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Il nuovo disordina mondiale / 32 – L’ultima Thule tra Nato, petrolio, terre rare e…guano
Di Sandro Moiso per Carmilla Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro > «La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e > dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti > sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo > mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non > saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e > rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da Donald J. Trump.» (Donald Trunp > su Truth) > > Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più > fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. (Federico > Fubini, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026) La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C. durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle 173 città-stato greche. Tra i tanti esempi di alleanze militari come possibili termini di paragone si è preferito questo, da parte di chi scrive, poiché, oltre ad essere volta a difendere l’Occidente, guarda caso, da un nemico proveniente da Oriente, greco fu anche il geografo e viaggiatore, Pitea, che nel 330 a.C., partito per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord, riportò la notizia della scoperta di “una terra di fuoco e di ghiaccio su cui non tramontava mai il sole”: Thule (in greco antico: Θούλ,Thoúlē). Nonostante il discredito gettato su di lui e sulla sua scoperta da Strabone, autore tra il 14 e il 23 d.C. di una delle opere storico-geografiche più importanti dell’antichità, le affermazioni di Pitea furono in seguito rivalutate da Claudio Tolomeo astronomo, geografo e astrologo egizio di cittadinanza greca, vissuto tra il 100 e il 168 d.C., e successivamente quella terra fu variamente individuata da altri autori nelle isole Shetland, nell’Islanda o nella Groenlandia. Soprattutto quest’ultima poiché, una volta corretto l’errore sistematico sulle longitudini della sua Geografia, come proposto da Lucio Russo (1944-2025)1, le coordinate di Tolomeo indicherebbero proprio un punto sulla costa groenlandese. Oggi, però, quel mito dell’ultima Thule, ovvero di un’isola posta ai confini della Terra e della conoscenza umana, rischia di rivelarsi come l’ultima spiaggia della sopravvivenza della Nato o almeno dell’alleanza nata con il trattato firmato nel 1949 dagli Stati Uniti insieme al Canada e a vari paesi dell’Europa occidentale, non soltanto quelli direttamente affacciantisi sull’oceano che le dava il nome. Un tempo soldato, poi reporter di guerra e scrittore, Peter Apps oggi è un analista britannico tra i più attenti conoscitori del settore della sicurezza internazionale e dei meccanismi interni della Nato. Pur costretto da un incidente in zona di guerra alla semi-paralisi, continua ancora la sua attività di ricerca come direttore del Project for Study of the 21st Century. Contro la fine del mondo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Testo che ha inizio con la seguente, e piuttosto impegnativa, asserzione: > Coloro che hanno fondato l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e ne > hanno costruito le prime strutture civili e militari credevano di sapere > esattamente quale fosse la sua missione. «Considero la Nato come > l’organizzazione più importante oggi al mondo», dichiarò nel 1953 agli > studenti del nuovo Collegio di Difesa della Nato il primo vicecomandante > supremo alleato, il feldmaresciallo visconte Bernard Montgomery. «Credo > fermamente che, se la Nato fosse nata prima, non ci sarebbe stata una Seconda > guerra mondiale […] credo anche che il rafforzamento della Nato rappresenti la > migliore speranza per prevenire la Terza»2. Ora una tale convinzione, misurata a settantatré anni di distanza dalla sua enunciazione, rivela tutta la fragilità e, allo stesso tempo, la prosopopea di un progetto tipicamente occidentale di governare o rigovernare il mondo attraverso lo strumento militare. Formulazione che, non a caso, è attribuibile a un comandante più noto per il successo avuto dal capo d’abbigliamento che porta il suo nome che al suo genio militare. Anche se Apps cerca di ricordare più i suoi “meriti” che i suoi insuccessi che, invece, un altro autore britannico, saggista ed ex-militare anche lui, Anthony Beevor, ha ripetutamente sottolineato3. La precisazione era necessaria poiché il lavoro di Apps affronta il problema storico della Nato spesso a partire dal ruolo che il Regno Unito e i suoi rappresentanti politico-militari hanno avuto nella sua creazione e nell’indirizzo dato alla sua funzione. Ruolo che, comunque, risulta, anche negli eventi narrati, sempre subordinato agli interessi e agli indirizzi politici dell’ingombrante alleato, sia per dimensioni effettive che per volontà politica, americano. Fin dagli esordi della suddetta alleanza. Sappiamo da altre fonti4 quali profonde linee di frattura avessero segnato il rapporto tra Roosevelt e Churchill sulla condotta della guerra e le sue finalità, soprattutto in vista di un accordo con l’URSS di Stalin per la spartizione dell’Europa post-bellica, anche se entrambi non ne avrebbero visto la fine rimanendo al loro posto di comando. Il primo a causa della morte che lo colse il 12 aprile 1945, poco meno di un mese prima della definitiva sconfitta tedesca. Il secondo, forse peggio, per la sconfitta politica subita alle elezioni di quello stesso anno, quando il 17 luglio, ben prima che le atomiche su Hiroshima e Nagasaki ponessero il sigillo sulla vittoria americana sul fronte del Pacifico, il suo governo fu rovesciato dall’avvento di quello laburista di Clement Attlee con Ernest Bevin nominato ministro degli esteri. In entrambi i casi però, e bisogna dirlo fin da ora, non furono tanto gli uomini a determinare una reale rottura col passato, ma piuttosto, e nonostante le differenze tra Truman e Roosevelt e tra Attlee e Churchill, fu la continuità a trionfare, riaffermando le linee guida fondamentali dei due principali alleati occidentali nel marcare i tempi e l’avvento di un nuovo ordine internazionale. A render chiaro ciò è proprio il percorso politico e ideologico di Bevin, che sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza di Postdam e delle successive iniziative per l’avvio del Trattato atlantico. > Nato nel 1881 da una madre single nella campagna del Somerset, Ernest Bevin > iniziò a lavorare come operaio non specializzato all’età di undici anni, per > poi fondare il sindacato più potente della Gran Bretagna, il Transport and > General Workers’ Union. I suoi primi anni, che inclusero la Grande Guerra e la > Depressione, lo lasciarono preda della sfiducia nei confronti delle classi > dominanti. Nel 1922, tuttavia, dopo esser tornato da una conferenza socialista > internazionale a Berlino, sviluppò un’avversione ancor più profonda per lo > Stato sovietico e la sua forma di comunismo. […] Dal 1940, durante la Seconda > guerra mondiale, Bevin gestì gran parte del “fronte interno” britannico in > qualità di ministro del Lavoro del governo di coalizione di Churchill. Dopo le > elezioni […] il nuovo primo ministro laburista Clement Attlee lo nominò > ministro degli Esteri con lo specifico compito di difendere dal Cremlino la > Gran Bretagna e un’Europa devastata5. Doveva quindi inserirsi in una situazione in cui, a partire da appena due settimane dopo la scomparsa di Hitler, Winston Churchill aveva già iniziato a pianificare il successivo grande conflitto europeo. Conflitto che sull’altro fronte avrebbe dovuto veder schierata l’Unione Sovietica. L’Europa occidentale continentale era in rovina, le sue forze militari praticamente inesistenti e i suoi cittadini ridotti alla fame, mentre l’armata rossa aveva conquistato la maggior parte dell’Europa orientale e Churchill credeva che potesse avere a disposizione fino a duecento divisioni, ovvero diversi milioni di soldati, mobilitate e pronte a spingersi ancora più a ovest. Tanto da fargli scrivere al neo-presidente americano Harry Truman, il 12 maggio 1945: > «Sono profondamente sconcertato dalla situazione europea. Vengo a sapere che > metà delle forze aeree americane in Europa ha già iniziato a spostarsi verso > il teatro del Pacifico. I giornali sono pieni di notizie sul ritiro degli > eserciti americani dall’Europa.[…] In breve tempo, la nostra potenza militare > sul continente sarà svanita, tranne che per l’impiego di forze modeste per > tenere sotto controllo la Germania. […] Nel frattempo cosa accadrà riguardo > alla Russia?»6 Tanto da fargli poi ancora scrivere, sempre al presidente degli Stati Uniti, che «una cortina di ferro era calata sull’Europa» per dividerla e che era impossibile sapere «cosa stia succedendo al di là». Convinzione che lo spinse, senza consultare gli alleati, a ordinare ai suoi comandanti di redigere i piani per l’operazione Unthinkable (impensabile), un piano unilaterale britannico volto a lanciare una guerra preventiva contro l’URSS nel corso della seconda metà del 1945. > Resta impossibile appurare con certezza con quanta serietà venne presa in > considerazione. La smobilitazione britannica – il ritorno di soldati, marinai > e aviatori alla vita civile – rallentò notevolmente nei mesi di maggio e > giugno, forse deliberatamente o forse come segno di una considerazione > ufficiale per cui avrebbero potuto essere necessari altrove. Il > feldmaresciallo Montgomery – che, da comandante delle forze armate britanniche > e canadesi, si ritrovò improvvisamente governatore militare di una vasta > porzione della Germania – riferì in seguito di aver ricevuto l’ordine di > cessare la distruzione di armi militari tedesche verso maggio, «nel caso in > cui potessero rivelarsi necessarie […] per qualunque ragione». Come suggeriva > il nome, l’operazione Unthinkable era un po’ folle. La controversa volontà del > piano di trasformare in alleato l’esercito della Germania nazista appena > sconfitto era solo uno dei motivi per cui la sua esistenza rimase riservata > fino alla fine degli anni Ottanta7. Motivo per cui, dopo la caduta di Churchill, Truman “il piccolo uomo del Kentucky”, si sarebbe chiesto se la perdita di quell’”alleato”, potesse rendergli più facile il raggiungimento di un accordo con Stalin. «Non era impressionato da Bevin o Attlee: in una lettera alla figlia, Truman definiva Bevin e i suoi collaboratori “musoni”, commentando anche il peso di Bevin»8. Successivamente la sua attenzione fu rivolta a marcare la supremazia militare statunitense nei confronti della Russia di Stalin attraverso l’uso dell’arma nucleare di cui, però, a subire le conseguenze furono sul momento e soprattutto i cittadini di Hiroshima e Nagasaki. E’ in questo insieme di contraddizioni e diversità di prospettive, alcune sicuramente paragonabili ad altre espresse dal Regno Unito a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, che mise le radici l’idea del Trattato Atlantico. Probabilmente, da un lato la necessità americana di definire, anche con la forza, ben precise sfere di influenza da condividere, come fu poi fino al 1989, soprattutto con l’Unione Sovietica. Necessità questa che se da un lato giocava sulla superiorità nucleare dimostrata nei confronti del Giappone, ben presto ridimensionata dalle attività spionistiche e scientifiche russe, dall’altra doveva tener conto che: > Fino alla primavera del 1940, i sondaggi di opinione mostravano che il 96,4% > degli americani era contrario all’ingresso nella Seconda guerra mondiale e un > ritorno all’isolazionismo era una possibilità concreta. Tanto meno un futuro > come superpotenza militare era inscritto nel suo dna. L’esercito degli Stati > Uniti nel 1939 era il diciassettesimo più grande al mondo, con 189.839 > ufficiali e soldati. Nel 1945, contava 11 milioni di uomini – ma molti di loro > ora volevano tornare a casa9. Per questi motivi non era affatto scontato che successivamente gli Stati Uniti fossero coinvolti nella firma di ciò che avrebbe dato vita ad una delle più grandi alleanze militari della storia. Motivi che, tra le altre cose, dimostrano come il nazionalismo statunitense debba essere ricreato di volta in volta proprio a causa dell’impermeabilità della tradizione popolare americana a farsi carico di guerre all’estero in nome di non meglio identificati interessi patriottici o di ambigui e incomprensibili regìme change. Un problema con cui Donald Trump deve fare i conti ancora oggi a a livello elettorale. Ma se qui si è scelto di dare particolare rilievo alla fasi preparatorie di quella che sarebbe diventata la Nato è perché, come avrebbe detto Cechov a proposito di ciò che appare in scena nel primo atto di una rappresentazione teatrale, tutti gli elementi dell’attuale crisi della Nato erano già disseminati nei suoi, diciamolo pure, confusi passi iniziali. L’opera di Apps, senza mai nascondere complessità, ambiguità ed errori compresi nello sviluppo storico della Nato, attraverso le sue pagine, ci offre l’immagine di un organismo capace di nascere, crescere e trasformarsi più volte: dai giorni drammatici del dopoguerra a quelli dei conflitti odierni, passando per le grandi crisi internazionali come le guerre nei Balcani, in Georgia e in Ucraina, attraversando cambi di scenario repentini come quelli provocati dall’avvento del fondamentalismo islamista e dalle nuove forme di guerra ibrida. Apps racconta una Nato imperfetta, problematica, spesso litigiosa, ma capace – tra errori, correzioni di rotta e compromessi – di svolgere il suo compito essenziale: tenere al sicuro il territorio degli Stati membri ed evitare escalation incontrollabili. Capitolo dopo capitolo, Contro la fine del mondo mostra come dottrine, decisioni e crisi abbiano modellato l’ordine di sicurezza europeo e atlantico, e perché oggi quell’ordine sia di nuovo in bilico. Da Dunkerque a Vilnius e Washington, l’opera delinea un percorso storico approfondito con ricchezza di dettagli, perché solo così si può comprendere perché la NATO ha potuto esistere. Spesso a discapito dei concreti interessi di milioni, se non miliardi, di abitanti del pianeta che non avevano la “fortuna” di risiedere all’interno dei suoi confini. L’opera che vorrebbe essere apologetica, con la pretesa che sia stata la Nato ad evitare un nuovo e definitivo Armagedddon, in realtà fornisce, invece, tutti gli elementi per tracciarne con sufficiente sicurezza un diverso ritratto. Un filo rosso che permette di capire come il contraddittorio tra Stati Uniti ed Europa, dovuto ai reciproci e spesso differenti interessi geo-politici ed economici, sia stato soltanto rinviato nel tempo. Il testo si apre, e si potrebbe anche dire si chiude, con lo scoppio della guerra in Ucraina, che è tornata a mettere in evidenza le falle di una difesa comune intrecciata con gli interessi geopolitici statunitensi e il loro costo per gli stessi se si fossero dimostrati incapaci di liberarsi dall’immagine di poliziotti e salvatori del “resto del mondo”. Un costo che nel tempo ha dimostrato vere le conclusioni dello storico Paul Kennedy sui motivi dell’ascesa e declino delle grandi potenze10, a proposito dei guadagni inversamente proporzionali alla continua espansione delle spese per il dominio da parte degli imperi. Considerazioni, all’epoca dell’uscita italiana del libro, valide per quello russo, ma oggi anche per quello americano. Un impero che per rafforzarsi deve chiudersi in difesa e tornare a trattare, magari da posizioni di forza, con altre superpotenze11, autentiche o virtuali, tra le quali al momento non sembra essere annoverata l’Europa. Come il distacco di Trump dal consesso internazionale di valori condivisi (?) rende conto. Anche in maniera violenta, come avviene nei momenti di trapasso e di crisi degli ordini imperiali. Così, proprio là nella terra dell’ultima Thule sembra giocarsi una partita decisiva tra differenti interessi economici, geopolitici, difensivi e monopolistici, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e, tra queste, in particolare, le terre rare, il petrolio e il gas. Dei cui depositi la Danimarca ha già concesso oltre cinquanta permessi di esplorazione mineraria, anche a società cinesi, un elemento che a Washington è stato osservato con crescente preoccupazione. Per questo motivo, Qaanaaq (un tempo nota come Thule), una cittadina di 656 abitanti posta nel nord della Groenlandia, uno dei centri abitati più settentrionali del mondo a appena 1300 km dal Polo nord, apparentemente quanto di meno centrale possa esserci nella geografia del potere mondiale, potrebbe assurgere a un’importanza un tempo riservata soltanto a grandi capitali come Roma, Tokyo o Berlino. Eppure, eppure… Mentre i leader europei sembrano scandalizzati dalla scoperta delle mire imperialistiche americane, soltanto perché divergono ormai dalle loro e da quelle che davano per scontate per la Nato, proprio già nelle vicinanze di Qaanaaq sorge da circa settant’anni la Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base), un’enclave amministrativa e militare statunitense che è la base aerea più a nord tra quelle gestite dalla USAF (United States Air Force), trovandosi a 1.118 km a nord del circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo nord. Nel 1953 gli Usa acquistarono il territorio per la base dalla Danimarca e gli Inuit che risiedevano in quell’area furono indotti dal governo danese a trasferirsi 110 km più a nord, dove attualmente sorge Qaanaaq. L’uso della base comporta per gli Stati Uniti, a salvaguardia dei “diritti” della Groenlandia, il pagamento di un “affitto” ovvero di “cessione temporanea della sovranità”, di 300 milioni di dollari annui. Nel gennaio 1968 nei cieli della base di Thule si verificò un gravissimo incidente nucleare: un bombardiere B-52 precipitò nei pressi della base e i quattro ordigni nucleari di tipo Mark 28 F1 furono compromessi, contaminando con materiale radioattivo una vasta area ghiacciata. Motivo per cui, forse, gli unici ad aver qualcosa da ridire sulla presenza americana o europea in quelle lande dovrebbero essere gli Inuit che costituiscono l’85% della popolazione groenlandese, mentre ad esprimersi in difesa dell’intangibilità di quello stesso territorio sono stati soprattutto i rappresentanti della UE e del colonialismo danese (spesso dimenticato e rimosso, ma non per questo non migliore degli altri prodotti dall’Europa nella sua fase espansiva). Mentre sulle pretese americane potrebbe pesare un documento firmato nel 1916, rispolverato in questi giorni dal giornale britannico «Guardian» e firmato dall’allora Segretario di Stato americano Robert Lensing, in cui si conveniva che: «Nel procedere oggi alla firma della Convenzione relativa alla cessione delle isole danesi delle Indie Occidentali agli Stati Uniti d’America, il sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, debitamente autorizzato dal suo governo, ha l’onore di dichiarare che il governo degli Stati Uniti d’America non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia». Ci sarebbe da ridere, se non si intravedesse anche, non solo in prospettiva, la possibilità di un’”unthinkable” conflitto globale, nel momento in cui i ferrei rappresentanti europei della democrazia e dei farlocchi green deal si trovassero a dover gettare definitivamente la maschera per riaffermare gli interessi del capitale europeo e dell’estrattivismo, ancora principale motore di ogni attività finanziaria, industriale ed energetica su scala planetaria. Un conflitto per molti sostenitori, anche a sinistra, di una visione della Nato deus ex-machina di ogni conflitto e assolutamente allineata alla volontà statunitense, certamente impensabile, ma non impossibile e di cui i dazi del 10% o più annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che invieranno soldati in Groenlandia, e per ora soltanto sospesi, costituiscono un anticipo di ciò che potrebbe determinare a breve, come ha affermato il giornalista Federico Fubini sul «Corriere della sera»: la fine dell’Unione Europea insieme a quella della Natp12. In questo modo diventa chiaro che il compito della Nato che fin dal 1949, l’anno della sua fondazione, era stato riassunto con una battuta: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”, non poteva riguardare solamente il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda e la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda guerra mondiale, mentre oggi tale affermazione ha finito col rivelare che al posto della Germania si sarebbe dovuto parlare dell’Europa occidentale intera. Forse proprio a partire dalle derive guerrafondaie e tardo-imperialistiche britanniche. Spesso fermate proprio dall’azione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica, come avvenne nel 1956 per il Canale di Suez. Quando gli USA chiusero un occhio sulla repressione della rivolta ungherese, ma non sul tentativo inglese di rilanciarsi, insieme alla Francia, come protagonista sulla scena mediorientale (da cui gli Inglesi erano stati “cacciati” soltanto qualche anno prima con il riconoscimento dello Stato di Israele). La lettura del libro di Apps serve dunque, anche involontariamente, a seminare dubbi più che a confermare certezze. E questo, considerata l’ormai insopportabile narrazione istituzionale europea sull’unità di intenti su cui si sarebbe fondato l’Occidente successivo al secondo conflitto mondiale, fa sì che diventi un utilissimo strumento di ricerca non soltanto per meglio comprendere la storia passata e l’attuale miserabile presente, ma anche per provare a fare delle serie ipotesi sugli sviluppi di quella futura. Se poi, in chiusura, qualcuno fosse ancora dubbioso sul fatto che Trump con i suoi autentici atti di pirateria economica e militare13 non rappresenti affatto una novità nel percorso politico e imperiale americano, dovrebbe prestare attenzione a quanto scritto recentemente da Davide Ferrario, regista, scrittore e documentarista, a proposito della conquista americana delle Isole del guano nel corso della seconda metà dell’Ottocento14. > Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva > una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le > terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non > doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata, > vecchia di secoli di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati15. Isolotti dai quali per secoli naviganti e pescatori si erano tenuti lontani per ovvie ragioni, ma che dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e la susseguente necessità di sviluppare un’agricoltura più moderna e produttiva e dopo la scoperta di Alexander von Humboldt che tale materiale, ricco di fosfati, poteva essere usato come un fantastico fertilizzante, si trasformarono in autentiche miniere di quello che sarebbe stato chiamato “oro bianco”. Un nuovo e autentico “sterco del demonio”, così come il cristianesimo delle eresie medievali aveva chiamato il denaro. Per il quale sarebbero scoppiate guerre e morti molti uomini sia in battaglia che per la sua pericolosissima e antigienica estrazione fatta a mano da schiavi, prigionieri e lavoratori pagati pochissimo. > A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni > di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» -da poco teorizzato – a cui > adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne > parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento > il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli > interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo > utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la > disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che > facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo > interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi, > cosa che sarebbe debitamente apprezzata»16. Naturalmente il lettore che in tali parole riscontrasse enormi e immutabili similitudini con le parole di Trump a proposito di Venezuela e Groenlandia non sbaglierebbe affatto. Visto che già allora il governo americano cercò di giustificare legalmente le minacce con una legge ad hoc approvata dal Congresso il 18 agosto 1856: il Guano Islands Act, tuttora in vigore. Sulla base della quale gli Stati Uniti si impadronirono nei decenni successivi di una miriade di piccole isole e isolotti, al momento non rivendicati apertamente da alcuna nazione (e se qualcuno lo avesse fatto la marina americana avrebbe rapidamente inviato le sue cannoniere a discuterne) che si trasformarono spesso, una volta esaurito i puzzolenti e insalubri giacimenti, in basi militari sparse nell’Oceano Pacifico. Come ad esempio accadde per le isole Midway che distano da Washington circa 5 mila miglia (9 mila chilometri). A seguito di un caso giudiziario sorto per una violenta rivolta di lavoratori afro-americani su una di quelle, in prossimità di Haiti, la Corte suprema, invitata ad esprimersi da uno degli avvocati difensori dei rivoltosi, che rischiavano la condanna a morte, a proposito della extraterritorialità in cui erano avvenuti i fatti e quindi sulla applicabilità delle leggi americane in tale contesto, argomentò nel modo seguente la propria risposta: «Non è nostra materia investigare, e tanto meno determinare, se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio de jure o de facto, non è questione legale, ma politica»17. E di forza verrebbe da aggiungere, considerato anche lo stato attuale dei rapporti tra gli Stati e le classi18. 1. Si veda in proposito: L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, Mondadori, Milano 2013. (seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori, Milano novembre 2013.)   2. P. Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, p. 11.   3. Si vedano, a proposito degli errori di valutazione di Montgomery durante il secondo conflitto mondiale e che a più riprese lo misero in contrasto con i comandi americani, le seguenti opere di A. Beevor: L’ultima vittoria di Hitler. Arnhem 1944, (titolo originale: Arnhem. The Battle for the Bridges, 1944), RCS Libri, Milano 2018; Ardenne. L’ultima sfida di Hitler, (Ardenne 1944), RCS Libri, Milano 2015 e D-Day. La battaglia che salvò l’Europa, (D-Day. The Battle for Normandy), RCS Libri, Milano 2010.   4. Si veda, soltanto a titolo di esempio: J. Dimbelbay, 1944 Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025.   5. P. Apps, op. cit., p. 49.   6. Cit. in P. Apps, op. cit., p. 47.   7. Ibidem, p. 48.   8. Ivi, p. 49.   9. Ibid., p. 52. Sulle ribellioni dei soldati americani alla fine della Seconda guerra mondiale si vedano: G. Poole, Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese Editore, Napoli 2002 e J. O. Killens, Doppia V (edizione originale And Then We Heard the Thunder, 1962), Vincitorio Editore, Milano 1972, un romanzo quest’ultimo sul malessere e la rivolta dei soldati afroamericani al loro ritorno dal secondo macello imperialista.   10. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Editore, Milano 1989.   11. Solo a titolo di esempio si veda l’intervista allo storico e politico canadese Michael Ignatieff contenuta in: A. Lombardi, Ignatieff:”L’America vuole un mondo ib tre blocchi ma l’Unione deve resistere, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.   12. F. Fubini, I nuovi dazi, una mina sui mercati, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026.   13. Si veda ancora: F. Fubini, art. cit.   14. D. Ferrario, Mossa del guano. Strategia Usa, La lettura n° 738, supplemento al «Corriere della sera» del 18 gennaio 2026, p.37.   15. D. Ferrario, op. cit.   16. Ibidem   17. ivi   18. Si veda in proposito il rapporto Oxfam presentato a Davos secondo cui una dozzina di miliardari che detengono un capitale di 2.635 miliardi di dollari superano da soli le risorse possedute da 4,1 miliardi di persone, la parte più povera della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge che i miliardari complessivi sono diventati 3.000 con un capitale complessivo di 18.300 miliardi, si può tranquillamente affermare che ci si trova di fronte a una concentrazione di ricchezze mai registrata prima nella storia, Cfr. R. Amato, Oxfam: una dozzina di potenti più ricca di metà del mondo, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  
Torino: rinviata al 17 febbraio la decisione sul carcere per Giorgio Rossetto. Ma tornerà “libero” con sorveglianza speciale
La giudice del Tribunale di sorveglianza di Torino questa mattina ha rinviato alla prossima camera di consiglio, fissata per il 17 febbraio, la decisione sulla richiesta della procura torinese di revocare gli arresti domiciliari e predisporre il trasferimento in carcere di Giorgio Rossetto, storico militante antagonista torinese, per l’intervista a Radio Onda d’Urto rilasciata poche ore dopo lo sgombero del CSO Askatasuna il 18 dicembre scorso. La giudice vuole raccogliere nuovi elementi ma sostanzialmente ha fatto intendere che è perplessa trovandosi di fronte ad un reato di opinione e non essendoci per Giorgio il divieto di comunicare, prescrizione che spesso invece viene data. Intanto l’avvocato di Giorgio ha fatto notare che quando è stata fatta la richiesta della procura, il compagno del Movimento No Tav e dell’Askasatuna avrebbe dovuto terminare la sua pena nel marzo 2027, però nel frattempo gli è stato notificato un nuovo provvedimento che l’accorcia al 14 marzo di quest’anno; quindi Giorgio da quella data dovrebbe comunque tornare “libero”, seppure con le misure restrittive dell’agibilità politica e della libertà personale della sorveglianza speciale che è stata sospesa. La procura della repubblica di Torino aveva chiesto il carcere per alcune opinioni di Giorgio espresse nella succitata intervista a Radio Onda d’Urto: “bisogna accettare il terreno del conflitto, il terreno della lotta e qualche volta il terreno dello scontro, l’esercizio della forza da parte dei movimenti” e “sarà importante tenere il fiato sul collo in modo che sia lo stesso fiato sul collo che si tiene nelle montagne della Valsusa, per poter lavorare ad un logoramento dello schieramento avversario.” Per la Procura generale di Torino queste affermazioni sono “la dimostrazione evidente e concreta della inefficacia della misura alternativa (al carcere ndr) in esecuzione a realizzare la primaria finalità rieducativa e dell’insussistenza dei presupposti per la prosecuzione della misura medesima.” Giorgio Rossetto sulla camera di consiglio del Tribunale di sorveglianza da Radio Onda d’Urto
LA RIVOLUZIONE IN ROJAVA È SOTTO ATTACCO! CHIAMATA INTERNAZIONALISTA PER RAGGIUNGERE IL NORD-EST DELLA SIRIA
“Questa è una guerra che ci è stata imposta. O una vita degna oppure un martirio onorevole”. Questa è la dichiarazione rilasciata da Mazlum Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a conclusione dell’incontro tenutosi a Damasco tra il governo al-Jolani e i rappresentanti dell’Amministrazione Autonoma e Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES) la sera del 19 gennaio. Dopo giorni di scontri e di guerra è chiaro il vero scopo di al-Jolani e dei suoi sostenitori occidentali: azzerare l’esperienza rivoluzionaria in Rojava, decurdificare la regione e riproporre una Siria unica e monolitica con una lingua, una religione, una bandiera ed una sola forma di governo centrale. Un fascismo che ricalca in pieno la mentalità di ISIS. Le richieste di Damasco prevedono il ritiro da Kobanê ed Hasakah oltre alla completa consegna delle armi. Rohilat Efrin, comandante generale delle Unità di Protezione della Donna (YPJ), ha dichiarato “Non abbiamo accettato questa richiesta di resa”. Da giorni l’esperienza rivoluzionaria del Rojava affronta il pericolo più grande da quando il 12 luglio 2012 venne dichiarata l’autonomia di tre zone nel Nord Est della Siria a prevalenza curda, dando così inizio alla rivoluzione del Rojava. In tutti questi anni l’esperienza di auto amministrazione nel Nord Est della Siria ha rappresentato un’alternativa possibile fondata sulla convivenza e sulla pace. Un esempio di autorganizzazione democratica e popolare per un Medio Oriente falcidiato dalle guerre, dimostrando che “la fine della storia” più che un destino inevitabile non è altro che l’ultimo e più spaventoso progetto di una modernità capitalista che devasta e distrugge interi popoli e territori. Nel contesto della guerra civile siriana l’avanguardia del popolo curdo in Rojava ha rappresentato una terza via concreta e realizzabile allo scontro tra poteri che si mostrano diversi nella forma ma non nella sostanza. Oggi più che mai questo scontro si ripresenta nuovamente nell’alleanza tra il governo siriano di al-Jolani e le principali potenze imperialiste per schiacciare i curdi e il loro progetto di confederalismo democratico. L’alleanza tra al-Jolani, oggi autoproclamato capo di un governo provvisorio e leader di HTS (organizzazione armata islamista proveniente da Al Qaeda e da Al Nusra), gli USA, Israele e Turchia, non è altro che una conferma per il popolo curdo: nessuna soluzione ai problemi del Medio Oriente e alla questione curda potrà mai passare per gli stati-nazione. Proprio per questo Mustafa Karasu, membro del Consiglio esecutivo del KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) ha dichiarato che “La vittoria a Kobanê nel 2015 non è stata ottenuta solo attraverso la resistenza dei combattenti. L’ISIS è stato respinto a Kobanê grazie al sostegno, in particolare morale, del nostro popolo in tutto il Kurdistan e nel mondo, di amici e forze socialiste. Anche oggi è il momento di fornire tale sostegno a coloro che resistono nel Kurdistan del Rojava.” Il richiamo a Kobanê non è casuale. In questi giorni di fronte alla nuova minaccia jihadista è stato dichiarato l’inizio della “seconda resistenza di Kobanê”. Il riferimento è all’eroica resistenza che per mesi ha visto confrontarsi le forze dell’ISIS alle forze di Unità di Protezione del Popolo (YPG) e della Donna (YPJ). Una resistenza vittoriosa, che ha dato il via alla ritirata e alla caduta del proclamato Stato Islamico. In quei giorni l’Occidente ed il mondo intero glorificarono il popolo curdo, innalzandolo come esempio di resistenza e coraggio nella difesa dell’umanità dal fondamentalismo più truce e terrificante. Dodici anni fa il popolo curdo si è fatto barriera umana per fermare l’ISIS. Come allora, anche oggi, la difesa della rivoluzione in Rojava rappresenta una barriera in difesa di tutta l’umanità. Quattordici anni dopo ci troviamo di fronte alla liberazione di migliaia di militanti di ISIS dalle carceri per mano del governo siriano e delle bande jihadiste. Queste carceri, protette e custodite dalle SDF per tutti questi anni, sono ora il principale obiettivo dei mercenari, rendendosi responsabili di rafforzare la riorganizzazione di ISIS e permettendo l’instabilità e l’insicurezza del mondo intero. Tutto ciò avviene nel silenzio e nell’immobilismo assoluto della Coalizione Internazionale anti ISIS presente a tutti gli effetti sul territorio siriano. Il popolo del Rojava sa che la vittoria può dipendere solo dalle sue capacità e sulla forza della resistenza popolare che in tutti questi anni è stata in grado non solo di respingere i continui attacchi di Damasco, delle milizie jihadiste e dello stato turco, ma addirittura è riuscita a sviluppare un sistema di autogoverno capace di mettere al centro l’autonomia amministrativa, la liberazione della donna, l’ecologia e la pluralità di fedi, lingue, culture ed identità. Da giorni è stata dichiarata la mobilitazione generale permanente in ogni parte del Kurdistan. I popoli della Siria del Nord Est si sono mobilitati in armi, pronti a praticare un principio fondamentale del confederalismo democratico, ovvero l’autodifesa popolare. Dalle altre parti del Kurdistan, in particolar modo dal Bakur e dal Bashur, rispettivamente le parti di Kurdistan occupate da Turchia e Iraq, decine di migliaia di giovani, donne ed anziani, stanno invadendo e sfondando i confini che li separano dai propri fratelli e sorelle in Rojava. Le immagini di folle oceaniche di persone che attraversano le strade delle principali città curde, da Qamişlo a Kobanê, da Amed a Nusaybin, mostrano che ancora una volta il popolo curdo sa unirsi per respingere quello che è un chiaro intento genocida da parte degli stati-nazioni. Non solo in Kurdistan ma in tutta Europa si stanno diffondendo iniziative in solidarietà e supporto. La Comune Internazionalista del Rojava e la campagna internazionale Rise Up For Rojava hanno diffuso un appello a tutti gli internazionalisti per raggiungere il Nord Est della Siria e contribuire in maniera diretta alla difesa della rivoluzione. In queste ore sta prendendo il via una carovana che dall’Europa si sta dirigendo verso la Siria, con l’obiettivo esplicito di unirsi alle migliaia di persone che si stanno mobilitando sui confini siriani per entrare in Rojava e lottare fianco a fianco alle forze di autodifesa popolari. L’appello di Rise Up For Rojava riporta il seguente invito: “La rivoluzione del Rojava sta combattendo per la sua sopravvivenza. Eppure i popoli del Nord e dell’Est della Siria sono determinati a difendere la loro libertà, se necessario con un’arma nelle loro mani. Come internazionalisti rivoluzionari, vediamo come nostro dovere storico contribuire alla resistenza dei popoli del Nord e della Siria orientale e rispondere all’appello per la mobilitazione generale. Oggi, ancora una volta, è giunto il momento di superare i confini ostili e trasformare la solidarietà internazionale in una pratica vissuta. La rivoluzione ha bisogno di noi adesso. Non possiamo aspettare ancora un minuto. Il momento di agire è adesso! Vi chiediamo: venite al Rojava e unitevi alla resistenza come internazionalisti! Insieme difenderemo la nostra rivoluzione! La rivoluzione in Rojava sarà vittoriosa!” Unirsi alla rivoluzione è la chiamata rivolta ad ogni persona che nel mondo vuole difendere un presente ed un futuro di libertà. Nelle parole di Foza Yusif, membro del Consiglio del Partito dell’Unione Democratica (PYD), l’appello ad unirsi con urgenza e responsabilità al popolo curdo e a tutti i popoli che resistono contro il fascismo. “Oggi è un giorno di onore nazionale, un giorno per difendere i risultati e i valori delle donne. Per prevenire gli attacchi genocidi, milioni di persone devono unirsi. Azioni come quella di oggi devono continuare, e il nostro popolo deve venire al Rojava”. Al-Jolani e i suoi alleati occidentali vogliono cancellare le conquiste sociali e le esperienze di autorganizzazione della società che in questi anni hanno fatto nascere un’alternativa di vita capace di trasformare l’utopia in realtà. Uno dei principali attori di questo attacco è lo stato turco e il presidente Erdogan, il quale vuole usare questa guerra per sabotare e far cadere il processo di pace promosso dal leader del Movimento curdo Abdullah Ocalan, il quale dal carcere di Imrali sta continuando a difendere e insistere su una prospettiva di pace e fratellanza tra il popolo curdo e turco, ponendo fine ad un sanguinoso conflitto pluridecennale. Mentre l’Europa finanzia il regime di al-Jolani con 620 milioni di euro e mentre si assiste ad un silenzio assordante della Coalizione Internazionale, in queste stesse ore una resistenza storica, fatta di giovani, donne, bambini e famiglie, sta nuovamente consegnando al mondo intero un esempio di dignità e coraggio unico. “Resistenza è vita” è la frase che da decenni contraddistingue la lotta per la libertà del movimento curdo ed anche oggi, più che mai, “resistenza è vita” è la frase che segna una chiara linea di demarcazione tra chi decide di essere complice e responsabile di massacri e stermini nel nome della modernità capitalistica, e chi, invece, vede nella lotta e nella resistenza contro questi attacchi la forma più naturale di difendere la vita e la società. Giovani curdi che sfondano il confine turco-siriano nel Bakur a Nusaybin Manifestazione popolare a Qamislo
“Per realizzare un sogno comune”
A partire dal “Blocchiamo tutto” un incontro pubblico il 21-22 febbraio a Livorno verso nuove possibilità di movimento contro la fabbrica della guerra A partire dalla condivisione di un presupposto, ossia che il movimento “Blocchiamo Tutto” è stato un ciclo che si è parzialmente chiuso ma che porta in sé i germi di nuove possibilità, vorremmo guardare in prospettiva alla proposta che possiamo rappresentare.  Ci interroghiamo, a fronte di un’accelerazione di dinamiche, soggetti che hanno acquistato protagonismo, pratiche significative capaci di incidere su un piano generale, quali siano stati gli elementi costituenti di quanto si è sviluppato, quali gli elementi organizzativi, quali gli elementi soggettivi da cogliere, alimentare, potenziare in un processo collettivo che sappia continuare il lavoro verso nuovi spazi che si apriranno e per anticipare tendenze che apriranno nuove contraddizioni da esplorare.  Ci interroghiamo se le nostre forme politiche classiche, e le forme politiche classiche in senso generale, siano sufficientemente adeguate e vorremmo puntare alla costruzione di dimensioni che possano agevolare lo scambio, il confronto, l’approfondimento di certi rapporti, la formazione, con chi ha espresso ed esprime una soggettività autonoma nell’ottica di dare gambe a un’infrastruttura, un ecosistema, che permetta di alimentare controsoggettivazione e di aggregare su una proposta che abbia al centro il metodo.  In una tendenza irreversibile di guerra e riarmo, ci chiediamo come dotarsi di strumenti utili perchè in ogni ambito e a vari livelli della società possiamo ricercare e promuovere capacità di organizzarsi, lottare e contrapporsi rispetto agli effetti della guerra mondiale (impoverimento, economia di guerra, suprematismo e violenza patriarcale, scarsità di risorse, arruolamento) e continuare a tenere vivi ed esplorare gli orizzonti di alternativa e autonomia che ogni lotta produce. Quali proposte organizzative siamo in grado di costruire per attrezzarci e attrezzare la società a rifiutare concretamente la guerra e insieme difendere condizioni di vita dignitose, materialmente e ideologicamente da essa minate?  A fronte di questi elementi abbiamo pensato di strutturare un primo passaggio che abbia l’ambizione di non essere unico e una tantum quanto più di essere un passaggio che allarghi e che dia il via a un processo collettivo, a livello nazionale, senza confini che combacino con strutture organizzate ma che punti alla soggettività e alla formazione, capace di elaborare strumenti e proposte anche laddove non siamo, dove si apre la necessità di un lavoro militante, dove vi sono soggettività capaci di vederne le potenzialità.  Questo primo passaggio si concretizzerà in una due giorni a fine febbraio in luogo da definirsi a cui vogliamo invitare tutte le esperienze e realtà che vedono la necessità e l’interesse di confrontarsi su questo livello, nell’ottica di un sogno comune non identificabile con un’ “area”, una “struttura”, un’ “organizzazione”, quanto più identificabile con l’ambizione di farsi parte attiva nel costruire spazi di continuità e di conflitto sui territori facendo tesoro del patrimonio collettivo conquistato con il movimento “Blocchiamo Tutto”, che non nasce dal niente ma da un sedimentare di una soggettività-contro.  In quel terreno che rappresenta l’ambivalenza tra sistema e lotta al sistema stesso, occorre approfondire un livello di capacità militanti e controsoggettività, individuando quei nodi, scommettendo su quegli ambiti dove si possono sviluppare antagonismi (e siamo anche noi in quei nodi, non soltanto i “soggetti” che fanno parte delle nostre lotte, che vediamo lottare e con cui non siamo in contatto). E lì formulare delle ipotesi perché ne vediamo le condizioni di possibilità.  Nel farlo guardiamo anche ai comportamenti della controparte che, su ogni scala tenta di disciplinare la società per scopi di guerra ed estrazione e inscrivere il codice della paura, della rinuncia preventiva, della delazione, nei comportamenti sociali. “Blocchiamo tutto” ha dimostrato come questo tentativo, possa essere sabotato, ma ci pone comunque l’interrogativo di ragionare di come organizzare autodifesa e conquistare agibilità sul lungo termine in percorsi di lotta incisivi e insieme riconoscibili da ampi strati di persone.  Su questo livello possiamo esplorare, conricercando, sintonizzandosi con le possibilità di conflitto in quegli ambiti baricentrali per il sistema capitalistico, nella “fabbrica della guerra”, con quei soggetti che per la loro collocazione nella trama di questi rapporti risultano centrali, cercando anche di comprendere come la “fabbrica della guerra” investa ogni ambito della vita e quindi come in ognuno vi possano essere opportunità e necessità di ribellione e lotta.. Più che “se”, si tratta di “come” questa centralità si esprima e si rintracci. In questo senso possiamo sviluppare conoscenza e controscienza, riflettere e controusare tecnologia e comunicazione, formarci e formare in un processo continuo di risoggettivazione con l’obiettivo di potenziare nuovi soggetti collettivi che il ciclo di “Blocchiamo Tutto” ci ha fatto intravvedere per un momento in un processo di ricomposizione dal basso.  In questo spazio possiamo scommettere al momento giusto per generare e sviluppare le lotte e potenziare il conflitto sociale, trasformando i rapporti di forza. Il metodo che abbiamo a disposizione è la conricerca che ci permette di anticipare queste tendenze per poter agire su di esse. In conclusione, porci l’obiettivo di aprire uno spazio di discussione e di formazione può andare in questa direzione, per formare capacità di ragionamento autonomo che moltiplichino gli spazi di possibilità.  A breve maggiori info sulla struttura della giornata, qui si può scaricare il depliant di indizione della due giorni. Per_realizzare_un_sogno_comuneDownload
Comprendere la fase, prendere parte, costruire contropercorsi
Domenica 25 gennaio dalle ore 17 presenteremo “ La lunga frattura. Dalla crisi globale al “Blocchiamo tutto” (DeriveApprodi, collana FuoriFuoco) in un momento in cui la storia non scorre più liscia: si spezza, accelera, si addensa. La guerra non è più un evento lontano, qualcosa che succede “altrove” e “a qualcuno”. È diventata un modo di governare il presente: un regime che organizza l’economia, disciplina i territori, ridefinisce i rapporti sociali e prova a ricomporre un consenso sempre più fragile con violenza, paura e controllo. Quando parliamo di “terza guerra mondiale” non stiamo facendo una frase ad effetto. Stiamo dicendo una cosa semplice: siamo già dentro una guerra globale diffusa, che non si combatte solo sui fronti ma nelle nostre vite, nelle catene logistiche, nei porti, nelle scuole, nei quartieri, nei confini, nei dispositivi di controllo che ci attraversano. Non è una guerra tra Stati: è una guerra che serve a gestire la crisi del capitalismo e a disciplinare chi vive in basso. Il libro parte da qui, da questa consapevolezza. Non vuole chiudere una teoria, ma offrire strumenti per leggere la fase e capire dove si rompono le cose. La tesi di fondo è chiara: non stiamo assistendo a un declino “naturale” dell’egemonia occidentale, ma a un tentativo violento di ristrutturazione del comando globale. La guerra serve a tenere insieme ciò che tende a disgregarsi, a riorganizzare filiere, a imporre obbedienza dove crescono contraddizioni. Dentro questo quadro va letta anche la grande ondata di mobilitazioni che ha attraversato l’Italia, sintetizzata dall’esperienza di Blocchiamo tutto. Non è stata solo una reazione emotiva al genocidio in Palestina, ma una rottura materiale: lo sciopero torna a colpire la circolazione, i blocchi interrompono i flussi, la solidarietà diventa pratica concreta e non solo parola. In quelle settimane si è incrinato il monopolio statale sulla gestione del conflitto e si è visto che la guerra può essere ostacolata qui, nei territori da cui parte. La risposta del potere non si è fatta aspettare: repressione, criminalizzazione, nuovi decreti, attacco agli spazi sociali, tentativi di isolare e dividere. Non è un caso: gli spazi sociali, le lotte territoriali, le pratiche di autorganizzazione sono un problema politico perché producono infrastrutture di solidarietà, luoghi di incontro, saperi condivisi, strumenti collettivi di resistenza. E questo, in un regime di guerra, è intollerabile. Discutere La lunga frattura oggi non è un esercizio accademico: è un modo per capire come non restare a rincorrere le emergenze. La sfida è costruire un contropercorso capace di durare, di accumulare forza, di non disperdersi. Prendere parte significa contrapporsi al riarmo, alla retorica della sicurezza, alla competizione tra poveri e alla delega. Significa costruire pratiche collettive di sabotaggio, blocco, solidarietà organizzata, reti di mutuo appoggio, spazi di formazione e condivisione dei saperi: strumenti comuni che rendano possibile una lotta popolare duratura e non episodica. In questa prospettiva, la lotta contro le basi militari e la militarizzazione non è un tema “di nicchia”: è una questione strategica, perché il controllo dei territori e delle infrastrutture è parte integrante della guerra globale. Per questo è importante tenere insieme lavoro, quartieri, scuola, università, grandi opere, repressione e libertà di movimento, senza lasciare che il potere ci divida in compartimenti stagni. Il corteo del 31 gennaio a Torino non è un appuntamento tra i tanti. È un passaggio dentro un percorso che vuole costruire continuità, non frammentazione. La piattaforma lo dice in modo chiaro: contro il governo della guerra, contro l’attacco agli spazi sociali, ma soprattutto per rilanciare, per tenere insieme ciò che vogliono dividere, per trasformare la resistenza in progetto. Una mobilitazione popolare, larga, plurale, che metta in relazione le differenze e le specificità territoriali, e che non si esaurisca in una giornata. Presentiamo La lunga frattura pensando a quello che succede in Rojava e prendendo parte al movimento di solidarietà che lo sostiene. In Siria del Nord-Est la difesa del confederalismo democratico è parte della stessa battaglia, perché mette in crisi il monopolio statale sulla guerra e sull’ordine politico. L’attacco continuo a quell’esperienza non è un fatto “regionale”: è un segnale dell’avvitamento globale che colpisce ogni forma di autonomia sociale. Difendere il Rojava significa sostenere l’idea che un altro modo di vivere e organizzarsi è possibile anche nel cuore della guerra. Libreria popolare Paulo Freire Spazio antagonista Newroz -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito una breve introduzione audio ai contenuti del volume realizzata da Radio Blackout:
Messina: SUD e GIÙ!
È molto più efficace porsi le domande giuste che trovare risposte consolatorie. da No Ponte È stato questo il motivo ricorrente della discussione che si è svolta presso il Parco ecologico San Jachiddu nella giornata di domenica. L’iniziativa, indetta dall’Assemblea No ponte, si è strutturata in due sessioni – una sul ripensamento del concetto di Sud e la seconda sulle vertenze al momento in atto nei territori meridionali – e ha visto la partecipazione di numerose decine di persone provenienti, oltre che da Messina, da varie città della Sicilia e della Calabria. Le decine di interventi che si sono susseguiti hanno cercato di liberarsi dalle retoriche vuote che da decenni parlano di un Sud che deve rincorrere il Nord, assumendo piuttosto il punto di vista del Sud come luogo di speculazione per politiche predatorie e coloniali che nulla lasciano agli/alle abitanti. Il ponte sullo Stretto, come da tempo si sostiene, è manifestazione la più tipica di tali politiche, politiche che favoriscono blocchi di potere esigui, ma molto influenti. La recente indicazione di Pietro Ciucci e Aldo Isi come commissari, espressione di una governance straordinaria, appare come la più lampante dimostrazione che questa vicenda è tutt’altro che conclusa e che ciò che più sta a cuore al governo è la continuazione dell’iter piuttosto che la realizzazione dell’opera, nonostante tutta l’impostazione su cui era fondato il DL 35/2023, a partire dalla reviviscenza del contratto, si sia palesemente dimostrata inefficace. A conclusione della lunga giornata abbiamo deciso di darci un nuovo appuntamento di riflessione e approfondimento tra qualche settimana. Ci rivedremo a Cosenza, affinché il percorso comune inaugurato con la piattaforma “Il Sud unito contro il ponte” possa allargarsi a realtà di altri territori e regioni. Abbiamo inoltre individuato l’8 agosto quale data per il tradizionale corteo estivo, che verrà accompagnato da una tre giorni di riflessione e da un concerto alla fine della manifestazione.
La sollevazione nazionale in Iran e le ondate dell’estrema destra
Secondo Sasan Sedghinia, la sollevazione in corso in Iran può essere definita a pieno titolo come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati contro il sistematico impoverimento della popolazione. da Machina L’articolo merita un’attenta lettura perché non si limita a ricostruire le cause delle proteste, ma analizza anche il profilo dei manifestanti, l’estensione delle mobilitazioni, la risposta repressiva del regime e le prospettive future. Sedghinia sostiene che l’Iran rappresenti un caso quasi unico, in cui tanto il regime al potere quanto la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni politiche di estrema destra. L’opposizione, infatti, è oggi egemonizzata da forze che puntano alla restaurazione monarchica e al ritorno dei Pahlavi, promuovendo una forma di nazionalismo funzionale al contenimento delle proteste e al loro reindirizzamento verso l’apertura dei mercati occidentali. Essa è sostenuta da una potente macchina propagandistica e da consistenti risorse finanziarie. In questo contesto, settori monarchici arrivano a invocare apertamente un intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: una prospettiva estremamente pericolosa, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, come ricorda Sedghinia, è innanzitutto un movimento per il pane e per la dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra nazionalismo e culto del mercato. Nonostante ciò, l’autore invita a pensare le proteste al di là delle cornici geopolitiche statali, evitando di ridurle a una reazione emotiva, contingente o destinata al fallimento, e riconoscendole invece come un conflitto sociale radicato nelle condizioni materiali di esistenza.   *** Introduzione Questo contributo è stato scritto il 12 gennaio 2026, due settimane dopo l’inizio di una nuova fase della sollevazione nazionale del popolo iraniano contro il regime della Repubblica Islamica. La rapidità degli sviluppi interni ed esterni legati all’Iran è tale da rendere estremamente difficile il monitoraggio della situazione. Tuttavia, quanto accaduto finora può essere suddiviso in 4 ambiti principali: la posizione del regime della Repubblica Islamica, la sollevazione popolare su scala nazionale, la situazione dell’opposizione e il contesto geopolitico.   Lo stallo della governance nella Repubblica Islamica La Repubblica Islamica nasce dalla repressione e dalla sconfitta della rivoluzione del febbraio 1979. Il regime si è insediato al potere attraverso la repressione e il massacro di tutte le opposizioni politiche e delle minoranze etniche. Un decennio dopo il consolidamento del proprio potere, durante la guerra di otto anni con il regime di Saddam Hussein, ha intrapreso politiche transnazionali, definibili come «aggiustamento neoliberale». Dall’inizio degli anni Novanta, il regime ha governato sulla base di una combinazione di dispotismo politico, austerità economica e militarizzazione. Oggi la Repubblica Islamica può essere definita come una forma di capitalismo neoliberale di tipo mafioso. Tutti i settori economici e politici sono sotto il controllo di reti finanziarie, del traffico di droga e del riciclaggio di denaro. L’industria petrolifera iraniana è nelle mani di gruppi che agiscono di fatto in modo indipendente dallo Stato e che controllano ampie porzioni dell’economia. Le politiche di austerità neoliberale, attuate in assenza di qualsiasi organizzazione sindacale indipendente dei lavoratori, sono state implementate con una tale intensità che oggi il salario medio di un lavoratore iraniano è inferiore agli 80 dollari al mese; molti lavoratori non sono nemmeno coperti dalla legislazione sul lavoro. Lo Stato nella Repubblica Islamica non è mai stato uno Stato mediatore; governando attraverso uno stato d’eccezione permanente, ha imposto un dispotismo oscuro e un’austerità feroce su una popolazione eccedente in costante crescita. Le infrastrutture del paese sono completamente deteriorate e l’ambiente naturale è sull’orlo della distruzione. Il lago di Urmia, il secondo lago salato più grande del mondo, si è prosciugato; numerose zone umide e laghi sono scomparsi; l’Iran è oggi tra i paesi leader per subsidenza del suolo e sfruttamento eccessivo delle falde acquifere. Ciò che ha innescato le recenti proteste è stato però il crollo del valore della moneta nazionale, il rial, e il continuo aumento della povertà. Attualmente un terzo della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà assoluta e circa 55 milioni di persone si trovano sotto la soglia di povertà o al suo limite. Le sanzioni internazionali, in particolare quelle imposte dal governo degli Stati Uniti, inserite in un contesto di politiche neoliberali, hanno finito per favorire il regime, ampliando e approfondendo le politiche di austerità. Con il rallentamento dell’afflusso di dollari nel paese, il regime ha adottato diverse strategie: la creazione di reti transnazionali di riciclaggio di denaro; la privatizzazione della vendita del petrolio; la vendita del greggio a prezzi inferiori a paesi come la Cina, in assenza di qualsiasi meccanismo di controllo e rendicontazione sui flussi di valuta. Parallelamente, la valuta sovvenzionata è stata concessa a reti clientelari, parenti e gruppi di potere per l’importazione di beni, ma miliardi di dollari sono stati saccheggiati o trasferiti all’estero. Lo Stato, invece di regolamentare il mercato, ha cercato di rispondere alla crisi aumentando la liquidità monetaria. Sia i conservatori vicini ad Ali Khamenei, guida suprema del regime, sia la fazione riformista legata alla presidenza, costituiscono fondamentalmente oligarchie finanziarie e mafiose che, di fronte a qualsiasi forma di resistenza organizzata all’interno dell’Iran, hanno fatto ricorso alla repressione e al saccheggio sistematico della popolazione. La quota della spesa pubblica sul prodotto interno lordo in Iran è tra le più basse al mondo, un dato che riflette l’applicazione delle più radicali politiche neoliberali e il predominio della finanziarizzazione. In questo contesto, tra gennaio 2019 e gennaio 2026, il popolo iraniano ha dato vita ad almeno quattro sollevazioni nazionali contro il regime. Quanto accade oggi nelle strade dell’Iran non è un fenomeno isolato, ma parte di una catena di sollevazioni successive: pochi paesi al mondo hanno conosciuto, prima e dopo la pandemia, una continuità così intensa di proteste e rivolte su scala nazionale. La rivolta del gennaio 2018 è iniziata come protesta contro l’inflazione e si è rapidamente trasformata in una contestazione politica diffusa in tutto il paese. L’insurrezione del novembre 2019, scatenata dall’aumento del prezzo della benzina, è stata temporaneamente soffocata dal regime attraverso l’uccisione di centinaia di persone e il blackout totale di internet. La sollevazione del settembre 2022, seguita all’uccisione di Mahsa Amini e incarnata nel movimento «Donna, Vita, Libertà», ha incontrato una risposta fatta di oltre 500 morti, migliaia di feriti e una vasta epurazione di uffici e istituzioni statali. La sollevazione nazionale del gennaio 2026 si colloca nella continuità delle politiche economiche neoliberali, questa volta sotto il governo di Massoud Pezeshkian. Una serie di misure – tra cui un nuovo aumento del prezzo della benzina e l’eliminazione del tasso di cambio sovvenzionato e dei sussidi – ha dato il via alle proteste. Dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025 con Israele, il rial ha perso il 40% del suo valore, e il governo, invece di affrontare il potere delle oligarchie, ha sistematicamente cercato di trasferire il peso della crisi sugli anelli più deboli della catena sociale: lavoratori, donne e popolazioni marginalizzate.   La sollevazione nazionale e la crisi della sopravvivenza La maggioranza della popolazione iraniana si trova oggi immersa in una grave crisi economica, in una condizione di mera sopravvivenza. Le proteste sono iniziate in risposta alle oscillazioni del tasso di cambio del dollaro, a partire dai mercati e dalle piccole attività commerciali. I bazar sono stati storicamente uno degli alleati del fronte conservatore del regime, ma anche questi settori sono ormai profondamente insoddisfatti. Fin dal primo giorno, le proteste hanno assunto rapidamente una dimensione politica, prendendo di mira il cuore stesso del potere. Il bazar di Teheran, e quelli delle grandi città, non sono composti esclusivamente da commercianti e proprietari: numerosi segnali indicano la partecipazione attiva degli apprendisti dei negozi, dei venditori ambulanti e degli adolescenti impiegati come facchini nei mercati. Nei giorni successivi, le proteste si sono rapidamente estese alle periferie urbane e alle regioni occidentali del paese, tra cui le province del Lorestan, Kermanshah e Ilam. Questa sollevazione può essere definita, a pieno titolo, come una rivolta dei marginalizzati e dei disoccupati. In questo contesto, l’indicatore dei NEET (Not in Education, Employment or Training) risulta particolarmente utile per comprendere quanto accaduto nelle recenti rivolte. Secondo le statistiche ufficiali del regime, il 25% dei giovani tra i 15 e i 25 anni in Iran non studia, non lavora e non percepisce alcun reddito. In altre parole, un quarto della cosiddetta Generazione Z rientra in quella «popolazione eccedente» esclusa da qualsiasi forma di mediazione statale. Il sistema educativo della Repubblica Islamica è uno dei più fortemente stratificati al mondo: secondo gli ultimi dati, oltre un milione di persone in età scolare ha abbandonato gli studi a causa della povertà. In un simile scenario, l’esplosione di rivolte da parte dei marginalizzati, dei disoccupati e dei lavoratori urbani precari era largamente prevedibile. Dal decimo giorno di proteste, il regime ha interrotto l’accesso a internet e alle comunicazioni telefoniche, eliminando la possibilità di coordinamento e di diffusione delle immagini delle manifestazioni. Si tratta di un chiaro segnale dell’avvio di una repressione su vasta scala, già sperimentata durante la sollevazione del novembre 2019. Attualmente, la rivolta è in corso in tutto il paese e questa volta i manifestanti mostrano maggiore audacia e preparazione. Contrariamente alle analisi ottimistiche – e in parte securitarie – non esiste alcuna struttura organizzativa o forma di coordinamento stabile. I giovani dei diversi quartieri si mettono in contatto tra loro poche ore prima delle proteste notturne, prendendo decisioni estemporanee su come agire. I manifestanti si ricongiungono nelle principali arterie urbane, dando forma a ondate successive di protesta. L’apparato repressivo della Repubblica Islamica è multilivello e complesso. Nei primi giorni delle proteste, la repressione e il controllo delle manifestazioni sono stati affidati principalmente alle forze di polizia e ai gruppi in borghese noti come Basij. Negli ultimi giorni, tuttavia, le massime autorità del regime – incluso Ali Khamenei – hanno definito i manifestanti come «sovversivi» e hanno ordinato una repressione aperta. Il capo della polizia e i vertici della magistratura hanno minacciato i manifestanti di morte e di punizioni severe senza alcuna possibilità di clemenza. L’ingresso in campo delle forze terrestri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica rappresenta ora un segnale inequivocabile della profondità della crisi e dell’ampiezza delle proteste.   L’opposizione di estrema destra ’Iran è uno dei pochi paesi al mondo in cui sia il regime al potere sia la maggioranza dell’opposizione risultano prigionieri di visioni di estrema destra. I monarchici, che auspicano il ritorno al sistema monarchico precedente alla rivoluzione del 1979, considerano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, come il leader della fase di transizione e adottano un’impostazione autoritaria con tratti marcatamente fascistoidi. Nella loro visione, il mondo è diviso in due campi contrapposti: da un lato il «mondo libero», guidato dall’America di Trump e da Israele; dall’altro, il dispotismo religioso orientale. Questa dicotomia porta a rimuovere molte questioni fondamentali e a leggere sia le proteste sia la forma di governo della Repubblica Islamica quasi esclusivamente attraverso la lente delle equazioni geopolitiche. Anche la sinistra cosiddetta «campista» o «anti-imperialista» osserva le proteste iraniane da una prospettiva geopolitica, seppur in modo diverso, interpretandole come una cospirazione americano-israeliana. Questi approcci costituiscono una delle principali fonti di rischio che minacciano le recenti mobilitazioni e rappresentano da tempo un ostacolo strutturale al progresso verso la libertà e il benessere sociale. Fino a pochi anni fa, e persino durante il movimento «Donna, Vita, Libertà», il monarchismo era soltanto una delle tante correnti politiche presenti nell’opposizione. Oggi, invece, si manifesta come un discorso egemonico e come una pratica politica visibile sul terreno, soprattutto all’interno della diaspora. Non si tratta di un fenomeno spontaneo, bensì di una tendenza sostenuta da una rete finanziaria e mediatica ben strutturata, che ha apertamente appoggiato l’attacco israeliano contro l’Iran. Il nazionalismo estremo di questa corrente non riproduce una versione classica del fascismo, ma rappresenta piuttosto una forma di nazionalismo costruita nel mondo contemporaneo per contenere le proteste e orientarle verso l’apertura dei mercati occidentali. Il culto del libero mercato, il patriarcato e il nazionalismo radicale hanno trasformato questa corrente in un’alternativa di estrema destra capace di attrarre ampi strati della popolazione iraniana, inclusi settori delle classi subalterne. Lo slogan «Donna, Vita, Libertà» si sente ormai raramente nelle strade, al di fuori degli ambienti universitari. Un cittadino iraniano, riuscito con grande difficoltà a contattare la BBC Persian, afferma che il movimento «Donna, Vita, Libertà» era principalmente incentrato sulla questione del velo e che, con l’allentamento dei controlli statali sull’abbigliamento, il tema centrale è tornato a essere il pane e la dignità umana. Al di là del fatto che si condivida o meno questa interpretazione, essa rivela un punto cruciale: il movimento «Donna, Vita, Libertà» non è riuscito a intrecciarsi con le lotte per il salario, il welfare e l’opposizione alla guerra, rimanendo confinato a un impatto prevalentemente culturale sulla vita quotidiana. La frattura tra le rivendicazioni economiche e salariali e le altre istanze sociali ha favorito l’ascesa dell’estrema destra, sostenuta da propaganda e risorse finanziarie. Oggi i monarchici arrivano a invocare apertamente l’intervento militare di Trump e Netanyahu in Iran: un discorso estremamente pericoloso, che rischia di condurre alla sconfitta una sollevazione che, secondo le parole di quel cittadino, è innanzitutto un movimento per il pane e la dignità umana. La rivolta per il pane e la libertà si trova così intrappolata tra nazionalismo e culto del mercato. Nelle strade dell’Iran, persino nelle città più piccole, si ascoltano slogan a sostegno di Reza Pahlavi. In assenza di coesione e di un’azione efficace da parte dell’opposizione di sinistra e progressista, molti iraniani sembrano orientarsi verso Pahlavi non tanto per convinzione ideologica, quanto per la percezione che egli abbia maggiori possibilità di superare la Repubblica Islamica. In ogni caso, i monarchici sono riusciti a costruire una narrazione e un lessico condiviso per esprimere le cause della rabbia e del dolore dei manifestanti, agendo così come una forza capace di distorcere e appropriarsi della recente mobilitazione. Le altre forze di opposizione, dai repubblicani moderati alla sinistra radicale, non hanno altra scelta se non quella di intervenire attivamente sulle dinamiche interne delle proteste in corso, cercando di orientarle in una direzione emancipatrice.   Trump e le pedine geopolitiche Nei prossimi giorni diventeranno più chiari gli obiettivi e i piani di Trump in relazione al movimento di protesta del popolo iraniano. Ciò che appare già evidente, tuttavia, è che l’amministrazione statunitense considera l’Iran come l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance in Iran. La Repubblica Islamica, malgrado la sua retorica antioccidentale, è priva di qualsiasi contenuto autenticamente anti-imperialista o antineoliberale; essa agisce piuttosto all’interno di una sorta di «guerra di civiltà» in un mondo multipolare segnato da una transizione egemonica in corso. L’opposizione di estrema destra, insieme agli Stati Uniti e a Israele, così come lo stesso regime della Repubblica Islamica, ha trasformato la vita della popolazione iraniana in un costo collaterale di una guerra geopolitica. Da questo punto di vista, tutti questi attori sono corresponsabili della devastazione e della distruzione delle vite in Iran. L’importanza di questa osservazione risiede nella necessità di pensare alle proteste al di là dei confini delle geopolitiche statali, evitando di ridurle a una semplice risposta reattiva e fallimentare all’ira e al dolore del popolo iraniano. La speranza ha sempre un volto bifronte, come Giano: uno sguardo rivolto all’indietro e uno in avanti; uno fisso su un orizzonte luminoso, l’altro segnato dalle amare sconfitte del passato. Non abbiamo altra scelta che considerare simultaneamente limiti e possibilità. Nella prossima parte verranno affrontati i principali nodi teorici e analitici della crisi e delle proteste in Iran, insieme ai possibili scenari futuri.                                                            ***   Sasan Sedghinia è uno scrittore, traduttore e ricercatore iraniano indipendente di sinistra, residente a Roma. Ha pubblicato numerosi articoli in lingua persiana e italiana.
Piattaforma verso la manifestazione nazionale del 31 gennaio a Torino
“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali”  Ripubblichiamo la piattaforma di sintesi letta a conclusione dell’assemblea del 17 gennaio a Torino a seguito dello sgombero di Askatasuna. Le firme per l’adesione sono in aggiornamento. In allegato un video-racconto dell’assemblea a cura della redazione e la trascrizione di alcuni interventi inerenti alla dimensione cittadina che portano ragionamenti significativi per un rilancio collettivo. A conclusione dell’assemblea di sabato 17 gennaio è stata stilata una piattaforma a cui aderire “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RILANCIA”, di seguito le firme in aggiornamento delle realtà che chiamano alla mobilitazione.   Da Torino al Sud, dalla Val di Susa al Nord Est, dalle isole al centro, tutta Italia è unita nelle differenze, nelle generazioni, nelle specificità territoriali, per portare una sola voce: il governo Meloni ha sbagliato i suoi calcoli, il popolo resiste.  Nonostante i segnali chiari che arrivano dal governo, un governo che odia e che struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata, è altrettanto chiaro che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa.  Dai lavoratori e dalle lavoratrici, dagli spazi sociali colpiti, dai comitati territoriali, dai comitati di quartiere ai collettivi studenteschi, dalle università alle scuole, da chi lotta nei quartieri popolari a chi lotta contro le basi militari e le grandi opere inutili, dalle donne che lottano agli abitanti sotto sfratto: il popolo rilancia.  Il 31 gennaio sarà una mobilitazione popolare a cui ognuno potrà partecipare con le proprie specificità e le proprie differenze, rappresentandole tutte, creando una massa eterogenea, come la Valle di Susa ci ha insegnato. Il 31 sarà un passaggio importante per ribadire che c’è una parte di questo Paese, quella che in milioni è scesa in strada per bloccare tutto in solidarietà al popolo Palestinese, che non è disponibile ad avallare i piani previsti di riarmo, militarizzazione, chiusura e disciplinamento voluti da Meloni e dai suoi ministri. Un passaggio che rilanciamo insieme verso nuovi appuntamenti, verso la primavera in cui ritrovarci, continuare a ragionare collettivamente sulle urgenze di questo momento storico e cogliere quali siano le possibilità per riaprire spazi, costruire percorsi, intuire mobilitazioni, passando per i momenti di sciopero che ci saranno.  La repressione del Governo passa per nuovi decreti sicurezza, cerca di rinchiudere le mobilitazioni e gli spazi sociali autogestiti ad un problema di ordine pubblico, quando invece il loro significato è profondamente politico e sociale. Arresti e operazioni di polizia quasi settimanali, colpiscono indiscriminatamente superando e forzando ogni confine legale, trasformando le leggi nella logica feroce della “legge del più forte”.  Essere partigiani vuol dire schierarsi e prendere posizione, Torino è una dimostrazione di come le lotte possano essere al tempo stesso incisive e riproducibili. Oggi il significato e la pratica dell’antifascismo assumono nuova attualità.  Immaginiamo insieme il corteo del 31 gennaio come l’inizio di un percorso comune che possa costruire uno spazio largo di mobilitazione contro il Governo Meloni e la sua manovra economica lacrime e sangue. Oltre la retorica populista e sovranista, quello che rimane sono misure di austerity, sudditanza ai diktat di Trump, attacchi al lavoro, alle pensioni, ai migranti e a chiunque non sia allineato. È tempo di portare avanti un conflitto plurale, inteso come esercizio di trasformazione e di riconoscimento di coloro che stanno ai margini.  È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è possibile, resistere è un dovere. Firme in aggiornamento:  Network Antagonista Torinese  Movimento No Tav Torino per Gaza Centri Sociali del Nord Est Giovani Palestinesi d’Italia Non Una di Meno Torino  Spazio Popolare Neruda  Giorgio Cremaschi Potere al Popolo Assemblea Studentesca Torino  Ex Opg  Officina 99 Brahim Baya, Nur – Narrazioni Umane di Resilienza Coordinamento Collettivi Autorganizzati Universitari  Ecologia Politica Napoli Cantiere Milano  Quarticciolo Ribelle Libere di lottare contro lo stato di guerra e polizia Movimento di lotta Disoccupati 7 novembre   Centri sociali delle Marche Studenti Autorganizzati Marche Colpo Centro Sociale Talpa e l’Orologio Collettivo Spiraglio Collettivo ohm Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS Cobas Scuola Torino Csoa Ex Snia Viscosa  Coordinamento Antifascista Universitario – Torino  Rifondazione Provinciale Torino  Fronte Popolare Torino Cub  Sinistra Anticapitalista  Radici del Sindacato alternativa in Cgil Vogliamo Tutto  Assemblea per il Diritto alla casa – Pavia  Partito Comunista dei Lavoratori – Torino Gabrio  Associazione a Resistere Pisa  Cobas   Collettivo Statale 590 Carc  video Intervento di Non Una di Meno Torino Come Non Una di Meno Torino siamo qui oggi per rinnovare la nostra solidarietà ad Askatasuna e per continuare a lottare insieme, dentro un presente sempre più schiacciante. Come rete abbiamo incrociato Askatasuna in numerosi percorsi e iniziative cittadine: dalle lotte per il diritto alla casa, a quelle contro la devastazione dei territori, contro la guerra e il riarmo, fino all’impegno per una Palestina libera. L’Aska non è soltanto uno spazio sociale, ma un intreccio vivo di percorsi, persone e progetti politici che lavorano quotidianamente per costruire un futuro differente. Parlare oggi di spazi sociali è una necessità politica urgente, perchè appunto questi non sono solo luoghi fisici: sono dispositivi di resistenza alla solitudine strutturale prodotta da capitalismo e patriarcato. Sono spazi dove la riproduzione sociale – cioè il lavoro invisibile di cura, relazione, sostegno reciproco – viene sottratta alla privatizzazione e riportata nella dimensione collettiva. Gli spazi sociali sono anche luoghi fisici e simbolici dove si costruiscono relazioni non competitive e libere dal profitto, dove la vulnerabilità non è una colpa ma un punto di partenza politico, dove la cura diventa pratica collettiva e non dovere imposto. Viviamo una fase storica segnata da una molteplicità di crisi che si intrecciano. Crisi che producono isolamento, solitudine, frammentazione delle vite, precarietà materiale ed emotiva. Questo processo colpisce tutte e tutti, ma in maniera non neutra: le donne, le soggettività LGBTQIA+, le persone razzializzate, marginalizzate, precarizzate e povere, le persone con disabilità, ne pagano il prezzo più alto. La storia delle donne e delle soggettività non conformi ha mostrato con chiarezza che il dominio non si esercita solo sui corpi, ma sui regimi di senso: su chi può parlare come misura dell’universale e chi viene ridotto a particolarità muta; su chi ha il potere di nominare il mondo e chi ne subisce le definizioni. Il potere non governa soltanto attraverso la forza materiale, ma attraverso le categorie che organizzano il pensabile. In un tempo che amministra il consenso mediante paura, semplificazione e coercizione, non basta opporsi agli atti di violenza. Occorre smontarne il vocabolario. Non limitarsi a denunciare il potere, ma sabotarne le cornici simboliche e i dispositivi narrativi. Veronica Gago, filosofa e compagna argentina, suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo solite chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale. Susana Draper, accademica femminista che in questi giorni è stata pubblicata da Effimera, ha preso parola su quanto sta succedendo negli Stati Uniti, a partire dall’uccisione di Renee Good, sottolinea come questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese. Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, strategia colonialista di mutilazione venga anch’esso ucciso. La necessità di ricomposizione sociale, con forme anche diverse, è oggi ancora più cruciale di fronte all’irrigidimento delle forme repressive e di controllo, che il governo Meloni sta portando avanti in maniera sistematica. Ora ancor più esplicitamente con il nuovo decreto sicurezza che colpisce in modo sempre più diretto manifestanti e giovani generazioni. Più in generale, questo è un controllo che agisce su più livelli: sui luoghi, attraverso sgomberi, restrizioni, criminalizzazione degli spazi autogestiti; sulle persone, attraverso politiche securitarie, razziste, transfobiche e sessiste; sul dissenso, colpendo chi sciopera, chi manifesta, chi si organizza. Il transfemminismo ci aiuta a leggere questo processo per quello che è: non solo una deriva autoritaria, ma un progetto politico coerente che punta a ristabilire ordine, gerarchie e obbedienza. Un progetto che ha bisogno di corpi disciplinati, famiglie tradizionali, ruoli di genere fissi, confini rigidi, e che quindi vede negli spazi sociali, nei movimenti e nelle reti transfemministe un pericolo da neutralizzare. Oggi difendere e costruire spazi sociali e progetti politici significa quindi difendere la possibilità stessa di organizzarci, di trasformare la rabbia e il dolore in pratica collettiva. Significa opporsi a un modello di società che ci vuole separate e controllabili, e affermare invece il diritto a esistenze plurali e solidali. Non si tratta di nostalgia dei tempi passati. Il movimento transfemminista ci ricorda di avere sempre lo sguardo rivolto in avanti, portando con sé l’eredità di tutt3 le sorell che hanno contribuito a formare quello sguardo. Ai tempi che ci attendono servono spazi il più possibile ampi, che coinvolgano interi settori della società, oggi sempre più impoverita e lasciata alla violenza istituzionale. Servono spazi per i quartieri e per i soggetti che desiderano attivarsi insieme, migliorare la propria vita attraverso un legame collettivo e a discapito di chi sulla povertà e l’isolamento ci costruisce imperi immobiliari, patrimoni famigliari, propaganda razzista. Questo è il momento di fare comunità, di unire le lotte e le forze, di essere eccedenza e imprevisto, tutte e tutti insieme. Come ci ricorda Silvia Federici, senza ricostruire comunità di lotta e di vita, non esiste possibilità di trasformazione sociale. In questo senso, la ricomposizione sociale di cui parliamo non è solo politica, ma profondamente materiale e affettiva. Significa rimettere al centro i corpi, i bisogni, la quotidianità. In quest’ottica proponiamo di continuare nel solco di ciò che ha funzionato nelle mobilitazioni dei mesi scorsi e praticare lo sciopero e il blocco come strumenti che permettono di interrompere lo scorrere della vita quotidiana.  Oltre a partecipare ai prossimi appuntamenti qui proposti, rilanciamo e invitiamo a costruire insieme la giornata di lotta dell’8 marzo e lo sciopero transfemminista di lunedì 9 marzo lanciati da Non una di meno, come momenti in cui rifiutare insieme la violenza patriarcale, la guerra, questo clima repressivo e contro il governo Meloni. Intervento di Torino per Gaza Contro guerra e repressione la lotta continua. Verso e oltre la manifestazione del 31 gennaio, con la Palestina fino alla vittoria! Un contributo di Torino per Gaza In questo momento più che mai abbiamo bisogno di costruire un fronte largo e unitario di opposizione al genocidio a Gaza, all’imperialismo e alle politiche guerrafondaie del governo. Sappiamo che lo sgombero di Askatasuna, a cui va tutta la nostra solidarietà, ha aperto una ferita in questa città ma questo non sarà sufficiente a fermare le lotte. Insieme abbiamo dibattuto, costruito e lottato in questi anni, insieme continueremo a farlo, dentro o fuori corso Regina 47. Negli scorsi mesi un movimento popolare ha segnato un cambio di passo profondo nel nostro Paese. L’opposizione al genocidio e alle politiche di guerra è stata capace di risvegliare un senso di responsabilità collettiva che sembrava sopito da anni e milioni di persone hanno deciso finalmente di non delegare la possibilità di cambiare il corso delle cose. In quelle piazze non solo si è espresso il rifiuto netto del genocidio e un senso di solidarietà profondo e sincero con il popolo palestinese e la sua resistenza, ma si è riuscit3 a puntare il dito in maniera chiara contro chi, alle nostre latitudini, è responsabile di quel massacro e lo sostiene a spese delle persone , traendone profitto economico e politico. Dalle piazze alle occupazioni nelle scuole, intere generazioni hanno espresso il desiderio di cambiare tutto, radicalmente. Insieme si è rotto quel senso di impotenza e di frustrazione che troppo spesso abbiamo provato di fronte all’enormità di un genocidio teletrasmesso in mondovisione. Un movimento che ha deciso di rendere concreti gli obiettivi che si è dato, praticando ciò che ha detto. In quelle settimane “Blocchiamo tutto” non è stato solo uno slogan, ma una pratica concreta, collettiva e soprattutto efficace. Riappropriandosi della pratica dello sciopero, ha interrotto il normale scorrere della vita di fronte a oltre 200.000 palestinesi ammazzati, ha procurato un danno economico reale alla filiera della guerra e ha inferto un duro colpo al governo, poiché ha toccato i nervi scoperti della catena di valore. A distanza di qualche mese, la vendetta del governo arriva puntuale per far pagare il conto di quell’esplosione di forza collettiva. A Torino, come in altre città, sono già decine le persone colpite da sanzioni amministrative e misure cautelari. Studentesse e studenti giovani e giovanissimi si trovano agli arresti domiciliari o in carcere. Un compagno del coordinamento, Mohamed Shahin, si è visto revocare il permesso di soggiorno di lunga durata e recludere in un CPR, e su di lui ancora oggi pende un decreto di espulsione immediata verso l’Egitto. E ancora, gli arresti ai compagni di API a Milano e Genova con accuse pesantissime, la condanna ad Anan Yaeesh di appena ieri all’Aquila e infine lo sgombero di Askatasuna. Tentativi, questi, manovrati dalla Polizia e dal governo per indebolirci e ostacolare la rigenerazione del movimento che come prerogativa ha avuto quella delle alleanze. È importante che nel rispondere a questi attacchi si mantenga sempre il presupposto di tenere insieme ciò che vogliono allontanare. Abbiamo gridato che pensavamo di liberare la Palestina e invece è stata la Palestina a liberare noi. Ci ha permesso di ricomporre per dare corpo al rifiuto diffuso per un presente fatto di guerra e morte e un futuro incerto e spaventoso, che si fatica anche solo ad immaginare. Ci ha permesso di ritrovare la forza dell’organizzarsi insieme e di costruire legami sociali inediti,non previsti, nonostante la propaganda soffocante che dipinge il nemico come lo straniero, l’arabo, il musulmano, che costruisce un’urgenza interna come pretesto per disciplinare l3 giovani e la società tutta richiamata ad arruolarsi a testa bassa per la loro guerra, che la priorità è una presunta sicurezza costruita con obbedienza, punizione e riarmo. Il movimento “Blocchiamo tutto” ha permesso di vedere molto oltre il fumo gettato negli occhi dal governo Meloni. Ha messo a nudo le bugie sistematiche raccontate dai media, ha creato altre forme per documentarsi e diffondere conoscenze e saperi popolari utili a riprodurre le lotte. Ha espresso quindi qualcosa di segno diametralmente opposto. Che insieme siamo davvero più forti, che il nemico è una classe dirigente pronta a sacrificare tutt3 per ingrassare le tasche delle aziende belliche e per sottomettersi al volere degli Stati Uniti che intende l’Italia come un proprio Stato satellite, e che le tanto attaccate comunità arabe e musulmane che vivono in questo paese sono nostre compagne di lotta. Che l’insicurezza è innanzitutto taglio al welfare e aumento della spesa militare, mentre le classi popolari sono sempre più schiacciate dal carovita, mentre la sanità pubblica è fatta a pezzi ogni giorno che passa. In un contesto che si fa sempre più buio, tanto nei nostri territori quanto a livello globale, non dobbiamo cadere nella tentazione di limitarci a difendere un presente che non è mai stato all’altezza dei nostri bisogni, una democrazia in cui non abbiamo mai trovato spazi per contare, uno stato di diritto in cui non abbiamo mai trovato giustizia. L’unica risposta possibile al fascismo che avanza in Italia e nel mondo è proseguire ed ampliare le lotte per un mondo diverso. All’inasprirsi della repressione, al tentativo di chiudere ogni spazio di ribellione, dobbiamo avere il coraggio di rispondere con pratiche e discorsi capaci di coinvolgere ogni ambito della società, perché a reprimere sono le stesse politiche di guerra che ci rendono pover3, che tagliano servizi e sanità e investono in armi, che trasformano le scuole in campi di addestramento. Le grandiose mobilitazioni di questo autunno ci hanno indicato una strada da percorrere proprio per avanzare in questa direzione. Questi mesi di mobilitazione per la Palestina ci hanno insegnato che è possibile fare tutto e arrivare ovunque, che quando si lotta per la giustizia e l’umanità le persone non sono addormentate, che possiamo e dobbiamo riappropiarci di una pratica, quella dello sciopero, che ormai sembrava inaccessibile,per costruire lotte a partire dai bisogni delle persone, contro la precarietà, per la Sanità pubblica, per la scuola e i servizi a misura di persona, per migliorare concretamente la condizione umana fermando contemporaneamente guerra e genocidio, le cause del male per tutti i popoli. Abbiamo capito che avere un’ottica di allargamento e avere la disponibilità di uscire da schemi e pratiche consolidate, permette di costruire un’azione di risposta imprevedibile, efficace, massiccia e concreta. Crediamo che sia ampiamente finito il tempo in cui ciascun3 di noi, ciascuna realtà organizzata può permettersi di guardare unicamente alla propria agenda, vedendo questa come slegata da tutto il resto. La sfida che questo presente ci pone davanti richiede la capacità di costruire una risposta che sia all’altezza, capace di cogliere le occasioni di mobilitazione e allargamento che ci si presentano e di crearne quando è necessario. In questo senso, la Global Sumud Flotilla ha annunciato una nuova grande partenza verso Gaza nei mesi a venire. Crediamo che dobbiamo prendere questa come un’occasione di rilancio. Dobbiamo ripartire da ciò che ha funzionato: una comunicazione coerente sul piano nazionale, una connessione con le mobilitazioni a livello transnazionale, un linguaggio comprensibile, capace di bucare le bolle offrendo una pratica di attivazione concreta. Dobbiamo essere in grado di adattare questa prospettiva in un contesto mutato, che si fa più complesso. I media raccontano della falsa “pace” di Trump in Palestina come il grande successo di chi porta invece guerra in tutto il mondo. Intanto a Gaza e in Cisgiordania la violenza sionista non si ferma anche se lontana dai riflettori. Nelle ultime ore, giorni, settimane, migliaia di persone sono state uccise dai raid quotidiani su Gaza, dalla violenza dei coloni e dell’esercito in Cisgiordania, dal freddo, dalla fame, dalle piogge in un territorio devastato e tuttora sotto assedio, questo è il modello di pace che la democrazia occidentale ha da offrire. Mentre le politiche imperialiste e guerrafondaie di Trump e di tutto l’Occidente colpiscono in modo sempre più aggressivo in Venezuela e in tutto il Latino America, in Medio Oriente, in Africa, l’annuncio dell’inizio della cosiddetta “fase due” del piano di Trump rende evidente come questo non sia altro che il tentativo di portare a termine la colonizzazione e l’annientamento della Palestina, garantendo ad Israele e ai suoi alleati il controllo del territorio mediorientale e delle sue risorse ricchissime. Anche se vogliono fermarci, non finisce la nostra lotta che prende esempio dalla Resistenza del popolo Palestinese che ci ha insegnato che i popoli in rivolta possono davvero riscrivere la storia. Siamo pront3 a guardare insieme a orizzonti futuri condivisi, a traiettorie da costruire per la libertà collettiva. C’è ancora molto da fare ma la voglia non ci manca e l’immobilismo non è un’opzione. Fino alla liberazione della Palestina, fino alla liberazione di tuttɜ noi! Intervento dell’Assemblea Studentesca Torino Innanzitutto, a nome dell’Assemblea Studentesca ci ritengo a ringraziare tutte le realtà e le soggettività che sono qua oggi e a esprimere naturalmente non solo solidarietà ma complicità politica e umana ai compagni e alle compagnie dell’ askatasuna. L’Assemblea Studentesca nasce, due anni e mezzo fa, come spazio di confronto sulle modalità della lotta e di costruzione di un vero movimento studentesco nella nostra città e in questi anni abbiamo condotto instancabilmente un lavoro politico di allargamento, di costruzione e di dibattito, di spazi di socialità alternativa a quelli proposti dal nostro modello scolastico e abbiamo raccolto i primi risultati di questo lavoro politico proprio in quest’autunno che ha visto grandi mobilitazioni. Però sarebbe un tradimento inaccettabile considerare quest’autunno come un punto d’arrivo. Quest’autunno non è stato un punto d’arrivo, non lo deve essere, non può esserlo, ma deve essere un punto di volta e di inizio di qualcosa di nuovo. Per questo, pochi giorni fa, abbiamo avuto un momento di analisi su quello che è stato l’autunno e per la costruzione del nostro progetto politico dal basso. Questa analisi è stata un’osservazione delle condizioni materiali oggettive della lotta che ci servono per portare avanti il nostro progetto. Cosa significa? Abbiamo osservato che quest’autunno c’è stato un nuovo risveglio delle coscienze, che è stato inedito almeno negli ultimi anni in Italia e possiamo forse dirlo anche in Europa, che non si è trasformato spontaneamente in un’opposizione organica, organizzata, ma che ne ha richiesto la costruzione in modo imperativo. La responsabilità di costruire questa opposizione organica, organizzata, politica e morale è nostra. In altre parole, possiamo dire che la mancanza di strutturazione seria del nostro movimento e le potenzialità pericolose della nostra lotta sono state notate e hanno portato a un’ondata repressiva inedita, che l’abbiamo vista con l’arresto di nostri sei compagni: Arturo, Simone, Nour, Giordano, Riccardo e Souahil, a cui portiamo la nostra solidarietà. Questo è un momento difficile, ma dobbiamo saper raccogliere le capacità trasformative specifiche per un progetto più ampio. Questo significa raccogliere e organizzare la capacità di azione dei singoli collettivi nelle scuole, ma significa anche raccogliere e accogliere le capacità individuali degli studenti e delle studentesse che formano la scuola e rivolgerle contro il modello fascista di Valditara che, diciamocelo, è il capitalistico. Vuol dire rompere l’indifferenza e sfidare il non futuro che ci viene prospettato, costruire un’opposizione organica alla guerra, alla militarizzazione, al modello della scuola-caserma, che è la riproduzione dei sistemi di oppressione del capitalismo, dell’imperialismo. Vuol dire creare un potere studentesco, una controinformazione, l’esempio più lampante della negligenza nei confronti della scuola è l’edilizia scolastica. Abbiamo le scuole che ci crollano in testa. Per questo rilanciamo la mobilitazione nazionale del 31 gennaio e rilanciamo una grande piazza studentesca che partirà da Porta Susa alle due e mezzo. E lo rilanciamo perché non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è la lotta per la giustizia, è la lotta per la libertà, è la lotta per l’uguaglianza. Insomma la nostra lotta è il motore della storia. Avanti sempre e buona lotta.
Siria: Rojava sotto attacco. Jacopo Bindi: è uno scontro politico tra opzioni diverse per il Medio Oriente
In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese. da Radio Onda d’Urto Quello appena trascorso è stato un fine settimana di durissimi scontri su tutta la linea di contatto tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione di Al-Jolani/Al-Sharaa. “Questa guerra ci è stata imposta. È stata pianificata da molte forze”, ha dichiarato la sera di domenica 18 gennaio Mazloum Abdi, il comandante in capo delle Sdf. Il riferimento è all’evidente intesa tra i sostenitori di Damasco – dagliUsa alla Turchia, dagli stati dell’Ue a Israele – per dare il via libera alle milizie filoturche e liquidare l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est. Dopo l’avanzata, i bombardamenti indiscriminati sui civili, i massacri e le torture nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio, le milizie salafite di Damasco hanno ammassato per giorni uomini e mezzi su vari punti del confine tra i territori controllati dal governo autoproclamato e quelli dell’Amministrazione autonoma settentrionale e orientale. Nel fine settimana è iniziata l’escalation. Sabato 17 gennaio, i miliziani dell’esercito siriano hanno teso un’imboscata alla colonna delle Forze siriane democratiche che abbandonava la città di Deir Hafer, a ovest del fiume Eufrate, come concordato per raggiungere un cessate il fuoco. Contemporaneamente, decine di migliaia di uomini delle milizie hanno attaccato le città a maggioranza araba di Tabqa, Raqqa e Deirezzor, entrate a far parte dell’Amministrazione autonoma tra il 2017 e il 2019 nell’ambito della guerra di liberazione dall’occupazione degli jihadisti di Isis. L’Amministrazione autonoma ha dichiarato la mobilitazione generale, invitando tutta la popolazione a mantenersi pronta per difendere città, strade e quartieri dall’avanzata del nemico. Dopo ore di combattimenti intensi – con pesanti perdite per le Forze siriane democratiche ma anche per l’esercito di Damasco – le forze di autodifesa del Rojava hanno lasciato Tabqa, Deirezzor e una parte del territorio di Raqqaper, ha spiegato Mazloum Abdi, “evitare la guerra civile, con ulteriori uccisioni, in particolare tra i civili, fermare le morti prive di senso e un conflitto i cui esiti non sarebbero stati positivi”. Proprio dall’area di Raqqa ancora sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma, la mattina di lunedì 19 gennaio le Forze siriane democratiche e le Ypj (le Unità di protezione delle donne) hanno riferito di attacchi delle milizie governative alle postazioni di guardia dellaprigione di al-Aqtan, dove sono detenuti miliziani jihadisti dell’organizzazione Isis. Una rivolta sarebbe in corso nel campo di Al-Hol, dove vivono decine di migliaia di familiari, mogli e bambini, dei miliziani di Daesh. Scontri sono stati segnalati anche nelle aree di Ain-Issa e al-Shaddadi. Grazie al riposizionamento delle Sdf è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco. Da qui, il presidente siriano Al Sharaa ha annunciato la firma di un accordo per l’integrazione delle Forze siriane democratiche non come battaglioni, ma come singoli combattenti, oltre all’acquisizione del controllo, da parte di Damasco, sulle istituzioni del nord-est, sulle risorse idriche e petrolifere, sui confini. Nessuna conferma, sui termini dell’accordo, dall’Amministrazione autonoma. Sempre Mazloum Abdi ha chiarito ieri sera che si recherà oggi a Damasco proprio per discutere le condizioni del cessate il fuoco e dell’integrazione nello stato siriano. “Questa è una lotta a lungo termine – ha aggiunto Abdi – credo che il nostro popolo, la nostra organizzazione e i nostri compagni vinceranno questa guerra e questa sfida, proprio come hanno trionfato in altre negli ultimi 14 anni”. Gli fa eco l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico: “Lo spirito della resistenza di Kobane deve sollevarsi!”. “Quanto sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo per la pace e una società democratica”, ha commentato dall’isola-carcere di Imrali, in Turchia, il leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, raggiunto domenica 18 gennaio da una delegazione di parlamentari del Partito Dem. “L’esistenza stessa dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est, un’opzione politicafondata sull’autogoverno, su idee di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come un’alternativa per tutti i popoli della regione superando le divisioni storiche imposte dalle potenze coloniali, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze capitaliste – globali e regionali – rappresentati invece dal governo di transizione siriano di Al-Sharaa“, commenta Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Sul piano della solidarietà internazionale, Rise up 4 Rojava chiama alla mobilitazione, non soltanto a supporto della resistenza nella Siria del nord-est, ma per colpire, con azioni e manifestazioni, tutto l’apparato, militare, politico, informativo, della guerra globale voluta dalle potenze imperialiste e coloniali per i loro interessi. Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica.
La Spezia: studenti e studentesse in strada a seguito dell’accoltellamento di Aba.
Ripubblichiamo il testo condiviso da Riconvertiamo Seafuture, percorso cittadino di La Spezia che ha preso avvio con la mobilitazione contro la mostra navale-militare di quest’estate e che ha elaborato delle riflessioni a seguito della tragedia che ha investito l’istituto Chiodo a La Spezia e, di seguito, il contributo del KSA – Kollettivo Studentesco Autonomo in merito alla risposta di Valditara. MILITARIZZARE LA SCUOLA NON LA RENDE PIÙ SICURA. Lettera aperta alla città dopo una tragedia. da Riconvertiamo SeaFuture “Questa mattina una marea di studenti e studentesse è scesa nelle strade a partire dall’istituto Chiodo per manifestare dolore e rabbia intonando Aba Vive. Il contenuto pubblicato di seguito è stato scritto nella giornata di ieri” Sono passati solo pochi giorni dalla tragedia. Un ragazzo è stato ucciso in una scuola, da un suo compagno. Accoltellato in una classe per questioni ancora da chiarire. Quello che, invece, è chiaro è che oggi si torna a scuola, nell’Istituto professionale Chiodo e in tutte le altre scuole di Spezia e d’Italia con un peso enorme sulle spalle, con interrogativi profondi, con un dolore immenso, una sensazione di spaesamento difficile da affrontare. Quello che è successo non deve passare inosservato, non può innescare emozioni forti e poi essere dimenticato nel procedere spesso cinico della nostra quotidianità scolastica. La risposta che pretende un fatto così drammatico deve essere all’altezza della sfida che pone a tutte e tutti noi, cittadine e cittadini, docenti, studentesse e studenti. La sfida è difendere il ruolo educativo della scuola come culla della cultura e della comunità in cui si impara prima di tutto a convivere, ad affrontare i conflitti con le altre persone e se stesse, imparando a gestirli con il dialogo. Qui nasce la comunità, si sviluppa o si sfalda la democrazia; da come immaginiamo la scuola deriva il modello di società che vogliamo. Da come sviluppiamo le relazioni a scuola dipende la qualità dei rapporti sociali. La sicurezza della società è l’effetto della nostra interpretazione della sicurezza nelle scuole. Nelle ore successive alla tragedia si è subito innescata, purtroppo, una risposta securitaria e repressiva da parte del Governo e del Ministro Valditara, ieri presente in città per discutere di misure da integrare al cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Il fatto che la vittima e chi ha agito violenza abbiano un’origine non europea ha provocato commenti di matrice razzista, rilanciati perfino dal sindaco Peracchini per cui “l’uso delle lame è pratica comune per certe etnie”. Un discorso razzialmente definito che genera ostilità e discredito nella popolazione, che un sindaco dovrebbe interamente rappresentare e unire; parole totalmente inadeguate allo sgomento dei cittadini e cittadine e che legittimano la stretta securitaria che il ministero e il governo intendono proporre. Il principio è chiaro: le scuole sono insicure e per ridurre questo fantomatico pericolo bisogna investire in metal detector, telecamere, aumentare le pene e magari introdurre vigilantes soprattutto in scuole “a rischio”. E, al contempo, disciplinare, sanzionare, punire ogni studente e studentessa che osa mettere in discussione le regole imposte dal ministero o da presidi-manager. La paura e la disciplina diventa così la cifra delle azioni di riforma, la paura usata ancora come principio legislativo. A questo programma bisogna reagire, su questo la comunità tutta deve prendere posizione sapendo che il piano inclinato che si è aperto può trasformare le scuole in luoghi più simili a caserme e carceri che a luoghi di educazione alla pace e alla convivenza. Inasprire le pene, riempire la scuola di sistemi di vigilanza non risolverà nulla, anzi. Oggi si torna a scuola e chi pensa di militarizzarla si troverà davanti la stessa comunità che da decenni chiede investimenti, più docenti, interventi strutturali, fine del sovraffollamento nelle classi, progetti educativi e di inclusione, ricevendo sempre l’esatto contrario: tagli, accorpamenti di classi e istituti e privatizzazioni. Le disuguaglianze sociali e culturali provocate dalla crisi economica non fanno che essere riprodotte e accentuate nelle scuole private di ogni investimento. Questo si traduce sempre di più in scuole ghetto e marginalizzate, dove il lavoro delle e dei docenti diventa ogni giorno più complesso, un lavoro di resistenza costante a cui non viene riconosciuto nulla né socialmente né economicamente. La tragedia che stiamo vivendo – e che, in primis, sta riguardando la famiglia di Youssef Abanoub e la comunità scolastica del Chiodo – se non cadrà nel vuoto sarà esclusivamente grazie a una comunità scolastica che lotterà e rivendicherà che la sicurezza, nelle scuole, la fanno coloro che le vivono, che cercano ogni giorno di renderle ambienti accoglienti, di crescita e luoghi di ascolto, accoglienza e inclusione, in cui coltivare desideri. Che la scuola torni a essere luogo di educazione, non un’azienda in cui si insegna a lavorare gratis attraverso progetti di alternanza scuola-lavoro. Vogliamo una scuola che smetta di trattare le studentesse e studenti come attori passivi del processo educativo ma che, anzi, insegni ad essere parte attiva del cambiamento sociale che vorremmo e che – nel mondo attuale – è sempre più necessario. Davanti a questo quadro, l’idea di investire nei metal detector appare una risposta illusoria. Senza un’analisi seria del disagio sociale e relazionale che alimenta la violenza, queste misure non solo non risolvono il problema, ma rischiano di aggravarlo, normalizzando paura e diffidenza. Il dramma non sarebbe stato evitato: sarebbe stato soltanto spostato altrove. Vogliamo scuole all’altezza del loro ruolo civile e sociale. E quindi stringiamoci, guardiamoci negli occhi, la comunità scolastica curi più che mai le relazioni e non ceda alla rabbia, alla paura, alla diffidenza, al razzismo, alla caccia al colpevole. Anche dopo una tragedia così grande, in un’epoca che riabilita la guerra, la sopraffazione e la repressione, non permettiamo che la base della nostra società assuma la forma di una caserma, di un carcere. Ripartiamo da qui, da un lunedì difficile per tutte. Un lunedì con due compagni di scuola in meno, tanto dolore ma anche il quotidiano desiderio di costruire un mondo migliore, insieme, dentro e fuori le nostre aule. Buon lunedì a tutte. METAL DETECTOR? SCUOLE A RISCHIO? L’ENNESIMA PORCHERIA DELLA SCUOLA FASCISTA DI VALDITARA! da KSA Torino Assistiamo sbigottiti all’ultima trovata geniale del ministro Valditara dopo la tragedia successa a La Spezia con l’accoltellamento tra coetanei. Il ministro dell’istruzione assieme al ministro degli interni non pensano un minuto alle cause della barbarie sociale in cui il baratro della guerra ci sta portando. Al contrario preparano un terreno di militarizzazione davanti alle scuole: metal detector e polizia a monitorare gli ingressi! Come se non bastasse il ministro per far passare una misura così assurda usa l’escamotage di mettere i controlli solo nelle scuole in cui i presidi-sceriffo d’accordo con questa misura decideranno di fare controlli di “dissuasione” L’ennesima prova di come la controparte costruisca un terreno per rendere le scuole delle fabbriche di soldatini disciplinati e produttivi, pronti al clima di guerra in cui nulla è permesso. I presidi potranno decidere a loro discrezione di fare dei controlli su cosa entra a scuola e cosa no. Sappiamo benissimo, attraversando ogni giorno le lotte nelle scuole, per cosa sarà usata questa riforma. Il tema della sicurezza verrà usata contro le emersioni di dissenso, quando una scuola andrà in subbuglio perché crolla un soffitto, perché manca una scala antincendio, perché il governo decide di arrestare sei studenti minorenni per essersi opposti a un volantinaggio fascista. Noi sappiamo cosa sono le scuole sicure. Una scuola sicura è una scuola in cui nessuno viene lasciato indietro, una scuola che si può costruire soltanto in una dimensione collettiva di riscatto. Ci chiediamo inoltre come il ministro trovi immediatamente i soldi per i metal detector nel momento in cui ogni volta ci ripetono come una cantilena noiosa e monotona che dobbiamo aspettare per la sicurezza perché “mancano i soldi”. Le priorità di questo governo ci paiono chiare, sicuramente non sono dalla parte della gente! Queste restrizioni non ci spaventano, dobbiamo opporci immediatamente a questa proposta del ministro prima che diventi realtà, prima che questi parolai da poltrona che stanno al governo trasformino la scuola in un carcere.
Lo Stato di polizia colpisce i Vigili del fuoco di Pisa
Lo Stato di Polizia, spiegato bene. Il ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare per i Vigili del fuoco che a Pisa si sono inginocchiati davanti alla bandiera di Gaza durante lo sciopero generale. da Osservatorio Repressione Il Ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare contro dieci Vigili del fuoco colpevoli di un gesto che onora la divisa: inginocchiarsi davanti alla bandiera di Gaza, durante uno sciopero generale, per ricordare le vittime civili — soprattutto i bambini — massacrati sotto le bombe. Non è un abuso. Non è un reato. È umanità. E proprio per questo viene punita. Il ministro Matteo Piantedosi dovrebbe vergognarsi. Il 22 settembre, sui lungarni di Pisa, nel giorno dello sciopero proclamato dall’USB a sostegno della Global Sumud Flotilla e di Gaza, Claudio Mariotti e altri nove pompieri hanno osservato un minuto di silenzio. In ginocchio. Un gesto sobrio, nonviolento, limpido. Le immagini sono diventate virali. E lo Stato ha risposto non con rispetto, ma con repressione. La contestazione disciplinare arriva dal Viminale e colpisce sei vigili toscani e quattro di altre regioni. L’accusa è grottesca: aver “discreditato il Corpo” perché il gesto sarebbe avvenuto in divisa. Come se la divisa fosse un bavaglio. Come se la neutralità fosse obbligo di silenzio davanti a un genocidio. Come se l’etica fosse incompatibile con il servizio pubblico. Mariotti — 38 anni di servizio, sindacalista USB — lo spiega con una chiarezza che inchioda l’ipocrisia del potere: «Ci siamo inginocchiati per esprimere solidarietà alle vittime, in particolare ai bambini. Sulla nostra uniforme portiamo la spilla UNICEF. Il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco è ambasciatore UNICEF, grazie a un accordo rinnovato nel 2024 dal sottosegretario Prisco. Non c’è stata alcuna azione anticostituzionale». E infatti non c’è. C’è solo coerenza. Punirli significa dire che la divisa serve a tacere, non a proteggere. Che il lavoratore pubblico deve obbedire anche quando l’obbedienza coincide con l’indifferenza. Che la solidarietà è ammessa solo se muta, invisibile, innocua. È il manuale dello Stato di polizia: reprimere il dissenso non quando disturba l’ordine, ma quando rompe la narrazione. Qui il punto è politico, non disciplinare. Il Viminale colpisce dirigenti sindacali e lavoratori durante uno sciopero legittimo. Colpisce la libertà di espressione. Colpisce il diritto a manifestare un’opinione morale su un crimine di massa. E lo fa con l’arma più subdola: la sanzione amministrativa, la minaccia di sospensione, decurtazione dello stipendio, perfino — in via remota — licenziamento. La commissione disciplinare partirà il 29 gennaio. Il messaggio è già arrivato: state al vostro posto. Ma quale “discredito”? I pompieri non hanno mai nascosto la loro presenza nelle piazze con i dispositivi di protezione individuale, come i metalmeccanici con la tuta o i sanitari con il camice. Il discredito vero è punire chi salva vite per aver ricordato vite spezzate. Il discredito è usare l’apparato disciplinare per intimidire chi non si volta dall’altra parte. Lo USB ha annunciato battaglia e ha convocato per il 28 gennaio, a Roma, il convegno: «Contro la repressione della libertà d’espressione e la militarizzazione del Corpo». Militarizzazione: parola chiave. Perché è questo che sta accadendo. Non solo ai Vigili del fuoco, ma a tutto il lavoro pubblico. Uniformare, zittire, punire. Questo non è rispetto delle regole. È legalismo punitivo. È l’uso della “forma” per soffocare la sostanza. È lo Stato che chiede neutralità davanti alla strage e chiama “ordine” il silenzio. È l’idea che l’umanità sia un rischio reputazionale. No. I pompieri di Pisa non hanno discreditato il Corpo. L’hanno onorato. Chi lo discredita è chi reprime la solidarietà, chi confonde la divisa con il bavaglio, chi trasforma l’obbedienza in virtù civica. Questo è lo Stato di polizia, spiegato bene: punire il gesto giusto per educare tutti al silenzio.
L’Aquila: 5 anni e 6 mesi per Anan, assolti Ali e Mansour nel processo di primo grado contro la resistenza palestinese
AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – La sentenza di primo grado dispone 5 anni e mezzo di carcere per Anan Yaeesh, contro i 12 anni chiesti dalla Procura, mentre Ali Irar e Mansour Doghmosh (per loro chiesti rispettivamente 9 e 7 anni) sono stati assolti dal Tribunale de L’Aquila, dove fin dal mattino un folto presidio solidale si è riunito per esprimere solidarietà a 3 e ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”. AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – Attesa per oggi, venerdì 16 gennaio, la sentenza di primo grado nei confronti di Anan, Ali e Mansour, i tre giovani cittadini palestinesi accusati di terrorismo internazionale dal Tribunale de L’Aquila. Finora non è emerso alcun elemento incriminante a carico degli imputati. Secondo l’accusa, formulata dalle autorità israeliane, i tre avrebbero finanziato la Brigata di Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese territori occupati contro l’invasione israeliano. Il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario – dalla Risoluzione ONU 37/42 alla Carta delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Ginevra – riconoscono infatti il diritto del popolo palestinese alla resistenza contro l’occupazione militare illegale, anche attraverso il ricorso alle armi, purché non vengano coinvolti civili estranei al conflitto. Nel corso del processo non è emerso alcun superamento di questo limite. Un punto centrale è stato il tentativo dell’accusa di presentare un insediamento illegale israeliano in Cisgiordania, Avnei Hefetz, che ospita anche una base militare, come una semplice cittadina civile israeliana. Per sostenere questa tesi, la Procura ha cercato di inserire nel fascicolo un documento proveniente dall’ambasciata israeliana a Roma, ma il giudice ne ha negato l’ammissione. In risposta, l’accusa ha richiesto di convocare l’ambasciatore israeliano come testimone nella prossima udienza. In occasione di questa udienza è stato organizzato un presidio al Tribunale de L’Aquila, iniziato questa mattina alle ore 9.30, per esprimere solidarietà ad Anan, Ali e Mansour e per ribadire che “la Resistenza Palestinese non si arresta né si processa”. Bloccato da polizia e carabinieri un pullman di solidali che doveva raggiungere l’iniziativa. Ingente il dispiegamento poliziesco. Gli aggiornamento dal presidio: Ore 11.00 – Laila dei Giovani Palestinesi d’Italia Ascolta o scarica. Ore 10.30 – Vincenzo Miliucci, storico compagno romano Ascolta o scarica. Ore 15.45: La sentenza di primo grado condanna a 5 anni e mezzo di carcere per Anan, mentre assolve Ali  e Mansour. Fuori dal tribunale prosegue il presidio dal quale sentiamo Laila, dei GPI.  Ascolta o scarica da Radio Onda d’Urto