
Madrid, 400 agenti sgomberano l’Acampada per la casa. La protesta continua
InfoAut: Informazione di parte - Wednesday, November 4, 2026Dopo 35 giorni di occupazione, la polizia interviene di notte a Puerta del Sol: due arresti e denunce di violenze.
Centinaia di persone, molte senza dimora, allontanate dalla piazza. Il movimento 26S rilancia la mobilitazione verso lo sciopero dell’11 novembre.
Alle tre del mattino di martedì 3 novembre, quattrocento agenti della polizia nazionale e municipale hanno fatto irruzione a Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, per sgomberare l’Acampada26S, il presidio che da 35 giorni denunciava la crisi abitativa, gli sfratti e la speculazione immobiliare. Gli agenti hanno smantellato tende, gazebo e strutture collettive, disperdendo le centinaia di persone ancora presenti. L’operazione è stata accompagnata da violenze, impiego di spray urticanti e numerosi feriti. Due persone sono state arrestate con l’accusa di resistenza . Un dispositivo di polizia imponente, mobilitato nel cuore della notte per cancellare una protesta che aveva posto al centro della capitale una questione sociale sempre più drammatica: il diritto alla casa.
Al momento dello sgombero nella piazza si trovavano ancora 334 persone. Circa 250 erano senza fissa dimora, uomini e donne che nell’accampamento avevano trovato un riparo, oltre che uno spazio di solidarietà. È questo uno degli aspetti più gravi dell’intervento. La polizia non ha soltanto interrotto una mobilitazione politica, ma ha allontanato persone che non disponevano di un’altra abitazione. La presenza di centinaia di senza dimora non era un problema estraneo alla protesta, ma la dimostrazione concreta delle ragioni per cui quella protesta era nata. In una città nella quale gli affitti diventano sempre più insostenibili e l’accesso alla casa dipende dalla capacità di soddisfare le richieste del mercato immobiliare, la povertà abitativa viene affrontata attraverso l’allontanamento forzato di chi la subisce.
Dopo l’intervento degli agenti, le autorità hanno rivendicato il ripristino della legalità e dell’ordinario utilizzo della piazza. Ma quale legalità viene difesa quando centinaia di persone vengono allontanate senza che sia risolto il problema della loro sistemazione? La questione non riguarda il diritto di occupare indefinitamente uno spazio pubblico, ma le responsabilità delle istituzioni di fronte a persone che non hanno un luogo in cui vivere. Smantellare le tende non significa garantire un’abitazione. Significa soltanto spostare altrove la povertà, sottraendola temporaneamente allo sguardo della città.
L’Acampada26S era nata alla fine di settembre per denunciare l’aumento degli affitti, la speculazione immobiliare, gli sfratti e l’impossibilità per una parte crescente della popolazione di accedere a un’abitazione dignitosa. A Puerta del Sol si erano ritrovati studenti, lavoratori precari, famiglie colpite dalla crisi abitativa, attivisti e persone senza dimora. La piazza era diventata uno spazio di organizzazione collettiva, nel quale la denuncia politica si intrecciava con il sostegno materiale a chi vive condizioni di esclusione. In una città segnata dalla pressione della rendita immobiliare e dalla trasformazione delle abitazioni in strumenti di investimento, l’accampamento aveva reso visibile ciò che normalmente rimane confinato nelle periferie, nei procedimenti di sfratto e nelle difficoltà quotidiane di chi non riesce a pagare un affitto.
La responsabilità politica di quanto accaduto non può essere nascosta dietro il carattere amministrativo del provvedimento. Quattrocento agenti schierati per sgomberare una piazza, l’impiego della forza denunciato dagli organizzatori, gli arresti e la rimozione delle tende rappresentano una scelta precisa nella gestione del conflitto sociale. Il diritto di manifestare non può essere considerato una concessione revocabile quando la protesta diventa scomoda, così come la condizione di povertà non può essere trattata come un problema di decoro urbano. Le eventuali responsabilità per le violenze denunciate durante lo sgombero devono essere accertate, ma già la dimensione dell’operazione solleva interrogativi sulla proporzionalità della risposta delle autorità.
La vicenda di Madrid si inserisce in una stagione di mobilitazioni che attraversa diversi Paesi europei. In Portogallo la polizia è intervenuta contro gli accampamenti per il diritto alla casa di Lisbona e Porto. In Francia le proteste contro il carovita e i tagli sociali sono state affrontate con divieti, arresti e un massiccio impiego di reparti antisommossa. Le situazioni sono differenti, ma emerge una tendenza comune: problemi economici e sociali vengono sempre più frequentemente affrontati attraverso strumenti repressivi. Mentre aumentano gli investimenti militari e le politiche di sicurezza, l’accesso alla casa, la tutela dei salari e il finanziamento dei servizi pubblici continuano a rappresentare questioni irrisolte per milioni di persone.
A Madrid, il diritto all’abitare è diventato il terreno di uno scontro che riguarda direttamente il modello di città. Da una parte, un mercato immobiliare nel quale il valore degli edifici è determinato dalla loro redditività e nel quale la rendita condiziona sempre più le possibilità di vita. Dall’altra, persone che chiedono di poter abitare senza destinare gran parte del proprio reddito all’affitto, senza vivere sotto la minaccia dello sfratto e senza essere costrette a dormire per strada. La casa non può essere considerata esclusivamente una merce, perché da essa dipendono l’accesso alla salute, all’istruzione, al lavoro e la possibilità stessa di condurre una vita dignitosa. Senza un’abitazione stabile, anche gli altri diritti diventano più difficili da esercitare.
L’ultimo giorno dell’accampamento era stato dedicato anche alla memoria di Maricarmen, una donna che avrebbe compiuto 88 anni e il cui sfratto, denunciato come violento, aveva segnato profondamente il movimento. La sua vicenda aveva contribuito a trasformare una storia individuale in una mobilitazione collettiva. Il manifesto letto poche ore prima dell’intervento della polizia aveva collegato il diritto alla casa alla critica delle disuguaglianze, della guerra, delle discriminazioni e della subordinazione dei bisogni sociali agli interessi economici. La protesta aveva così superato la semplice richiesta di interventi sul mercato degli affitti, ponendo una questione più generale sulla distribuzione della ricchezza e sul diritto di tutte le persone a vivere dignitosamente.
La solidarietà con l’Acampada è proseguita anche dopo lo sgombero. La manifestazione convocata a Madrid ha incontrato un nuovo dispiegamento di mezzi blindati e reparti antisommossa, mentre il movimento ha annunciato la prosecuzione delle attività nei quartieri e la partecipazione allo sciopero dell’11 novembre. La fine dell’occupazione di Puerta del Sol non coincide dunque con la conclusione della mobilitazione, che continuerà attraverso le reti territoriali e le organizzazioni impegnate contro gli sfratti e la speculazione.
Lo sgombero di Madrid mostra una contraddizione che attraversa le politiche abitative europee. Le istituzioni intervengono con rapidità quando devono liberare una piazza, ma non dimostrano la stessa capacità di garantire una casa a chi ne è privo. Il problema non sono le tende che occupano lo spazio pubblico, ma le condizioni economiche e politiche che costringono le persone a viverci. Il diritto alla casa deve valere per tutti, indipendentemente dal reddito, dalla condizione lavorativa o dalla situazione personale. Non può essere subordinato alla redditività degli immobili né cancellato in nome del decoro.
A Puerta del Sol la polizia ha smantellato un accampamento. Non ha risolto uno sfratto, ridotto un affitto o garantito un’abitazione alle persone allontanate. Ed è proprio questa la questione che resta aperta: una società che considera normale lasciare centinaia di persone senza casa, ma mobilita quattrocento agenti per impedire loro di dormire in una piazza, ha scelto di reprimere le conseguenze della povertà anziché affrontarne le cause.