(disegno di ginevra naviglio)
Kabareh Cheikhat è una performance teatrale marocchina fondata a Casablanca da
Ghassan El Hakim, che celebra la figura tradizionale delle cheikhat,
intrattenitrici donne che con il canto e la danza denunciavano gli abusi di
potere e portavano la parola del popolo, usando uno stile di musica tradizionale
chiamato ‘Aita. Nello spettacolo, le cheikhat sono interpretate da uomini
mascherati da donne, sovvertendo i ruoli di genere e introducendo un elemento di
critica radicale attraverso una forma di arte tradizionale. Abbiamo trascritto
ed editato un’intervista a Ghassan El Hakim, registrata il 23 settembre 2026.
Ghassan El Hakim. Tutto è cominciato dieci anni fa, alla fine di un laboratorio
con alcuni giovani del quartiere di Aïn Sebaâ e della medina di Casablanca.
L’ultimo giorno avevo proposto un provino sul tema delle cheikhat. Vennero molti
ragazzi a fare una parodia delle cheikhat, alcuni cantando, altri ballando. Mi
dissi: tutto questo è molto ricco, e inoltre ha a che vedere con il mascherarsi,
e a me piace recitare con le maschere; dietro alle maschere siamo più liberi,
abbiamo più possibilità di parlare. Così selezionai cinque attori e gli chiesi
di lavorare con me per scrivere uno spettacolo sulle cheikhat; ma alla prima
prova si presentarono in undici. Ne volevo solo cinque, ma gli altri dissero:
“vogliamo solo vedere come lavori”. Poi un giorno mi serviva qualcuno che
suonasse il bendir (tamburello), e nessuno dei cinque lo sapeva suonare, ma uno
degli altri sì, così abbiamo continuato.
Ho deciso di mettere su uno spettacolo in forma di cabaret, con gli sketch,
molte canzoni, molti testi, per esempio quelli di Mririda n’Aït Attik, che è
stata una delle prime voci considerate femministe. In Marocco non abbiamo
aspettato che venissero gli europei a portarci il femminismo, già ce l’avevamo
nella poesia amazigh, nelle cheikhat... Alcune donne erano delle vere leader.
Cosa sono esattamente le cheikhat?
Per gli italiani richiamano in parte quella tradizione che c’era al Sud: le
donne pagate per piangere ai funerali. Le cheikhat cantavano la ʿAita, che è un
grido. Erano persone pagate per gridare la nostra miseria. Oltre che
lamentatrici, però, le cheikhat erano anche delle messaggere tra il popolo e
l’autorità. Immagina il Marocco dell’Ottocento: il sultano non poteva tenere
d’occhio tutto il popolo, ma grazie alle cheikhat veniva a sapere delle
ingiustizie. Magari un ministro corrotto ti aveva rubato la terra? Se conoscevi
una chikha le avresti chiesto di cantare la tua miseria e allora il sultano, o
il re, lo avrebbe saputo. Per me, il ruolo principale delle cheikhat era quello
di creare una connessione tra il popolo e le alte sfere. In altre forme
artistiche, solitamente le donne cantano per un pubblico femminile e gli uomini
per un pubblico maschile. Poiché la chikha ha accesso ovunque, la questione del
genere non si pone: pur essendo donna, può cantare in mezzo agli uomini.
Erano solo donne?
In alcuni casi abbiamo registrazioni di uomini che cantano nel ruolo di una
donna. C’è un famoso cheik degli anni Cinquanta, Bouchaib Al Bidaoui, che ha
democratizzato il canto degli chioukh uomini, cantando in televisione e alla
radio, e rendendo più comune questo tipo di voce, di uomini che imitano le
donne. Ma ne abbiamo scoperti anche altri, come Omar Slaoui. Già venti o
trent’anni prima di Buchaib, c’erano uomini che cantavano come donne. È una
tradizione antica, solo che non ne avevamo mai sentito parlare. Grazie al lavoro
di ricerca negli archivi – siamo partiti proprio da lì – il progetto ha assunto
anche la forma di una narrazione storica. Perché quella delle cheikhat è,
innanzitutto, una figura che è andata perduta a causa del Protettorato
francese.
Qual è stato il ruolo del colonialismo? Come ha contribuito a far scomparire
le cheikhat?
È la stessa cosa che hanno fatto anche con la religione. Prima di Lyautey [il
generale francese che governò il Protettorato del Marocco tra il 1912 e il 1925]
si poteva scegliere se osservare o no il Ramadan; con Lyautey diventò
obbligatorio digiunare, e fu proibito mangiare in pubblico, addirittura si
andava in carcere. Ma non era una legge marocchina; era una legge francese! I
francesi in Marocco trovarono tanti islam diversi: alcuni bevevano, altri
digiunavano, altri seguivano i Sufi, c’erano i culti animisti degli Gnawa… Loro
imposero una sorta di conformismo, vollero creare una religione singola. Per il
pensiero coloniale non si poteva essere musulmani e avere donne che si
comportassero così. Così le inquadrarono in una determinata categoria – e
naturalmente anche alcuni marocchini hanno contribuito a questo – in modo da
relegare le cheikhat al ruolo di prostitute.
I militari francesi che arrivarono in Marocco erano discepoli del generale
Gallieni, il governatore del Madagascar, che fu un grande criminale. In
Madagascar c’era una regina e un esercito comandato da donne. Per questi uomini
europei era impossibile che delle donne avessero ruoli simili, così distrussero
quella tradizione. Quando i discepoli di Gallieni – Mangin, Pétain, Lyautey –
arrivarono in Marocco, trovarono le cheikhat che sostenevano le tribù ribelli,
che cantavano per motivare le tribù e rappresentavano una forma di resistenza.
Quindi dovevano essere eliminate, come la regina del Madagascar. Molti articoli
di quell’epoca descrivono le cheikhat come “donne facili”, proprio in un momento
in cui era in corso un processo di modernizzazione volto a sconfiggere
l’arcaismo. Furono confinate in quartieri specifici come Bousbir a Casablanca.
Alcune furono avvelenate, assassinate. Vennero emanate leggi – firmate anche dal
sultano – che proibivano le pratiche Gnawa, Aissawa, Jillala e Hamadsha, tutte
confraternite che rappresentavano anche forme di resistenza.
La colonizzazione fu troppo veloce, praticamente non ci fu resistenza politica,
tranne che nelle montagne, nelle confederazioni delle tribù: a Tafraout si
resistette fino al 1934. Ma nelle città non c’era niente. L’unico spazio di
resistenza erano le zawiyat, le sedi delle confraternite. L’unica forma di
opposizione fu semplicemente una preghiera: in tutte le moschee del paese si
recitò il Latif, di giorno e di notte, per un anno. Solo una parola, ripetuta
per tutto il tempo: ya Latif, ya Latif, ya Latif, come dire, “che vergogna, che
vergogna”.
Una cosa simile è successa anche durante il Coronavirus, se ben ricordo.
Sì, anche durante il Coronavirus si è recitato il Latif. È una cosa che si fa
quando c’è una catastrofe. Dicono che i francesi lasciarono Fez a causa
del Latif. Probabilmente è solo una leggenda. Però fu una forma di resistenza,
senza lotta, solo creando uno stato psicologico. Non so esattamente la data,
negli anni Venti mi sembra, molte confraternite Sufi furono chiuse e proibite. E
questa è l’epoca in cui si creano le nuove istituzioni, su questo modello
coloniale. Intanto le cheikhat continuavano a cantare, e venivano registrate,
anche di nascosto; abbiamo trovato una registrazione in cui si sente
una cheikhat cantare: “Questo che mi sta registrando è un figlio di puttana!”,
ma in modo discreto, in modo che chi registrava non se ne accorgesse. Così cento
anni dopo possiamo sentire la voce, e il suo messaggio ha attraversato i
decenni. Ci fa capire che lei non era affatto contenta di essere
registrata. Oggi ci rimangono solo pallide imitazioni di cos’erano
le cheikhat che cantavano l’‘Aita, in tutte le sue varianti – quella marsaoui di
Casablanca, quella mahloun di Fez e Meknes. Credo che la musica debba evolversi
per continuare a esistere e a sopravvivere. L’ ‘Aita, ha resistito anche in
questo modo: è stato necessario tutelare questo repertorio e, dato che il
pubblico è più sensibile alla melodia, è diventato indispensabile cantare
seguendo una linea melodica. Da qui l’introduzione del violino, talvolta
dell’oud e, più recentemente, della batteria. Per sopravvivere, bisogna sapersi
adattare.
Casablanca è un centro importante per le cheikhat?
Casablanca e Rabat furono due nuovi porti creati dai francesi per distruggere
l’impero marocchino. I grandi paesi hanno sempre le capitali nell’interno,
perché la costa è più pericolosa: ti attaccano ed è finita. Quando hai grandi
città nell’interno, come Marrakech, Fez o Meknes, è un conto; ma Rabat e
Casablanca sono state create per distruggere il potere delle città imperiali,
per creare questo nuovo Marocco sul mare, lontano dai centri imperiali. E così
tutti quanti – i mercanti, gli ebrei, gli amazigh, e anche le cheikat – sono
andate a Casablanca a lavorare. Quando il potere si spostò, anche le cheikhat si
spostarono. C’è questo aspetto: lo spostamento della popolazione.
Come ti poni, oggi, di fronte alla profonda trasformazione che sta interessando
il Marocco e le sue città – anche in vista della Coppa del Mondo 2030 –, un
processo che si accompagna a fenomeni di “folclorizzazione” e
“festivalizzazione” della cultura popolare; dinamiche che, in un certo senso,
possono rivelarsi persino più violente di un esplicito divieto, non credi?
Siamo caduti nella trappola del Protettorato e della colonizzazione. Sono
riusciti a convincerci che eravamo arcaici, e che da questo arcaismo non
potevamo creare la nostra modernità. E siamo diventati una pallida copia
dell’Europa. Eppure, qui c’era una civilizzazione, che abbiamo scambiato per una
cultura del ready to wear, ready to eat, ready to build… È diventato molto
facile cadere nel cliché del folklorismo, finire esposti nei musei,
plastificati. Siamo bombardati dal termine “arcaismo”. Le cheikhat sono
arcaiche, le djillaba [le tuniche], le baboush [le calzature], andare
all’hammam, è tutto arcaico. Ma questi sono gli elementi della nostra
civilizzazione. Invece di vivere nella medina, dobbiamo andare a vivere nei
quartieri residenziali – per lo meno i ricchi; i poveri non hanno niente, sono
sfrattati dal centro e portati nelle periferie. Se abbandoniamo le culture
popolari perdiamo tutta questa eredità. Le nuove generazioni la dimenticano,
vedono solo quello che brilla. Solo l’erba e l’asfalto.
E qual è il ruolo di Kabareh Cheikhat in tutto questo?
È come un megafono, è la voce di persone che non hanno voce. Nello spettacolo
c’è una persona, una donna piccola, fisicamente molto debole, che però ha la
forza di gridare, e che usa Kabareh Cheikhat per gridare ancora più forte,
rendendoci tutti portatori del suo messaggio. Questo lo facciamo senza neanche
accorgercene. Pensa alla comunità Lgbt: noi siamo gli unici rappresentanti di
questa possibilità, anche se non lo diciamo esplicitamente. Chi viene a vederci,
e mi vede con la barba, che danzo e canto, con la parrucca e il trucco, beh per
chi non conosce il Marocco è molto interessante. Potrebbe pensare che le persone
Lgbt vivono bene in Marocco, e ovviamente non è così. Ma le cheikhat hanno
creato un punto d’entrata, una crepa nel muro, una piccola finestra per
respirare.
Mi chiedo se anche nel Kabareh Cheikhat si riscontri la contraddizione: il fatto
che i media o le società occidentali vi invitino perché venite percepiti come
soggetti che sovvertono l’arcaismo, o qualcosa del genere.
So bene che in Europa vogliono solo parlare della situazione femminile nei paesi
musulmani, senza mai mettere le cose nel loro contesto. Come sai le donne ci
sono sempre nei rituali tradizionali, come nella Gnawa. Alcune tradizioni
consentono forme di libertà, di diventare altro, di trasformarsi, anche se non
lo si dice esplicitamente. Non si dice “omosessuali”, ma “toccati da Lalla
Aïcha”, è l’invisibile che si manifesta, e la cosa finisce lì. Ma c’è sempre
bisogno di mostrarlo come un “arcaismo”, come africani sottosviluppati, che puoi
sempre dire che dobbiamo “salvarli”. I giornali quando parlano di noi vogliono
parlare della comunità Lgbt in Marocco, e io gli dico: sì, la comunità c’è,
nella sua forma europea, ma c’è anche questo lato invisibile. Tutti vogliono
parlare degli omosessuali borghesi, non di quelli proletari, che invece non
interessano a nessuno. I borghesi diranno quello che i media vogliono sentire,
ma i proletari non hanno quel linguaggio; le loro forme vengono considerate
“arcaismo”. Siamo molto coscienti di questo.
Che tipo di rapporto intrattenete con quello che in Europa definiremmo
“movimento sociale”? Le proteste politiche recenti si collegano a questo genere
di attività culturale?
Non so bene cosa dire, ognuno di noi partecipa a modo suo. Di recente, con
quanto è accaduto con la Gen Z, abbiamo seguito molto gli arresti, le nuove
leggi, le nuove regole sulla libertà d’espressione su internet e i social
network. Vedi, siamo uomini che cantano insieme, cerchiamo di evitare di essere
strumentalizzati. Ma credo anche che i movimenti di opposizione non abbiano
ancora capito cosa stanno facendo gli artisti. Nei movimenti di protesta l’arte
è vista come animazione, non come un motore di cambiamento. I partiti di
opposizione – e intendo di vera opposizione, e non ce ne sono oggi – non
capiscono che le nuove forme di arte, come le cheikhat, sono anch’essi un motore
di trasformazione, e possono essere un buon sostegno per i movimenti… non solo
un modo per passare la serata tra manifestanti, capito? È qualcosa che si
potrebbe sfruttare, ma non possiamo essere noi a imporlo. Credo ci voglia molto
tempo per creare una forma di protesta attraverso l’arte e la cultura.
Credi che stia crescendo il consenso verso la modernizzazione, il potere, i
mondiali del 2030, oppure sta salendo la tensione?
Un giornalista francese degli anni Cinquanta o Sessanta si era fatto la stessa
domanda. Aveva visto le proteste a Casablanca, e aveva detto: “Ecco, in Marocco
c’è la rivoluzione”. Il giorno dopo non c’era più niente. Mi ricordo le proteste
del 20 febbraio [2011: la primavera araba]: ero a protestare, e i poliziotti
erano gentilissimi, ci distribuivano l’acqua… E io pensavo: “Wow, quindi non ci
sarà lo scontro”. Dicevano: “Siete i nostri figli, siete i nostri fratelli”. Noi
non volevamo lo scontro, ma essere ascoltati, però ho avuto l’impressione che
quella fosse una strategia pensata apposta per contenere il movimento. In
Marocco, siamo fatti un po’ così. Fanno la Tav tra Marrakech e Tangeri, e la
gente dice: “Spendono un sacco di soldi, perché non li usano per le scuole?”.
Poi appena il potere ci compra, siamo di nuovo d’accordo.
In alcune regioni magari è diverso, ma la coscienza popolare non è all’ordine
del giorno. Il makhzen è un potere che esiste da secoli, dalla dinastia
precedente, ed è ovunque, in ogni casa. E sappiamo che non è solo il Marocco, ci
sono gli Usa, Israele, la Francia, l’Ue, tutti ci guardano. Ma le persone sono
anche spaventate. La gente ha paura di ritrovarsi come in Libia o come in Siria.
C’è un certo equilibrio in questo gioco, per il momento. Il Marocco in fondo è
un paese sicuro, non c’è terrorismo, e alle persone piace vivere in pace,
svegliarsi la mattina e andare al mercato. I prezzi della frutta e della verdura
aumentano, ma la gente trova sempre una forma di solidarietà. (a cura di stefano
portelli e stefania spinelli)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di luis c. marighella)
Domenica scorsa, il secondo turno delle elezioni in Brasile ha sancito la
vittoria di Lula contro il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro. Con una
differenza di circa 4,4 milioni di voti rispetto all’avversario, Lula diventa
presidente del Brasile per la quarta volta, a ottantun anni. Nessun presidente
democraticamente eletto ha mai collezionato quattro mandati nella storia del
Brasile. Sebbene questo sia già di per sé un record, lo è maggiormente se si
considera che mai nella storia del paese un candidato arrivato secondo al primo
turno della tornata elettorale è riuscito a ribaltare il risultato e vincere al
secondo turno. Abbiamo chiesto a Giuseppe Cocco, professore dell’Università
Federale di Rio de Janeiro e animatore della rete Universidade Nômade, cosa ha
determinato un risultato così straordinario. Intanto, a conferma del pericolo
scampato per la democrazia brasiliana, mentre postiamo, apprendiamo che Flavio
Bolsonaro, sul quale pendono diverse inchieste per corruzione, riciclaggio di
denaro, appropriazione indebita e legami con la criminalità organizzata, ha
attraversato il confine con l’Argentina e da lì con un aereo è scappato negli
Stati Uniti.
Si può dare una prima risposta alla vittoria di Lula, generale ed emotiva: la
sensazione è di grande sollievo davanti a un vero e proprio incubo. Una
sensazione ancora più forte del 2022, quando venne sconfitto il padre di Flavio
Bolsonaro. Questa volta sarebbe stato molto, ma molto peggio. La prima
spiegazione di quel che è successo è che siamo passati da un voto nel primo
turno orientato al cambiamento a un voto di sbarramento. La gestione burocratica
e sostanzialmente vuota della campagna di Lula nel primo turno (guidata dalla
convinzione di avere la vittoria in tasca davanti a un candidato senza carisma e
neppure esperienza), insieme con la grave crisi della Corte Suprema, aveva
portato al quasi-disastro: non solo il figlio di Bolsonaro si è mostrato
competitivo, ma è arrivato addirittura primo (contro ogni previsione). Allo
stesso tempo, la differenza tra i due candidati restava molto piccola: Flavio
superava Lula di appena 2,2 milioni di voti, in un paese di circa 160 milioni di
aventi diritto al voto.
Cos’è successo dunque tra il primo il secondo turno? Tre movimenti, che possiamo
riassumere schematicamente così: la mobilitazione della piazza; l’occupazione
della sfera digitale; il lancio di un’agenda attiva di governo (con appoggio del
Parlamento e del Senato). A questi tre movimenti, se ne può aggiungere un
quarto, importantissimo: con l’avvicinarsi del ballottaggio, un numero crescente
di figure politiche e pubbliche indipendenti, anche di destra, hanno
moltiplicato le dichiarazioni di voto per Lula, contro la minaccia alla
democrazia. Insomma, il santo che ha compiuto il miracolo della rimonta di Lula
è una moltitudine trasversale: in parte spontanea, in parte istituzionale.
IL PRIMO MOVIMENTO
Anche se c’erano tanti segni premonitori, il risultato elettorale del 5 ottobre
(il primo turno) è stato per gli elettori di Lula e per quelli che erano
mobilitati contro il ritorno del fascismo, più che una doccia fredda, un pugno
nella bocca dello stomaco. La compagine di estrema destra si rafforzava
minacciosa al Senato e al Parlamento, con Flavio Bolsonaro al primo posto. Ma
già nella notte del 5 alcune migliaia di studenti dell’Università Federale
Fluminense, manifestavano spontaneamente a Niterói (città limitrofa a Rio de
Janeiro). La manifestazione, forte e determinata, passava nelle reti sociali,
diventava virale e dava il via ad altre manifestazioni sorte spontaneamente un
po’ dappertutto. Da quel momento non ci saranno più comizi di Lula dove recarsi,
ma sarà Lula ad andare nelle manifestazioni che non smetteranno di amplificarsi
fino al sabato della vigilia elettorale. La difesa della democrazia non è più
uno slogan astratto: ma un terreno di mobilitazione che tutti i giorni aggrega
giovani, donne e un po’ tutti.
IL SECONDO MOVIMENTO
La mazzata del primo turno ha avuto l’effetto di scuotere le posizioni
consolidate e Lula ha avuto il coraggio di affidare la battaglia delle reti a
una figura relativamente nuova nel “serraglio” lulista. Se compariamo la foto
del discorso dopo la sconfitta nel primo turno con la foto della vittoria, i
presenti sono completamente diversi. Nella prima, la vecchia guardia della
nomenclatura del Partito dei lavoratori. Nella seconda, numerosi giovani, molte
donne e Janones. Il deputato federale André Janones ha cominciato a organizzare
le reti digitali dandogli un nome, una strategia generale (spiegata
dettagliatamente da lui stesso in numerose dirette) e degli obiettivi specifici.
In uno dei suoi primi discorsi online, con tono veemente, il nuovo responsabile
per la campagna digitale di Lula ha fatto due affermazioni: la prima, che Lula
avrebbe certamente vinto se, ed ecco la seconda, si fossero seguite le sue
“direttive”. Ha invitato quindi con veemenza gli intellettuali, i ricercatori, i
professori a lavorare per la rielezione di Lula seguendo le linee definite da
una entità che ha chiamato Exército do Lula: un canale di WhatsApp che ha
rapidamente messo insieme dieci milioni di soldados. Articolato con Instagram e
Youtube, l’esercito comandato dal “generale” Janones in nome del “maresciallo”
Lula è riuscito, prima, a spiazzare l’egemonia bolsonarista nelle reti e, poi, a
rispondere a una gigantesca domanda di mobilitazione che poteva così diventare
capillare e circolare dalle grandi metropoli (quasi tutte luliste) all’immensità
continentale del paese. Le manifestazioni di strada riverberano nelle reti e
viceversa, in tempo reale, senza mai fermarsi. Storcendo il naso e nonostante le
molte critiche, tutti hanno progressivamente aderito e nel giro di una decina di
giorni, l’esercito di Lula è diventato una realtà incredibile, al punto che il
presidente – bolsonarista – del Tribunale Elettorale ha tentato più volte di
metterlo offline.
IL TERZO MOVIMENTO
La campagna elettorale di Lula era burocratica e sostanzialmente vuota. La
grande idea era la sua biografia. Dal momento che i sondaggi hanno cominciato a
mostrare la crescita di Bolsonaro (amplificata dalla crisi istituzionale della
Corte Suprema), il governo ha cominciato a mettere in piedi una serie di misure:
aumento del Bolsa Familia (un assegno per i più poveri), incremento dei
programmi di negoziazione dei debiti delle famiglie, la proibizione delle case
di scommesse, linee di credito per i microimprenditori. Dopo la sconfitta nel
primo turno, c’è stata un’accelerazione: con l’appoggio dei centristi presidente
del Senato e della Camera, Lula ha fatto votare la riduzione della settimana di
lavoro (da sei a cinque giorni) e annunciato una misura per garantire la
gratuità dei trasporti nel fine settimana. Oltre a questo, ha messo in opera un
altro piano di appoggio alle famiglie indebitate, microcredito per le
microimprese e, dulcis in fundo, anticipato di una settimana – cioè prima del
secondo turno – il pagamento (incrementato del diciassette per cento) del Bolsa
Familia. Quel che prima era vuoto, si è riempito di contenuti: politica attiva
di gestione del credito, distribuzione del reddito, giornata di lavoro, accesso
ai servizi, ecc.
IL QUARTO MOVIMENTO
Nel clima generale di mobilitazione nelle piazze e nelle reti, si moltiplicano
le prese di posizione degli indipendenti non lulisti. Giornalisti, figure dello
spettacolo, uomini politici di destra ma democratici chiamano a votare contro
Bolsonaro in video pubblicati nei social che immediatamente sono ripresi anche
dalla campagna ufficiale del PT. Mentre nel primo turno, la domanda di
cambiamento era finita nelle tasche di Bolsonaro, il segno del secondo turno si
inverte: Bolsonaro torna a essere il simbolo di un passato minaccioso che non
vuole morire e Lula l’espressione della vitalità della democrazia. Quando si
prendono i risultati nelle grandi metropoli, questo appare molto chiaramente: a
Rio de Janeiro, feudo del bolsonarismo e del suo modo di governo mafioso, Lula
vince con ampio margine in tutti i quartieri “ricchi” (tra il 56 e il 69%),
mentre perde nelle zone più povere, controllate dalle milizie (dove il voto non
è pienamente libero). Una vasta parte della popolazione ha realizzato che
Bolsonaro, presidente con una forte presenza parlamentare, avrebbe significato
una paradossale deriva “venezuelana” del Brasile.
L’estrema destra resta comunque forte, sia socialmente che nel Parlamento. La
Corte Suprema è in crisi. La formazione del nuovo governo di Lula incontrerà non
pochi ostacoli. Un rischio è che Lula torni a governare come ha fatto negli
ultimi quattro anni, praticamente senza agenda positiva e, ancora peggio, che
una parte della sinistra lulista si intesti il risultato di questa grande
mobilitazione democratica come una vittoria esclusiva della “sinistra”.
La seconda sconfitta del clan Bolsonaro (il padre nel 2022 e il figlio domenica
scorsa) può trasformarsi in un punto di inflessione: il ricatto fascista e
mafioso sulla destra da parte del bolsonarismo potrebbe apparire finalmente come
un problema e forse aprire qualche breccia all’emergere di nuove figure,
stavolta interne al gioco democratico. (giuseppe cocco)
Foto di Delio Garofano
La dinamica del corteo contro il riarmo che si è tenuto a Torino sabato 24
ottobre è facile da riassumere: il corteo, convocato con un mese di anticipo, è
stato tenuto in scacco per un’ora e mezza abbondante in piazza Castello. Tutti i
punti di accesso alle vie dello shopping (tra cui via Roma, che il 17 ottobre
non ha subito alcun danno ma è stata teatro di una lunga e gioiosa corsa) sono
presidiati dai reparti delle forze dell’ordine, con la sola eccezione di viale
Primo Maggio, che dal lato del palazzo del governo scende verso i giardini reali
e si conclude su corso Regina Margherita.
L’intento delle forze dell’ordine è quello di permettere al corteo di sfilare
verso nord, verso Porta Palazzo e Barriera di Milano, impedendo qualsiasi
tentativo di riguadagnare il centro. È così che si spiegano i brevi confronti
tra manifestanti e forze dell’ordine che si verificano in prossimità di quegli
incroci che permetterebbero di risalire verso il centro cittadino. Costretto il
corteo ad attraversare la Dora, i mezzi delle forze dell’ordine si dispongono su
tutti i ponti proprio per impedire qualsiasi tentativo di tornare in centro
città.
Il ponte su corso Principe Oddone è letteralmente l’ultimo passaggio utile per
attraversare il fiume e riguadagnare il centro: a differenza degli altri ponti
sulla Dora, è molto largo, perché convoglia il traffico su una delle arterie
viarie più importante nella parte nord di Torino. Questo ponte, rispetto agli
altri, è ancor più presidiato: è chiaro che se si vuole sciogliere il corteo è
questo il punto ideale. Infatti le forze dell’ordine colgono la palla al balzo.
Su corso Principe Oddone si scatena la furia di lacrimogeni, idranti, sirene,
cariche a piedi: il corteo arretra su piazza Baldissera ed è costretto a
risalire lungo corso Vigevano, anche perché alle spalle sono bloccati corso
Venezia e via Stradella. Per chi scrive, il corteo potrebbe dirsi concluso qui.
Ma mentre risale su corso Vigevano, le forze dell’ordine incalzano a colpi di
candelotti, imponendo un’accelerazione fino a piazza Crispi. Questa, però, è
chiusa su due lati. Mentre la camionetta risale, alcune persone che stanno
girando a destra vengono aggredite da alcuni carabinieri intruppati e respinti
nella piazza, che ora è diventata una trappola: un muro di mezzi e uomini a
chiudere due lati, una cortina di lacrimogeni alle spalle del corteo. Non ci
sono più giornalisti. Anche l’immancabile diretta di Local Team si interrompe
proprio mentre i carabinieri spingono indietro due o tre ragazzi.
A Torino da quasi due anni la questura ha scoperto la pratica del kettling,
presa in prestito dal contesto anglosassone e inventata per contenere gli
hooligans: si tratta di chiudere un gruppo in uno spiazzo e contenerlo lì, senza
dover per forza intervenire fisicamente. Alle forze dell’ordine sotto la Mole
sembra piacere particolarmente, perché consente di vanificare qualsiasi
tentativo di resistenza: basta lasciare le persone a cuocere a fuoco lento per
ore in attesa che le esigenze dell’ordine pubblico lo richiedano. È già stato
provato al Politecnico di Torino durante l’inaugurazione dell’anno accademico
2025, su poco più di cinquanta persone; nell’estate 2026, oltre duecento persone
in una manifestazione antifascista hanno subito la stessa sorte in piazza
Foroni. Ora circa lo stesso numero si trova in una situazione simile, ma presto
lo scenario si evolve in qualcosa di molto più pericoloso, al punto che qualcuno
dirà, senza scherzare, che le forze dell’ordine in piazza Crispi potevano
tranquillamente ammazzarci.
I carabinieri che risalgono da corso Vercelli, infatti, impattano sul gruppo di
testa, manganellandolo per farlo indietreggiare verso il muro di mezzi blindati
alla loro destra; sparano anche diversi candelotti lacrimogeni, a distanza di
meno di due metri dalle persone e ad altezza uomo. Non c’è alcuna via di fuga,
se non un passaggio, non più largo di due metri, tra due camionette: tutte e
tutti corrono verso quel buco, manganellate e gasate alla loro destra e pressate
alle spalle dal gas. Chi passa riesce a ricompattarsi diverse centinaia di metri
dopo, all’angolo con corso Giulio Cesare, dove vengono prestati i primi
soccorsi. Anche perché, nonostante sia evidente che non c’è più alcun corteo,
l’ordine deve pur sempre essere quello di disperdere la folla, e allora i lanci
di lacrimogeni continuano.
Alcune persone si allontanano definitivamente, altre riprendono a sfilare in
ordine sparso e a gruppi di amici, o di persone che si stanno aiutando, lungo
corso Giulio Cesare, in direzione di corso Brescia, da dove si vede il ponte
Mosca ancora blindato. Sono da poco passate le otto di sera, e Barriera di
Milano è trafficata, ma soprattutto ci sono tante persone a spasso, sedute al
bar, o a fare compere nei negozi che ancora non hanno chiuso. Quello che accade
qui non poteva, non doveva accadere nel centro cittadino: non importa se nel
quartiere più povero della città qualcuno si dovrà respirare il gas.
Le persone che si ritrovano tra corso Giulio Cesare e corso Brescia si stanno
salutando: è un gruppo ancora abbastanza cospicuo, ma ognuno sta prendendo
congedo da amici e compagni; la camionetta è stata fermata in piazza Crispi
mezz’ora prima, della folla del pomeriggio non è rimasto granché, le persone
sono più preoccupate a telefonare a chi non vedono da un po’, a sedersi sui
marciapiede per riprendere fiato e commentare quello che hanno appena vissuto. È
a questo punto che comincia il secondo atto di quella che, secondo alcune
persone, richiama una gestione francese dell’ordine pubblico, che ha anche un
nome: se i poliziotti inglesi hanno, forse, inventato il kettling, quelli
francesi hanno perfezionato la nasse (“rete”, ma secondo alcune voci francesi
avrebbe anche i significati più figurati – eppure molto concreti – di “arresto”,
“uccisione” o “trauma collettivo”).
A differenza del kettling la nasse può essere molto più aggressiva, lasciando
una stretta via di fuga attraverso la quale costringere le persone a passare
previa identificazione, ma anche nel caso del kettling questa misura
amministrativa di identificazione di gruppo sembra essere piuttosto opzionale,
rendendo le pratiche assimilabili a dei sequestri di massa e alla conclusione
forzata di una manifestazione. Alcuni dicono che la nasse sia stata importata da
Israele intorno al 2007, e che le forze dell’ordine transalpine l’avrebbero
sperimentata la prima volta durante le rivolte delle banlieues, anche se
potrebbe essere apparsa in Europa negli anni Ottanta in maniera indipendente.
Vale la pena di notare che, in ogni caso, si tratta di una pratica, o un insieme
di pratiche, che rimanda agli ambiti semantici della cucina (il bollitore, in
inglese kettle, in tedesco kessel) o a quello del contenimento del bestiame
(corraling), o ancora a quello della raccolta del pescato (nasse e, in italiano,
magari, tonnara). Le manifestazioni sembrano allora intese come liquidi da
portare a bollore, o come mandrie sulle quali è lecito imporsi con una violenza
razionale a contrastarne l’intrinseca, presunta, irrazionalità. La questura di
Torino, prima a importare il kettling in ambito non sportivo, il 24 ottobre ha
provato un nuovo giocattolo: non la carica d’alleggerimento, non il lancio di
lacrimogeni né l’idrante, o i fermi di manifestanti, ma un insieme di tutte
queste cose in un quartiere di cui si parla molto, senza saperne granché, in un
quartiere povero, contro un corteo che protestava contro il riarmo e il
carovita.
A questo si aggiunge un corollario tutto italiano, che abbiamo visto a Milano
proprio il 17 ottobre e che ha richiamato a momenti di altissima tensione
sociale dei tempi andati: il carosello. Mezz’ora dopo la nasse in piazza Crispi,
infatti, i mezzi blindati di polizia e carabinieri hanno svoltato a sirene
spiegate e a forte velocità da corso Novara su corso Giulio Cesare, puntando
dritto su quello che rimaneva del corteo. A quel punto è stato il fuggi fuggi
generale: gli uomini dei reparti sono scesi dai mezzi e hanno cominciato a
rincorrere (sparando lacrimogeni) le poche persone ormai nel panico e in fuga. È
cominciata una vera e propria caccia all’uomo nelle vie adiacenti a corso
Brescia, fin verso Borgo Rossini.
Questi i fatti. Il mattino dopo torno in piazza Crispi. C’è un vantaggio nel
vivere in un quartiere in cui la nettezza urbana è molto più saltuaria che
altrove: a più di dodici ore dalla nasse ci sono ancora le tracce di quello che
è successo. I giornali, ovviamente, raccontano di scontri, di “lanci di
bottiglie e pietre”, una frase ormai idiomatica del giornalismo italiano. Ma
proprio nel punto in cui è avvenuto il contatto tra i carabinieri e quelle poche
persone che stavano cercando di girare su corso Vercelli, ci sono solo due
bottiglie rotte, nei pressi di quei punti in cui le persone sono state spinte
contro i mezzi, e un tappeto di dischetti lacrimogeni. Risalendo su corso
Vigevano è la stessa cosa: la maggior parte dei proiettili lanciati si trova sul
lato destro del corso, guardando piazza Baldissera; l’odore del gas sale ancora
dalle foglie cadute negli ultimi giorni di vento, che nascondono decine di
candelotti e dischetti, ma neanche un oggetto atto a offendere. Sul lato opposto
si notano meno tracce del passaggio dei reparti, ma non è inutile segnalare che
il più cospicuo numero di candelotti e dischetti con relative bruciature è tra
le automobili parcheggiate, in un punto in cui diversi minimarket e alcuni
ristoranti sono aperti fino a tardi. Proprio lì dove il corteo aveva cominciato
la sua risalita per evitare di essere gasato ulteriormente in piazza Baldissera.
Il governo e i media commentano che al netto di qualche scontro è andato tutto
bene. Eppure, a Bologna un ragazzo è finito in ospedale in codice giallo per
aver battuto la testa, a Torino un’auto civetta della polizia per poco non
investiva qualcuno sfrecciando attraverso una piazza Castello piena di
manifestanti, senza rallentare. È andato tutto bene, dicono, perché le vetrine e
il commercio sono salvi, perché lo struscio del sabato è stato garantito, perché
vale di più una vetrina nella quale specchiarsi – perché di più non puoi fare –
della vita di una ragazza asmatica che nel fumo piange e non riesce a respirare,
più dell’incolumità di un paramedico aggredito dalla polizia, più
dell’incolumità di duecento persone sulle quali sperimentare nuove pratiche di
contenimento. (delio garofano)
(disegno di otarebill)
Squilla il telefono, è un amico che ha una pompa di carburante nel paese vicino,
dice che gli è arrivato il carico dopo giorni in cui era tutto esaurito e che
posso andare a fare rifornimento, ma devo andarci subito, si sta già spargendo
la voce. Sono quasi due settimane che, guidando per strada, le stazioni di
servizio ancora fornite sono annunciate da lunghe code sulla carreggiata, a
volte anche da vigili urbani accorsi a gestire il traffico improvviso. Nei
lunghi minuti in coda scorro Instagram: si succedono filmati amatoriali di
autotrasportatori fermi in strada, con i loro mezzi di traverso a bloccare o
rendere difficile il passaggio. Voci impacciate che non hanno dimestichezza con
obiettivi e microfoni, sguardi incazzati e sguardi bassi, presidi arrangiati con
un gazebo, una baracca improvvisata, una cassa o un megafono.
Le proteste degli autotrasportatori vanno avanti da fine settembre tra Calabria,
Puglia e altre regioni del Sud. Si uniscono quasi ovunque gli agricoltori, in
Puglia gli olivicoltori, in alcune zone anche i pescatori e i portuali. I
presidi si diffondono a ridosso dei caselli delle autostrade, sul Gargano
l’Adriatica A14, l’A1 in Campania e altre. Il movente è comune: caro gasolio,
impennata dei costi di produzione e delle materie prime, calo dei prezzi dei
prodotti agricoli all’ingrosso. I lavoratori sull’asfalto e sulla terra non
hanno più margini per sopravvivere, chiedono di ricevere più aiuti dallo Stato.
Si moltiplicano i video di agricoltori con striscioni di protesta sui trattori,
contadini che rovesciano l’olio a terra. Non posso evitare di pensare a mia
nonna che gridava alla disgrazia quelle rare volte in cui per errore si
rovesciava un po’ d’olio, che era sacro. Invece questi agricoltori l’olio se lo
versano sulle mani, sull’asfalto mentre gridano “moriremo tutti, questo è il
nostro olio”, “ci avete abbandonato, al collasso siamo”, “il Sud è Italia, i
ministri dove sono?”. Ai sit-in compare qualche sindaco, qualche agricoltore
viene invitato ad aprire incontri di politici e congressi del Pd, tira aria di
strumentalizzazione. Dalla politica arrivano promesse di aiuti per il caro
carburante, insieme ai milioni previsti dal Fondo mobilità sostenibile, una
misura che non risolve l’emergenza: sono fondi spalmati su cinque anni solo per
l’acquisto di mezzi nuovi che consumino meno.
Nel frattempo gli scaffali dei supermercati si svuotano, le consegne ai
magazzini rallentano o si paralizzano. Si percepisce un consenso generale con la
protesta; bar e cittadini offrono vassoi e thermos ai lavoratori in protesta. Al
presidio di Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, un allevatore offre e
spartisce il suo caciocavallo podolico, mentre qualche sparuto giornalista filma
sorpreso quella solidarietà, quell’aria conviviale così connaturata alla
“pugliesità” a cui nemmeno gli operatori turistici che tanto la decantano hanno
mai creduto.
Comincio a pensare a quando ho già visto accadere proteste simili. Chi è più
grande di me ha memoria delle proteste di fine anni Novanta per le quote latte,
per arrivare al movimento dei forconi, ai gilets jaunes e alle proteste dei
trattori di due anni fa. Sono coinvolti sempre agricoltori, allevatori e
autotrasportatori, sono sempre proteste contro il caro carburante, il costo
della vita, le difficoltà economiche delle imprese a fronte di prezzi di vendita
troppo bassi. Gli agricoltori denunciavano il potere contrattuale della Grande
distribuzione organizzata (Gdo) e degli intermediari, contestavano gli obblighi
legati alla Politica agricola comune (Pac) e le importazioni a prezzi inferiori.
Sono fenomeni ciclici che hanno come filo rosso le riforme della Pac e la
transizione energetica governata dalle lobby del petrolio. Perché i lavoratori
della logistica abbiano accusato il caro carburante pare lampante, ma mi
interrogo su come sia esplosa l’esasperazione degli agricoltori, che gridano che
quello della terra è un lavoro a perdere, che produrre non conviene più. Da ogni
presidio si denuncia il sistema di distribuzione del cibo dominato dalle grandi
catene di supermercati, il potere di comprimere i prezzi pagati ai fornitori,
cioè agli agricoltori stessi che protestano. In ballo ci sono le relazioni di
produzione e distribuzione nelle filiere agroalimentari, le condizioni di lavoro
e di vita di chi produce cibo, il rapporto campagna-città e quello tra noi
esseri umani e gli ambienti naturali da cui traiamo nutrimento.
SUD SCAVAME ‘A FOSSA
Nei presidi pugliesi gli olivicoltori sono un fronte compatto. Chiedono il
potenziamento dell’Icqrf (l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e
della repressione frodi dei prodotti agroalimentari), controlli incrociati di
Masaf e Mimit (rispettivamente, Ministero dell’agricoltura, della sovranità
alimentare e delle foreste e Ministero delle imprese e del made in Italy) sulla
Gdo che importa olio estero spacciandolo per italiano. Inoltre, chiedono lo stop
alle vendite di olive e olio sotto il prezzo minimo remunerativo, la sospensione
temporanea delle importazioni di olio extra-europeo, fino allo smaltimento delle
giacenze nazionali.
La storia dell’olio contraffatto va avanti da anni, ma quella degli accumuli di
olio locale scavalcato da quello importato sta emergendo solo nell’ultimo anno
in Puglia. Parlo con Angelo Balenzano di Sannicandro di Bari, del Comitato
olivicoltori e cittadini della conca barese. «A gennaio scorso – dice –, finita
la raccolta dell’annata ‘25-26, i frantoi avevano i silos pieni di olio da
vendere ai grossisti, ma si è bloccato tutto. Non arrivavano più richieste di
acquisti come era sempre successo gli altri anni. A maggio il prezzo
all’ingrosso era sceso sotto i quattro euro al litro, quando a gennaio sarebbe
stato quasi il doppio, sette euro».
Gli olivicoltori adesso chiedono allo Stato di riconoscere la crisi del mercato
dell’olio extravergine d’oliva, affinché si possano sospendere le importazioni,
com’è stato fatto per il riso anni fa. Continua Angelo: «Finora i frantoiani
erano nemici dei contadini, perché ogni volta che andavi a vendere le tue olive
dovevi trattare il prezzo, vigilare il peso, eccetera. In queste condizioni, è
la prima volta che sono nostri alleati, perché anche loro si sentono fregati:
l’anno scorso hanno comprato le olive a un prezzo e ora l’olio che rimane nelle
cisterne vale la metà, vanno in perdita. I frantoi sono tuttora pieni di olio:
che devono fare, lo devono svendere? Hanno i silos pieni, quindi se noi
raccogliamo le olive che stanno adesso sugli alberi e le portiamo ai frantoi,
loro dove lo mettono l’olio?».
Angelo mi parla pure della crisi del grano e dell’uva, allora gli chiedo cosa
facciano le associazioni di categoria come Coldiretti, Confagricoltura e
Cia-Agricoltori italiani, visto che la crisi interessa tutti i comparti
agricoli. «In una parola, loro fanno parte del sistema. Poco fanno per i
controlli dell’olio e delle miscele contraffatte. Potrebbero spingere per i
controlli e invece lasciano campo libero, per complicità con i padroni del
mercato. C’è un giro di fatture false per far risultare l’olio cento per cento
made in Italy, quando invece prendono un novanta per cento estero, lo fanno
raffinare per togliere l’acidità, viene fuori incolore e insapore, poi
aggiungono un dieci per cento di olio nostro e così finisce nei supermercati
come olio Evo». Se pure i sindacati agricoli stanno apparentemente affiancando
gli agricoltori nelle piazze, «si stanno dando da fare solo perché gli
interessano le tessere, perché se i contadini chiudono battenti, chiudono pure
loro» dice Angelo.
Continuo ad avere in testa la strofa di un canto popolare della tradizione orale
del Salento, una delle tante con riferimenti al lavoro dei campi e degli ulivi.
Tradotta, fa così: “Se vuoi conoscere le pene dell’inferno, devi passare due
notti al frantoio [allu trappitu]. La prima notte lì perdi il sonno, l’altra
perdi il sonno e l’appetito”. Fino ai primi del Novecento, le olive si
trasformavano nei frantoi ipogei, chi ci lavorava scendeva sotto terra a ottobre
e ne usciva a marzo, senza mai vedere la luce per tutti quei mesi. Ne uscivano
bendati, con i segni della vita là sotto tra umidità, scarsa igiene, residui
della lavorazione ed esalazioni delle olive in fermentazione. C’ho stampata
negli occhi una scritta incisa nella pietra all’entrata di un vecchio frantoio a
Giuliano di Lecce: “Non spe lucri sed liberatatis posuit. A.D. 1789”. Non con la
speranza della ricchezza, ma della libertà.
LA TERRA A CHI CE L’HA
Parlo del ruolo delle organizzazioni agricole come Coldiretti anche con Giuseppe
Vinci di Fasano, provincia di Brindisi, antropologo ed ex imprenditore oleario.
«C’è un problema strutturale grosso – dice –. Nel ’99 il governo D’Alema, con
Paolo De Castro come ministro delle politiche agricole, fece una riforma per la
soppressione dell’Aima [Azienda statale per gli interventi nel mercato
agricolo], l’ente pubblico che gestiva le misure di sostegno della Pac. L’Aima
diventa Agea [Agenzia per le erogazioni in agricoltura] e fanno anche un’altra
riforma: viene concessa alle associazioni di categoria la possibilità di gestire
direttamente il canale dei finanziamenti, compresa la Pac».
Di fatto, le associazioni di categoria non si limitano più a rappresentare gli
interessi degli agricoltori, ma diventano protagoniste dell’assistenza
amministrativa alle imprese agricole. «I sindacalisti che fanno le domande e
sbrigano le pratiche sono più rispettati del sindaco. Se tu devi partecipare a
un progetto o chiedi un finanziamento, devi passare da loro. Poi, come
agricoltore, hai degli obblighi da osservare: compilare il quaderno di campagna
e il fascicolo aziendale, che sono in mano all’associazione di categoria. Quindi
queste sono diventate lobby, che ricattano i propri associati invece di
tutelarli; nei fatti, permettono alle grosse aziende di ottenere il massimo
profitto dallo sfruttamento indiscriminato della terra».
Per Giuseppe si potrebbe rimediare in parte facendo tornare la gestione del
fascicolo aziendale nelle mani degli agricoltori stessi o al massimo attraverso
i comuni, che sono tenuti ad avere un ufficio per gestire le pratiche degli
agricoltori. «Ma non lo fa nessuno, perché la politica ti spinge a farti gestire
il fascicolo dalle associazioni di categoria, che sono a loro volta bacino
elettorale per la politica. Coldiretti oggi ti fa la pratica e domani ti chiama
e ti dice, “dobbiamo supportare tale candidato, ci farà avere fondi”». Tra le
immagini che girano questi giorni, mi ricordo di un presidio a Davoli, in
provincia di Catanzaro: gli agricoltori bruciano le loro tessere elettorali
dicendo “vi ricordate di noi solo quando vi servono i voti”.
Giuseppe continua: «Non devi nemmeno dimostrare che la coltivi la terra. È una
condizione che non è stata mai rispettata: all’epoca i controlli doveva farli la
Forestale, poi l’hanno soppressa ed è rimasto tutto in mano alle associazioni di
categoria». Dal 2003 nella Pac si introduce il pagamento unico per azienda, che
è sì svincolato dalle dimensioni delle unità produttive, permettendo ai
produttori medio-piccoli di accedere ai sussidi, però non è più parametrato a
ciò che l’agricoltore produce, a come e se produce. Premia, di fatto, i pochi
che gestiscono migliaia di ettari e che ricevono centinaia di migliaia di euro
all’anno, a discapito delle piccole aziende agricole che scompaiono, con annessi
processi di concentrazione fondiaria.
C’è un video che ha fatto migliaia di visualizzazioni: un imprenditore agricolo
della provincia di Reggio Calabria disteso sull’asfalto allo svincolo di Pizzo,
vicino Vibo Valentia, che grida in lacrime: “Non ce la facciamo più, aiutateci”.
Ad ascoltarlo per intero, però, l’agricoltore non elemosina pietà a caso, ma
urla “la politica e le associazioni di categoria ci stanno mangiando tutta la
nostra dignità, non voglio avere a che fare con le associazioni di categoria, le
associazioni di categoria ci stanno rubando le nostre aziende”.
COMME È BELLA ‘A CAMPAGNA
Dalla provincia di Palermo arrivano i racconti di A., che coltiva vite e produce
vino biologico (ammesso che questa certificazione abbia ancora senso). Anche A.
denuncia gli stessi imbrogli di Angelo e Giuseppe: «Ai grossi, i finanziamenti
arrivano anche se non producono. Dalle mie parti c’è uno che ha
duecentocinquanta ettari di terra sparsa nella zona, non coltiva niente. Eppure
si prende sia i finanziamenti della Pac che quelli del biologico, per
fantomatici vigneti pregiati di Chardonnay e Pinot grigio. Che succede? Che lui
all’Irvos [Istituto regionale vini e oli di Sicilia] catastalmente dichiara un
forfettario di produzione annuale, tipo “dal mio ettaro escono cento quintali di
uva”, ma nessuno viene a controllare se è una previsione attendibile. Poi lui
non coltiva niente, ma è comunque giustificato a vendere quei cento quintali
intangibili alla cantina. Magari li vende a dieci centesimi al chilo, un prezzo
stracciato, tanto non ha spese di coltivazione da compensare. Insomma, lui vende
carta. E le cantine hanno bisogno sulla carta di acquistare varietà pregiate,
perché così etichettano bottiglie di vino come pregiato, mettendoci dentro il
vino di un altro viticoltore che, nel frattempo, nella previsione all’Irvos ha
dichiarato trenta pur sapendo che avrebbe prodotto cento, quindi i restanti
settanta non tracciati arrivano alla cantina sfuggendo i controlli».
Chiedo ad A. com’è andata a loro la vendemmia e mi dice che le cantine sociali e
le cooperative quest’anno hanno pagato l’uva a trenta centesimi al chilo, quando
fino a due anni fa valeva il doppio, sessantacinque centesimi. La causa pare
essere la sovrapproduzione; anche qui, come in Puglia per l’olio, i serbatoi
sono pieni. «I nuovi impianti e i reimpianti di vigneti ricevono finanziamenti
costanti che seguono l’Ocm vino [Organizzazione comune dei mercati], uno
strumento della Pac. Ma com’è possibile che un mercato saturo di vino, con
consumo in calo, riceva fiumi di finanziamenti a perdere? All’apparenza, ci sono
pure sussidi per chiudere la filiera, dall’allestire una cantina fino alla
promozione del prodotto e alla gestione del enoturismo. Ma te lo puoi permettere
solo se l’altra parte di capitale ce l’hai già. Ne ho visti un po’ chiedere
mutui e poi non riuscire a stare dietro alla banca quando le annate vanno male,
doversi vendere pezzetti di terra o proprietà di famiglia. Il finanziamento
premia chi ha le spalle grosse, a noi piccoli ci tocca fare le capriole per
sopravvivere».
Penso a quando mio nonno mi raccontava la storia delle patate. Nella piazza del
paese ogni sera c’era un cartello su cui veniva scritto il prezzo a cui i
grossisti avrebbero comprato le patate dai contadini il giorno successivo. Chi
coltivava patate andava in piazza a leggere e si regolava se conveniva
raccoglierle oppure lasciarle a terra e aspettare che il prezzo salisse i giorni
dopo. Da un certo momento in poi, negli anni Settanta, i grossisti non hanno
annunciato più il prezzo in anticipo, si facevano consegnare le casse di patate
e solo la sera dopo comunicavano quanto le avrebbero pagate. Quindi i contadini
erano costretti a raccogliere alla cieca e il prezzo era sempre a loro sfavore,
tant’è che molti smisero di coltivarle. Così penso pure a La terra trema, dove
una famiglia di pescatori tenta di svincolarsi dai commercianti che comprano il
pesce a prezzi molto bassi e lo rivendono guadagnandoci.
NEORURALI
Mi colpisce come sui social e sulle locandine degli eventi in provincia la terra
e l’agricoltura siano sempre ben in vista. Fondi europei e regionali piovono per
progetti con la missione di sensibilizzare alla filiera corta del cibo e
all’agroecologia, mentre è chiaro che il mercato va in tutt’altra direzione. I
pochi che restano o tornano a fare agricoltura al Sud sembrano deruralizzati: la
terra, invece di lavorarla, la decantano nei discorsi e nei progetti per i
bandi, pieni di “seminare comunità”, “coltivare cittadinanza”, “alto impatto
ambientale”. Un amico contadino mi diceva tempo fa: «Comincio a capire che le
associazioni servono per farsi i fatti propri. Vinci un bando con un progetto di
un semenzaio di comunità: con i soldi di Fondazione con il Sud fai le
iniziative, fai venire il musicista amico, fai venire il fotografo, e nel
frattempo ti finanziano l’impostazione di un terreno che da soli sarebbe
impossibile. Così, compensi le spese per il terreno con i progetti e nel
frattempo ti fai la casetta in campagna, con un orto che non sei nemmeno tu a
curare, perché ogni anno chiedi le adesioni per la piantumazione e la raccolta
collettiva. Tutte cose che un’azienda non potrebbe fare, non potrebbe
ammortizzare le spese».
Questi neorurali invischiati nel terzo settore parlano a una nicchia che – tra
laboratori per riconoscere erbe selvatiche edibili, stampe con tinture naturali,
lezioni nel verde per comprendere i fenomeni queerness della natura – può pagare
un pacco di pasta fatta con farina da grani antichi il triplo di quanto costa al
supermercato la pasta “per tutti”. Vedo una mostra fotografica sul commercio di
prossimità di frutta e verdura, ma se vai davvero ai mercati di paese vedi in
che condizioni sopravvivono i coltivatori diretti. Altro che feste agricole,
degustazioni narrate e cene conviviali performative con i piatti gourmet serviti
sulla carriola. Dice Giuseppe Vinci: «Se venissero a fare un’indagine nella zona
di Fasano, scoprirebbero che non c’è più un’azienda agricola che produce
utilizzando i semi tradizionali ereditati, salvo qualche contadino. Tutte le
masserie non hanno niente di tradizionale. A Fasano c’è il cocomero barattiere e
il pomodoro Regina, nato proprio nella zona di Egnazia. Nel corso degli ultimi
trent’anni, il pomodoro è stato ibridato, incrociato e quello che trovi nei
banchi del supermercato non è il pomodoro Regina vero, anche se si legge così
sull’etichetta. Quel pomodoro aveva la buccia dura perché resisteva all’inverno,
ma se tu prendi una ramasola di quelle comprate al fruttivendolo e la vuoi
conservare d’inverno, al primo mese marcisce e fa la muffa. Costruiamo favole
per vendere i prodotti, ci inventiamo tutte le puttanate per svendere il
territorio».
PREDE E PREDATORI
Lo chiamano Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, ma la
sovranità alimentare viene usata per promuovere un modello di agrobusiness ben
lontano dal favorire un rapporto diretto tra produttore e consumatore e dal
tutelare le economie di piccola scala. Lo chiamano Ministero delle imprese e del
made in Italy, ma il vero made in Italy prima del marchio lo hanno fatto i
contadini che hanno custodito i semi e la biodiversità. L’agroindustria,
controllata nell’intera filiera da grandi multinazionali, ha impoverito i suoli,
consumato l’acqua, inquinato le falde, peggiorato la salute dei lavoratori
agricoli e contribuito a quasi un terzo delle emissioni a livello mondiale.
In Italia da cinquant’anni la superficie agricola utilizzata si sta riducendo
(complici la cementificazione selvaggia e la speculazione energetica), ma non in
proporzione alla diminuzione delle aziende agricole. Abbiamo sempre meno aziende
agricole che gestiscono sempre più terra: oggi in media un’azienda gestisce
undici ettari, mentre nel 2004 secondo l’Istat erano sette ettari. La crescita
dimensionale e la diminuzione delle piccole aziende agricole è una diretta
conseguenza delle politiche europee e dell’andamento dei mercati, con tanto
di perdita di tipicità, di biodiversità, di produzioni di elevata qualità, di
espressione delle tradizioni locali. Si moltiplicano le monoculture
superintensive che provocano impatti dannosi sull’ambiente. I piccoli produttori
abbandonano le terre, indotti da un sistema che rende la produzione agricola
frammentata antieconomica. La Grande distribuzione detta i prezzi al ribasso, le
agromafie sfruttano i lavoratori a basso costo, le biomasse diventano il
miraggio di nuovi guadagni e un nuovo latifondo sta per essere ricreato. In più,
molti terreni agricoli vengono sottratti per installare impianti di energia
rinnovabile, distese di pale eoliche, ettari di pannelli fotovoltaici, per
produrre un’energia che non si sa bene a chi serva, a chi vada, ma si sa di
certo che chi ci guadagna non sono le comunità che intorno a quei terreni
cercano di campare.
Il fenomeno di accaparramento delle terre mi fa pensare alle equazioni di
Lotka-Volterra, un sistema di equazioni differenziali che forniscono un modello
matematico per descrivere un ecosistema in cui interagiscono due specie animali,
quella dei predatori e quella delle loro prede. Le prede che si riproducono
costituiscono una risorsa alimentare per i predatori, che si nutrono delle prede
ma dipendono dalla loro presenza per sopravvivere. Queste equazioni modellano la
dinamica di due gruppi che possono influenzarsi reciprocamente e competere.
Nelle equazioni che descrivono l’andamento delle due popolazioni nel tempo, c’è
un termine fondamentale che rappresenta il fatto che l’interazione tra le due
popolazioni dipende dalla presenza simultanea di entrambe. La relazione è
reciproca, ma la dipendenza è asimmetrica. Mi chiedo se valga lo stesso per gli
agricoltori e la Gdo. Quando i predatori diventano numerosi, le prede
diminuiscono, ma di conseguenza anche i predatori iniziano a diminuire se non
hanno altro di cui nutrirsi.
La scomparsa dei contadini non rappresenta semplicemente la vittoria definitiva
della Gdo. Potrebbe rappresentare, al contrario, l’inizio di una crisi del
sistema stesso: la capacità produttiva si riduce, emergono problemi di
approvvigionamento, qualità, varietà e resilienza della filiera. Non è detto che
senza i contadini la Gdo collassi, ma sicuramente sarà costretta ad aumentare i
costi, a importare dall’estero. Quindi maggiore dipendenza da pochi fornitori e
dai mercati esteri, perdita di biodiversità agricola, di identità territoriale,
di conoscenze locali tradizionali. Va bene, qui le equazioni non funzionano:
pure se scompaiono le prede, il predatore sopravvive. Quello che non sopravvive
è l’ecosistema, il sistema agricolo e sociale che conosciamo, il cibo buono che
finora, in qualche modo, siamo riusciti a mangiare. Le prede della grande
distribuzione, allora, non sono solo i contadini. Siamo noi tutti. (chiara
romano)
(copertina di malov)
Da lunedì 26 ottobre è in libreria a Napoli,
e nei prossimi giorni nelle altre principali città italiane,
il numero 16 (ottobre 2026) de Lo stato delle città
INDICE:
Sicurezza di sinistra
di Francesco Migliaccio
Nemici pubblici
di Riccardo Rosa
Pensiero unico urbano
di Stefano Portelli
Labirinto Pnrr
di Lucia Tozzi
Bestie da dispiacere. La storia di Ulisse
di Maurizio Braucci
Carnevale alla Fiat. L’arte e la lotta operaia di Pietro Perotti
di Francesco Migliaccio
Memorie di Valentino Santagati. Canto e dissidenza in Calabria
di Chiara Romano
La “versione ufficiale” di canecapovolto
a cura di Alessandra Ferlito
EXIT_CODE::000
di Pietro Giovanni Macciotta
La macchina e Ramy. Lo stato manipola la verità
di Filippo Ortona
Una storia di stigma e di lotta. Il Pilastro a Bologna
di Salvatore Papa
Un kalashnikov dentro Napoli. La sicurezza vista dai quartieri
di Barbara Russo
Tortura nel carcere di Torino. Un’intervista sul processo giudiziario
di Alessandra Ferlito
Vacanze italiane
di Davide Arpaia
Cenere dov’era fronda. Incendi e controllo del territorio al Sud
di Chiara Romano
Belo Horizonte. Un’occupazione per ricordare la dittatura militare
di Giuseppe Orlandini
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copertina: Malov
illustrazioni: Pietro Giovanni Macciotta
disegnini: Ginevra Naviglio
progetto grafico e impaginazione: roberto-c.
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LO STATO DELLE CITTÀ lo trovate a (elenco in aggiornamento):
NAPOLI
Dante & Descartes, piazza del Gesù, 14
Ubik, via Benedetto Croce, 28
Tamù, via Santa Chiara, 10
Perditempo,via San Pietro a Majella, 8
Io ci sto, via Domenico Cimarosa, 2
Oppure potete acquistarlo cliccando qui sotto:
(le spedizioni, incluse nel prezzo di copertina, sono effettuate con
raccomandata tracciabile di Poste Italiane)
scegli destinazione / formato italy 15,00 € EURother country 20,00 € EUR
pdf 5,00 € EUR
(disegno di giulia landonio)
Riepilogo dei fatti principali.
Il 26 agosto 2026 una distopia che avrebbe potuto farci riflettere in un libro
cyberpunk degli anni Novanta si è fatta realtà. Il segretario di stato degli
Stati Uniti, Marco Rubio (equivalente al ministro degli esteri), ha dichiarato
(l’ennesima) guerra con un post sul social della persona più ricca del mondo. Ha
dichiarato guerra non a uno stato sovrano, non a una pericolosa organizzazione
considerata sovversiva, ma a un piccolo collettivo di volontari italiani,
Autistici/Inventati, inserito nella lista SDGT (Special Designated Global
Terrorist), insieme a camorra, ndrangheta, cartelli della droga e così via. Ed
ecco l’accusa dal sito governativo ufficiale Usa, senza prove e senza
contraddittorio, senza avvocati e senza tribunali: “Autistici/Inventati
(Collettivo A/I) è un gruppo estremistico basato in Italia che costruisce e
gestisce l’infrastruttura digitale per le cellule Antifa violente e altri
militanti di estrema sinistra in tutto il mondo”.
Questo piccolo collettivo per un quarto di secolo ha offerto servizi digitali
(mail, spazio web, mailing list, sistemi di videoconferenze, e così via) a chi
ci tiene alla riservatezza (privacy), a chi non vuole regalare i propri dati e
metadati a società, in particolare Big Tech Usa, che utilizzano i nostri
comportamenti online per monetizzare, blandire, persuadere e portare avanti i
loro obiettivi di dominio e devastazione. A una condizione fondamentale, la
condivisione di alcuni valori: “anticapitalismo, antirazzismo, antifascismo,
antisessismo, antimilitarismo, e il rifiuto dell’autoritarismo e delle
gerarchie”. La cura della riservatezza, con la messa a punto di un ambiente
tecnologico autogestito per progetti sociali affini, è la conseguenza di questi
valori, come chiarisce bene il manifesto.
Il collettivo ha respinto in blocco le accuse. Due giorni dopo il
sito autistici.org è sparito dalla rete: non perché le macchine siano state
spente, ma perché il PIR (Public Interest Registry), associazione basata in
Virginia (Usa) che gestisce i domini .org ha posto il dominio in serverhold,
rendendolo irraggiungibile. Intanto, in Italia, Banca Etica ha sospeso
l’operatività del conto corrente dell’associazione, di fatto sequestrando il
denaro delle donazioni di migliaia di persone, per timore di sanzioni secondarie
(blocco dei circuiti di pagamento Visa/Mastercard e del sistema interbancario
Swift, controllati dagli Usa). In questa situazione kafkiana, l’associazione
italiana titolare del conto non può chiudere, perché sarebbe rea di
appropriazione indebita.
Dal sito https://keepitfree.ai: “Il collettivo Autistici/Inventati si è sciolto
e tutti i suoi servizi sono stati chiusi a partire dal 18 settembre 2026. Questo
sito archivia i comunicati ufficiali del collettivo (ora sciolto) e gli
aggiornamenti sugli eventi, e continua a essere mantenuto da volontari che
documentano gli sviluppi e raccolgono la rassegna stampa”.
Questa sofferta decisione è motivata in primo luogo dalla volontà di restare
umani: aver cura delle persone che hanno affidato le loro comunicazioni ad A/I,
scongiurare ritorsioni per quanto possibile; specialmente le sanzioni di primo
grado contro persone e collettivi negli Usa, che rischiano fino a vent’anni di
carcere senza appello, e con prove secretate, per terrorismo.
Fin qui la cronaca. Ma come è potuto accadere? Dieci giorni per distruggere uno
dei più importanti server autogestiti al mondo, solo incutendo paura? Proviamo a
ricostruire la catena degli eventi.
L’ANTIFASCISMO È UN CRIMINE
Come accuratamente ricostruito dall’indagine in corso di Sabot.media, questo
attacco non nasce nel vuoto. Il 10 settembre 2025 l’attivista ultraconservatore
Charlie Kirk è stato ucciso con un colpo di fucile durante un evento pubblico
alla Utah Valley University. L’assassino, ora in attesa di giudizio, è Tyler J.
Robinson, un ragazzo di ventidue anni, di famiglia bianca repubblicana,
addestrato all’uso delle armi, non affiliato a nessun particolare gruppo
politico. Il suo gesto, presentato come un attacco di presunti “Antifa”, è
cruciale rispetto al caso A/I, perché a partire da quell’evento sono
documentati: “il cambiamento di politica [rispetto all’uso politico della lista
SDGT], una proposta della Casa Bianca [dichiarare Antifa un’organizzazione
terroristica], la trasmissione media-congresso, la messa a punto della
designazione di terrorismo esterno e l’azione finale dell’OFAC [Office of
Foreign Assets Control, un ente del Tesoro Usa che rende operative le sanzioni
finanziarie in base alle liste SDTG]. Resta ignoto un punto cruciale: chi ha
messo l’A/I nel mirino delle sanzioni, quando, e in base a segnalazioni di
chi?”.
Facciamo un passo indietro per osservare la situazione come se fossimo
all’esterno. Abbiamo dovuto imparare il significato di acronimi (SDGT, OFAC,
ecc.) in grado di cambiare dall’oggi al domani le nostre vite. L’organizzazione
Antifa viene definita gruppo terroristico interno il 22 settembre 2025.
Tuttavia, poiché non esiste un’organizzazione del genere, e poiché
l’antifascismo è un valore condiviso da molte organizzazioni e istituzioni, la
caccia alle streghe Antifa interne agli Stati Uniti si è estesa. Di fatto gli
Usa, intenti a perseguire il proprio delirio di onnipotenza, hanno statuito che
l’antifascismo è un crimine. Un’analisi lucida e approfondita dei livelli in
gioco nella designazione SDGT del collettivo Autistici/Inventati da parte
dell’amministrazione Trump si trova nell’articolo Nobody has to agree.
CHI SARÀ IL PROSSIMO?
Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici,
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.
Questi versi molto citati, erroneamente attribuiti al drammaturgo Bertolt
Brecht, sono tratti da un sermone di Martin Niemöller (1892-1984), pastore
luterano tedesco. Niemöller si riferiva all’apatia dei tedeschi, in particolare
degli intellettuali, rispetto all’ascesa del nazismo dal 1933 in poi, favorita
da quella società civile a cui Brecht alludeva in La resistibile ascesa di
Arturo Ui, dramma in cui l’immaginario gangster di Chicago rispecchia Hitler, e
i suoi scagnozzi i vari gerarchi nazisti.
Questi versi si possono applicare anche al caso A/I? Sì. L’analogia è
sostanzialmente corretta, poiché si tratta pur sempre di persecuzione politica
nei confronti di chi dissente da parte di un governo di estrema destra, cioè
l’attuale governo Usa. Tuttavia, l’aggiornamento provoca un inatteso
cortocircuito, perché in un’ipotetica nuova versione ci troveremmo con soggetti
molto diversi tra loro, bersagli di procedure similari. Potremmo infatti
parafrasarla in questo modo:
Quando gli Usa dichiararono guerra al terrorismo e infine uccisero Bin Laden,
io non dissi nulla, anzi, fui contento
perché non mi piacciono i terroristi islamici.
Quando uccisero nelle loro case, rinchiusero o deportarono migliaia di
“terroristi” a Guantanamo
io non dissi nulla
perché non ero certo dei loro! Anzi, pensai: grazie, Stati Uniti!
Quando rinchiusero e deportarono i migranti interni, e spararono a chi
protestava,
io non dissi nulla
perché non ero un migrante.
Poi fecero chiudere A/I,
e io non dissi nulla
perché non avevo un sito o una mail su A/I.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.
Che c’entrano i jihadisti di Al-qaeda? La catena degli eventi è stata messa in
moto dalla legislazione in vigore dopo l’11 settembre 2001. Il quadro giuridico
attuale, che ha ampliato a dismisura la possibilità di intervento
extra-giudiziale ed extra-territoriale delle amministrazioni statunitensi, è una
diretta evoluzione di quella dichiarata “guerra al terrore” di un quarto di
secolo fa, nella quale siamo sempre più impantanati.
Chi sarà il prossimo? Un po’ di immaginazione. Arci, con oltre un milione di
iscritti e circa cinquemila circoli sul territorio italiano, è un’associazione
italiana dichiaratamente antifascista. Se l’antifascismo è reato, Arci è un
possibile bersaglio. Prima ancora, Anpi, fondata nel 1945 dai partigiani che
combatterono durante la guerra di liberazione dall’occupazione nazifascista, è
un possibile bersaglio. Ma perché limitarsi ad associazioni, con economie tutto
sommato modeste? L’iscrizione nelle liste SDGT va a colpire in primo luogo la
capacità di agire a livello economico, perché nessuna banca pare disposta a
rischiare il bando dai circuiti Mastercard, Visa e Swift. Quindi… Coop Italia,
colosso della grande distribuzione in Italia, propugna valori antifascisti. Non
solo: boicotta attivamente prodotti israeliani fabbricati in aree della
Cisgiordania colonizzate cacciando la popolazione palestinese. Ci sono
abbastanza elementi per diventare un bersaglio. La lista può allungarsi a
piacere. A differenza di interventi giudiziari con tanto di rogatorie
internazionali, a differenza delle assai costose agenzie di intelligence e
azioni militari con droni per “uccisioni mirate”, il costo di queste sanzioni è
ridicolmente basso.
Chi sarà il prossimo? In fondo l’Italia è una Repubblica fondata su valori
antifascisti, almeno formalmente. E l’Europa, nata dalla ricostruzione dopo la
sconfitta dei nazifascisti, non dovrebbe essere antifascista per costituzione?
In realtà, l’Europa e la politica istituzionale tutta, non sembrano preoccupate
dal fatto che una potenza straniera sanzioni suoi liberi cittadini e
associazioni, né dal fatto che il sistema bancario non sia in grado di opporsi a
questo genere di ricatto, nonostante esistano leggi sulla libertà bancaria. In
gioco c’è la libertà di parola e di espressione. Questo è stato ben rilevato
dal capitolo italiano dell’ISOC (Internet SOCiety), organizzazione no-profit che
promuove la libertà di parola ed espressione, finanziata dall’affitto dei domini
.org nel mondo. In una lettera a PIR, Internet Society, ICANN ed EURALO,
Internet Society Italia sottolinea l’assenza, allo stato attuale, di evidenze
che dimostrino il coinvolgimento di Autistici/Inventati in attività
terroristiche e solleva una questione più ampia: la possibilità che un fornitore
di servizi internet venga colpito per le azioni dei propri utenti o per le
proprie posizioni politiche, fino alla sua esclusione dalla rete senza un
controllo giudiziario.
CHE POSSO FARE?
Alla notizia delle sanzioni, molte persone si sono chieste: che posso fare? Nel
mondo attuale, una risposta ovvia è: donare denaro. Questa reazione, per quanto
comprensibile, è sintomo di un ragionamento perverso. Si tratta di un riflesso
condizionato anche dalle pubblicità delle “multinazionali del cuore”, che ci
mostrano bambini malnutriti e chiedono una mano sul cuore e una al portafoglio;
dalle campagne a favore delle popolazioni terremotate, alluvionate, vittime di
guerra, violenze, oppressioni. Il messaggio sottinteso è: “Non cambiate nulla
nelle vostre vite: donate, e tanto basta”. Invece, la fame, le guerre, le
catastrofi ambientali, le ingiustizie NON si risolvono con il denaro. Certo, il
denaro è necessario in questo nostro mondo. Non in assoluto, solo in questo
mondo. Quindi è ragionevole e auspicabile immaginare alternative europee al
sistema bancario attuale, ostaggio degli Usa. Ma i soldi non sono il problema di
fondo. Il problema di fondo è che solo poche, pochissime persone, si fanno
carico della gestione e della cura dei sistemi tecnici da cui dipendono le
nostre vite iper-tecnologiche.
L’accentramento è il male più profondo. E va di pari passo con la delega. Le
soluzioni centralizzate tendono a sostituire tanti problemi locali con un unico
problema su scala più ampia, rendendo la partecipazione necessariamente
delegata. Così, l’euro digitale centralizzato difficilmente potrà migliorare la
già intollerabile situazione di controllo e sorveglianza da parte dello Stato.
D’altro canto, le criptovalute non sono preferibili, anzi. In primo luogo,
rimangono sempre nell’ambito delle tecnologie tossiche, di ispirazione militare;
favoriscono la speculazione finanziaria; inoltre, come le proposte di
centralizzazione, si propongono come ennesima soluzione tecnica a questioni
sociali, culturali, politiche. In quanto procedure tecnocratiche, spostano
l’attenzione dalle difficoltà di abitare un mondo condiviso all’apparente
semplicità della delega a un pugno di tecnocrati.
Il decentramento invece dev’essere gestito dalle persone per le persone. Per
questo, l’ultima comunicazione del collettivo A/I prima della chiusura, il 12
settembre 2026, esorta alla creazione di “10-100-1000” nuovi server
indipendenti. Non c’è bisogno di “scalare” verticalmente e offrire servizi a
migliaia o peggio milioni di persone, per trovarsi poi nel mirino come A/I.
Abbiamo le tecnologie digitali per “scalare” in maniera orizzontale, per mettere
a punto infrastrutture federate non gerarchiche, nodi di una rete transnazionale
e internazionalista con poche decine o centinaia di utenti ciascuno, milioni di
piccoli nodi di persone che si conoscono tra loro, si scelgono e si fidano. Nodi
di prossimità e affinità.
Affinità non significa rinchiudersi in una piccola bolla. Significa provare a
scegliere, insieme e in maniera responsabile, “come fare”, senza delegare sempre
ad altri. Le politiche dell’affinità si esprimono in azioni e comportamenti
concreti, invece di limitarsi a politiche di domanda. Invece di radunarsi sotto
una bandiera, uno slogan, un leader per chiedere un cambiamento a chi comanda,
con il rischio concreto di cementare identità egemoni, esse valorizzano la
ricchezza della diversità individuale. Senza illusioni, ma anche senza
rimpianti.
IMMAGINARI TOSSICI
Prima dell’epidemia Covid-19, “zoomare” significava “ingrandire una fotografia”.
Sei anni più tardi, significa effettuare una videochiamata, perlopiù di gruppo.
I piccoli umani ricevono una mail da gmail, gestita dalla multinazionale
Alphabet (società madre di Google), il primo giorno di scuola dell’obbligo, da
istituti scolastici che dovrebbero tutelare la loro riservatezza e invece
regalano l’intimità dei più piccoli, in patente violazione della legislazione
europea. A questi piccoli umani verrà vietato il ricorso a telefoni in classe,
ma richiesto obbligatoriamente quello stesso dispositivo (in assenza di
computer), a casa, per svolgere i compiti. Verrà loro intimato di smettere di
giocare con i cellulari, ma anche raccomandato di tenerli sempre con sé, ben
accessi, per essere rintracciabili e controllabili dagli adulti. Verrà loro
spiegato che i social media provocano assuefazione, abuso e sono progettati in
maniera tossica, quindi tendenzialmente da vietare a minori come loro; ma
richiesto (quasi) obbligatoriamente un profilo o più per riuscire nella vita
professionale, amicale, affettiva. Verrà loro raccontato che l’IA è
l’Intelligenza Artificiale ed è qui per restare, potrebbe distruggere l’umanità
o salvarla, in ogni caso bisogna impararla (non a gestirla: a usare quella dei
padroni dell’IA) e farci i conti. Soprattutto, non farsi beccare a fare i
compiti, scrivere tesi, ecc. con l’IA… ma per lavorare è indispensabile!
Dissonanze cognitive formidabili per generazioni costantemente martellate da
messaggi contraddittori. Cosa dovrebbero pensare questi piccoli della chiusura
di A/I? Chiederanno sottobanco all’IA un parere? Si delinea una scelta di campo,
“+A/I e -AI”.
Tutto ciò è accaduto nel giro di pochi anni, con un’accelerazione importante dal
2020 in poi, con la penetrazione del privato multinazionale nelle istituzioni
pubbliche, finanziato con soldi pubblici. Insegniamo agli insegnanti (a chi
lavora nelle pubbliche amministrazioni, nella sanità pubblica, ovunque) a “usare
bene” gli strumenti di asservimento delle multinazionali. Tutto ciò è sintomo di
una schizofrenia crescente declinata in mille piccoli gesti quotidiani diventati
abitudini. Processi di alienazione tecnica per cui le persone sono obbligate, o
si sentono obbligate, ad adeguarsi al “nuovo che avanza”, ovvero a delegare
sempre più la gestione delle loro vite a sistemi che non controllano, che
certamente non determinano, di cui non hanno quasi mai consapevolezza né
contezza.
L’immaginario della Silicon Valley sta distruggendo il nostro mondo condiviso a
suon di datacenter, social media, criptovalute, software e hardware
proprietario, obsolescenza programmata, Big Tech, Automazioni Industriali
spacciate per Intelligenti. La forzata chiusura di A/I è la punta dell’iceberg
dell’omologazione tecnica planetaria. Segna un cambio di passo strategico: si
colpisce l’infrastruttura del dissenso per silenziare il dissenso stesso.
Ammesso e non concesso che davvero alcuni blog ospitati da A/I avessero promosso
attività violente, cosa tutta da dimostrare, le autorità avrebbero potuto
chiederne la rimozione. A/I in passato aveva provveduto a chiudere blog fuori
dalle sue linee guida. Invece, nulla di tutto questo: un ordine esecutivo
appreso dai media, nessuna interlocuzione diretta. Sarebbe un po’ come se la Sip
(oggi Telecom) negli anni Settanta fosse stata ritenuta responsabile per le
telefonate di rivendicazione delle Brigate Rosse o di un qualsiasi gruppo armato
operante all’epoca. Per portare l’analogia più vicino a noi, sarebbe un po’ come
se i social media fossero ritenuti responsabili per i contenuti pubblicati dagli
utenti, troppo spesso violenti, razzisti, sessisti e così via.
COME FARE?
Cominciamo a chiederci cosa ci serve, cosa vorremmo, come lo vorremmo. Ci serve
un sito web? I domini .org, come la maggior parte dei domini di primo livello,
sono gestiti da registri basati negli Usa. Optare per un dominio di primo
livello gestito da un ente europeo, per esempio un .eu, potrebbe contribuire ad
aumentare la nostra resilienza infrastrutturale. Questa la lista fornita da
ICANN.
Ci servono metodi di pagamento? Possiamo fare a meno di Mastercard, Visa, Swift?
Sono domande autentiche, non provocazioni. Senza un conto corrente, senza un
modo per ricevere sostegno anche sotto forma di denaro, e per pagare chi lavora,
chi fornisce servizi e beni, non c’è autonomia possibile in questo nostro mondo
attuale. Ci serve un cloud per immagazzinare i nostri dati e condividerli
all’interno delle nostre organizzazioni? Abbiamo le risorse e il tempo per
imparare a farcelo, insieme a persone di cui ci fidiamo? Possiamo individuare
fornitori eticamente compatibili con la nostra visione del mondo, che non
cederanno immediatamente i nostri dati? Esistono, in Europa, fornitori che
operano sistemi basati su software libero, in datacenter alimentati con energie
rinnovabili: insomma, non tutti i fornitori sono uguali.
Ciò vale per qualsiasi risorsa o servizio digitale. Anche per la cosiddetta IA.
Per esempio, in Europa esiste un’associazione tedesca che cerca di promuovere un
uso critico, auto-limitato, di modelli open source gestiti in maniera oculata.
“Non sarà greenwashing?”, si domanderanno gli spiriti critici. “Ma che cosa
cambia, in fondo? Le tecnologie digitali sono strutturalmente tecnologie di
sorveglianza e distruzione estrattivista”, commenteranno i più radicali. Forse.
Forse però questi atteggiamenti si presentano come estremamente radicali ma si
concretizzano in scuse massimaliste, sogni di purezza estranei al mondo reale
per non far nulla di concreto, per lavarsene le mani e proseguire come se nulla
fosse.
D’altra parte, esistono certamente molti altri server indipendenti. Chi cerca,
trova. Chiedete alle persone affini. Se non ne avete intorno, avete un problema
molto più rilevante di una mail chiusa o di un sito perso. E qui la domanda
diventa: perché far ricorso a un server indipendente? Perché “fa figo”? Perché
non abbiamo altre possibilità? Ancora una volta, sono domande autentiche, per
cercare di uscire dagli automatismi comportamentali.
L’Europa può proteggerci dalla lunga mano degli Usa, o di altri regimi
autoritari? Se sì, come? Con il blocking statute, cioè legislazioni per
proteggere enti europei e cittadini dall’ingerenza straniera? L’Europa ha questo
tipo di protezioni da decenni, con il Regolamento n. 2271/96 del Consiglio del
22 novembre 1996 relativo alla protezione dagli effetti extra-territoriali
derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo, e dalle
azioni su di essa basate o da essa derivanti. Nel caso A/I non sono servite,
finora.
Lo scorso 22 settembre i Paesi Bassi hanno proposto di rinforzare lo schema per
schermare la Corte Penale Internazionale dalle ingerenze Usa. Infatti, nel 2025
ben quattro giudici della Corte Penale Internazionale con sede all’Aia sono
stati inseriti nelle liste SDN (Special Designated Nationals), con queste
motivazioni: “Bossa e Ibanez Carranza hanno autorizzato l’indagine della CPI
contro il personale degli Stati Uniti in Afghanistan. Alapini Gansou e Hohler
hanno autorizzato l’emissione dei mandati d’arresto della CPI contro il primo
ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav
Gallant”.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati,
Francesca Albanese, è stata inserita nella stessa lista per aver parlato a
favore di Gaza, della Palestina e contro la guerra e l’occupazione di Israele.
Ricordiamo che si tratta di casi molto diversi rispetto ad A/I, per quanto
similmente odiosi: un conto è colpire singole persone con incarichi pubblici,
grande visibilità mediatica, passaporti diplomatici; tutt’altra faccenda è
colpire un’associazione di comuni cittadini con responsabilità verso terzi, cioè
verso le persone che hanno loro affidato la sicurezza di blog, mail, newsletter,
ecc. Le liste di proscrizione OFAC sono consultabili qui.
In ogni caso, l’alienazione tecnica è primaria, perché la percepita lontananza
dai sistemi tecnici produce la postura della delega, una postura psicologica –
“non ci capisco nulla” –, sociale – “il mio comportamento individuale e quello
del mio piccolo gruppo non cambia nulla a livello globale” –, politico – “dal
basso o dall’alto, la politica non può nulla”. Tutte convinzioni assai diffuse,
che contribuiscono al dilagare della delega a tutti i livelli rispetto alla
scelta e gestione dei sistemi tecnologici. D’altra parte, a volte, anche quella
nei confronti di A/I era delega. Nei ragionamenti (immaginari) di alcuni utenti,
potrebbe esserci stato qualcosa del genere: “Non mi faccio un blog per conto
mio, ho cose troppo importanti da dire per perder tempo dietro alle cose
tecniche, mi appoggio a chi me lo offre gratuitamente e liberamente, fa pure
figo, è antifascista ecc.!”.
Non era certo il caso di tutti i blog là ospitati; ma, fosse stato anche uno
solo, importa l’atteggiamento di fondo, che tende a separare i mezzi (il blog,
la mail, lo strumento digitale) dai fini (dire le mie cose tanto importanti), e
a considerare il servizio indipendente alla stregua di una merce sostituibile
con analoga merce, possibilmente altrettanto indipendente. E allora, tutti su
proton mail? Ma proton mail ha più volte confermato di collaborare con le forze
di polizia fornendo loro i log degli utenti, cosa che invece A/I non faceva né
poteva fare, per la buona ragione che non teneva i log. Non esiste il bianco e
il nero, il buono e il cattivo. Le valutazioni sono complesse.
In ogni caso, i servizi autogestiti non sono alternative facilmente
sostituibili; non sono affatto alternative alle Big Tech, perché incorporano
idee del mondo diverse da quelle delle masse acquiescenti a quelle tecnologie.
Soprattutto, sono insostituibili, perché si tratta di una rete relazionale, non
di una merce acquistabile. Certo, non chiunque può farsi tutto in casa. Non è
nemmeno auspicabile, soprattutto perché autogestione e autonomia non sono
autarchia e solipsismo. Sono invece processi relazionali complessi. Non si fanno
in solitudine: altrimenti basterebbe trovare il video “fatti il tuo server” e
saremmo a posto. A ogni modo, per chi vuole rimboccarsi le maniche, per sé e per
le persone affini, un punto di partenza che andrebbe reso disponibile anche in
altre lingue è Become the thousand servers. Ben fatto, mescola informazioni
tecniche aggiornate a valutazioni di opportunità pratica.
COME VALUTARE LE TECNOLOGIE?
Le tecnologie non sono tutte uguali. Esistono tecnologie appropriate e
conviviali, adatte per stare insieme. Poche e minoritarie, sempre in grave
difficoltà, sono necessariamente tecnologie di auto-limitazione. La
convivialità è il titolo italiano del saggio Tools for conviviality pubblicato
nel 1973 da Ivan Illich. Ma la lezione tedesca definitiva porta il
titolo Selbstbegrenzung. Eine politische Kritik der
Technik. Cioè: Autolimitazione. Una critica politica della tecnica.
Convivialità rimanda a tavole imbandite, banchetti, simposi. Non è possibile
apparecchiare per migliaia di persone. Tanto meno per milioni. Auto-limitazione
vuol dire scegliere responsabilmente, insieme, di limitarsi. Le sirene della
rassegnazione ripetono che non si può arrestare il degrado comunicativo, che non
contiamo nulla, che non è possibile invertire la rotta… Eppure, vista la
rapidità dei cambiamenti, perché non immaginare un futuro diverso da quello
prospettato dal millenarismo fascistoide imperante?
Rimane per tutte e ciascuna il compito molto concreto di: valutare le proprie
abitudini tecniche (individuali e di gruppi), in particolare le scelte digitali;
individuare tecnologie rotte oltre ogni possibilità di riparazione, da
abbandonare al più presto (es. i social media in generale); o, quantomeno (“ma
lo uso per lavoro!”, “sono obbligato!”), attivare pratiche di riduzione del
danno, a cominciare dal telefono in bianco e nero, senza notifiche di alcun
tipo, ecc. Questo non per purismo, ma, molto pragmaticamente, per cominciare a
liberare tempo, spazio, energie per altro (meno tecnologia, meno tecnologie
tossiche). L’attenzione per le scelte alimentari è cresciuta molto negli ultimi
decenni, nei paesi ricchi come l’Italia. Biologico, filiera corta, equo e
solidale… Anche le tecnologie di comunicazione nutrono il nostro modo di abitare
il mondo, mostrano chi siamo.
Come si valutano le tecnologie? Per cominciare dall’inizio, con C.I.R.C.E.
abbiamo messo a punto un semplice strumento di valutazione. Vi invitiamo a
provarlo. Suggerimenti? Dubbi? Altro? Scriveteci a info chiocciola circex punto
org
Il momento è drammatico, ma favorevole: buone sperimentazioni. (carlo milani –
https://circex.org)
(disegno di cyop&kaf)
«Non capiscono un cazzo e non hanno voglia di fare un cazzo!».
«Protestano per il caro benzina? Ma cosa c’azzecca con la scuola».
«Lo fanno solo per saltare le lezioni, non hanno un’idea».
«Non c’è ciccia, vogliono solo spaccare tutto».
«Bisogna aumentare la sicurezza, più polizia e provvedimenti lampo sui minori».
«Sono pagati per rovinare le manifestazioni».
«Non è la Francia».
Queste sono frasi che ho sentito a scuola, nei media e nei commenti. L’ultima
settimana è stata una ventata di caos e novità nelle scuole – quelle scuole che
solitamente sono estranee alle mobilitazioni – e nelle piazze. Quello che ai
miei occhi è stata fonte di entusiasmo, curiosità e rinata vitalità, per la
maggior parte degli adulti intorno a me è stato incomprensibile e inaccettabile,
una disgrazia della contemporaneità.
Non sono le immagini degli scontri e di questi alveari di mobilitazione ad
allarmarmi, ma è la lettura che di questi fenomeni ne facciamo. Se da una parte
la società distopica in cui viviamo produce ancora delle forme di dissenso e
radicalità a tratti ingovernabili, dall’altra è incapace di dare spessore a
quello che succede. Ribaltando totalmente la prospettiva, incomprensibile è la
diffusa incapacità di orientarsi nella complessità del reale. Si osserva la
facciata senza vederne l’architettura e ci si arresta sul messaggio
sgrammaticato o sulla grafica fatta con ChatGPT, si enfatizza l’ambiguità di
alcune rivendicazioni o ci si aggrappa a una presunta povertà di contenuto di
un’occupazione o assemblea d’istituto. Ecco il cortocircuito: chi critica
mancanza di senso e contenuto nelle rivolte dei giovanissimi non è in grado di
delineare per questo fenomeno delle relazioni di causa ed effetto, né sa
riconoscere che riproduciamo le stesse fallacie logiche che attribuiamo agli
altri.
LINGUAGGIO
Lavorando a scuola ho visto che dal caos totale – non degli ultimi giorni, ma
dell’ultimo decennio – possono iniziare a svilupparsi forme di organizzazione e
rivendicazione snelle e ancora difficilmente comprensibili. Poche azioni da
fare: mettersi in ascolto, supportare e colmare quelle lacune critiche che il
sistema, nel quale la scuola come istituzione è compresa, ha reso gigantesche.
Bisogna quindi interpretare linguaggi nuovi che solo in apparenza non sono
linguaggi. Essi sono il risultato del continuo smantellamento di ogni forma di
sapere, creatività, lentezza, contemplazione attraverso l’oligarchia tecnologica
che continua a bussare alle nostre porte con genocidi, disastri climatici e
repressioni. Questo linguaggio nuovo nasce da suoni e gesti non codificati,
inediti e talvolta troppo spiazzanti per poterli accogliere.
Come nasce un nuovo linguaggio, che è di per sé la più grande forma di
soggettivazione dell’esistenza umana, in un mondo che continuamente lo riduce e
lo semplifica? Per tentativi, sentimenti viscerali e sensazioni. La sensazione
della possibilità di poter rompere l’ordinario, per esempio. Poco importa se lo
stimolo arriva da reels che riportano, frammentariamente e sommariamente come
fanno le grandi testate nazionali, le rivolte in Francia, Spagna e Albania;
quello che importa è cosa possono far germogliare. In un reale assopito e
individualista, schermato da vite on line, riuscire ad assumere un comportamento
che nessuno aveva ascoltato, condiviso o avvallato fino alla settimana prima non
era facile, ma è bastata una scintilla a far saltare il banco.
Anche i miei studenti hanno deciso di mobilitarsi sulla scia delle proteste
francesi e delle scuole intorno a loro. Fino al giorno prima, nelle nostre
discussioni in classe molti consideravano qualsiasi forma di dissenso inutile:
«da comunisti», «da ammazzare quelli che bloccano le strade». Alla fine della
scorsa settimana, però, convocavano la prima assemblea d’istituto per parlare
dei problemi della scuola. Pescando dagli immaginari e dalle categorie a loro
note, ed è indubbio che siano più fragili rispetto alle generazioni precedenti,
in una settimana si sono costruiti un mondo che ha rotto energicamente con il
copione di una quotidianità pacifica.
Sono pratiche imitate ma condivise, forme di organizzazione prese dalla vita di
tutti i giorni e trapiantate nella rivolta. Avere il coraggio oggi di occupare,
oppure più semplicemente saltare collettivamente le lezioni perché c’è un
malessere profondo: queste azioni rappresentano qualcosa di importante e bisogna
preservarlo prima che venga spazzato via dalla repressione. Vedo un miracolo, un
miracolo che avviene in mezzo a presidi sceriffi, docenti che cordonano istituti
per evitarne l’occupazione, condanne ferme e richieste di provvedimenti
liberticidi nei confronti di minorenni, genitori che dopo i fermi dichiarano:
«Doveva prenderle, così imparava». Mi terrorizza notare come la deriva
securitaria e autoritaria si è impadronita anche della scuola e della lingua.
Addio al linguaggio allora, che bruci il nostro linguaggio.
APPRENDIMENTO
Gli studenti sono quotidianamente marginalizzati ed etichettati, anche nel luogo
dove questo non dovrebbe accadere. Nella mia esperienza, in un centro di
formazione professionale, gli studenti spesso arrivano con dei traumi
inaccettabili ma giustificati dal sistema scolastico e valoriale del nostro
paese: bocciature intransigenti in momenti complicati della vita, emarginazione
causata da comportamenti giudicati irreversibili, stigmatizzazione delle
difficoltà linguistiche e didattiche e mancanza di supporto, sostegno e fiducia
nelle loro inclinazioni e passioni.
A tredici anni sono etichettati come irrecuperabili, definiti come problema da
gestire nella scuola, tenuti in cattività. Se i docenti non si prendono
responsabilità e non assumono posizioni radicali ma, al contrario, giudicano e
reprimono la costruzione dell’identità di un adolescente, cosa si deve
pretendere da questi giovanissimi fisiologicamente incazzati e anti-autoritari?
Non è un caso che sappiano posizionarsi su diverse questioni con posture molto
forti e radicali, ma con argomentazioni deboli se non inesistenti; e non è
altrettanto un caso il fatto che nel valutarsi non si rendano conto della
mancanza. Mi viene in mente che quando in classe ci esercitiamo sul testo
argomentativo è sempre complicato, salvo rarissime eccezioni, riuscire a far
passare il concetto dell’argomentazione e dei suoi possibili orizzonti retorici
e di contenuto. Non bastano esempi ed esercizi decisamente creativi:
l’argomentazione è un meccanismo che non ingrana. Ovviamente non sono gli
studenti a essere ignoranti o fagnani, semplicemente non hanno esempi a loro
disposizione. Da cosa sono circondati? Dai discorsi politici delle classi
dirigenti, dalle ramanzine e dalle chiacchiere tra adulti legittimate dalla
narrazione dominante.
Oggi in classe abbiamo fatto un tema d’opinione sulla scorsa settimana, dovevano
esprimersi sulle proteste studentesche, le pratiche e le reazioni. «Prof, non so
cosa dire», «Ci fa fare delle robe noiosissime, senz’offesa», «Cazzo me ne
frega», «Posso usare Gemini?». Alcuni intanto scrivevano animatamente.
Correggendo insieme all’ultima ora ci siamo resi conto che fino a oggi non
avevano mai azzeccato interamente la struttura e la completezza di un testo
argomentativo. Qualcosa è cambiato grazie all’esperienza di una settimana.
Gli sviluppi degli ultimi giorni non mettono d’accordo gli studenti, eppure il
dibattito è straordinariamente acceso e le motivazioni di base godono del più
totale assenso. Le loro esistenze non sono lontane né sorde al carovita,
all’inflazione, alle critiche rivolte a strutture scolastiche fatiscenti e
inadeguate, alle diseguaglianze anacronistiche e agli svariati livelli di
oppressione e razzializzazione. Nel deserto autoritario della classe e del mondo
esterno, loro si costruiscono da sé gli strumenti. Intanto il mondo del sapere e
della cultura si sta arrovellando sulla vetrina di Feltrinelli.
VIOLENZA
Qualche anno fa ho avuto una discussione molto spiacevole con un mio studente
che per ridere mi faceva vedere un video atroce di un carro armato che
schiacciava cadaveri. Non capiva quale fosse il problema, d’altronde come
avrebbe potuto? È essenziale superare le derive banali e tediose di classismo
che in questi giorni si sprecano. Certo, la malizia del potere gode d’una
generale debolezza critica perché tutto questo circo sciatto nutre il consenso e
l’agibilità delle classi dirigenti. Al contempo i nativi digitali accettano la
tecnologia e le varie forme di controllo che questa esercita sulle loro vite:
esiste da sempre e si è radicata nelle viscere. Per questo l’azione non è
ricondotta automaticamente alle conseguenze e la violenza è il linguaggio che li
martella incessantemente.
EMERGENZA
Dicevano che sarebbe andato tutto bene: con semplici precauzioni avremmo
superato anche la piaga della pandemia. Il discorso medico si è impossessato
della nostra capacità critica, la legge marziale delle nostre esistenze. Lo
stato di emergenza ha creato degli enormi margini per istituire, e non
smantellare, forme di repressione e controllo totali. L’emergenza è stata poi la
guerra o il fittizio mantenimento della pace. Ora l’emergenza è ritornata e non
possiamo più commettere lo stesso errore.
Mentre i proclami diventano dittatoriali e attuativi, la mia ossessione è quella
della consapevolezza nelle piazze. Per prima cosa vorrei si smettesse di
disumanizzare gli adolescenti incastrandoli in categorie degne di sceneggiatori
scafati. La proiezione del maranza assume ogni giorno di più i tratti grotteschi
da villain dei cartoni animati. C’è qualcosa di buono dalla perdita di senso: si
possono spazzare via parole ridicole e soffermarsi su quello che serve per
tutelare l’esistenza e la libertà di questa generazione che continua a
destabilizzarci.
L’ingenuità che è insita nella generosità di stare nei momenti di rottura deve
essere resa saggezza, bisogna condividere sapere ed esperienze per non
permettere che la violenza più forte di tutte, quella dello stato, abbia la
meglio. Esagero con il maternage nel proporre il bollettino degli aggiornamenti
dei vari decreti sicurezza a fine lezione e mi auguro che la settimana prossima
altri studenti non siano arrestati o attaccati dalle forze dell’ordine.
PROSPETTIVE DEL CAOS
Quando facciamo storia, per gli studenti è ostico avere contezza della
temporalità: non esiste una chiara linea del passato storico e manca la
coscienza di come alcune condizioni attuali siano il processo di movimenti più
lunghi e radicati. Quello che esiste adesso non si dà che nell’oggi, nella
brevità. Diventare protagonisti, percepire di essere soggetti attivi è il
miglior metodo di apprendimento.
Decido di andare alla manifestazione percependo a scuola un interesse inedito.
La piazza di sabato, a Torino, è rumorosa più del solito, ribolle di persone e
idee molto diverse tra loro. Cerca di dominarla, con scarsi risultati, una
decina di militanti di Futuro nazionale sotto mentite spoglie, lanciando dal
megafono messaggi generici contro il governo e inveendo contro gli
incappucciati. Gli “incappucciati”, che coperti non sono, stanno ai limiti del
presidio e si riappropriano gioiosamente del monumento al duca di Aosta. I cori
di una parte della piazza che esortano a togliere questi fantomatici cappucci
cadono nel vuoto. Quello che un occhio meno pigro vede è qualcosa di diverso:
tantissime studentesse e studenti delle scuole che solitamente non erano
comprese nelle mobilitazioni, come quella del giorno prima durante il corteo
studentesco. E accanto a loro ci sono altri che invece erano già attivi negli
ultimi anni nei movimenti Propal. Si aggiunge qualche cittadino richiamato dal
tam tam social e i militanti. È una piazza strana e antigovernativa che invoca
l’idea di avere diritto a una vita dignitosa, alcuni in maniera strategica in
vista delle elezioni. Il tentativo di controllo da parte della cripto-destra è
fallimentare, basta una via per azzerare la loro presenza. Il corteo è grande e
giovanissimo, le parole d’ordine sono chiare: basta carovita, scuola di qualità,
antifascismo. Sento in me l’euforia di qualcosa di nuovo, vivo e poco
incasellabile. (ilaria magariello)
(disegno di marta fogliano)
“Gentileschi occupato contro la guerra e contro la Coppa”. Con invidiabile
capacità di sintesi uno striscione affiso sul cancello esterno del liceo
bagnolese sintetizzava le principali motivazioni che hanno spinto gli studenti e
le studentesse, questa settimana, a occupare la scuola. È solo apparentemente un
volo pindarico, anzi i giovani che hanno preso possesso delle aule e delle
palestre in questi giorni hanno ben chiare tutte le connessioni tra ciò che gli
accade intorno, dal livello internazionale a quello territoriale. «I soldi che
vengono investiti per il riarmo – dicono – vengono tolti alla sanità, alla
scuola, alle politiche per la casa. E quello stesso intreccio di poteri pubblici
e multinazionali private che alimenta l’economia di guerra si mangia pian piano
le nostre città e i nostri quartieri» (il riferimento è al ruolo di main sponsor
della Coppa America svolto da Msc, colosso internazionale che ha un ruolo
importante nella logistica di guerra e nel genocidio dei palestinesi).
In questi giorni come redattori di Monitor, e insieme agli attivisti della Rete
No America’s Cup, siamo stati coinvolti dagli studenti di tre scuole occupate
dell’area flegrea in iniziative divulgative e informative rispetto alla storia
di Bagnoli, agli sviluppi della rigenerazione urbana, al ruolo della
competizione velistica come grimaldello per la speculazione e la cancellazione
dei piani urbanistici esistenti. I ragazzi del territorio ci hanno invitati, ci
hanno ascoltati e ci hanno fatto domande. Per la prima volta dopo molto tempo
stanno lavorando in rete, e infatti ieri hanno lanciato la proposta per una
“assemblea delle scuole in protesta”, che si terrà oggi alle 19 nel cortile del
Labriola (sede centrale di via Terracina). Invitandoli a continuare a lottare
mettiamo a loro disposizione (scaricabile naturalmente in forma gratuita,
cliccando sul titolo) Bagnopoli. La rigenerazione di un’ex area industriale tra
pianificazioni urbanistiche e assalti speculativi, opuscolo che abbiamo prodotto
lo scorso inverno insieme all’Assise di Bagnoli, Bagnoli Informazione, il
Laboratorio Politico Iskra, l’Osservatorio per la bonifica e la rigenerazione
urbana di Bagnoli e la Rete No America’s Cup. (redazione napolimonitor)
(disegno di manincuore)
Il parallelismo tra l’acampada per la casa a Madrid e il movimento del 2011,
nato nella stessa piazza, non ci permette di comprendere l’enorme lavoro
preparatorio realizzato dal Sindicato de Inquilinas di Madrid, né le analisi
politiche maturate in questi quindici anni all’interno del movimento. A breve
uscirà in italiano il libro Generazione inquilina. Farla finita con la
disuguaglianza abitativa, scritto da uno dei fondatori del Sindacato Inquiline
di Madrid, Javier Gil, che espone proprio la teoria e le prospettive del “nuovo
sindacalismo inquilino”. Questo articolo pubblicato il 10 ottobre su El Salto, e
di cui presentiamo a seguire alcuni estratti, ci aiuta a capire l’evoluzione
delle riflessioni interne al movimento spagnolo. La traduzione è di Stefano
Portelli.
* * *
È strano paragonare la recente acampada a Puerta del Sol con il movimento del
15M. L’immagine ce lo suggerisce: le tende, la piazza occupata, le commissioni,
le cucine improvvisate, le assemblee, e una sensazione difficile da spiegare,
come se il tempo accelerasse e tutto sembrasse possibile. E poi c’è la memoria.
Le tende del 2011 sono probabilmente lo spazio politico più carico di
significato della storia della sinistra contemporanea a Madrid: basta piantare
qualche tenda, e subito appaiono i fantasmi del 2011. Ma la parte più
interessante di quello che sta succedendo ora è proprio quello che non somiglia
al 15M. Forse abbiamo davanti qualcosa di molto più interessante che una
ripetizione del ciclo delle piazze. È possibile che stiamo entrando in un nuovo
ciclo politico, in cui la parola “organizzazione” non ci fa più venire
l’allergia.
IL LUNGO CICLO DELL’AUTONOMIA
Per decenni, buona parte della sinistra extraparlamentare ha mantenuto una
profonda diffidenza verso le organizzazioni forti. C’erano buone ragioni: il
ventesimo secolo ci aveva lasciato partiti comunisti burocratizzati, sindacati
trasformati troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni in cui la
disciplina aveva sostituito il dibattito, avanguardie che avevano finito per
confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di
rappresentare. La crisi del comunismo e la caduta dell’Urss completarono lo
screditamento dell’immaginario organizzativo. In risposta a tutto questo si
consolidò un altro senso comune militante, che non nasce nel 1991, ma che parte
invece dalla nuova sinistra degli anni Sessanta, dal femminismo autonomo,
l’autonomia italiana, lo zapatismo, il movimento no-global, le esperienze
argentine dopo il 2001, Occupy, le piazze arabe, infine il 15M. Queste
tradizioni, nonostante le loro differenze, condivisero alcune intuizioni: il
sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la
preferenza per strutture decentrate, la rivendicazione di orizzontalità e una
grande fiducia nel potenziale politico degli eventi spontanei. […] Per molto
tempo, questa è sembrata una rottura necessaria con il ventesimo secolo; e forse
lo era. I problemi sono iniziati quando la critica delle organizzazioni
burocratiche è diventata una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando
non avere leader iniziò a sembrare più democratico che averne; quando l’assenza
di strutture formali si confuse con l’assenza di rapporti di potere; quando
crescere iniziò a considerarsi sospetto, e quando preservare la purezza di
piccoli gruppi di militanti apparve più importante che costruire organizzazioni
capaci di includere chi non condivideva i nostri codici politici.
Quel mondo ha prodotto risultati importanti, proteggendo la sinistra da molte
patologie del ventesimo secolo; ha insegnato la diffidenza verso gli apparati,
la cura dei processi, l’attenzione verso chi prende la parola e chi rimane
escluso, la necessità di sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo
liquidarlo come trenta anni persi; di certo, però, una domanda è rimasta senza
risposta: come si costruisce potere su una scala più ampia? […] Oggi che la
precarietà si è generalizzata, e che la proprietà si concentra sempre di più,
diventando una frontiera tra chi ha un patrimonio e chi non ne ha, oggi che la
promessa di inclusione delle classi medie perde la capacità materiale di
ordinare la società, si riapre lo spazio per organizzazioni costruite
direttamente sul conflitto tra interessi contrapposti. Se l’autonomia aveva
trovato il suo terreno tra chi si posizionava fuori da una società ancora capace
di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo
precisamente in una società che ha sempre più difficoltà a integrarle. Ci sono
indizi del fatto che questo slittamento non appartiene solo al movimento per la
casa. Come scriveva di recente il militante della Cnt Rafa Cuesta su El Salto,
il ritorno della forma sindacale coincide con un recupero più ampio del
conflitto sul lavoro e con l’arrivo di esperienze in cui sindacati combattivi di
base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori stanno ritrovando
capacità di iniziativa. Forse allora il sindacalismo inquilino non è
un’anomalia, ma una delle espressioni più visibili di una ricomposizione ancora
ai suoi inizi.
Se la rottura della società delle classi medie torna a rendere nitidi degli
interessi che per decenni erano stati ammortizzati dall’accesso a un impiego
stabile, al consumo, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano
che stiano riapparendo organizzazioni costruite precisamente per trasformare
questi interessi condivisi in un conflitto collettivo. Il ritorno del sindacato
potrebbe non essere una moda militante, ma il sintomo organizzativo di una
trasformazione sociale più profonda.
FARSI TROVARE PRONTI
Il libro If We Burn si chiede come organizzare potere su ampia scala, guardando
indietro dopo l’entusiasmo. Il giornalista Vincent Bevins ha intervistato i
partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di paesi, trovando enormi
differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong o Ucraina, ma anche un
punto ricorrente: i movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di
persone, di abbattere governi o di paralizzare città, erano sorprendentemente
poco preparati per decidere cosa sarebbe dovuto succedere il giorno dopo. La
mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo.
Se il movimento ha rinunciato a farlo, però, quegli spazi non sono rimasti
vuoti: altri attori – partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni
religiose, nuove destre – erano molto più preparati per approfittarne. Questa è
una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di
un’organizzazione in grado di intervenire su di essa sono due capacità distinte.
La Spagna ha seguito naturalmente il suo percorso. Il 15M non ha “fallito” e
basta, poiché ha trasformato il linguaggio politico, ha prodotto delle nuove
organizzazioni (e ne ha alimentate altre, come la Plataforma de Afectados por la
Hipoteca), ha modificato il dibattito pubblico; in seguito ha aperto un ciclo
istituzionale completamente nuovo, in grado di superare il bipartitismo e di
durare fino a ora. Ridurlo a una sconfitta sarebbe una semplificazione pari a
idealizzarlo; ma ha lasciato aperta la stessa domanda: cosa succede quando la
piazza si svuota?
Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in qualche misura, elettorale.
Parte dell’energia del 15M è stata incanalata in nuovi partiti e nuove
candidature. Un’altra parte è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali,
nelle reti di solidarietà e nell’attivismo settoriale. Un’ultima parte è rimasta
troppo stanca e ferita per poter continuare a partecipare attivamente. Oggi
sembra che stia affiorando una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di
base.
Questa è la cosa davvero interessante del sindacalismo inquilino contemporaneo.
Un sindacato non è un partito politico, non pretende necessariamente di
conquistare lo Stato né ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è
neanche semplicemente uno spazio di incontro tra attivisti, perché aspira a
organizzare una parte specifica della società a partire da una relazione
materiale condivisa.
È una differenza gigantesca. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non
sapere cosa vuol dire “autonomia”, non aver partecipato mai a una manifestazione
e non avere nessuna opinione sulla Comune di Parigi. Eppure, sa perfettamente
quanto paga di affitto, quando finisce il suo contratto, chi è il suo padrone di
casa, sa che nell’appartamento accanto cinque famiglie hanno ricevuto la sua
stessa raccomandata. È lì che comincia l’ipotesi sindacale: non in una
convergenza ideologica preesistente, ma nella possibilità di costruire interessi
comuni a partire da una relazione sociale esistente. Per questo il Sindicato de
Inquilinas di Madrid si organizza per territori, per palazzi e per proprietari.
Il suo metodo per organizzare una palazzo consiste nel localizzare il resto
degli abitanti, concordare delle richieste comuni ampie e condivise, aprire una
negoziazione collettiva, e allargare il conflitto se il proprietario rifiuta di
negoziare. Non è una strategia molto spettacolare, ma forse questa è la sua
virtù. Perché uno dei paradossi della politica contemporanea è che abbiamo
imparato a produrre degli eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di
costruire istituzioni ordinarie.
In questo senso, non è stato irrilevante scegliere di chiamarsi “sindacato”. C’è
qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui buona
parte dei movimenti sociali hanno preferito chiamarsi piattaforme, collettivi,
reti o assemblee, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato
coscientemente una parola così carica di storia. Chiamarsi sindacato esprime
un’ambizione specifica: non ci si limita a denunciare un’ingiustizia, ad
accompagnare le persone che la subiscono o a intervenire episodicamente; si
punta invece a costruire un’istituzione permanente del conflitto –
un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, creare appartenenza,
formare i suoi membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e
accumulare potere tra un conflitto e quello successivo. Il ritorno della parola
è importante, perché segnala anche il ritorno di questa ambizione.
MOBILITARE E ORGANIZZARE
Qui appare una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse
una differenza semantica. Mobilitare vuol dire riuscire a far sì che molta gente
faccia qualcosa; organizzare significa far sì che quelle stesse persone siano in
grado di fare cose che prima non potevano fare. Una combinazione di
indignazione, reti sociali, copertura mediatica e congiuntura politica può fare
in modo che cinquantamila persone arrivino a Puerta del Sol: questo dimostra una
grande capacità di mobilitazione. Ma se dopo una settimana ci sono dieci nuovi
palazzi organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei loro
edifici, nuovi affiliati, nuove brigate e strutture in grado di sostenere
conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. Si è creata
organizzazione. […] Le strutture più capaci sono quelle che combinano
mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibile
per migliaia di persone, e allo stesso tempo sviluppano meccanismi con cui una
parte di queste persone acquisisce responsabilità, formazione, capacità politica
e leadership. Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di chiudersi su se
stessa; ma senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere grandi
dimensioni e lasciare dietro di sé ben poca capacità accumulata.
Questo ci permette di affrontare in un altro modo il dibattito sulla acampada.
Pablo Carmona in questi giorni proponeva di interpretare Puerta del Sol come una
nuova “Comune di Madrid”: un movimento capace di liberarsi progressivamente
dalle organizzazioni da cui è nata la protesta, per convertirsi in un soggetto
autonomo, destituente ed espansivo. L’immagine è suggestiva, ma appartiene
chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza appare di nuovo come il
luogo dove le identità precedenti si diluiscono per produrre un nuovo soggetto.
Le organizzazioni esistenti sarebbero necessarie per accendere la miccia, ma
dopo dovrebbero farsi da parte, per permettere che l’evento dispieghi tutta la
sua potenzialità.
Un approccio sindacale permette di porre il problema in un altro modo, senza
arrivare alla conclusione superficiale che le organizzazioni semplicemente
assorbiranno l’evento. Questo riprodurrebbe, in senso contrario, uno dei
problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che
tutta l’energia popolare debba finire contenuta nelle sue strutture. I grandi
processi politici non funzionano mai così; ci sono sempre persone che arrivano
per la prima volta, reti informali, gruppi di abitanti, militanti di diverse
organizzazioni, persone che non vogliono affiliarsi a niente, spazi di
autorganizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative impossibili da
prevedere settimane prima. E tutto questo non è un’anomalia da correggere, ma
una fonte di potenza di qualunque movimento di massa.
La sfida consiste nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e
spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastruttura, esperienza
accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e
una lettura strategica. Il movimento popolare apporta la capacità di espandersi,
una creatività e un’iniziativa che nessuna organizzazione può fabbricare con una
strategia coordinata.
Uno sciopero generale, se un giorno riuscirà ad avere una vera dimensione di
massa, probabilmente dovrà creare proprio questo tipo di rapporto. Non dovrà
essere solo “lo sciopero del sindacato”; dovrà diventare uno sciopero di
migliaia e poi decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate,
ma per la maggior parte – se siamo fortunati – composto da gente che non
apparteneva a nessuna organizzazione.
Questo ci obbliga a pensare a forme organizzative più ampie: comitati di
sciopero di quartiere, assemblee aperte, coordinamento tra palazzi, strutture a
cui partecipano sindacati, collettivi già esistenti e persone che arrivano per
la prima volta. Le organizzazioni forti non devono sparire, ma neanche
pretendere di sostituire il movimento. Il loro ruolo sarebbe quello di fare da
colonna vertebrale per una forza sociale necessariamente molto più grande di
loro. Forse questo è il miglior modo per descrivere il nostro compito ora: non
contenere lo straripamento, né adorarlo, ma organizzarlo.
IL RITORNO DELLA LEADERSHIP
Per questo forse si può formulare un’ipotesi, intenzionalmente eccessiva:
l’autonomia è morta. Ma spieghiamo subito cosa significhi, altrimenti
l’affermazione risulta immediatamente falsa. Non sta morendo l’autonomia verso
lo Stato o verso i partiti. Non sta morendo neanche la necessità che i movimenti
sociali mantengano la propria capacità di decidere le loro strategie. Quello che
potrebbe star morendo è l’autonomia come teoria sufficiente per
l’organizzazione: l’idea che connettere le lotte orizzontalmente, rispettare la
loro indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva si sviluppi dal
basso, produrrà spontaneamente una strategia comune.
Per decenni, buona parte della politica radicale ha diffidato di una parola in
particolare, rappresentanza. La dicotomia vera, però, non è mai tra
rappresentanza o assenza di rappresentanza. L’alternativa era tra rappresentanza
controllata o rappresentanza informale; leaderismi visibili o invisibili;
strutture sottoposte a regole o strutture costruite con relazioni personali che
nessuno aveva votato.
Jo Freeman lo aveva segnalato già nel 1970, nella sua ben nota critica alla
“tirannia della mancanza di strutture”; e Bevins, mezzo secolo dopo, trova
un’intuizione simile in molti dei partecipanti ai movimenti che studia,
scoprendo che buona parte di coloro che hanno rivisto le loro posizioni dopo
quelle esperienze hanno iniziato a dare più importanza all’organizzazione, alla
presenza di leader e a qualche forma di rappresentanza esplicita. […] Non c’è
forse parola più malvista del termine “leader” in alcuni ambienti militanti. Per
anni sembrava che essa nascondesse sempre una minaccia. L’alternativa consisteva
nell’affermare che siamo tutte uguali, che non ci sono dirigenti e che le
decisioni sorgono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia passato
abbastanza tempo in un’“assemblea orizzontale” sa che questo raramente
corrisponde alla realtà. Ci sono persone che hanno più informazioni, persone che
sono lì da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi
immediatamente modificano l’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore
a settimana alla militanza, e altre che ne hanno solo tre.
La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo
la questione sindacale non si ossessiona con limitare la leadership, ma in come
moltiplicarla. Non si costruiscono dirigenti imprescindibili, ma centinaia di
dirigenti. La persona che arriva perché il suo padrone di casa vuole sfrattarla,
magari entro un anno starà organizzando il suo palazzo; in seguito può sostenere
un altro conflitto, poi formare dieci persone nuove. Per questo, un pilastro
dev’essere la formazione politica della pedagogia di Freire: partire
dall’esperienza vissuta per sviluppare un pensiero politico di classe e
anticapitalista. Questo processo è molto meno romantico di una piazza occupata,
e molto più pericoloso per chi ha il potere. La rendita immobiliare può
sopportare manifestazioni, ma ha molta difficoltà nel gestire migliaia di
persone che imparino collettivamente a negoziare, a disobbedire, e a sostenersi
durante lunghi conflitti. […] Visto così, anche il dibattito su quando bisogna
lasciare una acampada cambia completamente senso. Ridurre la presenza in piazza
non vuol dire smobilitare; potrebbe voler dire proprio il contrario. Il
Sindicato de Inquilinas questa settimana ha annunciato che ridurrà
progressivamente la sua presenza ufficiale nell’accampamento, per poter
orientare i suoi sforzi verso i quartieri, i palazzi organizzati, e la
preparazione di conflitti futuri, anche se altre persone decideranno di
mantenere l’acampada.
È una decisione strategicamente interessante, proprio perché rompe con
l’intuizione ben radicata che una mobilitazione può crescere solo rimanendo
fisicamente dove ha raggiunto la sua massima visibilità. Forse ora crescere
potrebbe diventare qualcos’altro. Il momento eccezionale si può usare non solo
per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita
quotidiana alla fine dell’evento. In questo senso, Puerta del Sol non sarebbe
tanto una Comune, come una gigantesca scuola sindacale accelerata; e il suo
successo non si può misurare contando il numero di tende. Bisognerà aspettare
dei mesi, e vedere in concreto come si materializza questo successo nello
sciopero generale che si sta preparando.
Perché preparare uno sciopero generale non vuol dire solo fissare una data sul
calendario. La costruzione dello sciopero può essere in sé un processo di
organizzazione di massa. Ogni comitato di sciopero che si costituisce, ogni
palazzo che si unisce, ogni conversazione con chi non si è già organizzato, ogni
nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza
e ogni struttura di coordinamento, costruiscono già prima dello sciopero una
capacità che rimarrà anche dopo di essa. In questo senso, lo sciopero non è solo
il momento culminante in cui una forza già esistente si mette alla prova. Può
essere anche il processo con cui questa forza si costruisce. Prepararla
significa produrre il soggetto capace di sostenerla. […] Il 15M aveva prodotto
un’enorme indignazione sociale, ma a rappresentarla a medio termine non furono
le strutture popolari nate nei quartieri, bensì, soprattutto, le loro traduzioni
elettorali. Prima le candidature municipaliste, poi Podemos, e poi tutto il
ciclo politico che ha provato a trasportare nelle istituzioni una parte delle
richieste, del linguaggio e dell’energia che avevano fatto irruzione nelle
piazze. Non è stato né un tradimento né uno sviluppo inevitabile; ma di certo il
risultato di una debolezza organizzativa. Si era creata una grande capacità per
aprire una crisi, ma molta meno per darle una direzione propria, a una scala
sufficiente. […]
DOPO L’AUTONOMIA
C’è un’altra differenza importante con il ciclo politico precedente. Costruire
organizzazioni sindacali forti significa costruire un potere che non dipenda
interamente dai ritmi elettorali. […] Un sindacato può negoziare una legge,
contestare un decreto, fare pressioni su un governo o intervenire apertamente in
un dibattito politico. La differenza è che la sua capacità di agire non emerge
principalmente dall’aver occupato tali istituzioni. Emerge dalla gente che
organizza e dalla possibilità di alterare materialmente un rapporto economico.
Questa autonomia materiale dai cicli elettorali risulta specialmente importante
dopo l’esperienza posteriore al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un
governo può cadere, una maggioranza parlamentare può sparire. Ma una palazzina
organizzata esisterà anche il giorno dopo; e anche una sezione sindacale, un
comitato di sciopero, una rete territoriale capace di smuovere migliaia di
persone. Puntare ad avere organizzazioni forti e non partitiche non consiste
nell’abbandono della politica istituzionale, ma nella costruzione di fonti
proprie di potere che permettano, tra l’altro, di intervenire su di essa senza
dipendere completamente dai suoi rovesci di fortuna. Un contropotere che possa
strappare conquiste a qualunque governo, scontrandosi quando necessario e
continuando a organizzarsi quando cambi la maggioranza in Parlamento.
Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze non servono, ma che
tipo di organizzazioni rimangono quando le piazze si svuotano; lì forse si può
trovare la differenza tra le due epoche. L’immaginario politico del 2011
potrebbe riassumersi in una piazza che grida “nessuno ci rappresenta”.
L’immaginario che sta emergendo ora formula un problema differente: come
costruiamo organizzazioni di massa che possiamo realmente controllare, e che
siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme.
(assiatu diallo, elisa molina, pablo pérez ruiz)
(archivio disegni napolimonitor)
Quella appena passata è stata una settimana intensa e lunghissima. È iniziata
lunedì 12 ottobre, quando non erano ancora spuntate le prime luci dell’alba. È
sciopero in tutti i siti del gruppo Acciaierie d’Italia, da Genova a Taranto,
compresi i lavoratori degli appalti e quelli di Ilva in amministrazione
straordinaria. «Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo nemmeno dove ci
porterà!», dicono i delegati radunati alle portinerie. I lavoratori in cassa
integrazione invece si raccolgono nei pressi della direzione dove dalle otto di
mattina è previsto il concentramento e l’assemblea operativa che annuncerà le
forme di mobilitazione. Il parcheggio della direzione si riempie in poco tempo
mentre spuntano i primi raggi del sole: siamo tanti, tantissimi, tremila, forse
quattromila, comunque una partecipazione che non si vedeva da tempo. I segretari
locali dei sindacati dei metalmeccanici spiegano le ragioni della mobilitazione,
quello che è successo nei giorni precedenti e quello che potrebbe succedere nei
successivi. Gli incontri istituzionali della settimana precedente sono stati
quasi del tutto inconcludenti. Il decreto in discussione mette momentaneamente
in sicurezza i lavoratori dell’appalto e di Acciaierie d’Italia con cassa
integrazione fino a giugno 2027 estendibile per tutto l’anno. Ma la fabbrica si
fermerà e il governo non prevede leggi straordinarie per i lavoratori. Si
discute dell’applicazione di leggi già esistenti, che però non bastano. Ci sono
poi altre variabili da considerare: la decisione della Corte di Cassazione sul
ricorso di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria sulla
fermata dell’ultimo altoforno attesa per il 20 ottobre; il bando di vendita, al
momento prorogato fino all’8 novembre, che però non lascia presagire nulla di
buono né dalle parti di Jindal né da quella della cordata degli acciaieri
italiani, che sono gli ultimi due concorrenti rimasti; c’è l’imminente aumento
massiccio della cassa integrazione, a Genova come a Taranto; c’è il rapporto con
un pezzo di città che chiede di mettersi definitivamente alle spalle il passato;
ci sono le richieste del fronte operaio: leggi speciali per gli attuali
lavoratori [FB1] – cassa integrazione, riconoscimento dei benefici per
l’esposizione all’amianto e per lavoro usurante, prepensionamenti, incentivi
all’esodo volontario –, per favorire una transizione industriale che possa
prevedere una produzione di acciaio compatibile con la salute e l’ambiente,
perché una fabbrica così com’è non la vuole nessuno. Tanti temi, tanti umori,
tante differenze, ma tutti sono d’accordo su una cosa, anzi su quattro cose:
salute, ambiente, lavoro, futuro! Lo sanno tutti che sarà lunga: partiamo oggi,
poi andremo a Bari. Poi, se necessario, andremo anche a Roma! Finché non
ascolteranno le nostre proposte, dicono i rappresentanti sindacali. Quando il
segretario di Usb, a conclusione dell’assemblea, annuncia: «Ora andiamo a
bloccare l’Eni!», scatta l’applauso fragoroso e il corteo si avvia verso i
varchi d’ingresso e di uscita dell’Eni, mentre tra la folla spunta anche il
sindaco di Taranto Piero Bitetti che porta la sua solidarietà ai lavoratori e si
intrattiene a parlare con operai e delegati.
La città, inevitabilmente, si paralizza in poche ore. I lavoratori si smistano
nei vari presidi, le forze dell’ordine defluiscono il traffico, il bar della
stazione di servizio dell’Eni viene preso d’assalto, c’è una fila enorme: per
andare in bagno, per un caffè, una bevanda, qualcosa da mangiare. Le risposte
non arriveranno subito e bisogna organizzarsi per affrontare la notte, la prima
notte, mentre il tempo minaccia pioggia. Si incontrano facce vecchie che non
vedevamo da tempo e facce nuove con cui si socializzano le varie questioni: è il
segnale che lo sciopero è riuscito, siamo talmente tanti in fabbrica che non ci
conosciamo nemmeno tutti. Spuntano i primi camion che portano i panini, le prime
birre, si iniziano a montare i gazebo per la notte; ormai, con i bagni troppo
lontani e affollati, si piscia nelle piantagioni circostanti. Nel primo
pomeriggio arriva la convocazione in regione: giovedì alle 10. È un primo
risultato, era una delle richieste sindacali; ma non basta, non si smobilita.
Non si smobilita nemmeno quando arriva l’annunciato acquazzone; nonostante il
freddo, le ore di sonno perse, la stanchezza, le famiglie lasciate a casa, tutti
gli impegni rinviati a data da destinarsi, la necessità di lavarsi e di andare
in bagno – che anche quella è una forma di resistenza –, i beceri attacchi
subiti dai soliti benpensanti da tastiera a cui non va mai bene nulla, i primi
allarmi per la mancanza di carburante necessario a garantire i servizi
essenziali, quelli li faremo passare, ma non si smobilita, nonostante tutto non
si smobilita! Andrà avanti così per quattro giorni e quattro notti. Ormai si
socializza anche con i funzionari della Digos, ma gli argomenti sono leggeri
rispetto alla pesantezza della situazione: si parla di viaggi, camminate ed
escursioni. La questura, nei vari spostamenti, ci ferma spesso. Ci chiedono
della situazione: «Come sta andando il presidio? Cosa chiedete? Però pure la
salute è importante…»; e certo che è importante, e quando mai siamo stati contro
la nostra stessa salute…
Siamo soli, nessun politico, nessun cantante, nessun attore che faccia un
qualche appello a favore della nostra lotta, pure i media nazionali ci snobbano.
Siamo soli, scomodi, vecchi e novecenteschi, possiamo contare solo su noi stessi
e sui nostri compagni di lavoro. Ed è così che, in mezzo ai fuochi appiccati per
scaldarsi, a qualsiasi ora del giorno e della notte, arriva sempre qualcuno che
porta caffè e cornetti, birra, panzerotti, panini, focacce, il liquore fatto in
casa: «Questo devi assaggiarlo!», anche se sono le tre di notte, e come fai a
rifiutare? Ovunque vai ti offrono qualcosa! Ed è una cosa bellissima la
condivisione tra compagni di lavoro, che poi neanche li conosci tutti! Una
signora intorno alle sei di mattina si rivolge al nostro presidio, quasi
disperata: «Io lavoro al Moscati, la questura non mi ha fatto passare, già siamo
pochi là, come devo fare?». Non conosce la strada alternativa! Tre di noi si
prestano a spiegare strade e a trovare soluzioni. Poi arriva un quarto che in
maniera risolutiva dice: «Mi segua, le faccio strada io!». Non siamo contro la
città, noi siamo parte della città!
Ai presidi si discute di tutto, delle prospettive di lavoro, delle condizioni
personali, delle differenze con Genova e i siti del nord, del rapporto con la
nostra città: «Hanno ragione pure loro…», dice qualcuno. Certo che hanno
ragione, ma come si trova la condivisione tra gente che ha gli stessi obiettivi
e che però si divide sul come raggiungerli, tra visioni diverse e miserie umane?
Nessuno lo sa, non se ne esce! Non tutti i lavoratori sono per la continuità di
una prospettiva industriale.
La svolta arriva giovedì 15 con l’incontro in regione. Circa quattrocento
lavoratori giungono nel capoluogo pugliese in presidio sotto il palazzo della
regione, tra gli slogan urlati dagli operai c’è anche «Noi vogliamo vivere!». Il
presidente Decaro, prima dell’incontro, scende tra gli operai ad annunciare che
«noi dobbiamo tutelare non soltanto i lavoratori ma anche i posti di lavoro!».
L’esito del lunghissimo incontro in regione è un documento di condivisione di
tutte le richieste sindacali approvate dal consiglio di fabbrica del 7 ottobre.
Le richieste dei sindacati vengono sottoscritte, non senza difficoltà e con le
relative e legittime consultazioni con i nazionali, da tutti i gruppi partitici:
da Fratelli d’Italia al Movimento 5 Stelle. I segretari scendono tra i
lavoratori ma un attimo dopo risalgono, c’è una novità dell’ultimo momento: è
arrivata la convocazione a Palazzo Chigi per il 27 ottobre per iniziare a
discutere la piattaforma sindacale. È un buon risultato, anche se non
risolutivo. Bisogna smobilitare e invitare i lavoratori a raggiungere Roma per
l’incontro del 27. Ma smobilitare è difficile come mobilitare e le assemblee
svoltesi tra la sera del giovedì e la mattina del venerdì sono tese: alcuni
lavoratori non ne vogliono sapere, altri sono più consapevoli che la battaglia
sarà lunga e che bisognerà pure dosare le forze, mentre il carburante ormai
scarseggia anche tra i manifestanti. Alla fine, si smobilita venerdì mattina, in
attesa delle prossime scadenze e con la promessa di tornare a protestare in
mancanza di risposte concrete. Ma la settimana non è ancora finita: nel tardo
pomeriggio di venerdì arriverà la nuova procedura di cassa integrazione con
numeri raddoppiati e con pagamento diretto da parte dell’Inps, una mazzata.
L’azienda sta riorganizzando tutto il suo assetto alla luce delle decisioni
della magistratura e in attesa della decisione della Corte di Cassazione che, in
un caso o nell’altro, comunque non influirà su una fermata decisa dall’azienda e
che, anche in caso di accoglimento dei ricorsi, durerà comunque alcuni mesi.
La settimana si chiude con la manifestazione promossa dal cartello di
associazioni “Onda del futuro” che rivendica la chiusura di tutta la fabbrica,
la fine della stagione dell’acciaio e la richiesta di bonifiche ed economie
alternative. La partecipazione è ampia, i più ottimisti parlano di diecimila
persone. Non tutti i manifestanti sono però contrari a una futura prospettiva
industriale.
È stata una settimana caratterizzata da due grandi prove di forza, entrambe
rispettabili: quella degli operai che si sentono soli, abbandonati, scomodi,
vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno creato disagio e che non
chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. E quella dei cittadini che
invocano la fine dell’inquinamento, che si sentono soli, abbandonati, scomodi,
vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno manifestato in città e che non
chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. Questa è stata la
settimana di Taranto, così l’hanno ridotta Taranto! (fabio boccuni)
(disegno di cyop&kaf)
Le riflessioni a seguire nascono dalle conclusioni di un’inchiesta sul campo
svolta da Tommaso Sarti tra le periferie di Milano e la provincia di
Verona: Pisciare sulla metropoli. [T]rap, Islam e criminalizzazione del
maranza (DeriveApprodi, 2025). Dopo aver analizzato il rapporto tra musica t/rap
e Islam nelle nuove generazioni di italiani, arabo-africano discendenti che
siano, prevalentemente di religione musulmana, e che sbrigativamente si
preferisce etichettare in modo razzista col termine di maranza, un marocchino
tamarro che va in giro vestito in un certo modo, si comporta in una certa
maniera e incute paura sociale solo per essere così, Sarti, pensando al caso
emblematico del trapper Baby Gang, così conclude la sua ricerca: “Viene
perseguito, o perseguitato (a seconda dei punti di vista), perché rappresenta un
problema politico per un paese che si rifiuta di riconoscere di dover qualcosa
alle generazioni di giovani con background migratorio e popolare, nati nelle
periferie e nelle provincie italiane, impiegati nei campi, nella ristorazione,
nei servizi, sottopagati, sfruttati, discriminati e nondimeno costretti a
mostrarsi grati al padre padrone europeo, alle false promesse promosse dalla
società in cui viviamo”.
La mia analisi parte da qua, da questo lavoro che li aspetta prima e dopo aver
consumato l’ostentazione di armi, potenza muscolare, violenza e droghe varie nei
video della t/rap, ma non abbandona, però, il campo di elezione privilegiato che
questa generazione si dà per rappresentarsi, quello musicale. Nella misura in
cui l’inchiesta di Sarti ci consegna, ad audio spento, l’immagine lavorativa di
una generazione di “sottopagati, sfruttati, discriminati”, mi sembra chiaro si
stia riferendo alla più generale condizione socio-esistenziale del nuovo
proletariato precario delle grandi metropoli italiane, da tempo ben consolidata
prima nei ghetti americani e negli ultimi trent’anni nelle banlieues francesi.
Da qui due conseguenze: prima, riconoscere lo svuotamento di senso
dell’etichetta maranza rispetto alla loro appartenenza di classe, un’etichetta
che mentre assolve alla funzione di stigmatizzarli ai fini di ordine pubblico,
occulta la loro condizione lavorativa; seconda, cercare, questa volta ad audio
acceso, testi che tale condizione abbiano musicalmente reso conoscibile.
Non si tratta tanto di investigare esaustivamente la relazione esistente tra
t/rap e sfruttamento del lavoro contemporaneo, quanto di trovare una canzone che
sappia velocemente fotografarla, sorvolando sugli aspetti più affrontati nel
dibattito odierno quando si tratta del maranza – bande giovanili, islam
politico, pericolo sociale, devianza, carcerazione –, per ritrovarlo solo con la
sua forza-lavoro nei processi lavorativi in una posizione capace di
condizionarne l’intera esistenza.
Un testo di questo genere è Factotum (2024) di Marracash, rapper di fama
conclamata, figlio della Barona, periferia tra le più difficili del milanese. La
scelta di questa canzone rappresenta un arretramento rispetto alle tendenze più
attuali preferite dai nuovi italiani, come è confermato da un intervistato:
“Cioè è la musica appunto che ha legato tutte le cose perché se guardavi prima,
dieci anni fa, anche quando ero appena arrivato in Italia, c’era solo Marracash,
Gue, Fabri Fibra, Vacca, queste cose così capito? Guardi adesso di loro sì se ne
parla, però non come si parla di Rondo, non come si parla di Baby Gang, di
Sacky, tutti questi no? Perché appunto sono tutti di diverse etnie e quindi alla
gente piace, questo non puoi negarlo”.
Eppure, per quanto distante Marracash possa essere percepito dal gusto di questa
generazione, Factotum mi sembra in grado di fotografarla dal punto di vista
lavorativo: sorta di ideal-tipo weberiano distorto, il protagonista della sua
canzone può essere assunto come tipo rappresentativo di proletario precario
metropolitano, costruito concettualmente accentuandone alcuni aspetti legati
alla sua attività produttiva, così da farne un individuo empirico-concettuale
capace di esprimere le condizioni del lavoro nell’epoca storica del
neoliberismo.
UN LAVORO DA MARANZA
Il factotum si alza presto al mattino (“fuori è ancora buio pesto”) perché il
suo luogo di lavoro è molto distante da quello abitativo; infatti vive in
periferia (“siamo delle popolari”), ammassato come tanti in un
quartiere-dormitorio (“va nel formicaio”), in un appartamento piccolo e poco
salubre (“buchi umidi”). I ritmi di lavoro e la sua retribuzione non gli
permettono di mangiare decentemente (“mangio male”, “cibo precotto”, “mangiamo
scatolette”) e di abbigliarsi adeguatamente (“vestiti sudici”). Il tempo libero,
per quante poche gratificazioni gli dia (“poco sesso”) e la fatica supplementare
che comporta, rimane qualcosa di prezioso per evadere da tutto (“non rinuncio la
sera all’uscita / vado a letto la notte che muoio e mi sveglio / che sono in
quasi in fin di vita”). Quindi, il lavoro: poco nell’edilizia come elettricista
(“Oggi in cantiere io e un eritreo / metto canaline su un piano intero”), tanto
nella logistica come magazziniere (“alla Swiss Post”, “in Swatch / Mediaworld,
Carrefour, carico / e scarico”); rigorosamente precario (“qualche mese” di qua,
“part-time” di là, sempre “lavori saltuari”) e senza alcuna prospettiva di
stabilizzazione (“Nessuno che mi assuma, nessuno a me”), grazie all’assenza di
referenze (“nessuna ref”) e al tipo di contrattualizzazione (“contratti
subdoli”).
Di fronte a questa situazione il factotum, riprendendo alcune pratiche
tradizionali del proletariato metropolitano sempre condizionate dalla minaccia
della povertà (“che vita di scrocco, piccoli prestiti, squilli 4088”), non può
che ricorrere all’extra-legalità come sostegno al reddito (“siamo delle
popolari, facciamo di tutto legali e illegali”, “rubo il rubabile”), anche
perché l’assunzione, lì dove possibile, sarebbe condizionata da meriti davvero
poco legati all’attività lavorativa (“sicuro devi leccare il culo per / ti giuro
che piuttosto digiuno, man / o rubo a te”).
Lo scatto di dignità del factotum dipende dall’aver preso coscienza di cosa sia
il lavoro nella società capitalista (“la vita è produci / consuma, crepa,
chiunque di noi prima o poi lo accetta / è che si crepa già prima di finire
sottoterra), dalla parte di chi stare (“coi disertori / gli ammutinati”), quali
contromisure adottare sul campo (“produco il meno possibile”) e contro di esso
(“sì, fuggo in un bel giorno di giugno”).
Questa conscienza del factotum, istintivamente di classe perché formata dentro i
luoghi di lavoro e fuori di esso nei quartieri popolari, però, non può aiutarlo
a lenire la depressione della sua condizione umana segnata dalla solitudine e
dalla disperazione (“nessuna c’è / nessuno che mi aiuta / nessuno a me”, “solo
Dio sa come si vive qui / e se ne fotte”). È solo con la sua forza-lavoro di
fronte al mercato del lavoro.
La situazione depressiva del lavoratore precario, soprattutto di quello
immigrato una volta insediatosi nel luogo di destinazione, rispetto al caso
italiano dei primi anni Sessanta del Novecento, è stata verificata tanto sul
piano empirico (vedi Alasia e Montaldi) quanto su quello narrativo (vedi
Bianciardi). Allo stesso modo, è stata certificata la trasformazione delle
strutture sindacali dell’epoca in seguito all’ingresso di questo nuovo tipo di
proletariato frutto dell’emigrazione interna dal Sud, della sua sistemazione
nelle aree urbane del Nord e del suo rifiuto dello sfruttamento padronale
attraverso forme conflittuali estranee alle strategie di pacificazione
perseguite in quel momento dalle istituzioni del movimento operaio;
trasformazione che gli consentì la conquista di un pezzo di stato sociale,
risultato simile a quello ottenuto in Francia a partire dai grandi scioperi del
1968, in quel caso grazie alle lotte degli operai specializzati prevalentemente
immigrati, quindi al segmento della classe lavoratrice più sfruttato al pari di
quello meridionale italiano.
Forti di questi esempi storici ritorniamo, ad audio spento, al nostro ideal-tipo
(distorto) di factotum, il cui reddito complessivo è dato da lavori legali
sottopagati e iper-sfruttati, e quelli extra-legali di piccolo cabotaggio.
Guardiamo alla sua vita, alle sue relazioni, ai suoi desideri, al suo
disincanto, ma soprattutto alla sua depressione e chiediamoci quale terapia
possibile possa esercitare su di lui l’associazionismo sindacale in un momento
di profonda crisi di rappresentanza di quelli confederali – si pensi al calo
cronico degli iscritti della Cgil – e alla stragrande bianchezza dei dirigenti
di quelli di base, con i maggiori tesseramenti tra i lavoratori precari
immigrati. Più in generale, per immaginare la risposta, guardiamo al complesso
dei lavori umili, faticosi e usuranti da lui svolti e strutturati in modo tale
da non fargli acquisire nessuna dignità. Questo per quanto riguarda la sua
attività lavorativa legale, che gli procura un potere d’acquisto risibile,
appena necessario per vivere in un loculo umido nelle case popolari, mangiare
scatolette e precotti, vestendosi ancora peggio.
Dall’altro lato, questa volta a video acceso, caliamo il nostro factotum tra i
suoi tanti bro’ armati fino ai denti che compaiono nei video di Baby Gang e
chiediamogli quanta voglia abbia di iniziare un percorso lavorativo scandito da
sfruttamento e razzializzazione con il conseguente ingresso combattivo in un
sindacato da trasformare in una direzione conflittuale. Guardando allo stile di
vita extra-legale propugnato dalla t/rap, all’enorme potere d’acquisto che il
suo successo potrebbe assicurare (case meravigliose, macchinoni, capi firmati,
ori, droghe, donne), la risposta è scontata, soprattutto se comparata alla vita
che il factotum conduce grazie al lavoro legale, non dimenticando mai, però,
quanto il carcere incroci i percorsi di vita dei (t)rapper che “ce l’hanno
fatta” venendo dalla strada.
In bilico tra un lavoro legale che non riscatta dalla povertà e il miraggio di
una vita emancipatasi dalla miseria con l’illegalità, il nuovo proletario
precario metropolitano che è il maranza-factotum, appare sempre più destinato ad
abitare il mondo della disoccupazione “stagnante”, costituita da quella parte di
lavoratori occupati ma completamente irregolari, allo stesso tempo dentro e
fuori l’esercito operaio attivo: dentro perché attivi, fuori perché la loro
irregolarità li rende irrintracciabili da qualsiasi tipo di rilevazione e
proprio per questo esposti al maggior sfruttamento. La scelta sul suo destino
lavorativo e, quindi, sulla sua eventuale sindacalizzazione, deve essere presa
meditando sull’origine storica del capitalismo e sul modo che questo riservò a
quanti, mendicanti, vagabondi, ladri, avevano intuito quale trattamento avrebbe
riservato al proletariato tutto: “È constatato storicamente che essi hanno
tentato in un primo momento quest’ultima via e che da questa sono stati però
spinti, mediante la forca, la berlina, la frusta, sulla stretta via che conduce
al mercato del lavoro” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica
dell’economia politica, 1857-1858). (fabrizio denunzio)
(archivio disegni napolimonitor)
A partire dal secondo dopoguerra, le donne italiane sono state protagoniste di
numerosi e variegati processi. Non solo la loro voce è diventata sempre più
chiara e distinta, ma l’organizzazione, i tempi e le possibilità delle loro vite
sono radicalmente cambiate. Di fronte a queste trasformazioni, un gruppo di
storiche e sociologhe ha avviato un percorso di ricerca collettivo. Il Griff –
Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile – è nato a Milano nel
1973 e ha messo al centro la figura della donna nelle diverse sfere della vita
sociale, a varie latitudini del paese, indagando il grado di consapevolezza con
cui ognuna viveva le trasformazioni in atto sul piano dell’esperienza
soggettiva.
“Mia mamma mi ha fatto sposare piccola. Vedete una volta i genitori se la
vedevano loro, non c’era il contatto che c’è adesso. Erano sempre distaccati,
non avevamo confidenza, non potevamo parlare con i genitori […]. Ho preso un
uomo con pochissima mia volontà, ma con la volontà dei genitori. Allora mi su
sposata. Mi sono accorta dal secondo giorno che mi sono sposata che avevo
sposato un uomo con cui non potevo essere in unione insieme, e ho sofferto
sempre”.
Questa breve testimonianza proviene dalla storia di vita di Carla, nata in
Calabria nel 1921, e si trova nel saggio di Renate Siebert-Zahar “È femmina però
è bella”. Tre generazioni di donne al Sud. La ricerca, pubblicata nel 1991 da
Rosenberg and Sellier, raccoglie le storie di tre generazioni di donne
imparentate tra loro: Siebert è partita dalle figlie, iscritte all’Università
della Calabria (nate tra il 1961 e il 1966), per risalire alle madri (nate tra
il 1928 e il 1942), e poi alle nonne (nate tra il 1901 e il 1921). Il saggio
contiene le voci di quarantacinque donne, dalle quali emergono percorsi
emancipatori drammatici, in molti casi dolorosi e mai realizzati o ancora opachi
e incompiuti.
Da questo fitto raccontarsi, passando da una generazione all’altra, emerge
innanzitutto una graduale conquista da parte delle donne calabresi della
possibilità di scelta. Dalla situazione senza sbocchi di nonna Carla riportata
all’inizio, dove “la società era l’equivalente della famiglia e l’essere
individuo era equivalente ad assumersi il ruolo di figlia, moglie e madre;
percorsi per i quali la trama era già stata scritta altrove, nel e dal destino”,
si passa alle dure fratture vissute dalle madri, che continuano a vivere
principalmente la sfera della famiglia, alla quale però si affiancano altri
ambiti, sempre più significativi; fino alle figlie, le studentesse
universitarie, che vivono più mondi e che si trovano a scegliere tra diversi
modelli culturali.
Ma facciamo un passo indietro. È femmina però è bella si trova al centro della
biografia intellettuale di Renate Siebert-Zahar. Sociologa, allieva di Theodor
Adorno a Francoforte, Renate si dedica negli anni della formazione al pensiero
di Frantz Fanon. Alla morte di Adorno nel 1969, lascia la Germania e si
trasferisce a Milano, dove trascorre due anni insegnando presso la Scuola
Superiore di formazione in sociologia, diretta allora da Laura Balbo. Insieme a
Balbo, e con altre sociologhe e storiche, nel ’73 fondano il Griff, con
l’obiettivo di indagare il ruolo che la donna andava assumendo nell’Italia del
boom economico e di legare le analisi teoriche con i contesti territoriali e di
vita delle studiose. In un’intervista dirà che è stata l’esperienza del Griff a
segnare il suo modo di rapportarsi alla ricerca e al femminismo, indicando i
rapporti con Balbo e con Adorno ugualmente significativi nella sua crescita
intellettuale. Non a caso, È femmina però è bella si apre con una dedica a Laura
Balbo, una citazione di Adorno e una prefazione di Luisa Passerini.
Nel 1974 le viene offerto un incarico presso l’appena fondata Università della
Calabria. Siebert accetta e vi si trasferisce. D’ora in avanti, i suoi interessi
di ricerca si intrecciano con la questione della modernizzazione del
Mezzogiorno, un processo complesso e contraddittorio di cui fornisce continui
ritratti dedicandosi alla condizione femminile, all’organizzazione della
famiglia, al ruolo della mafia e al potere dello stato. È femmina però è
bella viene ultimato dopo quasi vent’anni di insegnamento e vita in Calabria.
La Calabria, in effetti, è un’altra protagonista del saggio. Attraverso le voci
delle generazioni che la abitano, si delinea un territorio in cui cambiano i
sistemi di credenza, le persone abbandonano l’animismo, il rapporto magico che
le legava al mondo, per approdare a una cosmologia basata sulla
razionalizzazione e sulle libertà e volontà individuali che però si affermerà
solo in parte. Fenomeni sociali “moderni” si mischiano quindi con le vecchie
strutture e istituzioni, in una convivenza senza precedenti che pone la Calabria
al di fuori delle teorie sullo sviluppo elaborate nelle società industriali e
porta a confrontarsi, a detta di Siebert, con un contesto imprevedibile in cui
“il vecchio si è disgregato, ma il nuovo stenta a farsi strada”.
Un importante tassello nella modernizzazione di quegli anni è proprio la
costruzione dell’Università della Calabria, voluta dal partito socialista e
dalla Democrazia cristiana e approvata nel 1968 dal governo Moro. La grande
opera, interamente pubblica, viene realizzata sul modello dei campus inglesi,
prevedendo alloggi per studenti, personale e docenti, sale cinema, teatri,
biblioteche. L’obiettivo è fornire ai giovani e alle giovani calabresi dei
percorsi di formazione che permettano loro di restare in Calabria, una proposta
contro l’emigrazione giovanile.
Tra gli anni Settanta e Ottanta le studiose del Griff investigano la condizione
giovanile femminile in più punti del paese, partendo proprio dalle studentesse
universitarie. Nel caso di Siebert la ricerca si trasforma anche in un’indagine
– una vera e propria inchiesta, commenta Passerini – sullo stato di salute di
questa nuova grande opera pubblica. Inoltre, Siebert aggiunge alla ricerca sulle
giovani studentesse l’approccio generazionale, risalendo alle madri e alle
nonne. E, dato che le studentesse vengono selezionate sulla base di diverse
provenienze, le interviste alle loro madri e nonne porta l’autrice a viaggiare
in tutta la regione. È femmina però è bella è quindi un viaggio in diversi
luoghi della Calabria e nella loro vita quotidiana nel corso dei decenni.
MADRI, FIGLIE, NONNE
Al centro di queste interviste si trovano i lavori svolti da uomini e donne, le
forme di socialità, i racconti dell’emigrazione di mariti e figli, i valori di
riferimento, l’organizzazione della vita quotidiana in seno alla famiglia. Ma
questi mondi emergono dalle storie delle singole donne. Si vede allora come esse
si sono orientate nel contesto sociale e secondo quali logiche hanno compiuto le
loro scelte, “il modo in cui ognuna si è data ragione dei grossi cambiamenti
avvenuti nel mondo in cui vivono”.
Il metodo è quello della narrazione di sé, della memoria autobiografica, in un
“lavoro a due voci” dove la soggettività di chi interroga non scompare, ma anzi
viene accentuata nel rapporto con chi narra. L’indagine relazionale, a diversi
livelli, è la chiave del testo e riguarda anche la costante dialettica che
Siebert rintraccia tra ciò che avviene nel sociale e quanto si trova rielaborato
sul piano della coscienza. Nelle interviste, infatti, emergono anche aspetti
molto intimi: il rapporto con gli uomini, con la propria madre o figlia, le
proprie aspirazioni. Siebert comincia dalle madri, quelle che in confronto alle
altre appaiono nella posizione più dolorosa, perché come riassume Passerini, “a
metà tra cambiamenti profondi a portata di mano, ma in realtà irraggiungibili, e
alcuni cambiamenti possibili più per le figlie che per sé stesse”.
Nonostante la posizione difficile, nella vita delle madri ci sono almeno due
grandi fattori di novità rispetto alla generazione delle nonne. Anzitutto il
lavoro extradomestico e salariato. Non tutte l’hanno praticato, ma si tratta di
una possibilità che a tutte “incute coraggio”, per l’accesso a una autonomia
economica, ma anche per l’apertura a nuovi contesti relazionali. Un altro cambio
di passo è rappresentato dalla possibilità di inseguire “l’amore romantico” e di
sposarsi per volontà propria e non per scelta dei genitori. In realtà, a
posteriori, per molte di queste madri la scelta del matrimonio si rivela
affrettata, in quanto, scrive Siebert, “nell’ansia di liberarsi del ‘padre
padrone’ ci si è tuffate nel legame con un ‘marito padrone’”. Infine, per le
madri è nel rapporto con le figlie che “si gioca tutta la propria identità”.
Sono le figlie che hanno la possibilità di sviluppare percorsi emancipatori per
le madri solo accennati, ed è quindi alla generazione più giovane che quella
delle madri guarda con ammirazione e desiderio.
Le figlie, le studentesse, sono intente a mediare tra vecchi e nuovi valori,
mentre “si è alla ricerca di sé stesse”. Con le madri hanno spesso un rapporto
di cura, a loro volta materno, e più aperto rispetto alla generazione
precedente. Sono consapevoli di trovarsi in un percorso più libero, ma non sanno
con chiarezza cosa vogliono. Scrive Siebert: “Il processo di crescita
emancipatoria diventa doloroso, sofferto, attraversato da una tensione costante
tra un’ambizione sociale molto forte e vincoli familiari e culturali che
spingono nel senso opposto”. Nelle loro vite, la parentela e il vicinato – che
sono stati centrali per le madri e le nonne – vanno scomparendo, ma non vengono
sostituiti da universi relazionali e sociali altrettanto forti e strutturati in
cui le ragazze possano trovare nuove e diverse appartenenze.
Le nonne, infine, ereditano un mondo plasmato dalla migrazione transoceanica che
tra Ottocento e Novecento ha coinvolto la regione. Sono diventate mogli e madri
da giovanissime, per volere dei familiari, e hanno lavorato in casa per tutta la
vita. In generale, tutto delle loro vite è stato scritto altrove, in
particolare, scrive Siebert, “tempi sociali e soprattutto tempi maschili hanno
scandito la loro vita sessuale, riproduttiva e quotidiana”.
La forza del testo di Siebert sta nel mettere in connessione tre generazioni,
interrogandole sugli stessi temi, ponendo l’attenzione sui segni del
cambiamento, ma anche su ciò che permane. L’operazione genealogica mostra una
parabola abbastanza chiara: le donne calabresi ottengono, nel corso del
Novecento, spazi di autonomia, diventano protagoniste delle loro scelte e si
chiedono cosa sia più giusto per loro, distanziandosi dai dogmi familiari e dal
contesto di provenienza. Questo andamento è visibile anche nel rapporto con gli
uomini, per le nonne e madri figure centrali per le sorti della propria
esistenza, oltre che percepite come superiori; per le figlie, invece, figure
molto meno presenti, verso le quali non si nutre alcun senso di inferiorità.
UN LAVORO COMUNE
Alla fine Siebert si confronta in modo esplicito con le ricerche di un’altra
componente del Griff, Simonetta Piccone Stella, giungendo a conclusioni simili
riguardo alle svolte biografiche nella generazione delle ragazze. Come già aveva
notato Piccone Stella nella sua ricerca Ragazze del Sud, la possibilità di
frequentare l’Università rappresenta un particolare privilegio, “un tempo
prezioso”, “uno spazio per la riflessione” per donne che crescono in una realtà
come quella del Mezzogiorno, dove “luoghi e istituzioni preesistono alla
formazione del bisogno di autonomia della donna e lo ignorano”.
Solo alcune delle studentesse prendono parte a gruppi politici mentre molte
avvertono – sia nel campus che fuori – una scarsità di luoghi e contesti adatti
alla socialità, allo sviluppo della vita pubblica, all’incontro fuori dalla
famiglia. Le forme di aggregazione giovanile non vengono valorizzate nelle
storie di vita, mentre ognuna riporta in modo diretto o indiretto “una
sostanziale assenza di riferimenti collettivi” in base alla quale si fatica a
proiettarsi nel futuro.
Se si immaginano nel futuro prevale il modello della “doppia presenza”
– combinazione di lavoro domestico ed extradomestico con una priorità del primo
sul secondo –, che le vede barcamenarsi tra “il lavoro familiare e la maternità
da una parte e una vita da professionista piena di prestigio e denaro
dall’altra”. Mentre le ragazze che sembrano avere uno sguardo più lucido e
consapevole sui propri progetti sono quelle che confessano di non avere un’idea
prestabilita né un modello di riferimento ma di avere invece l’obiettivo di
“conoscere meglio sé stesse, diventare più consapevoli”.
Possiamo dire che è su questa consapevolezza di sé che lavora l’intero saggio.
La forza della testimonianza iniziale di Carla sta in quel “essersi accorta” di
aver sposato un uomo con cui non poteva stare insieme. E quindi, dalla
consapevolezza all’azione, di aver lottato per tutta la vita affinché i figli
non soffrissero delle stesse limitazioni in cui era stato bloccato il suo agire.
Anche per questo, nonna Carla è stata una donna molto aperta ai cambiamenti che
riguardano le nuove generazioni. Tutto il lavoro di Siebert, in questo testo
come in altri, vuole muovere i fili della coscienza per scovare i processi di
consapevolezza, sondare le autoanalisi, incentivare la riflessione su sé stesse.
Ripercorrendo le vite di queste donne viene in mente Comizi d’amore, il
documentario girato nei primi anni Sessanta da Pasolini in tutta Italia, con una
raccolta di interviste a uomini e donne di diverse generazioni. L’elemento di
rottura di quel lavoro consisteva nell’introdurre il tema della sessualità nel
dibattito pubblico, ma serviva anche a costringere intervistati e spettatori a
interrogarsi sui propri valori. In quel caso, i segni del cambiamento nel
rapporto tra generazioni erano molto meno definiti, e spesso emergevano
posizioni conservatrici, giovani che rivendicavano il loro diritto ad agire come
se nulla stesse cambiando intorno a loro, ripercorrendo i passi e le scelte
della generazione precedente. Fatta eccezione per le ragazze, le uniche – lo
nota lo stesso Pasolini in una delle tante apparizioni da regista/intervistatore
– a non assumere il punto di vista delle generazioni precedenti, le uniche a
vedere con lucidità i cambiamenti che ormai le circondavano, a nominarli e
accoglierli di buon grado.
La voce fuori campo che chiude Comizi d’amore, accompagnando le immagini di un
matrimonio tra due giovani, sembra riassumere il sottotesto del lavoro di
Siebert, e forse dell’intero Griff: “Tonino e Graziella si sposano. Del loro
amore essi sanno soltanto che è amore. Dei loro futuri figli sanno soltanto che
saranno figli… È soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha
pietà. Due ragazzi italiani si sposano e in questo loro giorno tutto il male e
tutto il bene precedenti a essi sembrano annullarsi, come il ricordo della
tempesta nella pace. […] Tonino e Graziella si sposano. E chi sa, tace. Di
fronte alla loro grazia che non vuole sapere. E invece il silenzio è colpevole.
E l’augurio a Tonino e Graziella sia. Al vostro amore si aggiunga la coscienza
del vostro amore”.
Le giovani degli anni Ottanta di Siebert sono ormai non solo consapevoli delle
trasformazioni che le coinvolgono, ma anche impegnate a farci i conti. (barbara
russo)