I Soulèvements de la terre contribuiranno a «bloccare tutto» contro il piano
Bayrou a partire dal 10 settembre. Numerosi comitati locali e i granai dei
Soulèvements de la terre hanno iniziato a mettere a disposizione i loro mezzi
materiali, reti e savoir-faire. Dedichiamo alla discussione portata avanti
all’interno del movimento che si annuncia, qualche riflessione rispetto alle
lotte contro l’intossicazione del mondo e contro l’alleanza dei miliardari
reazionari. Riflessioni che possono dare idee su “cosa bloccare” al momento di
“bloccare tutto”.
L’estate brulica di voci di rivolta. Dai canali Telegram agli appuntamenti di
preparazione fissati fin dall’inizio dell’anno, dalle immagini dei video che
girano e tornano da tutte le parti, dai sindacati che si lanciano in gruppi di
gilets jeunes che si rilanciano, una data è nelle teste di tutti: 10 settembre.
Le Soulèvements de la terre condividono questa impazienza di «bloccare tutto»
per far saltare l’austerità e uscire insieme dalla strada che sembrava
completamente tracciata dall’autoritarismo attuale verso un nuovo fascismo in
arrivo.
Duplomb, Budget, Esercito: è troppo
Subito dopo che Macron ha annunciato il raddoppio del budget delle forze armate
entro il 2027 (43 miliardi rubati ai diritti sociali e direttamente iniettati
nel complesso militare-industriale), il primo ministro François Bayrou ha
presentato il 15 luglio un “progetto di bilancio” per il 2026.
Annuncia la soppressione di due giorni festivi, e il messaggio è esplicito:
“Bisogna lavorare di più, bisogna che tutta la Nazione lavori di più per
produrre”. Questa volta senza alcuna speranza di “guadagnare di più”. Produrre
di più? Rispettando le regole del mercato mondiale, significa estrarre di più
per inquinare di più. Estendere sempre più il campo della devastazione.
Aggravare ancora le disparità di ricchezze. Siamo già sprofondati nel
produttivismo e nella messa a lavoro generalizzata. Come tutto ciò fa morire il
nostro ambiente di vita.
Annuncia un «anno bianco» sulle prestazioni sociali, il che significherebbe che
gli assegni familiari, il premio di attività, l’RSA (Revenu de Solidarité
Active) o le APL (Aide personnalisée au logement) resterebbero bloccati al loro
importo del 2025 mentre i prezzi e gli affitti continuerebbero a salire. Bayrou
annuncia anche tagli di 5 miliardi sulla salute: raddoppiamento a 100€ della
franchigia annuale sui farmaci, fine del rimborso integrale dei trattamenti
fatta eccezione per le condizioni cliniche di lunga durata…
Con una mano Macron promulga la legge Duplomb che lascia il campo libero al
modello agroindustriale che ci avvelena, con l’altra si prepara a distruggere
sempre più le possibilità di curarsi e vivere degnamente.
«Bloccare tutto», ci siamo
L’idea di riprendere la strada era in molte menti da molto tempo. Bloccare tutto
per cacciare la cricca di liberali-autoritari che devastano il paese? La
scommessa è più che allettante. «Non vogliamo subire la loro crisi. Vogliamo
cambiare rotta, per sempre, con e per il popolo», dichiara l’appello del 10
settembre. Ci siamo.
Da cinque anni i Soulèvements de la terre hanno rafforzato lotte radicate
localmente cercando di agire direttamente: come occupare, bloccare, disarmare o
smantellare progetti mortali e industrie tossiche. Se abbiamo potuto ottenere
delle vittorie tattiche localizzate territorialmente e contribuire a far
recedere progetti di artificializzazione di terre, mega-bacini o nuove
autostrade, sappiamo anche che non ci sarà vittoria più profonda senza una
dinamica, che ci supera di gran lunga, di insubordinazione contro il sistema
capitalista.
La rete di resistenza che contribuiamo a far vivere può mutare, crescere ed
evolvere in contatto con un movimento come quello che sembra annunciarsi. Al di
là delle nostre azioni, desideriamo imparare a costituirci in forza d’iniziativa
e d’intervento in grado di partecipare quando si costruiscono movimenti di
grande portata.
Molti comitati locali hanno iniziato a mettere a disposizione i loro mezzi
materiali, reti e savoir-faire, in particolare per partecipare al rinfornimento
di provviste, all’inchiesta locale o all’organizzazione di blocchi. Contribuire
concretamente ci sembra il miglior punto di partenza. Essere pronti
all’incontro, all’imprevisto e alle interferenze di alcuni codici «militanti» ci
sembra imperativo. Riteniamo che queste disposizioni non impediscano di assumere
la visione del mondo che porta i Soulèvements de la terre a voler partecipare
attivamente al movimento. A costo di bloccare, chiediamo quindi di mirare
direttamente alle lobby e alle infrastrutture più dannose per tutti, al servizio
delle quali si mette attualmente questo governo.
In vista delle assemblee locali di preparazione al movimento che cominciano ad
organizzarsi un po’ dappertutto per decidere gli obiettivi che avrebbero più
senso e impatto, qui proponiamo alla discussione due possibili piste
d’intervento, all’incrocio delle lotte alle quali partecipiamo e delle sfide
proprie al 10 settembre.
Vivere bene, produrre bene, mangiare bene
In risposta alla rabbia sociale che ha portato all’appello del 10 settembre, una
tempesta infuria contro il complesso agroindustriale, reso visibile dalla lotta
contro la legge Duplomb. Mangiare, bere e respirare senza avvelenarsi è la base,
ed è fondamentalmente legato al modo in cui viene prodotta la nostra
alimentazione. Quale posto può occupare la questione agricola in un movimento di
rabbia popolare oggi? Riteniamo che dovrebbe essere centrale riaffermare come
l’agricoltura contadina sia parte della soluzione e richieda un ampio sostegno.
Se la rivolta contro l’intossicazione del mondo e l’ondata di rabbia contro
l’austerità neoliberista si incontrano, potrebbero riprendere in mano il
complesso agroindustriale. Da questo punto di vista, come sottolinea la
Confédération paysanne, “l’alimentazione è una questione altamente strategica
che può essere un importante punto di convergenza per far sì che questo rientro
sociale sia esplosivo”.
Garanzia dei redditi contadini, sostegno all’insediamento, difesa degli orti
operai, recupero delle terre, sostegno all’accesso di tutti ad un’alimentazione
di qualità, opposizione ai pesticidi, generalizzazione dell’agricoltura
contadina: Non mancano le idee per andare verso una fabbrica popolare del
sostentamento e dell’alimentazione. Ma affinché la “socializzazione
dell’alimentazione” possa diventare altro che un incantesimo utopistico, diciamo
che è la lotta per l’agricoltura contadina che deve essa stessa «socializzare».
Vale a dire lasciarsi trasformare dagli incontri consentiti dalla lotta sociale
più generale per la dignità delle classi popolari.
I luoghi di produzione e vendita emblematici dell’agroindustria e del libero
scambio, le grandi infrastrutture che uccidono i contadini e il suolo e
intossicano la popolazione possono essere bloccati efficacemente. I banchetti
popolari, azioni di ridistribuzione e blocchi di grandi superfici sono
altrettante occasioni d’incontro tra la lotta per la difesa delle terre e quella
contro il piano Bayrou.
Far cadere il BBM (Bayrou Bolloré Macron)
I grandi gruppi capitalisti, come quello di Bolloré, sono i primi beneficiari
dei regali fiscali che il governo non tocca mentre attacca i giorni festivi e la
salute. 211 miliardi, è la cifra delle sovvenzioni annuali offerte alle grandi
imprese senza alcuna contropartita. I capi più influenti del paese, che con una
mano sostengono il piano Bayrou, non trascurano peraltro alcuno sforzo per
portare l’estrema destra al potere. È che sanno che quello che fanno Retailleau
e Bayrou oggi, l’RN (Rassemblement National) lo farebbe ancora meglio domani:
far convergere misure ultra-liberali e liberticide, distruzione dei servizi
pubblici e austerità per le classi popolari, diritto a inquinare tutto ed
estrattivismo neo-coloniale, esacerbazione dell’islamofobia, strumentalizzazione
dell’antisemitismo e vendita di armi a Israele in pieno genocidio a Gaza… Questa
è l’immagine del fascismo che viene. La loro strategia è di deviare i sentimenti
di rabbia in sentimenti mortali di odio dell’altro. Come Musk o Zuckerberg negli
Stati Uniti, i Bolloré, Stérin, Arnault et consorti costruiscono un mondo dove
regnano solo le regole dell’impresa e del profitto.
Una proposta tattica per il movimento è di prendere di mira i miliardari
reazionari che saccheggiano, sfruttano e sono gli unici a beneficiare dei piani
alla Bayrou. Bolloré in testa, perché possiede una macchina di propaganda
estremamente potente e tossica. Questi media (Cnews, JDD, Europe 1,…) non
mancheranno di caricaturare il movimento di settembre, di tentare di deviarlo o
di criminalizzarlo per spegnerlo a colpi di menzogne e disinformazione.
In quest’ottica la campagna in corso contro l’impero Bolloré può essere un punto
di appoggio e uno strumento. I siti del gruppo sono mappati, il loro
funzionamento è spiegato e molti gruppi si sono già gettati nella battaglia.
Bolloré e i miliardari reazionari possiedono ovunque depositi, negozi,
fabbriche. Fanno parte per noi degli obiettivi logici da bloccare e intorno ai
quali aprire discussioni con i dipendenti. Di fronte al loro lavoro di divisione
delle classi popolari, il 10 settembre e le sue conseguenze possono essere
l’occasione per ricordare che i nostri nemici reali sono dalla parte di questi
miliardari e delle loro ambizioni politiche.
Ci sono molti altri obiettivi e modalità di intervento pertinenti e ancora poche
settimane per organizzarsi. Da diversi modi di “bloccare tutto” e definizioni di
“mirare bene”, è giunto il momento di provare nuovamente la nostra potenza
comune nelle strade .
Trova la mappa su https://indignonsnous.fr
https://lessoulevementsdelaterre.org/blog/10-septembre–tout-bloquer-et-bien-viser
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Manganellate di polizia contro attiviste e attivisti di Plat – Piattaforma di
intervento sociale, stamane in occasione di un picchetto antisfratto in via
Cherubini a Bologna.
Decine di solidali sono intervenuti per difendere dallo sfratto una famiglia con
figli minori. Polizia e Carabinieri hanno sfondato la porta e buttato genitoroi
e bambini in mezzo a una strada, nonostante gli inquilini avessero pagato
regolarmente l’affitto. Il contratto di locazione era terminato, non erano state
date soluzioni alternative alla famiglia sotto sfratto , oltretutto,
l’assistente sociale di riferimento è ad oggi in ferie.
A seguito dello sfratto, un corteo spontaneo si è diretto verso la sede dei
servizi sociali del Comune felsineo per pretendere una soluzione degna. Soltanto
ieri la premier di destra Giorgia Meloni, nel suo monologo al Meeting di Cl a
Rimini, aveva promesso un piano casa per aiutare le giovani famiglie in
difficoltà.
Il collegamento da Bologna con Federico, della redazione Radio Onda d’Urto
Emilia-Romagna.
da Radio Onda d’Urto
Com’era prevedibile, alla proditoria azione di sgombero attuata dal Ministero
per giocare d’anticipo e bloccare a) una programmata azione di mediazione del
Comune di Milano con la ricerca di una nuova sede, b) un ricompattarsi di quel
che resta del “movimento” al rientro dalle ferie, è seguito un dibattito sulla
stampa e sui social dove se ne leggono di tutti i colori e s’aggiunge confusione
a quella che già ammorba da tempo lo spazio pubblico.
Di Sergio Fontegher Bologna, da Officina Primo Maggio
Nella speranza di diradare un po’ di questa nebbia fitta mi permetto di fare
qualche osservazione. Tanto per cominciare: un minimo di memoria storica non fa
mai male.
I “centri sociali” sono nati negli anni Settanta come contenitori di una
conflittualità e di un antagonismo sociale che non trovava spazi adeguati
nemmeno nei gruppi extraparlamentari, erano già espressione di una generazione
successiva al ’68. Non a caso prenderanno slancio dopo il ’77 e in particolare
negli anni della grande repressione e della sconfitta operaia, quindi nei
decenni Ottanta e Novanta.
Ci cresceranno i nostri figli, che oggi hanno più di 50 anni, troveranno un
luogo dove mantenere certi valori, dove difendersi da certi pericoli (la droga
pesante), dove cominciare a produrre e consumare una nuova cultura, che fu
chiamata cultura underground, dove trovare situazioni affini quando andavano
all’estero, in Germania, negli Stati Uniti, cioè nei paesi a capitalismo
avanzato, dove trovare chi li rendeva famigliari con le nuove tecnologie, con
quell’universo chiamato web, con il movimento dei cyberpunk, degli hacker. Dai
“centri sociali” sono venuti fuori fior di informatici, di ex “smanettoni”, sono
venuti fuori tecnici del suono ed esperti di trattamento immagini. A Milano
quanti lavoratori del cinema, del mondo dello spettacolo, della musica,
dell’editoria digitale, sono usciti dai “centri sociali”!
Sentir parlare oggi dei “centri sociali” come posti dove la birra costava 1,50
euro, come luoghi di sfogo della street art, come sedi di concerti a tutto
volume fino alle 2 di notte, sentirne parlare con la nostalgia pelosa di quelli
che ne rappresentano l’opposto, leggere che li apprezzava pure Vittorio Sgarbi,
mi fa venire il voltastomaco. E ancora di più quando leggo che l’opposizione
parlamentare esplode in un: “allora per par condicio chiudiamo anche lo stabile
occupato da Casa Pound a Roma, per ristabilire la legalità”. Lo dicono in un
paese dove dilaga la simil-schiavitù nelle campagne, nella logistica, nella
ristorazione, nel food delivery ecc..
Certo, anche i “centri sociali” hanno avuto il loro declino, in parallelo con
tutta la società italiana. Primo Moroni, che ne è stato il “tutor” più illustre
con la sua Libreria Calusca di Milano, li definiva “luoghi d’aggregazione del
disagio giovanile” già alla fine degli Anni Novanta. La cosiddetta cultura
underground ha perso tutto il suo slancio, anzi, ha fornito modelli per la più
becera cultura del consumismo, dal prêt-à-porter alla musica rap molti ambiti
del consumismo moderno hanno attinto a piene mani ai modelli lanciati dalla
cultura underground. Oggi tanti segni identitari dei radical chic sono identici
a quelli diffusi nei “centri sociali” anni Novanta, quando il figlio del
brigatista condannato all’ergastolo si alzava nelle assemblee dichiarando con
orgoglio, “sono figlio di un combattente comunista”. Ma mentre sul carro della
cultura underground, della street art, saltavano tanti paraculi, dai “centri
sociali” all’inizio del nuovo millennio partiva lo spunto della lotta al
precariato. San Precario non l’hanno mica inventato CGIL CISL e UIL. A Milano
alle May Day Parade c’erano duecentomila giovani in corteo con gli impianti hi
fi a pieno volume caricati su semirimorchi il pomeriggio del Primo maggio, alla
mattina, alla manifestazione ufficiale con sindacati, autorità e compagnia
cantante se c’erano 5 mila presenti era tanto.
E allora qui bisogna tornare, da qui occorre riprendere il discorso. Urgente è
ricostituire un movimento antagonista, conflittuale, radicale, che ponga al
centro il dramma numero 1 oggi in Italia (ma in realtà presente nel mondo
capitalista tutto): lo squilibrio spaventoso tra capitale e lavoro. Il problema
che aveva il figlio del brigatista negli anni Novanta ce l’ha oggi il laureato a
pieni voti alla Statale, ce l’ha il guardiasala della Fondazione Prada, laurea
in storia dell’arte e conoscenza di due lingue straniere a 5 euro l’ora, e ce
l’ha l’autista dell’ATM a 1600 euro al mese, che non si può permettere un
affitto a Milano e al mattino si fa 1 ora e mezza di viaggio per venire a
lavorare. Ce l’hanno le migliaia di donne e uomini a partita Iva, che lavorano
in prestigiosi studi professionali o nei servizi di cura in appalto presso enti
ospedalieri, case per anziani e altro, per non parlare delle cameriere e dei
camerieri che lavorano in nero nei bar, nei ristoranti, negli alberghi, nelle
pizzerie. Ridare un minimo di dignità al lavoro, un minimo di prestigio alle
competenze, questi sono i temi che mi piacerebbe entrassero con forza nella
manifestazione del 6 settembre. I “centri sociali” sono luoghi dove persone
giovani e meno giovani si riprendono il senso dell’esistenza, si riprendono i
loro desideri, non sono (o non dovrebbero essere) ambiti in cui una generazione
ripiegata su se stessa cerca consolazione alle proprie sfighe.
Il presidente partecipava a un comizio elettorale nella località di Buenos Aires
situata nella terza sezione elettorale dopo lo scandalo che ha scosso il governo
per presunti fatti di tangenti e corruzione nell’acquisto di medicinali.
tradotto da Resumen Latinoamericano
Il corteo presidenziale stava percorrendo l’avenida Yrigoyen quando è stato
aggredito da diverse persone che hanno lanciato pietre e insultato il
presidente, accompagnato dalla sorella Karina, dal responsabile politico
Sebastián Pareja, dai candidati José Luis Espert e Maximiliano Bondarenko e dal
regista Santiago Oria.
«Confermateci che non arriverà in piazza. Vediamo che stanno attaccando il
presidente. La situazione si è complicata parecchio», ha riferito il giornalista
di C5N Lautaro Maislin, che si trovava sul posto nel momento di massima
tensione.
Di fronte all’aggressione al corteo presidenziale con pietre, bottiglie e
centinaia di insulti, la sicurezza presidenziale ha protetto il capo dello Stato
e il furgone su cui viaggiava ha lasciato il luogo ad alta velocità per evitare
ulteriori attacchi.
L’idea iniziale era che il presidente percorresse diversi isolati del distretto
situato nella Terza Sezione Elettorale e concludesse con un grande evento in
Plaza Grigera, cosa che alla fine non è avvenuta.
FALLITA LA CAROVANA DI MILEI A LOMAS DE ZAMORA: DUE PERSONE ARRESTATE
Il presidente ha cercato di fare un giro a Lomas de Zamora, ma un gruppo di
residenti ha protestato per la sua presenza nella zona.
Nel tentativo di attirare l’attenzione sulla campagna elettorale di Buenos Aires
e di distogliere i riflettori dallo scandalo relativo al pagamento di tangenti
all’Agenzia Nazionale per la Disabilità (Andis), mercoledì il presidente Javier
Milei ha organizzato una carovana fallita a Lomas de Zamora, interrotta da una
protesta dei residenti. “Tutto quello che dicono è una bugia”, ha dichiarato il
presidente in risposta alla domanda sugli audio attribuiti a Diego Spagnuolo.
L’intervento della campagna si è concluso con lanci di pietre e bottiglie contro
i candidati e due persone arrestate.
«Tutto quello che dice (Spagnuolo) è una bugia e lo porteremo davanti alla
giustizia e dimostreremo che ha mentito», è stata la prima frase di Milei al
microfono di C5N, quando è stato interrogato sulle accuse del suo amico,
avvocato ed ex titolare dell’Andis. Il presidente ha parlato dal cassone del
furgone che ha percorso alcuni isolati lungo l’Avenida Yrigoyen, l’arteria
principale del partito della periferia sud.
Milei ha scelto di mostrarsi nuovamente con sua sorella Karina, indagata per le
presunte tangenti denunciate da Spagnuolo, e accompagnato anche dal candidato
alla carica di deputato nazionale per Buenos Aires, José Luis Espert, che alla
fine è fuggito dal corteo a bordo di una moto, e dal fondatore di La Libertad
Avanza Sebastián Pareja.
Il corteo era previsto per le 14 a Yrigoyen e Laprida, ma è partito da
Colombres, a tre isolati dal punto di ritrovo, e ha percorso solo quei metri
lungo il viale principale, fino a svoltare su Laprida tra urla, insulti e
oggetti lanciati contro Milei.
Il corteo fallito è iniziato circondato da un gruppo di militanti che Milei,
Espert, Kairna e Pareja hanno salutato e incoraggiato, circondati da un nutrito
gruppo di addetti alla sicurezza. Tra loro, il giornalista di C5n Laturo Maislín
è riuscito a ottenere la prima dichiarazione del presidente sul caso delle
registrazioni audio, ricevendo anche un avvertimento da uno dei membri della
sicurezza: «Figli di puttana, dovrete andare in un altro paese per coprire
notizie menzognere».
Circa un mese fa i centri sociali del nord est hanno lanciato un corteo a
Venezia perché nei giorni della Mostra del cinema si parli di Palestina, per
portare la condanna del genocidio e la solidarietà al popolo palestinese fino al
red carpet, dove domani mattina si terrà la conferenza stampa di lancio.
Stop al genocidio, stop alle collaborazioni e alla vendita di armi a Israele.
Moltissime le adesioni da collettivi, associazioni, partiti, personalità dello
spettacolo e il collettivo Venice4Palestine di operat* del cinema. Appuntamento
alle 17 di sabato al Lido.
Ne parliamo con una compagna di Venezia
da Radio Onda Rossa
82 VENICE 4 PALESTINE
Moltissimə autorə, registə, produttorə, professionistə del cinema a vario
titolo, insieme a attivistə di Artists for for Palestine – Italia, Filmworkers
for Palestine, Collettivo #NoBavaglio, Global project-stop al genocidio e del
movimento nonviolento a guida palestinese BDS si sono coordinati per dare spazio
durante la Mostra del Cinema di Venezia a iniziative di resistenza pacifica,
dalle più istituzionali alle più creative, anche attraverso il talento autoriale
o comunicativo degli artisti presenti, e richiamare l’attenzione sul genocidio
della popolazione palestinese in corso da ormai due anni da parte del governo e
dell’esercito israeliano, in violazione del diritto internazionale e umanitario
nonché dei più basilari valori umani.
Tutte queste persone, che rifiutano di essere complici del genocidio e della
pulizia etnica compiuti da Israele, riunitə nella sigla Venice for
Palestine hanno inviato una lettera aperta alla Biennale di Venezia, alla Mostra
internazionale d’arte cinematografica, alle Giornate degli autori, alla
Settimana internazionale della critica e ai professisti del cinema e
dell’audiovisivivo, della cultura e dell’infomazione. La lettera, disponibile
anche in inglese, francese, tedesco e spagnolo ([IT] [EN] [FR] [DE] [ES]), è
stata sottoscritta a oggi da più di 1500 firmatari (per aggiungere la propria
adesione inviare una mail a venice4palestine@gmail.com con
nome-cognome-professione).
La direzione della Biennale di Venezia non ha risposto alla lettera, ma ha
rilasciato uno scarno comunicato stampa in cui si dice “disponibile al dialogo”,
facendo riferimento alla presenza in concorso di film palestinesi, nonché a film
presenti lo scorso anno e realizzati da case di produzione israeliane complici
del tentativo di artwashing del genocidio dei palestinesi a Gaza, come
denunciato da più di 300 autori cinematografici in una lettera aperta. Alla
Mostra del cinema quest’anno sono peraltro presenti anche aperti sostenitori del
genocidio e finanziatori dell’esercito israeliano.
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LETTERA APERTA ALLA BIENNALE DI VENEZIA
ALLA MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA
ALLE GIORNATE DEGLI AUTORI
ALLA SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA
AI PROFESSIONITƏ DEL CINEMA E DELL’AUDIOVISIVO, DELLA CULTURA E
DELL’INFORMAZIONE
“Fermate gli orologi, spegnete le stelle”
Il carico è troppo per continuare a vivere come prima. Da quasi due anni a
questa parte ci giungono immagini inequivocabili dalla striscia di Gaza e dalla
Cisgiordania. Assistiamo, incredulә e impotenti, allo strazio di un genocidio
compiuto in diretta dallo Stato di Israele in Palestina. Nessunә potrà mai dire:
“Io non sapevo, non immaginavo, non credevo”. Tuttә abbiamo visto. Tuttә
vediamo.
Eppure, mentre si accendono i riflettori sulla Mostra del Cinema di Venezia,
rischiamo di vivere l’ennesimo grande evento impermeabile a tale tragedia umana,
civile e politica. Lo spettacolo deve continuare, ci viene detto, esortandoci a
distogliere lo sguardo – come se il “mondo del cinema” non avesse a che fare con
il “mondo reale”.
E invece è proprio attraverso le immagini, realizzate da colleghә, magari amicә,
che abbiamo appreso del genocidio, delle aggressioni violente e anche omicide a
registә e autorә in Cisgiordania, della punizione collettiva inflitta al popolo
palestinese e di tutti gli altri crimini contro l’umanità commessi dal governo e
dall’esercito israeliani. Quelle immagini che in questi mesi sono costate la
vita a quasi 250 operatorә dell’informazione palestinesi.
La Biennale e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dovrebbero
celebrare la potenza dell’arte come mezzo di trasformazione, di testimonianza,
di rappresentazione dell’umano e di sviluppo della coscienza critica. Ed è
proprio questo a renderla uno straordinario mezzo di riflessione, di
partecipazione attiva e di resistenza.
In risposta alle dichiarazioni spesso tiepide, vaghe o, peggio, comode espresse
dagli organi di potere, dell’informazione e della cultura, rivendichiamo una
posizione chiara e priva di ambiguità: è tempo non solo di empatia ma anche di
responsabilità. La semantica, il linguaggio, le parole e le immagini, non sono
accessori, specie per chi crede nell’arte: sono una forma di resistenza
fondamentale e necessaria. Altrimenti dovremmo arrenderci all’evidenza che
essere cineastә o giornalistә, oggi, non ha più alcun senso.
Per questo, noi attivistә, giornalistә e professionistə del cinema e
dell’audiovisivo crediamo che per una volta lo spettacolo, almeno per qualche
momento, debba fermarsi, interrompere il flusso di indifferenza, aprire un varco
alla consapevolezza. Chiediamo quindi alla Biennale, alla Mostra, alle Giornate
degli Autori e alla Settimana della Critica di prendere una posizione netta e
sostenere queste istanze. Rivendichiamo altresì la necessità di spazi e modalità
di narrazione per la Palestina rivolgendoci a tuttә coloro che possono e
vogliono spostare qualcosa a qualsiasi livello. A Venezia tutti i riflettori
saranno puntati sul mondo del cinema, abbiamo tuttә il dovere di far conoscere
le storie e le voci di chi viene massacratә anche con la complice indifferenza
occidentale.
Esortiamo tutti i settori della cultura e dell’informazione a utilizzare, in
occasione della Mostra, la propria immagine e i propri mezzi per creare un
sottofondo costante di parole e di iniziative: che non venga mai meno la voce
della verità sulla pulizia etnica, sull’apartheid, sull’occupazione illegale dei
territori palestinesi, sul colonialismo e su tutti i crimini contro l’umanità
commessi da Israele per decenni e non solo dal 7 ottobre.
Invitiamo chi lavora nel cinema a immaginare, coordinare e realizzare insieme,
durante la Mostra, azioni che diano risonanza al dissenso verso le politiche
governative filosioniste: un dissenso espresso nel segno della creatività,
grazie alle nostre capacità artistiche, comunicative e organizzative.
Noi artistә e amantә dell’arte,
noi professionistә del settore e appassionatә del cinema,
noi organizzatorә, formatorә e addettә all’informazione,
noi che siamo il cuore pulsante di questa Mostra,
ribadiamo con fermezza che non saremo complici ignavә,
che non rimarremo in silenzio,
che non volgeremo lo sguardo altrove,
che non cederemo all’impotenza e alle logiche del potere.
Ce lo impone l’epoca in cui viviamo e la responsabilità di esseri umani.
Non esiste Cinema senza umanità.
Facciamo in modo che questa mostra abbia un senso e che non si trasformi in una
triste e vacua vetrina.
Insieme, con coraggio, con integrità.
Palestina libera!
Gli USA hanno creato e armato le bande terroriste haitiane con la partecipazione
della CIA, del MOSSAD israeliano, dell’esercito colombiano, del generale Montoya
e del paramilitarismo colombiano…
di Narciso Isa Conde
Questo processo ha contato sull’appoggio di Álvaro Uribe, dei presidenti
haitiani Martelly e Moises, di settori della Polizia Nazionale di Haiti e
dell’intelligence domenicana, e con finanziamenti di oligarchi haitiani della
risma di Gilbert Bigio, in associazione con i Vicini e González Bunster in
affari domenicano-haitiani.
Le bande hanno giocato un ruolo chiave nella smobilitazione del popolo haitiano.
Le bande sono servite come pretesto per imporre la fallita presenza della
criminale polizia keniana sotto la tutela degli USA.
Dall’invasione keniana made in USA, ai mercenari di Trump
Ora, dopo questo prevedibile fallimento interventista, le bande stanno venendo
usate per giustificare l’invasione di una compagnia statunitense di mercenari
che risponde al nome di VETUS GLOBAL.
Questa impresa militare privata è di proprietà del veterano di guerra ERIK
PRINCE, un uomo molto legato a Donald Trump e al neofascismo statunitense.
I suoi contratti “imprenditoriali” si iscrivono dentro il perverso processo
globale intrapreso dagli USA e dalle potenze europee alleate, che implica la
privatizzazione e la mercificazione di non poche operazioni di guerra; questa è
la trasformazione della questione militare in affare altamente lucroso, passando
per la morte in grande scala e i massacri degli esseri umani.
Erik Prince, fondatore della compagnia di mercenari privata Blackwater e forte
alleato politico di Donald Trump, ha firmato un accordo di 10 anni con il
governo di Haiti (sotto tutela degli USA) per combattere le bande criminali che
lo stesso regime americano ha promosso.
Come dire, Trump, che guida lo stato imperialista nordamericano come un sistema
di imprese private, ha escogitato questo contrattista per organizzare il suo
intervento militare in Haiti.
Il contratto include l’assunzione di funzioni esattrici da parte dell’impresa di
proprietà di Prince e tra le aree riservate per i suoi affari c’è il regime di
imposte e gli affari relativi al voluminoso commercio della Repubblica
Dominicana con Haiti, attraverso la frontiera. L’ingerenza nelle dogane haitiane
come fonte di guadagno privata di un’impresa mercenaria.
Secondo l’agenzia Reuters: “Una fonte a conoscenza dell’operazione ha detto che,
una volta stabilizzata la sicurezza, l’impresa progetterà e implementerà un
sistema per tassare le mercanzie che entrano dalla Repubblica Domenicana”,
valutate in circa un miliardo di dollari annuali.
Erik Dean Prince, di 56 anni, ex ufficiale dei Navy SEAL e padrone della
suddetta impresa privata per ingaggiare guerre lucrose, è -ripeto- molto
conosciuto per aver fondato nel 1997 la compagnia militare privata americana
Blackwater, impresa che svolse un ruolo importante nei conflitti dell’Irak e
dell’Afganistan.
Attualmente questa impresa mercenaria si chiama Academi e appartiene al
consorzio VETUS GLOBAL.
Con il sostegno di Trump e associata a Saint-Cyr con inclusa la dogana
Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, Prince è intervenuto nell’Ecuador del
neofascista Noboa e ha pattuito con la Repubblica Democratica del Congo lavori
di sicurezza e controllo delle risorse minerali.
Vetus Global ha iniziato le operazioni ad Haiti lo scorso marzo, “dispiegando
principalmente droni in coordinamento con la forza d’operazione guidata dal
primo ministro”.
Nelle prossime settimane, “aumenterà la sua presenza con centinaia di
combattenti provenienti da Stati Uniti, Europa ed El Salvador, addestrati come
franco tiratori e specialisti in intelligence e comunicazioni.
Saranno utilizzati anche elicotteri e imbarcazioni, e parte della squadra
conterà su persone che parlano francese e il creolo haitiano.
E sono filtrate informazioni che, una volta stabilizzata la sicurezza, l’impresa
mercenaria procederà ad implementare, con l’appoggio dello stato lacchè, il
detto sistema impositivo per tassare le merci che entrano dalla Repubblica
Dominicana. Una miniera d’oro in biglietti.
Nonostante che l’impresa mercenaria di Eric Price ora operi dall’ufficio del
nuovo presidente del Consiglio di Transizione, Laurent Saint-Cyr, né lui né le
ex autorità consultate hanno risposto alle richieste di commenti fatte dalla
stampa. Sanno di essere colpevoli di un servilismo mercantile facinoroso.
Laurent Saint-Cyr è un imprenditore haitiano che va bene al trumpismo e al
militarismo mercenario.
Qui, nella Repubblica Domenicana, prima il silenzio ufficiale e l’apparente
indifferenza dei media e dei settori dominanti, fatto che ha molto a che vedere
con la complicità.
Ci sono casi, come quello del Diario Libre, di proprietà del potente Gruppo
Rainieri-Punta Cana, che presta molta attenzione compiacente, evitando la
necessaria condanna.
26 agosto 2025
Resumen Latinoamericano
Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca
Da Genova (il 31 agosto) e dalla Sicilia (il 4 settembre) partirà la delegazione
italiana della Global Sumud Flotilla, coalizione internazionale “di persone
comuni (organizzatori, operatori umanitari, medici, artisti, sacerdoti, avvocati
e marinai) che credono nella dignità umana e nel potere dell’azione non
violenta.
A giugno 2025 abbiamo lanciato una mobilitazione coordinata a livello globale
via terra, mare e aria. A fine estate 2025, torniamo con una strategia unitaria:
un unico obiettivo e un coordinamento globale come mai prima d’ora.
I nostri sforzi si fondano su decenni di resistenza palestinese e solidarietà
internazionale. Sebbene apparteniamo/abbiamo nazioni, fedi e convinzioni
politiche diverse, siamo uniti da un’unica verità: l’assedio e il genocidio
devono finire. Siamo indipendenti, internazionali e non affiliati ad alcun
governo o partito politico”.
Maghreb Sumud Flotilla, Freedom Flotilla Coalition, Global Movement to Gaza e
Sumud Nusantara si sono uniti per un obiettivo comune: “rompere l’assedio
illegale di Gaza via mare, aprire un corridoio umanitario e porre fine al
genocidio in corso del popolo palestinese. Quest’estate, decine di imbarcazioni
salperanno da porti di tutto il mondo, grandi e piccoli, convergendo verso Gaza
nella più grande flottiglia civile coordinata della storia”.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Maria Elena Delia, torinese, è fisica,
project manager e insegnante, portavoce italiana di Global Sumud Flotilla.
Ascolta o scarica
Di seguito, il comunicato in lingua italiana:
“Alla luce dell’ennesima carneficina perpetrata da Israele sulla popolazione di
Gaza, in cui è stato colpito il Nasser Medical Complex a Khan Younis (nel sud
della Striscia) uccidendo in diretta televisiva 20 persone tra cui 5
giornalisti, anche dall’Italia il “Global Movement to Gaza” inizia la
mobilitazione in vista delle partenze imminenti di decine di barche cariche di
attivisti e aiuti umanitari da Genova e dalla Sicilia, per unirsi alla
mobilitazione globale della Global Sumud Flotilla.
“Il conto alla rovescia è cominciato.” – dichiara Maria Elena Delia, membro del
Consiglio Direttivo della Global Sumud Flotilla e Coordinatrice italiana del
Global Movement to Gaza –
“Molte barche partiranno dalla Sicilia il 4 settembre, mentre il 31 agosto
barche cariche di aiuti umanitari partiranno da Genova. Non posso far altro che
dire grazie alle tante persone che ci stanno sostenendo. Questo è un movimento
dal basso, l’idea nasce da donne e uomini della società civile che hanno deciso
di riempire un vuoto istituzionale, un vuoto di umanità. Consapevoli che si
tratta soltanto di una goccia in un oceano di bisogni, questo atto dimostra
l’insofferenza e la determinazione di chi non accetta la paralisi del sistema
internazionale e la complicità del nostro governo ed è pronto a intervenire per
spezzare l’assedio e gettare una luce sui crimini di Israele.”
La Global Sumud Flotilla è la più grande missione marittima civile mai tentata
verso Gaza, una coalizione mondiale di attivisti, giornalisti, medici, persone
comuni e personalità dello spettacolo con l’obiettivo di spezzare l’assedio e
stabilire un canale umanitario stabile che possa soddisfare le richieste d’aiuto
provenienti dalla Palestina.
Da oggi fino a venerdì 29 agosto, a Genova, il Global Movement to Gaza, con
Music for Peace e il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) hanno
indetto una mobilitazione generale per la raccolta di 45 tonnellate di generi
alimentari in 5 giorni, da caricare sulle barche in partenza per Gaza sabato 30
agosto, in una cerimonia aperta all’intera cittadinanza. Tra il 31 agosto e il 4
settembre, decine di barche di piccole dimensioni salperanno in due ondate da
Barcellona, dalla Sicilia e dalla Tunisia in un’azione coordinata nel totale
rispetto del diritto internazionale.
Decine i volontari italiani che hanno deciso di imbarcarsi per sostenere lo
sforzo, tra cui Boris Vitlacil, attivista italo-bosniaco:
“Porto la voce delle vittime di Sarajevo a quelle di Gaza: un ponte tra
l’assedio del passato e il blocco del presente, nella speranza di dimostrare che
la coscienza respira ancora di fronte a una desolazione calcolata. Il mio
imbarco sulla flottiglia non è un atto di sfida, ma di dovere: un dovere di far
rispettare gli obblighi internazionali quando l’applicazione vacilla, un dovere
di affermare i principi quando le istituzioni falliscono.
L’azione civile nonviolenta non è una catena di approvvigionamento alternativa;
è un acceleratore etico della legalità.
“Sono oltre 62 mila le vittime del genocidio a Gaza a 688 giorni dall’inizio dei
raid israeliani sulla Striscia. Gli ultimi dati UNRWA aggiornati al 20 agosto
sono allarmanti: una media di oltre 90 uccisioni al giorno, di cui l’83% civili
(stando ai dati trapelati dal database della stessa intelligence israeliana);
mentre una stima dello scorso gennaio attesterebbe il dato ad oltre il 40%
dell’attuale cifra (The Lancet)”.
da Radio Onda d’Urto
L’Ufficio Centrale di Statistica israeliano ha riferito che l’economia, già in
costante stato di contrazione, si è contratta di un ulteriore 3,5% tra aprile e
giugno.
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 25 agosto 2025
In un passo importante verso l’isolamento economico di Israele dovuto al
Genocidio a Gaza, il Fondo Pensionistico Governativo Globale norvegese ha
annunciato la scorsa settimana che avrebbe disinvestito da altre società
israeliane.
Il fondo sovrano norvegese è il più grande al mondo, con investimenti totali in
Israele stimati in 1,9 miliardi di dollari (1,6 miliardi di euro). La decisione
di disinvestire è stata presa gradualmente, ma è coerente con la crescente
solidarietà del governo norvegese con la Palestina e le critiche a Israele.
Assumendo un ruolo di primo piano, insieme a Spagna, Irlanda e Slovenia, la
Norvegia è stata una delle principali voci critiche europee nei confronti del
Genocidio israeliano e della Carestia provocata deliberatamente a Gaza,
contribuendo attivamente all’inchiesta della Corte Internazionale di Giustizia
sul Genocidio e riconoscendo formalmente lo Stato di Palestina nel maggio 2024.
Questa posizione diplomatica e giuridica, unita al disinvestimento finanziario,
rappresenta uno sforzo coerente e crescente per ritenere Israele responsabile
del suo continuo Sterminio dei palestinesi.
L’economia israeliana era già in caduta libera prima del Genocidio. Il crollo
iniziale era legato alla profonda instabilità politica del Paese, conseguenza
del tentativo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del suo governo estremista
di cooptare il sistema giudiziario, compromettendo così qualsiasi parvenza di
democrazia rimasta nel Paese. Ciò ha comportato un significativo calo della
fiducia degli investitori.
La guerra e il Genocidio, iniziati il 7 ottobre 2023, non hanno fatto altro che
accelerare la crisi, spingendo un’economia già fragile sull’orlo del baratro.
Secondo i rapporti del Ministero delle Finanze israeliano, gli investimenti
diretti esteri sono diminuiti di circa il 28% nella prima metà del 2024 rispetto
allo stesso periodo del 2023.
Qualsiasi presunta successiva ripresa degli investimenti esteri era ingannevole.
Non è stata il risultato di una mobilitazione mondiale per salvare Israele, ma
piuttosto la conseguenza di un torrente di finanziamenti statunitensi riversati
per aiutare Israele a sostenere sia la sua economia che il Genocidio a Gaza,
insieme ai suoi altri fronti di guerra.
Il Prodotto Interno Lordo di Israele è stato stimato dalla Banca Mondiale in
circa 540 miliardi di dollari (464 miliardi di euro) nel 2024. Ma la guerra a
Gaza ha intaccato notevolmente l’economia israeliana. Le stime interne a Israele
sono complesse, ma tutti i dati indicano che l’economia sta soffrendo e
continuerà a soffrire nel prossimo futuro. Citando rapporti della Banca
d’Israele e del Ministero delle Finanze, il quotidiano economico israeliano
Calcalist ha riportato a gennaio che il costo della guerra a Gaza aveva
raggiunto oltre 67,5 miliardi di dollari (58 miliardi di euro) entro la fine
dell’anno scorso.
Considerando che i costi della guerra in corso continuano a crescere in modo
esponenziale, e con le altre conseguenze della guerra, tra cui i disinvestimenti
dal mercato israeliano da parte della Norvegia e di altri Paesi, le proiezioni
per l’economia israeliana appaiono davvero fosche. L’Ufficio Centrale di
Statistica israeliano ha riferito che l’economia, già in costante stato di
contrazione, si è contratta di un ulteriore 3,5% tra aprile e giugno.
Si prevede che questo crollo continuerà, nonostante il sostegno finanziario
senza precedenti degli Stati Uniti a Tel Aviv. In effetti, senza l’aiuto
americano, la precaria economia israeliana si troverebbe in una situazione molto
peggiore. Sebbene gli Stati Uniti abbiano sempre sostenuto Israele, il loro
aiuto negli ultimi due anni è stato il più generoso e decisivo finora.
Israele riceve 3,8 miliardi di dollari (3.265 milioni di euro) di denaro dei
contribuenti statunitensi all’anno, a seguito dell’ultimo memorandum d’intesa
decennale, firmato nel 2016. Ma altrettanto preziose, se non di più, sono le
garanzie sui prestiti, che consentono a Israele di prendere in prestito denaro a
un tasso di interesse molto più basso sul mercato globale. Il sostegno degli
Stati Uniti, quindi, ha permesso agli investitori di considerare il mercato
israeliano un rifugio sicuro per i loro fondi, garantendo spesso rendimenti
elevati. Questo valeva per il fondo sovrano norvegese, così come per numerose
altre entità e società.
Ora che Israele è diventato un marchio negativo, associato a investimenti non
etici a causa del Genocidio a Gaza e della crescente espansione degli
insediamenti illegali in Cisgiordania, gli Stati Uniti, in qualità di principale
benefattore di Israele, sono intervenuti per colmare le lacune.
La Legge sugli Stanziamenti Supplementari di Emergenza dell’aprile 2024 ha
stanziato un totale di 26,4 miliardi di dollari (22,7 miliardi di euro) per
Israele. Sebbene gran parte del denaro fosse destinato alle spese per la difesa,
la maggior parte di esso confluirà nell’economia israeliana. Questa somma, in
aggiunta agli aiuti militari annuali, consente al governo israeliano di ridurre
al minimo la spesa per la difesa e di impedire che l’economia si contragga a un
ritmo ancora più rapido.
Inoltre, libera l’industria della difesa israeliana, che potrà continuare a
produrre nuove e sofisticate tecnologie militari che garantiranno la
competitività di Israele nel mercato degli armamenti. Il Polo
Militare-Industriale, una parte significativa dell’economia israeliana, non solo
viene sostenuto, ma riceve anche un nuovo impulso dagli aiuti americani,
garantendo che la Macchina Bellica continui a funzionare con il minimo impatto
finanziario.
Tutto ciò non dovrebbe sminuire l’importanza del disinvestimento dal sistema
finanziario israeliano. Al contrario, significa che gli sforzi di
disinvestimento devono aumentare significativamente per bilanciare la spinta
degli Stati Uniti a impedire l’implosione dell’economia israeliana.
Inoltre, questo dovrebbe anche rendere i cittadini statunitensi che si oppongono
al ruolo del loro governo nel Genocidio di Gaza più consapevoli della portata
della determinazione di Washington a salvare Israele, anche a costo di
Sterminare i palestinesi. In effetti, il flusso di fondi dagli Stati Uniti non è
un’azione passiva; è una collaborazione attiva che consente direttamente il
Genocidio israeliano a Gaza.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore
di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra
Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali
Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per
l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto, per Invictapalestina.org
Sarà quasi impossibile in futuro compiere atti più vili dell’irruzione
minacciosa di Ben Gvir e della sua scorta nella cella del prigioniero politico
palestinese Marwan Barghouti, in carcere da 23 anni, più volte aggredito e
percosso, messo da anni in regime speciale, a corto anche di cibo, per cercare
di umiliare in lui, personaggio integro, l’intero popolo palestinese, la sua
dignità, la sua irriducibile capacità di resistere.
da Il Pungolo Rosso
L’altrettanto vile video che la propaganda sionista sta diffondendo, vuol far
credere ad una sua “sottomissione” al colono killer che fa il ministro degli
interni, di cui le tv e i giornali riportano i proclami suprematisti, razzisti e
sterministi senza mai una vera parola di critica, come se stessero bevendo, o
offrendo al pubblico, un bicchiere d’acqua per dissetarsi.
La sola risposta adeguata a questa provocazione è rilanciare con forza la
richiesta di libertà per Marwan Barghouti e gli oltre 15.000 prigionieri
politici palestinesi, non pochi dei quali ragazzini, oggetto di sistematiche
torture e di vessazioni d’ogni tipo. Lo facciamo accompagnando questa richiesta
con un disegno di Mohammad Sabaaneh e la lettera di sua moglie Fadwa. (Red.)
Questo il messaggio di Fadwa per suo marito Marwan Barghouti dopo averlo visto,
dimagrito e quasi irriconoscibile, nel video diffuso dal ministro israeliano
Ben-Gvir, che ha vigliaccamente minacciato Marwan nella sua cella.
—————————————————————————————
“Marwan non ho riconosciuto i tuoi lineamenti, e forse una parte di me non vuole
accettare tutto quello che il tuo viso e il tuo corpo esprimono, tutto quello
che tu e i prigionieri avete sopportato in carcere.
Marwan ti stanno ancora inseguendo, anche dopo 23 anni di prigione e 2 anni
nella cella d’isolamento in cui vivi.
Ti stanno ancora prendendo di mira, le catene sono ancora alle tue mani, ma
conosco il tuo spirito e la tua determinazione.
So che rimarrai libero… libero… libero. Ti preoccupi solo del tuo popolo e di
porre fine alle sue sofferenze, che hanno raggiunto il cielo a Gaza, ottenendo
la loro libertà e preservando la loro dignità.
“ Oh montagna, nessun vento può scuoterti”.
So che l’unica cosa che può scuoterti è ciò che senti del dolore del tuo popolo,
e l’unica cosa che ti ferisce è l’incapacità di proteggere i bambini
palestinesi.Tu sei del popolo, e ovunque tu sia, sei in mezzo a loro, sei di
loro e parte di loro; il tuo destino è legato al popolo. Così eri, e così
rimarrai”.
Fadwa Al Barghouti
Alla vigilia della trasmissione del dossier alla Corte dei Conti, annunciata da
Salvini come tappa decisiva dopo l’approvazione del CIPESS, denunciamo ancora
una volta l’enorme operazione di propaganda e saccheggio che si nasconde dietro
la parola “ponte”.
Anche questo passaggio è infatti scontato: la Corte potrà solo segnalare
irregolarità, senza alcun potere di bocciatura, e Salvini lo utilizzerà come
ulteriore passerella mediatica per alimentare l’illusione di un’opera che vive
soltanto nei titoli dei giornali e nei sogni di qualche comitato d’affari.
Lo stesso copione già visto recentemente con il roboante annuncio della firma
del contratto tra Stretto di Messina e il General Contractor Eurolink, un
consorzio che, secondo lo stesso decreto del 2023 che riaprì la partita del
ponte, potrebbe ricostituirsi solo dopo la rinuncia al contenzioso legale con lo
Stato. Ma il contenzioso è tuttora aperto e a ottobre ci sarà la nuova udienza
d’appello a Roma, dopo che Eurolink aveva già perso in primo grado.
Il ponte resta quindi un imbroglio buono solo a drenare miliardi dalle casse
pubbliche verso costruttori e cricche politiche. Persino gli stessi progettisti
e i massimi esperti che hanno guidato i comitati scientifici, come Remo Calzona,
hanno ribadito che l’opera è tecnicamente irrealizzabile: i parametri sismici e
ambientali dello Stretto la rendono impossibile, i materiali necessari non
esistono. Eppure il governo insiste con le favole, rinvia le verifiche, cambia
le commissioni e arriva perfino a dichiarare il ponte “opera di emergenza” e
“necessaria a fini bellici”, nel tentativo di mantenere in piedi una macchina
propagandistica senza credibilità.
A Messina intanto nasce una nuova società per azioni che raccoglie famiglie
storiche dell’imprenditoria locale, presentata come pronta a fornire beni e
servizi per la realizzazione del ponte. Tra i soci figurano anche gruppi
economici che, secondo la retorica pontista, sarebbero tra i più danneggiati
dall’eventuale costruzione. La realtà è ben diversa: chi conosce i territori sa
che il ponte non si farà mai e che gli equilibri dei grandi affari non sono
affatto a rischio. Per questo molti scelgono di posizionarsi comunque nella
partita, pronti a ottenere nuove rendite e vantaggi. È la dimostrazione plastica
che il ponte non è mai stato pensato per il futuro di Sicilia e Calabria, ma
come gigantesca bolla speculativa che ingrassa sempre gli stessi.
Mentre la politica si esercita in annunci in pompa magna, la realtà è che in
oltre cinquant’anni sono già stati bruciati 650 milioni di euro per mantenere in
vita una società inutile, pagare stipendi d’oro e pubbliche relazioni, senza un
solo metro di infrastruttura. È lo stesso meccanismo delle grandi opere in tutta
Italia: miliardi divorati da finanza e clientele mentre scuole, ospedali e
trasporti locali crollano.
Per questo ribadiamo con forza che non accetteremo mai questo scempio. Non ci
fermeranno né il decreto sicurezza, che prova a trasformare in problema di
ordine pubblico il legittimo dissenso popolare, né gli interessi miliardari di
chi difende un progetto irrealizzabile. Continueremo a opporci, a informare e a
mobilitare, perché il ponte non si farà mai e perché Sicilia e Calabria meritano
ben altro: lavoro vero, servizi pubblici, giustizia sociale e ambientale.
Il ponte non è progresso, è saccheggio. No al ponte!
NO Ponte Calabria
Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di
Napoli, Monitor, Napoli 2025.
di Giovanni Iozzoli, da Carmilla
Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro,
nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le
metropoli tardocapitaliste.
Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa
il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base
del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto
all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione
dell’accesso alla merce casa. Oggi, le due categorie – casa e lavoro – si sono
in qualche modo sganciate dal reciproco rapporto di dipendenza. Si può avere un
lavoro e non avere diritto all’abitare, anche dentro condizioni contrattuali
dignitose. Si può lavorare 50 ore a settimana e finire col dormire in una
macchina.
La specialissima merce casa si è come autonomizzata dall’ordinario meccanismo di
formazione del prezzo delle merci. E’ diventato un terreno nuovo di
gerarchizzazione dei rapporti sociali, la linea di confine tra il “dentro” e il
“fuori”, tra l’appartenenza alla polis e la collocazione nei suoi bordi
sfrangiati. La casa è un prisma attraverso cui si possono leggere in controluce
diverse tendenze generali in atto: la crisi dei ceti medi, la ripolarizzazione
feroce della distribuzione del reddito, lo spazio urbano come luogo privilegiato
di incontro tra capitale finanziario e produttivo, l’espansione della bolla
immobiliare come indicatore ultimo della decadenza economica di un “capitalismo
nazionale”.
Infatti l’impazzimento del valore e dei prezzi del mercato immobiliare è in
stretta connessione con la crisi generale del sistema capitalistico, con le sue
difficoltà di autovalorizzazione che costringono ad individuare le superfici
edificabili, come unica controtendenza alla caduta dei profitti nei settori di
impiego tradizionale. Quando una metropoli si deindustrializza, sposta tutte le
sue energie e risorse su quel terreno – dietro le ambigue formule del ridisegno
urbanistico, della riqualificazione, del contrasto al degrado, del restyling etc
– e la città, le sue mura, le sue strade, le sue piazze, le sue abitazioni,
diventano snodo centrale del ciclo di valorizzazione.
Il possesso/eredità di un immobile (familiare) è oggi la modalità prevalente e
quasi esclusiva per accedere al mutuo/acquisto, mentre l’affitto è sopposto ad
un vertiginoso processo di rendita speculativa pressoché inarrestabile –
tendenza che rende la società italiana sempre più simile a quella degli Stati
Uniti. Lavoro/reddito/casa rappresentano un intreccio tematico in radicale
ridislocazione; e per raccontare la moderna condizione proletaria nella
metropoli, sarà necessaria una nuova qualità dell’indagine sociologica e
dell’inchiesta sul campo.
E’ lo sforzo che affronta Barbara Russo nel suo libro Le case dei sogni, un
testo che si inserisce nel filone di indagine che il ricercatore collettivo
Monitor continua a produrre, partendo dalla metropoli napoletana ma
relazionandosi agli analoghi fenomeni più generali della società italiana.
A Napoli, il nodo del diritto all’abitare si intreccia strettamente con i
processi di turistificazione e gentrificazione (alla napoletana) di quello che è
il centro storico più vasto e popolato d’Europa. E tali processi a loro volta
ridisegnano il mercato del lavoro e riconfigurano la cartografia dei poteri sul
territorio – tra governi locali, imprenditoria privata tradizionale e nuova
imprenditoria del terzo settore. Un approccio analitico che inquadra Napoli,
quindi, non come eterna capitale dell’arretratezza, bensì laboratorio avanzato
di tendenze della ristrutturazione capitalistica – nonché di forme originali di
resistenza sociale.
Barbara Russo sceglie l’approccio etnografico, ormai indispensabile per indagare
le fenomenologie sociali complesse, intervistando diverse tipologie di figure
che si ritrovano nel vortice dei cambiamenti. Si va dai privati cittadini
lanciati nella speculazione del b&b fai da te, agli operatori più strutturati
che hanno scelto la via del property manager – l’intermediazione professionale
che si va regolarizzando sul piano normativo e fiscale, creando anche nuovi
elementi di stratificazione sociale. Fino ad arrivare ai “danni collaterali”
prodotti da ogni espansione di mercato: le persone vittime dell’espulsione dal
centro di Napoli, cacciate da case destinate ad essere fagocitate dentro al
ciclo della speculazione turistica.
> Molti degli intervistati raccontano di essere rimasti nelle loro case quando i
> proprietari hanno alzato i canoni di locazione all’improvviso, di aver
> accettato di pagare fitti più alti pur di continuare a vivere in quelle case,
> di aver assecondato le sempre nuove richieste dei proprietari nonostante
> l’assenza di manutenzione e contratti registrati per metà o del tutto in nero.
> Quando sono arrivati gli sfratti, alcuni di loro hanno provato a resistere,
> non solo perché non avevano altri posti dove andare, ma anche per
> salvaguardare il legame affettivo con le loro case e non perdere i rapporti
> con il vicinato, che in molti casi fornivano loro anche una possibilità di
> accedere al lavoro e al welfare. Chi alla fine ha dovuto lasciare la casa, ha
> preferito accettare canoni di locazione più alti a fronte di condizioni
> abitative peggiori, oppure si è fatto ospitare da amici e parenti, rinunciando
> ad avere una casa propria pur di rimanere in questi quartieri, vicino alle
> proprie comunità, ai luoghi di lavoro, alle scuole dei figli e agli spazi dove
> si svolge la propria vita quotidiana. (pag. 11)
La maggior parte dei soggetti più deboli, non possono che cedere alla
speculazione e alla forza di impatto dell’industria turistica. Racconta una
famiglia intervistata:
> Da otto anni viviamo in questa casa, qui abbiamo le nostre abitudini, la
> scuola, il parco, la chiesa; si tratta di perdere tutto (…). Il proprietario
> ci ha detto che ce ne dobbiamo andare perché vendono tutto, anche gli altri
> due appartamenti che hanno nel palazzo. Gli avevo chiesto di mantenere
> l’affitto ma mi ha risposto che tutti gli appartamenti diventeranno b&b e che
> quindi non è possibile restare. Saranno venute a vedere la casa più di
> cinquanta persone: parlano di come aggiustarla, di cosa cambiare per farne un
> b&b… (pag. 60)
Quindi il passaggio storico, epocale, che ha investito Napoli, nel racconto di
Barbara Russo, è facilmente leggibile.
Attori sociali vecchi e nuovi individuano nel centro storico della città un
terreno di valorizzazione che può essere venduto all’industria dell’”esperienza
turistica”, che dall’inizio del secolo in corso ha cominciato a inserire Napoli
nella sua mappa di itinerari pregiati. La composizione sociale popolare e
sottoproletaria di quei quartieri rappresenta un ostacolo a tale valorizzazione,
ma anche una risorsa in quanto serbatoio di mano d’opera inutilizzata. Comincia
il processo di espulsione delle classi povere che liberano metri quadri per
l’uso turistico e allo stesso tempo la messa in valore della forza lavoro che in
quei territori vive. Nasce la retorica del turismo come Grande Occasione di
emancipazione. Si uso lo stigma che ricade da sempre sui quartieri popolari –
parassitismo e malavita – per legittimare il ridisegno urbanistico e sociale dei
territori. Nel racconto che ne fanno i residenti, alcuni rioni, come la Sanità,
aderiscono perfettamente a questo schema – senza dimenticare che le vite delle
persone non sono né schemi né statistiche.
> Una delle maggiori contraddizioni che saltano all’occhio quando si osserva ciò
> che sta accadendo alla Sanità riguarda lo squilibrio tra il potere d’acquisto
> dei turisti e quello dei residenti. Dai beni di prima necessità, fino alle
> attività commerciali e di ristorazione, i prezzi sono aumentati ma la povertà
> del quartiere è rimasta invariata. Applicato al campo degli affitti, questo
> scarto rivela un nuovo cortocircuito prodotto dall’economia turistica, capace
> di tagliare in due la città: un mercato immobiliare dai valori sempre più alti
> che non coincide con i redditi e le possibilità economiche degli abitanti,
> apre la strada a nuovi attori (pag. 67)
E quindi, sovente, lo sfrattato, diventa anche carne da macello dell’industria
turistica.
> Nel caso di Cinzia, come in quelli di Dinesh, Pramila e altri intervistati che
> hanno perso la casa, proprio chi è impiegato come mano d’opera precaria,
> flessibile e sottopagata nel comparto alberghiero o extra-alberghiero, è poi
> coinvolto nelle sue “esternalità negative”, in primis gli sfratti e la perdita
> della casa. (pag. 81)
La retorica delle Grande Occasione, l’eterno mito del Risanamento napoletano, il
turismo come moderna panacea alla crisi delle metropoli e il nodo casa come
nuovo ordinatore sociale, sono fenomeni ricorrenti che investono tante città ma
che a Napoli si presentano nelle forme più trasparenti e leggibili. Le analisi
elaborate in questo libro, prodotte “dall’interno” dello tsunami sociale che sta
ridisegnando le metropoli, rappresentano il racconto vivo, in presa diretta, di
un grande cambiamento che arricchirà pochi e peggiorerà le condizioni di tanti.
Senza il protagonismo dei soggetti che vivono la città, senza il rispetto dei
loro bisogni e della loro storia, nessuna emancipazione è possibile: soprattutto
se fondata sulla speculazione immobiliare.
Sgombero nella mattinata di giovedì 21 agosto 2025 per lo Spazio Pubblico
Autogestito Leoncavallo di Milano, esperienza autogestita attiva nel capoluogo
lombardo da mezzo secolo esatto.
Bloccati da blindati e forze dell’ordine tutti gli ingressi di via Watteau, 7,
dove il Leoncavallo si era trasferito nel 1994, a seguito di un primo sgombero –
anch’esso agostano – con successiva rioccupazione di un altro stabile.
L’indicazione per i solidali è di presidiare via Stella all’angolo con via
Bettoni, subito a nord del centro sociale; qui in mattinata sono arrivate oltre
300 persone.
Alle ore 18, invece, indetta un’assemblea pubblica all’esterno del Leoncavallo.
. “Il prefetto Piantedosi – spiegano dal Leonka – l’aveva promesso alla destra:
il centro sociale più famoso d’Italia deve scomparire. I simboli fanno paura, la
storia ancora di più. Lanciamo quindi un presidio e un’assemblea pubblica oggi
alle h 18.00 in via Watteau. Ora decide Milano!”
Lo sfratto era stato rinviato, a luglio, e calendarizzato per il 9 settembre. In
realtà blindati, ufficiale giudiziario e forze dell’ordine si sono presentati, a
sorpresa, già oggi, 21 agosto. Con loro pure i legali dell’immobiliare Orologio
della famiglia Cabassi, a cui – secondo la Corte d’Appello di Milano – andrebbe
3 milioni di euro a titolo di “risarcimento”; soldi che il Viminale ha ora
chiesto all’associazione Mamme del Leoncavallo
Sulla vicenda del Leoncavallo, la sua storia e la lunga campagna per avere uno
spazio dentro la città vetrina, quella del cemento e degli affari “made in
Milano”, Radio Onda d’Urto ha realizzato numerosi approfondimenti, che si
possono riascoltare qui.
Di seguito, invece, le corrispondenze di Radio Onda d’Urto di oggi, giovedì 21
agosto 2025:
Ore 12.45 – Il collegamento con Mauro Decortes, del circolo anarchico Ponte
della Ghisolfa, dal presidio solidale fuori dal Leoncavallo. Ascolta o scarica.
Ore 11 – Il collegamento con Paolo, compagno de La Terra Trema, dall’esterno del
Leoncavallo. Ascolta o scarica.
da Radio Onda d’Urto
(foto da Milano in Movimento)