
Imperialismo Digitale
InfoAut: Informazione di parte - Thursday, March 5, 2026Riprendiamo da Scienza in rete
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA di Dario Guarascio, pubblicato da Laterza ed uscito nelle librerie il 6 febbraio, affronta uno dei nodi centrali del nostro presente: il connubio sempre più marcato tra digitalizzazione dell’economia, concentrazione del potere tecnologico e crescente bellicismo come dimensione strutturale dell’ordine globale.
Imperialismo digitale non è un libro sulle Big Tech in senso stretto, né un saggio di geopolitica sul confronto tra Stati Uniti e Cina. È piuttosto un tentativo riuscito di leggere il paradigma tecnologico digitale come forma storica del capitalismo contemporaneo, entro cui si ridefiniscono, in modo sempre più conflittuale, i rapporti di forza globali.
Le quattro segnature con cui si apre il prologo restituiscono con grande efficacia “lo spirito del tempo”. Non si tratta di semplici episodi di cronaca internazionale, ma di quattro immagini che condensano la riconfigurazione in corso dell’ordine globale: l’incontro di Tianjin tra Xi Jinping, Narendra Modi e Vladimir Putin, circondati dai leader di oltre venti paesi non occidentali; la parata militare di Pechino per l’80esimo anniversario della vittoria nella WWII, con l’esibizione di missili balistici e armamenti di nuova generazione; la cena alla Casa Bianca subito dopo il secondo insediamento di Trump tra l’amministrazione statunitense e i vertici delle Big Tech; e la simbolica rinomina del Dipartimento della Difesa americano in Department of War.
Nel loro insieme, questi eventi delineano un quadro preciso: lo scontro tra grandi potenze e la sfida al primato “occidentale” prendono forma nell’intreccio strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare. La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste tecnologie negli apparati bellici.
Le promesse tradite e gli effetti reali della digitalizzazione
Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’impianto teorico del volume. Guarascio ricostruisce il digitale come paradigma storico-tecnologico che permea produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato e sviluppatosi dentro una dialettica costante tra applicazioni civili e militari. La promessa originaria di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale svolto dallo Stato, in particolare attraverso la ricerca militare, nello sviluppo delle innovazioni radicali.
Il primo capitolo svolge una funzione fondativa: mostra come la digitalizzazione abbia trasformato in profondità il lavoro e l’organizzazione economica senza produrre quella liberazione dal lavoro a lungo annunciata. Al contrario, il lavoro diventa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre lo Stato stesso si digitalizza, rendendosi sempre più dipendente da infrastrutture private per perseguire obiettivi civili e militari. La tecnologia digitale appare così, fin dall’origine, nella sua natura preminentemente politica e quindi ambivalente: capace di espandere possibilità e, allo stesso tempo, di rafforzare relazioni di dominio.
Su queste basi si innesta il secondo capitolo, dedicato all’ascesa e al consolidamento del potere delle Big Tech. Qui il libro mostra uno dei suoi punti di maggiore forza analitica. Guarascio traccia l’evoluzione dell’impresa capitalistica, dalle intuizioni classiche di Smith e Schumpeter fino alla configurazione attuale di imprese che non si limitano a operare nel mercato globale, ma ne controllano le infrastrutture critiche. Le economie di scala e di rete, il controllo dei dati e la concentrazione delle competenze tecnologiche danno luogo a un potere delle Big Tech senza precedenti. L’autore richiama esplicitamente la tradizione classica dell’economia politica dell’imperialismo, a partire da Hobson. Già all’inizio del Novecento l’autore liberale inglese sosteneva che l’espansione imperiale britannica non rispondesse a un generico “interesse nazionale”, ma alla necessità, per un capitale sempre più concentrato, di trovare nuovi sbocchi esterni alla valorizzazione. Lenin radicalizzerà questa intuizione, leggendo l’imperialismo come fase storica del capitalismo monopolistico. Oggi, questa dinamica si riproduce su nuove basi: non più soltanto l’esportazione di capitali finanziari, ma l’espansione di infrastrutture digitali, cavi in fibra, piattaforme, cloud e IA. Cambiano gli strumenti, non la logica: la digitalizzazione diventa la nuova frontiera della proiezione imperialista nel contesto di una nuova crisi di sovrapproduzione. Come agli inizi del XX secolo, il rapporto tra Stato e imprese multinazionali non è descritto come semplice subordinazione unilaterale, ma come una relazione di mutua dipendenza. È qui che prende forma il concetto di complesso militare-digitale: un’evoluzione del ben noto complesso militare-industriale, in cui le Big Tech diventano “occhi e orecchie” dei governi e fornitori indispensabili della loro capacità di sorveglianza. Le “porte girevoli” tra Silicon Valley, Pentagono e apparati di intelligence richiamano quelle, già ampiamente studiate, tra Wall Street, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve. Cambia la sfera, ma non la logica del potere strutturale che lega Stato e grande capitale.
Il terzo capitolo approfondisce ulteriormente questa dinamica spostando lo sguardo sul rapporto tra digitalizzazione della guerra e militarizzazione del digitale. Guarascio ricostruisce con dovizia di esempi come la spesa militare stia virando sempre più verso tecnologie digitali avanzate: dall’IA ai sistemi di supporto decisionale, fino all’uso estensivo di droni e armi autonome, mostrando il ruolo crescente delle Big Tech. Da Alphabet (Google) e Microsoft fino a Amazon e Palantir Technologies, le cosiddette GAFAM e poche altre imprese specializzate nella sicurezza digitale sono ormai stabilmente integrate nei circuiti delle commesse statali (si veda la figura 3 in basso).
Il cloud militare, l’analisi dei big data e i sistemi di sorveglianza diventano così nuove linee di business strategiche, alimentate da appalti pubblici miliardari e da una crescente dipendenza degli apparati statali da infrastrutture private. Eppure, il tema non è soltanto l’efficienza militare, ma la trasformazione qualitativa della guerra: la riduzione dei tempi decisionali, l’opacità delle responsabilità e il rischio di escalation incontrollate mettono in crisi i tradizionali meccanismi di deterrenza. Questa integrazione tra digitale, IA e apparati bellici riaggiorna la retorica della Guerra del Golfo: quella delle “bombe intelligenti” e dei sistemi d’arma automatizzati che avrebbero reso la guerra più precisa, più “giusta”, capace di neutralizzare, ferire, uccidere solo il cattivo, il nemico, il terrorista. Una narrazione che si scontra brutalmente con gli oltre 20mila bambini uccisi a Gaza da uno degli eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo.

Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi ad appannaggio del solo “Occidente”. Al quadro statunitense fa da contraltare l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese (capitolo quarto). Qui Guarascio si muove su un terreno ancora poco frequentato dal pubblico italiano, ma in rapida espansione, come mostra l’aumento di pubblicazioni sul tema (si veda, ad esempio, La Cina ha vinto di Alessandro Aresu).
La traiettoria cinese verso l’integrazione del sistema tecnologico e di guerra
L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una combinazione specifica: apertura calibrata alle relazioni commerciali con il resto del mondo, forte intervento statale e pianificazione industriale di lungo periodo. Le Big Tech cinesi non sono una mera replica autoritaria del modello occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il ruolo del Partito-Stato rimane centrale nella direzione strategica dello sviluppo tecnologico. La competizione tra Stati Uniti e Cina emerge così come uno scontro tra due configurazioni di imperialismo digitale, non riducibile a una semplice opposizione tra democrazia e autoritarismo.
Per comprendere la traiettoria cinese vale la pena riprendere un’altra segnatura ricordata dall’autore, forse meno spettacolare ma ancora più rivelatrice. Nel 1994 Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, incontra Jiang Zemin e gli affida una frase destinata a segnare un’intera stagione: «Un paese privo di apparecchiature di commutazione proprie è come se fosse privo del proprio esercito». «Ben detto», risponde Jiang. Questo scambio può essere letto come il preludio della strategia di lungo periodo con cui il Partito-Stato inizierà a perseguire un’autonomia tecnologica concepita fin dall’origine come parte integrante della sicurezza nazionale. Una traiettoria che si inscrive nel più ampio progetto di trasformazione della Cina in un “grande paese socialista moderno”, chiamato a lasciarsi definitivamente alle spalle il “secolo delle umiliazioni”.
Guarascio insiste giustamente sul metodo che sorregge questo processo. I grandi fondi di orientamento industriale, la mobilitazione delle banche statali e il coordinamento tra livelli centrali e locali consentono alla Cina di sostenere settori chiave come semiconduttori, IA, telecomunicazioni e robotica. La peculiarità del sistema di programmazione economica cinese, fondato sui piani quinquennali e su un ampio ricorso a imprese e istituzioni finanziarie pubbliche, permette di avviare programmi di lungo periodo, coordinare strumenti diversi (sussidi, credito agevolato, accordi internazionali per l’approvvigionamento di materie prime critiche) e modulare gli interventi in base alle specificità settoriali e territoriali.
La natura stessa delle istituzioni bancarie e finanziarie nel modello di sviluppo cinese aiuta a comprendere anche le trasformazioni più recenti della digitalizzazione monetaria. La relativa arretratezza di un sistema bancario quasi interamente controllato dallo Stato ha inizialmente favorito la rapida diffusione dei pagamenti elettronici tramite smartphone, dominati da colossi fintech come Alipay (Alibaba) e WeChat Pay (Tencent). È su questo terreno che si innesta la sperimentazione della moneta digitale, che procede a ritmi molto più rapidi rispetto ad altre economie avanzate. Lo yuan digitale, infatti, non è soltanto un’innovazione monetaria, ma un tentativo di riportare sotto controllo pubblico un’infrastruttura finanziaria ad oggi egemonizzata dalle piattaforme private, rafforzando la capacità dello Stato di governare i flussi di pagamento e integrare la moneta nell’architettura digitale nazionale.
Se le GAFAM (Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon, and Microsoft) statunitensi non hanno bisogno di presentazioni, essendo ormai parte integrante delle nostre vite digitali, le Big Tech cinesi stanno entrando solo ora nel radar del dibattito pubblico europeo, spesso filtrate attraverso una lente geopolitica più che economica. L’autore propone quindi una ricostruzione più attenta e didascalica delle principali piattaforme cinesi, in particolare Baidu, Alibaba, Tencent (BAT) e Huawei. Una genealogia che si intreccia alla storia dei trasferimenti tecnologici, al ruolo delle multinazionali occidentali (a partire da IBM) e alle storie dei cosiddetti returnees: imprenditori e ingegneri formatisi negli Stati Uniti o in Europa e rientrati in Cina per partecipare alla costruzione dell’ecosistema digitale nazionale. Programmi come Internet Plus e Made in China 2025 forniscono la cornice istituzionale entro cui queste imprese si affermano, beneficiando di un ambiente protetto sul mercato interno e di un sostegno pubblico mirato nelle fasi più rischiose dell’innovazione. In questo senso, la costruzione del Great Firewall, avviata già nel 1997, non viene letta soltanto come un dispositivo di controllo politico e censorio della rete, ma anche come una scelta di protezione del mercato digitale domestico: una barriera regolatoria che ha limitato l’ingresso delle piattaforme statunitensi, creando spazio per la crescita di campioni nazionali. Le BAT non emergono dunque come semplici startup di successo, ma come nodi centrali di un progetto di modernizzazione tecnologica guidato politicamente, in cui lo Stato protegge mercati, orienta investimenti e seleziona priorità strategiche.
Il rapporto tra Partito e Big Tech non è tuttavia privo di tensioni e contraddizioni. Dopo il 2020, la stretta regolatoria su Ant Group (Alibaba) e Tencent segnala con chiarezza che le piattaforme non possono più permettersi strategie disallineate rispetto agli orientamenti governativi, né anteporre profitti e internazionalizzazione alla sicurezza nazionale o alle strategie di lungo periodo. In questo campo conteso tra potere politico e grande capitale privato, l’IA diventa uno dei principali vettori dell’odierna mutua dipendenza tra Partito-Stato e imprese digitali. Guarascio richiama per analogia il modello occidentale delle “porte girevoli”, osservando come anche in Cina i vertici delle principali imprese digitali siedano negli organi rappresentativi: da Ma Huateng (Tencent) a Lei Jun (Xiaomi), fino a Robin Li (Baidu) e Richard Liu (JD.com), tutti delegati al Congresso Nazionale del Popolo, l’assemblea legislativa della Repubblica Popolare.
L’autore sottolinea come questa presenza abbia un duplice valore: simbolico, perché segnala l’allineamento delle imprese agli obiettivi nazionali; e sostanziale, perché consente alle Big Tech di incidere sulle politiche industriali e tecnologiche, orientando le priorità pubbliche. Il parallelo con le revolving doors statunitensi è suggestivo, ma rischia di oscurare una differenza strutturale. In Cina, l’inclusione degli imprenditori negli organi statali, spesso più consultivi e formali che propriamente legislativi, non sembra rimandare tanto a una cattura dello Stato da parte del capitale, quanto piuttosto iscriversi nella traiettoria inaugurata da Jiang Zemin con la teoria delle “Tre Rappresentanze”. Con essa, il Partito ha ridefinito la propria base sociale e simbolica, superando l’auto-rappresentazione come avanguardia esclusiva di operai e contadini per includere le “forze produttive avanzate”, la cultura moderna e gli interessi fondamentali della maggioranza della popolazione.
È in questo passaggio che l’ingresso delle élite imprenditoriali viene politicamente normalizzato: non come deviazione dal progetto socialista, ma come sua estensione, all’interno di un modello di modernizzazione in cui sviluppo tecnologico e accumulazione privata vengono ricondotti entro un orizzonte di direzione politica. Eppure, nonostante la crescente mutua dipendenza tra Partito-Stato e Big Tech, la preminenza del Partito sullo Stato e sul grande capitale resta un elemento costitutivo della Cina di Xi Jinping. In questa prospettiva, la relazione tra potere politico e capitale digitale appare diversa da quella statunitense.
È proprio sul terreno della digitalizzazione della guerra che questa mutua dipendenza “con caratteristiche cinesi” può essere ulteriormente esplorata se non compresa. A partire dal 2015, con l’adozione esplicita della strategia di fusione civile-militare, il Partito-Stato imprime una svolta decisiva all’integrazione tra apparato bellico e imprese tecnologiche private, orientando ricerca e cooperazioni industriali verso lo sviluppo di tecnologie duali. La spesa militare cresce di tredici volte tra il 1995 e il 2024, mentre fondi pubblici per decine di miliardi di dollari alimentano un ecosistema in cui IA, cloud, reti 5G, droni e sistemi autonomi diventano asset strategici ben oltre la sfera economica.
Nonostante l’opacità dei dati renda difficile una mappatura sistematica, i casi ricostruiti sono eloquenti: dai laboratori congiunti tra Baidu e CETC per il supporto decisionale nei teatri di guerra, agli accordi miliardari tra Alibaba e NORINCO per la localizzazione satellitare degli obiettivi; dalle relazioni organiche tra Huawei e l’apparato militare, documentate attraverso la circolazione di personale e competenze, fino ai progressi nella produzione di droni, cani robot, missili guidati dall’IA e sistemi sottomarini intelligenti.
Come negli Stati Uniti, anche in Cina la frontiera tecnologica viene spinta verso applicazioni orientate alla sorveglianza di massa, all’automatizzazione delle decisioni militari e al perfezionamento delle armi autonome. Il quadro che emerge è quello di un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo, strutturalmente simmetrico a quello statunitense pur inscritto in un assetto politico diverso. Huawei e le BAT vi occupano una posizione chiave non solo per la natura esclusiva delle tecnologie di cui dispongono, ma anche per un calcolo convergente. Infatti, in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, la spesa militare diventa una fonte cruciale di profitti, mentre l’allineamento agli obiettivi del Partito offre una forma di protezione preventiva contro nuove strette regolatorie. È qui che l’“imperialismo digitale” prende corpo anche sul versante cinese: nella saldatura tra sicurezza nazionale, accumulazione tecnologica e disciplina politica del capitale, che trasforma le piattaforme in infrastrutture di potenza e la competizione digitale in una dimensione strutturale del confronto globale.
Nelle conclusioni, il libro allarga ulteriormente lo sguardo, soffermandosi sul ruolo marginale dell’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e sulle conseguenze sociali del rafforzamento dei monopoli digitali: aumento delle diseguaglianze, svuotamento della democrazia e ridefinizione dei conflitti sociali in un contesto sempre più segnato dall’intreccio tra economia e sicurezza.
Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile nel panorama e nel dibattito italiano. Riesce a essere al tempo stesso divulgativo e rigoroso, accessibile senza mai risultare approssimativo, metodologicamente solido senza rifugiarsi nel linguaggio specialistico. Il quadro che ne emerge è indubbiamente cupo, ma è il quadro del nostro presente: quello di un’economia digitale sempre più intrecciata alla guerra e di nubi che si addensano sul disordine globale.