Alice ci scrive dai domiciliari

notav.info - Saturday, November 7, 2026

Car* tutti e tutte,
ho pensato spesso a scrivere dalla mia detenzione domiciliare, ma solo oggi trovo la giusta spinta per farlo. Un po’ perché, come molt* sanno, molte delle mie energie fisiche e mentali negli ultimi otto mesi sono state impiegate nella creazione di una nuova vita, un po’ perché non volevo essere di distrazione alle moltissime cose che ci sono state da fare dal 26 marzo (data di inizio della mia detenzione) ad oggi.

Ho sempre seguito con attenzione ed interesse ciò che accade al di fuori delle mie mura domestiche e sembra sempre che tutto accada quando partecipare attivamente diventa impossibile: dalla decima edizione del Festival Alta Felicità alla mobilitazione contro la Avigliana-Orbassano, dalla nascita del comitato contro la riapertura del forno della Beltrame alla lotta dei Genitori Montani Disagiati per garantire il diritto alla salute dei propri figli. E ovviamente guardo con profondo coinvolgimento alle proteste in Italia e nel mondo contro il carovita e la guerra scoppiate nell’ultimo mese, partite da lavorator* agricoli, autotrasportatori e giovani generazioni, dai blocchi alle occupazioni delle scuole e delle università. Non posso che esprimere tutta la mia gratitudine e solidarietà: se non fossi costretta tra le mie quattro mura il nostro posto (mio e del gradito ospite che mi abita) sarebbe là, poiché mai come oggi la posta in palio è garantire un futuro degno a chi c’è e a chi verrà; e mai come in questo periodo della mia vita sento così forte la responsabilità verso le generazioni future.

Ho peccato di hybris nel decidere di mettere al mondo una nuova vita proprio mentre mi trovavo a saldare il mio “debito” con la giustizia, per aver osato difendere la terra dove mi trovo (dove nascerà e crescerà mio figlio) quasi 10 anni fa dalla grande opera inutile che il Movimento No Tav combatte da trent’anni. Ma a maggior ragione, proprio perché ci siamo presi la responsabilità di mettere al mondo questa vita, è nostro dovere ancor di più lottare per garantirgli un futuro degno.

Evidentemente questa è stata la valutazione del Magistrato di Sorveglianza che ha avuto la sfortuna di prendere in carico il mio fascicolo di espiazione della pena (ovviamente che io sia una peccatrice di superbia, non che il futuro vada difeso con la lotta).

Ci sarebbero mille cose che potrei raccontare della mia detenzione e sassolini dalle scarpe che mi vorrei togliere, ma mi concentrerò solo sulla risposta alla mia ultima istanza, per me grave e paradigmatica del sistema detentivo-punitivo e forse anche un po’ al limite della violazione del diritto alla salute mio e del mio futuro bambino.

Ho notato un cambio di approccio da quando sono passata dall’essere una detenuta-lavoratrice, quindi membro produttivo di questa società, ad una detenuta-gestante (chissà cosa accadrà quando diventerò una detenuta-genitrice!). Su questo incredibilmente, quasi come una profezia che si autoavvera, avevo avuto grandi spunti di riflessione ad aprile (prima di scoprire di essere incinta) quando, lo stesso Giudice di cui sopra, mi aveva autorizzata a partecipare presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli alla presentazione del libro “Donne oltre il carcere – Percorsi di self- empowerment delle donne detenute” tenuta da Susanna Ronconi e Giulia Melani. Nel libro, in cui è evidentemente presente una lente transfemminista ed abolizionista, la maternità diventa per il sistema giudiziario-detentivo una doppia colpa e stigma. Non mi metterò ad approfondire ulteriormente perché evidentemente c’è chi è più preparata di me, ma il punto è che quello che voglio raccontare dei miei domiciliari non fa parte solo del mio vissuto ma di quello di centinaia di donne che nel nostro paese, e società, si trovano a vivere la doppia condizione (o doppia oppressione?) di essere detenute e madri.

Piccola premessa per i profani della detenzione: chiunque sia in regime detentivo (carcerario, domiciliare, ecc.), può fare delle richieste al proprio magistrato di sorveglianza o all’istituzione carceraria per avere dei permessi extra per delle attività specifiche e dimostrabili, così come è diritto avere delle “ore d’aria” quotidiane in carcere, o per le proprie esigenze di vita in detenzione domiciliare. Ovviamente la risposta è a discrezione del Magistrato di Sorveglianza che ne valuterà la compatibilità con la detenzione; questo non toglie che però chiedere è lecito, oltre ad essere proprio un diritto.

Il giorno 2 novembre, tramite la mia avvocata di fiducia, presento istanza per avere il permesso di:

  • –  partecipare in quanto imputata il 12/11 ad un’udienza di Appello al Tribunale di Torino perfatti avvenuti a luglio 2020 al Presidio dei Mulini;
  • –  partecipare in quanto imputata il 30/11 e il 25/01/’27 alle udienze d’appello del processo“Sovrano”;
  • –  partecipare il 23 e il 24/11, presso il mio posto di lavoro (Associazione Almaterra Aps aTorino), ad un corso di formazione rivolto ad operator* del terzo settore dal titolo “Prospettive intersezionali sulla violenza di genere, geografie delle diseguaglianze e spazi di cura”, dalle 9 alle 16 con pernottamento presso casa di un’amica che parteciperà anche lei al corso, disposta ad ospitarmi e ad eventuali controlli da parte delle forze dell’ordine, per evitare di fare il tragitto da Bussoleno a Torino 4 volte visto che sarò alla fine dell’ottavo mese di gravidanza;
  • –  Poter visitare il Punto Nascita dell’Ospedale di Rivoli, dove ho deciso di partorire, durante l’open day che fanno solamente il primo mercoledì del mese dalle ore 17 (io ho chiesto per il 2 dicembre perché non sapevo se mi sarebbe arrivata in tempo la risposta per l’open day del 4 novembre).

Incredibilmente, questa volta la risposta è stata celerissima: il giorno dopo i carabinieri di Susa mi notificano il rigetto dell’istanza, a esclusione della partecipazione alle udienze (e ci mancherebbe). Le motivazioni? La prima è che secondo il Magistrato ho perso di vista il fatto che mi è stata gentilmente concessa una misura alternativa al carcere, e la detenzione domiciliare presenta “precisi limiti”; la seconda è che ho presentato dall’inizio della detenzione (7 mesi e mezzo fa) un quantità “abnorme” di istanze di autorizzazione.Ora, io non ho mai avuto problemi a prendermi delle responsabilità, sto pagando perché l’8 dicembre del 2017 sono stata arrestata a volto coperto durante una manifestazione notturna al cantiere di Chiomonte, sono stata portata in carcere e rilasciata dopo pochi giorni e successivamente condannata a un anno e cinque giorni di reclusione. Non ho problemi a dirlo e non mi sono mai sottratta al costo (abnorme e sproporzionato) della lotta per le cause in cui credo. Vedo quindi nella risposta del signor Magistrato, un’ottima occasione per una riflessione sulla espiazione di pena in un sistema che nei fatti è punitivo ma che vuole auto-narrarsi come rieducativo (o forse voleva e non lo vuole più in effetti).

Posso anche accettare (ma forse anche no) che la formazione professionale possa essere considerata un inutile orpello nella vita di una persona detenuta (anche se mi pareva di ricordare che istruzione e formazione dei detenuti fosse un pilastro della detenzione come rieducazione e addirittura fosse sancito dalla Costituzione), soprattutto se si tratta di una lavoratrice in maternità che ormai dovrebbe solo pensare a starsene tranquilla e buona a fare la cova. Quello che non riesco a scorgere è la differenza tra questa formazione – se non l’approccio transfemminista del corso – e quella per cui invece sono stata autorizzata a maggio dallo stesso giudice, per ottenere l’attestato da Operatrice BLSD (Basic Life Support and Defibrillation) per l’Associazione Sportiva Dilettantistica (la Palestra Popolare Rabel ASD) di cui sono socia fondatrice e per cui svolgo (tutt’ora) il ruolo di insegnante volontaria di Pugilato Amatoriale. Attività che svolgo 3 volte alla settimana e per cui ho dovuto rinunciare alle mie ore d’aria, che mi sono state ridotte a sole due volte alla settimana. Il problema era il pernottamento fuori? Bastava negarmi quello, no?

Posso anche accettare (ma forse anche no) di aver arrecato un certo fastidio al signor giudice per aver fatto richieste di carattere culturale, sportivo, ricreativo, affettivo (ho addirittura chiesto di partecipare a un matrimonio e un funerale!), professionale e sanitario. Ho addirittura osato chiedere di avere ore d’aria tutti i giorni (in carcere ne hanno due al giorno) dopo che per tutto il mese di luglio sono potuta uscire solo due volte alla settimana, perché ho avuto un rischio di aborto e ricevuto l’interdizione dal lavoro (maternità anticipata). Non vi sto neanche a dire il fastidio che ho provocato quando ho osato chiedere il mese scorso (al settimo mese di gravidanza) che gli arresti domiciliari mi venissero alleggeriti in affidamento in prova in previsione dell’avvicinamento alla data del parto (27 dicembre, con fine pena al 27 marzo) e per meglio provvedere poi alle esigenze, le necessità e i bisogni di un neonato nei suoi primi mesi di vita. Anche quello mi è stato negato perché pare che la misura della detenzione domiciliare non ostacoli in nessun modo l’espletazione dei miei doveri genitoriali! Poi vista la gravità dei miei reati e la mia militanza politica mai interrotta né rinnegata già di grazia, appunto, che le misure alternative mi siano state concesse.

Per dovere di cronaca: non esiste un limite massimo o temporale di richieste e istanze che si possono fare, anzi, è un diritto tutelato del detenuto poter fare delle richieste, ma che invece in questo caso diventa addirittura motivazione per il rigetto delle mie domande.

Quello proprio che però non riesco ad accettare è l’assoluta arbitrarietà di negarmi la possibilità di conoscere le professioniste che mi aiuteranno a far nascere mio figlio, vedere il reparto, la sala parto, del potermi informare sulle procedure, esprimere le mie preferenze. Non c’è motivo alcuno che possa giustificare questo rifiuto: in otto mesi di gravidanza, seguita dal Consultorio di Avigliana, ho fatto decide di controlli, analisi, ecografie, addirittura sono dovuta andare fino a Saluzzo per trovare un posto per effettuare l’ecografia morfologica, visita per cui ho dovuto chiedere un permesso speciale perché fuori dalla Provincia di Torino.

Però no, la visita al Punto Nascita di Rivoli prima del parto assolutamente no, non è conforme ai limiti della misura alternativa della detenzione domiciliare.

L’unica risposta che riesco a darmi è la postura di un sistema detentivo punitivo e superficiale, soprattutto verso chi – come si diceva in occasione della detenzione domiciliare di Ermelinda (ma potremmo dire lo stesso di Sara) – non vuole stare “al proprio posto”. Dà fastidio che io cerchi semplicemente di usufruire dei miei diritti come persona detenuta e di detenuta-gestante (sì, ci sono diritti specifici, tra cui il divieto di scontare in carcere, quindi non una “gentile concessione”). Nella Carta dei diritti e dei doveri dei Detenuti e degli Internati si dice: “è assicurata alle gestanti e alle madri con bambini assistenza adeguata di medici specialisti, ostetriche e operatori in puericultura”. Mi sembra che la mia richiesta di non si discosti minimamente da questa dicitura e la richiesta di una visita al punto nascita che ho scelto per partorire non sia da derubricare come una istanza “per vario titolo”.

Probabilmente darà fastidio anche questa mia lamentela pubblica (darmagi!), ma la gravidanza mi sta restituendo maggiore determinazione nel cercare di fare del mio meglio per garantire una vita degna a chi abiterà questa terra dopo di me. Purtroppo mio figlio nascerà come detenuto domiciliare, per i suoi primi mesi di vita non avrà il diritto a fare un giro nel passeggino o in macchina se non riuscirà a dormire quando il suo papà sarà a lavoro (perché ricordiamoci che gli uomini hanno solo 10 giorni di paternità per evitare di moltiplicare lo “svantaggio della genitorialità” – cit. Roccella). Ma quello che voglio assicurargli è che nascerà in un luogo che conosco e in cui mi sentirò al sicuro, con delle ostetriche (mie nuove idole della vita, grazie anche alla professionalità e comprensione che ho trovato in Lia e Lara del Consultorio!) e medic* con cui avrò parlato almeno una volta prima di mettergli in mano le nostre esistenze.

In conclusione vorrei rassicurarvi che io e la creaturina, comunque stiamo bene e ci stiamo preparando al meglio per il nostro incontro. Nonostante l’attacco sistematico al nostro Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto qua in Valle, zona “disagiata” dove ci vediamo togliere ogni anno nuovi servizi dal Punto Nascita di Susa nel 2015 ai pediatri oggi, e in cui i servizi fondamentali per la popolazione diventano merce di scambio attraverso il ricatto delle compensazioni per la Torino- Lione, ci sono professioniste che cercano di tenere alta la bandiera di una sanità improntata sulla cura, il consenso e il rispetto. Non smetterò mai di ringraziarle.

Spero abbiate potuto intendere che il morale è alto e in me è immutato il desiderio e la necessità di sognare e costruire un mondo e un’esistente migliore per tutt*, a maggior ragione da quando sento in me la responsabilità della vita di questa piccola creatura umana. A chi scende in piazza in queste settimane vorrei dire di non mollare, di non farsi intimidire. Così come vorrei portare tutta la mia solidarietà e forza a chi è stato colpito dalle misure cautelari per il corteo del 31 gennaio. Quel giorno, c’eravamo tutt*!

Infine, il mio pensiero va ovviamente al Movimento No Tav, che si appresta a scendere in piazza per l’8 dicembre, e che mi ha insegnato a peccare di hybris a testa alta, perché quando si è dalla parte della ragione non bisogna fare un passo indietro! E che spero possa essere presto parte della famiglia del piccolo Nicolò Ernesto, così come è parte della mia.

Sempre su lo sguardo! Avanti No Tav

Sempre vostra Alice sul ring Thelma Tank