Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: Continuiamo a parlare di Sara e Sandro
Continuiamo a parlare di Sara e Sandro
La morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, avvenuta la notte tra il 19
e il 20 marzo a Roma a seguito dell’esplosione e del crollo di un casolare nel
Parco degli Acquedotti, ha aperto una ferita che non vuole essere rimarginata.
La reazione spontanea del movimento anarchico in Italia e nel mondo è stata in
larghissima parte dignitosa, coerentemente con il percorso di vita di due
rivoluzionari caduti combattendo. È mancato però fin’ora un vero e proprio
momento di confronto. Non è un fatto di cui ci rammarichiamo, anzi pensiamo che
i tempi dilatati siano in qualche modo necessari di fronte alla natura di questo
evento. Sono inevitabilmente i tempi lunghi del dolore, ma sono anche i tempi
lunghi della comprensione materiale dei fatti.
Non crediamo che la postura da prendere nei confronti di questa tragedia debba
essere quella di una lotta specifica, con le urgenze e le contingenze e l’ansia
di fare qualcosa di “pratico” che una lotta specifica impone. Certamente una
vicenda del genere ha avuto come corollario anche il manifestarsi di una serie
di momenti di lotta: il tentativo di sabotare con ogni misero stratagemma la
partecipazione ai funerali, il fermo preventivo di 91 anarchici nel tentativo di
depositare dei fiori nei presi del luogo dell’incidente la mattina del 29 marzo,
la macchina del fango mediatica contro la pasquetta in Valnerina in ricordo di
Sara. Tutti momenti che se sono diventati di lotta lo sono diventati a causa
dell’atteggiamento dello Stato e dei suoi servi, nei diversi posti di
combattimento allocati (nelle questure e nelle redazioni, nei ministeri e nei
tribunali), un atteggiamento teso a voler stendere una coltre di silenzio e di
emarginazione morale sui nostri compagni. Si pensi su tutti alla rivendicazione
politica del presidente del consiglio Giorgia Meloni del fermo preventivo dei 91
anarchici, prima applicazione assoluta di questo dispositivo introdotto
nell’ultimo “pacchetto sicurezza”.
Al netto di questi episodi di lotta, tanto più necessari in quanto era di
primaria importanza respingere al mittente il monito da parte dello Stato teso a
isolare socialmente e moralmente i due compagni caduti, non intendiamo la
questione essenziale della memoria di Sara e Sandro come una vicenda da
subordinare alle urgenze di una rivendicazione specifica, ma come un’eredità e
un patrimonio da conservare negli anni e nei decenni, da portare esso stesso
nelle lotte, in ogni lotta specifica.
Pensiamo che passati alcuni mesi da questo evento possa essere convocato un
primo momento di confronto globale sui fatti. Un confronto che dovrebbe
prendersi il tempo necessario per riflettere su almeno tre grandi ambiti.
In primo luogo, l’aspetto tecnico. Dovrebbe infatti essere prevista entro due
mesi la scadenza dei tempi per il deposito dei risultati delle autopsie, così
come potrebbero cominciare a essere depositate le informative di sbirri e
magistrati su come a loro parere si sarebbero svolti i fatti. Dire che non
abbiamo alcuna fiducia nel lavoro dei professionisti della repressione sarebbe
un eufemismo, in quanto il nostro atteggiamento nei loro confronti è di aperta
ostilità. Nondimeno, nelle condizioni date, con lo Stato che detiene il
monopolio della scienza, della ricerca, della stessa disponibilità fisica dei
corpi e del luogo dell’esplosione, le risultanze delle loro sgradite ricerche
assumono il valore di materiale “oggettivo”. Un compito importante sarà allora
quello di decostruire questo materiale, cercando di capire se c’è qualcosa che
non torna, qualcosa da denunciare, qualcosa su cui fare controinformazione e
controinchiesta.
In secondo luogo, vorremmo aprire una discussione di tipo etico-politico sulla
vicenda. Una discussione che per la verità è iniziata immediatamente dopo i
fatti, grazie ai tantissimi comunicati che hanno rivendicato con fierezza la
fratellanza e la complicità con Sara e con Sandro, che si è tenuta nelle
assemblee improvvisate a poche ore dalla diffusione della notizia della loro
morte, che è proseguita ai margini delle manifestazioni che ci sono state, negli
interventi nei pressi dei cimiteri, come pure all’interno delle celle di
sicurezza della questura di Roma. Vuoi perché alienata dalla diffusione
virtuale, vuoi perché dispersa nei rivoli delle diverse iniziative, vuoi
soprattutto per mancanza, del tutto naturale, di lucidità a seguito di una
tragedia che per molte settimane ha sconvolto ogni nostro pensiero, è mancato un
momento di discussione orizzontale e globale, convocato con sufficiente
preavviso affinché i compagni potessero organizzarsi per essere presenti e che
potessero arrivarci con dei ragionamenti che nel frattempo si sono sedimentati.
Da ultimo vorremmo affrontare una discussione sulle questioni pratiche e
organizzative da mettere in campo per continuare a far vivere Sara e Sandro nei
nostri percorsi. Dalle manifestazioni pubbliche, alle iniziative di tipo
editoriale, dalla dedica di spazi a loro nome alla postura da tenere nei
processi in cui questi compagni erano nostri coimputati, e altro ancora che
dovesse emergere nel corso della discussione.
PER CONTINUARE A PARLARE DI SARA E SANDRO. PERCHÉ NIENTE SIA STATO VANO. PERCHÉ
QUELLA FIACCOLA È ANCORA ACCESA.
CI VEDIAMO DOMENICA 5 LUGLIO DALLE ORE 10:30 AL CIRCOLO ANARCHICO “LA FAGLIA” IN
VIA MONTE BIANCO 23, FOLIGNO. IN CASO DI CALDO ECCESSIVO O SE GLI SPAZI FOSSERO
INSUFFICIENTI CI SPOSTEREMO NEI VICINI GIARDINI PUBBLICI
Source - il Rovescio
cronache dallo stato di emergenza
Riceviamo e diffondiamo:
Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi
e scatenati, nata come continuazione del progetto
“Haiku senza haiku” del 2023. La nuova raccolta prendera’ il nome di “Raices y
radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel
carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in
qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato
messicano”.
Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed
espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere
ogni giorno” in diverse latitudini.
Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo
nuovo progetto.
Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che
resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così
come ad ogni modalità di espressione libera.
Questa e’una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare
infiniti mondi nuovi!
Qui l’indirizzo email: raicesyradicalidad@canaglie.net
Riprendiamo
da https://altreconomia.it/un-rapporto-indaga-il-legame-tra-le-imprese-italiane-e-il-comparto-militare-di-israele/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL9526ANS
UN RAPPORTO INDAGA IL LEGAME TRA LE IMPRESE ITALIANE E IL COMPARTO MILITARE DI
ISRAELE
di Linda Maggiori — 6 Maggio 2026
Il dossier “Made in Italy, delivered to Israel” curato da una rete di
organizzazioni esamina le esportazioni di materiali d’armamento, dual use e
carburanti prodotti in Italia verso Tel Aviv tra l’ottobre 2023 e la fine del
2025. Inclusi strumenti elettronici e per la sorveglianza. Censiti oltre 430
invii ma è solo la punta dell’iceberg. Quali sono le aziende coinvolte e come
(non) ha risposto l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento alle
nostre domande
Una fitta rete di rapporti commerciali lega piccole e medie imprese italiane al
comparto militare israeliano, soprattutto nel settore della cybersecurity e
della sorveglianza. È uno degli aspetti che emerge dal rapporto “Made in Italy,
delivered to Israel” di marzo 2026 curato da Palestinian youth movement, Giovani
palestinesi d’Italia, People embargo for Palestine, Weapon watch, European legal
support center. Nel report sono stati ricostruiti oltre 430 invii di armamenti,
beni dual use e carburanti “Made in Italy” diretti al settore militare
israeliano dall’ottobre 2023 alla fine del 2025. Il tutto grazie alla visione di
alcuni registri di carico che sono soltanto la punta dell’iceberg. Strumenti e
componenti sono transitati da porti e aeroporti (in particolare dai porti di
Ravenna, Venezia, Genova, e dagli aeroporti di Fiumicino e Malpensa), senza
essere bloccati né sottoposti ad ispezione, nonostante la destinazione militare.
Dopo la pubblicazione del dossier, Altreconomia ha contattato le aziende citate
e l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) presso il
ministero degli Esteri. Uama non ha esplicitato nei dettagli le autorizzazioni
concesse alle aziende ma ha ribadito che “nessuna azienda ha ottenuto nuove
autorizzazioni per esportazioni di armamenti verso Israele dall’ottobre 2023”.
Ciò che era stato autorizzato in precedenza però non è stato fermato, “in
mancanza di un embargo o di una misura restrittiva unionale” (come quelle
adottate per la Russia, ndr).
La maggior parte delle aziende citate nel dossier (22 su 29 secondo i dati di
Weapon watch) non sono iscritte al Registro nazionale delle imprese (Rni). Tra
quelle che invece risultano iscritte troviamo Leonardo (con oltre 150
trasferimenti di armi e componenti a Israele), Telespazio, Elettronica, Eligio
Re Fraschini, Glenair, Secondo Mona, Almaviva. Il resto delle aziende non è
soggetto ai controlli previsti ai sensi della legge 185/90 e non può esportare
armi ma può vendere prodotti dual use (a uso civile e militare).
“Per quanto riguarda il materiale duale -spiega ad Altreconomia l’ufficio Uama-
le istanze di autorizzazione sono state valutate caso per caso in aderenza alla
vigente normativa unionale e nazionale e comunque nell’ottica di non consentire
esportazioni che, sulla base della natura tecnica dei beni, degli usi finali
dichiarati e del settore di attività degli utilizzatori finali, potessero far
presagire un qualsivoglia sostegno o un rafforzamento delle capacità militari
offensive delle Forze amate israeliane. Se un’azienda vuole esportare beni
‘listati’ cioè elencati nell’Allegato I del Regolamento dual use Ue 2021/821, a
prescindere dalla destinazione d’uso (militare o civile) deve inoltrare
richiesta a questo ufficio tramite il portale digitale ‘eLicensing’ che poi
valuta. In alcuni casi, in presenza di informazioni, provenienti da altri
soggetti istituzionali o dalle aziende esportatrici stesse, che adombravano il
possibile utilizzo di beni duali non listati a scopi militari offensivi, Uama ha
provveduto a sottoporre a obbligo autorizzativo anche esportazioni verso Israele
di tali beni, attraverso lo strumento della clausola onnicomprensiva mirata (la
cosiddetta Clausola ‘catch all’)”.
Secondo il Regolamento europeo, la clausola “catch all” si applica nei casi di
beni “non listati” destinati a usi e applicazioni militari in Paesi sottoposti a
embargo e non (art 4.2; art 8.2), ad attrezzature per sorveglianza informatica
con probabili usi repressivi (art 5,2), ad armi nucleari, chimiche o biologiche
(art 6,2). Le pene per le aziende che non comunicano il “sospetto” di uso
militare sono significative: fino a sei anni e una multa da 250mila euro in su.
È però evidente un limite: tutta questa procedura funziona solo se l’azienda
opera con due diligence e “denuncia” la sua esportazione come “sospetta”, con il
rischio di vedersi negata l’esportazione e perdere un cliente. Senza efficaci e
capillari controlli da parte delle dogane questa procedura resta lettera morta.
Che molte aziende abbiano ignorato la procedura è evidente anche a Uama, tanto
che pochi giorni dopo l’uscita del report e dopo la nostra richiesta di
chiarimenti, il 2 aprile 2026 l’ufficio del ministero degli Affari esteri ha
emanato un “comunicato tecnico” destinato a tutti gli “operatori economici” per
ribadire la procedura: “Si ricorda l’obbligo di informare senza indugio questa
Autorità laddove sussistano motivi per sospettare che prodotti a duplice uso o
prodotti di sorveglianza informatica non listati possono essere destinati, in
tutto o in parte, a usi militari. Alla luce di tale obbligo, si ricorda agli
operatori che -qualora ravvisino profili di rischio- dovranno sollecitamente
trasmettere a questa Autorità un’informativa completa di tutti i relativi
elementi, con riferimento alla natura dell’operazione, al prodotto interessato e
ai partner commerciali (destinatari e utilizzatori finali). Sulla base di tali
elementi, questa Autorità avvierà la procedura e comunicherà immediatamente
all’operatore se l’esportazione in oggetto è subordinata a procedimento di
autorizzazione”.
A differenza degli armamenti, sulle esportazioni e sulle importazioni dei beni
duali non c’è alcuna trasparenza, non vengono riportate nelle relazioni
ministeriali redatte ogni anno ai sensi della legge 185/90 e non ci sono
registri pubblici che ne tengano traccia. Non sappiamo, quindi, se le aziende
citate nel dossier abbiano richiesto e ottenuto le autorizzazioni. Alle nostre
domande solo tre aziende hanno risposto: Snap on Tools, Fireco e Glenair.
Snap on Tools, azienda di Cinisello Balsamo (MI), fornisce utensili per la
manutenzione al settore civile e militare, e ha vari appalti anche con il
ministero della Difesa italiano. L’azienda ci ha confermato di aver inviato
“carrelli porta attrezzi corredati di attrezzi” alla Elbit system, una delle più
grandi aziende israeliane di armamenti, che fornisce l’esercito israeliano nei
settori più vari: aerospaziale, terrestre, navale, cyber, intelligence (Istar) e
guerra elettronica. I suoi ricavi sono in continua crescita, arrivando a 7,94
miliardi di dollari nel 2025. Snap on Tools però sottolinea che “i carrelli
porta attrezzi e gli utensili esportati non sono considerati materiali di
armamento”.
La Fireco, azienda di Gussago, nel bresciano, specializzata in colonne
telescopiche (tubi in alluminio che si estendono verso l’alto), secondo il
dossier avrebbe effettuato un invio di materiale non meglio precisato alla Elbit
systems, divisione intelligence e sorveglianza (Elisra). Interpellata da
Altreconomia, l’azienda non ha negato l’invio ma ha sottolineato l’assoluta
correttezza dell’operazione, che si è svolta nel “pieno rispetto delle procedure
autorizzative”.
Inoltre, ha precisato di “non essere a conoscenza della destinazione d’uso del
prodotto” e ha ribadito “la totale estraneità rispetto a qualunque contesto o
impiego bellico dei propri prodotti e si dissocia da ogni forma di conflitto
armato”. Eppure, una brochure ufficiale con logo Fireco, fino a metà aprile
online, pubblicizzava “un’ampia gamma di alberi telescopici per applicazioni
militari: antenne elevabili, radar mobili, dispositivi di monitoraggio, sistemi
di sorveglianza e apparecchiature videosorveglianza”. In questa brochure, il cui
link è stato cancellato pochi giorni dopo la nostra richiesta di spiegazioni,
l’utilizzo militare è ben evidente e si specifica anche la destinazione dei
sistemi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Russia,
Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e proprio Israele. Nel sito della
succursale francese del gruppo Fireco, una brochure simile è ancora online, e
mostra l’utilizzo militare degli alberi telescopici. L’azienda ha avvisato
Altreconomia che “eventuali associazioni indebite della nostra azienda a
contesti di esportazione di materiale bellico saranno oggetto di opportune
valutazioni”.
Altra società citata nel dossier è la Glenair Italia Spa, succursale della
omonima multinazionale statunitense con sede a Granarolo Emilia (BO). Iscritta
al Registro nazionale delle imprese che esportano armi secondo le relazioni
ministeriali degli ultimi anni ha inviato varie spedizioni di connettori
elettrici per missili e altri strumenti bellici a vari Paesi nel mondo. Secondo
il dossier, da Granarolo Emilia sarebbero partite varie spedizioni di
“connettori elettrici” verso Elbit systems land Ltd, e verso Elbit cyclone dal
novembre 2023 al luglio 2025. L’azienda, contattata da Altreconomia riconosce di
aver effettuato spedizioni verso Israele, sottolineando però che “sono state
tutte fatte seguendo le normative e gli accordi imposti dal nostro governo”.
Visionando le relazioni ministeriali degli anni passati figurano pagamenti da
vari Paesi (Germania, Brasile, Regno Unito, Repubblica Ceca, Grecia, Svezia) ma
mai da Israele. Resta quindi da capire se queste esportazioni verso Elbit siano
state autorizzate da Uama prima dell’ottobre 2023 o abbiano seguito la via degli
accordi bilaterali tra Italia e Israele che non fanno rilevare le forniture
nelle relazioni ministeriali. Glenair ha aperto una succursale anche in Israele,
che fornisce cablaggi, connettori di grado militare e dispositivi per
intelligence e spionaggio all’esercito israeliano.
TS2 Engineering Srl, azienda di elettronica di Orvieto (TR), secondo il dossier
avrebbe inviato circuiti elettronici e amplificatori di potenza alla Elbit
system-Elisra. Il gruppo umbro non fa mistero dello stretto e continuativo
rapporto con partner israeliani. Nel loro sito compaiono i loghi di Elbit, Tel
Aviv University, Soreq nuclear research center (centro di studi nucleari situato
vicino a Yavne), IsraTek (produce componenti elettroniche per usi militari),
Liat electronics Ltd, (specializzata in apparecchiature elettroniche militari e
fornitore di di Rafael, Elbit e Iai). Tra i partner elencati c’è anche l’indiana
Alpha design technologies limited (gruppo Adani), che ha costituito joint
venture con Elbit e l’italiana Support logistic service che secondo le relazioni
ministeriali ha importato tecnologia militare da Israele. Contattata da
Altreconomia, l’azienda non ha commentato.
Altra azienda di cybersecurity citata nel dossier è Tattile Srl di Mairano (BS),
specializzata nel riconoscimento automatico delle targhe e nella gestione
intelligente del traffico. Avrebbe inviato dal giugno 2024 al settembre 2025
strumenti di misurazione ottica, tra cui luci infrarossi, alla Magalcom Ltd, in
Israele, che a sua volta fornisce servizi di sicurezza, sistemi di protezione
perimetrale e sorveglianza al sistema penitenziario e all’esercito israeliano.
Dal 2022 Tattile ha inoltre stretto una partnership tecnologica con Hailo, altra
azienda israeliana leader nello sviluppo di chip per l’intelligenza artificiale.
I processori israeliani AI Hailo vengono usati nelle telecamere Tattile “per
potenziare la nuova generazione di telecamere intelligenti” delle “smart cities”
in Italia. In Israele però i chip di Hailo vengono usati nelle telecamere per la
difesa dei “perimetri”, dei confini e dei muri, e implementati da Elbit Systems
nei droni di sorveglianza, inseguimento e targeting, con software di
riconoscimento facciale e biometrico. Interpellata più volte, non ha risposto.
Anche la Cyberdife di Roma, azienda che produce sistemi di comunicazione
avanzata e vende droni per la sorveglianza, secondo il dossier avrebbe spedito
“antenne” e “unità radio” con software “Enforce air 2” alla D-Fend Solutions,
azienda israeliana fornitore dell’esercito israeliano. Neppure questa azienda ha
risposto alle nostre domande, né ha spiegato come ha ottenuto le autorizzazioni
all’export del dual use.
“È sempre più evidente che è necessario un embargo totale, che si estenda anche
a tutti i prodotti dual use e all’import”, spiega Giovanni Fassina, direttore di
European legal support Ccnter, organizzazione di giuristi e avvocati
indipendenti con sede ad Amsterdam che sostiene legalmente il movimento di
solidarietà con la Palestina in Europa. “Vanno cancellate tutte le
autorizzazioni di esportazione già avviate e gli accordi di assistenza tecnica
attivi. Inoltre, va imposto lo stop al rifornimento di greggio e l’istituzione
di un controllo trasparente sul transito”.
Riceviamo e diffondiamo questo appello solidale con i compagni di Prosfygika:
15/05 – Sciopero della fame simbolico in solidarietà al compagno Aristotelis
Chatzis e alla compagna Suzon Doppagne
Nell’ambito dell’appello internazionale del Fronte Popolare Turco per uno
sciopero della fame simbolico di un giorno il 15 maggio, in solidarietà con
Prosfygika, un gruppo di compagni di Atene e Bologna ha deciso di aderire
all’appello.
Questa giornata non è stata scelta affatto casualmente.
È il giorno in cui il compagno Aristotelis Chatzis sarà al suo 100° giorno di
sciopero della fame(fino alla morte) e la compagna Suzon Doppagne al suo 15°
giorno.
È anche la data dell’anniversario della “Nakba” (che in arabo significa
“Catastrofe”), in cui quasi 1.000.000 di palestinesi furono espulsi dalla loro
terra, con lo scopo di creare lo stato assassino di “Israele” e l’ulteriore
espansione dell’entità sionista-tirannica.
Da allora ad oggi, i nostri fratelli e sorelle palestinesi non hanno mai smesso
di lottare per il ritorno alla loro terra.
SOLIDARIETÀ CON PROSFYGIKA.
SOLIDARIETÀ CON GLI SCIOPERANTI DELLA FAME FINO ALLA MORTE, ARISTOTELIS CHATZIS
E SUZON DOPPAGNE.
PALESTINA LIBERA, DAL FIUME FINO AL MARE.
“Vince sempre il giusto.
Un giorno vincerà l’uomo.
Un giorno la libertà vincerà la guerra.
Fratelli miei. Fratelli miei.
Un giorno vinceremo per sempre”.
Giannis Ritsos
Riceviamo e diffondiamo:
TATTOO CIRCUS BENEFIT PRIGIONIERX – 23 e 24 MAGGIO BOLOGNA
La tattoo circus vuole essere un momento dedicato al tatuaggio e al piercing
fuori dalle logiche di mercato, una pratica incentrata sulla solidarietà con le
persone rinchiuse dentro le carceri.
In un momento in cui guerre divorano corpi e territori e gli stati stringono la
morsa interna della repressione, sembra fondamentale creare e supportare
un’iniziativa come la tatto circus.
Un’occasione in cui porre al centro i percorsi di lotta e critica radicale nei
confronti della società che ci circonda, quella stessa società che produce e
necessita massacri per sopravvivere e carceri per reprimere.
Sarà una due giorni di discussione e condivisione di esperienze di lotta, di
resistenza.
La tattoo si terrà il 23 e 24 maggio al TRIBOLO in via Donato Creti 69/2.
CONTRO OGNI STATO, GALERA E CPR
AI CUORI GENEROSI, CON SARA E SANDRO
ALFREDO LIBERO
TUTTX LIBERX
Programma:
SABATO 23
14.00 INIZIO!
15.00 Djset e banchetti benefit
17.00 Presentazione della fanzine SBI-LANCIO Parole e immagini di una lotta
ancora da finire
contro 41bis ed ergastolo
19.00 Cena e inizio concerti! Con…
Anafem da Lamezia Terme
K19 Tribe da Palermo
Digiuno con Daddi e Dj TryCatch da Torino
22.00 FINE
DOMENICA 24
11.00 INIZIO
12.30 Pranzo
15.30 Presentazione del libro Next Stop Modena 2020. Viaggio tra le carceri di
Claudio Cipriani
…a seguire selezione di vinili
20.00 Cena
22.00 FINE
Le presentazioni, i banchetti ecc… si terranno al parchetto accanto al Tribolo
(Giardino Gustavo Trombetti, Via Lianori)
Riceviamo e diffondiamo:
Già su https://gancio.cisti.org/event/taz-contro-la-guerra-vol2
TAGLIAMO LA CORRENTE ALLE RETI DELLA GUERRA, ORGANIZZIAMOCI IN STRADA!
Da dove arriva l’energia che alimenta la macchina urbana e quale legame ha con
la guerra? Negli anni Settanta si è reso esplicito il nesso tra guerra e energia
come ambito strategico del tecno-capitalismo. Dalla “sicurezza energetica” alle
misure di austerità sociale, l’energia e la sua gestione entrano stabilmente
nell’orizzonte della sicurezza nazionale e del controllo dei comportamenti. Oggi
come allora, da Nord Stream, al blocco di Hormuz, ai contatori digitali, la
guerra non è solo al fronte: è nelle case e nella città che si fa smart, dove il
controllo passa sempre più dalla stessa infrastruttura tecnica che governa la
circolazione dei “flussi”. Città dei varchi, delle soglie, delle frontiere
interne, fatta di algoritmi, checkpoint, polizia.
Si fa strada il concetto di “lockdown energetico”, in una continuità inquietante
con l’esperienza del lockdown pandemico. Vengono descritti scenari in cui
l’energia non sarebbe più sufficiente a garantire la continuità della vita
sociale, rendendo inevitabili – ma solo per per qualcuno! – razionamento,
riduzione dei consumi, limitazione della mobilità, secondo la solita retorica
della necessità e della catastrofe naturale che cancella le cause sociali e
presenta ogni scelta come inevitabile.
In altri termini, una possibile di riorganizzazione coercitiva della vita
ridotta a flusso da parte dello stato e dei racket che governano la riproduzione
materiale di questo mondo, con effetti che si scaricano in modo diseguale sulle
condizioni di vita delle classi popolari. La possibilità di lockdown energetico
tiene insieme guerra esterna e guerra interna: la competizione mondiale per il
controllo dell’energia si riflette direttamente nella gestione interna della
scarsità indotta, nella selezione delle priorità di circolazione e nella
distribuzione differenziale e coercitiva del peso e dei costi della guerra.
Smart working e didattica a distanza, austerità energetica governata da
contatori digitali, teleriscaldamento, ZTL, checkpoint, QR code e telecamere che
decidono chi può muoversi e chi deve restare confinato, al buio o al freddo: chi
ha un’auto a benzina, chi vive in un palazzo vecchio e non efficiente, chi è uno
studente o un lavoratore “non essenziale”. Intanto, i data center, le fabbriche
della guerra e la loro logistica energivora devono continuare a girare in regime
di continuità assoluta, difesi militarmente, perché la loro interruzione
coinciderebbe con un collasso del sistema.
LA “SCARSITÀ” NON È UNIFORME. QUALE PARTE DELLA SOCIETÀ DEVE “RISPARMIARE”
ENERGIA, E QUALE INVECE È AUTORIZZATA A DIVORARLA SENZA LIMITI?
MA SOPRATTUTTO: ENERGIA PER PRODURRE E CONSUMARE COSA? PER QUALE SOCIETÀ? PER
QUALE VITA?
Per non farci trovare ancora una volta impreparati.
Per iniziare a discutere di come organizzarci contro il prossimo lockdown.
Per riattivare il rimosso di quella guerra contro la popolazione chiamata green
pass.
Come l’anno scorso più dell’anno scorso…
TAZ CONTRO LA GUERRA VOL.2
22 MAGGIO, GIARDINI REALI
× IN CASO DI PIOGGIA PARCO DORA ×
🔥BENEFIT LOTTA CONTRO LA GUERRA
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LABORATORIO DI PRODUZIONE DI COLLA PER ATTACCHINAGGIO STAMPE CONTRO LA GUERRA
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Porta pennellessa e secchiello!
💡ALLE 18:30 DISCUSSIONE APERTA💡
LOCKDOWN ENERGETICO O BLACKOUT COME OPPORTUNITÀ?
DA NORD STREAM E HORMUZ A TORINO: CHI DECIDE COSA RESTA ACCESO E CHI PUÒ
CIRCOLARE?
CON:
TORINO DISERTA
STEFANO CAPELLO (CUB)
CIBELE (RBO)
ALCUNI EX NOGREENPASS DI ROMA
🪇DALLE 21 MUSICA LIVE🪇
BUDA
RAKSHAZA
MOMPANTRONICS
…& ALTRI
A SEGUIRE DJ-SET
❤️🔥NON FARTELA RACCONTARE❤️🔥
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/
Perquisizione e arresto a Lecce (6 maggio 2026)
Nella mattina del 6 maggio un compagno di Lecce è stato perquisito per delle
scritte avvenute in città a gennaio scorso. Nove poliziotti si sono presentati a
casa del compagno e della sua famiglia alla ricerca di bombolette spray. Il
ritrovamento di un libretto però ha fatto sì che il compagno venisse denunciato
e condotto in carcere verosimilmente per quanto previsto dall’art. 1 del decreto
sicurezza 2025 che ha introdotto l’art. 270 quinquies del codice penale che
punisce chi detiene materiale con istruzioni contenenti anche tecniche di
sabotaggio. Entro cinque giorni si terrà l’interrogatorio di garanzia.
Seguiranno aggiornamenti
[Ricevuto via e-mail | Pubblicato in
https://disordine.noblogs.org/post/2026/05/07/perquisizione-e-arresto-a-lecce/ |
Ripubblicato in
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/]
Segnaliamo e rilanciamo l’importante manifestazione nazionale di sabato prossimo
a Milano:
https://pungolorosso.com/2026/05/09/16-e-29-maggio-due-importanti-giornate-di-lotta-contro-le-guerre-del-capitale-e-il-governo-meloni/
Riceviamo e volentieri diffondiamo questo testo appassionato e ricco di spunti,
che costringe a riflettere sui limiti della nostra (in)azione nell’epoca in cui
“l’uomo [è giunto] ai limiti della propria inesistenza”. Il titolo, assente nel
testo inviato, è nostro.
Qui in pdf: guerriglia sì
«È certo vero che l’organizzazione dell’esistente si sta sgretolando, vacilla,
non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa
debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani
iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che
resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito
anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza.
Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando
saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.»
Queste parole di Piero Coppo, da Critica radicale e rivoluzione, mi aiutano a
chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito
finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno
dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso
orale del questore di Messina.
Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine
pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della
giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme
sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo
la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un
freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei
“comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere
proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”.
Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la
revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata.
Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al
più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di
niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di
cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei
mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in
vita.
Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto
esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro
intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente,
sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel
mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a
ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi
sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e
il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè)
disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della
repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a
cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di
riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il
sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non
colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui
ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io
stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni
da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera
di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi,
(necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a
quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in
tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura.
Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante,
anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il
genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi
al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al
carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale
due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo
imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per
“rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto – novello “monello”
chapliniano – una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque
giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non
voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto”
ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo
l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco
demolito con le ruspe la palestra Lupo affinché dei luoghi di aggregazione e
discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole
passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile
per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”,
dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni, fogli di
via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza
rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe
sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler
espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non
sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si
accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure
continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse:
anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto
trentunenne aveva tentato il suicidio.
Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là
davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in
rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per
quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante
e tanto più si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni
interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo
sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della
galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un
corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza
subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia:
nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole
vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così
gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della
verbalizzazione inerte.
Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza
organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi
all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto.
Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di
detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i
corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti,
finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il
pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità
di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno
del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro
vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine
insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare
i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del
vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito
un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata
violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho
chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto
provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e
fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il
campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale
avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere
insieme i soldi per curarsi da un tumore.
La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo
Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera
pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi?
Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in
condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da
un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà
sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per
la messa in sicurezza di case scuole e ospedali?
Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna
economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la
stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha
inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di
un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una
bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa
penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o
Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso
le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? È stata forse rasa al suolo
da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle
migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi
insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo
etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”?
Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due
polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o
per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”?
Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca
di essere un terrorista, uno che si augura di far paura.
Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie
stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime
persone.
Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva
ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo
stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli
antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa
collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa
succederebbe oggi?
Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane
camerata col poster di Almirante – firmatario del Manifesto della razza che
diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché
si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele.
E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in
questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e
Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria
inconciliabilità con questo mondo immondo.
Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la
compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un
ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i
servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla
stazione di Bologna, a via dei Georgofili.
È storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato
uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita
deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare
il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele
all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo
scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia
e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in
carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi
da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse
io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere
finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri
privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto
i propri piedi?
Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il
terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla
ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso
dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è
giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la
popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di
giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non
a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici.
Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda
queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di
ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui
intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di
rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella
vita – l’adeguato seguito pratico.
Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine
esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto
questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!
Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere
costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che
tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone – alla faccia
degli ayatollah della mega-macchina capitalistica – ne fanno davvero esperienza
in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito
minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di
apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento
sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di
non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha
sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a
Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi
compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza
quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei
sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il
coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per
fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo
slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in
nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del
conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin
da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni
prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile
mela marcia venivano quasi tutti da fuori. Mi viene da vomitare e da piangere
nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è
davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori
dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle
maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi
riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a
lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a
porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto.
Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti,
leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente
a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non
direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa
vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo
statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di
banche, nei cui articoli mi posso riconoscere.
«1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che
determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano
a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di
chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non
accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del
loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in
piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e
per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) I
gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le
gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si
annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani
non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate
d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il
precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.»
Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della
questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di
imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per
istigazione a delinquere, si esprimeva così: «E’ innegabile che la diffusione
capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio
scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo
costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di
persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione
criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente.
Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla
violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da
chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di
coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e
tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.»
Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente
più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa
ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente
delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E
questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il
dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve
circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino
da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li
considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a
queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi
dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto
materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a
tutto il resto.
Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti
per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna
senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione.
Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti
sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le
università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme
(rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia
dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei
talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale.
Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali
nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi
all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare
con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi
schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la
promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto
sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi
hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti
poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi
establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran
parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada
dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere
torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero
pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx.
Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse
la neo-lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento
un’operazione di polizia internazionale.
(Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto
internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su
cui sono piovute bombe al fosforo bianco.)
Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che,
specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un
personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente
addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la
disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare
empatia.
Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua
Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere
fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in
carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più
ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi
lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati
dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta
schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto
processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria
delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta
dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è
quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e
dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica
che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali.
Delmastro – quello tutto law, order & camorra – ha proposto un encomio per gli
agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno
dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno
formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano
prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra
alla popolazione detenuta.
(Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra,
all’epoca del Covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte
reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.)
In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e
gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione
inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di
regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi
documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza
palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto
al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è
stato definito “terrorismo della parola”.
Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili,
che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un
regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla
possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che
“un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd
veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque
pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa
che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è
consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già
abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più
gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non
farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto.
Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo
rifiuto.
In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di
un nodo veramente cruciale.
Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio
due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence
italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in
poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla
rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una
manifestazione contro la guerra in Vietnam.
Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino
gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente
alla nostra contemporaneità.
«Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale
1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno,
appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni
degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono
gli stessi che occupavano Budapest e Praga.
Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche,
che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono
pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T-47 e del Leopard, come si
discute di modelli di automobili tra amici.
Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza;
sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il
rifiuto dell’obbedienza ai feticci.
Questa è la tragedia.
Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e
recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi.
‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come
potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in
passato, già risposero.
A. Eichmann, per esempio.
Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di
Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di
riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità
anche più grandi’.
La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario,
anziché il cuore di ogni politica.
Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa
chi, per azioni che finiscono non si sa dove.
Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario
dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha
cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito
allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più
gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui.
Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha
dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli
occhi, e poi partiamo’.
Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli
psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e
‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi,
ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione
al potere. [..]
Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata:
il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia;
l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini
del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato,
unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo
stile dell’ “Unità”, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno,
ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci
rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano.
E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo,
inevitabilmente, aiutato il Vietnam.»
Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando.
E credo che ragione del nostro discorso
non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri
per la guerra del Vietnam
ma sia: l’uso della violenza.
Oggi molti la violenza costringe a non parlare.
A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando.
E a pochi minuti da qui
– ben distribuita fra storiche architetture e autostrade –
un’altra violenza
troppi più altri obbliga
con le armi dei bisogni falsi e veri,
troppi più altri obbliga
spaventati o distratti
a parlar d’altro
o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando.
Ma noi non vogliamo dire la penultima parola,
la consolante penultima parola
che ci fa sentire abbastanza onesti.
La penultima parola che è
la peggiore nemica dell’ultima.
Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione
equivale a dire che oggi la situazione è rigida.
Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti
non è un episodio di polizia internazionale
non è soltanto un episodio di neocolonialismo
né soltanto una guerra d’aggressione.
Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori
che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza.
Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello
del conflitto radicale fra due classi di uomini.
Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini.
[..]
PER QUESTO I VIETNAMITI SONO OGGI IL POPOLO PIÙ LIBERO DELLA TERRA. PERCHÉ
NESSUNO COME ESSI INCARNA OGGI LA COSCIENZA DELLA NECESSITÀ.
NESSUNO SI DIMOSTRA CON TANTA COSTANZA
DEGNO DELLA ELEZIONE STORICA FEROCE
CHE IN SÉ RIASSUME TUTTI I CARATTERI DELL’OPPRESSIONE DEL PASSATO:
DOVE RAZZA, SOTTOSVILUPPO E PERSINO LA STESSA CONSISTENZA ETNICA
PAIONO FORMARE LA FIGURA DELL’UOMO RIDOTTO AL LIMITE
DELLA PROPRIA INESISTENZA, AL MARGINE DELLA REALTÀ.
MENTRE CHI LI SQUARTA E LI BRUCIA
È L’EREDE DI TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI D’OCCIDENTE
HANNO SAPUTO E PENSATO, L’EREDE
DEL CRISTIANESIMO, DEL RINASCIMENTO E DEL LIBERALISMO:
L’AMERICANO DEL NORD.
[..]
C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare.
È quello che dice Yankees go home, Americani a casa.
È giusto dirlo? Era giusto e lo è
dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa
sola.
Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America
La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo?
I marines possono anche andarsene.
Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria
e coloro che per una lunga via gerarchica
puntellano il sistema di potere e profitto,
l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto,
l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema.
Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi.
I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani
Non hanno bisogno della NATO .
Senza troppe lacrime lasciano la Francia.
State attenti che, seguendo un collaudato sistema,
partiti di governo o d’opposizione
non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino
a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire
dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico
contano già così poco
nella strategia complessiva delle due superpotenze.
E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere
per nobili cause non essenziali.
I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane
ed i sinodi vescovili
certo deplorano il massacro del Vietnam
e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime –
e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale –
sarebbero molto lieti della pace.
E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio
di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono.
[..]
Storia ed esperienza mi hanno insegnato
che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere.
A dividere sempre più violentemente il mondo,
a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione,
divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria,
per entro l’unità creata dal mercato internazionale,
per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione.
Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato,
vuol dire vedere identificare interpretare
l’unità confusa e corrotta che oggi esiste.
[..]
A noi la massima potenza industriale del mondo
ha passato, come si fa talvolta con i servi,
le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari,
gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie
di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni.
Se anzi c’era bisogno d’una conferma
Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti
dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è
nel loro odierno franco cinismo, in questa
loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia.
[..]
I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa
ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente
autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano
qualche bel gemito.
I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo
abbiamo accettato: il potere
politico fondato su quello economico,
lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti,
temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma
il sistema della libertà
come scelta obbligatoria
fra prodotti.
Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni
che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano
di ridursi alla parte che da essi
anche i loro amici vorrebbero. Non accettano
di essere i protagonisti di una situazione arretrata.
E nemmeno un simbolo. Della loro lotta
essi riconoscono amici ed eguali
soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico
ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine,
al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi
non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam
ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un
modo
diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo
che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta
nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».
Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi
perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione
permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione
Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più
omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e
dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello
Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il
monopolio del furore e della violenza; non a chi ne fa o ne dispone l’uso che
abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in
solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come
Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario,
per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo,
essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti
dell’opportunismo siano le telecamere –, ritornava ossessivo il ritornello:
“criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per
poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale,
che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la
manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non
provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la
conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che
fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere? La nostra
vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è
successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da
certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande
statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco
costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di
fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun
giudice ha avuto alcunché da ridire). Questo però non dovrebbe mai significare
revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo
avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di
cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi
della sottomissione singolare e comune. Il questore scrive: “Risitano leggeva a
tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i
propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi
criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa,
con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o
sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a
Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il
resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non
finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che
contiene tutti i crimini.
«Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato
italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di
movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma
condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di
righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la
solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. È proprio vero che dove lo
stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare; il mio
pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me. La vita mi ha portato
già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza
rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la
detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma
con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo. Il mio pensiero
da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel
lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta
per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono
rinchiusi. La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le
prigioni come quella in cui sono rinchiuso io. Anche ora che ho perso il
privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene
perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager
solo per la sua provenienza. Questo pensiero rende ancora più insignificante la
sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei
CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di
essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che
si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro.
Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR
Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR
Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni
detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore.
Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da
questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx
Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso
Libertà per Andre
Libertà per Guido
Libertà per tuttx
Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere! Fuoco alle questure, caserme e commissariati!
Paura dell’indifferenza e dell’arresto
Forza e grazie compagnx
Viva l’anarchia!
Viva gli e le harraga, che allah sia con voi!
Un grosso abbraccio
Poggioreale 14/09/2025»
Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in
fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a
muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le
emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose
di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio
affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più
possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro
un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune
trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio
piccolo contributo affinché possano essere poste – in comune e ognunx per sè –
delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro,
le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti
nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri
no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi
piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte
e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato
qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla
costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento
di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che
contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E
infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda
è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che
riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi
psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma né più né meno che chiunque non
sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso
ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non
interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale
calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere:
la passione è irriducibile al calcolo.
Riprendiamo
da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/05/08/guerra-e-repressione/.
Si tratta dell’intervento conclusivo del convegno “Sabotiamo la guerra e la
repressione” tenutosi a Viterbo lo scorso 8 febbraio.
Qui in pdf: VITERBO-Guerra-e-repressione-PER-PUBBLICAZIONE
Guerra e repressione
Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra
al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio
2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione.
Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema
guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno.
Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi
delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare
così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti
su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di
definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a
comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre
capacità di intervento.
La fine del mondo unipolare
Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione
della nostra assemblea: la guerra.
Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui
tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una
linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto
principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la
spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare,
tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹
Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo
unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni,
dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi
vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un
quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il
mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine,
nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia
statunitense.
L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione
dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli
anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in
aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari.
Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della
storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase
finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la
democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”.
Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul
predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e
neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un
autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi,
del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari
all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del
pianeta.
Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi
limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si
manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello
militare a quello etico.
Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della
geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko
in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci
interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro
punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi
sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra
agli oppressori.
Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali
economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un
insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su
diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del
possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della
competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello
della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario
alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro),
per arrivare fino a quello della forza militare.
Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso
come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e
Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova
potenza globale.
La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi
protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia
statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito
i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso
della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o
perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che
ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza
(America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale).
La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle
estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di
intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri
internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico
totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala
di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale,
in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima
origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio
od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure
espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia
più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra
fornisce al massimo un’interpretazione.
Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono
investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra
tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale,
quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni
transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una
determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica,
ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi
strutturali e profondi.
Alcune caratteristiche della guerra contemporanea
Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e
della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni
seguenti siano stati un periodo di pace.
A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a
mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato
esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di
conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di
interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni
propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo»,
che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo,
impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti
dell’industria e della classe militare.
Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre
asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze,
risorse e capacità tecnologiche.³
Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza
militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha
così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché
alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di
superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le
società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i
loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di
dottrina la guerra non è stata più vista dagli occidentali come un fenomeno che
ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo
gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare
questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte
interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a
comprendere quale tragedia sia la guerra .
Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli
avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari
contro cui si rivolge l’occidente sono vere e proprie potenze militari quali
Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno
scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica.
Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla
riproposizione di strategie del passato.
Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina,
ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da
allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in
Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio,
l’impiego di grandi masse di soldati, il grande consumo di materiali che servono
in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché
sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti
ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati
devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi,
avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla
coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi
dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente
allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa
in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea.
Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente
fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle
tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente
(che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni
pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco
all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a
distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto
diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio
algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e
l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire
l’eliminazione di un popolo).
Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per
essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del
convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di
identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora
pronti per alimentare quella distopica società del controllo totale che è un
incubo per tutti gli sfruttati ed un sogno per i capitalisti.
La guerra ibrida
Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della
guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma
che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto
variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere
dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre
determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida
possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni:
ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una
vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per
cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e
deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la
guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è
necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del
sistema dominante.
Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei
militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi.
Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli
apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in
testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove
fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera
genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro
diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e
coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della
corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso,
ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle
strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale
in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo
palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la
diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare
realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare
correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la
condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra
ibrida.⁵
I fronti della repressione
Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in
considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco
al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della
popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione
della libertà di espressione.
Mondo del lavoro
Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a
questioni di necessità che di opportunità.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per
i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di
società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a
partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno
progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico
per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione
sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle
condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il
precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i
risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione,
se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente
pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a
vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste
giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo
di base ne è testimonianza.
La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a
termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono
l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e
aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato
del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale
(pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società
fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde
di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è
necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta
affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità,
necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la
tenuta.
La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e
l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei
lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i
blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a
tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe
essere notevolmente aggravato.
Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe
lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente
guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e
armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra.
Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente
impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia,
come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero
ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente
specializzato, selezionato e fidelizzato.
Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non
può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e
interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per
il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi.
Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina
bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora
completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la
guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il
blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per
impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno
dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la
guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice,
qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della
militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non
vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono
per uccidere i loro fratelli.
Esclusione sociale
«Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra
radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa
dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali
sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in
cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono
parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di
combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle
enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società
capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della
popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi
aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per
combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano
le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha
messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città.
Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle
nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele,
ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una
colonia penale extraterritoriale.
Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire
militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo
del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la
funzione di esercito industriale di riserva.
Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi
sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati
a livello di massa.
Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella
quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita
di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la
repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista
tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in
quanto detenuti.
L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come
forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva
prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela,
dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e
soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di
espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che
questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento
ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo.
Società del controllo
La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del
controllo che rappresenta un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli
sfruttati. La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e
dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di
condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e
sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per
essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente
una costante della nostra quotidianità.
Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello
della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che
prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e
predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a
determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre
(ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone
a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei
dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra
società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della
capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che
questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di
controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di
controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo.
Repressione politica
Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa»
nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di
“antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che
chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle
autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra
ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta.
In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non
statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte
rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci.
Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è
quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica.
Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al
corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti
dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che
hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo
ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse».
La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic
terrorism». Gli Stati capitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e
trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano
in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli
spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte.
Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione
politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze
rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione
preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui
nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis,
l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di
associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali
la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e
tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari
decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che
contengono sempre elementi di repressione politica.
Censura
Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che
per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura.
Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo
l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema
dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente
l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza
come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità
di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le
aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le
mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la
spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi
si mobilita contro il genocidio in Palestina.
Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo
affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure
tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte
ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente
falsificata.
La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha
comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce
costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione
indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è
attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione
falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e
da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali,
apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte
appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare
statunitense).
Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la
tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema
dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque
faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di
mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi
occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal
panorama della comunicazione ufficiale.
Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose
stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le
iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di
parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere
liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di
una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i
canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli
ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet
ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello
dell’operazione Sibilla.⁶
Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione
leggi specifiche.
Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo
della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta
di introduzione del DDL “antisemitismo”.
Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della
parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un
anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in
seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo
arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle
palestinesi. ⁷
Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed
anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale
41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di
comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è
impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di
partecipazione al dibattito politico.
Conclusioni
A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste
conclusioni.
La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un
aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione
sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta
aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente
nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni
inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo
proporzionale.
La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per
aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la
repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e
contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi
delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue
forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati,
non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della
repressione è la controinsurrezione.
Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo né
l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta
certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita
un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il
movimento di classe può crescere e rafforzarsi.
Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna
possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario
riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una
manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali
quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una
reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista.
Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è
possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i
suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del
mondo.
Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in
grado di cambiare l’ordine presente delle cose.
Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la
lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione
disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in
un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di
riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere
posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base
per il lavoro da fare.
Viterbo, 8 febbraio 2026
NOTE
¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf
²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e
l’ultimo uomo, 1992)
³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso
dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo
(1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno
causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della
«balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in
Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo
(2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma
sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella
Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra
fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti.
L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e
recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie
capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani.
⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio
quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream);
omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi
(gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di
paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle
petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia),
inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le
concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni
statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in
Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e
degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio
informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire
dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO,
molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei
movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il
conflitto sociale interno agli Stati avversari.
⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/
⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/
⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/
https://pagineesteri.it/2026/05/07/america-latina/i-file-audio-che-svelano-il-piano-di-trump-e-netanyahu-per-la-colonizzazione-dellamerica-latina/?fbclid=IwY2xjawRpyPNleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeAboKelqePsMbLRFWN1ehr9n5Bs-2h8LLWyA7-1kP1bcckrZMeOIaJVzEb4s_aem_OYlRARki4hur-odGyAcb1Q
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/27/sentenza-del-processo-per-il-caso-ampelokipoi-marianna-manoura-e-dimitra-zarafeta-condannate-rispettivamente-a-19-e-8-anni-di-prigione/
Sentenza del processo per il caso Ampelokipoi: Marianna Manoura e Dimitra
Zarafeta condannate rispettivamente a 19 e 8 anni di prigione
Dimitris P., Nikos Romanos e A.K. sono stati assolti per mancanza di prove e
sono tutti liberi.
Per quanto riguarda le compagne Dimitra Zarafeta e Marianna Manoura,
Dimitra è stata condannata «per la sua posizione assunta durante il processo,
per non aver rinunciato alle sue idee e per aver espresso le sue opinioni senza
valutare se ciò potesse ritorcersi contro di lei».
Il tribunale non ha accolto le circostanze attenuanti per Marianna.
Nel caso di Dimitra, la maggioranza ha accettato solo il paragrafo relativo alla
buona condotta dopo il compimento del reato, ovvero durante la detenzione in
carcere.
Marianna M. e Dimitra Z. sono state condannate per:
associazione a delinquere;
fabbricazione aggravata di ordigni esplosivi;
possesso di materiali esplosivi, ordigni esplosivi, pistole e munizioni;
fornitura e possesso di materiali esplosivi;
esplosione mediante l’uso di materiali esplosivi;
danneggiamento di beni altrui.
Pene complessive:
19 anni per la compagna Marianna.
8 anni per la compagna Dimitra.
L’UNICO TERRORISTA È LO STATO
FUOCO ALLE PRIGIONI
KYRIAKOS XYMITIRIS PER SEMPRE PRESENTE
[Pubblicato in inglese in
https://actforfree.noblogs.org/2026/04/24/updates-from-the-12th-final-hearing-of-the-ampelokipi-case-decision-day/
| Tradotto in italiano e pubblicato in
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/27/sentenza-del-processo-per-il-caso-ampelokipoi-marianna-manoura-e-dimitra-zarafeta-condannate-rispettivamente-a-19-e-8-anni-di-prigione/]