(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un
mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre
due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si
chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un
bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel
pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i
lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le
nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera
Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva
invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia
meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il
lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra.
Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle
colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a
tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi.
Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino,
sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi
individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con
piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di
cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate
nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in
Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i
raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa
georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di
Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide,
il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino.
A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di
metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda
ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la
struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre
un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al
piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge
nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli,
mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia
loro impedito di penetrare le recinzioni.
Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al
più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al
villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto
“Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto
al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci
fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di
trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie
lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di
nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce:
lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho
immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i
suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via
sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino.
Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I
vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro
al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle
nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a
Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma
il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e
russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale.
L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano
a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza
differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure,
minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il
coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per
colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro
e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia
invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia
prominente.
SOGNO GEORGIANO
All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi
vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la
pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende
su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si
raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito
un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le
nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e
lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così
insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un
mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso
prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno
una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per
ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori:
nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi
bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano.
L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana
prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia.
Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia»,
mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i
vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene
di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza
in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il
calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia,
a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi
come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del
brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in
italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha
guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante
un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima
di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a
ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato
l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli
eroi!».
Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione
dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e
disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di
condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato
russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei
ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università:
«Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda
delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so
più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo
e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti
tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno
l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili
al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi
qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non
combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella
Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno
un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche
noi Europa!», corregge impaziente Mariam.
Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in
legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state
restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano
diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate.
Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di
simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere:
“Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le
bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso
vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al
simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava
salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone
o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la
cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza
dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale,
vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei
più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno
georgiano.
Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della
difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto.
Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un
pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto
ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto,
guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca
sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato
della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la
capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine
georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il
ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in
posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro
di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale.
UN MUSEO ARMENO
Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh,
una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era
proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto
prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza
dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di
fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno,
però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando
l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il
Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a
Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone
dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza
difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello
che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con
negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a
rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di
trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le
pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento
euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan?
In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei
locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso
con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le
targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una
famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un
locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici
sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in
russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava
in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da
dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante
la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua,
misteriosa e cosmopolita a Erevan.
Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di
Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati,
libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da
letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e
implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente
nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in
un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero.
Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una
redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia,
Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il
pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad
Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la
qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di
Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori
internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi
ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me
questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri
strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni
Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha
espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida.
Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica:
obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo.
Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera
capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le
due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in
territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano
a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il
genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto
mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento
e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il
ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno
dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti
discorsi nazionalistici.
Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che
ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano
prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le
cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la
barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali
sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che
diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci
odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e
intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze
oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale:
l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il
veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca.
Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana,
stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il
nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova
forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti
che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici
a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei
timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano
espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale.
Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea
guerra globale.
BAZAR DEI DISERTORI
A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi
di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia
settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi
edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio
Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di
vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega
ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce
alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi
sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è
possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere,
sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica.
Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre
un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di
acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della
frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla
stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con
albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni
frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di
frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova
riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran
dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena;
interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano
tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de
Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di
un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam
durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – /
che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la
pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro
putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”.
Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con
libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una
raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il
cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in
attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è
raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia
sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo
archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la
tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo
smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in
metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al
sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove
si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era
conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio
per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e
contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta
alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea
che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani
gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini
in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era
custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea
ad addormentarlo con un incantesimo.
Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale,
l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a
Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi
tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da
una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli
angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e
rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie
principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione
Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare
la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali,
celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della
Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono
oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso,
di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui
gradini sotto i drappi.
Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce
dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti
comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione
ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la
continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i
georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai
visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo
stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto
prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo
hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è
cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle
nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e
Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in
Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione
dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha
combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi,
era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi
ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non
resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui
senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?».
Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai
bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché
si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando
lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a
Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle
munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono
a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei
disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e
verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche
all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla
buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e
i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove
nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per
testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale
aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar
delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del
Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra
avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la
diserzione. (francesco migliaccio)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(archivio disegni napolimonitor)
Sedute in cerchio nello spazio comune al chiuso, costruito dai campesinos,
aspettiamo l’inizio del Congresso Tierra y Educación promosso dal Movimiento
pedagógico de Liberación (MPL) e dal Movimento Campesino de Liberación (MCL).
Nel mezzo della selva misionera, nel territorio di Montecarlo, in una giornata
uggiosa di luglio, con i vestiti sporchi di terra rossa e il nostro spagnolo
poco fluido, assistiamo all’arrivo dei contadini e delle contadine tareferas,
raccoglitori e raccoglitrici di yerba mate, che da anni lottano contro il
saccheggio delle loro terre, case e vite da parte di grandi speculatori che
vengono prima a disboscare e poi a piantare pini ed eucalipti per l’industria
cartiera. Siamo ai margini del barrio Malvinas, il quartiere popolare che nasce
come occupazione di terre da parte delle famiglie del Movimento, per dare una
casa a tutte e tutti, seguita da una lotta decennale che ha portato non solo ad
avere strade, fognature e corrente elettrica, ma anche alla proprietà dei
singoli lotti e delle abitazioni.
Siamo state chiamate a partecipare a queste giornate di dialogo e formazione
dalla scuola popolare Ñande Kokue, in lingua guaranì “la nostra terra”,
esperienza nata durante un’espropriazione comunitaria di terre della famiglia
Avellaneda, una delle più ricche e potenti dell’industria del settore. Veniamo
invitate come Movimento delle Scuole Popolari di Roma a parlare di estrattivismo
urbano, turistificazione e precarizzazione della vita nella nostra città, e di
come dal basso ci stiamo organizzando per rispondere ai violenti attacchi delle
istituzioni pubbliche e dei grandi speculatori privati.
Al centro del Congresso c’è la nuova legge chiamata espressamente di
“Inviolabilità della proprietà privata”, un pacchetto di norme promosso dal
governo di Javier Milei che contiene tra le altre cose una vera e propria
riforma della legge delle terre del 2011. Il provvedimento favorirebbe la
(s)vendita ai capitali stranieri delle terre argentine e faciliterebbe gli
sgomberi delle comunità indigene e contadine che in esse vivono e resistono.
L’esame del disegno di legge al Senato era previsto per giovedì 6 agosto, quando
le organizzazioni sociali e i movimenti ambientalisti hanno indetto una
mobilitazione davanti al Congresso nazionale per l’intera giornata.
L’Observatorio de Tierras, gruppo di ricerca del Conicet (Consejo Nacional de
Investigaciones Científicas y Técnicas) e dell’Università di Buenos Aires,
definisce l’iniziativa come una vera e propria controriforma a favore della
speculazione straniera. Julieta Caggiano, una delle sue ricercatrici, è la prima
a prendere parola per raccontare delle gravissime conseguenze di questa riforma.
Spiega, infatti, che attualmente già tredici milioni di ettari di terre
argentine sono nelle mani di imprenditori stranieri. A partire dal 2008,
infatti, in seguito alla crisi finanziaria globale, l’acquisto di terre è
diventato un vero e proprio bene d’interesse strategico a livello mondiale per i
capitali stranieri, come si evince dal rapporto Los señores de la
tierra pubblicato da Fian Internacional e Focus on the Global South. Per far
fronte ai rischi che il mercato estrattivo della terra avrebbe potuto
comportare, nel 2011 è stata approvata la Ley de Tierras che stabilisce dei
limiti alla vendita delle terre a capitali stranieri e definisce quali terre
possono essere vendute e quali no. Secondo questa legge, le persone fisiche o
giuridiche straniere, così come le imprese controllate fino al venticinque per
cento da persone fisiche o giuridiche di nazionalità diversa da
quella argentina, non possono acquistare più del quindici per cento dei terreni
rurali sul territorio nazionale. Inoltre questa legge vieta la vendita di terre
in aree di frontiera o in aree fluviali e pone un limite di un massimo di mille
ettari a persona o impresa straniera nell’area della Pampa umida, nucleo della
produzione agricola e zootecnica argentina. Infine definisce le responsabilità e
i compiti di un organismo garante del rispetto della legge.
Se già durante il governo del neoliberista Mauricio Macri questo limite è stato
alzato a più del cinquanta per cento, l’attuale riforma proposta dal partito di
governo ultra-capitalista La Libertad Avanza, propone di eliminare qualsiasi
limite di vendita delle terre a persone e imprese straniere e di deregolamentare
tutte le altre misure di protezione della terra. La riforma, oltretutto,
introduce giudizi sommari per facilitare e accelerare gli sgomberi in aree
urbane e rurali e prevede modifiche della Ley de Manejo del Fuego, soprattutto
per quanto riguarda la proibizione di cambiare destinazione d’uso del suolo a
seguito di incendi, con grande preoccupazione di organizzazioni popolari e
ambientaliste.
Dei tredici milioni di ettari di proprietà di persone o imprese straniere nel
paese la maggior parte si concentrano in aree strategiche, come zone di
frontiera, fluviali e di interesse estrattivo, per la presenza di gas,
combustibili fossili, ghiacciai o miniere. A oggi, già trentasei municipi del
paese superano il limite del quindici per cento stabilito dalla legge del 2011 e
quattro eccedono il cinquanta per cento con proprietari di altri paesi. I
principali speculatori sono statunitensi (2,7 milioni di ettari), italiani (2
milioni) e spagnoli (1,7 milioni). La Gran Bretagna occupa 1,1 milioni di ettari
nelle Isole Malvine, ma possiede anche altri 246 mila ettari nel resto del
territorio nazionale. Dei tredici milioni di ettari venduti a capitali
stranieri, 2,2 milioni sono controllati da società con sede in paradisi fiscali
o in paesi con normative fiscali speciali. Sempre dalle relazioni del gruppo di
ricerca emerge che le maggiori aziende con capitali in Argentina sono Arauco
(Cile), Benetton Group (Italia) e Cresud (dell’argentino Eduardo Elsztain,
alleato del presidente Milei).
Secondo l’ultimo censimento agricolo e zootecnico nazionale (2018) l’uno per
cento delle aziende presenti in Argentina controlla il trentasei per cento del
territorio nazionale. Il lavoro principale dell’osservatorio è stato la
creazione della mappa delle terre in mano a capitali stranieri. Il progetto di
svendita dei beni comuni del paese al capitale speculativo straniero e di
spoliazione dei diritti delle popolazioni locali emerge con chiarezza nelle
fonti utilizzate per la mappatura. La modifica della Ley de Glaciares ha
lasciato alle province la facoltà di escludere ghiacciai o zone periglaciali
dall’inventario nazionale a favore della speculazione, mentre la Ley de
Emergencia Territorial Indígena, che promuoveva la regolarizzazione delle terre
delle comunità indigene e il loro censimento, è stata abrogata con la firma del
presidente Milei nel dicembre 2024.
Ma l’impianto di norme che permettono il saccheggio non si ferma qui:
l’approvazione del Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones (RIGI)
garantisce ai capitali stranieri agevolazioni fiscali, tributarie e doganali per
trenta anni. Finora il governo ha approvato ventuno progetti nell’ambito del
RIGI, per lo più nel settore minerario. Il cosiddetto Super RIGI, infine,
presentato in parallelo alla Ley de la inviolabilidad de la propiedad privada, e
ancora in fase di discussione da parte del governo, estende tali agevolazioni
alle “nuove industrie” ad alto fabbisogno di terre, risorse idriche ed
energetiche, come per esempio gli enormi data center. Non sembra un caso quindi
che il magnate dell’AI Peter Thiel abbia già puntato questo paese – ricco
d’acqua e di zone gelate utili per il raffreddamento degli imponenti data center
– per i suoi progetti estrattivi.
Dopo l’intervento di Julieta Caggiano, alcuni rappresentanti del MCL riportano
come l’esperienza pedagogica e di recupero delle terre che si sta sviluppando a
Ñande Kokue sia stata costantemente attaccata e minacciata da tentativi di
sgombero nel corso degli anni. L’ultimo di questi, avvenuto appena poche
settimane fa, è stato bloccato grazie alla lotta del movimento contadino e
all’ampia solidarietà di centinaia di organizzazioni mobilitate in tutto il
paese e nel continente. Due fratelli, Isabelino e José Cerpa, che vivono in
terre espropriate vicino alla località di Dos Hermanas, raccontano di aver
trascorso un mese in carcere per aver risposto alle provocazioni delle forze
dell’ordine chiamate dal proprietario delle terre in cui loro e le loro famiglie
vivono da più di cinquant’anni. Hanno costruito una scuola popolare e hanno
chiamato i/le docenti del MPL a sostenere con l’educazione la loro lotta. Prende
la parola anche Basilio Escobar, portavoce della comunità indigena Guaranì Mbya,
ricordandoci che la lotta dei popoli indigeni è la nostra lotta e che la difesa
della vita che portano avanti le sedici comunità di cui è portavoce sono una
grande risposta popolare al capitalismo sfrenato e alle sue politiche di morte.
Sono tante le esperienze popolari che si raccontano durante il congresso e che
ci dimostrano che l’educazione popolare è uno strumento fondamentale per
l’organizzazione comunitaria e le lotte territoriali. L’esperienza di Ñande
Kokué lo conferma, poiché in questa scuola si insegna e si impara lavorando la
terra, sviluppando un’agricoltura senza pesticidi, valorizzando i saperi delle
comunità e costruendo collettivamente le conoscenze necessarie per creare
alternative al capitalismo.
A fronte della forte mobilitazione che si preannunciava fuori dal Congresso e
che in effetti è stata imponente, il governo ha momentaneamente estromesso
la Ley de Tierras dal pacchetto di norme sulla cosiddetta inviolabilità della
proprietà privata. In assenza di numeri certi in parlamento, vista la reticenza
dei deputati più esposti sui propri territori alle mobilitazioni delle comunità,
per ora la legge viene fermata dalla pressione popolare. La piazza del
Congresso, dove eravamo presenti, si è riempita nonostante la pioggia e
nonostante le notizie sullo stop alla legge fossero ormai date per certe.
Tuttavia, non solo resta intatto il resto dell’impianto normativo repressivo,
privatistico, pericoloso per le comunità e per la sovranità dei territori, ma la
stessa legge sulla extranjerización verrà riproposta in altre forme, provando a
blindare tutte le alleanze che il governo e i grandi capitali stranieri –
soprattutto quelli legati alle big tech – riusciranno a tessere dentro e fuori
le istituzioni, ai vari livelli della repubblica argentina. L’unica altra
certezza è che, ancora una volta, troveranno compatta la resistenza di
organizzazioni popolari, forze sociali, comunità, territori. Tra questi, i
contadini e le contadine del MPL/MCL, nella provincia di Misiones, la più
esposta ai processi di svendita al capitale straniero, dove educazione popolare
e lotta per la terra sono così intrinsecamente legate tra loro, al punto di
rappresentare un unico fronte, un solo strumento di lotta. (a cura delle scuole
popolari in movimento)
Fotogalleria di Paolo Modugno
È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area
flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di
Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla
terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le
conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli.
È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo
luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani
e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui
viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che
ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni,
assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne
cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e
le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a
capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento
sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in
questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle
istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è
nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per
rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e
Cosenza).
La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili
del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400
richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880
abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le
quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione
la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico
di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture
ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.
Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che
la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli
e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima
crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente
convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a
una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli
strumenti tecnici ci sono, servono i soldi.
E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai
fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini
temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono
famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione
non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e
incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di
cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce
giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da
sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti,
slegate dalle continue crisi.
Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con
l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una
delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della
Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un
lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla
scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di
accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione
al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero
trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti.
Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della
comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e
non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli
attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze
differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo
accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i
proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è
chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile,
ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un
lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può
rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta
affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto
c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente
non ha un posto dove andare.
In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di
logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la
pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è
riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri
settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato le persone del
quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini
di tanti abitanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le
schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai
fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche
(lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti.
Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe
essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori
controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri
quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case
lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma
ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case
in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per
personale team e visitatori Coppa America”.
L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere
alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come
la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma
di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie
contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati
che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è
esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per
l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però
anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del
tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione
urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati,
dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o
capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi
– non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa
America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede
possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro
nessuno. (riccardo rosa)
(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Anche tra i privilegiati, così come tra i disperati, ci sono uomini con destini
più fortunati di altri. David Ginola è stato un ottimo calciatore,
centrocampista della Francia e vincitore di vari titoli individuali e di
squadra. È stato il fantasista della nazionale nel periodo tra il ritiro di
Platini e la consacrazione di Zidane, non proprio una cosa facile. Finì ai
margini della nazionale nell’anno in cui il talento franco-algerino ottenne il
premio come miglior esordiente del campionato francese. Ginola invece diventava
il capro espiatorio della mancata qualificazione ai mondiali del ’94.
Riferendosi a un suo errore, che costò la partita e il torneo alla Francia, il
suo stesso allenatore disse: “Ginola ha lanciato un missile contro l’intera
nazionale. Ha commesso un crimine contro l’Equipe de France”.
Poco tempo dopo Ginola lasciò il suo paese e andò a giocare in Inghilterra, in
una squadra importante ma che non vince mai nulla. Fu accolto a Newcastle come
un divo, il presidente gli mise a disposizione la sua Rolls Royce e il suo
autista per mostrargli le bellezze della città. La moglie Coraline, che sperava
suo marito firmasse per il Barcellona, una volta tornata in albergo gli urlò in
faccia: “Non vorrai mica venire a giocare in questo schifo di città?”.
Newcastle sconta una reputazione peggiore rispetto alla sua reale natura. È una
città di provincia, nel profondo nord, a pochi chilometri dal confine con la
Scozia. È stata da sempre un importante centro produttivo, della lana, del vetro
e poi del carbone, e un punto nevralgico per gli scambi commerciali, grazie alla
presenza del fiume Tyne che sfocia – dopo meno di dieci miglia di navigazione –
in un punto del Mare del Nord equidistante da Paesi Bassi e Scandinavia. Ha un
elegante centro pieno di edifici neoclassici, vittoriani e georgiani: dei
quattrocentocinquanta esistenti, più della metà sono tutelati dalla Historic
buildings and monuments commission for England.
La storia architettonica e quella sociale di Newcastle si intersecano nelle sue
epocali trasformazioni. Alla fine del Settecento la città e il suo hinterland
diventavano un territorio chiave per la Rivoluzione industriale, con continui
spostamenti di popolazione dalle campagne alla città. Allo sviluppo industriale
seguì quello commerciale, e la ricchezza dei primi decenni dell’Ottocento
diventò occasione per rifare il centro urbano, riedificato dal costruttore
Grainger, che “trovò una città cupa in mattoni e legno e la riconsegnò in
luminosa ed elegante pietra”. Questo tipo di sviluppo contribuì alla nascita di
microcosmi operai che presero corpo nelle aree vicine alle fabbriche e al fiume,
ma lontane qualche chilometro da Grainger Town, il suo Theatre Royal e il
mercato al coperto. Elswick, Byker, Arthurs Hill, zone che da decenni finiscono
in tutte le guide d’Inghilterra come luoghi da cui stare alla larga, diventarono
agglomerati operai con un’altissima densità di popolazione, pochi servizi e
tante case.
Anche la parabola che Newcastle vive nel Novecento è comune a quella di altre
città industriali d’Europa: crescita della popolazione, welfare dignitoso, boom
dell’edilizia popolare, crisi (almeno due, durissime), deindustrializzazione,
devastazione sociale, crescita nel settore dei servizi con espulsione di ampie
fasce della popolazione. Anche qui, come nelle principali città
dell’Inghilterra, operai e minatori hanno lottato per resistere al thatcherismo
e mantenere quel po’ di benessere che si erano conquistati, ma i risultati sono
sotto gli occhi di tutti: mentre nel centro città si costruivano giganteschi
centri commerciali (fine anni Ottanta e inizio Novanta) e sul fiume si
smantellavano le attività industriali per fare spazio all’economia dei servizi
(fine anni Novanta) il tessuto sociale si impoveriva, la disoccupazione e la
povertà raggiungevano i livelli più alti di tutto il paese, la dismissione del
welfare pubblico lasciava migliaia di persone nelle mani di enti assistenziali e
fondazioni private. Il costo della vita sempre più basso, e la ricerca di mano
d’opera non qualificata e disposta al lavoro occasionale, attiravano nei
quartieri di periferia le comunità migranti, la cui presenza si candidava a
essere una bomba a orologeria.
PIOGGIA D’ESTATE
Westgate Road segna il confine tra il centro e la periferia. È giugno, ma sembra
marzo e i notiziari meteo parlano dell’estate più fredda e piovosa da
quarant’anni. Da un paio di settimane sto in una ex fabbrica di manifattura
tabacchi, la Robert Sinclair Tobacco, nella quale sono stati ricavati una
quarantina di appartamenti da uno o due stanze, affittati per lo più a
professionisti junior, impiegati, o giovani che lavorano nel prestigioso
complesso universitario. In alto, sulla facciata del più grande dei palazzi in
mattoni arancioni che componevano la fabbrica c’è ancora una scritta nera con il
nome della compagnia. Di fronte, una delle tante fondazioni benefiche. A destra,
un pub e un piccolo teatro indipendente. A sinistra un barbiere, un laboratorio
di tatuaggi, un altro pub, con una clientela un po’ più giovane. Dalle finestre
a ghigliottina in legno dell’appartamento posso vedere una porzione di questa
lunga arteria cittadina, che parte dalla stazione centrale e arriva fino
all’estrema periferia nord, costeggiando le mura romane, la Chinatown e
spingendosi al confine con Denton, uno di quei posti che per i giornali esistono
solo grazie alle bande di teenager asiatici e afrocaraibici che vi imperversano.
Westgate è un piccolo manuale di geografia urbana. Percorrendola si ha chiaro
come anche la periferia della città sia in trasformazione, in modo diverso però
rispetto alla prima cintura intorno al centro, dove si continuano a costruire
grattacieli. Questo invece è un territorio ibrido, dove si alternano
speculazioni edilizie e abbandono, privatizzazione dello spazio pubblico e
assenza istituzionale, investimenti “a lungo termine” sul mattone e disagio
abitativo estremo.
Qualche tempo prima del mio ultimo soggiorno in città avevo conosciuto Ben, un
tifoso del Newcastle membro di un gruppo che denuncia lo sportwashing del fondo
arabo che ha rilevato il club, legato al principe ereditario nonché primo
ministro Mohammad Bin Salman Al Sau’ud (noto per lo sprezzo con cui risponde a
chi gli contesta le violazioni dei diritti umani). Un pomeriggio in cui la
pioggia è più insistente del solito e il cielo sembra un blocco d’ardesia, Ben
mi porta a vedere il cimitero di Westgate Hill, uno dei più antichi del paese,
la cui costruzione risale a inizio Ottocento. Mentre ci aggiriamo tra decine di
lapidi distrutte e ricoperte dalla vegetazione veniamo agganciati da una signora
gallese, che con una costosa macchina fotografica si cala tra le tombe e
immortala dettagli all’esterno, dagli enormi grilli fino ai contenitori in
metallo dove chi va lì a bucarsi può buttare la siringa. La donna ci chiede di
fotografarla accanto a un castagno abbattutosi chissà quanti anni prima su una
piccola cappella. La accontentiamo e ci allontaniamo.
Westgate Hill è un luogo di confine, una zona franca dove il tempo si è fermato,
oltre la quale lo scenario si fa meno comprensibile. Varcato il cancello
d’uscita, ci si accorge subito che accanto ai vecchi edifici in mattoni sono
stati costruiti, in ogni spazio possibile, palazzoni popolari pieni zeppi di
case. Le torri più alte sono quelle del Todds Nook, il cui circondario,
all’incrocio tra Westgate ed Elswick Road, mostra come da queste parti il
consumo di eroina non sia un’emergenza di qualche decennio fa.
Buona parte del cemento versato in queste aree risale alla metà dei Sessanta, e
al progetto delirante del sindaco laburista Smith, che di Newcastle voleva fare
“una città nel cielo”, la cosiddetta “Brasilia del Nord”: «In quegli anni – mi
spiega Ben – sono state abbattute centinaia di case popolari a due piani e la
gente è stata messa in questi mostri facendogli credere che case più moderne
volesse dire migliore qualità della vita. Dopo dieci anni, le case erano già
distrutte e la comunità si era totalmente disgregata, anche perché nel frattempo
era iniziata la crisi industriale e le persone cominciavano a perdere il
lavoro».
Dopo avere esitato un po’, Ben mi mostra il panorama da uno dei ballatoi della
prima torre, e in particolare la vista su Elswick, il principale quartiere
operaio dell’allora città industriale. Siamo a due miglia circa dal centro
georgiano e a uno dalla stazione. È qui, oggi, che il Real Estate ha individuato
una redditizia area di sviluppo, costruendo decine e decine di case per lo più
all’interno di mini-enclave dotate di servizi autonomi, in modo che, nell’attesa
della sparizione dei vecchi abitanti, i nuovi inquilini possano evitare il
contatto con la suburra circostante.
L’apice dell’industrializzazione di Newcastle è rappresentato dall’insediamento
in città della Armstrong Whitworth & company, a metà Ottocento. La compagnia
inizia producendo macchine idrauliche, ma in cinquant’anni si specializzerà in
armamenti, navi, automobili, aerei, locomotive, che continuerà a costruire fino
alla chiusura, nel 1977. Alla dismissione del colosso industriale e delle altre
fabbriche seguirà quella di tante attività che sopravvivevano grazie
all’indotto. Il territorio si impoverirà in fretta, tornando indietro di cento
anni. A differenza del centro, inoltre, dove la nuova economia della cultura,
dell’arte, dei servizi e del turismo incoraggia la popolazione a stringersi
intorno all’identità locale (quella dei geordies, una classe operaia autarchica
e imperturbabile, ormai ridotta a una macchietta deteriore), qui la popolazione
non riesce nemmeno ad aggrapparsi al senso di comunità che ha costruito in
decenni di lavoro industriale. Il calcio, l’alcol, il crack e l’eroina sembrano
gli unici rifugi alla portata di tutti.
CRONACHE DI ELSWICK
Una sera Ben mi porta a conoscere suo padre, che a Elswick ci è nato e ci ha
vissuto fino a poco prima della nascita del figlio. È un uomo sulla settantina,
alto e magro, ha occhi verdi che risaltano sulla pelle bianchissima, capelli
grigi e due mani enormi. Mi racconta la sua vita in un pub vicino la stazione,
in bilico tra quella che è stata definita smokestack nostalgia (la nostalgia
delle ciminiere) e il cinismo ruvido tipico di queste latitudini. «Pochi anni
dopo la nascita di Ben – mi dice – venne fuori la moda di fare queste
classifiche con i peggiori posti di Inghilterra. Elswick era sempre in cima, ma
non perché fosse così brutta, anzi credo che oggi sia veramente feccia, molto
peggio di vent’anni fa. Era perché di questo posto, prima, quando sopravviveva
con dignità nonostante le difficoltà, le morti sul lavoro, la violenza dei
mariti sulle mogli, non se n’era accorto nessuno. Hanno scoperto Elswick quando
la gente ha cominciato a farsi, i ragazzi ad ammazzarsi per strada, e
probabilmente non c’era più niente da fare».
Secondo un censimento del 2021, Elswick è la zona urbana di Newcastle con la
minor percentuale di popolazione bianca (il 43,5%). Un residente su dieci è nero
e i musulmani sono più dei cristiani. Il consolidamento delle comunità migranti,
che riescono a mantenersi coese grazie agli aggregatori sociali che si sono
guadagnate (la moschea, la scuola coranica, il piccolo mercato dei tessuti),
corrisponde alla condizione degli operai bianchi che per tutto il Novecento
erano riusciti a galleggiare, come mi dice più volte il papà di Ben, pur con
l’acqua alla gola: «Per tanti bianchi che non hanno resistito e sono andati via,
sono arrivati tanti neri, ma per me è ok. Fanno un sacco di figli e mantengono
vivo un posto che sennò sarebbe un luogo di zombie e tossici».
A dispetto delle difficoltà, Elswick conta ancora sedicimila abitanti, la
percentuale più alta degli adolescenti a Newcastle e il dieci per cento in meno
di over sessanta rispetto alla media. Se in città il 49,9% delle famiglie vive
in una casa di proprietà, in questa zona la percentuale crolla al 26,1%.
Il pomeriggio successivo ritorno da solo a Elswick per visitare la moschea.
Salgo fino al primo piano, attraversando un garage e una scala di emergenza,
senza incontrare nessuno. Sbuco in un’antisala piena di tappeti e di indicazioni
sul comportamento da tenere, e dopo in una stanza grande e luminosa dove un
maestro parla in arabo a una classe di una ventina di bambini tra i dieci e i
quindici anni. L’uomo mi accompagna dall’imam, che mi offre un thè e mi racconta
delle attività che fanno con i più piccoli per tenerli lontani dalla strada. Le
bande rivali qui si fronteggiano di continuo, basta una parola fuori posto per
tirar fuori armi di ogni tipo e la violenza è il modo più facile per risolvere i
conflitti. Una volta che i ragazzi diventano grandi, le bande si uniscono e si
coalizzano contro quelle di altri quartieri. A tamponare l’emorragia ci sono un
centro antiviolenza sulle donne, la parrocchia locale, qualche associazione che
tenta di intervenire sulla dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile
attraverso percorsi formativi.
Esco dalla moschea e incontro un gruppo di ragazzi sulla ventina, tutti bianchi,
che parlano a voce molto alta nell’incomprensibile dialetto geordie. Mentre mi
allontano, percorrendo il viale principale, il gruppo viene avvicinato da
un’auto della polizia. Gli agenti, dopo essersi presi un bel po’ di insulti,
cominciano a chiedere a tutti i documenti, noncuranti delle persone che escono
fuori dalle case e prendono in giro tanto i ragazzi quanto i poliziotti.
Faccio il giro dell’edificio e mi ritrovo di nuovo davanti al gruppo, libero
ormai dalla seccatura delle divise gialle. Solo a quel punto riesco a vedere che
alle loro spalle c’è una scritta e delle foto che ricordano un ragazzo morto:
Gordon “Gaulty” EMB. Sul muro, in bianco-blu, c’è anche quella che presumo sia
la data di morte: 20 maggio 2008. A terra, un casco da moto bianco, e inchiodato
al muro un orso di peluche con la sciarpa del Newcastle. Provo ad attaccare
bottone ma i ragazzi non hanno voglia di parlare. Mi dicono solo che un loro
amico è stato ucciso due anni fa e che da allora ogni volta che incontrano
qualcuno di Benwell, un quartiere vicino, «lo ammazzano».
Una volta a casa scoprirò che Gordon è stato ucciso con un machete da due
diciassettenni di Benwell. Aveva quattordici anni. 20 maggio 2008 era la sua
data di nascita.
RESTA IL FOOTBALL
Sono i giorni dei campionati europei di calcio, e ogni pomeriggio ascolto il
podcast The Rest is Football, o seguo la trasmissione su BBC Sport condotta da
tre vecchie glorie del calcio inglese, tutti ottimisti rispetto alla possibile
vittoria della loro nazionale, che invece perderà la seconda finale di fila in
pochi anni. Per le strade di Newcastle, però, l’entusiasmo è minore di quello
che i telegiornali mostrano in altre città.
Vado a vedere l’esordio dell’Inghilterra allo Strawberry Pub, storico punto di
ritrovo della tifoseria geordie, ma lo trovo semivuoto. Due signori anziani mi
confermano che da queste parti il legame tra la gente e la nazionale è diverso
da quello che lega la popolazione alla squadra della città, un’incontrollabile
attrazione a cui non riesce invece a scampare nessuno. Inghilterra-Serbia sarà
una partita abbastanza noiosa, ma al fischio finale porterò con me due regali:
una mappa disegnata su un tovagliolino di carta che illustra il susseguirsi dei
quartieri ex operai nei pressi del fiume; una foto che dopo tanti tentennamenti
trovo il coraggio di chiedere ai due vecchietti, con in mano le pinte di
Newcastle Brown che mi hanno lasciato pagare.
Per tornare a Westgate percorro sempre la via dove sorge Saint James’ Park, il
tempio della fede calcistica bianconera. Nei giorni dell’Europeo il campionato è
in pausa estiva, e i dirigenti del club hanno approfittato dell’assenza di
partite per avviare una forte ristrutturazione che darà vita a una gigantesca
“fan-zone”, dove una folla festante e tendente all’ubriacatura si radunerà ogni
fine settimana per vedere tanto le partite casalinghe quanto le trasferte. A
giugno i lavori dell’area, sponsorizzata da Stack, grosso marchio del settore
del divertimento, e da Sela, la compagnia intorno a cui gravita mezza industria
dello sport in Arabia Saudita, che è ovviamente sponsor del Newcastle, sono a
buon punto. Durante il primo fine settimana di campionato, a metà agosto, l’area
registrerà trentamila accessi e quindicimila litri di birra venduti.
Negli ultimi anni, la passione per la squadra di calcio è un elemento in fase di
forte recupero da parte di un mercato che ha interesse nel commercializzare
identità ben definite. È un processo che ha ridisegnato il profilo di Newcastle
dopo la deindustrializzazione, e che da qualche anno cerca di vendersi in ogni
maniera possibile l’immagine di una tifoseria appassionata, di una popolazione
che vive in simbiosi con la sua squadra, di un complesso rapporto tra il senso
di appartenenza e la relazione verso l’esterno, derivata da secoli di commerci
con la parte settentrionale del mondo. I capitali in questo caso sono quelli
arabi (ma anche l’Adidas sta facendo grossi investimenti), in ogni caso cambia
poco rispetto a quelli inglesi, europei e nordamericani che avevano dato un
nuovo volto all’area lungo il Tyne tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei
Duemila. Il fattore trainante, in quella fase, era la cultura.
Nel 1995 l’organizzazione Northern Arts indirizza al governo un progetto di
rigenerazione dell’ex distretto industriale attraverso la costruzione di musei e
centri culturali. Il progetto viene finanziato, il governo raccoglie fondi anche
dall’Unione europea e ci mette di suo quattrocento milioni di sterline,
progettando una sorta di network di produzione e progettazione culturale tra le
due sponde del fiume, quelle di Newcastle e Gateshead. Il Baltic, edificio un
tempo dedicato alla lavorazione del grano, diventa sede espositiva per l’arte
contemporanea. Nel 1996 arriva lo Year of the Visual Arts e nel 1998 viene
inaugurato l’Angelo del Nord, mega scultura in acciaio alta venti metri e con
un’apertura alare di oltre cinquanta. Di lì a poco nascono il Sage Gateshead,
sofisticata architettura dedicata allo studio e alla produzione musicale, e
altre strutture minori, mentre nel 2007 tra Newcastle e Gateshead si svolge
il World Summit on Arts and culture, la conferenza internazionale dei più
importanti policy maker culturali del mondo. Intanto, anche al centro vengono
fatti nuovi investimenti, tramutando definitivamente le tre vie principali in un
gigantesco centro commerciale a cielo aperto.
È inutile dire che l’impatto di questo genere di infrastrutture sulle fasce meno
tutelate della popolazione è nullo, anzi negativo in termini di espulsione degli
abitanti dalla cintura urbana e di espropriazione di parti di città che fino a
qualche decennio prima erano vissute soprattutto dalla working class, i cui
figli e nipoti sono invece disoccupati o non qualificati per un certo tipo di
lavori. Per quanto concerne la crescita economica, non è difficile immaginare
chi se ne avvantaggi, e d’altronde i dati parlano chiaro: l’ultimo rapporto
della North East Child Poverty Commission registra che più di un terzo di
bambini e adolescenti del Nordest vivono sotto la soglia di povertà, superando a
Newcastle il quaranta per cento. Se si restringe il campo alle comunità con
background migratorio, la percentuale impenna al sessantaquattro per cento (dato
2022), praticamente due terzi della popolazione giovanile. Anche il divario tra
le classi è inclemente: tra la percentuale più alta di minori in povertà
(Elswick) e quella più bassa (Jesmond) della città ci sono più di cinquanta
punti di differenza. Il tasso di disoccupazione è quasi il doppio della media
nazionale, mentre le persone senza casa, nella regione, sono più di
millecinquecento.
Eppure di soldi ne girano. Nell’ambito della strategia Saudi Vision 2030, PIF –
il fondo sovrano che controlla il Newcastle – ha programmato miliardi di euro di
investimenti in Europa in molti settori differenti, per “alleggerire” la
dipendenza del paese dal petrolio. Tra questi c’è il calcio, ma anche la
riprogettazione di ex città industriali in funzione turistico-commerciale, con
un illustre precedente proprio in Inghilterra. A Manchester, lo sceicco Mansour,
proprietario del City, vicepresidente e vice primo ministro degli Emirati Arabi,
ha forti interessi immobiliari nell’East End, e sfruttando i bassi tassi di
gestione concessigli dal comune attraverso una joint venture ha trasformato i
quartieri popolari circostanti lo stadio in uno dei centri economici della
città. Già nel 2019 un’inchiesta del Sunday Times titolava: “Manchester, la
città che si è venduta ad Abu Dhabi”.
Anche a Newcastle la politica sembra orientata a lasciar fare, anche perché da
queste parti gli investimenti statali sono rari, e i tagli nell’ultimo
quindicennio sulla spesa pubblica hanno raggiunto quasi i trecentocinquanta
milioni di sterline. A settembre il Times ha mostrato le lettere scambiate tra
il ministro degli esteri inglese e i vertici dei servizi segreti, che mostravano
grande preoccupazione rispetto al fatto che la Premier League avesse aperto
un’indagine sull’origine dell’investimento saudita, poi chiusasi con un nulla di
fatto. Durante le partite del Newcastle, nella tribuna vip, i principi e i
grandi investitori arabi sono spesso a guardare il match insieme alle élite
economiche della regione (su tutti i costruttori multimilionari della famiglia
Reuben), con cui stanno stringendo relazioni sempre più solide.
Lascio Newcastle dopo quasi un mese. Mentre aspetto il treno per Londra mi
attardo in un negozio della stazione che vende souvenir carini per turisti,
fatti meglio e costosi il triplo rispetto alla paccottiglia classica delle
strade principali. Alla fine, per ingannare l’attesa, compro un bavaglino a mia
nipote con su scritto in dialetto geordie “Shy bairns get nowt” (ovvero “Shy
babies get nothing”: le bambine timide non ottengono niente). Poi attendo
composto il treno al binario, su una panchina anti-clochard, mentre sullo
schermo passa uno spot di benvenuto, di cui faccio in tempo ad annotare solo
alcune frasi: “Collegate da numerosi ponti intorno a rive assai vive, Newcastle
e Gateshead sono un luogo imperdibile per ogni turista. […] L’Angelo del Nord,
la più grande scultura del paese, vi dà il benvenuto a braccia aperte in un
luogo dove la storia incontra l’innovazione green. Assisti a spettacoli
affascinanti al Glasshouse International Centre for music, goditi ristoranti di
classe e concediti una pausa nei centri commerciali e nei caffè nel cuore della
città, magari prima di una partita dell’iconica squadra locale. […] Newcastle è
spesso in cima alle classifiche per il miglior posto in cui andare in discoteca,
oltre a offrire serate per ogni interesse, dai cabaret ai corsi per mixologist.
Ma qui è bello anche vivere a ritmo lento: la città ha spazi verdi accoglienti e
funge da ottima base per esplorare il Vallo di Adriano…”. (riccardo rosa)
(disegno di escif)
Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste
settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete
dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente
estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva. Milioni
di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del
marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno
spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le
sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime
dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e
pietas.
Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che
l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato,
quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto
le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da
una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso
di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime. Fakir pare stia
piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e
sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse
arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza
dei supplizi, la camera delle esecuzioni. Ci arriva piangendo? Si getta a terra
in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un
budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più
terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a
cui si consegna piangendo.
Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col
facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap
linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto
padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in
proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia. La vita di periferia
umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno,
la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono
un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere
sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i
cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che
spesso è solo una classifica delle sfighe?
Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale.
Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di
sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a
suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o
semplicistica di quell’evento. Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava
anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e
paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo
sempre un attimo prima che si realizzi.
L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica
difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che
capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi
una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più
competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di
Neandertal a oggi? Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda
segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci
gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?
Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La
privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la
tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue
colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).
Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari.
Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la
colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto,
proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona? Forse uno dei due
stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei
giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per
comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove
il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta
amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e
ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono
colpevoli di omicidio.
E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello
stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di
un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.
Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che
incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in
queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo
scudo.
Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello
“strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una
soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime
cadute dai suoi occhi increduli e disperati. Che ci sarebbe di anomalo? In un
paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci
sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno
ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare
nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in
un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero
stancare lo spettatore.
Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome
islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla
fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella
vita del mondo. Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della
Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel
Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti:
solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati. Ma che c’entrano le
grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente
niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono
inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il
telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo
sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in
remissione dei nostri peccati.
Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene
sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli
amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima,
gli invisibili che si barcamenano senza documenti. Non era mai stato tanto
citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della
cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel
1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati
ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della
Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. I due fratelli Piter e
William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si
fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano
i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del
lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della
storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori
pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.
Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco
lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al
termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in
coma farmacologico. Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali
trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al
Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica
pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il
primo attentato del genere in Italia. Invano, da due mesi, stanno provando a
collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente.
A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di
politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua
incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato,
abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa,
si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo? Circolano voci demenziali – tipo
che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il
suo avvocato sia pagato da potenze oscure.
Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una
“fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande,
davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha
ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà
nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno
sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”. Il clima è così pesante che
persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla
piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato
l’attentatore.
Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali,
nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi
ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli
“extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città
che senza di loro sarebbe un paradiso in terra. Esposito se la prende pure con
il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio
che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha
mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che
non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del
degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e
finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta
piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.
L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema
sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi
anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via
Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che
venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli
stadi, si convertisse in liquidità e livore. Chissà quante volte da ragazzino si
sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a
Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato
ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica
Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare,
la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta
cinicamente giocando sporco.
Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua
volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di
cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di
un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale. Dire che la signora
Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal
Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di
quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una
società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se
stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti
a diventare vittima o carnefice quasi per caso. Attaccarsi alle spoglie di
Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la
sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i
colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.
Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a
intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si
riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e
schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un
quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso. La morte
diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo
scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e
giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole
furioso di piena estate. (giovanni iozzoli)
(disegno di peppe cerillo)
Luglio inizia con la conferenza dei servizi sugli ex Mercati Generali:
Campidoglio e Regione concordano sulla prosecuzione del progetto di studentato
privato di Hines, e danno, al solito, solo i mesi estivi per opporsi (quando gli
uffici sono chiusi). L’assessore Zevi apre il Festival del patrimonio con il
titolo infantilizzante e ipocrita di Felicittà (era il nome della città di
Richard Scarry, prima tradotto come “Sgobbonia”). Intanto, nelle serate più
calde degli ultimi trent’anni, la sinistra cittadina continua a discutere sulle
esternazioni di Valerio Carocci della Fondazione Cinema America contro il
sindaco Gualtieri, e sulla trasformazione del cinema Metropolitan in cento
commerciale.
Il 3 viene pubblicato un appello di Nonna Roma: un gruppo di urbanisti critici
chiede una nuova direzione per l’urbanistica romana, per una città più vivibile
e partecipata. Il 4 dall’ospedale israelitico di Roma vengono sottratte ottanta
fiale di Fentanyl: abbastanza per confezionare ventimila dosi. La cassaforte che
le conteneva è stata aperta con la chiave. A Ostia muore un trentenne buttandosi
dal pontile. L’8 il Tar del Lazio respinge il ricorso sull’affidamento diretto
del Rialto Sant’Ambrogio alla comunità ebraica, affermando che i ricorrenti non
erano parte in causa. L’ex candidato sindaco Adinolfi viene arrestato con
l’accusa di truffa ed evasione fiscale. Il 9 grande picchetto antisfratto a
Garbatella, per evitare lo sfratto di una donna di cento anni dalla casa di un
ente previdenziale acquistato da Fabrica SGR (Caltagirone). Il Comune ritira
l’assurdo progetto dell’albero bioclimatico a Termini: una struttura di trenta
metri di metallo, dal costo di cinquecentomila euro, che avrebbe dovuto
rinfrescare l’aria dopo il taglio di tutti gli alberi della zona.
Il 10 il Municipio X (Ostia) pubblica la nuova mappa dei quartieri: per la prima
volta si riconosce l’Idroscalo, quartiere interamente autocostruito e
costantemente sotto minaccia di sgombero. L’11, il giorno dopo la scarcerazione
dei prigionieri anarchici arrestati a fine giugno, viene rioccupato il c.s.o.a.
Bencivenga sulla Nomentana, ma lunedì 13 viene sgomberato di nuovo e sessanta
persone vengono identificate. Il 14 inizia la conferenza dei servizi sullo
stadio di Pietralata, che formalizza l’“interesse strategico nazionale” dello
stadio della Roma, praticamente come una base militare. All’aeroporto di
Fiumicino la polizia sequestra 216 chili di khat a un cittadino israeliano
proveniente da Tel Aviv, che chiede di essere estradato in Israele. La sera a
Trastevere un senegalese filma un italiano che piscia sul muro, questo per
risposta tira fuori la pistola, spara per aria e poi spara a un braccio del
senegalese. Il 15 si annuncia che il fondo Kryalos di Blackstone ha comprato due
nuovi palazzi di lusso al centro di Roma – uno a Termini e l’altro a piazza di
Spagna – per farne due hotel. Il 17 si annuncia che i vigili del fuoco di Ostia
non si trasferiranno a Fiumicino come previsto ma si sposteranno all’ex Colonia
Vittorio Emanuele. L’assessore Zevi annuncia anche l’assegnazione del locale di
Esc a via dei Volsci (San Lorenzo) e la cancellazione del debito.
Il 18 c’è una manifestazione di poliziotti, finanzieri, carabinieri e soldati,
per chiedere gli aumenti degli stipendi. Il Times pubblica un articolo
sull’apertura di spiagge libere a Ostia, con intervista all’assessore al
patrimonio Zevi: fa notizia che in un paio di spiagge vicino Roma siano
applicate le direttive europee sugli arenili. Il 20 a Bastogi una donna
precipita in un garage dopo il cedimento della grata su cui stava passeggiando,
per fortuna si salva. Incidente stradale con un morto sull’Appia, tra Velletri e
Genzano. Presidio al Viminale in protesta contro l’omicidio di Fakir da parte
della polizia a Bologna; finito il presidio, un grande corteo prosegue verso la
stazione Termini al grido di “Tout le monde déteste la police!”. Il caldo e
l’umidità sono sempre più insostenibili.
Il 21 muore l’attore Pippo Di Marca, cadendo dal suo balcone di Trastevere,
forse suicida. Scoppia un incendio al Parco dell’Acqua fredda, probabilmente
doloso. Il 22 al Tufello appare un murale che rappresenta Abderrahim Fakir,
ucciso dalla polizia a Bologna: l’artista Harry Greb lo dipinge sullo stesso
muro dov’era ritratto Stefano Cucchi. Il 23 il Comune annuncia l’apertura di
undici sale cinematografiche e undici biblioteche come rifugi climatici… fino al
5 agosto. Seguendo la tendenza corrente per cui basta nominare una cosa per
farla esistere, il progetto è stato chiamato il grande freddo (ai cittadini che
chiedono quando invece si pianteranno alberi, il Comune risponde che se ne
riparla a novembre). Intanto l’assemblea capitolina approva le norme tecniche
d’attuazione del piano regolatore, perdendo una grande opportunità per
affrontare la catastrofe climatica. Il 25 notte scoppia un rogo nel carcere di
Mammagialla a Viterbo, dove ci sono 676 persone rinchiuse (il limite massimo
sarebbe 470). Muore un detenuto marocchino, Abdelkarim Talba, secondo le
autorità carcerarie suicida. La sua avvocata dice che è strano che si sia
suicidato, visto che aveva appena chiesto i domiciliari.
Il 27 quattro carabinieri di Roma vengono sospesi per otto mesi dal servizio per
aver dichiarato di essere stati aggrediti da un uomo che non si era fermato al
loro segnale; un video di un residente dimostra invece che non era vero, e che
lo hanno picchiato senza ragione. Presidio di abitanti di Pietralata davanti al
ministero dei trasporti a Porta Pia, in corrispondenza con l’avvio della
conferenza dei servizi per lo stadio dei Friedkin. Il 29 notte scoppia un
incendio a Spin Time. Gli abitanti lo domano ed escono dal palazzo per far
entrare i vigili del fuoco, che però non permettono loro di rientrare. Centinaia
di persone rimangono per strada; nel pomeriggio del 30 si convoca un presidio di
solidarietà, si attiva un conto per le donazioni, e centinaia di persone
accorrono in sostegno. Il mese si chiude con gli occupanti ancora in strada
sotto il caldo infernale, come durante la terribile estate dello sgombero di
piazza Indipendenza, quasi dieci anni fa. Mentre decine di sgomberati e
sgomberate (tra cui molti minori), stremati dalla sete e dal sole, sono accolti
dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme, dal Polo Civico Esquilino, dal
Centro anziani del quartiere, dal centro per l’infanzia Matemu, il sindaco fa
una passerella elettorale a tema green con Elly Schlein, in un parchetto del
Pigneto che viene ribattezzato “bosco urbano”. Intanto modifica anche lo statuto
di Acea per inserire nel consiglio d’amministrazione il marito della senatrice
Lorenzin. Benvenuti a Felicittà. (stefano portelli)
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LEGGI ANCHE I REWIND DEL:
– 2026 | Anno in corso:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno
– 2025 | Anno Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
– 2024 | Anno non Santo:
gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre
(disegno di martina di gennaro)
Dopo i recenti scontri di Bologna in reazione all’assassinio di Abderrahim Fakir
e le azioni a Chiomonte, in Val di Susa, che hanno riacceso l’interesse sui
cantieri Tav, e in ultimo dopo la scritta su un muro indirizzata al ministro
della giustizia Nordio, è riemersa puntuale la retorica allarmista
sull’estremismo di sinistra. Ma l’estate del 2026 ha visto anche nuovi
procedimenti contro ignoti, o a carico di ex militanti delle Brigate Rosse, che
hanno riaperto vicende che sembravano, almeno dal punto di vista giudiziario,
già definite con numerose condanne.
A fine luglio, la richiesta di riapertura indagini sul sequestro di Aldo Moro.
Come riporta il Fatto Quotidiano del 28 luglio, è stato disposto dal giudice per
le indagini preliminari di Roma un supplemento delle indagini seguite alla
recente Commissione di inchiesta parlamentare, per “verificare se il 16 marzo
1978 in via Fani fosse presente un uomo finora mai identificato, armato di un
mitra modello ‘zerbino’, travisato da un passamontagna, forse a bordo di
un’Honda di grossa cilindrata”. Il giudice per le indagini preliminari,
Francesco Patrone, ha accolto l’opposizione degli avvocati Nicola Brigida e
Guido Salvini contro la richiesta di archiviazione avanzata a maggio dalla
procura di Roma. Brigida (già difensore di parte civile nel processo per la
strage di Bologna) e Salvini (il giudice istruttore che riaprì le indagini sulla
strage di piazza Fontana) rappresentano i figli dell’appuntato dei carabinieri
Domenico Ricci, assassinato quella mattina a Roma insieme con altri componenti
della scorta di Moro. I due avvocati hanno valorizzato elementi emersi dai
lavori della Commissione parlamentare istituita nel 2018. Elementi, si legge
negli atti, legati alla “evenienza di ‘terze presenze’ sia sul luogo
dell’agguato che nelle successive fasi di gestione e conclusione del sequestro”.
A quanto pare, a distanza di cinquant’anni, manca ancora qualcuno all’appello
(non solo Alessio Casimirri che da decenni vive in Nicaragua, recentemente
diventato oggetto di una querelle diplomatica tra il ministro Tajani e l’omologo
nicaraguense).
Tuttavia, ben più importante e sibillina, ci è sembrata la riapertura di
un’altra vicenda. Il 7 luglio 2026 si è concluso il processo di primo grado
davanti alla Corte d’Assise di Alessandria a carico di Renato Curcio, Mario
Moretti e Lauro Azzolini. La vicenda è quella del sequestro dell’imprenditore
Vittorio Vallarino Gancia, avvenuta nel giugno del 1975, per la quale gli
imputati sono accusati in concorso per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri
Giovanni D’Alfonso.
Nel 2021 è stato pubblicato un volume, Brigate Rosse. L’invisibile. Dalla
Spiotta a via Fani, dal rapimento Gancia al sequestro Moro (edizioni
Falsopiano); anche dalle teorie proposte nel volume muove la richiesta di
riapertura delle indagini presentata del figlio dell’appuntato D’Alfonso per
procedere all’identificazione del membro delle Br che, insieme a
MargheritaCagol, era alla Cascina Spiotta.
Le indagini sono iniziate contro ignoti. Come sempre quando si tratta di
processi che riguardano eventi accaduti in un tempo lontano, l’aspetto giuridico
si mescola con quello della narrazione storica e della capacità di lettura dei
fenomeni da parte dei giuristi. Sono richiamati atti processuali immersi in una
logica giudiziaria che dovrebbe essere stata superata e la cui lettura
meriterebbe un approccio, ormai, neutrale. Ed è proprio la questione della
storiografia e l’intreccio con le dinamiche giuridiche che ricopre un ruolo
spigoloso. Gli inquirenti, più che considerare quanto accaduto all’interno di un
quadro più ampio, la riducono a una scena del crimine, a un banale caso di
omicidio. Quasi che la Cagol e gli altri brigatisti fossero una componente del
panorama criminale di quegli anni, dove i sequestri di persona erano una pratica
remunerativa e assai diffusa. Non interessa inquadrare i nodi storici che
portarono a determinate azioni, quanto sminuire quelle azioni e sottoporre
ancora a procedimento penale gli ormai più che anziani protagonisti di quella
stagione.
La riapertura del caso ci porta in quella dimensione di astoricità sottolineata
da Giovanni Iozzoli a proposito dell’esorbitante richiesta di pena contro
Curcio, Moretti e Azzolini. Il pubblico ministero, infatti, all’esito
dell’istruttoria dibattimentale ha chiesto per i primi due la pena all’ergastolo
e per il terzo a ventuno anni per l’omicidio del giovane carabiniere, con
l’aggravante del nesso teleologico.
Un ribaltamento della lettura storiografica che negli ultimi anni sta finalmente
provando a chiudere i conti politici con gli anni Settanta e le diverse forme di
lotta armata, sottoponendole a uno sguardo critico e non stigmatizzante (vedi ad
es. Sergio Luzzatto, Dolore e furore. Una storia delle Brigate Rosse, Einaudi,
2023).
Per quei fatti era stato già giudicato come responsabile, in concorso con
ignoti, Massimo Maraschi, che, con sentenza definitiva della Corte d’Assise di
Alessandria emessa il 24 giugno 1978, era stato condannato alla pena di
ventiquattro anni per concorso anomalo in omicidio nonché per altre ipotesi di
reato minori come la falsità dei documenti di riconoscimento e dell’autovettura
utilizzata per il sequestro (si tratta di un’ipotesi per cui se il reato
commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne
risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione od omissione).
Nel corso delle “nuove” indagini sono state svolte ricerche per recuperare atti
relativi alla identificazione gli altri partecipanti al sequestro di Vallarino
Gancia, nonché il brigatista riuscito a fuggire dalla Cascina Spiotta. È stata,
così, scoperta l’esistenza di un procedimento penale del Tribunale di
Alessandria nei confronti di Lauro Azzolini e Angelo Basone (deceduto nel 2012).
È emerso che il fascicolo relativo alle indagini volte all’identificazione del
brigatista fuggito dal conflitto a fuoco era andato distrutto nell’alluvione
causata all’esondazione del fiume Tanaro che nel 1994 ha colpito Alessandria; è
stato possibile però accertare che nel registro dei fascicoli processuali del
1977, al numero 433, alla colonna 14 è riportata, scritta a mano,
un’attestazione datata 3 novembre 1987, per la quale il giudice istruttore ha
dichiarato il non doversi procedere per non aver commesso il fatto per tutti e
due gli allora imputati.
Nel frattempo, nel corso delle indagini del 2022, sono stati effettuati
accertamenti tecnici su alcuni reperti ritrovati nell’appartamento di via
Maderno a Milano, in cui nel 1976 vennero arrestati Renato Curcio e Nadia
Mantovani. In particolare, sul memoriale redatto dal brigatista “fuggito”, in
cui si descrivevano tutte le fasi del sequestro ed erano disegnati la cascina,
la posizione dei veicoli, dei carabinieri e dei brigatisti, nonché le fasi del
conflitto a fuoco, sono state rinvenute undici impronte corrispondenti a quelle
di Lauro Azzolini. Pertanto, è stata richiesta la riapertura delle indagini
anche a suo carico.
L’impianto accusatorio si fonda su alcuni elementi dati per certi: Azzolini era
alla Spiotta con Cagol, e fu lui il brigatista fuggito; Curcio e Moretti
decisero il sequestro Gancia, insieme a Cagol, come operazione di
autofinanziamento dell’organizzazione; la procura li accusa anche per la morte
di D’Alfonso, a titolo di concorso ex art. 110 c.p., perché avrebbero dato o
comunque condiviso una direttiva operativa: se avvistate il nemico vi sganciate;
se colti di sorpresa, ingaggiate un conflitto per “rompere l’accerchiamento”.
Questa, secondo la difesa degli imputati, è la parte più fragile dell’accusa,
perché trasforma la prevedibilità dello scontro in accettazione, poi in concorso
morale nell’omicidio. Nella memoria, depositata dall’avvocato Francesco Romeo,
si chiarisce come il testo richiamato è il Giornale delle Brigate Rosse – Lotta
armata per il comunismo, rinvenuto in possesso di un militante brigatista al
momento del suo arresto a Milano nel 20 ottobre 1975, quattro mesi dopo la
Spiotta.
Questo dato fattuale apre tre problemi. Il primo è cronologico: il documento è
trovato dopo i fatti ed è stato redatto dopo i fatti; la procura non ha
dimostrato che quella regola esisteva già prima del 5 giugno 1975 come
disposizione operativa vincolante per i militanti. Il secondo è funzionale:
“rompere l’accerchiamento” non significa necessariamente “uccidere”. Può
significare aprire un varco, creare confusione, coprire la fuga; è un modo di
dire comune che veniva usato ampiamente nella comunicazione politica del tempo;
una locuzione simile viene utilizzata anche dal Nucleo antiterrorismo
nell’appunto n. 46 del 14/8/1975 a pag. 16 laddove si legge “di un disperato
tentativo di rompere il cerchio della giustizia che stringe dattorno gli
imputati”. Il terzo è soggettivo: anche ammettendo che quella fosse una regola
dell’organizzazione, resta da provare che Curcio e Moretti l’abbiano data a quei
militanti, per quella custodia, con la previsione concreta di quel che sarebbe
accaduto. La pubblica accusa non è riuscita a fornire questa prova.
La requisitoria sostiene che il sequestro Gancia non fu un’iniziativa
estemporanea: si fa riferimento a diverse riunioni in cui vi sarebbe stata la
scelta dell’obiettivo, la preparazione della cascina, i sopralluoghi, le auto, i
documenti falsificati e la richiesta di riscatto. Ma poi riversa tutto questo,
che costituisce prova del sequestro di persona, dentro la vicenda dell’omicidio
D’Alfonso. Il problema è che organizzare un sequestro armato non equivale
automaticamente a concorrere moralmente in ogni omicidio avvenuto durante
l’imprevista scoperta della base e a seguito di decisioni assunte da altri in
piena autonomia. La questione tecnica, allora, si è concentrata sulla
ricostruzione della struttura delle Brigate Rosse esistente al momento in cui
sono avvenuti i fatti. Il processo, o quanto meno le imputazioni, hanno confuso
una responsabilità storico-politica con la responsabilità giuridica penale. Su
questo si sono già espresse altre sentenze, in particolare quella emessa dalla
Corte di Assise di Torino (n. 4/1978, p. 412), in cui si legge che: “assumersi,
in quanto convinti militanti della organizzazione, la responsabilità ‘politica’
di tutte le azioni dalla stessa rivendicate è atteggiamento che il Curcio ha
tenuto già in fase istruttoria e che tutti gli imputati detenuti hanno tenuto
nella fase dibattimentale. Tale condotta, però, se si risolve in una postuma
esaltazione e approvazione delle imprese rivendicate, non può di per sé
comportare una responsabilità penale, a titolo concorsuale, non potendosi
prescindere, per l’integrazione dell’ipotesi di concorso, dalla individuazione
di un contributo, anche solo morale, ma sempre eziologicamente efficiente,
all’azione posta in essere”; continuando che “a nulla rilevando la
responsabilità ‘politica’ di cui gli imputati menano vanto, e dovendosi, per
contro, pervenire a un giudizio di responsabilità ‘penale’, occorrerà verificare
e controllare caso per caso quale degli imputati sia, in relazione ai singoli
episodi, raggiunto da sufficienti elementi di prova, evitando così qualsiasi
forma di generalizzazione, per sua natura incompatibile col carattere
‘personale’ della responsabilità penale”.
Un processo del 2026, che mette le mani in questioni avvenute cinquant’anni
prima, deve ricostruire meglio e con serietà quanto accaduto. Se bisogna dire la
verità, bisogna avere il coraggio anche di dire e cercare la verità che non si
vuole accettare o che si vuole nascondere. E allora, se questa è la questione,
non ci si può non interrogare sul fatto che né l’arma dei carabinieri né la
presidenza del consiglio dei ministri, come pure già accaduto in passato, non si
siano costituiti parte civile.
L’intervento del gruppo locale dei carabinieri, infatti, è da considerarsi
quanto meno azzardato ove si tenga conto che nei giorni precedenti al sequestro
Gancia la zona era stata già attenzionata, tanto che era stato ipotizzato un
intervento del Nucleo antiterrorismo per il giorno 5 giugno 1975. L’operazione
di quella mattina, fatta dal tenente Rocca, si sarebbe dovuta concordare con il
nucleo antiterrorismo, che avrebbe potuto intervenire con maggiore esperienza.
D’altronde Gianpaolo Sechi, già agente segreto del Sisde ed ex componente del
nucleo antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa, dichiara, nell’udienza del
20 maggio scorso, che la Cascina Spiotta non avrebbe dovuto diventare un campo
di battaglia e che se fossero stati avvisati avrebbero agito diversamente.
Altro elemento opaco riguarda il comportamento tenuto dai carabinieri
immediatamente dopo la sparatoria. Ci sono armi che non vengono subito rinvenute
e che si ritrovano dopo giorni, proiettili che spariscono, il cadavere di
Margherita Cagol che viene spostato, l’autopsia che in maniera incontrovertibile
ci restituisce un dato: il colpo che l’ha uccisa entra nella regione ascellare
sinistra ed esce nella regione ascellare destra. La conclusione possibile è una
sola: se non avesse avuto le braccia alzate il proiettile avrebbe ferito alle
braccia. Eppure, il procedimento a carico di uno dei carabinieri intervenuti è
stato archiviato per aver riconosciuto la non punibilità per uso legittimo delle
armi.
Le udienze di questo recente processo sono state invece numerose e il pathos era
evidente. La misura umana della vicenda è descritta da Lauro Azzolini alla prima
udienza: «Mara era una donna eccezionale. Una compagna generosa. E la morte di
una persona cara è un dolore incancellabile che ti porti dentro per tutta la
vita, per tutti e senza distinzioni. Un giorno maledetto che non dimenticherò
mai. Ma visto che a distanza di cinquant’anni si è deciso di portarlo in un
processo pubblico, oggi che di anni ne ho ottantadue […] tutto intorno a me è
cambiato rispetto a quando ne avevo meno di trenta, quando nel contesto delle
lotte di classe, nel duro conflitto sociale, insieme a tanti altri compagni
pensavamo di poter fare la rivoluzione. Perché allora il mondo che ci circondava
era molto diverso da quello di oggi. […] Ho deciso di raccontare quello che quel
giorno è successo. Prima che questo processo abbia inizio. E prima che lo
facciano altri perché io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno era
davvero successo». (-gt / -ma)
(foto di miquel angel ballester)
Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca
al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo
più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone,
con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato
pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha
raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le
trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due
resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi
antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di
Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è
uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle
Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e
scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel
Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.
* * *
Marc Morell. Avevo deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di
un ateneu popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di
Maiorca, uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La Fionderia:
la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di recente è
diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un autobus tre
quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza. Il corteo
partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto nome” – che è come in
certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre aspettavo l’autobus mi ha
sorpreso la quantità di furgoni della polizia nazionale che circolavano su e giù
per i viali intorno al centro. L’ho messo in relazione con le tensioni crescenti
degli ultimi giorni: la settimana scorsa c’era stata una catena umana per
proteggere Es Trenc, la più grande spiaggia libera dell’isola, e la segretaria
del Partito popolare locale aveva provato a prendere in giro e a provocare i
partecipanti (ci sonno immagini veramente da ridere). Poi c’erano stati gli
arresti di alcune compagne a Santa Maria, perché avevano fatto delle scritte
sulla parete di un’agenzia immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal
Pp e da Vox, aveva proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto,
che già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça del
Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per età che
come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a camminare sotto
il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi amici man mano che
il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona di Dalt Murada, il
sentiero che corre lungo ciò che resta delle antiche mura della città, fino a
Ses Voltes, un recinto di fronte alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura
che si affacciano sul mare. Ho pensato che era un po’ strano che la
manifestazione terminasse lì; mi sembrava che fossimo circa 50 mila persone, e
che lì non c’era abbastanza spazio per tutta questa gente. Per cui sono avanzato
ancora dentro la piazza, per lasciare spazio a chi veniva dopo, allontanandomi
dalla folla sotto la Seu.
A quel punto mi ha sorpreso la presenza di circa sette poliziotti antisommossa,
con un atteggiamento molto aggressivo, proprio accanto alla folla: faceva paura
solo a guardarli. Non è passato molto tempo che qualche manifestante iniziasse a
gridare contro di loro, ma niente di più. Però già si cominciava a percepire una
certa tensione nell’aria. Da sopra le mura potevo vedere le migliaia di persone
che non riuscivano a entrare nel recinto, e che quindi si dirigevano verso
l’altra sponda del lago artificiale di fronte alla Seu e al Palau de
l’Almudaina, il palazzo gotico della famiglia reale. Due persone si sono buttate
nelle acque torbide del lago per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi
minuti dopo, da fuori ho visto che la polizia antisommossa aveva iniziato a
caricare un gruppo di persone che volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma
erano così lontani che non sono riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non
ricordo se questo è successo prima o dopo i discorsi e le performance, di cui
non sono riuscito a sentire niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non
avevano potuto usare le prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune
aveva tagliato la corrente.
Solo quando sono arrivato a casa e ho visto il telegiornale sulla IB3, la rete
della regione autonoma delle Baleari, ho visto le violenze. Era successo proprio
dall’altra parte rispetto a dove mi trovavo io, sotto le mura e vicino a una
zona molto turistica: s’Hort del Rei e le aree circostanti. È il primo
spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine degli anni
Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre andavo verso casa, ma
in coda al corteo, mentre io ero in testa.
La polizia dice che eravamo 25 mila, l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto
della mia prima impressione di 50 mila manifestanti. Le autorità dicono che
l’organizzazione non ha voluto seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli
organizzatori dicono che gli avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto
tempo di avvisare i potenziali manifestanti, o qualcosa del genere.
Martedì sono andato anche alla protesta davanti alla delegazione provinciale,
per chiedere le dimissioni del delegato del governo centrale, anche a capo della
polizia nazionale, naturalmente del partito socialista. Eravamo circa
cinquecento. Sono andato via quando metà dei partecipanti aveva lasciato la
manifestazione, e non ho sentito che fosse successo nulla di simile a quanto
accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il delegato provinciale, la
presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al governo con Vox), nonché i
sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto programmato. Si dice che le
violenze erano state pianificate in modo da boicottare il successo della
manifestazione, per me però l’obiettivo delle violenze non erano tanto i
manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo. Criminalizzando la
manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia grossa, nella grande
battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la linea del governo di
Pedro Sánchez).
Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa prospettiva, da sopra
le mura. Rispetto alla tua idea che le cariche fossero pianificate – nel senso
di quella “provocazione controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un
libro che abbiamo recensito su Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento
che ho visto dalla mia prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno
caricato. Non mi hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani,
addirittura un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno
spaccato la testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la
polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo, l’hanno
dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il giornalista
avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa volesse dire.
In breve: la polizia ha bloccato a sorpresa il passaggio tra le mura e il lago
artificiale, da dove doveva passare ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra
chi voleva arrivare al recinto dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti
bloccati una decina di poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso
perché leggessero il manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era
rimasta fuori e che non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro
sono arrivati almeno altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno
cominciato a spingere per attraversare la passerella e raggiungere i loro
compagni, con la scusa che questi erano rimasti bloccati nella folla.
Non tutti li hanno visti. Hanno iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la
gente ha iniziato a cadere dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago.
Poteva essere un disastro. Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento
la gente era nervosa per il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non
c’era intenzione di alzare la tensione. Le spinte e le manganellate per passare,
sono state il detonatore. Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e
male organizzata; invece si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono
arrivati più di dodici blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato
tutta la zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di
poliziotti; c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti indietro. Poi però sono
iniziati ad arrivare gli altri; c’è stata qualche carica, con cui
hanno preso tempo per raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e
hanno aspettato che la folla gli si scagliasse contro; ma siccome la gente non
reagiva, e siccome è una zona molto turistica, sono arrivati gruppi di turisti
che provocavano i manifestanti; la gente rispondeva con fischi e grida, e la
polizia ne ha approfittato per caricare, come se stessero difendendo i
turisti. Le dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno
mostrato quale fosse la loro strategia: usare la categoria del “turista” per
far emergere tutti gli stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che
uscisse l’idea che c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere
invece le accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria del
turismo, gli speculatori, i politici, la stessa polizia per gli arresti dei
giorni precedenti, e così via. Hanno esasperato, hanno provocato, per presentare
la situazione come se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le
cariche “in difesa del turista”.
Un altro studioso della polizia, Paul Rocher, afferma una cosa che stiamo
vedendo in atto: oltre al razzismo, che fomenta la guerra tra gli ultimi e i
penultimi, c’è un secondo grande fattore di fascistizzazione sociale, cioè
l’autonomia “selettiva” della polizia. La polizia ha sempre una certa autonomia
quando si tratta di perseguitare i settori più impoveriti della classe
lavoratrice, oppure quelli più organizzati in termini antagonisti, siano i loro
contenuti politicamente espliciti, oppure no. È una cosa che non dobbiamo
dimenticare. (marc morell / xesc alemany)
(disegno di adriana marineo)
Dal numero 14 / maggio 2025 de Lo stato delle città
«C’è pressione?», è la domanda che circola in casa prima di fare una doccia. Da
anni molte zone della Puglia convivono con razionamento dell’acqua e riduzioni
di pressione nelle erogazioni, prima solo d’estate, poi anche nei fine settimana
delle altre stagioni, e ora tutto l’anno. Da me è servito ricavare un bagno
nella cantina perché, pur vivendo al piano terra, diventava impossibile fare una
doccia d’estate, se non alzandosi all’alba per anticipare gli orari delle
riduzioni. Così, quando da luglio i quotidiani pugliesi hanno cominciato a
martellare con la “crisi idrica”, sembrava la naturale prosecuzione di una
realtà sotto gli occhi di tutti, non un fenomeno straordinario e imprevisto come
lo raccontano. “Siccità, invasi quasi vuoti”, “La guerra dell’acqua, corsa
contro il tempo”, “Puglia la grande assetata”, “Allarme, prodotti Igp rischiano
di scomparire”: sono alcuni dei titoli che per tutta l’estate hanno accompagnato
articoli sull’emergenza idrica, corredati di percentuali, previsioni e pareri
sul bollettino della siccità. “Immagina di non dover mai più preoccuparti della
disponibilità d’acqua, di alzarti la mattina o tornare a casa dopo una lunga
giornata e trovare sempre l’acqua che scorre con la giusta pressione, pronta ad
accoglierti”. Così Acquedotto Pugliese (AQP) invitava i cittadini a installare
un’autoclave nella propria abitazione per convivere con le riduzioni di
pressione.
Non è solo la Puglia a scontrarsi con la siccità: nel 2024 tutte le regioni del
meridione sono andate in crisi idrica, costrette a lunghe sospensioni
dell’erogazione e al progressivo depauperamento di dighe, fiumi, falde. La
politica, gli enti preposti e la stampa se la prendono con il clima impazzito,
le piogge scarse e le temperature oltre la media, ma a guardarsi intorno la
crisi idrica sembra più legata alla scorretta gestione delle risorse. Fino a
ottant’anni fa, in assenza di adeguate condotte idriche, la siccità era un
fenomeno assoggettato alla volontà della natura: si portavano in processione i
santi per favorire le piogge, si tramandavano pratiche per la costruzione di
serbatoi, cisterne e sistemi per raccogliere e conservare le acque. Oggi la
carenza di acqua si carica di enormi responsabilità umane, inadempienze, strane
connivenze tra politica, consorzi ed enti.
A maggio 2023 si tiene la prima riunione della cabina di regia per la crisi
idrica, istituita con il decreto siccità. Partecipa Nicola Dell’Acqua,
commissario straordinario nazionale per l’adozione di interventi urgenti
connessi alla scarsità idrica. Tra gli obiettivi c’è lo snellimento delle
procedure amministrative “al fine di fornire risposte concrete e urgenti ai
territori”. I primi interventi coinvolgono Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia
Romagna e Lazio. E il sud? Ci pensa il mese dopo Giorgia Meloni, con la nascita
della S.p.a. Acque del Sud, a cui viene trasferito l’immenso patrimonio di
infrastrutture idrauliche realizzate a beneficio del meridione e fino a quel
momento gestito da Eipli, l’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la
trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia.
Da gennaio 2024, con Luigi Decollanz come presidente del consiglio di
amministrazione, Acque del Sud ha preso il posto di Eipli, che forniva acqua
all’ingrosso per usi potabili e usi irrigui a enti e consorzi di bonifica di
Puglia, Campania, Basilicata e Calabria, e per usi industriali a vari utenti tra
cui l’ex Ilva di Taranto. Dighe, traverse idriche, centinaia di chilometri di
grandi reti di adduzione (tutte opere realizzate con soldi pubblici per un
valore di decine di miliardi di euro) vengono date in mano ad Acque del Sud, una
società partecipata dal ministero dell’economia, con un trenta per cento delle
quote destinato a soci privati, un sessantacinque per cento a società
controllate e un ultimo cinque per cento da dividere tra le quattro regioni del
sud interessate, con il risultato che nessuna delle quattro ha un vero ruolo
decisionale nella società. In spregio al referendum sull’acqua del 2011, che
aveva abrogato l’obbligo di gestione dei servizi idrici integrati attraverso
forme di diritto privato, la nascita di Acque del Sud costituisce un esproprio
nei confronti dei cittadini, regalando a colossi privati il diritto di
intervenire, oltre che sulla definizione delle tariffe per milioni di utenti,
soprattutto sulla gestione delle dighe, rendendo l’acqua oggetto di transazioni
finanziarie. A oggi, il socio operativo privato non è ancora stato individuato,
ma lo scorso giugno AQP ha siglato un’intesa con Acea (colosso delle
multiservizi che ha nel suo capitale Suez, tra le più potenti multinazionali
dell’acqua) proprio per concorrere a diventare socio industriale di Acque del
Sud. Per inciso, di Acea ricordiamo la vicenda di Bracciano del 2017: le acque
del lago si prosciugarono quasi del tutto in poco tempo, compromettendo habitat
naturali e biodiversità tutelati da stringenti norme europee, ma si diede la
colpa alla crisi climatica. Invece, le inchieste della magistratura
evidenziarono che Acea aveva effettuato prelievi impropri commettendo un reato
di disastro ambientale aggravato.
quannu te llai la facce la matina
l’acqua ninella mia nu l’hai minare
La sete della Puglia non è un dato nuovo: la regione non dispone di risorse
idriche superficiali, quindi dipende in buona parte da acqua accumulata nei
cinque serbatoi artificiali alimentati dalle piogge. Tra i monti della Daunia,
al confine tra Puglia e Molise, si estende il lago di Occhito, invaso alimentato
dal fiume Fortore. Il Sinni alimenta il lago di Monte Cotugno, in provincia di
Potenza, la più grande diga d’Europa in terra battuta, sormontata dal ponte
della statale sinnica. Si aggiungono gli invasi del Pertusillo sul fiume Agri,
Conza in Irpinia e Locone in Puglia lungo il fiume Ofanto. Acquedotto Pugliese,
il più grande acquedotto d’Europa, attinge da questi invasi il cinquantacinque
per cento di acqua, il trentatré da due sorgenti irpine e la restante parte da
falde profonde con circa centottanta pozzi, soprattutto nella parte meridionale
della Puglia. Nonostante la presenza di strutture imponenti, la capacità
utilizzabile degli invasi è ben inferiore alla reale capacità delle strutture,
ridotta in virtù di norme per la sicurezza sismica imposte dal 2019. L’apporto
ridotto degli invasi è dovuto a limitazioni che costringono, nelle annate non
siccitose, a gettare in mare miliardi di litri d’acqua: se la diga si riempie
oltre un certo livello si rischia il crollo della parete, a causa di collaudi e
lavori di manutenzione mai effettuati in decenni (sebbene già finanziati).
Ad agosto 2024 il consorzio di bonifica della Capitanata annuncia la chiusura
della diga di Occhito, rimasta a meno di un terzo dell’acqua rispetto al 2023,
per poter proseguire l’utilizzo prioritario a scopo potabile. I paesi vivono il
disagio del razionamento e i terreni poco irrigati registrano danni alle colture
con conseguente crollo della produzione. Dai primi anni duemila la Capitanata
soffre siccità nelle campagne, il deficit idrico nella fase di maturazione dei
prodotti agricoli stagionali (pomodoro, grano duro, uva) porta all’abbandono dei
campi con mancato raccolto. Nel Salento, poi, la sete del territorio magicamente
sparisce quando si incentivano gli impianti intensivi e superintensivi di
leccino e favolosa, le due varietà di ulivo che dovrebbero risolvere il disastro
dell’“affare xylella” ma che necessitano di molta acqua per crescere, al
contrario delle varietà autoctone.
Nei simposi su acqua ed emergenza non si parla mai dei consorzi di bonifica e
miglioramento idrico che operano sul territorio e, pur incassando miliardi, non
si adoperano per studiare sistemi di irrigazione percorribili. Nel Salento
operavano i consorzi di bonifica dell’Arneo e Ugento li Foggi, commissariati e
poi soppressi, accorpati da gennaio 2024 nel consorzio centro-sud Puglia. Da
decenni, tutti i proprietari di terreni sono obbligati a versare contributi
senza aver mai ricevuto alcun beneficio diretto, nessun canale o pozzo. Anche se
decine di migliaia di contadini hanno scelto di accatastare le cartelle
esattoriali rifiutandosi di versare i contributi, la società di riscossione,
supportata da una legge dello Stato, ha inviato eserciti di ufficiali giudiziari
a pignorare i beni con la minaccia dell’esproprio. Politici a destra e sinistra
promettono da anni di intervenire per sconfiggere le ingiustizie dell’ente, i
quotidiani riportano ciclicamente notizie di proteste, seguite da pronte
rassicurazioni degli amministratori locali che promettono una nuova legge
regionale sui consorzi, ma tutto torna nel silenzio. Così, oltre che la crisi
idrica, l’agricoltura vive decenni di ingiustizie in un sistema paramafioso ben
oliato tenuto in piedi da perversi meccanismi giudiziari.
«Accueghje l’acqua quann’ chiov’» è l’indicazione pratica di un agricoltore
tarantino. In senso stretto, raccomanda di raccogliere l’acqua finché c’è, ma
stavolta allude all’interesse di pochi che cavalcano la retorica emergenziale
per mandare avanti i propri progetti. Tra gli “interventi urgenti connessi alla
scarsità idrica”, la cabina di regia individua la costruzione di dissalatori per
produrre acqua potabile, che per la Puglia sono previsti a Taranto, Brindisi e
Manfredonia. Finora in Italia è in funzione solo il venti per cento dei
dissalatori costruiti. A Taranto, che l’Onu ha definito “zona di sacrificio”, il
progetto presentato da AQP prevede la realizzazione del più grande impianto di
dissalazione d’Europa con filiera di trattamento delle acque salmastre
provenienti dal fiume Tara, vicino l’ex Ilva. Il progetto ottiene
l’autorizzazione dalla giunta regionale, nonostante i pareri contrari di
Soprintendenza del ministero della cultura, Arpa Puglia e Asl Taranto. Il
dissalatore si preannuncia un’opera costosa e impattante che non risolverà il
problema della scarsità di acqua in Puglia, ma devasterà l’ecosistema del Tara.
Già la commissione europea aveva ritenuto il progetto non idoneo nell’ambito del
Just Transition Fund. Legambiente Taranto ha stimato che solo con opportuni
interventi su dighe e canali si raggiungerebbe un apporto idrico pari a dieci
volte quello che si avrebbe con il dissalatore. Ma gli interessi intorno al
progetto valgono di più: ad aggiudicarsi l’appalto sono anche Suez e Cisa,
società molto attiva nel settore dei rifiuti. Sempre Legambiente ricorda
l’esistenza di un contratto a tempo indeterminato tra Ilva ed Eipli per la
fornitura di acqua dal Tara per quantità molto superiori all’attuale prelievo.
Tale contratto prevede l’obbligo per Acque del Sud di compensare, in caso di
restrizioni della fornitura di acque dal Tara, con acque del Sinni. Lo scenario
che si prospetta con la costruzione del dissalatore è che, per ricavare acqua
dissalata potabile dal Tara, si debba fornire all’azienda siderurgica altra
acqua del Sinni, che non ha bisogno di essere dissalata. Tra le opere impattanti
calate dall’alto come inevitabili, risalta anche un acquedotto sottomarino
dall’Albania, che trasporterebbe centocinquanta milioni di metri cubi l’anno di
acqua in Puglia e per la cui realizzazione si prevede un miliardo di euro. Un
costo enorme per una quantità di acqua piuttosto ridotta, se si considera che la
sola diga lucana di Monte Cotugno ne contiene circa cinquecento milioni.
mara l’acqua de la funtana mara mara
e ca ci non era mara scia bivia
Dal 16 ottobre al 20 gennaio scorsi, centoquarantamila lucani residenti in
ventisette comuni della provincia di Potenza e due della provincia di Matera
sono stati privati dell’acqua corrente per metà giornata. Il governo nazionale
dichiara lo stato di emergenza nominando Vito Bardi commissario straordinario,
che però è presidente della Regione Basilicata da sei anni, e quindi una parte
di responsabilità nel generare il problema l’avrà. Infatti, mentre la narrazione
istituzionale dà la colpa alla mancanza di piogge che lascia a secco la diga
Camastra, si scopre che questa diga, mai collaudata dagli anni Sessanta,
potrebbe contenere ventiquattro milioni di metri cubi di acqua ma, di fatto, la
capacità autorizzata è ridotta a nove milioni di metri cubi perché Eipli non ha
mai eseguito i lavori necessari e un decreto del 2019 obbliga a ridurre di
quattro metri il livello dell’acqua invasata nella diga. In Basilicata, dove
l’industria petrolifera usa quantità incredibilmente elevate di acque di
sorgente, mancano il piano di tutela delle acque e il registro regionale delle
aree di salvaguardia, in una regione in cui la compresenza di grandi quantità di
acqua e di petrolio ha causato in quarant’anni di estrazioni gravi episodi di
inquinamento dell’acqua dovuto a perdite dai pozzi, dai centri di prima
raffinazione e dalle decine di chilometri di oleodotti esistenti.
Per garantire l’acqua ai comuni lucani, il commissario Bardi decide di
attingerla dal Basento, un fiume storicamente molto inquinato. Il torrente Tora,
affluente del Basento, dagli anni Ottanta è al centro del disastro provocato
dalla ex Daramic, una fabbrica che produceva separatori per batterie e che ha
sversato tonnellate di trielina, sostanza cancerogena che è arrivata fino alla
falda acquifera. Prima di immergersi nello Ionio, il Basento raccoglie i reflui
della produzione siderurgica e le acque di scarto di varie zone industriali. Con
questo potenziale carico inquinante arriva all’impianto provvisorio, al
potabilizzatore di Potenza e infine nelle case lucane. Tutto grazie allo stato
di emergenza, che permette di evitare i campionamenti necessari per legge prima
di trattare l’acqua per la potabilizzazione. Non lo nega nemmeno Bardi, che alle
telecamere di Report dichiara che “l’emergenza è una cosa, e abbiamo trovato il
Basento, la normalità è un’altra cosa”. Di nuovo l’urgenza diventa il
grimaldello per derogare al regime ordinario, e le persone sono costrette a
scegliere tra acqua pubblica e acqua pulita. Chissà cosa replicano i lucani al
Ref, laboratorio di ricerche milanese che sosteneva che “tra i principali
ostacoli che si frappongono a una messa a regime del riuso delle acque reflue vi
è l’atavica diffidenza delle persone nei confronti dell’acqua di riuso” e che
bisogna abbattere la barriera culturale del “fattore disgusto, che scatta per
paura della contaminazione e per l’associazione dell’acqua trattata a quella di
scarico”.
A fine dicembre 2024 arriva un assurdo diktat da Decollanz: Acque del Sud
minaccia di sospendere “senza ulteriore avviso” la fornitura idrica ad
Acquedotto Lucano e al consorzio di bonifica della Basilicata, se entro un mese
i due enti non consegneranno una fideiussione bancaria rispettivamente di
cinquantamila e centotrentamila euro. Perfino in situazione d’emergenza, la
gestione privata subordina la funzione sociale dell’acqua ai meccanismi del
mercato. Alfonso Andretta, amministratore delegato di Acquedotto Lucano, lamenta
la mancanza di risorse per i lavori di manutenzione perché gli investimenti in
Acquedotto negli ultimi anni sono molto calati e i cento milioni di euro
arrivati dal Pnrr sono destinati non al risanamento della rete, ma alla sua
digitalizzazione. Mentre lo stato d’emergenza viene prolungato fino a ottobre,
la Regione pensa di rendere stabile l’uso del Basento e autorizza la captazione
per uso potabile di sorgenti situate accanto a un pozzo petrolifero di Eni non
ancora attivo. Lo denuncia Lidia Ronzano del comitato lucano acqua pubblica
“Peppe Di Bello”, intitolato al capitano della polizia provinciale demansionato
fino a diventare custode al museo di Potenza, a causa delle sue denunce
sull’inquinamento all’invaso del Pertusillo.
Sono là pronti, quasi si trattasse
d’inventare a cose fatte un’azione
capace di connetterli e accordarli
gli uni agli altri e a questa fredda sala;
perché alla scena manca un tratto che concluda.
Quale nome avrebbe dovuto
trovare in quelle tasche? Per cancellarne i segni
del disgusto lavarono le bocche:
non sparì; ma il disgusto ora è pulito.
(Rainer Maria Rilke)
Tutto sembra seguire il classico copione delle privatizzazioni: togliere i
finanziamenti, non far funzionare le cose, creare disagi e malcontento, spianare
la strada al privato. Un primo passo fuori dalla crisi, sostiene il ministro
dell’agricoltura Lollobrigida, è l’aver “rimesso in piedi Acque del Sud, una
società sana che riesce a ripianificare l’utilizzo al meglio delle strutture”, a
differenza del “carrozzone” Eipli. Istituito nel 1947, Eipli è sottoposto a
commissariamento dal ’79, poi soppresso e posto in liquidazione nel 2011.
L’ultimo commissario liquidatore è proprio Luigi Decollanz di Acque del Sud,
legato anche a Veolia, una delle maggiori multinazionali dell’acqua. Scrive
Margherita Ciervo che la forma giuridica non è neutra e determina obiettivi e
politiche aziendali, e quindi effetti territoriali, sia ambientali che sociali.
Di questo AQP è un caso emblematico: società per azioni in house, a capitale
pubblico che, però, come tutte le S.p.a. risponde al diritto commerciale. È così
dal 1999, e dal 2011 la società è posseduta da un solo proprietario, la Regione
Puglia, titolare di diritti e doveri tra loro incompatibili, essendo
contemporaneamente soggetta al diritto pubblico (per sua natura) e a quello
privato (in quanto azionista). La Regione dal 2005 è governata da coalizioni di
centrosinistra che hanno fatto dell’acqua bene comune una bandiera elettorale.
Tra 2009 e 2012 un forte movimento popolare porta al costituirsi di un tavolo
tecnico congiunto tra Regione e comitato acqua bene comune per predisporre una
proposta di legge per operare la trasformazione di AQP in un ente di diritto
pubblico. Il governo, però, quando ci si allontana dagli appuntamenti
elettorali, ignora le richieste di confronto e dimentica gli impegni assunti,
così il primo tentativo in Italia di ripubblicizzare il servizio idrico finisce
nel fumo. Le società di diritto privato subordinano l’accesso alla risorsa, la
funzione sociale del bene e la sua gestione sostenibile e democratica alle
logiche del profitto. Di fronte a una crisi, se l’impresa misura la propria
performance sul fatturato, come può attuare politiche incisive di risparmio
idrico?
Come accaduto per Acque del Sud, anche in Sicilia il governo regionale ha
svenduto un enorme patrimonio acquifero: nel 2004 l’Eas, Ente acquedotti
siciliani, viene privatizzato trasformandolo nella Siciliacque S.p.a., di cui
Veolia è azionista di maggioranza. Già nel ’99 Eas viene trasformato in società
per azioni, ma ad accelerare il passaggio ci pensa l’emergenza idrica del 2002.
L’allora presidente regionale Cuffaro, nominato dal governo nazionale
commissario straordinario, evidenzia la precarietà dei servizi idrici, una
precarietà tale da rendere insostenibile l’assetto organizzativo esistente.
Eppure, oggi con Siciliacque restano sette grandi dighe incompiute, programmate
dalla Cassa del Mezzogiorno. La più grande è quella di Blufi nell’entroterra
palermitano, con spreco di centinaia di milioni di euro e un cantiere
abbandonato con viadotti incompleti. Nella diga Trinità a Castelvetrano, in
provincia di Trapani, ogni giorno si perdono centomila metri cubi di acqua per
mancato collaudo e manutenzione, mentre gli olivicoltori della valle del Belice
provano a scongiurare il crollo della produzione con impianti a goccia e sistemi
di irrigazione alternativi. Anche la cabina di regia siciliana programma la
riparazione di perdite della rete idrica, l’efficientamento delle dighe, il
recupero di vecchi pozzi, delle acque reflue e dei dissalatori abbandonati.
Questi ultimi, costruiti anni fa per filtrare acqua marina e trasformarla in
acqua dolce da immettere nella rete idrica, sono rimasti chiusi per i costi di
gestione troppo alti, che ora potrebbero essere abbattuti con l’impiego di nuove
tecnologie.
Intanto i giornali parlano di guerra dell’acqua tra province: il 30 novembre
2024 centinaia di persone tra cui sindaci e un deputato regionale occupano
l’impianto di potabilizzazione della diga Ancipa, in provincia di Enna. L’invaso
era quasi a secco e i cittadini chiedono di bloccare l’erogazione dell’acqua
verso la vicina provincia di Caltanissetta. Lo stesso giorno il governo
nazionale era intento a dimezzare il fondo per lo sviluppo e coesione del
Mezzogiorno (che serve a finanziare, tra le altre cose, progetti relativi alla
manutenzione del territorio) per destinare miliardi a un progetto che nel sud
pare ben più urgente della sete: il ponte sullo Stretto. Penso a Danilo Dolci,
allo sciopero alla rovescia, alla diga sul fiume Jato a Partinico, all’acqua
come libertà dai ricatti a cui inducono la fame e la povertà. Nel Poema per la
radio dei poveri cristi, Dolci scriveva
tralucere di olivi sulle onde
continue del frumento
indefinito brillare di acque
viti a filari coi tralci più chiari in cerca del sole
[…]
mentre nell’intimo premono a fiotti
e s’intrecciano urgenze che non sai –
i vuoti si allargano
e il rischio che i frammenti, senza senso
rimangano frammenti
Usi impropri, sprechi, prelievi non regolamentati, inquinamento e
privatizzazione concorrono a depauperare un bene che, proprio perché
indispensabile alla vita e sempre più scarso, acquisisce un valore economico
sempre più elevato, scatenando gli appetiti dei grandi player mondiali. L’acqua,
come fosse una qualsiasi altra merce, è quotata in borsa dal dicembre 2020: il
Chicago Mercantile Exchange ha lanciato i water futures della California e molti
grandi operatori mondiali hanno concentrato i loro affari sull’accaparramento
delle fonti. Secondo il sito del gruppo borsistico Nasdaq, un diritto sull’acqua
autorizza il proprietario a deviare o pompare acqua da fiumi, torrenti e bacini
idrici sotterranei, e gli consente di pianificare in anticipo la modifica dei
costi dell’acqua di cui ha bisogno per l’irrigazione su larga scala. Questa
operazione speculativa vanifica nei fatti la fondamentale risoluzione
dell’assemblea generale dell’Onu del 2010 sul diritto universale all’acqua, che
rappresenta un passaggio storico frutto di grandi mobilitazioni a livello
globale.
La questione della crisi idrica non ha bisogno solo di analisi tecniche e
soluzioni di ingegneri, scienziati e agronomi. La siccità non è un incidente di
percorso, ma una crisi di civiltà, e la lotta per contestare l’uso mistificato
della natura e per mettere al centro i rapporti di potere che determinano lo
squilibrio è una lotta sociale, non solo ecologista. Dobbiamo osservare la crisi
idrica attraverso un prisma, leggerla non come un evento naturale a sé stante,
ma come qualcosa che ci interroga e ci chiama in causa, rispetto a un meridione
costantemente rapinato con la collusione (e non solo l’inerzia) dei suoi stessi
rappresentanti politici. Continueranno a piovere annunci trionfali e progetti
miracolosi, com’è successo a Leuca, punta estrema del Salento, al termine ultimo
dell’Acquedotto Pugliese, dove il grande sifone leccese finisce nel mare del
finibus terrae. Dove acqua con altra acqua si confonde. (chiara romano)
(disegno di vinylico)
“C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere
soddisfatti
e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale
da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e
sostanzialmente a una logica di mercato.
I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile,
anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”.
(Stefano Rodotà)
La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha
avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli
S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro
tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha
riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla
gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua.
Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della
politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a
realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la
natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una
logica di democrazia partecipativa.
L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011.
Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il
comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda
Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una
società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica
al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura
che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote,
azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi
sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e
un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo
tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per
revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai
privati.
Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere
aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale,
aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda
speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere
soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo),
perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione,
l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto
politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della
fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e
l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il
servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile
mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa
ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo
comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la
scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la
quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della
concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda
speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul
punto anche Gaetano Azzariti).
La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori
trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma
verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La
differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale
sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per
produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde,
questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere
(basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio
S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in
economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma
questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro
le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende
speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che
ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di
recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali,
come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della
Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano.
Una volta chiarito questo, cade la maschera.
La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio
come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un
comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro
la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo
democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare,
sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo,
sull’apertura futura al capitale privato.
Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che
si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La
privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta
comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della
contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo
stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della
metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio
erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà
non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può
benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei
piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC
non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città.
La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione.
Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica
(anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge
sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si
è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla
cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle
grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere
d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il
privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione
concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se
la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale
interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la
privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato.
La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto
pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento
delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso
processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i
movimenti territoriali si stanno opponendo.
La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda
speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una
struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace
di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote,
del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta
coerente con il referendum del 2011.
A questo punto gli scenari sono tre.
Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24
luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in
S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo
comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce.
Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga
dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un
gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica
in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni
di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata,
assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e
della Regione.
Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a
sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a
riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le
mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che
tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori,
contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e
rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande
adduzione.
È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche
del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che
andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance,
investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi
sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana
di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che
l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha
capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le
operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico,
servizio, lavoratori e comunità.
Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad
altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti,
i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di
rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela
tuozzo)
(disegno di otarebill)
L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del
complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi,
costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e
occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli
otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika.
Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika
Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande
comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia.
La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è
stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per
l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di
volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della
comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno
sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra
compagna, Suzon Doppagne.
Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame
versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata
pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche
settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di
Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente
ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione
e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras
Avenue.
Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una
comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle
difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.
Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che
un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia
abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più
tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente
al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli
ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla
polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione
immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le
forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere
della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non
esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo
modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo.
Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la
città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo
di un processo locale, coinvolge altri paesi.
Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo”
e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a
Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in
cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo
tardi?
Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid
nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità
di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche
comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto
da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e
fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi,
possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa
determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida,
possiamo farcela ovunque.
Esistono altre comunità simili a questa?
Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo
costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo
difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria
ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo
luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una
prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo
dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di
organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la
consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione
di sopravvivenza.
Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica?
Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla
consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e
che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una
comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro
comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva
della comunità.
Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la
comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del
fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di
compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e
ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni,
connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono
espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come
noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate.
A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete
già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima
volta?
Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme
al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per
l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda
solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni
milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la
minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra
portata rispetto a quelle precedenti.
Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella
propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non
vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo
parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che
portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme,
gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non
possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere
vuoto e abbandonato.
Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun
esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di
alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa
del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma,
vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà
ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla
realtà.
Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta
contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge
alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo
sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone
che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di
detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie
croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati
o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle
persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende
anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di
difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando
insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di
renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze,
tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del
contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro,
è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche
lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci
stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza
in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in
contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo
stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti
piani diversi.
Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?
Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa
battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli
attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per
ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno
farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una
resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato
in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il
periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo
chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a
venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità.
Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di
solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità
su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in
ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un
modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)
(disegno di naum)
A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti
dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle
popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del
percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con
oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta
ancora incompiuto.
La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico
per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata
presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe
Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa
dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi. Una diffidenza tutt’altro che
pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della
gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata
attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per
la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo
smaltimento illecito dei rifiuti speciali.
L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza
rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La
struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e
recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio
d’Europa. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie,
sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni
erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali
sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre
7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre
riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni
agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione
delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo
con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo
sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo
studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello
studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di
Napoli Nord.
Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo
rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità
dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato,
quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio
dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini
di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e
risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i
risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La
struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i
prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la
riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32
grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o
messa in sicurezza definitiva.
Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in
programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa
ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di
euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.
A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30
milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno
complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa
rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e
ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni
di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi
alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della
distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al
Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di
durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e
accompagnare le indagini fino alle bonifiche.
La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma
anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti
abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno
visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle
discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce,
ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.
Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti
anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività
conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica.
Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi
definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della
sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza
alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.
Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative
alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di
monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico
II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di
contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il
tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate
rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più
significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con
superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal
di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II
aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare
azioni immediate di sanità pubblica.
La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento
dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il
problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per
l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi
stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova
emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la
chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di
tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il
numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni
interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione
cautelativa dei pozzi privati.
Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee,
tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di
fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei
territori di Napoli e Caserta. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del
problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più
pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene,
tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di
contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non
tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e
sulle produzioni agricole.
C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di
Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero
degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per
sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi
recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri
territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una
capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a
esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di
plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti
urbani e speciali.
Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della
Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le
accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma,
scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno
acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e
stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei
rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali
combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e
potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala
sovracomunale.
È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione
dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025
nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato
un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di
intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al
valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio
si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti,
come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione
dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri
comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso
i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio
Volturno.
Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro
storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove
la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta
segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane,
un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di
stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio
di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette
autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della
raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste
proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di
metri dalle abitazioni.
Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e
Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla
convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con
la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio
2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha
ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali
provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali
delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani. L’inchiesta ha interessato
rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue
provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e
sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva
avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di
destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.
A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato
delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il
polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle
materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali
presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo
l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più
evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di
raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a
riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi
industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti
potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni
già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti
irregolari e incendi nei siti di deposito.
Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la
responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi
intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il
fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo
storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente
convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a
ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete
a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi
comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I
dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli
e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma
non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali
abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi
o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala
provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze
interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno
strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni
episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i
materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti
ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di
costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i
piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i
roghi con le caratteristiche dei territori.
Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei
rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo
lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il
giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e
quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di
finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la
variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura
commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi,
spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla
comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo,
raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna
rapidamente nelle condizioni precedenti.
In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la
fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità
ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa,
schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto
respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin
dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari
delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le
risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di
monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di
persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei
confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio
alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di
personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza
amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento
straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si
morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.
La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia
politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di
monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è
proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha
affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua
terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria
Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia
e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin. In altre
parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie
politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso
perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà
sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.
La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere
considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza,
soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla
Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama
fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione,
la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla
carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei
rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla
necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema
mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.
Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà
economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei
rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre
la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato
ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto
produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di
intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si
riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue
articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla
frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di
raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?
Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto
produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa,
specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di
San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del
tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro
nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e
decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle
plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale
ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di
sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi
relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella
della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei
Fuochi.
I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla
pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di
verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di
attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche
ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il 30 aprile 2027, termine
giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà
dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio
indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In
questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata
come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria
priorità per gli enti locali.
In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare
la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento.
Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza
arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai
territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.
Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante
delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e
contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso
tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di
istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere
viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della
Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori
di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di
agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che
sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione,
già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono
gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.
(pasquale pennacchio)