Riprendiamo
da https://pungolorosso.com/2026/08/27/i-volenterosi-della-guerra-totale-alla-russia-e-litalia-e-nel-mazzo-a-modo-suo/
I VOLENTEROSI DELLA GUERRA TOTALE ALLA RUSSIA – E L’ITALIA È NEL MAZZO (A MODO
SUO)
La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita
lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una
guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni.
ESERCITAZIONI MILITARI IN POLONIA
La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari
che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia
e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si
tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle
stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti
impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro
dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo
un ipotetico cessate il fuoco.
Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle
ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la
volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito,
anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO
ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del
fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro
simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto
nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta
esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori
russi siano amministrati da paesi e organismi terzi.
Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un
contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta
una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate
in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari,
“volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e
così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno. Non a caso, il
ruolo-guida dell’operazione (di cui potremo valutare l’ampiezza nei prossimi
mesi) è in capo ai due paesi che, nel declino/trasformazione dell’alleanza
atlantica determinato dagli USA, aspirano al ruolo di architrave dei nuovi
equilibri militari del vecchio continente, grazie al loro armamento nucleare
autonomo e all’esperienza maturata sul campo.
L’Italia, invece, come la Germania, ha escluso l’impiego di truppe, mettendo
l’accento sull’invio di generatori elettrici, necessari per affrontare un
inverno che si preannuncia quanto mai duro. Ma ciò non significa affatto che il
governo Meloni intende ridimensionare il suo impegno bellico, quanto piuttosto
che esso potenzierà le forniture militari rinunciando all’invio di truppe. Una
decisione che l’accomuna a Berlino, che pure è il principale finanziatore dello
sforzo bellico di Kiev.
Nel darne notizia, i giornali hanno sottolineato che il governo Meloni mantiene
così ferma la propria posizione rispetto a tali incontri, decidendo di non
partecipare direttamente, ma di collegarsi in video da Palazzo Chigi. Un modo
per ostentare una differenza con i partners europei, in omaggio al suo preteso
ruolo di pontiere con Washington, recentemente ridicolizzato dalle polemiche con
Trump. In realtà, si tratta di un escamotage puramente mediatico, che ricorda il
Clinton di molti anni fa, quando l’allora presidente americano confessò di aver
fumato uno spinello “ma senza aspirare” … Ecco, anche Meloni “non ha aspirato”.
Ciò non toglie che il suo governo è immerso fino al collo nelle manovre militari
e affaristiche della guerra in Ucraina.
COSTRUZIONE IN UCRAINA DI MISSILI A LUNGO RAGGIO
Questo ci porta alla seconda decisione del summit dei volenterosi, che
testimonia della volontà di proseguire e spingere sempre più a fondo la guerra
alla Russia.
La riunione di Kiev, infatti, ha dato il via libera ad un poderoso piano per la
costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina, grazie alla
condivisione dei dati riservati necessari alla loro costruzione, per la quale
mancava ancora l’assenso del premier britannico. Si tratta dei missili Scalp,
prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica
Leonardo. Non è una decisione di poco conto, perché amplia enormemente la
capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo, non solo con gli
sciami di droni prodotti ormai in gran quantità dall’industria bellica ucraina,
ma con armi ben più potenti e sofisticate, capaci di infliggere alla Russia
danni molto superiori a quelli (molto rilevanti) che ha già subìto. E infatti i
vertici del Cremlino hanno prontamente dichiarato di essere già all’opera per
individuare e distruggere i siti in cui verranno prodotti.
La possibilità di costruire in loco missili a medio-lungo raggio in società con
Francia e Inghilterra supera quindi uno dei limiti delle capacità offensive
dell’Ucraina, cui il governo Zelensky aveva tentato di mettere fine con la
richiesta alla Germania di fornire i missili Taurus, una richiesta rimasta
sempre inevasa.
Ma la costruzione di missili a lunga gittata non è l’unica novità di questa
escalation bellica, né è limitata alle decisioni di Parigi e Londra. Anche
l’Italia, pur muovendosi in sordina, mostra la ferma volontà di non rimanere
indietro nel sostegno militare a Kiev. Certo, il centro studi tedesco Kiel
Institute ha certificato che Roma è all’ultimo posto in Europa per valore delle
forniture militari all’Ucraina: si va infatti dai 24,9 miliardi della Germania
ai 15,8 miliardi del Regno Unito, ai 6,3 della Francia per arrivare infine ai 3
miliardi dell’Italia (esclusi i finanziamenti non militari). Ma il governo
Meloni è ben deciso a rafforzare questa sua posizione, perché non intende
perdere terreno rispetto agli altri Stati dell’UE, potendo contare su
un’industria bellica di livello internazionale.
L’ITALIA DI MELONI-MATTARELLA FA LA SUA PARTE…
Ecco allora che il tredicesimo “Decreto Aiuti”, che diverrà operativo ad
ottobre, interviene a colmare questa lacuna. Da quello che trapela dai programmi
pur secretati dal governo, sono previste cessioni di batterie contraeree Samp-T,
versione NG, in grado di intercettare e distruggere missili balistici, di
intercettori Aster 30 e di radar Kronos ad ampio raggio, tutto armamento
prodotto in comune da Italia e Francia. Si tratta di dispositivi la cui
fornitura era stata sospesa perché le scorte nei depositi dei due paesi erano
arrivate al livello minimo e la cui produzione è già stata potenziata per far
fronte a questa nuova tornata di aiuti militari. Repubblica, in un articolo del
26 agosto, sostiene di aver avuto conferme sull’impegno dell’esecutivo in tale
direzione. Grazie ai finanziamenti dell’UE verranno approntate quattro batterie
Samp-T NG le cui prestazioni, a detta degli esperti, sono pari, se non
superiori, ai più famosi Patriot prodotti negli USA, per la cui produzione a
Kiev, su licenza, Trump sembrava aver dato l’assenso, salvo rimangiarsi
successivamente tale decisione. Non a caso Zelensky, in attesa delle batterie
italo-francesi, ha chiesto all’amministrazione americana di poter accedere
almeno al cinque per cento delle scorte USA.
Per quanto riguarda gli intercettori Aster 30 NIBT, Roma e Parigi ne avrebbero
autorizzato la produzione in loco, contribuendo così ad un sostanziale salto di
qualità della produzione bellica autonoma dell’Ucraina. In attesa che l’accordo
divenga operativo, l’Italia manderà entro ottobre una fornitura prelevata dalle
proprie scorte e così farà la Francia. Per i radar a grande raggio d’azione,
Parigi ne fornirà sei, prodotti dalla sua società Thales, e l’Italia uno,
prodotto da Leonardo.
Finché c’è guerra c’è speranza, recitava un vecchio film. E del resto gli
articolisti di Repubblica, appartenenti al mondo dell’informazione
“progressista” (!), non esitano ad informarci che “il valore complessivo
dell’intera operazione [la fornitura d’armi a Kiev col tredicesimo decreto-aiuti
– n.] dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro …. Salverà tanti civili dai
bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione
nelle nostre industrie”. Insomma, l’economia di guerra “ci” salverà…
… E PUNTA MOLTO SU LEONARDO E LEONARDO UKRAINE LLC
E proprio Leonardo è un perno essenziale dell’industria bellica italiana, sul
cui potenziamento il governo punta molte delle sue carte.
Come si sa, è stata recentemente costituita Leonardo Ukraine LLC, controllata
interamente da Leonardo International. Leggendo le note ufficiali di questo
gruppo, si può avere un’idea chiara del modo di muoversi dell’industria bellica
di cui Leonardo rappresenta un esponente di spicco, campione del made in Italy
nel campo degli strumenti di morte.
Ma lasciamo parlare direttamente Leonardo. Questa impresa “guarda con interesse
alle tecnologie e alle applicazioni militari sviluppate da Kiev nella guerra con
la Russia… una partnership che dovrebbe prevedere forme di cooperazione con
l’industria ucraina dei droni, … dove il gruppo italiano sta consolidando la
joint venture LBA Systems con la turca Baykar… Leonardo testerà inoltre in
Ucraina il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata e
multi-dominio che sta sviluppando”. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo
Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi
contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e
rimessa in campo”. Si noti, en passant, il linguaggio asettico con cui questi
“operatori della difesa” parlano delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il
drone? Quanta distruzione ha causato? Questi i test cui si riferisce l’AD sopra
citato.
Leonardo inoltre coopera con Brave 1, il polo statale ucraino che riunisce circa
2500 aziende e oltre 5.000 soluzioni tecnologiche, tra cui più di 500 produttori
di droni, oltre 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e
nell’intelligence dei segnali e più di 200 sviluppatori di prodotti basati
sull’AI. Una cooperazione ad ampio raggio fra l’industria bellica italiana e
quella ucraina, quest’ultima rapidamente diventata un vero e proprio hub della
produzione di armamenti e dispositivi bellici a livello europeo, su cui il
governo Zelensky punta per rilanciare l’economia di un paese ormai devastato. Da
granaio di Europa e, per certi versi, del mondo, a grande fabbrica della morte
per conto terzi.
Da quanto abbiamo sommariamente ricostruito, è evidente che il vertice di Kiev
di lunedì segna un’ulteriore escalation della guerra fra NATO e Russia sul suolo
ucraino.
RILANCIARE L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA REAZIONARIA TRA NATO E RUSSIA
Ne escono confermate le tesi che abbiamo sostenuto fin dallo scoppio del
conflitto, a partire da quella sopra richiamata: la guerra in Ucraina è una
guerra reazionaria fra NATO e Russia, condotta da entrambi i fronti per finalità
di dominio, che riapre la lotta per una nuova spartizione del mondo, a seguito
della crisi dell’egemonia planetaria dell’”ordine occidentale”.
Chi pensava che il conflitto si sarebbe risolto in una sorta di guerra-lampo,
agendo come un fattore di riequilibrio dei rapporti interstatali, deve
arrendersi di fronte all’evidenza. Esso dura da più di quattro anni e non
accenna a finire, nonostante il terribile massacro di centinaia di migliaia di
proletari ucraini e russi, le distruzioni e le indicibili sofferenze che ha
prodotto. Ed è destinato a durare e aggravarsi, come confermano le decisioni
della “Coalizione dei Volenterosi” e le minacce di ritorsioni della Russia,
perché entrambi i fronti non possono accettare una sconfitta, che assumerebbe il
carattere di una minaccia ai loro interessi strategici, una vera e propria
minaccia esistenziale.
La guerra in Ucraina ha rappresentato un giro di boa per il capitalismo
mondiale, spostando in modo determinante lo scontro dal terreno economico a
quello militare. Essa ha dato impulso ad una gigantesca corsa al riarmo e al
militarismo in tutto il vecchio continente, rafforzando in modo esponenziale la
tendenza verso un nuovo conflitto mondiale. Nei paesi dell’Unione Europea sono
cresciuti enormemente gli stanziamenti per la guerra, sia nei bilanci di ogni
singolo paese, sia con l’attivazione di linee di debito comune, superando nello
spazio di un mattino “regole finanziarie” considerate intoccabili.
Allo stesso tempo, si va imponendo la progressiva militarizzazione di tutta la
vita sociale, con l’integrazione sempre più stretta fra esercito, propaganda
bellica, scuola e università; si torna a battere sulla necessità di superare il
carattere volontario dell’arruolamento e reintrodurre la coscrizione
obbligatoria (come nelle misure preparatorie predisposte dal governo tedesco);
si procede verso l’economia di guerra, con la riconversione in senso bellico di
imprese civili e la riorganizzazione in tal senso delle stesse infrastrutture
(potenziamento e finalizzazione al trasporto di armamento delle linee
ferroviarie) ; si restringono ovunque i diritti democratici, con limitazioni
crescenti del diritto di sciopero (di cui è esempio in Italia l’estensione della
legge 146 alla logistica privata); si inasprisce la repressione contro i
movimenti di lotta in tutti i settori, dalle proteste contro le cosiddette
“grandi opere” ai movimenti per il diritto alla casa, dalle proteste contro il
degrado ambientale a quelle di solidarietà con la resistenza palestinese e
contro il genocidio a Gaza; si creano nuovi reati e si aumentano le pene allo
scopo di pacificare preventivamente o con la forza il fronte interno in vista
delle guerre in preparazione. Ovunque, le organizzazioni politiche di classe, i
sindacati conflittuali, gli organismi sociali che promuovono lotte e
mobilitazioni sono additati sempre più come i nemici interni, coloro che remano
contro gli interessi nazionali, i “disfattisti” da isolare e perseguire.
I partiti borghesi, di destra e di sinistra, alimentano la propaganda di guerra,
in proprio e attraverso i mass media che controllano, giustificandola come una
necessità ineludibile. Sul Corriere della Sera di martedì 25, per fare solo un
esempio, troviamo un articolo a firma di Goffredo Buccini che lamenta la mancata
determinazione dell’UE “nonostante la presenza dei Volenterosi e la preziosa
spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina”. Non solo.
L’articolista ridicolizza i sacrifici crescenti che la guerra impone (“tra i 50
e i 70 euro pro capite” appena…) e non esita ad affermare che “… scuole e
ospedali diventano macerie se non vengono difese da forze armate credibili
contro ogni aggressore.”
L’articolo non manca di omaggiare Zelensky, “eroe che ha galvanizzato la
resistenza contro l’invasore” e si conclude degnamente ricordando la repressione
in Russia con la frase “Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”.
Una propaganda incalzante, spudorata, costruita su catene di menzogne, nella
quale si distingue anche il PD, deciso sostenitore della guerra fino in fondo
alla Russia e, semmai, critico dell’understatement di Meloni.
La guerra fra NATO e Russia, dunque, è una guerra contro i proletari ucraini,
contro quelli russi e contro il proletariato di tutti i paesi. Se le classi
dominanti mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per
portare gli sfruttati a scannarsi l’un l’altro, per noi, per i rivoluzionari
internazionalisti, la consegna è opposta: disfattismo da entrambi i lati del
fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina e contro gli
oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati.
In tutte le situazioni, dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per
affermare questo “principio”, ma per farlo valere in ogni nostra iniziativa, in
ogni mobilitazione, per far sì che le lotte operaie, le proteste contro
l’economia di guerra e i sacrifici che essa impone ai proletari, tutte le
battaglie sociali e contro la militarizzazione, la corsa al riarmo, la
repressione si intreccino strettamente a questo cardine strategico, contribuendo
alla formazione di un campo internazionale degli sfruttati capace di opporsi
agli schieramenti imperialisti che si fronteggiano.
E questo è tanto più necessario in un momento in cui la guerra in Ucraina, a
dispetto del suo incrudimento crescente, appare dimenticata, sia dalla massa dei
lavoratori e delle lavoratrici, sia negli stessi ambienti militanti.
Nello stretto di Hormuz come a Kiev gli spazi di ricomposizione pacifica dei
conflitti sono sempre più stretti. La marcia verso un nuovo conflitto mondiale,
capace di ingoiare e distruggere la stessa civiltà umana, può essere fermata
solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Questo è possibile solo
con l’azione organizzata delle masse proletarie, contadine, sfruttate, che
rappresentano la grande maggioranza della popolazione umana. Rilanciare la lotta
contro la guerra in Ucraina in una prospettiva disfattista e internazionalista è
parte integrante di questa azione.
Source - il Rovescio
cronache dallo stato di emergenza
https://www.ilsole24ore.com/art/data-center-italia-e-boom-richieste-rete-terna-48percento-AJUI5Zs?refresh_ce
DATA CENTER IN ITALIA: È BOOM DI RICHIESTE ALLA RETE TERNA (+48%)
SOLO NEI PRIMI 8 MESI DELL’ANNO UN BALZO DI OLTRE IL 48%: LA FETTA PRINCIPALE
DELLE ISTANZE TRA LOMBARDIA, LAZIO E PIEMONTE
di Celestina Dominelli
23 agosto 2026
La crescita impetuosa dei data center continua a spingere la domanda di energia
elettrica, almeno sulla carta. Secondo la fotografia registrata da Terna, le
richieste di connessione di nuovi progetti di centri dati alla rete elettrica
hanno toccato i 95,38 gigawatt (dato rilevato il 21 agosto). Un salto non da
poco se si riavvolge il nastro al 2021 quando le istanze di questo tipo erano
pari a 1 gigawatt.
Da allora è partita una vera e propria corsa che ha visto prima crescere il
numero di richieste a 5,40 GW nel 2023 per poi salire a 31,28 GW l’anno dopo: un
boom che, come documenta il gruppo guidato da Pasqualino Monti, si concentra
soprattutto nel Nord Italia e, in particolare in Lombardia che, da sola,
raccoglie 290 domande per 46 GW – in gran parte localizzate su Milano -, seguita
da Lazio, Piemonte e Puglia.
IL PICCO AL CENTRO-NORD
Delle 531 domande giunte finora sul tavolo di Terna – di cui 300 solo da gennaio
a oggi (58,7 GW, vale a dire il 48,2% in più dei primi 8 mesi del 2025, quando
l’asticella si era fermata a 215 (39,6 GW) – solo 15 (1,88 GW) hanno raggiunto
la fase di maturità più avanzata, segno che il grosso delle richieste rinvia a
una domanda potenziale che non arriverà a traguardo. Ma i numeri restano
comunque molto significativi. Soltanto ad agosto, secondo Terna si sono
registrate 8 nuove domande per 0,87 GW (3 richieste dalla Lombardia, 2 dalla
Puglia, e 1 richiesta ciascuna da Emilia Romagna, Sicilia e Veneto) e 6
richieste sono decadute per una potenza di circa 1,3 GW. Nel mese di luglio,
invece, sono state 17 le istanze pervenute per un potenza complessiva di 1,68
GW: nei due mesi, 7 richieste sono arrivate dalla Lombardia (857 MW), 4 dal
Piemonte (350 MW), 2 dalla Campania (200 MW), 2 dalla Basilicata (200 MW) e,
infine, 10 istanze tra Emilia-Romagna, Puglia, Lazio, Sicilia, Veneto e
Friuli-Venezia Giulia per una potenza complessiva di 1,1 GW. Come ad agosto,
però, otto domande sono venute meno o sono state oggetto di rinuncia.
L’IDENTIKIT DEI PROPONENTI
Le richieste provengono principalmente da società di progettazione e developer
di impianti di questo tipo o di impianti da fonti rinnovabili, ma anche da
società di scopo e da real estate. Disporre di un quadro di dettaglio delle
attività del soggetto che presenta la domanda non è chiaramente possibile, ma si
può registrare un dato importante: durante il percorso di autorizzazione, gli
operatori finali intervengono acquisendo la titolarità delle domande dalle
società di sviluppo e progetto, analogamente a quanto avviene nel mondo delle
rinnovabili.
Tornando alle oltre 530 domande presentate da inizio anno a oggi, soltanto il
10% circa è immediatamente riconducibile a operatori di data center o fondi di
investimento a loro dedicato, mentre il restante 90% è suddiviso tra un 30%
circa riconducibile a società di progettazione, sviluppo e di scopo, e un 60%
rappresentato da una realtà differenziata di società più grandi di real estate e
logistica e di operatori privati.
IL RUOLO DI TERNA
Fin qui il quadro aggiornato delle richieste di connessione alla rete elettrica
che devono essere presentate a Terna con l’indicazione della potenza richiesta e
dell’area di insediamento, nonché dei documenti previsti dalla regolazione
vigente. Non appena viene ricevuta la domanda, il gestore della rete elettrica
emette una soluzione tecnica minima generale (Stmg), che include la soluzione di
connessione e i corrispettivi di connessione da sostenere all’atto della sigla
del contratto di connessione.
L’accettazione del preventivo deve avvenire a cura del richiedente e, nel caso
in cui la Stmg preveda nuove opere sulla rete di trasmissione nazionale per la
connessione, scatteranno alcuni passaggi: 1) la richiesta dell’offerta economica
per la progettazione delle opere Rtn da parte del proponente; 2) la formulazione
dell’offerta economica, con tempi e costi per la progettazione, emessa da Terna;
3) l’accettazione dell’offerta economica e il pagamento del corrispettivo a cura
del proponente; 4) la progettazione e l’avvio dell’iter autorizzativo (che
include anche la conferenza dei servizi prevista nel nuovo regime introdotto dal
Dl Bollette) del data center e delle opere di rete di utenza a cura del
richiedente presso l’ente competente (le strutture dell’Aia ministeriale o
regionale); e, infine, la progettazione e l’avvio dell’iter autorizzativo delle
eventuali opere Rtn per la connessione a cura di Terna presso il Mase.
Una volta completati gli iter autorizzativi, viene quindi emessa la cosiddetta
“soluzione tecnica minima di dettaglio (Stmd), con cui Terna definisce nel
dettaglio le opere e i costi necessari per connettere il data center alla rete e
viene stipulato il contratto di connessione vero e proprio, al quale seguirà la
fase realizzativa delle opere e la loro entrata in esercizio.
I DATA CENTER GIÀ CONNESSI
A oggi risultano connessi alla rete 8 data center come specifiche unità di
consumo: il primo è connesso dal 2017, mentre 3 di questi sono entrati in
servizio nel 2026. Si attendono altre 4 connessioni nei prossimi mesi: sono
tutti dossier concentrati in Lombardia. Il numero complessivo di centri dati
connesso è naturalmente più elevato: al momento, l’asticella è pari a 226
impianti con una potenza complessiva di 513 MW, ma la maggior parte di questi
sono più piccoli e connessi alla rete di distribuzione o a impianti industriali
complessi. Quanto all’aumento dei consumi finali derivante dall’atteso sviluppo
dei data center, è già previsto negli scenari Terna che arrivano a stimare,
nelle ipotesi più sfidanti, un aumento fino al 17 per cento.
https://www.osservatoriorepressione.info/gli-stati-uniti-dichiarano-terrorista-autistici-inventati-ora-nel-mirino-ce-linfrastruttura-del-dissenso/
Riceviamo e diffondiamo
Riceviamo e diffondiamo:
Dal 7 settembre e d’ora in poi
OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE
torna il presidio di solidarietà anticarcerario sotto le infami mura della Rocca
a Forlì!!
Dalle 18:00 alle 20:30, lato via della Rocca: per rompere l’isolamento delle
galere, per portare solidarietà a chi resiste dentro, per non lasciare annegare
nell’indifferenza le carognate che accadono tra quelle mura!!
FUOCO ALLE GALERE!
PIETRO LIBERO!
COMPAGNX LIBERX!
Riceviamo e diffondiamo questo articolo in anteprima da una nuova pubblicazione
dell’assemblea Sabotiamo la guerra, di prossima uscita.
Qui in pdf: imperialismo italiano(1)
NESSUNO SCONTO. NOTE SULL’IMPERIALISMO ITALIANO
Lo scontro verbale tra il presidente statunitense Donald Trump e la premier
italiana Giorgia Meloni – o, per meglio dire, le invettive del primo contro
quest’ultima – ha suscitato un prevedibile scalpore sia all’interno del Bel
Paese che a livello internazionale.
Nel teatrino parlamentare, il dibattito sulla politica estera dell’Italia, su
cui si accipiglia quella che pare davvero essere la più mediocre classe
dirigente della sua storia, è in fondo riducibile alla questione se l’attuale
governo di destra sia succube di Trump (tesi dell’opposizione) o se al contrario
offra una lungimirante politica di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico
(tesi della maggioranza). Le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza
hanno elevato appena un poco il livello del dibattito, fondamentalmente nel
tentativo tardivo di inseguire le piazze al momento del loro parossismo (con gli
scioperi di settembre e ottobre 2025) da parte della minoranza di
centrosinistra, che sperava di potersene accaparrare qualche piccolo profitto
elettorale; ma in fondo allargando appena la questione: ovvero gridando che
l’attuale governo sia succube di Trump e di Netanyahu.
Stante il livello della discussione, non sorprende che anche lo scontro tra
Trump e Meloni sia stato tradotto in questi termini dagli attori politici
italiani: per la sinistra, come la dimostrazione che l’attuale governo sia
talmente asservito all’attuale amministrazione americana da venire finanche
maltrattato dal proprio padrone; per la destra, come la dimostrazione al
contrario che Giorgia Meloni non si inginocchia davanti a nessuno e che, quando
serve, può anche scontrarsi a testa alta contro l’uomo più potente del mondo.
Si tratta in fondo di un ulteriore impoverimento della discussione politica dei
tempi della cosiddetta “prima repubblica”. Se all’epoca avevamo i “comunisti”
che accusavano i democristiani di aver reso l’Italia schiava dei nordamericani,
oggi la “sinistra” rimprovera la destra di essere succube degli statunitensi
solo quando ci sono amministrazioni repubblicane a Washington (viceversa, quando
ci sono i democratici sono loro a candidarsi come servi). Da questo punto di
vista, quel che resta del “movimento” (qualunque cosa significhi), che non ha
una visione più avanzata rispetto al livello culturale della politica
istituzionale, è semplicemente rimasto indietro. Nelle manifestazioni, nei
canali di controinformazione, persino fuori dai tribunali dove sono a processo i
tanti “colpevoli di Palestina”, anche da parte di tanti nostri compagni di
strada continua a venire propinato l’equivoco luogocomunista per cui l’Italia è
una colonia degli Stati Uniti, oppure che i nostri governanti, i magistrati, la
polizia, ecc., sono servi di Israele.
Ma le cose stanno davvero così?
A ben vedere quella italiana è la terza economia dell’Unione Europea e la
seconda potenza industriale europea (che significa la seconda nazione per
capacità di produrre acciaio, motori, macchine, aerei, armi). L’Italia è un
Paese del G7, vale a dire uno dei sette Paesi più potenti del blocco
politico-militare occidentale. La Leonardo, controllata al 30% dal “nostro”
ministero dell’economia e delle finanze, è in termini di grandezza la
quattordicesima azienda di armi nel mondo, la seconda in Europa. Di recente la
“nostra” Unicredit ha scalato in borsa e infine “conquistato” il colosso tedesco
Commerzbank. E l’elenco potrebbe continuare.
Evidentemente l’Italia non è il vertice della piramide alimentare dei pescecani
che depredano il mondo, nondimeno il nostro Stato va senz’altro iscritto nel
novero dei predatori e non certo delle prede. Collocata nel blocco occidentale e
sottomessa al predominio statunitense, l’Italia conserva relativi margini di
autonomia. Le amicizie coltivate nel mondo arabo dai governi Andreotti, la crisi
di Sigonella ai tempi di Craxi, l’amicizia personale di Berlusconi con Gheddafi
e Putin sono solo degli esempi – talvolta drammatici, talaltra ridicoli – di
come si sia espressa negli anni questa autonomia relativa.
Da ultimo, il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, programma di investimento
neocoloniale dell’attuale governo, ricalca sin dal nome l’espressione di questa
auspicata autonomia imperialista: la dedica è non a caso a quell’Enrico Mattei,
fondatore dell’ENI, esponente della corrente del cosiddetto neoatlantismo, che
avrebbe osato fare concorrenza al monopolio a stelle e strisce
nell’approvvigionamento degli idrocarburi e che per questo, forse, sarebbe stato
assassinato. Un manifesto di specificità coloniale “all’italiana”,
fondamentalmente con lo strumento dell’indebitamento dei Paesi “beneficiari”
(siamo pur sempre il Paese che ha inventato le banche).
Anche lo scontro tra Trump e Meloni va letto in questa cornice. Matura
evidentemente nella frustrazione dell’istrionico presidente americano per la
sconfitta cocente che sta subendo nel Golfo Persico, quindi nella rabbia nei
confronti degli alleati colpevoli di non averlo aiutato abbastanza nella guerra
contro l’Iran. In effetti l’aggressione all’Iran è apparsa incomprensibile alla
gran parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali, spesso giudicata
come un autentico suicidio sin dalle prime ore del conflitto. Sembrerebbe
peraltro che gli stessi servizi segreti italiani abbiano giocato un ruolo nel
raffreddare ulteriormente gli entusiasmi per questo nuovo fronte di guerra,
rivelando informazioni, che si sono dimostrate per giunta più esatte di quelle
in possesso dell’amministrazione americana, sull’effettiva capacità missilistica
iraniana (fonte: La Stampa, 6 marzo 2026).
Che i nostri governanti abbiano cercato di smarcarsi un poco di più dalla
partecipazione alla guerra all’Iran di quanto abbiano fatto con il genocidio a
Gaza, dove per quasi due anni la copertura istituzionale e materiale dei crimini
di Israele è stata molto più generosa, dimostra peraltro una certa vigliaccheria
morale della borghesia tricolore. Laddove la repubblica islamica ha dimostrato
di possedere argomenti di deterrenza piuttosto convincenti, meglio non farsi
coinvolgere più di tanto.
Queste osservazioni non solo non finiscono per avvalorare un giudizio positivo a
favore dei nostri governanti, ma al contrario ne accentuano le responsabilità:
la loro non è la complicità del servo che obbedisce al padrone, ma quella del
corrèo. Ne è esempio tra i più significativi, quanto disgustosi, la
partecipazione proprio dell’ENI nella spartizione dei giacimenti di gas davanti
alle coste di Gaza. Anche qui, più che Italia serva di Israele, è piuttosto
Israele che serve quale avamposto dell’imperialismo occidentale (quindi anche di
quello italiano) in Asia Occidentale.
Un’alleanza che non si esprime soltanto ai livelli più alti, a livello politico
o economico, negli incontri al vertice fra i capi del governo, ma penetra a
fondo l’organismo sociale e l’organizzazione dello Stato. I procedimenti
giudiziari contro esponenti e simpatizzanti della resistenza palestinese in
Italia vanno davvero compresi nella loro gravità: quindi non tanto come
espressione di un tale giudice servo di Israele, quanto piuttosto come
l’espressione di veri e propri tribunali di guerra contro i nemici di guerra. E
su questo c’è una certa coerenza con la repressione anti-anarchica e in generale
contro il nemico interno. Tribunali che non sono riformabili, ma possono essere
distrutti solo con la sconfitta del nostro imperialismo.
D’altro canto non bisogna nemmeno esagerare sul pacifismo del gabinetto Meloni,
nemmeno limitatamente al conflitto nel Golfo: la base di Sigonella è stata
utilizzata ripetutamente come terminale logistico per i voli statunitensi
diretti o di ritorno dalla guerra, mentre solo dopo diversi mesi dallo scoppio
del conflitto si è saputo della presenza di ben 700 militari italiani in Arabia
Saudita, Kuwait e Baherein a supporto della difesa aerea contro le rappresaglie
iraniane. E non bisogna certo dimenticare la missione Aspides, di cui l’Italia è
ammiraglia, a proposito di imperialismo tricolore.
Anche sull’altro grande fronte di guerra, quello ucraino, l’Italia non è del
tutto allineata con l’amministrazione Trump: se in questo caso quest’ultima ha
abbozzato dei tentativi contraddittori di disimpegno, al contrario l’Italia è
allineata all’Unione Europea su una politica di scontro totale con la Russia.
Diversamente da quanto rappresentato nella recita politica, sulle questioni
strategiche – dall’Ucraina alle scelte economiche principali – le politiche di
Giorgia Meloni sono in perfetta continuità con quelle di Mario Draghi e in
generale sono ben accordate con l’orchestra multinazionale europea. Con le
elezioni che si avvicinano e il volume della propaganda che si farà sempre più
assordante sarà bene ricordarcelo, anche di fronte all’eterno ritorno
dell’antifascismo elettorale.
Ribadire che l’Italia non è una colonia, ma un Paese imperialista, pur con tutte
le precisazioni e relativizzazioni del caso (collocato nel blocco occidentale,
subordinato agli USA, che ha rinunciato a una quota di sovranità a favore
dell’Europa delle multinazionali, ecc.), non è un mero esercizio di
puntigliosità teorica, ma ha delle evidenti implicazioni pratiche, non da ultimo
anche di tipo etico. La retorica dell’Italia colonia implica – consapevole o
meno – la necessità del fronte di liberazione nazionale. Ovvero salvare un pezzo
della borghesia italiana, quella giudicata illuminata o progressiva, con la
quale fare un’alleanza per liberarci dal male comune che ci opprime
dall’esterno.
Decidete voi quale: i perfidi americani, i tecnocrati di Bruxelles, la lobby
sionista. Che l’impero del male sia nell’internazionale tecno-fascista o in
quella di Soros, le fazioni opposte del multiverso rosso-bruno e dell’arcobaleno
postmoderno a ben vedere affondano le radici nello stesso equivoco frontista,
pur dandone delle interpretazioni opposte. È l’equivoco della lotta di
liberazione da un potenza straniera. Tutte queste interpretazioni, anche quando
sono opposte tra loro, tradiscono una mentalità sciovinista e finiscono per
portare acqua al mulino della guerra.
Il nostro internazionalismo viceversa si fonda sulla chiarezza di chi combatte
ogni Stato, ma a partire dal proprio. Non è solo una questione di principi o di
tattica; in fondo è una questione etica. Significa che ai nostri padroni non
concediamo nessuna attenuante, e non gli faremo nessuno sconto.
assemblea Sabotiamo la guerra
Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
A breve il programma completo dell’iniziativa
DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
La guerra è sempre un fatto di politica interna.
Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica,
ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra
al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare
alla classe proletaria).
Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra
contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento
specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà
internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra
epoca.
Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di
Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e
pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie
a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di
blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello
che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute
meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”.
Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran
e Libano.
L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata
della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei,
scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie
città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE).
La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel
riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse
necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica,
mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano
le temperature record dell’estate trascorsa).
Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a
considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame
da macello.
Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società
occidentale.
L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata
attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi
di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della
gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e
antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone…
Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di
classe.
Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla
Bolivia).
Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro
i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti
(testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio).
In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un
movimento di massa contro il governo.
In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al
conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come
la piazza bolognese per Fakir.
Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di
riflessione quanto di iniziativa.
Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli
interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui
partecipiamo e parteciperemo.
Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra,
genocidio e incarcerazione tecnologica?
Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di
Israele?
Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto
si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e
genocidio?
Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i
rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama
dell’interesse economico?
A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo
giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle
nostre latitudini?
Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni
più tangibili, come i data center?
Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo)
oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori”
di dati necessari al suo stesso mantenimento?
Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un
diritto penale da stato di guerra.
La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è
sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la
disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di
terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese
hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due
compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure.
Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi
nell’eventualità di essere arrestati/e?
Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla
mobilitazione internazionale in loro sostegno?
Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno
del carcere?
In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri
prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in
Italia?
Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe
per manifestazioni e “grida sediziose”)?
Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e
alla mobilitazioni per la Palestina?
Con Sara e Sandrone nel cuore.
Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva
(Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile
campeggiare e sono gradite le distro.
Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXVI)
Luci da dietro la scena (XXXVI) – Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto
11 gennaio 2025
Oggi, uscendo dall’ospedale – le cui pareti ormai conoscono più le urla che il
silenzio –, una donna mi ha fermato. Il suo volto mostrava il peso di notti
insonni e di un dolore troppo grande per essere espresso a parole. Era la madre
di una bambina di nove anni, una bambina che ora giaceva in una di quelle stanze
affollate e scarsamente illuminate, con le piccole braccia mozzate da una
violenza che non conosce pietà. Qualche giorno prima aveva mani capaci di
intrecciare capelli, impugnare una matita o aggrapparsi al vestito della madre.
Oggi non c’è nulla.
La madre ha aperto una radiografia con mani tremanti. La pellicola fredda
brillava nella luce morente, rivelando la dura verità che il corpo non riusciva
più a nascondere. E poi la sua voce, appena più forte di un sussurro, ha rotto
il silenzio tra noi. “Le protesi possono sostituire le sue braccia? Riuscirà a
tenere di nuovo in mano le cose? Crescerà davvero senza mani?”
Ho sentito queste domande innumerevoli volte. Dall’inizio della guerra, più di
cento volte mi hanno chiesto la stessa cosa. Volti diversi, bambini diversi, ma
la stessa supplica disperata.
Eppure, ogni volta vacillo. Come posso spiegare a una madre che le protesi, non
importa quanto siano avanzate, non possono sostituire completamente il contatto
della pelle, la presa delicata di un bambino che tiene un pastello, il calore
del contatto umano? Come posso spiegare che, sebbene la scienza abbia dato arti
di acciaio e silicio, non ha ancora padroneggiato la magia silenziosa della
sensazione? Che anche le migliori protesi non possono sostituire la spontanea
grazia del raggiungere, del tenere e dell’abbracciare?
Ma non dico niente di tutto questo. Le dico quello che ho detto a tanti altri.
Le dico: “La scienza sta facendo rapidi progressi in questo campo. Quando la
guerra finirà, probabilmente ci saranno soluzioni che la faranno sentire come
prima”.
E in quel momento divento un bugiardo. Non perché lo voglia, ma perché in questo
luogo, dove la speranza è più rare dell’acqua pulita, non posso essere io a
spegnerla.
Così offro la bugia più delicata che riesco a inventare. Non per crudeltà, ma
per misericordia. Perché in un mondo in cui i bambini perdono gli arti ogni
giorno, dove le risate sono soffocate da sirene e polvere, non c’è nulla di
giusto da dire.
Solo silenzio. E il peso insopportabile della speranza.
17 gennaio 2025
Oggi, con l’inizio del cessate il fuoco a Gaza, possiamo finalmente tirare un
sospiro di sollievo. Dopo aver sopportato sofferenze inimmaginabili, questo
giorno ha un significato profondo. È un giorno per riconoscere e onorare tutti
coloro che hanno sostenuto Gaza nel mondo nei momenti più bui.
A tutti coloro che hanno alzato la voce per la Palestina, che hanno partecipato
alle proteste o hanno condiviso la verità su Gaza: il vostro coraggio è stato
un’ancora di salvezza. Agli studenti delle università di tutto il mondo, che si
sono riuniti a sostegno della Palestina, e ai lavoratori che hanno lasciato il
proprio posto di lavoro per chiedere giustizia, grazie per aver mostrato al
mondo cosa significa solidarietà. A Matthew Nelson e Aaron Bushnell, che hanno
sacrificato la propria vita in un inimmaginabile atto di solidarietà con Gaza,
il vostro eroismo sarà ricordato per sempre. […]
28 gennaio 2025
Uno di coloro che sono ritornati al nord dal sud di Gaza ha parlato, con la voce
vuota, lo sguardo fisso su un orizzonte lontano e irraggiungibile: “Ho
attraversato Wadi Gaza, ed è stato come entrare in una fossa comune che si
estendeva all’infinito. Il terreno era disseminato di resti: frammenti di vita,
ridotti in ossa e cenere. E quando ho raggiunto il Crazy Water Resort a Sheikh
Ajlleen, mi sono bloccato. I cadaveri… erano bambini. Piccole forme, prive di
respiro e calore, sparse come foglie cadute al vento. La loro piccolezza, la
loro immobilità, mi hanno distrutto. Erano fuggiti, sfollati come molti di noi,
solo per incontrare la morte sulla strada che pensavano potessi salvarli”.
Si dice che i sopravvissuti portino il fardello più pesante, il peso della
consapevolezza. Le battaglie più dure non si combattono con pistole o esplosivi,
ma con la memoria. Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto, né unguento per le
ferite scolpite nella nostra mente. Pensavamo di aver superato il peggio, ma il
peggio persiste, crescendo come un’ombra a cui non possiamo sfuggire.
Un giorno, a poco a poco, inizieremo a comprendere l’abisso in cui siamo stati
gettati. Ci renderemo conto della piena portata dell’inferno a cui siamo
sopravvissuti, se questa si può chiamare sopravvivenza. O forse, più
atrocemente, affronteremo l’inesorabile verità: questa nuova esistenza è un
inferno a sé stante, una terra desolata lasciata in eredità da ciò che credevamo
fosse una fine, ma che in realtà era solo un inizio.
14 marzo 2025
Da quando avevo sei anni, il mare era nostro. Ci svegliavamo prima della città,
prima che la distruzione del giorno precedente si posasse, prima che i carri
iniziassero a sferragliare per le strade. Mio padre ci portava sulla riva e, per
un’ora, facevamo finta che il mondo fosse solo acqua e cielo. Poi tornavamo a
casa, asciugavamo il sale dalla pelle e iniziavamo un’altra giornata a Gaza.
Mio padre non ha mai abbandonato questa abitudine. Anche quando gli anni lo
hanno logorato, anche quando la guerra è arrivata, se n’è andata e poi è
tornata, lui ha continuato a svegliarsi prima del sorgere del sole, a percorrere
lo stesso sentiero, a nuotare nella stessa acqua.
Gaza è piccola. Una città schiacciata tra terra e mare, senza vie di fuga. Non
ci sono montagne dove fuggire, né fiumi da seguire, né foreste in cui
nascondersi. L’unica cosa che avevamo era il mare, e nemmeno quello era davvero
nostro. Ma ci siamo comunque aggrappati a questo. Era il luogo dove le famiglie
si riunivano, dove i pescatori si guadagnavano il pane, dove i bambini
imparavano a sfidare le onde, dove gli amanti si incontravano in segreto, come
se il mare potesse inghiottire le loro speranze sussurrate e tenerle a sicuro.
E poi, un giorno, è scomparso. Ora la costa è desertica. La spiaggia appartiene
alle armi. Le onde continuano a infrangersi, indifferenti ai corpi che sono
stati trascinati via, indifferenti all’assenza delle persone che un tempo
vivevano lì. Il mare è ancora lì, ma non ci è permesso toccarlo. Anche durante
il cessate il fuoco, l’ordine è rimasto: state lontani. Le barche dei pescatori
sono lasciate a marcire. La sabbia, un tempo piena di impronte, è stata spianata
dal vento, come se non fossimo mai stati lì.
È così che ci cancellano. Non tutto in una volta, ma pezzo per pezzo. Prima
prendono la terra. Poi il cielo. Poi il mare. Non si limitano a ucciderci.
Uccidono l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i luoghi in cui un tempo
esistevamo. E non ci resta nulla. Nient’altro che polvere. Nient’altro che il
ricordo di onde ormai irraggiungibili. Nient’altro che il suono del mare, appena
oltre i proiettali, a ricordare ciò che è stato rubato.
17 marzo 2025
[…]
La sega ha toccato l’osso 4500 volte. 800 volte, un bambino si è svegliato in un
mondo che non si adatta più al suo corpo. 540 volte, una donna si è destata per
ritrovarsi alterata, diminuita, tradita dal destino e dalla storia. Questi
numeri non significano nulla per chi li elabora. Ma per il chirurgo, per il
paziente, per la madre che porterà a casa un figlio con un arto in meno, ognuno
di questi numeri rappresenta un’eternità di sofferenza.
La guerra non si ferma sul campo di battaglia. Permane nei corridoi dove i
feriti gemono, negli incubi di chi sopravvive. E quando le bende vengono
rimosse, quando i monconi vengono fasciati e le ferite iniziano a rimarginarsi,
il dolore non si placa, cambia semplicemente forma. Quanti altri arti dovranno
essere sacrificati all’insaziabile fame della guerra prima che il mondo
riconosca questa carneficina e la chiami con il suo nome?
2 aprile 2025
Siamo precipitati in una sorta di esistenza in cui il sole non sorge per
risvegliare i vivi, ma per esporre i dannati. Le nostre giornate sono un
susseguirsi di umiliazioni: lunghe fila per l’acqua, un unico contenitore che
viene passato come una reliquia sacra tra gli assetati, come se la sete fosse
ormai un sacramento. I camion dell’acqua non si sono visti per tre giorni e,
quando finalmente sono arrivati, la fila si è allungata all’infinito. Mio
fratello e io abbiamo aspettato in quel silenzio denso di polvere e tutto ciò
che siamo riusciti a riempire è stato un gallone – uno – sufficiente, forse, per
un solo giorno, se fossimo stati attenti, se fossimo stati fortunati.
E il pane, che parola tragica. Un tempo simbolo di vita, ora ridotto a un
ricordo che mia madre fa rivivere tra fumo e stanchezza, inginocchiata davanti
al forno di argilla, come se implorasse pietà al fuoco. Siamo andati a cercare
la farina, forse ingenuamente, ancora animati dalla speranza che potesse esserne
rimasta un po’. Un sacco da venticinque chili, che una volta costava 25 sicli,
ora ne costa 400. Il prezzo del pane è ormai il prezzo della disperazione; il
costo del sostentamento di una famiglia è ora misurato nella valuta della
crudeltà. Siamo rimasti lì, senza neanche provare rabbia, solo un vuoto
interiore. Non per nobiltà d’animo, ma perché anche la rabbia ci aveva
abbandonato.
Le notizie, quando ho osato leggerle, sono state un ulteriore strato di
disperazione: un coro di urla lontane tradotte in titoli. E quando ho provato a
ritirare i miei soldi, il sistema, o quel che ne resta, mi ha chiesto il
quaranta per cento per convertirli in contanti. Come se la disperazione fosse
qualcosa da tassare.
Ora gli aerei ritornano. Il loro grido non è più terrificante, è familiare. È la
ninna nanna della rovina. Sfrecciano nel cielo non con intento, ma con fame. Lo
sento nelle ossa: stanotte colpiranno di nuovo. Eppure, incredibilmente,
respiriamo ancora. Questo è il miracolo. Questa è la punizione. Questa non è
vita. Questo è il teatro dell’abbandono divino, una prova senza risposte, un
fuoco senza luce. E noi, bruciati, continuiamo a fingere di non essere cenere.
5 maggio 2025
Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di Gaza, è venuta al mondo una bambina, e il
mondo l’ha rifiutata. Non aveva il cervello. Non nel senso poetico di innocenza
o purezza, ma in senso anatomico, letterale: anencefalia. Nessun cervello.
Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun ricordo da creare. Un cranio senza
scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha portata in grembo per nove lunghi mesi,
tra notti ardenti e mattine struggenti, tra polvere, dolore e sirene. E poi la
nascita. Ma nessuna vita da salvare. Solo silenzio. I medici erano impotenti,
derisi dai limiti delle loro mani.
Le ho viste, persone di medicina, le cui dite esperte e sterili tremavano. Non
per la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo.
Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno
colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi – d’acciaio, lucenti,
americane – sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere
il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani.
Come definiamo questo orrore? Radiazioni? Diossina? Uranio impoverito? Tossine
invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si annidano, attraversano le
pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono la vita ancora
prima che abbia inizio.
Ci sono altri casi. Aborti spontanei. Nascite premature. Arti malformati.
Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali simili a pergamene rotte. I
medici ora sussurrano che non si tratta di un caso isolato. È uno schema. Uno
studio del “Lancet” mette in guardia da un numero di vittime che potrebbe
raggiungere le 200.000, non a causa di ferite da esplosione, ma per danni
genetici trasmessi alle generazioni future. Ma il mondo è sordo. Conta i morti
per le esplosioni, non per le deformità. Conta le vittime in base agli arti
persi, non ai geni danneggiati.
E qui, sotto le macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri.
La madre. Non piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote.
Aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le
dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il
corpo obbediva. Che, anche durante l’apocalisse, le cellule continuavano a
costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria
che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché.
Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione
è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta
diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio della
guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra contro la
vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita.
Ho visto la morte, corpi lacerati, polmoni che ansimano sotto le costole rotte.
Ma mai ho sentito un silenzio così forte come quello di una madre che partorisce
un bambino già condannato dal cielo che lo sovrasta.
E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma per ricordare. Perché
alcune armi non esplodono. Si sviluppano.
17 giugno 2025
[…]
Non contiamo più le bocche. Solo i cucchiai. C’era una mensa una volta,
un’organizzazione benefica. Ogni giorno cucinavano per più di mille famiglie.
Non lo facevano per profitto né per riconoscimento, ma perché le loro anime non
potevano fare altrimenti. Quella mensa ha chiuso tre giorni fa. Non perché la
gente abbia smesso di avere fame, ma perché gli scaffali si sono svuotati: il
riso, l’olio, la farina, tutto è finito.
E ora la gente si reca ai centri di aiuto americani. Sì, certo. “Corridoi
umanitari”. Che bella frase. Quanto è pulita, sterile, burocraticamente
elegante. Suona come “danno collaterale” o “operazione”. Gli americani li hanno
costruiti. Gli israeliani li hanno messi al sicuro. E ogni giorno quaranta
persone muoiono alle loro porte. Schiacciate. Uccise da un proiettile. Affamate.
Arrivano in cerca di pane e se ne vanno come cadaveri. Lo sanno tutti. Proprio
tutti. Eppure continuano ad andare. La fame spinge un uomo a camminare verso la
propria esecuzione se dietro la pistola c’è anche solo l’ombra del riso.
Ieri il mio amico Al-Aloul ci è andato. Non è un combattente. È un ingegnere
informatico, un uomo tranquillo. È tornato con una coltellata al collo. Sei
punti. La sua camicia era intrisa di sangue. Ma lui sorrideva. “Ho il pacco”, ha
detto. “Non l’hanno preso”.
Che razza di mondo è questo? Che razza di uomo sorride in mezzo al sangue perché
ha un pacco di farina? Questa non è una guerra di carri armati e aerei. Questi
sono diventati irrilevanti. Questa è la guerra della fame, la guerra della morte
lenta. Le donne digiunano per giorni, non per devozione spirituale, ma perché i
loro figli devono mangiare per primi. I bambini fanno la fila per ricevere
aiuti, senza sapere se torneranno a casa vivi. Le ragazze mangiano di nascosto,
e i padri portano una vergogna più pesante del pane.
Questo è un genocidio che avviene per sfinimento, per silenzio, per burocrazia e
per sguardo distolto. Volete sapere cosa ha fatto l’età moderna del male? Lo ha
reso burocratico. Digitalizzato. Professionalizzato. Un genocidio in cui il
mondo discute di definizioni mentre i bambini muoiono di fame.
[…]
Gaza non sta morendo. Viene crocifissa. E non siamo la folla del Golgota. Che
guarda.
29 giugno 2025
Qui non ci sono più medicine. Non per il corpo. Non per l’anima. Ho parlato a
lungo del degrado degli ospedali di Gaza: di come lavoriamo sotto tetti da cui
cadono schegge, accanto a letti dove i bambini giacciono mezzi vivi.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce un collasso. Ma collasso è
una parola troppo delicata. Questo è annientamento.
Oggi, all’ospedale Ahli Al-Arabi, abbiamo esaurito le ultime scorte di soluzione
fisiologica. Sì, soluzione salina. Sale e acqua. Lo strumento più basilare della
medicina. Senza di essa, non possiamo idratare i malati, pulire una ferita o
tenere in vita un bambino durante la notte. Senza di essa, le nostre mani non
sono mani che guariscono. Sono mani che seppelliscono i vivi.
Questa mattina è stato portato un ragazzo, debole e con la febbre alta. Suo
padre gli aveva fasciato la gamba con una maglietta strappata e intrisa di
sangue. Non avevamo soluzione per la flebo. Nessun lavaggio sterile. Abbiamo
usato acqua bollita e una preghiera. Ho guardato il ragazzo negli occhi. Non
piangeva. Era andato oltre il pianto. In un’altra stanza una madre sussurrava
che dava da mangiare al suo bambino acqua di lenticchie bollita. Non per
negligenza. Per povertà. Per fame. Il latte artificiale ora costa più del
sussidio mensile, che comunque non ricevono più. Cullava il suo bambino con la
tenera quiete di chi ha già immaginato il funerale.
Oggi abbiamo visitato quarantasei bambini affetti da impetigine. Abbiamo dato
loro ciò che potevamo: impacchi, compassione e bugie che speravamo non avrebbero
riconosciuto. Ad Al-Shifa siamo giunti alle ultime dosi di Decortin. I medici le
razionano con la stessa aritmetica usata in guerra. Chi ha maggiori probabilità
di sopravvivere? Chi può essere scarificato in silenzio?
Ma c’è una cosa che proprio non riesco ad accettare: abbiamo finito la soluzione
salina. Non morfina. Non sangue. Soluzione salina. Abbiamo sale nelle lacrime,
ma non nelle nostre cliniche. E con questo abbiamo esaurito le scuse. E anche le
illusioni. Non c’è più nulla che possa nascondere la verità. Non è più una
crisi. È un crimine. Un crimine commesso non solo con l’assedio o con le bombe,
ma anche con il silenzio.
Dov’è il mondo? Dove sono le voci che parlano di umanità, di legge, di Dio?
Volete dei numeri. Non li darò. I numeri disumanizzano. Rendono i morti più
facili da accettare. Invece vi offro questo: un bambino che ansima nella
polvere. Lo sguardo negli occhi di un’infermiera quando si rende conto di non
avere più nulla da offrire. La dignità silenziosa e insopportabile di un popolo
condannato a morire ordinatamente, senza spettacolo. Questa non è una supplica.
È un’accusa.
7 luglio 2025
In questa terra devastata, dove la terra geme e il cielo sanguina fuoco, siedo
in una stanza non più grande di una cella di prigione. Intorno a me il vento
porta i deboli echi di promesse fatte in capitali lontane, di zone, di mappe, di
sicurezza. Quella parola maledetta: sicurezza, pronunciata da uomini le cui mani
non hanno mai toccato la polvere, non hanno mai sentito il sangue, non hanno mai
udito una madre piangere per la morte del figlio, per la morte che deve ancora
venire.
E oggi, ancora una volta, loro hanno discusso. Chi avrà Gaza? Chi la dividerà,
la sezionerà, la domerà come una bestia? A Doha sorseggiano caffè mentre
esaminano i progetti di rovina. Parlano di equilibrio come se stessero pesando
cadaveri su una bilancia.
[…]
Rifiuto le vostre conferenze, le vostre dichiarazioni, i vostri architetti di
cenere. Questo non è un conflitto. Questa non è una trattativa. Questa è una
crocifissione. Dove i non nati sono inchiodati al silenzio del mondo. Dove le
madri sanguinano silenziosamente sotto il rombo dei motori aerei. Dove anche la
speranza è razionata.
Che la storia non ricordi tutto ciò come una strategia. Non come politica. Ma
come un genocidio, perpetrato non solo contro i vivi, ma contro la possibilità
stessa della vita.
12 luglio 2025
[…] Sono qui per confessare ciò che ho visto. È passato un camion. Era vuoto. Il
pianale era coperto da un sottile strato di polvere di farina. Solo polvere. Non
sacchi. Non pane. Solo la traccia di qualcosa che un tempo avrebbe potuto
salvare un bambino. E poi li ho visti. Non ribelli. Non criminali. Bambini.
Hanno corso, come animali braccati, verso quel camion. L’hanno scalato con mani
che non hanno mai tenuto giocattoli. Si sono inginocchiati come davanti a un
altare. E hanno iniziato a raschiare.
Uno aveva un coperchio rotto. Un altro un pezzo di cartone. Ma gli altri, gli
altri hanno usato le mani. Le loro lingue. L’hanno leccata. Mi avete capito?
Hanno leccato la polvere di farina dall’acciaio arrugginito. Dalla sporcizia.
Dal retro di un camion che era già partito. Un ragazzo rideva. Non perché fosse
felice, ma perché il corpo impazzisce quando è affamato. Un altro piangeva, in
silenzio, come chi non crede più che qualcuno lo ascolti.
E io sono rimasto lì. Con tutta la mia vergogna. Con le mani in tasca, come un
uomo in attesa dell’autobus. Come se non stessi guardando la fine del mondo. […]
18 luglio 2025
[…] Stava piangendo per tutti noi. Per tutte le notti in cui abbiamo preferito
il silenzio al coraggio.
(brani tratti da Ezzideen Shehab, Diario di un giovane medico. Appunti dal
genocidio a Gaza, Mimesis, Udine-Milano, 2026)
Riceviamo e diffondiamo:
🐦CONTINUA LA LOTTA IN DIFESA DEGLI ORTI URBANI🌳
Chiediamo a tutte e tutti di dare il massimo risalto alla manifestazione
nazionale che si terrà il 5 settembre per controbattere alla gentrificazione
della nostra città e alla speculazione edilizia del costruttore Frangerini e del
comune suo complice.
🦎Dal 3 settembre sarà attivato anche un campeggio per chi desiderasse vivere a
pieno lo spazio🏕
Nel frattempo gli orti ospiteranno iniziative di ogni tipo, invitiamo tutta la
cittadinanza a partecipare ad una lotta che la coinvolge direttamente!
Per informazioni o adesioni scrivere a resisterealcemento@gmail.com
Continueremo a gridarlo:
CHI SEMINA CEMENTO, RACCOGLIE RESISTENZA!
Riceviamo e diffondiamo
L’Ue ha ridisegnato la deterrenza con la fabbrica ucraina. Schema valido anche
per il fianco Sud
Mentre si consuma la frattura Nato con gli Usa, nasce una realtà industriale
europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi
bilaterali vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Le grandi
aziende della Difesa hanno creato joint venture in Ucraina e stanno ricostruendo
la filiera produttiva. Una rivoluzione che va oltre i singoli governi
di Charly Ghezzi
“Il Sole 24 ore” del 14 agosto 2026
I baricentri della sicurezza europea e dell’economia di guerra hanno subito una
mutazione strutturale che non consente più scorciatoie retoriche: l’Europa sta
smettendo di essere l’ausiliario logistico di Washington per diventare, per
necessità prima ancora che per disegno dottrinale, il garante finanziario,
industriale e strategico della difesa ucraina e della propria deterrenza
convenzionale. La transizione non è figlia di una pianificazione accademica, ma
della cruda presa d’atto che l’equilibrio transatlantico è mutato in modo
irreversibile. Con gli Stati Uniti assorbiti dal confronto strategico
nell’Indo-Pacifico e da dinamiche legislative interne che rendono i flussi di
bilancio intermittenti, le cancellerie del vecchio Continente sono state
chiamate a colmare un vuoto che misura miliardi di euro, milioni di proiettili e
una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura manifatturiere. Il
passaggio dalle donazioni emergenziali di materiale di magazzino a una
programmazione pluriennale integrata rappresenta la vera discontinuità di questa
fase storica. Tra il 2024 e il 2026, l’Unione europea ha dovuto trasformare la
propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale
bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello
Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra
33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto –
per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev. Ma è sul terreno della finanza
straordinaria che si è consumato lo strappo più significativo: al vertice G7 di
Borgo Egnazia del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il
meccanismo Extraordinary Revenue Acceleration (ERA) da 50 miliardi di dollari,
cui l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con
il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024. Il
servizio del debito non grava sui contribuenti europei, ma capitalizza le
rendite nette straordinarie generate dai circa 210 miliardi di euro di asset
sovrani della Banca Centrale della Federazione Russa immobilizzati presso il
depositario centrale Euroclear in Belgio, traducendo una leva di diritto
finanziario internazionale in un flusso costante da 2,5 a 3 miliardi di euro
all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione.
Il tema fiscale del riarmo Ue
Questo impianto multilaterale trova il suo asse portante nelle quattro grandi
economie europee – Germania, Francia, Regno Unito e Italia – che hanno
progressivamente ancorato il proprio sostegno a trattati bilaterali decennali
sottoscritti nel quadro della Dichiarazione congiunta del G7 di Vilnius. Londra,
anticipando le capitali continentali nel gennaio 2024, ha formalizzato il
proprio accordo bilaterale stanziando pacchetti da oltre 3 miliardi di sterline
annue focalizzati su missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow, droni
marittimi e munizionamento guidato. A febbraio 2024, Berlino e Parigi hanno
impresso una svolta decisiva: la Germania ha stanziato oltre 7 miliardi di euro
annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di
difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia
ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage
2000-5, missili SCALP-EG e semoventi ruotati CAESAR. Nello stesso frangente, il
24 febbraio 2024, l’Italia ha siglato a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla
sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi
missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie
radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali guidate
da campioni nazionali come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità
navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.
L’apparato manifatturiero della Difesa
Tuttavia, l’efficacia della leva finanziaria si scontra con la rigidità
dell’apparato manifatturiero. Per tre decenni, la Base Tecnologica e Industriale
della Difesa Europea (EDTIB) è stata dimensionata per operazioni di proiezione
expeditionary a bassa intensità, determinando una cronica scarsità di presse per
lo stampaggio a caldo, catene di montaggio automatizzate e, soprattutto,
precursori chimici essenziali come nitrocellulosa, esogeno (RDX) e ottogeno
(HMX). Prima del 2022, l’intera capacità europea per i proiettili d’artiglieria
standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno. Attraverso lo
strumento ASAP (Act in Support of Ammunition Production), finanziato con 513
milioni di euro dal bilancio UE e capace di mobilitare oltre 1,4 miliardi di
investimenti complessivi lungo la catena di valore, e la strategia EDIS/EDIP
approvata a livello comunitario, i colossi industriali del continente –
Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo – hanno avviato un piano di
espansione che ha portato la capacità nominale europea a superare i 2 milioni di
colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro
il 2027.
La mutazione più rilevante sul piano tattico e logistico non avviene però nei
poligoni della Germania settentrionale o nelle valli francesi, ma direttamente
dentro i confini sovrani ucraini. La vulnerabilità intrinseca delle linee di
comunicazione transfrontaliere che attraversano i nodi di smistamento in
Polonia, Slovacchia e Romania ha imposto una delocalizzazione avanzata: i
costruttori europei non si limitano più a spedire hardware finito, ma creano
joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio
ucraino. Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e
le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e
l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi
CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle
unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo
avanzato della manifattura militare europea. Sul fronte del combattimento
tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di contatto ha
accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere
da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel,
Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha
neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze
standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz). La risposta tecnologica
europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala
di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci
di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a
15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al
disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo
per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale
d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a
corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con
munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex
di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono
lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce
balistiche e da crociera.
Un modello ormai avviato
Questo compendio di trasformazioni industriali, finanziarie e tecnologiche
produce un impatto geopolitico diretto sulla postura del Cremlino. Al di là dei
continui attacchi, la dottrina di Mosca, storicamente fondata sull’ipotesi che
la frammentazione politica delle democrazie occidentali e l’esaurimento delle
scorte Nato avrebbero inevitabilmente aperto la strada a una resa per
logoramento, si trova oggi di fronte a una realtà industriale europea
stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali
giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi
futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà
prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono
presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da
flussi di capitale sovrano e da una capacità produttiva autonoma che non può
essere smantellata da un singolo ciclo elettorale. Per l’Europa, la sfida dei
prossimi cinque anni non consiste nel decidere se assumere la leadership della
propria sicurezza, ma nel dimostrare la disciplina fiscale e la coesione
politica necessarie per consolidare un primato. Che – va detto – non servirà
soltanto per il fianco Est, ma anche per quello Sud. Non è dato sapere come si
svilupperanno le tensioni in Medioriente e se tali tensioni porteranno altra
instabilità in Africa. Se dovesse succedere, bisognerà replicare lo schema
intrapreso a Est.
Una compagna insegnante ci ha segnalato questo articolo di Daniela Tafani uscito
quasi due anni fa. Si tratta di un testo notevole e decisamente in
controtendenza. Benché sia attraversata, a nostro avviso, da qualche illusione
sul “digitale alternativo” e sulla possibilità di stabilire un uso “democratico”
di tecnologie costitutivamente imperiali, questa analisi si segnala innanzitutto
per la puntuale demistificazione del linguaggio con cui la “macchina delle
promesse” promuove l’IA. Sono riflessioni e materiali utili per quelle e quegli
insegnanti che vogliono resistere all’automatizzazione dell’istruzione, cioè
all’imposizione di “strumenti meccanici” come “ceppi di permanente minorità”
alle nuove generazioni.
https://btfp.sp.unipi.it/it/2024/10/omini-di-burro-scuole-e-universita-al-paese-dei-balocchi-dellia-generativa/