
Prendiamo fiato e guardiamo lontano: alcuni dati politici sull’estate di lotta 2026
notav.info - Thursday, July 30, 2026Il Tav, o meglio, il no al Tav torna al centro
Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav, che negli ultimi anni si era cercato di mettere sotto al tappeto con una buona collaborazione dei media mainstream, è tornata ad occupare il centro delle preoccupazioni di tutti. C’è chi invoca il pugno duro, Salvini in testa — anche se non abbiamo potuto fare a meno di notare che il Ministro delle Infrastrutture non sia stato nemmeno invitato a visitare il cantiere di Chiomonte. Forse, rimasto escluso dalla gita in elicottero, ha dovuto sfogare altrove la propria frustrazione. C’è chi, come Tajani, torna a parlare dei soliti “teppisti No Tav”, e chi, da Renzi a Calenda, coglie l’occasione per ribadire il sostegno all’opera e attaccare la presunta “sinistra connivente”. Proprio quella “sinistra” targata Pd che, lo ricordiamo, da sempre si è tirata su le maniche per promuovere la grande mala opera e che non ha perso occasione per continuare a sponsorizzarla. Anche il verde Bonelli si fa coinvolgere dal teatrino delle dissociazioni dimostrando di non comprendere qual è la vera posta in palio. Dunque, tra l’affanno da un lato nell’attaccare Meloni sul suo stesso terreno della sicurezza (non gestite abbastanza bene l’ordine pubblico) e l’accusa di “strumentalizzare” gli scontri, diciamo che la sinistra storica trova poco tempo ed energie per ragionare seriamente sull’evidente inutilità dell’opera e sul suo ruolo nefasto nel sostegno ad un progetto che ha condannato la Val di Susa ad essere una zona di sacrificio sul territorio italiano. I pochi che pubblicamente provano invece a sostenere le ragioni della protesta, vengono accusati di essere amici dei “terroristi”.
Anche in aula a Torino è andato in scena un bel teatrino: Lo Russo in silenzio, l’opposizione in visibilio (entrambi pronti a convocare un nuovo corteo di madamine per settembre probabilmente dimentichi dell’epic fail di otto anni fa), tutti alla ricerca di una fotografia e di una ripresa da parte della stampa, come se tutto questo fosse un gioco e non ci fosse invece un grande problema che coinvolge decine di migliaia di valsusini, miliardi che sono stati e continueranno ad essere buttati via, un territorio montano deturpato, non per il tanto decantato progresso, ma per fare contenti le solite lobby del tondino e del cemento. Uno spettacolo decadente, ma per davvero, degno di una classe politica incapace e autoreferenziale.
Ma il punto della questione è ben espresso dall’editoriale di Sorgi che ha allietato la scorsa domenica: il Tav è cosa vecchia ma ormai va fatto solo per non dare ragione a chi si oppone all’opera? Quali conclusioni possiamo trarre, se non che il tema è più che mai centrale e che, con ogni probabilità, rischia di mettere in difficoltà molti se la politica continuerà a ignorare i solidi argomenti contro questa infrastruttura portati avanti da decenni dal Movimento No Tav e dai suoi tecnici? A maggior ragione in vista della campagna elettorale, tanto sul piano locale quanto su quello nazionale. Un progetto sul quale sarà impossibile non prendere posizione e che, a rigor di logica, chi ambisce a qualche comoda poltrona, dovrà iniziare a considerare per quello che è: un’opera senza futuro.
La lotta è giovane, checché se ne dica
La partecipazione di massa alle giornate del Festival Alta Felicità è un qualcosa che riempie il cuore. E soprattutto la grande presenza di giovani e giovanissimi, non solo venuti per divertirsi (cosa assolutamente buona e giusta e per niente scontata di questi tempi), ma anche per prendere spazio e essere protagonisti. Dalle giornate che hanno preceduto il Festival con il weekend di lotta, ai montaggi sino alle diverse mansioni che occorre condividere per la buona riuscita di un evento di tale portata, la presenza giovanile ha fatto la differenza. Giovani capaci di non delegare, capaci di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, capaci di crescere e di confrontarsi con una realtà complessa e eterogenea. A fronte della retorica con cui, dal governo ai media, questi giovani vengono descritti a targhe alterne come bamboccioni o criminali, a seconda della convenienza del momento, la Val di Susa continua a essere orgogliosa di accogliere ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi. Un’occasione per imparare gli uni dagli altri, passarsi il testimone di un modo diverso di vivere e attraversare il territorio e dimostrare che un altro futuro non solo è possibile, ma può essere costruito collettivamente.
Lo ha detto Nicoletta durante la conferenza stampa al presidio di Venaus “la lotta rende giovani” ed è qualcosa che ci teniamo stretti.

L’opera è vecchia e dopo l’estate di lotta rallenterà ancor di più
Si parla di 1 milione di euro di danni al cantiere di Chiomonte ma ancora non sono state effettuate le valutazioni definitive, il che ci dice che saranno destinati ad aumentare. Da quando l’opera venne proposta, i tempi e i soldi ad essa destinati non hanno fatto altro che allungarsi. In queste ore Paolo Foietta non riesce a trattenere le (e qui lo citiamo) “minchiate” nel riferirsi alle dichiarazioni di chi ha osato parlare di obsolescenza dell’opera. Il presidente della Commissione Intergovernativa lascia trapelare un po’ di nervosismo nell’intervista rilasciata a Lo Spiffero, in cui si mette in dubbio il cronoprogramma del Tav. Nelle stesse righe viene sottolineato che, se la prima previsione di fine lavori era datata 2015, spostata al 2030 e successivamente rinviata al 2033, il ritardo complessivo ammonta a 18 anni. A contribuire al ritardo, possiamo dirlo, dal 2005 a oggi chi si è opposto all’opera per tutte le sacrosante ragioni che ben conosciamo. Anche la marcia ai cantieri di Chiomonte, San Didero e Salbertrand di sabato scorso ha dato il suo piccolo apporto in questo senso. Eppure Foietta nega l’evidenza sottolineando che i problemi sono di natura economica e tecnica, in quanto la montagna è complicata da perforare. Sembrerebbe, così, dare ragione proprio a chi da sempre ne contesta l’utilità. Del resto, bucare una montagna ricca di amianto e uranio per realizzare una nuova linea ferroviaria quando ne esiste già una storica, così come prevedere compensazioni economiche per un territorio nel tentativo di mettere una toppa a un problema già profondo, è complicato e non fa che alimentare una serie di paradossi.
Nel frattempo, le indiscrezioni parlano di un nuovo commissario. Forse Meloni inizia a pensare che Mauceri non sia stato all’altezza del compito? Mentre il centro dell’opera dovrà fare i conti con le conseguenze materiali in seguito all’iniziativa di centinaia di persone che hanno deciso di compiere gesti concreti per difendere una Valle martoriata, i suoi tentacoli si allargano. Così da Salbertrand a Susa fino ad Avigliana passando per Rivoli e Rivalta nuovi progetti fanno capolino: un chiaro esempio di rubinetti che si aprono per irrigare con una pioggerella di soldi chi ci deve guadagnare ancora un po’. Diventa così ancor più chiaro che le opere complementari sono un vero e proprio accessorio da borsetta per chi ha la possibilità di approfittarne. Non c’è da temere però perché, come si è visto in questo ultimo anno, in tutti questi territori laddove vi è un’ipotesi di nuovo cantiere nasce una nuova resistenza, fioriscono nuovi volti, si accendono nuove possibilità.
La giustizia di magistrati e corrotti
I pm indagano per devastazione e saccheggio e sperano nell’aggravante di terrorismo. Se c’è una cosa che insegna la lunga storia No Tav è che dalle pesanti e roboanti accuse ciò che ne esce è molto spesso (per fortuna!) una prova di ridimensionamento. Alimentare il dibattito giornalistico con titoli sensazionalistici è una strategia comprovata, oliata e a tratti efficace per i detrattori del Movimento No Tav e in generale di chi si oppone all’opera. Molto spesso infatti, seppur con pene molto pesanti frutto della giustizia a due velocità che è prassi nel nostro Paese, i numerosi processi svoltisi in questi decenni hanno dimostrato che non è così scontato poter comprovare certe accuse. Da ultimo il processo che è iniziato con l’accusa di associazione sovversiva, poi immediatamente derubricato in associazione per delinquere, che ha visto il crollo in primo grado dell’accusa di reato associativo. Ovviamente ricordiamo che non contenta la Procura ha intrapreso il processo in appello il quale è ancora in corso e bisognerà vederne l’esito, detto questo le boutade che agitano il fantasma del terrorismo denotano la solita ignoranza e cultura di scarsissimo valore di Procura, Questura e politicanti di una certa risma in questo Paese. Negli anni anche i più ferventi e accaniti haters dei No Tav, dai pm Padalino e Rinaudo a magistrati come Caselli a politicanti di bassa lega come Stefano Esposito, hanno molto spesso assistito a una vera e propria debacle delle loro personalissime battaglie. Quel che resta sempre vero è che, se da un lato c’è chi continua a cavalcare lo spauracchio della trita e ritrita formula del “blocco nero”, dall’altro è sempre più evidente la volontà, spontanea e trasversale, di tante persone di rendersi protagoniste delle mobilitazioni. Un entusiasmo crescente che continua ad attraversare generazioni, percorsi ed esperienze diverse. Anche sabato 26 luglio 2026, così come il 3 luglio 2011, c’erano ragazze e ragazzi, valligiani e non, che hanno scelto di autodifendersi: coprendosi le vie respiratorie per proteggersi dai lacrimogeni e riparandosi la testa dai lanci ad altezza uomo, una pratica che sappiamo essere tutt’altro che eccezionale e che, quando sfugge al controllo, può avere conseguenze anche gravi. I lacrimogeni lanciati dagli agenti a Chiomonte sono stati nell’ordine delle centinaia e, anche questa volta, hanno comportato un forte rischio di provocare incendi. Nonostante ciò, anche in questa occasione, le forze dell’ordine hanno continuato a lanciarne invece di intervenire per spegnere i focolai utilizzando gli idranti.
C’è stato chi, in maniera spontanea e auto-organizzata, ha avuto la lucidità di prendere in mano una manichetta del cantiere e darsi da fare per spegnere i principi di fuochi causati dall’esplosione dei candelotti.
Il mondo è in fiamme
In queste settimane di caldo senza precedenti scorrono sui nostri schermi le immagini dei cavalli in fuga dall’incendio nel Sud della Francia o della città di Bordeaux a rischio evacuazione o le foreste del Canada o le nostre coste meridionali sfiancate dagli incendi. A fronte di una emergenza climatica come quella che stiamo vivendo, a fronte di forze politiche e istituzioni che guardano e passano senza minimamente preoccuparsi di organizzare dei tentativi per affrontarle, chi si pone il problema di difendere un territorio dovrebbe essere l’esempio a cui guardare. La cura dell’ambiente, il rispetto per chi ci vive che sia esso umano o non umano, è un aspetto prezioso di questo nostro presente. Che ancora si parli di Tav come un mito di progresso è chiaro a tutti che sia soltanto per mancanza di fantasia nell’inventare un altro slogan più credibile. Cementificare, consumare suolo, erodere montagne, prosciugare sorgenti, contribuire all’aumento dei gradi con il surriscaldamento generato dai lavori e dai cantieri è criminale. Lo è a fronte di anziani a rischio per la loro vita rinchiusi negli appartamenti delle nostre città, lo è a fronte di bambini che non vedranno più il susseguirsi delle stagioni, lo è davanti a giovani che devono scegliere se restare o emigrare perché i profughi climatici saranno destinati ad aumentare. L’invivibilità del pianeta è profondamente all’ordine del giorno e non è più accettabile che politici e istituzioni pensino di poter vivere come Re Mida sentendosi graziati dal cambiamento climatico in atto perché potranno beneficiare di bunker climatizzati o isole tutte loro. Non è accettabile e, a quanto pare, in tanti e tante non stanno con le mani in mano e non se ne fanno una ragione ma anzi, guardano al futuro con l’urgenza di lottare per un modello di vita diverso, alternativo e degno dei nostri desideri e ambizioni.