Futuro senza futuro: nuovo PRG e verde urbano nella Torino della “riqualificazione”

InfoAut: Informazione di parte - Friday, March 27, 2026

«Torino ha l’ambizione di superare la contrapposizione asfittica tra innovazione competitiva e coesione sociale. E la tutela ambientale sarà la piattaforma orizzontale. Non cerchiamo modelli, saremo il modello» Così il sindaco Lo Russo ha salutato l’approvazione del progetto preliminare del nuovo Piano Regolatore Generale (PRG) di Torino, passato al vaglio del Consiglio Comunale lunedì 16 marzo.  

Si tratta per la città del primo PRG nel nuovo millennio: quello attuale, in vigore dal 1995, nasceva nel grande vuoto lasciato dal crollo del modello industriale, chiamato a gestire vaste aree di ex siti produttivi. L’importanza di questo passaggio, dopo oltre trent’anni, a una nuova versione di quello che non è solo “un dispositivo tecnico, ma anche un atto politico nel senso più alto del termine” viene efficacemente riassunta dalle parole dall’assessore all’Urbanistica Paolo Mazzoleni in Sala Rossa: “Oggi non stiamo semplicemente portando in approvazione un documento urbanistico. Stiamo proponendo al Consiglio e alla città un’idea per il suo futuro”.

Il PRG è infatti, insieme al bilancio, uno dei pochi strumenti a disposizione del Comune per il governo del divenire della città: pianificazione dei servizi dalla sanità alla mobilità, destinazione d’uso degli spazi urbani, politiche abitative, modulazione e indirizzo delle attività, da culturali a formative a industriali, gestione del verde pubblico – insomma, l’orizzonte della Torino di domani dovrebbe essere già definito in quelle carte. Peccato, certo, che quelle stesse carte siano rimaste fino all’ultimo termine possibile (la votazione sul progetto preliminare del Consiglio Comunale) inaccessibili a chi si trova al di fuori del circuito amministrativo, impedendo dunque una critica puntuale dal basso del progetto di PRG, visto che a parole l’Amministrazione ha detto tutto e il contrario di tutto sull’impianto del futuro piano: maggiore flessibilità per adattarsi più rapidamente alle esigenze di mercato insieme a forte regia pubblica; centralità tanto dei servizi di prossimità quanto dell’attrattività per gli investimenti privati; attenzione al commercio di prossimità e apertura a capitali internazionali; contrasto al consumo di suolo e crescita.

Se la conciliazione di interesse privato e pubblico dovrebbe passare attraverso una deregolamentazione urbanistica che elimina l’ostacolo della zonizzazione per destinazioni d’uso unita a un modello di perequazione, che prevede una compensazione in base al guadagno previsto sugli investimenti attraverso progetti di utilità collettiva (che potranno spaziare dall’edilizia sociale alla manutenzione delle strade ordinarie, rendendo così servizi essenziali un prodotto indiretto della speculazione), l’armonizzazione tra paradigma della crescita infinita con ambizioni green sembra volersi porre, a Torino come altrove, sotto il segno di riqualificazione e rigenerazione urbana. Due categorie concettuali contigue a cui si ricorre sempre più intensamente: sintomatico della loro centralità a livello nazionale la messa in cantiere di un DDL proprio sulla rigenerazione, che mira a promuovere in una cornice comune il fenomeno attraverso premi volumetrici, incentivi fiscali e l’istituzione di un Fondo nazionalead hoc da 3,4 miliardi di euro.

Anche se leggermente diverse nella definizione (la riqualificazione ha una dimensione strettamente legata a interventi fisici, mentre la rigenerazione investe più dimensioni, compreso il tessuto sociale), nel discorso pubblico sono spesso usate in modo intercambiabile per intendere operazioni anche molto diverse per qualità e scala, ma accomunate dal recupero di zone già edificate o comunque compromesse (es. territori da bonificare) in disuso, spesso raccontate in termini di “degrado” e “marginalità”, spazi raccontati come “in cerca di futuro” e da “restituite alla città”.

Non costruire ma trasformare: questa la strategia per contrastare il consumo di suolo e continuare a fatturare. Un discorso che a prima vista sembra filare. Torino è costellata di strutture di proprietà pubblica lasciate a far la muffa, spazi di cui meriterebbe riappropriarsi.  Andando però a osservare più da vicino processi messi in moto durante l’amministrazione Lo Russo licenziati come “rigenerazione” e “riqualificazione”, il quadro che emerge è nettamente diverso.

Trapasso (parziale o totale, definitivo o temporaneo) del bene pubblico al privato, massicci investimenti per progetti di dubbia utilità calati dall’alto, interventi spot e di facciata, sgomberi, militarizzazione degli spazi collettivi e lotta senza quartiere all’iniziativa dal basso, il meccanismo della messa a rendita delle macerie deve ancora riuscire a dare saggi significativi della sua capacità di essere una forza trasformativa positiva per il territorio.

E in una fase di conclamata (e drammatica) crisi climatica, particolarmente problematici sono i casi in cui questi progetti di restyling interessano le aree verdi, come su Torino sta succedendo al Meisino e si pianifica di far avvenire presto al Parco della Pellerina. Il primo fra i cardini della favola riqualificatoria a cadere a uno scrutinio anche minimo è l’azzeramento del consumo di suolo: infatti a essere spacciate come edificate o compromesse sono aree di suolo in larga parte libero e permeabile. Pensiamo al Meisino, dove la presenza di una cascina diroccata e un ex galoppatoio militare ha fornito l’appiglio per disseminare strutture sportive e interventi impattanti a macchia di leopardo su tutta la riserva naturale. Al discorso quantitativo andrebbe poi accompagnato quello qualitativo, che invece sembra venire omesso del tutto. Infatti, anche quando la superficie verde viene nominalmente mantenuta, è alto il rischio che attraverso il cambiamento di vocazione per l’area (chiave di volta dei progetti di “riqualificazione”) si cambi anche la tipologia di verde (passando ad es. da verde ecologico a verde attrezzato, per fare riferimento di nuovo al caso Meisino).

Il mutamento non è un’indolore questione terminologica, ma comporta spesso accanto al degradamento del suolo anche perdite nette per il patrimonio arboreo e la biodiversità, con conseguente danno per la salute del territorio.

Va ricordato che degrado e consumo di suolo rimangono la prima causa di frane e fenomeni alluvionali, e Torino sotto la Giunta Lo Russo si è posta saldamente in testa (dati ISPRA) alla classifica delle città italiane con più di 100.000 abitanti per percentuale di suolo consumato (nel 2023, oltre il 65%). Dunque, se anche smettessimo concretamente di cementificare domani costruendo solo dove già si edifica sarebbe comunque insufficiente: la necessità non prorogabile è quella di aumentare il suolo libero, non semplicemente di mantenere quello esistente..

Altrettanto omesso dall’Amministrazione è l’aspetto dell’impatto della fase di cantiere (per quella del futuro ospedale Torino Nord alla Pellerina, si prevedono ottimisticamente quattro anni), che diventa miracolosamente a impatto zero.

Le considerazioni di carattere più tradizionalmente ecologico vanno ovviamente associate agli aspetti sociali del processo: svendita più o meno diretta degli spazi verdi, espulsione più o meno permanente delle comunità che attraversavano lo spazio (già anche solo durante i tempi sempre in espansione dei lavori: pensiamo al Parco della Tesoriera, occupato dall’autunno del 2024 da un cantiere PNRR fantasma) e unilateralità delle decisioni sono tutti aspetti che mettono in crisi la narrativa istituzionale.

A tematizzare il nodo tra difesa del verde e riappropriazione degli spazi urbani sono i moltissimi comitati nati attorno a parchi, pratoni, alberi e alberate. A Torino parecchi comitati spontanei hanno costituito la rete Resistenza Verde che il 20 aprile festeggerà tre anni di esistenza vigile e combattiva.  Vedere più nello specifico il caso delle lotte in corso a Torino può forse essere utile per cominciare a fare chiarezza, oltre le nebbie istituzionali, su cosa si profila per la città nel nuovo Piano Regolatore.

Il caso del verde pubblico di Torino

La sera di venerdì 6 marzo si è tenuto al CSOA Gabrio un incontro che ha accolto voci dai diversi comitati impegnati nella difesa del verde urbano di Torino, mettendole in rapporto con l’orizzonte tracciato dal PRG. A organizzare l’incontro l’assemblea Un Altro Piano per Torino, nata nel 2023 con l’intento di studiare, criticare e contestare il processo verso il nuovo Piano Regolatore, e contestualmente elaborare una proposta alternativa dal basso. Obiettivo dell’incontro era mettere in relazione le due dimensioni, sostanziando le analisi dell’assemblea con l’esperienza dei comitati e rileggendo il percorso di questi alla luce della critica al nuovo PRG, realizzando un utile momento di aggiornamento, apertura e confronto in un momento critico per Torino. Le diverse lotte in difesa degli spazi verdi, ciascuna con le proprie specificità, appaiono legate su almeno su due fronti: la proposta attiva di un contro-modello di verde non mercificato o mercificabile, e l’opposizione alla riqualificazione, che come abbiamo visto è termine-spia di un  processo di riorganizzazione dall’alto degli spazi in funzione del maggior profitto nel minor tempo possibile.

Il caso del Parco del Meisino, ferita aperta del territorio a cui abbiamo già fatto riferimento, mostra plasticamente come è ripensato il verde urbano all’interno del nuovo paradigma: il “Centro per l’educazione sportiva e ambientale”, progetto imposto dalla Giunta Lo Russo facendo leva su un presunto “degrado” dell’area, spaccia come “riqualificazione” la devastazione di quella che è l’unica riserva naturale urbana di Torino al fine di insediarvi un centro sportivo polivalente per attività di nicchia (come pump track, disc golf e addirittura biathlon con carabine laser). I 245 ettari della riserva, oltre al loro valore per chi li vive da anni, hanno un’importanza riconosciuta anche dalle istituzioni a livello regionale (come parte delle aree protette del Po piemontese), comunitario (ospitando una Zona di Protezione Speciale inserita nella rete Natura2000) e mondiale (come parte del sito MAB Unesco “Collina Po”).

Il progetto, finanziato con 11,5 mln di fondi PNRR, è un’accozzaglia bizzarra di costosi e inutili interventi, incomprensibile se messo in relazione a necessità o volontà espresse dal territorio, immediatamente leggibile se inteso come strumento di intercettazione e dirottamento di fondi.L’afferenza al PNRR ha altresì permesso al progetto di godere di un iter ultrasemplificato in virtù delle scadenze stringenti del Piano, risultando così in una chiusura totale e strutturale alla partecipazione e intervento dei cittadini. L’area essendo posta alla confluenza tra Dora e Stura sul Po oltre all’alto valore ecologico è anche ad altissimo rischio idraulico, e soggetta a piene regolari (2000 e 2016 le più recenti). Il futuro “Centro per l’educazione sportiva e ambientale” avrà dunque o vita breve e/o costi di manutenzione improponibili, diventando un pozzo nero di fondi pubblici.

Il Comitato a tutela del Parco, Salviamo il Meisino, si è venuto a formare spontaneamente all’annuncio del progetto nel 2022. Nonostante i diversi tentativi di bloccare il progetto, i cantieri si sono aperti ufficialmente a settembre del 2024, tra blocchi dei mezzi e contestazioni popolari gestite attraverso il ricorso massiccio e continuato alle forze dell’ordine. I lavori si trascinano avanti ormai da oltre un anno e mezzo, in uno scenario di irregolarità, inadempienze ai famosi “tempi stretti” del PNRR e opposizione mai cessata dei cittadini.All’attività di contrasto e monitoraggio dal basso dei cantieri sono stati affiancati anche tentativi sul piano legale, approdati in un ricorso al Tribunale ordinario che non è però stato dichiarato procedibile per un classico rimpallo di competenza tra Tribunale ordinario e TAR.

Qualcosa si è comunque riuscito a strappare alla devastazione, soprattutto grazie alla pressione esercitata “sul campo”: è stata ottenuta la rimozione di alcuni interventi particolarmente impattanti che dovevano avere luogo nelle aree più sensibili e la messa in salvo dagli abbattimenti di un boschetto. Il danno, ovviamente, rimane comunque sopra la soglia critica, così come lo spreco di denaro pubblico. Se proprio c’era voglia di riqualificare, i fondi si sarebbero potuti almeno destinare dove utile e richiesto (per rimanere in tema di sport, le ex Piscine Sempione a Barriera di Milano ormai in corso di svendita sarebbero state un buon candidato).

La futura fase di esercizio rimane un’incognita: il PNRR finanzia la costruzione, non la gestione (né la manutenzione).. Nel caso probabile in cui a farsi carico degli impianti siano soggetti privati o società sportive, non lo faranno certo gratuitamente. Allo spreco di risorse pubbliche e al danno ambientale si aggiungerebbe così anche una possibile privatizzazione parziale del Parco che, prima che la Giunta decidesse di “restituire” il parco alla città, era accessibile a tutti in ogni sua parte. Quello che il caso Meisino anticipa non è insomma un verde vivo e sociale, ma un finto green ridotto a terreno di gioco per operazioni speculative.

Anche il progetto di un nuovo ospedale nell’area verde del Parco della Pellerina sta incontrando opposizione dal basso. Le due realtà che si muovono in questo senso sono il gruppo di lavoro Assemblea Pellerina/No ospedale nel Parco che unisce cittadini, comitati e associazioni e il Comitato Salviamo la Pellerina. Obiettivo comune è portare Comune, Regione, Asl e Inail (l’ente finanziatore) a cassare il progetto e ripensare la ricollocazione degli ospedali Maria Vittoria e Amedeo di Savoia. La decisione del sito del nuovo ospedale Torino Nord è ricaduta sulla Pellerina, tra una serie di sette proposte e quindi in ampia presenza di possibilità alternative, per una decisione unilaterale degli attori istituzionali. Le criticità del progetto, illustrate dalla corposa documentazione predisposta dal gruppo di lavoro, sono enormi.

Prima fra tutti, proprio il consumo di suolo su cui il nuovo PRG vorrebbe tirare il freno a mano: l’area su cui si intende costruire (la punta estrema nord-ovest del Parco), impropriamente definita sterrato, è una zona verde di proprietà comunale. Il progetto prevede un’occupazione di più di 60.000 m2 di suolo permeabile e senza necessità di bonifiche. Anche qui come per il progetto del Meisino le istituzioni spingono su una narrazione dello  spazio come marginale, degradato e abbandonato al fine di giustificarne la cementificazione. 

E i punti di contatto con il caso Meisino continuano: l’alto rischio idraulico dell’area (tra le più vulnerabili della città per rischio idrogeologico) e la falda superficiale presente (confermata anche da recenti carotaggi, realizzati a ridosso dell’inizio della Conferenza dei Servizi) dove si vorrebbe edificare porrebbero limiti importanti al progetto dalla fase di cantiere fino a quella di esercizio: la necessità di costruire la struttura rialzata su piloni di 6 m sopra il livello dell’esondazione della Dora del 2000, come riportato dal Progetto di Fattibilità, impedirebbe infatti la costruzione di parcheggi interrati e la presenza di servizi di medicina nucleare, vista l’impossibilità di porre gli impianti in un piano interrato per minimizzare la diffusione di radiazioni.La messa al bando della partecipazione popolare è un altro aspetto chiave: anche qui la decisione è stata calata dall’alto senza un dibattito pubblico preventivo e senza il coinvolgimento dei cittadini, che evidentemente l’Amministrazione ormai intende come meri lettori di comunicati diffusi mezzo stampa. Alle sessanta pagine di documentazione presentata contro il progetto dai comitati in difesa della Pellerina durante la Conferenza dei Servizi (conclusasi alla fine dello scorso novembre l’approvazione del progetto di fattibilità tecnico-economica) non è stata alcuna reale considerazione.

L’attività di opposizione, nonostante la chiusura istituzionale, continua: il 13 marzo è stato depositato un ricorso straordinario al Consiglio di Stato con cui si impugna proprio il provvedimento conclusivo della Conferenza di Servizi, segnando un’altra tappa importante nel percorso della lotta per la il Parco.

Un’alternativa concreta a questo tipo di “riqualificazione urbana” imposta dall’alto arriva invece dall’esperienza del cosiddetto Pratone Parella in via Madonna delle Salette. Residuo agricolo, poco più di un ettaro, versava in una condizione di effettivo “degrado” (accumulo di materiale di risulta e rifiuti) per effetto di un cantiere che vi era stato posto durante la costruzione di un vicino supermercato. Ciò nonostante, l’area era intesa dal quartiere come spazio verde, senza ambiguità. Nel 2019 alcuni residenti, oggi comitato Salviamo i Prati, hanno dato il via a iniziative dal basso per recuperare e poi mantenere il prato, cercando di coinvolgere il quartiere attraverso momenti di socialità, piccole manifestazioni e iniziative a carattere culturale (come presentazioni di libri). Sul pratone continuava però a pendere la spada di Damocle di una possibile edificazione futura, in quanto ancora classificato come vuoto urbano. Per metterlo al sicuro, il comitato ha presentato una delibera di iniziativa popolare, risultata a valle dell’iter nella dichiarazione di inedificabilità del pratone.

Chiusa la fase di contrapposizione, si è posto dunque il problema a cui tante lotte territoriali non arrivano: la gestione del dopo. La soluzione individuata come più praticabile dal comitato è stata quella del Patto di collaborazione con la città di Torino. Il progetto dei cittadini si è dato come cardine l’incremento della biodiversità, con un’attenzione rivolta al miglioramento della qualità del suolo; sono stati piantati alberi, realizzata una zona per impollinatori, preservato un piccolo boschetto spontaneo. Quando possibile, il comitato partecipa a progetti del DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari) dell’Università. Continuano anche le iniziative culturali e gli interventi di manutenzione. Nonostante le tante luci della vicenda del pratone, qualche ombra e incertezza rimane sull’obiettivo più a lungo termine del comitato: allargare al quartiere la cura dello spazio, con un coinvolgimento più diretto di chi frequenta il pratone – un aspetto, questo, che si sta trovando difficile. Il percorso verso una presa di responsabilità veramente collettiva nell’autogestione degli spazi rimane, qui come altrove, complesso.

Per il Parco Artiglieri da Montagna lo stato di cose e le intenzioni dell’Amministrazione sono invece meno trasparenti, anche alla luce del nuovo PRG. Il progetto di sacrificare il Parco per la costruzione di un supermercato nasce sotto Giunta Fassino, che ha ceduto l’area a Esselunga per 99 anni. Il progetto ha però incontrato soprattutto dal 2022 in poi una vivace e trasversale opposizione, svelando l’incapacità delle istituzioni di cogliere il valore reale del Parco per quartiere e città – non solo in quanto area verde ma anche in quanto spazio di libera aggregazione.

Nonostante la chiara volontà dimostrata dal basso di salvare il Parco, nessuna amministrazione ha mai voluto trattare con Esselunga per fare marcia indietro. Il comitato EsseNon, che porta avanti l’opposizione a questo fenomeno speculativo, èanche e da tempo l’unico soggetto a prendersi cura dell’area verde – lasciata dal Comune in quell’incuria che accompagna e anticipa i progetti di svendita. Dalle carte per il nuovo PRG ciò che emerge è che il Parco viene cartograficamente descritto come area verde, ma soggetta a cambiamento. Un colpo al cerchio e uno alla botte: riconoscimento del suo status attuale ma senza garanzie per il futuro. Nonostante dunque anni di opposizione e a oltre dieci anni dalla cessione a Essenlunga, non pare sarà il nuovo PRG a liberare il Parco Artiglieri dal limbo della speculazione.

Parimenti aperta e irrisolta rimane anche la questione dei grandi eventi nelle aree verdi. La prassi ormai consolidata di utilizzare parchi cittadini come contenitori per manifestazioni di massa a scopo di lucro che se anche transitorie hanno comunque una certa tendenza a cronicizzarsi mostra bene la profondità della “tutela ambientale come piattaforma orizzontale” come intesa dall’Amministrazione. Caso limite è Parco Dora, che gode di uno stato di occupazione eternamente rinnovato: lo spazio non fa in tempo a riprendersi dal Kappa Future Festival che già è tempo di allestire per il Salone del Gusto.Su Piazza d’Armi (già smangiucchiata durante le Olimpiadi del 2006) preoccupa il delirante progetto di rendervi permanenti le megastrutture del Fan Village delle ATP Finals, come denunciato da diverse realtà tra cui il comitato No Grandi Eventi.Mentre l’opposizione alla presenza del ToDays Festival al Parco della Confluenza (adiacente a una riserva naturale) è riuscita a ottenere che i concerti non si ripetato più nella zona solo a valle del festival stesso.Le presunte ricadute positive economiche e d’immagine per città e quartieri sono ciò su cui l’Amministrazione fa leva per minimizzarne l’impatto: affermazioni non supportate dai numeri e ancor meno dall’esperienza di chi si vede sottrarre e compromettere spazi verdi a proprie spese. La questione della destinazione di suolo pubblico per eventi di interesse privato rimane infatti un punto centrale nelle rivendicazioni dei cittadini. E se dopo settimane di cantiere, di allestimento, di montaggio e di evento in sè, gli spazi rimangono ancora chiusi per il ripristino ambientale, questo non avviene secondo tempistiche regolamentate dai cicli biologici,  ma dalle necessità dell’eventuale grande evento successivo.

Lavori al parco del Meisino

Che scienza e tecnica vengano chiamate in causa molto selettivamente non è una novità.

La tecnica, già di per sé non neutra, lo è ancora meno nelle mani di chi ha pieno interesse nel tenere al di fuori dei processi decisionali sugli spazi urbani le stesse comunità che li animano.

Il caso dell’alberata di Corso Belgio rimane esemplare: il progetto parte, come per il Meisino, dalla volontà di intercettare dei fondi (qui non PNRR, ma REACT EU), avvalendosi di un “esperimento” di sostituzione delle alberate su proposta proprio di un tecnico comunale. La tecnica di “rinnovo” di intere alberate nonostante la presenza di singoli esemplari sani (anche molti: 73 sui 77 abbattuti in corso Umbria) è considerata ormai largamente anacronistica e antiscientifica, ma ancora prevista dal nostro Regolamento del Verde Pubblico e Privato (art. 45 sul quale è in corso una battaglia portata avanti da cittadini e comitati per la sua modifica su cui torneremo dopo) e sicuramente pratica nello snellire i tempi di quei processi di restyling cari all’Amministrazione.

Dall’opposizione spontanea dei residenti al progetto è nato un comitato Salviamo gli alberi di Corso Belgio che è stato capace di organizzarsi contro l’assalto: un presidio a salvaguardia degli alberi dai tagli durato tutta l’estate del 2023, senza interruzioni, durante la quale residenti e non di Corso Belgio hanno vissuto e dormito a turno sotto gli alberi per quattro mesi. Di fronte a questa vera e propria prova di forza popolare, la difesa del Comune è stata quella di provare a derubricare chi si opponeva agli abbattimenti come “cretini ideologizzati” senz’arte e troppo di parte. Qui come altrove attraverso l’accusa di volersi sostituire ai tecnici e mettere in dubbio le loro competenze non va letta la difesa di un approccio scientifico e razionale alla gestione del verde, ma il tentativo di spostare il discorso su un piano meno favorevole ai cittadini dimostratisi capaci di fare fronte comune alle imposizioni istituzionali.

Il problema è l’indipendenza dei tecnici. Quelli comunali oggi sono destinatari di incentivi alle funzioni tecniche che li incoraggiano a produrre una marea di progetti. Quelli assoldati come periti di parte dalle istituzioni, quando convenute in Tribunale, non sono chiaramente indipendenti. E non lo sono, spesso, nemmeno quelli nominati come consulenti tecnici d’ufficio dai Giudici. Nel caso di Corso Belgio, il CTU prof. Beccaro, nell’ambito del ricorso presentato dal Comitato, ha dichiarato che l’alberata era in regressione, ossia “senescente”.  Il Giudice non ha potuto quindi dare totalmente ragione ai cittadini, pur riconoscendo il danno alla salute provocato dall’abbattimento. L’esito parzialmente favorevole ai cittadini è dipeso dagli accertamenti eseguiti dal prof. Beccaro tramite analisi satellitari sull’intervento “gemello” a quello di Corso Belgio già realizzato sulle alberate di corso Umbria, da cui risulta che questo ha “indotto un aumento dei valori di temperatura massima stagionale di +2°C”. L’ordinanza ha stabilito che se il Comune vuole realizzare il progetto, lo può fare soltanto per lotti, in 5 anni, cominciando dalle tratte più ammalorate. Questo, per mitigare il danno, non per azzerarlo. Poiché la regressione è stata provocata dai tecnici comunali stessi, che hanno evitato per 20 anni di sostituire gli alberi abbattuti, la battaglia del Comitato è continuata con due petizioni, al Sindaco e agli assessori e al Consiglio comunale – inascoltate –  che hanno chiesto la messa a dimora degli alberi mancanti. La lotta prosegue con la proposta di deliberazione di iniziativa popolare per modificare l’art. 45 del Regolamento del Verde (quello sul rinnovo delle alberate che permette interventi come Corso Belgio e Corso Umbria).

La riscrittura dell’articolo è il risultato dello sforzo collettivo del Coordinamento per la tutela del Verde di Torino, che mette in rete comitati spontanei e associazioni. La proposta di modifica mira a inserire nel regolamento il principio “non si abbattono alberi sani”, articolandolo attraverso un monitoraggio periodico delle condizioni delle singole piante per valutarne le condizioni unitamente all’inammissibilità della sostituzione di un’intera alberata o di un tratto di essa se non in presenza di rischi comprovati per ogni singolo albero. Di ogni decisione di abbattimento dovrebbe inoltre venire data immediata comunicazione ai cittadini; dove ci fosse poi esigenza di sostituire più esemplari di un’alberata, vengono descritte una serie di strategie per minimizzare l’impatto. La proposta di delibera è stata presentata sulla scorta di oltre 2500 firme raccolte tra i cittadini di Torino dai comitati stessi.

Difesa del verde, dunque, ma anche della (e attraverso la) iniziativa popolare.

La proposta di delibera, com’era prevedibile, sta incontrando l’ostilità diretta tanto dei politici quanto dei tecnici, che rischierebbero (parole loro) di “vedere limitata la loro discrezionalità”: così ha affermato dalla dirigente della Divisione Verde Parchi e Tutela Animali dott.ssa Claudia Bertolotto nel suo irregolare parere di regolarità tecnica – un atto che dovrebbe limitarsi ad attestare se l’approvazione della delibera da parte del Consiglio comunale violi o meno la norma, e che è stato invece strumentalizzato per esprimere il personalissimo parere della dott.ssa sul contenuto. A difesa dell’operato dei tecnici, l’assessore Tresso ha affermato durante una Commissione che l’art. 45 stabilisce il rinnovo delle alberate come prassi straordinaria e, come tale, richiede una delibera di Giunta; questo nell’attuale art. 45 attuale non è previsto da nessuna parte. Non dal Regolamento discende il fatto che i progetti di corso Belgio e corso Umbria (e del Meisino) siano stati oggetto di delibere di Giunta, ma da quella sinergia tra tecnici e assessori che più che una garanzia di buone pratiche è garanzia di esclusione di partecipazione democratica.

Le istituzioni sembrano interessate a tutelare non tanto il verde, la scienza o anche la prassi del rinnovo delle alberate nello specifico, quanto un meccanismo ben radicato nella gestione del conflitto negli spazi urbani: il politico manda avanti il tecnico nella sua presunta neutralità, e questo a sua volta può scaricare le responsabilità decisionali sul politico – chiudendo così quel cerchio al di fuori del quale ci vorrebbero lasciare. Nel caso in cui l’ostruzionismo amministrativo non bastasse a bloccare l’iniziativa dal basso, il conflitto coi cittadini potrà agilmente venire riclassificato come problema di ordine pubblico, depoliticizzando ulteriormente la questione e delegando alle forze dell’ordine la pacificazione sociale. Così avvenuto in Corso Belgio, come al Parco Artiglieri e al Meisino. La delibera sull’art. 45 rischia di diventare l’ennesima istanza popolare accantonata da questa Amministrazione, dietro la delibera sul risparmio idrico del Comitato Acqua Pubblica Torino, la delibera e il referendum per la Pellerina e la petizione del Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio. Menzione d’onore spetta poi al caso “Vuoti a rendere”, proposta di delibera promossa da associazioni per il diritto all’abitare che, pur non partendo da rivendicazioni particolarmente radicali, ha subito un tale massiccia opera di emendamento (a valle di una vera e propria campagna denigratoria) prima dell’approvazione da risultare completamente svuotata del contenuto politico. Un simile processo di svuotamento è quello che comitati e firmatari della delibera sull’art. 45 vorrebbero evitare ad ogni costo –  un processo di svuotamento politico non dissimile a quello subito da categorie come welfare, sostenibilità, partecipazione, inclusione, servizi, comunità, cura, accessibilità, e anche verde, ormai usati come veri e propri cavalli di Troia per veicolare il loro esatto contrario.

La vera difesa del verde non può basarsi su un discorso meramente quantitativo di superficie o numero di alberi piantati (su cui è molto facile produrre “falsi in bilancio”), ma deve integrare una dimensione qualitativa, come avviene nelle rivendicazioni dei comitati attivi in città e nei propri quartieri a difesa di un verde sociale, ecologico e di prossimità. Dietro le destrezze terminologiche e nebbie mediatiche, quella che nei fatti si sta profilando è una città in cui gli spazi sono ridotti a merce con tanto di “obscolescenza programmata” e tenuti in costante regime di “riqualificazione” e riorganizzazione sulla base degli interessi di costruttori e privato forte. Una città in cui i processi decisionali sono blindati alla partecipazione dal basso e in cui la “regia pubblica” si riduce in un accentramento di potere decisionale nella Giunta.

È un piano che se nella narrativa istituzionale promette tutto a tutti, in ambito di certezze concrete a noi ha niente da dare, senza molte idee oltre alla “grande occasione” di una riconversione bellica giocata tra aerospazio e data centertra le otto aree di “grande trasformazione urbana” designate dal nuovo Piano Regolatore una intera, quella di corso Marche, è pensata come diretta emanazione della futura Cittadella dell’Aerospazio – e il consolidamento a norma della deregolamentazione urbanistica con la fine delle zonizzazioni per destinazioni d’uso.

Dopo l’approvazione del progetto preliminare, si aprono i 60 giorni di tempo affinché i cittadini possano presentare le proprie osservazioni. Dopodiché, il testo passerà alla Regione (in cui i tempi di permanenza saranno accorciati grazie al Cresci Piemonte, una bella azione sinergica tra partiti in opposizione) e la votazione sul progetto definitivo del PRG dovrebbe tenersi tra circa un anno. Se difficile sarà incidere in maniera tangibile sul testo o bloccarne l’approvazione, aperta è comunque la strada della contestazione e del contrasto tanto ai progetti che ne hanno anticipato il paradigma, come quelli sul verde, quanto alle sue future applicazioni concrete.