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Informazione di parte

Siamo dentro una lunga tempesta
Quanto accaduto in Venezuela conferma che l’America Latina vive una svolta storica, che non sarà breve e che colpirà i popoli più dei governi, dice Raúl Zibechi in un’intervista con Radio Alas, in Argentina. di Raúl Zibechi, da Comune-Info La situazione è molto complessa, molto dura, e non abbiamo chiaro cosa succederà, anche se abbiamo qualche idea di ciò che sta accadendo. Tu da tempo stai lanciando segnali di allarme su molte delle dinamiche in corso. Ci interessa molto il tuo modo di collegare tra loro i diversi processi che stanno attraversando il pianeta. Seguendo l’orientamento zapatista, io penso – e pensiamo – che siamo nel mezzo di una tempesta. E che questa tempesta, nei prossimi mesi e anni, andrà aggravandosi. La fase finale della tempesta è cominciata con il genocidio del popolo palestinese: da tre anni assistiamo alla situazione che vive Gaza e l’insieme del popolo palestinese. Ci sono poi altri fronti, e ora l’attacco al Venezuela conferma che siamo, soprattutto in America Latina, di fronte a un momento di svolta storica. Una svolta che non durerà due giorni. Siamo in un tempo nel quale ciò che sarà colpito non saranno solo i governi, ma i popoli. L’impatto sarà tremendo, distruttivo, negativo, e, a mio avviso, non siamo preparati ad affrontarlo. La forza imperiale è enormemente superiore alle capacità di resistenza dei nostri popoli. È duro dirlo, ma credo sia necessario guardare la realtà in faccia e assumerla per quella che è. Secondo te esistono margini di azione per ridurre l’impatto? Se non possiamo fermare questa enorme forza imperiale, esistono strategie che i popoli possono darsi per attenuarne gli effetti? Prima di tutto dobbiamo avere chiara la dimensione dell’impatto. Dopo la distruzione di Gaza, gli attacchi in Libano, in Siria, in Iran, e il fatto che lo Stato di Israele sia uscito praticamente impunito da tutto questo – nonostante le condanne e le manifestazioni – vediamo oggi l’Unione Europea proporsi di rafforzare seriamente le relazioni con Israele, firmando anche accordi energetici, come quello con l’Egitto sul gas. Ora il governo Trump non solo attacca il Venezuela, ma distrugge una parte significativa delle sue installazioni militari. Il Venezuela disponeva di capacità difensive, e il presidente viene sequestrato in un’operazione condotta senza perdite, in modo sorprendentemente facile. Qualcosa è accaduto e ancora non sappiamo cosa. Inoltre, Trump minaccia Petro in Colombia e il Messico. Siamo di fronte a un’offensiva di una portata senza precedenti, almeno per quanto ricordi. Hanno dichiarato apertamente di voler controllare il Venezuela fino a quando il presidente o la presidente sarà qualcuno di loro gradimento. Di fronte a questo scenario, penso che i popoli abbiano bisogno di rifugi, di arche – come mi piace chiamarle – capaci di navigare e galleggiare nella tempesta. Perché oggi ciò che è in gioco è la sopravvivenza dei popoli, non delle singole persone, ma dei popoli nel loro insieme. E quando dico “popoli” intendo soprattutto quelli che stanno più in basso: popoli neri, popoli originari, contadini, periferie urbane… Più si è in basso, più l’impatto è duro e minori sono le capacità di difesa. Non è lo stesso affrontare una tempesta sistemica generalizzata per una classe media o per chi vive ai margini. E a questo si aggiunge la tempesta ambientale, che ci colpisce in modo sempre più violento. Per questo credo che sia fondamentale disporre di territori, spazi, luoghi che ci diano riferimento come popoli: luoghi in cui poter stare, in cui sentirsi relativamente al sicuro, in cui esistano le condizioni minime per sopravvivere. Questa offensiva è appena iniziata e, a mio avviso, durerà almeno venti o trent’anni, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Anche se si dice “a Trump restano tre anni”, la politica non cambierà, perché non dipende più da una singola persona. Dobbiamo quindi pensare in una prospettiva di lungo periodo, di ripiegamento strategico. Gli zapatisti parlano di orizzonti di centoventi anni: lottare affinché tra centoventi anni una bambina possa scegliere liberamente cosa essere. È di questo che si tratta. Siamo in una fase di transizione tra egemonie, in cui gli Stati Uniti hanno deciso di rafforzarsi in America Latina per mantenere il loro ruolo imperiale. Il caso del Venezuela va letto in questo contesto più ampio. Basta guardare dove minacciano: Caraibi, Messico, America Centrale, Groenlandia, Canada. Vogliono circondarsi di una zona “sicura”. Questa zona sicura comprende tutta l’America Latina, con le sue risorse naturali e i suoi popoli, per poter affrontare l’ascesa dell’Asia e della Cina, che in molti ambiti li sta superando. Il primo passo è quindi una comprensione lucida e calma di ciò che sta accadendo. Oggi nessuno Stato della regione – nemmeno i due più importanti, Messico e Brasile – è in grado di affrontare questa offensiva. Figuriamoci altri Paesi, come l’Argentina o l’Ecuador, dove addirittura i presidenti festeggiano. Questo ci dice che per le destre concetti come sovranità nazionale e indipendenza non sono più un riferimento: celebrano apertamente un’invasione. A cosa attribuisci questo aumento della violenza e degli attacchi diretti, senza più le mediazioni del passato? Alla decadenza degli Stati Uniti. Lo riconoscono loro stessi quando dicono “rendere di nuovo grande l’America”: significa che non lo è più. Hanno compreso che non possono competere con la Cina. Per questo si sono ritirati dall’Ucraina, dall’Asia (fatta eccezione per il Giappone), e concentrano le forze nel nostro continente. Non bombarderanno Russia o Cina: concentreranno qui la loro potenza. Questa scelta è esplicitata nell’ultima strategia nazionale di difesa approvata negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo era contenere la Cina; ora non ci riescono più. La Cina, solo nel 2025, ha varato sette cacciatorpediniere. Gli Stati Uniti non riescono a vararne nemmeno una all’anno. La tendenza è chiara: non potendo competere lì, si rafforzano nel “cortile di casa”, devastandolo. Non accetteranno governi che non gradiscono. Possono dire che Maduro è una dittatura, ma Petro è stato eletto democraticamente. Eppure Trump lo minaccia apertamente. Questo non lo fa con Xi Jinping o con altri leader globali, ma con i presidenti latinoamericani sì. Il pretesto oggi è il narcotraffico, ma sappiamo tutti che non è questo il vero motivo. Di fronte a tutto questo, molti si chiedono cosa abbiamo imparato come popoli negli ultimi anni. Se guardiamo dal punto di vista dei popoli, i governi progressisti hanno avuto un ruolo centrale nell’indebolire i movimenti sociali e popolari: politiche assistenziali, demobilitazione, elettoralismo di corto respiro, forte personalizzazione del potere. Abbiamo rimosso dall’analisi l’autodistruzione del progressismo in Paesi come Bolivia e Argentina e le conseguenze devastanti che questo ha avuto sulle popolazioni organizzate. Oggi ci troviamo in una situazione di offensiva multipla: governi locali reazionari, governi imperiali e repressioni mirate in specifici territori, come nel caso del popolo mapuche. Le forze per resistere frontalmente non ci sono. Occorre quindi unirsi, ripiegare, senza smettere di agire: continuare a mobilitarsi, denunciare, ma soprattutto avviare un dibattito profondo su come siamo arrivati fin qui, sugli errori commessi e sulle strade da ricostruire. *Immagine in alto: Dipinto di Valeria Cademartori 6 Gennaio 2026
Esecuzione federale a Minneapolis: l’ICE uccide, Trump approva
Una donna uccisa in pieno giorno da un agente mascherato. Le autorità federali bloccano le indagini, la propaganda riscrive i fatti, le piazze insorgono. Non è “sicurezza”: è terrore di Stato. da Osservatorio Repressione L’omicidio di Renee Nicole Macklin Good, 37 anni, poeta, scrittrice, madre, cittadina statunitense, non è un “incidente operativo”. È il prodotto coerente di una strategia di terrore. È la fotografia di un potere che arma uomini mascherati, li sottrae al controllo pubblico e poi riscrive la realtà per garantire l’impunità. È l’ICE di Donald Trump che spara in pieno giorno a Minneapolis e lo Stato federale che chiude le porte alle indagini indipendenti. Il sovrintendente del Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, Drew Evans, lo ha messo nero su bianco: la procura federale ha impedito alla BCA di partecipare all’inchiesta. Doveva essere un’indagine congiunta con l’Federal Bureau of Investigation. Poi lo stop. Accesso negato ai materiali. Ritiro “a malincuore”. La verità, come il grilletto, è stata messa sotto sequestro. LA PROPAGANDA AL POSTO DELLA GIUSTIZIA A New York, la Segretaria alla Sicurezza nazionale Kristi Noem ha recitato il copione: nessuna esclusione, “prassi”, collaborazione per “tenere i criminali lontani dalle strade”. Ma chi sono i criminali? Per il governatore del Minnesota Tim Walz, i reati li commettono gli agenti dell’ICE. Walz parla di “propaganda” e annuncia che lo Stato farà ciò che Washington sabota: un’indagine completa, equa e rapida. Non è retorica. Con una mossa senza precedenti, Walz ha diramato un ordine di allerta per preparare la Guardia nazionale a proteggere la popolazione da operazioni “pericolose e sensazionalistiche”. È la risposta istituzionale a una forza federale che agisce come un corpo paramilitare fuori dalla Costituzione. UN’ESECUZIONE FILMATA, UNA BUGIA RIPETUTA Good è stata uccisa da un agente mascherato mentre cercava di allontanarsi. Disarmata. Nessuna minaccia. La Casa Bianca l’ha dipinta come “terrorista interna” che avrebbe tentato di investire agenti federali. La realtà è opposta: cittadina nata in Colorado, mai accusata di nulla se non una multa stradale; sui social si definiva “poeta, scrittrice, moglie e madre”. Era sposata con una donna, aveva un figlio di sei anni. I network nazionali hanno mostrato le immagini. L’opinione pubblica ha sobbalzato. Ma mentre lo sdegno montava, un’onda di odio e falsità ha invaso rete e comunicati: l’elogio macabro dell’“autodifesa”, il bullismo politico del “fuck around and find out”. La negazione sistematica dell’evidenza filmata è la cifra di una frattura epistemica costruita a tavolino: erodere la realtà condivisa per rendere credibile l’orwelliano. Le manifestazioni sono esplose subito: Minneapolis, Chicago, New York, Seattle. A Minneapolis i cortei si sono spostati davanti al Whipple Federal Building, base operativa dell’ICE. Le scuole pubbliche hanno sospeso le lezioni per sicurezza. Non è “disordine”: è autodifesa civile. I rappresentanti eletti parlano chiaro. Ilhan Omar chiede che l’ICE smetta di terrorizzare le comunità e lasci la città. Alexandria Ocasio-Cortez definisce l’agente “un assassino” e chiede l’incriminazione per omicidio: l’ICE fa sparire le persone dalle strade, è una forza anticivile, senza responsabilità. Il senatore Chris Murphy e la deputata Pramila Jayapal parlano di taglio dei fondi e di “forza canaglia”. Non è fantascienza: a gennaio si vota il bilancio. Le piazze rispondono Le manifestazioni sono esplose subito: Minneapolis, Chicago, New York, Seattle. A Minneapolis i cortei si sono spostati davanti al Whipple Federal Building, base operativa dell’ICE. Le scuole pubbliche hanno sospeso le lezioni per sicurezza. Non è “disordine”: è autodifesa civile. I rappresentanti eletti parlano chiaro. Ilhan Omar chiede che l’ICE smetta di terrorizzare le comunità e lasci la città. Alexandria Ocasio-Cortez definisce l’agente “un assassino” e chiede l’incriminazione per omicidio: l’ICE fa sparire le persone dalle strade, è una forza anticivile, senza responsabilità. Il senatore Chris Murphy e la deputata Pramila Jayapal parlano di taglio dei fondi e di “forza canaglia”. Non è fantascienza: a gennaio si vota il bilancio. GUERRA INTERNA, STRATEGIA DEL CAOS In un paese che conta ancora circa mille morti l’anno per mano delle forze dell’ordine, si potrebbe archiviare tutto come normalità militarizzata. Sarebbe un errore. Good è vittima di una guerra dichiarata contro il paese stesso: contro immigrati, stati e città non allineati, contro chi contesta la “grande deportazione”. L’assalto ai 15 milioni di irregolari, ai 50 milioni di nati all’estero, ai 68 milioni di ispanici è prova di forza e strumento di dominio. L’uccisione della poeta, freddata da tre colpi alla testa, è un atto premeditato nella catena di comando: un’esecuzione politica destinata a frantumare il paese e a consolidare il potere attraverso il caos. Il presidente arriva a dire che Good è stata uccisa dalla “sinistra radicale”. È lo stesso schema di sempre: quando un vero terrorista investì e uccise Heather Heyer a Charlottesville, parlò di “brava gente da entrambe le parti”. Oggi la ministra Noem emette la sua sentenza preventiva. Il vicepresidente JD Vance incita e rassicura i pretoriani: “siamo dalla vostra parte”. Il messaggio è chiaro: la criminalizzazione degli “alieni” si estende ai dissidenti; il diritto di protestare, osservare, documentare viene colpito a colpi di 9 mm. IMPUNITÀ ARMATA Minneapolis non nasce dal nulla. È l’esito di un’escalation avviata quando colonne blindate hanno invaso quartieri operai di Los Angeles, lacrimogeni alla mano, creando l’emergenza che poi giustifica se stessa. Lo denuncia anche il ministro della Giustizia del Minnesota Keith Ellison: le autorità federali intralciano attivamente le indagini. L’FBI, diretto dall’ideologo di regime Kash Patel, esclude gli inquirenti locali. Intanto l’ICE cresce: 12.000 agenti in un anno, reclutati senza scrupoli, bonus fino a 50.000 dollari. Volti coperti, tatuaggi che parlano di affinità estremiste. La crescita coincide con gli indulti presidenziali a facinorosi e miliziani. La Corte Suprema a maggioranza Maga offre la copertura. La ricetta è esplosiva. NON PASSERÀ Contro la rappresentazione violenta dello “scontro di civiltà” non si sono fermate le proteste, il monitoraggio civico, l’autodifesa popolare — quella a cui partecipava Renee Nicole Good. La voce del Minnesota si alza, ferma e arrabbiata. Anche la cultura pop smaschera l’abuso: lo ha ricordato Stephen Colbert. Qui non c’è ambiguità possibile. Un’agenzia federale ha ucciso una donna disarmata. Lo Stato federale ha blindato l’inchiesta. La propaganda ha tentato di cancellare le immagini. Ma le piazze, le istituzioni locali e una parte crescente del Congresso non arretrano. La giustizia per Renee Nicole Macklin Good non è solo un dovere: è una linea di resistenza. Contro l’ICE, contro Trump, contro l’impunità armata. Foto di copertina: Minneapolis, 8 gennaio 2026 (AP Photo/Tom Baker)
Siria: resistono i quartieri curdi di Aleppo all’attacco di Damasco. 140mila i civili in fuga
In Siria, le milizie salafite del governo di transizione continuano ad attaccare i quartieri autogovernati a maggioranza curda di Aleppo, ovvero Sheikh Maqsoud e Ashrefyie, con colpi d’artiglieria e tentativi di entrare con carri armati. L’area fa parte dell’Amministrazione autonoma del confederalismo democratico anche se è staccata, a livello territoriale, dal resto della Siria nordorientale. Le forze di sicurezza interna dei due quartieri denunciano continui raid e tentativi di incursione, tutti respinti. “Nonostante stiano schierando migliaia di uomini e aumentando i mezzi blindati – si legge nella nota – i miliziani governativi non sono ancora riusciti ad avanzare in nessun modo grazie alla resistenza dei quartieri”. Le vittime civili, però, aumentano: 15 morti, 60 feriti e 140mila sfollati in due giorni. Mentre bombardano i civili (130 case distrutte), i miliziani di Damasco hanno anche tagliato l’elettricità e impediscono l’ingresso di cibo e forniture mediche, mentre nel resto di Aleppo effettuano arresti di massa, dislocando cecchini sui tetti. Dietro l’attacco condotto da Damasco, che ha lanciato pure un ultimatum per lasciare i quartieri curdi (in cui vivono 200mila persone) c’è, come da tradizione, la Turchia; non a caso il Ministero della Difesa turco minaccia di “essere pronto a fornire il supporto necessario se la Siria lo richiederà”. Il punto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio Informazione del Kurdistan in Italia, con cui abbiamo allargato lo sguardo anche sui rapporti di forza, sociali e politici, che al momento coinvolgono l’intera regione Ascolta o scarica Oltra alla Siria, c’è infatti un altro Paese – l’Iran – scosso, ormai da una decina di giorni, da proteste di massa, partite a causa di inflazione, carovita e svalutazione della moneta locale e via via diventate di critica radicale ai Pasdaran. Oggi, in Iran, è sciopero generale, mentre sale a 34 le vittime accertate nella repressione, che tuttavia non riesce per ora ad arrivare ovunque. È il caso del Rojihlat, il Kurdistan iraniano: qui in due città, Abdanan e Malekshahi, i Pasdaran hanno lasciato l’area nelle mani dei manifestanti. Da qui il Pjak, ala iraniana del movimento di liberazione curdo, rispetto alle interferenze straniere di fronte alle proteste popolari chiarisce: “Teheran deve ascoltare le richieste delle persone. Il popolo chiede una vita libera e dignitosa. Le persone sono in grande difficoltà nel trovare il pane. Questo è un problema interno dell’Iran, non accetteremo ingerenze di altri Paesi”. da Radio Onda d’Urto
Speciale Venezuela a cura della redazione informativa di Radio Blackout
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti lanciano un’operazione militare contro basi civili e militari a Caracas, lasciando più di 80 morti. Simultaneamente sequestrano il presidente Maduro con pretestuose accuse di narcoterrorismo. Le prime dichiarazioni di Trump non lasciano dubbi nemmeno alle anime più ingenue: gli Stati Uniti vogliono il petrolio del Venezuela. Gli Stati Uniti vogliono distruggere l’esperienza politica del chavismo e di qualsiasi esperimento socialista. Gli Stati Uniti vogliono l’America Latina come propria dispensa di risorse e territori. Il Venezuela è solo il primo della lista (di quest’anno). Ai nostri microfoni abbiamo ascoltato: Geraldina Colotti da Caracas Un compagno del movimento studentesco colombiano Un compagno che si trova a Maracay Una compagna di Peruviani en pie de lucha in Europa Francesco della Rete dei comunisti Selezione musicale a cura di El Sonigüero Internacional Audio completo MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO AL VENEZUELA Sabato 10 gennaio Piazza Carignano h15 a Torino di seguito pubblichiamo l’indizione chiamata da Rete dei Comunisti e firmata da numerose realtà cittadine Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela e il rapimento del legittimo presidente Nicolas Maduro e di sua moglie , Primera Combatiente, Cilia Flores, da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti si inserisce nella crisi del capitalismo occidentale e nella tendenza alla guerra e al riarmo. L’aggressione al Venezuela non è solo il tentativo di appropriarsi delle ricche risorse strategiche presenti sul territorio, ma anche di tornare ad affermare il controllo su quello che Washington continua a considerare il proprio “cortile di casa”, nonché un attacco a un modello alternativo alla barbarie dell’imperialismo. Il pretesto è la falsa accusa di narcoterrorismo, dopo che Trump ha concesso l’indulto all’ex presidente dell’Honduras condannato da un tribunale statunitense a 45 anni di prigione per l’accertato trafico di 400 tonnellate di cocaina. Mentre i presidenti di Colombia, Messico, Nicaragua, Honduras, Cuba e Brasile hanno denunciato l’attacco criminale e illegale degli USA, una esibizione della rinnovata dottrina Monroe e dell’aggressività imperialista statunitense, il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale. Chiamiamo allora per sabato 10 gennaio una manifestazione a Torino in sostegno del Venezuela bolivariano, per la liberazione del presidente Maduro, contro il terrorismo a stelle e strisce. Convinti che difendere la rivoluzione bolivariana sia difendere un’esperienza reale di società alternativa alla sfruttamento e alla guerra del capitalismo occidentale. Giù le mani dal Venezuela! Libertà per Maduro! Yankee go home! Da Radio Blackout
Regno Unito: sciopero della fame dei detenuti per la Palestina al limite
Prigionieri per la Palestina in sciopero della fame: dopo 64 giorni di digiuno, soffrono di spasmi muscolari incontrollabili e difficoltà respiratorie di Prisoners for Palestine Heba Muraisi, detenuta per la Palestina in sciopero della fame, sta soffrendo di spasmi muscolari incontrollabili che potrebbero indicare danni neurologici e difficoltà respiratorie, mentre continua il suo sciopero della fame a tempo indeterminato.  Muraisi è diventata la persona che ha portato avanti lo sciopero della fame più a lungo, raggiungendo oggi i 64 giorni di sciopero della fame iniziato il 3 novembre 2025. Parlando con Prisoners for Palestine, Muraisi ha descritto di “avere spasmi muscolari e contrazioni al braccio” e di “sentirsi come se trattenesse il respiro senza sapere perché, come se dovesse ricordare a se stessa di respirare”. Muraisi ha affermato che non interromperà il suo sciopero della fame finché il carcere non acconsentirà al suo trasferimento all’HMP Bronzefield: alla fine dello scorso anno è stata trasferita improvvisamente dall’HMP Bronzefield all’HMP New Hall, che dista centinaia di chilometri dalla sua famiglia e dalla sua rete di sostegno. Heba Muraisi è detenuta in custodia cautelare da oltre un anno per attivismo a favore della Palestina, superando i limiti standard di custodia del Regno Unito, e chiede anche l’immediata concessione della libertà provvisoria come parte delle sue richieste per porre fine allo sciopero della fame, nessuna delle quali è stata ancora soddisfatta. È ormai al terzo mese di sciopero della fame con l’impegno incrollabile di garantire che queste richieste siano soddisfatte. Un secondo scioperante della fame, Kamran Ahmed, è stato ricoverato in ospedale per la quinta volta dalla settimana scorsa, da quando ha iniziato lo sciopero della fame. Ahmed ha riferito di essere stato ammanettato con doppie manette durante tutta la sua degenza in ospedale, il che gli ha provocato un gonfiore ai polsi. Il personale sanitario ha avuto grandi difficoltà a inserirgli il catetere a causa degli effetti che lo sciopero della fame ha avuto sul suo corpo, causando il restringimento delle vene e rendendole molto difficili da individuare. Gli esperti medici hanno espresso preoccupazione per questo trattamento, che lui ha dovuto affrontare costantemente durante i ripetuti ricoveri ospedalieri. Ahmed ha segnalato una perdita uditiva intermittente mentre entra nel 57° giorno di sciopero della fame, raggiungendo un punto critico in cui è molto probabile che si verifichino danni fisici irreversibili. Sebbene non sia riuscita a visitare Heba, in una lettera indirizzata a lei, sua madre, Dunya, ha scritto: “Siamo qui dietro di te, ti sosteniamo e ti amiamo senza limiti. Non importa quanto duri la notte dell’attesa, il sole della libertà sorgerà sicuramente”. Oggi Prisoners for Palestine ha annunciato che T Hoxha ha sospeso il suo sciopero della fame dopo aver ricevuto varie richieste, tra cui la consegna della posta arretrata risalente a sei mesi fa, un libro con le scuse per il ritardo e una visita confermata con un membro della Joint Extremism Unit (JEXU) per discutere delle sue condizioni di detenzione individuali. Da quando ha terminato il suo sciopero della fame sabato sera, la prigione ha rifiutato di mandarla in ospedale nonostante le richieste, poiché non è in grado di gestire in modo sicuro la reintegrazione alimentare, che potrebbe causare la sindrome da reintegrazione alimentare. Nonostante l’estrema urgenza della situazione, in cui il rischio di insufficienza organica, paralisi, danni cerebrali e morte improvvisa è sempre più elevato, il governo britannico continua a rifiutarsi di incontrare i detenuti in sciopero della fame e i loro rappresentanti, mettendo a repentaglio le loro vite. Una dichiarazione di Francesca Nadin, portavoce di Prisoners for Palestine, afferma: “Mentre lo sciopero della fame entra nel suo terzo mese, le condizioni di salute di coloro che continuano a digiunare continuano a peggiorare e su di loro incombe un grave pericolo. Nonostante ciò, rimangono saldi nelle loro azioni e convinzioni, convinti che continuare lo sciopero sia l’unico modo per ottenere giustizia di fronte al disprezzo del governo per la vita”. Traduzione di Enzo Ianes per Osservatorio Repressione
Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
Riceviamo e pubblichiamo volentieri… di Yadira Márquez, pubblicato in castigliano in Zona de Estrategia il 06/01/2026 Traduzione da OtrasItalias Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che si trova in una popolata zona dell’est della città. L’onda espansiva fa tremare case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area del sud dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cecilia Flores, viene brutalmente attaccata da circa dieci elicotteri militari statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre istallazioni militari e di comunicazioni in altri punti del paese. La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia, qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo. Nel frattempo, diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda bruciano e la gente che ci abita nei dintorni esce atterrata per strada, i media ufficiali rimangono in silenzio. Nelle reti del chavismo circola un richiamo alla calma, discorsi che parlano di piccoli attacchi, e perfino del fatto che si tratti di velivoli venezuelani, cioè, la solita storia: sminuire o coprire ciò che sta accadendo, perfino se il governo rischia di cadere. In Venezolana de Televisión (il canale dello Stato), una reporter appostata in una strada vuota parlava della normalità e del controllo della situazione. La gente si butta a capofitto sui social per ottenere qualche informazione, per capire cosa stia succedendo, per gestire l’angoscia. Circolano video delle esplosioni, degli attacchi, degli incendi. Osserviamo enormi elicotteri attraversare il cielo della città nel buio. Immagini sconnesse, sciolte, senza un filo che possa generare un senso. Quelle due ore diventano eterne per le dimensioni della violenza e del terrore che essa semina. Solo dopo le quattro del mattino vengono rese note le dichiarazioni di Donald Trump, che annuncia che le forze di sicurezza nordamericane hanno sequestrato il presidente Maduro e Cilia Flores, e che li stanno portando negli Stati Uniti per essere processati per reati quali narcotraffico, detenzione di armi da guerra e qualsiasi altra cosa. Quasi due ore dopo dei bombardamenti appare il Ministro della Difesa, da solo, in un video registrato, denunciando che si tratta di un’aggressione imperiale. Nessuna spiegazione di cos’è successo, di perché è fallita la difesa e nemmeno nessun riconoscimento della sua responsabilità in quella breccia. Il canale dello Stato annuncia che è stato decretato lo “Stato di commozione esterna”, il che implica eccezionalità e restrizioni di garanzie costituzionali, nuovamente senza alcun tipo di dettaglio o di spiegazione. C’è un silenzio ermetico che accresce il turbamento e l’incertezza, prima, e il sospetto poi. Nel suo breve discorso successivo, un commosso Donald Trump parla del successo dell’”operazione”. “E’ stata perfetta”, “l’ho vista in diretta come fosse un film”, “se solo aveste visto la velocità, la violenza”, “soltanto noi potevamo farlo” dice, con un’eccitazione quasi oscena. E’ il potere crogiolandosi su se stesso, celebrando la propria barbarie, narcisista, delirante. Due giorni dopo l’invasione, nel Venezuela c’è un ambiente di incredulità per quanto successo, di commozione per l’aggressione e per la superbia di cui essa è intrisa, ma anche di incertezza per ciò che verrà. I media, controllati dal governo, mescolano documentari di animali con letture di comunicati ufficiali pieni di slogan e niente più. Non troviamo informazioni nemmeno in altri media pubblici come Telesur, che era stata creata per combattere l’accerchiamento mediatico. I pochi e brevi interventi ufficiali, dopo i discorsi antimperialisti di rigore, richiamano alla calma e alla normalità. Non c’è informazione. Non ci sono dati, non ci sono cifre sui feriti e sui morti, non c’è un registro delle zone distrutte, non c’è un’analisi di ciò che è successo e di com’è successo. Possibilmente perché spiegare come abbiano fatto a superare il sistema di difesa senza danni visibili nel proprio equipaggiamento o al personale militare statunitense, o meglio, spiegare perché i sistemi di difesa non si sono attivati, anche se l’invasione era annunciata da mesi, risulta abbastanza compromettente per coloro che controllano i media e detengono finora il potere. La vicepresidente Delcy Rodríguez viene nominata presidente, “messa in carica” grazie alla manovra illegale della Corte suprema di giustizia, che dichiara l’assenza temporanea del presidente (e non la sua assenza definitiva), aggirando così l’obbligo di convocare elezioni tra 30 giorni. Nel suo intervento di sabato pomeriggio lancia gli slogan antimperialisti di rigore, ma domenica propone al governo degli Stati Uniti di costruire un’agenda di collaborazione e dice che la sua priorità è creare un vincolo armonico con quel paese. Dal canto suo, le dichiarazioni di Marco Rubio fanno si che tutte le narrative create per giustificare l’aggressione si sgretolino. Non c’è alcun riferimento a come pensano di smantellare il “cartel de los soles”, non si parla di elezioni, di diritti umani, né si parla del destino degli oltre 800 prigionieri politici rinchiusi in condizioni disumane. Tra la gravità dei fatti e il vuoto di informazione, le venezuelane rimaniamo intrappolate nell’incertezza e nella necessità di trovare un senso. Gli oppositori seguaci di María Corina Machado fanno dei salti mortali retorici per provare a spiegare come mai, nonostante siano tutti loro sostenitori dell’invasione, siano stati tagliati fuori dalle trattative. I seguaci del governo cercano di far conciliare l’indignazione per l’aggressione imperiale con i richiami alla normalità. E’ un paese scisso fino allo sconcerto. Noi che non abbiamo affinità né con l’opposizione classista e antidemocratica (e il suo ingenuo racconto di salvezza) né con l’impopolare governo che si sta incrinando, scegliamo di mettere insieme i frammenti di informazione trovati qua e là. L’assenza di un racconto coerente che faccia filare degli avvenimenti così atroci con i richiami alla calma e alla normalità provoca un vuoto di senso. La gente non sa bene come descrivere ciò che sente, c’è uno stato generale di commozione e allo stesso tempo di passività generale. E’ difficile non immaginare le trattative volte a consegnare Maduro (o a non resistere al sequestro, che è quasi la stessa cosa). In particolare dopo che i portavoci del governo statunitensi hanno affermato che questo era stato preparato per mesi con partecipazione interna. E, ancora meno, dopo che Marco Rubio ha dichiarato che lui stesso era stato presente in conversazioni con Delcy Rodríguez, che si è sempre dimostrata “pronta a collaborare”. Sappiamo che il principale interesse del governo statunitense (oltre a quello geopolitico) è la ricchezza petrolifera venezuelana. Donald Trump ha già annunciato che investirà nell’infrastruttura petrolifera per il suo recupero e far si che generi ricchezza per il paese — il suo? Ha anche detto che per fare ciò ha bisogno al potere coloro che possano garantire un minimo di governabilità e stabilità. Resta nel frattempo la sensazione che non sapremo mai esattamente come sia stata pianificata ed eseguita l’aggressione. Ma l’incertezza verso il futuro immediato è troppo grande per fermarci a pensare a ciò. Le domande su quello che può succedere si moltiplicano. In questo scenario, l’idea che il governo bolivariano possa diventare il nuovo amministratore delle compagnie petrolifere dei gringos ci appare un’immagine alquanto bizzarra, il più triste finale di ciò che una volta fu sogno rivoluzionario.
Repressione e guerra: fronte interno e fronte esterno – La guerra ibrida di Israele in Italia – Venezuela e Palantir – Prisoners for Palestine
Estratti dalla puntata di lunedì 5 gennaio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia UK: AGGIORNAMENTI PRISONERS FOR PALESTINE Aggiornamenti sullo sciopero della fame intrapreso nelle carceri britanniche da compagnx accusatx per le azioni rivendicate da Palestine Action, mentre la lotta prosegue dentro e fuori le galere: REPRESSIONE E GUERRA: IL CONTINUUM TRA MILITARIZZAZIONE E “POLIZIZZAZIONE” Fronte interno – I processi di militarizzazione della repressione non riguardano solo la traslazione di sistemi d’arma dal contesto bellico all’ordine pubblico, ma anche la costruzione del nemico interno e di un arsenale normativo per contrastarlo. Parallelamente, una categoria elastica come quella della “guerra ibrida” può includere anche l’influenza di un paese straniero sugli apparati repressivi e legislativi di un altro Stato? Se così fosse, dovremmo essere in grado di riconoscere la guerra ibrida mossa da Israele. Fronte esterno – L’operazione militare-repressiva che ha portato al rapimento di Maduro e di sua moglie si è costruita all’interno della cornice della guerra al narcotraffico. Se gli Stati Uniti hanno storicamente utilizzato il traffico di droga come pratica militare (Caso Contras, Operazione Blue Moon, ecc.), oggi si rappresentano come vittime di cartelli della droga equiparati a organizzazioni terroristiche in un’inchiesta firmata dalla Procuratrice Generale Pam Bondi, la stessa figura che giocò un ruolo importante nell’iscrizione di Antifa tra le sigle del terrorismo internazionale. Proseguendo lungo questa linea di analisi cerchiamo di osservare alcune possibili cause (narrative, politiche, economiche) dell’operazione in Venezuela, ascoltando le dichiarazioni sugli interessi in quel quadrante della Gen. Laura Richardson (2023 – amministrazione Biden), passando per un breve excursus che riguarda le banane Chiquita e il Guatemala (operazione PBSuccess del 1954), per arrivare al ruolo di Palantir: EFFETTI SANITARI DELLA GUERRA DEI DRONI Partendo da un articolo pubblicato su Lancet, cerchiamo di analizzare le trasformazioni sul piano sanitario apportate dal ruolo centrale delle armi pilotate da remoto e dai sistemi d’arma autonomi nei conflitti contemporanei: da Radio Blackout
Quando la polizia fa pedagogia (e decide cos’è il Bene e cos’è il Male)
C’è qualcosa di profondamente inquietante nella replica del sindacato di polizia Fsp alla lettera dei genitori di Vanchiglia.   Non tanto, o comunque non solo, per i contenuti, quanto per il ruolo che gli agenti si auto attribuiscono: non più garanti dell’ordine pubblico, ma giudici morali, educatori, narratori ufficiali del Bene e del Male. Di fronte a genitori che segnalano disagio per un quartiere militarizzato, per scuole chiuse senza preavviso, per bambini costretti a muoversi tra transenne, furgoni e controlli, per una vita di quartiere sconvolta e non rispettata, la risposta non entra mai nel merito perché evidentemente tutto è percepito come lecito, di fronte alla necessità di sgomberare un centro sociale di quartiere come l’Askatasuna. Non una parola sulla sospensione delle lezioni. Nulla sul diritto allo studio. E nemmeno un accenno alla proporzionalità delle misure. Al contrario, arriva una squalifica totale delle preoccupazioni espresse. Non ci si aspetta che queste risposte le dia la polizia. E infatti non dovrebbe. Sorprende che suoi rappresentanti si sentano legittimati a prendere parola su un tema così politico e delicato. Secondo il segretario provinciale Fsp Luca Pantanella, le accuse sono “ridicole” e i bambini, finalmente, possono andare a scuola “in una zona sicura”. Sicura da chi? Da un centro sociale che per anni ha rappresentato, per una parte del quartiere, un presidio di aggregazione, cultura e socialità. Ma soprattutto: chi decide cosa rende un quartiere sicuro per i bambini? La polizia o le famiglie che lo abitano? Se le famiglie dicono che non si sentono più sicure, chi può dire loro che sbagliano a sentirsi così? E’ davvero surreale. Il passaggio più grave arriva quando Pantanella afferma che “Askatasuna non è un oratorio, ma la base criminale di ogni azione e pensiero sovversivo contro lo Stato”. Qui non siamo più nel terreno dell’ordine pubblico, ma in quello dell’ideologia pura e della propaganda politica. Non un’analisi, non una distinzione, non un fatto: solo un’etichetta totale, che serve a giustificare tutto ciò che è avvenuto e tutto ciò che potrà avvenire. Ancora più inquietante è la chiusura: “Ai bambini i genitori dovrebbero un giorno raccontare che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male assoluto”. È difficile immaginare una frase più rivelatrice. La polizia non si limita a intervenire: riscrive la storia, stabilisce una morale unica, dà la linea politica al governo della Città ed infine indica ai genitori cosa dovrebbero raccontare ai figli. È qui che il confine viene di nuovo, e incredibilmente, superato. Perché nessuno ha delegato le forze dell’ordine a insegnare come si educano i bambini, soprattutto quelli non loro, né a stabilire quali luoghi siano “male assoluto” e quali “bene”. Questa retorica binaria serve solo a una cosa: legittimare la repressione come atto educativo, la militarizzazione come cura, la chiusura delle scuole come effetto collaterale accettabile. I genitori di Vanchiglia stanno difendendo una quotidianità, il diritto dei figli ad andare a scuola senza vivere un clima di assedio, il diritto di un quartiere a non essere trasformato in una zona rossa permanente. La risposta del sindacato di polizia, invece, mostra con chiarezza un’altra idea di città in linea con le politiche del governo: una città in cui chi dissente è il male, chi controlla è il bene e chi vive i territori deve solo adeguarsi e ringraziare. Se questo è il modello di “sicurezza” che ci viene proposto, allora la domanda è semplice e riguarda tutti: da chi dovrebbero davvero essere protetti i bambini?
La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto»
Dopo anni in cui le mobilitazioni sociali languivano e le piazze erano vuote, improvvisamente qualcosa è successo. Per alcune settimane in tutta Italia migliaia di persone, molte delle quali giovani, si sono riversate nelle strade per esprimere solidarietà con il popolo palestinese, oggetto di un genocidio trasmesso in diretta globale. Siamo in presenza di un nuovo movimento? Questa è l’ipotesi che abbiamo formulato esplorando il terreno di coltura da cui le mobilitazioni sono germinate. Abbiamo così ripercorso diverse tracce che portano indietro nel tempo fino al terremoto della crisi globale del 2008, l’origine della lunga frattura da cui il magma della Storia sta tornando a fluire. Da oggi La Lunga Frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto» è disponibile sul sito di DeriveApprodi e nel tuo Infoshop di fiducia (presto una lista aggiornata). Questo libro è il frutto di una riflessione collettiva che si è sviluppata tra il prima ed il mentre di “Blocchiamo tutto”. Ringraziamo le compagne ed i compagni che hanno contribuito alla discussione che ha portato alla stesura ed allo sviluppo di questo volume. Ogni consiglio, ogni critica, ogni punto di vista è stato prezioso per affinare lo sguardo in questi tempi complessi. Ringraziamo DeriveApprodi per la disponibilità a pubblicare questo testo nella collana FuoriFuoco e Angelica Ferrara ed Andrea Wöhr per il progetto grafico. Di seguito pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione al volume, buona lettura! -------------------------------------------------------------------------------- Tre ragazzi di origine magrebina si arrampicano sul tetto di un bar. Hanno il viso coperto e lo smartphone in mano: filmano il serpentone umano che procede lento e impetuoso per la via. A loro volta sono filmati e fotografati dalla gente in corteo mentre sventolano una bandiera della Palestina e accendono fumogeni. Potrebbe essere la copertina di un singolo trap. Una collega di lavoro sui trent’anni si avvicina un po’ imbarazzata, esordisce con un «Non ho mai scioperato prima». Vuole capire come si deve muovere, cosa implicano le minacce del governo, quali sono i suoi diritti. A lavoro non c’è una grande sindacalizzazione, a malapena si sa chi sono gli Rsu, ma il giorno dopo l’ufficio è semideserto. Aperitivo al bar, un amico che lavora in un capannone della provincia racconta orgoglioso che da lui ha scioperato il 60% dei lavoratori. Da quel che sa non era mai successo prima. Dice che alcuni abitanti del suo quartiere si sono organizzati spontaneamente per un cacerolazo. Il posto solitamente è un quartiere dormitorio. Il pollice scorre sullo schermo illuminato. La maggior parte dei reels che si incontrano nello scrolling compulsivo riguardano il movimento «Blocchiamo tutto», l’algoritmo si è dovuto piegare. Post da ogni luogo del mondo parlano di quello che sta succedendo in Italia. Immagini delle imponenti manifestazioni, dei blocchi in autostrada, degli scontri occupano i social, con sottotitoli in lingue sconosciute. Un conciliabolo di compagni diversamente giovani  si confronta concitatamente. Cercano di ricordare se, a loro memoria, hanno mai visto delle manifestazioni così partecipate: «Forse qualcosa negli anni Settanta», ma non ne sono così sicuri. In tutti i loro volti, i nostri volti, c’è entusiasmo e allo stesso tempo spiazzamento. Cosa è successo? Come è successo? Che facciamo? Venivamo da alcuni degli anni più aridi della breve storia del nostro paese dal punto di vista delle piazze. Sembrava un’infinita traversata nel deserto. E poi è successo. Milioni di persone in piazza in tutta Italia. Due scioperi generali effettivi nel giro di una settimana, cortei spontanei, blocchi diffusi ovunque e una composizione tanto eterogenea e trasversale che è difficile fare paragoni con il passato recente. Il movimento «Blocchiamo tutto» ha in pochi giorni attraversato ogni ambito dell’agire sociale nel nostro paese, dalle carceri dove alcuni detenuti hanno scioperato, fino alle ambasciate italiane in giro per il mondo. Certo, l’aria che si respirava nei giorni precedenti al 22 settembre sembrava promettente, ma nessuno avrebbe potuto prevedere l’ampiezza, la capillarità e la radicalità delle mobilitazioni che hanno coinvolto più di cento città in tutto lo stivale. Capita spesso che sia così. Si annusa che il tempo sta cambiando, ma non si riesce a prevedere l’intensità della tempesta che viene. Specialmente in un paese come il nostro in cui da anni si percepiva una certa debolezza dei movimenti sociali, una tendenza alla frammentazione, una mancanza di processi di ricomposizione reale. Eppure, lo abbiamo detto spesso, sotto la cenere che si è posata intorno alla frattura, i carboni continuano ad ardere. Nonostante il disorientamento, lotte, conflitti, mobilitazioni più o meno localizzate, più o meno specifiche, più o meno intense continuavano a emergere in diversi luoghi d’Italia. Di più, ciò che stava cambiando era proprio il clima generale. Ci pareva che la progressiva ristrutturazione capitalistica nella direzione di un regime di guerra stesse segnando nuove faglie sociali, stesse disvelando materialmente alcune delle mistificazioni che hanno caratterizzato gli scorsi decenni, stesse aprendo nuovi scenari. Non potevamo immaginare che molto di quello che ipotizzavamo sarebbe successo così in fretta. Certo, non bisogna farsi prendere da facili entusiasmi, il magma sociale che dal 22 settembre ha iniziato a solcare le piazze non è stabile, non ha ancora trovato delle sue forme esplicite e condivise oltre a quelle della bandiera palestinese e del blocco. Estraniandosi per un momento da queste settimane incredibili possiamo provare a osservare questo ciclo come un epifenomeno. In parole povere è il sintomo di una tendenza storica che non riguarda solo l’Italia, ma perlomeno l’Europa (e forse anche oltre). Non è detto che questa tendenza si affermi e si consolidi – i potenti di questo mondo già al lavoro per impedirlo – ma crediamo che questo evento abbia rappresentato un momento spartiacque. Pensiamo che i movimenti sociali in Italia, dopo un lungo periodo di smarrimento e disorientamento stiano maturando nuove forme, nuove visioni, nuove possibilità. Lo diciamo da subito, ci pare che questo fenomeno sia il prodotto di fattori oggettivi e soggettivi che hanno reagito come in un esperimento chimico generando nuova materia, differente dai fattori originari. Per ordinare la tua copia di La Lunga Frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto» visita il sito di DeriveApprodi.
Corollario globale all’attacco in Venezuela
Dopo il rapimento in grande stile del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro si sono scatenate molte reazioni a livello globale, che si sostanziano principalmente in una generica indignazione di facciata per l’ennesima violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti. Il seguente articolo va letto insieme a questo e questo e prova ad offrire alcune suggestioni su come va inserito l’attacco al Venezuela all’interno degli scenari globali. In particolare in Europa la narrativa che va per la maggiore è quella delle grandi potenze che si spartiscono il mondo: l’attacco al Venezuela sarebbe il frutto di uno scambio politico con la Russia di Putin “autorizzata” a prendersi l’Ucraina, qualcuno si spinge a dire persino con la Cina che in cambio avrebbe Taiwan. Al momento non esistono fatti che supportino questa narrativa, se mai l’attacco al Venezuela dimostra, così come già fu con l’Iran, che la Cina e la Russia al di là delle proteste formali sono in grado di fare ben poco per contrastare la proiezione imperialista statunitense all’interno del quadro globale e difendere i loro alleati nel progetto “alternativo” dei Brics. Tra le anime liberali ci si straccia le vesti per il ritorno della politica di potenza impersonato da Trump. Ma l’intervento statunitense in Venezuela assomiglia in maniera inquietante ad altre operazioni di matrice neocons che hanno accompagnato il mandato dei suoi predecessori. Si chiama la strategia del caos controllato: così come durante la presidenza di Obama l’obiettivo degli Stati Uniti in Siria non era quello di costruire una nuova forma statuale duratura, ma piuttosto garantirsi l’accesso diretto ed il controllo sulle materie prime, così in Venezuela l’interesse esplicitato di Trump non è quello di installare un governo organico agli States, ma che le aziende USA prendano il controllo del petrolio e delle risorse strategiche. Il governo di facciata può essere determinato dalle potenziali guerre civili, o dagli appetiti delle potenze regionali, ma ciò che conta per l’imperialismo statunitense è il controllo sulle catene del valore. Ciò che è inaccettabile per Trump ed i suoi consiglieri è che si formino e prosperino circuiti alternativi dello scambio e della valorizzazione che prescindono dal comando della finanza USA. Questa operazione la dice lunga sulla poca lungimiranza di chi parla senza sufficiente cautela di declino americano, di multipolarismo incipiente ecc… Indubbiamente gli Stati Uniti vivono una crisi su differenti livelli, dal soft power, agli assetti sociali interni, fino ad arrivare alla competizione globale. Ma hanno ancora diverse frecce al loro arco per ristrutturare le gerarchie globali del valore. Come dimostrano il Libano, l’Iran, la Nigeria, ed il Venezuela ora la capacità ordinativa militare ed economica degli Stati Uniti è ancora forte e senza delle controparti reali. Sebbene in seno ad ognuna di queste operazioni nascano nuove potenziali contraddizioni per l’impero, l’effetto principale è quello di una riaffermazione del dominio globale, almeno per il momento.  E’ evidente che la rinnovata aggressività statunitense è dettata dall’avanzamento economico e tecnologico cinese. In particolare sul piano dell’energia e delle materie prime gli Stati Uniti hanno l’esigenza di riaffermare il proprio primato globale colpendo nemici e rimettendo al loro posto gli alleati. Non a caso dopo il Venezuela si inizia a parlare di Groenlandia. Nonostante ciò la sproporzione dal punto di vista della potenza tattico-militare tra gli Stati Uniti ed i loro competitors rimane abissale. Questa potenza, checchè se ne dica, è prima di comando economico che militare. La capacità degli Stati Uniti di possedere tutt’ora le principali leve finanziare e l’apice delle filiere tecnologico-militari è ciò che permette a Trump di portare avanti la sua agenda senza significativi costi. Quella di paesi come il Venezuela, la Bolivia ed altri è la classica profezia che si autoavvera. Progetti alternativi al capitalismo statunitense si scontrano inevitabilmente con il controllo che questo è in grado di esercitare sulle catene del valore. Decenni di sanzioni, blocchi commerciali, isolamento internazionale, complotti politici e finanziari generano crisi economiche e sociali che alimentano a loro volta la narrativa del “There is no alternative”. Intanto, quasi inevitabilmente, specialmente per le economie meno strutturate la crisi coincide con l’adozione di misure da stato d’emergenza atte a tenere in piedi il progetto politico “alternativo” e/o la burocrazia politica che nel frattempo si è generata. La ricerca di alleanze tra gli altri paesi ostili al dominio imperialista statunitense garantisce per un certo periodo la sopravvivenza, ma non lo sviluppo di un’effettiva autonomia strategica in termini economico-politici. Infine gli Stati Uniti utilizzano le finestre di opportunità (o le creano) per imporre nuovamente il proprio controllo. Ancora una volta la Cina e la Russia protestano vivacemente, ma soccombono politicamente. Addirittura con gli emissari cinesi che appena pochi minuti prima avevano lasciato Caracas. Va detto che nonostante il rapimento da film hollywoodiano di un Capo di Stato la partita sulla spartizione delle risorse venezuelane è ancora aperta e non è chiaro come le aziende USA dovrebbero prenderne possesso. Allo stesso tempo di fronte ad una azione militare di questa portata tanto il dollaro come moneta di scambio internazionale, quanto il debito estero statunitense riacquistano credibilità e questi sono tra i principali nodi che fanno tremare i polsi nei corridoi della Casa Bianca. Sul piano delle masse del paese soggetto all’attenzione statunitense poi il dilemma che si produce è sempre lo stesso: unirsi alle rivolte contro le condizioni di vita imposte dalla crisi economica o sostenere la sovranità e l’autodeterminazione del proprio paese? Il pendolo oscilla a volte di là a volte di qua, a seconda della forza delle organizzazioni popolari, della consistenza dei blocchi sociali che sostengono il governo, della coesione sociale residua, della solidarietà internazionale. Questo produce gli scenari stranianti e paradossali a cui stiamo assistendo: a vincere non sono né le forze della borghesia locale, sedotte ed abbandonate da un progetto imperialista che ha mire ben  diverse dallo sviluppo del Venezuela, né quelle del proletariato, forse organizzato, ma non sufficientemente determinato per ingaggiare una guerra anticoloniale (almeno da ciò che si percepisce al momento).  Non c’è altra via dunque? Qualche parziale risposta, come dicevamo qui, ce l’ha offerta il movimento contro il genocidio che è riuscito a sviluppare una tattica globale di intervento sulle catene del valore complici nel massacro dei palestinesi di Gaza. Certo questa tattica non si è trasformata in una strategia vera e propria e non ha mai assunto le forme di una contesa sul potere, ma ha comunque generato contraddizioni, confusione, rapporti di forza nuovi a livelli di profondità inediti che hanno avuto un peso effettivo sull’andamento della storia. Ciò è potuto accadere anche perché l’abisso delle politiche genocidiarie di Israele per un momento ha cancellato distinguo e neneismi che di fronte alla portata dei fenomeni storici sono al più facezie. Ma è successo anche perché era evidente che né la Russia, né la Cina, né nessun altro “polo” avrebbe fatto di più di qualche dichiarazione per il popolo palestinese e quindi toccava a tutti noi farlo. La posta in palio di questa fase, e la controparte ne è più consapevole di noi, è la nascita di nuove forme dell’organizzazione di classe per sè. L’illusione multipolarista è il veicolo che sta trascinando per un tratto le carrozze della lotta di classe al loro appuntamento. Il repertorio democratico-liberale è un ostacolo gettato sui binari della storia, lasciamolo andare, è il momento di costruire per la nostra parte. Forse vedremo ruggire ancora la locomotiva.
Napoli: assemblea cittadina. Difendiamo i CSOA, difendiamo il nostro futuro
Dopo gli sgomberi del Leoncavallo a Milano e dell’Askatasuna a Torino, la scure repressiva del governo Meloni prova ad abbattersi su quante più possibili esperienze di dissenso e di lotta che nei decenni hanno portato alla nascita dei Centri Sociali Occupati Autogestiti. L’obiettivo governativo è più che mai chiaro, in una fase storica di sempre più difficile gestione. Per problematiche sia interne che internazionali, la soglia di tollerabilità del dissenso rasenta lo zero assoluto. La narrazione dall’alto non può più, per totale assenza di risposte, permettere che esistano spazi di resistenza capaci di organizzare forme di lotta e conflittualità che mettano in discussione quanto da loro desiderato. Dalla loro nascita i CSOA si configurano come luoghi che rendono possibile l’aggregazione di soggettività dissidenti, l’esercizio di pratiche politiche alternative, la produzione culturale controegemonica e le esperienze di opposizione sociale. In queste capacità si colloca la richiesta di sgombero del CSOA Officina99, del Gridas, del Civico 7, e di tutte quelle esperienze territoriali che in questa fase storica costituiscono una minaccia da eliminare da ogni contesto urbano. L’attacco ai CSOA serve a perpetuare la logica delle perenni emergenze, opera di distrazione di massa dai veri problemi dei popoli: sanità, casa, lavoro, reddito, ambiente, servizi sociali. Eliminare gli spazi di aggregazione per ridurre le forme di opposizione alle politiche di warfare imperialiste e colonialiste. Difendere questi spazi significa difendere il diritto di riunirsi, prendere parola, costruire alternative, sperimentare forme di vita non mercificate. Per rilanciare un dibattito cittadino e una ricomposizione nelle lotte contro il governo fascista della Meloni, per contrastare gli sgomberi, per difendere le autogestioni, chiamiamo a confronto tutti gli spazi occupati cittadini e con loro lavoratori, disoccupati e precari, migranti e tutti coloro che non accettano la gabbia securitaria che ci stanno costruendo intorno. Vi aspettiamo sabato 10 gennaio dalle ore 17:00 per un’assemblea cittadina al CSOA Officina 99.
Aeroporto di Firenze: il “conflitto progettuale” è ancora aperto
Abbiamo elaborato un’introduzione all’intervista a Fabrizio Bertini, attivista da anni impegnato nella difesa della Piana, svolta dalla redazione di Per un’altra città, che fa il punto sulle contraddizioni del progetto di ampliamento dell’aeroporto di Firenze.  Queste righe sono il frutto di un confronto con l’Associazione Il Giardino dei Fenicotteri Piana di Lecore. Ciò che ci è sembrato importante è sottolineare l’emersione di una soggettività contro il progetto di città e territorio che guida da anni la zona fiorentina, e che, come è stato sottolineato dalla nostra interlocutrice, lì non si vedeva da un po’ di tempo a questa parte. Questo progetto, che minaccia l’ecosistema naturale e sociale della piana, viene riproposto da ormai 10—15 anni, a prescindere dai molti no ricevuti dalle autorità competenti. Nonostante due ricorsi – rispettivamente al TAR e al Consiglio di Stato – che hanno prodotto bocciature del progetto, i fautori non demordono, proclamando che l’ultima iterazione della proposta di ampliamento abbia ricevuto esito positivo (vedere intervista per contestualizzare il responso, che positivo non è). Altrettanto lunga è però la storia delle opposizioni a tale progetto, una lotta portata avanti in modo spontaneo da comitati e associazioni (VAS – Vita Ambiente Salute, No aeroporto, Legambiente, Italia Nostra, Il Giardino dei Fenicotteri) e a cui si sono aggiunte anche varie amministrazioni locali (Sesto, Calenzano, Campi Bisenzio, Carmignano, Poggio a Caiano, Pisa) che presenteranno un ricorso che si affianca a quello delle associazioni. A che pro erigere una nuova e immensa città di cemento su una piana alluvionale? Non è quindi solo lo sfregio materiale sull’ambiente di questo ampliamento a essere combattuto, ma anche quello che rappresenta: un modello di insostenibilità, che insiste su una visione della città di Firenze sostanzialmente abitabile da ricchi e a disposizione del turismo mordi e fuggi, ma  invivibile per chi ci abita. Un modo di continuare ad uccidere la città e di spingerne all’esterno i cittadini, con la conseguenza di cementificare ulteriormente le periferie per nuovi alloggi, in un ciclo che non propone altro che la reiterazione di sé. Una logica in fondo schizoide, lì dove una delle opere di compensazione previste dal progetto consisterebbe nello spostamento di un laghetto – o meglio un insieme di  habitat umidi protetti  WWF – in una zona dove sarebbe previsto il progetto di ponte collegamento di due sponde dell’Arno, a sua volta spostato (triplicando i costi) dove ora c’è meraviglioso parco fluviale esito di una passata opera di compensazione.  Al contempo però, anche in seguito agli eventi alluvionali che hanno colpito Sesto e Campi Bisenzio nel 2023-24 e alle spregiudicate operazioni architettoniche recenti del capoluogo toscano, pare essersi risvegliata e diffusa su più fronti una sensibilità e una predisposizione all’opposizione, anche militante, che non si vedeva da tempo, e che ha per oggetto le politiche urbanistiche del comune di Firenze, e che non si ferma a Firenze ma anzi rinnova la centralità e il protagonismo del territorio che la circonda (e che il 17 dicembre ha riempito, come non si vedeva da tempo, il teatro Dante di Campi Bisenzio proprio per discutere del progetto di ampliamento dell’aeroporto). Una mobilitazione che, lungi dalla sola opposizione, presenta progettualità, come quella del Parco Agricolo della Piana, che punta a ricostruire corridoi ecologici e puntare a economia agricola, come da vocazione storica di quel territorio (per questo progetto, 40 associazioni hanno sottoscritto un patto presentato alle istituzioni lo scorso settembre). O come l’Associazione Giardino dei Fenicotteri Piana di Lecore, nata da un anno per proteggere gli habitat umidi della Piana di Lecore (come la zona SIR del comune di Campi Bisenzio). Questo movimento trasversale punta ora a fare rete e a innescare sinergie per costruire una massa critica: manifestazioni, passeggiate conoscitive, convegni con esperti dall’università. Insomma, coinvolgere la cittadinanza nella conoscenza della bellezza di questo territorio e dei progetti che lo minacciano. Buona lettura! AEROPORTO DI FIRENZE: LA PARTITA È ANCORA APERTA. COSA RESTA IRRISOLTO DOPO IL DECRETO MINISTERIALE Articolo della redazione di Per Un’Altra Città Il decreto ministeriale sul nuovo aeroporto di Firenze c’è, ma non chiude la partita. Il parere è positivo “con riserva”: gli stessi proponenti ammettono che le misure di mitigazione non eliminano i danni agli habitat protetti. Adesso la questione si sposta a Bruxelles, dove la Commissione Europea dovrà decidere sulla deroga alla Direttiva Habitat. Nell’intervista, Fabrizio Bertini, attivista da anni impegnato nella difesa della Piana, spiega perché la situazione amministrativa è ancora aperta e quali sono le vere criticità che il progetto non ha risolto. Il Ministero dell’Ambiente ha dato l’ok al nuovo aeroporto di Firenze, ma la storia è tutt’altro che finita. Anzi, forse è appena iniziata. Perché quel parere positivo arriva carico di condizioni e soprattutto di un’ammissione: le misure per ridurre l’impatto ambientale non bastano a eliminare i danni agli habitat protetti. Adesso la questione si sposta a Bruxelles, alla Commissione Europea. Ma quali sono davvero i nodi ancora irrisolti? E perché gli attivisti parlano di “conflitto progettuale” ancora aperto?  Il Ministero dell’Ambiente e il Ministero della Cultura hanno dato parere positivo al progetto di sviluppo dell’aeroporto di Firenze fino al 2035. Tuttavia, questo parere è condizionato a: * Rispettare le prescrizioni ambientali della Commissione VIA-VAS n. 106 del 1° settembre 2025 * Rispettare le condizioni del Ministero della Cultura * Ottenere il parere positivo della Commissione Europea sulla VIncA (valutazione impatto su habitat protetti) A che punto siamo con l’iter autorizzativo e quali questioni restano da risolvere dopo questo Decreto?”  La reale situazione amministrativa della procedura di approvazione del nuovo aeroporto non è definitiva, tutt’altro. La partita è ancora aperta a causa degli effetti dannosi della nuova infrastruttura aeroportuale che gli studi di impatto ambientale non hanno risolto, per ammissione dello stesso proponente, dei due Ministeri e della Commissione nazionale di Valutazione. Il ‘conflitto progettuale’ continua. Dobbiamo averne consapevolezza. In estrema sintesi: a) Il progetto e le valutazioni conseguenti si muovono nel campo della compatibilità ambientale, territoriale e sanitaria. La compatibilità è un ‘dispositivo’ inadeguato rispetto all’attuale collasso sistemico della piana e del pianeta, alla sicurezza energetica – considerato il picco delle fonti fossili – e alla non banale quanto inevitabile transizione energetica verso le energie rinnovabili e le pratiche di riutilizzo e riciclaggio di materia ed energia (pratiche peraltro sbandierate come politica economica dalla UE con l’assunzione della logica produttiva circolare basata cioè sui cicli biogeochimici). Transizione energetica – ed ecosistemica – che, per essere seria e conseguente, impone il blocco di opere e di trasformazioni ad alta spesa energetica e ad alta entropia, quali l’aeroporto e la colata lavica cementizia delle trasformazioni territoriali che imperterrite continuano a interessare la piana e non solo la piana. Ed è inadeguata rispetto alla salvaguardia dinamica dell’ecosistema pianura, colline, acque, insediamenti (ecosistema metropolitano Firenze, Prato, Pistoia). Su questi aspetti bisogna tornare. A breve vi tornerò. Su questo sfondo reale e insormontabile si colloca l’ostacolo primo e decisivo al Project Review. Infatti, per ammissione del proponente, della Regione Toscana, della Commissione nazionale VIA, dei due Ministeri, gli studi di impatto ambientale e le proposte avanzate per superare i punti critici di tipo ambientale, territoriale, paesaggistico, non sono riusciti nell’intento. “Le misure di mitigazione previste sono ritenute efficaci ed efficienti per adeguati contenimenti e riduzioni degli effetti generati dal progetto, ma non eliminano l’azione di interferenza funzionale e di sottrazione diretta permanente (per obliterazione dovuta a interferenza con la localizzazione, la dimensione e l’ingombro fisico di talune opere di progetto) di habitat comunitari e di sottrazione, in parte permanente, di habitat di specie” [ndr: ivi compresa quella umana]. b) La deroga irricevibile. Stante la non efficacia delle soluzioni proposte, TA ed ENAC propongono all’Autorità competente di avviare, nei confronti della Commissione UE, il procedimento di deroga ai sensi del paragrafo 4 dell’art. 6 della Direttiva 92/43/CEE, Direttiva Habitat (Autorità competente che si muove sulla spinta del proponente: un caso oggi frequente quanto perverso di esercizio della potenza di gruppi privati sulla dimensione pubblica-comunitaria, lo Stato-Comunità al quale si riferiscono eminenti costituzionalisti, per citarne solo uno Paolo Maddalena). Il proponente richiama motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, di miglioramento ambientale e sanitario con importanti benefici economici per la collettività locale e regionale. L’interesse pubblico/collettivo, viceversa, al tempo del collasso sistemico energetico ed ecosistemico, è tutt’altro: la salvaguardia della salute delle popolazioni umane e degli altri viventi, messa a repentaglio dal nuovo aeroporto che destruttura il complessivo ambiente di vita della piana, altera la dimensione idrogeologica del territorio già ampiamente compromessa per l’occupazione edilizia degli spazi aperti del sistema idraulico e per i cambiamenti dei flussi delle piogge dovuti al riscaldamento globale e locale (come è conclamato dalle recenti alluvioni nella piana). È vero che gli abitanti di Le Piagge, Peretola, Quaracchi, Brozzi patiscono da anni il rumore e i sorvoli inquinanti, ma il nuovo aeroporto non cambia la situazione di inquinamento e dei disagi: la sposta di qualche centinaio di metri, ampliando i propri effetti negativi su altre popolazioni a Campi, Capalle, San Donnino, Prato. Recenti studi sanitari e ambientali sul territorio vicino all’aeroporto di Malpensa [valle Olona] mettono in evidenza danni funzionali alla salute umana e in particolare alle vie respiratorie. D’altra parte, l’attuale aeroporto andava chiuso da tempo perché non ha la conformità urbanistica e per la mancata effettuazione delle opere di contenimento del rumore sulle abitazioni. c) Non si può non ricordare che c.1) l’obiettivo della Direttiva Habitat è la salvaguardia della biodiversità europea, perseguita anche ma non solo attraverso la tutela di Zone speciali di conservazione (ZSC) e di Zone di protezione speciali (ZPS) per la conservazione delle specie animali e vegetali, e la costituzione della Rete europea Natura 2000, reti ecologiche di cui abbiamo nella piana i due corridoi ecologici est e ovest e le aree umide. c.2) Tuttavia l’obiettivo è la salvaguardia della biodiversità europea che ha una dimensione ecosistemica e relazionale: nella piana, limitatamente alle aree umide, questo ecosistema inizia a ovest di Baciacavallo e si svolge fino al cosiddetto lago di Peretola, comprendendo Renai e parco fluviale di Lastra a Signa; e la tutela della biodiversità comprende tutto il sistema di ecosistemi pianura, colline, spazi aperti interrelati al sistema insediativo. Non si tratta quindi di alcune, peraltro non efficaci a detta dello stesso proponente, compensazioni ambientali di spostamento (lago di Peretola a Pian di Manetti), ma della biodiversità ecosistemica che è la base della salute umana. La mobilitazione e la pressione devono indirizzarsi verso la Commissione europea: per le critiche situazioni idrogeologiche, per la tutela della biodiversità e degli ambienti di vita, per una coerente conversione ecologica del sistema insediativo e per la difesa della salute. Il Pit e il vanificato proposito regionale di un consumo zero di suolo come entrano nel ‘ conflitto progettuale’ ?  Il Pit – Piano paesaggistico regionale- propone una lettura ecosistemica del territorio ed è un punto di riferimento chiave per la tutela della biodiversita’ e degli ambienti di vita degli abitanti umani e non umani. In questo quadro rientra il Parco agroecolgico che viene coerentemente inteso come elemento ordinatore della gestione del territorio e degli usi possibili del suolo/ della terra. Tali utili strumenti devono essere tuttavia inquadrati all’interno dello spazio-tempo dell’ecosistema metropolitano e tener conto della necessità inderogabile di ridurre al minimo indispensabile l’ utilizzo di materia-energia, riferendolo a una transizione energetica delle comunità insediate a base di fonti rinnovabili, e a pratiche produttive di riutilizzo e di design di rigenerazione, a partire dal sistema insediativo e dalle produzioni manifatturiere. Il nuovo aeroporto non rientra tra gli usi indispensabili. E aumenta i danni ambientali e sanitari. Il parere tecnico del Ministero della cultura per quanto timoroso, inquadra la dimensione dell’area vasta implicitamente riferendosi alle geografie dell’ecosistema metropolitano, seppure sottolineandone prevalentemente gli aspetti percettivi e della ‘intervisibilita’. Tra gli altri aspetti, il Ministero della cultura si riferisce alla Buffer Zone all’interno della quale si colloca il progetto del nuovo aeroporto. Come è noto la Buffer Zonee’ la zona di salvaguardia del Centro storico Unesco della città di Firenze, che la stessa Unesco definisce e cartografa quale zona di tutela per la salvaguardia di Firenze e che comprende la pedecollinare preappenninica di Firenze e di Sesto fiorentino, la piana fino al torrente Marina e a sud/ ovest fino all’ autostrada Firenze- Mare. Se in tale zona non si possono fare interventi di trasformazione territoriale che possono alterare il bene centro storico della città del giaggiolo, come è possibile che vi si collochi un aeroporto le cui piste sono di 1200 metri e i voli 50.000 all’ anno? La Buffer Zone Unesco è stata recepita dal Comune di Firenze e dalla Città metropolitana. Anche il Ministero della cultura pone condizioni stringenti alcune delle quali potranno essere meglio definite quando vedrà la luce il progetto esecutivo. Lo stesso limite di indeterminazione è riferibile a buona parte delle 14 condizioni poste dalla Commissione nazionale di valutazione. I Comuni di Sesto fiorentino, di Campi Bisenzio, di Calenzano, di Carmignano hanno annunciato ricorso al Tar – il Comune di Prato oggi commissariato, ha dichiarato a più riprese la propria contrarietà al nuovo aeroporto. Qual’ è il ruolo delle amministrazioni locali contrarie al progetto? La contrarietà dei Comuni della piana e dei loro abitanti è una spia e un paradigma della possibile rinascita del protagonismo del ‘contado’ sulla città egemone che tuttavia non ha più una visione lungimirante che pare, viceversa, abitare le realtà della piana vasta dall’Apparita alla sella di Serravalle pistoiese. A prescindere, ma è un prescindere positivo, credo che l’ Alleanza Comunità insediate/ Comuni abbia una dimensione strategica certo da agire con pensiero critico- costruttivo. Tale Alleanza, iniziata con quella tra Rifiuti Zero e i Comuni di Sesto, Campi, Calenzano, Carmignano e proseguita tra Grasp/ Alterpiana per l’ ecosistema metropolitano e i medesimi Comuni, non è una concertazione ma un percorso di crescita, di riappropriazione del territorio dove si vive, di azione- progettualità per la difesa degli ambienti di vita e della salute. Si tratta di fare massa critica e propositiva comune. In questo quadro tutte le realtà- Comuni, Comitati, Associazioni, Lavoratrici e Lavoratori, Ricerca e Università, Contadine/i, Abitanti che hanno a cuore il proprio territorio- dovrebbero a mio avviso costruire una mobilitazione collettiva sia nei confronti della Commissione UE che sul territorio. La partita è aperta. Alcune criticità appaiono insormontabili. Quali sono a tuo avviso le più rilevanti?  Detto della salvaguardia della biodiversità in senso letterale ed ampio [ diversità del bios e delle relazioni tra bios umano e bios degli altri viventi], a mio avviso, ma è una banalità: * l’ ulteriore peggioramento della situazione idrogeologica della piana, sia per la deviazione del Fosso reale, del reticolo dei corsi d’ acqua minori, della distruzione di suolo rurale con le opere di collegamento, la stazione aeroportuale, la pista. * la questione delle terre e delle rocce di scavo che come altri elementi critici viene rimandata alla fase del progetto esecutivo; * la questione del rumore e dell’ inquinamento degli aeromobili, che ampliano e diffondono i rischi sanitari. * la realizzazione del nuovo ponte di Signa in una posizione che va ad intasare il nodo Renai/ duplice ferrovia Firenze/Pisa per far posto al nuovo lago di Peretola spostato a Pian del Manetti, con la rimozione del cappellaccio di inerti e di argilla con rischi per la falda ( inquinamento); * la spesa energetica ( materia- energia) senza che il proponente abbia presentato un bilancio energetico complessivo delle opere ivi compresa l’ energia utilizzata per realizzare le opere; * l’inderogabile necessità di lasciare il sistema delle aree libere di pianura alla vegetazione arborea / boschi di pianura e alla produzione di cibo biologico di prossimità.