Guerra all’Iran: da un certo punto in là non c’è più ritorno

InfoAut: Informazione di parte - Thursday, March 12, 2026

Ad oggi è possibile sostenere che gli USA non si aspettassero una durata della guerra di questo tipo. Nessun segno di de-escalation: gli attacchi aerei contro l’Iran si intensificano nella seconda settimana di guerra. I bombardamenti su Teheran sono indiscriminati, ospedali, scuole, civili, depositi di petrolio nel centro della città.

Trump chiede la resa incondizionata ma non ottiene ciò che spera, anzi. Se l’attacco imperialista ha preso avvio con buona speranza di chiuderla in fretta, magari con un cambio di regime come in Venezuela, significa dover fare i conti con la storia. La spudorata ferocia dell’attacco dispiegato sulle città iraniane è senza precedenti e la retorica del “libereremo il paese dalla dittatura” è durata poco, quella che si è scatenata è la stessa furia genocida che abbiamo conosciuto a Gaza. Colpire deliberatamente le riserve di petrolio in una città da 10 milioni di abitanti, sapendo di scatenare una nube tossica e piogge acide, è qualcosa di disumano che ha mostrato la vera intenzione dell’attacco imperialista: nessuna liberazione, ma guerra di sterminio. Le vite di chi è fuori dall’Occidente e dai sui piani coloniali, valgono zero. Dimostrare di saper resistere e rispondere a questo attacco, dall’Iran al Libano, è un fuoco di speranza per milioni di persone in Medioriente e nel mondo che sentono la necessità che qualcosa si frapponga a questo piano distruttivo e di barbarie.

Strategie

Anche se è difficile capire quale sia la reale strategia americana dietro l’attacco e soprattutto come gli USA pensino di uscirne, diverse sono le opzioni in campo. Va premesso che nelle “nebbie di guerra” è difficile reperire fonti attendibili e discernere dalla propaganda. Da parte americana, l’obiettivo sembra rimanere quello di un crollo del regime e di un suo cambio di vertice, poco importa se questo avverrà a costo di colpire la popolazione civile. Dall’altra, si spera di disarticolare la struttura statale e di balcanizzare il paese seguendo la strategia del caos adottata in Siria. Alcuni partiti kurdi della recente coalizione  non nascondono di essere dentro questa dinamica, aspettando probabilmente il momento propizio. Di fronte al mancato indebolimento dello stato iraniano e la scelta di Mojtaba Khamenei come guida suprema della Repubblica, quindi di una continuità di comando e di uno slittamento su posizioni meno disponibili a mediazioni, la parte americana valuta l’intervento diretto con  truppe sul terreno. Sembra per ora orientata o all’occupazione dei terminal petroliferi o dei siti nucleari. 

Israele ha messo fretta, come spiega Paola Rivetti in un’intervista, poiché l’occasione era propizia. Dopo un gennaio di proteste, Russia e Cina impegnate altrove, Hezbollah meno forte e la fine di Assad, la Repubblica Islamica pareva indebolita. Parallelamente però la crisi del dollaro è un fatto materiale a cui la politica di Trump doveva dare risposta, non si può escludere dunque che tra i vari obiettivi di questo surriscaldamento c’è la necessità di ridisciplinare i Paesi del Golfo alleati. Come sostiene Alessandro Volpi, infatti “Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva”. E inoltre “Un clima di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petrolmonarchie alle società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio. In cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40%”. 

La strategia iraniana continua a concentrarsi su di una risposta ad ampio spettro verso le basi americane nell’area e verso Israele. Nel frattempo si intensifica il blocco dello stretto di Hormuz, con un suo possibile blocco totale attraverso la posa di mine navali. Gli altri alleati dell’Iran, quindi soprattutto Hezbollah e i gruppi iracheni stanno facendo la loro parte.  Israele non ha mai subito un attacco di questo tipo. Per quanto Netanyahu volesse cogliere l’occasione per spingere il suo progetto sionista togliendo di mezzo l’ostacolo più importante, è costretto a fare fronte a un attacco dentro i propri “confini” su civili e target militari. Il 7 ottobre è stato un evento di significativa portata e ad alto livello di shock ma non in termini di durata e d’estensione. Israele ha un punto debole nella stessa struttura organizzativa dello stato sionista, senza il supporto americano e dell’Occidente non potrebbe far fronte a nessuna delle sue funzioni essenziali. I Paesi del Golfo: colpire obiettivi ben precisi come basi americane in questi Paesi e infrastrutture logistiche ed energetiche, oltre a data center, impianti di desalinizzazione accompagnati dal blocco dello Stretto di Hormuz denotano un ulteriore elemento di potenza a fronte della confusione dell’aggressore. 

Gli USA vorrebbero ora una fine più immediata della guerra, ma come fanno a dire che hanno vinto? Non c’è un punto di caduta prevedibile: invasione via terra, bombe tattiche nucleari, accaparramento di risorse e in particolare delle scorte di uranio, attacchi e estensione della guerra verso obiettivi dei paesi che vorranno farsi coinvolgere nell’ennesimo esempio di fallimento della politica estera trumpiana.

Catene del valore

Il potere egemonico si fonda oggi sulla capacità di avere l’esercito più forte al mondo e sulla finanziarizzazione del dollaro. Il controllo della produzione è in parte ancora assolutamente attuale ma il problema per gli USA deriva dall’eccessiva frammentazione e dislocazione della catena del valore. Questo processo, come spiega Phil Neel, crea bolle di rischio e, su scala globale, finisce per conferire maggiore potere a certi Stati piuttosto che ad altri, quelli che gli USA si auspicherebbero. Il problema è infatti il costo dei processi produttivi globali che, per una fase che ha preceduto l’avvio della guerra guerreggiata su scala potenzialmente globale, Trump ha gestito attraverso l’imposizione di dazi e un’economia protezionista, con l’avvio di avventure coloniali come dimostra l’attenzione posta alla Groenlandia e al Canada oltre al protrarre il genocidio in Palestina. In questo processo il Sud globale intanto ha sviluppato i suoi meccanismi di produzione locale e anche i suoi eserciti. Non si tratta qui di coltivare l’illusione di chi pensa al mondo in scala multipolare né di difendere interessi campisti ma di rendere conto dei meccanismi di questa fase avanzata del capitalismo a livello globale. Una delle prospettive americane per uscire dal piano inclinato, in cui c’è evidentemente una crisi del potere egemonico, va nella direzione di sviluppare “più guerra” nei punti di partenza o nei punti strategici delle catene del valore, dove esso viene effettivamente estratto, oltre ai punti dove ci sono fratture storiche in cui intervenire e approfondire la crisi, come può essere stato il caso dell’Ucraina. In questo senso il colpo al Venezuela che ha preceduto l’attacco all’Iran è indicativo in quanto è stato targettizzato uno dei luoghi in cui il petrolio rappresenta il centro dei rapporti bilaterali con Paesi come la Russia e la Cina, obiettivo reale per gli USA. 

Di fatto quanto sta accadendo in Iran va letto sia nella sua specificità regionale sia all’interno della più ampia competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina e quindi un ulteriore tentativo di intervenire sulle catene del valore cinesi. Se è vero che le dinamiche mediorientali mantengono una loro autonomia, legata agli equilibri regionali, alla pressione israeliana e alle strategie statunitensi nell’area, è altrettanto evidente che esse si inseriscono nel quadro della rivalità globale con Pechino. In questo senso l’Iran assumerebbe una rilevanza particolare anche per la sua posizione nel sistema energetico che alimenta l’economia cinese.

Da un lato, come mostrano le ricerche di mercato Kpler effettuate da Politico, “Sebbene la Cina acquisti petrolio da nazioni di tutto il Medio Oriente, l’Iran è stato secondo solo all’Arabia Saudita come fornitore l’anno scorso”. Nel 2025, l’Iran e il Venezuela hanno rappresentato il 17% degli acquisti di greggio da parte della Cina, che sfrutta la sua posizione di compratore privilegiato data dall’assenza di domanda per questi due attori sottoposti a sanzioni. Secondo i dati citati la Cina avrebbe già da tempo iniziato a stoccare petrolio, raggiungendo un livello record di importazioni, al fine di garantirsi una coperta più lunga in vista delle accelerazioni caotiche statunitensi. Uno studio del centro di ricerca sull’energia della Columbia University parla di 11,6 milioni di barili al giorno nel 2025. 

Altre analisi invitano invece a ridimensionare la centralità dell’Iran per l’economia energetica cinese. Come osserva Domenicantonio De Giorgio, docente di Economia all’Università Cattolica, la narrativa secondo cui le operazioni militari statunitensi contro Iran e Venezuela avrebbero l’obiettivo di recidere una componente decisiva dell’approvvigionamento energetico cinese risulta, a contatto con i dati, ampiamente sopravvalutata. In realtà il greggio sanzionato rappresenterebbe solo una quota limitata del consumo energetico complessivo della Cina, un’economia il cui mix energetico rimane fortemente dominato dal carbone e sempre più sostenuto dall’espansione delle rinnovabili.

Quindi, nonostante ogni teatro bellico che coinvolge direttamente gli Stati Uniti tenda inevitabilmente a essere letto anche alla luce della grand strategy statunitense di lungo periodo, che negli ultimi quindici anni ha assunto sempre più chiaramente i contorni del contenimento della Cina, crediamo che l’analisi debba essere più sfumata e stratificata. Com’è noto, all’interno dell’establishment statunitense non esiste una visione unitaria rispetto alla centralità del Medio Oriente. Accanto al blocco neoconservatore – storicamente favorevole a un confronto diretto con l’Iran e alla ristrutturazione dell’ordine regionale – esiste infatti un orientamento trasversale, presente tanto nel campo repubblicano quanto in quello democratico, che considera il Medio Oriente un teatro sempre più secondario e potenzialmente dispersivo rispetto alla competizione strategica principale, quella con la Cina nel Pacifico. Da questo punto di vista, una parte significativa del complesso militare statunitense vede le guerre mediorientali come un consumo improduttivo di risorse militari, finanziarie e politiche che dovrebbero invece essere concentrate nel contenimento della potenza cinese. 

Ma, anche tenendo conto di queste sfumature di punti vista, è facile che in definitiva sia stata la possibilità di colpire la Cina in maniera indiretta, ad aver convinto Trump all’azione. 

Dal punto di vista di Pechino il conflitto iraniano presenta quindi un carattere profondamente ambiguo: da un lato rappresenta un potenziale fattore di destabilizzazione per una regione cruciale per la sicurezza energetica cinese; dall’altro può trasformarsi in un’opportunità geopolitica nel momento in cui costringe Washington a disperdere risorse militari e attenzione strategica in un teatro secondario. In questo senso l’esperienza degli ultimi vent’anni – dalle guerre in Iraq e Afghanistan fino al sostegno militare all’Ucraina – mostra come l’impegno statunitense in conflitti prolungati abbia spesso contribuito a ridurre la capacità di concentrazione strategica degli Stati Uniti nel quadrante indo-pacifico, offrendo indirettamente spazi di manovra alla Cina.

Allo stesso tempo, tuttavia, esistono rischi concreti per Pechino legati all’evoluzione della guerra. Il primo riguarda l’eventualità di un crollo del regime iraniano e la natura del sistema politico che potrebbe emergere da tale processo: un cambiamento di regime fortemente subordinato agli Stati Uniti altererebbe profondamente gli equilibri energetici e geopolitici della regione. Il secondo riguarda invece la vulnerabilità strutturale delle rotte energetiche. Circa il 45% delle importazioni cinesi di petrolio e gas transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Proprio per questo motivo Pechino sembra muoversi con estrema cautela: pur condannando l’escalation militare e ribadendo la necessità di una soluzione diplomatica, continua a presentarsi come attore mediano tra l’Iran e i Paesi del Golfo indirettamente coinvolti nel conflitto. La Cina non è il “padrino” dell’Iran, né sembra intenzionata a esporsi apertamente in sua difesa; allo stesso tempo, un conflitto limitato che respinga l’offensiva statunitense senza produrre il collasso dello Stato iraniano potrebbe persino risultare funzionale agli interessi cinesi nel breve periodo. In questa prospettiva si collocano anche le notizie relative alla condivisione di informazioni satellitari e dati di intelligence con Teheran: un sostegno calibrato che permette a Pechino di testare le proprie capacità di intelligence bellica senza assumere un impegno diretto a difesa della Repubblica islamica.

Inoltre, l’Iran è il principale sbocco verso Occidente della Nuova Via della Seta, asse che ne garantisce l’infrastruttura logistica. Alla luce di questo ragionamento si può dunque aggiungere un ulteriore elemento, molto materiale e pragmatico, che può spiegare l’azione degli USA in quanto non soltanto motivata da pressione israeliana quanto più un assecondare una parte come i neocons che hanno visto in questa guerra una possibilità per iniziare a mettere i bastoni tra le ruote alla Cina.

Non è immediato immaginare quale possa essere oggi il punto di caduta della strategia Trump dal momento che l’Iran ha messo in campo un’arma fondamentale come la chiusura dello Stretto di Hormuz, il che fa pensare che ci potranno essere conseguenze pesanti a livello globale. Probabilmente le ricadute si avranno a livello di quei Paesi che sono ancora completamente dipendenti da scambi anche con l’Asia oltre che con gli USA, laddove il gnl americano non ha potuto sostituire completamente la fornitura di tali risorse da parte della Russia a seguito dell’interruzione dei rapporti europei voluta da Trump, dunque l’Europa. Il prezzo del barile vola così alle stelle, fino a 90-100 dollari (il record di quest’anno è stato fissato al 2026-03-09 a 119.5) mentre in borsa sono stati persi 2 mila miliardi dall’inizio della guerra, secondo i dati del Sole24ore. È anche interessante sottolineare che tutte le recenti mobilitazioni di massa dall’Europa all’America si sono scatenate con gli aumenti dei prezzi sulla benzina, dai Gilet Gialli al Messico, e non va sottovalutato il ruolo che potrebbe assumere un settore produttivo e sociale come quello degli agricoltori oggi in Europa.

Tenute 

Il mondo MAGA è contrariato per la nuova “avventura” trumpiana. Nick Fuentes, leader della corrente “groyper” salita agli onori delle cronache a seguito dell’omicidio Kirk, è andato su tutte le furie contro Trump per la sua dichiarazione “i soldati moriranno” e ha scritto su X: “Trump ha detto: “I soldati moriranno”. Ok, ma per chi stanno morendo? Chi sta dicendo loro di morire? Per cosa? Di chi è la decisione? È il Presidente eletto dal popolo degli Stati Uniti d’America? O è il primo ministro di Israele?”. Il fondo dell’invettiva prende origine da un chiaro e netto antisemitismo che irriga una composizione che ha avuto un ruolo importante costituendo la base del consenso popolare trumpiano. La spaccatura nel partito repubblicano si è resa esplicita con un’intervista a Fuentes da parte di Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News che oggi tiene un podcast dal titolo “The Tucker Carlson Show” anche lui in rottura sempre più profonda con le posizioni di Trump che lo ha definito “non un vero MAGA” , risalente a ottobre scorso in cui Fuentes parlò del pericolo di ebrei organizzati negli Stati Uniti. La sudditanza nei confronti di Israele pare essere il perno della critica all’operato di Trump. Non è da poco anche il fatto che si supponga che la guerra arrivi nel momento giusto per oscurare il contenuto degli Epstein Files, infatti ci sono correnti che parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi all’alleanza USA-Israele. 

Il cuore della fragilità dell’area MAGA è da iscrivere in uno scollamento totale tra guida americana e parte bassa della classe che questi personaggi disgustosi strumentalizzano per costruire il loro spazio di potere e di fama. Negli USA da anni c’è un’urgente questione di classe e questo comporta una crisi profonda della società con aumento di suicidi, uso di sostanze e rincorsa all’armamento individuale. In questo quadro Trump ha avuto la capacità di costruire una figura che potesse attirare questo genere di composizione con la narrazione relativa al rendere ancora grande l’America ma non è da considerarsi un outsider pazzo: è un uomo che ha le spalle coperte dai grandi capitali finanziari legati alla Big tech e alla Silicon Valley, vero cuore del capitalismo americano e reale possibilità di tenuta dell’imperialismo americano, come gli Epstein files dimostrano e come dimostra il fatto che figure chiave del grande capitale finanziario e dell’industria tecnologica non hanno voltato le spalle a Trump nella guerra all’Iran, anzi lo sostengono. Chi conta nella Silicon Valley vuole un intreccio più stretto tra Stato e grandi capitali, il che significa un solo punto di sbocco: la guerra. Meno Stato per più Stato è l’equivalenza che vale oggi, il che significa rilanciare l’economia e la valorizzazione capitalistica su ciò che permette di garantire profitto, riarmo, investimenti energetici e high tech. Se si producono armi poi, per non cadere in una crisi di sovrapproduzione, vanno usate. Non a caso oggi figure come Peter Thiel, fondatore di Palantir, tecnologia utilizzata anche in questa guerra, è un sereno sostenitore di questo attacco considerato come necessario. Come racconta Nafez Ahmed in questa inchiesta “L’indagine di Byline Times ha rilevato che le tre figure più importanti di Palantir Technologies, la società di analisi dei dati di intelligenza artificiale al centro dell’intelligence utilizzata per giustificare gli attacchi USA-israeliani contro l’Iran, hanno sostenuto pubblicamente esattamente il confronto militare che ne è seguito, con una che lo descrive come un’opportunità di investimento. I cofondatori di Palantir, Peter Thiel e Joe Lonsdale, hanno entrambi sostenuto pubblicamente che il conflitto con l’Iran è inevitabile, con Lonsdale che ha detto che sperava di “investire in Iran” dopo un cambio di regime. Il CEO di Palantir, Alex Karp, ha previsto che la guerra con l’Iran avrebbe dimostrato il valore del sistema d’arma autonomo dell’azienda.” Lo scontro tra Pentagono e Anthropic dimostra come l’AI stia velocemente assumendo un ruolo di primo piano nella gestione militare degli obiettivi di guerra. Anthropic produce Claude, come racconta Carola Frediani in questo articolo, famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni, Claude è nel sistema integrato di Palanthir, utilizzato nella guerra in Iran. Prima ancora pare sia stata utilizzata nella cattura di Maduro, andando contro ai “principi” del fondatore – italiano – Dario Amodei che aveva stabilito dei criteri per l’utilizzo di questo strumento: ossia che non dovesse assolvere a una funzione di sorveglianza di massa su cittadini americani e non per farne un sistema di direzione d’arma che escludesse la supervisione umana. Questi paletti, considerati troppo progressisti e democratici per la cerchia di Pete Hegseth, hanno fatto sì che Anthropic venisse messa “fuori legge” definendolo un “rischio per la catena di approvigionamento”, etichetta che si usa per aziende russe o cinesi per escludere rischi di influenza esterna. In ogni caso, questa contraddizione interna rappresenta una cima di un iceberg ben più profondo in cui il complesso militare industriale fa uso di intelligenza artificiale per la guerra e il che potrebbe aprire una faglia nei settori di chi vi lavora assumendo un ruolo dirimente dato che i grandi capitali puntano sulla transizione tecnologica come elemento fondamentale per la riproduzione egemonica americana. 

Andare a segno in breve tempo con l’uccisione di Ali Khamenei per gli USA poteva sembrare un colpo ben riuscito a pochissimi giorni dall’inizio della guerra. Eppure non c’è stata la caduta del sistema statuale e territoriale. Non ha creato una situazione di frattura interna in cui Israele e USA si sarebbero potuti inserire come sono stati soliti fare nella storia. Non si è scatenato il caos e la popolazione non ha colto l’occasione per riprendere a protestare: l’effetto immediato è stato serrare i ranghi e tenere. Le figure intorno a Khamenei e alla sua struttura sono solide, si pensi a Ali Larijani, attuale segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale: un uomo con una lunghissima carriera istituzionale, considerato tra i conservatori uno dei più pragmatici. Paola Rivetti evidenzia che anche da lui la linea viene mantenuta: non ci si siede al tavolo con Trump. È emblematica in questo senso la vicenda intorno alle dichiarazioni del presidente Pezeshkian, come sottolinea Al Jazeera “L’interpretazione di Trump delle osservazioni di Pezeshkian «è totalmente falsa»”. Hamidreza Gholamzadeh, direttore del think tank iraniano Diplo House, afferma che l’interpretazione di Trump dei commenti di Pezeshkian come una «resa» è «totalmente falsa». Quello che il presidente iraniano intendeva nel suo videomessaggio preregistrato, in cui diceva che l’Iran avrebbe smesso di prendere di mira i paesi vicini a meno che non fosse attaccato da lì, era in realtà “la stessa cosa che era in atto negli ultimi sette giorni – l’Iran non sta attaccando o prendendo di mira i suoi vicini, l’Iran sta attaccando le risorse americane o israeliane nella regione”. Regolarmente dall’inizio della guerra la propaganda imperialista (immediatamente ripresa dai giornali nostrani) riporta notizie che vogliono fare propendere per una situazione in miglioramento per gli USA, cosa che non viene mai confermata (come per il caso dei curdi iraniani). A riprova di ciò, Al Jazeera continua: “Gholamzadeh ha detto che l’Iran sta chiedendo ai suoi vicini “di smettere di collaborare con gli Stati Uniti o il regime israeliano e di non consentire loro di usare la loro terra o il loro spazio aereo per attaccare l’Iran”, descrivendo la richiesta come qualcosa di “molto normale” e “legale”.” Nonostante ci sia voluto del tempo prima che venisse designata la successione alla guida suprema la Repubblica Islamica non ha ceduto. Probabilmente questa iniziativa ha invece sbloccato una situazione di stallo nella necessaria successione a Khamenei che era gravemente malato. 

Nei giorni in cui si attendeva la nomina chi ha pensato a una “svolta moderata” per il successore a Khamenei non aveva chiara la storia dell’Iran e, anzi, come viene sottolineato da Alberto Negri in un articolo del Manifesto La rivoluzione stringe i ranghi e si fa dinastia, è abbastanza scontato che in tempo di guerra non ci siano spazi per trattative dietro le quinte tra Washington e Teheran (come forse spererebbero gli americani). D’altro canto in questi giorni abbiamo visto da parte degli USA la volontà di giocare tutte le carte per destabilizzare il regime, come ad esempio la propaganda americana sull’entrata in guerra della colonna curda (per quanto andrebbe approfondito come realmente i gruppi curdi nel territorio stiano immaginando una prospettiva in cui collocarsi nello scenario di accelerazione generale). Come spiega Negri, con la candidatura di Mojtaba, figlio di Khamenei, si sarebbe fatta una contraria alla tradizione storica iraniana, infatti la formula repubblicana istituita dal 1979 prevede che ogni carica della gerarchia della Repubblica Islamica venga eletta e che non venga attuata una linea dinastica, anche per differenziarsi dalla monarchia ereditaria dei Palhevi. In ogni caso, non si è trattato di una svolta “moderata”, infatti Mojtaba è una figura che ha avuto un ruolo importante all’interno delle Guardie Rivoluzionarie, molto vicino ai pasdaran e all’ala militare: proprio in quanto figlio della storia recente dell’Iran che ha visto una tenuta del regime durante l’attacco da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nel 1980, un passaggio che determinò un approfondirsi del sentimento nazionalista iraniano. Come sottolinea Rassa Ghaffari in un’intervista svolta da Radio Blackout e ripubblicata su Infoaut qui, “Khamenei non era un uomo solo al potere, come Ghaddafi in Libia”. Il figlio, per quanto non si volesse immaginare una linea dinastica, mantiene dunque una continuità nei termini di solidità dell’infrastruttura che fino ad ora ha consentito all’Iran di non essere balcanizzato, nonostante i tentativi esterni facendo leva sulla grande eterogeneità interna, e di non rendere legittima un’opzione che veda all’opposizione figure della cerchia dello scià che, nonostante gli sforzi americani in termini materiali di finanziamenti e propaganda, non vede uno spazio effettivo nel contesto attuale, se non essere sporadicamente appellato da alcune anime della diaspora iraniana.

Se anche all’interno del regime potessero esserci settori più aperti a una prospettiva di allentamento delle rigidità in un quadro globale di alleanze e assedio di fatto, con la guerra questi settori sembrano essersi richiusi. Il regime non si teneva solo su Khamenei e la strategia iraniana di estendere la guerra mostra che questo convenga all’Iran e non a USA e Israele che, nel frattempo, si trovano in una situazione di potenziale contraddizione per obiettivi leggermente diversi e interessi che potrebbero in qualche modo allontanarsi. La guerra uccide però le possibilità di opposizione rivoluzionaria dal basso all’establishment ma al contempo finché l’imperialismo rimarrà come il paradigma globale, sarà davvero molto difficile immaginare processi di reale “democratizzazione” (non nell’accezione attuale del termine) dei Paesi del Sud globale. Le necessità sono altre e la storia dei movimenti anticoloniali insegna che le ingerenze esterne hanno portato al fallimento dei processi rivoluzionari, indebolimento, uccisione dei leader e instaurazione di regimi autoritari. Un processo che dalla seconda metà del 900 arriva alle Primavere Arabe, dove si è verificato il rischio per i movimenti che aprono alle influenze e alle logiche di dominio esterne che emergono e si inseriscono in quei contesti è quello di finire come la Siria. Oggi siamo davanti a una situazione diversa, l’Iran non ha nulla a che vedere rispetto alla dimensione irachena che ha visto lo svilupparsi di una crisi profonda determinata dalle guerre scatenate dagli USA nel 1991 e nel 2003, con l’eliminazione di Saddam Hussein. Un periodo durante il quale si è creato il terreno per un discorso ambivalente, al contempo nazionale e internazionale, del jihad come resistenza a questi interventi, come viene spiegato da Saki Montassir nel suo libro La révolution et le jihad. Organizzazioni islamiste che hanno ricevuto finanziamenti dagli americani in maniera conclamata sono accresciute in situazioni di caos in quanto prodotto del mondo contemporaneo e in Iraq queste opzioni sono diventate la resistenza nazionale islamica contro l’invasione statunitense, con tutte le derive e le storture del caso. In Iraq non c’era però un’infrastruttura statale e una solidità religiosa, culturale, profonda come in Iran, il che ha permesso un regime change che andasse nella direzione degli interessi americani nell’area, così come accaduto più di recente in Siria. 

Emerge, infine, un rapporto del National Intelligence Council (Nic) che sostiene che un attacco militare statunitense su larga scala difficilmente riuscirebbe a rovesciare la leadership iraniana. Per questo la dimensione propagandistica e di immaginario assume un ruolo centrale oggi e le dichiarazioni su Truth di Trump dimostrano una necessità a modellare l’opinione pubblica riportando notizie a metà, false e manipolate per far passare il messaggio che l’Iran sia debole e pronto alla resa. Scrive Marina Catucci sul Manifesto che “Secondo il documento, i meccanismi di successione della Repubblica islamica sono stati concepiti proprio per garantire la stabilità del sistema in caso di morte della Guida suprema. I funzionari a conoscenza del rapporto che hanno parlato al Washington Post, hanno spiegato che l’establishment religioso e militare iraniano reagirebbe seguendo protocolli precisi, pensati per preservare la struttura e l’autorità del regime. La possibilità che la frammentata opposizione iraniana riesca a prendere il controllo del Paese è definita «improbabile».” La narrazione di Trump deve fare uso dunque di una guerra di meme, di video e di contenuti virtuali che possano delineare un immaginario diverso dalla realtà delle cose. 

Immaginari 

La dimensione religiosa è fondamentale, infatti la morte di Khamenei ha significato una perdita di un riferimento spirituale per il mondo sciita che si estende ben oltre i confini dell’Iran. Comunità sciite si trovano in Pakistan, la seconda per numero dopo l’Iran, in Bahrain, Libano, Yemen, Arabia Saudita e India. Le proteste significative di parte della popolazione nei territori in cui sono presenti basi o ambasciate americane è indicativa. Il tema è leggere questa fase come l’atto di “resistenza esistenziale” che va portato sino in fondo. Hezbollah è sceso in campo, nonostante non ci fosse particolare solidità per loro vista la posizione del governo del Libano, al fianco dell’Iran e il suo leader Naim Qassem ha fatto un discorso che ha toccato la profondità della questione che si è aperta con questa guerra: “Dopo un anno e tre mesi, il nemico continua la sua aggressione, dopo l’accordo di cessate il fuoco del 2024 noi abbiamo rispettato l’accordo assieme allo stato libanese. Abbiamo accettato la via diplomatica. La pazienza ha però un limite. Le violazioni della tregua da parte di Israele sono state, secondo i dati Onu, oltre 10mila fino a questa escalation. Invece di opporsi all’aggressione israeliana il governo libanese si oppone alla resistenza. Ora siamo davanti a una difesa esistenziale. La nostra decisione è di fare fronte a Israele: non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci. Incombe la necessità sul governo libanese di operare per la sovranità nazionale e di proteggere il suo popolo e il nostro diritto alla resistenza.. è un’aggressione contro tutto il Libano”. 

A fronte di una dimensione complessa ed eterogenea, viene portata avanti una resistenza che nei fatti esiste anche sui piani bassi, tra le fila di una popolazione che non è inerme né avulsa dalle critiche e contraddizioni di un sistema come quello iraniano, ma che sostiene nella concretezza materiale quotidiana uno sforzo complessivo all’opporsi a quello che di fatto è l’imperialismo americano e il progetto sionista per l’area. In questo quadro si rende ancora più evidente e visibile la crisi totale e imbarazzante del cosiddetto occidente collettivo, dei “valori” occidentali, il degrado insito nella cultura e nel sistema politico occidentale. Un occhio di riguardo va dedicato al fanatismo religioso della teocrazia USA che in questa fase rafforza il sodalizio con l’oltranzismo religioso sionista e di estrema destra: l’amministrazione Trump è completamente impregnata di queste posizioni che si incarnano in figure precise con ruoli anch’essi ben specifici. Pensiamo a Pete Hegseth, segretario alla difesa, e al capo dello stato maggiore il generale Dan Caine. I due, oltre a dichiarare ormai giorni fa il controllo dei cieli iraniani entro una settimana, sono l’emblema del fanatismo religioso. Ne parla Luca Celada in un articolo sul Manifesto dal titolo Teocrazia USA contro gli ayatollah: il disegno è divino, dove riporta che si registrano centinaia di messaggi da parte di comandanti che per tenere alto il morale delle truppe parlano della guerra all’Iran come parte di un “disegno divino” e di Trump come “unto dal Signore” per il ritorno di Cristo in terra. Insomma, un delirio a tutto tondo che non rimane confinato a circuiti da sette religiose avulse dalla società ma che ricopre ruoli fondamentali nella sfera decisionale di come deve proseguire la guerra e definisce il mandato americano. Ad ogni livello di governo infatti sono stati inseriti integralisti cristiano-evengelici avventisti che da sempre fanno parte della coalizione e della base di consenso trumpiana. Ad esempio, nell’articolo di Celada si cita Mike Johnson, lo speaker della Camera che per riferirsi ai membri dell’opposizione parla di “possessione demonica”, oppure a Mike HuckAbee governatore dell’Arkansas che, oltre a essere un ex telepredicatore, è l’attuale ambasciatore a Gerusalemme con forti legami con il movimento dei coloni. A sostegno di tutta questa dimensione ci sono fondazioni come la Heritage Foundation che grazie a fondi importanti direziona e modella pensiero reazionario e integralista. Al contempo in Israele cresce il fervore messianico e si prega per la vittoria militare. 

In altre forme e su altri livelli anche l’attacco ai simboli dell’imperialismo americano in Medio Oriente mostra la fragilità e la precarietà su cui si fonda a livello ideologico la propagine imperialista nei Paesi del Golfo. La propaganda USA e occidentale messa in campo per narrare gli attacchi a Dubai o in Qatar mostrano quanto la dimensione delle petromonarchie sia di fatto una cristalliera che dimostra tutta la sua debolezza: gli articoli fin sui quotidiani italiani che cercano di normalizzare le “giornate di shopping nei grattacieli di Dubai” nonostante le notti di paura per i missili, ne sono un esempio. Ma l’esempio più lampante di questo passaggio ulteriore nella narrazione della guerra oggi, e della bassezza soggettiva di cui è impregnato il capitalismo mondiale, è l’uso dei social nei racconti degli attacchi, delle influencer che raccontano le loro notti da incubo. È una dura e cruda realtà che lancia un messaggio “non è più il tempo in cui dal tuo lettino in spiaggia puoi rimanere indifferente al massacro dell’umanità”. La propaganda imperialista si impegna a utilizzare tutti gli artifici retorici in suo possesso per descrivere questi luoghi come stabili e ancora in qualche modo inattaccabili, eppure la loro precarietà è ormai su tutti gli schermi. Non è un caso che in tutti i Paesi del Golfo la parte che permette la riproduzione della società con il proprio lavoro schiavile davanti agli attacchi che infiammano le raffinerie si godono lo spettacolo. Sono territori che da un punto di vista ecologico non hanno da offrire possibilità di vita per l’umano, a meno che non si attuasse un modello di organizzazione sociale capace di sintonizzarsi con l’ecosistema, a causa delle loro asperità e risorse limitate. Aver rivolto l’attenzione soltanto ai giacimenti di petrolio e mai al limite materiale dovuto alla scarsità di risorse naturali utili alla sopravvivenza umana in determinati territori oggi arriva a un punto in cui la contraddizione esplode. Droni iraniani colpiscono in Bahrain per la prima volta un impianto di desalinizzazione, in un’area in cui centinaia di impianti di desalinizzazione si trovano lungo la costa del Golfo Persico e la regione dipende molto dalla loro acqua, considerarli obiettivi di guerra significa aver compreso la fragilità su cui si fondano questi Paesi. Il capitale finanziario che incarnano sarà in grado di sopperire al granello di sale che rischia di ostacolare l’ingranaggio della riproduzione, come la mancanza di acqua?

Non siamo pronti

Spingendo il ragionamento ancora un passaggio successivo, l’elemento del virtuale pone delle questioni non scontate. I numerosi giochi di simulazione, svolti anche ad alti livelli, che inscenano guerre guerreggiate tra Paesi dell’Occidente con il resto del mondo indicano uno scenario, ossia “non siamo ancora pronti”. Seppur siano simulazioni, nell’epoca in cui il virtuale assume a tratti un carattere materiale e sostanziale, un elemento del genere è perlomeno indicativo. L’andamento delle prime fasi della guerra all’Iran dimostrano uno scenario inaspettato. La situazione russo-ucraina ricorda che non è una guerra lampo l’opzione più praticabile sul piatto, conflitti di questo tipo si trasformano in guerre di logoramento, mostrando una difficoltà da parte di chi le ha preparate e poi scatenate a determinare la fuoriuscita come in passato. Nonostante queste evidenti difficoltà se guardiamo all’Europa la volontà delle élites rimane quella di farsi stampella dell’imperialismo americano. La corsa al riarmo dell’ultimo anno, il sostegno continuo dell’Ucraina attraverso pacchetti di armi, i nuovi piani europei della Ursula con l’elmetto che addirittura parla di riempire l’Europa di Small Modular Reactor per sopperire alla crisi energetica, sono una chiara presa di posizione. Oggi a fronte della situazione in Iran alcuni Paesi, come Francia e Germania ma anche Gran Bretagna seppur fuori dall’UE, si mostrano immediatamente disponibili a farsi coinvolgere nel conflitto aperto. Macron apre alla deterrenza nucleare con la facilità con cui si beve un bicchier d’acqua e le dichiarazioni di Merz non vanno nella direzione di condannare l’attacco americano e di Israele. Al tempo stesso l’incapacità e l’assenza di sostanza politica da parte di questi capi di Stato hanno dato l’impressione ancora una volta di essere un piede dentro e un piede fuori dalla guerra, frenando sul sostegno militare per la paura delle ripercussioni sui mercati. Anche Meloni si ispira a questa posizione annunciando che non c’è coinvolgimento italiano nella guerra mentre da Sigonella partono i droni americani e tra i pacchetti di aiuti all’Ucraina spuntano anche i decreti per gli “amici del Golfo”.

Un focus specifico val la pena dedicarlo al ruolo del governo Meloni. Con tutta la buona volontà l’immagine del nostro Paese a livello globale non è assolutamente credibile, basti pensare che nessuno aveva avvisato l’Italia dell’attacco. Italia che si considera amica privilegiata di Trump ma che al tempo stesso dimostra di non aver saputo minimamente costruire un livello di consenso radicato nella popolazione, in particolare sui temi cari alla Meloni come la sicurezza e la crisi, la guerra e la sovranità nazionale. A livello europeo gli unici a fare un discorso apertamente anti americano sono i partiti di estrema destra come Afd in Germania, Le Pen in Francia, cogliendo una sorta di “nazionalismo antiamericano” che si è diffuso a livello popolare nella drammatica situazione di crisi sociale generale e crisi del sistema di valori (se mai lo sia stato) occidentale. Non è il discorso dei liberali progressisti democratici che si intestano l’opposizione alla dimensione reazionaria e conservatrice di Trump, bensì un chiaro e netto rifiuto nei confronti dell’ingerenza esterna e all’esposizione alle conseguenze concrete che la crisi egemonica americana non ha saputo nascondere. Si traduce in una richiesta di protezione e di sovranità su un piano popolare a cui le destre tentano di rispondere in maniera sconclusionata anche perchè il problema alla base è la mancanza di risorse materiali a livello europeo per scendere su un terreno di mediazione e di soluzione palliativa rispetto alla dimensione di rivendicazione basilare di migliori condizioni materiali per sé. 

Queste suggestioni devono aprire lo sguardo rispetto a quale sia il bisogno e la proposta implicita che si snoda in questa composizione sociale trasversalmente al di là dei confini nazionali europei, considerando l’area come una dimensione in cui ci sono differenze di liquidità e disponibilità economica ma che rimangono minime. I temi sono la necessità di sovranità alimentare, energetica e territoriale. Che la sfida oggi sia la costruzione di un’infrastruttura in grado di reggere alle necessità tecniche, all’esplosione demografica, al collasso ecoclimatico, al bisogno di produzione di energia e al bisogno di sussistenza, sono infatti alcuni spunti che anche Phil Neel illustra nei suoi testi quando pone la questione di cosa significhi concretamente immaginare una transizione a una società senza classi, comunista. Un limite della “sinistra” e dei movimenti in questa fase è proprio quello descritto da Houria Bouteldja come una mancanza di capacità a delineare un immaginario, un sogno di parte desiderabile di massa e che sia concorrenziale alle destre. Manca una “passione identificatoria” che possa tradurre le esigenze della classe in una proposta che sia una sorta di “patriottismo internazionalista”. La Palestina ha in qualche modo fatto intravvedere nella pratica questo tipo di orizzonte, una bussola capace di orientare e di fare sintesi tra la necessità di un radicamento nazionale e una prospettiva internazionalista. Aggregarsi intorno a un “sogno” che abbia la capacità mobilitativa sul piano dell’immaginario ma che possa anche saper rispondere ai bisogni materiali proletari. In qualche modo riappropriarsi del concetto di “patria” significa per Bouteldja fare un discorso molto chiaro in merito alla crisi dei servizi e del welfare: essa viene percepita dai proletari bianchi come una perdita di sovranità e occorre fare capire che la giustizia sociale non può che passare tramite l’ esproprio dei capitali della borghesia, il che porterebbe a un risultato molto più appetibile che semplicemente contendersi le briciole con i razzializzati. Per farlo occorre ristabilire la “sovranità popolare”, che poi per noi può voler significare il contropotere. In Italia oggi occorre rendere visibile il tradimento della destra al governo. Questa dinamica, conclude Bouteldja, non può funzionare se non viene tenuta insieme a un discorso internazionalista e profondamente anti imperialista, anteponendo una visione organicamente materialista della complessità delle dinamiche nella società e nei rapporti tra alto e basso per far fronte alla debolezza insita dei complottismi. 

E noi

Che prepararsi alla guerra sia fondamentale per “difendersi” da possibili minacce è il refrain che ha accompagnato la narrazione mainstream in questi ultimi due anni, dall’Ucraina in poi. Questa narrazione va smontata ma soprattutto è evidentemente monca dal momento che lo stesso Iran accarezza l’idea che la stessa Europa possa diventare “obiettivo” legittimo se si unirà a USA e Israele. Nelle fasce proletarie europee, in particolare in quei Paesi recentemente colpiti dall’onda lunga del colonialismo occidentale è fresco il ricordo di cosa significhi essere considerati complici della politica colonialista americana ed europea. La fase di Blocchiamo Tutto ha per forza di cose coltivato un terreno in cui non c’è spazio per ambiguità di sorta in una fase come questa: occorre schierarsi contro la guerra e soprattutto contro la guerra condotta dall’imperialismo americano utile a spianare la strada al progetto sionista. Non c’è spazio per discorsi che non fanno il paio con il fatto che esista una sola parte da supportare: ossia i subalterni che si ribellano e si ricompongono con gli strumenti a loro disposizione. E se la via scelta da questi non è corrispondente ai valori di una dimensione della “sinistra” – nella sua migliore accezione del termine – significa soltanto una cosa: tirarsi su le maniche e costruire il terreno per alleanze strategiche in cui l’obiettivo comune è liberarsi dall’imperialismo e dal dominio occidentale capitalistico. Ciò non significa che le élites asiatiche o mediorientali non siano insitamente pregne e immerse in un sistema globale capitalista né che la rigidità può essere posta da una supposta opzione che starebbe fuori dal sistema capitalista rappresentata da quel blocco che viene sbrigativamente definito dei BRICS o che si assumerebbe il compito di rappresentare l’alternativa. All’oggi non esiste alternativa praticabile e materiale: esiste soltanto uno spiraglio, una frattura che va allargata il più possibile per contribuire a dare la spallata necessaria al dominio americano e al processo di insraelinizzazione della società. Con tutti i mezzi possibili e cogliendo tutte le occasioni. Questo non significa che condividere pezzi di strada in maniera strategica con i soggetti e gli attori coinvolti nell’obiettivo comune implichi una fase costituente in cui si costruisce un programma comune, la sfida sta nel fortificare un programma in grado di dare una gerarchia precisa capace di immaginare una società di uguaglianza e solidarietà reali. Ne siamo ben lontani ma vedere da lontano l’obiettivo permette di comprendere i passi da compiere. Nel breve periodo non vanno messe da parte le indicazioni poste dal movimento reale che ha superato quello formale nei mesi di settembre ottobre: la pratica del blocco, della partecipazione di massa a forme di rottura capaci di coinvolgere ma al contempo di essere efficaci, ci sembrano le caratteristiche dirimenti. Il tutto andrà misurato con gli sviluppi della fase oggettiva.