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Comunità rom e politiche pubbliche a Napoli. Molti piani, pochi fatti
(disegno di ottoeffe) Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera 592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti amministrativi e interviste. «Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità, perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024 l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli comuni alle grandi città. Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale (Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni, a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali. La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e, soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia. I BUONI PROPOSITI Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale – istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione. È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio: otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del 2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi di un sostegno all’autonomia delle famiglie. Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo, un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota, della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento “verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie. L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della Sanità-Materdei. Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro, il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove hanno radicato la propria esistenza. La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate, indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di fare riferimento. IL NODO DELL’ANAGRAFE L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto, invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già sperimentate negli anni precedenti. Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato, l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi, che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati: quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla documentazione raccolta. Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania, l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano, ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito, negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e sul lavoro nero? Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e, in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato. Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali. La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità. Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente esercitati. La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli. Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom. Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione, introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici. Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione? Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste, però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti, quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente l’iscrizione anagrafica. Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo 2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di “sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle decisioni che le riguardano. A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri.  Anche la raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca. Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo, ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel presente. (pasquale frattini)
napoli
Un batterio al potere. In Calabria si grida all’emergenza per trasformare il territorio agricolo
(disegno di sam3) I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che causa il disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città. L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione” per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente, rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta “immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”, sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio. Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione, sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti, nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola. Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario. In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili. Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese, il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto bene Giovanni D’Elia. Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe, proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra, le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio. Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non umani. Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto eolici e fotovoltaici. La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee. La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza, trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)
ambiente
Bandiere rosse a Trieste. La città e l’eredità delle guerre balcaniche
  A Trieste, piazza Garibaldi è un posto particolare. A prima vista sembra un grande spartitraffico alberato di forma triangolare tra diverse vie. Guardando meglio ci si accorge che è anche un centrale punto d’incontro per chi vive tra i popolosi quartieri San Giacomo e Barriera vecchia, con alcuni bar a fare da punto di riferimento. La piazza cambia tanto durante il giorno: la mattina presto si incontrano persone che lavorano nel settore edile, mentre iniziano le loro attività i banchi di robivecchi o di frutta e verdura; di pomeriggio e di sera le persone sono diverse, con una certa prevalenza di persone provenienti dall’ex Jugoslavia. Spesso ai tavolini dei bar sono seduti solo uomini. Negli ultimi anni la zona è stata sempre più associata a un luogo pericoloso nelle cronache dei giornali locali e nel giugno 2025 è stata inserita in una delle tre zone rosse previste dalla prefettura di Trieste. La presenza delle forze di polizia o dei carabinieri è da allora costante durante tutto il giorno. Domenica 20 settembre verso le 19 la piazza è molto animata. Oltre ai soliti avventori dei bar, intorno alla fontana centrale si sono raccolte diverse decine di persone con delle bandiere rosse. Il traffico nelle vie circostanti è rallentato, ci sono delle macchine che si sono fermate intorno al presidio con gli stessi drappi rossi o con delle altre bandiere con la figura di un uomo che vengono sistemate sui cofani. Sulle bandiere c’è il l’aquila a due teste simbolo dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), la forza di liberazione del Kosovo attiva negli anni Novanta e soprattutto nel 1998-99 durante il conflitto con quello che rimaneva della Jugoslavia. L’uomo sui drappi è Hashim Thaçi, dal 2016 al 2020 presidente del Kosovo dopo aver ricoperto anche altri incarichi di primo piano, condannato a venticinque anni di carcere lo scorso 16 settembre dalle corti speciali per il Kosovo, un tribunale kosovaro con sede all’Aja, per reati gravi come la detenzione come crimine di guerra, trattamento crudele come crimine di guerra, tortura e omicidio come crimine di guerra. Con lui sono stati condannati anche Kadri Veseli (diciotto anni), Rexhep Selimi (tredici anni) e Jakup Krasniqi (venticinque anni), tutti con un ruolo di primo piano nella gestione dell’UÇK negli anni Novanta. I giudici, di diverse nazionalità, li hanno invece assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità che l’accusa aveva mosso nei loro confronti. Nei confronti della sentenza si può ora ricorrere in appello. Nel frattempo sono arrivate altre persone e il presidio si è ingrossato. Qualcuno ha un cartello con la scritta Heronj të luftës, eroe di guerra. Altri hanno invece con loro la scritta Liria Ka Emër, cioè la libertà ha un nome: è il nome di una piattaforma nata nel 2020, proprio in corrispondenza delle dimissioni di Thaçi da presidente del Kosovo e del suo trasferimento a L’Aja per affrontare il processo. A un certo punto alcune persone iniziano a muoversi a piedi e in breve dalla piazza parte una fila di persone che prima cammina sul marciapiede e poi, all’altezza di largo della Barriera vecchia, irrompe nella strada e blocca il traffico, dirigendosi verso il centro della città. La polizia sembra sorpresa, non riesce ad arginare la folla che cammina veloce; la testa lascia addirittura indietro una parte dei manifestanti, tra cui alcuni bambini. Gli slogan sono in albanese, non sembra che ci sia l’interesse a farsi capire da chi assiste ai bordi delle strade o dagli autobus bloccati dalla manifestazione. La folla scandisce quasi di continuo il nome dell’UÇK, mentre le macchine con le bandiere rosse continuano a girare nelle strade vicine dando costanti colpi di clacson. I manifestanti passano per la nevralgica piazza Goldoni e poi si dirigono su via Mazzini che da lì porta verso il mare. Non lontano c’è la chiesa serbo-ortodossa, costruita alla fine dell’Ottocento, e viene da pensare che vogliano andare lì. Invece il corteo svolta nella direzione opposta e arriva poco dopo nella centralissima piazza Unità, sede della prefettura, della presidenza della regione e del comune di Trieste. Nei giorni successivi il giornale locale, Il Piccolo, tratta il tema come una questione di ordine pubblico, visto che a quanto viene riportato il raduno e poi il corteo sono stati del tutto spontanei e quindi non comunicati alla questura. Si dice che la folla considera le persone condannate degli eroi, sorvolando su quanto peso possa aver avuto la sentenza in un paese dallo status internazionale incerto come il Kosovo, la cui indipendenza è stata riconosciuta solo da alcuni paesi senza che nemmeno l’Unione europea abbia una linea comune in merito (per esempio, né la Grecia né la Spagna hanno riconosciuto l’indipendenza). Inoltre, le tensioni con la Serbia non sono mai venute meno e negli ultimi mesi si è aggiunta una marcata instabilità politica. Basta passare poche ore a Priština per rendersi conto che l’UÇK è considerata parte della memoria da difendere del paese. Nelle strade della città si trovano spesso targhe di commemorazione e in centro si possono trovare anche grandi cartelli sull’UÇK. È quindi facile immaginare che il processo dell’Aja sia visto come un’accusa alla legittimità dello Stato kosovaro. Nella capitale kosovara il 18 settembre si è tenuta una grande manifestazione in sostegno di Thaçi, Veseli, Selimi e Krasniqi. Al di là della questione internazionale e giudiziaria, viene da riflettere sul ruolo di Trieste in questa vicenda. La città può considerarsi multietnica al più tardi dall’apertura del porto franco nel XVIII secolo. La decisione dell’imperatore d’Austria attirò persone diverse, dando vita a una città in cui la lingua greca, il tedesco, il triestino e diverse lingue slave convivevano, almeno fino alle fine della prima guerra mondiale. In seguito, nonostante la fine dell’Impero austro-ungarico, la perdita per Trieste del ruolo di uno dei due porti nevralgici imperiali e la collocazione all’interno dello Stato italiano (a eccezione del periodo finale della seconda guerra mondiale fino al 1954) questo carattere è almeno in parte rimasto. Alcune cose sono cambiate. Comunità storiche, come quella luterana di lingua tedesca e quella greca, sono numericamente molto meno consistenti rispetto al passato. Trieste, però, nella seconda metà del Novecento ha sviluppato un legame con la Jugoslavia e più in generale con l’Europa orientale e con le sue vicende. Basti pensare che per anni i mercati e i negozi di Ponterosso, intorno al Canal grande, attraevano clienti dall’est che compravano beni di consumo, come i jeans, incrementando un settore economico non secondario per la città. Questo si vede anche nei dati sulla presenza di persone con altre nazionalità in città. Stando ai dati demografici del 30 giugno 2026 forniti dal comune di Trieste i serbi presenti in città sarebbero 3.407 e i kosovari 2.065 su 26.678 persone straniere censite. Si tratta rispettivamente della prima e della terza comunità più presenti in città, frutto soprattutto dell’immigrazione degli ultimi decenni, e non è da escludere che le cifre siano sottostimate. Gli albanesi censiti, vicinissimi ai kosovari per diversi aspetti culturali e linguistici, sono invece 719. Rimane l’impressione che la città faccia ancora fatica a confrontarsi con l’eredità delle guerre degli anni Novanta nei Balcani che l’hanno comunque coinvolta, anche se a distanza, e continui a pensarsi più come un’isola che come un territorio che alla storia jugoslava e balcanica è legato. Trieste continua a dare l’idea di una città a più facce in cui ogni comunità ha i suoi luoghi di riferimento e i suoi canali di espressione culturale, siano il teatro e le scuole di lingua slovena, i doposcuola, la moschea, un’associazione culturale o anche i posti di lavoro, come sembra avvenire almeno in parte nel settore edile. Le diverse comunità possono vivere vicine nello spazio, ma raramente si trovano insieme e questo può portare a illudersi che i conflitti siano ormai sopiti o poco rilevanti. Dopo la manifestazione del 20 settembre, che ha sorpreso la città e che altrettanto rapidamente la città sembra voler superare, viene spontaneo chiedersi se per Trieste non sia il caso di pensare a dei luoghi e a delle opportunità stabili di incontro tra le comunità, almeno con l’obiettivo di avere più consapevolezza della storia di chi ci vive accanto. (alessandro stoppoloni)
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La guerra ai giovani (poveri) in Francia
(disegno di renaud eymony) Durerà quel che durerà, come da più di dieci anni a questa parte, ma quanto ci saremo divertiti nel frattempo: a vedere il panico del governo, lo scandalo dei razzisti, il terrore della borghesia.  Beviamo le loro lacrime, ma non dimentichiamo niente: un ragazzino di sedici anni ha perso un occhio dopo aver ricevuto una flash-ball in faccia, uno di quattordici ha la mascella ridotta in poltiglia dopo che dei poliziotti gli hanno sparato un lacrimogeno addosso a bruciapelo. In un video si vede un poliziotto in borghese mentre cerca di mettere la testa di un ragazzo nell’acqua di un ruscello, per fargli paura (poi è risalito, e se le è prese di santa ragione, suscitando lo scandalo dei media); un altro ancora mostra un ragazzo minuto, accovacciato a terra tra quattro energumeni (poliziotti, pardon), col braccio gonfio, piange, dice che gliel’hanno rotto, e quelli ridono, gli storcono il braccio ancora di più, uno di loro dice che ne ha già mutilati agli occhi almeno quattro.  ‘Sti ragazzini sono forti, non c’è che dire. Ultra-politicizzati, ben coscienti del razzismo che subiscono, delle violenze della polizia, delle discriminazioni che li dannano ancor prima che raggiungano la maggiore età. Hanno una padronanza dei media avanzatissima, un discorso ben costruito da servire ai giornalisti come me che accorrono davanti al loro liceo quando brucia la spazzatura. Io sono, d’altronde, un bersaglio facile. Passati i trentacinque anni non posso che sembrargli vecchio e loro mi stordiscono con le storie di aule fatiscenti e insegnanti che mancano, ma lo senti subito che la realtà è un’altra: sono incazzati neri col mondo, e a ben donde.  Loro hanno un lemma ormai generazionale per definire tutto ciò che alimenta la loro giusta collera: «la France à Macron», la Francia di Macron, o meglio, più esattamente: “la Francia a immagine e somiglianza di Macron”, ovvero la Francia-Macron. Una Francia ultra-liberista, in crisi di bilancio nera, pronta a farla pagare a tutti meno che ai ricchi e ai padroni, desiderosa di vendere lo stato (sociale ma non solo) al primo offerente, tranne per quanto riguarda gli apparati della repressione. La Francia-Macron infatti si regge su due gambe, entrambe purulente: i desideri dei padroni e la violenza della polizia.  In dieci anni la polizia di Macron ha mutilato e ucciso decine e decine di persone, ne ha arrestate decine di migliaia di altre, dai gilet gialli ai movimenti contro le pensioni. Ma soprattutto, ha fatto un decennio di guerra ai giovani, in particolar modo quelli delle classi popolari. È come parte di questa guerra che va inteso l’omicidio di Nahel Merzouk, diciassette anni, nel giugno 2023. Le rivolte seguite alla sua morte sono state affrontate sul piano militare dalla macronie, letteralmente: carri armati, teste di cuoio, armi non convenzionali, coprifuoco, assedi. E prigionieri: migliaia di arresti, condanne, fedine penali sporcate per punire e intimidire, ben sapendo che, se vieni dal basso, una fedina penale sporca significa non poter più lavorare.  È in questa guerra contro i giovani che Macron ha istituito la terrificante piattaforma Parcoursup, che decide lei dove potrai andare a studiare, se hai la fortuna di passare la selezione, amplificando com’è ovvio che sia le diseguaglianze. È in questa guerra che ha ridotto i sussidi giovanili, tagliato i servizi, i fondi di scuola e università, precarizzato gli insegnanti, aumentato le rette universitarie.  Anche in questo caso, la macronie ha reagito come ha sempre fatto quando si è trovata davanti alla ribellione dei giovani: militarizzando il conflitto. Davanti a quella che sembrava inizialmente una normale maretta studentesca, il governo ha spedito migliaia di energumeni armati di tutto punto con la consegna precisa di usare la mano pesante, costi quel che costi.  Un’evidente recipe for a disaster: la maretta si è fatta tempesta e presto tsunami. Ora, persino i sindacati hanno deciso di unirsi agli studenti, un fatto senza precedenti nella storia sociale francese. La Cgt, Solidaires e tutti gli altri, persino la Cfdt (tipo la Cisl) hanno annunciato che sciopereranno e saranno in piazza il 6 ottobre, a fianco agli studenti e nella data scelta da questi ultimi, per proteggerli e denunciare all’unisono la violenza della polizia.  C’è la finanziaria da approvare, poi le elezioni ad aprile. Non hanno una maggioranza in parlamento e come faranno? Chissà, forse ancora una volta si appoggeranno ai voti del Rassemblement National, loro – i macronisti – che avevano promesso dieci anni fa che, ora che erano giunti al potere, la gente avrebbe smesso di «votare per gli estremi».  Sarebbe coerente: a parte La France Insoumise e qualche altro pezzo di gauche, nessun partito ha espresso solidarietà con i giovani ribelli. Mi ha detto un amico, prof in un liceo di banlieue: siccome questi ragazzi sono prevalentemente razzializzati e/o dei quartieri popolari, gli si nega persino il “diritto” di essere bambini. Per definizione sono animali, pericolosi, classes dangereuses. E quindi è legittimo mazzuolarli, mutilarli, sbatterli in galera: a poco vale la loro età anagrafica, cioè il fatto che l’85% degli arrestati siano minori, come comunicato dalla prefettura di Parigi per quanto riguarda gli arrestati nella regione della capitale.  È qui che si opera la vera, reale, concreta fusione tra macronismo e lepenismo, che poi appare sempre più come un passaggio di testimone. In questo razzismo e classismo senza imbarazzi, anzi fiero della propria crudeltà, che fa dell’uso della nuda violenza una strategia di governo. Questo rapprochement non a caso è dapprima emerso durante le rivolte per Nahel, quando tutti (a parte La France Insoumise) invocavano “l’ordine repubblicano”, che poi assomigliava parecchio a un ordine mortifero. Anche oggi s’invoca il ritorno alla calma, ma quello che vogliono, in realtà, sono la morte e il silenzio. Hanno spaccato teste e occhi, gambe e braccia, hanno fatto la frittata. Che se la mangino. Con l’augurio che gli vada di traverso una volta per tutte. (filippo ortona)
mondo
Rewind Roma, settembre 2026 # La Grande Mietitrice
(disegno di peppe cerillo) Settembre si apre con una tragedia: a Pietralata una coppia di quarantenni uccide la figlia disabile, dopodiché i due si sparano. Lasciano lettere che descrivono la solitudine in cui sono stati lasciati dalle istituzioni che dovevano tutelare disabilità e salute mentale. Il 2 un uomo accoltella l’ex moglie a Torvaianica, e il 3 un cinquantenne a Ostia uccide la madre ottantenne, poi si suicida gettandosi dal balcone. Intanto, il Consiglio di Stato sospende il procedimento del municipio contro Casale Garibaldi. Il 7 sindaco e diversi assessori consegnano le chiavi di quasi tutti gli appartamenti di via del Porto Fluviale, un’occupazione trasformata in settanta case popolari, agli abitanti. L’associazione LabUr fa un esposto contro la “Palestra della legalità” su via dell’Idroscalo: milioni di euro pubblici sperperati a beneficio di società private che lasciano l’immobile nell’abbandono. Il 9 a Montecitorio c’è un presidio contro il Ddl antisemitismo: partecipano anche consiglieri e deputati. Un ex consigliere di sinistra presente in piazza strappa a un altro manifestante la bandiera del “Partito di Dio” libanese, perché considerato organizzazione terrorista dagli Usa (come anche Autistici/Inventati, del resto). Il 10 c’è un evento metereologico estremo: una tempesta di pioggia che riversa sulla città oltre 100 mm. di acqua in ventiquattr’ore; secondo gli annali si tratterebbe di un evento che avviene ogni centocinquant’anni, eppure era già avvenuto il 5 gennaio scorso. Il livello d’acqua del fosso alluvionale di Vallerano sale da 0 a 2,5 metri in dieci minuti. Venerdì 11 mattina muore Emma Bonino, a settantotto anni, dopo alcuni giorni di ricovero all’ospedale Santo Spirito. Il 12 alcune associazioni musulmane presentano una richiesta di allontanamento dalla città per Simone Carabella, ex pugile che ha cercato di provocare più volte gruppi di migranti senza riuscirci. La fondazione Hind Rajab denuncia alla Procura di Roma la presenza in Italia di Idit Sliman, ministra del governo Netanyahu che promuove e pianifica il genocidio e la pulizia etnica dei palestinesi. L’Italia dovrebbe arrestarla, ma non lo fa. Alessandro Di Battista arriva all’ospedale Gemelli, rimpatriato da Cuba. Il 14 a Ostia Nuova un operaio di Cisterna (Latina) muore ucciso dal crollo di un’impalcatura che lo fa precipitare dal terzo piano. Stava lavorando alla ristrutturazione delle palazzine Armellini su via Forni. Il 15 c’è una riunione tra Dipartimento Patrimonio e Aequa Roma sulle lettere di morosità alle inquiline delle case popolari: sono state recapitate già tremila missive. Durante un’assemblea studentesca alla Sapienza, si presentano una decina di poliziotti e carabinieri dei vicini commissariati San Lorenzo e Sapienza, come se la presenza delle forze armate in università fosse normale. A Fiumicino arriva un volo da Gaza, carico di persone sfuggite al campo di sterminio in cui rimangono rinchiusi due milioni di palestinesi. Il 17 si costituisce il killer di Prati, un cinquantenne disoccupato bianco con due cognomi, che ingannava il tempo sparando ai passanti, soprattutto donne. La stampa minimizza, umanizza, mostra il lato sociale della cosa. Il 18 in una scuola di Centocelle un ragazzo di tredici anni, italiano e bianco, accoltella la sua insegnante, filmando tutta la scena con il cellulare. L’insegnante minimizza, comprende, e ripete che bisogna mandare via i migranti (tra cui il ragazzo che l’ha difesa). Quindici comitati territoriali di Roma firmano un comunicato, promosso anche dall’Arci, in cui dichiarano di non voler partecipare alla manifestazione del giorno dopo per Spin Time, vista la presenza in piazza del Partito Democratico e della giunta Gualtieri, che ha venduto la città ai fondi immobiliari. Cade una pioggia torrenziale, particolarmente forte nella zona Nord della città. Il 19 c’è l’attesa manifestazione: partecipano migliaia di persone, cinquemila per la questura, cinquantamila per gli organizzatori. Il 22 muore un operaio di ventidue anni che lavorava dentro al Colosseo. La sovrintendenza si rifiuta di chiudere il sito archeologico in segno di lutto: l’allarme sicurezza non include certo chi lavora. Il 24 c’è una manifestazione davanti al palazzo delle Politiche abitative contro le “cartelle pazze” nei palazzi Erp; e nel pomeriggio un corteo a Tor Sapienza con le bandiere italiane, per chiedere lo sgombero di un palazzo abbandonato in via Tallone, al grido di “Tor Sapienza sicura” e alla presenza di alcuni membri di Fratelli d’Italia. Il 26 al Porto Fluviale c’è un convegno per una legge sul controllo degli affitti (rent control). Due ragazzi in motorino, attivisti di un’organizzazione comunista, vengono aggrediti sul Lungotevere, vicino piazza Cavour, al grido “Palestinesi di merda”. Il 29 la Conferenza dei servizi decisoria approva definitivamente il progetto dello stadio di Friedkin a Pietralata. Sindaco e assessori, gli stessi che dicevano che i fondi non hanno un cuore, ora esultano, insieme alle lobby dei costruttori e al governo Meloni. Il cemento, si sa, tiene tutti insieme. Intanto, al consiglio del V Municipio si vota per una mozione contro l’islamofobia. Si presentano due provocatori, tra cui l’immancabile pugile fallito Simone Carabella, che strappano ostentatamente una bandiera palestinese e insultano le donne. Alla fine vengono cacciati dalla folla. Al termine della lunga seduta la mozione viene approvata. (stefano portelli) ____________________________ LEGGI ANCHE I REWIND DEL: – 2026 | Anno in corso: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto – 2025 | Anno Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre – 2024 | Anno non Santo: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
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L’estrema destra ma non solo. Appunti sulla Germania di oggi
(disegno di guerrilla spam) Da: officinaprimomaggio.eu In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider, laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?” Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU. Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene, grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen) si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume. Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70 anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR, nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia. Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati, più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! – persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma persistono. Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione. In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione). Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta. Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù iperprecarizzata. Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico, come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc. L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali, fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto, così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”. Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato, avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive positive”. Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali. Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi; colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è un neonazi, secondo me. Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura, logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro, le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria. Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci, inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”. Ma di che riforme sta parlando? “Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io, non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR. Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il rischio AfD”? Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza. Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke (quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer) costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”. Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil. Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz? La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel trattore è in panne? Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero fare? La stessa cosa: barcamenarsi. Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle. Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci, sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund, Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia” diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo. Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla CDU. Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR – l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio bologna)
mondo
Coppa America, marketing e propaganda. Chi passa all’incasso dopo le pre-regate
(disegno di diego miedo) In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”). Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a vela rincorrersi nel golfo. Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand, Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing, K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità. L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà, se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state: nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto. L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano). Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva e all’immagine della città”. Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si “finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore, ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no». Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore, ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come giornalista ma senza dire per chi lavorava). Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi, non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del “grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi, degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione. La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato spazio alla voce degli oppositori all’evento. Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa, lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare in corteo a febbraio più di tremila persone). La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria, c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni, sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la pena lottare. (riccardo rosa)
città
napoli
Angoli morti di Roberto-C. Da oggi in libreria
(disegno di roberto-c.) È in libreria a Napoli, e a breve in altre città italiane, Angoli morti. Corpi, arti e lingue nella città merce, un libro di Roberto-C.   Pubblichiamo a seguire un estratto dell’introduzione, a cura di Francesco Migliaccio.  *     *     * Sono passati vent’anni – era il 2006 – dall’uscita del primo numero mensile di Napoli Monitor. Il giornale e, in seguito, il sito napolimonitor.it e la rivista Lo stato delle città sono stati gli spazi editoriali che hanno stimolato e accolto la scrittura di Roberto-C. Al contempo, Roberto ha fatto parte per tre decenni – tra il 1994 e il 2024 – del collettivo di artisti noto come cyop&kaf. Gli scritti selezionati e qui raccolti sono nati dall’intersezione tra le esperienze artistiche di cyop&kaf e il lavoro editoriale della redazione di Monitor. Napoli è il contesto materiale e affettivo da cui s’origina la scrittura di Roberto-C. ed è importante, per comprenderla, tenere conto della forma della città e dei suoi cambiamenti nell’arco di questi vent’anni. Un primo, parziale spunto è nell’anno stesso che origina questo percorso, il 2006. Allora usciva per Mondadori Gomorra. L’opera di Saviano è stata oggetto di un fraintendimento che ha avuto conseguenze nefaste: il memoir ipertrofico di un io dallo sguardo allucinato – interessante se letto in questo senso – è stato interpretato come documento realistico sulla città e le sue dinamiche criminali. Ossessive visioni iper-realistiche sono state così assunte come descrizione materiale della realtà e hanno contribuito a costruire uno scenario semplificato, adatto alla scena spettacolare, che ha ispirato il linguaggio giornalistico, le serie televisive, il discorso della cultura egemone. Da qui si è generato un paradosso su cui la scrittura di Roberto-C. insiste spesso. Ecco il paradosso. Esiste una classe sociale metropolitana – un proletariato marginale, di formazione antica – sfruttata dalle varie configurazioni assunte dal sistema produttivo moderno e sottoposta a insicurezza economica e precarietà lavorativa. Chi appartiene a questo mondo è spesso invisibile ai ceti superiori, oppure detestato e marchiato dallo stigma. Roberto cita Ellison di Invisible man: “Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro […]. Sono un uomo che ha consistenza, di carne e ossa, fibre e umori, e si può persin dire che posseggo un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi: capito?”. Nella concretezza della quotidianità gli invisibili, o negri napoletani, sono evitati dalle classi appena un po’ più garantite, ma al contempo – qui la sostanza del paradosso – sono trasformati in uno stereotipo adatto allo spettacolo: i loro fantasmi abitano i prodotti culturali costruiti per il consumo di massa. Un’elisione delle tracce materiali – che si traduce in rimozione di relazioni, incontri e scontri nella città concreta – corrisponde a una rappresentazione bulimica delle ombre di un proletariato incivile e criminale. Rovesciare questo paradosso – dunque andare contro il discorso simbolico dominante – è una sfida lanciata dagli scritti di vent’anni e da un lavoro artistico che ha dieci anni in più̀.
culture
Siamo tutte Maricarmen! La lotta per la casa in Spagna e la acampada della Puerta del Sol
(disegno di martina di gennaro) Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?». Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello. Oggi, che la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce. Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi. Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante. L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse. Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale. Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile –  che ha fatto esplodere la situazione. Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile. Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della rendita immobiliare. La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”. La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta. Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo. Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi. Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba del rentismo. Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame. E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre. L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’ di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di migliaia in manifestazione. Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie. A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza. Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda. Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista? Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez. Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza, soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare affitti insostenibili. Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida? (stefano portelli)
mondo
Rent control. Abbassare gli affitti per decreto
(disegno di valentina galluccio) Sabato 26 settembre al Porto Fluviale a Roma ci sarà un incontro promosso da Asia-Usb per dare forza a una campagna nazionale sul controllo degli affitti o “rent control”. Le leggi per mettere un limite pubblico ai canoni di locazione sono antiche quanto le città stesse, e di recente molti paesi europei hanno ricominciato ad applicarle. In Italia, dopo la fine dell’equo canone per mano dei governi di sinistra degli anni Novanta, si è tornati a parlare di rent control in un convegno organizzato nel 2021 dall’Assemblea di autodifesa abitativa, il Movimento per l’abitare e il sindacato Asia-Usb. Tuttavia, l’attenzione recente sulla limitazione degli affitti brevi sta mettendo in ombra la necessità di limitare gli affitti tout court, unica strada per rendere di nuovo l’abitare e le città accessibili a tutte e tutti. Pubblichiamo un estratto del libro di Chiara Davoli e Stefano Portelli Abitare in affitto (Armando, 2025) che spiega cos’è il rent control e qual è la sua storia. Per modificare la distribuzione e l’accesso all’abitare nel senso dell’inclusione e del diritto all’abitare è necessario intervenire direttamente sui canoni d’affitto, impedendo che siano fissati a partire dall’arbitrio di chi possiede le case e dalla ricattabilità di chi ha bisogno di viverci. Questo tipo di intervento è conosciuto come “controllo degli affitti”, in inglese rent control. La definizione in inglese non deve confonderci: forme di controllo degli affitti esistono da quando esiste la proprietà della terra. Ci furono leggi per bloccare o cancellare il pagamento dei fitti nella Roma repubblicana del 40 a.C. e nella Cina della dinastia Song nell’anno Mille. Un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo dello Stato Pontificio sugli affitti nel 1513, e un editto del Regno di Sardegna a metà del Settecento affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”. Nel Ducato di Modena, nel 1815, si pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà. Non c’è bisogno di vivere in un paese socialista per riconoscere la facoltà di ogni Stato di calmierare i prezzi di alcuni beni per garantirne la distribuzione equa, oppure il controllo, o addirittura di imporre un monopolio. In Italia il tabacco è tuttora un monopolio di Stato, e fino al 1974 lo era anche il sale. Periodicamente, a tutela della popolazione più impoverita, lo Stato può bloccare l’aumento dei prezzi di alcuni beni di prima necessità: l’ultimo blocco “anti-inflazione” è stato all’inizio del 2024 e ha influito sui prezzi di pasta, latte, uova, pannolini e olio. L’idea che ogni intervento pubblico sui prezzi dei beni sia in qualche modo una violazione di un meccanismo che si autoregola deriva dall’idea mitologica, e falsa, della libertà del mercato: un’idea che appartiene alla modernità, e che si basa su una divisione inesistente tra Stato e mercato. Nella realtà, tutte le transazioni commerciali sono regolate dallo Stato, che impone tassazioni differenziali sulle diverse merci, eroga sussidi o sgravi per rendere più accessibili alcuni prodotti (come per i mutui per la prima casa), finanzia determinati settori di mercato per renderli più efficienti (l’industria automobilistica italiana, per esempio, è stata sempre finanziata dallo Stato); oppure stabilisce il prezzo massimo di alcune merci (per esempio, i materiali per la riqualificazione energetica, agevolati dalla recente iniziativa del 110% del Pnrr). Il rent control prevede di inserire anche gli affitti tra i beni calmierabili, visto l’impatto sproporzionato che ha sulla vita pubblica. Si tratta di una politica attualmente applicata in molte città e paesi del mondo, Europa compresa, e di cui si parla da decenni nella letteratura sul diritto all’abitare. Da quando la liberalizzazione degli affitti ha rimosso le protezioni per inquiline e inquilini, alcune delle quali esistevano da prima delle guerre mondiali, questa letteratura non ha fatto che crescere, e negli anni posteriori alla pandemia abbiamo assistito a una vera esplosione dei lavori di ricerca sul rent control, sia storica che economica e politica. In Italia, tuttavia, l’idea di reintrodurre una regolamentazione pubblica sui canoni d’affitto non è mai stata discussa pubblicamente dopo la fine dell’equo canone. Solo il sindacato Asia-Usb a marzo 2025 ha organizzato un convegno a Roma proprio intorno a una proposta di legge sull’abitare che includerebbe il controllo degli affitti. Ma quando si parla di controllo pubblico sugli affitti, in Italia la questione viene associata sempre all’equo canone, la specifica forma di controllo sui canoni di locazione che era in vigore fino agli anni Novanta, introdotta in seguito a una lunga serie di iniziative legislative frammentarie che si possono far risalire addirittura alla Prima guerra mondiale. Queste forme di regolazione forzata dei canoni d’affitto sono chiamate “controllo degli affitti di prima generazione”, e prevedono canoni anche dieci volte inferiori ai prezzi di mercato. Alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila, tuttavia, si sono sviluppate politiche di controllo degli affitti meno radicali, che mirano comunque a facilitare l’accesso alla casa, ma senza creare una disparità così grande tra alloggi calmierati e alloggi liberi. Il contesto presente, infatti, è completamente diverso da quello dell’epoca dell’equo canone. Le forme di controllo degli affitti definite di seconda e terza generazione si rivolgono a una popolazione che si prevede che possa comunque permettersi di pagare una quota mensile ragionevole, ma non di sostenere il continuo aumento dei canoni imposto dai proprietari. I controlli di seconda generazione mirano a frenare l’aumento continuo dei canoni degli affitti – rent freeze – in alcuni casi a ridurli artificialmente, ma rimanendo nello stesso ordine di grandezza dei canoni del libero mercato. Le proposte più avanzate, come quella recente dei sindacati inquilini dello Stato spagnolo, richiedono di dimezzare i canoni. Spesso l’espressione inglese rent control è usata proprio per caratterizzare la proposta di controllo degli affitti in senso divergente rispetto all’equo canone. È importante distinguere tra queste due forme storicamente diverse di controllo degli affitti, anche perché spesso gli effetti distorsivi della prima forma vengono menzionati per impedire il dibattito sulle politiche di nuova generazione. L’obiettivo è senz’altro lo stesso – tutelare un bene fondamentale per la salute pubblica, escludendolo dalla libera regolazione del mercato che, come abbiamo visto, finisce per escludere una parte crescente della popolazione dall’accesso al diritto alla casa. Ma il modo per farlo è diverso, perché si applica a un contesto storico completamente diverso dall’Europa della prima metà del Novecento. TRE MITI NEGATIVI Di questa politica, insomma, non si sente mai parlare, sebbene sia applicata già da molti governi europei. In tutto il Sud Europa la liberalizzazione degli affitti è stata legittimata attraverso un argomento erroneo: che le protezioni pubbliche sugli affitti sarebbero stati controproducenti per gli stessi inquilini, perché peggiorerebbero la qualità delle case, limiterebbero la disponibilità delle case, e potrebbero addirittura accelerare processi di sfratto e di sgombero. L’idea di fondo è che, se i proprietari e i promotori immobiliari fossero obbligati a mantenere i canoni d’affitto entro certi limiti, quindi senza poter estrarre una rendita sufficiente dalle loro proprietà, potrebbero non voler costruire più, o non fare la manutenzione delle loro case, o addirittura sfrattare i loro inquilini. Questa posizione ricorda la reazione dei proprietari delle miniere alla fine dell’Ottocento di fronte alle richieste dei movimenti operai. Ai sindacati che reclamavano la fine del lavoro minorile e una giornata di lavoro non superiore alle otto ore, le imprese minerarie rispondevano che tali restrizioni sarebbero andate contro gli interessi dei lavoratori, perché, se le miniere non avessero più fatto abbastanza profitti, avrebbero dovuto chiudere, lasciando i minatori disoccupati. Naturalmente i movimenti operai non hanno creduto a questa argomentazione. I miti sugli effetti negativi del rent control però sono stati il mantra con cui economisti e think tank neoliberali hanno impedito in molte occasioni che si sviluppasse un dibattito equilibrato su questa politica. Tom Slater, geografo di Edimburgo, attualmente a Columbia University, ha studiato a fondo il ruolo che hanno avuto think tank come il Fraser Institute nel dibattito sin dagli anni Settanta. In linea con l’operato dei think tank in molti altri settori del welfare, la diffusione di falsi miti e di narrazioni distorte sul rent control ha comportato una vera e propria saturazione del campo discorsivo pubblico sul tema, a cui hanno partecipato economisti importanti come Milton Friedman e Friedrich Hayek. Essa ha raggiunto picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città – oltre a bombardarla”. Gunnar Myrdal definì il rent control “il peggior esempio di cattiva pianificazione da parte di governi privi di coraggio e di una visione”. Per i due studiosi Tom Slater e Hamish Kallin, questa azione dei think tank contro le politiche di controllo dell’affitto si può chiamare “agnotologia” (agnotology), cioè promozione intenzionale dell’ignoranza. Diffondendo idee erronee sugli effetti del controllo dell’affitti, gli economisti neoliberali hanno creato un clima discorsivo che rende impossibile immaginare alcuna alternativa alla “autoregolamentazione” del mercato abitativo, cioè alla versione urbana della mano invisibile del mercato di Adam Smith. Le loro analisi potrebbero essere considerate pseudo-scientifiche, poiché rispondono agli interessi delle lobby della proprietà immobiliare e della costruzione. Tuttavia, esse hanno l’effetto di relegare ai margini la ricerca seria sulle questioni abitative, monopolizzando le comunicazioni e le consulenze per i decisori politici. […] A differenza che in passato, però, oggi abbiamo una grande quantità di prove del fatto che il mercato abitativo non si regola da solo, e che la deregolamentazione e la liberalizzazione degli affitti non hanno affatto prodotto disponibilità di case accessibili per tutti come prevedeva la mitologia neoliberale. In alcuni casi – si pensi a Detroit – il libero mercato ha prodotto effetti comparabili a un bombardamento, gli stessi che si attribuivano al controllo degli affitti. È vero che non si può dimostrare una correlazione diretta tra l’implementazione del rent control e il calo degli affitti, o l’aumento di case sul mercato. I fattori in gioco per mostrare una correlazione diretta sono troppi, e i contesti da analizzare sono sempre molto diversi. Tuttavia, non si può neanche identificare una correlazione tra deregolamentazione e accessibilità delle case. Al contrario: durante il mezzo secolo appena trascorso, caratterizzato da crescenti liberalizzazioni, l’accessibilità della casa non ha fatto altro che peggiorare. I miti negativi sul rent control identificati da Slater e Kallin sono tre: il mito della qualità, il mito dell’offerta, e il mito dell’efficienza. Secondo il mito della qualità, un controllo pubblico sugli affitti contribuirebbe a ridurre la qualità degli alloggi sul mercato, perché i proprietari non riceverebbero abbastanza introiti da potersi permettere delle ristrutturazioni: le case senza manutenzione cadrebbero a pezzi, e gli inquilini finirebbero per perdere quelle che già hanno. Per il mito dell’offerta, invece, la riduzione della rendita porterebbe molti proprietari a scegliere di non affittare più, riducendo ulteriormente l’offerta di case in affitto. Infine, il mito dell’efficienza sostiene che il controllo pubblico degli affitti è un sistema inefficiente di gestione di offerta e domanda abitativa, perché potrebbe incoraggiare le famiglie ad affittare case più grandi di quelle di cui hanno bisogno. Tutti questi miti sarebbero più plausibili se, durante il mezzo secolo di deregolamentazione del mercato degli affitti, avessimo avuto un miglioramento della qualità, un aumento dell’offerta e un’organizzazione efficiente della distribuzione degli alloggi. Se così fosse, l’Ue non avrebbe dovuto creare una Commissione per risolvere il problema abitativo, l’Onu non avrebbe dovuto istituire un Relatore speciale sull’accesso alla casa che periodicamente scrive ai governi di tutto il mondo chiedendo di evitare di sfrattare persone vulnerabili; ma soprattutto non avremmo quasi 900 mila persone che dormono nelle strade o nei centri di emergenza in tutta Europa. Difficilmente lo si può considerare un buon risultato. Per quanto riguarda il mito della qualità, basti sapere che la qualità delle case nei paesi in cui ci sono forme di regolamentazione degli affitti, come i Paesi Bassi, sono molto superiori a quelle dei paesi dove non ce ne sono; e che gli effetti del laissez-faire rispetto alla qualità delle case ha portato continui disastri. Per quanto riguarda il mito dell’offerta, cioè l’idea che una regolamentazione del mercato potrebbe ridurre l’offerta di case, esso dà per scontato che il mercato privato possa funzionare solo spremendo gli inquilini oltre le loro possibilità, e che qualunque forma di restrizione sui profitti – per esempio, l’Iva – metterebbe a rischio un intero settore commerciale. L’aumento o la riduzione dell’offerta abitativa ha poco a che vedere con il controllo degli affitti; anzi, l’attuale riduzione drammatica dell’offerta in Italia è un effetto del libero mercato. La questione dell’efficienza, infine, rivela il pregiudizio classista dell’economia neoliberale: agli inquilini bisogna offrire il minimo possibile; l’efficienza non si calcola sul loro benessere, bensì sulla rendita potenziale che si può estrarre dalle loro vite. Il problema è che per gli economisti neoliberali la casa è un bene che dipende dalle leggi astratte della domanda e dell’offerta; le città sono spazi astorici dove vivono “homines oeconomici” impersonali, le cui scelte dipendono solo dal calcolo razionale. In un tale luogo inesistente, a minori profitti, un imprenditore potrebbe scegliere di investire su un altro settore. Nel mondo reale, la casa non funziona come le altre merci, perché non se ne può fare a meno. Il prezzo delle case si basa in una piccola parte sui costi di produzione e di manutenzione, ma per lo più dipende da un elemento esterno alle dinamiche produttive: il terreno. Il valore del terreno, specialmente del terreno urbano, si basa su criteri esterni alle leggi di mercato. Lo stesso fatto che il maggiore e minore valore delle case non dipenda dai costi di produzione, ma dalla posizione geografica, rende quello degli alloggi un mercato completamente sui generis: il valore che si estrae dagli alloggi è prodotto dalle interazioni sociali all’interno delle città, che rendono alcuni spazi più pregiati di altri. Nei modelli economici neoliberali lo spazio è isotropico, non connotato geograficamente e socialmente; nella realtà, esso dipende dagli usi prevalenti in ogni determinato luogo. Per questo il rent control è una politica profondamente interessante. A differenza degli espropri, che influiscono direttamente sulla proprietà degli immobili, il controllo degli affitti è una politica riformista, che lascia inalterati i rapporti di forza, sebbene miri a equilibrare contrattualmente la quantità di ricchezza trasferita ogni mese dagli inquilini ai proprietari, tendenzialmente a favore degli inquilini. Tuttavia, inserendosi nell’interazione contrattuale tra inquilini e proprietari, ha un aspetto radicale, perché demercifica la casa, ribadendo non solo il diritto dello Stato di regolare la quantità di ricchezza che ne possono estrarre i proprietari, e i limiti all’accesso imposti agli inquilini, ma anche una forma di “controllo inquilino” sulla casa. Quando i canoni sono controllati dallo Stato, i proprietari non hanno pieno potere sulla rendita che possono ricavare dagli immobili di cui, tuttavia, non vengono espropriati; il rent control riconosce, in qualche modo, che “la casa è (anche) di chi l’abita”. A questo si deve la grandissima acrimonia che gli economisti neoliberali esprimono di fronte a questa politica: essa mette in crisi – più di qualunque altro calmiere dei prezzi – l’idea stessa della proprietà. Toccando la proprietà della casa, infatti, il rent control tocca la proprietà della terra, cioè dei mezzi di produzione – il cardine dell’ordinamento economico dominante. Nella pratica, però, il rent control non è una forma di esproprio, bensì un limite ai profitti, basato sul fatto che il “mercato” della casa gioca con un bene indispensabile, dalla cui disponibilità dipendono infiniti altri fattori della vita sociale – uno dei quali è la salute pubblica.
casa
L’opportunità della crisi. Come il capitale fagocita le politiche pubbliche in Emilia Romagna
(disegno di mala) In un recente lavoro (2024) Tim White definisce assetization quel processo attraverso il quale delle cose vengono trasformate in asset, cioè risorse e servizi di cui il privato orientato al profitto si appropria per generare ricchezza finanziaria. Questo fenomeno non presuppone la trasformazione di determinati comparti della società (per esempio gli edifici o gli alloggi) in beni direttamente commerciabili sui mercati finanziari, ma prepara il terreno affinché gli investitori possano avviare il processo di “assetizzazione”. Possiamo interpretare l’assetizzazione come uno specifico risvolto tecnologico del processo di finanziarizzazione che a partire dalla crisi globale del 2008 ha investito il mercato privato dell’alloggio attraverso una molteplicità di nuovi modi di espropriazione. In particolar modo, nei due decenni successivi al 2008, si è configurato un sistema di accumulazione di profitto che è passato dalla centralità della proprietà immobiliare in sé alla proprietà immobiliare per la rendita. La casa come bene di valore sociale (un tetto sulla testa) è diventato un asset nei portafogli degli investitori. Compagnie di investimento globale hanno indossato i panni di proprietari immobiliari con l’obiettivo di acquistare unità abitative ed edifici su grande scala da riconvertire e/o riqualificare per poi metterli in affitto e accumulare ricchezza. Oltre alle molteplici forme che tale processo ha assunto con riferimento al mercato privato (co-living, buy-to-let, affitto ordinario, affitti brevi), si inizia a discutere anche del modo in cui investitori e imprese private aggrediscono anche il comparto pubblico della casa (si vedano, per esempio, i due articoli di Davoli e Bianchi). Qui vorrei condividere delle riflessioni a partire dalla giornata di apertura del percorso di riforma della disciplina regionale per le politiche abitative della Regione Emilia-Romagna, avviato il 15 settembre scorso sotto il titolo “L’abitare che verrà”, con l’obiettivo di approvare il nuovo testo entro il 2027. Ci sono alcuni temi ricorrenti negli interventi della giornata, alla quale hanno preso parte, invitati dalla Regione, sia soggetti del mondo sociale che di quello dell’impresa. Prima di tutto, a distanza di venticinque anni dall’approvazione della normativa regionale vigente (24/2001), è chiaro a tutti che il contesto è cambiato talmente tanto da rendere urgente un nuovo testo. Impoverimento generale, turismo, studenti e lavoratori ad alta mobilità hanno reindirizzato il bisogno di casa verso un patrimonio abitativo a fine sociale preferibilmente in affitto. La proprietà risulta oggi un elemento troppo rigido per i nuovi portatori di bisogno abitativo che non hanno però l’esigenza di radicarsi sul territorio regionale. Un altro tema ricorrente è l’importanza di ampliare la risposta pubblica al bisogno di case a un maggior numero di soggetti. L’obiettivo è abbandonare la logica dell’emergenza a cui è stata ancorata finora l’azione pubblica (in particolar modo con l’edilizia residenziale pubblica, cioè le case popolari) e abbracciare l’idea di aprirsi a quella parte di popolazione urbana definita in maniera vaga come “fascia grigia”, ovvero quelle persone che non hanno i requisiti per vedersi assegnata una casa popolare e che allo stesso tempo non riescono ad accedere a soluzioni stabili e abbordabili nel mercato privato della casa. Fin qui tutto bene, penso. Promuovere un approccio (più) universalistico alla questione abitativa e ampliare la risposta pubblica alle esigenze abitative può spingere l’attore pubblico ad agire da competitore con l’attore privato e, dunque, contribuire a un calmieramento dei prezzi. Ciò che emerge quindi è la centralità dell’edilizia residenziale sociale (Ers) per rispondere a un’ampia gamma di nuovi bisogni (ceto medio, studenti, lavoratori) che non convergono nell’edilizia residenziale pubblica (Erp). Un strumento di cui la Regione si dovrebbe dotare impegnandosi a definire con chiarezza le sue tipologie, gli attori coinvolti nella sua gestione e l’utenza che ne beneficerà. In questo l’organizzazione della giornata è molto significativa. Traccia la direzione lungo la quale la Regione intende muoversi dichiarando, inoltre, l’ambizione di essere l’apripista regionale nel panorama nazionale. La giornata di apertura è articolata in due momenti. Al mattino intervengono la politica e le parti sociali. Le agenzie regionali per l’edilizia residenziale, i tavoli provinciali di coordinamento tra comuni, i sindacati e il terzo settore delineano le sfumature del bisogno di casa così come si è configurato negli ultimi decenni e che si presuppone ci accompagnerà per i prossimi due anni. Riconosciuta la centralità che occorre ancora dare all’Erp, quasi a sottolineare l’impostazione politica di un attore che continua a puntare sul grande strumento di matrice socialista nell’ambito delle politiche abitative, evidenziano l’importanza dell’Ers come strumento innovativo in grado di incontrare una più ampia gamma di esigenze. Ad accompagnare tutti gli interventi è la consapevolezza dell’attuale carenza di alloggi a prezzi accessibili e la necessità di incrementare tale patrimonio. Pochi spunti pratici su come raggiungere questo obiettivo dai politici, ma con una certezza: non ci sono risorse finanziarie, a loro dire, per dare concretezza alla nuova legge regionale. Ed è così che tutti gli spunti si concentrano al pomeriggio, quando a intervenire è il mondo dell’impresa e, nello specifico, il mondo dell’impresa edilizia. Cioè, la compagine di chi può apportare capitale. Sono presenti Confindustria, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Cna Costruzioni, Confartigianato e Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Italiani. Sin da subito si delinea il ruolo al quale il privato tende e al quale è invitato da parte della Regione. Colmare il vuoto di alloggi sostenibili attraverso l’implementazione dello stock di Ers. Le imprese di costruzione e ristrutturazione dell’edilizia sono state invitate, quindi, come controparte operativa e tecnica che troverà spazio nella nuova legge regionale sotto l’agognato acronimo PPP (partenariato pubblico-privato). Qualche mugugno viene emesso dalla platea all’inizio dell’intervento del direttore generale di Confindustria Emilia Romagna, ma il più sorpreso sembra proprio lui stesso. “Vi starete chiedendo che c’entra Confidustria in una giornata come quella di oggi e me lo sono chiesto anche io, a dire il vero”. Sghignazza e aggiunge che venticinque anni prima Confindustria non aveva preso parte al percorso del regolamento regionale per le politiche abitative perché in quell’epoca non vi era tale esigenza. Il processo di assetizzazione si riferisce proprio a questo. In questo caso, la Regione Emilia-Romagna prepara il terreno affinché il mondo dell’impresa privata trovi il proprio posto nel comparto pubblico del settore immobiliare. Bisogno sociale e profitto devono allinearsi e gli interventi del pomeriggio sono tutti concordi nel riconoscere come principale criticità la carenza di alloggi. Non si tratta più di case popolari però, in risposta alle esigenze delle frange più povere della popolazione, ma di un’utenza molto più ampia e, dunque, potenzialmente più vantaggiosa per chi fa impresa. A partire da queste presa di coscienza, si articolano le richieste e le condizioni che pone il mondo dell’impresa all’istituzione regionale per garantire la propria partecipazione al percorso di riforma della legge. Prima di tutto, l’istituzione pubblica deve definire in maniera chiara cosa sia Ers dando una bussola per gli interventi di costruzione o ristrutturazione da parte del privato, in modo da evitare competitori sleali. Nel caso degli interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente ma inutilizzato perché fatiscente, occorre fare ricorso allo stock pubblico perché è “eticamente scorretto che anche un solo immobile o alloggio pubblico risulti inutilizzato quando c’è bisogno di casa”, afferma il presidente della Regione De Pascale. Dunque, gli immobili da ristrutturare li mette il pubblico e il privato si propone di ristrutturarli e, soprattutto, di gestirli seppure nel solco che definirà la Regione. La seconda richiesta riguarda i costi, ritenuti troppo elevati per garantire la messa a disposizione di alloggi economicamente accessibili e contemporaneamente margini di profitto tali da invogliare l’intervento del privato. Dunque, le alternative sono due. Costruire ex-novo perché costa meno che riqualificare un patrimonio inutilizzato, oppure si ristruttura a patto che l’istituzione contribuisca al contenimento dei costi sobbarcandosi, per esempio, gli oneri delle opere di urbanizzazione e delle bonifiche di aree dismesse. La terza richiesta riguarda la semplificazione delle procedure burocratiche per l’intervento privato in relazione, per esempio, al rilascio di permessi di costruzione, certificazioni ambientali e cambi di destinazione d’uso per la riconversione di immobili non residenziali in immobili residenziali. Tutte queste richieste si muovono nel solco di quanto tracciato dal Piano Casa del governo Meloni (si veda Davoli), ma soprattutto nel quadro di un’edilizia abitativa che nel futuro dovrà guardare all’affitto e non più alla proprietà dell’alloggio. Da un lato, sono conclamate le difficoltà economiche di larga parte della popolazione emiliano-romagnola di accedere alla proprietà abitativa in un contesto di dilagante impoverimento, ma dall’altro, l’estrazione di profitto dalla casa tramite l’affitto è più vantaggioso in un sistema globale che Arundel e Roland definiscono post-homeownership, fondato sulla rendita. Interventi chiari e diretti del mondo dell’impresa ai quali non ha fatto da contraltare la Regione, che si è limitata al ruolo di anfitrione che apre le porte e il campo dell’abitare pubblico agli interessi del privato. In quest’ottica, è altrettanto indicativa l’assenza di compagini di contestazione nell’aula magna della Regione in via Aldo Moro a sottolineare che i problemi della casa sono altrove e lì dentro il 15 settembre effettivamente non c’era spazio per i bisogni di chi effettivamente li vive sulla propria pelle, ma per lo scenario di profitto che si prospetta negli anni a venire. Al momento del buffet, tra la sessione del mattino e quella del pomeriggio, noto un solo ragazzo con indosso la maglia di Labás. Sul retro è stampata in giallo una citazione dalle Città Invisibili di Calvino. “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. (guido tortano)
italia
Quasi una storia di vita. Intervista a Luisa Passerini
(copertina di otarebill) Dal numero 15 de Lo stato delle città Incontriamo Luisa in un pomeriggio di ottobre al CIRSDe, il Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere, afferente all’Università di Torino. L’intervista viene aperta a un pubblico di persone interessate, Luisa ci spiega che ha voluto incontrarci qui per «situarsi in un contesto storico e politico», quello del Centro che ha contribuito a far nascere nel 1988 e di cui ha seguito i lavori fino a oggi. Barbara: «Luisa, quello che vorremmo indagare nel ripercorrere la tua storia è la relazione tra la tua biografia, gli strumenti di ricerca che hai usato e gli oggetti di studio a cui ti sei dedicata. Cominciamo dalla tua partecipazione ai movimenti politici durante gli anni Sessanta e Settanta». Luisa: «Da un lato c’è l’impegno nella storia orale, dall’altro la mia storia di lavoro politico. Sono due cose collegate, ma l’impegno della storia orale comincia per me negli anni Settanta, mentre nel ’68 ero in Africa, lavoravo su e con i movimenti di liberazione del Mozambico, dello Zimbabwe, e del Sudafrica. Però dobbiamo guardare ancora a prima, alla fine degli anni Cinquanta-inizio dei Sessanta: per quanto riguarda quel periodo, è difficile trasmettere il senso di anomia, impotenza, immobilità che si viveva in Italia. Noi infatti (un piccolo gruppo di cinque-sei persone) ci volgemmo verso la Francia. In particolare verso i situazionisti, grazie a un caro amico mancato troppo presto, Mario Perniola, la cui figura è fondamentale nella cultura italiana. In quegli anni abitavo nel profondo nord, ad Asti, il che aveva qualche vantaggio, nel senso che mi diede la possibilità di conoscere i partigiani dell’Alto Monferrato. Inoltre, negli ultimi anni del liceo partecipavo a un intervento di giovani, alle porte di una delle poche fabbriche della zona. Il nostro era un Collettivo operai, contadini, studenti. In realtà, di contadini ce n’erano uno o due, si trattava soprattutto di operai e studenti… Su questa base c’eravamo avvicinati ai situazionisti. Nel ’67 il sindacato studentesco dell’Università di Strasburgo aveva indetto le elezioni per il suo comitato direttivo. Si erano presentati degli studenti vicini ai situazionisti e avevano vinto. Questi giovani avevano usato i fondi del sindacato per pubblicare un bel libretto che si chiamava De la misère en milieu étudiant, la miseria nell’ambiente studentesco, perché trattava di una miseria non soltanto materiale, ma soprattutto intellettuale. La loro iniziativa aveva suscitato uno scandalo ed erano stati portati in giudizio per l’uso che avevano fatto di quei fondi. In Italia il libro era stato pubblicato da Feltrinelli su iniziativa del nostro piccolo gruppo, con l’ingenua dichiarazione che non era coperto da copyright, il che naturalmente andava solo a vantaggio di Feltrinelli. La situazione era questa: si proclamavano opinioni che erano anche dirompenti, però da una posizione assolutamente minoritaria. «In quel tempo possiamo rintracciare un legame non esplicito ma molto stretto tra storia orale e politica radicale, perché era “storia orale” in senso letterale quella che facevamo andando ai cancelli delle fabbriche per portare i volantini su cui avevamo scritto gli eventi di fabbrica che gli operai ci avevano raccontato il giorno prima. Contemporaneamente chiedevamo loro che cosa fosse successo quel giorno stesso – per esempio sulla linea della Cinquecento – in modo da poterlo scrivere sul volantino del giorno dopo. In quei mesi erano nati Lotta continua, Potere operaio e, per quanto mi riguarda, un gruppo molto più piccolo, il Gruppo Gramsci, che voleva creare una “terza tendenza” tra gli operaisti e gli spontaneisti. “Gramsci”, perché volevamo riferirci alla realtà storica italiana e non solo a ideologie o a illusioni di partiti rivoluzionari. Avevamo però interlocutori anche nel sud Italia, per esempio il Circolo Lenin di Puglia. Proprio nel “Gramsci” si formò il primo gruppo di sole donne di cui ho fatto parte: creammo il Collettivo delle donne – così come costituivamo collettivi di lavoratori, di studenti, di impiegati –, che poi si sarebbe sviluppato nel senso del femminismo…». Barbara: «Prima di arrivare al femminismo ti chiedo se c’è una corrispondenza tra questi due fenomeni: il tuo interesse per la storia orale e il fatto che la militanza politica a un certo punto fosse diventata un territorio difficile da praticare». Luisa: «La nostra storia orale è nata su una sconfitta. Siamo andati davanti alle fabbriche a lungo, finché si è capito, con la marcia dei quarantamila quadri Fiat nel 1980, che avevamo perso, che era finita, chiuso. Anche il Gruppo Gramsci si è sciolto. Allora, tra le altre cose, è nata la storia orale: non siamo più andati a distribuire volantini, ma a intervistare gli operai, ovviamente non solo davanti alle fabbriche. «Nella mia esperienza, l’approccio alla pratica della storia orale risale alla metà degli anni Settanta, quando il Comune di Torino e la Galleria d’Arte Moderna, la GAM, avviarono una vasta ricerca che doveva portare a una serie di mostre e manifestazioni intitolate Torino tra le due guerre. All’interno di questa iniziativa venne affidato a Giovanni Levi l’incarico di occuparsi di una storia popolare di Torino durante quel periodo. Giovanni coinvolse alcune persone, tra cui me, e scelse un quartiere, Borgo San Paolo, dove già durante la prima guerra mondiale c’era stato un movimento di popolo che aveva coinvolto anche le donne “per il pane e per la pace”. Riuscimmo ancora a trovare delle persone che avevano vissuto quei momenti, e così cominciò nel mio caso la raccolta di testimonianze che sarebbe confluita in Torino operaia e fascismo (titolo infelice imposto da Vito Laterza); più aderente al testo è quello della traduzione inglese: Fascism in Popular Memory. «All’inizio c’era stato anche un movente un po’ macabro nella nascita della storia orale, perché si diceva che queste persone stavano morendo, e bisognava sentirle prima che morissero. In effetti era così, siamo riuscite a intervistare persone molto anziane che avevano vissuto gli eventi straordinari di Borgo San Paolo, un quartiere di periferia che però, dal punto di vista politico, era stato un cuore della città. Raccogliemmo le interviste e le fotografie, allestimmo la mostra proprio lì, e in seguito presentammo il nostro lavoro a un convegno a Bologna su antropologia e storia, nel 1976. In generale, il lavoro della storia orale, che prima era esistita sotto altri nomi, comincia a essere chiamato così con la oral history, la pratica avviata in Inghilterra da Raphael Samuel e Paul Thompson. Veniva chiamata anche history from the bottom, storia dal basso, nell’intento di registrare le voci che non erano mai state sentite. Nonostante la curvatura positivistica (per alcuni storici orali, riscoprire il passato “così come veramente era”), questa storia orale riguardava piuttosto il rapporto tra presente e passato, l’intersoggettività tra due periodi storici, tra diverse generazioni e tra due o più persone. Era un tipo di storia orale che andava oltre l’ispirazione populistica a “salvare la voce del popolo”, che pure c’era, dando una forte scossa metodologica alla storiografia, e forse per questo era molto mal vista dall’accademia. I nostri colleghi al Dipartimento di Storia di Torino sostenevano che al massimo si poteva parlare di “storia fatta con le fonti orali tra le altre fonti”, non cogliendo la carica di mutamento che conteneva la storia orale: carica che si ripercuoteva anche sulle memorie del passato, lo studio delle autobiografie e il modo di leggere le fonti scritte. «In realtà, fuori dall’accademia la storia orale in Italia esisteva da molto tempo, anche se non portava questo nome. Negli anni Cinquanta e Sessanta Danilo Montaldi, Gianni Bosio, il Circolo De Martino, antropologi e sociologi avevano raccolto le storie di vita di operai, contadini, donne, militanti politici, le cui esperienze avevano foggiato la storia dell’Italia. Secondo l’accademia la storia orale non esisteva. Certo non esisteva ancora, nel senso che le mancava una critica delle fonti appropriata. Non c’è storiografia senza la critica delle fonti. E come la si fa? Nel nostro caso, bisognava riconoscere fino in fondo che le fonti orali sono espressione di soggettività e intersoggettività e trarne le conseguenze sviluppando una critica apposita in queste direzioni; non si fa storia orale se si prendono le sue fonti come storie di fatti, di eventi accaduti. Allora saremmo fuori della storiografia, staremmo nella narrativa». Barbara: «Dai picchetti fuori delle fabbriche alla ricerca su Borgo San Paolo, quando per te la storia orale ha incontrato l’accademia?». Luisa: «L’accademia nella mia esperienza c’entra poco, serve piuttosto per aprire la polemica e permettere di svilupparla. Per fare in modo che le fonti orali diventassero fonti utilizzabili bisognava criticarle, come ho accennato: scoprire quello che c’era dentro di soggettivo, di intersoggettivo, di psicoanalitico, di narrazioni tramandate che venivano riprese nelle storie di vita raccolte, e che discendevano dalle tradizioni, dalle fiabe popolari, oppure riprendevano formule fisse. Per esempio, il modo in cui le persone cominciavano i loro racconti – questo l’ho già scritto in Torino operaia e il fascismo –: “io sono sempre stato un buon lavoratore”, “io sono sempre stato cattolico”, “io sono sempre stata ribelle…”. Se leggete Vasco Pratolini, è così che fa parlare il popolo che rappresenta letterariamente: l’“essere sempre stato” come forma di narrare, opposta alla modalità narrativa nel romanzo sulla Bildung, la “formazione” in cui l’io progressivamente si trasforma, “diventa” invece di “essere stato”. Oggi suppongo che raccogliendo storie orali si troverebbero altri tipi di formule e tradizioni, che nel frattempo hanno infiltrato la memoria e il raccontare; che so, i fumetti, oppure certi film… Il problema, comunque, è sempre stato di non farsi assorbire dall’accademia, ma nello stesso tempo di non esserne completamente fuori, come se si avesse diritto a una presunzione di innocenza, di non coinvolgimento con le istituzioni, che invece ritengo debba esserci. Tra l’altro, una caratteristica fondamentale del CIRSDe, che oggi ci ospita, è proprio questa: che il CIRSDe unisce la capacità di riferimento ai movimenti con lo stare in un’istituzione, e non ha mai sacrificato l’uno all’altro. Questa per me è la cosa più preziosa ed è quello che continuamente ci guida nelle diverse iniziative che portiamo avanti». Luca: «Molte persone che hanno partecipato alla stagione del ’68 le hai intervistate quando si era già lontani dagli accadimenti; e da questo ritornare su alcune esperienze politiche è nato poi il tuo libro Autoritratto di gruppo, che da un lato si avvaleva di materiali di una ricerca collettiva più ampia, sul ’68 internazionale, dall’altro rappresentava anche un tuo modo, crediamo, di sperimentare una maggiore libertà espressiva, intersecando le storie di vita dei sessantottini con la riflessione sulla tua esperienza personale e il tuo percorso di formazione». Luisa: «Ti ringrazio di questa lettura. In realtà, il libro è nato perché io mi ero immersa in un trattamento psicoanalitico. Era l’inizio degli anni Ottanta e tutto era veramente… stava crollando. Era il momento di riconsiderare tutto, e il libro è venuto da lì. A un certo punto con Giovanni Arrighi e Romano Madera, che facevano parte come me del Gruppo Gramsci, andammo a parlare con Elvio Facchinelli, che aveva tra l’altro il grande merito di fare la bellissima rivista L’Erba Voglio. Erano riunioni, a casa sua a Milano, in cui ci si sedeva tutti intorno alla stanza e si parlava. Noi gli dicemmo che volevamo tirar fuori qualcosa che mancava alla nostra pratica politica e lui rispose: “Voi non avete bisogno di venire qui a Milano, restate a Torino, parlate tra voi, la psicoanalisi non vi è necessaria…”. Non era vero, però aveva ragione: la decisione di giungere alla psicoanalisi non doveva nascere in modo strumentale o esterno, ma dall’interno di un discorso collettivo e poi personale». Barbara: «Prima dicevi che nella tradizione popolare ci si descrive come “l’essere sempre stati…”; invece nei tuoi scritti sulla storia delle donne emerge questo sentirsi le “prime”, questo smarcarsi dalle generazioni precedenti per fare un nuovo femminismo, in cui piuttosto ci si sentiva “orfane”, è così?». Luisa: «In realtà, “voglio essere orfano” era una scritta che comparve sui muri nel ’68, ed era una bellissima scritta, però non era una scritta femminista. Si trovava a Pisa, dove c’è stato il primo forte movimento studentesco con occupazioni che allora erano una pratica dirompente, nel ’65 (Trento è subito dopo, nel ’66), e una grande circolazione di persone che portavano queste parole d’ordine e le diffondevano. Invece il nostro discorso era un altro: non volevamo “essere chiamate femministe” – basta! Il femminismo per noi era stato il suffragismo, la richiesta di parità: nessuna delle due cose ci interessava. Sì, abbiamo anche fatto i cortei per il divorzio, l’aborto, ma questo era secondario, l’aspetto centrale non era per niente la parità con gli uomini. Quello che ci appassionava erano i rapporti tra le donne, tra le donne come soggetti “a parte intera”, come dicevano le francesi, che avevano avuto molta influenza su di noi: il gruppo di psychanalyse-et-politique, Psych et po, un grande gruppo di lacaniane, con Antoinette Fouque, la loro leader, che era un personaggio veramente interessante. Avevano fondato una casa editrice, una libreria, e riviste…». Barbara: «E in questi rapporti tra donne quali erano le pratiche che utilizzavate? Mi viene in mente quella dell’autocoscienza, magari a te ne vengono in mente anche altre. Aggiungo un’altra questione, come compare in alcuni tuoi saggi sulla storia delle donne, che concerne il binomio continuità-discontinuità, una coppia concettuale interessante per i nostri lavori». Luisa: «Quel binomio è un’accoppiata che vale in generale per il modo di pensare la storia, e quindi come critica a qualsiasi storia che parli di evoluzione, declino, progresso, cioè qualsiasi continuità attribuita alla storia. La storia è una storia di rotture e quindi di discontinuità, e la continuità sta sempre dentro la discontinuità, la discontinuità prevale. Questo si vede in tutte le storiografie, non solo nella storia delle donne. La mia storia come femminista è nata all’interno della sinistra radicale, però riconosco la giusta rivendicazione di donne che invece l’hanno creata a partire dal di fuori. In generale, si può dire che non è soltanto dall’interno del movimento politico radicale che è nata la storia del movimento di liberazione delle donne; per esempio, l’Erba Voglio era collegata a un gruppo femminista dentro il quale c’era Elvio Facchinelli, c’era Lea Melandri, c’era Luisa Muraro. Questi raggruppamenti femministi avevano origini diverse, e contava anche molto l’influsso di altri paesi; per il femminismo torinese, ma non solo, ebbero per esempio una grande importanza una serie di documenti dagli Stati Uniti – Our Bodies, Ourselves – che vennero portati in Italia (tra altri e altre, anche da Nanni Arrighi), poi tradotti da Angela Miglietti, decana del femminismo torinese. Quando arrivava una “nuova” nel nostro gruppo femminista, era Angela che la accoglieva e la familiarizzava con le nostre pratiche, mentre noi eravamo talmente immerse nei nostri litigi, anche teorici… Il nostro gruppo torinese non voleva chiamarsi femminista, anzi non voleva chiamarsi in nessun modo, soltanto “gruppo di via Lombroso”, dalla strada dove affittavamo una sede: la nostra era una specie di assemblea che si suddivideva in piccoli gruppi, il luogo principe dell’autocoscienza e anche della storia orale, seppure non esplicitamente. In realtà, c’erano stati dei nomi, a volte ironici, come Sorelle Benso; c’era stato il Collettivo comunicazioni rivoluzionarie, e attiviste-i come Sandro Sarti (che girava per la città a piedi nudi), Maria Teresa Fenoglio, Edda Melon, Mariangela Pastorello, altre e altri di cui dovrei rintracciare i nomi. «Il “piccolo gruppo” è proprio una creazione del femminismo, della parola e dello scambio, su cose mai dette prima. Ricordo riunioni sconvolgenti in cui alcune donne parlavano delle loro esperienze del parto… Nello stesso tempo la pratica dell’autocoscienza è pura storia orale, e se conoscete le due riviste effe e Sottosopra, riviste storiche del femminismo italiano, sapete che sono piene di trascrizioni di sessioni di presa di coscienza o presa di parola. In particolare, ricordo un nostro articolo collettivo che si intitolava: “E continuavano a chiamarci femministe”, ironizzando sul titolo del western italiano Continuavano a chiamarlo Trinità (non si usavano i cognomi, sono soltanto nomi quelli che firmano gli articoli). E quindi, sì, era la pratica privilegiata, però ce n’erano parecchie altre. Una era la pratica corporea: ci si metteva in cerchio in queste nostre sedi fumose e si cominciava a muoversi, era una specie di danza, ma non una danza in senso stretto, è difficile descriverla… se guardate queste riviste ci sono anche delle foto di pratiche corporee… Io ero stata in Vandea, sull’Oceano Atlantico, in Francia, dove le donne di psychanalyse-et-politique avevano organizzato un campeggio e avevano messo in atto la pratica della nudità. Vivevano sulle dune battute dal vento in questo modo “scandaloso” per le comunità nei dintorni…». Luca: «Vorrei citare una breve frase presa da uno dei saggi del tuo libro Storia di donne e femministe, dove ti riferisci a un’affermazione fatta da Tina Magnano a proposito del rapporto col gruppo di Lea Melandri. Magnano diceva: “Non ci inculcavano un modo di fare, ci raccontavano quello che facevano e noi avevamo la libertà di trovare la nostra strada”. Ti cito la tua frase: “…la mia e la nostra fissazione di non voler insegnare niente funziona solo se ci si impegna a trasmettere senza avere l’aria di farlo”. Tu sei stata anche un’insegnante, però questa frase mi sembra che alluda a qualcosa di più, intanto a un “noi” collettivo, e questa idea di “voler trasmettere senza avere l’aria di farlo” vorrei che la spiegassi meglio». Luisa: «Si era capito che non era questione di trasmettere, perché la tradizione nel senso di tramandare tout court non funziona. Si dice, si lancia un messaggio, e se viene raccolto, bene. Io ho insegnato tanto in tutti i livelli di scuola: medie, superiori, università, dottorato, post-dottorato. Gettavo delle parole, naturalmente cercando un dialogo, facendo anche delle domande, e qualcuno alla fine raccoglieva, ma non raccolgono quello che tu hai gettato, raccolgono qualcos’altro. Tra le mie allieve più brillanti c’è Ioanna Laliotou, una studiosa greca che ha prodotto cose straordinarie, ma quando le leggo non vedo la mia traccia in senso letterale, la vedo trasformata completamente, lei l’ha sviluppata a modo suo, in modo creativo… Quindi non devi sperare di essere semplicemente seguita o continuata, non devi sperare di trasmettere qualcosa di specifico, perché ciò che trasmetti non è tout court quello che tu pensavi di trasmettere. Se c’è qualcosa di importante che devi dire, per ragioni politiche o personali, lo dici, e fai di tutto per dirlo, nello scritto, nell’orale, nel visivo, ma senza aspettarti niente. Mi pare che sia Roland Barthes, in Frammenti di un discorso amoroso, che osserva: c’è solo la madre che può scrivere lettere senza aspettarsi risposta. Ecco, bisogna fare come questa madre utopica. Io con la maternità non ho un’esperienza personale, però è così, non devi aspettarti risposta: se viene, viene portando l’altra, l’altro e l’altra, non te». Luca: «Tu hai allievi e allieve che oggi proseguono il tuo discorso?». Luisa: «Sì, è una grande consolazione, ne ho molti sparsi per il mondo. Ieri è arrivata una lettera di Xiaoyan Li, che sta nella zona nord-ovest della Cina. Lei era stata mia allieva alla New York University, e ogni tanto mi chiede di parlarci, facciamo degli zoom, mi racconta le tappe della sua ricerca e mi chiede notizie della mia. Sta facendo una storia orale di Tienanmen, che è una bella impresa, molto complessa e potenzialmente rischiosa, quindi ha anche bisogno di sostegno. Bisogna sostenere ciò che vuole fare l’altra persona, bisogna condividere l’energia, ma accettando la strada che l’altra ha voluto scegliere». Luca: «In molti tuoi libri c’è un assiduo lavoro di montaggio. Oltre che alle necessità del contesto, il tuo modo di lavorare i testi risponde anche ad altri tipi di criteri? Non so, la musicalità, un ritmo… Prima parlavamo del trattamento “letterario” delle storie di vita. Tu tieni conto anche di questo tipo di criteri nel tuo lavoro o sei più legata ai concetti quando scrivi?». Luisa: «Il montaggio nasce come desiderio di far sentire più voci, da qui il “taglia e incolla”, per esempio, della citazione dall’intervista che inserisci nel tuo discorso. Ho sempre avuto l’ambizione di far notare che le voci sono almeno due, e che entrambe sono incarnate, di soggetti incarnati, embodied subject. Molti libri di storia orale sono strutturati così: che so, “alle contadine non importa la bellezza”, due punti, e segue la citazione dall’intervista a una contadina che supporta la tua tesi. Questa è una generalizzazione, assolutamente indebita, perché avresti dovuto dire: “io ho avuto l’impressione/avanzo l’ipotesi che…”. In un articolo che mi avete detto di aver letto, sul numero 8 della rivista Memoria, Anna Bravo e io avevamo espresso due opinioni opposte su quello che raccontavano le testimoni, e quindi le nostre interpretazioni e i nostri modi di introdurre e di montare le interviste citandole erano diversi. Ma il nostro disaccordo era una forma di dialogo, un confronto tra forme di comprensione. «Per di più molte di quelle interviste erano in dialetti vari; quindi cercavo di mettere a piè di pagina l’originale, mi ero anche fatta insegnare dal Centro Studi Piemontesi dei criteri per la trascrizione dei dialetti. Però questo è poco, spesso non basta. Il grande problema è la trasposizione dall’orale allo scritto. Per lungo tempo ho pensato che le fonti orali fossero un modo per smuovere la rigidità della storiografia tradizionale e per invitarla a leggere, a interpretare diversamente anche le altre fonti. Adesso penso che le fonti orali non siano più l’avanguardia; credo che il primo fronte siano le fonti visive, e quindi ho cominciato a lavorare con l’arte, con le immagini artistiche e altre immagini qualsivoglia, prima in modo strumentale, come appoggio a un discorso, e poi sulle immagini stesse, su quale sia la potenzialità conoscitiva dell’arte e del visivo in generale». Luca: «Il tuo ultimo libro si chiama Artebiografia e indaga i percorsi di tre artiste tra Italia e Africa. Ci dici qualcosa rispetto al trattamento che fai delle fonti visive, e perché hanno a che fare anche con il lavoro storiografico?». Luisa: «Far entrare la visualità nella storiografia non è che sia una gran novità, ma quello che conta è apprendere una lezione di metodo da questo utilizzo. Ho soprattutto cercato di coniugarlo con qualcosa di diverso, con l’ibridità. L’ibridità di visuale, scritto e orale si coniuga con l’ibridità tra bianco e nero, e forse italiano e africano. Questo incrocio mi sembra sia oggi all’ordine del giorno. E contamina anche il discorso sull’Europa. L’Europa vista da chi è esterno e l’Europa che riceve o non riceve gli stimoli e le persone dall’esterno. Direi che questo è uno dei grandi problemi di adesso. Ho lavorato molto sullo scardinare l’eurocentrismo dall’interno, ma adesso si può fare anche dall’esterno». Barbara: «In alcuni saggi hai parlato della storia orale come forma di intervento politico. Mi chiedevo se il ruolo d’avanguardia che riconosci alle fonti visive può essere utilizzato anche in funzione politica». Luisa: «Certo, un pensiero che tiene dentro di sé l’azione o che guarda a un modo di agire… Mi viene subito in mente Bertina Lopes, perché è collegata al Mozambico. Le sue opere sono quadri, ma sono anche sculture, entrambe fortemente politiche. Infatti venne poi esiliata dal Portogallo e riparò a Roma. A volte siamo incapaci di vedere il messaggio eversivo nell’opera d’arte o nel visivo, abbiamo bisogno di sviluppare lo sguardo per capirlo. Si tratta di studiare il rapporto tra una certa opera e la congiuntura dell’esistenza dell’artista, il momento in cui quest’opera è stata costruita, più in generale la relazione tra l’aspetto esistenziale e la creazione artistica. Mi ha aiutato partire da Louise Bourgeois, che in questo senso è molto significativa, e poi ho lavorato anche su altre artiste». (barbara russo, luca rossomando)
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