
Albania: “non ci fermiamo”. Cronache dalla rivolta.
InfoAut: Informazione di parte - Tuesday, October 20, 2026Domenica 18 ottobre 2026. Quinta giornata di rivolta a Tirana. Oggi, lungo il boulevard principale, è stata letteralmente una battaglia durata oltre cinque ore. Il corteo parte a metà mattinata con l’obiettivo di raggiungere l’edificio del primo ministro. Oggi la polizia inizia la giornata sparando proiettili di gomma ad altezza d’uomo, con i fucili, o appostata su palazzi. E poi i soliti idranti, le cariche, il liquido urticante e i gas. Il corteo resiste, avanza.
Ore e ore di avanzamenti e arretramenti. Finché la polizia non comincia ad arretrare. E arretra, e arretra, e arretra. Ricorda la storica cronaca degli scontri seguiti allo sgombero del Leoncavallo a Milano. Solo che qui sono riot che vanno avanti da cinque giorni, tutto il giorno, per l’autonomia di un popolo. Un idrante viene dato alle fiamme con le molotov. La folla, oggi oceanica, esulta da cima a fondo: l’edificio del primo ministro è raggiunto, tra fuochi d’artificio celebrativi… sparati sull’antisommossa. Dopo ore e ore di battaglia, nel tardo pomeriggio il corteo comincia lentamente a sciogliersi. Ma gruppi sparsi (e nutriti) di manifestanti continuano i riot. Banche assaltate, sedi di compagnie e multinazionali devastate. I commercianti e le attività locali non vengono toccati: nel mirino le compagnie riconducibili agli oligarchi locali e ai milionari stranieri. Le guardie, ormai fuori controllo, fanno caroselli con i mezzi pesanti e ronde armate per le strade; i manifestanti contrattaccano. In queste ore è ancora guerriglia. E lo Stato ha appena schierato il corpo speciale antiterrorismo e antisommossa, tra i più preparati e violenti d’Europa nella repressione.

Ma da Tirana, racconta sia chi è in strada e che chi sostiene la rivolta, oggi è il giorno più bello dell’anno. Prime linee di ragazze e Ultras, militanti e popolo “comune”. E le giornate migliori devono ancora arrivare. La Gen Z e la Gen Alpha nelle strade, dice chi è al fianco della protesta, rappresentano l’ultima speranza per strappare il Paese agli sfruttatori e agli oppressori. L’ultima speranza di salvezza. Diciannovenni diventati virali, con i passamontagna e le maschere antigas, raccontano che lo fanno per sé sì per sè, ma anche e soprattutto per la propria famiglia, per il proprio Paese. “Io lavoro 12 ore al giorno, ho 19 anni, lavoro da quando ne avevo 15”. “Io sono in strada perché le mie sorelle, i miei cugini, i miei genitori sono all’estero, costretti all’emigrazione. Ora basta”. Un ragazzo con la leucemia dice:” non so quanto avrò da vivere ma sarò qui fino alla fine”. Ci si gioca tutto nelle strade, dopo decenni di privazione e negazione, e la promessa è una sola: “non ci fermiamo”
Da Elon Miloti credits foto Roberto Hajadari
