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Informazione di parte

Aggiornamenti dall’Iran
Un approfondito aggiornamento sulla situazione in Iran insieme a Paola Rivetti, docente di relazioni internazionali alla Dublin City University. Rivetti ci offre una fotografia sociale e politica di questi giorni in Iran, dove le proteste sono diminuite a seguito della repressione. Il clima è tutt’ora pesante, mentre il governo si prepara ai negoziati con gli Stati Uniti, a partire dal 6 febbraio, in Oman. Grazie ai suoi studi di lungo periodo sui movimenti nel contesto iraniano, Rivetti ci aiuta anche a complessificare il nostro sguardo sulle mobilitazioni così come ad andare oltre la costruzione di una visione dicotomica sul possibile futuro del paese. da Radio Blackout
Assemblea nazionale 7 febbraio
da Movimento di lotta-Disoccupati 7 novembre H 15:00 Villa Medusa – Casa del Popolo Bagnoli Le spese militari aumentano e tutte le potenze si riarmano, la guerra è già in atto, ci chiedono di arruolarci, di disciplinarci, di prepararci contro il “nemico”, si preparano a nuovi pacchetti sicurezza che reprimono il dissenso ed alimentano la guerra tra poveri. Nel frattempo i salari sono fermi, aumentano i lavoratori e lavoratrici che sprofondano nella povertà poiché sono lavoratori poveri dove il loro salario non è sufficiente per il carovita, l’aumento degli affitti, l’inflazione ed insieme i servizi come quelli sanitari sono sempre più allo sfascio. Come rispondiamo insieme alla guerra ed all’economia di guerra? Come rimettiamo tramite la mobilitazione sociale i temi sociali ed i nostri bisogni: lavoro utile, salario dignitoso e garantito, risposte per l’emergenza abitativa, sicurezza sul lavoro, sanità territoriale ed accessibile, messa in sicurezza del territorio. Ci vediamo a Villa Medusa. Sabato 7 Febbraio h 15:00 ricordando le tutte e tutti anche l’appuntamento del mattino al corteo cittadino alle 10:30 a Bagnoli contro l’abili del grande evento per rivendicare mare libero, spiaggia pubblica, lavoro stabile ed utile socialmente. Per chi viene da fuori Napoli ed ha bisogno di informazioni ed ospitalità può contattarci privatamente.
Non la violenza ma il conflitto sociale
Riprendiamo da La Bottega dei Barbieri un’intervista ad una compagna del centro sociale Askatasuna, tratta da una raccolta di interessanti contributi che potete trovare qui Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro sociale Askatasuna sui fatti del 31 gennaio Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene che i militanti di Aska sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi speciali e nuovi decreti sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto? Ho visto una manifestazione di oltre 50 mila persone, tutte protagoniste e capaci di determinare gli obiettivi e i temi da portare in quella piazza. Ho visto giovani, anziani, famiglie, bambini, giovanissimi, tutti e tutte coloro che hanno sentito la necessità di prendere una posizione che fosse quella di una chiara e netta opposizione al Governo e contro l’orizzonte di guerra verso il quale ci sta portando. Crosetto parla di BR con la leggerezza con cui si beve un bicchier d’acqua: oggi per la politica istituzionale, per i media, per la narrazione dominante le parole non hanno più un peso, né un significato. E’ ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una strategia politica atta a alzare il livello della tensione, costruire il nemico pubblico, creare allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole dissentire. E’ chiaro a chiunque che la fase storica attuale non abbia niente a che vedere con gli anni ’70, non c’è bisogno di essere degli storici. Crosetto gioca con le parole ma oggi il rischio è che anche il virtuale assuma sostanza. Rispetto all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non è una novità, erano in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo senso però si apre una bella occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi dal campo reazionario e mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che fare gli utili idioti del governo, sarebbe ora di contrapporsi alla deriva autoritaria e repressiva. Se ne hanno l’intenzione, altrimenti semplicemente asseconderanno la tendenza degli ultimi 50 anni e si siederanno al tavolo dei perdenti. Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete, un’embrione molto interessante di un percorso politico comune. Inutile nascondere che serpeggia rabbia e frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura di quei cinquantamila che hanno risposto con entusiasmo al vostro appello? Innanzitutto i 50 mila scesi in piazza sono persone che hanno attraversato la manifestazione da protagoniste e dunque non hanno bisogno di una “balia”. Un conto è la cura collettiva della manifestazione (ci sono stati i passaggi collettivi che hanno determinato un percorso, ci sono stati medici e infermieri che si sono messi a disposizione, ci sono stati legali che hanno dato disponibilità per dare sostegno) che è quello che è successo; un altro conto è pensare che lo svolgimento di un corteo sia appannaggio e delega di un gruppo ristretto (quali sarebbero i suoi confini?). Penso che chi scende in piazza oggi sia in grado di autodeterminarsi, di dare il contributo che reputa e di sentirsi in possibilità di scegliere, se non partiamo da questo presupposto non capiamo cosa significa costruire percorsi di attivazione e autonomia. L’entusiasmo c’era, chi ha scelto di contribuire in maniera più forte ha fatto uso di determinate pratiche, chi ha voluto partecipare e sostenere lo ha fatto, rimanendo presente, con determinata tranquillità. La frustrazione del giorno dopo è normale quando in un Paese come il nostro non si è abituati al conflitto sociale. Penso che sia importante distinguere la necessità di confronto su un piano profondo nei termini di strategia politica collettiva e di quali sono le esigenze in una prospettiva futura con un obiettivo comune (che mi sembra più che chiaro e condiviso: opporsi al governo Meloni e alle sue politiche) pur mantenendo le proprie specificità e differenze, che è un punto assolutamente legittimo e fondamentale per costruire avanzamenti collettivi. Un altro discorso è invece non rendersi conto che fare a gara tra chi prende le distanze per primo dalle “violenze” fa soltanto il gioco del governo. Sarebbe un’occasione d’oro per i progressisti e i democratici , tutti coloro che si sentono di sinistra insomma, trovare il coraggio di non esprimersi banalizzando una piazza così eterogenea, composita, ricca, che ha dato prova di essere anche forte e solida, e guardare ciò che quella piazza ha indicato: quali sono le esigenze? quali sono gli obiettivi? come si struttura un percorso che possa essere vincente? Questa è l’opposizione al Governo Meloni, che piaccia o no. Bisognerebbe essere in grado di superare i limiti storici della sinistra che sono quelli che ci hanno portati dove siamo ora. Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska non c’è più come centro sociale, i suoi militanti e i suoi simpitazzanti sono al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, è in arrivo un ulteriore giro di vite repressivo. Era questo l’obiettivo del corteo Torino partigiana? Il primo risultato è un’assemblea di mille persone, un corteo di 50 mila e una chiara risposta che ha spostato il terreno su un piano di rilancio e non di difesa sterile dei centri sociali aggrappandosi alla nostalgia dei tempi che furono. Ora l’obiettivo di Torino partigiana continua a stare in piedi ed è ciò che si metterà in campo continuando a lottare contro la militarizzazione di Vanchiglia, verso i prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere ampi e capaci di articolare questa opposizione a partire dai territori, il pensiero va sicuramente al 25 aprile e al primo maggio ma non solo. Il centro sociale non c’è più sul piano del simbolico, ma sul piano fisico c’è eccome. Sarà anche distrutto all’interno e circondato da jersey e camionette ma “vanchiglia chiama Torino” l’ha detto chiaro e tondo: l’edificio di corso regina 47 deve tornare al quartiere e deve essere restituito mantenendo le sue caratteristiche principali; deve essere un luogo aperto, inclusivo, attraversabile da tutti e tutte, in maniera gratuita e fuori dalle logiche del profitto di fondazioni o altro. Questa scommessa continua a rimanere valida. Sul piano repressivo occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla fame di capri espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il dissenso e il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di ordine pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più in vista ma poi toccherà a tutti gli altri. Si levino dalla testa i sinceri democratici che stando buoni al proprio posto a fare il proprio dovere si possa scampare alla stretta autoritaria e repressiva. Minneapolis, l’Ungheria di Orban, il consenso per Le Pen: sono dietro l’angolo. Se il modello Vanchiglia-Torino laboratorio di pratiche repressive e securitarie verrà fatto passare perché si attende la protesta con i giusti modi, gentile e pura, quello sarà il modello per tutte le città e territori. E non sarà colpa dei “violenti” sarà colpa di chi non ha capito da che parte bisogna stare. Quindi è fondamentale sin da ora ricominciare a parlare il linguaggio della solidarietà, della comunità che resiste e che è associazione a resistere a fronte delle imposizioni e dei tentativi di isolamento, criminalizzazione e di procedimenti giudiziari pesanti come l’appello per la sentenza di primo grado per il processo di associazione per delinquere ripreso in mano dalla Procura. Basta dare uno sguardo alla storia che ci precede. Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il breve autunno dei movimenti. Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio, l’assemblea No Kings ha lanciato un percorso di convergenza della sinistra sociale e una scadenza a Roma per il 28 marzo. Dove vuole andare Aska? Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che vogliono continuare a lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a settembre ottobre e penso che quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto se anche si è sopito sta sobbollendo sotto la crosta. L’assemblea No Kings ha lanciato questo percorso che si darà i suoi spazi di discussione per fare in modo che la data del 28 marzo sia larga e partecipata, ben vengano tutti gli spazi e gli appuntamenti che abbiano come parole d’ordine: contro il governo, contro la guerra, per la difesa degli spazi di aggregazione, e non intendo solo gli spazi sociali ma in generale la possibilità di incontrarsi e confrontarsi, perché è questo che si vuole colpire. Aska continuerà ad andare avanti insieme, cercando di moltiplicare le dimensioni di attivazione, di ragionamento e approfondimento. A tal proposito l’appuntamento “Per realizzare un sogno comune” di Livorno che si terrà il 21, 22 febbraio è un momento aperto e pubblico per ragionare su Blocchiamo tutto, sui limiti e sui punti di forza dei movimenti a fronte della fase che cambia, accelera e ci pone davanti tante sfide stimolanti. Speriamo di poterci confrontare in molte occasioni perché pensiamo che l’approccio vincente sia quello di individuare l’obiettivo comune e lavorare collettivamente per raggiungerlo.
Torino: escono dal carcere i tre manifestanti arrestati per la manifestazione nazionale del 31 gennaio. Intervista all’avvocato Gianluca Vitale
Torino; scarcerati con obbligo di firma due dei tre manifestanti piemontesi, di 31 e 35 anni, arrestati per resistenza nel tardo pomeriggio di sabato 31 gennaio alla manifestazione nazionale per Askatasuna. La decisione della liberazione è stata presa dal Gip all’esito dell’udienza di convalida. Il terzo manifestante arrestato, un 22enne di origini toscane, ripreso da alcuni video nei pressi dell’aggressione all’agente del Reparto Mobile – la Celere – di Padova (quello poi incontrato dalla Meloni in ospedale e poi dimesso con 20 giorni di prognosi) esce anche lui dal carcere e va invece ai domiciliari. Il giovane era stato fermato, in differita, domenica 1 febbraio. Sempre a Torino, dopo il corteo di 50mila persone per Askatasuna e contro il governo Meloni, ci sono 24 denunce a piede libero per resistenza, violenza a pubblico ufficiale, travisamento, inosservanza ai provvedimenti delle autorità. Tutto è in capo alla Procura, che ha aperto un’altra inchiesta, al momento contro ignoti, con l’ipotesi di devastazione, mentre proprio oggi – mercoledì 4 febbraio – e proprio in Procura a Torino via agli interrogatori precautelari per una ventina di giovani e giovanissimi (diversi sono minorenni) dei Collettivi Studenteschi, indagati per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina, contro guerra e governo fra settembre e novembre. La procura ha già chiesto per loro un’altra ondata di misure cautelari e restrittive. Da ultimo, il 13 aprile, data comunicata (nelle ore successive al corteo del 31 gennaio) per l’apertura in Corte d’appello a Torino del secondo grado del processo con cui un folto gruppo di compagne-i antagonisti torinesi, in particolare sempre di Askatasuna, sono accusate-i di…associazione per delinquere. In primo grado, da questo capo d’accusa, tutti gli imputati erano stati assolti. da Radio Onda d’Urto
Free all Antifa: processo di Budapest, 8 anni di carcere per Maja, 7 per Gabriele,2 per Anna
Il processo di Budapest si è concluso oggi con una condanna a 8 anni di carcere (la forma più dura di reclusione) per Maja T. Anna M. ha ricevuto una condanna a 2 anni con sospensione condizionale della pena e Gabriele Marchesi a 7 anni. “Queste decisioni sono state prese al termine di una lunga giornata di processo, dopo soli 30 minuti di discussione. A quanto pare, la difesa è stata ascoltata solo per formalità e l’esito era già stato stabilito. Le sentenze sono molto inferiori rispetto alle richieste dell’accusa, ma del tutto irricevibili per l’entità dei fatti e la scarsità di prove. A partire da oggi sono previste giornate di solidarietà e lotta in Europa e in Italia segui Free All Antifas – Italy per aggiornamenti” ha scritto Free All Antifa in un comunicato. Wolfram Jarosch, il padre di Maja, afferma: “Purtroppo, i miei timori sono stati confermati. Si è trattato di un processo farsa politico. È diventato chiaro cosa significhi autocrazia in Ungheria: il Primo Ministro Orbán la accusa personalmente di terrorismo e chiede una condanna severa. Il pubblico ministero, i periti medici e il giudice József Sós stanno lavorando fianco a fianco per emettere un verdetto adeguatamente severo. Questo è il triste culmine dell’ingiustizia contro mia figlia”. Sei mesi fa, il Ministro degli Esteri Johann Wadephul ha sottolineato che la Corte Costituzionale Federale aveva dichiarato l’estradizione illegale e che Maja doveva quindi tornare in Germania. Il servizio con Alberto Abo Di Monte nostro collaboratore La corrispondenza delle 18.30 da Budapest con Marta Massa, giornalista di “Merce”, piattaforma di notizie online della sinistra ungherese, e regista che ci fa un resoconto della giornata da Radio Onda d’Urto
Niscemi non cade
La parola ai niscemesi Siamo prima di tutto solidali con le persone colpite dalla frana, con chi è stato evacuato, con chi ha perso sicurezza, stabilità, serenità. Siamo solidali con una comunità che da anni vive dentro una condizione di esposizione permanente al rischio. Non arriviamo a Niscemi per fare passerelle. Non arriviamo protetti da cordoni di polizia. Non arriviamo per parlare al posto di qualcuno. Siamo a Niscemi perché siamo parte di questa storia. Siamo a casa nostra. Siamo in mezzo alla nostra gente. Siamo con le compagne e i compagni di Niscemi. Quello che è accaduto non è una fatalità. Non è solo “maltempo”. È il prodotto di decenni di abbandono, di assenza di pianificazione, di manutenzioni episodiche, di opere emergenziali che sostituiscono la prevenzione. È il prodotto di un modello che considera alcuni territori sacrificabili. A Niscemi questo modello si vede in modo lampante: mentre il territorio civile viene lasciato senza infrastrutture adeguate, senza messa in sicurezza strutturale, senza servizi, continua e si rafforza una delle più grandi installazioni militari statunitensi presenti in Italia. Mentre case sono precipitate nel vuoto, mentre molte altre sono oggi inabitabili perché sospese sull’orlo della frana, mentre è stata istituita una zona rossa di 150 metri dal coronamento del dissesto che ingloba abitazioni, tre scuole, la biblioteca comunale e l’ufficio postale, la base militare viene monitorata, consolidata, ampliata. La zona rossa inizia a meno di cento passi dal municipio e dalla chiesa madre, e a poche decine di passi dalla piazza principale del paese. Esistono due territori solo nella narrazione del potere: uno civile, esposto e abbandonato; uno militare, protetto e messo in sicurezza. Ma la terra è una sola. E i rischi ricadono su chi abita. La frana è il segno visibile di una frattura più profonda: abbandono sociale, desertificazione economica, spopolamento, precarietà infrastrutturale, repressione del dissenso e avanzata della militarizzazione. Noi rifiutiamo le logiche mafiose, clientelari e paternalistiche con cui da sempre vengono gestite emergenze, risorse e ricostruzioni. Non chiediamo solo ristori. Chiediamo diritti. Chiediamo trasparenza. Chiediamo sicurezza vera. Chiediamo una gestione democratica dell’emergenza e della messa in sicurezza del territorio, sotto il controllo diretto dei comitati di cittadini, con accesso pubblico ai dati, alle decisioni, ai progetti. Chiediamo che la parola torni a chi vive questo territorio ogni giorno. Per questo chiamiamo una manifestazione pubblica: DOMENICA 8 FEBBRAIO 2026 ORE 10:00 NISCEMI – LARGO MASCIONE Una piazza aperta. Una parola collettiva. Uno spazio di ascolto, confronto e denuncia. Invitiamo le realtà sociali, i movimenti, le associazioni, le singole persone solidali a essere presenti. Niscemi non cade. Niscemi resiste. Niscemi parla. Movimento No MUOS
Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito
Riprendiamo la presa di parola di Askatasuna in risposta alla narrazione mediatica di questi giorni a seguito del partecipassimo corteo nazionale di sabato 31 gennaio 2026. «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista. Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio. Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi. Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no? Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi. La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza. E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte. Solidarietà agli arrestati! Angelo, Matteo e Pietro liberi!
I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale
Riprendiamo l’indizione dello sciopero internazionale dei portuali previsto il 6 febbraio. Con la conferenza online del 27 gennaio, le 5 organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori portuali, l’Enedep di Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’ODT del Marocco e l’USB in Italia hanno confermato la giornata di lotta dei portuali del 6 febbraio con lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”.        La protesta partirà da 21 tra i più grandi e importanti porti europei e mediterranei, come Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona e Civitavecchia e altri ancora. Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto l’adesione anche dai porti di Amburgo e di Brema ed anche negli Stati Uniti, in diverse città portuali, si stanno organizzando mobilitazioni e iniziative. Un’azione congiunta e coordinata come non si vedevano da decenni alla quale si sono uniti movimenti e associazioni di solidarietà. La prossima settimana pubblicheremo il quadro completo delle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo il 6 febbraio. I portuali mandano un segnale di forte solidarietà internazionale contro la militarizzazione dei porti, il genocidio ancora in corso in Palestina, il traffico di armi e la corsa alla guerra a cui stiamo assistendo. Un segnale forte contro l’imperialismo e la rottura del diritto internazionale e in difesa dell’autodeterminazione dei popoli. Al centro della protesta ci sono le condizioni dei lavoratori. L’economia di guerra ha già tagliato i nostri salari, eroso i nostri diritti e distrutto i servizi pubblici essenziali. Lo spostamento delle risorse economiche sugli armamenti e l’industria bellica colpisce direttamente i salari e le condizioni di lavoro, allunga i tempi di lavoro e allontana la possibilità di riconoscere il nostro come lavoro usurante a fini pensionistici. Il 6 febbraio, inoltre, sarà il giorno dell’inaugurazione dei giochi olimpici invernali di Milano e Cortina. La presenza della milizia fascista dell’ICE è un segnale di provocazione che consideriamo inaccettabile. Per questo motivo, in solidarietà con la popolazione del Minnesota e di altri stati che stanno contestando le deportazioni e le uccisioni, saremo a Milano e grideremo ICE OUT insieme a Chris Smalls, fondatore del sindacato indipendente dentro Amazon negli USA, in piazza Gaza dalle 14.30. Chris sarà in Italia già dal 5 e lo incontreremo all’Università di Roma, facoltà di Lettere venerdì 5 alle 17.00. Appuntamenti in Italia del 6 febbraio: Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto Bari – ore 16:00 – Terminal Porto Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto. Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto 
Dossier: il vero volto del governo nella “gestione dell’ordine”
Abbiamo raccolto una serie di frammenti video che restituiscono il modo in cui il governo affronta il conflitto sociale: uso della violenza da parte delle forze dell’ordine, repressione e gestione dell’ordine pubblico in cui il sopruso e l’abuso sono la prassi. Senza dover commentare con grandi analisi il significato di violenza, uso della forza, conflitto, lasciamo alle immagini la capacità di spiegazione. In particolare, nella manifestazione del 31 gennaio a Torino, ci sono alcuni episodi che hanno assunto grande rilevanza mediatica e che riguardano un anziano trascinato dai celerini sulla banchina degli autobus con il volto insanguinato e poi abbandonato; un fotoreporter che è stato brutalmente picchiato al grido di “basta, sto male sono un fotografo”. Ma queste sono quelle che hanno avuto la “fortuna” di essere riprese e fatte girare sui social grazie al lavoro di tanti canali indipendenti che insieme a noi cercano di fotografare la realtà delle cose, tante altre non hanno avuto la stessa “fortuna”. I messaggi e le testimonianze che alcune persone stanno svolgendo tramite i social sono una parte preziosa e ci parlano di lacrimogeni nei passeggini, lanci ad altezza uomo sul corteo che si sta avviando a conclusione, persone in fuga dall’aria irrespirabile accerchiate contro un muro, manganellate contro persone girate di spalle evidentemente senza motivo. Il linguaggio è quello di uno Stato e di un Governo che guarda a un orizzonte ben preciso, è il linguaggio della criminalizzazione e dell’intimidazione per scoraggiare chi continua a voler dissentire. La piazza di Torino del 31 gennaio ha dimostrato che una buona parte di questo Paese non ha intenzione di smettere. Di seguito il materiale raccolto a partire da video che circolano sul web per chi avesse materiale utile per questo lavoro di testimonianza può scriverci qui da milanoinmovimento Fotografo in corso Regina foto di a.portfolio.b da nojusticenopeace_italy da nojusticenopeace_italy lanci ad altezza uomo
L’opposizione al governo Meloni parte da qui
Contributi, punti di vista, riflessioni da parte delle tante anime che hanno composto la ricchezza della manifestazione oceanica della Torino partigiana. Iniziamo una raccolta di ciò che si tenta di appiattire, con uno sguardo alla complessità della composizione, della soggettività e della fase che stiamo attraversando. Il comunicato del Comitato Vanchiglia Insieme “Sulla giornata di ieri” Per noi scendere in piazza significa esprimere il nostro dissenso, lo facciamo nel modo che ci caratterizza, conviviale e pacifico. Il nostro quartiere però è ferito, una ferita che si è fatta più profonda in questo mese e mezzo. Questa ferita ha indotto diverse reazioni, reazioni all’ impotenza e all’ ingiustizia: noi abbiamo reagito unendoci ancora di più e creando rete con la città, altri hanno preferito non reagire e chiudersi ancora di più, altri ancora hanno espresso la rabbia con forme di azione violenta, che non condividiamo. Ci addolora vedere i resti degli scontri, i danni creati e pensare a chi è rimasto ferito, ma ci addolora anche vedere che 50000 persone che hanno manifestato in altre forme sono rimaste nascoste da una coltre di fumo. Viviamo in un periodo storico difficile, dove la nostra libertà e i nostri diritti vengono gradualmente erosi. Il governo, con l’ aiuto dei media, cerca di fare quello che hanno sempre fatto i regimi: dividi et impera. A noi è richiesto lo sforzo e l’ impegno di tenere insieme i pezzi, di stare nella complessità, perché è nella complessità di idee, visioni e approcci che si trovano nuove risposte. Le persone che sono scese in piazza in questi mesi sono tantissime, differenti tra loro, ma portano lo stesso messaggio: vogliamo cambiare e possiamo cambiare il corso degli eventi che sta portando la nostra amata Terra ad implodere. Ci vorrà tempo, ci vorrà un grande sforzo, ma se restiamo fiduciosi e restiamo unite troveremo nuove forme di lotta dove chiunque possa sentirsi comodo, perché il nostro desiderio è comune, è giusto e non deve spegnersi. Ma oggi il nostro pensiero va al quartiere e a chiunque si sia svegliatə confuso e amareggiato. Non lasceremo che la tensione di una giornata oscuri il legame che ci unisce. Restiamo qui: per strada, tra la gente, pronti a fare la nostra parte per ricucire il quartiere. Vanchiglia è di chi la cura ogni giorno, e da qui ricominciamo. Il Comunicato del Collettivo Universitario Autonomo – Torino e del Kollettivo Studentesco Autonomo – Torino Corteo nazionale a Torino: 50mila persone rilanciano contro il governo nemico del popolo 3 spezzoni composti ciascuno da migliaia di persone partono dalle stazioni e dall’università occupata per riprendersi la città. Si aspettavano tutti una grande manifestazione ma la realtà ha superato le aspettative: la reazione generalizzata all’arrivo in Piazza Vittorio, il punto di convergenza, è stata quella della “pienezza” nel vero senso della parola. Al di là dei numeri strabilianti, l’eterogeneità della piazza permette di cogliere la cifra di cosa sia stato raccolto dall’appello conclusivo dell’assemblea del 17 gennaio, con la chiamata: governo nemico del popolo, il popolo rilancia. E il popolo ha rilanciato. Avevamo promesso sarebbe stata una manifestazione popolare e pensiamo di aver mantenuto la promessa, studenti dalle scuole superiori, sindacati di base, associazioni, organizzazioni palestinesi da tutta Italia, movimenti sociali, comitati di quartiere, universitari, delegazioni provenienti da tutto il Paese hanno animato la manifestazione prendendo parola per affermare l’intenzione comune di guardare al futuro e costruire le basi per il sogno collettivo di un mondo libero dal veleno della guerra, dal sionismo, dalla sudditanza agli Stati Uniti, dalla povertà dei tanti per il lusso di pochi, dalla terra devastata per i progetti inutili. Oggi Torino ha dimostrato come si può rispondere alla violenza dello Stato riuscendo anche a fare il passo in avanti di una proposta percorribile da molti e molte, nelle diversità certo, ma con l’occasione di rompere gli argini dell’impotenza e dell’immobilismo per percorrere una strada che non sappiamo ancora su quali itinerari ci potrà portare ma sappiamo che qualunque cosa abbia da offrirci non può che essere meglio di quel che c’è se la affrontiamo insieme. Mentre alcuni spezzoni si sono distribuiti per occupare i due incroci previsti dal percorso, una grande parte della manifestazione ha poi raggiunto il presidio di polizia permanente che sta intorno all’Aska rispondendo con forza alla militarizzazione coatta che ormai rappresenta l’unico metodo delle istituzioni attraverso cui gestire le crisi sociali. Sono state ore di scontri molto intense, l’aria irrespirabile, gli idranti, la polizia nervosa. Ma migliaia di persone hanno resistito e rispedito al mittente l’arroganza di chi ci vuole solo spaventati e silenti. L’Askatasuna non è solo un palazzo e la giornata di oggi ne è stata la prova, siamo solo all’inizio di un cammino da percorrere insieme, per la libertà e la possibilità di vivere in un mondo degno di chi lo abita. L’ITALIA È PARTIGIANA Un post di Rita Rapisardi, giornalista freelance per il Manifesto Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque. La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione. Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni. In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”. Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce. Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli. Un editoriale della rivista La Rivolta Ieri abbiamo assistito a un corteo immenso. Le stime parlano di 50 000 persone, provenienti da tutta Italia. Verso le 17.30 il corteo è virato in Corso Regina, dove sono iniziati gli scontri.  A fronte del video del poliziotto picchiato, per cui tutta l’Italia si indigna, ci sono decine di video degli abusi della polizia contro manifestant3, giornalist3, personale medico e fotograf3 inerm3, che rimarranno invece nel silenzio. Il silenzio di questa Italia che non sa più come ribellarsi a chi definisce chi manifesta “nemici dello stato”, a chi usa i nostri soldi per opere pubbliche inesistenti e inutili, a chi rinchiude attivist3 e reprime il dissenso, a chi ci toglie spazi sociali e di controcultura. Questa divisione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi della narrazione comune, non solo è falsa, ma è anche poco funzionale allo scopo per cui siamo sces3 in piazza. È vero che il corteo è stato per lo più pacifico, ma gli scontri non lo hanno delegittimato. Le 50 000 persone del corteo al momento degli scontri si trovavano esattamente dietro “l3 incappucciat3” “facinorosi” che si scontravano, per sostenerli.  La violenza innoridisce, ci smuove qualcosa dentro che è difficile ignorare; per questo sappiamo che la risposta collettiva di ieri non è nata dal vuoto, ma da violenza subìta e agìta per anni nei confronti di tutta la popolazione. L’eliminazione di spazi di culturali, la distruzione della libertà di parola e dissenso, l’arresto di innocent3, il collasso ecoclimatico e la guerra sempre più vicina: queste sono le violenze che ieri molte hanno rivisto mentre sono scese in piazza per un mondo alternativo.È per questo che, ricordando a tutt3 che manifestare è un nostro diritto, noi esprimiamo totale solidarietà a manifestant3, fotograf3 e giornalist3, che hanno subìto gli abusi dei servi dello stato. E come Rivista La Rivolta contribuiamo a diffondere la verità su ciò che è successo ieri, perché sappiamo che solo una parte riceverà giustizia da parte delle istituzioni. 
Torino è partigiana: il futuro comincia adesso
Riprendiamo il comunicato scritto in serata e uscito dal centro sociale Askatasuna sulla giornata di ieri. Scriviamo poche righe a caldo, a pochi minuti dalla conclusione della manifestazione che oggi ha visto a Torino scendere in piazza oltre 50 mila persone. Il messaggio politico lanciato in questa giornata è inequivocabile: esiste un’Italia che rifiuta l’assetto di guerra con cui il governo Meloni vorrebbe imporre lo stato delle cose. Oggi in ben tre piazze che sono state attraversate in maniera viva e da protagonisti, c’era l’Italia che difende la possibilità di esistere in un presente fatto di riarmo, nelle parole e nei fatti. C’era l’Italia che difende gli spazi di aggregazione e incontro, gli spazi sociali che nella storia di questo Paese hanno rappresentato un modo per affermare un’opzione concreta per fare la differenza. C’era l’Italia che parla il linguaggio dell’inclusione, che respinge razzismo e discriminazioni, che sta dalla parte dei popoli che resistono, che combatte il patriarcato ogni giorno e lotta per la salvezza del Pianeta, a difesa dei territori contro le grandi opere inutili. Un’Italia che non vede nelle periferie problemi di ordine pubblico o bacini elettorali, ma luoghi in cui costruire solidarietà e anche comunità resistenti. Nelle piazze c’erano i movimenti, i sindacati, i partiti, i collettivi, gli studenti e le studentesse di scuole e università, i comitati di quartiere, le bocciofile, le realtà grandi e piccole dell’associazionismo e della politica, insieme a tantissimi cittadini e cittadine che hanno scelto di non delegare e di essere protagonisti di una giornata irrinunciabile. La mobilitazione di oggi nasce dallo sgombero di Askatasuna e non si poteva non esserci. Chi perché c’era quando è stata occupata, chi perché ha pensato che la sua esistenza fosse l’argine a una deriva conservatrice, autoritaria, violenta da parte delle politiche dei governi che si sono succeduti fino ad ora, chi perché ci ha fatto i concerti, perché ci ha cresciuto i figli, chi perché voleva e continua a volersi organizzare insieme per costruire altri mondi possibili. E’ una storia che è patrimonio comune, è una storia che parla a tutto il Paese. E la giornata di oggi rispecchia in maniera chiara e netta una risposta di massa, popolare e dal basso a un governo che teme il conflitto e che considera chi resiste e lotta un nemico da annientare. Giorgia Meloni lo ha finalmente detto a chiare lettere: chi era a Torino oggi è il “nemico del governo”. Lo ha esplicitato, si è squarciato l’ultimo brandello di quel velo irreprensibile. Ed è un bene che abbiano timore Giorgia Meloni, Piantedosi, La Russa, il sindacato di polizia: in questo Paese siamo in molti e molte a non essere disposti a subire politiche securitarie, razziste, omofobe e guerrafondaie. Oggi coloro che non sono più disposti a accettare supinamente queste politiche erano lì, fianco a fianco, chi più avanti e chi più indietro. Chi più giovane e chi più anziano, ciascuno con le proprie possibilità ha dato il proprio contributo. Quando lo Stato, in tutte le sue forme, mostra il volto profondo della violenza con cui intende gestire l’esistente, impone militarizzazione, scherno e dileggio nei confronti della popolazione non ci si può stupire di ciò che questo scaturisce. Quando a essere chiuse per questioni di ordine pubblico sono le scuole dell’obbligo di un piccolo quartiere di Torino, quando a essere militarizzato è un solo quartiere di una città italiana, quando un capo di stato determina in maniera univoca le scelte politiche delle istituzioni pubbliche, quando a essere feriti sono decine e decine di persone che manifestano: possono essere eccezioni, possono essere emergenze, se lette con le loro lenti. Con le nostre il quadro è chiaro: non si tratta di una scuola, di un quartiere, di una città, di alcune decine di persone, si tratta dell’orizzonte verso il quale questo sistema vorrebbe tutte le scuole, tutti i quartieri, tutte le città, tutti coloro che dissentono. Ce lo mostra in maniera cristallina Minneapolis, ce lo mostra in maniera devastante Gaza. Leggere quanto è accaduto in questo quadro è una chiave che apre una finestra sul futuro, da domani in avanti lo sguardo va puntato su chi sono i responsabili: Il governo, che sceglie la repressione come linguaggio politico; la guerra, come strumento di profitto e di gestione delle controversie internazionali; il modello imperante degli Stati Uniti, delle persecuzioni razziali e della criminalizzazione delle minoranze; la propaganda e la paura come prassi politica. La realtà è che il conflitto diventa una risposta inevitabile. La presenza di oltre 50 mila persone dimostra che questa opposizione non è marginale né isolata. È una forza sociale reale, capace di riconoscersi, convergere. C’è un tempo per raccogliere, un tempo per costruire, un tempo per stracciare, un tempo per indicare i nemici del popolo e rilanciare. Avevano pensato di aver rotto l’argine, l’argine si ricostruisce ancora più più ampio, ancora più forte. Solidarietà a tutti e tutte le persone fermate e ferite oggi. Askatasuna vuol dire libertà. La ricchezza delle piazze raccontata ai microfoni di Radio Blackout in ponte radio con Radio Onda Rossa, Radio Quar, Radio Wombat, Radio Spore, Radio Neanderthal, Radio Eustacchio; e dalla diretta di Radio Onda d’Urto DIRETTA DAL CORTEO NAZIONALE. TORINO E’ PARTIGIANA Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali. “ASKATASUNA VUOL DIRE LIBERTÀ”: 50MILA PERSONE AL CORTEO NAZIONALE DI TORINO. LA DIRETTA DI RADIO ONDA D’URTO Di seguito, due dei (numerosi) video che testimoniano l’operato della polizia, sabato 31 gennaio, a Torino: * Video di manifestante, a terra, colpito da una quindicina di manganellate da parte di un celerino * Video di un manifestante, a terra e con il volto coperto di sangue, attorniato da poliziotti che si rifiutano di soccorrerlo.
Le Olimpiadi, il calcio e l’odore dei soldi
Venerdì 6 febbraio si celebrerà l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Di Fabio Balocco Delle olimpiadi si è già detto tutto. Dell’abbraccio fra destra (governatore Zaia) e “sinistra” (sindaco Sala) quando si parla di grandi eventi-grandi opere. Chi è attento alle questioni ambientali, saprà della pista di bob, fortemente voluta da Salvini, oppure della cabinovia Apollonio-Socrepes, in corso di ultimazione in una zona franosa. Ma saprà anche (ed era facile immaginarlo) che la manifestazione è l’occasione per una scorpacciata di opere che non si sarebbero altrimenti realizzate, e questo in territori già ampiamente infrastrutturati. Così si rileva come l’investimento per le opere ruoti attorno a 3,54 miliardi di euro, ma anche che, di questa cifra, solo una piccola frazione è direttamente legata allo svolgimento delle gare: appena il 13% della spesa complessiva finanzia infatti le opere essenziali per i giochi. Di più, la sola Regione Lombardia, sulla sua piattaforma Oltre i Giochi 2026, censisce ben 78 interventi per 5,17 miliardi di euro, di cui 44 opere per 3,82 miliardi non compaiono nel portale nazionale. In pratica, i giochi sono una ghiotta occasione per il partito del cemento e dell’asfalto: né più né meno come avvenne per Torino 2006. I giochi come occasione per aumentare in piccola misura il PIL nazionale, quel PIL indicatore del benessere, secondo i gonzi, ovvero chi gestisce il potere e chi lo sostiene. Ma c’è un particolare spesso sottaciuto dell’inaugurazione, e cioè che essa si svolgerà all’interno dello stadio Meazza di Milano e questo evento suonerà come un atto di addio, o meglio un funerale per questa che è una vera e propria istituzione milanese: lo stadio Meazza, già stadio San Siro. Perché il Comune, guidato dal “sinistro” Sala, lo ha venduto per 197 milioni alle due società Milan e Inter, consentendo loro di abbatterlo per realizzarne sì uno nuovo, ma anche e soprattutto di fare un bel business immobiliare: infatti nell’area sorgeranno anche hotel, uffici, negozi, ristoranti e il museo di Inter e Milan. Un po’ come già accadde a Torino, altro sindaco “sinistro”, Chiamparino (anch’egli invaghito da grandi eventi-grandi opere), con la Juventus, anche se qui fu costituito un diritto di superficie novantanovennale. Ma c’è anche un’altra storia, questa invece minima, da raccontare legata all’inaugurazione in quello stadio, e cioè la partita del campionato italiano di serie A che lì si dovrebbe disputare il giorno seguente, l’8 febbraio, e cioè Milan-Como, partita impedita appunto dalla manifestazione. Orbene, cosa aveva pensato la FIGC? Di disputarla non già in un’altra data, oppure in un campo neutro italiano, bensì a Perth, in Australia, ossia dall’altra parte del globo. Detta così potrebbe sembrare una barzelletta, e invece in questo mondo alla rovescia, era vera. Così Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A ai microfoni di Mediaset: “Milan-Como a Perth? È un sacrificio che chiediamo ai nostri tifosi, credo che lo abbiano compreso”(https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/2025/12/19-145352650/de_siervo_entusiasta ). E perché poi questa operazione? Per esportare il nostro calcio nel mondo… In realtà per un introito nelle casse federali di dodici milioni di euro. Caso vuole che poi la balzana idea sia saltata e non già per un rinsavimento improvviso dei dirigenti della Federcalcio, bensì per le condizioni poste dalla Confederazione Asiatica di Calcio, ritenute eccessive dalla nostra Lega. Così Ezio Simonelli, presidente della Lega Serie A: “Nell’esprimere rammarico per l’epilogo di questo progetto, continuiamo ad essere fermamente convinti che questa conclusione sia un’occasione persa nel progetto di crescita del calcio italiano a livello internazionale, che priva peraltro i tantissimi tifosi della Serie A all’estero di vivere il sogno di assistere dal vivo a una partita della loro squadra del cuore” (https://www.milannews.it/news/saltata-perth-simonelli-escalation-di-ulteriori-e-inaccettabili-richieste-dell-afc-occasione-persa-601508). E infatti immaginiamo quanti tifosi di Milan e Como ci siano a Perth… La follia delle grandi manifestazioni; la follia di abbattere uno stadio monumento del calcio; la follia (per fortuna saltata) di disputare una partita del nostro calcio dall’altra parte del mondo…che dire? I soldi, solo i soldi che muovono questo porco mondo. da Volere la Luna