In questi giorni Meloni è volata in Algeria per definire nuovi accordi nuovi con
Tebboune per aumentare l’importazione di gas dopo lo stop di gnl dal Qatar.
Migliaia di marines arrivano boots on the ground nel Golfo mentre Trump si
inventa fantomatiche trattative, anche le dichiarazioni manipolano il mercato
energetico. Il petrolio è sopra la soglia critica dei 100 dollari al barile ma
rimane in uno stato di congelamento nonostante non vi sia un corrispettivo
reale.
L’aumento dei prezzi dell’energia non è solo una questione di ora ma avrà un
effetto a lunga durata che potrà trasformarsi in recessione, come dicono alcuni
(qui un’intervista a Alessandro Volpi sul tema). Il problema è il meccanismo
speculativo e la finanziarizzazione del mercato energetico. Come viene
sottolineato da Roberto Ciccarelli in un articolo dal titolo Gas, prezzi e
inflazione. Ora solo il meteo può aiutare Meloni, anche a guerra finita la borsa
potrebbe aumentare i tassi di interesse: aumento dei tassi, aumento del debito,
il tutto alimentando una bolla in cui la materia prima è inesistente. Un
meccanismo simile al 2008 con la crisi dei subprime. Il petrolio non si crea
però artificialmente come l’immissione di liquidità, il che causa in primis
inflazione ma, potenzialmente, potrebbe rivelarsi come una crisi ben più
profonda, addirittura Confindustria si preoccupa per una crisi energetica “mai
vista”: i pronostici dicono che se la guerra durerà fino al quarto trimestre il
rischio recessione è reale, anche dal punto di vista dei padroni.
La recessione però è rischiosa anche per la speculazione: al momento vediamo un
meccanismo simile a quello del periodo del 2022 quando l’Europa ha dovuto
rinunciare al gas russo per iniziare a rifornirsi da quello americano, più
costoso ed evidentemente merce di ricatto. Ma questo gioco per quanto
funzionerà? Gli Usa intanto forzano la mano, imponendo all’UE di firmare gli
accordi congelati a luglio scorso in merito all’approvvigionamento di gnl. O
così oppure ulteriori dazi all’Europa.
Al governo italiano i soldi per lo sconto di 25 cent mancano già adesso, chissà
come arriverà fino al 7 aprile data in cui scade il decreto sulle accise.
Ci sono però anche possibilità interessanti in un quadro buio come questo.
Questa crisi potrà influenzare anche il mercato degli investimenti nei data
center per l’intelligenza artificiale: forse riusciremo a liberarci di queste
macchine? I margini delle big tech si comprimono e gli investimenti rallentano:
tutto buono. Alcuni dati ci dicono che negli ultimi 30 giorni Meta ha perso il
10%, Nvidia il 7 e anche Amazon, pur essendo riuscito a contenere i danni, sta
soffrendo. Questo accade perché l’infrastruttura digitale e tecnologica
necessita di quantità enormi di energia e, nella sbornia generale di abbondanza
energetica tanto paventata, una battuta d’arresto come quella che si profila
all’orizzonte potrebbe avere effetti anche su questi ambiti in quanto a fronte
dell’aumento considerevole dei costi si riduce il margine di guadagno. Il tutto
viene aggravato dall’interruzione dei flussi per quanto riguarda
componentistica, semiconduttori, elettronica.
Ci sono orecchie per intendere e non si può perdere tempo: l’energia non è una
merce ma un bene che deve essere collettivo, un terreno di contesa che va
aggredito a partire da chi si trova a pagare questa crisi. Costruire un discorso
chiaro rivolto a chi non intende rimanere dipendente dalla inconsistenza di
Meloni e a chi rifiuta il vassallaggio con gli Usa. La sovranità energetica va
conquistata, a partire dall’opporsi ai progetti imposti sui territori – che
siano essi fossili o rinnovabili perché il punto è la speculazione e il
profitto. Smascherare la narrazione sulla transizione energetica e sulla
necessità del nucleare. Riprendersi i mezzi della produzione significa bloccare
e interrompere i flussi. Solidificare le reti esistenti sui territori ma anche
tentare di intercettare chi paga ma non vuole pagare, unire la condizione
materiale con l’esigenza umana dell’opposizione alla guerra.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Giornata di stravolgimenti in Piemonte per la gang Sì Tav.
Da Notav.info
A Roma è stato costretto alle dimissioni il biellese Andrea Delmastro Delle
Vedove, lo stesso che appena un anno fa, in gita fuori porta a Chiomonte,
dichiarava che “i No Tav sono come la mafia” e che ha scritto norme del decreto
Sicurezza su misura per colpire il movimento. Peccato che Delmastro sia anche
una buona forchetta e abbia “inavvertitamente” partecipato a una società
proprietaria di un ristorante con quote derivanti dal riciclaggio di una cosca
mafiosa. Evidentemente, di mafia parlava con cognizione di causa.
Il distratto sottosegretario, a sua detta, avrebbe poi involontariamente
spostato le sue quote su società non riconducibili a lui, casualmente proprio
mentre il padre della sua socia veniva condannato. Dopo lo scandalo è stato
infine costretto a dimettersi.
Chi invece non si è dimessa del tutto è la vicepresidente della Regione
Piemonte, Elena Chiorino, che appena un paio di settimane fa veniva ripresa
sorridente, con l’elmetto in testa, davanti alla nuova fresa — che ancora
nessuno ha visto. Era molto felice: evidentemente gli incassi del ristorante
andavano bene. Già, perché anche lei era socia di Delmastro nell’affare.
Al suo posto arriverà il simpatico camerata Marrone. Attendiamo nuovi libri.
A questo punto è quasi inutile continuare a sottolineare l’incredibile frequenza
con cui emergono connessioni tra chi sostiene l’entità Tav e chi viene poi
scoperto con le mani in pasta. La riflessione che vogliamo fare, anche alla luce
della sconfitta referendaria, riguarda la giustizia: carriere separate non
sappiamo, ma strade separate sicuramente. E soprattutto a velocità diverse.
Mentre i soggetti citati non sono neppure stati indagati e con ogni probabilità
non pagheranno mai davvero, qualsiasi gesto di resistenza contro un’opera
imposta e inutile viene represso e punito con rapidità esemplare. Da 35 anni i
processi contro il movimento sono all’ordine del giorno.
La domanda allora è semplice: a chi conviene? La risposta la conosciamo, ma non
si può scrivere.
Ai prossimi politicanti di passaggio: continuate pure a parlare e ad accusare,
ma fate attenzione, perché poi tutto torna indietro.
Voi passate. Vi bruciate, vi riciclate, sparite. Il movimento No Tav dovrete per
sempre metterlo in conto.
Di Sergio Fontegher Bologna da Officina Primo Maggio
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al
referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema
della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è
sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle
carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in
cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena
una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa,
anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a
sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a
pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”,
non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a
restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione
si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da
aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni
nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.
Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa,
vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha
vinto il ”Sì”.
Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di
provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi
sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero
riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula
narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti? Ho
capito dopo che le cose erano più complicate, la gente si rendeva conto che la
partita era più grossa e le forze da mettere in campo dovevano passare per
processi più complessi e inevitabilmente più lenti. In quest’ottica i “No” sono
il segno di una presa di coscienza. Altro che separazione delle carriere! Si
vota “No” perché si guarda al Medio Oriente, non alle sfuriate di Nordio! Qui è
in gioco il destino del Paese!
Allora, se questo è vero, bisogna andare a fondo per capire chi e dove ha votato
“Sì’”. I commenti che ho letto non mi convincono, ripetono i toni e gli
argomenti della campagna elettorale. Allora, come spesso mi capita, cambio
ragionamento e punto di vista.
E comincio col dire: guardate dove ha vinto il ”Sì”: quelle sono le aree dove è
concentrato il core del capitalismo italiano. Non quello di sempre, degli
Agnelli e dei Pesenti, quello che ha trovato un degno rampollo in John Elkann.
No, quello dei fondi, quello dei Catella, quello della Milano-Cortina, quello
dei grandi player dell’immobiliare logistico, quello che licenzia con un
messaggio su WhatsApp. Quello che sopravvive solo se può praticare
sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere
di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul
lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la
mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che
si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da
Confcommercio o dagli innumerevoli “corpi intermedi”, ridotti più a spettri che
a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente
nel mondo.
Ma è quello che ha portato l’Italia ad avere i salari più bassi, che costringe i
laureati ad andarsene, che alle donne che vogliono far figli non apre le porte
dell’azienda, il capitalismo dei tempi determinati, degli stage, dei contratti a
chiamata, del lavoro gratuito, dei rinnovi contrattuali rimandati per anni, quel
capitalismo che ha fatto scuola nell’amministrazione pubblica, nella scuola,
negli ospedali, che privatizza ma coi soldi dello Stato.
La sua natura, dobbiamo ammetterlo, viene allo scoperto con le inchieste di
certa magistratura e dunque vota forsennatamente “Sì”.
Mi viene in mente il Mario Tronti dei “Quaderni Rossi”:
“Il primo passo rimane sempre il recupero di una irriducibile parzialità operaia
contro l’intero sistema sociale del capitale. Niente verrà fatto senza odio di
classe: né elaborazione della teoria, né organizzazione pratica” (QR, n. 3. p.
72).
Oggi scandalizzano queste parole. Ma quell’odio di classe è quello iniziato, con
ruoli rovesciati, già dai tempi di Reagan e di Thatcher, e poi proseguito con
un’accelerazione impressionante dopo Lehmann Brothers e infuria oggi con la
bolla dell’IA, con lo sviluppo dei Big Data, dei bitcoin. L’odio di classe è
quello che questo capitalismo ha praticato sistematicamente contro tutta la
forza lavoro, dal rider all’informatico di alto livello.
Non esiste un’organizzazione politica e sindacale che ci dia la forza almeno di
resistere. Quelle che si definiscono “opposizioni” non mi sembrano all’altezza.
Ma di gente che opera attivamente per ridare dignità al lavoro ce n’è più di
prima. Non lo fa perché tiene al potere della magistratura, ma per necessità
vitale.
«Torino ha l’ambizione di superare la contrapposizione asfittica tra innovazione
competitiva e coesione sociale. E la tutela ambientale sarà la piattaforma
orizzontale. Non cerchiamo modelli, saremo il modello» Così il sindaco Lo Russo
ha salutato l’approvazione del progetto preliminare del nuovo Piano Regolatore
Generale (PRG) di Torino, passato al vaglio del Consiglio Comunale lunedì 16
marzo.
Si tratta per la città del primo PRG nel nuovo millennio: quello attuale, in
vigore dal 1995, nasceva nel grande vuoto lasciato dal crollo del modello
industriale, chiamato a gestire vaste aree di ex siti produttivi. L’importanza
di questo passaggio, dopo oltre trent’anni, a una nuova versione di quello che
non è solo “un dispositivo tecnico, ma anche un atto politico nel senso più alto
del termine” viene efficacemente riassunta dalle parole dall’assessore
all’Urbanistica Paolo Mazzoleni in Sala Rossa: “Oggi non stiamo semplicemente
portando in approvazione un documento urbanistico. Stiamo proponendo al
Consiglio e alla città un’idea per il suo futuro”.
Il PRG è infatti, insieme al bilancio, uno dei pochi strumenti a disposizione
del Comune per il governo del divenire della città: pianificazione dei servizi
dalla sanità alla mobilità, destinazione d’uso degli spazi urbani, politiche
abitative, modulazione e indirizzo delle attività, da culturali a formative a
industriali, gestione del verde pubblico – insomma, l’orizzonte della Torino di
domani dovrebbe essere già definito in quelle carte. Peccato, certo, che quelle
stesse carte siano rimaste fino all’ultimo termine possibile (la votazione sul
progetto preliminare del Consiglio Comunale) inaccessibili a chi si trova al di
fuori del circuito amministrativo, impedendo dunque una critica puntuale dal
basso del progetto di PRG, visto che a parole l’Amministrazione ha detto tutto e
il contrario di tutto sull’impianto del futuro piano: maggiore flessibilità per
adattarsi più rapidamente alle esigenze di mercato insieme a forte regia
pubblica; centralità tanto dei servizi di prossimità quanto dell’attrattività
per gli investimenti privati; attenzione al commercio di prossimità e apertura a
capitali internazionali; contrasto al consumo di suolo e crescita.
Se la conciliazione di interesse privato e pubblico dovrebbe passare attraverso
una deregolamentazione urbanistica che elimina l’ostacolo della zonizzazione per
destinazioni d’uso unita a un modello di perequazione, che prevede una
compensazione in base al guadagno previsto sugli investimenti attraverso
progetti di utilità collettiva (che potranno spaziare dall’edilizia sociale alla
manutenzione delle strade ordinarie, rendendo così servizi essenziali un
prodotto indiretto della speculazione), l’armonizzazione tra paradigma della
crescita infinita con ambizioni green sembra volersi porre, a Torino come
altrove, sotto il segno di riqualificazione e rigenerazione urbana. Due
categorie concettuali contigue a cui si ricorre sempre più intensamente:
sintomatico della loro centralità a livello nazionale la messa in cantiere di un
DDL proprio sulla rigenerazione, che mira a promuovere in una cornice comune il
fenomeno attraverso premi volumetrici, incentivi fiscali e l’istituzione di un
Fondo nazionalead hoc da 3,4 miliardi di euro.
Anche se leggermente diverse nella definizione (la riqualificazione ha una
dimensione strettamente legata a interventi fisici, mentre la rigenerazione
investe più dimensioni, compreso il tessuto sociale), nel discorso pubblico sono
spesso usate in modo intercambiabile per intendere operazioni anche molto
diverse per qualità e scala, ma accomunate dal recupero di zone già edificate o
comunque compromesse (es. territori da bonificare) in disuso, spesso raccontate
in termini di “degrado” e “marginalità”, spazi raccontati come “in cerca di
futuro” e da “restituite alla città”.
Non costruire ma trasformare: questa la strategia per contrastare il consumo di
suolo e continuare a fatturare. Un discorso che a prima vista sembra filare.
Torino è costellata di strutture di proprietà pubblica lasciate a far la muffa,
spazi di cui meriterebbe riappropriarsi. Andando però a osservare più da vicino
processi messi in moto durante l’amministrazione Lo Russo licenziati come
“rigenerazione” e “riqualificazione”, il quadro che emerge è nettamente diverso.
Trapasso (parziale o totale, definitivo o temporaneo) del bene pubblico al
privato, massicci investimenti per progetti di dubbia utilità calati dall’alto,
interventi spot e di facciata, sgomberi, militarizzazione degli spazi collettivi
e lotta senza quartiere all’iniziativa dal basso, il meccanismo della messa a
rendita delle macerie deve ancora riuscire a dare saggi significativi della sua
capacità di essere una forza trasformativa positiva per il territorio.
E in una fase di conclamata (e drammatica) crisi climatica, particolarmente
problematici sono i casi in cui questi progetti di restyling interessano le aree
verdi, come su Torino sta succedendo al Meisino e si pianifica di far avvenire
presto al Parco della Pellerina. Il primo fra i cardini della favola
riqualificatoria a cadere a uno scrutinio anche minimo è l’azzeramento del
consumo di suolo: infatti a essere spacciate come edificate o compromesse sono
aree di suolo in larga parte libero e permeabile. Pensiamo al Meisino, dove la
presenza di una cascina diroccata e un ex galoppatoio militare ha fornito
l’appiglio per disseminare strutture sportive e interventi impattanti a macchia
di leopardo su tutta la riserva naturale. Al discorso quantitativo andrebbe poi
accompagnato quello qualitativo, che invece sembra venire omesso del tutto.
Infatti, anche quando la superficie verde viene nominalmente mantenuta, è alto
il rischio che attraverso il cambiamento di vocazione per l’area (chiave di
volta dei progetti di “riqualificazione”) si cambi anche la tipologia di verde
(passando ad es. da verde ecologico a verde attrezzato, per fare riferimento di
nuovo al caso Meisino).
Il mutamento non è un’indolore questione terminologica, ma comporta spesso
accanto al degradamento del suolo anche perdite nette per il patrimonio arboreo
e la biodiversità, con conseguente danno per la salute del territorio.
Va ricordato che degrado e consumo di suolo rimangono la prima causa di frane e
fenomeni alluvionali, e Torino sotto la Giunta Lo Russo si è posta saldamente in
testa (dati ISPRA) alla classifica delle città italiane con più di 100.000
abitanti per percentuale di suolo consumato (nel 2023, oltre il 65%). Dunque, se
anche smettessimo concretamente di cementificare domani costruendo solo dove già
si edifica sarebbe comunque insufficiente: la necessità non prorogabile è quella
di aumentare il suolo libero, non semplicemente di mantenere quello esistente..
Altrettanto omesso dall’Amministrazione è l’aspetto dell’impatto della fase di
cantiere (per quella del futuro ospedale Torino Nord alla Pellerina, si
prevedono ottimisticamente quattro anni), che diventa miracolosamente a impatto
zero.
Le considerazioni di carattere più tradizionalmente ecologico vanno ovviamente
associate agli aspetti sociali del processo: svendita più o meno diretta degli
spazi verdi, espulsione più o meno permanente delle comunità che attraversavano
lo spazio (già anche solo durante i tempi sempre in espansione dei lavori:
pensiamo al Parco della Tesoriera, occupato dall’autunno del 2024 da un cantiere
PNRR fantasma) e unilateralità delle decisioni sono tutti aspetti che mettono in
crisi la narrativa istituzionale.
A tematizzare il nodo tra difesa del verde e riappropriazione degli spazi urbani
sono i moltissimi comitati nati attorno a parchi, pratoni, alberi e alberate. A
Torino parecchi comitati spontanei hanno costituito la rete Resistenza Verde che
il 20 aprile festeggerà tre anni di esistenza vigile e combattiva. Vedere più
nello specifico il caso delle lotte in corso a Torino può forse essere utile per
cominciare a fare chiarezza, oltre le nebbie istituzionali, su cosa si profila
per la città nel nuovo Piano Regolatore.
Il caso del verde pubblico di Torino
La sera di venerdì 6 marzo si è tenuto al CSOA Gabrio un incontro che ha accolto
voci dai diversi comitati impegnati nella difesa del verde urbano di Torino,
mettendole in rapporto con l’orizzonte tracciato dal PRG. A organizzare
l’incontro l’assemblea Un Altro Piano per Torino, nata nel 2023 con l’intento di
studiare, criticare e contestare il processo verso il nuovo Piano Regolatore, e
contestualmente elaborare una proposta alternativa dal basso. Obiettivo
dell’incontro era mettere in relazione le due dimensioni, sostanziando le
analisi dell’assemblea con l’esperienza dei comitati e rileggendo il percorso di
questi alla luce della critica al nuovo PRG, realizzando un utile momento di
aggiornamento, apertura e confronto in un momento critico per Torino. Le diverse
lotte in difesa degli spazi verdi, ciascuna con le proprie specificità, appaiono
legate su almeno su due fronti: la proposta attiva di un contro-modello di verde
non mercificato o mercificabile, e l’opposizione alla riqualificazione, che come
abbiamo visto è termine-spia di un processo di riorganizzazione dall’alto degli
spazi in funzione del maggior profitto nel minor tempo possibile.
Il caso del Parco del Meisino, ferita aperta del territorio a cui abbiamo già
fatto riferimento, mostra plasticamente come è ripensato il verde urbano
all’interno del nuovo paradigma: il “Centro per l’educazione sportiva e
ambientale”, progetto imposto dalla Giunta Lo Russo facendo leva su un presunto
“degrado” dell’area, spaccia come “riqualificazione” la devastazione di quella
che è l’unica riserva naturale urbana di Torino al fine di insediarvi un centro
sportivo polivalente per attività di nicchia (come pump track, disc golf e
addirittura biathlon con carabine laser). I 245 ettari della riserva, oltre al
loro valore per chi li vive da anni, hanno un’importanza riconosciuta anche
dalle istituzioni a livello regionale (come parte delle aree protette del Po
piemontese), comunitario (ospitando una Zona di Protezione Speciale inserita
nella rete Natura2000) e mondiale (come parte del sito MAB Unesco “Collina Po”).
Il progetto, finanziato con 11,5 mln di fondi PNRR, è un’accozzaglia bizzarra di
costosi e inutili interventi, incomprensibile se messo in relazione a necessità
o volontà espresse dal territorio, immediatamente leggibile se inteso come
strumento di intercettazione e dirottamento di fondi.L’afferenza al PNRR ha
altresì permesso al progetto di godere di un iter ultrasemplificato in virtù
delle scadenze stringenti del Piano, risultando così in una chiusura totale e
strutturale alla partecipazione e intervento dei cittadini. L’area essendo posta
alla confluenza tra Dora e Stura sul Po oltre all’alto valore ecologico è anche
ad altissimo rischio idraulico, e soggetta a piene regolari (2000 e 2016 le più
recenti). Il futuro “Centro per l’educazione sportiva e ambientale” avrà dunque
o vita breve e/o costi di manutenzione improponibili, diventando un pozzo nero
di fondi pubblici.
Il Comitato a tutela del Parco, Salviamo il Meisino, si è venuto a formare
spontaneamente all’annuncio del progetto nel 2022. Nonostante i diversi
tentativi di bloccare il progetto, i cantieri si sono aperti ufficialmente a
settembre del 2024, tra blocchi dei mezzi e contestazioni popolari gestite
attraverso il ricorso massiccio e continuato alle forze dell’ordine. I lavori si
trascinano avanti ormai da oltre un anno e mezzo, in uno scenario di
irregolarità, inadempienze ai famosi “tempi stretti” del PNRR e opposizione mai
cessata dei cittadini.All’attività di contrasto e monitoraggio dal basso dei
cantieri sono stati affiancati anche tentativi sul piano legale, approdati in un
ricorso al Tribunale ordinario che non è però stato dichiarato procedibile per
un classico rimpallo di competenza tra Tribunale ordinario e TAR.
Qualcosa si è comunque riuscito a strappare alla devastazione, soprattutto
grazie alla pressione esercitata “sul campo”: è stata ottenuta la rimozione di
alcuni interventi particolarmente impattanti che dovevano avere luogo nelle aree
più sensibili e la messa in salvo dagli abbattimenti di un boschetto. Il danno,
ovviamente, rimane comunque sopra la soglia critica, così come lo spreco di
denaro pubblico. Se proprio c’era voglia di riqualificare, i fondi si sarebbero
potuti almeno destinare dove utile e richiesto (per rimanere in tema di sport,
le ex Piscine Sempione a Barriera di Milano ormai in corso di svendita sarebbero
state un buon candidato).
La futura fase di esercizio rimane un’incognita: il PNRR finanzia la
costruzione, non la gestione (né la manutenzione).. Nel caso probabile in cui a
farsi carico degli impianti siano soggetti privati o società sportive, non lo
faranno certo gratuitamente. Allo spreco di risorse pubbliche e al danno
ambientale si aggiungerebbe così anche una possibile privatizzazione parziale
del Parco che, prima che la Giunta decidesse di “restituire” il parco alla
città, era accessibile a tutti in ogni sua parte. Quello che il caso Meisino
anticipa non è insomma un verde vivo e sociale, ma un finto green ridotto a
terreno di gioco per operazioni speculative.
Anche il progetto di un nuovo ospedale nell’area verde del Parco della Pellerina
sta incontrando opposizione dal basso. Le due realtà che si muovono in questo
senso sono il gruppo di lavoro Assemblea Pellerina/No ospedale nel Parco che
unisce cittadini, comitati e associazioni e il Comitato Salviamo la Pellerina.
Obiettivo comune è portare Comune, Regione, Asl e Inail (l’ente finanziatore) a
cassare il progetto e ripensare la ricollocazione degli ospedali Maria Vittoria
e Amedeo di Savoia. La decisione del sito del nuovo ospedale Torino Nord è
ricaduta sulla Pellerina, tra una serie di sette proposte e quindi in ampia
presenza di possibilità alternative, per una decisione unilaterale degli attori
istituzionali. Le criticità del progetto, illustrate dalla corposa
documentazione predisposta dal gruppo di lavoro, sono enormi.
Prima fra tutti, proprio il consumo di suolo su cui il nuovo PRG vorrebbe tirare
il freno a mano: l’area su cui si intende costruire (la punta estrema nord-ovest
del Parco), impropriamente definita sterrato, è una zona verde di proprietà
comunale. Il progetto prevede un’occupazione di più di 60.000 m2 di suolo
permeabile e senza necessità di bonifiche. Anche qui come per il progetto del
Meisino le istituzioni spingono su una narrazione dello spazio come marginale,
degradato e abbandonato al fine di giustificarne la cementificazione.
E i punti di contatto con il caso Meisino continuano: l’alto rischio idraulico
dell’area (tra le più vulnerabili della città per rischio idrogeologico) e la
falda superficiale presente (confermata anche da recenti carotaggi, realizzati a
ridosso dell’inizio della Conferenza dei Servizi) dove si vorrebbe edificare
porrebbero limiti importanti al progetto dalla fase di cantiere fino a quella di
esercizio: la necessità di costruire la struttura rialzata su piloni di 6 m
sopra il livello dell’esondazione della Dora del 2000, come riportato dal
Progetto di Fattibilità, impedirebbe infatti la costruzione di parcheggi
interrati e la presenza di servizi di medicina nucleare, vista l’impossibilità
di porre gli impianti in un piano interrato per minimizzare la diffusione di
radiazioni.La messa al bando della partecipazione popolare è un altro aspetto
chiave: anche qui la decisione è stata calata dall’alto senza un dibattito
pubblico preventivo e senza il coinvolgimento dei cittadini, che evidentemente
l’Amministrazione ormai intende come meri lettori di comunicati diffusi mezzo
stampa. Alle sessanta pagine di documentazione presentata contro il progetto dai
comitati in difesa della Pellerina durante la Conferenza dei Servizi (conclusasi
alla fine dello scorso novembre l’approvazione del progetto di fattibilità
tecnico-economica) non è stata alcuna reale considerazione.
L’attività di opposizione, nonostante la chiusura istituzionale, continua: il 13
marzo è stato depositato un ricorso straordinario al Consiglio di Stato con cui
si impugna proprio il provvedimento conclusivo della Conferenza di Servizi,
segnando un’altra tappa importante nel percorso della lotta per la il Parco.
Un’alternativa concreta a questo tipo di “riqualificazione urbana” imposta
dall’alto arriva invece dall’esperienza del cosiddetto Pratone Parella in via
Madonna delle Salette. Residuo agricolo, poco più di un ettaro, versava in una
condizione di effettivo “degrado” (accumulo di materiale di risulta e rifiuti)
per effetto di un cantiere che vi era stato posto durante la costruzione di un
vicino supermercato. Ciò nonostante, l’area era intesa dal quartiere come spazio
verde, senza ambiguità. Nel 2019 alcuni residenti, oggi comitato Salviamo i
Prati, hanno dato il via a iniziative dal basso per recuperare e poi mantenere
il prato, cercando di coinvolgere il quartiere attraverso momenti di socialità,
piccole manifestazioni e iniziative a carattere culturale (come presentazioni di
libri). Sul pratone continuava però a pendere la spada di Damocle di una
possibile edificazione futura, in quanto ancora classificato come vuoto urbano.
Per metterlo al sicuro, il comitato ha presentato una delibera di iniziativa
popolare, risultata a valle dell’iter nella dichiarazione di inedificabilità del
pratone.
Chiusa la fase di contrapposizione, si è posto dunque il problema a cui tante
lotte territoriali non arrivano: la gestione del dopo. La soluzione individuata
come più praticabile dal comitato è stata quella del Patto di collaborazione con
la città di Torino. Il progetto dei cittadini si è dato come cardine
l’incremento della biodiversità, con un’attenzione rivolta al miglioramento
della qualità del suolo; sono stati piantati alberi, realizzata una zona per
impollinatori, preservato un piccolo boschetto spontaneo. Quando possibile, il
comitato partecipa a progetti del DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie,
Forestali e Alimentari) dell’Università. Continuano anche le iniziative
culturali e gli interventi di manutenzione. Nonostante le tante luci della
vicenda del pratone, qualche ombra e incertezza rimane sull’obiettivo più a
lungo termine del comitato: allargare al quartiere la cura dello spazio, con un
coinvolgimento più diretto di chi frequenta il pratone – un aspetto, questo, che
si sta trovando difficile. Il percorso verso una presa di responsabilità
veramente collettiva nell’autogestione degli spazi rimane, qui come altrove,
complesso.
Per il Parco Artiglieri da Montagna lo stato di cose e le intenzioni
dell’Amministrazione sono invece meno trasparenti, anche alla luce del nuovo
PRG. Il progetto di sacrificare il Parco per la costruzione di un supermercato
nasce sotto Giunta Fassino, che ha ceduto l’area a Esselunga per 99 anni. Il
progetto ha però incontrato soprattutto dal 2022 in poi una vivace e trasversale
opposizione, svelando l’incapacità delle istituzioni di cogliere il valore reale
del Parco per quartiere e città – non solo in quanto area verde ma anche in
quanto spazio di libera aggregazione.
Nonostante la chiara volontà dimostrata dal basso di salvare il Parco, nessuna
amministrazione ha mai voluto trattare con Esselunga per fare marcia indietro.
Il comitato EsseNon, che porta avanti l’opposizione a questo fenomeno
speculativo, èanche e da tempo l’unico soggetto a prendersi cura dell’area verde
– lasciata dal Comune in quell’incuria che accompagna e anticipa i progetti di
svendita. Dalle carte per il nuovo PRG ciò che emerge è che il Parco viene
cartograficamente descritto come area verde, ma soggetta a cambiamento. Un colpo
al cerchio e uno alla botte: riconoscimento del suo status attuale ma senza
garanzie per il futuro. Nonostante dunque anni di opposizione e a oltre dieci
anni dalla cessione a Essenlunga, non pare sarà il nuovo PRG a liberare il Parco
Artiglieri dal limbo della speculazione.
Parimenti aperta e irrisolta rimane anche la questione dei grandi eventi nelle
aree verdi. La prassi ormai consolidata di utilizzare parchi cittadini come
contenitori per manifestazioni di massa a scopo di lucro che se anche
transitorie hanno comunque una certa tendenza a cronicizzarsi mostra bene la
profondità della “tutela ambientale come piattaforma orizzontale” come intesa
dall’Amministrazione. Caso limite è Parco Dora, che gode di uno stato di
occupazione eternamente rinnovato: lo spazio non fa in tempo a riprendersi dal
Kappa Future Festival che già è tempo di allestire per il Salone del Gusto.Su
Piazza d’Armi (già smangiucchiata durante le Olimpiadi del 2006) preoccupa il
delirante progetto di rendervi permanenti le megastrutture del Fan Village delle
ATP Finals, come denunciato da diverse realtà tra cui il comitato No Grandi
Eventi.Mentre l’opposizione alla presenza del ToDays Festival al Parco della
Confluenza (adiacente a una riserva naturale) è riuscita a ottenere che i
concerti non si ripetato più nella zona solo a valle del festival stesso.Le
presunte ricadute positive economiche e d’immagine per città e quartieri sono
ciò su cui l’Amministrazione fa leva per minimizzarne l’impatto: affermazioni
non supportate dai numeri e ancor meno dall’esperienza di chi si vede sottrarre
e compromettere spazi verdi a proprie spese. La questione della destinazione di
suolo pubblico per eventi di interesse privato rimane infatti un punto centrale
nelle rivendicazioni dei cittadini. E se dopo settimane di cantiere, di
allestimento, di montaggio e di evento in sè, gli spazi rimangono ancora chiusi
per il ripristino ambientale, questo non avviene secondo tempistiche
regolamentate dai cicli biologici, ma dalle necessità dell’eventuale grande
evento successivo.
Lavori al parco del Meisino
Che scienza e tecnica vengano chiamate in causa molto selettivamente non è una
novità.
La tecnica, già di per sé non neutra, lo è ancora meno nelle mani di chi ha
pieno interesse nel tenere al di fuori dei processi decisionali sugli spazi
urbani le stesse comunità che li animano.
Il caso dell’alberata di Corso Belgio rimane esemplare: il progetto parte, come
per il Meisino, dalla volontà di intercettare dei fondi (qui non PNRR, ma REACT
EU), avvalendosi di un “esperimento” di sostituzione delle alberate su proposta
proprio di un tecnico comunale. La tecnica di “rinnovo” di intere alberate
nonostante la presenza di singoli esemplari sani (anche molti: 73 sui 77
abbattuti in corso Umbria) è considerata ormai largamente anacronistica e
antiscientifica, ma ancora prevista dal nostro Regolamento del Verde Pubblico e
Privato (art. 45 sul quale è in corso una battaglia portata avanti da cittadini
e comitati per la sua modifica su cui torneremo dopo) e sicuramente pratica
nello snellire i tempi di quei processi di restyling cari all’Amministrazione.
Dall’opposizione spontanea dei residenti al progetto è nato un comitato Salviamo
gli alberi di Corso Belgio che è stato capace di organizzarsi contro l’assalto:
un presidio a salvaguardia degli alberi dai tagli durato tutta l’estate del
2023, senza interruzioni, durante la quale residenti e non di Corso Belgio hanno
vissuto e dormito a turno sotto gli alberi per quattro mesi. Di fronte a questa
vera e propria prova di forza popolare, la difesa del Comune è stata quella di
provare a derubricare chi si opponeva agli abbattimenti come “cretini
ideologizzati” senz’arte e troppo di parte. Qui come altrove attraverso l’accusa
di volersi sostituire ai tecnici e mettere in dubbio le loro competenze non va
letta la difesa di un approccio scientifico e razionale alla gestione del verde,
ma il tentativo di spostare il discorso su un piano meno favorevole ai cittadini
dimostratisi capaci di fare fronte comune alle imposizioni istituzionali.
Il problema è l’indipendenza dei tecnici. Quelli comunali oggi sono destinatari
di incentivi alle funzioni tecniche che li incoraggiano a produrre una marea di
progetti. Quelli assoldati come periti di parte dalle istituzioni, quando
convenute in Tribunale, non sono chiaramente indipendenti. E non lo sono,
spesso, nemmeno quelli nominati come consulenti tecnici d’ufficio dai Giudici.
Nel caso di Corso Belgio, il CTU prof. Beccaro, nell’ambito del ricorso
presentato dal Comitato, ha dichiarato che l’alberata era in regressione, ossia
“senescente”. Il Giudice non ha potuto quindi dare totalmente ragione ai
cittadini, pur riconoscendo il danno alla salute provocato dall’abbattimento.
L’esito parzialmente favorevole ai cittadini è dipeso dagli accertamenti
eseguiti dal prof. Beccaro tramite analisi satellitari sull’intervento “gemello”
a quello di Corso Belgio già realizzato sulle alberate di corso Umbria, da cui
risulta che questo ha “indotto un aumento dei valori di temperatura massima
stagionale di +2°C”. L’ordinanza ha stabilito che se il Comune vuole realizzare
il progetto, lo può fare soltanto per lotti, in 5 anni, cominciando dalle tratte
più ammalorate. Questo, per mitigare il danno, non per azzerarlo. Poiché la
regressione è stata provocata dai tecnici comunali stessi, che hanno evitato per
20 anni di sostituire gli alberi abbattuti, la battaglia del Comitato è
continuata con due petizioni, al Sindaco e agli assessori e al Consiglio
comunale – inascoltate – che hanno chiesto la messa a dimora degli alberi
mancanti. La lotta prosegue con la proposta di deliberazione di iniziativa
popolare per modificare l’art. 45 del Regolamento del Verde (quello sul rinnovo
delle alberate che permette interventi come Corso Belgio e Corso Umbria).
La riscrittura dell’articolo è il risultato dello sforzo collettivo del
Coordinamento per la tutela del Verde di Torino, che mette in rete comitati
spontanei e associazioni. La proposta di modifica mira a inserire nel
regolamento il principio “non si abbattono alberi sani”, articolandolo
attraverso un monitoraggio periodico delle condizioni delle singole piante per
valutarne le condizioni unitamente all’inammissibilità della sostituzione di
un’intera alberata o di un tratto di essa se non in presenza di rischi
comprovati per ogni singolo albero. Di ogni decisione di abbattimento dovrebbe
inoltre venire data immediata comunicazione ai cittadini; dove ci fosse poi
esigenza di sostituire più esemplari di un’alberata, vengono descritte una serie
di strategie per minimizzare l’impatto. La proposta di delibera è stata
presentata sulla scorta di oltre 2500 firme raccolte tra i cittadini di Torino
dai comitati stessi.
Difesa del verde, dunque, ma anche della (e attraverso la) iniziativa popolare.
La proposta di delibera, com’era prevedibile, sta incontrando l’ostilità diretta
tanto dei politici quanto dei tecnici, che rischierebbero (parole loro) di
“vedere limitata la loro discrezionalità”: così ha affermato dalla dirigente
della Divisione Verde Parchi e Tutela Animali dott.ssa Claudia Bertolotto nel
suo irregolare parere di regolarità tecnica – un atto che dovrebbe limitarsi ad
attestare se l’approvazione della delibera da parte del Consiglio comunale violi
o meno la norma, e che è stato invece strumentalizzato per esprimere il
personalissimo parere della dott.ssa sul contenuto. A difesa dell’operato dei
tecnici, l’assessore Tresso ha affermato durante una Commissione che l’art. 45
stabilisce il rinnovo delle alberate come prassi straordinaria e, come tale,
richiede una delibera di Giunta; questo nell’attuale art. 45 attuale non è
previsto da nessuna parte. Non dal Regolamento discende il fatto che i progetti
di corso Belgio e corso Umbria (e del Meisino) siano stati oggetto di delibere
di Giunta, ma da quella sinergia tra tecnici e assessori che più che una
garanzia di buone pratiche è garanzia di esclusione di partecipazione
democratica.
Le istituzioni sembrano interessate a tutelare non tanto il verde, la scienza o
anche la prassi del rinnovo delle alberate nello specifico, quanto un meccanismo
ben radicato nella gestione del conflitto negli spazi urbani: il politico manda
avanti il tecnico nella sua presunta neutralità, e questo a sua volta può
scaricare le responsabilità decisionali sul politico – chiudendo così quel
cerchio al di fuori del quale ci vorrebbero lasciare. Nel caso in cui
l’ostruzionismo amministrativo non bastasse a bloccare l’iniziativa dal basso,
il conflitto coi cittadini potrà agilmente venire riclassificato come problema
di ordine pubblico, depoliticizzando ulteriormente la questione e delegando alle
forze dell’ordine la pacificazione sociale. Così avvenuto in Corso Belgio, come
al Parco Artiglieri e al Meisino. La delibera sull’art. 45 rischia di diventare
l’ennesima istanza popolare accantonata da questa Amministrazione, dietro la
delibera sul risparmio idrico del Comitato Acqua Pubblica Torino, la delibera e
il referendum per la Pellerina e la petizione del Comitato Salviamo gli Alberi
di corso Belgio. Menzione d’onore spetta poi al caso “Vuoti a rendere”, proposta
di delibera promossa da associazioni per il diritto all’abitare che, pur non
partendo da rivendicazioni particolarmente radicali, ha subito un tale massiccia
opera di emendamento (a valle di una vera e propria campagna denigratoria) prima
dell’approvazione da risultare completamente svuotata del contenuto politico. Un
simile processo di svuotamento è quello che comitati e firmatari della delibera
sull’art. 45 vorrebbero evitare ad ogni costo – un processo di svuotamento
politico non dissimile a quello subito da categorie come welfare, sostenibilità,
partecipazione, inclusione, servizi, comunità, cura, accessibilità, e anche
verde, ormai usati come veri e propri cavalli di Troia per veicolare il loro
esatto contrario.
La vera difesa del verde non può basarsi su un discorso meramente quantitativo
di superficie o numero di alberi piantati (su cui è molto facile produrre “falsi
in bilancio”), ma deve integrare una dimensione qualitativa, come avviene nelle
rivendicazioni dei comitati attivi in città e nei propri quartieri a difesa di
un verde sociale, ecologico e di prossimità. Dietro le destrezze terminologiche
e nebbie mediatiche, quella che nei fatti si sta profilando è una città in cui
gli spazi sono ridotti a merce con tanto di “obscolescenza programmata” e tenuti
in costante regime di “riqualificazione” e riorganizzazione sulla base degli
interessi di costruttori e privato forte. Una città in cui i processi
decisionali sono blindati alla partecipazione dal basso e in cui la “regia
pubblica” si riduce in un accentramento di potere decisionale nella Giunta.
È un piano che se nella narrativa istituzionale promette tutto a tutti, in
ambito di certezze concrete a noi ha niente da dare, senza molte idee oltre alla
“grande occasione” di una riconversione bellica giocata tra aerospazio e data
center – tra le otto aree di “grande trasformazione urbana” designate dal nuovo
Piano Regolatore una intera, quella di corso Marche, è pensata come diretta
emanazione della futura Cittadella dell’Aerospazio – e il consolidamento a norma
della deregolamentazione urbanistica con la fine delle zonizzazioni per
destinazioni d’uso.
Dopo l’approvazione del progetto preliminare, si aprono i 60 giorni di tempo
affinché i cittadini possano presentare le proprie osservazioni. Dopodiché, il
testo passerà alla Regione (in cui i tempi di permanenza saranno accorciati
grazie al Cresci Piemonte, una bella azione sinergica tra partiti in
opposizione) e la votazione sul progetto definitivo del PRG dovrebbe tenersi tra
circa un anno. Se difficile sarà incidere in maniera tangibile sul testo o
bloccarne l’approvazione, aperta è comunque la strada della contestazione e del
contrasto tanto ai progetti che ne hanno anticipato il paradigma, come quelli
sul verde, quanto alle sue future applicazioni concrete.
Contro la guerra globale e ai nostri territori. Per la costruzione di un
orizzonte di possibilità oltre estrattivismo e sfruttamento
Cosenza – 11 e 12 aprile 2026
Non esiste un solo Sud. Esistono una pluralità di Sud, attraversati dalla
medesima struttura di disuguaglianza, fatta di spopolamento, abbandono e
speculazione.
Questa assemblea nasce da una necessità impellente.
Dalla consapevolezza che i Sud non rappresentano una periferia geografica da
amministrare, ma una condizione storica, un campo di forze politico e teorico:
un punto di osservazione dal quale è possibile mettere a nudo le macerie del
modello capitalistico estrattivista.
Rifiutiamo le lenti deformanti del cosiddetto “sottosviluppo” e di una presunta
arretratezza endemica dei territori meridionali. Una retorica tipica dei
processi coloniali, che serve soltanto a mascherare una realtà ben più brutale:
il Sud (e le isole) non sono un vagone lento da agganciare alla locomotiva del
Nord, ma un laboratorio in cui è stato collaudato un modello di sviluppo
parassitario e mortifero, pensato altrove e per interessi totalmente estranei a
chi queste terre le abita.
Interrogarsi sui Sud oggi significa quindi ridiscutere il senso stesso dello
sviluppo, il rapporto tra economia e vita, tra produzione e territori, tra
istituzioni e comunità.
Negli ultimi anni, è sempre più evidente la tendenza alla trasformazione delle
regioni meridionali in spazi di pura disponibilità: alla speculazione,
all’estrazione violenta di risorse naturali ed energetiche, alla riduzione a
meta di turismo di massa e/o a corridoio logistico funzionale all’apparato
militare-industriale. È un modello che procede sistematicamente in direzione
contraria agli interessi di chi questi territori li vive.
Anche la fragilità delle nostre terre, palesata dai più recenti eventi climatici
estremi, non è un fatto esclusivamente naturale ma fa parte delle conseguenze di
questo processo.
Le esondazioni, le frane e i crolli che sbriciolano i nostri centri, le coste e
le aree interne non sono mera fatalità; sono la concretizzazione di un’incuria
programmata. Sono il prodotto della stessa logica che devasta i servizi
fondamentali: una sanità pubblica smantellata, che produce migrazioni forzate
per il diritto alla cura; infrastrutture obsolete, che lasciano interi territori
senz’acqua; reti di collegamento e trasporto insicure, carenti o addirittura
inesistenti, che rendono la quotidianità un vero e proprio esercizio di
sopravvivenza.
In questo quadro, le “grandi opere”, come il Ponte sullo Stretto, così come
quegli interventi di facciata o puramente simbolici, non rappresentano risposte
reali a problemi fin troppo concreti, ma gli esempi più lampanti di una
dissonanza insopportabile. Sottraggono risorse alle urgenze reali per alimentare
un’economia dell’eccezione e dell’emergenza permanente, garantendo profitti a
pochi e altrove, mentre ai nostri territori viene sottratto il presente e il
futuro.
Si tratta di una vera e propria “guerra ai territori”, una modalità di dominio
violento sui territori e sui popoli che li abitano, che diventa ancora più
evidente nella fase attuale di riconversione bellica della società,
dall’asservimento economico agli interessi della macchina bellica fino alla
messa a valore dei territori nei flussi della logistica militare.
Nonostante il Sud non sia un blocco omogeneo, nelle regioni meridionali, nelle
aree interne e nelle isole si riproduce con regolarità impressionante la stessa
scala di disuguaglianza, con intensità differenti ma con le stesse
problematiche: povertà diffusa, precarietà, assenza di servizi fondamentali e
prospettive di vita dignitose, devastazione ambientale, dissesto e saccheggio
dei territori.
Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove e continue
ondate di emigrazione. Un fenomeno, questo sì endemico, che oggi paradossalmente
non rappresenta più neanche la strada per un netto miglioramento delle
condizioni economiche di partenza, ma una scelta praticamente ‘obbligata’ che
impone di produrre ricchezza altrove per salari da fame, e di cui le stesse
famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi economici e sociali.
I Sud, allora, rischiano davvero di diventare soltanto dei luoghi di passaggio,
delle vetrine turistiche per qualche mese l’anno, oppure semplicemente di
sparire, schiacciati tra spopolamento e sfruttamento. Sicuramente non dei luoghi
dove immaginare di poter rimanere a vivere, e sicuramente non in maniera
dignitosa.
Contro questa traiettoria, non serve un modello di sviluppo imitativo.
Non bisogna rincorrere modelli industriali che hanno già prodotto devastazione
ambientale e sociale. Non ci serve la retorica dell’assistenzialismo, né tanto
meno l’idealizzazione di un’identità statica, l’idea di un Sud immobile e
rassegnato.
Serve rompere con le rappresentazioni stereotipate e le lenti coloniali per
iniziare la costruzione di un’alternativa concreta e praticabile, da
contrapporre a ritmi e modelli imposti da un sistema di morte e devastazione.
Non esistono anticorpi ‘naturali’ al capitalismo: esistono il conflitto e
l’organizzazione.
Sud può e deve diventare uno spazio da cui produrre un’altra idea di abitare i
luoghi: uno sguardo che parta dal Mediterraneo per rimettere in discussione
dalle fondamenta la centralità del mercato e il dominio tecnico-militare come
orizzonte inevitabile.
Ma questo piano teorico ha senso solo se resta strettamente intrecciato alla
soddisfazione dei bisogni più urgenti e immediati. Non potrà avere alcuna
incisività senza la rivendicazione di una sanità territoriale efficiente, senza
la pretesa di infrastrutture adeguate, senza la difesa dei territori da
estrattivismo e devastazione, senza una lotta contro precarietà e sfruttamento
lavorativo; perché è solo attraverso la risposta a questi bisogni fondamentali
che la possibilità di rimanere smette di essere un’aspirazione e diventa una
realtà politica concreta.
Per discutere insieme di tutto questo, convochiamo un’assemblea meridionale a
Cosenza, per sabato 11 e domenica 12 aprile.
Questo appuntamento rappresenta la seconda tappa di un percorso collettivo
avviato nei mesi scorsi a Messina, sui fili della lotta contro il Ponte sullo
Stretto, dove abbiamo sancito la necessità di liberarci dalle retoriche
coloniali sul Sud.
Vogliamo dare continuità a quella posizione, allargando il fronte a tutte le
realtà delle regioni meridionali che ogni giorno si organizzano nei territori.
Vogliamo che sia uno spazio politico di confronto, proposta e riflessione,
capace di tenere insieme l’analisi critica e la necessità di tracciare percorsi
per forme di opposizione concreta.
Il Sud non è un problema da amministrare.
È una forza collettiva che si organizza.
Da Carmillaonline
Redazione
A volte ritorniamo, anche in presenza, fuori da questi schermi. Il 18 aprile
prossimo, a Roma, si svolgerà Carmillafest 2026. La data non è casuale perché
quattro anni fa, proprio in quel giorno, veniva a mancare il fondatore della
nostra testata: lo scrittore e militante rivoluzionario Valerio Evangelisti.
Questa seconda edizione di Carmillafest – la prima si tenne a Bologna insieme a
Valerio nel 2019 – sarà quindi dedicata alla poetica politica del nostro amico e
compagno.
Da sempre chi lotta ha bisogno di miti, eroi, canzoni, visioni di mondi
migliori, avventure che possano essere d’ispirazione. Detto in una sola parola:
un immaginario. Ma della stessa cosa ha bisogno anche chi domina, sfrutta e
reprime. Valerio affermava che l’immaginario è un terreno di scontro: i ribelli
devono liberarlo dalla colonizzazione reazionaria del Potere. Come alcuni nostri
redattori scrivevano in una raccolta di saggi di alcuni anni fa (Immaginari
alterati) «Occorre liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale
che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la
dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e far sì che
tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale
cambiamento dello stato di cose presenti. I rappresentanti del potere e dello
sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano immaginano e governano sulla
base di assunti ritenuti immutabili, coloro che vogliono il cambiamento devono
immaginarne e proporne altri.»
Pur nella sua estrema eterogeneità, se la nostra rivista, nei suoi 31 anni di
vita prima cartacea e poi digitale, dovesse dichiarare il proprio fondamento
teorico, questo appena enunciato ne costituisce una buona approssimazione.
Il 18 aprile i redattori di Carmilla racconteranno la figura umana, artistica e
politica di Valerio Evangelisti, la storia di una testata ispirata a una vampira
lunare e desiderante come la rivoluzione; analizzeranno il personaggio di
Nicolas Eymerich, l’eroe più famoso uscito dalla penna dello scrittore
bolognese; dialogheranno sugli orridi venti di guerra, già preannunciati in
molti romanzi di Evangelisti; presenteranno le loro ultime novità editoriali. Al
termine non mancherà il convivio con cibo, bevande e dj set. Nelle prossime
settimane pubblicheremo il luogo dell’appuntamento e il programma, ma intanto
segnatevi la data.
Il 28 marzo alle ore 15 torniamo a scendere in piazza a Niscemi (CL), la città
del MUOS, per dire con forza no alla guerra e all’uso delle basi militari
statunitensi in Italia.
Partenza del corteo: via Carlo Marx angolo via Aldo Moro, Niscemi (CL)
Nel cuore della sughereta di Niscemi sorgono la stazione NRTF e il MUOS, due
infrastrutture militari strategiche operative tutto l’anno, destinate
esclusivamente alle comunicazioni militari statunitensi.
Da qui passano quotidianamente segnali che sostengono le guerre degli Stati
Uniti. Gli Stati Uniti fanno la guerra da casa nostra, utilizzando
infrastrutture collocate sul nostro territorio ma sottratte alla sovranità dei
cittadini.
Quando un territorio ospita infrastrutture militari strategiche, diventa
automaticamente un potenziale bersaglio nei conflitti. Le ricadute della guerra
sono già presenti nella nostra vita quotidiana: aumento dei prezzi di energia e
carburanti, incremento del costo della vita, taglio delle spese sociali e
pubbliche a vantaggio di quelle militari, mentre tornano nel dibattito pubblico
proposte come la reintroduzione della leva.
In Sicilia e in Italia, recentemente, si sono tenute manifestazioni contro la
guerra a Sigonella e Trapani, a cui abbiamo partecipato insieme ad altre realtà
pacifiste e sociali. Il 28 marzo, oltre a Niscemi, si terranno mobilitazioni in
altre città italiane, tra cui Roma e le piazze delle donne per la pace.
La manifestazione che chiamiamo vuole collocarsi in questo solco comune di
opposizione alla guerra in cui ci stanno portando, perché riteniamo importante
scendere in piazza anche in un luogo come Niscemi, città ferita due volte, prima
dall’imposizione della base americana e poi da una frana che poteva e doveva
essere prevenuta.
A Niscemi e ovunque, scendiamo in piazza con la fiducia che “i popoli in rivolta
scrivono la storia”: dagli anni in cui il Movimento No MUOS ha invaso la base
americana, alle mobilitazioni per la Palestina divampate con la partenza delle
flottiglie, fino alle lotte dei lavoratori contro la guerra, portuali e
ferrovieri in testa. Fino all’esempio recente della stazione di Pisa, dove un
treno che trasportava mezzi militari è stato bloccato.
Durante la manifestazione ci sarà un momento di confronto aperto con comitati,
associazioni e singoli cittadini interessati a coordinare iniziative contro la
guerra.
Il 28 marzo ci ritroviamo a Niscemi per ribadire che:
* i territori non sono basi militari
* la guerra non può essere normalizzata
* i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità
* la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel
Mediterraneo
Per sottrarre i luoghi alla guerra e alle servitù militari.
Per restituirli alle comunità locali.
📍 Niscemi (CL) – partenza corteo: via Carlo Marx angolo via Aldo Moro
🗓 28 marzo 2026
🕒 ore 15:00
Aperto alle adesioni di associazioni, comitati e singoli cittadini.
Da No Muos.info
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di
petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana.
Da Radio Blackout
Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento
sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi
d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo (
200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce
uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro
indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del
debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di
una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La
credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si
rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad
incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei
petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la
chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo
del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi
intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che
porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a
breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della
fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione
dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità
attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un
forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap)
valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti
segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione
e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra.
Ne parliamo con Alessandro Volpi economista
Da Radio Blackout
Il processo autoritario e guerra fondaio si combatte insieme: per questo No
Kings Italy, il 27 e il 28 Marzo, raccoglie a Roma una coalizione di più di 700
realtà contro i re e le loro guerre:
“I “Re” non sono solo i leader internazionali che guidano guerre e processi
autoritari. Sono: le oligarchie economiche e finanziarie, i giganti del tech, le
multinazionali che impoveriscono il lavoro,i poteri urbani che espellono poveri
e migranti.”, si legge sul comunicato di chiusura dell’assemblea che il 3 Marzo
ha segnato il via ai lavori.
La prima stoccata al Governo Meloni, che con il referendum ha ricevuto prima di
tutto un forte NO popolare alle politiche autoritarie e securitarie è solo un
primo passo nella direzione della costruzione di un’opposizione a uno Stato che
in nulla rappresenta la sua popolazione.
La mobilitazione che nasce dai percorsi “Stop Rearm Europe” e la rete contro il
DDL Sicurezza “No DDL paura” tracciano un internazionalismo con vocazione
locale. La volontà è la creazione di una mobilitazione transnazionale che, a
partire dalle esperienze territoriali delle lotte sociali, ambientali, sul
lavoro e antirazziste, confluisca contro la compressione dei diritti sociali e
dei processi autoritari che interessano l’Italia e l’Europa e che culminano con
le guerre imperialiste “dei re” che ora infestano il Medio Oriente.
La data, infatti, cade in concomitanza con la manifestazione No Kings U.S.A.,
che il 28 di Marzo lanciano una mobilitazione diffusa nel paese contro le
politiche di Trump, l’imperialismo in Medio Oriente e l’invasione dell’ICE nei
territori.
Ne abbiamo parlato con Stella dei Centri Sociali Del Nord Est:
Ripubblichiamo l’articolo degli Attivisti dell’Assemblea per la Palestina
apparso sulla rivista Voci da Dentro che racconta il presidio al carcere per
Tarek, ragazzo arrestato dopo un corteo per Gaza.
Per tutta la sera un vento gelido e salmastro tagliava la faccia come una lama.
Davanti a noi, la facciata in cemento armato del carcere di San Donato, a
Pescara. Per una coincidenza feroce, siamo a pochi giorni dall’anniversario
della morte di un ragazzo egiziano di 24 anni, suicidatosi in quel carcere nel
febbraio 2025.
Ed eccoci qui, arrivati da diverse parti d’Abruzzo, con il megafono stretto
nelle mani intirizzite, a far giungere la nostra solidarietà a chi è inghiottito
dentro quell’opprimente blocco di cemento armato. In alto, sul lato che dà sulla
strada, una finestra con le sbarre ritaglia l’unico rettangolo di luce. Da
dietro le sbarre, la sagoma di un uomo protende le braccia verso l’esterno. Più
che il volto — che rimarrà sempre in penombra — è ben visibile la forza
disperata della sua voce. Una voce che ha l’urgenza di venir fuori tutta d’un
fiato, prima di essere ributtata dentro.
«Sono Tarek. Fate arrivare la mia voce».
Tarek Dridi, originario della Tunisia, è stato arrestato dopo la manifestazione
del 5 ottobre 2024, quando, per la prima volta dopo il 7 ottobre, migliaia di
persone si mobilitarono a Piazzale Ostiense, a Roma, in solidarietà con la
Palestina, denunciando il genocidio in corso. Quella mattina Tarek, in realtà,
non aveva preso parte alla mobilitazione: si trovava semplicemente in un bar
vicino alla piazza. Fu quando vide le cariche della polizia che si frappose tra
il cordone degli agenti che caricava e la folla. In quel frangente così
concitato si alzò la maglia e si tagliò il petto con una lametta. Un gesto
estremo di protesta, come fanno spesso coloro che passano per i CPR e le
carceri. Un gesto che però, nel processo con rito abbreviato, è stato
ribattezzato come resistenza aggravata.
La sua voce ci arriva a tratti, inghiottita dal rumore del traffico: «Stiamo
subendo, stiamo soffrendo. La gente qui sta morendo. I diritti non esistono
proprio, qui le condizioni sono disumane, non funziona niente: la sanità non
funziona, non abbiamo nemmeno l’acqua calda. Per noi è difficile anche fare il
Ramadan. Conoscete la mia storia: dopo il 5 ottobre sono stato condannato
ingiustamente. Resisto fino alla fine, io sono più forte di loro. Mi fido di
voi. Se state con me, la mia condanna non mi interessa! Vi ringrazio per la
solidarietà. Vi voglio bene. Io resisto ancora, lo sapete! Palestina libera!
Libertà.»
VOCI DAL PRESIDIO
Nel corso del presidio, durante un collegamento telefonico, l’avvocato Leonardo
Pompili ci restituisce alcuni passaggi: «Tarek si è cucito la bocca per
protestare contro le condizioni in cui è costretto a vivere, che lo consumano
fisicamente e psicologicamente. Ora fortunatamente sta un po’ meglio, ma sta
comunque attraversando l’inverno senza indumenti adeguati, e questo aggrava
ulteriormente la sua situazione».
Sappiamo che il trasferimento improvviso a Pescara ha pesato molto sulla psiche
di Tarek. A Roma, infatti, aveva costruito quel minimo di legami e relazioni
capaci di farlo sentire meno solo. Qui, a rendere tutto più duro, è il taglio
sistematico dei contatti con l’esterno: al momento, infatti, a Tarek non vengono
concesse autorizzazioni né per i colloqui né per ricevere pacchi.
Sul piano processuale, a dicembre, nella prima udienza d’appello, si è aperta
formalmente la strada a una perizia sulle sue condizioni cliniche, rimaste fuori
dal processo di primo grado (chiuso con una condanna a 4 anni e 8 mesi).
Nonostante fossero state presentate le cartelle cliniche pregresse, il primo
giudice non le ha prese in considerazione, né le ha sfogliate, essendo sporche e
sgualcite. Un dettaglio che rivela lo sguardo, spesso classista, che finisce per
ignorare come Tarek, senza fissa dimora, vivesse in condizioni di forte
indigenza: quelle carte spiegazzate non erano un atto di incuria, ma la traccia
materiale della sua condizione.
«Ancora oggi i periti non sono riusciti ad avere una copia integrale della
cartella clinica di Tarek — continua a spiegarci Pompili — perché in carcere non
sarebbe disponibile il personale incaricato di fare le fotocopie. Tutto questo
risulta ancora più surreale se si pensa che la richiesta non arriva da un perito
della difesa, ma da un ausiliare di un perito della Corte. Una mancanza
gravissima, dato che la perizia clinica completa sarà determinante nelle
valutazioni in appello».
«Ci sono molti punti da ridiscutere — aggiunge Pompili —: la sentenza,
profondamente ingiusta, ricostruisce gli eventi in modo non lineare e
attribuisce a Tarek condotte non supportate dagli atti: l’autolesionismo sarebbe
stato letto come resistenza a pubblico ufficiale senza prove che in quel momento
si stesse opponendo a un arresto; e l’accusa di lesioni, legata all’uso di
ombrelli e bottiglie contro le forze dell’ordine, non sarebbe confermata dai
filmati depositati agli atti».
CONCLUSIONI: FAR ARRIVARE LA VOCE
Una casa circondariale a un passo dal cuore di Pescara dovrebbe essere
impossibile da ignorare. E invece può diventare invisibile, come se non
riguardasse nessuno. Quella finestra, quelle braccia protese verso l’esterno
strappano via l’illusione: il carcere non è solo un Altrove. È qui, dentro la
città, dentro le nostre vite. E si regge, in modo persino banale, su quanta
indifferenza siamo disposti a tollerare.
Il vento, il freddo gelido che taglia come una lama, non sono solo metafore
aleatorie. In questa storia sono la perfetta espressione di quello che si prova
di fronte alla violenza di un sistema che si dice rieducativo e che, alla fine
dei conti, si riduce nella punizione e nell’abbandono delle persone detenute. I
colloqui negati, i pacchi bloccati, i contatti tagliati non sono disfunzioni di
un sistema organico carente — che come problema esiste — quanto piuttosto il
funzionamento normale di un dispositivo afflittivo, che ha nell’isolamento della
persona detenuta il suo strumento più raffinato. L’iter burocratico-giudiziario
— sordo, cieco, lento quando fa comodo — finisce per pesare come una pena
aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza ma eseguita ogni giorno.
La storia di Tarek non è solo la sua storia. È la storia di tanti che riempiono
le carceri, poveri cristi senza un santo in paradiso a cui appellarsi, che
affidano a gesti estremi l’ultima possibilità di scegliere sulla propria vita e,
non ultimo, di far arrivare un messaggio fuori. La sua storia è venuta a galla
perché c’era una rete politica pronta a raccoglierla, a non lasciarla affogare
tra quelle pareti. Una rete che ricorda che quel giorno, a Piazzale Ostiense,
Tarek ha scelto da che parte stare. E lo ha fatto in un tempo in cui prendere
posizione per la Palestina viene fatto pagare a un prezzo sempre più caro.
Una scelta come quella di Tarek non poteva che diventare bersaglio di una
repressione che in questo paese si è fatta sempre più capillare, infiltrandosi
nei dispositivi legislativi e trasformando la solidarietà nei confronti della
Palestina in qualcosa da scoraggiare. E la lista è lunga: Anan Yaeesh,
partigiano della resistenza palestinese, rinchiuso a Melfi. Ahmad Salem, in
regime AS2 a Rossano, per aver condiviso un video che chiamava a mobilitarsi
contro il genocidio a Gaza. Mohamed Hannoun, in carcere perché la sua raccolta
fondi solidale è stata letta come finanziamento ad Hamas.
Per questo è importante continuare a stare nei tribunali e in ogni altro posto
necessario, perché le persone che si trovano ad affrontare questo calvario non
si sentano sole. Le braccia di Tarek ci ricordano quanto tutto questo ci sia
vicino.
Tarek esiste, resiste come può, e noi restiamo al suo fianco.
«Se state con me, la mia condanna non mi interessa».
Assemblea per la Palestina Pescara, sulla rivista di Voci di dentro
Mercoledì 18 marzo in Regione Piemonte è partito il “Comitato di supporto” per
la tratta nazionale Avigliana-Orbassano.
da notav.info
Hanno partecipato tecnici regionali, rappresentanti di RFI, dei sindaci e degli
amministratori, ma anche figure politiche a favore dell’opera come l’assessore
regionale alle Infrastrutture strategiche Enrico Bussalino e il vicesindaco
della Città Metropolitana, Jacopo Suppo.
Il “comitato” si propone di favorire il dialogo tra istituzioni e territorio,
monitorare lo stato di attuazione degli interventi e affrontare le criticità che
potranno emergere nelle diverse fasi di realizzazione dell’infrastruttura.
Tradotto: indorare la pillola per imporre l’opera anche a chi è contrario.
La soluzione trovata dai piani alti a seguito delle osservazioni critiche
depositate dall’Unione Montana Valle Susa e alcuni comuni come Avigliana,
Caselette e Sant’Ambrogio è stata quella di creare tavoli di lavoro tematici per
affrontare l’interferenza coi pozzi che forniscono acqua potabile, il rischio di
danneggiare con gli scavi l’equilibrio idrico della collina morenica e il
complessivo impatto ambientale, i potenziali danni legati a materiali
pericolosi, come l’amianto. E ancora la questione del consumo di suolo agricolo
e la gestione del materiale di scavo che comporterebbe aumenti significativi del
traffico pesante nell’area.
Sul fatto che gli studi trasportistici su cui si basa il progetto di Rfi
risalgono a più di dieci anni fa e non rispondono ai bisogni reali, non si
capisce quale sia la loro soluzione.
Mentre la Regione Piemonte sostiene il progetto, e con questo comitato punta a
superare l’opposizione degli enti locali e rispettare il cronoprogramma (che
prevede l’inizio lavori nel 2027 e l’attivazione della linea entro il 2034, in
contemporanea con la tratta internazionale), quello che viene riportato dai
quotidiani piemontesi, è che i sindaci chiedono almeno l’interramento della
linea, sebbene sia presente anche un fronte di alcuni amministratori e di
comitati No Tav per cui l’obiettivo resta l’opzione zero, cioè l’utilizzo della
tratta esistente.
Questo dibattito ci riporta alla posizione emersa attraverso la lettera
pubblicata sul quotidiano “Valsusa Oggi” dal gruppo di opposizione di Avigliana,
che prova a presentarsi come un punto di vista realistico in opposizione
all’amministrazione, ma che si colloca all’interno di un perimetro già definito:
quello dell’accettazione dell’opera.
Si propone l’interramento come soluzione tecnica, come compromesso accettabile,
come forma di mitigazione locale. Ma si rimuove il nocciolo della questione:
qualsiasi tratta della Torino-Lione è inutile, imposta e devastante, continua (e
continuerà) a produrre effetti negativi sul nostro territorio, indipendentemente
dal fatto che i binari vengano costruiti in superficie o sottoterra.
L’interramento ad Avigliana viene presentato come l’unica opzione concreta, ma
in realtà è una falsa alternativa. Accettare l’opera significa accettarne le
conseguenze complessive: cantieri, consumo di risorse pubbliche, impatti
ambientali e sanitari, militarizzazione dei territori. Continuare a inseguire
soluzioni tecniche dentro un progetto intrinsecamente sbagliato significa
restare intrappolati in una logica che non lascia scampo: si finisce sempre per
contrattare un danno che non potrà che riversarsi sulla popolazione della Valle.
Porre il piano della discussione sull’interramento, significa negoziare sul COME
realizzare il Tav, non sul SE.
Sappiamo, però, che le amministrazioni locali (soprattutto quelle che, in questo
contesto, hanno prodotto pagine e pagine di osservazioni sulla tratta nazionale
Avigliana – Orbassano) hanno a cuore la salute dei propri cittadini e cittadine
e la salvaguardia del proprio territorio.
Per questo, vorremmo incitarle a non lasciarsi assorbire dalle dinamiche che
necessariamente si sviluppano intorno a questi tavoli e a mantenere uno sguardo
lucido sulla situazione, riconoscendo che confronti di questo tipo perdono
subito di efficacia perché basati su trattative prolungate che finiscono
sicuramente per indebolire le ragioni di partenza, soprattutto se non c’è piena
chiarezza sugli obiettivi.
Si tratta di dinamiche, purtroppo, già viste: senza nemmeno dover tornare
indietro fino al 2006 e all’istituzione del primo Osservatorio, siamo più che
sicuri che anche questa volta il percorso del “dentro e contro” istituzionale
difficilmente potrà portare a un qualche tipo di risultato.
L’adesione a questi tavoli non porterà alcun beneficio alla Valsusa. Piuttosto,
continuerà a rafforzare le posizioni dei proponenti e realizzatori dell’opera,
sempre volte a devastare e sprecare enormi risorse di denaro pubblico,
legittimando così la prosecuzione degli interventi da attuare. Inoltre, tali
percorsi possono contribuire a rappresentare all’opinione pubblica e ai
finanziatori un livello di condivisione che non sempre corrisponde alle
posizioni espresse dalle comunità interessate.
Aderire alla narrazione bipartisan (condivisa, ad esempio, sia dalla Giunta
Cirio sia da parte del gruppo di opposizione del Pd ad Avigliana) secondo cui
sarebbe necessario superare anni di opposizione, ritenuti responsabili della
mancata partecipazione ai tavoli e delle criticità sul territorio, offre una
lettura completamente errata della realtà non restituendo pienamente la
complessità delle mobilitazioni e delle ragioni che le hanno motivate nel
tempo.
Senza il Movimento No Tav, senza il conflitto sociale che ha attraversato la
Valsusa e senza una chiara, netta e coraggiosa opposizione delle amministrazioni
locali, oggi non esisterebbero nemmeno spazi di discussione. Figuriamoci le
modifiche progettuali.
Quella che viene liquidata come ideologia è stata, in questi anni, l’unica vera
difesa concreta del territorio. Così come l’“opzione zero”, reputata
irrealistica, è l’unica posizione coerente se si guarda all’interesse collettivo
e non alla gestione dell’esistente.
Dire no all’opera non è un esercizio retorico, ma una scelta politica precisa:
fermare un progetto dannoso e aprire finalmente una discussione su mobilità
utile, manutenzione della rete esistente, servizi per i pendolari, cura e
priorità di un territorio già abbastanza martoriato e sacrificato.
Per questo spostare la centralità del dibattito istituzionale sul tema
dell’interramento dei binari, è solo un modo per distogliere l’attenzione dal
focus della questione: la necessità di fermare la Torino-Lione.
Tutto il resto, semplicemente, è noia.
Sul referendum: oltre il voto, per la nostra autonomia. Come gruppo e nelle
nostre cerchie abbiamo votato “NO” convintamente anche se non ci siamo esposti
pubblicamente, al contrario del referendum dell’estate scorsa dove – per far
emergere il nesso imprescindibile tra cittadinanza e classe. Ma, da quella
giornata ai risultati di oggi, vogliamo ordinare alcune riflessioni a caldo,
coerentemente col nostro posizionamento ancorato ai bisogni, alle lotte e
all’autonomia della nostra gente. Quindi accogliamo con entusiasmo la vittoria
del “NO”.
Da Immigrital
Concordiamo nel merito del voto, su cui non ci soffermiamo sia perché molti ne
hanno parlato meglio di quanto faremmo noi e sia per la volontà di non inserirci
nello scontro scontro tra poteri istituzionali (dove l’accesso ci è precluso a
prescindere).
Riteniamo evidente il tentativo governativo di istituzionalizzare il fascismo e
l’autoritarismo sia contrastando scioperi e lotte che sistematizzando misure
incontrollate già presenti che noi conosciamo bene: dalle decisioni arbitrarie
delle questure – daspo, fogli di via, deportazioni etc – ai decreti sicurezza,
mirando a rendere sistema la violenza quotidiana e strutturale contro i più
marginalizzati, privati di risorse e proprietà. Quindi contro di noi, i nostri
quartieri e la nostra gente. Misure quotidiane da stato di polizia – proprio di
definizione, in quanto bypassano ogni controllo – direttamente legate a
questure, partiti e privati e sperimentate prima su migranti e ultras e che oggi
colpiscono in primo luogo non apparati democratici o realtà politicamente
organizzate ma società più marginalizzata ed esclusa.
In un contesto in cui, almeno dal 2020, l’estrema destra istituzionale (e quella
di strada, dai partiti sdoganata e tutelata), ha costruito un discorso classista
e razzista – contro ad es. i “maranza” – usando ogni mezzo detenuto per
prepararsi a questa “organicizzazione” e istituzionalizzazione fascista. Ogni
singolo discorso e passo politico si muove in quell’ottica. Anche questo quesito
referendario lo leggiamo in questo quadro.
Riconosciamo la necessità democratica di indipendenza della magistratura, che
non significa assenza di politica interna, e il tentativo esterno e partitico di
controllarla. Ma vogliamo andarne oltre: parliamo di democrazia non come
fantoccio sbandierato, ma come processo concreto e quotidiano che parta proprio
dalle zone che più ne sono private esteriormente. Per riequilibrare le
asimmetrie e contrastare le oppressioni dobbiamo costruire la nostra, di
democrazia, intesa come radicale e come nostro potere. Partendo
dall’organizzazione nel lavoro, come già si vede, ma anche nelle strade, nei
quartieri, nelle scuole. Ovunque siamo segregati dall’esterno e ovunque vogliano
che siamo assoggettati all’arbitrio e all’abuso di altri. Per questo: democrazia
e autonomia. Da un lato l’autonomia dentro gli spazi che ci impongono,
dall’altro il conflitto per spezzare le barriere che ci confinano: per accedere
a istruzione, sanità, lavoro equo, casa, sport e professioni di ogni tipo.
Quindi ogni atto e ogni comunicazione di questo governo fascista lo leggiamo
come tentativo di spezzare questa emersione e questa lotta, organizzata in forme
differenti e spesso non canoniche. Piccoli provvedimenti, micro-abusi
quotidiani, intensificazioni delle violenze già sistemiche, fino al tentativo di
istituzionalizzarle.
Se l’esito del referendum su cittadinanza e lavoro è stato uno dei picchi più
bassi e violenti degli ultimi trent’anni della nostra presenza in Italia,
l’ultimo anno ha segnato un crescendo di energia. Dalle piazze per Gaza, che
hanno visto numeri massicci e proteste radicali in ogni singolo comune italiano,
a piccole ma grandi vittorie collegate tra loro. Il rifiuto del genocidio
avallato in ambito partitico e istituzionale, con blocchiamo tutto, o della
guerra -qualsiasi sia il popolo oppresso – come il blocco del treno a Pisa. Non
solo quindi resistendo e opponendosi alle barbarie ma anche scavalcando decreti
sicurezza e criminalizzazione del conflitto. In questo contesto emergono sempre
più prime e seconde generazioni. E se il tentativo è organicizzare il fascismo,
a partire contro chi ha meno risorse e vive quotidianamente le oppressioni e i
decreti, gran parte della società italiana dimostra di opporsi. Dalle
commemorazioni per Ramy, organizzate nel nostro piccolo, al rifiuto di concetti
come “remigrazione”, fino all’antifascismo militante contro i raduni
dell’estrema destra riguardo a questi temi. Questo dimostra che la società non
solo si oppone alla torsione autoritaria, ma che esiste una pulsione democratica
insita nella società stessa che è molto più avanti dei partiti. E in questa
potenziale saldatura tra tradizione democratica di parte della società italiana,
realtà militanti organizzate e le categorie totalmente escluse e soffocate, che
sta nascendo e nascerà la nuova Italia – capace di essere dentro e per la
società, nella contemporaneità e rivolta al futuro. Lo diciamo quindi senza
timore: questi trent’anni di merda soffocante, dove il potere ha tentato
trasversalmente di sfruttarci, incarcerarci ed escluderci, spesso riuscendoci ma
trovandoci giorno dopo giorno con ogni nostra forza a contrastarlo, stanno
finendo. Il tentativo estremo di istituzionalizzare il fascismo usando chi ha
meno potere come capro espiatorio fallirà. E oggi è stato un grosso fallimento
loro, e grande vittoria nostra.
Se la società è disposta a tutelare non solo la democrazia così com’è ma a
sostenere la componente più esclusa e l’accesso a risorse, ricchezze,
immaginazioni e possibilità, democrazia reale e concreta, l’auto-organizzazione
multietnica della gioventù, classe operaia e quartieri popolari, allora Giorgia
Meloni presto andrà a casa. Ogni tassello governativo, dal nostro punto di
vista, è stato una reazione anche alla nostra emersione, e verrà continuamente
contrastato, resistendo ma anche rilanciando. Le nostre vite sono sempre state
una barricata e una lotta giornaliera contro poteri strutturalmente classisti e
razzisti: per questo l’antifascismo continuerà a essere baluardo e lo slancio
sarà sempre teso all’autonomia, nei luoghi dove viviamo ma anche per una nuova
Italia tutta e per tutti.