È stato pubblicato da qualche giorno il nuovo decreto del Ministero
dell’Istruzione e del Merito sull’ordinamento degli istituti tecnici. Si tratta
della risoluzione finale di una riforma già definita con il PNRR nel 2022 e
voluta dall’allora ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, membro del governo
Draghi.
Nonostante sia passato in totale sordina nel dibattito pubblico e lo stesso
Valditara non abbia formalmente preso parola in merito, il decreto – già
approvato dalla Corte dei Conti – modifica quadri orari, indirizzi e obiettivi
formativi degli istituti tecnici superiori.
La riforma si inscrive nell’ormai noto processo di adeguamento dei curricoli
scolastici alle necessità del “tessuto produttivo del Paese”, in linea con i
propositi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in materia d’istruzione e
secondo i vettori d’innovazione digitale e tecnologica da questi indicati.
Se ad un primo sguardo i cambiamenti non sono né tanti né sostanziali,
analizzarne le modalità e le finalità restituisce un quadro di rilevanza
politica per il settore della formazione e per chiunque studi o lavori nelle
scuole.
Il decreto ridefinisce innanzitutto gli indirizzi degli istituti tecnici
italiani. Non ci sono in questo senso modifiche considerevoli: “l’offerta
formativa” si divide in settore economico e tecnologico-ambientale, con le già
note diramazioni specifiche delle discipline tecniche (finanza e marketing,
meccanica, elettronica, biotecnologie etc.). L’unica differenza degna di nota è
l’ingresso definitivo della scuola del Made in Italy nel settore agroalimentare,
formalizzando uno dei cavalli di battaglia dell’esecutivo a guida Meloni e del
ministro Valditara nello specifico. Un cambiamento che, pur volendo riconoscere
a Valditara voglia e tenacia nel tentativo di coniugare spirito nazionalistico e
adeguamento del sistema scolastico agli standard UE, sembra più una mossa di
propaganda che di effettiva utilità al sistema produttivo italiano.
Il conseguente ambito su cui il decreto interviene è la formulazione dei quadri
orari degli istituti. Se il monte ore rimane sostanzialmente identico, varia
significativamente il rapporto tra l’area di “istruzione generale” e le aree “di
indirizzo”, vale a dire l’insieme delle discipline specifiche del corso di
studio scelto. Il risultato della riforma, dato dalla riduzione oraria di
materie come matematica, storia, geografia (praticamente eliminata) e diritto, è
uno sbilanciamento ancora più importante verso le materie d’indirizzo. Uno
sbilanciamento accentuato dalla diminuzione ulteriore dell’insegnamento delle
“scienze sperimentali”: scienze della terra, fisica, chimica, biologia. Una
misura forse poco comprensibile vista la consuetudinaria – e per altro inesatta
– dicotomia tra materie “umanistiche” e “scientifiche”, che però non tiene in
considerazione l’evoluzione della scuola in relazione all’industria 4.0 e al
contestuale appiattimento della formazione sulle materie STEM. Queste
rappresentano il nucleo disciplinare privilegiato di questa riforma e vanno a
sostituire tanto gli insegnamenti “umanistici” quanto l’ambito delle scienze
naturali, su cui tra l’altro proprio le discipline tecnologico-ingegneristiche
si basano.
Se poi si considerano le linee guida introdotte da Valditara nell’insegnamento
della storia – eurocentrismo, focus sul Risorgimento e classici latini e greci
in seconda elementare – e l’insegnamento del latino alle scuole medie, si coglie
ancora di più il senso a tratti contradditorio delle sue politiche. Diminuire
progressivamente, quanto meno negli istituti tecnici, le materie considerate
superflue e, contemporaneamente, rendere il “superfluo” che rimane, un
grossolano tentativo di condizionamento ideologico.
Vale poi la pena evidenziare nello specifico il caso dell’italiano. La nuova
riforma diminuisce le ore di italiano insegnate al quinto anno da 4 a 3,
cambiando l’unico storico invariante comune a tutte le scuole superiori.
Lungi dal voler difendere a spada tratta una certa maniera di intendere
l’insegnamento dell’italiano e della letteratura, che spesso si limita alla
spiegazione nozionistica e cronologica di autori uno dietro l’altro,
accompagnata dalla vecchia e triste mitizzazione della “cultura umanistica”,
classica e moderna, non si può far finta che questa misura non abbia alcun
valore, sia pure soltanto simbolico.
È innanzitutto la prova provata dell’evidente direzione della formazione
italiana, alla continua rincorsa – sempre più veloce – della coincidenza tra
insegnamento scolastico e impresa. Cade persino il tentativo di rappresentare la
preparazione tecnica come, al pari di quella liceale, improntata alla formazione
di “cittadini consapevoli”. Non è retorico dire che sempre di più
l’avvicinamento delle scuole alle filiere produttive territoriali stia
trasformando gli istituti già parzialmente professionalizzanti in fabbriche di
forza-lavoro iper specializzata. In quest’ottica, quale utilità può avere
insegnare l’italiano?
D’altra parte, potremmo pure provocatoriamente reputare questa evidente
squalifica della Cultura italiana come un’opportunità per strappare quel velo di
Maya dietro cui molti – anche docenti e professori – siedono comodamente. Chissà
se si accorgeranno che già da molto tempo la scuola non è quel mezzo di
elevazione sociale, culturale e spirituale che credono.
Peraltro, neanche la riforma usa mezzi termini. Gran parte del decreto tratta
del rafforzamento dei rapporti tra istituti tecnici, università e aziende, con
l’obiettivo dichiarato di creare ponti diretti, attraverso accordi stipulati a
priori, tra scuole e imprese. “Formazione scuola-lavoro” (come Valditara ha
deciso di ribattezzare i PCTO) e percorsi di orientamento che vengono quindi
ampliati, sulla base dei “Patti educativi 4.0”. Tali “Patti educativi 4.0”, al
di là della retorica della scuola-azienda cara al Ministro, altro non sono che
nuovi percorsi di alternanza, con un focus sull’Industria 4.0 – altro pilastro
del PNRR. L’asse attorno a cui ruotano sono quindi la tecnologia, la
digitalizzazione della produzione e ovviamente l’intelligenza artificiale.
Valditara infila nei nuovi patti educativi anche gli ITS Academy, i nuovi
istituti che compongono il secondo ciclo della formula 4+2 e che, negli ultimi
due anni, si sono dimostrati un fallimento quasi totale in termini di adesione
degli istituti e di iscrizioni. Evidentemente hanno bisogno di nuovi incentivi
esterni.
L’intervento sulla formazione, comunque, non riguarda soltanto studenti e
studentesse. Anche per i docenti sono previsti corsi formativi e periodi di
osservazione nelle aziende del territorio, in base alle relazioni tra percorso
di studio e filiera produttiva di riferimento. I docenti potranno così rimanere
costantemente aggiornati tanto sugli sviluppi tecnologico-organizzativi della
produzione, quanto sui possibili sbocchi post-diploma. Si parla pure, a partire
dalle esperienze sul campo dei professori, di modalità “laboratoriali
innovative” da introdurre nell’insegnamento: considerate le premesse e gli
obiettivi dei “patti formativi”, viene ancora di più spianata la strada per la
progressiva penetrazione degli attori privati in quello che rimane della scuola
pubblica.
L’ultimo tassello del decreto è infine legato ai processi di integrazione
dell’UE della formazione, attraverso l’organizzazione di scambi culturali, anni
all’estero e l’implementazione della “metodologia CLIL”, vale a dire
l’insegnamento di determinate materie in un’altra lingua (generalmente
l’inglese).
Un aspetto interessante di quest’ultimo passaggio, che ha più le sembianze di un
invito che di una legge vincolante, è l’accento posto sull’autonomia scolastica.
Ogni istituto dovrà provvedere da sé alla formulazione di questi percorsi e, in
generale, all’organizzazione del nuovo ordinamento. Nella definizione dei quadri
orari, un numero non indifferente di ore dell’area di indirizzo (dalle 132 dei
primi due anni alle 231 dell’ultimo) sarà ripartito secondo le decisioni delle
singole scuole, attribuendo un’importante responsabilità ai singoli collegi
docenti, tra l’altro sempre più esautorati del loro potere dalle attività
manageriali dei dirigenti. Considerando poi che le nuove disposizioni dovranno
necessariamente essere in vigore per l’anno scolastico 2026-2027, viene anche
naturale immaginare le difficoltà organizzative a cui si assisterà all’inizio
del prossimo anno.
Bisogna poi leggere l’ampliamento dell’autonomia scolastica, introdotta ormai
quasi 30 anni fa, attraverso due lenti interpretative. Da un lato si assiste
all’aziendalizzazione della scuola anche sul piano formale. Non si tratta quindi
solo della parcellizzazione del sapere o della mercificazione della conoscenza,
ma di un’esplicita traduzione dell’organizzazione, della burocrazia e del
lessico aziendale nel contesto scolastico. A questo si accompagna, come misura
complementare – tanto causa quanto effetto – il definanziamento tendenziale
dell’Istruzione. Nell’ultima manovra di bilancio, attestata da molti tra le più
insignificanti in termini di crescita, l’Istruzione pubblica ha subito tagli
piuttosto pesanti, stimati tra i 600 e gli 800 milioni di euro.
Insomma, tra le farneticazioni sulla scuola costituzionale e la realizzazione
dei percorsi di “educazione al rispetto”, il ministro Valditara – in evidente
linearità con i suoi predecessori – continua, anche quando nessuno lo nota, a
svendere la scuola ai privati e a impoverire le possibilità formative di
studenti e studentesse.
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Digos e Procura colpiscono realtà sociali e manifestanti dello sciopero del 22
settembre. Nel mirino l’azione “Blocchiamo tutto” e le mobilitazioni per Gaza e
la Global Sumud Flotilla
Da Osservatorio Repressione
Una nuova operazione repressiva della polizia ha colpito a Milano decine di
attivisti e attiviste legati alle mobilitazioni per la Palestina e contro la
guerra. L’intervento della Digos riguarda in particolare militanti vicini al CSA
Lambretta e alla rete Gaza FREEstyle ed è legato alle manifestazioni dello
sciopero generale del 22 settembre scorso, giornata di mobilitazione nazionale
contro il genocidio del popolo palestinese e in solidarietà con la missione
della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.
L’inchiesta della Procura di Milano, guidata da Marcello Viola e coordinata
dalla pm Francesca Crupi, ha portato finora all’apertura di circa venti
procedimenti giudiziari. Sei giovani sono stati raggiunti da misure cautelari
disposte dalla gip Giulia D’Antoni: obbligo di firma, divieto di dimora e
divieto di uscire nelle ore notturne. Per altre otto persone, invece, sono stati
fissati gli interrogatori preventivi.
I fatti contestati risalgono agli scontri avvenuti al termine del corteo del 22
settembre davanti alla Stazione Centrale di Milano, quando una parte dei
manifestanti tentò di occupare lo scalo ferroviario. Secondo gli inquirenti si
sarebbe trattato di episodi di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, porto
abusivo di oggetti ritenuti offensivi – come spranghe – e interruzione di
pubblico servizio.
Quella giornata di mobilitazione, tuttavia, non fu l’azione di un singolo gruppo
politico. Fu una mobilitazione ampia e composita, parte di un contesto nazionale
di protesta segnato dallo slogan “Blocchiamo tutto”, che aveva visto scendere in
piazza migliaia di persone per denunciare il genocidio in corso a Gaza e per
sostenere le iniziative internazionali di solidarietà con la popolazione
palestinese.
In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in
decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida
condotta da Israele nella Striscia di Gaza e per denunciare le responsabilità
politiche che l’hanno resa possibile – e continuano a sostenerla. Le complicità
del governo italiano, dell’Unione Europea e più in generale del Nord globale
sono state al centro delle proteste: mentre si proclamano appelli alla pace,
continuano i rapporti diplomatici ed economici con Israele e soprattutto
proseguono le forniture militari.
Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie
internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone
palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80%
delle città della Striscia è stato completamente raso al suolo. Interi quartieri
sono stati cancellati, insieme a un ecosistema devastato dalle operazioni
militari. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche dopo la
cosiddetta “tregua”, mentre le infrastrutture civili sono distrutte e gli
ospedali ridotti al collasso: una crisi umanitaria senza precedenti.
È dentro questo scenario che la mobilitazione sociale è diventata uno degli
strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile
prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una
punizione collettiva su larga scala.
I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti
a Milano non sono infatti un episodio isolato. Negli ultimi mesi centinaia di
persone in tutta Italia sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e
altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei,
blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con
la popolazione palestinese.
Si tratta di una vera e propria escalation repressiva che riflette una tendenza
più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari
contro le mobilitazioni sociali è cresciuto in modo significativo, trasformando
spesso il dissenso politico in una questione di sicurezza nazionale, cioè nella
difesa dello status quo.
Il caso milanese si inserisce esattamente in questo quadro. Le nuove misure
giudiziarie arrivano mentre i movimenti stanno costruendo nuove mobilitazioni
nazionali, tra cui l’iniziativa “No Kings” prevista a Roma il 27 e 28 marzo e la
nuova missione internazionale della Global Sumud Flotilla.
Secondo Gaza FREEstyle il tempismo dell’operazione non è casuale. «Non è un caso
che questa operazione arrivi proprio ora – spiegano – pochi giorni prima della
grande mobilitazione nazionale che stiamo costruendo e a poche settimane dalla
nuova missione della Flotilla».
Il governo Meloni, forte dei decreti sicurezza approvati negli ultimi mesi, sta
attaccando sistematicamente le realtà sociali organizzate nel tentativo di
limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto
e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di
intervenire contro quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi
liberati, mutualismo sociale e pratiche vive di cittadinanza.
Nonostante questo, dai movimenti arriva un messaggio chiaro: la solidarietà non
si arresta. Le reti sociali che negli ultimi mesi hanno animato le piazze contro
la guerra e il genocidio a Gaza non sembrano intenzionate a fermarsi, ma al
contrario a rafforzare le mobilitazioni e la costruzione di un’opposizione
sociale sempre più ampia contro l’economia di guerra e le politiche securitarie.
La vicenda milanese, dunque, non riguarda soltanto un’indagine giudiziaria. È
uno dei tanti fronti su cui si misura oggi il conflitto tra movimenti sociali e
apparati statali in un Paese dove la gestione dell’ordine pubblico tende sempre
più a sovrapporsi alla gestione del dissenso politico.
MILANO: MISURE CAUTELARI PER DECINE DI COMPAGNI-E NELL’OPERAZIONE REPRESSIVA
CONTRO IL MOVIMENTO “BLOCCHIATO TUTTO”
da Radio Onda d’Urto
Ennesima operazione repressiva contro il movimento Blocchiamo Tutto, che in
autunno mobilitò milioni di persone nel nostro Paese contro genocidio,
occupazione e complicità anche del nostro Paese.
A Milano misure cautelari con obbligo di firma, divieto di dimora e divieto di
uscire la sera, per gli scontri con la polizia, schierata il 22 settembre a
blindare la stazione Centrale di Milano. Per altri 8 indagati fissati invece gli
interrogatori preventivi. I reati a vario titolo sono resistenza a pubblico
ufficiale, lesioni, porto abusivo di armi e interruzione di pubblico servizio.
Nel mirino in particolare compagne-i del Centro Sociale Lambretta e di Gaza
FREEstyle: “Questi provvedimenti e queste misure cautelari, che si sommano a
quelli già attuati negli scorsi mesi in diverse province, sono epsressione
dell’attacco sistemico del governo Meloni alle realtà sociali organizzate, nel
tentativo di silenziarne la progettualità, l’azione sul territorio. – scrivono
in un comunicato le due realtà – Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che
verranno causate da queste misure, il nostro impegno prosegue e si rafforza. La
solidarietà non si arresta”.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Raja, compgna dal Centro Sociale Lambretta e
di Gaza
La campagna referendaria sta giungendo al termine e lo scenario che si profila
per il governo è più che incerto.
L’ennesima grossa magagna si interpone al cammino governativo che, fino alle
mobilitazioni di settembre ottobre 2025, appariva privo di inciampi. Aver voluto
ricondurre ogni discorso critico ad un fantomatico “fronte del no” si sta
dimostrando un boomerang che rischia seriamente di portare alla prima bocciatura
“elettorale” della Meloni. Difficile recuperare andando da Fedez1 qualche giorno
prima del voto, se tra l’altro la Premier continua a sbagliare clamorosamente i
toni, dicendo che di dimissioni non se ne parla e mostrando la stessa arroganza
espressa a fronte delle mobilitazioni per la Palestina.
La guerra imperialista all’Iran e la crisi economica che sta travolgendo il
paese sommate ad una sconfitta sonora in termini di consenso, potranno scatenare
la “tempesta perfetta”? Non lo sappiamo, ma scommetterci e aiutare Eolo ci
sembra doveroso. Non possiamo non pensare alla faccia che farebbe la nostra Lady
di argilla… ops di ferro, se dovesse andare male pure questa… Quale iniezione di
buon umore quell’espressione per quanti si sono opposti e vogliono continuare a
farlo!
È noto che a gran parte degli italiani poco importa del tentativo di intervenire
sulla magistratura e che, probabilmente in molti, non provino nemmeno
particolare simpatia nei confronti di quel pezzo di apparato statale, anch’esso
in gran parte marcio come gli altri: quello che conta oggi è però il percorso
reale che può riaprire spazi di mobilitazione e insubordinazione di fronte allo
scenario sempre più incerto che il potere deve affrontare. Dopo lo sgombero di
Askatasuna e dopo le manifestazioni di massa e conflittuali che ci sono state in
risposta, abbiamo assistito al tentativo di Meloni e del suo esercito di Troll,
di schierarsi in maniera netta contro chiunque fosse sceso in strada. Ora,
questo le si ritorcerà contro? Lo speriamo. Sommessamente, ci viene da dire che
forse il conflitto non sia poi così negativo!
I partiti di “opposizione” sembrano in ogni caso incapaci di rappresentarsi come
una reale alternativa e anche in questa campagna referendaria hanno più che
altro testimoniato la loro inconsistenza.
Il referendum costituzionale, dunque, si è trasformato in un voto di consenso
per il governo. Il tentativo di modificare le regole che governano la
magistratura sono in gran parte lette dalle persone come il tentativo di una
classe di politicanti, post fascisti, ladroni e papponi, di guadagnarsi maggiore
impunità di quanta non ne posseggano già. Inoltre, entra in gioco la questione
dei decreti sicurezza e della stretta sull’agibilità delle manifestazioni: con
una magistratura meno “forte” e “indipendente” si pensa che avrebbero strada
spianata.
In generale, la riforma costituzionale, come fu quella tentata da Renzi, rivela
il tentativo di rafforzare l’esecutivo e in questo caso limitando il potere
della magistratura in modo da impedire interferenze date da potenziali inchieste
giudiziarie che ne influenzerebbero il consenso. La parte di casta che afferisce
alla destra meloniana, così come quella erede di Berlusconi e, d’altronde, buona
parte del Pd, ha da sempre le mani in pasta in affari sporchi e ruberie: questo
significa avere il fianco scoperto e, quindi, cercare di coprirlo.
Non entriamo qui nel merito della riforma, ma ci pare effettivamente netto
l’intervento sul CSM presente nel testo: questa la vera partita politica da
portare a casa per il governo, in quanto sarebbe un effettivo colpo alla
capacità delle correnti di organizzarsi e pesare nella scelta dell’indirizzo
complessivo e politico della magistratura. Rimandiamo a un interessante
contributo per un approfondimento nel merito qui.
Ciò non toglie che la magistratura nel nostro paese non abbia caratteristiche
altrettanto da “casta” in quanto i poteri e le loro prerogative risultano quasi
illimitati e non soggetti al “controllo popolare”. Di fatto si tratta
dell’espressione dello “Stato” nella sua struttura profonda, degli ultimi
decisori e garanti dell’ordine costituito e dell’inquadramento del nostro paese
nel sistema capitalista. La cosiddetta “indipendenza” dei giudici è in realtà un
aspetto strutturale, trasversale e sostanzialmente “politico”, che permette a
quel pezzo di Stato di esercitare pressioni in tutte le direzioni, e ciò che ha
influenzato enormemente la storia del nostro paese.
Questa supposta “indipendenza” non ha forse avallato e facilitato la repressione
dei movimenti e ogni spinta di insubordinazione? Crediamo che i movimenti e le
lotte non abbiano amici ai “piani alti” e che certa retorica di sinistra o
giustizialista, che purtroppo trova sponde anche nei movimenti, sia deleteria.
Detto ciò, l’operazione messa in atto dal governo è quella di rafforzarsi e
questo fatto è nemico della possibilità che crescano nuove mobilitazioni di
massa nel paese. Qui nessuno pensa che la magistratura salverà il paese dal
“fascismo”, una vittoria del “no” è però più che auspicabile.
1. non ci soffermiamo a descrivere la bassezza di chi pur di aver la ciotola
piena è disposto a prendere da mangiare da ogni padrone. ↩︎
La lotta di donne e uomini che dipendono dall’economia della loro terra.
Dopo aver pubblicato un lungo contributo che propone un quadro a partire dalle
voci del territorio relativamente all’intreccio delle lotte tarantine qui,
riceviamo e pubblichiamo dal Comitato di Ginosa, sempre in provincia di Taranto,
un podcast che racconta la loro attivazione a difesa del territorio.
L’indotto della produzione biologica in un’area a vocazione agricola, come
quella a cavallo tra Puglia e Basilicata, riconosciuta in tutto l’arco ionico, è
minacciato da un programma di industrializzazione assolutamente non compatibile
con il paesaggio rurale, rischiando di mettere in ginocchio l’economia
agroalimentare tra i comuni di Ginosa e Castellaneta in provincia di Taranto, e
Bernalda in quella di Matera.
Tra i comuni più colpiti sarà quello di Ginosa, dove un impianto di
termovalorizzazione del modello a Centrale Termoelettrica alimentata a
Combustibile Solido Secondario (CSS), minaccia non solo i raccolti, ma anche il
paesaggio e la salute dei cittadini.
A raccontare la vicenda saranno le e i compagn* del Comitato NO
TERMOVALORIZZATORE GINOSA presso il loro presidio permanente, che da molti mesi
combattono contro un progetto che rischia di sfregiare per sempre la loro terra
e la loro economia.
Crediti
Contenuti a cura del Comitato NO TERMOVALORIZZATORE.
8 Marzo 2026, Piazza Marconi, Ginosa.
Registrazioni, musiche ed editing di REC086.
Le ragioni del NO sono esposte in un volantino diffuso per pubblicizzare il
presidio permanente e le riprendiamo di seguito:
LE 5 VERITÀ CHE VOGLIONO NASCONDERCI
UN INCENERITORE MASCHERATO
Non è una semplice centrale: è un impianto da 90 MW che brucerà
85.000 tonnellate/anno di rifiuti (CSS). Un camino alto 45 metri e un’area di
240.000 mq distruggeranno il paesaggio di Contrada Girifalco.
ALLARME SANITARIO (Dati 2025)
Studi europei recenti su impianti simili mostrano fallimenti nei controlli:
diossine nel terreno e nelle uova fino a 87 volte sopra i limiti e PFAS 138
volte oltre la soglia. Non saremo noi le cavie!
MORTE DELL’AGRICOLTURA E DEL TURISMO
Le nostre eccellenze Biologiche e Biodinamiche (olio, vino, ortaggi) perderanno
le certificazioni di qualità. L’economia rurale e l’indotto agrituristico
verranno rimpiazzati da fumi inquinanti e ceneri che dovranno essere smaltite in
altri impianti.
IL MINISTERO DELLA CULTURA HA DETTO NO ️
Esiste già un parere negativo ufficiale: l’impatto volumetrico è incompatibile
con la tutela del nostro patrimonio rurale e paesaggistico.
La Regione Puglia non può ignorarlo!
UN “KILLER CLIMATICO” OBSOLETO
Bruciare plastica produce più CO2 del carbone. Mentre l’Europa chiede riciclo e
riduzione, questo progetto ci lega a tecnologie inquinanti e non rispetta gli
obiettivi di economia circolare.
All’inizio della terza settimana dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran,
si osserva un’ulteriore escalation del conflitto: si alza la posta in gioco e si
amplia il raggio degli obiettivi colpiti.
da Radio Blackout
Le immagini che arrivano sono poche, e questo contribuisce ad abbassare
l’attenzione mediaticae la percezione della gravità della situazione. Non
vengono colpiti soltanto obiettivi militari — come spesso viene riportato
attraverso statistiche e analisi economiche — ma la città di Teheran è
sottoposta a bombardamenti costanti, con un numero di vittime che cresce di
giorno in giorno. L’obiettivo di Israele e Stati Uniti è di mettere in ginocchio
l’Iran, attraverso una strategia che combina pressioni continua sulla
popolazione civile e il colpire infrastrutture militari, come l’attacco
all’isola di Kharg di sabato, aprendo anche il dibattito sulle possibili
conseguenze sull’economia globale di attacchi alle infrastrutture petrolifere.
Un secondo fronte del conflitto riguarda il Libano. Israele porta avanti
bombardamenti continui e su larga scala, oltre 800 persone uccise e circa
850.000 sfollate e da lunedì mattina è stata avviata un’invasione via terra.
Aumentano gli ordini di evacuazione per interi quartieri di Beirut e per altre
aree del paese, in un tentativo di frammentare il tessuto sociale libanese. A
questo si aggiunge un livello crescente di violenza psicologica: giovedì
mattina, l’aviazione israeliana ha lanciato volantini sulla capitale,
richiamando pratiche già viste nella, da Israele definita, “dottrina Gaza”. Gli
attacchi sul Libano non sono mai realmente cessati dal 2024: non c’è mai stato
un effettivo cessate il fuoco a dimostrazione della natura coloniale degli
obiettivi israeliani.
Ne abbiamo parlato con Chiara Cruciati, giornalista e vice direttrice de Il
Manifesto.
Ci siamo poi soffermate sugli obiettivi reali e sugli interessi in gioco di
Stati Uniti e Israele, che non sempre coincidono pienamente. Se le strategie
israeliane sono chiare ed esplicite, quelle statunitensi risultano più ambigue e
difficili da interpretare. Infatti, l’aggressione non si è rivelata rapida come
annunciato da Trump, e il “regime change”, fortemente auspicato e sostenuto, non
si è concretizzato, anche per via della totale incomprensione statunitense della
reale struttura politica e sociale della società iraniana. Negli ultimi giorni,
abbiamo visto Trump prima richiedere il supporto militare di altri paesi per la
sicurezza delle rotte marittime nello stretto di Hormuz e poi mobilitare
migliaia di marines e parlare di un possibile intervento via terra. In questo
quadro complesso, è fondamentale considerare anche il ruolo e le reazioni
dei paesi del Golfo, che rappresentano un ulteriore elemento di (dis)equilibrio
nel conflitto.
Ci siamo anche messe in collegamento diretto con il Libano con Mazen, militante
di Beirut, che ci parla dei recenti attacchi israeliani, che in realtà non sono
mai stati sospesi negli ultimi due anni. Fa parte di Nation Station,
associazione che serve pasti agli sfollati. Per supportare questo progetto, si
può seguire qui.
“E’ una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di
Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav”.
Inizia così l’intervista a Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav valsusina,
in merito alla decisione della Procura della Repubblica di prolungare il periodo
di detenzione domiciliare per Giorgio Rossetto, compagno torinese del movimento
contro l’opera in Val di Susa, il cui periodo di detenzione domiciliare scadeva
sabato 14 marzo 2026.
Iniziata a gennaio 2025, la detenzione domiciliare per Rossetto era stata
comminata per delle condanne definitive legate “al maxi-processo per lo sgombero
della Maddalena del 2011, la costruizione della baita in Clarea nel 2010 e
infine una marcia No Tav nel 2019”, scrive il movimento valsusino in un
comunicato.
Il 2 febbraio 2026, un anno e un mese aver iniziato a scontare la pena, Giorgio
Rossetto aveva subito l’aggravamento della detenzione a causa di un’intervista
rilasciata ai nostri microfoni, “colpevole” di aver commentato a Radio Onda
d’Urto lo sgombero di Askatasuna dello scorso dicembre. Aver parlato a una
emittente informativa gli è costato il divieto di comunicazione e riduzione ad
un’ora del tempo consentito per uscire.
La storia di Rossetto è una storia comune a tanti attivisti e attiviste No Tav,
sommersi da denunce, indagini, pedinamenti e punizioni giudiziarie continue.
Nonostante anni di feroce repressione poliziesca e giudiziaria, il Movimento
della Val Susa continua la sua lotta della grande opera in utile in progetto
nella valle alpina. A confermarne l’inutilità, la stessa TELT, società
costruttrice dell’opera, che ha formalizzato lo slittamento dell’entrata in
funzione della TAV Torino-Lione al 2034, intascandosi nel frattempo milioni di
fondi pubblici e speculando per anni sulla sua costruzione.
Per Rossetto, il 13 marzo 2026 (un giorno prima della conclusione della
detenzione), “sfruttando il fatto che è stato dichiarato inammissibile un
ricorso in cassazione” vengono aggiunti ulteriori 8 mesi di detenzione alla
pena. “La questione è che contro di noi viene applicato il diritto penale del
nemico”, denuncia Nicoletta Dosio ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Di seguito
l’intervista completa.
da Radio Onda d’Urto
Fascistizzazione dello Stato, genealogie coloniali e congiuntura elettorale a un
mese dai “fatti di Lione”. Intervista con Antonin Bernanos e Carlotta Benvegnù
Da Acta Media
La morte, il 14 febbraio, di un militante fascista a Lione — a seguito di
scontri con militanti antifascisti che assicuravano il servizio d’ordine ai
margini di un’iniziativa di una deputata de La France Insoumise — è stata
interpretata da diverse voci come un «momento Kirk» per la Francia. In altre
parole, questo evento è stato utilizzato dall’estrema destra, in ascesa verso il
potere, per tentare di cambiare paradigma, marginalizzando le componenti
politiche antifasciste e cercando di rovesciare il «barrage elettorale» storico
che, da decenni, impedisce alla dinastia Le Pen di accedere alla presidenza.
Potreste dirci qual è, dal vostro punto di vista, la percezione del momento in
Francia e, più in generale, in che modo le diverse componenti (dai collettivi
antifascisti a LFI) hanno reagito?
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi in Francia, a nostro avviso è
necessario collocare il momento politico innescato dagli eventi di Lione
all’interno di una sequenza molto più lunga. Siamo nel cuore di un processo che
noi — insieme ad altri — definiamo da diversi anni come una fascistizzazione
dello Stato. Vale a dire una tendenza profonda e duratura delle democrazie
occidentali, particolarmente visibile in Francia, soprattutto per la centralità
che vi occupa il discorso islamofobo. Ciò implica criticare l’idea secondo cui
il fascismo emergerebbe come una rottura brutale con l’ordine repubblicano e
democratico, a seguito della presa del potere da parte dell’estrema destra. Ciò
che osserviamo, al contrario, è un processo graduale, inscritto nelle
trasformazioni ordinarie dello Stato e del campo politico.
Questo contesto è indispensabile per comprendere il trattamento recente —
mediatico e politico — del fascismo e dell’antifascismo. Torneremo più avanti su
questo punto in modo più approfondito, ma è già necessario ricordare che la
criminalizzazione dell’antifascismo in Francia non risale agli eventi di Lione.
Almeno dal 2016, i gruppi antifascisti figurano tra i settori più repressi del
movimento sociale. Si può pensare, ad esempio, all’affaire del quai de Valmy,
dopo l’incendio di un’auto della polizia durante una manifestazione del
movimento contro la legge sul lavoro nel 2016, che ha rappresentato un
importante episodio repressivo contro i gruppi che componevano il
cosiddetto cortège de tête, prendendo di mira in particolare l’Action
Antifasciste Paris Banlieue, diversi dei cui membri sono stati incarcerati
durante e al termine della procedura giudiziaria. Occorre inoltre ricordare lo
scioglimento del Groupe Antifa Lyon et Environ nel marzo 2022, che ha preceduto
quello della Jeune Garde nel giugno 2025. In questo quadro, una figura mediatica
dell’«antifa» si è progressivamente imposta, costruita come minaccia e oggetto
di criminalizzazione. Ciò è vero anche altrove, ma perché proprio a partire da
questo periodo, in particolare in Francia? Perché a partire dal 2016, in
particolare con il movimento contro la legge sul lavoro, i gruppi antifascisti
si sono radicati sempre più nelle mobilitazioni sociali, diventando sempre più
visibili all’interno di un ciclo di lotte che ha contestato sia l’accelerazione
dell’agenda neoliberale sia la normalizzazione di un’agenda islamofoba. La loro
presenza in queste mobilitazioni e in diverse lotte sociali (ecologiste,
sindacali, contro le violenze poliziesche) li ha resi politicamente
irrecuperabili da parte del potere. Non era esattamente così in precedenza,
quando una figura del «buon» antifascista poteva ancora essere mobilitata da una
parte della sinistra o del centro repubblicano. Gli eventi di Lione non hanno
dunque aperto una sequenza totalmente nuova; hanno piuttosto accelerato un
processo avviato da circa dieci anni, offrendo al potere l’opportunità di
portare a compimento la demonizzazione dell’antifascismo.
La novità — e forse la specificità francese — sta nel fatto che questa
demonizzazione si estende ormai allo stesso campo istituzionale. Essa trascina
con sé anche La France Insoumise, formazione che, secondo numerosi sondaggi,
potrebbe trovarsi al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2027 di
fronte al Rassemblement national. La France Insoumise era peraltro già oggetto
di una campagna di delegittimazione, in particolare attraverso accuse ripetute
di antisemitismo, oggi ulteriormente intensificate a seguito dei fatti di Lione,
anche in relazione alle sue prese di posizione contro il genocidio in Palestina.
Ma ciò che cambia qui è che l’episodio lionese è stato colto non solo
dall’estrema destra come un’occasione per spostare lo stigma dell’estremismo
verso la sinistra, ma anche da una larga parte del campo politico per proseguire
questa impresa di demonizzazione della France Insoumise. Inoltre, non è solo il
RN: è l’intera Assemblea nazionale che ha osservato un minuto di silenzio per un
militante neofascista — un fatto inedito nella storia della Repubblica, se si
eccettua il periodo del regime di Pétain.
Dal lato dell’«estremo centro», vale a dire del macronismo, la novità consiste
in una svolta strategica: dal barrage républicain si è passati all’esacerbazione
dei poli. Ieri il racconto era semplice: «noi o il fascismo». Oggi diventa: «noi
o la guerra civile». Non si tratta più soltanto della diga contro l’estrema
destra; è la messa in scena di un paese sull’orlo della frattura, di cui loro
sarebbero gli unici capaci di ricomporre i pezzi. La carta giocata non è quindi
più quella del fronte repubblicano, ma quella dell’arbitraggio: presentarsi come
ultimo baluardo, come garante ultimo dell’ordine. Questa svolta interviene in un
contesto di crisi profonda per la maggioranza presidenziale, mentre l’ipotesi di
un secondo turno nel 2027 tra Jordan Bardella e Jean-Luc Mélenchon si imponeva
come uno degli scenari più plausibili. È troppo presto per dire se la scommessa
pagherà. Ma l’evento viene colto come un’opportunità: tentare di riconquistare
una legittimità politica fortemente erosa.
Infine, dal lato de La France Insoumise, al centro di attacchi che non sono più
soltanto mediatici ma anche fisici — decine di sedi prese di mira, locali
danneggiati, ripetute minacce di morte contro i suoi membri — la direzione del
partito ha mantenuto il proprio sostegno alla Jeune Garde e ha rifiutato di
prendere le distanze dal deputato proveniente da questo collettivo, di cui aveva
sostenuto e accompagnato l’elezione. Ha inoltre sostenuto una linea di difesa
dell’antifascismo, pur riducendolo a una postura di «autodifesa popolare»
puramente difensiva e condannando gli autori dei fatti — che appartenevano
tuttavia, è bene ricordarlo, a un settore del movimento antifascista che essa
stessa aveva cooptato nell’organizzazione — e che oggi rischiano pene detentive
molto pesanti.
Da parte nostra — quella dell’antifascismo autonomo, per dirla in breve —
invitiamo ovviamente a sostenere La France Insoumise di fronte al processo di
criminalizzazione di cui oggi è bersaglio. È ormai chiaro che, in questa fase,
al di là della scadenza elettorale, gli attacchi che la colpiscono superano di
gran lunga il suo perimetro: cercano di colpire l’insieme del movimento sociale
e delle opposizioni politiche. Una capitolazione de LFI aprirebbe la strada a
un’offensiva molto più ampia.
Tuttavia, se sosteniamo la LFI nella congiuntura attuale, restiamo comunque
critici nei confronti della strategia che ha portato il gruppo antifascista
Jeune Garde a integrare le sue file fino a far eleggere uno dei suoi ex
portavoce come deputato in un dipartimento storicamente acquisito al
Rassemblement national. Questa scelta corrisponde infatti a un’ipotesi che si
potrebbe definire «strategia antifascista del fronte elettorale». Tale ipotesi
considera l’ascesa dell’estrema destra come il terreno centrale della lotta e
concepisce l’antifascismo principalmente come uno scontro diretto contro di
essa. Lo Stato appare quindi meno come il luogo di produzione della
fascistizzazione e più come una barriera difettosa che bisognerebbe costringere
a svolgere il proprio ruolo. Da qui la prospettiva di un fronte unitario e
interclassista, suscettibile di estendersi, se necessario, fino al Parti
socialiste. Al contrario, noi analizziamo l’estrema destra come una componente
di un processo di fascistizzazione più ampio, che si dispiega all’interno stesso
dello Stato e attraversa una parte delle formazioni politiche, anche a sinistra
— comprese quelle che si rivendicano antifasciste. La sequenza islamofoba del
2015 ne ha fornito un’illustrazione. Ci torneremo.
Con una nota più ottimista, riteniamo che questa sequenza post-lionese, pur
chiarendo il ruolo dello Stato e di una parte della sinistra nel processo di
fascistizzazione in corso (come mostra l’episodio del minuto di silenzio),
potrebbe anche far emergere capacità antifasciste più ampi, sulle quali sarebbe
possibile costruire dinamiche politiche capaci di superare la logica di un
antifascismo dei piccoli gruppi.
Come accennavamo nella prima domanda, pur con le sue specificità, il caso
francese si inserisce pienamente in una congiuntura internazionale più ampia:
dal già citato «caso Kirk» negli Stati Uniti alla lunga sequenza di Budapest,
con le sue molteplici ramificazioni tra la Germania e altri paesi; ma anche alla
criminalizzazione osservata in Inghilterra con il tentativo di scioglimento di
Palestine Action, o ancora alla retorica utilizzata dal governo Meloni contro le
recenti mobilitazioni a Torino e Milano («nemici della nazione», «terroristi»).
Quale riflessione è possibile sviluppare, dalla Francia, su questa congiuntura,
nella quale la cosiddetta «Internazionale nera» sembra sempre più in grado di
esercitare un’egemonia e di proporsi come forza dirigente in un momento in cui
la guerra occupa un posto sempre più centrale — con le torsioni autoritarie che
ne derivano in diversi paesi e la messa in opera di economie di guerra?
Dalla Francia, questa congiuntura permette di riflettere sul modo in cui un
processo di fascistizzazione — inteso non come il prolungamento del fascismo
storico, ma piuttosto come l’attualizzazione di una parte dei suoi fondamenti
(autoritarismo, guerra, suprematismo e gestione razziale) — si accelera, anche
in contesti in cui l’estrema destra non è (ancora) al potere. Essa rivela
soprattutto le dinamiche di fondo, lunghe e profonde, che preparano il terreno
all’estrema destra, al di là dell’emergere contingente della cosiddetta
«Internazionale nera». Queste dinamiche si manifestano attraverso uno
slittamento autoritario progressivo degli apparati dello Stato e di alcuni
partiti politici, tramite pratiche repressive e discriminatorie, e attraverso la
gestione mirata delle popolazioni non bianche, oggi in particolare delle
popolazioni musulmane.
Si tratta, ancora una volta, di ciò che viene chiamato fascistizzazione, e che
deve essere compreso come un continuum: già presente nelle istituzioni, esso si
dispiega attraverso pratiche ordinarie e si accelera in un contesto di guerra,
di crisi economica e di crisi più generale dell’egemonia dell’imperialismo
occidentale. L’esempio dell’islamofobia di Stato in Francia nel 2015 — chiusura
arbitraria di moschee, perquisizioni amministrative, controlli di polizia su
base razziale legalizzati, violenze, incarcerazioni preventive e di massa di
musulmani — mostra che queste dinamiche non dipendono unicamente dall’arrivo
dell’estrema destra al potere, dal momento che in quell’epoca era il Parti
Socialiste a governare, con François Hollande come Presidente della Repubblica.
Ciò non significa che riteniamo che l’accesso al potere del Rassemblement
National sarebbe privo di conseguenze. Oggi, per fare solo un esempio, è
l’estrema destra a proporre le misure più razziste e discriminatorie, come la
soppressione dell’AME (Aide médicale d’État, l’assistenza medica per gli
stranieri in situazione irregolare). Ma nulla garantisce che il centro non possa
seguirla tra qualche tempo, come ha già fatto su molti altri temi. Questa
prospettiva sottolinea inoltre la necessità di sviluppare forme alternative di
sanità autogestita, su cui stiamo riflettendo insieme ad alcuni compagni.
Infine, nel contesto francese, il legame storico tra il processo di
fascistizzazione e la colonialità è piuttosto evidente, forse ancora più che
altrove. Esiste una vera e propria genealogia coloniale del fascismo francese.
Le sconfitte in Indocina e in Algeria hanno profondamente strutturato la Quinta
Repubblica, così come la storia dell’estrema destra francese e quella del
Rassemblement National, in cui si ritrovano i germi di queste dinamiche. Come
sottolinea Enzo Traverso, esiste una continuità tra colonialità e fascismo: un
continuum fascista che si sviluppa a partire dalle pratiche coloniali (sia prima
del fascismo storico degli anni Trenta, sia dopo, in ciò che si potrebbe
definire postfascismo).
In Francia, durante la guerra d’Algeria, l’estrema destra si posiziona come
avanguardia del campo dell’«Algérie française», in particolare all’interno
dell’Organisation armée secrète (OAS), organizzazione armata contro
l’indipendenza algerina. È all’interno di questa organizzazione, che riuniva
miliziani di estrema destra, militari e poliziotti, che si sono formati i quadri
più importanti di quello che diventerà il Front National (oggi Rassemblement
National). Dopo la vittoria algerina, il potere si trovò costretto a rispondere
alla minaccia di una rivolta fascista e aprì dunque le porte dello Stato — in
particolare nell’esercito e nella polizia — all’estrema destra per canalizzare
queste pulsioni golpiste.
La creazione della BAC (Brigade anti-criminalité), ad esempio — le attuali unità
di polizia incaricate di reprimere quotidianamente le popolazioni non bianche
dei quartieri popolari segregati delle grandi metropoli — è l’erede diretta
delle BNA (Brigades Nord-Africaines), una polizia d’eccezione incaricata della
repressione degli algerini impegnati nella lotta per l’indipendenza. Dopo la
guerra, i capi militari e i prefetti coloniali che avevano gestito la
controinsurrezione coloniale furono tutti reintegrati nella metropoli e
riciclati nei dipartimenti che raggruppavano i quartieri composti in maggioranza
da popolazioni immigrate, provenienti dalle zone postcoloniali. Il mantenimento
dell’ordine francese e la segregazione razziale dello spazio metropolitano si
ispirano direttamente a pratiche repressive sviluppate in Algeria, trasferendo
all’interno del territorio francese metodi di gestione dei colonizzati.
C’è infine un’ultima dimensione della fascistizzazione che ci sembra importante
sottolineare: il fascismo come opzione di gestione della crisi, ma anche — come
ricorda Alberto Toscano — come forma di contro-rivoluzione preventiva. Per dirla
semplicemente, percepiamo un legame tra il ritorno dell’ipotesi neofascista e il
livello di mobilitazione sociale che il paese ha conosciuto nel corso
dell’ultimo decennio: dal movimento contro la Loi Travail, ai Gilets Jaunes,
fino alle rivolte successive alla morte di Nahel Merzouk — per citare solo
alcuni episodi di questa sequenza.
Questa constatazione si ritrova anche a livello internazionale, in particolare
negli Stati Uniti, che hanno conosciuto un ciclo di mobilitazioni molto intense,
dal movimento Occupy Wall Street passando per Black Lives Matter fino alle
mobilitazioni contro la guerra genocidaria a Gaza.
La straordinaria resistenza popolare contro l’Immigration and Customs
Enforcement (ICE), alla quale prestiamo particolare attenzione, ha portato a
vittorie concrete e si è strutturata attraverso comitati di base, scioperi
generali e forme d’azione che combinano blocchi e manifestazioni. Essa accentua
attualmente la crisi di egemonia interna del potere statunitense e si appoggia a
contropoteri che si sono consolidati nel corso degli anni, attraverso
mobilitazioni come Black Lives Matter o gli ultimi storici scioperi nel settore
automobilistico.
La situazione in Palestina illustra anch’essa questa dinamica di
contro-rivoluzione preventiva: incarna al tempo stesso la crisi di egemonia del
progetto sionista e la capacità della resistenza popolare di tenergli testa.
È dunque all’interno di un quadro di crisi profonda — economica, politica e di
egemonia — che leggiamo l’apparizione simultanea della guerra e del fascismo
come opzioni di uscita per i poteri occidentali. Questi due strumenti si
alimentano e si rafforzano reciprocamente. Le offensive imperialiste — per
esempio contro Iran o Venezuela — si inscrivono come risposte alla crisi del
progetto sionista e a quella dell’imperialismo statunitense, sviluppandosi allo
stesso tempo in un contesto di crisi politica ed economica interna.
Torniamo al contesto francese. Quali dibattiti esistono e quali riflessioni sono
in corso sulla sequenza politica attuale e sulle prospettive a medio termine
(pensando in particolare alla scadenza elettorale del 2027)? Lo straordinario ed
eterogeneo ciclo che, dal movimento contro la Loi Travail del 2016, è passato
attraverso la forza e l’estensione dei Gilets Jaunes, attraversando
mobilitazioni antirazziste «culminate» con la rivolta successiva alla morte di
Nahel Merzouk e diversi movimenti contro le riforme governative, sembra essersi
in parte chiuso — probabilmente scontrandosi sia con una repressione violenta
sia con una più generale «fine delle mediazioni», oltre che con limiti
soggettivi.
Nel corso di questo periodo si è assistito alla scomparsa, alla nascita o alla
trasformazione di diverse opzioni politiche — si pensi, ad esempio, al declino
del Comité invisible o all’evoluzione del partito di Jean‑Luc Mélenchon. È stato
tracciato un bilancio di questo decennio oppure, secondo voi, quali lezioni
sarebbe possibile trarne guardando al futuro?
Da qualche tempo stiamo cercando di elaborare proprio questo bilancio. In primo
luogo, ai nostri occhi non è possibile affermare con certezza che il ciclo di
cui parlate sia chiuso: siamo già stati sorpresi più volte da esplosioni sociali
inattese e dalla capacità di sedimentazione e articolazione che movimenti
apparentemente molto distanti sono riusciti a mettere in campo. Ma siamo anche
consapevoli che, anche grazie al contesto internazionale, stiamo entrando in una
nuova congiuntura.
Se si deve trarre un bilancio di questo decennio, esso parte da una
constatazione centrale: l’opzione autonoma, nonostante i tentativi di superare
le impasse di un modello spontaneo e diffuso che era egemonico nel ciclo
pre-2016, e nonostante gli sforzi di autocritica e le sperimentazioni
organizzative intraprese, non è ancora riuscita a reggere i cambiamenti di ciclo
e di temporalità e quindi a capitalizzare e sedimentare in modo duraturo una
forma organizzativa.
Un esempio tra gli altri, che a nostro avviso rappresenta il tentativo più
avanzato di superare il prisma spontaneista, è quello dei Soulèvements de la
Terre. Questa esperienza ha rappresentato una vera svolta organizzativa,
strutturata e coerente. Ma si è rapidamente scontrata con i propri limiti: ha
eccelso in ciò che si potrebbe chiamare un «momento ecologista», ma la fine di
quel momento ne ha comportato il declino.
Molti altri tentativi sono stati condotti negli ultimi anni nel campo autonomo,
cercando sia di rompere con le opzioni tradizionali (trotskiste, maoiste,
marxiste-leniniste, ecc.) sia di superare la dicotomia tra verticalità e
orizzontalità. Per restare vicini a chi scrive, è ad esempio il caso del
progetto Acta, associato alle Brigades de Solidarité Populaire durante la
pandemia. Anche qui, nonostante un successo quasi inatteso nella temporalità del
momento, queste esperienze di auto-organizzazione hanno mostrato i limiti
dell’autonomia nel radicarsi nel tempo e nello strutturare una continuità
organizzativa.
Bisogna quindi constatare che, all’uscita da questo ciclo di mobilitazioni, non
è stata un’ipotesi autonoma a imporsi, ma piuttosto un’ipotesi istituzionale ed
elettorale: quella portata da La France Insoumise. Nessuna opzione di
auto-organizzazione è riuscita a stabilizzarsi o a consolidare durevolmente la
propria presenza.
LFI, tuttavia, non proviene direttamente dal movimento sociale, come è accaduto
ad esempio con Syriza in Grecia o con Podemos in Spagna. Essa incarna quindi
meno un prolungamento del conflitto sociale all’interno delle istituzioni che
uno spostamento di quel conflitto verso la sfera istituzionale. Ovviamente si
tratta di una semplificazione: molte persone partecipano alle lotte sociali da
anni e allo stesso tempo votano e sostengono LFI; le due opzioni non sono
vissute come alternative.
Resta però il fatto che i limiti de LFI sul terreno della mobilitazione di
piazza sono visibili, sia come forza di convocazione sia come capacità
organizzativa. Lo si è visto dopo le elezioni legislative, quando l’appello a
scendere in piazza per contestare la formazione di un governo di centrodestra
nonostante la vittoria della sinistra è rimasto relativamente debole. Lo si è
visto anche con la sequenza «blocchiamo tutto» di settembre, fortemente promossa
da LFI ma alla fine molto effimera. Parallelamente, l’idea di un rapporto
dialettico tra LFI e movimento sociale si scontra oggi con la debolezza di
quest’ultimo.
Dal nostro punto di vista, ciò che ci interessa non è tanto decidere
astrattamente se l’opzione istituzionale sia «buona» o «cattiva», né discutere
del sostegno a LFI — che, nella congiuntura attuale, appare quasi un’evidenza
strategica di fronte all’offensiva reazionaria in corso. Ciò che ci importa, e
che cerchiamo di mantenere come bussola metodologica, è analizzare la sequenza a
partire dalle lotte passate — e soprattutto da quelle che verranno.
In questo senso esiste un dibattito negli ambienti autonomi. Quando sfugge al
dogmatismo, esso ruota essenzialmente attorno a una domanda: una vittoria o
almeno un consolidamento della FI può diventare il vettore di nuove lotte oppure
no?
Alcuni sostengono che una sua vittoria elettorale potrebbe aprire una sequenza
di conflittualità intensa, persino pre-rivoluzionaria, tanto lo scontro con il
blocco borghese verrebbe esasperato dall’attuazione del suo programma. Altri
ritengono che, a un livello simile di offensività, la posta principale sarebbe
piuttosto la ricostruzione di dinamiche di resistenza popolare. Altri ancora,
più scettici, traggono le lezioni di esperienze passate — in particolare Syriza
— e ritengono che una vittoria de LFI rischierebbe soprattutto di chiudere la
conflittualità sociale assorbendola nello spazio istituzionale,
indipendentemente anche dalla questione di un’eventuale «tradimento».
In ogni caso, la questione strategica centrale non si limita alla scadenza
elettorale e va oltre il ruolo de LFI o il rapporto da mantenere con essa. Si
tratta piuttosto di capire come permettere a ciò che si è sedimentato nelle
lotte dell’ultimo decennio di consolidarsi.
È in questo senso che osserviamo con attenzione ciò che accade negli Stati Uniti
con le mobilitazioni contro l’ICE, dove vediamo strutturarsi progressivamente
reti di resistenza auto-organizzate che combinano scioperi, pratiche quotidiane
di solidarietà, blocchi, pratiche insurrezionali e anche forme di articolazione
con una parte del Partito Democratico degli Stati Uniti.
Il contesto qui non è esattamente lo stesso, naturalmente. Ma si ritrova una
configurazione simile: una forte densità di lotte accumulate nel corso del
decennio precedente e, allo stesso tempo, la possibilità di uno slittamento
rapido verso un regime neo-fascista utilizzato dal blocco borghese come
strumento di uscita dalla crisi.
L’urgenza per noi è quindi capire come, in una sequenza di polarizzazione
crescente, costruire capacità organizzative in grado di durare nel tempo e di
far fronte a un irrigidimento autoritario. E anche come pensare un antifascismo
che sia allo stesso tempo decisamente autonomo — cioè radicato nelle lotte
sociali e auto-organizzato — ma capace di uscire dall’impasse della sua forma
gruppuscolare.
L’Università di Pisa fa sparire il presidio di Pace dei “Tre Pini”
Mercoledì 18 marzo ore 11.00 conferenza stampa al Rettorato, Lungarno Pacinotti
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Durante una passeggiata di monitoraggio al CISAM, nel cuore del Parco di San
Rossore, abbiamo trovato il nostro Presidio di Pace dei “Tre Pini” sgomberato.
Bagni, docce, lavabi, tavoli e panche spariti, insieme a tutti gli oggetti e le
attrezzature messe a disposizione da solidali. È sparito tutto ciò che è stato
costruito con il contributo della collettività e che ha reso un posto prima
abbandonato percorribile dalla cittadinanza. In altre parole, un furto. Oltre
che un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a chi si batte concretamente
per la pace, per l’ambiente, contro le guerre.
Ma chi ha paura di un presidio per la Pace?
L’Università di Pisa è proprietaria del terreno dei “Tre Pini”, da anni
abbandonato e rigenerato dall’autorecupero del movimento No Base che vi ha
realizzato campeggi, mobilitazioni, iniziative di socialità e molto altro.
L’università di Pisa ha scelto di essere complice del progetto della base
militare, accettando la “compensazione” della ristrutturazione del Borgo ex
Bigattiera. Ora sappiamo in cambio di che cosa: in cambio del suo schieramento
nel campo di chi vuole la guerra mondiale. E così, l’Università si rende
disponibile a intralciare il movimento di cittadini, studenti, abitanti del
territorio che difendono il parco dalle basi militari e che lottano per la Pace.
L’Università di Pisa possiede tutti i terreni adiacenti alle basi militari del
nostro territorio: CISAM, Camp Darby e COMFOSE. Finora, ha deciso di tutelare le
attività di quelle basi, piuttosto che difendere le sue stesse terre dalla
militarizzazione e dal cemento, su cui sorgono anche le sue stesse strutture
didattiche come il Centro Avanzi di Agraria o l’Ospedale didattico veterinario.
Ma le collaborazioni con la guerra sono anche dirette: l’Ateneo pisano porta
avanti ricerche milionarie all’interno di laboratori, come il RASS Lab a
Cisanello o il Laboratorio Nazionale di Reti e Tecnologie Fotoniche del CNIT in
collaborazione con aziende belliche come Leonardo SpA e Rheinmetall, con la
NATO e persino con il CISAM, dove dovrebbe sorgere la nuova base militare.
L’Università di Pisa è come la verità di Orwell: quando parla di Pace, sta
facendo la Guerra, quando parla di ambiente, sta gettando il cemento, quando
parla di progresso, sta progettando il colonialismo. Non dimentichiamo che è la
stessa Università che continua a sostenere Israele e i progetti con le entità
che portano avanti il genocidio in Palestina.
Provare a cancellare il Presidio di Pace Tre Pini è un attacco a chi lotta per
la pace.
Che cosa fa paura all’Università? Fa paura che qualcuno attraversi e curi i suoi
spazi per parlare di pace? Fa paura che si difenda il Parco di San Rossore dalle
reti, dal cemento, dalle basi militari? Fa paura che qualcuno contesti i
traffici di armi e difenda i principi di Pace della Costituzione?
Non è un caso che questo avvenga pochi giorni dopo aver bloccato un treno carico
di armi, cosa che ha dato un segnale di pace forte e concreto a tutto il Paese.
Non è in dubbio che ciò avvenga a braccetto con quei soggetti politici e
militari che continuano a decidere in modo dispotico sul nostro territorio.
Vogliamo dirlo con chiarezza: l’ipocrisia e la vigliaccheria dell’Ateneo,
evidentemente invischiato con i poteri guerrafondai della nostra epoca, non ci
stupiscono. Né tantomeno ci spaventano, perché sappiamo che il presidio dei Tre
Pini verrà presto ricostruito dalla mobilitazione popolare. Perché in questo
periodo di guerra, è sempre più forte il bisogno di lottare per la pace.
Chi ha paura della pace ha paura di chi sta resistendo a un’idea di mondo fatta
di brama di potere, di profitto, di prepotenza sui popoli: ha il terrore di
perdere il proprio tornaconto negli affari di guerra. Cerca di distruggere,
laddove in tanti provano a costruire alternative e prospettive. Pochi giorni fa
abbiamo dimostrato che resistere a tutto questo è possibile, ma che sarà sempre
più importante farlo insieme e collettivamente. Il gesto dell’Università ci
mostra quanto è necessario che tutti prendano posizione, partecipino e in ogni
modo facciano la loro parte per la pace.
È sempre più chiaro che non possiamo delegare a queste istituzioni il potere di
decretare le sorti del nostro territorio, così come del pianeta: spetta farlo a
noi, insieme. Il Parco appartiene alla popolazione, agli animali e alle piante,
non al Rettore, non all’ateneo, non ai militari. La Pace o si costruisce o si fa
la guerra. E l’Università di Pisa, evidentemente, vuole fare la guerra.
Mercoledì 18 marzo alle 11.00 Conferenza Stampa al Rettorato prendiamo parola su
quanto è successo.
Da Movimento No Base
Raid aereo delle forze aeree USA contro l’isola di Kharg, terminal petrolifero
offshore iraniano. Stanotte il presidente Donald Trump ha dato l’ordine al
Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti d’America (Centcom) di
colpire massicciamente le infrastrutture militari ospitate nell’isola da cui
viene esportato quasi il 90% del petrolio dell’Iran.
L’8 marzo scorso l’isola che si trova a 25 km di distanza dalle coste iraniane e
a meno di 500 km dallo Stretto di Hormuz era stata al centro di una lunga
missione di intelligence, riconoscimento e sorveglianza di un drone MQ-4C
“Triton” (reg. 169804 – c/s VVPE804) di US Navy decollato dalla stazione
aeronavale di Sigonella.
Dopo aver attraversato tutto il Mediterraneo centro-orientale, il velivolo senza
pilota si era diretto inizialmente verso le coste nordorientali iraniane per
sorvolare il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture
della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio.
Successivamente il “Triton” USA ha raggiunto l’isola di Kharg. “La missione del
drone può essere servita per monitorare l’attività iraniana lungo la costa e
raccogliere dati d’intelligence per gli approcci marittimi verso l’isola di
Kharg”, hanno commentato gli analisti del sito specializzato ItaMilRadar.
L’attacco di stanotte conferma l’importanza strategica delle operazioni eseguite
la scorsa settimana dal drone partito da Sigonella. Senza il preventivo
monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target, non sarebbe
stato possibile effettuare con successo i bombardamenti dei caccia USA inviati
sull’Isola da Centcom.
L’agenzia di stampa iraniana Fars riporta che sarebbero state almeno una
quindicina le esplosioni a Kharg. Nello specifico sarebbero state colpite una
postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo
dell’aeroporto e l’hangar di una compagnia petrolifera offshore. Il raid avrebbe
pertanto risparmiato le infrastrutture petrolifere ospitate nell’isola.
“Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere di Kharg”, ha
dichiarato Donald Trump. “Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio
libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Le infrastrutture petrolifere dell’isola furono totalmente distrutte
nell’autunno del 1986 dalle forze irachene nel corso della lunga e sanguinosa
guerra Iran-Iraq. Secondo fonti di stampa statunitensi il Pentagono starebbe
vagliando l’ipotesi di inviare un commando speciale per occupare l’isola ed
impadronirsi del terminal petrolifero. Anche in quest’ottica può essere letta la
missione dell’8 marzo dell’MQ-4C “Triton” di Sigonella. Con buona pace del
governo Meloni-Tajani-Crosetto e del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da
Sergio Mattarella che continuano ad affermare ipocritamente l’estraneità
dell’Italia dal conflitto scatenato da USA ed Israele contro l’Iran e l’uso
delle basi militari da parte degli alleati per mere funzioni tecnico-logistiche.
Antonio Mazzeo Blog
A partire dal 6 marzo le autorità tunisine hanno arrestato diversi membri,
attuali ed ex, della Global Sumud Flottilla e li hanno portati all’Unità
Investigativa della Garde National a El Aouina, Tunis Capital.
Attualmente 7 persone sono detenute a El Aouina e sottoposte a interrogatori da
parte della Garde Nationale. Dopo i primi 5 giorni, la Garde Nationale può
prolungare il periodo di dentenzione e interrogatorio di altri 5 giorni. Dopo
questo primo passaggio, le persone possono: o andare in tribunale davanti al
giudice e finire in carcere, o essere rilasciate.
Questa ondata di arresti coincide con i preparativi per la seconda Global Sumud
Flottilla, che dovrebbe partire da Tunisi la prossima primavera. Gli arresti si
collocano in un contesto regionale e globale di intensificazione dell’offensiva
imperialista e sionista contro tutte le forze che rifiutano i progetti di
egemonia e sottomissione, e contro la resistenza in Palestina e in Libano.
Il clima locale é segnato da una progressiva chiusura degli spazi pubblici, dal
silenziamento delle voci libere e dalla criminalizzazione della solidarietà
locale e internazionale. L’arresto di membri e organizzatori della Flotilla
Sumud arriva dopo mesi di campagne di diffamazione contro questa iniziativa
internazionale, che hanno colpito individualmente le persone che la sostengono,
specialmente su Facebook.
Oggi i social media amplificano queste operazioni, creano divisioni e
manipolazioni,attraverso campagne di odio fatte per discreditare ogni
espressione di solidarietà con il popolo palestinese.
Un presidio autorizzato, poi vietato all’ultimo minuto e infine disperso con la
forza è quanto successo allx attivistx della Global Sumud Flotilla che la sera
di mercoledì 4 marzo si sono recatx al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, dove
era prevista una iniziativa chiamata da tutta la comunità solidale e dai
lavoratori portuali.
Il porto di Sidi Bou Said è lo stesso dal quale la Flotilla salpò durante la sua
ultima missione, quello in cui un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla subì
due attacchi da parte dei droni ed è lo stesso che accolse la Flotilla con
migliaia e migliaia di persone.
Il presidio era autorizzato, ma circa un’ora prima dell’inizio, l’autorità
tunisina ha informato lx manifestanti già sul luogo che avevano ritirato
l’autorizzazione senza altre giustificazioni. Il gruppo ha deciso comunque di
raggiungere il porto ma, appena sceso dal bus, è stato avvicinato dalle prime
forze di polizia, che hanno intimato di fermarsi: “noi abbiamo proseguito e dopo
sono intervenuti con l’antisomossa”.
C’erano anche Thiago Avila, dall’Italia Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella,
Greta Thunberg e rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand
Madleens. Il giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto
l’annullamento di un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della
società civile e giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi.
Tra i motivo della presenza in Tunisia c’era anche un incontro organizzativo,
della Global Sumud Flotilla, della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand
Madleens. La prossima missione è prevista verso fine aprile, in un contesto
sempre più urgente: negli ultimi giorni infatti, il regime israeliano ha chiuso
ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza, invocando lo stato di emergenza
nazionale e non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’aggressione
militare israelo-statunitense all’Iran, interrompendo così il già scarso flusso
di cibo, acqua e carbutante verso i 2 milioni di abitanti della Striscia già
stremati da due anni di genocidio.
Ascolta il racconto e le voci raccolte da alcunx compas in Tunisia.
È chiaro che la Tunisia non è un paese sicuro, contrariamente a quanto dichiara
l’Unione Europea.
Libertà per
Jawahar Channa
Sana Msalhi
Wael Nawar
Ghassen Boughdiri
Ghassen Henchiri
Nabil Channoufi
Amin Bennour
Libertà per tutt* prigionier*
Da Radio Blackout
Comunicato del Movimento No Base sul blocco delle armi del 12 marzo 2026
Respingere la guerra. Ricacciarla indietro.
È quello che il movimento ha fatto ieri, attraverso un blocco di oltre sei ore
sui binari alla stazione di Pisa centrale. Un treno merci di 32 vagoni, con
decine di mezzi blindati militari e altrettanti container il cui contenuto
possiamo solo immaginarlo.
Un risultato che ricalca le straordinarie giornate al porto di Livorno e negli
altri porti d’Italia e d’Europa dove i lavoratori e le lavoratrici hanno
disertato, rifiutando di essere parte dell’ingranaggio della guerra e bloccando
il traffico di armi.
Ieri abbiamo dimostrato di nuovo con un blocco pacifico e determinato, che
possiamo essere concretamente efficaci. Ieri sera abbiamo dato realtà al nostro
desiderio di Pace: i nostri corpi hanno fermato il treno della morte. L’hanno
fermato la nostra unione e la consapevolezza di stare dalla parte giusta della
storia, quella che rifiuta la logica della guerra ad ogni costo, il riarmo,
l’utilizzo di ogni infrastruttura civile per scopi militari, la devastazione del
nostro territorio per incentivare l’economia di guerra.
Abbiamo dimostrato che con i giusti rapporti di forza possiamo trasformare
l’impossibile in necessario. Unendo le capacità di lavoratori, comitati,
movimenti, cittadini, possiamo essere un passo avanti a loro. Da Livorno a Pisa,
da Collesalvetti a Pontedera, un intero territorio si è mobilitato in tanti modi
per bloccare questo treno.
Ovunque con coraggio e chiarezza dei nostri obiettivi, possiamo fermare le armi
e intralciare la guerra. Possiamo rimandare indietro un treno carico di mezzi
blindati. Possiamo fermare la costruzione della base militare nel parco di San
Rossore a San Piero a Grado e a Pontedera. Possiamo essere sabbia
nell’ingranaggio della guerra.
A Pisa la guerra ieri non è passata, ma è solo un primo passo: sappiamo che il
treno avrà preso altre rotte. Sappiamo che tanti altri passano senza che ne
siamo a conoscenza. Vediamo le politiche di miseria che stanno portando miliardi
alla guerra e non ai bisogni della società.
Oggi più che mai dobbiamo prendere posizione: essere per la Pace significa
essere partigiani e partigiane, resistere alla guerra mondiale, metterci in
gioco ovunque e in molti modi per essere d’ostacolo alla guerra e dimostrare che
il popolo non vuole farne parte.
Ieri abbiamo respirato confitto e liberazione, una tappa che dà forza ed energia
a tutto il movimento pacifista e contro la guerra del nostro Paese ma che
abbiamo bisogno di rilanciare e continuare a organizzare. Per questo sarà
importante esserci tutti e tutte alla nostra assemblea generale martedì 17,
organizziamo insieme nuove iniziative di diserzione, di disarmo, di blocco.
Costruiamo la pace con la lotta.
di Gioacchino Toni da Carmillaonline
Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill
Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00
Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere
cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto
a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now
(1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai
indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si
proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022)
di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo
stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle
immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video
postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale
del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della
razionalità bellica» (p. IX).
Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica,
permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da
sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre
tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e
il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei
piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo,
cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali
connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che
alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di
battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in
forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp.
X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una
pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro
effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di
confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una
guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della
guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra
ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo
di forza antropologico che si è creato» (p. XI).
Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente
di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione
per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli
attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la
rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone
a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp.
XII-XIII).
Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione
ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti
del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di
funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per
contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta
all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per
scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce
al di fuori del suo controllo politico.
> Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere
> sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i
> tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore
> ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato
> in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico,
> anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli
> attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a
> sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive
> più (p. XV).
A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il
terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti –
umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale
emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il
nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.
> In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra
> pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine
> su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno
> guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace
> di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione
> sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi
> tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla
> complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non
> decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli
> spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più
> un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente
> mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza
> corona” (pp. XVII-XVIII).
Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al
“software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo
il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e
dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e
la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida.
«Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia
tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e
nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e
mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso
per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la
società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a
crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano
l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa
della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata
sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà
condivisa» (p. 32).
«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società
esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di
weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla
politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p.
36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e
tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano
l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione
razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso
collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in
grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.
> Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro,
> la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della
> guerra permanente.
> La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi,
> opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la
> polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri
> obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una
> società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente
> specializzata, caotica ed entropica.
> La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne
> diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima
> analisi, una vittima (p. 53).
In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste
tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende
piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva
da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice
tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è
relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.
Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a
piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come
normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in
passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che
legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono
spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma,
il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico
strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa
di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come
un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere
alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.
Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti
contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita
che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i
sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.
> In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla
> guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico
> significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire,
> subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i
> propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della
> violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra
> ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).
Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida
con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è
trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui
l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul
controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di
potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a
creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete
performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di
competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della
politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in
definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).
Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione
universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della
società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze
scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.
> Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda,
> travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che
> alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la
> politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi,
> di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe
> disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario
> contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in
> definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la
> trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con
> altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).
Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata
di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova
antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica”
per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e
comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per
pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della
guerra» (p. 129).
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