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Informazione di parte

Israele ostacola la ripresa dell’istruzione a Gaza a causa del continuo Scolasticidio
Oltre il 90% delle scuole di Gaza è stato danneggiato e la stragrande maggioranza è ancora utilizzata come rifugio per gli sfollati. Fonte: English version da Invictapalestina Immagine di copertina: Oltre il 90% delle scuole di Gaza è stato danneggiato e la stragrande maggioranza è ancora utilizzata come rifugio per gli sfollati. (Foto: Omar Ashtawy/APA) Dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani – 5 marzo 2026  Territorio Palestinese – Israele continua a commettere Scolasticidio nella Striscia di Gaza, 28 mesi dopo il suo attacco militare, attraverso politiche sistematiche e deliberate volte a impedire alla popolazione di ripristinare l’istruzione. Queste politiche includono il blocco in corso, l’attacco a obiettivi civili, comprese le strutture scolastiche, attraverso bombardamenti e distruzioni, l’impedimento della ricostruzione e l’ostruzione dell’ingresso di materiali, attrezzature e risorse operative necessarie per ristrutturare e gestire scuole e università. Di conseguenza, centinaia di migliaia di studenti rimangono tagliati fuori dall’istruzione formale. La realtà attuale riflette un modello sistematico israeliano volto a distruggere il sistema educativo nella Striscia di Gaza prendendo di mira i civili, inclusi studenti, insegnanti e accademici, e attaccando obiettivi civili come scuole e università, rendendoli inutilizzabili. Questo radica lo Scolasticacidio in una politica più ampia volta a distruggere le fondamenta della vita nell’enclave e a privare la società della sua capacità di sopravvivere e riprendersi, favorendo al contempo gli sfollamenti forzati e la riorganizzazione coercitiva della realtà demografica e sociale. Ciò che rimane dell’istruzione nella Striscia di Gaza è limitato a un apprendimento parziale in scuole gravemente danneggiate o semi-distrutte gestite dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), insieme a piccole iniziative comunitarie e scuole private temporanee. La maggior parte opera in tende che non soddisfano gli standard minimi di sicurezza, protezione o istruzione e operano in condizioni di costante instabilità e pericolo. Di conseguenza, oltre 780.000 studenti sono stati privati dell’istruzione regolare per tre anni accademici consecutivi. Questa prolungata interruzione aggrava le lacune di apprendimento, interrompe il percorso accademico degli studenti e compromette le loro possibilità di completare l’istruzione superiore e di entrare nel mercato del lavoro. L’attacco militare israeliano ha causato perdite catastrofiche e senza precedenti nel settore dell’istruzione, colpendo vite umane, infrastrutture e ambiente educativo. Ciò si verifica in un contesto che consolida il Genocidio Scolastico come un attacco sia agli individui che alle istituzioni. L’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha documentato l’uccisione di 18.911 studenti e 1.362 studenti dell’istruzione superiore, oltre al ferimento di 2.931 studenti dell’istruzione superiore e decine di migliaia di altri studenti che hanno riportato lesioni di varia natura. Inoltre, gli attacchi dell’esercito israeliano hanno ucciso 794 insegnanti e 246 membri del corpo docente e ricercatori universitari, ferendone rispettivamente 3.261 e 1.491. Ciò rivela un attacco diretto e sistematico al sistema della conoscenza palestinese, attraverso attacchi ai suoi quadri educativi e di ricerca e minando la sua capacità di proseguire, recuperare e riprodurre la conoscenza. Queste cifre non rappresentano perdite isolate. Rivelano un modello ampio e sistematico che prende di mira il processo educativo in tutte le sue componenti, inclusi studenti e personale docente, amministrativo e di ricerca. Tali attacchi minano la struttura della conoscenza della società, ne indeboliscono la capacità di resistere e riprendersi e lasciano conseguenze durature sulle prospettive di sviluppo e ricostruzione per i decenni a venire. L’esercito israeliano ha bombardato direttamente 668 edifici scolastici, distrutto completamente 179 scuole pubbliche e danneggiato gravemente altre 118, oltre ad aver bombardato e vandalizzato 100 scuole dell’UNRWA. Un totale di 63 edifici universitari sono stati completamente distrutti, con gravi danni alle università e agli istituti rimanenti. I danni materiali hanno colpito il 95% delle scuole nella Striscia di Gaza, con oltre il 90% degli edifici scolastici che necessitavano di ricostruzione o di importanti interventi di ristrutturazione, lasciando la stragrande maggioranza fuori servizio. Ciò riflette una politica di distruzione sistematica delle infrastrutture educative, ingiustificabile per motivi di necessità militare, data la portata, la portata e la natura ripetuta degli attacchi. Questo schema dimostra che questi attacchi non costituiscono danni incidentali alle infrastrutture educative, ma un vero e proprio Genocidio Scolastico, perpetrato nell’ambito del Genocidio israeliano contro i palestinesi, che prende di mira le basi della loro sopravvivenza e distrugge le condizioni della loro vita presente e futura. Soluzioni temporanee mal strutturate e la spinta verso l’apprendimento a distanza in condizioni di interruzioni di corrente, internet lento e condizioni di insicurezza non riescono a soddisfare gli standard educativi di base e non possono sostituire l’istruzione formale. Affidarsi a tali misure parziali consolida la disgregazione continua, aggrava le lacune educative e lascia effetti psicologici e sociali duraturi su una generazione cresciuta sotto bombardamenti, blocchi e privazioni. L’Osservatorio Euro-Mediterraneo sottolinea che il salvataggio del processo educativo richiede un piano di emergenza completo che ripristini scuole e università al normale funzionamento ove possibile, fornisca strutture temporanee che soddisfino gli standard minimi di sicurezza e qualità didattica quando necessario, implementi programmi di supporto psicologico e di compensazione accademica per gli studenti e riabiliti il personale e le strutture colpite secondo una tempistica chiara e annunciata pubblicamente, con meccanismi di monitoraggio per garantirne l’attuazione e la responsabilità. I bambini nella Striscia di Gaza sono il gruppo più preso di mira e colpito dal Genocidio in corso. La loro sofferenza si estende oltre le uccisioni e le ferite, fino alla distruzione delle condizioni di vita presenti e future, tra cui la perdita di familiari, cure e protezione; ripetuti sfollamenti forzati; mancanza di sicurezza, cibo, acqua e assistenza sanitaria; e un grave deterioramento della salute mentale dovuto a continui bombardamenti, paura e perdita. Sono inoltre privati del gioco, di spazi sicuri e di stabilità sociale. Lo Scolasticidio è uno strumento centrale in questa persecuzione, che esclude i bambini dall’istruzione formale durante i loro anni più critici, creando profonde lacune nella conoscenza, aumentando i rischi di abbandono scolastico, lavoro minorile e matrimoni precoci, e minando la loro capacità di riprendersi e ricostruire le proprie vite, minacciando una generazione privata di una crescita sana, dignità e opportunità. La comunità internazionale deve fare pressione su Israele affinché cessi immediatamente di colpire obiettivi civili, comprese le strutture scolastiche, e revochi le restrizioni che ostacolano il ripristino del settore dell’istruzione. Ciò include l’ingresso di materiali di ricostruzione e forniture operative per riabilitare scuole e università, nonché di materiali didattici essenziali come cancelleria, libri, computer e strumenti didattici. Le restrizioni dovrebbero essere revocate anche per le unità prefabbricate (roulotte) da utilizzare come aule temporanee che soddisfano standard minimi di sicurezza e funzionalità, piuttosto che per la formazione continua in tende che non offrono un ambiente di apprendimento adeguato. L’Osservatorio Euro-Mediterraneo invita le autorità amministrative che gestiscono la Striscia di Gaza, incluso il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, ad adempiere alle proprie responsabilità legali e amministrative dando priorità all’istruzione. Ciò richiede l’adozione di un piano di emergenza trasparente e pubblicamente annunciato per ripristinare la regolare istruzione, che comprenda la valutazione dei bisogni, l’individuazione di sedi scolastiche temporanee che soddisfino gli standard minimi di sicurezza e protezione, l’attuazione di sessioni di recupero e supporto psicosociale e l’istituzione di meccanismi di monitoraggio e rendicontazione per evitare di limitarsi a gestire la crisi o di affidarsi a iniziative irregolari e insostenibili. Gli organismi competenti delle Nazioni Unite, tra cui il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) e l’UNRWA, nonché le istituzioni internazionali incentrate sull’istruzione, devono andare oltre le formalità e adottare un intervento coordinato e pratico. Ciò dovrebbe garantire finanziamenti urgenti e un piano di attuazione per ricostruire le infrastrutture scolastiche e ripristinare l’istruzione formale secondo gli standard internazionali. Inoltre, gli sforzi dovrebbero includere la fornitura di materiali didattici alternativi, il supporto alla formazione del personale, l’ampliamento dei programmi di protezione e supporto psicosociale per i bambini e l’istituzione di meccanismi di supervisione per garantire che la ricostruzione non venga ostacolata e che le strutture scolastiche rimangano sicure. I programmi di riabilitazione e di supporto psicosociale devono essere integrati come parte fondamentale e sistematica del futuro curriculum educativo per affrontare il profondo trauma psicologico vissuto da oltre 780.000 studenti e per impedire che l’interruzione dell’istruzione causi danni irreversibili e a lungo termine. Il perdurare di questa situazione costituisce una palese violazione del diritto all’istruzione e consolida le ripercussioni a lungo termine sul tessuto sociale, economico e culturale della Striscia di Gaza. L’Osservatorio Euro-Mediterraneo sottolinea la necessità di un’azione internazionale urgente per porre fine allo Scolasticacidio, proteggere scuole e università come spazi sicuri per l’apprendimento e la vita, e salvaguardare i diritti dei bambini di Gaza, inclusi il diritto alla vita, alla sicurezza, all’assistenza, alla salute, all’istruzione e a uno sviluppo sano, libero da uccisioni, lesioni, sfollamenti e privazioni sistematiche dell’infanzia. Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
7-8-9 marzo, sciopero transfemminista
È finita ieri la tre giorni di mobilitazione e sciopero globale femminista e transfemminista, indetta per il weekend dell’8 marzo. In più di sessanta città italiane sono stati organizzati presidi, cortei, manifestazioni e contestazioni, partecipati da decine di migliaia di persone. Un weekend di lotta che si inscrive in una più ampia mobilitazione contro la violenza di genere, la guerra e la precarietà.  “Le nostre vite valgono, noi scioperiamo” lo slogan scelto da Non Una di Meno per la piattaforma politica degli scorsi giorni, indicando nei territori la pratica dello sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal genere e dai generi. Manifestazioni e presidi il 7-8; lo sciopero il 9, indetto anche dalla CGIL e dai sindacati di base. Centrale è stata la partecipazione dalle scuole e dalle università, dove, tra cortei interni, presidi, iniziative sociali e scioperi – soprattutto nella giornata di ieri -, le giovani hanno dimostrato cosa vuol dire opporsi alla violenza di genere e attaccare le strutture di dominio che permeano anche i luoghi della formazione. Ormai, anche al di fuori dei momenti di immediata risposta ai femminicidi che vengono mediatizzati si evince un costante lavoro ed esigenza che dal basso costruisce rapporti, contro percorsi e possibilità di lotta.  Già il 28 febbraio, 10mila persone si riunivano a Roma per il corteo nazionale contro il DDL Bongiorno, inaugurando una mobilitazione permanente contro il disegno di legge bipartisan sulla violenza sessuale, nel quale viene sostituito il consenso con il modello interpretativo del dissenso. Un percorso che coinvolge le reti transfemministe di tutto il Paese e che vede una convergenza estesa contro l’ennesimo rafforzamento del dominio patriarcale sulla società. La grande partecipazione che si è vista in questi giorni mostra ancora quanto la questione di genere rappresenti un nodo di mobilitazione centrale, anche inserito in un quadro di relazioni sempre più evidenti tra patriarcato, autoritarismo e guerra.  In questo senso, il movimento per la Palestina ha dato le indicazioni per tracciare in maniera più definita i nessi strutturali che legano la controffensiva patriarcale degli ultimi anni alla deriva bellica che viene imposta alle persone dalle potenze imperiali. Se la controparte, su un piano globale, sta tentando – anche con successo – di riprendere il terreno tolto dalle ondate dei movimenti femministi e transfemministi degli ultimi anni, lo sciopero esteso degli ultimi tre giorni fornisce quanto meno l’evidenza di un vettore su cui costruire proposte e percorsi di lotta.
CONTRO GUERRA IMPERIALISTA E SIONISMO DAX RESISTE
CON LA STESSA RABBIA E IMMUTATO AMORE Era il 16 marzo 2003 quando Davide, Dax, Cesare è stato ucciso a coltellate da mani fasciste. Vent’anni fa, il 27 agosto 2006, Renato Biagetti viene assassinato sul litorale romano dalle stesse lame. Da allora le storie di Dax e Renato si sono intrecciate, da allora compagni e compagne di Milano e Roma hanno iniziato a camminare insieme, con la stessa rabbia e con immutato amore. Ancora oggi il ricordo di Dax si lega a quello di Renato, per dar vita a giornate di mobilitazione, incontri, lotta e iniziative che trasformano delle ricorrenze in occasioni per costruire e consolidare un fronte antifascista europeo rivoluzionario e antimilitarista. Dal marzo milanese al ventennale di Renato a Roma, saranno giorni di convergenza e scambio. Nella memoria di Davide e Renato si declinano tutte le lotte che animiamo e attraversiamo, ognuno con le proprie attitudini e nei propri contesti. Nella memoria dei nostri compagni ci rafforziamo reciprocamente per rilanciare un’alleanza rivoluzionaria contro guerra, riarmo e capitalismo, per resistere al buio che avanza e attaccare il mostro neoliberale. CONFLITTI: DAL GLOBALE AL LOCALE Fronti di guerra, tensioni internazionali, corse al riarmo: la ristrutturazione degli equilibri politici mondiali vede l’imperialismo impegnato a difendere, estendere, mettere in discussione confini e aree di influenza. Dietro a ogni operazione militare si muovono interessi economici, sono una strategia di accumulazione di capitale nella sua forma più cruenta e omicida.  Negli ultimi due anni il contrasto alle politiche guerrafondaie si è legato alla causa di liberazione palestinese, che è tornata al centro del conflitto politico in seguito all’operazione Diluvio di Al-Aqsa, contribuendo a comprendere la causa di liberazione di una resistenza anticoloniale non solo in senso difensivo, ma come attacco al progetto sionista e imperialista occidentale, rivendicando l’obiettivo della liberazione dal fiume fino al mare e rompendo il muro di silenzio e normalizzazione della colonia sionista. Questo ha dato impulso ad un movimento globale per la liberazione della Palestina. In Italia, come in altri paesi, si è concepito non solo come forma di solidarietà simbolica o umanitaria, ma come lotta attiva contro il sionismo e la guerra imperialista.  La solidarietà tra lavoratori, lavoratrici e con i popoli oppressi diventa una minaccia concreta al mantenimento del capitalismo e dello stato di guerra. Parallelamente alla pacificazione in Palestina, con gli accordi di “pace” di Trump che prevedono un nuovo mandato coloniale su Gaza, la pacificazione interna in Europa avanza con un’ulteriore stretta repressiva. La criminalizzazione in Italia ha colpito in alcuni casi in aperta concertazione con “Israele”, mostrando la continuità tra la politica repressiva interna e i rapporti diplomatici e commerciali, come nel caso di Anan Yaeesh arrestato il 27 gennaio 2024 in seguito alla richiesta di estradizione da parte di “Israele”. Del dicembre scorso è l’inchiesta “Domino” in cui l’accusa di finanziamento al terrorismo si basa su direttive israeliane. Tali operazioni criminalizzano i palestinesi che sostengono la resistenza in Palestina e dalla diaspora e rappresentano un monito nei confronti del movimento in Italia, che ha visto numerosi arresti, fogli di via, divieti e violenza poliziesca palesatasi più volte nelle piazze per la Palestina. I nuovi DDL che prevedono l’equiparazione di antisionismo ad antisemitismo costituiscono un salto di qualità nella repressione delle idee: l’idea stessa della lotta antisionista diventa reato. L’aggravarsi dei conflitti porta con sé l’esigenza, da parte dei diversi paesi, di garantire un fronte interno pacificato, in cui la guerra sia “normalizzata” e accettata in tutte le sue implicazioni sociali ed economiche. Senza dissidenza e conflitto sociale, la strada per politiche guerrafondaie è ben spianata. Tutti i soggetti che si adoperano per resistere a questo sistema sono scomodi, sono voci da eliminare a qualunque costo. EUROPA: GUERRA AGLI ANTIFASCIST. FREE ALL ANTIFAS! Negli ultimi anni in tutta Europa le forze di polizia si coordinano e collaborano per colpire compagni e compagne antifa. In Germania per la prima volta dei militanti antifascisti sono accusati di associazione a delinquere grazie al teorema accusatorio Antifa Ost, creato dalle autorità tedesche nel 2021. Nel settembre scorso il dipartimento di stato USA ha inserito Antifa Ost nell’elenco delle organizzazioni terroristiche con l’obiettivo esplicito di colpire le strutture di solidarietà, portando alla chiusura di numerosi account social a supporto della campagna e dei conti correnti di Rote Hilfe (soccorso Rosso). Una persecuzione che raggiunge il suo apice in seguito alle manifestazioni contro la Giornata dell’onore di Budapest del febbraio 2023, in cui vengono arrestat* tre compagn* che oggi rischiano fino a 24 anni di carcere. Grazie alla collaborazione tra autorità tedesche e ungheresi le accuse arrivano a coinvolgere diciotto antifas ricercat* in tutta Europa sui quali pende una richiesta di estradizione. Sei di loro si trovano in carcere in Germania in attesa di processo e Maja, estradata illegalmente, è imprigionata a Budapest in condizioni di violazione sistematica dei suoi diritti da ormai quasi 2 anni. La sentenza a suo carico assume i caratteri di una rappresaglia delle autorità magiare contro il movimento antifascista europeo.   Al carcere, ai mandati di cattura europei e alla persecuzione giudiziaria si somma un sempre più frequente ricorso da parte delle polizie europee a misure amministrative preventive finalizzate a limitare la libertà di movimento di militanti. Dispositivi concepiti per respingere i migranti alle frontiere vengono estesi a nuovi soggetti indesiderati. Per contribuire allo sviluppo di analisi e azioni condivise da parte del movimento antifascista internazionale è fondamentale costruire legami tra realtà europee: la solidarietà internazionalista, il confronto continuo tra esperienze politiche provenienti da paesi diversi, il concepirsi come parte integrante di un movimento antifascista europeo sono oramai punti fermi del nostro agire politico e trovano una rappresentazione continuativa in tutti gli anniversari di Dax. Non solo, crediamo sia questa una strategia efficace e vincente per allargare i nostri orizzonti di lotta, recuperando il valore storico delle pratiche internazionaliste e fronteggiando in maniera coordinata le insidie di un’Europa sempre più schierata a destra. MILANO: TRA VETRINA OLIMPICA E ASSEDIO ALLE PERIFERIE  Nel contesto di conflitti globali, in un’Europa reazionaria, non si rinuncia alla logica speculativa dei grandi eventi che in questi mesi si è abbattuta sulla nostra città. Ed ecco imporsi i giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026 che significano aumento del costo della casa, indebitamento pubblico, nuove grandi opere nocive, devastazione e saccheggio dei territori montani, lavoro insicuro e non retribuito.  Mentre la città si rifà trucco per ospitare il grande evento, nei quartieri popolari non si ferma il processo fagocitante del capitale immobiliare con sfratti, sgomberi, controllo sociale e speculazione edilizia. Gli interventi in massa delle forze dell’ordine susseguitesi in diverse zone della città (da San Siro a Giambellino, passando per Baggio) negli ultimi mesi, su mandato del Ministro Piantedosi, sono la punta dell’iceberg di un sistema che mira a criminalizzare chi vive in condizioni di precarietà abitativa, economica o sociale. Nel frattempo, nella città con gli affitti più cari d’Italia, migliaia di case popolari restano sfitte, non assegnate, lamierate e addirittura murate. Si dismette il patrimonio immobiliare pubblico a favore della speculazione edilizia e del latifondo del mattone, per questo ancora oggi occupare rappresenta una legittima alternativa, una forma concreta di lotta contro questo processo che rende la nostra città sempre più esclusiva e escludente.  La stretta autoritaria che stiamo vivendo passa anche attraverso l’attacco alla cultura, allə studenti, agli spazi sociali. Il Governo vuole fermare i sogni collettivi: si colpisce laddove si crea contro-sapere, dove si custodisce uno sguardo lucido sulle responsabilità di chi ci pone in queste condizioni, dove ci si organizza per liberarsi dallo sfruttamento della vita. NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE  In una realtà sempre più cupa, altrettanto reale è il movimento europeo e mondiale che si sta mobilitando contro la guerra e l’imperialismo. Nelle piazze di tutto il mondo da Genova al Nepal, da Milano allo Yemen e al Kurdistan i popoli reclamano giustizia e pace, alzano un grido contro guerra e genocidio, resistono affinché il buio non prevalga. Sabotaggi, proteste, azioni attraversano ogni giorno tutti i paesi del mondo ricordando ai potenti che laddove lavoratori e lavoratrici, studenti e persone si uniscono non c’è ricchezza o riarmo che tenga. L’occasione del ricordo di Dax è da più di vent’anni parte di un percorso di resistenza e di lotta, che ci consente di costruire un fronte antifascista internazionale. Per questo i giorni del suo ricordo vorremmo che fossero momenti di convergenza e creazione di legami, consapevoli che mobilitarci per ricordare Dax deve essere parte di un percorso di resistenza che passa anche dal prossimo 25 aprile. In questo quadro a tinte fosche vi è ancora una luce che dà speranza, e sta a noi alimentare questa luce, guidati dalla memoria dei compagni e delle compagne uccisi da fascismo e capitalismo. La resistenza, la lotta, la solidarietà sono le componenti essenziali che ci permettono di immaginare, creare e praticare un mondo diverso, di libertà e autodeterminazione per tutt* e in ogni luogo.
Il frame della repressione: nuove prove smontano la versione del poliziotto aggredito a Torino
di Dario Morgante* Nuove foto, video e testimonianze mettono in discussione la versione dell’agente ferito durante il corteo del 31 gennaio a Torino. Una sequenza di pochi secondi diventata il frame mediatico che ha alimentato la narrazione dell’emergenza e aperto la strada al nuovo decreto sicurezza del governo Meloni. A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata da Dario Morgante per VD News «Non è una protesta, non sono scontri. Si chiama tentato omicidio». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato il famoso “video del martello”, divenuto virale nelle ore successive al corteo del 31 gennaio a Torino e che ritrae l’aggressione all’agente di polizia Alessandro Calista. A circa un mese dai fatti, una ricostruzione esclusiva realizzata per VD News, basata su foto, video, testimonianze dirette e atti giudiziari, mette in discussione alcuni passaggi centrali della versione fornita da Calista in merito alla dinamica dell’evento. La convocazione in solidarietà al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre, ha portato nel capoluogo piemontese circa cinquantamila persone. Dopo ore di corteo nel centro cittadino, una parte dei manifestanti si è diretta verso l’edificio che ha ospitato lo spazio per trent’anni, sviando dal percorso autorizzato per raggiungere l’area, fortemente militarizzata sin dalle settimane precedenti. Nel tardo pomeriggio, si sono verificati i primi scontri nelle strade limitrofe a corso Regina Margherita e, mentre la manifestazione era ancora in corso, sui social già circolavano numerosi video di cariche e interventi delle forze di polizia molto violenti. Eppure, il “video del martello” ha rapidamente catalizzato l’attenzione pubblica e politica. Quelle immagini, catturate alle ore 19.04 del 31 gennaio da un cronista di Torinoggi.it e rilanciate per primo nel governo dal ministro della Difesa Guido Crosetto alle ore 20.15 su X, hanno spinto l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, varato il 23 febbraio 2026, dopo giorni di interlocuzioni con il Quirinale. Il provvedimento ha introdotto la possibilità per le forze di polizia di trattenere fino a 12 ore soggetti ritenuti potenzialmente “pericolosi per il pacifico svolgimento delle manifestazioni pubbliche”, consente al pubblico ministero di non iscrivere nel registro degli indagati agenti coinvolti nell’uso, ritenuto legittimo, delle armi e prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative in caso di manifestazioni non preavvisate alle autorità (fino a dodicimila euro). Nei giorni successivi agli scontri sono stati eseguiti tre arresti, ma l’unico collegato al video di Calista riguarda quello di A. S., 22 anni. Il giovane, facilmente riconoscibile per il vistoso giubbotto rosso indossato durante i disordini, è stato fermato il giorno successivo ai fatti e tradotto in carcere. Lì è rimasto per qualche giorno per poi essere scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura tuttora in corso e recentemente confermata dal Tribunale del Riesame di Torino. Oggi, è indagato per concorso in lesioni aggravate a pubblico ufficiale (prognosticate in 20 giorni di malattia), mentre la prima contestazione di rapina aggravata – legata alla sottrazione di parte dell’equipaggiamento dell’agente – è stata già esclusa dal giudice per le indagini preliminari. Nel corso del procedimento giudiziario a carico di A.S., Calista ha presentato formale querela, fornendo la sua ricostruzione dei fatti. «Insieme alla mia squadra del reparto mobile di Padova mi dirigevo nel controviale di corso Regina Margherita angolo Giardini Pozzo, ove effettuavamo alcune cariche di alleggerimento» ha dichiarato il 1° febbraio alla Digos di Torino. Inoltre, sosteneva che, dopo il lancio di «pietre, bottiglie, artifici pirotecnici, tombini, martelli e altri oggetti» da parte di alcuni manifestanti, veniva «spinto e afferrato dalle braccia nonché preso a calci alle spalle» e «trascinato diversi metri più avanti la linea di squadra», dove «numerosi soggetti» gli sfilavano casco e scudo prima di colpirlo ripetutamente. Questa sequenza – spinta, trascinamento oltre la linea del reparto e aggressione collettiva – è smentita da numerosi elementi.  Innanzitutto, nella tarda serata del 31 la giornalista freelance Rita Rapisardi ha diffuso, prima sui suoi canali social e poi in un articolo per il Manifesto, una versione alternativa dei fatti, fondata sulla sua testimonianza diretta. «Quella scena l’ho vista con i miei occhi, ero a cinque metri», ha scritto in un post. «Vedo arrivare una squadra di agenti in antisommossa che corre verso i manifestanti rimasti. A un certo punto uno esce dallo schieramento e si allontana di una quindicina di metri per inseguire un paio di persone». Secondo la cronista è in quel momento che la situazione è cambiata: «Li manganella, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, lo spingono e lui cade. Da lì partono i secondi del video virale». Ulteriori elementi raccolti per VD News rafforzano questa ricostruzione. Un video realizzato dal manifestante G.V. mostra infatti gli attimi immediatamente precedenti alla sequenza diventata virale. Sono le 19.03 e G.V. si trova su corso Regina Margherita, all’altezza di via Giacinto Borelli, nei pressi di un semaforo. Nelle immagini, una squadra di circa venti agenti in antisommossa si compatta e parte alla carica dei manifestanti, dopo aver subito il lancio di alcuni oggetti. Tra loro — sebbene non sia possibile distinguerlo con certezza dagli altri agenti — ci sarebbe anche Calista. La registrazione precede di circa un minuto il momento in cui viene documentata la caduta dell’agente e la comparsa del martello (19.04). Anche il luogo ripreso nel filmato, compatibile con quello indicato nelle testimonianze, suggerisce che si tratti proprio del momento in cui Calista si stacca dalla linea e parte all’inseguimento, come sostenuto da Rapisardi. A rafforzare questa lettura ci sono anche le fotografie e la testimonianza del fotografo freelance Sebastiano Bacci, che ha assistito alla scena da pochi metri. «Mi trovavo sul viale principale di corso Regina Margherita quando ho visto la folla correre verso il parco. Mi giro e vedo persone scavalcare le recinzioni. Allora scavalco anche io la grata e mi posiziono dietro il guardrail». Poco più avanti, fuori dall’inquadratura, una piccola squadra di agenti stava effettuando una carica per poi arrestarsi contro il muro di un palazzo accanto alla serranda della Regina Copisteria (la stessa del video di G.V.). È in quel momento che Bacci ha notato un agente correre da solo. «All’inizio non sapevo chi fosse. L’ho visto inseguire due ragazzi, uno con una giacca rossa e uno vestito di nero. Correva brandendo il manganello e provando a colpirli». Per continuare a fotografare la scena il fotografo ha così raggiunto una posizione perpendicolare rispetto a una Ford bianca parcheggiata nel controviale, la stessa che fa capolino nello sfondo del celebre video del martello. «A quel punto alcuni manifestanti si sono accorti dell’agente rimasto isolato e si sono diretti verso di lui», racconta. «Quando è arrivato all’altezza dell’auto era ormai molto avanti rispetto alla linea della sua squadra. Solo a quel punto è stato circondato». Le fotografie di Bacci permettono anche di ricostruire con precisione la sequenza temporale: tra il primo scatto e l’ultimo passano circa venti secondi. «Per alcuni istanti nessun suo collega interviene», conclude il fotografo. «Solo dopo arriva un altro agente che lo protegge».  È in quell’arco di tempo che si consuma la scena del martello, poi diffusa ovunque: una manciata di secondi diventata un’immagine simbolo, rapidamente trasformata in materiale utile alla deriva sicuritaria ormai abbondantemente intrapresa dal Governo Meloni. *da VDNEWS e osservatorio antirepressione
L’Asse del Caos
Verso una violenza senza fine in Medio Oriente da Machina La guerra contro l’Iran segna un ulteriore salto nell’escalation mediorientale guidata da Israele e Stati Uniti. Le ritorsioni iraniane sulle infrastrutture energetiche del Golfo mostrano quanto fragile sia l’equilibrio globale costruito su petrolio e rotte commerciali. Sullo sfondo emerge un progetto più ampio dell’«Asse del Caos»: indebolire e frammentare gli Stati della regione, con conseguenze difficilmente controllabili. *** La guerra contro l’Iran che Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato il 28 febbraio con la «decapitazione» della leadership del paese e il bombardamento di centinaia di obiettivi militari e civili – inclusa una scuola femminile a Minab, dove 165 bambine e membri del personale sono stati massacrati –, si è rapidamente trasformata in una conflagrazione regionale dalle conseguenze incalcolabili. Militarmente indebolito dalla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025 – quando Donald Trump aveva dichiarato che le capacità nucleari dell’Iran erano state «annientate» – e disprezzato da molti iraniani dopo la repressione sanguinosa delle proteste e delle rivolte all’inizio di quest’anno, il regime iraniano non è stato ancora destabilizzato dalla perdita della sua guida suprema, l’ayatollah Khomeini, così come del ministro della Difesa e del comandante in capo della spina dorsale militare e ideologica del regime, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Anticipando la decimazione delle proprie élite, l’Iran ha impiegato una struttura di comando decentralizzata per organizzare attacchi non solo contro obiettivi israeliani e statunitensi – inclusi Tel Aviv e diverse basi americane – ma anche contro le infrastrutture energetiche e civili degli Stati del Golfo, da cui dipende gran parte della strategia regionale degli Stati Uniti – dagli Accordi di Abramo alla «Nuova Gaza». Droni e missili iraniani hanno colpito la raffineria petrolifera Ras Tanura di Saudi Aramco in Arabia Saudita e la città industriale del gas naturale liquefatto (LNG) Ras Laffan Industrial City di QatarEnergy. Entrambi i siti hanno sospeso le operazioni, con effetti immediati sui mercati energetici, probabilmente destinati a peggiorare: QatarEnergy è il più grande produttore mondiale di LNG, responsabile del 20 per cento dell’offerta globale, mentre Ras Tanura è un hub cruciale per il petrolio greggio trasportato via mare. Sono stati colpiti diversi altri porti e infrastrutture energetiche in tutto il Golfo, compresi i data center di cloud computing di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Nel frattempo, l’Iran minaccia anche tutte le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico fondamentale per l’energia globale che era già stato teatro delle «guerre delle petroliere» durante il conflitto Iran-Iraq negli anni Ottanta. Questo ha portato a proposte francesi per la creazione di una forza internazionale volta a impedire un blocco di fatto che potrebbe avere effetti disastrosi sull’economia globale – anche se è difficile vedere come potrebbe evitare l’aumento dei premi assicurativi per il rischio marittimo, che stanno già colpendo il commercio in tutto il Golfo. Mentre l’impatto economico della guerra si fa già sentire a livello globale, la sua dimensione militare si sta estendendo oltre il Medio Oriente, con droni di Hezbollah che hanno colpito la base RAF britannica di Akrotiri, a Cipro. Come ha suggerito il commentatore politico Seamus Malekafzali, gli iraniani stanno impiegando tattiche di guerriglia, ma con le capacità militari di uno Stato. L’esaurimento delle scorte di droni, missili e sistemi antiaerei da entrambe le parti si è rivelato un fattore determinante per i tempi e la traiettoria della guerra. La concentrazione della ritorsione iraniana su infrastrutture energetiche e corridoi commerciali mostra probabilmente le lezioni apprese dal blocco dello Stretto di Bab al-Mandab da parte di Ansar Allah nello Yemen, in risposta al genocidio di Israele a Gaza. In quel caso, nonostante fossero oggetto di bombardamenti continui e attacchi di «decapitazione», gli Houthi hanno sfruttato la loro posizione geografica e un arsenale militare molto inferiore con grande efficacia, proprio infliggendo danni economici. Il presidente Donald J. Trump ha espresso sorpresa per la disponibilità degli iraniani a regionalizzare la guerra, colpendo gli alleati del Golfo degli Stati Uniti. Questo nonostante il fatto che la sua amministrazione, in continuità con quelle precedenti, abbia costantemente denunciato il regime teocratico iraniano per la sua «follia», il «terrorismo», le «guerre per procura» e la «destabilizzazione». Come per molte altre sue dichiarazioni sulla guerra, l’unica cosa coerente nelle affermazioni di Trump è la loro incoerenza. Le sue previsioni sulla durata del conflitto sono variate da pochi giorni a settimane o mesi, con la precisazione che gli Stati Uniti possono combattere «per sempre». Anche la giustificazione per l’inizio della guerra ha oscillato notevolmente: costringere l’Iran a «capitolare» completamente sul suo programma nucleare; provocare una rivolta popolare e un cambio di regime; obbligare gli iraniani a scegliere una leadership più malleabile; impedire all’Iran di esportare la propria rivoluzione attraverso alleati regionali come Hezbollah; o persino la pretesa grandiosa secondo cui il regime doveva essere attaccato perché avrebbe «mosso guerra alla civiltà stessa». Nel frattempo, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, celebrando la fine delle «guerre politicamente corrette» e la scomparsa delle «stupide regole d’ingaggio», ha cercato di sostenere che ciò che appare come incoerenza sia in realtà il genio strategico di Trump, che gli permetterebbe di «cercare opportunità, vie d’uscita ed escalation per gli Stati Uniti che creino nuove possibilità di realizzare ciò di cui abbiamo bisogno secondo la nostra tempistica». Non potrebbe essere più chiaro. Questa incapacità di attenersi a qualsiasi copione strategico razionale ha prodotto anche alcuni momenti di oscura comicità. Riflettendo sulla «opzione venezuelana», secondo cui la rimozione dei governanti del paese avrebbe favorito l’emergere di sostituti subordinati, Trump ha osservato che l’attacco «è stato così riuscito che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui stavamo pensando perché sono tutti morti. Anche il secondo o il terzo classificato sono morti». Ciò che è al di là di ogni dubbio è che il benessere e il futuro del popolo iraniano non contano nulla nel calcolo di guerra statunitense e israeliano. Come ha osservato puntualmente lo studioso Behrooz Ghamari-Tabrizi – ex detenuto nel braccio della morte nella Repubblica islamica – l’attacco al regime, inclusa l’uccisione di Khamenei, fa parte di un «pacchetto», «perché l’assassinio della guida suprema iraniana fa parte anche dell’uccisione di bambini iraniani. Fa parte anche dell’uccisione di civili innocenti iraniani. Fa parte anche degli attacchi contro gli ospedali iraniani». Nessuna sorpresa, aggiunge, quando questi attacchi vengono condotti da Netanyahu e Trump, cioè il «re del genocidio e qualcuno negli Stati Uniti che è così profondamente nei guai con il sistema legale americano, con i file Epstein». Mentre Trump e la sua amministrazione sembrano afflitti da una sorta di disturbo imperiale da deficit di attenzione, i loro partner in questa guerra scelta volontariamente non hanno alcuna difficoltà a comunicare i propri obiettivi. Domenica, il primo ministro israeliano e ricercato per crimini di guerra Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran «ci permette di fare ciò che ho sperato di fare per 40 anni — infliggere un colpo devastante al regime del terrore». Nel periodo che ha preceduto la guerra, Netanyahu ha lavorato intensamente per assicurarsi che i negoziati con gli iraniani non mandassero a monte il suo desiderio di spezzare la Repubblica islamica. Che Israele abbia stabilito tempi e agenda della guerra è stato suggerito dal segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha dichiarato ai giornalisti: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana. Sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che, se non li avessimo colpiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate». Trump ha poi cercato di ridimensionare queste affermazioni con la doppia e poco plausibile dichiarazione secondo cui, di fronte ad attacchi imminenti da parte dell’Iran, gli Stati Uniti «hanno forzato la mano di Israele». Resta da vedere se il dolore economico inflitto nel Golfo e a livello globale, causato dal fatto che l’Iran abbia preso di mira, per ritorsione, infrastrutture energetiche e logistiche, porterà gli Stati Uniti a ridurre o porre fine alla guerra. Dopo aver ucciso la guida suprema e molti membri delle élite iraniane, la guerra potrebbe far crollare il regime? Il precedente storico suggerisce che, nonostante la sua estrema impopolarità presso ampie fasce della popolazione, una campagna di bombardamenti aerei – che sta già causando grandi sofferenze tra i civili – non provocherà un cambio di regime. Come ha sostenuto lo studioso Robert Pape, «sarebbe una prima volta nella storia». Molti di coloro che mettono in guardia contro il regime change – non solo sinistre o liberali, ma anche i critici sempre più rumorosi di Trump nell’estrema destra MAGA – ricordano che le avventure imperiali degli Stati Uniti in Iraq, Afghanistan e Libia hanno portato a varie forme di collasso statale, con effetti devastanti sulla sicurezza e sui mezzi di sussistenza delle popolazioni coinvolte. Questo però ignora il fatto che, nonostante tutte le omelie e i progetti sul nation-building, i neoconservatori che sostennero quelle guerre non hanno mai evitato il nation-breaking. Nel 2006, il generale Wesley Clark raccontò di aver visto un memorandum dell’ufficio dell’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld che delineava una strategia volta a «eliminare» sette paesi in cinque anni. Questi paesi erano Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Che sia stato per progetto, collusione o incompetenza, è difficile ignorare che gli obiettivi di quel memorandum siano stati in gran parte realizzati. Nonostante i ripetuti appelli diretti al popolo iraniano, è evidente anche dalle sue azioni che l’obiettivo di Israele non è tanto il cambio di regime quanto piuttosto il collasso e la frammentazione dello Stato – una politica che Israele porta avanti da tempo nei confronti del Libano e che ha promosso anche in Siria, avvantaggiandosi su un avversario storico il cui territorio ora può essere occupato impunemente. Con la complicità degli Stati Uniti, Israele continua inoltre la sua politica di sostegno ai movimenti separatisti tra le minoranze etno-nazionali dell’Iran (curdi, baluci, arabi). Se questo serve a indebolire o eliminare qualsiasi sfida alla sua continua oppressione del popolo palestinese e alla sua aspirazione a un dominio incontrollato nella regione, Israele è ben disposto a essere circondato da Stati svuotati e frantumati, privi delle capacità politiche e militari necessarie per opporsi alla sua potenza e impunità. Questo orizzonte di collasso statale rappresenta il complemento perfetto dell’ideologia coloniale-teocratica della «Grande Israele», che anima molti membri del governo Netanyahu e che è stata recentemente sostenuta anche dall’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, il quale ritiene che i confini dello Stato ebraico siano stabiliti dalla Bibbia. Mentre la complicità della maggior parte delle potenze europee con il genocidio israeliano a Gaza e la loro riluttanza ad applicare il mandato di arresto della Corte penale internazionale contro Netanyahu sono ormai un fatto acquisito, resta comunque notevole che esse continuino a sostenere una guerra israelo-statunitense in cui il disfacimento di Stati e società non è un difetto ma una caratteristica, e che sta già producendo destabilizzazione regionale e turbolenze economiche globali. Questo sostegno può assumere forme di servilismo imbarazzante, come nella recente visita del cancelliere tedesco alla Casa Bianca, o nell’adulazione del segretario generale della NATO Mark Rutte nei confronti del suo «papà» Trump, «il leader del mondo libero». Ma può anche assumere forme più concrete e consequenziali, come l’impegno di Francia, Germania e Regno Unito a intraprendere «azioni difensive» contro l’Iran, senza però opporsi in alcun modo a una guerra di aggressione in palese violazione del diritto internazionale. L’unico paese europeo a distinguersi davvero dal coro di vassalli e facilitatori è stata la Spagna, il cui primo ministro Pedro Sánchez ha proibito agli Stati Uniti di utilizzare le loro basi di Rota e Morón per l’attacco contro l’Iran. Seduto accanto al compiacente Merz nello Studio Ovale martedì, Trump – mostrando ancora una volta la considerazione che nutre per la sovranità dei suoi presunti alleati – ha dichiarato che, se lo volesse, potrebbe usare comunque quelle basi, e che in ogni caso interromperebbe immediatamente tutti gli scambi commerciali con la Spagna. All’indomani della guerra in Iraq, l’economista Giovanni Arrighi definì l’imperialismo statunitense nella sua fase tarda come fondato su un «dominio senza egemonia»: la capacità di esercitare una forza militare schiacciante e una pressione economica enorme, separata però dal tentativo di convincere gli alleati che la posizione di superpotenza fosse nel loro interesse. Nel momento in cui si lega sempre più al progetto israeliano di smantellare la sovranità statale nella regione circostante, la politica degli Stati Uniti diventa sempre più nichilista, come se la mera dimensione della sua forza militare e la presunta immunità da conseguenze significative le dessero licenza di distruggere e destabilizzare senza assumersi responsabilità per le conseguenze o gli esiti. Sebbene l’attacco all’Iran sia già profondamente impopolare tra l’opinione pubblica statunitense, è difficile vedere come la macchina bellica israelo-statunitense possa essere fermata da qualunque opposizione politica, interna o internazionale. Resta una questione aperta se un caos economico crescente potrà avere un effetto là dove la politica o il diritto non riescono ad averlo – ed è difficile immaginare che Israele rinunci al suo antico obiettivo di spezzare lo Stato iraniano. Qualunque sia la traiettoria che prenderà la guerra, una cosa è certa: i suoi danni saranno duraturi, aggravando tutti i disastri che l’imperialismo statunitense, il colonialismo israeliano e l’autocrazia interna hanno già inflitto alla regione. *** Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (2024). elaborazione di Angelica Ferrara
Iran: la guerra imperialista si intensifica
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto Usa-Israele. Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi. Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8 settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora chiaro il punto di caduta né la strategia americana. L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli. Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto altro. da Radio Blackout
Continua la guerra americana ed israeliana in Medio Oriente: aggiornamenti su Libano e Iran
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e uno dei fronti più esposti è il Libano. Nel sud del paese e nelle periferie meridionali di Beirut migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle minacce dei bombardamenti a tappeto israeliani e delle operazioni militari terresti legate allo scontro tra Israele e Hezbollah. Interi villaggi sono stati obbligati dai sionisti a sfollare e molte famiglie si sono spostate verso nord o verso la capitale, mentre infrastrutture civili e servizi essenziali vengono colpiti o interrotti. In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici, droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione. Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria: Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti politici dell’establishment americano ed israeliano: da Radio Blackout
Imperialismo Digitale
Riprendiamo da Scienza in rete Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio, affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine globale. Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali. Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII, con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War. Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare. La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste tecnologie negli apparati bellici. LE PROMESSE TRADITE E GLI EFFETTI REALI DELLA DIGITALIZZAZIONE Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume. Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello sviluppo delle innovazioni radicali. Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di rafforzare relazioni di dominio. Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo, a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico “interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione. Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve. Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande capitale. Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome, mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso). Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali, l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo: quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare, ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo. Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto). Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu). LA TRAIETTORIA CINESE VERSO L’INTEGRAZIONE DEL SISTEMA TECNOLOGICO E DI GUERRA L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo. Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel 1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”. Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in base alle specificità settoriali e territoriali. La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale. Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft) statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu, Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche. Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu (JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea legislativa della Repubblica Popolare. L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico, perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della popolazione. È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa da quella statunitense. È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA, cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la sfera economica. Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti. Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo, strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione strutturale del confronto globale. Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza. Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso, accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.
Guerra in Iran: “coalizione Epstein”?
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti di Epstein. La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto sta accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele, in particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump. Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture tecnologiche le guerre di Trump. Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori. da Radio Blackout
Si riaccende il fronte tra Pakistan e Afghanistan
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa. Nonostante non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia Occidentale, le ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono sovrapponibili con la guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo l’inizio degli attacchi pakistani a Kabul. Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non indifferente per la linea Trump. Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan. da Radio Blackout
Livorno: ancora mezzi militari imbarcati su navi dirette a Tangeri
Sei mezzi militari imbarcati su una nave porta-container della Hapag-Lloyd, la Kobe Express, direzione Tangeri (solito scalo utile ad aggirare la legge 185/90). “Ancora una volta il porto di Livorno viene utilizzato come snodo logistico del traffico bellico internazionale. Ancora una volta, dietro la facciata neutrale del commercio globale, passano mezzi e strumenti di guerra. Le recenti escalation militari nel Mediterraneo e oltre, hanno riattivato immediatamente i flussi militari nello scalo labronico”.  Cosi’ i Gap Livorno che denunciano per l’ennesima volta come il porto sia ormai diventato infrastruttura strategica non solo per l’economia, ma per la politica di guerra. “È qui che si intrecciano interessi commerciali, equilibri geopolitici e scelte che nulla hanno a che vedere con la sicurezza delle cittadine e dei cittadini né con quella dei territori. Ci raccontano che è “necessario”, che è “normale”, che è “parte del sistema”. Ma questo sistema ci rende solo più espostə, più vulnerabilə, meno tutelatə. Ogni escalation internazionale trova nel nostro porto un ingranaggio pronto a muoversi. E a pagare il prezzo siamo noi: lavoratori e lavoratrici trasformatə in anelli della catena bellica, territori trasformati in piattaforme operative, città rese bersagli potenziali. I portuali non vogliono essere complici di guerre e genocidi e non vogliono che il proprio lavoro venga piegato agli interessi militari di governi e multinazionali. “Se questa dinamica si ripresenterà- annunciano-  promettiamo che bloccheremo di nuovo i varchi. Lo abbiamo fatto e possiamo farlo ancora”. Le considerazioni di Simone del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno da Radio Onda d’Urto
L’Hub toscano dentro l’escalation in Medioriente? Basi, ferrovie e le domande che nessuno ci fa
Qualcuno ha deciso che il territorio tra Pisa, Livorno e San Piero a Grado debba diventare un nodo strategico della macchina militare occidentale. Non è un’ipotesi: è quello che emerge leggendo contratti pubblici, documenti NATO e piani di investimento europei. Ma la domanda che nessuna istituzione ci pone è semplice: lo vogliamo? da No Base IL MEDITERRANEO NON È UNO SFONDO: È UN TEATRO Prima di parlare del nostro territorio, vale la pena guardare il contesto in cui si inserisce. Il dispiegamento di una portaerei statunitense nel Mediterraneo non è un gesto simbolico. È una piattaforma d’attacco mobile, significa decine di caccia pronti al decollo, missili a lungo raggio, sistemi radar e satellitari integrati, capacità di colpire in poche ore. Nell’attualità di attacchi verso l’Iran e di escalation regionale, il Mediterraneo non è più uno spazio di transito ma una piattaforma operativa. E l’Italia, in questo scenario, non è uno spettatore neutrale, è retrovia strategica per conto terzi. CAMP DARBY: NON SOLO UNA BASE, MA UN SISTEMA Camp Darby esiste dal dopoguerra, ma quello che sta diventando oggi è qualcosa di diverso rispetto alla struttura che molti pisani e livornesi conoscono di nome senza conoscerne il ruolo reale. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti per la sua riorganizzazione: lavori di ammodernamento, nuove infrastrutture logistiche (dalla banchina Tombolo Dock al ponte girevole sul Canale dei Navicelli), adattamento delle strutture. La base è uno dei più grandi depositi di materiale bellico USA in Europa. Non è un luogo di difesa passiva: è un hub di proiezione, pensato per garantire rapidità di intervento in scenari di crisi, proprio quelli che si stanno moltiplicando ovunque. Parallelamente, nell’area adiacente l’ex-CISAM – Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari, un nome che già racconta molto – si parla da anni di “un progetto di riconversione a uso militare integrato” e solo ora diventa più chiaro il quadro in cui si inserisce. I numeri circolati negli anni, mai definitivamente confermati in modo ufficiale, parlano di almeno 520 milioni di euro di investimento per trasferire i reparti speciali del Reggimento Tuscania e del GIS, ma questi sono solo per una parte del progetto più complessivo. Vale la pena chiedersi: Chi ha deciso questi investimenti? La Difesa italiana? E a quali necessità risponde veramente? LE FORZE SPECIALI SI SPOSTANO. MA DOVE, E PERCHÉ? Anche il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” — il reparto di forze speciali dell’Esercito italiano — sarà trasferito dalla caserma “Vannucci” al Comando delle forze speciali dell’Esercito (Comfose) nata nell’ex area ricreativa della base militare statunitense di Camp Darby. Un piano che prevede interventi infrastrutturali per oltre 5,8 milioni di euro. Se guardiamo nell’insieme questi trasferimenti, di pochi km, ma con un dispendio economico enorme, confermerebbe la creazione di un cluster di capacità speciali — forze d’élite, logistica avanzata, depositi strategici — concentrato in un’area geografica circoscritta del territorio toscano, tra l’Aeroporto militare Galileo Galilei e il Porto di Livorno. Ma quali sono le implicazioni per il territorio? Quali rischi? A quale catena di comando risponderebbero? LE FERROVIE E I “CORRIDOI CIVILI” L’Unione Europea finanzia da anni il cosiddetto programma di “mobilità militare” all’interno della rete TEN-T, le grandi infrastrutture di trasporto transeuropee. L’obiettivo dichiarato è consentire il movimento rapido di truppe e mezzi pesanti attraverso l’Europa e il Mediterraneo allargato. In concreto, questo si traduce in adeguamenti tecnici: tratte potenziate per convogli più lunghi (fino a 740 metri), strutture rinforzate, maggiore capacità di carico. Nell’area toscana, lavori in corso, già realizzati o pianificati su nodi come Pontedera ed Empoli rientrano formalmente in questi programmi. La narrazione ufficiale li presenta come “ammodernamento delle infrastrutture civili”. Ed è vero che le stesse infrastrutture servono anche passeggeri e merci ordinarie. Ma è anche vero che uno degli obiettivi espliciti del finanziamento europeo è la rapidità di movimento militare. LA GUERRA IBRIDA E IL TERRITORIO COME PIATTAFORMA La guerra contemporanea non è solo quella che vediamo nei reportage. È reti di dati, sistemi elettronici, droni, AI, operazioni speciali. È velocità decisionale e capacità di colpire in tempi brevissimi. In questo contesto, il valore strategico di un territorio non si misura più solo in base alla presenza di soldati. Si misura in connettività, in logistica, in capacità di comando integrate. Una base come Camp Darby, collegata a sistemi di intelligence e guerra elettronica, inserita in catene di comando NATO, è parte di questa architettura — indipendentemente da quante bandiere americane sventolano sul suo perimetro. Questo solleva una domanda di sovranità reale: quando l’Italia ospita infrastrutture integrate nei sistemi di comando statunitensi, quanto margine decisionale mantiene in caso di crisi? Chi autorizza l’uso operativo di queste strutture? Non è una domanda retorica. È una domanda concreta a cui non esiste una risposta pubblica e verificabile. JAMMS E PRATICA DI MARE: IL CERVELLO DIGITALE DELLA GUERRA Per capire come funziona questa architettura in concreto, vale la pena guardare a un programma specifico: JAMMS, sistema aereo multi-missione con capacità avanzate di guerra elettronica. JAMMS collega in un’unica rete operativa aerei spia, sensori, satelliti, forze speciali e basi terrestri. È parte della dottrina JADC2 — Joint All-Domain Command and Control — con cui gli Stati Uniti puntano a dominare simultaneamente tutti i domini operativi: terra, mare, cielo, spazio, cyber. Due elementi concreti danno la misura del programma: piattaforme G550 modificate per intelligence e guerra elettronica, e un contratto da circa 300 milioni di dollari per capacità di jamming. Pratica di Mare, base aerea a sud di Roma, probabilmente è uno snodo centrale di questa rete in Italia — il punto in cui i dati si raccolgono, si elaborano e si trasformano in ordini operativi, con sincronizzazione diretta tra forze USA e italiane e tempi di risposta compressi al minimo. Il punto che ci riguarda è però un altro: che ruolo avrebbe l’hub toscano in questo sistema? A cosa servono, in questa prospettiva, le predisposizioni e l’adeguamento dell’area ex-CISAM? Se Pratica di Mare è il nodo digitale, Camp Darby e le strutture pisane diventano il braccio logistico? Il punto da cui si muovono uomini, mezzi e materiali quando arriva il segnale? La velocità di risposta dipende dall’integrazione tra questi nodi. E l’integrazione, stando ai dati disponibili, è già in corso. DECISIONALITÀ E SOVRANITÀ: IL CASO CROSETTO C’è un episodio che dice più di molti documenti ufficiali. Nelle ore dell’attacco Usa-Israele all’Iran si trovava negli Emirati Arabi il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto con la famiglia. La chiusura improvvisa degli spazi aerei lo ha bloccato fuori dal paese. È un episodio in apparenza minore, ma illumina qualcosa di strutturale: nelle crisi rapide, le decisioni non aspettano e si prendono altrove. Dentro sistemi di comando integrati, secondo catene di autorizzazione che evidentemente non passano per i ministeri italiani. Se l’Italia è integrata nei sistemi di comando USA/NATO, quanto margine reale di autonomia resta? Chi decide l’uso delle basi? Chi controlla i dati che transitano dalle nostre infrastrutture? Chi stabilisce tempi e obiettivi operativi quando si apre uno scenario di crisi? Ma soprattutto chi e cosa viene valutato “tra le ipotesi di risposta nemica” se l’attacco a Dubai non era “preventivato”? Che “sicurezza” e “deterrenza” possiamo aspettarci per i nostri territori? Sono domande a cui i “sovranisti” del governo italiano non ha mai dato risposta pubblica, anzi le aggira. E il silenzio è già una risposta. IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA C’è un pattern che si ripete. Ogni potenziamento militare viene presentato come “ammodernamento”, “investimento”, “innovazione tecnologica”, “sicurezza del territorio”. Il linguaggio è sempre neutro, sempre orientato allo sviluppo, mai alla guerra. Eppure, sommando i pezzi — le basi, le ferrovie, i depositi, le forze speciali, i sistemi di intelligence, i programmi di guerra elettronica, il contesto mediterraneo — emerge un quadro coerente: un territorio che si trasforma in piattaforma operativa nel bel mezzo della terza guerra mondiale. E nessuno ce lo sta chiedendo. Questa è già, di per sé, una risposta politica. Chi ha autorizzato e permesso la progressiva trasformazione dell’area pisana in hub militare integrato? Quali procedure di consultazione pubblica sono state attivate? Qual è il ruolo delle tre università pisane in questo lavoro di integrazione? Quali valutazioni di impatto — ambientale, sociale, strategico — sono state condotte? In caso di escalation regionale o conflitto, quali obblighi operativi derivano dalla presenza di queste strutture sul nostro territorio? Chi risponde, e a chi, delle decisioni prese? Il Movimento No Base non ha tutte le risposte. Ma ha le domande giuste. Abbiamo intenzione di trovarle insieme lottando per non essere un braccio della logistica bellica, un apparato subordinato agli USA ma neanche agli interessi coloniali nostrani. Possiamo farlo iniziando dalla risposta più semplice, l’unica che abbiamo con certezza: Lo vogliamo? No, nè ora nè mai, nè qui nè altrove!