(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
Nel lessico tecnico del settore immobiliare e negli studi
urbani, coliving e student housing identificano una nuova tipologia di strutture
residenziali su larga scala che negli ultimi anni si sono moltiplicate nei
contesti urbani. Si tratta di edifici dalla natura ibrida e sfuggente, che si
sottraggono alle classificazioni abitative consolidate: presentano
caratteristiche alberghiere (servizi, reception, pulizie, piattaforma di
prenotazione), ma ospitano residenze a medio-lungo termine; offrono soluzioni
per studenti e studentesse ma accolgono anche professionisti; propongono stanze
private ma gestiscono anche spazi collettivi. Questa ambiguità rappresenta
precisamente la strategia di questi operatori, che si posizionano in una zona
grigia tra ricettivo, housing e workspace per massimizzare flessibilità e
ricavi.
Modelli di questo tipo si inseriscono nelle crepe di un sistema abitativo sempre
più deregolamentato, in cui l’offerta residenziale è insufficiente e i prezzi
risultano insostenibili rispetto ai redditi medi (spesso inferiori ai duemila
euro mensili, secondo i dati Istat). Il coliving propone formule “all
inclusive”: una stanza privata che va dai dieci fino ai trentacinque mq con
servizi condivisi come cucine, coworking, lavanderia, palestra e area lounge,
oltre che eventi programmati. Questo modello contribuisce a rafforzare una
concezione della casa come servizio a pagamento, piuttosto che come bene
primario, stabile e tutelato. Difatti, se si osservano le strategie di marketing
e la narrazione commerciale dei gestori si può notare come venga esaltata la
flessibilità, la temporaneità e la creazione di community, arrivando a
trasformare anche il bisogno di socialità in un servizio incorporato nel
pacchetto a pagamento.
L’analisi dei dati sugli investimenti in questo settore, nel primo semestre
2025, offre una chiave di lettura emblematica delle dinamiche che stanno
ridefinendo il paesaggio di moltissime città italiane. Secondo Savills –
un’importante società britannica di servizi immobiliari – il settore
del living in Italia ha registrato un aumento del 118% solamente nell’ultimo
anno, con 670 milioni di euro investiti. Questa esplosione di investimenti si
concentra in cinque città italiane – Milano, Roma, Firenze, Bologna e Torino –
che rappresentano “poli di attrazione” per capitali nazionali e internazionali.
Queste città condividono alcune caratteristiche strutturali: innanzitutto una
forte presenza universitaria, un’elevata attrattività turistica, sono centri
direzionali e presentano mercati immobiliari sotto pressione, caratterizzati da
un vertiginoso aumento dei prezzi. Tuttavia, se guardiamo online l’offerta di
alcuni operatori commerciali, possiamo notare un’espansione anche in città più
piccole ma di grande attrattività universitaria e turistica: Padova, Matera,
Palermo, eccetera.
La crescita degli investimenti nel settore abitativo non è casuale, si tratta di
un vero e proprio boom speculativo che conferma che la casa non è più
prioritariamente un bene d’uso ma un asset class da cui estrarre rendite
crescenti. Questa crescita, afferma sempre Savills nel rapporto “Italian student
housing market”, è trainata soprattutto dagli studentati privati. La società di
consulenza e investimento immobiliare evidenzia che, poiché l’offerta privata in
Italia copre appena il 4% della domanda proveniente dalla popolazione
studentesca, il settore presenta ancora un forte potenziale di crescita per gli
investitori. Attualmente il 31% dei posti letto complessivi è gestito da
operatori privati, una quota cresciuta di oltre dieci punti percentuali in soli
quattro anni. Il report segnala inoltre che sono previsti venticinquemila nuovi
posti letto entro il 2027.
Il fatto che le città italiane vengano segnalate come poli di attrazione, con
domanda in aumento e “canoni competitivi rispetto alle principali capitali
europee”, ci fa intendere che c’è ancora margine di crescita degli affitti e dei
prezzi delle case. In altre parole, gli investitori vedono in Italia un mercato
in cui i rendimenti possono aumentare ulteriormente. Un altro dato preoccupante
riguarda gli student housing professionali, ovvero i cosiddetti “studentati di
lusso”, che stanno crescendo perché, come in altri ambiti delle politiche
abitative, lo Stato ha progressivamente abbandonato il suo ruolo di garante del
diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da
operatori privati.
MEMBRI, NON INQUILINI
Questa tipologia di complessi residenziali prolifera già da diversi anni in
molte città. I principali gestori sono: The Social Hub, società olandese;
aparto, che fa capo al gruppo Hines; Collegiate, di origine britannica; Camplus,
società italiana; Yugo, compagnia globale di student housing con sede principale
negli Stati Uniti; Joivi, prima piattaforma europea di coliving, micro-living e
student housing, nata dalla fusione di DoveVivo con altre società del settore.
Quest’ultima, in forte espansione, gestisce oltre 2.500 abitazioni in sei paesi
europei, con una crescita dei ricavi tra 2021 e 2023 del 70% in Italia e del
140% all’estero.
Queste società hanno diffuso un nuovo modello abitativo che sembra esclusivo, ma
in realtà è molto standardizzato: stanze o micro-appartamenti di pochi metri
quadrati con bagno privato, arredi di design, palestra e piscina sul tetto,
coworking, verde verticale, lavanderia e una serie di servizi riservati ai
residenti e abbonati. A essere esclusivi, tuttavia, sono soprattutto i canoni
mensili, che oscillano tra i mille e i tremila euro, a seconda della soluzione
scelta e delle eventuali convenzioni universitarie, ma in assenza di qualunque
reale tutela per chi vi abita.
A Roma, per esempio, il modello del coliving e degli studentati privati sta
iniziando a consolidarsi solo recentemente, ma con una velocità impressionante.
Il caso più visibile è The Social Hub, inaugurato nel 2025 nell’area dell’ex
Dogana a San Lorenzo. Chi guida sulla tangenziale est o arriva in treno a
Termini non può non notare la nuova mega-struttura: ventiquattromila mq
riconvertiti in residenza ibrida con camere, coworking, palestra e servizi,
venduti come “esperienza abitativa” a tariffe superiori ai duemila euro al mese.
L’immobile era di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti e, secondo un’inchiesta
di Irpimedia, è stato ceduto al gruppo olandese TSH a un prezzo di gran lunga
inferiore al valore di mercato, evidenziando ancora una volta come il patrimonio
pubblico alimenti la rendita privata.
The Social Hub è arrivato in Italia nel 2018, aprendo la sua prima sede in via
Lavagnini a Firenze, quando ancora operava sotto il brand The Student Hotel. Il
cambio nome ha segnato anche un cambiamento nella strategia aziendale: dalle
residenze pensate principalmente per studenti a un modello ibrido rivolto a
un’utenza mista, inclusi turisti, nomadi digitali e professionisti in soggiorno
temporaneo. Oggi The Social Hub gestisce quattro strutture in Italia, tra Roma,
Firenze e Bologna, e ha già annunciato una prossima apertura a Torino.
Attraverso un’analisi dei prezzi svolta sulla piattaforma online, constatiamo
che un soggiorno medio-lungo si aggira mediamente intorno agli ottanta euro a
notte, superando facilmente canoni di duemila euro al mese per una stanza di
circa trenta mq con bagno privato e, in alcuni casi, angolo cottura. Si tratta
di un’offerta completamente gestita secondo il modello alberghiero, con servizi
condivisi che trasformano l’alloggio in un prodotto esperienziale più che in
un’abitazione stabile. Queste strutture includono sempre spazi semipubblici –
uffici e coworking accessibili tramite abbonamento mensile e aperti h24 e sette
giorni su sette, oppure bar e ristoranti interni – e spazi dichiarati pubblici,
come terrazze o giardini, attraversabili anche da chi non risiede nella
struttura.
Gli abbonati ai servizi vengono tutti definiti member della community, e si
hanno dei badge per accedere nei vari ambienti della struttura. In questo
modello abitativo, si perde persino l’identità di inquilino o inquilina: non si
è più residenti con diritti specifici, ma “membri” di una struttura, dove
l’abitare viene trasformato in un prodotto commerciale. Non è un caso che, da
qualche anno, non è possibile soggiornare per oltre dieci mesi nella stessa
struttura, costringendo così a un nomadismo forzato anche chi vuole
stabilizzarsi per più tempo.
Accanto a TSH operano altri attori come Camplus, che gestisce vari studentati in
tutta Italia. A Roma, per esempio, a Pietralata, quartiere dove è in progetto
anche la costruzione del nuovo stadio, gli alloggi studenteschi hanno rette che
vanno dai 14 mila euro per stanze doppie ai 16.500 euro l’anno per stanze
singole, includendo diversi servizi. Le strutture hanno posti anche per viaggi e
trasferte di lavoro, con prezzi tra i novanta e oltre duecento euro a notte per
soggiorni medio-brevi. I costi variano in base alle convenzioni con aziende e
università, una logica che consente a queste strutture di consolidare il modello
di partenariato pubblico-privato. Questo sistema di accordi serve a legittimare
la struttura come servizio di pubblica utilità, facilitandone l’accesso a fondi
pubblici, agevolazioni fiscali e concessioni edilizie, pur mantenendo una
gestione orientata al profitto.
Lo stesso meccanismo riguarda il progetto da cinquantasette anni di concessione
nell’area degli ex Mercati Generali, realizzato dal fondo Hines, che ha come
partner anche la compagnia israeliana Menora Mivtachim con interessi immobiliari
in Cisgiordania. L’opera è stata giudicata di “pubblica utilità”, ma replica il
solito modello ibrido: oltre duemila posti letto, di cui appena un quarto a
canone cosiddetto “calmierato”, che comunque resterà allineato ai prezzi del
mercato privato, vanificando qualsiasi reale funzione sociale. In questa zona si
è attivato un ampio fronte di cittadini/e, realtà locali, organizzazioni
studentesche e movimenti che chiedono trasparenza sul progetto e un reale
coinvolgimento della comunità. Tra le richieste principali: più verde pubblico e
la tutela dell’area rinaturalizzata esistente, che ospita un ecosistema urbano a
rischio di cancellazione definitiva.
Dinamiche simili si registrano in altre zone della città. A largo Preneste,
nell’area dell’ex Snia Viscosa, il costruttore Pulcini progetta uno studentato
che, secondo i comitati di quartiere, cancellerebbe uno dei pochi spazi verdi
rinaturalizzati della zona. Poco distante, l’ex cinema Impero è destinato a
essere convertito in un altro studentato con funzione residenziale di fascia
alta, che poco sembra rispondere alle esigenze abitative del territorio.
Rimanendo nello stesso quadrante geografico, a Casal Bertone, vicino alla
stazione Tiburtina, è stata recentemente cementificata una falda acquifera in
via Giuseppe Partini per costruire uno studentato privato di ottomila mq con 270
stanze, situato tra l’hub logistico di Amazon e lo spazio sociale Strike. L’area
di venticinquemila mq è stata acquisita dal fondo statunitense Barings tramite
un’operazione immobiliare curata da Savills SGR, dopo l’acquisizione dal
precedente proprietario, il gruppo BNP Paribas.
Infine, ma non ultimo, c’è il Museo della Scienza, previsto negli spazi delle ex
caserme di via Guido Reni, nel quartiere Flaminio. L’intervento, realizzato da
Cassa Depositi e Prestiti Real Asset SGR in partnership con soggetti privati,
combina la funzione museale con una nuova edificazione di residenze e funzioni
private, affiancate da spazi pubblici. Un modello che, pur promettendo
rigenerazione, nasconde dietro l’interesse pubblico interessi di valorizzazione
immobiliare.
SOLDI PUBBLICI, PROFITTI PRIVATI
Ormai da diversi decenni, numerose amministrazioni locali, al di là delle
differenze ideologiche e di bandiera partitica, hanno progressivamente adottato
strategie di gestione urbana ispirate a logiche neoliberiste, fondate sulla
ricerca di capitale e visibilità internazionale. Tali strategie hanno favorito
l’emergere di processi di gentrificazione, turistificazione e finanziarizzazione
dello spazio urbano. Questo paradigma di governo della città, consolidatosi da
oltre tre decenni, è quello che David Harvey definisce “imprenditorialismo
urbano”. Esso si basa su alcuni pilastri: il ricorso sistematico al partenariato
pubblico-privato, in cui le amministrazioni locali mettono a disposizione
risorse e garanzie mentre i profitti ricadono sui soggetti privati; la natura
fortemente speculativa dei progetti, con il rischio finanziario spesso scaricato
sul settore pubblico. Un esempio attuale è quello dei fondi Pnrr: circa 960
milioni di euro vengono destinati alla rigenerazione urbana e allo student
housing, ma i profitti generati da tali interventi restano in larga parte nelle
mani degli operatori privati.
Altro elemento centrale di questo modello è la competizione tra città su scala
globale, non più nazionale. Le amministrazioni puntano su grandi opere,
rigenerazioni urbane di forte impatto simbolico, musei, infrastrutture e
mega-eventi, con l’obiettivo di attrarre turisti, consumatori, investitori e
capitali internazionali. Esempi emblematici ne sono Expo, Olimpiadi e grandi
manifestazioni sportive, utilizzate come strumenti di marketing territoriale e
leve per mobilitare investimenti privati.
A essere oggetto di speculazione (mascherata da riqualificazione) sono spesso
spazi abbandonati, ex stabili industriali – molti dei quali occupati, recuperati
e fatti vivere per anni da movimenti sociali – oppure territori rinaturalizzati
trattati come “vuoti urbani”. In realtà, queste aree vengono acquisite per lo
più a prezzi irrisori e, grazie a varianti urbanistiche concesse con
disinvoltura dalle amministrazioni pubbliche, trasformate in asset immobiliari
ad alta redditività per fondi di investimento e società finanziarie.
Governance urbane dipendenti dalla logica della rendita, costruite intorno alla
monocultura turistica e prive di risorse pubbliche, finiscono per essere
ostaggio di fondi e operatori stranieri. Questi ultimi si presentano come
soluzione al problema alloggiativo, ma il loro unico obiettivo è massimizzare i
rendimenti, non certo risolvere il problema abitativo di migliaia di persone.
Cosa rende questo mercato così sicuro per gli investitori stranieri? Anzitutto
gli incentivi fiscali e finanziari, come Iva o Imu ridotte, detassazione dei
canoni calmierati e accesso al credito a tassi agevolati. A questo si aggiunge
la deroga urbanistica: il privato presenta un progetto
che apparentemente includerebbe aree verdi (che poi si traducono in giardino
verticale), spazi pubblici (che sono a pagamento) e una quota di alloggi a
prezzi calmierati (che risultano comunque prezzi di mercato); il Comune lo
dichiara di “pubblica utilità” e l’intervento viene approvato in deroga. In
questo modo, senza una variante formale al piano urbanistico, è possibile
costruire più rapidamente, modificare gli usi e aumentare le volumetrie.
Siamo arrivati a un punto di non ritorno in cui è fondamentale fermarsi e
interrogarsi: che tipo di città si sta costruendo? E soprattutto: cosa possiamo
fare concretamente per contrastare questi processi che trasformano i nostri
quartieri in enclave esclusive ed escludenti?
In tutta Europa, molti comitati di quartiere, organizzazioni e movimenti per il
diritto all’abitare stanno avanzando proposte e provando a orientare le
politiche di tantissime amministrazioni locali. Una via d’uscita non può basarsi
su una sola misura, ma richiede un insieme coordinato di interventi capaci di
agire su più livelli. È ormai evidente che va ridotto il potere delle
piattaforme come Airbnb e va disciplinato il mercato degli affitti brevi, che
sottrae stock abitativo alla residenza stabile. Ma intervenire solo su quel
segmento non basta, serve anche una regolamentazione del mercato degli affitti a
lungo termine, oggi lasciato alle sole logiche della rendita e della
contrattazione individuale. È necessario, inoltre, porre un freno ai cambi d’uso
e alle varianti urbanistiche concesse con troppa facilità alle società di
investimento immobiliari, strumenti attraverso cui il patrimonio abitativo viene
sistematicamente sottratto alla sua funzione sociale per essere trasformato in
merce finanziaria. È necessario, quindi, introdurre un vincolo nazionale che
impedisca varianti urbanistiche prive di comprovato interesse pubblico e non
deliberate attraverso processi partecipativi reali – come già richiesto a
Firenze con due referendum consultivi dal basso su temi urbanistici.
Un’altra misura chiave è la tassazione degli immobili vuoti, per contrastare la
rendita speculativa e ridurre il rent gap, cioè la differenza tra quanto un
immobile vale oggi e quanto potrebbe rendere se riqualificato e rimesso a
valore. Il vuoto urbano, cioè edifici lasciati inutilizzati, abbandonati o
tenuti sfitti, non è quasi mai una semplice conseguenza del caso o della
disattenzione. Spesso è una strategia funzionale alla speculazione immobiliare,
perché mantenere spazi vuoti permette agli investitori di acquistare l’area con
pochi capitali, aspettare piani di riqualificazione pubblica e far salire il
valore dell’area. Non è un caso che queste strutture spesso nascono in aree in
cui erano presenti attività produttive, e in quartieri popolari e operai che
vengono riqualificati e gentrificati. Per questo motivo si chiede di tassare il
vuoto, così da evitare che l’inutilizzo diventi una forma di profitto. Allo
stesso tempo, le occupazioni andrebbero decriminalizzate perché sono una
risposta sociale: restituiscono vita agli edifici e danno accoglienza a chi ne
ha bisogno.
In Italia esistono quasi nove milioni di abitazioni sfitte, un dato che mostra
con chiarezza la contraddizione strutturale del nostro mercato: non mancano le
case, manca la possibilità di abitarle. Chi vive nei quartieri non ha bisogno di
queste strutture di coliving; le studentesse e gli studenti vogliono pagare meno
di quanto chiedono i nuovi studentati privati e desiderano vivere i servizi e la
vita dei territori, non chiudersi dentro edifici pensati come spazi
autosufficienti, in cui paghi anche la socialità. (chiara davoli)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
Il ciclone Harry ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge
torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali, spingendo le autorità
locali a chiedere lo stato d’emergenza. In molte aree si sono registrati
accumuli pluviometrici fino a circa 600 mm in pochi giorni, mentre lungo le
coste si sono avute mareggiate con onde fino a nove metri e raffiche di vento
oltre 110 km/h: un quadro che ha già provocato evacuazioni, danni gravissimi
alle infrastrutture e interruzioni della viabilità.
Le organizzazioni ambientaliste hanno subito ricondotto il ciclone Harry
all’aumento degli eventi climatici estremi provocati dalla crisi climatica, cioè
dall’aumento delle temperature globali (qui un pezzo riassuntivo del problema)
dovute all’estrazione dei combustibili fossili e all’eccesso di produzione di
CO2. Eppure, in Italia si parla di “maltempo” (Ansa), o, per esempio, la
presidente del consiglio si dice vicina alle comunità colpite, chiedendo di
esporsi al rischio (GeaAgency).
Del resto, i governi italiani non hanno promosso negli ultimi decenni politiche
di adattamento climatico strutturate. Le nostre coste sono tra le più
vulnerabili d’Europa, con fenomeni erosivi osservati da decenni e con
l’abusivismo edilizio che ha invaso le fasce costiere più sensibili. Una
normativa nazionale – l’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del
paesaggio – individua come paesaggisticamente tutelati i territori costieri
compresi in una fascia di trecento metri dalla linea di battigia proprio per
preservare ambiente, paesaggio e sicurezza territoriale. Tuttavia, quella tutela
resta largamente disapplicata nei fatti, come dimostra la presenza di
insediamenti e infrastrutture che sfidano questi vincoli.
La Calabria e la Sicilia soffrono anche di rischi idrogeologici e sismici
strutturali: vaste aree presentano fragilità legate a dissesti, frane ed
erosione costiera, mentre la siccità estiva e la scarsità di risorse idriche
attivano cicli di emergenza che impediscono una gestione sostenibile dell’acqua.
Questo scenario non è neutro: l’economia estrattiva, gli interessi speculativi e
l’assegnazione di enormi risorse pubbliche a grandi opere poco funzionali – come
il progetto di un Ponte sullo Stretto di Messina da più di 13 miliardi di euro,
firmato WeBuild (colosso dietro la Metro C di Roma e la Metro Blu di Milano, per
citarne due) – distolgono fondi da interventi reali di tutela e prevenzione del
territorio.
Qui si coglie la logica del disaster capitalism: mentre investiamo in grandi
infrastrutture simboliche, gli effetti dei cambiamenti climatici provocano danni
enormi ai territori, con perdite di miliardi di euro. Queste perdite, però, sono
viste dal sistema finanziario e dall’industria come occasioni di investimento: è
la ricostruzione. L’esempio più lampante, in Italia, fu la ricostruzione dopo il
terremoto de L’Aquila (qui un riepilogo). Funziona benissimo anche per le
guerre: è, alla fine, il mandato “immobiliare” del Border of Peacedi Trump a
Gaza (qui un pezzo di inquadramento) oppure, per cambiare scenario bellico, lo
sciacallaggio dei governi e di diverse entità aziendali verso l’Ucraina, a
conflitto neanche concluso.
In un paese in cui oltre il novanta per cento dei comuni è a rischio di frane,
alluvioni o erosione, ignorare la prevenzione climatica, puntare sulle grandi
opere o sui grandi eventi (come Milano-Cortina), tradurre la lotta al
cambiamento climatico in sostenibilità economica (ovvero greenwashing),
significa preferire di gran lunga i profitti dei privati al benessere e alla
sicurezza (non quella propagandistica) delle comunità. Affrontare l’emergenza
solo con un approccio a posteriori, cioè con la Protezione civile e
l’applicazione di legislazioni emergenziali, è una scelta politica precisa. Il
problema viene ignorato finché non si trasforma in crisi, mentre occorrerebbe
ripensare le politiche di pianificazione territoriale e investire in
manutenzione, adattamento climatico, difesa costiera naturale e delle
infrastrutture, ascoltando le comunità locali e i movimenti per il clima.
Il capitalismo è il sistema che si riproduce proprio nell’amministrazione della
crisi. Anzi, in certi casi si rilancia, soprattutto se la crisi viene
trasformata in mito. Da una riorganizzazione economica (una forma di
sfruttamento del territorio) viene una riorganizzazione simbolica. Tutti
ricordiamo l’enorme mobilitazione culturale sorta dopo il terremoto d’Abruzzo,
in particolare la canzone Domani 21-04-09 Artisti Uniti per l’Abruzzo. La
catastrofe fu uno dei luoghi di ricostruzione identitaria della nazione, sul
trauma che ha prodotto un’intera generazione si è raccolta. Un meccanismo che,
ironia della sorte, è stato studiato dallo storico John Dickie sul terremoto di
Messina e Reggio Calabria del 1908 (che distrusse completamente le città e
provocò quasi duecentomila morti), sottotitolo “una catastrofe patriottica”.
Ecco, ribaltando, potremmo azzardare che viviamo oggi forme di “patriottismi
della catastrofe”, che vengono usate a copertura di un contenuto: la natura
predatoria del sistema politico-economico in cui viviamo.
Il ciclone Harry non è stato il primo evento climatico estremo, né sarà
l’ultimo. Pensare che lo Stato possa uscire dal fatalismo investendo seriamente
in adattamento climatico, pianificazione territoriale e infrastrutture significa
ignorare ciò che lo Stato è diventato: un dispositivo di amministrazione della
crisi, non di prevenzione. Non è possibile chiedere a un governo strutturalmente
allineato agli interessi del capitale fossile (del resto, Eni è una delle grandi
emettitrici) di agire contro la logica che lo costituisce. Così come non è
possibile credere, in questa fase storica, in una riconversione ecologica
globale o in un abbandono del paradigma della crescita infinita (il problema, in
fondo, non sono le risorse di per sé, ma il loro uso), mentre la politica
mondiale accelera verso destra e verso uno stato di guerra permanente.
L’unica strada praticabile è allora l’autorganizzazione su base territoriale:
forme di autodifesa collettiva che si assumano direttamente la gestione dei
rischi climatici, la manutenzione diffusa, la messa in sicurezza minima, la
circolazione di saperi tecnici e la preparazione alle emergenze. Non come
supplenza morale allo Stato, ma come costruzione di alternative materiali. Che
siano regioni, comuni, quartieri, spazi sociali non importa. Fuori da questa
prospettiva, non c’è nessuna possibilità: solo nuove crisi e nuove
amministrazioni della catastrofe, sempre più violente. (demetrio marra)
(disegno di ottoeffe)
‘A terra ‘lloc’ è fertile
ma volano proiettili
aggio fatt’ ‘o sanghe friddo comme fosse ‘o rettile. […]
Te fanno fa’ ‘a fine d’e nire ‘mmiez ‘e naziskin,
te lassano int’o garage ‘mmiezo ‘e plastiche d’e motorin’. […]
(uomodisu, indians)
Per la terza volta in pochi mesi un agente del corpo federale americano Ice ha
ucciso una persona a Minneapolis in circostanze sconcertanti. L’uomo,
trentasette anni, è stato sparato più volte da un militare distante pochi metri
fino a che non è stato raggiunto letalmente da un proiettile al petto. Il
Dipartimento per la Sicurezza Interna si è subito affrettato a precisare che
l’uomo era armato (capirai che novità, negli Stati Uniti) ma non ha fornito
nessun dettaglio – almeno fino al momento della scrittura di questa rubrica –
sugli eventi.
Poche ore prima, nell’ambito delle proteste in corso in città contro l’Ice e
contro la violenza militare ormai incontrollata, circa cento preti erano stati
arrestati all’aeroporto di Minneapolis-St. Paul, dove si trovavano per
denunciare la deportazione di alcuni migranti detenuti. Alcuni video mostrano i
manifestanti inginocchiati a pregare, poi l’arrivo della polizia, e quindi
l’arresto.
Come si evince chiaramente dai suoi scritti, Camilo Torres non intende esaurire
la sua azione, approcciando alle problematiche sociali della sua comunità, con
la semplice prospettiva caritatevole. La povertà, intesa non solo dal punto di
vista economico, ma anche culturale e sociale, necessita, per padre Torres,
dapprima della presa di coscienza da parte delle classi deboli, e dappoi
dell’impegno attivo e fattivo, per la «presa del potere» da parte del Popolo.
[…] Sempre nel suo messaggio ai cristiani si legge: «[…] se la beneficenza,
l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene
chiamato “la carità” non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli
affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla
maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare
tale benessere alle maggioranze.» Ed è per questi motivi che egli è persuaso, al
fine di instaurare e garantire la giustizia sociale, che i cristiani
siano obbligati a partecipare alla lotta armata. (giorgio barberis e francesco
ingravalle, introduzione a liberazione o morte!, di padre camilo torres)
In questi mesi abbiamo saputo tutto dell’agenzia federale americana
anti-immigrazione. Ci hanno detto che hanno arrestato un uomo con sua figlia
piccola e li hanno trasportati da Minneapolis al Texas, opponendosi tra l’altro
all’intervento di un giudice federale che ne aveva ordinato il rilascio. Ci
hanno spiegato l’allargamento in termini di numero di agenti e di potere di
intervento che gli è stato attribuito dall’amministrazione Trump, e il conflitto
tra poteri scatenato dalla sua impunità di fatto. Meno dettagliati appaiono i
resoconti delle manifestazioni che si stanno via via diffondendo anche in altre
città, in cui non di rado i manifestanti si scontrano fisicamente con i militari
e/o con la polizia, come accaduto proprio a Minneapolis dopo il ferimento di un
venezuelano che cercava di fuggire ed è stato sparato, per questo, alla gamba.
So’ fernut’ ‘e tiempe ‘e pappa, cacca e nanna,
ma qua ann’ d’e miracoli?
D’e grazie ‘e Dio?
Mo’ ‘o patapata ‘e l’acqua acchiapp’, at’ che grandine.
Pallottole vaganti ‘e ‘sti cape vacant’
ca te fanno veni’ ‘o spanteco
‘sti guappe te fanno jitta’ ‘o sanghe.
(la famiglia, fuje)
Sabato mattina ero in metropolitana in modalità spleen, sotto il diluvio, in
ritardo sia per il mio appuntamento che per la parola di questa settimana,
quando una signora ha richiamato il suo cane che leccava le scarpe di un altro
passeggero – «Bob!». Non credo di aver mai conosciuto nella mia vita un cane che
si chiamasse Bob, ma ho conosciuto abbastanza bene, intorno ai vent’anni, Dylan,
e mi è venuta così in mente A Hard Rain’s a-Gonna Fall, il cui protagonista ha
tra l’altro gli occhi come i miei. La canzone – anzi all’inizio era una poesia,
che non avrebbe dovuto essere musicata – è stata scritta durante l’epoca del
grande rischio nucleare, ma direi che è buona per tutte le stagioni, con il suo
riflettere sulla capacità umana di distruggere tutto ciò ci passa tra le mani,
noi stessi compresi.
Ricordavo un verso in cui il figlio dagli occhi blu cammina per la terra
desolata, e descrive un mare riempito da proiettili e non da pesci (sicuramente
nel mio fanatismo avrò pensato a qualcosa tipo la crisi missilistica e alle armi
nucleari che viaggiavano via mare). In realtà leggo che l’espressione usata è
pellets of poison, che dovrebbe essere qualcosa tipo “granuli di veleno” che
“riempiono le acque”.
L’area di Bagnoli […] per cui è prevista una massiccia movimentazione di terreni
pesantemente inquinati da Ipa e Ocb, è adiacente al mare del golfo di Pozzuoli.
È facilmente prevedibile, che Ipa e Pcb, attualmente relegati nei suoli e nei
sedimenti marini, se mobilizzati in area prospiciente il mare, possano
diffondervisi. Gli Ipa, combinandosi con il cloro (Cl), producono dei derivati,
gli Ipa clorurati, che sono più tossici dei composti d’origine. In particolari
condizioni (combustione incompleta) possono formarsi diossine, sostanze
notoriamente cancerogene-mutagene. Inoltre, gli stessi Ipa e Pcb, se si
combinano con lo stagno (Sn) o il mercurio (Hg), formano sostanze altamente
tossiche. […] Ricordiamo un caso di grave inquinamento ambientale prodotto dalla
combinazione di composti organici con mercurio, nella Baia di
Minimata, Giappone. L’inquinamento, di origine industriale, provocò la malattia
di Minamata, scoperta per la prima volta nel 1956, determinò gravi
intossicazioni negli abitanti e fece incrementare notevolmente l’incidenza di
decessi per cancro nella popolazione della baia (Timothy, 2001). Fu causata dal
rilascio, dal 1932 al 1968, di metilmercurio nelle acque reflue da parte
dell’industria chimica Chisso Corporation. Il metil-Hg, altamente tossico e
cancerogeno, si accumulò nei molluschi, nei crostacei e nei pesci della baia,
entrando nella catena alimentare e causando così l’avvelenamento degli abitanti
del luogo, inclusi numerosi decessi. […] I danni ambientali e sulla salute della
popolazione sono persistiti per decenni e continuano ancora oggi ad avere
effetti, anche sociali, sulle comunità locali. (benedetto de vivo e maurizio
manno, bonifica di bagnoli: perché è rischioso il dragaggio dei sedimenti
marini)
I lavori della vergogna sulla colmata vanno avanti a Bagnoli: i cittadini
protestano (c’è un presidio quotidiano a piazza Bagnoli, dalle 17:00), Bassolino
e De Luca fanno ammuina, le inchieste giornalistiche si moltiplicano, ma il
sindaco-commissario Manfredi non chiarisce le modalità che appaiono davvero
grossolane con cui si sta operando su un terreno inquinatissimo, preparandosi a
fare ancora peggio sui fondali marini. Intanto, camion carichi di materiale
dall’aspetto poco rassicurante se ne vanno a centinaia avanti e indietro da
giorni, perdendo polveri in giro per il quartiere.
Eppure, ci sono tanti scienziati che in questi anni ci hanno spiegato che il
miglior modo per riparare un danno ambientale fatto dall’uomo è usare la natura.
E ce ne sono altri, di scienziati, di tutt’altro tipo ma non meno brillanti, che
ci hanno raccontato che il modo migliore per fare la cosa migliore è rivoltarsi.
Il 7 febbraio ci sarà a Bagnoli una grande manifestazione cittadina.
Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.
(vladimir majakovskij, la nostra marcia)
a cura di riccardo rosa
(disegno di cyop&kaf)
Lo sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti, da cui prende
le mosse anche questa rubrica, va ampliandosi. Non vi partecipano soltanto i
familiari delle persone uccise dal carcere, ma anche i familiari dei detenuti
che vivono un calvario all’interno del sistema penitenziario a causa di
patologie non conciliabili con la detenzione, per mancanza di cure fisiche e
psicologiche. Vi sono inoltre ex detenuti che hanno vissuto l’oscurità delle
celle e che condividono la propria storia. Tutti sono benvenuti a partecipare,
ogni contributo è importante. Le riunioni si svolgono ogni venerdì dalle 19:00
alle 21:00. Il link per accedere alla riunione settimanale viene pubblicato
qualche giorno prima dell’incontro sul gruppo Telegram “Morire di carcere” e su
quello Whatsapp “Sportello di supporto psicologico per i familiari dei detenuti”
. Adesioni e lettere possono essere inviati all’indirizzo e-mail
dell’associazione Yairahia Ets (yairaiha@gmail.com). Avvocati, volontari, membri
di associazioni, garanti delle persone private della libertà sono invitati a
unirsi e a condividere il proprio punto di vista.
* * *
Vittorio Rallo aveva trentadue anni. Fin da giovane è stato soggetto a una grave
forma di tossicodipendenza che lo ha accompagnato per anni e che ha condizionato
la sua vita. A causa della dipendenza ha commesso piccoli reati che nel tempo
gli sono costati condanne anche molto pesanti. Più di quindici anni della sua
vita li ha trascorsi in carcere, entrando e uscendo, senza mai riuscire a
trovare una stabilità. Cinque anni fa era tornato in libertà dopo aver scontato
sette anni consecutivi di detenzione, ma quella possibilità è durata solo tre
mesi. Quando è rientrato in carcere, la sua salute mentale e fisica era
diventata sempre più precaria. Vittorio soffriva di gravi disturbi psichiatrici,
aveva subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e gli era stata
diagnosticata una doppia personalità. Era portatore di handicap e affetto da
condizioni che lo rendevano estremamente vulnerabile. Viveva fasi alterne, con
momenti di apparente stabilità e altri di profondo scompenso. Questa fragilità
era nota alle istituzioni. Esistevano documenti che attestavano
l’incompatibilità di Vittorio con il regime carcerario e la necessità di una
sorveglianza continuativa ventiquattr’ore su ventiquattro. A differenza di altri
casi, Vittorio non aveva indicazioni di detenzione in cella singola, ciò che era
essenziale per la sua sicurezza era la sorveglianza continua, che però nei
giorni precedenti alla sua morte non gli è stata garantita.
Nel corso degli anni, la famiglia di Vittorio aveva chiesto aiuto a tutte le
autorità competenti. Era stato richiesto più volte il suo trasferimento in una
comunità o in una struttura adeguata, dove potesse essere curato e seguito in
modo appropriato. Anche l’avvocato aveva inviato numerose comunicazioni formali.
Nessuna di queste richieste ha mai ricevuto risposta. Prima di arrivare nel
carcere di Viterbo Mammagialla, Vittorio era detenuto a Reggio Emilia. Dopo il
trasferimento a Viterbo, secondo la famiglia, la sua situazione è
progressivamente peggiorata. Durante le videochiamate con il padre e la sorella
Vittorio mostrava segni sul corpo: un occhio nero, o un taglio sull’addome, per
esempio. Screenshot di quelle immagini sono stati conservati dalla famiglia.
Vittorio raccontava di essere stato picchiato da alcuni agenti della casa
circondariale.
Il 24 ottobre 2025, suo padre, profondamente preoccupato, si è recato dai
carabinieri a Pomezia per sporgere denuncia. In quell’occasione ha riferito che
il figlio appariva spaventato, provato, in evidente difficoltà psicologica, e ha
mostrato le fotografie dei segni sul corpo. Solo dopo la morte di Vittorio,
quando il padre è stato nuovamente in caserma per denunciare il carcere, la
famiglia ha scoperto che le fotografie non erano state allegate alla denuncia e
che, fatto ancora più grave, la denuncia presentata il 24 ottobre non risulta
mai essere stata trasmessa né formalmente avviata.
In quella denuncia si evidenziava che Vittorio era fragile, disabile e con
precedenti episodi di autolesionismo. Il padre spiegava che i comportamenti
aggressivi del figlio si manifestavano solo nei momenti di grave scompenso
psichico e che, in quelle circostanze, Vittorio veniva sottoposto a violenze
fisiche o all’isolamento. Da ragazzo aveva già tentato due volte di togliersi la
vita, prima di arrivare a Viterbo e anche per questo avrebbe dovuto essere
costantemente monitorato. Negli ultimi tempi, però, secondo la famiglia, non
mostrava segnali di intenti suicidari. Stava anzi aspettando i suoi cari: un
colloquio era fissato per il lunedì successivo. Da tempo Vittorio era stato
collocato in infermeria, un reparto che dovrebbe garantire maggiore attenzione e
protezione per i detenuti più fragili. Secondo la famiglia, tuttavia, anche lì
Vittorio sarebbe rimasto spesso solo.
L’11 dicembre 2025, nel corso della giornata, intorno alle ore 19:00, secondo
alcune informazioni riferite alla famiglia, ci sarebbe stato un litigio in
cella, seguito dal trasferimento del detenuto con cui Vittorio avrebbe litigato.
Questi elementi vengono riportati esclusivamente per la ricostruzione delle ore
precedenti alla morte. Alle 23:50 dell’11 dicembre arriva ai familiari la
telefonata: Vittorio è morto, “a seguito di un gesto estremo”.
Dopo il decesso è stata aperta un’indagine dell’autorità giudiziaria. Al momento
le attività investigative sono coperte da segreto istruttorio, circostanza che
non consente alla famiglia e ai legali di accedere agli atti o di ottenere
chiarimenti immediati. Gli accertamenti medico-legali sono in corso e i relativi
esiti, compreso quello dell’autopsia, dovranno essere depositati entro un
termine massimo di sessanta giorni, come previsto dalle procedure. Solo allora
sarà possibile chiarire le cause della morte e ricostruire l’accaduto.
Secondo quanto riferito, Vittorio aveva assunto la terapia poche ore prima. Era
seguito con farmaci e iniezioni per la regolazione dell’umore, regolarmente
annotate nella cartella clinica restituita alla famiglia. I familiari faticano a
comprendere come abbia potuto compiere un gesto del genere, considerando la sua
condizione clinica, l’assenza di segnali premonitori e il fatto che stesse
aspettando l’incontro con i suoi cari.
Vittorio era una persona fragile, disabile, affidata allo Stato. Numerosi
documenti imponevano una sorveglianza più accurata, per non parlare
dell’incopatibilità evidente con la detenzione. Nei giorni e nelle ore che hanno
preceduto la sua morte, quella sorveglianza, in ogni caso, non c’è stata. La sua
morte non è però un episodio isolato. Il carcere di Viterbo Mammagialla è stato
negli anni teatro di pestaggi, denunce e morti mai chiarite. Nel caso di Andrea
Di Nino, dopo la sua morte un altro detenuto ha denunciato le violenze che
Andrea avrebbe subito all’interno del penitenziario. Anche Hassan, alcuni mesi
prima di morire, aveva denunciato ai collaboratori del Garante dei detenuti di
essere stato picchiato da agenti, mostrando ferite evidenti e manifestando paura
per la propria vita. Un altro episodio avvenuto sempre a Viterbo riguarda
Giovanni Delfino, morto nel 2019. In quel caso i sanitari avevano riferito che
l’aggressore, noto per precedenti episodi di violenza grave, avrebbe dovuto
essere detenuto in cella singola e sotto stretta sorveglianza, ma che queste
indicazioni non erano state rispettate. Il Tribunale civile di Roma ha
riconosciuto gravi responsabilità dell’amministrazione penitenziaria,
condannando il ministero della giustizia a risarcire la famiglia della vittima,
sottolineando che la morte non si sarebbe verificata se le prescrizioni dei
sanitari fossero state seguite.
Oggi anche la famiglia di Vittorio Rallo chiede verità, affinché questa morte
non venga archiviata né considerata, e sarebbe davvero grave, inevitabile. (luna
casarotti, yairaiha ets)
.
Durata del corso: dal 24 febbraio al 28 aprile 2026
Frequenza: tutti i martedì, dalle 17:00 alle 19:30
Requisiti: un computer portatile e un po’ di tempo a disposizione
Numero massimo di partecipanti: dieci
Luogo: via Broggia, 11 (Napoli)
Info e iscrizioni:
formazione@napolimonitor.it
napolimonitor.it/corsi
Venerdì 20 febbraio alle 18:00 ci sarà un aperitivo di presentazione dove verrà
illustrata, più nei dettagli, la struttura del corso. L’incontro è gratuito e si
terrà nella redazione di Monitor in via Broggia, 11 (terzo piano).
(disegno di cyop&kaf)
Il volume Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere, curato da Brunella
Lottero e Cinzia Morone, è uscito a maggio del 2025 per Paolo Sorba Editore, ma
è rimasto sconosciuto per molti mesi persino a chi, a Torino, si occupa o si
interessa di carcere. Forse perché il suo contenuto spaventava, o perlomeno
metteva in imbarazzo molte istituzioni, o forse, molto più semplicemente, perché
viviamo tutti dentro a bolle comunicative e relazionali sempre più ristrette e
sempre meno comunicanti. Poi è arrivato il premio Sarzana: a gennaio 2026 il
libro vince il “XIII premio letterario Internazionale Poesia, Narrativa,
Saggistica Sarzanae” e la notizia emerge e si diffonde suscitando finalmente
l’interesse che merita. Il libro riprende vita e comincia a circolare,
soprattutto tra chi di carcere si occupa e nelle lotte anti-carcerarie si
impegna.
Il testo nasce nelle sezioni femminili del carcere Lorusso e Cotugno di Torino
dove due donne entrano il sabato mattina per nove mesi (sarà simbolico?) per
condurre un laboratorio di scrittura creativa nella biblioteca del femminile, da
sempre gestita dal comune di Torino, di cui Cinzia Morone è responsabile. È lei
che da molti anni cura la biblioteca interna, la rifornisce di libri, propone
letture condivise, laboratori o visioni di film. Questa volta organizza un
laboratorio di scrittura creativa insieme a una vera scrittrice: Brunella
Lottero. Nel laboratorio si propone la lettura di una grande scrittrice
italiana, Elsa Morante. I brani tratti dai nove capitoli de La storia sono letti
insieme, sono rielaborati e ispirano gli argomenti su cui redigere i propri
testi. Alla fine del laboratorio ogni donna rientra nelle celle e si mette a
scrivere dopo aver ritrovato nel racconto della Morante un tema generatore della
propria condizione umana.
La vita in carcere, la famiglia, gli amori, le speranze, le disperazioni, la
vergogna, il tempo, il futuro: sono tantissime le suggestioni proposte e
sviluppate nei numerosi brani che le donne hanno prodotto mese per mese;
centododici i testi che qui sono pubblicati. Ne nasce una narrazione corale
potente. Potente e struggente, che disvela, a chi ancora vuole chiudere gli
occhi, la totale inutilità del carcere e la sua aberrante crudeltà. Le parole
delle detenute non hanno filtri (segnaliamo peraltro che nessun testo è stato
sottoposto alla censura da parte della direzione del carcere, fatto da non darsi
per scontato) e tramite i loro occhi e le loro voci entriamo nell’inferno
dell’universo carcerario italiano e del significato “rieducazione della pena”.
“Il carcere è un’oscenità, un inferno. Trovo scarafaggi dappertutto. La testa ti
fa riflettere in modo ossessivo”. “Tutto tace, ore 7,30 del mattino. Una voce
improvvisa urla fortissimo: colazione!!! poi di nuovo il silenzio. Ore 8,45 si
sente urlare di nuovo: terapia! Tutto prosegue, una giornata triste e desolata.
Si sentono solo le urla e si vedono scarafaggi qua e là. La giornata prosegue
con le urla delle assistenti che rompono il silenzio”. “Qui mi manca tutto e
certe volte non manca niente perché mi sembra che sto vivendo di niente e per
niente”. “In questo luogo le assistenti non ci assistono ma ci fanno la guardia,
le urla sono quanto di più normale ci sia. Io mi chiedo: le assistenti sono
autorizzate a urlare? Più urlano e più fanno carriera? La nostra dignità qui
viene quotidianamente calpestata e l’urlo per me significa solo insulto”. Sanno,
queste donne, che avrebbero bisogno di tutt’altro e che questo non luogo fa solo
perdere tempo senza fornire nessuno strumento di uscita.
“Qui non si preparano le detenute per il loro futuro: un lavoro, un mestiere,
una possibilità di vita dignitosa ‘dopo’. Molte di noi che non hanno lavorato
mai prima si trovano a oziare in cella, tutto il giorno. Sono annoiate e si
riversano sui programmi demenziali della tivù. Preferiscono così terminare la
pena in carcere, oziando. Per avere l’affidamento al lavoro e quindi scontare
gli ultimi anni o mesi lavorando fuori, non ci sono aziende che collaborano con
il carcere offrendo posti di lavoro. Non tengono in considerazione che più
rimaniamo qui dentro, più abbiamo paura del fuori e del futuro. Ci serve un
ponte tra il carcere e fuori”.
Il futuro non è pieno di speranza perché il futuro significa tornare in quella
società che in realtà ha prodotto il tuo “sbaglio”, quello che ti ha portato
dentro. Quella società in cui vivevi con malessere e disagio rifugiandoti spesso
nella droga: molte donne descrivono una vita difficile, di strada, a molte sono
stati sottratti i figli. Sono poche quelle che raccontano di una famiglia che le
sta aspettando e con cui riescono a fare progetti. Per la maggior parte di loro
il futuro è nebuloso, o è la speranza di un uomo che le ami e le porti via, in
un rifugio in montagna, lontano da tutto e da tutti.
E come non tornare col pensiero a Graziana, una compagna di cella di queste
donne, che nel giugno del 2023 si è tolta la vita dietro le sbarre perché in
prossimità del fine pena che l’avrebbe riportata al suo orrore quotidiano fatto
di violenza domestica? Tutto è grigio e desolante in questo carcere costruito
solo quarant’anni fa, ma già desueto e fatiscente. Sarebbe da abbattere, come
dicono in molti, e lo dice bene Nicoletta Dosio le cui parole risuonano tra le
ultime pagine, un brano tratto dal suo libro Fogli dal carcere: “L’unico carcere
accettabile è quello abolito”.
Ma come si abolisce il carcere? Come aderenti al comitato delle Mamme in piazza
per la libertà di dissenso ce lo stiamo chiedendo da alcuni anni, da quando
siamo state obbligate a occuparci di carcere in seguito alla detenzione di
alcune attiviste NoTav e di giovani studenti. Tramite le loro parole e i loro
racconti siamo entrate in carcere, ne abbiamo conosciuto l’orrore e
l’insensatezza. Dalla solidarietà con le militanti è nata la solidarietà con
tutte le donne del carcere femminile. Abbiamo continuato a sostenere le lotte
delle “ragazze di Torino”, gli scioperi della fame o del carrello, sempre
accompagnati dalle loro lettere di denuncia, gli appelli rivolti alle
istituzioni, le rivendicazioni della dignità e dei diritti, che abbiamo
contribuito a diffondere. Noi siamo, orgogliosamente, uno di quei ponti tra il
dentro e il fuori a cui viene chiesto di portare fuori la loro voce. E le
lettere delle “ragazze di Torino” sono diventate un punto di riferimento
importante nello scenario carcerario e anti-carcerario italiano.
Non è quindi un caso se in questo libro abbiamo ritrovato le stesse parole, le
stesse denunce, la stessa richiesta di profonda dignità. Ci viene da pensare che
quel laboratorio sia stato una delle rare e importantissime azioni
di empowerment delle donne che ha promosso riflessione critica e scrittura, che
ha dato voce alle inascoltate. Loro hanno ritrovato le parole, i solidali le
hanno diffuse. “Le parole sono armi”, ci viene ricordato dal nome del
laboratorio e la “narrazione critica e alternativa ha contribuito alle riforme
carcerarie del Sessantotto”, ci ricorda Claudio Sarzotti nella prefazione.
Abbiamo visto trasformare le loro parole in armi, rivolte a un mondo politico e
istituzionale che sta deliberatamente lasciando marcire le galere. Le parole
sono armi. Usiamole per abbattere queste maledette carceri. (nicoletta salvi
ouazzene)
(disegno di sam3)
È in calendario oggi, 20 gennaio, al tribunale di Campobasso, la quarta udienza
del processo contro Ahmad Salem, ventiquattro anni, palestinese cresciuto nel
campo profughi di Al-Baddawi, in Libano.
Da oltre sei mesi Salem è detenuto in regime di Alta sicurezza a Rossano
Calabro, uno degli istituti storicamente riservati alle persone accusate di
terrorismo.
L’inchiesta nasce nel maggio 2025, quando Salem si presenta in questura a
Campobasso per chiedere asilo politico. Al momento dell’identificazione il
giovane dichiara di aver smarrito i documenti, ma sostiene di avere delle
fotografie salvate sul suo cellulare.
La polizia visiona anche altri contenuti: immagini e video legati alla guerra in
Palestina, filmati della resistenza armata e materiali sul genocidio in corso a
Gaza. È da lì che prende forma l’impianto accusatorio. In queste brevi clip si
vedono giovani, spesso in ciabatte, correre verso un carro armato, collocare un
ordigno sotto il mezzo e fuggire tra le macerie. Al termine dell’azione il carro
armato esplode. Altri video mostrano miliziani di Hamas all’interno di edifici
mentre maneggiano ordigni, oppure combattenti che sparano verso soldati
israeliani in mezzo alle rovine.
Secondo gli inquirenti, la presenza di quei contenuti costituirebbe un segnale
di radicalizzazione e dimostrerebbe una potenziale disponibilità a compiere
azioni terroristiche sul territorio nazionale. Su queste basi Salem viene
arrestato e accusato di due reati. Il primo è previsto dall’articolo
270-quinquies 3 del codice penale, introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza
(Ddl 1660): il solo possesso di materiale ritenuto idoneo alla commissione di
atti con finalità di terrorismo viene qualificato come “attività di
autoaddestramento”. Una fattispecie nuova, che non punisce né l’uso, né la
diffusione di questo materiale, ma solo la detenzione, e che solleva evidenti
problemi di compatibilità costituzionale.
Il secondo capo d’imputazione riguarda l’articolo 414 del codice penale,
istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La pena, in
questo caso, può arrivare fino a sette anni e mezzo di reclusione.
I video indicati dalla procura come prova dell’autoaddestramento sono in realtà
clip propagandistiche delle Brigate Qassam, diffuse online da anni, che mostrano
azioni armate contro l’esercito israeliano: combattenti che colpiscono carri
armati, maneggiano ordigni o sparano tra le macerie di Gaza. Secondo l’accusa,
questi materiali avrebbero un contenuto istruttivo sulle tecniche militari e
sull’uso di esplosivi. Per la difesa, invece, si tratta di documentazione
informativa e propagandistica della resistenza palestinese, priva di qualsiasi
funzione addestrativa.
«Anche i video in cui Salem prende posizione, e chiede una mobilitazione contro
il genocidio – spiega il suo avvocato Flavio Rossi Albertini – sono
assolutamente innocui. Sul piano giuridico poi sono evidenti gli errori
interpretativi: anche qualora Salem avesse commesso delle azioni, per il diritto
internazionale in queste azioni non si configura alcun reato. Non si tratterebbe
di terrorismo ma di diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese in
territori occupati. La prefettura e la Digos di Campobasso avevano indicazioni
precise su come intervenire, in una dinamica simile a quella del caso Anan
Yaesh: prima Israele chiede l’estradizione, poi l’Italia la nega, ma
successivamente procede comunque all’arresto. Segno che l’obiettivo reale non
fosse consegnarlo, ma neutralizzarlo».
In effetti, anche il procedimento contro Salem sembra inserirsi in una cornice
più ampia. In Italia, come in altri paesi alleati di Israele, si assiste a un
rafforzamento degli strumenti di controllo e repressione nei confronti degli
attivisti che sostengono la causa palestinese. La Direzione nazionale antimafia
e antiterrorismo ha svolto un ruolo diretto nell’inchiesta, occupandosi anche
dell’individuazione e duplicazione dei contenuti del telefono di Salem. La
stessa struttura è stata protagonista, il 27 dicembre, degli arresti a Genova,
Firenze e Milano contro alcuni membri dell’associazione dei palestinesi in
Italia, accusati di finanziare Hamas.
Questa tendenza segnala il crescente protagonismo degli apparati di sicurezza e
una progressiva estensione del perimetro penale: non più soltanto le condotte,
ma le opinioni, i materiali informativi, le forme di solidarietà politica.
Colpisce in modo selettivo giovani musulmani, migranti e rifugiati, assumendo
tratti chiaramente razzializzati e islamofobici.
Il carcere di Rossano Calabro, noto per la sua impostazione punitiva e per
essere stato a lungo definito la “Guantanamo italiana”, ospita oggi detenuti
condannati per terrorismo, ex appartenenti alle Brigate Rosse e persone
arrestate nelle più recenti operazioni antiterrorismo. Salem affronta la
detenzione facendo leva su una resilienza costruita nei campi profughi
palestinesi, e con una consapevolezza politica e storica che il suo legale
descrive come profonda.
Intorno al suo caso si è sviluppata una mobilitazione: il 9 dicembre 2025 si è
tenuto un presidio davanti al carcere, mentre l’eurodeputato Mimmo Lucano ha
effettuato un’ispezione parlamentare. Il 16 dicembre alla Camera dei deputati si
è organizzata una conferenza stampa che ha portato la vicenda all’attenzione
pubblica.
Intanto, è bene ricordare che il processo ad Ahmad Salem non rappresenta
un’eccezione. Negli ultimi mesi aumentano i procedimenti fondati sui nuovi reati
introdotti dal Ddl 1660. Secondo il Ministero dell’interno, solo l’anno scorso
oltre duecento persone sono state espulse dall’Italia per presunte condotte
legate al terrorismo. (giuseppe mammana)
(disegno di Otarebill)
Sarà presentato martedì 27 gennaio, alle 17:30 nella redazione di Napoli Monitor
(via Broggia, 11), il numero 15 de Lo stato delle città (a questo link indice e
punti di distribuzione a Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino e nelle prossime
settimane in altre città).
Tra gli articoli della rivista c’è Voglia di uccidere, di Maurizio Braucci, che
riproponiamo oggi ai nostri lettori.
* * *
Giovani che uccidono altri giovani, spesso con pistole, altrimenti con coltelli.
È un tema, quello della morte per futili motivi, che sembra non interessare
l’opinione pubblica se non per l’arco di un momento: quello dell’ennesima
vittima. Ogni dibattito che nel corso degli ultimi anni è seguito alle tragiche
vicende di giovani uccisi per un litigio, si è sempre ridotto a discorsi sulla
sicurezza e sulla certezza delle pene. Francesco Pio Maimone, Santo Romano,
Gianbattista Cutolo, Emanuele Tufano e Pasquale Nappo, sono tra gli altri nomi
di giovani uccisi a Napoli e provincia. In altre provincie del sud le pistole
hanno sparato in situazioni che in passato sarebbero esplose con una violenza
non armata. E quindi, perché tante armi e tanto desiderio di uccidere? La
profezia di un poeta e il film di un grande regista possono aiutarci a
rispondere. La prima riguarda l’intervista che Pier Paolo Pasolini, nel suo
ultimo giorno di vita, concesse a Furio Colombo, in cui parla dell’Italia del
1975: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli
sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe
anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io
le pecore nere”.
I più meticolosi leggono in questa dichiarazione il resoconto di un momento
storico dove il conflitto ideologico, tra ricchi e poveri, tra destra e
sinistra, era talmente acceso che dalla rivalità si era passati alla guerra
nelle strade. Ma se intendiamo la storia come un’eco del passato che arriva fino
a noi, in questo allarme di Pasolini non possiamo non scorgere qualcosa che
riguarda il nostro presente, impoverito ancora di più da contenuti violenti e
narcisistici lì dove prima erano ideologici. Oggi non potremmo dire che è
all’interno di dinamiche di lotta di classe che dei ragazzi incensurati muoiono
a causa delle armi da fuoco e altri vengono condannati a pene più lunghe dei
loro anni. Ma dovremmo specificare che si tratta di conflitti intraclassisti,
che scoppiano tra persone appartenenti alla stessa dimensione sociale, e questo
per effetto della trasformazione della lotta tra le classi in lotta di classe
unilaterale, cioè da parte dei ricchi contro i poveri, come aveva scritto il
compianto Goffredo Fofi pochi anni fa. In pratica i più poveri si fanno la
guerra tra loro, per effetto di un’implosione disperata dei diritti e delle
opportunità, oppure, aggiungo io, la fanno contro i ceti che sono potenzialmente
dei loro alleati: quella classe media con cui ancora possono avere dei contatti
sociali e che riconoscono come diversa da loro eppure ancora eguale a loro, in
una specie di competizione tra disperati e omologati, dove l’omologazione è
diventata l’unica via di adesione ai modelli del consumo. Quando, nell’agosto
del 2023, fu ucciso Gianbattista Cutolo, ventiquattrenne musicista napoletano,
scrissi una lettera aperta al suo giovanissimo assassino, spiegando che aveva
sparato contro un ragazzo che abitava a pochi passi da casa sua, un futuro
lavoratore intellettuale proveniente da una condizione sociale più agiata ma non
contrapposta alla sua. In pratica, aveva ucciso un alleato e non un rivale. Lo
stesso si può dire per i tre omicidi avvenuti a Monreale, ad aprile del 2025,
dove un diciannovenne della periferia palermitana, si è armato per punire un
rimprovero subìto da alcuni giovani operai del posto, cioè degli sfruttati.
Nello stesso periodo, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, ho
realizzato un cortometraggio sul tipo degli spot sociali, a metà tra finzione e
documentario. Ho intervistato due ragazzi e una ragazza che raccontavano perché,
secondo loro, le morti per futili motivi sono in aumento, e le spiegazioni sono
state semplici: procurarsi una pistola è diventato molto facile, e si va in giro
armati perché si pensa che anche gli altri siano armati. Mi sembra un circolo
vizioso: le armi in mano ai più giovani aumentano perché sono aumentate le armi;
il fatto che le armi siano aumentate fa temere per la propria vita e quindi ci
si arma. Ma la leva della paura e l’aumento degli armamenti, non sono forse i
punti forti dei partiti di destra che hanno preso potere in molti paesi del
mondo?
L’altro spunto di analisi è quello offerto dal film The Funeral (Fratelli in
italiano, 1996) di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John. Qui un mafioso,
Ray Tempio, cerca l’autore del misterioso assassinio del suo giovane fratello,
Johnny, e lo trova in un semplice bulletto che prima si difende dicendo di
averlo ucciso perché il giovane aveva violentato la sua ragazza e infine
confessa che lo ha fatto solo perché era stato picchiato da lui davanti alla
propria fidanzata. Queste le parole di Ray prima di vendicarsi: “Tu pensi che
meriti di vivere dopo che hai ucciso un uomo? Puoi continuare a vivere in pace
con la tua coscienza? Una volta che punti una pistola non c’è più modo di
tornare indietro. Mia moglie, che non ti conosce, mi ha pregato di risparmiare
la tua vita, di lasciare che sia Dio a punirti e di tenere le mie mani pulite.
Se Johnny avesse violentato la tua ragazza, per il suo bene, io ti avrei
risparmiato. Ma tu hai agito solo per rabbia, tu sei pericoloso. Tu non hai
rispetto per la vita della gente, non c’è posto per uno come te nella società e
il carcere è una cortesia che non meriti. Io non vedo altra scelta per me”.
Sono le parole di un gangster che sente la legge del crimine come non sottratta
a quella di Dio, e che crede di affermare un senso di giustizia anche se
attraverso la violenza. Queste due citazioni dovrebbero farci riflettere sul
fatto che esistono sicuramente ragioni sociali intorno all’aumento della
violenza armata tra i giovani, ma allo stesso tempo la gratuità di questi
fenomeni racconta anche della loro gravità amorale. Un altro grande poeta,
William Wordsworth, ha scritto che “il bambino è il padre dell’uomo”, e se dei
ragazzini agiscono distruggendo le proprie e altrui vite per non altro che
rabbia, vuol dire che non solo il presente ma anche il futuro sono macchiati di
sangue versato per stupidità ed esaltazione. Ma guardando agli adulti, io sento
che tra il genocidio di Gaza, che ha mostrato la perdita di ogni rispetto verso
la vita dei bambini, e l’assuefazione che in troppi hanno verso la morte
gratuita dei giovani intorno a loro, c’è una continuità. Il conformismo che
regola gran parte dei discorsi mediatici a riguardo dovrebbe farci temere di
diventare complici di quelli che pure percepiamo come gesti crudeli, se ci
affidiamo allo scetticismo di non poter far altro che restare a guardare.
Provocare chi non crede che tutto questo si possa cambiare, è non solo un dovere
ma un diritto dell’intelligenza umana. I giovani custodiscono le possibilità
future di abituarsi al male oppure di rifiutarlo. E noi tutti siamo moralmente
morti se non crediamo che dire “basta” abbia ancora un senso. Le parole della
madre di Pasquale Nappo, il diciottenne ucciso a novembre scorso a Boscoreale,
sono una terribile sintesi di tutto questo: “Credo sia stato un errore, una
fatalità nella quale mio figlio non c’entrava nulla. Quando ho sentito di casi
del genere in televisione, non avrei mai creduto che sarebbe potuto succedere a
me”. Pasolini aggiungeva, nell’intervista che ho citato, che “l’inferno sta
salendo da voi”, ma se questo è vero, dobbiamo chiederci cosa non impedisce e
non previene questa salita.
Un altro grande artista, il regista Vittorio De Seta, mi raccontò con una
metafora quello che lui pensava del male, dopo che la sua compagna e
collaboratrice Vera Gherarducci era morta a causa di una leucemia. Da questa
drammatica esperienza aveva capito che, come nel caso della leucemia, quando i
globuli rossi si abbassano perché il midollo osseo non ne produce più, nella
società il male aumenta anche per effetto della diminuzione del bene, e il male
diventa impazzito, delirante e autodistruttivo, appunto perché non ha più
antagonismi. Mi è sempre sembrata una metafora chiarissima nella sua semplicità.
(disegno di ottoeffe)
Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila
dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo
aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e
sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale.
La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di
attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in
due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da
persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati;
affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”,
solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri.
La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla
procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour,
restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e
Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra
la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte
di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la
fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si
sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh.
Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti
i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano
disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi
indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in
aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si
limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze.
RESISTENZA E TERRORISMO
Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di
condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco
conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è
maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in
questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma
di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi
forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia
terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno
depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi.
Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le
convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata,
quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante.
Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di
violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella
popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non
sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di
cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di
mira obiettivi non militari.
Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il
centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare
come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem,
abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si
è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il
geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i
trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un
territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso
della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si
staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben
leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei
ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e
brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da
essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden.
Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha
ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la
quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e
comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari
continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già
annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione?
CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH?
Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura
politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati
per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con
finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano.
Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire
la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha
dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che,
tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un
problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza».
L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro
unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo
Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella
resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte,
d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione
scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il
rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire
nelle carceri israeliane.
Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli
apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre
verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri
locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia
difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è
riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con
la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si
professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in
collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché
spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui
lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con
maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante,
ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo,
indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando
come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre
alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana.
Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un
costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del
telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità
israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi
componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto
con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto
internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al
mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da
Israele in Cisgiordania.
Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è
quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan
continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello.
Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti
contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico
Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno
segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia
non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e
condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho
fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel
nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la
Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza
così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto,
e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la
giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena».
(francesca di egidio)
(disegno di guerrilla spam)
Qualche riflessione sulle radici dell’ascesa di Trump e sulla debolezza della
cultura della democrazia negli Stati Uniti (e non solo), che l’ha resa
possibile.
Verso la metà degli anni Sessanta tenni un piccolo corso di orientamento per
studenti degli Stati Uniti che si preparavano a trascorrere un anno scolastico
in Italia – un gruppo abbastanza speciale, non fosse che per la scelta di
conoscere realtà diverse dal loro egocentrico paese. Alla fine, feci una piccola
verifica. Una delle domande era: quali sono le principali differenze tra il
sistema politico italiano e quello degli Stati Uniti? La più intelligente e
motivata rispose: “L’Italia è una repubblica parlamentare, gli Stati Uniti sono
una democrazia”.
In quel momento, suoi connazionali e quasi coetanei uccidevano e morivano in
Vietnam in nome di una “democrazia” che questa ragazza colta e intelligente non
sapeva che cosa esattamente volesse dire. Non l’ho più dimenticato, e ci ho
ripensato adesso, che l’avvento di Trump e il suo consenso di massa rivelano una
frattura in una formula – “democrazia americana” – che per troppo tempo è stata
presunta come inscindibile.
“NOI SU TUTTO”
Alle origini, c’è un paradosso: gli Stati Uniti sono stati davvero la prima (e a
lungo quasi l’unica) democrazia (certo, con tutti i limiti e contraddizioni su
torneremo) e quasi l’unica repubblica (nel 1914 in Europa erano repubbliche solo
Francia, Svizzera e San Marino). Da qui nasce l’idea degli Stati Uniti come
eccezione e l’identificazione di “democrazia” con un paese (e con un paese solo:
la mia studentessa non capiva che era “democrazia” anche la repubblica
parlamentare italiana). Il concetto di democrazia stinge nell’egemonia del
nazionalismo: anche per una persona tutt’altro che sciovinista come lei,
democrazia voleva dire Stati Uniti, e Stati Uniti voleva dire democrazia.
Indipendentemente dai contenuti.
Questa storia per cui la democrazia americana è, se non unica, comunque speciale
e superiore è stata interiorizzata da media e politologi italiani (mi ricordo un
americanista illustre, giornalista e deputato, che spiegava alla radio che negli
Stati Uniti ci sono i “checks and balances” – equilibri e controlli – come se
divisione dei poteri e controllo costituzionale non ci fossero pure da noi).
Anche per questo, i nostri media e politologi hanno creduto che lo slogan
nazionalista “America first” fosse un ritorno degli Stati Uniti a una presunta
tradizione isolazionista, che privilegia le questioni interne rispetto
all’interventismo post-seconda guerra mondiale.
Ma sono mai stati “isolazionisti” gli Stati Uniti? È vero che nel suo messaggio
di addio George Washington ammoniva gli americani a evitare di “intrecciare il
nostro destino con quello di qualsiasi parte dell’Europa, e impigliare
[entangle] la nostra pace e prosperità con i tormenti delle ambizioni e rivalità
dell’Europa”.
La parola chiave qui è “Europa”; e l’Europa non è il mondo. Pochi anni dopo,
infatti, la cosiddetta “dottrina di Monroe” sottoponeva l’intero continente
americano alla “protezione” e all’egemonia esclusiva degli Stati Uniti. È il
contrario dell’isolazionismo, e infatti in tutta l’era del loro presunto
isolazionismo gli Stati Uniti non hanno fatto che intervenire fuori dai propri
confini, dal Nicaragua nel 1854 al Cile nel 1973 al Venezuela nel 2026. È
incomprensibile che da noi si continui, due secoli dopo, a parlare della
“dottrina di Monroe” come di un dato oggettivo, un principio (una “dottrina”,
appunto) che non si discute ma di cui si prende semplicemente atto, anziché la
pretesa di un singolo stato, non legittimata da nessuno, di determinare i
destini di un’intera area geografica – la stessa illegittimità, mettiamo, di una
possibile “dottrina Putin” che affermi il diritto della Russia di escludere
potenze “occidentali” dalla propria sfera di influenza. Più che isolazionismo,
“America first” vuol dire solipsismo e dominio: solo noi, prima noi, noi su
tutto – über alles, per così dire.
RELIGIONE CIVILE
Alle origini della democrazia negli Stati Uniti sta la Costituzione del 1789.
Giustamente, media e politologi insistono sul fatto che Trump sta violando la
Costituzione. Prima di domandarci che cosa c’è in questa Costituzione che renda
possibile violarla in modo così flagrante, domandiamoci: ma che vuol dire
Costituzione per tanti cittadini americani? In altre parole: quanto è debole la
cultura democratica in questa “grande democrazia”?
All’inizio degli anni Ottanta, un predicatore evangelico di Harlan, Kentucky, mi
spiegava che “la nostra Costituzione è basata sulla Bibbia”. Una mia amica
proletaria (elettrice democratica, oggi fa post anti–Trump su Facebook) mi
confermava che “i dieci comandamenti fanno parte della Costituzione”, scambiando
i comandamenti per i dieci emendamenti del Bill of Rights, che aggiunsero alla
Costituzione quei diritti essenziali di cui i “padri fondatori” si erano
dimenticati. D’altra parte, Barbara Dane, organizzatrice della resistenza alla
guerra del Vietnam tra i militari, raccontava che il governo cercava di impedire
la distribuzione del Bill of Rights nelle vicinanze delle basi militari (ma già
nel 1925 lo scrittore Sinclair Lewis era stato arrestato per averlo letto in
pubblico).
Erano passati neanche quattro anni dal varo della Costituzione, e già nel
discorso pubblico se ne parlava come di un ”venerabile documento”, addirittura
“parola di Dio”. Secondo Thomas Jefferson, l’assemblea costituente era
“un’assemblea di semidei”. Quando si parla di “religione civile” negli Stati
Uniti, insomma, bisogna prenderlo almeno in parte alla lettera. Qualcuno scambia
pezzi della Costituzione con un pamphlet sovversivo, e qualcuno li scambia con
la Bibbia. Come tutti i testi sacri, venerati e sconosciuti, sono pochi quelli
che si prendono la briga di leggerla. Così anche “Costituzione”, come
“democrazia”, diventa un significante vuoto che ognuno riempie con i suoi
desideri e pregiudizi. Gli assalitori di Washington erano convinti di essere
loro i difensori della democrazia americana; e gli elettori Maga non riconoscono
negli atti del regime Trump violazioni di una Costituzione in cui credono che ci
sia scritto solo quello che vogliono loro.
Ma poi, quanto è democratica la Costituzione degli Stati Uniti? In un certo
senso, è diventata venerabile sul serio: è la più antica costituzione in vigore
in qualunque parte del mondo. Con gli occhi del 1789, era la rivoluzione
incarnata; con quelli del terzo millennio, non solo un compromesso che,
spaventato del suo stesso radicalismo, consolida il potere di proprietari e
schiavisti e ricostituisce il principio di autorità turbato dalla rivoluzione.
Ci voleva coraggio per inventare uno stato senza un re (la letteratura americana
fino alla Guerra Civile, da Hawthorne a Poe, è ossessionata dalla figura della
decapitazione del re, di uno stato senza testa, senza centro); perciò la
Costituzione e la religione civile americana investono la figura del presidente
di un’aura simbolica di sacralità ben oltre i poteri concreti che il testo gli
garantisce (anche per questo gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di
assassini di presidenti, tentati o riusciti – forma repubblicana del regicidio).
Nel corso della storia, a questo potere simbolico si intreccia un graduale
slittamento dei poteri reali verso l’esecutivo. Fino a quando, addomesticato il
parlamento, controllato l’ordine giudiziario, salta la consunta illusione
dei checks and balances e la stessa Corte Costituzionale che dovrebbe vegliare
sui suoi atti dichiara che il presidente non è punibile per nessuno dei suoi
atti ufficiali – legibus solutus, come i sovrani assoluti di tre secoli fa –,
senza che nella venerabile Costituzione si trovassero gli anticorpi per
impedirne il suicidio.
CHI È POPOLO E CHI NO
Un altro abbaglio della nostra pubblicistica sugli Stati Uniti è lo
scandalizzato stupore con cui si parla di un paese “diviso”. Ma quando mai non
lo è stato, il paese che ha combattuto la più sanguinaria guerra civile della
storia? Sotto l’apparente omogeneità ideologica, il consenso centrista della
sfera politica è sempre stato attraversato da una separazione tra chi vi è
rappresentato e chi no, a partire dalla discriminazione razziale tra bianchi e
non bianchi che è ancora un principio strutturale del paese, ma anche da una
lotta di classe di violenza e intensità a noi sconosciute.
Nel suo discorso di addio, George Washington definiva gli americani come un
“free people”, un popolo libero. Popolo in che senso? In quel momento c’era
senz’altro più libertà negli Stati Uniti che altrove; tuttavia, anche lì la
maggioranza delle persone – donne, schiavi, nativi, non possidenti – non erano
libere affatto. Puoi parlare di popolo libero solo se ne delimiti i confini e
lasci fuori gli altri: la democrazia si proclama valore universale, ma in nessun
luogo e tempo è stata applicata universalmente. Qui sta la contraddizione
originaria: il principio di inclusione implica una pratica di esclusione; la
democrazia vale per gli inclusi e non si applica agli altri.
L’esclusione comincia ai confini dello stato. In questo, gli Stati Uniti non
sono soli: la Gran Bretagna, “faro di democrazia” a casa sua, pratica
imperialismo e massacri in tutto il resto del mondo; la “liberté” francese non
valeva in Algeria; l’“unica democrazia del Medio Oriente” scende in piazza a
difesa delle regole interne ma non conosce limiti fuori di sé e istituisce nei
territori occupati un doppio regime legale per chi è popolo e chi no.
Questo processo si riproduce nei rapporti interni. Come ha mostrato Eric Foner,
la storia della libertà americana è la storia delle lotte degli esclusi per
accedere alla sfera dell’inclusione: movimento operaio, abolizionismo,
suffragismo, femminismo, movimento dei diritti civili, gay liberation movement…
Sono state conquiste costate sangue, ma sempre a rischio. Si può anche tornare
indietro: il diritto di scelta delle donne è già stato abrogato in gran parte
del paese (con la motivazione che non era previsto nella Costituzione del
1789!); il diritto di voto degli afroamericani è eroso in pratica e minacciato
in prospettiva; lo ius soli, la cittadinanza per nascita, è in discussione; e i
dissidenti vengono riclassificati come “terroristi interni” (l’assassinio di
Renée Goode potrà restare impunito: lei non era più “popolo”). La politica di
Trump consiste nel ridefinire (anche in termini razzisti) chi è “popolo” e chi
no: uno dei suoi primi atti è stata l’abolizione dell’ente incaricato di
promuovere “diversità, equità e inclusione”; la caccia ai migranti, la
presunzione di colpevolezza per chi ha aspetto o accento diversi, ribadisce il
confine tra popolo e non-popolo, con l’effetto collaterale non trascurabile di
rinforzare il senso di identità e fedeltà tra quelli che continuano a essere, o
credersi, inclusi.
Potremmo dire, parafrasando Gobetti, che Trump è “l’autobiografia” della sua
nazione. Ma non è una storia solo americana. Gli Stati Uniti sono, se mai, il
luogo dove la contraddizione originaria e la debolezza attuale della democrazia
si manifestano nel modo più pericoloso e traumatico, ma non esclusivo. “America
first” non è tanto diverso da “prima gli italiani”: anche l’Italia è “spaccata”
tra un “popolo” che ha accesso (sì, limitato, disuguale e precario) alla sfera
dei diritti politici, e un non-popolo di migranti e “clandestini” che ne sono
esclusi. Abituati a considerarsi un paese inclusivo (terra di immigrati) e
consensuale, gli Stati Uniti vivono la crisi del consenso e dell’inclusività
come crollo di ogni regola; l’Ice è solo l’aspetto più evidente di un disordine
più profondo ma diffuso. Abituati da sempre a saperci divisi, noi possiamo forse
gestire questa condizione in modo più controllato (l’involuzione autoritaria a
cui lavora Meloni non consiste nell’abolire le regole ma, almeno per ora, nel
rifarle a suo uso, mantenendo la facciata dello stato di diritto). Almeno per
ora. Dicevano negli Stati Uniti: “it can’t happen here”, qui non può succedere.
Stiamo attenti a non illuderci anche noi. (alessandro portelli)
(disegno di otarebill)
L’arresto di Mohammed Hannoun e di altre otto persone solidali con la Palestina
non rappresenta un episodio isolato, né una deviazione imprevista del sistema
giudiziario italiano. È un evento che chiarisce la direttrice intrapresa dallo
Stato non solo nei confronti del movimento palestinese, ma anche delle altre
forme di dissenso che provano a mettere in discussione i fragili equilibri e le
tendenze dell’ordine geopolitico attuale. Sono arresti, peraltro, coerenti con
la consolidata traiettoria di subordinazione dell’Italia – non certo una novità
di questo governo, ma caratteristica dell’intero establishment politico – alle
politiche israeliane di criminalizzazione e disumanizzazione dei palestinesi, e
in continuità con il processo in corso contro Anan Yaeesh, Ali
Irar e Mansour Doghmosh, detenuti da oltre due anni sulla base di accuse di
terrorismo formulate da Israele.
La continuità tra questi casi non è un dettaglio tecnico: rivela la scelta
politica di sostenere attivamente un sistema di oppressione che oltrepassa il
contesto palestinese e affonda le proprie radici nella storia del Nord globale,
nelle sue relazioni imperiali e nei meccanismi di disciplinamento sociale. I più
recenti interventi repressivi in Italia (il processo in corso contro i tre
palestinesi, la tentata espulsione dell’Imam di Torino, l’arresto di Ahmad
Salem, la criminalizzazione delle proteste contro La Stampa, la chiusura del
centro sociale Askatasuna, il decreto Delrio) si inseriscono in una strategia
transnazionale riconoscibile. In Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti
osserviamo da mesi un uso crescente e convergente degli strumenti giudiziari e
amministrativi contro attivisti palestinesi e contro i movimenti solidali con la
Palestina. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno recente: affonda le proprie
radici nella storia stessa dello Stato moderno, che ricorre alla forza quando
non è più in grado di governare o contenere il dissenso. È in questo contesto
che gli eventi italiani vanno analizzati.
Non è necessario soffermarsi sulla fragilità dell’impianto accusatorio nei
confronti dei cosiddetti “colpevoli di Palestina”, né sulla sua evidente natura
politica, rivelata non solo dall’assenza di rigore investigativo, ma anche
dall’approccio apertamente orientalista e islamofobo ormai istituzionalizzato. È
invece importante evidenziare il significato politico del ruolo svolto da
Israele nella costruzione dell’accusa, dal momento che il materiale probatorio è
prodotto quasi integralmente dai suoi apparati.
Non siamo di fronte a una semplice collaborazione giudiziaria, ma a un processo
di delega di una funzione sovrana a uno stato straniero. È Israele a determinare
la definizione di “terrorista”, quali relazioni risultino sospette e quali
parole siano da considerare come una minaccia; L’Italia recepisce queste
definizioni e le fa proprie, talvolta in evidente contraddizione con le
normative nazionali e internazionali, attribuendo loro valore processuale e
applicandole sul proprio territorio.
Questo dato non è rilevante perché presuppone un’autonomia violata del potere
giudiziario – che è parte integrante dell’apparato statale e dei suoi interessi
politici – ma perché smaschera la finzione della separazione dei poteri e
dell’indipendenza decisionale. Quando l’ingerenza coloniale diventa così
visibile, quando le relazioni tra i livelli differenti delle catene di comando
non possono essere dissimulate, emerge una frattura che rivela la struttura
gerarchica dell’ordine internazionale e l’intreccio dei meccanismi statali che
lo compongono.
Gli arresti e la repressione generalizzata in Italia e nel resto d’Europa non
sono semplicemente una “stretta a destra”, ma manifestazione delle pratiche di
gestione di questa fase storica da parte di un ordine internazionale fondato
sull’imperialismo. Nonostante la retorica della svolta postcoloniale del secondo
dopoguerra, i rapporti tra il Nord globale e gli stati “non allineati” sono
rimasti definiti sulla base dell’uso della forza e sulla violazione sistematica
delle sovranità. L’aggressione statunitense contro il Venezuela – con il
sequestro e il processo farsa al presidente Maduro – è solo l’ultimo esempio di
questa strategia, già evidente con i vari colpi di stato, i cambi di regime
forzati, l’attacco e l’occupazione di Afghanistan e Iraq dell’ultimo trentennio.
In questo scacchiere Israele occupa una posizione tutt’altro che secondaria.
Israele, infatti, non esporta semplicemente intelligence o cooperazione
militare: esporta un modello coloniale di gestione del dissenso fondato sulla
criminalizzazione preventiva, sull’equiparazione tra solidarietà politica e
minaccia alla sicurezza, e sull’impiego sistematico di narrative orientaliste e
razziste che vengono universalizzate tramite il diritto e le legislazioni che le
incorporano, come nel caso del decreto Delrio.
La capacità israeliana di orientare la narrativa giudiziaria e mediatica europea
non deriva da una coercizione esplicita, ma dall’allineamento volontario degli
stati europei, che interiorizzano queste categorie in quanto funzionali alla
stabilizzazione del proprio assetto interno. Gli stati del Nord globale non
subiscono il modello repressivo israeliano: lo adottano e lo integrano,
riconoscendovi un repertorio efficace di controllo sociale e contenimento del
dissenso.
Questa dinamica rinvia a un nodo teorico cruciale: il ruolo attribuito al
diritto e l’illusione che questo possa operare come garante per il mantenimento
degli equilibri interni ed esterni, nonché per la limitazione del ricorso alla
violenza. È necessaria una critica radicale di queste strutture istituzionali e
legislative (e discorsive) che dissimulano rapporti di forza radicalmente
ineguali in un’apparente condizione di democrazia e parità di diritti. Benjamin
scrive che lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione ma la regola,
una verità che l’ordine politico si adopera a occultare. La prepotenza
imperialista viene presentata come un’eccezione, come un’anomalia temporanea
dovuta al presentarsi di condizioni straordinarie, in un sistema che
pretenderebbe di garantire giustizia universale e tutela dei diritti,
esattamente come avviene con le politiche di repressione domestiche. L’omicidio
di Renee Nicole Good da parte di un agente Ice negli Stati Uniti è stato
trattato come un episodio isolato e giustificabile, narrato attraverso paradigmi
di eccezionalità, come se non ci fosse continuità e sistematicità nelle pratiche
violente della polizia americana, che solo pochi anni fa uccideva nella stessa
città George Floyd, e continua ad attuare azioni repressive verso studenti e
gruppi razzializzati spesso incarcerati e deportati.
Collocare l’intensificarsi dei provvedimenti repressivi dentro un quadro
giuridico ordinario non solo legittima la coercizione del dissenso, ma rende
egemoniche e indiscutibili le politiche autoritarie dei singoli governi,
cercando di far “digerire” le più evidenti forzature del sistema imperialista
come deviazioni destinate a essere riassorbite in un presunto equilibrio
internazionale. Lungi dal costituire un argine alla violenza e all’ingiustizia,
il progressivo rinnovamento degli ordinamenti giudiziari diventa lo strumento
attraverso cui la violenza viene ridefinita come sicurezza, e normalizzata nei
meccanismi di governo.
La questione non è più domandarsi perché lo Stato reprima con più o meno
intensità in un determinato momento, ma interrogarsi su quali implicazioni
questa repressione abbia per chi si organizza politicamente: quali margini di
contraddizione si aprono, quali illusioni devono essere decostruite e quali
strategie riformulate. Se la repressione è un indicatore della crisi del
sistema, è proprio in quella crisi che si colloca lo spazio della possibilità
politica.
Per Gramsci “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può
nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Anche nella crisi che attraversiamo appare evidente come i poteri, incapaci di
produrre consenso, abbiano abbandonato la mediazione e governino apertamente
attraverso la coercizione. Gli arresti degli ultimi mesi, la chiusura degli
spazi sociali, le intimidazioni nelle università, la censura crescente
testimoniano questa traiettoria.
La questione palestinese ha avuto, negli ultimi due anni, la capacità di
destabilizzare, almeno in parte, il discorso ufficiale dell’Occidente. Ha
riaperto ferite coloniali che si credevano chiuse, ha esposto la complicità
delle democrazie liberali e smascherato la loro natura oppressiva, ha mostrato
la strumentalità del paradigma dei diritti umani, ha riportato al centro
categorie – colonialismo, resistenza, liberazione, imperialismo – che erano
state marginalizzate. Il sistema reagisce tentando di impedire che la
solidarietà si possa trasformare in coscienza politica salda e organizzata.
Questa fase va attraversata cercando di non rimanere schiacciati. La retorica
del rispetto dei diritti umani è ormai uno strumento difensivo buono solo per
quelle aree politiche che lo utilizzano per nascondere le proprie complicità; lo
spontaneismo delle recenti mobilitazioni di piazza ha mostrato di non avere
sufficiente capacità di riproduzione politica; il sentimentalismo della
solidarietà occasionale è buono per i mercanti delle organizzazioni
internazionali e gli enti del terzo settore. Ciò che serve è organizzazione
politica: un lavoro costante di produzione di senso, di costruzione di legami e
di continuità tra i momenti alti e quelli bassi della mobilitazione. Un lessico
capace di sottrarsi all’umanitarismo strumentale e di riportare al centro la
dimensione storica e politica della questione palestinese, così come delle altre
questioni internazionali. Un’analisi in grado di individuare le connessioni
concrete tra ciò che avviene nei singoli paesi e l’evolversi dell’ordine
globale.
Conoscere il sistema almeno quanto esso conosce sé stesso è indispensabile. Rosa
Luxemburg avvertiva che “le sconfitte, se comprese fino in fondo, rappresentano
la scuola più feconda dei movimenti rivoluzionari”, perché obbligano a
confrontarsi con la realtà, a confrontarsi con i rapporti di forza, a
distinguere desideri e possibilità, a uscire dalle illusioni paralizzanti. Ciò
che sta accadendo per opera dei governi e dei tribunali di mezza Europa, e degli
Stati Uniti e in tanti altri posti del mondo “democratico” costringe a una
chiarezza di visioni e di intenti: trasformare la fase repressiva da spazio di
paralisi a momento di riorientamento strategico. Decostruire la narrazione, non
farsi ingabbiare nella dicotomia “umanitario-terrorista”, non permettere che sia
la criminalizzazione selettiva a stabilire i confini del discorso. (mjriam abu
samra)
(foto di peppe carrella)
Piove ancora, è il 9 gennaio. Siamo nella solita Clio grigia diretti verso la
Terra di Lavoro, un’area storica della Campania, corrispondente in larga parte
all’attuale provincia di Caserta, un tempo tra le più fertili, oggi attraversata
da un intreccio di sfruttamento industriale, inquinamento cumulativo e interessi
criminali.
Il paesaggio è un intervallarsi di ulivi secolari, serre, schiere di capannoni,
alcuni ancora attivi, altri ridotti a involucri vuoti, testimoni in cemento e
lamiera del fallimento di un modello produttivo. Superiamo il Rio Lanzi, che
scorre sotto un ponte interrato e accostiamo sotto una pensilina davanti alla
mastodontica Ex-Ginori Pozzi. È qui che abbiamo appuntamento con gli attivisti
del Movimento Basta Impianti, che ci porteranno a conoscere il territorio.
L’Agro Caleno e l’Agro Stellato oggi contano ventidue siti di trattamento,
stoccaggio e gestione dei rifiuti industriali. Nell’estate 2025 si sono
verificati due roghi significativi: uno a Pastorano e uno, dieci giorni dopo, a
Teano. La risposta del Movimento era stata la convocazione di un’assemblea
pubblica. «Mia nonna, di Bellona – ci racconta M. –, è nata e cresciuta in un
contesto agricolo, quello della coltivazione della canapa; se percorri le
campagne dall’Appia verso il mare, si trovano ancora le strutture con delle
grandi vasche dove si metteva la canapa a macerare. Qui c’è un modo di dire:
andare all’indietro “comm’e funare” perché i lavoratori nel Mezzogiorno che si
occupavano della produzione di corde e funi di canapa, dovevano filarle
camminando all’indietro. Poi la vocazione agricola si sposta sulla coltivazione
del tabacco e tante famiglie, tra cui la mia, trovano lavoro, fino a quando
anche quelle attività si saturano e inizia quella che possiamo chiamare la falsa
industrializzazione di queste terre, con le promesse alla classe operaia degli
anni Cinquanta e i nuovi approcci di sviluppo industriale e urbanistico».
Davanti a noi il simbolo di quella trasformazione: l’ex Pozzi. È il segno di un
mutamento che ha modificato la demografia e lo sviluppo dell’intera zona. Alla
fine della sua parabola, dopo aver prodotto sanitari e poi vernici, l’ex Pozzi
negli anni Ottanta chiude i battenti lasciando aperto il varco per decenni di
sversamenti di rifiuti, in un’area grande come dodici campi di calcio. Ora, in
parte di questa struttura mai bonificata, operano legalmente alcuni siti di
stoccaggio e trattamento rifiuti.
«Ci chiediamo dove sversino i fanghi – dice C. –, visto che qui nella zona
industriale non ci sono impianti di depurazione». Nel 2025 un altro impianto non
lontano (al km 188 dell’Appia) è stato sequestrato preventivamente. Il titolare
è nel registro degli indagati. Da campionamenti paralleli sui reflui nel sito e
l’acqua del Rio Lanzi, sono emerse le stesse sostanze inquinanti.
«Questa è una ferita storica – continua C. –, ma ancora aperta. In questa zona,
l’avvio del grande sito industriale nel dopoguerra, aveva creato i primi posti
di lavoro nell’industria. La popolazione si riconfigura, lascia i campi, si
costruiscono case, si mettono su famiglie. Cresce una nuova comunità insieme
alla fabbrica. L’industrializzazione selvaggia, che poi ci ha trascinato nella
devastazione ambientale per cui lottiamo oggi, portava con se le prime chiusure,
i fallimenti, i licenziamenti. Intanto però c’era una comunità operaia che
abitava il territorio. Poi nel 2015 viene scoperto che qui sotto c’è il più
grande sito di tombamento di rifiuti d’Europa. Già nel ’93 c’erano atti
secretati del comune di Calvi Risorta sui primi sversamenti nell’area con il
metodo casalese “a strati”».
Guardando l’andirivieni di camion al di là dei cancelli arrugginiti dell’ex
Pozzi, noto che altre due strutture pachidermiche si stagliano un po’ più a
destra. Due parallelepipedi schiacciati. «Li hanno fatti azzurri perché si
confondessero col cielo», aggiunge C. ironicamente. Dalle ciminiere appena
dietro fuoriesce una nuvola di vapore acqueo. Parliamo della centrale elettrica
di Calenia Spa. Il nome è familiare perché pochi giorni prima ne avevamo parlato
in videochiamata con B. «La Calenia è una centrale da 760 megawatt che produce
energia elettrica bruciando gas naturale. Nel 2021, in piena pandemia, prova a
raddoppiare la produzione energetica, con le scontate conseguenze ambientali
visibili sul territorio. C’erano diversi collettivi e comitati a contestarli,
tra cui Basta Impianti; scrivemmo in Regione chiedendo il blocco
dell’ampliamento. Nel frattempo passano quattro anni e il mio paese, Sparanise,
viene sciolto per infiltrazione camorristica; si insediano i commissari
prefettizi. Al termine dell’incarico, con la nuova giunta, la Calenia procede di
nuovo con la richiesta di ampliamento con il BESS (Battery Energy Storage
System), un impianto di accumulo elettrochimico che consente di immagazzinare
energia elettrica e rilasciarla in rete in momenti diversi dalla produzione. Di
fatto il BESS ti fa aggirare la norma: basta fare tanti piccoli ampliamenti
sotto la soglia dei dieci megawatt, superata la quale si attiverebbe una
procedura di Valutazione di impatto ambientale obbligatoria. La cosa più assurda
è che al consiglio comunale aperto trovammo l’ingegnere di Calenia seduto al
tavolo dalla stessa parte della giunta… Ci fecero capire che Calenia mette al
primo posto i dividendi per i soci; avrebbero fatto ampliamenti di 9,99 megawatt
alla volta fino a raddoppiare la dimensione dell’impianto. Anche se dovessero
fare una delibera “basta impianti” per i prossimi decenni rimane comunque
l’avvelenamento. Noi vogliamo lavorare nei prossimi mesi non solo su
un’assemblea popolare, che ci sarà il 22 gennaio, ma su un corteo regionale
ampio, quanto più possibile».
A questo punto ci spostiamo dal sito, ma non andiamo molto lontano. Camminiamo
sotto la pioggia leggera nella zona industriale di Pastorano, dove rimane lo
scheletro annerito del sito sequestrato di Sacco Antonio & Figli Srl, che ha
preso fuoco nel luglio 2025. Gli attivisti ci spiegano che non è un caso che i
roghi avvengano d’estate, quando l’attenzione è più bassa, come parte della
ciclicità che connatura queste lotte, e pure le stagioni. «Troppo spesso i siti
hanno preso fuoco in prossimità della scadenza della concessione o quando
arrivavano a capienza massima – dice I. –. Se quest’impianto, per esempio,
trattava lo stoccaggio di alcuni tipi di rifiuti come i plastici, che si fa se
dentro ci hanno messo dell’amianto o rifiuti speciali?». La domanda è retorica:
«Il costo di smaltimento legale è troppo alto per procedere correttamente e
pagare per gli illeciti commessi. Così il sito prende fuoco…».
Guardiamo l’edificio vuoto e imponente, dentro si vedono ancora cumuli neri, una
poltrona sventrata giace all’ingresso. «Qui non è stata fatta neanche la messa
in sicurezza, non parlo di bonifica, ma i primi accertamenti e le rimozioni
necessarie – prosegue I. –. Accanto alla porta di ingresso, lo vedi?». Leggo un
cartello: “Trattamento rifiuti recuperabili”. «Finché c’è da ammassare, loro
ammassano, stoccano, con le profumate commissioni statali per il servizio di
utilità pubblica. Quando poi arriva la fase di trasformazione, che implicherebbe
per loro dei costi, guarda caso il sito prende fuoco. Una volta incamerato il
massimo beneficio economico, riempiono il sito fino all’orlo ed è proprio quello
il momento in cui deve andare in fiamme, anche perché trattare questi rifiuti
significherebbe parlare di una filiera di trasformazione e recupero che in
questo momento, in provincia di Caserta, non c’è. Ma noi qui a differenza
dei funari, vogliamo andare avanti». (edoardo m. benassai)