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Cronache, libri, disegni e reportages

Una svolta a destra. L’immaginario reazionario nelle canzoni di Tutti Fenomeni
(disegno di otarebill) In una delle date del tour estivo di Tutti Fenomeni, in occasione dell’ultima serata del Meeting del Mare, don Gianni – parroco di Camerota e storico ideatore del festival – ha accostato in cartellone il cantautore romano e Tära, artista italo-palestinese. Una successione che si è rivelata più disturbante di quanto il sacerdote “che ama stare con i giovani” avrebbe potuto prevedere. Da una parte la consueta fauna alternative-cool dei festival, accampata sulla spiaggia di Lentiscelle; dall’altra i figli della villeggiatura per bene, accuratamente ripuliti dopo il mare. È un pubblico progressista, culturalmente alfabetizzato, abituato a riconoscersi nei codici dell’impegno e della distinzione. Sale sul palco per prima l’artista italo-palestinese: kefia in mano, abito spezzato, pantalone e top orientaleggianti firmati Sculptor.foundation – brand emergente che si propone di “globalizing arab culture”. Poi il cantante romano. Total denim, mocassini scuri, cappellino con un alce ricamato: un’estetica borghese leggermente disallineata, abbastanza eccentrica da risultare riconoscibile, abbastanza familiare da non apparire minacciosa. Tära canta del genocidio del popolo palestinese (“Il genocidio siete in tanti ad averlo ignorato” in Diaspora), Tutti Fenomeni dei lager tedeschi (il sintagma ricorre in due pezzi dell’ultimo disco: “Ma dentro i lager tedeschi non si leggeva Dostoevskij” in Morire vista mare; “Dentro i lager tedeschi Love is not enough” in Love is not enough). Mentre un drone riprende il concerto planando sulle teste del pubblico, Tära intona: “Le statuine nel presepe bello illuminato/In Palestina oggi è un drone a fare da cometa/E Gesù di questo passo non sarebbе nato”. Più tardi, forzando il testo di Diabolik, Tutti Fenomeni indica la camera volante: “Ho fatto un sogno mi sentivo quel drone” (in luogo di piccione). Siamo all’ottavo pezzo della scaletta. Il cortocircuito comincia a rendersi manifesto. È però soltanto dopo La ragazza di Vittorio che la natura di questo scarto si lascia intravedere con chiarezza. Il cantante romano si ferma un momento, guarda il pubblico e introduce il pezzo successivo: “Questa è una canzone che parla di pace”. Costruita sulla pulsazione inquietante del trio di Schubert già usato da Kubrick in Barry Lyndon, Privilegio raro, procede come una marcia senza destinazione: un passo dopo l’altro, sempre uguale a sé stesso, con qualcosa di militare nella cadenza e qualcosa di demoniaco nell’atmosfera. Sui battiti regolari e inesorabili si muove il pubblico. Il carisma del cantante, la sua postura granitica, il suo aspetto severo, tradito ogni tanto da un sorriso sornione, non danno scampo: tutta la folla comincia a tenere il ritmo sul posto puntando le braccia in alto – chi un solo braccio, chi col pugno chiuso – cantando senza riserve tu mi fai girare come una svolta a destra. Sullo sfondo si susseguono martellanti dei frame in bianco e nero a metà tra un documentario di Leni Riefenstahl e una performance esoterica di Hermann Nitsch: masse di agnellini costretti in un recinto, propaganda fascista, cartelloni della campagna elettorale di Berlusconi, stormi di uccelli stretti in una geometria da squadriglia, svastiche. La violenza impersonale delle immagini proiettate, la disciplina che annulla l’individuo si riflettono come in un gioco di specchi nell’automatismo dei gesti che regola il pubblico massificato. A tratti diventa difficile stabilire se le immagini commentino il pubblico o se sia il pubblico a fornire una chiave di lettura alle immagini. Se con Privilegio raro il pubblico finisce per confondersi nelle forme impersonali della massa, Cantanti lo raggiunge su un terreno più intimo, quello della memoria. Non è più il potere psicagogico a governare i corpi, ma il riconoscimento. Anche in questo caso, però, si tratta di coercizione simbolica. La violenza del dispositivo è rivolta innanzitutto contro gli spettatori. Dopo ogni ritornello – “Non sopporto i cantanti/quelli di bell’aspetto, quelli maleodoranti” – Tutti Fenomeni lascia affiorare per pochi secondi ritornelli di canzoni che appartengono al patrimonio affettivo più condiviso della musica italiana, cantandoli con romantico trasporto. Bastano poche note. La donna cannone, Se telefonando, Notte prima degli esami, perfino Achille Lauro. La reazione è immediata: il pubblico riconosce, si illumina, alza le braccia, ondeggia, canta con lui. Per un attimo si ricostituisce quella comunità sentimentale che vive di ricordi, identificazioni e devozioni musicali, e proprio in quell’istante il meccanismo si ritorce su se stesso. Quando l’entusiasmo comincia a montare, il ritornello torna a imporsi come una sentenza. La folla che un attimo prima cantava De Gregori, Mina o Venditti si ritrova costretta a gridare di detestare i cantanti che ha appena celebrato. Prima l’evocazione dell’oggetto venerato, poi la sua immediata dissacrazione. Centinaia di persone vengono guidate a partecipare simultaneamente a un atto di distruzione simbolica. È una pedagogia del disincanto, un esercizio di profanazione collettiva. La scena possiede qualcosa di paradigmatico. La difficoltà di aderire stabilmente a un valore, a una tradizione o a un’immagine del mondo attraversa infatti l’intera scrittura di Tutti Fenomeni, riflettendosi anzitutto nel modo in cui i materiali culturali vengono accostati e fatti circolare. L’impressione è che il suo vasto apparato di riferimenti sia costruito per essere immediatamente riconosciuto come elitario, e fruito tuttavia sotto forma di feticcio: apparentemente ricercato, ma facilmente disponibile; sacrale, eppure pronto al consumo (“Non voglio la pace nel mondo/voglio educare un tiranno/se sei in cerca di metafore/guarda Il posto delle fragole”, in Mister Arduino). La famosa “pappa” di cui parlava Furio Jesi. Le canzoni assemblano senza gerarchie luoghi comuni provenienti dal parlato quotidiano e dalla tradizione letteraria, anche la più scolastica: “Te la ricordi la nazionale?/Assist di D’Annunzio, goal di Montale”, in Piazzale degli eroi. Il registro alto e quello basso, la cultura e la chiacchiera, la storia e l’attualità cessano di opporsi in un linguaggio kitsch che tutti fanno proprio e che proprio per questo non produce più alcuna esperienza di estraneità (“Karl-Marx-Straße / I really like your trousers” in Qualcuno che si esplode). Non ha rapporto con la ragione, né con la storia: nasce da ciò che viene chiamato passato, ma da un passato così radicalmente decontestualizzato da poter circolare senza resistenze nel presente: “Chissà cosa penserebbe Freud della sessuologa di Tiktok”, in La felicità del cane. Si potrebbe pensare che quest’operazione appartenga semplicemente al registro dell’ironia. In effetti, la scrittura di Tutti Fenomeni procede spesso per associazioni impreviste, assonanze, funambolici giochi fonosintattici, in un vortice dadaista. Eppure la continua oscillazione tra adesione e dissacrazione rende più difficile stabilire che cosa debba essere preso sul serio e che cosa no. E quindi: cosa accade quando la parodia smette di essere un procedimento retorico e diventa una modalità strutturale di rapporto con il reale? Quando tutto può essere citato, deformato e immediatamente rovesciato nel proprio contrario? Non scompaiono né il bisogno di appartenenza né il potere dei simboli. Cambiano piuttosto le forme attraverso cui essi si esercitano. L’ambivalenza protegge dall’accusa di adesione, ma non impedisce la partecipazione. Si può essere fascisti, ma per scherzo. Da questo universo di rovesciamenti e ambivalenze emerge una sensibilità che sembra guardare alla modernità con ripugnanza, ma che di quella stessa modernità è un’epitome. Le conquiste politiche e culturali del presente vengono costantemente derise (“Galileo non sei capace a fare la rivoluzione”), il passato riacquista un’autorità che prescinde dalla sua realtà materiale (“Mia nonna era femminista proprio perché non sapeva di esserlo/e forse è per questo che ha campato cent’anni”), e il conflitto appare come una legge immutabile dell’esistenza (“Libertà per un lupo vuol dire morte per l’agnello”). Entro questo sistema il male non affiora come qualcosa di esterno. Non è tanto un evento quanto una condizione; non una caduta contingente, ma una forma di compromissione che precede ogni gesto: “Quando mi sento da solo penso a Gesù sulla croce/muro di mattoni davanti/mi protegge dalla verità/ogni puttana si vende/una vera puttana si vendica/Ogni poeta si vende/ un vero poeta si vendica/spesso il nemico si comprende/dall’amico che si tradirà”). Da una simile visione deriva anche una precisa postura enunciativa. Se nessuno può rivendicare un’innocenza integrale, se il male attraversa indistintamente amici e nemici, vittime e carnefici, allora il linguaggio tende ad assumere la forma del verdetto. La voce poetica parla come un moralista disilluso o un predicatore senza fede, alternando invettiva e profezia (“Una profezia/da domani chiamami Isaia/Elon Musk è il capo della CIA”, in Morire vista mare). Da qui la frequenza di formule categoriche e memorabili, che condensano il mondo in una diagnosi lapidaria. Il passato perde così la propria opacità, la propria resistenza, la propria irriducibile alterità, diventando un serbatorio indifferenziato per la costruzione di una mitologia identitaria: “Saluti romani a piazzale degli Eroi/Pеrché ogni croce celtica, alla fine, sta parlando di noi”. È precisamente questo meccanismo che il concerto mette in scena. Il linguaggio di Tutti Fenomeni si offre come trasparente, accessibile, perfino democratico; ma la sua forza agisce nella capacità di trasformare il riconoscimento in adesione affettiva, la cultura in atmosfera, il passato in esperienza immediata, sostituendo alla fatica del pensiero il conforto dell’appartenenza. Lo stesso pubblico che pochi minuti prima cantava con Tära “Free Palestine” si ritrova a scandire in perfetta sintonia “tu mi fai girare come una svolta a destra”, a muoversi all’unisono sotto immagini di masse, svastiche e propaganda totalitarista. Non è una dichiarazione politica, ma qualcosa di più elementare e, proprio per questo, più potente: il piacere di partecipare a una comunità simbolica che precede il giudizio e sospende la distanza critica. Sul palco la scrittura di Tutti Fenomeni mostra tutta la propria ambivalenza. Mentre pretende di dissacrare ogni comunità, ne costruisce una. Mentre parla il linguaggio del disincanto, produce incantamento. Mentre sembra sottrarre autorità ai miti, ne genera di nuovi. In questa capacità di trasformare la critica in rito, la cultura in feticcio e la partecipazione in destino che risiede il tratto più profondamente reazionario del suo immaginario. (diletta bergamo)
musica
Perché è nata e dove sta andando la rivoluzione dei fenicotteri in Albania
(disegno di giulia beat) Il pestaggio di un manifestante per mano di guardie private, il 30 maggio scorso, ha indignato l’intera società albanese, trasformando una protesta nel sud-ovest del paese in quella che oggi viene definita la “rivoluzione dei fenicotteri”: una mobilitazione popolare contro il governo Rama, in difesa dei beni pubblici e dell’ambiente. L’aggressione al manifestante è avvenuta alla presenza della polizia; le guardie private hanno spruzzato spray urticante persino contro gli stessi poliziotti. In una messa in scena altamente cinematografica, polizia e manifestanti si sono trovati insieme da un lato della recinzione, mentre le guardie private erano dall’altro lato della barriera che delimitava l’area destinata alla costruzione di un progetto per il quale, a quanto pare, non esiste né un piano definitivo né un’autorizzazione. All’inizio di quest’anno la zona era stata visitata da Ivanka Trump, figlia del presidente degli Stati Uniti, accompagnata da architetti e imprenditori locali e stranieri. La signora Trump ha incontrato anche il primo ministro Rama, ma nessuno degli abitanti della zona ha preso parte agli incontri. Già nel 2024 suo marito Jared Kushner aveva dichiarato di avere in programma la costruzione di resort di lusso lungo la costa di Zvërnec e sull’isola di Sazan, progetti nati dopo la sua prima visita nella zona nel 2021. Kushner aveva pianificato anche la ristrutturazione degli edifici centrali dell’ex ministero dell’interno jugoslavo a Belgrado – un progetto poi bloccato dalle grandi  proteste in Serbia, e dalle indagini sui funzionari responsabili dell’appalto.  Kushner però non si è ancora ritirato dall’investimento in Albania, la sua società ha dichiarato di essere pronta a investire oltre un miliardo di dollari nei 14 mila ettari dell’isola di Sazan. In un’intervista, Ivanka Trump ha presentato Sazan come una terra deserta e inesplorata, in modo simile alle narrazioni coloniali che cancellano la presenza delle popolazioni locali. Ma Sazan non è un’isola deserta: durante il periodo socialista era stata una base militare, e tuttora è sotto l’amministrazione del ministero della difesa. Governi albanesi e capitali stranieri hanno puntato gli occhi sull’isola già dagli inizi del secolo, ma la mancanza di infrastrutture ha impedito lo sviluppo dei progetti. Inoltre, a causa del suo passato militare, l’isola presenta aree minate e residui bellici inesplosi, costosi da rimuovere e fonte di rischi. Perciò i progetti per ora si sono concentrati nella zona di Zvërnec, dove la società di Kushner non risulta direttamente implicata, ma vi ha probabilmente svolto un ruolo di intermediazione con alcuni dei suoi rappresentanti. Il 30 aprile scorso l’attivista Taulant Bino aveva notato che a Zvërnec alcune persone stavano recintando l’area con il filo spinato, mentre camion carichi di materiale inerte entravano e uscivano dalla zona. La società aveva iniziato i lavori senza un’autorizzazione formale e senza alcun coordinamento tra istituzioni locali e centrali. Le agenzie locali sono state costrette a sospendere le attività chiedendo conferma delle autorizzazioni alle istituzioni centrali. Il primo ministro ha dichiarato che la recinzione dell’area serviva agli studiosi per preparare la valutazione di impatto ambientale del progetto; ma attivisti e ambientalisti avevano già iniziato a pubblicare video che documentavano interventi con mezzi pesanti. Nel corso di maggio si è scoperto che nel 2025 il Consiglio nazionale del territorio (presieduto dal primo ministro stesso) aveva concesso le autorizzazioni per la costruzione un resort turistico a Zvërnec, legate al progetto di Kushner del 2024. La società beneficiaria si chiama Zvërnec South Adriatic Development ed è controllata dalla Dutch Trust Management BV, registrata nei Paesi Bassi, i cui proprietari non sono stati resi noti. Le indagini hanno rivelato una catena di società collegate al progetto di Sazan, che coinvolge i due fratelli miliardari del Qatar Ramez e Mohamad Al-Khayyat, nonché un imprenditore albanese accusato di legami con la mafia, un ex giudice espulso dal sistema giudiziario per patrimoni non dichiarati, un imprenditore assassinato e Shefqet Kastrati, uno dei maggiori oligarchi dell’Albania. Il progetto prevede la creazione di circa 20 mila unità ricettive e una capacità di accoglienza di diecimila visitatori al giorno in una zona che comprende tre aree protette: Pishë Poro-Nartë, il corso selvaggio del fiume Vjosa e il Parco Marino di Karaburun-Sazan. La straordinaria diversità di uccelli e fauna rende l’area una delle zone con maggiore biodiversità del paese e uno degli habitat naturali più importanti d’Europa. Al suo interno si trovano tre monumenti naturali: la laguna di Limopuos, l’isola del Monastero e le rare dune sabbiose dove nidificano le tartarughe marine. L’investimento quindi  distruggerebbe un ecosistema fragile, da cui dipendono sessanta famiglie di pescatori. Centinaia di altre famiglie, legate a quest’area da generazioni, rischiano di perdere l’accesso. LA QUESTIONE FONDIARIA Dopo la caduta del socialismo, la questione fondiaria in Albania si è enormemente complicata. La dittatura di Enver Hoxha aveva abolito  costituzionalmente la proprietà privata; i governi che seguirono al suo crollo inizialmente distribuirono le terre nazionalizzate in usufrutto a famiglie appartenenti alle cooperative agricole e alle aziende statali, nel tentativo di garantire l’accesso alla casa e ai servizi a una popolazione con la crescita demografica più elevata del continente e livelli di povertà tra i più alti al mondo. Tali terreni furono poi venduti dai titolari del diritto d’uso, mentre gli antichi proprietari o i loro eredi iniziarono a rivendicarne la restituzione. Parallelamente, numerosi migranti interni che avevano costruito case su terreni senza titolo entrarono in un processo di regolarizzazione. Migliaia di fascicoli rimangono tuttora pendenti nei tribunali. Un caso esemplare è proprio quello della comunità di Zvërnec coinvolta nel progetto turistico. Nel 1991 gli abitanti avevano ottenuto il diritto d’uso per alcune terre, ma nel 2012 scoprirono che la proprietà delle stesse terre era stata riconosciuta anche agli eredi della famiglia Shehu, di cui fa parte l’imprenditore Artur Shehu, accusato di avere legami con la Sacra Corona Unita italiana. Di recente la Corte Suprema ha riconosciuto la falsità di almeno uno dei documenti utilizzati da Shehu per reclamare quelle terre. Nel 2021 il governo ha ridotto le protezioni dell’ecosistema di Pishë Poro-Nartë  e autorizzato la costruzione di un aeroporto. La legge che vietava la costruzione in territori protetti è stata modificata nel 2022, riducendo l’estensione delle aree protette, soprattutto nei territori dove erano già in corso progetti infrastrutturali. Nel 2023 oltre trenta ettari di pineta sono stati distrutti da incendi dolosi. Nel 2024 si è autorizzata la costruzione di grandi strutture destinate al turismo di lusso anche all’interno delle aree protette. Nonostante le proteste e le iniziative legislative promosse da organizzazioni ambientaliste e dalla stessa delegazione dell’Unione europea, il governo ha continuato a presentare il turismo d’élite come imprescindibile per la crescita del paese. Inoltre, nel 2015 il governo albanese ha approvato una legge sugli investimenti strategici. Formalmente, la normativa promette di accrescere le capacità produttive industriali, ma l’ottanta per cento degli investimenti riconosciuti riguarda il settore turistico. Gli imprenditori del turismo ottengono tutela giuridica, infrastrutture pubbliche, perfino l’espropriazione di proprietà private in nome dell’interesse pubblico. In questi anni, lo stato albanese ha messo a disposizione terreni pubblici a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, addirittura a un canone simbolico di un eur o, e ha esentato dalle tasse per dieci anni gli alberghi a cinque stelle. La normativa ha favorito società vicine al governo, ed è stata criticata dall’Unione europea, che la considera incompatibile con i criteri di tutela ambientale richiesti per l’integrazione dell’Albania nell’Ue. DAL CAPITALE CRIMINALE A QUELLO IMMOBILIARE Modifiche alla legge sulle aree protette, nuova legge sugli investimenti strategici: questi sono i due strumenti normativi che hanno accelerato la privatizzazione e l’alienazione del patrimonio pubblico e privato in Albania. Tali cambiamenti hanno aperto nuove opportunità di investimento per gli oligarchi albanesi nel settore turistico, destinato a diventare il pilastro dell’economia nazionale. In un contesto caratterizzato dalla convergenza tra capitale nazionale e governo, la situazione nella quale oligarchi locali e stranieri, in collaborazione con lo Stato e con gruppi criminali, si appropriano di terreni e case attraverso la violenza, la falsificazione dei documenti e la corruzione del sistema giudiziario, non rappresenta un’anomalia, bensì la norma stessa. Tale situazione è il risultato dell’orientamento economico e politico seguito negli ultimi trentacinque anni. Dopo la caduta della dittatura socialista, infatti, le forze politiche che si sono succedute al governo hanno gareggiato nel dimostrare quale fosse la più neoliberista. Negli anni Novanta i governi albanesi si concentrarono sull’adozione di drastiche misure di contenimento dell’inflazione che portarono ai più consistenti tagli della spesa pubblica registrati in Europa, a una quasi totale deindustrializzazione del paese, e alla privatizzazione delle piccole e medie imprese. Nel decennio successivo l’attenzione si spostò sulla privatizzazione delle grandi società pubbliche e sull’apertura di nuovi mercati. Come risultato, l’Albania nel 2003 possedeva un settore privato più ampio della media dei paesi OCSE e intorno al 2010 aveva concesso più autorizzazioni di qualsiasi altro paese europeo per la costruzione di centrali idroelettriche e l’apertura di università private. Nello stesso periodo, il paese conobbe anche una straordinaria espansione dei media privati. Questi sviluppi si verificarono in un contesto caratterizzato da uno Stato con capacità amministrative estremamente ridotte, incapace di elaborare strategie e regolamenti attuativi e privo degli strumenti necessari per garantire l’effettiva applicazione delle leggi. Nel frattempo, i sindacati nel settore privato erano pressoché inesistenti, mentre quelli del settore pubblico intervenivano solo raramente. L’oligarchia capitalista si era formata nel corso degli anni Novanta grazie all’importazione di beni di consumo, dai quali l’Albania dipendeva quasi interamente. Con uno Stato debole, una povertà estrema e il deterioramento dei servizi pubblici, il contrabbando e la criminalità organizzata contribuirono in modo significativo al rafforzamento di gruppi radicati in aree costiere strategiche, che controllavano il traffico di sigarette, carburanti, stupefacenti ed esseri umani. Due decenni di politiche neoliberali hanno favorito il consolidamento di questi gruppi, che si sono integrati nelle reti criminali internazionali divenendo attori centrali intorno a cui ruotano le economie di intere regioni del paese. Il loro peso economico e territoriale è divenuto tale che nel 2013 una parte significativa dei loro esponenti ha ottenuto una rappresentanza parlamentare, contribuendo all’ascesa al potere del primo ministro Edi Rama. La presenza di membri di organizzazioni criminali in Parlamento è diventato un problema tanto grave da costringere l’assemblea legislativa ad approvare una legge ad hoc, anche sotto la pressione internazionale. Tra il 2013 e il 2018, in presenza di una forte contrazione della spesa pubblica, l’economia albanese ha evitato la recessione soltanto grazie a due grandi investimenti esteri: la costruzione del gasdotto TAP e quella della centrale idroelettrica di Devoll. A partire dal 2018 si è assistito a un’impennata delle concessioni edilizie, un fenomeno tuttora in espansione. La maggior parte dei permessi di costruzione si concentra su Tirana e riguarda l’edificazione di torri residenziali e commerciali. Nel 2024, il settore delle costruzioni rappresentava il 14,4% del valore aggiunto lordo dell’Albania, una quota tre volte superiore alla media dell’Unione europea e la più elevata del continente; inoltre, della crescita economica del 3,8% registrata dal paese nel 2025, ben 1,17 punti percentuali provenivano da questo settore. Ma questo comparto richiede una continua espansione territoriale verso progetti caratterizzati da rendimenti elevati e rapidi. Proprio per questo il governo Rama ha individuato nel turismo d’élite il settore strategico sul quale fondare l’intera crescita economica. Gli investimenti previsti sull’isola di Sazan sono solo un esempio di tale orientamento. Rama ha promosso il trasferimento del principale porto del paese, quello di Durazzo, in un’altra area, aprendo la strada a un progetto immobiliare dal valore dichiarato di due miliardi e mezzo di dollari, affidato alla società Alabar, che promette di trasformare Durazzo in una città sul modello di Dubai. Il progetto segue le modalità tipiche del settore edilizio albanese: società riconducibili agli oligarchi vicini al governo Rama ottengono terreni pubblici e ne finanziano lo sviluppo attraverso la vendita anticipata degli appartamenti, ancor prima dell’inizio dei lavori di costruzione. La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini su una parte significativa degli investitori strategici, ritenuti coinvolti in gruppi criminali dediti alla falsificazione di documenti, all’appropriazione indebita di proprietà e al riciclaggio di denaro attraverso tali progetti. Le indagini interessano quasi l’intero territorio costiero, da Scutari fino a Butrinto. Individui legati al traffico internazionale di droga, all’oligarchia locale e al governo Rama riescono, grazie alla loro vicinanza al potere, a convincere i contadini a collaborare con loro. Ai contadini viene garantito che solo tali soggetti possono assicurare loro l’ottenimento dei documenti di proprietà, rimasti per decenni bloccati negli uffici statali e nei tribunali, a condizione che, una volta riconosciuta la proprietà, vendano loro i terreni. L’appropriazione dei terreni sulla costa albanese è così strutturalmente legata all’ingerenza dei gruppi criminali, che negli ultimi dieci anni più di venti direttori degli uffici catastali del comune di Valona si sono dimessi per le pressioni subite, dopo aver ricoperto l’incarico solo per pochi mesi. Il primo ministro Rama ha garantito il funzionamento di tale assetto economico fin dal 2013, durante ben quattro mandati. Il patto tra Rama e l’oligarchia di origine criminale è stato accompagnato da un forte processo di centralizzazione delle istituzioni pubbliche nelle mani del primo ministro. Il suo punto di forza è stata la sua capacità di presentarsi investito del sostegno internazionale. Finché l’Ue e gli Usa erano dominati da progetti politici liberali di sinistra in materia di diritti politici e da politiche economiche neoliberali, Rama costruiva il proprio profilo come la figura politica più liberale dello scenario albanese. Con l’ascesa della destra radicale in numerosi paesi chiave dell’Occidente, Rama ha dimostrato la capacità di adattarsi a tali cambiamenti. Negli ultimi anni, infatti, ha accolto le richieste di Giorgia Meloni per l’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori nel territorio albanese, ha sostenuto gli investimenti di Kushner sull’isola di Sazan e intensificato il sostegno incondizionato allo stato di Israele. L’opposizione a questo sistema si è materializzata il 30 maggio scorso, in quei pochi secondi catturati dalle telecamere in cui le guardie private colpivano un manifestante, mentre questi, insieme alla polizia e ad altri manifestanti, si trovava dall’altro lato di una recinzione che separava una proprietà privata recintata e un progetto edilizio privo di autorizzazione. LE PROTESTE E I LORO EFFETTI Le mobilitazioni popolari, in realtà, non si sono mai interrotte nel corso dell’ultimo decennio. Le più frequenti sono state quelle delle comunità rurali contro la privazione dell’accesso ai fiumi, a causa della costruzione del numero più elevato di centrali idroelettriche di tutti i Balcani. Numerose sono state anche le proteste contro la gentrificazione conseguente alla costruzione di grattacieli nella capitale. Nel frattempo, un vasto movimento studentesco è culminato nella richiesta, nel 2019, di un aumento degli investimenti nell’istruzione superiore. A Zvërnec, subito dopo la visita di Ivanka Trump, un gruppo di attivisti e artisti ha organizzato un’azione creativa per attirare l’attenzione e denunciare l’appropriazione di un’area pubblica e protetta. Gli attivisti hanno monitorato per mesi gli sviluppi nella zona. Grazie a questo lavoro è stata organizzata anche la protesta del 23 maggio. Per tutto il mese di maggio, ambientalisti e residenti hanno documentato gli interventi nell’area, sottolineando la mancanza di trasparenza e di consultazione con la popolazione, e organizzando proteste periodiche. Rappresentanti dell’oligarca Kastrati e la sindaca di Valona hanno incontrato la comunità locale nel tentativo di comprarne il consenso o intimidirla, al fine di scoraggiare la partecipazione alle proteste e alle iniziative legali collettive. Tuttavia, a partire dal primo giugno la protesta è diventata un’ampia mobilitazione che ha coinvolto l’intera città di Tirana e una parte significativa della diaspora albanese in tutto il mondo. La portata di questa mobilitazione è senza precedenti. Il movimento è eterogeneo e comprende gruppi politici di orientamenti molto diversi. Particolare evidente è la notevole partecipazione di ragazze, donne e bambini. Sul boulevard dove si svolge la protesta è stata persino creata un’ampia area dove i bambini possono giocare in sicurezza, scrivere slogan e allo stesso tempo partecipare alla manifestazione. Il fulcro delle proteste sono le due ore di mobilitazioni quotidiane davanti all’ufficio del primo ministro. Dopodiché, migliaia di partecipanti marciano lungo le principali arterie di Tirana, sospendendo la normalità del traffico cittadino. La maggior parte dei cittadini e delle attività commerciali della capitale, pur non partecipando direttamente, sostiene la protesta fermando le automobili, offrendo acqua potabile lungo il percorso e salutando i manifestanti dalle finestre delle case. La protesta si è estesa ad altre grandi città, tra cui Valona. Anche in diverse comunità rurali negli ultimi giorni sono state avviate iniziative comunitarie per rimuovere e demolire le recinzioni delle società private che avevano privato tali territori dell’accesso all’acqua potabile e per l’irrigazione. Le richieste dei manifestanti si sono ormai ampliate, includendo una serie di ingiustizie sistemiche nella società albanese. Esse sono iniziate con la domanda di annullamento del progetto a Sazan e Zvërnec, per poi estendersi a richieste di modifiche legislative volte a impedire l’appropriazione indebita delle proprietà da parte degli oligarchi, nonché alla tutela dei beni pubblici e delle aree protette. Successivamente, le rivendicazioni si sono concentrate sulla richiesta di dimissioni del primo ministro e sugli appelli rivolti al sistema giudiziario affinché venga incarcerato sia l’attuale capo del governo sia il suo predecessore, Sali Berisha, leader del principale partito di opposizione. Tale richiesta riflette l’indipendenza di questo movimento popolare rispetto all’opposizione parlamentare, e un approccio più sistemico alle ingiustizie che la società sta affrontando: anche i governi precedenti al 2013 sono considerati responsabili dell’attuale assetto politico ed economico. Non potendo accusare i manifestanti di essere privi del sostegno popolare, Rama e il suo partito hanno messo in opera una serie di meccanismi di delegittimazione. In un primo momento i manifestanti sono stati accusati di essere strumenti delle agenzie greche e serbe, e successivamente di essere collegati a servizi segreti iraniani. Anche l’oligarca Kastrati ha cercato di presentare i manifestanti come parte di un piano volto a screditare il progetto a Zvërnec, con la diffusione sui media nazionali di una dichiarazione rilanciata anche dalla sindaca di Valona. Attualmente, la retorica del governo si concentra sull’accusa secondo cui la protesta avrebbe un carattere fascista. A sostegno di tale tesi, ministri e principali media nazionali hanno diffuso una serie di notizie false, incluse immagini e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. I media nazionali, fortemente legati al governo e spesso parte degli stessi investimenti strategici nel settore costiero, continuano a non riportare le proteste o a descriverle come fenomeni disorganizzati e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, grazie alla combinazione dell’uso dei diversi social network e al forte interesse dei media internazionali, la protesta è riuscita a ottenere un’ampia visibilità e a essere seguita anche da molti cittadini che non hanno potuto partecipare direttamente. PERCHÉ UNA RIVOLUZIONE A seguito delle proteste, anche la Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini sull’appropriazione indebita delle proprietà e sul riciclaggio di denaro nel progetto di Zvërnec. I centoventotto milioni di euro sborsati per l’acquisto dei terreni sono stati  sequestrati dalla Procura. La stessa struttura investigativa ha annunciato l’apertura di indagini su una parte significativa degli imprenditori edili e dei gruppi criminali coinvolti in casi di appropriazione di terreni, costruzione di resort e grattacieli. Tra queste figura anche la più grande operazione di riciclaggio attualmente sotto indagine in Albania, che riguarda i legami tra il settore delle costruzioni di grattacieli a Tirana, i principali oligarchi del paese e il riciclaggio dei proventi di gruppi criminali albanesi attivi in Europa e in America Latina. Il proprietario della maggior parte dei terreni di Zvërnec è attualmente ricercato. Al momento, la protesta continua a essere di massa. Numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni impegnate nella tutela del territorio hanno boicottato i processi di consultazione legale del governo, fino a quando quest’ultimo non ritirerà i progetti e le leggi che consentono la distruzione dell’ambiente naturale. Novantasei organizzazioni hanno rivolto un appello al governo affinché riveda la legge sulle aree protette. Nel frattempo, la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha espresso sostegno al primo ministro Rama, contribuendo ad accrescere la delusione dei manifestanti rispetto alla posizione dell’Unione europea sulla questione. La posizione della Kos è stata immediatamente criticata da settantasette organizzazioni  ambientaliste nazionali. L’Albania è uno dei paesi più filo-americani e filo-europei al mondo. Nel contesto in cui la famiglia del presidente degli Usa è coinvolta in un investimento che intensifica l’appropriazione dei terreni e dei beni pubblici in collaborazione con reti mafiose criminali – e nel contesto in cui l’Unione europea continua a sostenere un primo ministro che gestisce un capitalismo oligarchico e criminale che distrugge beni pubblici e ambientali ed espelle intere comunità dai propri territori espropriando le terre –, le proteste di massa in Albania mostrano i limiti dell’egemonia occidentale anche in società tradizionalmente considerate tra le più filo-occidentali. Questa configurazione del capitale albanese e internazionale ha creato nel paese una condizione generale in cui i cittadini si percepiscono come superflui nelle proprie case, nei propri villaggi e nelle proprie città, come se fossero un ostacolo all’espansione del capitale negli spazi in cui vivono. Le proteste di massa in Albania rappresentano una contestazione di questo tipo di capitale e delle sue modalità di espansione. La rivoluzione dei fenicotteri evoca un nuovo rapporto con la natura, con lo spazio comunitario e con le economie locali – ma più in generale con il capitale, sia nazionale che internazionale. (pavjo gjini e diana malaj)
mondo
‘O monastero. Un torneo di calcio all’ex Asilo Filangieri
Fotogalleria di Samuel Graziani Testo a cura di Barbara Russo Si è tenuta lo scorso fine settimana la quarta edizione del torneo di calcio popolare ‘O monastero, nel campetto dell’ex Asilo Filangieri. ‘O monastero è come viene chiamato l’Asilo, ex convento, dagli abitanti del quartiere. Il campetto che si trova alle spalle dell’ingresso è stato realizzato insieme da abitanti, ragazzini che partecipano al torneo e attivisti. Lo striscione che lo sovrasta in questi giorni recita: “Da queste parti solo cuore e sudore. Centro storico Napoli”. Gareggiano sei squadre, si gioca tre contro tre, i partecipanti vanno dagli 11 ai 16 anni e provengono da vari quartieri del centro, San Gaetano, Forcella e Borgo. I migliori si distingueranno per primo, secondo e terzo classificato; miglior giocatore morale, capocannoniere e miglior gol. Il torneo è finanziato dall’associazione Zefiro e dall’Asilo. Senza volerli troppo distogliere dal gioco, abbiamo rivolto ai partecipanti qualche domanda. Di seguito le loro parole. «Mi chiamo Emanuele, ho 11 anni e ho scoperto questo posto perché vedi quel gruppo là?, quello è il gruppo di mio padre. Ho imparato qua a giocare a pallone. Sono del quartiere, ci sono altri posti dove andiamo a giocare, ma per esempio al Duomo ci sono i militari, e non è cosa. Qua è meglio». «Mi chiamo Vincenzo, ho 14 anni e faccio la prima superiore. Federico ci ha proposto questa cosa del torneo e allora abbiamo sparso la voce tra i nostri amici, poi piano piano abbiamo pulito il campo. Io abito nel quartiere e vengo tutti i giorni qua. Giochiamo qua perché il campo è mezzo chiuso e nessuno ci dice niente. Oggi giocherò nella squadra del Belgio». «Mi chiamo Bianca e ho 15 anni. Faccio il primo anno del liceo, indirizzo scienze umane. Abito a Fuorigrotta, ma frequento questo quartiere perché ho gli amici qua. Sono fidanzata con Vincenzo, per questo vengo all’Asilo due o tre volte a settimana. Altri posti che frequento a Napoli sono piazza del Gesù e piazza Dante. Prima abitavo a Santa Chiara, ma quando è nato mio fratello piccolo, due o tre anni fa, ci siamo spostati a casa di nonna a Fuorigrotta». «Io sono Meri, ho 14 anni e sto nella classe di Bianca, però sono della Sanità. E sto con Davide da quattro mesi. Poi altre cose di me che ti posso dire… faccio danza a piazza Dante. È la prima volta che vengo all’Asilo, in genere scendo a piazza Dante oppure nelle mie zone». «Io sono Luigi, ho 13 anni, sono il capitano della squadra Francia. Gioco da quando avevo cinque anni, è la mia passione. Facevo una scuola calcio a Materdei ma poi ho lasciato perché non andavo mai, preferivo scendere con i miei compagni. Ora però ci voglio tornare, perché pure mio padre gioca a calcio e mi ha detto di tornare. Vengo qui da quando sono piccolo, mi piace perché conosco tutti e poi mi diverto. Vengo di pomeriggio, dopo la scuola. Giochiamo a pallone o a ping-pong». «Io sono Christian, ho 14 anni, non gioco perché già so che mi litigo e non mi voglio litigare, quindi faccio la telecronaca. Sono di Forcella, mo’ devo andare alle superiori. Ho conosciuto questo posto perché un mio amico veniva, sono venuto una volta con lui e da là sono venuto sempre perché mi piace il posto. Mi diverto e perdo tempo, vengo tutti i pomeriggi. Se non sto qua vado a piazza Dante con i miei amici». «Io sono Andrea, ho 15 anni e sono di San Biagio. Ho conosciuto l’Asilo perché venivano i miei amici a giocare a pallone. La prossima partita sto io, nella squadra Francia. Però il pallone non è il mio sport. Il mio sport è la boxe. Mi piace perché mi aiuta a sfogare la rabbia. Mi alleno da tre anni alla Gennaro Pizzo a Santa Chiara, tutti i giorni. Gli altri ragazzi della palestra li conosco, ma non sono miei amici. Invece questi che vengono all’Asilo sono i miei amici. Faccio la prima superiore di finanza e marketing. L’ho scelta perché è la più vicina a casa mia. Sono stato promosso con due debiti, diritto e inglese». «Io mi chiamo Cristian, ho 16 anni. Questo è il secondo anno che partecipo al torneo, l’anno scorso ho vinto io. Gioco nella Corea, per ora abbiamo fatto due partite e le abbiamo pareggiate. Faccio la terza superiore. Conosco l’Asilo perché sta vicino casa, vengo qui tutti i giorni perché si fanno belle attività, faccio pure il progetto fotografico. Usciamo il sabato o la domenica e andiamo a fare le foto, oppure ci riuniamo in camera oscura e stampiamo. A me piacciono le foto alle persone che non conosco. Ho una Nikon d 3100, l’ho comprata su Vinted con i miei soldi, li ho messi insieme un po’ alla volta».
Fotogallerie
Alla ricerca delle galere perdute. Dopo la richiesta d’ergastolo per Curcio e Moretti
(disegno di roberto-c.) Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, al buio, sepolta da strati e strati di polvere. Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla memoria collettiva. Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre città compare qualche scritta politicamente un po’ forte. O quando c’è da pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti. Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella “polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti. Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri, dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol. La richiesta dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo. Lo stesso pm Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo –, ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee. Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio. Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche  pc e una specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai più nulla. La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce, esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003. Il suo 41 bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è destinata a durare in eterno. Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima. Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia poco: sempre a ostinati ergastoli finisce. Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che era stato respinto al termine del primo grado di giudizio. Si era partiti nel 2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice” associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di ogni tipo. Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene in ostaggio la città di Torino. Così la logica emergenziale attraversa con metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha ripreso a scendere in strada. Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi, le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro, come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare. Anche loro dovranno imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e senza giustizia – come Margherita Cagol –, con il processo infinito a quella lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale. L’eredità che la Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli ergastoli – è davvero un lascito miserabile. (giovanni iozzoli)
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detenzioni
Atene: una scuola di lingua, la lezione di sempre
(disegno di martina di gennaro) Bisognava aspettare. Loro sapevano da sempre che il tempo è una cura. Così come erano consapevoli che la libertà richiede virtù e coraggio, come recita il verso di Andreas Kalvos inciso nel cortile del Politecnico di Atene, a ricordo della rivolta del novembre 1973. Fu proprio lei, la libertà, che in greco è Elefterìa, “a dare le ali a Icaro (ché il mito nasconde sempre un seme di verità). E se è vero che l’alato cadde nel mare, precipitò però dall’alto del cielo e morì libero”.  Poi, un giorno, davanti alla lavagna, è arrivata. E voglio restituirla così com’è giunta, perché non c’è modo più saggio di donare ciò che si è ricevuto se non raccontandolo. *     *     * Chi chiedeva con insistenza il motivo non restava quasi mai soddisfatto dalla risposta. Imparare il greco? Il punto è che chi lo domandava non aveva mai visto il volto eterno di Nikos, fratello di Sideris, mentre ballava uno zeibekiko alle tre di notte sotto i platani di Therma, a Ikaria. Sarà stato intorno al 2012. Gli altri sedevano in silenzio, battendo le mani, per rispetto del ballerino e della sua catarsi. Il volto di Nikos esprimeva la concreta e semplice fermezza di chi sa che per essere liberi bisogna lottare. Si dice che lo zeibekiko può ballarlo bene solo chi ha amato e sofferto tanto. E chissà quanto avrà sofferto Nikos, infermiere all’ospedale di Agios Kirikos. Quella notte d’estate roteava con gli occhi chiusi, leggiadro nei suoi centoventi chili, ubriaco e in estasi, mentre una voce lamentosa cantava: Theé mou megalodýname, eccetera eccetera, che tradotto vuol dire: Dio mio onnipotente / che sei lassù in alto / getta un po’ di tabacco, mio piccolo Dio / sopra il mio narghilè… Quelle parole all’epoca erano insignificanti eppure potenti nel suono, e per capirle bisognava approfondire. Non esistevano scorciatoie, ma una strada lunga e in salita. E dopo qualche anno eccoci qui, in un’aula piccola e affollata, a imparare quella lingua così mistica e complicata. Una lingua che parlano solo loro. Avevo saputo dell’esistenza di una scuola per rifugiati a Exàrchia da un’amica italiana che viveva ad Atene. Si varca un portone in una strada pedonale; si sale una scala di legno scricchiolante. Siamo allo Steki Metanastòn, il ritrovo degli immigrati. Uno spazio autogestito. L’insegnante di turno chiede in modo sbrigativo se conosci l’alfabeto. Se sì, siedi; se no, scendi dove le classi partono da zero. Non esiste altro modo per interiorizzare la prima regola di una scuola autogestita per stranieri: il sano pragmatismo. Parlano i fatti. Quanto alle parole, quelle vengono da sé: occorre impararle, capirle, farsele amiche. Acquisirle e usarle, e piano piano si avanza. È in quel processo che si svela tutto il resto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Ti siedi, un po’ spaesato ma dotato di buona volontà, sedotto dal fascino dell’incomprensione che si trasforma in sapere, in una stanza con i banchi disposti a ferro di cavallo. Di fronte, una lavagna bianca. Quel pomeriggio la composizione è da incipit delle barzellette: ci sono due cinesi, una tedesca, un napoletano e un francese. È lunedì, ma negli altri giorni si incontrano anche iraniani, afghani, algerini. Gente che sa cosa vuol dire perseverare. Fuori c’è Atene. La civiltà del quotidiano, il blasone della povertà. La crisi sistemica. Un tavolino e due sedie fuori a un negozio di cianfrusaglie, sotto a un porticato di cemento armato pieno di scritte, da cui scendono a cascata fiori di bouganville. Strade trafficate con le acacie lungo i lati. Palazzi abitati da alberi. Il venditore di koulouri che nonostante tutto sorride all’angolo tra la Akadimias e Dimokritou. Duecento famiglie sotto sgombero a Prosfighikà. Dentro, invece, siamo noi, attenti ad ascoltare un insegnante di nome Vassilis. Sulla cinquantina, calvo, più paziente di Chirone il centauro, più saggio di un Tiresia. Se penso per un momento solo a chi glielo fa fare, non riesco a non pensare alla poesia di Kavafis su coloro che, nella loro vita, decisero di presidiare con onore le Termopili: “Mai mancando al dovere: giusti e retti in tutte le loro azioni, ma con pietà, e con misericordia: valorosi se ricchi, e se poveri non certo meno arditi, danno il loro contributo, per quel che possono: dicendo sempre il vero, senza odio nei confronti dei mentitori. E ancora più onore gli è dovuto se prevedono (e molti lo prevedono) che alla fine arriverà Efialte e i persiani, alla fine, passeranno”. Perché è di poesia e di nient’altro che qui si parla. E i nostri occhi sono puntati sul maestro Vassilis che con naturale spontaneità usa un metodo maieutico. È da noi stessi che fa partorire il significato intimo di quelle parole. Dal nostro vissuto, dalle nostre biografie. Nessuno sa niente dell’altro eppure è come se fossimo la stessa cosa insieme in quel preciso momento. Come se possedessimo già, da qualche parte dentro di noi, quella lingua da cui tutto sembra trarre origine, e il maestro fosse là, levatrice di vocaboli, per tirarcela fuori con ostinazione. Una parola allora diventa l’universo intero. Su un quaderno le lettere viaggiano in un groviglio di pensieri che, passo dopo passo, avanzano a forza di intuizioni. Si cade talvolta nell’errore, ma a chi non piace vincere facile è fin troppo evidente che da quello sbaglio s’impara la differenza tra maschile, femminile e neutro. A un certo punto Vassilis propone un paichnídi. Un gioco. Non c’è modo più efficace per imparare. Dobbiamo scegliere una frase nella nostra lingua d’origine da una canzone, un poema o una favola, scriverla alla lavagna, leggerla ad alta voce e tradurla in greco. Prendiamo tempo. E nel frattempo impariamo che il tempo è il medico dei mali senza rimedio. In greco ha una doppia accezione che, come insegnano i dotti, racchiude tutta una filosofia di vita e di morte, di limite e di infinito che tormenta noi mortali dalla notte dei tempi. Tocca al primo dei due cinesi. Si chiama Wang, ha il pizzetto e parla solo se interpellato. È la rappresentazione viva di chi al mondo non ha altro che la propria volontà. Si alza e arriva alla lavagna. Scrive. Il testo è articolato, lungo, difficile. Wang l’avrà pescato dal suo cuore, che per un momento si svela a noi ignari di ogni cosa e poi ritorna nel suo mistero assoluto. Ascoltiamo la sua voce recitare parole che restano suoni da decifrare. Traduciamo parola per parola, cercando quelle giuste, scartando quelle controverse, pesando quelle adatte. Dal cinese al greco. Dal greco all’italiano: Lo stesso giorno dell’anno scorso / in questo giardino / c’era una donna con dei fiori di pesco. / Oggi la donna non si vede / ci sono solo i fiori / che profumano di primavera. Il silenzio aiuta a metabolizzare ogni dettaglio. Ogni parola apre a un mondo nuovo da connettere con l’insieme. E il tutto sta nel molteplice. Avanti il prossimo, dice Vassilis con gli occhi. Si alza il francese e si dirige alla lavagna. Prende il pennarello e inizia a scrivere. Demain, dès l’aube, à l’heure où blanchit la campagne, Je partirai… Sono i versi di una poesia di Victor Hugo. Vassilis riflette insieme al francese sulle parole, ci consultiamo, alcune le conosciamo, altre le impariamo sul momento: Ávrio, me tin avghí, tin óra pou asprízi o kámpos, tha fígo… La lavagna inizia a vivere di vita multiforme. Gli alfabeti si mescolano in un quadro espressionista. È il mio turno. Mi alzo, prendo il pennarello. “Lasciate ogni speranza voi che entrate” diventa Afíste káthe elpída prin mpeíte. Vassilis riconosce il celebre verso. Capisco solo adesso perché quel vecchio amico si chiamava Elpidio. Quando eravamo piccoli lo prendevano tutti in giro per quel nome. Sotto a chi tocca. Si alza l’altro cinese e va verso la lavagna. Prende il pennarello e scrive nel suo alfabeto una frase che tradotta suona più o meno (ché tradurre è tradire) così: “La luce della luna davanti al letto”. Impariamo tutti che “luna” in greco è un sostantivo neutro e si dice feggàri. Una parola che sta in una vecchia canzone dell’esilio, con una voce che si rivolge a lei. Tocca alla ragazza tedesca. Si alza, scrive una frase che ci riporta di nuovo là dove siamo e al contempo laggiù dove saremo: Qualcuno deve pur iniziare il futuro prima o poi. Non aspetterò ancora a lungo. Insieme traduciamo, analizziamo, interpretiamo questa idea di futuro che in greco si dice Méllon. L’avremmo vista scritta tante, troppe volte, sui muri della città senza futuro, sugli striscioni appesi dai compagni. La lavagna è ormai un terreno coltivato a sementa di lettere. Un testamento collettivo. La osserviamo, e in quel preciso istante capiamo. Capiamo che un brivido ci corre a tutti dietro la schiena. Non ci conosciamo, ma lo sentiamo forte dentro. Vassilis osserva quel piccolo capolavoro senza degnarci di un elogio, ci parla di una rivista che lo Steki Metanastòn pubblica di tanto in tanto, e chiede il permesso di pubblicare ciò che siamo stati capaci di elaborare. Accettiamo. Un cenno di saluto. La lezione è finita, ma è la stessa lezione di sempre. La più antica di tutte le lezioni. (andrea bottalico)
mondo
Il Piano Casa del governo Meloni. Come privatizzare l’edilizia pubblica in tre mosse
(disegno di otarebill) Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio. UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica” in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica – corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale – è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata, infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la privatizzazione, presente e futura. Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato, dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è un segmento temporaneamente calmierato del mercato. Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea. UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle risorse dove vince chi è più forte. Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente. Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa: una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro, rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare gli ostacoli. LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica, ma anche il suo finanziamento. Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta, ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente. Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi statale. La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione, mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo. DA CASA A COSA Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate – come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso. Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda bianchi)
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Una casa a Napoli per l’Arte irritata. Inizia domani il mese inaugurale
(al telefono 1 – scarabocchi | archivio dell’arte ir-ritata) Da domani, 18 giugno, apre a Napoli una casa per accogliere la ricerca dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata di Sensibili alle foglie, cominciata più di trent’anni fa in una condizione di isolamento carcerario. Ci è piaciuto denominare Casa questo spazio perché si presenta come un luogo dell’abitare, ma soprattutto perché come una casa, cioè come un contesto relazionale di scambi esperienziali, lo abbiamo immaginato più di trent’anni fa, quando questa ricerca ebbe inizio, come ir-ritazione della deprivazione reclusiva. Quest’archivio non poteva quindi somigliare né a un museo, con la sua impronta coloniale, né a un contenitore passivo di opere (come scrivemmo in un documento di progettazione del 1992), né ancora a una galleria d’arte, più attenta ai prodotti artistici che non ai processi relazionali che li generano.  (napoleone, di margherita cinque | archivio dell’arte ir-ritata) Francesco Crisafulli viveva in un quartiere periferico di Catania, prigioniero dello stigma di “invalido di mente al cento per cento”, quando cominciò a inviarci le sue poesie, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, su sollecitazione di un gruppo antipsichiatrico della città che conosceva la nostra ricerca. In una di queste poesie concludeva: “Siamo qui e andiamo fermi, almeno io, finché la mia fantasia vaga e trova spazio anche in te”. L’esigenza principale di Francesco era che la sua fantasia trovasse spazio anche in altre persone. E come ebbe a dire in un’altra lettera: la narrazione poetica costituiva per lui “l’ultima e unica carta ancora da giocare”.  Non sembra diversa l’urgenza creativa che muove Nur, una ragazza palestinese di Gaza, che nella quotidianità del genocidio, il 17 luglio del 2024, scrive una poesia dedicata alla terra. Non riuscendo ad accettare perché lei, la sua famiglia, la sua comunità, il suo popolo, debbano soffrire così a lungo, attraverso i suoi versi sembra voler dire che resistere è in fondo continuare ostinatamente a esistere, come fa la terra, seppure estenuata e contaminata dai bombardamenti israeliani:  La terra dà i suoi frutti Sfidando assedio e carestia. I pomodori germogliano I peperoni e le melanzane, nonostante l’acqua interrotta nonostante i bombardamenti illeciti. […] Solo a Gaza La terra combatte con la sua gente. L’intento della Casa è proprio quello di favorire che le creazioni simboliche, nate sfidando contesti di mortificazione e di morte, trovino casa, nel cuore e nella mente di altre persone. Qualunque sia il linguaggio espressivo usato da una persona in difficoltà – scarabocchio, disegno, dipinto, scrittura – l’atto creativo rappresenta per colui o colei che lo produce una risorsa vitale, e per la società il documento significativo di una reazione non acquiescente a una condizione mortificante e mortale.  (cartolina a matita di mari | archivio dell’arte ir-ritata) Le opere custodite a oggi dall’Archivio, in forma di piccoli fogli manoscritti o di grandi dipinti che pian piano verranno ad abitare a Napoli, sono circa un migliaio. Fra esse ci sono alcune delle produzioni creative dei più significativi laboratori d’arte sorti negli ultimi cinquant’anni in istituzioni psichiatriche, psichiatrico-giudiziarie e carcerarie. Quelle di ottantuno autori e autrici saranno esposte dal 18 giugno (ore 18) in una esposizione avrà come titolo Identità creatrici, che documenta la resistenza creativa prodotta dal carcere, dalle pene capitali, dalle istituzioni per persone anziane e da quelle psichiatriche o psichiatrico-giudiziarie, fino all’istituzione coloniale del genocidio palestinese.  La Casa si trova in vico Neve 21, a Materdei, e sarà aperta per il mese inaugurale tutti giorni dalle 18 alle 22. (sensibili alle foglie – casa dell’arte ir-ritata)
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Napoli est. Un altro anno è passato senza il recupero del Forte di Vigliena
(disegno di roberto-c.) Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena. È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica. Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del Forte restano una promessa ancora disattesa. Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe scadere tra circa tre anni.  L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa, dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero. A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche e logistiche. È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse, alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche, come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città. La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che proprio per questo può essere trasformato.  Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la memoria viene custodita e coltivata,  allora cambiano anche le domande che siamo disposti a porci sul suo futuro. Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive. Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale, e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia scognamiglio)
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Ritorno a Mariana, un crimine lungo dieci anni
(disegno di roberto c.)   Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues, distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton – fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici. Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015. Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu, e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni: agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora giustizia. STORIA DI ESTRAZIONE Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che cumuli di ghiaia”. Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure, nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo, l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali, non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili. Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare. Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas, Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale. Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro fino al porto di Vittoria. Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di risorse cinese. Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare con migliaia di abitanti. L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della società mineira. Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si stancano di gridare le vittime del disastro. LA PRIMA CITTÀ Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio 1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito il nome di Mariana. Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro, l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi. Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso. Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere. La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di dislivello tra la diga del Fundão e la valle. Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno. Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto sulla collina in attesa dei soccorsi. Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»; «Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!». Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto! Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi malvagità e ingiustizia!». La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un progetto di costruzione di una nuova diga nell’area denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21 settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti – una nuova diga. Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste, anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale. ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita. Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni, storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture, dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno ricevuto». Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così, vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti – presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024, quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari. Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni, sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione. Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale – un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi. Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione. Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino. Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere le comunità ed espandere i progetti estrattivi. Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di ‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene, l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)
mondo
Il progetto Aurora-Barriera. La riqualificazione e le sue retoriche a Torino nord
(disegno di diego miedo) È domenica 7 giugno, un promemoria mi ricorda che alle 10 l’assessora comunale alle politiche educative, giovanili, rigenerazione urbana e periferie, Carlotta Salerno, terrà un incontro pubblico per parlare di “Aurora-Barriera”, il nuovo progetto di rigenerazione dei due quartieri che si estendono a nord di Torino. L’incontro si svolge alla Fondazione Giorgio Amendola, una delle più consolidate realtà del terzo settore attive a Barriera di Milano. Esco in anticipo e mi incammino verso l’appuntamento partendo dal Lungo Dora Firenze, che segna il confine tra Aurora e il centro. Da qui sono visibili due simboli della riqualificazione urbana operata nell’ultimo decennio da grossi privati i cui interessi hanno incontrato i favori della politica: la ristrutturazione della sede storica dell’Italgas, all’incrocio tra corso Palermo e corso Regio Parco; la Nuvola Lavazza, nuovo centro direzionale della società che ha preso il posto di una centrale elettrica Enel, tra via Bologna e corso Palermo. Attorno alle due strutture sono sorte opere di ripavimentazione, nuovi elementi di arredo urbano, installazioni artistiche, dispositivi di sorveglianza di ultima generazione. Svoltando su corso Brescia e procedendo verso corso Verona, davanti alla ex sede dell’ufficio per l’immigrazione della questura e a una nuova enorme palestra di proprietà spagnola, vedo gli esiti di finanziamenti che hanno dotato il quartiere di nuove fioriere, giochi per bambini, piste ciclabili che si interrompono all’improvviso. Lungo il tragitto, i segni della rigenerazione si arrampicano sulle facciate di alcuni edifici, sotto forma di una street art normata dall’alto e per questo educata. Il tempo stringe e accelero il passo. Per arrivare alla Fondazione Amendola attraverso corso Novara, che marca il confine tra Aurora e Barriera, e imbocco la strada della destinazione finale, via Tollegno. In questo isolato un tempo c’erano lo stabilimento produttivo e gli uffici della Lavazza. Di recente la proprietà degli stabili è passata a Relife, uno Student Housing inaugurato nel 2024. Qui una camera costa tra 630 e 800 euro al mese, uno “studio privato” con “kitchenette” (angolo cottura) 813 euro. Ma non si tratta di un semplice studentato – leggo nel sito web –, perché Relife ha inventato un “sistema di punteggi” tramite il quale gli studenti che partecipano a “progetti sociali locali” ottengono in cambio l’accesso a “servizi esclusivi e vantaggi speciali nel campus”. Nella stessa via Tollegno c’è anche la sede della ex scuola elementare Salvo D’Acquisto, aperta nel 1968, famosa per il suo approccio pedagogico sperimentale e per un impianto sportivo con piscina allora ritenuto “sproporzionato” rispetto a quelli di altre scuole. Chiusa nel 2018 per problemi strutturali, la scuola fu occupata dagli anarchici nel marzo 2019 dopo lo sgombero dall’Asilo di via Alessandria. Gli occupanti lasciarono lo spazio spontaneamente tre mesi dopo, ma tra i primi a chiederne lo sgombero immediato vi fu proprio Carlotta Salerno, allora presidente della circoscrizione. Nel 2020 una parte dello stabile venne ristrutturata dalla Vertigimn e da allora è una palestra specializzata in discipline aeree e acrobatiche. Arrivo alla Fondazione Amendola, intestata a colui che fu tra i massimi esponenti del Pci e tra i membri della Costituente. Inaugurata nel 1982, la fondazione vanta una conoscenza profonda della complessità del quartiere, e cerca di affrontarla seguendo “i valori del pensiero amendoliano”; tra questi – riporto dal sito web – il rispetto dell’autodeterminazione dei cittadini e l’attenzione alle esigenze di giustizia sociale. Grazie a finanziamenti pubblici e privati e a collaborazioni con istituzioni, terzo settore e imprese di vario tipo, essa organizza convegni, iniziative culturali, promuove ricerche, pubblica libri e periodici. La sua sede ospita anche l’associazione lucani del Piemonte Carlo Levi e una biblioteca del circuito nazionale. Tra le sue iniziative più recenti c’è il Torino Podcast Festival, volto a “promuovere inclusione e rigenerazione culturale”. Tra i partner dell’iniziativa c’è anche la vicina Relife. È all’interno di questo programma che si inserisce l’incontro sul progetto di rigenerazione “Aurora-Barriera”. Le notizie su questo nuovo progetto, finanziato dal Programma nazionale Metro Plus 2021-2027, circolano da un anno almeno. Quasi ventisei milioni di euro saranno spesi lungo corso Palermo, nei tre chilometri che collegano Aurora e Barriera, in un tratto considerato strategico per il futuro collegamento con la linea 2 della metropolitana, ma “problematico”. Area rurale fino a metà Ottocento, industriale fino agli anni Ottanta, e oggi soprattutto commerciale, il quartiere è spesso raccontato – e uso le parole di giornalisti e politici – come un inferno, un far west in cui gli stranieri hanno invaso il tessuto sociale originario stravolgendolo con i loro affari legali e illegali e la loro inciviltà. Chi contraddice questa narrazione lo dipinge come crocevia multiculturale e dinamico dove il terzo settore democratico e inclusivo può esprimere il suo impegno sociale. Sebbene opposti, entrambi i discorsi diventano funzionali alla volontà politica di fare di Barriera il nuovo campo di sperimentazione dell’innovazione sociale. Obiettivo del progetto è “restituire alla cittadinanza luoghi più sicuri, accessibili e vivibili”. Nel concreto si prevede la piantumazione di quattrocento nuovi alberi, più illuminazione, un nuovo percorso ciclabile, un graffito chilometrico, il recupero di spazi dismessi e locali chiusi. «Se uno la guarda dall’alto sembra Broadway», commentò il sindaco Lo Russo lo scorso luglio, quando venne presentato il masterplan a cui hanno lavorato la società Infra.To, lo studio Carlo Ratti Associati, la cooperativa Liberitutti e altre due agenzie (West8 e Mic). L’inizio dei lavori è fissato tra fine anno e i primi mesi del 2027. Tra le parole chiave del progetto incontriamo “arte”, “verde”, “attrattività”, “sostenibilità”, “inclusione”, l’immancabile “sicurezza urbana”. Ma il suo cavallo di battaglia è la “partecipazione”. Il piano generale, consegnato a luglio 2025, si vantano i promotori, è stato partorito a seguito di una lunga fase di ascolto degli abitanti, coinvolti anche in una serie di iniziative affidate ad Avventura Urbana, società specializzata in “pianificazione strategica e territoriale” e “processi partecipativi e inclusivi”. Negli ultimi mesi, la stessa Salerno ha coordinato quattro incontri di “co-progettazione” per consentire ai cittadini, “in particolare ai giovani”, di contribuire alla definizione degli interventi. L’incontro è mediato da Domenico Cerabona, direttore della fondazione, che con domande basilari prova ad animare una conversazione informale. L’assessora lo prende in parola e, nel corso dell’intervista, intervalla le frasi d’ordine che il suo ruolo le impone con aneddoti legati alla storia della sua famiglia, qualche battuta ironica e diverse risate. Aurora-Barriera, dice lei, è un progetto complesso che rischia di non essere immediatamente comprensibile alla cittadinanza. Concentrare i lavori sull’asse di corso Palermo serve quindi a rendere gli interventi più facilmente individuabili. Il potenziamento dell’illuminazione, gli alberi e le piste ciclabili rispondono alle richieste degli abitanti, che avrebbero insistito anche sul tema della sicurezza. Ci sarà poi «uno spazio dedicato alle persone», «una parte di illuminazione artistica molto potente» e un intervento artistico più ampio che non si può svelare, perché i progettisti ci stanno ancora lavorando. A interloquire con l’assessora sono stati invitati “alcuni giovani del territorio”: Adele, studentessa fuori sede (lucana, precisa il presentatore), che dopo un tirocinio in circoscrizione adesso fa il servizio civile presso l’ente che ospita l’incontro; lei esprime fiducia nei confronti della bellezza, dell’estetica e della rigenerazione, afferma la necessità di comunicare bene l’identità di Barriera e critica i giornalisti che mettono in evidenza gli aspetti negativi anziché i sacrifici del terzo settore. Federico, un giovane medico appena laureato, che vive a Torino da un anno e lavora all’ospedale Don Bosco, confessa di sentirsi ben accolto: frequentando le associazioni del quartiere, il comitato di Barriera e la fondazione stessa, ha scoperto di «poter essere parte attiva della città» pur non essendo di Torino. E infine Simona, una studentessa che vive a Torino da due anni, introdotta come “residente di Relife”; anche lei è affascinata dai murales commissionati dall’amministrazione e insiste sulla necessità di aumentare la sorveglianza, perché in certe strade del quartiere «c’è tanta diversità». Nel corso della discussione, tutti e tre guardano Salerno con ammirazione, annuiscono alle sue affermazioni, ridono alle sue battute. Quando la conversazione si sposta sul piano della narrazione viene menzionato il bando “Bella storia”. Per cambiare l’immagine negativa di Barriera, il bando sta distribuendo tre milioni di euro a venticinque enti del terzo settore (tra questi la Fondazione Amendola) ingaggiati nella promozione di attività artistiche, culturali e sportive, di “prevenzione del disagio psicosociale e delle dipendenze da sostanze”. Secondo l’assessora è necessario «non mitizzare un passato che non c’era», ma incentivare «il racconto onesto, trasparente, di quello che c’è». L’incontro va avanti per qualche minuto ancora, ma quello che ho sentito finora mi basta. Il ritornello della partecipazione civica e della co-progettazione è una farsa insopportabile se si pensa al modo in cui questa giunta e i suoi alleati stanno ignorando le istanze formali dei comitati che contestano i loro piani, dal piano regolatore generale a progetti come quello del nuovo ospedale di Torino Nord, che Comune e Regione, con il benestare di tutti i partiti, vogliono costruire a tutti i costi dentro il parco della Pellerina. Credo che gli annunci di nuovi alberi in corso Palermo e tutta la retorica green possano disturbare chi da molti anni sta lottando per opporsi al taglio insensato di alberi sani imposto dal regolamento per il verde urbano; e certamente fanno inorridire chi ha presentato ricorsi e si è beccato denunce, multe e manganellate per opporsi alla devastazione del parco del Meisino, adesso Cittadella per lo sport grazie al Pnrr. E allora si consolida la certezza che l’unica partecipazione ammessa dalle istituzioni è quella che si limita a confermare le loro ambizioni. Del resto, tra le sue ultime battute, la stessa Salerno una verità se la fa scappare, quando afferma che «con Aurora-Barriera stiamo tentando di dare risorse a chi qui lavora, e come dico ogni tanto ai miei colleghi e alle persone che incontro, non è detto che vi piaccia, e non è detto che vi debba piacere». Prima di andare via mi soffermo a guardare le opere esposte alle pareti; molte sono di artisti indiani, egiziani e di altri paesi extraeuropei. Poi mi fermo al banchetto allestito all’ingresso per scansionare il QR code che rimanda al questionario di rito, creato per ricevere pareri sul festival. Al tavolo ci sono tre ragazzi e ci scambio qualche parola, lavorano per la fondazione. Il colore della loro pelle, diverso dal mio e da quello del pubblico presente all’incontro, mi suggerisce che la scelta di piazzare proprio loro all’ingresso è casuale quanto quella di far parlare i tre giovani ingenui che ho ascoltato poco prima. E allora mi tornano in mente altre affermazioni dell’assessora dedicate alla necessità di cambiare la narrazione di Barriera: «Siamo nella dittatura di chi ha più voce. Le persone caucasiche, adulte, over 50, hanno spazi di narrazione che i ragazzi spesso non hanno, e quindi il racconto di Barriera è fatto solo da una parte, che per di più è quella nostalgica […]. A me interessa la complessità, che questa complessità esca e che escano tutte le voci». Io però di voce ne ho sentita solo una, omogenea e compatta. (alessandra ferlito)
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Femministe musulmane, un saggio grafico di Ouazzani e Fasiki
(disegno di jamal ouazzani) Si presenta domani, venerdì 12 giugno 2026, alle ore 18 nella libreria Ubik di via Benedetto Croce, 28 a Napoli, il libro scritto da Jamal Ouazzani e illustrato da Zainab Fasiki, Femministe musulmane. 20 ritratti: voci e visioni, edizioni Astarte. Intervengono Ersilia Francesca, Valentina Marcella, Marta Tarantino e Marika Visconti. Pubblichiamo qui una delle due prefazioni all’edizione italiana del libro, quella di Renata Pepicelli. L’altra è di Asma Lamrabet. Cosa si intende con l’espressione “femministe musulmane”? In questo libro, con tale terminologia, si fa riferimento a venti studiose, teologhe, giuriste, attiviste e imam di diversi paesi, dal Marocco agli Stati Uniti, dalla Malesia alla Francia, che rivendicano uguaglianza e diritti da una prospettiva islamica, vale a dire sulla base di una rilettura dei testi religiosi volta a fare emergere il messaggio di giustizia di genere insito nell’islam. Tutte loro possono essere ricondotte a quell’ampio e diversificato movimento che è stato definito “femminismo islamico” o anche “gender jihad”, in virtù dello sforzo (jihād) ermeneutico portatore di istanze di libertà che contraddistingue quest’espressione del pensiero critico e attivismo in contesti musulmani. Si tratta di una corrente impegnata nella reinterpretazione del Corano, degli ḥadīth (detti e fatti attribuiti al Profeta) e della storia islamica volta a far emergere il vero messaggio portato dal profeta Muhammad all’umanità nel VII secolo: l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, senza alcuna gerarchia tra i generi. In questo saggio grafico, Jamal Ouazzani, saggista, attivista per i diritti umani e artista multidisciplinare franco-marocchino, e Zainab Fasiki, fumettista e femminista marocchina, tratteggiano, attraverso parole e immagini, i profili di venti figure di donne rinomate a livello internazionale. Asma Lamrabet, amina wadud, Zahra Ali, Zainah Anwar, Ziba Mir-Hosseini, Sherin Khankan, Asma Barlas, Malika Hamidi, Shereen El Feki, Olfa Youssef, Margot Badran, Linda Sarsour, Blair Imani, Kecia Ali, Samar Habib, Hanane Karimi, Nayla Tabbara, Hidayet Şefkatli Tuksal, Omaima Abou-Bakr, Ndella Paye sono diverse tra loro per storie e posizionamenti, ma sono allo stesso tempo connesse le une alle altre dal comune impegno per la giustizia di genere e da un approccio teorico-critico volto alla rilettura delle fonti islamiche. Alla fine del volume Ouazzani e Fasiki aggiungono anche un uomo, Ludovic-Mohamed Zahed, imam franco-algerino dichiaratamente omosessuale: la sua inclusione in questa antologia di ritratti mostra l’ampiezza, e anche la diversità che caratterizza quella galassia estremamente variegata al suo interno che viene definita “femminismo islamico”, ma che sarebbe forse più corretto chiamare “femminismi islamici”, al plurale, che include anche uomini e soggettività LGBTQIA+. Gli orientamenti di questo movimento sono plurali, non necessariamente coincidenti su tutto – per esempio, sull’imamato femminile o su questioni queer possono esserci opinioni divergenti – ma vi è sicuramente in comune la convinzione che il Corano non contenga alcuna traccia di misoginia o patriarcato. Anzi, il testo sacro è portatore di un messaggio di liberazione e di giustizia. Sono state interpretazioni misogine del Corano, consolidatesi nel corso dei secoli, a far emergere una giurisprudenza islamica e tradizioni che discriminano le donne rispetto agli uomini e che hanno costruito una gerarchia tra i generi. Tali letture tradiscono il messaggio dell’islam e nascondono quella che è stata la vera storia di giustizia di genere della prima comunità di fedeli, uomini e donne, riunitasi attorno al profeta Muhammad. Nei primi secoli dell’era islamica, infatti, le donne partecipavano a tutti gli ambiti della vita dell’umma (comunità) islamica e alla costruzione del sapere religioso. La loro progressiva esclusione dall’esegesi coranica, dall’insegnamento religioso, e dalla sfera pubblica ha portato all’emersione di un messaggio patriarcale, che oggi le femministe musulmane stanno mettendo in discussione attraverso nuove interpretazioni dei testi religiosi, a partire dal Corano. Il femminismo islamico inizia a emergere alla fine degli anni Ottanta, per poi svilupparsi negli anni Novanta del Novecento e affermarsi nei primi anni Duemila. Dopo quattro decenni di attività, si presenta come una realtà plurale e situata in molti paesi e contesti dell’umma transnazionale, dai paesi a maggioranza musulmana dell’Africa e dell’Asia a quelli caratterizzati dalla presenza di un islam diasporico in Europa e in Nord America. In questi anni il femminismo islamico si è diversificato e sviluppato lungo linee differenti, mostrando la specificità e la pluralità di un approccio che si muove nella cornice di un’ermeneutica femminista. Esso è una delle anime del movimento delle donne nei contesti musulmani: una realtà molto articolata e in costante evoluzione, come dimostrano i precedenti volumi pubblicati della collana Manifesta di Astarte Edizioni dedicati ai movimenti femministi e queer nella regione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa. Non è sempre facile tracciare i confini delle diverse correnti dei movimenti delle donne nei contesti musulmani, poiché esistono zone di sovrapposizione e porosità. Inoltre, le terminologie utilizzate spesso non riescono a restituire la complessità e la fluidità dei posizionamenti, né le autodefinizioni. Se si accettano i limiti delle categorizzazioni, si può oggi parlare di tre grandi filoni che oggi compongono il movimento: femminismo secolare, femminismo islamico e attivismo di genere in una cornice islamista. Il femminismo secolare, che ha una lunga storia alle spalle, si fonda principalmente sul paradigma dei diritti umani e mira alla riforma delle norme giuridiche discriminanti. Esso si articola attraverso diverse voci e le nuove generazioni spesso si identificano nelle rivendicazioni dei transfemminismi globali. Il femminismo islamico, come si è detto, opera invece all’interno di una cornice religiosa attraverso la reinterpretazione delle fonti religiose in chiave di genere per poi arrivare a riformare codici della famiglia patriarcali. Differentemente, l’attivismo di genere in ambito islamista si sviluppa nell’alveo dell’islam politico, promuovendo rivendicazioni che privilegiano il principio di equità rispetto a quello di uguaglianza e concentrandosi maggiormente su una trasformazione nella sfera pubblica piuttosto che in quella privata. L’affermazione del femminismo islamico negli anni Novanta ha rappresentato un’importante discontinuità rispetto alle tensioni interne al campo dei movimenti delle donne, caratterizzato, nel corso del XX secolo, da una netta contrapposizione tra femministe secolari e attiviste islamiste. Questa nuova corrente ha infatti condiviso, da un lato, la radicalità del discorso femminista delle prime in termini di rivendicazioni di uguaglianza, dall’altro, la necessità di agire attraverso una reinterpretazione delle fonti religiose propria delle seconde. Il volume Femministe musulmane, con l’immediatezza e la potenza di un saggio grafico, riesce a restituire a un pubblico ampio la pluralità dei percorsi del femminismo islamico nel mondo, i principali temi affrontati e la metodologia seguita per proporre nuove interpretazioni dei testi religiosi. È un libro che sovverte da una prospettiva decoloniale pregiudizi e stereotipi orientalisti sulle donne e l’islam, offrendo strumenti di lettura preziosi per chi si interessa alle questioni di genere, ai femminismi, alle questioni queer e ai mondi musulmani. (renata pepicelli)
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