Riceviamo e diffondiamo:
Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui
gioca la nazionale israeliana? E soprattutto, perché si permette ancora a
Israele – uno Stato guerrafondaio e genocida – di partecipare alle competizioni
sportive? Ci riferiamo ovviamente alla partita Israele-Grecia che inaugurerà il
campionato europeo di basket under 18 il prossimo 25 luglio (Rovereto,
Palamarchetti ore 13), e a quelle che seguiranno nei prossimi giorni a Trento e
Rovereto.
Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la
squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si
aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa
d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può.
Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e
bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare,
torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli
israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari
arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento.
I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi
divorare come un’anguria.
I giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un
popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto
chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la
possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che
disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della
«convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per
primi ogni connivenza con il loro Stato.
Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in
Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per
noi siete i benvenuti.
Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la
accoglie e la sua pelosa “solidarietà”.
Mentre, in questi giorni, Israele sta cominciando a internare i palestinesi di
Gaza in riserve-lager, dobbiamo dare ancora più voce alla solidarietà reale.
Contestiamo la partita!
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Rovereto, 25 luglio
Contestiamo rumorosamente la partita di basket under 18 Israele-Grecia al
Palamarchetti
Appuntamento ai Giardini “Perlasca” (Giardini Milano) dalle ore 12
Qui la chiamata in pdf: rovereto eurobasket 25 luglio
Qui le locandine scaricabili:
Tag - Rompere le righe
Diffondiamo questo volantino, che sta venendo diffuso a Rovereto in varie
iniziative patrocinate dal Comune in vista della partita Israele-Grecia, con la
quale, il prossimo 25 luglio, si vorrebbe inaugurare il campionato europeo di
basket under 18 proprio nella “città della pace”:
Qui il volantino:
A colori: estate rovereto-1
In bianco e nero: estate rovereto bn
ROVERETO, “CITTÀ DELLA PACE”, ACCOGLIE A BRACCIA APERTE LA NAZIONALE ISRAELIANA
NEL CAMPIONATO EUROPEO DI BASKET UNDER 18
Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui
gioca la nazionale israeliana? Israele non è forse uno Stato che si trova fuori
dall’Europa, responsabile della cacciata, segregazione, eliminazione di un
popolo arrivata al suo ultimo stadio – il genocidio? Ci riferiamo ovviamente
alla partita che inaugurerà il campionato a Rovereto il prossimo 25 luglio
(Palamarchetti ore 13).
A spiegarci il perché – si fa per dire – è lo stesso Comune di Rovereto, in un
dépliant dove viene esibita l’immagine di un’anguria (realizzata dagli studenti
del Liceo Depero nell’ambito della tristemente nota “alternanza scuola-lavoro”).
Con queste parole: «non [è] solo [un] frutto estivo e simbolo di condivisione.
Tagliata a fette, rivela infatti i colori della bandiera palestinese […] Nata
come emblema di identità e resistenza pacifica, l’anguria è oggi un’icona
globale di solidarietà. Attraverso questo potente contrasto visivo, la città di
Rovereto si fa portavoce di un messaggio di pace, invitando a superare le
apparenze e a riflettere sul valore universale dei diritti umani e della
convivenza civile.»
Insomma, è questa la “solidarietà” ai palestinesi del Comune di Rovereto:
scippare loro un simbolo di resistenza e disarmarlo con tante parole vuote, e un
«contrasto» non solo visivo.
Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la
squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si
aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa
d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può.
Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e
bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare,
torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli
israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari
arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento.
I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi
divorare come un’anguria, e rinfrescare un po’ le coscienze in una calda estate
roveretana.
Difficile essere insieme più complici e più ipocriti. Al di là delle
«apparenze», i giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un
popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto
chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la
possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che
disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della
«convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per
primi ogni connivenza con il loro Stato.
Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in
Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per
noi siete i benvenuti.
Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la
accoglie e la sua pelosa “solidarietà”.
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: comunicato rettorato
Contro guerre, genocidio e divieti
CIRCONDIAMO IL RETTORATO
Da alcune settimane a questa parte, come Assemblea di solidarietà alla
resistenza palestinese, abbiamo ripreso l’attività di pressione contro
l’Università di Trento, che – in omaggio alle lotte dei neri sudafricani contro
l’apartheid – chiamiamo «campagna di sfida». Il nostro obiettivo è spingere
Uni-Tn a rompere ogni collaborazione con le università israeliane, le aziende
che collaborano al genocidio dei palestinesi e più in generale l’industria
bellica. Abbiamo deciso di concentrarci in particolare contro il Rettorato di
via Calepina, sotto il quale, tutti gli scorsi lunedì dalle 18, abbiamo tenuto
dei rumorosi cacerolazo (battiture di pentole) alternati a interventi contro le
collaborazioni, il genocidio e la guerra.
La cosa deve avere almeno un po’ infastidito l’Ateneo e il rettore Deflorian,
non nuovo peraltro alle reazioni scomposte (memorabile quando, l’anno scorso,
negò su un giornale locale ogni collaborazione con la guerra e il genocidio, per
essere sonoramente smentito nel giro di pochi giorni da una lettera aperta di un
gruppo di ricercatori). La Questura, infatti, ci ha notificato negli scorsi
giorni che la protesta potrà tenersi ovunque tranne sotto il Rettorato, perché
disturberebbe «il regolare svogimento delle attività amministrative» e «potrebbe
evolvere verso episodi di ulteriore intemperanza verso il Rettore», già
apostrofato mentre usciva dagli uffici («si vergogni!», «complice del
genocidio») e addirittura costretto a interrompere una telefonata (!).
Se in fondo ci fa piacere che le nostre modeste attività abbiano dato almeno un
po’ di fastidio, non possiamo ignorare lo sfondo su cui si colloca questa prova
tecnica di silenziamento e repressione. Mentre al vertice di Ankara la NATO
prepara riarmo e guerre per decenni; mentre viene varato un pacchetto
“sicurezza” dietro l’altro; mentre Trump e i suoi preparano un vertice
internazionale contro gli «Antifa» e «l’estremismo di sinistra», il messaggio
non potrebbe essere più chiaro: in una società in guerra, disturbare il
manovratore è vietato. Dopo non aver mai interrotto le proprie collaborazioni
con la guerra e il genocidio, la «comunità accademica» trentina che Deflorian
rappresenta e dice di avere dietro di sé, si fa coerentemente complice di ciò
che la guerra porta sempre con sé: controllo e repressione.
Facciamo appello a chi non vuole accettare tutto ciò a scendere in piazza con
noi. Ne va delle lotte, della libertà, delle vite di tutti e tutte.
Palestina libera!
TRENTO, LUNEDÌ 13 LUGLIO
DOPPIO PRESIDIO
in via Garibaldi (Piazza d’Arogno) e via Roccabruna
Ritrovo ore 17.30 in via Garibaldi
Portare pentole, fischietti, trombe da stadio e tutto quel che serve per far
rumore
Microfono aperto
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e ben volentieri diffondiamo:
fcg9
Riprendiamo da
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/06/17/uninfuocata-misura-di-disarmo-presso-la-telekom-attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-della-deutsche-telekom-contro-la-guerra-e-contro-la-sorveglianza-tecnologica-berlino-germania-giugn/
“Un’infuocata misura di disarmo presso la Telekom!”. Attacco incendiario contro
il parco auto della Deutsche Telekom, contro la guerra e contro la sorveglianza
tecnologica (Berlino, Germania, giugno 2026)
“Il settore della difesa rappresenta un nuovo ambito di attività che Telekom
intende sviluppare e nel quale intravede un elevato potenziale di crescita”.
Ciò che il presidente del consiglio di amministrazione della Deutsche Telekom,
Tim Höttges, definisce qui “potenziale di crescita” non è altro che: la guerra è
un affare redditizio e il gruppo vuole la sua fetta di torta.
L’azienda parastatale, con i suoi servizi informatici destinati alle autorità di
difesa e sicurezza, è da tempo sinonimo di integrazione tra tecnologie civili e
militari. Tuttavia, l’attuale spinta verso il mercato degli armamenti assume una
dimensione decisamente nuova e, in questo senso, Telekom si trova in ottima
compagnia. La Germania, infatti, vuole diventare un Paese pronto alla guerra e,
di conseguenza, la sua industria in crisi viene riorientata verso il settore
degli armamenti. Ad esempio, presso lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück e
presso il produttore di treni Alstom a Görlitz, dovrebbero presto uscire dalla
catena di montaggio dei carri armati, mentre nell’ex stabilimento Pierburg di
Wedding, a partire da luglio, Rheinmetall intende avviare la produzione delle
relative munizioni di artiglieria. Da parte sua, la Telekom prevede di
sviluppare, insieme a Rheinmetall, uno scudo di difesa contro i droni.
Attraverso il proprio fondo tecnologico da 2 miliardi di euro, l’azienda
partecipa inoltre alla start-up Quantum Systems, che sviluppa droni autonomi da
combattimento e di sorveglianza.
Tutto questo non può passare inosservato, ecco perché la scorsa notte abbiamo
alleggerito il parco auto della Deutsche Telekom di sei veicoli nel quartiere di
Alt-Hohenschönhausen a Berlino. Hanno fatto i conti senza di noi. Non vogliamo
cedere i nostri quartieri alla loro produzione di armi né morire come carne da
cannone al fronte per i potenti.
Saluti di solidarietà agli Ulm5 e a tutti gli altri antimilitaristi che
ultimamente sono finiti nel mirino degli sbirri!
Contro ogni guerra! Contro ogni genocidio!
Fanculo il servizio militare obbligatorio! Fanculo la Bundeswehr!
Attacchiamo la militarizzazione e la distopia della sorveglianza e
dell’intelligenza artificiale!
E come sempre: difendiamo Rigaer94!
Voi avete il potere, noi abbiamo la notte!
[Pubblicato in tedesco in https://de.indymedia.org/node/744269 | Tradotto in
italiano e pubblicato in
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/06/17/uninfuocata-misura-di-disarmo-presso-la-telekom-attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-della-deutsche-telekom-contro-la-guerra-e-contro-la-sorveglianza-tecnologica-berlino-germania-giugn/]
Riceviamo e pubblichiamo questo importante documento di rivendicazione,
riflessione e proposta. Le questioni che solleva richiedono senz’altro un
confronto, nei tempi e negli spazi più opportuni:
Una proposta di guerra
Riceviamo e diffondiamo:
IMBRICCHIAMOCI 28^ Edizione.
Sabato 20 – Domenica 21 giugno 2026
Ritrovo ore 9 Stazione di Savona . Ritorno Domenica in tardo pomeriggio.
Info tecniche: porta gavetta, posate, borraccia, materassino, abbigliamento
adeguato, scarpe tecniche, k-way. Pernottamento in rifugio, Cibo autogestito da
condividere. È disponibile una griglia per la cena del sabato (porta quello che
vuoi grigliare)
L’escursione è nei monti dell’entroterra savonese.
Se partecipi comunica la tua presenza per motivi organizzativi. Scrivi una
e-mail a fuoricontrollo@inventati.org (NB non fare rispondi alla mailing list!)
oppure contattaci via telefono.
“I singoli governi degli stati membri EU, si sono attivati compreso il governo
italiano che nel luglio 2025 ha pubblicato il Programma nazionale di
esplorazione mineraria generale per le materie prime critiche ovvero una mappa
di tutti i siti minerari potenziali sul territorio. Questi sono oltre tremila
(!) e diversi si trovano in Liguria, nel caso dell’area del Beigua (quella che
da decenni accende la brama delle multinazionali dell’estrazione mineraria)
l’attività di contro-informazione, le iniziative molteplici organizzate nel
corso degli anni hanno arrestato i piani di sfruttamento ma il sistema
politico-economico oggi rilancia: nella mappa compaiono anche risorse minerarie
marine e pure in questo caso la Liguria è coinvolta con presenza di magnetite
(ferro) a largo di Voltri, Cornigliano, Chiavari, rutilo (titanio come quello
del Beigua) a largo di Capo Mele e Lerici, zircone presso Sori. E nel savonese
compare anche una vasta area della Valle Bormida (Murialdo, Calizzano, Osiglia,
Mallare) dove giacciono nel sottosuolo grafite e altri minerali appetitosi per
l’industria degli armamenti mentre circa un centinaio di chilometri più verso
est in Val Graveglia e Val di Vara, si segnalano giacimenti di rame, manganese
ed altro.”
CONTRO LE MINIERE!
CONTRO ARMAMENTI e GUERRE!
Gruppo Anarchico fuoricontrollo
fuoricontrollo@inventati.org
Qui la locandina dell’iniziativa: imbrichiamoci 28
Qui un testo su miniere e guerra
Pubblichiamo questo volantino dell’Assemblea di solidarietà alla resistenza
palestinese di Trento, diffuso durante il corteo contro il progetto di
circonvallazione Tav che si è tenuto in città lo scorso sabato 13 giugno. Ci
sembra il caso di integrare un aspetto, che nel testo è stato appena sfiorato
per motivi di spazio. Se è solo nel 2016 (e non già nel 2014) che cominciano a
essere varati i Piani di mobilità militare dell’Unione Europea, c’è una ragione
precisa: il loro legame con la costruzione di un esercito comune europeo. Mentre
questa vecchia idea ha visto atteggiamenti diversi da parte delle varie
amministrazioni USA (ostile da parte di Bush II, apparentemente favorevole da
parte di Obama e Biden, ambivalente, come al suo solito, da parte di Trump),
divise tra chi percepisce il militarismo in proprio del Vecchio continente come
un potenziale concorrente imperialistico (e con la Francia a pretenderne la
guida) e chi invece lo pensa come un prolungamento più solido dell’imperialismo
a stelle e strisce, questo progetto ha sempre trovato l’opposizione del Regno
Unito, preoccupato dal possibile “risveglio” (peraltro, in questo momento,
realmente in corso) del suo storico rivale tedesco. È quindi solo con la Brexit,
avvenuta appunto nel 2016, che queste pulsioni hanno potuto ridestarsi.
Al di là delle questioni “geopolitiche”, per le quali rimandiamo alla piccola
sitografia in fondo al volantino, una cosa ci sembra chiara: il militarismo
europeo è una realtà con cui dovremo sempre più fare i conti. Se non possiamo
ovviamente sapere se si arriverà davvero a uno scontro diretto con la Russia,
non considerare seriamente questa possibilità ci sembra solo irresponsabile,
mentre questa minaccia è già il motore che permette l’economia di guerra e lo
sviluppo del complesso scientifico-militare-industriale, di per sé foriero di
controllo tecnologico e distruzione del vivente. Abbiamo poi un’altra certezza:
una volta prodotte le armi, arruolati i soldati, coscritti i lavoratori, questi
andranno in ogni caso usati. Se in Europa orientale, Asia occidentale o Africa,
lo diranno le circostanze future. A noi il compito di osservare per tempo i
movimenti del nemico: per denunciarli e intralciarli da subito, e per farci
trovare sulla sua strada al momento giusto.
Qui in pdf: tav e guerra con introduzione
Qui il volantino: tav e guerra volantino 13.06.25
TAV E GUERRA VIAGGIANO SUGLI STESSI BINARI
(con l’assistenza di Leonardo SpA)
«[Dobbiamo] assumerci la responsabilità di proteggere i nostri interessi e il
modo di vivere europeo. L’Europa non può più permettersi di fare affidamento
sulla potenza militare degli altri o di consentire che il suo onore in Mali sia
difeso solo dalla Francia.»
Jean-Claude Juncker, allora presidente della Commissione Europea, 2016
Che il TAV abbia anche una marcata finalità militare – trasporto di truppe,
armamenti e materiali nucleari – è stato un sospetto che ha accompagnato la
lotta No TAV fin dai suoi inizi. Un sospetto che negli ultimi dieci anni è
diventato certezza, dato che i vari Piani d’azione per la mobilità militare
dell’Unione Europea esplicitano questa funzione, con aperto riferimento agli
eventi del 2014 in Ucraina (il “cambio di regime” di EuroMaidan, il movimento
autonomista nel Donbas, l’aggregazione della Crimea alla Russia). Se una
ferrovia adeguatamente potenziata è infatti il mezzo più idoneo a trasportare
armamenti sempre più pesanti, il TAV è anche l’ariete che permette di sfondare
tutti gli ostacoli – materiali e giuridici – al movimento rapido delle truppe.
Non è casuale che a questi documenti – e relativi “pacchetti” finanziari – sia
seguita (nel 2020 e nel 2021) l’esercitazione militare Defender Europe, la più
massiccia condotta sul continente dalla Seconda guerra mondiale (circa 30.000
soldati provenienti da 26 Stati, dispiegati in una dozzina di Paesi dell’Europa
centro-orientale). Non solo una deliberata provocazione anti-Russa, ma anche
un’operazione dichiaratamente mirata ad adeguare il territorio al passaggio di
truppe corazzate, a partire… dall’allargamento delle gallerie.
L’obiettivo degli Eu Military Plan è potenziare al massimo il ruolo delle
ferrovie ad alta velocità all’interno dei cosiddetti «corridoi Ten-T» (le vie di
comunicazione “intermodali” individuate dall’Unione Europea). Il perché ce lo
dice il Center for European Analysis (CEPA), un think tank della NATO: «la
capacità [dell’UE] di agire efficacemente richiederà anche il rapido movimento
di forze in Europa prima del loro dispiegamento nelle regioni di crisi adiacenti
ai confini del blocco e oltre». Per questo sono necessarie «infrastrutture
prioritarie a doppio uso (civile e militare) che potrebbero essere co-finanziate
dalla Commissione europea». Infatti, «durante il dispiegamento di forze per le
operazioni di risposta alle crisi, le restrizioni di peso sulle strade
tenderanno a favorire l’uso della ferrovia o delle vie fluviali/barche. Questo
perché la combinazione di camion, rimorchio e carro armato pesante potrebbe in
futuro superare le 120 tonnellate». Si tratta di un investimento finanziario
considerevole, che come al solito aumenta con il passare del tempo: l’ultimo
Piano di mobilità militare del 2025 prevede un investimento da 17 miliardi di
euro, dieci volte in più del precedente, mentre solo per l’Italia l’UE ha già
stanziato 42 milioni per i progetti di adeguamento delle stazioni di Pontedera e
Tombolo (Pisa), Palmanova (Udine), Genova-Sampierdarena e La Spezia Marittima.
In questa lucrosa partita non poteva mancare il colosso italiano degli
armamenti: Leonardo. Che nel 2024 ha stipulato un accordo con Rete Ferroviaria
Italiana per la militarizzazione digitale delle ferrovie. L’accordo prevede che,
«in situazioni ordinarie e straordinarie», le «infrastrutture dual use» (le
ferrovie) potranno «assicurare la movimentazione di risorse militari,
all’interno e all’esterno dell’Europa» anche «con breve preavviso e su larga
scala». Dal canto suo, Leonardo mette a disposizione «tecniche avanzate di A.I.»
e uno dei «super computer più potenti del settore aerospazio, difesa e
sicurezza»
(https://www.rfi.it/it/news-e-media/comunicati-stampa-e-news/2024/4/15/leonardo-e-rete-ferroviaria-italiana-sottoscrivono-un-accordo-su.html).
Nel frattempo, con il pacchetto legislativo Defence Readiness Omnibus, la
Commissione Europea legalizza il lavoro in deroga, arruolando di fatto i
ferrovieri che, per qualsiasi esigenza di “sicurezza” e “difesa”, potrebbero
essere costretti a lavorare in condizioni e orari straordinari, non previsti dai
contratti collettivi.
La guerra ha un peso. Per reggerlo servono binari più robusti, ma anche
popolazioni sufficientemente resilienti da farsi portare al macello – a
cominciare da quello del proprio territorio, della spesa sociale, delle proprie
condizioni di vita e di lavoro.
Mentre l’UE, minacciata di “abbandono” da Trump, accarezza più che mai l’idea di
costruire un proprio esercito per un imperialismo in proprio. Mentre il massacro
in Ucraina continua, dopo almeno due milioni di morti da entrambe le parti.
Mentre Zelensky e la sua banda colpiscono il territorio russo sempre più in
profondità, provocando stragi di civili con droni costruiti insieme alle
industrie europee, missili da crociera forniti dai “nostri” governi (e pilotati
da ufficiali NATO…), e con il plauso delle “nostre” televisioni. Mentre le
“nostre” élite cercano con ogni mezzo lo scontro diretto con la Russia. Mentre
le guerre aggravano la crisi economica, e la crisi economica viene tamponata con
il riarmo. Mentre il “nostro” imperialismo continua a massacrare in Palestina,
Medio Oriente, Africa… la guerra è già qui, contro di noi. Se “a casa nostra”
non si è ancora materializzata nelle trincee, è già arrivata sotto forma di
cantieri devastanti e avvelenamento dei territori, treni carichi di blindati e
materiale radioattivo, valanghe di prebende da intascare (per i soliti noti) e
debito pubblico da ripagare (per tutti gli altri). A noi saperla riconoscere e
combattere prima che ci piombi addosso, sempre più veloce.
Trento, 13 giugno 2026
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Per approfondire:
Assemblea No Tav Torino e Cintura, Il TAV all’interno dei corridoi militari
europei
https://www.notavtorino.org/documenti-24/opuscolo-tav-militare-marzo-2022.pdf
Antonio Mazzeo, Trasportare la guerra. Mobilità militare 2.0 e rete TEN-T
https://umanitanova.org/trasportare-la-guerra-mobilita-militare-2-0-e-rete-ten-t/
Bollettino dei Ferrovieri contro la guerra (CUB Rail),
n°7
https://ilrovescio.info/2026/03/11/ferrovieri-contro-la-guerra-bollettino-n-7/
e n°8
https://ilrovescio.info/2026/04/21/bollettino-dei-ferrovieri-contro-la-guerra-n8-aprile-2026/
Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble.
Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans
la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre
époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo
alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente
approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra
generalizzata al vivente
(https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/).
Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la
distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la
guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè
quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine,
al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910
e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille
(senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più
complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e
produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare,
trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale
capitalistico».
Qui in pdf: Tecnoguerra(1)
Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
da: ggrothendieck.wordpress.com
Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le
guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti,
non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate.
Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale
totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui
l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una
regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati
alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX,
che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista
politico-economico contrastando l’influenza jihadista.
La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali
(gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta
intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono
già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e
militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo»
della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria,
terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non
padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne
in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle
comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia,
grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni
all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida
sconfitta.
Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli
embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio
alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici
dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o
Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di
trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche
sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di
guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la
penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni
Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da
intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con
buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà
mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo,
indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale
continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi
con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale
internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal
momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio
della guerra [4].
Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in
concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran
Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo
Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le
imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e
militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di
ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre
degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA
di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso
zone di guerra.
Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si
traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente
d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto
ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento
più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime
militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il
continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non
tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per
esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze
nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze
esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo
massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la
Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle
battaglie.
Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5
o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo
sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze
tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio,
esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza
collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan,
Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire
politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi
militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche
alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed
è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande
Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la
propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC,
sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO.
Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e
strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra
russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne
abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per
esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a
difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe
essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9].
Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i
colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e
la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia,
come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di
molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna
indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere
la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il
materiale bellico [10].
Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri
interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un
massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’
ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il
che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data
del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]).
Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella
guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure
contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati
Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie,
in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra…
Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi:
1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con
l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA
e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati
dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta
guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia,
Taiwan ecc.)
2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul
continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra
in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio
Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può
concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so
come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la
Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile
nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle
grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli
intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa
prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la
guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti,
cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe
«schiacciare» la logica capitalista.
3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre
ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la
velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti
i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro.
Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e
confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra
chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa
fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti
militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli
antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non
sembra concepibile a breve e a medio termine.
La tecnoguerra: sangue e droni
«I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di
scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più
intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano
impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il
puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore
centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12].
Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per
osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci
si dirige.
Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill
con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq,
è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati
Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un
numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13].
L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il
fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo
dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari
a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse
centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come
di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto
lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo
delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer
sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa.
La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei
droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non
sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da
complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da
mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse
centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e
distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve
distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili
trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17].
L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni
di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di
essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati
dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli
esperti ucraini di droni [19].
Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina
utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle
competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le
tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi
addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot
o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì
che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte
e «sprechi» molti meno uomini della Russia.
Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette
alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla
«asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal
lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese
delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23].
In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee
hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora
le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di
Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25].
Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di
sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer,
robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il
campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova
chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le
dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer
[28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli
industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno
d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in
condizioni reali.
In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte.
Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia
del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di
eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra),
essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata
persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi
non plus di Gainsbourg et Birkin [29].
Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill,
«senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di
robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di
milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e
feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare
il prezzo più alto.
Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è
messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso.
Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso
potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo
di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche
quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo
tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e
di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi
Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è
scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo
fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci
gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre
il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill.
Conclusione
«L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà
realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le
nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e
regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e
promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme
un vero e proprio shock competitivo»
(Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron).
Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per
studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei
sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30].
Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco
cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di
penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere
ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il
rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso
questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un
campo.
Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra
totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe,
forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro
Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare
che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per
l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici
nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o
ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il
programma di missile balistico europeo ELSA [32].
Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al
2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique
2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese.
La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento
militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso
la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio).
È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita
di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a
dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori
tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche
civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello
della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la
start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone
militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari
all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026,
Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo
per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento
associato, UCAS.
Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase
preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di
calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di
alleanze commerciali più complessi.
Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre
delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare
obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale
capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre
esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra
ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non
prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o
dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono
diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte
nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste
guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici
offensivi.
Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la
questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale
bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di
morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si
prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre
possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso»,
lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo
stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia.
Groupe Grothendieck,
Grenoble, aprile 2026.
groupe-grothendieck@riseup.net
ggrothendieck.wordpress.com
[1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national
des hautes études de la sécurité et de la justice,
Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense
[2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres
[3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de
quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026.
[4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres,
Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in
«economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in
economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in
guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo
fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è
aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle
aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si
realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo
impresa della Francia.
Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html
[5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari
letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in
Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel
2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i
Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani.
https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/
[6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in
corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto
internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI).
[7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati
Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi.
[8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The
Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226
[9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle
tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che
il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della
Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le
diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo
de L’Orient le jour del
20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html
[10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le
principali importazioni di armi francesi.
[11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli
ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la
mobilité en haute intensité ».
[12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf
[13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato
nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e
mezzo il numero totale dei morti in questa guerra.
[14] Unmanned Aerial Vehicule.
[15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y
aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle
immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con
l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al
riparo.
[16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata,
rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones
redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense
nationale (IHEDN), Febbraio 2026.
[17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila
euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro.
[18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/
[19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1°
aprile 2026.
[20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati
trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera
Scalp (400 chilometri di portata).
[21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech
[22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin,
nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per
quello francese.
[23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze
armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata
da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026.
[24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con
l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de
Défense, n. 18, Inverno 2026.
[25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire
[26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php
[27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640
[28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667
[29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn
[30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto,
possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora
nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la
guerra in Germania.
[31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné,
15 aprile 2026.
[32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione
dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un
nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile
qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048
[33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de
la sécurité nationale
(SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf
[34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/
[35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma
di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte »,
Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026.
[36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et
biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/
Ringraziando chi l’ha fatta e inviata, diffondiamo la traduzione di un
comunicato cristallino di compagni iraniani e afghani. Al di là di quello che
“ci auguriamo” sulle sorti della guerra (la completa disfatta di Washington e
Tel Aviv), non abbiamo dubbi su dove “posizionarci”: dalla parte degli sfruttati
e oppressi che vogliono semplicemente vivere le proprie vite, contro tutte le
trame, gli interessi, le guerre dei potenti. Proprio come fanno questi compagni.
Per saperne di più sul Fronte Anarchico: https://anarchistfront.noblogs.org/
Comunicato dal fronte anarchico in Iran e Afganistan
Contro tutti gli Stati, contro tutte le guerre
Da più di un mese, le bombe statunitensi e israeliane stanno cadendo sopra
l’Iran.
I civili muoiono, centinaia di loro erano bambine/i.
Più di un milione di persone sono state sfollate. Internet è bloccato dal 28
febbraio. La guerra ormai si è estesa in tutta la regione.
Vogliamo dire qualcosa che i mezzi di comunicazione silenziano.
Non siamo in lutto per la repubblica islamica. Abbiamo lottato contro di essa da
tutta la vita. Ha torturato i nostri compagni e compagne. Ha imprigionato le
nostre sorelle. Ha massacrato la nostra gente per quarantasette anni.
Ma le bombe imperialiste non sono la nostra liberazione.
Lo stesso Trump l’ha detto. Non sta lottando per la democrazia. Non sta lottando
per le donne iraniane. Lotta per gli interessi strategici statunitensi, per
distruggere lo schieramento militare e controllare la regione. Washington non
bombarda per la libertà. Basterebbe chiederlo alla gente in Iraq. O la gente in
Afghanistan.
Mentre le bombe fuori cadono, la repubblica islamica crea una guerra interna.
Chi manifesta viene giustiziato.
I prigionieri politici son detenuti senza accesso al cibo. I nostri compagni e
compagne vengono fatte sparire.
La gente in Iran si trova intrappolata tra due forme di violenza. Una porta il
turbante. L’altra, giacca e cravatta.
A coloro che durante la diaspora sventolano la bandiera dello Shah, vogliamo
dire con tutta chiarezza: non siamo sopravvissuti durante questi 47 anni di
dittatura per consegnare la nostra terra al figlio dell’altro dittatore. La
corona e il turbante sono due facce della stessa medaglia. E rifiutiamo questa
medaglia.
Quello che vogliamo è semplice. Vogliamo una società dal basso. Senza re. Senza
mullah, senza scià. Vogliamo l’organizzazione del lavoro nelle mani di chi
davvero ci lavora. Comunità autorganizzate e autogestite. Tutte le persone
libere di decidere del proprio futuro.
Spalla a spalla con la gente in Iran. Non con Washington, non con la repubblica
islamica. Non con la corona.
Con i popoli.
Con la gente.
Contro la guerra imperialista! No ai mullah! No allo scià!