
La morte del lavoro
InfoAut: Informazione di parte - Saturday, September 26, 2026Oggi scrivere dell’omicidio sul lavoro di Andrea Moretti, operaio rocciatore, non è facile.
Nel farlo esprimiamo la nostra vicinanza ai suoi colleghi e familiari. In questo paese sul lavoro muoiono in media 3 persone al giorno. Una statistica mostruosa che cela il più grande rimosso di questo Paese inebetito e fermo: le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Raramente questi fatti “fanno notizia”, si legga: interessano ai padroni e magnati che possiedono in poche mani la stragrande maggioranza dei giornali e telegiornali italiani. Ma per le persone a cui erano legati, per i territori in cui abitavano, queste “notizie” pesano come macigni e sono all’ordine del giorno.
Chi muore di lavoro ha tutte le età e le cause sono quasi sempre le stesse: mancanza di dispositivi di sicurezza, orari esasperanti, stanchezza, imprevisti, avarizia del padrone o padroncino di turno che ha risparmiato sui materiali eccetera eccetera. Ed è così a prescindere da questo caso in particolare su cui speriamo si arrivi a fare chiarezza.
Questa volta però è successo in un posto “speciale”, il Colosseo, e questo ha determinato una canea mediatica e lo sciacallaggio di politicanti di ogni risma. Perché, in un giorno a caso della settimana scorsa, non si sono accalcati in un altro posto della penisola per un altro lavoratore morto in circostanze simili? Perché sono principalmente degli ipocriti, che non si fanno scrupoli ad usare la morte di un ragazzo per mettersi in mostra. Si, ma non solo. Andrea è morto sul loro palcoscenico, in centro alla Capitale, e allora non si può permettere che qualche sindacato confederale, venduto quanto loro, possa dire che non gliene importi. E allora si scrivano profluvi di inchiostro andando ad indagare fino all’ultimo dettaglio: la biografia, la tragedia, il dolore devono essere spettacolarizzati perché migliaia di altri morti rimangano nascosti, senza nome.
I giornali padronali ci devono pure deliziare con articoli che descrivono l’antica origine del mazzetto di fiori che quel mentecatto del ministro Giuli ha portato in dono, a favor di telecamera, al defunto. Da persone comuni che hanno passato, nostro malgrado, la vita a lavorare e a sentire decine di storie di morti e infortuni, abbiamo la nausea. Ci consola solo il fatto che magari questa esposizione mediatica possa portare qualche tipo di “giustizia” alla famiglia. Poi sfilano i sindacalisti confederali che, in giacca e cravatta, si mettono in mostra senza neanche degnarsi di indicare le vere cause di tutti questi incidenti. Ma come si fa a prendere sul serio chi molto probabilmente non si fa un turno di lavoro da 20 anni o più, e che sta lì perché deve tutelare il suo stipendio da sindacalista?
Il giorno dopo, o quello dopo ancora, tutto sparisce e si viene dimenticati dai giornali. Tutto torna nella opprimente normalità.
Il problema enorme da affrontare sono le condizioni in cui lavoriamo e la rispettiva paga. I salari nel nostro paese sono il margine di profitto maggiore per le aziende. Sui salari si scarica tutto: crisi, incapacità di sopravvivere nel mercato globalizzato, i benefit per i manager. Ora ci dicono pure di voler spostare ancora l’età pensionabile, perché anche la pensione è salario, stipendio, paga.
Ma cosa c’è dietro quei soldi? Dietro quelli che ci mettono in busta paga e dietro quelli delle trattenute che dovrebbero pagare i servizi essenziali. Ci sono le nostre vite, soprattutto i nostri interessi, le nostre capacità di realizzarci come persone. Se i soldi non bastano allora siamo infelici e fatichiamo ad arrivare alla fine del mese, ci stressiamo, ci auto sfruttiamo con un altro lavoretto extra. Ma quei soldi rappresentano un doppio ricatto e un doppio potere. Sono il ricatto di monetizzare quello che sappiamo fare e di imprigionarlo in mansioni spesso ripetitive e che non ci appartengono più, che realizziamo per qualcun altro, per fini non nostri. Sono il ricatto per tenerci attaccati agli interessi di qualcun altro, altrimenti non mangiamo e consumiamo. Hanno il potere però di essere un costo ineludibile per le aziende: senza stipendio, per quanto misero, niente lavoro e quindi niente profitto. Lo stipendio ha il potere di aumentare a parità di lavoro messo in campo dai lavoratori, anche se non ci crediamo quasi più. Nulla lega i soldi alla nostra mansione, a parte le lacrime di chi si divide i profitti aziendali, all’attività concreta che svolgiamo.
Il lavoro è l’insieme di tutto questo: è una catena, che può consumarci piano piano, ucciderci o mutilarci. Finirla con le morti sul lavoro, accidentali o per colpa dei padroni, vuol dire farla finita con il lavoro, ogni altra opzione non può funzionare. Di fronte alla morte dovremmo fermarci un attimo a pensare che l’attività umana e il funzionamento della società può basarsi su qualcosa di diverso.