(disegno di guerrilla spam)
È uscito di recente per le edizioni Tabor Fuori la grana o vi ammazziamo! di
Alèssi Dell’Umbria, un autore noto in ambienti di movimento in Italia, ma di cui
restano fondamentali due opere non ancora tradotte: Histoire universelle de
Marseille, un’imponente archeologia politica e sociale della città, apparsa
proprio mentre Marsiglia veniva sacrificata sull’altare della “capitale europea
della cultura”, e Tarantella! Possession et dépossession dans l’ex-royaume de
Naples. Quest’ultimo è il resoconto di un Sud Italia che l’autore conosce bene,
in bilico tra emarginazione sociale e recupero spettacolare. Ed è proprio da
qui, da una necessaria lettura da Sud, che bisogna partire per riflettere
sull’ultimo libro di Dell’Umbria. Il titolo riprende una scritta apparsa su un
muro di Marsiglia nei primi anni Ottanta e ci introduce nelle vicende degli Os
Cangaceiros, un gruppo fuorilegge attivo in Francia tra il 1984 e il 1992.
Dell’Umbria, che di quel gruppo fece parte, non scrive una semplice memoria, ma
restituisce il racconto di un’esperienza politica ed esistenziale lontana dai
dogmi del militantismo tradizionale, capace di fondere l’elaborazione teorica
radicale con una pratica di vita estranea alle leggi del Capitale.
Tra sabotaggi, riappropriazioni e rifiuto del lavoro salariato, questa banda di
giovani si organizzò per vivere senza lavorare e per sostenere le lotte sociali,
dalle prigioni alle fabbriche fino alle periferie urbane. Il tutto senza
abdicare alla vita, ma soprattutto senza mai rinunciare a una riflessione
costante, necessaria a interpretare la realtà e a dotarsi di strumenti analitici
per agire. “A differenza di quei militanti che hanno la tendenza a credersi
indispensabili – scrive Dell’Umbria – pensavamo che gran parte del negativo
all’opera nelle viscere di questo mondo agisse innanzitutto sotto forma di
astensione”.
La vicenda degli Os Cangaceiros s’inserisce in questo solco. Come scrive lo
stesso autore, “bisognava organizzarsi per attraversare il deserto che
avanzava”. Era indispensabile pensare alla rivoluzione attraverso l’amicizia,
vendicarsi di coloro che organizzano la nostra infelicità. Erano questi gli
obiettivi prioritari, come scrissero in un editoriale della rivista che
pubblicavano in modo irregolare (i cui numeri possono essere sfogliati qui).
L’esperienza di questo gruppo di affinità si colloca nel riflusso post ’68,
quando l’interrogativo centrale riguardava la forma delle soggettività
rivoluzionarie in un’epoca controrivoluzionaria. Dell’Umbria rispondeva
guardando alla “resistenza per inerzia”, convinto che l’indifferenza della
maggioranza dei proletari verso l’attivismo non fosse apatia, ma una forma di
resistenza non catalogabile, capace di togliere ossigeno alla scena spettacolare
del potere.
Da questa prospettiva, ogni elogio del proletariato in quanto classe era visto
come controrivoluzionario, poiché mirava a reinserire una soggettività
intrinsecamente negativa nel contratto sociale attraverso i “racket sindacali e
politici”, vale a dire quelle organizzazioni che gestiscono il conflitto per
renderlo compatibile con il sistema. Il rifiuto del lavoro (capitalistico) è
alla base di questa visione. È la diserzione generalizzata in quanto stile di
vita a fare conflitto, per le strade e sul posto di lavoro. Non il volontarismo
etico.
Alla radice di queste scelte troviamo una lettura eterodossa degli scritti
giovanili di Marx ed Engels. Dell’Umbria spiega bene come, in un’epoca di
riflusso, bisognasse volgere lo sguardo ai proletari senza però invocarli come
soggetto investito di una missione storica trascendente. Il proletariato veniva
definito come una soggettività in atto, inafferrabile secondo le categorie
classiche. Inscrivere questa soggettività negativa in un contratto sociale è
esattamente il ruolo dei racket sindacali e politici.
Dell’Umbria riprende la questione del “racket”, concetto caro a Max Horkheimer e
a Jacques Camatte, che ne aveva scritto nella rivista
neo-bordighista Invariance: quelle organizzazioni che si interpongono tra la
rivolta e la realtà, gestendo il conflitto per neutralizzarlo o renderlo
compatibile con il sistema. Non si trattava di imporre un livello di scontro, ma
di sposare quello già in campo. In quest’ottica, il fatto che l’immensa
maggioranza dei proletari resti indifferente alle ingiunzioni dell’attivismo la
rende persino più minacciosa. Dell’Umbria e i suoi assistevano in diretta alla
disgregazione sociale degli anni Ottanta e alla dissoluzione della classe
operaia – con i sindacati ad accompagnarla e a fare in modo che l’operazione
filasse liscia – guardando invece a quei cicli di rivolta che avevano ribaltato
l’istituzione degli operai in quanto classe mediata dalla rappresentanza
sindacale – da piazza Statuto a Mirafiori, passando per lo sciopero
insurrezionale in Belgio nel 1960.
Che effetto può avere questa riflessione nella città del movimento storico dei
disoccupati organizzati e delle “fragili alleanze”, in una Napoli popolata da
quegli “abietti” refrattari all’inquadramento in partiti e sindacati
tradizionali che non sono mai riusciti ad addomesticarli? Il volume di
Dell’Umbria sembra parlare a questo proletariato marginale, ma lo fa
smascherando i limiti di un certo attivismo militante e del suo nichilismo
passivo, laddove il rifiuto del lavoro viene sbandierato come posa ideologica da
chi può permetterselo, senza però avere né la capacità di agire l’illegalità
radicale, né la forza di elaborare riflessioni teoriche. Dell’Umbria, tra
l’altro, spiega bene che gli Os Cangaceiros si sciolsero proprio perché non
riuscivano a superare una “pura negatività” che rischiava di svuotarli
dall’interno. La prima sollecitazione che emerge da un libro del genere è che la
diserzione non è un’astrazione morale, ma una pratica materiale che, se non
evolve in soggettività politica, si condanna all’autoconsunzione.
Il secondo spunto riguarda l’alibi dell’idealizzazione. Persiste un pensiero di
movimento che tende a mitizzare i subalterni solo in quanto tali, finendo però
per lavarsene le mani; un pensiero che trasforma la marginalità in un santuario,
producendo però solo inazione e immobilismo. Ma idealizzare il subalterno
significa mummificarlo nella sua condizione di esclusione, e mentre il potere
criminalizza il “refrattario”, il militante lo mimetizza nel mito. Ed entrambi
gli impediscono di farsi soggetto.
Questa dinamica è rischiosa soprattutto nei contesti dove il deserto sociale si
espande e l’azione di chi è fuorilegge non è affatto accompagnata da
elaborazioni teoriche radicali. La storia degli Os Cangaceiros suggerisce che la
vera rottura non avviene tramite l’ostentazione dell’identità marginale, ma
quando la soggettività diventa inafferrabile. Il lavoro, in un contesto segnato
da disoccupazione endemica e stigma, non è allora solo coercizione, ma può
diventare forma di emancipazione e presa di coscienza per rompere lo schema
dell’invisibilità. L’emancipazione del proletariato marginale, nel nostro caso,
è legata anche al lavoro, e non solo al suo rifiuto, altrimenti non si
spiegherebbe l’emergere, in questo contesto, di un movimento di lotta per il
lavoro che dagli anni Settanta si riproduce continuamente. Il lavoro, in questo
caso, è al tempo stesso coercizione e potenziale leva per il cambiamento, per
una classe, come quella del proletariato marginale, abbastanza integrata nella
società per essere sfruttata, ma anche sufficientemente esclusa per essere
debole politicamente.
Se il Capitale tiene in pugno gli sfruttati gestendo la loro stessa
riproduzione, il libro di Dell’Umbria è un invito a non farsi ingabbiare dalle
nuove forme di racket politico – comprese quelle vestite di “movimentismo”
radicale. Non si tratta quindi di “organizzare i subalterni” dall’alto di una
presunta superiorità teorica, ma di riconoscere la potenza della diserzione
generalizzata che già pulsa nelle viscere della società. Sposare il “negativo”
significa smettere di guardare ai subalterni come oggetti da studiare o da
proteggere, per riscoprire il gusto di una rivolta che non chiede permessi né
legittimazioni. Significa rifiutare, una volta per tutte, di stare al proprio
posto: al margine, e in silenzio. Chissà se il buon Dell’Umbria ha voglia di
discutere del suo libro in questo Sud. Un territorio dove la diserzione e la
lotta per l’esistenza continuano a confondere i confini tracciati dal potere.
(andrea bottalico)
Source - NapoliMONiTOR
Cronache, libri, disegni e reportages
(disegno di ottoeffe)
La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no,
certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla
politica e sulla società)
Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un
inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a
qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo
cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba
indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da
una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e
che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori
abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di
culto con fiori e stronzaggini varie.
(credits in nota 1)
Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una
canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato
a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che
ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli
piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto
ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni
dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per
cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella,
Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele
“musica da matrimonio di camorra”.
So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per
Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non
mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e
core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta
l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando
addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da
Nobel di frasi in dialetto.
Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa
vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo
(vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione
identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia
purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il
patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È
guerra di classe, nada mas.
Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo?
Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano?
Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il
napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo
pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si
permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi
vogliono loro? (gianfranco gallo)
(credits in nota 2)
Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha
telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia
sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso
questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece
questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma
ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere.
https://www.instagram.com/reels/DVJ4XebDL7X/
Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per
pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani:
Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha
svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa
emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non
si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non
era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita,
dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo
parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da
solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero
all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti
perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali
di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale.
Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate
ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?
Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere
181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è
il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una
zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia.
(daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it)
Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o
della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino
scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più
chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off
topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona
occasione per approfondire:
L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in
Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i
laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’
goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di
comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol” è quasi sordo e
cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile
proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è
gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di
calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi:
è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette
feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo
tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi,
rivistacontrasti.it)
(credits in nota 3)
(a cura di riccardo rosa)
__________________________
¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio
Corbucci (1963)
² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986)
³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere,
di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)
(disegno di pietro cozzi)
A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo
Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare
all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone
di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di
livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una
parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando
origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non
solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città.
Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la
zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica.
Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita
una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere
vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha
soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati
Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo
decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma.
L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr
e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani
Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però
sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato
ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno
degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa
lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro
della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di
un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta.
L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del
parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario
l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in
estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre
collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la
Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere.
Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che,
lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel
bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre
l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che
il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni
e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con
percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta.
Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale
chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico.
All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione,
scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei
platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei
lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a
entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo
spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il
sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e
famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e
collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere
è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni
e generi di conforto portati dagli abitanti.
Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con
il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire
“ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area
occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in
Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli
arresti.
Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto
partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha
dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una
rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri
con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di
lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo.
La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro
della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il
timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di
valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la
sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci
riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il
finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno»..
Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del
quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del
Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa
anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di
un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai
e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore,
grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono
recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è
il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli
abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che
hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività
scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole
Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da
una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un
edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?».
Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le
richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una
serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali
sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato
sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di
persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella
stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro
che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano
l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono
fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo
di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera
che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono
state tenute in considerazione”.
«C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di
ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici:
chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono
state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo
del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo
parco».
La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni
ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla
vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e
ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento
di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori,
insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze
dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il
Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata
presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile
G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente
che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte
amministrative.
A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa
significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione
viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del
progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con
personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi
alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad
aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento
colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi
spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare
dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche
altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica
nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della
Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla
Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della
cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur
restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono
maggiore chiarezza.
«Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina –
ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando
chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la
polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei
carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle
settimane scorse che potesse giustificarlo».
Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è
convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza
occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei
più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si
fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un
conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia
per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti,
residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono
offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto
più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso
all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il
fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi.
L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto legge n. 116, “Disposizioni
urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la
bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il decreto ha un approccio
prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di
reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si
rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che
avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di
strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche,
l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto
interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo
un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura
per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni
amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta
deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente,
oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la
reclusione.
Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti
in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo maldestro di rispondere
alla sentenza Cedu si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre
più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche
effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non
pericolosi per opera dei singoli cittadini è punita con la reclusione fino a sei
anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui
si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o
un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il
reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti
pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei
Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo
articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione
illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizza siano commessi
nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione
che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli
autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo
quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto
inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle
competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di
responsabilità.
Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo
è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri
dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su
nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel
mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con
i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio –
attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o
consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati
esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di
una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo
quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire
proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni.
A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la
questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di
quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario
fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo
insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato
dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui
ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di
competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali
dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due
miliardi di euro.
I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti
individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una
quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi
regionali stanziati (in alcuni casi, già nel 2009, come per località
Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto
milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i
biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca
ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici
milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia
di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore
stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta
di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di
euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora
decisamente insufficienti.
E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i
membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero,
siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto
scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di
caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un
totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è
anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della
sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano
i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come
diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come
un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età
minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl
Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della
Terra dei fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno
2025.
Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del
commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in
guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di
risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti –
oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua
movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure
messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia,
i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de
simone)
(disegno di otarebill)
Venerdì 6 febbraio, presso il CSOA Gabrio a Torino, i comitati impegnati in
lotte ecologiste si incontreranno per ragionare sui loro percorsi e le relative
pratiche. L’incontro sarà ospitato dall’assemblea Un Altro Piano per Torino, che
da anni si batte per criticare il nuovo piano regolatore in gestazione e per
immaginarne uno alternativo. In occasione dell’incontro sarà anche presentato
l’ultimo numero de Lo stato delle città dove è pubblicata un’intervista ad
alcune voci del comitato che lotta contro un progetto che comprometterà
l’ecosistema del parco del Meisino.
* * *
Il parco del Meisino è una macchia di verde a nord-est della città, tra il parco
della Colletta e il confine con il comune di San Mauro Torinese, attraversata
dal Po nel tratto in cui esso si congiunge col fiume Stura. Le peculiarità
ambientali di questo incrocio di acque e terre poco antropizzate hanno attratto
molte specie di uccelli (migratori e stanziali, terricoli e acquatici) e di
altri animali, tra cui diverse specie protette. Questi esseri popolano una
grande varietà di ecosistemi: boschetti, canneti, greti ghiaiosi, zone umide,
prati, campi coltivati. Un’area nota come “isolone Bertolla” è oggi la sede
stabile di una delle poche garzaie urbane d’Europa.
Dal 1997 il Meisino è un parco pubblico a gestione regionale, attualmente
iscritto tra le riserve naturali tutelate dall’Ente di gestione delle aree
protette del Po piemontese, che agisce su delega della Regione. Il parco include
inoltre la Zona di Protezione Speciale Confluenza Po-Stura della Rete Natura
2000, soggetta alle direttive comunitarie per la conservazione della
biodiversità. Oggi, però, la biodiversità del Meisino è minacciata da un’ondata
di interventi finanziati da un bando Pnrr afferente alla Misura 5, “Sport e
inclusione sociale”, per un investimento di undici milioni e mezzo di euro. Il
progetto siglato dalla Città di Torino riguarda la creazione di un “Centro di
educazione sportiva e ambientale” all’interno del parco.
Per opporsi a questa speculazione, nel 2022 è nato il comitato Salviamo il
Meisino, da allora impegnato a monitorare e documentare le modifiche a cui è
sottoposta l’area, organizzando azioni finalizzate a impedire la realizzazione
del progetto. Per il comitato, il Meisino non è solo un “polmone verde”
fondamentale in una città inquinata e cementificata come Torino, ma anche un
esempio di come il rapporto tra abitanti e bene pubblico non necessiti di essere
né organizzato né regolamentato dall’alto. A parlare dell’impatto del Pnrr sulla
vita del parco e delle ragioni della contestazione ancora in corso sono le
persone del comitato stesso, intervistate a più riprese nel corso degli ultimi
mesi.
Da chi è composto il comitato Salviamo il Meisino?
«Innanzitutto da residenti dei quartieri intorno al parco e da frequentatori
abituali, non necessariamente abitanti della zona, che lo hanno sempre
attraversato liberamente: alcuni di loro conoscono bene l’area e le sue
specificità e ne hanno un enorme rispetto. Ci sono anche persone che hanno fatto
parte di altri comitati nati negli ultimi anni; e poi ci sono stati attivisti
dei movimenti ecologisti, come Fridays for Future, e non solo. Ci sono persone
che si sono alternate nel tempo, altre che si sono allontanate perché magari gli
atti giudiziari, le multe o le denunce si sono sovrapposti, e allora per loro
diventava più complicato partecipare. Alcuni del comitato originario facevano
parte di un altro comitato già attivo sul Meisino, quello di Barca e Bertolla (i
due quartieri a nord dell’isolone Bertolla), e quindi da tempo seguivano le
vicende del parco. C’è persino chi ha tenuto lo storico delle proposte di
riqualificazione fallite in precedenza. Quando ci siamo avvicinati al comitato,
un po’ tutti abbiamo cercato di sfruttare le conoscenze e i contatti che avevamo
per capire come muoverci al meglio».
Chi sono invece i soggetti promotori e sostenitori del progetto?
«Per fare nomi e cognomi, gli assessori comunali Domenico Carretta (Sport,
grandi eventi, turismo e tempo libero) e Francesco Tresso (Cura della città, con
deleghe al verde pubblico, tutela animali e protezione civile). Poi anche
diversi dirigenti comunali; e soprattutto i rappresentanti dell’Ente di gestione
delle aree protette del Po piemontese (Ente parco), che dovrebbe preoccuparsi di
salvaguardare l’habitat del Meisino: Roberto Saini, prima presidente e poi
commissario fino al luglio 2025, l’attuale presidente Alessio Abbinante, la
direttrice Emanuela Sarzotti. E ancora, altri enti chiamati a esprimere pareri
sul progetto – pareri che sono stati sempre favorevoli –, come la Soprintendenza
alle Belle arti e paesaggio di Torino, l’Agenzia interregionale per il fiume Po,
la Regione, l’Arpa Piemonte».
Quali sono gli interventi previsti dal progetto di costruzione del Centro di
educazione sportiva e ambientale da undici milioni e mezzo di euro?
«Il progetto iniziale, quello che il sindaco Stefano Lo Russo (Pd) ha firmato
per partecipare al bando Pnrr nell’aprile 2022, è strutturato in due cluster; il
primo riguarda la realizzazione di nuovi impianti, quella che chiamano
Cittadella dello Sport e della Salute, dove ci saranno una passerella
ciclopedonale, aree giochi e fitness, nuove strutture sportive; qui è stata
ristrutturata una tettoia, i sentieri sono stati allargati e trasformati in
piste di larghezza carrabile, altri percorsi sono stati aperti e sono in corso
anche interventi sulla vegetazione. Il secondo è un intervento più prettamente
architettonico, edilizio, e riguarda la cascina Malpensata (l’ex galoppatoio
militare) e le strutture adiacenti. Sette milioni e mezzo per il primo cluster,
quattro per il secondo. Questi interventi saranno fatti dentro la riserva
naturale, dove è previsto un “restyling” delle zone umide, e in parte ricadono
anche nella zona di protezione speciale. Però il progetto ha una grande
“facciata verde”; quando lo leggi sembra fantastico. La narrazione del progetto
di rigenerazione dell’ex galoppatoio militare è che migliorerà la sostenibilità,
rigenererà la biodiversità e sarà energeticamente ecosostenibile. Poi il
progetto è stato leggermente modificato; è stata fatta una variante a seguito
delle nostre proteste, e sono stati dati dei suggerimenti dalla Consulta per il
verde, ma si è trattato di modifiche poco significative. La narrazione che
utilizzano per giustificare questi interventi è quella della “inclusività” e del
“design for all”, una formula presa da documenti Onu che pervade tutto il Pnrr:
dappertutto c’è scritto che le nuove strade permetteranno di raggiungere ogni
parte del parco, quindi la fruibilità andrà al massimo. Noi abbiamo interpellato
alcuni esperti di piste ciclabili e di interventi sulla mobilità di Fiab, la
federazione italiana ambiente e bicicletta, e ci hanno detto che le cose
funzionavano benissimo come erano prima: anche una persona disabile poteva
percorrerlo con la sedia a rotelle. La passerella ciclopedonale, che dovrebbe
essere poco impattante, ha una doppia corsia per le bici, uno spazio per il
pedone, fa delle curve, non è un semplice scavalco. Però nella narrazione
dell’assessore Tresso, anche Fiab sarebbe entusiasta di questo progetto. Noi
intanto abbiamo inviato la nostra relazione in cui segnaliamo i danni già
prodotti e un’analisi su come la mobilità nel parco non viene affatto
migliorata».
Nell’estate 2024 il nome del progetto è cambiato: da Parco dello sport e
dell’educazione ambientale è diventato Centro di educazione sportiva e
ambientale. Cosa significa questa modifica?
«Per noi in quel momento è diventato chiaro il fatto che la vocazione del
progetto non era più incentrata sul parco. Avendo a oggetto un parco tematico,
il progetto avrebbe dovuto per legge subire la verifica di assoggettabilità a
Valutazione di impatto ambientale: questa procedura è stata omessa e per
occultare meglio la violazione, la parola “parco” è stata fatta sparire dal
titolo, con il pretesto di non confondere il nome del parco sportivo con quello
naturalistico: richiesta formulata dallo stesso Ente parco con una sua
prescrizione! Ma la sostanza resta, confermata dalla quantità di attrezzature
che vengono disseminate nel parco e dalle dichiarazioni dei politici e dei
funzionari dell’Ente, che dicono di voler cambiare la destinazione e la
vocazione del Meisino. Del resto, il Dipartimento dello sport ha accettato di
considerare l’ex galoppatoio, che era una struttura militare, come struttura
sportiva, e questo ha permesso di accedere ai fondi del Pnrr».
In che modo questi interventi impattano sull’attuale habitat del parco?
«Pensando ancora all’ex galoppatoio, lì si era generata una situazione di
naturalità inedita per un motivo semplice: i militari non davano accesso al
pubblico e si era creata un’area riservata, dove l’insieme delle caratteristiche
idrogeologiche, morfologiche e la non frequentazione antropica ha fatto sì che
si sviluppasse una situazione di flora e fauna molto particolare e preziosa. In
quest’area adesso sono state realizzate fondazioni di cemento per fare delle
strutture a palafitta, perché qui c’è anche il problema idrogeologico che fa di
questo progetto un enorme spreco economico. Al Meisino c’erano già delle
strutture sportive che negli anni, con tutte le varie piene, si sono rovinate; e
l’idea di porre nuove strutture sportive in un’area che viene allagata spesso,
presuppone che dovranno essere dei privati a gestirle, perché costerà tenerle in
piedi, e non è pensabile che a occuparsene sarà il Comune; e i privati per
gestirle dovranno farsi pagare dal pubblico. In più, il Piano d’area vietava di
ristrutturare l’edificio: sopraelevarlo com’è necessario comporta una
ristrutturazione. Insomma, parliamo di interventi importanti e impattanti. E
ancora, l’area a protezione speciale del Meisino deve il suo riconoscimento
iniziale proprio all’avifauna, e il cantiere avviato sta già frammentando
l’habitat di tutto il parco. Sin dall’inizio abbiamo denunciato che nel progetto
non sia citata tutta una serie di animali perché non c’è stato un aggiornamento
del formulario. Quando abbiamo fatto notare che ci sono dei ricci, hanno fatto
un finto sopralluogo dopo che avevano cominciato a invadere l’area con
decespugliatori, ruspe, eccetera… e chissà dove erano spariti i ricci, nel
frattempo. Poi hanno ignorato la presenza di una colonia di tassi: c’è un
sistema abitativo che abbiamo documentato con foto e video, che comprende anche
altre specie di mammiferi e anfibi non considerate. L’aspetto paradossale è che
il Pnrr è tutto strutturato sul diritto ambientale, ma in pratica alleggerisce
proprio le procedure di tutela ambientale. In generale, al Meisino sono ignorate
un po’ tutte le regole. Pare che le ditte a cui è stato affidato l’appalto per
questi lavori non siano ditte forestali, ma edili, quindi, quando si tratta di
creare passaggi o spostare materiali, hanno un approccio cantieristico e non si
pongono alcun problema, nonostante il progetto preveda una serie di attenzioni
al tipo di macchine da usare, ai percorsi da fare, all’acustica, l’uso del
fonometro, la gestione del legname: queste norme sono scritte, ma nessuno riesce
a controllare che vengano rispettate. Del resto, in una situazione in cui non
c’è un piano di gestione – e di questa mancanza è responsabile l’Ente parco –
non c’è molto da far valere».
Quali altri soggetti si muovono intorno alla contestazione del progetto di
Centro di educazione sportiva e ambientale?
«Quando è nato il comitato Salviamo il Meisino c’erano già altre associazioni
ambientaliste e qualche comitato attivi per la tutela del parco. Comitato e
associazioni, però, sono due realtà diverse. Il comitato nasce su uno scopo
preciso, in un luogo preciso, e quindi ha motivazioni e obiettivi precisi. Le
associazioni spesso hanno storie che vengono da lontano, obiettivi più generici;
molte volte poi hanno dei rapporti tali con le istituzioni da diventare
promiscui. Poi c’è la Consulta per il verde e per l’ambiente presso il Comune,
che possiamo dire essere l’espressione di queste associazioni. Questo organismo
però sembra in crisi: il suo attuale presidente ha lamentato pubblicamente che
essa viene interpellata solo dopo che un progetto viene approvato, non prima. Al
Meisino, a lavori iniziati (settembre 2024), il presidente ha cercato di fare da
mediatore; la consulta ha prodotto un lungo documento che analizzava il progetto
di Cittadella dello sport evidenziandone le contraddizioni. Ma queste azioni
finiscono per essere poco incisive, perché il Comune fa solo finta di ascoltare,
e tutto si riduce a una lamentela ben educata che non porta a nulla. In ogni
caso, i comitati sono mediamente soggetti esterni alle consulte, e anche il
nostro lo è. Poi, per segnalare dei paradossi, ci sono figure come il dirigente
Lipu (Lega italiana protezione uccelli) di Torino, che è vicino all’assessore
Tresso e per questo non lo contraddice; o altri responsabili Fiab, che non ci
hanno sostenuto senza dirci il motivo. In questa situazione è chiaro che
dobbiamo trovare altri modi per opporci».
A proposito di modalità di opposizione: oltre che con iniziative di socialità al
parco, sopralluoghi collettivi, assemblee aperte e cortei cittadini, nell’ultimo
anno e mezzo il comitato è stato molto attivo con presidi ai cantieri e attività
costanti di monitoraggio e documentazione. È stato creato anche un sito web,
dove si trovano aggiornamenti frequenti e un dossier approfondito, che evidenzia
contraddizioni, criticità e ipocrisie del progetto in corso. Come viene prodotto
questo materiale?
«Come attività parallela, indipendente da quelle del comitato, alcuni cittadini
hanno voluto creare un sito tecnico che raccogliesse tutte le evidenze sulla
flora e la fauna presenti prima dell’inizio e durante i lavori. È nata quindi
l’idea del Meisinometro, un progetto di mappatura della biodiversità del parco
finalizzato a evidenziare in modo oggettivo le modifiche che sta subendo. La
piattaforma raccoglie i dati rilevati dai partecipanti al progetto e permette a
chiunque di conoscere nel dettaglio l’evolversi della situazione. Purtroppo non
abbiamo periti che certifichino quello che rileviamo: non ci sono persone
disposte a esporsi, perché gli esperti lavorano per gli enti pubblici,
l’università o il Politecnico. Quindi, per esempio, nel caso del disboscamento
per la costruzione della passerella ciclopedonale abbiamo fatto arrivare un
agronomo da fuori; e ovviamente in quel caso avevano subito nascosto gli alberi
tagliati, quindi non è stato possibile verificare molti dettagli. Comunque
abbiamo un censimento, foto geolocalizzate, misure del boschetto tagliato; e i
nostri dati sono diversi da quelli diffusi dal Comune, che cerca sempre di
minimizzare».
Alcune persone del comitato hanno portato la contestazione anche sul piano
legale, presentando un ricorso al tribunale ordinario contro il Comune – aperto
nel dicembre 2024 e rigettato ad aprile 2025 – e un reclamo al Collegio contro
l’ordinanza del giudice in primo grado, anche questo rigettato, a luglio. Quali
erano le istanze dei ricorrenti?
«Il ricorso si è basato sul principio di lesione del diritto all’ambiente
salubre, la cui tutela spetta al giudice ordinario, e ha chiesto un accertamento
tecnico preventivo sull’impatto ambientale, mettendo in evidenza le incongruenze
tra il progetto e la sua realizzazione. Tra gli argomenti del ricorso ci sono il
non avere svolto un censimento, l’approssimazione e la velocità con cui è stata
svolta la valutazione d’incidenza ambientale, ecc. Il ricorso è stato respinto
per difetto di giurisdizione – secondo i giudici di primo e secondo grado i
cittadini avrebbero dovuto rivolgersi al Tar. A oggi nessun magistrato è entrato
nel merito del progetto e del suo impatto ambientale».
La lotta del comitato, con la presenza costante di attivisti nei cantieri, è
finita sui giornali anche per il modo in cui è stata repressa, nonostante le
vostre forme di protesta siano state pacifiche…
«Dall’inizio dei nostri monitoraggi mattutini, la polizia è sempre stata lì a
presidiare, con volanti e camionette, e anche la digos ci ha sempre seguiti
passo passo. A volte è stato difficile perché siamo stati continuamente ripresi,
filmati; le persone sono finite spesso sui giornali. Per difenderci dalla
polizia abbiamo dovuto filmarci tra di noi, e questa cosa a molti di noi non era
mai successa prima. Siamo abbastanza sicuri di quello che affermiamo, abbiamo
numerosi elementi per dire che certi tagli sono abusivi e che ci sono molte
irregolarità, quindi il conflitto proviene da questa consapevolezza. Il nostro
dissenso è stato censurato e punito prima con il diritto amministrativo e poi
con quello penale; ed è abbastanza inedito il fatto che in alcuni casi – come
per le contestazioni di settembre 2024, quando sono partiti i lavori – siano
stati avviati due procedimenti in contemporanea, una multa e una denuncia penale
per violenza privata in concorso. Anche le modalità in cui è stato ricevuto
l’avviso di garanzia sono strane: lo hanno consegnato a mano, a casa di
trentanove persone, la maggior parte incensurate. L’avviso di garanzia stesso è
formulato in modo anomalo, perché riporta molti dettagli, ed è una cosa che di
solito non si fa. Potevano anche mandarcelo in seguito, ma hanno voluto dare un
segnale preciso: volevano beccarci tutti nello stesso giorno, non a caso, il
giorno prima dei tagli fatti al boschetto, dove hanno abbattuto novanta alberi.
L’idea che ci siamo fatti è che, se avessimo bloccato questo progetto, ci
sarebbero state ripercussioni anche sugli altri progetti Pnrr in città. Non
volevano permetterlo».
A novembre 2025 l’assessore Carretta ha dichiarato che i lavori sono in ritardo
a causa delle contestazioni, ma stanno procedendo e si concluderanno nei primi
mesi del 2026. Poteva andare diversamente? E come state andando avanti?
«Probabilmente bisognava muoversi molto tempo prima e avere delle strategie più
precise; ma, forse, non ci si è subito resi conto della gravità della cosa.
Magari, sulle strategie di resistenza, ci si poteva confrontare con le altre
lotte simili sul territorio nazionale, e si potevano tentare azioni più incisive
sin dall’inizio; ma bisogna anche considerare che non tutte le persone che
facevano parte del comitato originario erano abituate a praticare forme di
opposizione conflittuali. Oggi il comitato continua a muoversi – come sempre –
su più fronti: a ottobre abbiamo inviato una diffida all’Ente parco, per
impedire l’estensione dei lavori nell’area della riserva naturale. Anche i
monitoraggi, le assemblee e le altre iniziative pubbliche non si sono mai
fermate». (alessandra ferlito)
(disegno di francesca ferrara)
Da quasi quarant’anni il dibattito sul futuro di Bagnoli è vivo, in città, a
dispetto dei disastri di politici e amministratori che avrebbero dovuto
governare il processo di rigenerazione, e del comprensibile scoramento di ampie
fasce di popolazione e società civile. Quello degli ultimi mesi è stato castrato
dalla riluttanza delle istituzioni competenti a considerare qualsiasi opinione
contrastante rispetto alle proprie scelte politiche: non solo “semplici”
cittadini, ma anche affermati scienziati, urbanisti, analisti vengono liquidati
come i colpevoli del presunto immobilismo, come se fossero loro ad aver bruciato
dal 1992 quasi un miliardo di euro di soldi pubblici, come se fossero loro gli
imputati in un decennale processo per disastro ambientale e come se si trattasse
di una controparte, piuttosto che del corpo sociale che la politica dovrebbe
rappresentare (anche solo perché è quello che gli paga lo stipendio).
L’accelerazione che da poco più di un anno ha registrato la bonifica non è
paragonabile, per dimensione, allo stravolgimento dei piani urbanistici fino a
qualche tempo fa garantiti da leggi nazionali e strumenti locali, frutto di una
sintesi complessa ma efficace tra le tante posizioni emerse dagli anni Novanta
sul territorio, e non solo. Uno stravolgimento che è estremamente politico, non
solo per il merito ma anche per il metodo.
Negli ultimi anni ho studiato approfonditamente le dinamiche di partecipazione
delle comunità locali ai processi di deindustrializzazione in Europa. Bagnoli è
un caso particolare da questo punto di vista, dal momento che la
governance dell’emergenza e dell’eccezionalità (comune in queste circostanze a
molte altre esperienze, dalla Spagna alla Germania) ha sfruttato le ulteriori
possibilità derogatorie concesse dall’organizzazione del “grande evento” Coppa
America per modificare interventi pianificati dagli organi di rappresentanza
locale anche grazie a un contributo della cittadinanza. In maniera, cioè,
assolutamente antidemocratica.
Contestualmente all’aumento di intensità delle proteste sul territorio, e alla
risonanza data a queste ultime dalla stampa, la struttura commissariale guidata
dal sindaco Manfredi ha cominciato da qualche mese a indire una serie di
iniziative di propaganda, cercando di colmare deficienze che avevano del
clamoroso. Si tratta di iniziative non solo inutili, ma anche ingannevoli,
perché arrivano dopo che il già citato stravolgimento è stato ratificato, gli
accordi sono stati firmati, le richieste di coinvolgimento degli abitanti sono
state oggetto di beffe nei fatti, e talvolta persino nella forma (qualche mese
fa il dirigente amministrativo più alto dell’ente commissariale affermava
davanti a una platea di abitanti che «un commissariamento è l’antitesi della
partecipazione»).
A questo gioco di prestigio non solo i più scaltri comitati territoriali, ma
anche molti altri abitanti non hanno abboccato, tanto che persino gli studenti
dei licei locali hanno fatto notare l’ipocrisia di queste pratiche, in un
incontro pubblico, al sub-commissario Falconio. Dopo un lungo periodo di
latitanza, oggi Manfredi si presenterà a Bagnoli per un consiglio monotematico
sul territorio, chiesto invano per mesi dalla comunità e persino da alcuni
consiglieri di minoranza (su tutti Antonio Bassolino). Lo farà in un territorio
militarizzato, dopo aver chiesto ai comitati territoriali di indicare i nomi
delle persone che assisteranno all’incontro e persino di leggere il testo degli
interventi, manco fossimo a Sanremo. Proprio le modalità con cui questo
consiglio è stato organizzato mostrano in realtà, in tutta la loro evidenza,
cosa intende questa giunta comunale per partecipazione: informazioni diffuse
fuori tempo massimo; selezione accurata dei partecipanti; controllo delle
persone e delle loro parole. Ancora una volta, citando la candida ammissione del
colonnello Auricchio, direttore amministrativo dell’ente commissariale,
“l’antitesi della partecipazione”.
E allora l’unica cosa che il sindaco-commissario dovrebbe fare questo pomeriggio
è un serio mea culpa. Prendere atto di posizionamenti tutt’altro che minoritari
(cinquemila persone sono scese in piazza per contestare l’organizzazione della
Coppa, il 7 febbraio scorso), fermare i lavori e annunciare lo spostamento
dell’hub logistico per la competizione in un luogo più idoneo. Dopodiché,
impegnarsi al ripristino immediato delle competenze del consiglio comunale in
materia urbanistica, al rispetto del Praru e del progetto Invitalia (con bosco,
spiaggia e senza colmata) che lui stesso magnificava fino al 2024.
Questo, ovviamente, se i fiumi di inchiostro e le centinaia di teorie e
legislazioni elaborate sul tema della partecipazione pubblica alle decisioni
nell’ultimo mezzo secolo hanno ancora una qualche fondatezza. Altrimenti, dica
chiaramente che le decisioni le prende un uomo solo al comando: almeno sarà più
chiaro il motivo per cui qualcuno continua a non farsi una ragione di ciò che
sta accadendo. (riccardo rosa)
(disegno di peppe cerillo)
Febbraio si apre con un disastro. Salta una conduttura dell’acqua sulla
Prenestina all’altezza di Tor Tre Teste, mezza Roma Est rimane senz’acqua per
ventiquattro ore. Centinaia di migliaia di persone restano a secco; lunghe file
alle fontanelle e alle autobotti d’emergenza, scuole e nidi chiusi, trentamila
litri d’acqua sprecati. La rete idrica a Roma è un colabrodo, quasi metà
dell’acqua finisce dispersa, ma Acea è troppo impegnata a costruire
un inceneritore. Il 3 e il 4 piove e tira vento: un ragazzo di diciotto anni
viene ucciso da un auto in via dei Fiorentini (Tiburtina), mentre a Ostia si
presenta il nuovo delirante progetto per il litorale modello Dubai. Il Comune
formalizza l’acquisto di mille appartamenti Enasarco per 250 milioni, cioè 250
mila euro di media per ognuno. L’ex ente previdenziale ha dismesso già novemila
appartamenti per un miliardo e settecentomila euro, cioè 188 mila di media ad
appartamento. Come sempre, questi enti vendono più caro al pubblico che al
privato, ma la protesta del 9 si concentra sul fatto che i proprietari ex
assegnatari non vogliono vivere accanto ai nuovi assegnatari.
A proposito di enti previdenziali, il 12 due anziani vengono sfrattati
dall’appartamento Enpaia dove vivevano dagli anni Ottanta. Enpaia aveva svenduto
i suoi appartamenti al sottosegretario al lavoro leghista Durigon, al presidente
della regione Rocca, e al suo stesso presidente. Crolla un muro di contenimento
a Formello, uccidendo un macellaio di 58 anni, e il giorno dopo crolla anche
l’insegna di un cinema sulla Tuscolana, ferendo due persone.
Il 13 manifestazione della comunità bengalese a piazza Vittorio contro il
razzismo e il decreto sicurezza. Il 14 tempesta di pioggia e vento: crolla un
albero sulla Nomentana, un fulmine colpisce una centralina elettrica a
Grottarossa, il Tevere esonda a Focene, la mareggiata invade Ostia. Il 16 le
mobilitazioni dei comitati locali finalmente riescono a far aprire la “casa di
comunità” di Villa Tiburtina, un presidio di salute pubblica di cui il Municipio
cerca di intestarsi il merito pur avendo sempre boicottato le proteste. A
Capannelle muore sul lavoro un operaio di quasi settant’anni, schiacciato tra
due Tir. Il 17 il presidente della Lazio Lotito annuncia il progetto per
riqualificare lo stadio Flaminio, chiuso da vent’anni. Alla Peroni inizia lo
sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici, minacciate di licenziamento.
Il 18 arriva a Roma Bandecchi, il sindaco di Terni sotto processo per evasione
fiscale da venti milioni per la sua università privata Unicusano. Flash mob e
presidio in Campidoglio per i prigionieri palestinesi. Lo stesso giorno tre
poliziotti del commissariato Parioli-Salario vengono arrestati per aver creato
una rete di narcotraffico: fermavano i carichi di droga d’accordo con il
trafficante, ma dichiaravano di averne sequestrata di meno per rivendere la
maggior parte.
Domenica 21 è una meravigliosa giornata di sole: alla commemorazione per Valerio
Verbano al Tufello ci sono migliaia di persone, nonostante le tensioni; si
presenta anche una consigliera di Fratelli d’Italia, ovviamente invitata ad
andarsene. Lo stesso partito difende anche il militante neonazi di Lione morto
nell’aggressione che lui stesso aveva organizzato, e per il quale un centinaio
di fascisti sfilano per il centro di Roma. Il 22 è la penultima “domenica
ecologica” (blocco del traffico) della stagione invernale. L’aria sta
peggiorando e il Comune chiede di evitare l’uso della macchina, come se a Roma
si potesse davvero girare in autobus. A piazza Vittorio si celebra il capodanno
cinese (ma senza i robot kung-fu del gran gala di Beijing): inizia l’anno del
Cavallo di Fuoco, quasi contemporaneamente al Ramadan e alla Quaresima. La sera
a Cornelia un egiziano di 22 anni viene ucciso con una coltellata.
Il 23 iniziano le indagini su ventuno poliziotti e carabinieri accusati di aver
rubato sistematicamente vestiti, cosmetici e profumi alla Coin di Stazione
Termini. Ecco a cosa servivano i due carri armati Puma schierati lì fuori! I
furti hanno raggiunto quasi 200 mila euro, e sono avvenuti con la complicità –
chissà quanto volontaria – di una cassiera del negozio, che è anche l’unica di
cui viene reso pubblico il nome. La sera una ventunenne inglese rischia di
essere stuprata a Villa Borghese: un uomo la spinge dietro una siepe e le
strappa i vestiti, per fortuna lei scappa. Il 24 il consiglio comunale di
Ciampino vota a larga maggioranza la prosecuzione dei lavori per
una maxi-cementificazione in centro città, sempre in nome del “diritto
inalienabile dei proprietari a edificare”, per loro superiore a qualsiasi altra
istanza. La sera c’è un grande incendio e un’esplosione in una carrozzeria di
Morena. Il 26 la giunta comunale approva il progetto dello stadio di Pietralata:
sedici milioni di euro dei contribuenti saranno usati per favorire le
speculazioni di un imprenditore statunitense.
Il mese si chiude con due cortei quasi contemporanei, con migliaia di persone
scese in strada sabato 28 febbraio: uno da piazza Esedra contro il ddl
Bongiorno, che garantisce maggiore impunità agli stupratori; un altro a
Garbatella contro la speculazione sui Mercati Generali, dove Comune e Municipio
hanno ceduto nove ettari pubblici per sessant’anni in concessione alla
corporazione texana Hines. Quest’ultima, che raccoglie anche fondi israeliani
coinvolti nell’occupazione illegale in Cisgiordania, prevede di cementificare
l’area con la scusa di uno studentato, ricavandone trentuno milioni l’anno. Il
Comune, per sicurezza, ha già sradicato tutti gli alberi e devastato la zona
verde. (stefano portelli)
Leggi anche i rewind di gennaio 2026, dell’anno santo 2025
(1–2–3–4–5–6–7–8–9–10–11–12) e del 2024 (1–2–3–4–5–6–7–8–9–10–11–12).
(disegno di ottoeffe)
È crisi nera per il Boca Juniors, che ieri ha impattato anche contro il modesto
Gimnasia Mendoza: ennesimo pareggio, quarta gara senza vittorie, sette punti di
ritardo già accumulati in sette partite dalla coppia Estudiantes–Velez che guida
la classifica.
Nel match precedente, più volte, nel corso di uno scialbo zero a zero nel derby
contro gli storici rivali del Racing de Avellaneda, i tifosi avevano perso la
pazienza e gridato «Movete Boca movete, movete deja de joder!», qualcosa tipo
“Datti una mossa Boca, non rompere il cazzo!”.
Come forse ho già scritto in questa rubrica, un Boca-Racing ho avuto la gioia di
vederlo alla Bombonera nell’aprile del 2023. Al contrario del mortorio della
settimana scorsa, il tifo fu fuori controllo: i bosteros erano già in odore di
titolo e nell’incontro precedente tra le due compagini il numero degli espulsi
aveva raggiunto quasi quello dei giocatori rimasti sul terreno di gioco. Per di
più gli scontri fuori dal campo avevano portato un numero enorme di arresti, si
diceva, anche in seguito alla “spiata” fatta dall’hinchada del Racing.
Con el machete en la mano / Con in mano il machete
la chapa en el corazon: / e il distintivo sul cuore:
será siempre vigilante / sarai per sempre un poliziotto
Academia Racing Club! / Academia Racing Club!
Racing botón! / Racing spia!
(coro tifosi boca juniors vs racing de avellaneda)
Si allarga lo scandalo esploso con le indagini della procura di Milano sulle
piattaforme multinazionali del delivery (prima Glovo e poi Deliveroo, finita
questa settimana con un provvedimento di urgenza sotto il controllo
giudiziario). Ai rider, tremila nella provincia di Milano e ventimila in tutta
Italia – si legge nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe
Zocchi (ma è iscritta anche la S.r.l.) –, sarebbero state corrisposte paghe “in
alcuni casi inferiori fino a circa il novanta per cento rispetto alla soglia di
povertà e alla contrattazione collettiva”.
Già da qualche anno è un segreto di Pulcinella il ruolo delle grandi piattaforme
nel sistema del cosiddetto caporalato digitale. La procura tuttavia evidenzia
con chiarezza la dinamica per cui le multinazionali sfrutterebbero la loro
posizione di forza rispetto ai lavoratori per imporre retribuzioni completamente
inadeguate rispetto alla quantità e alla qualità della prestazione lavorativa. E
noi come i fessi, con i nostri sensi di colpa borghesi, stiamo a guardarci la
pagliuzza dentro il nostro occhio perché in mano al fattorino che ci ha portato
la pizza non lasciamo che qualche spicciolo, piuttosto che fomentare la nostra e
la altrui rabbia contro gli schiavisti digitali.
Nella gig-economy l’imbrigliamento del lavoro è inscritto nell’architettura
stessa della piattaforma, dal momento in cui – soprattutto nelle piattaforme
dove vige un sistema libero di accesso alla flotta attiva (free login) come Uber
– il/la lavoratore/trice è contemporaneamente indispensabile e superfluo al
processo lavorativo, cioè è solo potenzialmente impiegato; è libero nell’accesso
all’impiego, ma fortemente vincolato al metabolismo degli algoritmi che regolano
la sua performance. Tuttavia, occorre evitare di cedere a visioni vittimizzanti
sul lavoro di piattaforma, ovvero che escludono a priori la possibilità di
esercitare agency anche attraverso le stesse infrastrutture che coordinano
l’imbrigliamento. Per quanto costituisca un mercato del lavoro estremamente
downgraded (cioè privo di tutele, quanto di garanzie della sicurezza
dell’impiego, cfr. Sassen 1994), lo spazio sociale occupato dalle piattaforme è
(ancora) anche uno spazio informale di pratiche sommerse e industriose
attraverso cui lavoratori e lavoratrici tentano di aggirare le maglie del
proprio stesso imbrigliamento. In altre parole, l’informalità si rivela anche
nella sua forma costituente, laddove diventa un terreno fertile per la
sperimentazione di pratiche di rimaneggiamento e resistenza contro il
disciplinamento algoritmico. (gianmarco peterlongo, imbrigliamento e
rifeudalizzazione del lavoro nella gig-economy. una ricerca sul caporalato
digitale tra italia e argentina)
Torna l’Argentina, e a proposito di “mani” non si può ignorare quella divina. Ho
visto un video qualche giorno fa in cui Anna Trieste prefigurava il ritorno in
città di Kevin De Bruyne, infortunato di lungo corso e reduce da mesi di esilio
dorato, che scende a Capodichino e trova mezza squadra in infermeria, il Napoli
giù in classifica sotto caterve di gol, e soprattutto l’allenatore dell’Inter
«che addirittura mette nella stessa frase Bastoni e Maradona», accostando la
simulazione del difensore nerazzurro con il patriottico gesto di resistenza di
D10s.
Chissà se KDB l’avrà presa a ridere come noi, abituati a ben altri paragoni:
Titoli sotto mano questa settimana, a voi le conclusioni:
Napoli, ospedale San Giovanni Bosco in mano al clan: quattro arresti, c’è anche
un avvocato. (sky tg 24, 25 febbraio)
L’avvocato Marengo: “Il Toro è nelle mani degli Agnelli”. (settecalcio.it, 20
febbraio)
Comala, i vincitori del bando tendono la mano ai gestori storici: “Basta
scontri, lavoriamo insieme”. (la repubblica, 27 febbraio) > clicca qui, per
approfondire
Trump: “Iraniani, prendete in mano il vostro governo e il vostro destino”. (il
corriere della sera, 28 febbraio)
Netanyahu agli iraniani: “Prendete in mano il vostro destino!”. (la7, 28
febbraio)
È iniziata la guerra all’Iran. Israele e Usa in azione (avvenire, 28
febbraio)
L’Iran colpisce obiettivi Usa nel Golfo. Medio Oriente in fiamme (il fatto
quotidiano, 28 febbraio)
Anna avrebbe voluto morire,
Marco voleva andarsene lontano,
qualcuno li ha visti tornare
tenendosi per mano:
a cura di riccardo rosa
(disegno di escif)
Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta
di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio
regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale
affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e
nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo
menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili,
renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro
dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a
rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla
sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda
commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella
polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista
chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come
il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa
controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda,
tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo
Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e
da Sinistra ecologista.
Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di
vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai
racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive
nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e
dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in
un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella
Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro,
altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi
vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un
passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso
Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale,
una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel
2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella
più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la
giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo
Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora
negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti
che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire,
multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone
‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”.
Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche,
abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino.
L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza
esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si
menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019),
il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di
Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono
descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico
odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra
chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo
sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie
nella gestione dell’ordine pubblico.
Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto
– La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica
che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale
selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di
misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari
selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era
misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui
corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in
alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto
fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti
in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono
erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a
supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli
immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in
piedi.
La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea
tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di
origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri,
da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità
impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un
welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche
aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra
allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e
favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo
è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria,
attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un
complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la
violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi
in una condizione di paria senza diritti.
Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i
marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in
strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia
residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di
perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere
conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone
che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine
del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti.
Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di
assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia
per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone
ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante.
L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo
mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non
autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai
campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza
– sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri
della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore
discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di
circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato
di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il
camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e
dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei
veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento
dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio,
adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del
camper o del furgone in cui vive.
Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi
degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica.
Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra
al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In
un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di
inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e
delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di
determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”.
L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel
tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia
abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la
mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo
monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La
prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di
nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal
punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”.
La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che
creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a
spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione
generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza
pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni
messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale
aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci
vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro
nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un
Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”.
Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un
documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base
alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le
“famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada
donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore
riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a
una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo
consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la
compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al
loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto,
complice silenzio della società civile torinese.
Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe
davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che
connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come
quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche
discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei
modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è
fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una
rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine
contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli
d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e
abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di
solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa
consapevolezza. (francesco migliaccio)
(disegno di federica pagano)
Il 31 gennaio del 1908 Secondo M., nove anni, nato a Perugia, viene internato in
riformatorio, all’epoca casa di correzione. A seguito della morte del padre sua
madre aveva rinunciato a occuparsi di lui, affidandolo agli zii. Questi ultimi
non erano riusciti a seguirlo e la madre aveva chiesto che fosse lo Stato a
prendersene carico perché “invece di ascoltare i saggi consigli e le amorevoli
correzioni della famiglia, fuggiva di casa rifugiandosi presso i socialisti.
Nella sua tasca fu infatti ritrovato l’Inno dei lavoratori”. Da allora, scrive
preoccupata la madre, la sua cattiveria è cresciuta in maniera allarmante,
covando idee sovversive contro i preti e i ricchi. Per il sindaco della città,
il ragazzo più che un incorreggibile è un deficiente, e segue le orme di un
padre morto in galera. A confermare la necessità di internarlo, una nota dei
carabinieri: “Si ritiene Secondo M. un discolo. Quindi, si propone che venga
rinchiuso in casa di correzione. Si allega l’Inno dei lavoratori, tolto indosso
al ragazzo”. L’ingresso di Secondo M. in riformatorio segue quello di tante e
tanti altri dalla fine dell’Ottocento in poi, che “con il loro comportamento,
rappresentavano una minaccia di sovvertimento sociale”.
Con queste parole si conclude Questo figlio a chi lo do?, libro inusuale e
prezioso scritto da Barbara Montesi, docente di storia contemporanea ed esperta
di storia dell’infanzia. Il volume parte da un quesito: il minore appartiene
alla famiglia o allo Stato? Se il genitore non può, non vuole o non ha gli
strumenti per occuparsi della crescita di un figlio, in che misura deve
intervenire il potere statale? Montesi raccoglie lettere di genitori, note dei
carabinieri, sentenze dei giudici e sfoghi dei bambini che offrono uno spaccato
di cos’era il Regno d’Italia e, soprattutto, delle condizioni di estrema povertà
in cui versavano molte delle famiglie dell’epoca. Una povertà che, complice
l’impronta lombrosiana, veniva fatta coincidere con la stupidità e l’ozio e,
infine, con la criminalità. Lo Stato invita le famiglie che non possono
occuparsi dell’educazione dei propri figli a mandarli in riformatorio, così da
poter essere corretti e reinseriti nella società.
Le lettere di quei genitori sono angoscianti, soprattutto quando arriva la
consapevolezza che i luoghi di correzione finiscono spesso per essere solo
luoghi di internamento, nella disperazione dell’attesa, fatta di comunicazioni
interrotte e lettere censurate. Se i riformatori venivano considerati luoghi di
punizione e non di educazione, è anche vero che proprio in quegli anni inizia a
farsi strada l’idea che il minore “deviante” debba accedere a un percorso
alternativo di giustizia, non assimilabile a quello degli adulti (fino alla metà
dell’Ottocento in Italia adulti e minori condividevano gli stessi spazi di
reclusione).
Le basi del diritto penale minorile in Italia furono poste proprio a inizio
Novecento, grazie anche alla spinta dei primi movimenti femministi che
guardavano con entusiasmo a esperimenti nati negli Stati Uniti, come
l’istituzione del primo tribunale per minorenni, in cui si volgeva lo sguardo
alla tutela e all’educazione del minore, in aperto contrasto con la tradizione
punitivista e carceraria. Rossella Raimondo spiega inoltre che “la grande
trasformazione che avvenne in Italia in materia di giurisprudenza penale
minorile continuò […] nella seconda metà del Novecento”, quando il sistema
detentivo minorile “mutò ulteriormente nelle sue strutture e funzioni, quale
risultato di una serie di concause, tra cui il movimento di critica contro le
istituzioni totali”.
Partire da quanto avvenne all’inizio del secolo scorso per commentare quanto sta
accadendo oggi in tema di giustizia minorile può apparire un audace salto
temporale. Eppure, è anche leggendo quanto fu scritto e costruito in quegli anni
che si può comprendere l’entità del danno che si va infliggendo al sistema di
tutele e garanzie che, con fatica, è stato costruito attorno al minore. La
superficialità del legislatore che si accosta a questi temi nella fase storica
attuale si accompagna a una forma di disumanità delle istituzioni che, scriveva
Luigi Ferrajoli, finisce per essere contagiosa se non arginata tempestivamente.
Già nel marzo del 2002 il ministro Castelli presentò due disegni di legge
riguardanti la giustizia minorile e le misure per una risposta normativa alla
devianza giovanile. L’inizio del nuovo secolo coincideva con la riproposizione
di un vecchio allarme sociale: la criminalità giovanile. Nel 2001 il delitto di
Novi Ligure aveva rappresentato la punta dell’iceberg di una crescente
ossessione, mediatica e politica, che finiva per interpretare la minore età come
un cavillo burocratico da eludere piuttosto che una garanzia di tutela. Castelli
propose una serie di norme che oggi appaiono familiari: l’innalzamento delle
pene per i minori di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, l’estensione
della misura cautelare, il ridimensionamento di alcuni meccanismi dell’istituto
della messa alla prova, un maggiore allineamento dei processi minorili a quelli
ordinari degli adulti e il ridimensionamento della componente socioeducativa
all’interno del tribunale minorile. Le critiche da parte di associazioni,
magistrati e operatori del settore – che sottolineavano la natura essenzialmente
propagandistica e securitaria di entrambi i disegni – e il netto rifiuto da
parte dell’opposizione in parlamento per evidenti pregiudiziali di
costituzionalità, fecero naufragare i progetti del governo Berlusconi in
materia.
Tra i critici di quella che Castelli definiva rivoluzione – e che più
propriamente fu ribattezzata restaurazione – c’era Maurizio Galvani, che sul
Manifesto scriveva: “Quando un ministro afferma con tanta convinzione (leghista)
che ci vogliono pene più severe per adolescenti che non sono da considerare
piccoli teppistelli ma criminali, l’obiettivo diventa chiaro. Si vuole eludere
la differenza tra adulti sottoposti a giudizio e minori; si vuole adultizzare il
processo penale minorile e cancellare la possibilità che un minore o un ragazzo
sia in grado di riparare, di cambiare, di essere rieducato o come si diceva una
volta ‘essere riacquistato alla società’. Sono criminali senza più attenuanti ed
hanno sbagliato tutti coloro – che nell’ altro secolo – hanno cercato di dare
una spiegazione e una giustificazione dell’antisocialità”.
Un quarto di secolo è passato e la riproposizione del topos del giovane teppista
criminale ritorna, rinnovato sotto alcuni aspetti (oggi prende le forme del
minore straniero non accompagnato o del cosiddetto “maranza”). La sostanza
rimane però la stessa: fare in modo che il minore sia raccontato e immaginato
come un adulto spregiudicato, il cui odio verso la società necessita di una
punizione adeguata, non più alla sua età anagrafica, ma alla percezione di
pericolo che trasmette.
L’attuale ministro degli Interni Piantedosi ha scritto su X a fine gennaio:
“Immigrazione irregolare e baby gang sono strettamente collegati. Molti dei
giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di
coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi
incontrollati, nella totale mancanza di considerazione di chi allora era al
governo, che non solo sottovalutò gravemente le conseguenze di una politica dei
porti aperti, ma che oggi ci fa addirittura la morale sulla sicurezza nelle
città. Noi abbiamo invertito la rotta. L’immigrazione irregolare è drasticamente
calata e abbiamo creato i presupposti perché queste dinamiche tra dieci anni non
si presentino più. E abbiamo in cantiere un nuovo pacchetto sicurezza, una parte
significativa del quale riguarda proprio il contrasto alla violenza giovanile”.
Il post del ministro illustra due dei presunti fattori di turbativa dell’ordine
pubblico contro cui si indirizza l’ennesimo pacchetto di norme in materia di
sicurezza presentato al consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio: i minori e,
appunto, i cosiddetti “maranza”. A questi si aggiungono, come di consueto, le
persone migranti, i manifestanti e gli attivisti dei centri sociali, in una
deriva sempre più evidente verso un diritto penale d’autore, che tende a
sostituirsi al diritto penale del fatto, finendo per colpire la persona per ciò
che è o per ciò che rappresenta, ancor prima dell’eventuale commissione di un
reato.
Non paghi di quanto previsto dal Decreto Caivano (ampliamento della custodia
cautelare in carcere per i minori in presenza di determinati reati; maggiore
ricorso a misure cautelari e strumenti di controllo; rafforzamento della
risposta sanzionatoria per reati commessi in gruppo o con violenza;
potenziamento del daspo urbano e divieto di accesso in alcune aree), le nuove
proposte di norme perfezionano il disegno afflittivo e carcerocentrico del
governo Meloni, tramite alcuni elementi principali: l’estensione
dell’ammonimento da parte del questore anche a ragazzi tra i dodici e i
quattordici anni, prevedendo pesanti sanzioni economiche alle famiglie;
reclusione da uno a tre anni per chi è trovato in possesso di strumenti con lama
oltre i cinque centimetri; utilizzo dei metal detector nelle scuole su richiesta
dei dirigenti scolastici e stretto controllo dei prefetti sugli strumenti di
controllo utilizzati nelle scuole; soppressione dell’articolo 13 della legge
47/2017 che permette al tribunale per i minorenni, attraverso un decreto
motivato e dopo aver valutato caso per caso, di estendere l’affidamento ai
servizi sociali fino al compimento dei ventun’anni, se necessario per completare
il percorso verso l’autonomia.
E poi c’è la scuola. Pochi giorni fa al Ferraris di Scampia gli studenti hanno
trovato ad accoglierli unità cinofile antidroga e metal detector (episodi
analoghi sono già avvenuti in altre scuole campane). Da tempo la presenza della
polizia nelle scuole viene spiegata come un necessario passo in avanti verso la
costruzione di presidi di legalità, e il recente accordo tra il ministero
dell’Istruzione e il ministero dell’Interno non fa che consolidare l’idea che
perfino l’istituzione scolastica debba sottostare a dinamiche di sorveglianza e
repressione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università denuncia da anni il numero crescente di iniziative curate dalle forze
di polizia italiane rivolte a un pubblico di giovani e giovanissimi, rendendo
esplicita la collaborazione tra esercito e scuola pubblica. Tra i vari progetti
merita di essere menzionato un concorso rivolto agli studenti di scuola
secondaria sul ruolo del militare italiano come “baluardo dei valori di civiltà
a tutela della pace e della libertà”.
Nel frattempo, la condizione di salute di bambini, adolescenti e giovani adulti
in Italia evidenzia diverse fragilità, con un marcato deterioramento del
benessere psicologico dopo la pandemia, in particolare tra i ragazzi tra i
quattordici e i diciannove anni. Più di 700.000 giovani sotto i venticinque anni
convivono con ansia e depressione, e a questo quadro si aggiungono la povertà
minorile – che interessa il diciassette per cento dei minori – e significative
differenze territoriali nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. Al 30
settembre 2025 risultavano 16.534 minori e giovani adulti (fino ai venticinque
anni) complessivamente in carico agli uffici territoriali della giustizia
minorile. Di questi, 4.747 erano soggetti a misure restrittive della libertà,
con un aumento dell’8,1 per cento rispetto a fine 2024. Dal 2022 a oggi, e
soprattutto dopo l’approvazione del Decreto Caivano nel 2023, il numero di
detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) è aumentato del
cinquantacinque per cento, passando da 392 a 611 presenze. Attualmente, nove Ipm
su diciassette soffrono di sovraffollamento, con picchi del centocinquanta per
cento in alcuni istituti.
I secoli passano ma la risposta dello Stato nei confronti del minore continua a
rimanere inevasa. Il prossimo rapporto sulle condizioni della giustizia minorile
italiana, curato da Antigone e in presentazione oggi a Roma, è stato intitolato
Io non ti credo più. E non poteva essere altrimenti. (marica fantauzzi)
(disegno di nyushi)
In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana
Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un
popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro
di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo:
restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata
dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta.
All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente
universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire
dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa
parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di
realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi
bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di
esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone
che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato
alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel
film di Gianfranco Rosi Fuocoammare.
La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi
elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro
fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del
jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile
scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in
carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra
Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente,
insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo
importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della
Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale.
Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune
imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria
storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno
definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire
semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle
aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di
lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso
che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua
non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere
diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per
riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del
corpo e della parola.
La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di
essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso
sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte
del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un
viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come
racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana
arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in
generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e
semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro”
da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di
un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti.
Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle
persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari
umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa
smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come
minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e
desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua
voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia
spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei.
In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da
Sellerio, Storia della mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima
persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa
dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini –
che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da
un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i
nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione
dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un
dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo,
sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi
operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani
verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera
tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui
sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere
di terra, nei centri di detenzione.
La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma
anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca
della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere
di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e
autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le
mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in
questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza,
testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia.
Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più
ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia
idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e
di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due
Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni
scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i
singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui
si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di
diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la
perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna.
Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua
storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che
dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può
cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo,
attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando
una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)
(disegno di lorenzo la rocca)
In francese si dice “la bascule”: indica qualcosa – un pezzo meccanico, un
giocattolo, una leva – associato al dondolio, un oggetto che produce un
movimento improvviso, il cambiamento da uno stato di moto a un altro o, in senso
figurato, cioè nel senso di questo articolo che sto scrivendo, il passaggio da
un paradigma a un altro. Si potrebbe tradurre con “svolta”, ma il termine
italiano non conserva quel senso di inquietudine infausta che trasmette invece
la parola francese. La bascule è infatti intrinsecamente negativa:
si bascule nel peggio, mai nel meglio.
La bascule in questione è l’uccisione del militante neofascista Quentin Deranque
a Lione, ferito al termine di una rissa con degli antifascisti giovedì 13
febbraio e poi morto sabato 15 in ospedale. C’è un prima e c’è un dopo; e tra i
due momenti c’è un morto ammazzato.
Ovviamente ciò che rende esiziale la bascule non è la morte di Deranque in sé.
Ma è sul suo corpo che, nell’immediato degli avvenimenti, col cadavere ancora
caldo, una serie di rappresentazioni, di strumentalizzazioni e posizionamenti,
assunti o profferiti da aree, politici, partiti e media, hanno profondamente
modificato un contesto politico, sociale e culturale.
L’obiettivo perseguito – in maniera perfettamente cosciente e spregiudicata da
alcuni, in maniera ingenua (cosa ancora peggiore) da tanti altri – è triplice:
(1) mettere fine definitivamente alla pratica del “fronte repubblicano” in
Francia; (2) sdoganare l’estrema destra e i suoi satelliti violenti come attori
rispettabili della polis; (3) mettere al bando La France Insoumise, la quale
malgrado il suo programma “di rottura” è la principale forza della gauche, cosa
evidentemente insopportabile per buona parte della borghesia francese.
Il fatto che questo avvenga sul corpo di un neofascista di ventitré anni la dice
lunga tanto sul livello di violenza che caratterizza questo momento storico
della lotta di classe in Francia, quanto sul grado di compiacenza che le classi
dirigenti francesi mostrano verso il fascismo del quale, evidentemente,
auspicano il successo.
Poiché di mestiere sono giornalista, in maniera del tutto soggettiva il primo
aspetto che mi ha colpito è il comportamento dei media. Il primo “lancio”
dell’Afp (l’agenzia di stampa francese, una delle più importanti al mondo) è
arrivato poco prima delle 18 di giovedì, appena due ore dopo un comunicato
dell’organizzazione femonazionalista e razzista Némésis. L’Afp riportava allora
la notizia che un “un giovane uomo di ventitré anni”, venuto ad assistere
Némésis durante una protesta a Lione, era in prognosi riservata dopo essere
“stato aggredito da militanti antifascisti”. La principale fonte citata dall’Afp
era… Némésis.
Credo sia la prima volta dal dopoguerra che un’agenzia prestigiosa come l’Afp
cita, per un fatto così importante, come unica fonte un collettivo neofascista.
Se le parole sono importanti, nel giornalismo gli aggettivi sono rivelatori:
così, il fatto che Deranque (il cognome lo si sarebbe appreso più tardi) fosse
un militante neofascista, certo giovane ma comunque adulto e responsabile delle
proprie scelte, è stato completamente occultato dall’aggettivo “giovane” che per
giorni è stato associato al suo nome, per cui per almeno settantadue ore, sulla
quasi totalità dei media francesi, un militante neofascista è stato designato
semplicemente come “il giovane Quentin”. (Niente del genere, per dire, era
successo quando era morto Nahel Merzouk, diciassette anni, ucciso a sangue
freddo da un poliziotto a Nanterre nel 2023. Nessuno l’ha mai definito su alcun
giornale “il giovane Nahel”).
L’iniziale inquadratura degli eventi come un’aggressione subita dal “giovane
Quentin” da parte di un gruppo di “antifascisti” è anch’essa il risultato di una
campagna dei gruppi neofascisti. A una settimana di distanza dagli eventi, non
si può che constatare il successo della destra neofascista nell’aver imposto la
propria caratterizzazione degli eventi e dei personaggi. È così che è passata
l’idea che “il giovane Quentin”, “appassionato di filosofia e matematica”,
“dedito alle distribuzioni di cibo per i poveri”, è morto in seguito a un
“linciaggio” barbaro e violento, a un “agguato” teso da vigliacchi
antifascisti. E questo malgrado il fatto che gli elementi materiali, i video e
le testimonianze, raccontano tutt’altro: che cioè Deranque fosse un convinto
militante neofascista, che abbia bazzicato tra i gruppi più violenti del
neofascismo francese, e che abbia partecipato insieme ai suoi sodali a
un’aggressione contro degli antifascisti o quantomeno a una rissa ad armi
uguali, avendo la peggio nello scontro e finendo poi per essere ferito
mortalmente. Questo è un fatto indubbiamente tragico,
ma qualitativamente differente da quanto è stato raccontato per giorni e giorni.
Soprattutto, ed è per me la cosa più inquietante, è passata la prassi per la
quale degli esponenti delle correnti più violente del neofascismo possono essere
ospitati negli studi televisivi come se nulla fosse, le parole dei loro
comunicati possono essere considerate come fonti primarie da una delle più
grandi agenzie giornalistiche del mondo, le elucubrazioni della loro galassia su
internet possono essere considerate legittime dai media. Questo salto
qualitativo costituisce il cuore dell’assalto al “fronte repubblicano”.
Il “fronte repubblicano”, in Francia, non è una mera pratica elettorale. Certo,
si concretizza principalmente nella solitudine della cabina elettorale, quando
al secondo turno del maggioritario delle varie elezioni francesi si tende a
votare qualunque altro candidato – magari di un partito opposto alla propria
preferenza personale – piuttosto che far eleggere un membro dell’estrema
destra.
Ma malgrado gli innumerevoli scricchiolii e tentativi di farlo saltare
definitivamente, questo imperativo politico-morale ancora resisteva – almeno
fino a poco fa – nella società francese, strutturando in profondità la vita
politica del paese. Era un qualcosa che, organicamente diffuso nella società,
influiva sul modo in cui si comprende e si racconta la politica istituzionale,
sul modo in cui i media trattano l’estrema destra, sul peso che danno alle
ossessioni di Le Pen e soci, sul trattamento che riservano alla galassia
mediatica finanziata dal miliardario fascista Vincent Bolloré, sorta di Rupert
Murdoch francese.
La morte di un neofascista a Lione ha tuttavia dimostrato, per la prima volta,
che i media dell’estrema destra e le organizzazioni neofasciste sono invece
capaci d’influenzare il racconto di un evento d’importanza nazionale e
rovesciare in maniera grottesca il contenuto simbolico del fronte repubblicano,
che in altri tempi, in Italia, si sarebbe chiamato “la pregiudiziale
antifascista”.
Col cadavere di Deranque ancora caldo, facendo buon gioco del quadro
interpretativo imposto dall’estrema destra, responsabili politici di primissimo
piano della sinistra, del centro e della destra, quali il segretario del Partito
socialista Olivier Faure, il candidato alle presidenziali Raphaël Glucksmann, il
primo ministro Sébastien Lecornu, il ministro della giustizia Gérald Darmanin,
il ministro degli interni Laurent Nuñez, la presidentessa della Camera Yael
Braun-Pivet, la portavoce del governo Maud Bregeon, l’ex ministro degli
interni Bruno Retailleau, Marine Le Pen, Jordan Bardella, ecc., si sono
impegnati ad addossare la responsabilità di quanto successo alla France
Insoumise.
Secondo questi “irresponsabili”, per citare il titolo di un libro dello storico
del nazismo Johann Chapoutot, è la formazione guidata da Jean-Luc Mélénchon ad
aver permesso il dramma di Lione, perché troppo casinista, troppo radicale,
troppo di sinistra, ma soprattutto troppo capace di vincere le elezioni; senza
contare, ovviamente, che ha fatto eleggere in parlamento tra le sue fila Raphaël
Arnault nel 2024, il fondatore della Jeune Garde, un collettivo antifascista di
Lione, i cui membri sono accusati di aver partecipato alla rissa finita in
tragedia.
Visto il quadro mediatico e interpretativo appena discusso, la cautela è
d’obbligo quanto all’effettivo ruolo di militanti vicini alla Jeune Garde in
quanto successo a Lione. Per ora, quello che è certo è che vi sono sette persone
indagate per la morte del militante neofascista, tra le quali un assistente
parlamentare di Arnault (il quale si è autosospeso nel fine settimana ed è stato
licenziato). Secondo la procura di Lione, tra queste, sei sono indagate per
“omicidio volontario”, mentre l’assistente parlamentare è indagato per
“complicità” (o “concorso”) in omicidio. Tre hanno dichiarato ai magistrati di
“essere” o “essere stati” vicini alla galassia della ultragauche. Tutti hanno
“contestato l’intenzione” omicida di quanto accaduto.
Prima di procedere è necessario un ulteriore elemento di contesto: sin
dall’inizio degli anni Duemila, Lione è divenuta una delle capitali europee del
neofascismo. Il media locale Rue89 ha contabilizzato 102 azioni violente
dell’estrema destra tra il 2010 e il 2025, il “settanta per cento delle quali
sono rimaste impunite, senza alcuna risposta penale o della polizia”, scrive
Rue89. Oltre a essere particolarmente violento, il neofascismo francese è anche
culturalmente vivace, nel senso che ha saputo rinnovarsi negli ultimi anni
legandosi alla galassia mediatica finanziata da Bolloré e, politicamente, al
Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella (su questo, rimando
a un’inchiesta di Al Jazeera del 2018 ma di grande attualità). (filippo ortona)