
La fine del genocidio è la fine del sionismo
InfoAut: Informazione di parte - Thursday, October 8, 2026Riportiamo l’intervento introduttivo del convegno svoltosi mercoledì 7 ottobre presso l’Università di Torino, organizzato dal coordinamento Torino per Gaza, dal titolo “La fine del genocidio è la fine del sionismo”. In questa introduzione vengono toccati molti nodi politici fondamentali che aiutano a capire quanto sia mistificato il dibattito attorno alla resistenza palestinese da gran parte dei media main stream.
L’evento è stato partecipato da più di 300 persone che hanno ascoltato gli ospiti invitati in presenza e in collegamento. Alla fine del convegno si è dato vita ad un corteo attorno al polo unversitario del campus Einaudi letteralmente circondato dalle forze dell’ordine. Infatti sono state schierate una ventina di camionette, un idrante e centinaia di poliziotti in assetto antisommossa e in borghese. La governance universitaria si è piegata a questa ennesima militarizzazione del dissenso, i cui effetti ricadono su chiunque viva lo spazio universitario. In un momento in cui vengono approvati decreti che vogliono bollare come antisemita ogni voce in disaccordo con le politiche genocide di Israele crediamo sia ancora più importante dare spazio alle ragioni che animano la solidarietà al popolo palestinese e alla sua resistenza. Buona lettura!
Buonasera a tutti e tutte,
Vogliamo ringraziarvi moltissimo per essere qui oggi con noi e, soprattutto, per essere qui ad ascoltare i nostri ospiti. Con noi oggi abbiamo Adel, della rete Samidoun, è una rete internazionale di organizzatori e attivisti impegnati a promuovere la solidarietà con i prigionieri palestinesi nella loro lotta per la libertà. Atef, studente palestinese, e Miriam Abu Daqqa, attivista femminista palestinese e dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).
Prima di dare la parola a loro, vorremmo spendere due parole sull’importanza di essere qui oggi e sull’importanza di un dibattito di questo tipo all’interno dell’università.
Questo in cui ci troviamo è un luogo di sapere, di pensiero critico ma il sistema di guerra e di israelizzazione delle società sta rendendo le università un veicolo propagandistico a favore del genocidio. Le futili polemiche giornalistiche, non possono nei fatti impedirci di far emergere un’analisi completa che permette di leggere eventi come il 7 ottobre nella loro storicità ma soprattutto di assumere lo sguardo dell’oppresso e un approccio decoloniale per comprendere gli sconvolgimenti del presente.
Il sapere viene utilizzato per mantenere una precisa torre d’avorio: quella del potere.
Il sistema della formazione dentro cui veniamo educati, sin dai primi anni di scuola, ci insegna unicamente ad acconsentire, a stare zitti, a non interrogarci, ma soltanto a integrarci ad un sistema di sopraffazione e violenza.
Basti pensare che, ad esempio, in cinque anni di scuola superiore, nessun programma affronta davvero il colonialismo. Nessuno affronta la storia della schiavitù, della segregazione dell’Africa e della sua spartizione secondo gli sporchi interessi europei.
a Nessuno viene insegnato che, tuttora, per avere un’Europa ricca e benestante (sempre per pochi) è necessaria una periferia, uno scarto, un luogo di lavoro, di sfruttamento e di povertà. E questo luogo viene rappresentato dai Paesi del Sud globale.
A Nessuno viene insegnato che gli Stati Uniti d’America hanno macellato e distrutto interi territori del Medio Oriente per il puro controllo delle risorse e del petrolio.
in virtù di questo appare chiaro che raccontare la verità è un compito sempre più nobile e sempre più difficile, soprattutto quando le aule vengono negate, i microfoni vengono spenti, e le voci vengono silenziate.
Il 7 ottobre 2023, il muro che ha confinato la popolazione di Gaza per oltre vent’anni si è aperto per la prima volta. È bene sottolineare come il 7 ottobre non sia stato l’inizio del genocidio, bensì l’inasprimento e l’innalzamento di uno sterminio che era già in corso a “bassa intensità”, da quasi ottant’anni. Non possiamo non leggere questa data come un evento che si inscrive all’interno di precise coordinate storiche, dentro un processo coloniale feroce e dentro un regime di apartheid. La strumentalizzazione di questa data è direttamente imputabile alla volontà di continuare questo genocidio, che ormai non riguarda più soltanto la Palestina, ma tutto il Medio Oriente.
Abbiamo visto come questa data abbia scosso il mondo intero e come abbia dato vita a un movimento globale che, per tre anni di fila, ha continuato a scendere nelle strade, nelle manifestazioni, nei presidi e negli scioperi globali.
La Palestina e il 7 ottobre hanno rotto quella patina di indifferenza e di individualismo nella quale erano immerse le nostre vite, facendoci comprendere, man mano, quanto fosse importante lottare per questa lotta anche per i nostri territori, per i nostri diritti. Vediamo un Occidente immerso in politiche di ultradestra, in politiche guerrafondaie, in politiche volte al riarmo, a valori xenofobi, classisti e razzisti. Come sempre, è stato messo un po’ ovunque in atto il dispositivo del divide et impera per far tacere il malcontento popolare.
Tre anni quindi, nei quali assistevamo al massacro del popolo palestinese, ma nei quali, parallelamente, vedevamo anche qui, tra le nostre vie, i risvolti di quelle stesse politiche.
Quando vogliamo inserire il 7 ottobre all’interno di una cornice di analisi decoloniale, lo facciamo anche in virtù della sua forzata strumentalizzazione, che si fonda su due delle matrici più importanti: da un lato l’antisemitismo e dall’altro l’islamofobia. Due fenomeni che vengono continuamente messi in contrapposizione, facendoci credere che l’islamofobia sia una diretta conseguenza dell’antisemitismo, che quest’ultimo esista perché i popoli musulmani praticherebbero odio e violenza.
Ebbene, sarebbe utile oggi ricordare che la Shoah è una diretta conseguenza dell’odio e della violenza praticati dal mondo occidentale; che coloro che oggi parlano di democrazia e di antisemitismo, che a gran voce gridano “mai più”, sono gli stessi che hanno praticato il genocidio contro gli ebrei e sono anche gli stessi che continuano a sostenere politiche di violenza e di sterminio in Palestina.
Spesso e volentieri dimentichiamo la nascita della questione palestinese, che viene fatta coincidere con il 1948, con la Nakba, una delle più grandi espulsioni forzate della storia. Ma sarebbe importante ricordarsi del 1936, l’anno della Rivolta araba, l’anno nel quale il dominio britannico e le bande armate sioniste spinsero per il controllo della Palestina.
E questo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio incondizionato degli inglesi, senza l’appoggio incondizionato dell’Europa intera.
Che cosa ce ne facciamo allora di quel “mai più”? Che cosa ce ne facciamo di tutte le ipocrite dichiarazioni di pace, quando questa pace vuole essere garantita soltanto a una parte del mondo? Al mondo bianco, al mondo che detiene il potere, il capitale, il potere economico.
Perché non sentiamo mai parlare di “mai più” quando si parla del genocidio in Palestina, nonostante le immagini terrificanti che siamo costretti a vedere ogni giorno?
Nel raccontare la verità è importante ricordare che il futuro della Palestina è anche nelle nostre mani, che la nostra voce può fare da megafono e che raccontare la verità significa anche dire che le elezioni che ci saranno questo ottobre sono uno schiaffo a qualsiasi valore etico e morale.
Vogliono farci credere che il problema sia il governo di estrema destra di Netanyahu e non l’esistenza stessa dello stato coloniale e illegittimo israeliano. tant’è che i sondaggi in israele danno netanyahu in minoranza non tanto perchè si è reso protagonista dell’ultima e più feroce fase del genocidio, ma piuttosto perchè non sia stato abbastanza sanguinario dal punto di vista degli israeliani.
la sinistra israeliana sostiene di voler ritornare a quello che c’era prima. Ma cosa c’era prima del 7 ottobre in Palestina?
C’erano gli arresti. C’era Gaza sotto embargo. C’era la colonizzazione feroce della Cisgiordania. C’erano la devastazione, l’odio e l’impossibilità, per i palestinesi, di condurre una vita normale. In Palestina non c’è una famiglia che non abbia un componente in carcere o che non abbia un martire. Ecco che cosa c’era prima del 7 ottobre in Palestina. C’era l’apartheid. C’era un progetto di devastazione più lento, più difficile da scrutare, più difficile da vedere nella sua interezza rispetto a quello che abbiamo potuto osservare dopo il 7 ottobre.
Non possiamo raccontarci che possa cambiare qualcosa. I sionisti che vivono nella palestina occupata hanno l’unico obiettivo di realizzare la grande israele, progetto coloniale che prevede l’annessione della cisgiordania, del libano e il controllo di ciò che chiamiamo medio oriente.
E’ a partire da momenti come questi che scegliamo non solo di non sostenere tutto questo, ma di dare uno spiraglio per un mondo diverso.
Ai nostri ospiti oggi chiediamo di darci tre panoramiche diverse, tre prospettive, tre sfumature attraverso cui leggere quello che sta accadendo.
Abbiamo il piacere di avere con noi Miriam Abu Daqqa, a cui chiediamo di approfondire le conformazioni e le stratificazioni della resistenza in palestina e come questa si connette a ai suoi alleati in medio oriente e nel mondo
avremo poi Adel, della rete samidoun a cui chiediamo di delineare meglio il processo storico che ha portato la palestina alla ribellione che nel 2023 ha cambiato il segno della storia odierna.
E infine Atef a cui chiediamo di fare un focus sulla resistenza qui in Italia, con particolare attenzione al ruolo della diaspora palestinese e alla questione dei prigionieri politici palestinesi.
A loro, quindi, la parola.

