(disegno di ottoeffe)
Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera
592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il
genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa
significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa
memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi
hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti
amministrativi e interviste.
«Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche
loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità,
perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro
Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il
riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024
l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha
presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della
Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la
seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione
affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli
la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e
Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento
nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli
comuni alle grandi città.
Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto
amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale
(Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il
piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e
abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni
abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel
rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un
documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente
realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere
ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni,
a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono
stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali.
La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già
individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza
di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e,
soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico
insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia.
I BUONI PROPOSITI
Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le
baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il
Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche
poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom
continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento
acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche
che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per
Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica
emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale –
istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere
le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione.
È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire
nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato
cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le
comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio:
otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti
dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce
un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la
necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e
verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del
2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi
insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze
dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle
soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del
Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non
corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e
distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi
di un sostegno all’autonomia delle famiglie.
Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo,
un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della
Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti
dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva
il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il
piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare
ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva
un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota,
della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che
prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento
“verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al
sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e
ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È
una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con
l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui
criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie.
L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda
anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone
diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada
provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della
Sanità-Materdei.
Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né
nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del
rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno
costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in
questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro,
il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma
piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità
offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove
hanno radicato la propria esistenza.
La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva
l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al
Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima
dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica
emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate,
indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni
inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso
all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità
dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa
Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare
modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e
le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite
intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga
insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come
indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di
fare riferimento.
IL NODO DELL’ANAGRAFE
L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri
riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che
si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune
corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto,
invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già
sperimentate negli anni precedenti.
Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il
piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica
sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti
nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare
dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano
individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un
problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle
azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si
inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal
ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli
Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato,
l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a
favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è
soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a
incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già
alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi,
che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni
permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo
passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici
realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un
cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati:
quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti
arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla
documentazione raccolta.
Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze
sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania,
l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e
italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di
autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di
provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano,
ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un
punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito,
negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le
risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a
trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e
replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e
sul lavoro nero?
Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più
visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità
delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione
locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a
garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità
rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e,
in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche
attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari
erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato.
Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica
sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile
tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e
formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una
formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di
mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si
trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più
stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque
anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però
cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali.
La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per
accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari
territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che
vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione
anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla
medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione
della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un
pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la
possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La
residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione
locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle
procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi
territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il
lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero
argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità.
Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione
trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente
esercitati.
La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal
Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le
persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli
organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de
Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva
utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a
persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno
strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità
riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà
abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione
particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava
presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte
consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi
di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della
documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli.
Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo
nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom.
Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione,
introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle
persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La
procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei
requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici.
Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a
diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione?
Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è
andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale
del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state
confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri
cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le
municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste,
però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La
procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire
gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti,
quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente
l’iscrizione anagrafica.
Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse
dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano
approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto
realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei
familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati
destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre
nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo
2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di
“sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione
di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel
cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura
commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da
verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone
che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di
accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle
decisioni che le riguardano.
A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La
ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma
dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha
ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di
superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra
nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi
infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta
vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri. Anche la
raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno
preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie
dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento
dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un
rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca.
Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il
riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre
una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella
memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo,
ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro
e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò
che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce
effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel
presente. (pasquale frattini)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di sam3)
I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in
Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che causa il
disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento
della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di
Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema
fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in
agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata
istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia
cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni
istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati
in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata
oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città.
L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di
epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione”
per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente,
rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta
“immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”,
sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di
eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio.
Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda
pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è
stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico
dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica
estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una
spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale
fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e
politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino
manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel
Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la
riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo
meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che
si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del
contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure
straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione,
sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti,
nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola.
Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a
trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di
specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non
risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso
il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di
governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio
biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e
orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario.
In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento
diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la
semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di
devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate
durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come
organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una
catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente
dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia
potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa
anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che
altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza
fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la
governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante
cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e
trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali
conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire
e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili.
Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese,
il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e
processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti
climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo
rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola
presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La
semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una
relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che
coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema
tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale
tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione
pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica
un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa
proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio
mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto
bene Giovanni D’Elia.
Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è
ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche
vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe,
proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della
devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi
straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate
soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che
emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il
linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra,
le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento
pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto
tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione
storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più
orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio.
Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta
proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi
passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e
sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una
concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso
assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della
Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a
xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento
colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche
condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il
risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi
patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche
estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e
trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un
batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che
rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a
interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo
passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni
storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non
umani.
Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti
economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di
finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di
biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni
di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta
soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita
risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il
valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli
aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da
quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel
territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e
uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove
relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza
produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza
xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la
significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo
spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi
aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto
eolici e fotovoltaici.
La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un
processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di
contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di
pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la
presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa
possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e
ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee.
La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non
possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche
processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e
orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora
interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla
riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza,
trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È
in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera
posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)
A Trieste, piazza Garibaldi è un posto particolare. A prima vista sembra un
grande spartitraffico alberato di forma triangolare tra diverse vie. Guardando
meglio ci si accorge che è anche un centrale punto d’incontro per chi vive tra i
popolosi quartieri San Giacomo e Barriera vecchia, con alcuni bar a fare da
punto di riferimento. La piazza cambia tanto durante il giorno: la mattina
presto si incontrano persone che lavorano nel settore edile, mentre iniziano le
loro attività i banchi di robivecchi o di frutta e verdura; di pomeriggio e di
sera le persone sono diverse, con una certa prevalenza di persone provenienti
dall’ex Jugoslavia. Spesso ai tavolini dei bar sono seduti solo uomini. Negli
ultimi anni la zona è stata sempre più associata a un luogo pericoloso nelle
cronache dei giornali locali e nel giugno 2025 è stata inserita in una delle tre
zone rosse previste dalla prefettura di Trieste. La presenza delle forze di
polizia o dei carabinieri è da allora costante durante tutto il giorno.
Domenica 20 settembre verso le 19 la piazza è molto animata. Oltre ai soliti
avventori dei bar, intorno alla fontana centrale si sono raccolte diverse decine
di persone con delle bandiere rosse. Il traffico nelle vie circostanti è
rallentato, ci sono delle macchine che si sono fermate intorno al presidio con
gli stessi drappi rossi o con delle altre bandiere con la figura di un uomo che
vengono sistemate sui cofani. Sulle bandiere c’è il l’aquila a due teste simbolo
dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), la forza di liberazione del Kosovo
attiva negli anni Novanta e soprattutto nel 1998-99 durante il conflitto con
quello che rimaneva della Jugoslavia. L’uomo sui drappi è Hashim Thaçi, dal 2016
al 2020 presidente del Kosovo dopo aver ricoperto anche altri incarichi di primo
piano, condannato a venticinque anni di carcere lo scorso 16 settembre dalle
corti speciali per il Kosovo, un tribunale kosovaro con sede all’Aja, per reati
gravi come la detenzione come crimine di guerra, trattamento crudele come
crimine di guerra, tortura e omicidio come crimine di guerra. Con lui sono stati
condannati anche Kadri Veseli (diciotto anni), Rexhep Selimi (tredici anni) e
Jakup Krasniqi (venticinque anni), tutti con un ruolo di primo piano nella
gestione dell’UÇK negli anni Novanta. I giudici, di diverse nazionalità, li
hanno invece assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità che l’accusa aveva
mosso nei loro confronti. Nei confronti della sentenza si può ora ricorrere in
appello.
Nel frattempo sono arrivate altre persone e il presidio si è ingrossato.
Qualcuno ha un cartello con la scritta Heronj të luftës, eroe di guerra. Altri
hanno invece con loro la scritta Liria Ka Emër, cioè la libertà ha un nome: è il
nome di una piattaforma nata nel 2020, proprio in corrispondenza delle
dimissioni di Thaçi da presidente del Kosovo e del suo trasferimento a L’Aja per
affrontare il processo.
A un certo punto alcune persone iniziano a muoversi a piedi e in breve dalla
piazza parte una fila di persone che prima cammina sul marciapiede e poi,
all’altezza di largo della Barriera vecchia, irrompe nella strada e blocca il
traffico, dirigendosi verso il centro della città. La polizia sembra sorpresa,
non riesce ad arginare la folla che cammina veloce; la testa lascia addirittura
indietro una parte dei manifestanti, tra cui alcuni bambini. Gli slogan sono in
albanese, non sembra che ci sia l’interesse a farsi capire da chi assiste ai
bordi delle strade o dagli autobus bloccati dalla manifestazione. La folla
scandisce quasi di continuo il nome dell’UÇK, mentre le macchine con le bandiere
rosse continuano a girare nelle strade vicine dando costanti colpi di clacson. I
manifestanti passano per la nevralgica piazza Goldoni e poi si dirigono su via
Mazzini che da lì porta verso il mare. Non lontano c’è la chiesa
serbo-ortodossa, costruita alla fine dell’Ottocento, e viene da pensare che
vogliano andare lì. Invece il corteo svolta nella direzione opposta e arriva
poco dopo nella centralissima piazza Unità, sede della prefettura, della
presidenza della regione e del comune di Trieste.
Nei giorni successivi il giornale locale, Il Piccolo, tratta il tema come una
questione di ordine pubblico, visto che a quanto viene riportato il raduno e poi
il corteo sono stati del tutto spontanei e quindi non comunicati alla questura.
Si dice che la folla considera le persone condannate degli eroi, sorvolando su
quanto peso possa aver avuto la sentenza in un paese dallo status internazionale
incerto come il Kosovo, la cui indipendenza è stata riconosciuta solo da alcuni
paesi senza che nemmeno l’Unione europea abbia una linea comune in merito (per
esempio, né la Grecia né la Spagna hanno riconosciuto l’indipendenza). Inoltre,
le tensioni con la Serbia non sono mai venute meno e negli ultimi mesi si è
aggiunta una marcata instabilità politica.
Basta passare poche ore a Priština per rendersi conto che l’UÇK è considerata
parte della memoria da difendere del paese. Nelle strade della città si trovano
spesso targhe di commemorazione e in centro si possono trovare anche grandi
cartelli sull’UÇK. È quindi facile immaginare che il processo dell’Aja sia visto
come un’accusa alla legittimità dello Stato kosovaro. Nella capitale kosovara il
18 settembre si è tenuta una grande manifestazione in sostegno di Thaçi, Veseli,
Selimi e Krasniqi.
Al di là della questione internazionale e giudiziaria, viene da riflettere sul
ruolo di Trieste in questa vicenda. La città può considerarsi multietnica al più
tardi dall’apertura del porto franco nel XVIII secolo. La decisione
dell’imperatore d’Austria attirò persone diverse, dando vita a una città in cui
la lingua greca, il tedesco, il triestino e diverse lingue slave convivevano,
almeno fino alle fine della prima guerra mondiale. In seguito, nonostante la
fine dell’Impero austro-ungarico, la perdita per Trieste del ruolo di uno dei
due porti nevralgici imperiali e la collocazione all’interno dello Stato
italiano (a eccezione del periodo finale della seconda guerra mondiale fino al
1954) questo carattere è almeno in parte rimasto.
Alcune cose sono cambiate. Comunità storiche, come quella luterana di lingua
tedesca e quella greca, sono numericamente molto meno consistenti rispetto al
passato. Trieste, però, nella seconda metà del Novecento ha sviluppato un legame
con la Jugoslavia e più in generale con l’Europa orientale e con le sue vicende.
Basti pensare che per anni i mercati e i negozi di Ponterosso, intorno al Canal
grande, attraevano clienti dall’est che compravano beni di consumo, come i
jeans, incrementando un settore economico non secondario per la città.
Questo si vede anche nei dati sulla presenza di persone con altre nazionalità in
città. Stando ai dati demografici del 30 giugno 2026 forniti dal comune di
Trieste i serbi presenti in città sarebbero 3.407 e i kosovari 2.065 su 26.678
persone straniere censite. Si tratta rispettivamente della prima e della terza
comunità più presenti in città, frutto soprattutto dell’immigrazione degli
ultimi decenni, e non è da escludere che le cifre siano sottostimate. Gli
albanesi censiti, vicinissimi ai kosovari per diversi aspetti culturali e
linguistici, sono invece 719.
Rimane l’impressione che la città faccia ancora fatica a confrontarsi con
l’eredità delle guerre degli anni Novanta nei Balcani che l’hanno comunque
coinvolta, anche se a distanza, e continui a pensarsi più come un’isola che come
un territorio che alla storia jugoslava e balcanica è legato. Trieste continua a
dare l’idea di una città a più facce in cui ogni comunità ha i suoi luoghi di
riferimento e i suoi canali di espressione culturale, siano il teatro e le
scuole di lingua slovena, i doposcuola, la moschea, un’associazione culturale o
anche i posti di lavoro, come sembra avvenire almeno in parte nel settore edile.
Le diverse comunità possono vivere vicine nello spazio, ma raramente si trovano
insieme e questo può portare a illudersi che i conflitti siano ormai sopiti o
poco rilevanti. Dopo la manifestazione del 20 settembre, che ha sorpreso la
città e che altrettanto rapidamente la città sembra voler superare, viene
spontaneo chiedersi se per Trieste non sia il caso di pensare a dei luoghi e a
delle opportunità stabili di incontro tra le comunità, almeno con l’obiettivo di
avere più consapevolezza della storia di chi ci vive accanto. (alessandro
stoppoloni)
(disegno di renaud eymony)
Durerà quel che durerà, come da più di dieci anni a questa parte, ma quanto ci
saremo divertiti nel frattempo: a vedere il panico del governo, lo scandalo dei
razzisti, il terrore della borghesia.
Beviamo le loro lacrime, ma non dimentichiamo niente: un ragazzino di sedici
anni ha perso un occhio dopo aver ricevuto una flash-ball in faccia, uno di
quattordici ha la mascella ridotta in poltiglia dopo che dei poliziotti gli
hanno sparato un lacrimogeno addosso a bruciapelo. In un video si vede un
poliziotto in borghese mentre cerca di mettere la testa di un ragazzo nell’acqua
di un ruscello, per fargli paura (poi è risalito, e se le è prese di santa
ragione, suscitando lo scandalo dei media); un altro ancora mostra un ragazzo
minuto, accovacciato a terra tra quattro energumeni (poliziotti, pardon), col
braccio gonfio, piange, dice che gliel’hanno rotto, e quelli ridono, gli
storcono il braccio ancora di più, uno di loro dice che ne ha già mutilati agli
occhi almeno quattro.
‘Sti ragazzini sono forti, non c’è che dire. Ultra-politicizzati, ben coscienti
del razzismo che subiscono, delle violenze della polizia, delle discriminazioni
che li dannano ancor prima che raggiungano la maggiore età. Hanno una padronanza
dei media avanzatissima, un discorso ben costruito da servire ai giornalisti
come me che accorrono davanti al loro liceo quando brucia la spazzatura. Io
sono, d’altronde, un bersaglio facile. Passati i trentacinque anni non posso che
sembrargli vecchio e loro mi stordiscono con le storie di aule fatiscenti e
insegnanti che mancano, ma lo senti subito che la realtà è un’altra: sono
incazzati neri col mondo, e a ben donde.
Loro hanno un lemma ormai generazionale per definire tutto ciò che alimenta la
loro giusta collera: «la France à Macron», la Francia di Macron, o meglio, più
esattamente: “la Francia a immagine e somiglianza di Macron”, ovvero la
Francia-Macron. Una Francia ultra-liberista, in crisi di bilancio nera, pronta a
farla pagare a tutti meno che ai ricchi e ai padroni, desiderosa di vendere lo
stato (sociale ma non solo) al primo offerente, tranne per quanto riguarda gli
apparati della repressione. La Francia-Macron infatti si regge su due gambe,
entrambe purulente: i desideri dei padroni e la violenza della polizia.
In dieci anni la polizia di Macron ha mutilato e ucciso decine e decine di
persone, ne ha arrestate decine di migliaia di altre, dai gilet gialli ai
movimenti contro le pensioni. Ma soprattutto, ha fatto un decennio di guerra ai
giovani, in particolar modo quelli delle classi popolari.
È come parte di questa guerra che va inteso l’omicidio di Nahel Merzouk,
diciassette anni, nel giugno 2023. Le rivolte seguite alla sua morte sono state
affrontate sul piano militare dalla macronie, letteralmente: carri armati, teste
di cuoio, armi non convenzionali, coprifuoco, assedi. E prigionieri: migliaia di
arresti, condanne, fedine penali sporcate per punire e intimidire, ben sapendo
che, se vieni dal basso, una fedina penale sporca significa non poter più
lavorare.
È in questa guerra contro i giovani che Macron ha istituito la terrificante
piattaforma Parcoursup, che decide lei dove potrai andare a studiare, se hai la
fortuna di passare la selezione, amplificando com’è ovvio che sia le
diseguaglianze. È in questa guerra che ha ridotto i sussidi giovanili, tagliato
i servizi, i fondi di scuola e università, precarizzato gli insegnanti,
aumentato le rette universitarie.
Anche in questo caso, la macronie ha reagito come ha sempre fatto quando si è
trovata davanti alla ribellione dei giovani: militarizzando il conflitto.
Davanti a quella che sembrava inizialmente una normale maretta studentesca, il
governo ha spedito migliaia di energumeni armati di tutto punto con la consegna
precisa di usare la mano pesante, costi quel che costi.
Un’evidente recipe for a disaster: la maretta si è fatta tempesta e presto
tsunami. Ora, persino i sindacati hanno deciso di unirsi agli studenti, un fatto
senza precedenti nella storia sociale francese. La Cgt, Solidaires e tutti gli
altri, persino la Cfdt (tipo la Cisl) hanno annunciato che sciopereranno e
saranno in piazza il 6 ottobre, a fianco agli studenti e nella data scelta da
questi ultimi, per proteggerli e denunciare all’unisono la violenza della
polizia.
C’è la finanziaria da approvare, poi le elezioni ad aprile. Non hanno una
maggioranza in parlamento e come faranno? Chissà, forse ancora una volta si
appoggeranno ai voti del Rassemblement National, loro – i macronisti – che
avevano promesso dieci anni fa che, ora che erano giunti al potere, la gente
avrebbe smesso di «votare per gli estremi».
Sarebbe coerente: a parte La France Insoumise e qualche altro pezzo di gauche,
nessun partito ha espresso solidarietà con i giovani ribelli. Mi ha detto un
amico, prof in un liceo di banlieue: siccome questi ragazzi sono prevalentemente
razzializzati e/o dei quartieri popolari, gli si nega persino il “diritto” di
essere bambini. Per definizione sono animali, pericolosi, classes dangereuses. E
quindi è legittimo mazzuolarli, mutilarli, sbatterli in galera: a poco vale la
loro età anagrafica, cioè il fatto che l’85% degli arrestati siano minori, come
comunicato dalla prefettura di Parigi per quanto riguarda gli arrestati nella
regione della capitale.
È qui che si opera la vera, reale, concreta fusione tra macronismo e lepenismo,
che poi appare sempre più come un passaggio di testimone. In questo razzismo e
classismo senza imbarazzi, anzi fiero della propria crudeltà, che fa dell’uso
della nuda violenza una strategia di governo. Questo rapprochement non a caso è
dapprima emerso durante le rivolte per Nahel, quando tutti (a parte La France
Insoumise) invocavano “l’ordine repubblicano”, che poi assomigliava parecchio a
un ordine mortifero. Anche oggi s’invoca il ritorno alla calma, ma quello che
vogliono, in realtà, sono la morte e il silenzio.
Hanno spaccato teste e occhi, gambe e braccia, hanno fatto la frittata. Che se
la mangino. Con l’augurio che gli vada di traverso una volta per tutte. (filippo
ortona)
(disegno di peppe cerillo)
Settembre si apre con una tragedia: a Pietralata una coppia di quarantenni
uccide la figlia disabile, dopodiché i due si sparano. Lasciano lettere che
descrivono la solitudine in cui sono stati lasciati dalle istituzioni che
dovevano tutelare disabilità e salute mentale. Il 2 un uomo accoltella l’ex
moglie a Torvaianica, e il 3 un cinquantenne a Ostia uccide la madre ottantenne,
poi si suicida gettandosi dal balcone.
Intanto, il Consiglio di Stato sospende il procedimento del municipio contro
Casale Garibaldi. Il 7 sindaco e diversi assessori consegnano le chiavi di quasi
tutti gli appartamenti di via del Porto Fluviale, un’occupazione trasformata in
settanta case popolari, agli abitanti. L’associazione LabUr fa un esposto contro
la “Palestra della legalità” su via dell’Idroscalo: milioni di euro pubblici
sperperati a beneficio di società private che lasciano l’immobile
nell’abbandono. Il 9 a Montecitorio c’è un presidio contro il Ddl antisemitismo:
partecipano anche consiglieri e deputati. Un ex consigliere di sinistra presente
in piazza strappa a un altro manifestante la bandiera del “Partito di Dio”
libanese, perché considerato organizzazione terrorista dagli Usa (come anche
Autistici/Inventati, del resto). Il 10 c’è un evento metereologico estremo: una
tempesta di pioggia che riversa sulla città oltre 100 mm. di acqua in
ventiquattr’ore; secondo gli annali si tratterebbe di un evento che avviene ogni
centocinquant’anni, eppure era già avvenuto il 5 gennaio scorso. Il livello
d’acqua del fosso alluvionale di Vallerano sale da 0 a 2,5 metri in dieci
minuti.
Venerdì 11 mattina muore Emma Bonino, a settantotto anni, dopo alcuni giorni di
ricovero all’ospedale Santo Spirito. Il 12 alcune associazioni musulmane
presentano una richiesta di allontanamento dalla città per Simone Carabella, ex
pugile che ha cercato di provocare più volte gruppi di migranti senza riuscirci.
La fondazione Hind Rajab denuncia alla Procura di Roma la presenza in Italia di
Idit Sliman, ministra del governo Netanyahu che promuove e pianifica il
genocidio e la pulizia etnica dei palestinesi. L’Italia dovrebbe arrestarla, ma
non lo fa. Alessandro Di Battista arriva all’ospedale Gemelli, rimpatriato da
Cuba.
Il 14 a Ostia Nuova un operaio di Cisterna (Latina) muore ucciso dal crollo di
un’impalcatura che lo fa precipitare dal terzo piano. Stava lavorando alla
ristrutturazione delle palazzine Armellini su via Forni. Il 15 c’è una riunione
tra Dipartimento Patrimonio e Aequa Roma sulle lettere di morosità alle
inquiline delle case popolari: sono state recapitate già tremila missive.
Durante un’assemblea studentesca alla Sapienza, si presentano una decina di
poliziotti e carabinieri dei vicini commissariati San Lorenzo e Sapienza, come
se la presenza delle forze armate in università fosse normale. A Fiumicino
arriva un volo da Gaza, carico di persone sfuggite al campo di sterminio in cui
rimangono rinchiusi due milioni di palestinesi.
Il 17 si costituisce il killer di Prati, un cinquantenne disoccupato bianco con
due cognomi, che ingannava il tempo sparando ai passanti, soprattutto donne. La
stampa minimizza, umanizza, mostra il lato sociale della cosa. Il 18 in una
scuola di Centocelle un ragazzo di tredici anni, italiano e bianco, accoltella
la sua insegnante, filmando tutta la scena con il cellulare. L’insegnante
minimizza, comprende, e ripete che bisogna mandare via i migranti (tra cui il
ragazzo che l’ha difesa). Quindici comitati territoriali di Roma firmano un
comunicato, promosso anche dall’Arci, in cui dichiarano di non voler partecipare
alla manifestazione del giorno dopo per Spin Time, vista la presenza in piazza
del Partito Democratico e della giunta Gualtieri, che ha venduto la città ai
fondi immobiliari. Cade una pioggia torrenziale, particolarmente forte nella
zona Nord della città. Il 19 c’è l’attesa manifestazione: partecipano migliaia
di persone, cinquemila per la questura, cinquantamila per gli organizzatori.
Il 22 muore un operaio di ventidue anni che lavorava dentro al Colosseo. La
sovrintendenza si rifiuta di chiudere il sito archeologico in segno di lutto:
l’allarme sicurezza non include certo chi lavora. Il 24 c’è una manifestazione
davanti al palazzo delle Politiche abitative contro le “cartelle pazze” nei
palazzi Erp; e nel pomeriggio un corteo a Tor Sapienza con le bandiere italiane,
per chiedere lo sgombero di un palazzo abbandonato in via Tallone, al grido di
“Tor Sapienza sicura” e alla presenza di alcuni membri di Fratelli d’Italia.
Il 26 al Porto Fluviale c’è un convegno per una legge sul controllo degli
affitti (rent control). Due ragazzi in motorino, attivisti di un’organizzazione
comunista, vengono aggrediti sul Lungotevere, vicino piazza Cavour, al grido
“Palestinesi di merda”. Il 29 la Conferenza dei servizi decisoria approva
definitivamente il progetto dello stadio di Friedkin a Pietralata. Sindaco e
assessori, gli stessi che dicevano che i fondi non hanno un cuore, ora esultano,
insieme alle lobby dei costruttori e al governo Meloni. Il cemento, si sa, tiene
tutti insieme. Intanto, al consiglio del V Municipio si vota per una mozione
contro l’islamofobia. Si presentano due provocatori, tra cui l’immancabile
pugile fallito Simone Carabella, che strappano ostentatamente una bandiera
palestinese e insultano le donne. Alla fine vengono cacciati dalla folla. Al
termine della lunga seduta la mozione viene approvata. (stefano portelli)
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gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre,
(disegno di guerrilla spam)
Da: officinaprimomaggio.eu
In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un
parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland)
nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici
del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si
chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila
follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider,
laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del
partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di
origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto
tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?”
Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a
Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di
estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a
Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce
lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con
loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU.
Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene,
grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte
ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non
posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen)
si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo
di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert
Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione
all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che
abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti
dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche
anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume.
Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70
anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una
piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni
con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi
fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR,
nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la
Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia.
Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera
diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la
votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le
regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con
capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con
capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono
particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa
d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese
fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della
forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne
vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone
prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la
globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e
lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone
incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei
colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta
verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD
che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati,
più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono
andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al
governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in
Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in
quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno
opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania
ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo
indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò
malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non
conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion
d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali
tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! –
persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma
persistono.
Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione
impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi
anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte
flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in
Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel
godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso
una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche
questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi
fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della
forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione.
In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello
dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti
degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione).
Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche
sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso
vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta.
Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione
alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della
classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù
iperprecarizzata.
Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone
sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male
economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico,
come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in
difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a
Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e
del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e
all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità
diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc.
L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali,
fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali
dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto,
così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”.
Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei
giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E
non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato,
avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di
sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano
queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive
positive”.
Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali.
Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con
posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le
cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti
sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività
delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come
l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non
c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima
membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della
Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni
soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto
il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi;
colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono
bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco
sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel
ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza
comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue
Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare
i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è
un neonazi, secondo me.
Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il
discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra
europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del
nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la
trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova
destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al
quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se
noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci
chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un
granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o
di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei
rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in
Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono
andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche
più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi
contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene
chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura,
logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in
genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro,
le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a
Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il
modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in
poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono
stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del
primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di
macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria.
Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare
con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha
fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato
l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo
a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario
al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura
tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché
la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della
procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva
incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che
aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere
soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del
sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il
colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a
dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa
congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare
sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz
che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una
nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore
di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato
sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il
mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci,
inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della
responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a
Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”.
Ma di che riforme sta parlando?
“Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale
che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno
i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di
destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica
abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose
vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e
la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la
soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul
rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per
formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle
loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io,
non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR.
Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il
rischio AfD”?
Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli
che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte
uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza.
Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione
online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi
l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke
(quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo
governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il
riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz
rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È
un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer)
costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che
possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente
comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è
uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”.
Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che
combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil.
Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare
vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi
questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità
indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di
competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz?
La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel
trattore è in panne?
Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi
predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha
portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la
loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen
prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero
fare? La stessa cosa: barcamenarsi.
Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un
rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di
fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a
vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le
nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle.
Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di
Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci,
sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il
rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può
creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del
prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino
e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti
sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella
riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi
che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella
parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella
fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista
della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus
aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura
tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho
viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund,
Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva
cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano
con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia”
diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove
hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto
un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove
abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità
scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio
internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per
infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo.
Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario
della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla
CDU.
Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR
– l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della
storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio
bologna)
(disegno di diego miedo)
In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali
per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano
come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che
adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e
sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per
la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o
personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della
rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a
uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”).
Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali
strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per
rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una
vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate
appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in
villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a
vela rincorrersi nel golfo.
Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente
operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato
l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia
di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private
e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di
migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i
miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand,
Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing,
K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si
sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via
drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il
materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre
gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità.
L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in
particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle
interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta
trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà,
se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state:
nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle
scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella
giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro
urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo
sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte
sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco
della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei
luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto.
L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la
sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di
sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono
sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del
mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma
anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più
della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte
del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate
gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano).
Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al
sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino
una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo
largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di
immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia
nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione
politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva
e all’immagine della città”.
Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver
ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È
stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si
“finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato
stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore,
ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito
di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si
candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha
raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in
redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no».
Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore,
ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel
sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando
l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da
Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come
giornalista ma senza dire per chi lavorava).
Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi,
non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del
“grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico
silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti
dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del
litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi,
degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza
abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione.
La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche
sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la
stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in
corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione
nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto
Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato
spazio alla voce degli oppositori all’evento.
Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a
qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa,
lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da
oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi
protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e
dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano
avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare
in corteo a febbraio più di tremila persone).
La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da
fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria,
c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e
bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni,
sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore
oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la
pena lottare. (riccardo rosa)
(disegno di roberto-c.)
È in libreria a Napoli, e a breve in altre città italiane, Angoli morti. Corpi,
arti e lingue nella città merce, un libro di Roberto-C.
Pubblichiamo a seguire un estratto dell’introduzione, a cura di Francesco
Migliaccio.
* * *
Sono passati vent’anni – era il 2006 – dall’uscita del primo numero mensile di
Napoli Monitor. Il giornale e, in seguito, il sito napolimonitor.it e la rivista
Lo stato delle città sono stati gli spazi editoriali che hanno stimolato e
accolto la scrittura di Roberto-C. Al contempo, Roberto ha fatto parte per tre
decenni – tra il 1994 e il 2024 – del collettivo di artisti noto come cyop&kaf.
Gli scritti selezionati e qui raccolti sono nati dall’intersezione tra le
esperienze artistiche di cyop&kaf e il lavoro editoriale della redazione di
Monitor.
Napoli è il contesto materiale e affettivo da cui s’origina la scrittura di
Roberto-C. ed è importante, per comprenderla, tenere conto della forma della
città e dei suoi cambiamenti nell’arco di questi vent’anni. Un primo, parziale
spunto è nell’anno stesso che origina questo percorso, il 2006. Allora usciva
per Mondadori Gomorra. L’opera di Saviano è stata oggetto di un fraintendimento
che ha avuto conseguenze nefaste: il memoir ipertrofico di un io dallo sguardo
allucinato – interessante se letto in questo senso – è stato interpretato come
documento realistico sulla città e le sue dinamiche criminali. Ossessive
visioni iper-realistiche sono state così assunte come descrizione materiale
della realtà e hanno contribuito a costruire uno scenario semplificato, adatto
alla scena spettacolare, che ha ispirato il linguaggio giornalistico, le serie
televisive, il discorso della cultura egemone. Da qui si è generato un
paradosso su cui la scrittura di Roberto-C. insiste spesso.
Ecco il paradosso. Esiste una classe sociale metropolitana – un proletariato
marginale, di formazione antica – sfruttata dalle varie configurazioni assunte
dal sistema produttivo moderno e sottoposta a insicurezza economica e precarietà
lavorativa. Chi appartiene a questo mondo è spesso invisibile ai ceti
superiori, oppure detestato e marchiato dallo stigma. Roberto cita Ellison di
Invisible man: “Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro […]. Sono
un uomo che ha consistenza, di carne e ossa, fibre e umori, e si può persin
dire che posseggo un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente si
rifiuta di vedermi: capito?”. Nella concretezza della quotidianità gli
invisibili, o negri napoletani, sono evitati dalle classi appena un po’ più
garantite, ma al contempo – qui la sostanza del paradosso – sono trasformati in
uno stereotipo adatto allo spettacolo: i loro fantasmi abitano i prodotti
culturali costruiti per il consumo di massa. Un’elisione delle tracce materiali
– che si traduce in rimozione di relazioni, incontri e scontri nella città
concreta – corrisponde a una rappresentazione bulimica delle ombre di un
proletariato incivile e criminale. Rovesciare questo paradosso – dunque andare
contro il discorso simbolico dominante – è una sfida lanciata dagli scritti di
vent’anni e da un lavoro artistico che ha dieci anni in più̀.
(disegno di martina di gennaro)
Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a
Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la
gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone
accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di
notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de
Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto
in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in
piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante.
Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al
microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la
forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo
permesso che succedesse tutto questo?».
Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya
/ una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di
uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della
guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà
immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla
difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo –
conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro
la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni
di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello. Oggi, che
la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse
ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a
consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli
affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione
collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué
viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce.
Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e
alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per
l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e
tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di
Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e
dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti;
ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater
Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale
ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e
anche alcuni argentini e statunitensi. Si parla inglese, ma il Sindicato de
Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono
molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate
attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante.
L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The
District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid
tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e
le tragedie connesse. Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il
quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di
autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei
grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale.
Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale
degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena
poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina
e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc
Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in
una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente –
grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel
punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile
– che ha fatto esplodere la situazione.
Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso
le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che
manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che
ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi
sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile.
Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva
sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma
perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei,
ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con
la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era
riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi
triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città
della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo discorso, il
coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno
“bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la
storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba
– che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della
“priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione
contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della
rendita immobiliare.
La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore
dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto
fortunata”. La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a
minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di
una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso,
tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei
dall’amministrazione che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori
dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche
Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”.
Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli
speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta.
Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A
Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al
grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra
Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.
Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello
stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti
di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche
divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di
protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si
dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e
regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto
approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe
di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è
certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo
che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo
contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva
fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti
indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato
della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si
rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.
Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una
città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con
appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del
Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La
città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las
llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza
me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa,
qué pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono
dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il
nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina
aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid),
ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai
territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la
guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice
anche Madrid será la tumba del rentismo.
Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una
compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca,
con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare
le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un
militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent
control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la
mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda,
oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad
Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero
della fame. E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma
ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul
rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di
far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati
sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna
sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato
la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto
arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.
L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese
di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì
si estese a tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento
degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia
fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena.
La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici
anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un
enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un
gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale
con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’
di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del
sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente
nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della
manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che
l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di
migliaia in manifestazione.
Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo
il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma
non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di
ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola
dell’intera superficie. A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola
pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse
centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il
centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque
furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al
Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della
polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza.
Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita,
completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i
teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline,
turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che
hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le
magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e
montano una nuova tenda. Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una
sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino,
per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera
palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone
continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya /
una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no
es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista?
Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà
votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il
consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato,
che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere
obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e,
naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà
sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove –
si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione
sull’esecutivo di Sánchez. Se si votasse, questo “decreto Maricarmen”
rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in
Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della
casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della
classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di
voti e finanziamenti che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente
un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se
si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza,
soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha
organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni
connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo
quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto
le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare
affitti insostenibili.
Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le
ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come
ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione,
verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida
adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale
finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali,
deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci
del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida? (stefano portelli)
(disegno di valentina galluccio)
Sabato 26 settembre al Porto Fluviale a Roma ci sarà un incontro promosso da
Asia-Usb per dare forza a una campagna nazionale sul controllo degli affitti o
“rent control”. Le leggi per mettere un limite pubblico ai canoni di locazione
sono antiche quanto le città stesse, e di recente molti paesi europei hanno
ricominciato ad applicarle. In Italia, dopo la fine dell’equo canone per mano
dei governi di sinistra degli anni Novanta, si è tornati a parlare di rent
control in un convegno organizzato nel 2021 dall’Assemblea di autodifesa
abitativa, il Movimento per l’abitare e il sindacato Asia-Usb. Tuttavia,
l’attenzione recente sulla limitazione degli affitti brevi sta mettendo in ombra
la necessità di limitare gli affitti tout court, unica strada per rendere di
nuovo l’abitare e le città accessibili a tutte e tutti. Pubblichiamo un estratto
del libro di Chiara Davoli e Stefano Portelli Abitare in affitto (Armando, 2025)
che spiega cos’è il rent control e qual è la sua storia.
Per modificare la distribuzione e l’accesso all’abitare nel senso
dell’inclusione e del diritto all’abitare è necessario intervenire direttamente
sui canoni d’affitto, impedendo che siano fissati a partire dall’arbitrio di chi
possiede le case e dalla ricattabilità di chi ha bisogno di viverci. Questo tipo
di intervento è conosciuto come “controllo degli affitti”, in inglese rent
control.
La definizione in inglese non deve confonderci: forme di controllo degli affitti
esistono da quando esiste la proprietà della terra. Ci furono leggi per bloccare
o cancellare il pagamento dei fitti nella Roma repubblicana del 40 a.C. e nella
Cina della dinastia Song nell’anno Mille. Un Decretum Camerae Apostolicae in
fauorem inquilinorum sancì il controllo dello Stato Pontificio sugli affitti nel
1513, e un editto del Regno di Sardegna a metà del Settecento affidò al vicario
di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per
eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro
affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”. Nel
Ducato di Modena, nel 1815, si pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6%
del valore della proprietà.
Non c’è bisogno di vivere in un paese socialista per riconoscere la facoltà di
ogni Stato di calmierare i prezzi di alcuni beni per garantirne la distribuzione
equa, oppure il controllo, o addirittura di imporre un monopolio. In Italia il
tabacco è tuttora un monopolio di Stato, e fino al 1974 lo era anche il sale.
Periodicamente, a tutela della popolazione più impoverita, lo Stato può bloccare
l’aumento dei prezzi di alcuni beni di prima necessità: l’ultimo blocco
“anti-inflazione” è stato all’inizio del 2024 e ha influito sui prezzi di pasta,
latte, uova, pannolini e olio.
L’idea che ogni intervento pubblico sui prezzi dei beni sia in qualche modo una
violazione di un meccanismo che si autoregola deriva dall’idea mitologica, e
falsa, della libertà del mercato: un’idea che appartiene alla modernità, e che
si basa su una divisione inesistente tra Stato e mercato. Nella realtà, tutte le
transazioni commerciali sono regolate dallo Stato, che impone tassazioni
differenziali sulle diverse merci, eroga sussidi o sgravi per rendere più
accessibili alcuni prodotti (come per i mutui per la prima casa), finanzia
determinati settori di mercato per renderli più efficienti (l’industria
automobilistica italiana, per esempio, è stata sempre finanziata dallo Stato);
oppure stabilisce il prezzo massimo di alcune merci (per esempio, i materiali
per la riqualificazione energetica, agevolati dalla recente iniziativa del 110%
del Pnrr).
Il rent control prevede di inserire anche gli affitti tra i beni calmierabili,
visto l’impatto sproporzionato che ha sulla vita pubblica. Si tratta di una
politica attualmente applicata in molte città e paesi del mondo, Europa
compresa, e di cui si parla da decenni nella letteratura sul diritto
all’abitare. Da quando la liberalizzazione degli affitti ha rimosso le
protezioni per inquiline e inquilini, alcune delle quali esistevano da prima
delle guerre mondiali, questa letteratura non ha fatto che crescere, e negli
anni posteriori alla pandemia abbiamo assistito a una vera esplosione dei lavori
di ricerca sul rent control, sia storica che economica e politica.
In Italia, tuttavia, l’idea di reintrodurre una regolamentazione pubblica sui
canoni d’affitto non è mai stata discussa pubblicamente dopo la fine dell’equo
canone. Solo il sindacato Asia-Usb a marzo 2025 ha organizzato un convegno a
Roma proprio intorno a una proposta di legge sull’abitare che includerebbe il
controllo degli affitti. Ma quando si parla di controllo pubblico sugli affitti,
in Italia la questione viene associata sempre all’equo canone, la specifica
forma di controllo sui canoni di locazione che era in vigore fino agli anni
Novanta, introdotta in seguito a una lunga serie di iniziative legislative
frammentarie che si possono far risalire addirittura alla Prima guerra mondiale.
Queste forme di regolazione forzata dei canoni d’affitto sono chiamate
“controllo degli affitti di prima generazione”, e prevedono canoni anche dieci
volte inferiori ai prezzi di mercato.
Alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila, tuttavia, si sono sviluppate
politiche di controllo degli affitti meno radicali, che mirano comunque a
facilitare l’accesso alla casa, ma senza creare una disparità così grande tra
alloggi calmierati e alloggi liberi. Il contesto presente, infatti, è
completamente diverso da quello dell’epoca dell’equo canone. Le forme di
controllo degli affitti definite di seconda e terza generazione si rivolgono a
una popolazione che si prevede che possa comunque permettersi di pagare una
quota mensile ragionevole, ma non di sostenere il continuo aumento dei canoni
imposto dai proprietari.
I controlli di seconda generazione mirano a frenare l’aumento continuo dei
canoni degli affitti – rent freeze – in alcuni casi a ridurli artificialmente,
ma rimanendo nello stesso ordine di grandezza dei canoni del libero mercato. Le
proposte più avanzate, come quella recente dei sindacati inquilini dello Stato
spagnolo, richiedono di dimezzare i canoni.
Spesso l’espressione inglese rent control è usata proprio per caratterizzare la
proposta di controllo degli affitti in senso divergente rispetto all’equo
canone. È importante distinguere tra queste due forme storicamente diverse di
controllo degli affitti, anche perché spesso gli effetti distorsivi della prima
forma vengono menzionati per impedire il dibattito sulle politiche di nuova
generazione. L’obiettivo è senz’altro lo stesso – tutelare un bene fondamentale
per la salute pubblica, escludendolo dalla libera regolazione del mercato che,
come abbiamo visto, finisce per escludere una parte crescente della popolazione
dall’accesso al diritto alla casa. Ma il modo per farlo è diverso, perché si
applica a un contesto storico completamente diverso dall’Europa della prima metà
del Novecento.
TRE MITI NEGATIVI
Di questa politica, insomma, non si sente mai parlare, sebbene sia applicata già
da molti governi europei. In tutto il Sud Europa la liberalizzazione degli
affitti è stata legittimata attraverso un argomento erroneo: che le protezioni
pubbliche sugli affitti sarebbero stati controproducenti per gli stessi
inquilini, perché peggiorerebbero la qualità delle case, limiterebbero la
disponibilità delle case, e potrebbero addirittura accelerare processi di
sfratto e di sgombero. L’idea di fondo è che, se i proprietari e i promotori
immobiliari fossero obbligati a mantenere i canoni d’affitto entro certi limiti,
quindi senza poter estrarre una rendita sufficiente dalle loro proprietà,
potrebbero non voler costruire più, o non fare la manutenzione delle loro case,
o addirittura sfrattare i loro inquilini. Questa posizione ricorda la reazione
dei proprietari delle miniere alla fine dell’Ottocento di fronte alle richieste
dei movimenti operai. Ai sindacati che reclamavano la fine del lavoro minorile e
una giornata di lavoro non superiore alle otto ore, le imprese minerarie
rispondevano che tali restrizioni sarebbero andate contro gli interessi dei
lavoratori, perché, se le miniere non avessero più fatto abbastanza profitti,
avrebbero dovuto chiudere, lasciando i minatori disoccupati. Naturalmente i
movimenti operai non hanno creduto a questa argomentazione.
I miti sugli effetti negativi del rent control però sono stati il mantra con cui
economisti e think tank neoliberali hanno impedito in molte occasioni che si
sviluppasse un dibattito equilibrato su questa politica. Tom Slater, geografo di
Edimburgo, attualmente a Columbia University, ha studiato a fondo il ruolo che
hanno avuto think tank come il Fraser Institute nel dibattito sin dagli anni
Settanta. In linea con l’operato dei think tank in molti altri settori del
welfare, la diffusione di falsi miti e di narrazioni distorte sul rent control
ha comportato una vera e propria saturazione del campo discorsivo pubblico sul
tema, a cui hanno partecipato economisti importanti come Milton Friedman e
Friedrich Hayek. Essa ha raggiunto picchi epici, come quando l’economista
svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la
tecnica più efficace per distruggere una città – oltre a bombardarla”. Gunnar
Myrdal definì il rent control “il peggior esempio di cattiva pianificazione da
parte di governi privi di coraggio e di una visione”.
Per i due studiosi Tom Slater e Hamish Kallin, questa azione dei think tank
contro le politiche di controllo dell’affitto si può chiamare “agnotologia”
(agnotology), cioè promozione intenzionale dell’ignoranza. Diffondendo idee
erronee sugli effetti del controllo dell’affitti, gli economisti neoliberali
hanno creato un clima discorsivo che rende impossibile immaginare alcuna
alternativa alla “autoregolamentazione” del mercato abitativo, cioè alla
versione urbana della mano invisibile del mercato di Adam Smith. Le loro analisi
potrebbero essere considerate pseudo-scientifiche, poiché rispondono agli
interessi delle lobby della proprietà immobiliare e della costruzione. Tuttavia,
esse hanno l’effetto di relegare ai margini la ricerca seria sulle questioni
abitative, monopolizzando le comunicazioni e le consulenze per i decisori
politici. […] A differenza che in passato, però, oggi abbiamo una grande
quantità di prove del fatto che il mercato abitativo non si regola da solo, e
che la deregolamentazione e la liberalizzazione degli affitti non hanno affatto
prodotto disponibilità di case accessibili per tutti come prevedeva la mitologia
neoliberale. In alcuni casi – si pensi a Detroit – il libero mercato ha prodotto
effetti comparabili a un bombardamento, gli stessi che si attribuivano al
controllo degli affitti. È vero che non si può dimostrare una correlazione
diretta tra l’implementazione del rent control e il calo degli affitti, o
l’aumento di case sul mercato. I fattori in gioco per mostrare una correlazione
diretta sono troppi, e i contesti da analizzare sono sempre molto diversi.
Tuttavia, non si può neanche identificare una correlazione tra
deregolamentazione e accessibilità delle case. Al contrario: durante il mezzo
secolo appena trascorso, caratterizzato da crescenti liberalizzazioni,
l’accessibilità della casa non ha fatto altro che peggiorare.
I miti negativi sul rent control identificati da Slater e Kallin sono tre: il
mito della qualità, il mito dell’offerta, e il mito dell’efficienza. Secondo il
mito della qualità, un controllo pubblico sugli affitti contribuirebbe a ridurre
la qualità degli alloggi sul mercato, perché i proprietari non riceverebbero
abbastanza introiti da potersi permettere delle ristrutturazioni: le case senza
manutenzione cadrebbero a pezzi, e gli inquilini finirebbero per perdere quelle
che già hanno. Per il mito dell’offerta, invece, la riduzione della rendita
porterebbe molti proprietari a scegliere di non affittare più, riducendo
ulteriormente l’offerta di case in affitto. Infine, il mito dell’efficienza
sostiene che il controllo pubblico degli affitti è un sistema inefficiente di
gestione di offerta e domanda abitativa, perché potrebbe incoraggiare le
famiglie ad affittare case più grandi di quelle di cui hanno bisogno.
Tutti questi miti sarebbero più plausibili se, durante il mezzo secolo di
deregolamentazione del mercato degli affitti, avessimo avuto un miglioramento
della qualità, un aumento dell’offerta e un’organizzazione efficiente della
distribuzione degli alloggi. Se così fosse, l’Ue non avrebbe dovuto creare una
Commissione per risolvere il problema abitativo, l’Onu non avrebbe dovuto
istituire un Relatore speciale sull’accesso alla casa che periodicamente scrive
ai governi di tutto il mondo chiedendo di evitare di sfrattare persone
vulnerabili; ma soprattutto non avremmo quasi 900 mila persone che dormono nelle
strade o nei centri di emergenza in tutta Europa. Difficilmente lo si può
considerare un buon risultato.
Per quanto riguarda il mito della qualità, basti sapere che la qualità delle
case nei paesi in cui ci sono forme di regolamentazione degli affitti, come i
Paesi Bassi, sono molto superiori a quelle dei paesi dove non ce ne sono; e che
gli effetti del laissez-faire rispetto alla qualità delle case ha portato
continui disastri. Per quanto riguarda il mito dell’offerta, cioè l’idea che una
regolamentazione del mercato potrebbe ridurre l’offerta di case, esso dà per
scontato che il mercato privato possa funzionare solo spremendo gli inquilini
oltre le loro possibilità, e che qualunque forma di restrizione sui profitti –
per esempio, l’Iva – metterebbe a rischio un intero settore commerciale.
L’aumento o la riduzione dell’offerta abitativa ha poco a che vedere con il
controllo degli affitti; anzi, l’attuale riduzione drammatica dell’offerta in
Italia è un effetto del libero mercato. La questione dell’efficienza, infine,
rivela il pregiudizio classista dell’economia neoliberale: agli inquilini
bisogna offrire il minimo possibile; l’efficienza non si calcola sul loro
benessere, bensì sulla rendita potenziale che si può estrarre dalle loro vite.
Il problema è che per gli economisti neoliberali la casa è un bene che dipende
dalle leggi astratte della domanda e dell’offerta; le città sono spazi astorici
dove vivono “homines oeconomici” impersonali, le cui scelte dipendono solo dal
calcolo razionale. In un tale luogo inesistente, a minori profitti, un
imprenditore potrebbe scegliere di investire su un altro settore. Nel mondo
reale, la casa non funziona come le altre merci, perché non se ne può fare a
meno. Il prezzo delle case si basa in una piccola parte sui costi di produzione
e di manutenzione, ma per lo più dipende da un elemento esterno alle dinamiche
produttive: il terreno. Il valore del terreno, specialmente del terreno urbano,
si basa su criteri esterni alle leggi di mercato. Lo stesso fatto che il
maggiore e minore valore delle case non dipenda dai costi di produzione, ma
dalla posizione geografica, rende quello degli alloggi un mercato completamente
sui generis: il valore che si estrae dagli alloggi è prodotto dalle interazioni
sociali all’interno delle città, che rendono alcuni spazi più pregiati di altri.
Nei modelli economici neoliberali lo spazio è isotropico, non connotato
geograficamente e socialmente; nella realtà, esso dipende dagli usi prevalenti
in ogni determinato luogo.
Per questo il rent control è una politica profondamente interessante. A
differenza degli espropri, che influiscono direttamente sulla proprietà degli
immobili, il controllo degli affitti è una politica riformista, che lascia
inalterati i rapporti di forza, sebbene miri a equilibrare contrattualmente la
quantità di ricchezza trasferita ogni mese dagli inquilini ai proprietari,
tendenzialmente a favore degli inquilini. Tuttavia, inserendosi nell’interazione
contrattuale tra inquilini e proprietari, ha un aspetto radicale, perché
demercifica la casa, ribadendo non solo il diritto dello Stato di regolare la
quantità di ricchezza che ne possono estrarre i proprietari, e i limiti
all’accesso imposti agli inquilini, ma anche una forma di “controllo inquilino”
sulla casa. Quando i canoni sono controllati dallo Stato, i proprietari non
hanno pieno potere sulla rendita che possono ricavare dagli immobili di cui,
tuttavia, non vengono espropriati; il rent control riconosce, in qualche modo,
che “la casa è (anche) di chi l’abita”. A questo si deve la grandissima
acrimonia che gli economisti neoliberali esprimono di fronte a questa politica:
essa mette in crisi – più di qualunque altro calmiere dei prezzi – l’idea stessa
della proprietà. Toccando la proprietà della casa, infatti, il rent control
tocca la proprietà della terra, cioè dei mezzi di produzione – il cardine
dell’ordinamento economico dominante. Nella pratica, però, il rent control non è
una forma di esproprio, bensì un limite ai profitti, basato sul fatto che il
“mercato” della casa gioca con un bene indispensabile, dalla cui disponibilità
dipendono infiniti altri fattori della vita sociale – uno dei quali è la salute
pubblica.
(disegno di mala)
In un recente lavoro (2024) Tim White definisce assetization quel processo
attraverso il quale delle cose vengono trasformate in asset, cioè risorse e
servizi di cui il privato orientato al profitto si appropria per generare
ricchezza finanziaria. Questo fenomeno non presuppone la trasformazione di
determinati comparti della società (per esempio gli edifici o gli alloggi) in
beni direttamente commerciabili sui mercati finanziari, ma prepara il terreno
affinché gli investitori possano avviare il processo di “assetizzazione”.
Possiamo interpretare l’assetizzazione come uno specifico risvolto tecnologico
del processo di finanziarizzazione che a partire dalla crisi globale del 2008 ha
investito il mercato privato dell’alloggio attraverso una molteplicità di nuovi
modi di espropriazione. In particolar modo, nei due decenni successivi al 2008,
si è configurato un sistema di accumulazione di profitto che è passato dalla
centralità della proprietà immobiliare in sé alla proprietà immobiliare per la
rendita. La casa come bene di valore sociale (un tetto sulla testa) è diventato
un asset nei portafogli degli investitori. Compagnie di investimento globale
hanno indossato i panni di proprietari immobiliari con l’obiettivo di acquistare
unità abitative ed edifici su grande scala da riconvertire e/o riqualificare per
poi metterli in affitto e accumulare ricchezza. Oltre alle molteplici forme che
tale processo ha assunto con riferimento al mercato privato (co-living,
buy-to-let, affitto ordinario, affitti brevi), si inizia a discutere anche del
modo in cui investitori e imprese private aggrediscono anche il comparto
pubblico della casa (si vedano, per esempio, i due articoli
di Davoli e Bianchi). Qui vorrei condividere delle riflessioni a partire dalla
giornata di apertura del percorso di riforma della disciplina regionale per le
politiche abitative della Regione Emilia-Romagna, avviato il 15 settembre scorso
sotto il titolo “L’abitare che verrà”, con l’obiettivo di approvare il nuovo
testo entro il 2027.
Ci sono alcuni temi ricorrenti negli interventi della giornata, alla quale hanno
preso parte, invitati dalla Regione, sia soggetti del mondo sociale che di
quello dell’impresa. Prima di tutto, a distanza di venticinque anni
dall’approvazione della normativa regionale vigente (24/2001), è chiaro a tutti
che il contesto è cambiato talmente tanto da rendere urgente un nuovo testo.
Impoverimento generale, turismo, studenti e lavoratori ad alta mobilità hanno
reindirizzato il bisogno di casa verso un patrimonio abitativo a fine sociale
preferibilmente in affitto. La proprietà risulta oggi un elemento troppo rigido
per i nuovi portatori di bisogno abitativo che non hanno però l’esigenza di
radicarsi sul territorio regionale. Un altro tema ricorrente è l’importanza di
ampliare la risposta pubblica al bisogno di case a un maggior numero di
soggetti. L’obiettivo è abbandonare la logica dell’emergenza a cui è stata
ancorata finora l’azione pubblica (in particolar modo con l’edilizia
residenziale pubblica, cioè le case popolari) e abbracciare l’idea di aprirsi a
quella parte di popolazione urbana definita in maniera vaga come “fascia
grigia”, ovvero quelle persone che non hanno i requisiti per vedersi assegnata
una casa popolare e che allo stesso tempo non riescono ad accedere a soluzioni
stabili e abbordabili nel mercato privato della casa.
Fin qui tutto bene, penso. Promuovere un approccio (più) universalistico alla
questione abitativa e ampliare la risposta pubblica alle esigenze abitative può
spingere l’attore pubblico ad agire da competitore con l’attore privato e,
dunque, contribuire a un calmieramento dei prezzi. Ciò che emerge quindi è la
centralità dell’edilizia residenziale sociale (Ers) per rispondere a un’ampia
gamma di nuovi bisogni (ceto medio, studenti, lavoratori) che non convergono
nell’edilizia residenziale pubblica (Erp). Un strumento di cui la Regione si
dovrebbe dotare impegnandosi a definire con chiarezza le sue tipologie, gli
attori coinvolti nella sua gestione e l’utenza che ne beneficerà. In questo
l’organizzazione della giornata è molto significativa. Traccia la direzione
lungo la quale la Regione intende muoversi dichiarando, inoltre, l’ambizione di
essere l’apripista regionale nel panorama nazionale.
La giornata di apertura è articolata in due momenti. Al mattino intervengono la
politica e le parti sociali. Le agenzie regionali per l’edilizia residenziale, i
tavoli provinciali di coordinamento tra comuni, i sindacati e il terzo settore
delineano le sfumature del bisogno di casa così come si è configurato negli
ultimi decenni e che si presuppone ci accompagnerà per i prossimi due anni.
Riconosciuta la centralità che occorre ancora dare all’Erp, quasi a sottolineare
l’impostazione politica di un attore che continua a puntare sul grande strumento
di matrice socialista nell’ambito delle politiche abitative, evidenziano
l’importanza dell’Ers come strumento innovativo in grado di incontrare una più
ampia gamma di esigenze. Ad accompagnare tutti gli interventi è la
consapevolezza dell’attuale carenza di alloggi a prezzi accessibili e la
necessità di incrementare tale patrimonio. Pochi spunti pratici su come
raggiungere questo obiettivo dai politici, ma con una certezza: non ci sono
risorse finanziarie, a loro dire, per dare concretezza alla nuova legge
regionale. Ed è così che tutti gli spunti si concentrano al pomeriggio, quando a
intervenire è il mondo dell’impresa e, nello specifico, il mondo dell’impresa
edilizia. Cioè, la compagine di chi può apportare capitale. Sono presenti
Confindustria, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Cna Costruzioni,
Confartigianato e Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Italiani.
Sin da subito si delinea il ruolo al quale il privato tende e al quale è
invitato da parte della Regione. Colmare il vuoto di alloggi sostenibili
attraverso l’implementazione dello stock di Ers. Le imprese di costruzione e
ristrutturazione dell’edilizia sono state invitate, quindi, come controparte
operativa e tecnica che troverà spazio nella nuova legge regionale sotto
l’agognato acronimo PPP (partenariato pubblico-privato). Qualche mugugno viene
emesso dalla platea all’inizio dell’intervento del direttore generale di
Confindustria Emilia Romagna, ma il più sorpreso sembra proprio lui stesso. “Vi
starete chiedendo che c’entra Confidustria in una giornata come quella di oggi e
me lo sono chiesto anche io, a dire il vero”. Sghignazza e aggiunge che
venticinque anni prima Confindustria non aveva preso parte al percorso del
regolamento regionale per le politiche abitative perché in quell’epoca non vi
era tale esigenza. Il processo di assetizzazione si riferisce proprio a questo.
In questo caso, la Regione Emilia-Romagna prepara il terreno affinché il mondo
dell’impresa privata trovi il proprio posto nel comparto pubblico del settore
immobiliare. Bisogno sociale e profitto devono allinearsi e gli interventi del
pomeriggio sono tutti concordi nel riconoscere come principale criticità la
carenza di alloggi. Non si tratta più di case popolari però, in risposta alle
esigenze delle frange più povere della popolazione, ma di un’utenza molto più
ampia e, dunque, potenzialmente più vantaggiosa per chi fa impresa. A partire da
queste presa di coscienza, si articolano le richieste e le condizioni che pone
il mondo dell’impresa all’istituzione regionale per garantire la propria
partecipazione al percorso di riforma della legge.
Prima di tutto, l’istituzione pubblica deve definire in maniera chiara cosa sia
Ers dando una bussola per gli interventi di costruzione o ristrutturazione da
parte del privato, in modo da evitare competitori sleali. Nel caso degli
interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente ma inutilizzato perché
fatiscente, occorre fare ricorso allo stock pubblico perché è “eticamente
scorretto che anche un solo immobile o alloggio pubblico risulti inutilizzato
quando c’è bisogno di casa”, afferma il presidente della Regione De Pascale.
Dunque, gli immobili da ristrutturare li mette il pubblico e il privato si
propone di ristrutturarli e, soprattutto, di gestirli seppure nel solco che
definirà la Regione. La seconda richiesta riguarda i costi, ritenuti troppo
elevati per garantire la messa a disposizione di alloggi economicamente
accessibili e contemporaneamente margini di profitto tali da invogliare
l’intervento del privato. Dunque, le alternative sono due. Costruire ex-novo
perché costa meno che riqualificare un patrimonio inutilizzato, oppure si
ristruttura a patto che l’istituzione contribuisca al contenimento dei costi
sobbarcandosi, per esempio, gli oneri delle opere di urbanizzazione e delle
bonifiche di aree dismesse. La terza richiesta riguarda la semplificazione delle
procedure burocratiche per l’intervento privato in relazione, per esempio, al
rilascio di permessi di costruzione, certificazioni ambientali e cambi di
destinazione d’uso per la riconversione di immobili non residenziali in immobili
residenziali.
Tutte queste richieste si muovono nel solco di quanto tracciato dal Piano Casa
del governo Meloni (si veda Davoli), ma soprattutto nel quadro di un’edilizia
abitativa che nel futuro dovrà guardare all’affitto e non più alla proprietà
dell’alloggio. Da un lato, sono conclamate le difficoltà economiche di larga
parte della popolazione emiliano-romagnola di accedere alla proprietà abitativa
in un contesto di dilagante impoverimento, ma dall’altro, l’estrazione di
profitto dalla casa tramite l’affitto è più vantaggioso in un sistema globale
che Arundel e Roland definiscono post-homeownership, fondato sulla rendita.
Interventi chiari e diretti del mondo dell’impresa ai quali non ha fatto da
contraltare la Regione, che si è limitata al ruolo di anfitrione che apre le
porte e il campo dell’abitare pubblico agli interessi del privato. In
quest’ottica, è altrettanto indicativa l’assenza di compagini di contestazione
nell’aula magna della Regione in via Aldo Moro a sottolineare che i problemi
della casa sono altrove e lì dentro il 15 settembre effettivamente non c’era
spazio per i bisogni di chi effettivamente li vive sulla propria pelle, ma per
lo scenario di profitto che si prospetta negli anni a venire. Al momento del
buffet, tra la sessione del mattino e quella del pomeriggio, noto un solo
ragazzo con indosso la maglia di Labás. Sul retro è stampata in giallo una
citazione dalle Città Invisibili di Calvino. “Ogni città riceve la sua forma dal
deserto a cui si oppone”. (guido tortano)
(copertina di otarebill)
Dal numero 15 de Lo stato delle città
Incontriamo Luisa in un pomeriggio di ottobre al CIRSDe, il Centro
Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere, afferente
all’Università di Torino. L’intervista viene aperta a un pubblico di persone
interessate, Luisa ci spiega che ha voluto incontrarci qui per «situarsi in un
contesto storico e politico», quello del Centro che ha contribuito a far nascere
nel 1988 e di cui ha seguito i lavori fino a oggi.
Barbara: «Luisa, quello che vorremmo indagare nel ripercorrere la tua storia è
la relazione tra la tua biografia, gli strumenti di ricerca che hai usato e gli
oggetti di studio a cui ti sei dedicata. Cominciamo dalla tua partecipazione ai
movimenti politici durante gli anni Sessanta e Settanta».
Luisa: «Da un lato c’è l’impegno nella storia orale, dall’altro la mia storia di
lavoro politico. Sono due cose collegate, ma l’impegno della storia orale
comincia per me negli anni Settanta, mentre nel ’68 ero in Africa, lavoravo su e
con i movimenti di liberazione del Mozambico, dello Zimbabwe, e del Sudafrica.
Però dobbiamo guardare ancora a prima, alla fine degli anni Cinquanta-inizio dei
Sessanta: per quanto riguarda quel periodo, è difficile trasmettere il senso di
anomia, impotenza, immobilità che si viveva in Italia. Noi infatti (un piccolo
gruppo di cinque-sei persone) ci volgemmo verso la Francia. In particolare verso
i situazionisti, grazie a un caro amico mancato troppo presto, Mario Perniola,
la cui figura è fondamentale nella cultura italiana. In quegli anni abitavo nel
profondo nord, ad Asti, il che aveva qualche vantaggio, nel senso che mi diede
la possibilità di conoscere i partigiani dell’Alto Monferrato. Inoltre, negli
ultimi anni del liceo partecipavo a un intervento di giovani, alle porte di una
delle poche fabbriche della zona. Il nostro era un Collettivo operai, contadini,
studenti. In realtà, di contadini ce n’erano uno o due, si trattava soprattutto
di operai e studenti… Su questa base c’eravamo avvicinati ai situazionisti. Nel
’67 il sindacato studentesco dell’Università di Strasburgo aveva indetto le
elezioni per il suo comitato direttivo. Si erano presentati degli studenti
vicini ai situazionisti e avevano vinto. Questi giovani avevano usato i fondi
del sindacato per pubblicare un bel libretto che si chiamava De la misère en
milieu étudiant, la miseria nell’ambiente studentesco, perché trattava di una
miseria non soltanto materiale, ma soprattutto intellettuale. La loro iniziativa
aveva suscitato uno scandalo ed erano stati portati in giudizio per l’uso che
avevano fatto di quei fondi. In Italia il libro era stato pubblicato da
Feltrinelli su iniziativa del nostro piccolo gruppo, con l’ingenua dichiarazione
che non era coperto da copyright, il che naturalmente andava solo a vantaggio di
Feltrinelli. La situazione era questa: si proclamavano opinioni che erano anche
dirompenti, però da una posizione assolutamente minoritaria.
«In quel tempo possiamo rintracciare un legame non esplicito ma molto stretto
tra storia orale e politica radicale, perché era “storia orale” in senso
letterale quella che facevamo andando ai cancelli delle fabbriche per portare i
volantini su cui avevamo scritto gli eventi di fabbrica che gli operai ci
avevano raccontato il giorno prima. Contemporaneamente chiedevamo loro che cosa
fosse successo quel giorno stesso – per esempio sulla linea della Cinquecento –
in modo da poterlo scrivere sul volantino del giorno dopo. In quei mesi erano
nati Lotta continua, Potere operaio e, per quanto mi riguarda, un gruppo molto
più piccolo, il Gruppo Gramsci, che voleva creare una “terza tendenza” tra gli
operaisti e gli spontaneisti. “Gramsci”, perché volevamo riferirci alla realtà
storica italiana e non solo a ideologie o a illusioni di partiti rivoluzionari.
Avevamo però interlocutori anche nel sud Italia, per esempio il Circolo Lenin di
Puglia. Proprio nel “Gramsci” si formò il primo gruppo di sole donne di cui ho
fatto parte: creammo il Collettivo delle donne – così come costituivamo
collettivi di lavoratori, di studenti, di impiegati –, che poi si sarebbe
sviluppato nel senso del femminismo…».
Barbara: «Prima di arrivare al femminismo ti chiedo se c’è una corrispondenza
tra questi due fenomeni: il tuo interesse per la storia orale e il fatto che la
militanza politica a un certo punto fosse diventata un territorio difficile da
praticare».
Luisa: «La nostra storia orale è nata su una sconfitta. Siamo andati davanti
alle fabbriche a lungo, finché si è capito, con la marcia dei quarantamila
quadri Fiat nel 1980, che avevamo perso, che era finita, chiuso. Anche il Gruppo
Gramsci si è sciolto. Allora, tra le altre cose, è nata la storia orale: non
siamo più andati a distribuire volantini, ma a intervistare gli operai,
ovviamente non solo davanti alle fabbriche.
«Nella mia esperienza, l’approccio alla pratica della storia orale risale alla
metà degli anni Settanta, quando il Comune di Torino e la Galleria d’Arte
Moderna, la GAM, avviarono una vasta ricerca che doveva portare a una serie di
mostre e manifestazioni intitolate Torino tra le due guerre. All’interno di
questa iniziativa venne affidato a Giovanni Levi l’incarico di occuparsi di una
storia popolare di Torino durante quel periodo. Giovanni coinvolse alcune
persone, tra cui me, e scelse un quartiere, Borgo San Paolo, dove già durante la
prima guerra mondiale c’era stato un movimento di popolo che aveva coinvolto
anche le donne “per il pane e per la pace”. Riuscimmo ancora a trovare delle
persone che avevano vissuto quei momenti, e così cominciò nel mio caso la
raccolta di testimonianze che sarebbe confluita in Torino operaia e fascismo
(titolo infelice imposto da Vito Laterza); più aderente al testo è quello della
traduzione inglese: Fascism in Popular Memory.
«All’inizio c’era stato anche un movente un po’ macabro nella nascita della
storia orale, perché si diceva che queste persone stavano morendo, e bisognava
sentirle prima che morissero. In effetti era così, siamo riuscite a intervistare
persone molto anziane che avevano vissuto gli eventi straordinari di Borgo San
Paolo, un quartiere di periferia che però, dal punto di vista politico, era
stato un cuore della città. Raccogliemmo le interviste e le fotografie,
allestimmo la mostra proprio lì, e in seguito presentammo il nostro lavoro a un
convegno a Bologna su antropologia e storia, nel 1976. In generale, il lavoro
della storia orale, che prima era esistita sotto altri nomi, comincia a essere
chiamato così con la oral history, la pratica avviata in Inghilterra da Raphael
Samuel e Paul Thompson. Veniva chiamata anche history from the bottom, storia
dal basso, nell’intento di registrare le voci che non erano mai state sentite.
Nonostante la curvatura positivistica (per alcuni storici orali, riscoprire il
passato “così come veramente era”), questa storia orale riguardava piuttosto il
rapporto tra presente e passato, l’intersoggettività tra due periodi storici,
tra diverse generazioni e tra due o più persone. Era un tipo di storia orale che
andava oltre l’ispirazione populistica a “salvare la voce del popolo”, che pure
c’era, dando una forte scossa metodologica alla storiografia, e forse per questo
era molto mal vista dall’accademia. I nostri colleghi al Dipartimento di Storia
di Torino sostenevano che al massimo si poteva parlare di “storia fatta con le
fonti orali tra le altre fonti”, non cogliendo la carica di mutamento che
conteneva la storia orale: carica che si ripercuoteva anche sulle memorie del
passato, lo studio delle autobiografie e il modo di leggere le fonti scritte.
«In realtà, fuori dall’accademia la storia orale in Italia esisteva da molto
tempo, anche se non portava questo nome. Negli anni Cinquanta e Sessanta Danilo
Montaldi, Gianni Bosio, il Circolo De Martino, antropologi e sociologi avevano
raccolto le storie di vita di operai, contadini, donne, militanti politici, le
cui esperienze avevano foggiato la storia dell’Italia. Secondo l’accademia la
storia orale non esisteva. Certo non esisteva ancora, nel senso che le mancava
una critica delle fonti appropriata. Non c’è storiografia senza la critica delle
fonti. E come la si fa? Nel nostro caso, bisognava riconoscere fino in fondo che
le fonti orali sono espressione di soggettività e intersoggettività e trarne le
conseguenze sviluppando una critica apposita in queste direzioni; non si fa
storia orale se si prendono le sue fonti come storie di fatti, di eventi
accaduti. Allora saremmo fuori della storiografia, staremmo nella narrativa».
Barbara: «Dai picchetti fuori delle fabbriche alla ricerca su Borgo San Paolo,
quando per te la storia orale ha incontrato l’accademia?».
Luisa: «L’accademia nella mia esperienza c’entra poco, serve piuttosto per
aprire la polemica e permettere di svilupparla. Per fare in modo che le fonti
orali diventassero fonti utilizzabili bisognava criticarle, come ho accennato:
scoprire quello che c’era dentro di soggettivo, di intersoggettivo, di
psicoanalitico, di narrazioni tramandate che venivano riprese nelle storie di
vita raccolte, e che discendevano dalle tradizioni, dalle fiabe popolari, oppure
riprendevano formule fisse. Per esempio, il modo in cui le persone cominciavano
i loro racconti – questo l’ho già scritto in Torino operaia e il fascismo –: “io
sono sempre stato un buon lavoratore”, “io sono sempre stato cattolico”, “io
sono sempre stata ribelle…”. Se leggete Vasco Pratolini, è così che fa parlare
il popolo che rappresenta letterariamente: l’“essere sempre stato” come forma di
narrare, opposta alla modalità narrativa nel romanzo sulla Bildung, la
“formazione” in cui l’io progressivamente si trasforma, “diventa” invece di
“essere stato”. Oggi suppongo che raccogliendo storie orali si troverebbero
altri tipi di formule e tradizioni, che nel frattempo hanno infiltrato la
memoria e il raccontare; che so, i fumetti, oppure certi film… Il problema,
comunque, è sempre stato di non farsi assorbire dall’accademia, ma nello stesso
tempo di non esserne completamente fuori, come se si avesse diritto a una
presunzione di innocenza, di non coinvolgimento con le istituzioni, che invece
ritengo debba esserci. Tra l’altro, una caratteristica fondamentale del CIRSDe,
che oggi ci ospita, è proprio questa: che il CIRSDe unisce la capacità di
riferimento ai movimenti con lo stare in un’istituzione, e non ha mai
sacrificato l’uno all’altro. Questa per me è la cosa più preziosa ed è quello
che continuamente ci guida nelle diverse iniziative che portiamo avanti».
Luca: «Molte persone che hanno partecipato alla stagione del ’68 le hai
intervistate quando si era già lontani dagli accadimenti; e da questo ritornare
su alcune esperienze politiche è nato poi il tuo libro Autoritratto di gruppo,
che da un lato si avvaleva di materiali di una ricerca collettiva più ampia, sul
’68 internazionale, dall’altro rappresentava anche un tuo modo, crediamo, di
sperimentare una maggiore libertà espressiva, intersecando le storie di vita dei
sessantottini con la riflessione sulla tua esperienza personale e il tuo
percorso di formazione».
Luisa: «Ti ringrazio di questa lettura. In realtà, il libro è nato perché io mi
ero immersa in un trattamento psicoanalitico. Era l’inizio degli anni Ottanta e
tutto era veramente… stava crollando. Era il momento di riconsiderare tutto, e
il libro è venuto da lì. A un certo punto con Giovanni Arrighi e Romano Madera,
che facevano parte come me del Gruppo Gramsci, andammo a parlare con Elvio
Facchinelli, che aveva tra l’altro il grande merito di fare la bellissima
rivista L’Erba Voglio. Erano riunioni, a casa sua a Milano, in cui ci si sedeva
tutti intorno alla stanza e si parlava. Noi gli dicemmo che volevamo tirar fuori
qualcosa che mancava alla nostra pratica politica e lui rispose: “Voi non avete
bisogno di venire qui a Milano, restate a Torino, parlate tra voi, la
psicoanalisi non vi è necessaria…”. Non era vero, però aveva ragione: la
decisione di giungere alla psicoanalisi non doveva nascere in modo strumentale o
esterno, ma dall’interno di un discorso collettivo e poi personale».
Barbara: «Prima dicevi che nella tradizione popolare ci si descrive come
“l’essere sempre stati…”; invece nei tuoi scritti sulla storia delle donne
emerge questo sentirsi le “prime”, questo smarcarsi dalle generazioni precedenti
per fare un nuovo femminismo, in cui piuttosto ci si sentiva “orfane”, è così?».
Luisa: «In realtà, “voglio essere orfano” era una scritta che comparve sui muri
nel ’68, ed era una bellissima scritta, però non era una scritta femminista. Si
trovava a Pisa, dove c’è stato il primo forte movimento studentesco con
occupazioni che allora erano una pratica dirompente, nel ’65 (Trento è subito
dopo, nel ’66), e una grande circolazione di persone che portavano queste parole
d’ordine e le diffondevano. Invece il nostro discorso era un altro: non volevamo
“essere chiamate femministe” – basta! Il femminismo per noi era stato il
suffragismo, la richiesta di parità: nessuna delle due cose ci interessava. Sì,
abbiamo anche fatto i cortei per il divorzio, l’aborto, ma questo era
secondario, l’aspetto centrale non era per niente la parità con gli uomini.
Quello che ci appassionava erano i rapporti tra le donne, tra le donne come
soggetti “a parte intera”, come dicevano le francesi, che avevano avuto molta
influenza su di noi: il gruppo di psychanalyse-et-politique, Psych et po, un
grande gruppo di lacaniane, con Antoinette Fouque, la loro leader, che era un
personaggio veramente interessante. Avevano fondato una casa editrice, una
libreria, e riviste…».
Barbara: «E in questi rapporti tra donne quali erano le pratiche che
utilizzavate? Mi viene in mente quella dell’autocoscienza, magari a te ne
vengono in mente anche altre. Aggiungo un’altra questione, come compare in
alcuni tuoi saggi sulla storia delle donne, che concerne il binomio
continuità-discontinuità, una coppia concettuale interessante per i nostri
lavori».
Luisa: «Quel binomio è un’accoppiata che vale in generale per il modo di pensare
la storia, e quindi come critica a qualsiasi storia che parli di evoluzione,
declino, progresso, cioè qualsiasi continuità attribuita alla storia. La storia
è una storia di rotture e quindi di discontinuità, e la continuità sta sempre
dentro la discontinuità, la discontinuità prevale. Questo si vede in tutte le
storiografie, non solo nella storia delle donne. La mia storia come femminista è
nata all’interno della sinistra radicale, però riconosco la giusta
rivendicazione di donne che invece l’hanno creata a partire dal di fuori. In
generale, si può dire che non è soltanto dall’interno del movimento politico
radicale che è nata la storia del movimento di liberazione delle donne; per
esempio, l’Erba Voglio era collegata a un gruppo femminista dentro il quale
c’era Elvio Facchinelli, c’era Lea Melandri, c’era Luisa Muraro. Questi
raggruppamenti femministi avevano origini diverse, e contava anche molto
l’influsso di altri paesi; per il femminismo torinese, ma non solo, ebbero per
esempio una grande importanza una serie di documenti dagli Stati Uniti – Our
Bodies, Ourselves – che vennero portati in Italia (tra altri e altre, anche da
Nanni Arrighi), poi tradotti da Angela Miglietti, decana del femminismo
torinese. Quando arrivava una “nuova” nel nostro gruppo femminista, era Angela
che la accoglieva e la familiarizzava con le nostre pratiche, mentre noi eravamo
talmente immerse nei nostri litigi, anche teorici… Il nostro gruppo torinese non
voleva chiamarsi femminista, anzi non voleva chiamarsi in nessun modo, soltanto
“gruppo di via Lombroso”, dalla strada dove affittavamo una sede: la nostra era
una specie di assemblea che si suddivideva in piccoli gruppi, il luogo principe
dell’autocoscienza e anche della storia orale, seppure non esplicitamente. In
realtà, c’erano stati dei nomi, a volte ironici, come Sorelle Benso; c’era stato
il Collettivo comunicazioni rivoluzionarie, e attiviste-i come Sandro Sarti (che
girava per la città a piedi nudi), Maria Teresa Fenoglio, Edda Melon, Mariangela
Pastorello, altre e altri di cui dovrei rintracciare i nomi.
«Il “piccolo gruppo” è proprio una creazione del femminismo, della parola e
dello scambio, su cose mai dette prima. Ricordo riunioni sconvolgenti in cui
alcune donne parlavano delle loro esperienze del parto… Nello stesso tempo la
pratica dell’autocoscienza è pura storia orale, e se conoscete le due riviste
effe e Sottosopra, riviste storiche del femminismo italiano, sapete che sono
piene di trascrizioni di sessioni di presa di coscienza o presa di parola. In
particolare, ricordo un nostro articolo collettivo che si intitolava: “E
continuavano a chiamarci femministe”, ironizzando sul titolo del western
italiano Continuavano a chiamarlo Trinità (non si usavano i cognomi, sono
soltanto nomi quelli che firmano gli articoli). E quindi, sì, era la pratica
privilegiata, però ce n’erano parecchie altre. Una era la pratica corporea: ci
si metteva in cerchio in queste nostre sedi fumose e si cominciava a muoversi,
era una specie di danza, ma non una danza in senso stretto, è difficile
descriverla… se guardate queste riviste ci sono anche delle foto di pratiche
corporee… Io ero stata in Vandea, sull’Oceano Atlantico, in Francia, dove le
donne di psychanalyse-et-politique avevano organizzato un campeggio e avevano
messo in atto la pratica della nudità. Vivevano sulle dune battute dal vento in
questo modo “scandaloso” per le comunità nei dintorni…».
Luca: «Vorrei citare una breve frase presa da uno dei saggi del tuo libro Storia
di donne e femministe, dove ti riferisci a un’affermazione fatta da Tina Magnano
a proposito del rapporto col gruppo di Lea Melandri. Magnano diceva: “Non ci
inculcavano un modo di fare, ci raccontavano quello che facevano e noi avevamo
la libertà di trovare la nostra strada”. Ti cito la tua frase: “…la mia e la
nostra fissazione di non voler insegnare niente funziona solo se ci si impegna a
trasmettere senza avere l’aria di farlo”. Tu sei stata anche un’insegnante, però
questa frase mi sembra che alluda a qualcosa di più, intanto a un “noi”
collettivo, e questa idea di “voler trasmettere senza avere l’aria di farlo”
vorrei che la spiegassi meglio».
Luisa: «Si era capito che non era questione di trasmettere, perché la tradizione
nel senso di tramandare tout court non funziona. Si dice, si lancia un
messaggio, e se viene raccolto, bene. Io ho insegnato tanto in tutti i livelli
di scuola: medie, superiori, università, dottorato, post-dottorato. Gettavo
delle parole, naturalmente cercando un dialogo, facendo anche delle domande, e
qualcuno alla fine raccoglieva, ma non raccolgono quello che tu hai gettato,
raccolgono qualcos’altro. Tra le mie allieve più brillanti c’è Ioanna Laliotou,
una studiosa greca che ha prodotto cose straordinarie, ma quando le leggo non
vedo la mia traccia in senso letterale, la vedo trasformata completamente, lei
l’ha sviluppata a modo suo, in modo creativo… Quindi non devi sperare di essere
semplicemente seguita o continuata, non devi sperare di trasmettere qualcosa di
specifico, perché ciò che trasmetti non è tout court quello che tu pensavi di
trasmettere. Se c’è qualcosa di importante che devi dire, per ragioni politiche
o personali, lo dici, e fai di tutto per dirlo, nello scritto, nell’orale, nel
visivo, ma senza aspettarti niente. Mi pare che sia Roland Barthes, in Frammenti
di un discorso amoroso, che osserva: c’è solo la madre che può scrivere lettere
senza aspettarsi risposta. Ecco, bisogna fare come questa madre utopica. Io con
la maternità non ho un’esperienza personale, però è così, non devi aspettarti
risposta: se viene, viene portando l’altra, l’altro e l’altra, non te».
Luca: «Tu hai allievi e allieve che oggi proseguono il tuo discorso?».
Luisa: «Sì, è una grande consolazione, ne ho molti sparsi per il mondo. Ieri è
arrivata una lettera di Xiaoyan Li, che sta nella zona nord-ovest della Cina.
Lei era stata mia allieva alla New York University, e ogni tanto mi chiede di
parlarci, facciamo degli zoom, mi racconta le tappe della sua ricerca e mi
chiede notizie della mia. Sta facendo una storia orale di Tienanmen, che è una
bella impresa, molto complessa e potenzialmente rischiosa, quindi ha anche
bisogno di sostegno. Bisogna sostenere ciò che vuole fare l’altra persona,
bisogna condividere l’energia, ma accettando la strada che l’altra ha voluto
scegliere».
Luca: «In molti tuoi libri c’è un assiduo lavoro di montaggio. Oltre che alle
necessità del contesto, il tuo modo di lavorare i testi risponde anche ad altri
tipi di criteri? Non so, la musicalità, un ritmo… Prima parlavamo del
trattamento “letterario” delle storie di vita. Tu tieni conto anche di questo
tipo di criteri nel tuo lavoro o sei più legata ai concetti quando scrivi?».
Luisa: «Il montaggio nasce come desiderio di far sentire più voci, da qui il
“taglia e incolla”, per esempio, della citazione dall’intervista che inserisci
nel tuo discorso. Ho sempre avuto l’ambizione di far notare che le voci sono
almeno due, e che entrambe sono incarnate, di soggetti incarnati, embodied
subject. Molti libri di storia orale sono strutturati così: che so, “alle
contadine non importa la bellezza”, due punti, e segue la citazione
dall’intervista a una contadina che supporta la tua tesi. Questa è una
generalizzazione, assolutamente indebita, perché avresti dovuto dire: “io ho
avuto l’impressione/avanzo l’ipotesi che…”. In un articolo che mi avete detto di
aver letto, sul numero 8 della rivista Memoria, Anna Bravo e io avevamo espresso
due opinioni opposte su quello che raccontavano le testimoni, e quindi le nostre
interpretazioni e i nostri modi di introdurre e di montare le interviste
citandole erano diversi. Ma il nostro disaccordo era una forma di dialogo, un
confronto tra forme di comprensione.
«Per di più molte di quelle interviste erano in dialetti vari; quindi cercavo di
mettere a piè di pagina l’originale, mi ero anche fatta insegnare dal Centro
Studi Piemontesi dei criteri per la trascrizione dei dialetti. Però questo è
poco, spesso non basta. Il grande problema è la trasposizione dall’orale allo
scritto. Per lungo tempo ho pensato che le fonti orali fossero un modo per
smuovere la rigidità della storiografia tradizionale e per invitarla a leggere,
a interpretare diversamente anche le altre fonti. Adesso penso che le fonti
orali non siano più l’avanguardia; credo che il primo fronte siano le fonti
visive, e quindi ho cominciato a lavorare con l’arte, con le immagini artistiche
e altre immagini qualsivoglia, prima in modo strumentale, come appoggio a un
discorso, e poi sulle immagini stesse, su quale sia la potenzialità conoscitiva
dell’arte e del visivo in generale».
Luca: «Il tuo ultimo libro si chiama Artebiografia e indaga i percorsi di tre
artiste tra Italia e Africa. Ci dici qualcosa rispetto al trattamento che fai
delle fonti visive, e perché hanno a che fare anche con il lavoro
storiografico?».
Luisa: «Far entrare la visualità nella storiografia non è che sia una gran
novità, ma quello che conta è apprendere una lezione di metodo da questo
utilizzo. Ho soprattutto cercato di coniugarlo con qualcosa di diverso, con
l’ibridità. L’ibridità di visuale, scritto e orale si coniuga con l’ibridità tra
bianco e nero, e forse italiano e africano. Questo incrocio mi sembra sia oggi
all’ordine del giorno. E contamina anche il discorso sull’Europa. L’Europa vista
da chi è esterno e l’Europa che riceve o non riceve gli stimoli e le persone
dall’esterno. Direi che questo è uno dei grandi problemi di adesso. Ho lavorato
molto sullo scardinare l’eurocentrismo dall’interno, ma adesso si può fare anche
dall’esterno».
Barbara: «In alcuni saggi hai parlato della storia orale come forma di
intervento politico. Mi chiedevo se il ruolo d’avanguardia che riconosci alle
fonti visive può essere utilizzato anche in funzione politica».
Luisa: «Certo, un pensiero che tiene dentro di sé l’azione o che guarda a un
modo di agire… Mi viene subito in mente Bertina Lopes, perché è collegata al
Mozambico. Le sue opere sono quadri, ma sono anche sculture, entrambe fortemente
politiche. Infatti venne poi esiliata dal Portogallo e riparò a Roma. A volte
siamo incapaci di vedere il messaggio eversivo nell’opera d’arte o nel visivo,
abbiamo bisogno di sviluppare lo sguardo per capirlo. Si tratta di studiare il
rapporto tra una certa opera e la congiuntura dell’esistenza dell’artista, il
momento in cui quest’opera è stata costruita, più in generale la relazione tra
l’aspetto esistenziale e la creazione artistica. Mi ha aiutato partire da Louise
Bourgeois, che in questo senso è molto significativa, e poi ho lavorato anche su
altre artiste». (barbara russo, luca rossomando)