Verso una violenza senza fine in Medio Oriente
da Machina
La guerra contro l’Iran segna un ulteriore salto nell’escalation mediorientale
guidata da Israele e Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane sulle infrastrutture
energetiche del Golfo mostrano quanto fragile sia l’equilibrio globale costruito
su petrolio e rotte commerciali. Sullo sfondo emerge un progetto più ampio
dell’«Asse del Caos»: indebolire e frammentare gli Stati della regione, con
conseguenze difficilmente controllabili.
***
La guerra contro l’Iran che Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato il 28
febbraio con la «decapitazione» della leadership del paese e il bombardamento di
centinaia di obiettivi militari e civili – inclusa una scuola femminile a Minab,
dove 165 bambine e membri del personale sono stati massacrati –, si è
rapidamente trasformata in una conflagrazione regionale dalle conseguenze
incalcolabili.
Militarmente indebolito dalla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025 – quando
Donald Trump aveva dichiarato che le capacità nucleari dell’Iran erano state
«annientate» – e disprezzato da molti iraniani dopo la repressione sanguinosa
delle proteste e delle rivolte all’inizio di quest’anno, il regime iraniano non
è stato ancora destabilizzato dalla perdita della sua guida suprema, l’ayatollah
Khomeini, così come del ministro della Difesa e del comandante in capo della
spina dorsale militare e ideologica del regime, il Corpo delle Guardie della
Rivoluzione Islamica (IRGC).
Anticipando la decimazione delle proprie élite, l’Iran ha impiegato una
struttura di comando decentralizzata per organizzare attacchi non solo contro
obiettivi israeliani e statunitensi – inclusi Tel Aviv e diverse basi
americane – ma anche contro le infrastrutture energetiche e civili degli Stati
del Golfo, da cui dipende gran parte della strategia regionale degli Stati Uniti
– dagli Accordi di Abramo alla «Nuova Gaza».
Droni e missili iraniani hanno colpito la raffineria petrolifera Ras Tanura di
Saudi Aramco in Arabia Saudita e la città industriale del gas naturale
liquefatto (LNG) Ras Laffan Industrial City di QatarEnergy. Entrambi i siti
hanno sospeso le operazioni, con effetti immediati sui mercati energetici,
probabilmente destinati a peggiorare: QatarEnergy è il più grande produttore
mondiale di LNG, responsabile del 20 per cento dell’offerta globale, mentre Ras
Tanura è un hub cruciale per il petrolio greggio trasportato via mare.
Sono stati colpiti diversi altri porti e infrastrutture energetiche in tutto il
Golfo, compresi i data center di cloud computing di Amazon negli Emirati Arabi
Uniti e in Bahrein.
Nel frattempo, l’Iran minaccia anche tutte le navi che attraversano lo Stretto
di Hormuz, un passaggio strategico fondamentale per l’energia globale che era
già stato teatro delle «guerre delle petroliere» durante il conflitto Iran-Iraq
negli anni Ottanta.
Questo ha portato a proposte francesi per la creazione di una forza
internazionale volta a impedire un blocco di fatto che potrebbe avere effetti
disastrosi sull’economia globale – anche se è difficile vedere come potrebbe
evitare l’aumento dei premi assicurativi per il rischio marittimo, che stanno
già colpendo il commercio in tutto il Golfo.
Mentre l’impatto economico della guerra si fa già sentire a livello globale, la
sua dimensione militare si sta estendendo oltre il Medio Oriente, con droni di
Hezbollah che hanno colpito la base RAF britannica di Akrotiri, a Cipro.
Come ha suggerito il commentatore politico Seamus Malekafzali, gli iraniani
stanno impiegando tattiche di guerriglia, ma con le capacità militari di uno
Stato. L’esaurimento delle scorte di droni, missili e sistemi antiaerei da
entrambe le parti si è rivelato un fattore determinante per i tempi e la
traiettoria della guerra.
La concentrazione della ritorsione iraniana su infrastrutture energetiche e
corridoi commerciali mostra probabilmente le lezioni apprese dal blocco dello
Stretto di Bab al-Mandab da parte di Ansar Allah nello Yemen, in risposta al
genocidio di Israele a Gaza. In quel caso, nonostante fossero oggetto di
bombardamenti continui e attacchi di «decapitazione», gli Houthi hanno sfruttato
la loro posizione geografica e un arsenale militare molto inferiore con grande
efficacia, proprio infliggendo danni economici.
Il presidente Donald J. Trump ha espresso sorpresa per la disponibilità degli
iraniani a regionalizzare la guerra, colpendo gli alleati del Golfo degli Stati
Uniti. Questo nonostante il fatto che la sua amministrazione, in continuità con
quelle precedenti, abbia costantemente denunciato il regime teocratico
iraniano per la sua «follia», il «terrorismo», le «guerre per procura» e la
«destabilizzazione».
Come per molte altre sue dichiarazioni sulla guerra, l’unica cosa coerente nelle
affermazioni di Trump è la loro incoerenza. Le sue previsioni sulla durata del
conflitto sono variate da pochi giorni a settimane o mesi, con la precisazione
che gli Stati Uniti possono combattere «per sempre».
Anche la giustificazione per l’inizio della guerra ha oscillato notevolmente:
costringere l’Iran a «capitolare» completamente sul suo programma nucleare;
provocare una rivolta popolare e un cambio di regime; obbligare gli iraniani a
scegliere una leadership più malleabile; impedire all’Iran di esportare la
propria rivoluzione attraverso alleati regionali come Hezbollah; o persino la
pretesa grandiosa secondo cui il regime doveva essere attaccato perché avrebbe
«mosso guerra alla civiltà stessa».
Nel frattempo, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, celebrando la fine delle
«guerre politicamente corrette» e la scomparsa delle «stupide regole
d’ingaggio», ha cercato di sostenere che ciò che appare come incoerenza sia in
realtà il genio strategico di Trump, che gli permetterebbe di «cercare
opportunità, vie d’uscita ed escalation per gli Stati Uniti che creino nuove
possibilità di realizzare ciò di cui abbiamo bisogno secondo la nostra
tempistica».
Non potrebbe essere più chiaro.
Questa incapacità di attenersi a qualsiasi copione strategico razionale ha
prodotto anche alcuni momenti di oscura comicità. Riflettendo sulla «opzione
venezuelana», secondo cui la rimozione dei governanti del paese avrebbe favorito
l’emergere di sostituti subordinati, Trump ha osservato che l’attacco «è stato
così riuscito che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno
di quelli a cui stavamo pensando perché sono tutti morti. Anche il secondo o il
terzo classificato sono morti».
Ciò che è al di là di ogni dubbio è che il benessere e il futuro del popolo
iraniano non contano nulla nel calcolo di guerra statunitense e israeliano.
Come ha osservato puntualmente lo studioso Behrooz Ghamari-Tabrizi – ex detenuto
nel braccio della morte nella Repubblica islamica – l’attacco al regime, inclusa
l’uccisione di Khamenei, fa parte di un «pacchetto», «perché l’assassinio della
guida suprema iraniana fa parte anche dell’uccisione di bambini iraniani. Fa
parte anche dell’uccisione di civili innocenti iraniani. Fa parte anche degli
attacchi contro gli ospedali iraniani».
Nessuna sorpresa, aggiunge, quando questi attacchi vengono condotti da
Netanyahu e Trump, cioè il «re del genocidio e qualcuno negli Stati Uniti che è
così profondamente nei guai con il sistema legale americano, con i file
Epstein».
Mentre Trump e la sua amministrazione sembrano afflitti da una sorta di disturbo
imperiale da deficit di attenzione, i loro partner in questa guerra scelta
volontariamente non hanno alcuna difficoltà a comunicare i propri obiettivi.
Domenica, il primo ministro israeliano e ricercato per crimini di guerra
Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il coinvolgimento degli Stati Uniti nella
guerra contro l’Iran «ci permette di fare ciò che ho sperato di fare per 40 anni
— infliggere un colpo devastante al regime del terrore».
Nel periodo che ha preceduto la guerra, Netanyahu ha lavorato intensamente per
assicurarsi che i negoziati con gli iraniani non mandassero a monte il suo
desiderio di spezzare la Repubblica islamica. Che Israele abbia stabilito tempi
e agenda della guerra è stato suggerito dal segretario di Stato Marco Rubio, il
quale ha dichiarato ai giornalisti: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione
israeliana. Sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze
americane e sapevamo che, se non li avessimo colpiti preventivamente prima che
lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate».
Trump ha poi cercato di ridimensionare queste affermazioni con la doppia e poco
plausibile dichiarazione secondo cui, di fronte ad attacchi imminenti da parte
dell’Iran, gli Stati Uniti «hanno forzato la mano di Israele».
Resta da vedere se il dolore economico inflitto nel Golfo e a livello globale,
causato dal fatto che l’Iran abbia preso di mira, per ritorsione, infrastrutture
energetiche e logistiche, porterà gli Stati Uniti a ridurre o porre fine alla
guerra.
Dopo aver ucciso la guida suprema e molti membri delle élite iraniane, la guerra
potrebbe far crollare il regime? Il precedente storico suggerisce che,
nonostante la sua estrema impopolarità presso ampie fasce della popolazione, una
campagna di bombardamenti aerei – che sta già causando grandi sofferenze tra i
civili – non provocherà un cambio di regime. Come ha sostenuto lo studioso
Robert Pape, «sarebbe una prima volta nella storia».
Molti di coloro che mettono in guardia contro il regime change – non solo
sinistre o liberali, ma anche i critici sempre più rumorosi di Trump
nell’estrema destra MAGA – ricordano che le avventure imperiali degli Stati
Uniti in Iraq, Afghanistan e Libia hanno portato a varie forme di collasso
statale, con effetti devastanti sulla sicurezza e sui mezzi di sussistenza delle
popolazioni coinvolte.
Questo però ignora il fatto che, nonostante tutte le omelie e i progetti sul
nation-building, i neoconservatori che sostennero quelle guerre non hanno mai
evitato il nation-breaking. Nel 2006, il generale Wesley Clark raccontò di aver
visto un memorandum dell’ufficio dell’allora segretario alla Difesa Donald
Rumsfeld che delineava una strategia volta a «eliminare» sette paesi in cinque
anni.
Questi paesi erano Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Che sia
stato per progetto, collusione o incompetenza, è difficile ignorare che gli
obiettivi di quel memorandum siano stati in gran parte realizzati.
Nonostante i ripetuti appelli diretti al popolo iraniano, è evidente anche dalle
sue azioni che l’obiettivo di Israele non è tanto il cambio di regime quanto
piuttosto il collasso e la frammentazione dello Stato – una politica che Israele
porta avanti da tempo nei confronti del Libano e che ha promosso anche in Siria,
avvantaggiandosi su un avversario storico il cui territorio ora può essere
occupato impunemente.
Con la complicità degli Stati Uniti, Israele continua inoltre la sua politica di
sostegno ai movimenti separatisti tra le minoranze etno-nazionali
dell’Iran (curdi, baluci, arabi). Se questo serve a indebolire o eliminare
qualsiasi sfida alla sua continua oppressione del popolo palestinese e alla sua
aspirazione a un dominio incontrollato nella regione, Israele è ben disposto a
essere circondato da Stati svuotati e frantumati, privi delle capacità politiche
e militari necessarie per opporsi alla sua potenza e impunità.
Questo orizzonte di collasso statale rappresenta il complemento perfetto
dell’ideologia coloniale-teocratica della «Grande Israele», che anima molti
membri del governo Netanyahu e che è stata recentemente sostenuta anche
dall’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, il quale ritiene che i
confini dello Stato ebraico siano stabiliti dalla Bibbia.
Mentre la complicità della maggior parte delle potenze europee con il genocidio
israeliano a Gaza e la loro riluttanza ad applicare il mandato di arresto della
Corte penale internazionale contro Netanyahu sono ormai un fatto acquisito,
resta comunque notevole che esse continuino a sostenere una guerra
israelo-statunitense in cui il disfacimento di Stati e società non è un difetto
ma una caratteristica, e che sta già producendo destabilizzazione regionale e
turbolenze economiche globali.
Questo sostegno può assumere forme di servilismo imbarazzante, come nella
recente visita del cancelliere tedesco alla Casa Bianca, o nell’adulazione del
segretario generale della NATO Mark Rutte nei confronti del suo «papà» Trump,
«il leader del mondo libero». Ma può anche assumere forme più concrete e
consequenziali, come l’impegno di Francia, Germania e Regno Unito a
intraprendere «azioni difensive» contro l’Iran, senza però opporsi in alcun modo
a una guerra di aggressione in palese violazione del diritto internazionale.
L’unico paese europeo a distinguersi davvero dal coro di vassalli e
facilitatori è stata la Spagna, il cui primo ministro Pedro Sánchez ha proibito
agli Stati Uniti di utilizzare le loro basi di Rota e Morón per l’attacco contro
l’Iran.
Seduto accanto al compiacente Merz nello Studio Ovale martedì, Trump – mostrando
ancora una volta la considerazione che nutre per la sovranità dei suoi presunti
alleati – ha dichiarato che, se lo volesse, potrebbe usare comunque quelle basi,
e che in ogni caso interromperebbe immediatamente tutti gli scambi commerciali
con la Spagna.
All’indomani della guerra in Iraq, l’economista Giovanni Arrighi definì
l’imperialismo statunitense nella sua fase tarda come fondato su un «dominio
senza egemonia»: la capacità di esercitare una forza militare schiacciante e una
pressione economica enorme, separata però dal tentativo di convincere gli
alleati che la posizione di superpotenza fosse nel loro interesse.
Nel momento in cui si lega sempre più al progetto israeliano di smantellare la
sovranità statale nella regione circostante, la politica degli Stati
Uniti diventa sempre più nichilista, come se la mera dimensione della sua forza
militare e la presunta immunità da conseguenze significative le dessero licenza
di distruggere e destabilizzare senza assumersi responsabilità per le
conseguenze o gli esiti.
Sebbene l’attacco all’Iran sia già profondamente impopolare tra l’opinione
pubblica statunitense, è difficile vedere come la macchina bellica
israelo-statunitense possa essere fermata da qualunque opposizione politica,
interna o internazionale.
Resta una questione aperta se un caos economico crescente potrà avere un effetto
là dove la politica o il diritto non riescono ad averlo – ed è difficile
immaginare che Israele rinunci al suo antico obiettivo di spezzare lo Stato
iraniano.
Qualunque sia la traiettoria che prenderà la guerra, una cosa è certa: i suoi
danni saranno duraturi, aggravando tutti i disastri che l’imperialismo
statunitense, il colonialismo israeliano e l’autocrazia interna hanno già
inflitto alla regione.
***
Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli
e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo
razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale.
Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre
al potere (2024).
elaborazione di Angelica Ferrara
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto
Usa-Israele.
Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non
scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta
alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione
della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi.
Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente
forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8
settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile
obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista
nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora
chiaro il punto di caduta né la strategia americana.
L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di
origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere
uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia
intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo
definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che
rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in
Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo
quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche
contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista
non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli.
Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel
colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di
come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione
verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica
aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto
altro.
da Radio Blackout
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo
l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e
uno dei fronti più esposti è il Libano.
Nel sud del paese e nelle periferie meridionali di Beirut migliaia di persone
sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle minacce dei
bombardamenti a tappeto israeliani e delle operazioni militari terresti legate
allo scontro tra Israele e Hezbollah. Interi villaggi sono stati obbligati dai
sionisti a sfollare e molte famiglie si sono spostate verso nord o verso la
capitale, mentre infrastrutture civili e servizi essenziali vengono colpiti o
interrotti.
In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un
conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze
costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un
attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici,
droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi
armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia
andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità
militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana
rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli
Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre
per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel
baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha
legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra
infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione.
Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo
corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria:
Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale
situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare
curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti
politici dell’establishment americano ed israeliano:
da Radio Blackout
Riprendiamo da Scienza in rete
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di
Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio,
affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più
marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere
tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine
globale.
Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un
saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un
tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma
storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo
sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali.
Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande
efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca
internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in
corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e
Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la
parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII,
con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena
alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra
l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica
rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War.
Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra
grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio
strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare.
La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano
all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste
tecnologie negli apparati bellici.
LE PROMESSE TRADITE E GLI EFFETTI REALI DELLA DIGITALIZZAZIONE
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume.
Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea
produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una
dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria
di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet
viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale
svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello
sviluppo delle innovazioni radicali.
Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione
abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza
produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il
lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato
stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture
private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale
appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e
quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di
rafforzare relazioni di dominio.
Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al
consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti
di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa
capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla
configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato
globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di
rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche
danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama
esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo,
a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese
sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico
“interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più
concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin
radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del
capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non
più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di
infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli
strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della
proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione.
Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali
non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione
di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso
militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in
cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori
indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra
Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già
ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve.
Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande
capitale.
Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo
sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del
digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare
stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi
di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome,
mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft
fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese
specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei
circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso).
Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano
così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici
miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da
infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma
la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali,
l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono
in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra
digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo:
quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che
avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare,
ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che
si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli
eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo.
Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi
ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare
l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto).
Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico
italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul
tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu).
LA TRAIETTORIA CINESE VERSO L’INTEGRAZIONE DEL SISTEMA TECNOLOGICO E DI GUERRA
L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una
combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il
resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo
periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello
occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il
ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello
sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come
uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a
una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo.
Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura
ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel
1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una
frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature
di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben
detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della
strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire
un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della
sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di
trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a
lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”.
Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi
fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il
coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere
settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La
peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani
quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie
pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti
diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per
l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in
base alle specificità settoriali e territoriali.
La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di
sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della
digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario
quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida
diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi
fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si
innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più
rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è
soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo
pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme
private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento
e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale.
Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft)
statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante
delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel
radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente
geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più
attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu,
Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei
trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire
da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri
formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla
costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e
Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese
si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un
sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo
senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta
soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma
anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera
regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando
spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come
semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di
modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge
mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche.
Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e
contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e
Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi
strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre
profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di
lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale
privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza
tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello
occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici
delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma
Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu
(JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea
legislativa della Repubblica Popolare.
L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico,
perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e
sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche
industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con
le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una
differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi
statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non
sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto
piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria
delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base
sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia
esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la
cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della
popolazione.
È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene
politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come
sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo
tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di
direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra
Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande
capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa
prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa
da quella statunitense.
È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua
dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se
non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di
fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva
all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando
ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La
spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi
pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA,
cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la
sfera economica.
Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi
ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il
supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e
NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni
organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la
circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di
droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti.
Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta
verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione
delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che
emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo,
strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto
politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per
la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo
convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la
spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento
agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove
strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul
versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione
tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in
infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione
strutturale del confronto globale.
Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul
ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente
regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del
rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento
della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più
segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza.
Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel
dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso,
accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza
rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente
cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre
più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive
Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha
sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi
tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti
di Epstein.
La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto sta
accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele, in
particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate
composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump.
Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA
però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in
guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a
USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo
di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel
sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco
come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture
tecnologiche le guerre di Trump.
Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori.
da Radio Blackout
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro
l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è
ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa.
Nonostante non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia
Occidentale, le ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono
sovrapponibili con la guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo
l’inizio degli attacchi pakistani a Kabul.
Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le
proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le
immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato
americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle
relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la
manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda
comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi
contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non
indifferente per la linea Trump.
Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate
tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan.
da Radio Blackout
Sei mezzi militari imbarcati su una nave porta-container della Hapag-Lloyd, la
Kobe Express, direzione Tangeri (solito scalo utile ad aggirare la legge
185/90).
“Ancora una volta il porto di Livorno viene utilizzato come snodo logistico del
traffico bellico internazionale. Ancora una volta, dietro la facciata neutrale
del commercio globale, passano mezzi e strumenti di guerra. Le recenti
escalation militari nel Mediterraneo e oltre, hanno riattivato immediatamente i
flussi militari nello scalo labronico”. Cosi’ i Gap Livorno che denunciano per
l’ennesima volta come il porto sia ormai diventato infrastruttura strategica non
solo per l’economia, ma per la politica di guerra.
“È qui che si intrecciano interessi commerciali, equilibri geopolitici e scelte
che nulla hanno a che vedere con la sicurezza delle cittadine e dei cittadini né
con quella dei territori. Ci raccontano che è “necessario”, che è “normale”, che
è “parte del sistema”. Ma questo sistema ci rende solo più espostə, più
vulnerabilə, meno tutelatə. Ogni escalation internazionale trova nel nostro
porto un ingranaggio pronto a muoversi. E a pagare il prezzo siamo noi:
lavoratori e lavoratrici trasformatə in anelli della catena bellica, territori
trasformati in piattaforme operative, città rese bersagli potenziali.
I portuali non vogliono essere complici di guerre e genocidi e non vogliono che
il proprio lavoro venga piegato agli interessi militari di governi e
multinazionali. “Se questa dinamica si ripresenterà- annunciano- promettiamo
che bloccheremo di nuovo i varchi. Lo abbiamo fatto e possiamo farlo ancora”.
Le considerazioni di Simone del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno
da Radio Onda d’Urto
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba
diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è
un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e
piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è
semplice: lo vogliamo?
da No Base
IL MEDITERRANEO NON È UNO SFONDO: È UN TEATRO
Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui
si inserisce.
Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto
simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti
al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati,
capacità di colpire in poche ore.
Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il
Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa.
E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia
strategica per conto terzi.
CAMP DARBY: NON SOLO UNA BASE, MA UN SISTEMA
Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa
di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di
nome senza conoscerne il ruolo reale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua
riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche
(dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli),
adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale
bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione,
pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli
che si stanno moltiplicando ovunque.
Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le
Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un
progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più
chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai
definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di
euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e
del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo.
Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E
a quali necessità risponde veramente?
LE FORZE SPECIALI SI SPOSTANO. MA DOVE, E PERCHÉ?
Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di
forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci”
al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area
ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede
interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro.
Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio
economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali
— forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in
un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare
Galileo Galilei e il Porto di Livorno.
Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di
comando risponderebbero?
LE FERROVIE E I “CORRIDOI CIVILI”
L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare”
all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto
transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe
e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato.
In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per
convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità
di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su
nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi.
La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture
civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci
ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento
europeo è la rapidità di movimento militare.
LA GUERRA IBRIDA E IL TERRITORIO COME PIATTAFORMA
La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di
dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità
decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi.
In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo
in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in
capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di
intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte
di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane
sventolano sul suo perimetro.
Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita
infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine
decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste
strutture?
Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta
pubblica e verificabile.
JAMMS E PRATICA DI MARE: IL CERVELLO DIGITALE DELLA GUERRA
Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare
a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità
avanzate di guerra elettronica.
JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze
speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain
Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente
tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber.
Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate
per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di
dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma,
probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i
dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con
sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi
al minimo.
Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in
questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e
l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp
Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico?
Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale?
La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E
l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso.
DECISIONALITÀ E SOVRANITÀ: IL CASO CROSETTO
C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali.
Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il
ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura
improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in
apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le
decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando
integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i
ministeri italiani.
Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di
autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che
transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi
operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene
valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era
“preventivato”?
Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori?
Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta
pubblica, anzi le aggira.
E il silenzio è già una risposta.
IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA
C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come
“ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del
territorio”.
Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra.
Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali,
i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto
mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in
piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale.
E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica.
Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in
hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state
attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di
integrazione?
Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state
condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi
derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde,
e a chi, delle decisioni prese?
Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo
intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della
logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi
coloniali nostrani.
Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con
certezza:
Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!
Non si ferma l’aggressione imperialista Usa-Israele contro l’Iran, anzi si
intensifica.
L’intervento è stato evidentemente preparato per mesi, con l’accumulo di forze
militari americane nell’area mediorientale, utilizzando i negoziati di Ginevra
come specchietto per le allodole, per distrarre e disorientare la difesa
iraniana.
Quello che inizialmente sembrava voler essere una sorta di guerra lampo, come
successo in Venezuela, si sta trasformando in un conflitto che durerà nel tempo,
scompaginando i piani iniziali.
La strategia di Israele, evidentemente supportata dalla parte neocon dello stato
profondo americano, di chiudere i conti con l’asse della Resistenza sciita è
arrivata ad un punto di svolta con questa specie di “all in” con cui si spera di
far capitolare la Repubblica Islamica. Questa mossa va inquadrata nel contesto
generale scaturitosi da dopo il 7 ottobre 2023 e il conseguente genocidio del
popolo palestinese. Di più, va messa in relazione con il piano decennale di
disciplinare il medio-oriente ai diktat dell’imperialismo occidentale, di cui
Israele è testa di ponte in quell’area.
L’aggressione messa in campo, in barba a qualsiasi logica di diritto
internazionale, è talmente spudoratamente imperialista e coloniale, che i
tentativi retorici di Trump e Netanyahu di farla passare come un’operazione di
liberazione del popolo iraniano e per la democrazia, non vengono presi in
considerazione praticamente da nessuno, se non da qualche giornalista d’apparato
o da chi ha interessi diretti con americani e israeliani.
La risposta iraniana è tenace ed è improntata su strategie nuove che hanno
spiazzato l’aggressore. Colpire in risposta a largo raggio e con intensità mai
vista prima le basi americane in tutta l’area limitrofa, il territorio
Israeliano, tutti i paesi del golfo, sta logorando l’ombrello protettivo,
costosissimo, costruito negli anni dagli apparati militari imperialisti. Le
infrastrutture logistiche ed energetiche, così come le maggiori città stanno
pagando un costo altissimo. Diversi analisti, anche occidentali, convergono
nella valutazione che più durerà il conflitto più sarà difficile garantire
protezione ai propri alleati del golfo e allo stesso territorio israeliano. Le
scorte di missili di contraerea per rispondere ai bombardamenti iraniani non
sono infiniti, e molti dati portano a pensare che non possano durare a lungo. Il
fatto che questo costo sia il più alto e duraturo possibile è la scommessa
iraniana per far demordere l’attacco scatenatogli contro, e far scendere a
mediazioni l’aggressore. Questo potrà portare anche ad un ulteriore ampliamento
del conflitto in cui ogni scenario, fino a pochi giorni fa remoto, diventa ora
possibile. Ogni giorno che passa si allarga il teatro di guerra, fino a lambire
i margini meridionali dell’unione europea.
Si rende evidente un fatto grosso che si vede soprattutto nella reazione
iraniana: la guerra si muove interamente sulle catene del valore. L’Iran è uno
snodo centrale per l’economia cinese, non solo come approvvigionamento di
materie prime, ma anche a livello logistico. Viceversa la risposta messa in
campo dai pasdaran punta a disarticolare le basi economiche dell’accumulazione e
del modello di “capitalismo arabo” filo Usa del Golfo. Il risultato di questa
combo è che sempre di più le varie mistificazioni di facciata cadono e viene
alla luce la natura capitalista (e dunque sulle linee del profitto che
travalicano i territori) della guerra.
Il territorio iraniano intanto paga un costo enorme in termini di vite umane e
di danni strutturali, con pericolosissimi attacchi alle infrastrutture nucleari
che possono potenzialmente portare a catastrofi ai danni di tutta la
popolazione.
La Repubblica Islamica e l’intero asse della Resistenza stanno affrontando
questa guerra di aggressione in maniera esistenziale e coscienti che la partita
che si gioca è di portata storica per tutto il Medio Oriente.
Gli obiettivi americani sono non solo la caduta del regime, ma anche la
balcanizzazione del territorio iraniano su linee etniche e religiose. Vanno in
questo senso i finanziamenti e il sostegno alle milizie curde del nord-Iran e si
preparano a considerare anche l’opzione dell’intervento diretto con le truppe,
che vista la difficoltà logistica che comporterebbe potrebbe essere delegata a
forze locali “ostili” al governo.
L’altro obbiettivo è quello di spezzare qualsiasi sostegno ai palestinesi per
poter finire il genocidio iniziato a Gaza, colonizzare definitivamente la
Cisgiordania ed impedire preventivamente qualsiasi resistenza nei paesi
confinanti all’entità sionista. Infine impedire l’approvvigionamento e il
sostegno al movimento libanese Hezbollah e agli houthi. Infatti l’Iran, che
piaccia o meno, è stato l’unico attore statale a sostenere la resistenza nei
fatti, in questi anni, al progetto della “grande Israele”.
Per questo motivo una capitolazione dell’Iran o un suo disfacimento sarebbe la
rovina per i palestinesi e per tutti quelli che si pongono il problema di
resistere al progetto imperialista. Questa constatazione, che parte dai dati
materiali della situazione sul campo, non vuol dire che ai movimenti che si sono
battuti contro il genocidio dei Palestinesi, debba piacere il regime teocratico
iraniano, o che non bisogna assumersi la complessità delle mobilitazioni contro
il regime che da molti anni vengono portate avanti. Il fatto è che nulla di
buono può scaturire dall’intervento imperialista né per le masse popolari
iraniane né per tutto il movimento a livello globale. Anche se è comprensibile
che alcuni iraniani della diaspora e in loco, siano felici per la morte dei
Khamenei, ciò non cancella il fatto che le condizioni di vita materiali e di
diritti sociali e civili in Iran non potranno che peggiorare con una guerra di
lungo corso e la disgregazione territoriale che si vuole portare a termine. Lo
si è visto in Siria, in Iraq, in Afghanistan, dov’è la democrazia che tanto si
sbandierava di voler portare? Sono migliorate le condizioni delle masse? La
caduta dall’alto di quei regimi ha portato all’avanzata di un movimento
progressista e anticapitalista o addirittura rivoluzionario e comunista? Non ci
sembra proprio.
Per questo motivo moltissimi iraniani a cui sicuramente non va a genio la classe
di profittatori creata dalla rivoluzione islamica, si pongono il problema di
contrastare l’attacco imperialista dentro e fuori dal paese.
Come fu per il 7 ottobre, il potere prova a giocare la sua partita, instillando
nei movimenti e nelle masse il ragionamento, tutto frutto di una supposta
superiorità occidentale e coloniale, per cui i popoli colonizzati dovrebbero
assumere delle forme di resistenza e di ribellione alla barbarie capitalista,
“pulite”, pacifiche, “felici” e idealizzate. L’autodeterminazione dei popoli
invece assume spessissimo forme dure e che possono non piacere a chi sta nella
parte occidentale del mondo. Le petro-monarchie sono il modello imperialista, o
al massimo un regno di caos e di guerra civile distruttiva su base etnica o
religiosa.
Con questo dato politico semplice ma enorme bisogna fare i conti, come fu per il
la resistenza del popolo palestinese. L’equidistanza che vediamo in certi
ambienti della sinistra e, purtroppo anche di movimento, finiscono per agevolare
il disegno del dominio e tolgono forza e supporto a chi resiste materialmente
alla guerra imperialista. La sfida oggi è quella di mettere in campo un
movimento contro questa aggressione e il progetto imperiale americano che abbia
parole chiare e comprensibili senza ambiguità. O si è contro o si appoggia
l’aggressione, non ci sono vie di mezzo.
Fare la nostra parte, in occidente, vuol dire costruire e favorire l’emergere di
un movimento contro la guerra, contro l’intero “progetto” occidentale, facendo
mancare la base di supporto materiale e di consenso che permette il genocidio e
l’assoggettamento di tutta quella parte di mondo che subisce o che non si vuole
assoggettare all’ordine imperiale.
In Italia e in tutta Europa, i costi sociali ed economici di questa guerra
saranno altissimi. Il prezzo di gas e carburanti non potrà che lievitare
ulteriormente, colpendo le condizioni di vita materiali di milioni di persone.
L’uso delle basi americane sul nostro territorio, così come il coinvolgimento
diretto nel conflitto, già realtà per Francia, Inghilterra e Germania, non farà
che esporre la popolazione a diventare potenziale obiettivo diretto.
Crediamo che questa coscienza sia diffusa e radicata in una grossa fetta della
popolazione italiana ed europea in generale: ci si rende conto che il progetto
di egemonia americana non è più in grado di offrire una contropartita
accettabile. Gli interessi materiali di chi sta in basso, quindi in primis di
tutelare i propri standard di vita, non coincidono con gli interessi delle
élites europee e del governo Meloni. Questi ultimi sono proni non solo per
adesione all’ideologia Maga, o perchè figliocci di Bannon, o perché
strutturalmente atlantisti, ma perché la maggior parte della borghesia italiana
ed europea ha capito che c’è la possibilità di mantenere i propri privilegi
scaricando i costi verso il basso. L’acuirsi di questa situazione non potrà che
ampliare il divario fra i partiti istituzionali e la massa sempre più crescente
di persone che non si riconoscono più nel sistema istituzionale, lasciando uno
spazio politico vuoto in cui può crescere un’insorgenza sociale nuova. Il
movimento contro il genocidio e la guerra a Gaza è stato anche questo.
In questa congiuntura generale si arriva al dunque anche per il governo
italiano: la strategia propagandistica per la “sovranità” nei settori strategici
è evidentemente smascherata, che si tratti di energia o di altri ambiti,
l’Italia in questi anni non ha fatto alcun passo avanti in questa direzione con
dure conseguenze sul piano economico. Di fatto l’unico settore in cui l’Italia
ha buone speranze è quello dell’industria militare, ma su questo dovrà fare i
conti con un forte sentimento anti bellico che cresce in vari settori della
popolazione. L’equilibrismo e l’imbarazzo di Meloni nei confronti di Trump avrà
un punto di caduta? Nel frattempo la domanda da porci è: l’occidente collettivo
è sprovvisto oggi di ” idee forza” per muovere le masse verso la guerra, dunque
come esplicitare e tradurre concretamente un programma che di fatto viene
espresso dalle parti basse della classe? Serve un piano di realtà immediato
perché la risposta non può essere lasciata al Vannacci di turno.
Ci uniamo al messaggio di saluto da parte di Derive Approdi in merito alla
scomparsa di Romolo Gobbi e per ricordarlo ripubblichiamo questa intervista
presente sul sito Futuro Anteriore – Dai Quaderni Rossi ai movimenti globali:
ricchezze e limiti dell’operaismo italiano.
Apprendiamo con grande dispiacere la notizia della scomparsa di Romolo Gobbi,
figura di grande importanza nelle esperienze di «Quaderni rossi» e di «classe
operaia» e nell’organizzazione delle lotte di fabbrica a Torino negli anni
Sessanta, storico acuto e coraggioso, persona dotata di profonda intelligenza e
straordinaria ironia. Con noi ha pubblicato la nuova edizione di «Com’eri bella,
classe operaia. Storie, fatti e misfatti dell’operaismo italiano», volume che
consigliamo a coloro che vogliano guardare alla propria storia senza stucchevoli
mitologie e inutili nostalgie. Per ricordarlo, pubblichiamo a seguire un breve
stralcio del libro: crediamo restituisca bene quello che Romolo è stato.
«Dopo pochi giorni ci giunse la sentenza: “Tali compagni nel corso della loro
attività presso la nostra fabbrica hanno compiuto ‘aperti atti di indisciplina e
svolto attività di tipo frazionistico’ tali da creare notevoli difficoltà e
intralci alla azione del Partito e del sindacato di classe. I loro atti di
indisciplina si sono manifestati pubblicamente e in materiali di propaganda
stampa e diffusi di loro iniziativa, posizioni contrarie alla linea
autonomamente decisa dal Sindacato unitario e vincolante per la corrente
comunista. Constatato, dopo prolungati sforzi, che si sono protratti per alcuni
mesi, anche sulla base di colloqui diretti, malgrado vari richiami orali, il
loro rifiuto a voler riconoscere gli errori commessi, contrapponendo alla
esigenza dell’autocritica il loro diritto a svolgere un’azione di frazione. La
Cellula dei Larghi Nastri e il Comitato Direttivo di sezione unitamente decidono
la RADIAZIONE di Gobbi e di Gasparotto dal Nostro Partito”. Il 20 febbraio 1962
ci fu un riesame della nostra radiazione da parte della presidenza della
Commissione federale di controllo: durante la seduta ci venne chiesto
insistentemente di fare l’autocritica, anche benevolmente, ma noi fummo
intransigenti e ce ne andammo con la formula di rito “Cari compagni, fraterni
saluti”. Eravamo nel partito esattamente da un anno. Pierluigi disegnò un
cartiglio con una grande zeta rossa, per Zengakuren come ci chiamavano nel
sindacato, al cui centro campeggiavano due braccia incrociate nel classico gesto
osceno col motto “Moriantur burocrates”. In alto c’era un’altra scritta: “sempre
espulsi – sempre presenti”».
INTERVISTA A ROMOLO GOBBI – 14 DICEMBRE 2000
Da buon storico materialista inizio dicendo che l’individuo è collocato nella
società in cui vive. Mentre l’esperienza operaista è precedente, praticamente
finisce con Gramsci, quindi negli anni ’20, la raboceia opposizia (opposizione
operaia) venne sciolta da Lenin, la Kollontai divenne ambasciatrice in Finlandia
credo, quindi l’esperienza operaista con questi personaggi si chiuse. Perché
negli anni ’60 a Torino c’è un revival operaistico? La domanda è questa. Intanto
c’è una continuità teorica, nel senso che soggetti determinati (poi dirò dei
nomi) portano e conservano la memoria, la teoria e i valori dell’operaismo, e
non sono dentro il Partito Comunista, anche se si sa che lì vinse l’ala degli
ordinovisti, cioè quelli che Lenin accusava di essere operaisti, di essere
anarcosindacalisti. Ad esempio quando si rivolse a Terracini dicendo che a
Torino c’è stato qualcosa di anarcosindacalista ma niente di marxista. Chi
conserva parte di questi valori? E’ una parte del Partito d’Azione, la sua
sinistra che si chiama Vittorio Foa, che durante il fascismo, pubblica un
quaderno di Giustizia e Libertà sull’Ordine Nuovo e sui consigli, e poi divenne
socialista e vicesegretario della CGIL. Vi è anche un altro soggetto di origine
azionista, Trentin, figlio del Trentin azionista, e divenne vicesegretario della
CGIL. Quindi, furono i due vicesegretari della CGIL che nel 1960 o ’61 si
rivolsero a Raniero Panzieri, che rappresenta l’altro filone socialista;
Panzieri e Libertini i quali avevano teorizzato le tesi sul controllo operaio.
C’è poi questo polo internazionale che è stato rappresentato dalla Yugoslavia e
basta. Quindi, è un filo flebile, non ci sono altri, sono quelli; e sono
soprattutto quei due vicesegretari che puntano a realizzare in Italia una
qualche forma di controllo operaio. L’operaismo ha vinto perché è riuscito a far
fare al sindacato i consigli di fabbrica, anche se poi sono stati svuotati.
Allora, come potevano due vicesegretari della CGIL ottenere questo risultato se
non facendo marciare l’esperienza con gambe più giovani e comunque rendendo la
cosa più evidente, dal momento che non potevano loro (in nome di chi?) far
passare questa cosa. C’è stato dunque questo liaison Panzieri-Foa-Garavini e
l’idea di fare i Quaderni Rossi, questa è la base soggettiva portante di questi
valori.
Dall’altra parte la società italiana di quegli anni stava vivendo il boom
economico, cioè una fase di reindustrializzazione. Gli anni del boom economico
produssero una crescita vertiginosa, il miracolo italiano di
industrializzazione. La Fiat fece Rivalta, si estese a Carmagnola, costruì
stabilimenti da tutte le parti, nacque il polo elettromeccanico. Ci fu questa
situazione di banale consumismo che il capitalismo mondiale aveva già superato:
in Italia i frigoriferi, le automobili, il consumo di massa di questi beni
durevoli arriva in quegli anni lì. Allora, cosa succede secondo me? Che
ricreandosi le condizioni dell’industrializzazione dei primi anni del secolo, è
stato possibile che individui che avevano nella loro memoria questi valori
cogliessero questa occasione per proclamare una qualche preminenza della classe
operaia, perché la classe operaia in quegli anni era in espansione ed era
protagonista. Congiunti questi fattori con la società veniamo fuori anche noi,
prodotti di questa stessa società, cioè coinvolti in questo fenomeno vistoso di
crescita operaia. Quindi, scatta tutta quella sequela di entusiasmi, la crescita
entusiasmante della classe operaia ci porta ad essere solidali con essa, ad
auspicare una trasformazione della società in maniera radicale, in cui la classe
operaia sia protagonista.
Adesso arriviamo a noi, poveri tapini che veniamo soggiogati dal fenomeno
sociale e veniamo indottrinati e strumentalizzati da chi invece aveva delle idee
più chiare, anche se penso che nemmeno loro sapessero bene dove sarebbero andati
a finire, ma avevano questi valori in tasca. Noi come veniamo fuori? Siamo il
prodotto di una società chiusa, che è Torino, tipico esempio: se uno volesse in
tutto il mondo indicare una società chiusa, Torino è la più rappresentativa.
Quindi, apparteniamo ad una classe media, piccolo borghese, caratterizzata da
questa chiusura mentale. Ci sono invece degli individui che per ragioni
genetiche o culturali si vogliono ribellare, si dice che Torino è la culla ed il
covo di sperimentazione, in realtà secondo me è la reazione alla sua chiusura: è
talmente chiusa che uno a un certo punto deve esplodere. Allora, vengono fuori
le punte critiche e le punte polemiche nei confronti della società, che magari
in una società più permissiva non verrebbero fuori. Di fatto veniamo tutti da
esperienze religiose, frustranti, alla ricerca di una realizzazione pratica. Io
credo di essere stato l’unico cattolico in crisi, degli altri Rieser era ebreo
valdese, infatti c’è questa componente valdese, lo sono Mottura, la Edda
Saccomani, le prime riunioni si fanno ad Agape. Quindi, in crisi non dico
mistica ma senz’altro religiosa e dunque giustamente c’è il collegamento con
minoranze religiose: da questo impasto viene fuori la psicologia di queste
persone. E’ una cosa così banale che qualsiasi psicologo avrebbe potuto fare,
non è un risultato eccezionale, non eravamo degli individui eccezionali. A
riprova di questo si sa che nell’area dei Quaderni Rossi gravitano personaggi
quali Gianni Vattimo, Guglielminetti, lo stesso Coppellotti, quelli del gruppo
Mounier, cattolici operaisti per conto loro. Anche Greppi viene fuori
dall’esperienza valdese, ma poi c’è anche Miegge che diventa pastore a Roma, un
altro valdese. Io con questo ho spiegato tutto: una religiosità vissuta in
maniera di crisi, quindi un voler superare la propria religiosità con qualcosa
di più soddisfacente e tangibile ed eccoci approdare alla religione operaista:
chiaramente per noi aveva questo valore di sostituzione, e si guardava alla
classe. In Come eri bella classe operaia racconto di questa matrice religiosa,
adesso sono stato più esplicito, forse allora avevo meno chiaro questo quadro
complessivo ma direi che l’operaismo a Torino rinasce da questa convergenza di
spinte sociali, esperienze religiose individuali in crisi e personalità comunque
illustri che invece ci utilizzano.
Nel ’61 io faccio il discorso alla conferenza dei comunisti delle grandi
fabbriche davanti a Togliatti e a tutti gli altri, Amendola, Ingrao: “parla lo
studente Gobbi di Torino”, era impensabile. Lo studente Gobbi di Torino,
iscritto da due mesi al Partito Comunista, alla conferenza dei comunisti delle
grandi fabbriche non può parlare, non è nemmeno concepibile: però, se dietro ha
due vicesegretari della CGIL che gli scrivono il discorsoallora questo può anche
parlare. Si fa un piccolo conciliabolo, “vai tu, no io no”: Soave si è subito
ritirato, lui è una chiocciola, si ritira dentro la sua libreria o a casa sua,
Romano naturalmente no, Pierluigi no, quindi faccio io il discorso e mi piglio
le ire di Togliatti, mi processano nel partito e mi sbattono fuori dopo pochi
mesi. E naturalmente io faccio il discorso, che non è più rintracciabile ma io
ce l’ho a casa in copia, quella praticamente è un’anticipazione dei consigli
operai, si dice: “Il partito in fabbrica non conta più, il sindacato nelle sue
strutture attuali non ha una presa e un contatto diretto con la classe, la
classe è disponibile, bisogna creare degli organismi”. E si parla proprio di
assemblee e di delegati di reparto, cioè questi ce lo avevano in testa, lo fanno
dire a me. Togliatti naturalmente se la prende con me perché suocera intenda.
* – In questo contesto che hai delineato come è avvenuto nello specifico il tuo
processo di formazione politica e culturale e quali sono state eventuali
figure di riferimento nell’ambito di questo percorso?
Intanto c’è il liceo Gioberti, io sono compagno di classe di Mottura, poi questi
ripete e quindi diventa compagno di classe di Rieser e il gioco è fatto: eravamo
compagni di liceo. C’era poi anche la giovane Negarville, che poi diventerà
moglie di Minucci. Era così. Ad esempio, perché Rieser viene al Gioberti? Perché
lì insegna il professor Molpurgo, ebreo, e allora le classi di Molpurgo si
riempiono di ebrei. Siamo di nuovo lì, sono delle spiegazioni banali ma ovvie
anche. Nessuno dei professori naturalmente ha un valore, ma ci sono questi
legami. Si passa anche attraverso la politica universitaria, ma poi ci si
ritrova tutti nel Partito Socialista con Basso: allora ecco di nuovo un altro
personaggio, Lelio Basso, e siamo tutti bassiani. Anche la Edda Saccomani viene
dal Gioberti, quindi i valdesi e gli ebrei al Gioberti si ritrovano e fanno
combriccola, poi si ritrovano all’università a Palazzo Campana. Io faccio
politica universitaria ma gli altri credo di no: tra l’altro io non la faccio
nell’UGI che era la forza deputata, ma poiché un altro del liceo era nei
Goliardi Indipendenti, che erano liberali, mi fa andare lì. Ma io nel giro di
due anni maturo la mia iscrizione al Partito Socialista, corrente bassiana, e
allora ci ritroviamo tutti lì dentro, insomma tutti quei cinque o sei che
eravamo, cioè io, Rieser, Mottura, Soave, Edda Saccomani, poi c’erano altri che
si sono persi per la strada, la donna di Mottura, che è un’altra valdese. Poi
Lelio Basso non è che suscitasse particolare entusiasmo, però anche lui era un
portatore di un’ideologia se non operaista certamente non carrista, quindi
comunista in senso stretto, e neanche riformista: luxemburghiano insomma.
Essendo appunto in crisi, tutta l’eredità critica del comunismo noi la
ereditiamo, quindi anche Trotzkij, Soave era trotzkista. Alquati è un
personaggio misterioso, perché lui non è stato niente di tutto ciò, nel momento
in cui bisognava iscriversi diceva “bisogna iscriversi al Patito Comunista”, noi
ci iscrivevamo e lui no, al Partito Socialista noi ci iscrivevamo e lui no. Lui
è sempre fuori, gioca sempre da fuori: non so se sia una sorta di opportunismo o
di reticenza, non lo so, ci manda avanti ma lui non c’è. Comunque, rispetto alla
strumentalizzazione era fatta da altri, e cioè dai Foa e dai Trentin, poi questi
naturalmente fanno valere la loro posizione sulla Camera dl Lavoro di Torino,
quindi vengono fuori i Garavini, i Pugno, gli Alasia, tutti questi personaggi
che collaborano ai Quaderni Rossi: ma lì è già più ovvio, lì c’è addirittura
un’autorità gerarchica che li fa marciare. Poi c’è questo caso Fiat che
improvvisamente esplode e questo dà forza al discorso, perché la cosa non viene
prevista dal partito, questo anzi è sempre lì che si lecca le ferite perché è
stato fatto fuori dalla Fiat, dai vecchi compagni che noi contattiamo:
diventiamo sindacalisti, questo non l’ho detto ma lo sapete. Partecipiamo ai
direttivi sindacali, alle commissioni interne Fiat, con diritto di parola, ci
affidano la campagna elettorale mi pare del ’61 alla Mirafiori e in qualche
altra sezione, alle ferriere credo. Ci dividiamo il lavoro, io e Gasparotto ci
occupiamo delle ferriere, siamo in organico del sindacato, io sono responsabile
sindacale CGIL delle ferriere e credo lo fosse anche Pierluigi.
* – Tronti sostiene una dimensione parallela a quella di cui tu parlavi a
proposito di Foa e Trentin: cioè, lui dice di avere sempre avuto l’ipotesi di
costruire una componente che potesse fare pressione sul Partito Comunista,
cosa che poi si conclude con la chiusura di Classe Operaia. Dopo i fatti di
piazza Statuto, tra il primo e il secondo numero dei Quaderni Rossi, matura
la contrapposizione tra Panzieri e Tronti, anche se poi alcuni la fanno
passare più come contrapposizione tra Panzieri e alcuni di voi.
I bruti, eravamo definiti così dagli altri: c’era l’ala bene e l’ala che aveva
fatto di questo operaismo anche l’assunzione di atteggiamenti esteriori,
bestemmie, rutti, scoreggie, per cui venivamo definiti i bruti, eravamo io,
Soave, Alquati e Gasparotto.
* – Siete anche i quattro che avete portato avanti la ricerca militante e
l’intervento alla Fiat e in altre fabbriche.
Noi siamo contro la ricerca sociologica, siamo anche per la militanza nel
sindacato e per l’impegno nelle fabbriche. E siamo i quattro (in realtà tre,
perché Romano no) che si iscrivono al PCI: il segno della rottura è questa
iscrizione al Partito Comunista che facciamo in tre, forse in quattro, non so se
la Edda Saccomani ci segue in questa esperienza, senz’altro ci segue quella che
era la donna di Romano, la Anna Chicco, poi forse c’era anche la Gisella di
Iuvalta.
* – Le due coppie che portavano avanti questo percorso di ricerca militante e
di intervento politico eravate da una parte tu e Gasparotto e dall’altra
Alquati e Soave?
Per quanto riguarda Alquati e Soave è più problematico, Romano è sempre dietro,
io non me lo ricordo piazzato in un punto particolare. Io e Pierluigi ho già
detto che siamo responsabili sindacali della CGIL e lavoriamo alle ferriere;
nell’estate ’61, quando scoppiano degli scioperi spontanei alle manutenzioni,
facciamo questi volantini (che sono anche depositati al centro Gobetti). Questi
volantini vennero firmati “un gruppo di operai delle Ferriere”, ciclostilati
Camera del Lavoro di Torino, noi approfittiamo di questa presenza ufficiale:
anzi, addirittura usiamo una firma che automaticamente ti delegittima, perché o
ti firmi commissione interna o non puoi firmarti “un gruppo di operai”, che
cos’è?, la mentalità burocratica non accetta una cosa del genere. Addirittura in
questi volantini si mette in luce il fatto che “siamo riusciti a scioperare
perché le commissioni interne erano in ferie, cioè abbiamo superato le divisioni
e le pastoie burocratiche”. L’autorganizzazione e l’autonomia operaia sono le
cose che li fanno incazzare, e avevano fatto incazzare pochi mesi prima
Togliatti quando ero andato a dirglielo in faccia: “la classe sa organizzarsi,
senza bisogno del partito e senza bisogno del sindacato”, conun’organizzazione
appunto di base, con i comitati e via dicendo. Questi volantini sono due: il
primo fatto per la manutenzione che aveva scioperato, che poi era stato uno
sciopero bianco, poi un secondo volantino e lì incomincia la discussione
all’interno. Questo volantino viene fatto in agosto, quando le manutenzioni
lavorano perché gli impianti sono fermi e io e Pierluigi ci trovavamo a Torino,
mentre gli altri erano via. Al ritorno che cosa facciamo di questo volantino e
di questo sciopero? Comunichiamo agli altri operai della Fiat che c’è stato uno
sciopero, di poche ore e di pochi operai, ma che comunque è possibile fare uno
sciopero autorganizzato dagli operai. Pum, volantone in cui si dice questa cosa
qua: il Lanzardo è d’accordo e ce lo ciclostila presso lo SFI, il sindacato
ferrovieri a cui lui apparteneva, ma nei Quaderni Rossi c’è discussione, su
quella roba lì c’è rottura, infatti ci sbattono fuori dal sindacato, tutti,
anche quelli che non erano d’accordo sul secondo volantino, ma poi in fondo sì,
c’è discussione ma poi si decide di fare questa cosa, però si arriva alla
rottura. Allora, la costruzione comincia a incrinarsi e la parte ufficiale
prende le distanze. Quindi, mentre al primo numero partecipa la Camera del
Lavoro di Torino, al secondo numero non ci sono già più, Trentin e Foa si sono
ritirati, invece Panzieri va avanti per la sua strada con questo gruppo di
giovani.
* – Come sono capitati a Torino Alquati e Gasparotto?
Sono attirati da questa presenza, è una presenza clamorosa, nel senso che gli
intellettuali davanti alle fabbriche non ci sono più dal 1920 insomma, perché le
divisioni di classe si erano formate, c’era stato il fascismo, nel dopoguerra
certamente non c’era stato nulla di diverso. Addirittura qualcuno (dovrebbe
essere Giorgio Galli, ma non ne sono sicuro) scrivendo su Il ponte dice: “Questo
gruppo di giovani bassiani a Torino si occupa di sindacato”; quindi, Panzieri,
Einaudi. Così, arrivano questi due pellegrini da esperienze diverse, Romano da
Unità Proletaria di Montaldi, e Pierluigi Gasparotto viene dalla comune di via
Sirtoli: anche lì esperienze di iniziazione, di crisi.
* – Qual è il tuo giudizio sulla figura di Gaspare De Caro rispetto sia ai
Quaderni sia a Classe Operaia?
Gaspare De Caro viene da Roma, del gruppo romano io non so nulla, so quello che
loro hanno detto, è tra l’altro ancora più eterogeneo di noi, perché Asor Rosa è
socialista, Tronti è comunista. Gaspare De Caro è una meteora, è una presenza
“massiccia” perché era un uomo anche intellettualmente molto strutturato, però è
uno storico, non c’entrava niente. Era amico di Tronti, questi l’ha coinvolto
nella cosa ma quasi subitaneamente lui si ritira, lo fa praticamente subito
quando vede che questa cosa assume la connotazione di gruppuscolo. Perché finché
era entrismo sindacale e nel partito allora, per la validità che ha mostrato
l’entrismo, poteva comunque giustificarsi; ma per una persona seria, che ha una
sua cultura, una sua professione, dei suoi obiettivi, non era possibile.
* – Però, anche da quanto ha scritto in un ciclostilato da lui fatto insieme ad
Enzo Grillo nei primi anni ’70, De Caro ha operato una rottura profondamente
critica in particolare nei confronti delle ipotesi di Tronti rispetto al PCI.
L’entrismo di Tronti è addirittura patetico, perché lui continua a considerarsi
iscritto al Partito Comunista mentre invece è stato espulso, lui è convinto di
essere sempre stato dentro il partito. Io non so che cosa dire, noi consumiamo
praticamente immediatamente il rapporto con il partito, ossia io, Pierluigi e
Romano, perché a quel punto invece Soave resta nel partito, quindi se vogliamo
il trontiano è lui; e noi invece cavalchiamo questa deriva gruppuscolare,
estremista, e quindi con Faina a Genova e con Toni Negri facciamo questo 1°
numero di Classe Operaia.
C’è poi il discorso sulla sociologia. Panzieri a Torino, all’Einaudi, è la
sociologia, e i De Palma, i Lolli, questi che frequentavano l’università, che si
occupavano di sociologia, anche loro vengono irretiti da questa novità. L’Italia
scopre la sociologia, la cultura italiana, perennemente in ritardo, scopre la
sociologia. E naturalmente compito ancora più arduo è far accettare al partito e
alle organizzazioni sindacali la sociologia come strumento di conoscenza della
classe, cosa pazzesca: la scienza borghese che pensa di essere superiore alle
capacità euristiche del partito, dei propri militanti, dell’intellettuale
collettivo! “Ma quali questionari, andiamo a chiedere ai compagni”; e poiché
questi si erano ficcati in un buco, i compagni dicevano: “Noi siamo isolati,
siamo perseguitati, questi non si muoveranno mai, perché sono tutti ‘barotti’,
sono tutti contadini, hanno il frigorifero e la macchina e quindi non
sciopereranno mai, questo è il dato”. Invece, noi continuiamo in questa cosa;
poi, visto che uno dei quattro è finito nelle BR e via dicendo, quella cosa lì
ha poi una logica di vita estremistica. Potere Operaio di Torino di Emilio
Soave, il Gatto Selvaggio di Romolo Gobbi e queste cose qua, come potevano
andare a finire? L’esperienza di Classe Operaia ci obbliga a un percorso
assurdo, perché si spacciava per un’esperienza militante ed era uno strumento
improponibile, impraticabile nella comunicazione con gli operai, testi
illeggibili, discorso intellettualistico, i Quaderni Rossi già erano una bella
perla in questo senso. Non capisco perché voi vi interessiate tanto di questa
cosa, è un’assurdità, un parto ritardato di trenta o quarant’anni rispetto agli
altri, un aborto, che però ha prodotto la deformazione di questo sindacato
italiano che è quello che è, una delle forze dominanti di questa società:
parliamoci chiaro, il sindacato conta in Italia, eccome, ed ha contato di più
perché questa esperienza è andata in porto, il salario come variabile
indipendente, i delegati, questa cosa qui ha avuto un impatto pazzesco sulla
società italiana. Ciò incontrando anche una classe imprenditoriale incompetente,
il cui principale rappresentante è il demente torinese Agnelli, che è uno dei
massimi esponenti. Cioè, una classe imprenditoriale che dice: “Facciamo
l’accordo e appoggiamo le sinistre perché queste possono fare quello che le
destre non possono fare”. E’ una frase testuale, Agnelli l’ha detta a proposito
del governo di centro-sinistra, ma lui già lo pensava quando nel ’75 firmava
l’accordo con i sindacati. Se le cose vanno così cosa succede? Durano per un po’
di tempo, passato il quale i tuoi si ribellano e hai i 40.000, e gli altri alle
prime elezioni dopo che si sono comportati come le destre perdono il governo.
Questo è il risultato che ha ottenuto questo imbecille, questa tartaruga rugosa.
Per rendervi conto anche della mia evoluzione successiva, non solo io vedo con
occhio distaccato l’esperienza particolare, io non voglio mobilitareaggettivi
altisonanti, in realtà ho ereditato da mia madre un forte senso autocritico e un
gusto per l’ironia e per l’autoironia. In generale siamo in una fase quasi di
deindustrializzazione, perché con l’introduzione dell’automazione
automaticamente la classe operaia viene ridimensionata, e siamo al punto in cui
ci troviamo oggi. In realtà, l’Italia vive una controtendenza dovuta alla sua
arretratezza, per cui si espande la classe operaia e negli altri punti si sta
già riducendo. Quindi, il sogno operaista era tanto più sogno perché era un
sogno provinciale, italico, abbastanza nordico, tutto sommato i grattacieli nel
deserto del Sud non l’hanno certo trasformato in un paese industriale. Questo
era il dato ed è la contraddizione stessa del marxismo che in fondo predica un
futuro di egemonia politica, un termine a lui estraneo, diciamo di dominio e di
conquista politica del potere da parte della classe operaia quando la sua
analisi porta comunque nella direzione opposta, è lui stesso che lo afferma
quando dice che il capitale è portato per sua natura a risparmiare forza-lavoro:
quindi, la classe operaia è anche destinata ad aumentare, solo che poi a un
certo punto dovrà diminuire. La condanna del marxismo è tutta lì, tutte le altre
contraddizioni sono minime rispetto a questa contraddizione di fondo: bisognerà
che lo sviluppo capitalistico raggiunga il massimo, ma quando l’ha raggiunto la
classe operaia è una minoranza e non può più reggere lo Stato comunista,
quell’idea lì. Dunque, non solo io mi rendo conto di questo, ma mi rendo conto
che a livello mondiale ormai si muovono forze che addirittura sovrastano questa
microdimensione, che è una dimensione che riguarda un quarto dell’umanità,
adesso un quinto, in un breve periodo di tempo sarà un sesto per diventare poi
un decimo dell’umanità nell’arco di 30-40 anni. Quello che mi differenzia da
tutti gli altri, proprio in maniera chiara, è la percezione del boom demografico
che stiamo vivendo: se vogliamo torniamo a Malthus insomma, aveva ragione
Malthus, altro che Marx! La popolazione sta crescendo in maniera pazzesca, a
livelli esponenziali e via di questo passo: è devastante non rendersi conto che
è inutile che stiamo a discutere dei 4.000 o 40.000 operai quando ci sono 600
milioni di islamici che invaderanno l’Europa nei prossimi vent’anni, perché sono
questi i termini. La Fondazione Agnelli ha fatto i suoi studi ormai da due o tre
anni prevedendo che nell’anno 2020 la popolazione dell’area sud del Mediterraneo
raddoppierà, adesso sono 580 milioni, se ne aggiungeranno altri 580 milioni.
Allora, se uno dice che raddoppia la popolazione pensa che raddoppierà
l’immigrazione: no, perché se questa popolazione produce questa immigrazione,
tutta la popolazione che si aggiungerà è potenziale di immigrazione verso
l’Europa. Questo è il dato, qui crolla tutto insomma, da quando è tale la
dimensione globale del problema. Esci da questa Torino operaia e operaista e ti
trovi già in un’Italia che non è più questa cosa qui, guardi il resto del mondo
e vedi che è un’altra cosa ancora. Il modello non è estensibile a tutta
l’umanità, non si può estendere il livello di vita dell’Occidente al mondo
intero: intanto devi moltiplicare tutto per quattro o per cinque, quindi i 40
milioni di automobili devi moltiplicarli per quella cifra, diventa un casino. La
consapevolezza dei limiti, possiamo dire, il capitale e la borghesia li
acquisisce con i suoi rapporti sui limiti dello sviluppo, il Movimento Operaio
non ha mai fatto i conti con questa cosa qua. Poi c’è questa dato
dell’immigrazione e anche su questo loro non si rendono assolutamente conto di
quello che sta succedendo, hanno fornito loro i dati, hanno detto 600 milioni,
non i 60.000 o i 6.000: praticamente la popolazione europea non arriva a 600
milioni, quindi si avrà un’islamizzazione dell’Europa, oppure si avrà un
conflitto, ma i conflitti non hanno mai impedito l’immigrazione di massa, non
c’è niente da fare. Questi arrivano, nonostante Schengen o tutto quello che si
vuole. Qui, anche da un punto di vista puramente non vorrei dire etico, ma
comunque se uno deve difendere il più debole, ci si deve rendere conto che un
operaio è uno straricco rispetto a un povero marocchino che raccatta quattro
soldi (e nemmeno tanto solo quattro soldi) per arrivare in Italia: non ha
niente, è un vero proletario, mentre questi hanno già da difendere i loro
interessi. Infatti, per tornare ad un discorso anche autocritico nei confronti
della classe operaia, questa era razzista, sono loro i primi razzisti, non
contiamoci delle balle: anche giustamente, perché questi mettono in discussione
i loro livelli di vita, la loro sicurezza di posto di lavoro, il loro livello di
consumi ecc. Ma io questa scelta non la voglio fare, non voglio dire che
condanno gli operai per questo loro egoismo: la cosa travalica le valutazioni
morali, la cosa ci sovrasta, è apocalittica. Inesorabilmente e ineludibilmente
arriveranno, si vede che cosa fanno, si fanno stivare dentro i container e poi
muoiono disidratati, passano sotto i muri, gli Stati Uniti hanno costruito un
muro lungo migliaia di chilometri per impedire ai latinos di entrare ma loro
entrano, passano sotto, saltano. La condizione dell’altra parte dell’umanità è
talmente disperante che non c’è niente da fare. Che cosa dice il Movimento
Operaio? Niente, non dice niente. Da un lato c’è il buonismo che dice
“lasciamoli venire”, e nella misura in cui lo dicono gli operai diventano sempre
più anti-Movimento Operaio e sempre più razzisti. Poi, una volta che sono qua,
anche lì c’è il dilemma del Movimento Operaio, che non riesce a prendere una
posizione coerente: “integriamoli” o “difendiamo la loro identità”? Già lì non
riescono a decidere, se vengono sbattuti fuori dal governo è perché non riescono
a decidere, sono impossibilitati dal loro retroterra culturale a decidere, posto
che questa cosa sia decidibile. In realtà, davanti a 600 milioni tu non decidi
niente, non puoi fare che preparare sei letti in casa tua e aspettare che
vengano: non è razionalizzabile la cosa, a meno di mobilitare armi di sterminio
di massa, ma 600 milioni non li ammazzi, la Seconda Guerra Mondiale ha ammazzato
60 milioni di persone, la decima parte, 600 milioni è una cosa incredibile.
* – Si potrebbe dire che l’operaismo ha cercato di fare i conti con tre
categorie: la politica, gli operai e la cultura e gli intellettuali. Con
queste tre dimensioni si è trovato a fare i conti e in qualche modo i
risultati di come poi è finito dipendono anche dal come ha fatto i conti con
questa situazione. Se uno dovesse prendere le traiettorie individuali delle
persone, si vede che in quella che era la dimensione politica in cui
tendevano c’è stato poco, mentre invece si sono collocati all’interno della
società in certi ruoli.
Quando io affrontavo quelli di Lotta Continua dicevo loro: “voi siete i figli
della borghesia e finirete per sostituirla, inevitabilmente, ineludibilmente”; a
questi fessi della questura di Torino che fanno un mandato per le occupazioni a
500 studenti universitari torinesi c’era da chiedere: “ma voi avete beccato la
classe intellettuale, la classe politica, la classe dirigente tra vent’anni, chi
cavolo credete di andare a prendere? Sono i figli dell’ex questore, dell’ex
giudice, dell’ex non so cosa e diventeranno questori e giudici e direttori di
Fiat, questa è la realtà”. E’ praticamente un automatismo sociale, non so come
cavolo dirlo, che cosa avremmo dovuto fare? E’ inevitabile che finisse così, non
c’è né scandalo né niente, è un’inerzia, le regole della società si fanno
rispettare da sole.
* – Che non sia uno scandalo ne siamo pienamente convinti. Il problema è che
questi soggetti hanno trovato delle risorse intellettuali e personali di
formazione che si sono costruite in una situazione che andava contro la
dimensione sistemica e poi però sono affluite ad una dimensione sistemica.
Ma l’umanità è proceduta così da sempre: le nuove generazioni si contrappongono
alle vecchie per poi a loro volta succederle. Questo è il modo in cui procede
l’umanità, si può dire cheè esteso anche al regno animale in generale, ma
senz’altro nell’umanità è così, al punto che le società più conservatrici
istituzionalizzano questa cosa con i riti di iniziazione. I Masai hanno questo
meraviglioso rito di iniziazione, per cui i giovani capelloni si possono far
crescere i capelli fino a una certa età: quando si fa il rito c’è sempre
l’aspetto tragico o quasi, devono dormire nella foresta da soli per una notte,
dopo di che il giorno dopo tornano al villaggio e possono “ciulare” tutte le
donne, possono prendere tutto quello che vogliono, possono fare il sessantotto,
ma il giorno dopo gli vengono tagliati i capelli, diventano adulti ed entrano
nel ruolo della conservazione della società. Le società primitive erano così
consapevoli che le cose funzionavano così che hanno istituzionalizzato la cosa:
“va bene, noi ve lo lasciamo fare, anzi voi dovete fare il sessantotto, però il
giorno dopo per favore smettetela e fate i pastori come noi, assumetevi le
vostre responsabilità, la vostra moglie, riproducetevi ecc.”.
* – Il problema è capire quanto questo processo abbia comportato un livello di
distruzione di ricchezza che era comunque altra: ciò che avviene in un giorno
sulla formazione delle persone ha un certo carattere, mentre per un percorso
più lungo il discorso cambia.
Facciamo un giudizio di relazione con altre società e con altre epoche. In fondo
tra queste persone, tra i protagonisti di questa cosa, non c’era nessun
individuo eccezionale, parliamoci chiaro; noi possiamo anche convincerci che
Romano Alquati è uno simpatico e intelligente, ma io e lui facciamo ogni tanto
qualche libretto e basta. Nessuno di noi è assurto ad un livello culturale alto,
siamo rimasti degli scalzacani insomma. Io non sono un professore universitario
ma un ricercatore, Romano è associato, gli altri magari sono ordinari, non
Tronti credo, lo è Asor Rosa: però, chi è Asor Rosa? La figura meschina di Asor
Rosa, questo personaggio squallido che mette in cattedra la propria amante, che
litiga con l’altro professore di storia della letteratura romana e spacca la
facoltà di italiano a Roma, questa volgarità e banalità della vita normale. Noi
siamo stati fagocitati dentro questa normalità, ma forse non eravamo eccezionali
nemmeno allora, torno a ripeterlo: si sono dovute verificare delle convergenze
soggettive, sociali e di persone più adulte perché noi venissimo fuori, ma forse
non eravamo nessuno. Recentemente, tra i miei compagni di liceo del Gioberti,
qualcuno ha avuto l’idea infelice di fare una cena quarant’anni dopo, questa
cosa allucinante, la condizione umana è questa, siamo dei poveretti:
indubbiamente, confrontandomi con i miei superstiti compagni, io sono un po’
meno poveretto di loro, loro non sono nessuno insomma, io nel mio piccolo mi
sono ricavato un minimo di visibilità, nonostante una damnatio nominis che la
sinistra mi ha appioppato. Il che mi crea anche delle difficoltà, le case
editrici per stampare un libro mi fanno difficoltà, devo girare. La scelta di
una casa editrice piccolissima è una scelta di basso profilo, io posso
stamparmeli da solo i libri. Che Romano avesse scritto tutti questi libri io non
lo sapevo, nessuno glieli ha recensiti, qualcuno dei miei qualche volta è stato
recensito naturalmente per cazziarmi, ma come si dice “purché se ne parli…”,
così ragionano gli editori, a me non me ne frega assolutamente niente. La
ricaduta di un libro come quello di Romano o di un libro mio, in una società
illetterata e incolta come quella italiana, è nulla. E’ stato fatto il calcolo
che l’editoriale del Corriere della Sera viene letto da 10.000 persone, cioè
l’editoriale del principale quotidiano italiano viene letto da 10.000 persone,
praticamente gli addetti ai lavori. Quindi, la ricaduta è nulla, un libro o un
saggio quando arriva a una tiratura di 1.000 copie si è già ripagato, 3.000
copie è il massimo, questa è la società italiana. Allora, di che cosa stiamo
ragionando? Nessuno di noi è diventato qualcosa di eccezionale. Rieser è una
figura patetica, lui sta ancora facendo l’inchiesta operaia: la coerenza è anche
una virtù, ma perseverare è diabolico, se sei coerente nell’errore, caro mio,
vuol dire che non sei proprio quel genio. E Romano si è fatto chiudere lì a
Scienze Politiche, siamo ghettizzati, io sono ghettizzato qua dentro, non
conosco nessuno, non parlo con nessuno. Siamo integrati come era ovvio che fosse
date le potenzialità intellettuali che avevamo comunque affinato, la cultura
media era più bassa, era anche giusto, siamo stati imbarcati qui. De Luna farlo
professore universitario ce ne vuole, Lotta Continua sarebbe da criminalizzare
soltanto per avere espresso i De Luna, i Revelli, i Sofri. Si pensi a quella
vicenda lì, che riguardava 10.000 persone, tra l’altro io rivendico il passaggio
della staffetta a costoro, perché a Palazzo Nuovo nell’aula 39, oggi 3, quando
io e Soave abbiamo affrontato l’assemblea del movimento, aprile o forse maggio
1969, gli abbiamo detto: “adesso voi pigliate su e andate davanti alle
fabbriche, perché se no siete delle merde”, con questi che si agitavano, ma li
abbiamo obbligati. Il mio libro più importante è stato La Fiat è la nostra
università, c’era scritto: “volete che gli studenti vengano davanti alle
fabbriche ad aiutare?” tutti sì, sì, figurati, pensando naturalmente alle
studentesse più che agli studenti, qualcuno è riuscito a realizzare il sogno di
scoparsi una studentessa. Ma quella roba lì la rivendico e nel contempo potrei
anche dire che mi pento, ma visto che i dieci anni precedenti li avevo passati
io davanti alla Mirafiori, loro hanno passato i dieci anni successivi: io dal
’61 al ’69, loro sono stati lì dal ‘69 all’80. Si può anche vedere la cosa in
questi termini: l’esperienza dell’operaismo torinese negli anni ’60 ha
anticipato le esperienze di Lotta Continua e di Potere Operaio, con tutto quello
che si può dire, cioè sui mea culpa da parte mia o non. Quindi, siamo di fronte
a un fenomeno ripetibile, quindi verificabile, quindi scientifico fin nella sua
prima manifestazione. Adesso non posso aggiungere altro, come noi siamo finiti
per essere integrati anche gli altri hanno fatto la stessa fine, magari
integrati in carcere. Da Liguori a tutti quanti sono lì, è inevitabile che
succeda una cosa di questo genere.
* – Quali sono i tuoi cosiddetti numi tutelari, ossia figure e autori che
collocheresti in un ideale pantheon di riferimento per il tuo percorso
politico e culturale?
Fin quando sono stato in questo ambito di esperienza le figure sono le stesse
degli altri. Potrei aggiungere il personaggio Bordiga, che in fondo degli altri
nessuno ha valutato nella sua importanza o nella sua pochezza, la si chiami come
si vuole: la mia esperienza e la mia adesione all’operaismo e al gramscianesimo
era abbastanza critica, cioè non ci credevo molto. E poi si tenga conto che
eravamo dei ragazzini, quindi facevamo le cose che ci sembrava giusto fare: voi
adesso riflettete e pensate che fosse una cosa razionale e studiata, ma era
anche emotiva, nelle sue ispirazioni originarie era tipicamente emotiva,
iniziatica, andare al popolo è stata l’esperienza di tutta una generazione
russa, i populisti. Non è che ci pensi molto, io mi ricordo che quando Panzieri
è arrivato a Torino ci ha dato l’elenco dei libri da leggere, e allora potrei
ricordarmi l’elenco o dire che mi sono letto i 45 volumi di Lenin e le Opere
Complete di Marx, vero e non vero, con una certa approssimazione, ma senz’altro
una delle prime cose che Panzieri ci fece leggere furono la terza e la quarta
sezione del Primo Libro de Il capitale. Addirittura, nel ’67, centenario della
pubblicazione del Primo Libro de Il capitale, io, ormai assoldato dall’Istituto
Storico della Resistenza, tenni una lettura commentata del Primo Libro de Il
capitale alla quale partecipavano certi Viale, certi ragazzotti che poi
divennero quello che sappiamo, abbiamo anticipato in tutti i sensi. Il Gatto
Selvaggio ha anticipato teoricamente le modalità che poi saranno famose nel ’69,
lo sciopero di reparto, lo sciopero a rotazione, tutte queste cose qui,
anticipato in base alle esperienze comuni che si facevano in questo
post-Quaderni Rossi e anche post-Classe Operaia; questa cosa qui è stata poi
ereditata dagli altri e l’hanno fatta loro. Capovolgo la cosa: potrei anche
vantarmi di avere educato Toni Negri, perché quando uscii il Gatto Selvaggio ci
fu questa fuga da Torino di Romano in bicicletta per andare a Milano sulla
statale con tre valige piene di libri e di vestiti (era una forza della
natura!), io invece più modestamente mi rifugiai a Venezia da Toni Negri che mi
portava in giro, “questo è Gobbi, il Gatto Selvaggio”. Perché poi il Gatto
Selvaggio lo abbiamo fatto assieme io e Romano Alquati, ma naturalmente lui
stava dietro e io mi sono beccato la condanna a dieci mesi di reclusione, cosa
che mi segue ancora adesso, ho fatto la domanda per associato e ho dovuto
mettere che ho subito condanna: naturalmente per me è un onore dire che sono
stato condannato per apologia di reato, sono stato il primo italiano ad esserlo
dalla fine del fascismo, poi vennero gli altri. Dunque, abbiamo anticipato,
grazie a voi mi sono ricordato anche di questo merito o demerito: la nostra
esperienza ha anticipato di pochi anni un’esperienza che si può dire allora
veramente generazionale, perché lì è stata una generazione di intellettuali che
si sono sentiti coinvolti. L’operaismo non è mica morto con noi, Lotta Continua
e Potere Operaio furono i nostri successori.
* – Ci piacerebbe che in un altro incontro ci dicessi che cosa pensi della
cultura di sinistra.
Pensate la cosa peggiore e io penso quella. Vorrei concludere con quella domanda
che mi avete fatto a proposito dell’operaismo che ha dovuto fare i conti con la
politica, gli operai e la cultura. Non lo so, ci sono di nuovo degli
automatismi, perché Panzieri lavora all’Einaudi e il libro di Tronti viene
pubblicato dall’Einaudi perché Bobbio lo appoggia, è così: lì ci sono questi
legami, Panzieri viene fatto fuori però continua a contare dentro l’Einaudi.
C’era invece un rovescio, cioè alcuni di loro erano affascinati o incuriositi da
questo fenomeno, che in fondo li riguardava: insomma, il padre di Rieser era
comunque stato un personaggio, i Foa, adesso mi viene in mente il nome di Solmi
per dirne un altro della casa Einaudi, Baranelli, Ciafaloni, tutta questa gente
qui seguirono con interesse questa cosa. Ma, ripeto, il fenomeno è l’altro, il
fenomeno è quello di massa che ha prodotto; l’ha prodotto per automatismo anche
lì, perché non poteva che essere così. Lì c’è un passaggio che non so se Soave
ha già detto: forse proprio rendendoci conto che la nostra eredità poteva essere
inflazionata e poteva anche arrivare a dei fenomeni degenerativi, al convengo
del Palazzetto dello Sport del luglio del ’69, dopo l’assemblea operai-studenti
con la formazione di Potere Operaio e Lotta Continua, io ed Emilio Soave
distribuimmo due documenti in cui praticamente facevamo loro le carte, e cioè la
previsione di quello che sarebbe successo. Intanto abbiamo preannunciato che
loro sarebbero diventati due partitini antagonisti, e poi avevamo loro
preannunciato che avrebbero fatto una brutta fine insomma. Perché fintanto che
la cosa aveva le dimensioni nostre e le lotte operaie anticipavano una scadenza
istituzionale le cose sono potute accadere, ma quando ci sarà la scadenza
istituzionale, lo sciopero nazionale dei metalmeccanici, questa cosa verrà
riassorbita dalle istituzioni e voi vi troverete a combattere contro le
istituzioni, e finirete male. L’abbiamo scritto, mi pare che avesse un titolo
come “Una o due cose”. In fondo, la nostra è stata anche una ritirata
strategica, nel senso di definitiva, perché intanto ci sentivamo surclassarti da
queste forze preponderanti, più numerose, li abbiamo egemonizzati per tutta la
durata dell’assemblea operai-studenti: corso Traiano io lo rivendico ancora
adesso come mia personale iniziativa alla quale tutti loro si opposero
duramente. Sofri, Negri, Bologna, tutti quanti si opposero alla manifestazione
in occasione dello sciopero della casa, perché mi dicevano che avrebbe bruciato
le avanguardie: il giorno dopo poi gridavano all’insurrezione, ragazzini! Ma in
fondo noi abbiamo appunto consegnato l’eredità giacente a costoro e costoro ne
hanno fatto l’uso che sono stati in grado di fare, forse non si poteva fare
altrimenti, insomma, parliamoci chiaro: l’unità delle sinistre e poi si mettono
in due a fare le stesse cose in concorrenza l’uno con l’altro, è ridicolo. Se ci
fosse stato uno spazio poteva solo venire fuori da una sinergia, certamente non
da una divisione di quel genere lì. Ma poi, ripeto, era una situazione anomala:
perché non si è verificato niente di tutto ciò altrove? Perché altrove era già
passata questa stagione, qui è durata ancora fino al 1980, quando la Fiat ha
fatto i conti e zac, ha cominciato a tagliare, tagliare, tagliare e adesso la
classe operaia è quella che è, ma siamo ai livelli internazionali, forse ancora
sovrabbondanti.
Segnaliamo un evento che si terrà sabato 14 marzo alle ore 14 a Torino presso
Volere la Luna organizzato dalla Rete di Resistenza Legale. Di seguito
pubblichiamo l’indizione.
La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo
centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto
penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei
conflitti sociali.
La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di
contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e
sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale,
su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato
rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni
creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali
dei cittadini.
La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti
fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e
mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare
collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito
giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e
alla protesta sociale.
A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive
situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli
strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale
di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di
avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di
costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza.
La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate
e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale
a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi
dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i
movimenti sociali”.
L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione
Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi
processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e
attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad
occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a
Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio
criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a
piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro
sociale Askatasuna a Torino.
All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e
gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli
attivisti imputati.
Da ormai due mesi il comitato Mu.Basta, nel rione Pilastro di Bologna, si oppone
alla realizzazione di un museo nel parco Moneta Mitilini Stefanini, il
principale del quartiere. 1000 m² di verde, frequentati quotidianamente dagli
abitanti della zona, dovrebbero essere cementificati per poter costruire il
MuBa, “Museo dei Bambini”. L’amministrazione comunale ha preso questa decisione
senza consultare gli abitanti, calando la decisione dall’alto e imponendola alla
cittadinanza.
I risultati di un progetto di questo tipo sono evidenti a tutti: il soffocamento
di una delle aree verdi del quartiere – sempre più rare nei contesti
metropolitani -, l’esclusione politica di chi quel parco effettivamente lo vive
e la privatizzazione di uno spazio pubblico, con tutte le conseguenze che
derivano dai processi di gentrificazione urbana.
Dopo più di un mese di silenzio e inattività, la situazione si è inasprita la
settimana scorsa. In risposta all’inizio dei lavori, previsti per lunedì 23
febbraio, il comitato ha costruito un presidio permanente, che ha evidentemente
spaventato la giunta Lepore. I primi (due) operai sono infatti arrivati scortati
da decine di poliziotti in antisommossa, pronti a fronteggiare gli abitanti del
quartiere. Dopo giorni di provocazioni, durante i quali non solo chi vive nel
quartiere o fa parte del comitato, ma anche persone solidali da tutta Bologna,
hanno impedito che i lavori continuassero, la questura ha cambiato marcia. Alle
7 di mattina del 2 marzo, dopo l’arrivo di 15 camionette e un idrante, è
iniziato lo sgombero del presidio. Le tende e le strutture sono state distrutte
e i presidianti cacciati. Dopo l’arrivo di altre persone, sono anche iniziate le
cariche della polizia, che ha fermato e arrestato 6 persone. Un signore anziano
è finito in ospedale, dopo aver ricevuto delle manganellate.
In mattinata il numero di persone si è moltiplicato e due presidi spontanei si
sono radunati sotto la questura, che ospitava i compagni arrestati, e sotto il
palazzo del Consiglio comunale. Il sindaco, per la terza volta nelle ultime
settimane, ha blindato le porte e rifiutato ogni dialogo con il comitato o con
gli abitanti del quartiere. Il giorno stesso – la sera – è stata chiamata
un’assemblea pubblica, a cui hanno partecipato centinaia di persone. Il
risultato non è stato dissimile dalla mattina. Al tentativo di avvicinarsi alla
zona ormai blindata, la risposta è stata immediata: cariche a freddo,
lacrimogeni ad altezza uomo. Altri tre sono stati i fermi da parte della
Polizia.
Ormai, per distruggere il verde pubblico, viene mandata la celere, come già
successo l’anno scorso con il parco Don Bosco, sempre a Bologna. Chi si
preoccupa del suo quartiere, di problemi sociali, urbani e ambientali, viene
gestito come un fastidio all’ordine pubblico e trattato di conseguenza.
Il Pilastro, tuttavia, continua a resistere. Già un presidio è stato organizzato
nella mattinata di ieri sotto il carcere Dozza, per portare solidarietà agli
arrestati. Residenti, cittadini e solidali continuano a frequentare la zona,
esercitando pressione costante e rilanciando ancora più forte il presidio e
tutte le attività e le iniziative organizzate per i prossimi giorni.
Di seguito il comunicato del Comitato Mu.basta
REPRESSIONE CONTRO IL PILASTRO CHE SI VUOLE AUTODETERMINARE. AMMINISTRAZIONE E
GOVERNO NON FERMERANNO LA MOBILITAZIONE CONTRO IL MUBA
Nella serata di ieri abbiamo assistito a cariche a freddo contro un’assemblea di
residenti, ragazzx e bambinx, lacrimogeni lanciati ad altezza uomo,
accerchiamenti e rappresaglie protratti fino a tarda notte e altre tre persone
portate in questura.
Questi sono stati gli ultimi tasselli di una giornata che ha visto la violenza
istituzionale diventare protagonista. I segnali sono chiari: l’amministrazione
di questa città, la giunta Lepore-Clancy, considera il rione Pilastro e i suoi
spazi verdi come un’opportunità di speculazione, come l’ennesima vetrina per
attrarre turismo internazionale. Le voci che si alzano dal quartiere e che
rivendicano un ruolo reale nei processi decisionali vengono trattate come
ostacoli, come imprevisti da rimuovere lungo un percorso già scritto di
cementificazione.
È qui che interviene la mano della questura: nell’accordo politico tra
l’amministrazione della città e il governo nazionale, nei nuovi decreti
sicurezza di Piantedosi e nelle politiche securitarie introdotte negli ultimi
anni, si costruisce il contesto in cui i progetti calano dall’alto e vanno
avanti comunque, anche contro chi quei luoghi li vive ogni giorno.
Il Pilastro però non accetta la rassegnazione, la passività, né il ruolo di
spettatore che il governo cittadino e quello nazionale vorrebbero imporgli. Oggi
sono emerse con forza le necessità di chi abita davvero il rione, in
contrapposizione al progetto di gentrificazione del MUBA.
Per questo rilanciamo il presidio nel parco. Da oggi ancora una volta il parco
sarà vissuto, attraversato e difeso, perché noi un’ idea di comunità ce
l’abbiamo in mente: un parco come bene comune, luogo di incontro tra generazioni
e tra culture, spazio di socialità libera.
IL PILASTRO NON SI ARRESTA.