(disegno di peppe cerillo)
La porta santa della basilica di San Pietro si chiude tra l’invasione Usa del
Venezuela e le minacce all’Iran e alla Danimarca, mentre Israele lascia
intenzionalmente morire due milioni di persone a Gaza, e le deportazioni di
massa si avvicendano più o meno ovunque. È l’influenza del messaggio cristiano
nel mondo.
Ripercorriamo l’ultimo mese del Giubileo della Misericordia 2025 nella sua (e
nella nostra) capitale. Il 4 dicembre manifestazione al Campidoglio contro la
svendita dei mercati generali al gruppo texano Hines, mentre dentro si
commemorava il sociologo Enrico Pugliese, morto il 28 novembre. Intanto un
emendamento al bilancio modifica la proprietà dell’ospedale Forlanini sul
Gianicolo, chiuso dal 2015, con l’obiettivo di cederlo al Vaticano. Il 5 a
Torpignattara presidio antifascista contro il corteo dei neonazisti di Forza
Nuova, a cui la questura nega il permesso a manifestare. Ai Parioli i
carabinieri trovano due poliziotti in uniforme che compravano cocaina nella
macchina di un pusher. Gli studenti delle superiori manifestano contro la
violenza di genere dopo il caso della “lista stupri” al liceo Giulio Cesare. Un
ciclista ucciso da un’auto sull’Aurelia. Il 6 a Castel Sant’Angelo si inaugura
Atreju, festa della giovanile di Fratelli d’Italia: gli eredi di Michael Ende,
creatore del personaggio Atreju, chiedono all’organizzazione di non usare quel
nome. La notte una ragazza di ventitré anni viene violentata da un gruppo di
uomini vicino alla metro Jonio. L’8 arrestato un primario del Sant’Eugenio che
prendeva tangenti dalle cliniche private per mandarci i pazienti in dialisi.
Il 9 torna Zelensky: incontra Meloni e Schlein, poi va a Castel Gandolfo dal
Papa. Due incidenti mortali in strada, all’alba a Trastevere, poi a Malafede. Il
10 manifestazione al Tufello per la ragazza violentata a Jonio. Sciopero
generale l’11; incidente mortale a Porta Portese, il guidatore scappa lasciando
il passeggero intrappolato nella macchina. Il 12 il sindaco dedica il Ponte
dell’Industria (Ostiense) a San Francesco, per l’occasione definito
“uomo-ponte”. Poi trasforma l’ufficio del Giubileo in “ufficio della
Partecipazione e dei Quartieri”. Il 13 una banda di ladri all’Appio Claudio
lancia una Panda contro Mediaworld e scappa col bottino. Abbattuti cinquanta
tigli all’Eur: dovevano essere centocinquanta ma sono stati ridotti dopo le
proteste degli abitanti. Il 14 è il Giubileo dei detenuti, ultimo evento
dell’anno santo; si chiude anche Atreju, con un discorso di Meloni che attacca
Francesca Albanese e dichiara solidarietà a La Stampa (dopo l’azione di protesta
a Torino). Continuano le udienze per l’imprenditore Mirko Pellegrini, “Mr.
Asfalto”, che da dieci anni pagava mazzette e pranzi a funzionari e politici
romani (soprattutto Pd) per evitare i controlli sull’asfalto scadente delle
strade. Il 15 si formalizza il passaggio al Vaticano del Forlanini, un enorme
bene pubblico trasferito a uno stato estero. La Fondazione Hind Rajab denuncia
alla procura di Roma un militare israeliano in vacanza a Roma, accusato di
crimini internazionali: l’Italia non dovrebbe lasciarlo uscire dal suo
territorio. E invece esce.
Dopo tredici anni, finalmente il 16 aprono le stazioni della Metro C di Colosseo
e Porta Metronia, collegando tutta Roma Est al centro storico. Migliaia di
romani e romane visitano incantate le architetture insolite e l’allestimento
archeologico alla stazione di Colosseo. Il sindaco annuncia che Fontana di Trevi
sarà a pagamento, e che presto inizieranno i lavori per lo stadio di Pietralata.
Il 17 un consiglio comunale del Municipio X discute la grande opera progettata
sull’altra sponda, il mastodontico porto crocieristico della Royal Caribbean a
Fiumicino. Intanto il sindaco crea un nuovo ufficio che non promette nulla di
buono: “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti”. Il 18 ci sono ancora due
incidenti mortali sulle strade, i primi dopo l’entrata in vigore del nuovo
codice della strada di Salvini: uno a Bracciano e uno a Fiumicino. Nella sala
stampa del Vaticano si presenta il discorso per la Giornata della pace: il papa
denuncia il riarmo e la militarizzazione della società, nonché le ingerenze dei
produttori di armi, condannando l’uso nazionalista della religione come
“blasfemia”. Tutti contenti, ma non cambia nulla. Intanto il preside del liceo
Righi manda a tutti i docenti una circolare infarcita di Bibbia e Torah,
infischiandosene della laicità della scuola. Il 20 un ragazzo di origine
montenegrina viene accoltellato al Trullo in una faida tra vicini. Il 21
l’aeroporto di Fiumicino annuncia il superamento della soglia dei cinquanta
milioni di passeggeri in un anno. All’alba del 22 in un incidente di auto vicino
ad Acilia muore una ragazza di ventisette anni, lasciando due figli piccoli. Lo
sgombero di Askatasuna a Torino sembra annunciare altri sgomberi di occupazioni
a Roma, tra cui Spin Time e Forte Prenestino.
Il 24 iniziano le chiusure delle quattro porte sante: finisce il Giubileo, un
tempo festa della remissione dei debiti, oggi solo una lunghissima e pomposa
cerimonia infarcita di discorsi generici che i media italiani ritrasmettono
acriticamente. il 25 chiude la prima porta, quella della basilica di Santa Maria
Maggiore, dove sarebbero custodite le reliquie della Sacra Culla di Gesù, con
una preghiera “per i poveri”; il 27 quella di San Giovanni in Laterano, la prima
chiesa costruita a Roma: il Cardinale Vicario, alla presenza del Sindaco,
blatera della necessità di “prendersi cura di tutti”. Intanto la polizia fa un
raid razzista contro i commercianti arabi di Centocelle. Il 28 chiude la porta
santa di San Paolo: l’arciprete insiste che “la speranza non delude”, ma già il
giorno dopo i carabinieri di Colleferro sfilano con la fanfara nell’outlet di
Valmontone celebrando l’arma e facendo giocare i bambini alla guerra. Il 30
diverse personalità dello spettacolo diffondono una petizione contro lo sgombero
di Spin Time, dichiarando che il palazzo “non è un centro sociale occupato, non
è un luogo di propaganda politica, non produce illegalità, non è mai stato
coinvolto in disordini sociali”. Il 31 a Acilia muore un uomo di sessantatré
anni per i botti, un petardo gli stacca un braccio. Il 1 gennaio 2026 trecento
persone fanno il bagno di capodanno sulla spiaggia di Capocotta a Ostia; un
nuovo tuffatore fa il salto di Capodanno nel Tevere. Iniziano quattro giorni di
pioggia quasi ininterrotta: il 2 per il maltempo una nave urta la banchina del
porto di Civitavecchia, mentre a Ostia sequestrano nove chili di cocaina con il
logo della Juventus. Il 4 ci sono strade allagate, ponti chiusi, linee
ferroviarie sospese, e crolla un pino su via dei Fori Imperiali. Presidio contro
l’imperialismo sotto la pioggia davanti all’ambasciata Usa, dopo il sequestro di
Maduro. Il 5 manifestazione antimilitarista e antimperialista a piazza
Barberini.
Il 6, finalmente, si chiude anche la porta santa di San Pietro, con un’omelia in
cui il Papa invita a tenere “aperta la porta della misericordia”. Rimangono
aperte anche le due nuove fermate della metro, per fortuna, ma anche tutti i
cantieri che continuano a cementificare Roma; rimangono aperte tutte le nuove
opportunità di profitto create per il capitale finanziario, e anche i “poteri
speciali” per il sindaco per autorizzare nuove speculazioni. Finisce il Giubileo
della speranza; e finisce anche la speranza che con tutti i soldi stanziati per
il Giubileo la città sarebbe potuta diventare migliore. (stefano portelli)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(collage di stefania spinelli)
“Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo
di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri
nomi – ora ci vogliono”. [linda pastan]
QUELLO CHE VOGLIAMO | OROSCOPO DI FOUCAULT 2026
ARIETE – Se dovessimo dirlo in una sola frase, il vostro tratto principale è
questo: vivete nell’urgenza del primo passo e nella fiducia cieca dell’azione.
Lo sappiamo, nei segni di fuoco tutto è iniziativa, coraggio, imprudenza,
apertura di varchi, autoaffermazione. Voi non attendete che le condizioni siano
ideali: agite perché qualcosa accada. E spesso accade davvero, anche se il
prezzo da pagare arriva dopo.
Vale forse poco ricordarvi la genesi del vostro mito, eppure ci proviamo.Nella
mitologia greca l’Ariete dal Vello d’Oro è inviato da Nefele per salvare i figli
Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. L’ariete compare nel momento estremo
e permette loro la fuga. Durante il viaggio Elle muore, Frisso sopravvive, e
quando la salvezza è compiuta l’ariete non viene premiato, anzi viene
sacrificato a Zeus come atto conclusivo. A Napoli si direbbe cornuto e mazziato.
L’archetipo è chiaro: l’ariete salva, inaugura, accende – ma non resta.
Chi ama pensare che le vite dipendono dal transito delle costellazioni vi
ricorderà che da metà febbraio Saturno entra nel vostro segno, introducendo un
lessico che vi è poco familiare: disciplina, responsabilità verso voi stessi,
scelte ponderate, distinzione tra impulso e decisione. Ma nessun pianeta può
farlo al posto vostro. Il punto non è diventare prudenti per forza, ma diventare
consapevoli. Continuare a essere quelli che partono per primi, oppure imparare a
restare un momento in più prima di scattare. Non per spegnere il fuoco, ma per
orientarlo. Non per rinunciare al gesto, ma per sottrarlo al sacrificio
automatico. Il mito vi ricorda che salvare tutti non è sempre possibile, e che
non ogni causa merita la vostra intera vita.
E allora arriviamo alla questione decisiva. Quello che vogliamo non è semplice:
capire cosa merita davvero il primo gesto; lottare, dunque, e scegliere con
cura per chi e per che cosa vale la pena esporsi.
TORO – In una lunga e costante tradizione astrologica il Toro è il segno della
tenacia, della forza silenziosa, della perseveranza che non ha bisogno di
clamore. È il segno che conserva, che protegge ciò che è stato conquistato, che
difende la forma contro il caos. Governato da Venere, sotto l’apparenza pacata e
ponderata custodisce un’intensità sensuale e istintiva che non ha bisogno di
essere annunciata: chi la conosce, la riconosce.
Per questo, per l’anno che viene, non vi servono grandi indicazioni, ma piccole
prudenze nel gioco dei desideri. I desideri, per voi, non mancano mai,
soprattutto nella loro forma astratta. Quest’anno, invece, vi si pone una
domanda più scomoda e più rara: che cosa volete davvero, e che cosa di ciò che
volete è disposto a diventare reale? E soprattutto: che cosa siete disposti a
cambiare?
La vostra forza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in immobilità.
E allora la vera prova non sarà resistere ancora, ma scegliere consapevolmente
cosa lasciare andare del vecchio per permettere a qualcosa di nuovo di crescere.
Non una rottura spettacolare, ma un movimento interno, lento e profondo.
C’è in voi, quest’anno, una tensione sotterranea che somiglia a una forma di
disobbedienza silenziosa: il bisogno di inceppare il mondo così com’è. Non per
distruggerlo, ma per costringerlo a rivelarsi. È un gesto che vi chiede
coraggio, non impulsività; volontà, non semplice attaccamento. Non si tratta di
rinnegare ciò che siete, ma di capire se ciò che conservate vi nutre ancora o vi
trattiene.
Quello che vogliamo è fare del sogno non un rifugio, ma — come direbbe Pavese —
“un’unica vita, libera e palpitante”: radicata nella realtà eppure aperta al
respiro più ampio dell’immaginazione. Non sarà un anno di rotture plateali, ma
di scelte profonde. E come ogni vera scelta, vi chiederà lentezza, fedeltà a voi
stessi e quella forza rarissima che consiste nel crescere senza tradirsi.
GEMELLI – Siete il segno della mobilità mentale, della connessione, del
passaggio continuo tra idee, parole, persone. Vivete nella soglia: tra una
domanda e l’altra, tra il lavoro e il gioco, tra il bisogno di capire e quello
di condividere. Non amate le definizioni definitive perché sapete che ogni
pensiero, se resta fermo, si impoverisce. Il vostro talento naturale è il
movimento, il rischio costante è la dispersione. C’è in voi una naturale
inclinazione alla socialità, ma quest’anno vi mettiamo davanti a una distinzione
sottile e necessaria: non tutte le relazioni nutrono allo stesso modo. Alcune
stimolano, altre distraggono; alcune amplificano la vostra felicità, altre la
consumano rapidamente. Secondo lo psicologo Martin Seligman ci sono tre tipi di
vita felice. La buona vita, ovvero perseguire la crescita personale, essere
impegnati nel lavoro e nel gioco. La vita ricca di senso, ovvero agire al
servizio di qualcosa più grande di noi. La vita piacevole, ovvero cercare il
piacere attraverso la socializzazione. Tre dimensioni che conoscete bene.
Quest’anno il compito non è scegliere una sola via alla felicità, ma capire
quali relazioni rendono queste vie reali e durature. La domanda non è se stare
con gli altri – per voi è vitale – ma con chi e a quale profondità, quali sono i
legami che meritano una gioia vera e condivisa.
Per avvicinarvi a ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, vi suggeriamo un gesto
meno ovvio di quanto sembri: rallentare il pensiero quanto basta per restare in
profondità. Restare in una conversazione, in un progetto, in una relazione, in
un luogo senza scivolare subito altrove. Non una rinuncia alla vostra natura,
solo un suo affinamento.
Quello che vogliamo è una “selezione consapevole”, una felicità, che non nasca
dall’accumulo di esperienze, ma dalla loro risonanza. Perché solo le relazioni
autentiche – anche imperfette, anche faticose – hanno la capacità di amplificare
davvero ciò che siete e ciò che potrete diventare.
CANCRO – Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha vissuto in prima persona
l’internamento in un campo di concentramento nazista. Ha poi raccontato e
analizzato la sua esperienza in un libro che in Italia è stato pubblicato con il
titolo Il prezzo della vita. In realtà (e confesso che è una scoperta per me
recente) il titolo originario del suo libro, The Informed Heart (Il cuore
informato), dice già tutto ciò che riguarda profondamente il Cancro. Lo scopo
del libro non era tanto lo studio della vita nei lager, ma “mostrare quali siano
i cambiamenti che dobbiamo operare in noi stessi” e come la vera sicurezza si
trovi nella “buona vita” e nel riuscire a far coincidere gli opposti. Sappiamo
che vivete da sempre in questo spazio di tensione: tra protezione e apertura,
tra memoria e presente, tra bisogno di sicurezza e desiderio di appartenenza.
Nei prossimi mesi questa dinamica diventa centrale e inevitabile, e questo non
dipende dai transiti planetari di quest’anno –che pure a detta degli astrologi
sollecitano l’asse emotivo e quello della responsabilità. È un processo di
crescita che sta lasciando spazio a qualcosa di più complesso e più maturo.
“Non possiamo più accontentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni
che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della
ragione e la ragione deve essere guidata da un cuore consapevole”. Questa frase
di Bettelheim non è un’astrazione per voi: è un compito concreto per quest’anno.
Alcune situazioni vi mostreranno che la sensibilità, se non è informata, può
diventare chiusura; e che la razionalità, se non è nutrita di affetto, diventa
arida e difensiva.
I più colti e ironici di voi coglieranno che questa è la risposta al dilemma
della guerra Mente e Cuore cantata da Valentina Stella, ma questo non toglie
nulla alla serietà del vostro lavoro interiore per l’anno che è cominciato. “Il
cuore coraggioso deve infondere nella ragione tutto il suo colore vitale e la
ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le
pulsazioni della vita”.
Non è un invito a “sentire” meno, ma a sentire meglio. A non usare l’emozione
come rifugio, né la lucidità come difesa. A costruire una sicurezza che non
dipenda solo dal passato o dalle mura che avete eretto, ma da una capacità nuova
di stare nel mondo senza smarrirvi. Quello che vogliamo non è tornare a un luogo
sicuro, ma diventare noi stessi un luogo sicuro in cui cuore e ragione non si
escludano, anzi si intrecciano per permettervi di vivere – per intero – la
vostra buona vita.
LEONE – “Ho paura che tu non sappia come amo, come in te il mio costato vada
alla deriva e manchino le parole per affrontare l’invisibile (…)”. Partiamo da
qui, da questa paura sottile nominata da Candiani nella poesia Per voce di
amante, perché ci sembra che il Leone si trovi esattamente in questo punto: non
tanto nel timore di amare invano, quanto in quello di non essere riconosciuto
per la forma unica del proprio amore. Che sia con il corpo, con la presenza o
con la cura, per voi amare è sempre esporsi.
Del resto siete il segno della luce e dell’irradiazione, della volontà che si
manifesta senza ambiguità. Ma dietro questa chiarezza c’è una vulnerabilità
profonda: il bisogno che ciò che donate venga visto, accolto, compreso. Nel 2026
questa esigenza diventa centrale, e non tanto perché i transiti planetari vi
costringono a rivedere il modo in cui cercate conferma, ma perché la maturità e
la crescita personale passano per la consapevolezza che non tutto ciò che è
autentico viene immediatamente riconosciuto e non tutto ciò che brilla ha
bisogno di applausi.
Abbiamo letto che Saturno, in aspetto armonico al vostro segno per buona parte
dell’anno, vi chiede di distinguere tra il bisogno di essere visti e la
responsabilità di restare fedeli a ciò che siete, anche quando lo sguardo
dell’altro manca. Secondo altri Nettuno renderà più sottile e meno controllabile
il campo affettivo: potreste sentirvi fraintesi, o avere la sensazione che le
parole non bastino più. A nostro modesto avviso non è compito dei pianeti
decidere, è solo una vostra scelta.
Per quest’anno non vi suggeriamo di amare di meno, ma di non contrattare il
vostro amore in cambio di riconoscimento. Non tutto deve essere spiegato, non
tutto deve essere messo ai piedi dell’altro. L’invisibile che vi abita non va
domato: va onorato. Quello che vogliamo, nel profondo, non è essere applauditi,
ma essere visti senza doverci tradire o mascherare. Non è occupare il centro
della scena, è sapere che il nostro modo di amare e di essere – leale e totale –
ha diritto di esistere così com’è. Quello che vogliamo non è semplice, è giusto.
VERGINE – Ha scritto Marguerite Yourcenar che il grafico di un’esistenza umana
si compone di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e
divergenti senza posa: ciò che crediamo di essere, ciò che vogliamo essere, ciò
che siamo stati. Quest’anno la Vergine si muove esattamente dentro questo
disegno complesso, con la consueta attenzione al dettaglio e una lucidità che, a
volte, diventa severità verso se stessa. Voi siete il segno che osserva, che
analizza, che cerca coerenza tra le parti, ma spesso paga questo talento con un
eccesso di controllo.
La Vergine vive nell’intersezione tra volontà e misura. Non amate
l’improvvisazione: preferite capire, ordinare, rendere funzionale ciò che è
confuso. Ma quest’anno vi mette davanti a una tensione sottile: non tutto ciò
che siete può essere corretto, non tutto ciò che è stato va migliorato. Secondo
alcuni astrologi i transiti di quest’anno – in particolare quelli che
sollecitano l’asse del cambiamento e della revisione profonda – vi chiedono di
riconsiderare il rapporto con il passato, non come archivio di errori, ma come
materia viva che ha già fatto il suo lavoro. Non sappiamo se sia vero, però
sappiamo che a volte c’è una distanza, spesso dolorosa, tra ciò che siete e ciò
che vorreste diventare. Il rischio è quello di abitare perennemente la seconda
linea del grafico, quella del “non ancora”, senza concedervi il diritto di
riconoscere ciò che siete già. Per quest’anno vi invitiamo a un gesto meno
consueto ma necessario: sospendere il giudizio, almeno per un periodo. Non per
rinunciare alla vostra intelligenza critica, ma per evitare che diventi una
forma di auto-sottrazione.
Quest’anno non vi sarà chiesto di fare di più, solo di fare con maggiore fedeltà
a voi stessi perché il perfezionamento continuo non sempre equivale alla
crescita. A volte crescere significa accettare una linea sinuosa che non torna,
che devia, che non obbedisce a un disegno ideale. Quello che vogliamo non è
diventare una versione migliore secondo criteri astratti, ma riconoscere una
continuità possibile tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che scegliamo
di diventare. Non correggere la vita, ma abitarla con attenzione, rispetto e
gentilezza rivolti prima di tutto a voi stessi.
BILANCIA – Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen concepì un’impresa
che, per l’epoca, appariva impossibile. Invece di tentare la sfida di forzare i
ghiacci artici per raggiungere il Polo Nord, decise di affidarsi alla loro
deriva naturale, trasformando un ostacolo in una via. L’idea era semplice e
rivoluzionaria insieme: costruire una nave capace di resistere alla pressione
della banchisa e lasciarla intrappolare volontariamente, perché fosse il
ghiaccio stesso a trasportarla lentamente verso nord. Nacque così la Fram
(Avanti), una nave progettata non per dominare la natura, ma per collaborare con
essa.
Nel 1893 la spedizione salpò verso l’Artico e la Fram venne intenzionalmente
bloccata nei ghiacci vicino alla Siberia. Per quasi tre anni la nave rimase
intrappolata, protetta, autosufficiente, mentre la deriva la spingeva attraverso
il mare polare. Quando Nansen comprese che il movimento dei ghiacci non avrebbe
condotto direttamente al Polo, lasciò la nave con un compagno per tentare
l’avanzata in slitta. La Fram, invece, continuò il suo lento viaggio e riuscì
infine a liberarsi, tornando in Norvegia. Nansen non riuscì a raggiungere il
Polo Nord, ma vi si avvicinò come nessuno prima di lui. L’impresa fu comunque un
successo scientifico e umano, e la Fram divenne simbolo di un nuovo modo di
esplorare.
Per quest’anno vi suggeriamo di muovervi dentro questa stessa logica. Voi siete
il segno dell’equilibrio, della relazione, dell’intelligenza che nasce dal
dialogo. Ma quest’anno i transiti planetari – in particolare quelli che
sollecitano le scelte strutturali e i legami significativi – vi invitano a
comprendere che non tutto ciò che avanza lo fa per spinta diretta. A volte il
vero movimento avviene per deriva, per adattamento, per una fiducia attiva nel
processo.
Non è un anno in cui forzare decisioni o pretendere risposte immediate. Come la
Fram, siete chiamati a costruire una forma interiore capace di reggere la
pressione senza spezzarsi. Alcune situazioni sembreranno immobili, bloccate,
sospese. Ma ciò che appare fermo sta lavorando, lentamente, nella direzione
giusta.
Quando Nansen lasciò la nave per tentare un’altra via, non rinnegò l’impresa: la
completò in modo diverso. Anche voi, potreste scoprire che cambiare strategia
non significa tradire l’equilibrio, ma onorarlo. Non tutto ciò che non arriva
esattamente dove avevate immaginato è una sconfitta: alcuni risultati valgono
perché trasformano il modo in cui attraversate il cammino. Quello che vogliamo
non è controllare ogni esito, ma trovare una direzione che nasca dalla
collaborazione con ciò che accade, non dalla sua forzatura. Come la Fram, anche
voi potete avanzare lasciandovi portare, se saprete restare fedeli a voi stessi
mentre il mondo vi muove.
SCORPIONE – Ha scritto la poetessa statunitense Linda Pastan: “Quello che
vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un
volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi ora ci
vogliono. Ma quello che vogliamo appare nei sogni, indossando travestimenti”.
Eccoci subito al nodo, Scorpione, perché quest’anno vi porta esattamente qui:
tra ciò che pensavate di volere e ciò che vi chiama da luoghi più profondi, meno
nominabili.
Cosa volete davvero e cosa invece avete scambiato per desiderio? Un’amica mi ha
sfidato, dicendo «per quanto puoi scrivere e studiare non comprenderai mai il
nostro segno». Temo abbia ragione, non sono certo che libri o stelle contengano
una risposta definitiva, anche se la vostra costellazione ospita una delle luci
più intense del cielo, Antares. Forse una luminosità così potente costringe a
socchiudere gli occhi; o forse non esiste stella all’altezza del vostro mistero.
Di voi, del segno che conosce la morte come passaggio e non come fine, è più
giusto parlare al plurale: scorpioni. In voi abitano desideri opposti, impulsi
che si contraddicono, fedeltà e rottura, attaccamento e necessità di
distruzione.
Secondo molti astrologi quest’anno i transiti planetari che toccano le zone più
profonde del tema – quelle legate al potere, all’intimità, alla trasformazione –
rendono impossibile continuare a vivere scegliendo una sola voce. Sarebbe un
anno durissimo se tentaste di ridurvi a una versione semplificata di voi stessi.
È invece un anno potentissimo se accettate il compito che vi viene affidato:
trovare spazio per ogni parte che vi compone, parole per ogni pensiero che vi
attraversa, rifugio persino per ciò che punge e fa male.
Siete il segno più enigmatico, legato ai cicli di morte e rinascita, dotato di
un’intelligenza lucidissima e attraversato da impulsi sessuali e da
un’aggressività passionale che non tollera mezze misure. Non a caso il vostro
motto astrologico è semplice e assoluto: io rinasco. Quest’anno la rinascita non
passa per un singolo evento risolutivo: passa per l’integrazione. Non per
scegliere tra luce e ombra, ma per abitare entrambe senza ferirvi o
autodistruggervi.
Quello che vogliamo, nel profondo, non è liberarci delle nostre contraddizioni,
ma imparare a viverle senza rinnegarne nessuna. Rinascere, ogni volta, perché
“non ricordiamo il sogno, ma il sogno ci ricorda”.
SAGITTARIO – Sapete perché questo oroscopo viene pubblicato il giorno
dell’Epifania e non a fine anno, come tutti gli altri? Perché non è un oroscopo
come gli altri e perché volevamo che le parole non si confondessero con le
retoriche zuccherine del “pace, salute, prosperità” che chiudono l’anno. Non
perché queste parole non siano fondamentali, ma perché, così come vengono
pronunciate, restano enunciazioni. E voi, Sagittario, siete il segno che non si
accontenta delle formule o degli slogan: cercate il senso delle parole, perché
solo quando hanno peso possono guidare davvero l’azione.
La speranza, per voi, non è mai astratta. Deve essere sporcata dalla realtà,
dalle imperfezioni, dalla stanchezza, dagli inciampi lungo il cammino. È un
foglio bianco che non bisogna avere timore di riempire di errori, se davvero si
vuole scrivere un finale diverso. Nel 2026 questa immagine vi descrive con
precisione: siete chiamati a rendere concreta una visione che avete già da tempo
davanti agli occhi, ma che forse avete tenuto troppo in alto, troppo lontana dal
corpo.
Siete il segno dell’orizzonte, della fiducia nel futuro, del passo lungo. Ma
quest’anno la domanda cambia tono. Non è più solo cosa volete, bensì come siete
disposti a muovervi verso ciò che volete. Siete pronti a chiedere aiuto? A non
fare tutto da soli? A rallentare il passo per non perdere chi cammina con voi?
Questo non è un anno che vi chiede di smettere di credere, ma di credere in modo
incarnato. Accettare che la speranza non è una fuga in avanti, ma un lavoro
quotidiano fatto di compromessi intelligenti, di ascolto, di fiducia condivisa.
Alcune illusioni cadranno, ed è un bene: vi costringeranno a distinguere tra ciò
che vi ispira davvero e ciò che vi distrae con promesse troppo facili. Quello
che vogliamo è già nell’orizzonte. È il gesto sottile e difficile di diventare
poliglotti nella propria lingua madre: imparare a dire ciò che sentiamo con più
registri, più voci, più umanità. Perché la vera sfida, quest’anno, è restare
fedeli a ciò che ci muove, anche quando questo richiede pazienza, collaborazione
e il coraggio di non sapere tutto subito.
CAPRICORNO – Nel 1912, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, in
Massachusetts, il movimento sindacale e femminista statunitense marciò sotto uno
slogan che aveva preso in prestito le parole di un poema scritto l’anno
precedente da James Oppenheim: “Hearts starve as well as bodies / give us bread,
but give us roses” (“Anche i cuori soffrono la fame come i corpi: dateci il
pane, ma dateci anche le rose”). Molti anni dopo, Ken Loach riprese quelle
parole per raccontare in un film una storia di lavoro sfruttato, paura,
solidarietà fragile e dignità ostinata. Una storia in cui la lotta non riguarda
solo la sopravvivenza, ma il diritto a una vita che abbia qualità, tempo,
rispetto.
Il Capricorno, più di ogni altro segno, conosce il valore del pane. Conoscete la
fatica, la responsabilità, la costruzione lenta e ostinata di ciò che garantisce
stabilità. Siete il segno che regge, che tiene, che non molla anche quando il
peso è sproporzionato. Quest’anno vi mette davanti a una sfida meno comoda: non
basta resistere. Non basta garantire la sopravvivenza materiale se il prezzo è
la rinuncia sistematica al desiderio, al tempo, alla bellezza. Vale nelle
relazioni, nel lavoro, nelle amicizie.
Dicono gli astrologi seri che i transiti planetari di quest’anno toccano il
vostro segno in profondità. Abbiamo letto che Saturno, vostro pianeta guida, vi
chiede ancora rigore, ma in una forma più matura: non solo disciplina, bensì
responsabilità verso voi stessi. Pare anche che Plutone continui il suo lavoro
di trasformazione strutturale, smontando ciò che avete costruito solo perché “si
deve”, solo perché “ha sempre funzionato”. Non sappiamo se sia vero, però vi
invitiamo a fare cadere alcune certezze, non per punizione, ma perché non sono
più abitabili. Il lavoro, le relazioni, gli obiettivi: tutto ciò che resta in
piedi quest’anno dovrà avere un senso profondo, non solo utilità. Perciò,
quest’anno, quando si tratterà di dover scegliere, non fatelo.
Quest’anno qualcosa di radicale, anche se silenzioso: pretendere sempre il pane
e le rose. Ci saranno divisioni interne, paure, tentazioni di tornare indietro.
La vera maturità, quest’anno, non è stringere ancora i denti: è ammettere che
anche il cuore ha fame. Quello che vogliamo non è solo resistere, né
semplicemente riuscire, ma costruire una vita che non ci costringa a scegliere
tra sopravvivere ed essere vivi. Nel 2026 siamo chiamati a una forma nuova di
autorità: quella di chi sa dire che il pane è necessario, ma che senza le rose
non basta più.
ACQUARIO – Una mia vecchia amica ritiene che in ogni contesto, per esempio
“cucinando”, sia possibile creare. E ricorda sempre che per Elsa Morante la sola
frase d’amore era: “Hai mangiato?”. Non perché l’amore si riduca alla cura
pratica, ma perché ogni creazione, per esistere, ha bisogno di passare dal
corpo. Ed è qui che ci viene in mente un verso di una poesia di Chandra Livia
Candiani: “L’anima ha le ali, ma è il corpo che ne porta la fatica”. Se avete la
pazienza di leggere, vi sarà chiaro il perché.
L’Acquario vive naturalmente nel registro dell’aria: pensiero, visione, ideale.
Siete capaci di immaginare forme nuove di relazione, di amicizia, di convivenza,
molto prima che il mondo sia pronto ad accoglierle. In amore come nella vita,
siete chiamati a trovare un equilibrio sottile tra aspirazione e realtà. L’amore
ideale resta per voi una bussola imprescindibile; senza, vi sentireste traditi.
Ma quest’anno vi invita a riconoscere che l’amore reale non è la negazione
dell’ideale, bensì il luogo in cui l’ideale si misura con il limite, con la
stanchezza, con il tempo condiviso. Ricordate: l’anima può continuare a volare,
solo se il corpo accetta di portarne il peso.
Secondo gli astrologi seri, Plutone nel vostro segno renderà questo processo
ineludibile. Non vi chiede di rinunciare alla libertà, ma di darle più di una
forma. L’amore è una pratica che può assumere più forme: a volte cucinare per
l’altro, a volte insegnare all’altro a farlo, a volte semplicemente sedersi
insieme senza sapere esattamente cosa verrà servito. Si tratta di trovare un
equilibrio tra la vostra doppia natura: l’Acquario uraniano, che spinge verso il
nuovo e teme ogni vincolo, e quello saturnino, che comprende che la libertà non
è assenza di peso, ma assunzione consapevole di ciò che è reale. Quest’anno non
vi si chiede di risolvere questa tensione, vi suggeriamo di usarla come motore
creativo.
Quello che vogliamo non è un amore pensato così bene da non dover essere
vissuto, né una realtà così pesante da spegnere il desiderio. Vogliamo un amore
in cui l’anima continui ad avere le ali e il corpo, nel portarne la fatica,
possa dire: io esisto.
PESCI – Se dovessimo indicare uno dei “mali” del nostro tempo, potremmo dire,
senza tema di smentita, che è questa sovrabbondanza di immagini che ogni giorno
scorrono sugli schermi: tutto è visibile, tutto è accessibile, tutto è già visto
prima ancora di essere vissuto. Non è una critica al progresso, né un rimpianto
nostalgico; è la constatazione che, in questo gioco di specchi, qualcosa si
incrina. Si può assistere a tutto – persino all’orrore – e restare immobili.
Nel suo libro Quando il mondo dorme, Francesca Albanese cita le parole del
monaco buddhista Thich Nhat Hanh: “Dopo aver visto, bisogna agire. Altrimenti, a
cosa serve vedere?”. È a voi che queste parole parlano più direttamente, perché
siete il segno che vede più degli altri, ma non sempre riesce a restare presente
nella propria vita.
I Pesci sono sensibilità pura, empatia senza confini, capacità di sentire il
mondo come se non esistessero separazioni. Ma proprio questa dote, nel tempo
dell’eccesso di immagini, rischia di trasformarsi in stanchezza emotiva, in
ritiro, in una sorta di anestesia dolce. Sentire tutto può diventare,
paradossalmente, un modo per non riuscire più ad agire.
Secondo gli astrologi “seri”, il 2026 arriva come un anno di svolta perché segna
la fine di un lungo ciclo: Saturno conclude il suo passaggio nel vostro segno
nei primi mesi dell’anno. È stato un transito severo, che vi ha costretti a fare
i conti con i limiti, con il corpo, con la responsabilità di dare forma a ciò
che sentite. Ora qualcosa si allenta, ma non per tornare all’indistinto: per
scegliere cosa fare di ciò che avete imparato. Nettuno, vostro pianeta guida, ha
lasciato i Pesci, ma non vi ha abbandonati: ha lasciato in eredità una domanda
radicale sul senso, sulla compassione e sulla verità. Non sappiamo se queste
previsioni siano giuste; sappiamo però che quest’anno si presta a trasformare la
vostra sensibilità in gesti concreti. Non salvare il mondo – questo vi
esaurirebbe – ma salvare la vostra presenza nel mondo.
Poiché sapete leggere le vite degli altri come fossero libri aperti, ma spesso
ignorate i segnali che arrivano dalla vostra, il compito del 2026 è imparare una
forma nuova di cura verso voi stessi: non restare inerti davanti a ciò che vi
ferisce, non dissolvervi in ciò che sentite. Quello che vogliamo, nel profondo,
non è smettere di vedere né proteggerci chiudendo gli occhi, ma trovare il
coraggio di agire a partire da ciò che vediamo e in difesa di ciò che proviamo,
anche quando è scomodo, anche quando ci espone. Fare della nostra sensibilità
una forza viva.
(disegno di ottoeffe)
Devo ammetterlo: Aldo Cazzullo mi è simpatico. La sua faccia mi rasserena, o
comunque quando la vedo non sento il prurito che mi attraversa il corpo se per
errore mi compaiono sullo schermo i suoi colleghi paladini della sinistra
democratica (da de Gregorio a Telese nessuno escluso, passando per Gruber e
Gramellini, senza nemmeno contare Fazio e questo Scanzi che mi ricorda quegli
accademici che studiano i movimenti sociali ma non hanno mai attacchinato un
manifesto in vita loro – prendo in prestito l’espressione da -gr).
La settimana scorsa stavo guardando Una giornata particolare, che sarebbe un
buon programma se non fosse per alcuni excursus no-sense sulla base di
associazioni di idee discutibili, in cui si dà voce a gente discutibile – tipo
Farinetti sul vino o Lino Banfi sulla morte, in una puntata sui misteri della
Bibbia. Farinetti e Saviano a parte (compariva anche lui ovviamente, su Sodoma e
Gomorra…), ho scoperto che uno dei fatti mitologico-religiosi a cui si
appigliano gli ebrei per giustificare i loro presunti diritti sulla Palestina
risale alla colonizzazione dei Cananei da parte degli Israeliti (1200 avanti
Cristo, più o meno): questi ultimi, infatti, sarebbero stati autorizzati a
soggiogare la popolazione a ovest del Giordano alla luce non solo della promessa
di Yahveh, che gli aveva indicato quella terra, ma anche di una maledizione
fatta da Noè a suo figlio Cam, e a suo nipote Canaan, dal momento che il primo,
dopo aver trovato il genitore a dormire nudo e ubriaco lercio in una tenda, non
l’aveva coperto con un lenzuolo.
(l’ebrezza di noè, di michelangelo buonarroti – cappella sistina, roma)
Nel Libro di Giosuè, uno dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento
(in realtà è documentato che ci siano scritte un sacco di fandonie), si racconta
la conquista della città di Ai, in terra di Canaan: su precisa indicazione del
Signore, gli Israeliti attirano gli abitanti locali nel deserto per battagliare,
facendo contemporaneamente entrare altri uomini in città, non appena le porte
rimangono sguarnite.
Quelli di Ai videro che il fumo della città si alzava verso il cielo.[…] Giosuè
e tutto Israele videro che quelli dell’agguato avevano conquistato la città e
che il fumo si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini
di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti
di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall’altra.
Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. […]
Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li
avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all’ultimo furono
passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a
fil di spada. Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila,
tutta la popolazione di Ai. […] Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di
rovine per sempre […]. Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera.
Al tramonto comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall’albero e lo
gettarono all’ingresso della porta della città. (libro di giosuè, capitolo 8)
Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto impegniamo il nostro tempo a fare
cose inutili, tipo preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, o di quello
che dicono i leader di uno dei partiti più insopportabili della storia del
parlamento. Eppure, seguendo una serie di associazioni di idee tipo Una giornata
particolare mi sono ritrovato a fare un conteggio, e ho scoperto che negli
ultimi trent’anni avrò passato più o meno centocinquantamila minuti (circa
centocinque giornate) a difendere una porta, attaccandone raramente un’altra.
(credits in nota 1)
A mia discolpa va detto che la decisione la presi per caso, quando avrò avuto
più o meno otto anni. In quel periodo l’allenatore mi schierava testardamente
all’ala destra, finché in una partita in cui non avevamo nemmeno un difensore mi
spostarono dietro e le cose cominciarono ad andare meglio. Sliding doors, lo
chiamano gli anglofoni dalla fine degli anni Novanta (grazie a un iconico film
che diede un senso figurato a un’espressione che significava altro), indicando
un momento apparentemente insignificante che può cambiare il corso dei fatti, o
la vita di una persona. Le porte scorrevoli, in linguaggio politico, sono
infatti porte (e poltrone) di altro genere: l’espressione fa riferimento al
passaggio di un alto esponente istituzionale ai vertici di aziende private che
agiscono nello stesso campo in cui egli aveva operato fino a poco prima come
attore pubblico.
Il più irritante […] è stato quello dell’ex ministro degli interni, Marco
Minniti, che ha assunto la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa
dal gruppo di tecnologie militari Leonardo […]. Parole chiave: difesa,
sorveglianza, intelligence, confini, tradotte nello statuto Medi Or in
formazione e scambio culturale con i paesi africani e medio orientali. Minniti
aveva lasciato il seggio di deputato del Pd alla Camera alla fine del mese di
febbraio 2021 per andare a presiedere la nuova fondazione di Leonardo, ex
Finmeccanica, partecipata dallo Stato che opera nei settori di difesa,
aerospazio, sicurezza. […] Il caso più recente è quello di Andrea Urbani, che a
luglio 2022 ha lasciato l’incarico di direttore generale della programmazione
del ministero della salute, per andare a ricoprire il ruolo di amministratore
delegato dell’IRCCS San Raffaele di Milano, uno dei maggiori ospedali privati
italiani con un fatturato annuo vicino a due miliardi di euro, come già avevano
fatto altri ex ministri: Angelino Alfano, presidente del Gruppo ospedaliero
milanese San Donato dal 2019 e – ancor più grave per il suo ulteriore ruolo come
governatore della Lombardia, regione che rappresenta un Eldorado per la sanità
privata in Italia […] – Roberto Maroni, entrato nel Cda del San Donato nel 2020.
(enzo ferrara, altronovecento)
(credits in nota 2)
Forse è un po’ banale, ma per preparare la rubrica di questa settimana dovevo
mettermi a riascoltare i Doors.
Mi è servito almeno, il latrato di Edip-orrison – che voleva farla finita
uccidendo il padre e andando a letto con la madre –, per impormi un obiettivo
per questo nuovo anno: pensare (citando il mitico Yogi Barra: consiglio a tutti
la sua storia) che non è finita finché non è veramente finita. Buon 2026 a tutti
i lettori.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Zdenek Zeman asfalta Massimo Mauro dopo un Napoli-Cagliari (3-3) del 2014
² Sara Grattogi sull’ennesimo scandalo all’ospedale privato San Raffaele di
Milano, Uno Mattina News, 10 dicembre 2025
(da un disegno di raffaele lippi)
Mentre una tempesta di vento si abbatte su Gaza, rovesciando le tende e
inondando i terreni brulli su cui migliaia di sfollati sopravvivevano al freddo,
alla fame e alla devastazione, la Palestina è sparita dal dibattito pubblico. Il
“cessate il fuoco” di base è un “cessate le proteste”, che avevano mobilitato
milioni di persone in tutta Italia. Il genocidio continua attraverso la fame, i
piani di deportazione e i continui attacchi militari. I guerrafondai sono
riusciti a bloccare l’ondata di manifestazioni di piazza, e a farci parlare
d’altro. Avanza anche la contra: non solo con il decreto che equipara
opposizione al genocidio all’antisemitismo, ma anche con la censura a personaggi
pubblici e continui provvedimenti disciplinari contro docenti e ricercatori
pacifisti, spesso su richiesta di militari israeliani nelle università italiane.
Fortunatamente, molti percorsi iniziati nei mesi scorsi vanno avanti: la
solidarietà ai detenuti palestinesi o filopalestinesi (i presidi a L’Aquila
per Anan Yaeesh, la liberazione di Mohamed Shahin dal Cpr), e anche il faticoso
lavoro di fermare le collaborazioni accademiche con Israele. Su pressione
studentesca, la facoltà di Lettere della Sapienza ha interrotto gli accordi con
Israele, come prima quella di Fisica e l’intera Università Roma Tre (è da vedere
se queste dichiarazioni saranno rispettate). La Società italiana di antropologia
culturale ha appena approvato una mozione che richiede a tutti i membri di non
collaborare con istituzioni accademiche e di ricerca israeliane “finché esse non
pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare
illegale del Territorio Palestinese e il regime di apartheid” (si trova
anche qui).
Vale la pena anche vedere cosa succede fuori dall’Italia. Il 28 e 29 novembre a
Madrid si è celebrato un evento ambizioso: il Tribunale dei popoli sulla
complicità con il genocidio palestinese nello Stato spagnolo, o TPCGP-25.
L’evento è stato organizzato dalla Red Universitaria por Palestina – una rete
che ha i nodi in tutte e cinquanta le università pubbliche spagnole, che già
l’anno scorso aveva organizzato un grande evento a Barcellona dal titolo
“L’Università di fronte al genocidio” (e un libro pubblicato per l’occasione).
Il Tribunale dei Popoli si tiene nella sala grande della facoltà di Scienze
Politiche e Sociologia dell’Università Complutense. Il campus non è lontano
dal Puente de los franceses, il ponte sul Manzanarre dove alla fine del 1936 le
forze repubblicane bloccarono i golpisti di Francisco Franco per la prima
volta, anche grazie alle Brigate internazionali. La Batalla de la Ciudad
Universitaria inaugurò la difesa di Madrid dal fascismo, come ricorda una
famosa canzone. Ma mentre si sa che Franco arruolò migliaia di marocchini (per
poi abbandonarli al loro destino), pochi sanno che sul fronte di Madrid c’erano
anche alcuni comunisti palestinesi, che combatterono al fianco di italiani,
inglesi, francesi, statunitensi, e migliaia di ebrei.
“Il genocidio va compreso al di là del razzismo, dell’odio etnico o religioso”,
scrive Manuel Delgado nel libro pubblicato l’anno scorso dalla RuxP.
“Smascherando questa visione, un genocidio esprime la cultura degli stati, e in
particolare del progetto coloniale e imperiale in cui pretendono di essere
coinvolti”. Sulla grande cattedra della sala campeggia uno striscione:
“Università per la decolonizzazione della Palestina: fermiamo il genocidio”.
Potrebbe sembrare un’assemblea di movimento o un convegno accademico; l’evento
invece è inquadrato come un Tribunale: uno strumento che l’università offre alla
società civile, orientato all’azione. Ci sono commissioni e tavoli tematici,
ognuno dei quali delibera su uno specifico aspetto della complicità dello stato
spagnolo con il genocidio.
COSA SONO I TRIBUNALI DEI POPOLI
«Questo non è un tribunale giuridico», dice nel suo discorso di apertura Ángeles
Diez, professoressa all’Università Complutense. «Non siamo qui per sostituirci a
istituzioni nazionali o internazionali. È un tribunale d’opinione, un tribunale
di coscienza. Seguiamo la linea dei tribunali Russell, e dei tribunali popolari
basati sulla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli di Algeri». Perché
in questi anni non ho sentito nessuno parlare dei tribunali Russell? In un libro
del 1966 il filosofo Bertrand Russell, già premio Nobel, auspicò la creazione di
un tribunale d’opinione sui crimini di guerra degli Usa in Vietnam. La prima
sessione si tenne nel novembre 1966 a Stoccolma, il presidente era Jean-Paul
Sartre, e vi presero parte (tra gli altri) Tariq Ali, James Baldwin, Lelio
Basso, Stokely Carmichael, Simone de Beauvoir, Günther Anders, Alice Walker. Si
ascoltarono più di trenta testimonianze, anche di militari Usa; venticinque
esperti, membri di associazioni pacifiste, giudicarono i crimini degli Usa in
Vietnam. Anche il governo di Ho Chi Minh contribuì a finanziare i lavori. “Se
alcuni atti o violazioni sono crimini, lo devono essere sia che li commetta la
Germania sia che li commettano gli Usa”, spiegò Russell. “Un regolamento sul
comportamento criminale altrui deve prevedere che si possa applicare anche a
noi”. Il Tribunale deliberò che gli Usa avevano violato la legge internazionale,
con la complicità di molti altri paesi, usando armi proibite e imponendo
trattamenti inumani ai civili: si considerò il governo Usa responsabile di
genocidio. Il Tribunale Russell non poteva imporre sanzioni, ma mirava a
“contribuire alla giustizia globale, al ristabilimento della pace e alla
liberazione dei popoli oppressi”. Altri tribunali Russell giudicarono le
dittature latinoamericane, le violazioni verso i popoli indigeni, i diritti in
psichiatria. Nel 2010 a Barcellona un tribunale Russell giudicò la complicità
dell’Ue nell’occupazione della Palestina.
Ma i tempi sono decisamente cambiati. Tre giorni prima dell’inizio del tribunale
la decana della facoltà ha ricevuto delle lettere di denuncia: una
da un’associazione di avvocati sionisti, finanziata direttamente da
Israele, dalla Federazione di giovani ebrei spagnoli e dalla Rete accademica
contro l’antisemitismo nelle università, una lobby esterna alle università. Il
giorno prima, il rettore della Complutense Joaquín Goyache ha scritto
personalmente alla decana chiedendo di non celebrare l’evento. Ma la RUxP ha
inserito giuristi della rete “Juristas por Palestina” in ogni tavolo a
verbalizzare. Così non ha dato spazio alle pressioni esterne che tentavano di
presentare il Tribunale come evento illegale.
LE COLLABORAZIONI TRA SPAGNA E ISRAELE
La Spagna da noi gode di un’ottima stampa, al punto da farci credere davvero che
il governo Sánchez stia mantenendo un embargo verso Israele (anche per le
recenti minacce ricevute dagli Usa). Il TPCGP-25 ha dimostrato invece, e con
un’enorme quantità di documentazione, che il governo spagnolo è strutturalmente
complice del genocidio in Palestina. Non solo la Spagna collabora intensamente
con Israele, ma le collaborazioni continuano ad aumentare. Basti pensare, come
si è detto in apertura del Tribunale, che tutte le navi statunitensi che
attraversano il Mediterraneo cariche di munizioni e carburante per il
genocidio passano per le acque territoriali spagnole. Se Sánchez avesse voluto
davvero un embargo, avrebbe bloccato i porti di Algeciras, Cartagena, Valencia,
Barcellona a quelle navi. Senza quei porti, lo sterminio dei palestinesi sarebbe
stato più difficile.
Il Tribunale prevedeva sette tavoli tematici che presentavano le prove raccolte:
uno sull’impresa, il commercio e le “banche armate”, cioè la finanza che
foraggia il traffico di armi; uno sui media; uno sul sistema sanitario; uno su
sport e cultura; uno sulla repressione e le lobby sioniste; una su università,
ricerca, educazione e istituzioni culturali. Per ogni tavolo una decina di
professori e ricercatori discutevano i dettagli delle complicità. Quello sulle
imprese, per esempio, ha elencato le sei corporazioni spagnole incluse nel
report Onu sulle complicità imprenditoriali nel genocidio: sono imprese di
logistica, costruzione e trasporti, impegnate nel sostenere le colonie illegali
costruite da Israele sul territorio palestinese occupato. Il presunto embargo ha
costretto semplicemente le imprese a muoversi in modo meno visibile. Così, la
Santa Barbara Systems continua a montare le torrette dei carri armati israeliani
della Elbit, ma invece di farlo nella sua fabbrica in
Asturias, va a montarle in Lettonia. Banco Santander e il BBVA hanno operazioni
da miliardi di euro con le compagnie di armamenti coinvolte nel genocidio (si
veda qui), ma ora devono nasconderle con triangolazioni e maggiore opacità nelle
operazioni finanziarie. Il che non è una buona notizia neanche per la democrazia
spagnola.
Ogni tavolo ha elaborato un dossier riassuntivo; presto saranno caricati tutti
sul sito. Il tavolo sulla repressione e le lobby sioniste, presieduto da Manuel
Delgado dell’Università di Barcellona, ha già pubblicato il suo dossier. Vi si
descrivono le reti con cui si “diffondono, sostengono e promuovono le narrative
che giustificano o legittimano i crimini perpetrati dal progetto coloniale
israeliano”. In Spagna, come in tutta Europa, c’è una “rete di collaborazione
pubblico-privata che vincola istituzioni statali, associazioni private e
imprese” (la cui genealogia è ricostruita in un altro rapporto del Tribunale),
che organizza continui attacchi alle mobilitazioni per la Palestina – dagli
accampamenti studenteschi alle manifestazioni contro la Vuelta, il Giro di
Spagna, interrotto da proteste quasi a ogni tappa. Nel dossier ci sono anche le
trascrizioni di tutti gli interventi strumentali e menzogneri sui giornali e in
televisione, i meme, e tutta la pubblicistica riconducibile al lavoro di lobby
esercitato dallo stato israeliano e dai suoi sostenitori.
LA COMPLICITÀ DI SCUOLE E UNIVERSITÀ
Il tavolo sulla ricerca e sull’educazione è partito dallo “scolasticidio”
operato da Israele a Gaza, con la distruzione di tutte le strutture educative e
di ricerca e l’assassinio di migliaia di studenti e centinaia di docenti (anche
in Cisgiordania). Lo ha illustrato l’antropologa israeliana Maya Wind, che è
intervenuta con un video. Le università spagnole sono coscienti del ruolo dei
loro omologhi israeliani nel genocidio, e in alcuni casi hanno dichiarato la
sospensione delle collaborazioni. A maggio 2024 la stessa Conferenza dei Rettori
ha votato per il boicottaggio; ma la destra al potere in varie parti della
Spagna ha provato a fermarle, per lo più senza successo. Un intervento
ha descritto il contributo dell’Ue alla ricerca israeliana: Israele è il primo
paese non Ue a essere incluso nel programma Horizon, e il secondo beneficiario
di fondi per la ricerca, nonostante sia uno stato con pochi milioni
di abitanti. La commissione Ue discute fin dal 2020 dell’esclusione di
Israele da Horizon, ma questa ancora non è stata resa effettiva.
Nello stesso tavolo si è parlato dell’incredibile quantità di ricerca
israeliana su sorveglianza e cybertecnologie. È quasi impossibile lavorare su
questi temi senza collaborare con università israeliane, e infatti moltissime
università spagnole continuano a lavorare con le istituzioni che sviluppano i
software usati per i check-point, o gli algoritmi militari – come Lavender, che
assegna automaticamente ai palestinesi dei punti sulla base dei quali possono
essere uccisi; o l’ancora più perverso Where’s Daddy, che calcola come colpire i
palestinesi quando tornano a casa dai figli. Ma anche la Biblioteca Nacional de
España usa software israeliano: il programma Alma, prodotto dalla Ex
Libris, un’impresa che ha sede a Malha, in Cisgiordania. Fino al 1948 Malha era
il villaggio palestinese di Al Maliha: i suoi 2.250 abitanti furono uccisi o
deportati mentre l’esercito israeliano distruggeva e razziava non solo le case,
ma anche archivi e biblioteche. Su segnalazione di oltre cinquecento
biblioteche, il mese scorso il Dipartimento della Cultura spagnolo
ha cancellato il contratto con la Ex Libris, come impresa legata
all’occupazione illegale del territorio palestinese.
Altre testimonianze riguardavano le scuole, obbligate per legge a educare ai
diritti umani, eppure continuamente sottoposte a ingerenze verso
chi denuncia crimini riconosciuti dall’Onu. Molti docenti, organizzati in Marea
Palestina. Educación contra el genocidio, rispondono al tentativo di
instillare loro paura con la sistematica documentazione di ogni abuso. Neves
Arza, professoressa dell’Università di La Coruña, ha raccontato che in una
scuola della Galizia il preside aveva chiesto di togliere l’immagine di un
cocomero, dichiarando che poteva “risultare offensivo a chi non condivide le
critiche al genocidio” (sic!).Quando studenti e docenti hanno chiesto una
lettera scritta che motivasse la richiesta, la direzione si è tirata
indietro, e il cocomero è ancora lì. Il tavolo ha deliberato di richiedere a
ogni istituzione educativa misure che rendano strutturale non solo l’obbligo di
non collaborare con il genocidio, ma anche la partecipazione di palestinesi e
altre voci anticoloniali.
LA SENTENZA CONCLUSIVA
La conclusione dei lavori è iniziata con un potente discorso di Rabab Abdulhadi,
professoressa palestinese dell’Università Statale di San Francisco, che ha
collegato la resistenza attuale al genocidio alla storia centenaria di lotta
contro la colonizzazione e contro il fascismo. Per questo nomina la guerra
civile e lo sterminio dei nativi americani. Il suo intervento allinea domande
importanti: per esempio, “come possiamo collegarci ai nostri fratelli ebrei
antisionisti?” Our siblings è il termine che usa. Ma anche: come comportarci di
fronte al fatto che l’Ue e l’Onu intervengono nella riscrittura dei programmi
accademici palestinesi, finanziando l’Autorità Palestinese perché rimuova ogni
menzione alla resistenza anticoloniale. Le università palestinesi quando non
sono distrutte, vengono rimodellate secondo le necessità strategiche di Israele.
Infine, al termine dei lavori, arriva la sentenza: la “Dichiarazione di Madrid”
del 29 novembre 2025, il cui obiettivo è “studiare, comprendere e mobilitare la
società civile spagnola”. A partire dalle prove esposte, dall’analisi dei
rapporti presentati dai vari tavoli tematici, il Tribunale conclude che lo stato
spagnolo collabora da decenni con l’occupazione, l’apartheid e
la Nakba permanente, e infine con il genocidio, e che il suo governo ha piena
coscienza di questi crimini. Seguono venti punti in cui queste complicità
vengono esposte, per tutti gli ambiti analizzati. E conclude: “Il Tribunale
dichiara che questa risoluzione si approva con la convinzione che la voce della
coscienza collettiva sia uno strumento indispensabile di fronte all’impunità,
specialmente quando i meccanismi istituzionali formali sono insufficienti o
troppo lenti di fronte alla gravità dei fatti. La fase attuale del genocidio ci
obbliga a continuare questo lavoro di documentazione, denuncia e memoria.
Chiediamo a tutti i partecipanti e collaboratori di questo Tribunale di
continuare i lavori che hanno iniziato”.
Non ci sono molti dubbi sul fatto che i tribunali veri non daranno nessuna
importanza a questo tribunale, così come hanno ignorato quello di Bertrand
Russell e Jean-Paul Sartre. Ma non c’è neanche molto dubbio che sia un dovere
per la comunità accademica raccogliere e ordinare le informazioni che si
vorrebbero far passare sotto silenzio. Una rete simile in Italia, la Rete
Ricerca e Università per la Palestina, sta ugualmente cercando di sistematizzare
le informazioni sulla complicità accademiche italiane con Israele. Ma le
frontiere nazionali (e linguistiche) sembrano obbligarci a ripetere più volte lo
stesso lavoro. Ci sono anche importanti differenze politiche tra Italia e
Spagna: la più evidente, che durante tutto il Tribunale nessuno dei partecipanti
ha fatto riferimento ai propri sindacati o partiti di appartenenza. Si lavora
insieme, pur essendo ognuno legato ai propri gruppi; l’obiettivo è adempiere al
proprio ruolo storico collettivo, non egemonizzare un processo.
Luz Gómez dell’Università Autonoma, presidentessa del Tribunale con Rabab
Abdulhadi, così ha concluso il suo intervento: «La Palestina oggi è in pezzi,
frammentata e sul punto di sparire, sepolta sotto strati giuridici, bellici,
politici ed economici normalizzati da Israele a forza di fatti consumati e
crimini impuniti, con il sostegno diretto dell’Occidente e dei suoi alleati
arabi. In Spagna la denuncia della complicità con il genocidio ci porta oggi
all’Università Complutense di Madrid, perché non concepiamo la vita accademica
senza giustizia né riparazione». E termina: «La Palestina è nata dalle sue
ceneri dopo Karameh, Beirut, Oslo, e rinascerà dopo Gaza, nonostante le
controrivoluzioni arabe e l’ascesa dell’ultradestra mondiale. La vita e la
bellezza che ci insegna la storia della resistenza palestinese sono insolenti.
Parafrasando Pasolini, sono, come le mura di Sana, “una bellezza scandalosamente
rivoluzionaria”. Oggi speriamo, insieme alle palestinesi e ai palestinesi, che
il mondo si stia svegliando alla loro causa – che è la sua stessa causa: la
causa dell’umanità». (stefano portelli)
(disegno di cyop&kaf)
GENNAIO
“Vi dovete integrare!”. Critica dei discorsi conservatori dopo la morte di Ramy
Elgaml
La parola integrazione, infatti, è talmente diffusa che il suo uso è scontato e,
di fatto, normalizzato. Anche in contesti progressisti, dove tutt’al più si
fanno distinguo ma non si mette in discussione l’idea che “ci si debba
integrare”. La mia visione radicalmente critica della parola integrazione è
dovuta al fatto che il suo significato è interpretato in termini
prevalentemente, per non dire esclusivamente, culturalisti. Integrarsi, in
sostanza, equivale a mettere da parte la propria cultura – di base concepita
come “nazionale” – per accettare quella del paese di arrivo. Questioni materiali
come le diseguaglianze economiche e giuridiche – banalmente, la dipendenza da un
permesso di soggiorno per poter vivere in modo stabile in un luogo –, le
asimmetrie di potere, la segregazione occupazionale e abitativa non sono prese
in considerazione o, quantomeno, non sono considerate centrali. La partita
dell’integrazione si gioca al tavolo della cultura. Come se le persone fossero
portatrici di una sorta di abito culturale ben definito e identificabile,
trasmesso loro dalla famiglia di appartenenza, la quale, a sua volta, non
sarebbe altro che l’espressione coerente di valori e comportamenti tipici della
comunità nazionale di provenienza. (leggi l’articolo)
FEBBRAIO
La sentenza sulla Terra dei Fuochi e l’archivio delle lotte ambientali
Tra le calunnie mosse agli attivisti e ai comitati campani dai vari carrozzoni
politici e mediatici che hanno presieduto allo svolgersi di uno dei più grandi
disastri ambientali della storia italiana, le più infamanti erano due: “Siete
manovrati dalla camorra” e “Se vi ammalate è colpa dei vostri stili di vita”.
Noi che ci siamo stati sulle discariche, che abbiamo denunciato la camorra e lo
Stato in ogni sede, noi che abbiamo studiato il problema nelle sue articolazioni
criminali, tossicologiche e sanitarie, sapevamo che erano accuse strumentali.
Erano modi attraverso cui governanti e pseudo-intellettuali scaricavano le
proprie responsabilità, sotterrando la verità della loro complicità o
indifferenza nel vociare della propaganda di regime, legittimando la
repressione. Nei presìdi e alle manifestazioni alle volte eravamo in pochi,
altre in tanti, molti di più di quanto i nostri avversari si aspettassero. In
ogni caso, niente di ciò che è stato fatto al suolo, all’aria e all’acqua di
quella che è diventata tristemente famosa come Terra dei Fuochi, fu ignorato o
non combattuto dalla militanza ecologica degli attivisti campani. Noi sapevamo,
e ve l’abbiamo detto in tutti i modi. (leggi l’articolo)
MARZO
La legge SalvaMilano, la fine della città pubblica e l’autocrazia
Possiamo chiamare il decennio milanese dall’elezione di Pisapia al Covid
(2011-2020) l’epoca d’oro della rigenerazione urbana alla milanese, in cui è
stato progettato e realizzato un modello di crescita urbana profondamente
classista, basato sull’attrazione di fondi finanziari, la “lussificazione” della
città e l’espulsione dei ceti meno agiati, la distruzione sistematica del
welfare urbano e la glorificazione della rendita immobiliare. La città si è
trasformata inseguendo la massima valorizzazione del metro quadro, ed è stata
quindi densificata in barba al consumo di suolo, al rispetto dei vuoti che
garantiscono vivibilità, luce e aria, privatizzando spazi e servizi pubblici.
Per dispiegare indisturbati una tale quantità di violenza urbana e sociale sui
cittadini è stato necessario fare due cose: esercitare un controllo assoluto
sulla comunicazione – affiancando la propaganda alla censura – ed erodere le
leggi urbanistiche che ancora ostacolano l’aggressione degli interessi privati
al tessuto urbano privando gli abitanti del diritto all’abitare e alla stessa
vita civile. (leggi l’articolo)
APRILE
Il bosco tra le piste Porsche è salvo, ma non l’ha salvato la Regione Puglia
Il piano prevedeva l’ampliamento dei circuiti con nuove piste e impianti su
duecento ettari guadagnati distruggendo l’ultimo pezzo di un antico bosco
mediterraneo ed espropriando terreni dei cittadini. Tutto con il consenso
della Regione Puglia e dei comuni di Nardò e Porto Cesareo, che riconoscevano in
questo progetto la pubblica utilità. L’area rientra in un sito di interesse
comunitario e in una riserva regionale, è tutelata dalla normativa comunitaria,
la Direttiva Habitat e la rete Natura 2000 per la salvaguardia della
biodiversità. Normative che sono state aggirate senza il parere della
Commissione europea e senza dibattito pubblico, ignorando numerosi pareri
d’impatto ambientale negativi. Tutto grazie al “rilevante interesse pubblico”
connesso alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica. Infatti, alla
distruzione del bosco, il progetto affianca la realizzazione di un centro di
elisoccorso attrezzato con eliporto e strutture sanitarie, un centro
polifunzionale e un centro di sicurezza antincendi. Molto è stato detto riguardo
la reale utilità pubblica di queste opere: gli ospedali di Lecce e Brindisi sono
sprovvisti di piste di atterraggio e gli incendi che nei mesi estivi hanno
interessato i terreni limitrofi all’anello di Porsche non hanno visto i soccorsi
di NTC. (leggi l’articolo)
(disegno di leMar)
MAGGIO
Riflessioni sul referendum per la riforma della legge sulla cittadinanza
L’ottenimento della cittadinanza formale non è sufficiente in sé per essere
considerati italiani. Lo racconta bene Salwa, ventitré anni, d’origine egiziana:
«È vero che ho preso la cittadinanza italiana ma mi guardano da straniera, da
terrorista. È vero che lo Stato mi ha riconosciuta come italiana, ma alla fine è
un pezzo di carta, la gente non mi riconosce; quindi, mi sento come se non
valesse. Dal punto di vista burocratico mi ha facilitato un sacco di cose però
non vengo vista come un’italiana quindi è una presa in giro». A causa del colore
della pelle, del nome o del cognome che si ha, della religione che si professa,
degli abiti che si indossano, molte persone, incluso chi nasce e/o cresce in
questo paese, sovente non sono riconosciute come cittadine e cittadini alla
pari, sebbene loro e spesso anche i loro genitori, se non addirittura i loro
nonni, abbiano un passaporto italiano. Una situazione di discriminazione
sostanziale che non permette a tanti e tante di sentirsi pienamente parte di un
paese di cui sono sempre più linfa vitale. (leggi l’articolo)
GIUGNO
L’incubo della sicurezza. Appunti e visioni a Torino
“Blitz” è termine così inflazionato da oscurare la sua provenienza:
abbreviazione di “Blitzkrieg”, guerra lampo. Vedo immagini di un’occupazione in
quartiere – soldati con i fucili automatici in grembo, ronde di polizia e
carabinieri – e ricordo Gerusalemme. Alla Porta di Damasco c’era il presidio
fisso dell’esercito, soldati israeliani controllavano gli snodi principali fra
le vie della città vecchia. Dietro transenne sostavano due soldati, accanto alla
torrefazione fra i banchi del pane e dei pomodori. Le truppe presidiavano le
strade in nome della guerra al terrorismo, ma il terrorismo era una
giustificazione: la guerra era contro chi viveva sotto occupazione, senza
cittadinanza e diritti. (leggi l’articolo)
LUGLIO
Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti?
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di
leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva
ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si
continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società
e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per
esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a
favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi
abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano
invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche
modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così
evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case
ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere
una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha
strumenti di questo tipo a disposizione. (leggi l’articolo)
AGOSTO
Malinconico agosto
Facce di gente normale che incontri per strada; facce che senza volere
comunicano, parlano, si lamentano o urlano senza aprire bocca; e ti muovono
qualcosa dentro, una sensazione più forte della solita noia o delusione che
questi ritorni mi provocano. Perché colgo un’aura di malinconia che quei volti
emanano – una tristezza profonda, insondabile, eppure evidente, irredimibile.
Naturalmente nessuno evoca esplicitamente questo senso di malinconia, ognuno
tiene coscienziosamente in piedi la rappresentazione della propria vita
agostana, tra spezzoni di vacanze e complicate reunion familiari al capezzale di
vecchi con l’Alzheimer. Ma il messaggio mi arriva dentro, diretto, potente; e mi
sembra inequivocabile – frutto della misteriosa telepatia del quotidiano, quella
per cui basta incrociare uno sguardo per indovinare un dolore o un pezzo di
vita. (leggi l’articolo)
(disegno di federica pagano)
SETTEMBRE
Chiacchiere e detersivo. Manfredi cancella il piano su Bagnoli proprio mentre
dice di applicarlo
Al consiglio comunale è stata presentata una informativa del sindaco sulla
rigenerazione dell’ex area industriale e sull’organizzazione della Coppa
America di vela, che arriverà a Bagnoli nel 2027. Un’iniziativa che pone
innanzitutto una questione di metodo, considerando che da tempo immemore non si
dedicava un consiglio ad hoc a uno dei temi più importanti della città. Il
sindaco e la sua giunta, su questo, almeno non peccano di ipocrisia: su Bagnoli,
infatti, il consiglio comunale è del tutto svuotato dalle sue prerogative, che
sono assegnate al commissario straordinario (lo stesso Manfredi); il quale in
assoluta autonomia, e spalleggiato dal governo, ha fatto scelte dalla portata
storica, che hanno sì “sbloccato” l’impasse dovuta a trent’anni di devastazioni
amministrativo-ambientali, ma a carissimo prezzo per i cittadini. Tra queste
scelte, vale la pena ricordarne un paio: la prima è la cancellazione di uno dei
punti cardine del piano regolatore, ovvero il ripristino della morfologia della
costa con una grande spiaggia libera da Nisida a Pozzuoli; la seconda è la
permanenza e l’utilizzo della colmata per i cosiddetti “grandi eventi”, con
l’inaugurazione di una stagione di frizzi e lazzi che finirà per sottrarre buona
parte di quella linea di costa ai cittadini. (leggi l’articolo)
OTTOBRE
L’inizio di una cosa. Cronache e spunti dai giorni del Blocchiamo tutto
Il movimento è partito dai palestinesi in Italia, e dagli studenti universitari
e medi. È stato alimentato da chi aveva fatto della Palestina la propria causa
ben prima del 7 ottobre, che è riuscito a connettersi con chi, magari, è venuto
al mondo più o meno negli anni in cui nasceva la campagna del Bds. Per mesi lo
hanno tenuto in piedi insegnanti, ricercatori universitari, sanitari. E poi è
salito di livello con il coinvolgimento dei sindacati, con l’avanguardia
rappresentata dai portuali, improvvisamente coperta dai media grazie
alla Flotilla. L’esplosione di quest’ultimo mese si deve, però, anche al fatto
che potentati di ogni genere – dal terzo settore alle gerarchie universitarie,
fino al circo dello star system internazionale – hanno capito che parlare a
favore della Palestina oggi può farti guadagnare terreno nell’opinione pubblica.
Le manifestazioni oceaniche di questi giorni, ma anche l’incertezza radicale
sulla tenuta di questa “intifada”, sono il prodotto di questo miscuglio. La
domanda da porci è: che ruolo abbiamo avuto “noi” fino a questo momento, e che
ruolo possiamo avere d’ora in poi? Ci sarà un seguito che possiamo propiziare,
facilitare, spingere? Che ognuno declini il “noi” come preferisce. (leggi
l’articolo)
NOVEMBRE
Oltre il banco degli imputati. La resistenza palestinese sotto processo a
L’Aquila
Di fronte a noi non si presenta una linea d’accusa chiara, coerente, dotata di
un impianto che si sostenga su basi fattuali. Lascia attoniti il fatto che, a
fronte della detenzione di Anan (da oltre diciannove mesi in regime di alta
sicurezza) e di un’imputazione così pesante, quella di terrorismo internazionale
(articolo 270-bis c. p.), che pesa sulla vita dei tre imputati, non ci sia
ancora un impianto probatorio ben definito. Uno dei vulnus più importanti che ha
segnato tutta la linea accusatoria, fin dalle prime udienze, è stata la totale
mancanza di contesto geopolitico degli elementi portati in aula rispetto a ciò
che accade da anni in Palestina, alla sua lunga storia genocidaria, alla realtà
dei Territori Occupati e alla relativa struttura di apartheid e, soprattutto, al
diritto alla resistenza del popolo palestinese. Eppure, nel frattempo, non
possiamo non dire che fuori da quell’aula di tribunale non sia successo nulla.
Anzi! Sul piano politico, più di un passaggio si è intrecciato direttamente con
la storia stessa di questo processo. (leggi l’articolo)
DICEMBRE
La fiera dell’ipocrisia. Intellettuali progressisti e non violenza
Nonostante il tentativo decoloniale questi intellettuali ricadono nella
contraddizione storica che la caratterizza: nel momento stesso in cui si fanno
portavoce di parole d’ordine rivoluzionarie, partendo dalla cosiddetta
solidarietà alla lotta anticoloniale palestinese, lo fanno, di nuovo, imponendo
le categorie analitiche e discorsive dello stesso sistema che, invece, la
visione rivoluzionaria tenta di trasformare. Si fa un gran parlare, in questi
giorni, in Italia, delle pratiche di dissenso individuate da attivisti di
differenti estrazioni. La linea generale è che ogni protesta è giusta e va
sostenuta fino a quando non sfoci nella violenza. Un coro unanime dei nuovi
volti della solidarietà neoliberale si è alzato per ribadire che la non-violenza
è imprescindibile per farsi ascoltare. Condanne di vario genere e prese di
distanze non richieste si sono affrettate a spiegarci ciò che è giusto o
sbagliato, a definire cosa è violento e cosa no. Ma che cosa è la violenza? Chi
la definisce? Come si stabiliscono i parametri secondo cui giudicare? Qual è il
contesto che definisce un’azione violenta? (leggi l’articolo)
(archivio disegni napolimonitor)
Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in
macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella
chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È
qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta
l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza
dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Nel gennaio 2025, la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del
disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver
protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per
decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non
troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don
Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di
frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro
ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri
a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso.
All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati
della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia
specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove
contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori,
accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni,
negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera
spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e
relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo
l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la
cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un
padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina
Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo
sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità
che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo.
La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno
trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua
a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi
ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni
locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e
strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei
Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di
chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che
volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro
stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto
tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie
anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di
diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i
roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando
bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché
forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro
sapevano… e hanno scelto di non agire».
Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della
Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per
l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro
Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle
foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo,
pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo
Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo
entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita
del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento
illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece,
le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale
dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di
stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non
li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli.
Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per
esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare
di rifiuti smaltiti in questa zona».
Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per
la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di
tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che
qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi
urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione
all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio
“Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli
stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice –
è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli
impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro
Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno
riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello
autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati
concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati
della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei
rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi.
Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno
riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la
consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La
sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure
concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni
ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato
esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per
vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle
bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro
per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi
vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio.
L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica.
Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante
della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e
della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga
storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La
Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi
della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni
scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure
imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa
possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della
messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica.
L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle
cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché
il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento
di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo:
ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il
comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a
confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario
Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di
un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare
dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
(disegno di ottoeffe)
Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’
più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle
bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra
beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che
era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale.
(emilio salgari, le tigri di mompracem).
È un mese che sulle cronache napoletane e nazionali l’attore Alessandro Preziosi
pubblicizza il personaggio da lui interpretato nella serie dedicata a Sandokan
andata di recente in onda su Rai 1 (evidentemente di successo, sebbene molto
modesta: personalmente ho resistito mezza puntata). Nella fiction Preziosi è il
corsaro portoghese Yanez, compagno d’avventure della Tigre della Malesia, e in
qualche modo carattere a lui speculare. A mio avviso (non che questo abbia
qualche rilevanza) è il personaggio più bello del ciclo di Salgari: freddo,
elegante nei modi e nell’aspetto, ironico, prudente, è ingegnoso e astuto, anzi
queste ultime due sono probabilmente le sue caratteristiche principali.
Sarà per questo che non c’è intervista (l’ultima è uscita ieri a pagina piena
sul Corriere del Mezzogiorno, a cura di Vanni Fondi) in cui Preziosi, che è
napoletano, non ci propina la retorica sul partenopeo scaltro e “sfaccimmo”,
parola che ripete a oltranza, traducendola quando l’intervista è nazionale a
beneficio dei fan italiani. Il cliché riesce in effetti tanto efficacemente che
il lettore napoletano per bene può gongolare compostamente, sentendosi anche lui
un po’ “sfaccimmo”: anche se odia l’arte di arrangiarsi e disprezza chi si
arrangia, chiedendosi perché non va a lavorare invece di truffare il prossimo;
anche se a Napoli nessuno usa questa parola per intendere quello che intende
Preziosi.
Detto ciò, mi sono chiesto alla terza intervista in un cui si ripeteva questo
refrain: ma di napoletani fessi, ce ne sono?
(credits in nota 1)
Non è il caso di trascendere nella trivialità della connotazione femminile della
parola di questa settimana, quindi sorvolerei da ora in poi sul napoletano,
riportando però almeno il fatto che in francese fesse vuol dire natica,
derivando dal latino “findere”, il cui participio si riferisce a qualcosa di
“crepato in lungo”, “diviso in due”.
Stando sul più accettabile socialmente, secondo i dizionari, il fesso non è
necessariamente uno stupido (può esserlo, ma non necessariamente lo è), quanto
colui “che si comporta da stupido”, e questo è un po’ in contraddizione con il
meridionale “farsi fare fesso”, che fa riferimento al “farsi raggirare”. Tipo
quando io ti dico: vedi che questa cosa che stiamo facendo richiede un
sacrificio per un po’ di tempo. Ma poi finirà, è solo temporaneo. Ti
restituiremo tutto dopo qualche mese, e oltretutto saremo più ricchi sia io che
tu.
Coppa America ogni due anni, team d’accordo. Il Comune di Napoli: pronti a
ospitarla anche nel 2029 (repubblica napoli, 27 dicembre 2025)
Avevamo più o meno quindici anni, io e miei amici, quando una professoressa di
italiano e latino una mattina alzò un polverone accusandoci di essere
maschilisti e sotto sotto fascisti, perché avevamo scritto a caratteri cubitali
sul muro della classe un vecchio detto napoletano: “’O barbiere te fa bello, ‘o
vino te fa guappo, ‘a femmena te fa fesso!”. Quella professoressa si diceva
femminista e di sinistra (la parola comunista già cominciava a diventare fuori
moda), ma raramente le abbiamo visto fare un giorno di sciopero, persino quando
Berlusconi voleva eliminare l’articolo 18 (non ci riuscì, ma poi ci pensò
Renzi), o quando la Moratti completò l’opera di distruzione della scuola
pubblica iniziata dal post-comunista Berlinguer junior. Molti di noi
fessacchiotti per qualche tempo la considerammo anche una persona autorevole, ma
poi capimmo prima di arrivare alla maturità (intesa come diploma). A volte penso
che sarebbe bello tornare a essere così ingenui.
(credits in nota 2)
a cura di riccardo rosa
Ps.: A proposito di Coppa America, bradisismi, palazzi che crollano e territori
sotto attacco, consiglio la lettura di questo breve testo scritto ieri dagli
attivisti dell’Assemblea Popolare di Bagnoli e pubblicato attraverso i canali di
Villa Medusa (entrambe le realtà fanno parte della Rete No America’s Cup).
________________________
¹ Totò ed Ernesto Calindri in: Totòtruffa 62, di Camillo Mastrocinque (1961)
² Massimo Troisi e Pippo Baudo in Fantastico (1990)
(disegno di diego miedo)
In memoria di Roux
Per Alfredo quella domanda lanciata nel silenzio del tinello non suonava come
una domanda. Erano a tavola. Tempo di feste comandate, quando tutti tornano. La
testa abbassata rivolta verso il piatto di pasta e patate. Il suo piatto
preferito. Il cucchiaio impugnato male. La madre sapeva che al figlio quel
piatto piaceva assai. Che lo aveva riproposto ai suoi coinquilini a Torino, coi
quali aveva condiviso la scelta della pasta mischiata, la variante con la
provola, il lardo, il pomodoro pelato, il sedano, la carota. Era bastato un anno
fuori e lontano da casa per capire che le cose che mancano veramente sono sempre
quelle più semplici. Nella busta che la madre gli aveva dato prima di partire,
lei gli aveva scritto una lettera sgrammaticata con la ricetta e il procedimento
passo passo. Un modo della madre di dire al figlio che l’amava. Alfredo quando
l’aprì scoppiò a ridere e poi a piangere.
L’esito della sua pasta e patate però non coincideva mai con quello che adesso
stava gustando. Una pasta morbida, cremosa, il gusto di patate dolci che si
scioglievano in bocca assieme al retrogusto della scorza di parmigiano
ammorbidita dentro la pentola. Una punta di pepe nero e un bicchiere di vino
rosso del contadino di Castelvenere, un tale di nome Ugo che il padre di Alfredo
aveva conosciuto e di cui si fidava; che faceva il Piedirosso e il Barbera del
beneventano a poco al litro. Le posate tintinnavano, gli sguardi erano rivolti
verso il mangiare. A tavola, oltre a lui, la madre e il padre, anche la sorella
e il fidanzato Rosario. La mozzarella e il prosciutto crudo per secondo. Il pane
cafone era tagliato a fette spesse. Le zucchine alla scapece mantecavano
nell’olio.
Rosario, il ragazzo della sorella, aveva portato le paste. Era un bravo ragazzo,
uno studente di filosofia appassionato di letteratura. Uno che a ventiquattro
anni già aveva letto tutti i classici francesi. Al padre di Alfredo piaceva quel
ragazzo sveglio, che stava facendo le scuole alte, che studiava, leggeva,
s’informava, s’infervorava quando parlava di politica. Alla madre di Alfredo
dava certezze. Gli andava bene anche perché le discussioni, quando si
accendevano, trovavano una sintesi, e poi perché per il padre di Alfredo veniva
rispettato un principio cardine, che più volte il padre aveva ricordato alla
figlia femmina con quel dialetto sporco che tradotto suonava più o meno così:
frequenta chi è meglio di te, e se necessario rimettici le spese.
E Rosario era meglio di loro nello spirito e nella materia. Ereditava privilegi
e gerarchie di valori precise. Era stato educato alla bellezza, al caos
artistico, al gusto, ma non ignorava il mondo reale. Era di quel genere di
persone nate nella buona sorte, che però si sentono in dovere di dare, di
contribuire. Uno di quelli che non riteneva estraneo a sé nulla di ciò che era
umano.
D’altro canto, il padre di Alfredo era tutto ciò che Rosario leggeva sui libri
dei filosofi e sui quotidiani. Uno dei tanti oppressi alienati dal lavoro
salariato doppiamente libero. La prova tangibile dell’esistenza del lavoro vivo
fatto di fatica che genera ricchezza, e poi tutti a casa, in poltrona davanti al
televisore a guardare Samarcanda, Maurizio Costanzo, Quelli che il calcio. Un
lavoratore che aveva fatto la gavetta in mezzo alla strada: questo era il padre
di Alfredo. Orfano di padre operaio morto in fabbrica, l’aveva sostituito
nell’organizzazione scientifica dello sfruttamento di generazione in
generazione. E, tecnicamente, dopo di lui toccava ad Alfredo.
Ciò che Rosario leggeva sui libri il padre l’aveva vissuto sul posto di lavoro.
L’uno parlava in italiano e l’altro in dialetto, con l’altro in dialetto che si
sforzava di parlargli in italiano, raccontandogli del guappo del rione, che
conosceva ma che teneva alla larga perché lui invece lavorava per ironia della
sorte a seguito della morte del padre. Altrimenti chissà come sarebbe andata a
finire. Il padre di Alfredo lo prendeva bonariamente in giro a Rosario, che
almeno per una volta aveva portato due paste da condividere con la grappa alla
fine del pranzo domenicale.
“Quanto ti pagano?”. Per Alfredo quella domanda era un’occasione per farsi
valere. Ecco perché non suonava come una domanda qualunque. Si stava dando da
fare, il ragazzo. Aspettava il riconoscimento. Aveva trovato un lavoro a Torino
per pagarsi l’affitto, le spese, il fumo, le sigarette, qualche birra, i
biglietti di qualche concerto. Si sentiva autonomo. Con quei soldi in tasca si
sentiva diverso dagli studenti che lo circondavano. Diciottenni come lui, ma
spensierati a differenza di lui, che ogni tanto si eclissava mentre quelli
parlavano, parlavano, parlavano. Aveva come una rabbia che sapeva d’orgoglio,
perché lui lavorava e gli altri no. Ma siccome di indole era buono, quella
rabbia la conteneva, la immagazzinava da qualche parte nel suo cervello – ci
voleva tempo prima di farla deflagrare. Si poteva poi permettere di comprare
cose che appena un anno prima non avrebbe mai immaginato. Niente di che, ma
sempre meglio di niente. Aveva un minimo accesso al consumo perché aveva trovato
una pizzeria che gli dava un motorino mezzo rotto e lui faceva le consegne a
casa della gente due o tre sere la settimana. A volte quattro, perché in caso di
maltempo nessuno voleva lavorare e allora lo chiamavano e lui non sapeva ancora
dire di no ai proprietari compaesani.
Un cazzo di freddo su quel motorino. Però così conosceva a poco a poco quella
città dal fascino sinistro, con viali e controviali, il cielo basso e i palazzi
austeri. Non gli dispiaceva la scoperta di una città che si svelava solo quando
entravi dentro ai portoni eleganti. I clienti che gli davano le mance erano
quasi tutti meridionali come lui. Gli studenti aprivano porte di appartamenti
trascurati ma affascinanti, mentre lui viveva con altri due lavoratori pugliesi
in una casa buia al piano terra di un palazzo fatiscente. Ogni tanto una mancia
dagli studenti pure la raccoglieva, e quelli lo invitavano a partecipare a
questa o quell’assemblea contro la guerra o la repressione tra una consegna e
l’altra.
Quando andava a consegnare pizze in palazzi che considerava benestanti la mancia
se la prendeva da sé, nascondendo ai clienti ricchi lo scontrino e aumentando il
prezzo di uno o due euro. I benestanti neanche se ne accorgevano. “Quello che
non mi date voi, me lo prendo”, diceva tra sé per giustificare l’esproprio.
Teneva un salvadanaio, come d’abitudine. Lo stesso genere di salvadanaio rotto
prima di prendere il treno notturno alla stazione di Caserta, senza guardarsi
alle spalle, una sera di novembre del 2001. Coi primi soldi del lavoro di
consegna pizze s’era comprato dei guanti da neve. Le mani erano spaccate dal
gelo. La benzina al motorino doveva metterla lui, sebbene il mezzo non fosse di
sua proprietà.
E Rosario, quel giorno, a tavola, mentre mangiavano pasta e patate, voleva
sapere quanto guadagnava da quello che per Alfredo era a tutti gli effetti un
lavoro – non un lavoretto –, fatto di gesti, impegno del corpo, intelligenza,
capacità di riflettere, interpretare e reagire. Il cucchiaio affondava nel
groviglio cremoso. Alfredo rispondeva: “Cinquanta centesimi a pizza più le
mance”.
“Così poco?” – Rosario avrebbe posto la stessa domanda pure se Alfredo gli
avesse risposto di guadagnarne il triplo per ogni pizza consegnata, perché
Rosario sapeva. Il cottimo come retribuzione basata sui risultati e non sul
tempo è un’ingiustizia.
Con quella domanda tendenziosa, Rosario stava comunque nominando la corda in
casa dell’impiccato. Era la casa di una famiglia di terra di lavoro, laddove il
valore dei soldi è tutto e il valore del lavoro è niente. La provincia rurale
che ce l’ha fatta ad accumulare capitali a furia di far scavare le cave e
costruire palazzi a tutta la manodopera a basso costo disponibile sul
territorio. Quella che non era emigrata come Alfredo. Che ne poteva sapere
Rosario del lavoro di consegna pizze? Quando mai aveva alzato una cardarella,
lui? L’aveva letto dai libri, certo, ma non l’aveva vissuto sulla sua pelle da
borghese figlio di professionisti. Non ne aveva bisogno. Lui era in casa di una
famiglia tirata su con la doppia occupazione da un lato e il lavoro domestico
invisibilizzato dall’altro. Io porto il pane a casa, tu il caffè a letto: così
aveva detto una volta il padre di Alfredo, in dialetto stretto, alla moglie
durante uno dei tanti litigi.
E Rosario, che amava dal profondo la sorella di Alfredo, che si sentiva di poter
parlare così a quella gente di popolo, azzardava un giudizio sul valore che fa
il lavoro. Insinuava che il figlio dell’operaio si stava facendo fottere, mentre
quello vedeva in quel lavoro tutto ciò che si può avvicinare all’emancipazione
quando tieni diciott’anni. Una condanna senz’appello. Aveva una sua teoria,
Rosario, o meglio l’aveva studiata, a differenza di Alfredo.
“Mica è poco. Il sabato sera con le mance arrivo pure a quaranta euro”.
“Per quante ore?”.
“Non è poco per me”.
“Per quante ore?”.
“Sette, otto ore. Poi mangio pure la pizza. La fa buona. Mi alzo anche cento
euro la settimana”.
“E il tuo padrone lo sai quanto guadagna?”.
“E che ne so?”.
“E un contratto? Te l’ha fatto un contratto?”.
Alfredo gli rispondeva di no con un cenno della testa rapido, incupito, senza
neanche guardarlo.
“E se fai un incidente chi ti paga i danni?”.
La mamma di Alfredo, a quel punto, lo fulminava con gli occhi dal profondo della
sua superstizione. La sorella in silenzio si affrettava nel cucinotto per lavare
i piatti. Alfredo non rispondeva. Il padre aveva ascoltato con attenzione,
guardava il figlio con supponenza, come chi giudica il costo della merce viva al
mercato delle braccia. E allora giudicava il costo del suo lavoro. E sigillava
così, in via definitiva, quel giudizio: “Jamme, strunz. Se ti dice che è poco, è
poco”.
Alfredo non riusciva a credere che qualcuno gli potesse sbattere in faccia la
svalutazione dei suoi sacrifici, che qualcuno stesse mettendo in discussione
tutte quelle giornate passate a sgobbare al freddo, sotto la pioggia. Solo anni
dopo lo avrebbe capito, ma non in quel momento, tra la pasta e patate e la
mozzarella, a tavola, nel tinello di casa. La carta da parati rosa alle pareti.
Il televisore spento. Qualche brutto dipinto appeso. Non la sentiva neanche più
sua, quella casa. Le donne ascoltavano gli uomini, pronte per spegnere
l’incendio, perché sapevano che la violenza era un’opzione percorribile tra le
tante in quelle mura domestiche.
Alfredo allora si alzava dal tavolo, entrava in bagno con gli occhi gonfi. Non
voleva dargliela vinta. Non voleva mostrare debolezza davanti al padre. Non
aveva il diritto di piangere davanti a lui. Un cazzotto sul muro del bagno
provocava un rumore sordo, che nessuno aveva sentito. Gliel’avrebbe fatta
pagare. Lo giurava a se stesso, guardandosi fisso negli occhi gonfi di lacrime,
davanti allo specchio. Gliel’avrebbe fatta pagare prima o poi. Se lo ripeteva
respirando forte, ansimando, stringendo a pugno le mani spaccate dal gelo per un
lavoretto di merda che nel giro di un anno l’aveva fatto uomo. (pomé)
_______________________________
Qui gli altri articoli della serie
(disegno di lorenzo la rocca)
La redazione di MONiTOR augura a tutti i suoi lettori buone feste!
(disegno di valeria cavallone)
Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a
venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura
del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della
chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale.
Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del
più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da
immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero
consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di
condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo
rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze
catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.
“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e
del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo
dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and
Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato
dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano
che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per
quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema
riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni
una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a
livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità
come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore
della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi
preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli
autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla
cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti
della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo
studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori
dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in
conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori
potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro
lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva
significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente
obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.
Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea
contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando
il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il
mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è l’utile
sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe
“infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto
il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli
anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma
riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo
e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico,
il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di
Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale.
La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante
Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013,
finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso
l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno
delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.
Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece
dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano
stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la
biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma
anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un
livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito
come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018,
continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le
istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime
per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima
regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E
pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la
causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con
sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto
subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se
lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa
sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.
Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più
vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già
sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche
agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti
chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è
conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati
molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti
riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua
interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per
conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle
piante nei raccolti.
Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si
comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la
xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla
normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non
motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il
risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato,
l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che
producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per
eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che
prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione
Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare
l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il
livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che
permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di
dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di
scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e “allargare il campo
di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale
correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.
In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti
fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che
utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della
Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita
Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e
superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia
di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli
olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due
volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore
rispetto alla provincia di Foggia.
Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità
della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati,
lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere,
sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori
rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che
ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a
problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che
la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi
fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni
che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che
scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo
scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti
relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari)
sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più
esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione
bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli
affari. (giuseppe vinci)
(disegno di rosa battaglia)
Dopo diciassette mesi di detenzione il Tribunale di Napoli ha assolto quattro
giovani migranti dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Le storie di S., A., K. e I. si intrecciano nel luglio 2024, quando la nave
dell’Ong Ocean Viking recupera due imbarcazioni partite dalle coste libiche, in
area Sar (ricerca e soccorso) e le conduce al porto di Napoli.
Appena sbarcato il gruppo, prende avvio la consueta ricerca dello “scafista”.
Bastano poche ore e qualche testimonianza raccolta in modo raffazzonato per
individuare i nomi di quattro ragazzi. Così, in una giornata qualsiasi di
luglio, le porte del carcere di Poggioreale si aprono per S., A., K. e I.,
giovani vulnerabili, con un passato migratorio estremamente difficile. Si
trovano in carcere in un paese sconosciuto, di cui non parlano la lingua, dove
nessuno spiega cosa stia accadendo, perché sono è lì e per quanto tempo ci
dovranno restare. Fin dal primo momento i quattro ragazzi vengono senza alcuna
prova associati a un’immaginaria organizzazione dedita al traffico di esseri
umani: passeggero che prende il timone equivale a comandante, che equivale a
scafista, che equivale a membro di una rete criminale internazionale che
trasporta i migranti dalla Libia all’Italia.
Nel corso del processo, durato un anno e mezzo, si sono avvicendati numerosi
testimoni dell’accusa e della difesa, nel tentativo di ricostruire l’intero iter
del viaggio dalla Libia all’Italia. Si è parlato dei lunghi periodi di
detenzione in Libia, delle torture nelle carceri finanziate dall’Europa, delle
minacce della cosiddetta guardia costiera libica. Lo stesso comandante della
Ocean Viking, che aveva soccorso le due imbarcazioni di fortuna su cui
viaggiavano i ragazzi, ha spiegato in aula come gli interventi della guardia
libica metta solo a rischio la vita dei migranti.
Un quadro sempre più nitido ha cominciato a delinearsi, riportando i fatti alla
loro ordinarietà. I quattro ragazzi accusati di aver guidato la barca, che
durante il tragitto si erano scattati selfie ed erano stati ripresi in video e
foto – materiale utilizzato dalla Procura come prova della loro colpevolezza
(del resto chi non si fotograferebbe mentre commette un reato di tale portata…!)
– non erano affatto pericolosi criminali. Erano passeggeri costretti a prendere
il controllo di un barchino alla deriva per tentare di salvare la propria vita e
quella degli altri. Passeggeri che avevano agito in stato di necessità, poiché
in quel momento non potevano fare altro.
Il 5 dicembre, nell’ultima udienza, questa verità tanto evidente quanto
difficile da affermare per le implicazioni politiche che comporta è stata fatta
propria dal pubblico ministero, che, accogliendo la ricostruzione della difesa,
ha chiesto l’assoluzione dei quattro imputati poiché il fatto non costituiva
reato. I giudici, riconoscendo la stessa realtà, hanno assolto i ragazzi. È bene
sottolineare che il riconoscimento già in primo grado dello stato di necessità,
che esclude la punibilità del fatto in concreto, rappresenta una decisione quasi
unica. Per quanto sembri ovvio che quattro ventenni spaventati, reduci da una
detenzione in Libia, non appartengano a reti criminali dedite al traffico di
esseri umani, risulta estremamente difficile che quest’evidenza venga affermata
con chiarezza in un’aula di giustizia.
La stessa Giorgia Meloni, d’altronde, all’indomani della strage di Cutro, aveva
affermato in conferenza stampa che si sarebbe impegnata per cercare e perseguire
gli scafisti “su tutto il globo terraqueo”. Una figura, quella dello “scafista”,
evocata come soggetto onnipotente, capace di attraversare confini e regole,
responsabile diretto delle migrazioni verso l’Europa. Una rappresentazione che,
riprodotta nelle aule di giustizia e nel discorso politico, svolge una funzione
precisa: offrire un colpevole individuale a fronte di un fenomeno strutturale.
Lo scafista diventa il capro espiatorio di un sistema che criminalizza la
mobilità anziché interrogarsi sulle sue responsabilità. A partire dagli anni
Novanta, con l’Accordo di Schengen e il Trattato di Maastricht, l’Unione Europea
ha infatti progressivamente rafforzato le frontiere esterne, trasformandosi
nella cosiddetta “fortezza Europa”. Alla libera circolazione interna dei
cittadini ha fatto da contraltare un inasprimento delle politiche di controllo
nei confronti dei cittadini extracomunitari, accompagnato da un ricorso
crescente a misure restrittive della libertà personale. In questo contesto, la
distinzione tra vittima e responsabile tende a dissolversi.
Non sorprende, allora, che nelle aule di giustizia risulti così difficile
affermare l’inesistenza dello “scafista” come figura criminale autonoma. Le
pronunce divergenti ne sono una conseguenza diretta. A causa di una decisione
dello stesso Tribunale di Napoli, un altro giovane, J., imputato per il medesimo
reato dei quattro ragazzi di cui si parla qui, è tuttora detenuto nel carcere di
Poggioreale (qui abbiamo raccontato la storia sua e di altri due suoi compagni).
Per J. il pm ha richiesto una condanna a otto anni di reclusione. Storie simili,
esiti opposti.
Un dato certo è che nel giudizio sui migranti, anche in tribunale, pesa spesso
più la disposizione di chi ascolta che la consistenza dei fatti che emergono, o
che restano invisibili, nel corso del processo. Il procedimento penale, anziché
costituire uno spazio di accertamento della realtà, si trasforma in un luogo di
conferma di premesse già date, dove alcune narrazioni risultano immediatamente
credibili e altre strutturalmente inattendibili. Eppure appare paradossale una
presunzione di colpevolezza tanto automatica quanto selettiva: chi ha guidato,
anche per pochi istanti, una barca, diventa immediatamente uno trafficante di
uomini; chi ha attraversato la Libia, è stato detenuto arbitrariamente,
torturato o sottoposto a trattamenti inumani, non viene automaticamente
riconosciuto come vittima delle violenze delle frontiere (a dispetto
dell’abbondanza di rapporti di organizzazioni internazionali, pronunce di corti
sovranazionali e innumerevoli testimonianze di migranti, operatori umanitari e
attivisti). La sofferenza, quando è strutturale e sistemica, sembra perdere
valore probatorio.
Questa asimmetria non è casuale, ma riflette una frattura più ampia che
attraversa il mondo reale e il discorso pubblico: una frattura che privilegia la
logica del controllo e della punizione rispetto a quella della protezione e
della responsabilità. In tale cornice, la repressione diventa la risposta
primaria a fenomeni complessi, mentre le cause strutturali delle migrazioni
forzate vengono rimosse o esternalizzate. Da un lato si finanziano centri di
detenzione in Libia e si normalizzano rapporti con attori responsabili di gravi
violazioni dei diritti umani come il generale Almasri, rimpatriato nonostante un
mandato di cattura della Corte Penale Internazionale; dall’altro, si avverte
come indispensabile l’individuazione di un colpevole immediatamente disponibile,
tra un gruppo di persone che approdano a fatica sulle coste europee.
L’accanimento giudiziario contro l’anello più debole della catena non è un
errore, ma un elemento strutturale. Per mantenere intatta l’architettura delle
politiche migratorie si sacrifica persino la coerenza del diritto penale. Ma se
il processo diventa il luogo in cui si punisce ciò che è politicamente utile
punire, e non ciò che è giuridicamente rilevante, allora non sono soltanto i
migranti a perdere tutela, ma è l’intero sistema di giustizia a rivelare le
proprie crepe più profonde. In questo senso, le assoluzioni non rappresentano
solo la fine di una vicenda individuale, ma un momento di rara frizione in un
meccanismo che, il più delle volte, funziona senza mai interrogarsi davvero sui
propri presupposti. (gea scolavino vella)
(disegno di roberto-c.)
Dal dicembre 2025 è in libreria Scioperi e serenate. Da Tricarico a Torino e
ritorno (Monitor edizioni, 60 pagine, 12 euro), un libro di Antonio
Guastamacchia. Potete leggere a seguire un estratto dal volume.
* * *
La fabbrica mi stava stretta. Non volevo stare in fabbrica, mi sembrava di stare
chiuso in una prigione. Era la primavera del ’75 e mi arrivò una lettera di mio
padre che mi diceva che c’era la possibilità di lavorare qui, all’Anic. L’Anic
lavorava materiale chimico. Ho scelto, vado giù, così sto vicino e aiuto i
miei genitori. L’Ente Riforma aveva dato un podere a mio padre: si scelse un
podere vicino ai terreni che aveva lui, all’ettaro di terreni che aveva, e gli
serviva soprattutto per andare a pascolare le pecore, era comodo, era vicino.
Avevo detto a mio padre di non rinunciare al podere, ai terreni, perché non si
sa mai. «Tienili tu, al limite falli lavorare, partecipiamo alle spese». Mia
sorella se ne andò in Svizzera, l’altra era a Torino, mio fratello se ne andò
in Svizzera anche lui a lavorare con i muratori. Non avevamo un trattore, si
facevano ancora i lavori con il mulo, con l’asino. Erano rimasti solo mia madre
e mio padre qua a Tricarico. Ho pensato di stare vicino a loro; se hanno bisogno
quando ho finito di lavorare, avrò il sabato e domenica liberi, o altri giorni;
non sapevo i turni com’erano qui all’Anic, quando finivo potevo pure andare in
campagna. E me ne sono venuto qua. L’Anic era a Ferrandina e Pisticci, c’è
un’area industriale. Proprio a Pisticci ci sono stati morti per amianto.
Arrivo qua e successe che mio padre aveva parlato con uno di Tricarico che
doveva darmi una mano. Io ero convinto che dovessimo fare un incontro in ufficio
per fare la domanda. Questa invece era una raccomandazione di un politico! Era
pure democristiano, un senatore. L’ho scoperto dopo, una sera andammo a
Ferrandina con questa persona di Tricarico: «Aspettate in macchina, vado a
vedere se è in ufficio». Torna: «No, il senatore non è venuto oggi perché è
rimasto a Roma». Si vede che c’era qualche consiglio, qualcosa. Quando poi sono
arrivato a Tricarico, e dovevamo tornare dopo qualche giorno o settimana, ho
capito che non volevo la raccomandazione e non sono più andato. Non volevo
chiedere il lavoro. E mi sono iscritto all’ufficio collocamento. È tornato
anche mio fratello, non so perché tornò. Abbiamo ricomprato le pecore, ci
siamo rimessi a fare quello che facevamo prima di andare: il pastore, le pecore.
Abbiamo comprato un trattore, abbiamo iniziato ad arare con il trattore. Eravamo
sul podere della riforma e sull’ettaro e mezzo di mio padre. Abbiamo iniziato a
fare i lavori e siamo rimasti qua. Io mi sono iscritto all’ufficio collocamento,
anche mio fratello si è iscritto, abbiamo fatto i braccianti.
Tornando qua, ho continuato a frequentare la sezione del Pci, lavoravamo insieme
con gli altri, organizzavamo gli scioperi con i braccianti, abbiamo fatto anche
uno sciopero per l’Anic. Volevamo andare a lavorare all’Anic, la gente voleva il
lavoro, non se ne fregava se era un lavoro che portava morte. Anziché emigrare,
lavoriamo qua. Solo che bisognava farlo con più sicurezza. Perché prima non
davano neanche le mascherine per l’amianto. C’era un mio amico, anche lui del
Pci, della mia età, lui andava a lavora- re alla Liquichimica di Ferrandina e
ha avuto problemi di tumore, tanto è vero che non c’è più.
Ho frequentato il Pci al ritorno da Torino, però io una volta ho visto, ma ero
piccolo, sette o otto anni, una scheda del Psi. Con il fatto che qui c’è stato
Rocco Scotellaro, molta gente votava Psi per Rocco Scotellaro. Scotellaro fece
una lista civica, si chiamava Lista Aratro, non misero il simbolo del Psi quando
ha vinto Scotellaro e anche dopo hanno continuato a mettere l’aratro. E so che
mio padre era di quella tendenza, ma in casa non si parlava, la politica proprio
non c’era. E anche questo di Tricarico che mi voleva portare dal senatore per
raccomandarmi era del Psi, però il Psi con la Dc andava d’accordo, hanno fatto
tanti governi assieme!
Quando sono tornato, ho incominciato a portare le serenate. A Tricarico c’era
un’usanza: dal 17 gennaio, che è il primo giorno di Carnevale, si cominciano a
portare le serenate. Inizia tutto con il Carnevale. Fino al martedì grasso si
possono portare le serenate. Cara Ninella è una canzone tipicamente di
Carnevale, perché tu in quelle frasi chiedi se si è ammazzato il maiale,
chiedi di tirare fuori il salame. Nel periodo dopo Natale i lavori della
campagna erano quasi finiti e si ammazzava il maiale, si faceva la salsiccia.
Nella canzone Cara Ninella andavi a chiedere se avevano ammazzato il maiale
perché volevi un po’ di salame. E si creava la festa, noi suonavamo e loro
andavano a prendere il salame. Molte volte anche dove non c’era il salame noi
facevamo comunque la serenata: ci accontentavamo di un piatto di spaghetti.
Tu portavi le serenate quando queste persone erano già a letto, dovevi
aspettare che loro si coricavano. Arrivavi vicino alla porta con fisarmonica,
cupa cupa, tamburello o zampogna e ti mettevi a suonare e cantare, a sorpresa.
Magari c’era qualcuno che in mezzo a noi aveva organizzato: un parente, un
compare, un amico. E abbiamo incominciato a fare queste serenate. Erano
accettate le serenate, molta gente se le aspettava. C’era un amico mio, Franco
Manzi, che era del Pci: lui voleva la serenata tutti gli anni e noi gli
portavamo la serenata. C’era un altro amico, sempre del Pci – perché poi
cercavamo di andare nelle case dove eravamo accettati dalle persone –, Pasquale
Langone, lui ti ricordava: «Il 27 faccio il compleanno!». Per dire: portatemi la
serenata. Andavamo a fare la serenata, poi si entrava in casa, loro preparavano
da mangiare, mangiavamo, si continuava a suonare. Era una festa. Non solo la
sera, la notte! Quando poi si incominciava a imparare le canzoni, partivi la
sera e tornavi la mattina. La mattina, era giorno, passavi dalla piazza, suonavi
davanti al bar, ti offrivano il caffè e te ne andavi a casa. Restavi senza
voce. Questo lo faceva mio padre e poi ho ripreso a farlo io da quando sono
tornato da Torino, prima non l’ho fatto mai.
Prima non dovevi chiedere se portare o no la serenata, ti presentavi e basta. La
dispensa era sempre piena, soprattutto cercavamo di sapere chi aveva ammazzato
il maiale. Io a mio padre lo sentivo anche quand’ero piccolo che lui portava le
serenate. A casa nostra è venuto anche Scotellaro, perché Scotellaro era uno a
cui piaceva andare con i contadini a sentire le serenate, a stare con loro, lui
era uno di noi. Io a mio padre lo sentivo cantare le serenate, però non mi ha
mai portato insieme. Proprio se era una festa vicino casa, allora ero lì ad
ascoltare. E da lì ho cominciato a cantare anche io, ma da solo, senza farmi
sentire. Poi, quando sono tornato a Tricarico, le serenate erano scemate, anche
il Carnevale era scemato, quasi non c’erano più. A una certa età anche gli
anziani non uscivano più. E mi sono trovato io a portare le serenate, si
organizzavano dei balli nelle case.
Io ho imparato da solo a suonare il tamburello. Vedevo mio padre come lo
suonava, ma non ero capace di suonarlo, poi piano piano ho imparato. Dopo la
fabbrica ho cercato di imparare a suonare il tamburello, ma era difficile
perché è pesante. [Prende il tamburello e accenna i battiti]. A Tricarico c’è
la terzina. Tre colpi. E ho imparato con un tamburello e con la scatola delle
scarpe, quella è leggera. [Suona]. E ho imparato. Ho sempre guardato mio padre,
poi ho iniziato piano piano, piano piano. E poi velocissimo. [Suona il
tamburello modulando diverse veloci- tà]. Quando io faccio la terzina, molti
non vengono dietro. Quando ballano la pizzica, per esempio, e io mi trovo là e
mi metto a suonare questa, e questa è tarantella e non è pizzica, loro non
riescono a ballare, si fermano. Perché la pizzica non si balla con la terzina.
La terzina non la fanno in nessun altro posto se non a Tricarico. [Mostra i
colpi]. Il primo è con i polpastrelli delle dita, il secondo è con il pollice
e il terzo con il dorso della mano. La terzina non esiste in altri posti. La
terzina appartiene alla tarantella. Io dico sempre: noi abbiamo la tarantella,
perché dobbiamo fare la pizzica? Sì, possiamo anche fare un pezzo di pizzica,
come loro possono fare un pezzo di tarantella, ma i pugliesi fanno solo pizzica.
La tarantella è lucana, calabrese, a Napoli la tammuriata, in Abruzzo e nel
Lazio il saltarello.