
Genova, venticinque anni dopo: brucia ancora
InfoAut: Informazione di parte - Sunday, July 19, 2026Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una posta politica ancora aperta, e va trattata come tale.
Ridurla al ricordo delle sole ferite, delle violenze e del lutto significa consegnarla alla storia solo come cronaca. Perché il senso di quelle giornate non sta nella loro tragedia, ma in ciò che il movimento contro il G8 seppe mettere in campo e che la controparte non poté sopportare: per una volta, si era smesso di cercare il nemico di fianco, nell’altro impoverito quanto noi, e si era tornati a guardare in alto, verso i responsabili reali dell’ingiustizia. Tutto quello che venne dopo, la macchina repressiva, i pestaggi, la tortura, l’omicidio di Piazza Alimonda, la lunga guerra sul racconto, altro non è stato che la misura esatta della paura che questo seppe incutere.
La posta in gioco
Il punto non erano le manifestazioni. Le riunioni cominciarono nell’inverno e nella primavera del 2001, settimana dopo settimana, tra realtà diversissime, e già lì si aprì la frattura politica destinata a segnare tutto. I social forum, per natura, dovevano mediare tra posizioni distanti, dalle reti pacifiste ai gruppi ecologisti, ma lo facevano anteponendo le forme dell’espressione agli obiettivi: prima l’equilibrio sul dispositivo, un corteo, due piazze tematiche, tre assemblee, un concerto, e solo dopo i contenuti. Per l’area antagonista quel senso andava rovesciato. Genova non poteva essere la solita manifestazione nazionale, la vetrina di un’organizzazione: doveva essere il tentativo di alimentare un movimento reale, fatto di uomini e donne, con un obiettivo comune e dichiarato, ribaltare i rapporti di forza tra chi governa e i governati: “i sudditi volevano marciare (sul serio!) per calpestare i re”.
Su la testa, su lo sguardo
Su questo il movimento, nella sua pluralità, convergeva. Per una volta si era riusciti a indicare la responsabilità corretta delle ingiustizie del mondo: non un male astratto, ma un sistema con una forma, dei beneficiari e dei difensori. Otto capi di Stato non potevano rappresentare sei miliardi di persone; l’uno per cento non poteva decidere delle sorti di tutti gli altri, chiudendosi in una reggia, neanche dorata, ma circondata da sbarre e forze dell’ordine, a deliberare senza incontrare opposizione. L’anticapitalismo, nelle sue definizioni più variegate, in quegli anni, non fu una parola d’ordine tra le altre: fu la leva che tenne insieme soggettività, ceti e culture politiche altrimenti divise, come non è più riuscito di fare in tutto il quarto di secolo successivo.
Ed è questo il cuore della questione. Ciò che rese Genova insopportabile per il potere non fu la conflittualità di piazza, fu l’aver dimostrato, davanti a milioni di persone, che è possibile aprire percorsi lineari e diretti contro i veri responsabili. Che il nemico ha un nome e un indirizzo.
Nemici da abbattere
A quella chiarezza lo Stato rispose con altrettanta chiarezza. Il G8 si presentò in maniera dichiaratamente autoritaria, sprezzante verso i movimenti, avvilente nella propaganda che per settimane annunciò tutto ciò che «poteva succedere», preparando l’opinione pubblica alla resa dei conti. Sul piano repressivo si costruì un vero e proprio ring: fortini, addestramenti straordinari della celere, caserme allestite per l’occasione, DIGOS e agenti in borghese di più corpi. Non l’ordine pubblico di una manifestazione, ma una macchina che per organizzazione e finalità ebbe i tratti di una struttura criminale rivolta contro un movimento.
Che la repressione fosse preventiva, e non reazione a un ordine pubblico degenerato, lo dimostra ciò che accadde prima ancora dell’inizio del vertice. Citiamo ad esempio che una settimana avanti, un gruppo di militanti diretto a Genova per un’ultima riunione di rete viene fermato a un posto di blocco all’uscita dell’autostrada. Nella perquisizione dell’auto spunta un taglierino, uno strumento di lavoro, serviva al compagno in questione ad esempio a tagliare le fascette dei giornali nelle edicole. Basta quello: interviene la DIGOS, i controlli certificano che si tratta di attivisti del centro sociale Askatasuna, e la giornata si chiude con un divieto di ingresso nel comune di Genova per tre anni. Un foglio di via comminato a chi non aveva fatto nulla se non essere schedato. La colpa, già allora, non era un atto: era l’appartenenza politica.
Fu a Genova, inoltre, che l’ordine pubblico cambiò passo con la ricerca sistematica del corpo a corpo: la battaglia in campo, il pestaggio, la carica a piede sull’acceleratore contro chi teneva le mani alzate. Una violenza dichiarata ed esibita, con la pretesa di rispettabilità di chi sa di poterla esercitare impunemente.
Dopo Genova, per rifarsi il trucco, vista l’esplosione dei sel f media sopratutto, le forze dell’ordine cambiarono deliberatamente strategia, evitando i corpo a corpo, per passare a lacrimogeni e idranti, con meno danni televisivi dei pestaggi.
Smash Capitalism!
È dentro questa cornice che vanno lette le forme di lotta su cui ancora oggi si specula. Il venerdì si compone il blocco che la stampa battezzerà black bloc: qualche centinaio di persone dietro uno striscione nero: Smash Capitalism: banche e agenzie assicurative colpite lungo il percorso, mentre chi arriva nel primo pomeriggio trova già un corteo in movimento e una situazione precipitata. Ridotta all’osso, la scelta di quelle ore è politica e non estetica: riportare l’iniziativa contro la zona rossa e assumersene la responsabilità, oppure assistere passivi a ciò che comunque si sarebbe determinato.
Fu scelta la seconda strada e ancora oggi la litania sugli infiltrati è quella che va per la maggiore.
Contro la vulgata degli infiltrati che spiegherebbero ogni cosa, va rovesciato il ragionamento. Quando la polizia, potendo scegliere tra una via di soggetti attrezzati allo scontro e una di manifestanti inermi, carica sistematicamente i secondi, non c’è nessun mistero: c’è una scelta deliberata, che punta a spezzare la parte più larga e indifesa del movimento per diffondere paura.
Diffondere paura come forma di controllo. (Cit)
La cosiddetta «macelleria messicana» della notte tra il 21 e il 22 luglio, con le sue decine di feriti, e poi la caserma di Bolzaneto, non furono incidenti né eccessi: furono il volto compiuto di quella macchina statuale che aveva contemporaneamente un Vicepresidente del Consiglio e il ministro della giustizia in visita nelle caserme a battezzare il metodo.
Bolzaneto: la (auto) sospensione del diritto
Bolzaneto è il punto in cui lo Stato di diritto, semplicemente, si sospende. Ciò che vi avvenne, e che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la giustizia italiana avrebbero riconosciuto come tortura, fu una liturgia sistematica dell’umiliazione: l’identificazione e l’accerchiamento, la faccia contro il muro per ore, la sigaretta spenta in volto, le celle stipate, i cori dei carabinieri che cantavano vittoria, il liquido urticante negli occhi, le manganellate su chi non reggeva più in piedi, il silenzio improvviso delle guardie all’arrivo di un’autorità, i trasferimenti fino al carcere, la convalida davanti a un giudice con accuse fabbricate come la distribuzione di spranghe di ferro «a tutti i manifestanti» messe a verbale come fossero cronaca. Non fu la deriva di qualche agente: fu una struttura che sapeva di poter agire così, e lo fece.
Piazza Alimonda
Al centro di tutto resta il pomeriggio del 20 luglio. Piazza Alimonda. Carlo Giuliani, ventitré anni, colpito a morte da un carabiniere mentre nel caos solleva un estintore. Questo non è un incidente, non è una risposta, non è il prezzo di uno scontro: è un omicidio, a prescindere da chi materialmente premette il grilletto. E il potere lo seppe subito, tanto che alla morte fece seguire immediatamente la sua gestione: la copertura, il fotogramma trasformato in accusa alla vittima, le false notizie per fare di Carlo una scheggia impazzita, un corpo estraneo espulso dal suo stesso corteo. Ma Carlo non era estraneo a nulla. Era un ragazzo che stava in prima fila per spontaneità e per coraggio, che tentava l’assalto e la difesa del corteo che aveva alle spalle. Non era inquadrato in nessuno schema, e proprio per questo poteva essere chiunque.
Qui si misura la cesura vera. Per una generazione, quella fu la prima morte di piazza. I caduti degli anni Settanta erano un ricordo dei libri, qualcosa di tramandato e lontano; nel 2001, per la prima volta, uno dei nostri veniva ucciso dalle forze dell’ordine sotto gli occhi di tutti. La notizia della sua morte fu vissuta come un lutto collettivo, al di là della persona: come se una parte di ciascuno fosse stata uccisa con lui. Non fu la paura, però, a prevalere. Fu quel lutto ad accendere un fuoco nuovo e a riportare tutti in piazza il giorno dopo, quando duecentocinquantamila, trecentomila persone ripresero il corteo, non più ignare, ma consapevoli di avere di fronte un nemico organizzato, scorretto, ferito e pauroso.
La guerra sul racconto e la pratica dell’obiettivo
Ciò che Genova lasciò non fu solo un trauma, ma una lunga battaglia sulla narrazione, ed è su questo terreno che il potere lavorò negli anni successivi, penetrando anche aree del movimento. Si mise in moto la caccia all’infiltrato: bisognava trovare un nemico interno che fosse l’agente in borghese, l’ultras, la scheggia black bloc, il corpo estraneo a cui addossare tutto, per normalizzare l’anormale. Perché normalizzare significava negare l’evidenza: che da quelle giornate si era usciti con le ossa rotte e con un compagno ucciso. La vera posta di quell’operazione culturale non era Genova in sé, ma la delegittimazione di una pratica: quella dello scontro finalizzato agli obiettivi
La pratica dell’obiettivo per un movimento è ciò che distingue le parole dai fatti. I movimenti non possono vivere di sole parole, anche belle, anche giuste, devono andare fino in fondo.
Quella ferita è stata portata dietro per un decennio, fino alla Val di Susa. Dopo lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, nel 2011, la macchina narrativa dei «black bloc» venne rimessa in moto da giornali e veline di questura. Ma questa volta si ruppe qualcosa. Dal popolo della valle non venne il «quelli non sono dei nostri», bensì il suo rovesciamento: «siamo tutti black bloc». Rivendicare la pratica di un obiettivo invece di prenderne le distanze fu, per chi veniva da Genova, la prova che quel dispositivo di divisione poteva essere spezzato dal basso. È la lezione più concreta di questi venticinque anni: la solidarietà nella pratica disinnesca la criminalizzazione più di qualsiasi appello alla rispettabilità.
Cosa resta
Il bilancio, a venticinque anni, è netto. La globalizzazione contro cui il movimento si mosse non è mai stata altro che una forma imbellettata (e semantica) del capitalismo, una forma impomatata dell’ imperialismo: non più solo conquista e occupazione di territori, ma distruzione diffusa di diritti, ricatto sociale, impoverimento collettivo, che parta dalla Colombia per arrivare in Piemonte o dal centro del mondo per scaricarsi sulle sue periferie.
Quella fase è oggi, mentre scriviamo addirittura in parte superata dalla storia più vecchia del mondo, quella della guerra, ripresa dei conflitti armati, e il capitalismo, il più cinico dei sistemi, dimostra ancora una volta che gli serve sempre una guerra, per conquistare risorse o riequilibrare gli assetti mondiali.
La vecchia, sana guerra combattuta con altri mezzi resta uno dei suoi motori, mentre per anni si è guardato altrove, immaginando un futuro fatto solo di finanza e di merci immateriali.
Ma la cosa che il potere non poteva sopportare, allora, resta la stessa che non può sopportare oggi: che dentro la società si torni a guardare in alto.
L’aggressione ai movimenti a Genova fu una delle leve contro un pensiero altro rispetto al dominante, e la sproporzione della reazione, Bolzaneto, la Diaz, l’omicidio di Piazza Alimonda, è la misura di quella paura.
Per questo Carlo Giuliani non sarà mai una parentesi da chiudere: è la ragione per cui, ogni luglio, si torna in piazza, e la sua immagine, col passamontagna e l’estintore in mano, continua a essere sentita come cosa propria.
Venticinque anni dopo, mentre nuove mobilitazioni provano di nuovo ad alzare lo sguardo come quelle passate sulla Palestina, la posta che Genova lascia in eredità non è la nostalgia di una stagione, ma un metodo e una direzione: indicare i responsabili, praticare gli obiettivi, e non smettere di guardare in alto, spingendo dal basso, forte, con Carlo nel cuore.