Source - InfoAut: Informazione di parte

Informazione di parte

Guccini e Radio Onda Rossa
Con un compagno aneddoti tra solidarietà e musica, un contributo di Radio Onda Rossa Con un compagno raccontiamo degli aneddoti che hanno legato il cantautore Guccini con il movimento e ROR. Nel novembre 1979 furono arrestati 3 compagni del collettivo del policlinico ad Ortona, un paese abruzzese, trovati in possesso di due lanciamissili. Uno dei compagni era Daniele Pifano. Per sostenere le spese processuali furono organizzate diverse iniziative anche per recarsi a L’Aquila per il processo. Si chiese a diversi cantautori tra cui Guccini. Si manda quindi un compagno con la macchina a cercare Guccini in via Paolo Fabbri 43. Gli aprì la madre dicendo: Francesco è uscito qualche minuto fa sta in quell’osteria, fuori porta. All’osteria era appena andato via verso un paesino tosco emiliano. Quindi si parte anche verso questo paesino. Cercandolo all’alba lo vede affacciato ad una finestra. – Sono un compagno di Roma ti volevo chiedere una cosa….  – Vieni dentro che ti offro un caffè  Il resto ve lo lasciamo all’ascolto della corrispondenza.  https://www.ondarossa.info//redazionali/2026/08/guccini-e-radio-ondarossa
La guerra interna dello Stato capitalistico
Riflessioni in margine all’assassinio di Abderahhim Fakir. Riceviamo e pubblichiamo questo testo dal Collettivo Millepiani di Arezzo che affronta alcuni nodi all’ordine del giorno a partire da alcuni eventi recenti che hanno aperto nuove emersioni di conflitto. Su alcuni aspetti del discorso occorrerebbe aprire e alimentare dibattito: in merito al significato che viene dato alla questione della repressione ad esempio, non si può non tenere in conto la dimensione generale e i rapporti di forza che intercorrono fra le forze sociali che alimentano i movimenti e lo Stato. Che lo Stato sia l’istituto storico che mette in pratica la difesa dei propri interessi attraverso articolazioni della forza come le forze dell’ordine o altri dispositivi della contemporaneità non è una novità. Siamo di fronte a una dimensione pre-insurrezionale oppure ad alcune emersioni di massa e con intensità conflittuale interessante e a tratti inedite sulle quali ragionare collettivamente? Da quale premessa è più utile partire per andare nella direzione di alimentarle e contribuire alla costruzione di infrastrutture autonome capaci di allargare e approfondire queste espressioni di conflitto e di rigidità? Forse più che dalla constatazione dello stato dell’arte della controparte, rispetto alla quale conviene non sovrastimarne la dimensione, può stimolare maggiori possibilità e piste di intervento immergersi nelle contraddizioni della fase che stiamo attraversando tentando di coglierne le spinte in avanti. Questo non significa sminuire i tentativi dello Stato di ristrutturare la propria organizzazione in funzione dei processi che stanno trasformando l’esistente con l’obiettivo di sussumere capacità e di affinare le proprie articolazioni di messa a lavoro in funzione del capitale e dell’accumulo di dominio. Il merito di questo testo è di rimettere in fila alcuni passaggi storici che possono essere utili nello sguardo sul presente e in prospettiva, buona lettura! Il fronte interno delle guerre imperialistiche occidentali è ormai diventato, anche da noi, una guerra interna aperta e feroce verso proletari, masse immigrate ed emarginazione metropolitana. Le leggi speciali degli ultimi anni sono culminate nella cancellazione di ogni residua restrizione penale alla violenza poliziesca di corpi repressivi sempre più militarizzati, rendendo così scoperto e dirompente lo “stato assedio” di fatto cui lo Stato capitalistico sta mirando. Infatti, i traumi collettivi sempre più forti, imposti ai popoli europei dalle devastazioni sociali neoliberistiche e dal gigantismo militare della NATO, che sparge fiamme e distruzioni in Medio Oriente, in Russia e in Africa, richiedono forme terroristiche di contenimento e di dissuasione delle lotte di massa e dei loro temuti sviluppiorganizzativi. Per questo, la repressione poliziesca e militare della protesta sociale si è allargata dai luoghi della concentrazione proletaria, considerati strategici dagli anni di Scelba in poi (cortei e case occupate, per esempio), alle aree urbane da riqualificare, ai quartieri “malfamati” e ai ghetti, alternando assalti a presidi e perquisizioni domiciliari, pattugliamenti intimidatori e deportazioni. A partire dal piano di guerra che nel 2001, a Genova, i reparti antisommossa seguirono metodicamente, la dimensione militare della repressione delle lotte di classe è divenuta prevalente. Questo tipo di repressione è centrato sulla prevenzione, sullo sradicamento anticipato dei potenziali portatori di ogni tensione sociale. Così le fasce più povere della società, e in modo particolare gli immigrati della “colonia interna” e i lavoratori precari e semioccupati, divengono le nuove “classi pericolose”.  E’ in questo contesto, e a causa del pieno dispiegamento di questo dispositivo, che AbderahhimFakir è stato ucciso. Ed è questo dispositivo – costruito dallo Stato capitalistico parallelamente allademolizione neoliberale delle tutele sociali – che trasforma il mondo sociale in una mappa militare,e che ripartisce le popolazioni in collaboratori e nemici; questi ultimi favoriti da una folta schiera di “traditori”, i nemici più temibili. I collaboratori sono, naturalmente, i “cittadini” benestanti che reclamano sicurezza, i nemici sono le masse impoverite dalla disintegrazione dei beni comuni insieme alla stragrande maggioranza degli immigrati, e i nemici più temibili sono i movimenti dellasinistra anticapitalistica. Questa è l’antropologia della guerra di classe interna che gli Stati capitalistici stanno conducendo in tutto l’Occidente contro i settori della società che potrebbero far rinascere una tenace resistenza al riarmo e alle razzie dei beni sociali scatenate dalla nuova fase dell’accumulazione del capitale. In Italia questa guerra interna dello Stato sta accelerando il passo, con una divisione del lavoro abbastanza tipica degli Stati parlamentari: un governo fascista fa il lavoro sporco, un’opposizione liberale rettifica un po’ di punteggiatura, ed entrambi ne beneficiano.     In un certo senso, e un po’ paradossalmente, la catena imperialistica apparentemente salda nel suo anello metropolitano, sembra scossa dalla paura ossessiva che inquietava la borghesia liberale del XIX secolo: la paura delle “classi pericolose”, allora rappresentate sia dai salariati industriali irreggimentati nella fabbrica-prigione, sia dai tanti irregolari che si affollavano nella città capitalistica, resti dispersi di ambienti rurali frantumati dall’accumulazione originaria. Fino allaComune di Parigi lo Stato borghese combatté il proletariato come un nemico interno in una guerra asimmetrica di estrema crudezza, appresa negli stermini coloniali e che, all’occorrenza, sospendeva le guerre interstatali europee, come avvenne proprio di fronte a “Parigi insorta”. Questa guerra interna discendeva da un tipo di sfruttamento che logorava senza tregua la forza-lavoro umana,perché lo sviluppo capitalistico non era ancora arrivato alla fabbrica automatizzata, ai monopoli e alle banche d’affari e quando vi arrivò anche lo sfruttamento dovette riconfigurarsi, cominciando ad allargare sempre più, nel segno del plusvalore relativo, la sfera del consumo popolare. La guerra interna naturalmente continuò in tutto l’Occidente, vi conobbe picchi inusitati e le controrivoluzioni, nel corso del Novecento, furono, in Europa, un’ecatombe immane, per quanto non paragonabile ai genocidi coloniali. Tuttavia, lo Stato capitalistico cessò di razzializzare le classi subalterne come “classi pericolose”, da recintare, controllare ed eventualmente liquidare militarmente.  Con lo sviluppo del capitalismo neoliberale e con il consolidamento della trazione guerrafondaia dell’attuale fase di accumulazione del capitale, la situazione è cambiata e di fronte allo Stato sono riemerse le “classi pericolose”. I ghetti urbani delle masse immigrate, gli sconquassi bellici di interi continenti, la proletarizzazione della piccola borghesia, la flessibilità servile del lavoro informale, la precarietà abitativa di ampi settori della società, la disintegrazione del salario sociale hanno generato focolai di tensioni e di conflitti che la borghesia imperialista, lanciata nella corsa al riarmo, affronta sempre più con le strategie della guerra interna. Le legge speciali non sono una deviazione, ma una fase e un aspetto di questa guerra. Perciò quello “stato d’eccezione” che Benjamin denunciava come la “normalità” quotidiana per le classi oppresse sta oggi manifestandosi in tutta la sua durissima spietatezza e con un’inflessibile e metodica coerenza. Le classi dominanti non riescono a costruire un fronte interno per le loro guerre imperialiste e quindi ricorrono al “terrore bianco”, al terrore di Stato.   Questo “terrore di Stato” importa tecniche di intimidazione, di controllo e di “pulizia etnica” dai due sistemi poliziesco-militari più sviluppati dell’Occidente, quello degli Stati Uniti e quello di Israele. Queste tecniche si avvalgono di tecnologie che rendono catturabili, schedabili e imputabili la voce, il volto e il corpo, rubati nei luoghi storici della protesta, laddove l’indignazione ha sempre trascinato i gesti spontanei. Un blocco stradale o ferroviario (pensate alle donne che si stendevano davanti alle tradotte militari), una scritta murale, le parole che dicono in pubblico quello che èsfacciatamente riconoscibile, portano al carcere, al tribunale e a multe stratosferiche. E poi ci sono gli arresti preventivi, le aree concentrazionarie per il rimpatrio dei migranti irregolari (CPR), le case messe sottosopra di prima mattina, le cariche a gruppi di operai “davanti ai cancelli”, gli sgomberi di senzatetto e lo “svuotamento” di aree urbane con eccessiva densità di stranieri africani o arabi a beneficio di turisti e commercianti. Le città riqualificate per il profitto, come ci ha recentementeraccontato Nico Maccentelli a proposito di Bologna, sono il vivaio del “terrore di Stato”. E’ lì che a un marocchino – o a un nigeriano o a un palestinese – che grida per strada per un dolore fisico o mentale, può accadere di finire soffocato sotto le mani di agenti addestrati all’antisommossa. Questo si chiama “stato d’assedio”.   Premuti da tutte le parti da questo “stato di guerra” a conduzione statale, dobbiamo interrogarci su tattiche e strategie di lotta capaci di rompere un assedio che mira – attraverso dispositivi contro-insurrezionali brevettati da esperti israeliani – a neutralizzare in culla ogni azione collettiva di ostruzione dell’economia di guerra, di riappropriazione di beni comuni abbandonati ai tentacoli del mercato e, più in generale, di inversione delle dinamiche neoliberali di accumulazione capitalistica. Certo è che se si può uscire dal cerchio della guerra interna della borghesia imperialistica contro le “classi pericolose” soltanto con la mobilitazione di massa di queste classi, è, tuttavia, necessario riconoscere che la guerra interna dello Stato capitalistico mira a bloccare e a disperdere proprio quella mobilitazione, a mettere le catene ad ogni forma di insurrezione. Ammettiamolo: siamo in un circolo vizioso. Questo circolo non è estraneo al regresso delle lotte sociali e antimperialiste da un anno a questa parte. Se in quanto scriviamo c’è del vero, allora per cominciare ad organizzarci per nuovi compiti occorre cominciare a nominare e ad analizzare il “terrore bianco” con il quale lo Stato capitalistico sta oggi ricacciando indietro i fronti di lotta della sinistra anticapitalistica. E’questa la tragica e crudele lezione che bisognerebbe finalmente trarre da episodi di violenza poliziesca come quello di Bologna.
Ceuta: il contesto e i responsabili della crisi umanitaria
Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per il regime egemonico. L’articolo è apparso inizialmente su Resumen Latinoamericano, il testo completo è stato ripubblicato anche su: https://www.lahaine.org/est_espanol.php/ceuta-el-trasfondo-y-los-responsables-de La tragedia di Gaza provocata dal regime sionista. Il fattore iraniano come nemico latente dell’asse Israele-Marocco. Il conflitto irrisolto nel Sahara Occidentale La crisi umanitaria scoppiata a Ceuta e Melilla alla fine di luglio ha una spiegazione predominante che supera qualsiasi orpello geopolitico. La disperazione di migliaia di giovani marocchini. Non è una fotografia isolata della situazione socioeconomica esplosa nell’unica via d’ingresso terrestre verso l’Unione Europea dall’Africa. È una sequenza storica che si ripete da decenni. Per il suo volume, il dramma si è moltiplicato. Circa 60 mila migranti hanno attraversato le frontiere, quando nel 2021 l’ultima ondata era stata di 8 mila. Ma inoltre, l’avidità delle destre estreme globali nell’agitare la xenofobia, dentro e fuori dalla Spagna, ha giocato il suo ruolo e continuerà a farlo. L’ombra di governi come quelli di Trump e Netanyahu, due criminali di guerra, oscura la chiarificazione di un problema che ha diversi attori protagonisti. USA, UE, Israele e i paesi del Maghreb, con la dittatura del Marocco come protagonista chiave e ariete del conflitto. C’è sempre un innesco per questi movimenti massicci di migranti poveri verso il nord. Questa volta sarebbe stata una sentenza del Tribunale Supremo di Spagna dell’8 e 9 luglio. Essa sostiene che la procedura sommaria di espulsione alla frontiera (attraversarla via terra) non può applicarsi a chi arriva a nuoto. Per questo, migliaia di persone lo hanno fatto via mare dalle vicine coste del Marocco. Ma la sentenza non spiega tutto. Solo una piccola parte. Il Mediterraneo è una tomba collettiva che dal 2014 avrebbe inghiottito 26.731 mila persone vulnerabili, secondo il Progetto Migranti Scomparsi, dipendente dall’OIM con sede in Svizzera. La domanda che finora non ha avuto risposta è come si sia potuto realizzare in modo coordinato un movimento migratorio di tali proporzioni. Perché ha coinvolto molti giovani, ma anche donne e bambini, entrati via mare e via terra – costeggiando un muro perimetrale – nelle due città autonome spagnole. In stragrande maggioranza a Ceuta, situata a 17 chilometri dalla provincia di Cadice, ma anche a Melilla. Per le Nazioni Unite, le due piccole città sono territori integrati alla Spagna a pieno titolo, anche se si trovano nel nord Africa e il Marocco le rivendica come parte del proprio territorio. L’argomento politico di Madrid è che sono sotto il suo controllo da oltre cinque secoli. Per il mondo musulmano – i cui antenati occuparono la penisola iberica per otto secoli – Ceuta e Melilla sono un doloroso ricordo della reconquista spagnola, conclusasi con la presa di Granada nel 1492. La storia ha segnato l’ascesa e il declino dell’impero spagnolo diversi secoli dopo, la colonizzazione dell’Africa, l’indipendenza graduale dei suoi paesi e, nel caso del Marocco, la sua emancipazione prima dalla Francia e poi dalla Spagna nel 1958. La monarchia esecutiva che governa da Rabat non è simbolica, come molte europee. Il suo re Mohammed VI dirige lo stato dal 23 luglio 1999. Ha appena compiuto 27 anni sul trono e gliene mancano ancora diversi per superare suo padre, Hassan II, che lo occupò per 38 (1961-1999). È una dittatura assolutista, dove il re nomina il primo ministro, può sciogliere il parlamento e controlla i cosiddetti ministeri di sovranità (Difesa, Interno, Affari Religiosi e Relazioni Estere). Nella ricerca di alleati sostenuti da USA e Israele, il Marocco si è trasformato in un pezzo chiave della scacchiera geopolitica per Trump e Netanyahu. La relazione storica con Tel Aviv ha delle pietre miliari e quasi tutte le ha poste Hassan II. Durante il suo lungo regno, mantenne legami diplomatici informali in continuo segreto per non ferire la suscettibilità del mondo arabo. Se si osservano solo gli Accordi di Abramo del 2020, firmati con gli USA come mediatori tra il regime israeliano e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan, si perde una parte della trama che li ha preceduti. In Marocco vive una comunità ebraica considerevole se paragonata ad altri paesi arabi. Per questo, Hassan II cercò sempre di mantenere un equilibrio con la maggioranza musulmana del suo regno, soprattutto per preservare la governabilità. Ma questa politica ambigua, persino complice con Israele nei giorni precedenti la Guerra dei Sei Giorni, gli valse l’accusa di traditore. Membri del Mossad avrebbero confessato anni dopo un episodio che tradisce il padre di Mohammed VI. Durante un incontro della Lega Araba a Casablanca, Hassan II fece registrare segretamente le conversazioni e cedette i nastri all’intelligence israeliana. Quel materiale permise al regime del primo ministro Levi Eshkol e del suo ministro della Difesa, Moshé Dayán, di ottenere vantaggi considerevoli per sconfiggere nella Guerra dei Sei Giorni Egitto, Siria e Giordania. Oggi il Marocco possiede una potenza militare che si nutre di materiale bellico israeliano. È uno dei suoi principali fornitori, dietro USA, Francia e Cina. Ma a gennaio di quest’anno, durante un incontro tenutosi a Tel Aviv, l’esercito che sta perpetrando il genocidio a Gaza dal 2023 ha pubblicato su X un comunicato in cui informava di conversazioni incentrate su “dibattiti strategici, visite a unità delle FDI e coordinamento di obiettivi di sicurezza condivisi”. Il giornalista Kersten Knipp, dell’emittente tedesca DW, ha specificato il 10 gennaio di quest’anno che “almeno il 51% dei missili da difesa forniti al Marocco proviene da Israele. Inoltre, il Marocco sta espandendo massicciamente la propria produzione di droni con il sostegno israeliano”. La teoria che attribuisce a Israele il ruolo di destabilizzatore del governo ‘socialista’ spagnolo, con il Marocco come punta di lancia, si basa su questa storia. Inoltre, sulla posizione filo-palestinese del suo capo di Stato. Uno dei ministri di Netanyahu, il genocida Itamar Ben-Gvir, ha deriso la crisi umanitaria a Ceuta e Melilla: “Le mie congratulazioni al Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sánchez, per il suo profondo impegno nell’accoglienza dell’immigrazione e della diversità umana”, ha scritto su X. La tragedia di Gaza provocata dal regime sionista. Il fattore iraniano come nemico latente dell’asse Israele-Marocco. Il conflitto irrisolto nel Sahara Occidentale, rivendicato dalla dittatura alauita, e il sostegno esplicito israeliano a quella causa. Un viaggio ufficiale di Pedro Sánchez in Algeria, vicino antagonista della monarchia marocchina. E inoltre, il ruolo esitante dell’Unione Europea, come se la Spagna non ne facesse parte, aggiungono altri ingredienti extra a questa crisi umanitaria esplosa il 30 e 31 luglio. Nessuno potrebbe scrivere in anticipo l’epilogo di questa storia. Resumen Latinoamericano -------------------------------------------------------------------------------- Testo completo in: https://www.lahaine.org/est_espanol.php/ceuta-el-trasfondo-y-los-responsables-de
Massarosa: il Comitato prende parola in risposta al Presidente della Regione Toscana
Di seguito pubblichiamo la lettera del Comitato di Pian di Mommio, Massarosa, in provincia di Lucca. Nella lettera viene ripercorsa la lotta del comitato per difendere il proprio territorio dalla costruzione di un impianto fotovoltaico (finanziato da aziende israeliane) di cui abbiamo raccontato a partire dalle parole di Anna nel terzo reportage di Confluenza “La difesa dell’Appennino”: https://infoaut.org/confluenza/confluenza-0-2-la-difesa-dellappennino Ma soprattutto ciò che viene sottolineato è una risposta alla solita narrazione portata avanti dalle istituzioni politiche che dovrebbero amministrare il territorio e che, per giustificare la propria incuria e sete di profitto, denigrano i cittadini che costituiscono comitati spontanei. In questo caso la lettera si rivolge al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani che alla festa del PD dello scorso 18 luglio si è riferito ai comitati come anti-progresso e contro le energie rinnovabili. E’ un chiaro artificio retorico questo, oltre che obsoleto, che viene messo in campo per sottrarsi dalle proprie responsabilità. La lettera è stata ripresa anche dal quotidiano la Nazione Qui si può leggere la lettera testimonianza Comitato Cittadini di Piano di Mommio luglio 2026Download
La lotta di Bosco Ospizio
Abbiamo raccolto alcune valutazioni sulla resistenza di questi giorni grazie a una chiacchierata svolta con un attivista di XR che partecipa alla lotta per la difesa di Bosco Ospizio a Reggio Emilia, buona lettura! Lo chiamano Bosco Ospizio perché  fino a 21 anni fa lì sorgeva un ospizio con un grande giardino alberato. Una volta demolito l’edificio principale, è iniziato un processo di rinaturalizzazione spontanea avviato grazie all’inaccessibilità all’area, perimetrata da una recinzione che impediva al pubblico di entrarvi. Si è quindi originato un ambiente con le caratteristiche di un bosco urbano vero e proprio. Un ecosistema peculiare, 45 mila metri quadrati che hanno, oggi più che mai, effetti positivi inestimabili sul contesto urbano circostante, contribuendo a mitigare il calore urbano e ad assorbire gli inquinanti di un’area della città abitata soprattutto da anziani e fasce meno abbienti.  Circa undici anni fa l’area fu acquistata da Conad, soggetto particolarmente influente a Reggio Emilia, con l’obiettivo di realizzare un centro commerciale. Tra le opere di compensazione previste dall’intervento, Conad ha proposto la realizzazione di una Casa della Salute e di una biblioteca (quest’ultima già presente in passato ai tempi dell’ospizio e ora spostata non molto distante). Peccato però che tali opere corrispondano a meno di  2 mila metri quadrati  di un progetto che prevede di cementificarne oltre 30 mila, che nelle carte del piano finanziario dell’Ausl Emilia-Romagna non risulti alcuna spesa per la Casa della Salute almeno fino al 2028 e che quest’ultima non compaia nemmeno nella programmazione delle future opere edilizie. Elementi che mettono in dubbio la reale volontà di realizzare il presidio sanitario annunciato. Il progetto, a causa diversi ostacoli burocratici, non era comunque mai partito, ma un paio d’anni fa l’iter ha subito una forte accelerazione. Per contrastarla, viene formata l’Assemblea Bosco Ospizio, un comitato composto inizialmente da Ecologia Integrale, che ne rappresenta il riferimento tecnico, da Extinction Rebellion Reggio Emilia e Ripuliamoci Reggio Emilia, ai quali si è aggiunta successivamente Legambiente Reggio Emilia. Con il tempo si sono uniti numerosi cittadini e cittadine, dando vita a un’assemblea permanente e orizzontale che si riunisce ogni settimana e raccoglie persone di età e provenienza anche molto varie. Le prime iniziative sono consistite in manifestazioni pubbliche e una raccolta firme per chiedere la convocazione di un Consiglio comunale aperto, uno strumento di partecipazione civica previsto nello statuto del Comune di Reggio Emilia, utilizzato per portare le istanze della cittadinanza all’amministrazione (per inciso, quello promosso dall’Assemblea Bosco Ospizio è stato il secondo Consiglio comunale aperto mai convocato nella città). Alla seduta del Consiglio l’aula viene riempita da sostenitori del comitato contrario al progetto mentre il fronte favorevole è invece rappresentato da una singola persona portavoce di un fantomatico comitato del Sì. In quella sede il comitato ha presentato studi, dati tecnici e analisi scientifiche sugli impatti sociali e ambientali che una simile colata di cemento avrebbe su un quartiere che, come scritto, è abitato prevalentemente da persone anziane e nuclei a basso reddito. L’obiettivo era fermare l’ultima firma necessaria al via libera definitivo, firma onere dell’Assessore alla rigenerazione urbana Pasini. L’amministrazione, tuttavia, ha sostenuto che gli accordi fossero ormai definitivi e di non avere più margini di intervento, respingendo pertanto le richieste del comitato (al che, ci chiediamo, perché quindi sarebbe stato necessario attendere questa firma?).  Durante lo stesso consiglio viene depositata una mozione popolare, a seguito di un’altra raccolta firme. La mozione verrà poi discussa in occasione di un altro consiglio comunale dedicato con data indicata dall’amministrazione. Tuttavia, due giorni prima, senza alcuna comunicazione pubblica, la stessa amministrazione aveva già apposto la firma sul progetto definitivo. Ancora una volta –  i casi sono innumerevoli, gli schemi con cui si ripetono simili – all’esercizio di partecipazione concreta, alla capacità di onorare la democrazia e di costruire e applicare saperi tecnico-scientifici da parte della cittadinanza, certe amministrazioni rispondono in modo paternalista, sprezzante e truffaldino, sfiduciando strumenti che loro stesse hanno messo in campo, forse, non rimane che pensare, per elemosinare un po’ di consenso e qualche voto. La prima azione di blocco risale a febbraio 2025, quando viene impedito l’avvio dei carotaggi esplorativi preliminari al cantiere, che avrebbero comportato lo sfalcio di ampie porzioni di vegetazione. In seguito all’iniziativa, nove attivisti sono stati denunciati da Conad con le accuse di violenza privata e invasione di terreni ed edifici e danneggiamento. Il comitato ha risposto avviando una raccolta fondi per sostenere le spese legali e incaricando un avvocato. Dopo mesi di apparente stallo la situazione si è riaccesa la scorsa settimana, quando è emersa la notizia dell’imminente avvio dei lavori. Il comitato ha prontamente lanciato un appello pubblico che ha raccolto un’ampia adesione. Lunedì mattina (questo 3 agosto), dalle 6.00 in poi, circa 150 persone si sono ritrovate davanti all’ingresso principale del bosco per impedire l’accesso ai mezzi di cantiere. Oltre ai cittadini di Reggio Emilia erano presenti partecipanti arrivati anche da Carpi, Bologna e Brescia; a metà mattina l’impresa incaricata ha ritirato i mezzi. Il giorno seguente la scena si è ripetuta: i mezzi hanno tentato nuovamente di entrare, mentre sul posto erano presenti anche gli agenti della Digos, impegnati a filmare cittadini e cittadine che difendono un luogo prezioso per tutta la comunità. Due operatori della ditta incaricata dei lavori hanno forzato dall’interno la catena che chiudeva l’accesso principale all’area, ma i mezzi non sono comunque riusciti a passare grazie a una ventina di persone sedute davanti all’ingresso e a tante altre intorno a sostenerle. Al momento l’Assemblea ha organizzato un presidio permanente giorno e notte nel parco adiacente l’ingresso del bosco. La lotta quindi non si ferma e diventa punto di riferimento per chiunque desideri delle città in cui sia possibile vivere in modo più giusto insieme e insieme alla natura.  Di seguito rilanciamo il comunicato esposto martedì 4 agosto da Assemblea Bosco Ospizio durante la conferenza stampa convocata davanti all’entrata del bosco. Buongiorno siamo l’assemblea permanente del Bosco Ospizio di Reggio Emilia Partiamo da un fatto: ieri Reggio Emilia ha risposto alla nostra chiamata per difendere Bosco Ospizio dall’abbattimento con oltre 150 presenze. Dalle 6:30 di mattina di un lunedì, ad agosto, con allerta arancione per il caldo estremo, più di 150 persone si sono prese la responsabilità di fare quello che né l’amministrazione reggiana né Conad Centro Nord hanno saputo fare: prendere scelte compatibili con l’emergenza climatica in cui ci troviamo e impedire l’abbattimento di un polmone verde di 45.000 mq nel quartiere di Ospizio. Un quartiere con un’alta concentrazione di bambini, anziani e famiglie a basso reddito, per i quali la vivibilità di questa città è legata a doppio filo alla presenza di rifugi climatici come il Bosco, le stesse categorie che questa settimana riempiranno i pronto soccorso, come già successo a giugno. Siamo rimasti e rimaniamo in presidio permanente ad oltranza. Ieri sera abbiamo lanciato un’assemblea plenaria partecipatissima e alcuni di noi hanno passato la notte in tenda per essere pronti, di nuovo, questa mattina e ancora domani e fino a quando sarà necessario. Quello che permette tutto questo è la comunità che si è creata in questi due anni di manifestazioni, raccolte firme e eventi culturali organizzati autonomamente dall’Assemblea. Una comunità vera, non quella citata – ma mai ben definita – da Conad per lisciarsi le piume, ma un insieme di idee condivise, relazioni, espressioni di cura e solidarietà continue. Siamo alla resa dei conti e non abbiamo intenzione di arretrare di un passo. Abbiamo 3 messaggi che vogliamo lanciare. Il primo è per i cittadini e le cittadine reggiane, a cui chiediamo di unirsi a noi in presidio in questi giorni quando possibile. Tre settimane fa Reggio veniva investita da una tempesta tropicale, mentre ora tocchiamo picchi quotidiani di 39 gradi. A chiunque sia preoccupato per il proprio futuro e per quello delle future generazioni di reggiani, che dovranno vivere in una città sempre più soffocante e rovente: il vostro posto è qui con noi. Il secondo è per l’amministrazione di questa città. Decine e decine di vostri cittadini, incluse persone fragili, sono pronti a resistere durante un’allerta arancione per preservare questa area verde, esponendosi personalmente. Speriamo vi rendiate conto della questione di salute pubblica che è pronta ad esplodere in questi giorni, con persone esposte lunghe ore a temperature estreme, per compensare la vostra inadeguatezza passata e presente. Speriamo vi rendiate conto del problema di salute pubblica che si creerà negli anni a venire se non fermerete la cementificazione ora. Siete disposti a lasciare che questo accada nella vostra città? Inoltre, negli ultimi mesi ci hanno riempito le orecchie con le micro foreste urbane, con interventi anche piuttosto costosi, alla luce di questa volontà chiediamo, all’amministrazione, di considerare il bosco un’area tale, che ha già le caratteristiche giuste e si trova in un posto ideale a ridosso della via Emilia spesso congestionata dal traffico. Oltretutto situata tra una scuola dell’infanzia e una elementare dove deve essere garantita l’agibilità del servizio. Non dimenticando le proteste degli ultimi mesi negli asili da parte degli insegnanti e genitori per le temperature torride che incrinavano la qualità del servizio scolastico. E per finire, non possiamo dimenticare tutti i proclami negli ultimi anni tra i cittadini del quartiere per promuovere il progetto della casa della salute, che di fatto non viene nemmeno citata negli atti del progetto esecutivo sui lavori previsti da qui a 3 anni. L’ultimo messaggio è per Conad: non potete più fingere di non vedere quello che sta succedendo a Bosco Ospizio. Oggi vi tocca fare i conti con la risposta popolare che è emersa e calcolare le ripercussioni d’immagine che questa vicenda potrebbe portarvi. Fermate le ruspe. Non è troppo tardi per aprire possibilità di dialogo condiviso su questo spazio. Di qui non passa nessuno.
La repressione raccontata a mio figlio
da Effimera, un articolo di Emanuele Braga In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero. In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano. In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio. Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze, pena la vittoria della destra. Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la realtà. C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire l’ascesa di Vannacci. La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno conflittuali e violente. La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che Vannacci arrivi davvero al potere. Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme. Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse stato così, oggi ci farebbe sorridere. Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e sfruttamento. La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di raccontare. Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio. Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le cose a chi finge di non capirle. C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi industriali dei settori energetico, militare e tecnologico. Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo vecchi per preoccuparsene davvero. Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro sono i buoni. Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine, delle loro infrastrutture e del loro potere. Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il proprio potere e diventano ancora più cattivi. Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi. Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine non c’è, lo inventa. Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro. Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme? Queste sono le domande politiche all’altezza del presente. Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili. Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa, legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto quando chi subisce decide di reagire. Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro, nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e la devastazione ambientale. Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare qualcosa di infinitamente più violento di loro. Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza.
I coccodrilli di Ben Gvir sono l’ultima arma utilizzata da Israele nella sua guerra animale contro i palestinesi
Dagli scritti coloniali di Herzl ai cani da attacco, dai cinghiali alle prigioni con fossato di coccodrilli, gli animali sono stati a lungo impiegati nel progetto sionista per terrorizzare i palestinesi. Fonte Joseph Massad – 30 luglio 2026 Il 18 gennaio 2021, decine di coccodrilli  furono trovati spiaggiati in una fattoria abbandonata vicino all’insediamento israeliano illegale di Petzael, nella valle del Giordano occupata. All’inizio di questo mese, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir ha annunciato che Israele avrebbe utilizzato i coccodrilli del Nilo come guardie carcerarie per i prigionieri politici palestinesi . Il programma inizierà presso il carcere di Ketziot, il più grande di Israele, nel deserto del Naqab (Negev). Il carcere è stato un campo di concentramento dove migliaia di palestinesi furono incarcerati tra il 1988 e il 1995 durante la Prima Intifada. I palestinesi conoscevano Ketziot come il campo di Ansar III. Per agevolare questo piano, il Ministro della Protezione Ambientale Idit Silman ha dichiarato il coccodrillo “animale selvatico addomesticato”. In base a questa nuova classificazione, i rettili verranno liberati nei fossati che circondano le prigioni israeliane, dove i palestinesi sono imprigionati e trattati come animali. Ben Gvir si è ispirato al nuovo centro di detenzione per migranti in Florida, soprannominato “Alcatraz degli alligatori”, visitato lo scorso anno dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump . Questa prigione degli orrori “sorge in una vasta zona umida subtropicale infestata da alligatori, coccodrilli e pitoni”. Si tratta di un caso in cui una colonia di insediamento ne ha ispirata un’altra. Gli animali sono da tempo un elemento ricorrente nelle strategie israeliane per dominare e opprimere i palestinesi e per “riportare” la Palestina al suo passato ebraico idealizzato. I leader sionisti e israeliani hanno spesso paragonato i palestinesi agli animali, ma la guerra condotta da Israele contro gli animali va oltre le metafore e coinvolge animali reali. Guerra animale I leader sionisti e israeliani hanno a lungo descritto i palestinesi come “animali”, spesso specificandone la specie. Per giustificare l’avvio del  genocidio  a Gaza, ad esempio, l’allora ministro della Difesa israeliano  Yoav Gallant  definì i palestinesi “animali umani”. Al contrario, negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, il ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan non poté scegliere a quale specie di insetti o mammiferi i palestinesi assomigliassero di più, e li chiamò “vespe” e “cani” nell’interesse della non discriminazione. Per decenni, Israele ha usato gli animali per opprimere e umiliare i palestinesi, prendendo di mira entrambi con la sua macchina di morte Negli anni ’80, il Primo Ministro israeliano Menachem Begin li elevò al rango di “bestie a due zampe”, mentre l’ex capo di stato maggiore israeliano Rafael Eitan li declassò nuovamente a ” scarafaggi “. Il Primo Ministro israeliano Yitzhak Shamir preferì la categoria entomologica, descrivendo i manifestanti palestinesi come ” cavallette “. Ironicamente, nel 2000 il Primo Ministro Ehud Barak definì i palestinesi “coccodrilli”. Il piano di Ben Gvir, a quanto pare, è quello di far sì che dei veri coccodrilli proteggano quelli metaforici. Al di là di similitudini e metafore, il piano del ministro non inaugura una guerra contro gli animali perpetrata contro i palestinesi. Per decenni, Israele ha utilizzato gli animali per opprimerli e umiliarli, prendendo di mira sia i palestinesi che i loro animali con la sua macchina di morte, trattandoli come appartenenti alla stessa specie. In un agghiacciante reportage di Al Jazeera English del 28 novembre 2023, lo scrittore e poeta palestinese Refaat Alareer, volontario presso il comune di Gaza, accompagnava gli spettatori attraverso lo zoo cittadino devastato, documentando gli animali morti e affamati. Una settimana dopo, Israele avrebbe compiuto il famigerato assassinio di Alareer e di diversi membri della sua famiglia, nel contesto del genocidio in corso. Oltre a uccidere gli animali palestinesi, i coloni israeliani li hanno anche rubati, insieme a bovini e altro bestiame palestinese. Israele ha persino rubato la vipera palestinese autoctona nel 2018 e l’ha dichiarata il suo “serpente nazionale”. La preoccupazione sionista per gli animali, in particolare per i serpenti, risale al fondatore dell’Organizzazione Sionista, Theodor Herzl, che nei suoi diari delineò cosa si sarebbe dovuto fare con le popolazioni indigene e gli animali della Palestina. Dopo aver discusso di come espellere i palestinesi e sostituirli con coloni ebrei europei, scrisse: “Se ci spostiamo in una regione dove sono presenti animali selvatici a cui gli ebrei non sono abituati – grossi serpenti, ecc. – utilizzerò gli indigeni, prima di impiegarli nei paesi di transito, per lo sterminio di questi animali. Gli ebrei offriranno premi elevati per le pelli di serpente, ecc., così come per le loro uova”. Dopo oltre un secolo di colonizzazione e deportazioni sioniste, i palestinesi e i loro serpenti – sfortunatamente per Israele e i suoi coloni ebrei – rimangono nel paese. Fantasie bibliche Durante il Mandato britannico, i crudeli colonizzatori britannici importarono cani dal Sudafrica e li aizzarono contro i rivoluzionari anticoloniali palestinesi nelle loro prigioni alla fine degli anni ’30. I britannici affamavano e aizzavano i cani prima di lanciarli contro i prigionieri affinché ne “divorassero” la carne. Dal 1967, tuttavia, gli israeliani più ingegnosi hanno condotto una vera e propria guerra animalesca contro i palestinesi. Ben prima del progetto delle guardie anti-coccodrillo, utilizzavano cani, cinghiali, pecore, mucche, cervi, asini selvatici e uccelli come strumenti di oppressione, e continuano a farlo. Le fantasie bibliche ispirarono Avraham Yoffe , generale dell’esercito israeliano nel 1948 e in seguito primo direttore dell’Autorità israeliana per la natura e i parchi, a dare il via a quello che gli israeliani chiamarono il “ritorno” e la “reintroduzione” delle specie animali menzionate nella Bibbia. Due di questi animali sono stati “restituiti” a Israele – proprio come gli ebrei sono “tornati” – dall’Iran , dove entrambe le specie avevano continuato a esistere: il daino persiano e l’asino selvatico asiatico. L’asino selvatico fu introdotto nel Naqab tra il 1982 e il 1987, dopo essere stato donato a Israele dallo zoo dello scià a Teheran prima della caduta del suo regime. Quattro daini, invece, furono audacemente prelevati dal loro habitat naturale e “salvati” da Israele dall’Iran alla vigilia della Rivoluzione islamica, “salvandoli” così dal nuovo regime. Gli asini selvatici, menzionati nel Libro di Giobbe, sono stati “reintrodotti” nel Naqab e hanno invaso il territorio dei cammelli beduini palestinesi. I loro proprietari sono stati sanzionati per aver permesso ai loro cammelli di abbeverarsi alle tradizionali fonti d’acqua ora riservate agli asini “reintrodotti”. Solo nel 2018 e nel 2019, Israele ha imposto 76 multe per un totale di 544.300 shekel (160.000 dollari) ai beduini palestinesi per l’intrusione dei loro cammelli nel nuovo territorio degli asini selvatici. Per quanto riguarda i daini, il loro “ritorno” ha spinto Israele a sterminare la popolazione di cani selvatici sulle colline di Gerusalemme prima di reintrodurre i daini nel 2005. I cani sono stati riclassificati come “selvatici” per consentirne l’abbattimento legale in nome della salvaguardia dei daini. Uccidere i cani palestinesi ed espellere i cammelli palestinesi dal loro territorio è un destino non dissimile da quello che Israele ha inflitto allo stesso popolo palestinese, il tutto per rendere la terra biblica e “di nuovo ebraica”, come ha sostenuto Irus Braverman, professore di diritto e avvocato ambientalista israeliano . Utilizzare la fauna selvatica come arma Israele ha inoltre criminalizzato la diffusa pratica di tenere i cardellini, piccoli uccelli molto apprezzati in Palestina e nei paesi arabi limitrofi per i loro splendidi colori e il loro piacevole cinguettio. (ndt 1) Ma la guerra che Israele conduce contro gli animali è molto più violenta della storia dei cervi, degli asini selvatici e dei cardellini. Dal 2009 , se non prima, gli insediamenti israeliani hanno utilizzato i cinghiali come arma contro i palestinesi in Cisgiordania. Lo hanno fatto di nuovo nel 2014 e nel 2022, quando i coloni israeliani hanno caricato i cinghiali su dei camion e li hanno liberati vicino alle comunità palestinesi che, a differenza dei quartieri israeliani recintati e illegali nelle vicinanze, rimangono vulnerabili alle invasioni di cinghiali. I cinghiali hanno attaccato e ferito persone e bestiame, distruggendo anche i raccolti. Israele vieta ai palestinesi di ucciderli in quanto specie protetta. La militarizzazione continua. Nell’aprile del 2025, l’esercito israeliano ha liberato 18 cinghiali a Iktaba, un villaggio palestinese assediato vicino al campo profughi di Nur Shams, nella Cisgiordania occupata. Israele aveva espulso gli abitanti del campo e aveva iniziato a distruggerlo. I cinghiali erano destinati a terrorizzare i palestinesi che cercavano di tornare a casa. Oltre a salvare i daini dall’imminente instaurazione della Repubblica Islamica nel 1978, Israele ha anche cercato di salvare gli asini di Gaza dalla “schiavitù” palestinese, mentre commetteva un genocidio contro i palestinesi. I palestinesi di Gaza dipendono da asini e cavalli per i trasporti, la distribuzione dell’acqua, la raccolta della legna da ardere, l’agricoltura e il trasporto di giornalisti e squadre umanitarie; pertanto, il furto di asini fa parte degli sforzi genocidi di Israele. Centinaia degli asini sopravvissuti sono stati rapiti e rubati, e oltre il 97% della popolazione animale di Gaza – tra cui mucche, pecore, capre, cavalli, muli e asini – è stata sterminata dall’inizio del genocidio, insieme all’84% della vegetazione. Anche in Cisgiordania i coloni attaccano , rubano e uccidono regolarmente il bestiame palestinese. Un rapporto di Amnesty International descrive dettagliatamente questa guerra contro gli animali, compresa l’occupazione da parte di Israele dei pascoli palestinesi. Cani da attacco Mentre i cani “selvatici” palestinesi venivano uccisi affinché i daini persiani potessero rendere Israele di nuovo “ebraico”, i cani europei vengono importati per attaccare i palestinesi e, più recentemente, per violentarli. I Paesi Bassi, nemici del popolo palestinese dal 1948, sono uno dei principali fornitori di questi cani da attacco. Anche l’unità cinofila israeliana Oketz importa cani da altri fornitori europei e li addestra per terrorizzare i civili. Tra l’ottobre del 2023 e il 2025, Israele ha effettuato almeno 146 attacchi con i cani Oketz, uccidendo Mohammad Bhar , un palestinese di 24 anni affetto da sindrome di Down e autismo, nella sua abitazione, e ferendone decine. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato gran parte di questa guerra canina. Ancor più orribile, come rivelato nel corso dell’ultimo anno, Israele ha addestrato questi cani razzisti (ndt 2) a violentare prigioniere palestinesi . Persino il New York Times si è finalmente degnato di pubblicare un articolo sui cani stupratori addestrati da Israele, vista la portata dell’orrore. Per non dimenticare l’umanità che la legge israeliana riserva agli animali selvatici piuttosto che agli animali e agli esseri umani palestinesi, i giudici compassionevoli della Corte Suprema israeliana furono tra i primi al mondo a vietare la produzione di foie gras nel 2003, proteggendo oche e anatre domestiche dalla tortura dell’alimentazione forzata. Lo stesso tribunale , ovviamente, autorizza la tortura dei palestinesi. Nel 2015, al contrario, Israele ha legalizzato l’alimentazione forzata dei palestinesi in sciopero della fame nelle sue prigioni, una pratica condannata a livello internazionale come tortura. In questo contesto, il progetto di Ben Gvir di utilizzare i coccodrilli del Nilo per sorvegliare i “coccodrilli umani” non è oltraggioso, ma dimostra l’amore umanitario di Israele per ogni specie animale, ad eccezione degli “animali umani” palestinesi, che insiste a sterminare, questa volta dandoli in pasto ai coccodrilli del Nilo.  Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale presso la Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra le sue opere si annoverano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan; Desiring Arabs; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians e, più recentemente, Islam in Liberalism. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una dozzina di lingue Note della traduttrice. 1- Nell’articolo si cita il divieto imposto da Israele di detenere cardellini come esempio di una pratica culturale ostacolata dall’occupazione. Ritengo tuttavia opportuno aggiungere una precisazione. La detenzione degli uccelli in gabbia non può essere considerata un valore da difendere, poiché li priva della libertà e li costringe a vivere in cattività per il solo intrattenimento umano. Allo stesso tempo, il divieto imposto dalle autorità israeliane ha favorito la nascita di un traffico clandestino di cardellini, organizzato, per necessità economica e culturale, soprattutto da palestinesi, che spesso trasportavano gli animali nascosti in condizioni estremamente stressanti e crudeli, causando la morte di moltissimi di essi. Gli esemplari sequestrati, inoltre, non venivano affidati a centri di recupero né, ove possibile, reintrodotti in natura: inizialmente venivano soppressi con il gas e, successivamente, quando questo metodo fu abbandonato perché evocava il ricordo delle camere a gas naziste, lasciati morire di fame e di sete sotto il sole. Questa precisazione non intende in alcun modo sminuire la realtà dell’occupazione, né le gravissime violazioni dei diritti umani documentate in questo articolo. Vuole semplicemente ricordare che la sofferenza degli animali merita di essere riconosciuta e condannata indipendentemente da chi la provochi: in questa vicenda essi sono stati prima privati della libertà, poi trafficati in condizioni crudeli e, infine, deliberatamente uccisi. 2 – Riguardo all’espressione “cani razzisti”. Si tratta di un’espressione efficace sul piano giornalistico, ma che rischia di attribuire agli animali responsabilità che appartengono esclusivamente agli esseri umani. I cani non sono razzisti: sono individui addestrati ad aggredire persone identificate dai loro conduttori come appartenenti alla popolazione palestinese, attraverso un condizionamento basato su specifici odori, abbigliamento, contesti o altri stimoli associati a tali persone. Il razzismo non risiede nell’animale, ma nel sistema che lo addestra e lo trasforma in uno strumento di discriminazione e di violenza. Come nel caso dei cardellini citato in precedenza, anche qui l’animale non è né un simbolo né un soggetto morale: è una vittima, trasformata dall’essere umano in uno strumento di dominio, da sfruttare per aggredire e terrorizzare. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione a cura di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org Eventi a noi segnalati: Eventi
Chi sono i New IRA nel 2026 e di cosa sono ancora capaci?
Il sequestro di una bomba contenente quasi 400 grammi di Semtex ha riacceso i riflettori sulla rete, sul reclutamento e sulla persistente minaccia rappresentata dal gruppo repubblicano dissidente. Robin Schiller Irish Independent 31 luglio 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Il sequestro, avvenuto la scorsa settimana, di un ordigno contenente quasi 400 grammi di esplosivo plastico Semtex ha alimentato i timori che la New IRA sia riuscito ad accedere a nuove scorte di esplosivo di grado militare, in un momento di rinnovata attività violenta da parte dell’organizzazione repubblicana dissidente. Sebbene le sue operazioni continuino a concentrarsi prevalentemente a nord del confine, la Garda ritiene che il «significativo» ordigno esplosivo recuperato mercoledì scorso nella contea di Monaghan sia stato assemblato a Dublino o nella sua area metropolitana, elemento che metterebbe in luce la dipendenza dell’organizzazione da una rete di attivisti operanti nella capitale. Nonostante una consistenza stimata di appena un centinaio di membri, gli avvenimenti più recenti suggeriscono inoltre che il gruppo continui ad attrarre giovani appartenenti a una generazione nata molti anni dopo la fine dei Troubles, alimentando le preoccupazioni degli apparati di sicurezza circa la sua capacità di reclutare nuove leve e garantire continuità alla propria campagna armata. Le indagini sul sequestro della scorsa settimana sono tuttora in corso e mirano ad accertare chi abbia costruito l’ordigno e a identificare gli altri soggetti coinvolti, nel tentativo di smantellare la rete del terrorismo repubblicano. L’episodio rappresenta l’ultimo grave incidente attribuito alla più recente incarnazione dell’Irish Republican Army. LE ORIGINI La New IRA nacque nel 2012 dalla fusione di militanti provenienti dalla Real IRA, da Republican Action Against Drugs (RAAD) e da numerosi altri piccoli gruppi repubblicani dissidenti contrari al processo di pace. La sua costituzione segnò, di fatto, la fine della Real IRA, organizzazione attiva dal cessate il fuoco del 1997 e responsabile dell’autobomba di Omagh che, l’anno successivo, provocò la morte di ventinove persone. Nel 2012, inoltre, la Real IRA guidata da Alan Ryan aveva ormai perso gran parte della propria credibilità a causa dei suoi legami con attività criminali, comprese estorsioni ai danni di commercianti nella Repubblica d’Irlanda e il coinvolgimento in faide con gruppi della criminalità organizzata. Ryan fu ucciso nel settembre dello stesso anno su ordine di un importante esponente del crimine organizzato di Dublino. Tra coloro ai quali venne affidato il compito di ricostruire la struttura dirigente del dissidentismo figuravano Kevin Braney, originario di Tallaght, destinato a diventare il responsabile della New IRA nell’area di Dublino, e Michael Barr, proveniente dalla contea di Tyrone. Padre di sei figli, Braney sarebbe stato successivamente nominato anche presidente di Saoradh per la città di Dublino, il movimento repubblicano radicale comunemente considerato dagli investigatori come il braccio politico della New IRA. Poco dopo il suo trasferimento a Dublino, Barr venne arrestato insieme a Braney e ad altri cinque uomini nell’ambito di un’operazione condotta dalla Special Detective Unit (SDU) della Garda contro presunte attività dell’IRA. Durante la perquisizione di un’abitazione a Tallaght, nel 2013, gli investigatori rinvennero comunicazioni provenienti da detenuti repubblicani rinchiusi nel carcere di Portlaoise, documenti che sarebbero stati fatti uscire clandestinamente dall’istituto penitenziario. Tutti gli arrestati furono incriminati con l’accusa di appartenenza all’IRA, ma il procedimento venne successivamente archiviato a causa di una questione procedurale. Mentre la nuova organizzazione prendeva forma, episodi di violenza accompagnavano la sua nascita su entrambi i lati del confine. Nel marzo 2013 il repubblicano dissidente Peter Butterly, trentacinquenne, venne assassinato all’esterno dell’Huntsman’s Inn di Gormanston, nella contea di Meath. La Garda teneva sotto sorveglianza gli autori dell’omicidio già al momento dell’agguato e le informazioni raccolte permisero agli investigatori di registrarne segretamente le conversazioni nei giorni successivi, consentendo infine di ottenere sei condanne per l’assassinio. L’influenza esercitata da Kevin Braney all’interno dell’organizzazione emerse chiaramente durante uno dei procedimenti celebrati davanti alla Special Criminal Court. Quando un militante della New IRA, imputato per reati in materia di esplosivi, ebbe la possibilità di ottenere una pena più lieve prendendo formalmente le distanze dall’organizzazione, rivolse lo sguardo verso Braney, seduto nell’aula del tribunale, e rifiutò l’offerta. > Michael Barr era in attesa di sentenza dinanzi al Tribunale penale speciale > per possesso di beni rubati quando è stato ucciso a colpi di pistola in un pub > del centro nord di Dublino nell’aprile 2016 Nel marzo 2016, la New IRA ha compiuto un attentato contro l’agente penitenziario Adrian Ismay a Belfast, facendo esplodere una bomba a trappola sotto il suo furgone. Ismay è deceduto 11 giorni dopo in ospedale a seguito di un infarto. Due mesi dopo, la Garda ha sequestrato una bomba da 167 kg sulla Naas Road a Dublino, anch’essa collegata all’organizzazione. BATTUTE D’ARRESTO Nello stesso anno la New IRA subì una serie di duri colpi, conseguenza del successo delle operazioni della Garda e della morte di uno dei suoi principali organizzatori. Michael Barr era in attesa della sentenza della Special Criminal Court per un procedimento relativo al possesso di beni rubati quando, nell’aprile 2016, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno di un pub nella zona nord del centro di Dublino. L’omicidio venne eseguito da un commando del cartello Kinahan, che aveva erroneamente identificato Barr come uno degli uomini coinvolti nella sparatoria del Regency Hotel avvenuta all’inizio dello stesso anno. Sebbene, nell’ambito delle indagini sul Regency, la Garda avesse acquisito le immagini delle telecamere a circuito chiuso del pub Sunset House, dove Barr lavorava, l’uomo non fu mai formalmente collegato a quell’attacco. In seguito gli vennero tributati funerali in perfetto stile paramilitare a Strabane, cerimonia durante la quale quindici persone furono arrestate per avere preso parte a una manifestazione paramilitare. L’anno successivo, nell’agosto 2017, anche il ruolo operativo di Kevin Braney giunse al termine quando venne arrestato nella casa di famiglia nell’ambito di un’indagine sulle attività del repubblicanesimo dissidente. In seguito fu incriminato per appartenenza all’IRA e per l’omicidio di Peter Butterly. Mentre gli agenti armati lo conducevano via in manette, Braney gridò: > «State perseguitando dei repubblicani onesti. Vergognatevi.» Fu l’ultima volta che avrebbe conosciuto la libertà. Braney venne successivamente condannato sia per appartenenza all’IRA sia per omicidio e sta attualmente scontando una condanna all’ergastolo nell’E Block del carcere di Portlaoise. La Garda ritiene che continui ancora oggi a esercitare una certa influenza sulla New IRA, sebbene la sua detenzione ne abbia notevolmente ridotto il ruolo operativo. ALTRO SANGUE E ALTRA VIOLENZA Mentre l’attività dell’organizzazione nella Repubblica d’Irlanda rallentava, il gruppo dissidente proseguì la propria campagna armata nell’Irlanda del Nord. Lyra McKee LYRA MCKEE Il 18 aprile 2019, nel quartiere di Creggan a Derry, violenti disordini scoppiarono quando un uomo armato aprì il fuoco contro un cordone della polizia. La giornalista Lyra McKee, ventinovenne, venne colpita mortalmente mentre osservava gli scontri. Successivamente la New IRA rivendicò la responsabilità della sua uccisione, definendola un «errore». Sebbene diverse persone siano state perseguite nell’ambito dell’inchiesta, nessuno è mai stato condannato per il suo omicidio. Negli anni successivi la New IRA continuò a condurre, a intervalli irregolari, attentati dinamitardi contro le forze di sicurezza nordirlandesi. Nel febbraio 2023 la tensione tornò a crescere quando il gruppo prese di mira il detective capo della PSNI John Caldwell a Omagh. L’alto funzionario di polizia aveva appena terminato un allenamento di calcio giovanile quando due uomini armati gli si avvicinarono e gli spararono numerosi colpi davanti a diversi bambini, compreso suo figlio. La New IRA rivendicò l’attentato, che secondo gli investigatori sarebbe stato portato a termine con l’assistenza di elementi appartenenti alla criminalità comune. Da allora numerosi imputati sono comparsi davanti ai tribunali nordirlandesi nell’ambito dell’inchiesta, tra cui Brian Carron, che le autorità indicano come una figura di primo piano dell’organizzazione nella contea di Tyrone. Il tentato omicidio di Caldwell rappresentò l’ultimo grande attentato attribuito alla New IRA per quasi tre anni. > Nella zona di Lurgan, nella contea di Armagh, un corriere è stato preso in > ostaggio da uomini armati, che gli hanno ordinato di guidare un’auto > contenente una bomba fino alla stazione di polizia locale Nel marzo 2024 il livello della minaccia terroristica in Irlanda del Nord venne abbassato da “grave” (severe) a “sostanziale” (substantial), mentre una valutazione dell’MI5 pubblicata all’inizio di quest’anno concludeva che la minaccia era diventata «complessivamente stabile dopo diversi anni di graduale declino», con una sensibile diminuzione degli episodi attribuiti ai gruppi repubblicani dissidenti. L’agenzia d’intelligence britannica, in un rapporto che copriva il periodo compreso tra il 2023 e il 2025, affermava che non si erano verificati attentati riusciti riconducibili al gruppo e sottolineava come fosse necessario mantenere una costante pressione da parte degli apparati di sicurezza per contenere la minaccia. Nello stesso documento, tuttavia, la New IRA veniva definito «la più grave minaccia alla sicurezza nazionale in Irlanda del Nord», aggiungendo che l’organizzazione conservava sia l’intenzione sia la capacità di compiere attentati. Quel breve periodo di relativa calma terminò il 30 marzo di quest’anno. Quella sera un autista addetto alle consegne venne sequestrato nella zona di Lurgan, nella contea di Armagh, da uomini armati che lo costrinsero a guidare un’automobile contenente una bomba fino alla locale stazione della PSNI. Fu immediatamente dichiarato un allarme di sicurezza e, sebbene l’ordigno rudimentale non esplodesse, la PSNI lo classificò come una bomba perfettamente funzionante. Alcune settimane più tardi, alla periferia di Belfast, il gruppo tentò un nuovo attentato utilizzando lo stesso modus operandi. Anche in quell’occasione un autista venne sequestrato nella zona di Twinbrook e costretto a trasportare un’autobomba fino alla stazione della PSNI di Dunmurry. L’ordigno, contenente Semtex come carica di innesco insieme a un timer e a un detonatore elettronico, esplose successivamente senza provocare feriti gravi. CARRICKMACROSS Alla luce dei due attentati precedenti, gli apparati di sicurezza operanti su entrambi i lati del confine avevano mantenuto un elevato livello di allerta rispetto a possibili nuove attività del repubblicanesimo dissidente. Il 22 luglio, nell’ambito di un’operazione basata su attività di intelligence, agenti della Special Detective Unit (SDU) della Garda intercettarono un’autovettura che stava viaggiando verso nord lungo la strada nazionale N2, nei pressi di Carrickmacross, nella contea di Monaghan. Secondo gli investigatori, il veicolo era stato posto sotto sorveglianza fin dalla partenza da Dublino e sarebbe stato diretto a Derry. Durante la perquisizione dell’automobile gli agenti rinvennero, all’interno di un borsone collocato sul sedile posteriore, un ordigno contenente quasi 400 grammi di Semtex, completo sia di timer sia di detonatore. Isobella Perrie Sullivan Isobella Perrie Sullivan, venticinque anni, residente a Clane, nella contea di Kildare, fu arrestata e successivamente incriminata per possesso di un ordigno esplosivo. Nel corso dell’udienza, nella quale la difesa contestò la richiesta di custodia cautelare, il tribunale apprese che l’operazione scaturiva da un’indagine della Garda relativa a presunte attività della New IRA. In una successiva operazione venne arrestato anche il quarantquattrenne dublinese Simon O’Donovan, dipendente del National Museum of Ireland presso la sede di Collins Barracks. Comparso in seguito davanti alla Special Criminal Court, O’Donovan fu incriminato per diversi reati. In aula venne sostenuto che avrebbe prelevato l’esplosivo dal proprio luogo di lavoro per consegnarlo successivamente a Isobella Perrie Sullivan a Chapelizod. La Garda sostenne che, qualora fosse stato rimesso in libertà, O’Donovan «avrebbe continuato a partecipare alle operazioni e alle attività della New IRA», oltre a «trasportare armi, personale e agevolare le comunicazioni» dell’organizzazione. Gli investigatori espressero inoltre il timore che potesse compromettere le indagini distruggendo prove o intimidendo potenziali testimoni, «in particolare il personale di Collins Barracks». Diversamente dalla coimputata, a O’Donovan venne negata la libertà su cauzione. Secondo l’articolo, l’operazione avrebbe inoltre evidenziato i presunti collegamenti tra le attività della New IRA e il movimento politico Saoradh. L’avvocato di Sullivan dichiarò infatti al tribunale che la propria assistita era iscritta al partito da circa due anni, mentre O’Donovan era stato fotografato in diverse occasioni, sui social media, durante attività di propaganda elettorale di Saoradh a Dublino. Anche Fergal Melaugh, indicato dagli investigatori come il presunto responsabile della New IRA a Derry, viene indicato come appartenente alla stessa organizzazione politica. SEMTEX Il recupero di una quantità ritenuta significativa di Semtex ha alimentato le preoccupazioni degli apparati di sicurezza circa la possibilità che i repubblicani dissidenti siano entrati in possesso di nuove scorte di esplosivo militare. Il Semtex, esplosivo plastico prodotto dalla società ceca Explosia, fu esportato in grandi quantitativi verso la Libia negli anni Settanta, con centinaia di tonnellate destinate al regime guidato da Muammar Gheddafi. Una parte consistente di quel materiale finì successivamente nelle mani della Provisional IRA, diventando l’esplosivo di riferimento utilizzato dai Provos durante la loro campagna armata. > Basterebbero solo 200 g di Semtex per distruggere completamente un’auto Secondo fonti della sicurezza citate dall’articolo, il Semtex avrebbe tuttavia una durata operativa relativamente limitata: circa dieci anni in condizioni normali e non oltre vent’anni qualora conservato in condizioni ideali. Per questo motivo, l’esplosivo sequestrato la scorsa settimana verrebbe considerato appartenente a una partita relativamente recente. Negli ultimi decenni, inoltre, sarebbero stati introdotti controlli molto più rigorosi sulla produzione, la vendita e l’acquisizione di questo tipo di materiale. Una fonte della sicurezza ha dichiarato: > «Per obliterare completamente un’automobile sarebbero sufficienti appena 200 > grammi di Semtex. > Il fatto che in questo ordigno ne fosse presente il doppio, destinato a essere > impiegato nell’Irlanda del Nord, dimostra che l’intenzione era quella di > provocare il massimo danno possibile. > Questo intervento ha senza dubbio salvato delle vite. > Il Semtex viene prodotto con marcatori che ne consentono la tracciabilità e le > indagini proseguono per stabilirne la provenienza.» Secondo la Garda, la bomba sarebbe stata assemblata a Dublino o nella sua area metropolitana per essere successivamente trasferita al comando settentrionale della New IRA. Gli apparati di sicurezza hanno evitato di indicare quale potesse essere l’obiettivo dell’attentato, ma, alla luce dei due episodi precedenti, gli investigatori ritengono plausibile che fosse in preparazione un terzo attacco dinamitardo contro una struttura della Police Service of Northern Ireland (PSNI). SPECIAL BRANCH Per decenni, la sezione d’intelligence della Garda e lo Special Branch hanno svolto un ruolo costante nell’individuazione e nel contrasto delle reti e delle operazioni dell’IRA. Secondo l’articolo, il sequestro dell’ordigno nei pressi di Carrickmacross rappresenterebbe un’ulteriore dimostrazione della capacità di queste strutture di continuare a interrompere e compromettere le attività dei gruppi repubblicani dissidenti. Una fonte della sicurezza ha dichiarato: > «L’intelligence opera nell’ombra per ottime ragioni e l’opinione pubblica vede > soltanto una minima parte del lavoro che viene svolto. > È però evidente che le sezioni di sicurezza e d’intelligence di An Garda > Síochána restano pienamente impegnate nel compromettere l’operatività di > questi gruppi. > L’intervento di Monaghan non dovrebbe essere sottovalutato. Ha senza dubbio > salvato delle vite grazie al lavoro svolto dietro le quinte, alla cooperazione > con partner internazionali e all’azione della Special Detective Unit sul > terreno.» Secondo recenti informazioni d’intelligence citate dall’articolo, la New IRA avrebbe nel frattempo nominato un nuovo responsabile incaricato di dirigere le attività operative dell’organizzazione nell’area di Dublino, con il compito di colmare il vuoto lasciato dall’arresto e dalla successiva condanna di Kevin Braney. Alla luce della recente escalation di violenza e delle continue operazioni condotte contro la rete del gruppo, la Garda ritiene che sia soltanto questione di tempo prima che anche la nuova leadership subisca la stessa sorte di Braney e finisca nel carcere di Portlaoise. Un articolo ripubblicato da Les Enfants Terribles
Nessuno spazio ai dubbi. Vogliamo giustizia – il video in cui il carabiniere toglie le manette ai polsi di Mohamed una volta precipitato a terra
Diffondiamo il video e il comunicato uscito da La Base – Cosenza, Aula Studio Liberata e Fem.in Cosentine in Lotta Non abbiamo mai avuto dubbi sulla dinamica che ha portato alla morte di Momo. Le parole della famiglia e di diversi abitanti del quartiere sono state chiare sin dall’inizio. Questo video, pubblicato da Iacchitè stamattina, fuga ogni altro dubbio. Mohamed è morto sotto la custodia dei carabinieri, gli stessi che hanno impedito alla madre di raggiungerlo al suolo. Momo era ammanettato e il carabiniere Restaneo gli ha tolto le manette mentre il corpo stramazzava. Le responsabilità delle forze dell’ordine sono chiare e purtroppo la morte di Momo ci ricorda che questo non è un caso isolato, ma rappresenta la gestione sistemica del disagio sociale, che non cura, anzi, reprime. In particolare non è un caso che la maggior parte degli abusi avvengano su persone razzializzate e povere. Il governo, incapace di dare risposte sul piano dei servizi sociali e della garanzia dei diritti, si presenta con il suo volto più violento nelle nostre case e nelle nostre strade. Il “sistema Cosenza” fatto dalla connivenza tra Procura, pezzi di borghesia e mala politica, impegnato affinché nulla cambi, ha già deciso come deve finire questa vicenda: insabbiare e silenziare come già è successo per altri casi. Le istituzioni hanno già preso posizione chiara: fare finta di nulla sperando che il tempo contribuisca a fare finire nel dimenticatoio il volto di Momo. Noi non possiamo permettere tutto ciò, la richiesta di giustizia deve farsi incessante. Cosenza non accetterà mai l’ennesimo abuso di potere, lo ha dimostrato e lo dimostrerà.
Presidio di solidarietà al carcere delle Vallette: mercoledì 5 agosto ore 18.30
Mercoledì 29 luglio, i due giovanissimi attivisti tedeschi arrestati per la straordinaria manifestazione del 25 luglio al cantiere di Chiomonte, hanno ricevuto la convalida della misura cautelare in carcere. I capi d’imputazione sono devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. I due giovani (un ragazzo e una ragazza) sono stati fermati a seguito di controlli e perquisizioni della loro auto, sulla base della cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine. Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e devastante della Torino-Lione, di cui in conferenza stampa ci siamo proclamati tutti e tutte responsabili. I primi capri espiatori individuati per rifarsi della inadeguatezza dei loro enormi e costosissimi apparati di sicurezza che quel giorno hanno miseramente fallito. Siamo tutt* black bloc è stata la risposta del movimento già 15 anni fa dopo l’assedio al cantiere di Chiomonte a seguito dello sgombero della Libera Repubblice della Maddalena, dimostrando la capacità di non cadere nel tranello delle fratture interne e della divisione in “buoni e cattivi”. Oggi ci troviamo nuovamente a doverlo ribadire con fermezza, perchè il 25 luglio, c’eravamo tutti/e. I due giovani amici tedeschi non devono essere lasciati soli. La solidarietà, dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza collettiva, perchè non possiamo che essere grati a tutti e tutte coloro si mettono al nostro fianco per combattere questa lunga battaglia che dura ormai da trent’anni. Chiamiamo quindi un presidio di solidarietà al carcere di Torino per far sentire a questi due giovanissimi e generosi ragazzi la nostra vicinanza e gratitudine. Diamoci appuntamento mercoledì 5 agosto alle ore 18.30 all’ingresso del carcere delle Vallette – Via Maria Adelaide Aglietta 35, Torino – per farci sentire da loro, ma anche da tutti e tutte le detenute che lì dentro sono rinchiuse. Libertà per i/le No Tav! Tutti e tutte libere A sarà düra! da Notav.info
Reggio Emilia: al via l’abbattimento del Bosco Ospizio. Dall’alba presidio resistente
È iniziato questa mattina, lunedì 3 agosto, il contestato (e già bloccato) cantiere finalizzato a distruggere il Bosco Ospizio di Reggio Emilia per far spazio all’ennesima colata di cemento, ovvero un centro polifunzionale e un supermercato Conad. da Radio Onda d’Urto Ruspe e mezzi atti all’abbattimento degli alberi sono entrati nell’area alle prime luci dell’alba, ma hanno trovato il presidio e la resistenza di compagne e compagni dell’Assemblea permanente del Bosco Ospizio. Un presidio permanente chiamato ieri da questa assemblea che da anni lotta per la sopravvivenza di questo bosco urbano e che, almeno per oggi, è riuscito a fermare i lavori. “Per tante ragioni, documenti, voci pensiamo che domani (lunedì 3 agosto) possano iniziare i lavori che abbatteranno il Bosco Ospizio. – avevano scritto ieri compagne e compagni dell’Assemblea permanente – Per questo da giorni abbiamo chiesto i permessi e promosso un presidio che durerà fino a mercoledì. Anche di notte. Trovate tutti i dettagli nel carosello. Per il nostro sentire in questo momento, per la bellezza del bosco, per farsi insieme foresta, vediamoci nella realtà da domattina all’alba”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il racconto di Alessia di Extinction Rebellion Reggio Emilia, in collegamento con noi dal presidio permanente 
Gli USA, l’eterogenesi dei fini della globalizzazione e l’illusione della sfera di influenza atlantica
Tre domande a Mimmo Porcaro, ripubblichiamo da Sinistra in Rete Alberto Deambrogio: Mimmo Porcaro, tu sostieni che gli USA non possono fare a meno di pensarsi su uno scenario globale per fare fronte al loro tipo di economia, nonostante la crisi della globalizzazione da loro voluta. Oggi vediamo all’ opera l’eterogenesi dei fini e la stessa tregua con l’Iran mostra come gli sviluppi di questa crisi siano largamente indefiniti. Tu che ne pensi? Mimmo Porcaro: Il problema è proprio quello dell’impulso irrefrenabile del capitalismo all’espansione globale del suo raggio d’azione. Un’espansione (resa necessaria dal bisogno di valorizzare una massa crescente di capitale) che comporta per gli Usa non certo il dominio diretto dei territori altrui (troppo costoso), ma la diffusione di centinaia di basi militari in quasi tutto il mondo: perché la minaccia militare, e la guerra contro ogni tipo di stato che intenda far valere dei confini o comunque non accettare passivamente l’espansione, sono l’accompagnamento necessario degli investimenti Usa all’estero. E sono, inoltre, la tutela più forte del ruolo del dollaro, essenziale alla gestione del debito di Washington. Si chiama imperialismo, ed è importante capirlo perché “imperialismo” significa che la tendenza alla guerra è oggettiva, è inscritta nell’economia capitalistica e non nello stato in quanto tale, e segnerà un’epoca intera. Quanto sopra va ricordato sia a coloro che sperano di tornare alla globalizzazione, come se questa fosse stata il trionfo delle “pacifiche” reti economico-sociali su un’ “antiquata” logica statale, sia a quelli che credono che si possa in qualche modo tornare a una divisione in sfere di influenza, e che Trump, con tutto il male che se ne può dire, sia comunque uno che lavora a un nuovo equilibrio. In realtà la globalizzazione è stata una forma dell’imperialismo, particolarmente adeguata al momento unipolare Usa. Non a caso è stata accompagnata da una vera e propria sequela di guerre (Serbia, Irak, Afghanistan, Libia…) che hanno sancito il “diritto” degli Usa di sparare ad libitum. Non a caso è stata pensata e gestita anche come un altro modo per fronteggiare la rinascita della Germania e del Giappone, svanita l’Urss, attraverso l’uso dell’economia come sostituto della guerra (investimenti condizionanti, trattamento preferenziale per le imprese Usa, dazi – ben prima di Trump – politiche fiscali aggressive, ecc.). Quanto alle zone d’influenza, ogni volta che qualche decisore o qualche think tanknordamericano descrive quella che potrebbe/dovrebbe essere la zona d’influenza Usa, quest’ultima tende ad assomigliare pericolosamente al monto intero, o quanto meno a due terzi di esso. Ciò non vuol dire che gli Usa non possano scegliere, per fasi più o meno lunghe, una sorta di retrenchment, ossia una limitazione del campo d’azione e un “trinceramento” nella zona atlantica. Ma: a) ciò, quando avviene anche solo in parte, comporta grossi guai per la suddetta zona (chiedere a Venezuela, Cuba, sinistre latinoamericane, Danimarca…e Nato); e b) ciò limiterebbe espansione e profitti, con serie conseguenze per la tenuta interna e nuove spinte alla proiezione esterna per risolvere i guai di casa. Comunque, va detto subito, questo non è il caso di Trump, o comunque è solo un aspetto della sua azione. Trump regola i conti nella sfera atlantica non per restarvi confinato, ma per meglio colpire Xi. La guerra all’Iran, è – per convinzione, per ricatto israeliano, per il peso degli apparati e delle esigenze oggettive che essi segnalano, o magari per un mix di tutto ciò – la prosecuzione di una strategia anticinese, concepita ai tempi di Biden, che consiste nello sconfiggere o indebolire uno per uno i principali alleati di Pechino (Mosca e Teheran) per poi liberare forze dal fronte euro/mediorientale e volgerle contro il nemico principale. E, preso atto dell’impasse dell’ “operazione Ucraina”, la sconfitta dell’Iran avrebbe consentito il disimpegno quantomeno da quel quadrante geopolitico (come ha ben spiegato Salvatore Minolfi, attento studioso della politica estera Usa : https://www.lafionda.org/2026/06/08/sequencing-e-disperazione-strategica/). Scelta fallimentare: anche da ciò l’ulteriore pressione sui paesi europei per un maggiore e più autonomo impegno antirusso. A.D.: L’ Europa si muove sull’ asse del riarmo, in particolare quello tedesco che dovrebbe risolvere la verticale crisi economica della Germania, nel mentre l’ AFD è dato come primo partito. Pure Macron cerca di svolgere un ruolo offrendosi come ombrello deterrente nucleare a chi ne dovrebbe avere bisogno sullo sfondo di una escalation nel conflitto russo ucraino. Che spazi vedi e che punti di innesco possibili consideri per una nuova strategia euro mediterranea in grado di farci uscire dal cul de sac in cui ci siamo cacciati? M.P.: Se guardiamo soltanto ai gruppi dirigenti europei, spazi ce ne sono pochissimi o non ce ne sono affatto. La tendenza evidente è anche qui quella alla guerra, e per almeno tre ordini di motivi. Prima di tutto, anche ammesso che l’Ue abbia accettato obtorto collo la radicalizzazione della questione ucraina (e la maggior parte dell’Ue l’ha invece accettata con convinzione) e quindi l’inevitabile (Calenda permettendo) risposta difensiva della Russia, una volta che ci si trova in guerra non se ne può uscire quando si vuole, perché deve volerlo anche l’avversario e perché se per caso l’avversario sta vincendo, o non sta subendo il tracollo che auspicavi, se tu proponi la pace rafforzi il tuo antagonista. In secondo luogo la decisione tedesca e di conseguenza europea di procedere al riarmo non è una semplice decisione politica, che può comportare ripensamenti o riprogrammazioni: è anche una risposta alla crisi della filiera dell’automobile, è un vero e proprio cambio di modello di accumulazione, di settore trainante: è quindi – e diviene sempre più – un vincolo economico politico che orienta inevitabilmente l’azione dell’Ue verso la guerra. Ma la più profonda corrente bellicista europea deriva da un motivo strutturale: come ormai diversi studi hanno chiarito non esiste un grande capitale “europeo” autonomo dagli Usa, e quindi potenzialmente nemico dell’attuale scorbutico alleato.  Le più grandi concentrazioni capitalistiche continentali sono strettamente, vitalmente legate al capitale americano (a causa degli “investimenti condizionanti” di cui sopra), e ne hanno interiorizzato l’impulso imperialista peraltro proprio di ogni capitalismo sviluppato. È dunque vano attendersi un comportamento antiamericano e antibellicista della Germania e dell’Ue. Ovviamente vi possono essere differenze d’accento e di tattica con gli Usa. I think tank tedeschi hanno partorito una formula secondo cui la Germania d’ora in poi dovrà fare alcune cose insieme agli Usa, altre senzagli Usa, altre ancora contro di loro. In verità questo è un format ricorrente nella politica estera tedesca; anche il rapporto con la Cina è stato descritto come un rapporto fatto sia di cooperazione, sia di competizione, sia infine di conflitto. Il fatto che si parli di conflitto anche nei confronti degli Usa è senza dubbio importante. Peccato però che questo conflitto non comporti il rifiuto di fare la guerra, ma anzi comporti di farla anche quando gli Usa non vogliono, o comunque inclinerebbero a un accordo. Ripeto, per i tre motivi detti sopra l’Unione europea è necessariamente spinta alla guerra, sia autonomamente, sia per il legame con le correnti più espansioniste del capitalismo Usa (che lo stesso Trump non può rescindere del tutto). È vero che questa prospettiva sembra insensata se si pensa all’interdipendenza energetica con la Russia. Ma qui si rivela non tanto (o non solo) l’autolesionismo europeo quanto il duplice volto dell’interdipendenza. Se si vive in un sistema che tende alla cooperazione, l’interdipendenza rafforza questa tendenza. Se invece il sistema tende (come oggi) al conflitto io posso essere tentato o di sottrarti le risorse per cui dipendo da te, o di cercarle altrove, anche a prezzo più alto, pur di indebolirti e di appropriarmi poi più facilmente dei tuoi asset. Quindi, tornando alla domanda, l’unica, vera risorsa positiva su cui può al momento contare l’Europa è il tendenziale pacifismo di gran parte della sua popolazione. E l’unico spazio che vedo è quello di una spinta popolare che acuisca le contraddizioni interne ai dominanti e le risolva in una direzione non bellicista. Ma bisogna pur tenere conto del fatto che una parte significativa del pacifismo popolare è oggi egemonizzata dalla destra. E non potrebbe essere altrimenti, vista la metamorfosi liberista-atlantista della sinistra maggioritaria e i postumi di globalismo di cui soffre parte della sinistra radicale. Ma questa egemonia non sarà eterna. Le prove di governo mostreranno molto probabilmente il volto altrimentiguerrafondaio (perché anticinese, o perché comunque espressione di questa o quella corrente Usa) della Le Pen, di Vox e della stessa Afd. I partiti democratico-popolari dovranno invece puntare alla cooperazione con tutti i paesi, e in particolare coi Brics. Per farlo non potranno darsi un orizzonte meramente pacifista, e dovranno immaginare una diversa costruzione europea che, sulle ceneri di una Ue organicamente liberista e imperialista (e oggi minata proprio dal riarmo di Berlino, che sbilancia notevolmente il costitutivo asse con Parigi), costruisca una nuova alleanza tra i paesi interessati allo sviluppo sociale, magari, come suggeriva Pierluigi Fagan, tra paesi “latini”. E quindi costruisca uno spazio economico sufficientemente grande per poter garantire quel tipo di sviluppo. A.D.: Raffaele Sciortino ha appena pubblicato un interessante piccolo libro in cui prova a riprendere gli elementi relativamente invarianti della geopolitica senza cadere in tentazioni campiste e rilanciando in ogni modo la necessità della lotta di classe. Tu che ne pensi di questo lavoro di Raffaele? M.P.: Il libro curato da Raffaele Sciortino è di notevole interesse e mi sento di consigliarne vivamente la lettura, soprattutto a chi finora è stato lontano dai temi geopolitici. E Sciortino tratta proprio del tema geopolitico oggi cruciale, ossia la questione del controllo di quella che Halford Mackinder chiamava Heartland, quel “centro” storicamente variabile della massa eurasiatica, che se dotato di ampio sbocco al mare (per un’alleanza russo-europea o russo-cinese), sarebbe un rivale letale per le potenze “navali”, ossia oggi per gli Usa e i loro alleati inglesi e non solo. È questa conformazione geopolitica a spiegare non tanto la necessità della guerra (che discende comunque dalla logica del capitalismo), quanto le forme concrete, i tempi, i modi e l’importanza della posta in gioco. Al di là delle generiche e pur fondate idee relative al confronto economico militare internazionale fra creditori e debitori mondiali, è proprio la concretezza della guerra a determinare le valutazioni e le scelte politiche relative ad essa. E non si tratta affatto di riduzionismo geografico, perché Il pensiero geopolitico (che è appunto più uno stile di pensiero che una dottrina determinata) riguarda infatti il mutevole rapporto fra politica e spazio, riguarda insomma la storia e i suoi probabili, diversificati sviluppi. Altro merito di Sciortino è quello di sottolineare come il risultato dello scontro in atto non sia per noi indifferente: come abbiamo visto esso riguarda il nucleo del potere occidentale, e una sconfitta del capitalismo imperialista occidentale sarebbe il possibile varco per una ripresa di un discorso socialcomunista, e questo del tutto a prescindere dalla natura sociale di coloro che dovessero sconfiggere Washington “e i suoi lacchè”, come si diceva quando si chiamavano le cose col loro nome. Tutto ciò, come giustamente dicevi, non significa cadere nel campismo, che consiste nel limitare la propria azione al prendere posizione a favore dei Brics, per intenderci e nell’aderire a qualunque scelta politica di quei paesi. Il punto di vista da cui si giudica tutto è e rimane quello della lotta di classe. Ed è quindi, inevitabilmente, anche quello dello spazio concreto con cui quella lotta deve fare i conti, che è prima di tutto lo spazio nazionale. In che modo lo scontro Brics/Occidente favorisce qui da noi la ripresa di quella lotta? E che forma deve assumere la lotta di classe per agire positivamente sullo scontro internazionale? Qui mi riallaccio a quanto dicevo prima in merito all’Europa. La lotta di classe deve assumere una forma nazionale sia per mostrare come le dinamiche dell’Occidente ledano gli stessi interessi della maggior parte dei cittadini italiani, sia per dar vita a un nuovo rapporto tra nazioni europee, che si mostri all’altezza dello scontro in atto.  Perché una cosa è certa: non si esce dall’europeismo liberista sventolando semplicemente la bandiera nazionale. La riconquista della sovranità nazionale come attributo essenziale della sovranità popolare è un momento ineludibile e positivo dello sviluppo di un’azione di classe, ed è veramente folle che una gran parte della sinistra radicale continui a inorridire alla sola parola “nazione”, togliendosi tra l’altro la possibilità di denunciare l’evidente macchiettismo del nazionalismo di destra. Ma deve essere chiaro che la riconquista della sovranità serve soprattutto per poter costruire liberamente un nuovo spazio internazionale che renda possibile una limitazione della mobilità del capitale globale.  Altrimenti ogni antieuropeismo si trasforma immediatamente, oggi, in un’ulteriore e aggravata subalternità agli Usa, e si trasformerà domani, magari come effetto di un campismo senza autonomia, in una subordinazione a chissà chi.