A ventitré anni dall’assassinio di Dax, continuiamo a ricordarlo non solo come
compagno ma come parte viva di un percorso di lotta che attraversa il tempo e si
rinnova ogni giorno. Dax vive nelle lotte che continuiamo a portare avanti,
nelle case occupate, nelle assemblee, nei quartieri popolari che resistono alla
speculazione e all’abbandono.
Viviamo un contesto segnato da venti di guerra, tensioni internazionali e una
crescente corsa al riarmo. Se la guerra imperialista è sullo sfondo del fronte
esterno, sul fronte interno si cerca di imporre lo stato di polizia per
reprimere il dissenso. La ristrutturazione degli equilibri politici mondiali
vede l’imperialismo impegnato a difendere ed estendere le proprie aree di
influenza, mentre i costi di queste scelte ricadono sui territori, sui quartieri
popolari, sulle vite di tutti e tutte.
Col movimento del blocchiamo tutto l’opposizione alla guerra, il conflitto
sociale e il contrasto alle politiche guerrafondaie si è intrecciato alla causa
di liberazione palestinese, non solo come forma di solidarietà simbolica o
umanitaria, ma come lotta attiva contro il sionismo e la guerra imperialista.
Dentro questo scenario, il ricordo di Dax rappresenta da più di vent’anni un
momento di convergenza, di costruzione di legami e di rafforzamento di un fronte
antifascista che guarda oltre i confini. Non una semplice commemorazione, ma una
tappa di un percorso più ampio di resistenza, che oggi guarda anche al 25 aprile
come una giornata che sappia rilanciare le lotte sociali.
Durante il corteo del 14 marzo sono stati infatti individuati e sanzionati
alcuni luoghi e gli attori legati alla guerra e all’industria bellica: la sede
della RAI, dove è stata data alle fiamme la bandiera israeliana per denunciare
la complicità della principale emittente televisiva nazionale nel silenziare e
censurare un genocidio in corso, mistificando, falsificando e distorcendo la
realtà a favore degli interessi del governo Meloni e di Israele; l’ex caserma
Montello, che sarà trasformata nella nuova ‘Cittadella della Sicurezza‘ dove
sarà ospitata la sede della Polizia Stato di Milano con oltre 2000 agenti di
polizia; il consolato in costruzione degli Stati Uniti, un’altra città nella
città, dove è stata bruciata una bandiera americana e ancora l’OHB, un’azienda
che dovrebbe operare nel civile ma che ha esteso le sue attività alla
produzione bellica, in particolar modo attiva nell’campo delle tecnologie
spaziali legate alla guerra e pertanto sanzionata dal corteo.
Domenica 15 marzo, in contemporanea all’assemblea internazionalista tenutasi al
PalaSharp occupato, si è svolta una giornata di lotta e riappropriazione nella
parte popolare del quartiere ticinese. Una giornata costruita in continuità con
le pratiche quotidiane di chi questo quartiere lo abita e lo difende.
Via Gola, via Pichi, via Borsi: qui da quasi 30 anni si resiste contro
privatizzazione e speculazione. Un’area popolare in cui compagni hanno avuto la
forza e la lungimiranza di riconoscere in anticipo i processi di gentrificazione
e di opporvisi concretamente, costruendo un argine alla speculazione edilizia
che altrove è dilagata. La risposta al vuoto abitativo voluto da Aler e MM con
la complicità di Comune e Regione è l’occupazione per riprendersi un diritto,
quello alla casa, altrimenti negato: le case vuote non sono mai neutre, ma
funzionali alla rendita e all’esclusione.
Qui, per muri e lamiere, non c’è spazio. Al civico 7 di via Gola, dove abitativa
Dax, c’è scritto qualcosa che possiamo affermare ancora a testa alta:
“DAX VIVE IN OGNI CASA OCCUPATA”. Ed è proprio qui, davanti a questa scritta,
che il 16 di marzo si è conclusa l’ultima giornata per ricordare Davide, dopo un
corteo che ha attraversato le strade del suo quartiere.
Un quartiere profondamente antifascista, dove si costruiscono assemblee di lotta
e percorsi condivisi. Nel quartiere l’antifascismo emerge come effetto della
lotta stessa. È nella pratica quotidiana di difesa e solidarietà che gli
abitanti si riconoscono, progressivamente, come antifascisti. Sostenere il
ticinese, sostenere la lotta per la casa, rivendicare e praticare l’occupazione
significa schierarsi dalla parte di chi difende un’idea di città diversa,
accessibile e libera dalla speculazione.
Ripartiamo da qui. Dai quartieri, dalle lotte territoriali, dalla costruzione i
rapporti di forza che siamo in grado di mettere in campo per sviluppare
contro-potere a autorganizzazione dal basso. Continuiamo a lottare per il
diritto alla casa e a un abitare dignitoso che sia contro la guerra e il riarmo.
Perché ogni euro destinato alla guerra è un euro sottratto ai quartieri
popolari, alla sanità, alle scuole e alle nostre vite. In questa fase storica,
caratterizzata da una costante escalation bellica è però necessario costruire
percorsi di convergenza delle lotte territoriali che sappiano mettere in campo
rapporti di forza in grado di inceppare la macchina bellica e di opporsi alla
devastazione che la guerra imperialista, sempre più vicina anche alle nostre
porte, impone. In questo senso dobbiamo fare del 25 arile un’altra giornata di
lotta per il rilancio dell’opposizione sociale contro la guerra e il fascismo
che avanza.
VERSO IL 25 APRILE COSTRUIAMO OPPOSIZIONE SOCIALE: GUERRA ALLA GUERRA!
ANTIFASCISMO E’ ANTICAPITALISMO E’ ANTISIONISMO
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Chi guadagna dal blocco dello Stretto di Hormuz? ENI, ad esempio. Si parla di
dividendi straordinari per la società di Descalzi da quando il petrolio è
stabile sui 90 dollari, con oscillazioni che vanno sino a oltre i 100.
Il numero uno di Eni l’ha annunciato ai suoi azionisti e già solo per le sue
parole il titolo ha visto un rialzo in borsa. Ecco il meccanismo svelato:
finanziarizzazione selvaggia del mercato energetico e dunque gravi conseguenze
sulle tasche dei contribuenti e guadagni stellari per i grandi monopoli
energetici a livello globale.
Il governo italiano vara il decreto che dovrebbe fare abbassare i prezzi del
carburante fino al 7 aprile: una misura con chiaro scopo elettorale e senza
alcun aggancio con la realtà, i benzinai nel caos mantengono prezzi che sfiorano
il 2 euro al litro (solo il 20% dei distributori ha applicato lo sconto) e il
governo pensa a nuovi provvedimenti da varare ma il problema è che mancano i
soldi. Il decreto è stato finanziato tagliando a trasporti e sanità. Il costo
del decreto ammonta a 549 milioni ma addirittura l’ex dirigente di Eni sostiene
che sia una misura fuffa e che per intervenire seriamente occorrerebbero 7
miliardi.
La preoccupazione di Giorgia però, oltre al voto della settimana prossima, è
accodarsi ai 7 vassalli europei di Usa e Israele per farsi cuscinetto per il
passaggio da Hormuz. Arrivano poi le dovute precisazioni dopo le dichiarazioni
di ieri a conclusione del Consiglio Europeo che sottolineano un impegno soltanto
dopo la “tregua”, ma intanto passo dopo passo l’Italia scivola nello scenario
della guerra guerreggiata.
Di seguito riportiamo la trascrizione e l’audio di un’intervista realizzata da
Radio Blackout a Dario di Conzo, docente a contratto all’Università Orientale di
Napoli, dove insegna riforme economiche della Cina contemporanea, sul tema
energetico, speculazione e gestione dei mercati globali.
Una lettura che circola rispetto alla guerra all’Iran da parte degli Stati Uniti
è che sia stata un tentativo di attaccare di fatto la Cina, per colpire quindi i
suoi principali rifornimenti di petrolio prima il Venezuela, poi l’Iran, ma
anche il suo sbocco per la nuova via della Seta. Qual è la situazione effettiva
dei rifornimenti energetici cinesi?
Quello che sta succedendo in Iran va necessariamente letto su su due livelli. Da
un lato c’è una dinamica regionale che è autonoma rispetto al confronto Stati
Uniti e Cina che è legata agli equilibri mediorientali e diciamo anche alla
proiezione esterna di Israele in questo rinnovato progetto di costruzione di una
grande Israele con tutto quello che ha comportato e sta comportando in Palestina
o nel sud del Libano e nonché anche il sud della Siria e poi le operazioni che
avvengono in Iran. E poi dall’altro un piano generale che è sempre valido oggi
nell’osservare la politica estera statunitense: ossia lo scontro di fondo, la
competizione nei confronti della Repubblica Popolare Popolare Cinese. Per quella
che è la mia interpretazione questo secondo livello di scontro con la Cina
rimane sullo sfondo rispetto al teatro attuale in Iran e la dimensione regionale
e il crescente bellicismo di Israele siano appunto il fattore preminente di
quanto stiamo osservando.
Di base c’è un consenso nella politica americana, sia democratici che
repubblicani, nonché il complesso militare industriale che oggi è più opportuno
chiamare complesso militare digitale, rispetto alla Grand Strategy americana,
ossia il contenimento dell’ascesa cinese in quanto viene visto come l’unico
attore a livello internazionale in grado prospetticamente di minacciare
l’egemonia statunitense nell’ordine globale per motivi economici, di capacità di
sviluppo endogeno della tecnologia, nonché sul quantitativo di forze militari e
trasformazione dell’ascesa economica in proiezione militare, soprattutto per
quanto riguarda la dimensione aeronautica e nautica.
Il problema è che oggi come oggi paradossalmente tra Stati Uniti e Israele
l’egemone sembra essere Israele, per egemone intendo la capacità di Israele di
far percepire agli Stati Uniti i suoi propri interessi particolari in Medio
Oriente come gli interessi preminenti anche degli Stati Uniti, motivo per cui
ancora una volta gli Stati Uniti si ritrovano a investire tempo, energia e
risorse in quella che credo anche giustamente viene chiamata terza guerra del
Golfo. Si tratta della terza in 35 anni, alla quale aggiungiamo il lunghissimo
conflitto in Afghanistan e mi dimenticherei sicuramente dei teatri bellici del
XX secolo in quella parte del mondo e in Nord Africa se dovessi elencarli tutti.
Questo fa sì che gli Stati Uniti continuano a concentrarsi di più sul Medio
Oriente per essere più corretti rispetto a investire nel contenimento della
Cina. Insomma, quando parliamo di investimento non è solo distrazione, di
risorse militari da quelle che sono le basi americane nell’Asia Orientale e, più
in generale nell’area pacifica, in favore del trasferimento delle porte aerei.
Il tema credo sia anche politico simbolico per tutti quegli attori, per quelle
piccole o medie potenze regionali, che ci sono in Asia, che sono per motivi
molto diversi storicamente più vicine agli Stati Uniti che alla Cina, che è
anche il grande paese che costruì in passato la sua sinosfera e la sua capacità
di essere attore preminente nelle relazioni internazionali dell’Asia, parliamo
delle Filippine, la Corea del Sud, il Giappone, in parte anche Australia,
Indonesia, Thailandia, per certi aspetti il Vietnam e soprattutto Taiwan. Ormai
anche a sproposito tutto quello che succede viene riportato rispetto al progetto
cinese, che è chiaramente reale, di riprendere Taiwan, però in qualche modo è
oggi utilizzato molto come il prezzemolo
Quanto descritto, quindi una sorta di schizofrenia tra Grand Strategy americana,
sulla quale mi sembra ci sia un consenso condiviso, e quella che poi è la
praticità, la realtà delle iniziative americane, è qualcosa che credo faccia
piacere a Pechino: nonostante la Cina abbia abbandonato il principio di
“nascondere i propri talenti e coltivare se stessi”, cioè quindi una postura
internazionale umile e senza farsi troppo notare e in favore di una maggiore
assertività internazionale, durante gli ultimi tre mandati dell’amministrazione
Xi Jin Ping. Allo stesso tempo io credo che Pechino sia contenta di vedere che
gli Stati Uniti, invece che investire nella reindustrializzazione interna, nella
capacità competitiva in termini tecnologici, industriali, continuino a spendere
una quota sempre più alta di PIL e tantissime risorse in termini aggregati, cioè
siamo arrivati a 1000 miliardi di dollari di spese militari annuali per gli
Stati Uniti. La Cina è circa molto meno di un terzo, credo si aggiri intorno ai
150 miliardi di dollari di spese militari. Io credo che alla Cina faccia piacere
vedere questo investimento non indirizzato direttamente nel continente che più
li riguarda.
Allo stesso tempo la guerra in Iran può rappresentare, e in parte già
rappresenta, sempre di più un problema per per la Repubblica Popolare. Le due
variabili sono il tempo di durata del conflitto e, chiaramente, l’esito. L’Iran
e lo Stretto di Hormuz sono dei luoghi molto rilevanti per l’offerta energetica
globale. Il 20% di gas e petrolio del mondo passa di lì. Per quanto riguarda la
Cina quasi il 50% del suo rifornimento viene e passa dallo stretto di Hormuz e
quindi è chiaro che nel medio lungo periodo il protrarsi di questa situazione
potrebbe rivelarsi un problema. Tuttavia la relazione tra Cina e Iran è
asimmetrica: sono due attori che nel sistema internazionale odierno hanno un
interesse convergente, seppur con intensità e storie completamente diverse, che
è quello di superare l’unipolarismo americano con tutto quello che comporta.
Tuttavia l’Iran per la Cina rappresenta il 13-14% delle importazioni totali tra
gas e petrolio che non è una cifra bassa, però in qualche modo non è l’unico
fornitore. A differenza di quanto è avvenuto in Venezuela dove c’era una
condanna netta nell’identificare gli Stati Uniti come cattivi e il Venezuela
come come buoni e Maduro come una vittima di un rapimento e di un atto contro il
diritto internazionale, oggi in quanto sta succedendo nel Golfo Persico tra
Iran, Israele e Stati Uniti con il coinvolgimento di tutti gli attori
dell’Arabia Saudita, Emirati Arabia Uniti, Oman, Qatar, porta a una doppia
condanna: si condanna sia l’Iran, sia si condanna chiaramente quanto stanno
facendo Israele e Stati Uniti. Questo penso avvenga perchè l’Iran a sua volta
fa una guerra asimmetrica dichiarando di fatto guerra all’economia mondo, con la
chiusura dello Stretto e con la chiusura di aeroporti internazionali come Dubai,
Doha, Abu Dhabi, che persone comuni come noi frequentano poco, però sono dei
segnali di inversione di quella di quella tendenza del mondo piatto, liscio e a
cui noi siamo sempre di più abituati. Stanno mettendo sotto scacco l’economia
globale, o diciamo oltre la rilevanza di quell’area del mondo, danneggiano la
Cina, ma attenzione, danneggiano molto anche noi in Europa. Il conflitto si sta
espandendo, lambendo Cipro, arrivando in Oman, non si può ignorare ciò che
accade tra Afghanistan e Pakistan, per cui il teatro bellico nel mondo inizia a
essere una fetta molto ampia proprio in termini geografici e si sta creando un
effetto domino molto pericoloso, non solo in termini generali per la guerra e
per i suoi riverberi nell’ordine economico. Chiaramente se questa guerra
all’economia globale si protrae per troppo tempo per la Cina diventa un problema
perché a mio avviso la Cina è l’attore che nell’attuale ordine economico del XX
secolo, dal suo ingresso nel WTO, ha avuto la capacità di guadagnarne di più. Ed
è questo stesso il motivo per cui gli Stati Uniti, con le buone o con le
cattive, stanno provando a riformare quest’ordine con una serie infinita di
iniziative che non riguardano solo l’ultima amministrazione Trump.
L’altro punto che sollevavo, ossia che l’esito conta, per quanto ad oggi non sia
possibile fare previsioni al nostro livello ma è ovvio che se Israele e Stati
Uniti sostituissero la Repubblica Islamica con un regime, con un ordine
democratico o meno che sia, che subordina l’Iran a all’economia mondo guidata
dagli Stati Uniti quello per la Cina sarebbe un problema perché significa
eliminare un partner, un impegno agli Stati Uniti, un fornitore di energia, in
ogni caso al momento questo scenario non sembra molto probabile. Detto questo la
Cina ha la capacità di commerciare con attori che sono molto fedeli agli Stati
Uniti, per cui questa prospettiva probabilmente non escluderebbe completamente
dei legami economici tra Cina e Iran in uno stato di regime change. Chiaramente
li riformerebbe a maggior vantaggio dell’Iran rispetto a quello che avviene
oggi, praticamente la Cina è l’unico compratore di gas e petrolio dall’Iran,
cioè circa l’80%, detto questo sono variabili che poi nel tempo potrebbero
modificare anche la postura di Pechino, credo però concordiamo tutti, è stata
molto moderata.
Come si spiega la capacità della Cina di reggere a questo colpo, in quanto al
momento sembra in grado di limitare l’impatto dell’attacco degli Stati Uniti
all’Iran sui suoi settori interni, energetici e di approvvigionamento. E quali
differenze di gestione e pianificazione del settore energetico tra Cina e
dimensione “occidentale”, per non parlare dell’Europa..
Un elemento che io trovo interessante del modello di sviluppo economico cinese è
il fatto che la Cina di tutti i settori che ha liberalizzato non ha mai
liberalizzato la strategicità e la centralità del settore energetico, che va
dalle rinnovabili fino all’ampio utilizzo del carbone. Quindi tutto il settore
energetico è dominato dalla filiera statale, da imprese di stato per quanto
riguarda la firma dei contratti di esportazione la raffinazione, la
distribuzione e quindi la costruzione del prezzo dell’energia, del gas e del
petrolio in Cina è in qualche modo governato da un misto tra leggi di mercato –
perché in parte chiaramente governano l’acquisto di queste fonti energetiche e
non. Ricordiamo che la Cina è il primo compratore al mondo di di energia e allo
stesso tempo però non ha mai ceduto al settore privato o tanto peggio
finanziarizzato il settore energetico, per cui in qualche modo questi shock la
danneggiano, ma a differenza nostra credo abbia maggiori elementi per temperare
gli aspetti più negativi o scioccanti delle crisi energetiche.
Mentre da noi, e ciò mi rende attonito, c’è un regime di finanziarizzazione
dell’energia che fa sì che fondamentalmente qualsiasi shock esterno crei
grandissimi margini di profitto per la borsa di Amsterdam in particolare, e per
tutti gli operatori che ne fanno parte, per cui c’è quasi una struttura di
incentivi interna al nostro sistema che predilige l’avvento di shock perché
permette a chi detiene la proprietà dell’energia finanziarizzata di speculare e
guadagnare di più e fare i famosi “extra profitti”, che appunto è una brutta
parola “extra” a mio avviso perché non è nient’altro che una dinamica
normalissima, anzi costruita. Quindi noi il giorno dopo che scoppia la guerra in
Iran ci ritroviamo a pagare di più la benzina, quella stessa benzina che il
nostro sistema complessivo ha acquistato mesi fa e ad altri pezzi ma su di essa
c’è una proiezione degli shock energetici nel nostro mercato in media tutta
speculare perché il prezzo su questi mercati finanziari non è fatto dalla
domanda e dall’offerta reale, quindi dalla chiusura o meno dello stretto di
Hormuz, ma è fatto sull’aspettativa futura del prezzo e i cosiddetti futures
finanziari. Questi applicati all’energia che, a mio avviso, dovrebbe essere un
bene comune, crea delle situazioni di mercato che innanzitutto non sono di
mercato, ma sono di mera mera speculazione finanziaria, e che paghiamo tutti
noi.
Tutti non intendo solo quel 10% di persone che sono in condizione di povertà in
Italia e un altro 20% tra cui molti di noi che è prossimo a una situazione di
povertà in termini reddituali che ovviamente dovendo riscaldare la casa,
utilizzare l’energia o fare il pieno della macchina per andare al lavoro quindi
tutte spese che in qualche modo alieniamo da altro o non abbiamo più risparmi,
ma è un danno anche per tutto il nostro settore industriale, col quale io
empatizzo relativamente, però ciò implica che continui a perdere competitività
negli ultimi anni a favore di altri modelli di sviluppo economico, tra cui la
Cina, che invece continua a avere dei prezzi mediani dell’energia molto più
bassi.
Quindi il fatto che non vi sia più la possibilità contingente di acquistare gas
e petrolio che passano dallo Stretto associato a quanto sta avvendendo
dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, che adesso non è più
spettacolarizzato come prima, che ci ha portato a distanziare la Russia
smettendo di comprare risorse energetiche, fa sì che noi sperimentiamo ormai da
4-5 anni una costante crisi energetica che è un dramma collettivo, quasi mi
verrebbe da dire interclasse, per tutto il sistema Italia.
La nostra classe politica l’unica cosa che può fare è scontare il costo delle
accise, cioè togliere una parte delle tasse che noi paghiamo come consumatori
tramite l’aumento del prelievo fiscale e lo restituisce ai consumatori
attraverso il taglio dell’accise, un qualcosa di necessario ma che il governo ha
fatto nell’ordine dei 25 centesimi e in chiave elettorale, ma che non elimina il
problema che spero di aver ben descritto a monte e questa è anche una frattura
tra il modello cinese e il nostro capitalismo selvaggio, però il dominio del
settore energetico è qualcosa che nel caos odierno secondo me fornisce loro un
vantaggio importante.
L’11 marzo 2026, nello stabilimento Herrenknecht in Germania, è stata
“consegnata” la prima delle due gigantesche talpe destinate al lato italiano del
tunnel di base del Moncenisio.
Da Notav.info
Una macchina lunga più di duecento metri, capace di scavare montagne come un
grissino nel tonno Rio Mare, pronta a trasformare le Alpi in corridoi di cemento
armato (ne sentivamo il bisogno). Nei prossimi mesi sarà trasferita via
autostrada a Chiomonte attraverso 150 convogli eccezionali, rimontata e pronta a
scavare ad inizio 2027 (aspettiamo ancora un attimo a dirlo), sia la seconda
discenderia che poi la galleria sud che sbucherà a San Giuliano di Susa.
Ma chi è la Herrenknecht? E che cosa fa?
Dietro a molte delle grandi opere sotterranee del mondo c’è in effetti proprio
questo nome. Con sede a Schwanau, nel distretto di Friburgo in Germania,
Herrenknecht è leader globale nella tecnologia per lo scavo meccanizzato. La
loro specialità sono le TBM ossia Tunnel Boring Machine, macchine che non si
limitano a scavare, ma che costruiscono direttamente il rivestimento del tunnel
mentre avanzano. Parliamo insomma di vere e proprie fabbriche sotto terra.
A immaginarselo, può sembrare quasi fantascienza.
Queste frese realizzano metropolitane, ferrovie, autostrade, reti idriche e
fognarie, ma anche perforazioni per energia e geotermia, sempre adattate alle
condizioni locali. Una fresa di questo calibro costa milioni di euro. Che
potrebbero decisamente essere impiegati meglio: quella che è destinata al
cantiere della Maddalena ci è costata esattamente 35 milioni di euro, se
pensiamo che ne dovremmo pure pagare un’altra, basterebbero per risanare i conti
dell’ASL To3, in deficit nel 2025 di 62,7 milioni di euro… ma che fornisce ben
altri servizi agli abitanti del territorio!
Tra le creazioni della Herrenknecht c’è la cosiddetta macchina “dual mode”
destinata a Chiomonte, progettata per adattarsi a condizioni geologiche
drasticamente diverse: roccia dura da un lato, terreni soffici e instabili
dall’altro.
In Italia, la Herrenknecht ha una sede a Gessate (MI) che offre assistenza
tecnica e manutenzione, supportando i cantieri italiani dove sono impiegate le
TBM, aiutando a installare, collaudare, riparare e ottimizzare le macchine,
consulenza per la progettazione delle TBM, collabora con le imprese italiane per
adattare le frese alle condizioni geologiche locali, e supporto commerciale
ovvero coordina contratti, ordini e vendite sul territorio italiano.
Insomma, nulla di stupefacente, tranne la narrazione che ne viene fatta. Sembra,
come sempre, tutto bello, lindo e pulito… se non si scava un po’ più a fondo
(perdonate il gioco di parole).
Come già ci dimostra ogni giorno TELT, anche per la Herrenknecht l’etica non
sembra essere un valore alla base del propri affari. Dietro la magnificenza
tecnica che ci viene narrata, c’è qualcosa tenuto ben sepolto.
Who Profits – The Israeli Occupation Industry ( Who Profits ), ovvero un
database che monitora l’impiego di aziende internazionali in progetti legati
all’occupazione israeliana nei Territori Palestinesi, ha documentato l’uso delle
TBM di Herrenknecht in opere che non sono semplici infrastrutture civili, ma che
hanno anche scopi militari. Alcune macchine sono state utilizzate per scavare un
bypass idrico nel villaggio di Bardala, collegato alla rete della compagnia
israeliana Mekorot, contribuendo a sostenere gli insediamenti israeliani nei
territori occupati e a controllare le risorse idriche palestinesi. Altre TBM
sono state messe in azione nella costruzione della linea ferroviaria veloce
Tel Aviv–Gerusalemme, opera che rafforza insediamenti e connessioni strategiche
nei territori occupati. Le TBM della Herrenknecht sono state realizzate su
misura per lo specifico tipo di terreno in cui si trovano le gallerie, pertanto
l’azienda è ben consapevole che le sue macchine vengono utilizzate per
l’estrazione mineraria nei territori palestinesi occupati.
Al termine dei lavori, le macchine possono essere rivendute a Herrenknecht, che
le ristruttura e le rivende ad altri progetti su larga scala. Insomma, per farla
breve e senza pochi fronzoli, potremmo avere prima o poi anche in Val di Susa
una macchina, o delle parti, che hanno contribuito all’occupazione israeliana in
Palestina.
Macchine civili, ma con scopi di sostenere le occupazioni militari, che
diventano strumenti di pressione sui territori che alterano la vita delle
comunità, rafforzando interessi che calpestano diritti. Fino addirittura a
sostenere l’apartheid.
Sembra un po’ la storia del progetto TAV in Val di Susa, prima adibito solo a
merci e persone, poi inserito nell importantissimo progetto del Corridoio
Mediterraneo TEN-T (Trans-European Transport Network), che guarda caso da opera
identificata solo come ad uso civile, è poi stata riconosciuta come dual-use,
cioè di supporto anche alla logistica militare e al trasporto di armi.
Tutto insomma gira intorno al profitto, e sì, il denaro la fa da padrone. Eppure
per noi rimane anche una questione di scelte, di chi decide dove, come e perché
usare una macchina così potente; e pure sulla pelle di chi.
La TBM può essere spettacolare (se hai questo tipo di fascinazioni) e
agghiacciante insieme. Quello che rappresenta è una devastazione ambientale
scientifica e organizzata nei minimi dettagli. Un monumento alle grandi opere
inutili, alla mercificazione del territorio. E, alla luce dei fatti, figlia di
un’azienda che è complice di un genocidio in atto.
Tornando alla Torino-Lione, Herrenknecht è il volto industriale più avanzato del
progetto: capace di costruire giganti che violano le montagne, ma coscientemente
incapace di vedere che cosa c’è al di là del profitto.
La grande TBM forse stupirà tecnicamente, sicuramente aspettiamo con ansia che
la battezzino con un nome all’altezza delle colleghe Federica e Viviana che
operano in Francia. Noi proponiamo ATTILA: A come atrocità, doppia T come
terremoto e tragedia, ecc (cit.).
Tornando seri, ma chi paga per tutto questo? Noi, i territori, le comunità che
li abitano. Ogni metro scavato sarà una ferita che non si potrà rimarginare.
Ogni euro speso, sarà rubato a chi ne ha davvero bisogno e a tutto ciò che fa
davvero gli interessi della comunità. Le montagne non sono fatte per il cemento
e l’acciaio e certe cose che sono là dentro, devono rimanerci, come l’amianto,
per dirne una.
E risulta assurdo doverlo ricordare ogni qualvolta.
Ed è per questo che mentre loro progettano la prossima TBM, noi dobbiamo
prepararci a continuare a resistere: evitare che la nostra valle venga ancora
una volta violata, a denunciare gli sporchi interessi di queste aziende che
tutto pensano di poter fare e di poter avere, fermare le macchine.
La TBM potrà pure essere progettata per essere inarrestabile, ma anche noi
abbiamo dimostrato che anche la lotta può esserlo.
È stato pubblicato da qualche giorno il nuovo decreto del Ministero
dell’Istruzione e del Merito sull’ordinamento degli istituti tecnici. Si tratta
della risoluzione finale di una riforma già definita con il PNRR nel 2022 e
voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, membro del governo
Draghi.
Nonostante sia passato in totale sordina nel dibattito pubblico e lo stesso
Valditara non abbia formalmente preso parola in merito, il decreto – già
approvato dalla Corte dei Conti – modifica quadri orari, indirizzi e obiettivi
formativi degli istituti tecnici superiori.
La riforma si inscrive nell’ormai noto processo di adeguamento dei curricoli
scolastici alle necessità del “tessuto produttivo del Paese”, in linea con i
propositi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in materia d’istruzione e
secondo i vettori d’innovazione digitale e tecnologica da questi indicati.
Se ad un primo sguardo i cambiamenti non sono né tanti né sostanziali,
analizzarne le modalità e le finalità restituisce un quadro di rilevanza
politica per il settore della formazione e per chiunque studi o lavori nelle
scuole.
Il decreto ridefinisce innanzitutto gli indirizzi degli istituti tecnici
italiani. Non ci sono in questo senso modifiche considerevoli: “l’offerta
formativa” si divide in settore economico e tecnologico-ambientale, con le già
note diramazioni specifiche delle discipline tecniche (finanza e marketing,
meccanica, elettronica, biotecnologie etc.). L’unica differenza degna di nota è
l’ingresso definitivo della scuola del Made in Italy nel settore agroalimentare,
formalizzando uno dei cavalli di battaglia dell’esecutivo a guida Meloni e del
ministro Valditara nello specifico. Un cambiamento che, pur volendo riconoscere
a Valditara voglia e tenacia nel tentativo di coniugare spirito nazionalistico e
adeguamento del sistema scolastico agli standard UE, sembra più una mossa di
propaganda che di effettiva utilità al sistema produttivo italiano.
Il conseguente ambito su cui il decreto interviene è la formulazione dei quadri
orari degli istituti. Se il monte ore rimane sostanzialmente identico, varia
significativamente il rapporto tra l’area di “istruzione generale” e le aree “di
indirizzo”, vale a dire l’insieme delle discipline specifiche del corso di
studio scelto. Il risultato della riforma, dato dalla riduzione oraria di
materie come matematica, storia, geografia (praticamente eliminata) e diritto, è
uno sbilanciamento ancora più importante verso le materie d’indirizzo. Uno
sbilanciamento accentuato dalla diminuzione ulteriore dell’insegnamento delle
“scienze sperimentali”: scienze della terra, fisica, chimica, biologia. Una
misura forse poco comprensibile vista la consuetudinaria – e per altro inesatta
– dicotomia tra materie “umanistiche” e “scientifiche”, che però non tiene in
considerazione l’evoluzione della scuola in relazione all’industria 4.0 e al
contestuale appiattimento della formazione sulle materie STEM. Queste
rappresentano il nucleo disciplinare privilegiato di questa riforma e vanno a
sostituire tanto gli insegnamenti “umanistici” quanto l’ambito delle scienze
naturali, su cui tra l’altro proprio le discipline tecnologico-ingegneristiche
si basano.
Se poi si considerano le linee guida introdotte da Valditara nell’insegnamento
della storia – eurocentrismo, focus sul Risorgimento e classici latini e greci
in seconda elementare – e l’insegnamento del latino alle scuole medie, si coglie
ancora di più il senso a tratti contradditorio delle sue politiche. Diminuire
progressivamente, quanto meno negli istituti tecnici, le materie considerate
superflue e, contemporaneamente, rendere il “superfluo” che rimane, un
grossolano tentativo di condizionamento ideologico.
Vale poi la pena evidenziare nello specifico il caso dell’italiano. La nuova
riforma diminuisce le ore di italiano insegnate al quinto anno da 4 a 3,
cambiando l’unico storico invariante comune a tutte le scuole superiori.
Lungi dal voler difendere a spada tratta una certa maniera di intendere
l’insegnamento dell’italiano e della letteratura, che spesso si limita alla
spiegazione nozionistica e cronologica di autori uno dietro l’altro,
accompagnata dalla vecchia e triste mitizzazione della “cultura umanistica”,
classica e moderna, non si può far finta che questa misura non abbia alcun
valore, sia pure soltanto simbolico.
È innanzitutto la prova provata dell’evidente direzione della formazione
italiana, alla continua rincorsa – sempre più veloce – della coincidenza tra
insegnamento scolastico e impresa. Cade persino il tentativo di rappresentare la
preparazione tecnica come, al pari di quella liceale, improntata alla formazione
di “cittadini consapevoli”. Non è retorico dire che sempre di più
l’avvicinamento delle scuole alle filiere produttive territoriali stia
trasformando gli istituti già parzialmente professionalizzanti in fabbriche di
forza-lavoro iper specializzata. In quest’ottica, quale utilità può avere
insegnare l’italiano?
D’altra parte, potremmo pure provocatoriamente reputare questa evidente
squalifica della Cultura italiana come un’opportunità per strappare quel velo di
Maya dietro cui molti – anche docenti e professori – siedono comodamente. Chissà
se si accorgeranno che già da molto tempo la scuola non è quel mezzo di
elevazione sociale, culturale e spirituale che credono.
Peraltro, neanche la riforma usa mezzi termini. Gran parte del decreto tratta
del rafforzamento dei rapporti tra istituti tecnici, università e aziende, con
l’obiettivo dichiarato di creare ponti diretti, attraverso accordi stipulati a
priori, tra scuole e imprese. “Formazione scuola-lavoro” (come Valditara ha
deciso di ribattezzare i PCTO) e percorsi di orientamento che vengono quindi
ampliati, sulla base dei “Patti educativi 4.0”. Tali “Patti educativi 4.0”, al
di là della retorica della scuola-azienda cara al Ministro, altro non sono che
nuovi percorsi di alternanza, con un focus sull’Industria 4.0 – altro pilastro
del PNRR. L’asse attorno a cui ruotano sono quindi la tecnologia, la
digitalizzazione della produzione e ovviamente l’intelligenza artificiale.
Valditara infila nei nuovi patti educativi anche gli ITS Academy, i nuovi
istituti che compongono il secondo ciclo della formula 4+2 e che, negli ultimi
due anni, si sono dimostrati un fallimento quasi totale in termini di adesione
degli istituti e di iscrizioni. Evidentemente hanno bisogno di nuovi incentivi
esterni.
L’intervento sulla formazione, comunque, non riguarda soltanto studenti e
studentesse. Anche per i docenti sono previsti corsi formativi e periodi di
osservazione nelle aziende del territorio, in base alle relazioni tra percorso
di studio e filiera produttiva di riferimento. I docenti potranno così rimanere
costantemente aggiornati tanto sugli sviluppi tecnologico-organizzativi della
produzione, quanto sui possibili sbocchi post-diploma. Si parla pure, a partire
dalle esperienze sul campo dei professori, di modalità “laboratoriali
innovative” da introdurre nell’insegnamento: considerate le premesse e gli
obiettivi dei “patti formativi”, viene ancora di più spianata la strada per la
progressiva penetrazione degli attori privati in quello che rimane della scuola
pubblica.
L’ultimo tassello del decreto è infine legato ai processi di integrazione
dell’UE della formazione, attraverso l’organizzazione di scambi culturali, anni
all’estero e l’implementazione della “metodologia CLIL”, vale a dire
l’insegnamento di determinate materie in un’altra lingua (generalmente
l’inglese).
Un aspetto interessante di quest’ultimo passaggio, che ha più le sembianze di un
invito che di una legge vincolante, è l’accento posto sull’autonomia scolastica.
Ogni istituto dovrà provvedere da sé alla formulazione di questi percorsi e, in
generale, all’organizzazione del nuovo ordinamento. Nella definizione dei quadri
orari, un numero non indifferente di ore dell’area di indirizzo (dalle 132 dei
primi due anni alle 231 dell’ultimo) sarà ripartito secondo le decisioni delle
singole scuole, attribuendo un’importante responsabilità ai singoli collegi
docenti, tra l’altro sempre più esautorati del loro potere dalle attività
manageriali dei dirigenti. Considerando poi che le nuove disposizioni dovranno
necessariamente essere in vigore per l’anno scolastico 2026-2027, viene anche
naturale immaginare le difficoltà organizzative a cui si assisterà all’inizio
del prossimo anno.
Bisogna poi leggere l’ampliamento dell’autonomia scolastica, introdotta ormai
quasi 30 anni fa, attraverso due lenti interpretative. Da un lato si assiste
all’aziendalizzazione della scuola anche sul piano formale. Non si tratta quindi
solo della parcellizzazione del sapere o della mercificazione della conoscenza,
ma di un’esplicita traduzione dell’organizzazione, della burocrazia e del
lessico aziendale nel contesto scolastico. A questo si accompagna, come misura
complementare – tanto causa quanto effetto – il definanziamento tendenziale
dell’Istruzione. Nell’ultima manovra di bilancio, attestata da molti tra le più
insignificanti in termini di crescita, l’Istruzione pubblica ha subito tagli
piuttosto pesanti, stimati tra i 600 e gli 800 milioni di euro.
Insomma, tra le farneticazioni sulla scuola costituzionale e la realizzazione
dei percorsi di “educazione al rispetto”, il ministro Valditara – in evidente
linearità con i suoi predecessori – continua, anche quando nessuno lo nota, a
svendere la scuola ai privati e a impoverire le possibilità formative di
studenti e studentesse.
Digos e Procura colpiscono realtà sociali e manifestanti dello sciopero del 22
settembre. Nel mirino l’azione “Blocchiamo tutto” e le mobilitazioni per Gaza e
la Global Sumud Flotilla
Da Osservatorio Repressione
Una nuova operazione repressiva della polizia ha colpito a Milano decine di
attivisti e attiviste legati alle mobilitazioni per la Palestina e contro la
guerra. L’intervento della Digos riguarda in particolare militanti vicini al CSA
Lambretta e alla rete Gaza FREEstyle ed è legato alle manifestazioni dello
sciopero generale del 22 settembre scorso, giornata di mobilitazione nazionale
contro il genocidio del popolo palestinese e in solidarietà con la missione
della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.
L’inchiesta della Procura di Milano, guidata da Marcello Viola e coordinata
dalla pm Francesca Crupi, ha portato finora all’apertura di circa venti
procedimenti giudiziari. Sei giovani sono stati raggiunti da misure cautelari
disposte dalla gip Giulia D’Antoni: obbligo di firma, divieto di dimora e
divieto di uscire nelle ore notturne. Per altre otto persone, invece, sono stati
fissati gli interrogatori preventivi.
I fatti contestati risalgono agli scontri avvenuti al termine del corteo del 22
settembre davanti alla Stazione Centrale di Milano, quando una parte dei
manifestanti tentò di occupare lo scalo ferroviario. Secondo gli inquirenti si
sarebbe trattato di episodi di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto
abusivo di oggetti ritenuti offensivi – come spranghe – e interruzione di
pubblico servizio.
Quella giornata di mobilitazione, tuttavia, non fu l’azione di un singolo gruppo
politico. Fu una mobilitazione ampia e composita, parte di un contesto nazionale
di protesta segnato dallo slogan “Blocchiamo tutto”, che aveva visto scendere in
piazza migliaia di persone per denunciare il genocidio in corso a Gaza e per
sostenere le iniziative internazionali di solidarietà con la popolazione
palestinese.
In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in
decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida
condotta da Israele nella Striscia di Gaza e per denunciare le responsabilità
politiche che l’hanno resa possibile – e continuano a sostenerla. Le complicità
del governo italiano, dell’Unione Europea e più in generale del Nord globale
sono state al centro delle proteste: mentre si proclamano appelli alla pace,
continuano i rapporti diplomatici ed economici con Israele e soprattutto
proseguono le forniture militari.
Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie
internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone
palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80%
delle città della Striscia è stato completamente raso al suolo. Interi quartieri
sono stati cancellati, insieme a un ecosistema devastato dalle operazioni
militari. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche dopo la
cosiddetta “tregua”, mentre le infrastrutture civili sono distrutte e gli
ospedali ridotti al collasso: una crisi umanitaria senza precedenti.
È dentro questo scenario che la mobilitazione sociale è diventata uno degli
strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile
prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una
punizione collettiva su larga scala.
I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti
a Milano non sono infatti un episodio isolato. Negli ultimi mesi centinaia di
persone in tutta Italia sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e
altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei,
blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con
la popolazione palestinese.
Si tratta di una vera e propria escalation repressiva che riflette una tendenza
più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari
contro le mobilitazioni sociali è cresciuto in modo significativo, trasformando
spesso il dissenso politico in una questione di sicurezza nazionale, cioè nella
difesa dello status quo.
Il caso milanese si inserisce esattamente in questo quadro. Le nuove misure
giudiziarie arrivano mentre i movimenti stanno costruendo nuove mobilitazioni
nazionali, tra cui l’iniziativa “No Kings” prevista a Roma il 27 e 28 marzo e la
nuova missione internazionale della Global Sumud Flotilla.
Secondo Gaza FREEstyle il tempismo dell’operazione non è casuale. «Non è un caso
che questa operazione arrivi proprio ora – spiegano – pochi giorni prima della
grande mobilitazione nazionale che stiamo costruendo e a poche settimane dalla
nuova missione della Flotilla».
Il governo Meloni, forte dei decreti sicurezza approvati negli ultimi mesi, sta
attaccando sistematicamente le realtà sociali organizzate nel tentativo di
limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto
e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di
intervenire contro quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi
liberati, mutualismo sociale e pratiche vive di cittadinanza.
Nonostante questo, dai movimenti arriva un messaggio chiaro: la solidarietà non
si arresta. Le reti sociali che negli ultimi mesi hanno animato le piazze contro
la guerra e il genocidio a Gaza non sembrano intenzionate a fermarsi, ma al
contrario a rafforzare le mobilitazioni e la costruzione di un’opposizione
sociale sempre più ampia contro l’economia di guerra e le politiche securitarie.
La vicenda milanese, dunque, non riguarda soltanto un’indagine giudiziaria. È
uno dei tanti fronti su cui si misura oggi il conflitto tra movimenti sociali e
apparati statali in un Paese dove la gestione dell’ordine pubblico tende sempre
più a sovrapporsi alla gestione del dissenso politico.
MILANO: MISURE CAUTELARI PER DECINE DI COMPAGNI-E NELL’OPERAZIONE REPRESSIVA
CONTRO IL MOVIMENTO “BLOCCHIATO TUTTO”
da Radio Onda d’Urto
Ennesima operazione repressiva contro il movimento Blocchiamo Tutto, che in
autunno mobilitò milioni di persone nel nostro Paese contro genocidio,
occupazione e complicità anche del nostro Paese.
A Milano misure cautelari con obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di
uscire la sera, per gli scontri con la polizia, schierata il 22 settembre a
blindare la stazione Centrale di Milano. Per altri 8 indagati fissati invece gli
interrogatori preventivi. I reati a vario titolo sono resistenza a pubblico
ufficiale, lesioni, porto abusivo di armi e interruzione di pubblico servizio.
Nel mirino in particolare compagne-i del Centro Sociale Lambretta e di Gaza
FREEstyle: “Questi provvedimenti e queste misure cautelari, che si sommano a
quelli già attuati negli scorsi mesi in diverse province, sono epsressione
dell’attacco sistemico del governo Meloni alle realtà sociali organizzate, nel
tentativo di silenziarne la progettualità, l’azione sul territorio. – scrivono
in un comunicato le due realtà – Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che
verranno causate da queste misure, il nostro impegno prosegue e si rafforza. La
solidarietà non si arresta”.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Raja, compgna dal Centro Sociale Lambretta e
di Gaza
La campagna referendaria sta giungendo al termine e lo scenario che si profila
per il governo è più che incerto.
L’ennesima grossa magagna si interpone al cammino governativo che, fino alle
mobilitazioni di settembre ottobre 2025, appariva privo di inciampi. Aver voluto
ricondurre ogni discorso critico ad un fantomatico “fronte del no” si sta
dimostrando un boomerang che rischia seriamente di portare alla prima bocciatura
“elettorale” della Meloni. Difficile recuperare andando da Fedez1 qualche giorno
prima del voto, se tra l’altro la Premier continua a sbagliare clamorosamente i
toni, dicendo che di dimissioni non se ne parla e mostrando la stessa arroganza
espressa a fronte delle mobilitazioni per la Palestina.
La guerra imperialista all’Iran e la crisi economica che sta travolgendo il
paese sommate ad una sconfitta sonora in termini di consenso, potranno scatenare
la “tempesta perfetta”? Non lo sappiamo, ma scommetterci e aiutare Eolo ci
sembra doveroso. Non possiamo non pensare alla faccia che farebbe la nostra Lady
di argilla… ops di ferro, se dovesse andare male pure questa… Quale iniezione di
buon umore quell’espressione per quanti si sono opposti e vogliono continuare a
farlo!
È noto che a gran parte degli italiani poco importa del tentativo di intervenire
sulla magistratura e che, probabilmente in molti, non provino nemmeno
particolare simpatia nei confronti di quel pezzo di apparato statale, anch’esso
in gran parte marcio come gli altri: quello che conta oggi è però il percorso
reale che può riaprire spazi di mobilitazione e insubordinazione di fronte allo
scenario sempre più incerto che il potere deve affrontare. Dopo lo sgombero di
Askatasuna e dopo le manifestazioni di massa e conflittuali che ci sono state in
risposta, abbiamo assistito al tentativo di Meloni e del suo esercito di Troll,
di schierarsi in maniera netta contro chiunque fosse sceso in strada. Ora,
questo le si ritorcerà contro? Lo speriamo. Sommessamente, ci viene da dire che
forse il conflitto non sia poi così negativo!
I partiti di “opposizione” sembrano in ogni caso incapaci di rappresentarsi come
una reale alternativa e anche in questa campagna referendaria hanno più che
altro testimoniato la loro inconsistenza.
Il referendum costituzionale, dunque, si è trasformato in un voto di consenso
per il governo. Il tentativo di modificare le regole che governano la
magistratura sono in gran parte lette dalle persone come il tentativo di una
classe di politicanti, post fascisti, ladroni e papponi, di guadagnarsi maggiore
impunità di quanta non ne posseggano già. Inoltre, entra in gioco la questione
dei decreti sicurezza e della stretta sull’agibilità delle manifestazioni: con
una magistratura meno “forte” e “indipendente” si pensa che avrebbero strada
spianata.
In generale, la riforma costituzionale, come fu quella tentata da Renzi, rivela
il tentativo di rafforzare l’esecutivo e in questo caso limitando il potere
della magistratura in modo da impedire interferenze date da potenziali inchieste
giudiziarie che ne influenzerebbero il consenso. La parte di casta che afferisce
alla destra meloniana, così come quella erede di Berlusconi e, d’altronde, buona
parte del Pd, ha da sempre le mani in pasta in affari sporchi e ruberie: questo
significa avere il fianco scoperto e, quindi, cercare di coprirlo.
Non entriamo qui nel merito della riforma, ma ci pare effettivamente netto
l’intervento sul CSM presente nel testo: questa la vera partita politica da
portare a casa per il governo, in quanto sarebbe un effettivo colpo alla
capacità delle correnti di organizzarsi e pesare nella scelta dell’indirizzo
complessivo e politico della magistratura. Rimandiamo a un interessante
contributo per un approfondimento nel merito qui.
Ciò non toglie che la magistratura nel nostro paese non abbia caratteristiche
altrettanto da “casta” in quanto i poteri e le loro prerogative risultano quasi
illimitati e non soggetti al “controllo popolare”. Di fatto si tratta
dell’espressione dello “Stato” nella sua struttura profonda, degli ultimi
decisori e garanti dell’ordine costituito e dell’inquadramento del nostro paese
nel sistema capitalista. La cosiddetta “indipendenza” dei giudici è in realtà un
aspetto strutturale, trasversale e sostanzialmente “politico”, che permette a
quel pezzo di Stato di esercitare pressioni in tutte le direzioni, e ciò che ha
influenzato enormemente la storia del nostro paese.
Questa supposta “indipendenza” non ha forse avallato e facilitato la repressione
dei movimenti e ogni spinta di insubordinazione? Crediamo che i movimenti e le
lotte non abbiano amici ai “piani alti” e che certa retorica di sinistra o
giustizialista, che purtroppo trova sponde anche nei movimenti, sia deleteria.
Detto ciò, l’operazione messa in atto dal governo è quella di rafforzarsi e
questo fatto è nemico della possibilità che crescano nuove mobilitazioni di
massa nel paese. Qui nessuno pensa che la magistratura salverà il paese dal
“fascismo”, una vittoria del “no” è però più che auspicabile.
1. non ci soffermiamo a descrivere la bassezza di chi pur di aver la ciotola
piena è disposto a prendere da mangiare da ogni padrone. ↩︎
La lotta di donne e uomini che dipendono dall’economia della loro terra.
Dopo aver pubblicato un lungo contributo che propone un quadro a partire dalle
voci del territorio relativamente all’intreccio delle lotte tarantine qui,
riceviamo e pubblichiamo dal Comitato di Ginosa, sempre in provincia di Taranto,
un podcast che racconta la loro attivazione a difesa del territorio.
L’indotto della produzione biologica in un’area a vocazione agricola, come
quella a cavallo tra Puglia e Basilicata, riconosciuta in tutto l’arco ionico, è
minacciato da un programma di industrializzazione assolutamente non compatibile
con il paesaggio rurale, rischiando di mettere in ginocchio l’economia
agroalimentare tra i comuni di Ginosa e Castellaneta in provincia di Taranto, e
Bernalda in quella di Matera.
Tra i comuni più colpiti sarà quello di Ginosa, dove un impianto di
termovalorizzazione del modello a Centrale Termoelettrica alimentata a
Combustibile Solido Secondario (CSS), minaccia non solo i raccolti, ma anche il
paesaggio e la salute dei cittadini.
A raccontare la vicenda saranno le e i compagn* del Comitato NO
TERMOVALORIZZATORE GINOSA presso il loro presidio permanente, che da molti mesi
combattono contro un progetto che rischia di sfregiare per sempre la loro terra
e la loro economia.
Crediti
Contenuti a cura del Comitato NO TERMOVALORIZZATORE.
8 Marzo 2026, Piazza Marconi, Ginosa.
Registrazioni, musiche ed editing di REC086.
Le ragioni del NO sono esposte in un volantino diffuso per pubblicizzare il
presidio permanente e le riprendiamo di seguito:
LE 5 VERITÀ CHE VOGLIONO NASCONDERCI
UN INCENERITORE MASCHERATO
Non è una semplice centrale: è un impianto da 90 MW che brucerà
85.000 tonnellate/anno di rifiuti (CSS). Un camino alto 45 metri e un’area di
240.000 mq distruggeranno il paesaggio di Contrada Girifalco.
ALLARME SANITARIO (Dati 2025)
Studi europei recenti su impianti simili mostrano fallimenti nei controlli:
diossine nel terreno e nelle uova fino a 87 volte sopra i limiti e PFAS 138
volte oltre la soglia. Non saremo noi le cavie!
MORTE DELL’AGRICOLTURA E DEL TURISMO
Le nostre eccellenze Biologiche e Biodinamiche (olio, vino, ortaggi) perderanno
le certificazioni di qualità. L’economia rurale e l’indotto agrituristico
verranno rimpiazzati da fumi inquinanti e ceneri che dovranno essere smaltite in
altri impianti.
IL MINISTERO DELLA CULTURA HA DETTO NO ️
Esiste già un parere negativo ufficiale: l’impatto volumetrico è incompatibile
con la tutela del nostro patrimonio rurale e paesaggistico.
La Regione Puglia non può ignorarlo!
UN “KILLER CLIMATICO” OBSOLETO
Bruciare plastica produce più CO2 del carbone. Mentre l’Europa chiede riciclo e
riduzione, questo progetto ci lega a tecnologie inquinanti e non rispetta gli
obiettivi di economia circolare.
All’inizio della terza settimana dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran,
si osserva un’ulteriore escalation del conflitto: si alza la posta in gioco e si
amplia il raggio degli obiettivi colpiti.
da Radio Blackout
Le immagini che arrivano sono poche, e questo contribuisce ad abbassare
l’attenzione mediaticae la percezione della gravità della situazione. Non
vengono colpiti soltanto obiettivi militari — come spesso viene riportato
attraverso statistiche e analisi economiche — ma la città di Teheran è
sottoposta a bombardamenti costanti, con un numero di vittime che cresce di
giorno in giorno. L’obiettivo di Israele e Stati Uniti è di mettere in ginocchio
l’Iran, attraverso una strategia che combina pressioni continua sulla
popolazione civile e il colpire infrastrutture militari, come l’attacco
all’isola di Kharg di sabato, aprendo anche il dibattito sulle possibili
conseguenze sull’economia globale di attacchi alle infrastrutture petrolifere.
Un secondo fronte del conflitto riguarda il Libano. Israele porta avanti
bombardamenti continui e su larga scala, oltre 800 persone uccise e circa
850.000 sfollate e da lunedì mattina è stata avviata un’invasione via terra.
Aumentano gli ordini di evacuazione per interi quartieri di Beirut e per altre
aree del paese, in un tentativo di frammentare il tessuto sociale libanese. A
questo si aggiunge un livello crescente di violenza psicologica: giovedì
mattina, l’aviazione israeliana ha lanciato volantini sulla capitale,
richiamando pratiche già viste nella, da Israele definita, “dottrina Gaza”. Gli
attacchi sul Libano non sono mai realmente cessati dal 2024: non c’è mai stato
un effettivo cessate il fuoco a dimostrazione della natura coloniale degli
obiettivi israeliani.
Ne abbiamo parlato con Chiara Cruciati, giornalista e vice direttrice de Il
Manifesto.
Ci siamo poi soffermate sugli obiettivi reali e sugli interessi in gioco di
Stati Uniti e Israele, che non sempre coincidono pienamente. Se le strategie
israeliane sono chiare ed esplicite, quelle statunitensi risultano più ambigue e
difficili da interpretare. Infatti, l’aggressione non si è rivelata rapida come
annunciato da Trump, e il “regime change”, fortemente auspicato e sostenuto, non
si è concretizzato, anche per via della totale incomprensione statunitense della
reale struttura politica e sociale della società iraniana. Negli ultimi giorni,
abbiamo visto Trump prima richiedere il supporto militare di altri paesi per la
sicurezza delle rotte marittime nello stretto di Hormuz e poi mobilitare
migliaia di marines e parlare di un possibile intervento via terra. In questo
quadro complesso, è fondamentale considerare anche il ruolo e le reazioni
dei paesi del Golfo, che rappresentano un ulteriore elemento di (dis)equilibrio
nel conflitto.
Ci siamo anche messe in collegamento diretto con il Libano con Mazen, militante
di Beirut, che ci parla dei recenti attacchi israeliani, che in realtà non sono
mai stati sospesi negli ultimi due anni. Fa parte di Nation Station,
associazione che serve pasti agli sfollati. Per supportare questo progetto, si
può seguire qui.
“E’ una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di
Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav”.
Inizia così l’intervista a Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav valsusina,
in merito alla decisione della Procura della Repubblica di prolungare il periodo
di detenzione domiciliare per Giorgio Rossetto, compagno torinese del movimento
contro l’opera in Val di Susa, il cui periodo di detenzione domiciliare scadeva
sabato 14 marzo 2026.
Iniziata a gennaio 2025, la detenzione domiciliare per Rossetto era stata
comminata per delle condanne definitive legate “al maxi-processo per lo sgombero
della Maddalena del 2011, la costruizione della baita in Clarea nel 2010 e
infine una marcia No Tav nel 2019”, scrive il movimento valsusino in un
comunicato.
Il 2 febbraio 2026, un anno e un mese aver iniziato a scontare la pena, Giorgio
Rossetto aveva subito l’aggravamento della detenzione a causa di un’intervista
rilasciata ai nostri microfoni, “colpevole” di aver commentato a Radio Onda
d’Urto lo sgombero di Askatasuna dello scorso dicembre. Aver parlato a una
emittente informativa gli è costato il divieto di comunicazione e riduzione ad
un’ora del tempo consentito per uscire.
La storia di Rossetto è una storia comune a tanti attivisti e attiviste No Tav,
sommersi da denunce, indagini, pedinamenti e punizioni giudiziarie continue.
Nonostante anni di feroce repressione poliziesca e giudiziaria, il Movimento
della Val Susa continua la sua lotta della grande opera in utile in progetto
nella valle alpina. A confermarne l’inutilità, la stessa TELT, società
costruttrice dell’opera, che ha formalizzato lo slittamento dell’entrata in
funzione della TAV Torino-Lione al 2034, intascandosi nel frattempo milioni di
fondi pubblici e speculando per anni sulla sua costruzione.
Per Rossetto, il 13 marzo 2026 (un giorno prima della conclusione della
detenzione), “sfruttando il fatto che è stato dichiarato inammissibile un
ricorso in cassazione” vengono aggiunti ulteriori 8 mesi di detenzione alla
pena. “La questione è che contro di noi viene applicato il diritto penale del
nemico”, denuncia Nicoletta Dosio ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Di seguito
l’intervista completa.
da Radio Onda d’Urto
Fascistizzazione dello Stato, genealogie coloniali e congiuntura elettorale a un
mese dai “fatti di Lione”. Intervista con Antonin Bernanos e Carlotta Benvegnù
Da Acta Media
La morte, il 14 febbraio, di un militante fascista a Lione — a seguito di
scontri con militanti antifascisti che assicuravano il servizio d’ordine ai
margini di un’iniziativa di una deputata de La France Insoumise — è stata
interpretata da diverse voci come un «momento Kirk» per la Francia. In altre
parole, questo evento è stato utilizzato dall’estrema destra, in ascesa verso il
potere, per tentare di cambiare paradigma, marginalizzando le componenti
politiche antifasciste e cercando di rovesciare il «barrage elettorale» storico
che, da decenni, impedisce alla dinastia Le Pen di accedere alla presidenza.
Potreste dirci qual è, dal vostro punto di vista, la percezione del momento in
Francia e, più in generale, in che modo le diverse componenti (dai collettivi
antifascisti a LFI) hanno reagito?
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi in Francia, a nostro avviso è
necessario collocare il momento politico innescato dagli eventi di Lione
all’interno di una sequenza molto più lunga. Siamo nel cuore di un processo che
noi — insieme ad altri — definiamo da diversi anni come una fascistizzazione
dello Stato. Vale a dire una tendenza profonda e duratura delle democrazie
occidentali, particolarmente visibile in Francia, soprattutto per la centralità
che vi occupa il discorso islamofobo. Ciò implica criticare l’idea secondo cui
il fascismo emergerebbe come una rottura brutale con l’ordine repubblicano e
democratico, a seguito della presa del potere da parte dell’estrema destra. Ciò
che osserviamo, al contrario, è un processo graduale, inscritto nelle
trasformazioni ordinarie dello Stato e del campo politico.
Questo contesto è indispensabile per comprendere il trattamento recente —
mediatico e politico — del fascismo e dell’antifascismo. Torneremo più avanti su
questo punto in modo più approfondito, ma è già necessario ricordare che la
criminalizzazione dell’antifascismo in Francia non risale agli eventi di Lione.
Almeno dal 2016, i gruppi antifascisti figurano tra i settori più repressi del
movimento sociale. Si può pensare, ad esempio, all’affaire del quai de Valmy,
dopo l’incendio di un’auto della polizia durante una manifestazione del
movimento contro la legge sul lavoro nel 2016, che ha rappresentato un
importante episodio repressivo contro i gruppi che componevano il
cosiddetto cortège de tête, prendendo di mira in particolare l’Action
Antifasciste Paris Banlieue, diversi dei cui membri sono stati incarcerati
durante e al termine della procedura giudiziaria. Occorre inoltre ricordare lo
scioglimento del Groupe Antifa Lyon et Environ nel marzo 2022, che ha preceduto
quello della Jeune Garde nel giugno 2025. In questo quadro, una figura mediatica
dell’«antifa» si è progressivamente imposta, costruita come minaccia e oggetto
di criminalizzazione. Ciò è vero anche altrove, ma perché proprio a partire da
questo periodo, in particolare in Francia? Perché a partire dal 2016, in
particolare con il movimento contro la legge sul lavoro, i gruppi antifascisti
si sono radicati sempre più nelle mobilitazioni sociali, diventando sempre più
visibili all’interno di un ciclo di lotte che ha contestato sia l’accelerazione
dell’agenda neoliberale sia la normalizzazione di un’agenda islamofoba. La loro
presenza in queste mobilitazioni e in diverse lotte sociali (ecologiste,
sindacali, contro le violenze poliziesche) li ha resi politicamente
irrecuperabili da parte del potere. Non era esattamente così in precedenza,
quando una figura del «buon» antifascista poteva ancora essere mobilitata da una
parte della sinistra o del centro repubblicano. Gli eventi di Lione non hanno
dunque aperto una sequenza totalmente nuova; hanno piuttosto accelerato un
processo avviato da circa dieci anni, offrendo al potere l’opportunità di
portare a compimento la demonizzazione dell’antifascismo.
La novità — e forse la specificità francese — sta nel fatto che questa
demonizzazione si estende ormai allo stesso campo istituzionale. Essa trascina
con sé anche La France Insoumise, formazione che, secondo numerosi sondaggi,
potrebbe trovarsi al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2027 di
fronte al Rassemblement national. La France Insoumise era peraltro già oggetto
di una campagna di delegittimazione, in particolare attraverso accuse ripetute
di antisemitismo, oggi ulteriormente intensificate a seguito dei fatti di Lione,
anche in relazione alle sue prese di posizione contro il genocidio in Palestina.
Ma ciò che cambia qui è che l’episodio lionese è stato colto non solo
dall’estrema destra come un’occasione per spostare lo stigma dell’estremismo
verso la sinistra, ma anche da una larga parte del campo politico per proseguire
questa impresa di demonizzazione della France Insoumise. Inoltre, non è solo il
RN: è l’intera Assemblea nazionale che ha osservato un minuto di silenzio per un
militante neofascista — un fatto inedito nella storia della Repubblica, se si
eccettua il periodo del regime di Pétain.
Dal lato dell’«estremo centro», vale a dire del macronismo, la novità consiste
in una svolta strategica: dal barrage républicain si è passati all’esacerbazione
dei poli. Ieri il racconto era semplice: «noi o il fascismo». Oggi diventa: «noi
o la guerra civile». Non si tratta più soltanto della diga contro l’estrema
destra; è la messa in scena di un paese sull’orlo della frattura, di cui loro
sarebbero gli unici capaci di ricomporre i pezzi. La carta giocata non è quindi
più quella del fronte repubblicano, ma quella dell’arbitraggio: presentarsi come
ultimo baluardo, come garante ultimo dell’ordine. Questa svolta interviene in un
contesto di crisi profonda per la maggioranza presidenziale, mentre l’ipotesi di
un secondo turno nel 2027 tra Jordan Bardella e Jean-Luc Mélenchon si imponeva
come uno degli scenari più plausibili. È troppo presto per dire se la scommessa
pagherà. Ma l’evento viene colto come un’opportunità: tentare di riconquistare
una legittimità politica fortemente erosa.
Infine, dal lato de La France Insoumise, al centro di attacchi che non sono più
soltanto mediatici ma anche fisici — decine di sedi prese di mira, locali
danneggiati, ripetute minacce di morte contro i suoi membri — la direzione del
partito ha mantenuto il proprio sostegno alla Jeune Garde e ha rifiutato di
prendere le distanze dal deputato proveniente da questo collettivo, di cui aveva
sostenuto e accompagnato l’elezione. Ha inoltre sostenuto una linea di difesa
dell’antifascismo, pur riducendolo a una postura di «autodifesa popolare»
puramente difensiva e condannando gli autori dei fatti — che appartenevano
tuttavia, è bene ricordarlo, a un settore del movimento antifascista che essa
stessa aveva cooptato nell’organizzazione — e che oggi rischiano pene detentive
molto pesanti.
Da parte nostra — quella dell’antifascismo autonomo, per dirla in breve —
invitiamo ovviamente a sostenere La France Insoumise di fronte al processo di
criminalizzazione di cui oggi è bersaglio. È ormai chiaro che, in questa fase,
al di là della scadenza elettorale, gli attacchi che la colpiscono superano di
gran lunga il suo perimetro: cercano di colpire l’insieme del movimento sociale
e delle opposizioni politiche. Una capitolazione de LFI aprirebbe la strada a
un’offensiva molto più ampia.
Tuttavia, se sosteniamo la LFI nella congiuntura attuale, restiamo comunque
critici nei confronti della strategia che ha portato il gruppo antifascista
Jeune Garde a integrare le sue file fino a far eleggere uno dei suoi ex
portavoce come deputato in un dipartimento storicamente acquisito al
Rassemblement national. Questa scelta corrisponde infatti a un’ipotesi che si
potrebbe definire «strategia antifascista del fronte elettorale». Tale ipotesi
considera l’ascesa dell’estrema destra come il terreno centrale della lotta e
concepisce l’antifascismo principalmente come uno scontro diretto contro di
essa. Lo Stato appare quindi meno come il luogo di produzione della
fascistizzazione e più come una barriera difettosa che bisognerebbe costringere
a svolgere il proprio ruolo. Da qui la prospettiva di un fronte unitario e
interclassista, suscettibile di estendersi, se necessario, fino al Parti
socialiste. Al contrario, noi analizziamo l’estrema destra come una componente
di un processo di fascistizzazione più ampio, che si dispiega all’interno stesso
dello Stato e attraversa una parte delle formazioni politiche, anche a sinistra
— comprese quelle che si rivendicano antifasciste. La sequenza islamofoba del
2015 ne ha fornito un’illustrazione. Ci torneremo.
Con una nota più ottimista, riteniamo che questa sequenza post-lionese, pur
chiarendo il ruolo dello Stato e di una parte della sinistra nel processo di
fascistizzazione in corso (come mostra l’episodio del minuto di silenzio),
potrebbe anche far emergere capacità antifasciste più ampi, sulle quali sarebbe
possibile costruire dinamiche politiche capaci di superare la logica di un
antifascismo dei piccoli gruppi.
Come accennavamo nella prima domanda, pur con le sue specificità, il caso
francese si inserisce pienamente in una congiuntura internazionale più ampia:
dal già citato «caso Kirk» negli Stati Uniti alla lunga sequenza di Budapest,
con le sue molteplici ramificazioni tra la Germania e altri paesi; ma anche alla
criminalizzazione osservata in Inghilterra con il tentativo di scioglimento di
Palestine Action, o ancora alla retorica utilizzata dal governo Meloni contro le
recenti mobilitazioni a Torino e Milano («nemici della nazione», «terroristi»).
Quale riflessione è possibile sviluppare, dalla Francia, su questa congiuntura,
nella quale la cosiddetta «Internazionale nera» sembra sempre più in grado di
esercitare un’egemonia e di proporsi come forza dirigente in un momento in cui
la guerra occupa un posto sempre più centrale — con le torsioni autoritarie che
ne derivano in diversi paesi e la messa in opera di economie di guerra?
Dalla Francia, questa congiuntura permette di riflettere sul modo in cui un
processo di fascistizzazione — inteso non come il prolungamento del fascismo
storico, ma piuttosto come l’attualizzazione di una parte dei suoi fondamenti
(autoritarismo, guerra, suprematismo e gestione razziale) — si accelera, anche
in contesti in cui l’estrema destra non è (ancora) al potere. Essa rivela
soprattutto le dinamiche di fondo, lunghe e profonde, che preparano il terreno
all’estrema destra, al di là dell’emergere contingente della cosiddetta
«Internazionale nera». Queste dinamiche si manifestano attraverso uno
slittamento autoritario progressivo degli apparati dello Stato e di alcuni
partiti politici, tramite pratiche repressive e discriminatorie, e attraverso la
gestione mirata delle popolazioni non bianche, oggi in particolare delle
popolazioni musulmane.
Si tratta, ancora una volta, di ciò che viene chiamato fascistizzazione, e che
deve essere compreso come un continuum: già presente nelle istituzioni, esso si
dispiega attraverso pratiche ordinarie e si accelera in un contesto di guerra,
di crisi economica e di crisi più generale dell’egemonia dell’imperialismo
occidentale. L’esempio dell’islamofobia di Stato in Francia nel 2015 — chiusura
arbitraria di moschee, perquisizioni amministrative, controlli di polizia su
base razziale legalizzati, violenze, incarcerazioni preventive e di massa di
musulmani — mostra che queste dinamiche non dipendono unicamente dall’arrivo
dell’estrema destra al potere, dal momento che in quell’epoca era il Parti
Socialiste a governare, con François Hollande come Presidente della Repubblica.
Ciò non significa che riteniamo che l’accesso al potere del Rassemblement
National sarebbe privo di conseguenze. Oggi, per fare solo un esempio, è
l’estrema destra a proporre le misure più razziste e discriminatorie, come la
soppressione dell’AME (Aide médicale d’État, l’assistenza medica per gli
stranieri in situazione irregolare). Ma nulla garantisce che il centro non possa
seguirla tra qualche tempo, come ha già fatto su molti altri temi. Questa
prospettiva sottolinea inoltre la necessità di sviluppare forme alternative di
sanità autogestita, su cui stiamo riflettendo insieme ad alcuni compagni.
Infine, nel contesto francese, il legame storico tra il processo di
fascistizzazione e la colonialità è piuttosto evidente, forse ancora più che
altrove. Esiste una vera e propria genealogia coloniale del fascismo francese.
Le sconfitte in Indocina e in Algeria hanno profondamente strutturato la Quinta
Repubblica, così come la storia dell’estrema destra francese e quella del
Rassemblement National, in cui si ritrovano i germi di queste dinamiche. Come
sottolinea Enzo Traverso, esiste una continuità tra colonialità e fascismo: un
continuum fascista che si sviluppa a partire dalle pratiche coloniali (sia prima
del fascismo storico degli anni Trenta, sia dopo, in ciò che si potrebbe
definire postfascismo).
In Francia, durante la guerra d’Algeria, l’estrema destra si posiziona come
avanguardia del campo dell’«Algérie française», in particolare all’interno
dell’Organisation armée secrète (OAS), organizzazione armata contro
l’indipendenza algerina. È all’interno di questa organizzazione, che riuniva
miliziani di estrema destra, militari e poliziotti, che si sono formati i quadri
più importanti di quello che diventerà il Front National (oggi Rassemblement
National). Dopo la vittoria algerina, il potere si trovò costretto a rispondere
alla minaccia di una rivolta fascista e aprì dunque le porte dello Stato — in
particolare nell’esercito e nella polizia — all’estrema destra per canalizzare
queste pulsioni golpiste.
La creazione della BAC (Brigade anti-criminalité), ad esempio — le attuali unità
di polizia incaricate di reprimere quotidianamente le popolazioni non bianche
dei quartieri popolari segregati delle grandi metropoli — è l’erede diretta
delle BNA (Brigades Nord-Africaines), una polizia d’eccezione incaricata della
repressione degli algerini impegnati nella lotta per l’indipendenza. Dopo la
guerra, i capi militari e i prefetti coloniali che avevano gestito la
controinsurrezione coloniale furono tutti reintegrati nella metropoli e
riciclati nei dipartimenti che raggruppavano i quartieri composti in maggioranza
da popolazioni immigrate, provenienti dalle zone postcoloniali. Il mantenimento
dell’ordine francese e la segregazione razziale dello spazio metropolitano si
ispirano direttamente a pratiche repressive sviluppate in Algeria, trasferendo
all’interno del territorio francese metodi di gestione dei colonizzati.
C’è infine un’ultima dimensione della fascistizzazione che ci sembra importante
sottolineare: il fascismo come opzione di gestione della crisi, ma anche — come
ricorda Alberto Toscano — come forma di contro-rivoluzione preventiva. Per dirla
semplicemente, percepiamo un legame tra il ritorno dell’ipotesi neofascista e il
livello di mobilitazione sociale che il paese ha conosciuto nel corso
dell’ultimo decennio: dal movimento contro la Loi Travail, ai Gilets Jaunes,
fino alle rivolte successive alla morte di Nahel Merzouk — per citare solo
alcuni episodi di questa sequenza.
Questa constatazione si ritrova anche a livello internazionale, in particolare
negli Stati Uniti, che hanno conosciuto un ciclo di mobilitazioni molto intense,
dal movimento Occupy Wall Street passando per Black Lives Matter fino alle
mobilitazioni contro la guerra genocidaria a Gaza.
La straordinaria resistenza popolare contro l’Immigration and Customs
Enforcement (ICE), alla quale prestiamo particolare attenzione, ha portato a
vittorie concrete e si è strutturata attraverso comitati di base, scioperi
generali e forme d’azione che combinano blocchi e manifestazioni. Essa accentua
attualmente la crisi di egemonia interna del potere statunitense e si appoggia a
contropoteri che si sono consolidati nel corso degli anni, attraverso
mobilitazioni come Black Lives Matter o gli ultimi storici scioperi nel settore
automobilistico.
La situazione in Palestina illustra anch’essa questa dinamica di
contro-rivoluzione preventiva: incarna al tempo stesso la crisi di egemonia del
progetto sionista e la capacità della resistenza popolare di tenergli testa.
È dunque all’interno di un quadro di crisi profonda — economica, politica e di
egemonia — che leggiamo l’apparizione simultanea della guerra e del fascismo
come opzioni di uscita per i poteri occidentali. Questi due strumenti si
alimentano e si rafforzano reciprocamente. Le offensive imperialiste — per
esempio contro Iran o Venezuela — si inscrivono come risposte alla crisi del
progetto sionista e a quella dell’imperialismo statunitense, sviluppandosi allo
stesso tempo in un contesto di crisi politica ed economica interna.
Torniamo al contesto francese. Quali dibattiti esistono e quali riflessioni sono
in corso sulla sequenza politica attuale e sulle prospettive a medio termine
(pensando in particolare alla scadenza elettorale del 2027)? Lo straordinario ed
eterogeneo ciclo che, dal movimento contro la Loi Travail del 2016, è passato
attraverso la forza e l’estensione dei Gilets Jaunes, attraversando
mobilitazioni antirazziste «culminate» con la rivolta successiva alla morte di
Nahel Merzouk e diversi movimenti contro le riforme governative, sembra essersi
in parte chiuso — probabilmente scontrandosi sia con una repressione violenta
sia con una più generale «fine delle mediazioni», oltre che con limiti
soggettivi.
Nel corso di questo periodo si è assistito alla scomparsa, alla nascita o alla
trasformazione di diverse opzioni politiche — si pensi, ad esempio, al declino
del Comité invisible o all’evoluzione del partito di Jean‑Luc Mélenchon. È stato
tracciato un bilancio di questo decennio oppure, secondo voi, quali lezioni
sarebbe possibile trarne guardando al futuro?
Da qualche tempo stiamo cercando di elaborare proprio questo bilancio. In primo
luogo, ai nostri occhi non è possibile affermare con certezza che il ciclo di
cui parlate sia chiuso: siamo già stati sorpresi più volte da esplosioni sociali
inattese e dalla capacità di sedimentazione e articolazione che movimenti
apparentemente molto distanti sono riusciti a mettere in campo. Ma siamo anche
consapevoli che, anche grazie al contesto internazionale, stiamo entrando in una
nuova congiuntura.
Se si deve trarre un bilancio di questo decennio, esso parte da una
constatazione centrale: l’opzione autonoma, nonostante i tentativi di superare
le impasse di un modello spontaneo e diffuso che era egemonico nel ciclo
pre-2016, e nonostante gli sforzi di autocritica e le sperimentazioni
organizzative intraprese, non è ancora riuscita a reggere i cambiamenti di ciclo
e di temporalità e quindi a capitalizzare e sedimentare in modo duraturo una
forma organizzativa.
Un esempio tra gli altri, che a nostro avviso rappresenta il tentativo più
avanzato di superare il prisma spontaneista, è quello dei Soulèvements de la
Terre. Questa esperienza ha rappresentato una vera svolta organizzativa,
strutturata e coerente. Ma si è rapidamente scontrata con i propri limiti: ha
eccelso in ciò che si potrebbe chiamare un «momento ecologista», ma la fine di
quel momento ne ha comportato il declino.
Molti altri tentativi sono stati condotti negli ultimi anni nel campo autonomo,
cercando sia di rompere con le opzioni tradizionali (trotskiste, maoiste,
marxiste-leniniste, ecc.) sia di superare la dicotomia tra verticalità e
orizzontalità. Per restare vicini a chi scrive, è ad esempio il caso del
progetto Acta, associato alle Brigades de Solidarité Populaire durante la
pandemia. Anche qui, nonostante un successo quasi inatteso nella temporalità del
momento, queste esperienze di auto-organizzazione hanno mostrato i limiti
dell’autonomia nel radicarsi nel tempo e nello strutturare una continuità
organizzativa.
Bisogna quindi constatare che, all’uscita da questo ciclo di mobilitazioni, non
è stata un’ipotesi autonoma a imporsi, ma piuttosto un’ipotesi istituzionale ed
elettorale: quella portata da La France Insoumise. Nessuna opzione di
auto-organizzazione è riuscita a stabilizzarsi o a consolidare durevolmente la
propria presenza.
LFI, tuttavia, non proviene direttamente dal movimento sociale, come è accaduto
ad esempio con Syriza in Grecia o con Podemos in Spagna. Essa incarna quindi
meno un prolungamento del conflitto sociale all’interno delle istituzioni che
uno spostamento di quel conflitto verso la sfera istituzionale. Ovviamente si
tratta di una semplificazione: molte persone partecipano alle lotte sociali da
anni e allo stesso tempo votano e sostengono LFI; le due opzioni non sono
vissute come alternative.
Resta però il fatto che i limiti de LFI sul terreno della mobilitazione di
piazza sono visibili, sia come forza di convocazione sia come capacità
organizzativa. Lo si è visto dopo le elezioni legislative, quando l’appello a
scendere in piazza per contestare la formazione di un governo di centrodestra
nonostante la vittoria della sinistra è rimasto relativamente debole. Lo si è
visto anche con la sequenza «blocchiamo tutto» di settembre, fortemente promossa
da LFI ma alla fine molto effimera. Parallelamente, l’idea di un rapporto
dialettico tra LFI e movimento sociale si scontra oggi con la debolezza di
quest’ultimo.
Dal nostro punto di vista, ciò che ci interessa non è tanto decidere
astrattamente se l’opzione istituzionale sia «buona» o «cattiva», né discutere
del sostegno a LFI — che, nella congiuntura attuale, appare quasi un’evidenza
strategica di fronte all’offensiva reazionaria in corso. Ciò che ci importa, e
che cerchiamo di mantenere come bussola metodologica, è analizzare la sequenza a
partire dalle lotte passate — e soprattutto da quelle che verranno.
In questo senso esiste un dibattito negli ambienti autonomi. Quando sfugge al
dogmatismo, esso ruota essenzialmente attorno a una domanda: una vittoria o
almeno un consolidamento della FI può diventare il vettore di nuove lotte oppure
no?
Alcuni sostengono che una sua vittoria elettorale potrebbe aprire una sequenza
di conflittualità intensa, persino pre-rivoluzionaria, tanto lo scontro con il
blocco borghese verrebbe esasperato dall’attuazione del suo programma. Altri
ritengono che, a un livello simile di offensività, la posta principale sarebbe
piuttosto la ricostruzione di dinamiche di resistenza popolare. Altri ancora,
più scettici, traggono le lezioni di esperienze passate — in particolare Syriza
— e ritengono che una vittoria de LFI rischierebbe soprattutto di chiudere la
conflittualità sociale assorbendola nello spazio istituzionale,
indipendentemente anche dalla questione di un’eventuale «tradimento».
In ogni caso, la questione strategica centrale non si limita alla scadenza
elettorale e va oltre il ruolo de LFI o il rapporto da mantenere con essa. Si
tratta piuttosto di capire come permettere a ciò che si è sedimentato nelle
lotte dell’ultimo decennio di consolidarsi.
È in questo senso che osserviamo con attenzione ciò che accade negli Stati Uniti
con le mobilitazioni contro l’ICE, dove vediamo strutturarsi progressivamente
reti di resistenza auto-organizzate che combinano scioperi, pratiche quotidiane
di solidarietà, blocchi, pratiche insurrezionali e anche forme di articolazione
con una parte del Partito Democratico degli Stati Uniti.
Il contesto qui non è esattamente lo stesso, naturalmente. Ma si ritrova una
configurazione simile: una forte densità di lotte accumulate nel corso del
decennio precedente e, allo stesso tempo, la possibilità di uno slittamento
rapido verso un regime neo-fascista utilizzato dal blocco borghese come
strumento di uscita dalla crisi.
L’urgenza per noi è quindi capire come, in una sequenza di polarizzazione
crescente, costruire capacità organizzative in grado di durare nel tempo e di
far fronte a un irrigidimento autoritario. E anche come pensare un antifascismo
che sia allo stesso tempo decisamente autonomo — cioè radicato nelle lotte
sociali e auto-organizzato — ma capace di uscire dall’impasse della sua forma
gruppuscolare.
L’Università di Pisa fa sparire il presidio di Pace dei “Tre Pini”
Mercoledì 18 marzo ore 11.00 conferenza stampa al Rettorato, Lungarno Pacinotti
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Durante una passeggiata di monitoraggio al CISAM, nel cuore del Parco di San
Rossore, abbiamo trovato il nostro Presidio di Pace dei “Tre Pini” sgomberato.
Bagni, docce, lavabi, tavoli e panche spariti, insieme a tutti gli oggetti e le
attrezzature messe a disposizione da solidali. È sparito tutto ciò che è stato
costruito con il contributo della collettività e che ha reso un posto prima
abbandonato percorribile dalla cittadinanza. In altre parole, un furto. Oltre
che un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a chi si batte concretamente
per la pace, per l’ambiente, contro le guerre.
Ma chi ha paura di un presidio per la Pace?
L’Università di Pisa è proprietaria del terreno dei “Tre Pini”, da anni
abbandonato e rigenerato dall’autorecupero del movimento No Base che vi ha
realizzato campeggi, mobilitazioni, iniziative di socialità e molto altro.
L’università di Pisa ha scelto di essere complice del progetto della base
militare, accettando la “compensazione” della ristrutturazione del Borgo ex
Bigattiera. Ora sappiamo in cambio di che cosa: in cambio del suo schieramento
nel campo di chi vuole la guerra mondiale. E così, l’Università si rende
disponibile a intralciare il movimento di cittadini, studenti, abitanti del
territorio che difendono il parco dalle basi militari e che lottano per la Pace.
L’Università di Pisa possiede tutti i terreni adiacenti alle basi militari del
nostro territorio: CISAM, Camp Darby e COMFOSE. Finora, ha deciso di tutelare le
attività di quelle basi, piuttosto che difendere le sue stesse terre dalla
militarizzazione e dal cemento, su cui sorgono anche le sue stesse strutture
didattiche come il Centro Avanzi di Agraria o l’Ospedale didattico veterinario.
Ma le collaborazioni con la guerra sono anche dirette: l’Ateneo pisano porta
avanti ricerche milionarie all’interno di laboratori, come il RASS Lab a
Cisanello o il Laboratorio Nazionale di Reti e Tecnologie Fotoniche del CNIT in
collaborazione con aziende belliche come Leonardo SpA e Rheinmetall, con la
NATO e persino con il CISAM, dove dovrebbe sorgere la nuova base militare.
L’Università di Pisa è come la verità di Orwell: quando parla di Pace, sta
facendo la Guerra, quando parla di ambiente, sta gettando il cemento, quando
parla di progresso, sta progettando il colonialismo. Non dimentichiamo che è la
stessa Università che continua a sostenere Israele e i progetti con le entità
che portano avanti il genocidio in Palestina.
Provare a cancellare il Presidio di Pace Tre Pini è un attacco a chi lotta per
la pace.
Che cosa fa paura all’Università? Fa paura che qualcuno attraversi e curi i suoi
spazi per parlare di pace? Fa paura che si difenda il Parco di San Rossore dalle
reti, dal cemento, dalle basi militari? Fa paura che qualcuno contesti i
traffici di armi e difenda i principi di Pace della Costituzione?
Non è un caso che questo avvenga pochi giorni dopo aver bloccato un treno carico
di armi, cosa che ha dato un segnale di pace forte e concreto a tutto il Paese.
Non è in dubbio che ciò avvenga a braccetto con quei soggetti politici e
militari che continuano a decidere in modo dispotico sul nostro territorio.
Vogliamo dirlo con chiarezza: l’ipocrisia e la vigliaccheria dell’Ateneo,
evidentemente invischiato con i poteri guerrafondai della nostra epoca, non ci
stupiscono. Né tantomeno ci spaventano, perché sappiamo che il presidio dei Tre
Pini verrà presto ricostruito dalla mobilitazione popolare. Perché in questo
periodo di guerra, è sempre più forte il bisogno di lottare per la pace.
Chi ha paura della pace ha paura di chi sta resistendo a un’idea di mondo fatta
di brama di potere, di profitto, di prepotenza sui popoli: ha il terrore di
perdere il proprio tornaconto negli affari di guerra. Cerca di distruggere,
laddove in tanti provano a costruire alternative e prospettive. Pochi giorni fa
abbiamo dimostrato che resistere a tutto questo è possibile, ma che sarà sempre
più importante farlo insieme e collettivamente. Il gesto dell’Università ci
mostra quanto è necessario che tutti prendano posizione, partecipino e in ogni
modo facciano la loro parte per la pace.
È sempre più chiaro che non possiamo delegare a queste istituzioni il potere di
decretare le sorti del nostro territorio, così come del pianeta: spetta farlo a
noi, insieme. Il Parco appartiene alla popolazione, agli animali e alle piante,
non al Rettore, non all’ateneo, non ai militari. La Pace o si costruisce o si fa
la guerra. E l’Università di Pisa, evidentemente, vuole fare la guerra.
Mercoledì 18 marzo alle 11.00 Conferenza Stampa al Rettorato prendiamo parola su
quanto è successo.
Da Movimento No Base
Raid aereo delle forze aeree USA contro l’isola di Kharg, terminal petrolifero
offshore iraniano. Stanotte il presidente Donald Trump ha dato l’ordine al
Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (Centcom) di
colpire massicciamente le infrastrutture militari ospitate nell’isola da cui
viene esportato quasi il 90% del petrolio dell’Iran.
L’8 marzo scorso l’isola che si trova a 25 km di distanza dalle coste iraniane e
a meno di 500 km dallo Stretto di Hormuz era stata al centro di una lunga
missione di intelligence, riconoscimento e sorveglianza di un drone MQ-4C
“Triton” (reg. 169804 – c/s VVPE804) di US Navy decollato dalla stazione
aeronavale di Sigonella.
Dopo aver attraversato tutto il Mediterraneo centro-orientale, il velivolo senza
pilota si era diretto inizialmente verso le coste nordorientali iraniane per
sorvolare il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture
della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio.
Successivamente il “Triton” USA ha raggiunto l’isola di Kharg. “La missione del
drone può essere servita per monitorare l’attività iraniana lungo la costa e
raccogliere dati d’intelligence per gli approcci marittimi verso l’isola di
Kharg”, hanno commentato gli analisti del sito specializzato ItaMilRadar.
L’attacco di stanotte conferma l’importanza strategica delle operazioni eseguite
la scorsa settimana dal drone partito da Sigonella. Senza il preventivo
monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target, non sarebbe
stato possibile effettuare con successo i bombardamenti dei caccia USA inviati
sull’Isola da Centcom.
L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che sarebbero state almeno una
quindicina le esplosioni a Kharg. Nello specifico sarebbero state colpite una
postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo
dell’aeroporto e l’hangar di una compagnia petrolifera offshore. Il raid avrebbe
pertanto risparmiato le infrastrutture petrolifere ospitate nell’isola.
“Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere di Kharg”, ha
dichiarato Donald Trump. “Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio
libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Le infrastrutture petrolifere dell’isola furono totalmente distrutte
nell’autunno del 1986 dalle forze irachene nel corso della lunga e sanguinosa
guerra Iran-Iraq. Secondo fonti di stampa statunitensi il Pentagono starebbe
vagliando l’ipotesi di inviare un commando speciale per occupare l’isola ed
impadronirsi del terminal petrolifero. Anche in quest’ottica può essere letta la
missione dell’8 marzo dell’MQ-4C “Triton” di Sigonella. Con buona pace del
governo Meloni-Tajani-Crosetto e del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da
Sergio Mattarella che continuano ad affermare ipocritamente l’estraneità
dell’Italia dal conflitto scatenato da USA ed Israele contro l’Iran e l’uso
delle basi militari da parte degli alleati per mere funzioni tecnico-logistiche.
Antonio Mazzeo Blog