Source - il Rovescio

cronache dallo stato di emergenza

«Stupidi e ciechi reazionari». Impressioni di febbraio
Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata stampa). Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi” ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante), più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un «terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi tutti in galera (e magari in 41-bis)”. Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e “pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli effetti sempre più tangibili della sua economia. E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14 milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4 milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno “radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo), il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla – potrebbe riservare brutte sorprese. Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda. Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad accelerarne il varo? “Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata, davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto sicurezza “ex ddl 1660”). Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra. Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione, prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo bastonate. Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti, feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando. Per quanto ci riguarda, bene così.
Stato di emergenza
In primo piano
L’incendio
L’incendio «Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi. «Non puoi». Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi. Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un “paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel cuore. Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato. Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi sentire nell’acqua. Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita. Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza. All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo. Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby, tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si annienta la vita incompatibile con la sua avanzata. Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura addirittura all’interno della cinica conta dei morti. Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare attenzione, di capire. Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a tutti. Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione. Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono dell’umanità. «Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?». «Perché poi uno come te perde il controllo». «Non lo perdiamo, lo acquistiamo». «Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene». Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade? Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto ne facesse sanguinare a decine o a centinaia? Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano, approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga. Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti. Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno? Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro. Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del “fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema. Conservavano la vita. La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la rivoluzione. «Vi fate ingannare dalle regole del cuore». «No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio». «Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere pericolosi. Voi siete dei terroristi!». «Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno uno».
Rompere le righe
In primo piano
Laboratorio Palestina. La creazione dell’esercito digitale a Gaza
Dalla digitalizzazione dell’esercito al primo campo di concentramento smart  previsto a Rafah, la striscia di Gaza è ormai un laboratorio mondiale della repressione e delle carneficine high tech. Oppurtunamente testate, queste ritornano nelle metropoli in cui vengono finanziate e progettate: https://www.ecologica.online/2025/12/18/gaza-citta-americane-droni-normalizzando-sorveglianza-massa/ Non è affatto retorico, quindi, parlare di israelizzazione delle nostre società e dire – con un brivido in cui terrore ed empatia si fondono nel nostro sangue occidentale – che Gaza si avvicina.   Per Israele un esercito digitale «addestrato» a Gaza di Eliana Riva Laboratorio Palestina Cento milioni alla Elbyt Systems per nuovi sistemi di intelligenza artificiale: colpiranno chiunque si muova in una data zona e identificato meccanicamente come “obiettivo”. Un progetto nato «dalle lezioni apprese negli ultimi due anni di combattimento» Israele sta realizzando una nuova generazione di «esercito digitale di terra», interamente costruita sulle azioni militari compiute a Gaza e in Libano. Un cospicuo finanziamento è stato approvato con l’obiettivo di creare ciò che gli ufficiali dell’esercito definiscono «un’implementazione delle lezioni apprese negli ultimi due anni di combattimento», riporta il Jerusalem Post. I banchi di scuola dell’esercito sono le macerie della Striscia, accumulate da sistemi definiti «di precisione» ma che hanno provocato oltre 71mila morti, in gran parte donne e bambini. Intere famiglie sono state cancellate nel sonno, spesso a partire da segnalazioni dell’intelligenza artificiale, che indicavano il rientro a casa di un presunto affiliato di Hamas. È bastato questo, non si sa quante volte, perché una voce umana ordinasse di distruggere intere abitazioni, uccidendo chiunque fosse all’interno. EPPURE, TRA GLI OBIETTIVI dichiarati da Elbit Systems, non si legge della necessità di limitare le vittime civili. Anzi, Doron Daniel, vicepresidente della società a cui il governo israeliano ha appena destinato cento milioni di dollari, ha dichiarato che «l’obiettivo più importante del sistema è aumentare la sopravvivenza dei soldati, migliorando anche la letalità». Ci vogliono più morti, insomma, e la chiave per ottenerli è la velocizzazione dell’intero processo attraverso sistemi armati di intelligenza artificiale. La quarta e attuale generazione dell’«esercito digitale di terra» (Tzayad, in ebraico) è già stata interamente sviluppata e implementata negli attacchi a Gaza, per aumentare forza e velocità dei raid dall’aria, dalla terra e dal mare. Tel Aviv continua quotidianamente a utilizzare droni manovrati a distanza o guidati dall’Ia e lo fa anche in questi giorni, durante il cessate il fuoco, compiendo assassini mirati a Gaza e in Libano. I mezzi senza pilota e i carri-bomba già si infiltrano tra le macerie dei villaggi gazawi per far saltare in aria ciò che resta delle case dei palestinesi o le strutture giudicate «sensibili». Ma si comprende dagli obiettivi della «quinta generazione» dell’armata digitale che i programmi di Tel Aviv per Gaza non sono terminati. UN NUOVO SISTEMA di Ia verrà usato anche lungo il confine della Striscia, che rimarrà chiusa in un sistema di automazioni per cui chiunque sarà rilevato nell’area verrà meccanicamente definito un «obiettivo». Inoltre, secondo i piani emersi per la costruzione della prima area di confinamento per palestinesi a Rafah, soprannominata dagli Stati uniti «prima comunità pianificata», i sistemi di sorveglianza digitale remota e di intelligenza artificiale saranno utilizzati per relegare, controllare e gestire la vita quotidiana di chi vi verrà trasferito. I modelli da guerra di Elbit Systems sono già venduti in tutto il mondo – di recente anche in Grecia e in Germania – e sono tra i principali obiettivi delle azioni degli attivisti che protestano contro la complicità dei governi mondiali nel genocidio di Gaza. Ma i vertici della società militare israeliana già presentano le nuove applicazioni come modelli da esportare. L’azienda sfrutta il legame con l’esercito quale leva di marketing e ambito di sperimentazione per le proprie tecnologie, promuovendo regolarmente i prodotti con il marchio del «battle-tested»: armi testate in combattimento. Tentando di prevenire i più che leciti dubbi di carattere etico, il vicepresidente di Elbit ha assicurato che i nuovi modelli di Ia, seppur implementati, non mirano a sostituire il lavoro dei soldati. La decisione ultima rimarrà quella di un essere umano, ha dichiarato Daniel, ammettendo però che i sistemi di intelligenza artificiale saranno utilizzati per «focalizzare» l’attenzione dei comandanti, ossia per indirizzarli verso un’azione, «estraendo» le conclusioni da «enormi volumi di dati» in base ai quali definiranno obiettivi e persone da colpire. ELBIT SYSTEMS è il principale fornitore dell’esercito israeliano per veicoli aerei e terrestri senza equipaggio e produce i sistemi militari utilizzati a Gaza, in Libano, in Yemen, in Iran e in Siria. Le sue principali entrate derivano dalle agenzie governative, soprattutto dal ministero della difesa israeliano e dagli Stati uniti: nel 2024, i 14,5 miliardi di dollari in aiuti militari richiesti da Washington per Tel Aviv includevano l’acquisto di tecnologie belliche di Elbit Systems, prodotte attraverso le sue filiali negli Usa. (“il manifesto”, 11 febbraio 2026)
Contributi
L’arresto preventivo, ieri e oggi
Riceviamo e diffondiamo. Da https://oltreilponte.noblogs.org/post/2026/02/12/un-semplice-arresto-di-precauzione-dal-diario-di-luigi-fabbri-il-fermo-preventivo-ieri-e-oggi-come-strumento-di-repressione-del-dissenso/   “UN SEMPLICE ARRESTO DI PRECAUZIONE”. DAL DIARIO DI LUIGI FABBRI. IL FERMO PREVENTIVO IERI E OGGI COME STRUMENTO DI REPRESSIONE DEL DISSENSO Con l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza il governo Meloni accelera la costruzione dello stato di polizia. L’obiettivo è dare la mano libera alla polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria e appunto preventiva, evitando il più possibile qualsiasi forma di controllo giudiziario. In questo senso si comprende l’introduzione di una nuova misura poliziesca introdotta dal decreto: l’arresto preventivo di 12 ore, un “compromesso” repressivo trovato tra le forze politiche di governo, ricordiamo che Salvini chiedeva l’arresto “precauzionale” di 48 ore. Si tratta di una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello Stato italiano, dall’Ottocento passando per il fascismo fino agli anni della Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773. L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi pubblicamente. Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del 21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di “bonificare le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale). La polizia politica e la sua rete di spie raccoglieva costantemente informazioni sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine amministrativa di controllo sociale. Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il proprio pensiero e dissenso. Questo strumento si aggiunge al foglio di via, per esempio utilizzato ampiamente e in maniera spregiudicata dal Questore Sartori per reprimere il dissenso nella città di Bolzano, e all’avviso orale, un tempo chiamato ammonizione: un provvedimento con cui le autorità intimano al soggetto colpito di cambiare condotta. Oltre a questo il nuovo decreto sicurezza introduce la possibilità di infliggere il Daspo dai cortei e il divieto di partecipare a manifestazioni e riunioni pubbliche per condannate per una vasta serie di reati. Misure repressive adottate in un periodo storico in cui il conflitto sociale è pressochè assente. Anche qui si può quindi dire che si tratta di misure repressive preventive che indicano i piani che questi oppressori hanno in mente. Le élite al potere, corrotte nell’animo e senza alcuna morale, temono possibili insubordinazioni e attraverso strumenti preventivi utilizzano la polizia per cercare di colpire le avanguardie, chi ha maggiore esperienza e chi partecipa alle lotte. In tutti questi provvedimenti colpisce l’immensa arbitrarietà dei provvedimenti, che sono ben calibrati per colpire le residue sacche di conflittualità sociale che resistono nel paese. L’obiettivo del governo è pacificare il paese sotto il tallone di ferro delle forze di polizia, spaventare e intimorire chi scende in piazza. Si tratta di misure di guerra che vogliono silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal popolo, dai proletari, da chi no ha altro strumento per farsi sentire se non quello di scendere in piazza. Si tratta di misure autoritarie e fascistoidi che hanno il chiaro obiettivo di difendere gli interessi del blocco economico che sostiene il governo. Su questo non si può dire che l’attuale governo non sia coerente con la propria storia e i propri riferimenti storici e “culturali”. Difendono gli interessi e i privilegi di pochi calpestando i diritti di tutti. La storia ci insegna che non esiste regime costruito su ingiustizie che prima o poi non crolli. Di fronte a un governo liberticida e sfruttatore, complice di guerre e di un genocidio come quello del popolo palestinese siamo fiduciosi che questo insegnamento darà ancora i suoi frutti. Ma sta a noi fare in modo che questo accada. Per chiudere riportiamo qui di seguito una parte del diario del maestro anarchico Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La prima estate di guerra. Diario di un anarchico” in cui racconta il periodo dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che restituisce in maniera chiara quale sia il senso del fermo preventivo e il suo stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato. 22 maggio 1915 […] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da sentinelle su tutta la linea, nei ponti viadotti e tunnels; così pure la sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in permanenza i carabinieri sotto casa) la corrispondenza postale è soggetta ad inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc. In questi ultimi due giorni, specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento di imbastire dei futuri prossimi processi! 29 maggio 1915 Sette giorni di silenzio…. Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni; eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto , ma ha dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni. […] La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi tanto a nord che ad est […] è proibito dare notizie sui morti e feriti […] I primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la dichiarazione di guerra, sono stati: un’amnistia, sospensione del segreto postale e censura della cirrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S, dichiarazione dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica, più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione per coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluto chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.
Contributi
Contributi da dentro e fuori dalle galere per il convegno “Sabotiamo la guerra e la repressione”
Riceviamo e diffondiamo: Alcuni contributi da dentro e fuori le carceri per le iniziative “Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito. Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo, in un ricchissimo convegno militante. Qui il testo di indizione delle due iniziative: https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8 febbraio. Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia (Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società, globali. Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non virtuale, implica reazione, repressione. Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi. A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di scrive più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima, fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e “straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana contro il 41 bis mi ricollego. Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito, né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la “lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di solidarietà tra gli oppressi. Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in stato vegetativo. I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo qualche piccola nota aggiuntiva… Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi e militarizzare ulteriormente il regime. Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS, stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è il lavoro preventivo della repressione. Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target. Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel “diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta” repressiva e della platea dei papabili. Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies, ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese. Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo “multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico. Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio & “Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale. Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato, lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro. Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza). Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora. Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia. Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più. Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale, informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del “non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in un rapporto di odio-amore non risolto. Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici: “eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori, spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa. È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il passaggio è già avvenuto? Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan, Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione” politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e “performativa”, carne da cannone “smart”… Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia. Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare. Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un piccolo punto di partenza, non un approdo. Anna, gennaio ‘26 Roma, Rebibbia Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo Hola a tutte, compagne, e a tutti, compagni, presenti all’iniziativa che si fa oggi. Un saluto a chi ha creato questo spazio di confronto, e ci ha dato la possibilità come prigionieri di esprimerci in questo spazio, e anche per la solidarietà che spesso esprimete. lo sono Juan Sorroche, prigioniero anarchico arrestato il 22 maggio 2019, e scrivo dalla sezione AS2 del carcere di Terni dove mi trovo rinchiuso da 6 anni con una condanna complessiva di 28 anni con due processi ancora in corso. Mi preme di dire alcune cose in questo convegno, anche col rischio di passare per autoreferenziale e retorico. Come anarchico prigioniero non scrivo per il gusto estetico di farlo e il mio intento è di creare dei confronti e stimoli che portino ad auto-organizzarsi e coordinarsi per la lotta. Come prigioniero e come militante anarchico sempre ho pensato che bisogna essere chiari e non nascondere le nostre opinioni ed intenzioni ideologiche, a volte pure di fronte ai giudici, a testa alta e non lasciando che nessuno parli per noi. Sempre ho creduto e mi sono sentito intimamente legato al posto dove sono nato, però non alla terra o al luogo, ossia non in senso in nazionalista, ma cosmopolita, della cultura della storia internazionalista anarchica, spagnola. Prima ancora di essere consapevole di cosa fosse l’anarchia e l’anarchismo, la mia cara nonna (che credeva molto in dio, ma era una convinta anticlericale per le esperienze di vita vissute in quel periodo di insurrezione di rivoluzione, e poi nella guerra civile), già mi cantava da piccolissimo un pezzo di una canzone della CNT, era in particolare una sola strofa contro i preti che diceva più o meno; “se i preti sapessero quante botte stanno per prendere canterebbero libertà libertà libertà”. Poi mio zio che dopo la morte di Franco rientrò in Spagna, da piccolo abitava con noi, era un punto di riferimento per me, durante la guerra aveva disertato, era un disertore dell’esercito di Franco, e lo beccarono dandogli a scegliere: essere fucilato o andare in Tunisia a combattere per loro. Scelse, ovvio, quest’ultima possibilità: e là disertò di nuovo con il rischio d’esser fucilato. Poi raggiunge nascosto in nave la Francia, facendosi lì una vita fino al suo rientro. Potrei spiegare altre diverse esperienze e racconti della mia famiglia. Questa piccola digressione per dire che sono arrivato alla conclusione che per me e probabilmente per tante individualità anarchiche e libertarie, oltre l’aspetto razionale, c’è anche bisogno di curare, d’animare quello del cuore, dell’anima di rivolta. È fondamentale e necessario esplorarli ed osservare continuamente con curiosità per darci la forza d’animo, nonostante galera, sofferenze, sfiducia, e nonostante tutti i giudizi pessimisti che uccidono la volontà dell’anarchia. E personalmente credo che l’anima, il cuore che muove individualmente ogni anarchico e libertario non è una questione folcloristica perché ci dice tante cose sagge, se osserviamo sinceramente ci fa delle domande, serve per capirmi e capire: da dove arrivano quei lontani sentimenti profondi e i nostri primordiali moti di rivolta che hanno acceso questa fiamma? E ci dice di alzarci dal letto ogni giorno, muoverci verso la vita-lotta dell’anarchismo. E ci dice anche come Essere anarchici e dove ciò ci ha portato e dove vogliamo andare. Senza rimpianti. Ma sopratutto ci dice e ci dà la nostra volontà e lo spirito la certezza di credere in noi stessi, nell’Anarchia e nello spirito rivoluzionario-libertario. E ci dice di continuare e continuare ogni giorno, e principalmente di ascoltare, comprendere, superare quella parte nostra dell’interno che ci schiaccia, ci sfiducia, che ci fa rimanere costantemente immobili senza comprendere le nostre paure e ci corrode dall’interno accrescendo rassegnazioni e frustrazioni. Tutto ciò e tanto ancora e ancora dicono le nostre radici, il cuore, lo spirito che muove individualmente ogni anarchico. E perciò credo che è profondo il mio essere antimilitarista ed internazionalista-anarchico, per me è una questione molto intima che mi è stata tramandata nel calore e nell’amore umano; e quelle persone hanno saputo senza pretese imporsi come figure, e proprio per ciò per me rimangono radici essenziali, pilastri di riferimento che mi hanno amato e ho amato da bambino, radici da non perdere che sono in me profonde. Non riesco a sentire e a capire queste complesse sensibilità-sentimenti come questi complessi diversi concetti razionali come separati, per me sono un insieme olistico-taoista, sono integrativi, inseparabili in senso personale-ideologico. Però, attenzione, io non penso sia solo esclusivamente questione di sensibilità, di spirito di volontà anarchica o libertaria! Perché credo che ci vuole auto-organizzazione, sia come una nostra bussola che come fondamenta materiali. Ci vuole l’azione diretta libertaria, e che sia accompagnata dalla progettualità con delle prospettive chiare a livelli diversi, tattici e strategici, approfondititi tra tutti senza delega. La Chiarezza è fondamentale con i compagni/e con cui ci auto-organizziamo, siano anarchici, libertari o non. Questa chiarezza: che queste prospettive possono essere raggiunte solo dalla distruzione violenta dello Stato e del capitalismo e dell’industrialismo progressista nel mondo. Certo, compagni/e, io non credo che la lotta di classe riguardi esclusivamente azioni violente. Come anche non credo che riguardi solo ed esclusivamente lotte pacifiche e culturali. Se mai è l’incontro di tutte queste multiformi lotte e tante altre; sia lotte sociali con innumerevoli persone che minoranze, gruppi, individualità che praticano azioni dirette, e anche quelle più specifiche della propaganda armata, è tutto questo incontro diverso e diversificato ciò che fa la forza reale, le qualità necessarie per lo scontro di classe. Lottare contro, vista anche la misera pacificazione sociale interclassista dei guerrafondai che c’è oggi in Palestina, e nei nostri contesti, che serve solo ad addormentare, trasformare le coscienze per spegnere le lotte di rottura di rivolta, e che bisogna auto-organizzasi in autonomia nella lotta di classe. Perché io non credo che bastino le sole e spontanee esplosioni sociali radicali delle lotte, come le giornate stupende del 22 settembre del “blocchiamo tutto” e, attenzione, io credo siano anche comunque importantissime e fondamentali! Però in questo momento storico serve anche lo spirito, l’animo della volontà dei rivoluzionari, che devono essere anche connessi e preparati nel corpo e materialmente auto-organizzati come minoranze rivoluzionarie-libertarie ed autonome. Già Malatesta lo diceva nel lontano 1915, nella prima guerra mondiale, affermava con forza concetti che ritengo oggi ancora validissimi in un contesto come è lo scontro di classe presente, di guerra mondiale, lo affermava con il testo; “L’internazionale anarchica e la guerra“. II cosiddetto Manifesto dei trentacinque. Uscito un anno prima del nocivo e deleterio Manifesto dei sedici. lo credo come Malatesta quello che scrisse nel testo: “Gli anarchici e la guerra”. «Gli anarchici hanno, in tempi di guerra, un’azione personale, molto particolare da compiere: la loro azione, potremmo dire, azione particolare per quanto riguarda i mezzi e per quanto riguarda i fini. Noi restiamo fra noi e ci mettiamo d’accordo a tre o quattro per agire. Un gruppo di quindici, venti, quaranta individui si dovrebbe suddividere dunque in quattro, sei, dieci gruppi, liberi rispettivamente dalle preoccupazioni collettive dell’azione.» Certo qui parla solo agli anarchici. E certo io credo che questo sia solo un problema che deve essere risolto prima dagli anarchici e libertari. Però ciò dà uno spunto di riflessione e una domanda per riflettere nel convegno. Una questione per niente nuova. Ma io credo sia prioritario affrontare come dovrebbero essere auto-organizzati questi nostri diversi spazi e tempi specifici. Dico questo anche perché credo che è un grave errore fare confusione e confondere tra spazi e tempi auto-organizzativi specifici anarchici e libertari, confonderli con quelli altri e specifici non anarchici, senza chiarire ciò. Anche perché questo crea, secondo me, solo confusione e malintesi con tutti, anarchici e non, e non porta lontano nello scontro di classe. E che sia chiaro, questo per me non esclude minimamente di lottare con altri compagni/e non anarchici. Semplicemente credo che bisogna essere sinceri nell’auto-organizzazione tra tutti noi compagni/e anarchici e non, per creare diversi altri spazi e tempi con patti mutui, reciproci e chiari, che siano anti-autoritari. Però mi domando, e domando nel convegno: se noi stessi non siamo capaci d’auto-organizzarci autonomamente come si può pensare di poter apportare ed appoggiarsi mutuamente nei conflitti, nelle lotte specifiche, oppure nella lotta di classe apportare delle forza reali e qualitative? E soprattutto: come pensiamo di non trovarci costantemente impreparati e fuori del tempo e degli spazi delle lotte se non siamo auto-organizzati, senza darci progetti, e compiti chiari, con obbiettivi tattici concreti, e una bussola prospettica strategica ideologica per questi nostri specifici incontri come strumento metodologico e che sia in divenire? Un’altra questione da affrontare è come auto-organizzarsi per difendere ed attaccare il gran problema all’interno delle nostre lotte in Italia che causa e produce il recupero interclassista delle lotte sociali di rivolte radicali e autonome di rottura? lo credo che il problema arriva sempre come conseguenza di queste mancanze di spazi e tempi auto-organizzati in autonomia nella lotta di classe, lasciando dei vuoti, senza una reale difesa ed attacco per contrastarli con obbiettivi chiari sia materialmente che politicamente-ideologicamente. lo credo tutto questo, questa mancanza, a parte piccolissime e coraggiose componenti minoritarie nel mondo, è una delle principali ragioni dell’incapacità del nostro movimento anarchico e del movimento generale di rottura rivoluzionaria, di sviluppare delle lotte articolate verso una reale lotta di classe e che vada incontro alle lotte sociali e in autonomia nello scontro di classe. Questo è il problema, non è solo questione di analisi, che tra l’altro più di una volta nel nostro movimento sono state puntuali e molto buone, ma rimangono solo punti di vista teorici. Il punto è come cambiare la realtà dimostrando tali analisi nella lotta. Ma io credo che l’indirizzo d’interpretazione di alcune ultime analisi sono giuste ed utilissime – come per me il testo anarchico La fase nichilista di “Vetriolo”, ma bisogna non cadere nell’inazione, per andare al passo dello scontro di classe e dare un nostro contributo reale di prospettiva rivoluzionaria-libertaria. Perché solo l’integrazione tra la propaganda con i fatti e l’analisi, e viceversa, che è ciò che dimostra la credibilità, la concretezza reale di tali analisi e delle minoranze rivoluzionarie, che assieme alle azioni dei movimenti specifici sociali generali ed internazionali può cambiare con forze reali qualitative nello scontro di classe il contesto sociale della realtà. Certo i concetti d’analisi sono fondamentali, e lo è sopratutto saper fare una puntuale analisi tutt’oggi, ma devono avere un legame sia reale che complesso e di fatto inscindibile ed intrinseco a quello che ha scritto Malatesta. Così lo stesso per la intrinseca propaganda armata, in un rapporto integrativo che c’è tra minoranze rivoluzionarie-libertarie e movimenti specifici generali ed internazionali e la lotta di classe. Senza questo intreccio di prassi-teoria-teoria-prassi… e auto-organizzazione nel reale come forza e nel qualitativo, sia nel tempo che nello spazio, a lungo andare io credo che le analisi, per quanto buone e qualitative come ad esempio La fase nichilista, restino un semplice punto di vista filosofico. E, che sia chiaro, io credo che invece sono preziosi i movimenti internazionalisti e bisogna ritenerli degni di interesse e credo anche che sia fondamentale il relazionarsi con questi per lo sviluppo, è la linfa vitale per i diversi movimenti di lotta di classe rivoluzionaria. Ma, sinceramente, per il compito rivoluzionario io credo oggi che questi siano molto, molto, molto timidi e io non gli darei così tanta enfasi. E, ripeto, dico timidi o non gli darei enfasi per il gran compito rivoluzionario, che per me deve essere compito libertario di rottura, e soprattutto creare un rapporto di forza reale che bisognerebbe creare come rivoluzionari, per provare a difendersi per attaccare nella realtà lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo progressista e tecnologico. Ma pure bisogna essere franchi, dibattere tra noi stessi, confrontarci ed essere auto-critici e critici costruttivamente, al nostro interno, sopratutto di fronte al “cretinismo parlamentare” e al riformismo-democratico che c’è oggi, e che, per inciso, è completamente controrivoluzionario. E sopratutto all’interno di tanti di questi nostri movimenti di lotta, e questo riformismo democratico è interclassista e molto forte. E diciamoci sinceramente che il discorso non è nuovo, certi metodi tattici-strategici di prassi, anche armata, come d’azione dirette d’attacco sia alle cose che alle persone vanno bene a certi individui, gruppi, minoranze e movimenti di lotta in Italia solo se succedono in paesi lontani “tropicali” con le loro folkloristiche guerriglie armate e partigiane. E purtroppo lo stesso anche oggi tocca di nuovo sull’Asia occidentale come la Palestina, ieri toccava con Kurdi, Algerini, Zapatisiti, Mapuche ecc.ecc. Però, soprattutto, subito prendono le distanze, come al G8 a Genova ecc., e soprattutto, mi raccomando, neanche pensarlo come possibilità qui sulle necessarie guerriglie armate e partigiane, in un contesto di lotta di classe almeno non qui, siamo in democrazia costituzionale. Cose già viste e riviste nelle diverse “ondate” universitarie, e in diverse lotte di movimenti antagonisti in venticinque anni di lotta in Italia, e non vedo perché oggi dovrebbe essere diverso senza avere fatto un duro lavoro politico e concreto di lotta rivoluzionaria e di rottura autonoma nello scontro di classe. Dunque ripeto: come contrastare fortemente e politicamente con delle prassi di rottura e in autonomia questo “cretinismo parlamentare”? lo credo che Malatesta già nel 1915 ci dava un buon indirizzo. E il caso Salis è emblematico, ci dà il polso della situazione e ci dice tanto su questo metodo interiorizzato del “cretinismo parlamentare” interclassista, che è molto grave, sopratutto per il contesto sociale e storico di guerra in qui ci troviamo! E soprattutto grave all’interno dei nostri movimenti di lotta, grave per quanti hanno delegato la lotta di classe antiautoritaria e autonoma votando un partito, per rinforzare di fatto così lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo tecnologico e il sistema democratico guerrafondaio interclassista e così minare fortemente una già debole solidarietà reale rivoluzionaria ed internazionalista. lo credo che non affrontare tutto questo con chiarezza nel complesso è un grande errore per le lotte. Un abbraccio…. Salut i anarquia! Juan Sorroche AS2- Terni- 27/01/2026 – Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a Viterbo Action for Palestine Ireland porge i suoi saluti rivoluzionari ai nostri compagni in Italia. Rendiamo omaggio alla vostra mobilitazione contro la guerra e la repressione e alla vostra posizione intransigente contro l’imperialismo in un periodo caratterizzato dall’accelerazione della militarizzazione, della censura e del controllo sociale nel cuore dell’imperialismo e nelle sue periferie. Dal nostro punto di vista in Irlanda, la fase attuale segna un inasprimento delle contraddizioni globali. L’intensificarsi dell’assalto sionista alla Cisgiordania e a Gaza, i continui tentativi imperialisti di destabilizzazione contro il Venezuela e l’Iran e l’ampliamento dell’arco di confronto guidato dalla NATO indicano tutti un approfondimento della strategia di guerra permanente. Questa strategia richiede non solo aggressioni esterne, ma anche un inasprimento della repressione sul fronte interno. Il prossimo anno richiederà non solo la resistenza come in passato, ma anche nuove forme di coordinamento internazionale e chiarezza politica tra i rivoluzionari. È tempo di costruire nuove ondate di resistenza radicate in un’analisi comune e in una lotta condivisa. In Irlanda, questa riconfigurazione di stampo bellico è sempre più evidente. Abbiamo assistito a una marcata escalation nella repressione delle attività anti-imperialiste: la brutalità della Garda contro le manifestazioni di solidarietà con la Palestina e contro la NATO; le violente intimidazioni nei confronti dei repubblicani irlandesi da parte della Special Branch; e la creazione di nuovi precedenti repressivi all’interno dei tribunali illegittimi dello Stato Libero d’Irlanda, che ora rispecchiano le tendenze britanniche in materia di condanne volte a criminalizzare il dissenso. Questi sviluppi non sono abusi isolati, ma espressioni di uno Stato che si prepara a disciplinare l’opposizione interna mentre si allinea più apertamente alla guerra imperialista. Un esempio recente illustra chiaramente questo concetto. Attivisti provenienti da tutta l’Irlanda hanno organizzato una protesta segreta all’aeroporto di Shannon, da tempo centro logistico per le truppe statunitensi e gli apparati militari in transito verso le guerre imperialiste. All’arrivo, sono stati accolti dai vertici della Garda e da unità speciali della polizia investigativa. Questa mobilitazione preventiva dell’apparato repressivo più alto dello Stato segnala un’intensificazione della sorveglianza sui militanti anti-imperialisti e conferma che la presunta “neutralità” militare dell’Irlanda è una finzione. Lo Stato Libero d’Irlanda sta attivamente abbandonando anche la facciata della neutralità per integrarsi più pienamente nella macchina da guerra della NATO, reprimendo al contempo coloro che denunciano e resistono a questo ruolo. Queste tendenze non promettono nulla di buono per la Palestina, né per la classe lavoratrice e gli oppressi in generale. Tuttavia, esse mettono anche in luce le vulnerabilità del sistema. È proprio quando le contraddizioni si acuiscono, quando la guerra all’estero richiede la repressione in patria, che il capitalismo rivela la sua debolezza. Il nostro compito è quello di prepararci a questi momenti, di organizzarci e di agire di comune accordo oltre i confini nazionali. Per questi motivi, accogliamo con favore le vostre mobilitazioni a Viterbo e il vostro impegno in una lotta internazionalista contro la guerra e la repressione. Auspichiamo un rafforzamento della collaborazione tra le nostre lotte, contribuendo a un fronte comune contro l’imperialismo, il colonialismo sionista e gli Stati borghesi che li sostengono. Insieme, attraverso il coordinamento e la determinazione rivoluzionaria, ci impegniamo a trasformare la resistenza in una forza concreta. Solidarietà, Action for Palestine Ireland
Carcere
Rompere le righe
Francia: attacco incendiario contro un campus di IA, in solidarietà ai prigionieri
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/11/attacco-incendiario-contro-i-macchinari-del-cantiere-del-campus-di-intelligenza-artificiale-presso-il-data-center-equinix-meudon-francia-23-novembre-2025/ Qui l’originale: https://nantes.indymedia.org/posts/158585/incendie-dengins-de-chantier-du-datacenter-de-meudon-2/ ATTACCO INCENDIARIO CONTRO I MACCHINARI DEL CANTIERE DEL CAMPUS DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE, PRESSO IL DATA CENTER EQUINIX (MEUDON, FRANCIA, 23 NOVEMBRE 2025) Nella notte tra venerdì 22 e sabato 23 novembre, alcuni ordigni incendiari sono stati collocati nei macchinari del cantiere del campus di intelligenza artificiale, adiacente al data center Equinix già presente. Il cantiere si trova nella zona industriale di Vélizy-Meudon, di fronte al cantiere del nuovo complesso Thales. Tra i clienti di Equinix figurano Thales, Dassault, Bouygues, Amazon e molte altre aziende presenti in questo quartiere. Queste aziende fanno tutte parte del complesso militare-industriale che fornisce armi a Israele e che è responsabile del genocidio dei palestinesi. Tutte traggono profitto dal genocidio coloniale, dalla sorveglianza di massa e dal controllo delle frontiere. Le tecnologie da loro sviluppate vengono testate sulla popolazione palestinese e poi vendute a paesi di tutto il mondo in occasione di fiere commerciali come la Milipol, che si è tenuta in Francia dal 18 al 21 novembre. L’intelligenza artificiale è un elemento chiave di queste tecnologie che Israele utilizza per sorvegliare e compiere il genocidio delle popolazioni di Gaza e della Cisgiordania. Oltre a partecipare a massacri coloniali a livello internazionale, la Francia sta militarizzando i propri confini e rafforzando la sorveglianza e la repressione nei territori colonizzati e nei quartieri. Per cercare di porre fine a tutto questo, abbiamo scelto la via del fuoco e del sabotaggio. Attacchiamo in solidarietà con i prigionieri palestinesi, il cui destino lo Stato di Israele cerca di aggravare legalizzando le esecuzioni, che sono già la norma nelle sue prigioni. Attacchiamo in solidarietà con i “Prisoners for Palestine”, attualmente in sciopero della fame nelle prigioni britanniche per aver attaccato gli stabilimenti dell’azienda israeliana produttrice di armi Elbit. Attacchiamo in omaggio all’anarchico Kyriakos Xymitiris e in solidarietà con le anarchiche imprigionate Marianna e Dimitra, nonché con gli altri prigionieri del caso Ampelokipoi. La fiamma della lotta non si spegnerà mai. Attacchiamo in solidarietà con chi attraversa le frontiere e in omaggio a chi vi ha perso la vita. Attacchiamo in omaggio a tutte le persone che sono morte in prigione e per la libertà di tutti i prigionieri.
Carcere
Azioni
Babele
Rompere il ghiaccio. Rivendicazione del sabotaggio incendiario della linea ferroviaria contro i Giochi olimpici (Pesaro, 7 febbraio 2026)
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/10/rompere-il-ghiaccio-rivendicazione-del-sabotaggio-incendiario-della-linea-ferroviaria-contro-i-giochi-olimpici-pesaro-7-febbraio-2026/ (dove sono riportate anche alcune immagini dai media).   ROMPERE IL GHIACCIO All’alba del 7 febbraio è stata sabotata la linea ferroviaria nei pressi della stazione di Pesaro (PU, Marche). Quest’azione mira a rendere visibili le contraddizioni che si porta con sé lo “spettacolo” delle Olimpiadi, in questo caso quelle invernali Milano Cortina 26. Tra i vari partner ufficiali di questi giochi ci sono aziende come Leonardo, Eni, Gruppo FS, che collaborano e speculano su guerre e devastazione della terra in nome del feroce progresso capitalista. Solidarietà combattiva con tutt* * lavorat* che si ribellano allo sfruttamento dei padroni, con i popoli in lotta per la liberazione della loro terra e con chi insorge contro questa società. Libertà per tutt* * ribelli in gabbia!
Azioni
La ragnatela
Pubblichiamo una proposta di progetto di un collettivo composto da individualita`antiautoritarie nomadi e semi-nomadi: Il gancio: ” the west Is the best” (J.M.)  linee di vita e di lotta, e densità sociali da mappare,attraversare e saper maneggiare con perizia. Procedere a zigzag tessendo trame, orditi e complicità è gioco con le molteplici curvature degli spazi e dei tempi, sia individuali che sociali. È una questione di volontà e di attrezzi che possano servirci ad agganciare occasioni che si profilano nella navigazione, come a saperci sganciare da ordinarietà, autoritarismi e dalla forza di gravità sociale che ci tiene schiacciati al suolo del sempre identico e della solitudine digitalizzata. Per imbastire trame, momenti e mezzi per navigare necessitiamo di spazi e di materiali sulle rotte dove poter sperimentare forme di vita altra e di lotta. Stiamo provando a dare presa e corpo ad un nostro sogno: un punto d approdo sulle strade dove poterci incontrare e respirare assieme. Siamo una piccola tribù di nomadi e seminomadi delle Terre occidentali d’ Europa. Qui, nella zona di agen, stiamo cercando un terreno dove provare a dare vita a tutto ciò.     Le crochet : « The west Is the best » (J.M.)  Des lignes de vie et de lutte, des densités sociales à cartographier, à traverser et à savoir gérer avec habileté. Procéder en zigzaguant, en tissant des trames, des chaînes et des complicités, c’est jouer avec les multiples courbures des espaces et des temps, tant individuels que sociaux. C’est une question de volonté et d’outils qui peuvent nous servir à saisir les occasions qui se profilent dans la navigation, comme à savoir nous détacher de l’ordinaire, des autoritarismes et de la force de gravité sociale qui nous maintient écrasés au sol de l’éternel identique et de la solitude numérisée. Pour tisser des trames, des moments et des moyens de naviguer, nous avons besoin d’espaces et de matériaux sur les routes où nous pouvons expérimenter d’autres formes de vie et de lutte. Nous essayons de donner corps à notre rêve : un point d’ancrage sur les routes où nous pouvons nous rencontrer et respirer ensemble. Nous sommes une petite tribu de nomades et de semi-nomades des terres occidentales de l’Europe. Ici, dans la région d’Agen, nous cherchons un terrain où essayer de donner vie à tout cela.     The hook: ‘The West Is the Best’ (J.M.) Lines of life and struggle, and social densities to be mapped, traversed and skilfully handled. Proceeding in a zigzag pattern, weaving plots, warps and complicities, is a game with the multiple curves of space and time, both individual and social. It is a question of will and tools that can help us hook onto opportunities that arise in navigation, as well as knowing how to detach ourselves from ordinariness, authoritarianism and the social force of gravity that keeps us pinned to the ground of the ever-same and digitised solitude. In order to weave plots, moments and means of navigation, we need spaces and materials on the routes where we can experiment with other forms of life and struggle. We are trying to give shape and substance to our dream: a place on the road where we can meet and breathe together. We are a small tribe of nomads and semi-nomads from the western lands of Europe. Here, in the Agen area, we are looking for a piece of land where we can try to bring this dream to life.     El gancho: «The west is the best» (J.M.) Líneas de vida y de lucha, y densidades sociales que hay que cartografiar, atravesar y saber manejar con destreza. Avanzar en zigzag tejiendo tramas, urdimbres y complicidades es un juego con las múltiples curvaturas de los espacios y los tiempos, tanto individuales como sociales. Es una cuestión de voluntad y de herramientas que nos sirvan para aprovechar las oportunidades que se perfilan en la navegación, así como para saber desprendernos de la mediocridad, los autoritarismos y la fuerza de gravedad social que nos mantiene aplastados al suelo de lo siempre igual y de la soledad digitalizada. Para tejer tramas, momentos y medios para navegar, necesitamos espacios y materiales en las rutas donde podamos experimentar otras formas de vida y de lucha. Estamos intentando hacer realidad nuestro sueño: un lugar en las carreteras donde poder encontrarnos y respirar juntos. Somos una pequeña tribu de nómadas y seminómadas de las tierras occidentales de Europa. Aquí, en la zona de Agen, estamos buscando un terreno donde intentar dar vida a todo esto.                        
Iniziative
Materiali
Babele