Voci dalla marcia popolare Sant’Ambrogio Avigliana – sempre in aggiornamento

notav.info - Monday, October 5, 2026

Ancora in cammino, per rabbia e per amore, lungo le strade della Valle NO TAV

Un contributo di Nicoletta Dosio

Fu proprio il Comune di Sant’Ambrogio ad ospitare, nella primavera del 1996, la prima malifestazione di piazza contro il TAV.

L’opposizione alla grande mala opera era allora ai suoi primi passi e puntava soprattutto su temi come il consumo del suolo, con i prevedibili danni all’allevamento ed all’agricultura, lo scempio paesaggistico, il deprezzamento dei beni immobiliari e soprattutto il rumore intollerabile, amplificato dall’eco, che il passaggio del supertreno avrebbe prodotto in una valle lunga e stretta, chiusa tra alte pareti rocciose.

La camminata sfilò lungo le vie del paese, con i sindaci in testa ed ai fianchi i trattori e le bandiere della Coldiretti. Le bandiere NO TAV non erano ancora nate ed il Movimento muoveva i primi passi. I giornali parlarono di alcune migliaia di partecipanti ed a noi sembrò un grandissimo, insperato successo.

Dopo trent’anni siamo ancora in cammino.

Alla manifestazione NO TAV che questa volta sfila in Bassa valle, da Sant’Ambrogio ad Avigliana, ci siamo di nuovo tutti: i comitati, i sindaci, le numerose realtà di lotta venute a portare solidarietà da tutto il Paese e dalla Francia.

Commuove ritrovare i vecchi compagni, ma il cuore gioisce di fronte alla marea di giovani e giovanissimi che hanno preso la testa del corteo, ragazze e ragazzi portatori delle istanze di giustizia sociale e ambientale che sono il nostro patrimonio più caro e, attraverso le loro voci, continuano a farsi parola, grido di ribellione.

Alla brezza di valle ondeggiano gli striscioni, sventolano le bandiere, accanto ai simboli NO TAV i colori della Palestina.

E’ un fiume gioioso quello che scorre per le vie dei paesi e dilaga lungo la statale, tra prati ed albereti, case sparse con orti ridenti di verdure autunnali e cagnolini al cancello: è questa la terra amata, sulla quale si allunga l’ombra della devastazione annunciata e che chiede di essere difesa.

Questa volta a rabbuiare la festa non compaiono truppe in assetto antisommossa, solo qualche cellulare piazzato nei punti strategici (ma a Torino e in Valle, nelle stazioni di partenza e di arrivo, la polizia ferroviaria continua a fermare ed a controllare i biglietti).

L’impressione generale è che il vento stia cambiando e che, davanti alla politica scellerata che taglia i diritti di tutti per aumentare i profitti dei pochi, scricchiolino le certezze dei paladini del TAV: non si può non commentare con ironia la misera riuscita della manifestazione SI’ TAV di qualche giorno fa a Torino e paragonare quel centinaio di partecipanti con le almeno cinquemila persone di questo nostro gioioso corteo.

Ad un certo punto compare anche un gruppetto di parlamentari: sono gli eletti in parlamento grazie ai voti del movimento No TAV, i quali, una volta giunti al governo, messe nel dimenticatoio le promesse, si adeguarono alle ascelte scellerate che permisero l’apertura dei cantieri TAV in Valle. Oggi, davanti alle telecamere, tornano ad enumerare i motivi della loro contrarietà all’opera ed a promettere battaglia, ma non ci sono applausi per loro.

In corteo ci si rincontra, si torna a discutere, a far rivivere un passato che, anche in questa nostra Valle, ha significato lotte operaie e ambientali, qualcuna vinta, tante perse. In questo non c’è malinconica commemorazione, ma il bisogno di capire, di recuperare le ragioni ripartendo dalle sconfitte.

Mi capita così di ritrovare un compagno mio coetaneo, negli anni settanta operaio a Mirafiori e delegato sindacale di base. E’ uno dei sessantun licenziati Fiat per rappresaglia, nell’ ottobre ’79. Mi racconta che, proprio su quella esperienza finita con i trentacinque giorni di occupazione della fabbrica e la desertificazione sociale che ancora dura, sta lavorando insieme al collettivo studentesco del Politecnico di Torino. I giovani vogliono sapere per poter ripartire, e non dal racconto dei vincitori, ma dalle ragioni dei vinti.

Di quei giorni ci ritorna un’immagine in particolare: il grande ritratto stilizzato di Marx che campeggiava alla porta 5 di Mirafiori. L’ultimo giorno, sul ritratto, compare una scritta di saluto, a mo’ di fumetto: “Avevamo la ragione e la forza. Ci è rimasta la ragione. coraggio, compagni”.

Ci diciamo che proprio da quel messaggio è ora di ripartire, per riconnettere le lotte e ricomporle contro il nemico comune, lo stesso di sempre, il sistema del capitale: le ragioni durano e si moltiplicano, la forza collettiva rinasce.

Quando arriviamo ad Avigliana si sta facendo sera. La luce del tramonto sfuma tra i tavolini dei bar, accende le chiome autunnali dei viali, colora di malinconia il commiato tra chi ha condiviso la fatica e l’allegria della lunga camminata.

Dal palco arrivano gli ultimi interventi, l’invito al concerto serale.

Per me è ora di tornare. Mi rimetto in viaggio, sul ritmo dei versi danteschi che mi si scadiscono in testa come un amoroso tormentone.

Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ’ntenerisce il core

lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more…..

Val di Susa: un campo largo dal basso

Un contributo di Volere la Luna

“Meglio muntagnine che madamine”: la scritta stampata su una maglietta è mostrata con orgoglio da un’amica che incontro alla manifestazione no Tav in Val di Susa. È il 3 ottobre e un sole più estivo che autunnale scalda il cuore dei no Tav che a Sant’Ambrogio, nella bassa valle, tornano a contarsi per continuare a contare nella partita truccata delle grandi opere inutili. Poco più in là un amico si sente male, un medico lo soccorre, arriva un’ambulanza e la conta si interrompe: forse è stata solo l’emozione a giocargli un brutto scherzo e a spaventare chi gli sta intorno. L’ambulanza porta l’amico in ospedale e la conta riprende. In breve la piazza si riempie e il corteo parte alla volta di Avigliana per far posto a chi ancora sta scendendo dai treni per unirsi a quel popolo no Tav che proprio a Sant’Ambrogio aveva iniziato la sua lunga marcia trent’anni prima. Era il 3 marzo 1996, un sospiro di sollievo aveva salutato pochi mesi prima la fine del conflitto in Bosnia che aveva rischiato di estendersi all’intero continente. Centomila i morti di allora, oggi i morti nel conflitto Russia Ucraina superano i due milioni mentre un genocidio continua a consumarsi in Palestina. Quando riusciremo a tirare un altro sospiro di sollievo?

Anche questi pensieri mi frullano in testa mentre percorro i quasi cinque chilometri del corteo in marcia per ribadire ancora una volta le ragioni no Tav. Un drone ci osserva dall’alto, non è certo pronto a uccidere ma come si fa a non pensare a quanto ho visto al cinema pochi giorni fa? Naza forse non ha aggiunto molto a quello che già sapevamo ma misurare la potenza devastante di tecnologie di morte guidate da governi criminali oltre che una conferma è anche uno stimolo a scegliere ostinatamente altre strade. Mi dico che il rifiuto della guerra e della corsa al riarmo non può che accompagnarsi alle battaglie per riconquistare una democrazia reale perduta da tempo, alle lotte per la difesa dell’ambiente e della salute, contro lo spreco di risorse pubbliche e per un trasporto pubblico al servizio dell’intera collettività. Obiettivi puntualmente ripresi dai no Tav nel convocare la manifestazione di oggi. E la conta riprende.

Quanti siamo oggi? Nella battaglia dei numeri cifre possibili si accompagnano sempre a numeri improbabili ma 5000 mi sembra un valore adeguato per oggi, forse troppo prudente. A sfilare c’è il popolo no Tav che conosciamo e in cui ci riconosciamo, parlo anche per i tanti che mi fermo a salutare o mi fermano per scambiare due parole: militanti anziani che conosco da una vita e tantissimi giovani della valle che non conosco o conosco appena. Il ricambio generazionale qui è una realtà e un esempio da seguire. Ci sono i gonfaloni dei Comuni, i sindaci (tanti, non era scontato) con le fasce tricolori. C’è la musica, ci sono i balli, gli slogan, i bambini in carrozzina e i nonni a guardarli con orgoglio. Certo, alcuni anziani e anche meno anziani non sono più con noi loro malgrado, hanno lasciato un grande vuoto. Penso con tristezza a loro ma ritorna l’allegria quando saluto Nicoletta Dosio che mi sorpassa per avvicinarsi al microfono nel furgone che sta davanti ai primi striscioni: “Giovani No Tav” e “C’eravamo, ci siamo, ci saremo”. A seguire altri striscioni e le bandiere. Salgo su un muretto per avere una vista d’insieme nel lungo tratto di strada che corre tra i campi: è sempre un bel vedere questa marea in marcia, osservare questo fiume che non rimane mai in secca a differenza dei fiumi che non ricevono più acqua da ghiacciai in via di estinzione. A volte la portata di questo fiume cala ma ecco che torna la piena, non mancano certo nuove occasioni. Oggi in primo piano c’è la tratta Avigliana-Orbassano, alle porte di Torino. È previsto che il treno che non c’è dopo essersi lasciato alle spalle Susa e Bussoleno buchi la collina morenica e devasti il territorio a valle. Un’altra follia da fermare. Domani sarà nuovamente la piana di Susa a mobilitare il popolo no Tav, il rischio di morte per soffocamento è reale e la cittadina sarà raggiungibile a fatica da Torino se verranno aperti i cantieri per alzare e abbassare strade, autostrade e ferrovie che non possono intersecarsi. Cantieri che rimarranno aperti per un decennio. Poi sarà di nuovo Chiomonte e il tunnel di base, poi Salbertrand e il deposito dello “smarino”, termine che fa pensare alle vacanze al mare ma che sta a indicare il materiale di scavo delle gallerie ricco di inquinanti mortali.

Smetto di fare la conta dei presenti al corteo pensando alla prima grande manifestazione di Sant’Ambrogio contro il Tav in Val di Susa. Allora erano tremila i militanti quasi increduli nel ritrovarsi in tanti dopo alcuni anni di fatiche: il tentativo di smontare la narrazione del futuro treno salvifico cominciava a dare i primi frutti, il nuovo treno veloce ma non troppo non avrebbe aperto nuove prospettive di progresso per una regione che aveva già perso la locomotiva Fiat già allora in dismissione su un binario morto. Trent’anni sono un’eternità in un mondo impazzito che corre sempre più veloce verso il nulla e non ti lascia il tempo per pensare cosa stai facendo e dove stai andando. Trent’anni fa il popolo no Tav sapeva già guardare lontano e negli anni non ha perso questa capacità: Continua a prendersi il tempo che ci vuole per fermare un disastro, il Tav è solo un frammento di questo disastro.

Anche la militante con la maglietta incontrata alla partenza del corteo guarda lontano. La scritta sulla sua maglietta non si riferisce alla irrilevante iniziativa di pochi giorni fa che ha visto riunirsi in una piazza torinese poche decine di nostalgici di una piazza precedente ma ormai decisamente datata. A guidarli, oggi come allora (era l’autunno 2018), è Bartolomeo Giachino, detto Mino: ex sottosegretario ai trasporti del quarto Governo Berlusconi, poi pensionato da Forza Italia nel 2022, poi riciclato e candidato con scarso successo da Fratelli d’Italia alle elezioni regionali del Piemonte nel 2024. La chiamata di otto anni fa del signor Mino, che continua a definirsi “irriducibile della Tav” senza peraltro rinnegare la sua storica e forte attrazione per l’autotrasporto, aveva avuto maggior fortuna grazie soprattutto alla formidabile campagna di stampa orchestrata dai quotidiani La Stampa e Repubblica da sempre in gara con il TG Piemonte, tutti allegramente schierati per un progresso dai contorni indefiniti e attenti a non far mancare al Piemonte l’appuntamento con l’Europa a causa del suo presunto isolamento nella rete transfrontaliera di trasporti. Avevano tutti puntato sull’immagine e sul jolly rappresentato da sette “madamine” torinesi che si erano prestate volentieri a fargli da spalla per portare in piazza un buon numero di persone al grido, pardon, al sussurro, “Si Tav , Si lavoro”. In piemontese il termine “madamin” sta a indicare “giovane donna sposata che non ha ancora acquisito il ruolo di capofamiglia femminile”, ma in quel caso il termine aveva acquisito un significato più ampio: da una parte veniva valorizzato il ruolo di donne della piccola borghesia torinese poco avvezze a protestare in piazza; dal fronte no Tav il termine era usato con malcelata derisione alludendo anche all’ingenuità di chi si lasciava usare da politici in rapido e inarrestabile declino. A queste madamine si riferiva la scritta sulla maglietta senza nessuna intenzione di infierire sulle poche decine di passanti riuniti in piazza dal signor Mino accompagnato dal signor Cirio, di mestiere governatore della Regione Piemonte. Il signor Cirio è un uomo tutto di un pezzo che non esita a mettersi in gioco per una buona causa: dieci giorni prima, in un consiglio regionale dedicato alla Torino-Lyon, in un impeto di entusiasmo pare avesse pubblicamente minacciato: «Se serve scavo io il tunnel con le mie mani». Braccia rubate alle miniere.

Ma si sa come vanno le cose, i tempi cambiano, amici oggi e domani chissà. Fatto sta che dopo oltre trent’anni il progetto del treno che non c’è sembra essersi arenato nel pantano dei costi che crescono, dei finanziamenti che mancano e al fango che blocca le talpe scavatrici facendole avanzare nell’improbabile futuro tunnel di base al ritmo di 90cm al giorno a fronte dei 12 metri previsti. È per tutte queste ragioni che i tempi si allungano a dismisura e le prospettive sono più incerte che mai. Certo i no Tav hanno fatto la loro parte e continueranno a farla, ma il risultato arriva anche grazie (si fa per dire) ai venti di guerra che lambiscono ormai una valle che già soffre per i venti che da sempre soffiano dalle montagne ma che i cambiamenti climatici hanno reso oggi sempre più frequenti e forti. Di questi tempi lunghi e di queste prospettive sempre più incerte sembrano essersi accorti anche i quotidiani citati che hanno iniziato a mettere le mani avanti abbandonando certezze e avanzando dubbi. Non era mai successo. Lo ha ricordato Livio Pepino su queste pagine riportando frammenti di un editoriale su La Stampa del 26 luglio scorso in cui l’ex direttore Marcello Sorgi (non proprio l’ultimo arrivato…) tra le altre cose si chiedeva: «Continuiamo a scavare i tunnel e andiamo avanti in un progetto che – sottovoce ce lo dicono i nostri stessi partner – non ha futuro?». Forse dovrà scendere veramente in campo il governatore Cirio per scavare a mani nude.

Mentre il corteo di sabato scorso è già in vista dell’arrivo ad Avigliana questi allegri pensieri in testa si mescolano a pensieri tristi che rimandano al teatrino della politica nostrana e alle piccole furbizie di professionisti oggi all’opposizione che sognano un campo largo senza avere la minima idea di cosa stanno parlando. O meglio: un’idea ce l’hanno ma è quella sbagliata che non risponde alle aspettative di chi magari li voterà solo per senso di responsabilità, solo per non doversi sentire troppo in colpa per non avere cercato di mandare a casa il passato che è già tornato. Salvo dolersene il giorno dopo alla prova dei fatti. È il voto utile, bellezza, la democrazia rappresentativa ridotta a ricatto, o mangi questa minestra oppure… Una buona regola dovrebbe essere quella di non dare mai per scontato un risultato prima di averlo in tasca.

Arrivo finalmente con le ginocchia doloranti alla fine del corteo, ricevo buone notizie dell’amico portato in ambulanza al pronto soccorso, rivedo l’amica con la maglietta delle madamine e torno di buon umore al pensiero che, a ben guardare, la val di Susa propone un campo largo diverso: senza primarie, senza alchimie, senza sondaggi che agitano mostri in ascesa e moribondi in caduta libera, senza far pesare i voti racimolati in passato, senza prime donne pronte a raccogliere consensi anche ai cortei no Tav ma solo in vista delle elezioni, senza i TG che rovinano la cena, senza corse al riarmo. È un campo largo costruito dal basso. Riusciremo prima o poi a tirare un sospiro di sollievo?