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Informazione di parte

Chi ha paura della pace?
L’Università di Pisa fa sparire il presidio di Pace dei “Tre Pini” Mercoledì 18 marzo ore 11.00 conferenza stampa al Rettorato, Lungarno Pacinotti 43 Durante una passeggiata di monitoraggio al CISAM, nel cuore del Parco di San Rossore, abbiamo trovato il nostro Presidio di Pace dei “Tre Pini” sgomberato. Bagni, docce, lavabi, tavoli e panche spariti, insieme a tutti gli oggetti e le attrezzature messe a disposizione da solidali. È sparito tutto ciò che è stato costruito con il contributo della collettività e che ha reso un posto prima abbandonato percorribile dalla cittadinanza. In altre parole, un furto. Oltre che un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a chi si batte concretamente per la pace, per l’ambiente, contro le guerre.  Ma chi ha paura di un presidio per la Pace? L’Università di Pisa è proprietaria del terreno dei “Tre Pini”, da anni abbandonato e rigenerato dall’autorecupero del movimento No Base che vi ha realizzato campeggi, mobilitazioni, iniziative di socialità e molto altro.  L’università di Pisa ha scelto di essere complice del progetto della base militare, accettando la “compensazione” della ristrutturazione del Borgo ex Bigattiera. Ora sappiamo in cambio di che cosa: in cambio del suo schieramento nel campo di chi vuole la guerra mondiale. E così, l’Università si rende disponibile a intralciare il movimento di cittadini, studenti, abitanti del territorio che difendono il parco dalle basi militari e che lottano per la Pace. L’Università di Pisa possiede tutti i terreni adiacenti alle basi militari del nostro territorio: CISAM, Camp Darby e COMFOSE. Finora, ha deciso di tutelare le attività di quelle basi, piuttosto che difendere le sue stesse terre dalla militarizzazione e dal cemento, su cui sorgono anche le sue stesse strutture didattiche come il Centro Avanzi di Agraria o l’Ospedale didattico veterinario. Ma le collaborazioni con la guerra sono anche dirette: l’Ateneo pisano porta avanti ricerche milionarie all’interno di laboratori, come il RASS Lab a Cisanello o il Laboratorio Nazionale di Reti e Tecnologie Fotoniche del CNIT in collaborazione con aziende belliche come Leonardo SpA  e Rheinmetall, con la NATO e persino con il CISAM, dove dovrebbe sorgere la nuova base militare.  L’Università di Pisa è come la verità di Orwell: quando parla di Pace, sta facendo la Guerra, quando parla di ambiente, sta gettando il cemento, quando parla di progresso, sta progettando il colonialismo. Non dimentichiamo che è la stessa Università che continua a sostenere Israele e i progetti con le entità che portano avanti il genocidio in Palestina. Provare a cancellare il Presidio di Pace Tre Pini è un attacco a chi lotta per la pace. Che cosa fa paura all’Università? Fa paura che qualcuno attraversi e curi i suoi spazi per parlare di pace? Fa paura che si difenda il Parco di San Rossore dalle reti, dal cemento, dalle basi militari? Fa paura che qualcuno contesti i traffici di armi e difenda i principi di Pace della Costituzione? Non è un caso che questo avvenga pochi giorni dopo aver bloccato un treno carico di armi, cosa che ha dato un segnale di pace forte e concreto a tutto il Paese. Non è in dubbio che ciò avvenga a braccetto con quei soggetti politici e militari che continuano a decidere in modo dispotico sul nostro territorio.  Vogliamo dirlo con chiarezza: l’ipocrisia e la vigliaccheria dell’Ateneo, evidentemente invischiato con i poteri guerrafondai della nostra epoca, non ci stupiscono. Né tantomeno ci spaventano, perché sappiamo che il presidio dei Tre Pini verrà presto ricostruito dalla mobilitazione popolare. Perché in questo periodo di guerra, è sempre più forte il bisogno di lottare per la pace. Chi ha paura della pace ha paura di chi sta resistendo a un’idea di mondo fatta di brama di potere, di profitto, di prepotenza sui popoli: ha il terrore di perdere il proprio tornaconto negli affari di guerra. Cerca di distruggere, laddove in tanti provano a costruire alternative e prospettive. Pochi giorni fa abbiamo dimostrato che resistere a tutto questo è possibile, ma che sarà sempre più importante farlo insieme e collettivamente. Il gesto dell’Università ci mostra quanto è necessario che tutti prendano posizione, partecipino e in ogni modo facciano la loro parte per la pace.  È sempre più chiaro che non possiamo delegare a queste istituzioni il potere di decretare le sorti del nostro territorio, così come del pianeta: spetta farlo a noi, insieme. Il Parco appartiene alla popolazione, agli animali e alle piante, non al Rettore, non all’ateneo, non ai militari. La Pace o si costruisce o si fa la guerra. E l’Università di Pisa, evidentemente, vuole fare la guerra.   Mercoledì 18 marzo alle 11.00 Conferenza Stampa al Rettorato prendiamo parola su quanto è successo. Da Movimento No Base
Gli USA bombardano l’isola di Kharg dopo i voli spia di un drone di Sigonella
Raid aereo delle forze aeree USA contro l’isola di Kharg, terminal petrolifero offshore iraniano. Stanotte il presidente Donald Trump ha dato l’ordine al Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (Centcom) di colpire massicciamente le infrastrutture militari ospitate nell’isola da cui viene esportato quasi il 90% del petrolio dell’Iran. L’8 marzo scorso l’isola che si trova a 25 km di distanza dalle coste iraniane e a meno di 500 km dallo Stretto di Hormuz era stata al centro di una lunga missione di intelligence, riconoscimento e sorveglianza di un drone MQ-4C “Triton” (reg. 169804 – c/s VVPE804) di US Navy decollato dalla stazione aeronavale di Sigonella. Dopo aver attraversato tutto il Mediterraneo centro-orientale, il velivolo senza pilota si era diretto inizialmente verso le coste nordorientali iraniane per sorvolare il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio. Successivamente il “Triton” USA ha raggiunto l’isola di Kharg. “La missione del drone può essere servita per monitorare l’attività iraniana lungo la costa e raccogliere dati d’intelligence per gli approcci marittimi verso l’isola di Kharg”, hanno commentato gli analisti del sito specializzato ItaMilRadar. L’attacco di stanotte conferma l’importanza strategica delle operazioni eseguite la scorsa settimana dal drone partito da Sigonella. Senza il preventivo monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target, non sarebbe stato possibile effettuare con successo i bombardamenti dei caccia USA inviati sull’Isola da Centcom. L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che sarebbero state almeno una quindicina le esplosioni a Kharg. Nello specifico sarebbero state colpite una postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo dell’aeroporto e l’hangar di una compagnia petrolifera offshore. Il raid avrebbe pertanto risparmiato le infrastrutture petrolifere ospitate nell’isola. “Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere di Kharg”, ha dichiarato Donald Trump. “Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”. Le infrastrutture petrolifere dell’isola furono totalmente distrutte nell’autunno del 1986 dalle forze irachene nel corso della lunga e sanguinosa guerra Iran-Iraq. Secondo fonti di stampa statunitensi il Pentagono starebbe vagliando l’ipotesi di inviare un commando speciale per occupare l’isola ed impadronirsi del terminal petrolifero. Anche in quest’ottica può essere letta la missione dell’8 marzo dell’MQ-4C “Triton” di Sigonella. Con buona pace del governo Meloni-Tajani-Crosetto e del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Sergio Mattarella che continuano ad affermare ipocritamente l’estraneità dell’Italia dal conflitto scatenato da USA ed Israele contro l’Iran e l’uso delle basi militari da parte degli alleati per mere funzioni tecnico-logistiche. Antonio Mazzeo Blog
Operazioni di polizia in Tunisia contro la Global Sumud Flotilla
A partire dal 6 marzo le autorità tunisine hanno arrestato  diversi membri, attuali ed ex, della Global Sumud Flottilla e li hanno portati all’Unità Investigativa della Garde National a El Aouina, Tunis Capital. Attualmente 7 persone sono detenute a El Aouina e sottoposte a interrogatori da parte della Garde Nationale. Dopo i primi 5 giorni, la Garde Nationale può prolungare il periodo di dentenzione e interrogatorio di altri 5 giorni. Dopo questo primo passaggio, le persone possono: o andare in tribunale davanti al giudice e finire in carcere, o essere rilasciate. Questa ondata di arresti coincide con i preparativi per la seconda Global Sumud Flottilla, che dovrebbe partire da Tunisi la prossima primavera. Gli arresti si collocano in un contesto regionale e globale di intensificazione dell’offensiva imperialista e sionista contro tutte le forze che rifiutano i progetti di egemonia e sottomissione, e contro la resistenza in Palestina e in Libano.  Il clima locale é segnato da una progressiva chiusura degli spazi pubblici, dal silenziamento delle voci libere e dalla criminalizzazione della solidarietà locale e internazionale. L’arresto di membri e organizzatori della Flotilla Sumud arriva dopo mesi di campagne di diffamazione contro questa iniziativa internazionale, che hanno colpito individualmente le persone che la sostengono, specialmente su Facebook. Oggi i social media amplificano queste operazioni, creano divisioni e manipolazioni,attraverso campagne di odio fatte per discreditare ogni espressione di solidarietà con il popolo palestinese. Un presidio autorizzato, poi vietato all’ultimo minuto e infine disperso con la forza è quanto successo allx attivistx della Global Sumud Flotilla che la sera di mercoledì 4 marzo si sono recatx al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, dove era prevista una iniziativa chiamata da tutta la comunità solidale e dai lavoratori portuali. Il porto di Sidi Bou Said è lo stesso dal quale la Flotilla salpò durante la sua ultima missione, quello in cui un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla subì due attacchi da parte dei droni ed è lo stesso che accolse la Flotilla con migliaia e migliaia di persone. Il presidio era autorizzato, ma circa un’ora prima dell’inizio, l’autorità tunisina ha informato lx manifestanti già sul luogo che avevano ritirato l’autorizzazione senza altre giustificazioni. Il gruppo ha deciso comunque di raggiungere il porto ma, appena sceso dal bus, è stato avvicinato dalle prime forze di polizia, che hanno intimato di fermarsi: “noi abbiamo proseguito e dopo sono intervenuti con l’antisomossa”. C’erano anche Thiago Avila, dall’Italia Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella, Greta Thunberg e rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand Madleens. Il giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto l’annullamento di un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della società civile e giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi. Tra i  motivo della presenza in Tunisia c’era anche un incontro organizzativo, della Global Sumud Flotilla, della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand Madleens. La prossima missione è prevista verso fine aprile, in un contesto sempre più urgente: negli ultimi giorni infatti, il regime israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza, invocando lo stato di emergenza nazionale e non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, interrompendo così il già scarso flusso di cibo, acqua e carbutante verso i 2 milioni di abitanti della Striscia già stremati da due anni di genocidio. Ascolta il racconto e le voci raccolte da alcunx compas in Tunisia. È chiaro che la Tunisia non è un paese sicuro, contrariamente a quanto dichiara l’Unione Europea. Libertà per Jawahar Channa Sana Msalhi Wael Nawar Ghassen Boughdiri Ghassen Henchiri Nabil Channoufi Amin Bennour Libertà per tutt* prigionier* Da Radio Blackout
Resistere alla guerra, lottare per la pace
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026 Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.  È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto possiamo solo immaginarlo.  Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando il traffico di armi.  Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno fermato  la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo, l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.  Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati, movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa, da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi per bloccare questo treno. Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia nell’ingranaggio della guerra.  A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi alla guerra e non ai bisogni della società.  Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che il popolo non vuole farne parte.  Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17, organizziamo insieme nuove iniziative  di diserzione, di disarmo, di blocco. Costruiamo la pace con la lotta.
Guerra. Per una nuova antropologia politica
di Gioacchino Toni da Carmillaonline Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00 Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX). Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI). Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII). Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico. > Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere > sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i > tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore > ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato > in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico, > anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli > attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a > sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive > più (p. XV). A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica. > In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra > pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine > su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno > guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace > di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione > sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi > tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla > complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non > decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli > spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più > un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente > mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza > corona” (pp. XVII-XVIII). Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32). «Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali. > Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, > la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della > guerra permanente. > La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, > opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la > polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri > obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una > società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente > specializzata, caotica ed entropica. > La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne > diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima > analisi, una vittima (p. 53). In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove. Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni. Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi. > In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla > guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico > significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, > subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i > propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della > violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra > ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94). Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108). Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità. > Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, > travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che > alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la > politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, > di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe > disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario > contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in > definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la > trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con > altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128). Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129). --------------------------------------------------------------------------------
Torino-Cuba 26
Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo il primo contributo di un compagno torinese che intraprenderà un viaggio solidale a Cuba nell’ambito della campagna “Let Cuba Breathe” . Speriamo possa essere un occasione per il sito di poter condividere informazioni e impressioni di prima mano dall’isola strangolata in questi giorni dal blocco totale deciso dall’imperialismo USA. Buona lettura. Questo 17 di Marzo, nel caos imposto all’ordine del giorno della politica mondiale. Partirà dall’Italia un aereo della flotta Nuestra America Convoy, che nell’ambito dellacampagna internazionale Let Cuba Breathe raggiungerà l’Avana, per convergere il 21 Marzo con la flottiglia navale e portare aiuti medici ed umanitari essenziali nonché la solidarietà dovuta ad una popolazione ormai strangolata dall’assedio statunitense, che in queste ore serra il pugno sull’isola. L’iniziativa si inserisce in un trend ormai generale, in cui nello sgretolamento del feticcio di Diritto Internazionale le dinamiche di solidarietà sono portate avanti più che mai in prima persona, da singoli, associazioni o reti informali. Mentre impotenti commentatori affollano il panorama della politica, cianciando in un lago di sangue. Normali cittadine e cittadini, sperimentando il terrore dato dalla consapevolezza di essere in balia della legge del più forte reagiscono spontaneamente cercando soluzioni semplici, alternative per affrontare problemi astrattamente troppo complessi. Il momento è storico per Cuba e la sua anomalia, già dalla rielezione il presidente Trump aveva messo gli occhi sul fascicolo. Dopo la caduta di Maduro Cuba ha perso definitivamente quella “cintura di sicurezza” internazionale che le ha permesso di sopravvivere economicamente a più di cinquant’anni di embargo. Perdendo il principale approvvigionamento di petrolio l’isola si è trovata sempre più definitivamente bloccata e incapace di far fronte ai minimi bisogni della vita quotidiana, difronte a blackout che sembra abbiano sfiorato le 20 ore consecutive. Assistiamo in questi giorni a proteste di chi chiede al governo risposte che sarà difficile gestire nel perdurare di una situazione materiale così grave, mentre anche le richieste della rappresentanza delle Nazioni Unite a Cuba vengono sostanzialmente ignorate. Nel confronto geopolitico con la Cina, la vecchia superpotenza deve tornare innanzitutto ad essere Americana, è in questa chiave che si rinverdisce Monroe e la sua dottrina di continente all’uso e consumo di Washington. Con “Shield of the Americas summit” si cerca dietro l’onnipresente trama securitaria di stringere i ranghi in chiave innanzitutto ideologica degli alleati USA nella regione. Già avviato invece, dal procuratore federale Reding Quinones grande inquisitore fedele al Tycoon un “gruppo di lavoro per avviare procedimenti penali negli Stati Uniti contro leader cubani”. L’isola vive uno dei suoi periodi peggiori, in cui alla crisi economica dovuta al Covid si aggiunge la stretta definitiva del blocco internazionale. Nonostante la dignità e la resistenza del popolo cubano siano ormai esempio globale di resistenza, la crisi economica ha innescato un circolo vizioso recessione/ emigrazione da cui è difficile uscire. Dall’Italia abbiamo oltre una storica amicizia anche un recente debito con Cuba, su cui chi ci governa cerca di sputare continuamente offendendo l’onore del paese. Anche oggi come da anni medici specializzati aiutano ad evitare il collasso della sanità pubblica in regioni come la Calabria, in cui ormai la salute invece che un diritto sta diventando un miraggio. Delle scorse settimane è la richiesta dell’amministrazione USA al nostro paese di ritirare i visti al personale cubano e il cambio conseguente nelle dichiarazioni del governatore Occhiuto, passate da “abbiamo già concordato con le autorità cubane” a “abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici”. Cuba non si salva da sola e se ancora la sua storia fa scomodare all’imperatore nordamericano la categoria “Bad Philosophy” non possiamo che esserle al fianco nei modi che ci sono possibili. È importante che l’esempio di cambiamento di Cuba ci interroghi, non in maniera romantica o ideologica sulla possibilità e l’urgenza di sperimentare un alternativa al gioco del più forte, oggi più di ieri.
L’inganno nucleare torna in auge: ma quale sovranità energetica?
In queste settimane di escalation bellica a livello globale fa capolino la malaugurata idea di intervenire sulle conseguenze della crisi energetica facendo ricorso a un’energia costosissima, assolutamente non sicura e altamente inquinante in quanto produttrice di scorie che non si sa come smaltire, come il nucleare. Riproponiamo una prima sessione di puntate informative su L’inganno nucleare curate da Marco Pezzoni, Umberto Lorini e altri esperti, come il professor Angelo Tartaglia (con il quale abbiamo elaborato molti contributi sul tema da ritrovare nella rubrica di Confluenza). Qui un commento di Daniele Gamba a fronte delle ultime notizie che vedono Ursula Von Der Leyen in prima linea per costellare l’Europa di SMR – Small Modular Reactor e il Ministro Gilberto Pichetto Fratin rincorrere i paventati finanziamenti europei per dare seguito al disegno di legge che riaprirebbe la questione nucleare in Italia, passando sopra i due referendum popolari che hanno espresso chiaramente la contrarietà a tale fonte energetica. Il nucleare o è strumento o è obiettivo di guerra, è urgente informare e smascherare la follia che chi governa ha in mente per i nostri territori. La narrazione del governo Meloni di rendersi indipendenti a livello energetico nell’ottica di una fantomatica “sovranità energetica” é assolutamente falsa. Inganno Nucleare: l’eredità del secolo scorso e di cosa resta delle centrali dismesse L’Italia sta accelerando sul ritorno al nucleare, ma conviene davvero? Quali i rischi per ambiente, salute e sicurezza? Con Marco Pezzoni, Umberto Lorini e altri esperti a livello nazionale del mondo tecnico e scientifico entreremo nei meccanismi, nelle contraddizioni e nei rischi che il ritorno all’atomo potrebbe comportare. In questa puntata parleremo dell’eredità del secolo scorso e di cosa resta delle centrali dismesse, con l’annosa questione del deposito nazionale ancora da individuare. Inganno nucleare, il pericolo che torna: scorie radioattive Nella seconda puntata di “Inganno nucleare: il pericolo che torna”. Parleremo delle scorie radioattive: dove sono ora e che fine faranno questi rifiuti? Chi pagherà il deposito nazionale? Quali sono i progetti per i siti delle ex centrali come Caorso? L’inganno nucleare, il pericolo che torna: IL GRANDE BLUFF Terza puntata di “Inganno nucleare: il pericolo che torna. Cosa sono gli Smr, le piccole centrali che potrebbero arrivare anche vicino a casa? Cosa significa nucleare di quarta generazione? Esiste già o ci vorranno anni per realizzarla? Si può dunque definire un grande bluff? Analisi e approfondimenti da non perdere insieme a Marco Pezzoni di Rete Ambiente Lombardia e a Umberto Lorini, presidente di Pro Natura Piemonte e a tanti altri esperti del settore. L’inganno nucleare, il pericolo che torna: COSTI E CONSUMI Quarta puntata di “Inganno nucleare: il pericolo che torna. Quanto costa veramente l’energia nucleare? Quali sono i consumi effettivi? E a quanto ammonta il fabbisogno reale? Approfondimenti e analisi da non perdere insieme a Marco Pezzoni di Rete Ambiente Lombardia e a Umberto Lorini, presidente di Pro Natura Piemonte e a tanti altri esperti del settore. Qui una raccolta di articoli sul tema: L’energia non è una merce: per uscire dal fossile non serve il nucleare, per la transizione energetica bastano le rinnovabili ma senza speculazione Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo.  Il nucleare sta alla sostenibilità come il riarmo sta alla fine delle guerre: la grande trappola del nostro tempo (II parte) Assemblea regionale a Mazzé “Noi siamo sicuri che dire no alla guerra deve significare il ricomporre le lotte: le lotte ambientali con le lotte operaie, con le lotte di tipo sociale” Riflessioni post Festival Alta Felicità su riarmo, energia e nucleare: l’urgenza di bloccare la guerra ai territori a partire dai territori Nuovo DDL nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia. Alcune considerazioni per prepararsi al contrattacco DDL NUCLEARE pt.II: un tuffo nel passato per guardare al futuro
Procure e repressione: rete di resistenza legale
Questo sabato si tiene la prima occasione d’incontro nazionale della rete di legali che ragiona a partire dai vecchi e nuovi dispositivi di repressione penale.  da Radio Blackout La torsione autoritaria sul piano legislativo degli ultimi periodi, in particolare con uno sguardo alla conflittualità sociale e alla protesta, ha fatto nascere da un anno e mezzo l’esigenza per una serie di avvocati e avvocate di scambiare i materiali legati alle varie esperienze giudiziarie per metterle a confronto verso un’elaborazione collettiva.  “La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini.” Oltre ai decreti sicurezza, anche il referendum sulla giustizia è paradigmatico nel mostrare come si costruisce il diritto penale del nemico: una direzione che il referendum vuole legalizzare ma già intrapresa da tempo. Il meccanismo che vediamo già messo in atto vede il sovvertimento del potere del pubblico ministero, che viene messo in secondo piano rispetto alla polizia giudiziaria: a Torino abbiamo assistito a come l’impalcatura del processo, invece di farla la procura spesso e volentieri viene fatta dalla DIGOS, risultando nel rendere la polizia un vero e proprio avvocato della polizia.  L’incontro è sabato 14 marzo dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16 Ne parliamo con l’avvocato Claudio Novaro:
La Toscana non è zona di guerra: respinto un treno carico di mezzi militari ed esplosivi
Ieri pomeriggio tra Pisa, Livorno e Pontedera era previsto il transito di un treno carico di mezzi militari ed esplosivi diretti all’hub militare toscano. Sia a Livorno prima, che a Pontedera e Pisa poi, il treno é stato prima rallentato e poi bloccato al binario 3 della stazione centrale di Pisa. Dopo sei ore di blocco sui binari il treno non è passato ed è tornato da dove è venuto. Di seguito proponiamo un commento a caldo condiviso tra le realtà del territorio come il Movimento No Base, il Gruppo Autonomi Portuali, Ex Caserma Occupata di Livorno, USB Livorno, Pap Livorno che tematizza il successo dell’iniziativa sottolineando la possibilità di riprodurre su ogni territorio il blocco della fabbrica della guerra. Quello che sta accadendo alla stazione di Pisa Centrale non è stato un episodio casuale. È il risultato di una rete di lotta, di complicità politica e di organizzazione dal basso che da mesi prova a mettere i bastoni tra le ruote alla macchina della guerra. Un treno di 32 vagoni carico di armi, esplosivi e mezzi militari destinati ai circuiti della guerra è stato fermato. Non da qualche incidente tecnico. Non da qualche ritardo burocratico. È stato fermato dalla mobilitazione popolare. La nostra piena solidarietà va al movimento No Base di Pisa e a tutte le compagne e i compagni che hanno reso possibile questo blocco, dimostrando che quando i territori si organizzano la logistica della guerra non è invincibile. Ma quel blocco non nasce dal nulla, nasce da uno sciopero sulla nave che ha scaricato quel carico a Piombino, proclamato da USB. Nasce da un primo blocco alla stazione ferroviaria di Livorno Calambrone, che ha rallentato e deviato il convoglio, mandando fuori tempo la tabella di marcia della logistica militare. Quel ritardo ha aperto uno spazio, e Pisa lo ha riempito con la mobilitazione. Questo è il punto politico fondamentale: quando le lotte si parlano, la macchina della guerra si inceppa. Se quel treno è stato fermato è perché esiste una trama di relazioni costruita nel tempo: portuali, lavoratori della logistica, movimenti territoriali, collettivi antimilitaristi, spazi sociali e sindacati. Un ruolo decisivo lo ha avuto anche il Bollettino HUB, uno strumento di inchiesta militante che ha permesso a tante realtà di comprendere e monitorare il traffico di armi e materiali militari che attraversa i nostri porti, le nostre ferrovie, le nostre città. Perché la verità è semplice: la guerra passa anche da qui. Passa dai nostri porti, dalle nostre banchine, dai nostri binari. E senza questa infrastruttura civile messa al servizio degli eserciti, molte guerre semplicemente non potrebbero essere combattute. Per questo ciò che è accaduto tra Piombino, Livorno e Pisa è molto più di un blocco. È un esempio concreto di come si costruisce l’opposizione reale alla guerra: inchiesta, organizzazione, sciopero, blocco. È la dimostrazione che la logistica della guerra può essere interrotta quando lavoratori e territori decidono di non essere complici. Ed è da qui che bisogna ripartire. Costruire ancora più connessioni. Rafforzare queste reti. Moltiplicare i momenti di blocco e di sabotaggio sociale della filiera bellica. Perché ogni treno fermato, ogni nave rallentata, ogni carico bloccato è un messaggio chiaro a chi lucra sulla guerra: sui nostri territori la vostra logistica non passerà senza trovare resistenza. Qui l’intervista su Radio Onda d’Urto durante il blocco: Giovedì 12 marzo, tra Pisa, Livorno e Pontedera era previsto il transito di un treno carico di mezzi militari ed esplosivi diretti all’hub militare toscano. A Livorno e Pontedera il treno è stato rallentato da attiviste-i del Movimento No Base, che poi è riuscito a fermare completamente il convoglio al binario 3 della stazione centrale di Pisa.  Qui il treno è rimasto dalle ore 19 fin a tarda serata, quando è dovuto tornare indietro sui suoi passi, vista la determinazione della protesta, rimasta per ore sui binari. Dal Movimento No Base si spiega:  “il treno non è passato! A Pisa la guerra non la vogliamo: dopo sei ore di blocco dei binari il treno è tornato indietro da dove è venuto. Un risultato decisivo della determinazione e la resistenza di tutt. Ovunque possiamo fermarli, in ogni città e in ogni paese, La Toscana non é zona di guerra, fuori le armi dalla nostra terra!”. Il collegamento su Radio Onda d’Urto dalla stazione di Pisa con Alessandra del Movimento No Base al momento del blocco.  Aggiornamento delle 21 con Fausto Pascali Movimento No Base 
Guerra all’Iran: da un certo punto in là non c’è più ritorno
Ad oggi è possibile sostenere che gli USA non si aspettassero una durata della guerra di questo tipo. Nessun segno di de-escalation: gli attacchi aerei contro l’Iran si intensificano nella seconda settimana di guerra. I bombardamenti su Teheran sono indiscriminati, ospedali, scuole, civili, depositi di petrolio nel centro della città. Trump chiede la resa incondizionata ma non ottiene ciò che spera, anzi. Se l’attacco imperialista ha preso avvio con buona speranza di chiuderla in fretta, magari con un cambio di regime come in Venezuela, significa dover fare i conti con la storia. La spudorata ferocia dell’attacco dispiegato sulle città iraniane è senza precedenti e la retorica del “libereremo il paese dalla dittatura” è durata poco, quella che si è scatenata è la stessa furia genocida che abbiamo conosciuto a Gaza. Colpire deliberatamente le riserve di petrolio in una città da 10 milioni di abitanti, sapendo di scatenare una nube tossica e piogge acide, è qualcosa di disumano che ha mostrato la vera intenzione dell’attacco imperialista: nessuna liberazione, ma guerra di sterminio. Le vite di chi è fuori dall’Occidente e dai sui piani coloniali, valgono zero. Dimostrare di saper resistere e rispondere a questo attacco, dall’Iran al Libano, è un fuoco di speranza per milioni di persone in Medioriente e nel mondo che sentono la necessità che qualcosa si frapponga a questo piano distruttivo e di barbarie. Strategie Anche se è difficile capire quale sia la reale strategia americana dietro l’attacco e soprattutto come gli USA pensino di uscirne, diverse sono le opzioni in campo. Va premesso che nelle “nebbie di guerra” è difficile reperire fonti attendibili e discernere dalla propaganda. Da parte americana, l’obiettivo sembra rimanere quello di un crollo del regime e di un suo cambio di vertice, poco importa se questo avverrà a costo di colpire la popolazione civile. Dall’altra, si spera di disarticolare la struttura statale e di balcanizzare il paese seguendo la strategia del caos adottata in Siria. Alcuni partiti kurdi della recente coalizione  non nascondono di essere dentro questa dinamica, aspettando probabilmente il momento propizio. Di fronte al mancato indebolimento dello stato iraniano e la scelta di Mojtaba Khamenei come guida suprema della Repubblica, quindi di una continuità di comando e di uno slittamento su posizioni meno disponibili a mediazioni, la parte americana valuta l’intervento diretto con  truppe sul terreno. Sembra per ora orientata o all’occupazione dei terminal petroliferi o dei siti nucleari.  Israele ha messo fretta, come spiega Paola Rivetti in un’intervista, poiché l’occasione era propizia. Dopo un gennaio di proteste, Russia e Cina impegnate altrove, Hezbollah meno forte e la fine di Assad, la Repubblica Islamica pareva indebolita. Parallelamente però la crisi del dollaro è un fatto materiale a cui la politica di Trump doveva dare risposta, non si può escludere dunque che tra i vari obiettivi di questo surriscaldamento c’è la necessità di ridisciplinare i Paesi del Golfo alleati. Come sostiene Alessandro Volpi, infatti “Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva”. E inoltre “Un clima di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petrolmonarchie alle società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio. In cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40%”.  La strategia iraniana continua a concentrarsi su di una risposta ad ampio spettro verso le basi americane nell’area e verso Israele. Nel frattempo si intensifica il blocco dello stretto di Hormuz, con un suo possibile blocco totale attraverso la posa di mine navali. Gli altri alleati dell’Iran, quindi soprattutto Hezbollah e i gruppi iracheni stanno facendo la loro parte.  Israele non ha mai subito un attacco di questo tipo. Per quanto Netanyahu volesse cogliere l’occasione per spingere il suo progetto sionista togliendo di mezzo l’ostacolo più importante, è costretto a fare fronte a un attacco dentro i propri “confini” su civili e target militari. Il 7 ottobre è stato un evento di significativa portata e ad alto livello di shock ma non in termini di durata e d’estensione. Israele ha un punto debole nella stessa struttura organizzativa dello stato sionista, senza il supporto americano e dell’Occidente non potrebbe far fronte a nessuna delle sue funzioni essenziali. I Paesi del Golfo: colpire obiettivi ben precisi come basi americane in questi Paesi e infrastrutture logistiche ed energetiche, oltre a data center, impianti di desalinizzazione accompagnati dal blocco dello Stretto di Hormuz denotano un ulteriore elemento di potenza a fronte della confusione dell’aggressore.  Gli USA vorrebbero ora una fine più immediata della guerra, ma come fanno a dire che hanno vinto? Non c’è un punto di caduta prevedibile: invasione via terra, bombe tattiche nucleari, accaparramento di risorse e in particolare delle scorte di uranio, attacchi e estensione della guerra verso obiettivi dei paesi che vorranno farsi coinvolgere nell’ennesimo esempio di fallimento della politica estera trumpiana. Catene del valore Il potere egemonico si fonda oggi sulla capacità di avere l’esercito più forte al mondo e sulla finanziarizzazione del dollaro. Il controllo della produzione è in parte ancora assolutamente attuale ma il problema per gli USA deriva dall’eccessiva frammentazione e dislocazione della catena del valore. Questo processo, come spiega Phil Neel, crea bolle di rischio e, su scala globale, finisce per conferire maggiore potere a certi Stati piuttosto che ad altri, quelli che gli USA si auspicherebbero. Il problema è infatti il costo dei processi produttivi globali che, per una fase che ha preceduto l’avvio della guerra guerreggiata su scala potenzialmente globale, Trump ha gestito attraverso l’imposizione di dazi e un’economia protezionista, con l’avvio di avventure coloniali come dimostra l’attenzione posta alla Groenlandia e al Canada oltre al protrarre il genocidio in Palestina. In questo processo il Sud globale intanto ha sviluppato i suoi meccanismi di produzione locale e anche i suoi eserciti. Non si tratta qui di coltivare l’illusione di chi pensa al mondo in scala multipolare né di difendere interessi campisti ma di rendere conto dei meccanismi di questa fase avanzata del capitalismo a livello globale. Una delle prospettive americane per uscire dal piano inclinato, in cui c’è evidentemente una crisi del potere egemonico, va nella direzione di sviluppare “più guerra” nei punti di partenza o nei punti strategici delle catene del valore, dove esso viene effettivamente estratto, oltre ai punti dove ci sono fratture storiche in cui intervenire e approfondire la crisi, come può essere stato il caso dell’Ucraina. In questo senso il colpo al Venezuela che ha preceduto l’attacco all’Iran è indicativo in quanto è stato targettizzato uno dei luoghi in cui il petrolio rappresenta il centro dei rapporti bilaterali con Paesi come la Russia e la Cina, obiettivo reale per gli USA.  Di fatto quanto sta accadendo in Iran va letto sia nella sua specificità regionale sia all’interno della più ampia competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina e quindi un ulteriore tentativo di intervenire sulle catene del valore cinesi. Se è vero che le dinamiche mediorientali mantengono una loro autonomia, legata agli equilibri regionali, alla pressione israeliana e alle strategie statunitensi nell’area, è altrettanto evidente che esse si inseriscono nel quadro della rivalità globale con Pechino. In questo senso l’Iran assumerebbe una rilevanza particolare anche per la sua posizione nel sistema energetico che alimenta l’economia cinese. Da un lato, come mostrano le ricerche di mercato Kpler effettuate da Politico, “Sebbene la Cina acquisti petrolio da nazioni di tutto il Medio Oriente, l’Iran è stato secondo solo all’Arabia Saudita come fornitore l’anno scorso”. Nel 2025, l’Iran e il Venezuela hanno rappresentato il 17% degli acquisti di greggio da parte della Cina, che sfrutta la sua posizione di compratore privilegiato data dall’assenza di domanda per questi due attori sottoposti a sanzioni. Secondo i dati citati la Cina avrebbe già da tempo iniziato a stoccare petrolio, raggiungendo un livello record di importazioni, al fine di garantirsi una coperta più lunga in vista delle accelerazioni caotiche statunitensi. Uno studio del centro di ricerca sull’energia della Columbia University parla di 11,6 milioni di barili al giorno nel 2025.  Altre analisi invitano invece a ridimensionare la centralità dell’Iran per l’economia energetica cinese. Come osserva Domenicantonio De Giorgio, docente di Economia all’Università Cattolica, la narrativa secondo cui le operazioni militari statunitensi contro Iran e Venezuela avrebbero l’obiettivo di recidere una componente decisiva dell’approvvigionamento energetico cinese risulta, a contatto con i dati, ampiamente sopravvalutata. In realtà il greggio sanzionato rappresenterebbe solo una quota limitata del consumo energetico complessivo della Cina, un’economia il cui mix energetico rimane fortemente dominato dal carbone e sempre più sostenuto dall’espansione delle rinnovabili. Quindi, nonostante ogni teatro bellico che coinvolge direttamente gli Stati Uniti tenda inevitabilmente a essere letto anche alla luce della grand strategy statunitense di lungo periodo, che negli ultimi quindici anni ha assunto sempre più chiaramente i contorni del contenimento della Cina, crediamo che l’analisi debba essere più sfumata e stratificata. Com’è noto, all’interno dell’establishment statunitense non esiste una visione unitaria rispetto alla centralità del Medio Oriente. Accanto al blocco neoconservatore – storicamente favorevole a un confronto diretto con l’Iran e alla ristrutturazione dell’ordine regionale – esiste infatti un orientamento trasversale, presente tanto nel campo repubblicano quanto in quello democratico, che considera il Medio Oriente un teatro sempre più secondario e potenzialmente dispersivo rispetto alla competizione strategica principale, quella con la Cina nel Pacifico. Da questo punto di vista, una parte significativa del complesso militare statunitense vede le guerre mediorientali come un consumo improduttivo di risorse militari, finanziarie e politiche che dovrebbero invece essere concentrate nel contenimento della potenza cinese.  Ma, anche tenendo conto di queste sfumature di punti vista, è facile che in definitiva sia stata la possibilità di colpire la Cina in maniera indiretta, ad aver convinto Trump all’azione.  Dal punto di vista di Pechino il conflitto iraniano presenta quindi un carattere profondamente ambiguo: da un lato rappresenta un potenziale fattore di destabilizzazione per una regione cruciale per la sicurezza energetica cinese; dall’altro può trasformarsi in un’opportunità geopolitica nel momento in cui costringe Washington a disperdere risorse militari e attenzione strategica in un teatro secondario. In questo senso l’esperienza degli ultimi vent’anni – dalle guerre in Iraq e Afghanistan fino al sostegno militare all’Ucraina – mostra come l’impegno statunitense in conflitti prolungati abbia spesso contribuito a ridurre la capacità di concentrazione strategica degli Stati Uniti nel quadrante indo-pacifico, offrendo indirettamente spazi di manovra alla Cina. Allo stesso tempo, tuttavia, esistono rischi concreti per Pechino legati all’evoluzione della guerra. Il primo riguarda l’eventualità di un crollo del regime iraniano e la natura del sistema politico che potrebbe emergere da tale processo: un cambiamento di regime fortemente subordinato agli Stati Uniti altererebbe profondamente gli equilibri energetici e geopolitici della regione. Il secondo riguarda invece la vulnerabilità strutturale delle rotte energetiche. Circa il 45% delle importazioni cinesi di petrolio e gas transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Proprio per questo motivo Pechino sembra muoversi con estrema cautela: pur condannando l’escalation militare e ribadendo la necessità di una soluzione diplomatica, continua a presentarsi come attore mediano tra l’Iran e i Paesi del Golfo indirettamente coinvolti nel conflitto. La Cina non è il “padrino” dell’Iran, né sembra intenzionata a esporsi apertamente in sua difesa; allo stesso tempo, un conflitto limitato che respinga l’offensiva statunitense senza produrre il collasso dello Stato iraniano potrebbe persino risultare funzionale agli interessi cinesi nel breve periodo. In questa prospettiva si collocano anche le notizie relative alla condivisione di informazioni satellitari e dati di intelligence con Teheran: un sostegno calibrato che permette a Pechino di testare le proprie capacità di intelligence bellica senza assumere un impegno diretto a difesa della Repubblica islamica. Inoltre, l’Iran è il principale sbocco verso Occidente della Nuova Via della Seta, asse che ne garantisce l’infrastruttura logistica. Alla luce di questo ragionamento si può dunque aggiungere un ulteriore elemento, molto materiale e pragmatico, che può spiegare l’azione degli USA in quanto non soltanto motivata da pressione israeliana quanto più un assecondare una parte come i neocons che hanno visto in questa guerra una possibilità per iniziare a mettere i bastoni tra le ruote alla Cina. Non è immediato immaginare quale possa essere oggi il punto di caduta della strategia Trump dal momento che l’Iran ha messo in campo un’arma fondamentale come la chiusura dello Stretto di Hormuz, il che fa pensare che ci potranno essere conseguenze pesanti a livello globale. Probabilmente le ricadute si avranno a livello di quei Paesi che sono ancora completamente dipendenti da scambi anche con l’Asia oltre che con gli USA, laddove il gnl americano non ha potuto sostituire completamente la fornitura di tali risorse da parte della Russia a seguito dell’interruzione dei rapporti europei voluta da Trump, dunque l’Europa. Il prezzo del barile vola così alle stelle, fino a 90-100 dollari (il record di quest’anno è stato fissato al 2026-03-09 a 119.5) mentre in borsa sono stati persi 2 mila miliardi dall’inizio della guerra, secondo i dati del Sole24ore. È anche interessante sottolineare che tutte le recenti mobilitazioni di massa dall’Europa all’America si sono scatenate con gli aumenti dei prezzi sulla benzina, dai Gilet Gialli al Messico, e non va sottovalutato il ruolo che potrebbe assumere un settore produttivo e sociale come quello degli agricoltori oggi in Europa. Tenute  Il mondo MAGA è contrariato per la nuova “avventura” trumpiana. Nick Fuentes, leader della corrente “groyper” salita agli onori delle cronache a seguito dell’omicidio Kirk, è andato su tutte le furie contro Trump per la sua dichiarazione “i soldati moriranno” e ha scritto su X: “Trump ha detto: “I soldati moriranno”. Ok, ma per chi stanno morendo? Chi sta dicendo loro di morire? Per cosa? Di chi è la decisione? È il Presidente eletto dal popolo degli Stati Uniti d’America? O è il primo ministro di Israele?”. Il fondo dell’invettiva prende origine da un chiaro e netto antisemitismo che irriga una composizione che ha avuto un ruolo importante costituendo la base del consenso popolare trumpiano. La spaccatura nel partito repubblicano si è resa esplicita con un’intervista a Fuentes da parte di Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News che oggi tiene un podcast dal titolo “The Tucker Carlson Show” anche lui in rottura sempre più profonda con le posizioni di Trump che lo ha definito “non un vero MAGA” , risalente a ottobre scorso in cui Fuentes parlò del pericolo di ebrei organizzati negli Stati Uniti. La sudditanza nei confronti di Israele pare essere il perno della critica all’operato di Trump. Non è da poco anche il fatto che si supponga che la guerra arrivi nel momento giusto per oscurare il contenuto degli Epstein Files, infatti ci sono correnti che parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi all’alleanza USA-Israele.  Il cuore della fragilità dell’area MAGA è da iscrivere in uno scollamento totale tra guida americana e parte bassa della classe che questi personaggi disgustosi strumentalizzano per costruire il loro spazio di potere e di fama. Negli USA da anni c’è un’urgente questione di classe e questo comporta una crisi profonda della società con aumento di suicidi, uso di sostanze e rincorsa all’armamento individuale. In questo quadro Trump ha avuto la capacità di costruire una figura che potesse attirare questo genere di composizione con la narrazione relativa al rendere ancora grande l’America ma non è da considerarsi un outsider pazzo: è un uomo che ha le spalle coperte dai grandi capitali finanziari legati alla Big tech e alla Silicon Valley, vero cuore del capitalismo americano e reale possibilità di tenuta dell’imperialismo americano, come gli Epstein files dimostrano e come dimostra il fatto che figure chiave del grande capitale finanziario e dell’industria tecnologica non hanno voltato le spalle a Trump nella guerra all’Iran, anzi lo sostengono. Chi conta nella Silicon Valley vuole un intreccio più stretto tra Stato e grandi capitali, il che significa un solo punto di sbocco: la guerra. Meno Stato per più Stato è l’equivalenza che vale oggi, il che significa rilanciare l’economia e la valorizzazione capitalistica su ciò che permette di garantire profitto, riarmo, investimenti energetici e high tech. Se si producono armi poi, per non cadere in una crisi di sovrapproduzione, vanno usate. Non a caso oggi figure come Peter Thiel, fondatore di Palantir, tecnologia utilizzata anche in questa guerra, è un sereno sostenitore di questo attacco considerato come necessario. Come racconta Nafez Ahmed in questa inchiesta “L’indagine di Byline Times ha rilevato che le tre figure più importanti di Palantir Technologies, la società di analisi dei dati di intelligenza artificiale al centro dell’intelligence utilizzata per giustificare gli attacchi USA-israeliani contro l’Iran, hanno sostenuto pubblicamente esattamente il confronto militare che ne è seguito, con una che lo descrive come un’opportunità di investimento. I cofondatori di Palantir, Peter Thiel e Joe Lonsdale, hanno entrambi sostenuto pubblicamente che il conflitto con l’Iran è inevitabile, con Lonsdale che ha detto che sperava di “investire in Iran” dopo un cambio di regime. Il CEO di Palantir, Alex Karp, ha previsto che la guerra con l’Iran avrebbe dimostrato il valore del sistema d’arma autonomo dell’azienda.” Lo scontro tra Pentagono e Anthropic dimostra come l’AI stia velocemente assumendo un ruolo di primo piano nella gestione militare degli obiettivi di guerra. Anthropic produce Claude, come racconta Carola Frediani in questo articolo, famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni, Claude è nel sistema integrato di Palanthir, utilizzato nella guerra in Iran. Prima ancora pare sia stata utilizzata nella cattura di Maduro, andando contro ai “principi” del fondatore – italiano – Dario Amodei che aveva stabilito dei criteri per l’utilizzo di questo strumento: ossia che non dovesse assolvere a una funzione di sorveglianza di massa su cittadini americani e non per farne un sistema di direzione d’arma che escludesse la supervisione umana. Questi paletti, considerati troppo progressisti e democratici per la cerchia di Pete Hegseth, hanno fatto sì che Anthropic venisse messa “fuori legge” definendolo un “rischio per la catena di approvigionamento”, etichetta che si usa per aziende russe o cinesi per escludere rischi di influenza esterna. In ogni caso, questa contraddizione interna rappresenta una cima di un iceberg ben più profondo in cui il complesso militare industriale fa uso di intelligenza artificiale per la guerra e il che potrebbe aprire una faglia nei settori di chi vi lavora assumendo un ruolo dirimente dato che i grandi capitali puntano sulla transizione tecnologica come elemento fondamentale per la riproduzione egemonica americana.  Andare a segno in breve tempo con l’uccisione di Ali Khamenei per gli USA poteva sembrare un colpo ben riuscito a pochissimi giorni dall’inizio della guerra. Eppure non c’è stata la caduta del sistema statuale e territoriale. Non ha creato una situazione di frattura interna in cui Israele e USA si sarebbero potuti inserire come sono stati soliti fare nella storia. Non si è scatenato il caos e la popolazione non ha colto l’occasione per riprendere a protestare: l’effetto immediato è stato serrare i ranghi e tenere. Le figure intorno a Khamenei e alla sua struttura sono solide, si pensi a Ali Larijani, attuale segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale: un uomo con una lunghissima carriera istituzionale, considerato tra i conservatori uno dei più pragmatici. Paola Rivetti evidenzia che anche da lui la linea viene mantenuta: non ci si siede al tavolo con Trump. È emblematica in questo senso la vicenda intorno alle dichiarazioni del presidente Pezeshkian, come sottolinea Al Jazeera “L’interpretazione di Trump delle osservazioni di Pezeshkian «è totalmente falsa»”. Hamidreza Gholamzadeh, direttore del think tank iraniano Diplo House, afferma che l’interpretazione di Trump dei commenti di Pezeshkian come una «resa» è «totalmente falsa». Quello che il presidente iraniano intendeva nel suo videomessaggio preregistrato, in cui diceva che l’Iran avrebbe smesso di prendere di mira i paesi vicini a meno che non fosse attaccato da lì, era in realtà “la stessa cosa che era in atto negli ultimi sette giorni – l’Iran non sta attaccando o prendendo di mira i suoi vicini, l’Iran sta attaccando le risorse americane o israeliane nella regione”. Regolarmente dall’inizio della guerra la propaganda imperialista (immediatamente ripresa dai giornali nostrani) riporta notizie che vogliono fare propendere per una situazione in miglioramento per gli USA, cosa che non viene mai confermata (come per il caso dei curdi iraniani). A riprova di ciò, Al Jazeera continua: “Gholamzadeh ha detto che l’Iran sta chiedendo ai suoi vicini “di smettere di collaborare con gli Stati Uniti o il regime israeliano e di non consentire loro di usare la loro terra o il loro spazio aereo per attaccare l’Iran”, descrivendo la richiesta come qualcosa di “molto normale” e “legale”.” Nonostante ci sia voluto del tempo prima che venisse designata la successione alla guida suprema la Repubblica Islamica non ha ceduto. Probabilmente questa iniziativa ha invece sbloccato una situazione di stallo nella necessaria successione a Khamenei che era gravemente malato.  Nei giorni in cui si attendeva la nomina chi ha pensato a una “svolta moderata” per il successore a Khamenei non aveva chiara la storia dell’Iran e, anzi, come viene sottolineato da Alberto Negri in un articolo del Manifesto La rivoluzione stringe i ranghi e si fa dinastia, è abbastanza scontato che in tempo di guerra non ci siano spazi per trattative dietro le quinte tra Washington e Teheran (come forse spererebbero gli americani). D’altro canto in questi giorni abbiamo visto da parte degli USA la volontà di giocare tutte le carte per destabilizzare il regime, come ad esempio la propaganda americana sull’entrata in guerra della colonna curda (per quanto andrebbe approfondito come realmente i gruppi curdi nel territorio stiano immaginando una prospettiva in cui collocarsi nello scenario di accelerazione generale). Come spiega Negri, con la candidatura di Mojtaba, figlio di Khamenei, si sarebbe fatta una contraria alla tradizione storica iraniana, infatti la formula repubblicana istituita dal 1979 prevede che ogni carica della gerarchia della Repubblica Islamica venga eletta e che non venga attuata una linea dinastica, anche per differenziarsi dalla monarchia ereditaria dei Palhevi. In ogni caso, non si è trattato di una svolta “moderata”, infatti Mojtaba è una figura che ha avuto un ruolo importante all’interno delle Guardie Rivoluzionarie, molto vicino ai pasdaran e all’ala militare: proprio in quanto figlio della storia recente dell’Iran che ha visto una tenuta del regime durante l’attacco da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nel 1980, un passaggio che determinò un approfondirsi del sentimento nazionalista iraniano. Come sottolinea Rassa Ghaffari in un’intervista svolta da Radio Blackout e ripubblicata su Infoaut qui, “Khamenei non era un uomo solo al potere, come Ghaddafi in Libia”. Il figlio, per quanto non si volesse immaginare una linea dinastica, mantiene dunque una continuità nei termini di solidità dell’infrastruttura che fino ad ora ha consentito all’Iran di non essere balcanizzato, nonostante i tentativi esterni facendo leva sulla grande eterogeneità interna, e di non rendere legittima un’opzione che veda all’opposizione figure della cerchia dello scià che, nonostante gli sforzi americani in termini materiali di finanziamenti e propaganda, non vede uno spazio effettivo nel contesto attuale, se non essere sporadicamente appellato da alcune anime della diaspora iraniana. Se anche all’interno del regime potessero esserci settori più aperti a una prospettiva di allentamento delle rigidità in un quadro globale di alleanze e assedio di fatto, con la guerra questi settori sembrano essersi richiusi. Il regime non si teneva solo su Khamenei e la strategia iraniana di estendere la guerra mostra che questo convenga all’Iran e non a USA e Israele che, nel frattempo, si trovano in una situazione di potenziale contraddizione per obiettivi leggermente diversi e interessi che potrebbero in qualche modo allontanarsi. La guerra uccide però le possibilità di opposizione rivoluzionaria dal basso all’establishment ma al contempo finché l’imperialismo rimarrà come il paradigma globale, sarà davvero molto difficile immaginare processi di reale “democratizzazione” (non nell’accezione attuale del termine) dei Paesi del Sud globale. Le necessità sono altre e la storia dei movimenti anticoloniali insegna che le ingerenze esterne hanno portato al fallimento dei processi rivoluzionari, indebolimento, uccisione dei leader e instaurazione di regimi autoritari. Un processo che dalla seconda metà del 900 arriva alle Primavere Arabe, dove si è verificato il rischio per i movimenti che aprono alle influenze e alle logiche di dominio esterne che emergono e si inseriscono in quei contesti è quello di finire come la Siria. Oggi siamo davanti a una situazione diversa, l’Iran non ha nulla a che vedere rispetto alla dimensione irachena che ha visto lo svilupparsi di una crisi profonda determinata dalle guerre scatenate dagli USA nel 1991 e nel 2003, con l’eliminazione di Saddam Hussein. Un periodo durante il quale si è creato il terreno per un discorso ambivalente, al contempo nazionale e internazionale, del jihad come resistenza a questi interventi, come viene spiegato da Saki Montassir nel suo libro La révolution et le jihad. Organizzazioni islamiste che hanno ricevuto finanziamenti dagli americani in maniera conclamata sono accresciute in situazioni di caos in quanto prodotto del mondo contemporaneo e in Iraq queste opzioni sono diventate la resistenza nazionale islamica contro l’invasione statunitense, con tutte le derive e le storture del caso. In Iraq non c’era però un’infrastruttura statale e una solidità religiosa, culturale, profonda come in Iran, il che ha permesso un regime change che andasse nella direzione degli interessi americani nell’area, così come accaduto più di recente in Siria.  Emerge, infine, un rapporto del National Intelligence Council (Nic) che sostiene che un attacco militare statunitense su larga scala difficilmente riuscirebbe a rovesciare la leadership iraniana. Per questo la dimensione propagandistica e di immaginario assume un ruolo centrale oggi e le dichiarazioni su Truth di Trump dimostrano una necessità a modellare l’opinione pubblica riportando notizie a metà, false e manipolate per far passare il messaggio che l’Iran sia debole e pronto alla resa. Scrive Marina Catucci sul Manifesto che “Secondo il documento, i meccanismi di successione della Repubblica islamica sono stati concepiti proprio per garantire la stabilità del sistema in caso di morte della Guida suprema. I funzionari a conoscenza del rapporto che hanno parlato al Washington Post, hanno spiegato che l’establishment religioso e militare iraniano reagirebbe seguendo protocolli precisi, pensati per preservare la struttura e l’autorità del regime. La possibilità che la frammentata opposizione iraniana riesca a prendere il controllo del Paese è definita «improbabile».” La narrazione di Trump deve fare uso dunque di una guerra di meme, di video e di contenuti virtuali che possano delineare un immaginario diverso dalla realtà delle cose.  Immaginari  La dimensione religiosa è fondamentale, infatti la morte di Khamenei ha significato una perdita di un riferimento spirituale per il mondo sciita che si estende ben oltre i confini dell’Iran. Comunità sciite si trovano in Pakistan, la seconda per numero dopo l’Iran, in Bahrain, Libano, Yemen, Arabia Saudita e India. Le proteste significative di parte della popolazione nei territori in cui sono presenti basi o ambasciate americane è indicativa. Il tema è leggere questa fase come l’atto di “resistenza esistenziale” che va portato sino in fondo. Hezbollah è sceso in campo, nonostante non ci fosse particolare solidità per loro vista la posizione del governo del Libano, al fianco dell’Iran e il suo leader Naim Qassem ha fatto un discorso che ha toccato la profondità della questione che si è aperta con questa guerra: “Dopo un anno e tre mesi, il nemico continua la sua aggressione, dopo l’accordo di cessate il fuoco del 2024 noi abbiamo rispettato l’accordo assieme allo stato libanese. Abbiamo accettato la via diplomatica. La pazienza ha però un limite. Le violazioni della tregua da parte di Israele sono state, secondo i dati Onu, oltre 10mila fino a questa escalation. Invece di opporsi all’aggressione israeliana il governo libanese si oppone alla resistenza. Ora siamo davanti a una difesa esistenziale. La nostra decisione è di fare fronte a Israele: non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci. Incombe la necessità sul governo libanese di operare per la sovranità nazionale e di proteggere il suo popolo e il nostro diritto alla resistenza.. è un’aggressione contro tutto il Libano”.  A fronte di una dimensione complessa ed eterogenea, viene portata avanti una resistenza che nei fatti esiste anche sui piani bassi, tra le fila di una popolazione che non è inerme né avulsa dalle critiche e contraddizioni di un sistema come quello iraniano, ma che sostiene nella concretezza materiale quotidiana uno sforzo complessivo all’opporsi a quello che di fatto è l’imperialismo americano e il progetto sionista per l’area. In questo quadro si rende ancora più evidente e visibile la crisi totale e imbarazzante del cosiddetto occidente collettivo, dei “valori” occidentali, il degrado insito nella cultura e nel sistema politico occidentale. Un occhio di riguardo va dedicato al fanatismo religioso della teocrazia USA che in questa fase rafforza il sodalizio con l’oltranzismo religioso sionista e di estrema destra: l’amministrazione Trump è completamente impregnata di queste posizioni che si incarnano in figure precise con ruoli anch’essi ben specifici. Pensiamo a Pete Hegseth, segretario alla difesa, e al capo dello stato maggiore il generale Dan Caine. I due, oltre a dichiarare ormai giorni fa il controllo dei cieli iraniani entro una settimana, sono l’emblema del fanatismo religioso. Ne parla Luca Celada in un articolo sul Manifesto dal titolo Teocrazia USA contro gli ayatollah: il disegno è divino, dove riporta che si registrano centinaia di messaggi da parte di comandanti che per tenere alto il morale delle truppe parlano della guerra all’Iran come parte di un “disegno divino” e di Trump come “unto dal Signore” per il ritorno di Cristo in terra. Insomma, un delirio a tutto tondo che non rimane confinato a circuiti da sette religiose avulse dalla società ma che ricopre ruoli fondamentali nella sfera decisionale di come deve proseguire la guerra e definisce il mandato americano. Ad ogni livello di governo infatti sono stati inseriti integralisti cristiano-evengelici avventisti che da sempre fanno parte della coalizione e della base di consenso trumpiana. Ad esempio, nell’articolo di Celada si cita Mike Johnson, lo speaker della Camera che per riferirsi ai membri dell’opposizione parla di “possessione demonica”, oppure a Mike HuckAbee governatore dell’Arkansas che, oltre a essere un ex telepredicatore, è l’attuale ambasciatore a Gerusalemme con forti legami con il movimento dei coloni. A sostegno di tutta questa dimensione ci sono fondazioni come la Heritage Foundation che grazie a fondi importanti direziona e modella pensiero reazionario e integralista. Al contempo in Israele cresce il fervore messianico e si prega per la vittoria militare.  In altre forme e su altri livelli anche l’attacco ai simboli dell’imperialismo americano in Medio Oriente mostra la fragilità e la precarietà su cui si fonda a livello ideologico la propagine imperialista nei Paesi del Golfo. La propaganda USA e occidentale messa in campo per narrare gli attacchi a Dubai o in Qatar mostrano quanto la dimensione delle petromonarchie sia di fatto una cristalliera che dimostra tutta la sua debolezza: gli articoli fin sui quotidiani italiani che cercano di normalizzare le “giornate di shopping nei grattacieli di Dubai” nonostante le notti di paura per i missili, ne sono un esempio. Ma l’esempio più lampante di questo passaggio ulteriore nella narrazione della guerra oggi, e della bassezza soggettiva di cui è impregnato il capitalismo mondiale, è l’uso dei social nei racconti degli attacchi, delle influencer che raccontano le loro notti da incubo. È una dura e cruda realtà che lancia un messaggio “non è più il tempo in cui dal tuo lettino in spiaggia puoi rimanere indifferente al massacro dell’umanità”. La propaganda imperialista si impegna a utilizzare tutti gli artifici retorici in suo possesso per descrivere questi luoghi come stabili e ancora in qualche modo inattaccabili, eppure la loro precarietà è ormai su tutti gli schermi. Non è un caso che in tutti i Paesi del Golfo la parte che permette la riproduzione della società con il proprio lavoro schiavile davanti agli attacchi che infiammano le raffinerie si godono lo spettacolo. Sono territori che da un punto di vista ecologico non hanno da offrire possibilità di vita per l’umano, a meno che non si attuasse un modello di organizzazione sociale capace di sintonizzarsi con l’ecosistema, a causa delle loro asperità e risorse limitate. Aver rivolto l’attenzione soltanto ai giacimenti di petrolio e mai al limite materiale dovuto alla scarsità di risorse naturali utili alla sopravvivenza umana in determinati territori oggi arriva a un punto in cui la contraddizione esplode. Droni iraniani colpiscono in Bahrain per la prima volta un impianto di desalinizzazione, in un’area in cui centinaia di impianti di desalinizzazione si trovano lungo la costa del Golfo Persico e la regione dipende molto dalla loro acqua, considerarli obiettivi di guerra significa aver compreso la fragilità su cui si fondano questi Paesi. Il capitale finanziario che incarnano sarà in grado di sopperire al granello di sale che rischia di ostacolare l’ingranaggio della riproduzione, come la mancanza di acqua? Non siamo pronti Spingendo il ragionamento ancora un passaggio successivo, l’elemento del virtuale pone delle questioni non scontate. I numerosi giochi di simulazione, svolti anche ad alti livelli, che inscenano guerre guerreggiate tra Paesi dell’Occidente con il resto del mondo indicano uno scenario, ossia “non siamo ancora pronti”. Seppur siano simulazioni, nell’epoca in cui il virtuale assume a tratti un carattere materiale e sostanziale, un elemento del genere è perlomeno indicativo. L’andamento delle prime fasi della guerra all’Iran dimostrano uno scenario inaspettato. La situazione russo-ucraina ricorda che non è una guerra lampo l’opzione più praticabile sul piatto, conflitti di questo tipo si trasformano in guerre di logoramento, mostrando una difficoltà da parte di chi le ha preparate e poi scatenate a determinare la fuoriuscita come in passato. Nonostante queste evidenti difficoltà se guardiamo all’Europa la volontà delle élites rimane quella di farsi stampella dell’imperialismo americano. La corsa al riarmo dell’ultimo anno, il sostegno continuo dell’Ucraina attraverso pacchetti di armi, i nuovi piani europei della Ursula con l’elmetto che addirittura parla di riempire l’Europa di Small Modular Reactor per sopperire alla crisi energetica, sono una chiara presa di posizione. Oggi a fronte della situazione in Iran alcuni Paesi, come Francia e Germania ma anche Gran Bretagna seppur fuori dall’UE, si mostrano immediatamente disponibili a farsi coinvolgere nel conflitto aperto. Macron apre alla deterrenza nucleare con la facilità con cui si beve un bicchier d’acqua e le dichiarazioni di Merz non vanno nella direzione di condannare l’attacco americano e di Israele. Al tempo stesso l’incapacità e l’assenza di sostanza politica da parte di questi capi di Stato hanno dato l’impressione ancora una volta di essere un piede dentro e un piede fuori dalla guerra, frenando sul sostegno militare per la paura delle ripercussioni sui mercati. Anche Meloni si ispira a questa posizione annunciando che non c’è coinvolgimento italiano nella guerra mentre da Sigonella partono i droni americani e tra i pacchetti di aiuti all’Ucraina spuntano anche i decreti per gli “amici del Golfo”. Un focus specifico val la pena dedicarlo al ruolo del governo Meloni. Con tutta la buona volontà l’immagine del nostro Paese a livello globale non è assolutamente credibile, basti pensare che nessuno aveva avvisato l’Italia dell’attacco. Italia che si considera amica privilegiata di Trump ma che al tempo stesso dimostra di non aver saputo minimamente costruire un livello di consenso radicato nella popolazione, in particolare sui temi cari alla Meloni come la sicurezza e la crisi, la guerra e la sovranità nazionale. A livello europeo gli unici a fare un discorso apertamente anti americano sono i partiti di estrema destra come Afd in Germania, Le Pen in Francia, cogliendo una sorta di “nazionalismo antiamericano” che si è diffuso a livello popolare nella drammatica situazione di crisi sociale generale e crisi del sistema di valori (se mai lo sia stato) occidentale. Non è il discorso dei liberali progressisti democratici che si intestano l’opposizione alla dimensione reazionaria e conservatrice di Trump, bensì un chiaro e netto rifiuto nei confronti dell’ingerenza esterna e all’esposizione alle conseguenze concrete che la crisi egemonica americana non ha saputo nascondere. Si traduce in una richiesta di protezione e di sovranità su un piano popolare a cui le destre tentano di rispondere in maniera sconclusionata anche perchè il problema alla base è la mancanza di risorse materiali a livello europeo per scendere su un terreno di mediazione e di soluzione palliativa rispetto alla dimensione di rivendicazione basilare di migliori condizioni materiali per sé.  Queste suggestioni devono aprire lo sguardo rispetto a quale sia il bisogno e la proposta implicita che si snoda in questa composizione sociale trasversalmente al di là dei confini nazionali europei, considerando l’area come una dimensione in cui ci sono differenze di liquidità e disponibilità economica ma che rimangono minime. I temi sono la necessità di sovranità alimentare, energetica e territoriale. Che la sfida oggi sia la costruzione di un’infrastruttura in grado di reggere alle necessità tecniche, all’esplosione demografica, al collasso ecoclimatico, al bisogno di produzione di energia e al bisogno di sussistenza, sono infatti alcuni spunti che anche Phil Neel illustra nei suoi testi quando pone la questione di cosa significhi concretamente immaginare una transizione a una società senza classi, comunista. Un limite della “sinistra” e dei movimenti in questa fase è proprio quello descritto da Houria Bouteldja come una mancanza di capacità a delineare un immaginario, un sogno di parte desiderabile di massa e che sia concorrenziale alle destre. Manca una “passione identificatoria” che possa tradurre le esigenze della classe in una proposta che sia una sorta di “patriottismo internazionalista”. La Palestina ha in qualche modo fatto intravvedere nella pratica questo tipo di orizzonte, una bussola capace di orientare e di fare sintesi tra la necessità di un radicamento nazionale e una prospettiva internazionalista. Aggregarsi intorno a un “sogno” che abbia la capacità mobilitativa sul piano dell’immaginario ma che possa anche saper rispondere ai bisogni materiali proletari. In qualche modo riappropriarsi del concetto di “patria” significa per Bouteldja fare un discorso molto chiaro in merito alla crisi dei servizi e del welfare: essa viene percepita dai proletari bianchi come una perdita di sovranità e occorre fare capire che la giustizia sociale non può che passare tramite l’ esproprio dei capitali della borghesia, il che porterebbe a un risultato molto più appetibile che semplicemente contendersi le briciole con i razzializzati. Per farlo occorre ristabilire la “sovranità popolare”, che poi per noi può voler significare il contropotere. In Italia oggi occorre rendere visibile il tradimento della destra al governo. Questa dinamica, conclude Bouteldja, non può funzionare se non viene tenuta insieme a un discorso internazionalista e profondamente anti imperialista, anteponendo una visione organicamente materialista della complessità delle dinamiche nella società e nei rapporti tra alto e basso per far fronte alla debolezza insita dei complottismi.  E noi Che prepararsi alla guerra sia fondamentale per “difendersi” da possibili minacce è il refrain che ha accompagnato la narrazione mainstream in questi ultimi due anni, dall’Ucraina in poi. Questa narrazione va smontata ma soprattutto è evidentemente monca dal momento che lo stesso Iran accarezza l’idea che la stessa Europa possa diventare “obiettivo” legittimo se si unirà a USA e Israele. Nelle fasce proletarie europee, in particolare in quei Paesi recentemente colpiti dall’onda lunga del colonialismo occidentale è fresco il ricordo di cosa significhi essere considerati complici della politica colonialista americana ed europea. La fase di Blocchiamo Tutto ha per forza di cose coltivato un terreno in cui non c’è spazio per ambiguità di sorta in una fase come questa: occorre schierarsi contro la guerra e soprattutto contro la guerra condotta dall’imperialismo americano utile a spianare la strada al progetto sionista. Non c’è spazio per discorsi che non fanno il paio con il fatto che esista una sola parte da supportare: ossia i subalterni che si ribellano e si ricompongono con gli strumenti a loro disposizione. E se la via scelta da questi non è corrispondente ai valori di una dimensione della “sinistra” – nella sua migliore accezione del termine – significa soltanto una cosa: tirarsi su le maniche e costruire il terreno per alleanze strategiche in cui l’obiettivo comune è liberarsi dall’imperialismo e dal dominio occidentale capitalistico. Ciò non significa che le élites asiatiche o mediorientali non siano insitamente pregne e immerse in un sistema globale capitalista né che la rigidità può essere posta da una supposta opzione che starebbe fuori dal sistema capitalista rappresentata da quel blocco che viene sbrigativamente definito dei BRICS o che si assumerebbe il compito di rappresentare l’alternativa. All’oggi non esiste alternativa praticabile e materiale: esiste soltanto uno spiraglio, una frattura che va allargata il più possibile per contribuire a dare la spallata necessaria al dominio americano e al processo di insraelinizzazione della società. Con tutti i mezzi possibili e cogliendo tutte le occasioni. Questo non significa che condividere pezzi di strada in maniera strategica con i soggetti e gli attori coinvolti nell’obiettivo comune implichi una fase costituente in cui si costruisce un programma comune, la sfida sta nel fortificare un programma in grado di dare una gerarchia precisa capace di immaginare una società di uguaglianza e solidarietà reali. Ne siamo ben lontani ma vedere da lontano l’obiettivo permette di comprendere i passi da compiere. Nel breve periodo non vanno messe da parte le indicazioni poste dal movimento reale che ha superato quello formale nei mesi di settembre ottobre: la pratica del blocco, della partecipazione di massa a forme di rottura capaci di coinvolgere ma al contempo di essere efficaci, ci sembrano le caratteristiche dirimenti. Il tutto andrà misurato con gli sviluppi della fase oggettiva. 
Quando il neofascismo entra in caserma
Proselitismo politico, culture autoritarie e zone d’ombra nelle forze armate L’inchiesta della procura di Torino sul gruppo Avanguardia Torino ha riaperto una questione che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico italiano: il rapporto tra ambienti dell’estrema destra e settori delle istituzioni militari. Non si tratta semplicemente di un episodio giudiziario circoscritto, ma di un caso che solleva interrogativi più ampi sulle dinamiche di socializzazione, sulle culture organizzative e sulla permeabilità di alcuni contesti istituzionali alla propaganda neofascista. Secondo quanto ricostruito da Rita Rapisardi su il manifesto, nelle oltre centocinquanta pagine degli atti dell’inchiesta condotta dai Ros emerge che il circolo Edoras, luogo di ritrovo del gruppo Avanguardia Torino, era frequentato abitualmente anche da alcuni militari dell’Esercito italiano in servizio. Gli investigatori parlano esplicitamente di un proselitismo che avrebbe fatto “breccia anche tra i militari in servizio attivo, connotati da idee estremiste”. Nessuno dei militari individuati risulta formalmente indagato nel procedimento, ma la loro presenza ricorrente agli eventi organizzati dal gruppo appare come un elemento significativo nel quadro investigativo. Il circolo Edoras era uno dei luoghi in cui si incontravano militanti e simpatizzanti dell’organizzazione, guidata da Enrico Forzese – ex esponente di Fratelli d’Italia – e Mattia Borsella, entrambi tra gli indagati nel procedimento per apologia di fascismo. Qui si tenevano incontri politici, momenti di socialità militante, concerti e conferenze che vedevano la partecipazione di esponenti dell’area neofascista nazionale e internazionale. Tra gli episodi documentati nell’inchiesta figura, ad esempio, una serata del giugno 2024 con la presenza della comunità Raido di Roma e l’esibizione della band identitaria La Vecchia Sezione, evento organizzato per celebrare la ripresa dell’attività militante dopo la pausa estiva. Non si trattava soltanto di momenti culturali o conviviali. Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo era coinvolto anche in azioni di propaganda militante in città, come affissioni di manifesti e esposizione di striscioni. In una di queste occasioni uno dei militari presenti sarebbe stato fotografato dietro uno striscione con la scritta «Non è bastato il piombo della feccia rossa. Giorgos e Manolis vivono in noi», in riferimento ai due militanti del partito neonazista greco Alba Dorata uccisi nel 2013. Il materiale raccolto dagli inquirenti descrive inoltre rituali di iniziazione, cori nazisti e razzisti, saluti romani e propaganda antisemita. In una conversazione intercettata nel dicembre 2023, due attivisti arrivano perfino a definire Torino “la capitale europea del nazismo”, rivendicando contatti con gruppi analoghi presenti in diversi paesi del continente. Questo quadro investigativo suggerisce che Avanguardia Torino non fosse soltanto un piccolo gruppo locale, ma una realtà inserita in una rete internazionale di organizzazioni dell’estrema destra radicale, impegnate in attività di propaganda e reclutamento. In questo contesto, la presenza di militari in servizio – anche se non coinvolti penalmente – assume un significato politico e sociologico che va oltre il singolo episodio. Per comprendere la portata di fenomeni come questo è utile guardare anche alle ricerche sociologiche sulla cultura militare. In un lavoro intitolato Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane, i sociologi Charlie Barnao e Pietro Saitta hanno analizzato il processo di socializzazione all’interno della brigata paracadutisti Folgore, uno dei reparti più prestigiosi dell’esercito italiano. Il loro studio, basato su un’autoetnografia e su numerose interviste, sostiene che l’apprendimento dell’aggressività e della disciplina gerarchica non sia un semplice effetto collaterale della vita militare, ma un processo deliberato e funzionale agli obiettivi dell’istituzione. Secondo gli autori, la caserma funziona come una vera e propria “istituzione totale”, in cui l’individuo viene progressivamente risocializzato attraverso rituali, pratiche disciplinari e modelli di comportamento collettivi. Il percorso di formazione si sviluppa attraverso tre fasi principali. Nella prima fase, quella della separazione, il nuovo arrivato viene privato dei riferimenti della vita civile e sottoposto a una serie di pratiche destabilizzanti che mirano a uniformare il gruppo e a cancellare le identità precedenti. Nella fase successiva, definita di transizione, l’allievo vive in una condizione di incertezza e pressione psicologica in cui il principale punto di riferimento diventa la figura dell’istruttore, dotato di un potere quasi assoluto sulla vita quotidiana dei subordinati. Infine, nella fase di aggregazione, il soldato viene reintegrato nella comunità militare con una nuova identità, sancita da rituali e simboli di appartenenza. All’interno di questo processo assumono un ruolo centrale alcune pratiche rituali che rafforzano la gerarchia e lo spirito di corpo. Tra queste gli autori descrivono la cosiddetta “pompata”, una serie di piegamenti sulle braccia imposta come punizione o come rito identitario. La pratica non ha soltanto una funzione disciplinare, ma contribuisce a interiorizzare un modello di relazione basato sulla subordinazione all’autorità e sulla celebrazione della durezza fisica. Barnao e Saitta interpretano questi meccanismi alla luce delle teorie sulla personalità autoritaria sviluppate da Theodor Adorno nel dopoguerra. Il tipo di personalità che emerge da questo processo educativo è caratterizzato da forte sottomissione all’ordine gerarchico, esaltazione della forza e della disciplina, tendenza alla rigidità ideologica e predisposizione all’aggressività verso chi viene percepito come esterno o nemico. Un altro elemento che emerge dalla ricerca riguarda la crescente continuità tra cultura militare e cultura di polizia. Negli ultimi decenni – osservano gli autori – si è sviluppato un processo di reciproca contaminazione: da un lato l’azione di polizia tende a militarizzarsi, dall’altro le forze armate assumono sempre più spesso funzioni tipicamente poliziesche. Questa trasformazione è favorita dalla professionalizzazione dell’esercito, dalla mobilità del personale tra diversi corpi dello Stato e dall’utilizzo di unità militari in operazioni di ordine pubblico o sicurezza interna. Alla luce di queste considerazioni, il caso Avanguardia Torino non può essere ridotto alla presenza di qualche militare con simpatie estremiste. Piuttosto, mette in evidenza un nodo più complesso: la possibile intersezione tra reti politiche radicali e specifiche subculture istituzionali. Non significa affermare che le forze armate italiane siano attraversate da un fenomeno diffuso di neofascismo, ma suggerisce che alcuni ambienti possano rappresentare terreni particolarmente sensibili per il reclutamento o l’influenza ideologica da parte di gruppi dell’estrema destra. La storia europea insegna che il rapporto tra apparati coercitivi dello Stato e ideologie autoritarie è sempre stato delicato. Per questo il problema non riguarda soltanto eventuali responsabilità penali individuali, ma anche la qualità dei meccanismi di controllo democratico, della formazione istituzionale e delle culture professionali che attraversano gli apparati armati. La presenza di militari in ambienti apertamente neofascisti, anche quando non assume rilievo penale, rappresenta in ogni caso un segnale che interroga la capacità delle istituzioni democratiche di vigilare su se stesse. In questo senso, l’inchiesta torinese ricorda che la difesa dello stato di diritto non si gioca soltanto nelle aule di tribunale o nelle leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista. Si gioca anche nelle culture quotidiane delle istituzioni, nei valori che vengono trasmessi nei luoghi di formazione e nella capacità delle democrazie di impedire che ideologie autoritarie trovino spazio proprio all’interno degli apparati chiamati a difenderle. Da osservatorio repressione
La réclame, ancor prima della talpa
Prosegue la narrazione sensazionalistica sull’avanzamento della Torino-Lione. Come avevamo già anticipato con “Acchiappa la talpa”, mercoledì 11 marzo è stata presentata al raggruppamento di imprese UXT (Itinera, Ghella e Spie Batignolles) e alla direzione lavori IS2P (FS Engineering, ARX, Systra, Setec), nello stabilimento della società tedesca Herrenknecht, la prima fresa destinata allo scavo del Tunnel di base del Moncenisio, lato italiano. La macchina, una TBM da 35 milioni di euro, lunga quanto due campi da calcio (per l’esattezza 235 metri) e del peso di 3.200 tonnellate, sarà utilizzata per scavare la seconda discenderia e proseguire con lo scavo della galleria sud del tunnel di base, già iniziato sul lato francese, avanzando poi sotto la montagna fino a Susa. Si tratta di uno dei macchinari più mostruosi previsti per la realizzazione dell’opera e rappresenta, nelle intenzioni dei promotori, un passaggio altamente simbolico verso l’avvio dello scavo della galleria principale. Secondo quanto annunciato in pompa magna da TELT, la fresa verrà trasportata nei prossimi mesi in Val di Susa per essere assemblata nel cantiere di Chiomonte. Per trasferirla smontata interamente via autostrada serviranno circa 150 tra tir e trasporti eccezionali (a questo è servito lo svincolo A32, finito di costruire a gennaio). Solo dopo questa lunga fase di montaggio la macchina potrà entrare in funzione: l’avvio degli scavi dal lato italiano viene infatti indicato non prima dell’inizio del 2027. Quello che è certo è che, come ci è stato riferito da anche da alcuni No Tav, sono già in corso le operazioni preparatorie per accogliere il macchinario, non solo nel piazzale antistante il tunnel geognostico (che dovrà comunque essere abbassato di 7 metri), ma anche nella martoriata area archeologica e fuori dal cantiere. cancello zona archeologica percorso maddalena percorso maddalena-volto di roccia trivella zona traliccio Terna trivella la fresa nuovi container zona necropoli L’evento è stato celebrato dalle istituzioni come un ulteriore passo avanti nella realizzazione dell’opera e per il rilancio occupazionale del Piemonte (proprio come dicevamo ieri). Ma al di là della retorica ufficiale, i cantieri della Torino-Lione continuano a procedere tra cronoprogrammi più volte modificati (sono in ritardo di “soli” 18 anni), varianti progettuali (senza VIA e VIS) e costi complessivi che nel corso degli anni sono cresciuti in maniera esponenziale. A darsi sonore pacche sulle spalle, ovviamente, c’erano la vicepresidente della Regione Elena Chiorino (Fratelli d’Italia), il presidente Daniel Bursaux e il direttore generale Maurizio Bufalini per conto di TELT, William Masi, presidente di UXT (che ha candidamente dichiarato che non ci “dovrebbero essere problemi di dispersione” durante la triturazione delle rocce di amianto), il console italiano a Friburgo, Pietro Falcone (ma perché? chi diavolo è?), e in collegamento il ministro Salvini e il suo omologo francese Philippe Tabarot (che sembra un insulto in piemontese). Nel frattempo, la realtà quotidiana in Valsusa restituisce un quadro ben diverso da quello raccontato nella propaganda istituzionale: quello di un territorio progressivamente trasformato in un’unica area di cantiere, con ampie porzioni di valle devastate, case e terreni espropriati ad aziende agricole, allevatori e proprietari, oltre ad una presenza sempre più massiccia di forze dell’ordine a presidio delle aree interessate dai lavori. Nel frattempo, nelle poche aree industriali rimaste le fabbriche chiudono o, quando va bene, gli operai vengono messi in cassa integrazione per la mancanza di lavoro. Come sempre, ci sono lavoratori considerati di serie A e lavoratori di serie B, sacrificabili. Nei cantieri si parla di 3.300 persone impegnate nei cantieri tra Italia e Francia, ma non si dice mai nulla sulle condizioni di lavoro: i tipi di contratto (determinato, intermittente, specializzato?), il grado di esposizione ad agenti pericolosi per la salute (polveri, amianto, acqua contaminata, temperature altissime?), la presenza di lavori usuranti. Inoltre, quanti tra i circa 900 lavoratori italiani (picco massimo previsto) sono realmente valsusini, visto che quest’opera avrebbe dovuto rilanciare l’economia della valle? Da oltre trent’anni la realizzazione della Torino-Lione incontra l’opposizione di una parte significativa della popolazione locale e di tutti coloro che abbiano un minimo di spirito critico e capacità di fare due calcoli, continuando a denunciare l’inutilità dell’opera, i suoi costi economici e ambientali e il modello di sviluppo che questa infrastruttura rappresenta. La consegna della fresa è solo un capitolo e questa rimane una grande opera imposta dall’alto, sostenuta da malavitosi e ingenti finanziamenti pubblici che sarebbero necessari in istruzione, sanità e trasporto pubblico locale, nonchè accompagnata da militarizzazione e un dispositivo di controllo del territorio sempre più pesante, che negli anni sta trasformato la Val di Susa in una vera e propria zona di sacrificio. Di fronte alla retorica dell’inevitabilità e dell’irreversibilità, resta aperto uno dei nodi centrali che il Movimento No Tav pone da decenni: quale sia l’utilità reale di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità, così come è stato sollevato recentemente anche per la tratta Avigliana-Orbassano. Con l’arrivo della talpa si apre dunque una nuova fase del racconto mediatico dell’opera. Ma in Valsusa, accanto ai cantieri e alle celebrazioni istituzionali, continua anche la mobilitazione di chi da anni si oppone alla Torino-Lione e alle sue conseguenze sul territorio. Perché la partita sul TAV non si gioca solo nei cantieri o nei palazzi della politica, ma soprattutto nella capacità dei territori di continuare a opporsi a un’opera ritenuta inutile, dannosa e imposta. Quindi…avanti No Tav! da Notav.info