Source - notav.info

ora e sempre no tav

08/08 Corteo No Ponte: chiudere la Strettodimessina SPA (VIDEO)
Ieri, 8 agosto, una delegazione di No tav ha partecipato al corteo No Ponte che si è svolto all’interno di tre giorni di mobilitazione e campeggio a Messina dal 7 al 9 agosto. Come Movimento, da sempre, siamo vicini alla lotta conttro il ponte sullo stretto di Messina, per le stesse identiche ragioni per cui lottiamo contro la Torino-Lione. Le grandi opere sono un paradigma di devastazione ambientale e sociale, spreco di risorse pubbliche, mafie e affarismi, estrattivismo cieco e vorace. La solidarietà tra popoli in lotta e tra territori che si ribellano a questo denstino, sono le relazioni che vogliamo costruire e che ci permettono di resistere, anche per più di trent’anni a governi, leggi speciali, aggressioni e che attraverso le quali possiamo organizzare le giuste risposte. Riprendiamo il comunicato del Movimento No Ponte e pubblichiamo l’intervento di saluto dei No Tav. Contro la devastazione dei nostri territori, si parte e si torna insieme! > 𝗡𝗢𝗡 𝗖’𝗘’ 𝗣𝗢𝗦𝗧𝗢 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗘𝗩𝗔𝗦𝗧𝗔𝗧𝗢𝗥𝗜 𝗜𝗡 𝗥𝗜𝗩𝗔 > 𝗔𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗧𝗥𝗘𝗧𝗧𝗢 > > Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in > migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. > Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone > che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi > supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore > forza. > > In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. > Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la > generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. > Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo > dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste > dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è > formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo > Sì ponte. > > In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni > volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della > nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio > territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le > loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione > noi. Su tutto. > > Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. > Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. > Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia > quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno > se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano > finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché > di più ci guadagneranno. > > Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria > Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti > i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza > arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che > si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte > dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo. > > In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a > generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le > persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone > interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia > rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la > minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo > invivibile la nostra quotidianità. > > Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un > metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, > dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle > emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono > interessati. > > E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che > abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della > nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i > nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo > il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo. > > Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in > piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di > lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute > da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, > la chiusura della Stretto di Messina Spa.
FERRAGOSTO ANTISPECISTA
Le ultime settimane gli spazi della valle, tra cui i mulini, sono stati protagonisti di diverse vicende. Come giovani NoTav vogliamo continuare a rendere vivo questo presidio creando un nuovo momento di socialità festeggiando insieme ferragosto. Appuntamento il 15 alle 10:30 al Campo Sportivo di Giaglione. Porta ciò che vorresti trovare e tanta presa bene!
25 LUGLIO – Contributi alla discussione, testimonianze, punti di vista (sempre in aggiornamento)
A seguito delle straordinarie iniziative del 25 luglio che avevano lo scopo di essere ovunque in Valsusa, mostrando come il Tav stesse portando devastazione e spreco di risorse, molto dibattito si è creato attorno all’innegabile raggiungimento di un dato di enorme partecipazione, di varietà e convivenza di pratiche differenti e la realizzazione, per molti e molte, di un intimo sogno: vedere il cantiere della Maddalena, a 15 anni dalla sua istituzione violenta da parte dello Stato e delle lobbies del tondino e del cemento, essere distrutto. Come redazione, non ci interessa dare voce al dibattito trito e ritrito su violenza e non-violenza, qua superato da anni e anni di abusi su persone e territorio, nè dare quello che è il nostro stretto punto di vista, ma raccogliere testimonianze, impressioni e punti di vista che a nostro avviso possano dare un reale contributo all’avanzamento. Il movimento No Tav esiste da più di trent’anni, tanto si è detto, tanto si è fatto, ma abbiamo ancora tanti passi da compiere insieme, ognuno con le proprie forze e modalità, ma con un unico e semplice obiettivo: la Torino-Lione non si deve fare. Fino alla vittoria! – VAL SUSA, 25 LUGLIO 2026. UNA VALUTAZIONE CRITICA – DA OSSERVATORIO REPRESSIONE Dopo gli scontri ai cantieri della Torino-Lione, il Movimento No Tav torna al centro del dibattito politico. Tra repressione, retorica sicuritaria e criminalizzazione del dissenso, la mobilitazione in Val di Susa riapre la questione dell’opera e mette in difficoltà un governo che risponde con nuove invocazioni punitive. A giudicare dalle reazioni si direbbe che il Movimento No Tav, dopo anni di incursioni quasi innocue e tante botte subite, abbia conseguito una vittoria sul campo che oscura la giornata del 3 luglio 2011. Già allora, il successo, come comunicò Anonymus, sfuggì per molto poco: le difese erano sul punto di crollare ma prevalsero stanchezza e povertà di mezzi. Cose che succedono quando il rapporto con i cittadini si basa sul postulato “Discutiamo pure ma poi decidiamo noi”. Oggi le reazioni della politica e del mainstream sono rabbiose, ben oltre i soliti strali: “la minoranza violenta e la maggioranza pacifica”, le punizioni invocate, sempre esemplari, l’upgrading delle contumelie (da “violenti” a “terroristi”…come i nazifascisti chiamavano i nostri padri e nonni della Resistenza. Mai niente di nuovo), le armi da aggiornare per la polizia (fino ai letali proiettili di gomma), la “guerra allo Stato” e via di retorica. La maggior ipocrisia: la devastazione (quella ben maggiore della Valle non conta). E la vendetta: blocco delle strade e identificazione di un migliaio di persone tra cui, come sempre, anche cittadini estranei alla manifestazione. Staremo a vedere quanti saranno incriminati. E mi chiedo come faranno a identificare le centinaia di travisati che neanche la IA. [Continua la lettura su Osservatorio Repressione] – I CATTOLICI PER LA VITA DELLA VALLE: “NON TRASFORMIAMO IL DISSENSO IN UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO” Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV. Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia? È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa. Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica. La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza. Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori. La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti. Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo. La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini. Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso. Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro. Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale. Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate. Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola. E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni. Gruppo Cattolici per la Vita della Valle – SIAMO TUTT* BLACK BLOC* – DA OSSERVATORIO REPRESSIONE Un weekend di lotte, dibattiti e musica nella Val di Susa, laboratorio di resistenza Come ogni anno da dieci anni, l’Alta Felicita Festival si è svolto a Venaus, nella Val di Susa. Questo borgo è uno dei tanti luoghi simbolici della lotta del movimento NO TAV contro le costruzione ecocidi con interessi politici e mafiosi della linea ferroviaria ad alta velocità Torino- Lione. Questa lotta, che dura da oltre vent’anni, è un esempio di resistenza e convergenza eccezionale. [Continua la lettura su Osservatorio Repressione] – ALCUNE RIFLESSIONI E TESTIMONIANZE SUL BOICOTTAGGIO DI SAN DIDERO DEL 25 LUGLIO – DA COLLETTIVORANDAGIOPC Sabato 25 luglio due nostre compagne hanno partecipato al boicottaggio del cantiere San Didero a Bruzolo. Si trovavano lì in veste di street medic, un ruolo fondamentale per creare un punto di supporto e di primo soccorso là dove sembra impossibile. Queste compagne, essendo dunque presenti, hanno deciso attraverso la propria testimonianza di denunciare un fatto per noi gravissimo: quando il corteo stava svoltando su una strada sterrata respinto da una fitta pioggia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, una persona sul proprio veicolo è spuntata dal cancello di un’azienda e ha tentato ripetutamente di investire xlx compagnx. Questx per salvarsi hanno respinto il veicolo. In un servizio andato in onda su una piattaforma di presa diretta l’uomo descrive l’episodio come un assalto ingiustificato nei suoi confronti, quando questo non è stato altro che un atto di autodifesa. Non è stato un incidente, l’uomo ha ripetutamente accelerato e indietreggiato, rischiando di investire anche una delle nostre compagne, la quale si è salvata solo grazie a un compagno. Quello di sabato è stato uno dei boicottaggi più riusciti e più estesi degli ultimi anni. Oggi lo stato di polizia cerca di colpire sia chi ha offerto un servizio di cura, sia chi da anni manifesta il proprio dissenso e si è stancatx di vedere il proprio territorio distrutto dal capitalismo. Il movimento no tav da questo nasce: compagnx di qualsiasi visione politica e età che si uniscono per colpire un eco-mostro inutile e sostenitore di economie mafiose. Il 25 luglio c’eravamo tuttx, ora e sempre no tav, non un passo indietro! – LE RAGIONI DEI NO TAV, OLTRE LA CRIMINALIZZAZIONE – DA JACOBIN ITALIA Di fronte alla crociata contro chi si oppone alla devastazione in Val di Susa, il progetto dell’Alta velocità appare sempre più insostenibile. Per motivi tecnici e anche per sostenibilità economica. Dieci anni di Alta Felicità. Da un decennio l’estate della Val di Susa viene «animata da lotta, socialità e cultura non addomesticate, vissute in modo diverso e sostenibile», come hanno detto gli organizzatori inaugurando questa edizione. [Continua la lettura su Jacobin Italia] – QUELLI CHE SEMINANO VENTO… – DA VOLERE LA LUNA Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio) [Continua la lettura su Volere la Luna] – CONFERENZA STAMPA DEL MOVIMENTO NO TAV “C’ERAVAMO, CI SIAMO E CI SAREMO.” BLOCCHI E IDENTIFICAZIONI MA IL MOVIMENTO RILANCIA E RIBADISCE «LA LOTTA RENDE GIOVANI» – DA LA BOTTEGA DEL BARBIERI Si è conclusa poco fa la conferenza stampa convocata dal Movimento No Tav in seguito ai posti di blocco istituiti questa mattina a conclusione del Festival Alta Felicità: un’intera porzione di Valsusa è stata perimetrata. A controllare ogni via d’accesso a Venaus, forze dell’ordine e Digos di Torino che non permettevano alle persone di defluire verso Susa. Tutto ciò in continuità con gli scorsi giorni che hanno visto massicci blocchi e identificazioni sovradimensionati, oltre all’episodio a conclusione della marcia a San Didero, momento in cui centinaia di manifestanti sono stati circondati, fermati e identificati alla stazione di Bruzolo. [Continua la lettura su La Bottega del Barbieri] – CONSIDERAZIONI – DA ALEDIBATTISTA Chi condanna le violenze in Val di Susa (sono spesso gli stessi ai quali 30.000 bambini palestinesi fatti a pezzi dai terroristi sionisti evidentemente non fanno né caldo né freddo, ma questo è un altro discorso) dovrebbe sapere che la violenza infinitamente più grande, la madre di tutte le violenze è sventrare una valle intera per imporre ai suoi abitanti un’opera inutile, costosissima, stupida e profondamente vecchia. Un’opera pensata quando non esistevano i voli low cost, un’opera che quando (nel 2040, forse) sarà finita, farà risparmiare pochi minuti ai treni rispetto a quel che impiegano oggi usando la ferrovia già esistente. Se oggi si tornasse davvero a parlare del TAV – un’opera offensiva in primis per i valsusini ma per tutti gli italiani che getteranno nel cesso dell’inutilità non si sa quanti miliardi di euro – ebbene si scoprirebbe che sul lato italiano non è stato scavato ancora un centimetro di tunnel. Nemmeno un centimetro! Lo sapevate? Neppure è arrivata la macchina scavatrice. La stanno smontando in Germania per poi mandarla a pezzi in Italia dove verrà rimontata ed entrerà in funzione presumibilmente nel 2027. Eppure chi pensò quest’opera sul finire degli anni ‘80 (era un’altra era ripeto, c’era chi prendeva il treno per Parigi oggi quanti lo fanno?), ovvero gli Agnelli e l’allora presidente di Confindustria Sergio Pininfarina, sosteneva che il TAV dovesse esser realizzato immediatamente. “L’attuale Torino-Lione è quasi satura. Treni ad alta velocità subito o sarà tardi” dichiarò Pininfarina il 15 ottobre del 1991. Sono passati 35 anni da allora e ne passeranno altri 15 prima che l’opera (se lo sarà) sarà realizzata. Essere NO-TAV non è di sinistra. Io non sono di sinistra. E’ semplicemente giusto. Chi difende il TAV difende sprechi di soldi, una valle sventrata e sopratutto, ripeto, una roba vecchia! P.S. Per la cronaca il partito che più ha voluto e difeso questa follia è il PD. Il PD è il massimo responsabile di questa porcheria e dunque di tutte le violenze fatte per imporla ai cittadini italiani. – FESTIVAL DELL’ALTA FELICITÀ, 10MA EDIZIONE: NON FERMERETE IL VENTO – DA SERENO REGIS Fatevene una ragione: non fermerete il vento! > «Non siamo terrorist3 > Non siamo come i media cercano di dipingerci. > Siamo student3, lavorator3, disoccupat3: siamo persone comuni che si stanno > ribellando a questo marcio sistema. > Siamo una comunità che da 30 anni a questa parte mette da parte i propri > impegni e la propria vita privata per difendere la propria terra e il futuro > di tutt3, spesso anche rischiando di compromettere il proprio. > Nessuno ci paga per partecipare alla lotta e soprattutto nessuno di noi si > diverte a farsi picchiare e a rischiare l’arresto ogni volta che partecipa a > una manifestazione o parla a un megafono…». > > [Continua la lettura su Sereno Regis] – DALLA VAL DI SUSA A GAZA, LA REPRESSIONE COME MOTORE DEL CAPITALISMO GLOBALE – DA OSSIGENO RIVISTA «Questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata». Sono le parole pronunciate da Giorgia da Meloni durante la sua visita al cantiere della Tav in Val di Susa dopo gli scontri a Chiomonte dei giorni scorsi. Dichiarazioni il cui obiettivo è criminalizzare il dissenso, occultando strumentalmente le legittime ragioni della conflittualità sociale che attraversa la valle e l’esistenza di un movimento variegato e trasversale che da decenni si oppone a un’opera anacronistica, imposta dall’alto, con enormi impatti ambientali e sociali e i cui costi —  a carico dei contribuenti — sono notevolmente lievitati negli anni. Una parabola preoccupante nella quale si ravvisa la tendenza globale delle élite – un’attitudine peraltro introiettata anche dalla sinistra liberal, come ho raccontato in un mio post — a screditare qualsiasi giusta aspirazione a una maggiore giustizia sociale, concentrando l’attenzione sulle manifestazioni della rabbia sociale, anziché sulle sue cause scatenanti connaturate al funzionamento del sistema di oppressione capitalista. [Continua la lettura su Ossigeno Rivista] – CONSIDERAZIONI – DA PIERLUIGI SULLO Io sto con i valsusini, e da un bel pezzo. Circa vent’anni fa ero a Venaus, il giorno dopo la grande ondata umana che cacciò via le truppe dello Stato, era successo che una grande manifestazione, più o meno come l’altro giorno, si era trovata su una strada che passava sopra le schiere di poiiziotti e carabinieri, le valli sono fatte così, sali e scendi, e di colpo la massa si precipitò giù per la scarpata e mise in fuga gli armati. Il cantiere che volevano fare a Venaus fu ritardato sine die. E mentre ero lì, a chiacchierare con vari No Tav, vidi una signora anziana, molto anziana, magra e curva e minuscola, come dice Arundhati Roy di se stessa, passare davanti a un carabinere, che stava lì per figura, e sputargli sulle scarpe. Un gesto poco elegante, ma diceva di come i valsusini percepivano la faccenda, come una occupazione militare, una mattina mi son svegliato. L’opposizione della valle al mega-tunnel è cominciata trentacinque anni fa. Significa che “le diverse generazioni” che il comunicato dei No Tav dopo i fatti dell’altro giorno cita sono una verità: diverse generazioni hanno studiato, discusso, lottato, votato perché il tunnel non si faccia. Hanno creato in tanti anni un fenomeno, ossia il luogo fisico e la cultura che ha aperto una faglia, un abisso, tra l’idea di benessere e progresso del Novecento e quel che viene dopo, che ancora non sappiamo bene cosa sia ma che sta crescendo ovunque. Perciò mi sono innamorato dei valsusini, oltre al garbo e la schiettezza e la politica fatta al livello del suolo, un po’ come gli zapatisti, perché lì io, come tanti altri, abbiamo intravisto il futuro. Tra l’altro, ho anche messo insieme un libro intitolato “No Tav d’Italia”, in cui gli stessi che le organizzavano, hanno raccontato, forse una dozzina di anni fa, le lotte contro il presunto progresso vandalico, dalle grandi navi a Venezia al ponte sullo Stretto. E’ questo un mito nato nel 1945, quando si trattava id ricostruire un paese distrutto, ma nuove ferrovie e autostrade, nuovi quartieri in periferia, cemento dappertutto e così via, sono diventati una ideologia, quella del Prodotto interno lordo, la sola religione di stato che non ammette eresie e scismi. Perciò i valsusini sono così fastidiosi, e sono così repressi. Questa estate abbiamo avuto, fin qui, il peggior caldo della storia, i peggiori incendi di foreste (350 mila in fuga tra Francia e Spagna), la siccità più preoccupante, e però tutti noi viviamo in una “fiction”, in cui tutti, dai politici ai media ai cosiddetti intellettuali dicono che si tratta di “anomalie climatiche” (è il titolo che usa SkyTg) e che presto si toornerà alla normalità. Ma la normalità è morta, viviamo in un altra era, a cui nessuno vuole adattarsi, perciò i vigili del fuoco, eroi del secolo, vengono lasciati soli di fronte alle fiamme, perciò gli acquedotti sono colabrodi e nessuno studia unm regime delle acque, e dell’agricoltura, molto diverso d quello passato (e le fonti sono regalate per due soldi alla Coca Cola e alle sue sorelle), e così via all’infinito. E i politici, poi: mentono, sono ignoranti, cercano solo di sfruttare quel che acade a loro vantaggio nella propaganda, e fanno i galletti: lo stato c’è, come dice Meloni andando a Venaus, e cioè: o’ stato so’ io (già sentita, ma in francese). E la violenza? I quasi terroristi incappucciati? Quelli che secondo il tartufo Fratoianni danneggiano la lotta No Tav (non ha letto i comunicati che non fanno distinzioni)? Qualche giorno fa era l’anniversario, il venticinquesimo, di Genova 2001. E’ lì che, come in molti denunciammo, la violenza ha fatto il suo balzo in avanti, e i giovani e giovanissimi del movimento di quegli anni furono picchiati, imprigionati, torturati, massacrati in una scuola di notte e molestati in una caserma di periferia. E un ragazzo fu ucciso. Le “forze dell’ordine” erano fuori controllo, le gabbie spalancate, l’impunità qualunque porcheria facessero. E la polizia e i carabinieri non hanno mai recuperato: scarso addestramento e violenza libera, come dimostra, dopo molltissimi altri, il caso di Fakir a Bologna. Ma questa volta i tutori dell’ordine altrui sono stati fregati, è bastato un minimo di organizzazione per violare il recinto del cantiere e dar fuoco a tutto, e non affrontare le truppe di occupazione a mani nude, come facemmo noi a Genova, ma scompaginando le schiere con petardi e sassi. Non farò alcun appello “alla sinistra”, in questi trent’anni destra e sinistra, comune e regione, i partiti e il sindacato (tranne la Fiom e Rifondazione) hanno attaccato in ogni modo i No Tav, senza che nessuno si chiedesse seriamente a cosa serva un tunnel come quello, in nome di quale progresso (a cose fatte, il supertreno per Lione risparmierebbe la bellezza di un quarto d’ora), perché questa roba si fa per farla, perché sono affari su cui guadagnano costruttori e politici, tutti tranne chi ci vive, in Val Susa, e la ama. Siamo in un’epoca di emergenze mortali, a causa della crisi climatica, ma tutto deve restare com’è, e quindi chi si oppone viene aggredito. E’ la premessa per una dittatura. – CHI DIFENDE E CHI DEVASTA, UNA RIFLESSIONE SULLA LOTTA NO TAV E SULLA MARCIA DEL 25 LUGLIO – DA SI STUDENTI INDIPENDENTI Di seguito alcune riflessioni sugli ultimi avvenimenti di lotta e la reazione da essi suscitata. Di fronte alla devastazione ambientale, alla militarizzazione dei territori e all’imposizione di un’opera inutile come il TAV, il nostro obbiettivo è chiaro: continuare a lottare a fianco della Valsusa, formarci sui suoi sentieri, lavorare dentro e fuori dagli organi di rappresentanza per ribadire la nostra opposizione ad un progetto che rappresenta il contrario di ciò che vorremmo: democrazia dal basso, sviluppo ecologico e una vita libera dalla guerra e dalla militarizzazione. – TRA RESISTENZA E REPRESSIONE: LA CRONACA DEL CORTEO NO TAV RACCONTATA DA DENTRO DI NICOLETTA DOSIO – DA L’INDIPENDENTE ONLINE BUSSOLENO, VAL DI SUSA – Sono tornata alla mia casa, ai grandi alberi che mi accolgono al cancello, agli sguardi amorevoli delle creature che fanno parte della mia vita. Sono tornata dopo giorni in cui è stato bello ritrovare e ritrovarsi. L‘Alta Felicità non è solo lo slogan di un Festival: è la porta che ti riconduce in mezzo alle cose, nel cuore di una collettività attiva e fraterna. Giorni di assemblee, libri, dibattiti, concerti, ma soprattutto incontri: vecchie compagne e compagni che fedelmente ritornano, ma soprattutto giovani, adolescenti che, per la prima volta, sono venuti a vedere, a sentire, a documentarsi. Alta felicità di quanti, contro le sabbie mobili dell’interiorizzazione della sconfitta, riscoprono sogni e possibilità nel senso collettivo della lotta. E puntualmente, contro tutto ciò, Questura e Prefettura assediano il territorio con blocchi stradali non solo sulle statali, ma sulle strade comunali, divieti d’accesso, proibizione di vendere bevande e cibi in vetro e in scatola estesi ai Comuni di mezza Valle. (continua al link) – LA REPRESSIONE RACCONTATA A MIO FIGLIO DI EMANUELE BRAGA – DA EFFIMERA.ORG In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero. In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano. In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio. – IL MOVIMENTO NO TAV E IL CRIMINE DI AVERE RAGIONE – DA KRITICA.IT DA 35 ANNI, IL MOVIMENTO NO TAV COMBATTE LE STORTURE MATERIALI E AMBIENTALI DEL CAPITALISMO ALL’OPERA. HANNO SEMPRE AVUTO RAGIONE E LE LORO RAGIONI SONO ORMAI EVIDENTI. PER QUESTO LA RISPOSTA CHE SUBISCONO È CRESCENTEMENTE AUTORITARIA. Al centro della cronaca degli ultimi giorni c’è di nuovo la Tav Torino-Lione, o meglio, le proteste del movimento di opposizione all’opera dello scorso sabato 25 luglio, il cosiddetto Movimento No Tav. Se ne sta parlando molto e in una modalità che tende a lasciare fuori dalla discussione pubblica le ragioni che da oltre trent’anni portano migliaia di persone a scendere in piazza a difesa della Val di Susa, e a contestare un’infrastruttura di cui non è ancora del tutto chiaro il rapporto costi-benefici.
Solidarietà a Nicoletta Dosio
La violenta campagna d’odio che ha colpito Nicoletta Dosio dopo la conferenza stampa sui fatti del 25 luglio non è un episodio isolato, ma il prodotto di un clima costruito negli anni, in cui il dissenso viene sempre più delegittimato e chi lo pratica viene trasformato in un bersaglio. Quanto accaduto sabato scorso è il risultato di una tensione che attraversa la Val Susa da decenni. Da oltre 35 anni il movimento No Tav difende il territorio della Val Susa, denunciando gli enormi costi economici, sociali e ambientali di un’opera inutile e imposta. In tutti questi anni migliaia di persone come Nicoletta hanno deciso di metterci la faccia continuando a mobilitarsi, a proporre analisi, alternative e momenti di confronto. Troppo spesso, però, quelle ragioni sono state ignorate, mentre l’attenzione è stata concentrata quasi esclusivamente sugli episodi di conflitto. La Val Susa è diventata il simbolo di una deriva preoccupante: il dissenso sociale viene sempre più affrontato come una questione di ordine pubblico anziché come una voce legittima. In questo clima, persino prendere la parola durante una conferenza stampa per ricostruire e spiegare i fatti diventa motivo di attacchi personali e campagne d’odio. I social network amplificano queste dinamiche finendo troppo spesso per trasformarsi in una piazza in cui prevalgono la semplificazione, l’insulto e la ricerca del bersaglio del giorno. Le dinamiche degli algoritmi vanno a premiare la polarizzazione e i contenuti che suscitano rabbia e la ricerca del nemico, mentre il confronto sui fatti lascia il posto alla gogna mediatica. In questo contesto, figure come Nicoletta, diventano il volto su cui riversare frustrazione e odio, quasi sempre senza alcuna volontà di comprendere ciò che realmente è accaduto e il contesto in cui è inserito. Anche una parte dell’informazione mainstream contribuisce a questo meccanismo quando sceglie di raccontare il conflitto solo attraverso immagini spettacolari o cronache emergenziali, senza restituire il contesto, la storia e le ragioni di una mobilitazione che dura da oltre trentacinque anni. Quando il dissenso viene ridotto a un problema di sicurezza e chi protesta viene descritto esclusivamente come un soggetto violento e da reprimere, si alimenta una narrazione che rende più facile giustificare l’odio e la criminalizzazione. Per tutte queste ragioni la solidarietà a Nicoletta non è soltanto vicinanza a una compagna colpita da una campagna diffamatoria, ma la difesa del diritto di esprimere dissenso, di organizzarsi, di lottare e di prendere parola senza essere esposti alla gogna mediatica e all’odio costruito ad arte. I leoni da tastiera continueranno a nascondersi dietro uno schermo. Noi continueremo a stare nelle piazze, nei territori e nelle lotte, al fianco di Nicoletta e di tutte e tutti coloro che ogni giorno difendono la Val Susa e il diritto di opporsi a un modello di sviluppo imposto dall’alto.
APERICENA CONDIVISO a San Didero
Dopo 3 weekend pieni di iniziative tra campeggi e Festival Alta Felicità. torniamo a incontrarci per una serata conviviale al Presidio Leonard Peltier di fronte all’autoporto di San Didero. Il ritrovo è a partire dalle 19,30. Chi può porti qualcosa da mangiare e bere da condividere e piatti e posate. Vi aspettiamo numerose/i!
PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ AL CARCERE DELLE VALLETTE: MERCOLEDÌ 5 AGOSTO ORE 18.30
Mercoledì 29 luglio, i due giovanissimi attivisti tedeschi arrestati per la straordinaria manifestazione del 25 luglio al cantiere di Chiomonte, hanno ricevuto la convalida della misura cautelare in carcere. I capi d’imputazione sono devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. I due giovani (un ragazzo e una ragazza) sono stati fermati a seguito di controlli e perquisizioni della loro auto, sulla base della cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine. Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e devastante della Torino-Lione, di cui in conferenza stampa ci siamo proclamati tutti e tutte responsabili. I primi capri espiatori individuati per rifarsi della inadeguatezza dei loro enormi e costosissimi apparati di sicurezza che quel giorno hanno miseramente fallito. Siamo tutt* black bloc è stata la risposta del movimento già 15 anni fa dopo l’assedio al cantiere di Chiomonte a seguito dello sgombero della Libera Repubblice della Maddalena, dimostrando la capacità di non cadere nel tranello delle fratture interne e della divisione in “buoni e cattivi”. Oggi ci troviamo nuovamente a doverlo ribadire con fermezza, perchè il 25 luglio, c’eravamo tutti/e. I due giovani amici tedeschi non devono essere lasciati soli. La solidarietà, dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza collettiva, perchè non possiamo che essere grati a tutti e tutte coloro si mettono al nostro fianco per combattere questa lunga battaglia che dura ormai da trent’anni. Chiamiamo quindi un presidio di solidarietà al carcere di Torino per far sentire a questi due giovanissimi e generosi ragazzi la nostra vicinanza e gratitudine. Diamoci appuntamento mercoledì 5 agosto alle ore 18.30 all’ingresso del carcere delle Vallette – Via Maria Adelaide Aglietta 35, Torino – per farci sentire da loro, ma anche da tutti e tutte le detenute che lì dentro sono rinchiuse. Libertà per i/le No Tav! Tutti e tutte libere A sarà düra!
UN PIZZICO IN PIÙ – Un racconto dal BIVACCO di Venaus
DAL CANALE TELEGRAM DEL PRESIDIO DI SAN GIULIANO APPUNTAMENTO ORE 10 DOMANI MATTINA AL PRESIDIO DI VENAUS Le hanno provate tutte per impedire questo campeggio. Ordinanze all’ultimo secondo, controlli, identificazioni, tanta polizia… di tutti i tipi. Ci sono quelli vestiti di blu, di nero, quelli vestiti male con degli abbinamenti indecenti, insomma, non un bello spettacolo davanti al presidio di Venaus. Se non vivessimo in un mondo distopico, sarebbe tutto surreale. Poichè distopico è che venga invocata dalla polizia la “troppa evocatività” di un posto per impedirne la sua funzione reale, ovvero quella di viverlo e di prendersene cura. Distopico è che la questione politica venga ridotta a un incastro di pali e teli: “se metti le tende ti caccio via”. Distopico è stare in una valle devastata dalla corruzione e dai ricchi e vedere i giornalisti della Rai accorrere al presidio per chiedere che ne pensiamo dei black bloc e delle “violenze” del 25 Luglio. Quanto meno, consigliamo ai suddetti poliziotti armati di discutibili polo e pantaloni skinny, di provare l’abbinamento nero… il nero non sbaglia mai. Ma, prima di andare ai fatti, prendiamoci un momento per raccontare quanto accaduto nelle ultime ore. Come programmato, la quattro giorni è iniziata con un’assemblea di autogestione dello spazio, una proiezione del documentario su Palestine Action e tanti tanti cartelloni. C’è chi si segna in cucina, chi nei turni della pulizia bagni, chi si appresta ad affronatre il turno notturno di vedetta… non sia mai che le sei camionette della celere, pagate con i soldi dei contribuenti, smettano improvvisamente di mangiare noccioline, ridere e scherzare fra loro, e passino all’attacco. La notte la si passa in bivacco. Non vogliono che mettiamo le tende, dunque mettiamo un telo, qualche coperta e guardiamo le stelle all’ombra di un enorme bandiera della Palestina. La mattina dopo si inizia presto con delle discussioni: una sulla medicina alternativa e un’altra sulla campagna Faz’a in Cisgiordania. Poi, da Chicago, ci raccontano le lotte di quest’anno contro l’ICE e l’amministrazione Trump. Piove tanto ma l’autogestione funziona e con un po’ di determinazione riusciamo a cavarcela. Il pomeriggio, la prima assemblea plenaria sulla guerra. Tante le restituzioni, le domande e gli spunti di riflessione…cercando di affrontare il senso di impotenza che è la cifra dei tempi che viviamo. La giornata si chiude con l’assemblea del Bivacco e la proiezione di un documentario sul 41 bis e lo sciopero della fame di Alfredo Cospito. Mentre noi scriviamo, il programma continua. Tenere il punto vuol dire portare a termine quello che avevamo pensato, quello che volevano fosse impedito. Un pizzico di più, questa è la percezione dal presidio di Venaus. Non è tutto come ce lo eravamo immaginato, ma forse un pizzico più divertente. Quello che sta accadendo in valle questi giorni è un attacco a chiunque pensi che una società diversa è possibile e necessaria. Se ti ribelli, se prendi parte, se ti metti in mezzo… avrai i riflettori puntati e dovrai giostrarti nell’occhio del ciclone. Vogliamo prenderci questo sabato per chiudere il programma del campeggio e facciamo appello a raggiungerci stasera al presidio di Venaus. Vogliamo rompere l’assedio, vogliamo cogliere quest’occasione di attacco mediatico, politico e militare come uno dei tanti momenti per ribaltare la paura, per farla cambiare di campo. Dicono che Venaus è per loro “troppo evocativo” e dunque non possiamo starci. Beh, se lo è per loro, lo è senz’altro se non di più per noi. Ci evoca ricordi di resistenze passate e sogni sempre attuali di libertà. Quindi, rilanciamo. Noi domani saremo in giro e chiamiamo un appuntamento la mattina alle 10 per uscire insieme dal presidio di Venaus. Invitiamo chi può a raggiungerci, invitiamo chi non può venire a mostrare la sua solidarietà NOTAV, a stendere un telo o mettere una bandiera NOTAV fuori dalla propria casa o luogo di lavoro. Stanno attaccando la valle, lo fanno con i mezzi della polizia e con i mezzi della politica, con l’informazione e con la repressione. In un mondo distopico, ci siamo presx tre giorni per ragionare sull’utopia, per consocere nuove compagne e compagni e guardare avanti, con la testa in aria ma i piedi a terra. Ci vediamo stasera per cenare insieme al presidio di Venaus e per qualche concertino. Poi, a nanna presto perchè domani mattina dobbiamo far girare loro la testa. PORTARE BANDIERE, STRISCIONI, TROMBE, CASSE E BUON UMORE.
Solidarietà al Movimento No Tav della Valsusa – Comitato No Tav Trento
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato di solidarietà del Comitato No Tav Trento, a cui mandiamo i nostri più sentiti ringraziamenti e a cui restituiamo la nostra complicità. Stiamo in questi giorni raccogliendo comunicati, riflessioni e testimonianze della giornata del 25 luglio, accettiamo volentieri segnalazioni sui nostri social e via mail! “Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto”. In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta DOSIO durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa. Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav… Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia! I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.   Trento, 31 luglio 2026
Prendiamo fiato e guardiamo lontano: alcuni dati politici sull’estate di lotta 2026
Il Tav, o meglio, il no al Tav torna al centro Da destra a sinistra, passando per il centro, il dibattito della politica istituzionale ha subìto una virata repentina e la questione Tav, che negli ultimi anni si era cercato di mettere sotto al tappeto con una buona collaborazione dei media mainstream, è tornata ad occupare il centro delle preoccupazioni di tutti. C’è chi invoca il pugno duro, Salvini in testa — anche se non abbiamo potuto fare a meno di notare che il Ministro delle Infrastrutture non sia stato nemmeno invitato a visitare il cantiere di Chiomonte. Forse, rimasto escluso dalla gita in elicottero, ha dovuto sfogare altrove la propria frustrazione. C’è chi, come Tajani, torna a parlare dei soliti “teppisti No Tav”, e chi, da Renzi a Calenda, coglie l’occasione per ribadire il sostegno all’opera e attaccare la presunta “sinistra connivente”. Proprio quella “sinistra” targata Pd che, lo ricordiamo, da sempre si è tirata su le maniche per promuovere la grande mala opera e che non ha perso occasione per continuare a sponsorizzarla. Anche il verde Bonelli si fa coinvolgere dal teatrino delle dissociazioni dimostrando di non comprendere qual è la vera posta in palio. Dunque, tra l’affanno da un lato nell’attaccare Meloni sul suo stesso terreno della sicurezza (non gestite abbastanza bene l’ordine pubblico) e l’accusa di “strumentalizzare” gli scontri, diciamo che la sinistra storica trova poco tempo ed energie per ragionare seriamente sull’evidente inutilità dell’opera e sul suo ruolo nefasto nel sostegno ad un progetto che ha condannato la Val di Susa ad essere una zona di sacrificio sul territorio italiano. I pochi che pubblicamente provano invece a sostenere le ragioni della protesta, vengono accusati di essere amici dei “terroristi”.  Anche in aula a Torino è andato in scena un bel teatrino: Lo Russo in silenzio, l’opposizione in visibilio (entrambi pronti a convocare un nuovo corteo di madamine per settembre probabilmente dimentichi dell’epic fail di otto anni fa), tutti alla ricerca di una fotografia e di una ripresa da parte della stampa, come se tutto questo fosse un gioco e non ci fosse invece un grande problema che coinvolge decine di migliaia di valsusini, miliardi che sono stati e continueranno ad essere buttati via, un territorio montano deturpato, non per il tanto decantato progresso, ma per fare contenti le solite lobby del tondino e del cemento. Uno spettacolo decadente, ma per davvero, degno di una classe politica incapace e autoreferenziale.  Ma il punto della questione è ben espresso dall’editoriale di Sorgi che ha allietato la scorsa domenica: il Tav è cosa vecchia ma ormai va fatto solo per non dare ragione a chi si oppone all’opera? Quali conclusioni possiamo trarre, se non che il tema è più che mai centrale e che, con ogni probabilità, rischia di mettere in difficoltà molti se la politica continuerà a ignorare i solidi argomenti contro questa infrastruttura portati avanti da decenni dal Movimento No Tav e dai suoi tecnici? A maggior ragione in vista della campagna elettorale, tanto sul piano locale quanto su quello nazionale. Un progetto sul quale sarà impossibile non prendere posizione e che, a rigor di logica, chi ambisce a qualche comoda poltrona, dovrà iniziare a considerare per quello che è: un’opera senza futuro. La lotta è giovane, checché se ne dica La partecipazione di massa alle giornate del Festival Alta Felicità è un qualcosa che riempie il cuore. E soprattutto la grande presenza di giovani e giovanissimi, non solo venuti per divertirsi (cosa assolutamente buona e giusta e per niente scontata di questi tempi), ma anche per prendere spazio e essere protagonisti. Dalle giornate che hanno preceduto il Festival con il weekend di lotta, ai montaggi sino alle diverse mansioni che occorre condividere per la buona riuscita di un evento di tale portata, la presenza giovanile ha fatto la differenza. Giovani capaci di non delegare, capaci di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, capaci di crescere e di confrontarsi con una realtà complessa e eterogenea. A fronte della retorica con cui, dal governo ai media, questi giovani vengono descritti a targhe alterne come bamboccioni o criminali, a seconda della convenienza del momento, la Val di Susa continua a essere orgogliosa di accogliere ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi. Un’occasione per imparare gli uni dagli altri, passarsi il testimone di un modo diverso di vivere e attraversare il territorio e dimostrare che un altro futuro non solo è possibile, ma può essere costruito collettivamente. Lo ha detto Nicoletta durante la conferenza stampa al presidio di Venaus “la lotta rende giovani” ed è qualcosa che ci teniamo stretti.  L’opera è vecchia e dopo l’estate di lotta rallenterà ancor di più  Si parla di 1 milione di euro di danni al cantiere di Chiomonte ma ancora non sono state effettuate le valutazioni definitive, il che ci dice che saranno destinati ad aumentare. Da quando l’opera venne proposta, i tempi e i soldi ad essa destinati non hanno fatto altro che allungarsi. In queste ore Paolo Foietta non riesce a trattenere le (e qui lo citiamo) “minchiate” nel riferirsi alle dichiarazioni di chi ha osato parlare di obsolescenza dell’opera. Il presidente della Commissione Intergovernativa lascia trapelare un po’ di nervosismo nell’intervista rilasciata a Lo Spiffero, in cui si mette in dubbio il cronoprogramma del Tav. Nelle stesse righe viene sottolineato che, se la prima previsione di fine lavori era datata 2015, spostata al 2030 e successivamente rinviata al 2033, il ritardo complessivo ammonta a 18 anni. A contribuire al ritardo, possiamo dirlo, dal 2005 a oggi chi si è opposto all’opera per tutte le sacrosante ragioni che ben conosciamo. Anche la marcia ai cantieri di Chiomonte, San Didero e Salbertrand di sabato scorso ha dato il suo piccolo apporto in questo senso. Eppure Foietta nega l’evidenza sottolineando che i problemi sono di natura economica e tecnica, in quanto la montagna è complicata da perforare. Sembrerebbe, così, dare ragione proprio a chi da sempre ne contesta l’utilità. Del resto, bucare una montagna ricca di amianto e uranio per realizzare una nuova linea ferroviaria quando ne esiste già una storica, così come prevedere compensazioni economiche per un territorio nel tentativo di mettere una toppa a un problema già profondo, è complicato e non fa che alimentare una serie di paradossi. Nel frattempo, le indiscrezioni parlano di un nuovo commissario. Forse Meloni inizia a pensare che Mauceri non sia stato all’altezza del compito? Mentre il centro dell’opera dovrà fare i conti con le conseguenze materiali in seguito all’iniziativa di centinaia di persone che hanno deciso di compiere gesti concreti per difendere una Valle martoriata, i suoi tentacoli si allargano. Così da Salbertrand a Susa fino ad Avigliana passando per Rivoli e Rivalta nuovi progetti fanno capolino: un chiaro esempio di rubinetti che si aprono per irrigare con una pioggerella di soldi chi ci deve guadagnare ancora un po’. Diventa così ancor più chiaro che le opere complementari sono un vero e proprio accessorio da borsetta per chi ha la possibilità di approfittarne. Non c’è da temere però perché, come si è visto in questo ultimo anno, in tutti questi territori laddove vi è un’ipotesi di nuovo cantiere nasce una nuova resistenza, fioriscono nuovi volti, si accendono nuove possibilità.  La giustizia di magistrati e corrotti  I pm indagano per devastazione e saccheggio e sperano nell’aggravante di terrorismo. Se c’è una cosa che insegna la lunga storia No Tav è che dalle pesanti e roboanti accuse ciò che ne esce è molto spesso (per fortuna!) una prova di ridimensionamento. Alimentare il dibattito giornalistico con titoli sensazionalistici è una strategia comprovata, oliata e a tratti efficace per i detrattori del Movimento No Tav e in generale di chi si oppone all’opera. Molto spesso infatti, seppur con pene molto pesanti frutto della giustizia a due velocità che è prassi nel nostro Paese, i numerosi processi svoltisi in questi decenni hanno dimostrato che non è così scontato poter comprovare certe accuse. Da ultimo il processo che è iniziato con l’accusa di associazione sovversiva, poi immediatamente derubricato in associazione per delinquere, che ha visto il crollo in primo grado dell’accusa di reato associativo. Ovviamente ricordiamo che non contenta la Procura ha intrapreso il processo in appello il quale è ancora in corso e bisognerà vederne l’esito, detto questo le boutade che agitano il fantasma del terrorismo denotano la solita ignoranza e cultura di scarsissimo valore di Procura, Questura e politicanti di una certa risma in questo Paese. Negli anni anche i più ferventi e accaniti haters dei No Tav, dai pm Padalino e Rinaudo a magistrati come Caselli a politicanti di bassa lega come Stefano Esposito, hanno molto spesso assistito a una vera e propria debacle delle loro personalissime battaglie. Quel che resta sempre vero è che, se da un lato c’è chi continua a cavalcare lo spauracchio della trita e ritrita formula del “blocco nero”, dall’altro è sempre più evidente la volontà, spontanea e trasversale, di tante persone di rendersi protagoniste delle mobilitazioni. Un entusiasmo crescente che continua ad attraversare generazioni, percorsi ed esperienze diverse. Anche sabato 26 luglio 2026, così come il 3 luglio 2011, c’erano ragazze e ragazzi, valligiani e non, che hanno scelto di autodifendersi: coprendosi le vie respiratorie per proteggersi dai lacrimogeni e riparandosi la testa dai lanci ad altezza uomo, una pratica che sappiamo essere tutt’altro che eccezionale e che, quando sfugge al controllo, può avere conseguenze anche gravi. I lacrimogeni lanciati dagli agenti a Chiomonte sono stati nell’ordine delle centinaia e, anche questa volta, hanno comportato un forte rischio di provocare incendi. Nonostante ciò, anche in questa occasione, le forze dell’ordine hanno continuato a lanciarne invece di intervenire per spegnere i focolai utilizzando gli idranti. C’è stato chi, in maniera spontanea e auto-organizzata, ha avuto la lucidità di prendere in mano una manichetta del cantiere e darsi da fare per spegnere i principi di fuochi causati dall’esplosione dei candelotti.   Il mondo è in fiamme  In queste settimane di caldo senza precedenti scorrono sui nostri schermi le immagini dei cavalli in fuga dall’incendio nel Sud della Francia o della città di Bordeaux a rischio evacuazione o le foreste del Canada o le nostre coste meridionali sfiancate dagli incendi. A fronte di una emergenza climatica come quella che stiamo vivendo, a fronte di forze politiche e istituzioni che guardano e passano senza minimamente preoccuparsi di organizzare dei tentativi per affrontarle, chi si pone il problema di difendere un territorio dovrebbe essere l’esempio a cui guardare. La cura dell’ambiente, il rispetto per chi ci vive che sia esso umano o non umano, è un aspetto prezioso di questo nostro presente. Che ancora si parli di Tav come un mito di progresso è chiaro a tutti che sia soltanto per mancanza di fantasia nell’inventare un altro slogan più credibile. Cementificare, consumare suolo, erodere montagne, prosciugare sorgenti, contribuire all’aumento dei gradi con il surriscaldamento generato dai lavori e dai cantieri è criminale. Lo è a fronte di anziani a rischio per la loro vita rinchiusi negli appartamenti delle nostre città, lo è a fronte di bambini che non vedranno più il susseguirsi delle stagioni, lo è davanti a giovani che devono scegliere se restare o emigrare perché i profughi climatici saranno destinati ad aumentare. L’invivibilità del pianeta è profondamente all’ordine del giorno e non è più accettabile che politici e istituzioni pensino di poter vivere come Re Mida sentendosi graziati dal cambiamento climatico in atto perché potranno beneficiare di bunker climatizzati o isole tutte loro. Non è accettabile e, a quanto pare, in tanti e tante non stanno con le mani in mano e non se ne fanno una ragione ma anzi, guardano al futuro con l’urgenza di lottare per un modello di vita diverso, alternativo e degno dei nostri desideri e ambizioni. 
C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre.
Parliamo di violenza. La violenza di chi, da 30 anni, si rifiuta di dare ascolto alle ragioni della Valsusa basate su dati tecnici obiettivi. La violenza di un sistema economico schizofrenico e criminale, che appoggia la realizzazione di ciclopiche opere inutili per sostenere l’avidità di pochi a discapito di emergenze che dovrebbero essere prioritarie (cambiamento climatico, fragilità dei territori, minacce pandemiche, povertà sempre più diffusa, sanità pubblica al collasso, istruzione deficitaria, diritto alla casa) e per cui invece i fondi mancano sempre. La violenza di chi reprime invece di educare, di chi priva le giovani generazioni di una qualsiasi forma di speranza. La violenza ipocrita di un sistema mediatico asservito e miope. La violenza di chi parla per sentito dire, perché informarsi a dovere costa fatica. Parliamone, finalmente. Perché anche questa volta si è guardato il dito e non la luna. Ci si è stracciati le vesti per quanto avvenuto in Val di Susa ad opera di presunti “Black Bloc”, demonizzando una lotta trasversale che dura da decenni ed evitando accuratamente di analizzarne le ragioni. I “Black Bloc” non esistono, nessun marziano, nessuna multinazionale del disordine, siamo tutti e tutte uomini, donne, giovani e meno giovani. “Protestate pure, basta che i cantieri avanzino!” dicono i sostenitori del Tav a destra o a sinistra. Una pia illusione! Tutti i giorni lottiamo per bloccare i lavori. Tutti i giorni ci confrontiamo con i tecnici, con gli amministratori, con l’Unione Montana. Pensano di “comprare” i sindaci con le compensazioni. Soldi, per inciso, che arrivano alla popolazione valsusina grazie alle mobilitazioni dei No Tav. Ai sindacati delle forze dell’ordine, che non sono l’obiettivo dei No Tav ma che proteggono h 24 i cantieri fin dell’ormai lontano 2011, diciamo: ma non siete stufi? Non siete stanchi? Venite da tutta Italia a fare i vostri turni, prima a Chiomonte, poi a San Didero, ora pure a Salbertrand e a Susa… fin dove volete arrivare? Quanto a lungo ancora volete farvi mandare a fare turni massacranti lontano dalle vostre case e dai vostri cari? A svolgere il ruolo di vigilantes per un’azienda privata? Voi non siete il nostro obiettivo, noi non siamo violenti, non vogliamo il sangue di nessuno, né dei poliziotti né il nostro. Reagiamo semplicemente e coerentemente alla devastazione che ci viene imposta. Lo diciamo da ormai tre decenni: il nostro territorio è saturo. Siamo attraversati da un’autostrada estremamente impattante (e cara!), due statali e una linea ferroviaria dove il Tgv e il Frecciarossa passano diverse volte al giorno, andata e ritorno, da Torino a Lione (anzi meglio, da Milano a Parigi). La comunità valsusina vuole solo una cosa: vivere tranquilla e in pace in una terra sana. Dall’altra parte, chi abbiamo? Una cricca affaristica trasversale, il partito della calce e delle mazzette che sta già preparando un nuovo tracciato sotto la collina morenica tra Avigliana, Rivoli e Rivalta. L’ennesimo consumo di suolo e promessa di futuro dissesto idrico. Contro tutto questo, per una politica del territorio che sia accorta e attenta ai bisogni dei suoi abitanti, come già annunciato al Festival Alta Felicità, ci prepariamo a una nuova marcia, il 3 ottobre prossimo, fra Sant’Ambrogio e Avigliana. Che scendano pure in piazza le madamine di turno, noi quest’opera non la vogliamo. C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre. Movimento No Tav
Restano in carcere i due giovani tedeschi arrestati dopo la manifestazione del 25 luglio. La solidarietà non si arresta.
Il GIP di Torino ha confermato oggi la custodia cautelare in carcere per i due giovani cittadini tedeschi arrestati in relazione alla grande giornata di lotta di sabato 25 luglio in Val di Susa. La Procura aveva richiesto il carcere contestando i reati di devastazione, lesioni aggravata ad agente di pubblica sicurezza e resistenza a pubblico ufficiale sulla base della cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, da quanto si apprende dai giornali, principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine. Tra le contestazioni mosse ai due giovani figura anche la nuova aggravante di lesioni aggravate nei confronti di appartenenti alle forze di polizia, introdotta con il recente Decreto Sicurezza. Un’ulteriore estensione dell’arsenale repressivo che accompagna il progressivo irrigidimento della legislazione nei confronti dei movimenti sociali e delle manifestazioni di protesta. Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e devastante della Torino-Lione.  Migliaia di persone sono state fotografate e riprese non solo durante il corteo, ma anche nei momenti precedenti e successivi, lungo le vie di accesso, nei parcheggi e nei pressi del festival. Non si è trattato di controlli individuali o di identificazioni formalizzate, ma di una raccolta sistematica di immagini che ha interessato indiscriminatamente migliaia di partecipanti. Un modello di sorveglianza che trasforma la partecipazione a una manifestazione politica in un’occasione di acquisizione massiva di dati personali, con evidenti interrogativi sul rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e tutela delle libertà costituzionali. Ancora una volta la risposta dello Stato alla contestazione sociale passa attraverso gli strumenti più duri del diritto penale: arresti differiti, imputazioni pesantissime e custodia cautelare.  Da oltre trent’anni il movimento No Tav conosce bene questo copione. Ogni stagione di mobilitazione è stata accompagnata da campagne repressive che hanno tentato di isolare chi partecipa alla lotta, trasformando il conflitto politico in una questione di ordine pubblico. Negli anni si sono susseguite accuse di terrorismo, associazione a delinquere, devastazione e altre contestazioni eccezionali, molte delle quali si sono poi ridimensionate o sono cadute nei successivi gradi di giudizio.  I due giovani tedeschi non devono essere lasciati soli. La solidarietà, dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza collettiva. Per questo continueremo a seguire gli sviluppi della vicenda e a sostenere i due arrestati.