
Belfast città aperta
InfoAut: Informazione di parte - Tuesday, June 16, 2026In seguito a un’aggressione avvenuta nella zona Nord di Belfast, un’ondata di violenze razziste ha minacciato le vite di numerose persone appartenenti a minoranze etniche, costringendole ad abbandonare le loro case date in fiamme. Si tratta dell’ennesimo episodio di un fenomeno che negli ultimi dieci anni ha spesso assunto caratteri di massa nel Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta ci sono di mezzo pure Elon Musk e la difficile convivenza tra lealisti e nazionalisti.
Belfast, 8 giugno 2026
Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8 giugno, in una strada nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata aggressione ai danni di un 44enne nord-irlandese, operatore sanitario del National Health Service, di nome Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso l’occhio sinistro e attualmente giace in coma farmacologico a causa delle ripetute coltellate subite al volto e in altre parti del corpo. Ad infliggerle è stato Hadi Alodid, un ragazzo di dieci anni più giovane, giunto in Irlanda del Nord nel 2023, dopo essere fuggito dal Sudan a causa della guerra civile ancora in corso, e da allora in attesa di vedersi convalidare la richiesta di asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni passanti, uno dei quali riesce a fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid rifiuta l’assistenza legale. Nel frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast rende che la vittima nel 2001 era già stata oggetto di un tentativo di omicidio particolarmente truculento mentre viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un ventenne affiliato a una banda di spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di avere legami stretti con l’UVF di Belfast1.
Attirata dalle grida, una residente della zona riprende con il proprio telefono la scena dell’aggressione dalla finestra di casa. Nel giro di pochi minuti – quasi in tempo reale – il video si diffonde a macchia d’olio, facendo il giro dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a raggiungere i feed delle principali piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo virale. Con esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le origini straniere dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in breve tempo la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista per le 19 del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto l’attacco, con il caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non oltre le 17.30.
L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona residenziale limitrofa alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da qui alcune centinaia di persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a marciare in direzione degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in quella che in breve tempo diventa una vera e propria «caccia allo straniero» con tanto di negozi saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si espandono fino alle zone Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette ad abbandonare le proprie case.
Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del 1969, quando tra il 12 e il 16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati dai B-Specials, ausiliari della polizia esclusivamente di fede protestante, presero d’assalto le abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo una pratica già sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La diffusa violenza settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione della Provisional IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles nord-irlandesi.
Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di terrore, i disordini proseguono anche per tutto il giorno seguente, con un’intensità persino maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle persone in attesa di asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo delle persone che vi soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi in qualche modo riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile, contro la polizia che, a differenza del giorno precedente, reprime i manifestanti con gli idranti. Episodi di aggressioni razziste si registrano anche a Glasgow, Liverpool e in altre città dell’Irlanda del Nord.
Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con un’esplosione di violenza che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri, creando una profonda frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta però a fare da miccia non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs. unionisti/lealisti, bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di contraddizioni latenti ormai da qualche anno.
Benzina sul fuoco
A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata essere una vera e propria «chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i loro seguitissimi canali social, sono due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini grazie a una «coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune propaganda nazionalista2 e anti-migranti: Stephen Christopher Yaxley-Lennon – nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e meglio noto come Tommy Robinson – da una parte; Elon Musk – imprenditore statunitense nato in Sud Africa nel 1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra questi due personaggi vale la pena spendere alcune parole, per poter tentare un’interpretazione dei recenti fatti di Belfast che tenga conto del contesto più ampio dentro i quali si inseriscono, e di come questo si intersechi – talvolta in maniera poco intuitiva – con la situazione più strettamente locale.
Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda l’organizzazione anti-islamica EDL (English Defence League), è solo negli ultimi cinque anni che Tommy Robinson è salito alla ribalta, soprattutto per via di una spietata propaganda anti-mussulmana, combinata a un uso mistificatorio dei social network e a una postura militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie alla quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il 29 luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita in seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che, la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il suo nome in coro.
Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal proliferare dei seguaci, il 13 settembre 2025 Robinson lancia una manifestazione nella capitale, chiamata Unite the Kingdom. Alle già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza verso i mussulmani e gli immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli ambienti che amano definirsi «anti-woke» e che in essi ha assunto una particolare rilevanza a partire dall’assassinio di Charlie Kirk avvenuto lo scorso 10 settembre, appena tre giorni prima della manifestazione organizzata da Robinson. Superando di gran lunga le aspettative, la «marcia su Londra» raduna attorno alle 150mila persone accorse in massa brandendo la Union Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra gli ospiti c’è anche Éric Zemmour, politico francese di estrema destra, posizionatosi quarto al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2022, il quale sfrutta l’occasione per esporre al pubblico britannico l’idea surreale di una presunta «colonizzazione in corso da parte delle ex-colonie» a danno di Gran Bretagna e Francia.
L’intervento di apertura di Robinson si concentra invece sulla necessità di impegnarsi politicamente a livello locale in un momento definito «cruciale per la nostra generazione». Nonostante i proclami altisonanti e i «buoni propositi» di istruire politicamente il pubblico (se così si può dire) attraverso la vendita dei suoi libri lungo il percorso del corteo (Manifesto: Free Speech, Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non aver prodotto più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come dimostrano i numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata dallo stesso Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila persone. In entrambe le occasioni, la vocazione anti-islamica è sottolineata dal vilipendio delle bandiere dei Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della Palestina. Ma sarebbe un errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani di Robinson a grossolana intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più caratteristici per chi guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a caso, a metà ottobre dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su invito del Ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in visita al confine con Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale culminata con un comizio tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato contro il governo britannico per aver riconosciuto uno Stato palestinese, entrando così a pieno titolo nel novero di quei personaggi che, sguinzagliati dall’internazionale sionista, hanno il compito di diffamare e punire gli stati non allineati alle politiche trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e la stessa Gran Bretagna.
Ma tornando alla manifestazione dello scorso settembre, il rilancio complessivo è per quella che Robinson non esita a definire la «Battle of Britain», che diversamente da quanto potrebbe far credere la metafora bellicista, altro non sono che le elezioni del 2029, in vista delle quali il leader della piazza dà un’indicazione di voto molto generica, ovvero onnicomprensiva dei principali partiti della destra presenti oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel Farage ad Advance, da Restore di Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast non ha esitato a definire gli immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a invocare la reintroduzione della pena di morte – fino al più moderato partito dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti, limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona grigia tra influencing e militantismo.
D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo «senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo stesso Robinson; si tratta per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa di parola in diretta video ha rappresentato il momento culminante della grande manifestazione. Dopo aver aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk ha spronato i britannici a «non aspettare altri quattro anni prima delle prossime elezioni, ma a fare qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a votare subito», rivolgendosi poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente non si occupano di politica», a farlo, perché «anche se non scelgono la violenza, la violenza verrà da loro. La scelta è combattere o morire». Parole di un certo peso che vanno ad aggiungersi a quelle postate più recentemente su X, secondo le quali «gli inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson». Tesi supportata da una grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti delle cittadine della provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano di uomini forti di Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa». D’altronde, l’endorsement di Musk a favore di Tommy Robinson subentra all’appoggio riservato in precedenza a Nigel Farage – dal quale si è recentemente dissociato perché ritenuto «troppo poco di destra» – e si aggiunge a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di Advance UK in seguito alla fuoriuscita dal partito dello stesso Farage.
Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento politico di Musk sulla Gran Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci riserviamo per il futuro; ciò che però, già a una prima occhiata risulta chiaro, è che i padroni delle BigTech hanno puntato il dito verso l’Europa, dove la pur minima regolamentazione dei social media rappresenta ancora un ostacolo per la loro crescita. Se infatti negli Stati Uniti la strada verso una totale deregolamentazione in materia è in discesa grazie all’amministrazione Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk devono fare i conti con alcune politiche di moderazione dei contenuti – per esempio su argomenti come razza e genere – che, al di là di prese di posizione anti-woke, rappresentano un freno all’attività essenziale di profilazione degli utenti che, nelle mire di chi accumula dati, non può avere limiti. Se dunque l’accumulazione delle materie prime (perché questo sono i dati generati dalle nostre interazioni social) è minacciata da limitazioni in ambito legislativo, coloro che a partire da quelle materie prime alimentano il proprio capitale, non possono che scendere nel campo del politico per tentare di invertire la tendenza con i tutti i mezzi a loro disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare pressione è anche un cliente dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è proprio questa la posizione del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal momento che il 2 giugno scorso ha ufficialmente adottato la rete satellitare militarizzata Starshield di SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di fuori degli Stati Uniti a utilizzare la variante di Starlink destinata alle esigenze governative. Tutto ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir Starmer – il quale è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di condannare le violenze degli ultimi giorni senza mai pronunciare la parola «razzismo» – denuncia le interferenze di Musk, definendole irresponsabili, stando ben attento a non oltrepassare mai il livello dell’indignazione oltre il quale la questione porrebbe – come appena detto – alcune contraddizioni non da poco. Perché – per tornare ai fatti dell’ultima settimana – a monopolizzare il dibattito politico e le analisi sulle testate giornalistiche britanniche, è la tesi secondo cui Musk avrebbe pilotato l’algoritmo di X con l’intento di facilitare la diffusione degli appuntamenti che hanno portato alle manifestazioni violente successivamente verificatesi sul territorio britannico. Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma del tutto mistificatrice nell’essere presentata come spiegazione esaustiva di una situazione ben più sfaccettata, sia per quanto riguarda l’interferenza di Musk, sia in relazione all’acuirsi del fenomeno razzista in tutto il Regno Unito.
(Not so) Alternative Ulster
Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità quanto si muove nella società britannica che riprendiamo il filo dei recenti fatti verificatisi nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da un’angolazione diversa da quella promossa dal dibattito pubblico istituzionale. A partire dal dato apparentemente paradossale dell’ultimo censimento pubblicato nel 2021 secondo il quale il 97% della popolazione dell’Irlanda del Nord sarebbe di etnia bianca, e dal numero impressionante di incidenti (2.367) e crimini (1.507) a sfondo razzista, registrati solo tra gennaio e marzo di quest’anno (a fronte di soli 71 a carattere settario). I numeri parlano anche di flussi migratori in crescita a partire dal periodo della pandemia. Ma è solo quando questi numeri vengono affiancati a una disamina delle politiche sociali e del retroterra storico della città che possono assumere un significato.
Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio apparentemente secondario citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta a bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui martedì scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le successive violenze.
Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la fine dei Troubles, Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio saldamente repubblicano che collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne, roccaforti del partito Sinn Féin. Tuttavia, a soli 400 metri di distanza, protetta da muri e recinzioni dalle sembianze di un parco urbano, si trova il «confine» con la zona lealista dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza della famigerata banda paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a partire dagli anni Settanta e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti notturni a caccia di cattolici da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli venti minuti a piedi dai moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma di Girdwood, occupata dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta dismessa, secondo il progetto originario, la caserma avrebbe dovuto fornire alloggi popolari e strutture ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona lealista di Greater Shankill e quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di superare la balcanizzazione di Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è mai andato oltre la realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle preventivate, anche a causa dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista Democratico), all’epoca ancora egemonico nella zona: il numero nettamente superiore di nazionalisti registrati nelle liste di attesa per una casa popolare rappresentava infatti per il DUP una minaccia concreta di perdere il seggio elettorale e il controllo sul quartiere. Il risultato è che i problemi derivanti dal sovraffollamento dei quartieri nazionalisti e dal più recente degrado di quelli lealisti non sono mai stati risolti. Le case effettivamente costruite nella zona limitrofa a Kinnaird Road sono oggi abitate dai nazionalisti, ma ancora lo scorso maggio, quando alcune famiglie si sono trasferite sul lato di Shankill del «muro della pace», sono state subito attaccate e allontanate dai lealisti. Nonostante la condanna unanime da parte del governo di coalizione tra DUP e Sinn Féin, il settarismo rimane latente nelle periferie popolari di Belfast. Una tensione tenuta a bada non tanto dalle politiche di «pacificazione», quanto dalla riconversione di certe enclave lealiste in attività di criminalità organizzata, più o meno tollerate dalle autorità in virtù dell’astensione da atti di settarismo apertamente violenti. Rispetto all’emergenza abitativa, la situazione non migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella sua interezza: nel marzo 2025, le persone ufficialmente in attesa di una casa popolare erano 89mila, in progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque anni. Parte di questo incremento è dovuto anche al fatto che, a differenza della classe popolare nazionalista che da sempre deve far fronte a condizioni di vita complesse, quella unionista, tradizionalmente più privilegiata, ha subito un processo di impoverimento relativo significativo solo negli ultimi anni. Questa differenza di traiettoria fornisce un elemento per comprendere perché oggi il proletariato unionista sia più sensibile al richiamo delle politiche razziste rispetto a quello nazionalista. Oltre a ciò, per quanto l’annosa questione tra unionisti e repubblicani non sia riconducibile a un conflitto di carattere meramente religioso, che la propaganda apertamente anti-mussulmana di Tommy Robinson e compagnia bella possa fare breccia nella tradizione settaria lealista, non stupisce più di tanto. Ma la nuova convergenza tra estrema destra inglese e unionisti si basa anche su un fatto molto materiale: in seguito alla Brexit, l’Irlanda del Nord ha intrecciato sempre di più la sua economia con quella dell’Irlanda, diminuendo gli scambi con il resto della Gran Bretagna, tanto che molti hanno ipotizzato che a lungo andare potrebbe essere questo dato a portare all’indipendenza. Ciò deriva principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020, qualche giorno prima del recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un accordo tra tutte le parti coinvolte che ha evitato l’istituzione di una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a quest’ultima di «rimanere nel territorio doganale del Regno Unito e, al tempo stesso, di beneficiare del mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia per quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della violenta reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di far saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema per farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit.
È dunque in questa intersezione tra insufficienza di alloggi popolari, progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si inserisce il recente fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast e l’imperante narrazione anti-migranti.
Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente intolleranza anche negli ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri repubblicani di Belfast dove le bandiere palestinesi sventolano per strade popolate da un gioioso melting pot di stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi abitativa e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni razziste e anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre 2023 a Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire parlare della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le domande d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale diritto.
Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda del Nord ci parla più direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove seppur da un punto di vista popolare le violenze a sfondo razziale ormai consuete in Gran Bretagna non sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale il discorso e le politiche razziste avanzano anche più rapidamente (vedi Remigrazione), nuovi attori di estrema destra si affacciano sulla scena politica (vedi Vannacci), imprenditori delle BigTech preparano nuove alleanze sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in Italia, come in Irlanda del Nord, la partita contro il razzismo e le politiche di estrema destra non si gioca sul livello del discorso e dell’indignazione, quanto sulla volontà di sporcarsi le mani quotidianamente con le contraddizioni dei quartieri popolari e sulla capacità di costruire progetti di autonomia in grado di disinnescare l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe, ovvero la più antica «tecnica di conservazione del potere da parte della classe capitalistica».
- L’organizzazione paramilitare unionista formatasi negli anni Sessanta e protagonista dei cosiddetti Troubles che videro contrapporsi violentemente lealisti e nazionalisti fino al cessate il fuoco del 1994 – nonostante la trasgressione di tale tregua sia stata piuttosto frequente negli anni seguenti.
↩︎ - di un nazionalismo evidentemente ben diverso da quello dei repubblicani nord-irlandesi
↩︎ - Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast
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