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La figura di Lenin torna al centro del dibattito
La figura di Lenin torna al centro del dibattito storico e culturale con un nuovo volume firmato da Guido Carpi e pubblicato da Salerno Editrice nel gennaio 2026. Il libro propone un profilo rigoroso che intreccia la biografia del leader bolscevico con i destini della Russia, restituendo una lettura ampia e articolata della sua azione politica e della sua visione storica. Nel volume Lenin, la vita del rivoluzionario viene analizzata come parte integrante di un processo storico più vasto.Il libro mostra come le scelte del leader bolscevico siano state costantemente legate ai mutamenti profondi del sistema sociale russo. Accanto all’immagine del politico esperto e del tattico navigato, emerge con forza la capacità strategica di Lenin. Questa visione di lungo periodo nasce da una carica utopistica senza confini, che ha inciso in modo decisivo sulla storia di un popolo e del mondo intero Pubblichiamo una interessante intervista a Guido Carpi del 2017: In occasione del centenario dalla morte di Lenin abbiamo intervistato Guido Carpi, professore ordinario di letteratura russa presso l’Università L’Orientale di Napoli e studioso di Vladimir Ul’janov. Guido Carpi è autore di diversi contributi dedicati al rivoluzionario russo, tra cui i due volumi editi da Stilo Editrice Lenin. La formazione di un rivoluzionario – Lenin. Verso la rivoluzione d’Ottobre (recensiti da Andergraund Rivista qui) e la sua ultima fatica per Carocci Editore, Lenin. Il rivoluzionario assoluto. Insieme al Prof. Carpi abbiamo cercato di ricostruire alcuni aspetti della figura di Lenin e di indagare il lavoro di ricerca svolto dallo studioso. Ringraziamo naturalmente il Professore per averci concesso questa intervista. -------------------------------------------------------------------------------- AR: Buongiorno e grazie di aver accettato la nostra proposta per un’intervista! La prima domanda tocca corde forse più personali. Quando ha iniziato a occuparsi di Lenin e cosa l’ha spinta a iniziare questo percorso di ricerca? GC: Buongiorno! Cosa mi abbia spinto, è presto detto: vengo da quella storia lì, anche se non sono mai stato granché come militante. Quella del comunismo – da Marx a Lenin e da Lenin in poi – è una storia molto ricca e variegata, fatta, a mio parere, di momenti luminosi e di grandi tragedie: una sorta di labirinto in cui, quale che sia la direzione presa, si finisce sempre nella stanza centrale, non si può sfuggire all’incontro col “Minotauro” Lenin. Di Lenin mi sono sempre interessato in un modo o nell’altro, e non solo a causa della mia provenienza politica, ma anche perché non penso che si possa studiare la cultura del Novecento russo/sovietico senza conoscere il retaggio dell’artefice dell’Ottobre: qualsiasi cosa se ne possa pensare nel merito, sarebbe come studiare Dante senza avere letto San Tommaso. Quando ho deciso di scriverne una biografia? Quando mi sono trasferito a Napoli: una città dura, classista, ma che come tutti i luoghi del genere produce degli anticorpi molto forti. A Napoli, in particolare al centro sociale Ex OPG “Je so’ pazzo”, ho conosciuto un mondo di militanza giovanile radicale che prima mi era ignoto: mi sono chiesto cosa potevo fare per loro, come dare un mio contributo, ed ecco che mi è venuta l’idea. Infatti, nei primi due volumi che ho scritto per la casa editrice Stilo (ospite della collana “Pagine di Russia”, diretta dall’amico Marco Caratozzolo) ho allargano il punto di vista a tutto il mondo della militanza giovanile in cui Volodja Ul’janov si è venuto formando, alla psicologia, all’identità, alle motivazioni di queste nuove figure di attivisti, alle metamorfosi da loro subite da una stagione politica all’altra: senza conoscere quel mondo non si possono capire il pensiero e l’azione di Lenin, perché è a loro che si rivolgeva, ed è da loro che traeva forza come un novello Anteo. Penso che la mia ricerca possa essere uno strumento utile per chi oggi si affaccia al mondo dell’impegno politico radicale: le circostanze sono molto diverse, ma chiunque voglia tentare di cambiare il mondo deve innanzitutto porsi il problema di come organizzarsi, e per fare che cosa. Voglio anche esprimere il mio apprezzamento per le case editrici che mi hanno ospitato: la già citata Stilo e Carocci. Non hanno avuto paura di “sporcarsi le mani” con libri dove certo l’impostazione ideale di base è tutt’altro che dissimulata. AR: Aveva già in mente che tipo di immagine del personaggio intendeva trasmettere al suo futuro lettore? Quest’immagine è cambiata nel corso della ricerca e/o con il procedere della scrittura? E, a tal proposito, quanto è complesso cercare di “umanizzare” o, in altre parole, “demitizzare” Lenin? GC: A dire il vero, sulle prime avevo un’idea piuttosto vaga di chi fosse Lenin come “tipo umano”: la sua immagine risentiva troppo di una monumentalizzazione e mitizzazione ossessiva che io, ahimé, a differenza di voi, ho ancora fatto in tempo a vedere in atto. In questo senso mi ha certamente aiutato la memorialistica dei suoi primi compagni, in particolare nelle prime edizioni su rivista, dato che a partire dalla fine degli anni Venti tutto questo materiale è stato a sua volta omologato e censurato. Non che di per sé mi importasse “demitizzare” Lenin: esiste infatti una sterminata produzione da me definita “leninofagia” (leninoedstvo) il cui unico scopo è dare della sua figura una versione macchiettistica e/o criminale: cito a tale proposito i libri particolarmente infelici di Hélène Carrère d’Encausse e di Yuri Felshtinsky. Ma certo, cogliere i tratti peculiari del carattere di Il’ič mi ha aiutato anche a comprendere alcune molle profonde del suo agire: mi hanno da subito colpito il modo di costruire il proprio rapporto con la cerchia assai ristretta degli intimi, l’estrema caparbietà politica unita a una fortissima timidezza nelle questioni personali, la scaltrezza mefistofelica in certe cose e un certo qual candore infantile in altre, la carica utopistica smisurata e allo stesso tempo una “normalità” priva di qualsiasi allure romantica o di atteggiamento bohémien. Faccio un esempio. Quando nel giugno 1917, al primo congresso di un Soviet ancora dominato dai socialisti moderati, Lenin esclama dall’ultima fila la famosa frase: C’è! Quel partito c’è!, tutti si voltano a guardare. I delegati operai e contadini se lo immaginano come una specie di Jack Sparrow: alto, olivastro, con i lunghi capelli crespi, e quando subito dopo sul palco sale la semplice e sorridente figuretta del capo bolscevico, con la pelata bella lucida, molti si chiedono “E Lenin dov’è?” AR: Per portare avanti questa ricerca si sarà dovuto confrontare con una consistente mole di materiale. È stato un vantaggio o una difficoltà? Come si è orientato per mettere ordine a tutte le fonti che ha consultato? Esiste una differenza quantitativa e/o qualitativa tra i documenti dedicati alla persona di Vladimir Ul’janov e quelli dedicati al rivoluzionario Lenin? GC: È stato un massacro! Intanto, io non sono uno storico di formazione, ma uno storico della letteratura: per quanto avessi già una certa cultura di base in merito, l’intera struttura me la sono dovuta costruire dalle fondamenta. In secondo luogo, la mole di fonti è allo stesso tempo insormontabile e molto infida: va operata un’accurata selezione per scendere sotto la spessa cortina omologante e propagandistica costruita nei decenni. Faccio un esempio: l’edizione italiana delle Opere in 45 volumi (1955-1970) venne condotta per lo più sull’edizione dell’epoca di Stalin: ogni documento ivi presente va dunque confrontato con la 5° edizione sovietica in 55 volumi (1967-1981), molto più completa, col volume supplettivo uscito già nel 2000, in epoca postsovietica e con le 40 Miscellanee leniniane (Leninskie sborniki), specie quelle degli anni Venti, dove si trovano ulteriori abbondantissimi materiali “silenziati” nel periodo staliniano. Vi sono poi edizioni speciali, come quella dedicata alle due conferenze del 1912 (menscevica a Vienna, bolscevica a Praga): un passaggio politico fondamentale passato sotto silenzio in epoca sovietica perché legato al reprobo Trockij. E ancora: i verbali dei congressi e delle conferenze di partito, i verbali delle organizzazioni locali, una memorialistica sterminata… Ma la vera croce e delizia del mio lavoro è stato il Carteggio (Perepiska) fra i ‘centri’ direttivi via via guidati da Lenin (a partire dalla redazione dell’”Iskra” nel settembre 1900) e i membri dell’intera rete di attivisti. Le pubblicazioni della serie sono iniziate nel 1969 e si sono poi dipanate di volume in volume per migliaia di pagine di corrispondenza fra centinaia di militanti, fino all‘ultimo volume che sarebbe dovuto uscire nel 1991 ma rimase inedito a causa del crollo dell‘URSS e della chiusura dell‘Istituto del Marxismo-Leninismo presso il Comitato centrale del PCUS, responsabile per l’edizione della serie. Il Carteggio è fondamentale proprio per vedere cosa pensavano e come lavoravano allora i bolscevichi “di base”: la memorialistica successiva, scritta già dopo l’Ottobre, offre infatti un quadro deformato degli eventi precedenti anche quando l’autore ha le migliori intenzioni; ma se vai a leggere le lettere scritte sul momento, emerge un quadro psicologico e fattuale molto più vivido e aderente alla realtà. Posso dire con un certo orgoglio di essermela smazzata tutta, quella maledetta Perepiska, cogliendo fior da fiore: sono riuscito addirittura a scovare in archivio le bozze dell’ultimo volume inedito, che infatti ho abbondantemente citato! AR: Lenin è un personaggio rilevante anche sotto un aspetto puramente linguistico e fu un riferimento importante anche nei dibattiti che animavano le cerchie di filologi e linguisti russi dell’epoca. Quando lei terminò il suo secondo volume uscito per Stilo disse che quella interruzione (il 1917) segnava l’inizio di un “nuovo Lenin”. Se cambia, come cambia il linguaggio di Lenin dopo lo spartiacque linguistico che fu la Rivoluzione d’Ottobre? Che differenza esiste da un punto di vista linguistico fra il Lenin di “Iskra” e quello post rivoluzionario? GC: Si tratta di una questione molto complessa, perché nel proteismo linguistico di Lenin sta, credo, una delle chiavi del suo grande carisma politico. Mi viene in mente il racconto di Isaak Babel’ La mia prima oca, pubblicata proprio sul numero del “Levyj Front Iskusstv” uscito in morte di Lenin (dove si tiene il dibattito fra linguisti a cui facevate riferimento) e poi confluita nel ciclo de L’armata a cavallo. Il protagonista-narratore del racconto legge al plotone di cosacchi rossi un articolo di Lenin sulla “Pravda”, cercando “l’arcana curva della retta leniniana”, e i cosacchi paragonano Lenin a una gallina, che trova la verità come un chicco nel mucchio al primo colpo, guidato da un istinto infallibile. Quello di Lenin è un linguaggio ora elastico e inclusivo ora apodittico ed esortativo, che in una certa misura affianca la grande decostruzione della lingua letteraria russa classica, da Tolstoj a Majakovskij… Ma è davvero una questione rognosissima, e preferisco rimandare il lettore a un mio articolo in merito uscito sia in italiano che in una versione russa più completa:  Karpi G., Političeskij jazyk Lenina: idioma “Partijnost’” (“Novoe literaturnoe obozrenie”, 2021, vol. 171, pp. 38-60) e Carpi G. Il linguaggio politico di Lenin. L’idioma «partiticità» (“Il pensiero politico”, 2019, vol. 3, pp. 423-448). AR: Nell’immaginario collettivo Lenin è un uomo d’azione, ma dietro questo atteggiamento si cela un componente riflessiva. Oltre alla dimensione politica di questa fase riflessiva, ci possiamo immaginare Lenin come un avido lettore? Al di là dell’eco černyševskiana del Che fare?, come ce lo dobbiamo immaginare? Dopotutto Lenin nel 1905 pubblica su “Novaja žizn’” il suo articolo Partijnaja organizacija i partijnaja literatura. GC: Quell’articolo – dettato dall’urgenza propagandistica del periodo – è stato in seguito fonte di innumerevoli angherie nei confronti dell’autonomia della letteratura. Ma in esso, Lenin si riferiva alla letteratura politica, non alla fiction! Quanto a lui, nei formulari burocratici alla voce “professione” scriveva proprio: “letterato” (literator). Naturalmente, voi sapete meglio di me che nella Russia ottocentesca “letterato”  è qualcosa che ingloba i concetti di “uomo di lettere”, “studioso” e di “pubblicista”, ma va anche oltre: è un termine contiguo a intelligent, ossia colui che nutre un senso di responsabilità altissimo nei confronti di quelle masse popolari grazie ai cui sacrifici egli e quelli come lui hanno potuto studiare. Ecco perché in Russia il letterato travalica di continuo il confine fra la produzione di “storie” (quale che sia in esse il tasso di fiction esplicita), la predicazione ideologica e un’espressione molto diretta del vissuto che spesso assume la forma di un qualche tipo di militanza: Černyševskij, certo, ma anche Herzen, Saltykov-Ščedrin o Nekrasov, che si torturò tutta la vita per il fatto di essere anche un abile uomo d’affari. Ma anche letterati certo non “di sinistra” come Dostoevskij, Mel’nikov e Leskov ritengono, a loro modo, di “servire il popolo”. E si pensi alla predicazione dell’ultimo Tolstoj! Quanto al Lenin lettore, i suoi gusti erano molto classici, ottocenteschi: non sopportava i futuristi, ad esempio, anche se di Majakovskij citava ridendo davanti ai compagni la poesia Mania delle riunioni, dove si mette in burletta l’ossessione assembleare che regna nel partito. Peccato invece che Lenin non abbia mai letto Machiavelli, che tanto aiuterà il nostro Gramsci a definire il concetto di “egemonia” e una nuova teoria marxista dello Stato. A proposito: Lev Trockij invece Il principe se lo era letto, e durante la rivoluzione fa proprio il motto: “Colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti…” AR: Questa intervista esce proprio all’indomani del nostro settimo numero Utopie Distopie. Spesso si fa riferimento a una dimensione utopica della società russa postrivoluzionaria, smentita dalle opere letterarie di quegli anni (penso solo ai diari di Ivan Bunin, alle terribili descrizioni bulgakoviane della Belaja gvardija) – quanto c’era e c’è di utopico nella figura leniniana? GC: Come ho già detto, in lui di utopico c’è sicuramente tantissimo, come ci sono anche zone d’ombra: ad esempio il più che disinvolto utilizzo della violenza, anche se va detto che nel contesto della violenza di massa organizzata dallo Stato – da tutti gli Stati! – nel 1914-18 e in un Paese in sfacelo, invaso e in preda a conflitti incontrollabili, senza quei metodi i bolscevichi non sarebbero durati un giorno. Lenin fece anche errori di valutazione che ebbero conseguenze molto gravi: primo fra tutti l’incapacità di comprendere il ruolo della nuova burocrazia sovietica in ascesa, che lui considerava un mero cascame del vecchio regime e che invece stava diventando l’embrione di uno Stato nuovo, con tutte le conseguenze che ne derivarono. Eppure, in Lenin c’è un elemento di impareggiabile lungimiranza: l’idea da lui stesso definita dello sviluppo capitalistico ineguale, dove metropoli sviluppata e periferia coloniale e semicoloniale concorrono in modo diverso e complementare alla lotta per un generale affrancamento dell’uomo da ogni forma di sfruttamento e alienazione. Esso segna il passaggio dal modello di sviluppo storico lineare e concentrico (proprio anche di molto socialismo ottocentesco, influenzato dal positivismo) a una concezione globale del progresso umano come molteplicità di varianti allo stesso tempo differenti e fra loro interdipendenti. È un’intuizione che recupera anche Gramsci nei già citati Quaderni e che Ernst Bloch, negli anni più bui del trionfo dei fascismi in Europa, riformulò così: “la storia non è un’entità che avanza rettilinea in cui il capitalismo sarebbe l’ultimo stadio, quello che avrebbe superato tutti gli stadi anteriori. Essa è piuttosto un’entità pluriritmica e plurispaziale, con zone non ancora sufficientemente padroneggiate e ben lontane dall’essere portate alla luce, superate“. Fino al 1917, il movimento socialista era roba di soli “bianchi”: europei o al limite nordamericani; dopo l’Ottobre, Lenin formula con maggior chiarezza i termini della correlazione in cui dovrebbero avvenire i processi di liberazione nei vari contesti, e dichiara dal palco del II congresso della Terza Internazionale comunista (o Komintern) che la fase capitalistica di sviluppo dell’economia nazionale non “è inevitabile per i popoli arretrati che oggi si emancipano”, e “anche là dove è quasi assente il proletariato”, individua il soggetto rivoluzionario nei soviet dei contadini, di concerto con quei segmenti della borghesia che sapranno assumersi un ruolo “rivoluzionario nazionale”. Insomma: in Asia la rivoluzione – non potendo certo scaturire da un capitalismo ancora assente – avrà una funzione “preventiva” rispetto all’instaurarsi del capitalismo stesso. È difficile oggi percepire la portata dirompente di tale programma, che – così come la stessa fondazione del Komintern, suscitò un’enorme impressione nei paesi coloniali: una forma dialettica di concepire l’internazionalismo e l’antimperialismo (termini svalutati e resi anche un po’ buffi da decenni di dogmatismo politico) che sarebbe necessario riscoprire oggi, naturalmente in forma diversa e attualizzata. AR: Nel suo libro lei sottolinea le fratture tra il populismo ottocentesco e il leninismo, sostenendo al contempo che Lenin sfrutta la tensione utopica generata dai populisti per innestarvi la propria idea di società perfetta. Cosa ne pensa della tendenza, che ha caratterizzato parte delle riflessioni post-sovietiche, ad interpretare la rivoluzione d’Ottobre come evento non di rottura ma di continuità con il resto della storia russa? Penso ad esempio allo storico-letterato Vladimir Šarov che legge la rivoluzione come ennesima espressione del millenarismo russo, o al critico Dmitrij Bykov per il quale essa non è altro che un’ulteriore conferma dell’eterna oscillazione tra anarchia e totalitarismo tipica del passato nazionale. Si tratta chiaramente di forzature e generalizzazioni di carattere storiosofico, ma quanto c’è di vero in queste interpretazioni? GC: Mi paiono forme di misticismo antistorico, peraltro non molto originali, dato che cose simili le scrivevano già Nikolaj Berdjaev e compagnia bella negli anni Venti. La storia si analizza considerando gli eventi nella complessa concatenazione che li ha generati, e non andando a cercare improbabili parallelismi e antitesi di tipo paradigmatico. Nel 1917 lo Stato russo si è sfasciato: 1) nel lungo periodo, perché scontava secoli di rachitismo civile ed era governato da una classe politica e da strutture istituzionali anacronistiche e senescenti; 2) nel medio periodo, perché le modalità dell’abolizione della servitù della gleba aveva lasciato ai contadini una drammatica fame di terre e aveva innescato uno sviluppo economico tanto veloce quanto sbilanciato; 3) nel breve periodo, perché l’urto della Grande guerra stava facendo implodere il sistema Paese da dentro prima ancora che al fronte: su questo, consiglio la breve ma lucida esposizione di Giovanna Cigliano nel suo La Russia contemporanea: Un profilo storico (3° ed. 2023). È l’intero organismo economico e sociopolitico che inizia a sfaldarsi. È un processo complesso che si innesca fin dal 1915, ma per limitarci alla fase terminale, possiamo enumerare almeno alcuni fattori determinanti che non sono certo generati dai bolscevichi, ma che, al contrario, rendono inevitabile il corso successivo degli eventi: il primo fattore è quello socio-economico: l’economia di mercato comincia a dissolversi, i rapporti di scambio commerciale fra città e campagna si spezzano, le regioni economiche si chiudono su se stesse, i contadini scatenano rivolte diffuse ed espropriano le terre dei latifondisti, l’autogestione operaia delle fabbriche è spesso resa obbligata dalla totale disorganizzazione del sistema. Il secondo fattore è politico: gli interessi di classe si esprimono in forma sempre più nuda e immediata, senza alcuna possibilità di ricomposizione politico-irstituzionale. Proseguire o meno la guerra? Consentire o meno ai contadini l’esproprio dei latifondi? A chi far pagare il prezzo della ricostruzione? Come definire il rapporto fra Heartland russo e periferie allogene dell’Impero? Su questi temi, non vi era mediazione possibile. Il terzo fattore è militare. Lo Stato perde il monopolio della violenza: mentre l’esercito si disgrega, già nell’estate 1917 si formano i nuclei armati di quelli che sarebbero poi stati gli attori della guerra civile: battaglioni d’assalto come nucleo dell’Armata bianca, la guardia rossa come nucleo della futura Armata rossa e infine le truppe nazionali, soprattutto ucraine. L’insurrezione di Ottobre rappresenta lo sbocco, o meglio uno dei possibili sbocchi di tali processi: in alternativa, erano del tutto plausibili sia un esito di tipo “asburgico”, con la disintegrazione dell’Impero in una pletora di staterelli, sia un esito di tipo “messicano”, con un caos endemico e una guerra civile strisciante fra militari e movimenti contadini privi di autentico respiro politico. Ma il processo di dissoluzione della precedente forma-Stato, di per sé era comunque inevitabile. Il ruolo di Lenin è unico e insostituibile proprio nella capacità di imprimere una direzione a questi processi di dissoluzione caotica, trasformandoli in spinta creativa, in costruzione di un nuovo impianto civile: non esistevano “alternative soft” di sbocco della rivoluzione; tali alternative, nel contesto di frantumazione dell’intero sistema-paese, semplicemente non avevano alcune possibilità di riuscita. Non c’è niente di peggio di un’autorità in via di dissoluzione che si mette a martellare progetti irrealizzabili ed editti inapplicabili, e la stessa Assemblea costituente – riunitasi un solo giorno per poi essere sciolta dai bolscevichi – era composta in maggioranza dai partiti dell’ex governo provvisorio, che non avevano trovato alcun accordo nel corso del 1917 e non lo avrebbero trovato certo a inizio 1918, nel quadro complessivo di uno sfascio ormai quasi totale. In determinati momenti storici, gli sviluppi non vengono dettati solo da chi vuole insorgere, ma anche dall’ottuso gruppo di potere che vuole perpetuare una situazione senza speranza. E dunque, con l’Ottobre Lenin non strappa il comando a un potere precedente, che ormai esiste solo in forma virtuale, ma riesce nel miracolo di imporre un carattere di “caduta controllata” a un’intero organismo economico, sociale, statale in via di dissoluzione, e al tempo stesso sa plasmare – per quanto a tentoni – un nuovo quadro istituzionale, un nuovo gruppo dirigente, un nuovo linguaggio amministrativo, giuridico, pubblico, trovando il modo di realizzarli in piena corsa, di individuare i soggetti sociali che possano farsi carico di tale slancio costruttivo. Questo “doppio binario” distruttivo/creativo mostra secondo me quanto sia fallace il manicheismo in cui molti storici della rivoluzione si esercitano. Non credo nei tentativi di separare nel processo rivoluzionario un iniziale “lato luminoso” libertario e democratico da un “lato oscuro” di violenza e coercizione, destinato infine a trionfare, con Lenin che fa la parte del cattivo Darth Vader. La rivoluzione non è una marcia trionfale di grandi valori di libertà e giustizia, artificiosamente interrotta dai cattivi bolscevichi, ma è un processo multivettoriale integrato, dove ogni tendenza interagisce con ogni altra in modo inestricabile, e dove i bolscevichi sono gli unici a garantire all’intero processo uno sbocco costruttivo. Si noti che quando parlo di “sbocco costruttivo” io non do un giudizio di merito: “costruttivo” come sinonimo di bello o di giusto. Intendo costruttivo semplicemente come funzionale alla costruzione di qualcosa. Una precisazione sul rapporto di Lenin con la tradizione populista. Noi che abbiamo letto Il populismo russo di Franco Venturi abbiamo dello sviluppo del pensiero rivoluzionario in ottocentesco una visione panoramica, d’insieme che i concreti attori primo-novecenteschi non avevano né ritenevano necessario avere. Da quella tradizione, Lenin prendeva ciò che gli faceva comodo e quando gli faceva comodo: ora le tattiche di cospirazione giacobina, ora un’enfasi degna di Bakunin sullo spontaneismo delle ribellioni contadine… Ma l’elemento della tradizione populista che fin da giovane lo condizionerà per sempre è l’idea di Pëtr Tkačëv che siano la presa del potere e la dittatura rivoluzionaria lo strumento indispensabile per regolare, centralizzare e dinamizzare i tempi di sviluppo in un paese arretrato: è questo il nucleo centrale del leninismo, che lo distinguerà sempre sia dal menscevismo anche più radicale, sia addirittura da altre correnti del bolscevismo stesso, quale ad esempio il gruppo di Bogdanov. AR: Lei parla spesso di Lenin come di una figura in contrasto con l’attuale retorica putiniana, eppure il suo legame con l’esperienza sovietica potrebbe renderlo inviso a chi oggi combatte l’espansionismo russo. Come si colloca un personaggio del genere in un contesto che assiste alla formazione di nuove identità nazionali nello spazio post-sovietico? È d’ispirazione perché sostenitore del diritto all’autodeterminazione dei popoli o d’intralcio perché legato a un periodo storico soggetto a rivisitazioni critiche e post-coloniali da parte dei Paesi dell’ex Unione che vogliono prendere le distanze dalla Russia? GC: Non sono io che ne parlo spesso: è Putin che è fissato! E non solo quando si tratta di Ucraina: in relazione alla Prima Guerra mondiale, ad esempio, il presidente russo ha affermato che la stavano vincendo loro, ma che è arrivata la “pugnalata alle spalle” da parte dei bolscevichi, notoriamente agenti tedeschi; quando nel giugno 2023 Evgenij Prigožin ha tentato di marciare su Mosca con la sua Compagnia Wagner, Putin lo ha paragonato a Lenin che torna a Pietrogrado nel suo treno piombato (anche se il paragone più calzante sarebbe l’avanzata su Mosca dell’Armata bianca di Denikin nel 1919). Putin, del resto, ha tutte le ragioni di prendersela con uno che poco prima di uscire di scena proponeva di costruire la futura Unione Sovietica sulla base di una sorta di affirmative action a discapito dei russi etnici, perché “occorre non solo l’uguaglianza formale. Occorre compensare, in un modo o nell’altro, con il proprio comportamento e con le proprie  concessioni verso gli allogeni, quella sfiducia, quella diffidenza, quelle offese che nella storia passata gli sono state provocate dal governo della nazione ‘grande potenza’”; e ciò perché “l’internazionalismo da parte della nazione dominante, o cosiddetta “grande nazione”(sebbene sia grande solo per le sue violenze, grande soltanto come è grande Deržimorda), deve consistere non solo nell’affermare la formale uguaglianza tra le nazioni, ma anche una certa ineguaglianza che compensi da parte della nazione dominante, della grande nazione, l’ineguaglianza che si crea di fatto nella realtà”. Noto soltanto come ancora nel periodo della Perestrojka, quando sorsero i primi contenziosi etno-nazionali, chi protestava si appellava sovente ai “principi leninisti” dell’autodeterminazione nazionale: lo fecero i kazaki nel rifiutare un segretario generale etnicamente russo, lo fecero gli armeni del Nagorno-Karabakh che volevano riunirsi alla madrepatria, lo fecero gli osseti in funzione antigeorgiana. È nel periodo postsovietico che l’atteggiamento verso Lenin è diventato nevrotico: si eliminano i monumenti alla chetichella, si camuffa il Mausoleo durante le grandi parate, nei manuali scolastici se ne parla in termini vaghi e criminalizzanti, ma l’ombra di Lenin sguscia fuori a ogni snodo storico: è un continuo “ritorno del rimosso”, tipico sintomo di nevrosi. Vorrei dire due parole a proposito del dibattito de- e/o post-coloniale da voi evocato. In ambito anglofono e francofono sono temi trattati da molti decenni, a cui hanno partecipato grandi intellettuali, da Frantz Fanon a Edward Sa’id; per quanto riguarda invece lo spazio est-europeo c’è ancora tutto un apparato concettuale da definire: per noi slavisti non è nemmeno tanto chiaro, a tutt’oggi, in che termini si debba porre il concetto di “affinità/alterità” fra le nazioni e le culture slave (a proposito, ne scrivo in un intervento che uscirà sul prossimo numero di “Studi slavistici”).  Quanto al concetto di “colonialismo” applicato a quelle realtà – e in particolare allo spazio imperiale russo – la confusione è ancora maggiore: infatti, se in relazione all’Asia Centrale e a parte della Transcaucasia la categoria sembra attinente, già in merito alle province baltiche e alla Georgia il rapporto col centro era di tipo diverso, mentre la questione ucraina mi pare totalmente irriducibile alla categoria di “colonia”. Dati i tempi, bisogna stare molto attenti a intraprendere simili studi sulla base di categorie ermeneutiche sufficientemente meditate e non sull’abbrivio di un eroico furore pur sorretto da nobili intenti, anche perché rischiamo di subire il condizionamento delle due narrazioni in conflitto, a mio parere ugualmente tossiche. Da una parte, l’ideologia putiniana presenta “i russi” come una categoria ontologica e sovratemporale alla cui comunità di destino “gli ucraini” imprescindibilmente partecipano anche se non lo sanno, per amore o per forza: basterà dare loro una serie di energici sgrolloni perché siano costretti a ricordarsene. D’altra parte, in campo ucraino si va elaborando – e non dal febbraio 2022! – una narrazione secondo cui “ucraini” e “russi” sono ontologicamente opposti e inconciliabili: europei, illuminati e civilizzati gli uni, asiatici, ottenebrati e barbarici gli altri. In questa ottica, tutte le fasi storiche vissute dai due popoli in una qualche forma condivisa vengono visti come pura e semplice oppressione coloniale, e tutti coloro che a qualsiasi titolo hanno combattuto contro “i russi” fanno bene o male parte dell’album di famiglia, per quanto aberrante possa essere stato il loro operato: ricordo le recenti, incresciose ovazioni tributate dal parlamento canadese al reduce delle Waffen-SS Jaroslav Hunka, alla presenza di Volodymyr Zelens’kyj. In un simile contesto ideologico, il dibattito sulla “decolonizzazione” minaccia di essere condotto non secondo discernimento, dialettica e indagine storica, ma a colpi di kuval’da, se non peggio. AR: Come immagina un’ipotetica ricezione del suo libro in Russia? GC: Un lettore russo interessato al tema ha, ovviamente, la possibilità di accedere a risorse bibliografiche sterminate. Ma, come ho appena detto, la “sindrome Lenin” ha in Russia un carattere nevrotico o addirittura schizofrenico: la mummia riposa nella sua teca di cristallo come un novello mago Merlino, il Paese è ancora disseminato di suoi monumenti, la regione di Pietroburgo si chiama Leningradskaja, a capodanno tutti guardano il film Ironija sud’by, dove “Leningrad… Leningrad…” è un mantra continuamente ripetuto, ma i bambini imparano a scuola che quest’uomo era nient’altro che una spia tedesca, una specie di Terminator mandato dal feldmaresciallo von Hindenburg a massacrare la Patria. In un simile contesto, forse il punto di vista più distaccato di uno straniero potrebbe forse essere di una qualche utilità. Inoltre, recuperare e ripensare i concetti di militanza, organizzazione politica, radicalismo sociale, internazionalismo e antimperialismo sarebbe di vitale importanza in un Paese che, prima ancora di un deficit di democrazia, soffre di una società civile atomizzata e di un sistema economico ingiusto, sbilanciato e senza alcuna tutela sociale o garanzia sindacale. Rimettere al centro della lotta politica le rivendicazioni sociali sarebbe utile anche per un’opposizione a Putin che per il momento non offre alcuna alternativa al liberismo sfrenato che funesta il Paese dal 1992 e che a mio parere blocca ogni progresso civile: lo stesso Aleksej Naval’nyj, nell’ultimo intervento prima della morte, ha criticato in modo duro e circostanziato le privatizzazioni selvagge degli anni Novanta, mostrando così di abbracciare una tendenza almeno potenzialmente socialdemocratica (vedine l’analisi da parte del mio amico Giovanni Savino). AR: Concluderemo con una riflessione che ci riporta ad oggi, ai lettori che si affacciano alla figura di Lenin in occasione del centenario. Ripellino rendeva i versi di Majakovskij con un “Lenin è vivo / non un urna”! (Ленин / итеперь /живее всех живых), la Russia e gli altri Paesi nati dalla dissoluzione dell’URSS sono cosparsi di pamjatniki come la monumentale diga kyrgyza di Kirkov. Che ruolo ha oggi Lenin e, nello specifico, che funzione assume nei confronti del lettore italiano? GC: Questo non devo dirlo io oggi a parole, ma dovrà mostrarlo il “lettore italiano” (e non solo italiano) con le sue lotte future.
CASSA DI RESISTENZA – BLOCCHIAMO TUTTO TORINO
IL COORDINAMENTO TORINO PER GAZA LANCIA LA CASSA DI RESISTENZA  Chi lotta non è mai sol3! IL MOVIMENTO “BLOCCHIAMO TUTTO” Quest’autunno un enorme movimento popolare ha bloccato l’Italia al fianco della resistenza del popolo palestinese, contro il progetto genocida e coloniale del regime israeliano. Questo movimento ha denunciato con forza la responsabilità del governo Meloni e di tutti i governi occidentali nel sostenere politicamente, militarmente ed economicamente il progetto sionista e ha lottato contro ciò che la guerra globale significa anche nei nostri territori: spese per il riarmo, tagli al welfare e ai servizi, inflazione e impoverimento, repressione e militarizzazione in tutta la società. IL PROGETTO REPRESSIVO DEL GOVERNO Consapevoli che il genocidio in Palestina è possibile perché c’è in Occidente un sistema politico ed economico che lo sostiene, in milioni di persone abbiamo scioperato e siamo scesɜ in piazza bloccando porti, autostrade, stazioni ferroviarie, snodi della logistica, andando a colpire proprio i centri nevralgici di quell’economia del genocidio e mettendo per la prima volta in crisi il governo. Ora, in un contesto di escalation globale, mentre gli occhi del mondo sono spostati altrove e il regime israeliano prosegue il genocidio, nonostante la tanto sbandierata tregua di Trump, polizia e governo vogliono mettere a tacere l’enorme movimento “Blocchiamo Tutto”, reprimendo con modalità differenti le tante anime che hanno partecipato alle mobilitazioni popolari in solidarietà alla Palestina. LE DIVERSE FORME DELLA REPRESSIONE Le persone più esposte e ricattabili, perché prive della cittadinanza italiana, arrivano a rischiare l’espulsione dall’Italia e la deportazione. Il diritto allo sciopero, già fortemente sotto attacco, viene messo in pericolo da sanzioni antisindacali. La repressione e militarizzazione nelle scuole si fa ancora più pesante, arrivando all’arresto di studenti minorenni. I blocchi stradali e ferroviari, che hanno rappresentato la pratica fondativa di questo movimento, vengono repressi con denunce per blocco stradale, reato inasprito dal decreto sicurezza fortemente voluto da Salvini, e decine di sanzioni amministrative da migliaia di euro. LA LOTTA CONTINUA Questo accanimento, che vorrebbe spaventarci e scoraggiare ulteriori riprese della mobilitazione, non fa altro che confermarci la validità e l’efficacia della pratica dei blocchi, che sono stati la forza di questo movimento. Una forza capace di colpire direttamente le catene del valore che stanno alla base del genocidio in Palestina e della guerra globale e di far vacillare il governo. Ora servono risorse per fronteggiare le spese legali, sostenere le persone colpite da questi attacchi ma anche e soprattutto per continuare a lottare a fianco del popolo palestinese e resistere contro la guerra, l’imperialismo e il fascismo. LA CASSA DI RESISTENZA È proprio durante questa fase di continui attacchi che emerge più che mai la necessità di concretizzare la nostra solidarietà con chi lotta al nostro fianco, facendo fronte comune. Ogni contributo può fare la differenza per non lasciare indietro nessunɜ. A bloccare le stazioni, le autostrade, i luoghi di lavoro c’eravamo tuttɜ, ora abbiamo ancora bisogno di tutta la forza che un movimento popolare può dimostrare. Sostieni la cassa di resistenza, insieme siamo più forti! Il denaro raccolto verrà utilizzato per fare fronte alle spese legali e sostenere l3 partecipanti alle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina a Torino. Il Coordinamento Torino per Gaza, che ha promosso le mobilitazioni del movimento Blocchiamo tutto a Torino e che organizza questa raccolta fondi, è un’organizzazione informale e quindi non dispone di un proprio conto corrente; l’associazione di promozione sociale La Poderosa, che partecipa al coordinamento, ha messo a disposizione il suo conto bancario per la raccolta. https://www.produzionidalbasso.com/project/cassa-di-resistenza-blocchiamo-tutto-torino-2
Ligéra, batterie, rapine, rapimenti e sparatorie all’ombra del Duomo: 1963-1993
Da Carmilla on line: Laura Antonella Carli, Nicola Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, pp. 512, 36 euro > Ma mi, ma mi, ma mi, > quaranta dì, quaranta nott, > A San Vittur a ciapaa i bott, > dormì de can, pien de malann!… > Ma mi, ma mi, ma mi, > quaranta dì, quaranta nott, > sbattuu de su, sbattuu de giò: > mi sont de quei che parlen no! > Mi parli no! (Ma mi – Giorgio Strehler, Fiorenzo Carpi, Ornella Vanoni 1959) Ruggero Bonghi, meridionale di origine e direttore del giornale «La Perseveranza», nel 1881 durante la Fiera industriale, definì Milano “capitale morale” d’Italia dando così vita al mito di una città modello di operosità, solidarietà, civismo e pragmatismo, Una città vista come il cuore produttivo, laborioso e civile del Paese, portatrice di un “buon senso” alto, in contrapposizione alla, già allora intesa come corrotta, “capitale politica”: Roma. In realtà a Milano di soldi ne son girati davvero tanti e continuano a girare nelle le sue vie, nei suoi istituti finanziari, nelle grandi opere come l’Expo, nei giochi olimpici invernali del 2026, tra i suoi plurimiliardari che, secondo stime recenti, sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra. Forse meno industriale e operaia di un tempo, con le grandi fabbriche e le botteghe artigiane sostituite da studi televisivi, laboratori della moda internazionale e catene di negozi di lusso, dopo esser stata “da bere”, ricollegandosi a quella Roma da cui aveva sempre soltanto preso le distanze, non ha comunque mai cessato di produrre enormi contraddizioni sociali di cui le lotte operaie e studentesche del passato sono state solo una delle manifestazioni possibili. Un’altra, che prende invece oggi forma nelle periferie e in quella parte di popolazione che non appartiene certamente all’8% più ricco, è quella dei giovani immigrati, ma non soltanto, di seconda generazione, mediaticamente e superficialmente riassunta nel termine “maranza”, assolutamente insufficiente per spiegarne comportamenti, azioni e scopi. Una sorta di microcriminalità soltanto apparentemente deviante rispetto alle condizioni venutesi a creare a causa delle forme del lavoro salariato, allo stesso tempo moderne e arcaiche, di un mondo in cui il tradizionale proletariato urbano è spesso, troppo spesso, simile a quel lumpenproletariat o proletariato marginale di marxiana memoria che naviga a vista tra gli scogli della disoccupazione, di redditi e lavori precari e di un’immensa offerta di merci le cui vetrine non sono più soltanto quelle lussuose di via Montenapoleone, ma anche quelle, ben più invasive e pervasive di Amazon e di tutte le altre catene di distribuzione on line. Una promessa di lusso, consumo, benessere e spesa rateizzata che, già come nel passato di cui parla l’Atlante edito da Milieu nella collana «Banditi senza tempo», obbliga settori non del tutto minoritari di giovani uomini e donne a misurarsi col problema degli scarsi introiti riconducibili al lavoro legale rispetto a quelli possibili con lavori di tipo illegale. Il tutto in un contesto in cui, adesso come allora, la concentrazione finanziaria e di ricchezze spesso smodatamente esibite attirano, oltre che l’occhio di chi sta ai margini, anche l’attenzione delle grandi organizzazioni criminali, mafie di ogni genere in primis. «Follow the Money!» avrebbe ancora suggerito Marx per comprendere come la presunta capitale morale sia diventata in realtà il ricettacolo di ogni abuso edilizio, di ogni truffa finanziario, di ogni spreco di denaro pubblico, suscitando al contempo le mire di chi cercava individualmente o in gruppo di riappropriarsi di una parte della ricchezza socialmente prodotta e individualmente esibita e maneggiata. Investimenti enormi e sfruttamento del lavoro su vasta scala da un parte e spaccate, scippi, furti, rapine e rapimenti dall’altra sembrano essere i due poli attorno a cui girano da un lato l’accumulazione del capitale e la ricerca di una fortuna personale,individuale o di banda, dall’altro. Due forme di sfruttamento dell’occasione che dipendono, inizialmente soltanto dalla collocazione nella parte alta o basa della scala sociale prodotta dal modo di produzione capitalistico. Inutile cercare quindi di gestire o interpretare la cosa da un punto di vista etico o morale. Per questo motivo, tornando al tema del libro curato da Laura Antonella Carli e Nicola Erba e arricchito dai contributi di molti protagonisti e testimoni dell’epoca, rapine clamorose, guerre tra bande, sequestri di persona, durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, rappresentano uno dei periodi più turbolenti della storia criminale italiana, e lo sono ancora di più a Milano, città-simbolo del boom economico e humus sociale di una criminalità sempre più organizzata, che per tre decenni ha visto susseguirsi episodi violenti e figure leggendarie come Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Angelo Epaminonda. L’Atlante storico della mala milanese ricostruisce, attraverso cronache d’epoca, mappe tematiche, fotografie rare e testimonianze esclusive, una visione d’insieme approfondita del mondo che ha ispirato le cosiddette “canzoni della mala” e fatto da sfondo a tanti romanzi di Giorgio Scerbanenco e a tanti, ma forse meno belli e interessanti, film del genere poliziottesco che imperversò nella sale cinematografiche italiane tra gli anni Settanta e Ottanta, giungendo a ispirare poi Quentin Tarantino. Un viaggio nella Milano notturna delle case da gioco, degli incontri clandestini e dei regolamenti di conti, che riporta alla luce vicende e protagonisti spesso dimenticati, restituendoli al loro autentico contesto urbano e sociale. Magari insieme a quelle case di ringhiera da cui alcuni dei protagonisti provenivano, così come all’ambiente sociale e culturale di quartieri come la Comasina e Lorenteggio. Uno sguardo inedito su trent’anni di storia criminale, dalla vecchia ligéra ai gangster metropolitani, fino alla trasformazione della malavita tradizionale in criminalità organizzata moderna. Un’opera corale che si propone di superare letture stereotipate e nostalgiche, privilegiando un’analisi che racconta Milano, la sua evoluzione e le sue contraddizioni attraverso il prisma del crimine. Non dimenticando nessuno, sia uomini che donne.E lasciando comunque al centro figure dall’innegabile carisma mitopoietico come Francis Turatello e Renato Vallanzasca, prima in competizione poi alleati nella spartizione dei territori e delle attività. > Lo scontro diretto avviene in via MacMahon: Vallanzasca e Cochis vanno a > cercare Turatello. Renato a piedi con un fucile a pompa e Cochis che lo copre > in macchina. Davanti al locale della sorella dell’attrice Agostina Belli > riconoscono le Bmw di Turatello e compari. Ma proprio mentre Renato si > avvicinava, le auto ripartono, Inseguiti, raggiunti a un incrocio, i due > gruppi si scambiano raffiche a distanza ravvicinata. Nessuno cade, ma una > delle Bmw resta ferma in mezzo alla strada, col parabrezza sfondato e il > sangue sui sedili. > La fuga di è un numero da equilibrista: sparisce sotto un cavalcavia, poi si > sdraia in mezzo all’asfalto, fucile puntato. Quando Turatello capisce di > essere finito nel mirino, ordina l’inversione di marcia. Una ritirata, seppur > momentanea. Quella sera, Francis sa di aver rischiato davvero la pelle. > […] Qualche settimana dopo, un mediatore noto come Carletto “tre pistole” > propone un incontro: un faccia a faccia in una pizzeria. Turatello però non si > presenta. Al suo posto arriva Franchino Restelli, uomo di fiducia. Vallanzasca > rimane fuori dalla porta a fumare. Restelli spiega che è venuto per verificare > che tutto sia a posto e per fissare un appuntamento definitivo. Aggiunge che > Turatello propone il mercoledì successivo, a mezzanotte, presso la Tour > d’Orient, un locale situato nei pressi della Stazione Centrale. Vallanzasca > accetta, però avverte che se Turatello la prossima volta non dovesse > presentarsi, brucerà Milano. Tuttavia, l’incontro decisivo tra i due non avrà > mai luogo e la rottura si ricomporrà solo in seguito, non in un locale alla > moda ma dietro le sbarre1. La storia ha inizio nel 1963, quando da qualche anno a Torino ha iniziato la propria attività una delle batterie più famose e politicizzate che proprio a Milano compirà il suo ultimo e forse più celebre e sanguinoso colpo: la banda Cavallero, ma sembrano essere gli anni compresi tra i Settanta e l’inizio degli Ottanta quelli posti maggiormente sotto il segno dell’illegalità di cui si occupa il libro. Basti vedere l’elenco dei sequestri di persona elencati nell’Atlante che ne enumera complessivamente 118 tra il 9 dicembre 1963 e il 29 febbraio 2000, di cui soltanto quattro di carattere politico. Di questi però, compresi quelli “politici”, 113 hanno avuto luogo tra il 3 marzo 1972 e 25 novembre 1983. Si è parlato prima anche delle donne che fecero parte del “milieu” criminale non soltanto in qualità di mogli, amanti e compagne oppure prostitute nel vasto mercato del sesso milanese, ma anche di protagoniste, come nel caso di Angela Corradi, che nel quartiere Comasina chiamavano l’Angelina, che ha attraversato mezzo secolo di storia criminale: prima come rapinatrice e donna di Vito Pesce, poi come suora laica che assisteva i tossicodipendenti e trattava con i sequestratori. La stampa l’aveva dipinta come la “pupa della mala”, ma l’Angelina non è mai stata solo una “compagna”. > Nata ad Affori da una famiglia di artisti circensi- la madre Bruna era > trapezista del circo Corradi, il padre acrobata della moto – Angela cresce tra > pedane, gabbie dei leoni e trampolini. «La vita del circo è crudele e > pericolosa», ripeteva il padre, che sognava per la figlia un futuro diverso da > quelo degli artisti girovaghi. Ma a sedici anni Angela molla tutto: scuola, > famiglia, il futuro che i genitori avevano immaginato per lei. Le due > stanzette di via Osculati 6 ad Affori le stanno strette. Sogna «i macchinoni e > la bella vita». > Lascia il lavoro di commessa e la sera se ne va sempre nella latteria vicino a > casa in via Cialdini […] «dove stanno gli “sbandati del quartiere”, vestiti > alla moda della beat generation». Con gli amici fonda la banda della > mezzanotte. Furtarelli, rapinette, poca roba per una ragazza che punta in > alto. Il salto di qualità arriva nel 1971, quando conosce gli uomini della > batteria Vallanzasca. Diventa prima la donna del capo, poi quella del > luogotenente Vito Pesce. Renato la ricorda così: «L’Angeliona, com’era > conosciuta da tutti, la mia amata sorellina, è stata la donna che in quanto a > coglioni, dava dei punti a tanti cazzuti maschietti. Una forza della natura. > Bella, intelligente, simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando si > trattava di dimostrare carattere e coraggio, pure l’uomo con cui stava faceva > bene a non contraddirla». > Si fa tatuare una svastica, per alcuni su una spalla, secondo altre fonti > sulla schiena – «se l’è fatta fare in Turchia assieme a un altro tatuaggio sul > dito medio della mano sinistra: una croce sovrapposta a una N, iniziale di > nazista». A quanto si dice nell’ambiente quei simboli avevano poco di > politico: erano soprattutto una provocazione. Per la stampa dell’epoca diventa > “Angela della svastica” e “la pasionaria della Comasina”2. La sua storia da fuorilegge era iniziata con una rapina nel 1969, cui sarebbero seguiti arresti, processi e galera. Nel 1976 venne arrestata dopo la sparatoria di piazza Vetra e fu la seconda donna ad essere individuata dalla polizia «come componente effettiva della gang». Dopo il suo incontro con la fede nel 1978, fu ancora sospettata negli anni Ottanta di aver aiutato due evasi, di rapina, associazione a delinquere e sequestro di persona. Così nel febbraio del 1984 fu raggiunta alla testa da tre colpi di pistola mentre era alla guida di un’auto. Pur avendo visto che l’aveva aggredita, una volta sopravvissuta, non volle mai rivelarne l’identità e sarebbe morta a settantatré anni nel 2024 ad Affori, da cui non era riuscita a fuggire mai del tutto. Questa, però, è soltanto una delle decine di vicende e vite narrate nel bel libro edito da Milieu, che già in passato nella stessa collana aveva pubblicato le storie di numerosi banditi, non soltanto italiani, facendo così emergere un’altra Storia della società occidentale della seconda metà del ‘900 e oltre. > La Milano del dopoguerra era una città piena di armi e vuota di certezze. Le > macerie delle case bombardate, i solai e le cantine dai muri scrostati > nascondevano Sten britannici smontati pezzo per pezzo, Beretta 34 sottratte > alle caserme e bombe a mano SRCM Mod.35 che nessuno aveva il coraggio di > spostare. Molte erano state conservate dai partigiani, altre abbandonate dagli > eserciti in ritirata, altre ancora erano l’ultimo segreto di ex repubblichini. > Tra rovine e cantieri, le bande armate nascevano come funghi: si fondevano e > si sfaldavano sotto gli occhi delle forze dell’ordine, che -almeno in parte- > tolleravano questa economia sommersa detta più dalla fame che dall’avidità. > Mentre le sirene delle fabbriche scandivano il ritmo della ricostruzione, le > “cento gru” del Piano Marshall ridisegnavano lo skyline della città […] Ma > questa era sola facciata trionfalistica di una città dalle molte anime. > Un’altra Milano pulsava nelle pieghe dei quartieri popolari, dove i regolari > convivevano con i balordi nelle case di ringhiera, tra cortili comuni e > ballatoi […] A guerra finita, i pochi soldi se ne andavano quasi interamente > per mangiare: dal 1945 al 1948, il novanta per cento del salario operaio e > l’ottanta per cento delle retribuzioni statali finivano dal panettiere, dal > droghiere, dal pizzicagnolo, «molto raramente dai macellai», più spesso alla > borsa nera perché il cibo era razionato per tutto il 1946 […] Giambellino, > Isola, Lambrate, Ticinese sono descritti come «coacervi di rovine bombardate, > bottiglierie frequentate da malfattori e case d’appuntamento di infimo livello > ove è bene non recarsi dopo il tramonto». > […] La continuità dello Stato con il fascismo era evidente nella sopravvivenza > di gran parte dell’apparato burocratico e giudiziario, mentre l’amnistia > Togliatti del 1946 aveva permesso il reinserimento di molti ex fascisti nella > vita pubblica. Per chi aveva combattuto sognando una rivoluzione sociale, > vedere gli stessi industriali che avevano sostenuto il regime tornare alla > guida delle fabbriche era un a beffa difficile da digerire. Le classi sociali > restavano rigidamente separate e le speranze in una società più equa erano > state inequivocabilmente tradite. In un’Italia stretta nei sacrifici della > ricostruzione, la malavita diventava un modo per sfuggire alla disciplina di > fabbrica e a un ordine sociale che si stava ricostituendo identico a prima3. -------------------------------------------------------------------------------- 1. L. A. Carli, N. Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, p. 92.   2. L. A. Carli, N. Erba, op. cit., p.404.   3. Ibidem, pp. 13-15.  
Intervista a Contre Attaque: “E’ stata la banda fascista di Quentin Deranque a lanciare l’assalto”
Radio Onda d’Urto ha intervistato Pierre, redattore di Contre-Attaque.net, riguardo la puntuale inchiesta che il portale militante francese sta conducendo in merito ai fatti che il 12 febbraio, a Lione, in Francia, hanno portato alla morte del 23enne neofascista Quentin Deranque. La ricostruzione di Contre Attaque, supportata da video, fotografie e testimonianze, smonta la versione dell’ultradestra francese, ripresa dai media mainstream e dalla politica d’Oltralpe e non solo, secondo la quale “un giovane cattolico, non violento, sarebbe stato pestato a morte dagli antifascisti, aggredito mentre si trovava solo”. L’inchiesta di Contre Attaque dimostra come quel giorno a iniziare lo scontro con 13 antifascisti fu in realtà una squadraccia di 16 neofascisti, tra i quali Quentin Deranque, organizzati e preparati per aggredire coloro che intendevano partecipare a un incontro pubblico con la parlamentare franco-palestinese de La France Insoumise, Rima Hassan. “Grazie alla nostra rete di contatti a Lione – spiega Pierre su Radio Onda d’Urto – abbiamo ottenuto una fonte fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si respira…La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas urticanti, fumogeni, con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero”. Altre testimonianze raccolte da Contre Attaque, dimostrano anche che il giovane fascista, poi deceduto, al termine dello scontro si era alzato e aveva rifiutato di recarsi all’ospedale ed è stato soccorso soltanto dopo un’ora. “Pubblicando queste immagini il 15 febbraio – prosegue Pierre – abbiamo smontato la narrativa dei media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone. Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha registrato, è che Quentin è la vittima”. In realtà, spiega il redattore di Contre Attaque, “a Lione si è verificata una vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della sinistra. E questa è una tattica comune usata dall’estrema destra contro gli attivisti di sinistra”. Negli articoli pubblicati in questi giorni, Contre Attaque ha sottolineato come a Lione – città della Francia orientale da oltre 500mila abitanti – le violenze dell’estrema destra avvengono in un clima di impunità da anni. Su questo, nell’intervista a Radio Onda d’Urto Pierre spiega che “Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi”. “Negli ultimi 15 anni – continua Pierre – abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie di anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti”. Con Pierre di Contre Attaque, nell’intervista, abbiamo parlato anche del ruolo dei grandi media francesi nell’alimentare la narrazione dell’estrema destra sui fatti di Lione e non solo. Insieme a lui abbiamo parlato anche del contributo dei cosiddetti “influencer identitari” nella costruzione del “martire Quentin” mentre incitano all’odio e alla violenza, contribuendo al clima attuale. A tutto questo, spiega Pierre ai nostri microfoni, si somma la violentissima repressione della polizia francese nei confronti dei movimenti della sinistra radicale. La violenta repressione poliziesca ha raggiunto picchi molto elevati durante le mobilitazioni di massa dello scorso autunno per la Palestina. A proposito di repressione, Pierre aggiorna ascoltatori e ascoltatrici sulla situazione degli 11 antifascisti arrestati per i fatti di Lione.  L’intervista di Radio Onda d’Urto a Pierre, della redazione di Contre Attaque. Riportiamo, di seguito, la trascrizione integrale dell’intervista: Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque, avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi hanno permesso di ribaltare la narrazione? Risposta: D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia. Si tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha aggrediti. Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra. C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone. Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve continue minacce di morte dall’estrema destra. Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione aspettava più lontano, a centinaia di metri. Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13 febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i media senza alcun distacco critico. I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la storia ci è sembrata subito sospetta. Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin, era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione. Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video. La redazione aveva ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo scontro e avevano abbandonato i loro sodali. La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da quelle della sinistra francese. Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1, riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave, ancora una volta, perché all’epoca non c’erano prove. La maggior parte delle reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra. Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra, quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Nemmésis; erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con l’eurodeputata. Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata nella sala quando c’è stato lo scontro. Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare le loro reti. Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un “cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha osato dire che era un militante neonazista. Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si respira… La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas urticanti, fumogeni, con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero. Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone. Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha registrato, è che Quentin è la vittima. Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di lì. I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra contro gli attivisti di sinistra. Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti. Risposta: Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio, bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono davvero la creme de la creme dei fascisti più violenti e radicali. Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato “Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza. Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque, la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via. Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11 persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France Insoumise. Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30. In Francia, sappiamo che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro eventi dagli attacchi dell’estrema destra. Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma no, i gruppi di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti. È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi membri sono stati arrestati. A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori. Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì, è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente rispondendo a un attacco. È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché ,potenzialmente, non solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe incriminare la stessa France Insoumise. Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto tradotte in carcere e poi ci sarà un processo. Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi. Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione antifascista, he però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti. Così abbiamo visto la polizia che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento. Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra avvengono in un clima di impunità da anni. Puoi descriverci la situazione in città e nel resto del Paese? Risposta: Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza. Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie di anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti. Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono impuniti. Anche pe r questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di attivisti. L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto. Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi anche in Bretagna o a Nantes. A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto. I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro dell’Interno non ne ha parlato. Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto, rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso. Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo? Risposta: Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré, apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, dei giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una “guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in effetti lo fa molto bene. Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta di un iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema è molto più profondo. Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari franco israeliano che ha diffuso una propaganda genocidaria in continuazione a partire dal 7 di ottobre 2023.. E poi ci sono i media pubblici che stanno supendo epurazioni ideologiche per allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di satira, o minimamente contro potere e licenziano i loro autori. Al loro posto arrivano in redazione gioralisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio quelli di C News. Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con quello della destra estrema. Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia, sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della sinistra francese. La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla rissa di Lione e poi le Canard Enchaîné, testata satirica conosciuta, che ha una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media. Ma nella maggiorparte dei casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video. Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il “martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribunendo a creare il clima che ci hai descritto? Risposta: In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando un’intera controcultura neofascista. Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio essere molto chiaro. Non sono stati nemmeno loro; non ne avevano nemmeno bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia. Stanno convocando manifestazioni. Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità, montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio. Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare. Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito, che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto. Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di continuo. In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra… Hanno anche lanciato una campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per andare a pestare gli antifascisti. Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente represso dallo Stato. Posso dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo. E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui. E ancora una volta, nessun media naziona le lo sta dicendo, e nessun media nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader di Nemesis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una vittima degli Antifa. La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media nazionali non lo stanno facendo. In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti? Risposta: Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti, l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente compenso, nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano date per scontate, non lo sono più. La questione dell’antirazzismo e dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo, stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo, perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita e a livello internazionale. Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via. E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della sinistra, stia diventando un disvalore. E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto, tutt’altro. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono aperte ad argomenti e fatti. E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La nostra principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via, quanto le autorità stesse. Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo del movimento Blocchiamo tutto, dato che la polizia è stata, come dire, così efficente e violenta. Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo visto il magnifico movimento Blocchiamo tutto per la Palestina, abbiamo visto cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento blocchiamo tutto. In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera, il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione. Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione. Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise, l’intero movimento sociale è preso di mira. Quindi dovremo rifiutarci di fare qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria. Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta la rivoluzione o la barbarie.
Iran: continua la pressione di USA e Israele
Una settimana fa Trump e Netanyahu si incontravano alla Casa Bianca e il primo ministro israeliano tentava di spingere Trump a imporre forti limitazioni a Teheran rispetto all’arsenale missilistico, non soltanto al suo programma nucleare. da Radio Blackout Pochi giorni dopo l’Iran dava segnali di apertura nei confronti dell’AEIA affinché possa ispezionare i loro siti nucleari per dimostrare che l’Iran non dispone di armi nucleari.  Oggi l’attacco da parte degli USA all’Iran e il possibile coinvolgimento di Israele appare sempre più vicino, secondo testate giornalistiche americane l’obiettivo di Trump è quello di aprire un conflitto su larga scala, attraverso una campagna massiccia e di lunga durata, come lascerebbero intendere i movimenti sul territorio e nelle basi militari.  In questo scenario si apre il meeting autoconvocato da Trump soprannominato “Board of Peace”, lasciando aperta una porta sempre più ampia a possibili nuovi interventi pesanti da parte di Israele su territorio palestinese, mentre i grandi capitali si spartiscono i profitti della “ricostruzione” di Gaza.  Ne parliamo con Michele Giorgio Corrispondente dal MO de Il Manifesto, direttore di Pagine Esteri. 
Livorno: “Per realizzare un sogno comune”, Infoaut organizza due giorni di incontri e dibattiti il 21 e 22 febbraio
“Per realizzare un sogno comune”: a partire dal “Blocchiamo tutto” un incontro pubblico lanciato dalla piattaforma di movimento InfoAut il 21-22 febbraio a Livorno verso nuove possibilità di movimento contro la fabbrica della guerra. Sabato 21 febbraio la prima parte dal titolo “Scenari: comporre il quadro della fabbrica della guerra a partire dalle conoscenze conquistate nella lotta”. Con sessioni specifiche dedicate a “Welfare, casa, lavoro”, “Formazione”, “Infrastruttura militare-energetica sui territori”. A seguire è prevista una cena collettiva e una serata di socialità e musica presso l’Ex Caserma Occupata . Domenica 22 febbraio la seconda parte dal titolo “Orizzonti: condividere prospettive e metodi per lotte e alternative a un pianeta in guerra”. La presentazione con Davide del Movimento No Base e Martina di Askatasuna https://infoaut.org/wp-content/uploads/2026/01/Per_realizzare_un_sogno_comune.pdf da Radio Onda d’Urto
Ancora repressione sulle lotte per la Palestina a Torino
Questa mattina, con un’operazione di polizia all’alba sono stati notificati 5 arresti domiciliari e 12 obblighi di firma ad altrettanti compagni e compagne come esito di un’operazione della DIGOS di Torino, durata mesi, contro le lotte per la Palestina in città. Dai cortei oceanici che assediarono Leonardo all’ingresso dentro le ogr fino al blitz a città metropolitana e la Stampa, la procura di Torino continua a costruire il proprio castello di carte. Fra i tanti reati imputati ci sono i blocchi stradali e ferroviari, indice della volontà sia di colpire una pratica messa in atto da migliaia e migliaia di persone in tutta italia, sia del fatto che il movimento di settembre e ottobre ha fatto veramente paura. A Torino da mesi si stanno susseguendo operazioni di polizia quasi settimanali contro le lotte, in un attacco che non accenna a fermarsi, ma anche le lotte non si fermano, saremo già da questo weekend a Livorno per il convegno “per realizzare un sogno comune” organizzato dalla rete infoaut. Sarà un momento di condivisione e di analisi di come organizzarci insieme all’altezza della fase e del periodo che stiamo attraversando. Tutte e tutti liberi, solidarietà agli arrestati e alle arrestate! Da Network Antagonista Torinerse
Milano: indagini sul ruolo della Polizia e Carabinieri nella morte di Ramy Elgaml e Abderrahim Mansouri
A Milano sono almeno 2 le inchieste che riguardano la morte di due giovani, entrambi di origine migrante. Ad accomunarli il ruolo attivo delle forze di polizia e carabinieri. Da un lato Ramy Elgaml, morto nel quartiere Corvetto al termine di un inseguimento di ben 8 km compiuto dai carabinieri nel novembre 2024; qui alleggerita l’imputazione per il carabiniere che ha speronato lo scooterone su cui viaggiava anche Ramy, mentre su “Il Domani” le intercettazioni di altri carabinieri, indagati per depistaggio, che dicono di aver “brutalizzato un testimone”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il commento di Barbara Indovina, avvocata della famiglia di Ramy Elgaml. Dall’altro lato c’è un’altra inchiesta, che vede 4 gli agenti di Polizia indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso nell’indagine sulla morte del 28enne Abderrahim “Zak” Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel ‘boschetto’ di Rogoredo. Vicenda per cui è già indagato per omicidio un altro poliziotto. La ricostruzione ha portato ora a ipotizzare per altri 4 agenti anche un presunto ritardo nella richiesta di soccorsi, mentre i legali della famiglia del giovane oggi ribadiscono: “Abderrahim non aveva una pistola, non solo non l’ha puntata contro, non ce l’aveva”. Rajaa, compagna di Milano in Movimento, che sta seguendo l’inchiesta. Da Radio Onda d’Urto
Lione: “è stato un agguato teso dai fascisti”, l’inchiesta di Contre-Attaque ribalta la narrazione attorno alla morte del 23enne neofascista
Francia. Prosegue la strumentalizzazione mediatica contro le realtà antifasciste e di sinistra dopo la morte di un 23enne neofascista a Lione nello scontro tra 16 fascisti e 13 antifascisti. La controinchiesta dal basso condotta dal sito di movimento francese contre-attaque.net fa emergere contraddizioni nella versione di media e Stato, “basata – si legge – sulla narrazione dell’estrema destra: un cattolico non violento di 23 anni, assassinato a sangue freddo da “antifa”, come sostiene nelle prime risultanze pure la procura di Lione, che indaga sui fatti”. L’articolo di contre-attaque-net, con foto, video e testimonianze diretta, mostra invece l’assalto compiuto dai fascisti e la risposta degli antifascisti, numerosi dei quali feriti a loro volta. Le grida dei passanti avrebbero però costretto entrambi i gruppi a disperdersi. Dopo la confusione, nessuno è rimasto a terra. Subito dopo il 23enne neofascista si è rifiutato, al pari delle altre persone coinvolte, di andare in ospedale; successivamente il malore, l’emorragia celebrale e infine la morte. Sempre Contre Attaque ricorda che, dal 2022 a oggi, i neofascisti hanno fatto 11 vittime e 19 feriti gravi, nel silenzio dei media e della politica francese. La traduzione, a cura di Radio Onda d’Urto, dell’articolo dettagliato di contre-attaque.net pubblicato nella giornata di mercoledì 17 febbraio. 11 le persone fermate, tutte antifasciste, uno dei quali legato indirettamente a LFI, La France Insoumise, contro cui da giorni si concentra un fuoco incrociato tra lepenisti, macroniani e pure socialisti, tutti d’accordo nell’attaccare il partito di sinistra, palesando pure una sorta di “cordone di esclusione politica” contro LFI, che in mattinata ha dovuto evacuare la propria sede nazionale, nel 10/o arrondissement di Parigi, in seguito alla minaccia della presenza di una bomba. L’intervista a Cédric di Radio Zinzine, media indipendente del sud est della Francia. Marc Lefevre, militante de La France Insoumise di Lione. Da Radio Onda d’Urto
Brescia: per la destra è vietato criticare il questore. L’obiettivo è criminalizzare il dissenso
Per la destra non si può criticare l’operato di funzionari pubblici e forze di polizia. da Radio Onda d’urto Lo hanno dichiarato, in maniera esplicita, le deputate bresciane Cristina Almici (di Fratelli d’Italia) e Simona Bordonali (della Lega) commentando la conferenza stampa durante la quale esponenti del centro sociale Magazzino 47, dell’Associazione Diritti per tutti e del Collettivo Onda Studentesca hanno denunciato di aver ricevuto “avvisi orali” del questore di Brescia, Paolo Sartori, per aver… Partecipato a una manifestazione pacifica. “È gravissimo attaccare chi, in uniforme, lavora per tutelare tutti noi”, ha dichiarato Almici, mentre secondo Bordonali “organizzare iniziative pubbliche contro il Questore significa delegittimare chi, con equilibrio e determinazione, sta facendo il proprio dovere”. In un comunicato stampa ufficiale i consiglieri comunali di Brescia Francesco Catalano (della lista “Al lavoro con Brescia”) e Valentina Gastaldi (di Brescia Attiva) parlano invece di una “modalità di gestione degli strumenti in possesso del Questore che crea sconcerto e grave preoccupazione per la garanzia del diritto a manifestare e a esprimere le proprie opinioni”. Secondo il docente di Diritto penale all’Università di Brescia Luca Masera, intervistato da Radio Onda d’Urto, “c’è un obiettivo molto chiaro che è quello di criminalizzare il dissenso: chi vuole protestare deve sentire un rischio cui si espone con questa protesta. Penso che sia un obiettivo ben chiaro di questa maggioranza (di governo, ndr): tutti coloro che si oppongono devono – in un certo modo – essere controllati, dalla magistratura a qualsiasi episodio di violenza – anche minimo – durante le manifestazioni di piazza”. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto sono intervenuti anche Dino Greco, del Partito della Rifondazione Comunista, e Giorgio Cremaschi, di Potere al popolo. “Ci troviamo di fronte a una traiettoria della vicenda giudiziaria italiana che sta portando verso lo stato di polizia“, commenta Dino Greco. “I due pacchetti sicurezza del governo ci raccontano esattamente di questo”, aggiunge. “Qui si colpisce la stessa libertà di manifestare pacificamente in un crescendo autoritario“, gli fa eco Giorgio Cremaschi. “Sarebbe ora – aggiunge Cremaschi – che la parte elettiva della città, il consiglio e l’amministrazione comunale, dicessero qualcosa su questo aspetto, invece di avere un atteggiamento di sostanziale copertura (tranne piccole minoranze) nei confronti di questa politica autoritaria della Questura e delle autorità di governo”. La trasmissione di Radio Onda d’Urto con gli interventi di compagni, esponenti politici e giuristi.
Israele compie un altro passo verso l’annessione dei territori occupati
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”, accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). da Radio Blackout Secondo la tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione . Il governo israeliano interviene direttamente sulla proprietà della terra, sui registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi ,si tratta di un ulteriore passaggio di annessione in corso che conta sulla complicità e il sostegno degli Stati Uniti . Si smantella l’architettura degli accordi di Oslo ,rendendo ancora piu’ ininfluente ANP ,gia’ con Oslo ai palestinesi spettava nell’area A un 18% di territorio ,e nell’area C circa il 60%del territorio spettava agli israeliani con un 22% dell’area B con controllo solo civile dei palestinesi e militare israeliano.Gli accordi di Oslo dal 1993 sono stati un elemento di ulteriore disgregazione dell’unita territoriale palestinese ,criticati fin dalla loro firma da Edward Said. Ne parliamo con Eliana Riva che scrive per “Pagine esteri”
Protesta di Extinction Rebellion alle Olimpiadi: appesi con imbraghi all’ingresso del Forum di Milano
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa di Extinction Rebellion sull’iniziativa di contestazione avvenuta a Milano sul tema della critica alle Olimpiadi. Azione di Extinction Rebellion agli ingressi dell’Forum di Milano prima dell’inizio delle gare di Figure Skating e Short Track, per contestare l’impatto ambientale, economico e sociale delle Olimpiadi. Un gruppo si è incatenato ai tornelli d’ingresso, mentre due persone si sono calate con imbraghi dalla passerella all’entrata per srotolare uno striscione con scritto “Fake Snow, Real Profit”. Al termine della prima settimana delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, Extinction Rebellion è entrata in azione all’Unipol Forum di Milano (Assago), sede delle competizioni olimpiche di Figure Skating e Short Track. Poco prima dell’inizio delle gare, due persone si sono calate con imbragature dalla passerella all’ingresso principale, esponendo un grande striscione con scritto “Fake Snow, Real Profit” (neve finta, profitto reale). Contemporaneamente, un secondo gruppo ha inscenato un sit-in davanti all’entrata, incatendandosi agli ingressi e attirando l’attenzione del pubblico, della sicurezza e delle forze dell’ordine. L’azione si inserisce nel crescente dibattito intorno alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, presentate come “le più sostenibili di sempre”, ma contestate negli ultimi mesi da ricercatori, associazioni e comitati locali, da cui emergono sempre più contraddizioni. “L’impatto ambientale delle Olimpiadi è spaventoso”, afferma Extinction Rebellion. “Dalle numerose aree naturali distrutte ai miliardi di litri d’acqua necessari per mantenere innevate le piste, abbiamo speso 7 miliardi per un evento del tutto incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico”. A causa della crisi climatica, infatti, gli sport invernali fanno sempre più affidamento all’innevamento artificiale per sopravvivere. Nell’ultimo secolo le nevicate sulle Alpi sono diminuite del 34% e oggi circa il 90% delle piste italiane dipende dalla neve artificiale, con un conseguente consumo massiccio di acqua in un Paese già colpito da siccità ricorrenti. Un fenomeno che tra le altre cose sta contribuendo alla scomparsa proprio degli ermellini, mascotte dell’evento di quest’anno. “Queste Olimpiadi, come tutti i grandi eventi, sono state presentate come un’opportunità di sviluppo economico per i territori, ma è ormai evidente che si tratti di un evento di lusso che comporta enormi costi pubblici, sfruttamento lavorativo e la realizzazione di infrastrutture destinate a restare inutilizzate”, afferma ancora Extinction Rebellion. Il riferimento è ai prezzi elevati dell’evento e al rincaro del costo della vita nei paesi coinvolti, oltre che alla costruzione di opere come la pista da bob di Cortina, costata 118 milioni di euro (quasi interamente pubblici) e realizzata con l’abbattimento di larici secolari, destinata a diventare un’altra cattedrale nel deserto. “Un evento che, in un contesto di conflitti globali, utilizza la retorica della ‘pace olimpica’ mentre partecipano Stati e aziende responsabili di guerre e genocidi”. Il riferimento è alla partecipazione di Israele che, secondo risoluzioni dell’ONU, è responsabile di occupazioni illegittime e massacri nei confronti del popolo palestinese, e alla presenza di sponsor legati all’industria bellica, come Leonardo. La protesta al Forum di Milano riaccende il confronto pubblico sul modello dei grandi eventi sportivi e sul loro impatto ambientale e sociale. “Comitati cittadini ignorati, consultazioni previste dalla legge mai avvenute, decisioni calate dall’alto: di fronte a tutto questo, le nostre comunità e i nostri territori pagano il prezzo più alto”, afferma ancora Extinction Rebellion. “Crediamo fortemente che lo sport possa unire, ma solo se poniamo fine alla distruzione di popoli e terre per poterlo celebrare”.   Extinction Rebellion