fame, e di cui le stesse famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi economici e sociali. I Sud, allora, rischiano davvero di diventare soltanto dei luoghi di passaggio, delle vetrine turistiche per qualche mese l’anno, oppure semplicemente di sparire, schiacciati tra spopolamento e sfruttamento. Sicuramente non dei luoghi dove immaginare di poter rimanere a vivere, e sicuramente non in maniera dignitosa. Contro questa traiettoria, non serve un modello di sviluppo imitativo. Non bisogna rincorrere modelli industriali che hanno già prodotto devastazione ambientale e sociale. Non ci serve la retorica dell’assistenzialismo, né tanto meno l’idealizzazione di un’identità statica, l’idea di un Sud immobile e rassegnato. Serve rompere con le rappresentazioni stereotipate e le lenti coloniali per iniziare la costruzione di un’alternativa concreta e praticabile, da contrapporre a ritmi e modelli imposti da un sistema di morte e devastazione. Non esistono anticorpi ‘naturali’ al capitalismo: esistono il conflitto e l’organizzazione. Sud può e deve diventare uno spazio da cui produrre un’altra idea di abitare i luoghi: uno sguardo che parta dal Mediterraneo per rimettere in discussione dalle fondamenta la centralità del mercato e il dominio tecnico-militare come orizzonte inevitabile. Ma questo piano teorico ha senso solo se resta strettamente intrecciato alla soddisfazione dei bisogni più urgenti e immediati. Non potrà avere alcuna incisività senza la rivendicazione di una sanità territoriale efficiente, senza la pretesa di infrastrutture adeguate, senza la difesa dei territori da estrattivismo e devastazione, senza una lotta contro precarietà e sfruttamento lavorativo; perché è solo attraverso la risposta a questi bisogni fondamentali che la possibilità di rimanere smette di essere un’aspirazione e diventa una realtà politica concreta. Per discutere insieme di tutto questo, convochiamo un’assemblea meridionale a Cosenza, per sabato 11 e domenica 12 aprile. Questo appuntamento rappresenta la seconda tappa di un percorso collettivo avviato nei mesi scorsi a Messina, sui fili della lotta contro il Ponte sullo Stretto, dove abbiamo sancito la necessità di liberarci dalle retoriche coloniali sul Sud. Vogliamo dare continuità a quella posizione, allargando il fronte a tutte le realtà delle regioni meridionali che ogni giorno si organizzano nei territori. Vogliamo che sia uno spazio politico di confronto, proposta e riflessione, capace di tenere insieme l’analisi critica e la necessità di tracciare percorsi per forme di opposizione concreta. Il Sud non è un problema da amministrare. È una forza collettiva che si organizza.
Carmillafest 2026: Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie
Da Carmillaonline Redazione A volte ritorniamo, anche in presenza, fuori da questi schermi. Il 18 aprile prossimo, a Roma, si svolgerà Carmillafest 2026. La data non è casuale perché quattro anni fa, proprio in quel giorno, veniva a mancare il fondatore della nostra testata: lo scrittore e militante rivoluzionario Valerio Evangelisti. Questa seconda edizione di Carmillafest – la prima si tenne a Bologna insieme a Valerio nel 2019 – sarà quindi dedicata alla poetica politica del nostro amico e compagno. Da sempre chi lotta ha bisogno di miti, eroi, canzoni,  visioni di mondi migliori, avventure che possano essere d’ispirazione. Detto in una sola parola: un immaginario. Ma della stessa cosa ha bisogno anche chi domina, sfrutta e reprime. Valerio affermava che l’immaginario è un terreno di scontro: i ribelli devono liberarlo dalla colonizzazione reazionaria del Potere. Come alcuni nostri redattori scrivevano in una raccolta di saggi di alcuni anni fa (Immaginari alterati) «Occorre liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti. I rappresentanti del potere e dello sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano immaginano e governano sulla base di assunti ritenuti immutabili, coloro che vogliono il cambiamento devono immaginarne e proporne altri.» Pur nella sua estrema eterogeneità, se la nostra rivista, nei suoi 31 anni di vita prima cartacea e poi digitale, dovesse dichiarare il proprio fondamento teorico, questo appena enunciato ne costituisce una buona approssimazione. Il 18 aprile i redattori di Carmilla racconteranno la figura umana, artistica e politica di Valerio Evangelisti, la storia di una testata ispirata a una vampira lunare e desiderante come la rivoluzione; analizzeranno il personaggio di Nicolas Eymerich, l’eroe più famoso uscito dalla penna dello scrittore bolognese; dialogheranno sugli orridi venti di guerra, già preannunciati in molti romanzi di Evangelisti; presenteranno le loro ultime novità editoriali. Al termine non mancherà il convivio con cibo, bevande e dj set. Nelle prossime settimane pubblicheremo il luogo dell’appuntamento e il programma, ma intanto segnatevi la data.
28 marzo a Niscemi: liberiamo i territori dalla guerra
Il 28 marzo alle ore 15 torniamo a scendere in piazza a Niscemi (CL), la città del MUOS, per dire con forza no alla guerra e all’uso delle basi militari statunitensi in Italia. Partenza del corteo: via Carlo Marx angolo via Aldo Moro, Niscemi (CL) Nel cuore della sughereta di Niscemi sorgono la stazione NRTF e il MUOS, due infrastrutture militari strategiche operative tutto l’anno, destinate esclusivamente alle comunicazioni militari statunitensi. Da qui passano quotidianamente segnali che sostengono le guerre degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti fanno la guerra da casa nostra, utilizzando infrastrutture collocate sul nostro territorio ma sottratte alla sovranità dei cittadini. Quando un territorio ospita infrastrutture militari strategiche, diventa automaticamente un potenziale bersaglio nei conflitti. Le ricadute della guerra sono già presenti nella nostra vita quotidiana: aumento dei prezzi di energia e carburanti, incremento del costo della vita, taglio delle spese sociali e pubbliche a vantaggio di quelle militari, mentre tornano nel dibattito pubblico proposte come la reintroduzione della leva. In Sicilia e in Italia, recentemente, si sono tenute manifestazioni contro la guerra a Sigonella e Trapani, a cui abbiamo partecipato insieme ad altre realtà pacifiste e sociali. Il 28 marzo, oltre a Niscemi, si terranno mobilitazioni in altre città italiane, tra cui Roma e le piazze delle donne per la pace. La manifestazione che chiamiamo vuole collocarsi in questo solco comune di opposizione alla guerra in cui ci stanno portando, perché riteniamo importante scendere in piazza anche in un luogo come Niscemi, città ferita due volte, prima dall’imposizione della base americana e poi da una frana che poteva e doveva essere prevenuta. A Niscemi e ovunque, scendiamo in piazza con la fiducia che “i popoli in rivolta scrivono la storia”: dagli anni in cui il Movimento No MUOS ha invaso la base americana, alle mobilitazioni per la Palestina divampate con la partenza delle flottiglie, fino alle lotte dei lavoratori contro la guerra, portuali e ferrovieri in testa. Fino all’esempio recente della stazione di Pisa, dove un treno che trasportava mezzi militari è stato bloccato. Durante la manifestazione ci sarà un momento di confronto aperto con comitati, associazioni e singoli cittadini interessati a coordinare iniziative contro la guerra. Il 28 marzo ci ritroviamo a Niscemi per ribadire che: * i territori non sono basi militari * la guerra non può essere normalizzata * i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità * la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel Mediterraneo Per sottrarre i luoghi alla guerra e alle servitù militari. Per restituirli alle comunità locali. 📍 Niscemi (CL) – partenza corteo: via Carlo Marx angolo via Aldo Moro 🗓 28 marzo 2026 🕒 ore 15:00 Aperto alle adesioni di associazioni, comitati e singoli cittadini. Da No Muos.info
La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana. Da Radio Blackout Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo ( 200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap) valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra. Ne parliamo con Alessandro Volpi economista
Contro i re e le loro guerre: 27 e 28 weekend No Kings a Roma
Da Radio Blackout Il processo autoritario e guerra fondaio si combatte insieme: per questo No Kings Italy, il 27 e il 28 Marzo, raccoglie a Roma una coalizione di più di 700 realtà contro i re e le loro guerre: “I “Re” non sono solo i leader internazionali che guidano guerre e processi autoritari. Sono: le oligarchie economiche e finanziarie, i giganti del tech, le multinazionali che impoveriscono il lavoro,i poteri urbani che espellono poveri e migranti.”, si legge sul comunicato di chiusura dell’assemblea che il 3 Marzo ha segnato il via ai lavori. La prima stoccata al Governo Meloni, che con il referendum ha ricevuto prima di tutto un forte NO popolare alle politiche autoritarie e securitarie è solo un primo passo nella direzione della costruzione di un’opposizione a uno Stato che in nulla rappresenta la sua popolazione. La mobilitazione che nasce dai percorsi “Stop Rearm Europe” e la rete contro il DDL Sicurezza “No DDL paura” tracciano un internazionalismo con vocazione locale. La volontà è la creazione di una mobilitazione transnazionale che, a partire dalle esperienze territoriali delle lotte sociali, ambientali, sul lavoro e antirazziste, confluisca contro la compressione dei diritti sociali e dei processi autoritari che interessano l’Italia e l’Europa e che culminano con le guerre imperialiste “dei re” che ora infestano il Medio Oriente. La data, infatti, cade in concomitanza con la manifestazione No Kings U.S.A., che il 28 di Marzo lanciano una mobilitazione diffusa nel paese contro le politiche di Trump, l’imperialismo in Medio Oriente e l’invasione dell’ICE nei territori. Ne abbiamo parlato con Stella dei Centri Sociali Del Nord Est: