
Le nuove regole della Resistenza
InfoAut: Informazione di parte - Tuesday, September 22, 2026Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.
Ricordiamo che a luglio scorso, gli Houthi – che già controllavano la regione della capitale Sana’a – sono riusciti a cacciare le forze filo-governative dalla costa sud-occidentale, prendendo il controllo della città portuale di Mokha, importante centro strategico, dell’isola di Mayyun e delle isole Hanish. Tutti territori già oggetto di contesa, poiché permettono un controllo potenzialmente totale sulla viabilità dello stretto. Tutto questo è avvenuto a seguito della crisi di Hormuz e alla scelta obbligata delle petromonarchie di spostare la circolazione sull’altro lato della penisola arabica (Bab el-Mandeb, appunto), permettendo di attenuare – seppure lievemente – la strozzatura sul mercato petrolifero. La guerra civile era scoppiata nel 2014, dopo l’inizio delle operazioni militari del gruppo sciita zaidita nelle regioni ovest del Paese. Le forze armate yemenite sono state sostenute negli ultimi dodici anni – durante i quali gli Houthi hanno mantenuto pressappoco gli stessi territori fino alla scorsa settimana -, da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finanziati e aiutati a loro volta dagli Stati Uniti.
L’Arabia è il maggiore esportatore di petrolio dei paesi OPEC e la sua economia, nonostante i piani di diversificazione della produzione, è ancora basato sull’export di petrolio per il 45% del PIL. Colpire il suo commercio petrolifero significa quindi assestare un colpo durissimo tanto al paese quanto al mercato del petrolio su scala globale. Inoltre il blocco è avvenuto contestualmente al sabotaggio da parte di milizie filo-iraniane in Iraq dell’oleodotto East-West, che aveva permesso, insieme a Bab el-Mandeb, di far fronte alla chiusura di Hormuz. L’offerta di greggio saudita è scesa a circa 6 milioni di barili al giorno, raggiungendo il minimo storico dal 1990 ad oggi. Se poi l’oleodotto non verrà ripristinato in tempi brevi, provocando uno stop pressoché totale all’export saudita, vi è la possibilità di un crollo del 4% dell’intera offerta globale. Attualmente gli Houthi stanno tenendo in scacco, seppur precario, l’Arabia Saudita, tanto nella sua funzione di sostegno al governo Yemenita quanto nel suo ruolo di alleato USA fondamentale per la strategia di gestione del Medio Oriente.
La guerra si inserisce infatti nella spaccatura tra Iran, di cui gli Houthi sono alleati, e paesi arabi allineati alla strategia Israelo-americana di contrasto all’Asse della Resistenza. Strategia che appare sempre più fallimentare man mano che il tempo passa. Trump infatti, dopo le richieste saudite di intervenire in Yemen, ha risposto con un secco diniego: la prospettiva di un’ulteriore campagna fallimentare – utile solo a dimostrare l’inefficienza militare USA in contesti di guerra “ibrida” – sarebbe politicamente ed economicamente insostenibile. Decisione di certo comprensibile se si considerano le elezioni midterm alle porte, ma che ha come conseguenza un rinnovato e, per il momento, sicuro margine di manovra militare per le milizie di Ansar Allah. Il perdurare della crisi potrebbe però spingere gli USA ad intervenire nonostante le imminenti elezioni. Sul versante regionale appare invece evidente lo sfaldamento dell’alleanza Arabia – Emirati, o per lo meno un allontanamento dei loro obiettivi anche sul breve periodo. L’esercito yemenita si trova infatti praticamente spaccato in due parti, una sostenuta dal regno di Saud e l’altra dagli Emirati. Questa divisione, che ha origine dalle divergenze strategiche dei due paesi – come spiegato qui -, si ripercuote sui risultati politici di Israele e degli USA ottenuti con gli accordi di Abramo. Non significa certo che le alleanze USA stiano per crollare definitivamente, ma il frazionamento causato dai conflitti in corso e la resistenza – e il contrattacco – dell’Iran ne mettono a dura prova la tenuta. Come d’altra parte non si parla di una vittoria immediata dell’Asse della Resistenza: sulla carta le possibilità tecniche di colpire gli Houthi ci sarebbero.
In tutto questo contesto, il Gibuti, che si affaccia sullo stretto di Bab el-Mandeb e dista solo 30 km dalla costa yemenita, è un coacervo di basi militari straniere. Gli Stati Uniti, la Francia, l’Italia, la Cina e il Giappone possiedono una propria base militare sul piccolo territorio del paese. A queste si aggiunge la presenze nelle installazioni americane e francesi di soldati tedeschi, spagnoli e britannici. Appena più a sud c’è poi da ricordare il Somaliland, regione secessionista della Somalia riconosciuta dal solo Stato ebraico. Secondo un’inchiesta di Le Monde, gli UAE starebbero finanziando da quasi un anno la costruzione di una base militare a Berbera, da mettere a disposizione di Israele e degli USA. Si tratta anche in questo caso di una città portuale che si affaccia sul Golfo di Aden, e quindi direttamente rivolto verso il litorale yemenita controllato dai Partigiani di Dio.
A mancare è piuttosto la capacità di riorganizzare una forza politica capace di seguire gli obiettivi militari dettati dallo Zio Sam. Opera nella quale gli Stati Uniti trovano sempre più difficoltà, anche con gli alleati storici. La risposta del nuovo patto di difesa stipulato da Pakistan, Turchia e Arabia Saudita ne è una prova. Se il patto si può leggere come una forma di avvicinamento tra un paese della NATO e due alleati politici tanto dell’Alleanza Atlantica quanto soprattutto degli USA, risulta chiaro anche il significato opposto: in assenza di un reale agente stabilizzatore nella regione, i tre paesi hanno ritenuto necessario stipulare questo patto di mutua difesa militare. Questo dipende certo dal timore di un’escalation con l’Iran – che ha colpito a più riprese zone dell’Arabia Saudita – e con gli Houthi, ma anche dalla spinta sempre più aggressiva e oltranzista di Israele, che va sempre più in contrasto soprattutto con gli interessi di Ankara. Vi è poi da considerare il ruolo che il Pakistan ha deciso di assumere rispetto al conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran, ovvero quello di un mediatore più o meno imparziale, capace di porsi – anche grazie alla leva atomica – come stabilizzatore regionale. Così spiegata la decisione dei due paesi, sulla carta dovuta alla non attività del nuovo patto, di non intervenire.
Assistiamo per l’ennesima volta nel giro di pochi mesi a un ulteriore elemento di destabilizzazione nei confronti degli Stati che gravitano nell’orbita americana e, dunque di riflesso, un colpo alla loro garanzia di tenuta nella regione. Per quanto sia complicato dirimere quanto ci sia di strategia e quanto sia dettato da variabili impazzite, conseguenza dalle scelte di Trump e, dunque, di una tendenza soggettiva ben specifica, un dato è il susseguirsi di azioni vincenti da parte di diversi soggetti della Resistenza che risultano inaspettate per i Paesi filoamericani.
Se le aziende petrolifere americane vedranno un incremento della domanda a fronte di un aumento piuttosto accentuato dei prezzi al barile – ampliando una produzione già spinta a regime dopo il tracollo del Venezuela e la chiusura di Hormuz -, la sconfitta sul piano politico è piuttosto chiara. Hormuz rimane chiuso e Trump appare incapace di intervenire per impedire all’Iran di mantenere un controllo significativo in uno Stretto di interesse globale. In questi giorni i ministri degli Esteri del G7 riuniti a margine dell’Assemblea dell’ONU a NYC hanno dichiarato che gli Houthi devono immediatamente cessare le loro azioni militari contro il trasporto marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, oltre a invocare la fine del supporto in mezzi e armi da parte dell’Iran agli Houthi. Trump nel frattempo ha enunciato nuove frasi ad effetto, “deciderò se fare esplodere l’Iran”.. che su questo piano non ci sia nessun tipo di reazione a livello internazionale la dice lunga sulla posizione tuttora egemone di un personaggio e di un sistema di capitali come gli USA. Al di là delle frasi ad effetto però l’Arabia Saudita rimane isolata e la pressione su Bab el- Mandeb rimane un elemento di fastidio. Per quanto i Partigiani di Dio abbiano detto di non voler interferire con nessun’altro se non con le petroliere saudite e di fatto non ci sono motivi per pensare che abbiano la volontà di contrapporsi a decine di Paesi che commerciano nel Mar Rosso, la pressione da loro esercitata in queste settimane è una leva politica di un certo rilievo. La crisi del mercato petrolifero, la minaccia costante per le navi mercantili, dei potenziali pedaggi e l’aumento dei costi assicurativi rappresentano elementi di ricatto a discapito degli Stati Uniti.
L’essere impreparati contro milizie irregolari, eserciti popolari o, come in questo caso, formazioni di combattenti yemeniti dipinti dalla narrazione generale come “ribelli in ciabatte”, dimostra da parte degli USA un livello di vulnerabilità interessante. Probabilmente proprio a causa di una sorta di delirio di onnipotenza collettivo che spinge a pensarsi come inattaccabili da una parte e, dall’altra, a guardare a queste dimensioni come i “barbari” incapaci di organizzarsi, di formarsi, di ottenere mezzi militari, di avere capacità strategiche e politiche è ciò che apre contraddizioni sia nel cuore dell’impero americano sia alle sue periferie. Il fatto che questi soggetti si considerino soggetti collocati in un determinato luogo e in uno specifico momento della Storia e dunque si percepiscano in possibilità di intervenire, è ciò che spiazza maggiormente uno sguardo pregno di pseudo superiorità morale ancorché materiale. Inoltre, l’innovazioe tecnologica militare trainata dalla guerra in Ucraina, insieme all’accesso a piattaforme di intelligenza artificiale, ha inaspettatamente rafforzato le possibilità della guerriglia e fornito nuovi strumenti adeguati a fronteggiare la sproporzione di mezzi in campo. Ciò ha reso possibile trasformare un offensiva dell’Arabia Saudita in una controffensiva dirompente a favore degli Houthi.
Questa dinamica ha nei fatti rappresentato una costante storica per contribuire alla vittoria dei movimenti anti-coloniali contro le potenze imperiali, ma forse oggi potremmo registrare un nuovo dato: gli Stati Uniti non riescono più a garantire in maniera credibile agli occhi del mondo un’influenza politica capace di evitare che eventi di questo tipo si verifichino e negli ultimi anni ciò è avvenuto con maggiore intensità e regolarità. Questo processo produce un effetto a catena di potenziamento delle capacità militari dei gruppi dei “ribelli” ma soprattutto alimenta la loro reputazione in termini simbolici, pensiamo dal 7 ottobre in avanti. Sarà interessante vedere dove porterà questa nuova tendenza, se ad un’erosione lineare dell’egemonia globale USA e contestualmente ad un’intensificazione dell’aggressività militare sui territori implicati per rispondere sul piano della forza oppure a un lavoro che sappia puntare anche a una dimensione di ricostruzione di una legittimità e intervenga per riassorbire la crisi dei valori dell’occidente collettivo e in particolare dell’egemonia americana.