Source - il Rovescio

cronache dallo stato di emergenza

Continuiamo a parlare di Sara e Sandro. Discussione a Foligno domenica 5 luglio
Riceviamo e diffondiamo: Qui la chiamata in pdf: Continuiamo a parlare di Sara e Sandro Continuiamo a parlare di Sara e Sandro La morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, avvenuta la notte tra il 19 e il 20 marzo a Roma a seguito dell’esplosione e del crollo di un casolare nel Parco degli Acquedotti, ha aperto una ferita che non vuole essere rimarginata. La reazione spontanea del movimento anarchico in Italia e nel mondo è stata in larghissima parte dignitosa, coerentemente con il percorso di vita di due rivoluzionari caduti combattendo. È mancato però fin’ora un vero e proprio momento di confronto. Non è un fatto di cui ci rammarichiamo, anzi pensiamo che i tempi dilatati siano in qualche modo necessari di fronte alla natura di questo evento. Sono inevitabilmente i tempi lunghi del dolore, ma sono anche i tempi lunghi della comprensione materiale dei fatti. Non crediamo che la postura da prendere nei confronti di questa tragedia debba essere quella di una lotta specifica, con le urgenze e le contingenze e l’ansia di fare qualcosa di “pratico” che una lotta specifica impone. Certamente una vicenda del genere ha avuto come corollario anche il manifestarsi di una serie di momenti di lotta: il tentativo di sabotare con ogni misero stratagemma la partecipazione ai funerali, il fermo preventivo di 91 anarchici nel tentativo di depositare dei fiori nei presi del luogo dell’incidente la mattina del 29 marzo, la macchina del fango mediatica contro la pasquetta in Valnerina in ricordo di Sara. Tutti momenti che se sono diventati di lotta lo sono diventati a causa dell’atteggiamento dello Stato e dei suoi servi, nei diversi posti di combattimento allocati (nelle questure e nelle redazioni, nei ministeri e nei tribunali), un atteggiamento teso a voler stendere una coltre di silenzio e di emarginazione morale sui nostri compagni. Si pensi su tutti alla rivendicazione politica del presidente del consiglio Giorgia Meloni del fermo preventivo dei 91 anarchici, prima applicazione assoluta di questo dispositivo introdotto nell’ultimo “pacchetto sicurezza”. Al netto di questi episodi di lotta, tanto più necessari in quanto era di primaria importanza respingere al mittente il monito da parte dello Stato teso a isolare socialmente e moralmente i due compagni caduti, non intendiamo la questione essenziale della memoria di Sara e Sandro come una vicenda da subordinare alle urgenze di una rivendicazione specifica, ma come un’eredità e un patrimonio da conservare negli anni e nei decenni, da portare esso stesso nelle lotte, in ogni lotta specifica. Pensiamo che passati alcuni mesi da questo evento possa essere convocato un primo momento di confronto globale sui fatti. Un confronto che dovrebbe prendersi il tempo necessario per riflettere su almeno tre grandi ambiti. In primo luogo, l’aspetto tecnico. Dovrebbe infatti essere prevista entro due mesi la scadenza dei tempi per il deposito dei risultati delle autopsie, così come potrebbero cominciare a essere depositate le informative di sbirri e magistrati su come a loro parere si sarebbero svolti i fatti. Dire che non abbiamo alcuna fiducia nel lavoro dei professionisti della repressione sarebbe un eufemismo, in quanto il nostro atteggiamento nei loro confronti è di aperta ostilità. Nondimeno, nelle condizioni date, con lo Stato che detiene il monopolio della scienza, della ricerca, della stessa disponibilità fisica dei corpi e del luogo dell’esplosione, le risultanze delle loro sgradite ricerche assumono il valore di materiale “oggettivo”. Un compito importante sarà allora quello di decostruire questo materiale, cercando di capire se c’è qualcosa che non torna, qualcosa da denunciare, qualcosa su cui fare controinformazione e controinchiesta. In secondo luogo, vorremmo aprire una discussione di tipo etico-politico sulla vicenda. Una discussione che per la verità è iniziata immediatamente dopo i fatti, grazie ai tantissimi comunicati che hanno rivendicato con fierezza la fratellanza e la complicità con Sara e con Sandro, che si è tenuta nelle assemblee improvvisate a poche ore dalla diffusione della notizia della loro morte, che è proseguita ai margini delle manifestazioni che ci sono state, negli interventi nei pressi dei cimiteri, come pure all’interno delle celle di sicurezza della questura di Roma. Vuoi perché alienata dalla diffusione virtuale, vuoi perché dispersa nei rivoli delle diverse iniziative, vuoi soprattutto per mancanza, del tutto naturale, di lucidità a seguito di una tragedia che per molte settimane ha sconvolto ogni nostro pensiero, è mancato un momento di discussione orizzontale e globale, convocato con sufficiente preavviso affinché i compagni potessero organizzarsi per essere presenti e che potessero arrivarci con dei ragionamenti che nel frattempo si sono sedimentati. Da ultimo vorremmo affrontare una discussione sulle questioni pratiche e organizzative da mettere in campo per continuare a far vivere Sara e Sandro nei nostri percorsi. Dalle manifestazioni pubbliche, alle iniziative di tipo editoriale, dalla dedica di spazi a loro nome alla postura da tenere nei processi in cui questi compagni erano nostri coimputati, e altro ancora che dovesse emergere nel corso della discussione. PER CONTINUARE A PARLARE DI SARA E SANDRO. PERCHÉ NIENTE SIA STATO VANO. PERCHÉ QUELLA FIACCOLA È ANCORA ACCESA. CI VEDIAMO DOMENICA 5 LUGLIO DALLE ORE 10:30 AL CIRCOLO ANARCHICO “LA FAGLIA” IN VIA MONTE BIANCO 23, FOLIGNO. IN CASO DI CALDO ECCESSIVO O SE GLI SPAZI FOSSERO INSUFFICIENTI CI SPOSTEREMO NEI VICINI GIARDINI PUBBLICI
Iniziative
Stato di emergenza
“Raìces y radicalidad”: nuova chiamata internazionale alla poesia da Juan Sorroche e Miguel Peralta
Riceviamo e diffondiamo: Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto “Haiku senza haiku” del 2023. La nuova raccolta prendera’ il nome di “Raices y radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato messicano”. Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere ogni giorno” in diverse latitudini. Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo nuovo progetto. Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così come ad ogni modalità di espressione libera. Questa e’una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare infiniti mondi nuovi! Qui l’indirizzo email: raicesyradicalidad@canaglie.net
Stato di emergenza
Materiali
Le collaborazioni made in Italy con il genocidio
Riprendiamo da https://altreconomia.it/un-rapporto-indaga-il-legame-tra-le-imprese-italiane-e-il-comparto-militare-di-israele/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL9526ANS UN RAPPORTO INDAGA IL LEGAME TRA LE IMPRESE ITALIANE E IL COMPARTO MILITARE DI ISRAELE di Linda Maggiori — 6 Maggio 2026 Il dossier “Made in Italy, delivered to Israel” curato da una rete di organizzazioni esamina le esportazioni di materiali d’armamento, dual use e carburanti prodotti in Italia verso Tel Aviv tra l’ottobre 2023 e la fine del 2025. Inclusi strumenti elettronici e per la sorveglianza. Censiti oltre 430 invii ma è solo la punta dell’iceberg. Quali sono le aziende coinvolte e come (non) ha risposto l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento alle nostre domande Una fitta rete di rapporti commerciali lega piccole e medie imprese italiane al comparto militare israeliano, soprattutto nel settore della cybersecurity e della sorveglianza. È uno degli aspetti che emerge dal rapporto “Made in Italy, delivered to Israel” di marzo 2026 curato da Palestinian youth movement, Giovani palestinesi d’Italia, People embargo for Palestine, Weapon watch, European legal support center. Nel report sono stati ricostruiti oltre 430 invii di armamenti, beni dual use e carburanti “Made in Italy” diretti al settore militare israeliano dall’ottobre 2023 alla fine del 2025. Il tutto grazie alla visione di alcuni registri di carico che sono soltanto la punta dell’iceberg. Strumenti e componenti sono transitati da porti e aeroporti (in particolare dai porti di Ravenna, Venezia, Genova, e dagli aeroporti di Fiumicino e Malpensa), senza essere bloccati né sottoposti ad ispezione, nonostante la destinazione militare. Dopo la pubblicazione del dossier, Altreconomia ha contattato le aziende citate e l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) presso il ministero degli Esteri. Uama non ha esplicitato nei dettagli le autorizzazioni concesse alle aziende ma ha ribadito che “nessuna azienda ha ottenuto nuove autorizzazioni per esportazioni di armamenti verso Israele dall’ottobre 2023”. Ciò che era stato autorizzato in precedenza però non è stato fermato, “in mancanza di un embargo o di una misura restrittiva unionale” (come quelle adottate per la Russia, ndr). La maggior parte delle aziende citate nel dossier (22 su 29 secondo i dati di Weapon watch) non sono iscritte al Registro nazionale delle imprese (Rni). Tra quelle che invece risultano iscritte troviamo Leonardo (con oltre 150 trasferimenti di armi e componenti a Israele), Telespazio, Elettronica, Eligio Re Fraschini, Glenair, Secondo Mona, Almaviva. Il resto delle aziende non è soggetto ai controlli previsti ai sensi della legge 185/90 e non può esportare armi ma può vendere prodotti dual use (a uso civile e militare). “Per quanto riguarda il materiale duale -spiega ad Altreconomia l’ufficio Uama- le istanze di autorizzazione sono state valutate caso per caso in aderenza alla vigente normativa unionale e nazionale e comunque nell’ottica di non consentire esportazioni che, sulla base della natura tecnica dei beni, degli usi finali dichiarati e del settore di attività degli utilizzatori finali, potessero far presagire un qualsivoglia sostegno o un rafforzamento delle capacità militari offensive delle Forze amate israeliane. Se un’azienda vuole esportare beni ‘listati’ cioè elencati nell’Allegato I del Regolamento dual use Ue 2021/821, a prescindere dalla destinazione d’uso (militare o civile) deve inoltrare richiesta a questo ufficio tramite il portale digitale ‘eLicensing’ che poi valuta. In alcuni casi, in presenza di informazioni, provenienti da altri soggetti istituzionali o dalle aziende esportatrici stesse, che adombravano il possibile utilizzo di beni duali non listati a scopi militari offensivi, Uama ha provveduto a sottoporre a obbligo autorizzativo anche esportazioni verso Israele di tali beni, attraverso lo strumento della clausola onnicomprensiva mirata (la cosiddetta Clausola ‘catch all’)”. Secondo il Regolamento europeo, la clausola “catch all” si applica nei casi di beni “non listati” destinati a usi e applicazioni militari in Paesi sottoposti a embargo e non (art 4.2; art 8.2), ad attrezzature per sorveglianza informatica con probabili usi repressivi (art 5,2), ad armi nucleari, chimiche o biologiche (art 6,2). Le pene per le aziende che non comunicano il “sospetto” di uso militare sono significative: fino a sei anni e una multa da 250mila euro in su. È però evidente un limite: tutta questa procedura funziona solo se l’azienda opera con due diligence e “denuncia” la sua esportazione come “sospetta”, con il rischio di vedersi negata l’esportazione e perdere un cliente. Senza efficaci e capillari controlli da parte delle dogane questa procedura resta lettera morta. Che molte aziende abbiano ignorato la procedura è evidente anche a Uama, tanto che pochi giorni dopo l’uscita del report e dopo la nostra richiesta di chiarimenti, il 2 aprile 2026 l’ufficio del ministero degli Affari esteri ha emanato un “comunicato tecnico” destinato a tutti gli “operatori economici” per ribadire la procedura: “Si ricorda l’obbligo di informare senza indugio questa Autorità laddove sussistano motivi per sospettare che prodotti a duplice uso o prodotti di sorveglianza informatica non listati possono essere destinati, in tutto o in parte, a usi militari. Alla luce di tale obbligo, si ricorda agli operatori che -qualora ravvisino profili di rischio- dovranno sollecitamente trasmettere a questa Autorità un’informativa completa di tutti i relativi elementi, con riferimento alla natura dell’operazione, al prodotto interessato e ai partner commerciali (destinatari e utilizzatori finali). Sulla base di tali elementi, questa Autorità avvierà la procedura e comunicherà immediatamente all’operatore se l’esportazione in oggetto è subordinata a procedimento di autorizzazione”. A differenza degli armamenti, sulle esportazioni e sulle importazioni dei beni duali non c’è alcuna trasparenza, non vengono riportate nelle relazioni ministeriali redatte ogni anno ai sensi della legge 185/90 e non ci sono registri pubblici che ne tengano traccia. Non sappiamo, quindi, se le aziende citate nel dossier abbiano richiesto e ottenuto le autorizzazioni. Alle nostre domande solo tre aziende hanno risposto: Snap on Tools, Fireco e Glenair. Snap on Tools, azienda di Cinisello Balsamo (MI), fornisce utensili per la manutenzione al settore civile e militare, e ha vari appalti anche con il ministero della Difesa italiano. L’azienda ci ha confermato di aver inviato “carrelli porta attrezzi corredati di attrezzi” alla Elbit system, una delle più grandi aziende israeliane di armamenti, che fornisce l’esercito israeliano nei settori più vari: aerospaziale, terrestre, navale, cyber, intelligence (Istar) e guerra elettronica. I suoi ricavi sono in continua crescita, arrivando a 7,94 miliardi di dollari nel 2025. Snap on Tools però sottolinea che “i carrelli porta attrezzi e gli utensili esportati non sono considerati materiali di armamento”. La Fireco, azienda di Gussago, nel bresciano, specializzata in colonne telescopiche (tubi in alluminio che si estendono verso l’alto), secondo il dossier avrebbe effettuato un invio di materiale non meglio precisato alla Elbit systems, divisione intelligence e sorveglianza (Elisra). Interpellata da Altreconomia, l’azienda non ha negato l’invio ma ha sottolineato l’assoluta correttezza dell’operazione, che si è svolta nel “pieno rispetto delle procedure autorizzative”. Inoltre, ha precisato di “non essere a conoscenza della destinazione d’uso del prodotto” e ha ribadito “la totale estraneità rispetto a qualunque contesto o impiego bellico dei propri prodotti e si dissocia da ogni forma di conflitto armato”. Eppure, una brochure ufficiale con logo Fireco, fino a metà aprile online, pubblicizzava “un’ampia gamma di alberi telescopici per applicazioni militari: antenne elevabili, radar mobili, dispositivi di monitoraggio, sistemi di sorveglianza e apparecchiature videosorveglianza”. In questa brochure, il cui link è stato cancellato pochi giorni dopo la nostra richiesta di spiegazioni, l’utilizzo militare è ben evidente e si specifica anche la destinazione dei sistemi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Russia, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e proprio Israele. Nel sito della succursale francese del gruppo Fireco, una brochure simile è ancora online, e mostra l’utilizzo militare degli alberi telescopici. L’azienda ha avvisato Altreconomia che “eventuali associazioni indebite della nostra azienda a contesti di esportazione di materiale bellico saranno oggetto di opportune valutazioni”. Altra società citata nel dossier è la Glenair Italia Spa, succursale della omonima multinazionale statunitense con sede a Granarolo Emilia (BO). Iscritta al Registro nazionale delle imprese che esportano armi secondo le relazioni ministeriali degli ultimi anni ha inviato varie spedizioni di connettori elettrici per missili e altri strumenti bellici a vari Paesi nel mondo. Secondo il dossier, da Granarolo Emilia sarebbero partite varie spedizioni di “connettori elettrici” verso Elbit systems land Ltd, e verso Elbit cyclone dal novembre 2023 al luglio 2025. L’azienda, contattata da Altreconomia riconosce di aver effettuato spedizioni verso Israele, sottolineando però che “sono state tutte fatte seguendo le normative e gli accordi imposti dal nostro governo”. Visionando le relazioni ministeriali degli anni passati figurano pagamenti da vari Paesi (Germania, Brasile, Regno Unito, Repubblica Ceca, Grecia, Svezia) ma mai da Israele. Resta quindi da capire se queste esportazioni verso Elbit siano state autorizzate da Uama prima dell’ottobre 2023 o abbiano seguito la via degli accordi bilaterali tra Italia e Israele che non fanno rilevare le forniture nelle relazioni ministeriali. Glenair ha aperto una succursale anche in Israele, che fornisce cablaggi, connettori di grado militare e dispositivi per intelligence e spionaggio all’esercito israeliano. TS2 Engineering Srl, azienda di elettronica di Orvieto (TR), secondo il dossier avrebbe inviato circuiti elettronici e amplificatori di potenza alla Elbit system-Elisra. Il gruppo umbro non fa mistero dello stretto e continuativo rapporto con partner israeliani. Nel loro sito compaiono i loghi di Elbit, Tel Aviv University, Soreq nuclear research center (centro di studi nucleari situato vicino a Yavne), IsraTek (produce componenti elettroniche per usi militari), Liat electronics Ltd, (specializzata in apparecchiature elettroniche militari e fornitore di di Rafael, Elbit e Iai). Tra i partner elencati c’è anche l’indiana Alpha design technologies limited (gruppo Adani), che ha costituito joint venture con Elbit e l’italiana Support logistic service che secondo le relazioni ministeriali ha importato tecnologia militare da Israele. Contattata da Altreconomia, l’azienda non ha commentato. Altra azienda di cybersecurity citata nel dossier è Tattile Srl di Mairano (BS), specializzata nel riconoscimento automatico delle targhe e nella gestione intelligente del traffico. Avrebbe inviato dal giugno 2024 al settembre 2025 strumenti di misurazione ottica, tra cui luci infrarossi, alla Magalcom Ltd, in Israele, che a sua volta fornisce servizi di sicurezza, sistemi di protezione perimetrale e sorveglianza al sistema penitenziario e all’esercito israeliano. Dal 2022 Tattile ha inoltre stretto una partnership tecnologica con Hailo, altra azienda israeliana leader nello sviluppo di chip per l’intelligenza artificiale. I processori israeliani AI Hailo vengono usati nelle telecamere Tattile “per potenziare la nuova generazione di telecamere intelligenti” delle “smart cities” in Italia. In Israele però i chip di Hailo vengono usati nelle telecamere per la difesa dei “perimetri”, dei confini e dei muri, e implementati da Elbit Systems nei droni di sorveglianza, inseguimento e targeting, con software di riconoscimento facciale e biometrico. Interpellata più volte, non ha risposto. Anche la Cyberdife di Roma, azienda che produce sistemi di comunicazione avanzata e vende droni per la sorveglianza, secondo il dossier avrebbe spedito “antenne” e “unità radio” con software “Enforce air 2” alla D-Fend Solutions, azienda israeliana fornitore dell’esercito israeliano. Neppure questa azienda ha risposto alle nostre domande, né ha spiegato come ha ottenuto le autorizzazioni all’export del dual use. “È sempre più evidente che è necessario un embargo totale, che si estenda anche a tutti i prodotti dual use e all’import”, spiega Giovanni Fassina, direttore di European legal support Ccnter, organizzazione di giuristi e avvocati indipendenti con sede ad Amsterdam che sostiene legalmente il movimento di solidarietà con la Palestina in Europa. “Vanno cancellate tutte le autorizzazioni di esportazione già avviate e gli accordi di assistenza tecnica attivi. Inoltre, va imposto lo stop al rifornimento di greggio e l’istituzione di un controllo trasparente sul transito”.
Contributi
Per il 15 maggio, giorno della Nakba. Appello allo sciopero della fame simbolico a fianco di Aristotelis, Suzon e Prosfygika
Riceviamo e diffondiamo questo appello solidale con i compagni di Prosfygika: 15/05 – Sciopero della fame simbolico in solidarietà al compagno Aristotelis Chatzis e alla compagna Suzon Doppagne Nell’ambito dell’appello internazionale del Fronte Popolare Turco per uno sciopero della fame simbolico di un giorno il 15 maggio, in solidarietà con Prosfygika, un gruppo di compagni di Atene e Bologna ha deciso di aderire all’appello. Questa giornata non è stata scelta affatto casualmente. È il giorno in cui il compagno Aristotelis Chatzis sarà al suo 100° giorno di sciopero della fame(fino alla morte) e la compagna Suzon Doppagne al suo 15° giorno. È anche la data dell’anniversario della “Nakba” (che in arabo significa “Catastrofe”), in cui quasi 1.000.000 di palestinesi furono espulsi dalla loro terra, con lo scopo di creare lo stato assassino di “Israele” e l’ulteriore espansione dell’entità sionista-tirannica. Da allora ad oggi, i nostri fratelli e sorelle palestinesi non hanno mai smesso di lottare per il ritorno alla loro terra. SOLIDARIETÀ CON PROSFYGIKA. SOLIDARIETÀ CON GLI SCIOPERANTI DELLA FAME FINO ALLA MORTE, ARISTOTELIS CHATZIS E SUZON DOPPAGNE. PALESTINA LIBERA, DAL FIUME FINO AL MARE. “Vince sempre il giusto. Un giorno vincerà l’uomo. Un giorno la libertà vincerà la guerra. Fratelli miei. Fratelli miei. Un giorno vinceremo per sempre”. Giannis Ritsos
Carcere
Bologna, 23-24 maggio: Tattoo circus benefit per i prigionieri
Riceviamo e diffondiamo: TATTOO CIRCUS BENEFIT PRIGIONIERX – 23 e 24 MAGGIO BOLOGNA La tattoo circus vuole essere un momento dedicato al tatuaggio e al piercing fuori dalle logiche di mercato, una pratica incentrata sulla solidarietà con le persone rinchiuse dentro le carceri. In un momento in cui guerre divorano corpi e territori e gli stati stringono la morsa interna della repressione, sembra fondamentale creare e supportare un’iniziativa come la tatto circus. Un’occasione in cui porre al centro i percorsi di lotta e critica radicale nei confronti della società che ci circonda, quella stessa società che produce e necessita massacri per sopravvivere e carceri per reprimere. Sarà una due giorni di discussione e condivisione di esperienze di lotta, di resistenza. La tattoo si terrà il 23 e 24 maggio al TRIBOLO in via Donato Creti 69/2. CONTRO OGNI STATO, GALERA E CPR AI CUORI GENEROSI, CON SARA E SANDRO ALFREDO LIBERO TUTTX LIBERX Programma: SABATO 23 14.00 INIZIO! 15.00 Djset e banchetti benefit 17.00 Presentazione della fanzine SBI-LANCIO Parole e immagini di una lotta ancora da finire contro 41bis ed ergastolo 19.00 Cena e inizio concerti! Con… Anafem da Lamezia Terme K19 Tribe da Palermo Digiuno con Daddi e Dj TryCatch da Torino 22.00 FINE DOMENICA 24 11.00 INIZIO 12.30 Pranzo 15.30 Presentazione del libro Next Stop Modena 2020. Viaggio tra le carceri di Claudio Cipriani …a seguire selezione di vinili 20.00 Cena 22.00 FINE Le presentazioni, i banchetti ecc… si terranno al parchetto accanto al Tribolo (Giardino Gustavo Trombetti, Via Lianori)
Iniziative
Torino, venerdì 22 maggio: TAZ CONTRO LA GUERRA vol.2_Lockdown energetico o Blackout come occasione?
Riceviamo e diffondiamo: Già su https://gancio.cisti.org/event/taz-contro-la-guerra-vol2 TAGLIAMO LA CORRENTE ALLE RETI DELLA GUERRA, ORGANIZZIAMOCI IN STRADA! Da dove arriva l’energia che alimenta la macchina urbana e quale legame ha con la guerra? Negli anni Settanta si è reso esplicito il nesso tra guerra e energia come ambito strategico del tecno-capitalismo. Dalla “sicurezza energetica” alle misure di austerità sociale, l’energia e la sua gestione entrano stabilmente nell’orizzonte della sicurezza nazionale e del controllo dei comportamenti. Oggi come allora, da Nord Stream, al blocco di Hormuz, ai contatori digitali, la guerra non è solo al fronte: è nelle case e nella città che si fa smart, dove il controllo passa sempre più dalla stessa infrastruttura tecnica che governa la circolazione dei “flussi”. Città dei varchi, delle soglie, delle frontiere interne, fatta di algoritmi, checkpoint, polizia. Si fa strada il concetto di “lockdown energetico”, in una continuità inquietante con l’esperienza del lockdown pandemico. Vengono descritti scenari in cui l’energia non sarebbe più sufficiente a garantire la continuità della vita sociale, rendendo inevitabili – ma solo per per qualcuno! – razionamento, riduzione dei consumi, limitazione della mobilità, secondo la solita retorica della necessità e della catastrofe naturale che cancella le cause sociali e presenta ogni scelta come inevitabile. In altri termini, una possibile di riorganizzazione coercitiva della vita ridotta a flusso da parte dello stato e dei racket che governano la riproduzione materiale di questo mondo, con effetti che si scaricano in modo diseguale sulle condizioni di vita delle classi popolari. La possibilità di lockdown energetico tiene insieme guerra esterna e guerra interna: la competizione mondiale per il controllo dell’energia si riflette direttamente nella gestione interna della scarsità indotta, nella selezione delle priorità di circolazione e nella distribuzione differenziale e coercitiva del peso e dei costi della guerra. Smart working e didattica a distanza, austerità energetica governata da contatori digitali, teleriscaldamento, ZTL, checkpoint, QR code e telecamere che decidono chi può muoversi e chi deve restare confinato, al buio o al freddo: chi ha un’auto a benzina, chi vive in un palazzo vecchio e non efficiente, chi è uno studente o un lavoratore “non essenziale”. Intanto, i data center, le fabbriche della guerra e la loro logistica energivora devono continuare a girare in regime di continuità assoluta, difesi militarmente, perché la loro interruzione coinciderebbe con un collasso del sistema. LA “SCARSITÀ” NON È UNIFORME. QUALE PARTE DELLA SOCIETÀ DEVE “RISPARMIARE” ENERGIA, E QUALE INVECE È AUTORIZZATA A DIVORARLA SENZA LIMITI? MA SOPRATTUTTO: ENERGIA PER PRODURRE E CONSUMARE COSA? PER QUALE SOCIETÀ? PER QUALE VITA? Per non farci trovare ancora una volta impreparati. Per iniziare a discutere di come organizzarci contro il prossimo lockdown. Per riattivare il rimosso di quella guerra contro la popolazione chiamata green pass. Come l’anno scorso più dell’anno scorso… TAZ CONTRO LA GUERRA VOL.2 22 MAGGIO, GIARDINI REALI × IN CASO DI PIOGGIA PARCO DORA ×   🔥BENEFIT LOTTA CONTRO LA GUERRA & OP. IPOGEO🔥 🧨DALLE 17🧨 + PANINI + BAR + DISTRO + LABORATORIO DI PRODUZIONE DI COLLA PER ATTACCHINAGGIO STAMPE CONTRO LA GUERRA CON GRAFICATTAC Porta pennellessa e secchiello! 💡ALLE 18:30 DISCUSSIONE APERTA💡 LOCKDOWN ENERGETICO O BLACKOUT COME OPPORTUNITÀ? DA NORD STREAM E HORMUZ A TORINO: CHI DECIDE COSA RESTA ACCESO E CHI PUÒ CIRCOLARE? CON: TORINO DISERTA STEFANO CAPELLO (CUB) CIBELE (RBO) ALCUNI EX NOGREENPASS DI ROMA 🪇DALLE 21 MUSICA LIVE🪇 BUDA RAKSHAZA MOMPANTRONICS …& ALTRI A SEGUIRE DJ-SET ❤️‍🔥NON FARTELA RACCONTARE❤️‍🔥
Iniziative
Rompere le righe
Stato di emergenza
Lecce, 6 maggio: Compagno perquisito e arrestato per “terrorismo della parola”
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/ Perquisizione e arresto a Lecce (6 maggio 2026) Nella mattina del 6 maggio un compagno di Lecce è stato perquisito per delle scritte avvenute in città a gennaio scorso. Nove poliziotti si sono presentati a casa del compagno e della sua famiglia alla ricerca di bombolette spray. Il ritrovamento di un libretto però ha fatto sì che il compagno venisse denunciato e condotto in carcere verosimilmente per quanto previsto dall’art. 1 del decreto sicurezza 2025 che ha introdotto l’art. 270 quinquies del codice penale che punisce chi detiene materiale con istruzioni contenenti anche tecniche di sabotaggio. Entro cinque giorni si terrà l’interrogatorio di garanzia. Seguiranno aggiornamenti [Ricevuto via e-mail | Pubblicato in https://disordine.noblogs.org/post/2026/05/07/perquisizione-e-arresto-a-lecce/ | Ripubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/]
Stato di emergenza
“Guerriglia, sì!” Parole di un compagno a seguito di un avviso orale
Riceviamo e volentieri diffondiamo questo testo appassionato e ricco di spunti, che costringe a riflettere sui limiti della nostra (in)azione nell’epoca in cui “l’uomo [è giunto] ai limiti della propria inesistenza”. Il titolo, assente nel testo inviato, è nostro.  Qui in pdf: guerriglia sì «È certo vero che l’organizzazione dell’esistente si sta sgretolando, vacilla, non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza. Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.» Queste parole di Piero Coppo, da Critica radicale e rivoluzione, mi aiutano a chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso orale del questore di Messina. Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei “comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”. Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata. Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in vita. Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente, sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè) disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi, (necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura. Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante, anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per “rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto – novello “monello” chapliniano – una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto” ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco demolito con le ruspe la palestra Lupo affinché dei luoghi di aggregazione e discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”, dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni, fogli di via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse: anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto trentunenne aveva tentato il suicidio. Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante e tanto più si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia: nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della verbalizzazione inerte. Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto. Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti, finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere insieme i soldi per curarsi da un tumore. La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi? Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per la messa in sicurezza di case scuole e ospedali? Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? È stata forse rasa al suolo da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”? Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”? Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca di essere un terrorista, uno che si augura di far paura. Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime persone. Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa succederebbe oggi? Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane camerata col poster di Almirante – firmatario del Manifesto della razza che diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele. E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria inconciliabilità con questo mondo immondo. Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a via dei Georgofili. È storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto i propri piedi? Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici. Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella vita – l’adeguato seguito pratico. Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa! Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone – alla faccia degli ayatollah della mega-macchina capitalistica – ne fanno davvero esperienza in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile mela marcia venivano quasi tutti da fuori. Mi viene da vomitare e da piangere nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto. Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti, leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di banche, nei cui articoli mi posso riconoscere. «1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) I gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.» Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per istigazione a delinquere, si esprimeva così: «E’ innegabile che la diffusione capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente. Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.» Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a tutto il resto. Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione. Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme (rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale. Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx. Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse la neo-lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento un’operazione di polizia internazionale. (Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su cui sono piovute bombe al fosforo bianco.) Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che, specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare empatia. Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali. Delmastro – quello tutto law, order & camorra – ha proposto un encomio per gli agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra alla popolazione detenuta. (Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra, all’epoca del Covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.) In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è stato definito “terrorismo della parola”. Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili, che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto. Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo rifiuto. In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di un nodo veramente cruciale. Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente alla nostra contemporaneità. «Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale 1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno, appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono gli stessi che occupavano Budapest e Praga. Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche, che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T-47 e del Leopard, come si discute di modelli di automobili tra amici. Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza; sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il rifiuto dell’obbedienza ai feticci. Questa è la tragedia. Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi. ‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in passato, già risposero. A. Eichmann, per esempio. Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità anche più grandi’. La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario, anziché il cuore di ogni politica. Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa chi, per azioni che finiscono non si sa dove. Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui. Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli occhi, e poi partiamo’. Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e ‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi, ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione al potere. [..] Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata: il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia; l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato, unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo stile dell’ “Unità”, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno, ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano. E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo, inevitabilmente, aiutato il Vietnam.» Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando. E credo che ragione del nostro discorso non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri per la guerra del Vietnam ma sia: l’uso della violenza. Oggi molti la violenza costringe a non parlare.  A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando. E a pochi minuti da qui – ben distribuita fra storiche architetture e autostrade – un’altra violenza troppi più altri obbliga con le armi dei bisogni falsi e veri, troppi più altri obbliga spaventati o distratti a parlar d’altro o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando. Ma noi non vogliamo dire la penultima parola, la consolante penultima parola che ci fa sentire abbastanza onesti. La penultima parola che è la peggiore nemica dell’ultima.   Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione equivale a dire che oggi la situazione è rigida. Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti non è un episodio di polizia internazionale non è soltanto un episodio di neocolonialismo né soltanto una guerra d’aggressione. Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza. Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello del conflitto radicale fra due classi di uomini. Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini. [..] PER QUESTO I VIETNAMITI SONO OGGI IL POPOLO PIÙ LIBERO DELLA TERRA. PERCHÉ NESSUNO COME ESSI INCARNA OGGI LA COSCIENZA DELLA NECESSITÀ. NESSUNO SI DIMOSTRA CON TANTA COSTANZA DEGNO DELLA ELEZIONE STORICA FEROCE CHE IN SÉ RIASSUME TUTTI I CARATTERI DELL’OPPRESSIONE DEL PASSATO: DOVE RAZZA, SOTTOSVILUPPO E PERSINO LA STESSA CONSISTENZA ETNICA PAIONO FORMARE LA FIGURA DELL’UOMO RIDOTTO AL LIMITE DELLA PROPRIA INESISTENZA, AL MARGINE DELLA REALTÀ. MENTRE CHI LI SQUARTA E LI BRUCIA È L’EREDE DI TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI D’OCCIDENTE HANNO SAPUTO E PENSATO, L’EREDE DEL CRISTIANESIMO, DEL RINASCIMENTO E DEL LIBERALISMO: L’AMERICANO DEL NORD. [..] C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare. È quello che dice Yankees go home, Americani a casa. È giusto dirlo? Era giusto e lo è dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa sola. Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo? I marines possono anche andarsene. Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria e coloro che per una lunga via gerarchica puntellano il sistema di potere e profitto, l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto, l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema. Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi. I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani Non hanno bisogno della NATO . Senza troppe lacrime lasciano la Francia. State attenti che, seguendo un collaudato sistema, partiti di governo o d’opposizione non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico contano già così poco nella strategia complessiva delle due superpotenze. E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere per nobili cause non essenziali. I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane ed i sinodi vescovili certo deplorano il massacro del Vietnam e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime – e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale – sarebbero molto lieti della pace. E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono. [..] Storia ed esperienza mi hanno insegnato  che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere. A dividere sempre più violentemente il mondo, a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione, divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria, per entro l’unità creata dal mercato internazionale, per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione. Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato, vuol dire vedere identificare interpretare l’unità confusa e corrotta che oggi esiste. [..] A noi la massima potenza industriale del mondo ha passato, come si fa talvolta con i servi, le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari, gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni. Se anzi c’era bisogno d’una conferma Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è nel loro odierno franco cinismo, in questa loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia. [..] I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano qualche bel gemito. I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo abbiamo accettato: il potere politico fondato su quello economico, lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti, temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma il sistema della libertà come scelta obbligatoria fra prodotti. Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano di ridursi alla parte che da essi anche i loro amici vorrebbero. Non accettano di essere i protagonisti di una situazione arretrata. E nemmeno un simbolo. Della loro lotta essi riconoscono amici ed eguali soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine, al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un modo diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».   Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il monopolio del furore e della violenza; non a chi ne fa o ne dispone l’uso che abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario, per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo, essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti dell’opportunismo siano le telecamere –, ritornava ossessivo il ritornello: “criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale, che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere? La nostra vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun giudice ha avuto alcunché da ridire). Questo però non dovrebbe mai significare revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi della sottomissione singolare e comune. Il questore scrive: “Risitano leggeva a tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa, con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che contiene tutti i crimini. «Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. È proprio vero che dove lo stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare; il mio pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me. La vita mi ha portato già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo. Il mio pensiero da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono rinchiusi. La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le prigioni come quella in cui sono rinchiuso io. Anche ora che ho perso il privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager solo per la sua provenienza. Questo pensiero rende ancora più insignificante la sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro. Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore. Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso Libertà per Andre Libertà per Guido Libertà per tuttx Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere! Fuoco alle questure, caserme e commissariati! Paura dell’indifferenza e dell’arresto Forza e grazie compagnx Viva l’anarchia! Viva gli e le harraga, che allah sia con voi! Un grosso abbraccio Poggioreale 14/09/2025» Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo affinché possano essere poste – in comune e ognunx per sè – delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro, le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma né più né meno che chiunque non sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere: la passione è irriducibile al calcolo.
Approfondimenti
Stato di emergenza
Guerra e repressione (dal convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio)
Riprendiamo da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/05/08/guerra-e-repressione/. Si tratta dell’intervento conclusivo del convegno “Sabotiamo la guerra e la repressione” tenutosi a Viterbo lo scorso 8 febbraio. Qui in pdf: VITERBO-Guerra-e-repressione-PER-PUBBLICAZIONE Guerra e repressione Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio 2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione. Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno. Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre capacità di intervento. La fine del mondo unipolare Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione della nostra assemblea: la guerra. Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare, tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹ Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni, dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine, nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia statunitense. L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari. Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”. Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi, del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del pianeta. Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello militare a quello etico. Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra agli oppressori. Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro), per arrivare fino a quello della forza militare. Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova potenza globale. La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza (America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale). La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale, in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra fornisce al massimo un’interpretazione. Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale, quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica, ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi strutturali e profondi. Alcune caratteristiche della guerra contemporanea Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni seguenti siano stati un periodo di pace. A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo», che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo, impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti dell’industria e della classe militare. Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze, risorse e capacità tecnologiche.³ Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di dottrina la guerra non è stata più vista dagli occidentali come un fenomeno che ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a comprendere quale tragedia sia la guerra . Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari contro cui si rivolge l’occidente sono vere e proprie potenze militari quali Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica. Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla riproposizione di strategie del passato. Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina, ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio, l’impiego di grandi masse di soldati, il grande consumo di materiali che servono in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi, avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea. Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente (che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire l’eliminazione di un popolo). Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora pronti per alimentare quella distopica società del controllo totale che è un incubo per tutti gli sfruttati ed un sogno per i capitalisti. La guerra ibrida Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni: ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del sistema dominante. Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi. Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso, ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra ibrida.⁵ I fronti della repressione Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione della libertà di espressione. Mondo del lavoro Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a questioni di necessità che di opportunità. Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione, se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo di base ne è testimonianza. La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale (pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità, necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la tenuta. La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe essere notevolmente aggravato. Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra. Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia, come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente specializzato, selezionato e fidelizzato. Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi. Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice, qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono per uccidere i loro fratelli. Esclusione sociale «Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città. Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele, ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una colonia penale extraterritoriale. Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la funzione di esercito industriale di riserva. Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati a livello di massa. Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in quanto detenuti. L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela, dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo. Società del controllo La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del controllo che rappresenta un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli sfruttati. La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente una costante della nostra quotidianità. Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre (ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo. Repressione politica Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa» nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di “antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta. In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci. Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica. Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse». La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic terrorism». Gli Stati capitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte. Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis, l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che contengono sempre elementi di repressione politica. Censura Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura. Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi si mobilita contro il genocidio in Palestina. Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente falsificata. La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali, apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare statunitense). Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal panorama della comunicazione ufficiale. Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello dell’operazione Sibilla.⁶ Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione leggi specifiche. Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta di introduzione del DDL “antisemitismo”. Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi. ⁷ Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale 41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di partecipazione al dibattito politico. Conclusioni A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste conclusioni. La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo proporzionale. La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati, non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della repressione è la controinsurrezione. Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo né l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il movimento di classe può crescere e rafforzarsi. Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista. Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del mondo. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose. Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base per il lavoro da fare. Viterbo, 8 febbraio 2026 NOTE ¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf ²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992) ³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo (1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della «balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo (2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti. L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani. ⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream); omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi (gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia), inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO, molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il conflitto sociale interno agli Stati avversari. ⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/ ⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/ ⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/
Approfondimenti
Rompere le righe
Grecia, sentenza del caso “Ampelokipoi”: Marianna e Dimitra condannate a pene pesanti
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/27/sentenza-del-processo-per-il-caso-ampelokipoi-marianna-manoura-e-dimitra-zarafeta-condannate-rispettivamente-a-19-e-8-anni-di-prigione/ Sentenza del processo per il caso Ampelokipoi: Marianna Manoura e Dimitra Zarafeta condannate rispettivamente a 19 e 8 anni di prigione Dimitris P., Nikos Romanos e A.K. sono stati assolti per mancanza di prove e sono tutti liberi. Per quanto riguarda le compagne Dimitra Zarafeta e Marianna Manoura, Dimitra è stata condannata «per la sua posizione assunta durante il processo, per non aver rinunciato alle sue idee e per aver espresso le sue opinioni senza valutare se ciò potesse ritorcersi contro di lei». Il tribunale non ha accolto le circostanze attenuanti per Marianna. Nel caso di Dimitra, la maggioranza ha accettato solo il paragrafo relativo alla buona condotta dopo il compimento del reato, ovvero durante la detenzione in carcere. Marianna M. e Dimitra Z. sono state condannate per: associazione a delinquere; fabbricazione aggravata di ordigni esplosivi; possesso di materiali esplosivi, ordigni esplosivi, pistole e munizioni; fornitura e possesso di materiali esplosivi; esplosione mediante l’uso di materiali esplosivi; danneggiamento di beni altrui. Pene complessive: 19 anni per la compagna Marianna. 8 anni per la compagna Dimitra. L’UNICO TERRORISTA È LO STATO FUOCO ALLE PRIGIONI KYRIAKOS XYMITIRIS PER SEMPRE PRESENTE [Pubblicato in inglese in https://actforfree.noblogs.org/2026/04/24/updates-from-the-12th-final-hearing-of-the-ampelokipi-case-decision-day/ | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/04/27/sentenza-del-processo-per-il-caso-ampelokipoi-marianna-manoura-e-dimitra-zarafeta-condannate-rispettivamente-a-19-e-8-anni-di-prigione/]
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