L’11 dicembre il ristorante dell’autoporto di Susa chiuderà definitivamente,
dopo 35 anni di attività. Il bar resterà aperto fino al 31. Alla cassa, un
cartello in tre lingue annuncia un «trasferimento» e ringrazia i clienti.
Nessuna spiegazione sulle ragioni della chiusura. Eppure, il motivo è chiaro:
quei terreni servono a TELT per realizzare la stazione internazionale della
Torino-Lione.
Per fare spazio al Tav, un’attività della Valle deve chiudere e lasciare il
posto a un nuovo assetto del territorio. E, come troppo spesso accade con questa
grande opera, le conseguenze ricadono su chi in quei luoghi lavora e vive.
A poche settimane dalla chiusura, alcuni dipendenti dichiarano di non sapere
ancora nulla sul proprio futuro. A metà settembre TELT aveva addirittura
assicurato un passaggio graduale e il ricollocamento progressivo del personale
nel nuovo autoporto di San Didero. Roba da far arrossire anche lo stesso
Pinocchio…
Intanto, il nuovo autoporto è quasi pronto. Circa 68.000 metri quadrati con
lavori per oltre 47 milioni di euro. A questa cifra si aggiungono più di 5
milioni di euro per l’appalto TELT relativo a recinzioni, videosorveglianza e
supporto logistico alle forze dell’ordine impegnate nel presidio del cantiere.
Il costo finale, inoltre, potrebbe essere superiore. Nel 2022 SITAF aveva
revocato la gara a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, prevedendo
già allora una possibile lievitazione della spesa oltre i 47 milioni.
Tutto questo per trasferire un autoporto di circa 15 chilometri, da Susa a San
Didero in una dinamica che parla di utilità dell’opera anche in vista di una
sostanziale diminuzione del traffico su gomma.
Ma lo spostamento dell’autoporto non è un intervento isolato. Serve a liberare
l’area di Susa per le opere legate alla Torino-Lione. Una volta completato il
trasferimento, inizieranno lo smantellamento della vecchia area di servizio e la
posa di nuove recinzioni per delimitare il cantiere del deposito dello smarino.
Al termine dei lavori, l’area ospiterà una parte dell’area tecnica permanente a
servizio del tunnel di base.
Non si tratta, quindi, di occupare un terreno per il tempo necessario a un
cantiere. È una trasformazione destinata a lasciare un segno permanente nella
Piana di Susa, lungo l’asse della futura Torino-Lione.
C’è poi un aspetto che rende questa vicenda, se vogliamo, ancora più frizzante:
pare proprio che l’autoporto nacque come opera di compensazione per il Comune di
Susa, in considerazione del territorio sottratto dalla realizzazione
dell’autostrada. Oggi quella stessa compensazione viene smantellata per fare
posto a una nuova grande opera. Schizofrenia pura.
Tutta questa vicenda mostra concretamente come viene portata avanti la
Torino-Lione: si ridisegnano intere aree, si spostano attività e si modificano
le destinazioni d’uso dei terreni in funzione delle esigenze dell’opera. A
decidere sono il Governo di turno, TELT, Sitaf e gli altri soggetti coinvolti; a
subire le conseguenze sono i lavoratori e le comunità locali.
E mentre si investono decine di milioni di euro per costruire un nuovo
autoporto, si spendono altri milioni per recinzioni, videosorveglianza e
apparati di sicurezza a presidio dei cantieri, in Valle continuano a pesare le
difficoltà legate alla sanità, alla scuola e ai servizi. Un contrasto che
riguarda le priorità politiche e l’impiego delle risorse pubbliche, oltre che il
futuro del territorio.
La chiusura dell’autoporto di Susa non è soltanto la fine di un’attività dopo 35
anni. È un altro passaggio della trasformazione della Valle in funzione della
Torino-Lione: un territorio da liberare, recintare e riorganizzare per
consentire l’avanzamento dei cantieri.
Un autoporto chiude e un altro apre a pochi chilometri di distanza, i lavoratori
sono ancora in attesa di garanzie e nuovi terreni vengono sottratti al
territorio per fare spazio alle infrastrutture del Tav.
Ai posteri l’ardua sentenza. Una cosa, però, è già chiara: chiunque continuerà a
voler imporre la Torino-Lione in Val di Susa troverà una valle determinata a
resistere, che non ha intenzione di arrendersi né di lasciare che siano altri a
decidere del proprio futuro.
Source - notav.info
ora e sempre no tav
Ripubblichiamo questo articolo firmato da Chiara Sasso per Volere La Luna.
La notte di giovedì 22 ottobre anche il presidio no Tav di Borgone è andato a
fuoco. Dal rogo è rimasta la ferraglia. Spuntoni di ferro che non si piegano
nonostante tutto attorno ci sia solo cenere. Del resto cosa ci può mai essere
dentro una casetta di legno costruita da presidianti? Un luogo che avevano
ricostruito dopo che il vecchio presidio a sua volta era stato bruciato (16
gennaio 2010). Questo, dopo il rogo avvenuto al presidio di Bruzolo e in seguito
a quello di Vaie e poi a San Didero. Cosa ci può mai essere di così pericoloso
dentro un presidio se non libri, qualche pentola e piatti per incontri
mangerecci, e ormai foto appese ai muri di chi “è andato avanti”. Parole sì,
tante: per appuntamenti, per manifestazioni, per predisporre ogni anno il
banchetto sangria al festival Alta Felicità, per organizzare la pulizia dei
sentieri di montagna fra Bruzolo e Borgone (comunità). Ultimamente per
partecipare agli incontri contro la riapertura dell’acciaieria Beltrame poco
distante. Ma soprattutto tanti ricordi, feste di compleanni di figli e nipoti,
incontri dei giovani no Tav. Un patrimonio immateriale che va avanti da
trent’anni; nello specifico per Borgone da 21 anni, da quando era stato
costruito il primo presidio no Tav per opporsi ai sondaggi.
Era lunedì 20 giugno 2005 e quella mattina fra il consiglio comunale organizzato
sul prato, il rosario detto dal parroco del paese con i fedeli, la madonna del
Rocciamelone che assisteva, il canto di “Bella Ciao” per irrompere, le truppe di
occupazione erano state rimandate al mittente. Non c’era stato il tempo di
festeggiare perché bisognava riproporre il format per Bruzolo dove sarebbe
avvenuto il secondo tentativo di presa dei terreni. «Ieri sera al presidio di
Borgone si è discusso delle strategie da adottare per trovarci pronti a Bruzolo
lunedì». Partivano le email con il (quasi) decalogo: «1) Non farsi malmenare; 2)
mantenere un clima allegro, disteso; 3) non accettare provocazioni; 4) sindaci e
gonfaloni in prima fila; 5) presentarsi con gli scolapaste in testa; 6) arrivare
all’alba per non farci fregare il posto; 7) attenzione a non finire sotto
un’auto attraversando la statale; 8) ricordarsi che la lotta sarà ancora lunga,
dopo Borgone e Bruzolo ci sarà Venaus. Il libro Facce no Tav ripercorre la
storia.
Poi nel gennaio 2010 il presidio di Borgone raso al suolo. Sul campo scritte “Si
Tav” e la stufa di ghisa, ferma in mezzo al disastro, simbolo della ripartenza.
Sembrava smagrita nella sua forma bombata, generosa di ferraglia ma ancora
riconoscibile. Per cinque anni aveva riscaldato quel luogo, a volte infeltrendo
il bordo di giacche di chi per cercare il caldo l’abbracciava un po’ troppo.
Nessun passo indietro, la voglia immediata di ricostruire il presidio ancora più
bello. “Brucia più a voi che a noi”.
Non si può pensare che non cambi niente in una storia che sta attraversando
mezzo secolo. Cambiano le persone, la velocità della comunicazione e di
pensiero, cambiano i progetti. Ne arrivano altri. Il presidio di Borgone
(parlandone da vivo) un mese fa aveva ricevuto la notifica di esproprio del
terreno da parte delle ferrovie per la costruzione di una mega rotonda che andrà
ad attraversare i prati (fino ad ora incontaminati). Obiettivo: chiudere un
piccolo passaggio a livello e dare accesso all’area “industriale” di Borgone.
Già si pensava di spostare il presidio poco più in là, senza drammi. Ogni tanto
si pensa di trovare un luogo dove far confluire pezzi che raccontino e
materializzino questa storia. Ecco arrivata ennesima risposta. Meglio continuare
a custodire in decine e decine di case private, pensando che sia una grande
collezione a cielo aperto. E poi non è ancora arrivato il momento di pensare
alla “memoria”. Finché qualcosa vive, ha bisogno di spazio di tempo di
possibilità di aggregazione. Non è un racconto compiuto, non ancora eredità.
La notte di giovedì 22 ottobre i vigili del fuoco hanno detto di non aver
trovato nessun segnale che possa far pensare ad un atto doloso. Strano: nei
giorni precedenti il presidio non era stato aperto. Anche ora, davanti a tutta
quella cenere, non si fanno drammi. C’è piuttosto un sentimento personale di
“magone” senza lacrime. «Il magone denota l’accoramento con la suprema finezza
dei sensi interni, di quella miriade di percezioni invisibili che scocca fra noi
e il nostro corpo. Si tratta quindi di una parola di grande intelligenza: una
sensazione forte che nasce dentro il corpo» (Giorgio Moretti, Dizionario delle
parole perdute).
🎃 Sabato 31 ottobre portiamo l’attenzione sulle ferite del nostro territorio.
🧟♂️ I veri mostri non sono quelli di Halloween: sono il cemento, i fili
spinati e i cantieri della Torino-Lione che continuano a devastare la Val di
Susa.
🏚️ San Didero, Traduerivi, Chiomonte, Salbertrand: raggiungiamo i nostri luoghi
insieme!
🕷️ Bismillah c’est les ténèbres!
L’Italia è il primo importatore di rottami ferrosi da Israele. Mentre la
distruzione della Palestina si intreccia con circuiti commerciali opachi, in Val
di Susa si discute della riattivazione del forno Beltrame. Due vicende diverse,
dentro un sistema economico in cui guerra, produzione industriale e sfruttamento
dei territori sono sempre più intrecciati.
Dietro le bombe, le città rase al suolo e le popolazioni costrette a
sopravvivere tra le macerie si muovono interessi economici, catene di
approvvigionamento e mercati che continuano a funzionare: un sistema nel quale
la distruzione si accompagna alla produzione, gli armamenti diventano un settore
strategico e le risorse continuano a circolare anche quando vengono sottratte a
territori devastati.
In Palestina, la distruzione sistematica di case e infrastrutture lascia dietro
di sé montagne di macerie. Intanto, l’Italia diventa il principale importatore
di rottami ferrosi da Israele. In Val di Susa, invece, si discute della proposta
di riattivare il forno elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San
Didero e Bruzolo, per produrre acciaio fondendo rottami ferrosi.
Non stiamo parlando della stessa situazione. Ma queste vicende impongono di
guardare oltre i singoli impianti e le singole transazioni, per interrogarsi sul
modello economico che li attraversa: un modello nel quale le esigenze della
produzione e gli interessi strategici degli Stati si intrecciano, mentre il
costo umano e ambientale viene scaricato sui territori e sulle popolazioni.
A mettere in luce un aspetto inquietante di questa vicenda è l’inchiesta
pubblicata il 21 ottobre scorso da Altreconomia. I dati delle Nazioni Unite e
dell’Istat mostrano un’impennata delle importazioni italiane di rottami ferrosi
da Israele: dalle appena 73 tonnellate del 2023 alle 99.000 del 2025, fino alle
125.000 tonnellate registrate nei primi sei mesi del 2026. Un flusso commerciale
cresciuto enormemente proprio mentre la Turchia, principale acquirente dei
rottami israeliani, riduceva le proprie importazioni.
Non parliamo di una questione astratta. L’inchiesta ricostruisce le denunce
internazionali relative alla rimozione e alla frantumazione delle macerie nella
Striscia di Gaza da parte dell’esercito e di imprese israeliane. Secondo il
rapporto di Euro-Med Human Rights Monitor citato nell’articolo, i materiali
vengono separati e trasportati fuori dalle aree sottoposte al controllo militare
israeliano. Tra questi, ferro proveniente dagli edifici distrutti e carcasse di
automobili e ambulanze.
Il problema è che, una volta frantumati, selezionati e mescolati con altri
rottami, quei materiali possono entrare nella catena commerciale senza che la
loro origine sia più facilmente riconoscibile. Ed è proprio su questo punto che
l’inchiesta apre interrogativi pesanti.
Nel porto di Venezia, dove nel 2025 sono entrate oltre 68.000 tonnellate di
rottami ferrosi da Israele e più di 105.000 nei primi sei mesi del 2026, le
Dogane hanno dichiarato che non risultano importazioni con origine Gaza o
Territori palestinesi occupati. Allo stesso tempo, hanno rifiutato di rendere
noti nel dettaglio i criteri e le modalità dei controlli sulle singole
spedizioni.
A Brindisi, invece, l’Agenzia delle Dogane ha negato l’accesso ai dati
richiesti, sostenendo che la loro divulgazione avrebbe arrecato un pregiudizio
alle attività imprenditoriali delle aziende interessate. L’autrice
dell’inchiesta ha deciso di presentare ricorso al TAR.
Dunque, mentre esistono denunce circostanziate sul prelievo delle macerie
palestinesi e sul loro possibile sfruttamento commerciale, le informazioni
necessarie a ricostruire la provenienza dei materiali restano in larga parte
inaccessibili.
In tutta questa vicenda, l’Italia non è uno spettatore esterno ma il principale
destinatario dei rottami ferrosi esportati da Israele. Un ruolo che impone
responsabilità precise: non basta dichiararsi estranei alla distruzione se poi
si continua a partecipare a circuiti commerciali di questo tipo.
E’ in questo quadro che va collocata la proposta di riattivazione del forno
elettrico ad arco dell’acciaieria Beltrame, tra San Didero e Bruzolo. L’impianto
è fermo dal 2012 e l’azienda ha presentato un progetto per ripristinare il ciclo
produttivo, con una capacità dichiarata di 800.000 tonnellate di acciaio
all’anno, un investimento annunciato di circa 50 milioni di euro e la promessa
di 150 posti di lavoro.Infatti, mentre la guerra torna a essere presentata come
un orizzonte permanente e la riconversione industriale verso produzioni
strategiche e militari assume un peso sempre più crescente, anche le scelte
locali devono essere discusse per ciò che comportano realmente. Quali bisogni
dovrebbe soddisfare questa produzione? Quali interessi economici la sostengono?
Quali costi ambientali e sanitari ricadrebbero sulla Valle?
Non basta evocare gli investimenti e i posti di lavoro per chiudere la
discussione. La salute, la qualità dell’aria e la tutela del territorio devono
essere al centro della valutazione, non variabili subordinate alla convenienza
economica dell’impresa.
Il forno è fermo da oltre tredici anni. Oggi si vorrebbe ripristinare un ciclo
produttivo capace di raggiungere 800.000 tonnellate annue, chiedendo alla
comunità di accettare le conseguenze di una scelta che risponde anzitutto a una
strategia industriale di larga scala. Il Comitato Zero Emissioni e le persone
che si stanno mobilitando contro il progetto hanno messo al centro proprio la
necessità di difendere la salute e il futuro della Valle rifiutando l’idea di
essere parte di questi meccanismi.
L’opposizione al progetto non arriva soltanto dalla popolazione che si sta
impegnando attivamente. Anche diversi Comuni della Valle (Bruzolo, San Didero,
Borgone, Condove, Villar Focchiardo, Chianocco, San Giorio) insieme all’Unione
Montanta, hanno presentato osservazioni, mettendo in discussione le criticità
del progetto e richiamando la necessità di tutelare la salute pubblica
producendo così un ulteriore rallentamento dell’iter autorizzativo della
richiesta depositata dal Gruppo Beltrame: i termini sono stati rinviati a fine
gennaio e la decisione potrebbe slittare persino al 2028. Il progetto, dunque, è
tutt’altro che una partita chiusa. La mobilitazione e la presa di posizione
delle amministrazioni locali dimostrano che la riattivazione del forno è ancora
una scelta contestata, sulla quale la Valle ha diritto di far sentire la propria
voce.
Non è una battaglia contro il lavoro. È una battaglia contro il ricatto che
pretende di rendere ogni impianto intoccabile in nome dell’occupazione, come se
non fosse possibile discutere quali produzioni servano davvero alla
collettività, a vantaggio di chi vengano realizzate e quali costi vengano
scaricati sulle comunità.
La retorica della sostenibilità vorrebbe farci credere che trasformare un
rifiuto in una nuova materia prima sia sufficiente a rendere virtuoso tutto ciò
che viene dopo. Ma parlare soltanto di economia circolare significa nascondere
il problema dietro un’etichetta rassicurante. La questione non è soltanto come
riciclare, ma quale modello di produzione alimentiamo, per soddisfare quali
interessi e a spese di chi.
La Palestina ci mostra fino a dove può arrivare un sistema in cui la disruzione
programmata di un territorio e della sua popolazione non interrompe gli affari,
ma può perfino aprire nuovi mercati. La Val di Susa ci ricorda che anche qui
esistono interessi industriali pronti a chiedere altro spazio, altre risorse e
la disponibilità delle comunità ad accettarne le conseguenze.
Non sono situazioni equivalenti. Ma non possiamo ignorare il filo che le
attraversa: la subordinazione dei territori e dei popoli alle esigenze della
produzione, del profitto e della guerra.
L’inchiesta di Altreconomia ci obbliga a guardare dentro le catene di
approvvigionamento che collegano i mercati internazionali ai territori dilaniati
dalla guerra. La proposta Beltrame ci impone di discutere su che tipo di futuro
vogliamo qui in Valle.
Sono questioni che si incontrano nel momento in cui l’economia di guerra tende a
normalizzare la militarizzazione, la competizione per le risorse e la
sottomissione delle scelte collettive agli interessi industriali e strategici.
La guerra non è soltanto distruzione: è anche un sistema di produzione,
circolazione delle merci e accumulazione economica che coinvolge imprese,
istituzioni e filiere internazionali.
L’economia di guerra ha bisogno di territori da devastare, risorse da sottrarre,
filiere da alimentare e comunità disposte a pagare il prezzo delle scelte
altrui. Dalle macerie della Palestina alla proposta di riaccendere il forno
Beltrame, ciò che va messo in discussione è un modello che subordina la vita, la
salute e il futuro dei territori agli interessi della produzione e del profitto.
Non esiste alcuna inevitabilità in tutto questo. La guerra non è un destino,
così come non lo è la trasformazione della Valle in un territorio da sfruttare.
Opporsi alla militarizzazione, denunciare gli affari che si alimentano della
distruzione e contrastare nuovi impianti imposti in nome dello sviluppo
significa rifiutare la stessa pretesa: che siano sempre le popolazioni a doversi
piegare alle esigenze del potere economico e politico.
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato scritto dagli studenti e studentesse
del liceo Norberto Rosa di Bussoleno, che la scorsa settimana hanno tentato di
dar vita ad un’occupazione di protesta nella scia delle mobilitazioni
studentesche e giovanili che stanno scuotendo il paese. Il Movimento No Tav ha
subito compreso l’importanza di queste proteste ed avevamo visto con gioia una
nuova occupazione insieme a quelle di Rivoli e Avigliana.
A Bussoleno l’occupazione, purtroppo già partita mercoledì scorso con degli
intoppi, si è conclusa la sera del giorno dopo a causa delle pressioni del
dirigente scolastico. Speriamo che questa esperienza dell* student* abbia
dimostrato che la concertazione e il tentativo di accontentare tutti, purtroppo,
non è servito per andare molto lontano. Speriamo trovino il loro modo di
continuare la mobilitazione con i loro mezzi, i loro strumenti e le loro parole,
senza stare alle pressioni di chi, volente o nolente, ha permesso che venisse
strappato il futuro alla loro generazione.
Le piazze di questi giorni ci stanno insegnando che ancora una volta che
violenza, guerra e devastazione sono quelle che subiamo noi da fin troppo tempo.
Oggi bisogna fare la scelta di essere parte della soluzione, oppure quella del
problema e lo sciopero generale del 30 ottobre sarà un’occasione per
dimostrarlo.
Noi, senza paternalismi, siamo al fianco di chi si ribella e ha il coraggio di
cambiare il futuro partendo dal presente!
***
In questi giorni in televisione abbiamo visto episodi di violenza, vandalismo e
devastazione, e ci siamo domandati, e continuiamo ad interrogarci, su quale sia
la realtà nella nostra Paese.
La verità, che non viene mostrata dai telegiornali, è un’altra, è quella di
giovani che si uniscono per esprimersi e hanno il coraggio e la forza di
affrontare insieme la lotta per il loro futuro, un futuro ormai lontano e
incerto a causa delle premesse mai mantenute dal governo.
Per questa ragione Mercoledì 21 Ottobre 2026 noi studenti ci siamo trovati
davanti alla sede di Bussoleno del Liceo Norberto Rosa e ci siamo ostinati
affinché venisse dichiarato lo stato di occupazione.
Abbiamo definito la nostra un’occupazione parziale, autogestita e NON violenta,
proprio perché ci teniamo a dimostrare ai nostri coetanei che, anche senza la
partecipazione di tutti, la battaglia coinvolge la nostra intera generazione.
Abbiamo continuato a mediare poiché fosse garantito lo svolgimento delle lezioni
per coloro che non intendessero prendere parte all’occupazione, dimostrando
l’importanza della libertà di poter esprimere la propria opinione dai banchi di
scuola.
Più volte durante la mattinata del 21 ci siamo ritrovati a parlare con il
Preside. Dobbiamo ammettere che sono sorte incomprensioni da entrambe le parti,
ma, anche tramite il supporto di alcuni docenti, che ci teniamo a ringraziare
calorosamente, siamo riusciti nel nostro obiettivo: quello di continuare
l’occupazione anche nell’orario notturno. Molto significativo non solo perché ha
regalato momenti di socializzazione e condivisione, necessari alla nostra età,
ma poiché nella logistica risiede una parte del grande messaggio che ci teniamo
a mandare allo Stato Italiano, al Dirigente, ai docenti, ai genitori e ai nostri
compagni.
Vi chiediamo gentilmente infatti di sacrificare un momento, per sedervi comodi e
leggere.
Vogliamo invitarvi a riflettere sull’esasperazione che si cela dietro la nostra
azione.
Molti in questi giorni hanno commentato da semplici spettatori ciò che noi
abbiamo vissuto.
Non riconoscendo che alcuni di voi sono artefici ed altri vittime, state
criticando chi cerca una soluzione.
Dite a noi di studiare, di tornare a sederci ai banchi di scuola, di piegarci
davanti al nostro dovere.
Noi li abbiamo aperti i libri, ma vi chiediamo: “Facendo così, in quanti sono
riusciti a riappropriarsi del proprio futuro?”.
Dalla semplice quotidianità, noi tutti i giorni siamo costretti a vivere la
frustrazione e la fatica che la generazione dei nostri genitori si porta
appresso. Con questo non neghiamo l’importanza e la validità dei valori che ci
hanno trasmesso, ma denunciamo l’insoddisfazione che leggiamo nei loro occhi.
Le cose all’interno del nostro sistema si dovrebbero raggiungere attraverso la
meritocrazia, eppure è da anni che la nostra generazione protesta dimostrando
che i finanziamenti pubblici e quelli all’istruzione non sono da meritare, la
sicurezza delle infrastrutture non è da meritare, l’ascolto di autorità, come
città metropolitana di Torino, non è da meritare, la possibilità di parlare non
è da meritare e un futuro sereno non lo è altrettanto, se non ci sono i mezzi
per crearselo.
Ci teniamo a condividere ciò che stiamo facendo e abbiamo fatto durante la
giornata di Mercoledì 21 e Giovedì 22 Ottobre 2026.
Abbiamo partecipato tutti in modo attivo nella condivisione di informazioni
tramite i laboratori autogestiti, trattando anche argomenti che vengono
censurati dalla scuola, come ad esempio l’educazione sesso-affettiva.
Puntualizziamo che la nostra scuola ci ha dato la possibilità di imparare ed
esprimerci anche attraverso mezzi meno provocatori e legali, durate la nostra
occupazione, contrariamente a quanto viene detto, scritto e ribadito in meschini
commenti da esterni non partecipanti; abbiamo, infatti, approfittato di questo
tempo per trattare argomenti in maniera diversa da come ci viene proposto dalla
scuola e, ci crediate o meno, anche questa è cultura, forse proprio quella che
manca a questo Stato, dove abbiamo esempi ogni giorno di mancanza di dialogo e
di ascolto.
Durante la giornata di Venerdì 23 Ottobre, infatti, abbiamo svolto
l’autogestione, già programmata da settimane, che ha posto fine allo stato di
occupazione.
Quest’ultima, purtroppo, non si è conclusa come speravamo. Nonostante alcuni
genitori si fossero resi disponibili a passare la notte con noi, unica opzione
concessaci dal Dirigente, la loro offerta di supporto è stata ostacolata da
quest’ultimo, secondo dinamiche per noi poco chiare.
Diversamente da come è stato scritto precedentemente, la decisione di
interrompere lo stato d’occupazione non è stata nostra, ma imposta da terzi.
Questa occupazione è nata da un nostro pensiero collettivo: far capire che
manifestare, prendere posizione e far sentire la propria voce non è soltanto un
diritto, ma anche un dovere in quanto cittadini, e ci dispiace che da molti
venga vista come una perdita di tempo e una scusa per saltare le lezioni.
Vorremmo chiudere con le parole dello psicologo e filosofo Paul Watzlawick, a
cui ci sentiamo molto affini, che ha dedicato la sua vita allo studio della
comunicazione: “Non è importante ciò che si dice, ma ciò che l’altro capisce. Il
significato di una comunicazione sta nella risposta che si ottiene, non
nell’intenzione di chi la emette.”
Vuole dire proprio questo: possiamo avere le migliori intenzioni, ma se non ci
si ascolta davvero, il messaggio verrà sempre interpretato in altro modo. Per
questo vi abbiamo chiesto di fermarvi a leggere; di dare attenzione agli
studenti in rivolta che vogliono solo essere ascoltati.
Gli studenti occupanti del Liceo Norberto Rosa
Si è svolta oggi un’ulteriore udienza del processo d’appello per l’operazione
Sovrano. Dopo la testimonianza di Giorgio, uno degli imputati, si sono tenute le
requisitorie della pubblica accusa e delle parti civili.
Dalle requisitorie emerge, ancora una volta, la sostanziale continuità con
l’impostazione accusatoria del primo grado: le condanne richieste sono rimaste
invariate in alcuni casi e sono state ridotte solo leggermente in altri. Nessun
ripensamento sostanziale, dunque, rispetto a un impianto che il Tribunale, in
primo grado, aveva già ridimensionato in modo significativo, assolvendo tutti
gli imputati dall’accusa di associazione a delinquere, contestata ai sensi
dell’articolo 416 del codice penale.
In appello, la Procura torna invece a insistere sulla necessità di riconoscere
quel capo d’imputazione, riproponendo una lettura che tende a ricondurre a
un’unica presunta trama criminale esperienze, percorsi e pratiche politiche
differenti: il centro sociale Askatasuna, il Movimento No Tav e le lotte sociali
che attraversano la metropoli. Particolarmente significativo, in questa
prospettiva, è stato il riferimento alla necessità di arrivare a condanne
importanti anche per il capo 1, quello relativo all’associazione a delinquere,
evocando lo scenario di future mobilitazioni contro il nucleare o di una
possibile diffusione delle proteste contro il caro vita.
Il messaggio politico che emerge da questo ragionamento è tutt’altro che
secondario: la risposta penale viene chiamata in causa non soltanto per
giudicare fatti contestati, ma anche in relazione a conflitti che potrebbero
svilupparsi in futuro. Come se le lotte di domani fossero già un problema di
ordine pubblico da prevenire attraverso le condanne di oggi.
Una lettura che cancella deliberatamente le ragioni delle lotte, i contesti in
cui nascono e la capacità di chi le attraversa di organizzarsi collettivamente.
Tutto diventa funzionale al teorema accusatorio, persino le relazioni tra realtà
che condividono battaglie e momenti di mobilitazione. E così il conflitto
sociale, anziché essere riconosciuto come espressione di una società
attraversata da contraddizioni, viene trattato come un problema di ordine
pubblico da reprimere.
Non meno surreale il quadro emerso dalle requisitorie delle parti civili, dove
la storica emittente torinese Radio Blackout è stata ribattezzata, nella
rappresentazione accusatoria, radio “black block”: uno strumento funzionale
all’associazione che viene descritta come sovversiva nei fatti, ma a delinquere
per la legge.
Una rappresentazione che dice molto del tentativo di riscrivere il ruolo degli
spazi sociali, delle radio indipendenti e delle reti di movimento, trasformando
strumenti di comunicazione, luoghi di confronto e relazioni politiche in
elementi di un presunto apparato criminale.
Insomma, la solita retorica, accompagnata dalla consueta ipocrisia: mentre si
moltiplicano i richiami alla democrazia e alla libertà, si pretende di
circoscrivere sempre più lo spazio legittimo del conflitto sociale, fino a
trattare come una minaccia ciò che nasce dalla capacità delle persone di unirsi
e agire collettivamente.
La sentenza di primo grado aveva escluso l’esistenza dell’associazione a
delinquere contestata agli imputati. Oggi, in appello, l’accusa torna a chiedere
che quella lettura venga ribaltata, proiettando sul conflitto sociale lo spettro
di una presunta organizzazione criminale.
Prossime udienza il 30 novembre per le arringhe delle difese.
Si parte si torna insieme, Avanti NO Tav!
Martedì torniamo a incontrarci per una serata conviviale al Presidio Leonard
Peltier di fronte all’autoporto di San Didero.
Il ritrovo è a partire dalle 19,30.
Festeggeremo anche il compleanno di Lucia… 70 e non sentirli. Vista la festa e
la settimana di Halloween per chi lo vorrà la festa sarà in maschera.
Chi può porti qualcosa da mangiare e bere da condividere e piatti e posate.
Passeremo una serata in compagnia alla moda nostra. Essere presenti davanti a
uno dei cantieri della devastazione è importantissimo.
Vi aspettiamo numerose/i!
PS: attendiamo con ansia una nuova Ordinanza prefettizia ad hoc per la festa
La sottrazione delle risorse pubbliche a favore delle grandi opere inutili, la
militarizzazione dei territori e il finanziamento dell’industria bellica sono
facce della stessa medaglia. È la conseguenza di un modello di sviluppo che da
tempo tentano di imporre anche in Val Susa e contro il quale lottiamo da anni:
una crisi sociale ed economica che pesa su lavoratori e studenti attraverso un
carovita ormai insostenibile.
Per questo ieri 24 ottobre siamo scesi in piazza per le vie di Torino e per gli
stessi motivi torneremo in strada con ancora più determinazione venerdì 30
ottobre in occasione dello sciopero generale: per sottrarre i nostri territori
alla logica di guerra e di profitto e riaffermare una reale alternativa sociale
ed ecologica che parta dal basso.
Riportiamo di seguito il testo diffuso da Torino contro il riarmo a seguito
della manifestazione.
In decine di migliaia ci siamo radunati in Piazza Castello, riempiendola fino a
farla traboccare. Giovani, studenti e lavoratori sono scesi in strada nonostante
la campagna repressiva del governo e della Prefettura cittadina che per tutta la
settimana ha cercato di dissuadere le persone dal manifestare con lo spauracchio
delle vetrine rotte. Decine di fermi preventivi ai danni di giovanissimi sono
stati effettuati nelle ore precedenti il concentramento e ai lati della piazza.
Dalle vie adiacenti le forze dell’ordine hanno cercato di ostruire l’affluenza
dei manifestanti, dovendo poi desistere di fronte al grande numero di persone
che, nonostante tutto, volevano esserci e contare. In molti e molte hanno
portato il loro vissuto personale di come la crisi, impostaci dall’alto per
finanziare l’invio di armi e il genocidio Israeliano, stia pesando sulle loro
vite attraverso un carovita di guerra ormai per molti insostenibile e
insopportabile. In tanti giovani hanno portato la loro creatività e vitalità con
costumi ironici e cartelli che hanno ridicolizzato il governo e i partiti
politici tutti.
Una vitalità e una voglia di prendersi il centro cittadino che fin da subito si
è espressa cercando di contrastare il divieto di manifestare da parte della
polizia. Da quando il corteo era stato organizzato mesi fa l’intenzione
collettiva e pubblica è stata quella di poter fare il corteo e di poterlo fare
nelle vie centrali di Torino. Per questo la piazza ha provato a più riprese a
prendersi questo diritto per noi fondamentale, a spinta laddove scudi e
manganelli si frapponevano, con determinazione e consapevolezza di essere nel
giusto. Via Po, via XX settembre, via Garibaldi, via Palazzo di Città e infine
la piazzetta Reale sono le vie che le persone hanno cercato di percorrere
ricevendo in cambio manganellate e cariche selvagge. In tutto questo una
macchina ha attraversato piazza Castello a folle velocità zigzagando tra la
gente e rischiando di investire chi era lì, il tutto sotto gli occhi della
polizia che ha immediatamente colto l’occasione per provare a caricare chi
protestava. Quasi sicuramente una macchina della Digos a fronte dei video,
infatti si vede un poliziotto scendere dalla macchina con un auricolare.
Nonostante questo, abbiamo sfilato in più di 20 mila attraverso i Giardini Reali
e da li a più riprese si è provato ad aggirare i corposi blocchi della polizia
che ha continuato a rispondere con cariche, lacrimogeni ed infine con l’uso
dell’ idrante. Lungo Dora, Ponte Mosca, Piazza Baldissera, in tanti abbiamo
provato fino all’ultimo ad avvicinarci il più possibile al cuore della città.
Nonostante il corteo non abbia potuto arrivare alle strade del centro ha avuto
occasione di attraversare i quartieri popolari della nostra città, portando qui
le istanze che riguardano tutti coloro che vivono in situazioni di precarietà e
difficoltà economiche a causa dei rincari.
Alla fine del corteo in corso Novara è arrivata la vendetta della Questura che
ha letteralmente circondato il corteo da tutti i lati caricandolo e sparando
lacrimogeni, sequestrando il furgone con l’impianto. In diversi sono stati
fermati e portati nelle stazioni di polizia per essere poi rilasciati in tarda
serata, un compagno è stato ricoverato in ospedale per le lesioni arrecate dalla
polizia.
Nelle successive ore camionette e Digos hanno scatenato una vera e propria
caccia all’uomo nelle vie della città.
Nonostante tutto questo, ieri in piazza a Torino si è visto il consolidarsi del
movimento nato il 16 e il 17 ottobre con la promessa che non ci fermeremo e che
il 30 saremo nuovamente in strada a manifestare per lo sciopero generale. Le
responsabilità di voler trasformare la nostra città in una fabbrica di armi a
cielo aperto non sono solo del governo ma anche dell’amministrazione cittadina
che sposano questo progetto di ristrutturazione dall’alto della città.
In queste settimane stiamo dimostrando come dal basso e insieme possiamo fermare
tutto questo.
Noi la guerra non la paghiamo!
Nella giornata di ieri, cinque attiviste italiane sono state dapprima fermate
dall’IDF (Israel Defense Forces), poi rilasciate e infine arrestate dalla
polizia israeliana ad al-Bweib, a sud di Hebron, in Cisgiordania, mentre
accompagnavano gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive.
Un’attività di solidarietà e protezione svolta insieme ad altri attivisti
internazionali, in un territorio dove le comunità palestinesi sono
quotidianamente esposte alle aggressioni dei coloni e alla violenza
dell’occupazione israeliana. Una delle cinque attiviste fermate è una giovane
valsusina.
Essere presenti, accompagnare chi lavora la propria terra, documentare le
violenze e impedire che le persone vengano lasciate sole di fronte alle
aggressioni significa scegliere da che parte stare. È proprio questa presenza
internazionale, capace di rompere il silenzio e di testimoniare ciò che accade
sul terreno, a essere ostacolata e colpita.
Il fermo delle cinque attiviste non può essere separato dal contesto in cui è
avvenuto: quello di un’occupazione che continua a sottrarre terra, libertà e
possibilità di vivere al popolo palestinese, mentre le violenze dei coloni si
moltiplicano e le comunità vengono sottoposte a pressioni sempre più pesanti.
Anche la solidarietà internazionale diventa un ostacolo quando si mette
concretamente al fianco di chi resiste all’espulsione dalle proprie terre.
Non è un episodio isolato. È parte di un quadro in cui chi denuncia le violenze
e sceglie di stare accanto alla popolazione palestinese viene esposto a
intimidazioni, arresti e allontanamenti, nel tentativo di rendere più difficile
ogni forma di testimonianza e solidarietà.
Chiediamo l’immediata liberazione delle cinque attiviste e garanzie sulla loro
incolumità, sulle condizioni della detenzione e sul rispetto dei loro diritti.
La solidarietà con il popolo palestinese non è un crimine. Chi sceglie di
esserci, di condividere il rischio e di non voltarsi dall’altra parte non deve
essere lasciato solo.
Dalla Val di Susa alla Palestina, la solidarietà attraversa i confini. Di fronte
all’occupazione, alla violenza e alla negazione dei diritti, continuiamo a stare
dalla parte di chi lotta per la propria terra, la propria libertà e la propria
autodeterminazione.
> Stampa serigrafica a cura del @_lab47_
Questa notte hanno dato fuoco al presidio di Borgone. E la prima cosa che
sentiamo è la rabbia.
Rabbia per un luogo che fa parte della nostra storia, per uno spazio costruito e
vissuto in anni di lotta, per tutto quello che un presidio rappresenta per il
Movimento No Tav. Perché questo presidio non è soltanto una struttura, qualche
tavolo, delle sedie e un tetto sotto cui ripararsi. È un luogo che abbiamo fatto
vivere con la nostra presenza, con le iniziative, le assemblee e le serate
trascorse insieme.
Il presidio di Borgone è nato nel 2005. Da allora sono passati più di vent’anni.
Generazioni diverse hanno attraversato questo luogo, portandoci pezzi della
propria vita e contribuendo a costruire una storia collettiva che non si misura
in muri e strutture, ma nelle relazioni che abbiamo saputo creare e nella
determinazione con cui continuiamo a difendere la nostra terra.
Ma c’è un elemento che rende questa vicenda ancora più grave: il presidio
sorgeva su terreni che devono essere espropriati. Un luogo che, proprio per la
sua storia e per quello che rappresenta, si è trovato al centro di interessi e
conflitti ben precisi. Per tutto ciò non abbiamo intenzione di far passare
quanto accaduto come un “semplice”incendio.
Questi sono modi di fare mafiosi: colpire, distruggere, pensare di risolvere con
il fuoco ciò che non si riesce ad affrontare apertamente. È un metodo che
conosciamo e che rifiutiamo, tanto più quando viene preso di mira uno spazio
collettivo costruito in anni di impegno e partecipazione.
Vedere un luogo così finire in fiamme fa male. E non abbiamo intenzione di
nasconderlo dietro parole di circostanza.
Ma sappiamo anche cosa significa appartenere a questo movimento. Sappiamo che i
nostri luoghi vivono perché ci siamo noi, perché siamo capaci di prendercene
cura, di ricostruire, di ritrovarci e ripartire.
Non è la prima volta che ci troviamo davanti alla distruzione di uno spazio che
abbiamo costruito insieme. E ogni volta, quello che conta è la volontà di non
lasciare che siano le fiamme a scrivere l’ultima parola.
Il presidio di Borgone è parte della nostra storia. Non lasceremo che questa
storia finisca tra le ceneri.
Oggi c’è rabbia, c’è amarezza, ma c’è anche la consapevolezza di quello che
siamo e di tutto quello che abbiamo costruito in questi anni.
I nostri luoghi non sono soltanto luoghi: sono il modo concreto in cui una
comunità si incontra, si organizza e continua a lottare.
Ci ritroveremo anche a Borgone. Perché quel luogo è parte della nostra storia e
di una lotta che, da oltre vent’anni, continua a vivere nelle persone che la
portano avanti.
Negli ultimi giorni, le notizie che arrivano dagli istituti della Val di Susa,
dal liceo Scafidi di Sangano al Norberto Rosa di Bussoleno, fino al polo
Darwin-Romero-Natta di Rivoli e al Galilei di Avigliana, descrivono un panorama
omogeneo: tra le aule di questi istituti gli studenti hanno deciso di fermare la
didattica ordinaria e occupare le scuole. Di fronte a queste mobilizzazioni, la
risposta di istituzioni e media locali è stata immediata: l’allarmismo sulla
legalità e la retorica dei “danni” e della “devastazione”.
Un racconto distorto, platealmente smentito.
A Rivoli, il sopralluogo delle stesse autorità locali ha confermato la realtà
dei fatti: non ci sono aule devastate né finestre rotte, ma spazi attraversati
da studenti che si organizzano per trasformare la propria scuola, anche solo per
qualche giorno, in un luogo vivo. La narrazione criminalizzante serve unicamente
a deviare l’attenzione dalla questione reale: la spaccatura tra le esigenze
materiali e politiche delle nuove generazioni e un sistema che sulla scuola
pubblica applica da anni solo tagli e disinvestimenti.
Il contrasto tra la maturità degli studenti e l’intransigenza degli apparati
direttivi emerge con chiarezza nei casi di Bussoleno e Avigliana. Dove chi
occupa chiede assemblee, dibattiti e momenti di autogestione per riflettere sul
presente e sul proprio futuro, l’istituzione risponde invocando regolamenti, il
“patto di corresponsabilità” o minacciando l’intervento delle autorità.
L’ossessione per il rispetto delle norme si traduce in un vero e proprio ricatto
disciplinare: la minaccia di sanzioni sui voti di condotta e le segnalazioni
alle autorità diventano gli unici strumenti con cui le dirigenze tentano di
silenziare il dissenso. Questo approccio rivela la profonda crisi di una scuola
che ha smesso di esercitare una funzione educativa per ridursi alla mera
gestione dell’ordine pubblico e della burocrazia aziendale. Quando il dissenso
viene bollato immediatamente come “atto illegale”, la scuola si rivela per ciò
che è diventata: una struttura rigida che tollera la partecipazione solo quando
è innocua e sottomessa.
Mentre si tenta di congelare ogni iniziativa, le motivazioni di fondo
dell’ondata di occupazioni testimoniano una chiara consapevolezza dello stato
delle cose.
Le proteste nascono dal rifiuto di una scuola ridotta a istituzione
standardizzata e sacrificata dallo Stato, piegata agli interessi privati, delle
multinazionali e della corsa agli armamenti. Luogo che dovrebbe garantire
formazione, opportunità e spazio all’espressività individuale, la scuola
pubblica viene invece smantellata insieme al futuro delle giovani generazioni.
A fronte di ciò, l’occupazione si configura come l’atto concreto per far sentire
la propria voce a chi ha sempre ignorato il disagio giovanile. Non si tratta di
episodi isolati, ma dell’adesione a una mobilitazione internazionale che unisce
gli studenti da Roma a Parigi, lungo un’ondata di riscatto che attraversa
l’Europa per dare senso e prospettiva al futuro.
L’ondata di mobilitazioni studentesche che sta attraversando il nostro
territorio non è un’interruzione arbitraria della didattica: è l’espressione di
una generazione che rifiuta di essere spettatrice passiva dello smantellamento
del proprio futuro.
Chi oggi invoca la disciplina e la punizione dimostra la propria totale
incapacità di garantire un futuro degno alle nuove generazioni.
Supportare le occupazioni e le lotte degli studenti significa difendere la
possibilità stessa di un pensiero critico e alternativo all’interno e
all’esterno delle aule.
Le occupazioni di questi giorni non sono un problema di ordine pubblico: sono la
risposta necessaria di chi ha deciso di prendersi cura del proprio futuro,
partendo dai luoghi in cui vive e studia ogni giorno.
Lo scorso lunedì 12 ottobre un gruppo di Ambassador della Federazione
Autotrasportatori Italiani ha visitato il terminal ferroviario di SITO Logistica
a Orbassano. La visita è stata raccontata dall’associazione stessa come
“un’occasione di approfondimento e conoscenza diretta di una delle realtà
strategiche per la logistica e il trasporto merci del Nord-Ovest”.
Il terminal è interessato dal progetto della tratta nazionale della Torino Lione
proposto da RFI, quello stesso progetto per cui si è lungamente e aspramente
discusso ai tavoli di lavoro in Regione coinvolgendo anche le istituzioni
comunali dei territori su cui insiste il progetto, l’Unione Montana Valle Susa e
il suo comitato tecnico.
Un precedente progetto preliminare era stato depositato da RFI nel 2011, per la
realizzazione della tratta di accesso italiana al tunnel di base, da Bussoleno a
Settimo Torinese. Tale progetto non è mai stato approvato e successivamente è
stato oggetto di una revisione da parte del Ministero delle infrastrutture e dei
trasporti, che ha cancellato larga parte delle previsioni iniziali.
A fine 2025 RFI ha ridepositato un progetto definitivo per la realizzazione di
un tratto di 23 km tra Avigliana e lo scalo merci di Torino Orbassano in
aggiunta alla linea ferroviaria esistente. Progetto per il quale se da un lato
il costo aggiornato è già fuori controllo (pari a 3 miliardi di euro senza
alcuna speranza di ottenere finanziamenti dall’Europa), dall’altro si basa su
delle previsioni trasportistiche completamente inconsistenti, aspetti che
d’altronde caratterizzano l’intero progetto della linea Torino-Lione.
La linea esistente è sottoutilizzata, si parla di un uso pari a meno di un terzo
della sua capacità. Infatti i treni merci di autostrada ferroviaria tra
Orbassano e Aiton sono stati già abbandonati da Trenitalia e SNCF, perché
scarsamente utilizzati ed economicamente insostenibili. Inoltre la Francia ha
più volte ribadito che non intende realizzare nuove linee di accesso prima del
2045.
Viene quindi spontaneo chiedersi se Enzo Pompilio D’Alicandro, amministratore
delegato di SITO Logistica e presidente di FAI provinciale di Torino, che ha
ripercorso la storia e le origini dell’interporto di Orbassano, illustrandone
l’evoluzione rispetto al progetto TAV ai giovani Ambassador, li abbia edotti
anche su questi dati di realtà.
Più che un’occasione di approfondimento com’è stata promossa dalla federazione,
la visita sembra un’occasione per lusingare chi a Palazzo Chigi spinge per
questa – costosa quanto inutile – infrastruttura e per colmare l’assordante
silenzio della federazione stessa sulle rivendicazioni di piazza portate avanti
degli autotrasportatori al Sud.