Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed
energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del
centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è
seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo
dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a
fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per
l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata
stampa).
Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli
scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi”
ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante),
più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per
l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche
il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la
decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha
tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi
nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un
«terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo
appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente
il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere
quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre
più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia
contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi
tutti in galera (e magari in 41-bis)”.
Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche
dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello
voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e
“pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la
criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una
sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà
di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli
effetti sempre più tangibili della sua economia.
E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla
mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14
milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni
precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera
storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4
milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si
considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato
che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno
“radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra
Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del
governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di
governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza
cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono
molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a
votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che
pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo),
il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla –
potrebbe riservare brutte sorprese.
Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe
pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati
da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si
presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al
malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto
alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa
per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda.
Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione
penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto
sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad
accelerarne il varo?
“Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo
che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde
sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata,
davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni
spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti
a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello
scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto
sicurezza “ex ddl 1660”).
Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra.
Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza
sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno
dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la
guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro
presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione,
prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore
locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente
convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno
al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso
barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta
dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un
attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta
intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente
a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo
bastonate.
Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di
arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato
inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi
ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i
giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle
centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per
passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca
della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti,
feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi
collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono
facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a
differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu
per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di
Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e
sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di
morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando.
Per quanto ci riguarda, bene così.
Source - il Rovescio
cronache dallo stato di emergenza
https://www.invictapalestina.org/archives/60759
L’incendio
«Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi.
«Non puoi».
Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo
esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte
le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare
ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le
sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito
della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi.
Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un
“paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso
di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel
cuore.
Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato.
Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete
costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad
una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente
senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene
presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in
superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi
sentire nell’acqua.
Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le
fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le
fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita.
Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza.
All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o
il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale
queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo.
Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere
di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter
interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby,
tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete
inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli
cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del
Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si
annienta la vita incompatibile con la sua avanzata.
Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo
d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è
quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che
è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe
Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere
è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza
palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non
resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura
addirittura all’interno della cinica conta dei morti.
Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato
di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete
provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come
selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare
attenzione, di capire.
Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a
tutti.
Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere
i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva
che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così
come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona
sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò
che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il
significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione.
Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la
libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in
una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato
rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la
poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono
dell’umanità.
«Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?».
«Perché poi uno come te perde il controllo».
«Non lo perdiamo, lo acquistiamo».
«Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che
dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene».
Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura
rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le
accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade?
Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a
sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto
ne facesse sanguinare a decine o a centinaia?
Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per
ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra
essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che
l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è
stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E
comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue
pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non
sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che
essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è
quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano,
approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così
come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le
città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga.
Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti.
Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se
non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle
proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare
l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno?
Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro.
Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del
“fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe
potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste
nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che
incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è
inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema.
Conservavano la vita.
La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la
rivoluzione.
«Vi fate ingannare dalle regole del cuore».
«No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio».
«Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con
questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere
pericolosi. Voi siete dei terroristi!».
«Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno
uno».
Dalla digitalizzazione dell’esercito al primo campo di concentramento smart
previsto a Rafah, la striscia di Gaza è ormai un laboratorio mondiale della
repressione e delle carneficine high tech. Oppurtunamente testate, queste
ritornano nelle metropoli in cui vengono finanziate e progettate:
https://www.ecologica.online/2025/12/18/gaza-citta-americane-droni-normalizzando-sorveglianza-massa/
Non è affatto retorico, quindi, parlare di israelizzazione delle nostre società
e dire – con un brivido in cui terrore ed empatia si fondono nel nostro sangue
occidentale – che Gaza si avvicina.
Per Israele un esercito digitale «addestrato» a Gaza
di Eliana Riva
Laboratorio Palestina Cento milioni alla Elbyt Systems per nuovi sistemi di
intelligenza artificiale: colpiranno chiunque si muova in una data zona e
identificato meccanicamente come “obiettivo”. Un progetto nato «dalle lezioni
apprese negli ultimi due anni di combattimento»
Israele sta realizzando una nuova generazione di «esercito digitale di terra»,
interamente costruita sulle azioni militari compiute a Gaza e in Libano. Un
cospicuo finanziamento è stato approvato con l’obiettivo di creare ciò che gli
ufficiali dell’esercito definiscono «un’implementazione delle lezioni apprese
negli ultimi due anni di combattimento», riporta il Jerusalem Post.
I banchi di scuola dell’esercito sono le macerie della Striscia, accumulate da
sistemi definiti «di precisione» ma che hanno provocato oltre 71mila morti, in
gran parte donne e bambini. Intere famiglie sono state cancellate nel sonno,
spesso a partire da segnalazioni dell’intelligenza artificiale, che indicavano
il rientro a casa di un presunto affiliato di Hamas. È bastato questo, non si sa
quante volte, perché una voce umana ordinasse di distruggere intere abitazioni,
uccidendo chiunque fosse all’interno.
EPPURE, TRA GLI OBIETTIVI dichiarati da Elbit Systems, non si legge della
necessità di limitare le vittime civili. Anzi, Doron Daniel, vicepresidente
della società a cui il governo israeliano ha appena destinato cento milioni di
dollari, ha dichiarato che «l’obiettivo più importante del sistema è aumentare
la sopravvivenza dei soldati, migliorando anche la letalità». Ci vogliono più
morti, insomma, e la chiave per ottenerli è la velocizzazione dell’intero
processo attraverso sistemi armati di intelligenza artificiale.
La quarta e attuale generazione dell’«esercito digitale di terra» (Tzayad, in
ebraico) è già stata interamente sviluppata e implementata negli attacchi a
Gaza, per aumentare forza e velocità dei raid dall’aria, dalla terra e dal mare.
Tel Aviv continua quotidianamente a utilizzare droni manovrati a distanza o
guidati dall’Ia e lo fa anche in questi giorni, durante il cessate il fuoco,
compiendo assassini mirati a Gaza e in Libano.
I mezzi senza pilota e i carri-bomba già si infiltrano tra le macerie dei
villaggi gazawi per far saltare in aria ciò che resta delle case dei palestinesi
o le strutture giudicate «sensibili». Ma si comprende dagli obiettivi della
«quinta generazione» dell’armata digitale che i programmi di Tel Aviv per Gaza
non sono terminati.
UN NUOVO SISTEMA di Ia verrà usato anche lungo il confine della Striscia, che
rimarrà chiusa in un sistema di automazioni per cui chiunque sarà rilevato
nell’area verrà meccanicamente definito un «obiettivo». Inoltre, secondo i piani
emersi per la costruzione della prima area di confinamento per palestinesi a
Rafah, soprannominata dagli Stati uniti «prima comunità pianificata», i sistemi
di sorveglianza digitale remota e di intelligenza artificiale saranno utilizzati
per relegare, controllare e gestire la vita quotidiana di chi vi verrà
trasferito.
I modelli da guerra di Elbit Systems sono già venduti in tutto il mondo – di
recente anche in Grecia e in Germania – e sono tra i principali obiettivi delle
azioni degli attivisti che protestano contro la complicità dei governi mondiali
nel genocidio di Gaza. Ma i vertici della società militare israeliana già
presentano le nuove applicazioni come modelli da esportare. L’azienda sfrutta il
legame con l’esercito quale leva di marketing e ambito di sperimentazione per le
proprie tecnologie, promuovendo regolarmente i prodotti con il marchio del
«battle-tested»: armi testate in combattimento.
Tentando di prevenire i più che leciti dubbi di carattere etico, il
vicepresidente di Elbit ha assicurato che i nuovi modelli di Ia, seppur
implementati, non mirano a sostituire il lavoro dei soldati. La decisione ultima
rimarrà quella di un essere umano, ha dichiarato Daniel, ammettendo però che i
sistemi di intelligenza artificiale saranno utilizzati per «focalizzare»
l’attenzione dei comandanti, ossia per indirizzarli verso un’azione, «estraendo»
le conclusioni da «enormi volumi di dati» in base ai quali definiranno obiettivi
e persone da colpire.
ELBIT SYSTEMS è il principale fornitore dell’esercito israeliano per veicoli
aerei e terrestri senza equipaggio e produce i sistemi militari utilizzati a
Gaza, in Libano, in Yemen, in Iran e in Siria. Le sue principali entrate
derivano dalle agenzie governative, soprattutto dal ministero della difesa
israeliano e dagli Stati uniti: nel 2024, i 14,5 miliardi di dollari in aiuti
militari richiesti da Washington per Tel Aviv includevano l’acquisto di
tecnologie belliche di Elbit Systems, prodotte attraverso le sue filiali negli
Usa.
(“il manifesto”, 11 febbraio 2026)
Riceviamo e diffondiamo.
Da https://oltreilponte.noblogs.org/post/2026/02/12/un-semplice-arresto-di-precauzione-dal-diario-di-luigi-fabbri-il-fermo-preventivo-ieri-e-oggi-come-strumento-di-repressione-del-dissenso/
“UN SEMPLICE ARRESTO DI PRECAUZIONE”. DAL DIARIO DI LUIGI FABBRI. IL FERMO
PREVENTIVO IERI E OGGI COME STRUMENTO DI REPRESSIONE DEL DISSENSO
Con l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza il governo Meloni accelera la
costruzione dello stato di polizia. L’obiettivo è dare la mano libera alla
polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria
e appunto preventiva, evitando il più possibile qualsiasi forma di controllo
giudiziario.
In questo senso si comprende l’introduzione di una nuova misura poliziesca
introdotta dal decreto: l’arresto preventivo di 12 ore, un “compromesso”
repressivo trovato tra le forze politiche di governo, ricordiamo che Salvini
chiedeva l’arresto “precauzionale” di 48 ore.
Si tratta di una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello
Stato italiano, dall’Ottocento passando per il fascismo fino agli anni della
Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle
manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di
Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773.
L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per
neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi
pubblicamente.
Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del
21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia
Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di
“bonificare le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti
o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale).
La polizia politica e la sua rete di spie raccoglieva costantemente informazioni
sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste
aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di
ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine
amministrativa di controllo sociale.
Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone
genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il
proprio pensiero e dissenso.
Questo strumento si aggiunge al foglio di via, per esempio utilizzato ampiamente
e in maniera spregiudicata dal Questore Sartori per reprimere il dissenso nella
città di Bolzano, e all’avviso orale, un tempo chiamato ammonizione: un
provvedimento con cui le autorità intimano al soggetto colpito di cambiare
condotta. Oltre a questo il nuovo decreto sicurezza introduce la possibilità di
infliggere il Daspo dai cortei e il divieto di partecipare a manifestazioni e
riunioni pubbliche per condannate per una vasta serie di reati.
Misure repressive adottate in un periodo storico in cui il conflitto sociale è
pressochè assente. Anche qui si può quindi dire che si tratta di misure
repressive preventive che indicano i piani che questi oppressori hanno in mente.
Le élite al potere, corrotte nell’animo e senza alcuna morale, temono possibili
insubordinazioni e attraverso strumenti preventivi utilizzano la polizia per
cercare di colpire le avanguardie, chi ha maggiore esperienza e chi partecipa
alle lotte. In tutti questi provvedimenti colpisce l’immensa arbitrarietà dei
provvedimenti, che sono ben calibrati per colpire le residue sacche di
conflittualità sociale che resistono nel paese.
L’obiettivo del governo è pacificare il paese sotto il tallone di ferro delle
forze di polizia, spaventare e intimorire chi scende in piazza. Si tratta di
misure di guerra che vogliono silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal
popolo, dai proletari, da chi no ha altro strumento per farsi sentire se non
quello di scendere in piazza.
Si tratta di misure autoritarie e fascistoidi che hanno il chiaro obiettivo di
difendere gli interessi del blocco economico che sostiene il governo. Su questo
non si può dire che l’attuale governo non sia coerente con la propria storia e i
propri riferimenti storici e “culturali”. Difendono gli interessi e i privilegi
di pochi calpestando i diritti di tutti.
La storia ci insegna che non esiste regime costruito su ingiustizie che prima o
poi non crolli. Di fronte a un governo liberticida e sfruttatore, complice di
guerre e di un genocidio come quello del popolo palestinese siamo fiduciosi che
questo insegnamento darà ancora i suoi frutti. Ma sta a noi fare in modo che
questo accada.
Per chiudere riportiamo qui di seguito una parte del diario del maestro
anarchico Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La
prima estate di guerra. Diario di un anarchico” in cui racconta il periodo
dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che
restituisce in maniera chiara quale sia il senso del fermo preventivo e il suo
stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi
di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato.
22 maggio 1915
[…] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei
carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da
sentinelle su tutta la linea, nei ponti viadotti e tunnels; così pure la
sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in
permanenza i carabinieri sotto casa) la corrispondenza postale è soggetta ad
inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc. In questi ultimi due giorni,
specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e
notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i
quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla
guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla
censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina
degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento
di imbastire dei futuri prossimi processi!
29 maggio 1915
Sette giorni di silenzio…. Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto
precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di
precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della
mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni;
eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono
tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata
così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il
governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto , ma ha
dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se
l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più
noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni.
[…]
La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le
magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della
concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi
tanto a nord che ad est […] è proibito dare notizie sui morti e feriti […] I
primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la
dichiarazione di guerra, sono stati: un’amnistia, sospensione del segreto
postale e censura della cirrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali
per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S, dichiarazione
dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il
Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica,
più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La
guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione per
coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà
l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non
superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i
condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluto
chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.
Riceviamo e diffondiamo:
Alcuni contributi da dentro e fuori le carceri per le iniziative
“Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo
Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la
repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno,
contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo,
in un ricchissimo convegno militante. Qui il testo di indizione delle due
iniziative:
https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf
In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno
disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui
sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre
un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della
caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8
febbraio.
Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia
(Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su
Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più
chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di
politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società,
globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e
risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non
virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal
timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e
fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro
repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di
scrive più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima,
fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e
“straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana
contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito,
né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in
sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non
sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può
essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla
ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare
soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari
processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche
con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei
pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la
“lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e
l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati
nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si
prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di
solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di
mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza
mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e
fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della
riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da
mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in
stato vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota
ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo
qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e
centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri
dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media
locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione
sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di
carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è
quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare
che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso
carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi
e militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS,
stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre
nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di
semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti
spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi
gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è
palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati
nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e
psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di
situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili
sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è
il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle
carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte
degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella
tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si
muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto
negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal
interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino
del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà
dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per
sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della
repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel
“diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta”
repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato
associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della
strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e
procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies,
ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici
nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a
quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà
attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo
“multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio &
“Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più
lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso
militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano
sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di
una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da
queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e
tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale
d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale.
Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato,
lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro.
Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si
amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere
anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che
normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o
meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e
pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora.
Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore
repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione
preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più
facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come
movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e
compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate
e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più.
Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni
nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale,
informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che
privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che
privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del
“non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in
un rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici:
“eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari
per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano
rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato
tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori,
spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in
purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il
passaggio è già avvenuto?
Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e
dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali
siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo
politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di
ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare
sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan,
Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare
però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione”
politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno
altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e
nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di
nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al
momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la
carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top
gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di
casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e
“performativa”, carne da cannone “smart”…
Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e
militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti
rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e
anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto
che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più
confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di
diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo
a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un
sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle
generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui
del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse
postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra
rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se
esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli
oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la
sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come
armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un
piccolo punto di partenza, non un approdo.
Anna,
gennaio ‘26
Roma, Rebibbia
Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il
convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Hola a tutte, compagne, e a tutti, compagni, presenti all’iniziativa che si fa
oggi. Un saluto a chi ha creato questo spazio di confronto, e ci ha dato la
possibilità come prigionieri di esprimerci in questo spazio, e anche per la
solidarietà che spesso esprimete.
lo sono Juan Sorroche, prigioniero anarchico arrestato il 22 maggio 2019, e
scrivo dalla sezione AS2 del carcere di Terni dove mi trovo rinchiuso da 6 anni
con una condanna complessiva di 28 anni con due processi ancora in corso.
Mi preme di dire alcune cose in questo convegno, anche col rischio di passare
per autoreferenziale e retorico. Come anarchico prigioniero non scrivo per il
gusto estetico di farlo e il mio intento è di creare dei confronti e stimoli che
portino ad auto-organizzarsi e coordinarsi per la lotta. Come prigioniero e come
militante anarchico sempre ho pensato che bisogna essere chiari e non nascondere
le nostre opinioni ed intenzioni ideologiche, a volte pure di fronte ai giudici,
a testa alta e non lasciando che nessuno parli per noi.
Sempre ho creduto e mi sono sentito intimamente legato al posto dove sono nato,
però non alla terra o al luogo, ossia non in senso in nazionalista, ma
cosmopolita, della cultura della storia internazionalista anarchica, spagnola.
Prima ancora di essere consapevole di cosa fosse l’anarchia e l’anarchismo, la
mia cara nonna (che credeva molto in dio, ma era una convinta anticlericale per
le esperienze di vita vissute in quel periodo di insurrezione di rivoluzione, e
poi nella guerra civile), già mi cantava da piccolissimo un pezzo di una canzone
della CNT, era in particolare una sola strofa contro i preti che diceva più o
meno; “se i preti sapessero quante botte stanno per prendere canterebbero
libertà libertà libertà”. Poi mio zio che dopo la morte di Franco rientrò in
Spagna, da piccolo abitava con noi, era un punto di riferimento per me, durante
la guerra aveva disertato, era un disertore dell’esercito di Franco, e lo
beccarono dandogli a scegliere: essere fucilato o andare in Tunisia a combattere
per loro. Scelse, ovvio, quest’ultima possibilità: e là disertò di nuovo con il
rischio d’esser fucilato. Poi raggiunge nascosto in nave la Francia, facendosi
lì una vita fino al suo rientro. Potrei spiegare altre diverse esperienze e
racconti della mia famiglia.
Questa piccola digressione per dire che sono arrivato alla conclusione che per
me e probabilmente per tante individualità anarchiche e libertarie, oltre
l’aspetto razionale, c’è anche bisogno di curare, d’animare quello del cuore,
dell’anima di rivolta.
È fondamentale e necessario esplorarli ed osservare continuamente con curiosità
per darci la forza d’animo, nonostante galera, sofferenze, sfiducia, e
nonostante tutti i giudizi pessimisti che uccidono la volontà dell’anarchia. E
personalmente credo che l’anima, il cuore che muove individualmente ogni
anarchico e libertario non è una questione folcloristica perché ci dice tante
cose sagge, se osserviamo sinceramente ci fa delle domande, serve per capirmi e
capire: da dove arrivano quei lontani sentimenti profondi e i nostri primordiali
moti di rivolta che hanno acceso questa fiamma? E ci dice di alzarci dal letto
ogni giorno, muoverci verso la vita-lotta dell’anarchismo. E ci dice anche come
Essere anarchici e dove ciò ci ha portato e dove vogliamo andare. Senza
rimpianti.
Ma sopratutto ci dice e ci dà la nostra volontà e lo spirito la certezza di
credere in noi stessi, nell’Anarchia e nello spirito rivoluzionario-libertario.
E ci dice di continuare e continuare ogni giorno, e principalmente di ascoltare,
comprendere, superare quella parte nostra dell’interno che ci schiaccia, ci
sfiducia, che ci fa rimanere costantemente immobili senza comprendere le nostre
paure e ci corrode dall’interno accrescendo rassegnazioni e frustrazioni. Tutto
ciò e tanto ancora e ancora dicono le nostre radici, il cuore, lo spirito che
muove individualmente ogni anarchico.
E perciò credo che è profondo il mio essere antimilitarista ed
internazionalista-anarchico, per me è una questione molto intima che mi è stata
tramandata nel calore e nell’amore umano; e quelle persone hanno saputo senza
pretese imporsi come figure, e proprio per ciò per me rimangono radici
essenziali, pilastri di riferimento che mi hanno amato e ho amato da bambino,
radici da non perdere che sono in me profonde.
Non riesco a sentire e a capire queste complesse sensibilità-sentimenti come
questi complessi diversi concetti razionali come separati, per me sono un
insieme olistico-taoista, sono integrativi, inseparabili in senso
personale-ideologico.
Però, attenzione, io non penso sia solo esclusivamente questione di sensibilità,
di spirito di volontà anarchica o libertaria!
Perché credo che ci vuole auto-organizzazione, sia come una nostra bussola che
come fondamenta materiali. Ci vuole l’azione diretta libertaria, e che sia
accompagnata dalla progettualità con delle prospettive chiare a livelli diversi,
tattici e strategici, approfondititi tra tutti senza delega.
La Chiarezza è fondamentale con i compagni/e con cui ci auto-organizziamo, siano
anarchici, libertari o non.
Questa chiarezza: che queste prospettive possono essere raggiunte solo dalla
distruzione violenta dello Stato e del capitalismo e dell’industrialismo
progressista nel mondo.
Certo, compagni/e, io non credo che la lotta di classe riguardi esclusivamente
azioni violente. Come anche non credo che riguardi solo ed esclusivamente lotte
pacifiche e culturali. Se mai è l’incontro di tutte queste multiformi lotte e
tante altre; sia lotte sociali con innumerevoli persone che minoranze, gruppi,
individualità che praticano azioni dirette, e anche quelle più specifiche della
propaganda armata, è tutto questo incontro diverso e diversificato ciò che fa la
forza reale, le qualità necessarie per lo scontro di classe.
Lottare contro, vista anche la misera pacificazione sociale interclassista dei
guerrafondai che c’è oggi in Palestina, e nei nostri contesti, che serve solo ad
addormentare, trasformare le coscienze per spegnere le lotte di rottura di
rivolta, e che bisogna auto-organizzasi in autonomia nella lotta di classe.
Perché io non credo che bastino le sole e spontanee esplosioni sociali radicali
delle lotte, come le giornate stupende del 22 settembre del “blocchiamo tutto”
e, attenzione, io credo siano anche comunque importantissime e fondamentali!
Però in questo momento storico serve anche lo spirito, l’animo della volontà dei
rivoluzionari, che devono essere anche connessi e preparati nel corpo e
materialmente auto-organizzati come minoranze rivoluzionarie-libertarie ed
autonome.
Già Malatesta lo diceva nel lontano 1915, nella prima guerra mondiale, affermava
con forza concetti che ritengo oggi ancora validissimi in un contesto come è lo
scontro di classe presente, di guerra mondiale, lo affermava con il testo;
“L’internazionale anarchica e la guerra“. II cosiddetto Manifesto dei
trentacinque. Uscito un anno prima del nocivo e deleterio Manifesto dei sedici.
lo credo come Malatesta quello che scrisse nel testo: “Gli anarchici e la
guerra”.
«Gli anarchici hanno, in tempi di guerra, un’azione personale, molto particolare
da compiere: la loro azione, potremmo dire, azione particolare per quanto
riguarda i mezzi e per quanto riguarda i fini. Noi restiamo fra noi e ci
mettiamo d’accordo a tre o quattro per agire. Un gruppo di quindici, venti,
quaranta individui si dovrebbe suddividere dunque in quattro, sei, dieci gruppi,
liberi rispettivamente dalle preoccupazioni collettive dell’azione.»
Certo qui parla solo agli anarchici. E certo io credo che questo sia solo un
problema che deve essere risolto prima dagli anarchici e libertari.
Però ciò dà uno spunto di riflessione e una domanda per riflettere nel convegno.
Una questione per niente nuova. Ma io credo sia prioritario affrontare come
dovrebbero essere auto-organizzati questi nostri diversi spazi e tempi
specifici.
Dico questo anche perché credo che è un grave errore fare confusione e
confondere tra spazi e tempi auto-organizzativi specifici anarchici e libertari,
confonderli con quelli altri e specifici non anarchici, senza chiarire ciò.
Anche perché questo crea, secondo me, solo confusione e malintesi con tutti,
anarchici e non, e non porta lontano nello scontro di classe.
E che sia chiaro, questo per me non esclude minimamente di lottare con altri
compagni/e non anarchici.
Semplicemente credo che bisogna essere sinceri nell’auto-organizzazione tra
tutti noi compagni/e anarchici e non, per creare diversi altri spazi e tempi con
patti mutui, reciproci e chiari, che siano anti-autoritari.
Però mi domando, e domando nel convegno: se noi stessi non siamo capaci
d’auto-organizzarci autonomamente come si può pensare di poter apportare ed
appoggiarsi mutuamente nei conflitti, nelle lotte specifiche, oppure nella lotta
di classe apportare delle forza reali e qualitative?
E soprattutto: come pensiamo di non trovarci costantemente impreparati e fuori
del tempo e degli spazi delle lotte se non siamo auto-organizzati, senza darci
progetti, e compiti chiari, con obbiettivi tattici concreti, e una bussola
prospettica strategica ideologica per questi nostri specifici incontri come
strumento metodologico e che sia in divenire?
Un’altra questione da affrontare è come auto-organizzarsi per difendere ed
attaccare il gran problema all’interno delle nostre lotte in Italia che causa e
produce il recupero interclassista delle lotte sociali di rivolte radicali e
autonome di rottura?
lo credo che il problema arriva sempre come conseguenza di queste mancanze di
spazi e tempi auto-organizzati in autonomia nella lotta di classe, lasciando dei
vuoti, senza una reale difesa ed attacco per contrastarli con obbiettivi chiari
sia materialmente che politicamente-ideologicamente.
lo credo tutto questo, questa mancanza, a parte piccolissime e coraggiose
componenti minoritarie nel mondo, è una delle principali ragioni dell’incapacità
del nostro movimento anarchico e del movimento generale di rottura
rivoluzionaria, di sviluppare delle lotte articolate verso una reale lotta di
classe e che vada incontro alle lotte sociali e in autonomia nello scontro di
classe.
Questo è il problema, non è solo questione di analisi, che tra l’altro più di
una volta nel nostro movimento sono state puntuali e molto buone, ma rimangono
solo punti di vista teorici. Il punto è come cambiare la realtà dimostrando tali
analisi nella lotta. Ma io credo che l’indirizzo d’interpretazione di alcune
ultime analisi sono giuste ed utilissime – come per me il testo anarchico La
fase nichilista di “Vetriolo”, ma bisogna non cadere nell’inazione, per andare
al passo dello scontro di classe e dare un nostro contributo reale di
prospettiva rivoluzionaria-libertaria. Perché solo l’integrazione tra la
propaganda con i fatti e l’analisi, e viceversa, che è ciò che dimostra la
credibilità, la concretezza reale di tali analisi e delle minoranze
rivoluzionarie, che assieme alle azioni dei movimenti specifici sociali generali
ed internazionali può cambiare con forze reali qualitative nello scontro di
classe il contesto sociale della realtà.
Certo i concetti d’analisi sono fondamentali, e lo è sopratutto saper fare una
puntuale analisi tutt’oggi, ma devono avere un legame sia reale che complesso e
di fatto inscindibile ed intrinseco a quello che ha scritto Malatesta. Così lo
stesso per la intrinseca propaganda armata, in un rapporto integrativo che c’è
tra minoranze rivoluzionarie-libertarie e movimenti specifici generali ed
internazionali e la lotta di classe.
Senza questo intreccio di prassi-teoria-teoria-prassi… e auto-organizzazione nel
reale come forza e nel qualitativo, sia nel tempo che nello spazio, a lungo
andare io credo che le analisi, per quanto buone e qualitative come ad esempio
La fase nichilista, restino un semplice punto di vista filosofico.
E, che sia chiaro, io credo che invece sono preziosi i movimenti
internazionalisti e bisogna ritenerli degni di interesse e credo anche che sia
fondamentale il relazionarsi con questi per lo sviluppo, è la linfa vitale per i
diversi movimenti di lotta di classe rivoluzionaria.
Ma, sinceramente, per il compito rivoluzionario io credo oggi che questi siano
molto, molto, molto timidi e io non gli darei così tanta enfasi. E, ripeto, dico
timidi o non gli darei enfasi per il gran compito rivoluzionario, che per me
deve essere compito libertario di rottura, e soprattutto creare un rapporto di
forza reale che bisognerebbe creare come rivoluzionari, per provare a difendersi
per attaccare nella realtà lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo
progressista e tecnologico.
Ma pure bisogna essere franchi, dibattere tra noi stessi, confrontarci ed essere
auto-critici e critici costruttivamente, al nostro interno, sopratutto di fronte
al “cretinismo parlamentare” e al riformismo-democratico che c’è oggi, e che,
per inciso, è completamente controrivoluzionario.
E sopratutto all’interno di tanti di questi nostri movimenti di lotta, e questo
riformismo democratico è interclassista e molto forte.
E diciamoci sinceramente che il discorso non è nuovo, certi metodi
tattici-strategici di prassi, anche armata, come d’azione dirette d’attacco sia
alle cose che alle persone vanno bene a certi individui, gruppi, minoranze e
movimenti di lotta in Italia solo se succedono in paesi lontani “tropicali” con
le loro folkloristiche guerriglie armate e partigiane. E purtroppo lo stesso
anche oggi tocca di nuovo sull’Asia occidentale come la Palestina, ieri toccava
con Kurdi, Algerini, Zapatisiti, Mapuche ecc.ecc. Però, soprattutto, subito
prendono le distanze, come al G8 a Genova ecc., e soprattutto, mi raccomando,
neanche pensarlo come possibilità qui sulle necessarie guerriglie armate e
partigiane, in un contesto di lotta di classe almeno non qui, siamo in
democrazia costituzionale.
Cose già viste e riviste nelle diverse “ondate” universitarie, e in diverse
lotte di movimenti antagonisti in venticinque anni di lotta in Italia, e non
vedo perché oggi dovrebbe essere diverso senza avere fatto un duro lavoro
politico e concreto di lotta rivoluzionaria e di rottura autonoma nello scontro
di classe.
Dunque ripeto: come contrastare fortemente e politicamente con delle prassi di
rottura e in autonomia questo “cretinismo parlamentare”?
lo credo che Malatesta già nel 1915 ci dava un buon indirizzo.
E il caso Salis è emblematico, ci dà il polso della situazione e ci dice tanto
su questo metodo interiorizzato del “cretinismo parlamentare” interclassista,
che è molto grave, sopratutto per il contesto sociale e storico di guerra in qui
ci troviamo! E soprattutto grave all’interno dei nostri movimenti di lotta,
grave per quanti hanno delegato la lotta di classe antiautoritaria e autonoma
votando un partito, per rinforzare di fatto così lo Stato-nazione, il
capitalismo e l’industrialismo tecnologico e il sistema democratico
guerrafondaio interclassista e così minare fortemente una già debole solidarietà
reale rivoluzionaria ed internazionalista.
lo credo che non affrontare tutto questo con chiarezza nel complesso è un grande
errore per le lotte.
Un abbraccio….
Salut i anarquia!
Juan Sorroche
AS2- Terni- 27/01/2026 –
Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a
Viterbo
Action for Palestine Ireland porge i suoi saluti rivoluzionari ai nostri
compagni in Italia. Rendiamo omaggio alla vostra mobilitazione contro la guerra
e la repressione e alla vostra posizione intransigente contro l’imperialismo in
un periodo caratterizzato dall’accelerazione della militarizzazione, della
censura e del controllo sociale nel cuore dell’imperialismo e nelle sue
periferie.
Dal nostro punto di vista in Irlanda, la fase attuale segna un inasprimento
delle contraddizioni globali. L’intensificarsi dell’assalto sionista alla
Cisgiordania e a Gaza, i continui tentativi imperialisti di destabilizzazione
contro il Venezuela e l’Iran e l’ampliamento dell’arco di confronto guidato
dalla NATO indicano tutti un approfondimento della strategia di guerra
permanente. Questa strategia richiede non solo aggressioni esterne, ma anche un
inasprimento della repressione sul fronte interno. Il prossimo anno richiederà
non solo la resistenza come in passato, ma anche nuove forme di coordinamento
internazionale e chiarezza politica tra i rivoluzionari. È tempo di costruire
nuove ondate di resistenza radicate in un’analisi comune e in una lotta
condivisa.
In Irlanda, questa riconfigurazione di stampo bellico è sempre più evidente.
Abbiamo assistito a una marcata escalation nella repressione delle attività
anti-imperialiste: la brutalità della Garda contro le manifestazioni di
solidarietà con la Palestina e contro la NATO; le violente intimidazioni nei
confronti dei repubblicani irlandesi da parte della Special Branch; e la
creazione di nuovi precedenti repressivi all’interno dei tribunali illegittimi
dello Stato Libero d’Irlanda, che ora rispecchiano le tendenze britanniche in
materia di condanne volte a criminalizzare il dissenso. Questi sviluppi non sono
abusi isolati, ma espressioni di uno Stato che si prepara a disciplinare
l’opposizione interna mentre si allinea più apertamente alla guerra
imperialista.
Un esempio recente illustra chiaramente questo concetto. Attivisti provenienti
da tutta l’Irlanda hanno organizzato una protesta segreta all’aeroporto di
Shannon, da tempo centro logistico per le truppe statunitensi e gli apparati
militari in transito verso le guerre imperialiste. All’arrivo, sono stati
accolti dai vertici della Garda e da unità speciali della polizia investigativa.
Questa mobilitazione preventiva dell’apparato repressivo più alto dello Stato
segnala un’intensificazione della sorveglianza sui militanti anti-imperialisti e
conferma che la presunta “neutralità” militare dell’Irlanda è una finzione. Lo
Stato Libero d’Irlanda sta attivamente abbandonando anche la facciata della
neutralità per integrarsi più pienamente nella macchina da guerra della NATO,
reprimendo al contempo coloro che denunciano e resistono a questo ruolo.
Queste tendenze non promettono nulla di buono per la Palestina, né per la classe
lavoratrice e gli oppressi in generale. Tuttavia, esse mettono anche in luce le
vulnerabilità del sistema. È proprio quando le contraddizioni si acuiscono,
quando la guerra all’estero richiede la repressione in patria, che il
capitalismo rivela la sua debolezza. Il nostro compito è quello di prepararci a
questi momenti, di organizzarci e di agire di comune accordo oltre i confini
nazionali.
Per questi motivi, accogliamo con favore le vostre mobilitazioni a Viterbo e il
vostro impegno in una lotta internazionalista contro la guerra e la repressione.
Auspichiamo un rafforzamento della collaborazione tra le nostre lotte,
contribuendo a un fronte comune contro l’imperialismo, il colonialismo sionista
e gli Stati borghesi che li sostengono. Insieme, attraverso il coordinamento e
la determinazione rivoluzionaria, ci impegniamo a trasformare la resistenza in
una forza concreta.
Solidarietà,
Action for Palestine Ireland
Riceviamo e diffondiamo
https://www.lindipendente.online/2026/02/13/lalta-corte-britannica-ha-dichiarato-illegali-i-divieti-contro-palestine-action/
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/11/attacco-incendiario-contro-i-macchinari-del-cantiere-del-campus-di-intelligenza-artificiale-presso-il-data-center-equinix-meudon-francia-23-novembre-2025/
Qui
l’originale: https://nantes.indymedia.org/posts/158585/incendie-dengins-de-chantier-du-datacenter-de-meudon-2/
ATTACCO INCENDIARIO CONTRO I MACCHINARI DEL CANTIERE DEL CAMPUS DI INTELLIGENZA
ARTIFICIALE, PRESSO IL DATA CENTER EQUINIX (MEUDON, FRANCIA, 23 NOVEMBRE 2025)
Nella notte tra venerdì 22 e sabato 23 novembre, alcuni ordigni incendiari sono
stati collocati nei macchinari del cantiere del campus di intelligenza
artificiale, adiacente al data center Equinix già presente. Il cantiere si trova
nella zona industriale di Vélizy-Meudon, di fronte al cantiere del nuovo
complesso Thales. Tra i clienti di Equinix figurano Thales, Dassault, Bouygues,
Amazon e molte altre aziende presenti in questo quartiere.
Queste aziende fanno tutte parte del complesso militare-industriale che fornisce
armi a Israele e che è responsabile del genocidio dei palestinesi. Tutte
traggono profitto dal genocidio coloniale, dalla sorveglianza di massa e dal
controllo delle frontiere. Le tecnologie da loro sviluppate vengono testate
sulla popolazione palestinese e poi vendute a paesi di tutto il mondo in
occasione di fiere commerciali come la Milipol, che si è tenuta in Francia dal
18 al 21 novembre. L’intelligenza artificiale è un elemento chiave di queste
tecnologie che Israele utilizza per sorvegliare e compiere il genocidio delle
popolazioni di Gaza e della Cisgiordania. Oltre a partecipare a massacri
coloniali a livello internazionale, la Francia sta militarizzando i propri
confini e rafforzando la sorveglianza e la repressione nei territori colonizzati
e nei quartieri. Per cercare di porre fine a tutto questo, abbiamo scelto la via
del fuoco e del sabotaggio.
Attacchiamo in solidarietà con i prigionieri palestinesi, il cui destino lo
Stato di Israele cerca di aggravare legalizzando le esecuzioni, che sono già la
norma nelle sue prigioni.
Attacchiamo in solidarietà con i “Prisoners for Palestine”, attualmente in
sciopero della fame nelle prigioni britanniche per aver attaccato gli
stabilimenti dell’azienda israeliana produttrice di armi Elbit.
Attacchiamo in omaggio all’anarchico Kyriakos Xymitiris e in solidarietà con le
anarchiche imprigionate Marianna e Dimitra, nonché con gli altri prigionieri del
caso Ampelokipoi. La fiamma della lotta non si spegnerà mai.
Attacchiamo in solidarietà con chi attraversa le frontiere e in omaggio a chi vi
ha perso la vita.
Attacchiamo in omaggio a tutte le persone che sono morte in prigione e per la
libertà di tutti i prigionieri.
https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-medici-nel-mirino-per-presunte-visite-anti-rimpatrio-dei-migranti-salvini-vergogna-da-arresto-CF1896602
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/10/rompere-il-ghiaccio-rivendicazione-del-sabotaggio-incendiario-della-linea-ferroviaria-contro-i-giochi-olimpici-pesaro-7-febbraio-2026/
(dove sono riportate anche alcune immagini dai media).
ROMPERE IL GHIACCIO
All’alba del 7 febbraio è stata sabotata la linea ferroviaria nei pressi della
stazione di Pesaro (PU, Marche).
Quest’azione mira a rendere visibili le contraddizioni che si porta con sé lo
“spettacolo” delle Olimpiadi, in questo caso quelle invernali Milano Cortina 26.
Tra i vari partner ufficiali di questi giochi ci sono aziende come Leonardo,
Eni, Gruppo FS, che collaborano e speculano su guerre e devastazione della terra
in nome del feroce progresso capitalista.
Solidarietà combattiva con tutt* * lavorat* che si ribellano allo sfruttamento
dei padroni, con i popoli in lotta per la liberazione della loro terra e con chi
insorge contro questa società.
Libertà per tutt* * ribelli in gabbia!
Pubblichiamo una proposta di progetto di un collettivo composto da
individualita`antiautoritarie nomadi e semi-nomadi:
Il gancio:
” the west Is the best” (J.M.)
linee di vita e di lotta, e densità sociali da mappare,attraversare e saper
maneggiare con perizia. Procedere a zigzag tessendo trame, orditi e complicità è
gioco con le molteplici curvature degli spazi e dei tempi, sia individuali che
sociali. È una questione di volontà e di attrezzi che possano servirci ad
agganciare occasioni che si profilano nella navigazione, come a saperci
sganciare da ordinarietà, autoritarismi e dalla forza di gravità sociale che ci
tiene schiacciati al suolo del sempre identico e della solitudine digitalizzata.
Per imbastire trame, momenti e mezzi per navigare necessitiamo di spazi e di
materiali sulle rotte dove poter sperimentare forme di vita altra e di lotta.
Stiamo provando a dare presa e corpo ad un nostro sogno: un punto d approdo
sulle strade dove poterci incontrare e respirare assieme. Siamo una piccola
tribù di nomadi e seminomadi delle Terre occidentali d’ Europa. Qui, nella zona
di agen, stiamo cercando un terreno dove provare a dare vita a tutto ciò.
Le crochet :
« The west Is the best » (J.M.)
Des lignes de vie et de lutte, des densités sociales à cartographier, à
traverser et à savoir gérer avec habileté. Procéder en zigzaguant, en tissant
des trames, des chaînes et des complicités, c’est jouer avec les multiples
courbures des espaces et des temps, tant individuels que sociaux. C’est une
question de volonté et d’outils qui peuvent nous servir à saisir les occasions
qui se profilent dans la navigation, comme à savoir nous détacher de
l’ordinaire, des autoritarismes et de la force de gravité sociale qui nous
maintient écrasés au sol de l’éternel identique et de la solitude numérisée.
Pour tisser des trames, des moments et des moyens de naviguer, nous avons besoin
d’espaces et de matériaux sur les routes où nous pouvons expérimenter d’autres
formes de vie et de lutte. Nous essayons de donner corps à notre rêve : un point
d’ancrage sur les routes où nous pouvons nous rencontrer et respirer ensemble.
Nous sommes une petite tribu de nomades et de semi-nomades des terres
occidentales de l’Europe. Ici, dans la région d’Agen, nous cherchons un terrain
où essayer de donner vie à tout cela.
The hook:
‘The West Is the Best’ (J.M.)
Lines of life and struggle, and social densities to be mapped, traversed and
skilfully handled. Proceeding in a zigzag pattern, weaving plots, warps and
complicities, is a game with the multiple curves of space and time, both
individual and social. It is a question of will and tools that can help us hook
onto opportunities that arise in navigation, as well as knowing how to detach
ourselves from ordinariness, authoritarianism and the social force of gravity
that keeps us pinned to the ground of the ever-same and digitised solitude. In
order to weave plots, moments and means of navigation, we need spaces and
materials on the routes where we can experiment with other forms of life and
struggle. We are trying to give shape and substance to our dream: a place on the
road where we can meet and breathe together. We are a small tribe of nomads and
semi-nomads from the western lands of Europe. Here, in the Agen area, we are
looking for a piece of land where we can try to bring this dream to life.
El gancho:
«The west is the best» (J.M.)
Líneas de vida y de lucha, y densidades sociales que hay que cartografiar,
atravesar y saber manejar con destreza. Avanzar en zigzag tejiendo tramas,
urdimbres y complicidades es un juego con las múltiples curvaturas de los
espacios y los tiempos, tanto individuales como sociales. Es una cuestión de
voluntad y de herramientas que nos sirvan para aprovechar las oportunidades que
se perfilan en la navegación, así como para saber desprendernos de la
mediocridad, los autoritarismos y la fuerza de gravedad social que nos mantiene
aplastados al suelo de lo siempre igual y de la soledad digitalizada. Para tejer
tramas, momentos y medios para navegar, necesitamos espacios y materiales en las
rutas donde podamos experimentar otras formas de vida y de lucha. Estamos
intentando hacer realidad nuestro sueño: un lugar en las carreteras donde poder
encontrarnos y respirar juntos. Somos una pequeña tribu de nómadas y seminómadas
de las tierras occidentales de Europa. Aquí, en la zona de Agen, estamos
buscando un terreno donde intentar dar vida a todo esto.