(disegno di otarebill)
In una delle date del tour estivo di Tutti Fenomeni, in occasione dell’ultima
serata del Meeting del Mare, don Gianni – parroco di Camerota e storico ideatore
del festival – ha accostato in cartellone il cantautore romano e Tära, artista
italo-palestinese. Una successione che si è rivelata più disturbante di quanto
il sacerdote “che ama stare con i giovani” avrebbe potuto prevedere.
Da una parte la consueta fauna alternative-cool dei festival, accampata sulla
spiaggia di Lentiscelle; dall’altra i figli della villeggiatura per bene,
accuratamente ripuliti dopo il mare. È un pubblico progressista, culturalmente
alfabetizzato, abituato a riconoscersi nei codici dell’impegno e della
distinzione.
Sale sul palco per prima l’artista italo-palestinese: kefia in mano, abito
spezzato, pantalone e top orientaleggianti firmati Sculptor.foundation – brand
emergente che si propone di “globalizing arab culture”. Poi il cantante romano.
Total denim, mocassini scuri, cappellino con un alce ricamato: un’estetica
borghese leggermente disallineata, abbastanza eccentrica da risultare
riconoscibile, abbastanza familiare da non apparire minacciosa.
Tära canta del genocidio del popolo palestinese (“Il genocidio siete in tanti ad
averlo ignorato” in Diaspora), Tutti Fenomeni dei lager tedeschi (il sintagma
ricorre in due pezzi dell’ultimo disco: “Ma dentro i lager tedeschi non si
leggeva Dostoevskij” in Morire vista mare; “Dentro i lager tedeschi Love is not
enough” in Love is not enough). Mentre un drone riprende il concerto planando
sulle teste del pubblico, Tära intona: “Le statuine nel presepe bello
illuminato/In Palestina oggi è un drone a fare da cometa/E Gesù di questo passo
non sarebbе nato”. Più tardi, forzando il testo di Diabolik, Tutti Fenomeni
indica la camera volante: “Ho fatto un sogno mi sentivo quel drone” (in luogo
di piccione). Siamo all’ottavo pezzo della scaletta. Il cortocircuito comincia a
rendersi manifesto.
È però soltanto dopo La ragazza di Vittorio che la natura di questo scarto si
lascia intravedere con chiarezza. Il cantante romano si ferma un momento, guarda
il pubblico e introduce il pezzo successivo: “Questa è una canzone che parla di
pace”. Costruita sulla pulsazione inquietante del trio di Schubert già usato da
Kubrick in Barry Lyndon, Privilegio raro, procede come una marcia senza
destinazione: un passo dopo l’altro, sempre uguale a sé stesso, con qualcosa di
militare nella cadenza e qualcosa di demoniaco nell’atmosfera. Sui battiti
regolari e inesorabili si muove il pubblico. Il carisma del cantante, la sua
postura granitica, il suo aspetto severo, tradito ogni tanto da un sorriso
sornione, non danno scampo: tutta la folla comincia a tenere il ritmo sul posto
puntando le braccia in alto – chi un solo braccio, chi col pugno chiuso –
cantando senza riserve tu mi fai girare come una svolta a destra. Sullo sfondo
si susseguono martellanti dei frame in bianco e nero a metà tra un documentario
di Leni Riefenstahl e una performance esoterica di Hermann Nitsch: masse di
agnellini costretti in un recinto, propaganda fascista, cartelloni della
campagna elettorale di Berlusconi, stormi di uccelli stretti in una geometria da
squadriglia, svastiche. La violenza impersonale delle immagini proiettate, la
disciplina che annulla l’individuo si riflettono come in un gioco di specchi
nell’automatismo dei gesti che regola il pubblico massificato. A tratti diventa
difficile stabilire se le immagini commentino il pubblico o se sia il pubblico a
fornire una chiave di lettura alle immagini.
Se con Privilegio raro il pubblico finisce per confondersi nelle forme
impersonali della massa, Cantanti lo raggiunge su un terreno più intimo, quello
della memoria. Non è più il potere psicagogico a governare i corpi, ma il
riconoscimento. Anche in questo caso, però, si tratta di coercizione simbolica.
La violenza del dispositivo è rivolta innanzitutto contro gli spettatori. Dopo
ogni ritornello – “Non sopporto i cantanti/quelli di bell’aspetto, quelli
maleodoranti” – Tutti Fenomeni lascia affiorare per pochi secondi ritornelli di
canzoni che appartengono al patrimonio affettivo più condiviso della musica
italiana, cantandoli con romantico trasporto. Bastano poche note. La donna
cannone, Se telefonando, Notte prima degli esami, perfino Achille Lauro. La
reazione è immediata: il pubblico riconosce, si illumina, alza le braccia,
ondeggia, canta con lui. Per un attimo si ricostituisce quella comunità
sentimentale che vive di ricordi, identificazioni e devozioni musicali, e
proprio in quell’istante il meccanismo si ritorce su se stesso. Quando
l’entusiasmo comincia a montare, il ritornello torna a imporsi come una
sentenza. La folla che un attimo prima cantava De Gregori, Mina o Venditti si
ritrova costretta a gridare di detestare i cantanti che ha appena celebrato.
Prima l’evocazione dell’oggetto venerato, poi la sua immediata dissacrazione.
Centinaia di persone vengono guidate a partecipare simultaneamente a un atto di
distruzione simbolica. È una pedagogia del disincanto, un esercizio di
profanazione collettiva.
La scena possiede qualcosa di paradigmatico. La difficoltà di aderire
stabilmente a un valore, a una tradizione o a un’immagine del mondo attraversa
infatti l’intera scrittura di Tutti Fenomeni, riflettendosi anzitutto nel modo
in cui i materiali culturali vengono accostati e fatti circolare. L’impressione
è che il suo vasto apparato di riferimenti sia costruito per essere
immediatamente riconosciuto come elitario, e fruito tuttavia sotto forma di
feticcio: apparentemente ricercato, ma facilmente disponibile; sacrale, eppure
pronto al consumo (“Non voglio la pace nel mondo/voglio educare un tiranno/se
sei in cerca di metafore/guarda Il posto delle fragole”, in Mister Arduino). La
famosa “pappa” di cui parlava Furio Jesi. Le canzoni assemblano senza gerarchie
luoghi comuni provenienti dal parlato quotidiano e dalla tradizione letteraria,
anche la più scolastica: “Te la ricordi la nazionale?/Assist di D’Annunzio, goal
di Montale”, in Piazzale degli eroi. Il registro alto e quello basso, la cultura
e la chiacchiera, la storia e l’attualità cessano di opporsi in un linguaggio
kitsch che tutti fanno proprio e che proprio per questo non produce più alcuna
esperienza di estraneità (“Karl-Marx-Straße / I really like your trousers”
in Qualcuno che si esplode). Non ha rapporto con la ragione, né con la storia:
nasce da ciò che viene chiamato passato, ma da un passato così radicalmente
decontestualizzato da poter circolare senza resistenze nel presente: “Chissà
cosa penserebbe Freud della sessuologa di Tiktok”, in La felicità del cane.
Si potrebbe pensare che quest’operazione appartenga semplicemente al registro
dell’ironia. In effetti, la scrittura di Tutti Fenomeni procede spesso per
associazioni impreviste, assonanze, funambolici giochi fonosintattici, in un
vortice dadaista. Eppure la continua oscillazione tra adesione e dissacrazione
rende più difficile stabilire che cosa debba essere preso sul serio e che cosa
no. E quindi: cosa accade quando la parodia smette di essere un procedimento
retorico e diventa una modalità strutturale di rapporto con il reale? Quando
tutto può essere citato, deformato e immediatamente rovesciato nel proprio
contrario? Non scompaiono né il bisogno di appartenenza né il potere dei
simboli. Cambiano piuttosto le forme attraverso cui essi si esercitano.
L’ambivalenza protegge dall’accusa di adesione, ma non impedisce la
partecipazione. Si può essere fascisti, ma per scherzo.
Da questo universo di rovesciamenti e ambivalenze emerge una sensibilità che
sembra guardare alla modernità con ripugnanza, ma che di quella stessa modernità
è un’epitome. Le conquiste politiche e culturali del presente vengono
costantemente derise (“Galileo non sei capace a fare la rivoluzione”), il
passato riacquista un’autorità che prescinde dalla sua realtà materiale (“Mia
nonna era femminista proprio perché non sapeva di esserlo/e forse è per questo
che ha campato cent’anni”), e il conflitto appare come una legge immutabile
dell’esistenza (“Libertà per un lupo vuol dire morte per l’agnello”).
Entro questo sistema il male non affiora come qualcosa di esterno. Non è tanto
un evento quanto una condizione; non una caduta contingente, ma una forma di
compromissione che precede ogni gesto: “Quando mi sento da solo penso a Gesù
sulla croce/muro di mattoni davanti/mi protegge dalla verità/ogni puttana si
vende/una vera puttana si vendica/Ogni poeta si vende/ un vero poeta si
vendica/spesso il nemico si comprende/dall’amico che si tradirà”).
Da una simile visione deriva anche una precisa postura enunciativa. Se nessuno
può rivendicare un’innocenza integrale, se il male attraversa indistintamente
amici e nemici, vittime e carnefici, allora il linguaggio tende ad assumere la
forma del verdetto. La voce poetica parla come un moralista disilluso o un
predicatore senza fede, alternando invettiva e profezia (“Una profezia/da domani
chiamami Isaia/Elon Musk è il capo della CIA”, in Morire vista mare). Da qui la
frequenza di formule categoriche e memorabili, che condensano il mondo in una
diagnosi lapidaria.
Il passato perde così la propria opacità, la propria resistenza, la propria
irriducibile alterità, diventando un serbatorio indifferenziato per la
costruzione di una mitologia identitaria: “Saluti romani a piazzale degli
Eroi/Pеrché ogni croce celtica, alla fine, sta parlando di noi”.
È precisamente questo meccanismo che il concerto mette in scena. Il linguaggio
di Tutti Fenomeni si offre come trasparente, accessibile, perfino democratico;
ma la sua forza agisce nella capacità di trasformare il riconoscimento in
adesione affettiva, la cultura in atmosfera, il passato in esperienza immediata,
sostituendo alla fatica del pensiero il conforto dell’appartenenza. Lo stesso
pubblico che pochi minuti prima cantava con Tära “Free Palestine” si ritrova a
scandire in perfetta sintonia “tu mi fai girare come una svolta a destra”, a
muoversi all’unisono sotto immagini di masse, svastiche e propaganda
totalitarista. Non è una dichiarazione politica, ma qualcosa di più elementare
e, proprio per questo, più potente: il piacere di partecipare a una comunità
simbolica che precede il giudizio e sospende la distanza critica.
Sul palco la scrittura di Tutti Fenomeni mostra tutta la propria ambivalenza.
Mentre pretende di dissacrare ogni comunità, ne costruisce una. Mentre parla il
linguaggio del disincanto, produce incantamento. Mentre sembra sottrarre
autorità ai miti, ne genera di nuovi. In questa capacità di trasformare la
critica in rito, la cultura in feticcio e la partecipazione in destino che
risiede il tratto più profondamente reazionario del suo immaginario. (diletta
bergamo)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di giulia beat)
Il pestaggio di un manifestante per mano di guardie private, il 30 maggio
scorso, ha indignato l’intera società albanese, trasformando una protesta nel
sud-ovest del paese in quella che oggi viene definita la “rivoluzione dei
fenicotteri”: una mobilitazione popolare contro il governo Rama, in difesa dei
beni pubblici e dell’ambiente. L’aggressione al manifestante è
avvenuta alla presenza della polizia; le guardie private hanno spruzzato spray
urticante persino contro gli stessi poliziotti. In una messa in scena altamente
cinematografica, polizia e manifestanti si sono trovati insieme da un lato della
recinzione, mentre le guardie private erano dall’altro lato della barriera che
delimitava l’area destinata alla costruzione di un progetto per il quale, a
quanto pare, non esiste né un piano definitivo né un’autorizzazione.
All’inizio di quest’anno la zona era stata visitata da Ivanka Trump, figlia del
presidente degli Stati Uniti, accompagnata da architetti e imprenditori locali e
stranieri. La signora Trump ha incontrato anche il primo ministro
Rama, ma nessuno degli abitanti della zona ha preso parte agli incontri. Già nel
2024 suo marito Jared Kushner aveva dichiarato di avere in programma
la costruzione di resort di lusso lungo la costa di Zvërnec e sull’isola di
Sazan, progetti nati dopo la sua prima visita nella zona nel 2021. Kushner aveva
pianificato anche la ristrutturazione degli edifici centrali dell’ex ministero
dell’interno jugoslavo a Belgrado – un progetto poi bloccato dalle grandi
proteste in Serbia, e dalle indagini sui funzionari responsabili dell’appalto.
Kushner però non si è ancora ritirato dall’investimento in
Albania, la sua società ha dichiarato di essere pronta a investire oltre un
miliardo di dollari nei 14 mila ettari dell’isola di Sazan.
In un’intervista, Ivanka Trump ha presentato Sazan come una terra deserta
e inesplorata, in modo simile alle narrazioni coloniali che cancellano la
presenza delle popolazioni locali. Ma Sazan non è un’isola deserta: durante il
periodo socialista era stata una base militare, e tuttora è sotto
l’amministrazione del ministero della difesa. Governi albanesi e capitali
stranieri hanno puntato gli occhi sull’isola già dagli inizi del secolo, ma la
mancanza di infrastrutture ha impedito lo sviluppo dei progetti. Inoltre, a
causa del suo passato militare, l’isola presenta aree minate e residui bellici
inesplosi, costosi da rimuovere e fonte di rischi. Perciò i progetti per ora si
sono concentrati nella zona di Zvërnec, dove la società di Kushner non risulta
direttamente implicata, ma vi ha probabilmente svolto un ruolo di
intermediazione con alcuni dei suoi rappresentanti.
Il 30 aprile scorso l’attivista Taulant Bino aveva notato che a Zvërnec alcune
persone stavano recintando l’area con il filo spinato, mentre camion carichi di
materiale inerte entravano e uscivano dalla zona. La società aveva iniziato i
lavori senza un’autorizzazione formale e senza alcun coordinamento tra
istituzioni locali e centrali. Le agenzie locali sono state costrette a
sospendere le attività chiedendo conferma delle autorizzazioni alle istituzioni
centrali. Il primo ministro ha dichiarato che la recinzione dell’area serviva
agli studiosi per preparare la valutazione di impatto ambientale del
progetto; ma attivisti e ambientalisti avevano già iniziato a pubblicare video
che documentavano interventi con mezzi pesanti. Nel corso di maggio si è
scoperto che nel 2025 il Consiglio nazionale del territorio (presieduto dal
primo ministro stesso) aveva concesso le autorizzazioni per la costruzione un
resort turistico a Zvërnec, legate al progetto di Kushner del 2024. La
società beneficiaria si chiama Zvërnec South Adriatic Development ed è
controllata dalla Dutch Trust Management BV, registrata nei Paesi Bassi, i cui
proprietari non sono stati resi noti. Le indagini hanno rivelato una catena di
società collegate al progetto di Sazan, che coinvolge i due fratelli miliardari
del Qatar Ramez e Mohamad Al-Khayyat, nonché un imprenditore albanese accusato
di legami con la mafia, un ex giudice espulso dal sistema giudiziario per
patrimoni non dichiarati, un imprenditore assassinato e Shefqet Kastrati, uno
dei maggiori oligarchi dell’Albania.
Il progetto prevede la creazione di circa 20 mila unità ricettive e una capacità
di accoglienza di diecimila visitatori al giorno in una zona che comprende tre
aree protette: Pishë Poro-Nartë, il corso selvaggio del fiume Vjosa e il Parco
Marino di Karaburun-Sazan. La straordinaria diversità di uccelli e
fauna rende l’area una delle zone con maggiore biodiversità del paese e uno
degli habitat naturali più importanti d’Europa. Al suo interno si trovano tre
monumenti naturali: la laguna di Limopuos, l’isola del Monastero e le rare dune
sabbiose dove nidificano le tartarughe marine. L’investimento quindi
distruggerebbe un ecosistema fragile, da cui dipendono sessanta famiglie di
pescatori. Centinaia di altre famiglie, legate a quest’area da generazioni,
rischiano di perdere l’accesso.
LA QUESTIONE FONDIARIA
Dopo la caduta del socialismo, la questione fondiaria in Albania si è
enormemente complicata. La dittatura di Enver Hoxha aveva abolito
costituzionalmente la proprietà privata; i governi che seguirono al suo crollo
inizialmente distribuirono le terre nazionalizzate in usufrutto a famiglie
appartenenti alle cooperative agricole e alle aziende statali, nel tentativo
di garantire l’accesso alla casa e ai servizi a una popolazione con la crescita
demografica più elevata del continente e livelli di povertà tra i più alti al
mondo. Tali terreni furono poi venduti dai titolari del diritto d’uso, mentre
gli antichi proprietari o i loro eredi iniziarono a rivendicarne la
restituzione. Parallelamente, numerosi migranti interni che avevano
costruito case su terreni senza titolo entrarono in un processo di
regolarizzazione. Migliaia di fascicoli rimangono tuttora pendenti nei
tribunali. Un caso esemplare è proprio quello della comunità di Zvërnec
coinvolta nel progetto turistico. Nel 1991 gli abitanti avevano ottenuto il
diritto d’uso per alcune terre, ma nel 2012 scoprirono che la proprietà delle
stesse terre era stata riconosciuta anche agli eredi della famiglia Shehu, di
cui fa parte l’imprenditore Artur Shehu, accusato di avere legami con la Sacra
Corona Unita italiana. Di recente la Corte Suprema ha riconosciuto la falsità
di almeno uno dei documenti utilizzati da Shehu per reclamare quelle terre.
Nel 2021 il governo ha ridotto le protezioni dell’ecosistema di Pishë Poro-Nartë
e autorizzato la costruzione di un aeroporto. La legge che vietava la
costruzione in territori protetti è stata modificata nel 2022, riducendo
l’estensione delle aree protette, soprattutto nei territori dove erano già in
corso progetti infrastrutturali. Nel 2023 oltre trenta ettari di pineta sono
stati distrutti da incendi dolosi. Nel 2024 si è autorizzata la costruzione di
grandi strutture destinate al turismo di lusso anche all’interno delle aree
protette. Nonostante le proteste e le iniziative legislative promosse da
organizzazioni ambientaliste e dalla stessa delegazione dell’Unione europea, il
governo ha continuato a presentare il turismo d’élite come imprescindibile per
la crescita del paese. Inoltre, nel 2015 il governo albanese ha approvato una
legge sugli investimenti strategici. Formalmente, la normativa promette di
accrescere le capacità produttive industriali, ma l’ottanta per cento degli
investimenti riconosciuti riguarda il settore turistico. Gli imprenditori del
turismo ottengono tutela giuridica, infrastrutture pubbliche, perfino
l’espropriazione di proprietà private in nome dell’interesse pubblico. In questi
anni, lo stato albanese ha messo a disposizione terreni pubblici a prezzi
molto inferiori a quelli di mercato, addirittura a un canone simbolico di un eur
o, e ha esentato dalle tasse per dieci anni gli alberghi a cinque stelle. La
normativa ha favorito società vicine al governo, ed è stata criticata
dall’Unione europea, che la considera incompatibile con i criteri di tutela
ambientale richiesti per l’integrazione dell’Albania nell’Ue.
DAL CAPITALE CRIMINALE A QUELLO IMMOBILIARE
Modifiche alla legge sulle aree protette, nuova legge sugli investimenti
strategici: questi sono i due strumenti normativi che hanno accelerato la
privatizzazione e l’alienazione del patrimonio pubblico e privato in Albania.
Tali cambiamenti hanno aperto nuove opportunità di investimento per gli
oligarchi albanesi nel settore turistico, destinato a diventare il pilastro
dell’economia nazionale. In un contesto caratterizzato dalla convergenza tra
capitale nazionale e governo, la situazione nella quale oligarchi locali e
stranieri, in collaborazione con lo Stato e con gruppi criminali, si appropriano
di terreni e case attraverso la violenza, la falsificazione dei documenti e la
corruzione del sistema giudiziario, non rappresenta un’anomalia, bensì la norma
stessa. Tale situazione è il risultato dell’orientamento economico e politico
seguito negli ultimi trentacinque anni.
Dopo la caduta della dittatura socialista, infatti, le forze politiche che si
sono succedute al governo hanno gareggiato nel dimostrare quale fosse la più
neoliberista. Negli anni Novanta i governi albanesi si concentrarono
sull’adozione di drastiche misure di contenimento dell’inflazione che portarono
ai più consistenti tagli della spesa pubblica registrati in Europa, a una quasi
totale deindustrializzazione del paese, e alla privatizzazione delle piccole e
medie imprese. Nel decennio successivo l’attenzione si spostò sulla
privatizzazione delle grandi società pubbliche e sull’apertura di nuovi mercati.
Come risultato, l’Albania nel 2003 possedeva un settore privato più ampio della
media dei paesi OCSE e intorno al 2010 aveva concesso più autorizzazioni di
qualsiasi altro paese europeo per la costruzione di centrali idroelettriche e
l’apertura di università private. Nello stesso periodo, il paese conobbe anche
una straordinaria espansione dei media privati.
Questi sviluppi si verificarono in un contesto caratterizzato da uno Stato con
capacità amministrative estremamente ridotte, incapace di elaborare strategie e
regolamenti attuativi e privo degli strumenti necessari per garantire
l’effettiva applicazione delle leggi. Nel frattempo, i sindacati nel settore
privato erano pressoché inesistenti, mentre quelli del settore pubblico
intervenivano solo raramente.
L’oligarchia capitalista si era formata nel corso degli anni Novanta grazie
all’importazione di beni di consumo, dai quali l’Albania dipendeva quasi
interamente. Con uno Stato debole, una povertà estrema e il deterioramento dei
servizi pubblici, il contrabbando e la criminalità organizzata contribuirono in
modo significativo al rafforzamento di gruppi radicati in aree costiere
strategiche, che controllavano il traffico di sigarette, carburanti,
stupefacenti ed esseri umani. Due decenni di politiche neoliberali hanno
favorito il consolidamento di questi gruppi, che si sono integrati nelle reti
criminali internazionali divenendo attori centrali intorno a cui ruotano le
economie di intere regioni del paese. Il loro peso economico e territoriale è
divenuto tale che nel 2013 una parte significativa dei loro esponenti ha
ottenuto una rappresentanza parlamentare, contribuendo all’ascesa al potere del
primo ministro Edi Rama. La presenza di membri di organizzazioni criminali in
Parlamento è diventato un problema tanto grave da costringere l’assemblea
legislativa ad approvare una legge ad hoc, anche sotto la pressione
internazionale.
Tra il 2013 e il 2018, in presenza di una forte contrazione della spesa
pubblica, l’economia albanese ha evitato la recessione soltanto grazie a due
grandi investimenti esteri: la costruzione del gasdotto TAP e quella della
centrale idroelettrica di Devoll. A partire dal 2018 si è assistito a
un’impennata delle concessioni edilizie, un fenomeno tuttora in espansione. La
maggior parte dei permessi di costruzione si concentra su Tirana e riguarda
l’edificazione di torri residenziali e commerciali. Nel 2024, il settore delle
costruzioni rappresentava il 14,4% del valore aggiunto lordo dell’Albania, una
quota tre volte superiore alla media dell’Unione europea e la più elevata del
continente; inoltre, della crescita economica del 3,8% registrata dal paese nel
2025, ben 1,17 punti percentuali provenivano da questo settore.
Ma questo comparto richiede una continua espansione territoriale verso progetti
caratterizzati da rendimenti elevati e rapidi. Proprio per questo il governo
Rama ha individuato nel turismo d’élite il settore strategico sul quale fondare
l’intera crescita economica. Gli investimenti previsti sull’isola di Sazan sono
solo un esempio di tale orientamento. Rama ha promosso il trasferimento del
principale porto del paese, quello di Durazzo, in un’altra area, aprendo la
strada a un progetto immobiliare dal valore dichiarato di due miliardi e mezzo
di dollari, affidato alla società Alabar, che promette di trasformare Durazzo in
una città sul modello di Dubai. Il progetto segue le modalità tipiche del
settore edilizio albanese: società riconducibili agli oligarchi vicini al
governo Rama ottengono terreni pubblici e ne finanziano lo sviluppo attraverso
la vendita anticipata degli appartamenti, ancor prima dell’inizio dei lavori di
costruzione.
La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha
avviato indagini su una parte significativa degli investitori strategici,
ritenuti coinvolti in gruppi criminali dediti alla falsificazione di documenti,
all’appropriazione indebita di proprietà e al riciclaggio di denaro attraverso
tali progetti. Le indagini interessano quasi l’intero territorio costiero, da
Scutari fino a Butrinto. Individui legati al traffico internazionale di droga,
all’oligarchia locale e al governo Rama riescono, grazie alla loro vicinanza al
potere, a convincere i contadini a collaborare con loro. Ai contadini viene
garantito che solo tali soggetti possono assicurare loro l’ottenimento dei
documenti di proprietà, rimasti per decenni bloccati negli uffici statali e nei
tribunali, a condizione che, una volta riconosciuta la proprietà, vendano loro i
terreni. L’appropriazione dei terreni sulla costa albanese è
così strutturalmente legata all’ingerenza dei gruppi criminali, che negli ultimi
dieci anni più di venti direttori degli uffici catastali del comune di Valona si
sono dimessi per le pressioni subite, dopo aver ricoperto l’incarico solo per
pochi mesi.
Il primo ministro Rama ha garantito il funzionamento di tale assetto economico
fin dal 2013, durante ben quattro mandati. Il patto tra Rama e l’oligarchia di
origine criminale è stato accompagnato da un forte processo di centralizzazione
delle istituzioni pubbliche nelle mani del primo ministro. Il suo punto di forza
è stata la sua capacità di presentarsi investito del sostegno internazionale.
Finché l’Ue e gli Usa erano dominati da progetti politici liberali di sinistra
in materia di diritti politici e da politiche economiche neoliberali, Rama
costruiva il proprio profilo come la figura politica più liberale dello scenario
albanese. Con l’ascesa della destra radicale in numerosi paesi chiave
dell’Occidente, Rama ha dimostrato la capacità di adattarsi a tali cambiamenti.
Negli ultimi anni, infatti, ha accolto le richieste di Giorgia Meloni per
l’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori nel territorio albanese,
ha sostenuto gli investimenti di Kushner sull’isola di Sazan e intensificato il
sostegno incondizionato allo stato di Israele.
L’opposizione a questo sistema si è materializzata il 30 maggio scorso, in quei
pochi secondi catturati dalle telecamere in cui le guardie private colpivano un
manifestante, mentre questi, insieme alla polizia e ad altri manifestanti, si
trovava dall’altro lato di una recinzione che separava una proprietà privata
recintata e un progetto edilizio privo di autorizzazione.
LE PROTESTE E I LORO EFFETTI
Le mobilitazioni popolari, in realtà, non si sono mai interrotte nel corso
dell’ultimo decennio. Le più frequenti sono state quelle delle comunità rurali
contro la privazione dell’accesso ai fiumi, a causa della costruzione del numero
più elevato di centrali idroelettriche di tutti i Balcani. Numerose sono state
anche le proteste contro la gentrificazione conseguente alla costruzione di
grattacieli nella capitale. Nel frattempo, un vasto movimento studentesco è
culminato nella richiesta, nel 2019, di un aumento degli investimenti
nell’istruzione superiore.
A Zvërnec, subito dopo la visita di Ivanka Trump, un gruppo di attivisti e
artisti ha organizzato un’azione creativa per attirare l’attenzione e denunciare
l’appropriazione di un’area pubblica e protetta. Gli attivisti hanno monitorato
per mesi gli sviluppi nella zona. Grazie a questo lavoro è stata organizzata
anche la protesta del 23 maggio. Per tutto il mese di maggio, ambientalisti e
residenti hanno documentato gli interventi nell’area, sottolineando la mancanza
di trasparenza e di consultazione con la popolazione, e organizzando proteste
periodiche.
Rappresentanti dell’oligarca Kastrati e la sindaca di Valona hanno incontrato la
comunità locale nel tentativo di comprarne il consenso o intimidirla, al fine di
scoraggiare la partecipazione alle proteste e alle iniziative legali collettive.
Tuttavia, a partire dal primo giugno la protesta è diventata un’ampia
mobilitazione che ha coinvolto l’intera città di Tirana e una parte
significativa della diaspora albanese in tutto il mondo. La portata di questa
mobilitazione è senza precedenti. Il movimento è eterogeneo e comprende gruppi
politici di orientamenti molto diversi. Particolare evidente è la notevole
partecipazione di ragazze, donne e bambini. Sul boulevard dove si svolge la
protesta è stata persino creata un’ampia area dove i bambini possono giocare in
sicurezza, scrivere slogan e allo stesso tempo partecipare alla manifestazione.
Il fulcro delle proteste sono le due ore di mobilitazioni quotidiane davanti
all’ufficio del primo ministro. Dopodiché, migliaia di partecipanti marciano
lungo le principali arterie di Tirana, sospendendo la normalità del traffico
cittadino. La maggior parte dei cittadini e delle attività commerciali della
capitale, pur non partecipando direttamente, sostiene la protesta fermando le
automobili, offrendo acqua potabile lungo il percorso e salutando i manifestanti
dalle finestre delle case. La protesta si è estesa ad altre grandi città, tra
cui Valona. Anche in diverse comunità rurali negli ultimi giorni sono
state avviate iniziative comunitarie per rimuovere e demolire le recinzioni
delle società private che avevano privato tali territori dell’accesso all’acqua
potabile e per l’irrigazione.
Le richieste dei manifestanti si sono ormai ampliate, includendo una serie di
ingiustizie sistemiche nella società albanese. Esse sono iniziate con la domanda
di annullamento del progetto a Sazan e Zvërnec, per poi estendersi a richieste
di modifiche legislative volte a impedire l’appropriazione indebita delle
proprietà da parte degli oligarchi, nonché alla tutela dei beni pubblici e delle
aree protette. Successivamente, le rivendicazioni si sono concentrate sulla
richiesta di dimissioni del primo ministro e sugli appelli rivolti al sistema
giudiziario affinché venga incarcerato sia l’attuale capo del governo sia il suo
predecessore, Sali Berisha, leader del principale partito di opposizione. Tale
richiesta riflette l’indipendenza di questo movimento popolare rispetto
all’opposizione parlamentare, e un approccio più sistemico alle ingiustizie che
la società sta affrontando: anche i governi precedenti al 2013 sono considerati
responsabili dell’attuale assetto politico ed economico.
Non potendo accusare i manifestanti di essere privi del sostegno popolare, Rama
e il suo partito hanno messo in opera una serie di meccanismi di
delegittimazione. In un primo momento i manifestanti sono stati accusati di
essere strumenti delle agenzie greche e serbe, e successivamente di essere
collegati a servizi segreti iraniani. Anche l’oligarca Kastrati ha cercato di
presentare i manifestanti come parte di un piano volto a screditare il progetto
a Zvërnec, con la diffusione sui media nazionali di una dichiarazione rilanciata
anche dalla sindaca di Valona.
Attualmente, la retorica del governo si concentra sull’accusa secondo cui la
protesta avrebbe un carattere fascista. A sostegno di tale tesi, ministri e
principali media nazionali hanno diffuso una serie di notizie false, incluse
immagini e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. I media nazionali,
fortemente legati al governo e spesso parte degli stessi investimenti strategici
nel settore costiero, continuano a non riportare le proteste o a descriverle
come fenomeni disorganizzati e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, grazie alla
combinazione dell’uso dei diversi social network e al forte interesse dei media
internazionali, la protesta è riuscita a ottenere un’ampia visibilità e a essere
seguita anche da molti cittadini che non hanno potuto partecipare direttamente.
PERCHÉ UNA RIVOLUZIONE
A seguito delle proteste, anche la Struttura speciale contro la corruzione e la
criminalità organizzata ha avviato indagini sull’appropriazione indebita delle
proprietà e sul riciclaggio di denaro nel progetto di Zvërnec. I centoventotto
milioni di euro sborsati per l’acquisto dei terreni sono stati
sequestrati dalla Procura. La stessa struttura investigativa ha annunciato
l’apertura di indagini su una parte significativa degli imprenditori edili e dei
gruppi criminali coinvolti in casi di appropriazione di terreni, costruzione di
resort e grattacieli. Tra queste figura anche la più grande operazione
di riciclaggio attualmente sotto indagine in Albania, che riguarda i legami tra
il settore delle costruzioni di grattacieli a Tirana, i principali oligarchi del
paese e il riciclaggio dei proventi di gruppi criminali albanesi attivi in
Europa e in America Latina. Il proprietario della maggior parte dei terreni di
Zvërnec è attualmente ricercato.
Al momento, la protesta continua a essere di massa.
Numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni impegnate nella tutela del
territorio hanno boicottato i processi di consultazione legale del governo, fino
a quando quest’ultimo non ritirerà i progetti e le leggi che consentono la
distruzione dell’ambiente naturale. Novantasei organizzazioni hanno rivolto un
appello al governo affinché riveda la legge sulle aree protette. Nel frattempo,
la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha espresso sostegno al
primo ministro Rama, contribuendo ad accrescere la delusione dei manifestanti
rispetto alla posizione dell’Unione europea sulla questione. La posizione della
Kos è stata immediatamente criticata da settantasette organizzazioni
ambientaliste nazionali.
L’Albania è uno dei paesi più filo-americani e filo-europei al mondo. Nel
contesto in cui la famiglia del presidente degli Usa è coinvolta in un
investimento che intensifica l’appropriazione dei terreni e dei beni pubblici in
collaborazione con reti mafiose criminali – e nel contesto in cui l’Unione
europea continua a sostenere un primo ministro che gestisce un capitalismo
oligarchico e criminale che distrugge beni pubblici e ambientali ed espelle
intere comunità dai propri territori espropriando le terre –, le proteste di
massa in Albania mostrano i limiti dell’egemonia occidentale anche in società
tradizionalmente considerate tra le più filo-occidentali. Questa configurazione
del capitale albanese e internazionale ha creato nel paese una condizione
generale in cui i cittadini si percepiscono come superflui nelle proprie case,
nei propri villaggi e nelle proprie città, come se fossero un ostacolo
all’espansione del capitale negli spazi in cui vivono. Le proteste di massa in
Albania rappresentano una contestazione di questo tipo di capitale e delle sue
modalità di espansione. La rivoluzione dei fenicotteri evoca un nuovo rapporto
con la natura, con lo spazio comunitario e con le economie locali – ma più in
generale con il capitale, sia nazionale che internazionale. (pavjo gjini e diana
malaj)
Fotogalleria di Samuel Graziani
Testo a cura di Barbara Russo
Si è tenuta lo scorso fine settimana la quarta edizione del torneo di calcio
popolare ‘O monastero, nel campetto dell’ex Asilo Filangieri. ‘O monastero è
come viene chiamato l’Asilo, ex convento, dagli abitanti del quartiere. Il
campetto che si trova alle spalle dell’ingresso è stato realizzato insieme da
abitanti, ragazzini che partecipano al torneo e attivisti. Lo striscione che lo
sovrasta in questi giorni recita: “Da queste parti solo cuore e sudore. Centro
storico Napoli”.
Gareggiano sei squadre, si gioca tre contro tre, i partecipanti vanno dagli 11
ai 16 anni e provengono da vari quartieri del centro, San Gaetano, Forcella e
Borgo. I migliori si distingueranno per primo, secondo e terzo classificato;
miglior giocatore morale, capocannoniere e miglior gol. Il torneo è finanziato
dall’associazione Zefiro e dall’Asilo.
Senza volerli troppo distogliere dal gioco, abbiamo rivolto ai partecipanti
qualche domanda. Di seguito le loro parole.
«Mi chiamo Emanuele, ho 11 anni e ho scoperto questo posto perché vedi quel
gruppo là?, quello è il gruppo di mio padre. Ho imparato qua a giocare a
pallone. Sono del quartiere, ci sono altri posti dove andiamo a giocare, ma per
esempio al Duomo ci sono i militari, e non è cosa. Qua è meglio».
«Mi chiamo Vincenzo, ho 14 anni e faccio la prima superiore. Federico ci ha
proposto questa cosa del torneo e allora abbiamo sparso la voce tra i nostri
amici, poi piano piano abbiamo pulito il campo. Io abito nel quartiere e vengo
tutti i giorni qua. Giochiamo qua perché il campo è mezzo chiuso e nessuno ci
dice niente. Oggi giocherò nella squadra del Belgio».
«Mi chiamo Bianca e ho 15 anni. Faccio il primo anno del liceo, indirizzo
scienze umane. Abito a Fuorigrotta, ma frequento questo quartiere perché ho gli
amici qua. Sono fidanzata con Vincenzo, per questo vengo all’Asilo due o tre
volte a settimana. Altri posti che frequento a Napoli sono piazza del Gesù e
piazza Dante. Prima abitavo a Santa Chiara, ma quando è nato mio fratello
piccolo, due o tre anni fa, ci siamo spostati a casa di nonna a Fuorigrotta».
«Io sono Meri, ho 14 anni e sto nella classe di Bianca, però sono della Sanità.
E sto con Davide da quattro mesi. Poi altre cose di me che ti posso dire… faccio
danza a piazza Dante. È la prima volta che vengo all’Asilo, in genere scendo a
piazza Dante oppure nelle mie zone».
«Io sono Luigi, ho 13 anni, sono il capitano della squadra Francia. Gioco da
quando avevo cinque anni, è la mia passione. Facevo una scuola calcio a Materdei
ma poi ho lasciato perché non andavo mai, preferivo scendere con i miei
compagni. Ora però ci voglio tornare, perché pure mio padre gioca a calcio e mi
ha detto di tornare. Vengo qui da quando sono piccolo, mi piace perché conosco
tutti e poi mi diverto. Vengo di pomeriggio, dopo la scuola. Giochiamo a pallone
o a ping-pong».
«Io sono Christian, ho 14 anni, non gioco perché già so che mi litigo e non mi
voglio litigare, quindi faccio la telecronaca. Sono di Forcella, mo’ devo andare
alle superiori. Ho conosciuto questo posto perché un mio amico veniva, sono
venuto una volta con lui e da là sono venuto sempre perché mi piace il posto. Mi
diverto e perdo tempo, vengo tutti i pomeriggi. Se non sto qua vado a piazza
Dante con i miei amici».
«Io sono Andrea, ho 15 anni e sono di San Biagio. Ho conosciuto l’Asilo perché
venivano i miei amici a giocare a pallone. La prossima partita sto io, nella
squadra Francia. Però il pallone non è il mio sport. Il mio sport è la boxe. Mi
piace perché mi aiuta a sfogare la rabbia. Mi alleno da tre anni alla Gennaro
Pizzo a Santa Chiara, tutti i giorni. Gli altri ragazzi della palestra li
conosco, ma non sono miei amici. Invece questi che vengono all’Asilo sono i miei
amici. Faccio la prima superiore di finanza e marketing. L’ho scelta perché è la
più vicina a casa mia. Sono stato promosso con due debiti, diritto e inglese».
«Io mi chiamo Cristian, ho 16 anni. Questo è il secondo anno che partecipo al
torneo, l’anno scorso ho vinto io. Gioco nella Corea, per ora abbiamo fatto due
partite e le abbiamo pareggiate. Faccio la terza superiore. Conosco l’Asilo
perché sta vicino casa, vengo qui tutti i giorni perché si fanno belle attività,
faccio pure il progetto fotografico. Usciamo il sabato o la domenica e andiamo a
fare le foto, oppure ci riuniamo in camera oscura e stampiamo. A me piacciono le
foto alle persone che non conosco. Ho una Nikon d 3100, l’ho comprata su Vinted
con i miei soldi, li ho messi insieme un po’ alla volta».
(disegno di roberto-c.)
Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella
sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende
della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo
ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, al buio,
sepolta da strati e strati di polvere.
Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione
a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda
italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta
di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno
presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da
attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla
memoria collettiva. Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo
i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più
disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre
città compare qualche scritta politicamente un po’ forte. O quando c’è da
pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne
monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti.
Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella
“polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti.
Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo
per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per
i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento
dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri,
dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol. La richiesta
dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei
giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è
praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo. Lo stesso pm
Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo
–, ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per
un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni
Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora
oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà
entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee.
Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e
Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire
quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale
della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio.
Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche pc e una
specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria
imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai
più nulla.
La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne
infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto
nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce,
esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in
regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003. Il suo 41
bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo
scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado
di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è
destinata a durare in eterno. Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla
storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal
diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima.
Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a
sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella
fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo
della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia
poco: sempre a ostinati ergastoli finisce.
Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in
cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che
era stato respinto al termine del primo grado di giudizio. Si era partiti nel
2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice”
associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare
quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri
militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di
ogni tipo. Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe
un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i
numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene
in ostaggio la città di Torino. Così la logica emergenziale attraversa con
metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza
criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni
Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a
noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha
ripreso a scendere in strada.
Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano
letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi,
le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro,
come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare. Anche loro dovranno
imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a
misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche
loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa
nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e
senza giustizia – come Margherita Cagol –, con il processo infinito a quella
lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la
povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale. L’eredità che la
Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli
ergastoli – è davvero un lascito miserabile. (giovanni iozzoli)
(disegno di martina di gennaro)
Bisognava aspettare. Loro sapevano da sempre che il tempo è una cura. Così come
erano consapevoli che la libertà richiede virtù e coraggio, come recita il verso
di Andreas Kalvos inciso nel cortile del Politecnico di Atene, a ricordo della
rivolta del novembre 1973. Fu proprio lei, la libertà, che in greco è Elefterìa,
“a dare le ali a Icaro (ché il mito nasconde sempre un seme di verità). E se è
vero che l’alato cadde nel mare, precipitò però dall’alto del cielo e morì
libero”.
Poi, un giorno, davanti alla lavagna, è arrivata. E voglio restituirla così
com’è giunta, perché non c’è modo più saggio di donare ciò che si è ricevuto se
non raccontandolo.
* * *
Chi chiedeva con insistenza il motivo non restava quasi mai soddisfatto dalla
risposta. Imparare il greco? Il punto è che chi lo domandava non aveva mai visto
il volto eterno di Nikos, fratello di Sideris, mentre ballava uno zeibekiko alle
tre di notte sotto i platani di Therma, a Ikaria. Sarà stato intorno al 2012.
Gli altri sedevano in silenzio, battendo le mani, per rispetto del ballerino e
della sua catarsi. Il volto di Nikos esprimeva la concreta e semplice fermezza
di chi sa che per essere liberi bisogna lottare.
Si dice che lo zeibekiko può ballarlo bene solo chi ha amato e sofferto tanto. E
chissà quanto avrà sofferto Nikos, infermiere all’ospedale di Agios Kirikos.
Quella notte d’estate roteava con gli occhi chiusi, leggiadro nei suoi
centoventi chili, ubriaco e in estasi, mentre una voce lamentosa cantava: Theé
mou megalodýname, eccetera eccetera, che tradotto vuol dire: Dio mio onnipotente
/ che sei lassù in alto / getta un po’ di tabacco, mio piccolo Dio / sopra il
mio narghilè…
Quelle parole all’epoca erano insignificanti eppure potenti nel suono, e per
capirle bisognava approfondire. Non esistevano scorciatoie, ma una strada lunga
e in salita. E dopo qualche anno eccoci qui, in un’aula piccola e affollata, a
imparare quella lingua così mistica e complicata. Una lingua che parlano solo
loro.
Avevo saputo dell’esistenza di una scuola per rifugiati a Exàrchia da un’amica
italiana che viveva ad Atene. Si varca un portone in una strada pedonale; si
sale una scala di legno scricchiolante. Siamo allo Steki Metanastòn, il ritrovo
degli immigrati. Uno spazio autogestito. L’insegnante di turno chiede in modo
sbrigativo se conosci l’alfabeto. Se sì, siedi; se no, scendi dove le classi
partono da zero. Non esiste altro modo per interiorizzare la prima regola di una
scuola autogestita per stranieri: il sano pragmatismo. Parlano i fatti. Quanto
alle parole, quelle vengono da sé: occorre impararle, capirle, farsele amiche.
Acquisirle e usarle, e piano piano si avanza. È in quel processo che si svela
tutto il resto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Ti siedi, un po’ spaesato ma dotato di buona volontà, sedotto dal fascino
dell’incomprensione che si trasforma in sapere, in una stanza con i banchi
disposti a ferro di cavallo. Di fronte, una lavagna bianca. Quel pomeriggio la
composizione è da incipit delle barzellette: ci sono due cinesi, una tedesca, un
napoletano e un francese. È lunedì, ma negli altri giorni si incontrano anche
iraniani, afghani, algerini. Gente che sa cosa vuol dire perseverare.
Fuori c’è Atene. La civiltà del quotidiano, il blasone della povertà. La crisi
sistemica. Un tavolino e due sedie fuori a un negozio di cianfrusaglie, sotto a
un porticato di cemento armato pieno di scritte, da cui scendono a cascata fiori
di bouganville. Strade trafficate con le acacie lungo i lati. Palazzi abitati da
alberi. Il venditore di koulouri che nonostante tutto sorride all’angolo tra la
Akadimias e Dimokritou. Duecento famiglie sotto sgombero a Prosfighikà.
Dentro, invece, siamo noi, attenti ad ascoltare un insegnante di nome Vassilis.
Sulla cinquantina, calvo, più paziente di Chirone il centauro, più saggio di un
Tiresia. Se penso per un momento solo a chi glielo fa fare, non riesco a non
pensare alla poesia di Kavafis su coloro che, nella loro vita, decisero di
presidiare con onore le Termopili: “Mai mancando al dovere: giusti e retti in
tutte le loro azioni, ma con pietà, e con misericordia: valorosi se ricchi, e se
poveri non certo meno arditi, danno il loro contributo, per quel che possono:
dicendo sempre il vero, senza odio nei confronti dei mentitori. E ancora più
onore gli è dovuto se prevedono (e molti lo prevedono) che alla fine arriverà
Efialte e i persiani, alla fine, passeranno”.
Perché è di poesia e di nient’altro che qui si parla. E i nostri occhi sono
puntati sul maestro Vassilis che con naturale spontaneità usa un metodo
maieutico. È da noi stessi che fa partorire il significato intimo di quelle
parole. Dal nostro vissuto, dalle nostre biografie. Nessuno sa niente dell’altro
eppure è come se fossimo la stessa cosa insieme in quel preciso momento. Come se
possedessimo già, da qualche parte dentro di noi, quella lingua da cui tutto
sembra trarre origine, e il maestro fosse là, levatrice di vocaboli, per
tirarcela fuori con ostinazione.
Una parola allora diventa l’universo intero. Su un quaderno le lettere viaggiano
in un groviglio di pensieri che, passo dopo passo, avanzano a forza di
intuizioni. Si cade talvolta nell’errore, ma a chi non piace vincere facile è
fin troppo evidente che da quello sbaglio s’impara la differenza tra maschile,
femminile e neutro.
A un certo punto Vassilis propone un paichnídi. Un gioco. Non c’è modo più
efficace per imparare. Dobbiamo scegliere una frase nella nostra lingua
d’origine da una canzone, un poema o una favola, scriverla alla lavagna,
leggerla ad alta voce e tradurla in greco. Prendiamo tempo. E nel frattempo
impariamo che il tempo è il medico dei mali senza rimedio. In greco ha una
doppia accezione che, come insegnano i dotti, racchiude tutta una filosofia di
vita e di morte, di limite e di infinito che tormenta noi mortali dalla notte
dei tempi.
Tocca al primo dei due cinesi. Si chiama Wang, ha il pizzetto e parla solo se
interpellato. È la rappresentazione viva di chi al mondo non ha altro che la
propria volontà. Si alza e arriva alla lavagna. Scrive. Il testo è articolato,
lungo, difficile. Wang l’avrà pescato dal suo cuore, che per un momento si svela
a noi ignari di ogni cosa e poi ritorna nel suo mistero assoluto. Ascoltiamo la
sua voce recitare parole che restano suoni da decifrare. Traduciamo parola per
parola, cercando quelle giuste, scartando quelle controverse, pesando quelle
adatte. Dal cinese al greco. Dal greco all’italiano: Lo stesso giorno dell’anno
scorso / in questo giardino / c’era una donna con dei fiori di pesco. / Oggi la
donna non si vede / ci sono solo i fiori / che profumano di primavera.
Il silenzio aiuta a metabolizzare ogni dettaglio. Ogni parola apre a un mondo
nuovo da connettere con l’insieme. E il tutto sta nel molteplice. Avanti il
prossimo, dice Vassilis con gli occhi. Si alza il francese e si dirige alla
lavagna. Prende il pennarello e inizia a scrivere. Demain, dès l’aube, à l’heure
où blanchit la campagne, Je partirai… Sono i versi di una poesia di Victor Hugo.
Vassilis riflette insieme al francese sulle parole, ci consultiamo, alcune le
conosciamo, altre le impariamo sul momento: Ávrio, me tin avghí, tin óra pou
asprízi o kámpos, tha fígo…
La lavagna inizia a vivere di vita multiforme. Gli alfabeti si mescolano in un
quadro espressionista. È il mio turno. Mi alzo, prendo il pennarello. “Lasciate
ogni speranza voi che entrate” diventa Afíste káthe elpída prin mpeíte. Vassilis
riconosce il celebre verso. Capisco solo adesso perché quel vecchio amico si
chiamava Elpidio. Quando eravamo piccoli lo prendevano tutti in giro per quel
nome.
Sotto a chi tocca. Si alza l’altro cinese e va verso la lavagna. Prende il
pennarello e scrive nel suo alfabeto una frase che tradotta suona più o meno
(ché tradurre è tradire) così: “La luce della luna davanti al letto”. Impariamo
tutti che “luna” in greco è un sostantivo neutro e si dice feggàri. Una parola
che sta in una vecchia canzone dell’esilio, con una voce che si rivolge a lei.
Tocca alla ragazza tedesca. Si alza, scrive una frase che ci riporta di nuovo là
dove siamo e al contempo laggiù dove saremo: Qualcuno deve pur iniziare il
futuro prima o poi. Non aspetterò ancora a lungo.
Insieme traduciamo, analizziamo, interpretiamo questa idea di futuro che in
greco si dice Méllon. L’avremmo vista scritta tante, troppe volte, sui muri
della città senza futuro, sugli striscioni appesi dai compagni. La lavagna è
ormai un terreno coltivato a sementa di lettere. Un testamento collettivo. La
osserviamo, e in quel preciso istante capiamo. Capiamo che un brivido ci corre a
tutti dietro la schiena. Non ci conosciamo, ma lo sentiamo forte dentro.
Vassilis osserva quel piccolo capolavoro senza degnarci di un elogio, ci parla
di una rivista che lo Steki Metanastòn pubblica di tanto in tanto, e chiede il
permesso di pubblicare ciò che siamo stati capaci di elaborare. Accettiamo. Un
cenno di saluto. La lezione è finita, ma è la stessa lezione di sempre. La più
antica di tutte le lezioni. (andrea bottalico)
(disegno di otarebill)
Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato
presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese
attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa
dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila
abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia
pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia
integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per
affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma
orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della
sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e
accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di
finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre
mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio.
UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI
Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica”
in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica –
corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a
canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale
– è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma
talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra
nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata,
infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota
convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie
non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la
privatizzazione, presente e futura.
Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp
ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si
passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il
secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare
patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con
affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato,
dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte
dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in
edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa
per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro
operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e
alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia
calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio
all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo
convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è
un segmento temporaneamente calmierato del mercato.
Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la
privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene
esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento
progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e
dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul
mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo
stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta
alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso
un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione
per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del
patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di
speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea.
UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE
Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo
è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance
competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da
un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori
più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il
decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia
nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le
affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli
enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del
patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità
economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato
pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa
non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue
disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la
competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con
amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più
appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle
risorse dove vince chi è più forte.
Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle
destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere
le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla
decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare
tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti
essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se
un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione
capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può
proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei
ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi
semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto
conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le
infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per
politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da
sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente.
Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa:
una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una
riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva
con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma
obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro,
rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando
poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in
giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva
verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di
ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare
gli ostacoli.
LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE
La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da
vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da
valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione
della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende
il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi
valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di
fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica,
ma anche il suo finanziamento.
Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la
finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato
vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico
viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti
di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è
presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili
pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta,
ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il
pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso
il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del
patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione
amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe
problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico
immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio
di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente.
Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la
creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il
Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo
immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del
risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione
e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono
risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse
derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e
amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche
abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione
territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono
così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche
di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora
tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore
prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato
all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli
immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del
patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi
statale.
La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di
azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione,
mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il
pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di
case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le
condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti
finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del
patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che
prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo.
DA CASA A COSA
Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed
emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed
espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua
dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti
distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma
dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre
avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate –
come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione
assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia
pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in
capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza
abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso.
Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta
l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno
sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in
campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda
bianchi)
(al telefono 1 – scarabocchi | archivio dell’arte ir-ritata)
Da domani, 18 giugno, apre a Napoli una casa per accogliere la ricerca
dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata di Sensibili alle foglie,
cominciata più di trent’anni fa in una condizione di isolamento carcerario. Ci è
piaciuto denominare Casa questo spazio perché si presenta come un luogo
dell’abitare, ma soprattutto perché come una casa, cioè come un contesto
relazionale di scambi esperienziali, lo abbiamo immaginato più di trent’anni fa,
quando questa ricerca ebbe inizio, come ir-ritazione della deprivazione
reclusiva.
Quest’archivio non poteva quindi somigliare né a un museo, con la sua impronta
coloniale, né a un contenitore passivo di opere (come scrivemmo in un documento
di progettazione del 1992), né ancora a una galleria d’arte, più attenta ai
prodotti artistici che non ai processi relazionali che li generano.
(napoleone, di margherita cinque | archivio dell’arte ir-ritata)
Francesco Crisafulli viveva in un quartiere periferico di Catania, prigioniero
dello stigma di “invalido di mente al cento per cento”, quando cominciò a
inviarci le sue poesie, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, su
sollecitazione di un gruppo antipsichiatrico della città che conosceva la nostra
ricerca. In una di queste poesie concludeva: “Siamo qui e andiamo fermi, almeno
io, finché la mia fantasia vaga e trova spazio anche in te”. L’esigenza
principale di Francesco era che la sua fantasia trovasse spazio anche in altre
persone. E come ebbe a dire in un’altra lettera: la narrazione poetica
costituiva per lui “l’ultima e unica carta ancora da giocare”.
Non sembra diversa l’urgenza creativa che muove Nur, una ragazza palestinese di
Gaza, che nella quotidianità del genocidio, il 17 luglio del 2024, scrive una
poesia dedicata alla terra. Non riuscendo ad accettare perché lei, la sua
famiglia, la sua comunità, il suo popolo, debbano soffrire così a lungo,
attraverso i suoi versi sembra voler dire che resistere è in fondo continuare
ostinatamente a esistere, come fa la terra, seppure estenuata e contaminata dai
bombardamenti israeliani:
La terra dà i suoi frutti
Sfidando assedio e carestia.
I pomodori germogliano
I peperoni e le melanzane,
nonostante l’acqua interrotta
nonostante i bombardamenti illeciti. […]
Solo a Gaza
La terra combatte con la sua gente.
L’intento della Casa è proprio quello di favorire che le creazioni simboliche,
nate sfidando contesti di mortificazione e di morte, trovino casa, nel cuore e
nella mente di altre persone. Qualunque sia il linguaggio espressivo usato da
una persona in difficoltà – scarabocchio, disegno, dipinto, scrittura – l’atto
creativo rappresenta per colui o colei che lo produce una risorsa vitale, e per
la società il documento significativo di una reazione non acquiescente a una
condizione mortificante e mortale.
(cartolina a matita di mari | archivio dell’arte ir-ritata)
Le opere custodite a oggi dall’Archivio, in forma di piccoli fogli manoscritti o
di grandi dipinti che pian piano verranno ad abitare a Napoli, sono circa un
migliaio. Fra esse ci sono alcune delle produzioni creative dei più
significativi laboratori d’arte sorti negli ultimi cinquant’anni in istituzioni
psichiatriche, psichiatrico-giudiziarie e carcerarie. Quelle di ottantuno autori
e autrici saranno esposte dal 18 giugno (ore 18) in una esposizione avrà come
titolo Identità creatrici, che documenta la resistenza creativa prodotta dal
carcere, dalle pene capitali, dalle istituzioni per persone anziane e da quelle
psichiatriche o psichiatrico-giudiziarie, fino all’istituzione coloniale del
genocidio palestinese.
La Casa si trova in vico Neve 21, a Materdei, e sarà aperta per il mese
inaugurale tutti giorni dalle 18 alle 22. (sensibili alle foglie – casa
dell’arte ir-ritata)
(disegno di roberto-c.)
Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del
quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada
stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione
ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita
l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso
un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di
Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio
di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che
resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena.
È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e
associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica
napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una
rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo
Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni
sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica.
Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto
nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per
l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole
dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni
da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra
cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da
allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito
dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del
Forte restano una promessa ancora disattesa.
Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San
Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento
Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo
degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno
precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e
all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni
precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi
dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura
Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti
non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto
questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle
priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di
inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto
meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece
l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla
rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il
presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la
responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione
di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe
scadere tra circa tre anni.
L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al
centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere
una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti
che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni
interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla
riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del
fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa,
dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero.
A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire
risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere
profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che
convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi
ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche
e logistiche.
È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie
l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa
domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse,
alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata
considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da
conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di
tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che
conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi
ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue
principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di
ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container
e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e
resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre
secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche,
come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo
fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino
alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto
del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a
importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei
petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle
contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto
proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle
trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno
ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città.
La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la
consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che
proprio per questo può essere trasformato.
Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso
l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le
rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un
luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua
condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione
finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e
persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono
riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la
memoria viene custodita e coltivata, allora cambiano anche le domande che siamo
disposti a porci sul suo futuro.
Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla
collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e
difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le
trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa
consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai
bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive.
Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il
diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al
mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il
territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i
costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe
però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale,
e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o
riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel
tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di
prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia
scognamiglio)
(disegno di roberto c.)
Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità
del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues,
distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli
scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint
venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton –
fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi
di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico
della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici.
Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e
da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a
raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e
l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015.
Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu,
e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il
villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone
rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a
provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o
indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni:
agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del
turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla
contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle
risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i
danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei
danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora
giustizia.
STORIA DI ESTRAZIONE
Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas
Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse
regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un
paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che
campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per
lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra
vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che
cumuli di ghiaia”.
Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro
nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi
naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure,
nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo
primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo,
l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona
portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una
delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali
si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali,
non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili.
Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve
aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la
modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di
estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare.
Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per
attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve
identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero
Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas,
Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione
della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di
fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale.
Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un
finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e
la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione
e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i
giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della
modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro
fino al porto di Vittoria.
Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella
che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di
concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base
dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime
estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di
risorse cinese.
Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta
affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo
Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di
faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti
tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare
superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al
poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una
corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in
gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di
Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de
Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare
con migliaia di abitanti.
L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione
socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco
perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera
letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che
dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle
classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della
società mineira.
Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia
subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave
della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si
stancano di gridare le vittime del disastro.
LA PRIMA CITTÀ
Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano
secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio
1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla
ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de
Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo
ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante
della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata
Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il
ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo
migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di
cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata
una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e
successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango
di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito
il nome di Mariana.
Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare
cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas
Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro
Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere
Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di
estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I
segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e
invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia
Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e
alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e
finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici
moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne
presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro,
l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento
del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi.
Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo
il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão
conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana
in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al
bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi
raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il
crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le
norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero
assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha
lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività
dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda
distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della
responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e
tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si
inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo
alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che
resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio
Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso.
Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le
sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per
circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando
una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere.
La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la
lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di
dislivello tra la diga del Fundão e la valle.
Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo
a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per
contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna
di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito
solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva
coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più
alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi
divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando
nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime
della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno.
Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della
fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto
sulla collina in attesa dei soccorsi.
Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che
ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una
tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento
Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per
l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton
José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla
comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo
luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»;
«Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole
mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!».
Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per
ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in
questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate
zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate
zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto!
Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo
nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e
distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi
malvagità e ingiustizia!».
La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli
trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i
canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane
delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola
di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha
salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di
espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio
di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un
progetto di costruzione di una nuova diga nell’area
denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti
che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le
imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21
settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del
Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti –
una nuova diga.
Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e
prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La
preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le
proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste,
anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla
sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della
costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por
Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano
nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi
disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento
musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il
territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale.
ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE
In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in
quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per
l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo
sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili
da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha
devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non
è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango
per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita
quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello
di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita.
Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte
a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do
Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi
sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi
mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una
famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della
nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di
migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni,
storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo
di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era
tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua
vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo
un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi
dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche
la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui
abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente
ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata
un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la
restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è
avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture,
dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della
diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un
processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche
una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova
casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita
delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione
che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno
ricevuto».
Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli
organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di
ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è
stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti
ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di
negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così,
vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante
progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una
routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle
entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti –
presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto
avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli
Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e
Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali
coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con
il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di
riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024,
quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di
centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione
della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo
accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere
pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime
nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque
miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari.
Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni,
sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione
inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e
che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di
negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove
dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare
pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione.
Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale –
un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di
articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste
istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento
del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera
delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi.
Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un
sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi
della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti
per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a
Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue
persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio
Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di
questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del
processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e
a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione.
Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità
localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e
cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a
rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino.
Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le
imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere
le comunità ed espandere i progetti estrattivi.
Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e
sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in
cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione
diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il
potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di
‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente
dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene,
l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un
regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato
alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha
presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la
storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora
tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)
(disegno di diego miedo)
È domenica 7 giugno, un promemoria mi ricorda che alle 10 l’assessora comunale
alle politiche educative, giovanili, rigenerazione urbana e periferie, Carlotta
Salerno, terrà un incontro pubblico per parlare di “Aurora-Barriera”, il nuovo
progetto di rigenerazione dei due quartieri che si estendono a nord di Torino.
L’incontro si svolge alla Fondazione Giorgio Amendola, una delle più consolidate
realtà del terzo settore attive a Barriera di Milano.
Esco in anticipo e mi incammino verso l’appuntamento partendo dal Lungo Dora
Firenze, che segna il confine tra Aurora e il centro. Da qui sono visibili due
simboli della riqualificazione urbana operata nell’ultimo decennio da grossi
privati i cui interessi hanno incontrato i favori della politica: la
ristrutturazione della sede storica dell’Italgas, all’incrocio tra corso Palermo
e corso Regio Parco; la Nuvola Lavazza, nuovo centro direzionale della società
che ha preso il posto di una centrale elettrica Enel, tra via Bologna e corso
Palermo. Attorno alle due strutture sono sorte opere di ripavimentazione, nuovi
elementi di arredo urbano, installazioni artistiche, dispositivi di sorveglianza
di ultima generazione. Svoltando su corso Brescia e procedendo verso corso
Verona, davanti alla ex sede dell’ufficio per l’immigrazione della questura e a
una nuova enorme palestra di proprietà spagnola, vedo gli esiti di finanziamenti
che hanno dotato il quartiere di nuove fioriere, giochi per bambini, piste
ciclabili che si interrompono all’improvviso. Lungo il tragitto, i segni della
rigenerazione si arrampicano sulle facciate di alcuni edifici, sotto forma di
una street art normata dall’alto e per questo educata.
Il tempo stringe e accelero il passo. Per arrivare alla Fondazione Amendola
attraverso corso Novara, che marca il confine tra Aurora e Barriera, e imbocco
la strada della destinazione finale, via Tollegno. In questo isolato un tempo
c’erano lo stabilimento produttivo e gli uffici della Lavazza. Di recente la
proprietà degli stabili è passata a Relife, uno Student Housing inaugurato nel
2024. Qui una camera costa tra 630 e 800 euro al mese, uno “studio privato” con
“kitchenette” (angolo cottura) 813 euro. Ma non si tratta di un semplice
studentato – leggo nel sito web –, perché Relife ha inventato un “sistema di
punteggi” tramite il quale gli studenti che partecipano a “progetti sociali
locali” ottengono in cambio l’accesso a “servizi esclusivi e vantaggi speciali
nel campus”.
Nella stessa via Tollegno c’è anche la sede della ex scuola elementare Salvo
D’Acquisto, aperta nel 1968, famosa per il suo approccio pedagogico sperimentale
e per un impianto sportivo con piscina allora ritenuto “sproporzionato” rispetto
a quelli di altre scuole. Chiusa nel 2018 per problemi strutturali, la scuola fu
occupata dagli anarchici nel marzo 2019 dopo lo sgombero dall’Asilo di via
Alessandria. Gli occupanti lasciarono lo spazio spontaneamente tre mesi dopo, ma
tra i primi a chiederne lo sgombero immediato vi fu proprio Carlotta Salerno,
allora presidente della circoscrizione. Nel 2020 una parte dello stabile venne
ristrutturata dalla Vertigimn e da allora è una palestra specializzata in
discipline aeree e acrobatiche.
Arrivo alla Fondazione Amendola, intestata a colui che fu tra i massimi
esponenti del Pci e tra i membri della Costituente. Inaugurata nel 1982, la
fondazione vanta una conoscenza profonda della complessità del quartiere, e
cerca di affrontarla seguendo “i valori del pensiero amendoliano”; tra questi –
riporto dal sito web – il rispetto dell’autodeterminazione dei cittadini e
l’attenzione alle esigenze di giustizia sociale. Grazie a finanziamenti pubblici
e privati e a collaborazioni con istituzioni, terzo settore e imprese di vario
tipo, essa organizza convegni, iniziative culturali, promuove ricerche, pubblica
libri e periodici. La sua sede ospita anche l’associazione lucani del Piemonte
Carlo Levi e una biblioteca del circuito nazionale. Tra le sue iniziative più
recenti c’è il Torino Podcast Festival, volto a “promuovere inclusione e
rigenerazione culturale”. Tra i partner dell’iniziativa c’è anche la vicina
Relife. È all’interno di questo programma che si inserisce l’incontro sul
progetto di rigenerazione “Aurora-Barriera”.
Le notizie su questo nuovo progetto, finanziato dal Programma nazionale Metro
Plus 2021-2027, circolano da un anno almeno. Quasi ventisei milioni di euro
saranno spesi lungo corso Palermo, nei tre chilometri che collegano Aurora e
Barriera, in un tratto considerato strategico per il futuro collegamento con la
linea 2 della metropolitana, ma “problematico”. Area rurale fino a metà
Ottocento, industriale fino agli anni Ottanta, e oggi soprattutto commerciale,
il quartiere è spesso raccontato – e uso le parole di giornalisti e politici –
come un inferno, un far west in cui gli stranieri hanno invaso il tessuto
sociale originario stravolgendolo con i loro affari legali e illegali e la loro
inciviltà. Chi contraddice questa narrazione lo dipinge come crocevia
multiculturale e dinamico dove il terzo settore democratico e inclusivo può
esprimere il suo impegno sociale. Sebbene opposti, entrambi i discorsi diventano
funzionali alla volontà politica di fare di Barriera il nuovo campo di
sperimentazione dell’innovazione sociale.
Obiettivo del progetto è “restituire alla cittadinanza luoghi più sicuri,
accessibili e vivibili”. Nel concreto si prevede la piantumazione di
quattrocento nuovi alberi, più illuminazione, un nuovo percorso ciclabile, un
graffito chilometrico, il recupero di spazi dismessi e locali chiusi. «Se uno la
guarda dall’alto sembra Broadway», commentò il sindaco Lo Russo lo scorso
luglio, quando venne presentato il masterplan a cui hanno lavorato la società
Infra.To, lo studio Carlo Ratti Associati, la cooperativa Liberitutti e altre
due agenzie (West8 e Mic). L’inizio dei lavori è fissato tra fine anno e i primi
mesi del 2027.
Tra le parole chiave del progetto incontriamo “arte”, “verde”, “attrattività”,
“sostenibilità”, “inclusione”, l’immancabile “sicurezza urbana”. Ma il suo
cavallo di battaglia è la “partecipazione”. Il piano generale, consegnato a
luglio 2025, si vantano i promotori, è stato partorito a seguito di una lunga
fase di ascolto degli abitanti, coinvolti anche in una serie di iniziative
affidate ad Avventura Urbana, società specializzata in “pianificazione
strategica e territoriale” e “processi partecipativi e inclusivi”. Negli ultimi
mesi, la stessa Salerno ha coordinato quattro incontri di “co-progettazione” per
consentire ai cittadini, “in particolare ai giovani”, di contribuire alla
definizione degli interventi.
L’incontro è mediato da Domenico Cerabona, direttore della fondazione, che con
domande basilari prova ad animare una conversazione informale. L’assessora lo
prende in parola e, nel corso dell’intervista, intervalla le frasi d’ordine che
il suo ruolo le impone con aneddoti legati alla storia della sua famiglia,
qualche battuta ironica e diverse risate. Aurora-Barriera, dice lei, è un
progetto complesso che rischia di non essere immediatamente comprensibile alla
cittadinanza. Concentrare i lavori sull’asse di corso Palermo serve quindi a
rendere gli interventi più facilmente individuabili. Il potenziamento
dell’illuminazione, gli alberi e le piste ciclabili rispondono alle richieste
degli abitanti, che avrebbero insistito anche sul tema della sicurezza. Ci sarà
poi «uno spazio dedicato alle persone», «una parte di illuminazione artistica
molto potente» e un intervento artistico più ampio che non si può svelare,
perché i progettisti ci stanno ancora lavorando.
A interloquire con l’assessora sono stati invitati “alcuni giovani del
territorio”: Adele, studentessa fuori sede (lucana, precisa il presentatore),
che dopo un tirocinio in circoscrizione adesso fa il servizio civile presso
l’ente che ospita l’incontro; lei esprime fiducia nei confronti della bellezza,
dell’estetica e della rigenerazione, afferma la necessità di comunicare bene
l’identità di Barriera e critica i giornalisti che mettono in evidenza gli
aspetti negativi anziché i sacrifici del terzo settore. Federico, un giovane
medico appena laureato, che vive a Torino da un anno e lavora all’ospedale Don
Bosco, confessa di sentirsi ben accolto: frequentando le associazioni del
quartiere, il comitato di Barriera e la fondazione stessa, ha scoperto di «poter
essere parte attiva della città» pur non essendo di Torino. E infine Simona, una
studentessa che vive a Torino da due anni, introdotta come “residente di
Relife”; anche lei è affascinata dai murales commissionati dall’amministrazione
e insiste sulla necessità di aumentare la sorveglianza, perché in certe strade
del quartiere «c’è tanta diversità». Nel corso della discussione, tutti e tre
guardano Salerno con ammirazione, annuiscono alle sue affermazioni, ridono alle
sue battute.
Quando la conversazione si sposta sul piano della narrazione viene menzionato il
bando “Bella storia”. Per cambiare l’immagine negativa di Barriera, il bando sta
distribuendo tre milioni di euro a venticinque enti del terzo settore (tra
questi la Fondazione Amendola) ingaggiati nella promozione di attività
artistiche, culturali e sportive, di “prevenzione del disagio psicosociale e
delle dipendenze da sostanze”. Secondo l’assessora è necessario «non mitizzare
un passato che non c’era», ma incentivare «il racconto onesto, trasparente, di
quello che c’è».
L’incontro va avanti per qualche minuto ancora, ma quello che ho sentito finora
mi basta. Il ritornello della partecipazione civica e della co-progettazione è
una farsa insopportabile se si pensa al modo in cui questa giunta e i suoi
alleati stanno ignorando le istanze formali dei comitati che contestano i loro
piani, dal piano regolatore generale a progetti come quello del nuovo ospedale
di Torino Nord, che Comune e Regione, con il benestare di tutti i partiti,
vogliono costruire a tutti i costi dentro il parco della Pellerina. Credo che
gli annunci di nuovi alberi in corso Palermo e tutta la retorica green possano
disturbare chi da molti anni sta lottando per opporsi al taglio insensato di
alberi sani imposto dal regolamento per il verde urbano; e certamente fanno
inorridire chi ha presentato ricorsi e si è beccato denunce, multe e
manganellate per opporsi alla devastazione del parco del Meisino, adesso
Cittadella per lo sport grazie al Pnrr. E allora si consolida la certezza che
l’unica partecipazione ammessa dalle istituzioni è quella che si limita a
confermare le loro ambizioni. Del resto, tra le sue ultime battute, la stessa
Salerno una verità se la fa scappare, quando afferma che «con Aurora-Barriera
stiamo tentando di dare risorse a chi qui lavora, e come dico ogni tanto ai miei
colleghi e alle persone che incontro, non è detto che vi piaccia, e non è detto
che vi debba piacere».
Prima di andare via mi soffermo a guardare le opere esposte alle pareti; molte
sono di artisti indiani, egiziani e di altri paesi extraeuropei. Poi mi fermo al
banchetto allestito all’ingresso per scansionare il QR code che rimanda al
questionario di rito, creato per ricevere pareri sul festival. Al tavolo ci sono
tre ragazzi e ci scambio qualche parola, lavorano per la fondazione. Il colore
della loro pelle, diverso dal mio e da quello del pubblico presente
all’incontro, mi suggerisce che la scelta di piazzare proprio loro all’ingresso
è casuale quanto quella di far parlare i tre giovani ingenui che ho ascoltato
poco prima. E allora mi tornano in mente altre affermazioni dell’assessora
dedicate alla necessità di cambiare la narrazione di Barriera: «Siamo nella
dittatura di chi ha più voce. Le persone caucasiche, adulte, over 50, hanno
spazi di narrazione che i ragazzi spesso non hanno, e quindi il racconto di
Barriera è fatto solo da una parte, che per di più è quella nostalgica […]. A me
interessa la complessità, che questa complessità esca e che escano tutte le
voci». Io però di voce ne ho sentita solo una, omogenea e compatta. (alessandra
ferlito)
(disegno di jamal ouazzani)
Si presenta domani, venerdì 12 giugno 2026, alle ore 18 nella libreria Ubik di
via Benedetto Croce, 28 a Napoli, il libro scritto da Jamal Ouazzani e
illustrato da Zainab Fasiki, Femministe musulmane. 20 ritratti: voci e visioni,
edizioni Astarte. Intervengono Ersilia Francesca, Valentina Marcella, Marta
Tarantino e Marika Visconti. Pubblichiamo qui una delle due prefazioni
all’edizione italiana del libro, quella di Renata Pepicelli. L’altra è di Asma
Lamrabet.
Cosa si intende con l’espressione “femministe musulmane”? In questo libro, con
tale terminologia, si fa riferimento a venti studiose, teologhe, giuriste,
attiviste e imam di diversi paesi, dal Marocco agli Stati Uniti, dalla Malesia
alla Francia, che rivendicano uguaglianza e diritti da una prospettiva islamica,
vale a dire sulla base di una rilettura dei testi religiosi volta a fare
emergere il messaggio di giustizia di genere insito nell’islam. Tutte loro
possono essere ricondotte a quell’ampio e diversificato movimento che è stato
definito “femminismo islamico” o anche “gender jihad”, in virtù dello sforzo
(jihād) ermeneutico portatore di istanze di libertà che contraddistingue
quest’espressione del pensiero critico e attivismo in contesti musulmani. Si
tratta di una corrente impegnata nella reinterpretazione del Corano,
degli ḥadīth (detti e fatti attribuiti al Profeta) e della storia islamica volta
a far emergere il vero messaggio portato dal profeta Muhammad all’umanità nel
VII secolo: l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, senza alcuna gerarchia tra
i generi.
In questo saggio grafico, Jamal Ouazzani, saggista, attivista per i diritti
umani e artista multidisciplinare franco-marocchino, e Zainab Fasiki, fumettista
e femminista marocchina, tratteggiano, attraverso parole e immagini, i profili
di venti figure di donne rinomate a livello internazionale. Asma Lamrabet, amina
wadud, Zahra Ali, Zainah Anwar, Ziba Mir-Hosseini, Sherin Khankan, Asma Barlas,
Malika Hamidi, Shereen El Feki, Olfa Youssef, Margot Badran, Linda Sarsour,
Blair Imani, Kecia Ali, Samar Habib, Hanane Karimi, Nayla Tabbara, Hidayet
Şefkatli Tuksal, Omaima Abou-Bakr, Ndella Paye sono diverse tra loro per storie
e posizionamenti, ma sono allo stesso tempo connesse le une alle altre dal
comune impegno per la giustizia di genere e da un approccio teorico-critico
volto alla rilettura delle fonti islamiche.
Alla fine del volume Ouazzani e Fasiki aggiungono anche un uomo, Ludovic-Mohamed
Zahed, imam franco-algerino dichiaratamente omosessuale: la sua inclusione in
questa antologia di ritratti mostra l’ampiezza, e anche la diversità che
caratterizza quella galassia estremamente variegata al suo interno che viene
definita “femminismo islamico”, ma che sarebbe forse più corretto chiamare
“femminismi islamici”, al plurale, che include anche uomini e soggettività
LGBTQIA+. Gli orientamenti di questo movimento sono plurali, non necessariamente
coincidenti su tutto – per esempio, sull’imamato femminile o su questioni queer
possono esserci opinioni divergenti – ma vi è sicuramente in comune la
convinzione che il Corano non contenga alcuna traccia di misoginia o
patriarcato. Anzi, il testo sacro è portatore di un messaggio di liberazione e
di giustizia. Sono state interpretazioni misogine del Corano, consolidatesi nel
corso dei secoli, a far emergere una giurisprudenza islamica e tradizioni che
discriminano le donne rispetto agli uomini e che hanno costruito una gerarchia
tra i generi. Tali letture tradiscono il messaggio dell’islam e nascondono
quella che è stata la vera storia di giustizia di genere della prima comunità di
fedeli, uomini e donne, riunitasi attorno al profeta Muhammad. Nei primi secoli
dell’era islamica, infatti, le donne partecipavano a tutti gli ambiti della vita
dell’umma (comunità) islamica e alla costruzione del sapere religioso. La loro
progressiva esclusione dall’esegesi coranica, dall’insegnamento religioso, e
dalla sfera pubblica ha portato all’emersione di un messaggio patriarcale, che
oggi le femministe musulmane stanno mettendo in discussione attraverso nuove
interpretazioni dei testi religiosi, a partire dal Corano.
Il femminismo islamico inizia a emergere alla fine degli anni Ottanta, per poi
svilupparsi negli anni Novanta del Novecento e affermarsi nei primi anni
Duemila. Dopo quattro decenni di attività, si presenta come una realtà plurale e
situata in molti paesi e contesti dell’umma transnazionale, dai paesi a
maggioranza musulmana dell’Africa e dell’Asia a quelli caratterizzati dalla
presenza di un islam diasporico in Europa e in Nord America. In questi anni il
femminismo islamico si è diversificato e sviluppato lungo linee differenti,
mostrando la specificità e la pluralità di un approccio che si muove nella
cornice di un’ermeneutica femminista. Esso è una delle anime del movimento delle
donne nei contesti musulmani: una realtà molto articolata e in costante
evoluzione, come dimostrano i precedenti volumi pubblicati della collana
Manifesta di Astarte Edizioni dedicati ai movimenti femministi e queer nella
regione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa.
Non è sempre facile tracciare i confini delle diverse correnti dei movimenti
delle donne nei contesti musulmani, poiché esistono zone di sovrapposizione e
porosità. Inoltre, le terminologie utilizzate spesso non riescono a restituire
la complessità e la fluidità dei posizionamenti, né le autodefinizioni. Se si
accettano i limiti delle categorizzazioni, si può oggi parlare di tre grandi
filoni che oggi compongono il movimento: femminismo secolare, femminismo
islamico e attivismo di genere in una cornice islamista. Il femminismo secolare,
che ha una lunga storia alle spalle, si fonda principalmente sul paradigma dei
diritti umani e mira alla riforma delle norme giuridiche discriminanti. Esso si
articola attraverso diverse voci e le nuove generazioni spesso si identificano
nelle rivendicazioni dei transfemminismi globali. Il femminismo islamico, come
si è detto, opera invece all’interno di una cornice religiosa attraverso la
reinterpretazione delle fonti religiose in chiave di genere per poi arrivare a
riformare codici della famiglia patriarcali. Differentemente, l’attivismo di
genere in ambito islamista si sviluppa nell’alveo dell’islam politico,
promuovendo rivendicazioni che privilegiano il principio di equità rispetto a
quello di uguaglianza e concentrandosi maggiormente su una trasformazione nella
sfera pubblica piuttosto che in quella privata. L’affermazione del femminismo
islamico negli anni Novanta ha rappresentato un’importante discontinuità
rispetto alle tensioni interne al campo dei movimenti delle donne,
caratterizzato, nel corso del XX secolo, da una netta contrapposizione tra
femministe secolari e attiviste islamiste. Questa nuova corrente ha infatti
condiviso, da un lato, la radicalità del discorso femminista delle prime in
termini di rivendicazioni di uguaglianza, dall’altro, la necessità di agire
attraverso una reinterpretazione delle fonti religiose propria delle seconde.
Il volume Femministe musulmane, con l’immediatezza e la potenza di un saggio
grafico, riesce a restituire a un pubblico ampio la pluralità dei percorsi del
femminismo islamico nel mondo, i principali temi affrontati e la metodologia
seguita per proporre nuove interpretazioni dei testi religiosi. È un libro che
sovverte da una prospettiva decoloniale pregiudizi e stereotipi orientalisti
sulle donne e l’islam, offrendo strumenti di lettura preziosi per chi si
interessa alle questioni di genere, ai femminismi, alle questioni queer e ai
mondi musulmani. (renata pepicelli)