(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di cyop&kaf)
Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un
momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che
succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si
accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie
dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a
quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose
continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i
luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi
impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte,
deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati
e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua
perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì.
“Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce
facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli
riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli
alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di
Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per
volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima
erano al centro non sono più lì ma spostate?
Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento.
Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un
raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli
carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui
traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte.
Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e
Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film
d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito
nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di
Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un
personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla
di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un
posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”.
Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il
paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città,
tra vuoto e pieno.
INVELLE
Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una
bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con
l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del
sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi
in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla
campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro
infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita
quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un
lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali
per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano
continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto
per quelle storie.
Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle
campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi
che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la
mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il
bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un
termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai
bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono
state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere
ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola
parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai
visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”.
Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che
sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli
altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non
sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare?
I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione:
non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga
da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da
occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata
carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e
stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione
delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione
dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni
tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow
/ Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che
forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto).
Quali radici si afferrano, quali rami crescono
da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto
un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole,
e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto,
e l’arida pietra non dà suono d’acqua.
LE CITTÀ DI PIANURA
Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono
cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale,
suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è
nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta,
quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi
sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle
strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia,
che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e
l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto
all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in
quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su
post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole
votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore,
di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho
trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il
mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me
non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”.
In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone
industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti,
Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra
le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo
un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo
anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli
delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in
balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai
propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di
architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare
il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto
frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci
si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore.
Domani, chi sa”.
Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del
Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha
attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti,
cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la
statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico
abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette
bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti
sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del
film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa
delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per
mappare le mie strade di campagna.
Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi
sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti
cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì
quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la
domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera:
non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi
per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e
l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte
che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di
un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale
per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa
più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che
schifo”.
In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo
nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi
corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere
effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non
è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci
siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati,
spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni
uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il
più possibile di non farsi troppo male”.
DALLE MACERIE
Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice
tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli
d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi
con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare
rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono
trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria
è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi,
innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio,
convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il
turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da
spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata,
intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a
vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della
rigenerazione.
In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la
legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche,
manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La
sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare
disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la
reputazione della cittadina.
Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il
forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una
bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini
trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati
abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere).
Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del
senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e
temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a
mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli
altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame,
miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non
sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a
un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle
nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli.
La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la
civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come
luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se
la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso
il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il
mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto.
Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono
dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella
della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se
ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia.
Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della
distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se
sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori,
allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura
col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza
e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e
fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi,
non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non
confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare.
Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in
passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande
alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria,
eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti
urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e
tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia
arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno
scarto.
Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un
punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché
mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è
emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che
potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le
macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi
invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […]
Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori
inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo
itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà
solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
(archivio disegni napolimonitor)
Il silenzio elettorale cade sul porticciolo di Pastena come una tregua
improvvisa. È mezzogiorno di un sabato assolato di maggio, vigilia delle
elezioni comunali a Salerno, e nei pressi dei muretti affacciati sul mare sono
radunate alcune decine di persone: qualcuno seduto sugli scogli, qualcuno in
piedi col bicchiere in mano, qualcuno più giù che si fa il bagno. La Ghassan
Kanafani — una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, la flottiglia
internazionale di solidarietà con la Palestina che toccherà cento porti in cento
città — è ormeggiata poco lontano. Il suo passaggio ha trasformato quella che
doveva essere un’assemblea organizzativa del comitato Giù le mani dal
Porticciolo in un momento di confronto tra realtà diverse che condividono la
stessa grammatica di lotta. Mi siedo per terra sotto un ombrellone da spiaggia
con alcuni attivisti del comitato. «C’è un filo rosso che unisce queste
battaglie», dice Lorenzo. «La libertà dei popoli di autodeterminarsi, di
decidere cosa fare della propria vita, della propria terra». Alle spalle c’è
Pastena: ingoiata dal cemento, con un’alta densità abitativa, priva di spazi
verdi. Il porticciolo è uno degli ultimi tratti di costa accessibile a tutti in
questa striscia di città.
Salerno conta già quattro porti su meno di dieci chilometri di costa: il porto
commerciale, il molo Manfredi, il Masuccio Salernitano e il Marina d’Arechi. Il
progetto Pastena farebbe nascere il quinto, sempre con lo stesso pretesto da
quindici anni: la mancanza di posti barca. Solo che Marina d’Arechi è stato
costruito nel frattempo, il Masuccio è in ampliamento e un ulteriore intervento
di grandi dimensioni è già previsto nella poco lontana Pontecagnano. Il
ministero dell’ambiente lo ha notato: tra le integrazioni richieste al
proponente c’è proprio la dimostrazione dell’effettiva necessità di nuovi posti
barca — argomento che, evidentemente, allo stato attuale non regge.
La storia ha radici nei primi anni Duemila, quando il Comune affidò in un’unica
delibera le concessioni demaniali a due promotori. La famiglia Gallozzi costruì
il Marina d’Arechi, mentre quella Ilardi ottenne la concessione per il porto di
Pastena, anche se non aveva i soldi per aprire i cantieri. Per quel porto fu
funzionale anche la progettazione di un pennello foraneo sull’arenile:
realizzato con finanziamenti pubblici, ma progettato in vista dell’opera
privata. Nel 2008 il project financing cristallizzò la presenza del porto nel
Piano urbanistico comunale, ma da allora l’operazione è rimasta congelata.
La cittadinanza scoprì il pericolo solo nel 2011, quando i promotori allestirono
al Polo Nautico un plastico in scala del progetto. «Quando è stato
pubblicizzato, i giochi erano già fatti: avevano tutte le autorizzazioni»,
racconta Chiara. Il plastico rimase esposto poche settimane. «Dopodiché hanno
pensato bene di levarlo», aggiunge Davide. «Era controproducente che la gente
capisse cosa stava succedendo»
D’altronde il Comune, la Provincia, la Regione e la Soprintendenza avevano già
dato il via libera. Il sindaco che aveva gestito l’iter era Vincenzo De Luca,
che però anni dopo, da “neo” candidato per l’ennesima volta a primo cittadino di
Salerno, si sarebbe detto contrario al porto. «Si è schierato contro – spiega
Lorenzo – ma dodici anni fa era stato lui a dare i permessi». Una domanda resta
senza risposta: «Se De Luca oggi è contrario, e se tutti i candidati si sono
schierati contro il progetto, chi lo vuole, questo porto?».
Il progetto è tornato d’attualità quando i fratelli Ilardi hanno ripreso in mano
la pratica. La connessione tra il Polo Nautico e il resto del progetto approvato
costituirebbe un pacchetto da circa venticinque milioni di euro. Per
monetizzarlo serve però la Valutazione di Impatto Ambientale ministeriale, che
ancora manca. Quella rilasciata dalla Regione a suo tempo è infatti scaduta
perché i lavori non sono stati avviati nei termini — per responsabilità dei
promotori stessi. La competenza è passata così al ministero dell’ambiente, che
ha raccolto una cinquantina di osservazioni: ingegneri, architetti ed esperti di
pianificazione costiera hanno smontato il progetto pezzo per pezzo. «Le tavole
mancano dei dettagli. Non c’è mai una legenda che ti riporti al progetto
generale. Sembrano cose buttate là», spiega Chiara. Il ministero ha chiesto
integrazioni su tutti i fronti, riconoscendo il valore culturale del tratto di
costa e domandando ai promotori quale utilità pubblica concreta garantirebbe
l’opera.
Nelle settimane successive alle elezioni anche il ministero della cultura è
entrato nella partita. La Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio
ha trasmesso le richieste di integrazione avanzate dalla Soprintendenza di
Salerno e Avellino, rilevando gravi carenze nella documentazione paesaggistica.
La relazione presentata dai promotori, secondo la Soprintendenza, non consente
di verificare la compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici
tutelati. Vengono richiesti aggiornamenti sullo stato dei luoghi, nuove analisi
dell’impatto visivo, rendering aggiornati e valutazioni sulle alternative
progettuali. Soprattutto, la Soprintendenza ha dichiarato non più valida
l’autorizzazione paesaggistica del 2012. Due ministeri con le mani alzate sullo
stesso progetto: «La mobilitazione civica e il lavoro tecnico di questi mesi
hanno avuto un peso concreto nell’iter amministrativo», sostiene Chiara.
Guardare le tavole di progetto è, in effetti, cruciale. Il porto di Pastena
prevede circa quattrocentocinquanta posti barca, ma soprattutto parcheggi a
pagamento, box auto, un centro commerciale, l’ampliamento dell’albergo, una
piscina di acqua di mare depurata. «Tecnicamente non è neanche un porto. È un
centro commerciale con una darsena», dice Davide. A chi giova? Non ai pescatori
locali, che oggi ormeggiano a prezzi accessibili. Non ai cittadini, a cui
verrebbero sottratte le ultime spiagge libere. Non ai commercianti, a cui è
stata promessa una ricaduta economica: i negozi del nuovo centro faranno
concorrenza a quelli esistenti.
Pastena è un quartiere popolare, senza parchi né luoghi di socialità. Il
porticciolo è l’unico spazio che non sia privato o commerciale. «I salernitani
sono sempre stati chiamati pisciaioli (chi lavora e vive di pesce, ndr)», dice
Chiara con ironia. «Questa identità è stata massacrata. I luoghi legati alla
cultura del mare sono spariti uno dopo l’altro. Adesso esistono solo grandi navi
e piccoli yacht». La cura del posto è affidata agli abitanti: c’è chi pianta
alberi tra le panchine, chi pulisce la piazzetta senza che nessuno glielo
chieda. I cantieri del ripascimento del litorale poco lontano sono un’altra
fonte di frustrazione: l’Ambito 2 è sotto sequestro per materiali non conformi —
sabbia dura, inutilizzabile, tanto che qualcuno l’ha individuata come arena per
l’edilizia. Quasi un quarto della costa centrale è inagibile. «Le persone
pensano che prima o poi arriverà il prossimo potente a mettere le mani su ciò
che abbiamo di più bello», dice Alessandra.
In effetti, finché il porto di Pastena resta nel Piano urbanistico comunale,
quella zona resterà bloccata. «Morto un porto se ne potrà fare un altro. Finché
non cambia il piano regolatore la lotta sarà lunga», aggiunge Davide. Dal canto
suo il comitato lavora su più fronti: questionari rivolti alla cittadinanza,
rigenerazione partecipata con studenti Erasmus, eventi sportivi con le squadre
di rugby e calcio popolare del territorio. Nelle due settimane prima del voto
sono state raccolte duemila firme per fermare la realizzazione del progetto:
tutti i candidati a sindaco si sono detti contrari, ma nessuno ha spiegato come
avrebbe rimosso la destinazione dal piano regolatore.
Ora che lo sceriffo De Luca è stato rieletto, il comitato monitora la distanza
tra le parole e gli atti. Sul muretto del porticciolo la gente resta a
chiacchierare e mangiare qualcosa. C’è ancora qualcuno in acqua, qualcuno
rassetta la spiaggia. La comunità parla chiaro: nessuno ha intenzione di
guardare il mare dalle vetrate del parcheggio di un albergo. (edoardo m.
benassai)
(disegno di otarebill)
È una domenica mattina di febbraio, il tempo non è dei migliori ma regge. Si
tiene il carnevale sociale di Scampia, il 44esimo da quando esiste. Decido di
andarci insieme a mio fratello più piccolo. Ci dirigiamo verso la prima fermata
dell’R5 di corso Secondigliano, provenendo da Capodichino. Come ogni domenica
mattina, per le strade c’è un gran via vai. Il Perrone, la prima traversa del
corso, è denso di attività commerciali: pescherie, fruttivendoli, mercatini;
dalla rotonda Di Vittorio verso via De Pinedo si raggiungono San Pietro a
Patierno e poi i comuni di Casoria e Casavatore; nonostante i ritardi, sulla
rotonda sono visibili i lavori per l’apertura della nuova fermata della Linea 1,
che renderà più facile muoversi verso il centro della città.
Un tempo Napoli Nord era una terra fertile, caratterizzata da masserie, frutteti
e una fitta rete di antichi casali. La modernità industriale, unita
all’espansione demografica e al conseguente assorbimento della classe contadina
nel nuovo tessuto urbano, portò alla nascita dei quartieri odierni, frutto di
una politica urbana che non mirava all’integrazione socio-economica degli
inurbati, favorendo piuttosto gli interessi di costruttori, proprietari terrieri
e classe politica.
IL LAURISMO E LA SPECULAZIONE EDILIZIA
Il cambiamento cominciò a partire dal ’51, quando la destra si aggiudicò il
governo della città con il sindaco Achille Lauro, figlio di una nota famiglia di
armatori e fondatore dell’omonima flotta. Gli anni della sua amministrazione,
noti come “laurismo”, vengono ricordati per la forte spinta speculativa. Nel ’58
il prefetto Correra, nominato commissario in seguito allo scioglimento della
giunta laurina, consegnava alla città il nuovo piano regolatore generale,
bocciato dal ministero dei lavori pubblici quattro anni dopo per il suo
carattere speculativo. Era ormai troppo tardi: si stima che dal ’51 al ’61
vennero costruiti circa 300 mila vani in tutta la città, mentre migliaia di
abitanti furono cacciati dal centro storico per dare spazio alle demolizioni.
Nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, l’urbanizzazione selvaggia portò alla
nascita di condomini multipiano che eliminarono man mano lo spazio tra la chiesa
e il confine perimetrale dell’aeroporto di Capodichino. Via del Cassano, oggi
importante arteria di Secondigliano che porta verso Casavatore e Arzano, perse
la caratteristica di strada di campagna a causa di densi blocchi edilizi lungo
tutto il percorso, con la nascita del rione Berlingieri e del rione Kennedy.
IL CORSO SECONDIGLIANO E LA BIRRERIA DI MIANO
Dopo circa venti minuti, arriva l’autobus. Mentre prendiamo posto, vedo turisti
che scendono alla fermata con i loro trolley: la turistificazione tocca oggi
anche il corso Secondigliano a causa della sua vicinanza all’aeroporto. Il corso
è la principale arteria del quartiere, dal finestrino del bus vedo centinaia di
attività commerciali, tra cui la storica Taralleria Tonino e la mitica pizzeria
Carminiello. Anche qui, durante il laurismo, sorsero palazzi multipiano,
lasciando poche tracce di vecchi edifici come villa Cimmino, dal ’56 stazione
della polizia. Subito dopo la pizzeria c’è l’incrocio che a destra porta verso
il centro storico di Secondigliano, a piazza Zanardelli, un tempo chiamata Miez’
all’Arco, mentre svoltando a sinistra si arriva alla vecchia fabbrica di birra
Peroni a Miano, oggi divenuta un centro commerciale. Miano e Mianella erano un
tempo casali distinti, oggi invece il secondo è considerato una frazione del
primo.
Durante il tragitto, quasi all’altezza del quadrivio, sento tre ragazze parlare
del carnevale. Dall’accento capisco che non sono di Napoli. Vengono infatti da
Bologna e sono arrivate per la prima volta in città per partecipare allo stesso
evento a cui siamo diretti io e mio fratello. Superato il quadrivio, scendiamo
insieme alla prima fermata di via Roma verso Scampia all’altezza della pompa di
benzina Q8. Attraversiamo e raggiungiamo il rione Monterosa, edificato a partire
dagli anni Cinquanta. Il concentramento è alla storica sede del Gridas – Gruppo
risveglio dal sonno, fondato nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna,
Franco Vicario e tante altre persone che dal 1983 hanno dato vita al carnevale
sociale di Scampia. Centinaia di persone, tra cui famiglie e bambini, arrivano e
di lì a poco il corteo incomincia. Il quartiere si riempie di maschere e carri
allegorici fatti con materiale riciclato, coloratissimi, mentre i gruppi
preparano le coreografie e gli strumenti musicali. Il corteo si addentra nel
rione per poi sfociare su via Arcangelo Ghisleri, nel cuore di Scampia.
DALLA LEGGE 167/62 ALLE LOTTE PER LA CASA
Provo a raccontare alle ragazze la storia di Scampia: parlo della legge 167 del
’62, dei piani di edilizia economica e popolare che avrebbero dovuto invertire
la tendenza speculativa del periodo laurino, di come con questa legge gli enti
pubblici fossero vincolati a individuare delle aree edificabili per la
costruzione di case popolari da assegnare alle famiglie in condizioni di
precarietà; spiego che la nascita del quartiere è il frutto di vari processi,
tra speculazioni e lotte popolari. Scampia venne divisa in lotti: alcune strade
persero le caratteristiche tipiche dei borghi per dare spazio ai nuovi edifici
della 167; via Roma verso Scampia divenne l’anello di congiunzione tra la
vecchia Secondigliano e il nuovo quartiere, caratterizzato da edifici a torre;
nacque il rione Don Guanella e furono costruite le Vele, progettate
dall’architetto Franz di Salvo. Nel progetto iniziale si prevedeva la creazione
di una “città nella città”, con la creazione di spazi comuni e servizi
integrati, come scuole e negozi. La realtà fu ben diversa. Il piano di edilizia
economica e popolare nella zona settentrionale di Napoli portò alla nascita di
quartieri-dormitorio, con prefabbricati di scarsa qualità, senza servizi
adeguati e collegamenti con il resto della città. Inoltre non furono subito
assegnate le abitazioni, anzi, dagli anni Settanta in poi scoppiarono le prime
lotte organizzate per la casa a Napoli Nord. Emblematica fu l’occupazione del
rione Don Guanella, in cui presero casa ottocento famiglie. La prima occupazione
con grossi numeri fu tentata a Marianella, ma non durò a lungo e, dopo ripetute
cariche della polizia, il rione venne sgomberato. Ma le famiglie già organizzate
occuparono l’intero Don Guanella, grazie anche alla forte mobilitazione delle
famiglie di Secondigliano e Piscinola.
Da via Ghisleri arriviamo a piazza Giovanni Paolo II, di fianco al parco Ciro
Esposito. Al centro della piazza si comincia a preparare il falò per bruciare,
allegoricamente, i simboli negativi e far trionfare quelli positivi che danzano
intorno alle ceneri. Sullo sfondo è possibile osservare il cantiere per
l’abbattimento delle Vele, in seguito alle lotte condotte dagli abitanti del
quartiere. Infatti dal 1980, con il Piano per il recupero delle periferie e poi
con il terremoto dell’Irpinia che causò danni ingenti anche a Napoli, esplosero
le occupazioni di massa. In seguito al terremoto furono oltre 10 mila gli
edifici danneggiati, e 170 mila gli sfollati, di cui il settanta per cento
proveniva dal centro storico. Nel 1981 il parlamento approvò la legge 219, con
la quale si rilanciò un Programma straordinario di edilizia residenziale (Pser)
per la costruzione di 20 mila alloggi da assegnare agli aventi diritto nell’area
metropolitana di Napoli. Molte famiglie furono costrette a trasferirsi in campi
container (36 container leggeri installati a Secondigliano, 113 a Piscinola, 174
a Miano e 337 a San Pietro a Patierno). Successivamente furono edificati nuovi
complessi residenziali, come il rione 25/80 a Chiaiano, il rione dei Fiori, poi
soprannominato Terzo Mondo, a Secondigliano, le abitazioni popolari e il parco
pubblico in viale IV Aprile a San Pietro a Patierno. In questo contesto vennero
occupati gli edifici della 167 a Piscinola e Scampia.
Se in un primo momento gli abitanti lottarono per la permanenza, con la nascita
del Comitato Vele ci si concentrò per l’abbattimento e la riqualificazione del
quartiere. Vittorio Passeggio, attivista della prima ora del comitato, spiega
che i progetti iniziali per le Vele vennero completamente disattesi: «Nelle Vele
più grandi non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva
nemmeno a quel poco di luce di filtrare. L’economia del vicolo, nelle intenzioni
del progetto, non è mai esistita». Domenico Lopresto, segretario dell’Unione
Inquilini, in una intervista del 2013 condotta da Nicola Angrisano in Stalking
Asilo. Le mani sulla città, racconta che «se si gira nei rioni popolari, si vede
che il degrado è tantissimo, ma va tenuto presente anche la gestione delle
organizzazioni criminali. Basta ricordare che i più grandi clan della città
stanno tutti nei rioni di edilizia residenziale pubblica». Nel 1990 venne
inoltre avviato il funzionamento di un nuovo carcere la cui collocazione ai
margini del quartiere era stata decisa diversi anni prima. Pino Guerra,
militante dei comitati popolari di Napoli Nord e occupante della Vela Gialla,
parla di un quartiere di “annientamento”: «Era un circolo vizioso: senza lavoro,
delinqui e vai in carcere, nel quartiere stesso. Il tuo ciclo di vita rimaneva
nel quartiere». Negli anni Novanta nacque il Comitato Occupanti Case, che portò
a migliaia di occupazioni per tutta Napoli. Sempre Pino Guerra racconta che «si
mobilitarono in piazza circa 10 mila persone, con bambini e carrozzini. E
vincemmo la vertenza, perché gli occupanti abusivi si trasformarono in
assegnatari. Nel ’95-96, con la chiusura della vertenza, ottennero il diritto di
rimanere nelle case».
NAPOLI NORD OGGI
Mentre mio fratello corre e gioca in piazza con altri bambini in mezzo alla
musica e alle danze, le ragazze mi chiedono dei cantieri delle Vele che vediamo
in lontananza. Spiego del lungo percorso del comitato, che dal ’97, con
l’abbattimento della prima Vela, ha portato alla nascita di nuovi alloggi
popolari e al rilancio del progetto Restart Scampia. Racconto pure che dopo le
guerre di camorra sono nate tantissime associazioni e nel 2010 venne occupato il
Cantiere 167, una scuola abbandonata, ancora oggi sede del Comitato Vele. Si è
fatta ora di pranzo ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono tante le
riflessioni sulla giornata: il comitato dichiara che il popolo delle Vele ha
vinto, ma a che costo? Ragiono sulle trasformazioni su tutta Napoli Nord, sulle
differenze rispetto anche a quando ero più piccolo. Oggi ci sono tanti processi
urbani in corso: nuovi edifici residenziali continuano a sorgere; ci sono lotte
come quella del rione 25/80 di Chiaiano che ancora attende una riassegnazione
dopo il terremoto; l’ex Motel Agip, nei pressi del quadrivio, è stato
sgomberato; a San Pietro a Patierno il comitato per il verde pubblico chiede la
riqualificazione del parco IV Aprile. Capita spesso che ci siano disservizi,
come l’estate scorsa con la chiusura della Linea 1 nella tratta
Piscinola-Chiaiano, ma nonostante ciò non manca una risposta da parte delle reti
sociali. Napoli Nord, in un certo senso, ha ripreso a vivere: c’è ancora chi
lotta ogni giorno per il diritto alla città. (zidan shehadeh)
(disegno di peppe cerillo)
Il 1 maggio un grande corteo attraversa Roma Est dalla Tuscolana a Centocelle,
dove si celebrano anche i quarant’anni di occupazione del Forte Prenestino: un
numero incalcolabile di persone partecipa alla festa, che dura tutto il giorno.
Dopo il finesettimana riprendono i dibattiti sull’attentato contro gli
antifascisti al corteo del 25 aprile: gli stessi giornali che invocano la forca
a ogni minimo danno al mobilio stradale, ora minimizzano: “Ha solo ventun anni”,
“La mamma lo ha sgridato“, “Sbagliato criminalizzare”, “Siete antisemiti“).
Intanto la questura apre un’indagine sulle licenze per porto d’armi nella
comunità ebraica e sui sionisti della Brigata Vitali, dedicata a un gerarca
fascista ebreo. Il 4 il Comune apre un bando per Castelfusano, che riflette
tutto il nuovo “modello Gualtieri” per il litorale. Il 5 un locale di Garbatella
che aveva programmato la presentazione di un libro sulla brigata ebraica subisce
un attacco notturno, e il 6 un altro. Il Comune annuncia la futura
trasformazione della Galleria Borghese in un “hub culturale”. Sul greto del
Tevere a Fiumicino viene trovato il corpo senza vita di Ohashi Yoshiyuki,
intellettuale giapponese sparito mesi fa. Dagli anni Novanta viveva a Roma, dove
aveva tradotto al giapponese testi classici dell’esoterismo.
L’8 a Garbatella un pasticcere viene aggredito mentre andava al lavoro, al grido
di “siamo in Italia!”, una constatazione che secondo gli aggressori
contrasterebbe con il colore della sua pelle. Il segretario di stato Usa Marco
Rubio incontra Tajani e Meloni alla Farnesina. Appaiono due nuovi murales in
centro: uno di questi, davanti alla sede della rappresentanza UE in Italia,
rappresenta la Meloni che stringe la mano a un colono israeliano. Il 10 il
comitato Ex mercati generali denuncia movimenti di trivelle e carotaggi
nell’area: il Comune sta valutando il terreno sottostante, senza dare alcuna
rilevanza alle mobilitazioni del quartiere e della città contro la speculazione
della multinazionale Hines. L’11 la presentazione del libro sulla brigata
ebraica a Garbatella diventa un’occasione per esprimere solidarietà contro le
aggressioni sioniste: una grande folla riempie la libreria e la strada di
fronte. Il 14 presidio in Campidoglio contro la complicità con Israele, parte
della campagna “Roma sa da che parte stare”. Il 15 il Papa visita l’università
La Sapienza: nel suo discorso condanna il riarmo e l’uso militare dell’AI. Il
sindaco diffonde un video in cui, con una pala, scava il primo buco per la
costruzione del nuovo inceneritore, grazie ai suoi “poteri speciali”. Roma sarà
obbligata a versarci seicentomila tonnellate di rifiuti indifferenziati l’anno
per trent’anni, vanificando il paziente lavoro di raccolta differenziata
allestito durante decenni.
Il 16 “Borgata parade” da Stazione Prenestina, e corteo per l’anniversario della
Nakba – un disastro quantitativamente di minore entità rispetto a quello
scatenato da Israele dopo il 7 ottobre. Il 18 al nuovo blocco alla Flotilla si
risponde con un corteo, meno numeroso di quelli di ottobre, da piazza Gaza (un
tempo nota con il nome coloniale di piazza dei Cinquecento) fino a San Giovanni.
La manifestazione coinvolge comunque diverse migliaia di persone. Il
20 all’auditorium di Confindustria si celebra la premiazione del concorso Roma
REgeneration (dove RE sta per real estate) già presentato alla fiera
dell’immobiliare di Cannes. Lo promuovono tre fondi immobiliari: DeA Capital (De
Agostini), Fabbrica immobiliare (Caltagirone) e InvestiRE (Banca Finnat,
proprietaria di Spin Time, al posto del quale vuole dar vita a un hotel di
lusso). Il progetto vincitore, “Roma Continua”, si concentra in particolare sul
collegamento della città con il litorale – un vecchio progetto mussoliniano.
Scritte fasciste appaiono tra Mandrione e Certosa, dove il 23 si celebra la
festa in omaggio di Ciro Principessa, ucciso da un fascista nel 1977: per la
prima volta si fa un corteo che attraversa la Casilina, ormai senza più trenino
giallo.
Il 25 c’è l’ennesima maxi operazione antidroga a Ostia, con elicotteri e cento
carabinieri: lo chiamano “controllo del territorio”, definizione tipica della
cultura mafiosa. Blogger di destra come Welcome to Favelas e Simone Carabella
lanciano l’allarme sulla celebrazione musulmana del Eid-al-Adha a Borgata
Gordiani, sostenendo che verranno macellati animali in piazza, naturalmente
smentiti dai rappresentanti della comunità islamica. Il 26 si occupa la Consulta
provinciale studentesca del Lazio, dopo l’annuncio di rimuovere la dicitura
“antifascismo” dal nome della Commissione memoria. Una squadraccia di Azione
Giovani aggredisce gli studenti antifascisti durante l’assemblea. Il 27 ci sono
due incidenti mortali sulle strade: una ragazza di quattordici anni in
bicicletta viene uccisa ad Aprilia, e un motociclista di cinquantadue anni a
Porta Portese. Il 28 ucciso un altro motociclista tra Ostia e Fiumicino. A Roma
muore sulle strade in media una persona ogni due giorni.
Il 29 una mandria di cavalli scappa dall’addestramento militare per la parata
del 2 giugno e galoppa sulla Colombo. Il 31 finalmente arriva Eid el-Adha, la
festa del sacrificio musulmano: si riempiono parchi e moschee di Roma, anche se
da nessuna parte si macellano gli agnelli in piazza. Alla festa di Villa
Gordiani si presenta l’influencer di estrema destra Simone Carabella con un
panino con la porchetta, convinto di aver ideato una geniale provocazione. Viene
ridicolizzato dai presenti e dai media, che fingono di ignorare come la
porchetta sia oggi l’ultimo orizzonte di valori per i “veri romani”. (stefano
portelli)
(disegno di giancarlo savino)
All’angolo tra corso Valdocco e via del Carmine, a Torino, si trovano le antiche
caserme militari progettate e costruite a inizio Settecento da Juvarra. Da dieci
anni i locali ospitano, grazie alla collaborazione tra la Città, la regione
Piemonte e la Compagnia di San Paolo, un centro culturale, il Polo del ’900, che
accoglie sale per dibattiti pubblici, biblioteche, rilevanti archivi storici.
Soprattutto ospita le sedi o gli uffici degli istituti culturali nati nel secolo
scorso, come il centro studi intitolato a Gobetti, l’Unione culturale di
Antonicelli o la fondazione che porta il nome di Gramsci. Raggiungo il Polo –
oggi museo d’un secolo di tradizioni politiche trascorse e chiuse in teca nel
tentativo di renderle innocue – il pomeriggio di sabato 30 maggio. Qui il Lions
club, l’associazione filantropica internazionale, ha organizzato la cerimonia
del suo premio letterario per la migliore prefazione. È previsto il conferimento
del premio a Nicola Lagioia, autore delle pagine introduttive all’ultima
edizione di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.
La sala è gestita da membri del Lions in pettorina gialla, in anticipo prendo
posto in fondo e leggo la prefazione di Lagioia. Si tratta di un testo
scorrevole, veloce, certo non impegnativo. L’autore ragiona sulla ricezione
del Cristo di Levi menzionando i sentimenti di riscatto e vergogna stimolati
dalle letture attraverso i decenni, ritorna sulla sparizione della civiltà
contadina e insiste sul progetto di Levi, impegnato a immaginare una nuova
civiltà arricchita dalla contaminazione tra culture urbane e contadine,
settentrionali e meridionali; ancora, Lagioia riflette sul genere letterario
sperimentato da Levi – commistione di scrittura memorialistica e finzione – e
sul ruolo moderno del narratore; infine sfiora, pur senza connetterle, tematiche
centrali nel Cristo come il rapporto della civiltà contadina con la morte e con
i poteri statali, “l’immobilismo” del sud e la conseguente, mancata rivoluzione.
Lagioia intesse nella prefazione le sue memorie d’una infanzia pugliese, non più
legata al mondo contadino ma capace ancora di sentirne il sapore nelle parole e
nei ricordi dei grandi.
Mentre leggo, inizia la cerimonia con la diffusione degli inni nazionali, come
da tradizione della associazione. Le note dell’inno indiano sono in onore
dell’attuale presidente della comunità internazionale del Lions. Metà sala si
alza in piedi e sullo schermo scorrono immagini da cartolina dell’India. Poi
risuonano le note dell’inno europeo di Beethoven: distrattamente osservo città
mitteleuropee immerse in colori di tramonto. Il terzo inno è quello di Mameli e
tutta la sala s’alza in piedi, alcuni mormorano commossi le parole patriottiche
e sono proiettate immagini in movimento delle frecce tricolori, aerei da guerra
che sfrecciano nel cielo accompagnati dai sottotitoli con i versi nazionali.
Resto seduto e mi concentro sulla prefazione. Noto l’impiego di elenchi di
parole: “è un romanzo, un documento, un resoconto, un memoriale, un libro
antichissimo sbocciato nel cuore della modernità”; o ancora: “il desiderio
conoscitivo, la pietas, l’umiltà, la meraviglia, il bisogno di portare agli
altri la sua ‘scoperta’ fanno di Carlo Levi uno ‘scrittore totale’, uno capace
di caricarsi sulle spalle due secoli di tradizione letteraria europea per una
buona causa”. Per quanto eleganti, mi paiono giri di frase costruiti
affastellando termini che fungono da impalpabili riempitivi. Così il testo suona
frusto e logoro nella sua prevedibilità. Il finale si sofferma sulla rivoluzione
mancata del meridione: “Di che rivoluzione parliamo? Non sono gli ultimi a
doversi dimostrare degni del paese in cui vivono, ma il contrario. Ai tempi
di Cristo si è fermato a Eboli erano i contadini di Lucania. E oggi? Se avessimo
il coraggio di conoscere nel profondo, un’altra volta, su quali sofferenze,
ingiustizie, culture calpestate si tiene in piedi il nostro paese (per non
parlare del mondo), soltanto allora avremmo la possibilità di cambiarlo.
L’impresa di Carlo Levi da questo punto di vista resta un faro, e il suo metodo
un esempio”. Quali siano le ingiustizie, oggi, cui fa riferimento non è dato
sapere, ma resta al lettore la conclusione adornata di metafora.
Sul palco si alternano intanto i coordinatori locali del Lions, il presidente
della Fondazione Polo del ’900 Sinigaglia, il presidente della giuria e
professore universitario Barenghi. Molti partecipanti si conoscono da tempo.
Mentre sfoglio la prefazione sento l’intervento di un governatore distrettuale
del Lions: «Volevo salutare, visto che abbiamo ottenuto il patrocinio della
regione Piemonte, l’assessore regionale Marco Gabusi che è qui con noi. Saluto
Marco perché devo confessare una cosa non nota ai molti che non sono di Canelli
come noi: per la prima volta l’ho candidato io a sindaco del comune di Canelli.
La sua carriera politica è cominciata per merito o per colpa mia». Gabusi è
assessore ai trasporti, membro di Forza Italia, e tra il pubblico si schernisce,
mette le mani avanti, ma poi interverrà per due volte. Inutile stupirsi: è un
incontro di classi dirigenti liberali, piccole élite di provincia, e Lagioia
offre loro l’opportunità d’ammantarsi di una posticcia aura culturale. D’altra
parte, qui al Polo tutti i morti – entrambi i Levi, Calvino, Pavese, Ginzburg e
altri ancora – sono mummie imbalsamate così inerti da poter essere catturate da
qualsiasi funzionario riesca ad accaparrarsi un microfono.
Mi sono trascinato qui per un’altra ragione: desidero comprendere il tipo di
discorso declinato su Carlo Levi e sul Cristo in questo particolare momento
storico e soprattutto in questa città. Allora prendo nota di un passaggio
interessante dal breve dialogo tra Barenghi e Lagioia. Barenghi chiede quali
sono oggi le risorse del sud. E Lagioia: «La cosa che Carlo Levi aveva capito, e
che è stata a lungo fraintesa, era questa: il sud estremo, come la Lucania, non
era un luogo degradato da assimilare a quello che oggi chiameremo mainstream,
all’Italia ufficiale, ma era un serbatoio culturale grazie a cui il centro si
sarebbe alimentato tramite la periferia, e viceversa. Per arricchirsi gli uni
attraverso gli altri. Invece ho l’impressione che oggi non si parlino per due
ragioni: da una parte la periferia si spopola, oppure – e questo non riguarda
solo l’Italia, ma tutta l’Europa – si rifugia nel turismo. Per carità, grande
risorsa…». In quel “per carità” si può scorgere un tratto peculiare di Lagioia:
critico, ma fino a un certo punto; capace di sfiorare temi polemici, ma sempre
attento a non turbare l’interlocutore; un tratto non estraneo, naturalmente, al
suo successo di manager culturale.
Continua Lagioia: «Quando il turismo diventa overtourism è abbastanza complicato
mantenere la propria identità culturale, o addirittura maturarne una. Faccio
l’esempio della Puglia, un posto che conosco bene: con Leogrande, prima che
morisse, ragionammo in merito al boom della Puglia e della Basilicata, uscite
dal loro cono d’ombra, dicendo che questi territori tutto sommato si erano
abbastanza ben protetti. La Puglia non era diventata Puglia-shire come il
Chianti-shire. Dopo dieci anni devo dire che non è così: una serie di borghi o
sono del tutto trascurati, oppure se hanno successo – penso a Monopoli,
Gallipoli – arriva un turismo che è overtourism, e che alla lunga sfigura i
luoghi».
Ammesso che si sia verificato un tradimento della impostazione originaria, come
dunque è avvenuto? Chi sono i responsabili? Lagioia naturalmente non lo dice. Si
affretta invece a concludere il ragionamento: «[Il deturpamento per eccesso di
turismo] è anche quello che è successo a Matera, che è diventata capitale
europea della cultura cogliendo una grande occasione di rinnovamento. Poi è
diventata, però, una meta turistica e ha cessato di essere un luogo di
produzione culturale. Ma questo non è colpa di nessuno, sono movimenti che non
puoi respingere, ti portano un sacco di vantaggi; però è complicato, perché in
alcune zone gli stessi abitanti non possono comprare casa perché i turisti
nord-europei o americani fanno lievitare i prezzi e uno si ritrova spazzato
fuori dalla terra in cui è nato e cresciuto e in cui i genitori avevano casa».
Di nuovo, come è successo? Come Matera si è trasformata in questi anni in
una scenografia simulacrale e nauseante? Lagioia rassicura: non è colpa di
nessuno. Anziché vagliare le cause e indicare i responsabili, l’intellettuale
neoliberale riconosce, nemmeno troppo a malincuore, che there is no alternative.
Certo, è pur sempre una cerimonia per piccole, potenti lobby piemontesi. Può
capitare che uno scrittore si trovi impigliato in eventi mondani e diffonda
vuote sciocchezze e non v’è ragione per essere moralisti. Tuttavia credo che la
prefazione a Cristo si è fermato a Eboli e le frasi proferite al Polo del ’900
definiscano il pensiero già consolidato di Lagioia in merito alla configurazione
contemporanea della questione meridionale. Spesso lo scrittore si è espresso
sulla possibilità di una “rivoluzione” a sud e sugli effetti del turismo. In
almeno due occasioni – un articolo per Lucy sulla cultura e uno scritto per The
Passenger – Lagioia ha ragionato sulla convergenza tra questi temi, mostrando le
relazioni tra la “primavera pugliese” di Vendola e la svendita turistica del
territorio.
Lagioia ha scritto su Lucy sulla cultura questo gennaio a proposito della
“primavera pugliese cominciata ufficialmente con il primo mandato di Nichi
Vendola presidente della Regione nel 2005”. Ne riporto un brano: “La primavera
pugliese non si può dire sia fallita, le è capitato però qualcosa di assai
insidioso: è sfociata cioè in un’estate talmente torrida da rischiare di
bruciare il raccolto. Il rinnovamento culturale […] rischia di trasformarsi,
anni dopo, in pura attrazione turistica dove tutto è ‘cultura’ (la masticazione
del panzerotto a dieci euro come rito rigenerativo […]), e una linea di pensiero
mediterraneo che si proponeva come alternativa a quella dominante pare essersi
interrotta, complice anche la scomparsa prematura di alcuni suoi protagonisti,
penso a Franco Cassano, Guglielmo Minervini, Alessandro Leogrande. La logica
delle masserie e dei bnb vestiti a calce o damascati sembra avere contagiato
anche altre regioni come Sicilia e Campania – non mi pare sia avvenuto qualcosa
di diverso con la ‘piccola primavera’ lucana conseguente all’elezione di Matera
Capitale europea della cultura”.
Ancora una volta manca un’indagine delle cause. Non credo che la morte prematura
di alcuni intellettuali possa spiegare un fenomeno così complesso. Di certo
Lagioia non si assume la responsabilità di menzionare i responsabili
delle derive che si osservano in Puglia e Basilicata. Tanto meno ardisce a
domandarsi se la “primavera pugliese” mostrasse sin dall’origine i segnali della
sua evoluzione, a partire dalla qualità e dalle ambizioni della stessa dirigenza
politica – quella di Vendola – che ha contribuito ad avviarla.
Lagioia è ancora più cauto sul numero di The Passenger dedicato alla Puglia
uscito nel giugno del 2025: “A differenza di ciò che è successo in altre regioni
meridionali, la ‘primavera’ in Puglia non è regredita nell’autunno di uno
scontento generalizzato, o in un inverno con poche speranze. Rischia però adesso
di sfociare in un’estate troppo torrida. L’impetuosa sovraesposizione ha
attirato un’attenzione (cioè un turismo) che arriva a ondate impetuose. Non è di
per sé una cattiva notizia, ma è chiaro il rischio. Il turismo, nella Puglia di
questi anni, non è stato semplicemente una risorsa. È stato una valanga che da
qualche anno rischia di eclissare (o soffocare?) ogni altra esperienza
produttiva, ogni altra fonte di ricchezza, sia economica che culturale. Se il
turismo diventa l’ultima spiaggia di chi rinuncia ad altre scommesse […], allora
dottor Jeckyll diventa mister Hyde e l’overtourism minaccia di uniformare tutto,
e di spolpare l’osso – a lungo, per bene – prima di risputarlo a terra”.
Emergono la stessa cautela, la medesima mancanza di mordente intravista oggi al
Polo del ’900. Lagioia si presenta come una figura dei nostri tempi:
l’intellettuale perspicace ma accorto, abile a posizionarsi sul mercato delle
simbologie politiche; impegnato in tematiche d’attualità, ma in modo così
blando, etereo, vago, da non pestare mai, davvero mai, i piedi ai potenti che
respirano la sua stessa aria.
Noto un’abitudine linguistica nell’ultimo brano citato: l’uso reiterato, e per
questo inconsapevole, del termine “rischio”, sia come sostantivo che come forma
verbale. Gli effetti negativi del capitalismo estrattivo sono “rischi”, ovvero
fenomeni che potrebbero accadere, che pare accadano o forse accadranno.
L’intellettuale timoroso vede i rischi, sommessamente ci avverte, ma riconosce
anche le buone ragioni di quelle classe dirigenti che producono il disastro al
fine di lucrare. Si chiude così il testo scritto per The Passenger: “Rischiamo
di precipitare nel Puglia-shire, di diventare l’Eldorado pensionistico in cui
legioni di facoltosi cittadini americani e cinesi (e russi, e sauditi) vorranno
trascorrere nei prossimi anni la loro vecchiaia?”.
Non vorrei essere frainteso. Non intendo sminuire il lavoro intellettuale di
Lagioia: non credo sia ingenuo, né credo sia così impaurito dal potere come
lascia intendere. L’intellettuale timoroso è in realtà una figura scaltra che
gioca una strategia tutta personale, una strategia efficace, entro i meccanismi
della riproduzione culturale. In caso contrario non avrebbe diretto per anni il
Salone del libro di Torino, apprezzato da tutte le classi dirigenti di questa
città. Forse l’intellettuale timoroso sa, conosce i nomi dei responsabili, e
possiede più dati sul ruolo concreto delle élite di quanti possiamo averne noi.
L’intellettuale timoroso sa, per esempio, che il promotore della candidatura di
Matera a capitale europea della cultura nel 2019 fu Paolo Verri, liberale
torinese (appunto) e già direttore del Salone del libro negli anni Novanta. Sa
che Verri prepara da anni la stessa operazione su Torino affinché divenga
capitale europea della cultura nel 2033. Credo che conosca i “rischi” di tale
candidatura, può certo prevedere gli effetti di un’eventuale vittoria e il ciclo
di angherie e di espulsioni che si abbatterà su Porta Palazzo, area urbana che
accoglierà gli eventi di Torino 2033. Certo l’intellettuale timoroso sa che il
braccio destro di Verri a Matera 2019 era Agostino Riitano, poi direttore
di Procida capitale italiana della cultura e adesso coordinatore della
candidatura di Torino per il 2033. L’intellettuale timoroso potrebbe avvertirci
dei pericoli che corriamo e con agio potrebbe indicare i responsabili, ma –
ormai sarà chiaro a chi legge – non lo farà. (francesco migliaccio)
(disegno di resli)
A dicembre scorso avevo programmato un viaggio di dieci giorni a
Cuba. Il suo senso è stato nel tempo modificato dagli eventi geopolitici che lo
hanno trasformato in un’occasione di testimonianza diretta di un momento
particolarmente difficile per l’isola, con un sostanziale collasso del sistema
energetico e dei trasporti, dovuto all’inasprimento dell’embargo statunitense
dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio scorso. Amici, colleghi, familiari e
compagni si sono interessati al mio viaggio e mi hanno chiesto di scrivere
qualcosa.
Ma scrivere di Cuba è estremamente difficile: fin dal 1959, ma soprattutto dopo
che la fine della Guerra Fredda ha spazzato via le altre esperienze socialiste
in giro per il mondo, il mito della rivoluzione cubana è un articolo di fede
incrollabile per quel che resta della sinistra internazionale.
È necessaria allora un’avvertenza: ciò che scrivo è frutto di
impressioni di prima mano, di ciò che ho visto e del dialogo con le persone con
cui ho parlato. Non mi è possibile tracciare uno spaccato dell’isola nel suo
complesso perché, a causa del prezzo della benzina ormai alle stelle (in media
otto dollari al litro nel mercato nero, mentre in quello ufficiale non è
disponibile) e delle enormi difficoltà a muoversi, sono rimasto per
quasi tutto il tempo a L’Avana, fatto salvo un breve viaggio a Trinidad e Santa
Clara. (L’Avana è da sempre il polo più economicamente dinamico di Cuba, con
maggior turismo e con una popolazione più scontenta in relazione al regime
politico rispetto alle province orientali).
Nella mia vita, ho avuto la fortuna di andare a Cuba parecchie volte: questa è
stata la quarta (le altre sono state nel 2010, nel 2012, e nel 2016, quando
presi un volo di fretta e furia dal Messico per assistere ai funerali e alle
celebrazioni per la morte di Fidel Castro). In relazione a tutte le mie
esperienze precedenti, la Cuba che ho visto è profondamente cambiata. In passato
l’avevo sempre percepita come un paese povero, con enormi difficoltà di vario
genere, dovute in parte all’embargo in parte a problemi interni, con un certo
scontento nella popolazione, ma anche come un paese che, se confrontato con i
suoi vicini immediati dei Caraibi e dell’America Centrale, poteva vantare alcune
conquiste indiscutibili: era sicuro, nessuno viveva per strada o moriva di fame,
tutti avevano la possibilità di studiare e di curarsi e c’era – nonostante
alcune liberalizzazioni in corso e gli squilibri dovuti alla dipendenza dal
settore turistico – una relativa uguaglianza di fatto.
Qualcosa che poteva, forse, davvero essere chiamato socialismo, con tutti i
limiti che l’esperienza storica di questo sistema ha dimostrato. La Cuba del
2026 è l’opposto di tutto questo: sebbene sia ancora un paese piuttosto sicuro,
dove nonostante i sempre più frequenti black out non si incorre in grandi rischi
a passeggiare la notte a piedi, è un paese che ha importato tutti gli altri
principali aspetti (e vizi) della società capitalista: una disuguaglianza sempre
più accentuata, una miseria dilagante, la fame, perfino la droga.
La disuguaglianza oggi è palpabile e non è più circoscritta alle differenze tra
i lavoratori che hanno o non hanno accesso al settore turistico, anche perché,
in questo periodo, di turismo a Cuba quasi non ce n’è, in risultato alle
politiche assassine di Donald Trump. Sebbene sia difficile sostenere l’esistenza
di una borghesia (nel senso tradizionale e marxista di proprietari dei mezzi di
produzione privati), è sempre esistita una classe dirigente statale che gode di
un livello di vita molto sopra la media (nel vecchio socialismo reale sovietico
era chiamata “nomenclatura”). Oltre ad essa, oggi a L’Avana esiste una classe
media in crescita, che frequenta locali hipster con prezzi insostenibili per un
salario cubano, dotata di macchine elettriche di ultima generazione che non
soffrono i rincari al costo della benzina.
Il salario di un medico è oggi a Cuba di ventiquattro dollari, ma al Festival
della Salsa in cui siamo stati nel Vedado (e che era
predominantemente popolare), il costo di ingresso dell’area VIP, vicino al
palco, era di quarantacinque dollari, e l’area vip era strapiena di cubani.
Questa nuova classe media in ascesa è rappresentata soprattutto dai cosiddetti
mipymes (padroni di micro, piccoli e medi imprese, fino a un massimo di cento
impiegati per azienda), la cui esistenza è stata formalizzata nel 2021 e che
dominano oggi i settori del commercio e della ristorazione. Sono in parte
persone con parenti all’estero, che hanno facilitato gli investimenti iniziali,
in parte persone vincolate in qualche modo all’élite dirigente socialista.
In quest’ultimo caso, l’impressione è che esista una tendenza della classe
dirigente a sfruttare le aperture economiche per riciclarsi nella prospettiva di
una transizione definitiva al capitalismo: in questo stesso senso potrebbe
andare la recente apertura alla possibilità di possedere fino a tre case per
persona, quando all’indomani della Rivoluzione il limite era una.
La crescita delle disuguaglianze va di pari passo con la perdita drammatica del
potere d’acquisto dei salari. Gli unici salari sopra la soglia di povertà sono
quelli privati (una minoranza della fascia salariale, seppure in crescita), dove
si registra però un’assoluta precarizzazione delle condizioni di lavoro e
assenza di libertà sindacale. Oggi a Cuba non si può vivere di salario, chi
sopravvive lo fa perché esiste qualche altra fonte di reddito: affittare una
stanza ai turisti, offrire un mezzo di trasporto, vendere oggetti elettronici
per strada, mettere da parte della benzina dei camion e rivenderla al mercato
nero… Per paradosso, nel paese dove lo Stato, fino agli anni Ottanta, possedeva
e controllava tutto, oggi la vita economica non dipende più dallo Stato, che a
sua volta non riesce più a garantire i servizi vitali. Con il recente blocco
energetico, i trasporti pubblici già precari sono diminuiti del novanta per
cento, la spazzatura si accatasta ovunque nelle strade, mentre la sanità, una
volta il fiore all’occhiello del modello cubano, è entrata anch’essa in crisi e
regge a fatica il peso delle epidemie sempre più frequenti di Dengue e
Chicongunya.
La miseria a Cuba è ormai enorme, alla luce del sole, ovunque. La pratica di
chiedere soldi per strada ha ormai affiancato (e in parte sostituito) quella del
jineterismo, l’arrangiarsi magari fregando il turista. Mentre l’inflazione è
alle stelle e i salari sono al palo da decenni, la libreta (libretto a
disposizione di ogni cubano per ricevere beni di prima necessità in forma
gratuita o quasi gratuita), che fino agli anni Ottanta garantiva parte del
fabbisogno alimentare completo di una famiglia, oggi si limita a pane, farina e
zucchero. Le proteine sono praticamente inaccessibili, trenta uova costano sei
dollari. In questo processo di impoverimento – costante e crescente negli ultimi
anni – un fattore importante è portato dall’escalation recente del blocco di
Trump: la fine del turismo è stato un colpo mortale soprattutto per chi viveva
delle briciole di quel settore. Parte di questi nuovi miserabili sembrano essere
vittime anche di un altro vizio tipico del capitalismo e quasi sconosciuto nella
Cuba del passato: la droga, e specialmente il Fentanil, che a Cuba chiamano el
Químico. Molte persone stanno oggi vivendo per la prima volta l’esperienza del
mendicante: lottano per mantenere, principalmente a se stessi, una parvenza di
dignità, fingono di star lavorando, di offrire un servizio, di venderti per
cento pesos (venti centesimi) una moneta di tre pesos con la faccia di Che
Guevara. È molto doloroso: si tratta di persone spesso con ottima istruzione e
capitale culturale, che si trovano sul crinale della disumanizzazione, ma che
provano a non arrendersi a questa evidenza.
Un aspetto relativo a questa perdita del settore pubblico è rappresentato
dall’enorme diminuzione dei negozi e ristoranti pubblici. I negozi al dettaglio,
in particolare, sono ormai tutti dominati dai mipymes, mentre lo Stato si
riserva il monopolio di alcuni negozi di prodotti cari di importazione, prezzati
direttamente in dollari. È, questo, un tema particolarmente spinoso: per quanto
possano persistere dubbi in relazione alla politica della nazionalizzazione
forzata delle piccole attività economiche (parrucchieri, bar, negozietti,
officine meccaniche individuali) realizzata dal governo cubano a partire dal
1968, quando sotto il governo di Raúl Castro sono cominciate le prime
liberalizzazioni, l’opzione cooperativista è stata sconfitta da una scelta più
incline alla libera proprietà individuale. La sensazione è che il modo in cui si
sta operando questa nuova trasformazione, quasi sessant’anni dopo dalla prima,
abbia più a che vedere con l’imposizione di un capitalismo straccione che con
qualsiasi prospettiva socialista.
Con l’aumento di miseria e disuguaglianza, e il venir poco a poco meno
dell’unico aspetto che rappresentava, pur con tutti i limiti e le difficoltà, la
specificità cubana, è comprensibile che diminuisca l’appoggio al governo. A
sentire alcuni interlocutori – o a leggere le poche analisi disponibili – sembra
di capire che non più del venti per cento della popolazione appoggi
convintamente il governo (storicamente, dagli anni Novanta in poi, questa cifra
era stata di più o meno un terzo della popolazione). Anche quel venti per cento,
tuttavia, è molto critico nei confronti della corruzione, di Raúl Castro, che ha
cominciato a togliere le assicurazioni sociali, di Díaz Canel, del processo
rivoluzionario che sta perdendo la sua forza… Quanto al resto, neanche a
parlarne: la maggioranza nega addirittura l’esistenza,dell’embargo («Ma quale
embargo, l’embargo è interno!»). Trump è, nel migliore dei casi, considerato “un
pazzo”, e nel peggiore “un salvatore”, (per molti in ogni caso è un “male
minore”). I cubani di Miami non sono più gusanos (vermi), ma anzi salvatori
della patria, perché garantiscono il mantenimento del poco che funziona. Certo,
da qui a essere “opposizione” al governo ce ne passa: forse per disillusione,
forse per paura della repressione, non sembra esserci un’opposizione sociale
organizzata a Cuba, sebbene alcuni episodi recenti rappresentino delle
avvisaglie: l’enorme movimento spontaneo del 21 luglio 2021, le proteste di
questi giorni (a Ciego di Ávila è stato dato fuoco a una sede del Partito
Comunista), alcune scritte sui muri di L’Avana (Vivimos en la mierda, circo sin
pan…) potrebbero indicare un’indisposizione che, a torto o a ragione, individua
sempre più nel governo, e sempre meno nell’embargo straniero, la causa dei
problemi. Certamente, in questi scontenti si mescolano elementi tra loro diversi
e contraddittori: se per gli avversari più ideologici del governo (e spesso per
chi viene dalla classe medio-alta impoverita dalla rivoluzione) il problema è il
modello socialista in quanto tale, molti altri sembrano additare le mancate
risposte del governo alla crisi sociale, la politica di liberalizzazione che ha
favorito solo alcuni, la riduzione della libreta, l’inflazione, il non
funzionamento dei trasporti e dei servizi pubblici, la corruzione.
Paradossalmente, tuttavia, non sembrano esistere rivendicazioni esplicite di un
“socialismo” diverso, più vero, più profondo, di fronte al dramma del presente.
Anzi, il socialismo viene associato alla politica del governo, qualunque essa
sia, e in quanto tale soffre un processo di grande legittimazione.
Un altro aspetto drammatico di questa totale perdita di legittimità del regime
politico è l’abbandono quasi totale della propaganda socialista e patriottica,
tanto presente nelle strade cubane fino a dieci-quindici anni fa. Pochissime
immagini di Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, quasi nessuna denuncia
pubblica dell’embargo (la scritta “Tumbar el bloqueo” l’abbiamo vista un paio di
volte in dieci giorni di viaggio). Sembra proprio che lo stesso governo abbia
rinunciato a fare propaganda di qualcosa a cui la gente ha da tempo smesso di
credere.
L’unico mito socialista che non è ancora crollato è quello di Fidel: a dieci
anni dalla morte, sembra essere ancora maggioritario il rispetto per la figura
del líder maximo. È però un sentimento confuso, espressione soprattutto di una
nostalgia da parte delle vecchie generazioni di un tempo passato, migliore del
presente, tanto che non è raro incappare in persone che manifestano
contestualmente approvazione per Castro e per Trump. E qui si arriva a una
questione dolente, un problema che è cominciato ben prima di Trump, ben prima
della morte di Fidel, ben prima della caduta del muro di Berlino: la sensazione,
comune a tutti, che le decisioni sono prese chissà dove, in qualche spazio al
quale il popolo cubano non ha accesso. È il problema della mancanza di
partecipazione democratica, qualunque cosa questa parola possa significare.
Torno da questo viaggio, in sostanza, con la sensazione, o forse l’illusione,
che se dieci o venti anni fa ci fosse stato un processo costituente aperto, un
tentativo di condividere con la popolazione le decisioni strategiche
fondamentali per la vita in comune, forse ci sarebbero stati gli anticorpi per
un esito non catastrofico, o per la preservazione materiale e simbolica di
alcune delle conquiste della rivoluzione, o quanto meno di certa capacità di
resistenza collettiva di fronte alle minacce di oggi.
È evidente che l’embargo e tutti i problemi menzionati abbiano una relazione,
spesso decisiva, con ciò che sta accadendo a Cuba. Ma non si possono ignorare
fattori interni, se si vuole analizzare la realtà per quella che è, sottraendola
ai nostri sogni e alle nostre illusioni. La transizione al capitalismo è un
processo già in corso a Cuba, non in discussione. Quel che è in discussione è la
gestione e il ritmo di questo processo, lo spazio che in esso avranno le imprese
statunitensi in relazione al peso che ha oggi la collaborazione con Cina e
Russia, se ci sarà una terapia dello shock o un’apertura più graduale, e quanto
potere politico ed economico riuscirà a preservare l’establishment attuale. Non
sono questioni minori, ma hanno poco a che vedere con la rivoluzione e il
socialismo. (perez gallo)
(disegno di cristina moccia)
Lo scorso fine settimana molte vie di Torino sono state chiuse al traffico e
messe a disposizione della Festa dei vicini. Da quando vivo qui ne ho spesso
sentito parlare ma non l’ho mai attraversata. Sul sito del Comune scopro che è
un’iniziativa nata in Francia nel 1999 e importata a Torino nel 2006 con
l’obiettivo di promuovere “la socialità, il senso di comunità e le relazioni tra
chi abita nello stesso quartiere”. Da allora queste feste sono cresciute
numericamente e la macchina organizzativa che le sostiene si è affinata
progressivamente: comitati, associazioni e cittadini vogliosi di animarle
avanzano le loro proposte all’ente, che decide i criteri di ammissibilità e le
modalità di sostegno: “la valorizzazione degli spazi di quartiere, la creazione
di reti sociali, la promozione di legami di prossimità e solidarietà”; “la
concessione del suolo pubblico, la chiusura al traffico veicolare, la fornitura
di materiali come sedie, tavoli o transenne e la fornitura di materiali grafici
per la promozione dell’evento”.
Quest’anno, per il ventennale dell’iniziativa, l’amministrazione ha deciso di
darle maggiore enfasi inserendola nel calendario degli eventi in preparazione
della candidatura di Torino a capitale europea della cultura 2033. E per
chiudere il cerchio simbolico, il programma della festa ha incluso anche una
“speciale festa per nuovi cittadini”, dedicata a chi ha ottenuto la cittadinanza
italiana nel 2026. Il convergere delle celebrazioni mi sembra l’occasione giusta
per fare un giro tra le strade occupate da due di questi presidi di
“partecipazione civica”, che scelgo per il loro “valore simbolico”: la Festa dei
vicini di via Po, dove si è svolta anche la celebrazione dei nuovi cittadini, e
quella del quartiere Aurora, allestita in via Alessandria, una via diventata
nota negli ultimi anni perché lì c’era la sede dell’ex asilo occupato dagli
anarchici, sgomberata nel 2019 dalla giunta Appendino.
Quando arrivo in via Po, sabato mattina, il sole batte caldo sulle divise della
polizia locale e della vigilanza privata, che sorvegliano le transenne e i
passanti. La lunga “tavolata conviviale” è già apparecchiata in mezzo alla
strada in attesa del pranzo condiviso. Ciascun posto a sedere è segnato con una
tovaglietta di carta che invita i commensali a partecipare a un questionario
accessibile tramite un QR code: “La ricetta per una capitale europea della
cultura” è il tema dell’indagine, e come una qualsiasi ricetta culinaria riporta
gli ingredienti e il procedimento per la preparazione. Aprendo il link al
questionario si può rispondere a domande semplici poste con linguaggio
infantile: “Qual è l’ingrediente che non può mancare nella Torino del 2033?”,
“Perché hai scelto proprio questo ingrediente? (raccontacelo in poche righe)”.
Insieme alle tovagliette, dei foglietti di carta bianca riportano le sigle delle
associazioni a cui è garantito un posto a sedere.
Poco oltre, verso piazza Vittorio Veneto, davanti alla chiesa di San Francesco
da Paola è stato allestito lo spazio che ospita la cerimonia per i nuovi
cittadini. Un tram storico della città ha le porte aperte verso la facciata
della chiesa ed è utilizzato come palcoscenico per i relatori e i festeggiati.
Ad affiancarli per tutto il tempo ci sono due agenti del servizio d’onore della
municipale in divisa storica. Ai piedi del tram, alcuni posti a sedere sono
riservati ad altre personalità pubbliche; chi è venuto a curiosare, insieme ad
amici e parenti dei nuovi cittadini, sta in piedi alle loro spalle. I pochi
metri che separano il tram dalla facciata della chiesa sono occupati dalla banda
del corpo di polizia locale di Torino, che scandisce la cerimonia suonando
l’inno nazionale e quello europeo. La scenografia dello spazio, oltre al
tricolore e alla bandiera dell’Europa, comprende i manifesti della festa dei
nuovi cittadini e di Torino capitale europea della cultura 2033, evento
sponsorizzato anche da alcuni enormi palloncini blu.
I saluti che precedono il giuramento dei nuovi cittadini vengono affidati ai
rappresentanti di Ascom, Confesercenti e Associazione dei commercianti di via
Po. I loro discorsi enfatizzano il ruolo del commercio come «vettore di
ricchezza, non solo dal punto di vista economico, ma anche ricchezza della
società, dell’integrazione, del modo di stare insieme e di creare comunità»
(Vincenzo Nettis, presidente provinciale di Confesercenti), ed esprimono
apprezzamenti per la festa dei vicini «perché nella vicinanza, nella prossimità,
sta quella relazione che è alla base della nostra comunità, e che rende Torino
una città accogliente e viva» (Federica Fiore, vicedirettrice di Ascom Torino).
Nettis approfitta anche per ricordare l’esistenza di una campagna di raccolta
firme, tuttora in corso, volta a istituire le Zes, Zone economiche speciali,
tramite una legge che tuteli il commercio di prossimità con «presidi di
sicurezza, di civiltà e di convivenza nelle zone e nei quartieri che viviamo».
È il momento del discorso del sindaco: «Lo spirito della festa dei vicini è
quello che ci ha guidato in tutti questi anni […], con l’obiettivo di stare
insieme, incontrarsi, parlarsi […] perché da questa condivisione nasce il senso
di identità profondo di questa città». Lo Russo ricorda poi i principi su cui si
fonda la repubblica: «Uno di questi è la capacità di essere un paese in grado di
accogliere e integrare le persone che arrivano da altre parti del mondo»,
principio che lui vede anche «nella natura di questa nostra città, una città che
si è costruita nei secoli attraverso le tante persone che sono arrivate a
cercare condizioni di vita migliore, a fare una famiglia per stabilirsi».
Riconosce infine che «prendere la cittadinanza italiana è difficilissimo» ed
esprime vicinanza verso coloro che «questa fatica l’hanno fatta», dimostrando
«di avere voglia di diventare cittadine e cittadini»; per questi motivi, li
ringrazia ripetutamente. Finito il suo discorso, il sindaco invita sul palco i
dieci nuovi cittadini preventivamente selezionati a recitare la formula del
giuramento: «Giuro di essere fedele alla repubblica e di osservare la
costituzione e le leggi dello stato». A ciascuno di loro consegna il documento,
offre grandi sorrisi, baci, abbracci e qualche pacca sulle spalle.
A chiudere gli interventi istituzionali è il direttore dalla candidatura di
Torino a capitale della cultura 2033, Agostino Riitano. Per lui si tratta di
«una giornata che rende visibili tantissimi dei valori che stanno
caratterizzando il percorso di candidatura […], valori che oggi possiamo toccare
con mano nelle vibranti emozioni di questi giuramenti, perché riteniamo
l’accoglienza di questa città come una pratica civica, l’intercultura come una
risorsa pubblica e la cultura come spazio di relazione per creare e rafforzare
quei legami che caratterizzano la temperatura di una città moderna e aperta al
futuro, e la dimensione dell’Europa come dimensione e orizzonte di convivenza
democratica».
A cerimonia appena conclusa, mentre i musicisti della banda scappano dal sole e
i parenti dei nuovi cittadini si ricongiungono ai festeggiati, i giornalisti li
rincorrono per strappare loro dichiarazioni emozionate ed entusiaste. Prima di
scioglierci, una macchina fotografica professionale punta il volto di una
ragazza nera che ho avuto accanto nell’ultima mezz’ora; il fotografo chiede di
poterla ritrarre, lei declina l’offerta con un gesto della testa e lui desiste
con una smorfia stizzita e delusa. Mi trattengo un po’, ma senza aggiungermi al
gruppo di avvoltoi che stanno spolpando i protagonisti della festa con le loro
domande. Mentre passeggio nel tratto che separa il tram dalla “tavolata
conviviale” vedo i primi commensali seduti nei posti a loro assegnati, e i nuovi
cittadini appena celebrati allontanarsi con le loro famiglie; immagino allora
che stiano andando a pranzare altrove. Vado via anch’io.
La festa dei vicini di via Alessandria si svolge la domenica, tra pomeriggio e
sera. Mentre mi avvicino sento la musica da lontano e intravedo gruppi di gente
sparsa tra postazioni di gioco e banchetti allestiti con vari tipi di materiali,
oltre a quello di Legambiente. Qui l’atmosfera è più informale e giocosa
rispetto a quella percepita in via Po. L’area chiusa al traffico è transennata
ma non vedo la municipale né altre guardie private. Tra chi partecipa c’è
rilassatezza e gentilezza; i genitori sembrano felici di poter fare scorrazzare
i propri piccoli senza il pericolo del traffico, e tutti sembrano disposti a
prendersene cura indipendentemente dal fatto che siano figli loro. Anche questa
“tavolata conviviale” è allestita con le tovagliette che promuovono il
questionario che ho visto il giorno prima, ed è piena di cibo e bevande che
ciascuno dei partecipanti si è preoccupato di portare. C’è poi una scacchiera
gigante per terra, un campetto da minivolley, chi gioca a calcio liberamente,
chi fa balli di gruppo e altre pratiche corporee; una porzione del suolo è
diventato una lavagna su cui far disegnare i bambini coi gessetti. C’è poi un
enorme foglio bianco affisso sulla facciata dell’ex asilo; una scritta a mano
dice “Aurora siamo noi” e il resto dello spazio è destinato a essere riempito di
faccine e nomi degli abitanti, disegnati a mano. Insieme a questo pannello è
affisso un manifesto stampato che titola “Il quartiere Aurora è anche tuo”; è
stato scritto dal comitato Aurora, nato a gennaio di quest’anno con l’intento di
creare “un quartiere più vivo, più bello e più nostro”.
Mi allontano anche da questa festa senza avervi davvero partecipato. La due
giorni è finita e lascio che i miei sentimenti prendano la forma di riflessioni
più ordinate. I discorsi istituzionali ascoltati sabato mattina alla festa dei
nuovi cittadini, le parole del sindaco democratico e inclusivo, sarebbero
commoventi se non fosse per la quantità sottintesi, omissioni e rimossi. Chi ha
parlato da quel palco ha riaffermato tra le righe la differenza tra immigrati
“buoni” e “cattivi”, tra chi ce l’ha fatta perché ha saputo fronteggiare le
condizioni imposte dalle politiche dell’integrazione e chi probabilmente non ce
la farà mai perché quelle condizioni non riesce o non vuole accettarle,
trovandole ingiuste, e finisce persino per lasciare il paese per sfinimento. Chi
ha parlato dal palco ha dimenticato di nominare le innumerevoli angherie, gli
abusi e soprusi che lo stato e le sue diramazioni infliggono alle persone
immigrate, soprattutto se povere e prive di reti sociali solide. Eppure di
queste angherie e abusi strutturali abbiamo le prove certificate: l’inferno
burocratico che bisogna subire per ottenere i permessi necessari a non farsi
espellere dal paese; i Cpr in cui si rischia di finire se quel permesso non
viene concesso; le trafile estenuanti per ottenere un posto in cui vivere o
semplicemente dormire; le persecuzioni a cui si va incontro se, per ragioni di
sopravvivenza, si prova a svolgere lavori abusivi pure in luoghi in
cui storicamente è stato consentito. E allora, in questo giorno di festa, nella
via storica da cui ogni traccia di conflitto e dissenso è stata puntualmente
cancellata, mentre osservo l’entusiasmo legittimo di chi ce l’ha fatta, non
posso che provare amarezza per il modo in cui le istituzioni locali, con la
stampa e il terzo settore che le legittimano, strumentalizzano anche questa loro
conquista per accaparrarsi consensi. Vista da qui, Torino sembra più che altro
la capitale europea del rimosso.
A questa percezione contribuisce la festa dei vicini di via Alessandria, con lo
slogan “Aurora siamo noi” e l’ambizione a creare un quartiere “più nostro”. Chi
sta dentro o fuori questi “noi” e “nostro”? Gli organizzatori hanno
probabilmente dimenticato il ruolo politico e sociale dell’occupazione anarchica
sgomberata sei anni fa, oppure l’hanno sempre disprezzata per le modalità
conflittuali e tutt’altro che concilianti dei suoi occupanti. Eppure, quella era
una sede del pensiero critico che si opponeva alle ingiustizie appena
menzionate: la lotta contro i Cpr, le deportazioni e il razzismo delle
istituzioni; contro gli sfratti e gli sgomberi delle occupazioni abitative che
davano rifugio a centinaia di persone; contro gli abusi di polizia, la
militarizzazione e la gentrificazione. Oggi al posto di quella occupazione sta
per nascere quello che l’assessore Jacopo Rosatelli ha definito un “presidio
educativo e solidale capace di intercettare i bisogni delle giovani generazioni
e delle famiglie, promuovendo inclusione, partecipazione e legami di comunità”.
A gestire le attività dello spazio per i prossimi vent’anni sarà il Sermig
(Servizio Missionario Giovani), ente che in questo giornale abbiamo più volte
criticato per la sua tendenza a reprimere i poveri laddove questi non rientrino
nel suo giro di affari. Tra gli animatori della festa corre voce che anche il
comitato Aurora stia provando a dialogare con il Sermig per accaparrarsi uno
spazio da gestire nell’ex asilo di via Alessandria. Di fronte a un destino che
sembra già segnato, continuare a osservare in controluce, evidenziare rimozioni
e contraddizioni, rischia di diventare più una sfida a sé stessi che ai soggetti
criticati. Eppure, oggi rimanere in silenzio mi sembra ancora più rischioso.
(alessandra ferlito)
(disegno di lorenzo la rocca)
È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle
spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove
vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato
il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora
di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su
Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette,
otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per
secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine
dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle
anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di
protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere
bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche
considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal
Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e
riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il
Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico.
Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita
fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il
“Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione
del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi
d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia,
devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio
quartiere.
Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il
Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a
mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere
che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex
cava diventata cimitero.
Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop
delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi
rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags,
qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro
mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del
Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo.
Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea
dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada.
Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo
Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e
cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità
San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è
scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto
sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta
lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto
di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla
d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle
calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi
dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant
srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone
cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli.
Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti
pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello
blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10
anni, 4°A plesso Lombardi.
Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono
turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in
viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la
visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti
minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza
guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal
passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento
persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il
biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede
la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i
residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare
l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete
internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova
gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la
cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre
Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San
Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere.
Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650
mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e
dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati
e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di
messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio
marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord
Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani
architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico
II, coordinato da Renzo Piano.
La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno
nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie,
cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i
libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della
Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso,
che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta,
arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare
centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e
prospettive per il futuro.
Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida:
«Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e
simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi
abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla
collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e
ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006,
dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia
e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo
nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico.
Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio,
criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino
molti abitanti del posto tendevano a evitare…».
Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un
ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti
evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di
turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il
commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il
cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo
parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non
c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso
patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti
giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La
Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi
quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel
2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti
esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo
settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più
strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…».
Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel
cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto
diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso
dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le
capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le
“grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e
pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante.
La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste
dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad
ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che
racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria
orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori,
percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle
persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti
d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini
fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza
di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di
sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a
desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla
nuova gestione.
Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci
nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così
grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente
labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o
sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo
atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo
facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore.
Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei.
Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi
entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha
coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati
inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure
tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la
differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta».
Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per
aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che
con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al
resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un
ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori
del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su
Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità.
Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo.
(errico forte)
(disegno dall’archivio monitor)
Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès,
la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre
cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre,
oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il
più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il
tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno
spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione
della resistenza, dall’altra.
È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno
di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora
gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola
brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere,
Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo
lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti
i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere
costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”.
Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre
cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue
radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione
mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo
aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il
vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto
fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques
maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe
Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione
risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed
Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo
l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il
“complesso della morte”.
Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di
acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in
bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro
diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti
basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della
regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema
unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso
terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e
collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla
spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della
morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo.
Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto
pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio,
cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel
golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di
conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della
biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965
a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi
di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali
fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti.
L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e
silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee,
malformazioni alla nascita.
Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e
risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo
collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di
resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di
mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova
ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti
industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un
impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi
di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e
bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di
breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre
2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande
mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla
caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo
necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il
21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo
senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse
permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel
momento in cui la mobilitazione si arresta.
Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna
questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale
all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un
contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai
pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras
cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli
agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una
rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera
peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino
e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il
movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è
movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila
persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e
lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario.
Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua
efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre
gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre,
sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati
a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di
Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una
causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti
del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si
combatteva con i corpi e i fumogeni.
DUE SENTENZE
Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il
diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi
dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi
vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione
viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A
Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo
in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per
opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma
sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso
indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima
ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria
al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa,
nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere
l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va
letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A
febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha
respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato
a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento,
insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi
giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione
della resistenza.
Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la
sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue
mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa
nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social
che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il
banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di
ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime
era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del
presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”.
Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott
Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte
chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della
causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze
rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non
prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente
le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui
un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda
Islem.
Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in
preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale
per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è
solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo,
nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un
danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente
riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva
Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed
essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto
per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci
sono prove del danno? È semplicemente un insulto».
Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è
arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha
prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna
citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa:
“Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando
l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per
l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto
amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro
tutto questo, sei un criminale».
È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso:
da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e
riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone
sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non
risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia
entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le
persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto
anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta
l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La
subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala
nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è
arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città –
proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in
passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni.
Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop
Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della
Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di
quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non
si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse
non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta
un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente,
oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che
accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri
attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul
futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
(disegno di ginevra naviglio)
Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal
Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte
del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me,
anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si
trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da
casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a
breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le
montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente
al suo lato meridionale.
Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone
un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede
antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è
diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno
striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli
è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra,
che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di
riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo
pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è
problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione.
In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo
tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la
regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale,
l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del
personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti,
mentre in radiologia sono tre su dodici.
Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è
arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei
subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia
e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita
demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico:
secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero
rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è
sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo
di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del
Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà
necessariamente arrivare a Campobasso.
In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un
aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita.
Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace,
circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e
Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una
macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un
verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato
solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico,
sembra scarseggiare.
Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La
strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime,
sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma
a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a
trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a
un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma
di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a
due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in
questa strada.
Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come
quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci
riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza
principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra”
e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa
su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce “A Isernia
non si nascerà più”.
Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e
consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il
dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio
all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante del nostro
territorio, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone
ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno
soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è
soltanto un anticipo di quello che accadrà in questi territori, ovvero il totale
smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi
la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità
privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico».
La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree
interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie
associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La
Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce
secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre
elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per
farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo,
periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai
quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è
un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di
offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma
Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla
Strategia Nazionale».
Quello delle aree interne non è un problema esclusivamente molisano, ma una
realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di
cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi
essenziali in questi territori, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per
il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte
quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni
realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di
spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di
fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono
porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere
abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa
assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo
“socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”
Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto, tenendo in
conto, però, la prima battaglia, che è sia culturale che psicologica. «Da
abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini:
“qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io
invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta
durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano
Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e
volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze
demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa di
concreto, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il
destino è abbastanza segnato».
Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui
Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un
discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, da
momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un
gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di
Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti
ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di
raccolta e di salvaguardia della memoria storica».
Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai
margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati
molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone –
sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la
sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo
regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un
murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La
Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una
famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si
gira, all’ultimo, per dare un’ultima occhiata al paese, con uno sguardo
nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno,
come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come
generazione di persone costrette a migrare loro malgrado».
Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo,
ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la
nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento
si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la
notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei
amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio
ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e
le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un
privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non
saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, e
mai come ora il Molise ha bisogno di provare a trovare tante piccole soluzioni».
Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta.
Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo lì con gli
altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è
fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e
abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno
per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti
dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza.
Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa
dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino
per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di
persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche
una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da
dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i
pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è
svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)
(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
A El Mouradia, quartiere popolare di Algeri, mi svegliavo all’alba quando
cantavano il muezzin e il gallo. Nell’incertezza del risveglio le voci si
mescolavano e immaginavo che il gallo annunciasse il sole che sorgeva, la tenuta
del mondo un giorno ancora e l’immensità dell’universo. La finestra della mia
stanza s’affacciava sul minareto della moschea e in basso, nel cortile, c’era un
pollaio: ero sulle colline di Algeri e si sentiva ancora la presenza antica
della campagna. Uscivo in strada presto, quando il ferramenta era ancora chiuso
e il fruttivendolo esponeva le merci nelle cassette, saliva l’odore di pomodori
marci e schiacciati. Un venditore ambulante di sardine aspettava sul bordo della
via. All’incrocio c’era una piccola rivendita di pentole e accanto Amin, l’uomo
dei telefoni, scambiava sottobanco euro con dinari a un tasso conveniente. Al
bar chiedevo il solito caffè e il dolce al cioccolato, parlavano solo arabo ma
ci intendevamo e sul televisore seguivo le azioni migliori della nazionale
algerina.
Vedevo sulle insegne di alcuni negozi il nome francese La Redoute e i primi
giorni non capivo perché. Due panettieri mi dicevano “arrivederci” in italiano
quando camminavo lungo la via che portava alla rotonda e alla strada larga, là
dove finiva El Mouradia. Davanti alla rotonda stazionava sempre una camionetta
della polizia, giorno e notte, e un contingente di agenti sostava con aria pigra
e sfaccendata. Dall’altra parte della strada larga si trovava la residenza
presidenziale, in un quartiere inaccessibile di bianchi edifici coloniali.
Prendevo un taxi collettivo per lasciarmi alle spalle il presidio di polizia e i
palazzi del potere, scendevo in basso verso il porto e la casbah. Il mare
appariva dalle curve sinuose, ero su un vasto terrazzo d’asfalto.
Tornavo a casa al tramonto, prima del canto serale, quando donne e uomini si
affrettavano per gli ultimi acquisti e il panettiere vendeva le baguette che
restavano. I ragazzi giravano in bici e nel bar si beveva solo gazzosa Hamoud,
la stessa dall’Ottocento. Una sera il mio occhio vagava sui muri del quartiere,
seguivo le scritte – spesso in italiano – lasciate dagli ultras del Mouludia,
slogan in rosso e verde, quando a un tratto vidi su un muro di cinta alcune
piastrelle verdi dove era scritto in caratteri gialli “Paroisse Sainte Anne” e
due pesci stilizzati sormontavano la scritta. Era un resto, un segno del mondo
precedente alla guerra d’Algeria.
El Mouradia si chiamava La Redoute e qui vivevano comunità di pieds-noirs, gli
europei d’Algeria, coloni e discendenti di coloni, ma ora non ci sono più. C’era
una chiesa, la chiesa di Sainte Anne con due palme all’ingresso. Le palme
esistono ancora, ma l’edificio cristiano è stato abbattuto e oggi sorge un
edificio in vetro sede dell’Anam, l’Agence nationale des activités minières.
Alla sera osservavo i tetti e cercavo quelli spioventi: leggevo forse i segni di
vite coloniali scomparse. Come interpretare questi resti? Ero disorientato. Gli
strumenti che avevo appreso in Palestina erano inutili – impossibile osservare
le macerie coloniali con lo stesso sguardo dedicato alle pietre di villaggi
scomparsi in Galilea – e certo non riuscivo a contemplare con nostalgia le
piastrelle che ricordavano una comunità cristiana scomparsa. A El Mouradia, un
tempo La Redoute, ho scoperto fantasmi a me nuovi e non sapevo quale sguardo
adottare per loro.
FERNAND IVETON, TORNITORE
Uno stimolo per una nuova configurazione dello sguardo mi attendeva nell’antica
casbah di Algeri. Andavo spesso a osservare la moschea Ketchaoua, oltre la via
dei venditori di datteri, ai piedi della cittadella ottomana. La moschea fu
innalzata nel Quindicesimo secolo dal dey Hassan Pacha, ma fu demolita dai
francesi che costruirono nell’Ottocento una cattedrale cattolica in stile
moresco. L’edificio è tornato luogo di culto islamico nel 1962, dopo la
sconfitta del governo coloniale. Il mio sguardo vagava incerto tra minareti che
ricordavano campanili, solidi muri di navata con arabeschi. Salivo tra le vie
della casbah sopra la moschea e nel viavai di un mercato di frutta e verdura
sostavo sotto l’antica sinagoga, oggi una moschea con gli arbusti che crescono
dalle sporgenze e un alto minareto con le finestre ocra. Un mattino ho
proseguito oltre e ho raggiunto il piccolo museo dedicato ad Ali La Pointe,
sottoproletario e militante del Fronte di liberazione nazionale, personaggio
protagonista nel film di Gillo Pontecorvo.
Nell’unica stanza del museo c’era la riproduzione di un documento che riportava
la lista di tutti i combattenti e rivoluzionari condannati a morte ad Algeri
durante la guerra anticoloniale dal 1954 al 1962. Comparivano i sessantasette
giustiziati e si riportava la loro professione, la data di detenzione e il
giorno della morte. Ho riconosciuto subito nomi arabi e cabili. Il quarto nome è
stato un richiamo: “Fernand Iveton”. Fernand Iveton – vi era scritto – nato ad
Algeri il 1926, tornitore, catturato il 19 novembre 1956 e decapitato all’alba
di un febbraio del 1957. Un francese d’Algeria, un pied-noir tra i combattenti
caduti per decreto dello stato.
Ho ritrovato il nome di Iveton nella città coloniale quello stesso pomeriggio.
Ero alla Librairie du Tiers Monde in piazza Emir Abdelkader. Sfogliavo un
pamphlet di Rachid Boudjedra, scrittore e intellettuale comunista algerino. Nel
piccolo libro del 2017, Les contrabandiers de l’Histoire, Boudjedra si scaglia
contro gli artisti e intellettuali algerini che negli ultimi decenni hanno
iniziato un’opera di revisionismo storico, criticando la lotta coloniale e
dipingendo con colori nostalgici gli occupanti cacciati. Verso la fine l’autore
mostra come il revisionismo tenda a cancellare il contributo degli algerini di
origine francese alla lotta contro la madrepatria e menziona Fernand Iveton,
“comunista algerino” che “fu militante della causa nazionale” e fu ucciso “sotto
il regno dei socialisti” quando François Mitterand era ministro della giustizia
e “rifiutò di accordargli la grazia”.
Oggi Iveton è dimenticato ad Algeri. Esiste una piccola via con il suo nome alle
estreme propaggini della città, presso l’ultima fermata della metro. Un suo
ricordo, tuttavia, è mantenuto in Francia ed è merito di Jean-Luc Einaudi,
storico indipendente francese, e di estrema sinistra, che ha dedicato le sue
ricerche ai militanti comunisti francesi d’Algeria, alle violenze e ai crimini
commessi dal governo coloniale durante gli anni della guerra. Nel 1986 Einaudi
ha scritto un libro d’inchiesta dedicato al giovane militante algerino
ghigliottinato: Pour l’exemple. L’affaire Fernand Iveton.
Qui ho scoperto che Iveton nacque sulle colline di Algeri, quando la città
estendeva appena le sue dita su un territorio di campagna. Era di
Clos-Salembier, oggi El Madania, un quartiere sorto accanto a El Mouradia, a
pochi minuti a piedi dalla casa dove vivevo. Ho visitato El Madania una sera e
ricordo vecchi algerini giocare a carte sugli scalini, accanto a un albero, e un
uomo dai capelli bianchi che pittava il muro della via dove abitavano gli
Iveton. Il padre di Fernand era un comunista e la famiglia si installò prima in
una baracca, poi costruì una casa in muratura. Vivevano accanto agli arabi
musulmani e agli ebrei e la povertà li accomunava. Iveton era andato a scuola
vicino Clos-Salembier e poi, da maggiorenne, frequentava la sezione del partito
comunista algerino a La Redoute. Era il 1947 e il partito, dopo le esitazioni
del dopoguerra, aveva sostenuto le prime rivolte nazionaliste e anticoloniali.
Molti pieds-noirs uscirono dal partito comunista per questo, mentre vi entrarono
nuovi lavoratori arabi. Iveton vi rimase e racconta un suo compagno, Ahmed
Akkache: “Aveva una voce grave, seria. Aveva dei movimenti lenti, ma fermi e
sicuri. Era un ragazzo un po’ sentimentale. La domenica, all’uscita dello
stadio, andava a vendere i giornali”.
Per ricostruire, a quasi vent’anni dalla morte, la storia di Iveton, Einaudi
consulta documenti dell’epoca – le sue lettere, le parole lasciate al processo,
le audizioni verbali dei testimoni, le dichiarazioni dei suoi compagni di lotta
di allora – e raccoglie testimonianze orali di chi gli è stato vicino e gli è
sopravvissuto. Emerge tra loro la voce di Hélène, la compagna polacca che lo
raggiunse in Algeria nel 1954. Trovarono casa ancora in Clos-Salembier, El
Madania. Fernand lavorava nel quartiere di Hamma, era operaio presso il
gasometro che forniva l’energia elettrica alle strade della città. Hélène non
aveva le stesse convinzioni di Fernand, ma era sconcertata dalle ineguaglianze,
in particolare dalle condizioni dei braccianti. E racconta a Einaudi di aver
comparato la situazione algerina a quello che aveva visto in Francia sotto
l’occupazione tedesca: “Che cosa hanno fatto i ragazzi quando non ne potevano
più? Ils sont partis dans le maquis, sono diventati partigiani. Qui è la stessa
cosa”. Si sposarono nel luglio del 1955, ad agosto esplose l’insurrezione
guidata dal Fln e un mese dopo il partito comunista algerino fu dichiarato
illegale dal governo coloniale.
Nei primi mesi del conflitto Fernand, raccontano i testimoni, accoglieva con un
senso di malessere e di impotenza le ambiguità del partito comunista algerino.
Legati alla linea del partito comunista francese, i dirigenti algerini
sostenevano che gli atti di insurrezione servivano al gioco dei colonialisti,
erano mere provocazioni. Eppure, all’interno del partito algerino era nata
un’organizzazione militare, le Combattants de la libération, conosciuta anche
come Maquis Rouge. I militanti del Cdl desideravano unirsi alla battaglia, ma
erano osservati con sospetto dai nazionalisti che temevano la concorrenza di
forze politiche alternative nella lotta per la liberazione. Così i comunisti
algerini erano schiacciati tra la linea del partito francese, incapace di fare i
conti con il colonialismo, e i sospetti del Fln. Al Maquis Rouge aderì Henri
Maillot, ragazzo di Clos-Salembier e amico d’infanzia di Iveton.
Una sera a El Mouradia sono uscito per mangiare una pizza da Mario in cima alla
salita oltre il portone. Quando non c’era il sole le strade diventavano libero
territorio di scarafaggi e di richiami divertiti tra i giovani alla fine
dell’estate. Dalla pizzeria ho poi passeggiato verso il cimitero cristiano.
Davanti ai suoi cancelli c’erano un hotel chiuso e abbandonato, la casupola di
un parrucchiere e la luce di un chiosco che vendeva caffè la notte. Gli edifici
si affacciavano su una piccola piazza e la targa riportava il nome di Henri
Maillot. Nell’ottobre del 1955 Maillot fu costretto a servire nell’esercito
francese. Accolse la chiamata con l’intento di disertare al momento giusto.
L’occasione si presentò nella primavera del 1956. A Maillot fu affidata la
direzione di un convoglio d’armi e il militante riuscì a dirottare un camion
carico di più di cento mitragliatrici, centoquaranta revolver e casse di
granate. Fuggì con le armi e si diede alla macchia assieme a compagni di
partito. Sia il governo che i nazionalisti algerini iniziarono a cercare il
gruppo di Maillot per neutralizzarlo: era un pericolo per entrambe le compagini.
Maillot e i suoi compagni furono uccisi a freddo dopo essere stati catturati dai
soldati francesi, era il giugno del 1956.
La morte dell’amico convinse Iveton della necessità di passare all’azione. Ci fu
un accordo tra Fln e partito comunista algerino: i militanti di quest’ultimo
potevano unirsi all’insurrezione a titolo individuale, accettando di essere
inquadrati nelle strutture nazionaliste. Iveton divenne parte di una cellula
comunista che rispondeva agli ordini del Fln. Tra loro c’era anche un ingegnere
che forniva gli esplosivi agli insorti: era Georges Arbib, un ebreo di origine
italiana nato a Tunisi. Racconta Arbib a Einaudi: “Ho percepito l’antisemitismo
molto presto e per questo mi sono avvicinato a persone che erano maltrattate
come noi. Ho compreso che il problema era lo stesso. A questo si aggiungeva la
miseria raccapricciante che vedevo intorno a me, le ingiustizie palesi. […] Ho
aderito al partito comunista a diciassette anni, quando era illegale in Tunisia.
Volevamo rivoltarci e il partito comunista era l’organizzazione che, all’epoca,
nella lotta antifascista, ci permetteva di esprimere al meglio la nostra
rivolta. […] Tutto ciò che vedevamo intorno a noi, la nostra situazione di
minorità, non oppressa da un punto di vista economico, ma disprezzata e
rigettata, ci costrinse a batterci per avere un posto al sole, contro le
discriminazioni e le leggi antiebraiche, e tutto questo mi ha portato a
riflettere sul problema dei musulmani. Così abbiamo sentito un moto di
avvicinamento a loro”.
LA SOLITUDINE DI IVETON
Il 30 settembre 1956 esplosero due bombe in luoghi pubblici di Algeri – una nel
Milk-Bar – e colpirono civili, anche donne e bambini. Erano le prime bombe poste
dal Fln nella capitale. Racconta un compagno di Iveton: “Non eravamo d’accordo
nel fare delle vittime nei bar. Iveton era contro le operazioni del Milk-Bar
[…]. C’erano delle vittime che non avevano fatto nulla. Noi siamo contro
l’esercito, i colonialisti, coloro che agivano”. Un altro membro della cellula
era contrario a quegli attentati, “ma bisognava comprendere il perché di queste
bombe. C’era paura da parte della popolazione algerina in seguito alla bomba
della casbah [posta dalla polizia francese]. Bisognava dimostrare a questa
popolazione che il Fln era capace di fare altrettanto. Era una risposta. Anche
se questa azione non ha scusanti, si può spiegare”. E disse Iveton a Hélène:
“Non è così che si deve agire, non è uccidendosi tra loro che troveranno una
soluzione”.
Iveton sentiva il bisogno di agire perché percepiva l’apertura di un divario
sempre più netto tra il mondo arabo e quello europeo. La guerra – con la
repressione del governo coloniale e gli attentati in risposta – stava nutrendo
le identità contrapposte. Mesi dopo, durante il processo intentato contro di
lui, Iveton avrebbe detto al giudice: “Sono sincero nelle mie idee politiche e
pensavo che la mia azione poteva provare che non tutti gli europei d’Algeria
sono anti-arabi, perché c’è questo fossato tra noi che si scava sempre di più…”.
L’azione, per Iveton, era un tentativo di colmare quel fossato.
La cellula di Iveton scelse come obiettivo il gasometro nel quartiere di Hamma.
Iveton poteva accedervi facilmente perché vi lavorava. Non c’era l’intenzione di
far saltare la struttura principale: era troppo sorvegliata e l’esplosione
avrebbe sventrato l’intero quartiere causando vittime civili. Scelsero di
piazzare la bomba accanto al tubo che collegava al gasometro il forno dove
bruciava il carbone. Era un gesto dimostrativo: avrebbero lasciato la città al
buio. L’ordigno era programmato per esplodere alle sei e mezza di sera, ma
Iveton chiese di ritardare di un’ora la deflagrazione per avere la certezza di
non ferire alcun operaio. Il 14 novembre 1956 raggiunse il posto di lavoro con
la bomba nel borsone, la depositò in uno sgabuzzino, ma un collega, insospettito
dai suoi movimenti, denunciò la presenza dell’ordigno. Giunsero i militari ad
arrestare Iveton.
Imprigionato e interrogato, a inizio dicembre Iveton scrisse un resoconto sulle
torture subite: “Mi hanno fatto passare su tutto il corpo, il collo, le parti
eccetera, la corrente elettrica. Se la mia immaginazione è buona (perché avevo
gli occhi bendati), penso che dovesse avvenire con un apparecchio del tipo
spinterogeno. […] Vedendo di certo che non avevo più spazio per la corrente
perché ero del tutto bruciato […] mi hanno fatto subire il supplizio dell’acqua.
Sempre nudo, mi hanno avvolto il corpo con una coperta umida, sdraiato su un
tavolo e legato molto forte, il collo che cadeva indietro all’estremità del
tavolo, un uomo, qualche volta due, seduto sulla mia pancia, uno straccio a mo’
di garza sulla bocca e sul naso. Mi portano sotto un lavandino e l’acqua inizia
a scendere; lo straccio si attacca al naso, impedendomi di respirare e sono
obbligato a bere fino al soffocamento completo”. La simulazione d’annegamento
era stata praticata anche dalla Gestapo nell’ultimo conflitto mondiale.
Iveton era solo. L’attenzione internazionale era concentrata sull’Algeria e la
Francia intendeva dimostrare che la lotta anticoloniale aveva una matrice
comunista e il paese, in caso di sconfitta di Parigi, sarebbe entrato
nell’orbita sovietica. Iveton era un utile simbolo da immolare per validare il
teorema. Il Fln, invece, non aveva alcun interesse a rivendicare l’attentato al
gasometro di Hamma, anzi il supplizio di Iveton consentiva di allontanare
l’attenzione dai suoi quadri. Così il processo al giovane militante divenne
funzionale alle compagini in guerra. Il dibattimento si svolse rapido e Iveton
fu condannato a morte, la grazia non fu mai concessa. Scriveva al suo avvocato a
dicembre: “Viva la fraternità dei nostri due popoli, viva l’Algeria liberata per
sempre dal colonialismo dove, uniti fraternamente, europei e musulmani
formeranno l’Algeria di domani”. La sua solitudine mi appare ora come allegoria
di una possibilità storica mancata. E ancora, a fine gennaio, quando attendeva
con speranza la grazia dal presidente della Repubblica, scriveva: “Penso che per
l’Algeria di domani, con la lotta di classe che si annuncia, noi avremo bisogno
di tutti i compagni e gli algerini d’origine europea vi devono partecipare. Alla
fine è il mio punto di vista. Ma quando dico questo, nel mio spirito non c’è
distinzione razziale perché anche i musulmani sanno che dovranno lottare per le
loro rivendicazioni sociali. E tutti insieme, europei e musulmani, faremo
dell’Algeria un bel paese, fraternamente unito…”.
Dicono che un giorno Iveton abbia detto al suo carceriere francese: “Imbecille,
non hai capito che lotto anche per te?”. I prigionieri erano rinchiusi in cima
alla casbah nella prigione di Barbarossa, costruita tra i bastioni delle
fortificazioni ottomane. Dall’alto della cittadella vedevo l’intero tratto
costiero, d’estate il cielo era di cobalto e pesava sui polmoni, il mare una
lastra immobile d’argento. I terrazzi delle case mi ricordavano Napoli e le
strette vie erano frequentate da un silenzioso turismo interno. Gli avventori
s’aggregavano ai tavolini dei ristoranti che friggevano sardine. Giravo lo
sguardo ai vuoti lasciati dagli edifici crollati per cogliere d’improvviso uno
scorcio lontano. Raccontano anche che l’11 febbraio 1957, mentre camminava nel
corridoio della prigione che portava alla ghigliottina, Fernand Iveton abbia
urlato in maldestro arabo: “Tahia el Djazaïr!”, “Viva l’Algeria!”.
LA CATENA DEL DOMINIO
La vicenda di Fernand Iveton mostra una modalità di interpretare il mondo: la
storia di un traditore che attraversa i confini tra le identità diventa una
mappa per agire e pensare. Dalle testimonianze di amici e compagni emerge il suo
animo sentimentale, eppure non credo che Iveton fosse un ingenuo. Ancora, il
desiderio di lottare insieme agli oppressi senza colpire i civili e adeguarsi
così ai metodi del nemico non è l’esito di un’attitudine romantica.
Nell’impostazione di Iveton intravedo un progetto politico capace di immaginare
un’Algeria possibile – socialista, indipendente e aperta alle nazionalità araba,
cabila ed europea – dopo la sconfitta francese e la dissoluzione del
colonialismo.
La mia interpretazione è suggerita dalla scoperta di un’altra storia, quella di
Bachir Hadj Ali. Ali era originario della casbah di Algeri, aveva pochi anni in
più di Iveton. Era un poeta, musicologo, appassionato di musica popolare
algerina e comunista. Aderì anch’egli, come Iveton e Maillot, al gruppo dei
Combattants de la libération e durante la guerra anticoloniale divenne il
segretario del partito comunista algerino. Alla fine del conflitto il Fln
assunse il governo del paese e dopo pochi mesi l’esecutivo dichiarò il partito
comunista fuori legge. Nel giugno 1965 il colonnello e ministro della difesa
Houari Boumediène organizzò un colpo di stato e prese il controllo della
repubblica algerina. La giunzione tra i vertici del Fln e le gerarchie
dell’esercito – consolidata dal carisma del presidente Boumediène – garantì per
decenni la stabilità politica, soffocando però la speranza di una rivoluzione
sociale. A pochi giorni dal colpo di stato Bachir Hadj Ali creò una
organizzazione di resistenza popolare, nel settembre fu arrestato e torturato
nelle prigioni del nuovo regime repubblicano.
Bachir Hadj Ali subì le torture della polizia algerina per settimane. Riuscì
tuttavia a scrivere un memoriale della sua prigionia su fogli di carta igienica
che nascose all’interno di sigarette svuotate. Consegnò poi i testi alla moglie
durante i colloqui e il suo racconto venne pubblicato in Francia l’anno dopo da
Éditions de Minuit con il titolo L’arbitraire. Leggo dal capitolo dedicato alle
torture fisiche: “Affondo nella morte. Risalita, urla, domande, silenzio, ‘Non
so nulla’, affondato, risalita, urla, silenzio, urla fino a far esplodere le
corde vocali, affondato. Mi risveglio, sdraiato sul cemento bagnato, vicino agli
escrementi di coloro che mi hanno preceduto, uno stivale pesante e sporco si
schiaccia sulla mia pancia gonfia d’acqua a dismisura. Prenderò questo bagno
forzato ancora due volte”. Ancora la tortura dell’annegamento, la stessa che fu
riservata a Iveton dal governo coloniale.
Frequentavo spesso un bar ai piedi della casbah, davanti al porto dei
pescherecci dove tirava vento. Il locale era accanto all’antica moschea
almoravide El Kebir e al bancone c’era sempre un ragazzo con la maglia del
Napoli. Prendevo un caffè e un makroud con pasta di datteri. Al tavolino leggevo
di Iveton e Bachir Hadj Ali, trovavo nei loro fantasmi il lascito di speranze
irrealizzate e il monito che il potere cambia, muore e rinasce e spesso ripete
le sue forme e tecniche di sopraffazione. Le loro figure mi sembravano argini
impotenti, eppure necessari, alla barbarie del dominio cangiante e perpetuo
degli uomini. L’11 febbraio 1957, quando uccisero Fernand Iveton, nella prigione
Barbarossa era reclusa una militante anticoloniale di origine europea. Scrisse
quel mattino una poesia e riuscì a consegnarla a Hélene Iveton. Gli ultimi versi
erano: “Puis le coq a chanté / Ce matin ils ont osé, / Ils ont osé vous
assassiner. / En nos corps fortifiés / Que vive notre idéal / Et vos sangs
entremêlés / Pour que demain, ils n’osent plus / Ils n’osent plus, nous
assassiner”. (francesco migliaccio)