
Il prezzo delle compensazioni: la vera narrazione dei fondi TELT-SITAF
notav.info - Friday, November 6, 2026Ci sono notizie che, al di là degli annunci in pompa magna e delle cifre presentate con grande soddisfazione dalle amministrazioni, meritano una riflessione che vada oltre la semplice elencazione degli investimenti previsti.
A Susa, oltre 1,53 milioni di euro derivanti dalle indennità di esproprio legate all’Autoporto, riconosciute da TELT e SITAF, vengono destinati a una serie di interventi sul territorio.
Una cifra importante, che permetterà al Comune di finanziare servizi, manutenzioni e progetti che rispondono anche a necessità concrete della popolazione.
Ma dietro questi annunci c’è una questione che non può essere ignorata e che, come sempre, sfugge all’intelletto del Sindaco Genovese: queste risorse non sono il frutto di un investimento spontaneo del Comune di Susa a favore della comunità, ma derivano da un processo di trasformazione del territorio legato alla realizzazione delle infrastrutture connesse alla Torino-Lione. Un processo che comporta espropri, consumo di suolo e una progressiva ridefinizione degli spazi e delle funzioni della valle.
È il meccanismo attraverso cui i costi e gli impatti delle grandi opere vengono tradotti in cifre, indennizzi e compensazioni, per poi essere presentati come nuove opportunità per il territorio. Una narrazione che finisce per ribaltare il senso stesso di queste operazioni: le trasformazioni imposte diventano occasioni di sviluppo, mentre le risorse economiche che ne derivano vengono celebrate come un beneficio per la collettività.
Così, mentre si continua a sottrarre spazio, modificare equilibri e trasformare porzioni di valle in funzione delle esigenze delle grandi infrastrutture, si costruisce una rappresentazione in cui tutto sembra trovare una compensazione economica e, di conseguenza, una giustificazione.
Non è in discussione l’utilità degli interventi elencati dall’Amministrazione. Quest’ultima dovrebbe però avere ben chiaro che si tratta di necessità reali, alle quali andrebbero date risposte adeguate indipendentemente dalla presenza di una grande opera e dalle risorse economiche che essa genera. Il problema è proprio la progressiva normalizzazione di questo meccanismo: i bisogni della popolazione vengono soddisfatti attraverso risorse generate da processi che contribuiscono a compromettere il territorio in cui quella stessa popolazione vive. Servizi essenziali e interventi sociali finiscono così per essere inseriti nella contabilità delle grandi opere, come se potessero rappresentare una restituzione sufficiente rispetto a ciò che viene sottratto.
Le grandi opere non diventano meno impattanti perché una parte delle risorse economiche che le accompagnano viene successivamente redistribuita. E un territorio non può essere considerato adeguatamente ripagato per le trasformazioni che subisce soltanto perché, a valle degli espropri, vengono messi a disposizione fondi da spendere.
La questione non riguarda quindi soltanto la destinazione di questi 1,53 milioni, ma il modello politico ed economico che li ha prodotti. Un modello nel quale il territorio viene prima trasformato in funzione delle esigenze infrastrutturali e poi, attraverso indennizzi e compensazioni, si cerca di restituire una parte di ciò che viene sottratto.
La Valsusa non ha bisogno di essere risarcita per poter continuare a vivere. Ha bisogno di risorse, servizi e investimenti che non siano subordinati alla realizzazione delle grandi opere, e soprattutto del diritto di decidere del proprio futuro senza che ogni prospettiva di sviluppo debba passare attraverso la trasformazione e il consumo del suo territorio.