Di Sandro Moiso per Carmilla
Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity
Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro
> «La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e
> dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti
> sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo
> mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non
> saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e
> rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da Donald J. Trump.» (Donald Trunp
> su Truth)
>
> Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più
> fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. (Federico
> Fubini, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026)
La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss
University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda
dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che
hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze
militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per
l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come
lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C.
durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle
173 città-stato greche.
Tra i tanti esempi di alleanze militari come possibili termini di paragone si è
preferito questo, da parte di chi scrive, poiché, oltre ad essere volta a
difendere l’Occidente, guarda caso, da un nemico proveniente da Oriente, greco
fu anche il geografo e viaggiatore, Pitea, che nel 330 a.C., partito per
un’esplorazione dell’Atlantico del Nord, riportò la notizia della scoperta di
“una terra di fuoco e di ghiaccio su cui non tramontava mai il sole”: Thule (in
greco antico: Θούλ,Thoúlē).
Nonostante il discredito gettato su di lui e sulla sua scoperta da Strabone,
autore tra il 14 e il 23 d.C. di una delle opere storico-geografiche più
importanti dell’antichità, le affermazioni di Pitea furono in seguito rivalutate
da Claudio Tolomeo astronomo, geografo e astrologo egizio di cittadinanza greca,
vissuto tra il 100 e il 168 d.C., e successivamente quella terra fu variamente
individuata da altri autori nelle isole Shetland, nell’Islanda o nella
Groenlandia. Soprattutto quest’ultima poiché, una volta corretto l’errore
sistematico sulle longitudini della sua Geografia, come proposto da Lucio Russo
(1944-2025)1, le coordinate di Tolomeo indicherebbero proprio un punto sulla
costa groenlandese.
Oggi, però, quel mito dell’ultima Thule, ovvero di un’isola posta ai confini
della Terra e della conoscenza umana, rischia di rivelarsi come l’ultima
spiaggia della sopravvivenza della Nato o almeno dell’alleanza nata con il
trattato firmato nel 1949 dagli Stati Uniti insieme al Canada e a vari paesi
dell’Europa occidentale, non soltanto quelli direttamente affacciantisi
sull’oceano che le dava il nome.
Un tempo soldato, poi reporter di guerra e scrittore, Peter Apps oggi è un
analista britannico tra i più attenti conoscitori del settore della sicurezza
internazionale e dei meccanismi interni della Nato. Pur costretto da un
incidente in zona di guerra alla semi-paralisi, continua ancora la sua attività
di ricerca come direttore del Project for Study of the 21st Century. Contro la
fine del mondo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Testo che ha inizio
con la seguente, e piuttosto impegnativa, asserzione:
> Coloro che hanno fondato l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e ne
> hanno costruito le prime strutture civili e militari credevano di sapere
> esattamente quale fosse la sua missione. «Considero la Nato come
> l’organizzazione più importante oggi al mondo», dichiarò nel 1953 agli
> studenti del nuovo Collegio di Difesa della Nato il primo vicecomandante
> supremo alleato, il feldmaresciallo visconte Bernard Montgomery. «Credo
> fermamente che, se la Nato fosse nata prima, non ci sarebbe stata una Seconda
> guerra mondiale […] credo anche che il rafforzamento della Nato rappresenti la
> migliore speranza per prevenire la Terza»2.
Ora una tale convinzione, misurata a settantatré anni di distanza dalla sua
enunciazione, rivela tutta la fragilità e, allo stesso tempo, la prosopopea di
un progetto tipicamente occidentale di governare o rigovernare il mondo
attraverso lo strumento militare. Formulazione che, non a caso, è attribuibile a
un comandante più noto per il successo avuto dal capo d’abbigliamento che porta
il suo nome che al suo genio militare. Anche se Apps cerca di ricordare più i
suoi “meriti” che i suoi insuccessi che, invece, un altro autore britannico,
saggista ed ex-militare anche lui, Anthony Beevor, ha ripetutamente
sottolineato3.
La precisazione era necessaria poiché il lavoro di Apps affronta il problema
storico della Nato spesso a partire dal ruolo che il Regno Unito e i suoi
rappresentanti politico-militari hanno avuto nella sua creazione e
nell’indirizzo dato alla sua funzione. Ruolo che, comunque, risulta, anche negli
eventi narrati, sempre subordinato agli interessi e agli indirizzi politici
dell’ingombrante alleato, sia per dimensioni effettive che per volontà politica,
americano. Fin dagli esordi della suddetta alleanza.
Sappiamo da altre fonti4 quali profonde linee di frattura avessero segnato il
rapporto tra Roosevelt e Churchill sulla condotta della guerra e le sue
finalità, soprattutto in vista di un accordo con l’URSS di Stalin per la
spartizione dell’Europa post-bellica, anche se entrambi non ne avrebbero visto
la fine rimanendo al loro posto di comando. Il primo a causa della morte che lo
colse il 12 aprile 1945, poco meno di un mese prima della definitiva sconfitta
tedesca. Il secondo, forse peggio, per la sconfitta politica subita alle
elezioni di quello stesso anno, quando il 17 luglio, ben prima che le atomiche
su Hiroshima e Nagasaki ponessero il sigillo sulla vittoria americana sul fronte
del Pacifico, il suo governo fu rovesciato dall’avvento di quello laburista di
Clement Attlee con Ernest Bevin nominato ministro degli esteri.
In entrambi i casi però, e bisogna dirlo fin da ora, non furono tanto gli uomini
a determinare una reale rottura col passato, ma piuttosto, e nonostante le
differenze tra Truman e Roosevelt e tra Attlee e Churchill, fu la continuità a
trionfare, riaffermando le linee guida fondamentali dei due principali alleati
occidentali nel marcare i tempi e l’avvento di un nuovo ordine internazionale. A
render chiaro ciò è proprio il percorso politico e ideologico di Bevin, che
sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza di Postdam e delle successive
iniziative per l’avvio del Trattato atlantico.
> Nato nel 1881 da una madre single nella campagna del Somerset, Ernest Bevin
> iniziò a lavorare come operaio non specializzato all’età di undici anni, per
> poi fondare il sindacato più potente della Gran Bretagna, il Transport and
> General Workers’ Union. I suoi primi anni, che inclusero la Grande Guerra e la
> Depressione, lo lasciarono preda della sfiducia nei confronti delle classi
> dominanti. Nel 1922, tuttavia, dopo esser tornato da una conferenza socialista
> internazionale a Berlino, sviluppò un’avversione ancor più profonda per lo
> Stato sovietico e la sua forma di comunismo. […] Dal 1940, durante la Seconda
> guerra mondiale, Bevin gestì gran parte del “fronte interno” britannico in
> qualità di ministro del Lavoro del governo di coalizione di Churchill. Dopo le
> elezioni […] il nuovo primo ministro laburista Clement Attlee lo nominò
> ministro degli Esteri con lo specifico compito di difendere dal Cremlino la
> Gran Bretagna e un’Europa devastata5.
Doveva quindi inserirsi in una situazione in cui, a partire da appena due
settimane dopo la scomparsa di Hitler, Winston Churchill aveva già iniziato a
pianificare il successivo grande conflitto europeo. Conflitto che sull’altro
fronte avrebbe dovuto veder schierata l’Unione Sovietica. L’Europa occidentale
continentale era in rovina, le sue forze militari praticamente inesistenti e i
suoi cittadini ridotti alla fame, mentre l’armata rossa aveva conquistato la
maggior parte dell’Europa orientale e Churchill credeva che potesse avere a
disposizione fino a duecento divisioni, ovvero diversi milioni di soldati,
mobilitate e pronte a spingersi ancora più a ovest. Tanto da fargli scrivere al
neo-presidente americano Harry Truman, il 12 maggio 1945:
> «Sono profondamente sconcertato dalla situazione europea. Vengo a sapere che
> metà delle forze aeree americane in Europa ha già iniziato a spostarsi verso
> il teatro del Pacifico. I giornali sono pieni di notizie sul ritiro degli
> eserciti americani dall’Europa.[…] In breve tempo, la nostra potenza militare
> sul continente sarà svanita, tranne che per l’impiego di forze modeste per
> tenere sotto controllo la Germania. […] Nel frattempo cosa accadrà riguardo
> alla Russia?»6
Tanto da fargli poi ancora scrivere, sempre al presidente degli Stati Uniti, che
«una cortina di ferro era calata sull’Europa» per dividerla e che era
impossibile sapere «cosa stia succedendo al di là». Convinzione che lo spinse,
senza consultare gli alleati, a ordinare ai suoi comandanti di redigere i piani
per l’operazione Unthinkable (impensabile), un piano unilaterale britannico
volto a lanciare una guerra preventiva contro l’URSS nel corso della seconda
metà del 1945.
> Resta impossibile appurare con certezza con quanta serietà venne presa in
> considerazione. La smobilitazione britannica – il ritorno di soldati, marinai
> e aviatori alla vita civile – rallentò notevolmente nei mesi di maggio e
> giugno, forse deliberatamente o forse come segno di una considerazione
> ufficiale per cui avrebbero potuto essere necessari altrove. Il
> feldmaresciallo Montgomery – che, da comandante delle forze armate britanniche
> e canadesi, si ritrovò improvvisamente governatore militare di una vasta
> porzione della Germania – riferì in seguito di aver ricevuto l’ordine di
> cessare la distruzione di armi militari tedesche verso maggio, «nel caso in
> cui potessero rivelarsi necessarie […] per qualunque ragione». Come suggeriva
> il nome, l’operazione Unthinkable era un po’ folle. La controversa volontà del
> piano di trasformare in alleato l’esercito della Germania nazista appena
> sconfitto era solo uno dei motivi per cui la sua esistenza rimase riservata
> fino alla fine degli anni Ottanta7.
Motivo per cui, dopo la caduta di Churchill, Truman “il piccolo uomo del
Kentucky”, si sarebbe chiesto se la perdita di quell’”alleato”, potesse
rendergli più facile il raggiungimento di un accordo con Stalin. «Non era
impressionato da Bevin o Attlee: in una lettera alla figlia, Truman definiva
Bevin e i suoi collaboratori “musoni”, commentando anche il peso di Bevin»8.
Successivamente la sua attenzione fu rivolta a marcare la supremazia militare
statunitense nei confronti della Russia di Stalin attraverso l’uso dell’arma
nucleare di cui, però, a subire le conseguenze furono sul momento e soprattutto
i cittadini di Hiroshima e Nagasaki.
E’ in questo insieme di contraddizioni e diversità di prospettive, alcune
sicuramente paragonabili ad altre espresse dal Regno Unito a seguito dello
scoppio del conflitto in Ucraina, che mise le radici l’idea del Trattato
Atlantico. Probabilmente, da un lato la necessità americana di definire, anche
con la forza, ben precise sfere di influenza da condividere, come fu poi fino al
1989, soprattutto con l’Unione Sovietica. Necessità questa che se da un lato
giocava sulla superiorità nucleare dimostrata nei confronti del Giappone, ben
presto ridimensionata dalle attività spionistiche e scientifiche russe,
dall’altra doveva tener conto che:
> Fino alla primavera del 1940, i sondaggi di opinione mostravano che il 96,4%
> degli americani era contrario all’ingresso nella Seconda guerra mondiale e un
> ritorno all’isolazionismo era una possibilità concreta. Tanto meno un futuro
> come superpotenza militare era inscritto nel suo dna. L’esercito degli Stati
> Uniti nel 1939 era il diciassettesimo più grande al mondo, con 189.839
> ufficiali e soldati. Nel 1945, contava 11 milioni di uomini – ma molti di loro
> ora volevano tornare a casa9.
Per questi motivi non era affatto scontato che successivamente gli Stati Uniti
fossero coinvolti nella firma di ciò che avrebbe dato vita ad una delle più
grandi alleanze militari della storia. Motivi che, tra le altre cose, dimostrano
come il nazionalismo statunitense debba essere ricreato di volta in volta
proprio a causa dell’impermeabilità della tradizione popolare americana a farsi
carico di guerre all’estero in nome di non meglio identificati interessi
patriottici o di ambigui e incomprensibili regìme change. Un problema con cui
Donald Trump deve fare i conti ancora oggi a a livello elettorale.
Ma se qui si è scelto di dare particolare rilievo alla fasi preparatorie di
quella che sarebbe diventata la Nato è perché, come avrebbe detto Cechov a
proposito di ciò che appare in scena nel primo atto di una rappresentazione
teatrale, tutti gli elementi dell’attuale crisi della Nato erano già disseminati
nei suoi, diciamolo pure, confusi passi iniziali.
L’opera di Apps, senza mai nascondere complessità, ambiguità ed errori compresi
nello sviluppo storico della Nato, attraverso le sue pagine, ci offre l’immagine
di un organismo capace di nascere, crescere e trasformarsi più volte: dai giorni
drammatici del dopoguerra a quelli dei conflitti odierni, passando per le grandi
crisi internazionali come le guerre nei Balcani, in Georgia e in Ucraina,
attraversando cambi di scenario repentini come quelli provocati dall’avvento del
fondamentalismo islamista e dalle nuove forme di guerra ibrida.
Apps racconta una Nato imperfetta, problematica, spesso litigiosa, ma capace –
tra errori, correzioni di rotta e compromessi – di svolgere il suo compito
essenziale: tenere al sicuro il territorio degli Stati membri ed evitare
escalation incontrollabili. Capitolo dopo capitolo, Contro la fine del mondo
mostra come dottrine, decisioni e crisi abbiano modellato l’ordine di sicurezza
europeo e atlantico, e perché oggi quell’ordine sia di nuovo in bilico. Da
Dunkerque a Vilnius e Washington, l’opera delinea un percorso storico
approfondito con ricchezza di dettagli, perché solo così si può comprendere
perché la NATO ha potuto esistere. Spesso a discapito dei concreti interessi di
milioni, se non miliardi, di abitanti del pianeta che non avevano la “fortuna”
di risiedere all’interno dei suoi confini.
L’opera che vorrebbe essere apologetica, con la pretesa che sia stata la Nato ad
evitare un nuovo e definitivo Armagedddon, in realtà fornisce, invece, tutti gli
elementi per tracciarne con sufficiente sicurezza un diverso ritratto. Un filo
rosso che permette di capire come il contraddittorio tra Stati Uniti ed Europa,
dovuto ai reciproci e spesso differenti interessi geo-politici ed economici, sia
stato soltanto rinviato nel tempo.
Il testo si apre, e si potrebbe anche dire si chiude, con lo scoppio della
guerra in Ucraina, che è tornata a mettere in evidenza le falle di una difesa
comune intrecciata con gli interessi geopolitici statunitensi e il loro costo
per gli stessi se si fossero dimostrati incapaci di liberarsi dall’immagine di
poliziotti e salvatori del “resto del mondo”. Un costo che nel tempo ha
dimostrato vere le conclusioni dello storico Paul Kennedy sui motivi dell’ascesa
e declino delle grandi potenze10, a proposito dei guadagni inversamente
proporzionali alla continua espansione delle spese per il dominio da parte degli
imperi. Considerazioni, all’epoca dell’uscita italiana del libro, valide per
quello russo, ma oggi anche per quello americano.
Un impero che per rafforzarsi deve chiudersi in difesa e tornare a trattare,
magari da posizioni di forza, con altre superpotenze11, autentiche o virtuali,
tra le quali al momento non sembra essere annoverata l’Europa. Come il distacco
di Trump dal consesso internazionale di valori condivisi (?) rende conto. Anche
in maniera violenta, come avviene nei momenti di trapasso e di crisi degli
ordini imperiali.
Così, proprio là nella terra dell’ultima Thule sembra giocarsi una partita
decisiva tra differenti interessi economici, geopolitici, difensivi e
monopolistici, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e, tra queste,
in particolare, le terre rare, il petrolio e il gas. Dei cui depositi la
Danimarca ha già concesso oltre cinquanta permessi di esplorazione mineraria,
anche a società cinesi, un elemento che a Washington è stato osservato con
crescente preoccupazione. Per questo motivo, Qaanaaq (un tempo nota come Thule),
una cittadina di 656 abitanti posta nel nord della Groenlandia, uno dei centri
abitati più settentrionali del mondo a appena 1300 km dal Polo nord,
apparentemente quanto di meno centrale possa esserci nella geografia del potere
mondiale, potrebbe assurgere a un’importanza un tempo riservata soltanto a
grandi capitali come Roma, Tokyo o Berlino. Eppure, eppure…
Mentre i leader europei sembrano scandalizzati dalla scoperta delle mire
imperialistiche americane, soltanto perché divergono ormai dalle loro e da
quelle che davano per scontate per la Nato, proprio già nelle vicinanze di
Qaanaaq sorge da circa settant’anni la Pituffik Space Base (in passato Thule Air
Base), un’enclave amministrativa e militare statunitense che è la base aerea più
a nord tra quelle gestite dalla USAF (United States Air Force), trovandosi a
1.118 km a nord del circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo nord.
Nel 1953 gli Usa acquistarono il territorio per la base dalla Danimarca e gli
Inuit che risiedevano in quell’area furono indotti dal governo danese a
trasferirsi 110 km più a nord, dove attualmente sorge Qaanaaq. L’uso della base
comporta per gli Stati Uniti, a salvaguardia dei “diritti” della Groenlandia, il
pagamento di un “affitto” ovvero di “cessione temporanea della sovranità”, di
300 milioni di dollari annui.
Nel gennaio 1968 nei cieli della base di Thule si verificò un gravissimo
incidente nucleare: un bombardiere B-52 precipitò nei pressi della base e i
quattro ordigni nucleari di tipo Mark 28 F1 furono compromessi, contaminando con
materiale radioattivo una vasta area ghiacciata. Motivo per cui, forse, gli
unici ad aver qualcosa da ridire sulla presenza americana o europea in quelle
lande dovrebbero essere gli Inuit che costituiscono l’85% della popolazione
groenlandese, mentre ad esprimersi in difesa dell’intangibilità di quello stesso
territorio sono stati soprattutto i rappresentanti della UE e del colonialismo
danese (spesso dimenticato e rimosso, ma non per questo non migliore degli altri
prodotti dall’Europa nella sua fase espansiva).
Mentre sulle pretese americane potrebbe pesare un documento firmato nel 1916,
rispolverato in questi giorni dal giornale britannico «Guardian» e firmato
dall’allora Segretario di Stato americano Robert Lensing, in cui si conveniva
che: «Nel procedere oggi alla firma della Convenzione relativa alla cessione
delle isole danesi delle Indie Occidentali agli Stati Uniti d’America, il
sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, debitamente
autorizzato dal suo governo, ha l’onore di dichiarare che il governo degli Stati
Uniti d’America non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed
economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia».
Ci sarebbe da ridere, se non si intravedesse anche, non solo in prospettiva, la
possibilità di un’”unthinkable” conflitto globale, nel momento in cui i ferrei
rappresentanti europei della democrazia e dei farlocchi green deal si trovassero
a dover gettare definitivamente la maschera per riaffermare gli interessi del
capitale europeo e dell’estrattivismo, ancora principale motore di ogni attività
finanziaria, industriale ed energetica su scala planetaria. Un conflitto per
molti sostenitori, anche a sinistra, di una visione della Nato deus ex-machina
di ogni conflitto e assolutamente allineata alla volontà statunitense,
certamente impensabile, ma non impossibile e di cui i dazi del 10% o più
annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che invieranno soldati in
Groenlandia, e per ora soltanto sospesi, costituiscono un anticipo di ciò che
potrebbe determinare a breve, come ha affermato il giornalista Federico Fubini
sul «Corriere della sera»: la fine dell’Unione Europea insieme a quella della
Natp12.
In questo modo diventa chiaro che il compito della Nato che fin dal 1949, l’anno
della sua fondazione, era stato riassunto con una battuta: “Tenere l’Unione
Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”, non poteva
riguardare solamente il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda e
la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda
guerra mondiale, mentre oggi tale affermazione ha finito col rivelare che al
posto della Germania si sarebbe dovuto parlare dell’Europa occidentale intera.
Forse proprio a partire dalle derive guerrafondaie e tardo-imperialistiche
britanniche. Spesso fermate proprio dall’azione congiunta di Stati Uniti e
Unione Sovietica, come avvenne nel 1956 per il Canale di Suez. Quando gli USA
chiusero un occhio sulla repressione della rivolta ungherese, ma non sul
tentativo inglese di rilanciarsi, insieme alla Francia, come protagonista sulla
scena mediorientale (da cui gli Inglesi erano stati “cacciati” soltanto qualche
anno prima con il riconoscimento dello Stato di Israele).
La lettura del libro di Apps serve dunque, anche involontariamente, a seminare
dubbi più che a confermare certezze. E questo, considerata l’ormai
insopportabile narrazione istituzionale europea sull’unità di intenti su cui si
sarebbe fondato l’Occidente successivo al secondo conflitto mondiale, fa sì che
diventi un utilissimo strumento di ricerca non soltanto per meglio comprendere
la storia passata e l’attuale miserabile presente, ma anche per provare a fare
delle serie ipotesi sugli sviluppi di quella futura.
Se poi, in chiusura, qualcuno fosse ancora dubbioso sul fatto che Trump con i
suoi autentici atti di pirateria economica e militare13 non rappresenti affatto
una novità nel percorso politico e imperiale americano, dovrebbe prestare
attenzione a quanto scritto recentemente da Davide Ferrario, regista, scrittore
e documentarista, a proposito della conquista americana delle Isole del guano
nel corso della seconda metà dell’Ottocento14.
> Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva
> una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le
> terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non
> doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata,
> vecchia di secoli di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati15.
Isolotti dai quali per secoli naviganti e pescatori si erano tenuti lontani per
ovvie ragioni, ma che dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e la
susseguente necessità di sviluppare un’agricoltura più moderna e produttiva e
dopo la scoperta di Alexander von Humboldt che tale materiale, ricco di fosfati,
poteva essere usato come un fantastico fertilizzante, si trasformarono in
autentiche miniere di quello che sarebbe stato chiamato “oro bianco”. Un nuovo e
autentico “sterco del demonio”, così come il cristianesimo delle eresie
medievali aveva chiamato il denaro. Per il quale sarebbero scoppiate guerre e
morti molti uomini sia in battaglia che per la sua pericolosissima e antigienica
estrazione fatta a mano da schiavi, prigionieri e lavoratori pagati pochissimo.
> A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni
> di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» -da poco teorizzato – a cui
> adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne
> parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento
> il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli
> interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo
> utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la
> disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che
> facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo
> interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi,
> cosa che sarebbe debitamente apprezzata»16.
Naturalmente il lettore che in tali parole riscontrasse enormi e immutabili
similitudini con le parole di Trump a proposito di Venezuela e Groenlandia non
sbaglierebbe affatto. Visto che già allora il governo americano cercò di
giustificare legalmente le minacce con una legge ad hoc approvata dal Congresso
il 18 agosto 1856: il Guano Islands Act, tuttora in vigore. Sulla base della
quale gli Stati Uniti si impadronirono nei decenni successivi di una miriade di
piccole isole e isolotti, al momento non rivendicati apertamente da alcuna
nazione (e se qualcuno lo avesse fatto la marina americana avrebbe rapidamente
inviato le sue cannoniere a discuterne) che si trasformarono spesso, una volta
esaurito i puzzolenti e insalubri giacimenti, in basi militari sparse
nell’Oceano Pacifico. Come ad esempio accadde per le isole Midway che distano da
Washington circa 5 mila miglia (9 mila chilometri).
A seguito di un caso giudiziario sorto per una violenta rivolta di lavoratori
afro-americani su una di quelle, in prossimità di Haiti, la Corte suprema,
invitata ad esprimersi da uno degli avvocati difensori dei rivoltosi, che
rischiavano la condanna a morte, a proposito della extraterritorialità in cui
erano avvenuti i fatti e quindi sulla applicabilità delle leggi americane in
tale contesto, argomentò nel modo seguente la propria risposta: «Non è nostra
materia investigare, e tanto meno determinare, se gli atti del potere esecutivo
siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato
nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio
de jure o de facto, non è questione legale, ma politica»17.
E di forza verrebbe da aggiungere, considerato anche lo stato attuale dei
rapporti tra gli Stati e le classi18.
1. Si veda in proposito: L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le
civiltà e un errore di Tolomeo, Mondadori, Milano 2013. (seconda edizione
con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori, Milano novembre 2013.)
2. P. Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss
Unversity Press, Roma 2025, p. 11.
3. Si vedano, a proposito degli errori di valutazione di Montgomery durante il
secondo conflitto mondiale e che a più riprese lo misero in contrasto con i
comandi americani, le seguenti opere di A. Beevor: L’ultima vittoria di
Hitler. Arnhem 1944, (titolo originale: Arnhem. The Battle for the Bridges,
1944), RCS Libri, Milano 2018; Ardenne. L’ultima sfida di Hitler, (Ardenne
1944), RCS Libri, Milano 2015 e D-Day. La battaglia che salvò l’Europa,
(D-Day. The Battle for Normandy), RCS Libri, Milano 2010.
4. Si veda, soltanto a titolo di esempio: J. Dimbelbay, 1944 Finale di
partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore,
Milano 2025.
5. P. Apps, op. cit., p. 49.
6. Cit. in P. Apps, op. cit., p. 47.
7. Ibidem, p. 48.
8. Ivi, p. 49.
9. Ibid., p. 52. Sulle ribellioni dei soldati americani alla fine della
Seconda guerra mondiale si vedano: G. Poole, Nazione guerriera. Il
militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese Editore, Napoli 2002
e J. O. Killens, Doppia V (edizione originale And Then We Heard the
Thunder, 1962), Vincitorio Editore, Milano 1972, un romanzo quest’ultimo
sul malessere e la rivolta dei soldati afroamericani al loro ritorno dal
secondo macello imperialista.
10. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Editore, Milano
1989.
11. Solo a titolo di esempio si veda l’intervista allo storico e politico
canadese Michael Ignatieff contenuta in: A. Lombardi, Ignatieff:”L’America
vuole un mondo ib tre blocchi ma l’Unione deve resistere, «la Repubblica»,
19 gennaio 2026.
12. F. Fubini, I nuovi dazi, una mina sui mercati, «Corriere della sera», 19
gennaio 2026.
13. Si veda ancora: F. Fubini, art. cit.
14. D. Ferrario, Mossa del guano. Strategia Usa, La lettura n° 738, supplemento
al «Corriere della sera» del 18 gennaio 2026, p.37.
15. D. Ferrario, op. cit.
16. Ibidem
17. ivi
18. Si veda in proposito il rapporto Oxfam presentato a Davos secondo cui una
dozzina di miliardari che detengono un capitale di 2.635 miliardi di
dollari superano da soli le risorse possedute da 4,1 miliardi di persone,
la parte più povera della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge che
i miliardari complessivi sono diventati 3.000 con un capitale complessivo
di 18.300 miliardi, si può tranquillamente affermare che ci si trova di
fronte a una concentrazione di ricchezze mai registrata prima nella storia,
Cfr. R. Amato, Oxfam: una dozzina di potenti più ricca di metà del mondo,
«la Repubblica», 19 gennaio 2026.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
La giudice del Tribunale di sorveglianza di Torino questa mattina ha rinviato
alla prossima camera di consiglio, fissata per il 17 febbraio, la decisione
sulla richiesta della procura torinese di revocare gli arresti domiciliari e
predisporre il trasferimento in carcere di Giorgio Rossetto, storico militante
antagonista torinese, per l’intervista a Radio Onda d’Urto rilasciata poche ore
dopo lo sgombero del CSO Askatasuna il 18 dicembre scorso.
La giudice vuole raccogliere nuovi elementi ma sostanzialmente ha fatto
intendere che è perplessa trovandosi di fronte ad un reato di opinione e non
essendoci per Giorgio il divieto di comunicare, prescrizione che spesso invece
viene data. Intanto l’avvocato di Giorgio ha fatto notare che quando è stata
fatta la richiesta della procura, il compagno del Movimento No Tav e
dell’Askasatuna avrebbe dovuto terminare la sua pena nel marzo 2027, però nel
frattempo gli è stato notificato un nuovo provvedimento che l’accorcia al 14
marzo di quest’anno; quindi Giorgio da quella data dovrebbe comunque tornare
“libero”, seppure con le misure restrittive dell’agibilità politica e della
libertà personale della sorveglianza speciale che è stata sospesa.
La procura della repubblica di Torino aveva chiesto il carcere per alcune
opinioni di Giorgio espresse nella succitata intervista a Radio Onda d’Urto:
“bisogna accettare il terreno del conflitto, il terreno della lotta e qualche
volta il terreno dello scontro, l’esercizio della forza da parte dei movimenti”
e “sarà importante tenere il fiato sul collo in modo che sia lo stesso fiato sul
collo che si tiene nelle montagne della Valsusa, per poter lavorare ad un
logoramento dello schieramento avversario.” Per la Procura generale di Torino
queste affermazioni sono “la dimostrazione evidente e concreta della inefficacia
della misura alternativa (al carcere ndr) in esecuzione a realizzare la primaria
finalità rieducativa e dell’insussistenza dei presupposti per la prosecuzione
della misura medesima.”
Giorgio Rossetto sulla camera di consiglio del Tribunale di sorveglianza
da Radio Onda d’Urto
“Questa è una guerra che ci è stata imposta. O una vita degna oppure un martirio
onorevole”. Questa è la dichiarazione rilasciata da Mazlum Abdi, comandante
delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a conclusione dell’incontro tenutosi a
Damasco tra il governo al-Jolani e i rappresentanti dell’Amministrazione
Autonoma e Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES) la sera del 19
gennaio. Dopo giorni di scontri e di guerra è chiaro il vero scopo di al-Jolani
e dei suoi sostenitori occidentali: azzerare l’esperienza rivoluzionaria in
Rojava, decurdificare la regione e riproporre una Siria unica e monolitica con
una lingua, una religione, una bandiera ed una sola forma di governo centrale.
Un fascismo che ricalca in pieno la mentalità di ISIS.
Le richieste di Damasco prevedono il ritiro da Kobanê ed Hasakah oltre alla
completa consegna delle armi. Rohilat Efrin, comandante generale delle Unità di
Protezione della Donna (YPJ), ha dichiarato “Non abbiamo accettato questa
richiesta di resa”.
Da giorni l’esperienza rivoluzionaria del Rojava affronta il pericolo più grande
da quando il 12 luglio 2012 venne dichiarata l’autonomia di tre zone nel Nord
Est della Siria a prevalenza curda, dando così inizio alla rivoluzione del
Rojava. In tutti questi anni l’esperienza di auto amministrazione nel Nord Est
della Siria ha rappresentato un’alternativa possibile fondata sulla convivenza e
sulla pace. Un esempio di autorganizzazione democratica e popolare per un Medio
Oriente falcidiato dalle guerre, dimostrando che “la fine della storia” più che
un destino inevitabile non è altro che l’ultimo e più spaventoso progetto di una
modernità capitalista che devasta e distrugge interi popoli e territori.
Nel contesto della guerra civile siriana l’avanguardia del popolo curdo in
Rojava ha rappresentato una terza via concreta e realizzabile allo scontro tra
poteri che si mostrano diversi nella forma ma non nella sostanza. Oggi più che
mai questo scontro si ripresenta nuovamente nell’alleanza tra il governo siriano
di al-Jolani e le principali potenze imperialiste per schiacciare i curdi e il
loro progetto di confederalismo democratico.
L’alleanza tra al-Jolani, oggi autoproclamato capo di un governo provvisorio e
leader di HTS (organizzazione armata islamista proveniente da Al Qaeda e da Al
Nusra), gli USA, Israele e Turchia, non è altro che una conferma per il popolo
curdo: nessuna soluzione ai problemi del Medio Oriente e alla questione curda
potrà mai passare per gli stati-nazione. Proprio per questo Mustafa Karasu,
membro del Consiglio esecutivo del KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) ha
dichiarato che “La vittoria a Kobanê nel 2015 non è stata ottenuta solo
attraverso la resistenza dei combattenti. L’ISIS è stato respinto a Kobanê
grazie al sostegno, in particolare morale, del nostro popolo in tutto il
Kurdistan e nel mondo, di amici e forze socialiste. Anche oggi è il momento di
fornire tale sostegno a coloro che resistono nel Kurdistan del Rojava.”
Il richiamo a Kobanê non è casuale. In questi giorni di fronte alla nuova
minaccia jihadista è stato dichiarato l’inizio della “seconda resistenza di
Kobanê”. Il riferimento è all’eroica resistenza che per mesi ha visto
confrontarsi le forze dell’ISIS alle forze di Unità di Protezione del Popolo
(YPG) e della Donna (YPJ). Una resistenza vittoriosa, che ha dato il via alla
ritirata e alla caduta del proclamato Stato Islamico. In quei giorni l’Occidente
ed il mondo intero glorificarono il popolo curdo, innalzandolo come esempio di
resistenza e coraggio nella difesa dell’umanità dal fondamentalismo più truce e
terrificante. Dodici anni fa il popolo curdo si è fatto barriera umana per
fermare l’ISIS. Come allora, anche oggi, la difesa della rivoluzione in Rojava
rappresenta una barriera in difesa di tutta l’umanità.
Quattordici anni dopo ci troviamo di fronte alla liberazione di migliaia di
militanti di ISIS dalle carceri per mano del governo siriano e delle bande
jihadiste. Queste carceri, protette e custodite dalle SDF per tutti questi anni,
sono ora il principale obiettivo dei mercenari, rendendosi responsabili di
rafforzare la riorganizzazione di ISIS e permettendo l’instabilità e
l’insicurezza del mondo intero. Tutto ciò avviene nel silenzio e
nell’immobilismo assoluto della Coalizione Internazionale anti ISIS presente a
tutti gli effetti sul territorio siriano.
Il popolo del Rojava sa che la vittoria può dipendere solo dalle sue capacità e
sulla forza della resistenza popolare che in tutti questi anni è stata in grado
non solo di respingere i continui attacchi di Damasco, delle milizie jihadiste e
dello stato turco, ma addirittura è riuscita a sviluppare un sistema di
autogoverno capace di mettere al centro l’autonomia amministrativa, la
liberazione della donna, l’ecologia e la pluralità di fedi, lingue, culture ed
identità.
Da giorni è stata dichiarata la mobilitazione generale permanente in ogni parte
del Kurdistan. I popoli della Siria del Nord Est si sono mobilitati in armi,
pronti a praticare un principio fondamentale del confederalismo democratico,
ovvero l’autodifesa popolare. Dalle altre parti del Kurdistan, in particolar
modo dal Bakur e dal Bashur, rispettivamente le parti di Kurdistan occupate da
Turchia e Iraq, decine di migliaia di giovani, donne ed anziani, stanno
invadendo e sfondando i confini che li separano dai propri fratelli e sorelle in
Rojava. Le immagini di folle oceaniche di persone che attraversano le strade
delle principali città curde, da Qamişlo a Kobanê, da Amed a Nusaybin, mostrano
che ancora una volta il popolo curdo sa unirsi per respingere quello che è un
chiaro intento genocida da parte degli stati-nazioni.
Non solo in Kurdistan ma in tutta Europa si stanno diffondendo iniziative in
solidarietà e supporto.
La Comune Internazionalista del Rojava e la campagna internazionale Rise Up For
Rojava hanno diffuso un appello a tutti gli internazionalisti per raggiungere il
Nord Est della Siria e contribuire in maniera diretta alla difesa della
rivoluzione. In queste ore sta prendendo il via una carovana che dall’Europa si
sta dirigendo verso la Siria, con l’obiettivo esplicito di unirsi alle migliaia
di persone che si stanno mobilitando sui confini siriani per entrare in Rojava e
lottare fianco a fianco alle forze di autodifesa popolari.
L’appello di Rise Up For Rojava riporta il seguente invito:
“La rivoluzione del Rojava sta combattendo per la sua sopravvivenza. Eppure i
popoli del Nord e dell’Est della Siria sono determinati a difendere la loro
libertà, se necessario con un’arma nelle loro mani. Come internazionalisti
rivoluzionari, vediamo come nostro dovere storico contribuire alla resistenza
dei popoli del Nord e della Siria orientale e rispondere all’appello per la
mobilitazione generale. Oggi, ancora una volta, è giunto il momento di superare
i confini ostili e trasformare la solidarietà internazionale in una pratica
vissuta.
La rivoluzione ha bisogno di noi adesso. Non possiamo aspettare ancora un
minuto. Il momento di agire è adesso! Vi chiediamo: venite al Rojava e unitevi
alla resistenza come internazionalisti! Insieme difenderemo la nostra
rivoluzione! La rivoluzione in Rojava sarà vittoriosa!”
Unirsi alla rivoluzione è la chiamata rivolta ad ogni persona che nel mondo
vuole difendere un presente ed un futuro di libertà. Nelle parole di Foza Yusif,
membro del Consiglio del Partito dell’Unione Democratica (PYD), l’appello ad
unirsi con urgenza e responsabilità al popolo curdo e a tutti i popoli che
resistono contro il fascismo.
“Oggi è un giorno di onore nazionale, un giorno per difendere i risultati e i
valori delle donne. Per prevenire gli attacchi genocidi, milioni di persone
devono unirsi. Azioni come quella di oggi devono continuare, e il nostro popolo
deve venire al Rojava”.
Al-Jolani e i suoi alleati occidentali vogliono cancellare le conquiste sociali
e le esperienze di autorganizzazione della società che in questi anni hanno
fatto nascere un’alternativa di vita capace di trasformare l’utopia in realtà.
Uno dei principali attori di questo attacco è lo stato turco e il presidente
Erdogan, il quale vuole usare questa guerra per sabotare e far cadere il
processo di pace promosso dal leader del Movimento curdo Abdullah Ocalan, il
quale dal carcere di Imrali sta continuando a difendere e insistere su una
prospettiva di pace e fratellanza tra il popolo curdo e turco, ponendo fine ad
un sanguinoso conflitto pluridecennale.
Mentre l’Europa finanzia il regime di al-Jolani con 620 milioni di euro e mentre
si assiste ad un silenzio assordante della Coalizione Internazionale, in queste
stesse ore una resistenza storica, fatta di giovani, donne, bambini e famiglie,
sta nuovamente consegnando al mondo intero un esempio di dignità e coraggio
unico.
“Resistenza è vita” è la frase che da decenni contraddistingue la lotta per la
libertà del movimento curdo ed anche oggi, più che mai, “resistenza è vita” è la
frase che segna una chiara linea di demarcazione tra chi decide di essere
complice e responsabile di massacri e stermini nel nome della modernità
capitalistica, e chi, invece, vede nella lotta e nella resistenza contro questi
attacchi la forma più naturale di difendere la vita e la società.
Giovani curdi che sfondano il confine turco-siriano nel Bakur a Nusaybin
Manifestazione popolare a Qamislo
A partire dal “Blocchiamo tutto” un incontro pubblico il 21-22 febbraio a
Livorno verso nuove possibilità di movimento contro la fabbrica della guerra
A partire dalla condivisione di un presupposto, ossia che il movimento
“Blocchiamo Tutto” è stato un ciclo che si è parzialmente chiuso ma che porta in
sé i germi di nuove possibilità, vorremmo guardare in prospettiva alla proposta
che possiamo rappresentare.
Ci interroghiamo, a fronte di un’accelerazione di dinamiche, soggetti che hanno
acquistato protagonismo, pratiche significative capaci di incidere su un piano
generale, quali siano stati gli elementi costituenti di quanto si è sviluppato,
quali gli elementi organizzativi, quali gli elementi soggettivi da cogliere,
alimentare, potenziare in un processo collettivo che sappia continuare il lavoro
verso nuovi spazi che si apriranno e per anticipare tendenze che apriranno nuove
contraddizioni da esplorare.
Ci interroghiamo se le nostre forme politiche classiche, e le forme politiche
classiche in senso generale, siano sufficientemente adeguate e vorremmo puntare
alla costruzione di dimensioni che possano agevolare lo scambio, il confronto,
l’approfondimento di certi rapporti, la formazione, con chi ha espresso ed
esprime una soggettività autonoma nell’ottica di dare gambe a un’infrastruttura,
un ecosistema, che permetta di alimentare controsoggettivazione e di aggregare
su una proposta che abbia al centro il metodo.
In una tendenza irreversibile di guerra e riarmo, ci chiediamo come dotarsi di
strumenti utili perchè in ogni ambito e a vari livelli della società possiamo
ricercare e promuovere capacità di organizzarsi, lottare e contrapporsi rispetto
agli effetti della guerra mondiale (impoverimento, economia di guerra,
suprematismo e violenza patriarcale, scarsità di risorse, arruolamento) e
continuare a tenere vivi ed esplorare gli orizzonti di alternativa e autonomia
che ogni lotta produce. Quali proposte organizzative siamo in grado di costruire
per attrezzarci e attrezzare la società a rifiutare concretamente la guerra e
insieme difendere condizioni di vita dignitose, materialmente e ideologicamente
da essa minate?
A fronte di questi elementi abbiamo pensato di strutturare un primo passaggio
che abbia l’ambizione di non essere unico e una tantum quanto più di essere un
passaggio che allarghi e che dia il via a un processo collettivo, a livello
nazionale, senza confini che combacino con strutture organizzate ma che punti
alla soggettività e alla formazione, capace di elaborare strumenti e proposte
anche laddove non siamo, dove si apre la necessità di un lavoro militante, dove
vi sono soggettività capaci di vederne le potenzialità.
Questo primo passaggio si concretizzerà in una due giorni a fine febbraio in
luogo da definirsi a cui vogliamo invitare tutte le esperienze e realtà che
vedono la necessità e l’interesse di confrontarsi su questo livello, nell’ottica
di un sogno comune non identificabile con un’ “area”, una “struttura”, un’
“organizzazione”, quanto più identificabile con l’ambizione di farsi parte
attiva nel costruire spazi di continuità e di conflitto sui territori facendo
tesoro del patrimonio collettivo conquistato con il movimento “Blocchiamo
Tutto”, che non nasce dal niente ma da un sedimentare di una
soggettività-contro.
In quel terreno che rappresenta l’ambivalenza tra sistema e lotta al sistema
stesso, occorre approfondire un livello di capacità militanti e
controsoggettività, individuando quei nodi, scommettendo su quegli ambiti dove
si possono sviluppare antagonismi (e siamo anche noi in quei nodi, non soltanto
i “soggetti” che fanno parte delle nostre lotte, che vediamo lottare e con cui
non siamo in contatto). E lì formulare delle ipotesi perché ne vediamo le
condizioni di possibilità.
Nel farlo guardiamo anche ai comportamenti della controparte che, su ogni scala
tenta di disciplinare la società per scopi di guerra ed estrazione e inscrivere
il codice della paura, della rinuncia preventiva, della delazione, nei
comportamenti sociali. “Blocchiamo tutto” ha dimostrato come questo tentativo,
possa essere sabotato, ma ci pone comunque l’interrogativo di ragionare di come
organizzare autodifesa e conquistare agibilità sul lungo termine in percorsi di
lotta incisivi e insieme riconoscibili da ampi strati di persone.
Su questo livello possiamo esplorare, conricercando, sintonizzandosi con le
possibilità di conflitto in quegli ambiti baricentrali per il sistema
capitalistico, nella “fabbrica della guerra”, con quei soggetti che per la loro
collocazione nella trama di questi rapporti risultano centrali, cercando anche
di comprendere come la “fabbrica della guerra” investa ogni ambito della vita e
quindi come in ognuno vi possano essere opportunità e necessità di ribellione e
lotta.. Più che “se”, si tratta di “come” questa centralità si esprima e si
rintracci. In questo senso possiamo sviluppare conoscenza e controscienza,
riflettere e controusare tecnologia e comunicazione, formarci e formare in un
processo continuo di risoggettivazione con l’obiettivo di potenziare nuovi
soggetti collettivi che il ciclo di “Blocchiamo Tutto” ci ha fatto intravvedere
per un momento in un processo di ricomposizione dal basso.
In questo spazio possiamo scommettere al momento giusto per generare e
sviluppare le lotte e potenziare il conflitto sociale, trasformando i rapporti
di forza. Il metodo che abbiamo a disposizione è la conricerca che ci permette
di anticipare queste tendenze per poter agire su di esse. In conclusione, porci
l’obiettivo di aprire uno spazio di discussione e di formazione può andare in
questa direzione, per formare capacità di ragionamento autonomo che
moltiplichino gli spazi di possibilità.
A breve maggiori info sulla struttura della giornata, qui si può scaricare il
depliant di indizione della due giorni.
Per_realizzare_un_sogno_comuneDownload
Domenica 25 gennaio dalle ore 17 presenteremo “ La lunga frattura. Dalla crisi
globale al “Blocchiamo tutto” (DeriveApprodi, collana FuoriFuoco) in un momento
in cui la storia non scorre più liscia: si spezza, accelera, si addensa. La
guerra non è più un evento lontano, qualcosa che succede “altrove” e “a
qualcuno”. È diventata un modo di governare il presente: un regime che organizza
l’economia, disciplina i territori, ridefinisce i rapporti sociali e prova a
ricomporre un consenso sempre più fragile con violenza, paura e controllo.
Quando parliamo di “terza guerra mondiale” non stiamo facendo una frase ad
effetto. Stiamo dicendo una cosa semplice: siamo già dentro una guerra globale
diffusa, che non si combatte solo sui fronti ma nelle nostre vite, nelle catene
logistiche, nei porti, nelle scuole, nei quartieri, nei confini, nei dispositivi
di controllo che ci attraversano. Non è una guerra tra Stati: è una guerra che
serve a gestire la crisi del capitalismo e a disciplinare chi vive in basso.
Il libro parte da qui, da questa consapevolezza. Non vuole chiudere una teoria,
ma offrire strumenti per leggere la fase e capire dove si rompono le cose. La
tesi di fondo è chiara: non stiamo assistendo a un declino “naturale”
dell’egemonia occidentale, ma a un tentativo violento di ristrutturazione del
comando globale. La guerra serve a tenere insieme ciò che tende a disgregarsi, a
riorganizzare filiere, a imporre obbedienza dove crescono contraddizioni.
Dentro questo quadro va letta anche la grande ondata di mobilitazioni che ha
attraversato l’Italia, sintetizzata dall’esperienza di Blocchiamo tutto. Non è
stata solo una reazione emotiva al genocidio in Palestina, ma una rottura
materiale: lo sciopero torna a colpire la circolazione, i blocchi interrompono i
flussi, la solidarietà diventa pratica concreta e non solo parola. In quelle
settimane si è incrinato il monopolio statale sulla gestione del conflitto e si
è visto che la guerra può essere ostacolata qui, nei territori da cui parte.
La risposta del potere non si è fatta aspettare: repressione, criminalizzazione,
nuovi decreti, attacco agli spazi sociali, tentativi di isolare e dividere. Non
è un caso: gli spazi sociali, le lotte territoriali, le pratiche di
autorganizzazione sono un problema politico perché producono infrastrutture di
solidarietà, luoghi di incontro, saperi condivisi, strumenti collettivi di
resistenza. E questo, in un regime di guerra, è intollerabile.
Discutere La lunga frattura oggi non è un esercizio accademico: è un modo per
capire come non restare a rincorrere le emergenze. La sfida è costruire un
contropercorso capace di durare, di accumulare forza, di non disperdersi.
Prendere parte significa contrapporsi al riarmo, alla retorica della sicurezza,
alla competizione tra poveri e alla delega. Significa costruire pratiche
collettive di sabotaggio, blocco, solidarietà organizzata, reti di mutuo
appoggio, spazi di formazione e condivisione dei saperi: strumenti comuni che
rendano possibile una lotta popolare duratura e non episodica. In questa
prospettiva, la lotta contro le basi militari e la militarizzazione non è un
tema “di nicchia”: è una questione strategica, perché il controllo dei territori
e delle infrastrutture è parte integrante della guerra globale. Per questo è
importante tenere insieme lavoro, quartieri, scuola, università, grandi opere,
repressione e libertà di movimento, senza lasciare che il potere ci divida in
compartimenti stagni.
Il corteo del 31 gennaio a Torino non è un appuntamento tra i tanti. È un
passaggio dentro un percorso che vuole costruire continuità, non frammentazione.
La piattaforma lo dice in modo chiaro: contro il governo della guerra, contro
l’attacco agli spazi sociali, ma soprattutto per rilanciare, per tenere insieme
ciò che vogliono dividere, per trasformare la resistenza in progetto. Una
mobilitazione popolare, larga, plurale, che metta in relazione le differenze e
le specificità territoriali, e che non si esaurisca in una giornata.
Presentiamo La lunga frattura pensando a quello che succede in Rojava e
prendendo parte al movimento di solidarietà che lo sostiene. In Siria del
Nord-Est la difesa del confederalismo democratico è parte della stessa
battaglia, perché mette in crisi il monopolio statale sulla guerra e sull’ordine
politico. L’attacco continuo a quell’esperienza non è un fatto “regionale”: è un
segnale dell’avvitamento globale che colpisce ogni forma di autonomia sociale.
Difendere il Rojava significa sostenere l’idea che un altro modo di vivere e
organizzarsi è possibile anche nel cuore della guerra.
Libreria popolare Paulo Freire
Spazio antagonista Newroz
--------------------------------------------------------------------------------
Di seguito una breve introduzione audio ai contenuti del volume realizzata da
Radio Blackout:
È molto più efficace porsi le domande giuste che trovare risposte consolatorie.
da No Ponte
È stato questo il motivo ricorrente della discussione che si è svolta presso il
Parco ecologico San Jachiddu nella giornata di domenica. L’iniziativa, indetta
dall’Assemblea No ponte, si è strutturata in due sessioni – una sul ripensamento
del concetto di Sud e la seconda sulle vertenze al momento in atto nei territori
meridionali – e ha visto la partecipazione di numerose decine di persone
provenienti, oltre che da Messina, da varie città della Sicilia e della
Calabria. Le decine di interventi che si sono susseguiti hanno cercato di
liberarsi dalle retoriche vuote che da decenni parlano di un Sud che deve
rincorrere il Nord, assumendo piuttosto il punto di vista del Sud come luogo di
speculazione per politiche predatorie e coloniali che nulla lasciano agli/alle
abitanti.
Il ponte sullo Stretto, come da tempo si sostiene, è manifestazione la più
tipica di tali politiche, politiche che favoriscono blocchi di potere esigui, ma
molto influenti. La recente indicazione di Pietro Ciucci e Aldo Isi come
commissari, espressione di una governance straordinaria, appare come la più
lampante dimostrazione che questa vicenda è tutt’altro che conclusa e che ciò
che più sta a cuore al governo è la continuazione dell’iter piuttosto che la
realizzazione dell’opera, nonostante tutta l’impostazione su cui era fondato il
DL 35/2023, a partire dalla reviviscenza del contratto, si sia palesemente
dimostrata inefficace.
A conclusione della lunga giornata abbiamo deciso di darci un nuovo appuntamento
di riflessione e approfondimento tra qualche settimana. Ci rivedremo a Cosenza,
affinché il percorso comune inaugurato con la piattaforma “Il Sud unito contro
il ponte” possa allargarsi a realtà di altri territori e regioni. Abbiamo
inoltre individuato l’8 agosto quale data per il tradizionale corteo estivo, che
verrà accompagnato da una tre giorni di riflessione e da un concerto alla fine
della manifestazione.
Secondo Sasan Sedghinia, la sollevazione in corso in Iran può essere definita a
pieno titolo come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati contro il
sistematico impoverimento della popolazione.
da Machina
L’articolo merita un’attenta lettura perché non si limita a ricostruire le cause
delle proteste, ma analizza anche il profilo dei manifestanti, l’estensione
delle mobilitazioni, la risposta repressiva del regime e le prospettive future.
Sedghinia sostiene che l’Iran rappresenti un caso quasi unico, in cui tanto il
regime al potere quanto la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di
visioni politiche di estrema destra.
L’opposizione, infatti, è oggi egemonizzata da forze che puntano alla
restaurazione monarchica e al ritorno dei Pahlavi, promuovendo una forma di
nazionalismo funzionale al contenimento delle proteste e al loro
reindirizzamento verso l’apertura dei mercati occidentali. Essa è sostenuta da
una potente macchina propagandistica e da consistenti risorse finanziarie.
In questo contesto, settori monarchici arrivano a invocare apertamente un
intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: una prospettiva estremamente
pericolosa, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, come
ricorda Sedghinia, è innanzitutto un movimento per il pane e per la dignità
umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra
nazionalismo e culto del mercato.
Nonostante ciò, l’autore invita a pensare le proteste al di là delle cornici
geopolitiche statali, evitando di ridurle a una reazione emotiva, contingente o
destinata al fallimento, e riconoscendole invece come un conflitto sociale
radicato nelle condizioni materiali di esistenza.
***
Introduzione
Questo contributo è stato scritto il 12 gennaio 2026, due settimane dopo
l’inizio di una nuova fase della sollevazione nazionale del popolo iraniano
contro il regime della Repubblica Islamica. La rapidità degli sviluppi interni
ed esterni legati all’Iran è tale da rendere estremamente difficile il
monitoraggio della situazione. Tuttavia, quanto accaduto finora può essere
suddiviso in 4 ambiti principali: la posizione del regime della Repubblica
Islamica, la sollevazione popolare su scala nazionale, la situazione
dell’opposizione e il contesto geopolitico.
Lo stallo della governance nella Repubblica Islamica
La Repubblica Islamica nasce dalla repressione e dalla sconfitta della
rivoluzione del febbraio 1979. Il regime si è insediato al potere attraverso la
repressione e il massacro di tutte le opposizioni politiche e delle minoranze
etniche. Un decennio dopo il consolidamento del proprio potere, durante la
guerra di otto anni con il regime di Saddam Hussein, ha intrapreso politiche
transnazionali, definibili come «aggiustamento neoliberale». Dall’inizio degli
anni Novanta, il regime ha governato sulla base di una combinazione di
dispotismo politico, austerità economica e militarizzazione.
Oggi la Repubblica Islamica può essere definita come una forma di capitalismo
neoliberale di tipo mafioso. Tutti i settori economici e politici sono sotto il
controllo di reti finanziarie, del traffico di droga e del riciclaggio di
denaro. L’industria petrolifera iraniana è nelle mani di gruppi che agiscono di
fatto in modo indipendente dallo Stato e che controllano ampie porzioni
dell’economia. Le politiche di austerità neoliberale, attuate in assenza di
qualsiasi organizzazione sindacale indipendente dei lavoratori, sono state
implementate con una tale intensità che oggi il salario medio di un lavoratore
iraniano è inferiore agli 80 dollari al mese; molti lavoratori non sono nemmeno
coperti dalla legislazione sul lavoro.
Lo Stato nella Repubblica Islamica non è mai stato uno Stato mediatore;
governando attraverso uno stato d’eccezione permanente, ha imposto un dispotismo
oscuro e un’austerità feroce su una popolazione eccedente in costante crescita.
Le infrastrutture del paese sono completamente deteriorate e l’ambiente naturale
è sull’orlo della distruzione. Il lago di Urmia, il secondo lago salato più
grande del mondo, si è prosciugato; numerose zone umide e laghi sono scomparsi;
l’Iran è oggi tra i paesi leader per subsidenza del suolo e sfruttamento
eccessivo delle falde acquifere.
Ciò che ha innescato le recenti proteste è stato però il crollo del valore della
moneta nazionale, il rial, e il continuo aumento della povertà. Attualmente un
terzo della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà
assoluta e circa 55 milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà o
al suo limite. Le sanzioni internazionali, in particolare quelle imposte dal
governo degli Stati Uniti, inserite in un contesto di politiche neoliberali,
hanno finito per favorire il regime, ampliando e approfondendo le politiche di
austerità.
Con il rallentamento dell’afflusso di dollari nel paese, il regime ha adottato
diverse strategie: la creazione di reti transnazionali di riciclaggio di denaro;
la privatizzazione della vendita del petrolio; la vendita del greggio a prezzi
inferiori a paesi come la Cina, in assenza di qualsiasi meccanismo di controllo
e rendicontazione sui flussi di valuta. Parallelamente, la valuta sovvenzionata
è stata concessa a reti clientelari, parenti e gruppi di potere per
l’importazione di beni, ma miliardi di dollari sono stati saccheggiati o
trasferiti all’estero. Lo Stato, invece di regolamentare il mercato, ha cercato
di rispondere alla crisi aumentando la liquidità monetaria.
Sia i conservatori vicini ad Ali Khamenei, guida suprema del regime, sia la
fazione riformista legata alla presidenza, costituiscono fondamentalmente
oligarchie finanziarie e mafiose che, di fronte a qualsiasi forma di resistenza
organizzata all’interno dell’Iran, hanno fatto ricorso alla repressione e al
saccheggio sistematico della popolazione. La quota della spesa pubblica sul
prodotto interno lordo in Iran è tra le più basse al mondo, un dato che riflette
l’applicazione delle più radicali politiche neoliberali e il predominio della
finanziarizzazione.
In questo contesto, tra gennaio 2019 e gennaio 2026, il popolo iraniano ha dato
vita ad almeno quattro sollevazioni nazionali contro il regime. Quanto accade
oggi nelle strade dell’Iran non è un fenomeno isolato, ma parte di una catena di
sollevazioni successive: pochi paesi al mondo hanno conosciuto, prima e dopo la
pandemia, una continuità così intensa di proteste e rivolte su scala nazionale.
La rivolta del gennaio 2018 è iniziata come protesta contro l’inflazione e si è
rapidamente trasformata in una contestazione politica diffusa in tutto il paese.
L’insurrezione del novembre 2019, scatenata dall’aumento del prezzo della
benzina, è stata temporaneamente soffocata dal regime attraverso l’uccisione di
centinaia di persone e il blackout totale di internet. La sollevazione del
settembre 2022, seguita all’uccisione di Mahsa Amini e incarnata nel movimento
«Donna, Vita, Libertà», ha incontrato una risposta fatta di oltre 500 morti,
migliaia di feriti e una vasta epurazione di uffici e istituzioni statali.
La sollevazione nazionale del gennaio 2026 si colloca nella continuità delle
politiche economiche neoliberali, questa volta sotto il governo di Massoud
Pezeshkian. Una serie di misure – tra cui un nuovo aumento del prezzo della
benzina e l’eliminazione del tasso di cambio sovvenzionato e dei sussidi – ha
dato il via alle proteste. Dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025 con
Israele, il rial ha perso il 40% del suo valore, e il governo, invece di
affrontare il potere delle oligarchie, ha sistematicamente cercato di trasferire
il peso della crisi sugli anelli più deboli della catena sociale: lavoratori,
donne e popolazioni marginalizzate.
La sollevazione nazionale e la crisi della sopravvivenza
La maggioranza della popolazione iraniana si trova oggi immersa in una grave
crisi economica, in una condizione di mera sopravvivenza. Le proteste sono
iniziate in risposta alle oscillazioni del tasso di cambio del dollaro, a
partire dai mercati e dalle piccole attività commerciali. I bazar sono stati
storicamente uno degli alleati del fronte conservatore del regime, ma anche
questi settori sono ormai profondamente insoddisfatti. Fin dal primo giorno, le
proteste hanno assunto rapidamente una dimensione politica, prendendo di mira il
cuore stesso del potere.
Il bazar di Teheran, e quelli delle grandi città, non sono composti
esclusivamente da commercianti e proprietari: numerosi segnali indicano la
partecipazione attiva degli apprendisti dei negozi, dei venditori ambulanti e
degli adolescenti impiegati come facchini nei mercati. Nei giorni successivi, le
proteste si sono rapidamente estese alle periferie urbane e alle regioni
occidentali del paese, tra cui le province del Lorestan, Kermanshah e Ilam.
Questa sollevazione può essere definita, a pieno titolo, come una rivolta dei
marginalizzati e dei disoccupati.
In questo contesto, l’indicatore dei NEET (Not in Education, Employment or
Training) risulta particolarmente utile per comprendere quanto accaduto nelle
recenti rivolte. Secondo le statistiche ufficiali del regime, il 25% dei giovani
tra i 15 e i 25 anni in Iran non studia, non lavora e non percepisce alcun
reddito. In altre parole, un quarto della cosiddetta Generazione Z rientra in
quella «popolazione eccedente» esclusa da qualsiasi forma di mediazione statale.
Il sistema educativo della Repubblica Islamica è uno dei più fortemente
stratificati al mondo: secondo gli ultimi dati, oltre un milione di persone in
età scolare ha abbandonato gli studi a causa della povertà. In un simile
scenario, l’esplosione di rivolte da parte dei marginalizzati, dei disoccupati e
dei lavoratori urbani precari era largamente prevedibile.
Dal decimo giorno di proteste, il regime ha interrotto l’accesso a internet e
alle comunicazioni telefoniche, eliminando la possibilità di coordinamento e di
diffusione delle immagini delle manifestazioni. Si tratta di un chiaro segnale
dell’avvio di una repressione su vasta scala, già sperimentata durante la
sollevazione del novembre 2019. Attualmente, la rivolta è in corso in tutto il
paese e questa volta i manifestanti mostrano maggiore audacia e preparazione.
Contrariamente alle analisi ottimistiche – e in parte securitarie – non esiste
alcuna struttura organizzativa o forma di coordinamento stabile. I giovani dei
diversi quartieri si mettono in contatto tra loro poche ore prima delle proteste
notturne, prendendo decisioni estemporanee su come agire. I manifestanti si
ricongiungono nelle principali arterie urbane, dando forma a ondate successive
di protesta.
L’apparato repressivo della Repubblica Islamica è multilivello e complesso. Nei
primi giorni delle proteste, la repressione e il controllo delle manifestazioni
sono stati affidati principalmente alle forze di polizia e ai gruppi in borghese
noti come Basij. Negli ultimi giorni, tuttavia, le massime autorità del regime –
incluso Ali Khamenei – hanno definito i manifestanti come «sovversivi» e hanno
ordinato una repressione aperta. Il capo della polizia e i vertici della
magistratura hanno minacciato i manifestanti di morte e di punizioni severe
senza alcuna possibilità di clemenza. L’ingresso in campo delle forze terrestri
del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica rappresenta ora un segnale
inequivocabile della profondità della crisi e dell’ampiezza delle proteste.
L’opposizione di estrema destra
’Iran è uno dei pochi paesi al mondo in cui sia il regime al potere sia la
maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni di estrema destra.
I monarchici, che auspicano il ritorno al sistema monarchico precedente alla
rivoluzione del 1979, considerano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià
dell’Iran, come il leader della fase di transizione e adottano un’impostazione
autoritaria con tratti marcatamente fascistoidi. Nella loro visione, il mondo è
diviso in due campi contrapposti: da un lato il «mondo libero», guidato
dall’America di Trump e da Israele; dall’altro, il dispotismo religioso
orientale. Questa dicotomia porta a rimuovere molte questioni fondamentali e a
leggere sia le proteste sia la forma di governo della Repubblica Islamica quasi
esclusivamente attraverso la lente delle equazioni geopolitiche.
Anche la sinistra cosiddetta «campista» o «anti-imperialista» osserva le
proteste iraniane da una prospettiva geopolitica, seppur in modo diverso,
interpretandole come una cospirazione americano-israeliana. Questi approcci
costituiscono una delle principali fonti di rischio che minacciano le recenti
mobilitazioni e rappresentano da tempo un ostacolo strutturale al progresso
verso la libertà e il benessere sociale.
Fino a pochi anni fa, e persino durante il movimento «Donna, Vita, Libertà», il
monarchismo era soltanto una delle tante correnti politiche presenti
nell’opposizione. Oggi, invece, si manifesta come un discorso egemonico e come
una pratica politica visibile sul terreno, soprattutto all’interno della
diaspora. Non si tratta di un fenomeno spontaneo, bensì di una tendenza
sostenuta da una rete finanziaria e mediatica ben strutturata, che ha
apertamente appoggiato l’attacco israeliano contro l’Iran.
Il nazionalismo estremo di questa corrente non riproduce una versione classica
del fascismo, ma rappresenta piuttosto una forma di nazionalismo costruita nel
mondo contemporaneo per contenere le proteste e orientarle verso l’apertura dei
mercati occidentali. Il culto del libero mercato, il patriarcato e il
nazionalismo radicale hanno trasformato questa corrente in un’alternativa di
estrema destra capace di attrarre ampi strati della popolazione iraniana,
inclusi settori delle classi subalterne.
Lo slogan «Donna, Vita, Libertà» si sente ormai raramente nelle strade, al di
fuori degli ambienti universitari. Un cittadino iraniano, riuscito con grande
difficoltà a contattare la BBC Persian, afferma che il movimento «Donna, Vita,
Libertà» era principalmente incentrato sulla questione del velo e che, con
l’allentamento dei controlli statali sull’abbigliamento, il tema centrale è
tornato a essere il pane e la dignità umana. Al di là del fatto che si condivida
o meno questa interpretazione, essa rivela un punto cruciale: il movimento
«Donna, Vita, Libertà» non è riuscito a intrecciarsi con le lotte per il
salario, il welfare e l’opposizione alla guerra, rimanendo confinato a un
impatto prevalentemente culturale sulla vita quotidiana.
La frattura tra le rivendicazioni economiche e salariali e le altre istanze
sociali ha favorito l’ascesa dell’estrema destra, sostenuta da propaganda e
risorse finanziarie. Oggi i monarchici arrivano a invocare apertamente
l’intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: un discorso estremamente
pericoloso, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, secondo
le parole di quel cittadino, è innanzitutto un movimento per il pane e la
dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata
tra nazionalismo e culto del mercato.
Nelle strade dell’Iran, persino nelle città più piccole, si ascoltano slogan a
sostegno di Reza Pahlavi. In assenza di coesione e di un’azione efficace da
parte dell’opposizione di sinistra e progressista, molti iraniani sembrano
orientarsi verso Pahlavi non tanto per convinzione ideologica, quanto per la
percezione che egli abbia maggiori possibilità di superare la Repubblica
Islamica.
In ogni caso, i monarchici sono riusciti a costruire una narrazione e un lessico
condiviso per esprimere le cause della rabbia e del dolore dei manifestanti,
agendo così come una forza capace di distorcere e appropriarsi della recente
mobilitazione. Le altre forze di opposizione, dai repubblicani moderati alla
sinistra radicale, non hanno altra scelta se non quella di intervenire
attivamente sulle dinamiche interne delle proteste in corso, cercando di
orientarle in una direzione emancipatrice.
Trump e le pedine geopolitiche
Nei prossimi giorni diventeranno più chiari gli obiettivi e i piani di Trump in
relazione al movimento di protesta del popolo iraniano. Ciò che appare già
evidente, tuttavia, è che l’amministrazione statunitense considera l’Iran come
l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è
attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica
Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra
in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei
BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di
vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente
inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance
in Iran.
La Repubblica Islamica, malgrado la sua retorica antioccidentale, è priva di
qualsiasi contenuto autenticamente anti-imperialista o antineoliberale; essa
agisce piuttosto all’interno di una sorta di «guerra di civiltà» in un mondo
multipolare segnato da una transizione egemonica in corso. L’opposizione di
estrema destra, insieme agli Stati Uniti e a Israele, così come lo stesso regime
della Repubblica Islamica, ha trasformato la vita della popolazione iraniana in
un costo collaterale di una guerra geopolitica. Da questo punto di vista, tutti
questi attori sono corresponsabili della devastazione e della distruzione delle
vite in Iran.
L’importanza di questa osservazione risiede nella necessità di pensare alle
proteste al di là dei confini delle geopolitiche statali, evitando di ridurle a
una semplice risposta reattiva e fallimentare all’ira e al dolore del popolo
iraniano. La speranza ha sempre un volto bifronte, come Giano: uno sguardo
rivolto all’indietro e uno in avanti; uno fisso su un orizzonte luminoso,
l’altro segnato dalle amare sconfitte del passato. Non abbiamo altra scelta che
considerare simultaneamente limiti e possibilità.
Nella prossima parte verranno affrontati i principali nodi teorici e analitici
della crisi e delle proteste in Iran, insieme ai possibili scenari futuri.
***
Sasan Sedghinia è uno scrittore, traduttore e ricercatore iraniano indipendente
di sinistra, residente a Roma. Ha pubblicato numerosi articoli in lingua
persiana e italiana.
“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra
e l’attacco agli spazi sociali”
Ripubblichiamo la piattaforma di sintesi letta a conclusione dell’assemblea del
17 gennaio a Torino a seguito dello sgombero di Askatasuna. Le firme per
l’adesione sono in aggiornamento.
In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione e la
trascrizione di alcuni interventi inerenti alla dimensione cittadina che portano
ragionamenti significativi per un rilancio collettivo.
A conclusione dell’assemblea di sabato 17 gennaio è stata stilata una
piattaforma a cui aderire “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RILANCIA”, di
seguito le firme in aggiornamento delle realtà che chiamano alla
mobilitazione.
Da Torino al Sud, dalla Val di Susa al Nord Est, dalle isole al centro, tutta
Italia è unita nelle differenze, nelle generazioni, nelle specificità
territoriali, per portare una sola voce: il governo Meloni ha sbagliato i suoi
calcoli, il popolo resiste.
Nonostante i segnali chiari che arrivano dal governo, un governo che odia e che
struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata, è altrettanto chiaro
che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa.
Dai lavoratori e dalle lavoratrici, dagli spazi sociali colpiti, dai comitati
territoriali, dai comitati di quartiere ai collettivi studenteschi, dalle
università alle scuole, da chi lotta nei quartieri popolari a chi lotta contro
le basi militari e le grandi opere inutili, dalle donne che lottano agli
abitanti sotto sfratto: il popolo rilancia.
Il 31 gennaio sarà una mobilitazione popolare a cui ognuno potrà partecipare con
le proprie specificità e le proprie differenze, rappresentandole tutte, creando
una massa eterogenea, come la Valle di Susa ci ha insegnato. Il 31 sarà un
passaggio importante per ribadire che c’è una parte di questo Paese, quella che
in milioni è scesa in strada per bloccare tutto in solidarietà al popolo
Palestinese, che non è disponibile ad avallare i piani previsti di riarmo,
militarizzazione, chiusura e disciplinamento voluti da Meloni e dai suoi
ministri.
Un passaggio che rilanciamo insieme verso nuovi appuntamenti, verso la primavera
in cui ritrovarci, continuare a ragionare collettivamente sulle urgenze di
questo momento storico e cogliere quali siano le possibilità per riaprire spazi,
costruire percorsi, intuire mobilitazioni, passando per i momenti di sciopero
che ci saranno.
La repressione del Governo passa per nuovi decreti sicurezza, cerca di
rinchiudere le mobilitazioni e gli spazi sociali autogestiti ad un problema di
ordine pubblico, quando invece il loro significato è profondamente politico e
sociale. Arresti e operazioni di polizia quasi settimanali, colpiscono
indiscriminatamente superando e forzando ogni confine legale, trasformando le
leggi nella logica feroce della “legge del più forte”.
Essere partigiani vuol dire schierarsi e prendere posizione, Torino è una
dimostrazione di come le lotte possano essere al tempo stesso incisive e
riproducibili. Oggi il significato e la pratica dell’antifascismo assumono nuova
attualità.
Immaginiamo insieme il corteo del 31 gennaio come l’inizio di un percorso comune
che possa costruire uno spazio largo di mobilitazione contro il Governo Meloni e
la sua manovra economica lacrime e sangue. Oltre la retorica populista e
sovranista, quello che rimane sono misure di austerity, sudditanza ai diktat di
Trump, attacchi al lavoro, alle pensioni, ai migranti e a chiunque non sia
allineato. È tempo di portare avanti un conflitto plurale, inteso come esercizio
di trasformazione e di riconoscimento di coloro che stanno ai margini.
È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la
loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è
possibile, resistere è un dovere.
Firme in aggiornamento:
Network Antagonista Torinese
Movimento No Tav
Torino per Gaza
Centri Sociali del Nord Est
Giovani Palestinesi d’Italia
Non Una di Meno Torino
Spazio Popolare Neruda
Giorgio Cremaschi
Potere al Popolo
Assemblea Studentesca Torino
Ex Opg
Officina 99
Brahim Baya, Nur – Narrazioni Umane di Resilienza
Coordinamento Collettivi Autorganizzati Universitari
Ecologia Politica Napoli
Cantiere Milano
Quarticciolo Ribelle
Libere di lottare contro lo stato di guerra e polizia
Movimento di lotta Disoccupati 7 novembre
Centri sociali delle Marche Studenti Autorganizzati Marche
Colpo
Centro Sociale Talpa e l’Orologio
Collettivo Spiraglio
Collettivo ohm
Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS
Cobas Scuola Torino
Csoa Ex Snia Viscosa
Coordinamento Antifascista Universitario – Torino
Rifondazione Provinciale Torino
Fronte Popolare Torino
Cub
Sinistra Anticapitalista
Radici del Sindacato alternativa in Cgil
Vogliamo Tutto
Assemblea per il Diritto alla casa – Pavia
Partito Comunista dei Lavoratori – Torino
Gabrio
Associazione a Resistere Pisa
Cobas
Collettivo Statale 590
Carc
video
Intervento di Non Una di Meno Torino
Come Non Una di Meno Torino siamo qui oggi per rinnovare la nostra solidarietà
ad Askatasuna e per continuare a lottare insieme, dentro un presente sempre più
schiacciante. Come rete abbiamo incrociato Askatasuna in numerosi percorsi e
iniziative cittadine: dalle lotte per il diritto alla casa, a quelle contro la
devastazione dei territori, contro la guerra e il riarmo, fino all’impegno per
una Palestina libera. L’Aska non è soltanto uno spazio sociale, ma un intreccio
vivo di percorsi, persone e progetti politici che lavorano quotidianamente per
costruire un futuro differente.
Parlare oggi di spazi sociali è una necessità politica urgente, perchè appunto
questi non sono solo luoghi fisici: sono dispositivi di resistenza alla
solitudine strutturale prodotta da capitalismo e patriarcato. Sono spazi dove la
riproduzione sociale – cioè il lavoro invisibile di cura, relazione, sostegno
reciproco – viene sottratta alla privatizzazione e riportata nella dimensione
collettiva. Gli spazi sociali sono anche luoghi fisici e simbolici dove si
costruiscono relazioni non competitive e libere dal profitto, dove la
vulnerabilità non è una colpa ma un punto di partenza politico, dove la cura
diventa pratica collettiva e non dovere imposto.
Viviamo una fase storica segnata da una molteplicità di crisi che si
intrecciano. Crisi che producono isolamento, solitudine, frammentazione delle
vite, precarietà materiale ed emotiva. Questo processo colpisce tutte e tutti,
ma in maniera non neutra: le donne, le soggettività LGBTQIA+, le persone
razzializzate, marginalizzate, precarizzate e povere, le persone con disabilità,
ne pagano il prezzo più alto.
La storia delle donne e delle soggettività non conformi ha mostrato con
chiarezza che il dominio non si esercita solo sui corpi, ma sui regimi di senso:
su chi può parlare come misura dell’universale e chi viene ridotto a
particolarità muta; su chi ha il potere di nominare il mondo e chi ne subisce le
definizioni. Il potere non governa soltanto attraverso la forza materiale, ma
attraverso le categorie che organizzano il pensabile.
In un tempo che amministra il consenso mediante paura, semplificazione e
coercizione, non basta opporsi agli atti di violenza. Occorre smontarne il
vocabolario. Non limitarsi a denunciare il potere, ma sabotarne le cornici
simboliche e i dispositivi narrativi.
Veronica Gago, filosofa e compagna argentina, suggerisce che c’è un passo avanti
rispetto a ciò che eravamo solite chiamare guerra e crisi della riproduzione
sociale, a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione
sociale.
Susana Draper, accademica femminista che in questi giorni è stata pubblicata da
Effimera, ha preso parola su quanto sta succedendo negli Stati Uniti, a partire
dall’uccisione di Renee Good, sottolinea come questa sia una chiave importante
che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian
Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la
portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono
state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese.
Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la
difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio,
criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere
comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per
i popoli sia come
dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali,
strategia colonialista di mutilazione
venga anch’esso ucciso.
La necessità di ricomposizione sociale, con forme anche diverse, è oggi ancora
più cruciale di fronte all’irrigidimento delle forme repressive e di controllo,
che il governo Meloni sta portando avanti in maniera sistematica. Ora ancor più
esplicitamente con il nuovo decreto sicurezza che colpisce in modo sempre più
diretto manifestanti e giovani generazioni. Più in generale, questo è un
controllo che agisce su più livelli: sui luoghi, attraverso sgomberi,
restrizioni, criminalizzazione degli spazi autogestiti; sulle persone,
attraverso politiche securitarie, razziste, transfobiche e sessiste; sul
dissenso, colpendo chi sciopera, chi manifesta, chi si organizza.
Il transfemminismo ci aiuta a leggere questo processo per quello che è: non solo
una deriva autoritaria, ma un progetto politico coerente che punta a ristabilire
ordine, gerarchie e obbedienza. Un progetto che ha bisogno di corpi
disciplinati, famiglie tradizionali, ruoli di genere fissi, confini rigidi, e
che quindi vede negli spazi sociali, nei movimenti e nelle reti transfemministe
un pericolo da neutralizzare.
Oggi difendere e costruire spazi sociali e progetti politici significa quindi
difendere la possibilità stessa di organizzarci, di trasformare la rabbia e il
dolore in pratica collettiva. Significa opporsi a un modello di società che ci
vuole separate e controllabili, e affermare invece il diritto a esistenze
plurali e solidali.
Non si tratta di nostalgia dei tempi passati. Il movimento transfemminista ci
ricorda di avere sempre lo sguardo rivolto in avanti, portando con sé l’eredità
di tutt3 le sorell che hanno contribuito a formare quello sguardo. Ai tempi che
ci attendono servono spazi il più possibile ampi, che coinvolgano interi settori
della società, oggi sempre più impoverita e lasciata alla violenza
istituzionale. Servono spazi per i quartieri e per i soggetti che desiderano
attivarsi insieme, migliorare la propria vita attraverso un legame collettivo e
a discapito di chi sulla povertà e l’isolamento ci costruisce imperi
immobiliari, patrimoni famigliari, propaganda razzista.
Questo è il momento di fare comunità, di unire le lotte e le forze, di essere
eccedenza e imprevisto, tutte e tutti insieme. Come ci ricorda Silvia Federici,
senza ricostruire comunità di lotta e di vita, non esiste possibilità di
trasformazione sociale. In questo senso, la ricomposizione sociale di cui
parliamo non è solo politica, ma profondamente materiale e affettiva. Significa
rimettere al centro i corpi, i bisogni, la quotidianità.
In quest’ottica proponiamo di continuare nel solco di ciò che ha funzionato
nelle mobilitazioni dei mesi scorsi e praticare lo sciopero e il blocco come
strumenti che permettono di interrompere lo scorrere della vita quotidiana.
Oltre a partecipare ai prossimi appuntamenti qui proposti, rilanciamo e
invitiamo a costruire insieme la giornata di lotta dell’8 marzo e lo sciopero
transfemminista di lunedì 9 marzo lanciati da Non una di meno, come momenti in
cui rifiutare insieme la violenza patriarcale, la guerra, questo clima
repressivo e contro il governo Meloni.
Intervento di Torino per Gaza
Contro guerra e repressione la lotta continua. Verso e oltre la manifestazione
del 31 gennaio, con la Palestina fino alla vittoria!
Un contributo di Torino per Gaza
In questo momento più che mai abbiamo bisogno di costruire un fronte largo e
unitario di opposizione al genocidio a Gaza, all’imperialismo e alle politiche
guerrafondaie del governo.
Sappiamo che lo sgombero di Askatasuna, a cui va tutta la nostra solidarietà, ha
aperto una ferita in questa città ma questo non sarà sufficiente a fermare le
lotte. Insieme abbiamo dibattuto, costruito e lottato in questi anni, insieme
continueremo a farlo, dentro o fuori corso Regina 47.
Negli scorsi mesi un movimento popolare ha segnato un cambio di passo profondo
nel nostro Paese. L’opposizione al genocidio e alle politiche di guerra è stata
capace di risvegliare un senso di responsabilità collettiva che sembrava sopito
da anni e milioni di persone hanno deciso finalmente di non delegare la
possibilità di cambiare il corso delle cose. In quelle piazze non solo si è
espresso il rifiuto netto del genocidio e un senso di solidarietà profondo e
sincero con il popolo palestinese e la sua resistenza, ma si è riuscit3 a
puntare il dito in maniera chiara contro chi, alle nostre latitudini, è
responsabile di quel massacro e lo sostiene a spese delle persone , traendone
profitto economico e politico. Dalle piazze alle occupazioni nelle scuole,
intere generazioni hanno espresso il desiderio di cambiare tutto, radicalmente.
Insieme si è rotto quel senso di impotenza e di frustrazione che troppo spesso
abbiamo provato di fronte all’enormità di un genocidio teletrasmesso in
mondovisione.
Un movimento che ha deciso di rendere concreti gli obiettivi che si è dato,
praticando ciò che ha detto. In quelle settimane “Blocchiamo tutto” non è stato
solo uno slogan, ma una pratica concreta, collettiva e soprattutto efficace.
Riappropriandosi della pratica dello sciopero, ha interrotto il normale scorrere
della vita di fronte a oltre 200.000 palestinesi ammazzati, ha procurato un
danno economico reale alla filiera della guerra e ha inferto un duro colpo al
governo, poiché ha toccato i nervi scoperti della catena di valore.
A distanza di qualche mese, la vendetta del governo arriva puntuale per far
pagare il conto di quell’esplosione di forza collettiva. A Torino, come in altre
città, sono già decine le persone colpite da sanzioni amministrative e misure
cautelari. Studentesse e studenti giovani e giovanissimi si trovano agli arresti
domiciliari o in carcere. Un compagno del coordinamento, Mohamed Shahin, si è
visto revocare il permesso di soggiorno di lunga durata e recludere in un CPR, e
su di lui ancora oggi pende un decreto di espulsione immediata verso l’Egitto. E
ancora, gli arresti ai compagni di API a Milano e Genova con accuse
pesantissime, la condanna ad Anan Yaeesh di appena ieri all’Aquila e infine lo
sgombero di Askatasuna. Tentativi, questi, manovrati dalla Polizia e dal governo
per indebolirci e ostacolare la rigenerazione del movimento che come prerogativa
ha avuto quella delle alleanze. È importante che nel rispondere a questi
attacchi si mantenga sempre il presupposto di tenere insieme ciò che vogliono
allontanare.
Abbiamo gridato che pensavamo di liberare la Palestina e invece è stata la
Palestina a liberare noi.
Ci ha permesso di ricomporre per dare corpo al rifiuto diffuso per un presente
fatto di guerra e morte e un futuro incerto e spaventoso, che si fatica anche
solo ad immaginare.
Ci ha permesso di ritrovare la forza dell’organizzarsi insieme e di costruire
legami sociali inediti,non previsti, nonostante la propaganda soffocante che
dipinge il nemico come lo straniero, l’arabo, il musulmano, che costruisce
un’urgenza interna come pretesto per disciplinare l3 giovani e la società tutta
richiamata ad arruolarsi a testa bassa per la loro guerra, che la priorità è una
presunta sicurezza costruita con obbedienza, punizione e riarmo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” ha permesso di vedere molto oltre il fumo
gettato negli occhi dal governo Meloni. Ha messo a nudo le bugie sistematiche
raccontate dai media, ha creato altre forme per documentarsi e diffondere
conoscenze e saperi popolari utili a riprodurre le lotte.
Ha espresso quindi qualcosa di segno diametralmente opposto.
Che insieme siamo davvero più forti, che il nemico è una classe dirigente pronta
a sacrificare tutt3 per ingrassare le tasche delle aziende belliche e per
sottomettersi al volere degli Stati Uniti che intende l’Italia come un proprio
Stato satellite, e che le tanto attaccate comunità arabe e musulmane che vivono
in questo paese sono nostre compagne di lotta.
Che l’insicurezza è innanzitutto taglio al welfare e aumento della spesa
militare, mentre le classi popolari sono sempre più schiacciate dal carovita,
mentre la sanità pubblica è fatta a pezzi ogni giorno che passa.
In un contesto che si fa sempre più buio, tanto nei nostri territori quanto a
livello globale, non dobbiamo cadere nella tentazione di limitarci a difendere
un presente che non è mai stato all’altezza dei nostri bisogni, una democrazia
in cui non abbiamo mai trovato spazi per contare, uno stato di diritto in cui
non abbiamo mai trovato giustizia. L’unica risposta possibile al fascismo che
avanza in Italia e nel mondo è proseguire ed ampliare le lotte per un mondo
diverso. All’inasprirsi della repressione, al tentativo di chiudere ogni spazio
di ribellione, dobbiamo avere il coraggio di rispondere con pratiche e discorsi
capaci di coinvolgere ogni ambito della società, perché a reprimere sono le
stesse politiche di guerra che ci rendono pover3, che tagliano servizi e sanità
e investono in armi, che trasformano le scuole in campi di addestramento.
Le grandiose mobilitazioni di questo autunno ci hanno indicato una strada da
percorrere proprio per avanzare in questa direzione. Questi mesi di
mobilitazione per la Palestina ci hanno insegnato che è possibile fare tutto e
arrivare ovunque, che quando si lotta per la giustizia e l’umanità le persone
non sono addormentate, che possiamo e dobbiamo riappropiarci di una pratica,
quella dello sciopero, che ormai sembrava inaccessibile,per costruire lotte a
partire dai bisogni delle persone, contro la precarietà, per la Sanità pubblica,
per la scuola e i servizi a misura di persona, per migliorare concretamente la
condizione umana fermando contemporaneamente guerra e genocidio, le cause del
male per tutti i popoli.
Abbiamo capito che avere un’ottica di allargamento e avere la disponibilità di
uscire da schemi e pratiche consolidate, permette di costruire un’azione di
risposta imprevedibile, efficace, massiccia e concreta.
Crediamo che sia ampiamente finito il tempo in cui ciascun3 di noi, ciascuna
realtà organizzata può permettersi di guardare unicamente alla propria agenda,
vedendo questa come slegata da tutto il resto. La sfida che questo presente ci
pone davanti richiede la capacità di costruire una risposta che sia all’altezza,
capace di cogliere le occasioni di mobilitazione e allargamento che ci si
presentano e di crearne quando è necessario.
In questo senso, la Global Sumud Flotilla ha annunciato una nuova grande
partenza verso Gaza nei mesi a venire. Crediamo che dobbiamo prendere questa
come un’occasione di rilancio. Dobbiamo ripartire da ciò che ha funzionato: una
comunicazione coerente sul piano nazionale, una connessione con le mobilitazioni
a livello transnazionale, un linguaggio comprensibile, capace di bucare le bolle
offrendo una pratica di attivazione concreta.
Dobbiamo essere in grado di adattare questa prospettiva in un contesto mutato,
che si fa più complesso.
I media raccontano della falsa “pace” di Trump in Palestina come il grande
successo di chi porta invece guerra in tutto il mondo. Intanto a Gaza e in
Cisgiordania la violenza sionista non si ferma anche se lontana dai riflettori.
Nelle ultime ore, giorni, settimane, migliaia di persone sono state uccise dai
raid quotidiani su Gaza, dalla violenza dei coloni e dell’esercito in
Cisgiordania, dal freddo, dalla fame, dalle piogge in un territorio devastato e
tuttora sotto assedio, questo è il modello di pace che la democrazia occidentale
ha da offrire. Mentre le politiche imperialiste e guerrafondaie di Trump e di
tutto l’Occidente colpiscono in modo sempre più aggressivo in Venezuela e in
tutto il Latino America, in Medio Oriente, in Africa, l’annuncio dell’inizio
della cosiddetta “fase due” del piano di Trump rende evidente come questo non
sia altro che il tentativo di portare a termine la colonizzazione e
l’annientamento della Palestina, garantendo ad Israele e ai suoi alleati il
controllo del territorio mediorientale e delle sue risorse ricchissime.
Anche se vogliono fermarci, non finisce la nostra lotta che prende esempio dalla
Resistenza del popolo Palestinese che ci ha insegnato che i popoli in rivolta
possono davvero riscrivere la storia.
Siamo pront3 a guardare insieme a orizzonti futuri condivisi, a traiettorie da
costruire per la libertà collettiva.
C’è ancora molto da fare ma la voglia non ci manca e l’immobilismo non è
un’opzione.
Fino alla liberazione della Palestina, fino alla liberazione di tuttɜ noi!
Intervento dell’Assemblea Studentesca Torino
Innanzitutto, a nome dell’Assemblea Studentesca ci ritengo a ringraziare tutte
le realtà e le soggettività che sono qua oggi e a esprimere naturalmente non
solo solidarietà ma complicità politica e umana ai compagni e alle compagnie
dell’ askatasuna.
L’Assemblea Studentesca nasce, due anni e mezzo fa, come spazio di confronto
sulle modalità della lotta e di costruzione di un vero movimento studentesco
nella nostra città e in questi anni abbiamo condotto instancabilmente un lavoro
politico di allargamento, di costruzione e di dibattito, di spazi di socialità
alternativa a quelli proposti dal nostro modello scolastico e abbiamo raccolto i
primi risultati di questo lavoro politico proprio in quest’autunno che ha visto
grandi mobilitazioni.
Però sarebbe un tradimento inaccettabile considerare quest’autunno come un punto
d’arrivo. Quest’autunno non è stato un punto d’arrivo, non lo deve essere, non
può esserlo, ma deve essere un punto di volta e di inizio di qualcosa di nuovo.
Per questo, pochi giorni fa, abbiamo avuto un momento di analisi su quello che è
stato l’autunno e per la costruzione del nostro progetto politico dal basso.
Questa analisi è stata un’osservazione delle condizioni materiali oggettive
della lotta che ci servono per portare avanti il nostro progetto. Cosa
significa?
Abbiamo osservato che quest’autunno c’è stato un nuovo risveglio delle
coscienze, che è stato inedito almeno negli ultimi anni in Italia e possiamo
forse dirlo anche in Europa, che non si è trasformato spontaneamente in
un’opposizione organica, organizzata, ma che ne ha richiesto la costruzione in
modo imperativo. La responsabilità di costruire questa opposizione organica,
organizzata, politica e morale è nostra.
In altre parole, possiamo dire che la mancanza di strutturazione seria del
nostro movimento e le potenzialità pericolose della nostra lotta sono state
notate e hanno portato a un’ondata repressiva inedita, che l’abbiamo vista con
l’arresto di nostri sei compagni: Arturo, Simone, Nour, Giordano, Riccardo e
Souahil, a cui portiamo la nostra solidarietà.
Questo è un momento difficile, ma dobbiamo saper raccogliere le capacità
trasformative specifiche per un progetto più ampio. Questo significa raccogliere
e organizzare la capacità di azione dei singoli collettivi nelle scuole, ma
significa anche raccogliere e accogliere le capacità individuali degli studenti
e delle studentesse che formano la scuola e rivolgerle contro il modello
fascista di Valditara che, diciamocelo, è il capitalistico.
Vuol dire rompere l’indifferenza e sfidare il non futuro che ci viene
prospettato, costruire un’opposizione organica alla guerra, alla
militarizzazione, al modello della scuola-caserma, che è la riproduzione dei
sistemi di oppressione del capitalismo, dell’imperialismo.
Vuol dire creare un potere studentesco, una controinformazione, l’esempio più
lampante della negligenza nei confronti della scuola è l’edilizia scolastica.
Abbiamo le scuole che ci crollano in testa.
Per questo rilanciamo la mobilitazione nazionale del 31 gennaio e rilanciamo una
grande piazza studentesca che partirà da Porta Susa alle due e mezzo.
E lo rilanciamo perché non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è la lotta per
la giustizia, è la lotta per la libertà, è la lotta per l’uguaglianza.
Insomma la nostra lotta è il motore della storia. Avanti sempre e buona lotta.
In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia
l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese.
da Radio Onda d’Urto
Quello appena trascorso è stato un fine settimana di durissimi scontri su tutta
la linea di contatto tra le Forze siriane democratiche – l’esercito
rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione di
Al-Jolani/Al-Sharaa.
“Questa guerra ci è stata imposta. È stata pianificata da molte forze”, ha
dichiarato la sera di domenica 18 gennaio Mazloum Abdi, il comandante in capo
delle Sdf. Il riferimento è all’evidente intesa tra i sostenitori di Damasco –
dagliUsa alla Turchia, dagli stati dell’Ue a Israele – per dare il via libera
alle milizie filoturche e liquidare l’Amministrazione autonoma democratica della
Siria del nord-est.
Dopo l’avanzata, i bombardamenti indiscriminati sui civili, i massacri e le
torture nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio, le
milizie salafite di Damasco hanno ammassato per giorni uomini e mezzi su vari
punti del confine tra i territori controllati dal governo autoproclamato e
quelli dell’Amministrazione autonoma settentrionale e orientale. Nel fine
settimana è iniziata l’escalation.
Sabato 17 gennaio, i miliziani dell’esercito siriano hanno teso un’imboscata
alla colonna delle Forze siriane democratiche che abbandonava la città di Deir
Hafer, a ovest del fiume Eufrate, come concordato per raggiungere un cessate il
fuoco. Contemporaneamente, decine di migliaia di uomini delle milizie hanno
attaccato le città a maggioranza araba di Tabqa, Raqqa e Deirezzor, entrate a
far parte dell’Amministrazione autonoma tra il 2017 e il 2019 nell’ambito della
guerra di liberazione dall’occupazione degli jihadisti di Isis.
L’Amministrazione autonoma ha dichiarato la mobilitazione generale, invitando
tutta la popolazione a mantenersi pronta per difendere città, strade e
quartieri dall’avanzata del nemico.
Dopo ore di combattimenti intensi – con pesanti perdite per le Forze siriane
democratiche ma anche per l’esercito di Damasco – le forze di autodifesa del
Rojava hanno lasciato Tabqa, Deirezzor e una parte del territorio di Raqqaper,
ha spiegato Mazloum Abdi, “evitare la guerra civile, con ulteriori uccisioni, in
particolare tra i civili, fermare le morti prive di senso e un conflitto i cui
esiti non sarebbero stati positivi”. Proprio dall’area di Raqqa ancora sotto il
controllo dell’Amministrazione autonoma, la mattina di lunedì 19 gennaio le
Forze siriane democratiche e le Ypj (le Unità di protezione delle donne) hanno
riferito di attacchi delle milizie governative alle postazioni di guardia
dellaprigione di al-Aqtan, dove sono detenuti miliziani jihadisti
dell’organizzazione Isis. Una rivolta sarebbe in corso nel campo di Al-Hol, dove
vivono decine di migliaia di familiari, mogli e bambini, dei miliziani di Daesh.
Scontri sono stati segnalati anche nelle aree di Ain-Issa e al-Shaddadi.
Grazie al riposizionamento delle Sdf è stato raggiunto un accordo di cessate il
fuoco. Da qui, il presidente siriano Al Sharaa ha annunciato la firma di un
accordo per l’integrazione delle Forze siriane democratiche non come
battaglioni, ma come singoli combattenti, oltre all’acquisizione del controllo,
da parte di Damasco, sulle istituzioni del nord-est, sulle risorse idriche e
petrolifere, sui confini.
Nessuna conferma, sui termini dell’accordo, dall’Amministrazione
autonoma. Sempre Mazloum Abdi ha chiarito ieri sera che si recherà oggi a
Damasco proprio per discutere le condizioni del cessate il fuoco e
dell’integrazione nello stato siriano. “Questa è una lotta a lungo termine – ha
aggiunto Abdi – credo che il nostro popolo, la nostra organizzazione e i nostri
compagni vinceranno questa guerra e questa sfida, proprio come hanno trionfato
in altre negli ultimi 14 anni”. Gli fa eco l’Unione delle Comunità del
Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico: “Lo spirito
della resistenza di Kobane deve sollevarsi!”.
“Quanto sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo per la
pace e una società democratica”, ha commentato dall’isola-carcere di Imrali, in
Turchia, il leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, raggiunto domenica 18
gennaio da una delegazione di parlamentari del Partito Dem.
“L’esistenza stessa dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del
nord-est, un’opzione politicafondata sull’autogoverno, su idee
di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come un’alternativa per tutti i
popoli della regione superando le divisioni storiche imposte dalle potenze
coloniali, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze
capitaliste – globali e regionali – rappresentati invece dal governo di
transizione siriano di Al-Sharaa“, commenta Jacopo Bindi, dell’Accademia della
modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto.
Sul piano della solidarietà internazionale, Rise up 4 Rojava chiama alla
mobilitazione, non soltanto a supporto della resistenza nella Siria del
nord-est, ma per colpire, con azioni e manifestazioni, tutto l’apparato,
militare, politico, informativo, della guerra globale voluta dalle potenze
imperialiste e coloniali per i loro interessi.
Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi,
dell’Accademia della modernità democratica.
Ripubblichiamo il testo condiviso da Riconvertiamo Seafuture, percorso cittadino
di La Spezia che ha preso avvio con la mobilitazione contro la mostra
navale-militare di quest’estate e che ha elaborato delle riflessioni a seguito
della tragedia che ha investito l’istituto Chiodo a La Spezia e, di seguito, il
contributo del KSA – Kollettivo Studentesco Autonomo in merito alla risposta di
Valditara.
MILITARIZZARE LA SCUOLA NON LA RENDE PIÙ SICURA.
Lettera aperta alla città dopo una tragedia.
da Riconvertiamo SeaFuture
“Questa mattina una marea di studenti e studentesse è scesa nelle strade a
partire dall’istituto Chiodo per manifestare dolore e rabbia intonando Aba Vive.
Il contenuto pubblicato di seguito è stato scritto nella giornata di ieri”
Sono passati solo pochi giorni dalla tragedia. Un ragazzo è stato ucciso in una
scuola, da un suo compagno. Accoltellato in una classe per questioni ancora da
chiarire.
Quello che, invece, è chiaro è che oggi si torna a scuola, nell’Istituto
professionale Chiodo e in tutte le altre scuole di Spezia e d’Italia con un peso
enorme sulle spalle, con interrogativi profondi, con un dolore immenso, una
sensazione di spaesamento difficile da affrontare.
Quello che è successo non deve passare inosservato, non può innescare emozioni
forti e poi essere dimenticato nel procedere spesso cinico della nostra
quotidianità scolastica. La risposta che pretende un fatto così drammatico deve
essere all’altezza della sfida che pone a tutte e tutti noi, cittadine e
cittadini, docenti, studentesse e studenti. La sfida è difendere il ruolo
educativo della scuola come culla della cultura e della comunità in cui si
impara prima di tutto a convivere, ad affrontare i conflitti con le altre
persone e se stesse, imparando a gestirli con il dialogo. Qui nasce la comunità,
si sviluppa o si sfalda la democrazia; da come immaginiamo la scuola deriva il
modello di società che vogliamo. Da come sviluppiamo le relazioni a scuola
dipende la qualità dei rapporti sociali. La sicurezza della società è l’effetto
della nostra interpretazione della sicurezza nelle scuole.
Nelle ore successive alla tragedia si è subito innescata, purtroppo, una
risposta securitaria e repressiva da parte del Governo e del Ministro Valditara,
ieri presente in città per discutere di misure da integrare al cosiddetto
“pacchetto sicurezza”. Il fatto che la vittima e chi ha agito violenza abbiano
un’origine non europea ha provocato commenti di matrice razzista, rilanciati
perfino dal sindaco Peracchini per cui “l’uso delle lame è pratica comune per
certe etnie”. Un discorso razzialmente definito che genera ostilità e discredito
nella popolazione, che un sindaco dovrebbe interamente rappresentare e unire;
parole totalmente inadeguate allo sgomento dei cittadini e cittadine e che
legittimano la stretta securitaria che il ministero e il governo intendono
proporre. Il principio è chiaro: le scuole sono insicure e per ridurre questo
fantomatico pericolo bisogna investire in metal detector, telecamere, aumentare
le pene e magari introdurre vigilantes soprattutto in scuole “a rischio”. E, al
contempo, disciplinare, sanzionare, punire ogni studente e studentessa che osa
mettere in discussione le regole imposte dal ministero o da presidi-manager. La
paura e la disciplina diventa così la cifra delle azioni di riforma, la paura
usata ancora come principio legislativo.
A questo programma bisogna reagire, su questo la comunità tutta deve prendere
posizione sapendo che il piano inclinato che si è aperto può trasformare le
scuole in luoghi più simili a caserme e carceri che a luoghi di educazione alla
pace e alla convivenza.
Inasprire le pene, riempire la scuola di sistemi di vigilanza non risolverà
nulla, anzi.
Oggi si torna a scuola e chi pensa di militarizzarla si troverà davanti la
stessa comunità che da decenni chiede investimenti, più docenti, interventi
strutturali, fine del sovraffollamento nelle classi, progetti educativi e di
inclusione, ricevendo sempre l’esatto contrario: tagli, accorpamenti di classi e
istituti e privatizzazioni. Le disuguaglianze sociali e culturali provocate
dalla crisi economica non fanno che essere riprodotte e accentuate nelle scuole
private di ogni investimento. Questo si traduce sempre di più in scuole ghetto e
marginalizzate, dove il lavoro delle e dei docenti diventa ogni giorno più
complesso, un lavoro di resistenza costante a cui non viene riconosciuto nulla
né socialmente né economicamente. La tragedia che stiamo vivendo – e che, in
primis, sta riguardando la famiglia di Youssef Abanoub e la comunità scolastica
del Chiodo – se non cadrà nel vuoto sarà esclusivamente grazie a una comunità
scolastica che lotterà e rivendicherà che la sicurezza, nelle scuole, la fanno
coloro che le vivono, che cercano ogni giorno di renderle ambienti accoglienti,
di crescita e luoghi di ascolto, accoglienza e inclusione, in cui coltivare
desideri. Che la scuola torni a essere luogo di educazione, non un’azienda in
cui si insegna a lavorare gratis attraverso progetti di alternanza
scuola-lavoro. Vogliamo una scuola che smetta di trattare le studentesse e
studenti come attori passivi del processo educativo ma che, anzi, insegni ad
essere parte attiva del cambiamento sociale che vorremmo e che – nel mondo
attuale – è sempre più necessario.
Davanti a questo quadro, l’idea di investire nei metal detector appare una
risposta illusoria. Senza un’analisi seria del disagio sociale e relazionale che
alimenta la violenza, queste misure non solo non risolvono il problema, ma
rischiano di aggravarlo, normalizzando paura e diffidenza. Il dramma non sarebbe
stato evitato: sarebbe stato soltanto spostato altrove.
Vogliamo scuole all’altezza del loro ruolo civile e sociale. E quindi
stringiamoci, guardiamoci negli occhi, la comunità scolastica curi più che mai
le relazioni e non ceda alla rabbia, alla paura, alla diffidenza, al razzismo,
alla caccia al colpevole. Anche dopo una tragedia così grande, in un’epoca che
riabilita la guerra, la sopraffazione e la repressione, non permettiamo che la
base della nostra società assuma la forma di una caserma, di un carcere.
Ripartiamo da qui, da un lunedì difficile per tutte. Un lunedì con due compagni
di scuola in meno, tanto dolore ma anche il quotidiano desiderio di costruire un
mondo migliore, insieme, dentro e fuori le nostre aule. Buon lunedì a tutte.
METAL DETECTOR? SCUOLE A RISCHIO? L’ENNESIMA PORCHERIA DELLA SCUOLA FASCISTA DI
VALDITARA!
da KSA Torino
Assistiamo sbigottiti all’ultima trovata geniale del ministro Valditara dopo la
tragedia successa a La Spezia con l’accoltellamento tra coetanei.
Il ministro dell’istruzione assieme al ministro degli interni non pensano un
minuto alle cause della barbarie sociale in cui il baratro della guerra ci sta
portando. Al contrario preparano un terreno di militarizzazione davanti alle
scuole: metal detector e polizia a monitorare gli ingressi!
Come se non bastasse il ministro per far passare una misura così assurda usa
l’escamotage di mettere i controlli solo nelle scuole in cui i presidi-sceriffo
d’accordo con questa misura decideranno di fare controlli di “dissuasione”
L’ennesima prova di come la controparte costruisca un terreno per rendere le
scuole delle fabbriche di soldatini disciplinati e produttivi, pronti al clima
di guerra in cui nulla è permesso.
I presidi potranno decidere a loro discrezione di fare dei controlli su cosa
entra a scuola e cosa no.
Sappiamo benissimo, attraversando ogni giorno le lotte nelle scuole, per cosa
sarà usata questa riforma.
Il tema della sicurezza verrà usata contro le emersioni di dissenso, quando una
scuola andrà in subbuglio perché crolla un soffitto, perché manca una scala
antincendio, perché il governo decide di arrestare sei studenti minorenni per
essersi opposti a un volantinaggio fascista.
Noi sappiamo cosa sono le scuole sicure.
Una scuola sicura è una scuola in cui nessuno viene lasciato indietro, una
scuola che si può costruire soltanto in una dimensione collettiva di riscatto.
Ci chiediamo inoltre come il ministro trovi immediatamente i soldi per i metal
detector nel momento in cui ogni volta ci ripetono come una cantilena noiosa e
monotona che dobbiamo aspettare per la sicurezza perché “mancano i soldi”. Le
priorità di questo governo ci paiono chiare, sicuramente non sono dalla parte
della gente!
Queste restrizioni non ci spaventano, dobbiamo opporci immediatamente a questa
proposta del ministro prima che diventi realtà, prima che questi parolai da
poltrona che stanno al governo trasformino la scuola in un carcere.
Lo Stato di Polizia, spiegato bene. Il ministero dell’Interno ha aperto un
procedimento disciplinare per i Vigili del fuoco che a Pisa si sono
inginocchiati davanti alla bandiera di Gaza durante lo sciopero generale.
da Osservatorio Repressione
Il Ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare contro
dieci Vigili del fuoco colpevoli di un gesto che onora la divisa: inginocchiarsi
davanti alla bandiera di Gaza, durante uno sciopero generale, per ricordare le
vittime civili — soprattutto i bambini — massacrati sotto le bombe. Non è un
abuso. Non è un reato. È umanità. E proprio per questo viene punita.
Il ministro Matteo Piantedosi dovrebbe vergognarsi.
Il 22 settembre, sui lungarni di Pisa, nel giorno dello sciopero proclamato
dall’USB a sostegno della Global Sumud Flotilla e di Gaza, Claudio Mariotti e
altri nove pompieri hanno osservato un minuto di silenzio. In ginocchio. Un
gesto sobrio, nonviolento, limpido. Le immagini sono diventate virali. E lo
Stato ha risposto non con rispetto, ma con repressione.
La contestazione disciplinare arriva dal Viminale e colpisce sei vigili toscani
e quattro di altre regioni. L’accusa è grottesca: aver “discreditato il Corpo”
perché il gesto sarebbe avvenuto in divisa. Come se la divisa fosse un bavaglio.
Come se la neutralità fosse obbligo di silenzio davanti a un genocidio. Come se
l’etica fosse incompatibile con il servizio pubblico.
Mariotti — 38 anni di servizio, sindacalista USB — lo spiega con una chiarezza
che inchioda l’ipocrisia del potere: «Ci siamo inginocchiati per esprimere
solidarietà alle vittime, in particolare ai bambini. Sulla nostra uniforme
portiamo la spilla UNICEF. Il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco
è ambasciatore UNICEF, grazie a un accordo rinnovato nel 2024 dal
sottosegretario Prisco. Non c’è stata alcuna azione anticostituzionale».
E infatti non c’è. C’è solo coerenza.
Punirli significa dire che la divisa serve a tacere, non a proteggere. Che il
lavoratore pubblico deve obbedire anche quando l’obbedienza coincide con
l’indifferenza. Che la solidarietà è ammessa solo se muta, invisibile, innocua.
È il manuale dello Stato di polizia: reprimere il dissenso non quando disturba
l’ordine, ma quando rompe la narrazione.
Qui il punto è politico, non disciplinare. Il Viminale colpisce dirigenti
sindacali e lavoratori durante uno sciopero legittimo. Colpisce la libertà di
espressione. Colpisce il diritto a manifestare un’opinione morale su un crimine
di massa. E lo fa con l’arma più subdola: la sanzione amministrativa, la
minaccia di sospensione, decurtazione dello stipendio, perfino — in via remota
— licenziamento. La commissione disciplinare partirà il 29 gennaio. Il messaggio
è già arrivato: state al vostro posto.
Ma quale “discredito”? I pompieri non hanno mai nascosto la loro presenza nelle
piazze con i dispositivi di protezione individuale, come i metalmeccanici con la
tuta o i sanitari con il camice. Il discredito vero è punire chi salva vite per
aver ricordato vite spezzate. Il discredito è usare l’apparato disciplinare
per intimidire chi non si volta dall’altra parte.
Lo USB ha annunciato battaglia e ha convocato per il 28 gennaio, a Roma, il
convegno: «Contro la repressione della libertà d’espressione e la
militarizzazione del Corpo». Militarizzazione: parola chiave. Perché è questo
che sta accadendo. Non solo ai Vigili del fuoco, ma a tutto il lavoro
pubblico. Uniformare, zittire, punire.
Questo non è rispetto delle regole. È legalismo punitivo. È l’uso della “forma”
per soffocare la sostanza. È lo Stato che chiede neutralità davanti alla strage
e chiama “ordine” il silenzio. È l’idea che l’umanità sia un rischio
reputazionale.
No. I pompieri di Pisa non hanno discreditato il Corpo. L’hanno onorato.
Chi lo discredita è chi reprime la solidarietà, chi confonde la divisa con il
bavaglio, chi trasforma l’obbedienza in virtù civica.
Questo è lo Stato di polizia, spiegato bene: punire il gesto giusto per educare
tutti al silenzio.
AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – La sentenza di primo grado dispone 5 anni e mezzo di
carcere per Anan Yaeesh, contro i 12 anni chiesti dalla Procura, mentre Ali Irar
e Mansour Doghmosh (per loro chiesti rispettivamente 9 e 7 anni) sono stati
assolti dal Tribunale de L’Aquila, dove fin dal mattino un folto presidio
solidale si è riunito per esprimere solidarietà a 3 e ribadire che “la
Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”.
AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – Attesa per oggi, venerdì 16 gennaio, la sentenza di
primo grado nei confronti di Anan, Ali e Mansour, i tre giovani cittadini
palestinesi accusati di terrorismo internazionale dal Tribunale de L’Aquila.
Finora non è emerso alcun elemento incriminante a carico degli imputati. Secondo
l’accusa, formulata dalle autorità israeliane, i tre avrebbero finanziato la
Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese territori occupati
contro l’invasione israeliano. Il diritto internazionale e il diritto
internazionale umanitario – dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni
Unite, fino alla Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del
popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale, anche
attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti civili estranei al
conflitto. Nel corso del processo non è emerso alcun superamento di questo
limite.
Un punto centrale è stato il tentativo dell’accusa di presentare un insediamento
illegale israeliano in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base
militare, come una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa
tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento proveniente
dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha negato l’ammissione. In
risposta, l’accusa ha richiesto di convocare l’ambasciatore israeliano come
testimone nella prossima udienza.
In occasione di questa udienza è stato organizzato un presidio al Tribunale de
L’Aquila, iniziato questa mattina alle ore 9.30, per esprimere solidarietà ad
Anan, Ali e Mansour e per ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta
né si processa”. Bloccato da polizia e carabinieri un pullman di solidali che
doveva raggiungere l’iniziativa. Ingente il dispiegamento poliziesco.
Gli aggiornamento dal presidio:
Ore 11.00 – Laila dei Giovani Palestinesi d’Italia Ascolta o scarica.
Ore 10.30 – Vincenzo Miliucci, storico compagno romano Ascolta o scarica.
Ore 15.45: La sentenza di primo grado condanna a 5 anni e mezzo di carcere per
Anan, mentre assolve Ali e Mansour. Fuori dal tribunale prosegue il presidio
dal quale sentiamo Laila, dei GPI. Ascolta o scarica
da Radio Onda d’Urto