Source - NapoliMONiTOR

Cronache, libri, disegni e reportages

Qualcosa dentro di sè. Convertirsi all’Islam a Napoli
(disegno di otarebill) Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino, dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più alte del paese.  Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione, adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.  In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa, associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.  Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane. «C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani. Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo, tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti delle persone che frequentavo».  La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso, improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili. Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini, ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva, volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».  La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso, sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra, la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle persone che sono musulmana».  Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il Ramadan».  Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne». Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e, leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede». Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati, hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo paesino, circondata da persone che le assomigliano».  Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da sola».  Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli animali sia più etico e rispettoso».  Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere se stesse attraverso il corpo”.   Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di cui vado fiera”.  Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più interessato a vederci scoperte”. Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione. “Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo aiuta a ripararsi dal caldo”. Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo. Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria: “Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se facessi parte di una grande famiglia”.  Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar, il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non sono ancora attivi a livello locale”. A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne, perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”. Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta –. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io difenda chi lo fa”. La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa, che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.  Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud, quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il gesto più sacro della salat (la preghiera).  Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano. Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere, spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega –. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho memorizzato diverse sura”. Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante. Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo, ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.  Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”. Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”. (emma de simone)
città
napoli
Stare o restare. I paesi interni, il grano, lo spontaneismo in un dialogo con Antonio Pellegrino
(disegno di escif) Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere perché adda succedere». Con questa frase si può leggere tutto il resto. Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari? «In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana». Che facevi in Toscana? Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene. Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il 2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita. «L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata, dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano, nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie. La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario, Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca. Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il paese». Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi? «Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali, siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità, quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche, ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti». Cos’è per te il folclore oggi in questi territori? «Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada. Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno, quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si vede in questo “festival bar”, in questi palchi…». Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di futuro? «Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una dimensione del proprio, come spinta». Uno stare o un restare? «Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo, addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare». Quali sono le pratiche di una comunità per te? «Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni. Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…». (edoardo m. benassai)
ambiente
Corso di scrittura giornalistica: reportage e inchiesta sociale (ed. 2026 #2)
(disegno di -nm) Sono aperte le iscrizioni per il Corso di scrittura giornalistica di Napoli MONiTOR su reportage e inchiesta sociale (ottobre-dicembre 2026). Venerdì 2 ottobre alle ore 18:00 ci sarà un aperitivo di presentazione, durante il quale spiegheremo nei dettagli il programma, gli obiettivi e il funzionamento del corso. L’incontro è gratuito e si terrà nella redazione napoletana di Monitor in via Broggia, 11 (terzo piano). Di seguito le informazioni base: › Durata del corso: dal 6 ottobre al 15 dicembre 2026. › Frequenza: un giorno a settimana, il martedì, dalle 17:00 alle 19:30. › Luogo: via Broggia, 11 (Napoli). › Requisiti: un computer portatile e un po’ di tempo a disposizione. › Numero massimo di partecipanti: dieci. › Prezzo: 200 euro (materiali inclusi). PROMOZIONE Per chi si iscrive prima del 24 settembre è previsto uno sconto di 20 euro. Per info e iscrizioni: redazione@napolimonitor.it
giornalismi
Zona Economica Speciale per il Sud e colonialismo interno. Lo sviluppo come grimaldello
(disegno di giancarlo savino) La ZES unica è la Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno. La sua istituzione nel 2023 risponde alla finalità di promuovere lo sviluppo economico e il riequilibrio territoriale, di rafforzare la competitività e la coesione sociale delle regioni meridionali. Si incentivano investimenti produttivi e nuove strutture industriali attraverso agevolazioni fiscali alle imprese e la semplificazione dei procedimenti amministrativi. Istituita dal Decreto Sud, sostituisce le precedenti otto ZES introdotte nel 2017 e, da quest’anno, comprende dieci regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Marche e Umbria. A una prima lettura, il dispositivo della ZES sembra orientato alla crescita industriale. Tuttavia, molti dei progetti candidati riguardano il settore turistico, presentato come industria turistica per legittimare la loro inclusione. Questo slittamento semantico è significativo: di fatto, la ZES si inserisce in contesti già segnati da oltre un decennio di sovraffollamento turistico che ha saturato non solo l’offerta e la domanda, ma anche la capacità ecologica, spaziale e paesaggistica dei territori coinvolti. I megaprogetti che si candidano alla ZES utilizzano le diseguaglianze territoriali per legittimarsi, mentre finiscono per esasperare proprio quei processi di marginalizzazione che dichiarano di voler arginare. Faccio due esempi per riflettere su cosa accade quando una procedura nata per semplificare e accelerare la decisione amministrativa incontra norme sostanziali di tutela del territorio, del paesaggio e dell’ambiente. In Sardegna, un’autorizzazione ZES riguarda un intervento localizzato a Cala Finanza, davanti all’isola di Tavolara, una delle aree di maggior pregio ambientale della Gallura. Il progetto, ora sospeso, prevedeva la trasformazione di un compendio costiero e la richiesta di variante urbanistica per un’area di oltre centomila metri quadri: da zona di salvaguardia ambientale integrale a zona turistica. Sul progetto avevano però espresso il proprio dissenso, ritenuto non superabile, sia il ministero della cultura sia la Regione Sardegna, in accordo con quanto previsto dal Piano paesaggistico regionale. Nonostante ciò, la Struttura di missione ZES ha rilasciato l’autorizzazione unica. A confermarne la validità è intervenuto anche il consiglio dei ministri, secondo cui il progetto sarebbe coerente con le politiche di sviluppo e con l’interesse strategico nazionale alla competitività del Mezzogiorno. In piena estate, la Gazzetta del Mezzogiorno annuncia che la Puglia è la seconda regione per numero di pratiche ZES, sebbene i progetti si inseriscano in un paesaggio già segnato da decenni di cementificazione, consumo di suolo, erosione della biodiversità, compromissione degli ecosistemi e degli equilibri idrogeologici. Sulla costa di Ostuni, in provincia di Brindisi, uno di questi progetti prevede la costruzione di un mega-resort di lusso nell’area incontaminata di Mogale, a firma della multinazionale Four Seasons: quasi nove ettari di costa da cementificare per ospitare decine di fabbricati e piscine private che distruggerebbero la macchia mediterranea e il delicato sistema di canali naturali di deflusso delle acque, aumentando il rischio idrogeologico. In più, un tratto di costa accessibile a tutti verrebbe convertito in un’enclave turistica per ricchi, come già accade in zona. L’istituzione della ZES unica appare come un nuovo capitolo della lunga storia del colonialismo interno italiano, in cui il meridione viene rappresentato come spazio da modernizzare, disciplinare e rendere disponibile all’investimento privato, secondo la dottrina neoliberale perseguita dall’Unione europea e dai governi nazionali. La promessa dello sviluppo, accompagnata dal consueto ricatto e dalla retorica occupazionale, funziona come linguaggio di legittimazione che trasforma la precarietà sociale in un’arma di pressione, rendendo le comunità locali più vulnerabili all’ingresso di progetti ad alto impatto territoriale. L’antropologia del paesaggio ha mostrato come questi processi non siano semplici effetti collaterali dello sviluppo, ma parte di una più ampia economia politica della semplificazione ecologica, in cui il territorio viene trattato come risorsa da estrarre, più che come spazio abitato da comunità, memorie e relazioni. In questo senso, la ZES non è solo un dispositivo economico, ma un dispositivo epistemico: ridefinisce ciò che può essere considerato sviluppo, ciò che può essere sacrificato, ciò che può essere deciso senza la partecipazione delle comunità. Come scrive il costituzionalista Giovanni Coinu, la questione non è se lo sviluppo economico sia un interesse pubblico, ma se possa essere usato come criterio politico generale per rendere inefficaci norme sostanziali di tutela già vigenti. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio impedisce di leggere la pianificazione paesaggistica come un semplice parere superabile nel procedimento amministrativo. Una prescrizione di piano paesaggistico, un vincolo di inedificabilità, una classificazione urbanistica non sono mere opinioni amministrative contrarie allo sviluppo. L’arrivo di numerosi progetti industriali, alcuni già approvati e altri in attesa di autorizzazione, non rappresenta soltanto una trasformazione materiale del territorio, ma una trasformazione simbolica e politica. Le deroghe normative, la possibilità di aggirare vincoli paesaggistici e ambientali, l’intervento su aree agricole e su oliveti secolari producono un regime di eccezione territoriale, dove il territorio non è più governato dalle regole ordinarie della democrazia locale, ma da procedure straordinarie che trasferiscono il potere decisionale ai grandi gruppi economici e finanziari attraverso la mano invisibile della politica e della burocrazia. Questa dinamica si intreccia con la turistificazione: quando un territorio viene reso disponibile a investimenti esterni, esso viene ripensato non come luogo vissuto dai nativi per i nativi, per la loro sussistenza ecologica e le loro economie, ma come superficie da valorizzare, da rendere appetibile, da trasformare in merce. La turistificazione non riguarda solo gli spazi urbani o le coste, ma anche le campagne, i paesaggi rurali, gli oliveti. In molte regioni mediterranee, la trasformazione dei paesaggi agricoli in scenari turistici ha prodotto una forma di espropriazione simbolica: il territorio viene rappresentato e venduto da soggetti esterni, mentre le comunità che lo abitano perdono la capacità di decidere il proprio futuro. È un processo che ricorda ciò che l’antropologa Anna Tsing ha definito “economia delle promesse”, in cui il territorio viene immaginato come spazio di opportunità, ma solo per chi detiene capitale e potere decisionale. La retorica delle “misure di promozione territoriale” e dello “sviluppo locale” pretende di mascherare una dinamica di grave esproprio della democrazia. Qual è la vocazione del territorio? Chi decide che debba essere univocamente turistica? Chi beneficia realmente di queste misure? La ZES rende il territorio appetibile agli investitori secondo logiche competitive e utilitariste, ma non redistribuisce i benefici ai residenti. Come scrive la geografa Margherita Ciervo, la popolazione, benché continui a essere formalmente proprietaria di case e terre, subisce cambiamenti significativi nei propri luoghi di vita, smarrimento di senso, perdita di identità e sovranità territoriale. È ciò che Ciervo definisce landscape grabbing, una forma di espropriazione che si diffonde con velocità sbalorditiva e in maniera pervasiva. La marginalità sociale e geografica diventa un moltiplicatore di violenza ambientale e diseguaglianze territoriali, esattamente quelle che la ZES, insieme agli impianti di energia rinnovabile (il fotovoltaico selvaggio travestito da agrivoltaico, le distese di pale eoliche ad alto impatto ambientale) e ai progetti di costruzione di data center, promette di colmare. Il modo in cui lo sfruttamento ricade sui territori, dando vita a specifiche geografie della devastazione, non è casuale. Nei territori marginali si riducono i costi per gli investitori: il valore economico dei terreni è crollato per l’abbandono delle campagne, il disseccamento degli ulivi e i roghi sistematici; la minore opposizione sociale è favorita dallo spopolamento, gli abitanti sono politicamente meno rappresentati e hanno minore potere negoziale. La disciplina della ZES si rivela uno strumento coloniale, utile a modificare i territori e la mentalità delle persone che li vivono, predisporle a subire e accettare quello che accade. Le coste, le campagne, gli spazi pubblici diventano luoghi su cui altri decidono, secondo logiche che rispondono a interessi privati e non collettivi. È questo il modello di sviluppo che vogliamo per i nostri territori e per le future generazioni? Questa domanda interroga le forme di vita che si stanno costruendo, le possibilità di immaginare un futuro che non sia deciso altrove. È una domanda che riguarda la giustizia territoriale, la democrazia ecologica, la cura dei luoghi. Ed è una domanda che le comunità del Mezzogiorno hanno il diritto e il dovere di porre e di rivendicare. (giuseppe vinci)
italia
Santa Maria della Mattanza. Le fasi finali del processo sulle torture del 6 aprile 2020
(disegno di malov) La requisitoria dei pubblici ministeri è durata otto lunghissime udienze, cominciata il 19 giugno e conclusa prima della pausa estiva il 22 luglio. I tre esponenti della procura della repubblica hanno ricostruito nei dettagli i pestaggi, le torture, i depistaggi, i falsi, le calunnie, le gravi omissioni del reparto medico commessi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a partire da quella lunghissima Settimana Santa fino alla morte del ragazzo algerino, Hakimi. Le richieste di pene sono state elevatissime e come spesso capita esemplari, oltre settecento anni di galera. Si tratta, finora, del processo più grande della storia della Repubblica celebrato nei confronti del potere penitenziario, per la complessità delle condotte contestate e per il ruolo degli imputati: provveditore dell’amministrazione penitenziaria, direttore pro tempore, vicedirettore, comandate dell’istituto, commissari, ispettori, agenti e medici. Il lavoro investigativo è stato molto complesso (sequestri, intercettazioni, immagini della videosorveglianza, un numero enorme di persone offese sentite, di documenti acquisiti) e il dibattimento è stata una sequenza lunghissima, circa centosettanta udienze in tre anni, in cui è stato verificato tutto il materiale inquisitorio consentendo alle difese di criticare gli atti di indagini e proporre una versione alternativa, a nostro giudizio effimera perché non ha scalfito il dato storico dell’esecuzione della rappresaglia a freddo. Tecnicamente l’aula bunker è stata la camera iperbarica in cui il tempo si è fermato al mese di aprile del 2020, dove in ogni udienza si cominciava da capo. Il processo è ripreso il 7 settembre, due udienze in cui hanno concluso le parti civili; solo i pochi avvocati che hanno seguito il processo in questi anni hanno discusso restituendo alla Corte di Assise la responsabilità di pronunciare una sentenza che ha sicuramente una valenza politica. Proviamo a snodare il filo delle argomentazioni sulla colpevolezza della catena di comando, prima delle discussioni delle difese degli imputati che proveranno a ribaltare l’ordine delle parole. Non ci sono molti dubbi sulla genesi della “perquisizione straordinaria”. Difatti, non si trattò di operazione di ripristino dell’ordine interno a causa della protesta del 5 aprile 2020, cominciata per la paura del contagio da Covid, che prese forma con il picchetto nei corridoi dei detenuti di due sezioni del reparto Nilo, vano tentativo delle difese per giustificare l’uso della forza. Non fu neanche un’operazione di polizia giudiziaria finalizzata al sequestro di oggetti illegalmente posseduti: gli esiti verbalizzati di questa enorme manifestazione di forza sono appena due coltellini e due telefonini. È stata una “dichiarata” rappresaglia, lo scrive nel messaggio il provveditore all’allora capo del dipartimento Basentini il 6 aprile alle 16.48: “Buonasera capo, è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel reparto dove si sono registrati i disordini, era il minimo segnale per riprendersi l’Istituto, forse le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori regione, il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria ovviamente, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”. “Hai fatto benissimo”, risponde il dottor Basentini. I dirigenti sciolsero i mastini della polizia penitenziaria per eseguire un’operazione militare. I poliziotti agirono in un clima da stato di guerra dichiarato: “Vi aspettiamo giù in trincea…”, “abbiamo fatto tabula rasa”. Il medesimo innesco fu congegnato per l’operazione alla scuola Diaz di Genova nel 2001 durante il G8 e lo si ritrova tra le pagine della sentenza dalla Cassazione che nel 2012 definiva le responsabilità di quella macelleria messicana “come esortazione rivolta dal Capo della Polizia […] a eseguire arresti, anche per riscattare l’immagine della Polizia dalle accuse di inerzia, aveva finito con l’aver avuto il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della perquisizione, per cui all’operazione erano state date caratteristiche denotanti un assetto militare […], elementi sintomatici della militarizzazione dell’operazione erano rappresentati dall’elevato numero di operatori (circa 500) […], dalla manovra a tenaglia per avvicinarsi al plesso”. Analogia storica che ricostruisce le meccaniche di azione dei corpi di polizia quando agiscono dando vita alla violenza politica. Negli atti ufficiali, la perquisizione del 6 aprile 2020 è stata definita dal provveditore Fullone “una vera e propria azione di ripristino di legalità e agibilità” e, come è stato notato da un difensore di parte civile, quella valutazione ha viaggiato di scrivania in scrivania, da Napoli a Roma, fino a essere copia-incollata dal ministro di giustizia nella risposta al parlamento del 16 ottobre 2020. Un goffo tentativo di salvare la faccia dell’Amministrazione e prendere le difese del corpo di polizia penitenziaria. Questa volta, per una serie di cortocircuiti istituzionali e per la presenza delle immagini video, le parole del potere non sono riuscite a sigillare la versione storica dei fatti. La decisione divenne urgente dal rientro dei battaglioni anti-sommossa del 5 aprile sera, quando la protesta rientrò dopo una lunga mediazione. Tuttavia, quella decisione aveva rotto gli equilibri tra il comando e gli agenti, perché questi ultimi avrebbero voluto bastonare il bestiame già da quella sera. L’urgenza, avvertita dai vertici che si affrettarono a intervenire, si era generata a partire da quella particolare spaccatura che destabilizzava l’ordine interno. I capi avevano paura che di lì a poco potessero fioccare numerosi certificati di astensione dalle attività lavorative per malattia e altre azioni subdole che avrebbero potuto rendere difficile l’organizzazione del lavoro. Da quella sera la “perquisizione” divenne un atto dovuto, come emerge dalla risposta di Colucci, responsabile del gruppo di supporto, al comandante dell’istituto Manganelli: “se vengo però interveniamo, non ci farete tornare indietro come l’altra sera”. L’ordine è già stato eseguito. È il provveditore a dare il comando, esercitando un potere di surroga inesistente nell’ordinamento penitenziario nei confronti della direzione interna, che rimaneva inerte non riuscendo a cogliere il senso della crisi che si stava verificando. Dal punto di vista tecnico, nessun profilo organizzativo della spedizione punitiva era stato tralasciato. Nel briefing operativo prima dell’ingresso, un agente dichiarava nel processo: “Gli ispettori c’erano tutti, ci stava il sostituto commissario Piccolo, Biondi, Crocco, Ciccone, Iadicicco, cioè stavamo tutti, era un’operazione importante, erano tutti presenti…”. Gli obiettivi e le modalità operative erano talmente chiari da ripetersi in ogni sezione in modo schematico: gli ispettori presenti nei punti di governo dell’operazione e nei nessi di smistamento dei detenuti durante il percorso torturante, gli agenti a eseguire il prelievo dei quindici detenuti da portare in isolamento in attesa dei trasferimenti. “È stato davvero emozionante trovare questa fratellanza, spirito di corpo, mettendo da parte vanto ed egoismo, siamo grandi siamo il CORPO DELLA POLIZIA PENITENZIARIA”, scriverà uno dei comandanti dei plotoni all’esito dell’operazione. Il 6 aprile, Hakimi, il ragazzo algerino morto poi il 4 maggio 2020 nelle celle punitive del carcere sammaritano, veniva prelevato dalla sesta sezione alle 17,15, veniva pestato a sangue e trascinato lungo il corridoio nelle scale (dove non ci sono le telecamere) fino al reparto di isolamento del Danubio. Per lui era stato già predisposto un verbale di contestazione per resistenza per i fatti del 5 aprile, il contenuto dell’atto pubblico era interamente falso perché dalle immagini del circuito di videosorveglianza risulta chiaramente che il ragazzo non prese mai parte alle proteste. Insomma, la “perquisizione straordinaria” fu l’espediente per togliersi dai piedi anche quell’indemoniato, in preda alla sofferenza psichica e alle dipendenze da sostanze, per questo era necessario fare carte false per giustificare il trasferimento per ordine e sicurezza. Le difese di parte civile, ricordando la fine di Hakimi, morto come un cane da solo, hanno puntato il dito non solo nei confronti degli aguzzini, che secondo una testimonianza avevano preso letteralmente a bastonate il ragazzo, ma anche nei confronti del comparto medico. Questi signori con il camice da SS, hanno sposato pienamente gli istinti animali della polizia, offrendo più di una spalla ai lupi della penitenziaria, da un lato redigendo i certificati falsi che attestavano le lesioni ai poliziotti intervenuti il 5 aprile, dall’altro abbandonando alle loro sorti i quindici reclusi illegalmente al Danubio, rifiutandosi di visitarli per interrompere quell’agonia, pur conoscendo perfettamente il loro stato di salute e in particolare quello dell’algerino. Secondo il dottor Sperandeo, consulente medico della procura ascoltato in dibattimento, il nesso causale tra le torture subite, lo stato psichiatrico, le condizioni di salute e il gesto suicidario è chiarissimo: “Non c’è certificazione sulla sostenibilità, non c’è un controllo sistematico e fondamentalmente c’è un’indicazione a stare quindici giorni in isolamento, ma in realtà il suo isolamento si protrae fino al 4 maggio […], la situazione più grave che si genera è che la persona, che aveva raggiunto un discreto equilibrio nella rappresentazione della realtà, perde questo equilibrio, si ripresentano sintomi di natura psicotica che vengono, in maniera sommaria, descritti dai suoi compagni, e descritti anche dal medico che dice: ‘è affetto da psicosi’, che evidentemente rileva uno stato alterato nell’esame di realtà; ovviamente l’alterazione dell’esame di realtà non è un’esperienza neutra, non è che le persone sperimentano dispercezioni visive o uditive e organizzano il pensiero in una maniera alterata, e tutto questo è privo di impatto sul loro mondo interiore, anzi le dispercezioni e i deliri sono l’espressione narrabile di una profonda alterazione dello stato emotivo determinato da quello che era successo. Quindi, com’è successo con altre persone valutate con stati psicotici pregressi, probabilmente anche Hakimi ha avuto una ricaduta nella condizione psicotica che non gli ha permesso di organizzare bene né l’assunzione dei farmaci né poi, ovviamente, accumularle e assumerle tutte insieme”. Allo stesso modo, per la procura e gli avvocati, sono responsabili del massacro anche i poliziotti che non hanno commesso violenze ma che con la loro presenza hanno rafforzato gli intenti violenti dell’operazione. Non è possibile dividere in piccoli frammenti la perquisizione, che si presenta, prendendo la definizione dei pubblici ministeri, come “dispositivo collettivo unitario”. I giudici decideranno dopo le discussioni degli avvocati e in quella sede dovranno stabilire quali sono le regole di ingaggio dell’esercizio della forza da parte dei corpi di polizia e di conseguenza dovranno ricostruire il rapporto tra autorità e corpi reclusi, quali sono le dinamiche che consentono l’emersione di uno stato di eccezione dentro le maglie e le forme decrepite dello stato di diritto. Questa sentenza avrà un impatto notevole nel nostro ordinamento. Da un lato potrà assolvere ancora la violenza eccezionale o dall’altro aprire un ragionamento tecnico di riforma in un momento storico particolare in cui la morfologia dei poteri costituiti nel 1948 sta definitivamente tramontando. Certo, non basterà questo giudizio a cambiare tale scenario, perché quel rapporto di forza dovrà necessariamente trasformarsi con una nuova dialettica conflittuale che a oggi stenta a trovare forza e spinta. È necessario raccogliere ogni spunto in questo cammino per affinare le nostre strategie per disertare, sabotare la guerra, e opporsi alla miseria delle nostre vite. (napoli monitor)
italia
detenzioni
La strada per Karkinagri. Cartolina da un’isola greca
(archivio disegni napolimonitor) Se allora, desolato, ti fermassi, Abbandono ovunque Pietra e neve, aria e silenzio Ricorda i grandi trapassati, E onora il destino che sei, In viaggio e tormentato, Dialettico e bizzarro. W. H. Auden, 1944   Da qualsiasi villaggio provenissero, gli abitanti dell’isola hanno sempre diffidato del loro mare. Lo guardano dalle alture dei villaggi nascosti nell’entroterra senza mancargli di rispetto, come un nemico giusto. Quelli di Oxé, di Panaghià e Monokambi tirano avanti lavorando sodo ma secondo i loro tempi, vivendo dei frutti della terra alla stessa maniera dei loro avi. Pastori e contadini prima che marinai, producono un vino che pure Omero deve aver assaggiato, un vino che d’estate va allungato con l’acqua tanto è forte. Preferiscono la carne delle capre di cui dispongono, al pesce pescato. Di tanto in tanto, dall’alto di quei villaggi, in cui vivono come nascosti, gli uomini e le donne escono dalle case basse con le finestre rivolte verso l’interno, si asciugano la fronte e si siedono a guardare il pelago, stringendo tra le mani pane e kathoura, e un bicchiere di quel vino. E tra loro pensano di temere più la profondità del mare che l’altezza da cui lo guardano. Lo straniero che arriva per la prima volta in quelle terre ha l’impressione di approdare su un’isola quasi disabitata. Con una superficie di circa duecentocinquanta chilometri quadrati, ha una forma stretta che ricorda l’ala di un uccello. L’attraversa una dorsale di granito emersa dalle viscere del mare da cui cadde l’uomo alato. La vetta più alta della montagna che taglia l’isola arriva a mille metri, dividendola in due versanti distinti. Verso nord la schiena è ricoperta di foreste di pini, querce, lecci e corsi d’acqua. Verso sud, invece, la montagna crolla a picco nell’Egeo con pareti verticali alte diverse centinaia di metri, scogliere inaccessibili, gole e burroni. Da un lato il vento soffia calmo; dall’altro soffia forte, soprattutto d’estate, sferzando il pelo d’acqua color cobalto. Si sente arrivare sotto forma di ululato che attraversa le rocce, e poi come raffica che piega gli alberi, sprigionando nell’aria il profumo del timo e della salvia pomifera, da cui si ricava il faskòmilo, un infuso dalle proprietà benefiche. Gli abitanti dell’isola lo chiamano semplicemente xenos. Ospitali dalla notte dei tempi, lo guardano negli occhi e capiscono subito la differenza tra chi approda per ritrovare se stesso o per perdersi. Non si vedono i flussi di migranti provenienti dalla rotta balcanica come a Lesbo, ma stranieri rimasti talmente folgorati da decidere di restare lì a vita. A poco a poco la comunità li accoglie, a patto che lavorino e che a parlare siano i fatti. È probabile che lo straniero sia attratto dalla fama della longevità per cui è nota l’isola, ma con il tempo capirà che non esiste alcun elisir, e che il segreto dei suoi abitanti sta tutto nella consapevolezza della fine e nella predisposizione a resistere contro le avversità di una terra impervia. Basta guardare – perché ci sono cose che si possono non conoscere, ma che si conoscono meglio se le si vedono. E così una notte d’estate, verso i primi di luglio, ci si può ritrovare a una festa comandata in un villaggio come Therma o Karavostamo, sul versante est. E là si possono osservare gli abitanti esorcizzare la fatica e i lutti dell’inverno attraverso una danza cadenzata e ipnotica, da soli e tutti insieme, in una spirale che avvolge le anime irredente, in cui ognuno è legato a ciascuno come in una catena, senza gerarchie, e sembra in procinto di cadere, ma poi si rialza, e poi ricade all’unisono, e poi ancora, i passi che calpestano la terra, senza fermarsi. Gli abitanti si conoscono tra loro e, sebbene i villaggi siano sparsi, le notizie corrono veloci. I rapporti sono fondati sulla forza dei legami reali, sul principio della reciprocità, del mutuo sostegno. La ricchezza è figlia del sacrificio e dell’emigrazione, e la vita è organizzata in comunità coese. Di tanto in tanto scoppiano faide, ma a prevalere è uno spontaneo collettivismo basato sulla cooperazione e sul senso di appartenenza a una terra che per qualche mese si liberò dagli ottomani. Lo straniero avrà l’impressione che il tempo, sull’isola, sia come un orologio senza lancette. Le strade in certi tratti sono a strapiombo sul mare, qualche capra pascola libera, e al bivio che sale verso Akamatra il mare è un vortice di onde perpetue. Tra gli abitanti dell’isola c’è Jorgos, il fornaio, che nei pomeriggi d’agosto siede all’uscio del suo forno, assaporando quel momento di pausa con religiosa solennità. Fuma senza fretta, beve il caffè tenendo sott’occhio il mare, l’isola di sale e il profilo lontano di Samo e Furnoi. Dalle onde e dagli uccelli sa dire se è tempo di saraghi o di sarde, se il vento soffierà forte, se i pescatori di Agios Kirikos quella notte usciranno per mare. Ha i pantaloni sporchi di farina e una maglietta lacerata dal calore dei macchinari per lavorare il pane. Il mestiere l’ha ereditato dal padre. I baffi gli disegnano sul volto un ghigno che tradisce il suo temperamento. Sono ben delineati e bianchi, così come i capelli corti. Quel candore contrasta con il colore della pelle scura. Gli occhi pure sono scuri, piccoli e attenti, a indagare un mondo fatto di poche ma incrollabili certezze: il ciclo di produzione del pane quotidiano, l’appartenenza alla comunità, sua nipote di tre anni che sorride di fronte al suo sorriso imbronciato, il ritmo ricorrente delle stagioni sull’isola, dove l’unica cosa che conta è vivere. Uomo di poche parole, Jorgos ha il dono di trasmettere quiete a chi gli sta accanto. Si può stare con lui in silenzio, seduti alla penombra di un pomeriggio estivo, o si può ascoltare ciò che ha da dire quando decide di parlare con quel suo leggero senso dell’umorismo. A ogni domanda risponde, ma sa anche il valore esatto delle parole date. Conosce i segreti dell’isola, e chiunque, da Perdiki a Proespera, vede in quel vecchio fornaio le virtù del màstoras, l’uomo lavoratore, onesto e di buon cuore. La gente con cui è cresciuto porta la salopette anche ad agosto, per lavorare la terra e dare da mangiare agli animali. È gente abituata a sopportare la nostalgia e a sublimare la sofferenza. Gli uomini e le donne del villaggio lo ricordavano quando, il giorno del grande incendio nel luglio del ’93, andava incontro alle fiamme partite da Mavrato che quasi arrivarono fino a Xilosirtis, bruciando interi villaggi lungo le alture e uccidendo tredici persone. Con quella gente Jorgos aveva sbarrato la strada al fuoco che avanzava. Aveva condiviso quasi tutto con loro: la solitudine invernale, quando il mare grosso taglia i collegamenti; le storie d’amore travagliate, quando la bellezza è una condanna piuttosto che un dono divino, come una gabbia di specchi in cui si è per sempre prigionieri; e poi la vita in terra straniera e le danze arcaiche spalla a spalla, nelle feste comandate, mentre una voce canta di emigranti che hanno trascorso anni lontano, sentendosi come uccelli erranti, e decidono di ritornare sull’isola per amore, lasciandosi alle spalle ogni sofferenza e facendo festa al suono dei violini. Osservandolo, in quei pomeriggi fatti di calma e di parole misurate, avvertivi che la libertà è forse proprio questo: una questione di riconciliazione con se stessi e con il proprio passato. Jorgos sapeva, per averlo imparato sulla propria pelle di isolano dell’Egeo settentrionale, che in ogni uomo, per il solo fatto di esistere e nella misura in cui egli dipende da tutti quelli che l’hanno preceduto, c’è qualcosa che lo supera e lo sovrasta. Un filo invisibile e antico. Lo straniero può concedersi un lungo momento insieme a lui, fuori all’uscio di quel forno, ma se vuole conoscere l’anima profonda dell’isola deve mettersi in cammino verso ovest, lungo la strada per Karkinagri, un villaggio di metanàstis, immigrati tornati dall’America che passano il tempo a bere. Laggiù, verso le correnti all’estremità occidentale di Capo Papas, finisce l’isola, e un faro isolato guarda l’orizzonte aperto, tormentato dal vento da sud. Prima, però, dovrà informare Jorgos dei suoi spostamenti. E Jorgos, sentendo il nome di quel villaggio, aggrotterà le sopracciglia. Poi si alzerà con tutta la calma del mondo, sentendo i suoi settantacinque anni scricchiolare nelle giunture delle ginocchia. Senza fretta, prenderà la tazzina dal tavolino, ne rovescerà il fondo, e prima di varcare la soglia del forno dirà quasi tra sé, sovrappensiero: «Karkinagri…». Poi aggiungerà, senza voltarsi, rivolgendosi allo straniero: «Che ci vai a fare laggiù? C’è una strada sterrata e interrotta da una frana. Dovrai penare per arrivarci». (andrea bottalico)
mondo
Patria e ambiente. Una manifestazione contri i rifiuti tossici a Zagabria
(archivio disegni napolimonitor) A Zagabria, piazza Josip Jelačić è un passaggio difficile da evitare: si trova in pieno centro, vicino alla cattedrale, e da lì transitano diverse linee della rete di tram che attraversa la capitale croata, mentre a pochi passi si tiene il grande mercato Dolac, sia all’aperto sia al chiuso. Sabato 5 settembre però in piazza non passa nessun tram perché i binari sono occupati da un’enorme manifestazione i cui contorni sono difficili da delineare per chi arrivava in città ignaro della situazione e senza parlare bene la lingua. Il primo elemento che colpisce è la presenza massiccia delle bandiere a scacchi rossi e bianchi dello stato croato. Basta fare qualche giro in Croazia e ci si rende conto che questo motivo è molto diffuso sul territorio: sulle macchine, nelle case, sui cartelloni pubblicitari, sugli abiti delle persone, nelle vetrine dei negozi oltre che sulle sedi istituzionali. Le bandiere nazionali sono molto frequenti in Croazia e non bastano per connotare una manifestazione. Molte persone indossano una maglietta bianca con scritto Dosta je bilo! (Ne abbiamo abbastanza!), ma neanche questo ci aiuta a capire meglio. Ci sono però dei nomi che ricorrono: Lika e Gospić. La prima è una regione che si trova tra la costa dalmata e la Bosnia, mentre la seconda è una città di circa 12 mila abitanti della stessa zona. «Hanno portato dei rifiuti tossici da altri paesi alla Lika, va bene che ci sia questa manifestazione», ci dice un venditore del mercato. Le cose iniziano ad avere un senso e capiamo anche altri cartelli: “Marcia per la Lika, marcia per la Croazia”, “La Lika non è la discarica d’Europa”. Dallo spiazzo che sovrasta l’area in cui si svolge la manifestazione il colpo d’occhio è notevole: i partecipanti hanno occupato quasi tutto lo spazio disponibile e a stento si passa a piedi da una parte all’altra della piazza. Sul palco si susseguono gli interventi organizzati dal gruppo Gospić je naš dom (Gospić è casa nostra) accompagnati dal suono assordante di tantissimi fischietti. La polizia è poca, quasi non si nota. Vediamo un ragazzo che regge il cartello “La natura non può essere un danno collaterale” e gli chiediamo qualche informazione: «Io vengo dalla Slavonia, una regione dell’est della Croazia quasi al confine con la Serbia, e mi è sembrato giusto venire qui per protestare. In questa piazza ci sono un po’ tutti, sia persone di destra che di sinistra». Ci fa notare che buona parte della responsabilità dell’arrivo dei rifiuti tossici è imputabile alle politiche dell’Unione democratica croata, il partito al potere che dal 2016 esprime il primo ministro Andrej Plenković e che con il suo fondatore Franjo Tudjman ha avuto un ruolo determinante nella nascita dello stato croato all’inizio degli anni Novanta. Notiamo anche un cartello portato da persone che vengono dalle isole di Cherso e Lussino, collocate nel Quarnero, proprio tra la costa orientale della penisola istriana e la parte settentrionale della costa dalmata. Vediamo un cartello che reclama acqua pulita senza compromessi e poi un altro con una sigla che può capire anche chi non parla croato: Pfas. Si tratta dei composti poli e perfluoroalchilici caratterizzati da un legame forte e stabile tra carbonio e fluoro che li rende praticamente indistruttibili in natura e che sono usati ancora per diversi scopi, tra cui l’impermeabilizzazione dei tessuti. In Italia ci sono almeno due aree interessate dalla loro presenza massiccia (l’area di Trissino nella provincia di Vicenza, dove ha operato per anni un’azienda che li produceva e l’area di Spinetta Marengo in Piemonte). Come insegnano i casi italiani, una volta immesse nel ciclo dell’acqua le sostanze si diffondono e la bonifica diventa difficilissima. Nella Lika ora la paura, già espressa in una prima manifestazione tenutasi proprio a Gospić qualche settimana fa, è che i rifiuti stiano rilasciando nell’acqua queste sostanze, anche se per il momento le autorità hanno cercato di rassicurare la popolazione. Cerchiamo qualche informazione in più: un lancio dell’agenzia Reuters dello stesso 5 settembre parla di rifiuti medici e industriali (si parla di almeno 30 mila tonnellate) provenienti soprattutto dall’Italia e dalla Slovenia, oltre che in parte dalla stessa Croazia, e capiamo che il movimento chiede anche che la bonifica dell’area sia avviata in tempi molto più rapidi rispetto a quelli previsti dal governo di Plenković. Lo stesso primo ministro, forse per cercare di indebolire il movimento, mercoledì scorso ha visitato Gospić cercando di offrire delle rassicurazioni. Il tentativo non sembra però aver funzionato e la manifestazione di sabato è diventata una delle più partecipate della storia croata recente. «Sei mai stato nella Lika? – ci chiede un amico che incontriamo qualche ora dopo la manifestazione – È un posto bello, verde e con molta acqua. Prima della guerra in quella zona c’erano molti serbi che poi sono andati via. Da allora la zona non è più stata ripopolata». In effetti, tra gli anni Settanta e Ottanta a Gospić abitavano almeno 30 mila persone, di cui circa un terzo si definiva serbo; dopo la guerra il numero di serbi presenti è crollato a poche centinaia di persone. Facile immaginare che il sito sia stato scelto per portare i rifiuti anche perché si pensava di non trovare particolare resistenza. Invece il calcolo si è rivelato sbagliato. Verso l’una la manifestazione sta per finire. Continuano a sventolare tantissime bandiere croate e adesso capiamo meglio il perché. Chi ha permesso il trasporto dei rifiuti nella Lika in piazza viene definito un traditore della Croazia, un termine che non è così abituale sentire nell’ambito di una lotta legata all’ambiente. La scommessa del movimento è far vedere che una questione locale in realtà è importante per tutta la Croazia e che l’impatto dell’inquinamento non riguarda solo la comunità coinvolta in prima battuta. Sembra di scorgere un connubio tra patriottismo e ambientalismo che, almeno per chi viene dall’Italia, non è scontato. Per quanto la presenza di tutte queste bandiere desti una certa preoccupazione, per il momento questa impostazione sembra portare dei frutti: il tema è ripreso in prima pagina dai giornali, il presidente della repubblica Zoran Milanović ha dato il suo appoggio e la questione sembra mettere d’accordo gran parte dell’arco politico. Non è però tutto così lineare: un’altra persona ci parla di tensioni tra esponenti dell’estrema destra locale e un gruppo di anarchici presenti in piazza, mentre rimane da vedere quale sarà il risultato concreto della mobilitazione, l’entità dei danni già causati all’ambiente e quale sarà l’estensione della difficile bonifica dell’area di Gospić, per il momento promessa ma non realizzata. (alessandro stoppoloni)
mondo
Altro che borghi felici. L’entroterra campano dal sogno industriale al disastro ambientale
(disegno di resli) Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre 2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali plastici e solventi. L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica, rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione, sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito. Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso. Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito, la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di sorveglianza delle autorità preposte. Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno, portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire. UNA COESISTENZA ILLOGICA Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali. Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini. Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del tutto incolpevole. Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche, rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo edilizio che sfida la natura da troppo tempo. L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario. IL MITO DEI BORGHI La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al sicuro. Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio. Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta emergenziale sia la norma nella nostra terra. Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI, mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il rogo di Airola. Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la natura. La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla salute pubblica e all’ambiente. A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità sanitaria è l’unica via rimasta. L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città Caudina. A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché, oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e nuovi approcci. «Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere il silenzio». (carmen ciarleglio)
ambiente
Un Olimpico di sabbia. La storia degli Squaletti di Ostia
Foto di Paula de Jesus.  Alla foce del Tevere, dove il fiume incontra il mare, c’è un pezzo di Roma che molti conoscono soltanto per un fatto di cronaca. L‘Idroscalo di Ostia è l’ultima borgata completamente autocostruita della capitale: nata negli anni Sessanta, abitata da circa un migliaio di persone, sospesa da decenni tra conflitti urbanistici e un lungo mancato riconoscimento istituzionale. Il suo nome è rimasto legato soprattutto all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto il 2 novembre 1975 poco distante dall’abitato. Ogni anno, in quella data, arrivano autorità, giornalisti e curiosi. Poi il silenzio torna a occupare questo lembo di costa. O quasi. Ostia è stata raccontata come quartiere mafioso, come quartiere fascista, come terra senza stato, senza legge, senza storia. Le città spesso si creano il proprio doppio negativo, per brillare di più, per espellere tutto il male fuori dai loro confini. E Ostia spesso ha giocato la parte di chi assorbe i mali della città. L’abbiamo visto negli anni di Mafia Capitale, quando Ostia fu il capro espiatorio di Roma; in seguito, quando tanti giornalisti sciacalli la usarono per presentarsi come paladini dell’antimafia, ottenendo onori e visibilità. Sempre alle spalle dei quartieri più poveri, come l’Idroscalo. Ma da qualche mese, ogni sabato mattina, all’Idroscalo succede qualcosa di diverso. Il pallone rimbalza male sulla sabbia. A volte affonda, altre schizza via all’improvviso. Quando finisce contro gli scogli bisogna andare a riprenderlo. Intorno non ci sono spalti, tribune o spogliatoi. Non c’è lo stadio Olimpico, non c’è neanche il nuovo stadio da sessantamila posti progettato da un miliardario statunitense che si è fatto regalare ettari ed ettari di terreni pubblici. Ci sono solo il mare, da una parte, e dall’altra le case dell’Idroscalo. Quel rettangolo di terra battuta è diventato il campo degli Squaletti, i bambini dell’AS IdrosQalo Calcio. Fino a pochi mesi fa c’era solo un pezzo di sabbia delimitato dai jersey di cemento rimasti dopo le demolizioni del 23 febbraio 2010: quando le ruspe del sindaco Alemanno distrussero trentacinque case del quartiere scelte arbitrariamente, deportando i residenti in un centro d’accoglienza. Alcuni degli ex abitanti vivono ancora lì dentro, sedici anni dopo. «Manco una piazza sono riusciti a fare», dice una donna che abita proprio davanti al campo. Forse è questa la definizione più precisa; perché quel campo, in fondo, è diventato la piazza che l’Idroscalo non ha mai avuto. Il 2 novembre scorso, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Pasolini, invece di limitarsi a commemorare anche la sua grande passione sportiva, tre allenatori dell’ASD Ostia Calcio 1884 hanno deciso di riportare un pallone in quel luogo. Le prime porte erano costruite con tavole di legno che una mareggiata ha portato via. Dopo un appello pubblico ne sono arrivate di nuove, insieme ai palloni, alle divise, agli scarpini e ai parastinchi donati da associazioni, commercianti e semplici cittadini. Da allora gli allenamenti non si sono più fermati. Ogni sabato. Con il sole, con il vento, con la pioggia. I ragazzi arrivano prima dell’orario. Aspettano i mister, montano le porte, iniziano a palleggiare. Gli allenamenti durano poco più di un’ora, ma quasi nessuno va via subito dopo. Il campo continua a vivere fino all’ora di cena. Ascoltando gli allenatori si capisce presto che il calcio è solo una parte della storia. «Se vuoi allenarti, prima devi andare bene a scuola», «mangia bene», «rispetta gli altri». Le indicazioni tecniche si alternano a quelle educative. Un giorno li ho sentiti parlare tra loro. «Tu non sai la gioia e la fatica», «mi devastano emotivamente», «non puoi salvarli tutti». In quelle frasi c’è il peso di un impegno che va molto oltre lo sport. Per anni l’Idroscalo di Ostia è stato raccontato quasi solo attraverso ciò che gli mancava: servizi, riconoscimento, sicurezza, progetti. Oggi, invece, vale la pena raccontarlo attraverso ciò che c’è. Un gruppo di bambini che gioca, tre allenatori che ogni sabato mantengono una promessa, una comunità che si ritrova. Gli Squaletti lo chiamano il loro Olimpico. Guardando le loro partite, viene da pensare che abbiano ragione. Perché uno stadio non è importante per il cemento con cui è costruito, ma per le storie che riesce a contenere. (paula de jesus)
roma
Foto
Un viaggio nel tempo e nella storia. Maria Pace Ottieri in Benin
(disegno di sam3) “Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza, io li invidio gli africani, diceva Ulisse”. Maria Pace Ottieri La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio, pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi. Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea, stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori, superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica Popolare del Benin. Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare “la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato, da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute. Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente: uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità. Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi gli antenati e li nutri”. Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey, con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di barbarico, purpureo splendore”. Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque, sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”. Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena, chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”. Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura, contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto. Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non la sostanza. (daniele balzano)
libri
culture
La repressione dei venditori informali a Torino, sfumature di un’arte secolare
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri) Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui, tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici. Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli, bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico. È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati – incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno scopo più alto, legato alla morale del tempo. In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe, accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani e in quelle dello stato sabaudo. Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato. In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e “i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le guardie, in divisa e munite di armi di repressione. Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere, le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto. Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante vengono confiscate delle ceste d’uva. Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici, accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda: un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso. Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti, espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini “di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il secolo. L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi; visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione, organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace. Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi. All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi illustri della cultura torinese. È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo, Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che, spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano. Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna. In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e, finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco, ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”. In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
torino
Rewind Roma, agosto 2026 # Brucia tutto
(disegno di Peppe Cerillo) A inizio agosto l’asfalto si scioglie sotto le scarpe, ma centinaia di persone sono accampate in mezzo a viale Manzoni sotto l’occupazione di Spin Time Labs. Migliaia di solidali li soccorrono e li sostengono, ma Il fondo Investire della famiglia Nattino non ha alcuna intenzione di restituire il palazzo al popolo, perché ci vuole fare un albergo. Neanche il Comune ha veramente intenzione di interferire con il business, viste le Norme tecniche d’attuazione (NTA) al piano regolatore approvate pochi giorni prima, sostanzialmente un gran regalo alla speculazione immobiliare. ll 3 c’è un’esplosione nell’androne di un palazzo di don Bosco, il 4 un incendio all’ippodromo di Tor di Valle, e il 5 un altro incendio sempre a Tor di Valle. Alla Romanina muore una donna disabile nell’incendio della sua casa. Intanto il Comune inaugura un “rifugio fito-bio-climatico” a Centocelle, cioè una pensilina con dei rampicanti dal costo di 138 mila euro. Pochi giorni dopo i rampicanti sono mezzi appassiti e la temperatura sotto la pensilina è di quarantadue gradi. Il 6 l’ex pugile Simone Carabella, bisognoso d’attenzioni, prova a manifestare da solo contro le due ore per sole donne indette da una piscina di Tor Tre Teste: viene contestato duramente dalle donne che lavorano e frequentano la piscina. Il 7 il sindaco Gualtieri firma un’ordinanza commissariale per l’acquisto di nuovi terreni per l’inceneritore di Santa Palomba. L’azienda municipale Ama sborserà altri quattro milioni e mezzo di euro per comprare quattro ettari, cioè 176 euro al metro quadro. I precedenti dieci ettari erano stati acquistati a 75 euro al metro quadro, già quasi il doppio del prezzo di mercato. Lo stesso giorno il sindaco viene applaudito sotto Spin Time, quando dichiara che il fondo Investire non ha accettato  la vendita del palazzo al Comune perché “non ha un cuore”. Viene annunciato anche l’esito della trattativa per il quale si è accettato di non rioccupare il palazzo: gli abitanti andranno in strutture di emergenza (in estrema periferia, come Ostia o La Storta), e da lì potranno richiedere la casa popolare. È lo stesso trattamento di qualunque sfrattato della città: il Comune ha fatto il doppio gioco sulla pelle degli abitanti. Il 10 a Trastevere viene arrestato intanto Valter Lavitola, per aver commissionato l’attentato di Pomezia contro Sigfrido Ranucci; è accusato di strage, ma difficilmente avrà il 41bis come Alfredo Cospito. Lo stesso giorno brucia un ristorante abbandonato a San Basilio, in uno dei “punti verdi qualità” della giunta Rutelli. L’amministrazione Rutelli usò seicento milioni di euro per cedere quattrocento ettari di suolo pubblico ai privati, che in 67 casi su 78 si sfilarono dagli accordi e abbandonando le aree. La stessa notte quattro ragazzi percorrono in auto Roma Est sparando con una pistola a pallini su migranti, colpiscono due ragazzi di origine pakistana, un indiano e un nigeriano. Il 12 neanche l’eclissi di sole rinfresca l’aria bollente. Il 13 c’è un’enorme esplosione nella fabbrica di munizioni Knds Ammo Italy a Colleferro, ex Simmel Difesa, per fortuna senza vittime. Lo stabilimento francotedesco è un partner commerciale importante dell’esercito ucraino ed è per lo più finanziato dalla Commissione Europea. Linkiesta, il Post e Calenda, insistono sulla pista del boicottaggio russo, che addirittura il ministro Crosetto è costretto a smentire. Il 17 su una spiaggia di Ostia un ventenne egiziano che chiamava la famiglia al telefono viene aggredito da una folla di psicopatici convinti che stesse fotografando i bambini. Viene portato al pronto soccorso, ma nel suo telefono non si trova nessuna foto fuori luogo. Non si sa chi ha aizzato la gente e quali saranno le conseguenze. Intanto in mezzo alle palazzine di via Morandi a Tor Sapienza un colpo di pistola uccide un ragazzo di ventiquattro anni, Raymond Asosa Agheyisi. A luglio c’era stato un altro omicidio nello stesso luogo. Il 18 al Quarticciolo un gruppo di quattro o cinque persone spara alle gambe di un uomo seduto ai tavolini della paninoteca, forse per rappresaglia di una soffiata alla polizia. Femminicidio a Colleferro: un settantenne tunisino uccide la moglie cinquantenne polacca a coltellate. Inizia intanto una raccolta firme sul Parco del mare di Ostia, per il quale la Regione ha presentato osservazioni al Comune: si tratta di un progetto finanziato dal Pnrr che dovrebbe già essere operativo ma è ancora avvolto nelle nebbie. Il 20 c’è un flashmob per la Palestina all’aeroporto di Fiumicino. A piazza Bologna due energumeni probabilmente neonazisti schiaffeggiano e chiamano “ebreo di merda” un ricercatore postdoc della Sapienza, non ebreo ma esperto di ebraismo: non si sa se siano stati trovati né come lo abbiano riconosciuto. Il 22 a Velletri si costituisce l’assassino di Raymond Agheyisi, un quarantenne del quartiere, italiano. Tornano pioggia e vento, ma il giorno dopo il caldo è di nuovo soffocante. Il 24 un’assemblea pubblica a Spin Time annuncia la fine del presidio su viale Manzoni e una manifestazione il 19 settembre alla quale parteciperà anche il Partito Democratico. Il 25 un ragazzo si dà fuoco vicino a una pompa di benzina della Prenestina, morirà tre giorni dopo al Sant’Eugenio. Ancora abbattimenti: cadono due grandi lecci a Prati, per fare posto a un cantiere (a giugno erano già trentamila gli alberi abbattuti a Roma). Il 27 agosto è il ventesimo anniversario dell’omicidio di Renato Biagetti, studente di ingegneria a La Sapienza, ucciso a coltellate da un gruppo di fascisti all’uscita di una festa a Focene. Il Campidoglio annuncia intanto che il Colosseo è stato inserito tra le zone rosse “antimaranza”, evidentemente perché la nuova fermata della Metro C ha reso le zone turistiche accessibili anche a chi vive in periferia. Il 28 la Rai annuncia il sostituto di Ranucci alla guida di Report: è Daniele Piervincenzi, il “cronista d’assalto” che prese una testata da Roberto Spada a Ostia, nell’ambito del tentativo di trasformare il litorale in un capro espiatorio per salvare Roma dalle conseguenze di Mafia Capitale. Il caldo sale a 37 gradi. Il 29 il Comune annuncia una sperimentazione di autobus senza conducenti, attraverso un “gemello tecnologico” della città. In questo doppio virtuale di Roma di certo non ci saranno quarantamila senzatetto, seimila famiglie sotto sfratto, case popolari che stanno per crollare, quartieri senza acqua potabile, roghi continui, alberi tagliati e il caldo infernale.(stefano portelli) ____________________________ LEGGI ANCHE I REWIND DEL: – 2026 | Anno in corso: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio – 2025 | Anno Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre – 2024 | Anno non Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, n
rubriche
rewind roma