Gli italiani vogliono il movimento

InfoAut: Informazione di parte - Tuesday, November 3, 2026

Un contributo del Collettivo Universitario Autonomo Torino sulle settimane di mobilitazione, occupazione universitaria e di sciopero appena trascorse.

Giornate di mobilitazione importanti per il Paese quelle che abbiamo alle spalle, culminate con l’imponente sciopero generale di questo venerdì 30 ottobre, indetto contro la guerra e l’industria delle armi a partire dal coordinamento dei portuali che in un’assemblea molto partecipata svolta un mese fa a Genova, hanno dichiarato l’intenzione di dare vita al più grosso sciopero coordinato a livello globale. Il risultato è sicuramente riuscito: 110 i porti bloccati inficiando sul 40% degli scambi di merce globali.

Dopo che agricoltori e autotrasportatori insieme ai giovani e agli studenti in Italia sono riusciti a far sentire il peso di un Paese in ginocchio, in cui le persone contano i centesimi per fare la spesa e non possono più permettersi un pieno di carburante e tanto meno di curarsi o studiare, questa giornata di mobilitazione non poteva che assumere i caratteri di uno sciopero generale.

La giornata di sciopero ha rappresentato un successo in tutto il Paese, con cortei oceanici e blocchi. 

A Torino sono stati diversi gli spezzoni che al mattino hanno paralizzato il capoluogo piemontese: uno partito da piazza palazzo di città che si è diretto verso “la sfinge” bloccando l’imbocco della Torino-Milano e l’altro partito dal Campus occupato che si è preso a spinta il centro cittadino e dopo una lunga manifestazione si è diretto in prefettura dove si sono verificati scontri con la polizia a cui i giovani hanno resistito con tenacia. Oltre 90mila persone in totale. Anche all’appuntamento serale, piazza Castello era gremita e la determinazione e l’agilità della piazza hanno permesso di conquistarsi Via Roma, precedentemente blindata a difesa delle famigerate “vetrine” dei grandi marchi del lusso, qui si sono verificati scontri, lanci di lacrimogeni e caccia all’uomo con arresti da parte della polizia. 

A Milano grande giornata di mobilitazione, molteplice e riuscita. Una doppia chiamata, quella del sindacalismo di base e il cosiddetto “appuntamento generazionale” composto in prevalenza da giovani che si è ricongiunto con il resto degli spezzoni in piazzale Loreto raggiungendo quasi le 100mila persone, per poi andare ad occupare per ore la tangenziale.

A Napoli la manifestazione composta da lavoratori e studenti ha bloccato l’autostrada, il porto e la rete ferroviaria cittadina. Erano già decine le scuole e le università occupate da settimane in città. 

A Cosenza, già protagonista nel sud italia nelle proteste di agricoltori, pescatori e autotrasportatori, viene occupata dal corteo vivace e rumoroso la Salerno-Reggio Calabria. 

A Mestre oltre migliaio di partecipanti hanno composto un corteo in terraferma, e altrettanti in un corteo parallelo a Venezia. Numerosi gli studenti, con la partecipazione di lavoratori in sciopero. La polizia ha bloccato gli studenti all’incrocio con via Torino dato il divieto di transito imposto dalla questura, si sono verificati scontri per superare lo sbarramento.

A Vicenza sono in duemila al corteo dello sciopero generale. Bloccato il traffico a Ponte Alto, poi al tentativo di occupare la tangenziale la polizia ha risposto con una carica contro il corteo composto da studenti e lavoratori. 

A Roma paralizzato il centro per 12 ore. Al termine del corteo romano riconducibile all’usb è stata lanciata una acampada di tende in via dei Fori Imperiali, nel cuore di Roma, partecipata dalle diverse realtà che hanno aderito alla piazza. Un’altra parte del corteo è ripartita verso Piramide dietro lo striscione “noi la guerra non la paghiamo”. In serata la manifestazione si dirige verso i palazzi ministeriali dove i giovani erigono barricate, la polizia pratica violente cariche e lanci di lacrimogeni contro i giovani a Trastevere, numerosi gli abusi polizieschi documentati. 

A Livorno all’alba i portuali  con il supporto degli autotrasportatori bloccano la rotatoria di accesso al porto, alle ore 9.00 parte il corteo che vede un’altissima partecipazione cittadina e la presenza di Francesca Albanese, ancora in prima fila per promuovere il boicottaggio internazionale della filiera del genocidio. Una delle manifestazioni più riuscite per la città.           

A Genova diecimila in corteo, la giornata comincia con un presidio al Terminal Traghetti, raggiunto poi dagli studenti. Successivamente il corteo si sposta al varco Albertazzi per bloccare l’entrata in porto. Gli universitari si riuniscono in un altro concentramento per raggiungere la stazione di Principe per raggiungere a loro volta il porto in treno. Dopo un pranzo durante il blocco del varco Albertazzi, il corteo riparte per terminare nel centro cittadino.

A Brescia un corteo composto da 10mila persone aperto dagli esponenti sindacali e seguito da un imponente spezzone studentesco e dallo spezzone delle realtà di movimento sfila per le vie della città. Il corteo riesce a prendersi Piazza della Loggia nonostante i divieti. Gli studenti decidono di proseguire la manifestazione assumendo le forme di un corteo selvaggio. Cariche dei carabinieri all’imbocco della Galleria sotto il Castello. Dopo un lungo fronteggiamento il corteo riparte percorrendo la zona est del centro storico per poi terminare nel quartiere Carmine.

A Bologna bloccata l’autostrada con 30 mila persone a sfondare il blocco dei reparti della polizia, nonostante le prescrizioni della questura. 

A Pisa viene occupato durante il corteo dello sciopero generale partecipato da circa 15mila persone lo storico palazzo universitario della Sapienza, una iniziativa che fa parte della lotta per servizi dignitosi e contro l’insinuarsi della guerra in università. 

Queste sono solo alcune delle manifestazioni che hanno riempito l’Italia, molti cortei, scioperi e blocchi anche nei territori provinciali, ovunque si registra una partecipazione straordinaria. 

A Torino rimane occupato per la seconda settimana il Campus Einaudi, e al conto delle occupazioni universitarie si aggiunge anche Pisa insieme alle precedenti occupazioni a Milano, Napoli e Roma. Continuano dunque a moltiplicarsi  le occupazioni e i blocchi degli studenti dalle Università alle scuole che hanno inaugurato questa stagione di lotta. 

Influenzata anche dai moti che stanno sconvolgendo l’Europa e il mondo dalla Francia, passando per la Spagna, il Belgio, l’Albania, il Portogallo fino alla Serbia e alla Germania, l’Italia continua a rilanciare appuntamenti di piazza. 

I lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le nuove generazioni da settimane impongono questioni che per i governanti sono difficili da ignorare. Il governo Meloni deve rispondere alle vere emergenze sociali dell’Italia: interrompere gli investimenti all’industria bellica a favore delle politiche sociali. Il popolo italiano non vuole più essere servo dei macellai criminali di guerra Trump e Netanyahu. 

L’invio di armi in Ucraina, il sodalizio con il genocidio di Israele, accettare l’imposizione della NATO del 5% del pil alle armi e il riarmo europeo, fanno parte di una scelta di campo precisa fatta dal governo Meloni, una scelta antipopolare che alimenta profitti solo per pochi amici di amici affamando tutti gli altri. 

Questi sono problemi che possono porre una questione di incompatibilità tra la base sociale e le forme istituzionali che cercano sbracciando di mantenere una tenuta facendo finta di non capire cosa il popolo stia chiedendo. Non basta qualche finanziamento emergenziale buttato qua e là destinato ad esaurirsi, non bastano tetti sui prezzi che durano una settimana, la gente non chiede nemmeno più le famose “risposte dal governo”. Il governo ha già risposto con chiarezza, sigillando la sua rottura con il proletariato italiano e anche con la sua stessa base elettorale di piccoli imprenditori. 

Il popolo quindi vuole solo le dimissioni del governo Meloni e il disimpegno italiano nella guerra per procura che gli Stati Uniti ci trascinano a combattere. Scegliere di fare o non fare la guerra è un bivio che va a stabilire quale sarà l’andamento degli anni a venire per i giovani e la popolazione tutta, sono scelte epocali che i popoli, non solo in Italia, si sono stufati di fare prendere solo alle élite politiche corrotte. Sono soprattutto le nuove generazioni a voler dire la propria e per farlo sanno che sarà necessario conquistarsi la possibilità di contare come corpo collettivo senza intermediazioni rappresentative necessarie solo a mitigare la dirompenza del “vento dei ‘20”. 

La coscienza diffusa dei problemi del Paese è alta, anche tra i più giovani che cercano di trovare il proprio spazio per rappresentare da sè i propri interessi, riappropriandosi delle scuole e delle università caserma dentro cui li hanno rilegati cercando di addomesticarli ai fini di una società in guerra in cui il sfruttamento al massimo livello deve essere accettato senza troppe lamentele. 

E’ anche di una identità generazionale che ci si vuole appropriare, ci si rappresenta nelle piazze e si trovano le maniere di farsi vedere e di farsi capire, anche “oltraggiando” quei centri-vetrina appannaggio di pochi (e sempre meno) privilegiati. Si vive troppo male per continuare ad usare le buone maniere. 

I giornalisti hanno cercato di costruire il nemico pubblico andando a caccia di interviste a giovanissimi in piazza, nei quartieri popolari o fuori dalle questure ma per loro sfortuna ciò che ne esce è un discorso in cui tanti si rivedono, mentre provano a raccontare di un fantomatico attacco “all’italianità”, l’Italia è più unita che mai. Dove si cerca di frammentare e di indebolire, la lotta ricompone e verticalizza verso le istituzioni un malcontento che da troppo tempo cercava forme di espressione.

 che il governo ha cercato di boicottare, precettando lo sciopero dei trasporti (a cui le sigle sindacali hanno deciso di disobbedire) e interdicendo il centro cittadino attraverso le ordinanze e i blocchi di polizia.

Il governo continua a fare tutto ciò che è in suo potere per scongiurare lo stabilizzarsi di un movimento compatto che sappia resistere ma anche proporre un programma da perseguire. Meloni e i suoi cercano di soffocare attraverso la paura, la forza militare, le narrazioni stigmatizzanti, la precettazione degli scioperi ciò che politicamente non possono assorbire. Le città diventano per loro campi di battaglia dichiarati in cui non si limitano alla solita gestione muscolare della piazza ma si spingono fino alla caccia all’uomo nei quartieri e fin dentro le scuole dove vanno a cercare ragazzi da malmenare durante le occupazioni. 

Oggi, per garantire che tutto ciò che sta bollendo in pentola non rappresenti un fuoco destinato ad esaurirsi, oltre alla rabbia e alla determinazione serve anche la creatività coraggiosa dei sognatori, architetti di un altro mondo possibile. 

Essere protagonisti del presente è una responsabilità. Significa rinunciare al patto della delega, del disimpegno individuale a favore di un’esistenza che ci hanno promesso agiata, “civilizzata” ma in cui ormai si riesce solo a stento ad annaspare. E’ in questo sottrarsi che abbiamo tutta l’occasione di costruire la prospettiva di una vita in cui si esiste e non si sopravvive. 

Il calendario si profila già fitto di possibilità per continuare a contare e ad inchiodare il governo ai loro crimini: non solo lo sciopero e la giornata di mobilitazione internazionale del 20 novembre ma altre giornate più o meno spontanee, come quella del 7 novembre, stanno spuntando su gruppi e profili social, insieme ad altre occupazioni o blocchi per cui gli studenti continuano ad organizzarsi, tutti sintomi di una voglia di continuare a stare nelle piazze e di fare la propria parte per cambiare le cose. 

Il mandato è chiaro: mandare a casa il governo e costruire il potere popolare di cui la storia ha bisogno per fermare la guerra e per cambiare le prospettive di futuro che questa classe politica propone come unica via. 

Viva i popoli che riscrivono la storia!