Il caso di Vittorio Rallo e gli altri decessi nel carcere di Viterbo

NapoliMONiTOR - Friday, January 23, 2026
(disegno di cyop&kaf)

Lo sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti, da cui prende le mosse anche questa rubrica, va ampliandosi. Non vi partecipano soltanto i familiari delle persone uccise dal carcere, ma anche i familiari dei detenuti che vivono un calvario all’interno del sistema penitenziario a causa di patologie non conciliabili con la detenzione, per mancanza di cure fisiche e psicologiche. Vi sono inoltre ex detenuti che hanno vissuto l’oscurità delle celle e che condividono la propria storia. Tutti sono benvenuti a partecipare, ogni contributo è importante. Le riunioni si svolgono ogni venerdì dalle 19:00 alle 21:00. Il link per accedere alla riunione settimanale viene pubblicato qualche giorno prima dell’incontro sul gruppo Telegram “Morire di carcere” e su quello Whatsapp “Sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti” . Adesioni e lettere possono essere inviati all’indirizzo e-mail dell’associazione Yairahia Ets (yairaiha@gmail.com). Avvocati, volontari, membri di associazioni, garanti delle persone private della libertà sono invitati a unirsi e a condividere il proprio punto di vista.

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Vittorio Rallo aveva trentadue anni. Fin da giovane è stato soggetto a una grave forma di tossicodipendenza che lo ha accompagnato per anni e che ha condizionato la sua vita. A causa della dipendenza ha commesso piccoli reati che nel tempo gli sono costati condanne anche molto pesanti. Più di quindici anni della sua vita li ha trascorsi in carcere, entrando e uscendo, senza mai riuscire a trovare una stabilità. Cinque anni fa era tornato in libertà dopo aver scontato sette anni consecutivi di detenzione, ma quella possibilità è durata solo tre mesi. Quando è rientrato in carcere, la sua salute mentale e fisica era diventata sempre più precaria. Vittorio soffriva di gravi disturbi psichiatrici, aveva subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e gli era stata diagnosticata una doppia personalità. Era portatore di handicap e affetto da condizioni che lo rendevano estremamente vulnerabile. Viveva fasi alterne, con momenti di apparente stabilità e altri di profondo scompenso. Questa fragilità era nota alle istituzioni. Esistevano documenti che attestavano l’incompatibilità di Vittorio con il regime carcerario e la necessità di una sorveglianza continuativa ventiquattr’ore su ventiquattro. A differenza di altri casi, Vittorio non aveva indicazioni di detenzione in cella singola, ciò che era essenziale per la sua sicurezza era la sorveglianza continua, che però nei giorni precedenti alla sua morte non gli è stata garantita.

Nel corso degli anni, la famiglia di Vittorio aveva chiesto aiuto a tutte le autorità competenti. Era stato richiesto più volte il suo trasferimento in una comunità o in una struttura adeguata, dove potesse essere curato e seguito in modo appropriato. Anche l’avvocato aveva inviato numerose comunicazioni formali. Nessuna di queste richieste ha mai ricevuto risposta. Prima di arrivare nel carcere di Viterbo Mammagialla, Vittorio era detenuto a Reggio Emilia. Dopo il trasferimento a Viterbo, secondo la famiglia, la sua situazione è progressivamente peggiorata. Durante le videochiamate con il padre e la sorella Vittorio mostrava segni sul corpo: un occhio nero, o un taglio sull’addome, per esempio. Screenshot di quelle immagini sono stati conservati dalla famiglia. Vittorio raccontava di essere stato picchiato da alcuni agenti della casa circondariale.

Il 24 ottobre 2025, suo padre, profondamente preoccupato, si è recato dai carabinieri a Pomezia per sporgere denuncia. In quell’occasione ha riferito che il figlio appariva spaventato, provato, in evidente difficoltà psicologica, e ha mostrato le fotografie dei segni sul corpo. Solo dopo la morte di Vittorio, quando il padre è stato nuovamente in caserma per denunciare il carcere, la famiglia ha scoperto che le fotografie non erano state allegate alla denuncia e che, fatto ancora più grave, la denuncia presentata il 24 ottobre non risulta mai essere stata trasmessa né formalmente avviata.

In quella denuncia si evidenziava che Vittorio era fragile, disabile e con precedenti episodi di autolesionismo. Il padre spiegava che i comportamenti aggressivi del figlio si manifestavano solo nei momenti di grave scompenso psichico e che, in quelle circostanze, Vittorio veniva sottoposto a violenze fisiche o all’isolamento. Da ragazzo aveva già tentato due volte di togliersi la vita, prima di arrivare a Viterbo e anche per questo avrebbe dovuto essere costantemente monitorato. Negli ultimi tempi, però, secondo la famiglia, non mostrava segnali di intenti suicidari. Stava anzi aspettando i suoi cari: un colloquio era fissato per il lunedì successivo. Da tempo Vittorio era stato collocato in infermeria, un reparto che dovrebbe garantire maggiore attenzione e protezione per i detenuti più fragili. Secondo la famiglia, tuttavia, anche lì Vittorio sarebbe rimasto spesso solo.

L’11 dicembre 2025, nel corso della giornata, intorno alle ore 19:00, secondo alcune informazioni riferite alla famiglia, ci sarebbe stato un litigio in cella, seguito dal trasferimento del detenuto con cui Vittorio avrebbe litigato. Questi elementi vengono riportati esclusivamente per la ricostruzione delle ore precedenti alla morte. Alle 23:50 dell’11 dicembre arriva ai familiari la telefonata: Vittorio è morto, “a seguito di un gesto estremo”.

Dopo il decesso è stata aperta un’indagine dell’autorità giudiziaria. Al momento le attività investigative sono coperte da segreto istruttorio, circostanza che non consente alla famiglia e ai legali di accedere agli atti o di ottenere chiarimenti immediati. Gli accertamenti medico-legali sono in corso e i relativi esiti, compreso quello dell’autopsia, dovranno essere depositati entro un termine massimo di sessanta giorni, come previsto dalle procedure. Solo allora sarà possibile chiarire le cause della morte e ricostruire l’accaduto.

Secondo quanto riferito, Vittorio aveva assunto la terapia poche ore prima. Era seguito con farmaci e iniezioni per la regolazione dell’umore, regolarmente annotate nella cartella clinica restituita alla famiglia. I familiari faticano a comprendere come abbia potuto compiere un gesto del genere, considerando la sua condizione clinica, l’assenza di segnali premonitori e il fatto che stesse aspettando l’incontro con i suoi cari.

Vittorio era una persona fragile, disabile, affidata allo Stato. Numerosi documenti imponevano una sorveglianza più accurata, per non parlare dell’incopatibilità evidente con la detenzione. Nei giorni e nelle ore che hanno preceduto la sua morte, quella sorveglianza, in ogni caso, non c’è stata. La sua morte non è però un episodio isolato. Il carcere di Viterbo Mammagialla è stato negli anni teatro di pestaggi, denunce e morti mai chiarite. Nel caso di Andrea Di Nino, dopo la sua morte un altro detenuto ha denunciato le violenze che Andrea avrebbe subito all’interno del penitenziario. Anche Hassan, alcuni mesi prima di morire, aveva denunciato ai collaboratori del Garante dei detenuti di essere stato picchiato da agenti, mostrando ferite evidenti e manifestando paura per la propria vita. Un altro episodio avvenuto sempre a Viterbo riguarda Giovanni Delfino, morto nel 2019. In quel caso i sanitari avevano riferito che l’aggressore, noto per precedenti episodi di violenza grave, avrebbe dovuto essere detenuto in cella singola e sotto stretta sorveglianza, ma che queste indicazioni non erano state rispettate. Il Tribunale civile di Roma ha riconosciuto gravi responsabilità dell’amministrazione penitenziaria, condannando il ministero della giustizia a risarcire la famiglia della vittima, sottolineando che la morte non si sarebbe verificata se le prescrizioni dei sanitari fossero state seguite.

Oggi anche la famiglia di Vittorio Rallo chiede verità, affinché questa morte non venga archiviata né considerata, e sarebbe davvero grave, inevitabile. (luna casarotti, yairaiha ets)