
Giulio Regeni, i tribunali e la Verità
InfoAut: Informazione di parte - Wednesday, September 30, 2026Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni – un dottorando dell’università di Cambridge, un giovane compagno che collabora occasionalmente con il Manifesto e che si trova in Egitto per condurre una ricerca sul programma e sul ruolo dei sindacati autonomi nelle proteste seguite alla rivoluzione che aveva rovesciato Mubarak – esce di casa per andare a prendere la metro. Giulio non tornerà mai più. Il suo corpo verrà ritrovato una settimana dopo, orrendamente seviziato dalla tortura.
Quasi undici anni dopo, il 28 settembre 2026, un tribunale di Roma ha condannato tre ufficiali in forza ai servizi segreti del governo egiziano a dieci anni di carcere, per il reato di tortura e sequestro di persona. Assolti dall’accusa di omicidio. La stampa italiana grida alla Verità: finalmente la magistratura, la massima espressione dello stato di diritto, nonché la sana spina dorsale della società civile, ha pronunciato la sua sentenza. Finalmente, tuba La Repubblica, anche il governo Meloni verrà messo di fronte all’innegabile: il servizio di sicurezza del regime egiziano di Abdel Fattah El-Sisi, con cui l’Italia firma ininterrottamente accordi commerciali sin dal suo sanguinoso insediamento, ha fatto del male ad un cittadino italiano. Ci sono voluti dieci lunghi anni, perché la verità giudiziaria italiana stabilisse «oltre ogni ragionevole dubbio» che i servizi di sicurezza egiziani torturano.
Certo: avevano tenuto sequestrato Patrick Zaki nelle loro galere per anni. Certo: di oltre 60 richieste sul caso Regeni inoltrate dagli inquirenti italiani al Cairo, solo 25 hanno ricevuto una risposta. Certo: i servizi di sicurezza egiziani non hanno mai concesso alle autorità italiane l’accesso alle celle telefoniche degli indagati. Certo: gli investigatori di Roma non hanno mai neanche potuto vedere i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni. Certo: i servizi segreti egiziani hanno ignorato tutte le richieste di inoltrare alle controparti italiane i documenti sul monitoraggio delle attività del ricercatore italiano.
Certo: i tre colonnelli condannati – il loro superiore, un generale imputato nello stesso processo, è stato invece assolto dai giudici italiani – non si trovano neanche in Italia. Si trovano in Egitto. Dove rimarranno, molto probabilmente, in libertà.
Quindi? Abbiamo davvero avuto bisogno di una sentenza del Tribunale di Roma per sapere che in Egitto i servizi di sicurezza hanno torturato un giovane compagno, che la tortura e l’omicidio poliziesco siano da anni una pratica sdoganata da quel regime di macellai contro ogni forma di opposizione sociale, religiosa, sindacale? Verrebbe da ringraziare questi giudici, perché finalmente ci hanno illuminato e ci hanno tolto il prosciutto dagli occhi. Come avrebbero potuto, in assenza di questa sentenza, essere considerate «Verità» centinaia di testimonianze, di racconti, cicatrici sulla pelle di tanti e tante rifugiati egiziani, esuli politici, ex-prigionieri? È come se i fiumi di inchiostro versati da decine e decine di giornalisti, di rifugiati, di imam e di critici del regime sul sistematico utilizzo del mukhabarat – il temuto servizio di sicurezza di Al-Sisi – come dispositivo di controllo extra-giudiziale usato per terrorizzare, reprimere e spezzare le reni all’opposizione valessero cento, mille volte meno della firma svolazzante di un giudice romano che non parla arabo, non ha mai visto gli imputati, non ha tra le mani lo straccio di una prova perché i suoi colleghi del Paese da cui provengono gli stessi imputati hanno avuto cura di insabbiare fino al più piccolo dettaglio, e che comunque non si è voluto spingere al punto da poter dichiarare quattro ufficiali torturatori colpevoli di omicidio.
Certo, si può dire che questa sentenza – data la realtà di un Paese che ha continuato a fare affari con Al Sisi passando sul corpo e sul sangue di un suo cittadino e di centinaia di oppositori egiziani, che ha stretto accordi con i loro aguzzini, che ha venduto e continuerà a vendere armi al regime militare egiziano – sia meglio di niente. Probabilmente è vero. Ma a che cosa porterà? Gli egiziani fanno per noi il lavoro sporco: chiudono i valichi di Gaza lasciando milioni di persone ammassate sotto le bombe degli israeliani, pur di risparmiare all’Europa e a sé stessi un’ondata di profughi in fuga. Per lo stesso motivo hanno garantito, in cambio di qualche spicciolo, un solido catenaccio al confine con il Sudan – dove una terrificante guerra civile stermina centinaia di migliaia di civili all’anno. L’Egitto è un alleato talmente fidato che il governo Meloni avrebbe persino voluto rimandargli indietro l’imam torinese Mohamed Shahin, uomo troppo solidale con la Palestina per i gusti dell’esecutivo italiano e anche per quelli del governo Al-Sisi, visto che in Egitto è considerato oppositore politico e ricercato proprio da quei servizi di sicurezza processati in absentia a Roma.
Ebbene: ci aspettiamo che, dopo questa sentenza, nulla cambi in tutto questo. A chi leggerà le nostre come delle parole ciniche rispondiamo che ce ne dispiaciamo, ma che esse vengono accompagnate da alcune promesse che facemmo già quando Giulio scomparve nel gennaio del 2016. La prima, è la promessa di continuare a dire e a scrivere che intorno alla morte di Giulio non c’è nessun mistero. Qualsiasi cosa ne dicano i giudici – il governo egiziano di El-Sisi, e non tre colonnelli un po’ troppo paranoici, lo ha fatto rapire, lo ha torturato e lo ha ucciso perché vedeva con fastidio e con paura il fatto che un giovane compagno, un ricercatore europeo si interessasse alla forza sociale dell’opposizione sindacale egiziana. Questa è la Verità. Questo è ciò che dobbiamo raccontare e che dobbiamo ricordare, punto e basta. La seconda, è una promessa che tutti i movimenti sociali e tutti i rivoluzionari hanno fatto almeno una volta nel corso della lunga storia che ha opposto, per secoli ed in tanti paesi diversi, quelli che avevano ben poco, ma a cui non mancava la voglia di combattere, ai ricchi e ai potenti: continuare a lottare perché qualsiasi sgherro bastardo che sevizia qualcuno in nome di un governo troppo vigliacco o troppo corrotto per accettare il terreno dello scontro alla pari possa finire, un bel giorno, nell’oblio della memoria riservato agli infami e agli assassini.
Ai genitori di Giulio, figure straordinarie di quella purtroppo lunga e triste, eppure incredibilmente combattiva tradizione di famigliari e parenti che hanno rappresentato, da Plaza de Mayo alle carceri palestinesi, da Belfast ai tribunali italiani, la forza e l’orgoglio della lotta in nome dell’amore, della giustizia e della verità, va il nostro abbraccio ed il nostro sostegno. A Giulio Regeni e alle altre vittime della repressione egiziana, il nostro ricordo ed il nostro amore, a chi ancora lotta in Egitto contro il regime di Al-Sisi la nostra solidarietà, e alla lotta per quel futuro diverso e più giusto in cui Giulio credeva il nostro impegno.
di GIPI https://infoaut.org/culture/giulio-regeni-31-anni-ieri