Intervista a Youssef Boussoumah: “i militanti anti-imperialisti devono rispondere all’appuntamento con la storia”

InfoAut: Informazione di parte - Tuesday, March 24, 2026

Abbiamo svolto questa lunga intervista a Youssef Boussoumah, militante di lungo corso di estrema sinistra, anti-imperialista e decoloniale che oggi contribuisce al progetto di informazione autonoma Parole d’Honneur e di QG Décoloniale. I temi trattati partono da una lettura anti-imperialista della guerra all’Iran e approfondiscono contraddizioni e posture che, da un punto di vista dei movimenti, rischiano di rendere ambigua la lotta comune contro il nemico principale, ossia l’imperialismo. Youssef Boussoumah fornisce degli argomenti basati su una lettura materialista e marxista della storia, storia che ci porta a dover rispondere presenti a un appuntamento inaggirabile, ossia il sostegno senza se e senza ma alla lotta contro l’imperialismo che in questa fase sta attaccando l’Iran e la sua popolazione. 

Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele?  Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso piano imperialismo e stato iraniano. Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo? Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi? Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti occidentali? 

Come leggere la guerra all’Iran da parte degli USA e di Israele? 

Questa aggressione imperialista chiaramente si iscrive innanzitutto su due livelli: il primo, è una volontà condivisa ma principalmente afferente a una necessità degli USA di mantenere il proprio dominio sul Medio Oriente e sull’Asia Occidentale. Questo perché nell’ultimo periodo l’imperialismo ha il sentore di perdere terreno in Asia Occidentale. Lo perde in conseguenza all’intervento di nuovi attori come la Cina e la Russia. Quindi nella situazione di difficoltà economica crescente e la perdita di egemonia su un piano mondiale per Trump si tratta di riaffermare la potenza imperialista in una regione che è assolutamente vitale. Dopo ritorno sulla questione temporale. Quindi, in maniera generale, è chiaramente il modo per riaffermare il suo ruolo, per contrastare la lenta erosione della sua potenza e contrapporsi all’attore maggiore che è la Cina e, in altra misura, la Russia. La Cina è effettivamente molto presente sul territorio grazie alle vie commerciali con l’Iran e il suo approvvigionamento di petrolio dipende molto da questa regione. Quindi l’obiettivo è privare la Cina del suo apporto energetico, mettere in difficoltà il suo principale concorrente sul piano internazionale. 

Trump al contempo è legato a doppio filo con l’entità sionista in una sorta di rapporto dialettico in cui il tema oggi è capire chi influenza maggiormente l’altro. Credo ci sia un cambiamento di interessi da parte di Israele, come sempre il suo obiettivo è l’espansione dello stato coloniale che vuole assolutamente imporre come diktat su tutta la regione e, oggi, si contrappone al solo Stato che crea un ostacolo a questo progetto. Da un lato, ma non unicamente, c’è la questione della Palestina perche l’Iran è il solo stato che sostiene la causa palestinese, al di là degli attori subalterni come gli Houti o come Hezbollah, o altri attori minori, ma l’Iran è il solo Stato che sostiene la Palestina in quanto tale. Non si tratta soltanto di un sostegno morale, politico ma si tratta di un sostegno materiale. Non è un segreto dire che effettivamente l’Iran sostiene materialmente da molto tempo le forze che si oppongono al colonialismo sionista in Palestina. Un sostegno messo in difficoltà dalla situazione in Siria con il cambiamento di regime il quale si è allineato con l’imperialismo, mentre precedentemente questo supporto passava anche tramite la Siria sino in Giordania e viceversa sino a Gaza. 

Dunque, non è unicamente l’interesse sionista a contrapporsi a un avversario che sostiene la Palestina, ma c’è un elemento che troppo spesso si dimentica e che invece è fondamentale nella dinamica imperialista, ossia l’Iran costituisce un elemento perturbatore in Asia occidentale per l’imperialismo. Questo è un dato, indipendentemente da ciò che si possa pensare dell’Iran, dell’opposizione iraniana, considerato che in Iran esiste una lotta di classe e ha tutta la legittimità di esistere come in ogni Paese del mondo. Bene, detto questo, quando guardiamo all’Iran in quanto tale, al di là degli affari interni che riguardano gli iraniani, l’Iran è l’unico Stato del Sud globale in grado di mostrare che anche uno Stato del Sud globale possa mantenere la propria sovranità nazionale e la propria sicurezza territoriale: due elemente fondamentali per gli stati del sud. L’iran può garantire questi due elementi nonostante un embargo che dura da 40 anni, nonostante questo tiene testa non solo all’entità sionista ma anche all’imperialismo. Non è equivalente a Cuba o altre situazioni ma l’Iran in quanto paese del sud, indipendentemente da ciò che pensiamo del regime, infligge un reale schiaffo all’imperialismo. Dal momento in cui si possiede una relativa indipendenza economica è possibile ottenere un certo livello di sviluppo e questo è inammissibile per l’imperialismo perché, ricordiamolo, l’imperialismo ha sistematicamente distrutto e si è sistematicamente opposto a tutte le esperienze di sviluppo autonome. Certo, parliamo sempre di un’autonomia relativa, ma ci sono diverse sfumature nei Paesi del Sud. Su questo ci tornerò in seguito perché è un aspetto che molti compagni non comprendono. Quindi guardiamo all’Iran in quanto tale, perché sapete che occorre distinguere tra Stato, regime politico e governo, questi tre elementi vanno assolutamente distinti sennò non possiamo comprendere di cosa si parla, e qua si parla dello Stato. Siamo militanti anti-imperialisti dunque siamo completamente attaccati alla preservazione degli Stati dei Paesi del sud e sosteniamo la loro domanda di sovranità e integrità nazionale. 

Altrimenti, senza queste due condizioni, non c’è niente di possibile. Non è nemmeno il caso di parlare di democrazia in Iran se questi due elementi dovessero venire meno. Se non sussistono questi due aspetti non è possibile parlare di democrazia e l’esperienza a livello storico lo dimostra. Purtroppo nessun Paese del sud storicamente ha potuto stabilire una democrazia e, a meno che non si pensi che le popolazioni del sud siano completamente incapaci a mettere in campo la democrazia, bisogna trovare una ragione storica che spieghi come mai tutti i Paesi che sono riusciti a liberarsi dal colonialismo non hanno potuto realizzare un sistema democratico pena il mantenimento della propria sovranità nazionale. Non è una questione secondaria e soprattutto non funziona all’inverso. Non ci sarà mai democrazia in Iran o nei Paesi del Sud fino a che non ci saranno sovranità e sicurezza nazionale il che significa assicurare la difesa delle frontiere, possedere un sistema coercitivo e quindi un esercito. Altrimenti non comprenderemmo perché in tutti i paesi del sud che hanno tentato di mettere in piedi una democrazia liberale, che hanno fatto il tentativo senza assicurare questi elementi, hanno fallito. Possiamo prendere molti esempi: Lumumba in Congo, Sankara in Burkina Faso, Allende in Cile, Kwame Nkrumah in Ghana, ecc. tutti questi paesi hanno giocato il gioco della democrazia e nessuno è sopravvissuto. 

Potrei anche parlare dell’Iran di Mossadegh del 1953, nessuno è sopravvissuto, in quanto senza garantire quei due elementi l’imperialismo ha organizzato colpi di stato, ha ucciso i leader. E dunque, molto spesso i Paesi del Sud che hanno voluto assicurare i loro confini e la loro sovranità nazionale, hanno messo in campo dei regimi che nulla hanno a che vedere con dei regimi democratici liberali, anzi molto spesso sono regimi autoritari con degli obiettivi molto chiari: il primo è che nel momento in cui si viene accerchiati dall’imperialismo non c’è alcuno spazio per la democrazia, anche quando ci sarebbe parte della popolazione aperta a questo genere di idee. Questo non significa giustificare ma significa spiegare come funziona e perché possiamo affermare che l’Iran si trovi esattamente in questa analisi: in quanto è un paese del sud che ha mostrato in maniera magistrale che questo è possibile. 

Dunque, a seguito di questa premessa, torno sulla ragione per la quale sia l’entità sionista sia l’imperialismo sono contrapposti all’Iran, dunque non unicamente per la Palestina, ma perché se mai l’esperienza iraniana dovesse riuscire questo potrebbe sconquassare completamente l’ordine imperialista nella regione. Immaginiamo che si possa arrivare a una pace anche relativa in Asia Occidentale, compreso con Israele. Immaginiamo l’Iran solo dal punto di vista del suo sviluppo economico e dunque le sanzioni sarebbero sospese, sarebbe un grave problema per l’imperialismo. Questo perché su un piano di indipendenza economica l’Iran è in grado anche sotto un duro regime di sanzioni di garantire un importante livello di sviluppo – siamo d’accordo non stiamo parlando di un sistema socialista – ma questa forma di capitalismo con autosufficienza economica permette di mettere in pericolo l’ordine imperialista nella regione. Questo innanzitutto avrebbe un effetto sugli altri Paesi della regione e l’Iran potrebbe diventare la locomotiva di quei Paesi, incentivando gli altri Paesi dell’Asia Occidentale, attraverso semplici rapporti commerciali e questo comporterebbe che il piano coloniale sionista diventerebbe caduco. Bisogna sottolineare un aspetto, l’imperialismo punta sull’entità sionista, c’è evidentemente una forma di investimento a lungo termine affinché l’entità sionista si imponga ma se questo non dovesse funzionare, perché l’entità sionista non dovesse riuscire a imporsi sul piano militare ed economico nella regione, in quanto Isrrele ha l’ambizione di diventare il centro imperialista in Asia Occidentale, se ciò non accade perché c’è un concorrente come l’Iran sarebbe un grave problema anche per l’imperialismo. 

L’Iran ha un potenziale industriale relativo ma un potenziale scientifico straordinario. L’iran ha investito molto sull’educazione, ad esempio l’iran è un Paese che produce più ingegneri che l’Europa occidentale, alla NASA la seconda nazionalità in percentuale è quella iraniana e, a causa delle sanzioni, non avendo sufficienti posti di lavoro le persone partono e vanno negli USA. Quindi abbiamo un esempio con l’Iran di ciò che un paese del sud può fare quando cerca di avere un piano di sviluppo indipendente e questo è proprio ciò che bisogna assolutamente distruggere per il futuro, in quanto mette in pericolo il progetto sionista e l’investimento imperialista nella regione e l’imperialismo non fa mai investimento a fondo perduto. Oggi, dal lato sionista occorre distruggere un nemico perché il nemico del progetto sionista sono i palestinesi e questa è la contraddizione principale nella regione, ma si tratta di tenere in considerazione anche il fatto che nella regione l’Iran rappresenta il concorrente più legato alla Cina, questo sul piano economico e di sviluppo è un grande pericolo per l’imperialismo. Questa guerra è portata avanti anche in relazione a questo e non solo per motivi ideologici, parliamo di motivi infatti molto concreti e materiali. 

Se l’Iran dovesse sopravvivere a questo attacco, in quanto Stato, allora a quel punto la popolazione iraniana farà i suoi conti con il proprio sistema. Bisogna, per comprendere la situazione, parlare degli interessi concreti che sono questi, questa guerra può essere letta come il prodromo della grande battaglia contro la Cina, contro la quale al momento l’imperialismo non osa contrapporsi in maniera diretta ma colpendo tutti i suoi alleati e proxy sul piano mondiale. In questo senso, Trump intende interrompere e interferire nei rapporti anche tra Cina e Russia, è in questa chiave di lettura che va vista la guerra in Ucraina, in modo da attrarre nella sua sfera di influenza la Russia neutralizzando i propositi ucraini, in cambio della sua neutralità. Questa guerra è un preparare il terreno in quanto l’impero ancora non sa in che modo affronterà la Cina. Dovrà valutare se immaginare una contrapposizione diretta o meno, dunque per il momento viene preparato il terreno. 

Chiariamo ancora meglio come decostruire gli argomenti che mettono sullo stesso piano imperialismo e stato iraniano. 

Questo può essere decostruito in due modi, dipende se ci sentiamo militanti oppure se guardiamo semplicemente al diritto internazionale, entrambi legittimi. Dunque se si adotta il punto di vista del cittadino medio è chiaro che il diritto internazionale oggi impone di denunciare questa guerra, è l’ONU stesso a dirlo, bisogna denunciare questa aggressione sul piano internazionale in quanto è un’aggressione completamente illegale – questo certo può fare sorridere che ci siano aggressioni legali e illegali, ma tant’è. Questa guerra è totalmente illegale perchè non è né stata dichiarata né validata ed è un’aggressione contro uno Stato sovrano. 

Quindi indipendentemente da ciò che possiamo pensare, e credetemi a volte i giudici di diritto internazionale rischiano di essere più radicali di certi militanti, è che un’aggressione internazionale è da condannare. E’ un’azione da brigantaggio internazionale contro uno Stato sovrano quando l’Iran non ha invaso nessun Paese, dunque questa guerra deve chiudersi immediatamente. Su questo livello già si può sostenere facilmente che la guerra deve finire, indipendentemente dal tipo di regime, se ci piace o non ci piace. O altrimenti occorrerebbe mettere in discussione tutto il diritto internazionale, anche se molti dicono che ormai non serve e che sia insufficiente, ma rimane importante anche quando non viene rispettato o anche se lo critichiamo, in quanto permette di stabilire un punto di riferimento e da lì in poi si può criticare dicendo che non sia abbastanza ma se non ci fosse nemmeno questo livello allora sarebbe la giungla totale. Molte persone si sbagliano, non bisogna assolutamente andare nella direzione della distruzione del diritto internazionale nonostante dal nostro punto di vista militante sia insufficiente, in quanto nonostante sia stato messo in campo dall’imperialismo è avvenuto in un momento in cui l’imperialismo dell’epoca era messo in difficoltà dall’URSS.

Era all’indomani della seconda guerra mondiale e quindi l’ipotesi sovietica ha fatto sì che il diritto internazionale, anche se fosse ideato dall’imperialismo, comportava degli aspetti positivi. Ricordiamo tutte le risoluzioni dell’ONU adottate negli anni 70, un momento in cui i Paesi del Sud nell’alleanza dei paesi del sud socialisti era molto forte. Quello che veniva chiamato dai dirigenti israeliani in maniera denigratoria la “maggioranza automatica”, perché all’ONU c’era sistematicamente una maggioranza che era data da questa alleanza tra paesi del sud e paesi socialisti i cosiddetti “non allineati”, il che ha permesso che molte risoluzioni in favore della Palestina fossero votate. Risoluzioni iin favore della Palestina e che condannavano l’entità sionista, lo stato d’apartheid dell’Africa del Sud, e molte altre iniziative dell’imperialismo. Quindi occorre comprendere che il diritto internazionale è il frutto di un rapporto di forza è importante. Non si tratta di dire che non sia necessario. 

Detto questo, è incredibile come delle persone possano mettere sullo stesso piano l’aggressione imperialista, coadiuvata dall’entità sionista che sta perpetrando il genocidio del popolo palestinese, e lo stato iraniano. indipendentemente, ancora una volta da cosa possiamo pensare, ma se siamo militanti anti-imperialisti questo è fondamentale. 

La lotta imperialista non è una lotta che dà degli assegni in bianco a qualunque regime – per inciso, non mi piace usare la parola “regime” perché perlomeno in Francia ha un aspetto denigratorio, se parliamo di Macron nessuno parla di “regime di Macron”. L’Iran è una Repubblica Islamica, se parliamo di “regime” nel senso del potere iraniano, ecco, a questo sistema di potere non stiamo dando un assegno in bianco. Ma bisogna parlare degli esempi storici della lotta anti-imperialista, pensiamo a Lenin che difendeva la monarchia afghana dall’impero britannico, non perché considerasse formidabile la monarchia ma perché si tratta di individuare un aggressore, quindi l’imperialismo in quanto tale, e i Paesi dominati. Quello che dobbiamo auspicare è che questi Paesi dominati possano accedere a un altro tipo di dimensione, per quanto ci riguarda a un sistema socialista. 

Ma non può esistere socialismo in Iran o altrove fino a che l’aggressività imperialista non sarà messa in difficoltà, fratturata, vinta. Prendiamo l’esempio degli anni 70, un periodo in cui l’imperialismo era in difficoltà – non ho detto vinto – ma ha dovuto retrocedere a causa di formidabili sconfitte ricevute in particolare in Africa, come in Algeria per i movimenti di liberazione dal colonialismo. Non bisogna dimenticare il Vietnam. L’esplosione di lotte non è data dal fatto che l’imperialismo in quel momento era diventato più “gentile” ma perché aveva subito dei colpi, ad esempio in Vietnam. Spesso non viene fatto il legame tra la situazione interna, anche nei paesi del nord imperialista, e il costo che subisce l’imperialismo dovuto a fatti esterni, ma il legame è diretto. Lo abbiamo visto nella storia, quando c’è stato un presidente debole negli USA questo ha permesso l’avanzamento delle lotte dell’America Latina, questo è stato dato dall’indebolimento del sistema imperialista, dunque noi abbiamo interesse affinché l’imperialismo si indebolisca relativamente all’esito delle nostre lotte. In questo senso, in Iran non ci sarà democrazia senza che l’imperialismo subisca un colpo. 

Non dico che andrà a sprofondare ma dico che un piccolo fallimento può aprire degli spazi di agibilità per le lotte. L’obiettivo dell’Iran è dunque quello di preservare la propria integrità nazionale. Oggi la minaccia per l’Iran non è soltanto la fine del governo attuale, la scommessa non sta sul piano della fine del regime della Repubblica Islamica, ma sul piano del rischio della distruzione dello Stato come lo abbiamo visto in Libia, in Siria, come abbiamo visto in altra misura in Algeria. Ci sono senza dubbio delle dinamiche interne, non si tratta come dicono alcuni di “dimenticarci” di cosa vuole la popolazione. Non si tratta di questo. 

A volte però rispetto all’agenda locale e nazionale l’imperialismo riesce a applicare i suoi interessi e a deviare delle lotte popolari. Questo è avvenuto in tutti i Paesi che ho citato, anche in Libano, non dimentichiamo la guerra civile libanese. Quindi gli anti-imperialisti non possono mettere in alcun caso sullo stesso piano l’imperialismo dominante con lo stato iraniano. Questa confusione, nei casi in cui si verifica, proviene da una cattiva analisi del concetto di imperialismo. L’imperialismo, schematizzando al massimo, riguarda tutti i Paesi a livello globale in quanto tutti, nessuno vi si può sottrarre, vengono coinvolti su scale diverse dalla dimensione di espansione e di attività dell’imperialismo. Ci sono alcuni paesi che tentano di sottrarsi in maniera relativa, come la Corea del Nord, come Cuba, indipendentemente ancora una volta da cosa si pensi nel merito di quei Paesi. Quindi cos’è l’imperialismo? Una visione orizzontale dell’imperialismo è completamente stupida. L’imperialismo è come un treno: un treno con una locomotiva con dei vagoni di prima, seconda e terza classe e via di seguito. Quindi oggi essere anti-imperialisti è prima di tutto essere razionali e significa essere conseguenti, ossia innanzitutto contrapporsi alla locomotiva e al vagone di prima classe. Se non si va in questa direzione non si ottiene nulla. Ciò che ha creato confusione è che ultimamente una parte dei militanti ha messo tutto sullo stesso piano, a forza di mettere tutto sullo stesso piano, dalle forze di opposizione e il potere di Ghaddafi in Libia e l’imperialismo per esempio, abbiamo questi risultati: la Libia non esiste più, la Siria non esiste più.  

Non dico che non ci fossero delle dinamiche interne che avevano ragione di opporsi al potere siriano o di Ghaddafi. La questione non sta su questo piano. E nei confronti dei militanti che dall’interno si oppongono a questi regimi non si tratta di delegittimare la loro azione ma purtroppo è chiaro che la loro azione non è stata in grado di dissociarsi dall’intervento imperialista. Questo è il problema: in nessun caso ci si può appoggiare sull’imperialismo dominante per opporsi a un potere locale perché tutti perdono in questo gioco. Quindi gli anti-imperialisti devono opporsi all’imperialismo dominante. Esiste una gerarchia nell’imperialismo e non è una gerarchia che si struttura sul criterio morale di quanto un sistema sia più “cattivo” di un altro. E’ una questione di strategia, in questo senso personalmente sono maoista. Si tratta di pura logica di buon senso. 

Il maoismo ha perlomeno mostrato un certo numero di questioni rispetto alla lotta contro l’imperialismo. La gerarchia non si stabilisce da un punto di vista morale e il problema è che molti militanti reagiscono da un punto di vista morale. Ma noi facciamo politica, non della morale. Abbiamo avuto degli esempi in Cina, il movimento rivoluzionario comunista ha fatto delle alleanze con la borghesia locale contro l’occupazione giapponese. Durante la seconda guerra mondiale bisognava opporsi al fascismo e i militanti comunisti internazionalisti non hanno esitato a allearsi con l’URSS, non perché apprezzassero l’URSS ma perché l’obiettivo in quel momento era distruggere la macchina fascista, il nemico principale era il fascismo. Altrimenti si diventa paragonabili a quei gruppi che nel 1939 dicevano “Né Stalin né Hitler”. Ci sono dei momenti in cui si stabiliscono delle gerarchie, ma non significa che sia sul piano della morale, ma perché bisogna opporsi al nemico principale e oggettivamente il nemico principale è l’imperialismo in quanto tale. L’imperialismo non è soltanto circoscrivibile all’azione militare ma è un modo di produzione. Oggi viviamo in un modo di produzione imperialista, non capitalista.  

Il nostro agire deve essere guidato dall’efficacia in base a questa gerarchia. Per riprendere uno slogan maoista “proletari di tutti i popoli e nazioni oppresse unitevi”, non voleva dire che alla testa di certe nazioni dominate vi fossero dei leader socialisti, anzi c’erano leader autoritari e repressivi, questo vale anche per il regime iraniano, questo autoritarismo interno e repressione interna, come ho detto è anche dovuto all’accerchiamento dell’Iran. Ma la domanda da porci è cosa dobbiamo fare noi che siamo all’esterno? Dobbiamo vedere la contraddizione principale. 

C’è una contraddizione tra l’imperialismo dominante e i popoli della periferia e i loro alleati delle forze anti-imperialiste nei Paesi del Nord. E questa contraddizione è fondamentale e non impedisce che ci siano delle contraddizioni interne, di classe, come ovunque nei Paesi del sud. Ma la contraddizione è nei confronti dell’impero dominante ed è fondamentale nella situazione attuale. Non comprenderla significa sbattere contro un muro. Quindi i militanti anti-imperialisti devono sostenere le forze progressiste in Iran. Parlo però delle forze progressiste in Iran che sono reali, come il partito comunista Tudeh, che non nega il fatto che sia necessario difendere lo stato iraniano in quanto tale. Così come nella storia quando si è trattato di sostenere il Vietnam nella guerra si è fatto, ma non era un governo democratico liberale, era un governo che ha avuto anche forme repressive nei confronti di correnti interne. Era chiaro che ci fosse un’opposizione interna al governo di Ho Chi Minh ma anche chiara quale fosse la contraddizione principale, sia internamente che esternamente. Non capisco perché oggi ci sia stata questa oscillazione, d’un tratto un’oscillazione verso un approccio ambiguo su questo piano. Ma pensiamo anche a Sankara, non era un modello di democrazia liberale in senso borghese del termine, ma non impediva che occorresse assolutamente difendere Sankara perché il suo progetto politico era quello di rovesciare l’imperialismo. 

Così oggi in Iran, lo stato iraniano opponendosi all’imperialismo permetterà alle forze progressiste iraniane nel futuro di imporre la propria agenda. Ma il contrario, se lo stato iraniano sarà distrutto, non ci sarà nessuna agenda per nessuno, non ci sarà niente per nessuno. A maggior ragione che l’Iran è un mosaico di popoli e il grande rischio è chiaramente la guerra civile. Ciò che ha impedito la guerra civile in Iraq dopo l’invasione del 2003 è il fatto che c’era l’Iran, non tanto per ragioni religiose in quanto la maggior parte della popolazione è sciita, ma per il fatto che lo stato iraniano ha impedito che la guerra civile fosse completamente distruttiva in Iraq. Se lo stato iraniano dovesse implodere sarebbe la guerra civile in tutta la regione e non ci sarebbe nessun orizzonte socialista da immaginare, né liberazione per le donne, ma ci sarebbe un orizzonte di disordine imperialista sul quale regnerebbe l’entità sionista per suo conto, ossia per conto degli USA che sono il nemico principale. E l’Iran l’ha ben compreso, non siamo nel campo della morale. 

Quali sono le caratteristiche dello stato iraniano? E’ più simile a una teocrazia o a un modello da stato-nazione come altri nel mondo?

L’Iran non è uno stato-nazione, la maggior parte dei dirigenti iraniani non sono persiani, sono azeri dunque non siamo nel quadro dello stato-nazione. Mentre il potere all’epoca dello scià era organizzato intorno all’identità persiana, al tempo vi fu il tentativo da parte della monarchia di distruggere il passato musulmano. Quindi in Iran c’è una questione identitaria che bisogna tenere in conto, considerando anche che all’origine della dinastia dei Pahlavi di fatto ci furono gli inglesi, dato che il fondatore faceva parte della brigata dei cosacchi e quell’identità venne completamente fabbricata dagli inglesi. 

In questo caso furono gli inglesi ma l’invarianza da individuare è che l’imperialismo in un dato momento può anche fare del “bricolage” con le identità presenti su un territorio, costruire ad hoc un sistema politico basato su un’identità sostanzialmente fatta artificialmente. La Repubblica Islamica quindi rompe con lo stato-nazione persiano. L’identità attorno alla quale si istituisce il nuovo sistema è l’islam. La Repubblica Islamica pone la questione identitaria e l’appartenenza alla civiltà arabo-musulmana in maniera generale, questa forma di governo è chiaramente una teocrazia autoritaria e naturalmente repressiva. 

Vi è un clero ma è un sistema molto complesso, in quanto esiste anche un parlamento e assume anche per certi aspetti delle forme democratiche. Non significa che si tratti di una democrazia socialista o altro, ma è un sistema che si distingue profondamente dalle petrolmonarchie del Golfo per esempio, in quanto sono totalmente teocratiche mentre l’Iran è quantomeno una repubblica. Paradossalmente le petrolmonarchie non sono oggetto di così dure critiche, probabilmente perché si pensa che stia nell’ordine delle cose. 

In Iran non è aggirabile il fatto che ci sia tutta una parte della popolazione che sostiene il potere, ma nella dimensione del potere ci sono delle contraddizioni interne, ci sono delle opposizioni, quelle che l’occidente chiama “moderati” a differenza dei “radicali” ma rappresentano delle sfumature di contestazione e di opposizione come esistono in tutti i Paesi.. o forse anche più dure che per esempio in Francia. A parte l’eccezione della France Insoumise abbiamo abbastanza l’impressione che non ci siano particolari sfumature all’interno del panorama politico francese.. 

Detto questo, non possiamo capire l’evoluzione della teocrazia in Iran se non prendiamo in considerazione l’atto fondamentale che è avvenuto quando la Repubblica stava emergendo, ossia la guerra con l’Iraq. A questa guerra sono poi succeduti 40 anni di guerra di sanzioni. Le sanzioni occorre ricordarlo sono una forma molto violenta di arma e non si può analizzare ciò che succede oggi in Iran senza tenere conto di questi passaggi. La guerra è stata portata avanti dall’Iraq evidentemente con il supporto e lo slancio da parte dell’occidente e dei regimi arabi. Questo ha portato al rafforzamento della teocrazia e quello che va sottolineato è che sta agli iraniani decidere. Lo slogan che si sente dire alle nostre latitudini “Né scià né mollah” è uno slogan fortemente europeocentrico che fa uso dell’espressione “mollah” che trovo anche particolarmente denigratoria. 

La popolazione iraniano oggi per il 25% circa sostiene la natura del Paese, quindi la Repubblica Islamica. A fronte di questa percentuale il resto andrebbe analizzato nella complessità in quanto non si tratta di un blocco omogeneo né organizzato come si vorrebbe dall’Occidente. C’è una parte, una percentuale minima, che sostiene il ritorno dello scià, soprattutto una fetta di popolazione che detiene i mezzi finanziari e poi c’è tutta una parte della popolazione che cerca di vivere normalmente. Il problema è quando da parte di uomini politici anche di sinistra in Occidente viene sottolineato che il problema per l’Iran è il fatto di essere una teocrazia. 

Il problema dell’Iran non è il fatto di essere una teocrazia, inoltre dipende se il “nostro” dispiacere per il fatto che lo sia voglia dire che si auspica per gli iraniani (per quanto stia a loro decidere) una democrazia in termini socialisti o in termini liberali. Il punto è che l’imperialismo produce autoritarismo e produce repressione, non si tratta di deresponsabilizzare gli attori politici iraniani interni ma queste sono le condizioni oggettive per tutto ciò che ho detto prima. Un altro elemento da tenere in conto quando si analizza lo stato iraniano è la presenza di 14 o 15 frontiere intorno ai suoi confini e la presenza di numerosissime minoranze etniche: curdi, baluchi, arabi, azeri. Il che è una ricchezza ma significa anche una difficoltà in quanto molto spesso questa molteplicità viene strumentalizzata dall’imperialismo. In questo senso ritorna la questione dell’integrità dello stato. Anche sul piano religioso l’imperialismo può giocare un ruolo a fronte del fatto che all’interno dell’Iran ci sono maggiormente sciiti ma anche non sciiti o altre religioni. 

In fondo la questione da porre per chi vive in Europa è quale dovrebbe essere l’alternativa per gli iraniani: innanzitutto sono loro a dover decidere, in secondo luogo se la nostra proposta è la democrazia liberale certamente non è possibile dato che non si tratta di democrazia nel miglior senso del termine ma di imperialismo. La questione è qual è il nostro compito? Il compito dei militanti anti-imperialisti nelle metropoli imperialiste? Possiamo chiaramente dire che siamo contro la repressione e il regime autoritario ma dobbiamo farlo senza unire le nostre voci a chi di fatto nella storia ha permesso che avvenisse questo tipo di sviluppo del regime, in questa direzione. Bisogna risalire ai tempi della distruzione dell’Iraq. 

Risaliamo all’epoca della narrazione su Saddam Hussein, il dittatore per il quale anche gran parte della sinistra e dell’estrema sinistra è caduta nella trappola di sostenere l’invasione americana e, quindi che si voglia o no, la distruzione dell’Iraq. Abbiamo visto che dopo la distruzione del regime iracheno non si è aperta un’epoca storica di democrazia in cui le forze progressiste hanno avuto modo di prendere il potere. Abbiamo invece visto che sulle macerie irachene si sono installati e sviluppati dei mostri come Al Qaeda, come Daesh che sono il risultato diretto di questa guerra. Nel sostenere le forze di opposizione progressiste in Iran da qui occorre anche fare attenzione a capire quali sono le forze realmente progressiste e quelle che invece vengono sostenute dall’esterno, dalla CIA ad esempio. 

Sono dinamiche non nuove in questa regione, un gruppo considerato di opposizione alla Repubblica Islamica per esempio, i Mojahedin-e Khalq, aveva trovato rifugio in Iraq all’epoca di Saddam Hussein e intervennero nella guerra contro il proprio Paese, quindi l’Iran, avevano a disposizioni armi date dal regime di Saddam, ma una volta che l’Iraq è stato distrutto si sono messi in collegamento direttamente con i servizi americani, costruendo legami anche con le petrolmarchie del Golfo. Una forza legata all’imperialismo non può essere in alcun modo considerata accettabile, abbiamo visto i danni che questo produce in Libano e in Siria. Questo è motivo di grande confusione alle nostre latitudini anche rispetto a ciò che è avvenuto in Siria. Non ci si può appoggiare all’imperialismo statunitense per affossare un regime. E’ un modo di fare che viene definito “dégagisme”, ossia un atteggiamento che intende “spazzare via” costi quel che costi, non è possibile però ragionare nei termini in cui prima si manda via e poi si decide cosa fare. Nessuna forza progressista e anti-imperialista può appoggiarsi all’imperialismo, questo è inaccettabile. Questo proviene da un errore di fondo che è un errore di analisi e che non porterà a nulla di buono per la popolazione, né per gli iraniani né per i curdi. 

C’è un principio rivoluzionario che si chiama invece “disfattismo”, bene, noi ci auspichiamo la disfatta del nostro imperialismo. Chiaramente ci auspichiamo la disfatta dell’imperialismo americano e quello europeo viene di conseguenza perché sono evidentemente legati. Il nostro compito principale è sostenere uno stato sovrano che nonostante tutto resiste all’imperialismo. La distruzione dell’Iran significherebbe la distruzione di tutta la regione e soprattutto delle forze di opposizione e di resistenza all’imperialismo, in quanto se non ci fosse l’Iran oggi il progetto sionista di Israele avrebbe già occupato interamente il Libano mettendo in campo un regime vassallo dell’imperialismo, ma ciò non avviene perché c’è una forte resistenza all’interno. 

Noi ci troviamo quindi davanti a un pericolo maggiore che prende le forme fasciste nella sua espressione imperialista, non si tratta di dire che siamo di fronte al fascismo storico perché ci sono delle differenze, ma che questa violenza imperialista ricorda la brutalità fascista. Oggi l’Iran rappresenta un punto di appoggio per la resistenza al rullo compressore imperialista che mette in atto una violenza inedita, come il genocidio ancora in corso in Palestina. L’Iran in questo senso non è secondario. Bisognerebbe fare un piccolo sondaggio di cosa pensa la popolazione a Gaza di questa guerra. Non significa che i palestinesi sarebbero allora per loro natura dei sostenitori di un regime autoritario e repressivo, ma all’ora attuale occorre sapere da che parte stare. Potremmo fare un parallelismo per noi europei con la Seconda Guerra mondiale. 

Come fare per resistere a forme di violenza inedita che arrivano sino all’impresa genocidaria. Come fanno i popoli a resistere? Sicuramente non è gridando da qui “Né scià né Mollah” che potremo bloccare il rullo compressore dell’imperialismo che non punta solo al regime change ma punta alla distruzione totale della regione e alla sua balcanizzazione. 

Qual è il ruolo storico dell’islam politico sino ad arrivare all’oggi? 

C’è stata una mobilitazione anche al di là delle frontiere iraniane della popolazione sciita in risposta alla guerra imperialista, si spiega, anche se non sono uno specialista nella storia delle religioni, a partire dall’aspetto contestatario dello sciismo. Già all’emergere dello sciismo nella sua storia è possibile individuare questo aspetto quasi insurrezionale, oltre a una natura che tende alla giustizia. 

Lo sciismo è una religione ma è anche un’ideologia politica. C’è un forte aspetto politico e per le popolazioni sciite della regione l’Iran può in qualche modo rappresentare il portabandiera di questa appartenenza che non si limita a un elemento religioso ma anche politico di contrapposizione a un ordine imperialista che tra l’altro a tratti si appoggia a una maggioranza sunnita. L’islam politico e lo sciismo è un elemento perturbatore dell’imperialismo ed è stato anche messo in luce da un certo numero di pensatori marxisti. Si differenzia infatti la teocrazia iraniana dal regime saudita o dalle forme di governo in cui la corrente maggioritaria è afferente al waabismo. 

Il waabismo in particolare, è una forza evidentemente legata all’imperialismo, per alcuni infatti si tratterebbe quasi di una forma di eresia. Per quanto riguarda l’Iran il fatto che sia una “repubblica” e non una “monarchia” va anche letto in correlazione al fatto che si fondi su una dimensione sciita che ha da sempre avuto questa natura contestataria. 

Per l’Occidente la religione ha una natura fortemente reazionaria legata allo sviluppo del capitalismo e alla modernità a partire dal 1492, una modernità che prende avvio e si struttura a partire da eventi come le crociate che hanno avuto un forte carattere ideologico religioso. Abbiamo però anche numerosi esempi nella storia occidentale di fenomeni religiosi dalla natura contestataria. Ad esempio, i contadini tedeschi di Thomas Muntzer oppure le correnti protestanti nella dimensione cattolica, a queste correnti si sono legate rivolte. 

Questa dimensione religiosa e politica non la vediamo solo in Iran ma anche in Palestina e in Libano dove ci sono organizzazioni che hanno un riferimento religioso. Queste organizzazioni beneficiano del sostegno della maggioranza della popolazione. L’aspetto della religione, in particolare dello sciismo, che riguarda la lotta alle ingiustizie si rivede in queste organizzazioni. Ad esempio il jihad islamico palestinese si può inserire in questa analisi. 

L’incontro tra militanti di estrema sinistra e di militanti con un referente religioso, appartenenti a organizzazioni sì religiose ma che pongono come condizione l’essere esplicitamente anti-imperialiste, è stato un elemento molto importante. 

Tra l’altro un elemento interessante è anche vedere che la maggior parte del sostegno alla Palestina, pur essendo sunniti, è arrivato dal mondo sciita. Questo ci fa capire come questa adesione non sia completamente schiacciata sul piano religioso altrimenti questo non sarebbe stato possibile, esiste un lato politico della lettura che fanno queste dimensioni della fase. 

Inoltre, occorre sottolineare che per gli sciiti se guardiamo a cosa accade per esempio in Pakistan o altrove, c’è una percezione di essere una minoranza oppressa che è oppressa da un ordine imperialista in questo senso l’Iran può rappresentare un rovesciamento di quest’ordine. 

Per quanto riguarda noi oltre ad avere un pensiero anti-imperialista è importante sostenere anche uno sguardo decoloniale. Questo permette di accogliere anche delle riflessioni non eurocentriche e di dare dignità al ruolo dell’elemento religioso nelle forme di contestazione nel mondo, di cui la storia è pregna di esempi. Dall’America Latina, in Colombia sino all’Africa in Kenya. 

Come leggi l’annacquamento della lettura anti-imperialista nei movimenti occidentali? 

In generale penso che ci sia una paralisi del pensiero politico in Occidente. Questo è un fatto. I pochi pensatori politici che emergono rimangono rinchiusi in una griglia di lettura che ripropone uno schema specifico, di una sorta di rigidità ideologica. Questa rigidità ideologica è molto problematica, per noi militanti decoloniali si tratta di un pensiero eurocentrico. Ed è sorprendente perché se guardiamo ai primi pensatori del marxismo, Marx stesso, Lenin, Engels, hanno posto questo tema evitando a ogni costo la rigidità ideologica. 

I primi pensatori erano molto più aperti a questa contaminazione di riflessioni e di pensiero derivante anche da altri Paesi e dalle lotte anticoloniali rispetto a oggi. Siamo in un certo senso oggi, ed è abbastanza triste dirlo perché immediatamente ricorda l’immaginario proposto da personaggi come Huntington, ma siamo di fronte a una guerra di civiltà. Credo però che ci sia un aspetto “civilizzatore” che si è appropriato di molte correnti di pensiero che affondavano le radici nel materialismo in Occidente. Gli USA hanno avuto un ruolo importante in questo. 

Questo è un problema nell’ottica di darsi come obiettivo l’alleanza reale con i paesi del sud globale e con i musulmani in Europa. Occorre dunque opporsi alla creazione dello stigma da parte del sistema dominante in Europa, che arriva addirittura a creare delle identità ad hoc che circoscrivono il musulmano. Non bisogna stare in silenzio su questo fenomeno in quanto militanti di sinistra e non cadere nella trappola dicotomica di ciò che è religioso e ciò che non lo è. 

Oggi, anche a fronte della storia europea, sarebbe assolutamente stupido arroccarsi su una sorta di “anticlericalismo” o di “ateismo da battaglia”, perché priverebbe di vedere una leva che parte da un’aspirazione all’universalismo, una sorta di giustizia e di benessere universale, che la religione, anche lo stesso cattolicesimo, porta con sé. 

Per noi, noi che afferiamo al progetto di Parole d’Honneur e di QG Décoloniale, il nostro media, ci iscriviamo in un pensiero decoloniale che non vuole mettere al centro l’”indigeno” in quanto tale ma mettere al centro la questione dell’islam. Questo è importante perché in Occidente è lì che sta la contraddizione, non è la principale, ma fa parte della difficoltà di cui sopra. 

Come disse Sultan-Galiev che si impegnò in maniera organica nella rivoluzione bolscevica, era un azero dell’Azerbaijan che fu anche oppositore sia di Lenin che di Stalin, disse che ci sono molte forme e molte vie per giungere al socialismo. Nel senso che non si tratta di conformarsi all’ideologia ma di conformarsi all’aspirazione al socialismo, vi è una dimensione di esplorazione e ricerca che è fondamentale. E’ un lungo cammino, ma un cammino assolutamente essenziale.

In questa strada di aspirazione al socialismo non può non esserci uno spazio fondamentale per la lotta all’imperialismo e alla modernità, in quanto il concetto di modernità nasce ed è per forza impregnato di un’ideologia occidentale. Oggi a fronte della guerra all’Iran sarebbe molto grave dirsi anti-imperialisti e non rispondere all’appuntamento con la storia. Occorre abbandonare in questo senso una postura morale e paternalista, in definitiva eurocentrica. 

Per rispondere all’appuntamento con la storia bisogna sostenere la disfatta dell’imperialismo contro l’Iran, perché in caso contrario vedremmo anche la distruzione del movimento palestinese e i grandi genocidi nella storia sono stati commessi sempre in favore di grandi guerre imperialiste.