
La Lombardia si mobilita: ritorno sul convegno della rete nazionale Stop Data Center a Milano e sul presidio del 10 ottobre organizzato dai comitati lombardi
InfoAut: Informazione di parte - Monday, October 19, 2026Il 26 settembre a Milano i Comitati della rete Stop Data Center Lombardia hanno organizzato un convegno sul tema per analizzare gli impatti ambientali, economici e sociali dei data center e poi il 10 ottobre un partecipato presidio n piazza Scala.
Comitati, singoli cittadini e figure istituzionali hanno preso parte a questo primo convegno con l’obiettivo di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici, ma anche per creare rete. Abbiamo partecipato come progetto di rete Confluenza, con l’obiettivo di creare un ponte tra il Piemonte e la Lombardia. Ricordiamo per il Piemonte l’evento informativo La vera faccia dei data center e suggeriamo la lettura dell’opuscolo informativo Perché opporci al dilagare dei data center.
Riportiamo di seguito alcune riflessioni, tentando una sintesi non esaustiva ma volta ad elucidare alcuni aspetti che riteniamo fondamentali per alimentare il dibattito pubblico sui data center, e nel tentativo di acuminare quegli strumenti concettuali e pratici utili a chi dal basso si trova a dover affrontare progetti mastodontici come questi.
Infine, alleghiamo alcune interviste svolte durante il presidio del 10 ottobre, partecipato da circa un migliaio di persone da tutta la Regione, in merito alla difficile coabitazione con i datacenter gia’ presenti sul territorio, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e al loro spesso poco noto impiego in contesti di guerra.
- Urbanistica
Nel suo intervento, la dott.ssa Alice Franchina, urbanista e ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, ha illustrato i principali risultati di un progetto condotto insieme al prof. Eugenio Morello e alla ricercatrice e docente Cristiana Mattioli, focalizzato sulla mappatura dei data center nell’area della Città Metropolitana di Milano.
Il progetto è nato in un contesto in cui la questione dei data center aveva un’esposizione mediatica ancora limitata. Lo stimolo è partito non da un interesse astratto, bensì proprio dai Comuni lombardi nelle aree interessate dai progetti, costretti a rilevare l’assenza di strumenti amministrativi adatti ad affrontare e valutare il potenziale insediamento di queste nuove strutture sui territori di propria competenza. I risultati della ricerca riflettono questo orientamento legato alla pianificazione territoriale, aiutando a individuare quali lacune, punti ciechi e inerzie dell’attuale prassi amministrativa stiano facilitando la proliferazione incontrollata di data center.
Alla presentazione sono state fatte due considerazioni preliminari circa l’estensione geografica della ricerca e la problematicità dei dati presi in analisi. Per quanto riguarda i confini del lavoro, il cui focus è l’area della Città Metropolitana, è stato scelto di escludere dai conteggi i progetti situati in comuni confinanti (come Siziano), ma di segnalarli sulla mappa in modo da restituire un’idea dell’ecosistema locale.
Più complessa da affrontare è stata l’opacità dei dati relativi al settore. Pur avendo avuto modo di appoggiarsi all’Osservatorio Data Center della School of Management del PoliMi, che raccoglie una mole importante di dati (principalmente quantitativi) di un buon grado di affidabilità, rimangono margini d’incertezza nella ricostruzione che non è stato possibile evitare.
Nell’attuale stato di cose persino quantificare il fenomeno per numero di strutture diventa problematico: non ci sono stime ufficiali a cui fare riferimento, né un protocollo condiviso e standardizzato su come effettuare il censimento. I diversi stadi di avanzamento di un progetto (che vanno dal data center operativo al progetto in fase di valutazione fino alla richiesta di allaccio alla rete elettrica) riflettono inoltre le diverse fasi di adeguamento normativo all’insorgenza dei data center che si sono avvicendate nel tempo, producendo dunque documentazione qualitativamente disomogenea e in alcuni casi assente. Metodo e risultati di un censimento variano anche di molto in base allo scopo a cui è orientata l’operazione.
Al fine della ricerca in questione, che si pone come obiettivo la comprensione degli impatti territoriali dell’onda dei data center in relazione alla pratica della disciplina urbanistica, i progetti sono stati contati per procedure – quindi per richieste di autorizzazione ai Comuni e, dove possibile, per procedure ambientali presso il MASE. Questa scelta di metodo è caratterizzante soprattutto nel caso dei cosiddetti campus, che, pur comprendendo più data center collegati fra loro, necessitano di una sola procedura per tutto il progetto, e nel conteggio valgono dunque per uno. Nello sviluppo della ricerca il dialogo con i Comitati e altre realtà del territorio è rimasto un elemento strutturante, fondamentale nel tenere la mappa aggiornata: molti nuovi progetti infatti non vengono né rilevati dai media tradizionali né comunicati per tempo dalle istituzioni; senza le segnalazioni delle comunità non ci sarebbe stato modo, per il gruppo di ricerca, di venirne a conoscenza.
Un primo elemento rilevabile a partire dai dati presi in analisi riguarda la sproporzione tra gli investimenti diretti dal settore verso l’area della Città Metropolitana e la dimensione ancora relativamente modesta del fenomeno su questo territorio. L’area raccoglie infatti soltanto il 6% della potenza nominale (diciamo la domanda di energia elettrica per la componente IT di queste strutture) di tutti i data center europei, ma tra il 2026 e il 2028 dovrebbe essere la destinazione del 23% degli investimenti europei su queste strutture, contro un 55% complessivo verso regioni più consolidate (quelle di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino).
In Italia ci sono circa 200 data center attualmente operativi, per una potenza nominale complessiva di 609 MW. La Lombardia, come salta all’occhio dalle mappe presentate, è la regione italiana con più data center per numero di strutture – per quanto un simile modello d’insediamento rapido e massiccio si stia allargando a tutto il settentrione, soprattutto a Veneto e Piemonte. Il Nord Italia al momento sembra essere la macroregione destinata ad accogliere il maggior numero di nuovi progetti. Il punto di massima concentrazione di questo hub dei dati sarebbe proprio l’area della Città Metropolitana di Milano, con 32 progetti censiti.
La Città Metropolitana, oltre a ospitare il più alto numero di data center in Lombardia, raccoglie anche il 70% della potenza nominale attualmente installata in Italia. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio del PoliMi, su 609 MW di potenza nominale complessiva su suolo italiano, 414 MW sono concentrati nel milanese. Pur tenendo conto che i dati dell’Osservatorio includono nei conteggi anche strutture situate in comuni limitrofi alla Città Metropolitana e dunque non ricalcano perfettamente gli scenari in analisi, si tratta di un numero estremamente elevato.
Anche per quanto riguarda il peso dei data center sulla rete elettrica nazionale, le stime sono poche e poco documentate, rendendo difficile valutarne l’attendibilità. Quello che appare più verosimile a partire dai dati disponibili è che i data center in Italia rappresentano circa il 2% dei consumi energetici complessivi (5,8 TW/h annui). Secondo alcune proiezioni, questo dato potrebbe salire tra il 7% e il 13% entro il 2035, più che raddoppiando il suo peso su scala nazionale in meno di dieci anni.
I data center già operativi sono i più difficili da monitorare, essendo stati realizzati prima di un inquadramento normativo e amministrativo specifico per questo tipo di strutture: spesso sono classificati semplicemente come piccoli edifici industriali, e la documentazione relativa al progetto scarseggia. Su quelli attualmente in via di realizzazione c’è invece un buon grado di sicurezza; mentre qualche incertezza (col rischio di sottostimare il fenomeno) permane su progetti in fase di valutazione. Occasionalmente, nuovi progetti vengono annunciati direttamente dai privati proponenti, attraverso comunicati ufficiali.
La grandezza delle icone che rappresentano i data center sulla mappa realizzata è relativa alla potenza nominale, quindi alla domanda di MW per il funzionamento della componente IT.
Ciò che salta immediatamente all’occhio a partire dalla mappa è come la scala delle strutture stia aumentando: i progetti stanno progressivamente diventando più potenti e di conseguenza ingombranti.
I data center operativi sono tendenzialmente piccoli, salvo qualche eccezione come Data4 a Settimo Milanese. Quelli in costruzione, in media, sono più grandi, e i progetti in fase di valutazione compiono un ulteriore salto di scala in termini di potenza. Tra questi ultimi saltano all’occhio quelli di Lacchiarella e di Zibido San Giacomo, che raggiungono quote vertiginose di 300 MW e 400 MW di potenza nominale (l’equivalente del fabbisogno di quasi 1 milione di famiglie italiane o di 1 o 2 grandi acciaierie, l’industria più energivora in assoluto: bastano quindi pochissimi nuovi impianti AI/Cloud per raggiungere e superare l’assorbimento elettrico dell’intero distretto industriale dell’acciaio di una regione). I data center su cui è più difficile ottenere dati relativi ai consumi sono, come si diceva, quelli già operativi, mentre i dati sulle strutture in costruzione o valutazione derivano in larga parte dalle procedure ministeriali di Valutazione d’impatto ambientale (la cosiddetta VIA), che forniscono una documentazione vastissima accessibile a tutti dal sito del MASE.
Una seconda osservazione riguarda la disposizione nello spazio delle strutture: sul territorio in analisi, le strutture tendono a concentrarsi in cluster su zone precise. L’area tra Lacchiarella e Zibido San Giacomo è la zona a maggiore concentrazione.
Un terzo punto è quello relativo alle strutture accessorie esterne ai progetti ma necessarie al funzionamento di un data center, come ad esempio i cavidotti per il collegamento con le stazioni elettriche dell’alta tensione.
Un discorso a parte merita la costruzione di nuove centrali elettriche di Terna. La stessa azienda quest’estate ha dichiarato che solo in Lombardia sono in progettazione 27 nuove centrali, in parte legate alla costruzione di nuovi data center, con particolare concentrazione di progetti proprio nella Città Metropolitana di Milano. Un elemento, quello delle centrali, che dovrebbe preoccupare particolarmente. Se infatti i data center devono essere sottoposti alla VIA, che almeno de jure prevede uno screening piuttosto dettagliato, le centrali Terna, in quanto opere d’interesse pubblico, possono andare in deroga più o meno a qualsiasi tipo di pianificazione. Spesso le nuove centrali vengono collocate in aree agricole, perché è più facile e agevole costruire in quelle aree. L’accelerazione nel consumo di suolo dovuta alla corsa ai data center non dipende dunque solo dalle strutture stesse, ma anche dal consumo indotto da altre infrastrutture implicite nell’esercizio.
Un’altra considerazione rilevante sull’impatto ambientale e sul suolo oltre i confini della struttura del data center è il peso della fase di cantiere: le opere di cantierizzazione utilizzano terreni vicini per anni, per poi cederli o addirittura rivenderli ai Comuni. La questione del consumo di suolo è particolarmente significativa: considerando insieme i data center attualmente in costruzione, più gli undici progetti in corso di valutazione d’impatto ambientale (fase che tende a indicare con buona probabilità l’effettiva realizzazione dell’impianto, essendo una procedura lunga, dispendiosa e complessa) otteniamo una superficie occupata solo per i data center di circa 140 ettari (60 ettari quelli in costruzione, 80 ettari quelli in valutazione).
Per dare un’idea della scala: 20 ettari significano approssimativamente 30 campi da calcio. Quando si parla di superficie occupata dalle future strutture in relazione al consumo di suolo, proponenti e amministrazioni favorevoli tendono a puntare retoricamente sulla rigenerazione dei siti dismessi. È vero, e confermato anche dalla ricerca sull’area metropolitana di Milano, che in termini di numeri la maggioranza dei progetti è quella su cosiddetti brownfield, cioè un’area già utilizzata, dismessa o compromessa (tipicamente, un ex sito industriale). Ma se si passa dal numero dei progetti alla superficie occupata, almeno metà delle strutture verrà a trovarsi su greenfield o aree verdi. I 15 progetti su greenfield sono infatti progetti più importanti, che occupano praticamente la stessa superficie dei 24 su brownfield.
Costruire su aree verdi è possibile, nella maggioranza dei casi, non per forzature sui Comuni ma perché le amministrazioni stesse avevano già previsto per quell’area una destinazione industriale. Molti Piani di Governo del Territorio (PGT) lombardi ancora conservano infatti previsioni vecchie di diversi anni e ormai obsolete.
Il fulcro del problema, secondo il gruppo di ricerca, è la legge regionale in cui è stato sancito che i data center sono coerenti con la destinazione produttiva, incasellamento che risulta problematico già al livello della disciplina urbanistica più strettamente intesa. La critica degli addetti ai lavori, auditi in merito proprio durante la stesura della legge regionale, è duplice: primo, come già accennato, molte aree per cui si prevede la destinazione produttiva in Lombardia sono ancora su suolo libero. Sancire che i data center possano venire insediati su tutte le aree produttive significa di fatto sacrificare molte aree attualmente verdi al consumo di suolo, viste anche le dimensioni dei progetti all’orizzonte in termini di superficie occupata.
Il secondo motivo riguarda invece la natura stessa del data center: non si ritiene che la destinazione ad uso produttivo sia effettivamente coerente con queste strutture.
In sintesi: nella legislazione urbanistica, la destinazione produttiva è generalmente privilegiata e facilitata rispetto ad altre perché si ritiene che un’industria abbia delle forti ricadute per il territorio in termini di benessere collettivo, attraverso un aumento dell’occupazione. Sulla base di questo assunto, per chi si installa nelle aree produttive risultano diversi vantaggi (come agevolazioni fiscali) rispetto, ad esempio, al terziario o al residenziale.
Trasferire questo discorso su un impianto di data center appare, da questo punto di vista, concettualmente sbagliato. Pur nella penuria di studi affidabili e indipendenti, si può comunque affermare con un buon grado di sicurezza che l’insediamento di un data center non ha particolari ricadute positive sull’economia dei territori. Le logiche di mercato e i flussi di capitale da cui dipendono queste strutture si muovono infatti su scala globale, senza intersecare l’occupazione locale. Nella maggioranza dei casi queste strutture, una volta realizzate, vengono affittate ad altre aziende perché vi installino i loro server, producendo una rendita slegata dall’indotto lavorativo locale, che resta limitato.
Per questi due motivi, durante l’audizione era stato specificato dagli urbanisti alla Regione Lombardia che la destinazione produttiva, per i data center, era assolutamente da evitare, suggerendo di immaginare una destinazione nuova per questo tipo di impianti tecnologici, o al limite assimilarli al terziario (destinazione, ad esempio, normalmente assegnata agli uffici), come fatto dalla Città Metropolitana di Milano in un documento del 2025. Anche quest’ultima scelta avrebbe posto diversi problemi di tipo tecnico, ma sarebbe stata più aderente a strutture che non hanno praticamente nulla di quello che nella disciplina urbanistica s’intende con destinazione produttiva.
2. Isole di calore
Riportiamo l’intervento di Sergio Manera, fisico all’università degli Studi di Pavia, riguardo al tema dell’emissione di calore dei data center. Il contributo rappresenta uno sguardo d’insieme adatto a diversi livelli di conoscenza e pensato per aiutare i comitati ad esaminare la correttezza o meno delle informazioni presentate dai promotori di questi progetti.
Il data center viene considerato un sistema in regime stazionario chiuso; il 100% dell’energia elettrica assorbita dai processori non viene trasformata in lavoro meccanico, ma viene interamente dissipata sotto forma di calore. Per questo, tutto il sistema deve essere raffreddato: temperature eccessive possono bloccarne il funzionamento e danneggiarne i componenti. Le metodologie di raffreddamento possono essere ad aria o ad acqua. In Regione Lombardia, nello specifico, ci sono i sistemi ibridi che ottimizzano il processo di raffreddamento.
In questo senso, il calore deve essere rimosso, o lo si recupera o lo si scarica in ambiente. Se questo non accade, si va incontro a una situazione come quella accaduta in Francia, a Rennes, durante la scorsa estate. Inaspettatamente si sono verificate temperature che hanno toccato anche i 42° (anomale per il nord della Francia), provocando un rischio concreto di fusione dei server.
Raffreddamento ad aria e a liquido: vantaggi e svantaggi.
L’aria ha un costo di trattamento iniziale più basso, permettendo un investimento minore. Raffreddare a liquido costa infatti, tra il 30% e il 40% in più. Il raffreddamento ad aria è idoneo per le basse potenze, è l’ideale per le strutture che conservano i dati. Il supercalcolo, l’intelligenza artificiale e le schede grafiche ad alta densità superano il parametro critico dei 20/30 kW a rack (colonne elettroniche che contengono tutti i computer). Questa è la ragione per cui il raffreddamento a liquido è praticamente obbligatorio. Lo stesso può essere diretto sui chip o anche ad immersione in liquidi dielettrici. In ultimo, i sistemi ad aria permettono minori manutenzioni, mentre quelli ad acqua consentono un PUE (Efficienza Elettrica Complessiva) minore.
Il recupero del calore
Quindi, “gettare” il calore non è una buona idea. In pianura padana per il 35%/40% dell’anno (tardo autunno, tutto l’inverno e debolmente durante le notti estive) l’aria tra i 50 e i 150 metri di altezza è più calda rispetto al suolo e, per l’effetto dell’inversione termica, il calore antropogenico che parte dal suolo (normalmente come isola di calore) non riesce a salire indisturbato ma trova un tappo di aria calda che lo respinge verso il basso, verso abitazioni, campi agricoli e via dicendo.
Per questo il calore va recuperato, e a dirlo è anche la normativa: la 1791 del 2023 (del Parlamento Europeo e del Consiglio sull’efficienza energetica) impone l’obbligo di fattibilità dello studio di recupero di calore; il decreto numero 5 del 2026 di efficienza energetica considera questo calore un’energia pregiata, proprio perché recuperata. Ma ancor prima della legge lo dovrebbe imporre il buon senso, sappiamo come in Italia sia poca l’energia a buon mercato. La deroga al recupero di calore è prevista solo nel caso in cui se ne riesca a dimostrare l’impraticabilità tecnica. Sappiamo però che, tecnicamente, il calore non è mai realmente irrecuperabile. Ciò dipende infatti da diversi fattori, tra cui uno è il costo. Per questo, durante la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), le ragioni economiche rimangono preponderanti. Recuperare il calore, tramite teleriscaldamento, serre, piscine, acqua preriscaldata per la produzione di pellet (ecc.) dovrebbe quindi essere una scelta obbligatoria.
Ma quali sono gli effetti del calore rilasciato da data center? Ci sono due tipi di conseguenze.
Quelle tipicamente estive, relative alle ondate di calore, sono esternalità negative per la salute umana. In questo caso il danno del calore può essere lieve, come crampi e disidratazione, o più severo come i colpi di calore (per cui si rischia la morte). Bisogna considerare inoltre anche l’aggravamento delle patologie detenute da persone considerate fragili (cardiovascolari, respiratorie, ecc.). L’aumento di qualche grado delle ondate di calore, che già si verificano come effetto dei cambiamenti climatici, può peggiorare il quadro precedentemente descritto.
Un ulteriore effetto, causato dalla cosiddetta inversione termica invernale è la tropicalizzazione del territorio. Concetto noto nei suoi meccanismi, riguardante l’aumento delle temperature soprattutto nei mesi invernali, il cui verificarsi altera il microclima con conseguenze non indifferenti. Per capire meglio la sua rilevanza si può considerare la vicinanza tra data center e logistica. Il caso della zanzara tigre è abbastanza significativo in questo senso: grazie ai camion e a inverni sempre più miti, la stessa ha trovato modo di svernare anche oltre l’appennino. Allo stesso modo la vespa velutina, ma anche funghi e patogeni. In riferimento a questi ultimi, si prenda in considerazione il brusone, la più grave patologia fungina del riso, per cui un aumento della temperatura di 2° provoca fino al 47% in meno di raccolto.
Tornando sul tema della normativa, potremmo chiederci, se il proponente provoca un aumento di 2 gradi nell’arco di 2000 metri si sta violando la legge oppure no?
La stessa interviene tramite strumenti indiretti. Con il Testo Unico Ambientale, impone al costruttore la VIA, una valutazione di rischio nella quale l’aumento di temperatura e i suoi effetti ambientali devono entrambi essere accertati. Troviamo poi il Principio di Precauzione, che permea la normativa europea e italiana. In presenza di fenomeni visibili e concreti, il fatto che la letteratura scientifica non sia concorde o al passo con le esigenze normative e materiali non dovrebbe impedire una presa di coscienza da parte di chi dovrebbe intervenire. Le mitigazioni devono essere fatte e non dilazionate in presenza di fatti certi. Infine, si considera l’articolo 844 del c.c., riguardante le relazioni di buon vicinato. In generale non sono previsti limiti sul distanziamento dei data center dalle abitazioni, nonostante il mancato distanziamento si possa tradurre giuridicamente in una forma di molestia permanente ai cittadini.
Due casi la cui complementarietà permette di giungere a delle conclusioni rilevanti.
Il primo importante studio è quello condotto da Andrea Marinoni, professore a Cambridge. Fotografando le isole di calore dai satelliti, nello studio di 6000 impianti, si registra l’effetto di una media di oltre 2° in un arco che arriva fino a 10km, con picchi di 9° di incremento termico. Questo effetto coinvolge 340 milioni di abitanti nelle vicinanze dei data center.
Il secondo studio riportato riguarda il caso di Magenta, dove è ubicato un data center di 300 MW, praticamente in città. Sotto il tappo dell’inversione invernale che caratterizza la pianura padana, il calore non sparisce, avendo un impatto rilevante. Gli eccessi termici arrivano fino a 10000 metri di distanza, registrando un aumento di 1°.; nell’arco di 1km, invece, le temperature aumentano fino a 4°. Queste due metodologie, essendo complementari, arrivano allo stesso risultato, ovvero la smentita dell’impatto nullo: il calore non sparisce andando verso l’alto, ma rimane intrappolato ad altezze relativamente basse.
Sfatiamo il mito delle compensazioni. Perché gli alberi non mitigano l’isola di calore?
Gli alberi sono perfetti per l’isola di calore solare, la questione è che c’è una differenza radicale tra sole e server, in quanto fonti di calore completamente diverse. Il calore solare proviene dall’alto e si diffonde verso il basso, ha una sua ciclicità diurna-notturna e stagionale e, cosa importante, non è sempre uguale tutto l’anno. In questo modo le piante possono rafforzarsi durante l’autunno e l’inverno per poter affrontare l’estate.
Diversamente, i data center, soffiano aria calda sempre, in basso, a livello del suolo, dove le piante sono più scoperte. Sia il sistema a secco che quello evaporativo mettono in crisi le piante, le quali, esposte a troppo calore, fermano l’evaporazione e la traspirazione fogliare e non riescono più a mantenere il proprio metabolismo (si mettono in blocco). Viceversa, nel caso dei sistemi evaporativi che emettono aria ricca di umidità, si ha un collasso dell’albero, impossibilitato alla traspirazione. Dunque, è possibile concludere che questo tipo di compensazioni non fermano il calore né il rumore. Ci vorrebbe un ettaro di bosco per dissipare pochi mw di potenza, vale a dire centinaia di ettari di foresta che comunque andrebbero incontro a una situazione di crisi. Si considera anche che questo calore sia un pericolo per le piante come esseri viventi, rendendole vulnerabili a parassiti, i quali, viceversa, traggono beneficio dal calore dei data center.
Al netto di quanto detto finora, la pianura padana si rivela un pessimo luogo per ospitare data center: alti costi dell’energia, carenza di energia in Italia, le aree dismesse sono vecchie, piccole e frammentate (e spesso inglobate dalle città). Il territorio è fragile dato l’enorme inquinamento già esistente, considerando il fenomeno dell’inversione termica e la poca ventosità.
3. La salute
Gli impatti di un data center sulla salute delle persone che abitano nelle zone circostanti sono stati studiati dalla dottoressa Federica Brenta, medico e residente di Certosa di Pavia. Per poter affrontare questo discorso occorre adottare un concetto di salute che sia olistico.
Il paradosso è che la Lombardia e la Pianura Padana, anziché essere considerate nei progetti per le loro criticità ambientali e territoriali, vengono costantemente dipinte come un’area strategica. . Il punto è proprio questo: strategica a quali fini? Sicuramente per gli investimenti che arrivano dai grandi colossi immobiliari, fondi privati e società legate alle big tech americane. Oltretutto, ciò di cui non si tiene conto sono gli elevati livelli di inquinamento dell’aria in pianura. In questo territorio molti Comuni sono sotto procedura per infrazione della qualità dell’aria. Nonostante ciò, è comune che i proponenti non presentino i necessari studi sull’inquinamento acustico, luminoso e tossico prima dell’autorizzazione del progetto. Diventa fondamentale per i comitati pretendere che questi studi vengano fatti e pretendere che vi sia trasparenza.
Un altro punto fondamentale che riguarda gli impatti sulla salute è lo specchietto per le allodole rappresentato dalla riqualificazione delle aree dismesse (brownfield). Proprio per questo motivo il concetto di distanza da aree abitate non viene tenuto in considerazione perché si dà per scontato che le zone individuate non siano vicine ad abitati in quanto formalmente registrate come ex aree industriali o aree da bonificare. La realtà italiana, soprattutto del Nord Italia, è completamente diversa. Infatti, a fronte delle trasformazioni delle città e delle campagne, le aree “dismesse” sono state progressivamente assimilate dalla città, determinando un contesto in cui questi progetti sorgono (e verranno ad installarsi) in mezzo a quartieri fortemente residenziali. È necessario pretendere che vengano fatti degli studi di impatto che includano le ricadute che questi progetti hanno sulla popolazione residente nel raggio di 10 km dal data center (perimetro in cui è comprovato esistano variazione di temperature date dai data center), in modo da valutare l’incidenza su situazioni già vulnerabili che andrebbero ad aggravarsi oltre a rendere più fragili soggetti sani.
Il tema delle emissioni è dunque centrale: l’inquinamento dei data center proviene dai centinaia di generatori che vengono utilizzati per tenere in funzione queste macchine, non solo in casi di emergenza o di blackout ma anche in tutti i periodi di manutenzione. Per l’elevata concentrazione, la potenza e il cumulo di ore di attività, questi generatori provocano emissioni significative, quantificabili quando gli stessi vengono dotati di sistemi SME (Sistema di Monitoraggio delle Emissioni), i cui dati sulle emissioni in atmosfera dovrebbero poi trovarsi sul sito dell’Arpa. L’attenzione va posta sul tipo di inquinanti emessi: in particolare il PM 2.5, molto dannoso, in quanto ingressivo nel circolo sanguigno e, a cascata, capace di causare problemi cardiovascolari, insorgenza di tumori e problemi neuroendocrini. La dottoressa Brenta e da Attilio Bonetta, definiscono il PM 2.5 “il veleno dei nostri anni, il veleno invisibile”. Non da ultimo, la stessa isola di calore che il data center crea, di cui abbiamo parlato precedentemente, contribuisce a mantenere a distanza ravvicinata la cappa di inquinanti.
Le valutazioni d’impatto ambientale presentate dai proponenti risultano spesso lacunose e basate su standard obsoleti, evidenziando l’urgente necessità di normative più stringenti e di sistemi di controllo continuo dotati di filtri antiparticolato. Approfondiamo questi aspetti.
Impatti sull’atmosfera dei data center
Le emissioni prodotte dai data center si suddividono in tre categorie principali:
- Dirette, derivanti dai gruppi elettrogeni e dagli impianti di climatizzazione
- Indirette, legate alla massiccia produzione di CO2 necessaria a soddisfare l’enorme consumo di energia elettrica, generata in gran parte da fonti fossili
- Di filiera e risorse, relative allo smaltimento e ciclo di vita di hardware, software e reti, oltre a una rilevante impronta idrica qualora vengano adottati sistemi di raffreddamento evaporativi
Generatori di emergenza
I generatori di emergenza vengono impiegati nel caso di blackout per garantire la continuità dei data center, ma vengono accesi anche durante i periodi di manutenzione. Ogni progetto prevede un protocollo operativo con un monte ore annuale prestabilito in cui le macchine devono rimanere in funzione
In base alla tabella riportata dall’Istituto Superiore di Sanità per il progetto di Magenta, sono previsti 141 generatori a gasolio per un totale di 2.112 ore annue di attività. Non si tratta di motori piccoli, bensì di motori di notevoli dimensioni il cui impatto emissivo non può essere considerato trascurabile, tenendo conto anche che a soli 3 km di distanza è localizzato un ulteriore impianto analogo. Tra gli inquinanti immessi figurano anidride solforosa, biossido di azoto, PM10 e PM2.5. Nei progetti esaminati non compare quasi mai la quantificazione esplicita del PM2.5
Nei documenti tecnici depositati, oltre all’omissione frequente del PM2.5 e talvolta dell’anidride solforosa, le emissioni vengono quasi sempre confrontate con i valori limite del 2010 (D.Lgs. 155/2010), anziché fare riferimento ai limiti aggiornati alla direttiva 2024/2881 dell’Unione Europea o alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), rispetto ai quali si risulterebbe ampiamente fuori scala.
Nel campus di Siziano (71 MW), pur rispettando l’indice cronico, l’eventuale avviamento dei generatori porta a uno sforamento dell’indice di tossicità per rischio acuto; inoltre, considerando l’inquinamento di fondo esistente, tutte le 44 sezioni censuarie risultano già oltre i limiti. A Lacchiarella, sommando emergenza, manutenzione e fondo ambientale, l’Indice di Tossicità raggiunge un valore di 17 rispetto alla soglia di sicurezza pari a 1. Nelle Valutazioni di Impatto Sanitario (VIS) emergono sezioni con oltre 22.000 residenti esposti a concentrazioni di biossido di azoto fino a 700 µg/m³, a fronte del limite di legge di 40 µg/m³. La direttiva UE impone entro il 2030 una riduzione di almeno il 25% delle concentrazioni per le aree fuori norma (puntando verso una quota di 5 µg/m³ per il PM2.5); tuttavia, l’apporto dei generatori manterrebbe le concentrazioni su livelli prossimi a 18 µg/m³, impedendo il risanamento e perpetuando le procedure d’infrazione comunitaria.
Cappa di calore
A tale criticità chimica si somma il fattore microclimatico: il calore generato dalle masse d’aria calda dei data center crea una cappa termica che trattiene gli inquinanti al suolo, ostacolandone la dispersione atmosferica.
L’impatto termico dei sistemi di raffreddamento (chiller): nel progetto per un impianto di dimensioni contenute a Certosa di Pavia (sotto i 50 MW), equipaggiato con 15 generatori di potenza inferiore a 1.400 kW ciascuno, l’impianto di raffreddamento espelle in atmosfera 60.000 m³ di aria a una temperatura compresa tra i 35 °C e i 45 °C.
Gruppi elettrogeni
Un gruppo elettrogeno è una macchina elettromeccanica deputata ad assicurare la continuità dell’alimentazione elettrica. È costituito da un motore diesel di grandissima cilindrata, compresa tra 62.000 e 92.000 cm³ (litri): a differenza dei motori automobilistici da 1-3 litri, si tratta di strutture da 15-16 tonnellate che consumano tra i 580 e i 640 litri di gasolio all’ora ciascuna. I modelli più diffusi appartengono alla serie MTU (Rolls-Royce), con una potenza di 2.420 kW (circa 3.200 cavalli), equivalente alla potenza aggregata di circa sei autoarticolati di grossa stazza.
Dal punto di vista termico, i gas di scarico fuoriescono a 490-500 °C con portate di circa 34.000 m³, rilasciando circa 2 milioni di kcal all’ora per ogni generatore, a cui si somma il calore continuo dei chiller. La preoccupazione maggiore riguarda la concentrazione territoriale: nel solo triangolo Lacchiarella-Siziano-Vidigulfo sono previste circa 260 macchine, corrispondenti all’impatto emissivo di 150-160 camion autosnodati concentrati. Su scala regionale lombarda si stima la presenza o previsione di circa 1.300 generatori
(secondo il relatore – Sergio Manera fisico Unipv – i dati emissivi reali risultano almeno quattro volte superiori alle stime teoriche fornite nei progetti, in particolare per quanto riguarda gli ossidi di azoto (NOx), che raggiungono valori dell’ordine di 4,5-5 kg all’ora di contaminante per ciascun generatore, e il monossido di carbonio, mentre il PM2.5 non viene mai quantificato).
Misure che i proponenti/proprietari dovrebbero adottare
Di seguito alcune misure che un progetto dovrebbe prevedere: il FAP (filtro antiparticolato); il catalizzatore ossidativo per la conversione del monossido di carbonio e degli incombusti in CO2; il sistema catalitico SCR (Selective Catalytic Reduction) con catalizzatore al platino/rodio e iniezione di AdBlue per l’abbattimento degli NOx, tecnologia già impiegata da anni sui mezzi d’opera pesanti.
È poi indispensabile dotare ogni impianto di un Sistema di Monitoraggio delle Emissioni in continuo (SME) con sonde posizionate direttamente sui camini. Osservando ad esempio i camini di scarico dei generatori a Vellezzo (condotti in acciaio che si elevano per circa 8 metri dal suolo), si nota come la sommità appaia violacea a causa dei gas a 500 °C e la sezione mediana sia visibilmente annerita dal particolato, comprovando l’assenza di adeguati sistemi filtranti.
Per valutare correttamente l’impatto sanitario, il proponente dovrebbe effettuare uno studio diffusionale su un raggio di almeno 10 km per quantificare le ricadute sulla popolazione. Tale analisi richiede una stratificazione demografica che individui i recettori più sensibili (scuole, RSA) e consideri l’impatto cumulativo con gli altri poli industriali limitrofi, poiché le ore di funzionamento complessive crescono in modo esponenziale in presenza di centinaia di gruppi elettrogeni.
I dati dello SME devono essere pubblici, accessibili alla cittadinanza e collegati a una rete di monitoraggio centrale, superando le mere autocertificazioni fornite dai gestori.
4. La proprietà
Enrico Duranti, del Comitato Ciarlasco, presenta una serie di dati estratti dai progetti relativi al fabbisogno energetico e alla sua effettiva destinazione Viene introdotto dunque il tema centrale, ossia come rispondere alla domanda: a chi serve e per cosa serve questa energia. Di seguito riproponiamo l’audio del suo intervento al convegno:
Un altro aspetto sottolineato riguarda gli investimenti globali nell’intelligenza artificiale, che crescono di pari passo con la richiesta di nuovi data center e di potenza energetica: si passa da 25 a 581 miliardi di dollari, con una previsione che punta a 1.000 miliardi. Questa curva di crescita spinge verso un’espansione esponenziale dei data center e apre alla rivalutazione dell’energia nucleare per sostenerne il fabbisogno.
Come viene sottolineato in questo post del Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio:
“Non parlateci di strategicità!!!
La più grande retorica dei politicanti che ci parlano dell’importanza dei datacenter, è che tutti questi investimenti sono strategici per l’Italia.
Mappando però tutti i progetti in valutazione ambientale è facile scoprire che più del 90% delle aziende sono americane e solo la società italiana Noovlespa, detiene solo 21,6 MW IT, di fronte agli oltre 1400 MW IT in mano alle aziende americane.
Non parlateci di strategicità, ma di destrategicita’.
State svendendo il nostro paese, le nostre risorse, la nostra salute. State regalando i nostri dati alle big tech.
Diciamo pure il nome corretto e cioè colonialismo digitale!!!
Moratoria subito.
Per un Piano nazionale strategico da assoggettare a Valutazione ambientale strategica.”
Il punto viene ben illustrato da questa tabella a cura di Enrico Duranti:

La questione più importante riguarda la proprietà: chi sono i proponenti e le società dietro i proponenti? La maggior parte sono americani. Come si può parlare di progetti strategici di pubblica utilità? Questi sono progetti per i profitti delle big tech.
Alleghiamo qualche intervista svolta al presidio di Milano, un dato generale ci sembra essere il fatto che non si percepisca un sentimento di “paura” nei confronti dell’intelligenza artificiale ma piuttosto un senso di razionale interesse volto a comprenderne il funzionamento e una tensione alla sua gestione e alla possibilità di essere governata.
Un punto di vista di una residente di Peschiera Borromeo sull’uso dell’intelligenza artificiale che lascia aperta la possibilità ma con una regolamentazione.
Paola di Vignate del Comitato per la Tutela del Territorio di Vignate e della Marchesana, accanto a un parco agricolo. Ben due data center in zona verde sono previsti uno vicino all’altro, oltre a un sito di logistica.
Un’altra presa di parola rispetto ai tanti comuni governati dal “centrosinistra” hanno autorizzato solo per guadagnarci dei soldi, viene riconosciuto che non sarà un investimento in positivo. Non c’è stato approccio all’intelligenza artificiale ma una netta posizione contro le guerre.
A fronte di queste voci raccolte, una riflessione conclusiva. La possibilità della regolamentazione dell’intelligenza artificiale in una dimensione integrata nel funzionamento dalla macchina capitalista è probabilmente poco realizzabile a meno che non ci siano delle trasformazioni tali per cui il potere di governare la tecnologia (e non indipendentemente quale, per esempio l’energia nucleare rimane fuori da questa possibilità in quanto di per sé padrona) sia redistribuito, dal basso, in un processo di lotta che punti a eliminare il rapporto di dominazione dall’alto verso il basso, lo sfruttamento nel lavoro, la mercificazione e sussunzione delle capacità. Detto questo, rimane un interrogativo aperto e importante sul quale continuare a dibattere e approfondire.