E’ la bolla: quanta energia nelle mani dei padroni

InfoAut: Informazione di parte - Friday, October 2, 2026

Stiamo entrando mani e piedi in un sistema di capitalismo finanziario in cui l’energia è la principale merce di scambio.

Merce immateriale ma profondamente terrena: senza energia non c’è vita, l’energia è il motore per curarci, per mangiare, per scaldarci. Terrena come le miniere di uranio per produrre energia atomica, terrena come ettari di suolo che ospitano palazzi di server, terrena come scatole di metallo che se colpite da missili o droni possono fare saltare in aria centinaia di petabyte. Quel che salta in aria non è una fabbrica di armi o una ferrovia ma è il contenitore dentro il quale non vi è più alcun confine tra militare e civile. 

L’Italia è un teatrino grottesco. Il governo Meloni dall’inizio del suo mandato è passato dai proclami sull’hub del Mediterraneo per il gas e al Piano Mattei per poi voler dare seguito agli ultimi colpi di coda del Green New Deal europeo, per poi passare a encomiare la necessità delle trivellazioni di greggio – praticamente inesistente nella penisola – fino ad arrivare alla grande truffa del nucleare come soluzione finale. 

Il Ministro della Sicurezza energetica ha dunque ottenuto il consenso per il disegno di legge sul ritorno all’atomo. Questo disegno di legge delega dovrà essere sostanziato dai decreti legislativi di attuazione ma intanto traccia delle cosiddette “linee guida”, fumose e insensate, che possono essere riassunte così: si parla di nuovi “small modular reactor” senza parlare di deposito per le scorie passate né di decommissioning delle vecchie centrali; si parla di nucleare sostenibile senza parlare di salute degli abitanti dei territori contaminati né dei costi ambientali ed economici, oltre che di sicurezza. Se in questa fase di sicurezza si parla quotidianamente nei termini della necessità di “difendersi” da presunti attacchi russi alle nostre latitudini, non si fa alcun cenno alla sicurezza italiana in uno scenario in cui il territorio dovrebbe venire costellato da piccoli reattori. Piccoli reattori che saranno pronti non prima dei prossimi quindici anni e che aumenteranno la militarizzazione diffusa su tutto il territorio. Si parla di nuove centrali senza parlare dei costi enormi che prevedono ma quel che non si dice è che il budget previsto da questo disegno di legge è ridicolo a fronte dei costi previsti per un’operazione di questo tipo. 

Si parla però di nucleare per un motivo molto semplice: non è sicuramente quello ecologico e nemmeno perché abbiamo bisogno di energia. Ci sono dei limiti oggettivi che si fa finta di non vedere: la rete elettrica nazionale è vetusta e incompatibile a livello tecnico con un’iniezione di energia equivalente a quella che un reattore nucleare potrebbe immettere. Non si tiene minimamente conto del fatto che questa estate le temperature elevate hanno fatto sì che le centrali venissero spente in Francia e in altri paesi europei. Non si tiene conto dei limiti strutturalmente impossibili da superare rispetto alla fusione. La fusione nucleare, tanto propagandata come sola opzione per la fuoriuscita dal fossile, non esiste se non in laboratorio e non esisterà nella vita quotidiana a causa di un bilancio energetico sconveniente: nel processo di fusione si spende troppa energia rispetto a quanta se ne potrebbe guadagnare. Ma tutto questo evidentemente è fin troppo banale. Il motivo per cui si parla di nucleare è che insieme alle rinnovabili – o meglio, senza il nucleare non potremmo produrre tramite rinnovabili, quindi il nucleare è fondamentale per le rinnovabili – dovrà garantire energia a sufficienza per alimentare a spron battuto data center per l’intelligenza artificiale e per il piano di riarmo. 

Questo piano si basa su una proiezione nel futuro e non sulle necessità e possibilità del presente: è l’esempio del processo di finanziarizzazione della questione energetica e, dunque, delle nostre vite. Ciò che è molto reale è la riabilitazione nel dibattito pubblico di un’energia padrona come orizzonte al quale tendere, senza fare i conti con i tempi lunghissimi previsti e con lo scoglio di due referendum che, nonostante tutto, non possono essere sorpassati. Il disegno di legge apre così un ulteriore terreno di speculazione e profitto su qualcosa che ancora non c’è e chissà quando (e se) ci sarà. E’ in grande lo stesso meccanismo che vediamo all’opera da trent’anni in Val Susa: il treno non si farà, il tunnel non esisterà mai, ma intanto i piloni e il cemento oltre a distruggere un territorio producono minuto dopo minuto possibilità di profitto. Il nuovo nucleare probabilmente non esisterà mai ma intanto si mettano i piloni per aprire nuove società (vedasi Nuclitalia) in affari con aziende belliche come Leonardo per dare da mangiare all’apparato di manager che governano il nostro Paese e fare gli interessi di Confindustria; intanto si mettano i piloni per costruire mega centrali di dati che chissà come faranno a rimanere in vita vista la domanda energetica che esprimono; intanto svendiamo intere porzioni di territorio alle Big Tech americane e ai fondi di investimento come Blackrock che nelle città allungano i loro tentacoli dietro ai colossi immobiliari, tra i maggiori promotori di questi progetti; intanto si dia campo libero ai grandi capitali energetici di gestire in maniera totalmente proprietaria fonti, filiera e prodotto finale. 

In questo processo si inseriscono due ulteriori fattori: da un lato, la delega in bianco da parte del governo ad aziende monopolistiche private come ENI di gestire al suo posto il caro benzina sponsorizzando la questione come una prova di forza da parte del governo di essere ancora in grado di piegare le scelte di grandi società come ENI. Evidentemente una falsità, così come una falsità è il “sacrificio per il bene pubblico” del cane a sei zampe che con i profitti fatti negli ultimi tre anni sarebbe in capacità di sanare il debito italiano e invece diventa, in questo teatro dell’assurdo, il benefattore che soddisfa i consumatori agganciandoli alle proprie pompe di benzina. Questo implica non solo rientrare sullo sconto fatto, grazie all’aumento delle vendite, ma probabilmente anche guadagnare, perlomeno in termini di investimento di immagine e, dunque, investendo sul futuro, sul profitto che ci sarà. 

Dall’altro lato, la corsa all’intelligenza artificiale sta trasformando i meccanismi finanziari a livello strutturale dei colossi dell’energia, come dice Volpi, “un tempo caratterizzati da sterminati giacimenti di liquidità netta, in strutture ad alta intensità di capitale fortemente esposte all’indebitamento obbligazionario”. Esiste al momento un debito societario accumulato di oltre 400 miliardi relativo ai colossi tecnologici dell’infrastruttura cloud. Il cuore dell’assorbimento di queste risorse risiede nella costruzione di data center a causa dei costi iperbolici di costruzione e di fornitura di hardware, si parla di 15-25 miliardi di dollari a trimestre per singola azienda, sostiene Volpi. Questo significa un esborso prima che i server entrino in funzione il che si aggiunge all’elevato ritmo di obsolescenza dei server che impone alle società di ricorrere a nuovi server prima di essere rientrate dagli investimenti precedenti. Questo, conclude Volpi, espone il settore a contrazione di liquidità e dunque a incertezza e al possibile scoppio di una bolla che investirà di conseguenza tutti i settori. 

Il tema è che oggi i profitti della banche e delle grandi società energetiche arrivano a livelli altissimi proprio perché non dipendono soltanto dal loro ciclo produttivo ma sono influenzati da eventi legati alla fase storica e, dunque, alla guerra. I profitti dipendono dalle dichiarazioni di Trump, dagli investimenti di Musk o della cricca di Epstein, dai data center colpiti in Medio Oriente, dal controllo sullo Stretto di Hormuz, dalle difese europee che gridano al lupo per gli attacchi russi. Non è solo che i soliti noti ci guadagnano dalla catastrofe è anche che l’immateriale assume valore materiale e quando la bolla scoppierà farà più male di una bomba. 

Energia padrona. Significa che la questione non è tecnica ma politica perché il nucleare per antonomasia non può che stare nelle mani dei padroni. Se negli anni 70 la critica al nucleare veniva fatta non tanto a partire da un presupposto ecologista quanto più perché l’energia nucleare in quanto tale rende più semplice una “gestione anti-operaia della crisi1”, anche oggi occorre guardare al dato materiale e porsi i problemi giusti. Stando all’interno del modo di produzione capitalistico non potrà essere il soluzionismo tecnologico a risolvere i nostri problemi, perché finché non ci sarà controllo del processo di estrazione, produzione e organizzazione del consumo energetico non ci sarà possibilità di contro-potere. In tal senso, l’energia nucleare per la sua specifica potenza olocaustica sposta in maniera drastica, rendendola remota, la possibilità di contendere il potere in un processo rivoluzionario. La delega pressoché totale all’ambito dei tecnici per quanto riguarda un’energia come questa è rappresentativa di un rapporto di dominio che difficilmente può ribaltarsi in favore della classe. La domanda da porsi oggi quindi non è solo come allontanare il rischio di un passaggio di questo tipo, ma anche impedire i processi di estrazione di valore che avvengono sin dalle fasi che precedono l’installazione effettiva di determinate opere energetiche considerate strategiche e che ne preparano insidiosamente il terreno.  

  1.  Amsg, Csez, anni 70 post 2000, Comitato Politico Enel, Crisi dell’energia e ristrutturazione, gennaio 1975, citato in L’energia padrona, percorsi di autonomia contro l’atomo di Eugenio Tradardi, Zapruder 58. 

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