(disegno di ottoeffe)
La scorsa settimana si è tenuto a Bagnoli un incontro alla Porta del Parco tra i
dirigenti della struttura commissariale governativa, al cui vertice c’è il
sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, e le delegazioni (dirigenti scolastici,
presidenti del consiglio di istituto, rappresentanti degli studenti) di alcune
scuole del quartiere. L’incontro si inserisce nella recente strategia dell’ente
che promuove dei presunti momenti di partecipazione, incontri che in realtà sono
meramente informativi, tanto più che avvengono svariati mesi dopo la ratifica di
tutti gli accordi per l’organizzazione dell’America’s Cup, che hanno comportato
uno stravolgimento dei piani urbanistici comunali e persino la modifica di una
legge dello Stato.
Durante quest’incontro una studentessa del liceo Gentileschi ha preso la parola
e ha fatto notare ai presenti tutta l’ipocrisia insita in questo tipo di
operazione, solidarizzando anche con i rappresentanti di un altro liceo del
quartiere, l’Arturo Labriola, che avevano deciso di non partecipare alla messa
in scena organizzata dalla struttura commissariale. Qualche giorno dopo la
preside del liceo e il suo presidente del consiglio di istituto (che guarda caso
è un consigliere di municipalità del Movimento Cinque Stelle) si sono sentiti in
dovere di scrivere al sindaco-commissario Manfredi per specificare ciò che si
capiva benissimo dall’intervento della studentessa, e cioè che a “boicottare”
l’incontro erano stati soltanto gli studenti del Labriola, e non loro due. La
lettera della preside e del consigliere è un capolavoro di arroganza, e mostra
tutta la capacità del mondo adulto nello sminuire i posizionamenti, le idee, i
ragionamenti dei più giovani. Non vorremmo beccarci una querela, e quindi per
motivi di privacy non la pubblichiamo. A seguire trovate invece la risposta dei
rappresentanti di istituto del Labriola, decisamente più onesta e interessante.
* * *
All’attenzione del Dirigente Scolastico Nunzia Mallozzi
e del Presidente del Consiglio di Istituto Sergio Lomasto.
Gentilissimi,
vi scriviamo in merito alla Pec da voi inviata al Commissario per la bonifica e
la rigenerazione del Sin Bagnoli-Coroglio, professor Gaetano Manfredi, in
riferimento al “boicottaggio” della riunione dello scorso mercoledì presso la
Porta del Parco da noi attuato. In qualità di rappresentanti di istituto ci
sembra surreale dover precisare che la scelta di non partecipare alla riunione
riguardava la componente studentesca invitata, e non la dirigenza dell’istituto,
che non ha presenziato interamente per altri motivi. Sarebbe bastato, sul
momento, che il dirigente scolastico presente alla riunione si palesasse per
evitare ogni possibile malinteso.
Preso atto della presa di posizione del dirigente scolastico e del presidente
del consiglio di istituto, espressa chiaramente nella Pec, sentiamo che è tempo
di manifestare chiaramente le nostre posizioni riguardo alle dinamiche
sviluppatesi intorno alla America’s Cup, posizioni che sono frutto di
interazioni con esperti dello studio del territorio e della nostra attività nel
quartiere. Dichiariamo inoltre di rivendicare e appoggiare pienamente
l’intervento della nostra collega del liceo Gentileschi, subdolamente attaccata
nella vostra lettera, con cui noi stessi ci siamo confrontati in vista della
riunione.
Non crediamo affatto che il cantiere per la Coppa America consista anche in una
riqualificazione di Bagnoli. Infatti, la cementificazione del territorio tomba
decenni di promesse di una vera bonifica, che, di fatto, non sta avvenendo in
toto. Peraltro, comprendiamo il motivo per cui ciò si tratta di un inganno: non
solo la gestione del cantiere è affidata ad un consorzio di imprese per duecento
quaranta milioni di euro, una somma superiore a quella impegnata per lavori
simili, ma l’assenza di una gara pubblica, come per i lavori per il ponte sullo
Stretto di Messina, consiste in una grave violazione del codice degli appalti.
Tali dinamiche, che ricordano la criminale ricostruzione post-sismica degli anni
Ottanta, sono le prime che ci portano a diffidare dell’azione di bonifica e a
credere che il vero fine dei lavori sia, purtroppo, l’arricchimento di privati.
Inoltre, da decenni Bagnoli ha sperato in una vera riqualificazione al fine di
realizzare un bosco, una spiaggia pubblica e un parco, spazi sociali per la
comunità del quartiere. Quaranta anni di promesse e di progetti, e altrettanti
di “no” dallo Stato: spese eccezionali, rimozione complessa di materiale
inquinante… Eppure, alla prima occasione di arricchimento dei privati, ogni cosa
diventa possibile. Certamente siamo a conoscenza dei fondi stanziati per il
cantiere; tuttavia, riteniamo che tale disponibilità dovesse già essere disposta
per le richieste cittadine degli scorsi decenni: la riqualificazione di Bagnoli
è una necessità prima, e ciò non può dipendere da speculazioni economiche.
Lo stesso discorso vale per la messa in sicurezza del quartiere afflitto dal
bradisismo, una rilevante necessità del territorio, senza vie di fuga efficaci e
supporto economico reale per gli sfollati o per chi vive in un edificio
pericolante. Non è possibile che si aspetti l’occasione d’oro dei privati per la
sicurezza di Bagnoli. Sempre se la America’s Cup sarà veramente di giovamento
per il quartiere. Sappiamo anche che l’area della colmata, così come i territori
limitrofi, è considerata zona rossa per il bradisismo. In virtù di tale
catalogazione, non è possibile per legge costruire in cemento, e tale
controsenso rivela ancora di più l’ipocrisia dei lavori in atto.
Ai nostri occhi pare che il benessere dei cittadini non sia il primario
interesse del Comune, della Città Metropolitana e dello Stato. Altrimenti, non
si spiegherebbe neanche l’alto tasso delle dannose polveri sottili nell’aria,
vero e proprio veleno. La legge stabilisce un limite di 50 microgrammi, ma sono
state registrate punte drammatiche (per esempio, alle 7.00 di mattina del 3
febbraio, ben 300 microgrammi di polveri sottili minacciavano la salute dei
cittadini). Tali polveri sono innalzate anche dai camion trasportatori di
materiale tossico, poiché esse si attaccano alle ruote, diffondendole
maggiormente. I camion, inoltre, sono protagonisti, ultimamente, di
danneggianti delle strade: non solo sono state aperte diverse buche, ricoperte
in fretta e furia al punto che alcune di queste si sono riaperte; ma anche una
fognatura, ieri sera, è stata danneggiata. Queste sono le strade su cui
camminiamo, sulle quali guidiamo, e la loro pericolosità ci colpisce
direttamente. Ciò dimostra ancora di più la poca attenzione al benessere
cittadino, che dovrebbe essere il primario interesse di chi governa.
Per tutti questi motivi, diversi studenti del liceo scientifico statale “Arturo
Labriola” sono contrari ai lavori per l’ America’s Cup. E, in virtù di ciò, la
delegazione studentesca invitata alla riunione di mercoledì ha deciso di
boicottare l’evento. Infatti, riteniamo che questa non fosse un’occasione di
dialogo, in cui noi crediamo, così come espresso dalla D.S. e dal presidente del
C.I. nella Pec; bensì in un evento di propaganda e indottrinamento: tutte le
decisioni sono state già prese, tanto è vero che persino il prefetto di Napoli
ha spiegato che qualsiasi interruzione dei lavori sarebbe impossibile perché ci
sono i contratti firmati con le ditte che stanno lavorando le dinamiche sono
chiare. Perciò, la riunione non consisteva per nulla in evento di “confronto,
dialogo e partecipazione”, valori dall’istituto promossi come si legge nella
Pec.
Esprimiamo fortemente il nostro scetticismo nei confronti delle scelte sindaco
Manfredi: egli dovrebbe intervenire bloccando i lavori, invece di persistere nel
parlare e nel nascondere ciò che sta realmente avvenendo. In particolare,
facciamo riferimento all’assenza di trasparenza riguardo ai lavori del cantiere,
che preoccupa la popolazione del quartiere e noi stessi. La “libertà di
espressione”, come citato nella Pec, non è all’ordine del giorno della Città
Metropolitana. Infatti, il 6 febbraio, nell’Istituto Rossini, si è tenuto un
incontro tra studenti del territorio, tra i quali figuravano i membri di due
classi del nostro liceo, e esponenti della politica e dell’istruzione, riguardo
alla sicurezza interna agli edifici scolastici. Dopo il lungo intervento delle
cariche pubbliche, gli ultimi venti minuti sono stati riservati, finalmente,
agli studenti. Vi è forse stato qui forse il “pluralismo di idee” rivendicato
nella Pec?
In chiusura di questa mail e coerentemente con tutto ciò che è stato espresso,
dichiariamo la nostra adesione alle azioni della comunità bagnolese e della Rete
no America’s Cup, rivendicando dunque la nostra iniziativa di boicottaggio della
riunione di mercoledì. Che sia da monito: Bagnoli non è in vendita! Alla luce
della nostra presa di posizione, speriamo in un dialogo con D.S e presidente del
C.I., auspicando in una collaborazione. Suggeriamo, dunque, un
incontro-dibattito, nell’aula magna della scuola, tra il sindaco-commissario e
tre esperti da noi proposti in ambiti ambientale, amministrativo-politico e
giuridico.
Sperando in un vostro riscontro vi porgiamo distinti saluti,
I rappresentanti di Istituto:
Alessandro Cauteruccio
Luca Passetto
Bruno Cavallini
Francesco Morelli
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di ottoeffe)
Le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà.
(francesco guccini, vedi cara)
Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca
dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai
Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione,
sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con
Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando
gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il
ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…:
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/covatta.mp4
(credits in nota1)
Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si
occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più
non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi
sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi
giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della
lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo
gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così.
https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/andreotti.mp4
(credits in nota2)
La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey,
giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con
una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione
divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto
della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una
splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra Dc
(Rai Uno) e Socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la
nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte,
prendendosi quella che diventerà poco tempo dopo Tele-Kabul.
La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul
Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute
ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani,
fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate
giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli
accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto
degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De
Mita, alla direzione generale”.
(credits in nota3)
Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio
viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani,
ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di
ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus
apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le
Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di
Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato venti e
passa anni dopo da Petrecca per motivi ridicoli, a poche ore dalla telecronaca
olimpica dello scandalo, e da lui sostituito).
Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a
ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi due compagni di classe
continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panchine di legno
senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se gli intervenuti per
sedare la rissa che stava per scoppiare era gente seduta con noi al tavolo o
altri astanti del locale, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure
per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile
dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva
schiacciato con una violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sulla
vicenda sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella
intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto
bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto
alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio
al calvario)
(una foto di marco pantani a metà anni novanta)
Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il
concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno. Sono andato
a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione, dopo qualche ora, a
casa, e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica,
vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma
è bellissima anche a sessant’anni.
A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà
maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese
in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo
anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010
quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify
per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare
israeliana.
I struggle with myself
Hopping I might change a little
Hopping that I might be
Someone I wanna be
Looking out I wanna know someone might care
Looking out I want a reason to be there
‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you
And I don’t know what I’ll do, without you
Looking out I want to know some way might clear
Looking out I want a reason to repair
‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you
And I don’t know what I’ll do without you.
a cura di riccardo rosa
__________________________
¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993
² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon,
1998
³ Renzo Arbore, in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a
Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)
(disegno di manincuore)
Quindici minuti di salita tra rocce e arbusti. Peppe e io arriviamo in cima alla
collina che domina Cauciano, alto casertano. Davanti una cava ha sventrato la
montagna. A sinistra, capannoni industriali in fila lungo la statale. A destra,
la pianura coltivata fino al mare. Un’eco di musica arriva dalla concattedrale
di Calvi Risorta. Qui, duemila anni fa, c’era Cales, un insediamento preromanico
di circa sessantamila abitanti durante la tarda repubblica. “Qua se scavi un
metro e mezzo trovi di tutto”, ripetono gli attivisti. Tra muretti a secco e
macchia mediterranea, dalle colline della Terra di Lavoro si osserva un
paesaggio vivo ma sotto pressione.
Il presidio del Movimento Basta Impianti a Cauciano è stato indetto per bloccare
i lavori abusivi di un impianto a biomasse. I lavori, fermati il 23 gennaio,
fanno emergere la lentezza e la negligenza delle istituzioni e del comune di
Pignataro Maggiore, oggi commissariato. La società coinvolta è Ingegneria
Sostenibile Srl, che di sostenibile ha ben poco: mezzi pesanti entrati senza
autorizzazioni, cantieri avviati in fretta, vedette lungo le strade di campagna
per segnalare occhi indiscreti. I risultati oggi sono i sigilli, un noccioleto e
un noceto disboscati, una colata di cemento su un lotto agricolo.
La zona ASI, l’area industriale non lontana, è satura e soggetta a forte
attenzione mediatica. L’interesse quindi si sposta sulle colline agricole,
sempre più bersagliate dalla pressione speculativa. Cauciano diventa il punto di
contatto tra due mondi: profitto e devastazione contro comunità e dignità dei
territori. In questo contesto nasce il Consiglio Popolare della Terra di Lavoro:
strumento per coordinare mobilitazioni, rafforzare la partecipazione,
riaffermare le decisioni dal basso.
Non ero estraneo alla questione di Cauciano. Ne avevo sentito parlare all’ultima
assemblea del Movimento e poi il 29 gennaio scorso, durante l’audizione ottenuta
in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. «La provincia di Caserta
conta centoquattro comuni, più di centocinquanta impianti ad alto impatto e
cinque pronto soccorsi pubblici aperti». Biagio Sarnataro, trentacinquenne
attivista, inizia così il suo intervento in Commissione, sottolineando la
rilevanza nazionale delle istanze della Terra di Lavoro. Cita le bonifiche mai
fatte, i roghi ciclici come elementi di un sistema criminale, la produzione
schizofrenica di nuove autorizzazioni per impianti energetici. «La popolazione
di Terra di Lavoro ora è un soggetto politico ed è disposta a tutte le forme di
lotta. Vogliamo un piano sanitario straordinario e vogliamo smettere di piangere
i nostri cari e i nostri coetanei».
A seguire interviene Giovanni Merola, avvocato e attivista: «Vorrei fornire
alcuni elementi sul passato immediato di queste lotte per motivare ciò che
ritengo essere un disegno criminale e sistemico. Ormai sappiamo che riempire i
capannoni fino all’orlo di rifiuti e dargli fuoco è un vero e proprio modus
operandi. A fronte di quest’evidenza, la risposta istituzionale è sempre stata
repressiva. Ci siamo trovati ad affrontare processi come attivisti, tutti
conclusi con assoluzioni piene. Hanno denunciato ragazzi, madri, nonni. Abbiamo
intravisto un disegno volontario, abbiamo anche temuto che le istituzioni
facessero parte di questa distopia criminale».
Merola cita una recente sentenza. Violazione dell’articolo 18 del Testo Unico di
pubblica sicurezza: manifestazione non autorizzata, contestata per
l’organizzazione di una tavola rotonda nella piazza di Capua. Erano presenti
sindaci, senatori, tanti cittadini. L’accusa: avrebbero dovuto presentare la
richiesta alla questura e non ai vigili urbani. Notizia del 2 febbraio è un
altro sequestro per illeciti che coinvolge un impianto di stoccaggio tessile,
proprio a Capua.
Segue l’intervento di Raimondo Cuccaro, ex sindaco di Pignataro Maggiore. «C’è
inerzia delle autorità a causa di ingenti interessi economici. Vediamo coinvolte
la criminalità organizzata e la negligenza, per non dire il favore, di una parte
della classe politica locale. Mi sono fortemente opposto alla realizzazione del
rigassificatore della Snam Mobilità Spa a Pignataro Maggiore. Questa struttura
si trova a meno di centocinquanta metri dall’impianto che produce gas tecnici,
aria liquida, argon, e idrogeno. Due impianti adiacenti di questo tipo in
un’area così piccola produrrebbero un risultato devastante in caso di guasti,
incendi o terremoti. Salterebbe in aria tutta Pignataro».
Aggiunge che i lavori del rigassificatore, a pena di decadenza, sarebbero dovuti
iniziare nel 2021. Hanno avuto attuazione solo nel 2024. L’impianto è inoltre in
deroga alle prescrizioni urbanistiche del piano ASI, che regolamenta la zona
industriale. Il piano è sovracomunale e viene sistematicamente derogato,
aggiunge Cuccaro. «A questo punto chiedo aiuto al Parlamento, che dovrebbe
essere interessato alla salute dei cittadini».
La risposta istituzionale arriva dall’onorevole Alifano, Movimento Cinque
Stelle. Parla di una terra violentata, partendo dalle cave fino all’utilizzo
sconsiderato del suolo. Si dice solidale, propone un’ulteriore commissione
parlamentare sul tema sanitario, promette controlli su autorizzazioni scadute.
Intanto, in contemporanea, si riunisce la giunta regionale a Napoli per
discutere gli stessi temi con un’altra compagine del Movimento Basta Impianti,
alla luce della promessa del neo-eletto consigliere Raffaele Aveta di produrre
una legge regionale fortemente ispirata dalle vertenze di Terra di Lavoro.
In cima alla collina, poco dopo aver ripreso fiato, ci arriva una telefonata:
Raimondo Cuccaro, l’ex sindaco di Pignataro, è venuto al presidio e vuole
condividere alcune informazioni con noi. Capitomboliamo giù per fargli alcune
domande sulla vicenda di Cauciano.
«Qui l’impianto previsto – ci dice –, da oltre sette milioni di euro su
quarantamila metri quadri di terreno agricolo, finisce al centro di una vicenda
fatta di vincoli nascosti, firme false e lavori bloccati. L’area individuata per
l’impianto a biomassa e metano, secondo il regolamento urbanistico comunale, non
sarebbe nemmeno idonea a ospitare strutture industriali, consentite solo nelle
zone artigianali e dedicate. Alcune particelle risultano aree boscate sottoposte
a vincolo paesaggistico, mai dichiarato nella Procedura abilitativa semplificata
(Pas) presentata dalla società. Il terreno sarebbe già stato asservito ad altre
costruzioni, quindi di fatto non edificabile. Una circostanza emersa solo dopo
l’esposto di un cittadino, mio figlio, che ha portato il Comune a dichiarare
inefficace l’autorizzazione. Infine il colmo: il presunto direttore dei lavori
disconosce l’incarico e denuncia firme contraffatte. Per l’amministrazione si
tratta di un atto inesistente. Il Tar respinge la richiesta cautelare della
società Ingegneria Sostenibile Srl, mantenendo, di fatto, lo stop ai lavori.
Oggi resta un’ordinanza di ripristino e una vicenda che solleva pesanti
interrogativi su legalità, ambiente e tutela del territorio».
Ma la domanda è un’altra. Quante volte il cemento è arrivato prima delle
istituzioni? Quanti altri cantieri sono partiti con la stessa strategia:
forzare, costruire, poi eventualmente doversi difendere in tribunale? Perché in
Terra di Lavoro sembra che il metodo sia sempre lo stesso: occupare con la
forza, contare sull’inerzia istituzionale, scommettere sulla stanchezza delle
comunità. Troppo spesso si assiste a fenomeni di governance occulta tra sindaci
conniventi, uffici tecnici comunali e ditte speculative. Cauciano è un caso, ma
è anche un simbolo. È la prova che quando le istituzioni latitano, sono i
cittadini a dover presidiare il territorio. Metro per metro. Collina per
collina. Il sole scende e ingiallisce la pianura, l’eco della musica si dissolve
nell’aria, ma una cosa è chiara: questa lotta non è finita. È appena cominciata.
(edoardo m. benassai)
Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹
Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della
stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la
città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco
probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi,
all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde,
con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento,
mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff
degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.
L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori
controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime
settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di
buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio,
giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa.
Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva
comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di
stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse
intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale
venivano sospesi fino a metà marzo.
Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno
sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di
auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore,
area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena
di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono
svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari
negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura
temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno
ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria
di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci
fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio
2020.
NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI
A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata
la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del
nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna
a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a
Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della
città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una
serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO)
nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate
di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state
immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di
mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi
approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande
evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione
temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di
relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.
La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata
in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra
gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari
Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello
sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti
abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono
abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della
montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua
riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata
incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla
partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come
si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San
Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est
milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp.
LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO
Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato
alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati
della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei
Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il
quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si
sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro
teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere,
reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme
dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine
e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per
l’occasione.
La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori
dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di
personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di
interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi
sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste
Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri
sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere.
Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal
CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere
ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva
Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare
a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole
e timidi sorrisi con le ragazze in corteo.
Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la
parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono
indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e
sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi,
indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto
colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito:
«E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme,
qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica,
dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le
Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per
Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha
poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era
abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante
la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa
facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che
un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme».
Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport,
ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film
Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate
alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero
scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro
insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano
si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone
bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro.
QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO
Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per
protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta
Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire.
Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti,
reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello
sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti
della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO.
In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di
cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli
alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di
apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne
sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere».
Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato
il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille
euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una
città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono
in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non
stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole
d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa.
Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta,
dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della
Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In
prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere,
hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione»
nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione
«ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex
mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati,
trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via
Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy
Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle
finestre.
In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi
mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per
riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre
la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte
si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La
voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth,
quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che
sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la
gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della
tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo
alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta
guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E
se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere».
La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la
trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa
governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la
risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla
facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla
collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi
notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e
per la successiva giornata dedicata allo sport popolare.
A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive
della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle
azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era
scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è
tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina)
________________________
¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del
triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due
anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio
Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul
paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna
Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio,
Melania Rima e Lorenzo Vargiu.
(disegno di diego miedo)
È in libreria a Napoli, e presto in altre città italiane, Le avventure della
città di Santa Chiara e dei suoi abitanti (Monitor edizioni, 76 pagine, 10
euro), un libro a fumetti di Diego Miedo. Una storia distopica, “ma meno del
nostro quotidiano, in cui sradicamento, espulsioni e sgomberi sono promossi dai
governi di mezzo mondo, spesso con la forza”.
Pubblichiamo a seguire La realtà è più avanti, introduzione al volume scritta da
Stefano Portelli.
* * *
“Napoli è il caso emblematico di una pressione turistica cresciuta in modo
esponenziale”, scrive il direttore del dipartimento di architettura
dell’Università Federico II su Repubblica a dicembre 2025. Poi spiega l’impatto
del turismo sulla città: “Aumento dei canoni abitativi, congestione, espulsione
di abitanti fragili dai quartieri centrali, rarefazione dei servizi essenziali,
perdita di identità”. Sembrerebbe un disastro a cui cercare rimedi. Invece,
continua l’esperto, bisogna cambiare prospettiva: smettere di vedere tutto
questo come un pericolo da cui difendersi, provando invece a reinvestire i
profitti del turismo come “valore aggiunto in infrastrutture, servizi e nuove
qualità urbane”. L’articolo si conclude così: “Napoli ha la straordinaria
opportunità di usare il turismo […] non come un problema da contenere, ma come
risorsa per ridisegnare il futuro”. Sembra una parodia ancora più fantasiosa
delle avventure della città di Santa Chiara disegnate da Diego Miedo. Anche
l’inquinamento, la deforestazione, gli sversamenti tossici in mare sono grandi
opportunità se i loro profitti raggiungono lo Stato! Anche sui terremoti si può
guadagnare, e magari finanziarci biblioteche, infrastrutture, nuovi boulevard
sul mare. Pure dal traffico di droga possiamo tirar fuori qualcosa, magari per
fare i centri di disintossicazione. Un cambio di prospettiva geniale: perché
lamentarsi, se riusciamo a farci soldi sopra? Purtroppo, per il momento, è
invece lo Stato che spende per aumentare l’invasione turistica su cui speculano
i privati. L’anno scorso le aviolinee low-cost che portano i turisti in Italia
hanno incassato quasi mezzo miliardo di euro dallo Stato – la metà dei quali
sono andati a Ryanair. Centinaia di milioni l’anno vanno ai porti per le navi da
crociera, e miliardi su miliardi ai grandi eventi come le Olimpiadi di
Milano-Cortina, sempre per attrarre visitatori. Le storie raccontate da Diego
Miedo sembrano esagerazioni ma non lo sono. Sono anche meno distopiche della
realtà, oggi che la gentrificazione, la turistificazione, lo sradicamento, sono
promosse dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza. Pensiamo alla strage
compiuta a fine ottobre 2025 nel quartiere Penha di Rio de Janeiro, dove la
polizia ha ucciso oltre cento persone: più che colpire il narcotraffico, rimasto
indenne, l’operazione ha fatto crescere la violenza e il disprezzo contro gli
abitanti delle periferie – neri, poveri e favelados, già colpiti
dall’allestimento dei Mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016. Oppure pensiamo
all’irruzione di un cane-robot della polizia di New York nel 2020, durante
un’assemblea di inquilini in un quartiere di case popolari. O ai gruppi di
neonazi, pugili, ex militari, che minacciano gli inquilini indesiderati,
attraverso imprese considerate legali e pagate dai proprietari immobiliari, come
Desokupa in Spagna. O ai suicidi: solo negli ultimi mesi del 2025, a Sesto San
Giovanni un settantenne si è buttato dalla finestra durante lo sfratto, a
Barberino nel Mugello un uomo della stessa età ha fatto esplodere la casa, e
vicino Verona tre fratelli hanno dato fuoco alla casa uccidendo anche i tre
carabinieri che erano andati a sfrattarli . Si resiste alle espulsioni a rischio
della vita: si pensi all’omicidio di Marielle Franco in Brasile, e a quello di
Breonna Taylor a Louisville (Usa), uccisa dalla polizia che cercava di svuotare
il quartiere dai neri. “La gentrificazione è un crimine!”, ripeteva spesso una
attivista afroamericana di Washington DC, Gloria Robinson, nelle riunioni di un
comitato locale. Poi è stata cacciata di casa, e ora vive in un altro stato.
Nella capitale degli Usa in venti anni sono stati espulsi quarantamila abitanti
neri, prima sotto la forma dell’impoverimento intenzionale dei quartieri che si
voleva “riqualificare”, togliendo sussidi e investimenti pubblici; poi sotto la
forma delle ruspe che hanno abbattuto le case, spingendo gli afroamericani ad
andare altrove o ad accamparsi in tende e rifugi di fortuna, dove molti hanno
passato anche la pandemia. Un altro membro dello stesso comitato, Dominic
Moulden, si domanda in un articolo: Is gentrification a municipal crime? . Un
giornale nero californiano, il San Francisco Bay View, considera addirittura che
la riqualificazione e la gentrificazione delle città statunitensi siano una
continuazione del genocidio coloniale. Se le vite nere contano davvero,
sostiene, bisogna chiedere la riparazione dei danni.
A Napoli sicuramente il fenomeno prenderà una forma diversa, ma non per forza
meno drammatica, visto che l’Italia è attualmente il paese europeo con il
maggiore indice di sfratti. Un ricercatore di Londra ha fatto una lista dei
danni provocati dalla trasformazione degli spazi urbani in macchine per il
consumo o per il turismo. Ha individuato cinque categorie: sfruttamento,
spossessamento, sradicamento, marginalizzazione, violenza. A Santa Chiara ci
sono tutte: chi lavora sfruttato per le pizzerie dei turisti; chi non si
riconosce più nel suo quartiere invaso dalle spritzerie; chi viene cacciato di
casa; chi viene costretto a vivere in periferia, magari nel quartiere di
Rosabella, a sua volta oggetto di nuova gentrificazione; chi è spinto oltre il
confine della marginalità, e deve rifugiarsi nelle grotte sul Vesuvio. Un’altra
serie di danni, meno visibili, riguarda l’appropriazione della cultura:
“Dobbiamo puntare sulla cultura – dice il sindaco di Santa Chiara –. Prendiamo
consensi e ci consolidiamo”. Quindi, la banalizzazione e la distruzione della
cultura popolare, della musica, dei legami sociali, dei rituali, della vita
quotidiana – quel “dolce sogno” da cui inizia il libro. Anche per gli
afroamericani, secondo Mindy Fullilove, la perdita dei quartieri aveva ucciso il
jazz, incarnazione della vita urbana.
Ma la retorica sulle magnifiche sorti delle città turistiche è troppo forte per
poterla scalfire con gli articoli scientifici o le inchieste indipendenti. I
giornali mainstream presentano la realtà sempre in un modo “imparziale”, che
naturalmente fa fare bella figura ai promotori della gentrificazione più che
alle vittime. La tattica di questo libro, fatta di paradossi, straniamento,
avventure, è forse l’unica efficace per mettere in crisi il discorso ufficiale.
Nei decenni passati molti artisti hanno criticato poeticamente la trasformazione
delle città in macchine per far soldi. In Chi ha incastrato Roger Rabbit, umani
e non-umani lottano contro uno speculatore che vuole trasformare un quartiere di
Los Angeles – Cartoonia – in un nodo autostradale. I Blues Brothers invece
devono salvare un orfanotrofio di Chicago dalla demolizione (e gli scontri di
auto nel centro commerciale vendicano lo straniamento del nuovo modello di
consumo). In Beetlejuice, invece, sono i fantasmi che vogliono rimanere nella
loro casa, spaventando i gentrificatori. Anche i fumetti di Astérix ci hanno
regalato una mitologia potentissima per difendere l’autonomia dei quartieri
assediati da un potere gigantesco. Tutti i documentari sulla turistificazione –
Terramototourism su Lisbona, Welcome Goodbye su Berlino, La sindrome di Venezia,
The Last Tourist, Gringo Trails – non riescono a trasmettere l’inquietudine di
Jurassic Park o Westworld, che raccontano quanto può andare male un’attrazione
per turisti. Il fumetto ha la capacità low-cost di farci immaginare qualunque
cosa: è il mezzo ideale con cui sublimare i danni subiti, rovesciare le sorti,
immaginandoci a scacciare chi ci ha cacciato.
L’abitante di Rosabella che grida dalla finestra: “Americani di merda, non
saremo mai il vostro zoo!”, è lo stesso che esce armato sul balcone in Dodici di
Zerocalcare, gridando: “Non verrete qui a suonare i vostri bonghi! Questa non
sarà mai una terra di fottute apericene!”. In Roma città morta, di Luca Marengo
e Giacomo Keison Bevilacqua, a occupare la capitale sono invece gli zombie; i
sopravvissuti la attaccano dalle loro riserve fortificate fuori le mura – quasi
tutte a Roma Est, dove da sempre vivono gli espulsi. Ci sono così tanti fumetti
ambientati in città post-apocalittiche, da Akira ai lavori di Enki Bilal a Le
acque di Mortelune di Patrick Cothias e Philippe Adamov, che sembra quasi che il
fumetto sia un mezzo privilegiato per immaginare usi della città radicalmente
diversi. Iniziare a fantasticare su un cambiamento, anche se distopico, è il
primo passo per uscire dalla paralisi dell’immaginario provocato dall’invasione
turistica, dal bombardamento delle demolizioni e degli sfratti, dalla
moltiplicazione dei grattacieli e dei grandi progetti inutili. Un giorno
rileggeremo questi anni come la fase in cui i barbari al potere tentarono di
distruggere le città più belle del mondo, in alcuni casi riuscendoci. I danni
saranno quantificati e si esigeranno riparazioni; o almeno, si farà in modo che
non possa più succedere. Sui muri della Santa Chiara del futuro sarà affissa una
lapide, a perenne monito: “Chiunque contribuirà a svuotare la città dai suoi
abitanti, per profitto o per ignoranza, spingendoli a confinarsi in ghetti di
periferia contro la loro volontà, sarà considerato un criminale e sarà punito”.
Sempre che la città sopravviva alla barbarie.
(disegno di mario damiamo)
Tra i buoni propositi per l’anno nuovo che il sindaco di Torino ha annunciato
negli ultimi mesi ce n’è uno dedicato al decoro urbano e alle scritte sui muri:
il 2026 sarà “l’anno della pulizia dei graffiti […] in un percorso di cura in
cui puntiamo a coinvolgere anche i soggetti privati”, leggiamo in un suo post
Instagram del 16 dicembre. La grafica da discount alimentare sovrappone il volto
sorridente di Lo Russo al corpo di un operatore Amiat in tuta da imbianchino,
ripreso di spalle mentre lavora. Il messaggio è stato pubblicato il giorno
successivo alla rimozione delle scritte che il corteo femminista del 25 novembre
aveva lasciato sul colonnato all’incrocio tra via Po e piazza Vittorio: erano i
nomi delle donne vittime di femminicidio nell’ultimo anno. “Vogliamo prenderci
cura della città insieme a chi la vive, perché il decoro urbano non è solo
estetica: è rispetto per Torino e per chi la anima ogni giorno”, continua il
post del sindaco. Lo stesso giorno, le foto delle pulizie in corso hanno
corredato anche un post dell’assessora comunale e sedicente attivista lgbtqia+
Chiara Foglietta (Pd), che si dichiara fiera di avere coordinato un lavoro nato
con “l’obiettivo di restituire a cittadini e turisti la piazza in tutta la sua
bellezza”.
L’azione femminista dello scorso novembre ha fatto infuriare anche i negozianti
della zona e i cronisti cittadini non hanno perso tempo a pubblicare i loro
pareri indignati. Insieme al presidente dell’associazione dei commercianti, le
“vittime” dell’imbrattamento hanno espresso rabbia per il danno economico subìto
e preoccupazione per il rischio che quei muri sporchi, in prossimità dello
shopping natalizio, potessero turbare lo sguardo dei potenziali clienti. A
innervosire rappresentanti pubblici e negozianti ha poi contribuito il fatto che
l’ultimo intervento di pulizia straordinaria nell’area era stato celebrato pochi
mesi prima, il 25 maggio, con la festa di chiusura del cantiere di
“riqualificazione di via Po”, durato un anno e mezzo e costato cinque milioni e
mezzo di euro. E che l’anno prima ancora, nell’estate 2024, a ripristinare il
decoro nei portici ci aveva provato la cittadinanza attiva, con un intervento di
pulizia promosso dall’associazione commercianti di via Po insieme a
Circoscrizione 1, fondazione Contrada e Torino Spazio Pubblico. “Durata delle
pareti pulite? Tre giorni esatti!”, riporterà con tono frustrato un giornalista
locale (Torino Cronaca, 16 marzo 2025).
La pulizia straordinaria di dicembre è solo l’ultima di un lungo elenco che
mostra l’ossessione ricorrente per le scritte sui muri. Il tormentone contro
“gli imbrattamuri” ha riempito le pagine della cronaca torinese tutte le volte
che un corteo ha lasciato i segni del proprio passaggio; che un grande evento
cittadino ha imposto il “restyling” di vie e piazze specifiche; che fondi ad
hoc hanno “rigenerato” aree “degradate”. L’esistenza delle scritte sui muri ha
sempre messo d’accordo destra e sinistra: è vandalismo, segno di “inciviltà”.
Nel discorso pubblico dominante, l’opposizione ai “vandali” si costruisce
mediante un lessico militare e paternalista: “guerra”, “caccia”, “combattere”,
“educare”, “punire”; la città viene invece umanizzata, e la sua immagine risulta
“ferita”, “oltraggiata”. Le parole chiave sono più o meno sempre le stesse:
aumentare la vigilanza e inasprire le sanzioni. Nessuna delle due ha mai
funzionato. Sfogliando i giornali del passato, la rassegna dei tentativi –
falliti – di mantenere i muri puliti si fa corposa, ma riprenderla in mano oggi
può risultare appagante: le parole del potere svelano le molte facce di questa
ossessione ottusa, il suo andamento, le sue debolezze.
IL CONFLITTO COMUNISTA
“Una città cancella e un’altra scrive. […] Il muro appartiene a chi lo paga. La
volgarità è tale soltanto se non si versa l’apposita tassa”, commentò Gigi
Marsico in un suo servizio televisivo (“Torino Spray”), prodotto dalla Rai e
mandato in onda nel 1978. Il servizio osserva il ruolo delle scritte in una fase
rovente per la politica italiana e locale, e documenta l’intervento di pulizia
che l’amministrazione del comunista Diego Novelli avviò per rendere la facciata
pubblica della città gradevole agli occhi dei pellegrini attesi in occasione
dell’ostensione della Sindone. Con un concorso apposito, “Torino pulita”,
vennero allora assunti cinquanta salariati addetti alla pulizia dei muri. Nel
suo servizio, Marsico chiede a uno di loro di leggere ad alta voce alcune delle
frasi che, prima di essere coperte, erano state catalogate per volere
dell’amministrazione. Minuti dopo, il microfono passa a Novelli, il quale
contesta che “il dialogo sia mantenuto nelle scritte sui muri” e liquida i
messaggi di allora come “insignificanti”, o tutt’al più espressione di “un
malessere” – a differenza delle scritte “del maggio francese”, dove “c’era
un’immaginazione del potere” – precisa il comunista, per legittimare la
repressione come una scelta “di qualità”. Come ad assecondare un conflitto
interiore tra repulsione e attrazione, da una parte le tracce di dissidenza
venivano sottratte alla vista, dall’altra venivano registrate e
storicizzate. Nello stesso periodo il sindaco annunciò l’installazione di
“grandi tabelloni sia per i manifesti sia per le scritte”, promettendo “multe
salate” per i trasgressori. Questa ammissione implicita di impotenza, mascherata
da tolleranza, connoterà altre proposte future.
Un conflitto interiore attraversava anche la cronaca influente. Su La Stampa di
Agnelli, mentre si dava spazio alle lamentele di cittadini indignati dalla
presenza delle scritte, le stesse erano giudicate sì come un atto “incivile”, ma
anche come “l’indice di una maggiore partecipazione dei giovani al dibattito
politico; […] uno sfogo biasimevole ma tutto sommato innocente, di passioni che
diversamente si riverserebbero in ben altri canali”. Questo timore era diffuso e
si accompagnava alla logica lineare secondo cui il “vandalismo grafico” fosse
frutto del disagio sociale giovanile, e che condizioni di vita migliori e una
maggiore libertà di espressione avrebbero quindi risolto il problema. Si
criticavano dunque le proposte di legge repressive (come quella della Dc, che
voleva l’arresto fino a sei mesi) e si lanciavano appelli alle istituzioni:
“Puniamoli pure con una tiratina d’orecchi, ma non prima di esserci assicurati
che siano ben pulite le coscienze della classe dirigente” (La Stampa, 22
febbraio 1978).
Nel suo servizio televisivo, Marsico intervista anche due giovani militanti: a
guardare i muri di Torino – dice lui – sembra che la rabbia si sia abbassata,
che si scriva meno, e questo può essere anche un brutto segno – confermano gli
interlocutori – perché vuol dire che la rabbia si trasferisce su altri terreni:
“Non si scrive più, ma si spara”. Finito il secondo mandato di Novelli, La
Stampa informa poi di una “contrazione nell’attività dei grafologi politici”;
secondo carabinieri e polizia, “la sconfitta del terrorismo ha eliminato anche i
suoi fiancheggiatori” (La Stampa, 1 settembre 1985).
LA CACCIA AL “TEPPISMO PURO”
Tra gli anni Ottanta e i Novanta la “caccia ai graffiti” non si arresta e si
concentra anzi su una nuova categoria di “vandali”: “gli anarchici”. In
particolare, sono quelli di El Paso, occupazione attiva dal 1987, a mandare in
allerta le forze istituzionali, dal Comune alla Digos. Nel 1989, le loro scritte
diventano il perno della disputa sullo sgombero dello spazio da poco occupato:
la sindaca socialista Maria Magnani Noya voleva escludere un intervento
repressivo e impegnarsi a trovare loro una sede alternativa, ma a patto che “la
finiscano di imbrattare i muri”, dichiarò ai giornali; e questi ultimi
riportarono la risposta a questa condizione: “Se ci faranno sgomberare,
copriremo tutta Torino con lo spray” (La Stampa, 30 agosto 1989). Gli occupanti
di El Paso divennero il principale incubo dei fan del decoro urbano per tutto il
decennio successivo: durante i due mandati del centro-sinistra di Valentino
Castellani (1993-2001) erano descritti come “una tribù” dedita al “teppismo
puro”. A causa loro, agli inizi del 1996 il sindaco sbuffò pubblicamente, perché
gli imbrattamenti continui in via Po vanificavano il tentativo di mantenerla
pulita in vista del summit sulla revisione del trattato di Maastricht: “Sembra
il dispetto di un bambino che, sinceramente, si stenta a capire”. Per l’evento
internazionale Castellani aveva ordinato una operazione di “lifting cittadino”:
“Torino si fa bella per Maastricht”. Oggi, le parole che usò per
annunciarla suonano più che altro come una supplica ai suoi nemici in strada:
“Viviamo in una città tollerante, che ama lasciar vivere. Cerchiamo allora di
mantenere le cose nei limiti del buon senso e dell’intelligenza”.
Per proteggersi dalle scritte, negli anni Novanta le istituzioni si spinsero
anche oltre la consueta vigilanza fatta dagli agenti in strada. Esasperata dalla
quantità di soldi spesi per eliminare le tracce lasciate dai “balordi della
notte” sui marmi e sui vetri del Teatro Regio, l’allora soprintendente
dell’ente, Elda Tessore, mobilitò il Comune perché si adottasse una soluzione
drastica: “Dobbiamo rimuoverle due volte per stagione lirica. […] Le denunce
alla polizia sono inutili. […] Per il problema delle scritte non resta che
chiudere l’atrio con una cancellata” (La Stampa, 13 settembre 1992). È in queste
circostanze che nel 1994 venne installata l’“Odissea Musicale” del celebre
Umberto Mastroianni: un cancello in bronzo le cui dimensioni e forme, l’impianto
compositivo, le geometrie astratte che lo riempiono, soddisfano a pieno la
richiesta della committenza, perché lo rendono più simile all’ingresso di una
fortezza militare che a un teatro.
Gli anni Novanta vedono nascere anche i primi comitati “anti-graffiti”, come
quello di via Po (1996), composto da professionisti e residenti che si
autofinanziano per dare un segnale forte al Comune. L’allora assessore
all’arredo urbano, il democratico Gianni Vernetti, definì l’iniziativa come
“sinonimo di grande civiltà […] il primo passo verso una collaborazione sempre
più intensa” (La Stampa, 16 maggio 1996). Ne nasceranno poi altri (Rilanciamo
via Sacchi, Rilanciamo i portici di via Nizza, Retake Torino, PuliAmo Torino), e
la città punterà sempre di più sulle loro risorse.
NUOVO MILLENNIO, NUOVI NEMICI
All’alba del nuovo millennio le scritte sui muri rimangono l’ultima forma di
espressione grafica “criminale”, perché altre pratiche fino ad allora
considerate vandaliche vengono legalizzate. A capo di questo processo c’è il
progetto MurArte, avviato nel 1999: il Comune era in affanno per l’attività
frenetica dei “graffitari” e, stimolato dalla richiesta di un writer stanco di
agire clandestinamente, intuì che l’unico modo per sconfiggerli fosse
ingaggiarli per “il bene comune”. Si optò allora per un intervento “non
repressivo”, ma “dissuasivo”, come l’ha definito Roberto Mastroianni (Writing
the City, 2013), filosofo e critico d’arte più recentemente coinvolto nel
progetto. Con MurArte si è proposto alle crew locali “un patto istituzionale,
che limitasse l’impatto ‘vandalico’ del writing, valorizzandone il valore
artistico-espressivo e la funzione di rigenerazione urbana”. È così che si è
imposta la differenza netta tra il “writing” come “pratica scritturale dai
contorni precisi”, e i “semplici atti di vandalismo” come “scritte, volgarità,
scarabocchi” (sempre Mastroianni). Da allora, le pratiche artistiche certificate
vengono confinate entro recinti governati dall’alto; le semplici scritte sono
sempre più disprezzate.
Dai primi anni del secolo la rimozione dei graffiti diventò un affare anche per
le ditte specializzate: Grafbuster è quella a cui il sindaco Chiamparino si
rivolgeva più spesso per far cancellare le scritte in città, comprese quelle
davanti casa sua, si legge in un articolo del 2004. Gli interventi più costosi
di quegli anni furono quelli effettuati in prossimità delle Olimpiadi invernali
del 2006, quando Chiamparino riuscì a ottenere dal governo “poteri speciali” per
gestire dieci milioni di euro. In seguito, la giunta Fassino usò la delibera
d’urgenza per ripulire la città in due occasioni memorabili: nel 2011 i
festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (duecentomila euro per
“rinfrescare” le zone più degradate); nel 2015 l’ostensione della Sindone e
l’Exto, costola torinese della più famosa, discussa e contestata Expo Milano.
L’obiettivo dichiarato di Piero Fassino era aumentare “la percezione di essere
in una città sicura”, e la lotta alle scritte, in centro e non solo, costituiva
un passo fondamentale in questa direzione: “Il riscatto delle periferie passa
anche attraverso il decoro. […] Rispetto l’arte di strada, per la quale abbiamo
spazi dedicati, non i muri lordati” (La Stampa, 20 aprile 2016). Così, nel 2016,
a ridosso delle elezioni, fece ripulire i Murazzi e affidò ad Amiat un
intervento straordinario più ampio da centomila euro. Durante un incontro del Pd
annunciò poi di aver ottenuto un buon risultato dall’allora ministro
dell’interno Alfano: da lì a poco il nuovo decreto sicurezza avrebbe incluso
anche interventi contro il graffitismo (Repubblica Torino, 8 aprile 2016). Nulla
di tutto questo servì a garantirgli il secondo mandato; la sua retorica verrà
però ripresa dai suoi successori: Chiara Appendino (5 Stelle), di un altro
colore politico, e Stefano Lo Russo, compagno di partito. Le loro politiche
saranno ugualmente agguerrite e la “percezione di insicurezza” sarà per entrambi
un cavallo di battaglia capace di attrarre cittadini volenterosi, terzo settore
socialmente impegnato, enti filantropici e finanziamenti europei. Le scritte
politiche, degli autonomi come degli anarchici, continueranno a essere il loro
incubo principale.
A diventare più ostile è poi la cronaca locale: da un decennio almeno, le parole
a discolpa o favore di teppisti generici e dissidenti politici sono sparite; e
nei rari casi in cui il discorso non è criminalizzante, è solo perché le scritte
diventano oggetto di studio accademico, come nel progetto “U-Night”, la versione
torinese della “Notte dei ricercatori” (2023). Per il resto, i giornali
continuano ad amplificare voci ormai familiari, quelle che chiedono più
controlli e dispositivi di videosorveglianza. Più interessanti di queste sono
però le voci di quei politici locali che senza volerlo svelano le debolezze e i
limiti del sistema: lo scorso novembre la Circoscrizione 7 presieduta dal
democratico Deri ha interpellato il sindaco perché al giardino Maria Teresa di
Calcutta, recentemente imbrattato da scritte contro i partiti fascisti, la
polizia non ha potuto “individuare i responsabili degli episodi di vandalismo” a
causa del mancato funzionamento delle telecamere installate proprio con questo
scopo. Chissà da quanto tempo non funzionano, si chiedono in circoscrizione.
Nell’ultimo ventennio, infine, la relazione reciprocamente ruffiana tra writer
riconosciuti e istituzioni ha portato “i graffitari pentiti” (così titola un
articolo del 25 giugno 2018, La Stampa) a partecipare a numerose iniziative di
rigenerazione urbana durante le quali, per contratto, sono stati loro stessi a
coprire i graffiti e le scritte di vecchi compagni di strada. Nel 2018, alcuni
di loro si spinsero fino a svelare al Comune i segreti tecnici del writing; e lo
fecero gratuitamente – non a caso rimanendo anonimi – nell’ambito di un progetto
triennale finanziato da Compagnia di San Paolo. Questo loro voltafaccia
costituisce forse la novità maggiore del nuovo millennio. Chissà in quante altre
occasioni li vedremo all’opera mentre “Torino Cambia” con i fondi del Pnrr.
(alessandra ferlito)
(disegno di renaud eymony)
Di fronte all’orrore, la perversione e l’impunità del potere che sta sbocciando
con chiarezza cristallina davanti ai nostri occhi – tra il genocidio ritrasmesso
in diretta dagli stessi israeliani, fino ai documenti Epstein in confronto ai
quali Salò/Sodoma è una barzelletta – sembra quasi velleitario ormai denunciare
le miriadi di abusi, violenze e montature istituzionali che abbiamo subito negli
ultimi anni. Eppure non possiamo perdere di vista quello che succede intorno a
noi: le impunità globali incoraggiano e sostengono quelle locali. Qualche giorno
fa è stato il ventesimo anniversario di un terribile caso di violenza
istituzionale che ha segnato un’epoca, avvenuto il 4 febbraio 2006 a Barcellona.
Durante questi venti anni sono stati pubblicati tonnellate di articoli, alcuni
libri, e anche un documentario, passato anche nella televisione pubblica TV3,
senza tuttavia che si arrivasse alla condanna dei colpevoli. Le conseguenze più
immediate sono state: il suicidio di Patricia Heras, una poetessa underground,
le cui poesie ancora si trovano sul suo blog poetadifunta; una vita rovinata per
Rodrigo Lanza, anarchico cileno accusato di aver tirato una pietra a un
poliziotto; altre tre persone innocenti arrestate; e tutto l’establishment
repressivo e istituzionale catalano che per anni ha falsificato le prove per
nascondere la verità: e cioè che il comune di Barcellona e la sua polizia in
quegli anni manteneva stretti legami con trafficanti e criminali per controllare
i quartieri del centro storico in via di gentrificazione.
Per i dettagli rinvio allo straordinario documentario Ciutat Morta di Xapo
Ortega e Xavier Artigas, che si può vedere online; al blog Desmontaje4F; e al
libro collettivo Ciutat Morta: crónica del caso 4F di Mariana Huidobro, Helen
Torres, Katu Huidobro (la prima e l’ultima, madre e sorella di Rodrigo Lanza).
Il contesto in cui sono avvenuti i fatti è questo: il centro storico di
Barcellona che viene sventrato, con la scusa di grandi eventi e apertura al
turismo, creando zone di rappresentanza e zone in cui invece si accumulano tutte
le macerie, materiali e umane. Una di queste era il quadrato di viuzze nel
settore destro della città vecchia, dove le demolizioni avevano lasciato un
grande vuoto tra i palazzi, conosciuto dagli abitanti come Forat de la Vergonya,
il buco della vergogna. Anche su quell’area c’è un film militante, El Forat di
Chema Falconetti (2004), che racconta la lotta degli abitanti e degli squatter –
in catalano okupa – per impedire la costruzione di un grande parcheggio
multipiano e rivendicare invece un parco per il quartiere.
A chi frequentasse la zona, risultava evidente che nel sottobosco delle strade e
delle piazze – tra marocchini, algerini, gitani, sudamericani – alcuni fossero
legati alla polizia: informatori, chivatos, pedine della pressione costante che
le forze dell’ordine esercitavano sugli spazi occupati e i movimenti politici
locali: tentativi di sgombero e irruzioni della Guardia Urbana erano all’ordine
del giorno, spesso erano accompagnate da strani movimenti di questa popolazione
marginale.
A un certo punto però c’era stato un salto di scala: uno dei palazzi abbandonati
della zona – un antico stabile di quattro piani di proprietà del Comune – era
diventato una specie di fumeria di crack a cui le istituzioni garantivano totale
impunità. Inizialmente occupato da un gruppo di latinoamericani, che però erano
stati scalzati da una compagine molto più oscura. L’edificio era conosciuto
come Teatre okupat oppure Anarkopenya (“Gente anarchica”); chi ci viveva intorno
tendeva a chiamarlo Narkopenya. Nonostante fosse evidente il malaffare, i soldi
che giravano, rave che andavano avanti fino all’alba in mezzo alle case, per lo
sconcerto degli abitanti, la polizia non faceva mai un controllo, mai un
tentativo di sgombero, a differenza di tutte le altre occupazioni della zona.
Sembrava un luogo utilizzato per screditare tutto l’ambiente okupa, oppure come
punto di raccolta di informazioni per la polizia.
Il 4 febbraio 2006, durante una di queste feste che riempivano il palazzo
all’inverosimile, un gruppo di anarchici passa sulla strada di fronte – forse
andavano proprio alla festa, forse altrove – e incontrano una pattuglia della
polizia municipale. I poliziotti li riconoscono immediatamente come okupas – dal
modo di vestire, dai capelli – e iniziano a provocarli. Nel corso del
battibecco, dal quarto piano della Narkopenya qualcuno butta un enorme vaso di
cemento proprio in testa a un poliziotto. Il poliziotto finisce in coma.
I poliziotti cercano subito vendetta: irrompono nella Narkopenya, la gente
scappa dai tetti nei palazzi vicini, e poi arrestano tutto il gruppetto di
anarchici: Rodrigo Lanza, Juan Pinto e Alex Cisternas. Nel commissariato della
città vecchia, accanto alle Ramblas, Rodrigo e gli altri vengono torturati in
modo così violento che devono essere portati in ospedale. Quando arrivano
all’Hospital del Mar, sempre insieme ai poliziotti, succede un’altra cosa
assurda. Nello stesso ospedale c’era una ragazza che non c’entrava niente:
Patricia Heras era uscita di casa qualche ora prima con un’amica per andare a
una festa da tutt’altra parte della città; le due avevano avuto un incidente di
bicicletta ed erano finite nello stesso ospedale. I poliziotti le vedono vestite
“strane” – un po’ dark, un po’ queer – e le fermano. Guardano nel telefonino:
uno degli sms diceva in modo scherzoso che quella sera si sarebbe usciti in un
locale queer del Raval, La Bata di Boatiné: bateamos? aveva chiesto.
Ma bata vuol dire anche mazza da baseball. Così, Patricia viene presa insieme
agli altri, e portata nello stesso commissariato. La vita distrutta da un
messaggio.
Le vicende sono lunghe e difficili da ricostruire. Il sindaco di Barcellona
sulle prime dichiara “troveremo chi ha tirato il vaso”; poi cambia
immediatamente versione, sostenendo che il poliziotto sarebbe stato mandato in
coma da una pietra lanciata da Rodrigo. Quattro diversi periti smentiscono
questa ipotesi, mostrando che è impossibile che una pietra abbia causato quel
tipo di lesione, che la distanza era troppo grande, che tutti hanno visto il
vaso tirato dalla Narkopenya: ma non c’è niente da fare – la menzogna diventa la
versione ufficiale. Ogni allusione al palazzo occupato e al vaso lanciato da lì
dentro sparisce; il caso del poliziotto mandato in coma ha un colpevole, ed è un
anarchico cileno di nome Rodrigo – un capro espiatorio perfetto per colpire
insieme sia gli immigrati che i dissidenti politici, con il poliziotto mandato
in coma come vittima innocente. Nel 2008 arrivano le sentenze: tre anni di
carcere. Per omicidio! Era evidente che sia i giudici che i poliziotti sapevano
benissimo che erano innocenti. In carcere entra anche Patricia, che c’entra
ancora meno degli altri tre.
La madre di Rodrigo, Mariana Huidobro, intanto si era trasferita dal Cile a
Barcellona per difendere il figlio. Trova una grande rete di supporto, decine di
persone che lavorano quotidianamente gratis per smontare le menzogne che hanno
portato Rodrigo in carcere – finanziandosi solo con le feste, le donazioni, la
vendita di magliette, spillette e adesivi. Pure Amnesty fa un dossier sul caso,
a novembre 2007. Anche Patricia Heras ha una grossa rete di sostegno da parte di
decine di amiche e compagne sue, soprattutto queer, un ambiente che in quel
periodo a Barcellona era esplosivo: la compagna di Patricia era Diana
Torres, autrice e performer molto conosciuta. E qui viene la parte più dolorosa
di tutta la storia. Dopo tre anni di carcere, Patricia ottiene la semilibertà:
ogni notte deve tornare a dormire in carcere, ma di giorno può stare fuori. Per
mantenersi, però, deve tornare a lavorare. In carcere aveva trovato un certo
equilibrio, un gruppo di detenute con cui aveva bellissimi rapporti. La
semilibertà, paradossalmente, distrugge questo equilibrio. La vita scissa tra
dentro e fuori, tra il carcere del lavoro e il carcere vero e proprio, ha la
meglio su di lei: nell’aprile del 2011 si suicida, buttandosi dal settimo piano.
Lo stesso anno del suicidio di Patricia si apre uno scenario completamente
imprevisto. In una festa nella zona del porto turistico, in una delle discoteche
del centro commerciale Maremagnum, un ragazzo di Trinidad y Tobago finisce in
una rissa con due energumeni che avevano molestato la sua compagna. I due sono
poliziotti fuori servizio: il ragazzo viene preso e portato in commissariato,
dove subisce anche lui delle torture, che però sono riprese dalle telecamere di
sicurezza. Ma Yuri non era un nero qualunque, come credevano i suoi aguzzini.
Era il figlio del console di Trinidad y Tobago. Esplode un caso: i video vengono
resi pubblici, e i due poliziotti sono condannati.
Si dà il caso però che i due poliziotti, Victor Bayona e Bakari Samyang, fossero
gli stessi le cui dichiarazioni avevano fatto condannare Rodrigo, Alex, Juan e
Patricia. A quel punto il caso del 4F si riapre: due videomaker iniziano un
crowdfunding per un documentario, e con l’aiuto dei giornalisti de La
Directa riescono a rintracciare tutti i protagonisti. Il Comune, la polizia,
naturalmente fanno muro; ma anche alcuni degli arrestati non avevano più voglia
di parlare. “Quanti neri devi torturare prima di trovare il figlio di un
diplomatico?” dice uno degli autori. Ma soprattutto, il documentario spiega che
il caso del 4F è inserito in un omicidio più ampio: quello che ha come vittima
la città stessa. La gentrificazione che proprio in quegli anni stava uccidendo
la vita sociale di Barcellona, aveva trovato l’intoppo di quei corpi non
conformi alle sue regole – le loro sofferenze erano l’effetto diretto della
violenza urbanistica. Come disse la giudice che archiviò il caso di fronte
all’evidenza delle menzogne dei due poliziotti torturatori: “Potete portarmi
altri mille come voi, ma io crederò sempre alla polizia”.
Le istituzioni fanno quadrato intorno ai loro elementi più perversi, e la paura
è molto più forte di quello che crediamo. Tra le centinaia di persone che erano
alla festa nel teatro occupato quella sera, nessuno ha mai dichiarato di aver
visto chi ha lanciato il vaso – il che basterebbe per riaprire l’intero caso.
Addirittura Ada Colau, che prima di essere eletta aveva nominato Patricia Heras
nella sua campagna elettorale, da sindaca non riuscì mai a “fare un gesto” per
far uscire la verità sul 4F. Lo racconta la madre di Rodrigo, Mariana Huidobro:
“Mi è rimasto un sapore amaro in bocca. In che mondo viviamo? Com’è in realtà la
polizia? Che poteri ci sono lì dentro che fanno così paura? Perché un Comune
dove ora c’è una donna guerriera, nonché un amico e un’amica che sono stati
parte della campagna per il 4F, non possono lavorare senza doversi proteggere le
spalle? Sono sicura che tutto è molto più oscuro e malato di quello che
immaginiamo. È quello che ho imparato: che la realtà è molto più terribile della
finzione”.
Venti anni dopo, continuiamo a sorprenderci di quanto siano false le illusioni
che proiettiamo sulla realtà. Con le parole di Patricia Heras, marzo 2008:
Ho tagliato la gola alla mia illusione,
l’ho appesa a un semaforo cieco
e ho visto come si dissanguava, incredula,
borbottando nervosa,
ho visto il dolore brillare molto vicino,
si è spento nascosto dietro il suo misero destino.
Apro la scatola, ed è vuota.
(stefano portelli)
Fotogalleria di Giuseppe Carrella
Migliaia di persone (tre probabilmente, ma forse anche quattromila, in gran
parte abitanti del quartiere) hanno manifestato ieri a Bagnoli imponendo una
giornata di stop ai lavori della vergogna. I dimostranti hanno contestato le
operazioni a dir poco opache che si stanno svolgendo sulla colmata dell’ex polo
industriale, per permettere la costruzione di un porto che le lobby
politico-imprenditoriali della città stanno riuscendo, dopo trent’anni di
tentativi andati a vuoto, a imporre alla popolazione con il pretesto della Coppa
America di vela.
Il corteo ha attraversato l’abitato di Bagnoli e poi tutto il perimetro nord
dell’ex area industriale, denunciando con chiarezza da un lato le storture del
progetto in corso, che cestina tutti i piani urbanistici esistenti sulla zona
ovest, e dall’altro le modalità allarmanti da un punto di vista ambientale con
cui si stanno effettuando i lavori. Proprio per questo motivo una delegazione di
persone è entrata all’interno del cantiere e ha raccolto un campione di terreno
che i lavori hanno “scorticato” dalla colmata, terreno che verrà analizzato nei
prossimi giorni.
Specifichiamo che l’ultima foto che vedete in questa galleria non è un refuso
redazionale o un bug del nostro sito: dal momento che ritenevamo umiliante
controbattere alle polemiche con cui la struttura commissariale, la stampa e la
politica locale hanno cercato di screditare il corteo facendo leva su una
scritta in bomboletta spray apparsa su uno dei muri che proteggono il cantiere,
abbiamo preferito mettere a diretto confronto le immagini di un corteo di
migliaia di persone, che non ha neppure in un secondo ceduto alle provocazioni
delle forze dell’ordine, con la goffaggine del potere e dei suoi servi sciocchi,
che in mancanza di altri appigli non hanno avuto altra possibilità che una
scritta sul muro per controbattere alla determinazione degli e delle abitanti
del territorio. A questo link potete visualizzare inoltre un post Facebook con
cui gli attivisti di uno dei gruppi parte della Rete No America’s Cup ha scelto
di prendere a sua volta a ridere questo imbarazzante tentativo.
(disegno di diego miedo)
Riprendiamo il filo tracciando gli elementi essenziali di questi mesi trascorsi
ancora all’interno di questa strana camera iperbarica.
Il tempo del processo a breve segnerà una nuova sequenza in cui verranno
esaminati i testimoni delle difese degli imputati. In questo lasso temporale, in
cui abbiamo osservato la deposizione degli accusati che hanno prestato il
consenso a sottoporsi alle domande delle parti sono emersi con evidenza i
passaggi operativi della Mattanza. I poliziotti di Santa Maria hanno tentato
invano di scaricare la responsabilità sui colleghi del Gruppo d’Intervento
Rapido e sugli altri provenienti da altri istituti per dare una mano. Tentativi
inutili di fronte all’evidenza delle dichiarazioni, anche poste ingenuamente
come quella dell’agente che ha dichiarato di aver indossato per l’occasione le
scarpe da ginnastica perché aveva capito l’obiettivo reale della perquisizione
straordinaria e con la gomma (forse) avrebbe inferto colpi meno importanti. Ci
sono state confessioni evidenti, una proviene da un agente di Santa Maria che ha
operato il 6 aprile 2020:
Presidente: no, perché io cercavo di capire il suo racconto, cercavo di seguire
il suo racconto quando lei diceva di avere ecceduto, allora il pubblico
ministero le faceva le domande in relazione al livello della forza che lei ha
utilizzato per i colpi, io invece le chiedevo se questo eccesso lei lo individua
anche rispetto al colpire persone un po’ alla cecata, mi passi il termine, cioè
anche indipendentemente…
Imputato: no, chiunque in quel momento faceva anche una mezza azione anche
insignificante, cosa, io colpivo. Presidente: quindi questo è l’eccesso.
P.M.: senta, mi scusi, non siamo riusciti a capire, io le ho chiesto il numero
orientativo di persone che ha picchiato, non ho capito se… perché sa, uno riesce
pure a dire 10, 30, 50, 100, 1000, insomma.
Imputato: no.
P.M.: c’è la possibilità di fare queste considerazioni?
Imputato: no, in quel momento non riuscivo a capire niente, non riuscivo a
contare le persone, non riuscivo a calcolare le persone, non ho idea.
…
Presidente: va bene, non ci sono altre domande. Le parti civili? Nessuna
domanda. Le difese. Chi deve fare domande? Nessuno?
Imputato: dottoressa, ribadisco il mio perdono, perdonatemi per quello che ho
fatto.
Presidente: sì, abbiamo inteso.
Imputato: perdonatemi tutti quanti, vi chiedo scusa a tutti per quello che è
accaduto.
Per noi è necessario ribadirlo per non perderne memoria: il personale del
carcere ha reclamato la rappresaglia già dal 5 aprile sera, dopo la mediazione
conclusa in modo pacifico con i detenuti del reparto Nilo. Così il potere
penitenziario regionale si è mosso rapidamente per non perdere il fronte
interno, scomposto e scollegato dal comando. Tutti ne erano al corrente, i
messaggi tra il provveditore dell’amministrazione in carica durante gli anni
dell’emergenza pandemica, Antonio Fullone (premiato per la carriera e
ricompensato perché ora direttore della Scuola Superiore dell’esecuzione penale
“Piersanti Mattarella”) e il capo del Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria del governo Conte, Francesco Basentini, sono a nostro giudizio
prova evidente:
Parte Civile: Non so se – dicevo – possiamo dare per scontato il contenuto dei
messaggi che lei ha inoltrato al dottor Basentini il 5 e il 6 aprile oppure
vuole che li rilegga un attimo? Devo porre delle domande su questi.
Imputato: magari se me li rilegge nel momento in cui fa la domanda, posso essere
più preciso.
Presidente: quelli che lei ritiene di chiamare.
Parte Civile: benissimo, vado rapido. Allora il 5 aprile risulta che lei scrive
al dottor Basentini alle 23:51, quindi al termine della protesta del 5 aprile:
“Dobbiamo chiudere l’emergenza sanitaria e il rischio contagio ci dà un’ottima
motivazione”. Il dottor Basentini le risponde: “Antonio, aspettiamo cosa dice il
ministro, non vorrei che…”. “Va bene”. Il 6 aprile alle 16:48 lei scrive al
dottor Basentini: “Buonasera capo, è in corso perquisizione straordinaria con
150 unità provenienti dai Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel
reparto dove si sono registrati i disordini, era il minimo segnale per
riprendersi l’Istituto, forse le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori
regione, il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire
l’occasione di chiudere temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria
ovviamente, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”.
“Hai fatto benissimo”, risponde il dottor Basentini.
__________________________
QUI le puntate precedenti del Diario
(foto di mattia crocetti)
Bagnoli, dove eravamo rimasti? Più o meno qui, con un quartiere già provato da
una pesante crisi bradisismica che le istituzioni locali e nazionali hanno
affrontato con irritante passività, e che si appresta a fronteggiare una nuova
emergenza, definita dal professore Benedetto De Vivo (geologo), tra i massimi
studiosi del territorio, “un disastro ambientale annunciato”.
Eppure, nel frattempo, di cose ne sono successe abbastanza per scriverci un
libro.
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PIÙ RECENTI
Da circa due mesi sono incominciati i lavori sulla colmata a mare, la gigantesca
superficie (circa otto campi di calcio regolamentari) contaminata da idrocarburi
policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB), composti pericolosissimi
che le operazioni in corso stanno liberando nell’aria per permettere una nuova
cementificazione, al fine di costruire un porto a beneficio dell’inutile
America’s Cup.
Dall’inizio di gennaio centinaia di camion ogni giorno attraversano le strade di
Bagnoli, creando disagi di ogni tipo: alla viabilità, per esempio, intasando a
tutte le ore persino le arterie più larghe, in un territorio che ha il
bradisismo come fenomeno peculiare (è facile immaginare il panico che potrebbe
scatenarsi in caso di nuove scosse, ma d’altronde non è la prima volta che la
giunta Manfredi si affida al fato su questo tema e intraprende l’incrocio delle
dita come azione politica più concreta); oppure all’ambiente, considerando lo
smog e la quantità di polveri sottili che non solo si innalzano dalla colmata,
ma che vengono trasportate su e giù tra Bagnoli e Agnano, talvolta con coperture
approssimative; e ancora al benessere mentale degli abitanti del quartiere, che
oltre al traffico devono fare i conti con rumori insostenibili dall’alba al
tramonto, con voragini stradali, con palazzi sempre più provati perché in ogni
lingua ci hanno detto, negli ultimi ventiquattro mesi, che non è una scossa per
quanto forte a fare tanti danni, ma la somma delle vibrazioni che li sollecitano
(tipo quelle provocate da tir stracarichi di materiale).
Da un paio di settimane il quartiere si è organizzato. Ogni volta che possono,
all’alba, gruppi di abitanti fermano il passaggio dei camion per qualche ora,
facendo grande attenzione a non creare danni agli altri residenti, che vengono
fatti passare e che infatti spesso solidarizzano e approvano (l’azione si
interrompe spontaneamente poco dopo le sette, quando il traffico legato
all’ingresso a scuola e al lavoro potrebbe altrimenti impazzire). Gli abitanti
si sono messi in rete coinvolgendo tutti gli interessati, dagli ottantenni ai
sedicenni, hanno costituito un presidio permanente, hanno organizzato
manifestazioni, rilasciato interviste, boicottato un incontro-farsa in
prefettura e soprattutto indetto una grossa manifestazione cittadina per
dopodomani, sabato 7 febbraio. I loro obiettivi sono chiari: sul lungo termine,
impedire che con il pretesto della Coppa America i piani urbanistici sul
quartiere vengano ridotti a carta straccia; sul breve, fermare immediatamente
questi lavori che definiscono “della vergogna”.
(foto di mattia crocetti)
I LAVORI DELLA VERGOGNA
Riguardo al rischio ambientale, al netto delle posizioni specifiche della
comunità scientifica, pare di capire che non faccia molta differenza tra tombare
(sul serio, non come stanno facendo) la colmata e rimuoverla attraverso tecniche
all’avanguardia come il desorbimento termico in situ (ovvero, prima
decontaminarla sul posto e poi smontarla pezzo dopo pezzo). Per cui bisogna dire
chiaramente che se il sindaco-commissario non vuole rimuoverla non c’entra
niente il rischio ambientale, che sarebbe bassissimo con le tecniche citate: è
perché non vuole la lunga spiaggia pubblica da Nisida a Pozzuoli, ma vuole una
gigantesca piattaforma di cemento dove fare un porto per yatch o uno spazio
appetitoso per organizzatori di grandi eventi privati (coppe di vela, festival
della mozzarella, tornei di golf, concerti a pagamento, con tanti saluti alla
restituzione del territorio agli abitanti). Non regge il motivo economico,
perché è dimostrato che i costi sarebbero ampiamente sostenibili con le risorse
stanziate, né la grottesca scusa dei camion, prodotta ad arte qualche mese fa,
che andrebbero in giro per il quartiere per anni a creare disagi; in primo luogo
perché questo sta accadendo anche senza rimuoverla, anzi dai calcoli dei
comitati risulta che vi sia una movimentazione di materiale che avrebbe potuto
nello stesso tempo smontare quasi metà della colmata; in secondo luogo perché
esistono numerosi accordi passati che prevedevano lo spostamento della colmata
rimossa via mare, senza che nessun problema fosse creato all’abitato.
Il vero tema ambientale non è quindi la permanenza o meno della colmata, ma la
tecnica scelta per la sua messa in sicurezza, il desorbimento termico ex situ:
si prendono le parti parzialmente rimosse, si lasciano esposte per un po’ agli
agenti atmosferici (vento e pioggia forte, in questi giorni) e quando
evidentemente si ritiene che abbiano fatto abbastanza danni si portano via sui
camion. Per De Vivo, quella dell’ex situ è già di per sé una scelta non
opportuna a Bagnoli: questa tecnologia è infatti vietata in tutto il mondo nelle
aree urbanizzate, come è il caso appunto di Bagnoli (e dei quartieri limitrofi:
Cavalleggeri, Fuorigrotta, Posillipo) e Pozzuoli. Questa scelta, diventa
addirittura «scellerata quando effettuata in prossimità del mare», attraverso
lavori «che dovrebbero comportare un intervento da parte delle autorità preposte
al controllo dei rischi sanitari-ambientali, rischi che si configurano per le
operazioni che con molta leggerezza e superficialità si stanno portando avanti».
Il rischio sono ancora i famosi IPA e PCB che stanno dentro la colmata, e che si
stanno disperdendo nell’aria a ridosso della costa, entrando in contatto con
elementi quali il cloro e il mercurio e lo stagno (naturalmente presenti in
un’area vulcanica e marina) con un’alta possibilità di formare diossine, e gli
ancora più pericolosi dibutil e tributil-stagno e metil-mercurio, tra lesostanze
cancerogene più letali in assoluto. Eppure, o forse proprio per questo, la
struttura commissariale si è guardata bene dal sottoporre i lavori all’ordinaria
Valutazione di impatto ambientale, nascondendosi dietro un semplice parere di
non assoggettabilità fornitogli dal ministero. Né meglio fanno gli organi di
controllo: l’Arpac ci comunica lo sforamento delle polveri sottili, ma né lei né
l’Asl si preoccupano di analizzarle, rischiando evidentemente di scoprire che vi
sia un’alta concentrazione di IPA e PCB, che presupporrebbe l’immediato stop ai
lavori che chiedono gli abitanti.
(foto di mattia crocetti)
Che fare, allora? Il movimento contro la Coppa, e contro questi devastanti
lavori, sta acquisendo consenso e visibilità. A mostrarlo non sono soltanto le
interviste, le pacche sulle spalle nel quartiere, quanto piuttosto il patetico
storytelling di regime messo in campo negli ultimi giorni, che ha il compito di
produrre precise risposte (inconsistenti, per chi conosce la questione) alle
obiezioni degli abitanti, e l’attivazione delle solite truppe cammellate del
territorio, che si agitano da settimane sui social network e organizzano eventi
propagandistici come questo di cui sono stati protagonisti la vicesindaca Lieto
(mandata allo sbaraglio dal sindaco in prefettura a inizio settimana, a
prendersi la porta chiusale in faccia dai comitati) e il sempre arrogante vice
commissario De Rossi.
La manifestazione del 7 sarà uno spartiacque, in qualsiasi forma si articoli. È
una manifestazione a cui parteciperanno attivisti di ogni quartiere della città
ma soprattutto abitanti bagnolesi di ogni età ed estrazione sociale. Già questo
sarebbe un grande successo, considerando la macchina della propaganda che questo
genere di eventi produce, ma un successo non sufficiente. L’obiettivo dev’essere
fermare il nuovo disastro ambientale, e considerando il potere che la legge ha
fornito all’autocrate Manfredi, non c’è altro modo che la piazza. (riccardo
rosa)
_________________________
¹ Un articolo scientifico (De Vivo et al., 2026, su J. Geochemical Exploration)
sulla tematica della rigenerazione del brownfield site di Bagnoli è in stampa a
cura del prof. De Vivo, con i suoi collaboratori.
(immagine da: il grande gioco. milano-cortina, il rovescio delle medaglie)
Dal 6 al 22 febbraio 2026 Milano e parte dell’arco alpino tra la Valtellina e
Cortina d’Ampezzo ospiteranno la venticinquesima edizione dei Giochi olimpici
invernali. Un grande evento su cui si è scatenata una fitta propaganda secondo
cui le Olimpiadi sarebbero un’occasione unica per lo sviluppo dei territori
coinvolti e la crescita della reputazione turistica dell’Italia.
Memori di Expo2015, associazioni, comitati e collettivi attivi tra montagne e
città, tra cui Off Topic, hanno elaborato negli ultimi anni un discorso
critico sulle nocività connesse al grande evento, in opposizione alle narrazioni
dominanti. Osservando il recente passato, il presente e le ipotesi di futuro di
territori divenuti mera scenografia olimpica si vedono in azione logiche
speculative volte a massimizzare il consumo di suolo, aumentare le
disuguaglianze e far perdere terreno a quel che resta della città pubblica.
L’esigenza di organizzarsi contro il modello di sviluppo connesso con i Giochi
olimpici e per uno sport che sia veramente popolare ha dato vita al Comitato
Insostenibili Olimpiadi (CIO), che da tre anni
promuove analisi e mobilitazioni tra Milano e l’arco alpino.
Tra le principali criticità individuate nel dossier olimpico: sette miliardi di
euro di investimenti prevalentemente pubblici utili a foraggiare il privato – a
Milano, il dominus COIMA ma anche Covivio, Prada e CTS Eventim – e che
rispondono solo in minima parte alle istanze degli abitanti. Grandi
infrastrutture per il trasporto su gomma che rendono più semplice il trasporto
merci e l’accesso alla montagna per chi vive in città, ma che in larga parte non
saranno nemmeno pronte per le Olimpiadi. E ancora: nessun nuovo impianto
sportivo lasciato in eredità, nessuna nuova pista del ghiaccio, un piano di
smantellamento della società comunale MilanoSport e di vari impianti pubblici a
favore di un modello di pratica sportiva intesa come fitness e wellness a caro
prezzo. Un’idea di performance individuale a discapito di occasioni per creare
comunità e relazioni attraverso uno sport che sia accessibile e popolare. Questo
grande evento, come altri che l’hanno preceduto, conferma di essere uno
strumento di erosione del diritto alla città e di semplificazione procedurale di
opere complesse per le quali, nella maggior parte dei casi, non si richiede
nemmeno di presentare valutazioni sull’impatto ambientale.
UN FILM E UNA RETE
Nell’indagare questi temi, il CIO si è interrogato su quali strumenti fossero
più adatti per realizzare un’iniziativa che potesse coinvolgere la popolazione
interessata dagli impatti delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e non solo gli
addetti ai lavori. È nata così la proposta di realizzare un prodotto audiovisivo
in grado di svilupparsi insieme al percorso politico e capace di suscitare
curiosità per il tema. Un’occasione per accrescere la rete di relazioni senza la
quale ogni attività che si ritiene di base diventa mera questione da tavolo. Il
laboratorio per la realizzazione di un film sulle Olimpiadi, proposto in seno a
Off Topic e sviluppato nell’alveo del CIO, si è interrogato fin dall’inizio
sulle possibili forme del prodotto, cercando di rendere possibili anche le
ipotesi più fantasiose. Il campo da gioco che ha ospitato la realizzazione del
film si è definito fin da subito nella dialettica realtà/finzione, promozione
territoriale/bisogni dei cittadini, barbarie/soluzioni percorribili. Nel far
west del liberalismo gli attori che hanno promosso quest’avventura hanno
intrapreso duelli contro personaggi di finzione prodotti dalla rigenerazione
urbana, hanno risignificato porzioni di territorio e hanno camminato sui
sentieri tortuosi della sfiducia nel presente e nel futuro, così come su quelli
reali dei territori investiti delle Olimpiadi.
Davanti alla campagna propagandistica a cinque cerchi atta a vendere
un’ideologia esposta in forma di render, la scommessa è stata come presentare la
parte di realtà nascosta, sottovalutata o contraffatta. La città brillante e
verticale presentata tramite i render posizionati sul perimetro dei cantieri dei
grandi progetti ha lasciato il posto alle zone d’ombra, ai palazzi e alle
strutture abbandonate, ai nuovi quartieri in cui vecchi e nuovi abitanti si
incrociano mettendosi in relazione. All’idea della città dei grattacieli con
quartieri attrattivi abbiamo contrapposto l’abbandono di strutture frutto non
dell’apocalisse zombie ma della fine dell’intervento pubblico a fini
redistributivi.
(il grande gioco. milano-cortina: il rovescio delle medaglie | trailer)
Mentre il progetto avanzava abbiamo conosciuto le storie del comitato abitanti
zona 4 e di altri quartieri popolari coinvolti, dei piccoli commercianti, degli
occupanti della piscina Scarioni, dei partecipanti al World Congress for Climate
Justice. Ci siamo interfacciati con le associazioni dei territori montani per
comprendere e comunicare un disagio nato dall’ingerenza della città e dei suoi
bisogni sul fragile equilibrio montano. Abbiamo trovato ovunque spunti in grado
di arricchire le mobilitazioni del CIO. Abbiamo appreso cose nuove da nuovi
punti di vista, anche in dialogo con volti più noti della critica alle politiche
urbane o per le terre alte come Duccio Facchini, Lucia Tozzi e Marco Albino
Ferrari, presenti nel film.
Il documentario Il Grande Gioco, reso possibile grazie a una raccolta fondi e
ora distribuito da OpenDDB, è l’esito di un processo partecipato anche da chi
non ha avuto la possibilità di seguire ogni passo della realizzazione, ma che in
questo modo si è avvicinato alla mobilitazione. Proprio la presentazione del
film in città e territori coinvolti dalle Olimpiadi e più in generale in tutto
il Nord Italia a partire dallo scorso dicembre, con fughe che hanno raggiunto
anche la dorsale appenninica fino a Roma, ha dato slancio al percorso politico
sviluppato intorno ai temi del diritto alla città, del valore dello sport
popolare e del rispetto per i territori montani. A oggi contiamo quasi cinquanta
proiezioni. L’intenzione, superato l’appuntamento olimpico ormai alle porte, è
di proseguire il viaggio in altri territori in lotta in Italia e non solo.
VERSO LE UTOPIADI
Nell’autunno 2024 il CIO ha promosso la prima edizione delle Utopiadi attraverso
una serie di mobilitazioni e l’occupazione temporanea di un importante impianto
sportivo in disuso. ll riferimento sono le Utopiadi che si sarebbero dovute
svolgere a Barcellona nel 1936, come esplicita critica alle Olimpiadi
organizzate per quell’anno a Berlino, nel contesto del Terzo Reich. Le Utopiadi
di Barcellona non videro la luce a causa del golpe franchista e dell’inizio
della guerra civile in Spagna, ma l’impresa ha continuato a ispirare movimenti
di critica e contestazione ai Giochi olimpici ufficiali. Per questo il CIO
promuove una nuova edizione delle Utopiadi per le giornate dal 5 all’8 febbraio,
a Milano, con contestazioni diffuse, parate di quartiere, un corteo
nazionale contro le Olimpiadi e la loro eredità e due giornate dedicate
allo sport popolare.
Le Utopiadi si propongono come momento di convergenza per i movimenti che
desiderano andare in direzione opposta rispetto al nuovo ciclo economico
condotto da poteri repressivi, razzisti e bellicisti, che non offrono spazio ad
alcun contradditorio e hanno disseminato nelle due settimane olimpiche chiusure
di scuole, imposizione della DAD, protocolli sindacali che rendono tecnicamente
impossibili gli scioperi, come nel caso di ATM, e zone rosse a delimitare
confini interni alla propria città. Dal 5 febbraio, data in cui inizieranno le
contestazioni in città, fino all’8, data di chiusura delle Utopiadi, attendiamo
a Milano tutte le persone che hanno intenzione di ricostruire un mondo in cui le
macerie si accumulano, che a parole difende la pax olimpica ma che nei fatti si
presenta con la sua faccia da guerra. Estendiamo quindi l’invito ad attraversare
le Utopiadi e costruire con noi comunità resistenti: contro Daspo urbani e zone
rosse, sicurezza “privatizzata” in mano all’ICE e alle polizie militari di mezzo
mondo, scuole chiuse e divieto di sciopero per non disturbare il grande evento e
il suo turismo tossico. Riprendiamoci la città, liberiamo le montagne. Le nostre
vite non sono un gioco! (laboratorio politico off topic)
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QUI il comunicato di lancio delle Utopiadi e aderire al corteo nazionale di
sabato 7 febbraio
È in libreria dall’inizio di questa settimana, a Napoli e presto in altre città
italiane, Le avventure della città di Santa Chiara e dei suoi abitanti (Monitor
edizioni, 76 pagine, 10 euro), un libro a fumetti di Diego Miedo.
Lo trovate qui (elenco in aggiornamento):
NAPOLI
Dante & Descartes, piazza del Gesù, 14
Tamù, via Santa Chiara, 10
L’ibrido, via Nilo, 29
Oblomova, via San Sebastiano, 20
Oppure potete acquistarlo cliccando qui sotto:
(le spedizioni sono effettuate con
raccomandata tracciabile di Poste Italiane)
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