Milioni per i cantieri e zero garanzie per i lavoratori: la trasformazione della Piana di Susa

notav.info - Thursday, October 29, 2026

L’11 dicembre il ristorante dell’autoporto di Susa chiuderà definitivamente, dopo 35 anni di attività. Il bar resterà aperto fino al 31. Alla cassa, un cartello in tre lingue annuncia un «trasferimento» e ringrazia i clienti. Nessuna spiegazione sulle ragioni della chiusura. Eppure, il motivo è chiaro: quei terreni servono a TELT per realizzare la stazione internazionale della Torino-Lione.​

Per fare spazio al Tav, un’attività della Valle deve chiudere e lasciare il posto a un nuovo assetto del territorio. E, come troppo spesso accade con questa grande opera, le conseguenze ricadono su chi in quei luoghi lavora e vive.

A poche settimane dalla chiusura, alcuni dipendenti dichiarano di non sapere ancora nulla sul proprio futuro. A metà settembre TELT aveva addirittura assicurato un passaggio graduale e il ricollocamento progressivo del personale nel nuovo autoporto di San Didero. Roba da far arrossire anche lo stesso Pinocchio…​

Intanto, il nuovo autoporto è quasi pronto. Circa 68.000 metri quadrati con lavori per oltre 47 milioni di euro. A questa cifra si aggiungono più di 5 milioni di euro per l’appalto TELT relativo a recinzioni, videosorveglianza e supporto logistico alle forze dell’ordine impegnate nel presidio del cantiere.

Il costo finale, inoltre, potrebbe essere superiore. Nel 2022 SITAF aveva revocato la gara a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, prevedendo già allora una possibile lievitazione della spesa oltre i 47 milioni.

Tutto questo per trasferire un autoporto di circa 15 chilometri, da Susa a San Didero in una dinamica che parla di utilità dell’opera anche in vista di una sostanziale diminuzione del traffico su gomma.​

Ma lo spostamento dell’autoporto non è un intervento isolato. Serve a liberare l’area di Susa per le opere legate alla Torino-Lione. Una volta completato il trasferimento, inizieranno lo smantellamento della vecchia area di servizio e la posa di nuove recinzioni per delimitare il cantiere del deposito dello smarino. Al termine dei lavori, l’area ospiterà una parte dell’area tecnica permanente a servizio del tunnel di base.

Non si tratta, quindi, di occupare un terreno per il tempo necessario a un cantiere. È una trasformazione destinata a lasciare un segno permanente nella Piana di Susa, lungo l’asse della futura Torino-Lione.

C’è poi un aspetto che rende questa vicenda, se vogliamo, ancora più frizzante: pare proprio che l’autoporto nacque come opera di compensazione per il Comune di Susa, in considerazione del territorio sottratto dalla realizzazione dell’autostrada. Oggi quella stessa compensazione viene smantellata per fare posto a una nuova grande opera. Schizofrenia pura.​

Tutta questa vicenda mostra concretamente come viene portata avanti la Torino-Lione: si ridisegnano intere aree, si spostano attività e si modificano le destinazioni d’uso dei terreni in funzione delle esigenze dell’opera. A decidere sono il Governo di turno, TELT, Sitaf e gli altri soggetti coinvolti; a subire le conseguenze sono i lavoratori e le comunità locali.

E mentre si investono decine di milioni di euro per costruire un nuovo autoporto, si spendono altri milioni per recinzioni, videosorveglianza e apparati di sicurezza a presidio dei cantieri, in Valle continuano a pesare le difficoltà legate alla sanità, alla scuola e ai servizi. Un contrasto che riguarda le priorità politiche e l’impiego delle risorse pubbliche, oltre che il futuro del territorio.

La chiusura dell’autoporto di Susa non è soltanto la fine di un’attività dopo 35 anni. È un altro passaggio della trasformazione della Valle in funzione della Torino-Lione: un territorio da liberare, recintare e riorganizzare per consentire l’avanzamento dei cantieri.

Un autoporto chiude e un altro apre a pochi chilometri di distanza, i lavoratori sono ancora in attesa di garanzie e nuovi terreni vengono sottratti al territorio per fare spazio alle infrastrutture del Tav.

Ai posteri l’ardua sentenza. Una cosa, però, è già chiara: chiunque continuerà a voler imporre la Torino-Lione in Val di Susa troverà una valle determinata a resistere, che non ha intenzione di arrendersi né di lasciare che siano altri a decidere del proprio futuro.