Venerdì 6 febbraio si celebrerà l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali
Milano-Cortina 2026.
Di Fabio Balocco
Delle olimpiadi si è già detto tutto. Dell’abbraccio fra destra (governatore
Zaia) e “sinistra” (sindaco Sala) quando si parla di grandi eventi-grandi opere.
Chi è attento alle questioni ambientali, saprà della pista di bob, fortemente
voluta da Salvini, oppure della cabinovia Apollonio-Socrepes, in corso di
ultimazione in una zona franosa. Ma saprà anche (ed era facile immaginarlo) che
la manifestazione è l’occasione per una scorpacciata di opere che non si
sarebbero altrimenti realizzate, e questo in territori già ampiamente
infrastrutturati. Così si rileva come l’investimento per le opere ruoti attorno
a 3,54 miliardi di euro, ma anche che, di questa cifra, solo una piccola
frazione è direttamente legata allo svolgimento delle gare: appena il 13% della
spesa complessiva finanzia infatti le opere essenziali per i giochi. Di più, la
sola Regione Lombardia, sulla sua piattaforma Oltre i Giochi 2026, censisce ben
78 interventi per 5,17 miliardi di euro, di cui 44 opere per 3,82 miliardi non
compaiono nel portale nazionale. In pratica, i giochi sono una ghiotta occasione
per il partito del cemento e dell’asfalto: né più né meno come avvenne per
Torino 2006. I giochi come occasione per aumentare in piccola misura il PIL
nazionale, quel PIL indicatore del benessere, secondo i gonzi, ovvero chi
gestisce il potere e chi lo sostiene.
Ma c’è un particolare spesso sottaciuto dell’inaugurazione, e cioè che essa si
svolgerà all’interno dello stadio Meazza di Milano e questo evento suonerà come
un atto di addio, o meglio un funerale per questa che è una vera e propria
istituzione milanese: lo stadio Meazza, già stadio San Siro. Perché il Comune,
guidato dal “sinistro” Sala, lo ha venduto per 197 milioni alle due società
Milan e Inter, consentendo loro di abbatterlo per realizzarne sì uno nuovo, ma
anche e soprattutto di fare un bel business immobiliare: infatti nell’area
sorgeranno anche hotel, uffici, negozi, ristoranti e il museo di Inter e Milan.
Un po’ come già accadde a Torino, altro sindaco “sinistro”, Chiamparino
(anch’egli invaghito da grandi eventi-grandi opere), con la Juventus, anche se
qui fu costituito un diritto di superficie novantanovennale.
Ma c’è anche un’altra storia, questa invece minima, da raccontare legata
all’inaugurazione in quello stadio, e cioè la partita del campionato italiano di
serie A che lì si dovrebbe disputare il giorno seguente, l’8 febbraio, e cioè
Milan-Como, partita impedita appunto dalla manifestazione. Orbene, cosa aveva
pensato la FIGC? Di disputarla non già in un’altra data, oppure in un campo
neutro italiano, bensì a Perth, in Australia, ossia dall’altra parte del globo.
Detta così potrebbe sembrare una barzelletta, e invece in questo mondo alla
rovescia, era vera. Così Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega
Serie A ai microfoni di Mediaset: “Milan-Como a Perth? È un sacrificio che
chiediamo ai nostri tifosi, credo che lo abbiano
compreso”(https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/2025/12/19-145352650/de_siervo_entusiasta
). E perché poi questa operazione? Per esportare il nostro calcio nel mondo… In
realtà per un introito nelle casse federali di dodici milioni di euro. Caso
vuole che poi la balzana idea sia saltata e non già per un rinsavimento
improvviso dei dirigenti della Federcalcio, bensì per le condizioni poste dalla
Confederazione Asiatica di Calcio, ritenute eccessive dalla nostra Lega. Così
Ezio Simonelli, presidente della Lega Serie A: “Nell’esprimere rammarico per
l’epilogo di questo progetto, continuiamo ad essere fermamente convinti che
questa conclusione sia un’occasione persa nel progetto di crescita del calcio
italiano a livello internazionale, che priva peraltro i tantissimi tifosi della
Serie A all’estero di vivere il sogno di assistere dal vivo a una partita della
loro squadra del cuore”
(https://www.milannews.it/news/saltata-perth-simonelli-escalation-di-ulteriori-e-inaccettabili-richieste-dell-afc-occasione-persa-601508).
E infatti immaginiamo quanti tifosi di Milan e Como ci siano a Perth…
La follia delle grandi manifestazioni; la follia di abbattere uno stadio
monumento del calcio; la follia (per fortuna saltata) di disputare una partita
del nostro calcio dall’altra parte del mondo…che dire? I soldi, solo i soldi che
muovono questo porco mondo.
da Volere la Luna
Source - InfoAut: Informazione di parte
Informazione di parte
Il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale
stanziando 100 milioni di euro complessivi per Calabria, Sicilia e Sardegna.
Non ci aspettavamo certo “tutto e subito”, ma è evidente che la somma messa a
disposizione è largamente insufficiente se rapportata all’entità dei danni
subiti. È una cifra che, anche alla luce di precedenti analoghi come l’alluvione
in Emilia-Romagna, appare del tutto sproporzionata rispetto alle reali necessità
di messa in sicurezza, ripristino e ricostruzione dei territori colpiti.
A questa sproporzione si aggiunge una evidente differenza di approccio da parte
dei governi e dei media quando eventi di questo tipo colpiscono territori
diversi del Paese. Al Nord i disastri diventano immediatamente una questione
nazionale, legata alla tenuta del sistema produttivo e dell’economia
complessiva; al Sud vengono trattati come emergenze locali, da gestire con
risorse minime e interventi tampone. Restano così troppo spesso sulla carta
fondi e progetti, finanziati anche con le tasse dei cittadini calabresi,
destinati alla rinaturalizzazione delle coste e al contrasto del dissesto
idrogeologico, mentre le reali risorse vengono destinate all’aumento delle spese
militari.
Ancora una volta il Governo ricorre allo strumento del commissariamento,
trasformando l’eccezione in regola. Una scelta che certifica la crisi delle
istituzioni ordinarie e il loro reciproco discredito: lo Stato esautora enti
locali e amministrazioni territoriali, dichiarando di fatto di non fidarsi della
loro capacità di governo, ma al tempo stesso pretende di rafforzare la
partecipazione democratica e la fiducia dei cittadini, chiedendo loro di andare
a votare. Una contraddizione evidente, che alimenta distanza, sfiducia e
disaffezione.
Questa gestione emergenziale continua a intervenire sugli effetti senza
affrontare le cause strutturali che rendono la Calabria e il Sud così
vulnerabili. Non siamo di fronte a eventi imprevedibili o eccezionali, ma a
fenomeni che si ripetono con regolarità crescente e che trovano terreno fertile
in decenni di mancata manutenzione del territorio, cementificazione e
occupazione delle coste, dissesto idrogeologico ignorato, urbanizzazione
disordinata e infrastrutture pubbliche lasciate degradare. Chiamare tutto questo
“emergenza” serve solo a rinviare le responsabilità e a evitare un vero cambio
di rotta nelle politiche pubbliche.
In questo quadro, la scelta di continuare a destinare risorse enormi a grandi
opere inutili come il Ponte sullo Stretto appare ancora più grave e
irresponsabile. Non si tratta solo di uno spreco di risorse, ma dell’emblema di
un modello di sviluppo che concentra investimenti e decisioni, sacrifica la
manutenzione diffusa e aumenta la fragilità dei territori. Ogni euro speso in
quella direzione è un euro sottratto alla sicurezza delle persone, alla difesa
dei territori, alla prevenzione e alla possibilità di creare lavoro pubblico
realmente utile e duraturo.
È chiaro che la ricostruzione e la messa in sicurezza non possono essere
affidate esclusivamente a decreti, commissari e procedure opache. Senza forme
reali di controllo e di intervento popolare, anche le risorse disponibili
rischiano di trasformarsi in terreno di speculazione o di restare bloccate per
anni nei meandri burocratici. Serve mettere in rete associazioni, comitati
territoriali, realtà sociali e civiche che vivono quotidianamente questi
territori, perché solo una partecipazione reale può garantire trasparenza,
efficacia e giustizia sociale. Solo il popolo salva il popolo.
Per questo riteniamo necessario moltiplicare momenti pubblici di confronto,
organizzazione e partecipazione, soprattutto nelle aree maggiormente colpite
dagli ultimi eventi, e rafforzare il percorso comune inaugurato con la
piattaforma “Il Sud unito contro il Ponte”, che ci vedrà prossimamente riuniti
in una nuova assemblea a Cosenza. Perché la Calabria e il Sud non siano ancora
una volta periferia sacrificabile, ma territori che rivendicano diritti, risorse
adeguate e un futuro fondato sulla giustizia sociale, ambientale e sulla cura
quotidiana dei luoghi in cui viviamo.
Movimento No Ponte – Calabria
Addúnati – Lamezia Terme
AGORÀ – Decollatura
Associazione culturale “I sognatori”
Colli Attivi – Catanzaro
COLPO – Paola
Coordinamento Locride per la Palestina
CSC Nuvola Rossa – Villa San Giovanni
Equosud – Reggio Calabria
La Base – Cosenza
Le Lampare – Cariati
Movimento Terra e Libertà – Calabria Rinascita per Cinquefrondi
USB Catanzaro
da Addùnati
Continua la criminalizzazione del movimento e delle mobilitazioni a Torino.
Questa mattina, 29 gennaio, agenti della Digos, su ordine della Procura
torinese, hanno fatto irruzione nelle case di due compagni per effettuare
perquisizioni che hanno portato al sequestro di alcuni vestiti.
L’accusa è quella di aver partecipato alla manifestazione contro lo sgombero del
centro sociale Askatasuna del 20 dicembre. La mobilitazione era stata indetta
come risposta cittadina allo sgombero del centro sociale e aveva raccolto più di
10 mila persone, in un grande corteo popolare che aveva tentato di avvicinarsi
all’Askatasuna, ricevendo in risposta cariche e lacrimogeni.
Probabilmente le perquisizioni di oggi sono parte di un indagine più ampia che
potrebbe svilupparsi nei prossimi giorni o settimane. Dallo sgombero del centro
sociale torinese, ogni settimana si susseguono operazioni di polizia ai danni
del movimento con l’intento di criminalizzare la mobilitazione per la Palestina
e contro il governo. Sembra evidente il tentativo di intimorire in vista del
corteo nazionale del 31 gennaio.
“Torino è partigiana” è la parola d’ordine che unisce la mobilitazione di questo
mese sotto la Mole e non solo, e con questo spirito si resiste insieme a chi
vorrebbe spaventare e dividere.
Presa di posizione del Movimento No Muos
“La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione
centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né
archiviata come fatalità. Niscemi è da anni una cartina di tornasole delle
fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: spopolamento progressivo,
consumo di suolo, abbattimento di alberi, assenza di investimenti produttivi,
infrastrutture inesistenti o abbandonate, trasporti precari dovuti a una rete
ferroviaria inesistente, a una rete stradale cronicamente a rischio e
all’assenza di trasporto pubblico. A questo si aggiunge l’assenza strutturale di
una seria pianificazione territoriale e di interventi organici di prevenzione
del dissesto idrogeologico. Opere frammentarie, manutenzioni episodiche,
interventi emergenziali sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in
sicurezza”.
È significativo che una delle strade provinciali oggi chiuse per frana fosse già
stata interdetta nei giorni precedenti a causa di un precedente movimento
franoso piuttosto esteso. Il dissesto non nasce in una notte. È il prodotto di
scelte politiche stratificate, di un modello di sviluppo che considera alcune
aree sacrificabili.
Dentro questo quadro generale si inserisce un elemento strutturale e
determinante: la militarizzazione permanente del territorio. Niscemi è da molti
anni uno dei luoghi simbolo dell’occupazione militare statunitense del
territorio italiano. Ospita una delle più grandi basi militari statunitensi
presenti nel Paese, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) della US Navy,
all’interno della quale è stato installato il MUOS (Mobile User Objective
System), sistema globale di telecomunicazioni militari degli Stati Uniti, ad uso
esclusivo della Marina militare statunitense. Parliamo di un complesso militare
che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto
internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, collocato dentro e ai margini di
un’area naturale protetta come la Sughereta di Niscemi.
Fin dall’inizio, il Movimento No MUOS ha denunciato l’incompatibilità radicale
tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale
dell’area e la presenza di un’infrastruttura militare di queste dimensioni,
basandosi su studi, perizie, osservazioni tecniche e documentazione pubblica”.
Cosi’ il Movimento No Muos che prende parola sugli eventi franosi che stanno
caratterizzando la citta’ che si affaccia sulla piana di Gela e che hanno
determinato lo sfollamento , al momento, di circa 1500 persone. Sentiamo
Federica del Movimento No Muos
da Radio Onda d’Urto
Dalla casa al lavoro, dalla formazione alla ricerca, dalle lotte a difesa del
territorio alla solidarietà per la Palestina e il Rojava: una raccolta delle
convocazioni tematiche per i tre concentramenti di sabato 31 gennaio in
occasione del corteo nazionale “Contro governo, guerra e attacco agli spazi
sociali”.
Articolo in aggiornamento..
TORINO PARTIGIANA: ANCHE LE SCUOLE SCENDONO IN PIAZZA! – SPEZZONE STUDENTESCO –
CONTRO ARRESTI REPRESSIONE E GUERRA – PORTA SUSA
da Assemblea Studentesca – Torino
Il 31 gennaio ci sarà un corteo nazionale a Torino a seguito dello sgombero del
centro sociale askatasuna.
Come studenti sappiamo oggi qual è la posta in gioco in un presente sempre più
asservito alle logiche della guerra e delle armi.
Oggi la sfida di un presente libero e giusto si gioca sulle nostre spalle, tocca
a noi dimostrare che a Torino le scuole sono pronte a rispondere alle
ingiustizie.
Il governo ha capito benissimo, sotto gli scricchiolii di un sistema che fa di
tutto pur di sopravvivere, che l’unico modo che ha per evitare che le persone
costruiscano un’alternativa ai loro profitti è la repressione di chiunque osi
dissentire, così come per gli sgomberi, così come per gli arresti di 10
minorenni nella nostra città dopo le oceaniche manifestazioni dell’autunno.
Se chi uccide e devasta è buono ,se essere dalla parte giusta della storia,
essere contro i genocidi, la distruzione della natura, essere per la fratellanza
e la sorellanza, essere per un mondo libero dal ricatto del lavoro, costruire un
mondo fatto di solidarietà in cui si ha in base ai propri bisogni e si dà in
base alle proprie capacità vuol dire essere cattivi, allora siamo tutti cattivi,
e vogliamo esserlo in maniera intelligente.
Ci vediamo per un grande spezzone studentesco il 31 gennaio da Porta Susa alle
14:30!
Tutti liberi! Tutte libere!
DIFENDERE GLI SPAZI SOCIALI E COSTRUIRE L’ALTERNATIVA – SPEZZONE CASA, REDDITO E
LAVORO – PORTA SUSA
da Prendocasa Torino, Spazio Popolare Neruda, Colpo Torino
Il 18 dicembre il Governo Meloni ha ordinato lo sgombero del Centro Sociale
Askatasuna, avanzando una minaccia esplicita nei confronti di tutte le realtà
sociali d’Italia: da Spin Time a Roma, a Officina 99 a Napoli, fino al
Lazzaretto Autogestito a Bologna e la lista sarebbe ancora lunga. Questo attacco
si pone in continuità con le misure repressive attuate contro il movimento di
solidarietà alla Palestina, come il decreto di espulsione di Mohamed Shain,
l’arresto di Mohamed Hannoun e molti altri casi.
Se da una parte assistiamo a un attacco repressivo contro realtà sociali, voci
di dissenso e singoli individui, dall’altra il governo concretizza questo
attacco attraverso scelte quotidiane che impoveriscono e precarizzano la vita
delle persone. Criminalizzare il dissenso e spettacolarizzare la repressione
serve a creare un capro espiatorio di fronte al fallimento delle politiche
governative e al crescente malessere sociale. In un contesto di guerra globale e
crisi economica, il Governo Meloni ha scelto, fin dal primo giorno del suo
insediamento, di finanziare la guerra, l’industria bellica e il riarmo,
tenendosi ben lontano dai bisogni reali della popolazione e tagliando i pochi
strumenti di sostegno esistenti, come il reddito di cittadinanza e il fondo per
la morosità incolpevole.
I problemi che viviamo ogni giorno sono sotto gli occhi di tutt3: assenza di
lavoro e di reddito, difficoltà sempre maggiori nell’accesso all’abitare, un
sistema sanitario e un’istruzione sempre più escludenti.
Avere una casa in cui vivere è diventato un miraggio per le fasce di popolazione
più povere e un lusso difficilmente accessibile per le classi medie. Negli
ultimi cinque anni i canoni di locazione sono aumentati del 50%; solo nel 2025
sono stati emanati oltre quarantamila provvedimenti di sfratto; un nucleo
familiare in affitto su quattro fatica ad arrivare a fine mese; le assegnazioni
di edilizia residenziale pubblica riguardano meno del 10% delle domande valide;
il mercato degli affitti esclude e discrimina le persone razzializzate. Nel
frattempo il Governo Meloni ha elaborato un cosiddetto “piano casa” che
favorisce palazzinari e grandi proprietari, portando avanti una propaganda
criminalizzante contro le persone povere e razzializzate.
Assistiamo, quindi, alla propaganda del governo che alimenta la cosiddetta
guerra tra poveri e il razzismo, addossando la responsabilità del peggioramento
delle condizioni di vita generali alle migrazioni. Tutto questo sembra assurdo
se si considera l’investimento italiano nel perseguimento di guerre imperialiste
che depredano territori e popolazioni. Le stesse popolazioni che sono poi
costrette ad emigrare e trovare ospitalità in paesi come l’Italia dove senza
documenti e senza residenza non è possibile accedere alla casa, al lavoro e alle
cure.
Parallelamente a un contesto europeo di crescita salariale e accorciamento degli
orari lavorativi, in Italia gli stipendi sono stazionari da anni. Il governo si
fa erroneamente forte della crescita dell’occupazione, ma viene sbugiardato
dall’ISTAT che rileva una rapida diminuzione. Uno sguardo più attento scorge
oltre la propaganda, che il risultato delle politiche sul lavoro sono
un’ulteriore precarizzazione dei contratti e un goffo tentativo di nascondere
una bolla di povertà crescente. I servizi essenziali, quindi, si trasformano in
lussi inaccessibili. Costruire un modo di vivere alternativo allo sfruttamento e
all’isolamento prodotto dalla società capitalistica è una necessità impellente.
Askatasuna è stata colpita perchè è un simbolo di dissenso e di lotta. Questo
sgombero deve diventare un punto di partenza per costruire nuovi percorsi per
tutte le realtà sociali che si occupano di: accesso alla casa, al reddito, al
lavoro, all’istruzione, alla salute, allo sport e alla cultura. Per questo vi
invitiamo a partecipare alla manifestazione del 31 gennaio e a organizzarsi
collettivamente per costruire percorsi di discussione e una politica
alternativa, condivisa e dal basso.
Il clima generale di repressione e la narrazione della realtà come immutabile,
non può che sfociare nella paura dell’autorità. Ma non dobbiamo dimenticare ciò
che contraddistingue chi opprime da chi lotta. Se le loro azioni sono guidate
dalla paura distruttiva, le nostre scaturiscono da una rabbia costruttiva, che
aumenta ad ogni atto di repressione e che ci ricorda la necessità di unirici a
prescindere dalle diverse organizzazioni e strutture. Perciò organizziamoci e
resistiamo unit3, contribuendo ognuno secondo il proprio posizionamento e le
proprie modalità imparando dalle passate e inventadone di nuove, creiamo
consapevolezza e rete in un percoroso condiviso, il popolo vince quando il
popolo è unito e schierato.
SPEZZONE LAVORO E CASA PER TUTT
Da Colpo Torino
Lo sgombero di Askatasuna attuato dal governo Meloni e l’atto di guerra dello
Stato nei confronti del quartiere Vanchiglia, sono parte di una logica di
erosione degli spazi di organizzazione della lotta di classe che la borghesia
nostrana porta avanti da decenni e che ci ha portato ad un arretramento generale
sul terreno dei diritti sociali duramente conquistati con le lotte degli anni
passati.
Torino è la città con più cassaintegrati d’Italia. Più del 10% dei lavoratori
torinesi non ha un contratto regolare. Il lavoro, quando si ha la fortuna di
averlo, è precario, sottopagato a tal punto da riuscire a malapena a mettere il
piatto a tavola, quasi niente di più.
In aggiunta, i grandi speculatori fanno aumentare gli affitti nei quartieri
popolari: in Barriera di Milano dieci anni fa si pagava 500 euro per 90 mq, oggi
più di 900 euro.
Un kg di pane è passato in poco tempo da 2,50 euro a 4 euro al kg.
Come se non bastasse, il governo con la manovra finanziaria 2025 fa grandi tagli
a sanità e istruzione, alza l’età pensionabile, raccoglie soldi qua e là con la
nuova tassa sullo spid, quella sulle spedizioni di pacchi e gli aumenti alle
sigarette.
Ci vendono come “riduzione delle tasse sul lavoro” un risparmio di 100-200 euro
all’anno per i redditi da 28mila a 50mila euro mentre al colosso Amazon scontano
al 75% un’evasione fiscale di 3miliardi di euro, della serie dacci quello che
vuoi e siamo amici come prima, con buona pace dei piccoli commercianti che
quando non fanno uno scontrino sono trattati da criminali.
Per i miliardari il governo Meloni conferma anche la comodissima tassa fissa da
300 mila euro (CR7tax) per i paperoni stranieri che decideranno di trasferirsi
in Italia (non le loro aziende, solo loro!)
Il povero è sfruttato, il ricco coccolato.
Il costo della vita sale, i servizi pubblici peggiorano, il lavoro si precarizza
e avere un indeterminato oggi è un miraggio, i ricchi si arricchiscono sempre di
più e le spese militari aumentano in maniera preoccupante. Da esercito di
precari di riserva, vogliono fare di noi riserve per l’esercito, il passaggio è
evidente.
In questo contesto si inserisce la repressione contro gli spazi di antagonismo
politico come Askatasuna e contro tutto il movimento di solidarietà alla
resistenza palestinese, colpevoli di aver sferratto attacchi diretti alla
macchina capitalista che ci ha portato in questa situazione di merda.
Tenerci stretti gli spazi conquistati è importantissimo; tornare a sviluppare
lotte popolari e di classe per aprine di nuovi, è necessario.
Sabato 31 gennaio saremo in piazza a Torino per contestare il governo Meloni e
per reclamare condizioni di vita migliori, per Askatasuna e per tanto altro.
Concentramento spezzone Casa-Lavoro ore 14.30 davanti alla stazione di Porta
Susa.
Se ci vogliono in guerra, in guerra ci avranno, ma contro di loro! Torino è
partigiana!
GIU’ LE ARMI, SU I SALARI! CONTRO LA REPRESSIONE DEL GOVERNO MELONI! – ore 14 –
Piazza VIII Dicembre
Da Unione Sindacale di Base – Piemonte
Il Governo Meloni, con le sue politiche avverse ai bisogni della classe
lavoratrice, di sostegno e di appoggio alle guerre imperialiste e capitaliste,
al genocida governo israeliano, repressive e inclini a forme xenofobe di
ispirazione trumpiana, è nemico del popolo.
L’autunno scorso ha preso vita un movimento di ribellione, resistenza e sdegno
popolare verso le posizioni di questo Governo ed è il tentativo di soffocarlo
che spiega l’inasprirsi dell’ondata repressiva che colpisce da mesi
lavoratrici/lavoratori, studentesse/studenti, attivisti sociali e
sindacalisti.Torino è una città-laboratorio di questa repressione, per la sua
storia di città partigiana e capace di animare e organizzare lotte imponenti e
durevoli come quella contro il TAV. È questo il contesto dello sgombero del
centro sociale Askatasuna: quello di un ciclo di lotte avviato dal blocco delle
armi dei portuali genovesi e dagli scioperi generali dal 22 settembre in poi e
di un Governo impegnato in una repressione che intende criminalizzare le lotte
sociali e politiche.
SABATO 31 GENNAIO 2026 L’USB sarà in piazza, in mezzo alle lotte sociali e
sindacali, contro il Governo Meloni nemico del Popolo che RESISTE.
Appuntamento spezzone USB: p.zza XVIII Dicembre – Torino – ore 14
LA SICUREZZA DI MELONI E LO RUSSO: POLIZIA, SGOMBERI, RIARMO.
CAMBIAMO TUTTO: CASA, SALARI E WELFARE! – PORTA SUSA
Da Potere al Popolo
Il 31 gennaio parteciperemo come Potere al Popolo alla manifestazione nazionale
“Askatasuna vuol dire libertà, Torino è partigiana -contro governo, guerra e
attacco agli spazi sociali”.
Questa data arriva dopo lo sgombero del 18 dicembre del centro sociale
Askatasuna, realtà attiva nel conflitto sociale da 30 anni sul nostro
territorio, da sempre in prima linea per la difesa degli spazi autogestiti, del
diritto alla casa, nelle università e per la difesa territori devastati da
grandi opere ecocide come il TAV in Val di Susa. La prova di forza che il
Governo Meloni ha messo in atto, è una delle più violente che abbiamo visto
negli ultimi anni: il quartiere di Vanchiglia militarizzato per giorni, le
scuole chiuse, bambini lasciati fuori dai cancelli mentre centinaia di forze
dell’ordine devastavano i locali del centro sociale, piazzavano jersey e
barriere fra le strade come in un territorio di guerra. Il tempismo con cui
questa operazione arriva non è casuale ma si inserisce in un clima di guerra
sempre più pesante tanto sul fronte esterno, quanto sul fronte interno.
La politica imperialista di Trump, ben lontana dall’immagine di “pacificatore”
celebrata da Giorgia Meloni, rivela un Occidente sempre più in crisi che
abbandona persino la retorica delle “guerre umanitarie” per tornare apertamente
alla propria reale natura predatoria e criminale: dai bombardamenti sul
Venezuela e dal tentativo di rovesciamento del governo per appropriarsi delle
sue risorse petrolifere, fino al cosiddetto “Board of Peace” per Gaza, con cui i
principali sostenitori di Israele si preparano a lucrare sulla ricostruzione di
una terra che hanno contribuito a devastare attraverso decenni di genocidio
sotto gli occhi del mondo. Parallelamente, anche in Europa avanza il piano di
riarmo, con l’aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali, la
compressione dei salari e una crescente militarizzazione della società. Per chi
si oppone a questo clima guerrafondaio arriva la repressione che punta a
silenziare le voci che si sono mobilitate contro il genocidio a Gaza e contro il
riarmo, culminate nelle grandi mobilitazioni e negli scioperi generali promossi
dall’USB e dal sindacalismo di base con l’obiettivo di “bloccare tutto”.
Gli arresti dei 9 palestinesi, di giovani studenti e minorenni raggiunti da
provvedimenti, lo sgombero e la chiusura di Askatasuna, l’annuncio di nuovi
decreti sicurezza, la deportazione di Mohamed Shahin nel CPR di Caltanissetta,
l’arresto di Muhammad Hannoun con accuse tutte da verificare, sono state le
uniche risposte che questo Governo è riuscito a dare a chi è sceso in piazza per
dire basta. Basta ad un genocidio in mondovisione, a lavorare per la guerra, a
pagare il prezzo del riarmo mentre i salari e le pensioni restano al palo, la
sanità e la scuola si impoveriscono, i territori vengono sempre di più
impoveriti e abbandonati, anche di fronte ai sempre più frequenti disastri
ambientali, conseguenti a una crisi climatica che questo modello di sviluppo
insostenibile ha causato.
È evidente che le politiche repressive stanno facendo un salto di qualità sotto
il mandato di Giorgia Meloni (in questo senso vanno i nuovi pacchetti sicurezza
ex ddl 1660, ma anche le riforme sul premierato, le riforme della giustizia
sottoposte a referendum, il ddl Gasparri e l’estensione delle zone rosse)
nell’ottica di uno stato di polizia sempre più autoritario, nel quale pure le
libertà di espressione e di insegnamento vengono mette sotto attacco. Dall’altro
lato non possiamo dimenticare un centro-sinistra che è stato facilitatore di
alcune di queste riforme (decreto Minniti-Orlando del 2017 che ha aperto la
strada all’utilizzo del Daspo urbano e all’estensione dei CPR, o l’infame ddl
Delrio presentato dai senatori PD con il quale qualsiasi critica allo Stato di
Israele verrebbe immediatamente tacciata di antisemitismo).
Al di là della propaganda o dei tentativi di cavalcare “l’effetto Palestina”, il
centro-sinistra non è mai stato dalla parte di chi denuncia la guerra, il
riarmo, il genocidio e si organizza quotidianamente per cambiare questo mondo:
l’immediato voltafaccia che la Giunta PD di Lo Russo ha tenuto la mattina del 18
dicembre nei confronti di Askatasuna (impegnata nel percorso della costituzione
in bene comune per il centro sociale, ipotesi stroncata definitivamente con una
delibera proposta dalla vicesindaco Favaro il 20 gennaio), ma anche il silenzio
di fronte a un quartiere completamente bloccato dalle forze dell’ordine dopo la
“chiamata” di Piantedosi, ci confermano ancora una volta che il Partito
Democratico è perfettamente organico ai progetti di repressione del dissenso e
normalizzazione del riarmo. Anche il primo cittadino, fa parte di quella cordata
dei “Signori della guerra” che immaginano per Torino un futuro basato
sull’industria bellica, che non può permettere la presenza di un fronte
contrario a questo sviluppo. Lo abbiamo ripetuto tante volte: di fronte
all’impoverimento dei nostri quartieri, agli attacchi ai salari e alle classi
popolari, l’unica sicurezza di cui abbiamo bisogno è quella sociale: casa,
salari, trasporti, salute, diritti per tutte e tutti.
Per questo il 31 gennaio saremo in piazza, partendo da Porta Susa, al fianco dei
compagni e delle compagne con cui abbiamo condiviso gli scioperi generali di
questo autunno, pretendendo e dimissioni di Giorgia Meloni e del Sindaco di
Torino Lo Russo.
Per costruire un’alternativa politica e sociale, per cambiare tutto!
TORINO È PARTIGIANA. GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI – PORTA SUSA
da Centro Sociale Gabrio e Laboratorio Manituana
Sabato 31 saremo tuttə al corteo nazionale, solidali con Askatasuna e con tutti
gli spazi sociali occupati che come noi lottano ogni giorno.
Scenderemo in piazza contro le politiche repressive e fasciste di questo
governo, contro lo sgombero degli spazi che da sempre rappresentano luoghi di
rottura dei meccanismi che reggono il capitalismo contemporaneo, contro chi ci
vorrebbe mutə e addomesticabili.
Askatasuna non è solo un luogo fisico, lo sappiamo; è un’idea, un simbolo, un
movimento che non si ferma sigillando le porte di un edificio.
Askatasuna è parte viva e pulsante della città e del quartiere Vanchiglia, come
lo sono tutti gli spazi occupati che nei quartieri si radicano e costruiscono
alternative dal basso.
Per questo assume ancora più importanza essere lì e rivendicare insieme che i
centri sociali e gli spazi autogestiti non sono un fine ma devono continuare ad
esistere come mezzo a disposizione di tutt per continuare ad organizzarsi e a
costruire comunità resistenti.
Ci vediamo sabato 31 a Porta Susa alle 14:30.
ASKA NON SI TOCCA
GIÙ LE MANI DAGLI SPAZI SOCIALI
VERSO LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 31 GENNAIO A TORINO – SPEZZONE DEL
MOVIMENTO NO TAV – PORTA NUOVA
da Notav.info
“Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra
e l’attacco agli spazi sociali.”
Il 31 gennaio saremo a Torino, ancora una volta dalla parte della libertà e
della resistenza.
Come Movimento No Tav abbiamo deciso di partecipare con un nostro spezzone, per
esprimere solidarietà ad Askatasuna e a tutte le realtà sociali oggi sotto
attacco.
In un momento segnato da oppressione, guerra e impoverimento, vogliamo portare
un messaggio chiaro: Torino è e resta partigiana, viva e solidale, contro chi
tenta di cancellare autogestione, partecipazione e libertà.
Il governo Meloni continua a schierarsi con chi bombarda, arma e occupa, e ad
attaccare chi costruisce dal basso spazi di libertà e solidarietà.
In Italia, tantissime e tantissimi giovani si sono mobilitate e mobibilitati nei
mesi scorsi attraverso scioperi generali, blocchi e cortei di massa contro la
complicità italiana nel conflitto, e l’hanno fatto sotto lo slogan “blocchiamo
tutto” per denunciare quello che sta accadendo in Palestina. In risposta a
queste mobilitazioni, lo Stato ha lanciato una pesante ondata repressiva, che ha
colpito le e i giovani attiviste e attivisti. A Torino la Digos ha eseguito
misure cautelari nei confronti di otto giovani, cinque dei quali minori tra i 15
e i 17 anni. Questa offensiva dimostra che l’opposizione al dissenso non fa
sconti, neanche a chi è minorenne e sceglie di alzare la voce contro la guerra e
l’oppressione.
La repressione in Valsusa è quotidiana: il Movimento No Tav fin dalla sua
nascita è bersaglio di operazioni e intimidazioni. L’ultimo episodio riguarda
Giorgio Rossetto, storico compagno che da sempre sta dalla parte delle valle che
resiste, per il quale la Procura di Torino ha chiesto la revoca degli arresti
domiciliari semplicemente a causa di un’intervista rilasciata dopo lo sgombero
dello spazio sociale, interpretando arbitrariamente alcune sue parole come
«incitamento». Si tratta di un attacco politico evidente: si criminalizza il
diritto di pensare, di avere le proprie idee, si prova a zittire chi racconta la
lotta e denuncia soprusi.
Per noi è chiaro, lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo: non ci sono governi
amici, destra o sinistra.
Da oltre trent’anni, dire NO alla Linea ad Alta Velocità Torino –
Lione, significa essere parte viva delle lotte popolari, e anche oggi scegliamo
di stare dalla parte di chi resiste, contro chi criminalizza i movimenti, svende
diritti e devasta e militarizza i territori.
Come Torino, anche la Valsusa è partigiana: lo è per storia, memoria e pratica
quotidiana di resistenza. Il 31 gennaio saremo in piazza con determinazione e
rabbia, contro il governo, contro la guerra e contro l’attacco agli spazi
sociali. La Val di Susa, partigiana ieri come oggi, porterà per le strade della
città la sua storia di lotta: una valle che non si piega, che difende la terra e
la libertà con la forza di chi sa da che parte stare.
Difendere Askatasuna significa difendere la libertà di tutte e tutti.
Invitiamo tutti e tutte i/le No Tav a unirsi al concentramento del 31 gennaio a
Torino, ore 14:30 a Porta Nuova, partendo insieme dalla Valsusa con il treno
delle 13:19 da Bussoleno.
Que viva Askatasuna. E, come diciamo sempre noi, a sarà düra, ma per loro!
CORTEO NAZIONALE – SPEZZONE RISEUP4ROJAVA – PORTA NUOVA
Da Defend Kurdistan Italia
Sabato 31 Gennaio aderiamo al corteo nazionale chiamato dal centro sociale
Askatasuna contro Governo, guerra ed attacco agli spazi sociali. Lo facciamo
raccogliendo la chiamata al supporto internazionale per difendere la
Rivoluzione del Rojava.
C’è una linea rossa che collega le resistenze dei popoli in ogni luogo e
territorio; allo stesso tempo, esiste un nemico comune che cerca di spezzare
questa linea, frammentando le lotte e dividendo la società. Questo nemico, dal
Rojava ai nostri territori, si riorganizza in maniera esplicita in una guerra
che si
pone l’obiettivo di stroncare qualsiasi esperienza alternativa a quella del
capitalismo, del patriarcato e della devastazione del pianeta.
Da settimane l’esperienza rivoluzionaria in Rojava sta affrontando una minaccia
esistenziale. Il nuovo jihadismo si riorganizza attorno alla figura di
al-Jolani,
autoproclamato capo ad interim della Siria, leader di Hay’at Tahrir al-Sham
(HTS) cresciuto all’interno dell’esperienza di Isis nelle file di Al Nusra.
Dopo un anno dalla caduta del regime dittatoriale di Assad, al-Jolani mostra il
suo vero volto. La promessa transizione democratica ha visto negli scorsi mesi
il massacro e la repressione delle minoranze etniche, religiose, linguistiche e
politiche all’interno della Siria, con l’obiettivo di costruire un progetto
fascista
centralizzato attorno ad uno Stato monolitico: una cultura, una bandiera, una
lingua ed una religione.
Contro questo modello che mira ad annichilire la società e i differenti popoli
della Siria, l’Amministrazione Autonoma e Democratica della Siria del Nord e
dell’Est (DAANES) rappresenta un’alternativa rivoluzionaria in un Medio
Oriente sempre più ostaggio della spartizione imperialista delle grandi potenze.
Nuovamente il popolo curdo viene usato come pedina di scambio sacrificale nei
giochi di potere che riguardano Turchia, Israele, Stati Uniti e non ultima
l’Unione Europea. Siamo di fronte alla riabilitazione completa di un jihadista
che fino a pochi mesi era all’interno della lista dei maggiori terroristi
mondiali,
con una taglia di dieci milioni di dollari per la sua cattura. All’interno
dell’opinione pubblica, nel giro di pochi giorni, è passato dall’essere un
nemico
pubblico per la sicurezza mondiale a diventare leader di Stato rassicurante.
Lo scorso 9 gennaio le massime autorità dell’Unione Europea, da Von der
Leyen a Costa, si sono recate a Damasco per stipulare finanziamenti europei
pari a 620 milioni di euro per sostenere la ristrutturazione di un apparato
statale
siriano che al-Jolani sta modellando per costruire un governo autoritario e
fondamentalista, con politiche e mentalità di Isis.Non è solo l’Unione Europea
ma anche l’Italia a giocare un ruolo di
legittimazione e normalizzazione del “nuovo” al-Jolani. L’Italia è l’unico paese
del G7 ad avere un’ambasciata operativa a Damasco e pochi mesi fa sia il
ministro Tajani che la premier Meloni hanno ribadito pieno supporto politico,
commerciale ed economico alla “ricostruzione della Siria”, proponendosi come
“ponte tra l’UE e la Siria”.
L’offensiva lanciata dal governo di al-Jolani contro il Rojava e la DAANES
avviene con il supporto politico e militare della Turchia, principale alleata
nel
perseguire intenti genocidi contro il popolo curdo. HTS e le milizie di
mercenari di Isis stanno compiendo crimini di guerra quotidiani. Da Aleppo
fino ai villaggi attorno a Kobanê sono centinaia i massacri, i rapimenti e le
torture compiute da questi nuovi jihadisti. Prigioni come al-Aqtan e campi
profughi come al-Hol sono stati tra i loro primi obiettivi, liberando ed
integrando affiliati di Isis nelle loro file.
Ad undici anni dalla liberazione di Kobanê dal fascismo jihadista di Isis, anche
oggi ci troviamo ad affrontare la stessa minaccia.
Difendere la rivoluzione in Rojava è necessario perché questa rivoluzione è una
luce di speranza per tutto il Medio Oriente e per tutti i popoli che si stanno
confrontando con la violenza della Terza Guerra Mondiale. La rivoluzione del
Rojava è l’esempio reale e concreto che la liberazione delle donne è la base e
la
condizione essenziale per ogni processo democratico, è la garanzia della pace e
della convivenza delle differenze etniche e religione ed è il principio guida
per
l’autorganizzazione e la costruzione delle comunità.
Come denunciano le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), oggi la stessa
mentalità jihadista del 2015 sta nuovamente attaccando l’intero Rojava e
Kobanê in particolare. Una mentalità che rifiuta di riconoscere l’esistenza
delle
donne in qualsiasi sfera della vita, perché il ruolo che giocano le donne in
questa rivoluzione è un ruolo essenziale, di avanguardia e difesa delle
conquiste
della rivoluzione. Attaccare le donne significa attaccare la società tutta.
Difendere la rivoluzione delle donne e diffondere l’ideologia di liberazione
delle
donne significa difendere e diffondere questa rivoluzione. Tesseremo la
rivoluzione delle donne ovunque perché la loro lotta è la nostra stessa lotta
contro il patriarcato, il potere, la violenza, la guerra ed il fascismo.
“Resistere è possibile, resistere è un dovere”. Con queste parole invitiamo
tutte
le realtà e le persone solidali ad unirsi allo spezzone Rise Up For Rojava che
partirà dal concentramento della stazione Porta Nuova alle 14.30.
Rise Up For Rojava
Women Defend Rojava
SPEZZONE POPOLARE CITTADINO “DAL QUARTIERE ALLA CITTA’ TORINO E’ PARTIGIANA” –
PALAZZO NUOVO
Dal Comitato Vanchiglia Insieme
Il 31/01 scendiamo in strada con Askatasuna!
Sabato scendiamo in piazza per essere una risposta concreta e dal basso, che
porti avanti quelli che sono i veri bisogni e aspirazioni degli abitanti di
questa città. Dall’ambiente, alla crisi climatica, alla sanità, alla mobilità,
alla socialità fuori dalle logiche di mercato.
L’Askatasuna è stato casa, luogo di confronto e socialità, di discussione e
arricchimento, per Vanchiglia e per la città tutta. Il 31 gennaio sarà una tappa
importante per dimostrare che gli abitanti di questa città ci sono e sanno da
che parte stare.
Ci vediamo per un pranzo collettivo in piazza Santa Giulia alle 13 per
raggiungere poi il Palazzo Nuovo o direttamente al concentramento di Palazzo
Nuovo delle 14.30.
Cercate lo striscione “Dal quartiere alla città, Torino è partigiana”, avremo
nastri bianchi e rossi per farci riconoscere!
Vi aspettiamo!
SPEZZONE UNIVERSITARIO – PALAZZO NUOVO
articolo in aggiornamento..
Riceviamo e pubblichiamo da parte dei Movimenti di Lotta Campani l’appello per
il corteo regionale che si terrà a Napoli il 14 febbraio per la difesa di tutti
gli spazi sociali, contro la guerra e contro il governo Meloni, unendoci alla
solidarietà e invitando alla partecipazione.
I recenti attacchi ad Officina 99, al GRIDAS, a Insurgencia, al Carlo Giuliani,
al Civico 7, al CPRS, allo Spazio Occupato Banchi Nuovi e agli altri spazi
sociali, rientrano in un più ampio disegno di tolleranza zero promosso dal
governo Meloni contro movimenti, collettivi e spazi autogestiti e che colpisce a
livello nazionale. Dopo gli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna, la minaccia si
estende oggi a numerose occupazioni in tutta Italia. Si tratta della vendetta
contro l’incontenibile Movimento che In Italia come a livello internazionale è
sceso in piazza a sostegno del popolo palestinese e della sua resistenza.
Gli spazi occupati e autogestiti sono, da decenni, luoghi di pratiche vive e
necessarie: attività sociali come doposcuola, palestre popolari, mense e
ambulatori autogestiti; attività culturali come concerti, cineforum,
presentazioni di libri e laboratori creativi, di mutuo soccorso ed
autoproduzioni; iniziative politiche contro ogni forma di oppressione di classe,
genere e provenienza; al fianco di disoccupatə, lavoratori e precariə; per il
reddito universale, la riduzione degli orari di lavoro e l’aumento dei salari,
il diritto allo studio, l’ecologia ambientale e sociale; contro la
privatizzazione dei beni comuni; per la solidarietà internazionalista e
l’autodeterminazione dei popoli a a partire da quello palestinese e curdo.
L’impegno costante in difesa dei diritti di tuttə, per condizioni di vita
dignitose e contro ogni forma di sfruttamento viene invece ridotto a una
questione di ordine pubblico. La criminalizzazione degli spazi sociali è anche
parte di un disegno politico complessivo, orientato al mantenimento di uno stato
di emergenza permanente che serve a distogliere l’attenzione dai problemi reali
della popolazione: sanità, casa, scuola, lavoro, reddito, ambiente, servizi
sociali.
Il governo Meloni, mentre sostiene un’economia di guerra e contribuisce
attivamente al genocidio in Palestina, approva manovre che smantellano ciò che
resta dello stato sociale, allineandosi alle politiche belliche dell’Unione
Europea e della NATO. Parallelamente, compie un salto di qualità nella
repressione: militarizzazione delle piazze, rafforzamento dei dispositivi di
sorveglianza, introduzione di strumenti normativi autoritari come il cosiddetto
“Decreto Anti-Rave” del dicembre 2022, la Direttiva Piantedosi del 17 dicembre
2024 (“Zone Rosse”), l’ex DDL 1660, divenuto legge n. 80/2025, a cui si aggiunge
il nuovo “Pacchetto Sicurezza” attualmente in discussione in Consiglio dei
Ministri.
Queste politiche non colpiscono solo spazi fisici, ma intere comunità, reti di
relazioni, pratiche collettive e simboli di partecipazione, conflitto,
produzione contro-culturale e cura reciproca. Si riafferma così un’idea di
“sicurezza urbana” che produce segregazione e gerarchie. La messa a valore delle
città vetrina e la protezione degli interessi delle classi privilegiate vanno a
braccetto con l’abbandono istituzionale delle periferie e dei territori rurali e
la criminalizzazione dei soggetti più vulnerabili. Persone senza fissa dimora,
occupanti di case, disoccupatə, migranti, sex workers, militantə politicə
diventano “indesiderabili” perché considerate ingombranti. Sullo stesso terreno
spesso si muovono anche le amministrazioni di Centro sinistra come Napoli con
l’istituzione di zone rosse, le privatizzazioni e la svendita del patrimonio
pubblico, la gentrificazione della città, la rigenerazione urbana ad uso e
consumo della speculazione finanziaria come a Bagnoli e nell’area orientale.
Ma non ci faremo intimidire. Le loro minacce sono, ieri come oggi, un detonatore
per rilanciare dal basso una nuova stagione di lotte: contro gli sgomberi, per
l’autogestione, per il diritto alla città. L’attacco agli spazi sociali è un
attacco diretto ai diritti fondamentali!
Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli spazi occupati e autogestiti, insieme a
lavoratorə, disoccupatə, studentə, precariə, persone migranti, artistə, solidalə
e tuttə coloro che rifiutano la gabbia che stanno costruendo intorno alle nostre
vite.
Chiamiamo la città a schierarsi apertamente al fianco di tutti gli spazi
sociali, a respingere l’economia di guerra del governo Meloni e a contrapporle
la forza collettiva, la gioia della vita e della lotta.
Difendiamo gli spazi sociali e autogestiti! Per un presente senza fascismo,
repressione, patriarcato e autoritarismo.
Centro Sociale Occupato Autogestito Officina 99
Ex OPG Je so’ Pazzo
Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
Ecologia Politica Napoli
Movimento Migranti e Rifugiati Napoli
Studenti Autorganizzati Campani
Potere al Popolo Napoli
La voce delle lotte
Chiamata alle arti
Scugnizzo Liberato
Giardino Liberato Materdei
Mare Libero Napoli
ECORE
Lido Pola – Bene Comune
Laboratorio Insurgencia
Mezzocannone Occupato
Coordinamento KAOS
Collettivo ARGO
Fridays For Future Napoli
Laboratorio Ecologista Autogestito ClimaX
Stop Biocidio
Centro Sociale Carlo Giuliani
CPRS
Spazio Occupato Banchi Nuovi
Collettivo NaCima
Movimento di Lotta Banchi Nuovi
Biblioteca Ramondino Newiller
Lavoratori manutenzione stradale Regione Campania
Lavoratori logistica campania
Sol Cobas
Centro Sociale Ex Canapificio
CSA Jan Assen
Kortile Teatro
USB Sanità
Laboratorio di Mutuo Soccorso Zero81
Collettivo Universitario Demand
Gridas
Civico 7 Liberato
Federazione Campana dell’Unione Sindacale di Base
Casa del Popolo Villa Medusa
Movimento disoccupati 7 novembre
Rete libere di lottare contro stato di guerra e polizia – Campania
Sgarrupato
Damm
Rete SET – Campagna Resta Abitante
Sportello Casa Napoli
Centro Culturale Handala Ali
Segreteria provinciale PRC
Santa Fede Liberata
Ex Asilo Filangieri
Aversa con la Palestina
Movimento Basta Impianti
Pompei Lab
Associazione Culturale La Stazione
Associazione Giuseppe Vero Palumbo
Movimento Pienz a’ Salute
Coordinamento Palestina Torre del Greco Area Vesuviana
Movimento Corto Circuito
Rete Ri-scosse Agroecologiche Campania
Movimento Vesuvio Libero
Associazione Mamme Vulcaniche
Gli Amici Della Filangieri
Rete Sottosuono Campania
Comitato Parco San Gennaro
Associazione Catena Rosa
Collettivo Antispecista Spazio Animale
Spartak San Gennaro
Sinistra Italiana
Periferia attiva Mugnano
Città Futura Cercola
Humanity in Focus
ADESIONI IN AGGIORNAMENTO
Prima dell’omicidio di Alex Pretti ,un infermiere di terapia intensiva presso il
dipartimento governativo per i veterani di guerrra e attivista,avvenuto con un
efferata esecuzione da parte delle squadracce dell’ICE ,si era svolto a
Minneapolis un partecipato sciopero generale contro il governo federale.
Uno sciopero iper-politico con una manifestazione estremamente partecipata
nonostante le temperature polari, in quella che è stata chiamata la “Giornata
della Verità e della Libertà”. Lo sciopero è stato il punto di condensazione
della mobilitazione dal basso che sta coinvolgendo le twins cities del Minnesota
che supera di slancio le timidezze dei sindacati la codardia dei democratici
.Una rete di solidarietà si estende in tutta la città, nelle scuole, per cercare
di aiutare gli studenti e le famiglie immigrati. Prevedendo che qualcosa del
genere accadesse, l’organizzazione è iniziata più di un anno fa e questa rete è
stata davvero importante nell’aiutare le persone a reagire rapidamente. Ci si
organizza con un qualche tipo di sistema di sostegno e controllo, che include il
contatto con le famiglie colpite, l’attuazione di misure di mutuo soccorso, che
si tratti di fornire un passaggio per andare e tornare dal lavoro, o cibo, o
cose che non possono fare perchè hanno troppa paura di uscire di casa.
La situazione è ormai talmente tesa che il sindaco di Minneapolis, un tranquillo
democratico come Jacob Frey, ha annunciato di aver formalmente richiesto
assistenza alla Guardia Nazionale per supportare gli agenti del dipartimento di
polizia di Minneapolis. Ci si potrebbe trovare di fronte ad un confronto in armi
tra due organi dello stato ,i prodromi di una guerra civile americana le cui
radici sono saldamente ancorate allle fratture di una società disuguale e
violenta fondata sulle teorie suprematiste che tanto piacciono a Trump e ai suoi
consiglieri.
Ne parliamo con Giovanna Branca del “Manifesto”
da Radio Blackout
La città ghiacciata è sotto assedio. Nei lunghi e freddi inverni nel cuore del
Midwest l’aria può diventare così fredda da rendere doloroso respirare.
di Phil A. Neel, tradotto da Ill Will
Mercenari mascherati a bordo di veicoli senza contrassegni vagano tra i cumuli
di neve, rapendo persone per strada e trasportandole in centri di detenzione per
periodi di tempo indefiniti. Ciascuno dei mercenari riceve decine di migliaia di
dollari come “bonus di ingaggio” (fino a 50.000 dollari e 60.000 dollari di
condono del prestito studentesco) semplicemente per prendere le armi a nome del
regime in difficoltà. Di fronte a una crisi economica al rallentatore, in cui un
boom borsistico surreale e sostenuto dallo Stato si accompagna a una persistente
stagflazione nell’economia quotidiana, il leccapiedi è uno dei pochi settori che
registrano una crescita reale. Mentre le strade di Minneapolis si congelano,
l’indice S&P raggiunge livelli record. Nel frattempo, la crescita
dell’occupazione dell’ultimo anno è stata così scarsa che, dopo la pubblicazione
dei dati, il regime ha agito rapidamente licenziando il capo dell’Ufficio di
statistica del lavoro e minacciando i media che riportavano le cifre.1 Oltre al
calo dell’occupazione dovuto al congelamento dell’immigrazione, la gravità della
crisi è segnalata dal continuo calo del tasso di partecipazione alla forza
lavoro, che ha rappresentato il principale freno alla crescita dell’occupazione
nella prima metà del 2025, indicando che sempre più persone stanno abbandonando
completamente la forza lavoro, ma non vengono rilevate dalle statistiche sulla
disoccupazione.2 Possiamo quindi considerare l’assedio come una sorta di
keynesismo mercenario, che compensa la mancanza di occupazione nei nuovi settori
della difesa basati sull’intelligenza artificiale, che sono stati al centro
dell’approccio più ampio di saccheggio e ristrutturazione della governance.
Inviati da città lontane, ammanettano i detenuti e poi li picchiano quando non
possono difendersi. Sparano proiettili non letali con l’intento di mutilare.
Hanno ripetutamente investito persone con i veicoli. A persone che stavano
semplicemente tornando a casa dal lavoro hanno rotto i finestrini delle auto e
le hanno trascinate fuori dai veicoli per picchiarle e trattenerle per ore, a
volte per giorni. Ora sparano alla gente con proiettili veri. Hanno fatto
irruzione nel parcheggio di una scuola media. Hanno tirato fuori una madre dalla
sua auto, l’hanno messa su un furgone senza contrassegni e sono partiti,
lasciando il suo bambino nel seggiolino con la portiera aperta a temperature
sotto lo zero (fortunatamente è stato salvato dalla folla). Hanno lanciato gas
lacrimogeni e flashbang contro un’auto piena di bambini, mandandoli tutti in
ospedale, compreso un bambino di sei mesi che non riusciva a respirare.3 Per
rappresaglia alla risposta della comunità, hanno iniziato a fare irruzione anche
nelle case dei cittadini, spesso sbagliando gli indirizzi. Il sindaco dice che
non c’è nulla da fare. Il governatore ha convocato la guardia nazionale, che
ovviamente non sarà schierata contro i mercenari, ma contro coloro che
protestano nei confronti della loro presenza. Le autorità giudiziarie nazionali
non solo si rifiutano di perseguire i responsabili, ma hanno invece ricevuto
l’ordine di indagare sulle vittime e sui loro familiari. Ogni notte, tutto il
mondo guarda i video di corpi avvolti nell’ombra che si muovono nel gelido buio
della città sotto assedio. Durante le dirette streaming, la gente urla e piange,
i mercenari lanciano minacce, sparano con le loro armi e, di fronte a una folla
abbastanza numerosa, si ritirano. Gli hotel che li ospitano vengono distrutti.
Le auto che abbandonano vengono saccheggiate. In risposta, il presidente, un re
folle in un corpo in decomposizione che urla ordini incoerenti dal suo palazzo
nella palude, invia altre truppe. Il sole sorge e ci svegliamo con l’amaro
sapore di nuove atrocità che ci attendono.
Cinque anni fa, a pochi isolati dal luogo in cui Renee Good è stata uccisa dal
codardo Jonathan Ross, un omicidio simile ha scatenato la più grande rivolta
popolare degli ultimi trent’anni. Subito dopo, ci sono state raccontate una
serie di bugie su questa ribellione. Ci è stato detto che si trattava di un
“movimento sociale non violento”, anche se sullo sfondo lampeggiava l’immagine
di un commissariato di polizia in fiamme. Ci fu detto che, sebbene ci fossero
stati alcuni episodi di violenza, questi erano stati provocati da agitatori
esterni, forse dalla polizia o persino da nazionalisti bianchi. Chiunque
fossero, non erano membri della “comunità”, ma solo individui che “cercavano di
causare problemi”. Ci fu detto che il piano era sempre stato quello di
perseguire l’omicidio, e che era solo una coincidenza che le accuse fossero
state presentate solo dopo che quasi tutte le principali città del Paese avevano
visto i loro centri storici saccheggiati e incendiati. Ci è stato detto di
tornare a casa, che era finita. Ci è stato detto che le rivolte erano solo la
scusa di cui Trump aveva bisogno per dichiarare la legge marziale e annullare le
imminenti elezioni. Ci è stato detto che, se eletto, Biden avrebbe sistemato le
cose. Ci è stato detto che le espulsioni sarebbero finite e che le politiche di
Trump sarebbero state revocate. I bambini sarebbero stati liberati dalle gabbie.
Ci è stato detto che dovevamo tornare al solito modo di fare politica, che
questo era l’unico modo per “fare le cose”. Nel complesso, queste bugie
costituivano un’unica, grande falsità: la rivolta non c’è mai stata e non potrà
mai più ripetersi.4 Ma lo spirito della storia si muove in modi strani. Ciò che
è morto non muore mai del tutto. E sentiremo ripetere ancora e ancora le stesse
bugie:
“SE SEI QUI LEGALMENTE, NON HAI NULLA DI CUI PREOCCUPARTI…”
Questa è sempre la prima bugia, creduta solo dai più squilibrati o dai più
sciocchi. Anche per i sostenitori più convinti dello Stato, questa prima bugia è
stata smontata nel momento stesso in cui è stato sparato il colpo. È stata
quindi riformulata: “se non state ostacolando gli agenti federali…” E presto
hanno aggiunto le solite appendici: “perché eri coinvolto in una rivolta,
innanzitutto?” (detto alle persone che vivono nel quartiere); “perché hai
portato i tuoi figli a una protesta?” (alle famiglie che andavano a prendere i
figli a scuola); “questi cittadini hanno legami con gruppi radicali di sinistra”
(vero per default per tutti coloro che si oppongono all’agenzia). Alla fine, la
litania di bugie pronunciate da qualsiasi forza tirannica tende a normalizzarsi
intorno alla guida stilistica dell’IDF affinata nel suolo bombardato della
Palestina, che da tempo funge da laboratorio per nuovi orrori. E naturalmente,
come dimostra anche una breve occhiata alla storia, gli orrori non rimangono mai
confinati alla terra santa. Quando il boomerang imperiale ritorna nella mano di
chi lo ha lanciato, il processo inizia sempre con i cosiddetti “elementi
criminali”. Poi diventa la sinistra e i sindacalisti. Poi i loro simpatizzanti.
Poi qualsiasi nemico. Alla fine, prendono di mira i nemici intrinseci della
nazione, resi in termini di sangue e terra.
Già, senza alcun legame con le proteste, alcuni cittadini statunitensi sono
stati arrestati durante delle retate e la validità dei loro certificati di
nascita è stata negata. I nativi americani sono stati trattenuti per giorni, in
parte come leva per costringere i governi tribali ad aprire i loro territori
all’agenzia. Non è un’esagerazione: nella città assediata, chiunque non sembri
abbastanza bianco (e bianco nel modo giusto) deve portare con sé in ogni momento
la prova della propria cittadinanza, per non rischiare di essere arrestato e
rapito. Questo è, quasi parola per parola, lo scenario che era stato
profetizzato dai “radicali di sinistra” all’avvento di agenzie come la Homeland
Security (DHS) e l’ICE, in seguito all’approvazione del Patriot Act da parte di
una coalizione bipartisan durante la guerra al terrorismo. Fu in questo stesso
periodo che la National Security Agency (NSA) acquisì nuovi e ampi poteri. La
prima operazione interagenzia contro le “bande transnazionali violente” fu
avviata nel 2005 sotto l’amministrazione Bush e prefigura gran parte del
linguaggio ancora oggi utilizzato. Ma il nuovo stato di sicurezza fu il
risultato di uno sforzo congiunto. Infatti, sebbene avviato sotto
un’amministrazione repubblicana, furono i democratici a trasformarlo in agenzie
operative e ad ampliarne notevolmente i poteri.
Sia l’ICE che il DHS sono stati rapidamente ampliati sotto Obama, che ha
supervisionato il più grande aumento delle espulsioni e un importante
potenziamento dei campi di espulsione, costruiti in parte grazie a un accordo da
1 miliardo di dollari senza gara d’appalto con l’appaltatore privato Core Civic
(all’epoca Corrections Corporation of America).5 Infatti, Johnathan Ross,
l’agente che ha ucciso Good, è stato assunto dall’agenzia al culmine di questa
ondata di espulsioni dell’era Obama. Negli stessi anni si è assistito a
un’espansione dei centri dati della NSA, compresa la cerimonia di inaugurazione
del Comprehensive National Cybersecurity Initiative Data Center nello Utah, che
è forse il cuore dell’infrastruttura moderna di sorveglianza di massa.6 Allo
stesso modo, è stata l’amministrazione Obama a firmare i primi accordi con
Palantir per monitorare la criminalità transfrontaliera, gettando le basi per la
collaborazione ormai consolidata dell’azienda con l’ICE.7 Oggi, l’azienda è
stata incaricata di realizzare un’app “che popola una mappa con potenziali
obiettivi di espulsione, mostra un dossier su ogni persona e fornisce un
‘punteggio di affidabilità’ sull’indirizzo attuale della persona…”.8 Questi sono
stati gli stessi anni in cui le richieste di “abolire l’ICE” hanno iniziato a
guadagnare terreno, insieme alle richieste di ridurre i programmi di
sorveglianza della NSA e smantellare la Homeland Security. Inutile dire che
queste richieste sono state respinte sia dai Democratici che dai Repubblicani
come nient’altro che le lamentele stridule di radicali ostinatamente
irrealistici. Ora ci troviamo di fronte proprio alla “realtà” che ci era stata
promessa.
“L’ASSASSINO SARÀ PERSEGUITO PENALMENTE…”
Questa menzogna è l’ancora di salvezza per quei milioni di persone che ancora si
aggrappano a un briciolo di fiducia in uno Stato di diritto un tempo fiorente
che, secondo ogni ragionevole valutazione, è già affondato nelle profondità di
un mare oscuro e agitato. Ci verrà detto di aspettare, di lasciare che il
sistema faccia il suo lavoro, come se l’ordine civile affondato potesse
risorgere. In realtà, quell’ordine è sempre stato una gentilezza temporanea,
resa possibile solo dalle acque calme di un ordine imperiale ben oliato. Quando
si trova in crisi, la correttezza dello Stato viene sempre sacrificata al
ribollire del potere puro che sta sotto. Coloro che basano la loro fede in
questa correttezza semplicemente non riescono a dare un senso al nuovo mondo in
cui si trovano. Quello a cui stiamo assistendo, quindi, è il lento e
imbarazzante tramonto dell’ingenuità politica educata che ha definito un’intera
generazione di liberali. I liberali sono, fondamentalmente, una specie di
avvocati. Togliete loro la legislazione e le cause legali e vi ritroverete con
dei penitenti confusi, accecati dagli orrori cupi intravisti brevemente dietro
la loro fede infranta. Nell’immediato, continueranno come prima, solo con più
fervore. Di fronte a prove indiscutibili della loro realtà politica, i liberali
si aggrapperanno ancora più fortemente alle rovine della loro civiltà crollata,
intentando causa dopo causa, scrivendo ai loro rappresentanti, andando di porta
in porta a perorare la causa di candidati mediocri alle elezioni di medio
termine come fanatici piagati che si flagellano come penitenza per la peste.
Abbiamo già assistito a una serie infinita di cause legali intentate contro
quasi ogni aspetto del programma trumpista. Al 20 gennaio 2026, erano 253 i casi
attivi che contestavano le azioni dell’amministrazione. Tuttavia, anche quando
ottengono sentenze favorevoli, queste si rivelano inapplicabili. Da un lato, con
il controllo decisivo sulla Corte Suprema e sulle nomine federali in tutte le
agenzie competenti, qualsiasi contestazione legale può essere alla fine
annullata. La Corte Suprema ha già annullato le ordinanze dei tribunali di grado
inferiore in 17 occasioni.9 Dall’altro lato, i poteri esecutivi possono essere
mobilitati per annullare semplicemente le decisioni legali per decreto, sia in
modo diretto (ad esempio attraverso la proliferazione di una serie di grazie
presidenziali concesse dietro le quinte), sia perseguendo gli stessi fini
attraverso canali diversi. Ad esempio, quando la deportazione di Kilmar Abrego
Garcia è stata dichiarata illegale da un tribunale di grado inferiore (e in un
caso raro, la decisione è stata confermata dalla Corte Suprema), il governo
federale ha cercato di incriminarlo con accuse pretestuose per giustificare i
successivi tentativi di deportazione. Tuttavia, proprio perché questi casi alla
fine vengono esaminati dai tribunali e generano, di fatto, una certa quantità di
attrito amministrativo, i liberali sono in grado di mantenere una fede magica
nel fatto che alla fine potrebbero avere successo.
Tutto ciò lascia poche speranze per una risposta giudiziaria agli omicidi di
Renee Good e Alex Pretti. Poco dopo l’uccisione della Good, Ross è stato
evacuato dalla scena del crimine, che è stata sgomberata senza che venissero
raccolte prove o condotte indagini. Allo stesso modo, ad altre agenzie è stato
proibito di mettere in sicurezza la scena dell’omicidio di Pretti. Il
Dipartimento di Giustizia non ha perseguito alcuna accusa, né lo hanno fatto i
funzionari della città o dello Stato. Il regime ha sostenuto che Ross e tutti i
suoi altri mercenari godono di immunità totale. Hanno ripetuto menzogne palesi
sull’omicidio di Pretti, immediatamente smentite da numerosi video. A questo
punto, come per qualsiasi omicidio da parte della polizia, le accuse saranno
presentate solo se ci saranno mobilitazioni di massa di portata e intensità
sufficienti. Le manifestazioni pacifiche, anche se di dimensioni enormi o
mascherate da “sciopero generale” (che però non blocca nemmeno un grande datore
di lavoro della città), non hanno alcuna possibilità di raggiungere questo
obiettivo. A questo punto, non esiste semplicemente alcun meccanismo
immaginabile attraverso il quale le manifestazioni di protesta volte ad attirare
l’attenzione politica possano incoraggiare chiunque sia al potere a portare
queste questioni davanti a un tribunale. Assalti alla proprietà nemica,
picchetti rigidi e attività di sciopero potrebbero forzare un simile risultato,
come è avvenuto con le rivolte nel caso di George Floyd diversi anni fa. In
questo caso, tuttavia, anche un processo e una condanna potrebbero essere
facilmente annullati attraverso la grazia presidenziale e, se i casi del 6
gennaio sono indicativi, tutto lascia supporre che l’esecutivo la perseguirebbe.
Non ci si può più fidare dello Stato per ottenere nemmeno un’imitazione della
giustizia. I liberali sono costretti a piangere, flagellandosi le schiene
piagate in futili atti di penitenza nella speranza di riconquistare l’attenzione
del loro dio delinquente. Alla fine, le loro piaghe scoppiano e la peste li
porta via come gli altri.
“L’ICE NON È LA BENVENUTA QUI…”
Forse questo è vero in un certo senso spirituale, nella mente dei politici
progressisti convinti che, nel profondo del loro cuore, l’ICE non abbia alcuna
influenza. Eppure, se si permette che davanti ai propri occhi vengano commesse
atrocità e non si intraprendono azioni concrete per fermarle, al di là di un
discorso dai toni forti e magari di una o due cause legali poco incisive, non si
sta forse cedendo anche nello spirito? Questa menzogna è diventata un ritornello
comune tra i politici locali. Lo ha detto il sindaco. Lo ha detto anche il
governatore. E, nonostante sia chiaramente “indesiderata”, l’ICE si è sentita a
casa propria. I mercenari vagano per le strade. Sfondano le porte delle case,
convinti dai loro superiori che non hanno bisogno di un mandato firmato da un
giudice. L’ordine è chiaramente illegale, ma questo non sembra più avere molta
importanza.10 Le uniche forze che si sono mobilitate contro questa invasione
sono state persone comuni, che hanno rischiato la prigione, la mutilazione e la
morte per affrontare gli uomini armati inviati a portare i loro vicini nei campi
di prigionia. Robuste reti di difesa della comunità si intrecciano nella città
ghiacciata, radicate nelle infrastrutture create proprio da quegli instancabili
“estremisti di sinistra” che tanto preoccupano il regime. Grazie a queste reti,
i mercenari raramente possono muoversi senza essere rintracciati, raramente
possono fermarsi senza essere circondati e raramente possono agire senza essere
filmati.
Senza dubbio, reti di risposta comunitaria di questo tipo sono tra le forme più
importanti di organizzazione di classe che gli Stati Uniti abbiano visto negli
ultimi decenni. Come spiega Adrian Wohlleben:
> Con la costruzione di centri di difesa, o “centros”, combinata con altre
> pratiche di tracciamento autonomo, stalking e disturbo, l’attuale lotta contro
> l’ICE ha avviato una ripoliticizzazione dell’intelligence infrastrutturale,
> insieme a un’inversione del suo orientamento “cinegetico” (da preda a
> predatore). Questo fatto, combinato con la notevole tendenza a ricollocare la
> politica negli spazi della vita quotidiana, punta tutto verso il superamento
> dei limiti del 2020…11
Eppure sembra improbabile che anche questa intelligenza infrastrutturale
distribuita e integrata nel tessuto urbano della vita quotidiana sia
sufficiente. Sebbene sia un primo passo necessario, lo slancio della storia
spesso supera i nostri sforzi. Per stare al passo è necessario un balzo in
avanti verso l’ignoto.
“ESCI E VAI A VOTARE…”
Ci troviamo di fronte a una triste realtà: l’invasione è già avvenuta, la sacra
“resistenza” della classe politica non è mai arrivata e il potere crudo che
governa il mondo è sotto gli occhi di tutti. I democratici hanno già rifiutato
in blocco le richieste di abolire l’ICE e hanno invece sostenuto la loro vecchia
formula delle telecamere indossabili e di una migliore formazione.12 Di fronte a
tutto questo, come può persistere una bugia così semplice? Come si può essere
legittimamente convinti che votare, per di più alle elezioni di medio termine,
possa indebolire il potere del regime? Tuttavia, anche per gli ex liberali
disillusi dalla loro fede nei canali legali che ora inseguono l’ICE con la loro
Honda Fit, suonando il loro piccolo fischietto e brandendo il telefono come uno
scudo – e, nonostante l’assurdità dell’immagine, rischiando legittimamente la
morte per farlo – una fede residua nel sistema elettorale rimarrà anche dopo che
ogni fiducia nell’ordine giudiziario sarà stata distrutta. Le elezioni sono, per
i liberali, proprio il modo in cui si correggono gli errori sistemici. Esse
offrono una via di ritorno nei regni legislativo ed esecutivo da cui sembra
essere esercitato il potere. Pertanto, conquistare il potere legislativo nel
2026 e, si spera, quello esecutivo nel 2028, sembrano essere mezzi ragionevoli
attraverso i quali il regime potrebbe essere deposto e i suoi torti corretti.
Eppure, anche per i liberali ora mobilitati, la paura aleggia nella loro mente:
e se questa fosse, in realtà, una bugia?
L’illusione del “esci e vai a votare” persiste, in parte perché gli Stati Uniti
sono ormai completamente degenerati in quello che Ernst Fraenkel, un avvocato
del lavoro che ha vissuto l’ascesa dei nazisti, ha definito come “doppio Stato”,
in cui il regime è in grado di “mantenere in carreggiata un’economia capitalista
governata da leggi stabili – e mantenere una normalità quotidiana per molti dei
suoi cittadini – mentre allo stesso tempo instaura un dominio di illegalità e
violenza di Stato”, secondo le parole dello studioso Aziz Huq. In questa
modalità a doppio binario, continua a funzionare uno “Stato normativo”
caratterizzato da un “sistema giuridico ordinario di regole, procedure e
precedenti”, mentre parallelamente uno “Stato prerogativo” definito da
“arbitrarietà illimitata e violenza non controllata da garanzie giuridiche”
diventa la norma in alcune aree geografiche o nella governance di particolari
gruppi demografici. Per Fraenkel, questa zona “senza legge” non nega
completamente quella legale, ma piuttosto opera in tandem con essa, anche se i
“due Stati coabitano in modo instabile e difficile” perché “le persone o i casi
potrebbero essere strappati dallo Stato normativo e inseriti in quello
prerogativo” per capriccio politico. Ma la tendenza è chiara: nel corso del
tempo, lo “Stato prerogativo” dittatoriale distorcerebbe e smantellerebbe
lentamente le procedure legali dello Stato normativo, lasciando uno spazio
sempre più ristretto alla legge ordinaria.13
Ciò è possibile, in parte, perché il potere sociale non opera principalmente
attraverso lo Stato. Alla radice, il potere dell’élite sulle masse popolari è di
natura economica. Lo Stato e l’intera classe politica che lo governa è, in
ultima analisi, un’emanazione di questa forma più fondamentale di potere di
classe, definita dal controllo sulla ricchezza sociale. Questa è la chiave per
comprendere il comportamento apparentemente suicida del regime: lo Stato non è
mai stato concepito come un’istituzione rappresentativa universale che difende i
diritti del “popolo” in astratto. È sempre stato progettato per essere, in
definitiva, una macchina per negoziare e difendere gli interessi dell’élite
proprietaria. In certi periodi di prosperità imperiale, gli interessi generali
della popolazione sono vagamente in linea con quelli dell’élite. Ma si tratta di
accordi temporanei. Mentre Fraenkel, nato e cresciuto in una di queste epoche,
vede lo Stato prerogativo come un’eccezione, in realtà esso è più vicino alla
norma storica. Il mistero del comportamento bizzarro del regime si dissolve
quando lo consideriamo sia come una lotta tra fazioni all’interno dell’élite
esistente – in altre parole, come un meccanismo di potere e saccheggio messo in
atto da alcune fazioni del capitale contro la popolazione in generale, e
potenzialmente a scapito di altre fazioni – e come un tentativo frenetico da
parte di queste élite, sfidate da blocchi di capitale ascendenti altrove, di
stabilire una rotta strategica che permetta al loro potere di sopravvivere in un
futuro geopolitico incerto.
Forse la tendenza più importante alla base dell’emergere di un doppio Stato
dittatoriale è questa: anche se l’inflazione sta spazzando via gli stipendi e i
costi energetici stanno salendo alle stelle nell’economia quotidiana, il mercato
azionario ha raggiunto livelli senza precedenti. Di conseguenza, i quindici
capitalisti più ricchi del Paese hanno guadagnato quasi 1.000 miliardi di
dollari nel corso del 2025 (passando da 2.400 miliardi a 3.200 miliardi), mentre
tutti i 935 miliardari degli Stati Uniti controllano ora una ricchezza doppia
(8.100 miliardi) rispetto alla metà più povera della popolazione (170 milioni di
persone)14.14 E non si tratta di un’eccezione trumpista. Si tratta invece di una
tendenza che si è sviluppata fin dall’era Obama dei primi anni 2010 – che a sua
volta ha ripreso una tendenza iniziata alla fine degli anni ’90 con la prima
bolla delle dot-com, prima di essere interrotta dal suo crollo – e che ha
raggiunto livelli senza precedenti non sotto Trump ma sotto Biden.
Complessivamente, lo 0,01% degli americani (circa 16.000 famiglie dell’élite)
controlla ora circa il 12% della ricchezza nazionale, tre volte di più rispetto
alla stessa percentuale di persone che controllava il 15% della ricchezza
nazionale al culmine della Gilded Age.15 Nonostante i continui avvertimenti sul
fatto che Trump stia “mandando in rovina l’economia”, la realtà è che l’economia
funziona perfettamente. Data questa triste realtà, non dobbiamo immaginare che
eleggere i democratici in distretti già manipolati come polli macellati
porterebbe a un regime sostanzialmente diverso da quello attuale.
“NON DATE A TRUMP UNA SCUSA…”
Qui arriviamo al nocciolo della questione. Una volta che l’illusione della
civiltà crolla, rivelando la forza e la frode del potere in quanto tale,
emergono nuove menzogne che svolgono le classiche funzioni controinsurrezionali.
Il loro scopo è quello di smorzare la risposta immediata allo Stato tirannico,
di assisterlo nella sua repressione smascherando gli attori militanti e di
ostacolare qualsiasi preparazione per ciò che sta per accadere. “Non date loro
una scusa”, “Non abboccate all’esca”, “Non date loro ciò che vogliono” – il
tutto accompagnato da nuove teorie cospirative su mattoni pre-posizionati e
agenti provocatori. Come nel 2020, queste menzogne ruotano attorno
all’affermazione che combattere l’esercito invasore di mercenari finirà per dare
al governo una scusa per invocare l’Insurrection Act e imporre la legge
marziale. Questa menzogna sembra avere una sua integrità perché il regime ha
ripetutamente minacciato di fare proprio questo. Ma ogni traccia di logica
svanisce immediatamente. Come sarebbe una “scusa” sufficiente e perché un regime
che non ha assolutamente alcun rimorso nel violare la costituzione, falsificare
le prove e perseguitare i propri oppositori avrebbe bisogno di una tale scusa?
Perché non inventarne semplicemente una? Gli agenti federali hanno invaso una
città e stanno attivamente aggredendo e uccidendo civili: questa è già una forma
di legge marziale, solo senza i documenti ufficiali. Ancora più importante,
l’obiettivo della legge marziale è quello di imporre la quiescenza. Premiare
preventivamente il regime con ciò che desidera non evita tanto la legge
marziale, quanto la rende superflua. Se la popolazione continua a rifiutarsi di
rimanere inerte e il regime finisce per invocare i poteri normativi adeguati per
dichiarare la legge marziale, la colpa non sarà di nessuno se non del regime
stesso, indipendentemente da ciò che sceglierà come pretesto.
Ma dobbiamo anche chiederci se la legge marziale sia davvero necessaria. Come
suggerisce il modello dello Stato duale di Fraenkel, non esiste un momento
preciso in cui un governo eletto diventa improvvisamente autoritario. Al
contrario, le forme di potere prerogative coesistono con quelle normative e
ampliano progressivamente la loro sfera di influenza nel tempo. L’assedio delle
Twin Cities16 è una chiara prova che tale processo è già ben avviato. Proteste
pacifiche contro il potere prerogativo non servono a fermarne il progresso. Ci
troviamo quindi di fronte a un compromesso: o non fare altro che protestare e
documentare mentre la repressione aumenta lentamente nell’ombra, oppure
resistere apertamente e costringere così la repressione a mostrarsi agli occhi
di tutti. La prima opzione comporta meno rischi immediati. Può essere
giustificata come una pausa strategica mentre costruiamo le nostre capacità. Ma
una simile affermazione richiede poi di indicare dove queste capacità vengono
costruite. Nel frattempo, resistere apertamente comporta enormi rischi
immediati: arresti di massa, torture e omicidi mirati di attivisti, e l’apertura
della porta a un dispiegamento ancora più esteso del potere prerogativo contro
una porzione più ampia della popolazione. La differenza fondamentale tra le due
opzioni è che la resistenza aperta comporta almeno la possibilità di innescare
la mobilitazione di massa necessaria per costruire il potere popolare e
rovesciare un’élite tirannica, mentre presentare petizioni attraverso canali
normativi sempre più ristretti non offre alcuna possibilità del genere.
La storia dimostra chiaramente che cercare di aspettare che la situazione
peggiori ulteriormente nella speranza che lo Stato normativo venga ripristinato
grazie all’intervento dei suoi sostenitori rimasti (in questo caso, politici
democratici, alcuni repubblicani centristi e tecnocrati governativi come Jerome
Powell) non fa altro che incoraggiare ulteriormente le élite che traggono
vantaggio dall’ordine costituito. La questione è quindi duplice: in primo luogo,
cosa si deve fare? In secondo luogo, cosa ci verrà fatto a prescindere? È qui
che emerge la questione della guerra civile. La politica americana può essere
intesa come sempre esistente in uno stato latente di guerra civile. In
determinate condizioni, tale latenza viene meno e lo spettro di una vera e
propria guerra civile diventa ampiamente visibile. Già nel 2020, questo «spettro
sempre presente di una seconda guerra civile, più balcanizzata» era entrato
nella coscienza pubblica.17 La visione della guerra civile tende a seguire i
cambiamenti nell’uso del potere statale, in particolare in risposta a
sconvolgimenti emancipatori. Come spiega Idris Robinson:
> Il funzionamento fondamentale dello Stato consiste nel respingere la minaccia
> onnipresente della guerra civile. Lo Stato in quanto tale può essere
> considerato come ciò che blocca e inibisce la guerra civile. Ciò che rende
> unico questo Paese è la nostra singolare tradizione emancipatoria, che è essa
> stessa legata alla nostra concezione della guerra civile.18
Infatti, la ristrutturazione apparentemente suicida dello Stato in due binari
paralleli è un mezzo standard attraverso il quale vengono inibite le rivolte
popolari e altri conflitti sociali incendiari e viene ripristinato l’ordine
esistente.
In passato, i poteri prerogativi venivano invocati proprio per scongiurare lo
spettro della guerra civile e della rivoluzione. Dalla sua approvazione nel
1807, l’Insurrection Act è stato invocato almeno 30 volte da quindici
presidenti, in modo formale e informale. Allo stesso modo, la legge marziale è
stata dichiarata almeno 68 volte. Sebbene entrambe siano state utilizzate per
contenere le minacce della destra (in particolare durante la Ricostruzione e il
movimento per i diritti civili del dopoguerra) o i conflitti violenti tra gruppi
di lavoratori, l’uso più comune della forza militare federale è stato di gran
lunga la repressione delle rivolte degli schiavi, degli scioperi e di altre
rivolte. Uno dei primi grandi dispiegamenti interni dell’esercito statunitense
fu quello del genocida Andrew Jackson per reprimere la ribellione degli schiavi
di Nat Turner nel 1831. Allo stesso modo, l’Insurrection Act fu invocato da
Rutherford Hayes per porre fine al Grande Sciopero Ferroviario del 1877, da
Warren Harding durante la Battaglia di Blair Mountain nel 1921 , la più grande
rivolta armata dalla Guerra Civile, da Lyndon Johnson in risposta alle rivolte
seguite all’assassinio di Martin Luther King Jr. nel 1968 e da George H.W. Bush
in risposta alla rivolta di Los Angeles nel 1992.19 In altre parole, né
l’invocazione dell’Insurrection Act né la dichiarazione della legge marziale
segnalano necessariamente l’imminenza di una guerra civile o addirittura la
sospensione del potere normativo.
“È STATO UN AGENTE PROVOCATORE A DARE INIZIO A TUTTO…”
Mentre l’assedio continua, le atrocità si accumulano e le suppliche e le
proteste dei politici progressisti dimostrano la loro impotenza, qualcosa
cambierà. Sempre più persone si dedicheranno a distruggere le proprietà dell’ICE
ogni volta che ne avranno la possibilità. Sempre più persone vedranno la
necessità di chiudere e distruggere le infrastrutture economiche fondamentali
attraverso le quali opera il potere dell’élite. Ad esempio, UnitedHealth Group,
con sede nella periferia di Minneapolis, è stato uno dei principali donatori
della campagna di Trump (oltre 5 milioni di dollari, insieme a Musk) ed è uno
dei principali beneficiari delle politiche del Project 2025 di Trump.20 Allo
stesso modo, la società Target, anch’essa con sede nella periferia delle Twin
Cities e nota per gestire uno dei più grandi database di riconoscimento facciale
al mondo, condividendo tali dati con il governo, ha donato 1 milione di dollari
al fondo per l’insediamento di Trump e ha collaborato attivamente con le forze
di occupazione.21 Quando la polizia e la guardia nazionale interverranno a
sostegno dell’ICE, la gente insorgerà. Gli scioperi si diffonderanno. Alla fine,
quando sarà chiaro che l’ICE può ucciderti senza conseguenze, qualcuno
risponderà al fuoco. È allora che nascerà la bugia finale, che ci dirà che la
rivolta non è stata iniziata dal popolo, ma da “agitatori esterni”, poliziotti
in borghese o persino suprematisti bianchi.
Questa menzogna ha una lunga storia, già ben documentata.22 Eppure la menzogna
persiste, perpetuata attivamente da attivisti che operano come informatori
autoproclamati all’interno di un dato movimento. Affermando che qualsiasi azione
aggressiva intrapresa contro il nemico è compiuta da agenti della polizia
segreta, questi informatori de facto inseguono, sorvegliano e talvolta arrestano
i manifestanti per consegnarli alla polizia. Spesso, la stessa polizia
incoraggia questo mito, come durante la ribellione di George Floyd nel 2020,
quando si diffuse la voce che la prima finestra fosse stata rotta da un agente
di polizia in borghese o da un suprematista bianco e la polizia rilasciò poi una
dichiarazione giurata fingendo di averlo identificato come membro degli Hells
Angels, solo per ritirare silenziosamente l’accusa poco dopo: non è mai stata
presentata alcuna denuncia, mentre le prove dei verbali di arresto mostravano
chiaramente che la maggior parte delle persone arrestate durante le rivolte
proveniva dalla zona circostante.23 Altri due casi del 2020 dimostrano le
conseguenze della diffusione di tali voci.
* Il primo episodio si è verificato a Seattle: dopo che la polizia ha
abbandonato il distretto orientale della città, l’area è stata occupata dai
manifestanti. Si è scatenato un acceso dibattito sul fatto che il distretto
sarebbe stato dato alle fiamme, come a Minneapolis. Molti sostenevano che
qualsiasi tentativo in tal senso sarebbe stato opera di un agente
provocatore. Poi, il 12 giugno, un uomo vestito con abiti dai colori vivaci
ha deciso di provarci, ammucchiando detriti contro il lato dell’edificio,
appiccando il fuoco e andandosene. Gli attivisti presenti sul posto hanno
spento il fuoco, mentre altri hanno inseguito e filmato l’uomo, sostenendo
che fosse un agente provocatore. Sebbene sia riuscito a fuggire, questi
attivisti-informatori hanno poi pubblicato le immagini online e le hanno
diffuse fino a quando non sono state condivise con la polizia, che le ha
utilizzate per identificare Isaiah Thomas Willoughby come sospettato. L’anno
successivo Willoughby si è dichiarato colpevole di incendio doloso ed è stato
condannato a due anni di carcere e a diversi anni di libertà vigilata. Ben
presto è stato rivelato che Willoughby non era un agente provocatore, ma il
compagno di stanza in lutto di Manuel Ellis, un uomo disarmato ucciso dalla
polizia nella vicina Tacoma all’inizio di quell’anno.24
* Il secondo caso è avvenuto ad Atlanta: dopo che Rayshard Brooks è stato
ucciso dalla polizia di Atlanta fuori da un ristorante Wendy’s locale, gli
abitanti del quartiere circostante hanno occupato il parcheggio e
successivamente hanno dato fuoco all’edificio. Gli attivisti-informatori
hanno immediatamente affermato che l’incendio doloso era opera di un agente
provocatore e hanno setacciato Internet alla ricerca di video che mostrassero
una donna bianca mentre appiccava il fuoco, che sono stati poi consegnati
alla polizia. La donna bianca non era però un agente provocatore, ma la
fidanzata di Rayshard Brooks e, a causa di questi informatori, è stata
accusata e condannata per incendio doloso.25
Questo non significa che poliziotti sotto copertura o informatori non si
infiltrino nelle proteste. Esistono prove ben documentate che lo dimostrano.
Allo stesso modo, agenti federali si infiltrano nei gruppi di attivisti, dove
suggeriscono e aiutano a coordinare azioni altamente illegali come forma di
trappola: questo è assolutamente qualcosa di cui diffidare nelle assemblee
pubbliche e negli spazi chiusi dedicati alla pianificazione e alla preparazione.
Ma questo non avviene nel bel mezzo di una protesta attiva. Come può confermare
qualsiasi veterano delle lotte politiche negli Stati Uniti, gli agenti sotto
copertura inseriti nel mezzo delle proteste hanno quasi sempre il compito di
registrare segretamente, comunicare con la polizia dall’altra parte e, in alcuni
casi, arrestare i partecipanti che si preparano a lanciare oggetti o brandire
armi. In altre parole, la polizia sotto copertura svolge più o meno la stessa
funzione degli stessi attivisti-informatori. Lo scopo ultimo del mito
dell’agente provocatore è quindi quello di indurre gli attivisti a svolgere il
ruolo di controinsorti.
“SIAMO SOPRAFFATTI…”
L’ultima menzogna afferma che, anche se ci provassimo, non potremmo reagire.
Questa è la scusa già utilizzata dal sindaco, che ha giustificato la mancata
mobilitazione della polizia per ostacolare o indagare sui mercenari sostenendo
che l’ICE sarebbe stata numericamente e militarmente superiore alle forze
dell’ordine locali.26 Allo stesso modo, il governatore sa che chiamare la
guardia nazionale contro un’agenzia federale sarebbe un atto criminale, che
porterebbe alla federalizzazione delle truppe statali e che, se ciò comportasse
una divisione delle catene di comando, è convenzionalmente considerato il
percorso più probabile verso scontri tra forze statali e federali e, quindi,
l’inizio di una guerra civile — come spiegato in un articolo ampiamente
condiviso che documenta simulazioni di potenziali conflitti civili condotte da
accademici dell’Università della Pennsylvania.27 Eppure, tutti questi resoconti
non riescono a cogliere due fatti fondamentali. In primo luogo, prendono per
buona la presunta opposizione tra “democratici” e “repubblicani” e quindi
sopravvalutano la volontà dei politici locali – molti dei quali finanziati dagli
stessi interessi corporativi di Trump – di impegnarsi in qualcosa che assomigli
anche solo lontanamente a una resistenza significativa a un’invasione federale.
In secondo luogo, essi presumono che la resistenza debba provenire dall’interno
dello Stato stesso, magari sostenuta da istituzioni affiliate come i sindacati e
le organizzazioni no profit. In questo modo, ignorano completamente il ruolo di
una popolazione mobilitata.
La prospettiva di una vera e propria guerra civile si presenta quando conflitti
materiali consolidati tra le élite coincidono con disordini popolari,
consentendo a questi ultimi di fungere da veicolo per i primi. Le guerre civili
possono degenerare in conflitti rivoluzionari quando la loro dimensione popolare
viene organizzata indipendentemente da queste élite e assume un carattere
partigiano, ovvero quando non mira semplicemente a una ridistribuzione dei beni
o dei diritti all’interno del sistema esistente, ma alla trasformazione sociale
dello stesso sistema, verso fini emancipatori. Al momento, i conflitti tra i
gruppi di élite non sono affatto sufficienti a incoraggiare una ribellione
guidata dai politici locali. È molto improbabile che il conflitto simulato tra
le forze statali e federali abbia effettivamente luogo, a meno che non sia
innescato dall’esterno, ovvero da disordini popolari dal basso. Ed è proprio qui
che falliscono le previsioni esistenti, che rifiutano di prendere in
considerazione la prospettiva di un conflitto più generale, che coinvolga
l’intera società, con le forze di occupazione. La realtà che i politici liberali
cercano disperatamente di nascondere è che il popolo è di gran lunga più
numeroso delle forze di invasione, che il potere delle élite economiche che
sostengono Trump dipende dai lavoratori e che, se anche minimamente organizzati,
questi ultimi hanno quindi la capacità di sconfiggere l’invasione da soli.
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Immagini di David Guttenfelder
NOTE:
1. Peter Hart, “Gli attacchi di Trump ai dati sull’occupazione sono solo
rumore, ma comunque pericolosi”, Center for Economic and Policy Research,
23 settembre 2025 (disponibile online qui). ↩︎
2. Leila Bengali, Ingrid Chen, Addie New-Schmidt e Nicolas Petrosky-Nadeau,
“Il recente rallentamento dell’offerta e della domanda di lavoro”, Federal
Reserve Bank di San Francisco, 12 gennaio 2026. Figura 4. ↩︎
3. Kilat Fitzgerald, “Sparatoria dell’ICE a North Minneapolis: bambini
ricoverati in ospedale dopo che un flash bang e gas lacrimogeni hanno
colpito un furgone”, Fox9 KMSP, 15 gennaio 2025 (online qui). ↩︎
4. Identificando questa risposta sin dall’inizio, Idris Robinson ha affermato
la verità: «In realtà si è verificata una rivolta militante a livello
nazionale. L’ala progressista della controinsurrezione cerca di negare e
disarticolare questo evento» («How it Might Should be Done», Ill Will, 16
gennaio 2020 (online qui). ↩︎
5. Eric Levitz, “The Obama Administration’s $1 Billion Giveaway to the Private
Prison Industry” (Il regalo da 1 miliardo di dollari dell’amministrazione
Obama all’industria carceraria privata), New York Magazine Intelligencer,
15 agosto 2016 (disponibile online qui). ↩︎
6. Ingrid Burrington, “Una visita al centro dati della NSA nello Utah”, The
Atlantic, 19 novembre 2015. Disponibile online qui. ↩︎
7. Palantir, “Informazioni su Palantir”, Palantir, 21 agosto 2025 (disponibile
online qui). ↩︎
8. Joseph Cox, “‘ELITE’: L’app Palantir utilizzata dall’ICE per individuare i
quartieri da perquisire”, 404 Media, 15 gennaio 2026 (disponibile online
qui). ↩︎
9. Lawfare, “Trump Administration Litigation Tracker” (Monitoraggio delle
controversie legali dell’amministrazione Trump), Lawfare, 20 gennaio 2026
(disponibile online qui). ↩︎
10. Luke Barr, “Il memorandum dell’ICE consente agli agenti di entrare nelle
abitazioni senza mandato giudiziario: denuncia di un informatore”, ABC
News, 22 gennaio 2026 (disponibile online qui). ↩︎
11. Adrian Wohlleben, “Revolts Without Revolution,” Ill Will, 14 novembre 2025
(online qui). ↩︎
12. Mychal Denzel Smith, “Abolire l’ICE è più popolare che mai. Come faranno i
democratici a perdere questa occasione?”, The Intercept, 18 gennaio 2026
(disponibile online qui) ↩︎
13. Aziz Huq, “America Is Watching the Rise of a Dual State,” The Atlantic, 23
marzo 2025 (online qui). ↩︎
14. Sharon Zhang, “Top 15 US Billionaires Gained Nearly $1 Trillion in Wealth
in Trump’s First Year,” Truthout, 7 gennaio 2026 (online qui). ↩︎
15. Marcus Nunes, “La grande riconcentrazione: perché gli ultra-ricchi
americani controllano ora il 12% della ricchezza nazionale”, Money Fetish,
20 gennaio 2026. Disponibile online qui. (La cifra citata da Nunes 2026
utilizza la metodologia stabilita in: Emmanuel Saez e Gabriel Zucman,
“L’aumento della disparità di reddito e ricchezza in America: prove dai
conti macroeconomici distributivi”, Journal of Economic Perspectives,
34(4), autunno 2020 (disponibile online qui). ↩︎
16. Area metropolitana di Minneapolis e Saint Paul (NdT) ↩︎
17. Robinson, “How it Might Should be Done.” ↩︎
18. Robinson, “How it Might Should be Done.” ↩︎
19. Joseph Nunn, Elizabeth Goitein, “Guide to Invocations of the Insurrection
Act,” Brennan Center for Justice, 25 aprile 2022 (online qui). ↩︎
20. Ian Vandewalker, “Unprecedented Big Money Surge for Super PAC Tied to
Trump” (Un aumento senza precedenti dei finanziamenti al Super PAC legato a
Trump), Brennan Center for Justice, 5 agosto 2025. Disponibile online qui;
People’s Action, “UnitedHealth Will Be a Top Beneficiary of Trump’s Project
2025” (UnitedHealth sarà uno dei principali beneficiari del Progetto 2025
di Trump), People’s Action, 15 ottobre 2024 (disponibile online qui). ↩︎
21. KPFA, “Il lato nascosto di Target: sorveglianza, controllo e richiesta di
verifica”, KPFA, 20 febbraio 2025. Disponibile online qui; Mike Hughlett,
“Target ha donato 1 milione di dollari al fondo per l’insediamento di
Trump, una novità assoluta per l’azienda”, The Minnesota Star Tribune, 29
aprile 2025 (disponibile online qui); Louis Casiano, “Gli agitatori
anti-ICE occupano il negozio Target del Minnesota e chiedono al rivenditore
di smettere di aiutare gli agenti federali”, Fox News, 19 gennaio 2026
(disponibile online qui). ↩︎
22. Dave Zirin, “The Fiction of the ‘Outside Agitator’” (La finzione
dell’“agitatore esterno”), The Nation, 3 maggio 2024 (disponibile online
qui); Code Switch, “Smascherare l’agitatore esterno”, NPR, 10 giugno 2020
(online qui); Glenn Houlihan, “L’agitatore esterno è un mito utilizzato per
indebolire i movimenti di protesta”, In These Times, 3 giugno 2020 (online
qui). ↩︎
23. Logan Anderson, “Who was Umbrella Man, who smashed windows before ‘first
fire’ in 2020 Minneapolis protests?” The Minnesota Star Tribune, 30 maggio
2025 (online qui). ↩︎
24. Mike Carter, “Il manifestante del CHOP che si è dichiarato colpevole di
incendio doloso era il coinquilino di Manuel Ellis, secondo quanto riferito
dal suo avvocato”, The Seattle Times, 9 giugno 2021 (disponibile online
qui); Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti, “Uomo di Tacoma condannato
a due anni di carcere per l’incendio avvenuto nelle prime ore del mattino
nella zona ‘CHOP’”, Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti, Distretto
occidentale di Washington, 5 ottobre 2021 (online qui). ↩︎
25. Per una panoramica delle proteste ad Atlanta, vedi: Anonimo, “At the
Wendy’s: Armed Struggle at the End of the World” (Da Wendy’s: lotta armata
alla fine del mondo), Ill Will, 9 novembre 2020 (online qui). Per le
conseguenze legali, vedi: Kate Brumback, “2 Plea Guilty in Fire at Atlanta
Wendy’s During Protest After Rayshard Brooks Killing” (Due persone si
dichiarano colpevoli dell’incendio al Wendy’s di Atlanta durante la
protesta dopo l’uccisione di Rayshard Brooks), Claims Journal, 7 dicembre
2023 (online qui). ↩︎
26. Tim Miller and Anne Applebaum, “Anne Applebaum and Jacob Frey: Using Lies
to Justify Violence,” The Bulwark, 9 gennaio 2026(online qui). ↩︎
27. Claire Finkelstein, “We ran high-level US civil war simulations. Minnesota
is exactly how they start,” The Guardian, 21 gennaio 2026 (online qui). ↩︎
In partenza ieri, sabato 24 gennaio 2026, anche dall’Italia la “Carovana dei
popoli per difendere l’umanità”, direzione: Rojava, Siria del nord-est.
L’iniziativa – alla quale partecipano con mezzi propri internazionalisti/e e
curdi/e provenienti da tutta Europa – intende raggiungere via terra
l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, sotto
attacco totale da parte delle milizie jihadiste del governo di Damasco.
L’obiettivo è sostenere la Resistenza dei popoli del confederalismo democratico,
sotto un duro assedio da giorni, e fare pressione su governi e istituzioni
internazionali, finora del tutto silenti davanti ai massacri e alle atrocità
compiute in queste settimane dalle bande jihadiste che compongono l’esercito del
governo di transizione di Al Jolani/Al Sharaa.
In Italia compagne e compagni sono partiti da Torino, hanno fatto tappa a Milano
e faranno tappa a Padova. Dopodiché si parte, prima alla volta di Vienna, dove
la colonna di auto italiane incontrerà quelle provenienti dal nord Europa, poi
tappa a Lubiana e via verso il Medio oriente.
All’accoglienza della carovana a Milano, allo SOS Fornace di Rho, dove si è
tenuta anche una conferenza stampa, era presente Giuseppe Pizzichillo, compagno
del Magazzino 47 di Brescia e nostro collaboratore, che ha realizzato una
corrispodenza e due interviste:
La corrispondenza, realizzata durante l’attesa della Carovana. Ascolta o
scarica.
L’intervista a Federico, compagno internazionalista che si è unito alla
Carovana. Ascolta o scarica.
L’intervista a Ilaria Salis, eurodeputata di Avs presente alla partenza milanese
della Carovana. Ascolta o scarica.
L’intervista realizzata da Stefano Bertoldi, autore della trasmissione di Radio
Onda d’Urto Scuola Resistente, a Nicola di LABAS Laboratorio Assalto Bologna
Ascolta o scarica
da Radio Onda d’Urto
Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete
ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è
estremamente rilevante.
da Coniare Rivolta
Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un
servizio, quello ferroviario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro
di milioni di cittadini. Dall’altro, si tratta di asset che costituiscono un
ghiotto boccone per il capitale. Se è vero, infatti, che già oggi
il servizio ferroviario è stato liberalizzato (con l’ingresso di operatori
privati), fino a poco tempo fa la cessione della rete da parte dello Stato
sembrava un argomento tabù, anche per gli economisti più sfegatatamente
liberisti. Ma, quando si tratta degli insaziabili appetiti dei grandi gruppi
capitalistici, tutto è possibile.
In questo post, dopo aver ricostruito, in breve, il processo di privatizzazione
e svendita del patrimonio pubblico, vedremo nel dettaglio le ipotesi riguardanti
la rete ferroviaria italiana e quali conseguenze potrebbe avere la sua
privatizzazione.
Breve storia delle privatizzazioni in Italia
La privatizzazione delle imprese pubbliche avvenuta nel contesto italiano ed
europeo nel corso degli ultimi 35 anni e tutt’ora in svolgimento nella sua fase
matura ha profondamente mutato la natura del capitalismo contribuendo alla sua
trasformazione da sistema misto (con forti elementi di pianificazione
dell’economia e redistribuzione delle risorse) a sistema neoliberista, dunque
ostile al compromesso tra Stato e mercato e insensibile alla mediazione tra
bisogni sociali e profitto.
La lunga stagione delle privatizzazioni in Italia ebbe inizio nei “ruggenti”
anni ’90 e fu la punta di diamante del nuovo corso neoliberista fondato sul
protagonismo del mercato contro lo Stato e del privato contro il pubblico. Nel
giro di soli 11 anni (1992-2002) venne ceduta ai capitali privati la stragrande
maggioranza delle imprese pubbliche già nazionalizzate e delle partecipazioni
statali.
L’intervento pubblico di indirizzo del sistema produttivo (politiche
industriali) nel trentennio post-bellico si articolava lungo due direttrici
fondamentali: lo Stato provvedeva da un lato ad interagire con il sistema
economico in modo diretto come attore protagonista proprietario, in altri come
regolatore discrezionale dell’economia privata.
L’intervento diretto, a sua volta, si manifestava tramite due modalità:
l’impresa pubblica nazionalizzata (o, se di livello locale, municipalizzata) e
le partecipazioni statali. In alcuni dei settori più strategici o a forte
rilevanza sociale e universale (come energia elettrica, trasporti,
telecomunicazioni e i cardini dello Stato sociale) prevalse la nazionalizzazione
completa con la presenza di imprese pubbliche monopoliste o semi-monopoliste; in
un’altra amplissima gamma di settori caratterizzati comunque da forte rilevanza
economica per lo sviluppo del paese prevalse invece il sistema delle
partecipazioni statali in cui lo Stato possedeva, tramite enti pubblici, quote
di imprese private sufficientemente rilevanti da consentire la definizione degli
indirizzi strategici e delle scelte produttive e occupazionali.
Il processo di privatizzazione avviato in forma massiccia nel 1992 investì
entrambe le forme di proprietà pubblica con la progressiva vendita a capitali
privati di quasi tutte le imprese pubbliche esistenti, dal settore
bancario-finanziario a quello siderurgico, dal chimico all’ alimentare,
editoriale, aerospaziale, energetico, delle telecomunicazioni, elettronico,
della cantieristica navale, dei trasporti, etc.
Anche l’ambito delle infrastrutture a rete fondamentali (elettricità,
telecomunicazioni, gas e petrolio, del trasporto stradale e ferroviaria,
infrastruttura idrica) è stato segnato profondamente dal processo di
privatizzazione che ha portato a massicce operazioni di svendita, dove non
soltanto la gestione dei servizi di pubblica utilità è finita in gran parte in
pasto al capitale privato ma anche le stessi reti, per definizione monopoli
naturali non replicabili, sono state prese d’assalto da investitori di varia
natura per lo più legati al mondo in rapida espansione, dagli anni ’90-’00, dei
colossali fondi di investimento finanziari.
In questi settori, nel corso degli anni, dopo aver smembrato i vecchi monopoli
pubblici verticalmente integrati (dove rete e servizio facevano capo ad un’unica
società) in società separate, si è proceduto allo spezzatino della
separazione-liberalizzazione e privatizzazione. Mentre la gestione dei servizi
si è trasformata in oligopoli privati con un mercato spartito da un numero
esiguo di enormi società che praticano agili strategie collusive, le reti sono
diventate vere e proprie vacche da mungere per estrarre rendite laute e certe a
rischio zero da parte dei nuovi proprietari monopolisti.
Terna, Tim, Snam, Autostrade sono state per anni e sono tutt’ora il simbolo
evidente di questa clamorosa estrazione parassitaria di profitto ai danni della
collettività.
A seguito del gigantesco processo di privatizzazione degli ultimi 35 anni, di
imprese pubbliche nel sistema produttivo italiano, di dimensione nazionale
(escludendo cioè i servizi pubblici locali municipalizzati, anch’essi, peraltro,
diffusamente oggetto di strategie di privatizzazione) resta ben poco. Le
partecipazioni pubbliche sono in parte di proprietà diretta del Ministero
dell’Economia e in parte possedute da Cassa Depositi e Prestiti. Le più
importanti e note ad oggi sono ENAV, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Monte
dei Paschi, cui si aggiungono le società che gestiscono le reti (Snam, Terna,
Autostrade) ed altre società di interesse strategico come Fincantieri e Italgas.
Di partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia resta ad oggi un’unica
azienda: Ferrovie dello Stato.
Le ipotesi sulla privatizzazione della rete ferroviaria
È in questo contesto storico segnato dalla cessione totale o parziale degli
asset strategici e delle reti infrastrutturali che si inserisce il dibattito di
questi mesi sul destino dell’industria ferroviaria italiana e in particolare
dell’infrastruttura di RFI.
Ad oggi, il gruppo Ferrovie dello Stato Italiane possiede al 100% sia Trenitalia
(che gestisce il trasporto dei passeggeri) sia RFI (Rete Ferroviaria Italiana,
che gestisce l’infrastruttura). Mentre, la rete è, al momento, in mano al
monopolista pubblico, il servizio è in concorrenza con altri operatori. Ma come
si è arrivati a questo punto?
Il sistema ferroviario, primo in Italia ad essere nazionalizzato nel lontano
1905, come tutti i servizi pubblici infrastrutturali, è stato già oggetto di un
vasto processo di liberalizzazione, privatizzazione societaria e mercificazione
a partire dal principio degli anni ’90.
Nel 1992, avvenne la separazione interna all’azienda tra area rete e area
trasporto (di fatto un anticipo della successiva separazione contabile) e
successivamente nel 2000 la separazione societaria tra rete e servizio con la
divisione tra RFI e Trenitalia.
Nel 2003, infine, venne approvata la normativa di recepimento del primo
pacchetto ferroviario europeo del 2001 che diede inizio al processo di
liberalizzazione che vedrà dopo poco l’ingresso di nuovi operatori nel settore
merci e, successivamente, anche nel settore passeggeri.
La gestione dagli anni 2000 verrà integralmente improntata al taglio dei servizi
ridefiniti come rami secchi (linee a bassa o media frequentazione), riduzione
graduale del costo del lavoro e potenziamento dei segmenti ad elevata
profittabilità attesa come l’Alta velocità (caratterizzata da elevata domanda ad
alta capacità di reddito).
L’entrata di nuovi concorrenti sul mercato ferroviario andrà a rafforzare in
modo intenso questo processo di mercificazione.
Nel 2012, Nuovo Trasporto Viaggiatori (Italo) entrò nel ricco mercato dell’Alta
velocità, erodendo una parte degli utili che nell’ambito dell’impresa pubblica
ex-monopolistica costituivano e costituiscono la base per praticare sussidi
incrociati finanziando quelle tratte in perdita non finanziate dal contratto di
servizio universale coperto dalla fiscalità generale.
Di fatto la famigerata concorrenza, dipinta come salvifica dagli epigoni del
libero mercato, si eserciterà essenzialmente sulla leva più immediata che
definisce il costo di produzione: il costo del lavoro. Basti pensare che il
costo medio di un ferroviere della compagnia Italo al momento dell’ingresso del
nuovo operatore nel 2012 ammontava a solo il 60% del costo di un ferroviere di
Ferrovie dello Stato. E ciò è possibile perché Italo applica soltanto in parte
il contratto collettivo nazionale di settore, in quanto un’ampia parte delle
condizioni di lavoro è dettata da un contratto collettivo aziendale.
Fino ad oggi l’industria ferroviaria ha continuato ad esistere entro un modello
ibrido: un operatore pubblico proprietario di rete e servizio vocato ad
un’ottica di massimizzazione del profitto, ma con evidenti funzioni di garanzia
del servizio universale e di redistribuzione interna delle risorse e degli utili
per fini sociali, una concorrenza di operatori privati sul trasporto merci e sul
segmento profittevole del trasporto passeggeri.
Gli appetiti degli investitori privati però non si sono mai sopiti e le ferrovie
da diversi anni sono oggetto privilegiato di interesse in vista di un processo
di privatizzazione sostanziale parziale o completa alternativamente dell’intera
società holding FSI o del servizio (Trenitalia) o della stessa rete (RFI).
Già nel 2015 il governo Renzi commissionò vari studi di praticabilità
dell’operazione di vendita di FSI con l’intenzione di cedere alla Borsa il 40%
delle quote di capitale dell’intera holding. L’operazione non andò in porto per
resistenze interne allo stesso gruppo dirigente di Ferrovie. Nel settembre 2023
nel documento strategico NADEF, il governo Meloni riapre il dossier
privatizzazione di Ferrovie prevedendo di raccogliere fino a 6,7 miliardi dalla
vendita del 49% dell’azienda ai privati.
A seguire, alcuni mesi dopo, si inizia a discutere di una diversa opzione: la
privatizzazione parziale della rete ferroviaria.
Nell’autunno 2024 si diffonde l’ipotesi di costituzione di una nuova compagnia
controllata da RFI che gestisca la sola infrastruttura AV tramite lo scorporo
della rete più profittevole dal resto del sistema infrastrutturale. Infine nei
mesi più recenti (estate-autunno 2025) l’Amministratore delegato Donnarumma
dichiara che la privatizzazione è ormai dietro l’angolo e che “dal 2026,
l’ingresso di fondi privati potrebbe diventare realtà” specificando che “non si
tratta di una privatizzazione in senso stretto, ma di una partecipazione di
minoranza da parte di investitori istituzionali, italiani e internazionali,
attratti dalla solidità e dalla redditività della rete AV con l’obiettivo di
reperire capitali privati per finanziare opere strategiche, liberando risorse
pubbliche per altri usi”. Si inizia a discutere di modello RAB (regulated asset
base) da applicare alle ferrovie sulla falsariga di quanto già avviene in
società di rete come Terna. Si tratta di un modello di finanziamento degli
investimenti che garantisce all’investitore un margine di profitto crescente al
crescere del rischio riducendo drasticamente il rischio di perdita per quegli
investimenti, spesso massicci e complessi, tipici delle infrastrutture, che per
loro natura sono soggetti ad una forte variabilità di rendimento nel lungo
periodo. Nei modelli RAB in generale la definizione di rischio può variare e
includere diversi livelli: dal rischio industriale legato ad aspetti relativi
all’applicabilità pratica di alcune tecnologie, a rischi “di sistema” legati ad
eventuali shock esterni (aumento del costo delle materie prime o instabilità
geopolitica) fino al più elementare rischio di mercato ordinario legato alle
oscillazioni fisiologiche della domanda.
Nel corso del 2024 due documenti europei uno a firma di Enrico Letta sul futuro
del mercato unico europeo e l’altro a cura di Mario Draghi sul futuro delle
competitività europea rimarcavano entrambi la necessità di avviare percorsi di
finanziamento delle grandi infrastrutture (compresa quella ferroviaria) tramite
modelli di regolazione basati su una riduzione al minimo dei rischi (de-risking)
per gli investitori privati spianando la strada ad un’interpretazione molto
ampia del concetto di rischio che finirebbe per garantire ai privati una
generosa rendita monopolistica sostanzialmente a rischio zero.
Sembra proprio questo il modello di privatizzazione immaginato per le ferrovie
italiane.
Nel corso dell’autunno scorso l’ipotesi di scorporo della rete AV dalla rete RFI
si è fatta sempre più insistente e sebbene al momento non vi sia un calendario
chiaro e definito sembra ormai probabile che nel 2026 questa operazione possa
essere concretamente realizzata. Del resto, gli appetiti degli investitori
privati non si sono fatti attendere nel manifestarsi.
Già un anno fa si sono svolte alcune riunioni tra la stessa presidente del
Consiglio e il plurimiliardario amministratore del fondo nord-americano Black
Rock Larry Fink indirizzate a valutare l’interessamento del suddetto fondo per
l’acquisto di quote di floride aziende italiane quali Leonardo e Ferrovie. Più
di recente sembra si sia palesato un interessamento da parte dei fondi sovrani
arabi quali PIF (saudita) e ADIa e QIA (Emirati) già da molti anni attivi nel
settore infrastrutture.
La privatizzazione della rete: un disastro sociale, strategico e di sicurezza
Come già accennato prima, tutte le argomentazioni liberiste, che hanno segnato
il dibattito sulle privatizzazioni negli ultimi decenni, a favore del mercato e
del privato incentrate sul pungolo delle forze competitive, sembrano sciogliersi
come neve al sole di fronte al caso clamoroso delle reti infrastrutturali. In
questo caso parliamo di monopoli naturali non replicabili dove non è possibile
esercitare alcuna forma di concorrenza nemmeno di tipo potenziale. La
privatizzazione delle reti pertanto ha il drammatico pregio di spostare il
dibattito dalle favole sulle virtù di una fantasmagorica concorrenza
capitalistica (che nella realtà si manifesta come potere oligopolistico di pochi
colossi) alla cruda e semplice realtà della cessione di asset strategici ai
grandi monopoli che drenano rendite parassitarie senza alcuna contropartita
nemmeno teorica.
La questione evidentemente non è soltanto di tipo distributivo, ma anche
strategico e di controllo del sistema produttivo.
Dal punto di vista distributivo è chiaro che l’ingresso dei privati sulle reti
infrastrutturali drena risorse un tempo a disposizione dell’operatore pubblico
per effettuare investimenti. Il privato investe al minor costo possibile per
ottenere il massimo profitto possibile e non avendo vincoli di reinvestimento
dei profitti punta alla mera distribuzione di facili e lauti utili agli
azionisti.
Nel caso di RFI questo meccanismo verrebbe esasperato dallo sciagurato piano di
spezzettare la rete in parte profittevole (l’Alta velocità) su cui andrebbero ad
investire i privati e tutto il resto della rete (assai meno redditizia o in
perdita) che resterebbe a totale gestione pubblica depotenziando quel meccanismo
oggi in essere, per cui con gli utili delle tratte profittevoli si finanzia
anche la manutenzione della rete in perdita. Si tratta, però, di quella parte
della rete su cui si svolge il servizio ferroviario ordinario, che interessa
milioni di pendolari e che, dunque, risponde in maniera più evidente alla
nozione di servizio pubblico.
Vediamo meglio come funziona il mercato ferroviario per comprendere quali
potrebbero essere le conseguenze distributive dell’ingresso dei privati
nell’infrastruttura più redditizia
I profitti di RFI derivano dai pedaggi che vengono pagati dalle società dei
servizi ferroviari merci e passeggeri versati sia dall’operatore pubblico
Trenitalia (società separata da RFI ma interna alla stessa holding) sia dagli
operatori privati.
L’eventuale ingresso di investitori privati sulla rete naturalmente spingerebbe
con forza verso un aumento dei pedaggi. Secondo alcune
indiscrezioni (qui l’articolo integrale), l’applicazione di un modello RAB alla
rete AV attrattivo per gli investitori richiederebbe la fissazione di un canone
pari almeno a 12euro a treno/km ben più alto dei valori attuali (pari a circa
9-10euro a treno-km).
In un mercato ormai liberalizzato dove già operano compagnie private come Italo
è piuttosto inverosimile immaginare un aumento dei pedaggi di tale misura senza
pregiudicare i profitti degli operatori privati dei servizi. Basti pensare che
all’indomani della liberalizzazione che consentì l’ingresso di NTV Italo sul
ricco mercato AV l’autorità dei trasporti addirittura abbassò i pedaggi da 14
euro a 8 euro a treno/km proprio per favorire l’investimento del nuovo operatore
privato a discapito degli introiti pubblici di RFI.
Oggi si porrebbe un problema simile ed opposto. Come garantire profitti agli
investitori privati sulla rete senza pregiudicare troppo i profitti degli
operatori dei servizi? La coperta è corta e le soluzioni, tutte a danno della
collettività, possono essere solo due. La prima è che i pedaggi aumentino con
due possibili esiti: l’aumento dei prezzi dei biglietti (soluzione più
probabile) o politiche di sussidi degli operatori a carico della collettività.
Della prima ipotesi ha già implicitamente parlato l’AD di ferrovie nella
presentazione del piano industriale.
La seconda soluzione è che i pedaggi non aumentino e lo Stato versi invece
sussidi a RFI a beneficio anche degli operatori privati di nuovo ingresso.
In ogni caso un danno per la collettività o in quanto utenza dei treni o in
quanto cittadini contribuenti.
La classica e consolidata prassi di privatizzazione dei profitti e
socializzazione delle perdite.
Infine, vi è un tema molto serio di sicurezza e di controllo di asset strategici
e vitali per lo sviluppo di un paese. Le reti infrastrutturali (telefonica,
elettrica, di trasporto) rappresentano sistemi complessi che permettono
l’esistenza stessa delle altre attività economiche e il funzionamento
dell’intero sistema produttivo. Sono inoltre fortemente connotate da elementi di
sicurezza sia in termini fisici (incolumità dei passeggeri per i trasporti e dei
lavoratori del settore negli interventi di manutenzione) sia in termini di
gestione e uso di dati (rete telefonica e internet) e di sicurezza delle
attività economiche e domestiche (rete elettrica).
Cedere, anche solo in parte, a colossi capitalistici privati la gestione di
queste reti non soltanto rappresenta uno scandalo in sé per l’accaparramento
privato di risorse pubbliche costruite in decenni di storia con denaro pubblico,
ma comporta anche un gravissimo rischio in termini di sicurezza e di capacità di
indirizzo strategico e controllo delle attività produttive nel loro insieme.
La lotta per la difesa della proprietà pubblica nei settori strategici e
socialmente sensibili e nello specifico nelle reti infrastrutturali è quindi
insieme una lotta per frenare le ulteriori spinte redistributive in senso
regressivo e per difendere la capacità dello Stato di orientare il sistema
economico al benessere comune.
Un altro morto a Minneapolis: nuovo omicidio da parte degli agenti dell’ICE.
Bambini arrestati e piazze sotto attacco
da Osservatorio Repressione
Minneapolis è di nuovo una scena del crimine. Oggi, sabato 24 gennaio, nel primo
pomeriggio, agenti federali dell’ICE hanno aperto il fuoco nel quartiere di Eat
Street, a sud della città. Un uomo è stato colpito a pochi metri di distanza,
davanti a un locale all’angolo tra Nicollet Avenue e 26th Street. È morto. È la
terza sparatoria che coinvolge agenti federali a Minneapolis in poche settimane.
La terza. Non un incidente, non una “tragica fatalità”: una sequenza.
I video circolati mostrano una dinamica agghiacciante: più colpi sparati,
l’agente praticamente faccia a faccia con la vittima, un’esecuzione in pieno
giorno. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, come da copione, tace sulle
circostanze. Nessuna spiegazione, nessuna assunzione di responsabilità. Solo
silenzio armato.
Sul posto, la rabbia è esplosa immediatamente. Decine di persone hanno
circondato l’area urlando contro la polizia di Minneapolis, accusata di
proteggere gli agenti federali: «State difendendo degli assassini». Non è uno
slogan. È una constatazione politica.
Il governatore del Minnesota Tim Walz ha parlato di una situazione “ripugnante”
e ha chiesto il ritiro immediato degli agenti federali dallo Stato. Ma mentre
arrivano dichiarazioni indignate, sul terreno resta una realtà brutale: l’ICE
agisce come una forza di occupazione, spara, arresta, deporta. E lo fa con una
crescente sensazione di impunità.
Solo nelle ultime ore, mentre la città era paralizzata da uno sciopero generale
sociale contro i raid federali, è emerso un altro episodio che definire
mostruoso è poco: una bambina di due anni è stata fermata insieme al padre
mentre tornavano a casa dopo aver fatto la spesa. Nonostante un ordine di un
giudice federale che imponeva il rilascio immediato della minore, gli agenti
hanno caricato padre e figlia su un aereo diretto in Texas, verso un centro di
detenzione per immigrati. Solo dopo, sotto la pressione legale, la bambina è
stata riportata in Minnesota e consegnata alla madre. Il padre resta detenuto.
Questa non è “sicurezza”. È sequestro di persona istituzionalizzato.
Nel frattempo, circa cento membri del clero — pastori, preti, leader religiosi —
sono stati arrestati all’aeroporto internazionale di Minneapolis–St. Paul. Si
erano inginocchiati cantando inni e recitando il Padre Nostro, denunciando le
deportazioni in corso. Li hanno ammanettati uno a uno, con temperature polari.
La repressione non distingue: colpisce migranti, bambini, attivisti, religiosi.
Chiunque osi mettere in discussione l’operato federale diventa un bersaglio.
E mentre l’ICE spara e arresta, la Casa Bianca gioca con la propaganda. Una foto
dell’attivista per i diritti civili Nekima Levy Armstrong — arrestata durante
una protesta in una chiesa — è stata ritoccata e rilanciata in versione
manipolata: lei, afroamericana, appare più scura di pelle e in lacrime. Alla
denuncia pubblica, la risposta ufficiale è stata cinica e rivelatrice:
«L’applicazione della legge continuerà. I meme continueranno». È il linguaggio
del potere quando ha smesso di fingere.
Intanto trapelano documenti interni che autorizzerebbero gli agenti federali a
entrare nelle abitazioni senza mandato giudiziario. Una violazione frontale del
Quarto Emendamento della Costituzione statunitense. Non un eccesso isolato, ma
una scelta strategica: trasformare lo Stato di diritto in un optional,
sostituirlo con il terrore amministrativo.
Il Minnesota oggi è attraversato da uno sciopero generale sociale: attività
chiuse, scuole vuote, lavoro sospeso, consumi bloccati. È la risposta di una
comunità che ha capito una cosa semplice: non si tratta più solo di
immigrazione. Si tratta di che tipo di società si vuole vivere. Una società in
cui un’agenzia federale può sparare per strada, deportare bambini, arrestare chi
prega, manipolare immagini e violare la Costituzione senza conseguenze.
L’ICE non sta “applicando la legge”. Sta producendo violenza politica. Sta
testando i limiti di ciò che può fare uno Stato quando decide che alcune vite
valgono meno di altre. Minneapolis resiste, sciopera, si solleva. Perché quando
lo Stato spara e rapisce bambini, non restare neutrali non è una scelta
ideologica: è una necessità morale e politica.
C’è un dettaglio che andrebbe preso sul serio nella chiusura di Palazzo Nuovo
annunciata stamane dell’Università di Torino, più delle formule rassicuranti e
dei comunicati burocratici: la stessa rettrice, in un’intervista a la
Repubblica, ha riconosciuto che la decisione si colloca in un contesto segnato
da esigenze di sicurezza e da pressioni politiche.
da Network Antagonista Torinese
La chiusura di Palazzo Nuovo decisa dall’Università degli Studi di Torino non è
quindi una misura tecnica, neutra o inevitabile. È una scelta politica. E come
tutte le scelte politiche, non è mai innocua: colloca chi la prende da una parte
precisa.
L’università, almeno in teoria, dovrebbe essere autonoma. Autonoma dal mercato,
certo, ma prima ancora dal potere. Dovrebbe essere uno spazio di produzione
critica del sapere, un luogo attraversato dal conflitto nella sua accezione
trasformativa, una polis più che un ufficio amministrativo. Un posto dove la
cultura non viene valutata in base al grado di tollerabilità per la Questura, e
dove un evento di musica e socialità non si trasforma, all’improvviso, in una
minaccia alla sicurezza.
E invece è successo proprio questo: un evento culturale è stato trattato come un
problema di ordine pubblico. Una festa, concerti, socialità, partecipazione
collettiva: tutto riclassificato come rischio. Non perché lo fosse davvero, ma
perché così è stato deciso di raccontarlo.
Il linguaggio usato non è neutro. “Perimetro di sicurezza”, “rischio elevato”,
“eventi non controllabili”. È il vocabolario dello stato securitario, quello che
vede nel dissenso un fastidio, nella giovinezza un fattore di instabilità, nella
socialità che sfugge al consumo qualcosa di sospetto.
Non è un caso che questo immaginario sia lo stesso di chi, in Europa, guarda con
una certa ammirazione al modello di Viktor Orbán. In Ungheria le università
vengono commissariate, i percorsi critici smantellati, le minoranze colpite, il
pensiero non allineato espulso. Oppure di chi indica come modello la gestione
securitaria delle migrazioni negli Stati Uniti, difendendo l’operato dell’U.S.
Immigration and Customs Enforcement (ICE), un apparato fondato su detenzione
amministrativa ed espulsione, dove il controllo sostituisce i diritti e
l’esclusione diventa strumento ordinario di governo. La logica è sempre la
stessa: trasformare persone, spazi e conflitti in “problemi di sicurezza” da
rimuovere. La repressione non comincia con i carri armati: comincia quando il
controllo diventa normale, quando viene presentato come buon senso.
In Italia per ora il processo è più morbido, più elegante, più istituzionale.
Qui si invoca il manganello “per sicurezza”, si chiudono spazi “per
prevenzione”, si giustifica tutto con la parola magica: responsabilità. Ma
l’esito non cambia. Quando l’università cede alle pressioni di chi chiede
ordine, disciplina e silenzio, smette di fare il suo mestiere.
La rettrice e l’Ateneo hanno quindi scelto. Hanno deciso di stare dalla parte di
chi trasforma una festa in un’emergenza, la cultura in qualcosa da autorizzare,
il conflitto in un’anomalia da rimuovere. È una scelta legittima, certo. Ma è
una scelta.
Gli studenti, invece, stanno altrove. Sono stanchi, arrabbiati, spesso anche
preoccupati. Ma sono, soprattutto, vivi. Non chiedono il caos, chiedono spazio.
Non cercano lo scontro fine a sé stesso, ma la possibilità di esistere,
incontrarsi, costruire relazioni, immaginare altro. In un presente fatto di
precarietà, isolamento e paura, anche la socialità diventa un gesto politico.
Per questo la solidarietà ricevuta conta. In queste ore ne sta arrivando
tantissima dalle realtà studentesche non solo di Torino, ma di tutto il paese.
Per questo l’evento non è stato cancellato, ma rilanciato. Si terrà (ndr si è
tenuto) a Laboratorio culturale Manituana, uno dei numerosi spazi sociali in
città che continua a fare ciò che l’università ha scelto di non fare: aprire,
accogliere, non avere paura.
L’università ha scelto da che parte stare.
Gli studenti anche.
E non è la stessa