
Dopo la Palestina, il Rojava
il Rovescio - Wednesday, January 28, 2026Riceviamo e diffondiamo il testo di un volantino, distribuito a Trento e altrove in occasione della “giornata della memoria” (una memoria divenuta clava nelle mani dei sionisti). Lo diffondiamo volentieri per due o tre motivi: perché ne condividiamo il messaggio internazionalista (“un solo fronte, quello degli oppressi”); perché ci sembra un buon aggiornamento su quanto sta succedendo in Rojava e in Siria; perché le complicità con l’oppressione e adesso con lo sterminio dei kurdi e di altre “minoranze etniche” in Siria sono anche qua, dato l’appoggio ad Al Jawlani dell’UE e le collaborazioni anche militari dello Stato italiano con quello turco, oltre che con gli USA: supporters, questi ultimi, della lotta del Rojava finché ha fatto loro comodo, e ora – com’era prevedibile – manutengoli dei suoi strangolatori…
DOPO LA PALESTINA, IL ROJAVA
Il nuovo ordine mondiale deciso da Trump col pieno assenso e sostegno dell’Unione Europea avanza, e dopo Gaza, dove peraltro il genocidio continua a bassa intensità dietro la maschera del finto cessate il fuoco, ora tocca al popolo kurdo del Rojava.
A Muhammad al Jawlani, un passato con ruoli di rilievo in Al Qaeda, ISIS e infine a capo di HTS, il movimento salafita che ha combattuto nella guerra civile siriana sotto lo slogan “prima ci prendiamo Damasco, poi arriviamo a Gerusalemme”, è bastato tornare al suo vero nome, Ahmad al Sharà, e dimenticarsi della capitale palestinese per essere promosso da Trump nel gennaio 2025 a leader della Siria del dopo Assad. Via la taglia da milioni di dollari che pure gli stessi Stati Uniti avevano messo sulla sua testa, via le sanzioni drammaticamente pagate da tutto il popolo siriano ed invito ufficiale a Washington con tanto di red carpet ad attenderlo (solo pochi mesi prima lo avrebbero deportato a Guantanamo).
Il primo anno del nuovo regime si è innanzitutto macchiato del sangue di migliaia di donne e uomini alawiti e drusi, terribili massacri che qualche rara voce ha giustamente denunciato come pogrom, mentre governi e media mainstream occidentali li hanno subito liquidati come scontri con bande fedeli al deposto Assad.
E così lo scorso 9 gennaio Ursula Von der Leyen è pacificamente volata in visita ufficiale a Damasco annunciando lo stanziamento di 620 milioni di euro di aiuti da parte della UE, nessun accenno che a pochi chilometri i quartieri di Aleppo a maggioranza kurda di Sheikh Maqsood e Ashrafieh fossero nelle stesse ore sotto feroce attacco per ordine di al Sharà, pesanti bombardamenti, comprese scuole e ospedali, morti e feriti, 40mila civili in disperata fuga, per moltissimi la seconda volta nella loro vita: avevano trovato precario rifugio ad Aleppo nel 2018 per l’occupazione turca e conseguente pulizia etnica nel cantone di Afrin.
Dopo mesi di false trattative su quantomeno una forma di autonomia per il Rojava dove esiste di fatto una sorta di repubblica inevitabilmente a trazione kurda , ma che ha per pilastri fondamentali la parità etnica e la parità di genere, al Sharà ha deciso di cancellarla sia politicamente che fisicamente su pressione turca e sicuro del silenzio-assenso internazionale. Dopo i quartieri di Aleppo le sue bande hanno preso il controllo pure di Raqqa, scriviamo bande perché è impossibile distinguere tra effettivi di un regolare esercito statale e orde di miliziani ex jihadisti riciclati. I video che giungono attraverso la rete consegnano scene terrificanti: sangue su sangue, vilipendio di cadaveri, gli slogan del più spietato e raccapricciante fanatismo e le donne a pagare come sempre il prezzo più orrorifico, ci riportano ai tempi dell’ISIS.
Sono passati solo dieci anni, eppure sembra un secolo, da quando Kobane era diventata simbolo universale della lotta contro il terrorismo integralista islamico, le piazze di tutto il mondo si riempivano di solidali, addirittura le giovani combattenti delle YPJ sulle copertine delle riviste patinate, tutto dimenticato.
Al momento della stesura di questo testo, 23 gennaio, le forze miste kurdo- arabe SDF hanno deciso di ritirasi a Kobane e lì opporre una strenua resistenza. La città è già sotto assedio, manca acqua ed elettricità, terribilmente vero quanto denuncia la portavoce delle YPJ Nesrin Abdullah: “Questo assedio è più pericoloso di quello ad opera dell’ISIS del 2014, allora tutto il mondo a parte la Turchia era con noi, oggi tutti sanno chi è al Sharà, cosa è HTS, cosa è in realtà l’esercito siriano, eppure li sostengono apertamente”
Nella Giornata della Memoria “MAI PIU’ PER NESSUNO” è per il Rojava come lo è per la Palestina, che nel corso della loro storia il popolo palestinese e quello kurdo abbiano confidato in “amici” diversi, Turchia e vari governi arabi il primo, innanzitutto Stati Uniti il secondo, non importa, li accomuna l’essere poi sempre stati traditi e venduti. Alla nostra coscienza li unisce essere due popoli a cui è negata l’autodeterminazione, a cui è stata usurpata la terra in un Medio Oriente dove gli stati-nazione sono sorti a tavolino con matita e righello a metà secolo scorso per interessi ed equilibri geopolitici delle grandi potenze coloniali, disperdendo etnie, vietando idiomi, perseguitando confessioni religiose, fomentando inimicizie e odi.
Il palestinese “Sumud resistere per esistere, esistere per r-esistere” terribilmente uguale al kurdo “berxwedan jiyan la resistenza è vita”. Due popoli pedine sacrificabili nel nuovo ordine imperiale dove nemmeno più formalmente vengono rispettate norme e diritto internazionale per quel minimo che potessero valere, l’ONU poco più di una assemblea condominiale, la forza bruta ormai l’unica regola di cui Trump, torvo e intimidatorio quanto megalomane, è la perfetta immagine.
La piazza che da 27 mesi veste i colori della Palestina non può che far proprio il grido che arriva da Kobane.
CON LA RESISTENZA PALESTINESE CON LA RESISTENZA KURDA
CONTRO IMPERIALISMO E NEOCOLONIALISMO
UN SOLO FRONTE QUELLO DEGLI OPPRESSI