(archivio disegni napolimonitor)
A partire dal secondo dopoguerra, le donne italiane sono state protagoniste di
numerosi e variegati processi. Non solo la loro voce è diventata sempre più
chiara e distinta, ma l’organizzazione, i tempi e le possibilità delle loro vite
sono radicalmente cambiate. Di fronte a queste trasformazioni, un gruppo di
storiche e sociologhe ha avviato un percorso di ricerca collettivo. Il Griff –
Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile – è nato a Milano nel
1973 e ha messo al centro la figura della donna nelle diverse sfere della vita
sociale, a varie latitudini del paese, indagando il grado di consapevolezza con
cui ognuna viveva le trasformazioni in atto sul piano dell’esperienza
soggettiva.
“Mia mamma mi ha fatto sposare piccola. Vedete una volta i genitori se la
vedevano loro, non c’era il contatto che c’è adesso. Erano sempre distaccati,
non avevamo confidenza, non potevamo parlare con i genitori […]. Ho preso un
uomo con pochissima mia volontà, ma con la volontà dei genitori. Allora mi su
sposata. Mi sono accorta dal secondo giorno che mi sono sposata che avevo
sposato un uomo con cui non potevo essere in unione insieme, e ho sofferto
sempre”.
Questa breve testimonianza proviene dalla storia di vita di Carla, nata in
Calabria nel 1921, e si trova nel saggio di Renate Siebert-Zahar “È femmina però
è bella”. Tre generazioni di donne al Sud. La ricerca, pubblicata nel 1991 da
Rosenberg and Sellier, raccoglie le storie di tre generazioni di donne
imparentate tra loro: Siebert è partita dalle figlie, iscritte all’Università
della Calabria (nate tra il 1961 e il 1966), per risalire alle madri (nate tra
il 1928 e il 1942), e poi alle nonne (nate tra il 1901 e il 1921). Il saggio
contiene le voci di quarantacinque donne, dalle quali emergono percorsi
emancipatori drammatici, in molti casi dolorosi e mai realizzati o ancora opachi
e incompiuti.
Da questo fitto raccontarsi, passando da una generazione all’altra, emerge
innanzitutto una graduale conquista da parte delle donne calabresi della
possibilità di scelta. Dalla situazione senza sbocchi di nonna Carla riportata
all’inizio, dove “la società era l’equivalente della famiglia e l’essere
individuo era equivalente ad assumersi il ruolo di figlia, moglie e madre;
percorsi per i quali la trama era già stata scritta altrove, nel e dal destino”,
si passa alle dure fratture vissute dalle madri, che continuano a vivere
principalmente la sfera della famiglia, alla quale però si affiancano altri
ambiti, sempre più significativi; fino alle figlie, le studentesse
universitarie, che vivono più mondi e che si trovano a scegliere tra diversi
modelli culturali.
Ma facciamo un passo indietro. È femmina però è bella si trova al centro della
biografia intellettuale di Renate Siebert-Zahar. Sociologa, allieva di Theodor
Adorno a Francoforte, Renate si dedica negli anni della formazione al pensiero
di Frantz Fanon. Alla morte di Adorno nel 1969, lascia la Germania e si
trasferisce a Milano, dove trascorre due anni insegnando presso la Scuola
Superiore di formazione in sociologia, diretta allora da Laura Balbo. Insieme a
Balbo, e con altre sociologhe e storiche, nel ’73 fondano il Griff, con
l’obiettivo di indagare il ruolo che la donna andava assumendo nell’Italia del
boom economico e di legare le analisi teoriche con i contesti territoriali e di
vita delle studiose. In un’intervista dirà che è stata l’esperienza del Griff a
segnare il suo modo di rapportarsi alla ricerca e al femminismo, indicando i
rapporti con Balbo e con Adorno ugualmente significativi nella sua crescita
intellettuale. Non a caso, È femmina però è bella si apre con una dedica a Laura
Balbo, una citazione di Adorno e una prefazione di Luisa Passerini.
Nel 1974 le viene offerto un incarico presso l’appena fondata Università della
Calabria. Siebert accetta e vi si trasferisce. D’ora in avanti, i suoi interessi
di ricerca si intrecciano con la questione della modernizzazione del
Mezzogiorno, un processo complesso e contraddittorio di cui fornisce continui
ritratti dedicandosi alla condizione femminile, all’organizzazione della
famiglia, al ruolo della mafia e al potere dello stato. È femmina però è
bella viene ultimato dopo quasi vent’anni di insegnamento e vita in Calabria.
La Calabria, in effetti, è un’altra protagonista del saggio. Attraverso le voci
delle generazioni che la abitano, si delinea un territorio in cui cambiano i
sistemi di credenza, le persone abbandonano l’animismo, il rapporto magico che
le legava al mondo, per approdare a una cosmologia basata sulla
razionalizzazione e sulle libertà e volontà individuali che però si affermerà
solo in parte. Fenomeni sociali “moderni” si mischiano quindi con le vecchie
strutture e istituzioni, in una convivenza senza precedenti che pone la Calabria
al di fuori delle teorie sullo sviluppo elaborate nelle società industriali e
porta a confrontarsi, a detta di Siebert, con un contesto imprevedibile in cui
“il vecchio si è disgregato, ma il nuovo stenta a farsi strada”.
Un importante tassello nella modernizzazione di quegli anni è proprio la
costruzione dell’Università della Calabria, voluta dal partito socialista e
dalla Democrazia cristiana e approvata nel 1968 dal governo Moro. La grande
opera, interamente pubblica, viene realizzata sul modello dei campus inglesi,
prevedendo alloggi per studenti, personale e docenti, sale cinema, teatri,
biblioteche. L’obiettivo è fornire ai giovani e alle giovani calabresi dei
percorsi di formazione che permettano loro di restare in Calabria, una proposta
contro l’emigrazione giovanile.
Tra gli anni Settanta e Ottanta le studiose del Griff investigano la condizione
giovanile femminile in più punti del paese, partendo proprio dalle studentesse
universitarie. Nel caso di Siebert la ricerca si trasforma anche in un’indagine
– una vera e propria inchiesta, commenta Passerini – sullo stato di salute di
questa nuova grande opera pubblica. Inoltre, Siebert aggiunge alla ricerca sulle
giovani studentesse l’approccio generazionale, risalendo alle madri e alle
nonne. E, dato che le studentesse vengono selezionate sulla base di diverse
provenienze, le interviste alle loro madri e nonne porta l’autrice a viaggiare
in tutta la regione. È femmina però è bella è quindi un viaggio in diversi
luoghi della Calabria e nella loro vita quotidiana nel corso dei decenni.
MADRI, FIGLIE, NONNE
Al centro di queste interviste si trovano i lavori svolti da uomini e donne, le
forme di socialità, i racconti dell’emigrazione di mariti e figli, i valori di
riferimento, l’organizzazione della vita quotidiana in seno alla famiglia. Ma
questi mondi emergono dalle storie delle singole donne. Si vede allora come esse
si sono orientate nel contesto sociale e secondo quali logiche hanno compiuto le
loro scelte, “il modo in cui ognuna si è data ragione dei grossi cambiamenti
avvenuti nel mondo in cui vivono”.
Il metodo è quello della narrazione di sé, della memoria autobiografica, in un
“lavoro a due voci” dove la soggettività di chi interroga non scompare, ma anzi
viene accentuata nel rapporto con chi narra. L’indagine relazionale, a diversi
livelli, è la chiave del testo e riguarda anche la costante dialettica che
Siebert rintraccia tra ciò che avviene nel sociale e quanto si trova rielaborato
sul piano della coscienza. Nelle interviste, infatti, emergono anche aspetti
molto intimi: il rapporto con gli uomini, con la propria madre o figlia, le
proprie aspirazioni. Siebert comincia dalle madri, quelle che in confronto alle
altre appaiono nella posizione più dolorosa, perché come riassume Passerini, “a
metà tra cambiamenti profondi a portata di mano, ma in realtà irraggiungibili, e
alcuni cambiamenti possibili più per le figlie che per sé stesse”.
Nonostante la posizione difficile, nella vita delle madri ci sono almeno due
grandi fattori di novità rispetto alla generazione delle nonne. Anzitutto il
lavoro extradomestico e salariato. Non tutte l’hanno praticato, ma si tratta di
una possibilità che a tutte “incute coraggio”, per l’accesso a una autonomia
economica, ma anche per l’apertura a nuovi contesti relazionali. Un altro cambio
di passo è rappresentato dalla possibilità di inseguire “l’amore romantico” e di
sposarsi per volontà propria e non per scelta dei genitori. In realtà, a
posteriori, per molte di queste madri la scelta del matrimonio si rivela
affrettata, in quanto, scrive Siebert, “nell’ansia di liberarsi del ‘padre
padrone’ ci si è tuffate nel legame con un ‘marito padrone’”. Infine, per le
madri è nel rapporto con le figlie che “si gioca tutta la propria identità”.
Sono le figlie che hanno la possibilità di sviluppare percorsi emancipatori per
le madri solo accennati, ed è quindi alla generazione più giovane che quella
delle madri guarda con ammirazione e desiderio.
Le figlie, le studentesse, sono intente a mediare tra vecchi e nuovi valori,
mentre “si è alla ricerca di sé stesse”. Con le madri hanno spesso un rapporto
di cura, a loro volta materno, e più aperto rispetto alla generazione
precedente. Sono consapevoli di trovarsi in un percorso più libero, ma non sanno
con chiarezza cosa vogliono. Scrive Siebert: “Il processo di crescita
emancipatoria diventa doloroso, sofferto, attraversato da una tensione costante
tra un’ambizione sociale molto forte e vincoli familiari e culturali che
spingono nel senso opposto”. Nelle loro vite, la parentela e il vicinato – che
sono stati centrali per le madri e le nonne – vanno scomparendo, ma non vengono
sostituiti da universi relazionali e sociali altrettanto forti e strutturati in
cui le ragazze possano trovare nuove e diverse appartenenze.
Le nonne, infine, ereditano un mondo plasmato dalla migrazione transoceanica che
tra Ottocento e Novecento ha coinvolto la regione. Sono diventate mogli e madri
da giovanissime, per volere dei familiari, e hanno lavorato in casa per tutta la
vita. In generale, tutto delle loro vite è stato scritto altrove, in
particolare, scrive Siebert, “tempi sociali e soprattutto tempi maschili hanno
scandito la loro vita sessuale, riproduttiva e quotidiana”.
La forza del testo di Siebert sta nel mettere in connessione tre generazioni,
interrogandole sugli stessi temi, ponendo l’attenzione sui segni del
cambiamento, ma anche su ciò che permane. L’operazione genealogica mostra una
parabola abbastanza chiara: le donne calabresi ottengono, nel corso del
Novecento, spazi di autonomia, diventano protagoniste delle loro scelte e si
chiedono cosa sia più giusto per loro, distanziandosi dai dogmi familiari e dal
contesto di provenienza. Questo andamento è visibile anche nel rapporto con gli
uomini, per le nonne e madri figure centrali per le sorti della propria
esistenza, oltre che percepite come superiori; per le figlie, invece, figure
molto meno presenti, verso le quali non si nutre alcun senso di inferiorità.
UN LAVORO COMUNE
Alla fine Siebert si confronta in modo esplicito con le ricerche di un’altra
componente del Griff, Simonetta Piccone Stella, giungendo a conclusioni simili
riguardo alle svolte biografiche nella generazione delle ragazze. Come già aveva
notato Piccone Stella nella sua ricerca Ragazze del Sud, la possibilità di
frequentare l’Università rappresenta un particolare privilegio, “un tempo
prezioso”, “uno spazio per la riflessione” per donne che crescono in una realtà
come quella del Mezzogiorno, dove “luoghi e istituzioni preesistono alla
formazione del bisogno di autonomia della donna e lo ignorano”.
Solo alcune delle studentesse prendono parte a gruppi politici mentre molte
avvertono – sia nel campus che fuori – una scarsità di luoghi e contesti adatti
alla socialità, allo sviluppo della vita pubblica, all’incontro fuori dalla
famiglia. Le forme di aggregazione giovanile non vengono valorizzate nelle
storie di vita, mentre ognuna riporta in modo diretto o indiretto “una
sostanziale assenza di riferimenti collettivi” in base alla quale si fatica a
proiettarsi nel futuro.
Se si immaginano nel futuro prevale il modello della “doppia presenza”
– combinazione di lavoro domestico ed extradomestico con una priorità del primo
sul secondo –, che le vede barcamenarsi tra “il lavoro familiare e la maternità
da una parte e una vita da professionista piena di prestigio e denaro
dall’altra”. Mentre le ragazze che sembrano avere uno sguardo più lucido e
consapevole sui propri progetti sono quelle che confessano di non avere un’idea
prestabilita né un modello di riferimento ma di avere invece l’obiettivo di
“conoscere meglio sé stesse, diventare più consapevoli”.
Possiamo dire che è su questa consapevolezza di sé che lavora l’intero saggio.
La forza della testimonianza iniziale di Carla sta in quel “essersi accorta” di
aver sposato un uomo con cui non poteva stare insieme. E quindi, dalla
consapevolezza all’azione, di aver lottato per tutta la vita affinché i figli
non soffrissero delle stesse limitazioni in cui era stato bloccato il suo agire.
Anche per questo, nonna Carla è stata una donna molto aperta ai cambiamenti che
riguardano le nuove generazioni. Tutto il lavoro di Siebert, in questo testo
come in altri, vuole muovere i fili della coscienza per scovare i processi di
consapevolezza, sondare le autoanalisi, incentivare la riflessione su sé stesse.
Ripercorrendo le vite di queste donne viene in mente Comizi d’amore, il
documentario girato nei primi anni Sessanta da Pasolini in tutta Italia, con una
raccolta di interviste a uomini e donne di diverse generazioni. L’elemento di
rottura di quel lavoro consisteva nell’introdurre il tema della sessualità nel
dibattito pubblico, ma serviva anche a costringere intervistati e spettatori a
interrogarsi sui propri valori. In quel caso, i segni del cambiamento nel
rapporto tra generazioni erano molto meno definiti, e spesso emergevano
posizioni conservatrici, giovani che rivendicavano il loro diritto ad agire come
se nulla stesse cambiando intorno a loro, ripercorrendo i passi e le scelte
della generazione precedente. Fatta eccezione per le ragazze, le uniche – lo
nota lo stesso Pasolini in una delle tante apparizioni da regista/intervistatore
– a non assumere il punto di vista delle generazioni precedenti, le uniche a
vedere con lucidità i cambiamenti che ormai le circondavano, a nominarli e
accoglierli di buon grado.
La voce fuori campo che chiude Comizi d’amore, accompagnando le immagini di un
matrimonio tra due giovani, sembra riassumere il sottotesto del lavoro di
Siebert, e forse dell’intero Griff: “Tonino e Graziella si sposano. Del loro
amore essi sanno soltanto che è amore. Dei loro futuri figli sanno soltanto che
saranno figli… È soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha
pietà. Due ragazzi italiani si sposano e in questo loro giorno tutto il male e
tutto il bene precedenti a essi sembrano annullarsi, come il ricordo della
tempesta nella pace. […] Tonino e Graziella si sposano. E chi sa, tace. Di
fronte alla loro grazia che non vuole sapere. E invece il silenzio è colpevole.
E l’augurio a Tonino e Graziella sia. Al vostro amore si aggiunga la coscienza
del vostro amore”.
Le giovani degli anni Ottanta di Siebert sono ormai non solo consapevoli delle
trasformazioni che le coinvolgono, ma anche impegnate a farci i conti. (barbara
russo)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di mario damiano)
Nelle pagine dell’Unità degli anni Settanta c’era una piccola rubrica dedicata
ai “sogni proibiti dei bambini”. Nell’estate del 1974 in redazione arrivò una
lettera di una studentessa di quarta elementare di Massafra, una città non
lontano della zona industriale di Taranto dove sorge l’enorme stabilimento
siderurgico dell’ex-Ilva, all’epoca Italsider. La bambina scriveva nella sua
lettera: “Penso che il mio paese sarà così: ci dovranno essere le strade
asfaltate. La luce per la strada, l’acqua, la fogna, dei giardini pubblici per
far respirare un po’ d’aria. Ci doveva essere un po’ di verde, invece non c’è.
Nel mio paese ci sono solamente tre ville dove non si può giocare. Nel mio paese
c’è l’Italsider di Taranto, perciò, il fumo viene nel mio paese e noi bambini
respiriamo tutta quell’aria inquinata”.
Due, o forse tre, generazioni dopo, nel 2008, le lettere dei bambini delle
scuole elementari di Taranto, questa volta indirizzate al governo regionale, si
erano fatte più cupe. “Il verde non è verde, il blu è malato, gli animali sono
pochi, l’uomo sta morendo a causa di tante malattie legate all’inquinamento. Ma
avere un futuro è un nostro diritto”. Finirono in un libro realizzato dalla
Regione Puglia che il presidente dell’epoca, Nichi Vendola, consegnò al governo
nazionale di centrodestra. Erano gli anni della legge regionale anti-diossina e
dell’impegno a rimettere in piedi l’Arpa per tenere sotto controllo le emissioni
dei Riva che avevano collezionato record di produzione a Taranto mentre
chiudevano batterie e altoforno a Genova. In mezzo ci sono stati anni di
raccolta di dati, denunce, evidenze, perizie ed epidemiologia popolare che hanno
conteso ai padroni della fabbrica il sapere sui danni causati dai loro profitti
e hanno stabilito nessi causali tra acciaio prodotto e malattie e
contaminazioni.
Questa estate poi, l’associazione Genitori Tarantini ha ottenuto un risultato
cruciale per la città, frutto di anni di militanza spesso solitaria. La loro
azione inibitoria contro l’ex-Ilva è stata accolta dal tribunale di Milano che
ha imposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, la rimozione
dell’amianto presente e la riduzione delle emissioni nocive da produzione. Gli
impianti dovranno essere fermati entro la fine di ottobre per i lavori necessari
ed è chiaro a tutti che uno stop totale dell’ultimo altoforno in funzione
significa che questi e gli altri impianti a esso asserviti non ripartiranno più.
“Ilva is a killer” e “tutto l’acciaio non vale la vita di un bambino” sono da
anni gli slogan del composito movimento cittadino e finalmente sembrano aver
avuto giustizia. In un post sui social, il profilo dei Genitori Tarantini fa
ordine tra gli interventi degli attivisti fatti nei giorni caldi di assemblee
che hanno seguito la sentenza: “Abbiamo avuto tanta pazienza e comprensione.
Persino i mitilicoltori, gli agricoltori, i pescatori dicevano: ‘se chiude la
fabbrica, dove andranno a mangiare [gli operai]?’. Proprio loro che in tanti il
posto di lavoro l’avevano perso a causa di quella fabbrica! E quando la mattina
ci svegliavamo e guardavamo il cielo, l’orizzonte, e la puzza entrava fino in
gola e la sentivamo scricchiolare sotto i denti, il pensiero andava a chi
abitava nelle vicinanze, a soli venti metri da quella fabbrica, ai bambini, a
come potevano salvarsi, visto che non potevano neanche andare via! E poi, quei
bambini in ospedale, grigi come piccoli fantasmi! Come abbiamo potuto permettere
che sacrificassero anche i nostri bambini, arrivare a questo? […]. Ci sentivamo
impotenti, disarmati. E da quella fabbrica nessun segno di pentimento, di
comprensione; quelli che lo facevano venivano sbattuti fuori. E i sindacalisti,
muti. Anzi, un giorno li abbiamo visti percorrere la ringhiera con i loro Tir,
come se per loro i tarantini fossero solo gli abitanti di una colonia intorno
all’Ilva. Stavano scioperando e creavano disagio ai tarantini, che avevano avuto
tanta pazienza e avevano sopportato di tutto. La guerra ai poveri, la loro
contro di noi, perché noi la guerra a loro non l’abbiamo mai fatta, abbiamo
sopportato e abbiamo avuto tanta pazienza. Non hanno mai capito che non era la
popolazione a dover accettare quello che arrivava dalla fabbrica, ma la fabbrica
a doversi adeguare a una ‘colonia’ la cui maggioranza era abitata da donne,
uomini e bambini che nulla avevano a che fare con quella fabbrica. Chi ci lavora
è la minoranza”.
Sembra facile tracciare la linea tra i buoni e i cattivi, le vittime e i
carnefici. Certo è che la classe operaia a Taranto è sempre stata un problema.
Nel dopoguerra, gli operai erano colpevoli per la loro assenza: un Mezzogiorno
prettamente agricolo non presentava le basi necessarie allo sviluppo e
richiedeva massicci investimenti che avrebbero dovuto portare capannoni
industriali ma pure una vera rivoluzione antropologica. Quando gli investimenti
nell’industria di base arrivarono, i lavoratori tarantini si dimostrarono
refrattari o ritardatari nell’assorbire la razionalità industriale prevista dal
modello imposto. In una ricerca commissionata dalla Comunità europea alla fine
degli anni Sessanta fatta dai sociologi – tutti settentrionali – Baglioni, Cella
e Manghi, si indagavano “le tensioni emergenti dall’impatto tra un’iniziativa
industriale tra le più avanzate sul piano organizzativo e un tipo di manodopera
che, presumibilmente, doveva essere espressione di un ambiente se non totalmente
arretrato ma certo ai margini delle zone industrializzate del paese”.
Lo studio definiva i lavoratori più riottosi e resistenti alla disciplina di
fabbrica, ai ritmi serrati, al lavoro notturno e su turni, agli incidenti
mortali del subappalto, all’esposizione agli agenti nocivi e alla
parcellizzazione dei compiti dovuta all’inquadramento rigido della job
evaluation come “disadattati”, in ritardo di adattamento rispetto alla civiltà
industriale, appunto. Fu poi il tempo della figura mitico-sociologica del
metalmezzadro che mischiava lavoro di fabbrica e cura delle proprie terre
finendo per non diventare mai davvero membro di una classe operaia consapevole e
collettiva. Il metalmezzadro era a suo agio nell’economia informale, nella
ragioneria individualizzata degli interessi, nell’arte di arrangiarsi di fronte
alla crisi incombente della siderurgia iniziata negli anni Ottanta. Con la
privatizzazione degli impianti poi, gli operai divennero la generazione
spoliticizzata e precaria che con la prima busta paga sicura, nel contesto
depresso della provincia di Taranto, correva a seppellirsi di cambiali per
consumi che non poteva permettersi. Oggi, infine, sono sempre gli operai la
palla al piede della storia della città, incapaci di garantire alcuna
transizione, fardello di cui prendersi cura con prepensionamenti e lavori da
fargli fare dopo averli riqualificati. È l’insostenibile peso degli operai
dell’industria.
La sociologia ci ha poi spiegato che a Taranto, sulle macerie della produzione
industriale a cui proprio gli operai – i subalterni dei luoghi produttivi –
avevano contribuito, è sorto un attivismo delle forze della riproduzione
sociale: le mamme, i bambini, i genitori tarantini. Alle tute blu restava
l’ombra di una complicità e il peso di una storia di sviluppo nocivo a cui non
avevano opposto un mondo diverso.
IL PIANO ALTERNATIVO
Poche settimane fa, nella fase calante dell’estate, gli operai delle ditte
d’appalto dell’ex-Ilva in sciopero si sono fatti strada tra le vie di Città
Vecchia. Mentre i delegati componevano il presidio sotto Palazzo di Città alcuni
lavoratori hanno deciso di bloccare il ponte girevole. In un breve video di una
testata giornalistica locale si vede uno scambio acceso tra un’attivista del
movimento ambientalista e alcuni lavoratori. Lei armata di bici e loro di una
certa disperazione si scambiano qualche urlo.
“E noi dovremmo morire per il vostro posto di lavoro?”, dice lei.
“E tu mi devi spiegare dove vanno a mangiare tutti questi cristiani [se l’Ilva
chiude]? A casa tua vanno a mangiare?”, grida un operaio, tenuto a bada dagli
altri.
Lei risponderà, senza chinare la testa, che gli attivisti si stanno dando da
fare molto più dei lavoratori stessi per trovare loro un lavoro che non uccida
né chi lavora né chi vive in città. Fa riferimento, credo, ai laboratori di
progettazione sociale che sono nati a Taranto negli ultimi anni e che producono
analisi costi-benefici, conti dei servizi eco-sistemici, suggestioni per
economie alternative.
Non bisogna fermare la città ma la fabbrica, dicono dai movimenti. Non si
possono arrecare disturbi alla cittadinanza e poi volere la sua solidarietà.
L’aria che tira è quella di rivalsa, c’è chi invoca il decreto sicurezza per far
tacere le manifestazioni. Ma le manifestazioni degli operai finiscono lo stesso
in poche ore, anche senza decreti, con impegni del governo a far sì che si
sospendano i licenziamenti. Altre comunicazioni di licenziamenti collettivi
arriveranno nei giorni successivi, e quindi nuovi presidi e nuove
rassicurazioni.
Intanto sui social si moltiplicano i racconti personali di chi ce l’ha fatta da
solo. C’è chi, fuori dalla fabbrica, si è reinventato senza chiedere aiuti,
senza ammortizzatori sociali, senza “mangiare a casa di nessuno”. Questa è la
narrazione che va per la maggiore. C’è chi ha aperto partita Iva, chi si è
inventato un mestiere, chi si è rimesso a studiare senza finire a lavorare nel
mostro. Ma le figure più edificanti sono gli operai del siderurgico che si sono
lasciati l’acciaio alle spalle. Anche i giornali tornano sulle storie –
purtroppo poche, sempre quelle – di lavoratori dell’ex-Ilva che hanno cambiato
vita con l’incentivo all’esodo previsto dopo la prima amministrazione
straordinaria con gli accordi del 2018. E ciclicamente ritornano le storie
esemplari del ristoratore ex-operaio del tubificio, del barista-poeta che dopo
l’altoforno ha aperto un caffè letterario, del fotografo di talento
ex-metalmeccanico. Per pigrizia di giornalisti in cerca di articoli che si
scrivono da soli, o forse perché mai come in questa crisi abbiamo bisogno di
piccoli eroi, ci facciamo bastare tre storie su tredicimila.
In queste settimane, gli attivisti si incontrano in piazza, preparano una grande
manifestazione nazionale per la chiusura della fabbrica. Raffaele Cataldi,
operaio dell’ex-Ilva (ora in “Ilva in AS”) in cassa integrazione dal 2018 e che
spesso è la voce del Comitato Cittadini Liberi e Pensanti, ha specificato che i
lavoratori della fabbrica “non sono assassini”, e questo preambolo forse
racconta dell’aria che tira in città. Ha poi rassicurato i colleghi preoccupati
dalla chiusura. Ha detto in assemblea a piazza della Vittoria: “A Taranto tutti
hanno diritto al reddito, tutti, non solo i lavoratori dell’Ilva che non sono né
assassini e non sono quelli che da domani moriranno di fame, perché io sono un
cassintegrato e fino a mo’… anzi, ho preso chili, dopo la malattia ho preso pure
chili; quindi, posso dire che non sono morto di fame”.
Poco meno di un anno fa, in un’altra manifestazione organizzata dal fronte
ambientalista tarantino, per la chiusura della fabbrica e lo sviluppo di
economie alternative, un attivista faceva invece questo discorso: “Siamo
arrivati all’inevitabile resa dei conti tra passato e futuro. Se noi immaginiamo
Taranto come un campo di battaglia, troviamo da un lato, sotto al gonfalone
dell’Ilva chiusa, gli attivisti, le associazioni, i cittadini, gli imprenditori
che vogliono un’alternativa. Dall’altra parte troviamo chiaramente chi l’Ilva la
vuole aperta e io parlo quasi esclusivamente al momento dei lavoratori, perché
sul campo di battaglia ci vanno le vittime. Ci stanno quelli che stanno subendo
tutto questo, perché chi invece ci ha portati a fare questa battaglia se ne sta
come nei film, bello sulla collina, sul cavallo a fare il generale, a vedere noi
che ci scanniamo. E sono: i politici, la classe politica, ovviamente. La classe
dirigente e ovviamente i sindacati. Questi tre se ne stanno sulla collina e noi
siamo sotto qui a scannarci. Siamo arrivati ormai a muso duro l’un l’altro, a un
tiro di schioppo, perché il momento è appunto quello dell’ora zero”.
Il discorso continuava con l’elenco delle “saracinesche culturali” aperte tra
Tamburi e Città Vecchia, i festival, i concerti, le partite Iva della
cultura-intrattenimento, gli esperti di servizi per l’accoglienza per
crocieristi. Una Taranto di imprenditori culturali che si fanno da soli emerge
tra le prospettive di alternativa alla fabbrica, supportate dagli studi dal
basso che prevedono la creazione di musei eco-storici, passeggiate
esperienziali, l’apertura dell’aeroporto di Grottaglie a voli civili (a
cinquanta chilometri da quello di Brindisi) e il potenziamento del porto per
accogliere più crocieristi.
E gli operai? A fare le bonifiche. È questo l’altro tassello dell’alternativa,
il Piano Taranto. Questo piano, sviluppato da associazioni e movimenti
tarantini, dopo aver analizzato nel dettaglio i costi della permanenza della
fabbrica, sviluppa una stima di costi e impatti per una dismissione e bonifica
integrale dei terreni del Sito di Interesse Nazionale tarantino. Basandosi
sull’adattamento di uno studio costi-benefici delle bonifiche fatto da
Confindustria su scala nazionale, il Piano Taranto fornisce uno scenario
rassicurante: “L’investimento per la sola area di Taranto – si afferma nel
documento – ammonterebbe pertanto a poco più di due miliardi di euro, con un
effetto sull’occupazione capace di generare oltre 40 mila potenziali posti di
lavoro – vale a dire quasi 30 mila in più di quelli attualmente occupati tra
Ilva e indotto – ed entrate fiscali per Stato ed enti locali di quasi un
miliardo di euro”.
Per il piano, quindi, si può “ragionevolmente affermare che il numero dei
lavoratori oggi impiegati presso Ilva e il suo indotto, sarebbero totalmente
riassorbiti nelle nuove attività di risanamento e riconversione economica, più
ulteriori unità occupate in aggiunta a queste. Tutto ciò con un investimento di
fondi che, a conti fatti, risulta inferiore a quello fino a oggi profuso dagli
organi statali per l’operazione di salvataggio del siderurgico”.
Un’analisi più attenta delle stime pone seri dubbi su costi e impatto
occupazionale stimati, sugli assunti di base usati nello studio di Confindustria
e sulla sua applicazione al caso tarantino. Non è chiara la durata
dell’intervento, che nelle stime di Confindustria (poi applicate al calcolo
della bonifica del sito tarantino) è fissata a cinque anni, ma che nel nostro
caso pare altamente ottimista. Non è chiaro quanti dei posti di lavoro creati
dalle bonifiche su tutta la filiera saranno tarantini, o perfino meridionali, e
per quale lasso di tempo. Non si menziona poi che le stime di Confindustria sono
tracciate sulle spese preventivate – e non le spese effettive – per la bonifica
di vari SIN italiani con l’esclusione di Casale Monferrato dove la presenza di
amianto, come per Taranto, rappresenta un costo aggiuntive. Sono poi escluse dai
calcoli le bonifiche delle falde. Ma in fin dei conti l’accuratezza delle stime
non è il punto centrale del piano, lo è invece il valore simbolico di un
processo democratico di transizione dal basso. Che a trovare lavoro siano mille
o diecimila persone diventa quasi un dettaglio secondario rispetto alla
centralità simbolica della pratica politica stessa.
CONQUISTE OPERAIE
Sempre in una lettera inviata alla redazione dell’Unità, nel 1972, qualche anno
prima della lettera della bambina di Massafra, un lavoratore dell’Italsider di
Bagnoli a Napoli rispondeva al presidente del consiglio Andreotti, che in un
discorso programmatico alle Camere aveva denunciato l’alto livello di
assenteismo nelle imprese a partecipazione statale del Mezzogiorno e annunciava
una stretta per accrescere l’efficienza. L’operaio nella lettera scriveva: “Gli
italiani devono sapere che l’Italsider, oltre a produrre acciaio, produce anche
la più alta percentuale di malati e di omicidi bianchi. Venga a vedere, l’on.
Andreotti, luì che è cresciuto sempre nella bambagia o nei governi, venga a
vedere come sono ridotti fisicamente i nostri compagni di lavoro […]; venga a
dare un’occhiata alla cartella clinica di Giuseppe Cordoni (deceduto
recentemente per i suol mali contratti nella fabbrica); venga a trovare le
decine e decine di pensionati per invalidità, affetti da silicosi, asma,
pleuriti, ecc. È chiaro che le nuove generazioni che lavorano all’Italsider,
lavorano per vivere e non per morire; e lottano (piaccia o no al governo
Andreotti-Malagodi) assieme a tutti ì lavoratori siderurgici per migliori
condizioni di vita e di lavoro, e per la settimana lavorativa di 36 ore”.
Taranto non era da meno. La costruzione dello stabilimento, che aveva fatto
tornare centinaia di emigrati e portato in fabbrica centinaia di braccianti, si
chiudeva con un’enorme disoccupazione di ritorno. Migliaia di lavoratori
impiegati per pochi anni nelle ditte lungo feroci catene d’appalto ripresero a
emigrare a fine lavori a metà degli anni Sessanta; ne rimasero in pianta stabile
circa cinquemila. Ma la disoccupazione, in una città che la fabbrica aveva
dispossessato del suo accesso al mare e delle sue altre potenzialità
industriali, era solo uno dei tanti costi dell’industrializzazione di stato.
“A Taranto come in guerra” titolava l’Unità in un reportage di fine estate del
1969. C’era “un sistema illegale di appalti a ditte minori che sfruttano con
ogni mezzo gli operai”, spiegava il giornalista. E nello stesso anno, nei
verbali dell’“Indagine conoscitiva sulle aziende di stato” della Commissione
Lavoro del Senato emergevano schedature poliziesche dei nuovi assunti,
licenziamenti illegittimi, rappresaglie antisindacali, pagamenti a nero, orari
interminabili, lavori a cottimo, e nessun rispetto delle più basilari regole
sulla sicurezza.
Le lotte operaie di quel periodo si concentrarono su conquistare diritti di
rappresentanza e sicurezza. Attraverso la lotta, gli operai ottennero
l’abolizione delle gabbie salariali (per cui i siderurgici di Taranto
guadagnavano in media il quindici per cento in meno dei colleghi di
Cornigliano); la fine del sistema della job evaluation basato sulla
parcellizzazione alienante degli inquadramenti e delle mansioni; l’elezione
diretta dei delegati sindacali e l’istituzione del consiglio di fabbrica; la
creazione di comitati paritetici per migliorare la salute e la sicurezza in
fabbrica e redigere pratiche operative e studi sulla salute negli ambienti di
lavoro.
Quando negli anni Settanta la dirigenza dell’Italsider propose l’espansione
dello stabilimento (il “raddoppio”), qualcosa era già cambiato nella classe
operaia tarantina e nelle forze politiche della sinistra. È rimasta traccia di
una opposizione trasversale delle forze di sinistra della città, inclusi Arci,
sindacati e partito comunista. Il segretario del Pci tarantino, che poi
diventerà sindaco, intervistato all’indomani della presentazione del progetto di
raddoppio del siderurgico era già chiaro: “Per noi sviluppo economico significa
non solo occupazione ma anche casa, trasporti, scuola, verde, ambiente. Per
questo diciamo no alla decisione dell’Italsider di ampliarsi a mare, mangiandosi
completamente il territorio della piccola e media industria, chiudendo la città
in una morsa che la soffocherà, inquinerà il mare, aggraverà in maniera notevole
i già gravissimi problemi di collegamento tra la città e la zona industriale”.
Nella primavera del 1971 gli operai dell’area industriale entravano in sciopero
contro il progetto di espansione dell’Italsider verso il mare. Non era una
opposizione all’allargamento dello stabilimento ma il tentativo di modificarne
le scelte ed evitare che la fabbrica strozzasse la città. La contestazione
apriva un solco profondo tra forze operaie e impresa di stato, che diventerà
sempre più profondo in quel decennio. Al movimento operaio non bastava più la
promessa di lavoro, chiedeva il diritto di negoziare il tipo di sviluppo che
avrebbe interessato la città e le sue classi subalterne.
Nei reparti, l’esperienza diretta della nocività dei processi produttivi acuiva
la microconflittualità tra lavoratori e manager, e il conflitto portava a una
negoziazione continua. I delegati lo incanalavano in forme di lotta più o meno
organizzate, nelle discussioni delle commissioni aziendali, nelle negoziazioni
dei tavoli di trattative. La microconflittualità operaia, nel sindacato dei
consigli, si trasformava in riflessioni collettive, piattaforme rivendicative,
azioni di lotta più o meno radicali, avanzamenti parziali, clausole nei
contratti collettivi, impegni di investimento.
Non si trattava solo di monetizzare il rischio ma di rinegoziare i processi
produttivi, migliorare l’ambiente di lavoro, investire per modifiche
impiantistiche, ridurre l’esposizione e l’orario di lavoro, riappropriarsi dei
ritmi, delle conoscenze, delle tecnologie. Le poche carte rimaste, i resoconti
delle assemblee, le mozioni dei gruppi, gli eventi del sindacato unitario Flm, e
le memorie di chi c’era, restituiscono una classe operaia cosciente del proprio
ruolo centrale nel determinare lo sviluppo cittadino, consapevole del sapere
operaio sviluppato sugli impianti e attenta alla materialità di un processo
produttivo infernale. Nei ciclostili del circolo giovanile “Che Guevara” di
Lotta Continua in Città Vecchia, che gli attivisti di Taranto, anche loro operai
e delegati di fabbrica, pubblicano nei primi anni Settanta, si leggono le
vignette della fabbrica Italuccide: “Ci sono molti modi di uccidere. Si può
sparare a uno, ficcargli un coltello nella pancia, togliergli il pane,
massacrarlo di lavoro, ficcarlo in una casa inabitabile, farlo andare in guerra…
solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro stato”.
Sul giornale Avast! (Basta!), che il circolo produce in ciclostile e
distribuisce tra l’area industriale e la città, si vede la fabbrica sullo sfondo
che emana fumi, ammorba l’aria e il mare, e si legge: “Il padrone dice che
questo è il prezzo del progresso e che prima o poi… Ma poi cosa?!” (15 gennaio
1972). E poi ancora: “Gli operai degli appalti hanno ingressi separati, non
hanno docce e gabinetti decenti, spesso sono costretti a spogliarsi all’aperto.
Dentro a lavorare si entra all’alba e si resta per dodici ore e più. I ritmi di
lavoro sono massacranti. I capi sono sempre lì a rompere i coglioni, a
costringere gli operai a fare lavori più pericolosi. Fuori dalla fabbrica è lo
stesso: trovandosi spesso disoccupati gli operai degli appalti non hanno
assistenza medica, se stanno in città bisogna pagare più di 30 mila lire di
affitto, se stanno in paese ogni giorno si perdono ore e ore di trasporto e per
di più a spese dell’operaio”.
Anche gli operai di Taranto del circolo Città Vecchia risponderanno alle
dichiarazioni programmatiche di Andreotti con un articoletto su Avast! (data
sconosciuta). Il titolo chiede: “Andreotti, perché non provi tu a lavorare a
Taranto?”. E poi continua: “Andreotti, capo del governo di centrodestra, nel suo
discorso alle Camere, ha denunciato ‘la piaga dell’assenteismo’. E come punta
massima di assenteismo ha citato Taranto e l’Italsider. Ma se ad Andreotti
interessa saperlo, Taranto non ha solo quello di primati. Ha anche il primato di
omicidi bianchi, visto che l’Italsider in dieci anni ha ucciso trecento operai.
Ha sicuramente il primato della nocività, visto che dopo dieci anni di lavoro al
siderurgico un operaio ha immancabilmente la salute rovinata. E lo sa Andreotti,
quanto perde un operaio dell’Italsider e imprese solo per andare al lavoro?
Due-tre-quattro ore di trasporti. Visto che gli operai vengono da paesi lontani
fino a 50 km e solo per attraversare Taranto ci vogliono delle ore. E si faccia
dare Andreotti dai suoi amici dirigenti dell’Italsider i dati sulle ore
straordinarie lavorate dalle ditte. Di quanti operai costretti a dieci-dodici
ore al giorno per colpa dei salari di fame! Ne verrebbe fuori un altro primato.
Quindi Andreotti stia tranquillo. Se spera di eliminare l’assenteismo si sbaglia
di grosso. A Taranto gli operai, non solo non hanno nessuna intenzione di
lavorare di più, ma hanno tutte le intenzioni di lavorare di meno, di lottare
per lavorare meno e salvaguardare la propria salute, di lottare contro i ritmi,
gli straordinari e per ridurre gli orari”.
Il gruppo Per l’Unità Operaia che prese forma in fabbrica in quegli anni
comprendeva delegati attivi nella sinistra extra-parlamentare e pescava tra
Lotta Continua e i trozkisti della Quarta Internazionale. La loro azione dentro
i luoghi della produzione e in città, nei sindacati, nei consigli di fabbrica e
nei circoli cittadini fu uno stimolo costante che collegava le negoziazioni dei
vertici sindacali e le strategie politiche del Pci e degli altri partiti di
sinistra con l’esperienza diretta dei lavoratori nei reparti più nocivi e la
vita dei subalterni in città. Il gruppo era minoritario nei numeri ma egemonico
nei consigli di fabbrica dell’area industriale. Lo testimoniano i libri e le
interviste ai protagonisti del tempo. Questi delegati portarono i consigli a
votare mozioni che riconoscevano le autoriduzioni delle famiglie operaie, in
difficoltà di fronte al carovita, come forme di lotta legittime e supportate dai
sindacati. E quando i delegati di movimento furono espulsi per le loro critiche
alla decisione dei vertici sindacali di firmare uno dei primi accordi sulla
cassa integrazione in fabbrica, una breve raccolta nei reparti portò migliaia di
firme operaie a sostegno del loro reintegro nelle rispettive organizzazioni
sindacali.
Quando, a metà degli anni Settanta, i lavori per il raddoppio si conclusero,
lottare contro la nuova disoccupazione di ritorno diventò un modo per ricomporre
le lotte delle classi operaie che i processi di accumulazione in corso avevano
diviso. Nella Vertenza Taranto si uniranno le lotte per il miglioramento degli
ambienti, la sicurezza e le condizioni di lavoro, l’opposizione agli esuberi di
fine lavori, la riqualificazione degli appalti selvaggi e il superamento dello
sviluppo basato sulla monocoltura dell’acciaio. Nelle piattaforme sindacali, che
poi troveranno sponda istituzionale nella prima giunta comunista della città, la
disoccupazione di ritorno andava affrontata stavolta rinegoziando il modello di
sviluppo in città. Le maestranze e i saperi operai che Italsider voleva
espellere andavano riassorbiti in un piano di opere pubbliche, edilizia popolare
e scolastica, riqualificazione del porto e collegamento con l’area industriale
di Grottaglie dove imprese di manifattura leggera avrebbero dovuto svilupparsi
per trasformare l’acciaio prodotto dall’Italsider. In quelle rivendicazioni gli
operai in esubero diventavano maestranze utili a diversificare la crescita
opprimente dell’industria di base oligopolistica. Infrastrutture per i trasporti
e un piano delle acque per l’agricoltura provinciale dovevano riequilibrare la
monocoltura nociva. Le centinaia di ditte d’appalto presenti nello stabilimento
siderurgico, invece, avrebbero dovuto essere assorbite sotto le dipendenze
dirette del siderurgico, a meno che non fossero state in grado di dimostrare che
almeno metà delle loro commesse venivano da clienti non riconducibili
all’Italsider.
La contrattazione collettiva di gruppo e di stabilimento in quegli anni,
intanto, impegnava la fabbrica a ingenti investimenti ambientali per la
riduzione delle emissioni negli ambienti di lavoro e in quelli circostanti. Con
la contrattazione locale poi, i lavoratori dell’Italsider ancorarono una parte
degli aumenti retributivi strappati alla dirigenza per il finanziamento del
cosiddetto “salario sociale”, un tesoretto gestito da una commissione paritetica
tra consiglio di fabbrica e azienda che veniva destinato a opere di pubblica
utilità. Con il salario sociale degli operai, negli anni vennero finanziate
strade, trasporti pubblici, asili cittadini, e anche i primi presidi di medicina
del lavoro locale.
In una indagine del sociologo Aris Accornero alla fine degli anni Settanta
emergeva che la prima preoccupazione degli operai del siderurgico di Taranto era
ancora la nocività dell’ambiente e l’impatto dei processi produttivi sulla
salute molto più che in stabilimenti simili nel resto d’Italia. Si dice spesso
che l’industrializzazione portò sviluppo, benessere, consumi, oltre che veleni e
malattie. Un’analisi materialista della storia di Taranto permette una piccola
correzione. Se sviluppo e benessere ci fu, pur tra i fumi degli altiforni, non
fu per l’industria ma per le lotte degli operai tarantini che in quell’industria
consumarono i loro corpi.
Della portata visionaria della Vertenza Taranto, però, restò poco. I disoccupati
di ritorno non furono costretti a emigrare ma le ambizioni di programmazione
sociale di sindacati e partiti della sinistra dovette ridimensionarsi. La crisi
del settore siderurgico portò i sindacati sulla difensiva e la riforma delle
relazioni industriali sganciò i delegati dalla microconflittualità dei reparti.
Erano gli anni del riflusso, della cogestione della crisi dell’acciaio, della
marcia dei quarantamila a Mirafiori e della fine del sindacato unitario dei
metalmeccanici. A Taranto le forze organizzate del movimento operaio gestirono i
primi accordi di cassa integrazione mentre chiudevano o si ridimensionavano le
acciaierie del resto d’Italia. In fabbrica arrivavano i consulenti della Nippon
Steel che sapevano trasformare le relazioni basate sul conflitto in circoli di
qualità e toyotismo. La volontà di negoziare e la ricomposizione tra lavoratori
diretti e in appalto portò a miglioramenti tecnologici per alcuni e
super-sfruttamento per altri. Gli Ottanta sono anche anni di criminalità
organizzata che infiltra la gestione delle ditte in appalto e riporta indietro
al dispotismo dei regimi del lavoro. Arrivarono poi i primi prepensionamenti e
la privatizzazione. L’arrivo di patron Riva fu una cesura senza precedenti: il
pensionamento dei padri otteneva in cambio l’assunzione dei figli; mandare in
soffitta le lotte era la moneta di scambio per il lavoro precario dei giovani.
Le conquiste sugli impianti, gli investimenti per la salute e la sicurezza si
erosero, a dimostrazione che le conquiste sindacali richiedono potere operaio
per resistere ed evolversi. La produzione a tutti i costi diventò il nuovo
mantra nello stabilimento. I vertici sindacali intanto compromettevano la
legittimità residua che gli restava agli occhi dei nuovi operai con la
cogestione del dopo-lavoro fatta con i soldi dei Riva e mostravano tutta la loro
debolezza di fronte al dispotismo padronale, dal reparto confino alla Palazzina
Laf, fino alla struttura-ombra manageriale dei “fiduciari” che seminavano panico
e timore nei reparti pur non ricoprendo alcuna posizione ufficiale
nell’organigramma aziendale. Allo stesso tempo, si aprivano spazi per farsi
strada in fabbrica, per far carriera e sentirsi pure appagati, ma da soli, a
costo di lasciare tutti gli altri indietro. La città dimenticava la storia di
lotte della sua classe operaia e gli operai dimenticavano di essere una classe.
Come racconta Alemanno, operaio e scrittore anche lui, in un libro del 2012:
“L’orgoglio siderurgico dei padri è sepolto per sempre. L’Ilva era pubblica, si
chiamava Italsider, e i nostri Cipputi si permettevano il lusso di studiare,
formarsi sul ciclo di produzione dell’acciaio, farne un tutt’uno con i concerti
di Giorgio Gaber al circolo Italsider o con le biblioteche popolari, stimolati
dal genio incompreso di Peppino Francobandiera. Certo, c’era il Partito
(comunista). E c’erano i sindacati. Ora l’Ilva è qualcosa da chiudere dietro la
porta di casa a fine turno, facendo calare il silenzio. Non parliamo. A casa non
parliamo mai di lavoro perché dialogare non è facile. E dialogare con chi poi?
Tanti di noi avrebbero sognato di fare il carabiniere. Essere fuori, essere
altrove. Di questo parliamo, sì; oppure lo pensiamo e ce lo teniamo dentro.
Perché parlare può fare male”.
I movimenti sociali, fuori dalla fabbrica, si attivavano per produrre evidenze
scientifiche sull’impatto dell’acciaio sulla salute e sull’ambiente. Alcuni
operai, un’avanguardia che cercava ancora di connettere fabbrica e città, erano
presenti nell’onda nuova di mobilitazioni che emerse nella seconda metà degli
anni Duemila. Nell’estate 2012, però, con il sequestro dell’area a caldo per
disastro ambientale da parte della magistratura e con l’emergere del Comitato
Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, in opposizione alle mediazioni
sindacali della crisi e alla loro gestione dei rapporti con Riva, la lotta per
la giustizia ambientale si centrò sempre più chiaramente sulla necessità di
immaginare una città post-industriale. Quella prospettiva passava, e passa
ancora, dalla chiusura dello stabilimento, e chi prova a tenerlo aperto, con
tutti i distinguo del caso (l’ambientalizzazione, la decarbonizzazione, la
proprietà pubblica per la transizione ecologica), agli occhi degli attivisti è
un venditore di fumo. È così che il solco tra operai e sindacati da una parte, e
il resto del fronte ambientalista dall’altra si è fatto negli anni incolmabile.
Con la storica cacciata delle leadership sindacali nazionali fatta dagli operai
del Comitato a bordo del tre ruote nell’estate del 2012 si concludeva pure la
stagione della modernità industriale. Nuovi attori e soggetti collettivi, nuove
pratiche di democrazia, nuove economie e una nuova coscienza di classe sarebbero
dovuti emergere dalle macerie di quel movimento operaio stanco, forse già morto.
LE SOLITUDINI DELL’OPERAIO
E la nuova stagione è arrivata con i suoi soggetti, gli attivisti, gli eroismi.
Il ruolo dell’operaio nella nuova configurazione si è fatta sempre più
solitaria. La solitudine della tuta blu non è un tema nuovo. Tre libri recenti,
scritti da tarantini (un giornalista e due operai del siderurgico) ne parlano
con trasporto.
In un bel libro, il giornalista tarantino Fulvio Colucci, racconta dell’epopea
delle squadre di calcio del quartiere Tamburi. Da bambino, anche Colucci giocava
nella squadra della parrocchia di Gesu Divin Lavoratore e da grande ripercorre
le memorie di un gruppo fatto di operai siderurgici capaci di disegnare trame di
gioco elegantissime sul campo sporcato dalla polvere scura del minerale. Il
campo è quello che sorge a pochi metri dai parchi minerari della fabbrica, Ilva
Football Club è il nome del team. Quando il giornalista decide di ricostruirne
l’epopea, i protagonisti sono già quasi tutti morti di tumore. Tra ricordo
d’infanzia, romanzo collettivo e sogno, Colucci narra di Peppe siderurgico,
punta della squadra, alle prese con la solitudine di un rigore da battere. Il
capoturno e i colleghi lo hanno lasciato dormire a lavoro durante il turno di
notte e ora si aspettano freddezza nell’esecuzione. Lo stesso Peppe che, tra la
chance di diventare calciatore professionista e la paura di perdere tutto
deciderà di restare operaio. Mentre sistema la palla sul dischetto e guarda i
cumuli di minerali a distanza di uno sputo, Peppe passa in rassegna una storia
personale che sembra destino collettivo. Così scrive Colucci: “Dalle acciaierie
arriva odore di sgomento. Inarrestabile. A fredde folate spazza il piano di
carico dei pensieri. […]. I bambini si aggrappano ai tubi Innocenti e, dalla
tribuna, urlano spazientiti: ‘Mae’ e tiralo stu rigore!’. Peppe punta la scarpa
sulla terra battuta, più nera di un vulcano spento. Prende tempo. Non vuole
darla vinta al disagio infilatosi tra le linee dei pensieri, per colpa del
siderurgico seduto lì, poco distante a fumar tranquillo, a rosolare la città e
il quartiere Tamburi, ad attendere il suo errore. Già si vede infilzato dalle
ciminiere come un pollo allo spiedo. […] L’Ilva ha avuto tutto: gli onori, le
autorità, le benedizioni dei vescovi. I carabinieri col pennacchio. Grandi
cerimonie, tragedie enormi, piccole miserie. Scruta tutto, tutto decide. Il
rigore no. Peppe non vuol sbagliarlo, non vuol dare la soddisfazione al
capoturno, vendere anche l’anima alle acciaierie. Lui aveva varcato con orgoglio
i cancelli dello stabilimento, poi si era accorto del progresso dal volto
d’inferno, del risultato scritto a tavolino, della sfida persa in partenza di
fronte all’immensità della macchina, al suo istintivo divorare l’uomo e alla
perfetta solitudine dell’operaio. Se n’era accorto sfogliando un pomeriggio
l’Unità nella sezione del partito comunista ai Tamburi. Quei numeri
agghiaccianti solo a dirsi. All’Italsider come in guerra: centinaia di morti,
migliaia di feriti. Un solo ambulatorio non attrezzato, il numero incalcolabile
di operai deceduti per malattie gastriche o respiratorie contratte sul lavoro,
l’inchiesta del Consiglio di fabbrica. Il Consiglio di fabbrica, già. Che senso
aveva giocare a pallone? […] La fabbrica sembra un plotone d’esecuzione, le
ciminiere fucili puntati sul petto. Peppe prende la rincorsa. Tenta una finta
per sbilanciare il portiere che non abbocca. Tira con quel po’ di forza
rimastagli incollata al corpo. Una botta violenta, centrale, piega le mani al
ragno nero”.
Nel romanzo Malesangue dello scrittore operaio dell’ex-Ilva Raffaele Cataldi, il
paragone calcistico ritorna insieme alla solitudine. È una lunga lista di
tradimenti quella che elenca l’autore raccontando della sua esperienza di
lavoratore e attivista del Comitato Liberi e Pensanti: il dipendente
dell’ufficio del personale che lo accusa per i giorni di malattia che ha preso
legittimamente, i compagni che negli anni non hanno più sostenuto la sua scelta
di militare nel Comitato, i cittadini che di fronte all’occasione di occupare e
bloccare la fabbrica si sono tirati indietro, e le realtà associative che non
hanno condiviso la stesura del Piano Taranto: “Lo sdegno e il senso di abbandono
che ho provato in tutti questi momenti resta indescrivibile. E se ho sostenuto
quella solitudine, è solo grazie a ciò che ho imparato giocando a calcio. Quando
giocavo in porta e prendevo un gol, quando i miei compagni festeggiavano un gol
lontano da me nella metà campo avversaria, quando il mister nell’analisi della
partita negli spogliatoi diceva di aver perso per un solo tiro in porta subito,
facendo ricadere la colpa su chi, involontariamente, quell’unico tiro in porta
non era riuscito a pararlo…. È la solitudine del portiere. Ed è simile alla
solitudine dell’operaio”.
Anche Cataldi, come Peppe siderurgico, è operaio suo malgrado. Se nelle pagine
di Colucci la scelta di finire in fabbrica fa i conti con la mancanza di
alternative, per Cataldi è una sorta di equivoco del destino. Lui in
stabilimento ci finisce perché una cognata aveva mandato la sua candidatura a
sua insaputa. È il rispetto familiare più che la prospettiva di un lavoro
stabile a spingere Cataldi nello stabilimento, ed è lì che realizza presto che
la busta paga garantisce “pane e veleno”. Ma Cataldi non si fa piegare dal
regime di fabbrica, è anzi categorico: “Ho sempre lottato per la sicurezza sul
lavoro e non sono mai sceso a compromessi”. È questo che porta Cataldi in rotta
con i sindacati e spiega la sua solitudine. E tuttavia quello di Malesangue è un
operaio sui generis a confronto con il resto della letteratura working-class. A
differenza del riottoso metalmeccanico Di Ciaula o dell’epopea siderurgica e poi
post-industriale dei libri di Alberto Prunetti, la parabola narrata da Cataldi
non apre questioni, non pone dubbi, non restituisce un protagonista angosciato,
internamente combattuto, crocevia di tensioni, ma piuttosto un individuo
risolto, a una dimensione, nient’affatto dubitativo, come solo un giusto può
essere. Ci sono buoni e cattivi nella sua fabbrica, ma questi non seguono la
linea demarcata dalla struttura economica, dalla posizione di classe. La
demarcazione non è il risultato di una visione materialista della società che si
fa spazio tra le righe del memoriale, che prende forma nel resoconto
dell’esperienza vissuta nei luoghi di lavoro. Si tratta piuttosto di una
distinzione morale tra pochi operai dalla schiena dritta e tutti gli altri che
mandano la città all’inferno. L’obiettivo politico del libro è chiaro e riflette
il conflitto non sanato in città. La lotta contro la fabbrica non è tanto una
lotta di classe, vecchio arnese del secolo scorso, ma una lotta di santi, di
giusti contro cattivi, nella quale non resta che schierarsi. La solitudine
dell’operaio di Malesangue non è tanto diversa da quella di Peppe siderurgico ma
è una solitudine che ci conforta e consola perché traccia senza tentennamenti il
confine tra buoni e cattivi. Non è il risultato di una struttura economica, dei
rapporti di forza tra classi, ma il prezzo da pagare per essere stato sempre tra
i giusti. La fine di quella solitudine, quindi, non richiede la trasformazione
del sistema economico complessivo; basterà chiudere la fonte del male che è la
fabbrica; né richiede la ricostruzione di corpi collettivi, intermedi, politici;
basterà che la rivolta morale di ognuno di noi porti la conta dei giusti ad
aumentare.
Anche Luca Russo è lavoratore del siderurgico alle prese con la sua personale
solitudine di tuta blu. Sta nel romanzo di Fabio Boccuni, anche lui operaio
dell’ex-Ilva e scrittore, delegato della Fiom tarantina. Ne La Settimana
decisiva, l’operaio di Boccuni parla della famiglia dei Tamburi, del lavoro in
fabbrica, dell’impegno nel sindacato. Viene assunto in primavera, “quando
sbocciano i fiori e si inizia a respirare quell’aria buona di nuove
opportunità”, con un sospiro di sollievo. L’impiego industriale non è il
risultato di un equivoco o di un obbligo familiare, ma la fine del lavoro nero e
precario da manovale edile prima e da metalmeccanico in formazione-lavoro poi.
Con la fine della precarietà inizia l’impegno sindacale e con l’impegno
sindacale arriva la disillusione. La fabbrica è una bestia complessa, i
sindacati hanno armi spuntate da leggi e contratti e sono ormai privi del
vecchio potere collettivo delle mobilitazioni. I lavoratori hanno opportunità di
carriera personali e poca solidarietà, i capireparto hanno il volto feroce del
padrone e quello ammiccante di chi ce la può fare se riesce a stare nelle grazie
di chi comanda. L’orgoglio operaio ormai perso lo custodisce nonno Pietro,
siderurgico in pensione che anima i ricordi delle estati infantili del
protagonista, e che però muore poco dopo il primo sequestro della fabbrica nel
2012. “Era stato un uomo fortunato – riflette il protagonista su suo nonno – ad
appartenere a quella generazione che era stata protagonista di un cambiamento,
una generazione che aveva avuto la possibilità di riconoscersi nelle grandi
organizzazioni di massa, politiche e sindacali, pur senza esserne
necessariamente parte attiva. Quella fortuna, insomma, di non sentirsi troppo
soli a questo mondo”.
Boccuni segue la crisi della fabbrica inventata che aderisce a quella
dell’ex-Ilva e racconta dell’impotenza sostanziale di chi prova a tenere uniti
il fronte operaio e quello ambientalista. Non è una lotta eroica la sua, ma una
prova di resistenza, un continuo farsi attraversare dalle tensioni, dalle
ragioni di ognuno che sono tutte legittime, dagli ostracismi reciproci, dalle
umane miserie, dall’impotenza di mettergli ordine e farne organizzazione
politica. La fine del libro coincide con la fine della fabbrica, che nel romanzo
come nella realtà si appresta a una lenta chiusura. Il protagonista in cassa
integrazione aspetta qualche buona notizia da un editore che ha un suo
manoscritto e da sua sorella che sta per partorire e ragionando sulle sue ferite
di classe scrive: “Ci avevano detto di trovarci un lavoro, di darci da fare, di
prendere moglie, di comprare casa, di fare dei figli, di mettere su famiglia, di
non disdegnare all’occorrenza di impegnarci nel sociale. Noi ci avevamo provato,
ci avevamo provato a fare tutto quello che ci avevano detto di fare. Nonostante
tutto, la nostra condizione era peggiorata: Marcella non c’era più, il mio
lavoro non c’era più. Non c’era più neanche il mio impegno sociale, non avevo
figli, nessuna opportunità, nessuna speranza. Questa era la mia condizione, mia
e di tanti miei coetanei, di tanti miei colleghi di fabbrica”.
La solitudine dell’operaio si è fatta piena, completa e angosciante. Non c’è
giustizia né missione superiore per cui battersi nel libro di Boccuni ma solo un
enorme malinteso: a nascere operai non c’è redenzione, si salvano in pochi, i
giusti, per tutti gli altri ci sono solo macerie.
Il passaggio dalla classe operaia – con i suoi riti, le organizzazioni e le
azioni collettive – alla solitudine dell’operaio sta nello spirito del tempo, ma
a Taranto è anche il risultato del processo di marginalizzazione e
stigmatizzazione delle tute blu tarantine. La crisi ambientale di Taranto si
produce e si aggrava nel cambiamento dei rapporti di forza dentro la fabbrica e
si riproduce fuori con il solco tra movimenti cittadini e organizzazioni dei
lavoratori. La resistenza al disastro ambientale, che prima trovava spazio nelle
lotte sindacali che a partire dalla fabbrica avevano avuto l’ambizione di
negoziare lo sviluppo della città, ha lentamente trovato forma fuori dai
cancelli del siderurgico e fuori dagli attori politici e collettivi del
movimento operaio. In questo passaggio, però, spesso il sindacato, senza forza
di rinegoziare i processi produttivi con l’azienda, ha finito per diventare
l’obiettivo principale – forse perché più facile da colpire – delle critiche,
delle accuse e dei tic dello sciame di soggettività alternative che ha preso
forma in città. Messo in soffitta l’operaio massa, ci è rimasto l’operaio con la
sua solitudine, eroica o angosciante a seconda dei casi.
ULTIMI PREPARATIVI
Nel 2008, quando ho preso il diploma da perito tecnico industriale in una scuola
di paese della provincia di Taranto, il docente di elettronica si raccomandava
con i più studiosi tra noi di impegnarci per prendere un bel voto agli esami di
maturità. I reclutatori dell’Ilva si sarebbero interessati a noi se avessimo
preso bei voti, ci avrebbero dato un’opportunità. L’Ilva in realtà era già
vicina al tracollo e in quella classe già sapevamo che la fabbrica non sarebbe
stato il nostro futuro. Io sono finito a fare altro e dopo anni di lavoro nero e
precariato ho trovato un impiego precario dove mi pagano per fare ricerca. A
tanti anni di distanza la mia precarietà non è diminuita ma si è fatta più
pesante e, nonostante gli sforzi, continua a tenermi lontano dalla mia terra. Ma
è solo un caso che non sia oggi in cassa integrazione ad assistere alla mia
fabbrica che chiude.
In questi giorni contesi, un caro amico che lavora in fabbrica mi ha detto che
si sta preparando alla chiusura. Ha fatto il passaporto, qualche concorso, si
sta guardando intorno. Mi ripete sempre che, finita la fabbrica sarà impossibile
negoziare alcunché. Senza la fabbrica e la sua classe operaia lì concentrata, il
potere contrattuale del territorio sarà ulteriormente indebolito, e tutta la
città – non solo gli operai – sarà incapace di negoziare per bonifiche,
investimenti, e protezioni sociali. Ecco perché i sindacati ancora credono alla
decarbonizzazione, mi spiega, e alla continuità produttiva. «Se mi pagassero per
non lavorare, starei pure zitto e buono – mi dice –, che non è che a me piace
andare a lavorare lì, però bene non sto neanche in cassa integrazione… Io ho
fatto l’acciaio, France’, non so se è chiaro! Le vostre macchine, i vostri
frigoriferi, le vostre lavatrici probabilmente le ho fatte io».
Agli ambientalisti invidio la loro guerra santa, la convinzione davvero
legittima di essere dalla parte di un bene assoluto. Agli operai invidio la
possibilità di tenere i piedi in una storia, la maestria e il sapere che si ruba
nei luoghi della produzione anche quando sei sottopadrone e per lui devi
produrre, la solidarietà meccanica che si crea nella materialità del lavorare
fianco a fianco con un compagno. A Taranto invidio il suo mare, i suoi
intellettuali, la sua storia di lotte operaie dimenticate, la sua rivolta della
riproduzione sociale. (francesco bagnardi)
(disegno di -nm)
Prenderà il via questo mercoledì il corso di scrittura giornalistica di Napoli
MONiTOR su reportage e inchiesta sociale (ottobre-dicembre 2026). Ci sono ancora
tre posti disponibili. Chi è interessato può iscriversi direttamente
partecipando al primo incontro, fissato per mercoledì 14 ottobre alle ore 17 in
redazione (via Broggia 11, terzo piano).
Di seguito le informazioni base:
› Durata del corso: dal 14 ottobre al 15 dicembre 2026.
› Frequenza: un giorno a settimana, il martedì o il mercoledì (da decidere
insieme ai partecipanti), dalle 17:00 alle 19:30.
› Luogo: via Broggia, 11 (Napoli).
› Requisiti: un computer portatile e un po’ di tempo a disposizione.
› Numero massimo di partecipanti: dieci.
› Prezzo: 200 euro (materiali inclusi).
(disegno di ottoeffe)
Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera
592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il
genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa
significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa
memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi
hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti
amministrativi e interviste.
«Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche
loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità,
perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro
Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il
riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024
l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha
presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della
Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la
seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione
affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli
la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e
Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento
nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli
comuni alle grandi città.
Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto
amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale
(Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il
piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e
abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni
abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel
rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un
documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente
realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere
ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni,
a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono
stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali.
La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già
individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza
di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e,
soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico
insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia.
I BUONI PROPOSITI
Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le
baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il
Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche
poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom
continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento
acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche
che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per
Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica
emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale –
istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere
le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione.
È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire
nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato
cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le
comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio:
otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti
dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce
un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la
necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e
verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del
2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi
insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze
dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle
soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del
Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non
corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e
distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi
di un sostegno all’autonomia delle famiglie.
Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo,
un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della
Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti
dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva
il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il
piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare
ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva
un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota,
della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che
prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento
“verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al
sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e
ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È
una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con
l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui
criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie.
L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda
anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone
diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada
provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della
Sanità-Materdei.
Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né
nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del
rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno
costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in
questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro,
il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma
piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità
offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove
hanno radicato la propria esistenza.
La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva
l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al
Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima
dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica
emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate,
indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni
inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso
all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità
dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa
Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare
modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e
le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite
intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga
insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come
indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di
fare riferimento.
IL NODO DELL’ANAGRAFE
L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri
riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che
si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune
corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto,
invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già
sperimentate negli anni precedenti.
Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il
piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica
sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti
nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare
dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano
individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un
problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle
azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si
inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal
ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli
Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato,
l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a
favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è
soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a
incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già
alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi,
che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni
permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo
passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici
realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un
cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati:
quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti
arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla
documentazione raccolta.
Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze
sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania,
l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e
italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di
autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di
provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano,
ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un
punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito,
negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le
risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a
trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e
replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e
sul lavoro nero?
Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più
visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità
delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione
locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a
garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità
rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e,
in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche
attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari
erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato.
Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica
sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile
tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e
formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una
formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di
mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si
trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più
stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque
anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però
cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali.
La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per
accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari
territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che
vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione
anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla
medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione
della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un
pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la
possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La
residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione
locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle
procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi
territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il
lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero
argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità.
Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione
trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente
esercitati.
La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal
Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le
persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli
organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de
Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva
utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a
persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno
strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità
riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà
abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione
particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava
presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte
consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi
di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della
documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli.
Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo
nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom.
Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione,
introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle
persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La
procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei
requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici.
Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a
diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione?
Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è
andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale
del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state
confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri
cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le
municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste,
però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La
procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire
gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti,
quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente
l’iscrizione anagrafica.
Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse
dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano
approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto
realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei
familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati
destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre
nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo
2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di
“sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione
di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel
cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura
commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da
verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone
che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di
accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle
decisioni che le riguardano.
A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La
ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma
dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha
ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di
superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra
nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi
infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta
vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri. Anche la
raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno
preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie
dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento
dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un
rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca.
Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il
riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre
una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella
memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo,
ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro
e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò
che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce
effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel
presente. (pasquale frattini)
(disegno di sam3)
I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in
Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che causa il
disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento
della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di
Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema
fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in
agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata
istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia
cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni
istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati
in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata
oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città.
L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di
epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione”
per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente,
rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta
“immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”,
sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di
eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio.
Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda
pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è
stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico
dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica
estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una
spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale
fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e
politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino
manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel
Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la
riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo
meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che
si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del
contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure
straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione,
sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti,
nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola.
Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a
trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di
specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non
risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso
il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di
governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio
biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e
orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario.
In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento
diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la
semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di
devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate
durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come
organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una
catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente
dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia
potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa
anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che
altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza
fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la
governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante
cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e
trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali
conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire
e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili.
Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese,
il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e
processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti
climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo
rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola
presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La
semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una
relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che
coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema
tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale
tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione
pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica
un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa
proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio
mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto
bene Giovanni D’Elia.
Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è
ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche
vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe,
proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della
devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi
straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate
soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che
emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il
linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra,
le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento
pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto
tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione
storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più
orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio.
Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta
proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi
passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e
sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una
concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso
assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della
Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a
xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento
colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche
condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il
risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi
patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche
estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e
trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un
batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che
rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a
interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo
passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni
storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non
umani.
Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti
economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di
finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di
biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni
di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta
soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita
risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il
valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli
aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da
quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel
territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e
uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove
relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza
produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza
xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la
significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo
spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi
aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto
eolici e fotovoltaici.
La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un
processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di
contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di
pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la
presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa
possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e
ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee.
La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non
possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche
processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e
orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora
interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla
riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza,
trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È
in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera
posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)
A Trieste, piazza Garibaldi è un posto particolare. A prima vista sembra un
grande spartitraffico alberato di forma triangolare tra diverse vie. Guardando
meglio ci si accorge che è anche un centrale punto d’incontro per chi vive tra i
popolosi quartieri San Giacomo e Barriera vecchia, con alcuni bar a fare da
punto di riferimento. La piazza cambia tanto durante il giorno: la mattina
presto si incontrano persone che lavorano nel settore edile, mentre iniziano le
loro attività i banchi di robivecchi o di frutta e verdura; di pomeriggio e di
sera le persone sono diverse, con una certa prevalenza di persone provenienti
dall’ex Jugoslavia. Spesso ai tavolini dei bar sono seduti solo uomini. Negli
ultimi anni la zona è stata sempre più associata a un luogo pericoloso nelle
cronache dei giornali locali e nel giugno 2025 è stata inserita in una delle tre
zone rosse previste dalla prefettura di Trieste. La presenza delle forze di
polizia o dei carabinieri è da allora costante durante tutto il giorno.
Domenica 20 settembre verso le 19 la piazza è molto animata. Oltre ai soliti
avventori dei bar, intorno alla fontana centrale si sono raccolte diverse decine
di persone con delle bandiere rosse. Il traffico nelle vie circostanti è
rallentato, ci sono delle macchine che si sono fermate intorno al presidio con
gli stessi drappi rossi o con delle altre bandiere con la figura di un uomo che
vengono sistemate sui cofani. Sulle bandiere c’è il l’aquila a due teste simbolo
dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), la forza di liberazione del Kosovo
attiva negli anni Novanta e soprattutto nel 1998-99 durante il conflitto con
quello che rimaneva della Jugoslavia. L’uomo sui drappi è Hashim Thaçi, dal 2016
al 2020 presidente del Kosovo dopo aver ricoperto anche altri incarichi di primo
piano, condannato a venticinque anni di carcere lo scorso 16 settembre dalle
corti speciali per il Kosovo, un tribunale kosovaro con sede all’Aja, per reati
gravi come la detenzione come crimine di guerra, trattamento crudele come
crimine di guerra, tortura e omicidio come crimine di guerra. Con lui sono stati
condannati anche Kadri Veseli (diciotto anni), Rexhep Selimi (tredici anni) e
Jakup Krasniqi (venticinque anni), tutti con un ruolo di primo piano nella
gestione dell’UÇK negli anni Novanta. I giudici, di diverse nazionalità, li
hanno invece assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità che l’accusa aveva
mosso nei loro confronti. Nei confronti della sentenza si può ora ricorrere in
appello.
Nel frattempo sono arrivate altre persone e il presidio si è ingrossato.
Qualcuno ha un cartello con la scritta Heronj të luftës, eroe di guerra. Altri
hanno invece con loro la scritta Liria Ka Emër, cioè la libertà ha un nome: è il
nome di una piattaforma nata nel 2020, proprio in corrispondenza delle
dimissioni di Thaçi da presidente del Kosovo e del suo trasferimento a L’Aja per
affrontare il processo.
A un certo punto alcune persone iniziano a muoversi a piedi e in breve dalla
piazza parte una fila di persone che prima cammina sul marciapiede e poi,
all’altezza di largo della Barriera vecchia, irrompe nella strada e blocca il
traffico, dirigendosi verso il centro della città. La polizia sembra sorpresa,
non riesce ad arginare la folla che cammina veloce; la testa lascia addirittura
indietro una parte dei manifestanti, tra cui alcuni bambini. Gli slogan sono in
albanese, non sembra che ci sia l’interesse a farsi capire da chi assiste ai
bordi delle strade o dagli autobus bloccati dalla manifestazione. La folla
scandisce quasi di continuo il nome dell’UÇK, mentre le macchine con le bandiere
rosse continuano a girare nelle strade vicine dando costanti colpi di clacson. I
manifestanti passano per la nevralgica piazza Goldoni e poi si dirigono su via
Mazzini che da lì porta verso il mare. Non lontano c’è la chiesa
serbo-ortodossa, costruita alla fine dell’Ottocento, e viene da pensare che
vogliano andare lì. Invece il corteo svolta nella direzione opposta e arriva
poco dopo nella centralissima piazza Unità, sede della prefettura, della
presidenza della regione e del comune di Trieste.
Nei giorni successivi il giornale locale, Il Piccolo, tratta il tema come una
questione di ordine pubblico, visto che a quanto viene riportato il raduno e poi
il corteo sono stati del tutto spontanei e quindi non comunicati alla questura.
Si dice che la folla considera le persone condannate degli eroi, sorvolando su
quanto peso possa aver avuto la sentenza in un paese dallo status internazionale
incerto come il Kosovo, la cui indipendenza è stata riconosciuta solo da alcuni
paesi senza che nemmeno l’Unione europea abbia una linea comune in merito (per
esempio, né la Grecia né la Spagna hanno riconosciuto l’indipendenza). Inoltre,
le tensioni con la Serbia non sono mai venute meno e negli ultimi mesi si è
aggiunta una marcata instabilità politica.
Basta passare poche ore a Priština per rendersi conto che l’UÇK è considerata
parte della memoria da difendere del paese. Nelle strade della città si trovano
spesso targhe di commemorazione e in centro si possono trovare anche grandi
cartelli sull’UÇK. È quindi facile immaginare che il processo dell’Aja sia visto
come un’accusa alla legittimità dello Stato kosovaro. Nella capitale kosovara il
18 settembre si è tenuta una grande manifestazione in sostegno di Thaçi, Veseli,
Selimi e Krasniqi.
Al di là della questione internazionale e giudiziaria, viene da riflettere sul
ruolo di Trieste in questa vicenda. La città può considerarsi multietnica al più
tardi dall’apertura del porto franco nel XVIII secolo. La decisione
dell’imperatore d’Austria attirò persone diverse, dando vita a una città in cui
la lingua greca, il tedesco, il triestino e diverse lingue slave convivevano,
almeno fino alle fine della prima guerra mondiale. In seguito, nonostante la
fine dell’Impero austro-ungarico, la perdita per Trieste del ruolo di uno dei
due porti nevralgici imperiali e la collocazione all’interno dello Stato
italiano (a eccezione del periodo finale della seconda guerra mondiale fino al
1954) questo carattere è almeno in parte rimasto.
Alcune cose sono cambiate. Comunità storiche, come quella luterana di lingua
tedesca e quella greca, sono numericamente molto meno consistenti rispetto al
passato. Trieste, però, nella seconda metà del Novecento ha sviluppato un legame
con la Jugoslavia e più in generale con l’Europa orientale e con le sue vicende.
Basti pensare che per anni i mercati e i negozi di Ponterosso, intorno al Canal
grande, attraevano clienti dall’est che compravano beni di consumo, come i
jeans, incrementando un settore economico non secondario per la città.
Questo si vede anche nei dati sulla presenza di persone con altre nazionalità in
città. Stando ai dati demografici del 30 giugno 2026 forniti dal comune di
Trieste i serbi presenti in città sarebbero 3.407 e i kosovari 2.065 su 26.678
persone straniere censite. Si tratta rispettivamente della prima e della terza
comunità più presenti in città, frutto soprattutto dell’immigrazione degli
ultimi decenni, e non è da escludere che le cifre siano sottostimate. Gli
albanesi censiti, vicinissimi ai kosovari per diversi aspetti culturali e
linguistici, sono invece 719.
Rimane l’impressione che la città faccia ancora fatica a confrontarsi con
l’eredità delle guerre degli anni Novanta nei Balcani che l’hanno comunque
coinvolta, anche se a distanza, e continui a pensarsi più come un’isola che come
un territorio che alla storia jugoslava e balcanica è legato. Trieste continua a
dare l’idea di una città a più facce in cui ogni comunità ha i suoi luoghi di
riferimento e i suoi canali di espressione culturale, siano il teatro e le
scuole di lingua slovena, i doposcuola, la moschea, un’associazione culturale o
anche i posti di lavoro, come sembra avvenire almeno in parte nel settore edile.
Le diverse comunità possono vivere vicine nello spazio, ma raramente si trovano
insieme e questo può portare a illudersi che i conflitti siano ormai sopiti o
poco rilevanti. Dopo la manifestazione del 20 settembre, che ha sorpreso la
città e che altrettanto rapidamente la città sembra voler superare, viene
spontaneo chiedersi se per Trieste non sia il caso di pensare a dei luoghi e a
delle opportunità stabili di incontro tra le comunità, almeno con l’obiettivo di
avere più consapevolezza della storia di chi ci vive accanto. (alessandro
stoppoloni)
(disegno di renaud eymony)
Durerà quel che durerà, come da più di dieci anni a questa parte, ma quanto ci
saremo divertiti nel frattempo: a vedere il panico del governo, lo scandalo dei
razzisti, il terrore della borghesia.
Beviamo le loro lacrime, ma non dimentichiamo niente: un ragazzino di sedici
anni ha perso un occhio dopo aver ricevuto una flash-ball in faccia, uno di
quattordici ha la mascella ridotta in poltiglia dopo che dei poliziotti gli
hanno sparato un lacrimogeno addosso a bruciapelo. In un video si vede un
poliziotto in borghese mentre cerca di mettere la testa di un ragazzo nell’acqua
di un ruscello, per fargli paura (poi è risalito, e se le è prese di santa
ragione, suscitando lo scandalo dei media); un altro ancora mostra un ragazzo
minuto, accovacciato a terra tra quattro energumeni (poliziotti, pardon), col
braccio gonfio, piange, dice che gliel’hanno rotto, e quelli ridono, gli
storcono il braccio ancora di più, uno di loro dice che ne ha già mutilati agli
occhi almeno quattro.
‘Sti ragazzini sono forti, non c’è che dire. Ultra-politicizzati, ben coscienti
del razzismo che subiscono, delle violenze della polizia, delle discriminazioni
che li dannano ancor prima che raggiungano la maggiore età. Hanno una padronanza
dei media avanzatissima, un discorso ben costruito da servire ai giornalisti
come me che accorrono davanti al loro liceo quando brucia la spazzatura. Io
sono, d’altronde, un bersaglio facile. Passati i trentacinque anni non posso che
sembrargli vecchio e loro mi stordiscono con le storie di aule fatiscenti e
insegnanti che mancano, ma lo senti subito che la realtà è un’altra: sono
incazzati neri col mondo, e a ben donde.
Loro hanno un lemma ormai generazionale per definire tutto ciò che alimenta la
loro giusta collera: «la France à Macron», la Francia di Macron, o meglio, più
esattamente: “la Francia a immagine e somiglianza di Macron”, ovvero la
Francia-Macron. Una Francia ultra-liberista, in crisi di bilancio nera, pronta a
farla pagare a tutti meno che ai ricchi e ai padroni, desiderosa di vendere lo
stato (sociale ma non solo) al primo offerente, tranne per quanto riguarda gli
apparati della repressione. La Francia-Macron infatti si regge su due gambe,
entrambe purulente: i desideri dei padroni e la violenza della polizia.
In dieci anni la polizia di Macron ha mutilato e ucciso decine e decine di
persone, ne ha arrestate decine di migliaia di altre, dai gilet gialli ai
movimenti contro le pensioni. Ma soprattutto, ha fatto un decennio di guerra ai
giovani, in particolar modo quelli delle classi popolari.
È come parte di questa guerra che va inteso l’omicidio di Nahel Merzouk,
diciassette anni, nel giugno 2023. Le rivolte seguite alla sua morte sono state
affrontate sul piano militare dalla macronie, letteralmente: carri armati, teste
di cuoio, armi non convenzionali, coprifuoco, assedi. E prigionieri: migliaia di
arresti, condanne, fedine penali sporcate per punire e intimidire, ben sapendo
che, se vieni dal basso, una fedina penale sporca significa non poter più
lavorare.
È in questa guerra contro i giovani che Macron ha istituito la terrificante
piattaforma Parcoursup, che decide lei dove potrai andare a studiare, se hai la
fortuna di passare la selezione, amplificando com’è ovvio che sia le
diseguaglianze. È in questa guerra che ha ridotto i sussidi giovanili, tagliato
i servizi, i fondi di scuola e università, precarizzato gli insegnanti,
aumentato le rette universitarie.
Anche in questo caso, la macronie ha reagito come ha sempre fatto quando si è
trovata davanti alla ribellione dei giovani: militarizzando il conflitto.
Davanti a quella che sembrava inizialmente una normale maretta studentesca, il
governo ha spedito migliaia di energumeni armati di tutto punto con la consegna
precisa di usare la mano pesante, costi quel che costi.
Un’evidente recipe for a disaster: la maretta si è fatta tempesta e presto
tsunami. Ora, persino i sindacati hanno deciso di unirsi agli studenti, un fatto
senza precedenti nella storia sociale francese. La Cgt, Solidaires e tutti gli
altri, persino la Cfdt (tipo la Cisl) hanno annunciato che sciopereranno e
saranno in piazza il 6 ottobre, a fianco agli studenti e nella data scelta da
questi ultimi, per proteggerli e denunciare all’unisono la violenza della
polizia.
C’è la finanziaria da approvare, poi le elezioni ad aprile. Non hanno una
maggioranza in parlamento e come faranno? Chissà, forse ancora una volta si
appoggeranno ai voti del Rassemblement National, loro – i macronisti – che
avevano promesso dieci anni fa che, ora che erano giunti al potere, la gente
avrebbe smesso di «votare per gli estremi».
Sarebbe coerente: a parte La France Insoumise e qualche altro pezzo di gauche,
nessun partito ha espresso solidarietà con i giovani ribelli. Mi ha detto un
amico, prof in un liceo di banlieue: siccome questi ragazzi sono prevalentemente
razzializzati e/o dei quartieri popolari, gli si nega persino il “diritto” di
essere bambini. Per definizione sono animali, pericolosi, classes dangereuses. E
quindi è legittimo mazzuolarli, mutilarli, sbatterli in galera: a poco vale la
loro età anagrafica, cioè il fatto che l’85% degli arrestati siano minori, come
comunicato dalla prefettura di Parigi per quanto riguarda gli arrestati nella
regione della capitale.
È qui che si opera la vera, reale, concreta fusione tra macronismo e lepenismo,
che poi appare sempre più come un passaggio di testimone. In questo razzismo e
classismo senza imbarazzi, anzi fiero della propria crudeltà, che fa dell’uso
della nuda violenza una strategia di governo. Questo rapprochement non a caso è
dapprima emerso durante le rivolte per Nahel, quando tutti (a parte La France
Insoumise) invocavano “l’ordine repubblicano”, che poi assomigliava parecchio a
un ordine mortifero. Anche oggi s’invoca il ritorno alla calma, ma quello che
vogliono, in realtà, sono la morte e il silenzio.
Hanno spaccato teste e occhi, gambe e braccia, hanno fatto la frittata. Che se
la mangino. Con l’augurio che gli vada di traverso una volta per tutte. (filippo
ortona)
(disegno di peppe cerillo)
Settembre si apre con una tragedia: a Pietralata una coppia di quarantenni
uccide la figlia disabile, dopodiché i due si sparano. Lasciano lettere che
descrivono la solitudine in cui sono stati lasciati dalle istituzioni che
dovevano tutelare disabilità e salute mentale. Il 2 un uomo accoltella l’ex
moglie a Torvaianica, e il 3 un cinquantenne a Ostia uccide la madre ottantenne,
poi si suicida gettandosi dal balcone.
Intanto, il Consiglio di Stato sospende il procedimento del municipio contro
Casale Garibaldi. Il 7 sindaco e diversi assessori consegnano le chiavi di quasi
tutti gli appartamenti di via del Porto Fluviale, un’occupazione trasformata in
settanta case popolari, agli abitanti. L’associazione LabUr fa un esposto contro
la “Palestra della legalità” su via dell’Idroscalo: milioni di euro pubblici
sperperati a beneficio di società private che lasciano l’immobile
nell’abbandono. Il 9 a Montecitorio c’è un presidio contro il Ddl antisemitismo:
partecipano anche consiglieri e deputati. Un ex consigliere di sinistra presente
in piazza strappa a un altro manifestante la bandiera del “Partito di Dio”
libanese, perché considerato organizzazione terrorista dagli Usa (come anche
Autistici/Inventati, del resto). Il 10 c’è un evento metereologico estremo: una
tempesta di pioggia che riversa sulla città oltre 100 mm. di acqua in
ventiquattr’ore; secondo gli annali si tratterebbe di un evento che avviene ogni
centocinquant’anni, eppure era già avvenuto il 5 gennaio scorso. Il livello
d’acqua del fosso alluvionale di Vallerano sale da 0 a 2,5 metri in dieci
minuti.
Venerdì 11 mattina muore Emma Bonino, a settantotto anni, dopo alcuni giorni di
ricovero all’ospedale Santo Spirito. Il 12 alcune associazioni musulmane
presentano una richiesta di allontanamento dalla città per Simone Carabella, ex
pugile che ha cercato di provocare più volte gruppi di migranti senza riuscirci.
La fondazione Hind Rajab denuncia alla Procura di Roma la presenza in Italia di
Idit Sliman, ministra del governo Netanyahu che promuove e pianifica il
genocidio e la pulizia etnica dei palestinesi. L’Italia dovrebbe arrestarla, ma
non lo fa. Alessandro Di Battista arriva all’ospedale Gemelli, rimpatriato da
Cuba.
Il 14 a Ostia Nuova un operaio di Cisterna (Latina) muore ucciso dal crollo di
un’impalcatura che lo fa precipitare dal terzo piano. Stava lavorando alla
ristrutturazione delle palazzine Armellini su via Forni. Il 15 c’è una riunione
tra Dipartimento Patrimonio e Aequa Roma sulle lettere di morosità alle
inquiline delle case popolari: sono state recapitate già tremila missive.
Durante un’assemblea studentesca alla Sapienza, si presentano una decina di
poliziotti e carabinieri dei vicini commissariati San Lorenzo e Sapienza, come
se la presenza delle forze armate in università fosse normale. A Fiumicino
arriva un volo da Gaza, carico di persone sfuggite al campo di sterminio in cui
rimangono rinchiusi due milioni di palestinesi.
Il 17 si costituisce il killer di Prati, un cinquantenne disoccupato bianco con
due cognomi, che ingannava il tempo sparando ai passanti, soprattutto donne. La
stampa minimizza, umanizza, mostra il lato sociale della cosa. Il 18 in una
scuola di Centocelle un ragazzo di tredici anni, italiano e bianco, accoltella
la sua insegnante, filmando tutta la scena con il cellulare. L’insegnante
minimizza, comprende, e ripete che bisogna mandare via i migranti (tra cui il
ragazzo che l’ha difesa). Quindici comitati territoriali di Roma firmano un
comunicato, promosso anche dall’Arci, in cui dichiarano di non voler partecipare
alla manifestazione del giorno dopo per Spin Time, vista la presenza in piazza
del Partito Democratico e della giunta Gualtieri, che ha venduto la città ai
fondi immobiliari. Cade una pioggia torrenziale, particolarmente forte nella
zona Nord della città. Il 19 c’è l’attesa manifestazione: partecipano migliaia
di persone, cinquemila per la questura, cinquantamila per gli organizzatori.
Il 22 muore un operaio di ventidue anni che lavorava dentro al Colosseo. La
sovrintendenza si rifiuta di chiudere il sito archeologico in segno di lutto:
l’allarme sicurezza non include certo chi lavora. Il 24 c’è una manifestazione
davanti al palazzo delle Politiche abitative contro le “cartelle pazze” nei
palazzi Erp; e nel pomeriggio un corteo a Tor Sapienza con le bandiere italiane,
per chiedere lo sgombero di un palazzo abbandonato in via Tallone, al grido di
“Tor Sapienza sicura” e alla presenza di alcuni membri di Fratelli d’Italia.
Il 26 al Porto Fluviale c’è un convegno per una legge sul controllo degli
affitti (rent control). Due ragazzi in motorino, attivisti di un’organizzazione
comunista, vengono aggrediti sul Lungotevere, vicino piazza Cavour, al grido
“Palestinesi di merda”. Il 29 la Conferenza dei servizi decisoria approva
definitivamente il progetto dello stadio di Friedkin a Pietralata. Sindaco e
assessori, gli stessi che dicevano che i fondi non hanno un cuore, ora esultano,
insieme alle lobby dei costruttori e al governo Meloni. Il cemento, si sa, tiene
tutti insieme. Intanto, al consiglio del V Municipio si vota per una mozione
contro l’islamofobia. Si presentano due provocatori, tra cui l’immancabile
pugile fallito Simone Carabella, che strappano ostentatamente una bandiera
palestinese e insultano le donne. Alla fine vengono cacciati dalla folla. Al
termine della lunga seduta la mozione viene approvata. (stefano portelli)
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gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto
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– 2024 | Anno non Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
(disegno di guerrilla spam)
Da: officinaprimomaggio.eu
In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un
parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland)
nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici
del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si
chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila
follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider,
laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del
partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di
origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto
tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?”
Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a
Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di
estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a
Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce
lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con
loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU.
Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene,
grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte
ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non
posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen)
si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo
di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert
Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione
all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che
abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti
dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche
anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume.
Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70
anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una
piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni
con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi
fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR,
nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la
Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia.
Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera
diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la
votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le
regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con
capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con
capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono
particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa
d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese
fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della
forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne
vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone
prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la
globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e
lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone
incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei
colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta
verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD
che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati,
più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono
andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al
governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in
Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in
quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno
opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania
ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo
indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò
malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non
conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion
d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali
tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! –
persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma
persistono.
Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione
impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi
anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte
flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in
Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel
godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso
una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche
questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi
fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della
forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione.
In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello
dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti
degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione).
Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche
sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso
vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta.
Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione
alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della
classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù
iperprecarizzata.
Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone
sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male
economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico,
come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in
difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a
Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e
del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e
all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità
diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc.
L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali,
fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali
dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto,
così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”.
Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei
giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E
non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato,
avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di
sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano
queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive
positive”.
Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali.
Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con
posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le
cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti
sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività
delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come
l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non
c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima
membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della
Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni
soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto
il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi;
colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono
bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco
sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel
ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza
comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue
Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare
i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è
un neonazi, secondo me.
Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il
discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra
europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del
nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la
trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova
destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al
quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se
noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci
chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un
granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o
di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei
rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in
Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono
andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche
più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi
contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene
chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura,
logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in
genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro,
le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a
Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il
modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in
poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono
stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del
primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di
macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria.
Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare
con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha
fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato
l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo
a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario
al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura
tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché
la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della
procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva
incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che
aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere
soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del
sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il
colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a
dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa
congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare
sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz
che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una
nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore
di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato
sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il
mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci,
inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della
responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a
Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”.
Ma di che riforme sta parlando?
“Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale
che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno
i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di
destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica
abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose
vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e
la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la
soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul
rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per
formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle
loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io,
non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR.
Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il
rischio AfD”?
Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli
che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte
uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza.
Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione
online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi
l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke
(quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo
governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il
riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz
rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È
un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer)
costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che
possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente
comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è
uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”.
Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che
combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil.
Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare
vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi
questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità
indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di
competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz?
La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel
trattore è in panne?
Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi
predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha
portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la
loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen
prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero
fare? La stessa cosa: barcamenarsi.
Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un
rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di
fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a
vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le
nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle.
Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di
Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci,
sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il
rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può
creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del
prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino
e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti
sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella
riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi
che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella
parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella
fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista
della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus
aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura
tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho
viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund,
Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva
cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano
con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia”
diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove
hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto
un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove
abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità
scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio
internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per
infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo.
Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario
della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla
CDU.
Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR
– l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della
storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio
bologna)
(disegno di diego miedo)
In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali
per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano
come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che
adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e
sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per
la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o
personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della
rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a
uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”).
Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali
strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per
rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una
vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate
appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in
villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a
vela rincorrersi nel golfo.
Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente
operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato
l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia
di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private
e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di
migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i
miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand,
Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing,
K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si
sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via
drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il
materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre
gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità.
L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in
particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle
interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta
trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà,
se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state:
nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle
scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella
giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro
urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo
sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte
sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco
della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei
luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto.
L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la
sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di
sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono
sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del
mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma
anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più
della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte
del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate
gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano).
Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al
sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino
una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo
largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di
immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia
nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione
politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva
e all’immagine della città”.
Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver
ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È
stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si
“finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato
stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore,
ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito
di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si
candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha
raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in
redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no».
Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore,
ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel
sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando
l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da
Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come
giornalista ma senza dire per chi lavorava).
Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi,
non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del
“grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico
silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti
dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del
litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi,
degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza
abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione.
La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche
sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la
stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in
corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione
nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto
Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato
spazio alla voce degli oppositori all’evento.
Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a
qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa,
lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da
oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi
protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e
dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano
avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare
in corteo a febbraio più di tremila persone).
La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da
fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria,
c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e
bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni,
sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore
oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la
pena lottare. (riccardo rosa)
(disegno di roberto-c.)
È in libreria a Napoli, e a breve in altre città italiane, Angoli morti. Corpi,
arti e lingue nella città merce, un libro di Roberto-C.
Pubblichiamo a seguire un estratto dell’introduzione, a cura di Francesco
Migliaccio.
* * *
Sono passati vent’anni – era il 2006 – dall’uscita del primo numero mensile di
Napoli Monitor. Il giornale e, in seguito, il sito napolimonitor.it e la rivista
Lo stato delle città sono stati gli spazi editoriali che hanno stimolato e
accolto la scrittura di Roberto-C. Al contempo, Roberto ha fatto parte per tre
decenni – tra il 1994 e il 2024 – del collettivo di artisti noto come cyop&kaf.
Gli scritti selezionati e qui raccolti sono nati dall’intersezione tra le
esperienze artistiche di cyop&kaf e il lavoro editoriale della redazione di
Monitor.
Napoli è il contesto materiale e affettivo da cui s’origina la scrittura di
Roberto-C. ed è importante, per comprenderla, tenere conto della forma della
città e dei suoi cambiamenti nell’arco di questi vent’anni. Un primo, parziale
spunto è nell’anno stesso che origina questo percorso, il 2006. Allora usciva
per Mondadori Gomorra. L’opera di Saviano è stata oggetto di un fraintendimento
che ha avuto conseguenze nefaste: il memoir ipertrofico di un io dallo sguardo
allucinato – interessante se letto in questo senso – è stato interpretato come
documento realistico sulla città e le sue dinamiche criminali. Ossessive
visioni iper-realistiche sono state così assunte come descrizione materiale
della realtà e hanno contribuito a costruire uno scenario semplificato, adatto
alla scena spettacolare, che ha ispirato il linguaggio giornalistico, le serie
televisive, il discorso della cultura egemone. Da qui si è generato un
paradosso su cui la scrittura di Roberto-C. insiste spesso.
Ecco il paradosso. Esiste una classe sociale metropolitana – un proletariato
marginale, di formazione antica – sfruttata dalle varie configurazioni assunte
dal sistema produttivo moderno e sottoposta a insicurezza economica e precarietà
lavorativa. Chi appartiene a questo mondo è spesso invisibile ai ceti
superiori, oppure detestato e marchiato dallo stigma. Roberto cita Ellison di
Invisible man: “Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro […]. Sono
un uomo che ha consistenza, di carne e ossa, fibre e umori, e si può persin
dire che posseggo un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente si
rifiuta di vedermi: capito?”. Nella concretezza della quotidianità gli
invisibili, o negri napoletani, sono evitati dalle classi appena un po’ più
garantite, ma al contempo – qui la sostanza del paradosso – sono trasformati in
uno stereotipo adatto allo spettacolo: i loro fantasmi abitano i prodotti
culturali costruiti per il consumo di massa. Un’elisione delle tracce materiali
– che si traduce in rimozione di relazioni, incontri e scontri nella città
concreta – corrisponde a una rappresentazione bulimica delle ombre di un
proletariato incivile e criminale. Rovesciare questo paradosso – dunque andare
contro il discorso simbolico dominante – è una sfida lanciata dagli scritti di
vent’anni e da un lavoro artistico che ha dieci anni in più̀.