Iran-Usa: tra guerra aperta e congelamento del conflitto.

InfoAut: Informazione di parte - Sunday, June 21, 2026

Il memorandum d’intesa siglato tra Usa e Iran, cristallizza su carta in 14 punti la complessità dell’evoluzione della guerra imperialista americana e israeliana. Va innanzitutto segnalata la vaghezza dell’accordo firmato. Tutti i punti sono più che altro una scaletta di lavoro per i negoziati che si dovrebbero tenere nei prossimi 60 giorni. Cessate il fuoco su tutti i fronti, soprattutto in Libano, scongelamento delle sanzioni e ipotetiche riparazioni di guerra americane, vago impegno iraniano a non sviluppare un’arma nucleare e infine sblocco di Hormuz, non si sa in che forme. 

Di fatto, a parte la fine del fuoco incrociato fra esercito americano e Repubblica Islamica, gli altri punti per ora rimangono sulla carta. Il Libano è bombardato giornalmente, le sanzioni rimangono, Hormuz è chiuso e minato, gli ispettori Aiea non entrano. Le cerimonie di rito sono saltate e  il palcoscenico ginevrino dopo essere diventato un trattato firmato online, inizia a fatica. Trump però, soprattutto nei primi giorni a ridosso della firma ha, come suo solito, costruito un discorso politico che cercasse di farlo apparire come vincitore e che l’Iran fosse praticamente un cumulo di macerie che ci vorranno 20 anni a ricostruire. Si è addirittura lanciato nel tentativo di spacciare il memorandum come un accordo migliore di quello siglato da Obama. 

Questa narrazione non ha ovviamente convinto nessuno, a parte la stampa mainstream europea e i nostri politicanti di governo. “L’America scappa con la coda fra le gambe”, questo è il dato che la maggior parte hanno rilevato. Sicuramente politicamente è un dato di fatto e alimenterà la crisi di egemonia del consenso che vivono gli Usa nel Medio Oriente e nel mondo intero. Di fatto però se non attuato il memorandum, non aggiunge molto a quello che ha deciso il campo di battaglia con la politica dei missili e dei droni Iraniani. Il dibattito interno dentro l’Iran è molto attivo e la dialettica interna agli apparati fa emergere un quadro più complesso, in cui si oscilla fra la necessità di presentare un risultato di prospettiva di uscita dal conflitto, e la convinzione che il diritto internazionale e gli accordi bilaterali con l’Occidente siano poco più che carta straccia se non supportati da dimensioni materiali della guerra. 

C’è un punto del memorandum particolarmente ambiguo e volutamente lasciato aperto nel quale non è chiaro chi metterà i 300 miliardi di dollari (Trump ha detto che non saranno gli USA) ma è chiaro chi farà da intermediario per le transazioni finanziarie (gli USA). Sia che si tratti di far pagare in parte gli stati della Nato che non sono intervenuti come gli USA avevano chiesto, sia che ci saranno di mezzo banche e fondi americani, si può ipotizzare che con questo punto Trump provi a creare un business a favore degli Usa come per la ricostruzione di Gaza. 

Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà definito nell’ambito di un accordo finale entro 60 giorni. Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America.

Un congelamento della guerra può essere comodo per Trump per uscire dal pantano, ma anche per riorganizzare le forze sul campo e ritrovare una sinergia con la sua propaggine israeliana. Per questo il Libano diventa l’ago della bilancia non barattabile. Israele continua a bombardare il Libano nonostante fosse uno dei punti dell’accordo, probabilmente il patto è che lo faccia in maniera più contenuta e non si allarghi fino al Sud di Beirut come avvenuto nelle scorse settimane. Porsi la questione se Trump sia in grado di controllare Israele è forse velleitario, in quanto probabilmente l’unico modo per definire il rapporto tra loro è di interdipendenza a geometria variabile. C’è da dire che in questa fase vedere Israele come una variabile a sé a tratti inaspettata è un dato. I militari israeliani continuano a mantenersi nel Sud del Paese perché è chiaro l’obiettivo regionale di Israele, l’opzione di una Resistenza concreta e in prospettiva più rafforzata è l’ostacolo al suo disegno. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha dichiarato: “Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare“ lascia intendere senza mezzi termini che la Resistenza sul territorio libanese, oltre che a Gaza, sia un elemento con cui continuare a dover fare i conti. 

La guerra degli ultimi mesi ha impartito dure lezioni, che almeno da parte iraniana sembrano esser state recepite. L’egemonia americana è in crisi sì, ma questo si traduce prima di tutto in un’aggressione militare diretta e nell’utilizzo di Israele come testa d’ariete. La diplomazia e l’intelligence di Tel Aviv non sono rimaste a guardare e stanno cercando di allargare le maglie della rete di accerchiamento strategico. Somaliland, paesi del Golfo, Siria per citarne alcuni. Quindi l’avventura militare USA per ora si è tradotta in una sconfitta, la difficoltà di raccordare una strategia comune con Israele rimane un problema irrisolto. E’ difficile prevedere come evolverà la situazione, ma per ora ci sembra che al massimo si possa parlare di parziale congelamento del conflitto aperto, e non di cambio di direzione delle varie variabili in atto. 

Questo non minimizza la portata storica e gli effetti che avrà sulla percezione dell’egemonia americana nel mondo, soprattutto in Europa. Su questo fronte si è assistito al solito schema anche dopo la firma del memorandum, dando piena disponibilità all’impegno per sminare lo stretto nella speranza di raccogliere un pò di influenza sulla dinamica complessiva. Il governo Meloni però si è distinto, ancora una volta, per servilismo e piaggeria. Fra i primi a dirsi disponibili per fornire i formidabili “Caccia mine” tricolore, la Meloni è andata a implorare Trump fino a farsi sbeffeggiare con relativa magra figura, e ipocrita riflesso nazionalista, da parte di tutto l’apparato istituzionale di destra e di sinistra. Che si scarichi in questo modo la Premier proprio nel momento di ascesa del generale Vannacci è quantomeno sospetto. Almeno i modi politicamente sfacciati di Trump hanno il beneficio di mostrare senza veli che non ci sono interessi comuni e complessivi fra Stati Uniti ed Europa, se non come classe dirigente e politica vassalla e servile che riceva in cambio dell’obbedienza il suo sostentamento. 

La fase attuale ci pone davanti, ancora una volta, all’inconciliabilità tra capitalismo finanziario e democrazie liberali, se il capitalismo dell’epoca precedente la seconda guerra mondiale aveva un forte bisogno dello Stato oggi occorre leggere una sorta di circolo vizioso.

Questo si articola tra la guerra e la necessità di farla per lo Stato e viceversa tra soggetti privati che detengono il controllo di data, big tech e social media. Rimane vero che la guerra oggi sia il mezzo per rilanciare nuovi cicli di accumulazione ma la decisionalità in merito alla direzione – vista la compenetrazione tra Stato e impresa / capitale – è determinata sempre di più dalla necessità di chi produce di accumulare valore. E’ immediato pensare alla Silicon Valley e a quella che è stata a tratti definita “coalizione Epstein” come la rappresentazione plastica della dimensione e del peso che grandi capitali mondiali hanno assunto definendo sia le forme ma anche gli obiettivi della guerra oggi. La Silicon Valley negli ultimi anni ha letteralmente conquistato pezzi dello Stato americano coadiuvata da fatti concreti che ne hanno determinato il passaggio: per esempio, l’incontro di Trump con i grandi come Amazon, Meta, Apple, Alphabet, Microsoft oltre ai rappresentanti di grandi aziende come Cisco, Nvidia, Oracle e Palantir per stabilire un effettivo rapporto di alleanza tra governo e oligopolio con l’obiettivo di preservare il primato tecnologico Usa. Le big tech hanno bisogno dello Stato per i loro profitti e dunque di spesa militare e guerra. Al contempo lo Stato ha necessità di alimentare l’innovazione tecnologica-militare per poter garantire egemonia nella competizione globale, come sostiene Dario Guarascio nel suo libro Imperialismo Digitale sottolineandone quindi la natura di un rapporto di mutua dipendenza.

Se oggi Trump firma l’accordo, per quanto agli occhi del mondo risulti sconfitto, con indebolimento annesso della sua figura dipinta quasi come un outsider, probabilmente ha avuto i suoi aspetti di utilità per una parte dell’establishment americano, il che significa che si possono aprire nuovi spazi di azione di stampo deliberatamente neocon che diano legittimità a un’opzione apertamente interventista per rispondere alla necessità di affermazione del dominio del dollaro. In questo spazio politico che potrebbe aprirsi non si tratterebbe più di camuffare la Grand Strategy americana con una narrazione ideologica dell’America First che, a conti fatti, potrebbe in qualche forma ritorcersi contro chi l’ha propugnata come dimostra l’indebolimento del consenso nei confronti di Trump da parte popolare. La traiettoria neocon e dei falchi dell’establishment USA aveva scommesso sulla durata della guerra sognando un altro Afghanistan. Le dinamiche sociali interne al cuore dell’impero saranno determinanti e influenzeranno quanto e come l’amministrazione si impegnerà in ulteriori “avventure”.  Anche questa tregua riflette per certi versi il nuovo paradigma della contemporaneità: il rapporto tra Stato e mercato è profondamente politico perché chi controlla la possibilità di comunicare, di rendere formali annunci diramati tramite social media, chi controlla il potere di trasformare su scala di massa la soggettività è a sua volta chi detiene i grandi capitali e il dominio delle Big Tech. E non solo, gli investimenti materiali oggi provengono da soggetti privati ben precisi, in un contesto in cui si acuisce la divisione tra lobby sionista dell’ala neocon e l’attuale Presidente. Diventa così probabile che questa tregua possa rappresentare una fase transitoria per permettere di ristrutturare all’interno dell’establishment altre opzioni in vista delle elezioni di midterm. Se oggi Trump va incontro all’opinione pubblica per tentare di tornare su ciò che era stato annunciato come priorità della sua campagna elettorale, ossia prima l’America e prima i suoi cittadini, rischia dall’altro lato di alimentare ostracismo nei suoi confronti. La natura di queste dinamiche è la stessa che in qualche modo ha fatto leva per avviare l’aggressione all’Iran in una fase in cui un passo del genere sarebbe stato probabilmente avventato. Almeno sul piano della narrazione globale questi aspetti vengono confermati: Trump è vinto, ma certo non lo è l’America in quanto tale, perché la forza militare e la supremazia della moneta continuano ad avere un rapporto di primazia globale. Il profondo strato neocon americano ha tutto l’interesse, secondo la sua ideologia, di stringere alleanza con Israele che rimane un obiettivo non secondario della propria proposta politica. 

In un’intervista Andrea Venanzoni, dottore di ricerca e assegnista di ricerca in Diritto pubblico all’Università “Roma Tre” e autore del libro La destra americana contemporanea. Dalla New Right repubblicana a Trump, approfondisce questo discorso dicendo: “Ad oggi mi sembra che la Tech Right sia l’unica vera vincitrice tra tutte le anime presenti nella destra statunitense. Mentre il movimento MAGA si dilania in guerre culturali intestine, le realtà del Tech americano si sono inoculate nel profondo delle strutture decisionali e amministrative. Per questo, mentre da un lato si vedono un Tucker Carlson o una Marjorie Taylor Greene marginalizzati dallo stesso Trump, dall’altro in maniera molto più pratica ogni volta che ci si trova al cospetto di una decisione altamente impattante, dall’arresto di Maduro all’attacco in Iran fino ai rapporti con la regolazione dell’Unione Europea, si finisce per imbattersi nei servizi offerti dal Tech americano, in questa nuova dimensione attivamente politica”. E potremmo anche spingerci oltre, non si tratta solo di mettere a valore i servizi offerti, ma di permettere spostamenti di capitali in ambiti politicamente strategici e, dunque, costituire una sfera di influenza per niente marginale o semplicemente in funzione della “politica”. 

Che la “coalizione Epstein” abbia intenzione di continuare una guerra, magari in altre forme, capace di perdurare per la necessità di colpire sulle catene del valore i nodi sui quali la Cina ha possibilità di alimentare il proprio dominio economico e politico resta l’obiettivo per il prossimo futuro. Forse però stiamo assistendo a un sottile cambio di strategia? Il capitale finanziario ha necessità di cogliere quali sono i momenti in cui frenare le distruzioni che sta compiendo affinché non vadano a suo svantaggio.