
Terzo Valico, il fallimento delle grandi opere: altri miliardi richiesti, operai in cassa integrazione
notav.info - Friday, October 16, 2026Altri miliardi di soldi pubblici per mandare avanti il Terzo Valico, mentre 300 lavoratori finiscono in cassa integrazione. È la fotografia di un modello di sviluppo che conosciamo bene: le risorse per le grandi opere si trovano sempre, i costi lievitano, i problemi vengono scaricati sui territori e a pagare sono anche le lavoratrici e i lavoratori. Altro che progresso! Il Terzo Valico conferma tutte le contraddizioni di un’opera imposta in nome di interessi presentati come prioritari per tutti.

Il 13 ottobre è arrivata la conferma: nei cantieri di Radimero, ad Arquata Scrivia, e Val Lemme, a Voltaggio, è scattata la cassa integrazione ordinaria per 300 dipendenti della Seli Overseas. Tredici settimane di ammortizzatori sociali, mentre si registrano trasferimenti di personale e si affacciano i primi esuberi nelle imprese subappaltatrici. Non è una vicenda marginale né un semplice incidente di percorso. È una nuova crepa nella narrazione con cui il Terzo Valico viene giustificato da anni: quella di una grande infrastruttura indispensabile, capace di garantire sviluppo, occupazione e benessere ai territori. La realtà, ovviamente, è un’altra. I cantieri rallentano, l’incertezza aumenta e il futuro occupazionale si fa più fragile. I sindacati temono inoltre che la cassa integrazione possa estendersi ai cantieri liguri, coinvolgendo complessivamente circa 1.800 lavoratori, compreso l’indotto.
Di fronte a questa situazione, non si tratta di capire come salvare a ogni costo il progetto, ma di mettere in discussione le priorità che continuano a sostenerlo. È necessario interrogarsi sulle ragioni per cui si investono risorse tanto ingenti in un’opera segnata da problemi tecnici ed economici, lasciando in secondo piano le conseguenze sociali e territoriali.
La vicenda occupazionale (manco a dirlo!) si intreccia anche qui con quella economica. Infatti, la scorsa estate Webuild, avrebbe chiesto al ministero delle Infrastrutture nuovi finanziamenti per proseguire i lavori. Le cifre circolate vanno da 2,1 a 3 miliardi di euro aggiuntivi. Miliardi. Non una somma marginale, ma risorse pubbliche che devono essere discusse alla luce delle priorità collettive, soprattutto in un Paese in cui interi territori devono fare i conti con servizi insufficienti, trasporti locali in difficoltà e crisi industriali. Nel frattempo, lo scavo del tunnel appenninico deve affrontare problemi legati alla conformazione delle rocce e alla presenza di gas. L’opera incontra dunque difficoltà tecniche che si aggiungono a quelle economiche, mentre la richiesta di nuovi finanziamenti viene accompagnata dall’avvertimento che, senza ulteriori stanziamenti, i lavori potrebbero rallentare. Ci troviamo dunque di fronte al tipico meccanismo delle grandi opere: una volta avviato il progetto, ogni problema diventa un argomento per chiedere nuove risorse e ogni ulteriore investimento viene presentato come indispensabile per non perdere quanto già speso.
Ma i soldi pubblici non sono un pozzo senza fondo e un investimento già effettuato non può trasformarsi in un obbligo a continuare a spendere, indipendentemente dai risultati, dai costi complessivi e dalle alternative possibili. Il fatto che un’opera sia già in costruzione non la rende automaticamente utile. E il denaro già speso non è una ragione sufficiente per spenderne ancora.
Secondo quanto riferito dai sindacati, alla base della cassa integrazione ci sarebbe anche un contenzioso economico tra il Cociv, il consorzio incaricato della realizzazione del Terzo Valico, e Rete Ferroviaria Italiana, la società committente. Su questo fronte, al momento, mancano chiarimenti pubblici da parte dei soggetti coinvolti. Ma le conseguenze occupazionali sono già concrete. Mentre si discute di risorse e rapporti economici tra i soggetti responsabili dell’opera, 300 lavoratori si ritrovano in cassa integrazione. E altri potrebbero essere coinvolti se la situazione dovesse estendersi. È una contraddizione evidente. Per sostenere le grandi infrastrutture si invocano continuamente l’interesse nazionale, lo sviluppo e la competitività. Quando emergono problemi, però, le conseguenze ricadono sui lavoratori e sui territori, mentre si torna a chiedere alla collettività di finanziare la prosecuzione dei progetti.
Non si tratta di mettere in contrapposizione il lavoro con l’opposizione al Terzo Valico. Al contrario: significa rifiutare che l’occupazione venga usata come argomento per giustificare qualsiasi opera, senza interrogarsi sulla qualità, sulla stabilità e sulla distribuzione dei benefici di quei posti di lavoro. Un lavoro legato a un cantiere non può diventare il pretesto per sottrarre un’infrastruttura al confronto pubblico. E la tutela dei lavoratori non può ridursi alla richiesta di nuovi finanziamenti per proseguire a ogni costo.
Da anni il Terzo Valico viene sostenuto con la promessa di migliorare i collegamenti ferroviari e favorire lo sviluppo economico. Una narrazione che presenta la grande infrastruttura come una necessità indiscutibile e relega le critiche a ostacolo da superare. Il punto di vista deve però essere spostato su una prospettiva diversa: lo sviluppo non può essere valutato sulla base delle sole promesse, ma deve essere misurato sui benefici reali per la collettività, sui costi economici e ambientali e sulle conseguenze sociali che produce. Non basta evocare genericamente i benefici futuri di un’opera per dimostrarne l’utilità collettiva. Occorre confrontare quei benefici con i costi economici, ambientali e sociali, considerare le alternative e discutere apertamente di come vengono impiegate le risorse pubbliche.
Il Terzo Valico attraversa territori che conoscono da vicino le conseguenze dei grandi cantieri. Ora, alla questione degli impatti sul territorio si aggiunge quella occupazionale: 300 lavoratori in cassa integrazione e il rischio di un coinvolgimento molto più ampio. Intanto, la provincia di Alessandria deve già affrontare altre situazioni industriali difficili. In questo contesto, la promessa che una grande opera avrebbe garantito automaticamente un futuro migliore appare ancora meno sufficiente a giustificare le priorità politiche ed economiche che la sostengono.
Questa vicenda è l’occasione per ribadire una critica che riguarda ben più di un singolo cantiere: la trasformazione delle grandi infrastrutture in una priorità sottratta alla discussione, da finanziare anche quando costi e problemi continuano ad accumularsi. Non è accettabile che la parola «sviluppo» diventi una giustificazione universale, né che ogni nuova difficoltà venga affrontata invocando altri miliardi pubblici. Le risorse collettive devono essere valutate in base ai bisogni reali delle persone, non alla necessità di portare a termine un progetto soltanto perché è già stato avviato. Occorre mettere in discussione un modello che privilegia le grandi opere rispetto a una pianificazione dei trasporti capace di partire dalle esigenze quotidiane, dal rafforzamento del servizio ferroviario esistente, dalla manutenzione delle infrastrutture e dalla tutela dei territori.
Il lavoro va difeso, ma non può essere utilizzato per rendere intoccabile qualsiasi cantiere. I soldi pubblici vanno investiti nell’interesse collettivo, non considerati automaticamente disponibili per coprire ogni ulteriore costo di un’opera. E i territori devono poter discutere le scelte che li riguardano, senza essere messi davanti a decisioni presentate come inevitabili. Altri miliardi richiesti, 300 lavoratori in cassa integrazione e il timore che la crisi si allarghi. È questa la realtà con cui fare i conti, al di là della propaganda. La risposta non può essere un assegno in bianco per il Terzo Valico: deve essere una discussione radicale sulle priorità, sui costi e sul modello di sviluppo che vogliamo. Perché nessuna grande opera può essere considerata più importante delle persone e dei territori su cui pretende di imporre il proprio futuro.