(disegno di martina di gennaro)
Ci sono malattie che arrivano durante la detenzione e altre che la detenzione
accompagna per anni. Ci sono terapie che entrano nelle cartelle cliniche, si
ripetono nelle prescrizioni e diventano parte della vita quotidiana. Poi ci sono
i trasferimenti, le pratiche amministrative, i documenti che viaggiano da un
istituto all’altro. A volte è proprio lì, negli ingranaggi più ordinari
dell’amministrazione penitenziaria, che una vicenda apparentemente poco
significativa finisce per raccontare qualcosa di molto più grande.
È il caso di Tommaso Costa, sessantasei anni, detenuto da quasi venti e oggi
ristretto presso la Casa di reclusione di Milano Opera in regime di 41-bis.
Costa convive con la sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che
provoca una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione
sanitaria in possesso dell’associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015,
terapie e presìdi utilizzati per il trattamento della malattia, tra cui
Plaquenil, saliva e lacrime artificiali. Una documentazione che per anni ha
accompagnato il percorso del detenuto: la necessità di cure continue non risulta
essere stata mai messa in discussione. Secondo quanto riferito dal figlio e
tutore legale di Costa, tuttavia, dopo il trasferimento dal 41-bis di Viterbo a
quello di Milano Opera sarebbe emersa una difficoltà nell’accesso al collirio
utilizzato per il trattamento della xeroftalmia associata alla patologia. La
motivazione consisterebbe in una presunta incompletezza della documentazione
sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza.
A prima vista, questa potrebbe sembrare una questione burocratica. Un documento
mancante, una pratica da verificare, un passaggio amministrativo da chiarire. Ma
per una persona detenuta non esistono questioni amministrative neutre. Chi vive
in carcere non può avere personalmente accesso alla propria documentazione
clinica, non può verificare il percorso di una pratica, non può rivolgersi
autonomamente a un altro medico o a un’altra struttura. La dipendenza
dall’amministrazione esiste fin dal primo giorno di detenzione, ma quando gli
anni diventano venti e alla detenzione si accompagnano una malattia cronica e
terapie continuative, il peso di questa dipendenza diventa ancora più evidente.
Se qualcosa si interrompe, se un documento non arriva, se una procedura si
inceppa, è il detenuto a subirne le conseguenze.
Secondo quanto denunciato dal figlio di Costa, non risulterebbe nel caso
specifico alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata
autorizzazione del presidio terapeutico. Per questa ragione una diffida è stata
trasmessa alla direzione della Casa di reclusione di Opera chiedendo chiarimenti
sulla vicenda e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto.
La questione, per quanto grave, e con pesanti conseguenze sul diritto alla cura
di una persona, non riguarda naturalmente soltanto il collirio: una decisione
che non viene formalizzata è una decisione difficile da conoscere, comprendere e
contestare. Per una persona detenuta, conoscere l’esistenza e le ragioni di un
eventuale provvedimento di diniego è il primo passo per poter attivare gli
strumenti di tutela previsti dall’ordinamento, compreso il ricorso al magistrato
di sorveglianza. Quando invece, come spesso accade, una decisione resta
confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza:
diventa più difficile esercitare i diritti di difesa e controllo che
l’ordinamento riconosce.
Non è la prima volta che come associazione riceviamo segnalazioni di questo
tipo, riguardanti il carcere di Opera, da parte di familiari, avvocati e persone
detenute. In più occasioni queste hanno riguardato decisioni che incidevano
pesantemente sulla vita detentiva e rispetto alle quali veniva denunciata
l’assenza di un provvedimento formale di diniego. È anche per questa ragione che
la vicenda di Tommaso Costa non si è fermata alla diffida trasmessa dal
familiare: a seguito della documentazione acquisita e delle criticità segnalate
abbiamo trasmesso segnalazioni alle autorità competenti chiedendo accertamenti
sulla continuità terapeutica del detenuto, sulla gestione della documentazione
sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Opera, sulle ragioni della
mancata autorizzazione del presidio terapeutico e sull’eventuale esistenza di
provvedimenti formali.
Emergono da questa vicenda, però, ancora altre questioni. La prima è quella
relativa al tempo. Quando si parla di 41-bis si discute quasi sempre di
sicurezza, di proroghe, di organizzazioni criminali e di esigenze investigative.
Molto più raramente si parla del tempo. Eppure il tempo è probabilmente
l’elemento più concreto di tutti. Diciannove anni e mezzo non sono un dato
statistico. Sono una parte enorme di una vita. Sono anni durante i quali una
persona invecchia, si ammala, sviluppa patologie croniche e accumula fragilità
che nessun provvedimento amministrativo può fermare. Non è un dettaglio
secondario. Molte delle persone che oggi si trovano nelle sezioni di 41-bis vi
trascorrono anni, spesso decenni, della propria vita. Molte hanno ormai
raggiunto un’età avanzata, vi sono detenuti addirittura ultraottantenni e
ultranovantenni. Il tema della salute, dell’invecchiamento e della non
autosufficienza non rappresenta quindi una questione marginale, ma una realtà
ormai centrale all’interno del circuito del 41-bis.
Le vicende emerse negli ultimi anni sono molto diverse una dall’altra e non
possono essere sovrapposte né semplificate. Hanno però contribuito a portare in
primo piano una questione che per lungo tempo è rimasta ai margini del dibattito
pubblico: che cosa accade quando una persona trascorre decenni della propria
vita in detenzione mentre il corpo invecchia, la malattia avanza e le fragilità
aumentano? Le condizioni cliniche di questi detenuti sono diverse una
dall’altra, così come diverse sono le vicende personali e giudiziarie. Esiste
però un filo che le attraversa tutte: il modo in cui il tempo, la malattia e la
detenzione finiscono per intrecciarsi quando una persona trascorre decenni
all’interno di questo regime. Nelle sezioni di 41-bis ci sono uomini e donne che
vi trascorrono una parte enorme della propria esistenza. Anni che diventano
decenni. Decenni che diventano vecchiaia. C’è chi riesce a uscirne e chi non ne
esce affatto. C’è chi si ammala gravemente, chi muore durante la detenzione dopo
percorsi segnati dalla malattia, anche quando da tempo vengono denunciate
condizioni fisiche sempre più compromesse e incompatibili con la detenzione. C’è
chi arriva a convivere con patologie che consumano lentamente il corpo, con
ferite che peggiorano, infezioni che avanzano, arti divorati dalla malattia fino
a conseguenze irreversibili. C’è chi arriva alla fine della propria vita
logorato da malattie degenerative, fino a non riconoscere più le persone che ha
davanti, a non riuscire più a nutrirsi autonomamente, a dipendere dagli altri
perfino per i gesti più elementari della quotidianità. Ci sono persone
paraplegiche che continuano a vivere in questo regime torturatorio pur
necessitando di cure riabilitative costanti. Ci sono persone affette da
patologie gravissime che continuano a essere ritenute compatibili con la
detenzione nonostante il progressivo aggravarsi delle loro condizioni, e
nonostante le contestazioni avanzate da familiari, difensori, medici e
associazioni.
Si potrebbe continuare ancora, ma il punto è chiedersi, piuttosto, cos’è che
viene realmente valutato quando il potere decide dei destini di queste persone.
Se ha un peso la malattia che avanza o se a contare è solo la storia giudiziaria
che quella persona, a dispetto del passare dei decenni, continua a trascinarsi
dietro di sé. Questa domanda attraversa molte delle vicende emerse negli anni
attorno al 41-bis e continua a riemergere ogni volta che una firma in coda a un
documento stabilisce la compatibilità tra una condizione di salute gravissima e
la prosecuzione della detenzione. È dentro questa realtà che si colloca la
vicenda di Tommaso Costa, e proprio per questo sarebbe un errore considerarla
soltanto la storia di un collirio o di una pratica amministrativa. (luna
casarotti, yairaiha ets)
A proposito di questa vicenda, Giampietro Costa, figlio e tutore legale di
Tommaso, ha voluto affidare a Yairaiha una riflessione sulla vicenda: “Il 41-bis
è davvero efficace? Serve davvero a evitare contatti con i sodali all’esterno e
a impedire che vengano impartiti ordini? Se così fosse, mi chiedo per quanto
tempo debba essere applicato. Insieme a queste domande me ne vengono molte altre
su questa misura e sulle ragioni per cui continua a essere applicata,
considerato che mio padre è rinchiuso al carcere duro da circa diciannove anni e
mezzo, è gravemente malato e continua a proclamare la propria innocenza. È un
grido che rimbomba sempre di più nella mia testa. Mio padre è stato condannato
all’ergastolo per un omicidio del quale si è sempre dichiarato innocente. In
altri due processi nei quali era imputato, sempre per omicidio, è stato invece
assolto perché non aveva commesso il fatto. Mi chiedo come il carcere possa
davvero rieducare una persona se le viene negato il diritto alla salute. Come
possa favorire il reinserimento quando si è esclusi da ogni forma di socialità.
Potrei scrivere mille pagine su questo argomento. Mi limito ad aggiungere che
spero, un giorno, per tutti i detenuti, il carcere possa essere davvero un luogo
in cui chi ha sbagliato sconta una pena, ma non viene privato della possibilità
di una seconda opportunità”.
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di roberto-c.)
Il 9 luglio a Roma un picchetto nel quartiere Garbatella ha costretto
l’ufficiale giudiziario a rinviare lo sfratto di una donna di oltre cento anni
di età. A ordinarne l’espulsione è Francesco Gaetano Caltagirone, il quinto uomo
più ricco d’Italia e principale palazzinaro della capitale. La tragedia non è
solo l’età avanzata della donna, ma anche il fatto che fino a dieci anni fa il
suo appartamento era vincolato a un uso sociale: lo stato obbligava la
proprietà, Cassa Forense, a mantenere gli affitti accessibili. Quasi novantamila
appartamenti della capitale erano tutelati da questi vincoli: erano le case
degli enti previdenziali, un patrimonio di edilizia calmierata che garantiva un
alloggio anche a chi non poteva accedere al mercato privato. Dagli anni Novanta
quasi tutte queste case sono state liberate dai vincoli e una parte importante è
finita nelle mani di banche e speculatori. Caltagirone ha acquisito centinaia di
appartamenti di Cassa Forense; ha alzato gli affitti e ha cacciato chi non
poteva pagare, per trasformare alcuni di questi palazzi in studentati privati.
Gli studentati sono finanziati dal Pnrr, quindi l’imprenditore può aspirare a
soldi pubblici dopo essersi preso delle case tutelate dallo stato.
Come spiega Manuel Aalbers in un recente rapporto all’Ue, la via principale con
cui i grandi speculatori riescono a fare enormi profitti sugli immobili
residenziali oggi è proprio attingendo allo stato. La proprietà immobiliare è
ancora troppo diffusa per mettere insieme un patrimonio abbastanza grande da
produrre rendite rilevanti sui mercati finanziari; bisognerebbe comprare le case
una a una, e ci vorrebbero anni. Attaccando il patrimonio pubblico, o
semipubblico – i grandi patrimoni municipali come Deutsche Wohnen in Germania, o
previdenziali come Enasarco in Italia –, e trasformandolo in fondi privati,
riescono a prenderne grandi quantità tutte insieme. Le nuove mani sulla
città sono spesso anche le vecchie mani, i grandi palazzinari di una volta; ma
il loro gioco è nuovo. Non si punta più solo a costruire per vendere o
affittare, bensì a prendersi lo stato. In un libro scritto con Chiara Davoli
abbiamo usato il concetto di “cattura del regolatore” per descrivere questo
processo: i privati puntano a catturare le strutture che dovrebbero regolarli.
Social housing, finanza a impatto sociale, concessioni straordinarie, interesse
pubblico, filantropia capitalista: oggi il lavoro principale dello stato non è
regolare l’estrazione di valore da ogni aspetto della vita pubblica, bensì
facilitarlo il più possibile.
Questo è il ruolo storico della giunta Gualtieri a Roma. Il modello Milano è
approdato nella capitale, ricompattando le élite su leggi speciali,
commissariamenti, deroghe e varianti che permettono di scavalcare tutte le
regole e i controlli sui beni collettivi. Così, tutti i progetti del “modello
Giubileo” implicano procedimenti straordinari affinché dei grandi speculatori
traggano profitti da beni pubblici. Grazie ai poteri speciali conferiti da
Draghi a Gualtieri per il Giubileo, il fondo texano Hines prende in concessione
gli ex Mercati generali sull’Ostiense e la Royal Caribbean fa un porto privato
su terreni demaniali di Fiumicino. Grazie a Cassa Depositi e Prestiti, la Coima
di Manfredi Catella avrà le ex caserme Guido Reni a Flaminio; grazie al
commissario agli stadi, i Friedkin costruiranno un complesso sportivo privato da
sessantamila posti su un’area naturale pubblica a Pietralata. Questi miliardari
potrebbero comprarsi tutti i terreni e i palazzi che vogliono, ma puntando allo
Stato li ottengono gratis a spese della collettività. Sui ventisette ettari di
Pietralata ceduti per novant’anni, il Friedkin Group di San Diego calcola di
guadagnare centocinquanta milioni l’anno, ma al Comune ne pagherà
sessantaseimila: duecento euro al mese per ogni ettaro di terreno. È un furto ai
danni dell’intera città, ma nel discorso pubblico delle classi dirigenti diventa
“valorizzazione”, “rigenerazione”.
Alla luce di questa premessa possiamo raccontare le tre polemiche romane di
quest’estate, per chi non ha avuto la fortuna di seguirle giorno per giorno. La
prima è sulla trasformazione del convento di via di Sant’Ambrogio in una scuola
privata ebraica. La seconda è il dibattito sul concorso di idee “Roma
Regeneration”. La terza riguarda la controversia tra il sindaco Gualtieri e
Valerio Carocci del Cinema America. Sembrano storie diverse, ma appartengono
alla stessa logica di delega del pubblico al privato – privato speculativo,
privato religioso, privato sociale –, che la sinistra municipale ha trasformato
in una macchina per dispensare soldi e potere sulle spoglie della città
pubblica.
DA BENE PUBBLICO A SCUOLA PRIVATA
Cominciamo dal caso più scandaloso, quello dell’ex-Rialto Sant’Ambrogio dietro
piazza delle Tartarughe. Questo edificio monumentale al centro del ghetto
ebraico, tra piazza Venezia e largo Argentina, a fine anni Novanta era stato
dato in gestione agli occupanti di un cinema abbandonato in pieno centro, il
Rialto. Per riprendere il cinema (che resterà poi chiuso per altri ventisei
anni), la giunta Veltroni incluse il convento nella famigerata delibera per
l’assegnazione del patrimonio pubblico a usi sociali. Per quindici anni, il
Sant’Ambrogio fu la sede del collettivo teatrale dell’ex-Rialto e di altre
associazioni tra cui il Forum dei movimenti per l’acqua, che vi organizzò il
famoso referendum del 2011, e il Circolo Gianni Bosio, che vi creò una scuola di
musica popolare. Nel 2017 il palazzo fu sgomberato. Come per quasi tutti i
progetti interessati dalla delibera, la giunta non aveva completato i tramiti
per la cessione, e il commissario Tronca multò le associazioni per centinaia di
migliaia di euro di mancati introiti per lo stato. Si garantì però che il
Sant’Ambrogio sarebbe stato assegnato alla Soprintendenza per i beni culturali,
restituendolo almeno alla sua finalità pubblica.
Dopo un decennio, tuttavia, la giunta Gualtieri ne ha annunciato la cessione
gratuita e senza bando alla comunità ebraica romana, che vi farebbe sorgere una
scuola privata confessionale. Se le associazioni no profit furono multate per
quindici anni di mancati affitti, la scuola privata avrà il palazzo gratis per
mezzo secolo. Inoltre, di tutte le comunità religiose della capitale interessate
ad aprire scuole confessionali, la giunta ha scelto proprio quella che
rappresenta l’ebraismo sionista, e che ha sempre sostenuto senza
condizioni Israele e i suoi crimini. Una beffa, soprattutto di fronte
alle sedicimila firme raccolte per la rescissione degli accordi del Comune con
Israele. La questione si fa ancora più drammatica quando un’inchiesta rivela che
i fondi per ristrutturare il convento provengono da un imprenditore
ucraino-israeliano del gioco d’azzardo, Uri Poliavich, che gestisce siti di
scommesse proibiti nell’Unione europea. Sfruttando la ludopatia, Poliavich ha
creato una fondazione che ha aperto scuole ebraiche private in diversi paesi. In
un’intervista recente l’imprenditore dichiara che l’obiettivo delle sue scuole è
spingere i giovani ebrei a trasferirsi in Israele e ad arruolarsi nel suo
esercito (in questo video, min. 0:52). Inutile dire che tutte le critiche a
questo accordo sono state considerate antisemitismo.
Il tramite dell’operazione è l’assessore al patrimonio Zevi, che è anche
presidente di un’associazione ebraica, la Fondazione Hans Jonas. Invece di
tutelare la funzione pubblica del patrimonio amministrato, l’assessorato lo cede
gratuitamente a dei privati con cui intrattiene rapporti. Ma lo stesso assessore
è anche referente e promotore di una serie di accordi stipulati dal Comune con
settori di movimenti politici di base; per esempio, l’acquisizione delle due
occupazioni di via del Porto Fluviale (Ostiense) e Metropoliz (Tor Sapienza) per
farne alloggi di edilizia pubblica per gli occupanti, naturalmente visti come
una vittoria dai movimenti per la casa. Il rapporto tra l’assessorato e alcune
realtà del movimento per l’abitare ha dato adito alle polemiche della destra
anche quando i giornali hanno riportato l’assunzione da parte dell’assessorato
di un rappresentante di Spin Time Labs, un palazzo occupato dove abitano
quattrocento famiglie organizzate dalla rete Action-Diritti in movimento.
Nonostante questa parte di movimento sia vicina ad alcuni settori del Pd, il
tentativo di tenere sotto lo stesso ombrello un centro di reclutamento per
l’esercito israeliano e i collettivi di lotta per la casa era destinato a
crollare.
L’URBANISTICA DEI FONDI IMMOBILIARI
Non è molto diversa la situazione che si è verificata con il concorso di idee “A
vision for Rome”, promosso da una fondazione chiamata Roma REgeneration, con il
RE maiuscolo che significa real estate. La fondazione comprende tre grandi fondi
immobiliari: DeA Capital (gruppo De Agostini), InvestiRE (Banca Finnat) e, di
nuovo, Fabrica Immobiliare (Caltagirone), oltre a molti investitori immobiliari
più piccoli. Il fine del concorso era di “contribuire a costruire una visione
nuova della città basata su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed
economica”.
All’inizio del 2025 Roma REgeneration si presenta al Mipim, la fiera
dell’imprenditoria immobiliare di Cannes; nel padiglione Roma del Mipim il
sindaco Gualtieri e gli assessori Zevi e Veloccia mostrano le opportunità di
profitto ai rappresentanti dei grandi fondi immobiliari internazionali, con lo
slogan “Roma è aperta al futuro”. Il concorso – che ha il patrocinio del Comune
e della Regione – riceve trentacinque proposte, elaborate da più di mille
professionisti, tra architetti, urbanisti, artisti, sociologi. A maggio 2026 si
annuncia la vittoria del progetto Roma Continua, che riceve i centoventimila
euro del primo premio. Il progetto dice le solite cose che tanto eccitano la
grande finanza all’assalto dello stato: rigenerazione, innovazione,
sostenibilità, impatto sociale. Quando si rivela il vincitore, però, emerge un
conflitto di interessi. Nella cordata prescelta, infatti, c’è la società di un
economista della Bicocca di Milano, la Open Impact, che ha lavorato anche
sull’impatto sociale dell’occupazione Spin Time Labs, per impedirne lo sgombero.
Ma il palazzo di Spin Time appartiene proprio a InvestiRE, uno dei tre fondi
immobiliari che hanno promosso il concorso! Come l’edificio di Garbatella che
era di CassaForense, Spin Time era la sede dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza
per i dipendenti pubblici. Una volta dismesso dallo stato, e occupato, è stato
acquistato da questo fondo, che vuole farne un albergo di lusso ed è riuscito a
farsi dare ventuno milioni di euro dallo stato per i mancati guadagni. La stessa
società, Open Impact, lavora sia per chi sgombera che per chi è sgomberato; lo
stesso linguaggio si usa per difendere sia l’occupazione che gli interessi di
chi la vuole trasformare in hotel.
Il corto circuito di Open Impact è stato messo in luce da un articolo che ha
fatto scalpore, scritto da due urbanisti, Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico,
uscito a fine maggio. “Prestare – scrivono gli autori – la propria expertise a
soggetti che per anni hanno sostenuto e praticato espansione immobiliare
indiscriminata, spesso in cambio di qualche aiuola, qualche incarico, qualche
concessione cosmetica, è una scelta che chiede quantomeno di essere nominata per
quello che è: una forma di specializzazione professionale che il mercato
remunera e che la critica disciplinare dovrebbe almeno interrogare. Non
condannare, ma quantomeno interrogare”.
Non si capisce, in effetti, che cosa debba succedere ancora per iniziare a
condannarli… La contraddizione, infatti, non riguarda solo Open Impact, ma tutto
il meccanismo di cooptazione utilizzato dalla speculazione immobiliare per
ammantare di buoni sentimenti la cattura del regolatore. L’operazione che al
tempo de Le mani sulla città si faceva in segreto – orientare lo sviluppo urbano
verso il profitto – oggi viene sbandierata e promossa istituzionalmente. Gli
speculatori decidono lo sviluppo urbano ricoprendolo di una patina di belle
parole e scritturando chi sa usare gli strumenti retorici progressisti. Il sacco
di Roma è trasmesso in diretta streaming, accompagnato da un chiacchiericcio
buonista che ne esalta i successi immaginari. Dopo I buoni di Luca Rastello
e L’impresa del bene di Luca Rossomando non possiamo più negare l’appeal che il
mondo del terzo settore ha per i padroni delle città, e neanche l’incredibile
forza di attrazione che questi riescono a esercitare sulle strutture nate per
contrastarli (in un modo diverso ne parla anche Andrea Muehlebach). A fine
giugno, in un dibattito al Torrione di Torpignattara, si è parlato di questo
tema con gli autori dell’articolo, alcuni esperti di studi urbani e l’economista
Luigi Corvo di Open Impact – scelto come rappresentante di una tendenza alla
cooptazione che però non riguarda certo solo lui. La finanza immobiliare non si
appropria solo di terreni e palazzi pubblici, si prende anche il presunto
pensiero critico, quello che avrebbe il compito di smontare le sue logiche, ma
che si può tenere a bada con poco più di centomila euro.
CINEMA ALL’APERTO
L’ultima vicenda è quella del conflitto tra il sindaco Gualtieri e Valerio
Carocci, leader della Fondazione Piccolo Cinema America. A partire
dall’occupazione di un cinema abbandonato a Trastevere, in pochi anni la
fondazione è diventata la stampella culturale della giunta Gualtieri: l’immagine
dei bravi ragazzi giovani, volenterosi e politicamente corretti è l’apoteosi
della cooptazione dei movimenti, che consentono alle élite di ripulirsi la
faccia anche sulla scena internazionale. Carocci, in particolare, in pochi anni
è diventato selezionatore della Festa del Cinema di Roma e referente per
l’incontro del Papa con le star di Hollywood; in un decennio la fondazione si è
aggiudicata quasi tre milioni di finanziamenti, arene estive, addirittura una
sala di Trastevere ristrutturata dal Comune, a poche migliaia di euro di canone
(si veda qui, qui, qui, qui e qui). Queste risorse naturalmente sono sottratte a
decine di altri operatori culturali della città, che infatti vedono la
fondazione come l’equivalente sul piano culturale dei fondi immobiliari che si
accaparrano la città pubblica.
Ma questi accordi sono fragili. Il pretesto per la rottura dell’idillio è stato
la conversione del cinema Metropolitan su via del Corso, chiuso da vent’anni, in
un centro commerciale di tre piani. L’operazione era stata annunciata a maggio
2025 e già condannata dalla Fondazione Cinema America, ma senza troppo rumore.
Un anno dopo, a inizio estate 2026, Carocci tira fuori di nuovo la questione,
forse in risposta a un articolo che lo accusava, forse dopo delle minacce (ma
una precedente vicenda fa dubitare delle sue parole). In ogni caso, il leader
tuona contro la svendita della città al capitale, rompe con la giunta Gualtieri
e annuncia una lista civica alternativa. Segue una lettera di solidarietà
sottoscritta da grandi nomi del cinema, tra cui Ken Loach, grazie alla quale il
tema fa breccia su stampa e social media, portando la questione dei fondi
immobiliari nel dibattito pubblico. Il paradosso è che a parlarne è un
imprenditore della cultura che sta provando a capitalizzare le critiche al
modello Giubileo, provenendo dall’interno di quello stesso modello. Carocci si
fa vedere addirittura a una manifestazione contro la cessione dei Mercati
Generali a Piramide, evidentemente cercando sponde politiche tra chi difende la
città pubblica.
Per alcuni giorni tutti sembrano voler dire la loro. Gli urbanisti fanno subito
una raccolta firme per chiedere una città più vivibile e partecipativa, l’ex
assessore di municipio Raimo ricostruisce la storia dei movimenti sin dal
1977 per rintracciarvi una “tradizione felice” di collaborazione tra attivisti
politici e amministrazione; un altro invoca l’alleanza tra occupazioni e “terzi
luoghi” per resistere alla crudeltà del potere. La sinistra cittadina si divide
subito tra pro e contro, anche perché sullo sfondo c’è lo spauracchio del
neofascismo e i richiami all’unità delle sinistre – nonostante la pessima prova
di sé che hanno dato i fautori della remigrazione (con poche migliaia di persone
per quella che doveva essere una grande manifestazione nazionale), e le varie
macchiette xenofobe come il pugile fallito Simone Carabella. Tutti cercano una
sintesi, una rinascita, un angoletto da ritagliarsi nel collasso generalizzato,
e così facendo alimentano il collasso. Terzi luoghi, terza missione, terzo
settore: di fronte alla fusione compiuta tra stato e mercato, i “buoni” si
rifugiano nell’ossessione trinitaria, immaginandosi come terzo incomodo che
potrebbe mediare tra l’uno e l’altro, fingendo di ignorare il dogma per cui
padre, figlio e spirito santo sono la stessa persona.
Nel frattempo, la polizia sgombera per due volte la storica occupazione
anarchica di via Bencivenga sulla Nomentana; perquisisce le case dei militanti e
ne arresta alcuni senza prove; mette i sigilli all’Angelo Mai; in alcuni
municipi il Pd vota contro il boicottaggio a Israele o lascia l’aula; la
sinistra depotenzia e annacqua le proteste contro la svendita dei Mercati
Generali; il Comune terrorizza e punisce chiunque ostacoli la costruzione dello
stadio di Pietralata; architetta nuove deroghe, varianti e commissariamenti per
eseguire il masterplan di Ostia; e intanto continua a tagliare centinaia di
alberi, sfrattare famiglie, sgomberare spazi, inventando soluzioni assurde per
affrontare i problemi che ha creato. Il nuovo potere finanziario richiede che il
potere politico lavori a suo vantaggio, dividendo i fronti di lotta e reprimendo
chi non si fa catturare. I meccanismi di cooptazione penetrano ovunque, ma se
vogliamo davvero opporci a questo sistema di morte, dobbiamo evitarli senza
eccezioni, perché sono il meccanismo con cui ogni critica viene trasformata in
melassa inoffensiva, il brodo di coltura della cattura del regolatore. (stefano
portelli)
(disegno di peppe cerillo)
Martedì 7 luglio è iniziato il Festival dell’architettura: tre giorni di
monologhi organizzati dalla Fondazione per l’architettura e dall’Ordine degli
architetti di Torino con il supporto della Compagnia di San Paolo e della Camera
di commercio cittadina. Il festival si è tenuto nell’ex mercato ittico di Porta
Palazzo e il tema riguardava la gestione degli immobili vuoti: “Chi abiterà le
case vuote?”, era la traccia su cui hanno discettato urbanisti, economisti,
architetti. Il giorno dell’inaugurazione il sindaco Lo Russo ha intrattenuto per
alcuni minuti una platea di politici e professionisti. Ho trascritto il suo
discorso: è un documento sullo stato della città e sull’ideologia delle classi
dirigenti. A margine della trascrizione segue un commento critico.
* * *
«Grazie di essere qui in questo luogo, sono anche emozionato perché questo credo
sia l’avvio di una fase nuova di questo spazio che noi amministrazione abbiamo
rimesso in gioco per usi temporanei a vantaggio di diverse attività culturali. E
non poteva che partire con il Festival dell’architettura. Una delle discussioni
che mi sono trovato spesso a fare in questi anni è quella del riuso degli spazi
dismessi. Per sua definizione la città è un organismo vivente, un organismo che
crea spazi, li chiude, li apre e li trasforma. Accompagnare questa
trasformazione dell’uso degli spazi e, conseguentemente, la trasformazione degli
spazi, è una delle challenge di qualunque amministrazione e lo è stata anche
della nostra. Sono grato alla Fondazione e all’Ordine per aver scelto questo
luogo e sono grato alla mia amministrazione che lo ha reso possibile. Noi siamo
stati pionieri da questo punto di vista. Noi abbiamo avviato una cosa che il
nostro mitico piano regolatore di Gregotti e Cagnardi non prevedeva: l’uso
temporaneo degli spazi. E questo ha messo Torino davanti a tante altre realtà
nella capacità di flessibilità.
«Il tema posto è cruciale: penso davvero che la questione della casa è cruciale
per le realtà urbane, lo è a livello cittadino, ma lo è anche a livello europeo.
L’agenda dell’housing dà una risposta a uno dei paradossi di Torino. Il
paradosso è avere numerosissime case vuote – il piano regolatore ne ha censite
svariate decine di migliaia – e contemporaneamente una difficoltà all’accesso
all’affitto; un tema che pone tutte le contraddizioni di questa città. Una
città, Torino, che sta attraversando una trasformazione silenziosa ma
importante. Voi pensate che nel 2005 gli ultraottantenni a Torino erano il 3,4
%, vent’anni dopo, nel 2025, questa percentuale era del 10,8 %. Il che vuol dire
che su ogni dieci abitanti uno ha più di ottant’anni. Se andiamo a vedere come
si compongono gli 854 mila abitanti di questa città, ci accorgiamo che il 16 % è
di cittadinanza non italiana, a fronte di una media nazionale del 9 %. Ma se
vado a vedere come si distribuiscono le fasce anagrafiche scopro che tra i
minorenni la percentuale di bambini e ragazzi non italiani a Torino è del 25 %,
come dire uno su quattro.
«Se io guardo questa traiettoria e la interpreto, ho molte risposte in merito
allo stato dell’arte: una situazione in cui i nuclei famigliari nella nostra
città sono composti per quasi la metà da una sola persona, in molti casi persone
anziane. E questo è un tema che pone a chi disegna un piano regolatore una serie
di sfide. Io ringrazio l’Ordine per aver accompagnato questo processo di
redazione, c’era bisogno di un nuovo piano regolatore a Torino, era un dibattito
che si trascinava da almeno una decina di anni. Il fatto che questo piano
regolatore si occupi della questione dell’abitare è un risultato che non era
affatto scontato. […] Questo è un tema che il nostro nuovo piano regolatore
affronta di petto, parlando di riuso e rigenerazione anziché di nuova
costruzione, e lo fa in ottica propositiva rispetto ai nuovi bisogni
dell’abitare, che sono diversi rispetto a quelli del passato, perché
accompagnano una transizione demografica che è accaduta, sta accadendo e
accadrà. Nuclei familiari grandi oggi ne abbiamo prevalentemente in famiglie di
origine straniera, prevalentemente in alcune zone. In molte aree le persone
anziane che vivono da sole hanno abitazioni sovradimensionate rispetto a quelle
che sono le loro reali esigenze. Soprattutto, ed è un tema tutto politico,
abbiamo una fascia grigia di persone che da un punto di vista reddituale non
sono così povere da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non
sono sufficientemente solide da poter entrare nel mercato privato. Questa fascia
in molti casi è composta da giovani, famiglie giovani, lavoratori giovani e a
questa fascia la politica oggi non sta dando adeguate risposte. E non le sta
dando perché non riesce a costruire una strumentazione atta a sviluppare un
mercato della locazione per chi non ha la sostenibilità economica per comprare e
al contempo non può accedere all’edilizia residenziale pubblica. Se dovessi
cogliere uno spunto che spero possa essere esaminato in questi giorni di
festival, credo sia necessaria una riflessione collettiva sugli strumenti che
noi possiamo mettere in campo a livello locale, ma soprattutto a livello
nazionale, per fare in modo che vi sia una maggiore accessibilità a questo tipo
di esigenze: questo è un buon punto su cui concentrare la riflessione in termini
prospettici. […] Fortunatamente, negli ultimi tre anni si è arrestato il calo
demografico che era costante negli ultimi ventidue anni. Siamo riusciti a
stoppare questo calo e gradualmente stiamo risalendo: tutti gli indicatori ci
dicono che la strada che abbiamo imboccato è stata una strada forte; siamo la
città leader in Italia per le transizioni immobiliari, siamo una città che ha
tutti i numeri del turismo in crescita. Questi elementi ci incoraggiano ad
andare avanti. Godetevi i dibattiti in questo straordinario spazio che da oggi
rimane aperto agli usi temporanei della città: uno dei tanti modi con cui noi
interpretiamo la contemporaneità e la gestione dell’importante patrimonio da
lasciare alle future generazioni».
* * *
Il vecchio mercato del pesce appare come un corridoio al coperto: ai lati
c’erano i pescivendoli che disponevano i loro banchi in spazi delimitati da muri
divisori. Oggi la struttura accoglie eventi culturali e la sua nuova funzione è
stata inaugurata proprio questo 7 luglio 2026. Dopo la pandemia la Città ha
ritirato la concessione ai pescivendoli e lo spazio, di proprietà pubblica, è
rimasto a lungo disabitato. Il bando di assegnazione a privati per la gestione
del luogo è andato deserto alla fine del 2023 e nell’ottobre del 2024 i giornali
riportavano la notizia di un’indagine per turbativa d’asta a carico di Paola
Virano, dirigente comunale nel settore commerciale. L’indagine s’era avviata a
partire dai tentativi dell’amministrazione di trovare soggetti privati disposti
a controllare questo vecchio mercato. L’inchiesta è stata archiviata nel 2026
senza accuse a carico di Virano, ma resta evidente la difficoltà gestionale del
Comune: la trasformazione del mercato del pesce in arena per eventi culturali è
una mossa conseguente ai precedenti fallimenti.
Lo Russo menziona la “trasformazione d’uso” del mercato ittico grazie allo
strumento degli “usi temporanei”. Per “uso temporaneo” il sindaco intende la
sospensione della destinazione d’uso di uno spazio prevista dal piano regolatore
degli anni Novanta (elaborato da Gregotti e Cagnardi) e l’attribuzione di una
nuova funzione. Così un immobile adibito al commercio può temporaneamente
diventare un “hub culturale” in deroga al piano regolatore. Questa
amministrazione nel giugno 2024 ha approvato la delibera 444 sugli usi
temporanei che facilita la procedura di trasformazione delle destinazioni d’uso.
La delibera 444 disegna spazi flessibili in cui è più semplice e veloce la
trasformazione della destinazione senza seguire procedure articolate e
tracciabili dai cittadini. Non a caso la delibera è stata presentata
dall’assessore all’urbanistica Mazzoleni come una prefigurazione del nuovo piano
regolatore generale. La “challenge” evocata da Lo Russo è la creazione di una
legislazione urbanistica agile e dotata di “capacità di flessibilità”, ovvero
così porosa e malleabile da attrarre maggiori investimenti privati riducendo
burocrazia e concertazione. Il nuovo piano regolatore supera la rigidità del
piano degli anni Novanta e mette a sistema la visione neoliberale della giunta
al governo di Torino.
Il progetto preliminare del nuovo piano regolatore è stato approvato dalla
maggioranza nel dicembre 2025. Si prevede proprio lo smantellamento della
rigidità delle destinazioni d’uso. I punti 5.03 e 5.04 delle Norme di attuazione
decretano un’ampia flessibilità: “Tutte le destinazioni d’uso sono liberamente
insediabili senza un rapporto percentuale predefinito” a condizione di non
aumentare “l’insediamento di nuove superfici edilizie” laddove il piano non lo
concede. Eppure è possibile derogare a questa norma a patto di non contraddire
le “normative sovraordinate” e di deporre “una relazione asseverata” in caso di
“mutamento di destinazione d’uso per superfici superiori a 250 mq”. In
precedenza, ogni modifica di destinazione d’uso richiedeva una variante
urbanistica da discutere e approvare in consiglio comunale; adesso le procedure
sono più snelle, semplici e meno trasparenti. Lo Russo è la sua giunta si
dichiarano “pionieri”, eppure adottano un modello molto simile a
quello milanese.
Una regola urbanistica peculiare introdotta dal nuovo piano è la perequazione.
Il piano regolatore individua diversi ambiti territoriali e all’interno di
questi distingue fra “sending areas” e “receiving areas”, termini che traggo
dalla Relazione illustrativa. Le “sending areas” sono spazi preposti a “servizi
urbani” e “servizi pubblici” con “attrezzature collettive”, mentre le “receiving
areas” sono porzioni di territorio disponibili alla “rigenerazione urbana” dove
è possibile “densificare”, ovvero costruire e aumentare il volume degli
immobili. A ciascun ambito territoriale sono attribuiti omogenei diritti
edificatori e la perequazione è il meccanismo che regola lo spostamento dei
diritti edificatori dalle “sending areas” alle “receiving areas”. Per avere
facoltà di costruire è necessario trasferire i diritti edificatori da un’area
all’altra: chi vuole aumentare la densità urbanistica in una zona residenziale
deve cedere alla Città i diritti edificatori che detiene su uno spazio dove
possono sorgere servizi per la comunità. Per esempio, un imprenditore può
aumentare l’altezza delle palazzine in un isolato remunerativo e cedere in
cambio i diritti edificatori su una zona in cui realizzare “attrezzature
pubbliche, infrastrutture o servizi ecosistemici”. Il nuovo piano scommette
sulla crescita della densità urbanistica e sull’espansione in altezza dei
volumi per finanziare di conseguenza i servizi pubblici. “Lo scambio regolato di
diritti edificatori – afferma la Relazione illustrativa – redistribuisce il
valore generato dal Piano e finanzia la città pubblica tramite le trasformazioni
private”. Torino si trasforma così in una plancia di un grande gioco strategico.
Nel gioco urbanistico sognato dal sindaco e dalla sua giunta – un Monopoli a
Torino – i residui di welfare dipendono dal successo degli speculatori.
Secondo Lo Russo il piano regolatore si concentra su “riuso e rigenerazione
anziché [sulla] nuova costruzione”. È una manipolazione della verità. Il piano,
come ho appena dimostrato, prevede un’espansione edilizia in verticale,
soprattutto in zone strategiche peculiari come gli isolati vicini alla futura
linea 2 della metro. Eppure il sindaco riconosce il calo demografico strutturale
della città post-industriale. Solo negli “ultimi tre anni” si è stabilizzata la
perdita demografica. Come è possibile allora disegnare un piano fondato su una
crescita immobiliare? Il 17 dicembre 2025, all’indomani della approvazione in
consiglio comunale del progetto preliminare, Lo Russo ha annunciato di prevedere
una città che accoglierà in futuro “un milione e cinquantamila abitanti
teorici”, circa duecentomila in più rispetto ai residenti attuali. Chi sono
allora queste duecentomila persone in più? Le classi dirigenti immaginano una
città dinamica attraversata da professionisti di passaggio, lavoratori
pendolari, turisti, soggetti che consumano e usufruiscono dei servizi della
città senza risiedervi in modo stabile. In questa variegata classe sociale
l’amministrazione individua la leva per legittimare la previsione di
un’espansione cui trarranno beneficio i costruttori.
Queste promesse spiegano anche le politiche per la casa esposte da Lo Russo. Per
il sindaco la casa è un bene privato da cui estrarre profitti, dunque la
gestione degli appartamenti vuoti è un’opportunità per proprietari e grandi
capitali; anziché lasciare case vuote, è possibile gestirle come risorse di una
città in espansione e valorizzarle a vantaggio della “fascia grigia” di
potenziali locatari. Le case vuote per Lo Russo e i borghesi della platea in
ascolto sono nuove occasioni di profitto da sommare alle promesse edificatorie
del nuovo piano regolatore. Le élite non guardano certo a chi è stato sfrattato
o è a rischio di sfratto, ma alla piccola e media borghesia, giovane, itinerante
e flessibile che rappresenta una classe dinamica da attrarre per incrementare il
valore immobiliare complessivo.
Per queste ragioni le politiche abitative eque e attente alle fasce più deboli
sono nei fatti inesistenti nel programma di Lo Russo. I punti dedicati alle
politiche abitative nelle Norme di attuazione del piano regolatore si limitano
ad affermare che in caso di costruzione di “nuove superfici a destinazione d’uso
residenziale” o di “mutamenti di destinazione d’uso verso la residenza” il piano
obbliga a “destinare una quota non inferiore al 20 % della Superficie Lorda
residenziale complessiva alla realizzazione di edilizia residenziale finalizzata
all’inclusione sociale e al supporto alle politiche dell’abitare”. Qui non si fa
riferimento all’edilizia residenziale pubblica, ma alle ibride forme
di housing sociale capaci di accogliere la domanda della “fascia grigia”.
Il nuovo piano è un meccanismo di regole che favorisce gli interessi di
investitori privati e costruttori, toglie ai cittadini la possibilità di
controllare i fenomeni di speculazione e causa un ulteriore impoverimento delle
classi sociali più deboli. Questo scenario, tuttavia, è plausibile se i desideri
degli affaristi e degli speculatori sostenuti da questa giunta sono realizzabili
nel contesto concreto di Torino. Come si presenta la città oggi? I capitali del
Pnrr sono finiti, i cantieri hanno esaurito il loro compito e presto graverà il
peso del debito pubblico generato dai finanziamenti europei. I conflitti
internazionali hanno causato l’aumento dei costi dei materiali edili e già
s’intravedono i segni della crisi: il cantiere lungo la Dora di The Social Hub è
fermo da mesi e anche i lavori per il prolungamento della linea 1 della metro
sono al momento sospesi. La città in espansione e ricca di opportunità
prefigurata da Lo Russo rischia di collassare. Le classi dirigenti, pur di
aggrapparsi al modello di crescita attuale e dilazionarne il fallimento,
agiranno in modo spregiudicato per favorire i flussi di capitali in settori
specifici: l’espansione dell’industria delle armi e del turismo. Queste saranno,
probabilmente, le ultime carte che le élite giocheranno per evitare il dissesto
dei loro sogni. (francesco migliaccio)
(archivio disegni monitor)
L’articolo è uscito su Safircom, 24 aprile 2026. La traduzione in italiano è a
cura di Ghassan Waïl e Stefano Portelli.
* * *
Le lacrime, la tristezza, il dolore della separazione; la rabbia, l’impotenza e
il senso di umiliazione (in arabo: hogra); il rumore dei bulldozer, la polvere
nell’aria, le guardie di sicurezza; così i figli e le figlie dell’antica medina
di Casablanca – la città vecchia – dicono addio ai loro quartieri, alle loro
strade, ai loro mercati, ai negozi, e soprattutto alle loro memorie, ai loro
amici e ai loro vicini. Stanno dicendo addio a una parte di loro stessi. I
quartieri di Derb Lngliz, Derb Rmad, Derb Fssa, Derb El Kelb, Derb Gnawa,
Boutwil, Moha and Saïd, Nzala, Lbheira, tutti questi quartieri sono stati
distrutti e ora sono in rovina, sepolti tra le macerie e spianati dalle ruspe.
Un abitante della zona racconta: «Abbiamo lasciato indietro un’intera vita.
Siamo nati qui, i nostri figli sono cresciuti in questo quartiere, l’antica
medina ci ha dato anche il pane». Le memorie, le vite, le storie, i percorsi che
l’hanno attraversata, intrecciati in decenni, hanno modellato la storia
dell’antica medina di Casablanca, e ora sono scomparsi per sempre. Casablanca si
è disfatta di una parte della sua storia, l’ha lasciata ai bulldozer, che
l’hanno gettata via e sepolta tra le macerie.
Per Mourad Messaad, uno dei residenti del quartiere Derb El Ramad, il cui nome
significa “quartiere delle ceneri”, e che è davvero diventato cenere, la città
vecchia è una patria e un essere vivo, in ogni senso. Con tristezza, dice: «È
difficile essere obbligati a lasciare il posto in cui sei cresciuto, lasciare i
tuoi vicini e i tuoi amici ed essere gettato nell’ignoto». La città vecchia è un
capolavoro e una scuola di arte e di vita. Dalle sue strade e dai suoi spazi
aperti sono venuti su l’amatissimo comico Lamfadal Lah’rizi, nonché Bouchaïb El
Baydawi, il Re dell’Aita, uno stile musicale tradizionale. Da questo mondo così
ricco sono emersi il campione di pugilato Marcel Cerdan, il lottatore di
wrestling Saïd El Sawakan e l’artista Souad Sabir. Qui sono passati i calciatori
Larbi Ahardane e Aziz Bouderbala, entrambi del Wydad e della nazionale
marocchina che vinse la Coppa d’Africa; Idriss Chacha, del Raja; qui sono
cresciuti e hanno costruito il loro talento.
La maledizione dei mondiali di calcio ha colpito gli abitanti della città
vecchia come una tragedia greca. I discendenti dell’antica Anfa – la città
antica che sorgeva sul sito di Casablanca – oggi si trovano circondati da nuove
macerie. Con l’unica eccezione del consigliere municipale Abdellah Abaakil del
Partito Socialista Unificato (PSU), tutti i partiti politici, le associazioni, i
funzionari pubblici della città, sono rimasti in silenzio; e i residenti non
hanno altro che le loro lacrime e i loro telefoni per registrare le demolizioni
e per dire addio alle loro case e ai loro negozi. Non hanno altro che i social
media per condividere le loro sofferenze e raccontare al mondo la loro
situazione. Qui, dove i commercianti, i residenti, i fan del Wydad, hanno
raccolto le storie e le vittorie che hanno modellato la vecchia città; qui, dove
sono state messe a tacere per sempre le voci e le energie dei bambini che
riempivano ben tredici scuole; tutta questa eredità culturale, tradizionale,
storica, è stata distrutta dalla maledizione della Coppa del Mondo, e da
quaranta anni di pianificazione caotica per il progetto di un grande boulevard
chiamato Avenue Royale.
UNA MOSCHEA E UN BOULEVARD
A metà degli anni Ottanta, il re Hassan II decise di costruire una delle più
grandi moschee del mondo, seconda solo ai due enormi templi di Mecca e Medina,
proprio sul litorale di Casablanca, in un’area chiamata Bahr Merizika. Era un
luogo importante per la memoria dei residenti della città vecchia; molti
abitanti vi avevano imparato a nuotare e a pescare, e vi si conservavano anche i
resti delle antiche piscine municipali, uno stagno per la pesca, e una grande
area aperta chiamata Chouinty, dove si tenevano gare sportive o semplicemente si
imparava ad andare in bicicletta.
La costruzione della Grande Moschea iniziò il 12 luglio 1986. L’inaugurazione
avvenne il 30 agosto 1993. L’idea di un boulevard reale fu discussa durante la
costruzione e annunciata ufficialmente nel 1989. Quando il progetto fu lanciato,
si sparse la voce che anche i quartieri intorno sarebbero cambiati. Alcuni
dicevano che sarebbero stati demoliti per aprire la strada a questa Avenue
Royale che avrebbe collegato la moschea con il palazzo reale di Derb Sultan.
L’idea lentamente divenne realtà. Alla fine degli anni Ottanta iniziarono i
primi censimenti, e il progetto di spostare circa diecimila famiglie. Si
sviluppò un nuovo progetto, una città nuova di 350 ettari chiamata Medinat
Nassim, nella periferia sudoccidentale della città, che avrebbe ospitato i
residenti trasferiti. I primi trasferimenti iniziarono a metà anni Novanta: si
demolirono le case del quartiere Derb Sufi, i cui residenti furono trasferiti in
un quartiere chiamato Tacharouk. Ci furono problemi, ma il processo procedeva
senza grandi tensioni. Le famiglie sradicate ottennero case alternative, il che
inizialmente conferì una certa rispettabilità al progetto. Quando le demolizioni
arrivarono alla zona di Arsat Ben Slama, iniziarono i problemi. Ci furono
dispute sulle compensazioni economiche, conflitti tra inquilini e proprietari, e
questioni sugli indennizzi dei proprietari dei locali commerciali.
La Sonadac, compagnia pubblica che gestiva lo sviluppo urbano, aveva problemi
organizzativi e finanziari che fecero ritardare tutto il progetto; ci furono
persone che ricevettero case senza una giustificazione, e altre che videro
peggiorare gravemente la loro situazione, persero le loro fonti di reddito e non
riuscirono più a pagare i prestiti, spingendo le banche a ritirare il credito.
Così il progetto arrivò a uno stallo. I problemi burocratici e le dispute
giurisdizionali peggiorarono ancora, finché l’intero processo si bloccò di
colpo. Nel frattempo, la popolazione raddoppiò, le famiglie crebbero ed emersero
alcuni gruppi che volevano trarre beneficio dalla trasformazione del quartiere:
inquilini che ottennero certificati di residenza, altri che avevano abitato
delle case abbandonate. Alcune parti del quartiere rimasero vuote, e divennero
luoghi di delinquenza e criminalità, il che rese la situazione ancora più
complicata.
Dopo anni in cui si pensava che il progetto fosse archiviato, nel 2025 il
Marocco venne designato come una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2030,
insieme alla Spagna e al Portogallo. Il governatore di Casablanca convocò una
riunione inaspettata del consiglio comunale, per approvare una nuova partnership
e accelerare il progetto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della Sonadac e
il trasferimento delle sue competenze a una compagnia di sviluppo locale,
Casablanca Housing, il cui direttore era il governatore stesso. Questa compagnia
ricevette un miliardo di dirham per completare lo svuotamento della città
vecchia e costruire la Avenue Royale. La confusione si diffuse quando arrivarono
i primi ordini di sfratto. Naima, madre di tre figli, spiega: «Il mondo è
diventato stretto per noi. Siamo inquilini, e non ce ne facciamo niente delle
promesse. Ci hanno detto di trovare un alloggio temporaneo; così ho dovuto
mettere tutti i mobili a casa di amici, e mia sorella si è presa carico dei miei
figli».
Le demolizioni sono iniziate una notte d’inverno, durante l’anno scolastico, con
un grande spiegamento di forze di sicurezza. Secondo un residente, «è stato uno
shock, ci hanno detto di lasciare la casa rapidamente, non sapevamo dove
andare». La velocità dell’operazione ha fatto affiorare dubbi sulla giustizia e
sul destino delle famiglie sradicate. Un altro residente: «Non abbiamo avuto
neanche tempo di trovare un’altra casa. Dopo la demolizione, siamo dovuti
tornare a cercare i libri dei nostri figli in mezzo alle macerie».
Ma com’è possibile che un progetto che le autorità non erano riusciti a finire
per quarant’anni, nonostante i miliardi di dirham spesi, si completi in appena
quattro anni? Tra la partenza promettente di inizio anni Ottanta, il lungo
periodo di stallo e il revival improvviso, questo progetto mostra una crisi più
ampia nella gestione della trasformazione urbana e nel bilanciamento con i
diritti dei residenti. Oggi, dopo quattro decenni di improvvisazione e di
sprechi, ai residenti si chiede di pagare il prezzo. I residenti non sono
contrari al progetto ma si rifiutano di esserne le vittime. Non si può essere
costretti a scegliere tra burocrazia e bulldozer, come una donna della città
vecchia ha riassunto la proposta ricevuta. La demolizione oggi rappresenta una
storia culturale e sociale che viene sradicata senza aver avuto il tempo per una
transizione equa. Nell’affrettarsi delle ruspe e delle decisioni, resta aperta
una questione: un progetto urbanistico per quanto importante, può ignorare gli
abitanti? Oggi a Casablanca non si demoliscono solo i quartieri, si mette anche
alla prova il senso della giustizia nella pianificazione e la fedeltà alla sua
memoria. Tra queste due rimane ancora la speranza che la Avenue Royale non sarà
solo il testimone di un vecchio fallimento che ritorna.
ALCUNE CRITICHE AL PROGETTO
Fatima Tamni, deputata del Partito Socialista Unificato (PSU): «Ho seguito
questo caso sin dall’inizio, visitando l’area e parlando con le famiglie. Ho
anche interrogato il governo, per scritto e oralmente, per avere informazioni
chiare. I problemi principali sono nella gestione: i residenti lamentano la
mancanza di comunicazione chiara e di informazioni ufficiali, nonché la
confusione nelle procedure di demolizione e sgombero; in alcuni casi c’è
mancanza di rispetto per la dignità umana, specialmente per famiglie povere,
anziani, donne vulnerabili. Dicono che ci sono degli studi che mostrano che
molte case non erano a rischio di crollo, ma che sono stati ignorati. La
risposta ufficiale è limitata, le informazioni fornite sono troppo generiche, e
in generale i residenti non riescono a farsi un’idea chiara del loro futuro.
Riceveranno delle compensazioni? Dove saranno trasferiti? Quali saranno le
garanzie legali e sociali che impediranno di rimanere senza casa, o di
peggiorare le loro condizioni? Sono domande legittime, che dovrebbero essere al
cuore di ogni progetto che miri al miglioramento della vita delle persone, non
al loro trasferimento forzato. La stessa cosa si può dire per i negozi che sono
stati svuotati contro la volontà dei proprietari, anche quando erano la loro
fonte di reddito. Non si sa quante sono le famiglie colpite, com’è stato fatto
il censimento, come sono stati stabiliti i compensi economici, le procedure di
sfratto, i luoghi dove le persone saranno trasferite, i tempi delle operazioni.
Non si può gestire una cosa del genere con la logica del fatto compiuto. Bisogna
gestirlo in modo trasparente e partecipativo, mettendo i residenti al centro
delle decisioni, rispettando il loro diritto alla casa e a una vita dignitosa,
assicurandosi che i progetti di rinnovamento urbano non diventino progetti per
l’esclusione sociale o per il trasferimento forzato. Il Parlamento dovrebbe
monitorare la situazione da vicino. Dobbiamo usare tutti i meccanismi di
controllo che abbiamo, perché la dignità e i diritti non possono essere il
prezzo di nessun progetto, qualunque cosa esso rappresenti».
Abdellah Abaakil, consigliere comunale del PSU: «Tutto quello che vediamo nei
vecchi quartieri di Casablanca – la demolizione delle case e dei negozi, lo
sradicamento delle famiglie e la distruzione del cuore pulsante della città – è
il risultato del fatto che i consiglieri comunali hanno votato senza avere
informazioni fondamentali. I documenti che ci sono stati dati per quell’incontro
erano privi delle informazioni necessarie per decidere. Non ci sono stati dati
progetti né piani, né il cronoprogramma dei lavori, neanche la lista delle
proprietà da espropriare. Non abbiamo avuto neanche spiegazioni chiare
dell’interesse pubblico legato al progetto. L’unica spiegazione che abbiamo
avuto dalla presidentessa del consiglio comunale era che la decisione veniva dal
ministero degli interni a Rabat, e che era tempo di riprendere il progetto del
defunto re Hassan II, dopo oltre quarant’anni di stallo. Questi progetti urbani
ormai sono datati, dopo due generazioni! Ci sarebbero voluti nuovi studi e
aggiornamenti che non sono stati fatti. Per queste ragioni, come rappresentante
dei residenti al consiglio comunale per il PSU, ho votato contro. Ma molti
consiglieri non hanno avuto lo stesso coraggio o senso di responsabilità verso
gli abitanti per rifiutare questa presentazione del progetto».
Youssef Mezzi, membro di Attac. «Noi di Attac Marocco, come parte di una
coalizione che difende le vittime delle demolizioni, siamo stati tra i primi a
creare questo quadro di lavoro collettivo per il diritto alla casa. Abbiamo
raccolto firme da diciassette organizzazioni della società civile e dei
residenti. Il lavoro è continuato su due livelli: da una parte visite sul campo
e incontri con i residenti; dall’altra gli interventi mediatici per fare luce su
quanto stava avvenendo. Consideriamo che l’Avenue Royal è un esempio di
corruzione amministrativa e finanziaria di lunga durata, le cui radici affondano
a molti decenni fa e continuano fino a ora, come conferma la Corte dei Conti e i
vari procedimenti giudiziari contro gli ex funzionari. Il paradosso è che oggi i
residenti, che non sono responsabili di questi problemi, stanno pagando il
prezzo di questo fallimento. Le autorità stanno cercando di completare il
progetto in pochi mesi anche se è stato fermo per più di trent’anni. Il lato
sociale del progetto è stato quasi ignorato. Molti residenti sono poveri o
vulnerabili e non possono pagare i centomila dirham extra richiesti. Non c’è
stato neanche il supporto sociale e l’approccio caso per caso che sarebbe stato
necessario. Almeno diecimila famiglie sono state trasferite senza vere
alternative; è stato chiesto loro di trovare case provvisorie in affitto, mentre
la costruzione degli appartamenti promessi continuava a slittare nel tempo.
Questo ha creato una crisi degli affitti, specialmente in zone periferiche come
Rahma o Lissasfa, dove i prezzi sono saliti molto e sono rimaste poche case
disponibili. Tra l’altro c’è stata mancanza di trasparenza sulla scelta dei
beneficiari; gli ordini di sfratto sono spesso orali e senza abbastanza
preavviso. Le demolizioni rapide sono state usate senza garanzie, lasciando i
residenti davanti a un futuro incerto. Non si è considerato l’anno scolastico
per i bambini, né la distanza che le persone avrebbero dovuto percorrere per
andare al lavoro, né i proprietari dei negozi, e neanche le condizioni
atmosferiche, visto che gli sfratti sono avvenuti in inverno. Siamo di fronte a
un grande fallimento del diritto alla casa, nonché della pianificazione urbana
di Casablanca. I più vulnerabili hanno dovuto pagare il prezzo di problemi
strutturali di lungo periodo». (omar lebchirit, otman ashki)
(disegno di ottoeffe)
Il primo luglio il Senato ha approvato il Piano casa, che diventa
definitivamente legge. Un Piano che non è solo un pacchetto di misure per
l’edilizia popolare e sociale, ma che fa parte di una serie di riforme e
provvedimenti che aprono sempre di più la strada ai processi di
finanziarizzazione dell’abitare in corso da decenni. Questa finanziarizzazione,
difatti, considera il patrimonio residenziale – comprese le case pubbliche e
sociali destinate alle persone economicamente più svantaggiate – come un veicolo
di investimento, piuttosto che come un bene destinato a soddisfare un bisogno
sociale fondamentale. Capire questo passaggio è l’unico modo per valutare gli
effetti di questa legge.
Prima di entrare nel merito, è importante riflettere sulla fase di
trasformazione globale del sistema abitativo. In molti paesi a capitalismo
avanzato, grandi società private acquistano interi portafogli di edilizia, sia
sociale che privata, trasformando il canone mensile in un flusso di cassa
continuo e prevedibile per gli investitori. Aalbers, in un articolo pubblicato
recentemente, sostiene che una serie di meccanismi finanziari già consolidati –
come costruzione di case per affitto o rivendita, cartolarizzazioni,
diversificazione dei portafogli, hedge fund, REIT, e così via – si spingono ora
verso una direzione nuova, ovvero verso segmenti abitativi prima considerati
marginali, rischiosi o addirittura “non investibili”. Stiamo parlando degli
alloggi per studenti, delle case in affitto, delle residenze per anziani,
dell’edilizia sociale e sovvenzionata, e persino, negli Stati Uniti, degli
insediamenti informali e dei parchi di case mobili. La frontiera della finanza,
insomma, si allarga fino al punto in cui quasi qualsiasi unità abitativa, in
qualsiasi luogo, diventa un potenziale prodotto d’investimento.
Secondo il geografo, un altro tratto distintivo di questa nuova fase della
finanziarizzazione è che il rendimento non viene più solo dall’affitto, ma
dall’integrazione di alloggio e servizi (modelli in stile alberghiero,
abbonamenti, spese accessorie, servizi “all inclusive”); si assiste sempre più
alla trasformazione dell’abitare in una fornitura continua di servizi. In questo
scenario, i governi centrali e locali hanno un ruolo decisivo. La
finanziarizzazione è co-prodotta dall’azione pubblica: lo Stato agisce da
creatore di mercato, ovvero da soggetto che riduce il rischio per gli
investitori, e in alcuni casi persino da investitore diretto tramite fondi
pensione pubblici e tramite la creazione di società di gestione del risparmio a
partecipazione pubblica, come Cassa Depositi e Prestiti e Invimit.
A finanziare queste operazioni sono soprattutto gli investitori istituzionali –
fondi pensione, assicurazioni, banche – che in questa fase diventano i veri
protagonisti; ed è qui che entra in gioco il risparmio previdenziale. È
importante sottolineare che a questo Piano si connette un provvedimento
apparentemente sconnesso. Sempre a partire dal primo luglio, sono infatti
cambiate le regole del silenzio-assenso sul TFR (trattamento di fine rapporto)
per i neoassunti nel settore privato. La legge di Bilancio 2026 prevede che il
lavoratore abbia sessanta giorni di tempo per opporsi, non più sei mesi come era
previsto in precedenza. In mancanza di un rifiuto esplicito, il TFR viene
versato in automatico alla previdenza complementare. Chi decide di lasciare il
TFR in azienda può poi ripensarci, ma chi lo destina ad un fondo pensione
complementare – per scelta o per silenzio-assenso, quest’ultimo spesso frutto di
un’asimmetria informativa – non può più tornare indietro. Lo spiega bene
Alessandro Volpi, secondo cui l’entrata in vigore del silenzio-assenso,
accompagnato da incentivi fiscali che lo renderanno apparentemente conveniente e
affiancato dalla futura portabilità verso fondi aperti più rischiosi, porterà a
un importante spostamento del risparmio italiano verso fondi finanziari – per lo
più statunitensi – riducendo di fatto la disponibilità dell’Inps. È così che
questa ulteriore trasformazione del sistema previdenziale diventa il carburante
della finanziarizzazione dell’abitare.
In questa saldatura le due riforme, la privatizzazione del sistema previdenziale
e il Piano casa, rivelano la loro comune direzione: accrescere la massa di
risparmio gestita da società dentro fondi creati ad hoc, per trasformare le
città e le case in strumenti finanziari. E lo fanno da due lati opposti: da un
lato, il silenzio-assenso incanala in automatico il risparmio dei lavoratori e
delle lavoratrici nella previdenza complementare privata, sottraendolo all’INPS
e trasformandolo in capitale che, per definizione, deve essere investito sui
mercati e produrre rendimento; dall’altro, una norma del 2025 (D.L. 25/2025)
obbliga proprio gli enti pubblici (INPS e INAIL) a destinare fino al quaranta
per cento dei fondi disponibili ai veicoli immobiliari gestiti da INVIMIT, gli
stessi che il Piano casa introduce. Il risparmio previdenziale, pubblico e
privato, viene così spinto per intero nella logica dei fondi.
Vediamo come tutto questo si traduce nel Piano casa. La legge, così come è stata
costruita, si articola lungo tre binari convergenti. In primis, la
finanziarizzazione e l’apertura al capitale privato che, attraverso il cavallo
di Troia dello scopo sociale e dell’utilità pubblica, entra nel sistema e
alimenta operazioni speculative di mix funzionale: interventi immobiliari che
permetteranno alti rendimenti proprio perché al loro interno convivono funzioni
di mercato e non residenziali. In secondo luogo, la compressione e
semplificazione delle regole urbanistiche per accelerare i progetti: una serie
di procedure e regole renderanno ancora più facili i cambi d’uso e più rapide le
autorizzazioni; poteri commissariali permetteranno di andare in deroga alle
leggi urbanistiche e si accentreranno in capo a poche figure le decisioni sui
progetti di rigenerazione urbana. Infine, l’alienazione e la privatizzazione del
patrimonio pubblico, attraverso la vendita e il riscatto degli alloggi ERP, ma
anche l’edilizia integrata, che non è solo affittata a prezzi calmierati, ma
altresì venduta a un prezzo scontato di almeno il trentatré per cento rispetto
al mercato.
VEICOLI FINANZIARI
Per l’edilizia pubblica e sociale (ERP e ERS) – di cui già si è discusso
nell’articolo pubblicato a giugno da Monitor – il Piano casa attiva il Fondo
Housing Coesione, istituito e gestito da INVIMIT SGR S.p.A. Questa società di
gestione del risparmio, completamente partecipata dal ministero dell’economia e
delle finanze, non possiede né acquista direttamente edifici, ma crea un fondo,
cioè un contenitore entro cui entrano immobili pubblici che possono essere
valorizzati, ristrutturati e affittati o venduti. Il Fondo Housing Coesione è un
cosiddetto “fondo di fondi”. Nella scatola più grande c’è il fondo gestito da
INVIMIT, in cui confluisce denaro pubblico, ovvero i cento milioni del Fondo per
lo sviluppo e la coesione, insieme ad altre risorse nazionali ed europee e alle
quote di regioni e ministeri. Questo veicolo finanziario ha il compito di
smistare i capitali. Al suo interno ci sono altri fondi gestiti non da INVIMIT,
ma da società di gestione private scelte sul mercato. Sono queste ultime che
acquistano immobili, li ristrutturano e li affittano.
Su questo impianto il decreto interviene con un ritocco che è solo
apparentemente tecnico. Fino a ieri i fondi INVIMIT potevano affiancarsi
soltanto a società interamente pubbliche; ora è sufficiente una partecipazione
di maggioranza del pubblico, aprendo la quota restante a un socio privato.
Pertanto, anche se il fondo di investimento deve orientarsi all’edilizia
pubblica e sociale, non può per definizione privilegiare la funzione sociale
rispetto al rendimento, perché ha obblighi fiduciari verso i propri investitori,
cioè coloro che mettono il capitale. Resta quindi una tensione strutturale tra
rendimento e bisogno abitativo che il vincolo può attenuare, non annullare. Ma
quando lo Stato incanala la politica abitativa in un veicolo finanziario di
questo tipo, si può parlare a tutti gli effetti di piena finanziarizzazione
abitativa.
IL CAVALLO DI TROIA DELLO SCOPO SOCIALE
Un pilastro che merita attenzione e approfondimento è quello dedicato
all’edilizia integrata. Come mostrato, le trasformazioni urbane e abitative a
cui stiamo assistendo non sono l’esito spontaneo del mercato, ma sono favorite
dallo Stato che crea le condizioni normative, finanziarie e procedurali affinché
operatori privati, fondi e investitori istituzionali possano intervenire nei
processi di rigenerazione urbana, riducendone i rischi spesso in nome
dell’accessibilità economica. Non parliamo di investimenti pubblici
tradizionali, ma di un modello fondato sul partenariato pubblico-privato. Un
concetto che viene espresso chiaramente nell’articolo 9, dove si afferma che i
programmi di edilizia integrata vengono realizzati “con l’attrazione prevalente
di investimenti privati”. Questa formulazione non è neutra perché esplicita che
il sistema si regge sul capitale privato, e che le risorse pubbliche sono
residuali.
Dietro questa narrazione, le abitazioni destinate alla fascia grigia della
popolazione – cioè chi non ha i requisiti per l’edilizia residenziale pubblica
ma non riesce nemmeno a sostenere le spese nel mercato privato – vengono
sottoposte alle stesse logiche di rendimento di qualsiasi altro asset
finanziario. Di fatto, il meccanismo funziona così: il privato investe, ottiene
semplificazioni e vantaggi urbanistici, realizza alloggi a canone calmierato o
con finalità sociale per un periodo definito e può destinare il trenta per cento
dell’operazione all’edilizia libera di mercato. Il settanta per cento
dell’investimento va all’edilizia convenzionata, che a sua volta deve praticare
un prezzo o canone scontato di almeno il trentatre per cento rispetto ai valori
di mercato, rilevati dall’Osservatorio dell’Agenzia delle Entrate.
Si tratta comunque di prezzi calcolati a partire dai valori di mercato, che
nelle grandi città sono già molto elevati. Nella zona Ostiense di Roma, per
esempio, il canone di mercato è pari a 16 €/m² al mese, mentre la riduzione del
33% prevista dalla normativa porta il canone a circa 10,70 €/m² al mese, pari a
circa 860 euro mensili per un appartamento di 80 m². Anche in questo caso, pur
essendo inferiore al prezzo di mercato, il canone resta elevato per molte
famiglie appartenenti alla cosiddetta “fascia grigia”.
Gli interventi di edilizia convenzionata possono essere destinati a canone o
prezzo calmierati sia alla locazione che alla vendita, senza alcuna specifica
quantitativa sul numero di alloggi che saranno affittati o venduti. La legge
individua una platea molto ampia. Gli interventi sono destinati ad abitazione
principale, ma anche a residenze per studenti universitari e lavoratori fuori
sede, giovani coppie, genitori separati, e persino nuove formule abitative come
la coabitazione solidale per gli anziani (senior cohousing) e quella di
co-housing intergenerazionale, sempre entro i limiti di reddito e patrimonio
fissati dalla legge. Durante l’esame alla Camera si è poi chiarito che, tra i
lavoratori fuori sede, rientrano anche quelli pubblici come il personale
scolastico e sanitario, forze di polizia, vigili del fuoco, forze armate.
Un punto importante è che, decorso il periodo di convenzionamento (trent’anni),
cessano gli obblighi previsti dalla convenzione e l’intervento può essere
ricondotto integralmente alle ordinarie dinamiche di mercato, salvo diverse
previsioni convenzionali.
C’è un altro aspetto di novità rispetto al decreto precedente. Infatti, le
modifiche introdotte prevedono che l’operatore può riservare una quota della
superficie a funzioni non residenziali: negozi, startup, uffici, coworking e
altri servizi. Queste superfici restano escluse dal calcolo del settanta per
cento della superficie residenziale da destinare all’edilizia convenzionata,
aumentando la quota destinata al libero mercato.
QUANDO IL MODELLO DIVENTA CITTÀ
Se il nuovo modello di edilizia integrata verrà applicato su larga scala, è
prevedibile che si favoriranno interventi di rigenerazione urbana fondati sul
cosiddetto mix funzionale, un modello che già caratterizza molte delle
principali operazioni immobiliari nelle grandi città italiane. Lo schema che
emerge è quindi ricorrente, ed è quello che già abbiamo visto col PNRR per gli
studentati privati. Anche qui, l’interesse pubblico dell’housing sociale diventa
il presupposto che consente di attivare grandi operazioni di trasformazione
urbana nelle quali coesistono edilizia convenzionata, residenza libera,
commercio, uffici, strutture ricettive e altri servizi.
Roma rappresenta un caso emblematico. Nell’area degli ex Mercati Generali,
estesa su circa nove ettari, la creazione di uno studentato privato e altre
funzioni non residenziali è oggi promossa attraverso una convenzione di
sessant’anni tra Comune di Roma, il gruppo texano Hines e il gruppo Toti/Lamaro;
l’operazione potrebbe generare trentadue milioni di euro di ricavi, mentre il
comune di Roma prenderà un canone di affitto di 165 mila euro, lo 0,5% dei
ricavi stimati.
L’ex deposito AMA della Montagnola, un’area di oltre due ettari, appartiene al
Fondo Ambiente gestito da DeA Capital Real Estate SGR ed è interessato da un
investimento di circa cento milioni di euro che prevede residenze e funzioni non
residenziali.
Analogamente, l’ex Caserma Guido Reni, oltre cinque ettari nel quartiere
Flaminio, sta per diventare un grande distretto multifunzionale. Qui CDP Real
Asset ha scelto come partner COIMA, che sviluppa l’intervento di circa
quattrocento milioni di euro, insieme alla società emiratina Eagle Hills e
attraverso il proprio fondo ESG City Impact. Il progetto prevede residenza
libera, housing sociale, spazi commerciali, un albergo di lusso e servizi.
Dietro l’etichetta del mix funzionale si celano spesso operazioni speculative di
natura prevalentemente commerciale e ricettiva, che non rispondono ai bisogni
degli abitanti. Qui si chiude e si salda il cerchio che tiene unite le due
riforme di cui si parlava poco prima. Infatti, il fondo di COIMA raccoglie il
risparmio di casse di previdenza e fondi pensione italiani (Cassa Forense,
ENPAM, Inarcassa, la Cassa dei Commercialisti, il Fondo Pensione del Monte dei
Paschi), insieme a banche e capitali sovrani del Golfo. Sono, cioè, gli stessi
soggetti che raccolgono e reinvestono il risparmio dei lavoratori e delle
lavoratrici. Anche il caso degli ex Mercati Generali illustra come il risparmio
previdenziale globale arrivi fin dentro un singolo intervento romano, poiché tra
i principali investitori di uno dei fondi europei di Hines figura Menora
Mivtachim, il maggiore fondo pensione israeliano.
SEMPLIFICAZIONI URBANISTICHE E FIGURE COMMISSARIALI
Attraverso il richiamo all’housing sociale, gli investitori accedono a procedure
semplificate, premialità urbanistiche e strumenti agevolativi, mantenendo al
tempo stesso una quota significativa dell’intervento destinata a funzioni
pienamente remunerative. Un esempio si ritrova nelle norme sul cambio di
destinazione d’uso: il decreto rende facile e veloce trasformare un edificio
nato per altri scopi – come un’ex caserma, un ex ufficio, una struttura dismessa
– in alloggi residenziali, che possono avere anche funzioni non residenziali.
Anche le figure commissariali giocano un ruolo decisivo, accentrando in capo a
un organo monocratico poteri valutativi e decisionali che l’ordinamento
affiderebbe a più amministrazioni. Il Piano casa prevede due distinte figure
commissariali. Per i grandi programmi di edilizia integrata di interesse
strategico è previsto un commissario di governo con poteri urbanistici molto
estesi, capace di provvedere in deroga agli strumenti urbanistici generali ed
esecutivi e persino “in assenza di pianificazione urbanistica”, fino al rilascio
di un’autorizzazione unica con effetto di variante. C’è poi il Commissario
incaricato del recupero del patrimonio pubblico, ruolo affidato all’architetto
Felice Squitieri, vicino alla Lega. Questa figura opera per ordinanza in deroga
a ogni disposizione di legge diversa da quella penale (fatti salvi l’antimafia,
i beni culturali e paesaggistici e i vincoli europei), con il compito di
sbloccare circa sessantamila alloggi popolari e la gestione dei 970 milioni del
programma attraverso Invitalia.
Sul piano procedurale, la legge raccoglie le disposizioni applicabili ai
programmi infrastrutturali di edilizia integrata, valorizzando meccanismi di
semplificazione. Se per autorizzare un progetto serve il consenso di diversi
uffici (Comune, Soprintendenza, ente ambientale, ASL), attraverso questa
procedura semplificata si convocano tutte insieme le diverse amministrazioni,
dando un tempo limite (trenta giorni, che salgono a quaranta quando sono in
gioco tutela ambientale, paesaggistica o dei beni culturali). Vale il
silenzio-assenso, quindi, se un ufficio non risponde entro la scadenza, il
silenzio vale come un’autorizzazione a procedere.
A questo si aggiunge il meccanismo della dichiarazione di pubblica utilità. Per
gli interventi di edilizia residenziale pubblica o sociale, si stabilisce che
l’approvazione di quelli inseriti in “programmi di contrasto del degrado
urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana, comunque
denominati, comporta la dichiarazione di pubblica utilità ai sensi di legge“.
Questa formula copre un ventaglio molto largo di operazioni, tanto più che nei
grandi programmi di investimento strategico la pubblica utilità scaturisce in
via automatica anche dall’autorizzazione unica del commissario di governo.
Messe insieme, queste norme svuotano dall’interno la funzione di programmazione
urbanistica, che viene di fatto calata dall’alto.
IL PARADOSSO DELL’ALIENAZIONE
Un ultimo aspetto che merita attenzione è il paradosso dell’alienazione.
Infatti, il Piano casa si propone di aumentare l’offerta di alloggi a prezzi
accessibili o ristrutturare le sessantamila case ERP in stato di non
manutenzione, ma l’articolo cinque prevede esattamente il contrario, stabilendo
le procedure con cui i comuni, gli enti e le aziende territoriali possono
alienare gli immobili del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale
in ragione “del loro valore di mercato”. A differenza del vecchio testo, in cui
si diceva che i proventi della vendita dovevano colmare eventuali debiti degli
enti gestori, ora si autorizza la vendita del patrimonio ERP, ma si decide dove
vanno i soldi dopo, con un atto che non passa dal Parlamento. Anche la logica
del rent to buy, ovvero il diritto di riscatto dell’inquilino, di fatto
privatizza il patrimonio pubblico e non permette che resti nel circuito sociale
e pubblico.
Sarebbero ancora tanti altri i punti da vagliare in un attento esame critico, ma
la direzione è ormai chiara: il Piano casa non aumenta l’offerta di edilizia
residenziale pubblica, né rende la casa più accessibile economicamente, creando
piuttosto corsie preferenziali per altri possibili investimenti nel settore
immobiliare. Infine, per quanto la legge dichiari di non voler consumare altro
suolo, vale la pena riflettere su quanto sia importante, in un’epoca di
cambiamento climatico e di continue ondate di calore, che certe aree vengano
restituite alla natura o vengano riconvertite a parco pubblico anziché essere
cementificate in mega progetti che di pubblica utilità hanno ben poco. (chiara
davoli)
(disegno di salvatore liberti)
Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva
raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio
immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne
di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione
pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti
(Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza
(Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti
dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e
all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli,
assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli
uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico
della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e
accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio
2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano
scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un
quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello
dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord
della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso
Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie
scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le
persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono
nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori,
identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è
caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche
della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una
volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la
condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza
italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la
traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via
Botticelli.
* * *
Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede
centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda
per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere
tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno
aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare.
Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti
successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della
fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due
poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si
chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle,
un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun
altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che
non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune
rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano
chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti,
mentre altri li infastidiscono profondamente.
Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della
coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno
dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa
storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a
mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è
ottenere il permesso.
Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva
alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente
disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei
post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila;
sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it
col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare
velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi,
così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e
tenere il posto per lei.
Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi
scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso,
altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute
incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi
per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa
fatica.
Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con
determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con
cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in
modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi
arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a
gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle
occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili.
La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a
dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono
di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente
sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è
frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo
alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone
viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci,
quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi
su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri
dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti
stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini
piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta
cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque
sia arrivato “dopo”.
Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono
ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li
ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro
sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono
solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun
incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
(archivio disegni monitor)
Ad aprile è stata pubblicata la bozza delle Nuove Indicazioni Nazionali per i
licei, che segue la pubblicazione delle Nuove Indicazioni Nazionali per la
scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione. Del primo testo si è
sottolineato più volte il carattere colonialista – “Solo l’Occidente conosce la
Storia” – ma, nonostante il periodo di consultazione intercorso tra la
pubblicazione delle bozze e la pubblicazione ufficiale, questo non è cambiato
molto. Del testo per i licei, a far discutere è soprattutto la parte di
Letteratura italiana, curata da Claudio Giunta; in particolar modo, la scelta di
rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi di Manzoni. Questa
sembrerebbe una delle poche scelte che guardano avanti all’interno di
un’operazione sapientemente rivolta all’indietro.
C’è un motivo per cui I Promessi Sposi sono stati così a lungo il romanzo
italiano per eccellenza, quello che ogni studente ha dovuto leggere dalla fine
dell’Ottocento a oggi: il romanzo di Manzoni riesce a unire, in maniera così
conciliante, l’emarginazione di Renzo e Lucia con la loro inscalfibile
correttezza. I due reagiscono all’ingiustizia subita con una purezza e una
caparbietà uniche, perfette per costituire un buon esempio agli occhi dei
ragazzi: gli oppressi ben educati.
Nessun governo avrebbe l’ardore di proporre come classico
contemporaneo Tattoo di Earl Thompson, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974 ma
tradotto in italiano solo nel 2025 da Tommaso Pincio per Feltrinelli.
Il romanzo racconta la storia di Jack, un quattordicenne del Kansas che vive
nella miseria con i nonni. Il ragazzo, figlio di una prostituta e di un “avanzo
di galera”, detesta talmente tanto l’odore della catapecchia in cui vive e i
buoni pasto con cui i nonni lo mandano a fare la spesa che riesce a farsi
assumere in Marina fingendo di aver già compiuto diciotto anni. Presta servizio
prima in Cina, durante la guerra civile tra Mao e Chiang Kai-shek e poi nella
guerra di Corea, questa volta nell’Esercito. Al suo ritorno, quasi
venticinquenne, rifiuta di restare nell’Esercito e si iscrive all’Università di
Belle Arti. Nel decennio che intercorre tra le due scelte succede di tutto.
Jack è un ragazzino gracile e docile, Topino lo soprannomina qualcuno. È spesso
vittima di personaggi maschili più burberi e violenti di lui: innanzitutto il
nonno, un omaccione tremendamente arrabbiato con la vita e soprattutto con
Roosevelt; poi il suo migliore amico Glenn, delinquentello sessista che non gli
perdonerà mai di aver scelto una vita diversa da lui, arrivando, alla fine del
romanzo, a pestarlo brutalmente; e poi le molteplici figure della Marina e
dell’Esercito che occupano posizioni superiori alla sua: rozzi vili spacconi
sempre pronti a usare le mani, tanto con gli uomini quanto con le donne. Jack
non li sopporta: “Era la vecchia stronzata di sempre, dimostra che sei un uomo.
Al diavolo, se erano quelli gli uomini, lui non aveva nessuna voglia di
esserlo”.
Eppure, Jack non si comporta meglio di loro. Fin dall’inizio del romanzo, il
ragazzo è carnefice tanto quanto gli altri maschi: molesta le donne che incontra
nel quartiere; poi, assieme ai suoi compagni della Marina, realizza un vero e
proprio stupro di gruppo ai danni di un’infermiera in alcune tra le più
agghiaccianti pagine scritte da Thompson. Anche quando ha dei rapporti con donne
consenzienti, come nel caso della sua futura moglie, Sharon, il ragazzo è
costantemente ossessionato dal corpo di lei, lo cerca e lo circuisce fino a
ridurlo alla passività. In guerra non si comporta tanto meglio, basti pensare a
quando prende la testa di un giapu e se la porta in caserma come un trofeo per
ottenere una ricompensa in denaro. Earl Thompson non ci risparmia nulla: lascia
che chi legge si inacidisca lo stomaco con le meschinità di Jack e dei suoi
amici, sporca l’inchiostro del romanzo con un liquido vischioso che rischia di
attaccare irrimediabilmente le pagine del libro prima di averlo finito. Ma poi,
in qualche modo, si va avanti. La storia prende aria. Jack si emancipa, almeno
parzialmente, dal contesto di provenienza e lo fa soprattutto grazie alla
lettura. E allora leggendolo siamo lì, con lo stesso Jack che prima stava
stuprando. Siamo lì nei momenti più poetici, come quando cammina da solo di
notte sulla Retreat, il barcone su cui è arruolato, e scrutando le luci della
notte viene quasi travolto dalla mareggiata; quando entra in un bordello di
lusso, con la speranza di essere diverso dalle bestie con cui condivide il
reparto; o quando si isola in una cabina per leggere Furore di Steinbeck che gli
piace, sì, ma ha l’impressione che parli “di gente un gradino più sopra rispetto
ai suoi familiari o che i suoi familiari fossero davvero un branco di
delinquenti che dovevano ritenersi fortunati a non essere stati spazzati via
dalla faccia della terra”. Ma siamo con Jack soprattutto nelle ultime pagine del
romanzo quando rimane vittima prima di un agguato da parte del suo migliore
amico e poi di una feroce sparatoria in Corea, rischiando di perdere la vita.
Ecco che Jack è anche vittima, e in questo anche c’è tutta la differenza con il
romanzo buonista di Manzoni.
La scelta di rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi dal programma
dei licei prova indubbiamente a risolvere il problema che è, per ogni ragazzo
oggi a scuola, leggere il testo di Manzoni senza l’ausilio di note, parafrasi e
commenti, cioè senza approcciarlo come fosse La Divina Commedia. Il capolavoro
di Dante invece – con i suddetti ausili – riesce ancora incredibilmente ad
affascinare i ragazzi, ma offre un’esperienza di lettura ben diversa da quella
di un romanzo.
Eliminare I Promessi Sposi apre quindi una voragine: quali romanzi leggere ora?
E, soprattutto, il romanzo è ancora una forma ricevibile per gli alunni? Io
credo di sì, ma solo se proposto in modo diverso da quanto fatto finora. Il
testo delle Indicazioni Nazionali propone un elenco di autori molto lungo:
Moravia, Palazzeschi, Brancati, Ginzburg, Sciascia, Romano, Ammaniti, Defoe,
Swift, Austen, Brontë, Dumas, Flaubert, Stendhal, Dostoevskij, Kafka, Salinger,
Dahl e altri ancora. Non si può entrare nel merito di tutti questi nomi, ed è
evidente che questa varietà è, di fatto, un campo aperto, motivo per cui da
settembre ogni insegnante dovrà scegliere con dei propri criteri ciò che ritiene
più importante leggano i propri alunni, con i vantaggi e gli svantaggi che
questa libertà comporta. È evidente anche che questa scelta sarà fatta,
giustamente, sulla base del tipo di classe che si ha di fronte, motivo per cui
quanto sto per dire va sempre ricalibrato e riconsiderato in relazione al
contesto in cui ci si trova. Mi sembra però che il genere romanzo, forse proprio
per la storica associazione di questa forma letteraria con I Promessi Sposi, sia
diventato, nell’immaginario dei nostri alunni, l’erede della favola. Il numero
di pagine è moltiplicato certo, ma la struttura volta al dispiegamento di una
morale, ai loro occhi rimane, rimane. È significativo, per esempio, che una
collega quest’anno abbia proposto alle sue classi, con successo, I miei stupidi
intenti di Bernardo Zannoni: romanzo di alta qualità, ma ricevibile anche in
virtù del suo impianto favolistico. Bisogna provare a scardinare il romanzo dal
suo legame con la morale e, per far ciò, l’unico modo è scegliere dei testi che
abitino il male, lo attraversino nelle sue pieghe e lo accettino come parte non
solo della vita, ma soprattutto di ognuno di noi, come fa Tattoo di Earl
Thompson.
Quando ero al liceo, la professoressa di italiano ci lesse Il Gorgo di Beppe
Fenoglio. Ricordo ancora la sensazione di terrore che provai nell’immaginare
quel padre allontanare il figlio minacciandolo con il forcone “come si fa con le
bestie feroci”, mentre lui lo insegue convinto che stia “andando a finirsi”.
Fenoglio è un autore italiano e, soprattutto, è entrato a pieno titolo nel
nostro canone, motivo per cui leggerlo in classe non fa notizia, ma quello che
contiene quel brevissimo racconto è la sintesi di quello che mi auguro si legga
nelle classi da settembre in poi: Non posso dire che faccia avesse, perché
guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e
soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la
vergogna di vederlo come nudo. (federico murzi)
Foto della redazione
Potrebbe essere un giovedì qualsiasi, e invece il centro storico di Napoli è
invaso da forze di polizia di ogni genere, dopo i fatti di cronaca nera avvenuti
in settimana in uno dei quartieri popolari della città. A piazza Plebiscito, di
fronte alla Prefettura, centinaia di persone protestano con una conferenza
stampa e un corteo per l’improvvisa e allo stato immotivata interruzione di un
progetto per inserimento al lavoro che li coinvolge. «Siamo lavoratori – ci
tengono a specificare in più di un intervento al microfono – perché abbiamo
firmato dei contratti di tirocinio formativo; non più disoccupati organizzati, e
faremo valere i nostri diritti in maniera ancora più decisa di come abbiamo
fatto in tutti questi anni».
Dopo un decennio di lotta, infatti, e superando ostacoli talvolta da teatro
dell’assurdo, gli uomini e le donne dei Disoccupati 7 Novembre e del Cantiere
167 di Scampia, sono riusciti a ottenere l’avvio di tirocini formativi annuali,
con la prospettiva di un inserimento lavorativo nelle cooperative comunali che
si occupano di manutenzione del verde, strade e sorveglianza dei beni culturali
della città.
Mentre il percorso dei tirocini procedeva per circa mille e duecento persone,
però, all’improvviso, la scorsa settimana, Sviluppo Italia, società del
ministero che gestisce il progetto, ne ha comunicato la sospensione in
autotutela. Il motivo consisterebbe in alcune presunte irregolarità procedurali,
non dipendenti certo dalla sfiancante trafila burocratica che i due movimenti e
i loro iscritti hanno dovuto affrontare. «Centinaia di persone hanno rinunciato
in questi mesi a un’occupazione informale o a indennità che percepivano e che in
molti casi erano più consistenti economicamente rispetto ai seicento euro
percepibili con il tirocinio», spiegano alla stampa i referenti del movimento.
«Lo hanno fatto perché l’obiettivo della nostra lotta è sempre stato il lavoro,
e questo tirocinio era propedeutico all’inserimento in cooperativa. Ora,
all’improvviso, il progetto viene sospeso per responsabilità istituzionali,
lasciando senza alcun sostentamento un migliaio di persone. Chi si è preso la
responsabilità di questa scelta non ha la minima idea di cosa ha combinato!».
Prima della conferenza, e dopo il corteo conclusosi con un sit-in di protesta al
Molosiglio, dove a presentare un libro c’erano Giuseppe Conte, il sindaco
Manfredi e il governatore Fico, le istituzioni hanno comunicato che ci saranno
da attendere la conclusione di un’istruttoria che dovrà stabilire eventuali
irregolarità. Ma i tirocinanti non hanno intenzione di aspettare a tempo
indeterminato. «Qualora dovessero emergere problematiche di carattere
procedurale, queste non sono di nostra responsabilità. I tempi, in ogni caso,
non dobbiamo farli decidere a loro. A partire da oggi rilanciamo una nuova
campagna di lotta, perché passi chiaro il messaggio che il problema va risolto,
e in fretta. Questi lavoratori hanno firmato un contratto e devono cominciare o
riprendere il proprio percorso, non possono arrivare alla fine del mese senza
percepire ciò che gli spetterebbe per il lavoro che stanno facendo».
Non è la prima volta, va ricordato, che la lotta dei disoccupati organizzati
incontra ostacoli inattesi proprio quando il percorso sembra incanalato verso un
esito positivo. E non è la prima volta che, esattamente come sta accadendo oggi,
esponenti politici locali di piccolo cabotaggio provano a cavalcare questi corti
circuiti amministrativi nel tentativo di mettere i disoccupati uno contro
l’altro, screditando gli esponenti più in vista del movimento per tornare a
imporre il vecchio approccio clientelare, tanto più con l’avvicinarsi delle
elezioni amministrative. Lasciare senza risposte centinaia di persone, fomentare
l’incertezza, questionare l’efficacia di un lungo percorso di lotta, insinuare
in tanti uomini e donne l’idea che la promessa elettorale possa avere esiti più
fruttuosi rispetto alla legittima e radicale rivendicazione di un posto di
lavoro, è un vecchio tentativo che la storia politica della città conosce bene.
Prefettura, enti locali e ministero del lavoro hanno il dovere di riattivare
immediatamente i tirocini, intervenendo se necessario sui responsabili delle
incongruenze, evitando l’esplosione di una nuova emergenza di cui la città non
ha certo bisogno. (riccardo rosa)
(foto di arrevuoto – xx movimento)
A fine maggio è andato in scena, al teatro San Ferdinando, XX Movimento. Sospesi
tra le stelle, spettacolo annuale del progetto di arte e pedagogia Arrevuoto.
Per qualche mese ho seguito alcuni dei laboratori, in particolare quello di
Scampia, che si svolge da Chikù – Cibo e cultura, ristorante di donne rom e
napoletane che si trova esattamente sopra l’Auditorium Fabrizio De André (i
laboratori si svolgono in un ristorante perché il teatro c’è, ma è chiuso a
causa di vicissitudini burocratiche, talvolta grottesche, dal 2017). Insieme al
gruppo di Scampia hanno partecipato scuole come la Madonna Assunta di Bagnoli e
il Casanova-Costantinopoli del centro storico di Napoli, e poi associazioni,
centri educativi, cooperative sociali come Stelle sulla Terra (Materdei) e
L’Orsa Maggiore (Rione Traiano).
Per capire Arrevuoto bisogna tornare indietro di vent’anni: «Era un momento
cupo, con una guerra di camorra in atto», racconta Emma Ferulano, una delle
coordinatrici del progetto. Arrevuoto nasce infatti negli anni della faida di
Scampia, quando nel quartiere – parallelamente al diffondersi di un morboso
interesse mediatico – artisti, educatori, insegnanti e operatori culturali
iniziano a interrogarsi su come intervenire nei territori senza appiattirsi
sulle logiche emergenziali legate alle politiche repressive. Da quella domanda
nasce un incontro inedito. Da una parte ci sono le realtà che da anni lavorano
nel quartiere, come il Gridas e altri gruppi informali educativi. Dall’altra
Goffredo Fofi, che insieme ad altri pensa di portare a Napoli l’esperienza della
Non scuola del Teatro delle Albe di Ravenna, un metodo teatrale che viene
rielaborato per coinvolgere non solo le scuole, ma anche i centri educativi
(formali e informali) che operano nei differenti territori e i ragazzi che la
scuola non la frequentano affatto. Il progetto trova il sostegno di Roberta
Carlotto, all’epoca direttrice del teatro Mercadante, in un’alleanza per una
volta lungimirante tra istituzioni e realtà territoriali. Arrevuoto si
concretizza sulla base di un’idea semplice e radicale insieme: mescolare le
carte, attraversare la città, portare gruppi di adolescenti provenienti da
contesti diversi a condividere lo stesso spazio scenico. «Mischiare i ragazzi
del campo rom e napoletani di Scampia con quelli del centro, i ricchi ai poveri,
e così via», spiega Ferulano.
Già molte ore prima, il giorno dello spettacolo, in platea si riuniscono
ragazze, ragazzi e guide teatrali, guide pedagogiche, registe e registi, e con
loro tutte le persone, molte delle quali sono attivisti dei differenti
quartieri, che negli ultimi mesi hanno lavorato alla costruzione dello
spettacolo. Prima che il pubblico entri in sala c’è il rito. Lo richiama
Maurizio Braucci, che in Arrevuoto funge da direttore artistico, alzando
l’indice verso l’alto. «Quindi…». La parola passa di bocca in bocca, fino a
trasformarsi in coro. Braucci racconta una storia su Maradona, e in riferimento
alla prima del giorno precedente, conclude: «Ieri è andato in scena un miracolo.
Se si ripete non è più un miracolo, ma Arrevuoto».
Vent’anni dopo il primo movimento, quel nome continua a raccontare qualcosa del
progetto. Il sostantivo deriva dal verbo “arrevotare”, che significa in
napoletano rivoltare, ribaltare, mettere sottosopra. Secondo uno dei racconti
che circolano tra i “vecchi” del progetto, nacque durante uno dei primi
laboratori, a Scampia, quando E., adolescente del quartiere, minacciava
continuamente di far saltare il banco, di “fare arrevotare tutto”. Quella
parola, che raccontava insieme insofferenza, energia e desiderio di rompere gli
schemi, finì per dare il nome a un’intera esperienza.
Anche la geografia dei laboratori è cambiata col tempo. A partire dai quattro
gruppi iniziali Arrevuoto ha coinvolto via via educatori e ragazzi di diversi
quartieri, spesso proprio quando questi attraversavano momenti particolarmente
difficili. Ma la scelta non è mai stata casuale. «A Caivano ci abbiamo provato
per una vita», racconta Emma Ferulano. «Non ci siamo riusciti perché mancava una
rete sul territorio». Prima ancora dei laboratori, Arrevuoto costruisce infatti
relazioni: con associazioni, scuole e realtà educative, condividendo quello che
Ferulano definisce il «senso politico e pedagogico profondo del progetto. Quando
è mancata questa cosa, i laboratori non sono andati bene».
Se la storia di Arrevuoto nasce dentro la faida di Scampia, anche il ventesimo
movimento, così come hanno fatto tutti gli altri, prova a riportare alcune delle
contraddizioni del presente della città sul palco. Durante lo spettacolo, per
esempio, Mirella La Magna, storica attivista del Gridas, incontra finalmente il
sindaco di Napoli. È un incontro immaginario, ovviamente, che richiama una
vicenda reale: dal 2021 il Gridas ha chiesto un confronto con l’amministrazione
senza aver mai ricevuto risposta, in riferimento alle ordinanze di sgombero che
pendono sul destino dello storico spazio sociale. La scena si muove tra ironia e
denuncia, due elementi che attraversano da sempre tanto il lavoro del Gridas
quanto quello di Arrevuoto. La finzione diventa un luogo in cui ciò che nella
realtà continua a non accadere può avere visibilità pubblica.
Alla fine, in scena arrivano gli alieni. La domanda che ha accompagnato la
costruzione di Sospesi tra le stelle è semplice: cosa accadrebbe se centinaia di
navicelle spaziali accerchiassero la Terra? In realtà gli extraterrestri non
hanno alcuna intenzione di invadere il pianeta, anzi la loro tecnologia ha la
forza di disinnescare ogni arma e a fermare ogni conflitto. Non cercano
presidenti, generali o capi di Stato, vogliono soltanto bere un caffè, quello
più buono di Napoli, preparato da Totore l’Asteroide, un giovane barista
disposto a tutto pur di liberarsi dell’acne che gli copre il volto. Quando
finalmente ottiene ciò che desidera, rinunciando al proprio talento, il ragazzo
viene accolto e riconosciuto da una società che fino a quel momento lo aveva
ignorato. Qualcosa però si rompe. Il dono che rendeva speciale il suo caffè
scompare e con esso l’equilibrio che aveva costruito intorno a sé. Il sipario si
chiude mentre i partecipanti cantano una delle canzoni parte del rito. La platea
si svuota lentamente, abbracci e sorrisi accompagnano attori, pubblico ed
educatori verso l’uscita. Nel piazzale antistante al teatro una domanda ritorna
più di tutte: «L’anno prossimo si fa Arrevuoto?». (pasquale frattini)
(disegno di cyop&kaf)
Non sono albanese, non ho origini connesse alla diaspora e non parlo la lingua.
Il mio interesse per quella sponda dell’Adriatico è sorto casualmente: da circa
otto anni ho avuto modo di trascorrere periodi più o meno lunghi nella Terra
delle Aquile (la traduzione letterale di Shqipëria, il nome albanese del proprio
paese). Dapprima esplorazioni vacanziere, poi rapide incursioni per il teknival,
un grande rave autogestito che si è tenuto ogni anno sulla costa albanese dal
2019. Nonostante gli svaghi, non ho potuto fare a meno di notare le
trasformazioni che l’industria turistica stava producendo lungo il litorale. E
così, sul finire del 2020, da dottorando, con un progetto focalizzato
sull’impatto del turismo balneare in quei luoghi, ho passato quasi tre anni, di
cui uno intero in Albania, a interrogarmi sul modello di sviluppo che stava
rapidamente trasformando la costa albanese, e che aveva già segnato
irrimediabilmente quella italiana.
I risultati sono confluiti in un volume pubblicato di recente, ma ciò che più
conta sono le relazioni stabilite in quel periodo, quelle che mi hanno portato a
prendere in mano il telefono quando, nei primi giorni di giugno, ho letto le
notizie delle mobilitazioni nell’area protetta di Narta e poi a Tirana.
La ricostruzione della storia sembrava tutto sommata chiara: un’area naturale
protetta al largo di Valona (Pishë Poro-Narta) al centro di un progetto della
famiglia Trump-Kushner, autorizzata dal primo ministro albanese a costruire un
resort di lusso sull’isola di Sazan, mettendo a rischio gli ecosistemi
dell’isola e della laguna di Zvernec. L’opposizione di cittadine e ambientalisti
è stata repressa con violenza dalle guardie private, sotto gli occhi della
polizia, e i video hanno fatto il giro del web. In poco tempo, a Tirana hanno
iniziato a riunirsi ogni sera migliaia di manifestanti che chiedevano
l’interruzione dei lavori, il ritiro degli emendamenti del 2024 alla legge sulle
aree protette e le dimissioni del primo ministro Edi Rama.
Per saperne di più, avrei potuto limitarmi a qualche intervista telefonica,
visto che non ho alcun contratto per finanziarmi gli spostamenti a questo giro,
ma ogni volta che chiamavo amiche e amici da Tirana e Durazzo percepivo
l’eccitazione nella loro voce ed era difficile andare oltre un rapido scambio.
Così, dopo due settimane di proteste consecutive, ho deciso di prendere un volo
e il 17 giugno sono arrivato all’aeroporto di Rinas, nello stesso giorno in cui
il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede al governo albanese
di abrogare gli emendamenti sulle aree protette e di sospendere i progetti nelle
zone tutelate.
La prima persona che incontro è Artan, caro amico di Durazzo e ricercatore
all’Università Polis di Tirana, che mi spiega che quel giorno la manifestazione
sarà guidata da pensionati e pensionate, poiché nell’ultima settimana si è
deciso di mettere al centro le istanze di diversi segmenti della società
albanese. Quando arriviamo al concentramento alle 19, ci sono già migliaia di
persone, un dato sorprendente al diciottesimo giorno consecutivo di
mobilitazione. Lasciamo la piazza verso le 21 per prendere un autobus verso
Durazzo, mentre la marcia deve ancora iniziare e proseguono gli interventi dal
palco circondato da bandiere nazionali e raffigurazioni di fenicotteri (tra le
specie che trovano riparo nella laguna e che sono messe a rischio dal progetto).
Penso di capire finalmente l’emozione che avevo percepito dalle chiamate. Artan
mi spiega che la protesta, dalla richiesta di revisione delle norme sulle
concessioni nelle aree protette, si è allargata in un movimento che chiede una
radicale trasformazione del sistema politico albanese, accusato di essere
corrotto e al servizio degli interessi degli oligarchi o, come li definisce
Artan, «di un gruppo di persone strettamente legate al sistema politico e al
primo ministro, un clan con i suoi interessi principalmente nell’edilizia, che
usufruisce di una legge per gli investimenti strategici firmata nel 2015».
Il progetto su Narta, mi spiega, non è un unicum: solo alcuni mesi fa vicino a
Scutari ci sono state proteste contro un grande costruttore che ha acquistato
un’area agricola costiera per farci un resort, distruggendo dune e paesaggi
naturali. Mentre in questi ultimi giorni, gli abitanti di Kakome, una piccola
località costiera nella prefettura di Saranda, hanno divelto le barriere che da
oltre vent’anni impedivano l’accesso al litorale e ai terreni circostanti per
difendere la proprietà esclusiva di un’oligarca locale. Non si tratta, mi dice
Artan, di cacciare solo Rama, ma di sovvertire un sistema che comprende anche
Berisha e il Partito Democratico, che in questi giorni prova a cavalcare le
piazze nonostante queste scandiscano slogan contro di loro. «Per oltre
trent’anni abbiamo avuto solo due persone al governo, pensi che sia normale?».
Questa mobilitazione straordinaria si spiega, a suo dire, con il malessere
accumulato da decenni e con la convergenza di una serie di fattori scatenanti.
«Ha avuto un peso il fatto che proprio da Valona fosse partito il primo
cittadino albanese salito su una nave della Flotilla, così le rivendicazioni per
la tutela del territorio si sono intrecciate con le mobilitazioni contro il
genocidio in Palestina, denunciando la presenza di interessi israeliani in
diversi progetti del governo. In piazza si vedono fratelli e sorelle musulmane
e, anche se non articolano un messaggio esplicito contro le guerre, la
connessione c’è ed è la prima volta che si vede questa cosa. Ci sono poi anche i
nazionalisti con le loro bandiere e gli ambientalisti con le immagini dei
fenicotteri per difendere il territorio».
Il giorno seguente torniamo a Tirana. Mi dirigo verso la sede di Lëvizja Bashkë,
il partito di cui fa parte anche Artan da due anni a questa parte. Una volta
entrato riconosco gli spazi di quella che prima era stata la base organizzativa
di un gruppo denominato Organizata Politike, che nell’ultimo decennio ha
sostenuto le proteste degli studenti, dei minatori e dei lavoratori dei
call-center. Artan mi presenta Fred, con cui ci perdiamo in una lunga
chiacchierata. Quando gli chiedo delle forme organizzative del movimento, tenta
di nascondere un certo imbarazzo: anche il loro partito, pur essendo nato da
pochi anni e avendo solamente due delegati in Parlamento, non è autorizzato a
prendere il microfono in piazza e non ha contatti diretti con chi gestisce il
microfono e chiama i cortei.
Stando a quanto mi dice Fred, il gruppo alla testa delle mobilitazioni non
costituisce un’organizzazione vera e propria, quanto una sommatoria di figure
riconosciute, «una società civile che si è fatta conoscere soprattutto
attraverso i social». Uscito dalla sede incontro per strada due amici conosciuti
in Italia e in modi diversi connessi alla diaspora albanese. Il primo è tornato
a vivere in Albania, mentre il secondo abita a Roma ed è qui per le proteste.
Pranzo con loro. I due sono concordi nel rimarcare la distanza del movimento dai
partiti, ma le opinioni si disallineano quando la discussione vira sul peso
della questione palestinese, che il primo vede lontana dalle richieste della
piazza e interpreta come una forzatura della diaspora, abituata ai paradigmi di
lotta occidentali.
La sera in piazza la scena è simile a quella del giorno prima, con un piccolo
palco montato nella piazza, di fronte agli uffici del primo ministro, e
interventi che si susseguono per oltre due ore mentre le persone continuano ad
arrivare. La maggior parte degli interventi non li comprendo e chiedo ai miei
amici di tradurmeli. Per fortuna non mancano anche interventi in italiano e
inglese, rivolti forse ai turisti di passaggio o ai figli della diaspora che non
hanno mai imparato la lingua dei propri parenti.
Uno che proviene da Elvin di Valona, guida escursionistica e panettiere, dice di
essere stanco di dover evadere il fisco per sopravvivere e se ne scusa con
tutti, accusando il governo di sfruttare questa precarietà. A un certo punto un
gruppo si stacca dalla piazza e raggiunge i cancelli del Parlamento (ubicato
poco distante) e, dopo qualche coro rivolto al primo ministro Rama, torna verso
il presidio, divenuto nel frattempo imponente.
Alle 21 partiamo in migliaia e mi accorgo della grande quantità di giovani che è
arrivata in piazza solo ora, probabilmente ormai un po’ annoiati dalle assemblee
che precedono i cortei. Camminiamo per chilometri bloccando la circonvallazione
di Tirana, tra cori, tamburi e fischietti, sotto bandiere albanesi e un grande
striscione che recita Shqipëria e Re (una nuova Albania). Durante il percorso mi
colpisce la solidarietà di chi in quel momento non sta partecipando al corteo,
ma lo vede passare e saluta sventolando una bandiera da casa o suona il clacson
dell’auto bloccata nel traffico. Non posso far altro che camminare, immerso in
questa euforia collettiva, fino a quando, intorno a mezzanotte, la
manifestazione fa il suo ritorno alla piazza centrale.
Il giorno seguente mi muovo verso Valona, per visitare l’area protetta e magari
vedere anche l’isola. Mi offre un passaggio Julie, una ragazza albanese
cresciuta in Italia conosciuta durante il corteo. Si definisce un’attivista per
i diritti dei migranti e la liberazione del popolo palestinese e dice di essere
tornata per le proteste, ancor prima che si verificassero i disordini a Narta.
Durante il viaggio mi dice che «quella della famiglia Trump è stata solo la
goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in Albania siamo molto legati
alle aree naturali del nostro territorio. Pensa che persino durante il regime
erano state preservate, mentre oggi stanno vendendo tutto. Per noi difenderle
significa difendere una tradizione millenaria di rapporto con queste terre».
Una volta arrivati, Julie controlla freneticamente il telefono, seguendo in
tempo reale gli aggiornamenti sulle future mobilitazioni, mentre a più riprese
sottolinea il ruolo della diaspora e dei social network nell’organizzazione
delle proteste. Giunti al porticciolo di Valona salgo su un gommone con una
decina di turisti francesi, diretti verso l’isola di Sazan. La guida ci spiega
che era un’area militare e che fu sfruttata anche dall’esercito fascista
italiano al tempo del protettorato e della colonizzazione dell’Albania, prima di
diventare un’ area protetta riconosciuta anche da diversi trattati
internazionali. Per questo vi si trovano ancora i resti di strutture belliche
abbandonate, mentre il resto dell’isola è selvatico. Non è solo il mare
cristallino a colpirmi una volta arrivato, ma la vegetazione fitta e disordinata
che ricopre ogni centimetro dell’isola, una macchia mediterranea che avanza
indisturbata tra le rovine. Penso ai mostruosi residence affacciati sul mare che
da Velipoja a Ksamil deturpano il panorama costiero albanese e penso che, sì,
questa è davvero l’ultima goccia in un vaso già stracolmo.
Tornato a terra incontro Alban, guida escursionistica e volontario di
un’associazione ambientalista locale, che mi accompagna a visitare la laguna
raccontandomi i primi giorni delle proteste. Parla soprattutto dei più giovani,
di una «generazione Z che ha capito che il nemico storico della tutela
ambientale è il sistema economico e politico in cui viviamo, il quale considera
l’ambiente esclusivamente per il valore commerciale. Questi ragazzi hanno
dimostrato abbastanza intelligenza da comprendere che questo sistema era
all’origine di molti dei problemi che i loro genitori hanno vissuto, e
abbastanza coraggio da attaccarlo direttamente. D’altronde, già oggi molti
albanesi non possono accedere alle spiagge per colpa dei prezzi e la costruzione
di resort di lusso non farebbe che aggravare la situazione». Anche questo
problema di natura economica, in un paese in cui il reddito minimo si aggira
intorno ai quattrocento euro, può aiutare a spiegare la rivolta delle ultime
settimane.
La laguna che mi mostra è un mondo a sé rispetto al resto della costa: acque
basse e salmastre in cui pozze si alternano a canneti fitti, mentre sullo sfondo
si intravede il campanile del monastero di Zvërnec, un isolotto raggiungibile
solo attraverso un pontile di legno. Aree umide come questa sono fondamentali
per l’ecosistema terrestre, soprattutto in tempi di crisi climatica, poiché
ospitano una biodiversità difficilmente riproducibile e, dato spesso trascurato,
sequestrano carbonio in misura superiore alle foreste. Tali ambienti non si
rigenerano facilmente e il progetto di Kushner, che guarda all’isola di Sazan (a
oggi priva di acqua corrente ed elettricità), potrebbe trasformare violentemente
questo paesaggio, colonizzandolo con le infrastrutture per far funzionare un
resort inaccessibile alla maggioranza della popolazione albanese.
Salutato Alban, concludo la giornata nella piazza di Valona che si affaccia sul
Teatro, dove centinaia di persone si sono riunite nel tardo pomeriggio. Dopo
alcuni interventi al microfono, iniziamo una sfilata che attraversa il centro
della città e si sviluppa su lungomare, tra cartelloni a forma di fenicottero e
bandiere albanesi, accompagnata dai clacson e dagli applausi. Nel frattempo, è
arrivata notizia dell’attracco di una nave con a bordo attiviste che stanno
rientrando dal viaggio della Flotilla verso Gaza e che avrebbero voluto
realizzare un’azione in mare di fronte alla laguna.
L’indomani, tutte e tutti sono concentrati sulla piazza di Tirana, attesa come
la più grande manifestazione delle ultime settimane, nel giorno in cui il
movimento ha chiamato a raccolta la diaspora. Io invece prenderò un aereo per
l’Italia, lasciando un paese che non avevo mai visto così, in cui centinaia di
migliaia di persone rispondono alla svendita del territorio e a un modello di
sviluppo che arricchisce costruttori e oligarchi, distruggendo l’ambiente senza
offrire alcuna stabilità economica ai residenti.
Durante il volo, penso alla costa che meglio conosco e che ho studiato per anni,
all’ottanta per cento di litorale balneabile riservato a uso commerciale
privato, alla parola Riminizzazione coniata per descrivere quello che la
cementificazione ha fatto ai litorali della Penisola. Il modello è lo stesso che
si osserva a Narta, cambia forse la velocità con cui si è imposto, non certo la
logica. In Albania, in poche settimane, chi difendeva il territorio e chi non ha
un reddito sufficiente né per vivere né per permettersi la spiaggia ha trovato
un linguaggio comune per attaccare il sistema politico che quel modello
protegge. La domanda che mi risuona in testa è forse scontata: che cosa può
servire perché questa sollevazione possa darsi anche altrove? (matteo lupoli)
(disegno di peppe cerillo)
Il 2 giugno la festa della Repubblica si celebra con una parata militare sulla
via che Mussolini fece sventrare proprio per farci le parate militari. Il 3 uno
studioso palestinese con una borsa di studio dell’Università di Tor Vergata
viene arrestato all’aeroporto prima di partire perché Israele, che ha già ucciso
venticinque membri della sua famiglia, lo considera un terrorista di Hamas e lo
rinchiude nella famigerata prigione di Ashkelon. Il 5 c’è un presidio a Roma per
chiederne la scarcerazione. Continuano le multe contro i monopattini, nonostante
chi li guida sia la vittima, non il carnefice, nei numerosi incidenti che li
coinvolgono. A Ostia un signore in monopattino colpisce con un pugno i vigili
che provavano a multarlo. Il 7 c’è un presidio davanti all’ambasciata della
Libia per la liberazione dei membri del Global Sumud Convoy trattenuti
illegalmente nelle carceri libiche.
L’11 c’è un grosso incendio al Mandrione: un ramo cade sui fili del tram,
bloccando il traffico. Il 12 i comitati di Santa Palomba annunciano il
ritrovamento di una strada romana nel cantiere dell’inceneritore, e ne chiedono
il blocco. Sabato 13 è una giornata campale: da Prati parte un corteo per la
“remigrazione”, che non conta più di qualche migliaio di fanatici; da piazza
Repubblica sfilano circa duecento militanti contro l’aborto; Casa Pound
organizza un festival rock segreto dal nome “La tana delle tigri”, e Vannacci
presenta il suo partito Futuro Nazionale all’Auditorium del Vaticano. Il grande
corteo Fuck Remigration (almeno ventimila persone) attraversa intanto la città,
sfidando tutta questa marmaglia. Il 15 l’influencer qualunquista Simone
Carabella si presenta al centro sociale La Maggiolina denunciando l’uso di
droghe e alcool e staccando una bandiera palestinese al grido di: «Siamo in
Italia». Come risultato di questa visibilità, un carrozziere italiano che usava
un locale senza permesso rischia di chiudere. Il giorno dopo, il 16, la polizia
irrompe all’alba nel centro sociale occupato Bencivenga, in un’operazione
contemporanea ad altre perquisizioni e arresti a Napoli, Milano, e Val di Susa.
A Roma una persona viene arrestata. Sempre lo stesso giorno Tarek Idrissi esce
finalmente dal carcere di Frosinone, dopo un anno e otto mesi rinchiuso per aver
partecipato al corteo per la Palestina del 5 ottobre 2024.
Il 17 inizia la demolizione delle strutture centrali del complesso di case
popolari di Tor Sapienza, abbandonate e occupate per viverci da decenni. Il
18 doveva iniziare la riqualificazione del litorale di Ostia e la costruzione di
un Parco del mare, ma tutto tace. Crolla il tetto del mercato ittico nel
complesso dei Mercati generali che la giunta Gualtieri vuole concedere per
quattro soldi al maxifondo texano Hines. Lo stesso giorno un articolo rivela un
nuovo scandalo sull’ex convento Sant’Ambrogio dietro piazza delle Tartarughe,
ceduto senza bando e gratuitamente alla comunità ebraica per farvi una scuola
confessionale privata (le associazioni culturali e politiche che lo abitavano
furono sgomberate nel 2017 perché il palazzo doveva andare alla Sovrintendenza
per i beni culturali). Si scopre ora che gli otto milioni previsti per la
ristrutturazione verranno in gran parte da un magnate delle slot machine,
l’israeliano Uri Poliavich, proprietario di e di altri siti di giochi
d’azzardo, alcuni dei quali proibiti nell’Unione Europea. Il 19 manifestazione
in Campidoglio contro l’inceneritore. A Borgo Pio il pugile fallito Simone
Carabella aggredisce un venditore ambulante al grido di: «Africano, torna a casa
tua». Durante la votazione per sospendere le collaborazioni tra il comune di
Roma e Israele, metà consiglio esce dall’aula per invalidare la mozione,
evidenziando iI disprezzo degli eletti verso i sedicimila cittadini che
l’avevano firmata. L’associazione LGBTQ+ Keshet Italia annuncia la sua
partecipazione al gay pride nonostante il suo sostegno alle politiche genocide
di Israele e l’uso costante di un linguaggio islamofobo. L’organizzazione del
Pride dichiara che non ci sono le condizioni per concedere loro di sfilare su un
carro, poiché la manifestazione condanna esplicitamente il genocidio e la
pulizia etnica in Palestina.
Il 21, solstizio d’estate; presidio dietro al carcere di Regina Coeli, in
solidarietà con le persone arrestate la settimana prima nel blitz contro gli
spazi anarchici. Il 22 nuovo presidio davanti al tribunale di piazzale Clodio,
dove si celebra l’udienza per la persecuzione a persone che hanno partecipato a
una manifestazione del 2023 in solidarietà ad Alfredo Cospito. Il
23 manifestazione a Montecitorio contro l’approvazione del Piano Casa, che
prevede anche un commissario straordinario, strapagato, che potrà decidere anche
al di sopra dei presidenti eletti delle regioni. Il 24, festa dei fuochi di San
Giovanni, viene scarcerato l’ex sindaco Alemanno, dopo due anni a Regina Coeli
per le truffe di Mafia Capitale (e il tentativo di falsificare i documenti per
evitare i lavori socialmente utili). La sera stessa viene invitato a cena da
Vannacci, che forse spera di rimpolpare con un truffatore la scarsissima presa
del suo movimento per la remigrazione. Il 25 la rete Roma sa da che parte
stare manifesta davanti al Campidoglio per interrompere le collaborazioni del
Comune con Israele. Si apre una nuova polemica interna alla sinistra capitolina:
il giovane gestore dell’associazione Cinema America, Valerio Carocci, attacca
duramente l’amministrazione Gualtieri che fino a quel momento lo aveva
finanziato copiosamente, per poi dichiarare di voler creare una nuova lista
civica alternativa a quella del sindaco. L’oggetto del contendere è il cinema
Metropolitan a via del Corso, che una serie di artisti internazionali chiedono
di non cedere a l’ennesimo fondo immobiliare. Intanto, a Ostia Antica un operaio
di cinquantacinque anni ne uccide uno di trentacinque durante una lite al bar, e
al Pigneto, di notte, qualcuno dà fuoco a una grande bandiera della pace
costruita da genitori e alunni della scuola elementare Toti.
La notte del 28 dodici agenti mettono i sigilli all’associazione culturale
Angelo Mai, che denuncia un accanimento da parte della questura. Il 29 era
prevista una grande manifestazione indetta dal neofascista Simone Carabella per
la festa di San Pietro e Paolo: la locandina annunciava che un sacerdote avrebbe
benedetto la folla, anche se la diocesi non era informata, ma dell’evento non
c’è traccia neanche sul suo attivissimo profilo social. Il 30 un nuovo
articolo rivela che l’imprenditore israeliano del gioco d’azzardo Uri Poliavich
che finanzierà la trasformazione dell’ex Rialto in liceo ebraico, ha creato una
rete di scuole in tutta Europa per spingere i ragazzi a trasferirsi in Israele e
arruolarsi nell’esercito israeliano (lo spiega lui stesso in questo video).
Difficile immaginare come la giunta Gualtieri uscirà da quest’operazione. Nel
frattempo la temperatura sale a quaranta gradi, e le notti di clima tropicale
sono più frequenti che in tutti gli ultimi dieci anni. Nonostante l’emergenza
climatica dichiarata l’ultima settimana di giugno, e l’ordinanza della Regione
Lazio che vieta il lavoro sotto il sole tra le 12.30 e le 16, a migliaia di
lavoratori non è stato detto nulla. In particolare i rider, quasi tutti di
origine straniera, continuano a lavorare come sempre, dieci ore al giorno sotto
il sole. (stefano portelli)
____________________________
LEGGI ANCHE I REWIND DEL:
– 2026 | Anno in corso (gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio)
– 2025 | Anno
Santo (gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre)
– 2024 | Anno non
Santo (gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre)
(disegno di otarebill)
In una delle date del tour estivo di Tutti Fenomeni, in occasione dell’ultima
serata del Meeting del Mare, don Gianni – parroco di Camerota e storico ideatore
del festival – ha accostato in cartellone il cantautore romano e Tära, artista
italo-palestinese. Una successione che si è rivelata più disturbante di quanto
il sacerdote “che ama stare con i giovani” avrebbe potuto prevedere.
Da una parte la consueta fauna alternative-cool dei festival, accampata sulla
spiaggia di Lentiscelle; dall’altra i figli della villeggiatura per bene,
accuratamente ripuliti dopo il mare. È un pubblico progressista, culturalmente
alfabetizzato, abituato a riconoscersi nei codici dell’impegno e della
distinzione.
Sale sul palco per prima l’artista italo-palestinese: kefia in mano, abito
spezzato, pantalone e top orientaleggianti firmati Sculptor.foundation – brand
emergente che si propone di “globalizing arab culture”. Poi il cantante romano.
Total denim, mocassini scuri, cappellino con un alce ricamato: un’estetica
borghese leggermente disallineata, abbastanza eccentrica da risultare
riconoscibile, abbastanza familiare da non apparire minacciosa.
Tära canta del genocidio del popolo palestinese (“Il genocidio siete in tanti ad
averlo ignorato” in Diaspora), Tutti Fenomeni dei lager tedeschi (il sintagma
ricorre in due pezzi dell’ultimo disco: “Ma dentro i lager tedeschi non si
leggeva Dostoevskij” in Morire vista mare; “Dentro i lager tedeschi Love is not
enough” in Love is not enough). Mentre un drone riprende il concerto planando
sulle teste del pubblico, Tära intona: “Le statuine nel presepe bello
illuminato/In Palestina oggi è un drone a fare da cometa/E Gesù di questo passo
non sarebbе nato”. Più tardi, forzando il testo di Diabolik, Tutti Fenomeni
indica la camera volante: “Ho fatto un sogno mi sentivo quel drone” (in luogo
di piccione). Siamo all’ottavo pezzo della scaletta. Il cortocircuito comincia a
rendersi manifesto.
È però soltanto dopo La ragazza di Vittorio che la natura di questo scarto si
lascia intravedere con chiarezza. Il cantante romano si ferma un momento, guarda
il pubblico e introduce il pezzo successivo: “Questa è una canzone che parla di
pace”. Costruita sulla pulsazione inquietante del trio di Schubert già usato da
Kubrick in Barry Lyndon, Privilegio raro, procede come una marcia senza
destinazione: un passo dopo l’altro, sempre uguale a sé stesso, con qualcosa di
militare nella cadenza e qualcosa di demoniaco nell’atmosfera. Sui battiti
regolari e inesorabili si muove il pubblico. Il carisma del cantante, la sua
postura granitica, il suo aspetto severo, tradito ogni tanto da un sorriso
sornione, non danno scampo: tutta la folla comincia a tenere il ritmo sul posto
puntando le braccia in alto – chi un solo braccio, chi col pugno chiuso –
cantando senza riserve tu mi fai girare come una svolta a destra. Sullo sfondo
si susseguono martellanti dei frame in bianco e nero a metà tra un documentario
di Leni Riefenstahl e una performance esoterica di Hermann Nitsch: masse di
agnellini costretti in un recinto, propaganda fascista, cartelloni della
campagna elettorale di Berlusconi, stormi di uccelli stretti in una geometria da
squadriglia, svastiche. La violenza impersonale delle immagini proiettate, la
disciplina che annulla l’individuo si riflettono come in un gioco di specchi
nell’automatismo dei gesti che regola il pubblico massificato. A tratti diventa
difficile stabilire se le immagini commentino il pubblico o se sia il pubblico a
fornire una chiave di lettura alle immagini.
Se con Privilegio raro il pubblico finisce per confondersi nelle forme
impersonali della massa, Cantanti lo raggiunge su un terreno più intimo, quello
della memoria. Non è più il potere psicagogico a governare i corpi, ma il
riconoscimento. Anche in questo caso, però, si tratta di coercizione simbolica.
La violenza del dispositivo è rivolta innanzitutto contro gli spettatori. Dopo
ogni ritornello – “Non sopporto i cantanti/quelli di bell’aspetto, quelli
maleodoranti” – Tutti Fenomeni lascia affiorare per pochi secondi ritornelli di
canzoni che appartengono al patrimonio affettivo più condiviso della musica
italiana, cantandoli con romantico trasporto. Bastano poche note. La donna
cannone, Se telefonando, Notte prima degli esami, perfino Achille Lauro. La
reazione è immediata: il pubblico riconosce, si illumina, alza le braccia,
ondeggia, canta con lui. Per un attimo si ricostituisce quella comunità
sentimentale che vive di ricordi, identificazioni e devozioni musicali, e
proprio in quell’istante il meccanismo si ritorce su se stesso. Quando
l’entusiasmo comincia a montare, il ritornello torna a imporsi come una
sentenza. La folla che un attimo prima cantava De Gregori, Mina o Venditti si
ritrova costretta a gridare di detestare i cantanti che ha appena celebrato.
Prima l’evocazione dell’oggetto venerato, poi la sua immediata dissacrazione.
Centinaia di persone vengono guidate a partecipare simultaneamente a un atto di
distruzione simbolica. È una pedagogia del disincanto, un esercizio di
profanazione collettiva.
La scena possiede qualcosa di paradigmatico. La difficoltà di aderire
stabilmente a un valore, a una tradizione o a un’immagine del mondo attraversa
infatti l’intera scrittura di Tutti Fenomeni, riflettendosi anzitutto nel modo
in cui i materiali culturali vengono accostati e fatti circolare. L’impressione
è che il suo vasto apparato di riferimenti sia costruito per essere
immediatamente riconosciuto come elitario, e fruito tuttavia sotto forma di
feticcio: apparentemente ricercato, ma facilmente disponibile; sacrale, eppure
pronto al consumo (“Non voglio la pace nel mondo/voglio educare un tiranno/se
sei in cerca di metafore/guarda Il posto delle fragole”, in Mister Arduino). La
famosa “pappa” di cui parlava Furio Jesi. Le canzoni assemblano senza gerarchie
luoghi comuni provenienti dal parlato quotidiano e dalla tradizione letteraria,
anche la più scolastica: “Te la ricordi la nazionale?/Assist di D’Annunzio, goal
di Montale”, in Piazzale degli eroi. Il registro alto e quello basso, la cultura
e la chiacchiera, la storia e l’attualità cessano di opporsi in un linguaggio
kitsch che tutti fanno proprio e che proprio per questo non produce più alcuna
esperienza di estraneità (“Karl-Marx-Straße / I really like your trousers”
in Qualcuno che si esplode). Non ha rapporto con la ragione, né con la storia:
nasce da ciò che viene chiamato passato, ma da un passato così radicalmente
decontestualizzato da poter circolare senza resistenze nel presente: “Chissà
cosa penserebbe Freud della sessuologa di Tiktok”, in La felicità del cane.
Si potrebbe pensare che quest’operazione appartenga semplicemente al registro
dell’ironia. In effetti, la scrittura di Tutti Fenomeni procede spesso per
associazioni impreviste, assonanze, funambolici giochi fonosintattici, in un
vortice dadaista. Eppure la continua oscillazione tra adesione e dissacrazione
rende più difficile stabilire che cosa debba essere preso sul serio e che cosa
no. E quindi: cosa accade quando la parodia smette di essere un procedimento
retorico e diventa una modalità strutturale di rapporto con il reale? Quando
tutto può essere citato, deformato e immediatamente rovesciato nel proprio
contrario? Non scompaiono né il bisogno di appartenenza né il potere dei
simboli. Cambiano piuttosto le forme attraverso cui essi si esercitano.
L’ambivalenza protegge dall’accusa di adesione, ma non impedisce la
partecipazione. Si può essere fascisti, ma per scherzo.
Da questo universo di rovesciamenti e ambivalenze emerge una sensibilità che
sembra guardare alla modernità con ripugnanza, ma che di quella stessa modernità
è un’epitome. Le conquiste politiche e culturali del presente vengono
costantemente derise (“Galileo non sei capace a fare la rivoluzione”), il
passato riacquista un’autorità che prescinde dalla sua realtà materiale (“Mia
nonna era femminista proprio perché non sapeva di esserlo/e forse è per questo
che ha campato cent’anni”), e il conflitto appare come una legge immutabile
dell’esistenza (“Libertà per un lupo vuol dire morte per l’agnello”).
Entro questo sistema il male non affiora come qualcosa di esterno. Non è tanto
un evento quanto una condizione; non una caduta contingente, ma una forma di
compromissione che precede ogni gesto: “Quando mi sento da solo penso a Gesù
sulla croce/muro di mattoni davanti/mi protegge dalla verità/ogni puttana si
vende/una vera puttana si vendica/Ogni poeta si vende/ un vero poeta si
vendica/spesso il nemico si comprende/dall’amico che si tradirà”).
Da una simile visione deriva anche una precisa postura enunciativa. Se nessuno
può rivendicare un’innocenza integrale, se il male attraversa indistintamente
amici e nemici, vittime e carnefici, allora il linguaggio tende ad assumere la
forma del verdetto. La voce poetica parla come un moralista disilluso o un
predicatore senza fede, alternando invettiva e profezia (“Una profezia/da domani
chiamami Isaia/Elon Musk è il capo della CIA”, in Morire vista mare). Da qui la
frequenza di formule categoriche e memorabili, che condensano il mondo in una
diagnosi lapidaria.
Il passato perde così la propria opacità, la propria resistenza, la propria
irriducibile alterità, diventando un serbatorio indifferenziato per la
costruzione di una mitologia identitaria: “Saluti romani a piazzale degli
Eroi/Pеrché ogni croce celtica, alla fine, sta parlando di noi”.
È precisamente questo meccanismo che il concerto mette in scena. Il linguaggio
di Tutti Fenomeni si offre come trasparente, accessibile, perfino democratico;
ma la sua forza agisce nella capacità di trasformare il riconoscimento in
adesione affettiva, la cultura in atmosfera, il passato in esperienza immediata,
sostituendo alla fatica del pensiero il conforto dell’appartenenza. Lo stesso
pubblico che pochi minuti prima cantava con Tära “Free Palestine” si ritrova a
scandire in perfetta sintonia “tu mi fai girare come una svolta a destra”, a
muoversi all’unisono sotto immagini di masse, svastiche e propaganda
totalitarista. Non è una dichiarazione politica, ma qualcosa di più elementare
e, proprio per questo, più potente: il piacere di partecipare a una comunità
simbolica che precede il giudizio e sospende la distanza critica.
Sul palco la scrittura di Tutti Fenomeni mostra tutta la propria ambivalenza.
Mentre pretende di dissacrare ogni comunità, ne costruisce una. Mentre parla il
linguaggio del disincanto, produce incantamento. Mentre sembra sottrarre
autorità ai miti, ne genera di nuovi. In questa capacità di trasformare la
critica in rito, la cultura in feticcio e la partecipazione in destino che
risiede il tratto più profondamente reazionario del suo immaginario. (diletta
bergamo)