Rogoredo, falsificazioni e depistaggi del Commissariato emersi nelle indagini per la morte di Abderrahi “Zak” Mansouri

InfoAut: Informazione di parte - Monday, February 23, 2026

Abderrahi “Zak” Mansouri, 28 anni, è stato ucciso a Rogoredo, alla periferia est di Milano, il 26 gennaio scorso, da un colpo di pistola esploso da un agente di Polizia durante quello che i poliziotti hanno definito un “controllo antidroga”.

Stando a quanto riportano i giornali, si rafforza l’ipotesi dell’omicidio volontario e di un vero e proprio racket imposto dalle forze di Polizia a Rogoredo e nella periferia Sud di Milano: Carmelo Cinturrino, poliziotto indagato per l’omicidio, non avrebbe chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra agonizzante dopo il colpo alla testa, non sarebbe stato minacciato da Zak (il quale non aveva la pistola, diversamente da quanto dichiarato da Cinturrino e colleghx), e gli avrebbe anche chiesto quotidianamente soldi e droga.

Alcuni degli elementi emergono dagli interrogatori di quattro agenti in servizio quella sera insieme a Cinturrino, a loro volta indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. I colleghi avrebbero riferito che Cinturrino avrebbe gestito personalmente le fasi successive all’accaduto, descrivendolo come una sorta di “fanatico” nel gestire in modo opaco alcune operazioni.

Stando alla ricostruzione della Procura il collega che era più vicino a Cinturrino  si sarebbe recato al commissariato Mecenate e sarebbe poi tornato con una borsa. Gli altri poliziotti sostengono di non sapere cosa ci fosse dentro. L’ipotesi è che quella replica di una pistola a salve sia stata messa sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata, come aveva detto, invece, Cinturrino parlando di legittima difesa. Un altro degli elementi centrali dell’indagine riguarda il lasso di tempo di 23 minuti tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi, ricostruito anche grazie alle telefonate ricevute dalla vittima poco prima di morire.

L’indagine sulla morte di Zak si colloca in un contesto più ampio che nelle ultime settimane ha riportato l’attenzione sul clima operativo in alcuni reparti delle forze dell’ordine milanesi. In parallelo procede il procedimento sulla morte di Ramy Elgaml, morto durante un inseguimento dei carabinieri. Per la morte di Ramy risultano indagati a vario titolo sette militari dell’Arma. Tra gli atti acquisiti figurano anche numerose chat tra carabinieri coinvolti o in contatto con loro nelle ore successive ai fatti: conversazioni diffuse dal quotidiano Domani che contengono anche espressioni cariche di odio nei confronti della vittima.

Depistaggi e incongruenze emergono anche rispetto all’omicidio, sempre per mano di un agente di Polizia, del giovane Moussa Diarra, avvenuto il 20 ottobre 2024 a Verona. Lx avvocatx della famiglia e dellx amicx stanno cercando di fare opposizione alla richiesta di archiviazione per legittima difesa dell’agente, sostenuta fin dal primo giorno dalla Procura veronese. Le istanze contestano presunte falle nell’inchiesta per omicidio colposo. La prima riguarda la sparizione per “malfunzionamento” di alcune delle immagini dell’impianto di videosorveglianza della stazione di Verona, che sembrano tagliate e manomesse. Inoltre, si vorrebbero portare come prove a dibattimento le comunicazioni radio tra Polizia Locale e Polizia di Stato la mattina della morte di Moussa e il contenuto del gruppo Whatsapp (secretato) di cui faceva parte l’indagato “Squadra Operativa 2”, nel quale erano state condivise le immagini del giovane morente. In particolare, uno dei membri aveva inserito due video già alle 7.50 del mattino, così l’agente indagato aveva potuto rivedere le immagini della sparatoria prima di rispondere alle domande del magistrato. Altre verifiche riguardano i registri del taser utilizzato dalla Polfer di Verona, la “portata lesiva” del coltello, una “posata da tavola”, forse addirittura in plastica, che secondo le testimonianze rese dall’agente indagato sarebbe impugnata dal maliano, e lo avrebbe portato a sparare per legittima difesa.

Nei soli tre casi citati, ma ciò è vero per gli innumerevoli casi di abuso agito dalle forze dell’ordine in Italia, se lo scudo penale inserito nel Pacchetto Sicurezza da poco licenziato dal Consiglio dei ministri fosse stato già attivo, non sapremmo nulla di quello che abbiamo appreso rispetto a questi giovanissimi ammazzati dalle forze dell’ordine.

Con Rajaa, di Milano in Movimento, cerchiamo di capire qualcosa di più su quanto avvenuto a Rogoredo e a fare alcune riflessioni sulla pericolosità del nuovo pacchetto sicurezza per quanto riguarda la condotta della Polizia in Italia.

da Radio Blackout

L’uomo con la pistola in tv

da Osservatorio repressione

Quando la propaganda precede la verità e un gesto televisivo vale più di un’indagine

Ve lo ricordate? L’uomo che in televisione puntava una pistola verso la telecamera.

Uno studio illuminato, il pubblico a casa, il clima carico. Un sindacalista di polizia che estrae un’arma e la punta simbolicamente contro chi guarda. Non per minacciare davvero, ma per “dimostrare”. Per spiegare cosa si prova. Per orientare l’emozione.

Si tratta di Paolo Macchi, ispettore di polizia e dirigente nazionale del SIULP, ospite di Fuori dal coro condotto da Mario Giordano su Rete 4.

Siamo nei giorni immediatamente successivi al 26 gennaio. Nel boschetto di Rogoredo, a Milano, è stato ucciso Abderrahim Mansouri, 28 anni, marocchino. La nazionalità, in questa storia, non è un dettaglio neutro. Viene usata. Diventa parte del racconto.

L’agente che ha sparato, Carmelo Cinturrino, dichiara a verbale: mi ha puntato l’arma contro, ho avuto paura, ho sparato.

La politica di destra reagisce in blocco. Matteo Salvini annuncia che sta col poliziotto “senza se e senza ma”. Fratelli d’Italia e Lega parlano di legittima difesa, di accanimento giudiziario, di immigrato pericoloso. Il copione è pronto prima ancora che l’indagine inizi davvero.

E in quello studio televisivo, la scena simbolica diventa dispositivo politico.

«Guardatela», dice Macchi mostrando la pistola giocattolo. «È solo un oggetto da poche decine di euro. Ma se ve la puntassi, alzereste le mani. Pensate se a puntarvela fosse uno spacciatore in un bosco di notte».

Non è informazione. È pedagogia della paura. È costruzione emotiva. È la trasformazione di un fatto da accertare in una parabola morale: noi contro loro. Ordine contro caos. Stato contro immigrato.

Peccato che, nei giorni successivi, i fatti inizino a incrinare quella narrazione.

Emergono testimonianze che parlano di richieste quotidiane di denaro e droga da parte dell’agente. Accuse gravi, che vanno considerate come tali, senza processi sommari. Ma restano sulla bilancia della credibilità.

Emergono soprattutto elementi oggettivi. Quattro colleghi vengono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Si ipotizza che Cinturrino abbia gestito da solo le fasi successive allo sparo. Si parla di 23 minuti prima della chiamata ai soccorsi. Ventitré minuti.

E la pistola? Era a salve. Ma era davvero impugnata? C’era davvero in quella dinamica?

L’inchiesta ha accertato che quella scena non è andata come era stata raccontata a caldo. La pistola non presentava impronte della vittima, i tempi dei soccorsi risultano incompatibili con una reazione immediata e lineare, e quattro colleghi sono indagati per aver aiutato a eludere le investigazioni e per omissione di soccorso. Il quadro che emerge è quello di una messa in scena successiva allo sparo, di una gestione opaca dei minuti decisivi, di una verità aggiustata a posteriori.

L’agente è indagato per omicidio. Sarà un processo a stabilire responsabilità definitive. Ma la narrazione costruita nelle ore successive all’uccisione è già crollata.

Ed è qui che l’immagine dell’uomo con la pistola in tv diventa simbolica.

Vedete quanto potere ha un sistema politico-mediatico quando decide di inclinare la bilancia prima ancora che i fatti vengano accertati? Vedete come funziona il meccanismo?

Prima si costruisce l’immagine: il poliziotto costretto a difendersi, l’immigrato minaccioso.
Poi si crea il consenso: dichiarazioni indignate, raccolte firme, trasmissioni a senso unico.
Infine si delegittima l’indagine: giudici politicizzati, procure ostili, “accanimento” contro le divise.

E quando emergono le crepe? Silenzio.

C’è qualcuno che ha chiesto scusa per quella scenografia con la pistola in studio? Per quella rappresentazione teatrale costruita su un cadavere ancora caldo?

Nessuno. Perché la vittima è un marocchino. E nella gerarchia emotiva della propaganda, un marocchino pesa meno. Finché non tocca a te.

Perché il punto non è essere “contro” le forze dell’ordine. Il punto è essere contro l’uso politico della paura. Quando la paura diventa spettacolo, la verità diventa un ostacolo. E quando la verità diventa un ostacolo, la giustizia diventa un dettaglio.

E uno Stato che permette che la giustizia venga sostituita da una scenografia televisiva non è più uno Stato forte. È uno Stato che ha paura della verità.