(disegno di manincuore)
Dal numero 12 (maggio 2024) de Lo stato delle città.
«Noi, dopo che hanno pascolato, i lama li leghiamo tutti insieme e li mettiamo
dentro l’ovile, ben stretti. E io così mi sento quando saliamo al Subte [la
metropolitana di Buenos Aires], come gli animali da pascolo» – mi ha detto un
giorno Flavia, trent’anni, oggi presidente della comunità indigena di Santuario
de Tres Pozos, situata nella regione di Salinas Grandes y Laguna de Guayatayoc,
nella provincia argentina di Jujuy. «Poi quando si apre la porta, scappano
tutti». È ormai scesa dalle scale mobili e si è messa in attesa della metro,
insieme alle sue compagne di lotta del Tercer Malón de la Paz. «Prima di venire
qui non ero mai salita su un Subte. All’inizio le scale mobili mi spaventavano,
non riuscivo a salire da sola. Allora qualcuno mi spingeva e mi aiutava, per più
di tre volte ho rischiato di cadere» – l’arrivo della metro ha interrotto la
risata di Flavia.
Siamo saliti sulla linea D, in direzione dell’Hotel Hilton a Puerto Madero. Dal
22 novembre 2023 vi si riunivano ministri e impresari per il secondo vertice
argentino sul litio, perciò il Malón aveva organizzato, fuori dall’albergo, un
presidio di contestazione con finalità informative. Il brusio della
metropolitana si riempì di un canto: «Cinco siglos resistiendo, cinco siglos de
coraje, manteniendo siempre la esencia…».
All’uscita dal vagone Wili, la guida spirituale di questa nuova comunità urbana
in lotta, continuava a soffiare nella sua conchiglia. Il suono che ne usciva
sovrastava il frastuono della metropolitana in ripartenza. Il Tercer Malón de la
Paz è arrivato a Buenos Aires il primo agosto del 2023. Erano circa duecento
persone, membri di più di cento comunità indigene di tutte le regioni della
provincia di Jujuy, situata nel nord-ovest dell’Argentina, al confine con Cile e
Bolivia. Hanno attraversato tutte le provincie nordoccidentali del paese per
avvicinare il loro grido di protesta ai luoghi del potere istituzionale. Sono
giunti fin qui per contestare la riforma costituzionale della loro provincia,
volta a favorire l’estrazione del litio dalla loro terra.
IL MALON DE LA PAZ
La parola “malón” appartiene al lessico colonizzatore castigliano e veniva
utilizzata per significare un’offensiva rapida e inaspettata da parte degli
indigeni ai danni di uno stanziamento colono o criollo. Il significato è
cambiato con il primo Malón de la Paz quando, era il 1946, 174 indigeni del
pueblo kolla partirono dalla regione di Cochinoca nell’altopiano andino della
regione del Jujuy per camminare in direzione di Buenos Aires. Nella capitale il
governo di Juan Domingo Peron era prossimo all’insediamento e intendeva
realizzare una riforma agraria. Certi di vedere ascoltato e riconosciuto il loro
diritto di preesistenza ancestrale e dunque alla restituzione di terra
appropriata o acquistata compulsivamente dallo Stato, i manifestanti camminarono
per duemila chilometri da Jujuy a Plaza de Mayo. Eppure, non fu mantenuta la
promessa di restituire le terre. E poche settimane dopo le forze della milizia
navale, armate di spranghe e gas lacrimogeni, procedettero allo sgombero del
primo Malón de la Paz. I maloneros furono caricati su un treno già predisposto
sulla linea ferroviaria alle spalle dell’Hotel degli immigranti – dove erano
stati alloggiati, per quanto immigranti non fossero –, comunicante direttamente
con la stazione di Retiro; li scortarono fino a Jujuy, dove ancora oggi i popoli
originari non vedono applicato il loro diritto all’esercizio della possessione
ancestrale delle terre che abitano, lavorano e difendono.
Sono passati quasi ottant’anni e la politica di sfruttamento del potere
istituzionale ai danni dei popoli originari e delle loro terre ricche di risorse
naturali prosegue indisturbata. Un tempo i coloni estraevano l’oro, ma oggi la
ricchezza ha cambiato nome e colore: l’oro si è fatto bianco e si chiama litio.
In nome della riconversione energetica all’elettrico, le imprese mondiali
insistono nel risucchiare su larga scala le risorse non rinnovabili nascoste nel
cuore del pianeta. È la cosiddetta rivoluzione verde: il Consiglio Mondiale
dell’Energia ha affermato che le risorse di petrolio si esauriranno entro una
cinquantina di anni. Perciò al combustibile fossile nelle automobili si comincia
a sostituire il motore elettrico, la marmitta si trasforma in batteria al litio.
Il sole e il vento sono intermittenti, il litio c’è e si sa anche dove.
L’ottanta per cento delle risorse mondiali si trova in un triangolo di terra che
tocca Cile, Bolivia e Argentina. Quest’ultima è la nazione eletta: le
multinazionali hanno già avviato più di sessanta progetti minerari nel paese,
nelle provincie di Catamarca, Salta e Jujuy. Il territorio argentino vince la
gara della dinamite mineraria perché qui i grossi investitori devono pagare solo
il tre per cento delle regalie allo Stato e non subiscono nessuna restrizione né
controllo sull’esportazione. «Così l’Argentina diventerà la fornitrice di più
della metà del litio necessario a soddisfare la domanda mondiale», annunciava
fieramente qualche anno fa Mauricio Macri, presidente del paese dal 2015 al
2019.
In pochi anni il valore di una tonnellata di carbonato di litio è passato da
duemila a dodicimila dollari. Per produrre una tonnellata di questo minerale
servono due milioni di litri di acqua. Per costruire un’auto elettrica
(equivalente a circa diciassettemila cellulari) sono necessari più di quattro
chili di litio. Una Tesla S contiene una batteria di sei chili di litio. Due
milioni di litri d’acqua provenienti dalle Ande di Jujuy si trasformano così in
duecento auto elettriche prodotte da compagnie europee, nordamericane,
australiane, cinesi, giapponesi e poi distribuite nei rispettivi paesi. Come? Si
pompa l’acqua salmastra già a disposizione nelle immense saline jujeñe e la si
colloca in enormi piscine la cui superficie equivale a varie migliaia di stadi
di calcio. Sotto la radiazione solare l’acqua evapora, il carbonato di litio si
deposita. Dopodiché deve essere separato, usando la calce, e poi lavato, e per
lavarlo è necessaria acqua pura, di sorgente, che è l’acqua che beve la gente
delle comunità dell’altopiano argentino.
Le miniere di litio sono miniere d’acqua. Esce più acqua di quella che entra nel
sistema, e quest’ultima, quella che vi ritorna, rientra contaminata dalle
sostanze tossiche disperse durante la separazione del litio. Il punto della
questione attuale, quella gridata per le strade di Buenos Aires dal Tercer Malón
de la Paz, non si ferma dunque alla difesa e alla tutela della preesistenza dei
popoli originari e del loro diritto a disporre liberamente e rispettosamente
delle risorse della terra che abitano, ma consiste anche nel prendere coscienza
che la cosiddetta “energia verde” corrisponde in realtà all’ennesimo dispositivo
di distruzione dell’ecosistema.
Iber mi ha riferito i dati sul processo estrattivo del litio. Eravamo
sull’autobus che ci portava verso la sede del SERPAJ (Servicio Paz y Justicia),
le cui avvocate si sono occupate di appoggiare e fortificare legalmente le
rivendicazioni del Tercer Malón. Iber ha ventiquattro anni ed è di Alfarcito,
una piccola comunità situata nella regione di Salinas Grandes, la stessa da cui
proviene Flavia. Lì si concentra la maggior parte delle risorse di litio
argentine e per questo la lotta contro i progetti di esplorazione per l’apertura
di nuove miniere cominciò già nel primo decennio del Duemila. Iber è nato nella
lotta. Prima di scendere dall’autobus mi ha detto: «Oggi siamo in guerra, perché
è una guerra questa. Tra chi vuole difendere la Madre Terra e chi vuole
continuare a venderla per profitto. Stiamo lottando per l’acqua, perché sia
libera e ce ne sia per tutti e per tutte. Se perdiamo questa guerra, domani la
guerra sarà tra di noi: io e il mio vicino di casa arriveremo a litigare per un
bicchiere d’acqua». Poi è squillato il suo cellulare e una voce diceva: “Cinco
siglos resistiendo”.
LA RIFORMA DI MORALES
Dopo una lunga battaglia nell’ambito dei diritti umani indigeni, cinque secoli
dopo l’inizio della colonizzazione e della resistenza a essa, nell’agosto 1994,
la Costituzione Nazionale Argentina accolse l’articolo 75, che all’inciso 17
stabilisce la responsabilità del Congresso ad “ammettere la preesistenza etnica
e culturale dei popoli originari, garantire il rispetto della loro identità
culturale e linguistica, riconoscere la persona giuridica delle comunità e la
possessione comunitaria delle terre che tradizionalmente occupano e infine
assicurare la partecipazione dei popoli originari nella gestione delle loro
risorse naturali e degli interessi che le riguardano”. Grazie all’incorporamento
di questi statuti normativi, sul finire degli anni Novanta alcune, ma non tutte,
delle comunità originarie dislocate nel territorio jujeño si videro legalmente
riconosciuta la personalità giuridica, nonché assegnati i titoli di possessione
delle porzioni territoriali di insistenza, assegnazione avvenuta in parte in
forma comunitaria e in parte direttamente a famiglie o singoli.
Nonostante la sussistenza di questi baluardi costituzionali e dei conseguenti
atti notarili, lo scorso giugno a Jujuy è stata approvata, senza previa
consultazione dei popoli originari, una riforma provinciale, promossa dal
governatore Gerardo Morales, che ha facilitato il via libera alle procedure
estrattiviste nei territori indigeni e ha autorizzato misure repressive ai danni
di qualsiasi tentativo di resistenza. Per via del carattere federale del governo
argentino, infatti, le province sono considerate “antecedenti” all’unificazione
dello stato-nazione e mantengono un forte potere di autonomia. Per questo ogni
provincia dispone di una Carta Costituzionale ed è su di essa che Morales ha
agito. Il governatore è riuscito a modificare 66 dei 212 articoli della Carta
provinciale, la maggioranza dei quali riguardavano il tema delle risorse
naturali. Dichiarando il litio come “risorsa strategica” e stabilendo al minimo
la quota di interessi da tributare allo Stato, la nuova riforma sancisce il
contratto di svendita del sottosuolo jujeño alle multinazionali estere.
Mentre nel governo di Jujuy si discuteva la riforma, Flavia, Iber, Wili e tutto
il Tercer Malón de la Paz, erano in marcia sulla Ruta che da Abrapampa cammina
verso la capitale di Jujuy. All’alba del 16 giugno Morales ha annunciato
l’approvazione della riforma provinciale. Dopo un giorno di mobilitazione a San
Salvador de Jujuy, con i popoli originari uniti ai docenti già in protesta per
la rivendicazione di un salario degno, il Malón ha organizzato un blocco
stradale lì dove si incontrano la Ruta 9 e la 52, quella che porta all’area di
Salinas Grandes, la più minacciata dagli interessi speculativi. Il blocco era
un’azione di protesta volta anche a informare i passanti sull’incostituzionalità
della riforma. Vi sono confluite quasi duecento comunità, per un totale di più
di quattrocento persone. I cortes, i blocchi stradali, sono stati un grande
esperimento di gestione comunitaria della lotta.
Il blocco avveniva su tre fronti: a nord e sud della ruta 9, per i veicoli
provenienti rispettivamente dalle regioni al confine con la Bolivia e dalla
capitale jujeña, e sulla ruta 52, per bloccare qualsiasi accesso alla zona di
Salinas. L’intento era tanto quello di generare scompiglio e sensibilizzazione,
quanto di impedire il passaggio di camion trasportanti calce o altri elementi
necessari alla estrazione e separazione del litio già in corso nel Salar de
Olaroz, centocinquanta chilometri dopo Salinas. Si lasciavano circolare solo i
veicoli sanitari o le auto con a bordo minori e anziani. Uno dei ruoli
principali, nonché di maggiore responsabilità, nel funzionamento dei cortes era
pertanto quello di chi circolava tra i veicoli fermi in strada, distribuendo
materiali informativi sull’incostituzionalità della riforma e cercando di
dialogare con gli autisti più spazientiti. Ogni ruolo veniva scandito da turni
di quattro o sei ore. Oltre a chi volantinava, c’era chi si impegnava a
sorvegliare ed eventualmente rafforzare le barricate, costruite con massi e
pezzi di legna. La cucina del campo era gestita in modo comunitario: si teneva
sempre acceso il fuoco, per smorzare le basse temperature invernali e poter
riscaldare i pasti provenienti dalla non troppo lontana Tilcara. Lì infatti, nel
campo base di un gruppo di militanti, si cucinavano grosse quantità di zuppa e
carne stufata per poi distribuirle nei tre blocchi di Purmamarca, il paese più
vicino al luogo del presidio. Di notte ci si turnava per fare da guardia
all’accampamento mentre sulle colorate montagne che sovrastano l’incrocio
stradale erano presenti gruppi di vedetta pronti ad avvisare dell’arrivo di
veicoli delle forze del supposto ordine.
E infatti, forti dei nuovi decreti costituzionali che proibivano espressamente
blocchi stradali totali così come qualsiasi altro ostacolo alla libera
circolazione, alle sei di mattina, poi alle tre e alle sette del pomeriggio del
17 giugno 2023, sono arrivate puntuali le repressioni. La fanteria e la polizia
federale hanno iniziato a colpire chiunque avesse a tiro, usando pallottole di
gomma e gas lacrimogeni di nuovo brevetto. Hanno distrutto cellulari e
videocamere, caricato uomini e donne sui camion pronti a partire verso la
questura. A Tilcara, a pochi giorni dall’inizio del Carnevale del 2024, Maria mi
ha raccontato la sua esperienza di lotta nei cortes mentre cucivamo la bandiera
che avrebbero utilizzato durante la parata del collettivo femminista delle Cari
Chupi (belle facce). Mi ha mostrato con orgoglio la sua cicatrice sul polso
destro e mi ha detto che non c’era praticamente nessuna e nessun manifestante
che non riportasse il segno di un proiettile di gomma sulle gambe o sulle mani
usate per proteggersi la faccia. La fanteria sparava ad altezza viso ed è così
che tre uomini hanno perso la vista da un occhio. Mi ricordo di quando dagli
occhi di Karen, bardati dietro due spesse lenti nere che la riparavano dal sole
accecante delle Salinas, è colata una grossa lacrima mentre ripercorreva i fatti
del 17 giugno e mi chiedeva di non parlarne più. Karen, insieme a Santiago,
rappresentanti della comunità di Pozo Colorado, sono stati detenuti per una
decina di giorni nel carcere di Jujuy. Oggi anche loro sono imputati nelle
centinaia di cause che il governo provinciale porta avanti in nome della
criminalizzazione delle proteste di giugno.
Nonostante le repressioni, i cortes sono proseguiti per settimane, continuando a
informare i veicoli di passaggio sulla pericolosità della nuova riforma. Non
sono mancati episodi di resistenza a nuovi tentativi di attacco delle forze
armate. Gridato l’annuncio dalle vedette d’altura, erano spesso le donne a
schierarsi in prima linea e a lanciare contro le guardie olio bollente e pietre.
«Sembrava una guerra civile – mi ha raccontato uno dei militanti di Tilcara –,
dato anche l’alto numero di familiari e conoscenti impiegati nelle forze di
polizia locale».
E quella guerra civile sembrava anche sostenibile, per quanto indicibilmente
stancante e dolorosa, fin quando il 20 agosto, a una settimana dalla sconfitta
nelle primarie come candidato alla vice-presidenza dell’Argentina, Gerardo
Morales ha mandato un plotone dell’esercito non più in assetto anti-sommossa,
bensì dotato di armi belliche vere e proprie. Il plotone ha proceduto allo
sgombero e allo smantellamento definitivo dell’accampamento. Il traffico di
Jujuy è stato ripristinato senza più interruzioni. I grossi camion di calce
hanno ricominciato a raggiungere le miniere di Olaroz Chico e le auto della
Toyota, una delle principali case automobilistiche giapponesi, bramosa di
batterie al litio, hanno ripreso a fermarsi sulla ruta 52 per proporre alle
comunità locali nuovi accordi di esplorazione.
IL MALON A BUENOS AIRES
Un mese prima, il 25 luglio 2023, il Tercer Malón de la Paz aveva preso la
decisione collettiva di cominciare il cammino verso Buenos Aires e ho passato
giornate intere con loro nella capitale. A Buenos Aires Flavia mi ha raccontato
il costante aumento delle visite da parte delle imprese nella sua comunità di
Santuario de Tres Pozos, che vive soprattutto di estrazione del sale,
allevamento di lama, turismo e artigianato. Il villaggio di Santuario lo fondò
suo nonno, costruendolo a poco a poco, a partire da una scuola. Flavia è nata a
casa sua, del nonno, «anche per questo sto lottando – mi ha detto – non voglio
che quel luogo venga distrutto». Suo nonno è morto il 26 maggio 2023, non c’è
stato abbastanza tempo per stare con il dolore prima del nuovo caos generato
dalle repressioni nei cortes di Purmamarca. «Eppure, io da qui mi porto una
nuova famiglia». Eravamo nella sua tenda, nell’accampamento di Plaza Lavalle,
sotto la Corte Suprema che ormai da più di quattro mesi non offriva ascolto né
udienza alle rivendicazioni del Malón. Come nominò la parola “famiglia” il vento
forte di quella sera buttò a terra il suo telefono, che appoggiato su un asse
del tetto faceva da torcia per illuminare il viso di Flavia e la whipala che le
stava dietro, la bandiera dei popoli originari. Abbiamo riso al buio.
Fuori dalla tenda di Flavia era una sera come un’altra. Alcune maloneras si
godevano il ritmo di una samba cantata da Ivan, un altro dei giovani del Malón.
José, che per trent’anni ha lavorato in una miniera di rame, per poi cominciare
a unirsi alle lotte sindacali fino ad arrivare a Buenos Aires con il Malón,
aveva il piede gonfio per una qualche infezione. Wili glielo massaggiava, poi lo
ha lasciato riposare in un secchio pieno di ghiaccio. Raul, uno dei più
impegnati nel lavoro di approfondimento dei diritti indigeni, masticava coca
mentre leggeva al computer. Iber era appena tornato con le bocce piene d’acqua.
Era andato a riempirle davanti al teatro Colón, dall’altro lato della piazza,
perché dalla parte dell’accampamento le autorità cittadine avevano tagliato la
distribuzione idrica alle fonti pubbliche, per rendere più scomoda la permanenza
degli indios di questa fase della storia.
L’abuelita Sabina intrecciava tranquilla fili di tutti i colori nel suo piccolo
telaio portatile. Yamil, un altro giovane, lottava contro il sonno e cercava di
studiare: doveva tornare a San Salvador per dare un esame di ingegneria.
Fabiana, una senzatetto adottata dall’accampamento di Plaza Lavalle, veniva a
chiedere con la sua andatura claudicante un piatto di zuppa. Estela lo riscaldò
e Monica glielo servì fumante. Per pranzo, come ogni lunedì, aveva cucinato un
gruppo di donne e uomini salteñi che risiedono da tempo a Buenos Aires e che
partecipavano così alla lotta delle loro sorelle e fratelli. Un uccello cantava
alla luna calante di quella notte. Era stata la giornata internazionale di lotta
all’estrattivismo, il 4 dicembre. Il Tercer Malón aveva aperto il corteo che
partiva dall’obelisco di Avenida 9 de Julio fino a Plaza de Mayo, a suon di
canti e del motto “Arriba los derechos! Abajo la reforma!”. Erano tutte e tutti
stanchi, e presto sarebbero andati a dormire.
Da agosto a dicembre Plaza Lavalle è stata attraversata da migliaia di persone,
alcune delle quali hanno porto ascolto e gesti di adesione alla lotta, che
fossero un pacco di pasta, una chitarra per fare musica insieme, un cartellone
preparato per la manifestazione del giorno, e magari tradotto in una lingua
altra dal castigliano, per poter cogliere l’attenzione di un turista di
passaggio, o insomma una delle infinite modalità possibili per allargare la
cassa di risonanza di questa storia che ha urgenza e portata di coinvolgimento
universale. Persino il 19 novembre 2023, giorno della vittoria elettorale di
Javier Milei, la piazza del Malón è stato un luogo dove versare lacrime e
stringersi nel silenzio e nella forza di un abbraccio. Ricordo che Wili ha
insitito e alla fine, mentre cominciavano a levarsi suonate di clacson e grida
moleste come «Viva la libertad, carajo!», abbiamo giocato a calcio e per un
attimo i pensieri sono rotolati insieme al pallone. Durante la partita Wili è
caduto molte volte e a gioco finito mi ha detto: «Sai cosa significano tutte
queste cadute? Che abbiamo ancora qualcosa da fare su questa terra». Per questo
Yamil, tornato all’accampamento con un altro esame superato sul libretto, si
dichiarava felice di avere rallentato il suo percorso di studi per unirsi a una
lotta in nome della giustizia. Quando tornò a Plaza Lavalle urlando «Jallalla!»,
il grido che sempre si ripete a sostegno della lotta delle comunità andine del
nord-ovest argentino, produsse un’eco che durò fino all’ultimo pomeriggio del
Malón a Buenos Aires.
L’ombra del potere di Milei, il nuovo presidente nazionale di estrema destra,
era sceso sul Jujuy e sull’intera Argentina. Il Tercer Malón de la Paz ha
annunciato in conferenza stampa la sua ritirata, prevista per la notte tarda del
15 dicembre. Si preparava così a lasciare la capitale argentina senza aver
visto, da parte dei due governi succedutisi al potere durante la sua permanenza
in città, alcuna mossa in direzione dell’obiettivo principale della sua lotta:
l’abolizione della riforma provinciale di Jujuy sulla base della sua
incostituzionalità, tanto procedurale quanto contenutistica. Anzi,
l’insediamento del nuovo presidente Milei già lascia intuire ciò che da tempo il
popolo jujeño profetizzava: la riforma provinciale, tanto nella sua parte
impegnata a criminalizzare le proteste, quanto nella sua più generale ottica
produttivistica, è un perfetto laboratorio in cui sperimentare misure da attuare
poi su scala nazionale.
Il sole stava per tramontare. I lavori di smontaggio delle tende si sono
fermati: è giunta la notizia di un guasto meccanico al pullman che da Jujuy
stava muovendo verso la capitale per poi riprendere il viaggio in direzione
contraria. Era fermo a settecento chilometri di distanza in attesa di una
riparazione, che probabilmente sarebbe potuta avvenire solo la mattina seguente.
Solo Wili ha proseguito i preparativi del suo bagaglio. Non sarebbe tornato
subito in Jujuy col resto del Malón, aveva intenzione di fermarsi ancora un paio
di settimane nella provincia di Buenos Aires per continuare un percorso di
formazione spirituale con un vecchio saggio della zona. Mentre mi indicava un
punto del cielo sopra il teatro Colón, da dove ogni giorno vedeva sorgere il
sole, mi ha detto: «I nostri anziani dicono che siamo esseri solari». Secondo la
cultura andina indigena il sole, e con esso il pianeta Terra e l’umanità tutta,
sono recentemente entrati in un nuovo ciclo temporale chiamato Pachacuti.
Significa ritorno all’anteriore, a tutta la saggezza anteriore che invoca la
cura della Madre Terra e delle future generazioni. Mentre continuava a disarmare
la sua tenda Wili ha aggiunto: «Noi abbiamo lasciato questo messaggio alla
società qui a Buenos Aires affinché ne prenda consapevolezza, perché è l’unica
forma di sopravvivenza, se no scompariremo tutti». Scioglieva un nodo, poi un
altro. Suo nonno aveva partecipato al primo Malón de la Paz. Ha rimosso il telo
di plastica che gli faceva da copertura anti-pioggia. Il sole tramontava, Wili è
partito col suo sorriso. Il pullman era sempre fermo nella provincia di Córdoba.
Il Malón è andato a dormire ancora incerto sull’orario di partenza, ma ben
convinto che era tempo di tornare al territorio, a progettare da lì nuove
strategie di resistenza e difesa collettive.
Eppure, l’assalto è avvenuto prima del previsto. All’alba dell’indomani, a sei
mesi esatti dal giorno dell’approvazione della riforma incostituzionale, non è
stato il pullman ad arrivare, bensì, come settantasette anni prima, in pieno
rispetto della ciclicità della storia, la polizia della città. Li hanno
svegliati alle sei di mattina, entrando nelle tende, e intanto già cominciavano
a “bonificare” (questo il lessico usato dalle forze dell’ordine) il lato
dell’accampamento dove fino alla sera prima c’erano la cucina e la dispensa,
gettando nel tritarifiuti tutto ciò che non era stato ancora imballato, e cioè
gli alimenti per la colazione e per il lungo viaggio fino a Jujuy. Il Malón così
risvegliato ha cercato un dialogo: spiegava il ritardo imprevisto, sosteneva
l’inutilità di questa misura di forza visto l’annuncio della partenza imminente,
chiedeva dunque pazienza affinché potessero finire di disarmare l’accampamento
seguendo i propri criteri e aspettare l’arrivo del mezzo di trasporto. Ma il
capo della polizia ripeteva di «dover pulire immediatamente questa spazzatura» e
infine far arrivare una squadra di polizia federale che contava un’ottantina di
uomini e donne, a fronte della trentina di persone rimaste. I poliziotti
filmavano le azioni dei lavoratori di Buenos Aires Ciudad Verde e di un’azienda
privata, convocati per lo smantellamento completo dell’accampamento, l’arrivo
trionfante delle forze federali, il coordinamento delle operazioni da parte dei
capisquadra e le strette di mano forti e complici tra gli stessi. Più o meno in
questa sequenza hanno montato le immagini nel video che è comparso il pomeriggio
stesso sulle pagine social della Policía de la Ciudad de Buenos Aires, con la
didascalia scritta in maiuscolo: “Si è posto fine alla fattoria a Tribunales – e
con ordine”. Seguiva il cartello finale: “Proteggere i porteñi, rafforzare
l’ordine, rispetto alla polizia della città”.
Io con la mia telecamera seguivo la nonna Sabina, che si aggirava tra le forze
dell’ordine con il fuoco sacro «per togliere la malaonda». Poi con disinvoltura
ha chiesto a un poliziotto di spostarsi. Stava in piedi sopra alla Pachamama, e
cioè a un punto del giardino della piazza dove era stato fatto un buco,
all’arrivo del Malón in agosto, per offrire omaggi alla Madre Terra, chiederle
accoglienza e protezione durante il periodo di permanenza in quel luogo. Poi ha
ripreso il suo cammino, emanante essenza di terra e foglie di coca, rapida e
sicura, dicendo tra sé: «Facciano ciò che vogliono con noi, però con lei non
possono fare ciò che vogliono, lei è l’autorità più forte e più potente ed è
grazie a lei che viviamo».
Il Malón è salito sul pullman alle quattro del pomeriggio del 16 dicembre 2023.
Subito prima erano canti, lacrime e sorrisi, abbracci e saluti con le persone
che nel corso di quei quattro mesi e mezzo hanno accompagnato la lotta. Il Malón
che partiva verso Jujuy ringraziava a pugno chiuso la città che restava, a
ricordare che questa lotta è di tutte e di tutti, e non il capriccio di “poveri
indios selvaggi”, perché è la lotta in difesa della vita contro il sistema
neoliberista che sfrutta e fagocita ogni pezzo di terra, ogni goccia d’acqua,
ogni essere umano in nome del profitto. (agnese giovanardi)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(archivio disegni napoli monitor)
«Sbah el kheir, mama!».
Mi sveglio in questo caldo mese di agosto in modo diverso.
Oggi partiamo per Roma.
Mio padre mi ha regalato questo viaggio. Sapeva quanto l’Italia fosse importante
per me. L’importanza di poter finalmente parlare una lingua che padroneggio
quasi perfettamente e che ho imparato per sette anni. L’importanza di scoprire
la città che vedo solo attraverso il Colosseo e gli infiniti capitoli di storia
sull’Impero Romano a scuola. La possibilità di iniziare questa serie di viaggi
che voglio intraprendere per il resto della mia vita. Neanche i miei genitori
hanno mai visitato l’Italia. Forse alla fine è grazie a me che la visiteranno.
Hanno sempre vissuto in Algeria e mi hanno trasmesso l’amore per il mio paese.
Il loro paese è diventato il mio: amo l’Algeria come amo la mia famiglia, scorre
nel mio sangue ogni minuto e mi legherà sempre alle mie radici. Ma ora che siamo
a Marsiglia è tutto diverso. dobbiamo imparare a tenere per noi le nostre
origini quando possono portarci pregiudizio. A volte dobbiamo confonderci con la
folla per non essere giudicati o discriminati. In un paese in cui la diversità
etnica non è valorizzata, a volte è meglio nasconderla. Anche se questo non ci
impedisce di andare in Algeria ogni estate con lo stesso piacere.
Ho scoperto lì l’italiano, tra i ferventi tifosi algerini e i venditori
itineranti di karantika, vicino allo stadio di Algeri.
La karantika è la specialità che appartiene all’Algeria, è una delle prime cose
da mangiare lì. L’autentica karantika si trova solo in Algeria. Si trova
ovunque, in ogni panificio, fast food, pasticceria, pizzeria, ma soprattutto in
ogni angolo di strada. È un piatto e panino algerino a base di farina di ceci,
simile a un gratin o a uno sformato. Venduto spesso da venditori ambulanti nelle
principali città algerine, si consuma preferibilmente caldo. Il principio della
karantika è semplice. Si mette una fetta di questo gratin in un pane croccante e
si condisce con cumino per un sapore più intenso e, soprattutto, con harissa. Il
sapore della karantika è dolce ma allo stesso tempo piccante. Un po’ come in
Algeria, caldo ma piccante. Il gratin di ceci è molto leggero al palato, ma il
cumino e l’harissa aggiungono un’esplosione di sapore e danno alla leggerezza
del gratin un gusto nuovo. Assaggiare una karantika, anche dopo centinaia di
volte, mi riporta sempre alla mia infanzia, come una fiamma che sto
riaccendendo, che quella karantika sta accendendo…
Mi ricordo di quel momento speciale che non ricorderò mai di aver vissuto, ma
che rivive nei racconti della mia famiglia.
Estate 2008. Il sole caldo batte sul giardino della nostra casa tra le montagne
della Cabilia. Ero già immersa nella lingua cabila, che ho imparato prima del
francese. Ma quel giorno ho mosso i primi passi. Comincio a camminare, a
scoprire il mondo che mi circondava e in quell’occasione assaggio per la prima
volta la karantika. Mia zia aveva solo quindici anni e giocava con me come se
fossi la sua sorellina. Giocava con me con una karantika in mano. Quello che
aveva in mano mi incuriosiva. Capisco subito che si trattava di qualcosa da
mangiare. Solo che era pieno di harissa, e l’harissa punge. La famiglia intorno
a me aspettava che la sputassi. «Outhezmirara atecith!» (in cabilo: «Non può
mangiarlo!») dicevano le mie zie e mia madre. Inaspettatamente, lo mangiai
tutto, sorprendendoli. Mi ero già innamorata della karantika. Poi chiedo loro di
darmi dell’acqua. Ho gridato: «Fkiyid aman!», che è stata anche la mia prima
frase in cabilo.
Da quando sono piccola, ascoltavo l’italiano. Appassionata di calcio, vado ogni
anno in Algeria, allo stadio della mia città. Lo stadio è impressionante quando
si entra, anche se non è esattamente di dimensioni enormi. È l’atmosfera di uno
stadio e dei suoi tifosi che rende grande uno stadio, e questo l’ho scoperto in
Algeria. Nei giorni delle partite, le strade solitamente vuote si riempiono di
uomini, donne, bambini e anziani. I negozianti non chiudono e i bar lavorano
fino all’alba.
La coda per entrare allo stadio è fastidiosa e stimolante. Da un lato, non vedo
l’ora di entrare allo stadio, ma dall’altro l’attesa è sempre lunga. Seduta al
mio posto, le poche migliaia di tifosi mi hanno fatto sentire come se fossi allo
Stade de France, circondata da ottantamila persone.
La squadra di Algeri riprende molte frasi in italiano. «Forza Alger!», «La magia
rosso e nera», «Non dimenticheremo mai quello che abbiamo passato…»; o ancora:
«La guerra non è niente; l’abbiamo già vinta», «Sempre con fierezza». Queste
ultime frasi si riferiscono a uno stesso periodo che risuona e fa parte della
vita quotidiana di ogni algerino: la guerra e l’indipendenza dell’Algeria.
Sappiamo tutti che se oggi siamo qui è perché i nostri antenati sono morti per
la nostra indipendenza. Mi hanno sempre detto: quando ti senti male, ricordati
che sei algerina e tutto andrà meglio. Anche i miei antenati hanno vissuto
questa guerra. Alcuni sono morti, altri hanno imparato a convivere con le loro
cicatrici.
Gli slogan dei tifosi sono in italiano o in arabo. Nello stadio ascolto i canti
dei tifosi che ripetono le espressioni in italiano, tutti insieme, come se fosse
l’ultima partita della loro vita. L’arrivo dei giocatori è l’unico momento di
silenzio. L’intero stadio ascolta il silenzio nell’attesa di riprendere i canti.
Quello che ascolto cambia totalmente all’arrivo della squadra avversa. I canti
si trasformano in fischi. È sgradevole per le mie orecchie, ma fischio anch’io.
L’atmosfera è unica e magica. La miscela di canti e fischi si accompagna agli
odori del fumo e dei fuochi d’artificio. La nebbia del fumo mi nascondeva sempre
una parte del campo. È sorprendente, ma non è un ostacolo alla mia gioia e al
mio impegno.
Questo momento di condivisione è il mio momento preferito, ogni vacanza in
Algeria. Vivo simili notti a Marsiglia, allo stadio Velodrome. Stessi canti,
stessi odori, ma con una passione differente. Sento sempre un’emozione
particolare, un fiume in me quando torno nel mio paese.
Una fiamma che non si consuma mai, che viene riaccesa in ogni momento da ogni
cultura che vive in me. Una fiamma che ho cura di riaccendere e che mi infiamma
soprattutto quando visito la terra dei genitori. La terra che vedo solo una
volta all’anno, perché viviamo a Marsiglia. Questa è la storia dei miei
genitori: cercare un futuro migliore per i loro figli in Francia.
Marsiglia è tutta la mia vita. Mi chiedo ancora se potrò mai lasciare questa
città. Marsiglia è il luogo dove sono nata e cresciuta, dove ho sorriso e
pianto. Sono diciassette anni che trascorro lì la maggior parte del mio tempo.
Ho visitato così tanto il Vecchio Porto che non mi impressiona più. Ho fatto il
bagno così tanto alla spiaggia della Pointe Rouge che non ci vado più. Ma mi
sono ripromessa di non lasciarla. Marsiglia è una culla dove sto bene, dove si
sta sempre meglio. Ho sempre ritenuto che il mio carattere fosse compatibile con
Marsiglia. Sanguigna e impulsiva, ma generosa e accogliente. Un po’ come
l’Algeria e la karantika. Dolce ma allo stesso tempo piccante. Marsiglia e
l’Algeria si assomigliano e mi assomigliano. Mi sento a casa in entrambi i
luoghi. Sulle rive del Mediterraneo, con lo stesso clima e lo stesso
temperamento.
Ma questa volta presenterò ai miei genitori un mondo nuovo, lontano dall’Algeria
che hanno conosciuto e dalla Marsiglia in cui abitano da diciott’anni.
Oggi partiamo per Roma. Il mio cuore arde di attesa, so che qualcosa mi lega a
questo paese. Non vedo l’ora di parlare italiano, di incontrare la gente, di
immergermi nella cultura del paese. Non abbiamo scelto Roma senza motivo: avrei
potuto scegliere Firenze, Venezia, Milano o ancora Napoli. Ma Roma è sempre
stata nella mia mente.
Ho aspettato pazientemente le dodici ore di viaggio. Che gioia incontrare i
primi cartelli in italiano, ricevere un messaggio dal mio operatore che diceva
“benvenuto in Italia” e vedere i controlli di frontiera. Finalmente sono qui!
Forse la mia fiamma stava aspettando Roma per continuare a risplendere.
La mattina del mio arrivo, naturalmente, sono passata davanti allo stadio
Olimpico. Da appassionata di calcio non potevo andare a Roma senza vederlo.
Quando sono tornata a Ostia, dove eravamo in campeggio, con i miei genitori e i
miei tre fratelli, abbiamo avuto un incontro inaspettato.
Abbiamo preso l’autobus 71 che dalla stazione della metropolitana di Eur-Fermi
portava alla spiaggia di Ostia. Questo autobus ci ha lasciato il segno. Era
l’autobus che collegava il nostro campeggio alla stazione della metropolitana
che ci permetteva di raggiungere il centro città. Lo prendevamo la mattina e la
sera, come tutte le altre famiglie del campeggio. Durante il viaggio, mi sono
concentrata a cercare di individuare le persone che indossavano i famosi
braccialetti gialli che consentono l’accesso al campeggio. Ho sentito parlare
tutte le lingue: tedesco, libanese, inglese, francese e spagnolo. È stata una
grande opportunità per incontrare persone di altri paesi e culture.
Come al solito, mi destreggio tra arabo e cabilo con i genitori, francese con i
miei fratelli e italiano con l’autista per chiedere se stiamo andando nella
direzione giusta. All’improvviso, un uomo anziano mi si avvicina e mi parla in
italiano. Molto alto, probabilmente si avvicina ai settant’anni. Mi chiedo cosa
possa dirmi. Anche lui sembra essere un turista e porta uno zaino come me. Mi
chiedo come possa aiutarmi se nemmeno lui è di qui.
«Il campeggio di Ostia? Sì, siete sulla strada giusta, non preoccuparti».
«Grazie signore», ho detto, ancora esitante per paura di fare un errore
linguistico.
«Non preoccuparti, neanche io sono di Roma. Abito a Bari. E voi da dove
venite?».
«Veniamo da Marsiglia, siamo francesi».
I miei fratelli giocavano in fondo all’autobus e i miei genitori osservavano
questo incontro, cercando di capire qualche parola che fosse trasparente.
Sembrano attenti, come se capissero l’intera discussione. In realtà, durante il
mio soggiorno ho insegnato loro le basi di come cavarsela, cioè buongiorno,
grazie, per favore, mi scusi signore o signora, per esempio. Ma sono riusciti a
capire le frasi usando come punti di riferimento parole trasparenti e il
contesto. Per esempio, quando chiedo a qualcuno un’indicazione stradale dicendo
«Siamo sulla strada giusta…?», riescono a dedurre dalla parola “giusta” ciò che
ho chiesto.
È stato molto emozionante vederli interessarsi all’italiano, aggrappandosi a
quelle poche parole che potevano collegare al francese. Mi ricordavano me,
quando ho preso il primo corso d’italiano della mia vita. Abbiamo confrontato
tutto con la Francia: prezzi, cibo, strade, negozi, trasporti pubblici e
soprattutto la lingua. Su alcuni punti, Francia e Italia si completano, su altri
sono completamente diverse, ed è questo che le rende così affascinanti e uniche.
Ecco perché l’Italia rimarrà impressa nel mio cuore, e soprattutto quel primo
viaggio a Roma.
«Come è possibile avere un aspetto così italiano? È bellissimo! Avete origini
italiane? L’uomo ha detto ai miei genitori».
«No, l’ho imparato a scuola», ho risposto.
«Mia moglie è professoressa di francese. Abbiamo vissuto in Francia per molti
anni».
Dietro di lui apparve una donna, che sembrava essere sua moglie. È molto più
bassa, con capelli rossi molto ben pettinati e assomigliava molto alle vecchie
signore parigine. All’improvviso, la coppia comincia a parlarmi in francese, con
un leggero accento italiano piuttosto affascinante. Originaria di Bari,
l’anziana signora mi ha raccontato dei vent’anni trascorsi a studiare e
insegnare a Parigi. A Parigi aveva conosciuto suo marito, che dopo aveva
lasciato la città per raggiungerla. La storia era affascinante: sebbene fossero
vicini di casa a Bari, si erano innamorati l’uno dell’altra solo dopo essersi
incontrati a Parigi. Ormai in pensione, visitano le città d’Italia come amanti.
Una storia d’amore all’interno della mia.
Roma è diventata la mia storia d’amore quest’estate. È diventata parte della mia
storia, già impregnata dalla Francia e dall’Algeria. A suo modo, ha contribuito
a riaccendere la fiamma che mi ha permesso di forgiare la mia identità e di
unire le culture e le lingue che riecheggiano dentro di me ogni giorno, ogni
secondo. (camila abdelmoula)
(disegno di ericailcane)
Dal numero 9 (novembre 2022) de Lo stato delle città
Otto anni fa, era primavera, usciva per Monitor il primo articolo sui quartieri
accanto alla Dora di Torino. Il resoconto menzionava uno sfratto violento
eseguito dalla polizia, i progetti di riqualificazione sognati dagli assessori,
le velleità estetiche di una nota scuola di scrittori e la lotta viva dei
solidali. Da allora ho, abbiamo esplorato il mondo urbano che da piazza della
Repubblica discende fino al fiume e oltre prosegue verso Aurora e Barriera di
Milano. Nel tempo abbiamo raccontato gli sgomberi e le forme d’opposizione,
abbiamo analizzato i piani di rigenerazione e allestito gallerie fotografiche,
pagine di carta hanno accolto la voce di chi ha avuto la forza di resistere:
nella cronaca s’incontrano la voglia di comprendere la città e il desiderio di
supportare le lotte. Ora, quando contemplo i materiali radunati, mi chiedo se da
una sequenza di racconti, immagini e interviste possa nascere un quadro
interpretativo, o una teoria; se la narrazione sia un metodo di conoscenza, e di
quale tipo.
Esistono modelli complessivi, o schemi critici sui processi di trasformazione
urbana: “gentrification”, “turistificazione”, “foodification” o “airbnbfication”
migrano dal linguaggio accademico agli articoli di giornale, ai libri. Fenomeni
peculiari e spesso evidenti – come l’aumento dei prezzi immobiliari,
l’evoluzione dell’offerta consumistica, l’espansione del mercato degli alloggi
per turisti – sono descritti come cause di un effetto generale e raggruppati in
categorie che ambiscono a definire un processo complessivo. Ho il timore che
questi modelli siano ormai cristallizzati e inducano l’osservatore a selezionare
dati utili a corroborare la tesi di partenza. Gli schemi diventano una briglia
per l’immaginazione: i luoghi mostrano quel che i sensi s’attendono, il corso
degli eventi appare lineare e inesorabile.
Appunti, storie orali, fotografie e resoconti di redazione, tuttavia, non sono
meri materiali grezzi e nel tempo ho annotato spunti teorici, tendenze che
possano spiegare i cambiamenti del quartiere e le forze dominanti interessate.
Queste linee sono suggerite dall’esperienza concreta maturata lungo le sponde
della Dora e non è certo che siano applicabili ad altri quartieri o a città
diverse. Ho distinto tre linee tendenziali adeguate a generalizzare i fenomeni:
l’azione degli investitori e delle istituzioni pubbliche; la gestione
commerciale e disciplinare di tratti peculiari dello spazio urbano; il lavoro
simbolico di operatori culturali e funzionari del terzo settore.
Sulla sponda settentrionale della Dora, quando il Lungo Dora Firenze digrada
verso via Bologna, s’apriva un’area libera tra i palazzi. Al centro c’era uno
spiazzo d’asfalto e la domenica s’organizzavano partite di cricket, i giocatori
scavalcavano le recinzioni e trascorrevano l’intero pomeriggio. Quest’area di
ventimila metri quadrati apparteneva al demanio, ma la giunta guidata dalla
Cinque Stelle Appendino ne ha permesso l’alienazione e la svendita per sei
milioni di euro. Una compagnia olandese che controlla la catena The Student
Hotel ha acquistato il prato e gli immobili intorno e ha promesso un
investimento da cinquanta milioni di euro per costruire una struttura ibrida:
camere costose per studenti, stanze per riunioni, uffici per manager flessibili.
E poco più a valle, in via Bologna, s’alza il centro direzionale di Lavazza,
inaugurato nel 2018 dopo un investimento da centoventi milioni di euro. Questa è
la prima linea di tendenza: il quartiere si trasforma grazie all’intervento di
capitali privati supportato dalle istituzioni e dall’impiego della forza
pubblica. Soltanto negli ultimi tre anni abbiamo osservato imponenti operazioni
di polizia per sgomberare chi è considerato pericoloso, indesiderabile o
inadeguato: ora non esistono più il mercato degli straccivendoli in San Pietro
in Vincoli e l’asilo occupato di via Alessandria, un punto d’incontro, di
riflessione e di organizzazione delle lotte in città.
La seconda linea di tendenza può essere percepita da sensi più acuti, attenti ai
minuti movimenti in strada e alla gestione degli angoli del quartiere. Lungo il
fiume i proprietari dei piccoli negozi di generi alimentari e bevande, originari
di India e Pakistan, ricevono ispezioni e multe per futili inadempienze, in
alcuni casi subiscono chiusure temporanee per editti emananti dal sindaco. Sul
ponte di ferro venditori irregolari dispongono stuoie e poche merci e devono
dileguarsi quando giunge la vettura della municipale di ronda. In queste
occasioni i vigili discutono e collaborano con il servizio di guardie private
dell’associazione di commercianti che controlla il Balon, il mercato delle pulci
ormai adeguato alle attese di turisti e abbienti consumatori. Questi guardiani
pattugliano il quartiere ogni sabato e ne garantiscono l’ordine, legittimati dal
comune e dalla questura.
L’egemonia territoriale di peculiari interessi commerciali si scorge anche nei
patti di collaborazione siglati tra il presidente di circoscrizione e alcune
attività di ristorazione e svago lungo il fiume. In nome della cura dei beni
comuni e della manutenzione di aree pubbliche gli esercenti possono gestire lo
spazio intorno ai loro locali in cambio di controllo sociale, pulizia e piccole
opere di abbellimento. In alcuni angoli l’ordine assicurato dagli esercenti
appare dolce e innocuo, ma per il protocollo “Sponde sicure” la violenza è
manifesta. Un barista di Lungo Dora Napoli, referente del protocollo e
informatore della polizia, ha il diritto di controllare il tratto di strada
accanto al parapetto lungo la Dora: può disporre i suoi tavolini sul suolo
pubblico, guadagnare dalla vendita di bevande a turisti e avventori bianchi,
allontanare i poveri che trascorrono le ore con una canna o una birra accanto al
fiume. Così la disciplina in strada, esito di piccoli e quotidiani gesti di
forze pubbliche e private, garantisce il profitto di privilegiate attività
commerciali accanto alla Dora.
La terza linea tendenziale riguarda la gestione del consenso, ovvero
l’amministrazione dei discorsi e dei simboli. I protagonisti sono le
associazioni del terzo settore, gruppi informali, cooperative di funzionari e
operatori culturali. Lungo la Dora è un esempio peculiare il programma Tonite,
un progetto europeo di “community-based urban security”. Secondo Tonite gli
eventi culturali, il consumo nei locali, le attività sportive al tramonto e le
varie iniziative di coinvolgimento della cittadinanza garantiscono la coesione
sociale tra gli abitanti e rafforzano la percezione di sicurezza quando scende
il buio. Al bando di Tonite hanno partecipato enti di ricerca universitaria,
associazioni e cooperative impegnate nel lavoro sociale ed educativo, locali
commerciali, scuole di zona. Abbiamo seguito alcuni progetti: nei mesi artisti
di strada hanno decorato un marciapiede antistante l’ingresso di una scuola; un
espositore di opere artistiche e fotografie ha organizzato laboratori di
editoria lungo il fiume; una fondazione di comunità ha accolto spettacoli
teatrali e intrattenimenti nel giardino; operatori sociali portano al tramonto
un calcetto in mezzo alla strada; una locanda ospita musicisti esotici per
allietare le cene dei clienti. Le foto di ogni azione sono rilanciate nel mondo
virtuale, accompagnate da testi brevi con slogan, i nomi delle istituzioni e
l’auspicio che la sicurezza urbana sia l’esito di attività sociali partecipate e
multiculturali.
Intrattenimenti e spettacoli di Tonite avvengono negli stessi luoghi segnati da
violenze e azioni disciplinari descritte nelle prime due linee tendenziali,
eppure nessuna iniziativa ha elaborato riflessioni e dibattiti sulle
speculazioni immobiliari, le discriminazioni, le violenze tra piazza della
Repubblica e Barriera di Milano, nessun operatore ha avuto il coraggio di
criticare apertamente l’ordine urbano intorno. Le buone intenzioni e la
proclamata coesione sociale di Tonite, allora, sono una forma, per quanto
inconsapevole, di propaganda: allontanano il rimosso dalla coscienza, diluiscono
ogni spunto critico nella soffusa e indistinta patina delle buone intenzioni.
Allo stesso tempo, i governanti della città menzionano Tonite in convegni,
tavole rotonde, presentazioni, corsi universitari. In strada gli eventi sono
spesso partecipati dai soli organizzatori, ma grazie al loro lavoro, spesso
volontario o mal pagato, il progetto di sicurezza urbana ha una portata
simbolica notevole, garantisce un’egemonia sui contenuti culturali e sulle
rappresentazioni, legittima il discorso pubblico delle classi dirigenti.
Tonite è un caso di studio, in verità l’intera offerta culturale è integrata in
un sistema di patrocini istituzionali e finanziamenti assicurati da progetti
europei o fondazioni bancarie. Le opere simboliche, l’arte pubblica, i linguaggi
confezionati non sono mera apparenza, o contenuti immateriali, piuttosto mi
appaiono come oggetti concreti che s’amalgamano con gli interventi di
rigenerazione, gli sgomberi, gli investimenti delle compagnie finanziarie, i
gretti interessi di un commercio che s’adegua allo spettacolo per turisti.
Ritenere che vi siano cause principali ed effetti primari o secondari, o
processi strutturali e rifrazioni immateriali, mi sembra una semplificazione:
nello spazio urbano i fenomeni descritti nelle tre linee di tendenza sono
legati, collaborano e trovano un equilibrio precario. Abbandono la distinzione
tra cause ed effetti e vedo quasi un campo di forze in connessione: alcune, come
gli interventi di polizia e gli investimenti milionari, dispongono di una massa
ingente capace di curvare in modo più accentuato lo spazio intorno. E non credo
esista una regia unica e cosciente, un disegno. Piuttosto variegati e
frammentari interessi puntuali s’incontrano, in certi casi combaciano, e la
città appare dominata da una complessiva collaborazione tra investitori,
istituzioni, esercenti tutelati, artisti e funzionari capaci di mescolare
ingenua inconsapevolezza e spregiudicato cinismo. Forse i legami che tengono
insieme i diversi snodi, o punti di forza, sono assicurati da un comune pensiero
inconscio, una conformazione sopita delle menti, o ideologia.
Ora, alla fine, m’accorgo che la scrittura, se assume un tono saggistico o
espositivo, non può evitare il cristallizzarsi di concetti e discorsi. Le
categorie proposte qui hanno preso forma, sono scritte, e mi sembrano di nuovo
schematiche. Forse gli stessi modelli esplicativi che non mi convincono sono
nati un tempo come intuizioni vivaci e poi si sono consunti, si sono trasformati
in semplificazioni e sono stati applicati in modo automatico fino a diventare
scontati o inconsci. Immagino che la riflessione teorica si muova per cicli: un
nuovo sguardo osserva il mondo, emerge un’intuizione, essa si formalizza,
diviene stabile; poi inizia l’erosione, la teoria diventa uno schema in necrosi
che non interpreta più i fenomeni, ma li imbriglia. Più importante della teoria
è allora disporre di un metodo di ricerca che sappia mettersi in movimento,
cogliere le mutazioni del paesaggio e della sensibilità di chi osserva: sono le
tecniche del viaggiatore e del narratore che si sposta in mondi lontani. Eppure,
per chi esplora sempre lo stesso quartiere è impossibile conservare quel senso
di lontananza che favorisce il movimento e l’instabilità fecondi. Se la
stanchezza dello sguardo è inevitabile, bisogna adottare nuovi espedienti. In
questo testo ho usato in modo ambiguo i pronomi, perché mi muovo dalla prima
persona singolare alla prima plurale – nel “noi” si nasconde una possibilità. Da
tempo esiste un gruppo redazionale di Monitor che s’interroga sul quartiere e
sulle più ampie trasformazioni urbane a Torino: così le attitudini percettive
divengono, stagione dopo stagione, più varie e molteplici, impiegano diverse
tecniche e vari stili e da un’intelligenza collettiva muove il rinnovamento
degli strumenti critici. (francesco migliaccio)
(disegno di sam3)
Il 5 ottobre del 2025 è stata una giornata storica: migliaia di persone scesero
in piazza a Porta San Paolo, a Roma. I manifestanti, sfidando i divieti del
governo, reclamavano a gran voce la fine del genocidio a Gaza. Per diverse ore,
sotto una pioggia torrenziale, le forze dell’ordine circondarono il presidio con
i blindati permettendo l’ingresso ai manifestanti solo previa identificazione;
anche nei pressi della città, nelle aree di servizio autostradali adiacenti la
capitale, le forze dell’ordine impedirono ai manifestanti, tramite fogli di via,
di raggiungere il presidio. In piazza, dopo una serie di provocazioni
poliziesche e un fitto lancio di lacrimogeni, si arrivò agli scontri su via
Ostiense. In serata venne arrestato uno studente italiano, Tiziano, portato in
questura e posto agli arresti domiciliari. Il tribunale l’ha condannato a due
anni, ma la pena è stata sospesa per l’applicazione della condizionale in quanto
soggetto incensurato.
Qualche settimana dopo, nel silenzio dei media, venne arrestato un altro
ragazzo, un tunisino di nome Tarek. Anche lui, come Tiziano, accusato di
resistenza a pubblico ufficiale. A differenza dello studente italiano, Tarek è
un ragazzo straniero con precedenti penali, con lo stigma della sua condizione
etnica. Le accuse inchiodano Tarek seguendo il solito razzismo istituzionale. Il
ragazzo viene descritto come un uomo dalle sembianze magrebine, che dopo aver
colpito gli agenti a ombrellate, e lanciato delle bottiglie, si infligge
volontariamente dei tagli per impedire il fermo da parte delle forze di polizia.
La vicenda emerge diversi mesi dopo, a maggio, grazie a una corrispondenza
telefonica, su Radio Onda Rossa, in cui l’avvocato di Tarek spiega che il
ragazzo è stato condannato, con il rito abbreviato, a una pena di quattro anni e
otto mesi. Una sentenza singolare perché la condanna è superiore alla richiesta
del pubblico ministero che chiedeva tre anni. Il 21 maggio, davanti al carcere
di Regina Coeli, viene indetto un presidio per esprimere solidarietà al ragazzo
tunisino, e agli altri detenuti, in cui tra l’altro i manifestanti leggono una
lettera di Tiziano indirizzata allo stesso Tarek.
Per approfondire la vicenda decido di incontrare l’avvocato del ragazzo,
Leonardo Pompili. Una chiacchierata in attesa della pronuncia dell’udienza di
appello fissata il prossimo 21 novembre.
Mi racconti la storia di Tarek?
Tarek è arrivato in Italia nel 2008, dalla Tunisia. In Italia ha conosciuto una
compagna con cui ha avuto una relazione, e da cui sono nati due figli. Aveva il
permesso di soggiorno e lavorava. Dopo sono iniziati i primi problemi e Tarek ha
deciso di separarsi dalla compagna. Da questo momento comincia a precipitare
nella marginalità: difficoltà a trovare una casa, difficoltà a trovare un posto
di lavoro. Nel 2020, un altro episodio segna la vita di Tarek. Un litigio con
due persone si trasforma in una colluttazione. Viene aperto un fascicolo a suo
carico e Tarek viene condannato per tentato omicidio. In carcere la situazione
si aggrava, e la depressione lo porta a un consumo esorbitante di farmaci.
Scontata la condanna ricomincia a lavorare, ma a nero. A tal punto che dopo
l’arresto, avvenuto qualche giorno dopo il 5 ottobre, il datore di lavoro con
cui lavorava nega di conoscerlo. Tutto questo impedisce al ragazzo di recuperare
una parte della retribuzione che gli spettava. Inoltre, al momento, appare
difficile regolarizzare la sua posizione. Tarek ha una carta d’identità ma il
permesso di soggiorno scaduto. A giugno doveva presentarsi all’ufficio
immigrazione per il rinnovo, ma a causa della detenzione carceraria non è
riuscito a presentarsi all’appuntamento ed è stato chiesto un rinvio.
Ci racconti che è successo il 5 ottobre?
Tarek frequentava la zona di Ostiense e si trovava in un locale lì vicino. Non
era andato appositamente al corteo. Decide di avvicinarsi quando la piazza era
già blindata. E quando vede la polizia che manganella da un lato, e le bandiere
della Palestina dall’altro, decide di compiere un gesto di protesta estrema: si
leva la maglietta, e comincia a tagliarsi. Si tratta di un gesto comune a molti
detenuti ed ex detenuti: compiere mutilazioni corporali come quelli che
avvengono nei Cpr, quando i reclusi si cuciono la bocca. Un gesto di protesta
nonché irriverente, perché il corpo è l’unica parte che non è soggetta al
controllo del carceriere. Oltre al gesto autolesionistico, la procura lo accusa
di aver preso a ombrellate un agente, e di aver lanciato delle bottiglie. La
cosa singolare è che per giustificare il reato di resistenza a pubblico
ufficiale l’accusa capovolge la cronologia della condotta: sostenendo che prima
il ragazzo prende a ombrellate gli agenti, dopo lancia le bottiglie, e infine si
taglia per non farsi arrestare. Tutte accuse opinabili. Per esempio, riguardo al
lancio di bottiglie, nei video non si vedono i lanci né contro cose e né contro
persone. Stessa cosa per l’accusa di aver colpito a ombrellate gli agenti: le
forze di polizia sostengono che Tarek abbia colpito con l’ombrello un agente
sull’avambraccio. Eppure non ci sono agenti refertati. Si vede solamente che lui
agita un ombrello, per quarantanove secondi, verso il contingente di polizia, e
poi scappa, senza colpire nessuno. Altra anomalia resta l’aggravante del numero
di persone. Gli agenti sostengono che Tarek si sia messo alla testa dei
manifestanti, dal video invece si nota come un piccolo contingente di poliziotti
si stacca andando verso il ragazzo tunisino, e nel momento in cui prenderebbe a
ombrellate gli agenti, lui si trova da solo. Questo dimostra che Tarek ha fatto
tutto da solo. E il fatto che lo stesso giorno nella piazza ci siano stati
disordini, non significa che puoi unire gli episodi. Per me non c’è resistenza
perché nessuna delle condotte ha impedito nulla. Ma a ogni modo, pure che fosse
resistenza aggravata, che va dai tre ai quindici anni, non puoi partire dai
sette anni. Se immaginiamo il massimo della gravità, che può arrivare a un
massimo di quindici anni, chi agita un ombrello non può rischiare sette anni,
cioè la metà. Tanto più se la condotta è durata solamente un minuto e cinquanta
secondi.
Pensi ci sia un nesso tra la condanna di Tarek e il nuovo ddl sicurezza?
Sì, il suo caso è un’anticipazione di quello che è il Ddl sicurezza.
Introduzione di nuovi reati, aumento di pene. Reati che non sono certamente
delle novità. Nel nuovo ddl tuttavia c’è un salto di qualità: le norme sono
incentrate sulla punizione di quei soggetti che vivono nella marginalità
sociale. E contro coloro che questa marginalità sociale non l’accettano.
Soggetti che combaciano con il profilo di Tarek, un ex detenuto che in piazza ha
fatto un gesto estremo. Nel suo caso forse scimmiottante rispetto a un vero e
proprio conflitto. Il ddl è pieno di norme che vanno a sanzionare il dissenso. I
reati di opinione, con il nuovo pacchetto sicurezza, rientreranno nella cornice
del 4-bis: la condanna della pena deve essere espiata in carcere. A me è
capitato di seguire dei processi per reati di opinione. Uno per una rivista
anarchica, e un altro per delle canzoni trap, in cui c’è l’aggravante del
terrorismo. Una cosa impensabile alcuni anni fa. Oltretutto in questo pacchetto
sono previste aggravanti per la resistenza. Insomma, hai una pena aggravata se
commetti degli abusi contro un operatore delle forze dell’ordine. In più, nella
normativa, ci sono benefici per gli agenti: il pagamento delle spese legali, o
la possibilità di girare con un’altra arma oltre a quella di ordinanza, senza
bisogno di avere il porto d’armi. Adesso si sta parlando di approvare un’altra
legge che permetterebbe di non iscrivere più notizie di reato a carico degli
agenti di pubblica sicurezza.
Quali sono le condizioni di Tarek?
Alterna periodi in cui sta male, non parla molto, ha tanti pensieri, e non
riesce a dormire, ad altri in cui sta meglio, e sembra molto attivo e
dialogante. A fine maggio hanno organizzato una manifestazione davanti al Regina
Coeli, nel penitenziario dove si trova, ma non aveva capito che fosse per lui.
Ha detto che aveva sentito le grida da fuori, e quando gli ho riferito che era
per lui è rimasto molto sorpreso. Mi dice che lo spostano continuamente, ora lo
hanno messo in una sala ricreativa, adibita a cella, per assenza di spazio. È
apparso molto felice quando ha saputo che era apparsa una storia a fumetti su di
lui pubblicata da Internazionale. Non immaginava tutta questa solidarietà. Tarek
ha delle problematiche di salute che sono state evidenziate nel processo.
Problemi che sono stati ignorati. Ho chiesto una perizia ma non è stata
concessa. Non c’è stato nemmeno un confronto con la documentazione prodotta,
nessuna motivazione. Hanno semplicemente detto che non c’erano motivi validi per
indagare sui disturbi di Tarek. Perché un conto è la condotta di una persona che
sta bene, un altro è quella di un soggetto con dei problemi. Spesso è una scelta
di opportunità, altre volte dettata da altre ragioni, come evitare perdite di
tempo, in quanto approfondire le condizioni di un detenuto implica la nomina di
un perito. Molte persone che sono in carcere soffrono di questi problemi, ma dal
momento che dovrebbero metterli tutti fuori e non ci sono le strutture, ti
dicono che queste non sono malattie psichiatriche ma disturbi. Il carcere non
funziona, è una discarica sociale e se andiamo a vedere la popolazione
carceraria, la maggior parte dei detenuti sono poveri e immigrati. (giuseppe
mammana)
(disegno di malov)
Dal numero 5 (novembre 2020) de Lo stato delle città
[le mani avanti]
Se è vero – Camus c’insegna – che l’unico problema filosofico serio è quello del
suicidio, confesso, non senza difficoltà, che la vita mi ha costretto a pensarci
molto presto: due volte mia madre ci ha provato, e tutte e due le volte ero
presente. La prima urlando mentre una gamba era già fuori dal balcone, al quarto
piano di una palazzina tirata su in fretta e furia dopo terremoti e bradisismi
degli anni ottanta. L’ho dovuta strattonare dentro con tutte le forze che mi
potevano concedere i miei esili dodici anni. La seconda, pochi anni dopo –
rientravo fradicio da una sequenza ininterrotta di partite di calcio stradali –
l’ho trovata svenuta e con la schiuma alla bocca nella vasca da bagno. Aveva
preso dei medicinali per scapparsene da una situazione che ai suoi occhi non
aveva altra via d’uscita. Ero un po’ più grande stavolta, l’ho presa a schiaffi
per farla riprendere quel tanto che ci avrebbe consentito di trasportarla
velocemente in ospedale. Tutto questo, dopo poco, sarebbe servito a dare un
taglio netto a una guerra domestica, neanche tanto silente, in corso da ormai
più di un decennio.
[prendere le misure]
La prima volta che entro nel Centro arrivo con un quarto d’ora di anticipo.
Faccio un giro nelle sale, cammino lentamente osservando le fotografie attaccate
con nastro biadesivo su rettangoli di sughero consumato ai margini. Sono quasi
sempre foto di gruppo scattate durante le uscite organizzate nel corso degli
anni: grigliate, musei, agriturismi, litorali. Una donna mi colpisce in
particolare, fotografata guarda sempre in camera, quasi volesse penetrare col
suo sguardo l’obiettivo e impressionare la pellicola con tutte le sue forze,
cuoce salsicce.
C’è un solo uomo presente in sala mentre cerco di capire in che luogo dovrò
lavorare da lì all’estate prossima. Si chiama Ciro, mi ignora, è intento ad
abbracciare la ghisa di un termosifone. Scoprirò presto che ha passato più di
metà della sua vita a disossare bestie nelle celle frigorifere dei reparti carni
nei supermercati della zona. Fino a quando non ce l’ha fatta più e ha smesso,
rifiutando il lavoro e la vita in un colpo solo, richiudendosi in un silenzio
interrotto di rado da una voce arresa prima che flebile. La sensazione che viva
in un tempo fuori di sesto lo accomuna alle altre vite che attraversano il
Centro. Penso a Vittoria, che non ha saputo reggere a un matrimonio-deportazione
(si è dovuta trasferire ai margini di una grande città a lei ignota) e alla
nascita di due figli. La somma di questi eventi (e chi sa quali altri) l’ha
coricata in una depressione che a lungo andare ha portato alla rottura del suo
matrimonio. È ritornata in casa con sua madre e sua sorella e va girando sempre
con due valige pronte perché, dice – mio marito potrebbe rivolermi a casa da un
momento all’altro, e i miei figli m’aspettano.
[vicinanze]
Avevo sfiorato uno di questi centri pochi anni prima, dopo che per una intera
estate, a ogni tornante a piombo sul mare smeraldo della Costiera andavo
pensando: mi butto. La tentazione era forte quanto la disperazione, ricostruivo
nel nastro di moebius dei miei pensieri la stessa prigionia che anni addietro
aveva dovuto togliere il fiato a mia madre. Passo dal medico di base, gli piango
le mie motivazioni e lui mi scrive una richiesta per otto incontri con la
psicoterapeuta dell’unità operativa di salute mentale di zona. Lì ha sede anche
uno di questi centri diurni. Durante i tempi morti della sala d’attesa mi
soffermavo a osservare dal balcone le persone che ne frequentavano il cortile.
Ero fragile, e quelle figure mi spaventavano, perché sentivo che sarei potuto
arrivare a quello stesso camminare a vuoto nel giro di poco tempo. Più avanti
avrei letto queste parole: Sono i corpi a scrivere i testi più interessanti
sulla follia, sulla cultura in cui viviamo, e su di noi. Il corpo folle rifugge
dal controllo, inventa stranezza, si inarca, secerne, preme, ha fame, avvolge,
assale.
[il lavoro]
Dalla direttrice ricevo poche ma precise istruzioni, discorsi che ho già sentito
altrove: non strafare, chiedere prima di intraprendere, la giusta distanza e
simili. Mi viene consegnata una tessera magnetica. Accolgo stupito il verbo
“beggiare” nel mio vocabolario, in entrata e in uscita. È la prima volta che ho
un lavoro vero, con turni, colleghi, foglio firme e macchinetta del caffè in
cialde. Le mie ore dovranno essere impiegate per lavorare con le immagini.
Partiamo dal disegno libero e poi via via fissiamo degli obiettivi minimi: fare
una piccola esposizione, dipingere il muro di una sala, inventarsi un fumetto.
Per stringere un legame e cominciare a conoscerci propongo di realizzare degli
ex-voto dipinti, gli racconto che nelle chiese delle città di mare le tavolette
votive legate ai salvataggi delle imbarcazioni travolte dalla tempesta sono tra
le più numerose, porto dei libri che ne raccolgono le immagini, progettiamo
anche un’uscita al Santuario della Madonna dell’Arco che ne è zeppo, ma non
riusciremo a farla. In questo modo ognuno deve tirare fuori un episodio
turbolento della propria vita dal quale sente di essere uscito indenne.
Realizziamo le prime versioni su dei fogli di carta artigianale realizzata in un
precedente laboratorio: è fatta tritando, spugnando e poi pestando le scatolette
degli psicofarmaci che lì dentro abbondano. A un occhio attento non sfuggono
piccoli caratteri riemersi dalle misteriose indicazioni dei bugiardini.
Patrizia divide sempre l’immagine in due, la scritta in alto chiarisce il
perché: “la mia difficoltà / la mia risposta”. A sinistra mette lei o qualcuno
dei suoi cari allettato, stesi da qualche malattia, a destra, in uno spazio più
ampio, il suo invocare il cielo ma anche una forza che sente nascosta dentro sé
stessa. Mani al cielo e i piedi ben piantati a terra.
Vittoria, la donna-valigia, evoca ancora e ancora la sua storia matrimoniale,
gravidanze difficili, un esotico viaggio di nozze, definisce “un malore” quello
che a ventitré anni sembra aver preso il controllo della sua vita.
E poi c’è Pino, trentacinque anni, scrive male ma fa rap, è dislessico ma
inventa libri, ha una immaginazione fertile, disegna con accuratezza ma sempre
con una certa dose di distacco. Mi viene descritto in una maniera che non trova
nessuna corrispondenza con quanto vedo con i miei occhi. Ho l’impressione
costante che gran parte degli operatori del Centro fuggano da qualsiasi tipo di
contatto. Quando non di aperta derisione l’atteggiamento generale è quello di
rifugiarsi in una trincea di inespugnabile formalità, un fossato nel quale
confondere distanza e professionalità. La repulsione per i corpi è appena
celata. Quando Gianni parla spesso sputa, è vero. Molti, agli estremi delle
labbra, hanno un impasto di tabacco, cibo e saliva, anche questo è vero. Eppure,
sbirciando appena dietro le singole storie, emergono chiare miseria e violenza,
brodo di coltura di una inevitabile follia che altro non è che scarto di
produzione di un territorio marginalizzato.
[il cerchio]
Una mattina di fine inverno arriva una giovane dottoressa. Propone, per favorire
ascolto e dialogo, di metterci in cerchio. Poi, partendo da eventi minimi
accaduti nel Centro – ma anche da una semplice canzone – lascia parlare i
presenti, cercando di fare attenzione a che nessuno interrompa l’altro,
osservando le posture, le modalità relazionali, le intolleranze, lasciando
fluire il tutto senza giudicare, anzi, prestando bene ascolto e analizzando con
la dovuta calma i racconti (ma anche i silenzi e le insofferenze) di ciascuno
dei presenti. Gli altri operatori la guardano come se fosse anche lei da curare,
boicottano in gruppo. Eppure, se una cura è possibile, non può che scaturire dal
confronto aperto tra esperienze, dalla scoperta che ogni vissuto è sì così
diverso da un altro, ma pure molto simile. Fatto sta che le prime volte sono
l’unico seduto insieme agli altri, ma ho dalla mia che sono nuovo e posso
muovermi come se la mia fosse ingenuità. Più avanti altri operatori, anche se
svogliatamente, mi seguiranno, ma resterò purtroppo il solo, insieme alla
dottoressa, a portare il proprio specifico vissuto nel gruppo.
[questo siamo]
Titta è variopinta, usa truccarsi con estro, palpebre spruzzate di colori
diversi, rossetti acidi. E deve pescare dall’armadio le cose che indossa così
come gli capitano, generando chi sa quanto involontariamente una radiosità che
stride con le sue risate, tanto acute da contenere il pianto. Racconta in
continuazione di suo marito e di un suo fantomatico amante che vorrebbe
raggiungerla ma invece è bloccato da un brutto incidente che gli ha spaccato le
gambe.
Gianni è enorme, cammina barcollando, entra ed esce dal Cerchio comandato dalle
sue smanie. È lì dentro da trent’anni e dice che non ne può più dei pinnoli.
Racconta che prima nel Centro cucinavano loro, era un bel momento di
condivisione. Poi anche questo servizio è stato esternalizzato e adesso arrivano
pasti pronti in inutili quintali di imballaggi. Spesso, più che in un luogo di
cura ci si sente stretti tra il martello della carità e l’incudine degli affari.
Rosalba quando entra nel Cerchio lo fa sempre in ritardo, raramente si siede,
dice che preferisce stare in piedi. Vive nelle palazzine più cupe del rione, e
ne parla la lingua, solo lievemente rallentata da anni di terapie
farmacologiche. Certe vocali si allungano sul finale restando sospese a
mezz’aria con i suoi interlocutori. Ride e si abbatte in continuazione, come
tutti.
Patrizia era apprendista parrucchiera, poi un diverbio col capo e una rottura
col fidanzato l’hanno trascinata in un abisso durato tre anni. Adesso che
faticosamente ne sta uscendo ha un sorriso benevolo che contagia. Ha ancora
paura di riprendere il lavoro. Le suggerisco di ripartire dal luogo nel quale si
trova: potrebbe riprendere la mano tagliando i capelli agli altri frequentatori
del centro.
Un ragazzo giovanissimo – scopro che ha venticinque anni – siede sempre con noi,
si chiama Marco, non parla mai, fissa un imprecisato punto dello spazio, di
tanto in tanto scuote la testa. Con il passare delle settimane una sopraggiunta
familiarità sembra però smuovere qualcosa. Comincia a raccontare di quando
lavorava in un supermercato come scaffalista, per sessanta euro a settimana,
tredici ore al giorno; della sua convivenza con lo zio: dividono lo spazio
esiguo di una casa che gli prosciuga più della metà di una pensione ridicola,
senza neanche il privilegio dell’acqua calda.
Pino, il rapper, a sua volta racconta che da adolescente ha lavorato due anni in
un’officina, prendeva ventimila lire a settimana. Ha scoperto solo anni dopo che
i soldi al meccanico li dava sua madre.
Sasà è un ex rapinatore. Ha l’occhio dilatato dalle terapie, vigile in
apparenza. Altalena il corpo sulla sedia. Di norma è silenzioso, poi ha vomitato
il suo racconto in una volta sola: «Mia madre aveva dodici figli, sei con un
marito e sei con mio padre. Lui è morto quando ero piccolissimo, mi avrebbe
messo in riga, invece nell’ottanta, quando avevo dieci anni, andavo a vedere i
contrabbandieri come scaricavano gli scafi pieni di sigarette, mi affascinavano.
Dopo poco con gli amici del quartiere ho cominciato con gli stereo, poi gli
scippi, i furti e le rapine. Era una sfida con me stesso, se non ci riuscivo mi
dicevo: ma che cazzo, neanche una rapina sai fare? Non sei buono a niente!
Eravamo cani da caccia, annusavamo le situazioni migliori soppesando in un
attimo rischi e guadagni. Per me era un vero e proprio lavoro. Però non
rapinavamo mai i pensionati, solo supermercati, pompe di benzina, tabaccai. Non
facevamo male a nessuno, prendevamo i soldi dove c’erano i soldi. Sapessi come
mi dispiaceva se in un supermercato c’era una donna incinta! Spesso assaltavamo
i caselli dell’autostrada, uno per uno prendevamo i soldi da tutti, e poi
scappavamo con le auto truccate, la polizia provava a inseguirci, ma andavamo
troppo veloce».
«Poi mi hanno arrestato, in totale mi sono fatto venti anni di carcere. La
maggior parte di quelli della mia banda sono morti. Una volta un amico mi chiese
di accompagnarlo a rapinare un benzinaio sul Viale. Lo uccisero, menomale che
non andai, altrimenti non sarei qui adesso. Ah, se ci fosse stato mio padre!».
Oscilla ancora mentre conclude dicendo che adesso, però, è una brava persona.
Marco aggiunge che quando uno non è servito dai genitori è normale che va a
finire su una brutta strada.
«Perché tuo padre non ti viene a trovare?», chiede Rosalba.
Marco dice che non lo vede da otto anni, cioè da quando frequenta il Centro, è
agli arresti domiciliari a cento metri da casa sua.
Rosalba lo interrompe rivolgendosi al resto del Cerchio: «Teneva quella bella
mamma questo ragazzo! Se si stavano più attenti in quella stanza non si sarebbe
buttata giù. Eccola (indica una foto), arrostiva le salsicce, ma che bella
femmina, e che stile, guarda là quant’è bella (lo ripete più volte)».
Solo ora dai fili intravedo una trama. E mi viene da pensare che forse già
sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Per questo cercava di impressionarsi nella
pellicola guardando fisso in camera. Come a lasciar traccia di sé, anche fuori
dal corpo tatuato di suo figlio Marco, che fa finta di niente e salta una
voragine di silenzio continuando: «Ho rischiato la galera, avevo iniziato a fare
casini, ma mia mamma stava al San Gennaro in Tso, mio padre carcerato, e il
giudice me la fece buona. La polizia mi picchiava un giorno sì e uno no per
farmi capire che dovevo smettere, così mi sono calmato. Ma guarda che è brutto
eh, un padre che non ti segue, non ci sta lavoro, non sai più quello che devi
fare, e per non sbagliare – mi avrebbero messo a vendere la droga o a fare
rapine – mi sono messo in mano ai medici».
Più o meno, penso, come farsi scemi per non andare in guerra.
[epilogo]
Parlo con la direttrice dell’idea di far riprendere il lavoro a Patrizia, penso
che sarebbe una buona occasione per lei e un momento utile e divertente per
tutti gli altri. Eppure, non senza astio, mi viene chiesto di non illudere gli
utenti con promesse che non possiamo mantenere, che ci sono norme igieniche da
rispettare, che avrei dovuto chiedere prima a lei, che, insomma, la cosa non
s’ha da fare. (-rc)
(disegno di canemorto)
Succede che nel cuore dell’estate uno torni “giù” per qualche giorno, nel posto
in cui è cresciuto. Per noi meridionali che viviamo a Nord, questa espressione –
tornare giù – è densa di significati. Si tratta spesso di un viaggio a ritroso
in cui quella locuzione – giù – può alludere a stati mentali, a sentimenti, a
roba dell’anima, più che della geografia.
E succede che fai quattro passi in quei luoghi consueti, dove hai camminato
milioni di volte e che ormai riconosci a stento; e più che passeggiare stai
eseguendo un obbligo, un dovere verso la tua memoria; guardare e guardarsi
intorno. Case, piazze, strade, si cammina in una specie di sonnambulismo
torbido. Ma quando incroci qualcuno, uno sconosciuto, un passante qualsiasi e ti
capita di guardare le facce della gente – i volti e le loro maschere provvisorie
– quella è un’altra storia; quello è lo sguardo che conta, se vuoi capire
davvero le cose.
E infatti sono le facce a parlarmi silenziosamente, in questa mia escursione in
terra irpina. Facce di gente normale che incontri per strada; facce che senza
volere comunicano, parlano, si lamentano o urlano senza aprire bocca; e ti
muovono qualcosa dentro, una sensazione più forte della solita noia o delusione
che questi ritorni mi provocano. Perché colgo un aura di malinconia che quei
volti emanano – una tristezza profonda, insondabile, eppure evidente,
irredimibile. Naturalmente nessuno evoca esplicitamente questo senso di
malinconia, ognuno tiene coscienziosamente in piedi la rappresentazione della
propria vita agostana, tra spezzoni di vacanze e complicate reunion familiari al
capezzale di vecchi con l’Alzheimer. Ma il messaggio mi arriva dentro, diretto,
potente; e mi sembra inequivocabile – frutto della misteriosa telepatia del
quotidiano, quella per cui basta incrociare uno sguardo per indovinare un dolore
o un pezzo di vita.
È pur vero che di solito vediamo quello che vogliamo vedere. Riflettiamo quello
che siamo. I luoghi, i contesti, persino le pietre sono specchi che parlano la
nostra lingua e ci rispondono accordandosi col nostro umore. Eppure stavolta la
tristezza che aleggia nelle piazzette, nei bar, negli androni, non mi sembra
propriamente un illusione. È qualcosa che si tocca, quasi. Qualcosa che
irrancidisce sotto al sole agostano.
E mentre sto lì a decifrare questa sensazione che aleggia nell’aria ferma, da
qualche fondo di coscienza emerge un’altra parola chiave: sconfitta. E ci sta:
la sconfitta si accoppia bene alla tristezza. Forse sto cominciando a capire
qualcosa di più. Le persone sembrano così tristi perché danno l’idea di aver
perso qualcosa – come reduci di guerra, però sbarbati, ben vestiti e ben
nutriti. Una guerra non convenzionale, combattuta a un altro livello, su altri
campi di battaglia. Ecco: il concetto di “sconfitta” è un passo avanti; siamo
dentro una malinconia da perdita irreversibile. Questo è ciò che vedo nelle
facce della gente che si trascina sui marciapiedi sconnessi, dello scopino che
la mattina presto pulisce i resti della miserabile movida in centro, dei padri
di famiglia che tornano a casa con un sacchetto della farmacia strascinando i
piedi, di qualche raro giovanotto laccato e disorientato che a mezzogiorno si è
appena alzato dal letto; dei pensionati che cercano con lo sguardo le luminarie
agostane e non le trovano perché il comune ha finito i soldi e per quest’anno
nisba. E le facce delle famiglie obese: padre madre e figlio unico, tutte taglia
XXL, che litigano stancamente strattonandosi l’uno con l’altro.
Ah, l’obesità: anche quella sembra parlarmi. L’obesità mi sembra in aumento, ma
non è una grassezza gaudente, di chi si abbuffa per onorare la vita; no, è un
lasciarsi andare – soprattutto nella palude familiare –, uno scivolamento lento,
una obesità interiore, potremmo dire, una pesantezza del cuore, perché tanto non
c’è molto altro da fare che entrare e uscire da rosticcerie e pizzerie e
pasticcerie e riempirsi l’anima di trigliceridi. A onor del vero non mancano, la
mattina presto, camminatori e runner – in luccicanti e incongrui completini
colorati alla moda; ma anche loro sembra che con quello sforzo stiano più che
altro aderendo a un dettame di religiosità civile: provare a tenersi in forma è
l’adempimento di un obbligo, l’adesione a un modello social o televisivo; vanno
a correre la mattina presto con lo stesso spirito con cui i loro genitori
andavano in chiesa.
Tristezza e sconfitta. Abbasso la testa pure io. Scanso le merde dei cani e
continuo ad arrovellarmi. Passo attraverso luoghi consueti ma ormai estranei. La
Galleria Mancini è diventata un antro buio e deserto. Quarant’anni anni fa era
l’epicentro civile della città, la sede della gloriosa US Avellino, dove tutti
gli sfaccendati soggiornavano cercando di afferrare qualche novità di mercato o
di spogliatoio; in questo periodo dell’anno se eri fortunato potevi incrociare
don Antonio Sibilia, il presidente, di ritorno dall’Hotel Sheraton di Milano –
l’uomo di cui eravamo orgogliosissimi: quale altra squadra poteva vantare un
patron accusato di tentato omicidio di un procuratore della Repubblica? Adesso,
quel civico è diventato, chissà perché, un rifugio di dentisti – e non trovo
nessun nesso tra calcio di provincia e odontoiatria. E del resto perché mi metto
a cercare nessi misteriosi tra le cose, tra i ricordi e il presente? Credo
ancora alle mappe occulte? Al Segreto celato nel quotidiano?
E la modestissima zona industriale, rachitica come un ragazzino mal cresciuto.
Un furgoncino scarica tre operai manutentori che entrano alla Fiat, simbolo di
eterne promesse di riscatto che finiscono in cassa integrazione e incentivi
all’esodo. E anche l’esodo potrebbe acquisire la maiuscola e diventare
l’Esodo! E assurgere finalmente a figura biblica: l’uscita da un lavoro di merda
verso la terra promessa della precarietà (di merda), dei lavoretti col cognato,
dell’orticello di famiglia per risparmiare sulla spesa.
Perdita, sconfitta, tristezza. E a forza di rimuginare, finalmente mi si accende
una lampadina di razionalità: è tutta colpa di Orhan Pamuk se sono così
cupamente meditabondo. Ho in valigia Il libro nero – sono alla duecentesima
lettura – e mi sono semplicemente autosuggestionato. È lui, Pamuk, il cantore
della malinconia del Bosforo, della decadenza della vecchia Istambul della sua
adolescenza. La tristezza della sua prosa è contagiosa, come una scoria
radioattiva. Era il protagonista del suo libro che – moderno Hurufi
inconsapevole – leggeva le lettere sui volti dei suoi concittadini, quelle
lettere spaventose che definivano destini futuri e malinconie struggenti. È
Pamuk che racconta del senso di sconfitta che tutti i turchi della sua
generazione si portavano dietro: violentemente occidentalizzati dal terribile
padre Ataturk, pieni di sensi di colpa sia per non essere riusciti a diventare
davvero occidentali adempiendo al comando paterno, sia per averci provato
tradendo le glorie arcaiche – persi per sempre nel limbo struggente dei vinti,
degli incompiuti.
Si ma che diavolo c’entra l’Irpinia con l’Anatolia? Questa correlazione, per
quanto stramba, non mi abbandona. Di quale sconfitta è portatrice la giovane
ragazza che sistema nella sua vetrina mutande, calzini e capi di abbigliamento
da quattro euro e cinquanta? E il vecchio barista scocciato che raccatta i
giornali unti e guarda l’orologio alle sei di sera e non vede l’ora di tirare
giù la serranda e andarsi a chiudere in casa? E gli anziani che deambulano come
piccioni frastornati alla ricerca di un cornicione che li ripari dal sole. Che
sconfitta storica stanno portando sulle loro spalle inconsapevoli, tutti costoro
– bravi cristiani, innocenti, stanchi e sudati?
Il Comune è in dissesto cronico permanente. Non ci sono soldi per fare nulla,
neanche le mediocri feste di paese che negli anni scorsi servivano a sollazzare
il popolino – sempre pronto a lamentarsi dell’ospedale o delle strade, ma
altrettanto pronto a lanciarsi nei karaoke più pacchiani. Il quadro politico è
all’insegna della improvvisazione più dilettantesca, dopo l’esaurimento del
vecchio ceto democristian-piddino che aveva gestito il passaggio alla seconda
repubblica. Agosto in Irpinia è tradizionalmente il mese della festa, quella del
rientro dei migranti, il periodo in cui le famiglie si riuniscono e si scambiano
auspici e speranze per l’autunno che arriva. Ma quest’anno non mi pare vibri
nessun tipo di allegria in giro. Probabilmente quando muoiono gli anziani, anche
i ritorni di massa si diradano. La ricostruzione è completata – con frequenti
buchi che resteranno tali per l’eternità, come la bocca sdentata di un vecchio o
di un infante. Il centro storico mi sembra sempre vuoto e il generoso tentativo
degli urbanisti di “riprodurlo” a tavolino, mi lascia una sensazione di
tristezza ancora più devastante, come un allestimento scenico che alla millesima
replica non convince più nessuno.
Il 23 novembre del 1980 poche pietre erano rimaste in piedi, in quella parte
antica della città. Hai voglia a ricostruire, a salvare gli archi o ricreare le
topografie. La città aveva perso il suo cuore e nessun trapianto glielo avrebbe
restituito. Passo davanti alla Torre dell’Orologio, anch’essa ricostruita. Mi
ricordo che proprio là sotto c’era la vecchia sede di Dp; l’avevano sgomberata
nell’83, mi pare, spostando le poche suppellettili col biroccio di Mandulino,
che guidava a colpi di bestemmie un cavallo più anziano di lui. Intorno era
tutto pericolosamente in bilico. La Torre spezzata a metà aveva troneggiato per
anni su quel panorama di rovine, diventando forse il vero simbolo della città.
Avrebbero dovuto lasciarla così. Adesso la nuova versione se ne sta lì, anonima,
inutile, nessuno la guarda – mentre il moncone spezzato era monito, memoria,
persino bellezza. Poco più in là un brutto monumento celebra le centinaia di
caduti di quella notte fatale, la nostra Laylatul Qadr, la nostra notte del
Destino. Ma i vivi? Chi li celebra? Chi ne ascolta i lamenti sommessi?
Piano piano mi si schiarisce il quadro. Si, effettivamente anche questi luoghi
sono reduci da una guerra persa. Un conflitto a bassa intensità durato decenni.
Anche qui la malinconia è quella di una occasione sfuggita per sempre, di un
qualche tipo di tradimento. La festa è finita. I soldi sono arrivati, sono
passati e non si è riusciti a usarli per dare un profilo, un volto, un anima,
una vocazione nuova a questi luoghi. E sono rimasti in sospeso tra l’antica
storia di tufi sbriciolati ed una malamodernizzazione che non porta futuro,
lavoro, speranze. I fondi di coesione, il Pnrr, i progetti europei, il
super-bonus e i fondi regionali: Godot attende le ultime gocce di droga che
possono tenere in piedi il corpaccione esausto della provincia. Ecco la
malinconia pervasiva e infettante: gli irpini, a cominciare dal capoluogo, sono
in eterna transizione, come congelati dentro un lungo estenuante dopoguerra. E
il terremoto è il trauma originario da cui non si guarisce – e la gente è
consapevole che il meglio (se così si può dire) è ormai alle spalle. L’età delle
speranze, dei progetti, dei ragazzini per strada a giocare a pallone tra
barracane e tubi innocenti, dei morti seppelliti in fretta per cullare l’utopia
di un riscatto, di un salto in avanti della storia.
Ne parlo col mio amico Giovanni Marino, davanti alla vecchia prefettura, nella
speranza che la sua saggezza diradi queste nebbie di pessimismo. Giovanni è un
agitatore culturale instancabile, pubblica libri sulla memoria civile
dell’Irpinia povera, lancia scrittori di periferia, organizza convegni e feste
dell’Unità, legge e studia come un ventenne anche se ormai ne ha più di
settanta. Giovanni è una nemesi vivente: è il cugino basso, frenetico e
comunista del grande Ciriaco De Mita e prima o dopo dovrò decidermi a romanzare
la sua storia familiare. Ne verrebbe un bel racconto di queste terre e
dell’Italia. Mentre il grande statista cresceva, alto, serafico, scalatore nato,
nutrendosi nel brodo primordiale della Dc irpina, il cuginetto più giovane e
ribelle, figlio del ramo povero della tribù, diventava attivista, sindacalista,
entusiasta e velleitario prefiguratore di un altra idea di Irpinia e di cultura.
Una specie di confronto a distanza tra due mondi dentro la stessa famiglia, lo
stesso paese, le stesse piazzette dissestate, la stessa storia. E chiacchierando
con lui – l’intellettuale di provincia pieno di ardori e buone intenzioni e
proprio per questo trascurato e negletto, come nelle sceneggiature di Ettore
Scola – mi viene fuori la più scontata delle conclusioni: il clima di sconfitta
e tristezza che si respira qui è quello dell’Italia intera; Avellino è la
metafora della nazione (e De Mita buonanima ne sarebbe stato orgoglioso); un
paese senza sfide, senza speranze, senza rivolte. Dove non ci sono neanche più i
soldi per festa/farina/forca e le badanti in giro sono più numerose dei
giovanotti, che appena possono tagliano la corda verso l’estero o rosicchiano la
rendita familiare aspettando chissà quale svolta che non arriverà.
I turchi sotto Erdogan hanno avuto la loro botta adrenalinica: venti anni di
bolla immobiliare, di tsunami di calcestruzzo e farlocche suggestioni
neo-ottomane. E anche la vicina Napoli emette sussulti al ritmo della macarena
turistica, inseguendo disperate speranze di ricchezza, di rinascita, di
emancipazione (ma quando mai un popolo si è riscattato vendendosi e friggendo
zeppole e panzerotti?). Qua invece, in mezzo al verde suntuoso delle “zone
interne”, nessuno reagisce più a niente. Il malato sembra rassegnato al peggio.
I beati anni del terremoto. La modernità che arrivava a stanarci; non avevamo
vecchi minareti anatolici da contemplare – i nostri, di minareti erano tutti
crollati; e i tronconi rimasti ci facevano vergognare, come anche le pezze, gli
stracci, i tufi senza intonaco, i cani liberi per strada, e i ragazzotti a
mettersi in fila per farsi ammazzare dall’ amianto dell’Isochimica. E nessun
runner girava allora ad autoconsolarsi con una corsetta – eravamo gente seria,
pia e incattivita.
Meglio anticipare il rientro a Nord. Un salto al camposanto e la promessa
silenziosa di non tornare – i buoni propositi che durano sempre pochi mesi.
(giovanni iozzoli)
(disegno di cyop&kaf)
C’è qualcosa di stonato e grottesco nei toni trionfalistici con cui è stata
celebrata la riapertura dell’Istituto penale per i minorenni dell’Aquila.
Bisogna avere una concezione distorta di cosa possa costituire una “giornata di
gioia”, per usare le parole del sottosegretario Delmastro, presente
all’inaugurazione, per festeggiare la riapertura di un carcere in questi
termini, tanto più se destinato a minori.
Non si trattava di locali abbandonati o inutilizzati, come si è voluto far
credere, ma di un presidio pubblico pienamente attivo. Infatti, fino a poco
tempo fa, i locali di Acquasanta ospitavano i corsi di economia dell’Università
dell’Aquila, con una mensa utilizzata anche dagli studenti del vicino
conservatorio.
Nel suo intervento, Delmastro ha parlato della chiusura di una “pagina nefasta”,
riferendosi alla decisione dell’allora ministro Orlando di chiudere l’Ipm. Una
decisione definita “sciagurata, improvvida”, ma che in realtà permise alla
struttura di diventare una sede universitaria in un momento in cui la città
tentava ancora di rialzarsi dalle proprie macerie, restituendo così alla
collettività uno spazio pubblico e formativo.
Fu proprio quella scelta a consentire, nel 2014, l’assegnazione definitiva della
struttura all’ateneo, che nel frattempo aveva investito per adeguarla alle
esigenze didattiche. Nel maggio 2023, però, Delmastro ha rivendicato la
proprietà dell’edificio per restituirla a quella che ha definito la sua
“funzione originaria” di istituto penale. A gennaio 2025 i docenti sono stati
costretti a sgomberare e da marzo i lavori di riconversione sono proseguiti a
ritmo serrato. Una rapidità di esecuzione che raramente vediamo sui nostri
territori e quasi mai trova riscontro nel potenziamento dei servizi pubblici
essenziali.
Sempre durante l’inaugurazione si è definita “impropria” la destinazione
universitaria, per poi celebrare come vittoria la riconversione alla detenzione
degli spazi, presentando l’Ipm addirittura come un’opportunità per il
territorio, nonché come il riscatto di “uno scippo subito dalla città” (parole
del sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi). Un pericoloso rovesciamento
ideologico che occulta il fatto che proprio il carcere dovrebbe essere il
massimo fallimento di una società e delle sue istituzioni.
Questo rovesciamento di senso si inserisce nel solco tracciato dalla cosiddetta
“rinascita” dell’Aquila, immaginata dalla giunta Biondi e non solo. Una
rinascita che passa per una società ossessionata dal controllo, convinta che la
repressione, e non la presa in cura della popolazione che vive sul territorio,
possa colmare i vuoti lasciati dallo smantellamento delle politiche sociali. Nel
frattempo, dissenso e malcontento vengono neutralizzati, anche qui in linea con
le politiche promosse dal governo nazionale.
L’impianto ideologico che ha generato la riapertura dell’Ipm, d’altronde, è in
piena continuità con le tendenze nazionali. Quelle imposte, per esempio, con il
Decreto Caivano (non a caso più volte evocato durante l’inaugurazione), oggi
assunto a modello per il trattamento del “disagio giovanile”, riducendo il tema
a mera questione di ordine pubblico. Un decreto che ignora le cause sociali,
economiche, culturali dei problemi e che non ha mai voluto affrontarne la
complessità, alimentando piuttosto una narrazione emergenziale permanente, utile
a giustificare misure eccezionali, ridurre l’uso di misure alternative,
estendere la detenzione amministrativa, arrivando a colpire pesantemente minori
in età scolare.
Tra le giustificazioni offerte per la riapertura del carcere minorile si è
parlato, com’era prevedibile, anche di sovraffollamento. Basta leggere i dati
dell’associazione Antigone per scoprire che l’applicazione del Decreto Caivano è
tra le principali cause dell’aumento della popolazione carceraria minorile.
Tutto questo, ovviamente, viene sottaciuto e avvolto nella ripetizione ossessiva
di slogan del tipo “lo Stato torna presente sul territorio”, le stesse parole
pronunciate da Giorgia Meloni a Caivano e rilanciate da Delmastro davanti al
nastro tricolore del nuovo istituto penale.
È curioso come lo Stato torni a essere presente con prontezza solo quando deve
mostrare i muscoli e dispiegare i propri dispositivi di violenza. Molto meno
solerte quando si tratta di ricostruire le scuole della città, ancora in attesa
della piena riconsegna; o di affrontare il debito strutturale che strangola la
sanità abruzzese (era presente anche il presidente della Regione, il romano
Marco Marsilio) ridotta a sopravvivere a tentoni, tra continui tagli; o di
garantire consultori, sportelli territoriali, spazi pubblici essenziali che
invece continuano a chiudere, in particolare quelli rivolti alle donne e ai
soggetti più fragili.
Questa impalcatura repressiva ha bisogno di una legittimazione simbolica, e l’ha
trovata in un concetto tanto potente quanto di recente strumentalizzato: il
diritto all’affettività. Durante l’inaugurazione si è molto insistito sulla
possibilità, per i minori che sono detenuti nel “nuovo istituto” (potrà
accoglierne fino a ventotto), di scontare la pena senza essere allontanati dal
proprio contesto territoriale. Un diritto fondamentale che dovrebbe essere
sempre garantito, ma che, nella realtà concreta del carcere e considerando le
condizioni materiali che la detenzione impone (dall’abuso sistematico di
psicofarmaci ai numerosi atti di autolesionismo, fino al progressivo
annientamento emotivo e relazionale), finisce per ridursi a un’etichetta di
comodo, appiccicata per coprire un’operazione afflittiva continuativa che poco
ha a che vedere con la fruizione occasionale dell’“affettività”.
La retorica della “prossimità” è un inganno più o meno consapevole, e
l’ipocrisia diventa lampante anche nelle parole della garante Monia Scalera, che
recita il mantra del carcere come “estrema ratio”, mentre il ministro Nordio
annuncia con una lettera l’apertura di altri due istituti minorili entro
dicembre, entrambi all’Aquila. Vale la pena ricordare che la stessa Scalera,
pochi mesi fa, ha pubblicamente negato l’esistenza del sovraffollamento a
Castrogno, Teramo, uno degli istituti più in affanno d’Italia da questo punto di
vista; un luogo attraversato da numerosi suicidi e atti di autolesionismo, tanto
che è lecito domandarsi quale tipo di garanzia possa offrire una figura
istituzionale che normalizza pubblicamente simili realtà.
Tutto questo rientra in un disegno preciso. Il carcere minorile è il tassello
più inquietante di un’architettura repressiva fondata sull’idea che lo Stato non
solo possa, ma debba esercitare violenza: una violenza preventiva che ora
vorrebbe essere anche pedagogica, che si erge a strumento ordinario per tappare
le falle che esso stesso ha prodotto e continua a produrre. (francesca di
egidio)
(fotografia di nm)
Il 9 agosto un fiume di gente ha attraversato le strade di Messina per dire no
al ponte. Più di diecimila persone sono scese in strada lanciando una sfida al
ministro Salvini che, qualche giorno prima, durante l’approvazione del progetto
definitivo del ponte da parte del Cipess, si era precipitato in città – accolto
da una decina di sostenitori tra cui il sindaco della città Basile – per
presentare in pompa magna il progetto, con l’avvio dei cantieri che avverrà
entro la fine del 2025, e che prevede l’inizio dei lavori a fine 2025 e
soprattutto a fine degli espropri.
Al termine dell’incontro, con un fare provocatorio, Salvini aveva lanciato dei
bacini ai manifestanti “No ponte” che lo aspettavano fuori dal luogo in cui si
teneva l’evento.
La manifestazione, partita alle diciotto da piazza Cairoli, ha attraversato le
principale arterie del centro, giungendo due ore dopo a piazza Duomo.
Sul camion con le bandiere della Palestina e dei No ponte, campeggiava la
fotografia di Santino Bonfiglio, militante morto qualche mese fa, a cui è stato
dedicato il corteo.
Appena dietro il camion, uno striscione con la scritta No ponte, e un pugno
chiuso che spezza in due il ponte che unisce le due sponde dello Stretto.
Tra i manifestanti tanta gente comune e qualche volto noto, come Antonio Mazzeo,
membro dell’equipaggio della Freedom Flotilla che ha provato a rompere l’assedio
a Gaza.
Il corteo, sebbene sia stato circondato da un numero enorme di agenti in tenuta
antisommossa – evidente il clima di intimidazione, nella nuova cornice
securitaria sublimatasi con l’approvazione del ddl sicurezza – è riuscito ad
affrontare con maturità le diverse provocazioni ricevute, a cominciare dal volo
basso dell’elicottero della polizia al momento della partenza del corteo, e
alcuni spostamenti anomali di contingenti verso una parte di manifestanti in
alcuni tratti della manifestazione.
Un altro elemento da sottolineare è stata la decisione di eliminare qualsiasi
caratterizzazione partitica, collocando a inizio corteo le bandiere No ponte, e
spostando in coda tutti i militanti con le bandiere dei propri partiti e gruppi
politici.
Nei primi interventi i manifestanti denunciano il tentativo di colonizzazione
del progetto ponte promosso dal governo Meloni, la Società Stretto di Messina e
Webuild, che alimentano la macchina ponte.
In particolare il ruolo di WeBuild (ex Salini-Impregilo), a cui vengono
appaltati diversi cantieri in Italia, che ha visto schizzare verso l’alto le
azioni in borsa dopo l’annuncio della costruzione del ponte del 2023.
Il progetto di WeBuild si realizzerà attraverso un utilizzo di tecniche
invasive, cantierizzazione diffusa e alimentando criticità legate allo
smaltimento di materiali tossici, come quella già verificatasi per la
costruzione del raddoppio ferroviario sulla Messina-Catania, che ha inquinato di
arsenico l’area di Contesse, alla periferia sud della città.
(fotografia di nm)
Tutte criticità che preoccupano la popolazione, visto che le aree di cantiere,
tra stoccaggio di materiali e costruzione dei cavi, interesseranno tutta la
città, compresi i quartieri che si trovano a più di venti chilometri di distanza
rispetto a dove sorgeranno i pilastri del ponte. Il tutto verrà facilitato dal
decreto infrastrutture, che per accelerare la costruzione prevede la possibilità
di cantierizzazione per fasi.
Dopo circa trenta minuti dalla partenza del corteo, mentre una signora esce dal
proprio balcone di casa sventolando una bandiera della Palestina, un altro
intervento dal camion ricorda che i territori sono di chi li abita e se ne
prende cura. Un riferimento è alla legge 2001, che come avvenuto con la Tav in
Val di Susa, per la costruzione delle opere pubbliche non prevede alcuna
consultazione con le popolazioni locali.
Tra i quattordici miliardi che serviranno per la costruzione di questa grande
opera, una buona parte delle risorse potrebbe essere utilizzata invece per
intervenire sulla gestione idrica o sul dissesto idrogeologico.
Messina registra perdite della rete idrica che costringono la popolazione ad
avere l’acqua solo per alcune ore al giorno. O la sanità, con la sua crisi
economica strutturale che impedisce l’incremento dei posti letto negli ospedali,
e le assunzioni di ausiliari, Oss, infermieri e medici specializzati.
(fotografia di nm)
Altrettanto menzognera resta la manovra del governo di far passare il ponte come
un’infrastruttura militare che rafforza i sistemi di mobilità in una regione
piena di basi Nato, come emergerebbe dalla recente delibera Iropi che
giustificherebbe la costruzione del ponte per facilitare lo spostamento di
truppe militari nel Mediterraneo.
Secondo Antonio Mazzeo a oggi non esiste alcun documento ufficiale che consideri
il ponte funzionale allo spostamento di truppe, mezzi e armamenti. Eppure il
dispositivo ponte continua ad essere alimentato non solo dal governo ma anche
dalla magistratura, come dimostrato dalla sentenza del tribunale di Roma che ha
condannato i militanti No ponte – che avevano presentato un ricorso contro la
costruzione da parte della Società Stretto di Messina – al pagamento di 340 mila
euro di spese legali.
Ed è per questo che appena il corteo arriva a piazza Duomo, un ultimo intervento
dal camion ricorda come il movimento No ponte non può fare affidamento su nessun
soggetto istituzionale, consigliere o partito, ma solo sulle forze degli stessi
militanti che con passione e energia continuano a sostenere la mobilitazione, da
più di venti anni.
Gli stessi manifestanti ricordano ai reparti mobili schierati davanti e in coda
al corteo che i militanti continueranno la battaglia, sia nei cantieri dove
partiranno i lavori, che davanti a ogni casa dove verrà eseguito lo sfratto per
l’esproprio.
Prima di entrare in piazza un ultimo coro arriva dalla folla: “Lo stretto di
Messina non si tocca, lo difenderemo con la lotta!” (giuseppe mammana)
(disegno di cyop&kaf)
Un’altra bomboletta. Un altro corpo.
Non c’era più ossigeno in cella, ma ce n’era abbastanza
per bruciare un’altra vita nel silenzio dell’indifferenza.
La libertà non è sempre oltre il muro,
a volte è nascosta dietro una valvola, dentro una boccata.
Il giudice sfoglia il codice penale, il ministro pronuncia slogan in conferenza
stampa, ognuno ha la sua parte nel teatro della legalità. La pena ha la sua
cornice, la colpa la sua misura, l’espiazione il suo recinto. Ma appena cala il
sipario pochi metri di cemento, un bagno alla turca, un tavolino inchiodato al
pavimento, spazi inospitali, finestre sbarrate e ambienti privi di aerazione. In
questo spazio claustrofobico, privo di aria e di orizzonti, un uomo inala gas da
campeggio per non sentire più il peso della sua esistenza.
Quel gas arriva da una bomboletta acquistata tramite il “sopravvitto”, l’elenco
dei prodotti ufficialmente disponibili in carcere. È lo stesso articolo che si
trova accanto ai fornelli da picnic nei supermercati. Sull’etichetta una
raccomandazione chiara: “Usare solo in ambienti ben ventilati” (la cella è un
bozzolo di tre metri per quattro con la finestra “sigillata”). Si censura una
lettera, si vieta un accendino, ma il butano industriale è autorizzato. La
bomboletta è legale, viene richiesta col modello 72, un modulo con cui ogni
detenuto può acquistare, a proprie spese, prodotti extra rispetto alla dotazione
di base fornita dallo Stato. È un foglio semplice, da compilare a penna, con il
numero di matricola, i codici degli articoli richiesti, la quantità desiderata e
la firma. Una volta ordinata, la bomboletta viene custodita in armadietti chiusi
a chiave, sotto il controllo degli agenti. Quando finisce, si restituisce e se
ne prende un’altra. Tutto tracciato.
Eppure “tirarsi il gas”, inalare il butano per evadere non fisicamente ma
mentalmente, è una pratica che tutti conoscono ma nessuno affronta, perché
cambiare la sceneggiatura significherebbe ammettere che c’è un problema.
L’effetto? Un blackout chimico: euforia, vertigini, battito irregolare, labbra
anestetizzate, cervello in tilt. Per qualche minuto non c’è più il muro, la
cella, la pena. Solo un vuoto ovattato dove la coscienza galleggia o affonda.
Per alcuni è tregua, per altri fuga, per altri ancora un addio. Nessuno lo
chiama con il suo nome di “evasione tossica” ma dentro c’è chi cerca pace, chi
l’oblio, chi non vuole più tornare da quel viaggio. Se non si può evadere con il
corpo, ci si dissolve con la chimica, e se non torni non è quasi mai suicidio,
ma un “evento imprevedibile”.
Tutto questo avviene nel pieno rispetto delle norme. Il modello 72 continua a
offrire bombolette. Basterebbe poco per cambiare: una circolare, una revisione
del catalogo, una scelta più sensata. Le piastre elettriche? Troppo costose,
troppo complicato adeguare gli impianti, dicono. Si potrebbe optare per altre
bombole e fornelli, con dispositivi atti a limitarne l’uso improprio. Ma nemmeno
questo si fa. Costa sicuramente meno lasciare tutto com’è, e anche le ditte che
gestiscono il sopravvitto hanno il loro tornaconto. Offrire soluzioni più sicure
significherebbe investire in alternative meno redditizie. E poi aumentano i
prezzi, i detenuti protestano, non per capriccio, ma perché molti non hanno
soldi, non ricevono pacchi, non fanno colloqui, non hanno familiari su cui
contare. In carcere anche pochi centesimi fanno la differenza. E allora, per
evitare il problema, si sceglie di non cambiare nulla. Del resto, già la carta
igienica, lì dentro, sembra un bene di lusso: la paghi come seta, ma gratta come
carta vetrata. Così, la bomboletta resta l’unica opzione disponibile, utile per
cucinare o per staccare la spina, a seconda dell’umore.
E gli psichiatri? Parlano, ma nessuno li ascolta. Già nel 2019, la Rivista di
Psichiatria denunciava l’inadeguatezza dello Stato nel contrastare l’abuso di
bombolette in carcere, spesso legato ad atti autolesivi o suicidi. Le morti per
inalazione non vengono sempre classificate come suicidi: restano escluse dalle
statistiche ufficiali, senza indagini né responsabilità attribuite. Questa
contraddizione è grave e preoccupante. Secondo la medicina legale, l’inalazione
volontaria di gas con esito fatale è a tutti gli effetti un suicidio, rientrando
nella categoria delle asfissie chimiche volontarie. In questi casi, il
protocollo medico-legale prevede accertamenti rigorosi: autopsia completa,
analisi tossicologiche, ricostruzione della dinamica e valutazione del contesto
psicologico. In carcere tutto questo dovrebbe essere obbligatorio, poiché la
privazione della libertà impone allo Stato una responsabilità sulla vita e
sull’incolumità del detenuto. Tuttavia, l’amministrazione penitenziaria adotta
un approccio incerto: se manca una prova esplicita dell’intento suicidario, il
decesso viene spesso classificato come “evento accidentale” o “causa da
accertare”. Lo stesso gesto, inalare gas con un sacchetto di nylon, può essere
interpretato come uso improprio per alterare lo stato di coscienza e non
necessariamente come suicidio. Questo porta a sottovalutare il gesto, a non
attivare protocolli di prevenzione e a ignorare il contesto psichiatrico.
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale,
nella sua relazione del 15 dicembre 2024, ha evidenziato come diversi decessi in
carcere per inalazione di gas siano stati classificati come “cause da accertare”
proprio per questa ambiguità interpretativa. Il risultato è che alcune morti
restano fuori dal conteggio ufficiale, rendendo più opaca l’analisi del
fenomeno. Ma sebbene la morte per inalazione sia formalmente un suicidio, la
responsabilità non può ricadere esclusivamente sul detenuto. Lo Stato, fornendo
nelle celle bombole di gas butano (prodotto potenzialmente letale) e non
adottando protocolli sanitari e di prevenzione adeguati, contribuisce a creare
le condizioni che favoriscono queste tragedie. Inoltre il suicidio in carcere
non è mai un atto isolato o imprevedibile, ma spesso il risultato di un sistema
che non interviene efficacemente. Gli esperti lo dicono con chiarezza: non basta
autorizzare un prodotto, quando potenzialmente letale. Serve una valutazione
clinica costante, multidisciplinare, attenta al percorso psichico della persona,
non solo momentaneo. Serve sapere chi lo richiede, perché e in che condizione
psicologica. Serve uno sguardo clinico. Ma manca.
La storia di Fabio Romagnoli lo dimostra. Aveva già tentato varie volte il
suicidio. Era affetto da disturbi psichiatrici documentati. La sua fragilità era
nota. Gli fu tolta la bomboletta, poi riconsegnata dopo una valutazione che non
ha saputo o potuto cogliere il disegno più ampio. Così il suo gesto, per il
sistema “imprevedibile”, si è compiuto: eppure lo Stato distribuisce gas butano
in celle prive di ventilazione, senza protocolli sanitari adeguati, con medici
insufficienti. Vietato negli ospedali, sconsigliato nelle case, il butano
diventa compatibile con l’ambiente carcerario. Gesto imprevedibile, dicono.
In questo contesto la salute mentale è secondaria e la dignità uno slogan. Dopo
ogni tragedia si invocano ispezioni, si esprimono cordogli, poi si archivia
tutto e si continua a morire in silenzio: per un colpo di gas, un cappio
improvvisato, una psicosi lasciata marcire, un abbandono medico travestito da
fatalità. Tutti vedono ma nessuno ascolta, al massimo si verbalizza. Eppure in
Italia si può morire così, inalando gas in un luogo dove già respirare è
difficile, un prodotto pensato per l’escursionismo e divenuto parte dell’arredo
carcerario, un veicolo di fuga, non verso un prato o una montagna, ma verso
l’oblio. Una fragranza sintetica che non sa di libertà, ma la imita, come un
profumo contraffatto. Perché anche l’aria dietro le sbarre può avere il sapore
della burocrazia. (luna casarotti – yairaiha ets)
(copertina di federico manzone)
Riproponiamo a due anni di distanza queste cartoline dall’estate pugliese, dal
numero 11 (novembre 2023) de Lo stato delle città. Nel frattempo la svendita del
territorio procede di emergenza in emergenza: la xylella degli ulivi, lo
spopolamento, l’assalto a terre e coste per impianti eolici e fotovoltaici, il
consumo di suolo per resort di lusso, la crisi idrica, la devastazione degli
incendi. Mentre gli amministratori locali sembrano agiti da forze estranee e i
sedicenti intellettuali fomentano lo storytelling dominante, due vicende
esemplari su tutte.
Lo scorso maggio i comuni attraversati dal gasdotto Tap hanno ratificato un
accordo con la multinazionale che prevede il ritiro della costituzione di parte
civile nel processo contro Tap, la rinuncia alle compensazioni per la
costruzione dell’opera (e per il suo previsto raddoppio) e la rinuncia a
qualsiasi diritto nei confronti dell’azienda e dei suoi dirigenti, in cambio di
otto milioni da parte di Tap, spiccioli per comprare il consenso del territorio,
delegittimando le ragioni di chi ha lottato contro il gasdotto. La svendita
continua con la sponsorizzazione da parte di Tap di festival culturali e
rassegne di eventi estivi.
In un paese del basso Salento, la sindaca ha emesso un’ordinanza con cui vieta
iniziative politiche, manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la
stagione estiva. Ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non
creare disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di
preservare la reputazione del paese, che farebbe parte dei “borghi più belli
d’Italia”.
La pietra è sempre più rovente, le poche sparute gocce evaporano senza tempo di
scorrere.
* * *
la prima volta che ho sentito dire in salento ero ragazzina e ascoltavo una
canzone di biagio antonacci che passava in ogni radio quell’estate. si era
sempre usato nel salento, e nemmeno così spesso come adesso, una decina di anni
dopo, che sembra un marchio registrato quando chiedo al bar del mio paese un
caffè in ghiaccio col latte di mandorla e mi sento rispondere “ah, un caffè
salentino!” e ritrovo lo stesso marchio in un autogrill lontano dalla puglia.
anche se la musica cavalcava la moda della “vacanza in salento” a noi non
importava di avere turisti tra i piedi, perché sceglievamo gli scogli più
inaccessibili per passare le giornate al mare senza adulti nei paraggi. sempre
in quegli anni, in viaggio a parigi trovo un enorme padiglione nella piazza
della tour montparnasse con una mappa della mia regione e la scritta
#weareinpuglia, e ingenuamente col mio primo smartphone scatto una foto. estate
dopo estate spuntano sempre più lidi privati, alberghi, lounge bar e cocktail
bar sul mare, bistrot, bancarelle di souvenir, eventi musicali invischiati in
una falsa coscienza che li spaccia per rituali arcaici. negli anni quell’hashtag
ha scolpito un salento ridotto a “terra del rimorso” fuori dalla storia, un
non-luogo dove non c’è altro che tamburelli, balli e taralli.
IL MONDO DEI (CON)VINTI
riemergo come sputata dalla risacca delle pagine di recita estiva di christa
wolf, libro che da qualche giorno ho finito ma continuo a riaprire, quasi che
impastarmi a parole e immagini possa farmi capacitare che quello che ho letto è
ancora lì. un gruppo di amici abbandona la città per cercare nella campagna
isolata un rifugio alla delusione per un mondo in cui non si riconosce. alle
prime pagine sono pronta a difendermi dalla nausea per la retorica della vita
campestre come idillio della pienezza esistenziale, del margine come ultimo
presidio di resistenza. invece lo scudo non serve, il loro non è un ritirarsi,
un ripiegamento, è più una dislocazione per non lasciar opacizzare l’utopia ma
senza clemenza per se stessi e gli altri. “adesso! così ci urlavano le cose
pretendendo la liberazione. con la stessa intensità con cui esse erano costrette
a essere se stesse, dovevamo essere noi stessi”, e mi sembra che la storia venga
a stanarmi nell’interstizio dove cercavo di nascondermi. è una domenica di fine
luglio, le stesse strade che fino a pochi mesi fa erano vuote ora sono un
ingorgo di auto con targhe straniere, mentre palchi per spettacoli e tavolini
dei ristoranti corrodono lo spazio pubblico. la campagna che domina appena fuori
i piccoli nuclei abitati potrebbe essere la stessa del libro, ma qui è costretta
a fare da sfondo a b&b, masserie tradite e convertite in resort di lusso, ville
da affittare e sentieri da percorrere a piedi seguendo gli itinerari di qualche
guida turistica che investe i passi di un significato artefatto (come se per
camminare sullo sterrato servisse un animo sensibile e nobile).
nelle pagine di recita estiva ricorre la foga dei figli dei contadini di
sbarazzarsi di quello che resta nelle case che ereditano. utensili, vasellame,
mobili che hanno accompagnato i lavori e le vite dei padri sono tracce di un
mondo con cui i figli non vogliono mai più avere a che fare. mi torna in mente
una scena minima che ho spiato qualche sera prima tra le stanze del museo della
civiltà contadina di calimera. ascolto una signora che guida la compagna turista
attraverso l’esposizione leggendo i nomi sulle targhette e traducendo il
dialetto (con la pronuncia esotica volutamente marcata di chi quello stesso
dialetto lo scansa come gergo volgare). davanti a un telaio antico per tessere a
mano aggiunge “a casa di mia madre ne avevamo uno così, poi non so che fine ha
fatto”, ma un po’ se ne vergogna e aspetta in bilico di scorgere nello sguardo
dell’interlocutrice tracce di disprezzo per le origini umili o di ammirazione
per le radici autentiche. come se la rimozione e la negazione di essere
appartenuti a una cultura subalterna siano stati una tappa ineludibile per
accedere al benessere (decenni più tardi che altrove). barattare tutto quello
che avevano per emanciparsi alle novità e riguadagnare in fretta i gradini verso
la vera civiltà. come una scena di lazzaro felice in cui il ragazzo riconosce
delle erbe spontanee commestibili (che oggi troneggiano nei menu gourmet) ai
margini delle rotaie di una periferia metropolitana, ma gli ex contadini memori
delle condizioni di sfruttamento a cui erano costretti per lavorare la terra non
vogliono saperne di raccoglierle, a costo di sfamarsi con patatine scadute
rubate in una stazione di servizio.
oltre ad aver dimenticato, qui gli “autoctoni” hanno presto introiettato la
condizione di abitanti di un’enclave turistica elitaria e si sono prodigati
(alcuni inconsapevolmente) ad aggiungere tinte pittoresche alle narrazioni
fasulle di turismo e folklore, mentre le foto di scontrini sui social per
lamentarsi dei prezzi assurdi di un caffè o di un rustico restano campo di
commenti atrofici. intorno alle reti che hanno creduto di lacerare con
l’emancipazione e il progresso se ne sono annodate di nuove: dallo sfruttamento
dei latifondisti e delle manifatture di tabacco a quello mercificante della
monocultura turistica.
TURISMO O TERRORISMO
cerco di non ascoltare le voci che dalla televisione ammoniscono di bere acqua e
stare all’ombra, ma in uno di quei programmi saturi di già-detto che riempiono
le fasce orarie in cui la gente in vacanza non vuole essere ammorbata coi tg mi
capita un’intervista amichevole a massimo bray (il suo nome non mi suona vuoto
perché bray è leccese e ha una casa vacanze nel mio paese; a fine intervista non
manca di confessare il suo amore nostalgico per “la vecchia bottega alimentare
di un paesino in provincia di lecce, marittima”). dopo gli orpelli di ministro
presidente direttore, bray intraprende una crociata in difesa dei borghi e della
gestione che l’italia ne fa. “l’italia è il paese che ha inventato i festival,
abbiamo creato comunità grazie alla cultura”. poi stizzito reclama che “questa
forma di pessimismo che ci assale deve finire, noi dobbiamo essere orgogliosi
che si venga in italia”, perché “di fronte a una vita frenetica noi siamo capaci
di far stare centinaia di persone in un piccolo borgo, farlo rivivere e creare
quel senso di comunità”.
li chiamano borghi per omologare sotto un’unica etichetta centinaia di paesi,
negando a ognuno il suo carattere, la storia, la voce, il dialetto, i canti, le
tradizioni che gli appartengono, schiacciando sotto una parola sola tutto quello
che suona bene chiamare identità. la chiamano comunità come se la prossimità
fisica di troppe persone nello stesso posto implicasse la vicinanza d’animo. poi
chi l’ha detto che il borgo voglia una seconda vita da terra colonizzata? meglio
morire di incuria e abbandono che schiavo della religione del marketing. non che
ci sia tanto da vantarsi per il dilagare di festival, happening, performance,
che incarnano il paradigma della transitorietà, dello straordinario contro
l’ordinario, grandi eventi che attraggono turisti e fanno da alibi a
privatizzazioni spietate invece che manutenzione sul territorio e assunzioni
permanenti delle persone che quei luoghi li vivono (e che i festival sfiorano
appena). forse il senso di comunità che sbandierano non è riuscito a
sopravvivere all’emigrazione e allo spopolamento perché a questi paesi è stata
negata l’ovvietà di immaginare un futuro. senza un orizzonte, condivisione,
solidarietà, convivialità restano slogan per guide turistiche e costumi rigidi
entro cui i paesani vengono relegati finendo per recitare se stessi.
penso al ciclo di isteresi, un grafico di una curva chiusa su un libro di fisica
all’università: certi materiali sottoposti all’azione di un campo magnetico non
tornano più allo stato vergine quando l’azione cessa, restano magnetizzati anche
in assenza di corrente, e ogni sostanza ha una temperatura critica oltre cui
perde le proprietà che la caratterizzano. guardo le spiagge e le strade che si
gonfiano fino a esplodere di corpi e auto, poi tornano sventrate e deserte per
un po’ di mesi in un ciclo che si ripete. non riesco a convincermi che viviamo
solo in funzione della stagione (come se l’estate fosse l’unica che conta in
tutto l’anno, il resto è letargo), che siamo un posto per villeggiatura, che le
case se ne stanno vuote aspettando di essere invase senza risentire
dell’oltraggio che subiscono. non riesco a convincermi che non sappiamo più cosa
vuol dire abitare, creare abiti, abitudini, forme di vita comune. davvero
abitare è sinonimo di consumare? che cosa sono i paesi se li pensiamo a partire
dall’abitare? penso ad antonio neiwiller che proprio in un paese della provincia
di lecce nell’estate del 1991 diceva “io appartengo a questa terra, a questa
parte della terra che ora non riconosco più. io voglio difendere differenze,
particolarità, gesti, atti, io voglio ancora difendere questa parte del mondo.
chi l’ha detto che tutto questo debba essere violentato così”.
SE MI SVENDO NON COLLASSO
a giugno una scuola di melendugno, insieme al comune e all’azienda tap (ancora
sotto processo per inquinamento ambientale e contaminazione della falda
acquifera), comunica di voler dedicare ai ragazzi alberi che saranno piantati
nei terreni dell’impianto della multinazionale per raggiungere obiettivi di
sostenibilità. dopo l’arte pubblica asservita a riqualificazioni che pretendono
di risanare gli spazi urbani mentre li convertono in luoghi a uso e consumo del
turismo, il capitalismo si appropria di pratiche virtuose svuotandole di senso e
piegandole a scopi altri. e noi a testa bassa raccogliamo le noccioline che
l’invasore ci lancia tra le sbarre dello zoo.
se c’è una costante, è il salento che si vergogna di se stesso. la musica abiura
le sue radici povere, travisa la funzione del canto e camuffa le condizioni
bestiali di lavoro dei braccianti con un contesto bucolico in cui la miseria è
ridotta a feticcio che incipria di esotico il panorama. ciò che doveva curare e
salvare (il canto e la musica come terapia per il tarantismo) accelera la
distruzione di un territorio e della sua storia violentata dal marketing. le
contraddizioni annichilite (non è poi lo stesso meridione che tacciano di
corruzione, mafia e arretratezza?), le complessità appiattite a “un’immagine
dimezzata”, diceva gianni bosio: “il buon selvaggio, l’uomo che è buono in
quanto dimensione astorica, l’uomo folklorico. è questa la sola misura lecita
per l’uomo storico contemporaneo e subalterno per partecipare al festino della
cultura politica della classe dominante. l’uomo storico, l’uomo politico, l’uomo
della fabbrica e dei campi, viene semplicemente ignorato”.
l’istituto carpitella, fondato nel ’97 per difendere e diffondere la cultura
orale del salento, tradisce radicalmente i propri scopi un anno dopo con il
festival della notte della taranta che ha monopolizzato tutte le energie e i
soldi nella sua organizzazione, e ogni sforzo per ricerca, studio e
archiviazione della memoria tradizionale è stato stroncato (già dal palco di
melpignano nella prima notte della taranta uccio aloisi ammoniva, prima ancora
di battere sui tamburi, “nu s’ave perdere tiempu”, non si deve perdere tempo).
schiere di assessori e di esperti usano la “pizzica” come strumento per
costruirsi carriere in politica, tanti mitridate che hanno ceduto passano dalla
critica totale alla collaborazione con la notte della taranta contendendosi
palchi e cachet, dando l’impressione che l’interesse personale e il ritorno di
immagine contino sempre più di ogni altra cosa. sembrano i protagonisti di una
ballata di brecht, “oggi mi hanno fatto vedere il loro mondo, ho visto solo il
dito, tutto insanguinato, allora in fretta ho detto che era di mio gusto”.
roberto raheli degli aramirè, editore illuminato e unico difensore incorrotto di
quella cultura, che abbandonato da tutti ha abbandonato tutto nel 2007,
denunciava la “deliberata manipolazione della realtà storica a uso pubblico,
attraverso la creazione di una serie di icone, come quella del ragno e del
tamburello, o quella del salento edonistico-dionisiaco dove tradizionalmente i
contadini al termine del lavoro si riunivano nell’aia della masseria a ballare
sfrenatamente la pizzica”.
pasolini sperava che gli uomini avrebbero risperimentato “il loro passato, dopo
averlo artificialmente superato e dimenticato in una specie di febbre, di
frenetica incoscienza”. ma ora che la sintesi linguistica della modernità ha
abolito il passato prossimo e l’imperfetto, non ci resta che dissotterrare un
passato remoto. un passato che, oltre ad aver dimenticato, abbiamo tradito: i
canti che si ascoltano dai concerti restano solo “quello sforzo ingrato di dirsi
vivi in una lingua morta”, per dirla con gabriele frasca; il dialetto
mortificato nei ritornelli in bocca ai “grandi” nomi dello spettacolo chiamati a
partecipare al festival e a distogliere ogni tentativo di scorgere il marcio
delle cose, le ragazzine che credono di conoscere il ballo tradizionale del loro
territorio e invece copiano le movenze seducenti del corpo di ballo sul palco
disegnate da qualche coreografo, ignare che la pizzica si ballava forse due
volte l’anno con una serie di restrizioni, con garbo e pudore. abbiamo tradito
tutto il possibile, non c’è più niente e nessuno da tradire. che fare allora, se
“tutto è in armonia nel modo sbagliato e ogni cosa va in frantumi nel modo
giusto” (ancora recita estiva)? che fare dei paesi una volta che la cultura che
li ha animati si è estinta con i suoi abitanti? che fare della cultura popolare,
delle tradizioni, dei riti, una volta che è venuto meno il mondo che li ha
generati?
ATROCE PAESE CHE AMO
partecipo alla presentazione di un libro di poesie in un giardino appartato
dagli odori dei ristoranti e dalla musica dei locali. mi ritrovo a voler
scappare tra una platea che sembra aver eletto se stessa a casta superiore. si
riconoscono al primo sguardo i turisti in abiti da vacanza (e i non-turisti ne
imitano lo stile): camicie di lino, cappelli panama, lunghi vestiti e caftani
che cercano di apparire frugali ma so troppo bene quanti empori vendono quei
tessuti spacciandoli per opere di tessitrici locali che conservano l’arte del
telaio (mentre gli unici telai superstiti sfornano tessuti per dior e lecce
conferisce cittadinanze onorarie a fashion designer che scelgono il salento come
vetrina) per abboccare all’umiltà apparente. sono gli stessi turisti che
strisciano con innaturale lentezza dentro auto troppo grosse per attraversare
indenni le stradine dei paesi non progettate per il grande traffico estivo.
assistono alle letture di versi come a una liturgia consolatoria che celebra il
loro status di cittadini edotti all’arte, civili, che il massimo picco di
adattamento all’habitat lo raggiungono mangiando la frisa con le mani e non con
le posate. li riconosci mentre vagano alla ricerca di tipicità: la pasta fatta
in casa diventa esclusiva dei ristoranti, il grano arso una ricercatezza
culinaria e solo cinquant’anni fa l’emblema della miseria, ottenuto dalle ultime
spighe bruciate sfuggite alla mietitura manuale. però loro si autoassolvono
eleggendo franco arminio a profeta della nostra epoca quando canta il “bisogno
di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli
alberi e riconosce il vento”. eppure gli risponde decenni prima errico
malatesta: “se tu leggi i poeti li trovi tutti pieni di entusiasmo per la vita
campestre. ma la verità è che i poeti che stampano libri, la terra non l’hanno
zappata mai, e quelli che la zappano davvero si ammazzano di fatica, muoiono di
fame, vivono peggio delle bestie, e sono calcolati come gente da nulla”.
quando non c’è più un punto dove posso volgere lo sguardo senza che si facciano
incontro con il loro carico pensieri caustici mi arrendo a fare un giro in
campagna, anche se questo si traduce in attraversare ettari di rami secchi e
tronchi sgozzati quando va bene, odore di bruciato e residui di roghi quando va
male. stavolta il suono delle campane di capre e pecore mi anticipa i passi, il
pastore che conosco bene quando mi vede spegne la radiolina con l’antenna che si
porta nella tracolla per farsi compagnia nella desolazione dei campi. senza
preamboli di circostanza mi racconta delle sanzioni di un controllo asl per
piccole falle nel laboratorio in cui lavora il latte. lo aveva piastrellato e
messo a norma quando uno dei figli ha deciso di continuare il suo mestiere
nonostante lui lo scoraggiasse di continuo, anche con rabbia, perché “non deve
fare ‘sta vita, con il mondo di oggi esci pazzo”. eppure il controllo ispettivo
si incaglia per l’assenza di un certo formato specifico di trappole per topi,
così ai soldi spesi per sistemare il laboratorio si aggiungono i soldi per la
sanzione e le altre modifiche imposte. ormai il prezzo dei prodotti detta gli
standard di lavorazione, una piccola azienda zootecnica ha le stesse spese di
un’impresa di allevamento a prescindere dalla dimensione, per il mercato cinque
capre o cinquecento è la stessa cosa. penso ai villani di donpasta, a santino
galasso di taranto che sorride mentre dice “t’ha mettre ‘a cape ssott’ e ha sce
‘nnanz”, devi abbassare la testa e andare avanti, a totò fundarò di alcamo che
fa la conserva di pomodoro a casa e si incazza perché secondo la legge quella
conserva non può esistere, è illegale, ma è impossibile produrre cibi genuini
rispettando le regole. penso che anche la cultura genuina può essere solo
clandestina. penso a civitonia, un festival per civita di bagnoregio che in
clandestinità esiste senza essere accaduto. “sappiamo bene quanto il mantra
dell’accumulazione capitalistica, insidioso e colonizzante, spazzi via ogni
parola dissenziente”, scrive giovanni attili sul libro che dà un supporto fisico
all’immaginare di civitonia. “sappiamo bene di avere una lingua logora e stanca”
(una volta in una traduzione di guido ceronetti avevo letto “si stanca qualsiasi
parola, di più non puoi fargli dire”). eppure attili insiste, “la consapevolezza
della devastazione in atto dovrebbe obbligarci a ricaricare parole ormai
atrofizzate con l’obiettivo di far tracimare lo stagno paludoso che ci
immobilizza”.
“riscrivere la fine o dell’arte del capovolgimento”, leggo sotto il titolo del
libro, e infatti civitonia è anche un affronto al pensiero di chi governa quel
territorio, è un festival che rinunciando al suo accadere si è salvato
dall’essere fagocitato dall’industria turistica o dalle politiche urbane che
piegano l’arte a progetti di presunta riqualificazione buoni solo per ingrassare
coi fondi pubblici.
“ad accendersi ancora è il segnale che dovrei fare qualcosa. ogni giorno.
insomma io sono come un quadro segnaletico dove si accendono continuamente
lampadine di diversi colori. sicuramente produce un bel fregio luccicante. solo
che non serve a niente”, sottolineo tra le pagine di recita estiva. in
matematica essere impossibilitati a eseguire operazioni è la molla per
immaginare, per costruire domini numerici più ampi: dai numeri naturali agli
interi negativi, dai numeri reali agli immaginari, domini che contengono
ciascuno il precedente e dai loro spalti si ha una vista sempre più ampia e
sfaccettata. se x2+1 resiste alla possibilità per i polinomi di essere scomposti
in monomi lineari, si può scomporre abbandonando il campo dei reali e
sollevandosi nel dominio degli immaginari.
cosa serve allora? ammettere che i nostri mezzi sono difettati e monchi, e
quindi cercare scarti, biforcazioni possibili, non soluzioni miracolose ma
indizi minuti per scardinare l’inerzia e scommettere su un futuro differente.
ammettere che il buio ci soffoca e cercare barlumi, intermittenze, una
ricomparsa delle lucciole, forse destinate a morire travolte dalla luce sporca
delle stelle di un hotel. presidiare le trasformazioni urbane, rivendicare
processi condivisi, farsi carico del mostruoso ma cercare angoli da cui
guardarlo senza esserne assuefatti. cercare di arrivare a un risultato per vie
traverse mi riporta alla matematica, al metodo dimostrativo per assurdo: si
ottiene il vero facendo scaturire l’impossibile a partire dal falso, ci si situa
in ciò che si ritiene essere falso e si mostra come questo conduca a una
conclusione impossibile.
per assurdo si dimostra un teorema fondamentale di cantor che dice che dato un
insieme ci sono sempre più parti di quanti siano i suoi elementi (si dimostra
che non ci possono essere tante parti quanti elementi e si sa che non possono
essercene meno). il teorema di cantor confuta il dilagare dell’individualismo:
il fatto che in un insieme qualunque ci siano più parti che elementi significa
che la profonda risorsa di ciò che è collettivo prevale su quella dei singoli,
come il coro prevaleva nelle esecuzioni musicali spontanee. fa eco il barone
rampante: “le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti
migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per
proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale
la pena di volere cose buone”. allora organizzarsi, agitarsi, frantumare la
cappa del disincanto, distogliere lo sguardo dai fari del treno in corsa che sta
per travolgerci. brecht incalza: “vi accontenterete del cielo che splende?
sarete sfamati? sarete consolati? il mondo guarda a voi con la sua ultima
speranza. più a lungo voi non potete essere contenti di una goccia simile sulla
pietra rovente”.
mi illudo che scrivere possa far sopravvivere qualcosa, strappare qualche
brandello al vuoto che si scava, tracciare da qualche parte un solco. ma suona
amaro il monito di rina durante, “tu capisci che in questa provincia senza fine
rimani solo tu ultimo cavaliere senza né briglia né staffe a portare il peso di
una storia che finisce”. mi illudo che cucire insieme parole che mi stagnano
dentro possa avvicinarmi a una realtà che non so comprendere né contenere (e
quando riesco mi lacera, perché la stessa vanga può scavare solchi dove seminare
o sotterrare cadaveri). ma di fatto sto scrivendo per prendere le distanze, per
espellere la materia scottante ingabbiandola in queste cartoline. allora se pure
il racconto brucia la sua materia per alimentarsi, almeno che produca fiamma
anziché riscaldare le ceneri. (chiara romano)
(disegno di peppe cerillo)
Il 4 luglio alle otto di mattina un enorme boato scuote la città: è l’esplosione
di un distributore Gpl a Torpignattara – tra la piscina di Villa de Sanctis e la
scuola materna Romolo Balzani, a ridosso del quartiere di case cooperative
Casilino 23 e a due passi dalla via Casilina. Prima dell’esplosione avevano
preso fuoco anche un deposito di bombole di ossigeno della Croce Rossa e uno
sfasciacarrozze, creando una nube tossica di diossina; miracolosamente, la zona
non si era ancora riempita dei bambini che frequentano i campi estivi. Questa
parte di Roma fin dagli anni Sessanta doveva essere una zona per la logistica. I
proprietari dei terreni l’hanno però riempita di palazzine residenziali e così
oggi le industrie pericolose e inquinanti convivono con scuole, asili nido,
centri sportivi, zone archeologiche e quartieri densissimi (si veda qui). La
sera divampa un altro incendio nel parco del Forte Prenestino.
Il 6 a Parioli esercitazione antiterrorismo della polizia italiana intorno
all’ambasciata israeliana (non nei confronti di militari e civili israeliani
attivi nel terrorismo contro la popolazione di Gaza). Scendono le temperature:
l’8 luglio fa quasi freddo. Il Tar boccia le opposizioni della fu giunta Raggi a
un grande progetto di settemila metri quadri residenziali intorno alla Vela di
Tor Vergata, che quindi inizierà a breve, sempre giustificato dell’idea che
costruire nuove case fa sempre bene, anche in una città con centomila
appartamenti vuoti.
Il 9 alla manifestazione Sports beats borders dell’Esquilino partecipa una
squadra di bambini palestinesi arrivati dal campo profughi di Chatila. Muore
l’ispettore ustionato dall’esplosione del deposito di Gpl del 4 luglio:
fortunatamente è l’unica vittima mortale, ma ci sono decine di ustionati gravi,
centinaia di feriti, e un migliaio di bambini senza scuola. Il 10 al centro
congressi La Nuvola (Eur) si celebra una Conferenza sulla ricostruzione
dell’Ucraina, che blocca il traffico del centro: tra i partecipanti anche
l’attore Zelensky. Nel frattempo, a Torbellamonaca prende fuoco un palazzo:
settantadue nuclei familiari vengono evacuati. L’11 un aereo della polizia porta
a Roma dalla Grecia un uomo statunitense, accusato del duplice femminicidio
della moglie e della figlia trovate morte a inizio giugno a Villa Pamphili.
All’Idroscalo di Ostia inizia il festival del cinema Alice nella Città: il
maxischermo è montato proprio dove c’erano le case rase al suolo da Alemanno nel
2010. Un motociclista muore in incidente vicino Ostia Antica. Domenica 13 un
forte nubifragio spazza Roma con vento e pioggia: l’acqua entra anche
nell’ospedale Grassi di Ostia.
Lunedì 14 arrivano a Roma i familiari di Satnam Singh, il bracciante sikh di
Latina mutilato sul lavoro e lasciato morire dissanguato dal suo padrone. Una
consigliera Pd di Garbatella dichiara il passaggio a Fratelli d’Italia. Il
Tribunale di Roma sospende quattro poliziotti implicati nel traffico di droga di
San Lorenzo: anche loro erano strumenti della gentrificazione del quartiere, che
estrae valore dal territorio rendendo impossibile la vita a chi lo abita. Muore
un operaio kurdo investito da un’auto a Centocelle: è la settantottesima vittima
delle strade a Roma dall’inizio dell’anno. Il 15 il Comune stanzia due milioni
per riaprire la scuola Romolo Balzani, devastata dall’esplosione del deposito di
Gpl. Il 17 la polizia irrompe in casa di Chef Rubio e sequestra computer e Usb,
trattenendolo nel commissariato di Frascati fino a sera. Intanto, retata
razzista a piazza Vittorio: la Celere circonda un gruppo di migranti africani,
chiede documenti a tutti, li carica sul furgone e se li porta via. Il sindaco di
Roma è agli Stati generali della bellezza, nell’incantevole location di Cava de’
Tirreni, impegnato a dichiarare che “le periferie di Roma fanno schifo”.
Venerdì 18 il Tar respinge il ricorso contro l’abbattimento del bosco di
Pietralata per la costruzione dello stadio privato dell’imprenditore Friedkin,
mentre un picchetto antisfratto evita l’espulsione di un’anziana da un palazzo
di proprietà dell’Inps occupato da decenni. La guardia di finanza mette i
sigilli allo stabilimento balneare per vip V-Lounge di Ostia, che disponeva di
ottocento lettini. Il 19 un gruppo di attivisti di Ostia manifesta sulla
spiaggia, rivendicando il “mare libero” dalla privatizzazione rappresentata
dalle concessioni balneari. A Ostia tutta la parte centrale della spiaggia è
privatizzata, e le spiagge libere sono solo a molti chilometri dal centro,
difficili da raggiungere e mal collegate con i mezzi pubblici. Il 20 un passante
trova il cadavere di una donna al Mandrione, vicino ai binari del treno: era
scomparsa cinque giorni prima dalla zona di Ponte Mammolo.
Il 21 un gruppo di lavoratrici dello spettacolo occupa simbolicamente il Circolo
degli Artisti, chiuso dal commissario Tronca nel 2015 e mai più riaperto. Chiude
per una settimana la linea C della metropolitana, per i test delle nuove
stazioni di Colosseo e Porta Metronia. Il 22 alla Camera dei deputati si
inaugura un congresso sul Nuovo ruolo geopolitico di Israele: Maccabi World
Forum, Istituto Milton Friedman, Unione delle Associazioni Italia-Israele
(UAII), Israel’s Defend & Security Forum (ISDF) e Alleanza per Israele premiano
Matteo Salvini davanti a militari e deputati italiani, soprattutto della Lega,
con importanti rappresentanti dello stato genocida. Presidio intanto in piazza
Capranica contro l’assedio della fame a Gaza.
Il 23 il Comune annuncia l’acquisto del palazzo occupato in via Bibulo, a
Cinecittà-Don Bosco, che era stato già requisito anni fa dall’allora presidente
del municipio Sandro Medici: i proprietari erano un monsignore, un camorrista e
una contessa che lo tenevano vuoto. Il 24 un uomo incendia due macchine della
polizia davanti al commissariato di via Farini; un altro spara contro il
buttafuori di una discoteca all’Eur, ferendolo alla testa; un incendio distrugge
il chioschetto di piazza Vittorio. Intanto il Comune approva la qualifica di
“interesse pubblico” per uno studentato privato da seicento euro al mese su
terreni pubblici dei mercati generali di Ostiense: la corporazione immobiliare
Hines lo avrà in concessione per sessant’anni senza neanche un limite ai canoni
d’affitto. La “città dei giovani” immaginata da Veltroni è un regalo ai privati
ancora più grande dei vecchi piani di zona. Il 25 presidio solidale davanti al
Cpr di Ponte Galeria, dove continuano a essere rinchiuse persone che non hanno
commesso alcun crimine: l’anno scorso un ragazzo di vent’anni rinchiuso lì
dentro si era suicidato.
Il 28 luglio inizia il temuto giubileo dei giovani, il grande evento estivo per
il quale si attendono decine di migliaia di giovani pellegrini da tutto il
mondo: all’evento analogo del Duemila, oltre due milioni di ragazzi e ragazze
cattoliche avevano inondato la zona di Tor Vergata che il Comune aveva costruito
con novantuno miliardi di vecchie lire. L’area è la stessa oggi. Nella stessa
giornata spari a Cinecittà, e anche ad Acilia, dove una ragazza egiziana viene
colpita per errore ad una gamba. Il 29 otto attiviste e attivisti del movimento
per il diritto all’abitare subiscono perquisizioni domiciliari e il sequestro
dei dispositivi elettronici da parte di carabinieri e digos: ennesima operazione
di criminalizzazione legittimata con un’inchiesta sui “contributi da 3/5 euro”
(cit.) per le spese di manutenzione delle occupazioni abitative in cui vivono.
Il 30 un incendio distrugge uno stabilimento balneare a Maccarese. Il 31 inizia
la demolizione dell’ex Fiera di Roma: il progetto prevede di trasformarla in una
Città della gioia: né più né meno che trentacinquemila metri quadri di nuove
palazzine di proprietà del Fondo Orchidea di Banca Finint, e intorno la zona
verde obbligatoria per gli standard urbanistici. (stefano portelli)