
“No NBA Europe”: una campagna necessaria
InfoAut: Informazione di parte - Friday, July 31, 2026Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri questo articolo a firma Campagna No NBA Europe. Buona lettura!
All’interno di una fase in cui può sembrare difficile distinguere tra potenze in declino o in ristrutturazione, anche dal mondo dello sport arrivano segnali che propendono verso la seconda alternativa.
Infatti, così come lo scenario geopolitico globale, anche quello sportivo è soggetto a forti cambiamenti imposti d’oltreoceano, nel tentativo di riorganizzare il proprio dominio in senso egemonico. Per questo si potrebbe parlare di “imperialismo sportivo” come quel fenomeno orientato ad omologare, riproponendo modelli di bussines prettamente statunitensi in diffusi contesti territoriali. Il modello commerciale NBA viene replicato in Europa, portando ad un’offerta standardizzata, concentrando potere economico e indebolendo la pluralità culturale del basket europeo. Un processo reso possibile dall’ingente circolazione di capitali dagli Stati Uniti verso le aree reputate d’interesse. Trasformando progetti sportivi in operazioni finanziarie, creando asset monetizzabili e scalabili. Nel caso che prenderemo in considerazione, quello del progetto “NBA Europe”, si farà riferimento all’esportazione del modello NBA verso il vecchio continente. Lo scopo ultimo, come vedremo, è rappresentato dall’estrazione di valore, dalle città e dai territori, lasciando ben poco alle realtà che da tempo operano su di essi.
Da qualche mese è nata la campagna “No NBA Europe”, un’iniziativa che nasce in risposta al piano di espansione del basket statunitense nel nostro continente. Un piano che sta prendendo forma, che ha stabilitola data di attuazione (settembre 2027) e che ha cominicato le operazioni di messa in produzione. Sebbene manchi ancora più di un anno, abbiamo sentito la necessità di cominciare ad organizzarci per impedire questa ulteriore mercificazione del nostro sport preferito, con conseguenze disastrose sulla vita (sportiva e non) di tantissimx ragazzx. La domanda che ci poniamo è semplice: è possibile accettare passivamente un modello che trasforma le nostre città in mere piazze di consumo, svuotando l’attività sportiva del suo significato sociale? Questa è la realtà con cui siamo chiamatx a confrontarci, e verso cui è necessario porre l’attenzione, volendo evitare che passaggi di boa cruciali per il sistema sport e le conseguenti ricadute politico-sociali vengano sottaciute.
La vetrina di Roma e la complicità politica
La pallacanestro, quella italiana in particolare, non ha certo goduto di ottima salute negli ultimi anni, ma quello a cui stiamo assistendo da qualche mese a questa parte può rappresentare un punto di non ritorno verso un sistema escludente, mercificatore ed estrattivo verso i territori in cui si pone. Parliamo dell’ormai noto avvento della massima lega statunitense all’interno del basket europeo, attraverso “NBA Europe”. La lega ha messo nel mirino alcune tra le più celebri città europee con l’intenzione di reclutare società esistenti o crearne di nuove, ad hoc, pronte a competere ma soprattutto ad abbracciare i “valori” del progetto. Dietro la facciata dello spettacolo e dei nomi altisonanti, l’operazione si sta già rivelando per quello che è: un progetto puramente commerciale, volto a estrarre il massimo del profitto dai nostri territori, dai bacini d’utenza e dal flusso turistico, disinteressandosi completamente dell’impatto sul tessuto sociale locale. Nel caso italiano, le città elette saranno Roma e Milano. Se nel capoluogo lombardo i lavori procedono ancora a rilento e sottotraccia, a Roma, nelle ultime settimane si è registrata una scellerata accelerazione. Tutto questo avviene con la palese complicità delle istituzioni locali che, oltre a perpetrare disinteresse verso i bisogni concreti delle comunità, si mostrano prone verso i grandi soggetti privati e i loro interessi, perseguendo il diktat di città “imprenditrici” piuttosto che abilitanti. Emblematico, in questo senso, è l’atteggiamento del sindaco di Roma Roberto Gualtieri: all’annuncio social di Luka Doncic (superstar dei Lakers e parte integrante della cordata di investitori della neonata Roma SPQR), il primo cittadino si è mostrato ben contento e pronto ad accoglierlo a braccia aperte. Un’accoglienza che ha messo in luce la matrice reale dell’operazione, suggellata dalla visita della stella slovena al Ministro Giorgetti (ministro dell’economia, mica dello sport…), quasi come fosse un fan qualunque. Una scelta che non possiamo certo considerare neutrale e che è sintomo dell’aria (a)politica che tira in questi ambienti: l’arrivo di grandi eventi incontra l’atteggiamento servile delle rappresentanze cittadine, rompe il legame tra votantx e votatx, sposta radicalmente gli obiettivi delle agende di policy verso pochi interessi privilegiati e spazza via i meccanismi decisionali delle comunità, che si ritrovano solo a doverne sopportare i costi concentrati.
Compravendita dei titoli: lo sport sradicato
L’accelerazione registrata a Roma ha visto la creazione dal nulla di due nuove società, la Maxima Roma e la Roma SPQR (addizionandosi alla già esistente Virtus Roma, attualmente militante in serie B). Tutto è stato reso possibile grazie alla pratica di compravendita dei titoli sportivi, che già da tempo rappresenta un problema nei vari campionati professionistici italiani e che tratta lo sport come un pacchetto azionario. Secondo le logiche di mercato, la nascita delle due squadre romane ha preteso il sacrificio e la ricollocazione di realtà preesistenti: dalla notte al giorno, vendute, dismesse e ricollocate, sono state la Vanoli Cremona e la Pallacanestro Brescia. La riorganizzazione imposta d’oltreoceano ha forzato lo spostamento di capitali verso una destinazione con più alto potenziale estrattivo, facendo scomparire progetti che, nonostante le problematiche insite all’appartenenza allo status quo, coltivavano legami con società del territorio, tifosx, bambinx e ragazzx dei settori giovanili. Ci si potrebbe chiedere cosa abbia portato Brescia e Cremona a dover cedere il loro posto. La risposta che si legge tra le righe è la volontà dei vertici dell’organigramma NBA di collocarsi in un contesto territoriale con maggiori margini di profitto. Cremona e Brescia (come le altre città papabili) evidentemente non rispettavano i canoni di desiderabilità del progetto, spudoratamente economici e legati alle potenzialità attrattive dei contesti urbani. Rimane celato come l’innescarsi di questo domino porti realtà minori a rimanere senza titolo, in altre parole senza squadra. Gli attori più forti schiacciano quelli più deboli e chi non ha le forze per sopravvivere alla concorrenza vede sfumare la possibilità di praticare sport. Un meccanismo che va a intaccare le condizioni materiali di vita della popolazione, sottratta di un potenziale strumento di azione verso le proprie condizioni di salute fisica e mentale.
Dal calcio alle Olimpiadi: un modello tossico
I processi a cui stiamo assistendo non si limitano alla pallacanestro, ma sono il riflesso di una trasformazione più ampia: lo sport come asset di mercato, società sportive strutturate come companies, con progettualità rivolte primariamente allo scopo di lucro, piuttosto che alla costruzione di progetti volti a creare benefici per le comunità territoriali. Nel modello calcio lo si nota chiaramente: il numero di partite e competizioni è andato aumentando negli ultimi anni, di pari passo con le difficoltà nell’accesso e nella partecipazione per tifosx e atletx. Lo stadio, così come la visione da remoto, sono sempre più esclusivi a causa dell’aumento dei prezzi dei biglietti e l’introduzione di paywall per la visione dei match. Sono scelte deliberate, intraprese da federazioni e società sportive, volte a creare un vero e proprio indotto legato alla spettacolarizzazione e alla mercificazione dell’attività sportiva, cancellandone la cultura popolare in favore di un nuovo assetto in cui lo sport diviene privilegio per pochx. Una dinamica evidente anche nell’approccio ai grandi eventi, come le Olimpiadi di Milano Cortina 2026: si sfruttano le città per qualche settimana o mese per poi addossare alle comunità locali i costi e le esternalità negative dei progetti (vuoti urbani, opere incompiute, devastazione ambientale, mutamento degli assetti urbani, ecc.). Chi sostiene questo tipo di piani, giustifica la loro implementazione in virtù di presunti benefici diffusi, presentandoli come progetti unanimemente accettabili. In questo modo diviene socialmente accettata la delegittimazione e la criminalizzazione delle opposizioni locali, nate in contrasto a decisioni prese dall’alto e comunicate in modo unidirezionale, top-down, senza avere riguardo verso chi nei territori ci vive, ci opera e quindi li conosce.
Spazi negati e privatizzazioni
Bisogna chiarire come non sia una dinamica isolata. È la stessa logica di privatizzazione che sta rendendo le nostre città sempre più inaccessibili e invivibili, espandendosi a macchia d’olio dai centri storici turistificati fino ai quartieri periferici. Quando il compito di fornire servizi legati alla socialità, allo sport e alla salute viene delegato ai privati, lo spazio pubblico si restringe e il diritto allo sport si trasforma in un privilegio per pochx. Capiamo come le esternalità negative si estendano fino al tessuto economico e sociale. In particolare, si assiste alla progressiva introduzione di barriere di accesso allo sport di base, rendendone l’accessibilità sempre più un percorso ad ostacoli. In una situazione già tragica di mancanza di infrastrutture accessibili e praticabili a tuttx, la forbice delle disuguaglianze si allarga anche in ambito sportivo. L’accesso allo sport per bambinx e ragazzx è altamente escludente a causa dei costi proibitivi per le famiglie, di infrastrutture pubbliche spesso fatiscenti e della totale mancanza di una visione politica di lungo termine. A fronte di una vitale necessità di spazi, le strutture pubbliche non aumentano, quelle già esistenti spesso sono inadeguate o monopolizzate da società con maggiore potere contrattuale. Pensiamo al dramma quotidiano degli edifici scolastici (le cui palestre spesso sono oggetto di concessione) tristemente noti come fatiscenti e passati alla cronaca per cedimenti o inefficienze croniche. Mentre lo sport di quartiere arranca, le prospettive proposte da NBA Europe sono quelle di potenziare strutture già esistenti (ed esclusive, come il campo centrale del Foro Italico) in modo da creare delle vere e proprie arene in stile statunitense. Non luoghi in cui l’ingerenza privata è sempre maggiore e dove, conseguentemente, l’attività principale diviene il consumo legato all’indotto creato intorno al “prodotto sport”.
Pressione su bambinx e ragazzx: per un’altra cultura sportiva
Più gli spazi vengono privatizzati, meno margine c’è per agire su accessibilità ed inclusione. Al contrario, viene promosso un modello ultra-competitivo che tramite logiche del merito opera una selezione tanto più escludente quanto più i contesti sono marginali. Il riflesso naturale di queste dinamiche è la loro estensione verso l’ambito sportivo, dove giovani atletx vengono concepitx come asset di mercato, su cui investire nella prospettiva di un futuro ritorno economico. Inevitabili sono le ricadute su bambinx e ragazzx, sottopostx a pressioni psicologiche e travolti, in periodi cruciali come quelli della crescita e dello sviluppo, da stimoli orientati verso la prevaricazione dell’unx sull’altrx. Lo sport, a maggior ragione quello di squadra, dovrebbe essere un veicolo per promuovere e far scoprire nuove forme di condivisione degli spazi sociali, creare coesione, sperimentare nuove forme di competizione: sfidanti ma anche rispettose nel confronto con l’altrx. Al contrario sembra dominante (almeno a livello agonistico) una cultura sportiva che induce a primeggiare, senza riguardo per compagnx di squadra o avversarix. Il senso di competizione viene spinto al limite, all’interno della dicotomia vincitorx/sconfittx, non c’è spazio per sfumature che permettano di rimodellare momenti di performatività verso approcci alla vittoria e alla sconfitta sconnessi dai caratteri di successo o fallimento personale. Al contrario, lo sport e il gioco dovrebbero veicolare il senso di condivisione, in cui senso di squadra e collettività costituiscono strumenti con cui affrontare ciò che si pone lungo il percorso. Fare sport deve essere un’opportunità per trasmettere e assimilare la capacità di porsi oltre la propria individualità, scoprire la forza della solidarietà e del senso di comunità.
Costruire l’alternativa
Laddove lo Stato lascia buchi, diviene fondamentale impedire che poteri privati se ne approprino. È proprio nella creazione di questi vuoti in cui è possibile instaurare una proposta dal basso che si contrapponga all’egemonia del modello incombente. In Italia sono diversi gli spazi in cui si pratica sport opponendosi a un modello marcio, tentando di costruirne uno alternativo. Quello che NBA Europe ci sta mostrando, è la necessità che queste realtà hanno di interagire, cooperare e organizzarsi su e tra i territori. Non solo per fare emergere e combattere contraddizioni ma anche per rendere più forti gli spazi che si attraversano facendo sport. A fronte di istituzioni prone e dello strapotere privato, la risposta a questa fase di articolato mutamento deve venire da nuove e vecchie soggettività, non solo in ambito cestistico ma anche con riguardo ad altre discipline che sono andate o andranno incontro alla stessa sorte. Restiamo nei campetti da gioco, nelle palestre delle scuole, nei cortili con un canestro sgangherato e un pallone logoro; continuiamo ad attraversare i nostri spazi e a diffondere i valori dello sport come attività popolare, dello sport popolare.