“Non morite per i prossimi cinque anni che dobbiamo riportare il nucleare in Italia”: da Fermi a Torino, come riscrivere la storia del nucleare.

InfoAut: Informazione di parte - Thursday, July 16, 2026

Mo’ me lo segno proprio.  

1. Qual è la narrazione dei nuclearisti e perché sostengono che sia cambiato qualcosa

Il convegno dal titolo “Da Fermi al futuro” ha avuto il suo primo appuntamento alle OGR di Torino, per iniziativa del Ministro Pichetto Fratin, in collaborazione con La Stampa, e ha preso avvio tacciando di immobilismo e di ideologia tutti coloro contrari al nucleare.

La giornata ha visto la presenza di ospiti istituzionali, dal Ministro dell’Ambiente ai sindaci di Torino e di Trino, dal presidente di ENEA a Sogin, dall’amministratore delegato di NewCleo ad altri manager e figure dell’industria, con ovviamente Confindustria in prima linea.  Il mantra che ha fatto da leitmotiv all’evento (dalla dubbia validità scientifica, vista la presenza in qualità di moderatore esperto di Alessandro Cecchi Paone, la cui partecipazione all’Isola dei Famosi deve averlo formato sull’indipendenza energetica) è l’assoluta necessità di rendere l’Italia energeticamente indipendente e per fare ciò, nucleare e rinnovabili vanno intese come tecnologie fondamentalmente inscindibili. 

Il dibattito confonde pragmatismo con ideologia. Solare ed eolico vengono messi all’angolo per il limite della discontinuità, mentre il nucleare viene auspicato per la garanzia energetica. Anche Cirio, presidente della Regione Piemonte, si avventura in questo circo affermando che “chi approfitta della crisi rurale per mettere i pannelli è uno sciacallo” approfittandosene così lui stesso per fare un po’ di propaganda sperando di ingraziarsi il consenso degli agricoltori (Cirio ha forse la memoria corta visto che le proteste più accanite si sono verificate sotto il Governo di cui anche il suo partito fa parte) quindi, presto fatto, ci vuole il nucleare. Cirio si fa promotore del nucleare contro le rinnovabili con una performance che punta al consenso facile. 

L’altra direttrice che fa da cornice al convegno è il congratularsi a vicenda perché l’opinione pubblica parrebbe migliorata nei confronti del nucleare. Il tutto condito da grandi pacche sulle spalle per il progetto delle CER, nonostante sia ampiamente noto quanto sia complicato per i cittadini rendersi energeticamente autonomi. 

Le danze vengono aperte da Pichetto Fratin, convinto nuclearista da decenni, che impronta il suo ragionamento su quanto siano cambiati la tecnologia, lo sviluppo, la ricerca, la conoscenza…mentre tutta la contrarietà all’atomo viene ricondotta al mero errore umano, già di per sé pilatesca descrizione degli incidenti di Chernobyl e Fukushima. L’Anti Nuclearismo avrebbe dunque origine da un fraintendimento: la demonizzazione di una tecnologia neutra colpevole di aver portato il referendum su di una dimensione puramente “emotiva”. Che considerazione per la popolazione italiana che è andata alle urne a votare per non uno ma due referendum sul nucleare! 

Chiaramente per tutto il convegno si parla di “nucleare sostenibile”: concetto partito dall’UE a garanzia dell’inserimento del nucleare nella nuova tassonomia verde dopo una “certa sbandata”, come viene definita dal Ministro, degli anni precedenti. Lui stesso però riconosce che si parla ancora di fissione e non di fusione, quindi tutte le argomentazioni pseudo-scientifiche portate avanti negli interventi successivi lasciano di fatto a desiderare.  

Le scorie sono un altro tasto dolente (di cui tratteremo più avanti nella disamina) per come vengono trattate con sufficienza: “Massì, sono in Francia e in Piemonte ne abbiamo poche, dovremmo metterle in un deposito temporaneo di 150 metri circa… quindi basterebbe tenere una parte di capannone dedicata a questo”. Altro grande tema da tam-tam giornalistico: il nucleare abbasserà le bollette delle famiglie! Da sole le rinnovabili non risolverebbero il problema (cosa che già potrebbero fare), e Francia e Spagna vengono portate come esempio in quanto produttrici di energia nucleare. Nulla viene detto sul fatto che in Francia al momento ben tre centrali sono state chiuse a causa delle altissime temperature dovute al caldo di queste settimane (un problema che tra l’altro si ripresenta sistematicamente ogni estate da anni). La misura è un requisito di protezione ambientale per evitare di scaricare troppa acqua calda nei fiumi che si stanno già riscaldando a causa delle ondate di calore. Un tema che dovrebbe fare riflettere seriamente visto il cambiamento climatico in atto (il quale non innalza soltanto le temperature medie del regime fluviale ma determina anche lunghi periodi di scarsità idrica territoriale), e per il quale non vengono prese misure strutturali, se non per dare adito alla propaganda in difesa degli interessi degli industriali. 

Cecchi Paone, nuclearista da sempre e giovane spadoliniano insieme al Ministro Pichetto Fratin (così si descrive lui stesso), è chiamato a contribuire alla costruzione ideologica di un nucleare Made in Italy, collegando l’attuale libidine atomica a Enrico Fermi e al suo gruppo di lavoro: “una grande e bellissima storia”. Paone si sofferma sulle caratteristiche artigianali delle sperimentazioni scientifiche e sulle qualità inventive di Fermi, una lunga premessa per arrivare al punto: il genio prodotto dalla nostra terra con le sue caratteristiche di italianità, dall’Italia sarebbe anche stato tradito con la rinuncia del Paese al nucleare. Secondo Cecchi Paone l’eredità di Fermi sarebbe dunque al momento sprecata. Oggi però a portare avanti la storia del nucleare fa capolino una nuova tecnologia: i reattori di ultimissima generazione “che ancora non sono pronti ma hanno già un centinaio di pre-ordini”, con un italiano (probabilmente si riferisce a Stefano Buono, ad di NewCleo, di cui parleremo in seguito) assunto in un ruolo chiave (anche se negli Stati Uniti). Vorremmo mica tradire e misconoscere anche questo di genio? In fondo sta pure arrivando l’intelligenza artificiale con i data center correlati e servirà tanta energia. La conclusione del ragionamento è quindi che dell’energia prodotta dal nucleare “non se ne può fare a meno: tanta, disponibile, non discontinua come quella delle rinnovabili”.

Vengono poi omaggiate la sede delle OGR e la città di Torino, quest’ultima resasi disponibile allo svolgimento di questa giornata di propaganda. Una città di cui pare essere sempre stata chiara la vocazione al lavoro verso il progresso e alla tecnologia. E allora Paone fa un appello a città e sindaco affinché Torino aiuti a realizzare e sia protagonista del sogno di progresso sull’onda del nucleare, per “rifare grande l’Italia nel mondo e dare avvio a un nuovo Rinascimento”.  

Nel succedersi degli interventi, queste lodi tornano come un mantra costruito ad hoc per irretire e intontire l’ascoltatore. Riprendiamo alcuni passaggi prima di lasciare spazio ad alcuni focus che ci sembrano importanti: il quadro legislativo, il ruolo di Piemonte, Torino e della Sogin, l’analisi di NewCleo e degli attori coinvolti in questo tentativo di ritorno al nucleare. 

Giovanni Guzzetta, giurista e capo di gabinetto scelto da Brunetta durante il IV governo Berlusconi, parla di come “combattere il tabù di una narrazione negativa rispetto all’atomo: non è giustificato da evidenze empiriche e rientra nel tema della tecnofobia, una cosa che ha caratterizzato la storia dell’uomo”. Viene quindi trattato questo argomento come una banalità che ha sempre abbracciato la storia dell’umanità… poveri stolti tecnofobici!  

Anche l’industria ha qualcosa da dire e, come sempre, è il comparto che viene maggiormente ascoltato dalle istituzioni, a partire dal governo. Aurelio Regina, Componente del Consiglio di Presidenza e Delegato per l’Energia e per la Transizione energetica e Presidente del Gruppo Tecnico Energia di Confindustria, parla di un cambiamento rispetto al passato per quanto riguarda l’opinione pubblica. Tutti convinti che non rappresenti più un problema ma un’opportunità e che la popolazione sia assolutamente propensa al nucleare. “L’industria italiana è pronta a sostenere il nucleare di nuova generazione e a fare la propria parte!”, esordisce così. L’energia deve essere prodotta in funzione dell’interesse dello sviluppo industriale, su queste basi viene fatto un parallelo con l’idroelettrico come fonte utilizzata in questa chiave nella storia dell’industria italiana. La proposta suggerita per il futuro per lo sviluppo del nucleare in Italia è l’utilizzo degli oneri di sistema annuali a fronte dei 200 miliardi spesi per l’implementazione delle rinnovabili. “Con 200 miliardi potremmo costruire il futuro del nostro Paese con un numero di mini centrali davvero competitivo”, ribadisce Regina. Anche secondo l’industriale il risultato del referendum è stato dettato dall’impatto emotivo, denigrando in maniera paternalista chi ha votato no al nucleare. Mentre, a suo dire, oggi c’è maggiore consapevolezza sugli interessi del nostro sistema: “se vogliamo contare su un futuro più pulito e competitivo abbiamo solo due fonti che vanno in parallelo e stanno insieme per forza di cose: nucleare e rinnovabili, se vogliamo liberarci dalle fonti fossili.” Una narrazione che punta a tenere insieme queste tecnologie per indorare la pillola, condendo il tutto con un’aura globale che strizza l’occhio all’ansia climatica delle giovani generazioni, come se si stesse parlando a una massa di semplici creduloni.

Regina chiude con un appello alle forze politiche: “Su questo tema non ci può essere né colore né bandiera, le politiche energetiche vanno valutate su altri parametri che non sono quelli ideologici.” Ancora una volta viene depoliticizzato il tema dell’energia come se fosse puramente una questione tecnica senza alcun impatto sul piano politico e sociale oltre che economico. 

In tutta questa pantomima, in cui la bussola viene dettata dall’abbandono delle fonti fossili e dalla necessità di decarbonizzazione, tra gli invitati figura Francesca Ferrazza in rappresentanza di ENI, settore fusione. Tutti così convinti di abbandonare le fonti fossili, come insigniti della missione della decarbonizzazione, ma poi si fa sedere al tavolo il maggior monopolio energetico ingrassato  da gas e petrolio. Per la rappresentante di ENI l’energia da fusione è strategica e fruibile, a portata di mano, cosa non vera!! 

La tecnologia è cambiata, altro punto su cui si martella. Il nuovo approccio è basato sulla “sicurezza intrinseca passiva” perché il nocciolo del reattore è collocato dentro una struttura di cemento armato scavata in profondità, il che lo renderebbe meno vulnerabile. Inoltre, secondo Franco Cotana, Amministratore delegato di RSE (Ricerca Sistema Energetico), gli SMR (piccoli reattori modulari) sono più economici, più rapidi e con tempi certi, il che offre più garanzie per il loro finanziamento a debito. Addirittura riesce a parlare di “economia circolare” perché ciò che esce dalla quarta generazione non è scarto pericoloso, a suo dire. Probabilmente l’economia circolare alla quale sta pensando è quella che riguarda banche, fondi di investimento e speculazione finanziaria. È incredibile come si possa fare passare il concetto in base al quale il cosiddetto “nuovo” nucleare non comporterebbe più rischi né conseguenze, ma addirittura un’ipotesi di rifiuti zero legata alla fusione, tecnologia al momento inesistente.

Il convegno viene concluso da Cecchi Paone che elargisce meriti al Ministro e ribadisce sostegno a tutti i nuclearisti convinti che hanno partecipato. Si lamenta del silenzio intorno ai benefici del nucleare e della contestazione “senza futuro”, ma si congratula con il sindaco di Trino che, rivela, vorrebbe portare “in processione”. Paone consiglia di smetterla con questi referendum “su una cosa così complicata da spiegare”. Il livello di paternalismo e denigrazione che esce da tutti i pori di questi figuri nei confronti della popolazione arriva infatti a livelli altissimi, e allora bisogna smetterla con questa “parolaccia” delle scorie che, per la paura che trasmette, ha inciso sul sentimento popolare. Cecchi Paone probabilmente si immagina ancora protagonista di un reality di dubbio gusto quando gioisce perché con un “condottiero come Fratin” sarà possibile ottenere il risultato di riportare il nucleare in Italia. 

Il nostro ex naufrago televisivo non si risparmia e così, per salutare colleghi e amici, incita a “lavorare in maniera visibile”. L’Italia vede la popolazione informarsi con la televisione: allora i decisori politici e gli  industriali devono “pretendere che almeno una delle televisioni italiane torni a fare alfabetizzazione scientifica”. Infine, in qualità di divulgatore scientifico, si lascia andare a un monito: “Non dimenticate la nuova medicina nucleare, diagnostica prima ancora che curativa, insieme all’intelligenza artificiale produrrà risultati sconvolgenti. Nell’era dell’unicità tutti dobbiamo collaborare e prendere esempio da Musk. Ma soprattutto non morite per i prossimi 5 anni perché il mix tra intelligenza artificiale e nucleare porterà a risultati senza precedenti.” 

Lui sembra dirlo convintamente, chissà se anche ci crede:  “non dico che non si morirà più, ma sicuramente sempre di meno”.  

Cecchi Paone sull’isola del programma tv

2. Stato avanzamento iter normativo

Da Pichetto Fratin si evince la direzione del Governo che punta ad avere uno strumento normativo adeguato già entro l’estate per avviare l’iter di una ripresa nucleare. Dopo la legge delega, la norma prevede un periodo di 12 mesi per l’emanazione dei decreti attuativi. L’obiettivo dichiarato è quello di presentare i decreti legislativi entro Natale, da sottoporre poi ai pareri delle Regioni.   

“Qual è il criterio oggettivo che dimostra che la volontà popolare è stata superata?” viene chiesto al professor Giovanni Guzzetta, oggi consigliere giuridico del Ministro sul nucleare sostenibile relativamente ai risultati dei passati referendum. L’ospite si rifà alla sentenza del 2012 della Corte Costituzionale che si è espressa circa la possibilità di ripristino di una disciplina abrogata qualora si verifichi un mutamento nel quadro politico o nella situazione di fatto. La risposta, dunque, conferma la linea che corre lungo tutto il convegno: da una parte l’attuale atteggiamento verso il nucleare considerato più articolato e complesso rispetto al quesito referendario di allora (quadro politico), dall’altro l’ancora sottolineato miglioramento delle tecnologie e della disciplina nazionale e internazionale sulla sicurezza (situazione di fatto). Stando a ciò, la disciplina abrogata può essere ripristinata.

Per quanto riguarda gli standard di sicurezza, il DDL rinvia sostanzialmente alla determinazione di quelli basati sulle indicazioni delle agenzie internazionali, oltre che a quelli rivolti alla struttura morfologica dei territori. Il ruolo di controllo sulla sicurezza, indica, non dovrà necessariamente essere affidato al Ministero, ma piuttosto a specifiche agenzie tecniche, scaricando così gli oneri. Riguardo alle procedure, invece, si sottolinea l’esigenza di una semplificazione per favorire gli investimenti privati: “Affrontati certi nodi, si può proseguire con l’iter amministrativo”. Sui grandi finanziamenti che il nucleare richiede però, il DDL non prevede una soluzione netta. Emerge il suo avere “una funzione di indirizzo politico chiara”, cioè quella di “uscire dall’opzione zero sul nucleare”. Per evitare di scontrarsi con la diffidenza di molti, dunque, e innescare il processo in cui “riabituarci all’idea”, nessuno scenario è precluso, ma si favoriscono le compartecipazioni pubblico-privato. In nome di questo adattamento tutto servirà a superare il tabù, così come il potenziamento degli accordi con la ricerca e le università.

Presentando il nucleare come una grande opportunità per i territori, sia dal punto di vista lavorativo, economico che – addirittura – in termini di valorizzazione del territorio (attraverso le compensazioni), aggiunge, poi, che il DDL prevede che le intese tra Stato e Regioni siano vincolanti. Tuttavia, per evitare stalli, il quadro costituzionale permette allo Stato di procedere anche in caso di diniego regionale qualora esistano esigenze di carattere nazionale sovrastanti o atteggiamenti ostruzionistici da parte di una regione.

È proprio sul valore territoriale anche Picchetto presenta il nucleare non solo come fonte di produzione di energia, ma anche – udite, udite! – di tutela territoriale, al contrario di eolico e fotovoltaico che tappezzerebbero il nostro patrimonio naturalistico (e turistico).

Ministro Pichetto Fratin

Il piano mira a una chiusura dell’iter complessivo entro il 2050. Per garantire che la normativa non venga smantellata da governi successivi, Guzzetta sottolinea l’importanza di avere la certezza legislativa: dopo aver “fatto riabituare” l’opinione pubblica, chiamare questa al voto referendario tra il 2028 e il 2029 non solo è ipotizzato ma è visto come un’opportunità per saldare il posizionamento pubblico favorevole e, così, rendere difficile un’inversione di rotta da parte di altri governi.

3. Soggetti in campo: tra pubblico e privato

C’è spazio poi per i rappresentanti di categorie, gli attori pubblici, semipubblici e privati che si stanno adoperando per il ritorno al nucleare nazionale. 

Luca Mastrantonio, amministratore delegato di Nuclitalia – realtà partecipata da ENEL, Ansaldo Energia e Leonardo – ammonisce sull’importanza di educare un pubblico (che si presume possa essere in parte diffidente) tramite dati oggettivi e un metodo comparativo che consisterebbe nel confrontare scenari energetici diversi a seconda del futuro che vogliamo. Tutto bello, peccato che per Nuclitalia, che si è assunta questo compito, pare comunque non ci siano troppi dubbi su quale sia lo scenario su cui valga la pena approfondire: è quello nucleare, con cui l’Italia avrebbe non solo a disposizione una fonte energetica a basso costo ma anche il volano per rilanciare filiere industriali in declino. Quindi più che partire da un futuro desiderabile a valutare le condizioni per raggiungerlo, vengono prima poste le condizioni e da queste dedotte le conseguenze, come se condizioni e futuro a cui ambire non potessero che essere queste. A Mastrantonio fa subito eco Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria Energia, che ribadisce come il nucleare “non sia una scelta ideologica, ma una necessità”. Gli interessi dell’industria e del Paese in questo senso sarebbero perfettamente allineati, e le crisi contemporanee (le guerre in Ucraina e in Iran) stanno lì a dimostrarlo. 

Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, sollecitato sull’Italia intesa come seconda industria nucleare europea (nonostante i referendum, sintomo di “un rifiuto quasi inconscio”, secondo il moderatore) si spertica sulla bellezza del nucleare come tema di ricerca: un oggetto tecnologico che porterebbe in dote la continua capacità di “inventare qualcosa di nuovo”. Per questo i giovani studenti, definiti ormai laici (non ideologici), non resistono all’appeal di un corso di studi che al Politecnico fa bei numeri in termini di iscritti. 

Stefano Buono, Newcleo

Infine è il turno dell’azienda Newcleo, impegnata nello sviluppo di reattori modulari di quarta generazione e per questo trattata come la punta di diamante della rinascita nucleare italiana. Newcleo rappresenta così il privato e l’impresa che investono sul futuro grazie a grandi capacità di ricerca e innovazione, e ne è portavoce il fondatore, il fisico Stefano Buono (estromesso però dal ruolo di presidente dall’assemblea dei soci investitori a giugno 2025: forse al di là dei lustrini della propaganda non tutti erano convinti della bontà delle ultime innovazioni). Buono loda il DDL ma ammonisce sulla necessità di decreti attuativi che – non sorprende nessuno – vadano nella direzione di semplificazione burocratica sul modello degli Stati Uniti. Basta con le lungaggini dei processi autorizzativi e viva un’amministrazione moderna che permette di muoversi velocemente.  

In sintesi, quello che emerge è un sistema Paese che avrebbe tutte le capacità e gli strumenti per tornare al nucleare non domani, ma subito; un sistema che in larga misura è sulla stessa lunghezza d’onda e marcia compatto. Eventuali resistenze sono il lascito di paure ormai illogiche, frutto di incidenti del passato che non hanno più senso di essere temuti perché siamo ormai approdati a nuove generazioni tecnologiche che permetteranno di non avere più scorie (“non si rilascia più niente”, sentenzia Cecchi Paone) e mettono in campo nuovi meccanismi di prevenzione del rischio. 

C’è ancora un problema, però: “convincere la popolazione” secondo Buono. Questa cocciuta popolazione che, chissà per quale irrazionale motivo, proprio non capisce che il nucleare sarebbe ripristinato nei suoi interessi.  

4. Ruolo di Torino e del Piemonte

Torino si sa, nel campo dell’innovazione si contende da sempre il primato di città del futuro e della tecnologia e il nucleare non poteva che rientrare tra le etichette che accrescono l’immaginario positivista e tecnocratico dei politici della nostra città e del Piemonte, da destra a sinistra

Per una città in crisi come quella dell’auto, il nucleare rappresenta un altro settore su cui puntare. Presenti sia il Presidente della Regione Cirio che il sindaco di Torino Stefano Lo Russo: approcci diversi ma con un comune obiettivo, sfruttare le potenzialità dell’intellighenzia e il savoir faire torinese per essere pionieri della “nuova” tecnologia energetica “green”. Il sindaco del PD si discosta dalla linea del partito, accarezzando l’idea atomica e di fatto appoggiando e sostenendo un convegno che della propaganda sul nucleare ne fa la propria bandiera. 

Forse è alla luce (o meglio al buio) delle centinaia di blackout del giugno torinese che hanno mandato in tilt la città che Lo Russo è arrivato a dare per buona qualsiasi soluzione di fronte a un problema che sembra ingestibile e che rischia di far crollare il consenso verso le elezioni 2027, secondo lui infatti il nucleare diventa l’ennesima carta per riparare all’enorme richiesta di energia di cui la città avrebbe bisogno. Per risolvere le ondate di calore e i blackout che colpiscono i cittadini anche a causa dei condizionatori? Certo questi hanno un ruolo. Ma è più probabile che le preoccupazioni si rivolgono a dover garantire e rassicurare le imprese belliche in espansione o il raffreddamento delle nuove infrastrutture dell’IA, i datacenter.

Come conferma il rappresentante della Camera di Commercio di Torino: “Serve il nucleare perchè ci serve energia per far funzionare le evoluzioni tecnologiche come l’IA e soprattutto le infrastrutture che la supportano, i data center, dal fabbisogno energetico enorme.” Non sono state menzionate le volte in cui gli ospedali sono stati a rischio blackout, i chili di cibo che le famiglie hanno dovuto buttare nella spazzatura perché i congelatori sono stati paralizzati o ancora le persone anziane o malate che si sono trovate senza condizionatore per ore se non giorni, con picchi sopra i 40°C. Secondo il sindaco, l’elettricità diventa sempre più importante per soddisfare  i bisogni di tutti e, ad oggi, non è presente nessuna fonte che sia in grado di risolvere il problema energetico. È qui che si inserisce il nucleare e che l’atomo fa capolino nel mix energetico. 

Pagliacciate in consiglio comunale a Torino

Come concentrare l’attenzione della popolazione sui suoi presunti benefici? 

Lo Russo invoca una certa neutralità della scienza, l’unica che può entrare in gioco in un terreno così “ideologicamente compromesso”: c’è bisogno di un quadro laico per superare le paure dei torinesi e per crearlo è necessario investire su un sapere iperspecializzato, affermazioni contraddittorie sentite più volte. È ormai ben noto come gli investimenti deviino il corso delle cose, plasmino un’informazione e una formazione che non sono mai scevre da indirizzamenti politici. Soprattutto se si tratta di un tema così controverso e che di fatto rappresenta una tecnologia cosiddetta dual use come il nucleare. E quale migliore città se non Torino, con il Politecnico e un settore industriale all’avanguardia, per poterne esplorare le possibilità? 

Anche Cirio parte dalla situazione energetica attuale per approdare alla necessità impellente dell’energia atomica. La prende alla larga, cogliendo l’occasione per criticare, senza veline, i vari movimenti che si sono occupati della difesa dei propri territori, colpevoli di cieca ideologia (ancora una volta) e di aver impedito il progresso e l’autonomia energetica del Paese. Non poteva non citare i No TAP (fratelli del sud di quei delinquenti dei No Tav), che hanno rischiato di portare al collasso il sistema energetico italiano tentando di impedire la costruzione del metanodotto che “dal 2022 ha salvato il Paese permettendo l’approvvigionamento di gas dall’Azerbaigian dopo aver abdicato al gas russo”. Secondo il Presidente il nucleare è l’unica energia in grado di rendere veramente indipendente l’Italia dall’estero: “Occorre coraggio e portare avanti una battaglia essenziale”, dice elogiando il Ministro Pichetto Fratin e la sua decisione di scommettere sul ritorno all’atomo. Da buon piemontese, ricorda come la terra vada rispettata e come il mix energetico debba tenere conto delle aree rurali in crisi, senza sfruttarle per produrre energia come è avvenuto per tanti progetti di fotovoltaico ed eolico (il problema viene sollevato qui in maniera strumentale ma grazie al lavoro di messa in rete tra comitati abbiamo sviluppato un’ampia conoscenza a riguardo, scevra da strumentalizzazioni politiche con l’obiettivo di dare spazio alle rivendicazioni di agricoltori e abitanti delle aree coinvolte in questi progetti). Come dirà Fratin poco dopo: “L’Italia è troppo bella per essere tappezzata da pale eoliche”. Si potrebbe essere d’accordo, se non fosse che l’Italia è troppo bella anche per essere minacciata dalla costruzione di nuove centrali nucleari che da sempre rappresentano una fonte di instabilità, subordinazione, e minaccia per i territori dove sorgono e per chi li abita.

Cirio con le nocciole del Piemonte

Cirio e Lo Russo concordano: Torino deve diventare il polo della ricerca, del trasferimento tecnologico, la città dove mettere a profitto le menti giovani per risolvere il problema energetico e fare da capofila del ritorno dell’atomo, sfruttando finanziamenti e investimenti annessi. La filastrocca è sempre la stessa: investire sulla ricerca per creare valore aggiunto, aprire le porte al futuro di possibilità che solo il nucleare può garantire. Un futuro “sostenibile” e “sicuro”, frutto di anni di ricerca e avanzamenti che a Torino non si sono mai fermati, che sono andati avanti incessantemente nonostante i freni a mano tirati da una popolazione troppo “emotiva” per capire l’importanza del progresso tecnologico e le potenzialità di questa tecnologia e una politica incapace di affermarsi e cambiare il corso delle cose. Menomale che è arrivata Meloni?

Ad assicurare l’impegno del mondo accademico, e quindi della ricerca e dello sviluppo tecnologico nell’ambito nucleare, è il rettore del Politecnico di Torino, Stefano Corgnati. E quale migliore curriculum per un ruolo del genere: dottore di ricerca in Energetica e Professore ordinario di Fisica Tecnica e Ambientale del Dipartimento Energia al Poli. Secondo Corgnati è proprio grazie allo sviluppo tecnologico che si può far capire quanto il nucleare sia una fonte sicura, soprattutto alla luce degli avanzamenti della tecnologia digitale che, analizzando i dati, dovrebbe porre delle condizioni di sicurezza ancora maggiori. Il solito cane che si morde la coda: più sicurezza digitale, più richiesta di energia, più nucleare, più sicurezza digitale e via dicendo, in un ciclo di accumulazione energetica e quindi di capitale. Vivisezionando il comparto del sapere, Corgnati continua, sostenendo che il ruolo dei Politecnici sia stato fondamentale in questi anni per tenere accesa la miccia del progresso: c’è sempre stata una nicchia che si è concentrata su quello che è un comparto ad elevata intensità di sapere e con un continuo tasso di innovazione, una tecnologia dalle mille e una possibilità di profitto da coltivare a dovere. Non solo, la tecnologia nucleare permette di costruire “visioni per il futuro” secondo il Rettore, che rilancia con vanto il boom degli iscritti all’indirizzo sull’energia nucleare della magistrale in Ingegneria Energetica e Nucleare. Ammette a gran voce quello che è il ruolo dei Politecnici: formare giovani per alimentare la forza lavoro.

Corgnati stringe la mano al Ministro delle Imprese Adolfo Urso

Ciò che non viene discusso sono i lauti finanziamenti che, nello specifico, il curriculum di Nuclear Engineering riceve da Newcleo, la quale supporta gli studenti con borse di studio e progetti di didattica innovativa. Ciò che viene omesso riguarda la scelta di come quel curriculum venga indirizzato da  opportunità lavorative maggiormente presenti in quel settore, dove le grandi imprese stanno puntando. I tassi di occupazione a seguito del conseguimento di una laurea in Nuclear Engineering sono maggiori del 90% a un anno dal conseguimento, a differenza dei tanti altri volontariamente sottosviluppati, come ad esempio quello delle rinnovabili su piccola scala. Tante sono le opportunità di ricerca per il settore: in un momento di definanziamento totale dell’Università pubblica, i grandi sponsor si fanno avanti, facendo del lavoro precario un’arma da utilizzare per alimentare le proprie imprese.

Insomma, piena disponibilità da parte del Politecnico ad assumere un ruolo centrale nello scacchiere radioattivo, e chissà se questo impegno non traghetterà il rettore a qualche poltrona di più alto rango? Alcuni giornali lo dipingono già come un papabile sostituto di Cirio.

Il ruolo centrale del Piemonte viene confermato anche dal Ministro biellese Pichetto Fratin: la regione si conferma essere una terra di innovazione e ricerca, ricca di un certo “hummus culturale” non meglio definito, pronta a chiarire in termini tecnici i vantaggi che può avere questa tecnologia, grazie in particolare al Politecnico. Nei prossimi mesi si potrà far chiarezza su quell’ “humus culturale” di cui parlano il Ministro e i suoi alleati, ribaltando una narrazione che non rappresenta il vero volere di chi abita questi territori.  

Ma c’è un altro capitolo che interessa la regione e ne caratterizza il passato: quello delle scorie.

Il triangolo delle scorie in Piemonte

Storicamente il Piemonte è interessato dal tema del nucleare, sia per la centrale “Enrico Fermi” a  Trino e i siti satelliti tra cui l’impianto EUREX, il Deposito Avogadro di Saluggia e l’impianto FN di Bosco Marengo, che per la mole di scorie che nella regione sono custodite. Il 78/79% delle scorie radioattive del Paese si trova in Piemonte, proprio in depositi temporanei come quello di Saluggia e quello di Trino. Negli ultimi anni si è tanto dibattuto del Deposito Unico Nazionale che dovrebbe rappresentare l’approdo definitivo per il materiale di scarto radioattivo, un’opera che, sebbene necessaria, è sempre stata gestita con approssimazione e senza una proposta realizzabile e affidabile da parte di Sogin. Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) è la S.p.a dello Stato responsabile del decommissioning (smantellamento e bonifica) di tutti i siti nucleari italiani e della messa in sicurezza dei relativi rifiuti radioattivi. Nel 2021 la società ha pubblicato la prima CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee) individuando 67 luoghi idonei, mentre nel 2023 ha pubblicato la CNAI (Carta Nazionale delle Aree Idonee), contenente 51 siti idonei. Ad oggi la situazione è in stallo, dopo tre anni niente sembra più essersi mosso e Sogin non concede certezze né accenna a una potenziale calendarizzazione dei prossimi passi.

CNAI

La Sogin inizia il proprio intervento paragonando le scorie a dei leoni: “Cos’è pericoloso e cos’è rischioso? Se metto il leone in una gabbia, il rischio che il leone mi aggredisca è basso, dobbiamo fare tante gabbie”. Insomma, il nucleare non può venire definito pericoloso, ma solo rischioso. Un rischio che verrebbe attenuato grazie alla costruzione di un Deposito Unico adeguato, su cui si è concentrata l’azienda pubblica nelle ultime decadi con scarsi risultati. Oggi in Italia ci sono 33 depositi provvisori, 23 per bassa e molto bassa attività e 10 per bassa-intermedia attività. Il Deposito Unico Nazionale dovrebbe sostituire tutti questi: un unico centro passivo (quindi senza persone che controllano, così dice Sogin) con triple barriere e senza emissioni per il territorio. Non solo una sicurezza per i territori che da decenni ospitano “temporaneamente” sostanze radioattive, ma un simbolo di prestigio e privilegio che avrà l’onore di ospitare anche un parco tecnologico che dovrebbe occuparsi di medicina nucleare, sempre a detta di Sogin. 

Manifestazione No Nuke in provincia di Vercelli

La vicenda del Deposito Unico Nucleare si intreccia nello specifico con il destino della città di Trino. Nonostante non fosse nella lista di possibili siti destinati alla creazione del Deposito, il sindaco Pane ha presentato nel 2023 un’autocandidatura, rendendo disponibile la città di Trino a ospitare la costruzione della struttura definitiva per le scorie. Un meccanismo controverso quello della presentazione delle autocandidature: perché proporre il proprio territorio quando non compare nella lista dei luoghi idonei realizzata da esperti che, a loro dire, hanno sezionato l’intero stivale per proporre delle soluzioni “adeguate”? In sintesi, come può essere idoneo un territorio che non è presente nella lista delle aree idonee per il Deposito Unico? La risposta è semplice, e i cittadini di Trino e dei paesi limitrofi l’hanno riportata a gran voce: Trino non è idonea, e tanti sono i motivi che la definiscono come tale. Sconvolgente è la postura del sindaco Pane che, nonostante fosse stato costretto a ritirare l’autocandidatura alla luce della contrarietà della popolazione, si ripresenta in veste di paladino dell’atomo e coraggioso gladiatore del palcoscenico, forte, a suo dire, di avere avuto in passato la capacità diplomatica necessaria ad ottenere il sostegno degli abitanti che finalmente si sarebbero scrollati di dosso l’ideologia malsana no-nuke, per aderire alla proposta di un futuro radioso per la città di Trino. Un futuro meritato e che potrà essere finalmente conquistato ospitando una delle strutture più sicure della terra, il Deposito Unico.

La Stampa 1986 sulla manifestazione a Trino

Una auto-sviolinata nauseante che stona con la realtà dei fatti, ovvero la volontà della popolazione di tutelare, ancora una volta, il proprio territorio da chi propone progetti per tentare la propria scalata politica. Il sindaco Pane ribadisce con nonchalance come la convivenza con i rifiuti nucleari non sia mai stata “ingombrante”, come il nucleare sia sempre stato accolto fin dagli anni ‘60 a braccia aperte dai residenti e come il vero problema sia un altro per il territorio: l’amianto. Altra piaga sicuramente drammatica della storia del territorio, ma che sicuramente non si può “sostituire” a quella radioattiva dell’epoca della centrale atomica. Nonostante la storpiatura storica elaborata dal sindaco, la popolazione della zona è ancora pronta a ricordargli da che parte sta e che la decisione sul futuro del territorio spetterà a loro.

Manifestazione a Trino contro il Deposito Unico Nucleare nel 2024

5. Conclusioni e nostra prospettiva

In tutta onestà, il fatto che da questo evento potesse risultare un discorso a senso unico in qualche modo ce lo si aspettava, visti anche gli investimenti di 7,5 milioni di euro previsti nel decreto legge per il 2025 e 2026 al fine di finanziare la campagna informativa a sostegno del nucleare. Purtroppo però si è perfino riusciti ad andare oltre, riducendo, a tratti anche goffamente, “Da Fermi al Futuro” a un mero spot pubblicitario pro-nuclearista. È proprio questo che alla fine lascia uno strascico di interrogativi  sulla serietà comunicativa del convegno e sulla trasparenza nei confronti dei cittadini: nel momento in cui si imposta un discorso sul futuro del Paese e su una pianificazione energetica strategica, le rappresentanze istituzionali non possono e non devono ridurre la questione a marketing. Il solo fatto di non avere programmato un contraddittorio sarebbe di per sé sufficiente a derubricare l’evento a una sorta di “televendita”, ospitata però, ricordiamolo, all’interno di un medium importante e programmato come la prima di una serie di iniziative.

Ci pare importante dunque provare a tirare le somme di ciò che è stato detto. Se da un lato il ricorrente appello ai giovani (“ci salveranno i giovani!”, gli stessi giovani che vengono criminalizzati, ci teniamo ad aggiungere, quando questi esprimono il loro dissenso verso le politiche del governo italiano) pare essere un tassello fondamentale per il superamento delle spinte emotive del passato che hanno reso il nucleare un tabù, le migliorie tecnologiche (a oggi però solo sulla carta) elencate costituiscono l’altro leitmotiv della giornata. Non c’è da stupirsi, d’altronde: nella strategia governativa entrambi i punti dovrebbero rappresentare le modifiche (del quadro politico relativamente a un mutato atteggiamento della popolazione e delle situazioni di fatto in merito allo sviluppo tecnologico) necessarie per la presentazione di un futuro referendum abrogativo.

In parallelo appare evidente il tentativo di sminuire il valore dei due referendum post Cernobyl e Fukushima (1987 e 2011) laddove si sostiene che nel primo caso non ci fosse  difficoltà di approvvigionamento energetico come oggi (come a dire che le questioni geopolitiche avrebbero, al lato pratico, maggior peso rispetto al rischio di un incidente nucleare), mentre del secondo se ne evidenzia retrospettivamente l’utilita’ per la diminuzione di incidenti e rischi futuri, sottolineando, tra le righe, gli enormi passi avanti fatti negli ultimi 15 anni (guarda caso!) dalla tecnologia dell’atomo in tema di sicurezza. Argomentazione che fa a pugni con quanto, ad esempio, sostiene il movimento no-nuke giapponese (vedi ad esempio la testimonianza dell’attivista Sabu Kohso).

L’obiettivo principale del convegno è stato quello di impostare un discorso su come orientare l’opinione pubblica in modo subdolo verso un ritorno all’energia nucleare. I temi portati a sostegno vanno dalla creazione di valore sociale ed economico allo sviluppo di una supply chain per la creazione di una filiera nazionale, dal nucleare inteso come fonte non fossile alla sua sicurezza intrinseca. Dal connubio tra sviluppo di nuove centrali e ricerca in campo medico, agli svantaggi relativi allo stoccaggio delle scorie e al decommissioning intesi come processi slegati da centrali in funzione, e ancora dalla circolarità della futura tecnologia nucleare idealizzata praticamente come una “produzione a moto perpetuo” alla garanzia di autosufficienza energetica e di prezzi più bassi.

Un vero e proprio climax ascendente di dichiarazioni entusiastiche culminato in una perla motivazionale dal sapore di slogan pseudo-scientifico e transumanista: “Non morite nei prossimi cinque anni perché dobbiamo riportare il nucleare in Italia!”

Ora, battute a parte, i punti elencati mostrano contraddizioni, a tratti imbarazzanti, che meritano perlomeno delle brevi considerazioni. Al di là del fatto che le tariffe odierne dimostrano quanto il costo del nucleare non sia per niente conveniente sul mercato, è tutto da dimostrare che una centrale di quarta generazione (a oggi non esistente) potrà in futuro vivere di “autogenerazione” (“non emetti più niente, non consumi più combustibile”) senza la necessità di nuove barre di uranio. Quindi il tema legato all’autosufficienza energetica appare di per sé un’utopia.

Passando invece al tema delle scorie (pardon, “rifiuti” o “residui”, perché, come già evidenziato in precedenza, a detta dei partecipanti al convegno “scoria” sarebbe una “parolaccia” creata per fare “terrorismo”), negli interventi da noi ascoltati non vi è traccia del fatto che il 99% di quelle prodotte in passato dalle nostre centrali rimane attualmente  stoccato all’estero in attesa di rimpatrio, un “disturbo” fatto ai paesi “ospitanti” non gratuito, ovviamente, ma pagato dalle nostre bollette. In compenso, ci si spinge ad annunciare che i “residui” delle centrali di quarta generazione non saranno pericolosi ma paragonabili a quelli ospedalieri. Ma non finisce qui, si sostiene ancora che servirebbe ripartire con nuove centrali a fissione, producendo quindi ulteriori scorie, per ottimizzare gli svantaggi dovuti alla presenza comunque obbligatoria dei depositi temporanei e i processi di decommissioning (smantellamento) dei vecchi impianti: un po’ come ricorrere all’assunzione di alcol in condizione di ipotermia, un finto rimedio che peggiora la situazione. Tra l’altro, piccola puntualizzazione, sempre in tema di decommissioning, un dato anch’esso non pervenuto nel discorso: dei 213 impianti nucleari chiusi a oggi solo 9 possono essere considerati bonificati completamente.

Ma il punto forse più sorprendente tra quelli elencati è quello che viene presentato come una supposta interdipendenza tra energia e medicina nucleare. Perché parlare di diagnosi precoce del cancro, di maggiori possibilità di guarigione? A pelle, crediamo che nessuno abbia mai pensato di considerare un tabù la ricerca nel campo della medicina nucleare! E che c’entra questa con gli Small modular reactors o i reattori di quarta generazione? O addirittura con la fusione nucleare?

Manifestazione in provincia di Vercelli

Forse è proprio da qui che deve partire una riflessione seria. Nonostante si continuino a sbandierare i benefici economici che l’atomo dovrebbe portare alla bolletta energetica, appare evidente che la ricerca nucleare abbia per sua natura costi elevatissimi, il che comporta la costante ricerca di sponde con cui condividere la spesa. Così è sempre stato con il nucleare civile e quello militare, così emerge qui dalle dichiarazioni sugli enormi costi legati alla medicina nucleare. Il dubbio, ovviamente, non è se investire o meno nella ricerca medica, piuttosto ci domandiamo se sia plausibile programmare una spesa di 200 miliardi di euro per la creazione di un impianto energetico nucleare nazionale, viste le incoerenze sopra elencate e i lunghi tempi di realizzazione che non ci possiamo permettere se vogliamo davvero affrontare l’emergenza climatica che anno dopo anno batte ogni record.

Sempre in tema di spesa, non è certo un caso che, sfruttando l’assist europeo e l’etichetta green data di recente al nucleare, tra gli obiettivi menzionati ci sia la volontà di portare in Europa l’idea che il sostegno pubblico non vada attuato solo verso le rinnovabili ma anche nei confronti di un’elettrificazione nucleare, intesa come processo di decarbonizzazione, il che darebbe accesso a quei 7-8 miliardi di euro annuali di oneri generali di sistema.

Possiamo dunque riassumere che la scommessa del nucleare a oggi sarebbe quella di massimizzare il contributo di una ricerca che ha continuato a lavorare in sordina in questi decenni e puntare su uno sviluppo industriale che crei crescita nella speranza che tutto questo ripaghi in futuro degli sforzi e dei costi iniziali da sostenere, al momento tuttavia non comprovabili né finanziabili in maniera chiara. Il suggerimento pare dunque essere quello di non sbilanciarsi nel parlare solo di potenzialità, ma di quanto si sia in grado di fare realmente oggi, perché del risparmio in bolletta non si può conoscere né la tempistica né l’importo reale.

In conclusione, seguendo l’impostazione dettata dal convegno relativamente al tenere un approccio non ideologico verso l’argomento e restando quindi su un piano tecnico-pratico, possiamo dire che l’insieme degli interventi ha confermato una visione priva di certezze, ricca di slogan e con alcuni pericolosi “non detti” che dovrebbero allertare l’opinione pubblica e i media. A tal proposito ci domandiamo se la stessa La Stampa e/o le piattaforme incaricate di ospitare i futuri “eventi televendita” pianificati dal governo, si sentiranno in dovere di porsi e di porre agli attori intervenuti alcuni interrogativi, cominciando (se possiamo dar loro dei suggerimenti) dalle dichiarazioni a tratti deliranti che dipingono la quarta generazione di reattori a fissione come gioiellini privi di produzione di scorie pericolose e autorigeneranti in termini di barre di uranio