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Cronache, libri, disegni e reportages

Rewind Roma, dicembre 2025 # La fine del Giubileo: si chiude una porta, si apre una stazione
(disegno di peppe cerillo) La porta santa della basilica di San Pietro si chiude tra l’invasione Usa del Venezuela e le minacce all’Iran e alla Danimarca, mentre Israele lascia intenzionalmente morire due milioni di persone a Gaza, e le deportazioni di massa si avvicendano più o meno ovunque. È l’influenza del messaggio cristiano nel mondo. Ripercorriamo l’ultimo mese del Giubileo della Misericordia 2025 nella sua (e nella nostra) capitale. Il 4 dicembre manifestazione al Campidoglio contro la svendita dei mercati generali al gruppo texano Hines, mentre dentro si commemorava il sociologo Enrico Pugliese, morto il 28 novembre. Intanto un emendamento al bilancio modifica la proprietà dell’ospedale Forlanini sul Gianicolo, chiuso dal 2015, con l’obiettivo di cederlo al Vaticano. Il 5 a Torpignattara presidio antifascista contro il corteo dei neonazisti di Forza Nuova, a cui la questura nega il permesso a manifestare. Ai Parioli i carabinieri trovano due poliziotti in uniforme che compravano cocaina nella macchina di un pusher. Gli studenti delle superiori manifestano contro la violenza di genere dopo il caso della “lista stupri” al liceo Giulio Cesare. Un ciclista ucciso da un’auto sull’Aurelia. Il 6 a Castel Sant’Angelo si inaugura Atreju, festa della giovanile di Fratelli d’Italia: gli eredi di Michael Ende, creatore del personaggio Atreju, chiedono all’organizzazione di non usare quel nome. La notte una ragazza di ventitré anni viene violentata da un gruppo di uomini vicino alla metro Jonio. L’8 arrestato un primario del Sant’Eugenio che prendeva tangenti dalle cliniche private per mandarci i pazienti in dialisi. Il 9 torna Zelensky: incontra Meloni e Schlein, poi va a Castel Gandolfo dal Papa. Due incidenti mortali in strada, all’alba a Trastevere, poi a Malafede. Il 10 manifestazione al Tufello per la ragazza violentata a Jonio. Sciopero generale l’11; incidente mortale a Porta Portese, il guidatore scappa lasciando il passeggero intrappolato nella macchina. Il 12 il sindaco dedica il Ponte dell’Industria (Ostiense) a San Francesco, per l’occasione definito “uomo-ponte”. Poi trasforma l’ufficio del Giubileo in “ufficio della Partecipazione e dei Quartieri”. Il 13 una banda di ladri all’Appio Claudio lancia una Panda contro Mediaworld e scappa col bottino. Abbattuti cinquanta tigli all’Eur: dovevano essere centocinquanta ma sono stati ridotti dopo le proteste degli abitanti. Il 14 è il Giubileo dei detenuti, ultimo evento dell’anno santo; si chiude anche Atreju, con un discorso di Meloni che attacca Francesca Albanese e dichiara solidarietà a La Stampa (dopo l’azione di protesta a Torino). Continuano le udienze per l’imprenditore Mirko Pellegrini, “Mr. Asfalto”, che da dieci anni pagava mazzette e pranzi a funzionari e politici romani (soprattutto Pd) per evitare i controlli sull’asfalto scadente delle strade. Il 15 si formalizza il passaggio al Vaticano del Forlanini, un enorme bene pubblico trasferito a uno stato estero.  La Fondazione Hind Rajab denuncia alla procura di Roma un militare israeliano in vacanza a Roma, accusato di crimini internazionali: l’Italia non dovrebbe lasciarlo uscire dal suo territorio. E invece esce. Dopo tredici anni, finalmente il 16 aprono le stazioni della Metro C di Colosseo e Porta Metronia, collegando tutta Roma Est al centro storico. Migliaia di romani e romane visitano incantate le architetture insolite e l’allestimento archeologico alla stazione di Colosseo. Il sindaco annuncia che Fontana di Trevi sarà a pagamento, e che presto inizieranno i lavori per lo stadio di Pietralata. Il 17 un consiglio comunale del Municipio X discute la grande opera progettata sull’altra sponda, il mastodontico porto crocieristico della Royal Caribbean a Fiumicino. Intanto il sindaco crea un nuovo ufficio che non promette nulla di buono: “Rigenerazione del Litorale e Grandi Progetti”. Il 18 ci sono ancora due incidenti mortali sulle strade, i primi dopo l’entrata in vigore del nuovo codice della strada di Salvini: uno a Bracciano e uno a Fiumicino. Nella sala stampa del Vaticano si presenta il discorso per la Giornata della pace: il papa denuncia il riarmo e la militarizzazione della società, nonché le ingerenze dei produttori di armi, condannando l’uso nazionalista della religione come “blasfemia”. Tutti contenti, ma non cambia nulla. Intanto il preside del liceo Righi manda a tutti i docenti una circolare infarcita di Bibbia e Torah, infischiandosene della laicità della scuola. Il 20 un ragazzo di origine montenegrina viene accoltellato al Trullo in una faida tra vicini. Il 21 l’aeroporto di Fiumicino annuncia il superamento della soglia dei cinquanta milioni di passeggeri in un anno. All’alba del 22 in un incidente di auto vicino ad Acilia muore una ragazza di ventisette anni, lasciando due figli piccoli. Lo sgombero di Askatasuna a Torino sembra annunciare altri sgomberi di occupazioni a Roma, tra cui Spin Time e Forte Prenestino. Il 24 iniziano le chiusure delle quattro porte sante: finisce il Giubileo, un tempo festa della remissione dei debiti, oggi solo una lunghissima e pomposa cerimonia infarcita di discorsi generici che i media italiani ritrasmettono acriticamente. il 25 chiude la prima porta, quella della basilica di Santa Maria Maggiore, dove sarebbero custodite le reliquie della Sacra Culla di Gesù, con una preghiera “per i poveri”; il 27 quella di San Giovanni in Laterano, la prima chiesa costruita a Roma: il Cardinale Vicario, alla presenza del Sindaco, blatera della necessità di “prendersi cura di tutti”. Intanto la polizia fa un raid razzista contro i commercianti arabi di Centocelle. Il 28 chiude la porta santa di San Paolo: l’arciprete insiste che “la speranza non delude”, ma già il giorno dopo i carabinieri di Colleferro sfilano con la fanfara nell’outlet di Valmontone celebrando l’arma e facendo giocare i bambini alla guerra. Il 30 diverse personalità dello spettacolo diffondono una petizione contro lo sgombero di Spin Time, dichiarando che il palazzo “non è un centro sociale occupato, non è un luogo di propaganda politica, non produce illegalità, non è mai stato coinvolto in disordini sociali”. Il 31 a Acilia muore un uomo di sessantatré anni per i botti, un petardo gli stacca un braccio. Il 1 gennaio 2026 trecento persone fanno il bagno di capodanno sulla spiaggia di Capocotta a Ostia; un nuovo tuffatore fa il salto di Capodanno nel Tevere. Iniziano quattro giorni di pioggia quasi ininterrotta: il 2 per il maltempo una nave urta la banchina del porto di Civitavecchia, mentre a Ostia sequestrano nove chili di cocaina con il logo della Juventus. Il 4 ci sono strade allagate, ponti chiusi, linee ferroviarie sospese, e crolla un pino su via dei Fori Imperiali. Presidio contro l’imperialismo sotto la pioggia davanti all’ambasciata Usa, dopo il sequestro di Maduro. Il 5 manifestazione antimilitarista e antimperialista a piazza Barberini. Il 6, finalmente, si chiude anche la porta santa di San Pietro, con un’omelia in cui il Papa invita a tenere “aperta la porta della misericordia”. Rimangono aperte anche le due nuove fermate della metro, per fortuna, ma anche tutti i cantieri che continuano a cementificare Roma; rimangono aperte tutte le nuove opportunità di profitto create per il capitale finanziario, e anche i “poteri speciali” per il sindaco per autorizzare nuove speculazioni. Finisce il Giubileo della speranza; e finisce anche la speranza che con tutti i soldi stanziati per il Giubileo la città sarebbe potuta diventare migliore. (stefano portelli)
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Quello che vogliamo | Oroscopo di Foucault 2026
(collage di stefania spinelli) “Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi – ora ci vogliono”. [linda pastan] QUELLO CHE VOGLIAMO | OROSCOPO DI FOUCAULT 2026 ARIETE – Se dovessimo dirlo in una sola frase, il vostro tratto principale è questo: vivete nell’urgenza del primo passo e nella fiducia cieca dell’azione. Lo sappiamo, nei segni di fuoco tutto è iniziativa, coraggio, imprudenza, apertura di varchi, autoaffermazione. Voi non attendete che le condizioni siano ideali: agite perché qualcosa accada. E spesso accade davvero, anche se il prezzo da pagare arriva dopo. Vale forse poco ricordarvi la genesi del vostro mito, eppure ci proviamo.Nella mitologia greca l’Ariete dal Vello d’Oro è inviato da Nefele per salvare i figli Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. L’ariete compare nel momento estremo e permette loro la fuga. Durante il viaggio Elle muore, Frisso sopravvive, e quando la salvezza è compiuta l’ariete non viene premiato, anzi  viene sacrificato a Zeus come atto conclusivo. A Napoli si direbbe cornuto e mazziato. L’archetipo è chiaro: l’ariete salva, inaugura, accende – ma non resta. Chi ama pensare che le vite dipendono dal transito delle costellazioni vi ricorderà che da metà febbraio Saturno entra nel vostro segno, introducendo un lessico che vi è poco familiare: disciplina, responsabilità verso voi stessi, scelte ponderate, distinzione tra impulso e decisione. Ma nessun pianeta può farlo al posto vostro. Il punto non è diventare prudenti per forza, ma diventare consapevoli. Continuare a essere quelli che partono per primi, oppure imparare a restare un momento in più prima di scattare. Non per spegnere il fuoco, ma per orientarlo. Non per rinunciare al gesto, ma per sottrarlo al sacrificio automatico. Il mito vi ricorda che salvare tutti non è sempre possibile, e che non ogni causa merita la vostra intera vita. E allora arriviamo alla questione decisiva. Quello che vogliamo non è semplice: capire cosa merita davvero il primo gesto;  lottare, dunque, e scegliere con cura per chi e per che cosa vale la pena esporsi. TORO – In una lunga e costante tradizione astrologica il Toro è il segno della tenacia, della forza silenziosa, della perseveranza che non ha bisogno di clamore. È il segno che conserva, che protegge ciò che è stato conquistato, che difende la forma contro il caos. Governato da Venere, sotto l’apparenza pacata e ponderata custodisce un’intensità sensuale e istintiva che non ha bisogno di essere annunciata: chi la conosce, la riconosce. Per questo, per l’anno che viene, non vi servono grandi indicazioni, ma piccole prudenze nel gioco dei desideri. I desideri, per voi, non mancano mai, soprattutto nella loro forma astratta. Quest’anno, invece, vi si pone una domanda più scomoda e più rara: che cosa volete davvero, e che cosa di ciò che volete è disposto a diventare reale? E soprattutto: che cosa siete disposti a cambiare? La vostra forza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in immobilità. E allora la vera prova non sarà resistere ancora, ma scegliere consapevolmente cosa lasciare andare del vecchio per permettere a qualcosa di nuovo di crescere. Non una rottura spettacolare, ma un movimento interno, lento e profondo. C’è in voi, quest’anno, una tensione sotterranea che somiglia a una forma di disobbedienza silenziosa: il bisogno di inceppare il mondo così com’è. Non per distruggerlo, ma per costringerlo a rivelarsi. È un gesto che vi chiede coraggio, non impulsività; volontà, non semplice attaccamento. Non si tratta di rinnegare ciò che siete, ma di capire se ciò che conservate vi nutre ancora o vi trattiene. Quello che vogliamo è fare del sogno non un rifugio, ma — come direbbe Pavese — “un’unica vita, libera e palpitante”: radicata nella realtà eppure aperta al respiro più ampio dell’immaginazione. Non sarà un anno di rotture plateali, ma di scelte profonde. E come ogni vera scelta, vi chiederà lentezza, fedeltà a voi stessi e quella forza rarissima che consiste nel crescere senza tradirsi. GEMELLI – Siete il segno della mobilità mentale, della connessione, del passaggio continuo tra idee, parole, persone. Vivete nella soglia: tra una domanda e l’altra, tra il lavoro e il gioco, tra il bisogno di capire e quello di condividere. Non amate le definizioni definitive perché sapete che ogni pensiero, se resta fermo, si impoverisce. Il vostro talento naturale è il movimento, il rischio costante è la dispersione. C’è in voi una naturale inclinazione alla socialità, ma quest’anno vi mettiamo davanti a una distinzione sottile e necessaria: non tutte le relazioni nutrono allo stesso modo. Alcune stimolano, altre distraggono; alcune amplificano la vostra felicità, altre la consumano rapidamente. Secondo lo psicologo Martin Seligman ci sono tre tipi di vita felice. La buona vita, ovvero perseguire la crescita personale, essere impegnati nel lavoro e nel gioco. La vita ricca di senso, ovvero agire al servizio di qualcosa più grande di noi. La vita piacevole, ovvero cercare il piacere attraverso la socializzazione. Tre dimensioni che conoscete bene. Quest’anno il compito non è scegliere una sola via alla felicità, ma capire quali relazioni rendono queste vie reali e durature. La domanda non è se stare con gli altri – per voi è vitale – ma con chi e a quale profondità, quali sono i legami che meritano una  gioia vera e condivisa. Per avvicinarvi a ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, vi suggeriamo un gesto meno ovvio di quanto sembri: rallentare il pensiero quanto basta per restare in profondità. Restare in una conversazione, in un progetto, in una relazione, in un luogo senza scivolare subito altrove. Non una rinuncia alla vostra natura, solo un suo affinamento. Quello che vogliamo è una “selezione consapevole”,  una felicità, che non nasca dall’accumulo di esperienze, ma dalla loro risonanza. Perché solo le relazioni autentiche – anche imperfette, anche faticose – hanno la capacità di amplificare davvero ciò che siete e ciò che potrete diventare. CANCRO – Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha vissuto in prima persona l’internamento in un campo di concentramento nazista. Ha poi raccontato e analizzato la sua esperienza in un libro che in Italia è stato pubblicato con il titolo Il prezzo della vita. In realtà (e confesso che è una scoperta per me recente) il titolo originario del suo libro, The Informed Heart (Il cuore informato), dice già tutto ciò che riguarda profondamente il Cancro. Lo scopo del libro non era tanto lo studio della vita nei lager, ma “mostrare quali siano i cambiamenti che dobbiamo operare in noi stessi” e come la vera sicurezza si trovi nella “buona vita” e nel riuscire a far coincidere gli opposti. Sappiamo che vivete da sempre in questo spazio di tensione: tra protezione e apertura, tra memoria e presente, tra bisogno di sicurezza e desiderio di appartenenza. Nei prossimi mesi questa dinamica diventa centrale e inevitabile, e questo non dipende dai  transiti planetari di quest’anno –che pure a detta degli astrologi  sollecitano l’asse emotivo e quello della responsabilità. È un processo di crescita che sta lasciando spazio a qualcosa di più complesso e più maturo. “Non possiamo più accontentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della ragione e la ragione deve essere guidata da un cuore consapevole”. Questa frase di Bettelheim non è un’astrazione per voi: è un compito concreto per quest’anno. Alcune situazioni vi mostreranno che la sensibilità, se non è informata, può diventare chiusura; e che la razionalità, se non è nutrita di affetto, diventa arida e difensiva. I più colti e ironici di voi coglieranno che questa è la risposta al dilemma della guerra Mente e Cuore cantata da Valentina Stella, ma questo non toglie nulla alla serietà del vostro lavoro interiore per l’anno che è cominciato. “Il cuore coraggioso deve infondere nella ragione tutto il suo colore vitale e la ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le pulsazioni della vita”. Non è un invito a “sentire” meno, ma a sentire meglio. A non usare l’emozione come rifugio, né la lucidità come difesa. A costruire una sicurezza che non dipenda solo dal passato o dalle mura che avete eretto, ma da una capacità nuova di stare nel mondo senza smarrirvi. Quello che vogliamo non è tornare a un luogo sicuro, ma diventare noi stessi un luogo sicuro in cui cuore e ragione non si escludano, anzi si intrecciano per permettervi di vivere – per intero – la vostra buona vita. LEONE – “Ho paura che tu non sappia come amo, come in te il mio costato vada alla deriva e manchino le parole per affrontare l’invisibile (…)”. Partiamo da qui, da questa paura sottile nominata da Candiani nella poesia Per voce di amante, perché ci sembra che il Leone si trovi esattamente in questo punto: non tanto nel timore di amare invano, quanto in quello di non essere riconosciuto per la forma unica del proprio amore. Che sia con il corpo, con la presenza o con la cura, per voi amare è sempre esporsi. Del resto siete il segno della luce e dell’irradiazione, della volontà che si manifesta senza ambiguità. Ma dietro questa chiarezza c’è una vulnerabilità profonda: il bisogno che ciò che donate venga visto, accolto, compreso. Nel 2026 questa esigenza diventa centrale, e non tanto perché i transiti planetari vi costringono a rivedere il modo in cui cercate conferma, ma perché la maturità e la crescita personale passano per la consapevolezza che non tutto ciò che è autentico viene immediatamente riconosciuto e non tutto ciò che brilla ha bisogno di applausi. Abbiamo letto che Saturno, in aspetto armonico al vostro segno per buona parte dell’anno, vi chiede di distinguere tra il bisogno di essere visti e la responsabilità di restare fedeli a ciò che siete, anche quando lo sguardo dell’altro manca. Secondo altri Nettuno renderà più sottile e meno controllabile il campo affettivo: potreste sentirvi fraintesi, o avere la sensazione che le parole non bastino più. A nostro modesto avviso non è compito dei pianeti decidere, è solo una vostra scelta. Per quest’anno non vi suggeriamo di amare di meno, ma di non contrattare il vostro amore in cambio di riconoscimento. Non tutto deve essere spiegato, non tutto deve essere messo ai piedi dell’altro.  L’invisibile che vi abita non va domato: va onorato. Quello che vogliamo, nel profondo, non è essere applauditi, ma essere visti senza doverci tradire o mascherare. Non è occupare il centro della scena, è sapere che il nostro modo di amare e di essere – leale e totale – ha diritto di esistere così com’è. Quello che vogliamo non è semplice, è giusto. VERGINE – Ha scritto Marguerite Yourcenar che il grafico di un’esistenza umana si compone di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: ciò che crediamo di essere, ciò che vogliamo essere, ciò che siamo stati. Quest’anno la Vergine si muove esattamente dentro questo disegno complesso, con la consueta attenzione al dettaglio e una lucidità che, a volte, diventa severità verso se stessa. Voi siete il segno che osserva, che analizza, che cerca coerenza tra le parti, ma spesso paga questo talento con un eccesso di controllo. La Vergine vive nell’intersezione tra volontà e misura. Non amate l’improvvisazione: preferite capire, ordinare, rendere funzionale ciò che è confuso. Ma quest’anno vi mette davanti a una tensione sottile: non tutto ciò che siete può essere corretto, non tutto ciò che è stato va migliorato. Secondo alcuni astrologi i transiti di quest’anno – in particolare quelli che sollecitano l’asse del cambiamento e della revisione profonda – vi chiedono di riconsiderare il rapporto con il passato, non come archivio di errori, ma come materia viva che ha già fatto il suo lavoro. Non sappiamo se sia vero, però sappiamo che  a volte c’è una distanza, spesso dolorosa, tra ciò che siete e ciò che vorreste diventare. Il rischio è quello di abitare perennemente la seconda linea del grafico, quella del “non ancora”, senza concedervi il diritto di riconoscere ciò che siete già. Per quest’anno vi invitiamo a un gesto meno consueto ma necessario: sospendere il giudizio, almeno per un periodo. Non per rinunciare alla vostra intelligenza critica, ma per evitare che diventi una forma di auto-sottrazione. Quest’anno non vi sarà chiesto di fare di più, solo di fare con maggiore fedeltà a voi stessi perché il perfezionamento continuo non sempre equivale alla crescita. A volte crescere significa accettare una linea sinuosa che non torna, che devia, che non obbedisce a un disegno ideale. Quello che vogliamo non è diventare una versione migliore secondo criteri astratti, ma riconoscere una continuità possibile tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che scegliamo di diventare. Non correggere la vita, ma abitarla con attenzione, rispetto e gentilezza rivolti prima di tutto a voi stessi. BILANCIA – Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen concepì un’impresa che, per l’epoca, appariva impossibile. Invece di tentare la sfida di forzare i ghiacci artici per raggiungere il Polo Nord, decise di affidarsi alla loro deriva naturale, trasformando un ostacolo in una via. L’idea era semplice e rivoluzionaria insieme: costruire una nave capace di resistere alla pressione della banchisa e lasciarla intrappolare volontariamente, perché fosse il ghiaccio stesso a trasportarla lentamente verso nord. Nacque così la Fram (Avanti), una nave progettata non per dominare la natura, ma per collaborare con essa. Nel 1893 la spedizione salpò verso l’Artico e la Fram venne intenzionalmente bloccata nei ghiacci vicino alla Siberia. Per quasi tre anni la nave rimase intrappolata, protetta, autosufficiente, mentre la deriva la spingeva attraverso il mare polare. Quando Nansen comprese che il movimento dei ghiacci non avrebbe condotto direttamente al Polo, lasciò la nave con un compagno per tentare l’avanzata in slitta. La Fram, invece, continuò il suo lento viaggio e riuscì infine a liberarsi, tornando in Norvegia. Nansen non riuscì a raggiungere il Polo Nord, ma vi si avvicinò come nessuno prima di lui. L’impresa fu comunque un successo scientifico e umano, e la Fram divenne simbolo di un nuovo modo di esplorare. Per quest’anno vi suggeriamo di muovervi dentro questa stessa logica. Voi siete il segno dell’equilibrio, della relazione, dell’intelligenza che nasce dal dialogo. Ma quest’anno i transiti planetari – in particolare quelli che sollecitano le scelte strutturali e i legami significativi – vi invitano a comprendere che non tutto ciò che avanza lo fa per spinta diretta. A volte il vero movimento avviene per deriva, per adattamento, per una fiducia attiva nel processo. Non è un anno in cui forzare decisioni o pretendere risposte immediate. Come la Fram, siete chiamati a costruire una forma interiore capace di reggere la pressione senza spezzarsi. Alcune situazioni sembreranno immobili, bloccate, sospese. Ma ciò che appare fermo sta lavorando, lentamente, nella direzione giusta. Quando Nansen lasciò la nave per tentare un’altra via, non rinnegò l’impresa: la completò in modo diverso. Anche voi, potreste scoprire che cambiare strategia non significa tradire l’equilibrio, ma onorarlo. Non tutto ciò che non arriva esattamente dove avevate immaginato è una sconfitta: alcuni risultati valgono perché trasformano il modo in cui attraversate il cammino. Quello che vogliamo non è controllare ogni esito, ma trovare una direzione che nasca dalla collaborazione con ciò che accade, non dalla sua forzatura. Come la Fram, anche voi potete avanzare lasciandovi portare, se saprete restare fedeli a voi stessi mentre il mondo vi muove. SCORPIONE – Ha scritto la poetessa statunitense Linda Pastan: “Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi ora ci vogliono. Ma quello che vogliamo appare nei sogni, indossando travestimenti”. Eccoci subito al nodo, Scorpione, perché quest’anno vi porta esattamente qui: tra ciò che pensavate di volere e ciò che vi chiama da luoghi più profondi, meno nominabili. Cosa volete davvero e cosa invece avete scambiato per desiderio? Un’amica mi ha sfidato, dicendo «per quanto puoi scrivere e studiare non comprenderai mai il nostro segno». Temo abbia ragione, non sono certo che libri o stelle contengano una risposta definitiva, anche se la vostra costellazione ospita una delle luci più intense del cielo, Antares. Forse una luminosità così potente costringe a socchiudere gli occhi; o forse non esiste stella all’altezza del vostro mistero. Di voi, del segno che conosce la morte come passaggio e non come fine, è più giusto parlare al plurale: scorpioni. In voi abitano desideri opposti, impulsi che si contraddicono, fedeltà e rottura, attaccamento e necessità di distruzione. Secondo molti astrologi quest’anno i transiti planetari che toccano le zone più profonde del tema – quelle legate al potere, all’intimità, alla trasformazione – rendono impossibile continuare a vivere scegliendo una sola voce. Sarebbe un anno durissimo se tentaste di ridurvi a una versione semplificata di voi stessi. È invece un anno potentissimo se accettate il compito che vi viene affidato: trovare spazio per ogni parte che vi compone, parole per ogni pensiero che vi attraversa, rifugio persino per ciò che punge e fa male. Siete il segno più enigmatico, legato ai cicli di morte e rinascita, dotato di un’intelligenza lucidissima e attraversato da impulsi sessuali e da un’aggressività passionale che non tollera mezze misure. Non a caso il vostro motto astrologico è semplice e assoluto: io rinasco. Quest’anno la rinascita non passa per un singolo evento risolutivo: passa per l’integrazione. Non per scegliere tra luce e ombra, ma per abitare entrambe senza ferirvi o autodistruggervi. Quello che vogliamo, nel profondo, non è liberarci delle nostre contraddizioni, ma imparare a viverle senza rinnegarne nessuna. Rinascere, ogni volta, perché “non ricordiamo il sogno, ma il sogno ci ricorda”. SAGITTARIO – Sapete perché questo oroscopo viene pubblicato il giorno dell’Epifania e non a fine anno, come tutti gli altri? Perché non è un oroscopo come gli altri e perché volevamo che le parole non si confondessero con le retoriche zuccherine del “pace, salute, prosperità” che chiudono l’anno. Non perché queste parole non siano fondamentali, ma perché, così come vengono pronunciate, restano enunciazioni. E voi, Sagittario, siete il segno che non si accontenta delle formule o degli slogan: cercate il senso delle parole, perché solo quando hanno peso possono guidare davvero l’azione. La speranza, per voi, non è mai astratta. Deve essere sporcata dalla realtà, dalle imperfezioni, dalla stanchezza, dagli inciampi lungo il cammino. È un foglio bianco che non bisogna avere timore di riempire di errori, se davvero si vuole scrivere un finale diverso. Nel 2026 questa immagine vi descrive con precisione: siete chiamati a rendere concreta una visione che avete già da tempo davanti agli occhi, ma che forse avete tenuto troppo in alto, troppo lontana dal corpo. Siete il segno dell’orizzonte, della fiducia nel futuro, del passo lungo. Ma quest’anno la domanda cambia tono. Non è più solo cosa volete, bensì come siete disposti a muovervi verso ciò che volete. Siete pronti a chiedere aiuto? A non fare tutto da soli? A rallentare il passo per non perdere chi cammina con voi? Questo non è un anno che vi chiede di smettere di credere, ma di credere in modo incarnato. Accettare che la speranza non è una fuga in avanti, ma un lavoro quotidiano fatto di compromessi intelligenti, di ascolto, di fiducia condivisa. Alcune illusioni cadranno, ed è un bene: vi costringeranno a distinguere tra ciò che vi ispira davvero e ciò che vi distrae con promesse troppo facili. Quello che vogliamo è già nell’orizzonte. È il gesto sottile e difficile di diventare poliglotti nella propria lingua madre: imparare a dire ciò che sentiamo con più registri, più voci, più umanità. Perché la vera sfida, quest’anno, è restare fedeli a ciò che ci muove, anche quando questo richiede pazienza, collaborazione e il coraggio di non sapere tutto subito. CAPRICORNO – Nel 1912, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, in Massachusetts, il movimento sindacale e femminista statunitense marciò sotto uno slogan che aveva preso in prestito le parole di un poema scritto l’anno precedente da James Oppenheim: “Hearts starve as well as bodies / give us bread, but give us roses” (“Anche i cuori soffrono la fame come i corpi: dateci il pane, ma dateci anche le rose”). Molti anni dopo, Ken Loach riprese quelle parole per raccontare in un film una storia di lavoro sfruttato, paura, solidarietà fragile e dignità ostinata. Una storia in cui la lotta non riguarda solo la sopravvivenza, ma il diritto a una vita che abbia qualità, tempo, rispetto. Il Capricorno, più di ogni altro segno, conosce il valore del pane. Conoscete la fatica, la responsabilità, la costruzione lenta e ostinata di ciò che garantisce stabilità. Siete il segno che regge, che tiene, che non molla anche quando il peso è sproporzionato. Quest’anno vi mette davanti a una sfida meno comoda: non basta resistere. Non basta garantire la sopravvivenza materiale se il prezzo è la rinuncia sistematica al desiderio, al tempo, alla bellezza. Vale nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie. Dicono gli astrologi seri che i transiti planetari di quest’anno toccano il vostro segno in profondità. Abbiamo letto che Saturno, vostro pianeta guida, vi chiede ancora rigore, ma in una forma più matura: non solo disciplina, bensì responsabilità verso voi stessi. Pare anche che Plutone continui il suo lavoro di trasformazione strutturale, smontando ciò che avete costruito solo perché “si deve”, solo perché “ha sempre funzionato”. Non sappiamo se sia vero, però vi invitiamo a fare cadere alcune certezze, non per punizione, ma perché non sono più abitabili. Il lavoro, le relazioni, gli obiettivi: tutto ciò che resta in piedi quest’anno dovrà avere un senso profondo, non solo utilità. Perciò, quest’anno, quando si tratterà di dover scegliere, non fatelo. Quest’anno qualcosa di radicale, anche se silenzioso: pretendere sempre il pane e le rose. Ci saranno divisioni interne, paure, tentazioni di tornare indietro. La vera maturità, quest’anno, non è stringere ancora i denti: è ammettere che anche il cuore ha fame. Quello che vogliamo non è solo resistere, né semplicemente riuscire, ma costruire una vita che non ci costringa a scegliere tra sopravvivere ed essere vivi. Nel 2026 siamo chiamati a una forma nuova di autorità: quella di chi sa dire che il pane è necessario, ma che senza le rose non basta più. ACQUARIO – Una mia vecchia amica ritiene che in ogni contesto, per esempio “cucinando”, sia possibile creare. E ricorda sempre che per Elsa Morante la sola frase d’amore era: “Hai mangiato?”. Non perché l’amore si riduca alla cura pratica, ma perché ogni creazione, per esistere, ha bisogno di passare dal corpo. Ed è qui che ci viene in mente un verso di una poesia di Chandra Livia Candiani: “L’anima ha le ali, ma è il corpo che ne porta la fatica”. Se avete la pazienza di leggere, vi sarà chiaro il perché. L’Acquario vive naturalmente nel registro dell’aria: pensiero, visione, ideale. Siete capaci di immaginare forme nuove di relazione, di amicizia, di convivenza, molto prima che il mondo sia pronto ad accoglierle. In amore come nella vita, siete chiamati a trovare un equilibrio sottile tra aspirazione e realtà. L’amore ideale resta per voi una bussola imprescindibile; senza, vi sentireste traditi. Ma quest’anno vi invita a riconoscere che l’amore reale non è la negazione dell’ideale, bensì il luogo in cui l’ideale si misura con il limite, con la stanchezza, con il tempo condiviso. Ricordate: l’anima può continuare a volare, solo se il corpo accetta di portarne il peso. Secondo gli astrologi seri, Plutone nel vostro segno renderà questo processo ineludibile. Non vi chiede di rinunciare alla libertà, ma di darle più di una forma. L’amore è una pratica che può assumere più forme: a volte cucinare per l’altro, a volte insegnare all’altro a farlo, a volte semplicemente sedersi insieme senza sapere esattamente cosa verrà servito. Si tratta di trovare un equilibrio tra la vostra doppia natura: l’Acquario uraniano, che spinge verso il nuovo e teme ogni vincolo, e quello saturnino, che comprende che la libertà non è assenza di peso, ma assunzione consapevole di ciò che è reale. Quest’anno non vi si chiede di risolvere questa tensione, vi suggeriamo di usarla come motore creativo. Quello che vogliamo non è un amore pensato così bene da non dover essere vissuto, né una realtà così pesante da spegnere il desiderio. Vogliamo un amore in cui l’anima continui ad avere le ali e il corpo, nel portarne la fatica, possa dire: io esisto. PESCI –  Se dovessimo indicare uno dei “mali” del nostro tempo, potremmo dire, senza tema di smentita, che è questa sovrabbondanza di immagini che ogni giorno scorrono sugli schermi: tutto è visibile, tutto è accessibile, tutto è già visto prima ancora di essere vissuto. Non è una critica al progresso, né un rimpianto nostalgico; è la constatazione che, in questo gioco di specchi, qualcosa si incrina. Si può assistere a tutto – persino all’orrore – e restare immobili. Nel suo libro Quando il mondo dorme, Francesca Albanese cita le parole del monaco buddhista Thich Nhat Hanh: “Dopo aver visto, bisogna agire. Altrimenti, a cosa serve vedere?”. È a voi che queste parole parlano più direttamente, perché siete il segno che vede più degli altri, ma non sempre riesce a restare presente nella propria vita. I Pesci sono sensibilità pura, empatia senza confini, capacità di sentire il mondo come se non esistessero separazioni. Ma proprio questa dote, nel tempo dell’eccesso di immagini, rischia di trasformarsi in stanchezza emotiva, in ritiro, in una sorta di anestesia dolce. Sentire tutto può diventare, paradossalmente, un modo per non riuscire più ad agire. Secondo gli astrologi “seri”, il 2026 arriva come un anno di svolta perché segna la fine di un lungo ciclo: Saturno conclude il suo passaggio nel vostro segno nei primi mesi dell’anno. È stato un transito severo, che vi ha costretti a fare i conti con i limiti, con il corpo, con la responsabilità di dare forma a ciò che sentite. Ora qualcosa si allenta, ma non per tornare all’indistinto: per scegliere cosa fare di ciò che avete imparato. Nettuno, vostro pianeta guida, ha lasciato i Pesci, ma non vi ha abbandonati: ha lasciato in eredità una domanda radicale sul senso, sulla compassione e sulla verità. Non sappiamo se queste previsioni siano giuste; sappiamo però che quest’anno si presta a trasformare la vostra sensibilità in gesti concreti. Non salvare il mondo – questo vi esaurirebbe – ma salvare la vostra presenza nel mondo. Poiché sapete leggere le vite degli altri come fossero libri aperti, ma spesso ignorate i segnali che arrivano dalla vostra, il compito del 2026 è imparare una forma nuova di cura verso voi stessi: non restare inerti davanti a ciò che vi ferisce, non dissolvervi in ciò che sentite. Quello che vogliamo, nel profondo, non è smettere di vedere né proteggerci chiudendo gli occhi, ma trovare il coraggio di agire a partire da ciò che vediamo e in difesa di ciò che proviamo, anche quando è scomodo, anche quando ci espone. Fare della nostra sensibilità una forza viva.
culture
La parola della settimana. Porta
(disegno di ottoeffe) Devo ammetterlo: Aldo Cazzullo mi è simpatico. La sua faccia mi rasserena, o comunque quando la vedo non sento il prurito che mi attraversa il corpo se per errore mi compaiono sullo schermo i suoi colleghi paladini della sinistra democratica (da de Gregorio a Telese nessuno escluso, passando per Gruber e Gramellini, senza nemmeno contare Fazio e questo Scanzi che mi ricorda quegli accademici che studiano i movimenti sociali ma non hanno mai attacchinato un manifesto in vita loro – prendo in prestito l’espressione da -gr). La settimana scorsa stavo guardando Una giornata particolare, che sarebbe un buon programma se non fosse per alcuni excursus no-sense sulla base di associazioni di idee discutibili, in cui si dà voce a gente discutibile – tipo Farinetti sul vino o Lino Banfi sulla morte, in una puntata sui misteri della Bibbia. Farinetti e Saviano a parte (compariva anche lui ovviamente, su Sodoma e Gomorra…), ho scoperto che uno dei fatti mitologico-religiosi a cui si appigliano gli ebrei per giustificare i loro presunti diritti sulla Palestina risale alla colonizzazione dei Cananei da parte degli Israeliti (1200 avanti Cristo, più o meno): questi ultimi, infatti, sarebbero stati autorizzati a soggiogare la popolazione a ovest del Giordano alla luce non solo della promessa di Yahveh, che gli aveva indicato quella terra, ma anche di una maledizione fatta da Noè a suo figlio Cam, e a suo nipote Canaan, dal momento che il primo, dopo aver trovato il genitore a dormire nudo e ubriaco lercio in una tenda, non l’aveva coperto con un lenzuolo. (l’ebrezza di noè, di michelangelo buonarroti – cappella sistina, roma) Nel Libro di Giosuè, uno dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento (in realtà è documentato che ci siano scritte un sacco di fandonie), si racconta la conquista della città di Ai, in terra di Canaan: su precisa indicazione del Signore, gli Israeliti attirano gli abitanti locali nel deserto per battagliare, facendo contemporaneamente entrare altri uomini in città, non appena le porte rimangono sguarnite. Quelli di Ai videro che il fumo della città si alzava verso il cielo.[…] Giosuè e tutto Israele videro che quelli dell’agguato avevano conquistato la città e che il fumo si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini di Ai. Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall’altra. Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. […] Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all’ultimo furono passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a fil di spada. Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila, tutta la popolazione di Ai. […] Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di rovine per sempre […]. Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera. Al tramonto comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall’albero e lo gettarono all’ingresso della porta della città. (libro di giosuè, capitolo 8) Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto impegniamo il nostro tempo a fare cose inutili, tipo preoccuparci di cosa gli altri pensano di noi, o di quello che dicono i leader di uno dei partiti più insopportabili della storia del parlamento. Eppure, seguendo una serie di associazioni di idee tipo Una giornata particolare mi sono ritrovato a fare un conteggio, e ho scoperto che negli ultimi trent’anni avrò passato più o meno centocinquantamila minuti (circa centocinque giornate) a difendere una porta, attaccandone raramente un’altra. (credits in nota 1) A mia discolpa va detto che la decisione la presi per caso, quando avrò avuto più o meno otto anni. In quel periodo l’allenatore mi schierava testardamente all’ala destra, finché in una partita in cui non avevamo nemmeno un difensore mi spostarono dietro e le cose cominciarono ad andare meglio. Sliding doors, lo chiamano gli anglofoni dalla fine degli anni Novanta (grazie a un iconico film che diede un senso figurato a un’espressione che significava altro), indicando un momento apparentemente insignificante che può cambiare il corso dei fatti, o la vita di una persona. Le porte scorrevoli, in linguaggio politico, sono infatti porte (e poltrone) di altro genere: l’espressione fa riferimento al passaggio di un alto esponente istituzionale ai vertici di aziende private che agiscono nello stesso campo in cui egli aveva operato fino a poco prima come attore pubblico. Il più irritante […] è stato quello dell’ex ministro degli interni, Marco Minniti, che ha assunto la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa dal gruppo di tecnologie militari Leonardo […]. Parole chiave: difesa, sorveglianza, intelligence, confini, tradotte nello statuto Medi Or in formazione e scambio culturale con i paesi africani e medio orientali. Minniti aveva lasciato il seggio di deputato del Pd alla Camera alla fine del mese di febbraio 2021 per andare a presiedere la nuova fondazione di Leonardo, ex Finmeccanica, partecipata dallo Stato che opera nei settori di difesa, aerospazio, sicurezza. […] Il caso più recente è quello di Andrea Urbani, che a luglio 2022 ha lasciato l’incarico di direttore generale della programmazione del ministero della salute, per andare a ricoprire il ruolo di amministratore delegato dell’IRCCS San Raffaele di Milano, uno dei maggiori ospedali privati italiani con un fatturato annuo vicino a due miliardi di euro, come già avevano fatto altri ex ministri: Angelino Alfano, presidente del Gruppo ospedaliero milanese San Donato dal 2019 e – ancor più grave per il suo ulteriore ruolo come governatore della Lombardia, regione che rappresenta un Eldorado per la sanità privata in Italia […] – Roberto Maroni, entrato nel Cda del San Donato nel 2020. (enzo ferrara, altronovecento) (credits in nota 2) Forse è un po’ banale, ma per preparare la rubrica di questa settimana dovevo mettermi a riascoltare i Doors. Mi è servito almeno, il latrato di Edip-orrison – che voleva farla finita uccidendo il padre e andando a letto con la madre –, per impormi un obiettivo per questo nuovo anno: pensare (citando il mitico Yogi Barra: consiglio a tutti la sua storia) che non è finita finché non è veramente finita. Buon 2026 a tutti i lettori. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Zdenek Zeman asfalta Massimo Mauro dopo un Napoli-Cagliari (3-3) del 2014 ² Sara Grattogi sull’ennesimo scandalo all’ospedale privato San Raffaele di Milano, Uno Mattina News, 10 dicembre 2025
rubriche
parola della settimana
Un Tribunale popolare a Madrid contro la complicità nel genocidio
(da un disegno di raffaele lippi) Mentre una tempesta di vento si abbatte su Gaza, rovesciando le tende e inondando i terreni brulli su cui migliaia di sfollati sopravvivevano al freddo, alla fame e alla devastazione, la Palestina è sparita dal dibattito pubblico. Il “cessate il fuoco” di base è un “cessate le proteste”, che avevano mobilitato milioni di persone in tutta Italia. Il genocidio continua attraverso la fame, i piani di deportazione e i continui attacchi militari. I guerrafondai sono riusciti a bloccare l’ondata di manifestazioni di piazza, e a farci parlare d’altro. Avanza anche la contra: non solo con il decreto che equipara opposizione al genocidio all’antisemitismo, ma anche con la censura a personaggi pubblici e continui provvedimenti disciplinari contro docenti e ricercatori pacifisti, spesso su richiesta di militari israeliani nelle università italiane. Fortunatamente, molti percorsi iniziati nei mesi scorsi vanno avanti: la solidarietà ai detenuti palestinesi o filopalestinesi (i presidi a L’Aquila per Anan Yaeesh, la liberazione di Mohamed Shahin dal Cpr), e anche il faticoso lavoro di fermare le collaborazioni accademiche con Israele. Su pressione studentesca, la facoltà di Lettere della Sapienza ha interrotto gli accordi con Israele, come prima quella di Fisica e l’intera Università Roma Tre (è da vedere se queste dichiarazioni saranno rispettate). La Società italiana di antropologia culturale ha appena approvato una mozione che richiede a tutti i membri di non collaborare con istituzioni accademiche e di ricerca israeliane “finché esse non pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare illegale del Territorio Palestinese e il regime di apartheid” (si trova anche qui). Vale la pena anche vedere cosa succede fuori dall’Italia. Il 28 e 29 novembre a Madrid si è celebrato un evento ambizioso: il Tribunale dei popoli sulla complicità con il genocidio palestinese nello Stato spagnolo, o TPCGP-25. L’evento è stato organizzato dalla Red Universitaria por Palestina – una rete che ha i nodi in tutte e cinquanta le università pubbliche spagnole, che già l’anno scorso aveva organizzato un grande evento a Barcellona dal titolo “L’Università di fronte al genocidio” (e un libro pubblicato per l’occasione). Il Tribunale dei Popoli si tiene nella sala grande della facoltà di Scienze Politiche e Sociologia dell’Università Complutense. Il campus non è lontano dal Puente de los franceses, il ponte sul Manzanarre dove alla fine del 1936 le forze repubblicane bloccarono i golpisti di Francisco Franco per la prima volta, anche grazie alle Brigate internazionali. La Batalla de la Ciudad Universitaria inaugurò la difesa di Madrid dal fascismo, come ricorda una famosa canzone. Ma mentre si sa che Franco arruolò migliaia di marocchini (per poi abbandonarli al loro destino), pochi sanno che sul fronte di Madrid c’erano anche alcuni comunisti palestinesi, che combatterono al fianco di italiani, inglesi, francesi, statunitensi, e migliaia di ebrei. “Il genocidio va compreso al di là del razzismo, dell’odio etnico o religioso”, scrive Manuel Delgado nel libro pubblicato l’anno scorso dalla RuxP. “Smascherando questa visione, un genocidio esprime la cultura degli stati, e in particolare del progetto coloniale e imperiale in cui pretendono di essere coinvolti”. Sulla grande cattedra della sala campeggia uno striscione: “Università per la decolonizzazione della Palestina: fermiamo il genocidio”. Potrebbe sembrare un’assemblea di movimento o un convegno accademico; l’evento invece è inquadrato come un Tribunale: uno strumento che l’università offre alla società civile, orientato all’azione. Ci sono commissioni e tavoli tematici, ognuno dei quali delibera su uno specifico aspetto della complicità dello stato spagnolo con il genocidio. COSA SONO I TRIBUNALI DEI POPOLI «Questo non è un tribunale giuridico», dice nel suo discorso di apertura Ángeles Diez, professoressa all’Università Complutense. «Non siamo qui per sostituirci a istituzioni nazionali o internazionali. È un tribunale d’opinione, un tribunale di coscienza. Seguiamo la linea dei tribunali Russell, e dei tribunali popolari basati sulla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli di Algeri». Perché in questi anni non ho sentito nessuno parlare dei tribunali Russell? In un libro del 1966 il filosofo Bertrand Russell, già premio Nobel, auspicò la creazione di un tribunale d’opinione sui crimini di guerra degli Usa in Vietnam. La prima sessione si tenne nel novembre 1966 a Stoccolma, il presidente era Jean-Paul Sartre, e vi presero parte (tra gli altri) Tariq Ali, James Baldwin, Lelio Basso, Stokely Carmichael, Simone de Beauvoir, Günther Anders, Alice Walker. Si ascoltarono più di trenta testimonianze, anche di militari Usa; venticinque esperti, membri di associazioni pacifiste, giudicarono i crimini degli Usa in Vietnam. Anche il governo di Ho Chi Minh contribuì a finanziare i lavori. “Se alcuni atti o violazioni sono crimini, lo devono essere sia che li commetta la Germania sia che li commettano gli Usa”, spiegò Russell. “Un regolamento sul comportamento criminale altrui deve prevedere che si possa applicare anche a noi”. Il Tribunale deliberò che gli Usa avevano violato la legge internazionale, con la complicità di molti altri paesi, usando armi proibite e imponendo trattamenti inumani ai civili: si considerò il governo Usa responsabile di genocidio. Il Tribunale Russell non poteva imporre sanzioni, ma mirava a “contribuire alla giustizia globale, al ristabilimento della pace e alla liberazione dei popoli oppressi”. Altri tribunali Russell giudicarono le dittature latinoamericane, le violazioni verso i popoli indigeni, i diritti in psichiatria. Nel 2010 a Barcellona un tribunale Russell giudicò la complicità dell’Ue nell’occupazione della Palestina. Ma i tempi sono decisamente cambiati. Tre giorni prima dell’inizio del tribunale la decana della facoltà ha ricevuto delle lettere di denuncia: una da un’associazione di avvocati sionisti, finanziata direttamente da Israele, dalla Federazione di giovani ebrei spagnoli e dalla Rete accademica contro l’antisemitismo nelle università, una lobby esterna alle università. Il giorno prima, il rettore della Complutense Joaquín Goyache ha scritto personalmente alla decana chiedendo di non celebrare l’evento. Ma la RUxP ha inserito giuristi della rete “Juristas por Palestina” in ogni tavolo a verbalizzare. Così non ha dato spazio alle pressioni esterne che tentavano di presentare il Tribunale come evento illegale.  LE COLLABORAZIONI TRA SPAGNA E ISRAELE La Spagna da noi gode di un’ottima stampa, al punto da farci credere davvero che il governo Sánchez stia mantenendo un embargo verso Israele (anche per le recenti minacce ricevute dagli Usa). Il TPCGP-25 ha dimostrato invece, e con un’enorme quantità di documentazione, che il governo spagnolo è strutturalmente complice del genocidio in Palestina. Non solo la Spagna collabora intensamente con Israele, ma le collaborazioni continuano ad aumentare. Basti pensare, come si è detto in apertura del Tribunale, che tutte le navi statunitensi che attraversano il Mediterraneo cariche di munizioni e carburante per il genocidio passano per le acque territoriali spagnole. Se Sánchez avesse voluto davvero un embargo, avrebbe bloccato i porti di Algeciras, Cartagena, Valencia, Barcellona a quelle navi. Senza quei porti, lo sterminio dei palestinesi sarebbe stato più difficile. Il Tribunale prevedeva sette tavoli tematici che presentavano le prove raccolte: uno sull’impresa, il commercio e le “banche armate”, cioè la finanza che foraggia il traffico di armi; uno sui media; uno sul sistema sanitario; uno su sport e cultura; uno sulla repressione e le lobby sioniste; una su università, ricerca, educazione e istituzioni culturali. Per ogni tavolo una decina di professori e ricercatori discutevano i dettagli delle complicità. Quello sulle imprese, per esempio, ha elencato le sei corporazioni spagnole incluse nel report Onu sulle complicità imprenditoriali nel genocidio: sono imprese di logistica, costruzione e trasporti, impegnate nel sostenere le colonie illegali costruite da Israele sul territorio palestinese occupato. Il presunto embargo ha costretto semplicemente le imprese a muoversi in modo meno visibile. Così, la Santa Barbara Systems continua a montare le torrette dei carri armati israeliani della Elbit, ma invece di farlo nella sua fabbrica in Asturias, va a montarle in Lettonia. Banco Santander e il BBVA hanno operazioni da miliardi di euro con le compagnie di armamenti coinvolte nel genocidio (si veda qui), ma ora devono nasconderle con triangolazioni e maggiore opacità nelle operazioni finanziarie. Il che non è una buona notizia neanche per la democrazia spagnola. Ogni tavolo ha elaborato un dossier riassuntivo; presto saranno caricati tutti sul sito. Il tavolo sulla repressione e le lobby sioniste, presieduto da Manuel Delgado dell’Università di Barcellona, ha già pubblicato il suo dossier. Vi si descrivono le reti con cui si “diffondono, sostengono e promuovono le narrative che giustificano o legittimano i crimini perpetrati dal progetto coloniale israeliano”. In Spagna, come in tutta Europa, c’è una “rete di collaborazione pubblico-privata che vincola istituzioni statali, associazioni private e imprese” (la cui genealogia è ricostruita in un altro rapporto del Tribunale), che organizza continui attacchi alle mobilitazioni per la Palestina – dagli accampamenti studenteschi alle manifestazioni contro la Vuelta, il Giro di Spagna, interrotto da proteste quasi a ogni tappa. Nel dossier ci sono anche le trascrizioni di tutti gli interventi strumentali e menzogneri sui giornali e in televisione, i meme, e tutta la pubblicistica riconducibile al lavoro di lobby esercitato dallo stato israeliano e dai suoi sostenitori. LA COMPLICITÀ DI SCUOLE E UNIVERSITÀ Il tavolo sulla ricerca e sull’educazione è partito dallo “scolasticidio” operato da Israele a Gaza, con la distruzione di tutte le strutture educative e di ricerca e l’assassinio di migliaia di studenti e centinaia di docenti (anche in Cisgiordania). Lo ha illustrato l’antropologa israeliana Maya Wind, che è intervenuta con un video. Le università spagnole sono coscienti del ruolo dei loro omologhi israeliani nel genocidio, e in alcuni casi hanno dichiarato la  sospensione delle collaborazioni. A maggio 2024 la stessa Conferenza dei Rettori ha votato per il boicottaggio; ma la destra al potere in varie parti della Spagna ha provato a fermarle, per lo più senza successo. Un intervento ha descritto il contributo dell’Ue alla ricerca israeliana: Israele è il primo paese non Ue a essere incluso nel programma Horizon, e il secondo beneficiario di fondi per la ricerca, nonostante sia uno stato con pochi milioni di abitanti. La commissione Ue discute fin dal 2020 dell’esclusione di Israele da Horizon, ma questa ancora non è stata resa effettiva. Nello stesso tavolo si è parlato dell’incredibile quantità di ricerca israeliana su sorveglianza e cybertecnologie. È quasi impossibile lavorare su questi temi senza collaborare con università israeliane, e infatti moltissime università spagnole continuano a lavorare con le istituzioni che sviluppano i software usati per i check-point, o gli algoritmi militari – come Lavender, che assegna automaticamente ai palestinesi dei punti sulla base dei quali possono essere uccisi; o l’ancora più perverso Where’s Daddy, che calcola come colpire i palestinesi quando tornano a casa dai figli. Ma anche la Biblioteca Nacional de España usa software israeliano: il programma Alma, prodotto dalla Ex Libris, un’impresa che ha sede a Malha, in Cisgiordania. Fino al 1948 Malha era il villaggio palestinese di Al Maliha: i suoi 2.250 abitanti furono uccisi o deportati mentre l’esercito israeliano distruggeva e razziava non solo le case, ma anche archivi e biblioteche. Su segnalazione di oltre cinquecento biblioteche, il mese scorso il Dipartimento della Cultura spagnolo ha cancellato il contratto con la Ex Libris, come impresa legata all’occupazione illegale del territorio palestinese. Altre testimonianze riguardavano le scuole, obbligate per legge a educare ai diritti umani, eppure continuamente sottoposte a ingerenze verso chi denuncia crimini riconosciuti dall’Onu. Molti docenti, organizzati in Marea Palestina. Educación contra el genocidio, rispondono al tentativo di instillare loro paura con la sistematica documentazione di ogni abuso. Neves Arza, professoressa dell’Università di La Coruña, ha raccontato che in una scuola della Galizia il preside aveva chiesto di togliere l’immagine di un cocomero, dichiarando che poteva “risultare offensivo a chi non condivide le critiche al genocidio” (sic!).Quando studenti e docenti hanno chiesto una lettera scritta che motivasse la richiesta, la direzione si è tirata indietro, e il cocomero è ancora lì. Il tavolo ha deliberato di richiedere a ogni istituzione educativa misure che rendano strutturale non solo l’obbligo di non collaborare con il genocidio, ma anche la partecipazione di palestinesi e altre voci anticoloniali. LA SENTENZA CONCLUSIVA La conclusione dei lavori è iniziata con un potente discorso di Rabab Abdulhadi, professoressa palestinese dell’Università Statale di San Francisco, che ha collegato la resistenza attuale al genocidio alla storia centenaria di lotta contro la colonizzazione e contro il fascismo. Per questo nomina la guerra civile e lo sterminio dei nativi americani. Il suo intervento allinea domande importanti: per esempio, “come possiamo collegarci ai nostri fratelli ebrei antisionisti?” Our siblings è il termine che usa. Ma anche: come comportarci di fronte al fatto che l’Ue e l’Onu intervengono nella riscrittura dei programmi accademici palestinesi, finanziando l’Autorità Palestinese perché rimuova ogni menzione alla resistenza anticoloniale. Le università palestinesi quando non sono distrutte, vengono rimodellate secondo le necessità strategiche di Israele. Infine, al termine dei lavori, arriva la sentenza: la “Dichiarazione di Madrid” del 29 novembre 2025, il cui obiettivo è “studiare, comprendere e mobilitare la società civile spagnola”. A partire dalle prove esposte, dall’analisi dei rapporti presentati dai vari tavoli tematici, il Tribunale conclude che lo stato spagnolo collabora da decenni con l’occupazione, l’apartheid e la Nakba permanente, e infine con il genocidio, e che il suo governo ha piena coscienza di questi crimini. Seguono venti punti in cui queste complicità vengono esposte, per tutti gli ambiti analizzati. E conclude: “Il Tribunale dichiara che questa risoluzione si approva con la convinzione che la voce della coscienza collettiva sia uno strumento indispensabile di fronte all’impunità, specialmente quando i meccanismi istituzionali formali sono insufficienti o troppo lenti di fronte alla gravità dei fatti. La fase attuale del genocidio ci obbliga a continuare questo lavoro di documentazione, denuncia e memoria. Chiediamo a tutti i partecipanti e collaboratori di questo Tribunale di continuare i lavori che hanno iniziato”. Non ci sono molti dubbi sul fatto che i tribunali veri non daranno nessuna importanza a questo tribunale, così come hanno ignorato quello di Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre. Ma non c’è neanche molto dubbio che sia un dovere per la comunità accademica raccogliere e ordinare le informazioni che si vorrebbero far passare sotto silenzio. Una rete simile in Italia, la Rete Ricerca e Università per la Palestina, sta ugualmente cercando di sistematizzare le informazioni sulla complicità accademiche italiane con Israele. Ma le frontiere nazionali (e linguistiche) sembrano obbligarci a ripetere più volte lo stesso lavoro. Ci sono anche importanti differenze politiche tra Italia e Spagna: la più evidente, che durante tutto il Tribunale nessuno dei partecipanti ha fatto riferimento ai propri sindacati o partiti di appartenenza. Si lavora insieme, pur essendo ognuno legato ai propri gruppi; l’obiettivo è adempiere al proprio ruolo storico collettivo, non egemonizzare un processo. Luz Gómez dell’Università Autonoma, presidentessa del Tribunale con Rabab Abdulhadi, così ha concluso il suo intervento: «La Palestina oggi è in pezzi, frammentata e sul punto di sparire, sepolta sotto strati giuridici, bellici, politici ed economici normalizzati da Israele a forza di fatti consumati e crimini impuniti, con il sostegno diretto dell’Occidente e dei suoi alleati arabi. In Spagna la denuncia della complicità con il genocidio ci porta oggi all’Università Complutense di Madrid, perché non concepiamo la vita accademica senza giustizia né riparazione». E termina: «La Palestina è nata dalle sue ceneri dopo Karameh, Beirut, Oslo, e rinascerà dopo Gaza, nonostante le controrivoluzioni arabe e l’ascesa dell’ultradestra mondiale. La vita e la bellezza che ci insegna la storia della resistenza palestinese sono insolenti. Parafrasando Pasolini, sono, come le mura di Sana, “una bellezza scandalosamente rivoluzionaria”. Oggi speriamo, insieme alle palestinesi e ai palestinesi, che il mondo si stia svegliando alla loro causa – che è la sua stessa causa: la causa dell’umanità». (stefano portelli)
mondo
Il 2025 in dodici articoli
(disegno di cyop&kaf) GENNAIO “Vi dovete integrare!”. Critica dei discorsi conservatori dopo la morte di Ramy Elgaml La parola integrazione, infatti, è talmente diffusa che il suo uso è scontato e, di fatto, normalizzato. Anche in contesti progressisti, dove tutt’al più si fanno distinguo ma non si mette in discussione l’idea che “ci si debba integrare”. La mia visione radicalmente critica della parola integrazione è dovuta al fatto che il suo significato è interpretato in termini prevalentemente, per non dire esclusivamente, culturalisti. Integrarsi, in sostanza, equivale a mettere da parte la propria cultura – di base concepita come “nazionale” – per accettare quella del paese di arrivo. Questioni materiali come le diseguaglianze economiche e giuridiche – banalmente, la dipendenza da un permesso di soggiorno per poter vivere in modo stabile in un luogo –, le asimmetrie di potere, la segregazione occupazionale e abitativa non sono prese in considerazione o, quantomeno, non sono considerate centrali. La partita dell’integrazione si gioca al tavolo della cultura. Come se le persone fossero portatrici di una sorta di abito culturale ben definito e identificabile, trasmesso loro dalla famiglia di appartenenza, la quale, a sua volta, non sarebbe altro che l’espressione coerente di valori e comportamenti tipici della comunità nazionale di provenienza. (leggi l’articolo) FEBBRAIO La sentenza sulla Terra dei Fuochi e l’archivio delle lotte ambientali Tra le calunnie mosse agli attivisti e ai comitati campani dai vari carrozzoni politici e mediatici che hanno presieduto allo svolgersi di uno dei più grandi disastri ambientali della storia italiana, le più infamanti erano due: “Siete manovrati dalla camorra” e “Se vi ammalate è colpa dei vostri stili di vita”. Noi che ci siamo stati sulle discariche, che abbiamo denunciato la camorra e lo Stato in ogni sede, noi che abbiamo studiato il problema nelle sue articolazioni criminali, tossicologiche e sanitarie, sapevamo che erano accuse strumentali. Erano modi attraverso cui governanti e pseudo-intellettuali scaricavano le proprie responsabilità, sotterrando la verità della loro complicità o indifferenza nel vociare della propaganda di regime, legittimando la repressione. Nei presìdi e alle manifestazioni alle volte eravamo in pochi, altre in tanti, molti di più di quanto i nostri avversari si aspettassero. In ogni caso, niente di ciò che è stato fatto al suolo, all’aria e all’acqua di quella che è diventata tristemente famosa come Terra dei Fuochi, fu ignorato o non combattuto dalla militanza ecologica degli attivisti campani. Noi sapevamo, e ve l’abbiamo detto in tutti i modi. (leggi l’articolo) MARZO La legge SalvaMilano, la fine della città pubblica e l’autocrazia Possiamo chiamare il decennio milanese dall’elezione di Pisapia al Covid (2011-2020) l’epoca d’oro della rigenerazione urbana alla milanese, in cui è stato progettato e realizzato un modello di crescita urbana profondamente classista, basato sull’attrazione di fondi finanziari, la “lussificazione” della città e l’espulsione dei ceti meno agiati, la distruzione sistematica del welfare urbano e la glorificazione della rendita immobiliare. La città si è trasformata inseguendo la massima valorizzazione del metro quadro, ed è stata quindi densificata in barba al consumo di suolo, al rispetto dei vuoti che garantiscono vivibilità, luce e aria, privatizzando spazi e servizi pubblici. Per dispiegare indisturbati una tale quantità di violenza urbana e sociale sui cittadini è stato necessario fare due cose: esercitare un controllo assoluto sulla comunicazione – affiancando la propaganda alla censura – ed erodere le leggi urbanistiche che ancora ostacolano l’aggressione degli interessi privati al tessuto urbano privando gli abitanti del diritto all’abitare e alla stessa vita civile. (leggi l’articolo) APRILE Il bosco tra le piste Porsche è salvo, ma non l’ha salvato la Regione Puglia Il piano prevedeva l’ampliamento dei circuiti con nuove piste e impianti su duecento ettari guadagnati distruggendo l’ultimo pezzo di un antico bosco mediterraneo ed espropriando terreni dei cittadini. Tutto con il consenso della Regione Puglia e dei comuni di Nardò e Porto Cesareo, che riconoscevano in questo progetto la pubblica utilità. L’area rientra in un sito di interesse comunitario e in una riserva regionale, è tutelata dalla normativa comunitaria, la Direttiva Habitat e la rete Natura 2000 per la salvaguardia della biodiversità. Normative che sono state aggirate senza il parere della Commissione europea e senza dibattito pubblico, ignorando numerosi pareri d’impatto ambientale negativi. Tutto grazie al “rilevante interesse pubblico” connesso alla salute dell’uomo e alla sicurezza  pubblica. Infatti, alla distruzione del bosco, il progetto affianca la realizzazione di un centro di elisoccorso attrezzato con eliporto e strutture sanitarie, un centro polifunzionale e un centro di sicurezza antincendi. Molto è stato detto riguardo la reale utilità pubblica di queste opere: gli ospedali di Lecce e Brindisi sono sprovvisti di piste di atterraggio e gli incendi che nei mesi estivi hanno interessato i terreni limitrofi all’anello di Porsche non hanno visto i soccorsi di NTC. (leggi l’articolo) (disegno di leMar) MAGGIO Riflessioni sul referendum per la riforma della legge sulla cittadinanza L’ottenimento della cittadinanza formale non è sufficiente in sé per essere considerati italiani. Lo racconta bene Salwa, ventitré anni, d’origine egiziana: «È vero che ho preso la cittadinanza italiana ma mi guardano da straniera, da terrorista. È vero che lo Stato mi ha riconosciuta come italiana, ma alla fine è un pezzo di carta, la gente non mi riconosce; quindi, mi sento come se non valesse. Dal punto di vista burocratico mi ha facilitato un sacco di cose però non vengo vista come un’italiana quindi è una presa in giro». A causa del colore della pelle, del nome o del cognome che si ha, della religione che si professa, degli abiti che si indossano, molte persone, incluso chi nasce e/o cresce in questo paese, sovente non sono riconosciute come cittadine e cittadini alla pari, sebbene loro e spesso anche i loro genitori, se non addirittura i loro nonni, abbiano un passaporto italiano. Una situazione di discriminazione sostanziale che non permette a tanti e tante di sentirsi pienamente parte di un paese di cui sono sempre più linfa vitale. (leggi l’articolo) GIUGNO L’incubo della sicurezza. Appunti e visioni a Torino “Blitz” è termine così inflazionato da oscurare la sua provenienza: abbreviazione di “Blitzkrieg”, guerra lampo. Vedo immagini di un’occupazione in quartiere – soldati con i fucili automatici in grembo, ronde di polizia e carabinieri – e ricordo Gerusalemme. Alla Porta di Damasco c’era il presidio fisso dell’esercito, soldati israeliani controllavano gli snodi principali fra le vie della città vecchia. Dietro transenne sostavano due soldati, accanto alla torrefazione fra i banchi del pane e dei pomodori. Le truppe presidiavano le strade in nome della guerra al terrorismo, ma il terrorismo era una giustificazione: la guerra era contro chi viveva sotto occupazione, senza cittadinanza e diritti. (leggi l’articolo) LUGLIO Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti? Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. (leggi l’articolo) AGOSTO Malinconico agosto Facce di gente normale che incontri per strada; facce che senza volere comunicano, parlano, si lamentano o urlano senza aprire bocca; e ti muovono qualcosa dentro, una sensazione più forte della solita noia o delusione che questi ritorni mi provocano. Perché colgo un’aura di malinconia che quei volti emanano – una tristezza profonda, insondabile, eppure evidente, irredimibile. Naturalmente nessuno evoca esplicitamente questo senso di malinconia, ognuno tiene coscienziosamente in piedi la rappresentazione della propria vita agostana, tra spezzoni di vacanze e complicate reunion familiari al capezzale di vecchi con l’Alzheimer. Ma il messaggio mi arriva dentro, diretto, potente; e mi sembra inequivocabile – frutto della misteriosa telepatia del quotidiano, quella per cui basta incrociare uno sguardo per indovinare un dolore o un pezzo di vita. (leggi l’articolo) (disegno di federica pagano) SETTEMBRE Chiacchiere e detersivo. Manfredi cancella il piano su Bagnoli proprio mentre dice di applicarlo Al consiglio comunale è stata presentata una informativa del sindaco sulla rigenerazione dell’ex area industriale e sull’organizzazione della Coppa America di vela, che arriverà a Bagnoli nel 2027. Un’iniziativa che pone innanzitutto una questione di metodo, considerando che da tempo immemore non si dedicava un consiglio ad hoc a uno dei temi più importanti della città. Il sindaco e la sua giunta, su questo, almeno non peccano di ipocrisia: su Bagnoli, infatti, il consiglio comunale è del tutto svuotato dalle sue prerogative, che sono assegnate al commissario straordinario (lo stesso Manfredi); il quale in assoluta autonomia, e spalleggiato dal governo, ha fatto scelte dalla portata storica, che hanno sì “sbloccato” l’impasse dovuta a trent’anni di devastazioni amministrativo-ambientali, ma a carissimo prezzo per i cittadini. Tra queste scelte, vale la pena ricordarne un paio: la prima è la cancellazione di uno dei punti cardine del piano regolatore, ovvero il ripristino della morfologia della costa con una grande spiaggia libera da Nisida a Pozzuoli; la seconda è la permanenza e l’utilizzo della colmata per i cosiddetti “grandi eventi”, con l’inaugurazione di una stagione di frizzi e lazzi che finirà per sottrarre buona parte di quella linea di costa ai cittadini. (leggi l’articolo) OTTOBRE L’inizio di una cosa. Cronache e spunti dai giorni del Blocchiamo tutto Il movimento è partito dai palestinesi in Italia, e dagli studenti universitari e medi. È stato alimentato da chi aveva fatto della Palestina la propria causa ben prima del 7 ottobre, che è riuscito a connettersi con chi, magari, è venuto al mondo più o meno negli anni in cui nasceva la campagna del Bds. Per mesi lo hanno tenuto in piedi insegnanti, ricercatori universitari, sanitari. E poi è salito di livello con il coinvolgimento dei sindacati, con l’avanguardia rappresentata dai portuali, improvvisamente coperta dai media grazie alla Flotilla. L’esplosione di quest’ultimo mese si deve, però, anche al fatto che potentati di ogni genere – dal terzo settore alle gerarchie universitarie, fino al circo dello star system internazionale – hanno capito che parlare a favore della Palestina oggi può farti guadagnare terreno nell’opinione pubblica. Le manifestazioni oceaniche di questi giorni, ma anche l’incertezza radicale sulla tenuta di questa “intifada”, sono il prodotto di questo miscuglio. La domanda da porci è: che ruolo abbiamo avuto “noi” fino a questo momento, e che ruolo possiamo avere d’ora in poi? Ci sarà un seguito che possiamo propiziare, facilitare, spingere? Che ognuno declini il “noi” come preferisce. (leggi l’articolo) NOVEMBRE Oltre il banco degli imputati. La resistenza palestinese sotto processo a L’Aquila Di fronte a noi non si presenta una linea d’accusa chiara, coerente, dotata di un impianto che si sostenga su basi fattuali. Lascia attoniti il fatto che, a fronte della detenzione di Anan (da oltre diciannove mesi in regime di alta sicurezza) e di un’imputazione così pesante, quella di terrorismo internazionale (articolo 270-bis c. p.), che pesa sulla vita dei tre imputati, non ci sia ancora un impianto probatorio ben definito. Uno dei vulnus più importanti che ha segnato tutta la linea accusatoria, fin dalle prime udienze, è stata la totale mancanza di contesto geopolitico degli elementi portati in aula rispetto a ciò che accade da anni in Palestina, alla sua lunga storia genocidaria, alla realtà dei Territori Occupati e alla relativa struttura di apartheid e, soprattutto, al diritto alla resistenza del popolo palestinese. Eppure, nel frattempo, non possiamo non dire che fuori da quell’aula di tribunale non sia successo nulla. Anzi! Sul piano politico, più di un passaggio si è intrecciato direttamente con la storia stessa di questo processo. (leggi l’articolo) DICEMBRE La fiera dell’ipocrisia. Intellettuali progressisti e non violenza Nonostante il tentativo decoloniale questi intellettuali ricadono nella contraddizione storica che la caratterizza: nel momento stesso in cui si fanno portavoce di parole d’ordine rivoluzionarie, partendo dalla cosiddetta solidarietà alla lotta anticoloniale palestinese, lo fanno, di nuovo, imponendo le categorie analitiche e discorsive dello stesso sistema che, invece, la visione rivoluzionaria tenta di trasformare. Si fa un gran parlare, in questi giorni, in Italia, delle pratiche di dissenso individuate da attivisti di differenti estrazioni. La linea generale è che ogni protesta è giusta e va sostenuta fino a quando non sfoci nella violenza. Un coro unanime dei nuovi volti della solidarietà neoliberale si è alzato per ribadire che la non-violenza è imprescindibile per farsi ascoltare. Condanne di vario genere e prese di distanze non richieste si sono affrettate a spiegarci ciò che è giusto o sbagliato, a definire cosa è violento e cosa no. Ma che cosa è la violenza? Chi la definisce? Come si stabiliscono i parametri secondo cui giudicare? Qual è il contesto che definisce un’azione violenta? (leggi l’articolo)
notizie
Un anno dopo la sentenza su Terra dei Fuochi, nasce il comitato per vigilare sulle bonifiche
(archivio disegni napolimonitor) Quando inseriamo le indicazioni per il luogo dell’assemblea e saliamo in macchina, non ci accorgiamo che ci porteranno in una chiesa. Precisamente nella chiesa di San Matteo Apostolo, a Giugliano in Campania, provincia di Napoli. È qui che, il 18 dicembre scorso, una settimana prima di Natale, si è tenuta l’assemblea di cittadini per la costituzione del comitato di vigilanza dell’attuazione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Nel gennaio 2025,  la corte ha condannato lo Stato italiano per la gestione del disastro ambientale della Terra dei Fuochi, ritenendolo responsabile di non aver protetto la vita dei residenti esponendoli a rischi ambientali e sanitari per decenni. Che un’assemblea dei comitati si svolga in una chiesa sorprende non troppo, visto il ruolo storico delle parrocchie in questo territorio. Da don Patriciello a Caivano a don Massimo Condidorio qui a Giugliano, i parroci “di frontiera” sono stati spesso protagonisti della lotta contro il disastro ambientale. A sorprendere, semmai, è la presenza di una volante dei carabinieri a presidiare l’ingresso. Anche questo, però, non è del tutto inatteso. All’interno, sedute tra i banchi di legno, ci sono le diverse anime dei comitati della Terra dei Fuochi: Acerra, Caivano, Pianura. Ognuna porta con sé una storia specifica che parla di rifiuti interrati, roghi tossici, ecoballe, dove contaminanti diversi hanno disegnato differenti genealogie dei dolori, accomunate da patologie tumorali, neoplasie e morti premature. Su questi veleni, negli anni, i comitati hanno costruito una conoscenza scientifica che supera spesso quella accademica grazie a dati raccolti dal basso, studi indipendenti e relazioni puntuali tra esposizione ambientale e malattie. Introducendo l’assemblea, è il parroco don Massimo Condidorio a fare gli onori di una casa la cui sacralità dovrà accompagnare la battaglia. Una benedizione sugellata da un padrenostro recitato collettivamente. Accanto a lui, l’avvocata Valentina Centonze, parte del team legale che ha guidato il ricorso, entra subito nel vivo sottolineando il valore storico della sentenza e ricordando la responsabilità che questa affida proprio al comitato esecutivo che si sta istituendo. La sentenza della CEDU ha riconosciuto ciò che i comitati dicono da almeno trent’anni: nella Terra dei Fuochi lo Stato italiano non ha protetto e continua a non proteggere i propri cittadini e le proprie cittadine da gravi rischi ambientali e sanitari. La sentenza definisce la risposta delle amministrazioni locali e nazionali come non “sufficiente, sistematica, coordinata e strutturata”. Dallo stesso pulpito, Vincenzo Petrella, vicepresidente dei Volontari Antiroghi di Acerra, ironizza: «Persone a distanza di migliaia di chilometri da noi, che nemmeno parlano la nostra lingua, hanno capito quello che volevamo dire. Allo stesso tempo, amministratori locali che parlano il nostro stesso dialetto, che vivono nelle nostre strade, hanno fatto finta per tanto tempo di non capire le nostre parole». È un passaggio del discorso che raccoglie anni di derisioni e di rabbia. «Ci hanno accusato di essere allarmisti, di diffondere paure infondate. Hanno persino alluso che fossimo noi ad appiccare i roghi tossici, perché non si spiegavano come mai fossimo sempre presenti quando bruciava un cumulo di rifiuti. Noi abbiamo sempre risposto che eravamo lì perché forse loro, le istituzioni, non c’erano. Ora la sentenza CEDU certifica che loro sapevano… e hanno scelto di non agire». Il lavoro storico dei comitati nel segnalare la crisi socio-ecologica della Terra dei Fuochi è riassunta, secondo Antonio Marfella, oncologo di Medici per l’Ambiente, nel fatto che la sentenza porti il nome di Alessandro Cannavacciuolo, primo firmatario del ricorso. Nel 2007 la pubblicazione delle foto delle malformazioni che avevano colpito le pecore di suo zio Vincenzo, pastore di Acerra, suscitarono l’interesse della stampa internazionale. Vincenzo Cannavacciuolo si ammalò e morì pochi mesi dopo. Per l’oncologo Marfella, siamo entrati nella “fase sette della crisi”. Secondo la sua storiografia, la nascita del fenomeno della Terra dei Fuochi è legata principalmente allo smaltimento illegale dei rifiuti, fatto di interramenti, sversamenti e roghi. Oggi, invece, le contaminazioni principali passano sempre più attraverso il circuito legale dello smaltimento. «La correlazione che dobbiamo tracciare è tra i siti di stoccaggio dei rifiuti e l’insorgere dei casi tumorali. Questi dati le Asl non li diffondono, o si rifiutano di diffonderli, quindi è nostro compito produrli. Ognuno secondo le specificità del suo territorio. Qui siamo a Giugliano, per esempio, l’attenzione allora si dovrebbe concentrare sui Pfas, visto l’ammontare di rifiuti smaltiti in questa zona». Gli Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche, dette anche “inquinanti eterni” per la loro persistenza nell’ambiente, e il riferimento è allo Stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti (Stir) proprio di Giugliano e al fatto che qui passino quotidianamente almeno cinquecento tonnellate di rifiuti solidi urbani. Giorni festivi compresi. Queste parole fungono da introduzione all’intervento di Giovanni Merola, avvocato del movimento chiamato proprio “Basta Impianti”, attivo nell’Agro Caleno, dove sono ben ventidue gli stabilimenti di rifiuti nel raggio di pochi chilometri. «In queste zone – dice – è possibile sovrapporre perfettamente la mappa dei casi tumorali a quella degli impianti». La notizia dell’apertura dell’ennesimo stabilimento tra Pignataro Maggiore e Capua come il divampare dell’ennesimo rogo tossico a Teano, hanno riacceso la rabbia della cittadinanza, culminata con il blocco del casello autostradale a fine settembre. Una riattivazione che ha già prodotto risultati concreti, dal sequestro dell’impianto di Sparanise all’audizione con i comitati della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali, prevista nei prossimi mesi. Gli avanzamenti, seppur lenti, delle lotte ambientali negli ultimi mesi hanno riattivato qualcosa che somiglia alla speranza. Non una speranza ingenua, ma la consapevolezza di avere un nuovo potente strumento giuridico tra le mani. La sentenza della CEDU impone allo Stato italiano di adottare entro due anni misure concrete e dettagliate, indicate dalla stessa Corte, per fronteggiare i danni ambientali. Un anno, nel frattempo, è già passato. La costituzione del comitato esecutivo servirà a dare vita a un meccanismo di monitoraggio indipendente per vigilare affinché siano rispettati gli obblighi imposti dalla sentenza. Dalle bonifiche al monitoraggio sanitario, dovranno essere investiti milioni di euro per la Terra dei Fuochi e sarà compito del comitato assicurarsi che questi soldi vengano spesi per la messa in sicurezza e la bonifica del territorio. L’istituzione del comitato esecutivo segna l’inizio di una nuova fase storica. Il comitato si propone come interlocutore stabile delle istituzioni, garante della trasparenza e strumento di pressione civile nei confronti del governo e della Regione. È un nuovo esperimento politico, che si inserisce nella lunga storia dei movimenti della Terra dei Fuochi e ne rilancia il laboratorio. La Corte europea, infatti, riconosce esplicitamente che Ong, associazioni, gruppi della società civile e anche singoli individui possano inviare comunicazioni scritte per segnalare criticità, ritardi o attuazioni solo formali delle misure imposte dalla sentenza. La scommessa dei comitati è trasformare questa possibilità giuridica in un controllo popolare sistematizzato e di fare della messa in sicurezza del territorio uno spazio di partecipazione politica. L’assemblea è un susseguirsi di testimonianze fatte di documenti, cartelle cliniche, pennette usb consegnate simbolicamente al tavolo del comitato, perché il dolore raccolto in quelle carte possa essere condiviso e diventare strumento di riscatto. Prima di sciogliersi, ci si dà appuntamento al giorno successivo: ancora a Giugliano e ancora in una chiesa, la Collegiata di Santa Sofia. Il comitato appena nato diventa così immediatamente operativo, chiamato a confrontarsi pubblicamente con le istituzioni e con il commissario straordinario Giuseppe Vadalà. Ci rimettiamo in macchina consapevoli di essere alle porte di un nuovo ciclo di lotte e che dai rapporti di forza che queste sapranno generare dipenderà il futuro della Terradei Fuochi. (raffaele guarino)
ambiente
La parola della settimana. Fesso
(disegno di ottoeffe) Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’ più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale. (emilio salgari, le tigri di mompracem). È un mese che sulle cronache napoletane e nazionali l’attore Alessandro Preziosi pubblicizza il personaggio da lui interpretato nella serie dedicata a Sandokan andata di recente in onda su Rai 1 (evidentemente di successo, sebbene molto modesta: personalmente ho resistito mezza puntata). Nella fiction Preziosi è il corsaro portoghese Yanez, compagno d’avventure della Tigre della Malesia, e in qualche modo carattere a lui speculare. A mio avviso (non che questo abbia qualche rilevanza) è il personaggio più bello del ciclo di Salgari: freddo, elegante nei modi e nell’aspetto, ironico, prudente, è ingegnoso e astuto, anzi queste ultime due sono probabilmente le sue caratteristiche principali. Sarà per questo che non c’è intervista (l’ultima è uscita ieri a pagina piena sul Corriere del Mezzogiorno, a cura di Vanni Fondi) in cui Preziosi, che è napoletano, non ci propina la retorica sul partenopeo scaltro e “sfaccimmo”, parola che ripete a oltranza, traducendola quando l’intervista è nazionale a beneficio dei fan italiani. Il cliché riesce in effetti tanto efficacemente che il lettore napoletano per bene può gongolare compostamente, sentendosi anche lui un po’ “sfaccimmo”: anche se odia l’arte di arrangiarsi e disprezza chi si arrangia, chiedendosi perché non va a lavorare invece di truffare il prossimo; anche se a Napoli nessuno usa questa parola per intendere quello che intende Preziosi. Detto ciò, mi sono chiesto alla terza intervista in un cui si ripeteva questo refrain: ma di napoletani fessi, ce ne sono? (credits in nota 1) Non è il caso di trascendere nella trivialità della connotazione femminile della parola di questa settimana, quindi sorvolerei da ora in poi sul napoletano, riportando però almeno il fatto che in francese fesse vuol dire natica, derivando dal latino “findere”, il cui participio si riferisce a qualcosa di “crepato in lungo”, “diviso in due”. Stando sul più accettabile socialmente, secondo i dizionari, il fesso non è necessariamente uno stupido (può esserlo, ma non necessariamente lo è), quanto colui “che si comporta da stupido”, e questo è un po’ in contraddizione con il meridionale “farsi fare fesso”, che fa riferimento al “farsi raggirare”. Tipo quando io ti dico: vedi che questa cosa che stiamo facendo richiede un sacrificio per un po’ di tempo. Ma poi finirà, è solo temporaneo. Ti restituiremo tutto dopo qualche mese, e oltretutto saremo più ricchi sia io che tu. Coppa America ogni due anni, team d’accordo. Il Comune di Napoli: pronti a ospitarla anche nel 2029 (repubblica napoli, 27 dicembre 2025) Avevamo più o meno quindici anni, io e miei amici, quando una professoressa di italiano e latino una mattina alzò un polverone accusandoci di essere maschilisti e sotto sotto fascisti, perché avevamo scritto a caratteri cubitali sul muro della classe un vecchio detto napoletano: “’O barbiere te fa bello, ‘o vino te fa guappo, ‘a femmena te fa fesso!”. Quella professoressa si diceva femminista e di sinistra (la parola comunista già cominciava a diventare fuori moda), ma raramente le abbiamo visto fare un giorno di sciopero, persino quando Berlusconi voleva eliminare l’articolo 18 (non ci riuscì, ma poi ci pensò Renzi), o quando la Moratti completò l’opera di distruzione della scuola pubblica iniziata dal post-comunista Berlinguer junior. Molti di noi fessacchiotti per qualche tempo la considerammo anche una persona autorevole, ma poi capimmo prima di arrivare alla maturità (intesa come diploma). A volte penso che sarebbe bello tornare a essere così ingenui. (credits in nota 2) a cura di riccardo rosa Ps.: A proposito di Coppa America, bradisismi, palazzi che crollano e territori sotto attacco, consiglio la lettura di questo breve testo scritto ieri dagli attivisti dell’Assemblea Popolare di Bagnoli e pubblicato attraverso i canali di Villa Medusa (entrambe le realtà fanno parte della Rete No America’s Cup).  ________________________ ¹ Totò ed Ernesto Calindri in: Totòtruffa 62, di Camillo Mastrocinque (1961) ² Massimo Troisi e Pippo Baudo in Fantastico (1990)
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Caserta ai suoi antieroi – Capitolo VII
(disegno di diego miedo) In memoria di Roux Per Alfredo quella domanda lanciata nel silenzio del tinello non suonava come una domanda. Erano a tavola. Tempo di feste comandate, quando tutti tornano. La testa abbassata rivolta verso il piatto di pasta e patate. Il suo piatto preferito. Il cucchiaio impugnato male. La madre sapeva che al figlio quel piatto piaceva assai. Che lo aveva riproposto ai suoi coinquilini a Torino, coi quali aveva condiviso la scelta della pasta mischiata, la variante con la provola, il lardo, il pomodoro pelato, il sedano, la carota. Era bastato un anno fuori e lontano da casa per capire che le cose che mancano veramente sono sempre quelle più semplici. Nella busta che la madre gli aveva dato prima di partire, lei gli aveva scritto una lettera sgrammaticata con la ricetta e il procedimento passo passo. Un modo della madre di dire al figlio che l’amava. Alfredo quando l’aprì scoppiò a ridere e poi a piangere. L’esito della sua pasta e patate però non coincideva mai con quello che adesso stava gustando. Una pasta morbida, cremosa, il gusto di patate dolci che si scioglievano in bocca assieme al retrogusto della scorza di parmigiano ammorbidita dentro la pentola. Una punta di pepe nero e un bicchiere di vino rosso del contadino di Castelvenere, un tale di nome Ugo che il padre di Alfredo aveva conosciuto e di cui si fidava; che faceva il Piedirosso e il Barbera del beneventano a poco al litro. Le posate tintinnavano, gli sguardi erano rivolti verso il mangiare. A tavola, oltre a lui, la madre e il padre, anche la sorella e il fidanzato Rosario. La mozzarella e il prosciutto crudo per secondo. Il pane cafone era tagliato a fette spesse. Le zucchine alla scapece mantecavano nell’olio. Rosario, il ragazzo della sorella, aveva portato le paste. Era un bravo ragazzo, uno studente di filosofia appassionato di letteratura. Uno che a ventiquattro anni già aveva letto tutti i classici francesi. Al padre di Alfredo piaceva quel ragazzo sveglio, che stava facendo le scuole alte, che studiava, leggeva, s’informava, s’infervorava quando parlava di politica. Alla madre di Alfredo dava certezze. Gli andava bene anche perché le discussioni, quando si accendevano, trovavano una sintesi, e poi perché per il padre di Alfredo veniva rispettato un principio cardine, che più volte il padre aveva ricordato alla figlia femmina con quel dialetto sporco che tradotto suonava più o meno così: frequenta chi è meglio di te, e se necessario rimettici le spese. E Rosario era meglio di loro nello spirito e nella materia. Ereditava privilegi e gerarchie di valori precise. Era stato educato alla bellezza, al caos artistico, al gusto, ma non ignorava il mondo reale. Era di quel genere di persone nate nella buona sorte, che però si sentono in dovere di dare, di contribuire. Uno di quelli che non riteneva estraneo a sé nulla di ciò che era umano. D’altro canto, il padre di Alfredo era tutto ciò che Rosario leggeva sui libri dei filosofi e sui quotidiani. Uno dei tanti oppressi alienati dal lavoro salariato doppiamente libero. La prova tangibile dell’esistenza del lavoro vivo fatto di fatica che genera ricchezza, e poi tutti a casa, in poltrona davanti al televisore a guardare Samarcanda, Maurizio Costanzo, Quelli che il calcio. Un lavoratore che aveva fatto la gavetta in mezzo alla strada: questo era il padre di Alfredo. Orfano di padre operaio morto in fabbrica, l’aveva sostituito nell’organizzazione scientifica dello sfruttamento di generazione in generazione. E, tecnicamente, dopo di lui toccava ad Alfredo. Ciò che Rosario leggeva sui libri il padre l’aveva vissuto sul posto di lavoro. L’uno parlava in italiano e l’altro in dialetto, con l’altro in dialetto che si sforzava di parlargli in italiano, raccontandogli del guappo del rione, che conosceva ma che teneva alla larga perché lui invece lavorava per ironia della sorte a seguito della morte del padre. Altrimenti chissà come sarebbe andata a finire. Il padre di Alfredo lo prendeva bonariamente in giro a Rosario, che almeno per una volta aveva portato due paste da condividere con la grappa alla fine del pranzo domenicale. “Quanto ti pagano?”. Per Alfredo quella domanda era un’occasione per farsi valere. Ecco perché non suonava come una domanda qualunque. Si stava dando da fare, il ragazzo. Aspettava il riconoscimento. Aveva trovato un lavoro a Torino per pagarsi l’affitto, le spese, il fumo, le sigarette, qualche birra, i biglietti di qualche concerto. Si sentiva autonomo. Con quei soldi in tasca si sentiva diverso dagli studenti che lo circondavano. Diciottenni come lui, ma spensierati a differenza di lui, che ogni tanto si eclissava mentre quelli parlavano, parlavano, parlavano. Aveva come una rabbia che sapeva d’orgoglio, perché lui lavorava e gli altri no. Ma siccome di indole era buono, quella rabbia la conteneva, la immagazzinava da qualche parte nel suo cervello – ci voleva tempo prima di farla deflagrare. Si poteva poi permettere di comprare cose che appena un anno prima non avrebbe mai immaginato. Niente di che, ma sempre meglio di niente. Aveva un minimo accesso al consumo perché aveva trovato una pizzeria che gli dava un motorino mezzo rotto e lui faceva le consegne a casa della gente due o tre sere la settimana. A volte quattro, perché in caso di maltempo nessuno voleva lavorare e allora lo chiamavano e lui non sapeva ancora dire di no ai proprietari compaesani. Un cazzo di freddo su quel motorino. Però così conosceva a poco a poco quella città dal fascino sinistro, con viali e controviali, il cielo basso e i palazzi austeri. Non gli dispiaceva la scoperta di una città che si svelava solo quando entravi dentro ai portoni eleganti. I clienti che gli davano le mance erano quasi tutti meridionali come lui. Gli studenti aprivano porte di appartamenti trascurati ma affascinanti, mentre lui viveva con altri due lavoratori pugliesi in una casa buia al piano terra di un palazzo fatiscente. Ogni tanto una mancia dagli studenti pure la raccoglieva, e quelli lo invitavano a partecipare a questa o quell’assemblea contro la guerra o la repressione tra una consegna e l’altra. Quando andava a consegnare pizze in palazzi che considerava benestanti la mancia se la prendeva da sé, nascondendo ai clienti ricchi lo scontrino e aumentando il prezzo di uno o due euro. I benestanti neanche se ne accorgevano. “Quello che non mi date voi, me lo prendo”, diceva tra sé per giustificare l’esproprio. Teneva un salvadanaio, come d’abitudine. Lo stesso genere di salvadanaio rotto prima di prendere il treno notturno alla stazione di Caserta, senza guardarsi alle spalle, una sera di novembre del 2001. Coi primi soldi del lavoro di consegna pizze s’era comprato dei guanti da neve. Le mani erano spaccate dal gelo. La benzina al motorino doveva metterla lui, sebbene il mezzo non fosse di sua proprietà. E Rosario, quel giorno, a tavola, mentre mangiavano pasta e patate, voleva sapere quanto guadagnava da quello che per Alfredo era a tutti gli effetti un lavoro – non un lavoretto –, fatto di gesti, impegno del corpo, intelligenza, capacità di riflettere, interpretare e reagire. Il cucchiaio affondava nel groviglio cremoso. Alfredo rispondeva: “Cinquanta centesimi a pizza più le mance”. “Così poco?” – Rosario avrebbe posto la stessa domanda pure se Alfredo gli avesse risposto di guadagnarne il triplo per ogni pizza consegnata, perché Rosario sapeva. Il cottimo come retribuzione basata sui risultati e non sul tempo è un’ingiustizia. Con quella domanda tendenziosa, Rosario stava comunque nominando la corda in casa dell’impiccato. Era la casa di una famiglia di terra di lavoro, laddove il valore dei soldi è tutto e il valore del lavoro è niente. La provincia rurale che ce l’ha fatta ad accumulare capitali a furia di far scavare le cave e costruire palazzi a tutta la manodopera a basso costo disponibile sul territorio. Quella che non era emigrata come Alfredo. Che ne poteva sapere Rosario del lavoro di consegna pizze? Quando mai aveva alzato una cardarella, lui? L’aveva letto dai libri, certo, ma non l’aveva vissuto sulla sua pelle da borghese figlio di professionisti. Non ne aveva bisogno. Lui era in casa di una famiglia tirata su con la doppia occupazione da un lato e il lavoro domestico invisibilizzato dall’altro. Io porto il pane a casa, tu il caffè a letto: così aveva detto una volta il padre di Alfredo, in dialetto stretto, alla moglie durante uno dei tanti litigi. E Rosario, che amava dal profondo la sorella di Alfredo, che si sentiva di poter parlare così a quella gente di popolo, azzardava un giudizio sul valore che fa il lavoro. Insinuava che il figlio dell’operaio si stava facendo fottere, mentre quello vedeva in quel lavoro tutto ciò che si può avvicinare all’emancipazione quando tieni diciott’anni. Una condanna senz’appello. Aveva una sua teoria, Rosario, o meglio l’aveva studiata, a differenza di Alfredo. “Mica è poco. Il sabato sera con le mance arrivo pure a quaranta euro”. “Per quante ore?”. “Non è poco per me”. “Per quante ore?”. “Sette, otto ore. Poi mangio pure la pizza. La fa buona. Mi alzo anche cento euro la settimana”. “E il tuo padrone lo sai quanto guadagna?”. “E che ne so?”. “E un contratto? Te l’ha fatto un contratto?”. Alfredo gli rispondeva di no con un cenno della testa rapido, incupito, senza neanche guardarlo. “E se fai un incidente chi ti paga i danni?”. La mamma di Alfredo, a quel punto, lo fulminava con gli occhi dal profondo della sua superstizione. La sorella in silenzio si affrettava nel cucinotto per lavare i piatti. Alfredo non rispondeva. Il padre aveva ascoltato con attenzione, guardava il figlio con supponenza, come chi giudica il costo della merce viva al mercato delle braccia. E allora giudicava il costo del suo lavoro. E sigillava così, in via definitiva, quel giudizio: “Jamme, strunz. Se ti dice che è poco, è poco”. Alfredo non riusciva a credere che qualcuno gli potesse sbattere in faccia la svalutazione dei suoi sacrifici, che qualcuno stesse mettendo in discussione tutte quelle giornate passate a sgobbare al freddo, sotto la pioggia. Solo anni dopo lo avrebbe capito, ma non in quel momento, tra la pasta e patate e la mozzarella, a tavola, nel tinello di casa. La carta da parati rosa alle pareti. Il televisore spento. Qualche brutto dipinto appeso. Non la sentiva neanche più sua, quella casa. Le donne ascoltavano gli uomini, pronte per spegnere l’incendio, perché sapevano che la violenza era un’opzione percorribile tra le tante in quelle mura domestiche. Alfredo allora si alzava dal tavolo, entrava in bagno con gli occhi gonfi. Non voleva dargliela vinta. Non voleva mostrare debolezza davanti al padre. Non aveva il diritto di piangere davanti a lui. Un cazzotto sul muro del bagno provocava un rumore sordo, che nessuno aveva sentito. Gliel’avrebbe fatta pagare. Lo giurava a se stesso, guardandosi fisso negli occhi gonfi di lacrime, davanti allo specchio. Gliel’avrebbe fatta pagare prima o poi. Se lo ripeteva respirando forte, ansimando, stringendo a pugno le mani spaccate dal gelo per un lavoretto di merda che nel giro di un anno l’aveva fatto uomo. (pomé) _______________________________ Qui gli altri articoli della serie
storie
Non c’è pace tra gli ulivi. Il glifosato da medicina a veleno
(disegno di valeria cavallone) Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli. “Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”. Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è  l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori. Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi. Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti. Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato, l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e  “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”. In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia. Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari. (giuseppe vinci)
ambiente
Politiche migratorie e diritto penale. Note dopo l’assoluzione di quattro presunti scafisti
(disegno di rosa battaglia) Dopo diciassette mesi di detenzione il Tribunale di Napoli ha assolto quattro giovani migranti dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le storie di S., A., K. e I. si intrecciano nel luglio 2024, quando la nave dell’Ong Ocean Viking recupera due imbarcazioni partite dalle coste libiche, in area Sar (ricerca e soccorso) e le conduce al porto di Napoli. Appena sbarcato il gruppo, prende avvio la consueta ricerca dello “scafista”. Bastano poche ore e qualche testimonianza raccolta in modo raffazzonato per individuare i nomi di quattro ragazzi. Così, in una giornata qualsiasi di luglio, le porte del carcere di Poggioreale si aprono per S., A., K. e I., giovani vulnerabili, con un passato migratorio estremamente difficile. Si trovano in carcere in un paese sconosciuto, di cui non parlano la lingua, dove nessuno spiega cosa stia accadendo, perché sono è lì e per quanto tempo ci dovranno restare. Fin dal primo momento i quattro ragazzi vengono senza alcuna prova associati a un’immaginaria organizzazione dedita al traffico di esseri umani: passeggero che prende il timone equivale a comandante, che equivale a scafista, che equivale a membro di una rete criminale internazionale che trasporta i migranti dalla Libia all’Italia. Nel corso del processo, durato un anno e mezzo, si sono avvicendati numerosi testimoni dell’accusa e della difesa, nel tentativo di ricostruire l’intero iter del viaggio dalla Libia all’Italia. Si è parlato dei lunghi periodi di detenzione in Libia, delle torture nelle carceri finanziate dall’Europa, delle minacce della cosiddetta guardia costiera libica. Lo stesso comandante della Ocean Viking, che aveva soccorso le due imbarcazioni di fortuna su cui viaggiavano i ragazzi, ha spiegato in aula come gli interventi della guardia libica metta solo a rischio la vita dei migranti.   Un quadro sempre più nitido ha cominciato a delinearsi, riportando i fatti alla loro ordinarietà. I quattro ragazzi accusati di aver guidato la barca, che durante il tragitto si erano scattati selfie ed erano stati ripresi in video e foto – materiale utilizzato dalla Procura come prova della loro colpevolezza (del resto chi non si fotograferebbe mentre commette un reato di tale portata…!) – non erano affatto pericolosi criminali. Erano passeggeri costretti a prendere il controllo di un barchino alla deriva per tentare di salvare la propria vita e quella degli altri. Passeggeri che avevano agito in stato di necessità, poiché in quel momento non potevano fare altro. Il 5 dicembre, nell’ultima udienza, questa verità tanto evidente quanto difficile da affermare per le implicazioni politiche che comporta è stata fatta propria dal pubblico ministero, che, accogliendo la ricostruzione della difesa, ha chiesto l’assoluzione dei quattro imputati poiché il fatto non costituiva reato. I giudici, riconoscendo la stessa realtà, hanno assolto i ragazzi. È bene sottolineare che il riconoscimento già in primo grado dello stato di necessità, che esclude la punibilità del fatto in concreto, rappresenta una decisione quasi unica. Per quanto sembri ovvio che quattro ventenni spaventati, reduci da una detenzione in Libia, non appartengano a reti criminali dedite al traffico di esseri umani, risulta estremamente difficile che quest’evidenza venga affermata con chiarezza in un’aula di giustizia. La stessa Giorgia Meloni, d’altronde, all’indomani della strage di Cutro, aveva affermato in conferenza stampa che si sarebbe impegnata per cercare e perseguire gli scafisti “su tutto il globo terraqueo”. Una figura, quella dello “scafista”, evocata come soggetto onnipotente, capace di attraversare confini e regole, responsabile diretto delle migrazioni verso l’Europa. Una rappresentazione che, riprodotta nelle aule di giustizia e nel discorso politico, svolge una funzione precisa: offrire un colpevole individuale a fronte di un fenomeno strutturale. Lo scafista diventa il capro espiatorio di un sistema che criminalizza la mobilità anziché interrogarsi sulle sue responsabilità. A partire dagli anni Novanta, con l’Accordo di Schengen e il Trattato di Maastricht, l’Unione Europea ha infatti progressivamente rafforzato le frontiere esterne, trasformandosi nella cosiddetta “fortezza Europa”. Alla libera circolazione interna dei cittadini ha fatto da contraltare un inasprimento delle politiche di controllo nei confronti dei cittadini extracomunitari, accompagnato da un ricorso crescente a misure restrittive della libertà personale. In questo contesto, la distinzione tra vittima e responsabile tende a dissolversi. Non sorprende, allora, che nelle aule di giustizia risulti così difficile affermare l’inesistenza dello “scafista” come figura criminale autonoma. Le pronunce divergenti ne sono una conseguenza diretta. A causa di una decisione dello stesso Tribunale di Napoli, un altro giovane, J., imputato per il medesimo reato dei quattro ragazzi di cui si parla qui, è tuttora detenuto nel carcere di Poggioreale (qui abbiamo raccontato la storia sua e di altri due suoi compagni). Per J. il pm ha richiesto una condanna a otto anni di reclusione. Storie simili, esiti opposti. Un dato certo è che nel giudizio sui migranti, anche in tribunale, pesa spesso più la disposizione di chi ascolta che la consistenza dei fatti che emergono, o che restano invisibili, nel corso del processo. Il procedimento penale, anziché costituire uno spazio di accertamento della realtà, si trasforma in un luogo di conferma di premesse già date, dove alcune narrazioni risultano immediatamente credibili e altre strutturalmente inattendibili. Eppure appare paradossale una presunzione di colpevolezza tanto automatica quanto selettiva: chi ha guidato, anche per pochi istanti, una barca, diventa immediatamente uno trafficante di uomini; chi ha attraversato la Libia, è stato detenuto arbitrariamente, torturato o sottoposto a trattamenti inumani, non viene automaticamente riconosciuto come vittima delle violenze delle frontiere (a dispetto dell’abbondanza di rapporti di organizzazioni internazionali, pronunce di corti sovranazionali e innumerevoli testimonianze di migranti, operatori umanitari e attivisti). La sofferenza, quando è strutturale e sistemica, sembra perdere valore probatorio. Questa asimmetria non è casuale, ma riflette una frattura più ampia che attraversa il mondo reale e il discorso pubblico: una frattura che privilegia la logica del controllo e della punizione rispetto a quella della protezione e della responsabilità. In tale cornice, la repressione diventa la risposta primaria a fenomeni complessi, mentre le cause strutturali delle migrazioni forzate vengono rimosse o esternalizzate. Da un lato si finanziano centri di detenzione in Libia e si normalizzano rapporti con attori responsabili di gravi violazioni dei diritti umani come il generale Almasri, rimpatriato nonostante un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale; dall’altro, si avverte come indispensabile l’individuazione di un colpevole immediatamente disponibile, tra un gruppo di persone che approdano a fatica sulle coste europee. L’accanimento giudiziario contro l’anello più debole della catena non è un errore, ma un elemento strutturale. Per mantenere intatta l’architettura delle politiche migratorie si sacrifica persino la coerenza del diritto penale. Ma se il processo diventa il luogo in cui si punisce ciò che è politicamente utile punire, e non ciò che è giuridicamente rilevante, allora non sono soltanto i migranti a perdere tutela, ma è l’intero sistema di giustizia a rivelare le proprie crepe più profonde. In questo senso, le assoluzioni non rappresentano solo la fine di una vicenda individuale, ma un momento di rara frizione in un meccanismo che, il più delle volte, funziona senza mai interrogarsi davvero sui propri presupposti. (gea scolavino vella)
migrazioni
detenzioni
Scioperi e serenate. Da Tricarico a Torino e ritorno. Un estratto del libro
(disegno di roberto-c.) Dal dicembre 2025 è in libreria Scioperi e serenate. Da Tricarico a Torino e ritorno (Monitor edizioni, 60 pagine, 12 euro), un libro di Antonio Guastamacchia. Potete leggere a seguire un estratto dal volume.  *     *     *  La fabbrica mi stava stretta. Non volevo stare in fabbrica, mi sembrava di stare chiuso in una prigione. Era la primavera del ’75 e mi arrivò una lettera di mio padre che mi diceva che c’era la possibilità di lavorare qui, all’Anic. L’Anic lavorava materiale chimico. Ho scelto, vado giù, così sto vicino e aiuto i miei genitori. L’Ente Riforma aveva dato un podere a mio padre: si scelse un podere vicino ai terreni che aveva lui, all’ettaro di terreni che aveva, e gli serviva soprattutto per andare a pascolare le pecore, era comodo, era vicino. Avevo detto a mio padre di non rinunciare al podere, ai terreni, perché non si sa mai. «Tienili tu, al limite falli lavorare, partecipiamo alle spese». Mia sorella se ne andò in Svizzera, l’altra era a Torino, mio fratello se ne andò in Svizzera anche lui a lavorare con i muratori. Non avevamo un trattore, si facevano ancora i lavori con il mulo, con l’asino. Erano rimasti solo mia madre e mio padre qua a Tricarico. Ho pensato di stare vicino a loro; se hanno bisogno quando ho finito di lavorare, avrò il sabato e domenica liberi, o altri giorni; non sapevo i turni com’erano qui all’Anic, quando finivo potevo pure andare in campagna. E me ne sono venuto qua. L’Anic era a Ferrandina e Pisticci, c’è un’area industriale. Proprio a Pisticci ci sono stati morti per amianto. Arrivo qua e successe che mio padre aveva parlato con uno di Tricarico che doveva darmi una mano. Io ero convinto che dovessimo fare un incontro in ufficio per fare la domanda. Questa invece era una raccomandazione di un politico! Era pure democristiano, un senatore. L’ho scoperto dopo, una sera andammo a Ferrandina con questa persona di Tricarico: «Aspettate in macchina, vado a vedere se è in ufficio». Torna: «No, il senatore non è venuto oggi perché è rimasto a Roma». Si vede che c’era qualche consiglio, qualcosa. Quando poi sono arrivato a Tricarico, e dovevamo tornare dopo qualche giorno o settimana, ho capito che non volevo la raccomandazione e non sono più andato. Non volevo chiedere il lavoro. E mi sono iscritto all’ufficio collocamento. È tornato anche mio fratello, non so perché tornò. Abbiamo ricomprato le pecore, ci siamo rimessi a fare quello che facevamo prima di andare: il pastore, le pecore. Abbiamo comprato un trattore, abbiamo iniziato ad arare con il trattore. Eravamo sul podere della riforma e sull’ettaro e mezzo di mio padre. Abbiamo iniziato a fare i lavori e siamo rimasti qua. Io mi sono iscritto all’ufficio collocamento, anche mio fratello si è iscritto, abbiamo fatto i braccianti. Tornando qua, ho continuato a frequentare la sezione del Pci, lavoravamo insieme con gli altri, organizzavamo gli scioperi con i braccianti, abbiamo fatto anche uno sciopero per l’Anic. Volevamo andare a lavorare all’Anic, la gente voleva il lavoro, non se ne fregava se era un lavoro che portava morte. Anziché emigrare, lavoriamo qua. Solo che bisognava farlo con più sicurezza. Perché prima non davano neanche le mascherine per l’amianto. C’era un mio amico, anche lui del Pci, della mia età, lui andava a lavora- re alla Liquichimica di Ferrandina e ha avuto problemi di tumore, tanto è vero che non c’è più. Ho frequentato il Pci al ritorno da Torino, però io una volta ho visto, ma ero piccolo, sette o otto anni, una scheda del Psi. Con il fatto che qui c’è stato Rocco Scotellaro, molta gente votava Psi per Rocco Scotellaro. Scotellaro fece una lista civica, si chiamava Lista Aratro, non misero il simbolo del Psi quando ha vinto Scotellaro e anche dopo hanno continuato a mettere l’aratro. E so che mio padre era di quella tendenza, ma in casa non si parlava, la politica proprio non c’era. E anche questo di Tricarico che mi voleva portare dal senatore per raccomandarmi era del Psi, però il Psi con la Dc andava d’accordo, hanno fatto tanti governi assieme! Quando sono tornato, ho incominciato a portare le serenate. A Tricarico c’era un’usanza: dal 17 gennaio, che è il primo giorno di Carnevale, si cominciano a portare le serenate. Inizia tutto con il Carnevale. Fino al martedì grasso si possono portare le serenate. Cara Ninella è una canzone tipicamente di Carnevale, perché tu in quelle frasi chiedi se si è ammazzato il maiale, chiedi di tirare fuori il salame. Nel periodo dopo Natale i lavori della campagna erano quasi finiti e si ammazzava il maiale, si faceva la salsiccia. Nella canzone Cara Ninella andavi a chiedere se avevano ammazzato il maiale perché volevi un po’ di salame. E si creava la festa, noi suonavamo e loro andavano a prendere il salame. Molte volte anche dove non c’era il salame noi facevamo comunque la serenata: ci accontentavamo di un piatto di spaghetti. Tu portavi le serenate quando queste persone erano già a letto, dovevi aspettare che loro si coricavano. Arrivavi vicino alla porta con fisarmonica, cupa cupa, tamburello o zampogna e ti mettevi a suonare e cantare, a sorpresa. Magari c’era qualcuno che in mezzo a noi aveva organizzato: un parente, un compare, un amico. E abbiamo incominciato a fare queste serenate. Erano accettate le serenate, molta gente se le aspettava. C’era un amico mio, Franco Manzi, che era del Pci: lui voleva la serenata tutti gli anni e noi gli portavamo la serenata. C’era un altro amico, sempre del Pci – perché poi cercavamo di andare nelle case dove eravamo accettati dalle persone –, Pasquale Langone, lui ti ricordava: «Il 27 faccio il compleanno!». Per dire: portatemi la serenata. Andavamo a fare la serenata, poi si entrava in casa, loro preparavano da mangiare, mangiavamo, si continuava a suonare. Era una festa. Non solo la sera, la notte! Quando poi si incominciava a imparare le canzoni, partivi la sera e tornavi la mattina. La mattina, era giorno, passavi dalla piazza, suonavi davanti al bar, ti offrivano il caffè e te ne andavi a casa. Restavi senza voce. Questo lo faceva mio padre e poi ho ripreso a farlo io da quando sono tornato da Torino, prima non l’ho fatto mai. Prima non dovevi chiedere se portare o no la serenata, ti presentavi e basta. La dispensa era sempre piena, soprattutto cercavamo di sapere chi aveva ammazzato il maiale. Io a mio padre lo sentivo anche quand’ero piccolo che lui portava le serenate. A casa nostra è venuto anche Scotellaro, perché Scotellaro era uno a cui piaceva andare con i contadini a sentire le serenate, a stare con loro, lui era uno di noi. Io a mio padre lo sentivo cantare le serenate, però non mi ha mai portato insieme. Proprio se era una festa vicino casa, allora ero lì ad ascoltare. E da lì ho cominciato a cantare anche io, ma da solo, senza farmi sentire. Poi, quando sono tornato a Tricarico, le serenate erano scemate, anche il Carnevale era scemato, quasi non c’erano più. A una certa età anche gli anziani non uscivano più. E mi sono trovato io a portare le serenate, si organizzavano dei balli nelle case. Io ho imparato da solo a suonare il tamburello. Vedevo mio padre come lo suonava, ma non ero capace di suonarlo, poi piano piano ho imparato. Dopo la fabbrica ho cercato di imparare a suonare il tamburello, ma era difficile perché è pesante. [Prende il tamburello e accenna i battiti]. A Tricarico c’è la terzina. Tre colpi. E ho imparato con un tamburello e con la scatola delle scarpe, quella è leggera. [Suona]. E ho imparato. Ho sempre guardato mio padre, poi ho iniziato piano piano, piano piano. E poi velocissimo. [Suona il tamburello modulando diverse veloci- tà]. Quando io faccio la terzina, molti non vengono dietro. Quando ballano la pizzica, per esempio, e io mi trovo là e mi metto a suonare questa, e questa è tarantella e non è pizzica, loro non riescono a ballare, si fermano. Perché la pizzica non si balla con la terzina. La terzina non la fanno in nessun altro posto se non a Tricarico. [Mostra i colpi]. Il primo è con i polpastrelli delle dita, il secondo è con il pollice e il terzo con il dorso della mano. La terzina non esiste in altri posti. La terzina appartiene alla tarantella. Io dico sempre: noi abbiamo la tarantella, perché dobbiamo fare la pizzica? Sì, possiamo anche fare un pezzo di pizzica, come loro possono fare un pezzo di tarantella, ma i pugliesi fanno solo pizzica. La tarantella è lucana, calabrese, a Napoli la tammuriata, in Abruzzo e nel Lazio il saltarello.
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