Considerazioni a caldo: anatomia di un’estate italiana, tra ondate di calore e siccità

InfoAut: Informazione di parte - Monday, September 7, 2026

Pubblichiamo un ottimo contributo di Ecologia Politica Torino sull’estate appena passata e sugli interrogativi e piste di intervento per i mesi a venire!

0. Premessa

Settembre è ormai iniziato. È da giorni superata la quinta ondata di calore e le tempeste che ne sono seguite. L’estate 2026 verrà ricordata come la più calda di sempre (almeno fino al prossimo anno): persino più calda di quella del 2003, considerata fino ad ora la peggiore per le alte temperature.

La gente è rimasta chiusa in casa, dove sarebbero dovuti rimanere anche i lavoratori. I bambini e gli anziani si sono dovuti affrettare a chiudere persiane, accendere condizionatori, azionare ventilatori, provvedere a riserve auree di siberini e ghiaccioli per sopravvivere alle temperature torride e logoranti. Si provava a mettere il muso fuori dalla porta per una passeggiata alle 22 di sera e rientrava presto di nuovo in casa cercando un po’ di refrigerio all’altare dei vari pinguini e deumidificatori di nuova o vecchia generazione. Si è parlato di un nuovo lockdown.

I Kw/h richiesti per fornire una condizione di vivibilità minima si sono accumulati, le centrali si sono affannate produrre incappando in blackout che hanno messo in crisi il precario equilibrio dei cittadini e dei rifugi anti-caldo che si sono costruiti.
Il cibo costa caro: non c’è stata acqua per irrigare i campi, i fiumi sono a secco. I paesaggi metropolitani e non rimangono desolanti. I pronto-soccorso pieni, le corsie riempite dalle ondate di calore ricordano i tempi della pandemia. Le poche piscine pubbliche prese d’assalto.
Vera emergenza. I bollettini su bollettini hanno descritto per oltre tre mesi una situazione in continuo peggioramento. A ogni telegiornale, si pregava di non trovare la propria città condannata al bollino rosso.

Di nuovo: è sembrata apocalisse, ma apocalisse non è. E qualunque cosa sia, è solo l’inizio.

[Fig. 1: rilevazioni delle temperature del suolo effettuate dal satellite Copernicus Sentinel-3 per il 24/6/2026, con picchi di  55°C in Spagna]

1.Definizioni e qualche numero 

Per orientarci, è forse utile provare a inquadrare la magnitudine e gravità di quanto stiamo attraversando attraverso qualche numero preliminare.

In meteorologia, un’ondata di calore è definita come un periodo di almeno 3 giorni consecutivi in cui le temperature (sia massime che minime) superano il 90° percentile delle temperature tipiche di una zona in un periodo di riferimento climatico. 

Globalmente, secondo i dati forniti dall’EM-DAT (Database internazionale dei disastri), tra il 1980 e 1989 vengono registrati solo 14 eventi così classificabili. Dal 1990 al 1999, il numero più che raddoppia. Dal 2000 al 2009 si schizza a 83, cifra che è già stata ampiamente superata solo nella prima metà della decade attuale (99 casi nel periodo 2020-2024).

La definizione di ondate di calore data dall’ISPRA individua un’origine precisa: il cambiamento climatico. E gli episodi di caldo intenso e prolungato derivanti dalla crisi eco-climatica in corso rappresentano un concreto rischio per la salute: il tasso di crescita delle morti legate alla canicola è infatti altrettanto drastico (dalle 3.400 registrate per gli anni ‘80 a oltre 121.000 dal 2020 al 2024), specie se associato al numero medio di morti per ondata di calore: da 244 per la decade 1980-89 a 1,222 tra il 2020 e il 2024. Sempre più ondate di calore, dunque, e ondate di calore sempre più mortali.
Di queste morti per caldo registrate negli ultimi cinque anni, il 18% ha avuto luogo in Italia. Una discreta carneficina.

Nelle aree urbane, dove oltre metà della popolazione mondiale risiede, l’aumento della mortalità è maggiore (Fallmann et al., 2016). Parte significativa di questo incremento è da imputarsi al fenomeno tutto metropolitano dell’isola di calore: asfalto e cemento trattengono una grande quantità di energia solare, mentre la carenza di aree verdi e l’impermeabilizzazione del suolo urbano limitano i meccanismi di raffrescamento dovuti a copertura arborea e evapotraspirazione. Ne risultano temperature superiori fino a +3°C rispetto alle aree rurali e periferiche circostanti. E’ sempre dall’esperienza delle grandi città che emerge il concetto di notti tropicali – nulla di esotico, anzi: il termine indica quelle notti ormai familiari in cui la temperatura minima non scende sotto i 20°. Queste temperature agiscono negativamente sull’organismo, rendendo difficile il recupero termico e aumentando la domanda idrica e lo stress fisiologico. 

Secondo stime provvisorie diffuse dal Guardian, le ondate di calore di quest’estate si sono tradotte per l’Europa in almeno 35mila morti in più. Il numero reale è certamente più alto. Torino fin da giugno si è distinta su scala nazionale tra le grandi città per una particolare vulnerabilità al caldo, con un incremento del 35% nelle morti tra gli over 65. Non stupisce quindi se la mappatura dell’intensità delle isole di calore a Torino, elaborata da Greenpeace per un report sul fenomeno in Italia (con riferimento ai rilevamente dell’estate 2025), restituisca una sorta di omogenea macchia rossa (intensità molto alta). Superata la linea gotica del Po e avvicinandosi alla collina, la situazione migliora leggermente – ma non di troppo.

Oltre il 98% della popolazione torinese rimane esposta a intensità di isole di calore alta o molto alta. Si tratta di un territorio infrastrutturalmente poco preparato al caldo estremo, dove si è scelto di rimandare il confronto con le nuove necessità imposte dalla crisi eco-climatica.

[Fig. 2, Mappa dell’intensità delle isole di calore urbane su Torino]

2. Fratture nella geografia urbana

Nelle grandi metropoli come Torino fa caldo dappertutto, dunque, ma non per tutti allo stesso modo. Anche il verde gioca in questo un ruolo importante. Alberate, parchi, prati e boschi urbani hanno come si è accennato la capacità di modulare le temperature e contenere l’intensità delle isole di calore, dando un po’ di respiro alla città.

Ma distribuzione e qualità del verde in Italia come in Europa sono profondamente diseguali: solo un numero esiguo di persone abita in aree sufficientemente attrezzate con queste “infrastrutture verdi”, e la maggiore o minore prossimità al verde è strettamente correlata con il reddito medio della zona (Bertassello et al., 2026). Si tratta della cosiddetta green divide: il verde sta silenziosamente passando da bene di tutti a lusso per ricchi.

L’ondata di calore intensifica e svela nuove dimensioni delle disuguaglianze di classe. Cattive notizie per chi sperava nel cambiamento climatico come grande livella sociale. 

Di fronte a questa canicola, chi ha potuto si è attrezzato autonomamente con un condizionatore, magari approfittando di bonus e incentivi ad hoc; ma secondo dati ISTAT, nel 2024 in Italia solo il 56% delle famiglie risultava dotato di almeno un sistema di condizionamento domestico. Se di caldo si muore, l’assenza di mezzi per raffrescare la casa nelle ondate di calore diventa la carenza di un servizio non meno essenziale del riscaldamento in inverno.

Su Torino il fenomeno della cosiddetta “povertà energetica”, cioè l’impossibilità di far fronte a servizi energetici essenziali, emerge chiaramente soprattutto nei quartieri popolari, come Aurora e Barriera di Milano, e nei grandi complessi residenziali realizzati tra gli anni ‘60 e ‘70 come il quartiere Vallette.
Si tratta di zone con abitazioni classificate generalmente nelle fasce energetiche più basse, in cui si innesca per chi vi risiede un circolo vizioso: minore efficienza energetica vuol dire bollette più alte e costi maggiori, che precludono la possibilità di miglioramenti strutturali (lasciati dalle istituzioni alle disponibilità economiche private) proprio a chi ne avrebbe maggiore bisogno.
Il risultato è che spesso si rinuncia a riscaldare in inverno e raffrescare in estate.
In una città con un patrimonio edilizio vecchio, la differenza tra chi può permettersi di efficientare l’isolamento termico della propria abitazione e chi no restituisce bene la nuova geografia urbana del clima come linea di frattura sociale.

3. Bollette e blackout: l’estate costa cara!

Forse più ecumenica in un certo senso è la questione dei blackout, che a Torino ha ormai il sapore di un tormentone estivo.

I fattori scatenanti sono due: l’aumento delle temperature porta a una crescita della domanda di energia, sottoponendo a forte stress trasformatori, cabine elettriche e linee di distribuzione; al contempo il caldo riduce la capacità delle strutture di dissipare il calore prodotto dalla corrente. Superati i limiti di sicurezza, i sistemi automatici di protezione interrompono l’alimentazione per evitare danni permanenti. Disattivata una linea, il carico si trasferisce su quelle vicine che possono andare, a loro volta, in sovraccarico, generando una reazione a catena che può colpire anche interi quartieri.

Questo il meccanismo e l’innesco. Ma a determinare l’insorgenza dei blackout come vulnerabilità strutturale diffusa è altro: una rete elettrica vecchia di decenni, progettata e realizzata quando temperature oltre i 35 gradi non erano fenomeni prolungati e su cui i gestori (IREN nel caso torinese), come vedremo, hanno mancato di fare la dovuta manutenzione.

E mentre nei consigli comunali ci si rimpallano accuse e responsabilità tra maggioranza, opposizione ed enti gestori, i problemi per chi abita la città rimangono severi e irrisolti: c’è chi si è trovato privato di dispositivi medici essenziali, chi intrappolato al buio da serrande elettriche che non poteva alzare, chi ha dovuto buttare i contenuti del frigo, chi si è trovato bloccato negli spostamenti in assenza di ascensori e scale mobili. A Torino, i blackout sono problematici sia per la frequenza che nella durata: durante la prima ondata di calore, tra il 27 e il 29 maggio, si sono contati 15 blackout, e a giugno si è verificata un’interruzione di oltre 15 ore.

Un quadro analogo ha generato interruzioni della corrente elettrica anche in tante altre città italiane a inizio estate 2026. Napoli in primis presenta una situazione molto simile a quella torinese, ma non è certo l’unica: l’hinterland milanese, la Brianza, Pavia, Pescara, Jesolo si sono trovate con blackout prolungati in causa dell’elevata richiesta di energia. I blackout portano con sé ricadute economiche negative per più settori, a cominciare da quelli (tanto economicamente centrali a parole!) di ristorazione e turismo. Ma di ristori e agevolazioni o riduzioni su imposte e tributi ancora non si parla: né per aziende ed esercenti, né tantomeno per i cittadini.

Nonostante i disservizi locali causati da anni di incuria, il costo dell’energia elettrica in bolletta rimane proibitivo – complici i fenomeni speculativi sul prezzo innescati dall’aggressione all’Iran da parte di USA e Israele e lo scacco imposto al sistema elettrico europeo da caldo e siccità. 

Ma per l’aumento del costo della vita dovuto al caldo ci sono anche altri, e più gravi, punti critici.

[Fig. 3, distribuzione dei blackout sul territorio italiano tratta dall’edizione del 13/7/2026 de Il Sole 24 Ore]

4. Too hot to work?  

Lo stress sistemico esercitato dalle ondate di calore minaccia nei prossimi anni di causare enormi perdite complessive allo stesso sistema che le ha generate. Negli scenari elaborati nel rapporto “Too hot to grow: the economic cost of extreme heat” di Allianz Reasearch, l’Italia tra il 2026 e il 2030 rischia una perdita cumulativa di quasi 150 miliardi di euro di Pil a causa del caldo estremo. Il rischio, già in parte concretizzatosi, è che mercato e politica istituzionale provino a scaricare i costi materiali del collasso direttamente e indirettamente sulla forza lavoro.

Il costo del calo di produttività dovuto ad alte temperature e fenomeni meteorologici estremi associati (fenomeni temporaleschi con forti raffiche discendenti, grandinate e così via) si è tradotto rapidamente in riduzioni della busta paga, causa ore o intere giornate di lavoro perse. Ad aumentare sono invece rischi e costi per la salute di lavoratrici e lavoratori.
Il gruppo più esposto a questa dinamica è chi opera all’aperto: nei cantieri, nella logistica, nell’agricoltura, e settore agrovivaistico, edile, dell’estrazione. (He et al., 2022).

La risposta istituzionale non mostra grandi innovazioni rispetto agli anni passati. Vengono emanate ordinanze anti-caldo dalle varie regioni: delle misure straordinarie (già adottate nel 2025 e 2024) ostensivamente a tutela dei lavoratori maggiormente a rischio (le categorie di cui sopra) per le alte temperature. Ordinanze che prevedono l’astensione dal lavoro nella fascia oraria compresa tra le ore 12.30 e le 16 nei giorni segnalati dalla piattaforma Worklimate come interessati da un livello di rischio elevato per l’esposizione dei lavoratori e delle lavoratrici al sole, se impegnati in un’attività fisica intensa. Worklimate è una piattaforma che integra diverse discipline e il cui obbiettivo è “il rafforzamento della resilienza dei contesti aziendali agli effetti delle temperature estreme, in un quadro di cambiamento climatico. […] Il progetto mira a promuovere ambienti di lavoro resilienti al caldo e al freddo, migliorando la prevenzione dei rischi occupazionali e la protezione delle categorie vulnerabili, senza compromettere la produttività”. 

Come in ogni economia che tenga in considerazione il cambiamento climatico, mentre i piani di adattamento al riscaldamento globale come funzione ambientale vengono presto arenati quelli che interessano l’adattamento della produttività rispetto al cambiamento climatico sono subito perseguiti. L’ottica è sempre quella del decoupling, secondo cui si può continuare a mantenere un livello di produttività in crescita pur avendo un quadro climatico in cambiamento.
I lavoratori dunque non devono lavorare di meno, ma semplicemente cambiare i cicli di veglia e sonno ed estendere la giornata lavorativa: sveglia alle 4 di mattina, pausa di quattro ore e si ritorna a lavorare fino alle 8 di sera. Un ritmo di vita che impedisce qualsiasi altra attività (per non dire la sanità fisica e mentale). Non stupisce che questa ordinanza non venga quasi mai rispettata.
Alcuni lavoratori dipendenti con contratti nell’edilizia, nell’agricoltura e pochi altri settori hanno potuto far ricorso in parte alla Cassa Integrazione Guadagni per caldo, che comunque comporta un taglio della retribuzione per i dipendenti pari circa all’80% dello stipendio e dunque disincentiva l’auto-segnalazione del rischio da parte dei lavoratori stessi. Altri  invece sono completamente esclusi da qualunque tipo di tutela: è il caso di lavoratori autonomi e riders. 

Le ordinanze hanno avuto come effetto l’innesco di alcuni scioperi proprio dei riders, che di fronte alla sospensione o riduzione delle consegne in biciclette durante le fasce orarie più calde (ad esempio durante l’orario di pranzo, in cui le consegne sono in picco), sono scesi in piazza. Per questa categoria fermarsi vuol dire azzerare il guadagno della giornata senza alcuna compensazione economica. Da Roma, Torino, Milano, Bologna, Firenze, i riders di fronte a questo stop forzato, hanno richiesto tutele contrattuali, omogenee, che non riducano i lavoratori sul lastrico, dagli ammortizzatori sociali al blocco delle corse pagato. Lotte che si sono concentrate sul classico ricatto salute-lavoro declinato all’epoca del cambiamento climatico.

Un ricatto che non riguarda soltanto chi lavora all’esterno, ma anche chi lavora all’interno: fabbriche, uffici, stanze di casa senza condizionatore, in condizioni di iper-precarietà. Alcuni stabilimenti produttivi sono diventati veri e propri forni, provocando casi di abbandono del posto di lavoro in massa: i lavoratori hanno rifiutato di lavorare nelle ore più calde, mentre i capi erano negli uffici all’aria fresca. E’ il caso dello stabilimento Electrolux di Forlì o della Emmegi di Cassano d’Adda. In queste condizioni scegliere di lavorare in alcuni orari è una possibile condanna a morte, a cui però diventa sempre meno possibile sottrarsi vista la morsa dei prezzi sempre più alti. Tra la morte possibile per caldo e quella certa per fame, la classe lavoratrice si trova – obtorto collo – a ripiegare sulla prima.

[Fig. 4, riders in sciopero a Padova]

4. Siccità, cibo, energia. I vincoli della riproduzione 

Le ondate di calore non sono che una delle espressioni di questa estate rovente e del cambiamento in atto che sta trasformando questa stagione in un vero e proprio inferno in terra. La siccità è ormai diventata un’altra costante con cui fare i conti. 

Sebbene ondate di calore e siccità siano due fenomeni distinti, sono entrambi caratteristici dell’era del cambiamento climatico e possono influenzarsi a vicenda nel causare conseguenze esponenzialmente più gravi e durature. L’abbiamo visto quest’anno: ondate di calore possono anticipare ed esasperare delle siccità, soprattutto in caso di sistemi già vulnerabili. 

Organi di stampa e istituzioni continuano però a favorire una lettura sensazionalistica e limitata dell’attuale crisi idrica, descritta come un evento monstre, evitando così di doverla ricomprendere nell’orizzonte dell’alterazione del ciclo idrologico prodotta dal capitalismo fossile. Si tratta di un cambiamento strutturale con vastissime implicazioni, che per noi vuol dire (anche) minore disponibilità complessiva di acqua dolce rispetto al passato: la fusione dei ghiacciai terrestri ha privato i fiumi della loro riserva stabile.

Per una società come la nostra, ad altissima intensità d’acqua e impossibilitata dalla propria ratio economica a contenerne il consumo, è una bruttissima gatta da pelare. Necessitiamo di enormi quantità e approvvigionamenti stabili praticamente per tutto: agricoltura e allevamento, produzione energetica, manifattura e sanità, edilizia.

Non esiste settore che, a fronte di una riduzione della risorsa idrica, non accusi il colpo; ma è nel suo rapporto con cibo ed energia che l’accoppiata siccità-ondate di calore smaschera la fragilità di un sistema che sta divorando le basi su cui si regge.

Per quanto concerne l’energia, abbiamo assistito  a un vero e proprio cortocircuito su scala europea. Ondate di calore e siccità hanno messo sotto forte stress il sistema elettrico, compromettendo la capacità di centrali idroelettriche e termoelettriche. Come ogni estate è però il nucleare a patire maggiormente la mancanza d’acqua.

Dalla Romania all’Ungheria, passando per Croazia e Slovenia fino alla Francia, diversi sono gli impianti che hanno dovuto ridurre o interrompere la produzione per l’impossibilità di raffreddare i reattori a causa della scarsa portata dei fiumi e della temperatura troppo alta delle acque. E mentre nei paesi nuclearizzati vengono spesi milioni di euro per deviare fiumi nel tentativo di far arrivare più acqua alle centrali e la chiusura delle centrali mette in crisi l’approvvigionamento quotidiano di elettricità, il governo italiano rilancia l’atomo definendolo “sostenibile” e “sicuro” e lavorando senza sosta a decreti per l’operatività di una legge-delega.

Sulla questione del “ritorno al nucleare” in Italia, rimandiamo a più ampi contributi tematici [1, 2]; per quanto riguarda invece nello specifico il rapporto nucleare-siccità, è il caso di sottolineare che è anche grazie all’assenza di un programma nucleare nel paese se il nostro settore energetico ha consumi idrici relativamente contenuti: ad oggi, solo l’11% dei nostri consumi totali è destinato al settore energetico, rispetto a una media europea del 32%. Innestare il nucleare in Italia implicherebbe una drastica riorganizzazione dei già precari equilibri idrici: non è chiaro da dove (e a scapito di chi) potremmo prendere l’acqua necessaria a mantenere operative le centrali, considerato che anche i reattori più avanzati in commercio hanno fabbisogni enormi e in luce della costante diminuzione della portata dei corsi d’acqua.

Precisiamo in merito che utilizzando un’equazione prodotta da Union of Concerned Scientists è possibile calcolare la quantità di acqua necessaria per il raffreddamento di una centrale nucleare: per un impianto da 1000 MegaWatt sarebbe necessaria una quantità di acqua pari a un terzo di quella che scorre (quando scorre) nel Po a Torino. Per intuire le dimensioni: la centrale di Caorso era di 830 MegaWatt. Un’altra questione è poi come si possa perseguire il nucleare senza sacrificare la possibilità stessa dell’autosufficienza alimentare in un paese dove circa il 40% dell’output agricolo dipende dal comparto irriguo. Che utilità strategica può avere la “sovranità energetica” senza sovranità alimentare?

Perché per quanto riguarda il settore agrozootecnico, non abbiamo abbastanza acqua neanche per coprire le necessità presenti. La situazione più critica resta nel Nord, dove l’agro-industria impera e dove la scarsità d’acqua ha compromesso produzioni strategiche come mais, riso e soia, devastato i pascoli e provocato vere e proprie ecatombi nell’allevamento intensivo.

L’ultimo bollettino dell’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici dell’Autorità di Bacino distrettuale del Po, restituisce una situazione in via di stabilizzazione che pur registrando miglioramenti rimane critica, a causa del pesante debito idrico accumulato nei mesi trascorsi. Nelle parole dell’Osservatorio diramate a seguito della seduta del 27 agosto, “non si può ancora parlare di una definitiva inversione di tendenza, in considerazione soprattutto della prolungata e ininterrotta condizione di deficit idrico alla quale il Distretto del Po è stato oggetto a partire dalla fine di giugno”. 

Il persistere delle alte temperature e la carenza di precipitazioni durante giugno, luglio e buona parte di agosto ha esasperato le riserve d’acqua dei grandi laghi regolati. Il lago Maggiore si è attestato su valori prossimi ai minimi storici di riferimento, mentre le portate del Po sono scese sotto i valori dei tempi di magra. La scarsità del flussi ha portato con sé per i territori del Delta del Po e del Polesine un fenomeno particolarmente distruttivo, cioè  la risalita dell’acqua marina lungo i fiumi e i canali verso entroterra e falde: le infiltrazioni hanno devastato gli ecosistemi fluviali e bloccato l’irrigazione su migliaia di ettari.

Ma se le violente precipitazioni dovute ai temporali convettivi o “di calore” sul settentrione hanno temporaneamente rimpinguato i corsi d’acqua, il comparto agricolo non ne ha tratto grande beneficio. E’ acqua che cade troppo tardi e su terreni troppo aridi per assorbirla. Raccolti interi, ormai compromessi dalla siccità, sono andati persi. E gli effetti distruttivi dei nubifragi che abbiamo potuto “apprezzare” nelle città non hanno risparmiato i campi: nel Levante ligure per l’olivicoltura si stimano cascole intorno al 50% delle olive, con punte fino al 60%. 

Nei sud il bilancio non è meno pesante. Gli oliveti soffrono anche in Puglia e in Molise. Sempre in Molise per il girasole, andato in raccolta a fine agosto, si stimano perdite tra il 40% e il 60%.

Per usare le parole della Coldiretti, si tratta di un’Italia divisa tra “campi allagati e raccolti bruciati”.

Sempre secondo Coldiretti, il danno economico per il settore dovuto a ondate di calore, siccità, grandinate e roghi già all’11 di agosto superava i 3 miliardi di euro. A pesare, oltre alle perdite nella produzione, sono l’aumento dei costi per energia, fertilizzanti e gasolio agricolo dovuti alla chiusura dello stretto di Hormuz. 

Ma se i prezzi per i consumatori  sono come ci aspetteremmo in aumento, quelli pagati agli agricoltori (sopratutto per la frutta) seguendo l’analisi Coldiretti sono crollati fino al -34% nella quarta settimana di luglio rispetto all’anno precedente. Similmente l’Ansa riporta che “i prezzi pagati ai produttori registrano cali medi del 20%”. Una discrasia molto probabilmente imputabile a quei fenomeni speculativi tipici dei regimi emergenziali.

Quali che siano le cause, l’aumento del costo della vita in relazione a crisi idriche e canicola è comunque un fenomeno assodato: rispetto all’ondata di calore in isolamento, la concomitanza della siccità nello stesso mese aumenta la riduzione media del reddito familiare annuo di 0.8 punti percentuali. Le classi più povere sono, anche qui, sensibilmente più colpite (Schleypen et al., 2026).

Per l’agricoltura, settore che più patisce in questo new normal climatico, adattarsi all’era della “bancarotta idrica globale” è una questione di sopravvivenza immediata. Non è un caso che gli attori dell’agroindustriale siano stati tra le prime realtà economiche a mettere sul piatto la necessità indifferibile di interventi infrastrutturali sulla rete idrica (in Italia arriviamo a perdere il 42% dell’acqua potabile) e sul sistema nazionale degli invasi o bacini idrici. Una tecnologia proposta già su ampia scala in Francia, dove l’agribusiness ha raggiunto estensioni maggiori e rappresenta una forza politica consolidata e dove un’ampia mobilitazione portata avanti da comitati territoriali e i Soulèvements de la terre è riuscita a contrastarne l’avanzata, portando a casa una vittoria per la tutela delle acque e del loro consumo. 

In generale, la strategia privilegiata dal settore per cercare di sopravvivere rimane quella della digitalizzazione e automazione dei processi produttivi, al fine di rendere di più con una quantità inferiore di risorse. Il mercato dell’agricoltura digitalizzata è in Italia in crescita stabile da anni, senza che però si apprezzino risultati significativi per la resilienza del comparto.

I limiti di questa agricoltura 4.0 come risposta alla crisi eco-climatica diventano anche più evidenti nella relazione ambivalente che l’agroindustria intrattiene con i cascami materiali delle tecnologie in cui hanno riposto le loro speranze. Esemplare la questione dei data center: se da una parte l’agricoltura di precisione e digitalizzata non può prescindere dall’esistenza di queste strutture, dall’altra è proprio con i data center che si trova sempre più spesso a competere per acqua, energia e soprattutto suolo. Una situazione simile a quella venuta a crearsi in relazione alle energie rinnovabili: favole come quella dell’agrivoltaico, utili ad alimentare il mito delle tecnologie verdi come la soluzione sostenibile al riscaldamento globale, sui territori si sono tradotte in progetti di mera speculazione energetica e nell’erosione dei settori alla base della riproduzione, come l’agricoltura. 

A fare da contraltare alle soluzioni fallimentari del privato è la passività della regia pubblica. La misura più sostanziale a tutela dell’agricoltura messa in campo dalle istituzioni è stata l’anticipo a fine luglio dell’erogazione dei fondi europei della PAC (Politica agricola europea); un necessario sollievo di liquidità in un momento cruciale per diverse produzioni, ma che segnala l’assenza di una vera strategia sul lungo periodo. 

Una criticità ulteriore della misura dipende però dalla natura della PAC stessa.
È noto come il principale strumento di supporto all’agricoltura dell’EU premi in maniera sproporzionata grandi aziende e proprietari terrieri, traducendosi nei fatti in una sorta di sussidio al latifondo. In Italia, secondo un report di Greenpeace, nel 2024 il 31% dei fondi PAC erogati è stato assorbito dall’1% più ricco dei beneficiari.Nell’assenza di un sostegno mirato e reale a piccoli e medi produttori, non è improbabile che la crisi attuale risulti in un’accelerazione sia dell’abbandono dei terreni agricoli sia della concentrazione della terra coltivata nelle mani di pochi egemoni. A uscirne ulteriormente rafforzata potrebbe essere proprio quell’agroindustria che tanta responsabilità ha avuto nel portarci alla catastrofe attuale, sacrificando invece esperienze alternative e consolidando il primato di colossi come BF SpA (Bonifiche Ferraresi), che attraverso le proprie controllate detiene il primato per superficie agricola utilizzata (SAU) in Italia e ha integrati nella propria filiera tutti i segmenti chiave del settore. L’holding BF ricopre inoltre, in stretta collaborazione con Leonardo, un ruolo centrale nell’avventura coloniale agri-energetica del Piano Mattei.


5.Un mondo in fiamme

“I dati contenuti negli ultimi aggiornamenti ISPRA e le evidenze raccolte da Legambiente nel corso dell’ultimo anno descrivono con nettezza un passaggio d’epoca: in Italia gli incendi boschivi non possono più essere letti come episodi straordinari, concentrati in poche settimane estive, ma come la manifestazione ricorrente di una fragilità territoriale ormai strutturale”. Così apre l’edizione del 2026 del report sugli incendi di Legambiente, “Italia in fumo”

Un’analisi evidentemente valida non solo per l’Italia: incendi estremi hanno attraversato tutta l’Europa accelerati da siccità, aridità del suolo, carenza di precipitazioni e, soprattutto, dalle lunghe e ravvicinate ondate di calore di quest’estate.
In alcuni casi, come per la Francia, il 2026 è l’anno peggiore per ettari bruciati dopo il 2012 (l’anno nero degli incendi in Europa). In Serbia si è arrivati ad avere 45 fronti di fuoco aperti simultaneamente. In Belgio sono bruciati oltre 3mila ettari nel più grande incendio della storia moderna del paese. In Grecia sono morti tre vigili del fuoco e due civili.
Il paese europeo più colpito è la Spagna, alle prese con una crisi senza precedenti. Stando a un bilancio aggiornato all’11 agosto del ministero della Transizione ecologica, sono oltre 226mila gli ettari bruciati in Spagna dall’inizio dell’anno, il 38,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Migliaia di persone restano sfollate.

Alle nostre latitudini le cose non vanno diversamente. Nei primi sette mesi del 2026, secondo l’aggiornamento ISPRA relativo al sistema di monitoraggio degli effetti degli incendi boschivi, sono stati rilevati da satellite circa 1070 grandi incendi. Il Wwf calcola che nello stesso lasso di tempo siano “andati in fumo” 70mila ettari. Ad essere interessati da incendi importanti con più fronti di fuoco aperti sono stati anche territori come la Carnia, dove i roghi estivi non sono tradizionalmente un problema.
Il peggio degli incendi si è dato nei Sud e nelle Isole. Sicilia (510 km²), Calabria (78 km²) e Puglia (48 km²) rappresentano i territori più colpiti per ettari bruciati.

Come per ondate di calore e siccità, anche per gli incendi vale la regola aurea del collasso eco-climatico: sempre più spesso, sempre più estremi. L’aumento non è infatti solo nel numero di roghi, ma anche nell’incidenza dei cosiddetti “mega-incendi”, fenomeni che superano ogni sforzo di contenimento: un tempo eventi eccezionali, sono ormai responsabili della maggior parte della superficie bruciata.

A predisporre i territori alle fiamme contribuiscono, oltre a ondate di calore e aridità del suolo, fattori come la mala gestione pubblica (scarsissima attenzione alla prevenzione unita alle poche risorse allocate per l’emergenza) e l’abbandono delle aree rurali, processi che hanno comportato una riduzione di quelle attività – come il pascolo o la coltivazione – fondamentali per contenere il materiale combustibile. E’ però bene tenere sempre a mente che queste sono le condizioni necessarie, e non già sufficienti, per innescare incendi. L’origine dei roghi rimane quasi esclusivamente antropica, fatto su cui la canea di giornalisti e politicanti ama soprassedere. Secondo le stime ISPRA, in Europa circa il 96% degli incendi è riconducibile d’origine antropica, accidentale o dolosa. E nella maggior parte dei casi, l’incendio doloso è legato agli interessi speculativi dell’edilizia. 

Gli effetti sulla salute di chi abita aree cronicamente interessate dagli incendi sono tanto immediati (dalla banale irritazione delle mucose fino all’intossicazione) quanto complessi e poco studiati su periodi più estesi. Il fumo è veicolo di elementi cancerogeni, gas e particelle fini come il particolato PM2.5, capace di provocare nel corpo un’infiammazione sistemica di lunga durata. Quando poi le fiamme interessano anche aree urbanizzate e strutture già di per sé nocive (come nel classico caso dei roghi estivi di discariche più o meno abusive) si aggiungono altri inquinanti tossici.

Ma l’eredità del fuoco va oltre. Fuori dall’emergenza, nuove vulnerabilità attendono i territori: la carbonizzazione del suolo prodotta dalle alte temperature impedirà all’acqua di filtrare e raggiungere le falde, la scomparsa della chioma degli alberi non rallenterà più la caduta della pioggia, le radici si devitalizzeranno completamente e verrà meno la loro funzione di stabilizzazione. Il dissesto idrogeologico conseguente porterà a una maggiore incidenza di fenomeni come le frane. 

Insomma, purtroppo, da cosa nasce cosa. 

6. La malagestione pubblica

Rintracciare quali sono state le mosse della gestione pubblica in questa situazione al collasso è utile per capire quali sono i colli di bottiglia e come queste crisi vengono riprodotte e alimentate.

Nonostante siano ormai numerose le estati che hanno messo a dura prova l’intero stivale, come abbiamo visto ancora vengono adoperati toni emergenziali e strumenti last minute per gestire ondate di calore e siccità. Il Presidente della Regione Piemonte, nell’emanare a inizio agosto lo Stato di emergenza di rilievo regionale per la crisi idrica e gli incendi boschivi, ha riproposto questa narrazione, presentando lo strumento come adatto a gestire queste “situazioni emergenziali”.
Le estati del 2022 e 2023 in Piemonte erano state già definite dagli esperti dell’ARPA Piemonte come le più gravi degli ultimi 70 anni.

Si sono ben oltrepassati i termini per cui si può definire la nuova condizione climatica estiva come una situazione emergenziale. In questi anni, le estati sempre più roventi, non hanno spinto le varie giunte regionali e comunali – per non parlare dei governi statali – a mettere in campo misure reali di adattamento e mitigazione per gestire questa crisi sempre più profonda, anzi. 

Sullo sfondo di queste mancanze e complicità istituzionali si muovono i numerosi comitati per il verde pubblico, nati per opporsi al taglio indiscriminato di alberi e alla distruzione di polmoni verdi dovuti alla cementificazione, spesso mascherata attraverso grandi operazioni speculative (come quelle legate ai fondi PNRR) in rigenerazione urbana. Intorno al verde si sono innescate su tutta la penisola forme di lotta frammentata ma diffusa. Una delle motivazioni comuni alle diverse battaglie è proprio la centralità di alberi e boschi per chi vive le città durante le ondate di calore. La diminuzione del “patrimonio arboreo” ha infatti effetti immediati sul microclima locale. Dove sono stati effettuati tagli, le temperature hanno segnato un netto aumento dei valori. Nel caso delle alberate di C.so Umbria a Torino, dove grandi aceri adulti sono stati abbattuti e rimpiazzati da piccoli peri cinesi, si è rilevata una crescita della massima stagionale di  2°C.
È proprio durante la quarta e quinta ondata di calore che a Reggio Emilia il Comitato Bosco Ospizio si batte, nonostante le temperature e i nubifragi, per la difesa di un bosco minacciato (grande classico) dalla costruzione di un supermercato Conad.

Le alte temperature non schermano dalla volontà delle amministrazioni di svendere ampie porzioni di verde pubblico, ormai una delle poche aree in cui trovare “pace” nelle caldi giornate italiane. La solidarietà concreta che si è raccolta da più parti d’Italia attorno alla difesa del Bosco indica chiaramente come il problema della messa a valore del verde pubblico sia un problema diffuso e sentito.

[Fig. 5, presidio all’alba per la difesa del Bosco Ospizio a Reggio Emilia]

La mala-gestione passa poi per le infrastrutture che dovrebbero garantire la diffusione e la distribuzione di risorse fondamentali come l’acqua e l’energia.

I blackout continui, l’aumento del costo delle bollette, la siccità e le conseguenze che questa ha sulla produzione e sulla riproduzione, passano per la loro gestione pubblico-privata. Come nel caso della rete idrica, quella elettrica si è dimostrata vecchia, inefficiente e inefficace, al collasso all’arrivo delle temperature roventi di questa estate. Già nel 2023 si era denunciato più volte come la privatizzazione dell’acqua avesse dato priorità al profitto delle società che la gestivano più che a investire nel miglioramento della rete. La rete idrica è stata definita più volte un colabrodo, al nord come al sud.

In Italia, come si è detto, la dispersione idrica della rete di distribuzione dell’acqua potabile è pari al 42,2% dell’acqua immessa nelle condotte: quasi la metà dell’acqua potabile viene quindi sprecata. Ciò non stupisce dal momento che più del 60% della rete idrica ha più di 30 anni e un quarto ha oltre 50 anni: i tubi si rompono e decompongono, esigendo continui rapporti per tenere insieme la baracca che innerva paesi, città e metropoli lungo lo stivale. Il tutto mentre alla popolazione viene raccomandato di non innaffiare orti o giardini, di moderare la quantità di acqua usata per fare le docce o per lavare i denti.
Lo sanno bene i marchigiani, che proprio nelle giornate di Ferragosto si sono trovati senz’acqua fino a tre giorni di fila: file infinite per recuperare l’acqua presso le autobotti e saccheggi di bottiglie nei supermercati, in un altro scenario apocalittico. Le cause, secondo Marche multiservizi, sono riconducibili in primis alla siccità: il forte caldo ha generato una contrazione del terreno che ha portato livelli troppo alti di stress per le condotte idriche, che essendo degli anni ‘70 non hanno retto. Eccoci servito il risultato del meccanismo di accaparramento dell’acqua e disinvestimento dalla rete pubblica.

La gestione delle reti idriche in Italia è complessa e coinvolge diversi attori, tra cui Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), che stabilisce le tariffe e dei limiti di qualità del servizio al fine di tutelare i consumatori, Enti di governo (sia regionali che di consorzi comunali) ed infine i Gestori operativi che possono essere pubbliche, miste pubblico-private o private concessionarie. Sono proprio queste ultime che si occupano dell’infrastruttura materiale e dell’erogazione del servizio acquedotto, tre queste citiamo le grandi utilities come Iren (in Piemonte), Smat (a Torino), Acea (Lazio, Campania, Toscana, Umbria) e gruppo Hera (Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Marche). Queste grandi utilities hanno registrato dei trend economici-finanziari in continua crescita. Gli utili aumentano, ma la qualità del servizio è sempre più precaria e insufficiente.

La questione è anche più grave per quanto riguarda le reti elettriche: come si è visto nei capitoli precedenti, numerosi sono stati i blackout nelle città italiane, così come salate sono state le bollette negli ultimi anni dalla crisi energetica in poi. La rete elettrica risulta antiquata quanto quella idrica, i quantitativi di energia dispersi sono enormi. Nonostante ciò gli investimenti nel settore riguardano un incremento dei progetti di mega-rinnovabili, centrali nucleari e continuo approvvigionamento da combustibili fossili. Un ammodernamento della rete permetterebbe di ammortizzare le richieste di energia e ne efficienterebbe l’utilizzo. Ma questo programma si metterebbe in mezzo alla fame di extra-profitti che caratterizza le multiutilities dell’energia come Iren, nota speculatrice nel campo energetico. Il copione è lo stesso: la manutenzione delle reti è un freno alla realizzazione di extra-profitti e di utili, per cui viene minimizzata. 
La gestione delle risorse primarie e la loro assenza hanno fatto sperimentare i primi assaggi di cosa vuol dire essere privati di risorse fondamentali, anche nel nord Italia. Situazioni surreali che si sono gestite in fretta e furia aprendo decine di cantieri nel giro di una settimana, mettendo toppe tardive a un sistema di distribuzione al collasso. 

La mala-gestione riguarda poi come si accennava anche la questione degli incendi, collegandosi al più noto problema del disinvestimento dal verde pubblico: non solo non ci sono più investimenti nella manutenzione del verde urbano (motivo per cui si tende a far fuori gli alberi tout court, piuttosto che curare le criticità man mano che si manifestano), ma anche delle foreste e dei parchi. I tagli nel settore della gestione delle aree protette hanno prodotto un progressivo abbandono di boschi e verde extra-urbano: i boschi (da centinaia di anni opera dell’uomo) non mantenuti sono una vera e propria minaccia, mentre i parchi e le immense aree verdi che dovrebbero essere maggiormente tutelate in condizioni di “emergenza” climatica scompaiono sotto le fiamme. Di fronte a incendi sempre più estesi quello che manca sono risorse, mezzi aerei e personale specializzato stabile. Siamo d’accordo con don Renato Sacco, prete della Val d’Ossola quando afferma che sia ridicolo oggi pensare di fabbricare nuovi aerei da guerra come gli F35 al posto di rifornire i territori di canadair che sono sempre in numero insufficiente per estinguere incendi sempre più estesi. Riportiamo un suo intervento scritto sul Fatto Quotidiano: “Un’ora di volo di un aereo antincendio costa circa 6mila euro, un’ora di volo di un caccia costa circa 40mila euro. Come sempre è un problema di investimenti, di cosa si vuole potenziare e cosa no, di che società si intende costruire per il futuro.”

7. Una lettura ecologico-politica

Quello che si è visto finora è un approfondirsi e un radicarsi delle condizioni che aggravano il nuovo regime climatico e con esso le conseguenze per chi ne soffre già in maniera più sproporzionata. Chi ha potuto si è presto affrettato a coibentare la propria casa, magari comprarsi una villetta in montagna o al mare, migrando per tutta l’estate e fuggendo dalla città, oppure costruendo una piscina e stipando condizionatori in ogni stanza.

Si precisa: i condizionatori non rappresentano una “soluzione di classe” determinata. Ormai la trasformazione di questo prodotto in bene essenziale ha fatto sì che i suoi costi fossero accessibili alla massa – oltre che unica soluzione immediata a un clima urbano rovente. Pensiamo ad anziani, disabili o lavoratori precari senza ufficio: il condizionatore diventa essenziale, come si è detto, non meno del riscaldamento in inverno. Non tutti possono ancora permetterselo, ovviamente: come faranno gli studenti nelle metropoli costretti dentro le loro stanze ad affrontare il tanto spronato studio solitario e individualizzato?
Se non vi è soluzione alternativa al consumo della merce-condizionatore allora torniamo alla divisione tra chi può permettersi scialuppe di salvataggio individuale e chi è destinato a bollire.

Acquedotti-colabrodo, blackout continui, cemento su cemento, prezzi dell’energia che impennano – mentre i profitti di alcuni aumentano e altri si impoveriscono, seguendo una logica alimentata e sostenuta da amministrazioni e istituzioni. 

Evidenziare come la gestione pubblica sia assolutamente inadeguata a far fronte a una crisi eco-climatica non può però rimanere un discorso fine a sé stesso, ma deve invece servire come punto di partenza per comprendere come nel sistema attuale non ci sia possibilità per una concreta risoluzione: la causa stessa del collasso è infatti da ricercarsi all’interno del sistema in cui quella gestione (pubblica o privata che sia) si inscrive. Un sistema improntato all’estrazione e all’accumulazione di risorse, dove le geografie e le geologie del mondo in cui abitiamo sono plasmate a seconda delle esigenze del Capitale.
La crisi climatica è peraltro evidente anche ai grandi detentori del capitale globale: l’inerzia qui deriva in parte da una continua fiducia nei confronti della salvifica tecnologia e in parte all’assunzione che, in questo mondo, si è in troppi. Qualcuno in questa “nuova arca di Noè” non è destinato a salire.
Il soluzionismo tecnologico proposto in salsa verde che immagina nella tecnologia l’exit strategy dal cambiamento climatico replica le stesse contraddizioni che ne sono alla base, generando nuovi cicli di accumulazione che divorano ulteriori risorse e rendendo inabitabili intere aree. 

Questa crisi tuttavia, per essere realmente compresa, deve venire ricompresa all’interno della più generale crisi globale in corso. L’esaurimento delle risorse fa parte di un sistema in crisi in ogni suo aspetto. E quando il capitale incorre nelle crisi, la guerra diventa l’unica via d’uscita e strada percorribile per garantire e riaffermare la propria potenza egemonica. In questo il modello statunitense-occidentale è emblematico, e va compreso come progetto di distruzione di territori e popoli: il genocidio a Gaza l’ha reso chiaro.

Il riarmo e l’innesto in causa di questo di nuove tecnologie e infrastrutture energetiche svelano l’eredità del capitalismo green: se da un lato non si è consolidato alcun nessun interesse concreto da parte dei governi ad investire nel contrasto alla crisi eco-climatica, vista la necessità imperativa di dirottare risorse sui reali fini delle potenze globali occidentali, dall’altro l’aggettivo green viene riciclato per rendere più accettabili progetti e tecnologie dual-use.
Un esempio ne sono i già citati data center, che dovrebbero “smaterializzare” le nostre economie rendendole digitali e quindi più pulite (omettendo qualsiasi riferimento all’estrazione di risorse necessaria per costruirli ed alimentarli) e il nucleare, altra fonte energetica creata a scopi bellici e obbiettivo bellico a sua volta (rinviamo anche qui a un precedente articolo).

Di fronte alla “fine del mondo a buon mercato” l’unica possibilità è quella di trovare le contraddizioni che fanno emergere l’incompatibilità della riproduzione con l’accaparramento delle risorse e l’accumulazione alla base del capitalismo. Molte lotte hanno colto l’impossibilità di trovare una mediazione che riesca a stare all’interno dei margini e delle recinzioni che pone il sistema. 
Progetti di speculazione energetica, data center, megabacini, opere inutili asservite alla guerra  hanno generato o possono generare delle lotte in grado di rifiutare una falsa risoluzione della crisi proposta dall’alto – lotte in cui si può e deve far emergere la deriva verso forme sempre più distruttive (quando non genocidiarie) implicita nell’attuale paradigma, e come questo stia minando le basi stesse della riproduzione. Lotte situate, immerse nei territori, che possono diventare il campo di battaglia per esplicitare nodi cruciali. Mentre si materializzano i progetti che plasmano città, campagne e montagne si può creare l’occasione per una trasformazione del presente.
Riconoscere i rapporti di forza che hanno generato la condizione strutturale alla base della crisi in corso e ragionare colletivamente su come ribaltarli per costruire una forza contraria alla luce delle contraddizioni che si concretizzano sui territori: ecco un obiettivo nel lungo termine.  

Percorrendo spunti e punti di domanda che sorgono quando si lotta per e con il proprio territorio o quartiere, ci si arriva ad interrogare sulla strada da intraprendere per  rendere credibile un’autonomia reale e riproducibile su larga scala (come quella energetica) senza accontentarsi delle soluzioni per pochi proposte e imposte dall’alto, stando nelle contraddizioni e difendendosi dalle insufficienze di un sistema che non garantisce oggi nemmeno i beni essenziali.

Non sono sufficienti delle proposte riformiste, ma una messa in questione radicale del modello e del sistema in cui viviamo.

8.Conclusioni: battere il ferro finché è caldo

Nella “nuova estate italiana”, dunque, davvero si muore di caldo: si muore al lavoro, per strada, nelle case, si muore in ospedali poco e male condizionati e in strutture sanitarie al collasso.  Si muore in città, montagna e campagna; si muore mentre si aspetta che torni la corrente, si muore su strade rese inagibili dai nubifragi, si muore aspettando indennizzi e ristori, si muore litigando tra Regioni sull’uso dell’acqua, si muore pagando il costo della speculazione energetica e delle guerra in bolletta. Si muore tanto e si muore male.

Capire come provvedere a un’autodifesa energetica nei quartieri più colpiti, ragionare su strategie che lavorino nell’identificare i colpevoli al potere, ma anche nell’innescare lotte che si diano margini di autonomia percorribili per i problemi sempre più accentuati che arriveranno è una priorità da darsi e un’occasione da cogliere.
L’energia, il riscaldamento e il sistema di raffrescamento fanno parte di una riarticolazione dei bisogni attuali declinati nella nuova era della crisi climatica con cui dovremo confrontarci sempre più. Problemi che emergono con maggiore forza nei quartieri popolari, ma che diventano sempre più reali e sentiti in maniera allargata nella città seguendo l’incessante impoverimento che caratterizza anche le classi medie, e su cui rintracciare linee di possibile frattura.

Tanti altri sono gli sconvolgimenti che hanno reso infernale la stagione trascorsa: un discorso a parte meriterebbe la condizione nelle zone di montagna, dove rifugi e alpeggi chiudono, gli incendi devastano boschi e pascoli e frane e le alluvioni sono sempre più frequenti. Non meno problematico il riscaldamento del Mediterraneo e lo stravolgimento dei ritmi di pesca, o l’aumento della diffusione di virus emergenti (come il West Nile) veicolati dalle invasioni di zanzare dovute all’aumento delle temperature. La lista è inquietante, e passibile di ampliamento.

Ma tra un’attesa di 4 ore per un bombolone vista Dolomiti e una grandinata nella via del ritorno almeno questa estate italiana è finita. Sempre più breve, sempre più lunga, sempre più cara, e sempre più invivibile. Attraversata in preda alle suggestioni social di un overturism senza freni, ma soprattutto in preda a un clima che non è possibile governare secondo le leggi capitaliste. O meglio: che proprio in causa di queste ci ha lasciato per oltre tre mesi chiusi in casa, isolati e impoveriti. 

Ad aspettare un autunno che, ci si augura, non sia meno caldo.