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Informazione di parte

E’ stato ucciso Abderrahim Fakir dalla polizia a Bologna
L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui viviamo. Dimostra ancora una volta che in seno alle forze dell’ordine non si trovino mele marce, ma è l’albero ad esserlo. Come è successo a Rogoredo con l’omicidio di Zak Mansouri o a Corvetto con l’inseguimento e la morte di Ramy, come è successo a Genova 25 anni fa. Il limite alla violenza che la polizia può esercitare non è vincolante ma totalmente arbitrario e la regola, in un sistema di potere Stato-Capitale, è questa: ci sono manifestazioni più visibili ed efferate della naturale funzione della forza pubblica e questi omicidi alla luce del sole lo sono. Diffondiamo la parola di chi ha immediatamente avuto la forza e la capacità di reagire come i familiari di Fakir e la comunità del quartiere Pilastro che, ieri sera, è scesa in strada in migliaia e gli appuntamenti di mobilitazione di quest’oggi a partire dallo sciopero della logistica chiamato dai Si Cobas. da Acta Media il video dell’omicidio di Fakir – segue richiesta di inviare testimonianze alla pagina Acta media ha raccontato la determinazione e la lucidità della piazza di ieri sera e dei familiari dell’uomo. A Bologna è stato chiamato un doppio appuntamento per oggi: alle 19 in Piazza del Nettuno e alle 22 all’interporto per lo sciopero della logistica. Video e intervento del Comitato di quartiere Pilastro In molte città italiane si stanno organizzando iniziative di solidarietà e di mobilitazione per chiedere verità e giustizia per Fakir, in particolare il sindacato Si Cobas ha chiamato uno sciopero della logistica. Di seguito alcuni testi e materiali usciti in queste ore e l’indizione dello sciopero. POLIZIA UCCIDE GIOVANE PROLETARIO SCIOPERO PROVINCIALE DEI LAVORATORI A BOLOGNA da Si Cobas Il video dimostra l’efferatezza della polizia italiana contro un giovane lavoratore. Come a Genova 25 anni fa nelle manifestazioni di protesta contro il G8 del 2001 e come succede continuamente dagli Stati Uniti alla Francia, le forze dell’ordine ammazzano i proletari: ieri a Bologna la polizia ucciso Fakir Abderrahim operaio della logistica. Come organizzazione del movimento operaio e sindacato di classe, il SI Cobas ha subito proclamato lo stato di agitazione per la provincia di Bologna. In particolare, stasera 20 dalle alle ore 22 si prepara uno sciopero per fermare tutte le aziende dell’interporto logistico di Bologna. Perciò si chiede a tutti i compagni anche degli altri luoghi di lavoro e di fuori città di partecipare alle azioni operaie cosicché piu dura risulti la denuncia contro l’uccisione di questo nostro compagno per rafforzare l’opposizione contro economia di guerra e guerre a partire dalla lotta contro il razzismo di stato per la dignità della persona umana e per la difesa della vita contro sfruttamento e oppressione. Siamo a fianco dei famigliari, degli amici e compagni di Fakir Una classe, un fronte, una lotta Il nemico è in casa nostra Sciopero oggi, sciopero domani CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI SI Cobas Qui sotto pubblichiamo il testo della proclamazione di sciopero del SI Cobas nazionale e di Bologna: “Proclamazione sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato dell’Emilia-Romagna Il Sindacato Intercategoriale Cobas proclama, per il giorno 20 luglio 2026, uno sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato della regione Emilia Romagna. PER L’UCCISIONE DI UN LAVORATORE DA PARTE DELLA POLIZIA DI STATO Lo sciopero sarà articolato dalle ore 22 del 20 Luglio 2026 alle ore 22 del giorno 21 luglio del 2026. Verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Lottiamo per il mondo che vogliamo da Network Antagonista torinese È stato ucciso dalla polizia a Bologna Abderrahim Fakir, 43 anni, immobilizzato sul pavimento da due poliziotti. Muore soffocato a terra con mani e piedi legati, sotto gli occhi degli operatori sanitari, dopo che gli agenti avevano infierito con lo spray al peperoncino. Alcuni media arrivano a parlare di “un malore” durante l’intervento delle forze dell’ordine, chiamate da un residente per via delle richieste di aiuto dell’uomo. È stata immediata la reazione della comunità del rione Pilastro, quartiere periferico di Bologna che negli scorsi mesi ha visto significative mobilitazioni per la difesa di un parco pubblico, luogo di aggregazione del quartiere e unica area verde. In questo caso, un uomo è morto per mano della polizia: simbolo concreto dell’estrema violenza che dall’alto viene scaricata verso il basso a confermare che la vita delle persone non ha alcun valore per chi assume determinate funzioni nella società, atte a garantire la riproduzione di un sistema di sfruttamento e ingiustizie. Nel giro di poche ore, ieri sera il passaparola ha portato migliaia di abitanti per le strade del quartiere per chiedere verità e giustizia per Abderrahim e la sua famiglia. Spendiamo due parole sulla condotta delle forze dell’ordine in questo Paese che, negli ultimi tempi, hanno goduto di un occhio di riguardo nei loro confronti che ha loro concesso spazi di agibilità e legittimità sempre maggiori. Ricordiamo la morte di Moussa Balde nel CPR nella nostra città e la morte di Ramy El Gaml durante un inseguimento a Milano. Ma anche i più recenti avvenimenti accaduti a Torino in occasione del derby quando, a causa di un lancio di lacrimogeno ad altezza uomo, Marco Basoccu ha rischiato la vita. Al bisogno di sicurezza nei quartieri delle metropoli italiane, da destra a sinistra, si risponde con una politica securitaria, sostanziando un certo grado di militarizzazione delle strade e di controllo. Con le dovute scale e senza forzare paragoni, il pensiero va a Minneapolis o alle periferie della vicina Francia, dove questa è la quotidianità per molte fasce di popolazione. Occorre innanzitutto guardare al processo di normalizzazione della violenza dall’alto che, anche alle nostre latitudini, viene organizzato. Ciò avviene a tratti in maniera millimetrica attraverso leggi e riforme e, a tratti, con il supporto di personaggi beceri, meschini e razzisti che si mettono a disposizione del potere per alimentare la “guerra fra poveri” o per l’ennesima passarella elettorale, grazie anche alla forte mediatizzazione della strumentalizzazione di bisogni reali. L’uso della forza e della dimensione virtuale si mischiano in una nuova frontiera della violenza istituzionale nei confronti delle dimensioni proletarie. Non si tratta soltanto di un’arma di distrazione di massa ma anche della necessità di intruppamento della società quando soffiano i venti di guerra. Al bisogno di giustizia, gridato a gran voce dai familiari di Abderrahim Fakir questa sera riuniti in presidio, occorre immaginare come costruire possibilità di risposta collettive e autonome dai percorsi offerti e imposti. Partire dal bisogno di far contare le proprie vite, dall’esigenza di autodifesa a fronte dei costi dai quali il sistema si sgrava per imporre desolazione e frammentazione sociale può essere un passaggio su cui ragionare. Che per gli interessi di altri si possa decidere della vita o della morte delle persone è qualcosa a cui non abituarsi mai. La solidarietà concreta con la Palestina e la lotta che si è espressa sono una bussola anche di fronte a questo. Vicinanza e solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir e alla città di Bologna che alza la voce contro questa violenza crudele e raccapricciante. Con nel cuore chi questo sistema malato vuole sacrificare per il proprio interesse, lottiamo per il mondo che vogliamo. A Torino il sindacato Si Cobas ha chiamato due appuntamenti che diffondiamo: ore 18 presidio a Porta Palazzo e ore 19 fiaccolata per Barriera di Milano
25 luglio: in marcia verso i cantieri della devastazione
Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005. da Notav.info Il 27 giugno 2011, non fu soltanto l’apertura del cantiere della Maddalena: fu il tentativo di spezzare un movimento che da anni dimostrava come fosse possibile organizzarsi dal basso, difendere il territorio e mettere in discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla devastazione ambientale. Ricordare le giornate della Libera Repubblica della Maddalena non significa lasciarsi andare alla nostalgia. Significa riconoscere che quelle giornate hanno lasciato un’eredità viva, nella quale si è sperimentata la forza di un popolo in lotta per la propria autodeterminazione, capace di creare relazioni e legami duraturi che ancora oggi resistono e permettono di continuare a combattere. La lotta del Movimento No Tav è più viva che mai e continua a essere una battaglia non solo per chi vive in questa valle, ma anche per la giustizia ambientale, sociale e climatica. Una battaglia che parla alla Val di Susa e a tutte le comunità che, in Italia e nel mondo, si oppongono alla logica delle grandi opere imposte. In Val di Susa continua l’aggressione sistematica al territorio. TELT e i suoi sporchi affari inquinano Chiomonte, Giaglione, San Didero e Salbertrand, ma anche i siti dei futuri depositi di smarino di Susa, Caprie, Caselette e Torrazza Piemonte. I cantieri si moltiplicano, estendendosi come un cancro sul nostro territorio e non lasciando spazio ad altro che a un deserto di catrame e cemento, laddove prima prosperavano boschi, prati, natura e vita. Eppure, come il 3 Luglio 2011, la risposta di chi vede quest’opera senza il velo opaco e dorato della propaganda non è venuta meno e, anche con la marcia dello scorso anno, lo abbiamo dimostrato. Oggi come allora, da una parte c’è chi vorrebbe trasformare la Valle in un enorme cantiere unico, una grande metastasi frammentata, resa più digeribile e meno contestabile, che avanza spezzetata con l’obiettivo di normalizzare, insieme alle misure respressive e i Decreti Sicurezza, la devastazione che produce: una zona militarizzata e sacrificabile, da svendere agli interessi delle lobby politico-imprenditoriali. Dall’altra c’è chi è pronto a impedire che questo avvenga, chi sogna per la Valle un altro modello di sviluppo, nel quale le specificità del territorio vengano rispettate e dove vivere e lavorare non significhi avvelenare la terra e ammalarsi. Oggi, oltre alla Piana di Susa, dove lo scorso anno abbiamo visto l’avvio di un nuovo cantiere nell’area dell’ex pista di Guida Sicura a Traduerivi, territorio già martoriato la cui ferita rischia di estendersi fino a Bussoleno, un’altra porzione della valle è sotto attacco. Con la Tratta Nazionale Avigliana-Orbassano stiamo assistendo a un nuovo tentativo di assedio, prontamente contrastato e, per ora, respinto da comunità e amministrazioni. E, nonostante il Governo francese abbia rinviato al 2045 la realizzazione della loro tratta nazionale, sottolineando come quest’opera non sia oggi più attuale né prioritaria, in Italia il Governo Meloni e il Commissario straordinario Calogero Mauceri hanno ribadito la volontà di procedere con la realizzazione della nostra tratta nazionale, sostenendo che l’Italia non possa attendere i tempi della Francia e indicando il 2033 come obiettivo, peraltro irrealizzabile, per la conclusione dell’opera. Questo dimostra come la Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata o a un passo dalla conclusione, nonostante la propaganda continui a raccontarla come tale, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi. Ma la fretta del Governo si spiega anche con il progressivo disvelamento della Torino-Lione, non come alternativa ecologica, come falsamente è stata presentata negli anni, ma come parte integrante del sistema logistico e di guerra che incentiva il trasporto militare lungo il Corridoio Mediterraneo, collegando l’Europa occidentale a quella orientale. Non è un caso che il Commissario TEN-T  (Reti transeuropee dei trasporti) abbia richiamato la necessità di individuare finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche, arrivando a evocare il ricorso al debito e il coinvolgimento di finanziatori privati. Non ci stupirebbe, quindi, vedere presto il logo di Leonardo accanto a quello di TELT. È ormai evidente che il nostro Paese, guidato da Fratelli d’Italia, intende investire nella guerra e nel riarmo, dimostrando ben poco interesse per la tutela dell’ambiente. Così, mentre distrugge suolo agricolo e paesaggio in Val di Susa, cerca di conquistare visibilità attraverso un protagonismo bellico che nulla ha a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio. Uno sviluppo che, in Valle e ovunque, ci rifiutiamo di vedere fondato sull’economia di guerra e sugli interessi militari, sull’impoverimento prodotto dalla sottrazione di risorse quali terreni agricoli, acqua e boschi, sulla contaminazione del territorio con inquinanti persistenti come i PFAS, come avverrebbe con lo smarino del TAV o con i fumi tossici dell’Acciaieria Beltrame. Allo stesso modo, non possiamo accettare che il futuro del territorio passi attraverso la speculazione energetica, dalle grandi stazioni elettriche di Avigliana e Borgone o agli impianti fotovoltaici calati dall’alto, funzionali solo agli interessi delle grandi aziende anziché ai bisogni delle comunità. In occasione dei 10 anni del Festival Alta Felicità e dei 15 anni dalla Libera Repubblica della Maddalena, sabato 25 luglio torneremo a marciare e, quest’anno, saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da Venaus, con carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della devastazione, simboli di tutto ciò contro cui combattiamo. Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura. La Val di Susa è nostra e la riprenderemo. A 15 anni dalla Libera Repubblica della Maddalena, SAREMO OVUNQUE! Ora e sempre No Tav! Palestina libera!
Carta per la transizione popolare e un’energia autonoma dagli interessi delle grandi industrie
Durante il weekend di iniziative a difesa dell’Appennino è stata prodotta una carta a partire dal confronto tra i vari comitati presenti. La trovate di seguito con l’invito a diffonderla e stamparla! La carta e altri materiali saranno presenti al banchetto di Confluenza e dei comitati a difesa del verde al Festival Alta Felicità a Venaus dal 24 al 26 luglio! Per metterti in contatto con noi scrivi a: confluenza.info@gmail.com Il fabbisogno di energia dipende dal tipo di società che si vuole e, per immaginarlo, dovremmo partire dalle nostre necessità e aspirazioni come popolo. Sempre di più, dove saranno presenti campi fotovoltaici o parchi eolici o nuove centrali nucleari saranno presenti anche data center che, in barba a tutti i vincoli e normative, verranno costruiti perché strategici per il sovranismo digitale oltre che energetico.  La transizione deve avere le seguenti caratteristiche:  * POPOLARE, ovvero interamente gestita dalla cittadinanza e dagli abitanti di un territorio. Il popolo è sovrano: allora occorre partire dalle esigenze di chi ha attività che producono effettivamente benefici al territorio come aziende agricole, produttori locali, chi vi abita e ha presente il valore di queste aree; * INFORMAZIONE TECNICA TRASPARENTE, deve essere accessibile e condivisa, oltre a dover tenere in considerazione che il popolo possiede un sapere molto prezioso: tecnico, scientifico e politico. Questo patrimonio deve essere considerato molto più credibile del sapere tecnico al soldo di ENI o di altre multinazionali dell’energia; * l’energia deve essere AUTOPRODOTTA e AUTOCONSUMATA dagli abitanti dei luoghi dove sorgono gli impianti energetici. L’energia deve essere in mano alle persone che la usano mentre l’attuale sistema energetico è verticistico.  Contro la speculazione energetica in mano alle multinazionali non c’è un piano B: esistono solo mobilitazioni e resistenza. La lotta ci permette di riappropriarci di spazi che magari, poco tempo fa, sembravano impenetrabili. L’energia deve essere in mano alle popolazioni contro le logiche del mercato energivoro. In tutti i luoghi dove ci sarà speculazione energetica, noi ci saremo. Qui puoi scaricare il file pdf CARTA TRANSIZIONE POPOLAREDownload
Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e preparativi per l’Alta Felicità
Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa di lotta a San Didero, il secondo giorno è stato dedicato al confronto politico, alla socialità e alla presenza nei luoghi della resistenza. da Notav.info Nel pomeriggio il presidio di Venaus ha ospitato la presentazione del libro “La Lunga Frattura”, insieme alla redazione di InfoAut. Un momento di discussione attorno ai temi della guerra e della crisi dei valori dell’imperialismo, dopo il movimento in solidarietà alla Palestina di settembre e ottobre scorsi occorre continuare a interrogarsi sulle possibilità che nel prossimo futuro si apriranno per contrapporsi al riarmo generalizzato, alla devastazione dei territori e alla crisi sociale. La serata si è poi spostata al Presidio di Traduerivi, a Susa, dove aperitivo, musica e iniziativa di lotta hanno riportato al centro uno dei luoghi simbolo della devastazione in Valsusa. Decine di No Tav hanno raggiunto poi il cantiere, percorrendone il perimetro e facendo risuonare una lunga battitura contro le reti che delimitano l’area. Nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine la determinazione dei presenti ha permesso di divellere alcuni tratti della concertina installata lungo le recinzioni. La risposta è stata, ancora una volta, a suon di lacrimogeni e idrante nel tentativo di allontanare i/le No Tav dalle reti. Un copione ormai noto, che vede un enorme impiego di uomini e mezzi schierati per difendere l’ennesimo cantiere mentre la mobilitazione No Tav continua a dimostrare, con determinazione e partecipazione, che la resistenza in Valle non si è mai fermata. Ancora una volta il weekend di lotta ha rappresentato un’occasione per ritrovarsi, condividere esperienze e rafforzare i legami tra chi continua a sostenere la lotta No Tav. La giornata di oggi vede la fine di questo fine settimana tra montaggi e allestimenti in vista del Festival Alta Felicità, che tornerà il prossimo fine settimana a Venaus per celebrare la sua decima edizione. Come ogni anno, il passaggio dal campeggio al festival racconta la continuità di un percorso fatto di impegno collettivo, partecipazione e autorganizzazione. Perché l’Alta Felicità non è soltanto un festival: è il frutto del lavoro di centinaia di persone che, insieme, costruiscono uno spazio di incontro, cultura, musica e resistenza nel cuore della Val di Susa. L’appuntamento è quindi per il prossimo weekend a Venaus, per dieci anni di Alta Felicità e una nuova occasione per continuare a dimostrare che un’altra idea di territorio, fondata sulla condivisione e sulla difesa dei beni comuni, è possibile.
Genova, venticinque anni dopo: brucia ancora
Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una posta politica ancora aperta, e va trattata come tale. Ridurla al ricordo delle sole ferite, delle violenze e del lutto significa consegnarla alla storia solo come cronaca. Perché il senso di quelle giornate non sta nella loro tragedia, ma in ciò che il movimento contro il G8 seppe mettere in campo e che la controparte non poté sopportare: per una volta, si era smesso di cercare il nemico di fianco, nell’altro impoverito quanto noi, e si era tornati a guardare in alto, verso i responsabili reali dell’ingiustizia. Tutto quello che venne dopo, la macchina repressiva, i pestaggi, la tortura, l’omicidio di Piazza Alimonda, la lunga guerra sul racconto, altro non è stato che la misura esatta della paura che questo seppe incutere. La posta in gioco Il punto non erano le manifestazioni. Le riunioni cominciarono nell’inverno e nella primavera del 2001, settimana dopo settimana, tra realtà diversissime, e già lì si aprì la frattura politica destinata a segnare tutto. I social forum, per natura, dovevano mediare tra posizioni distanti, dalle reti pacifiste ai gruppi ecologisti, ma lo facevano anteponendo le forme dell’espressione agli obiettivi: prima l’equilibrio sul dispositivo, un corteo, due piazze tematiche, tre assemblee, un concerto, e solo dopo i contenuti. Per l’area antagonista quel senso andava rovesciato. Genova non poteva essere la solita manifestazione nazionale, la vetrina di un’organizzazione: doveva essere il tentativo di alimentare un movimento reale, fatto di uomini e donne, con un obiettivo comune e dichiarato, ribaltare i rapporti di forza tra chi governa e i governati: “i sudditi volevano marciare (sul serio!) per calpestare i re”. Su la testa, su lo sguardo Su questo il movimento, nella sua pluralità, convergeva. Per una volta si era riusciti a indicare la responsabilità corretta delle ingiustizie del mondo: non un male astratto, ma un sistema con una forma, dei beneficiari e dei difensori. Otto capi di Stato non potevano rappresentare sei miliardi di persone; l’uno per cento non poteva decidere delle sorti di tutti gli altri, chiudendosi in una reggia, neanche dorata, ma circondata da sbarre e forze dell’ordine, a deliberare senza incontrare opposizione. L’anticapitalismo, nelle sue definizioni più variegate, in quegli anni, non fu una parola d’ordine tra le altre: fu la leva che tenne insieme soggettività, ceti e culture politiche altrimenti divise, come non è più riuscito di fare in tutto il quarto di secolo successivo. Ed è questo il cuore della questione. Ciò che rese Genova insopportabile per il potere non fu la conflittualità di piazza, fu l’aver dimostrato, davanti a milioni di persone, che è possibile aprire percorsi lineari e diretti contro i veri responsabili. Che il nemico ha un nome e un indirizzo. Nemici da abbattere A quella chiarezza lo Stato rispose con altrettanta chiarezza. Il G8 si presentò in maniera dichiaratamente autoritaria, sprezzante verso i movimenti, avvilente nella propaganda che per settimane annunciò tutto ciò che «poteva succedere», preparando l’opinione pubblica alla resa dei conti. Sul piano repressivo si costruì un vero e proprio ring: fortini, addestramenti straordinari della celere, caserme allestite per l’occasione, DIGOS e agenti in borghese di più corpi. Non l’ordine pubblico di una manifestazione, ma una macchina che per organizzazione e finalità ebbe i tratti di una struttura criminale rivolta contro un movimento. Che la repressione fosse preventiva, e non reazione a un ordine pubblico degenerato, lo dimostra ciò che accadde prima ancora dell’inizio del vertice. Citiamo ad esempio che una settimana avanti, un gruppo di militanti diretto a Genova per un’ultima riunione di rete viene fermato a un posto di blocco all’uscita dell’autostrada. Nella perquisizione dell’auto spunta un taglierino, uno strumento di lavoro, serviva al compagno in questione ad esempio a tagliare le fascette dei giornali nelle edicole. Basta quello: interviene la DIGOS, i controlli certificano che si tratta di attivisti del centro sociale Askatasuna, e la giornata si chiude con un divieto di ingresso nel comune di Genova per tre anni. Un foglio di via comminato a chi non aveva fatto nulla se non essere schedato. La colpa, già allora, non era un atto: era l’appartenenza politica. Fu a Genova, inoltre, che l’ordine pubblico cambiò passo con la ricerca sistematica del corpo a corpo: la battaglia in campo, il pestaggio, la carica a piede sull’acceleratore contro chi teneva le mani alzate. Una violenza dichiarata ed esibita, con la pretesa di rispettabilità di chi sa di poterla esercitare impunemente. Dopo Genova, per rifarsi il trucco, vista l’esplosione dei sel f media sopratutto, le forze dell’ordine cambiarono deliberatamente strategia, evitando i corpo a corpo, per passare a lacrimogeni e idranti, con meno danni televisivi dei pestaggi. Smash Capitalism! È dentro questa cornice che vanno lette le forme di lotta su cui ancora oggi si specula. Il venerdì si compone il blocco che la stampa battezzerà black bloc: qualche centinaio di persone dietro uno striscione nero: Smash Capitalism: banche e agenzie assicurative colpite lungo il percorso, mentre chi arriva nel primo pomeriggio trova già un corteo in movimento e una situazione precipitata. Ridotta all’osso, la scelta di quelle ore è politica e non estetica: riportare l’iniziativa contro la zona rossa e assumersene la responsabilità, oppure assistere passivi a ciò che comunque si sarebbe determinato. Fu scelta la seconda strada e ancora oggi la litania sugli infiltrati è quella che va per la maggiore. Contro la vulgata degli infiltrati che spiegherebbero ogni cosa, va rovesciato il ragionamento. Quando la polizia, potendo scegliere tra una via di soggetti attrezzati allo scontro e una di manifestanti inermi, carica sistematicamente i secondi, non c’è nessun mistero: c’è una scelta deliberata, che punta a spezzare la parte più larga e indifesa del movimento per diffondere paura. Diffondere paura come forma di controllo. (Cit) La cosiddetta «macelleria messicana» della notte tra il 21 e il 22 luglio, con le sue decine di feriti, e poi la caserma di Bolzaneto, non furono incidenti né eccessi: furono il volto compiuto di quella macchina statuale che aveva contemporaneamente un Vicepresidente del Consiglio e il ministro della giustizia in visita nelle caserme a battezzare il metodo. Bolzaneto: la (auto) sospensione del diritto Bolzaneto è il punto in cui lo Stato di diritto, semplicemente, si sospende. Ciò che vi avvenne, e che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la giustizia italiana avrebbero riconosciuto come tortura, fu una liturgia sistematica dell’umiliazione: l’identificazione e l’accerchiamento, la faccia contro il muro per ore, la sigaretta spenta in volto, le celle stipate, i cori dei carabinieri che cantavano vittoria, il liquido urticante negli occhi, le manganellate su chi non reggeva più in piedi, il silenzio improvviso delle guardie all’arrivo di un’autorità, i trasferimenti fino al carcere, la convalida davanti a un giudice con accuse fabbricate come la distribuzione di spranghe di ferro «a tutti i manifestanti» messe a verbale come fossero cronaca. Non fu la deriva di qualche agente: fu una struttura che sapeva di poter agire così, e lo fece. Piazza Alimonda Al centro di tutto resta il pomeriggio del 20 luglio. Piazza Alimonda. Carlo Giuliani, ventitré anni, colpito a morte da un carabiniere mentre nel caos solleva un estintore. Questo non è un incidente, non è una risposta, non è il prezzo di uno scontro: è un omicidio, a prescindere da chi materialmente premette il grilletto. E il potere lo seppe subito, tanto che alla morte fece seguire immediatamente la sua gestione: la copertura, il fotogramma trasformato in accusa alla vittima, le false notizie per fare di Carlo una scheggia impazzita, un corpo estraneo espulso dal suo stesso corteo. Ma Carlo non era estraneo a nulla. Era un ragazzo che stava in prima fila per spontaneità e per coraggio, che tentava l’assalto e la difesa del corteo che aveva alle spalle. Non era inquadrato in nessuno schema, e proprio per questo poteva essere chiunque. Qui si misura la cesura vera. Per una generazione, quella fu la prima morte di piazza. I caduti degli anni Settanta erano un ricordo dei libri, qualcosa di tramandato e lontano; nel 2001, per la prima volta, uno dei nostri veniva ucciso dalle forze dell’ordine sotto gli occhi di tutti. La notizia della sua morte fu vissuta come un lutto collettivo, al di là della persona: come se una parte di ciascuno fosse stata uccisa con lui. Non fu la paura, però, a prevalere. Fu quel lutto ad accendere un fuoco nuovo e a riportare tutti in piazza il giorno dopo, quando duecentocinquantamila, trecentomila persone ripresero il corteo, non più ignare, ma consapevoli di avere di fronte un nemico organizzato, scorretto, ferito e pauroso. La guerra sul racconto e la pratica dell’obiettivo Ciò che Genova lasciò non fu solo un trauma, ma una lunga battaglia sulla narrazione, ed è su questo terreno che il potere lavorò negli anni successivi, penetrando anche aree del movimento. Si mise in moto la caccia all’infiltrato: bisognava trovare un nemico interno che fosse l’agente in borghese, l’ultras, la scheggia black bloc, il corpo estraneo a cui addossare tutto, per normalizzare l’anormale. Perché normalizzare significava negare l’evidenza: che da quelle giornate si era usciti con le ossa rotte e con un compagno ucciso. La vera posta di quell’operazione culturale non era Genova in sé, ma la delegittimazione di una pratica: quella dello scontro finalizzato agli obiettivi La pratica dell’obiettivo per un movimento è ciò che distingue le parole dai fatti. I movimenti non possono vivere di sole parole, anche belle, anche giuste, devono andare fino in fondo. Quella ferita è stata portata dietro per un decennio, fino alla Val di Susa. Dopo lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, nel 2011, la macchina narrativa dei «black bloc» venne rimessa in moto da giornali e veline di questura. Ma questa volta si ruppe qualcosa. Dal popolo della valle non venne il «quelli non sono dei nostri», bensì il suo rovesciamento: «siamo tutti black bloc». Rivendicare la pratica di un obiettivo invece di prenderne le distanze fu, per chi veniva da Genova, la prova che quel dispositivo di divisione poteva essere spezzato dal basso. È la lezione più concreta di questi venticinque anni: la solidarietà nella pratica disinnesca la criminalizzazione più di qualsiasi appello alla rispettabilità. Cosa resta Il bilancio, a venticinque anni, è netto. La globalizzazione contro cui il movimento si mosse non è mai stata altro che una forma imbellettata (e semantica) del capitalismo, una forma impomatata dell’ imperialismo: non più solo conquista e occupazione di territori, ma distruzione diffusa di diritti, ricatto sociale, impoverimento collettivo, che parta dalla Colombia per arrivare in Piemonte o dal centro del mondo per scaricarsi sulle sue periferie. Quella fase è oggi, mentre scriviamo addirittura in parte superata dalla storia più vecchia del mondo, quella della guerra, ripresa dei conflitti armati, e il capitalismo, il più cinico dei sistemi, dimostra ancora una volta che gli serve sempre una guerra, per conquistare risorse o riequilibrare gli assetti mondiali. La vecchia, sana guerra combattuta con altri mezzi resta uno dei suoi motori, mentre per anni si è guardato altrove, immaginando un futuro fatto solo di finanza e di merci immateriali. Ma la cosa che il potere non poteva sopportare, allora, resta la stessa che non può sopportare oggi: che dentro la società si torni a guardare in alto. L’aggressione ai movimenti a Genova fu una delle leve contro un pensiero altro rispetto al dominante, e la sproporzione della reazione, Bolzaneto, la Diaz, l’omicidio di Piazza Alimonda, è la misura di quella paura. Per questo Carlo Giuliani non sarà mai una parentesi da chiudere: è la ragione per cui, ogni luglio, si torna in piazza, e la sua immagine, col passamontagna e l’estintore in mano, continua a essere sentita come cosa propria. Venticinque anni dopo, mentre nuove mobilitazioni provano di nuovo ad alzare lo sguardo come quelle passate sulla Palestina, la posta che Genova lascia in eredità non è la nostalgia di una stagione, ma un metodo e una direzione: indicare i responsabili, praticare gli obiettivi, e non smettere di guardare in alto, spingendo dal basso, forte, con Carlo nel cuore.
Genova 2001. Una storia del presente
Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e già ripubblicato sul nostro portale. La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di eccezione” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia) Futuro anteriore Uno, due, tre viva Pinochet Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei Sette, otto, nove il negretto non commuove! Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza, nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per intero legata al governo precedente. A conti fatti, nonostante il maccheronico decisionismo di cui Berlusconi ama ammantarsi, la decisione della quale il premier in carica e il suo Governo riuscirono a farsi interamente carico non andò oltre il posizionamento di un certo numero di fioriere al fine di rendere esteticamente più piacevoli alcune piazze della città destinate al passeggio dei “grandi della terra”, oltre all’imperativo decreto che vietava agli abitanti delle zone interessate agli eventi dei “grandi” di stendere i panni alle finestre. Infine, dato un breve sguardo ai palazzi della città, constatato che alcuni di questi si presentavano in maniera malconcia e poco decorosa Berlusconi ordinava, sicuramente con piglio ducesco, di recuperare in fretta e furia un certo numero di “teloni artistici” con i quali ricoprire le meste mura dei palazzi. Con ciò il centro storico di Genova non sarebbe diventata proprio il remake di Versailles ma per un paio di giorni il gioco, come in effetti accadde, avrebbe potuto funzionare. Questo, a conti fatti, ciò di cui si occupò concretamente il Governo di destra mentre l’intera macchina poliziesca e la pianificazione della gestione del Vertice è stata per intero farina del sacco fuoriuscito dal Governo della sinistra. Vale forse la pena di ricordare, al proposito, che il la al G8 genovese è stato dato dal Governo di D’Alema il quale, in non poche occasioni, tendeva a pavoneggiarsi mostrando il suo non secondario feeling con Condoleezza Rice feeling che, attraverso il gioco del detto e non detto, il nostro faceva intendere essere non solo di natura diplomatica e politica. Gossip a parte resta il fatto che la macchina del G8 ha preso le mosse sin dal 1999 e dal quel momento è stata puntigliosamente oliata e perfezionata. Del resto di quanto gli “eventi genovesi” avessero ben poco di sorprendente e inaspettato è facilmente constatabile con quanto andato in scena poco tempo prima nel corso delle giornate napoletane1, con ancora il governo di centro–sinistra in carica, le quali, col senno di poi, possono considerarsi come una sorta di prova generale di Genova 2001. Detto ciò, onde evitare equivoci di sorta, occorre fare una fondamentale precisazione. Qua non si tratta, infatti, di addossare le colpe della “macelleria messicana” andata in scena a Genova al governo di centro–sinistra piuttosto che a quello di centro – destra ma di evidenziare, piuttosto, il carattere unitario del comando internazionale del capitale. Focalizzare lo sguardo su D’Alema piuttosto che su Berlusconi, o viceversa, significherebbe perimetrare gli “eventi genovesi” in un’ottica localista dimenticando che, ormai dai tempo, i governi nazionali non sono altro che semplici propaggini e appendici, con poteri decisionali sempre più limitati, di poteri sovranazionali espressioni dirette delle varie componenti del comando internazionale del capitale2. Un comando che se, nelle diverse sue articolazioni, mostra di essere tutt’altro che prono a un unico disegno, tanto che il conflitto armato interimperialistico può essere tranquillamente assunto come la cifra del presente, nel rapporto con le masse subalterne conosce una “linea di condotta” sostanzialmente unitaria. Il G8 genovese, di ciò, ne è stato l’esatta fotografia. È all’interno di questo scenario obiettivo che, allora, diventa persino semplice comprendere il senso di quelle giornate e tutto ciò che si sono portate appresso, in primis la pratica della tortura. Un aspetto sul quale appare importante soffermarsi poiché l’utilizzo della tortura è qualcosa che va ben oltre la brutalità ma è indice di un passaggio politico a tutto tondo. Anche su questa esiste una non secondaria documentazione alla quale non si può far altro che rimandare evitando, in tal modo, di ripetere cose arcinote3. Più importante invece soffermarsi sui significati politici centrali che il passaggio alla tortura comporta poiché, il non farlo, potrebbe portare a un insieme di malintesi che finirebbero per diluire la tortura in una delle tante forme di sopraffazione poliziesca delle quali il mondo è tanto ricco quanto rigoglioso o, come nel caso genovese è stato più volte ventilato, all’iniziativa autonoma di quote di forze dell’ordine particolarmente reazionarie e prone alla violenza tanto che, commentatori tanto ingenui quanto sprovveduti, nei “fatti di Genova” hanno voluto intravedere un tentativo di golpe ordito dalle componenti filo fasciste del governo di centro – destra. Ovviamente di detto golpe non vi è stato alcun sentore così come nessuna modifica di una qualche rilevanza è andata a intaccare il quadro istituzionale. Certo il G8 genovese ha sancito un radicale passaggio nella “costituzione materiale” degli assetti del comando ma questo è un altro discorso, discorso che ben poco ha a che vedere con gli eterei mondi della politica e delle costituzioni formali ma affonda le sue ben più solide radici negli inferi della produzione4. Chiarito ciò proseguiamo. Quello che va evidenziato, a differenza di quanto comunemente fatto dai testi e dai resoconti coevi agli eventi genovesi, il cui sguardo si è focalizzato sulla violenza e la brutalità poliziesca5, è soffermarsi su cosa racchiude in sé il passaggio alla tortura, i suoi fini e i suoi obiettivi. Il passaggio alla tortura non rappresenta il tratto sadico e in fondo irrazionale del potere politico semmai un atto estremamente lucido e consapevole frutto del più cristallino decisionismo politico. Sicuramente non sono rari i casi in cui singoli gruppi polizieschi finiscono “fuori controllo” e vanno ben oltre il loro mandato ma questo non avviene mai nel caso della tortura. La tortura non è un eccesso dettato da un particolare contesto nel quale qualcuno “perde la testa” bensì un “programma politico” che soggiace per intero a una intenzionalità fredda, priva di emotività e del tutto razionale e che, a conti fatti e in maniera lucida e sintetica, racconta come il potere politico, senza distinzioni di sorta, si relaziona alle masse subalterne o, come accaduto in passato in Italia e Germania, un modo per neutralizzare le organizzazioni rivoluzionarie e i settori operai e proletari a queste affini6. Per comprenderlo cominciamo, intanto, con il dire che la tortura è altra cosa da quelpassage à tabac espressione con la quale il milieu7 è abituato a indicare l’interrogatorio di polizia. In questo caso tabac non ha nulla a che fare con il tabacco poiché, in argot, tabac significa battere o più precisamente picchiare. Con questa espressione il milieu indica ciò che pressoché abitualmente comporta l’interrogatorio di polizia. Nonostante, da tempo, una serie inesauribile di fiction come per esempio Il Commissario Montalbanoo Il maresciallo Rocca abbiano propagandato un’immagine assolutamente prona alla correttezza formale e a un trattamento scevro da qualunque brutalità da parte delle forze dell’ordine, il prosaico realismo consegnatoci dall’espressione cara al milieu rimane il permanente sfondo dell’interrogatorio di polizia. Al proposito vale sicuramente la pena di ricordare che è abitudine, tra coloro i quali corrono il rischio di incappare in un fermo o un arresto di girare con una lametta a portata di mano, solitamente nella bocca, in modo da potersi procurare all’occorrenza una certa quantità di lesioni in modo tale da interrompere l’interrogatorio e accedere al ricovero ospedaliero. In altre circostanze, invece, chi non ha lamette a disposizione cerca di tagliarsi, o procurarsi vistose lesioni, buttandosi contro una finestra e, attraverso questa via estrema, porre fine all’interrogatorio e trovare rifugio in un Pronto soccorso8. Tutto ciò per dire che la violenza da parte delle forze dell’ordine non è certo una eccezione ma una costante se non proprio certa, assai probabile. Tuttavia siamo ben distanti dal poter considerare tutto questo alla stregua di tortura anche perché, notoriamente, per i torturati l’escamotage dell’autolesionismo e conseguente ricovero ospedaliero non è certo una carta giocabile. Il fatto stesso che la polizia, di fronte a lesioni e ferite, si fermi indica come, per quanto brutale e violento, al passage à tabac non è consentito varcare una certa soglia. Perché vi sia tortura, per prima cosa e anche indipendentemente dal livello di violenza esercitata, occorre che vi sia una decisione politica ovvero che la violenza non sia il frutto della libera iniziativa di questo o quel funzionario ma che la decisione della violenza e delle sue forme appartenga per intero allo Stato. Non si tratta di una sottigliezza ma di un passaggio nodale. Nel caso della violenza, che in certi casi può assumere anche gli aspetti propri della tortura, frutto dell’abitudine costume poliziesco non vi è una regia centralizzata e un obiettivo politico da raggiungere mentre, quando la violenza è il frutto di una decisione politicamente centralizzata, il tutto ruota intorno al raggiungimento di precisi obiettivi politici. La tortura, e ne è un aspetto sicuramente non secondario, è finalizzata a far parlare il soggetto/oggetto inquisito ma non solo e anzi, come il G8 genovese ha ampiamente testimoniato, l’obiettivo perseguito non ha nulla a che vedere con il reperimento di informazioni. Scopo principale della tortura è spezzare e annullare l’identità politica e sociale del torturato, annichilirlo e terrorizzarlo e per questo il suo livello di violenza, a trecentosessanta gradi, è incommensurabile al più noto passage à tabac. Per i mondi illegali e per le stesse forze di polizia, a conti fatti, il  passage à tabacrappresenta una prova e un rito di passaggio. Attraverso di questo si pesa il soggetto con il quale si ha a che fare, lo si classifica. Chi passa la prova dal milieu sarà considerato un “bravo ragazzo”, uno del quale ci si può fidare mentre, da parte poliziesca, sarà archiviato come uno che non parla e con il quale non è il caso di perdere troppo tempo. Certo tutto ciò non fornisce la certezza di non dover più passare attraverso quell’esperienza ma sicuramente un po’ l’allontana. In ogni caso il passage à tabac ha come sola e unica finalità la confessione e la delazione nei confronti dei possibili complici, la tortura va di gran lunga oltre. Per quanto il reperimento di informazioni rimanga un suo obiettivo si può arrivare a dire che, per certi versi, questo è ciò che sta in superficie ma il vero scopo della tortura è distruggere e piegare l’anima del prigioniero. L’uso del terrore mira esattamente a ciò. Quanto andato in scena a Genova ne rappresenta non solo una eccellente esemplificazione ma un vero e proprio paradigma. Banalmente ai prigionieri non doveva essere estorta alcuna informazione, nulla doveva essere scoperto, nessun ipotetico complice doveva essere identificato, alcun piano sventato tanto che i prigionieri non sono stati sottoposti a interrogatorio ma “semplicemente” brutalizzati e terrorizzati. Se, in qualche modo, erano entrati nelle caserme pensando che un altro mondo è possibile, dovevano uscirne non solo sapendo che nessun altro mondo era possibile ma talmente piegati e terrorizzati da non poter neppur pensare a qualcosa di diverso. Ogni forma di resistenza alla globalizzazione del capitale doveva essere tanto rimossa quanto annichilita. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo politico perseguito dal potere politico attraverso l’uso sistematico della tortura. Del resto il fatto che oggetti della tortura fossero gli stessi gruppi pacifisti e di ispirazione religiosa qualcosa ha ben voluto dire9. Ciò che doveva essere estirpato era qualunque forma di “pensiero critico” nei confronti della globalizzazione del capitale e del pensiero unico che questa si porta appresso.  L’abito fa il monaco Ma questo scenario era così imprevedibile? Di quanto andato in scena, nelle giornate immediatamente a ridosso del Vertice, era così impossibile averne un qualche sentore oppure, al contrario, non pochi indizi potevano far presupporre che le giornate del Vertice sarebbero state tutto tranne che un pranzo di gala? Ciò che si stava verificando in città mentre le date del Vertice si avvicinavano non dava alcun segnale di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto? Il clima che si respirava in città, e in particolare nella zona centrale che di lì a poco sarebbe diventata addirittura non transitabili e gli stessi residenti, se non muniti di uno speciale lasciapassare, costretti a rimanervi segregati, era cosi sereno? Perché, a conti fatti, come autentici dilettanti allo sbaraglio gli organizzatori ufficiali del Contro Vertice, ovvero tutte quelle organizzazioni confluite nel Genoa Social Forum 10, hanno obiettivamente mandato al macello centinaia di migliaia di persone? Di quale malinteso, a conti fatti, la tragicità delle giornate genovesi è stato l’effetto? Fatale, in tutto ciò, è la cornice teorico – politica che ha fatto da sfondo all’organizzazione del Contro Vertice la quale, proprio in quelle giornate, ha conosciuto, insieme alla sua più radicale smentita, il suo inevitabile declino11. Prima di affrontare i guasti di detta ipotesi politica caliamoci un attimo nel mondo empirico partendo con la descrizione del fenomeno, il quale notoriamente è più ricco della legge, per passare poi a una sintetica disamina delle fatidiche giornate. Un piccolo resoconto etnografico può già fornire l’idea di che cosa stesse bollendo in pentola. Si tratta di un episodio, persino divertente, che mi ha visto coinvolto in prima persona e del quale ho un ricordo più che nitido, episodio avvenuto quattro giorni prima che le giornate del Contro Vertice prendessero le mosse, parliamo quindi del quindici luglio. A fine giugno avevo partecipato al Campionato europeo di powerlifting tenutosi a Londra. Campionato che, anche un po’ fortunosamente, avevo vinto. Avevo gareggiato nella categoria dei novanta chili rientrandovi con una qualche fatica per cui due settimane dopo ero sicuramente più pesante di almeno tre o quattro chili ma in buona forma. Diciamo che per strada non era proprio facile passare inosservati. A questa massa non proprio rientrante nella norma va aggiunto un abbigliamento altrettanto poco convenzionale, ovvero il tipico look da palestra insieme agli inevitabili capelli rasati. Così combinato,insieme a un cucciolo che a dieci mesi pesava già quaranta chili e sembrava avere il classico argento vivo addosso, entro nel labirinto dei vicoli del Centro storico cittadino per fare la spesa. Imboccata via san Luca12 incrocio un gruppo di ragazze e ragazzi con un cucciolo di labrador. I due cani iniziano a giocare dando vita alla classica situazione nella quale cuccioli particolarmente giocosi si incontrano e finiscono con l’attirare l’attenzione dei passanti. Il gruppo è formato da due ragazze e tre ragazzi con una età che, a occhio, poteva andare tra i diciotto e i venti anni. Dall’aspetto, ossia taglio dei capelli, vestiario e zainetti incarnano il modello idealtipico del no global radicale ma non troppo. Non hanno facce da strada e non sembrano neppure appartenere a quei settori giovanili di “classe operaia dura” abitualmente presente tra i vicoli dell’angiporto. I loro modi sono gentili ed educati e assai consoni a chi può vantare più una lunga militanza tra i boy scout e le associazioni di volontariato che tra le file di un qualche gruppo duro, radicale e pronto allo scontro di piazza. La loro aria ha ben poco di coatto o sgamato piuttosto quella dello sprovveduto che attraversa luoghi a lui sostanzialmente estranei come del resto, ancora nel 2001, il Centro storico poteva presentarsi. Se nel look, in qualche modo, possono vantare anche una vaga affinità con i punk-bestia questa è la medesima che poteva avvicinare i lettori di “Noi giovani”13 con la beat generation!. Finita questa sintetica descrizione riprendiamo il racconto. Mentre i cani giocano con l’inevitabile intreccio dei guinzagli e via dicendo veniamo letteralmente circondati da una decina di poliziotti che in maniera decisamente brusca ci chiedono i documenti. I tipi sono decisamente esagitati e sopra le righe come se tra noi avessero individuato Matteo Messina Denaro o qualcuno di calibro affine. L’attenzione si concentra immediatamente sui ragazzini, mentre io vengo tenuto in disparte, i quali vengono attaccati al muro e perquisiti, ragazze comprese anche se, di norma, avrebbero dovute essere perquisite da un agente donna ma evidentemente i nostri, anche se a modo loro, erano già post gender. Ovviamente, nei confronti delle ragazze, non mancano una serie di apprezzamenti sessisti mentre i ragazzini vengono apostrofati, con battute come frocetti e via dicendo. La perquisizione corporale ovviamente non porta a nulla e quindi l’attenzione passa agli zainetti il cui contenuto viene rovesciato con sfregio in mezzo a via san Luca. Da un paio di questi fuoriescono dei libri alla vista dei quali delle 44 Magnum o delle P38 avrebbero suscitato una reazione decisamente più composta. Iniziano così una serie di tiritere sugli studenti e gli intellettuali sulle quali non è il caso di soffermarsi poiché sono l’esatta fotocopia delle tradizionali retoriche plebee rivolte al ceto intellettuale14. La cosa dura una buona mezz’ora poi, tenendoli sempre attaccati al muro, passano al controllo dei documenti via centrale. In mezzo a tutto ciò vi sono una serie di dichiarazioni che, senza che la fantasia debba intervenire, fanno ben capire cosa si sta profilando all’orizzonte. Alla fine li mollano dicendogli: Tanto il culo ve lo spacchiamo tra qualche giorno. A quel punto rimango solo io e già sto immaginando che sarò fermato, portato in Questura e chi più ne ha più ne metta. Soprattutto sono preoccupato per il cane e sto pensando di lasciarlo alla mia parrucchiera di fiducia che fortunatamente è nelle immediate vicinanze . Faccio per mettere mano al portafoglio per mostrare i documenti e, con non poca sorpresa ma anche molto sollevato, incontro lo sguardo amicale del poliziotto che mi dice: Ma figurati, tu non sei come quelli là. Ringrazio e, con molta calma e ricambiando il sorriso, mi dirigo verso un negozio vicino per completare la spesa. Tutto ciò non deve stupire perché, come ha evidenziato la ricerca sociologica, l’aspetto di una persona influisce notevolmente sui comportamenti delle forze dell’ordine15. Nell’azione della polizia vi è sempre uno sfondo antropologico originato da un insieme di pregiudizi proprio delle retoriche di senso comune16 come, del resto, è ogni giorno facilmente constatabile osservando i comportamenti polizieschi nei confronti della popolazione immigrata17. Questo episodio, è bene sottolinearlo, è stato tutto tranne che un caso isolato. La caccia al no global era palesemente dichiarata e che la caccia avrebbe preso le sembianze della guerra qualcosa di più di una semplice ipotesi di scuola. Di ciò se ne è avuta una corposa conferma nelle giornate successive, soprattutto in quella del 21. Sull’andamento differenziato delle giornate occorre soffermarsi poiché sono in grado di raccontare qualcosa di non convenzionale che la narrazione ufficiale intorno al G8 ha per lo più eluso. Come noto, in realtà, le giornate sono state tre e non due anche se, quella del 19 luglio incentrata principalmente sulla “questione immigrazione”, è stata una manifestazione più ufficiosa che ufficiale. Questa giornata, con tantissima partecipazione anche se una parte consistente dei manifestanti era ancora in viaggio verso Genova, si è svolta senza incidenti e, almeno, in merito al discorso che stiamo facendo non vi un granché da dire. Spiccava, certamente, il numero impressionante di forze dell’ordine disseminate lungo il percorso del corteo, il loro fare piuttosto aggressivo il che, solo con il senno del poi, poteva interpretarsi come una avvisaglia, ancora sul piano del simbolico, di ciò che i giorni successivi portavano in grembo. Il 19, in ogni caso, fila liscia e si conclude il Piazzale Kennedy18 con un comizio di alcuni esponenti del Genoa Social Forum e il concerto dell’icona no global del momento, Manu Chao. Nel corso della serata si svolge anche una riunione “informale” dei responsabili organizzativi delle varie componenti del Genoa Social Forum ed è una riunione interessante perché mostra la totale incomprensione di questi nei confronti della realtà e delle dinamiche che di lì a qualche ora i manifestanti si troveranno a affrontare. Per farla breve nessuno ipotizza la possibilità di un attacco di una qualche consistenza da parte delle forze dell’ordine e l’unico problema che viene posto è il controllo dei gruppi che stanno fuori dal perimetro del Genoa Social Forum. Nessuna organizzazione dispone di una struttura “militante” anche perché tra le tante perle teoriche elaborate comunemente dalle componenti del Genoa Social Forum vi è proprio la critica, il rifiuto e la condanna di tutte quelle pratiche “novecentesche” sulle quali il Movimento dei Movimenti è stato in grado di porre, senza rimpianti di sorta, la parola fine. Questo il frame analitico con il quale gli organizzatori si apprestano a affrontare le giornate successive. Stato d’eccezione Veniamo così alla prima vera e propria giornata del Contro Vertice, il 20 luglio. La dinamica reale dei fatti, nonostante la morte di Carlo Giuliani, non sembra raccontare l’esistenza, da parte delle forze dell’ordine, di una strategia pianificata anche perché in virtù della dislocazione logistica delle manifestazioni non si mostrava realistica una pianificazione dell’attacco a tutto tondo. Troppe le manifestazioni e gli appuntamenti in giro per la città per poter pensare di trattarli come poi è avvenuto il 21. Diciamo che il 20 può essere considerato un prologo di quanto accaduto il giorno dopo ma un prologo che sicuramente ha avuto esiti contraddittori. Va rilevato infatti che, contrariamente a quanto per lo più raccontato dalla pubblicistica inerente ai fatti genovesi tutta incentrata sulla vittimizzazione del movimento, nel corso del 20 in non pochi casi non secondari spezzoni del movimento sono stati in grado di ribaltare i pronostici ovvero respingere gli attacchi delle forze dell’ordine, contrattaccare e colpire gli obiettivi che si erano prefissati. Il bilancio del 20, pertanto, non è così lineare e mostra come, a conti fatti, lo spazio metropolitano più che delle forze dell’ordine sia amico degli insorti. Ciò che sembra importante rilevare è come la giornata del 20, parafrasando Engels, abbia posto all’ordine del giorno una “nuova scienza delle barricate”1 in grado di scompaginare gli assetti militari delle forze dell’ordine. Volendo studiare, sul piano del “pensiero strategico”, quanto andato in scena il 20 luglio si potrebbe asserire che la tattica messa in campo da una parte neppure minimale dei manifestanti è stata una sorta di rivisitazione in chiave metropolitana della teoria militare di Mao e Sun Tsu2. Quattro aspetti, in particolare, sembrano legarsi a ciò. Il primo, che assume una valenza strategica, consiste nel rovesciare completamente il frame in cui il nemico vorrebbe ascriverti ovvero prendere l’iniziativa anziché subirla quindi attaccare invece che difendersi. In questo modo, da un lato si assesta un colpo mortale di tipo cognitivo ancora prima che militare al nemico, il quale scende in campo per aggredire e non prende minimamente in considerazione l’ipotesi di essere esso stesso quello attaccato, dall’altro lo si obbliga a rincorrere in continuazione l’azione dell’avversario obbligandolo a improvvisare e impedendogli di ragionare strategicamente. Non è un caso che coloro i quali si sono mossi in una logica difensiva, anche provando a combattere, il 20 luglio siano stati massacrati. In seconda battuta l’utilizzo del territorio come risorsa. Palesemente gran parte dei gruppi che si sono battuti si sono “armati” utilizzando le cospicue risorse che la metropoli è per forza di cose costretta a fornire. Ciò ha finito con il ridicolizzare, più che le forze dell’ordine in quanto tali, l’organizzazione ipertecnologica della quale queste si fanno vanto poiché una strumentazione minima ha messo in crisi autentici Robocop e tutti i gadget a questi annessi. Il terzo elemento è stato dato dall’apparire dove le forze di polizia non se lo aspettavano, quindi agire velocemente evitando o limitando al massimo lo scontro diretto. Questa è una tattica classica del maoismo che si porta appresso un duplice effetto: colpire in piena sicurezza l’obiettivo ma, soprattutto, demoralizzare e frustare l’umore del nemico che si ritrova, di fatto, continuamente sotto scacco. Anche il quarto aspetto deve molto al maoismo. Chiunque presente nella giornata del 20 ha potuto facilmente constatare come i gruppi offensivi agissero più come plotoni che come armata ovvero marciavano divisi per colpire uniti. Il 20 il grosso dei feriti e dei prigionieri c’è stato proprio tra coloro che marciavano nei panni dell’armata la quale, in caso di attacco, avrebbe costituito la massa d’urto contro la quale le forze nemiche si sarebbero infrante. Gli esiti arcinoti degli eventi hanno dimostrato quanto irrealistica si mostrasse detta scelta strategica. A fronte dello strapotere tecnologico delle forze dell’ordine ogni anche coraggioso tentativo di difesa si è velocemente trasformato in una rotta senza capo né coda. Tutto ciò ha fatto sì che, nonostante la brutalità messa in campo e la pratica della tortura già in atto nei confronti dei prigionieri, la giornata del 20 possa essere archiviata come una giornata nella quale, per il comando internazionale del capitale molti conti sembravano non tornare. Significativo il fatto che di ciò praticamente non si parli, mentre centrale diventa il sottolineare il tratto repressivo della giornata e questo non tanto per colpevolizzare le forze dell’ordine bensì per cancellare dalla memoria l’idea stessa che lottare e vincere è possibile. Non per caso coloro i quali si sono battuti con successo sono stati bollati come provocatori, infiltrati, fascisti e via dicendo del resto è almeno da Piazza Statuto3 che questo ritornello, più ossessivo di un tormentone estivo, viene ripetuto. Passiamo così alla fatidica data del 21 luglio. Questa è la giornata chiave del G8 genovese. Gli eventi sono di una linearità e semplicità sconcertante. Il calendario del Contro Vertice prevedeva un solo e unico appuntamento, un corteo che doveva partire dalla zona Foce4 e quindi attraversare un certo numero di vie cittadine. Nonostante quanto accaduto il giorno, non solo e soltanto in relazione alla morte di Carlo Giuliani, ma per il modo decisamente belligerante mostrato dalle forze dell’ordine, gli organizzatori ufficiali della manifestazione (ovvero il Genoa Social Forum) non adottarono nessun accorgimento di autodifesa anzi si adoperarono non poco per far sì che il corteo fosse del tutto “disarmato”. Se, per quanto in maniera grottesca, organizzarono una qualche forma di Servizio d’Ordine questo aveva il compito di isolare i “cattivi” e i “provocatori” dalla parte sana dei manifestanti. Un comportamento non così incomprensibile visto che la sera prima, di fronte al cadavere ancora caldo di Carlo Giuliani, i vertici del Genoa Social Forum si affrettarono a bollare Carlo come un “punkabbestia tossico” che nulla aveva a che vedere con la gran parte dei manifestanti. Palesemente per la dirigenza del Genoa Social Forum il problema non erano le forze dell’ordine, anche se sarebbe più sensato dire che il loro problema non era il comando internazionale del capitale poiché, in fondo, le forze dell’ordine non erano altro che il braccio militare di un cervello politico, bensì tutta quella componente dei manifestanti che il giorno prima aveva dimostrato di saper mettere i bastoni tra le ruote ai disegni del potere politico. Il Genoa Social Forum si poneva dunque l’obiettivo di pacificare il corteo e, all’occorrenza, reprimere ogni pratica di attacco. Questo lo scenario nel quale precipitano circa 350.000 persone (questa la stima approssimativa dei partecipanti al corteo del 21) che intorno alle 15 iniziano a muoversi da Corso Italia verso Piazza Rossetti. Nelle prime 10/15 fila è concentrato il gotha del Genoa Social Forum distanziato di una ventina di metri dal resto dei manifestanti, metri che, col senno di poi, mostreranno di avere più che una ragione. Dal canto loro le forze dell’ordine, oltre a quelle tenute in riserva nelle immediate vicinanze del corteo, sono massicciamente dislocate di fronte al corteo formando un angolo retto tra Corso Italia e Piazza Rossetti dove, cioè, secondo il percorso concordato doveva svoltare e dirigersi il corteo. Altre forze visibili non sembrano essercene a parte alcuni elicotteri che svolazzano, però abbastanza alti, sul corteo. Repentinamente la testa del corteo, pressoché in solitudine, parte e, pochi metri dopo, svolta verso Piazza Rossetti mettendosi, apparentemente, in salvo. A quel punto, senza alcun motivo, tutte le forze dell’ordine schierate iniziano a sparare lacrimogeni, gli elicotteri si abbassano e anche da questi iniziano a essere sparati i candelotti mentre, come per magia, dai tetti delle case circostanti si materializzano non pochi tiratori che iniziano a fare il tiro al bersaglio contro il corteo. Questo, del tutto impreparato, sbanda paurosamente e fugge assumendo, per forza di cose, una forma goffa e scomposta. A quel punto il lancio di lacrimogeni si affievolisce e partono le cariche. Una quota di manifestanti cerca rifugio buttandosi sulle spiagge sottostanti e, a conti fatti, risulterà una delle peggiori soluzioni. Nessuno aveva fatto sicuramente caso ai gommoni che stazionavano sul mare o, se li avevano notati, pensavano che fossero i soliti gommoni che in estate pullulano nel mare cittadino. Su questi, però, non c’erano bagnanti ma forze dell’ordine le quali, appena iniziate le cariche, avevano fatto prua verso le spiagge pronte allo sbarco. Così, chi pensò di salvarsi sulle spiagge, si trovò chiuso a monte dalle cariche e a mare dalle truppe appena sbarcate. Questi saranno i primi a essere massacrati, catturati e torturati. Il resto della giornata è un continuum di quanto appena raccontato. La Diaz5 sarà la classica ciliegina sulla torta che ben si coniuga con il prelievo e arresto dei feriti dentro gli ospedali, i lacrimogeni sparati contro le ambulanze e il sistematico pestaggio e arresto di chiunque non fosse in grado di correre abbastanza veloce. Anche se qualche forma di resistenza è stata tentata questa non ha avuto, e neppure poteva avere, alcuna incidenza sull’andamento della battaglia. Questa non poteva che essere persa in partenza poiché il modo stesso in cui la manifestazione era stata pensata e organizzata consegnava i manifestanti al nemico. Si potrebbe andare avanti ore a raccontare episodi della giornata il che, però, non modificherebbe di una virgola quanto sinteticamente descritto. La giornata del 21 vede il trionfo del Vertice nei confronti del Contro Vertice e questo è quanto. Giunti a questo punto appare sensato provare a trarre qualche indicazione da quanto andato in scena. A molti, o almeno a quelli che per età anagrafica provenivano dagli anni Settanta, le prime cose che vennero in mente furono le immagini del golpe cileno. Una comparazione sulla quale si può ampiamente concordare poiché, nei nostri mondi, scenari simili non si erano mai visti e tanto meno dati neppure nel corso degli anni Settanta dove, per quanto di bassa intensità, l’Italia è stata attraversata dalla guerra civile. Il confronto con il Cile è quanto mai azzeccato ma non tanto per le forme di repressione riscontrate ma per ciò che queste ratificano nel rapporto tra classi dominanti e masse subalterne. A conti fatti, quanto osservato a Genova, in assoluto non è per nulla una novità, ma lo è se consideriamo il perimetro dell’Europa Occidentale e, più in generale, dell’Occidente nel suo insieme. Ciò che è andato in scena a Genova può essere considerato esattamente come la cifra della globalizzazione un’asserzione che, in prima battuta, può apparire come una boutade ma che, a uno sguardo minimamente attento, si mostra densa di non poco realismo. Ciò che è andato in scena nel corso delle giornate genovesi non testimonia niente altro che due cose: la fine della legittimità 6 storico–politica delle masse subalterne e, come diretta conseguenza di ciò, il venir meno di ogni forma di mediazione tra comando internazionale del capitale e quote sempre più alte di subalterni anche nei nostri mondi. In altre parole quel “patto socialdemocratico”7 che aveva caratterizzato il secondo dopo guerra dell’Europa Occidentale e, pur se con sfumature non secondarie, il mondo Occidentale è venuto meno. Nel momento in cui il mondo si è fatto uno a farsi egemone come modello di governo delle masse subalterne, attraverso un processo a cascata, non sono stati i diritti e le garanzie presenti in Occidente bensì le forme di dominio proprie di ciò che comunemente veniva definito Terzo mondo. A farsi egemone è stato un modello tipico del mondo coloniale dove, notoriamente, alle masse è riconosciuta voce ma non linguaggio8. Con ciò viene meno il riconoscimento della dimensione politica dei subalterni la cui dimensione assume sempre più quella della “massa senza volto” e quindi deprivata di ogni spazio di mediazione politica e sociale9. La topica colossale coltivata dalle organizzazioni del Genoa Social Forum è stata proprio quella di non aver letto l’oggettività di questo passaggio e aver tentato, su scala globale, la riattivazione di un “patto socialdemocratico” che il potere politico, però, non ha più nelle corde. Le giornate del G8 genovese hanno posto fine a un malinteso che il Genoa Social Forum ha coltivato, in maniera obiettivamente autistica, sino all’ultimo. Genova non ha significato la fine di tutto, la pietra tombale sul Movimento o il venir meno di ogni forma di resistenza e contrapposizione bensì l’inizio di una nuova fase del conflitto. Il G8 genovese ha sicuramente chiuso il capitolo del Novecento il che non vuol dire che abbia azzerato le contraddizioni del capitalismo e dell’imperialismo, semmai le ha amplificate. In questi venti anni abbiamo assistito a tutto tranne che a una qualche forma di pacificazione sia perché le tensioni interimperialiste hanno fatto precipitare il mondo in una guerra permanente dagli esiti incerti, sia perché movimenti di massa non secondari hanno e stanno scuotendo alla base gran parte delle certezze che l’era globale pensava di portarsi appresso. In tale ottica, allora, le ceneri del G8 sparse ai quattro venti non hanno nulla di funereo ma, con molto più realismo, appaiono come semi dell’Angelus Novus.
C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane
Sul nuovo campione della piccola borghesia italiana Rincorrere, sparare a freddo a due uomini è giustiziare. Rincarare la dose con una terza persona già a terra, non è farsi giustizia da soli ma essere spietati assassini. Roggero a quanto pare aveva la mano facile viste le cronache giornalistiche sul suo passato giudiziario, di quando minacciò tre persone con una pistola. A diventare l’eroe piccolo borghese, coccolato da destra con una buona dose di strumentalizzazione per dipingersi come i maga all’italiana – senza nemmeno tanto riuscirci – è stato facile, ora ci sarà la doccia di realtà con l’arrivo in carcere. Quale sarà il sentire della massa possiamo ben immaginarlo..  Oggi Roggero si chiede come sia possibile che Minetti sia stata graziata e lui no. In effetti è l’unica cosa su cui potremmo essere d’accordo, su dove stia la coerenza del Presidente Mattarella: dopo aver graziato una arrivista approfittatrice che ha brindato a colpi di gin tonic nel suo ranch in Uruguay sulla pelle di poveri e bambini perché non allungare la lista dei meritevoli con un omicida conclamato.  Il punto qui non è gioire perché la giustizia faccia il suo corso ma è constatare come personaggi di tale ignominia possano assumere un ruolo da protagonisti nel teatro della politica istituzionale e dei media, e vederne la bassezza. Il punto non è fare affidamento nella giustizia borghese per ottenere ragione ed equità, ma saper discernere tra ciò che è il prodotto di questo sistema che, di bieco egoismo da piccolo benestante costruito sulla pelle degli altri ne fa la sua bandiera, e chi ogni giorno deve confrontarsi anche con la necessità di auto difendersi e costruire dimensioni di giustizia autonoma.  Il dibattito in corso sui giornali italiani ma anche nelle bolle social di destra e sinistra contrappongono la “giustizia fai da te” alla legalità dello Stato e il suo diritto assoluto al monopolio della forza. Destra da una parte e sinistra dall’altra che, ancora una volta, non perde occasione di avocare all’istituzione capitalista il suo sacro e intoccabile Leviatano. Il punto è un altro, non esiste la giustizia “fai da te”, esiste la giustizia come processo sociale della legge del capitale del tutti contro tutti o la giustizia come frutto della conquista di una parzialità della società che si contrappone ad un altra. La “Giustizia” è il frutto dei rapporti di forza nella società anche nella sua dimensione etica. In ogni caso comunque quella di Roggero non è giustizia da nessuno dei punti di vista analizzati, ma è l’affermazione della punizione spietata del proprietario profittatore contro chi non gliene riconosce il diritto esclusivo e la vuole “derubare”. Della sua crudeltà parlano i video di quel giorno, ma a non avere voce è quel mondo reale e poco social, di persone che abbandonano la legalità e i suoi percorsi di vita sfruttata e silente per percorrerne altre, anch’esse piene di contraddizioni, che spesso fanno ritornare al punto di partenza se non peggio. Uno dei due rapinatori – che d’altra parte hanno scelto di rapinare una gioielleria e non di spacciare droga ad adolescenti per farsi un po’ di soldi – era un proletario delle Torri di corso Grosseto. Centinaia di famiglie vivono in quella parte di città, periferia della metropoli torinese, molte in occupazioni di alloggi popolari, altri sotto sfratto, molti sono padri e madri di famiglia che conducono le loro vite con dignità per sopravvivere in questo mondo. A loro va la nostra solidarietà piena e di cuore. 
1° giorno di Campeggio di lotta: da Venaus a San Didero
Si è concluso ieri sera il primo giorno del Campeggio di Lotta No Tav, appuntamento estivo che ogni anno anima la Valle e desta sempre grande preoccupazione per la controparte. da Notav.info I primi ad agitarsi, ovviamente, sono state Questura e Prefettura, che hanno emanato la solita ordinanza prefettizia inf retta e furia, che avrebbe voluto limitare la libertà di circolazione nei territori valsusini, imponendo un “divieto di accesso appiedato organizzato” nelle zone limitrofe ai cantieri, anche in giorni in cui non sono previste iniziative (!). A seguirli, probabilmente costretti dal clima di terrore che la polizia è solita instillare attorno a qualsiasi forma di dissenso, anche i Sindaci di alcuni Comuni (si dice il peccato, non il peccatore) che ingenuamente hanno pubblicato delle ordinanze, probabilmente scritte dalla Questura stessa, per divieto di vendita di bevande in “contenitori di vetro, lattine o altri contenitori atti a offendere”. Ovviamente forme di intimidazione non hanno minimamente interferito con la volontà dei No Tav di attraversare liberamente il proprio territorio e le iniziative del campeggio si sono regolarmente svolte come da programma. Dopo l’accoglienza al presidio di Venaus, che è stato finalmente ripopolato da tende e giovani, ci si è spostati in località Baraccone di San Didero dove sorge il Presidio No Tav “Leonard Peltier” per iniziare con la partecipatissima presentazione del nuovo sito (presto online!) di notav.infoa cura di questa redazione, con a seguire l’apericena condiviso in stile No Tav. I timori della controparte, conscia dell’ inutilità delle sue inosservate ordinanze, si sono palesati con la presenza di polizia in assetto anti sommossa, con blidati e idranti, praticamente ovunque fuori e attorno al cantier-fortino di quello che dovrebbe essere un autoporto. L’esibizione muscolare e spropositata di forza, solitamente si accompagna con la debolezza di un progetto non voluto dalla popolazione: solo con la militarizzazione è stato possibile realizzare quest’opera e solo la militarizzazione può far sì che continui ad esistere. Ci chiediamo se avranno intenzione, quando e se verrà inaugurato, di vincere il premio di “Autogrill più militarizzato del mondo”, circondato da filo spinato e presidiato h24 da esercito e polizia (sicuramente sarà il preferito dagli automobilisti). Ma chi invece ha dalla sua parte la forza della ragione, non si fa certo fermare e spaventare da questo tipo di muscolarità bruta: nonostante i blocchi delle forze dell’ordine, i/le No Tav si sono spostati dal presidio e hanno fatto il giro intorno al cantiere con battiture, cori e canti per far sentire alle truppe d’occupazione che non sono le benvenute, che la Valsusa è nostra e la vogliamo difendere dalla devastazione. Anche i folletti della Clarea hanno voluto dare il loro appoggio, illuminando il cantiere con fuochi d’artificio e con parecchi metri di concertina divelta dalle reti. La reazione delle forze dell’ordine, probabilmente non paga di quello che hanno causato a Torino al tifoso juventino Marco Basoccu, è stato quello di tirare sparare lacrimogeni sui manifestanti. Ritornati a Venaus, ci si prepara quindi alla seconda giornata di campeggio! Oggi, ricordiamo, dalle ore 15 ci sarà la presentazione e dibattito de “La lunga frattura“, a cura della redazione di InfoAut al presidio di Venaus e dalle ore 19 aperitivo, musica e lotta al Presidio di Traduerivi, Susa. Vi aspettiamo per una nuova giornata di lotta contro la guerra e le grandi opere!
Porto di Livorno, nodo nevralgico della filiera militare
Il porto di Livorno rappresenta uno snodo logistico importante per tutto il Mar Mediterraneo. E’ uno dei cinque principali porti italiani sia in termini di traffico di merci varie, sia in termini di TEU, sia in termini di traffico passeggeri. E’ uno scalo polivalente e multipurpose, in grado cioè di accogliere navi varia tipologia e con infrastrutture capaci di movimentare qualsiasi categoria merceologica. E’ stato inserito dal 2013 nei corridoi europei principali di commercio individuati dal Parlamento Europeo e cioè nella cosiddetta rete TEN-T (Trans European Transport Network). Al suo interno però non avviene solo scambio di merci civile ma c’è anche un intenso traffico di armamenti, come più volte documentato anche dal Gruppo Autonomo Portuali e dal sindacato USB. Negli ultimi anni lo scalo labronico è stato oggetto più volte di proteste e blocchi proprio per contrastare il passaggio di materiale bellico. E’ stato rilevato il trasporto da parte di alcune navi di materiale diretto alla base statunitense di Camp Darby oppure lo spostamento di mezzi utilizzati da Israele nel genocidio palestistene, come ad esempio da parte della SLNC. Molte navi provengono o sono dirette in porti israeliani. Più volte i portuali del GAP e di USB hanno segnalato il passaggio di pezzi di artiglieria, esplosivi, jeep, lanciamissili e anche carri armati. In questo contesto il porto di Livorno, sta vivendo una trasformazione profonda che cambierà radicalmente il profilo del porto e di tutto il territorio limitrofo sotto vari punti di vista. E’ in atto infatti la realizzazione della Nuova Darsena Europa o Piattaforma Europa. Un progetto imponente che prevede un’enorme ampliamento a mare della parte settentrionale, quella commerciale, del porto. Saranno costruite oltre 3 km di nuove banchine e verranno dragati circa 17 milioni di m3 di materiali, per un’estensione totale che sarà di 800 000 m2. L’opera, che dovrebbe essere terminata entro il 2030, permetterà a navi ancor più grandi di quelle che arrivano adesso di entrare in porto. I fondali arriveranno ad avere infatti una profondità di 17 metri (con opzione di arrivare fino a 20 m) per far entrare unità con pescaggio fino a 15 m. Questa grande opera, che impatterà in maniera devastante anche dal punto di vista ambientale, andrà a rafforzare l’hub logistico-militare di tutto il territorio data anche la sua vicinanza a varie fabbriche di armi presenti nell’area livornese e pisana, e alla base statunitense di Camp Darby. Una delle principali basi USA sul territorio italiano. Quest’ultima è collegata via mare attraverso il Canale dei Navicelli, un idrovia di 17 chilometri che collega Pisa al porto di Livorno che negli ultimi anni è stato fortemente soggetto ad investimenti per il potenziamento. Da lì, armamenti vari vengono trasferiti verso il porto di Livorno, caricati su navi e spediti verso zone di guerra. Il 18 aprile del 2026 compagne e compagni di varie realtà politiche antimilitariste livornesi si sono opposti al passaggio della nave Freeberg che proveniva appunto da Camp Darby, – con un carico di esplosivi, mine e munizioni – e diretta in aree di guerra, passando per il porto di Livorno. Un ulteriore tassello della militarizzazione del porto di Livorno e del rafforzamento dell’hub logistico-militare è rappresentato da una novità degli ultimi mesi riguardante la richiesta di concessione di 10 000 m2 di area portuale dell’azienda DRASS. La DRASS è un’azienda italiana con sede principale a Livorno e leader nella tecnologia subacquea e specializzata nella costruzione di sottomarini, veicoli per le forze speciali e tecnologie subacquee varie. Come il sottomarino DGK, Il DS8 SDV – sommergibile da guerra altamente efficace, insidioso e furtivo per missioni di sabotaggio e intelligence – o il RONDA LUUV – un grande veicolo sottomarino senza pilota di nuova generazione che consente un’ampia gamma di scenari operativi, ed è In grado di schierare siluri, mine e altri carichi utili specifici per la missione -. A seguito di un maxi accordo da 1,4 miliardi di dollari per sei sottomarini classe DGK con l’Indonesia, l’azienda ha fatto richiesta all’Autorità Portuale di Livorno per la concessione di una superficie di area portuale di 10 000 m2 con affaccio su una banchina di 50 metri lineari ed una profondità d’acqua di almeno sei metri che sarebbero l’accesso diretto al mare per testare e collaudare i mezzi prodotti dall’azienda. Appena appresa la notizia è scattata subito la protesta di numerose realtà cittadine, contrarie all’utilizzo militare di spazi civili del porto, tramite un presidio e richiedendo un incontro al presidente dell’Autorità Portuale. L’azienda dal canto suo ha risposto facendo leva sul solito gioco del ricatto occupazionale dichiarando che in caso di mancata concessione si perderebbe un’occasione di sviluppo della città con i posti di lavoro che si creerebbero. La partita ad oggi è ancora aperta. E’ fondamentale ancora una volta opporsi a questo passaggio che creerebbe anche un precedente pericoloso nonché un ulteriore salto in avanti nella militarizzazione del porto livornese che rappresenta un anello fondamentale nella filiera militare in un territorio, quello toscano, già ampiamente militarizzato.
La guerra tra poveri non è una soluzione. E’ una scelta politica
Mentre procede lo sgombero di Scordovillo, c’è chi prova ancora una volta a costruire il racconto più semplice: mettere gli ultimi contro gli ultimi. di Addunati Da una parte le famiglie rom. Dall’altra chi aspetta da anni un alloggio popolare. Una contrapposizione che non nasce spontaneamente, ma è il prodotto di anni di politiche fallimentari e della scelta di scaricare sui più deboli il prezzo dell’assenza di una vera politica abitativa. Sono decine gli appartamenti Aterp rimasti incompleti nel Quartiere Savutano, intere palazzine di edilizia pubblica mai terminate solo per giochi di mero calcolo politico, perché le famiglie beneficiarie di quegli appartamenti sarebbero state quasi sicuramente famiglie rom. E così il paradosso, oggi si sgomberano decine e decine di appartamenti occupati – compresi quelli occupati da famiglie rom – per reperire appartamenti da destinare ad altre famiglie rom. Ed in questa isteria istituzionale, tra dichiarazioni pubbliche e corsa al selfie mentre le ruspe demoliscono le baracche del campo, si consuma l’ennesimo dramma sociale di questo territorio. Noi questa logica la respingiamo. Il nemico non è chi vive in una baracca. Il nemico non è chi aspetta da anni una casa popolare. Il nemico è chi ha lasciato che un ghetto esistesse per decenni e oggi pretende di risolvere tutto spostando il problema da un territorio all’altro. Sul punto si segnala la Legge regionale 7 luglio 2026, n. 21, con la quale la Regione Calabria ha introdotto una disciplina straordinaria per consentire il progetto di superamento del campo di Scordovillo, prevedendo la possibilità di trasferire le famiglie anche presso case popolari situate in altri Comuni, superando così le graduatorie esistenti. Ma spostare le persone non significa risolvere il problema. Significa, piuttosto, trasferire altrove le conseguenze di decenni di abbandono istituzionale, con il rischio concreto di alimentare nuove tensioni sociali nei territori interessati, con decisioni imposte dall’alto senza alcun coinvolgimento della popolazione e delle istituzioni. È il classico meccanismo della guerra tra poveri. Si alimenta la competizione tra chi è in graduatoria e chi viene trasferito. Tra cittadini di Comuni diversi. Tra persone che vivono tutte la stessa condizione di fragilità. Così si distoglie l’attenzione dalle vere responsabilità: la cronica assenza di investimenti nell’edilizia residenziale pubblica, il progressivo smantellamento del welfare e l’incapacità delle istituzioni di garantire il diritto all’abitare. Noi non accetteremo mai questa impostazione. Non permetteremo che i lavoratori, i disoccupati, le famiglie delle case popolari e le famiglie rom vengano trasformati in nemici tra loro. La chiusura di un ghetto è un obiettivo che condividiamo. Ma non può essere realizzata esportando il problema, dividendo le comunità o mettendo in competizione persone accomunate dallo stesso bisogno. Servono più case popolari. Servono investimenti pubblici. Servono inclusione, lavoro, scuola e servizi. Serve una sanatoria delle occupazioni abitative. Perché nessuno conquista un diritto quando viene sottratto a un altro. La guerra tra poveri conviene solo a chi non vuole mettere in discussione le responsabilità della politica.
“Non morite per i prossimi cinque anni che dobbiamo riportare il nucleare in Italia”: da Fermi a Torino, come riscrivere la storia del nucleare.
Mo’ me lo segno proprio.   1. Qual è la narrazione dei nuclearisti e perché sostengono che sia cambiato qualcosa Il convegno dal titolo “Da Fermi al futuro” ha avuto il suo primo appuntamento alle OGR di Torino, per iniziativa del Ministro Pichetto Fratin, in collaborazione con La Stampa, e ha preso avvio tacciando di immobilismo e di ideologia tutti coloro contrari al nucleare. La giornata ha visto la presenza di ospiti istituzionali, dal Ministro dell’Ambiente ai sindaci di Torino e di Trino, dal presidente di ENEA a Sogin, dall’amministratore delegato di NewCleo ad altri manager e figure dell’industria, con ovviamente Confindustria in prima linea.  Il mantra che ha fatto da leitmotiv all’evento (dalla dubbia validità scientifica, vista la presenza in qualità di moderatore esperto di Alessandro Cecchi Paone, la cui partecipazione all’Isola dei Famosi deve averlo formato sull’indipendenza energetica) è l’assoluta necessità di rendere l’Italia energeticamente indipendente e per fare ciò, nucleare e rinnovabili vanno intese come tecnologie fondamentalmente inscindibili.  Il dibattito confonde pragmatismo con ideologia. Solare ed eolico vengono messi all’angolo per il limite della discontinuità, mentre il nucleare viene auspicato per la garanzia energetica. Anche Cirio, presidente della Regione Piemonte, si avventura in questo circo affermando che “chi approfitta della crisi rurale per mettere i pannelli è uno sciacallo” approfittandosene così lui stesso per fare un po’ di propaganda sperando di ingraziarsi il consenso degli agricoltori (Cirio ha forse la memoria corta visto che le proteste più accanite si sono verificate sotto il Governo di cui anche il suo partito fa parte) quindi, presto fatto, ci vuole il nucleare. Cirio si fa promotore del nucleare contro le rinnovabili con una performance che punta al consenso facile.  L’altra direttrice che fa da cornice al convegno è il congratularsi a vicenda perché l’opinione pubblica parrebbe migliorata nei confronti del nucleare. Il tutto condito da grandi pacche sulle spalle per il progetto delle CER, nonostante sia ampiamente noto quanto sia complicato per i cittadini rendersi energeticamente autonomi.  Le danze vengono aperte da Pichetto Fratin, convinto nuclearista da decenni, che impronta il suo ragionamento su quanto siano cambiati la tecnologia, lo sviluppo, la ricerca, la conoscenza…mentre tutta la contrarietà all’atomo viene ricondotta al mero errore umano, già di per sé pilatesca descrizione degli incidenti di Chernobyl e Fukushima. L’Anti Nuclearismo avrebbe dunque origine da un fraintendimento: la demonizzazione di una tecnologia neutra colpevole di aver portato il referendum su di una dimensione puramente “emotiva”. Che considerazione per la popolazione italiana che è andata alle urne a votare per non uno ma due referendum sul nucleare!  Chiaramente per tutto il convegno si parla di “nucleare sostenibile”: concetto partito dall’UE a garanzia dell’inserimento del nucleare nella nuova tassonomia verde dopo una “certa sbandata”, come viene definita dal Ministro, degli anni precedenti. Lui stesso però riconosce che si parla ancora di fissione e non di fusione, quindi tutte le argomentazioni pseudo-scientifiche portate avanti negli interventi successivi lasciano di fatto a desiderare.   Le scorie sono un altro tasto dolente (di cui tratteremo più avanti nella disamina) per come vengono trattate con sufficienza: “Massì, sono in Francia e in Piemonte ne abbiamo poche, dovremmo metterle in un deposito temporaneo di 150 metri circa… quindi basterebbe tenere una parte di capannone dedicata a questo”. Altro grande tema da tam-tam giornalistico: il nucleare abbasserà le bollette delle famiglie! Da sole le rinnovabili non risolverebbero il problema (cosa che già potrebbero fare), e Francia e Spagna vengono portate come esempio in quanto produttrici di energia nucleare. Nulla viene detto sul fatto che in Francia al momento ben tre centrali sono state chiuse a causa delle altissime temperature dovute al caldo di queste settimane (un problema che tra l’altro si ripresenta sistematicamente ogni estate da anni). La misura è un requisito di protezione ambientale per evitare di scaricare troppa acqua calda nei fiumi che si stanno già riscaldando a causa delle ondate di calore. Un tema che dovrebbe fare riflettere seriamente visto il cambiamento climatico in atto (il quale non innalza soltanto le temperature medie del regime fluviale ma determina anche lunghi periodi di scarsità idrica territoriale), e per il quale non vengono prese misure strutturali, se non per dare adito alla propaganda in difesa degli interessi degli industriali.  Cecchi Paone, nuclearista da sempre e giovane spadoliniano insieme al Ministro Pichetto Fratin (così si descrive lui stesso), è chiamato a contribuire alla costruzione ideologica di un nucleare Made in Italy, collegando l’attuale libidine atomica a Enrico Fermi e al suo gruppo di lavoro: “una grande e bellissima storia”. Paone si sofferma sulle caratteristiche artigianali delle sperimentazioni scientifiche e sulle qualità inventive di Fermi, una lunga premessa per arrivare al punto: il genio prodotto dalla nostra terra con le sue caratteristiche di italianità, dall’Italia sarebbe anche stato tradito con la rinuncia del Paese al nucleare. Secondo Cecchi Paone l’eredità di Fermi sarebbe dunque al momento sprecata. Oggi però a portare avanti la storia del nucleare fa capolino una nuova tecnologia: i reattori di ultimissima generazione “che ancora non sono pronti ma hanno già un centinaio di pre-ordini”, con un italiano (probabilmente si riferisce a Stefano Buono, ad di NewCleo, di cui parleremo in seguito) assunto in un ruolo chiave (anche se negli Stati Uniti). Vorremmo mica tradire e misconoscere anche questo di genio? In fondo sta pure arrivando l’intelligenza artificiale con i data center correlati e servirà tanta energia. La conclusione del ragionamento è quindi che dell’energia prodotta dal nucleare “non se ne può fare a meno: tanta, disponibile, non discontinua come quella delle rinnovabili”. Vengono poi omaggiate la sede delle OGR e la città di Torino, quest’ultima resasi disponibile allo svolgimento di questa giornata di propaganda. Una città di cui pare essere sempre stata chiara la vocazione al lavoro verso il progresso e alla tecnologia. E allora Paone fa un appello a città e sindaco affinché Torino aiuti a realizzare e sia protagonista del sogno di progresso sull’onda del nucleare, per “rifare grande l’Italia nel mondo e dare avvio a un nuovo Rinascimento”.   Nel succedersi degli interventi, queste lodi tornano come un mantra costruito ad hoc per irretire e intontire l’ascoltatore. Riprendiamo alcuni passaggi prima di lasciare spazio ad alcuni focus che ci sembrano importanti: il quadro legislativo, il ruolo di Piemonte, Torino e della Sogin, l’analisi di NewCleo e degli attori coinvolti in questo tentativo di ritorno al nucleare.  Giovanni Guzzetta, giurista e capo di gabinetto scelto da Brunetta durante il IV governo Berlusconi, parla di come “combattere il tabù di una narrazione negativa rispetto all’atomo: non è giustificato da evidenze empiriche e rientra nel tema della tecnofobia, una cosa che ha caratterizzato la storia dell’uomo”. Viene quindi trattato questo argomento come una banalità che ha sempre abbracciato la storia dell’umanità… poveri stolti tecnofobici!   Anche l’industria ha qualcosa da dire e, come sempre, è il comparto che viene maggiormente ascoltato dalle istituzioni, a partire dal governo. Aurelio Regina, Componente del Consiglio di Presidenza e Delegato per l’Energia e per la Transizione energetica e Presidente del Gruppo Tecnico Energia di Confindustria, parla di un cambiamento rispetto al passato per quanto riguarda l’opinione pubblica. Tutti convinti che non rappresenti più un problema ma un’opportunità e che la popolazione sia assolutamente propensa al nucleare. “L’industria italiana è pronta a sostenere il nucleare di nuova generazione e a fare la propria parte!”, esordisce così. L’energia deve essere prodotta in funzione dell’interesse dello sviluppo industriale, su queste basi viene fatto un parallelo con l’idroelettrico come fonte utilizzata in questa chiave nella storia dell’industria italiana. La proposta suggerita per il futuro per lo sviluppo del nucleare in Italia è l’utilizzo degli oneri di sistema annuali a fronte dei 200 miliardi spesi per l’implementazione delle rinnovabili. “Con 200 miliardi potremmo costruire il futuro del nostro Paese con un numero di mini centrali davvero competitivo”, ribadisce Regina. Anche secondo l’industriale il risultato del referendum è stato dettato dall’impatto emotivo, denigrando in maniera paternalista chi ha votato no al nucleare. Mentre, a suo dire, oggi c’è maggiore consapevolezza sugli interessi del nostro sistema: “se vogliamo contare su un futuro più pulito e competitivo abbiamo solo due fonti che vanno in parallelo e stanno insieme per forza di cose: nucleare e rinnovabili, se vogliamo liberarci dalle fonti fossili.” Una narrazione che punta a tenere insieme queste tecnologie per indorare la pillola, condendo il tutto con un’aura globale che strizza l’occhio all’ansia climatica delle giovani generazioni, come se si stesse parlando a una massa di semplici creduloni. Regina chiude con un appello alle forze politiche: “Su questo tema non ci può essere né colore né bandiera, le politiche energetiche vanno valutate su altri parametri che non sono quelli ideologici.” Ancora una volta viene depoliticizzato il tema dell’energia come se fosse puramente una questione tecnica senza alcun impatto sul piano politico e sociale oltre che economico.  In tutta questa pantomima, in cui la bussola viene dettata dall’abbandono delle fonti fossili e dalla necessità di decarbonizzazione, tra gli invitati figura Francesca Ferrazza in rappresentanza di ENI, settore fusione. Tutti così convinti di abbandonare le fonti fossili, come insigniti della missione della decarbonizzazione, ma poi si fa sedere al tavolo il maggior monopolio energetico ingrassato  da gas e petrolio. Per la rappresentante di ENI l’energia da fusione è strategica e fruibile, a portata di mano, cosa non vera!!  La tecnologia è cambiata, altro punto su cui si martella. Il nuovo approccio è basato sulla “sicurezza intrinseca passiva” perché il nocciolo del reattore è collocato dentro una struttura di cemento armato scavata in profondità, il che lo renderebbe meno vulnerabile. Inoltre, secondo Franco Cotana, Amministratore delegato di RSE (Ricerca Sistema Energetico), gli SMR (piccoli reattori modulari) sono più economici, più rapidi e con tempi certi, il che offre più garanzie per il loro finanziamento a debito. Addirittura riesce a parlare di “economia circolare” perché ciò che esce dalla quarta generazione non è scarto pericoloso, a suo dire. Probabilmente l’economia circolare alla quale sta pensando è quella che riguarda banche, fondi di investimento e speculazione finanziaria. È incredibile come si possa fare passare il concetto in base al quale il cosiddetto “nuovo” nucleare non comporterebbe più rischi né conseguenze, ma addirittura un’ipotesi di rifiuti zero legata alla fusione, tecnologia al momento inesistente. Il convegno viene concluso da Cecchi Paone che elargisce meriti al Ministro e ribadisce sostegno a tutti i nuclearisti convinti che hanno partecipato. Si lamenta del silenzio intorno ai benefici del nucleare e della contestazione “senza futuro”, ma si congratula con il sindaco di Trino che, rivela, vorrebbe portare “in processione”. Paone consiglia di smetterla con questi referendum “su una cosa così complicata da spiegare”. Il livello di paternalismo e denigrazione che esce da tutti i pori di questi figuri nei confronti della popolazione arriva infatti a livelli altissimi, e allora bisogna smetterla con questa “parolaccia” delle scorie che, per la paura che trasmette, ha inciso sul sentimento popolare. Cecchi Paone probabilmente si immagina ancora protagonista di un reality di dubbio gusto quando gioisce perché con un “condottiero come Fratin” sarà possibile ottenere il risultato di riportare il nucleare in Italia.  Il nostro ex naufrago televisivo non si risparmia e così, per salutare colleghi e amici, incita a “lavorare in maniera visibile”. L’Italia vede la popolazione informarsi con la televisione: allora i decisori politici e gli  industriali devono “pretendere che almeno una delle televisioni italiane torni a fare alfabetizzazione scientifica”. Infine, in qualità di divulgatore scientifico, si lascia andare a un monito: “Non dimenticate la nuova medicina nucleare, diagnostica prima ancora che curativa, insieme all’intelligenza artificiale produrrà risultati sconvolgenti. Nell’era dell’unicità tutti dobbiamo collaborare e prendere esempio da Musk. Ma soprattutto non morite per i prossimi 5 anni perché il mix tra intelligenza artificiale e nucleare porterà a risultati senza precedenti.”  Lui sembra dirlo convintamente, chissà se anche ci crede:  “non dico che non si morirà più, ma sicuramente sempre di meno”.   Cecchi Paone sull’isola del programma tv 2. Stato avanzamento iter normativo Da Pichetto Fratin si evince la direzione del Governo che punta ad avere uno strumento normativo adeguato già entro l’estate per avviare l’iter di una ripresa nucleare. Dopo la legge delega, la norma prevede un periodo di 12 mesi per l’emanazione dei decreti attuativi. L’obiettivo dichiarato è quello di presentare i decreti legislativi entro Natale, da sottoporre poi ai pareri delle Regioni.    “Qual è il criterio oggettivo che dimostra che la volontà popolare è stata superata?” viene chiesto al professor Giovanni Guzzetta, oggi consigliere giuridico del Ministro sul nucleare sostenibile relativamente ai risultati dei passati referendum. L’ospite si rifà alla sentenza del 2012 della Corte Costituzionale che si è espressa circa la possibilità di ripristino di una disciplina abrogata qualora si verifichi un mutamento nel quadro politico o nella situazione di fatto. La risposta, dunque, conferma la linea che corre lungo tutto il convegno: da una parte l’attuale atteggiamento verso il nucleare considerato più articolato e complesso rispetto al quesito referendario di allora (quadro politico), dall’altro l’ancora sottolineato miglioramento delle tecnologie e della disciplina nazionale e internazionale sulla sicurezza (situazione di fatto). Stando a ciò, la disciplina abrogata può essere ripristinata. Per quanto riguarda gli standard di sicurezza, il DDL rinvia sostanzialmente alla determinazione di quelli basati sulle indicazioni delle agenzie internazionali, oltre che a quelli rivolti alla struttura morfologica dei territori. Il ruolo di controllo sulla sicurezza, indica, non dovrà necessariamente essere affidato al Ministero, ma piuttosto a specifiche agenzie tecniche, scaricando così gli oneri. Riguardo alle procedure, invece, si sottolinea l’esigenza di una semplificazione per favorire gli investimenti privati: “Affrontati certi nodi, si può proseguire con l’iter amministrativo”. Sui grandi finanziamenti che il nucleare richiede però, il DDL non prevede una soluzione netta. Emerge il suo avere “una funzione di indirizzo politico chiara”, cioè quella di “uscire dall’opzione zero sul nucleare”. Per evitare di scontrarsi con la diffidenza di molti, dunque, e innescare il processo in cui “riabituarci all’idea”, nessuno scenario è precluso, ma si favoriscono le compartecipazioni pubblico-privato. In nome di questo adattamento tutto servirà a superare il tabù, così come il potenziamento degli accordi con la ricerca e le università. Presentando il nucleare come una grande opportunità per i territori, sia dal punto di vista lavorativo, economico che – addirittura – in termini di valorizzazione del territorio (attraverso le compensazioni), aggiunge, poi, che il DDL prevede che le intese tra Stato e Regioni siano vincolanti. Tuttavia, per evitare stalli, il quadro costituzionale permette allo Stato di procedere anche in caso di diniego regionale qualora esistano esigenze di carattere nazionale sovrastanti o atteggiamenti ostruzionistici da parte di una regione. È proprio sul valore territoriale anche Picchetto presenta il nucleare non solo come fonte di produzione di energia, ma anche – udite, udite! – di tutela territoriale, al contrario di eolico e fotovoltaico che tappezzerebbero il nostro patrimonio naturalistico (e turistico). Ministro Pichetto Fratin Il piano mira a una chiusura dell’iter complessivo entro il 2050. Per garantire che la normativa non venga smantellata da governi successivi, Guzzetta sottolinea l’importanza di avere la certezza legislativa: dopo aver “fatto riabituare” l’opinione pubblica, chiamare questa al voto referendario tra il 2028 e il 2029 non solo è ipotizzato ma è visto come un’opportunità per saldare il posizionamento pubblico favorevole e, così, rendere difficile un’inversione di rotta da parte di altri governi. 3. Soggetti in campo: tra pubblico e privato C’è spazio poi per i rappresentanti di categorie, gli attori pubblici, semipubblici e privati che si stanno adoperando per il ritorno al nucleare nazionale.  Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia – realtà partecipata da ENEL, Ansaldo Energia e Leonardo – ammonisce sull’importanza di educare un pubblico (che si presume possa essere in parte diffidente) tramite dati oggettivi e un metodo comparativo che consisterebbe nel confrontare scenari energetici diversi a seconda del futuro che vogliamo. Tutto bello, peccato che per Nuclitalia, che si è assunta questo compito, pare comunque non ci siano troppi dubbi su quale sia lo scenario su cui valga la pena approfondire: è quello nucleare, con cui l’Italia avrebbe non solo a disposizione una fonte energetica a basso costo ma anche il volano per rilanciare filiere industriali in declino. Quindi più che partire da un futuro desiderabile a valutare le condizioni per raggiungerlo, vengono prima poste le condizioni e da queste dedotte le conseguenze, come se condizioni e futuro a cui ambire non potessero che essere queste. A Mastrantonio fa subito eco Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria Energia, che ribadisce come il nucleare “non sia una scelta ideologica, ma una necessità”. Gli interessi dell’industria e del Paese in questo senso sarebbero perfettamente allineati, e le crisi contemporanee (le guerre in Ucraina e in Iran) stanno lì a dimostrarlo.  Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, sollecitato sull’Italia intesa come seconda industria nucleare europea (nonostante i referendum, sintomo di “un rifiuto quasi inconscio”, secondo il moderatore) si spertica sulla bellezza del nucleare come tema di ricerca: un oggetto tecnologico che porterebbe in dote la continua capacità di “inventare qualcosa di nuovo”. Per questo i giovani studenti, definiti ormai laici (non ideologici), non resistono all’appeal di un corso di studi che al Politecnico fa bei numeri in termini di iscritti.  Stefano Buono, Newcleo Infine è il turno dell’azienda Newcleo, impegnata nello sviluppo di reattori modulari di quarta generazione e per questo trattata come la punta di diamante della rinascita nucleare italiana. Newcleo rappresenta così il privato e l’impresa che investono sul futuro grazie a grandi capacità di ricerca e innovazione, e ne è portavoce il fondatore, il fisico Stefano Buono (estromesso però dal ruolo di presidente dall’assemblea dei soci investitori a giugno 2025: forse al di là dei lustrini della propaganda non tutti erano convinti della bontà delle ultime innovazioni). Buono loda il DDL ma ammonisce sulla necessità di decreti attuativi che – non sorprende nessuno – vadano nella direzione di semplificazione burocratica sul modello degli Stati Uniti. Basta con le lungaggini dei processi autorizzativi e viva un’amministrazione moderna che permette di muoversi velocemente.   In sintesi, quello che emerge è un sistema Paese che avrebbe tutte le capacità e gli strumenti per tornare al nucleare non domani, ma subito; un sistema che in larga misura è sulla stessa lunghezza d’onda e marcia compatto. Eventuali resistenze sono il lascito di paure ormai illogiche, frutto di incidenti del passato che non hanno più senso di essere temuti perché siamo ormai approdati a nuove generazioni tecnologiche che permetteranno di non avere più scorie (“non si rilascia più niente”, sentenzia Cecchi Paone) e mettono in campo nuovi meccanismi di prevenzione del rischio.  C’è ancora un problema, però: “convincere la popolazione” secondo Buono. Questa cocciuta popolazione che, chissà per quale irrazionale motivo, proprio non capisce che il nucleare sarebbe ripristinato nei suoi interessi.   4. Ruolo di Torino e del Piemonte Torino si sa, nel campo dell’innovazione si contende da sempre il primato di città del futuro e della tecnologia e il nucleare non poteva che rientrare tra le etichette che accrescono l’immaginario positivista e tecnocratico dei politici della nostra città e del Piemonte, da destra a sinistra.  Per una città in crisi come quella dell’auto, il nucleare rappresenta un altro settore su cui puntare. Presenti sia il Presidente della Regione Cirio che il sindaco di Torino Stefano Lo Russo: approcci diversi ma con un comune obiettivo, sfruttare le potenzialità dell’intellighenzia e il savoir faire torinese per essere pionieri della “nuova” tecnologia energetica “green”. Il sindaco del PD si discosta dalla linea del partito, accarezzando l’idea atomica e di fatto appoggiando e sostenendo un convegno che della propaganda sul nucleare ne fa la propria bandiera.  Forse è alla luce (o meglio al buio) delle centinaia di blackout del giugno torinese che hanno mandato in tilt la città che Lo Russo è arrivato a dare per buona qualsiasi soluzione di fronte a un problema che sembra ingestibile e che rischia di far crollare il consenso verso le elezioni 2027, secondo lui infatti il nucleare diventa l’ennesima carta per riparare all’enorme richiesta di energia di cui la città avrebbe bisogno. Per risolvere le ondate di calore e i blackout che colpiscono i cittadini anche a causa dei condizionatori? Certo questi hanno un ruolo. Ma è più probabile che le preoccupazioni si rivolgono a dover garantire e rassicurare le imprese belliche in espansione o il raffreddamento delle nuove infrastrutture dell’IA, i datacenter. Come conferma il rappresentante della Camera di Commercio di Torino: “Serve il nucleare perchè ci serve energia per far funzionare le evoluzioni tecnologiche come l’IA e soprattutto le infrastrutture che la supportano, i data center, dal fabbisogno energetico enorme.” Non sono state menzionate le volte in cui gli ospedali sono stati a rischio blackout, i chili di cibo che le famiglie hanno dovuto buttare nella spazzatura perché i congelatori sono stati paralizzati o ancora le persone anziane o malate che si sono trovate senza condizionatore per ore se non giorni, con picchi sopra i 40°C. Secondo il sindaco, l’elettricità diventa sempre più importante per soddisfare  i bisogni di tutti e, ad oggi, non è presente nessuna fonte che sia in grado di risolvere il problema energetico. È qui che si inserisce il nucleare e che l’atomo fa capolino nel mix energetico.  Pagliacciate in consiglio comunale a Torino Come concentrare l’attenzione della popolazione sui suoi presunti benefici?  Lo Russo invoca una certa neutralità della scienza, l’unica che può entrare in gioco in un terreno così “ideologicamente compromesso”: c’è bisogno di un quadro laico per superare le paure dei torinesi e per crearlo è necessario investire su un sapere iperspecializzato, affermazioni contraddittorie sentite più volte. È ormai ben noto come gli investimenti deviino il corso delle cose, plasmino un’informazione e una formazione che non sono mai scevre da indirizzamenti politici. Soprattutto se si tratta di un tema così controverso e che di fatto rappresenta una tecnologia cosiddetta dual use come il nucleare. E quale migliore città se non Torino, con il Politecnico e un settore industriale all’avanguardia, per poterne esplorare le possibilità?  Anche Cirio parte dalla situazione energetica attuale per approdare alla necessità impellente dell’energia atomica. La prende alla larga, cogliendo l’occasione per criticare, senza veline, i vari movimenti che si sono occupati della difesa dei propri territori, colpevoli di cieca ideologia (ancora una volta) e di aver impedito il progresso e l’autonomia energetica del Paese. Non poteva non citare i No TAP (fratelli del sud di quei delinquenti dei No Tav), che hanno rischiato di portare al collasso il sistema energetico italiano tentando di impedire la costruzione del metanodotto che “dal 2022 ha salvato il Paese permettendo l’approvvigionamento di gas dall’Azerbaigian dopo aver abdicato al gas russo”. Secondo il Presidente il nucleare è l’unica energia in grado di rendere veramente indipendente l’Italia dall’estero: “Occorre coraggio e portare avanti una battaglia essenziale”, dice elogiando il Ministro Pichetto Fratin e la sua decisione di scommettere sul ritorno all’atomo. Da buon piemontese, ricorda come la terra vada rispettata e come il mix energetico debba tenere conto delle aree rurali in crisi, senza sfruttarle per produrre energia come è avvenuto per tanti progetti di fotovoltaico ed eolico (il problema viene sollevato qui in maniera strumentale ma grazie al lavoro di messa in rete tra comitati abbiamo sviluppato un’ampia conoscenza a riguardo, scevra da strumentalizzazioni politiche con l’obiettivo di dare spazio alle rivendicazioni di agricoltori e abitanti delle aree coinvolte in questi progetti). Come dirà Fratin poco dopo: “L’Italia è troppo bella per essere tappezzata da pale eoliche”. Si potrebbe essere d’accordo, se non fosse che l’Italia è troppo bella anche per essere minacciata dalla costruzione di nuove centrali nucleari che da sempre rappresentano una fonte di instabilità, subordinazione, e minaccia per i territori dove sorgono e per chi li abita. Cirio con le nocciole del Piemonte Cirio e Lo Russo concordano: Torino deve diventare il polo della ricerca, del trasferimento tecnologico, la città dove mettere a profitto le menti giovani per risolvere il problema energetico e fare da capofila del ritorno dell’atomo, sfruttando finanziamenti e investimenti annessi. La filastrocca è sempre la stessa: investire sulla ricerca per creare valore aggiunto, aprire le porte al futuro di possibilità che solo il nucleare può garantire. Un futuro “sostenibile” e “sicuro”, frutto di anni di ricerca e avanzamenti che a Torino non si sono mai fermati, che sono andati avanti incessantemente nonostante i freni a mano tirati da una popolazione troppo “emotiva” per capire l’importanza del progresso tecnologico e le potenzialità di questa tecnologia e una politica incapace di affermarsi e cambiare il corso delle cose. Menomale che è arrivata Meloni? Ad assicurare l’impegno del mondo accademico, e quindi della ricerca e dello sviluppo tecnologico nell’ambito nucleare, è il rettore del Politecnico di Torino, Stefano Corgnati. E quale migliore curriculum per un ruolo del genere: dottore di ricerca in Energetica e Professore ordinario di Fisica Tecnica e Ambientale del Dipartimento Energia al Poli. Secondo Corgnati è proprio grazie allo sviluppo tecnologico che si può far capire quanto il nucleare sia una fonte sicura, soprattutto alla luce degli avanzamenti della tecnologia digitale che, analizzando i dati, dovrebbe porre delle condizioni di sicurezza ancora maggiori. Il solito cane che si morde la coda: più sicurezza digitale, più richiesta di energia, più nucleare, più sicurezza digitale e via dicendo, in un ciclo di accumulazione energetica e quindi di capitale. Vivisezionando il comparto del sapere, Corgnati continua, sostenendo che il ruolo dei Politecnici sia stato fondamentale in questi anni per tenere accesa la miccia del progresso: c’è sempre stata una nicchia che si è concentrata su quello che è un comparto ad elevata intensità di sapere e con un continuo tasso di innovazione, una tecnologia dalle mille e una possibilità di profitto da coltivare a dovere. Non solo, la tecnologia nucleare permette di costruire “visioni per il futuro” secondo il Rettore, che rilancia con vanto il boom degli iscritti all’indirizzo sull’energia nucleare della magistrale in Ingegneria Energetica e Nucleare. Ammette a gran voce quello che è il ruolo dei Politecnici: formare giovani per alimentare la forza lavoro. Corgnati stringe la mano al Ministro delle Imprese Adolfo Urso Ciò che non viene discusso sono i lauti finanziamenti che, nello specifico, il curriculum di Nuclear Engineering riceve da Newcleo, la quale supporta gli studenti con borse di studio e progetti di didattica innovativa. Ciò che viene omesso riguarda la scelta di come quel curriculum venga indirizzato da  opportunità lavorative maggiormente presenti in quel settore, dove le grandi imprese stanno puntando. I tassi di occupazione a seguito del conseguimento di una laurea in Nuclear Engineering sono maggiori del 90% a un anno dal conseguimento, a differenza dei tanti altri volontariamente sottosviluppati, come ad esempio quello delle rinnovabili su piccola scala. Tante sono le opportunità di ricerca per il settore: in un momento di definanziamento totale dell’Università pubblica, i grandi sponsor si fanno avanti, facendo del lavoro precario un’arma da utilizzare per alimentare le proprie imprese. Insomma, piena disponibilità da parte del Politecnico ad assumere un ruolo centrale nello scacchiere radioattivo, e chissà se questo impegno non traghetterà il rettore a qualche poltrona di più alto rango? Alcuni giornali lo dipingono già come un papabile sostituto di Cirio. Il ruolo centrale del Piemonte viene confermato anche dal Ministro biellese Pichetto Fratin: la regione si conferma essere una terra di innovazione e ricerca, ricca di un certo “hummus culturale” non meglio definito, pronta a chiarire in termini tecnici i vantaggi che può avere questa tecnologia, grazie in particolare al Politecnico. Nei prossimi mesi si potrà far chiarezza su quell’ “humus culturale” di cui parlano il Ministro e i suoi alleati, ribaltando una narrazione che non rappresenta il vero volere di chi abita questi territori.   Ma c’è un altro capitolo che interessa la regione e ne caratterizza il passato: quello delle scorie. Il triangolo delle scorie in Piemonte Storicamente il Piemonte è interessato dal tema del nucleare, sia per la centrale “Enrico Fermi” a  Trino e i siti satelliti tra cui l’impianto EUREX, il Deposito Avogadro di Saluggia e l’impianto FN di Bosco Marengo, che per la mole di scorie che nella regione sono custodite. Il 78/79% delle scorie radioattive del Paese si trova in Piemonte, proprio in depositi temporanei come quello di Saluggia e quello di Trino. Negli ultimi anni si è tanto dibattuto del Deposito Unico Nazionale che dovrebbe rappresentare l’approdo definitivo per il materiale di scarto radioattivo, un’opera che, sebbene necessaria, è sempre stata gestita con approssimazione e senza una proposta realizzabile e affidabile da parte di Sogin. Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) è la S.p.a dello Stato responsabile del decommissioning (smantellamento e bonifica) di tutti i siti nucleari italiani e della messa in sicurezza dei relativi rifiuti radioattivi. Nel 2021 la società ha pubblicato la prima CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee) individuando 67 luoghi idonei, mentre nel 2023 ha pubblicato la CNAI (Carta Nazionale delle Aree Idonee), contenente 51 siti idonei. Ad oggi la situazione è in stallo, dopo tre anni niente sembra più essersi mosso e Sogin non concede certezze né accenna a una potenziale calendarizzazione dei prossimi passi. CNAI La Sogin inizia il proprio intervento paragonando le scorie a dei leoni: “Cos’è pericoloso e cos’è rischioso? Se metto il leone in una gabbia, il rischio che il leone mi aggredisca è basso, dobbiamo fare tante gabbie”. Insomma, il nucleare non può venire definito pericoloso, ma solo rischioso. Un rischio che verrebbe attenuato grazie alla costruzione di un Deposito Unico adeguato, su cui si è concentrata l’azienda pubblica nelle ultime decadi con scarsi risultati. Oggi in Italia ci sono 33 depositi provvisori, 23 per bassa e molto bassa attività e 10 per bassa-intermedia attività. Il Deposito Unico Nazionale dovrebbe sostituire tutti questi: un unico centro passivo (quindi senza persone che controllano, così dice Sogin) con triple barriere e senza emissioni per il territorio. Non solo una sicurezza per i territori che da decenni ospitano “temporaneamente” sostanze radioattive, ma un simbolo di prestigio e privilegio che avrà l’onore di ospitare anche un parco tecnologico che dovrebbe occuparsi di medicina nucleare, sempre a detta di Sogin.  Manifestazione No Nuke in provincia di Vercelli La vicenda del Deposito Unico Nucleare si intreccia nello specifico con il destino della città di Trino. Nonostante non fosse nella lista di possibili siti destinati alla creazione del Deposito, il sindaco Pane ha presentato nel 2023 un’autocandidatura, rendendo disponibile la città di Trino a ospitare la costruzione della struttura definitiva per le scorie. Un meccanismo controverso quello della presentazione delle autocandidature: perché proporre il proprio territorio quando non compare nella lista dei luoghi idonei realizzata da esperti che, a loro dire, hanno sezionato l’intero stivale per proporre delle soluzioni “adeguate”? In sintesi, come può essere idoneo un territorio che non è presente nella lista delle aree idonee per il Deposito Unico? La risposta è semplice, e i cittadini di Trino e dei paesi limitrofi l’hanno riportata a gran voce: Trino non è idonea, e tanti sono i motivi che la definiscono come tale. Sconvolgente è la postura del sindaco Pane che, nonostante fosse stato costretto a ritirare l’autocandidatura alla luce della contrarietà della popolazione, si ripresenta in veste di paladino dell’atomo e coraggioso gladiatore del palcoscenico, forte, a suo dire, di avere avuto in passato la capacità diplomatica necessaria ad ottenere il sostegno degli abitanti che finalmente si sarebbero scrollati di dosso l’ideologia malsana no-nuke, per aderire alla proposta di un futuro radioso per la città di Trino. Un futuro meritato e che potrà essere finalmente conquistato ospitando una delle strutture più sicure della terra, il Deposito Unico. La Stampa 1986 sulla manifestazione a Trino Una auto-sviolinata nauseante che stona con la realtà dei fatti, ovvero la volontà della popolazione di tutelare, ancora una volta, il proprio territorio da chi propone progetti per tentare la propria scalata politica. Il sindaco Pane ribadisce con nonchalance come la convivenza con i rifiuti nucleari non sia mai stata “ingombrante”, come il nucleare sia sempre stato accolto fin dagli anni ‘60 a braccia aperte dai residenti e come il vero problema sia un altro per il territorio: l’amianto. Altra piaga sicuramente drammatica della storia del territorio, ma che sicuramente non si può “sostituire” a quella radioattiva dell’epoca della centrale atomica. Nonostante la storpiatura storica elaborata dal sindaco, la popolazione della zona è ancora pronta a ricordargli da che parte sta e che la decisione sul futuro del territorio spetterà a loro. Manifestazione a Trino contro il Deposito Unico Nucleare nel 2024 5. Conclusioni e nostra prospettiva In tutta onestà, il fatto che da questo evento potesse risultare un discorso a senso unico in qualche modo ce lo si aspettava, visti anche gli investimenti di 7,5 milioni di euro previsti nel decreto legge per il 2025 e 2026 al fine di finanziare la campagna informativa a sostegno del nucleare. Purtroppo però si è perfino riusciti ad andare oltre, riducendo, a tratti anche goffamente, “Da Fermi al Futuro” a un mero spot pubblicitario pro-nuclearista. È proprio questo che alla fine lascia uno strascico di interrogativi  sulla serietà comunicativa del convegno e sulla trasparenza nei confronti dei cittadini: nel momento in cui si imposta un discorso sul futuro del Paese e su una pianificazione energetica strategica, le rappresentanze istituzionali non possono e non devono ridurre la questione a marketing. Il solo fatto di non avere programmato un contraddittorio sarebbe di per sé sufficiente a derubricare l’evento a una sorta di “televendita”, ospitata però, ricordiamolo, all’interno di un medium importante e programmato come la prima di una serie di iniziative. Ci pare importante dunque provare a tirare le somme di ciò che è stato detto. Se da un lato il ricorrente appello ai giovani (“ci salveranno i giovani!”, gli stessi giovani che vengono criminalizzati, ci teniamo ad aggiungere, quando questi esprimono il loro dissenso verso le politiche del governo italiano) pare essere un tassello fondamentale per il superamento delle spinte emotive del passato che hanno reso il nucleare un tabù, le migliorie tecnologiche (a oggi però solo sulla carta) elencate costituiscono l’altro leitmotiv della giornata. Non c’è da stupirsi, d’altronde: nella strategia governativa entrambi i punti dovrebbero rappresentare le modifiche (del quadro politico relativamente a un mutato atteggiamento della popolazione e delle situazioni di fatto in merito allo sviluppo tecnologico) necessarie per la presentazione di un futuro referendum abrogativo. In parallelo appare evidente il tentativo di sminuire il valore dei due referendum post Cernobyl e Fukushima (1987 e 2011) laddove si sostiene che nel primo caso non ci fosse  difficoltà di approvvigionamento energetico come oggi (come a dire che le questioni geopolitiche avrebbero, al lato pratico, maggior peso rispetto al rischio di un incidente nucleare), mentre del secondo se ne evidenzia retrospettivamente l’utilita’ per la diminuzione di incidenti e rischi futuri, sottolineando, tra le righe, gli enormi passi avanti fatti negli ultimi 15 anni (guarda caso!) dalla tecnologia dell’atomo in tema di sicurezza. Argomentazione che fa a pugni con quanto, ad esempio, sostiene il movimento no-nuke giapponese (vedi ad esempio la testimonianza dell’attivista Sabu Kohso). L’obiettivo principale del convegno è stato quello di impostare un discorso su come orientare l’opinione pubblica in modo subdolo verso un ritorno all’energia nucleare. I temi portati a sostegno vanno dalla creazione di valore sociale ed economico allo sviluppo di una supply chain per la creazione di una filiera nazionale, dal nucleare inteso come fonte non fossile alla sua sicurezza intrinseca. Dal connubio tra sviluppo di nuove centrali e ricerca in campo medico, agli svantaggi relativi allo stoccaggio delle scorie e al decommissioning intesi come processi slegati da centrali in funzione, e ancora dalla circolarità della futura tecnologia nucleare idealizzata praticamente come una “produzione a moto perpetuo” alla garanzia di autosufficienza energetica e di prezzi più bassi. Un vero e proprio climax ascendente di dichiarazioni entusiastiche culminato in una perla motivazionale dal sapore di slogan pseudo-scientifico e transumanista: “Non morite nei prossimi cinque anni perché dobbiamo riportare il nucleare in Italia!” Ora, battute a parte, i punti elencati mostrano contraddizioni, a tratti imbarazzanti, che meritano perlomeno delle brevi considerazioni. Al di là del fatto che le tariffe odierne dimostrano quanto il costo del nucleare non sia per niente conveniente sul mercato, è tutto da dimostrare che una centrale di quarta generazione (a oggi non esistente) potrà in futuro vivere di “autogenerazione” (“non emetti più niente, non consumi più combustibile”) senza la necessità di nuove barre di uranio. Quindi il tema legato all’autosufficienza energetica appare di per sé un’utopia. Passando invece al tema delle scorie (pardon, “rifiuti” o “residui”, perché, come già evidenziato in precedenza, a detta dei partecipanti al convegno “scoria” sarebbe una “parolaccia” creata per fare “terrorismo”), negli interventi da noi ascoltati non vi è traccia del fatto che il 99% di quelle prodotte in passato dalle nostre centrali rimane attualmente  stoccato all’estero in attesa di rimpatrio, un “disturbo” fatto ai paesi “ospitanti” non gratuito, ovviamente, ma pagato dalle nostre bollette. In compenso, ci si spinge ad annunciare che i “residui” delle centrali di quarta generazione non saranno pericolosi ma paragonabili a quelli ospedalieri. Ma non finisce qui, si sostiene ancora che servirebbe ripartire con nuove centrali a fissione, producendo quindi ulteriori scorie, per ottimizzare gli svantaggi dovuti alla presenza comunque obbligatoria dei depositi temporanei e i processi di decommissioning (smantellamento) dei vecchi impianti: un po’ come ricorrere all’assunzione di alcol in condizione di ipotermia, un finto rimedio che peggiora la situazione. Tra l’altro, piccola puntualizzazione, sempre in tema di decommissioning, un dato anch’esso non pervenuto nel discorso: dei 213 impianti nucleari chiusi a oggi solo 9 possono essere considerati bonificati completamente. Ma il punto forse più sorprendente tra quelli elencati è quello che viene presentato come una supposta interdipendenza tra energia e medicina nucleare. Perché parlare di diagnosi precoce del cancro, di maggiori possibilità di guarigione? A pelle, crediamo che nessuno abbia mai pensato di considerare un tabù la ricerca nel campo della medicina nucleare! E che c’entra questa con gli Small modular reactors o i reattori di quarta generazione? O addirittura con la fusione nucleare? Manifestazione in provincia di Vercelli Forse è proprio da qui che deve partire una riflessione seria. Nonostante si continuino a sbandierare i benefici economici che l’atomo dovrebbe portare alla bolletta energetica, appare evidente che la ricerca nucleare abbia per sua natura costi elevatissimi, il che comporta la costante ricerca di sponde con cui condividere la spesa. Così è sempre stato con il nucleare civile e quello militare, così emerge qui dalle dichiarazioni sugli enormi costi legati alla medicina nucleare. Il dubbio, ovviamente, non è se investire o meno nella ricerca medica, piuttosto ci domandiamo se sia plausibile programmare una spesa di 200 miliardi di euro per la creazione di un impianto energetico nucleare nazionale, viste le incoerenze sopra elencate e i lunghi tempi di realizzazione che non ci possiamo permettere se vogliamo davvero affrontare l’emergenza climatica che anno dopo anno batte ogni record. Sempre in tema di spesa, non è certo un caso che, sfruttando l’assist europeo e l’etichetta green data di recente al nucleare, tra gli obiettivi menzionati ci sia la volontà di portare in Europa l’idea che il sostegno pubblico non vada attuato solo verso le rinnovabili ma anche nei confronti di un’elettrificazione nucleare, intesa come processo di decarbonizzazione, il che darebbe accesso a quei 7-8 miliardi di euro annuali di oneri generali di sistema. Possiamo dunque riassumere che la scommessa del nucleare a oggi sarebbe quella di massimizzare il contributo di una ricerca che ha continuato a lavorare in sordina in questi decenni e puntare su uno sviluppo industriale che crei crescita nella speranza che tutto questo ripaghi in futuro degli sforzi e dei costi iniziali da sostenere, al momento tuttavia non comprovabili né finanziabili in maniera chiara. Il suggerimento pare dunque essere quello di non sbilanciarsi nel parlare solo di potenzialità, ma di quanto si sia in grado di fare realmente oggi, perché del risparmio in bolletta non si può conoscere né la tempistica né l’importo reale. In conclusione, seguendo l’impostazione dettata dal convegno relativamente al tenere un approccio non ideologico verso l’argomento e restando quindi su un piano tecnico-pratico, possiamo dire che l’insieme degli interventi ha confermato una visione priva di certezze, ricca di slogan e con alcuni pericolosi “non detti” che dovrebbero allertare l’opinione pubblica e i media. A tal proposito ci domandiamo se la stessa La Stampa e/o le piattaforme incaricate di ospitare i futuri “eventi televendita” pianificati dal governo, si sentiranno in dovere di porsi e di porre agli attori intervenuti alcuni interrogativi, cominciando (se possiamo dar loro dei suggerimenti) dalle dichiarazioni a tratti deliranti che dipingono la quarta generazione di reattori a fissione come gioiellini privi di produzione di scorie pericolose e autorigeneranti in termini di barre di uranio. 
Minorenni in carcere da 6 mesi per i cortei per la Palestina. Una giustizia educativa
Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina. Vorremmo fare luce su un fatto preoccupante passato sotto il radar. Da 6 mesi infatti sono detenuti giovanissimi dai 16 ai 18 anni a seguito dei disordini dello sciopero del 3 ottobre. La legge italiana dovrebbe basarsi sul principio di imparzialità, proporzionalità della pena e funzione rieducativa di questa, tutta via questi ragazzi (alcuni dei quali senza precedenti e con le sole accuse di resistenza e danneggiamento) sono stati allontanati dalle loro famiglie, dalla scuola e abbandonati in carceri minorili e comunità a chilometri dalla loro vita, dopo un operazione in grande stile a pochi giorni dai fatti. In uno Stato in cui la burocrazia procede lenta, ci sono stupratori e mafiosi a piede libero ci sembra perlomeno sospetta la repentinità e la forza impiegata contro questi ragazzi. Gli stessi esponenti del governo che dichiarano: “se viene Netanyahu in Italia non lo arrestiamo”, si sono rivendicati l’operazione. Tutta questa insensatezza però si risolve quando consideriamo il fattore politico: quest’operazione si configura come vendetta del governo contro il movimento per la Palestina. Dipingono dei ragazzi come mostri e li usano da capro espiatorio: i violenti propal (anche se in quella piazza a scatenare gli scontri era stata la polizia), spaventando allo stesso momento i giovani che si mobilitano e creando divisioni nel movimento. A pagarne il prezzo? Dei ragazzini. Non accettiamo il divide et impera di un governo con le mani sporche di sangue che è debole coi forti e forte coi deboli, che con una mano firma decreti sicurezza contro chi manifesta e con l’altra depenalizza i reati con cui i politici rubano, non abbandoniamo questi ragazzi da soli a pagare il prezzo di una piazza in cui eravamo 100.000. Una giustizia educativa «Di che nazionalità era quello che ti passava le bottiglie da lanciare?» Una delle numerose domande, questa, che ha costellato l’interrogatorio svoltosi ieri presso il Tribunale minorile di Torino ai danni di 2 dei 6 imputati, arrestati lo scorso gennaio con l’accusa di resistenza e danneggiamento per aver partecipato alle mobilitazioni serali del 3 ottobre, durante il movimento Blocchiamo Tutto. Salta agli occhi da un quesito simile tutto l’indegno razzismo che ha coronato l’intera udienza. L’interrogazione procede ansiogena richiedendo se gli imputati fossero a conoscenza dei fondamenti di Hamas e se ne condividessero i valori, e ancora opinioni richieste riguardo il 7 ottobre, e addirittura insinuazioni riguardo ipotetici sensi di colpa che chi aderisce alle manifestazioni per la Palestina, come i ragazzi sotto processo, dovrebbero provare nei confronti dei “bambini israeliani”. II sionismo istituzionale non cerca nemmeno di celarsi dietro una presunta deontologia della professione di giudice. Un interrogatorio pressante che ha spesso esulato dall’oggetto del processo. Un interrogatorio strutturato per far dire ciò che il giudice voleva sentire nelle vesti di una confessione e con modalità volutamente provocatorie con il fine di indurre a reazioni che giustificassero il profilo aggressivo delineato dall’accusa e sotteso dalla corte giudicante. Ecco la portata educativa veicolata dal sistema penale minorile, che cerca di infondere nei ragazzi che disgraziatamente si trovano a rapportarsi con questa istituzione, il senso di colpa, la vergogna, l’impotenza, un sistema che in via cautelare allontana dalla propria famiglia rinchiudendo persone senza processo in un carcere minorile o in una comunità a kilometri da casa, impedendo di andare a scuola o di frequentare sport o attività essenziali alla crescita personale, che impedisce la socialità e l’appagamento di una vita significativa. Vogliono, in sostanza che quel marchio del “criminale” ti rimanga inciso sulla fronte per tutta la vita, perchè una persona, nonostante la propria giovane età, ha osato sfidare il potere costituito che poi, senza scrupoli, si vendica del fatto che milioni di persone abbiano bloccato il Paese intero mossi da un ideale di giustizia arrivato fino a noi grazie alla voce irriducibile della resistenza palestinese. Educazione equivale a sottomissione. Non servivano, per altro, le 2 ore di ritardo con cui è cominciata l’udienza, per ricordare ai giovani imputati che del loro tempo le istituzioni se ne fregano con assoluta convinzione. Sarebbero bastati i 6 mesi di detenzione, i mesi di attesa per avere un permesso per frequentare la scuola (quasi fosse una gentile concessione!). Tempo che è stato sottratto all’autodeterminazione, alla crescita, alle aspirazioni di queste persone, un tempo che nessuno avrà mai il potere di restituire. L’esito dell’udienza è stato 1 anno di messa alla prova, ci sarebbe da chiedere a chi bisognerebbe dare prova di cosa. Dopo 6 mesi di detenzione, non si è contenti del risultato e si vuole continuare a tenere nelle maglie strette della cosiddetta giustizia la vita di questi prigionieri politici. Giovedì 16 luglio verranno sottoposti a processo anche il resto dei minorenni arrestati a gennaio, e ancora una volta saremo lì. Perchè nessuno dovrebbe subire una violenza simile da solo e perchè liberare i nostri prigionieri è un dovere che rientra tra i compiti di chi si pone l’obiettivo di liberare questo mondo dal fascismo sionista che sta avvelenando le vite dei popoli di tutta la terra. Ce lo insegna la Palestina che indietro non si lascia nessuno e così continueremo a fare. La libertà è una lotta costante! LIBERTÀ PER I NOSTRI PRIGIONIERI POLITICI LIBERTÀ PER LA PALESTINA E PER I POPOLI DI TUTTA LA TERRA