(disegno di otarebill)
Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino,
dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che
comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano
dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di
italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con
la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più
alte del paese.
Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima
richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti
i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette
moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione,
adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i
musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via
Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.
In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della
comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di
arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento
con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa,
associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci
incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche
lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della
preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso
la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi
chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano
al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune
pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.
Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di
mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e
proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino
Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni
per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia
c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della
Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane.
«C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il
modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta
sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non
credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea
e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero
in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a
credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni
aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla
ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva
mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il
Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani.
Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio
l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo,
tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità
per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam
facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti
delle persone che frequentavo».
La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né
rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso,
improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver
vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato
piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili.
Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la
religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di
comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di
vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe
cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la
fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare
carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini,
ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di
avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di
conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio
magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan
ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non
mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva,
volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».
La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che
inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci
fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se
fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso,
sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come
se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia
personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi
convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più
strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva
una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra,
la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura
del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo
toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza
con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che
è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua
esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse
situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle
persone che sono musulmana».
Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la
famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che
uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo
per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei
non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia
madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro
separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è
mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio
padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia
sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non
stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il
Ramadan».
Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca
racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono
allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere
non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la
conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a
studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la
moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la
moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e
la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha
presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche
altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne».
Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica
all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a
un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La
sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo
ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e,
leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di
conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi
i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi
ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel
momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran
parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva
senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni
precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai
musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per
lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le
interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi
affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio
si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il
tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo
mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede».
Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua
famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati,
hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata
condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un
modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è
così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la
maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi
lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la
carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è
cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo
rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima
della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi
in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è
profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da
tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo
paesino, circondata da persone che le assomigliano».
Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la
conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché
pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una
bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in
testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle
persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da
sola».
Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è
mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso
mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli
animali sia più etico e rispettoso».
Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non
soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla
dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la
propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza
occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione
femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato
profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a
che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al
risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli
alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere
se stesse attraverso il corpo”.
Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono
sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche
prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me
il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono
musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di
cui vado fiera”.
Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone
eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che
chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per
il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno
strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di
non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non
diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento
femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia
personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere
femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto
fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta
agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più
interessato a vederci scoperte”.
Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione.
“Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto
desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato
una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il
velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni
in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio
avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo
aiuta a ripararsi dal caldo”.
Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un
luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le
riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo.
Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria:
“Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per
rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i
pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se
facessi parte di una grande famiglia”.
Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar,
il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i
ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei
motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo
alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse
un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora
oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma
c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che
potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il
GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché
all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti
ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non
sono ancora attivi a livello locale”.
A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne,
perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono
molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano
l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini
devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo
fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le
regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le
rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”.
Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende
accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media
e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori
invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la
lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non
hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero
l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai
politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso
su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle
moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in
moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta
–. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo
entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il
velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi
della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni
è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non
c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva
nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza
il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida
e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io
difenda chi lo fa”.
La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam
che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande
in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto
nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci
sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad
Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per
dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa,
che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza
in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.
Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che
riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità
delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud,
quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in
cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che
arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è
il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si
mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il
gesto più sacro della salat (la preghiera).
Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano.
Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere,
spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in
moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega
–. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire
le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho
memorizzato diverse sura”.
Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il
Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato
male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi
piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la
preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante.
Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che
piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo,
ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.
Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro
aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono
incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un
bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea
diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo
perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che
non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare
e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”.
Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e
studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che
le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse
dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo
di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio
che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”.
(emma de simone)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di escif)
Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di
Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con
Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e
del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei
tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute
fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di
grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si
aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche
di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della
cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la
terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un
esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me
lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere
perché adda succedere».
Con questa frase si può leggere tutto il resto.
Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari?
«In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età
adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono
andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso
accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai
dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana».
Che facevi in Toscana?
Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte
un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di
entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene.
Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è
coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi
ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da
Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una
voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il
G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che
non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci
chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli
di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le
montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo
bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un
quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico
e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il
2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la
cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita.
«L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto
in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a
mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato
nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in
mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata,
dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente
di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di
andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore
di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la
falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a
tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano”. Quando due mietitori
lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si
riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è
nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di
Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano,
nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie.
La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario,
Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che
avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca.
Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio
operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il
paese».
Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi?
«Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali,
siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio
indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a
iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è
la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della
farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u
cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà
locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità,
quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce
fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie
sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della
rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il
genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il
patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per
il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il
premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è
la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo
genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi
c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche,
ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti».
Cos’è per te il folclore oggi in questi territori?
«Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di
vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle
radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e
materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che
il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa
musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada.
Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio
agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è
soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai
l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi
l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che
l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata
all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel
tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle
pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il
cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si
rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è
un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore
di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno,
quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si
vede in questo “festival bar”, in questi palchi…».
Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di
futuro?
«Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se
stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe
l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo
andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno
dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo
anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche
nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici
culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo
spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa
disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo
stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una
dimensione del proprio, come spinta».
Uno stare o un restare?
«Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in
quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo,
addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare».
Quali sono le pratiche di una comunità per te?
«Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua
più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere
il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso
umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni.
Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate
nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I
processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non
si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In
una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono
pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il
mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità
umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…».
(edoardo m. benassai)
(disegno di -nm)
Sono aperte le iscrizioni per il Corso di scrittura giornalistica di Napoli
MONiTOR su reportage e inchiesta sociale (ottobre-dicembre 2026).
Venerdì 2 ottobre alle ore 18:00 ci sarà un aperitivo di presentazione, durante
il quale spiegheremo nei dettagli il programma, gli obiettivi e il funzionamento
del corso. L’incontro è gratuito e si terrà nella redazione napoletana di
Monitor in via Broggia, 11 (terzo piano).
Di seguito le informazioni base:
› Durata del corso: dal 6 ottobre al 15 dicembre 2026.
› Frequenza: un giorno a settimana, il martedì, dalle 17:00 alle 19:30.
› Luogo: via Broggia, 11 (Napoli).
› Requisiti: un computer portatile e un po’ di tempo a disposizione.
› Numero massimo di partecipanti: dieci.
› Prezzo: 200 euro (materiali inclusi).
PROMOZIONE
Per chi si iscrive prima del 24 settembre è previsto uno sconto di 20 euro.
Per info e iscrizioni: redazione@napolimonitor.it
(disegno di giancarlo savino)
La ZES unica è la Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno. La sua istituzione
nel 2023 risponde alla finalità di promuovere lo sviluppo economico e il
riequilibrio territoriale, di rafforzare la competitività e la coesione sociale
delle regioni meridionali. Si incentivano investimenti produttivi e nuove
strutture industriali attraverso agevolazioni fiscali alle imprese e la
semplificazione dei procedimenti amministrativi. Istituita dal Decreto Sud,
sostituisce le precedenti otto ZES introdotte nel 2017 e, da quest’anno,
comprende dieci regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia,
Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Marche e Umbria.
A una prima lettura, il dispositivo della ZES sembra orientato alla crescita
industriale. Tuttavia, molti dei progetti candidati riguardano il settore
turistico, presentato come industria turistica per legittimare la loro
inclusione. Questo slittamento semantico è significativo: di fatto, la ZES si
inserisce in contesti già segnati da oltre un decennio di sovraffollamento
turistico che ha saturato non solo l’offerta e la domanda, ma anche la capacità
ecologica, spaziale e paesaggistica dei territori coinvolti.
I megaprogetti che si candidano alla ZES utilizzano le diseguaglianze
territoriali per legittimarsi, mentre finiscono per esasperare proprio quei
processi di marginalizzazione che dichiarano di voler arginare. Faccio due
esempi per riflettere su cosa accade quando una procedura nata per semplificare
e accelerare la decisione amministrativa incontra norme sostanziali di tutela
del territorio, del paesaggio e dell’ambiente.
In Sardegna, un’autorizzazione ZES riguarda un intervento localizzato a Cala
Finanza, davanti all’isola di Tavolara, una delle aree di maggior pregio
ambientale della Gallura. Il progetto, ora sospeso, prevedeva la trasformazione
di un compendio costiero e la richiesta di variante urbanistica per un’area di
oltre centomila metri quadri: da zona di salvaguardia ambientale integrale a
zona turistica. Sul progetto avevano però espresso il proprio dissenso, ritenuto
non superabile, sia il ministero della cultura sia la Regione Sardegna, in
accordo con quanto previsto dal Piano paesaggistico regionale. Nonostante ciò,
la Struttura di missione ZES ha rilasciato l’autorizzazione unica. A confermarne
la validità è intervenuto anche il consiglio dei ministri, secondo cui il
progetto sarebbe coerente con le politiche di sviluppo e con l’interesse
strategico nazionale alla competitività del Mezzogiorno.
In piena estate, la Gazzetta del Mezzogiorno annuncia che la Puglia è la seconda
regione per numero di pratiche ZES, sebbene i progetti si inseriscano in un
paesaggio già segnato da decenni di cementificazione, consumo di suolo, erosione
della biodiversità, compromissione degli ecosistemi e degli equilibri
idrogeologici. Sulla costa di Ostuni, in provincia di Brindisi, uno di questi
progetti prevede la costruzione di un mega-resort di lusso nell’area
incontaminata di Mogale, a firma della multinazionale Four Seasons: quasi nove
ettari di costa da cementificare per ospitare decine di fabbricati e piscine
private che distruggerebbero la macchia mediterranea e il delicato sistema di
canali naturali di deflusso delle acque, aumentando il rischio idrogeologico. In
più, un tratto di costa accessibile a tutti verrebbe convertito in un’enclave
turistica per ricchi, come già accade in zona.
L’istituzione della ZES unica appare come un nuovo capitolo della lunga storia
del colonialismo interno italiano, in cui il meridione viene rappresentato come
spazio da modernizzare, disciplinare e rendere disponibile all’investimento
privato, secondo la dottrina neoliberale perseguita dall’Unione europea e dai
governi nazionali. La promessa dello sviluppo, accompagnata dal consueto ricatto
e dalla retorica occupazionale, funziona come linguaggio di legittimazione che
trasforma la precarietà sociale in un’arma di pressione, rendendo le comunità
locali più vulnerabili all’ingresso di progetti ad alto impatto territoriale.
L’antropologia del paesaggio ha mostrato come questi processi non siano semplici
effetti collaterali dello sviluppo, ma parte di una più ampia economia politica
della semplificazione ecologica, in cui il territorio viene trattato come
risorsa da estrarre, più che come spazio abitato da comunità, memorie e
relazioni. In questo senso, la ZES non è solo un dispositivo economico, ma un
dispositivo epistemico: ridefinisce ciò che può essere considerato sviluppo, ciò
che può essere sacrificato, ciò che può essere deciso senza la partecipazione
delle comunità. Come scrive il costituzionalista Giovanni Coinu, la questione
non è se lo sviluppo economico sia un interesse pubblico, ma se possa essere
usato come criterio politico generale per rendere inefficaci norme sostanziali
di tutela già vigenti. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio impedisce di
leggere la pianificazione paesaggistica come un semplice parere superabile nel
procedimento amministrativo. Una prescrizione di piano paesaggistico, un vincolo
di inedificabilità, una classificazione urbanistica non sono mere opinioni
amministrative contrarie allo sviluppo.
L’arrivo di numerosi progetti industriali, alcuni già approvati e altri in
attesa di autorizzazione, non rappresenta soltanto una trasformazione materiale
del territorio, ma una trasformazione simbolica e politica. Le deroghe
normative, la possibilità di aggirare vincoli paesaggistici e ambientali,
l’intervento su aree agricole e su oliveti secolari producono un regime di
eccezione territoriale, dove il territorio non è più governato dalle regole
ordinarie della democrazia locale, ma da procedure straordinarie che
trasferiscono il potere decisionale ai grandi gruppi economici e finanziari
attraverso la mano invisibile della politica e della burocrazia.
Questa dinamica si intreccia con la turistificazione: quando un territorio viene
reso disponibile a investimenti esterni, esso viene ripensato non come luogo
vissuto dai nativi per i nativi, per la loro sussistenza ecologica e le loro
economie, ma come superficie da valorizzare, da rendere appetibile, da
trasformare in merce. La turistificazione non riguarda solo gli spazi urbani o
le coste, ma anche le campagne, i paesaggi rurali, gli oliveti. In molte regioni
mediterranee, la trasformazione dei paesaggi agricoli in scenari turistici ha
prodotto una forma di espropriazione simbolica: il territorio viene
rappresentato e venduto da soggetti esterni, mentre le comunità che lo abitano
perdono la capacità di decidere il proprio futuro. È un processo che ricorda ciò
che l’antropologa Anna Tsing ha definito “economia delle promesse”, in cui il
territorio viene immaginato come spazio di opportunità, ma solo per chi detiene
capitale e potere decisionale.
La retorica delle “misure di promozione territoriale” e dello “sviluppo locale”
pretende di mascherare una dinamica di grave esproprio della democrazia. Qual è
la vocazione del territorio? Chi decide che debba essere univocamente turistica?
Chi beneficia realmente di queste misure? La ZES rende il territorio appetibile
agli investitori secondo logiche competitive e utilitariste, ma non
redistribuisce i benefici ai residenti. Come scrive la geografa Margherita
Ciervo, la popolazione, benché continui a essere formalmente proprietaria di
case e terre, subisce cambiamenti significativi nei propri luoghi di vita,
smarrimento di senso, perdita di identità e sovranità territoriale. È ciò che
Ciervo definisce landscape grabbing, una forma di espropriazione che si diffonde
con velocità sbalorditiva e in maniera pervasiva.
La marginalità sociale e geografica diventa un moltiplicatore di violenza
ambientale e diseguaglianze territoriali, esattamente quelle che la ZES, insieme
agli impianti di energia rinnovabile (il fotovoltaico selvaggio travestito da
agrivoltaico, le distese di pale eoliche ad alto impatto ambientale) e ai
progetti di costruzione di data center, promette di colmare. Il modo in cui lo
sfruttamento ricade sui territori, dando vita a specifiche geografie della
devastazione, non è casuale. Nei territori marginali si riducono i costi per gli
investitori: il valore economico dei terreni è crollato per l’abbandono delle
campagne, il disseccamento degli ulivi e i roghi sistematici; la minore
opposizione sociale è favorita dallo spopolamento, gli abitanti sono
politicamente meno rappresentati e hanno minore potere negoziale.
La disciplina della ZES si rivela uno strumento coloniale, utile a modificare i
territori e la mentalità delle persone che li vivono, predisporle a subire e
accettare quello che accade. Le coste, le campagne, gli spazi pubblici diventano
luoghi su cui altri decidono, secondo logiche che rispondono a interessi privati
e non collettivi. È questo il modello di sviluppo che vogliamo per i nostri
territori e per le future generazioni? Questa domanda interroga le forme di vita
che si stanno costruendo, le possibilità di immaginare un futuro che non sia
deciso altrove. È una domanda che riguarda la giustizia territoriale, la
democrazia ecologica, la cura dei luoghi. Ed è una domanda che le comunità del
Mezzogiorno hanno il diritto e il dovere di porre e di rivendicare. (giuseppe
vinci)
(disegno di malov)
La requisitoria dei pubblici ministeri è durata otto lunghissime udienze,
cominciata il 19 giugno e conclusa prima della pausa estiva il 22 luglio. I tre
esponenti della procura della repubblica hanno ricostruito nei dettagli i
pestaggi, le torture, i depistaggi, i falsi, le calunnie, le gravi omissioni del
reparto medico commessi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a partire da
quella lunghissima Settimana Santa fino alla morte del ragazzo algerino, Hakimi.
Le richieste di pene sono state elevatissime e come spesso capita esemplari,
oltre settecento anni di galera. Si tratta, finora, del processo più grande
della storia della Repubblica celebrato nei confronti del potere penitenziario,
per la complessità delle condotte contestate e per il ruolo degli imputati:
provveditore dell’amministrazione penitenziaria, direttore pro tempore,
vicedirettore, comandate dell’istituto, commissari, ispettori, agenti e medici.
Il lavoro investigativo è stato molto complesso (sequestri, intercettazioni,
immagini della videosorveglianza, un numero enorme di persone offese sentite, di
documenti acquisiti) e il dibattimento è stata una sequenza lunghissima, circa
centosettanta udienze in tre anni, in cui è stato verificato tutto il materiale
inquisitorio consentendo alle difese di criticare gli atti di indagini e
proporre una versione alternativa, a nostro giudizio effimera perché non ha
scalfito il dato storico dell’esecuzione della rappresaglia a freddo.
Tecnicamente l’aula bunker è stata la camera iperbarica in cui il tempo si è
fermato al mese di aprile del 2020, dove in ogni udienza si cominciava da capo.
Il processo è ripreso il 7 settembre, due udienze in cui hanno concluso le parti
civili; solo i pochi avvocati che hanno seguito il processo in questi anni hanno
discusso restituendo alla Corte di Assise la responsabilità di pronunciare una
sentenza che ha sicuramente una valenza politica. Proviamo a snodare il filo
delle argomentazioni sulla colpevolezza della catena di comando, prima delle
discussioni delle difese degli imputati che proveranno a ribaltare l’ordine
delle parole.
Non ci sono molti dubbi sulla genesi della “perquisizione straordinaria”.
Difatti, non si trattò di operazione di ripristino dell’ordine interno a causa
della protesta del 5 aprile 2020, cominciata per la paura del contagio da Covid,
che prese forma con il picchetto nei corridoi dei detenuti di due sezioni del
reparto Nilo, vano tentativo delle difese per giustificare l’uso della forza.
Non fu neanche un’operazione di polizia giudiziaria finalizzata al sequestro di
oggetti illegalmente posseduti: gli esiti verbalizzati di questa enorme
manifestazione di forza sono appena due coltellini e due telefonini.
È stata una “dichiarata” rappresaglia, lo scrive nel messaggio il provveditore
all’allora capo del dipartimento Basentini il 6 aprile alle 16.48: “Buonasera
capo, è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai
Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel reparto dove si sono
registrati i disordini, era il minimo segnale per riprendersi l’Istituto, forse
le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori regione, il sicuro ritrovamento di
materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere
temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria ovviamente, il personale aveva
bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”. “Hai fatto benissimo”,
risponde il dottor Basentini.
I dirigenti sciolsero i mastini della polizia penitenziaria per eseguire
un’operazione militare. I poliziotti agirono in un clima da stato di guerra
dichiarato: “Vi aspettiamo giù in trincea…”, “abbiamo fatto tabula rasa”. Il
medesimo innesco fu congegnato per l’operazione alla scuola Diaz di Genova nel
2001 durante il G8 e lo si ritrova tra le pagine della sentenza dalla Cassazione
che nel 2012 definiva le responsabilità di quella macelleria messicana “come
esortazione rivolta dal Capo della Polizia […] a eseguire arresti, anche per
riscattare l’immagine della Polizia dalle accuse di inerzia, aveva finito con
l’aver avuto il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della
perquisizione, per cui all’operazione erano state date caratteristiche denotanti
un assetto militare […], elementi sintomatici della militarizzazione
dell’operazione erano rappresentati dall’elevato numero di operatori (circa 500)
[…], dalla manovra a tenaglia per avvicinarsi al plesso”. Analogia storica che
ricostruisce le meccaniche di azione dei corpi di polizia quando agiscono dando
vita alla violenza politica.
Negli atti ufficiali, la perquisizione del 6 aprile 2020 è stata definita dal
provveditore Fullone “una vera e propria azione di ripristino di legalità e
agibilità” e, come è stato notato da un difensore di parte civile, quella
valutazione ha viaggiato di scrivania in scrivania, da Napoli a Roma, fino a
essere copia-incollata dal ministro di giustizia nella risposta al parlamento
del 16 ottobre 2020. Un goffo tentativo di salvare la faccia
dell’Amministrazione e prendere le difese del corpo di polizia penitenziaria.
Questa volta, per una serie di cortocircuiti istituzionali e per la presenza
delle immagini video, le parole del potere non sono riuscite a sigillare la
versione storica dei fatti.
La decisione divenne urgente dal rientro dei battaglioni anti-sommossa del 5
aprile sera, quando la protesta rientrò dopo una lunga mediazione. Tuttavia,
quella decisione aveva rotto gli equilibri tra il comando e gli agenti, perché
questi ultimi avrebbero voluto bastonare il bestiame già da quella sera.
L’urgenza, avvertita dai vertici che si affrettarono a intervenire, si era
generata a partire da quella particolare spaccatura che destabilizzava l’ordine
interno. I capi avevano paura che di lì a poco potessero fioccare numerosi
certificati di astensione dalle attività lavorative per malattia e altre azioni
subdole che avrebbero potuto rendere difficile l’organizzazione del lavoro. Da
quella sera la “perquisizione” divenne un atto dovuto, come emerge dalla
risposta di Colucci, responsabile del gruppo di supporto, al comandante
dell’istituto Manganelli: “se vengo però interveniamo, non ci farete tornare
indietro come l’altra sera”.
L’ordine è già stato eseguito.
È il provveditore a dare il comando, esercitando un potere di surroga
inesistente nell’ordinamento penitenziario nei confronti della direzione
interna, che rimaneva inerte non riuscendo a cogliere il senso della crisi che
si stava verificando. Dal punto di vista tecnico, nessun profilo organizzativo
della spedizione punitiva era stato tralasciato. Nel briefing operativo prima
dell’ingresso, un agente dichiarava nel processo: “Gli ispettori c’erano tutti,
ci stava il sostituto commissario Piccolo, Biondi, Crocco, Ciccone, Iadicicco,
cioè stavamo tutti, era un’operazione importante, erano tutti presenti…”.
Gli obiettivi e le modalità operative erano talmente chiari da ripetersi in ogni
sezione in modo schematico: gli ispettori presenti nei punti di governo
dell’operazione e nei nessi di smistamento dei detenuti durante il percorso
torturante, gli agenti a eseguire il prelievo dei quindici detenuti da portare
in isolamento in attesa dei trasferimenti.
“È stato davvero emozionante trovare questa fratellanza, spirito di corpo,
mettendo da parte vanto ed egoismo, siamo grandi siamo il CORPO DELLA POLIZIA
PENITENZIARIA”, scriverà uno dei comandanti dei plotoni all’esito
dell’operazione.
Il 6 aprile, Hakimi, il ragazzo algerino morto poi il 4 maggio 2020 nelle celle
punitive del carcere sammaritano, veniva prelevato dalla sesta sezione alle
17,15, veniva pestato a sangue e trascinato lungo il corridoio nelle scale (dove
non ci sono le telecamere) fino al reparto di isolamento del Danubio. Per lui
era stato già predisposto un verbale di contestazione per resistenza per i fatti
del 5 aprile, il contenuto dell’atto pubblico era interamente falso perché dalle
immagini del circuito di videosorveglianza risulta chiaramente che il ragazzo
non prese mai parte alle proteste. Insomma, la “perquisizione straordinaria” fu
l’espediente per togliersi dai piedi anche quell’indemoniato, in preda alla
sofferenza psichica e alle dipendenze da sostanze, per questo era necessario
fare carte false per giustificare il trasferimento per ordine e sicurezza.
Le difese di parte civile, ricordando la fine di Hakimi, morto come un cane da
solo, hanno puntato il dito non solo nei confronti degli aguzzini, che secondo
una testimonianza avevano preso letteralmente a bastonate il ragazzo, ma anche
nei confronti del comparto medico. Questi signori con il camice da SS, hanno
sposato pienamente gli istinti animali della polizia, offrendo più di una spalla
ai lupi della penitenziaria, da un lato redigendo i certificati falsi che
attestavano le lesioni ai poliziotti intervenuti il 5 aprile, dall’altro
abbandonando alle loro sorti i quindici reclusi illegalmente al Danubio,
rifiutandosi di visitarli per interrompere quell’agonia, pur conoscendo
perfettamente il loro stato di salute e in particolare quello dell’algerino.
Secondo il dottor Sperandeo, consulente medico della procura ascoltato in
dibattimento, il nesso causale tra le torture subite, lo stato psichiatrico, le
condizioni di salute e il gesto suicidario è chiarissimo: “Non c’è
certificazione sulla sostenibilità, non c’è un controllo sistematico e
fondamentalmente c’è un’indicazione a stare quindici giorni in isolamento, ma in
realtà il suo isolamento si protrae fino al 4 maggio […], la situazione più
grave che si genera è che la persona, che aveva raggiunto un discreto equilibrio
nella rappresentazione della realtà, perde questo equilibrio, si ripresentano
sintomi di natura psicotica che vengono, in maniera sommaria, descritti dai suoi
compagni, e descritti anche dal medico che dice: ‘è affetto da psicosi’, che
evidentemente rileva uno stato alterato nell’esame di realtà; ovviamente
l’alterazione dell’esame di realtà non è un’esperienza neutra, non è che le
persone sperimentano dispercezioni visive o uditive e organizzano il pensiero in
una maniera alterata, e tutto questo è privo di impatto sul loro mondo
interiore, anzi le dispercezioni e i deliri sono l’espressione narrabile di una
profonda alterazione dello stato emotivo determinato da quello che era successo.
Quindi, com’è successo con altre persone valutate con stati psicotici pregressi,
probabilmente anche Hakimi ha avuto una ricaduta nella condizione psicotica che
non gli ha permesso di organizzare bene né l’assunzione dei farmaci né poi,
ovviamente, accumularle e assumerle tutte insieme”.
Allo stesso modo, per la procura e gli avvocati, sono responsabili del massacro
anche i poliziotti che non hanno commesso violenze ma che con la loro presenza
hanno rafforzato gli intenti violenti dell’operazione. Non è possibile dividere
in piccoli frammenti la perquisizione, che si presenta, prendendo la definizione
dei pubblici ministeri, come “dispositivo collettivo unitario”.
I giudici decideranno dopo le discussioni degli avvocati e in quella sede
dovranno stabilire quali sono le regole di ingaggio dell’esercizio della forza
da parte dei corpi di polizia e di conseguenza dovranno ricostruire il rapporto
tra autorità e corpi reclusi, quali sono le dinamiche che consentono l’emersione
di uno stato di eccezione dentro le maglie e le forme decrepite dello stato di
diritto.
Questa sentenza avrà un impatto notevole nel nostro ordinamento. Da un lato
potrà assolvere ancora la violenza eccezionale o dall’altro aprire un
ragionamento tecnico di riforma in un momento storico particolare in cui la
morfologia dei poteri costituiti nel 1948 sta definitivamente tramontando.
Certo, non basterà questo giudizio a cambiare tale scenario, perché quel
rapporto di forza dovrà necessariamente trasformarsi con una nuova dialettica
conflittuale che a oggi stenta a trovare forza e spinta. È necessario
raccogliere ogni spunto in questo cammino per affinare le nostre strategie per
disertare, sabotare la guerra, e opporsi alla miseria delle nostre vite. (napoli
monitor)
(archivio disegni napolimonitor)
Se allora, desolato, ti fermassi,
Abbandono ovunque
Pietra e neve, aria e silenzio
Ricorda i grandi trapassati,
E onora il destino che sei,
In viaggio e tormentato,
Dialettico e bizzarro.
W. H. Auden, 1944
Da qualsiasi villaggio provenissero, gli abitanti dell’isola hanno sempre
diffidato del loro mare.
Lo guardano dalle alture dei villaggi nascosti nell’entroterra senza mancargli
di rispetto, come un nemico giusto. Quelli di Oxé, di Panaghià e Monokambi
tirano avanti lavorando sodo ma secondo i loro tempi, vivendo dei frutti della
terra alla stessa maniera dei loro avi. Pastori e contadini prima che marinai,
producono un vino che pure Omero deve aver assaggiato, un vino che d’estate va
allungato con l’acqua tanto è forte. Preferiscono la carne delle capre di cui
dispongono, al pesce pescato. Di tanto in tanto, dall’alto di quei villaggi, in
cui vivono come nascosti, gli uomini e le donne escono dalle case basse con le
finestre rivolte verso l’interno, si asciugano la fronte e si siedono a guardare
il pelago, stringendo tra le mani pane e kathoura, e un bicchiere di quel vino.
E tra loro pensano di temere più la profondità del mare che l’altezza da cui lo
guardano.
Lo straniero che arriva per la prima volta in quelle terre ha l’impressione di
approdare su un’isola quasi disabitata. Con una superficie di circa
duecentocinquanta chilometri quadrati, ha una forma stretta che ricorda l’ala di
un uccello. L’attraversa una dorsale di granito emersa dalle viscere del mare da
cui cadde l’uomo alato. La vetta più alta della montagna che taglia l’isola
arriva a mille metri, dividendola in due versanti distinti.
Verso nord la schiena è ricoperta di foreste di pini, querce, lecci e corsi
d’acqua. Verso sud, invece, la montagna crolla a picco nell’Egeo con pareti
verticali alte diverse centinaia di metri, scogliere inaccessibili, gole e
burroni. Da un lato il vento soffia calmo; dall’altro soffia forte, soprattutto
d’estate, sferzando il pelo d’acqua color cobalto. Si sente arrivare sotto forma
di ululato che attraversa le rocce, e poi come raffica che piega gli alberi,
sprigionando nell’aria il profumo del timo e della salvia pomifera, da cui si
ricava il faskòmilo, un infuso dalle proprietà benefiche.
Gli abitanti dell’isola lo chiamano semplicemente xenos. Ospitali dalla notte
dei tempi, lo guardano negli occhi e capiscono subito la differenza tra chi
approda per ritrovare se stesso o per perdersi. Non si vedono i flussi di
migranti provenienti dalla rotta balcanica come a Lesbo, ma stranieri rimasti
talmente folgorati da decidere di restare lì a vita. A poco a poco la comunità
li accoglie, a patto che lavorino e che a parlare siano i fatti.
È probabile che lo straniero sia attratto dalla fama della longevità per cui è
nota l’isola, ma con il tempo capirà che non esiste alcun elisir, e che il
segreto dei suoi abitanti sta tutto nella consapevolezza della fine e nella
predisposizione a resistere contro le avversità di una terra impervia.
Basta guardare – perché ci sono cose che si possono non conoscere, ma che si
conoscono meglio se le si vedono. E così una notte d’estate, verso i primi di
luglio, ci si può ritrovare a una festa comandata in un villaggio come Therma o
Karavostamo, sul versante est. E là si possono osservare gli abitanti
esorcizzare la fatica e i lutti dell’inverno attraverso una danza cadenzata e
ipnotica, da soli e tutti insieme, in una spirale che avvolge le anime
irredente, in cui ognuno è legato a ciascuno come in una catena, senza
gerarchie, e sembra in procinto di cadere, ma poi si rialza, e poi ricade
all’unisono, e poi ancora, i passi che calpestano la terra, senza fermarsi.
Gli abitanti si conoscono tra loro e, sebbene i villaggi siano sparsi, le
notizie corrono veloci. I rapporti sono fondati sulla forza dei legami reali,
sul principio della reciprocità, del mutuo sostegno. La ricchezza è figlia del
sacrificio e dell’emigrazione, e la vita è organizzata in comunità coese. Di
tanto in tanto scoppiano faide, ma a prevalere è uno spontaneo collettivismo
basato sulla cooperazione e sul senso di appartenenza a una terra che per
qualche mese si liberò dagli ottomani.
Lo straniero avrà l’impressione che il tempo, sull’isola, sia come un orologio
senza lancette. Le strade in certi tratti sono a strapiombo sul mare, qualche
capra pascola libera, e al bivio che sale verso Akamatra il mare è un vortice di
onde perpetue.
Tra gli abitanti dell’isola c’è Jorgos, il fornaio, che nei pomeriggi d’agosto
siede all’uscio del suo forno, assaporando quel momento di pausa con religiosa
solennità. Fuma senza fretta, beve il caffè tenendo sott’occhio il mare, l’isola
di sale e il profilo lontano di Samo e Furnoi. Dalle onde e dagli uccelli sa
dire se è tempo di saraghi o di sarde, se il vento soffierà forte, se i
pescatori di Agios Kirikos quella notte usciranno per mare. Ha i pantaloni
sporchi di farina e una maglietta lacerata dal calore dei macchinari per
lavorare il pane. Il mestiere l’ha ereditato dal padre. I baffi gli disegnano
sul volto un ghigno che tradisce il suo temperamento. Sono ben delineati e
bianchi, così come i capelli corti. Quel candore contrasta con il colore della
pelle scura. Gli occhi pure sono scuri, piccoli e attenti, a indagare un mondo
fatto di poche ma incrollabili certezze: il ciclo di produzione del pane
quotidiano, l’appartenenza alla comunità, sua nipote di tre anni che sorride di
fronte al suo sorriso imbronciato, il ritmo ricorrente delle stagioni
sull’isola, dove l’unica cosa che conta è vivere.
Uomo di poche parole, Jorgos ha il dono di trasmettere quiete a chi gli sta
accanto. Si può stare con lui in silenzio, seduti alla penombra di un pomeriggio
estivo, o si può ascoltare ciò che ha da dire quando decide di parlare con quel
suo leggero senso dell’umorismo. A ogni domanda risponde, ma sa anche il valore
esatto delle parole date. Conosce i segreti dell’isola, e chiunque, da Perdiki a
Proespera, vede in quel vecchio fornaio le virtù del màstoras, l’uomo
lavoratore, onesto e di buon cuore.
La gente con cui è cresciuto porta la salopette anche ad agosto, per lavorare la
terra e dare da mangiare agli animali. È gente abituata a sopportare la
nostalgia e a sublimare la sofferenza. Gli uomini e le donne del villaggio lo
ricordavano quando, il giorno del grande incendio nel luglio del ’93, andava
incontro alle fiamme partite da Mavrato che quasi arrivarono fino a Xilosirtis,
bruciando interi villaggi lungo le alture e uccidendo tredici persone. Con
quella gente Jorgos aveva sbarrato la strada al fuoco che avanzava.
Aveva condiviso quasi tutto con loro: la solitudine invernale, quando il mare
grosso taglia i collegamenti; le storie d’amore travagliate, quando la bellezza
è una condanna piuttosto che un dono divino, come una gabbia di specchi in cui
si è per sempre prigionieri; e poi la vita in terra straniera e le danze
arcaiche spalla a spalla, nelle feste comandate, mentre una voce canta di
emigranti che hanno trascorso anni lontano, sentendosi come uccelli erranti, e
decidono di ritornare sull’isola per amore, lasciandosi alle spalle ogni
sofferenza e facendo festa al suono dei violini.
Osservandolo, in quei pomeriggi fatti di calma e di parole misurate, avvertivi
che la libertà è forse proprio questo: una questione di riconciliazione con se
stessi e con il proprio passato. Jorgos sapeva, per averlo imparato sulla
propria pelle di isolano dell’Egeo settentrionale, che in ogni uomo, per il solo
fatto di esistere e nella misura in cui egli dipende da tutti quelli che l’hanno
preceduto, c’è qualcosa che lo supera e lo sovrasta. Un filo invisibile e
antico.
Lo straniero può concedersi un lungo momento insieme a lui, fuori all’uscio di
quel forno, ma se vuole conoscere l’anima profonda dell’isola deve mettersi in
cammino verso ovest, lungo la strada per Karkinagri, un villaggio di metanàstis,
immigrati tornati dall’America che passano il tempo a bere. Laggiù, verso le
correnti all’estremità occidentale di Capo Papas, finisce l’isola, e un faro
isolato guarda l’orizzonte aperto, tormentato dal vento da sud.
Prima, però, dovrà informare Jorgos dei suoi spostamenti. E Jorgos, sentendo il
nome di quel villaggio, aggrotterà le sopracciglia. Poi si alzerà con tutta la
calma del mondo, sentendo i suoi settantacinque anni scricchiolare nelle
giunture delle ginocchia. Senza fretta, prenderà la tazzina dal tavolino, ne
rovescerà il fondo, e prima di varcare la soglia del forno dirà quasi tra sé,
sovrappensiero: «Karkinagri…». Poi aggiungerà, senza voltarsi, rivolgendosi allo
straniero: «Che ci vai a fare laggiù? C’è una strada sterrata e interrotta da
una frana. Dovrai penare per arrivarci». (andrea bottalico)
(archivio disegni napolimonitor)
A Zagabria, piazza Josip Jelačić è un passaggio difficile da evitare: si trova
in pieno centro, vicino alla cattedrale, e da lì transitano diverse linee della
rete di tram che attraversa la capitale croata, mentre a pochi passi si tiene il
grande mercato Dolac, sia all’aperto sia al chiuso. Sabato 5 settembre però in
piazza non passa nessun tram perché i binari sono occupati da un’enorme
manifestazione i cui contorni sono difficili da delineare per chi arrivava in
città ignaro della situazione e senza parlare bene la lingua.
Il primo elemento che colpisce è la presenza massiccia delle bandiere a scacchi
rossi e bianchi dello stato croato. Basta fare qualche giro in Croazia e ci si
rende conto che questo motivo è molto diffuso sul territorio: sulle macchine,
nelle case, sui cartelloni pubblicitari, sugli abiti delle persone, nelle
vetrine dei negozi oltre che sulle sedi istituzionali. Le bandiere nazionali
sono molto frequenti in Croazia e non bastano per connotare una manifestazione.
Molte persone indossano una maglietta bianca con scritto Dosta je bilo! (Ne
abbiamo abbastanza!), ma neanche questo ci aiuta a capire meglio. Ci sono però
dei nomi che ricorrono: Lika e Gospić. La prima è una regione che si trova tra
la costa dalmata e la Bosnia, mentre la seconda è una città di circa 12 mila
abitanti della stessa zona.
«Hanno portato dei rifiuti tossici da altri paesi alla Lika, va bene che ci sia
questa manifestazione», ci dice un venditore del mercato. Le cose iniziano ad
avere un senso e capiamo anche altri cartelli: “Marcia per la Lika, marcia per
la Croazia”, “La Lika non è la discarica d’Europa”. Dallo spiazzo che sovrasta
l’area in cui si svolge la manifestazione il colpo d’occhio è notevole: i
partecipanti hanno occupato quasi tutto lo spazio disponibile e a stento si
passa a piedi da una parte all’altra della piazza. Sul palco si susseguono gli
interventi organizzati dal gruppo Gospić je naš dom (Gospić è casa nostra)
accompagnati dal suono assordante di tantissimi fischietti. La polizia è poca,
quasi non si nota.
Vediamo un ragazzo che regge il cartello “La natura non può essere un danno
collaterale” e gli chiediamo qualche informazione: «Io vengo dalla Slavonia, una
regione dell’est della Croazia quasi al confine con la Serbia, e mi è sembrato
giusto venire qui per protestare. In questa piazza ci sono un po’ tutti, sia
persone di destra che di sinistra». Ci fa notare che buona parte della
responsabilità dell’arrivo dei rifiuti tossici è imputabile alle politiche
dell’Unione democratica croata, il partito al potere che dal 2016 esprime il
primo ministro Andrej Plenković e che con il suo fondatore Franjo Tudjman ha
avuto un ruolo determinante nella nascita dello stato croato all’inizio degli
anni Novanta. Notiamo anche un cartello portato da persone che vengono dalle
isole di Cherso e Lussino, collocate nel Quarnero, proprio tra la costa
orientale della penisola istriana e la parte settentrionale della costa dalmata.
Vediamo un cartello che reclama acqua pulita senza compromessi e poi un altro
con una sigla che può capire anche chi non parla croato: Pfas. Si tratta dei
composti poli e perfluoroalchilici caratterizzati da un legame forte e stabile
tra carbonio e fluoro che li rende praticamente indistruttibili in natura e che
sono usati ancora per diversi scopi, tra cui l’impermeabilizzazione dei tessuti.
In Italia ci sono almeno due aree interessate dalla loro presenza massiccia
(l’area di Trissino nella provincia di Vicenza, dove ha operato per anni
un’azienda che li produceva e l’area di Spinetta Marengo in Piemonte). Come
insegnano i casi italiani, una volta immesse nel ciclo dell’acqua le sostanze si
diffondono e la bonifica diventa difficilissima. Nella Lika ora la paura, già
espressa in una prima manifestazione tenutasi proprio a Gospić qualche settimana
fa, è che i rifiuti stiano rilasciando nell’acqua queste sostanze, anche se per
il momento le autorità hanno cercato di rassicurare la popolazione.
Cerchiamo qualche informazione in più: un lancio dell’agenzia Reuters dello
stesso 5 settembre parla di rifiuti medici e industriali (si parla di almeno 30
mila tonnellate) provenienti soprattutto dall’Italia e dalla Slovenia, oltre che
in parte dalla stessa Croazia, e capiamo che il movimento chiede anche che la
bonifica dell’area sia avviata in tempi molto più rapidi rispetto a quelli
previsti dal governo di Plenković. Lo stesso primo ministro, forse per cercare
di indebolire il movimento, mercoledì scorso ha visitato Gospić cercando di
offrire delle rassicurazioni. Il tentativo non sembra però aver funzionato e la
manifestazione di sabato è diventata una delle più partecipate della storia
croata recente.
«Sei mai stato nella Lika? – ci chiede un amico che incontriamo qualche ora dopo
la manifestazione – È un posto bello, verde e con molta acqua. Prima della
guerra in quella zona c’erano molti serbi che poi sono andati via. Da allora la
zona non è più stata ripopolata».
In effetti, tra gli anni Settanta e Ottanta a Gospić abitavano almeno 30 mila
persone, di cui circa un terzo si definiva serbo; dopo la guerra il numero di
serbi presenti è crollato a poche centinaia di persone. Facile immaginare che il
sito sia stato scelto per portare i rifiuti anche perché si pensava di non
trovare particolare resistenza. Invece il calcolo si è rivelato sbagliato.
Verso l’una la manifestazione sta per finire. Continuano a sventolare tantissime
bandiere croate e adesso capiamo meglio il perché. Chi ha permesso il trasporto
dei rifiuti nella Lika in piazza viene definito un traditore della Croazia, un
termine che non è così abituale sentire nell’ambito di una lotta legata
all’ambiente. La scommessa del movimento è far vedere che una questione locale
in realtà è importante per tutta la Croazia e che l’impatto dell’inquinamento
non riguarda solo la comunità coinvolta in prima battuta. Sembra di scorgere un
connubio tra patriottismo e ambientalismo che, almeno per chi viene dall’Italia,
non è scontato. Per quanto la presenza di tutte queste bandiere desti una certa
preoccupazione, per il momento questa impostazione sembra portare dei frutti: il
tema è ripreso in prima pagina dai giornali, il presidente della repubblica
Zoran Milanović ha dato il suo appoggio e la questione sembra mettere d’accordo
gran parte dell’arco politico. Non è però tutto così lineare: un’altra persona
ci parla di tensioni tra esponenti dell’estrema destra locale e un gruppo di
anarchici presenti in piazza, mentre rimane da vedere quale sarà il risultato
concreto della mobilitazione, l’entità dei danni già causati all’ambiente e
quale sarà l’estensione della difficile bonifica dell’area di Gospić, per il
momento promessa ma non realizzata. (alessandro stoppoloni)
(disegno di resli)
Ad Airola l’aria non appartiene alle stagioni né alla terra. È la recidiva di un
processo instradato da atti criminali, da infiltrazioni silenziose che si sono
stratificate negli anni, mentre la narrazione superficiale raccontava di una
primavera che non c’era più. Quando il 31 agosto scorso la colonna di fumo nero
è tornata ad alzarsi sulle case, il pensiero di tutti è andato a quel 13 ottobre
2021, all’incendio che scoppiò nello stabilimento Sapa saturo di materiali
plastici e solventi.
L’incendio questa volta ha riguardato l’impianto di stoccaggio rifiuti Eco
Energy, nell’area industriale, e ha bruciato per giorni tonnellate di plastica,
rifiuti indifferenziati e materiali non identificati. Il sito in questione,
sottoposto a sequestro preventivo già nel 2022 nell’ambito di indagini per
auto-riciclaggio, e poi finito in amministrazione giudiziaria, era stato
nuovamente sigillato nell’aprile 2024 dai militari del Nucleo operativo
ecologico di Napoli, dopo il riscontro di reati gravissimi per gestione illecita
dei rifiuti e scarichi abusivi. Parliamo di un complesso dove la quantità di
rifiuti stoccati era sessantaquattro volte superiore al limite consentito.
Cumuli imponenti ostruivano persino il passaggio dei lavoratori, materiali erano
affastellati direttamente sulla terra, esposti alla pioggia senza alcuna
protezione, mentre un capannone abusivo di duemila metri quadri veniva usato
come discarica coperta. A questo si aggiunge la mancanza di presidi antincendio
e la scarsa autonomia di manovra per i mezzi di soccorso.
Tra sequestri, amministratori giudiziari, rimpalli di responsabilità tra
tribunali ed ex gestori indagati persino fuori regione per smaltimento illecito,
la Eco Energy è diventata un bomba a orologeria, nonostante i doveri di
sorveglianza delle autorità preposte.
Ma ciò che sta succedendo ad Airola non è un caso isolato, è l’ennesimo segnale
di una patologia di ampia estensione. Secondo gli ultimi dati del report
Ecomafia di Legambiente, la Campania si conferma in cima alle classifiche per
reati ambientali in Italia. Se si guarda al solo ciclo dei rifiuti, gli illeciti
continuano a registrarsi con ritmi impressionanti. Non si tratta di semplice
mancanza di senso civico: è un mercato criminale da miliardi di euro l’anno,
portato avanti da reti organizzate di imprenditori senza scrupoli, con relazioni
personali, complicità istituzionali e precisi modi di pensare e agire.
UNA COESISTENZA ILLOGICA
Per capire il perché di questi accadimenti occorre fare un passo indietro, agli
anni Settanta. È in quel decennio che l’illusione della modernizzazione e del
posto fisso rimpiazza la vocazione agricola del luogo, facendo della Valle
Caudina territorio fertile per le ambizioni industriali.
Vivere oggi in un paese come Airola significa fare i conti con una coesistenza
forzata e per questo illogica tra globale e locale. Lo si intuisce subito
osservando aree con differenti funzionalità, dove non si percepisce distinzione
tra uso agricolo, industriale e centro abitato. Un esempio evidente è quello del
corso principale, corso Montella, che divideva anche socialmente il paese in
due: sul marciapiede più ampio passeggiavano i signori, sull’altro i contadini.
Oggi quella striscia di basolato è la metafora di ciò che siamo: un territorio
dove l’illusione industriale sfiora gli orti casalinghi e il centro abitato si
stringe alle fabbriche. Su quel corso camminano i residui di una coscienza
civile e il tacito assenso: nessun borgo è idilliaco, nessuna comunità è del
tutto incolpevole.
Ancora oggi la zona industriale presenta tutte le criticità ambientali storiche,
rilevate nel tempo anche dall’Arpac: impianti ad alto impatto come quelli dove
operano le aziende per il trattamento rifiuti, quelle di lavorazione pelli che
hanno compromesso aria e suolo, le attività metalmeccaniche, e un abusivismo
edilizio che sfida la natura da troppo tempo.
L’incendio non è una fatalità: è il tassello di una mutazione sociale e
urbanistica che ha sconfinato in uno spazio di cui nessuno si sente padrone, ma
di cui tutti siamo responsabili. In questo vuoto, la gestione opaca dei rifiuti
si incunea con facilità, ed ecco che i capannoni svuotati nel tempo dalla
produzione sono diventati luogo di stoccaggio oltre i limiti, trappole
ecologiche pronte a prendere fuoco al primo intoppo burocratico o giudiziario.
IL MITO DEI BORGHI
La narrazione dominante descrive oggi tanti piccoli paesi italiani come santuari
inviolati, mentre operazioni di marketing territoriale raccontano una ruralità
edulcorata, fatta di borghi felici e cieli tersi. La realtà delle nostre
province smentisce però questo patrimonio di idee. L’eco-criminalità e la
sconsiderata gestione dei rifiuti non sono fantasmi lontani, camminano
silenziose accanto a noi, infiltrandosi anche dove le comunità si credono al
sicuro.
Già negli anni Duemila, quando esplose l’emergenza rifiuti, la Valle Caudina fu
chiamata a pagare il suo tributo con la discarica di Tre Ponti a Montesarchio.
Nata per accogliere milioni di metri cubi e ridotta a 480 mila dopo le barricate
popolari, quella cava senza bonifica e con milioni di euro pubblici spesi solo
per gestire il percolato, vent’anni dopo testimonia ancora come la risposta
emergenziale sia la norma nella nostra terra.
Ma la vulnerabilità travalica i confini. Nel cuore dell’Alta Irpinia il caso di
Nusco ne è la riprova: le ispezioni dell’Arpac sollecitate dai miasmi denunciati
dai cittadini hanno rivelato nel suolo veleni fuorilegge come cadmio, cromo VI,
mercurio e solventi clorurati. E proprio in queste ore l’imponente incendio
divampato a Taverna del Re – lo storico e gigantesco sito di stoccaggio di
ecoballe nel giuglianese – si specchia in modo speculare e angosciante con il
rogo di Airola.
Il filo conduttore è lo stesso: l’eco-criminalità e l’incuria ambientale non
sono solo reati, ma fanno parte di un approccio culturale che considera la
provincia come una discarica in cui bruciare le responsabilità. È per questo che
bisogna svegliarsi dal sonno stantio della vita lenta e dei borghi
incontaminati: la lentezza che ci stiamo raccontando non è armonia con la
natura.
La mobilitazione ad Airola di domenica 6 settembre, su iniziativa di giovani
locali, è stato un primo e chiaro segnale della volontà di non cedere più alla
tentazione della passività, gettando le basi per interventi di ricostruzione che
non si fermino al clamore e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Siamo
il tassello di un’economia che – lo ha ricordato il dottor Marfella durante la
manifestazione – dovrebbe garantire il benessere e la felicità collettiva, un
principio che è stato deviato, mettendo gli interessi di pochi davanti alla
salute pubblica e all’ambiente.
A quegli interessi è necessario rispondere mobilitandosi in tanti, perché, come
hanno denunciato gli attivisti di Stop Biocidio presenti domenica ad Airola, la
Terra dei Fuochi non è un perimetro ristretto, ma una geografia estesa di veleni
che vive del mito ipocrita del riciclo, di capannoni strapieni di rifiuti
industriali che prendono fuoco quando il danno è ormai consumato. L’Italia è già
stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver
informato i cittadini sui rischi che correvano: pretendere dati reali e verità
sanitaria è l’unica via rimasta.
L’esigenza di rivendicare risposte è stato, in effetti, il focus di molti
interventi dei cittadini e dei rappresentanti della associazioni che hanno
animato anche il consiglio comunale straordinario di lunedì 7 settembre. È stata
una lunga seduta, conclusa con l’approvazione unanime di una delibera che
impegna l’amministrazione a intervenire su bonifica, monitoraggio sanitario e
ambientale, sorveglianza della popolazione esposta, tutela delle attività
produttive, ristori e agevolazioni per le aziende colpite, oltre alla
costituzione di un’unità di crisi e al coordinamento con i sindaci della Città
Caudina.
A queste legittime pretese dobbiamo continuare ad affiancare l’abnegazione nello
studio dei nostri contesti, la richiesta di riscontri e di accesso ai dati per
opporci al disastro, aggirando le scorciatoie narrative. Chi opera nel mondo
dell’associazionismo ha il dovere di proporre questo nuovo sguardo, perché,
oltre alla mobilitazione, diventa importante costruire un abbecedario della
cittadinanza, un percorso che aiuti tutti ad acquisire conoscenze, strumenti e
nuovi approcci.
«Nei paesi – mi ha detto Miriam Corongiu: agricoltrice, scrittrice e attivista
impegnata nella Terra dei Fuochi – la presa di coscienza ambientale è un
processo ostacolato da pressioni sociali, giudizi, reticoli familiari o
complicità locali. Creare consapevolezza richiede un lavoro “persona per
persona”, partendo da piccoli nuclei e cerchi stretti di fiducia, per poi
allargare gradualmente le assemblee. È fondamentale connettersi con le realtà
territoriali che hanno già affrontato lotte simili per mutuarne strategie
pratiche e legali. Bisogna però ridefinire cosa sia un risultato tangibile: in
contesti segnati da profonde iniquità ambientali, l’obiettivo iniziale non è
quasi mai la vittoria immediata, ma condizionare il dibattito pubblico, rompere
il silenzio». (carmen ciarleglio)
Foto di Paula de Jesus.
Alla foce del Tevere, dove il fiume incontra il mare, c’è un pezzo di Roma che
molti conoscono soltanto per un fatto di cronaca. L‘Idroscalo di Ostia è
l’ultima borgata completamente autocostruita della capitale: nata negli anni
Sessanta, abitata da circa un migliaio di persone, sospesa da decenni tra
conflitti urbanistici e un lungo mancato riconoscimento istituzionale. Il suo
nome è rimasto legato soprattutto all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto
il 2 novembre 1975 poco distante dall’abitato. Ogni anno, in quella data,
arrivano autorità, giornalisti e curiosi. Poi il silenzio torna a occupare
questo lembo di costa. O quasi.
Ostia è stata raccontata come quartiere mafioso, come quartiere fascista, come
terra senza stato, senza legge, senza storia. Le città spesso si creano il
proprio doppio negativo, per brillare di più, per espellere tutto il male fuori
dai loro confini. E Ostia spesso ha giocato la parte di chi assorbe i mali della
città. L’abbiamo visto negli anni di Mafia Capitale, quando Ostia fu il capro
espiatorio di Roma; in seguito, quando tanti giornalisti sciacalli la usarono
per presentarsi come paladini dell’antimafia, ottenendo onori e visibilità.
Sempre alle spalle dei quartieri più poveri, come l’Idroscalo.
Ma da qualche mese, ogni sabato mattina, all’Idroscalo succede qualcosa di
diverso. Il pallone rimbalza male sulla sabbia. A volte affonda, altre schizza
via all’improvviso. Quando finisce contro gli scogli bisogna andare a
riprenderlo. Intorno non ci sono spalti, tribune o spogliatoi. Non c’è lo stadio
Olimpico, non c’è neanche il nuovo stadio da sessantamila posti progettato da un
miliardario statunitense che si è fatto regalare ettari ed ettari di terreni
pubblici. Ci sono solo il mare, da una parte, e dall’altra le case
dell’Idroscalo. Quel rettangolo di terra battuta è diventato il campo degli
Squaletti, i bambini dell’AS IdrosQalo Calcio.
Fino a pochi mesi fa c’era solo un pezzo di sabbia delimitato dai jersey di
cemento rimasti dopo le demolizioni del 23 febbraio 2010: quando le ruspe del
sindaco Alemanno distrussero trentacinque case del quartiere scelte
arbitrariamente, deportando i residenti in un centro d’accoglienza. Alcuni degli
ex abitanti vivono ancora lì dentro, sedici anni dopo. «Manco una piazza sono
riusciti a fare», dice una donna che abita proprio davanti al campo.
Forse è questa la definizione più precisa; perché quel campo, in fondo, è
diventato la piazza che l’Idroscalo non ha mai avuto. Il 2 novembre scorso, in
occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Pasolini, invece di
limitarsi a commemorare anche la sua grande passione sportiva, tre allenatori
dell’ASD Ostia Calcio 1884 hanno deciso di riportare un pallone in quel luogo.
Le prime porte erano costruite con tavole di legno che una mareggiata ha portato
via. Dopo un appello pubblico ne sono arrivate di nuove, insieme ai palloni,
alle divise, agli scarpini e ai parastinchi donati da associazioni, commercianti
e semplici cittadini.
Da allora gli allenamenti non si sono più fermati. Ogni sabato. Con il sole, con
il vento, con la pioggia. I ragazzi arrivano prima dell’orario. Aspettano i
mister, montano le porte, iniziano a palleggiare. Gli allenamenti durano poco
più di un’ora, ma quasi nessuno va via subito dopo. Il campo continua a vivere
fino all’ora di cena.
Ascoltando gli allenatori si capisce presto che il calcio è solo una parte della
storia. «Se vuoi allenarti, prima devi andare bene a scuola», «mangia bene»,
«rispetta gli altri». Le indicazioni tecniche si alternano a quelle educative.
Un giorno li ho sentiti parlare tra loro. «Tu non sai la gioia e la fatica», «mi
devastano emotivamente», «non puoi salvarli tutti». In quelle frasi c’è il peso
di un impegno che va molto oltre lo sport. Per anni l’Idroscalo di Ostia è stato
raccontato quasi solo attraverso ciò che gli mancava: servizi, riconoscimento,
sicurezza, progetti. Oggi, invece, vale la pena raccontarlo attraverso ciò che
c’è. Un gruppo di bambini che gioca, tre allenatori che ogni sabato mantengono
una promessa, una comunità che si ritrova. Gli Squaletti lo chiamano il loro
Olimpico. Guardando le loro partite, viene da pensare che abbiano ragione.
Perché uno stadio non è importante per il cemento con cui è costruito, ma per le
storie che riesce a contenere. (paula de jesus)
(disegno di sam3)
“Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza,
io li invidio gli africani, diceva Ulisse”.
Maria Pace Ottieri
La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio,
pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato
tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti
che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il
nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò
depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro
col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a
una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o
forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi.
Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una
spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla
cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea,
stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio
che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori,
superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle
settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla
Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio
caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un
regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica
Popolare del Benin.
Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona,
erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare
“la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato,
da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un
retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute.
Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di
mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una
serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e
coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente:
uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità.
Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia
monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio
legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose
sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la
costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una
tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche
vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra
zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi
gli antenati e li nutri”.
Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di
estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata
dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey,
con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera
cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga
della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non
avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite
cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di
barbarico, purpureo splendore”.
Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio
dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è
ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha
richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di
elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi
vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito
pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un
secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la
caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile
culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana
perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque,
sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne
dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e
conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla
memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era
deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in
un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le
differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura
cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”.
Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni
dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono
riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il
vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena,
chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse
l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”.
Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia
del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura,
contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto.
Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno
sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta
appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più
deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi
senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati
fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di
scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi
dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non
la sostanza. (daniele balzano)
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri)
Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui,
tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi
e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le
merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi
di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e
stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici.
Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli
arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici
improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In
mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli,
bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che
intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le
loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se
non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico.
È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo
queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo
allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del
Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e
loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono
la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate
dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e
divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati –
incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per
celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno
scopo più alto, legato alla morale del tempo.
In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne
circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo
era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato
gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi
dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe,
accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano
all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di
Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza
di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di
modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce
che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere
l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e
successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e
severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e
gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani
e in quelle dello stato sabaudo.
Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale
della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città
commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato.
In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la
cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto
competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi
rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e
“i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i
mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le
guardie, in divisa e munite di armi di repressione.
Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza
dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello
scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato
un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un
venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato
su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su
sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme
di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere,
le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto.
Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri
giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo
mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene
minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante
vengono confiscate delle ceste d’uva.
Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in
mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente
vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare
e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del
Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici,
accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola
fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza
affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati
dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi
dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se
ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio
diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda:
un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso.
Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato
iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del
Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a
loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti,
espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli
altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori
d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui
comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente
quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti
della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini
“di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il
secolo.
L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli
studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona
parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi;
visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che
non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a
colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale
al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né
visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci
qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con
le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a
danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le
ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate
e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione,
organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere
cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le
politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in
questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo
modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti
ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace.
Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto
al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi.
All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori
informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a
garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia
locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze
centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e
turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi
illustri della cultura torinese.
È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin,
riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della
polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori
abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi
visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività
illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro
invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo,
Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita
l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e
le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con
pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che,
spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che
espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica
agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano.
Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli
sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri
musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza
San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in
altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio
davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del
libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli
abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di
visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi
sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad
aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi
però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna.
In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il
compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle
immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le
foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di
questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti
sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è
solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e,
finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco,
ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a
trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione
tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i
democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per
distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano
precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”.
In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi
parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza
autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro
esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le
scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere
fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto
celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale
intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
(disegno di Peppe Cerillo)
A inizio agosto l’asfalto si scioglie sotto le scarpe, ma centinaia di persone
sono accampate in mezzo a viale Manzoni sotto l’occupazione di Spin Time Labs.
Migliaia di solidali li soccorrono e li sostengono, ma Il fondo Investire della
famiglia Nattino non ha alcuna intenzione di restituire il palazzo al popolo,
perché ci vuole fare un albergo. Neanche il Comune ha veramente intenzione di
interferire con il business, viste le Norme tecniche d’attuazione (NTA) al piano
regolatore approvate pochi giorni prima, sostanzialmente un gran regalo alla
speculazione immobiliare. ll 3 c’è un’esplosione nell’androne di un palazzo di
don Bosco, il 4 un incendio all’ippodromo di Tor di Valle, e il 5 un altro
incendio sempre a Tor di Valle. Alla Romanina muore una donna disabile
nell’incendio della sua casa. Intanto il Comune inaugura un “rifugio
fito-bio-climatico” a Centocelle, cioè una pensilina con dei rampicanti dal
costo di 138 mila euro. Pochi giorni dopo i rampicanti sono mezzi appassiti e la
temperatura sotto la pensilina è di quarantadue gradi. Il 6 l’ex pugile Simone
Carabella, bisognoso d’attenzioni, prova a manifestare da solo contro le due ore
per sole donne indette da una piscina di Tor Tre Teste: viene
contestato duramente dalle donne che lavorano e frequentano la piscina.
Il 7 il sindaco Gualtieri firma un’ordinanza commissariale per l’acquisto di
nuovi terreni per l’inceneritore di Santa Palomba. L’azienda municipale Ama
sborserà altri quattro milioni e mezzo di euro per comprare quattro ettari, cioè
176 euro al metro quadro. I precedenti dieci ettari erano stati acquistati a 75
euro al metro quadro, già quasi il doppio del prezzo di mercato. Lo stesso
giorno il sindaco viene applaudito sotto Spin Time, quando dichiara che il fondo
Investire non ha accettato la vendita del palazzo al Comune perché “non ha un
cuore”. Viene annunciato anche l’esito della trattativa per il quale si è
accettato di non rioccupare il palazzo: gli abitanti andranno in strutture di
emergenza (in estrema periferia, come Ostia o La Storta), e da lì potranno
richiedere la casa popolare. È lo stesso trattamento di qualunque sfrattato
della città: il Comune ha fatto il doppio gioco sulla pelle degli abitanti.
Il 10 a Trastevere viene arrestato intanto Valter Lavitola, per aver
commissionato l’attentato di Pomezia contro Sigfrido Ranucci; è accusato di
strage, ma difficilmente avrà il 41bis come Alfredo Cospito. Lo stesso giorno
brucia un ristorante abbandonato a San Basilio, in uno dei “punti verdi qualità”
della giunta Rutelli. L’amministrazione Rutelli usò seicento milioni di euro per
cedere quattrocento ettari di suolo pubblico ai privati, che in 67 casi su 78 si
sfilarono dagli accordi e abbandonando le aree. La stessa notte quattro ragazzi
percorrono in auto Roma Est sparando con una pistola a pallini su migranti,
colpiscono due ragazzi di origine pakistana, un indiano e un nigeriano. Il
12 neanche l’eclissi di sole rinfresca l’aria bollente. Il 13 c’è un’enorme
esplosione nella fabbrica di munizioni Knds Ammo Italy a Colleferro, ex Simmel
Difesa, per fortuna senza vittime. Lo stabilimento francotedesco è un partner
commerciale importante dell’esercito ucraino ed è per lo più finanziato dalla
Commissione Europea. Linkiesta, il Post e Calenda, insistono sulla pista del
boicottaggio russo, che addirittura il ministro Crosetto è costretto a smentire.
Il 17 su una spiaggia di Ostia un ventenne egiziano che chiamava la famiglia al
telefono viene aggredito da una folla di psicopatici convinti che stesse
fotografando i bambini. Viene portato al pronto soccorso, ma nel suo telefono
non si trova nessuna foto fuori luogo. Non si sa chi ha aizzato la gente e quali
saranno le conseguenze. Intanto in mezzo alle palazzine di via Morandi a Tor
Sapienza un colpo di pistola uccide un ragazzo di ventiquattro anni, Raymond
Asosa Agheyisi. A luglio c’era stato un altro omicidio nello stesso luogo.
Il 18 al Quarticciolo un gruppo di quattro o cinque persone spara alle gambe di
un uomo seduto ai tavolini della paninoteca, forse per rappresaglia di una
soffiata alla polizia. Femminicidio a Colleferro: un settantenne tunisino uccide
la moglie cinquantenne polacca a coltellate. Inizia intanto una raccolta
firme sul Parco del mare di Ostia, per il quale la Regione ha presentato
osservazioni al Comune: si tratta di un progetto finanziato dal Pnrr che
dovrebbe già essere operativo ma è ancora avvolto nelle nebbie. Il 20 c’è un
flashmob per la Palestina all’aeroporto di Fiumicino. A piazza Bologna due
energumeni probabilmente neonazisti schiaffeggiano e chiamano “ebreo di merda”
un ricercatore postdoc della Sapienza, non ebreo ma esperto di ebraismo: non si
sa se siano stati trovati né come lo abbiano riconosciuto. Il 22 a Velletri si
costituisce l’assassino di Raymond Agheyisi, un quarantenne del quartiere,
italiano. Tornano pioggia e vento, ma il giorno dopo il caldo è di nuovo
soffocante.
Il 24 un’assemblea pubblica a Spin Time annuncia la fine del presidio su viale
Manzoni e una manifestazione il 19 settembre alla quale parteciperà anche il
Partito Democratico. Il 25 un ragazzo si dà fuoco vicino a una pompa di benzina
della Prenestina, morirà tre giorni dopo al Sant’Eugenio. Ancora abbattimenti:
cadono due grandi lecci a Prati, per fare posto a un cantiere (a giugno erano
già trentamila gli alberi abbattuti a Roma). Il 27 agosto è il ventesimo
anniversario dell’omicidio di Renato Biagetti, studente di ingegneria a La
Sapienza, ucciso a coltellate da un gruppo di fascisti all’uscita di una festa a
Focene. Il Campidoglio annuncia intanto che il Colosseo è stato inserito tra le
zone rosse “antimaranza”, evidentemente perché la nuova fermata della Metro C ha
reso le zone turistiche accessibili anche a chi vive in periferia. Il 28 la Rai
annuncia il sostituto di Ranucci alla guida di Report: è Daniele Piervincenzi,
il “cronista d’assalto” che prese una testata da Roberto Spada a Ostia,
nell’ambito del tentativo di trasformare il litorale in un capro espiatorio per
salvare Roma dalle conseguenze di Mafia Capitale. Il caldo sale a 37 gradi.
Il 29 il Comune annuncia una sperimentazione di autobus senza conducenti,
attraverso un “gemello tecnologico” della città. In questo doppio virtuale di
Roma di certo non ci saranno quarantamila senzatetto, seimila famiglie sotto
sfratto, case popolari che stanno per crollare, quartieri senza acqua potabile,
roghi continui, alberi tagliati e il caldo infernale.(stefano portelli)
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