Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble.
Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans
la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre
époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo
alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente
approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra
generalizzata al vivente
(https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/).
Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la
distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la
guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè
quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine,
al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910
e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille
(senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più
complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e
produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare,
trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale
capitalistico».
Qui in pdf: Tecnoguerra(1)
Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
da: ggrothendieck.wordpress.com
Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le
guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti,
non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate.
Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale
totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui
l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una
regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati
alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX,
che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista
politico-economico contrastando l’influenza jihadista.
La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali
(gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta
intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono
già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e
militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo»
della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria,
terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non
padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne
in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle
comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia,
grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni
all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida
sconfitta.
Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli
embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio
alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici
dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o
Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di
trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche
sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di
guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la
penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni
Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da
intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con
buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà
mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo,
indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale
continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi
con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale
internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal
momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio
della guerra [4].
Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in
concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran
Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo
Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le
imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e
militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di
ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre
degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA
di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso
zone di guerra.
Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si
traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente
d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto
ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento
più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime
militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il
continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non
tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per
esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze
nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze
esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo
massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la
Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle
battaglie.
Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5
o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo
sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze
tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio,
esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza
collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan,
Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire
politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi
militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche
alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed
è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande
Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la
propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC,
sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO.
Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e
strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra
russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne
abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per
esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a
difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe
essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9].
Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i
colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e
la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia,
come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di
molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna
indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere
la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il
materiale bellico [10].
Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri
interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un
massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’
ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il
che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data
del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]).
Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella
guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure
contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati
Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie,
in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra…
Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi:
1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con
l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA
e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati
dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta
guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia,
Taiwan ecc.)
2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul
continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra
in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio
Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può
concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so
come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la
Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile
nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle
grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli
intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa
prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la
guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti,
cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe
«schiacciare» la logica capitalista.
3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre
ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la
velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti
i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro.
Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e
confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra
chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa
fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti
militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli
antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non
sembra concepibile a breve e a medio termine.
La tecnoguerra: sangue e droni
«I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di
scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più
intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano
impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il
puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore
centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12].
Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per
osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci
si dirige.
Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill
con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq,
è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati
Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un
numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13].
L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il
fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo
dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari
a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse
centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come
di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto
lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo
delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer
sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa.
La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei
droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non
sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da
complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da
mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse
centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e
distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve
distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili
trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17].
L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni
di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di
essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati
dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli
esperti ucraini di droni [19].
Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina
utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle
competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le
tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi
addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot
o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì
che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte
e «sprechi» molti meno uomini della Russia.
Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette
alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla
«asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal
lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese
delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23].
In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee
hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora
le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di
Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25].
Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di
sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer,
robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il
campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova
chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le
dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer
[28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli
industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno
d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in
condizioni reali.
In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte.
Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia
del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di
eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra),
essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata
persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi
non plus di Gainsbourg et Birkin [29].
Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill,
«senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di
robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di
milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e
feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare
il prezzo più alto.
Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è
messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso.
Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso
potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo
di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche
quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo
tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e
di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi
Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è
scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo
fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci
gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre
il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill.
Conclusione
«L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà
realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le
nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e
regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e
promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme
un vero e proprio shock competitivo»
(Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron).
Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per
studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei
sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30].
Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco
cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di
penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere
ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il
rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso
questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un
campo.
Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra
totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe,
forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro
Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare
che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per
l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici
nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o
ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il
programma di missile balistico europeo ELSA [32].
Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al
2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique
2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese.
La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento
militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso
la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio).
È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita
di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a
dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori
tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche
civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello
della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la
start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone
militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari
all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026,
Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo
per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento
associato, UCAS.
Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase
preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di
calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di
alleanze commerciali più complessi.
Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre
delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare
obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale
capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre
esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra
ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non
prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o
dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono
diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte
nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste
guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici
offensivi.
Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la
questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale
bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di
morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si
prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre
possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso»,
lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo
stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia.
Groupe Grothendieck,
Grenoble, aprile 2026.
groupe-grothendieck@riseup.net
ggrothendieck.wordpress.com
[1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national
des hautes études de la sécurité et de la justice,
Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense
[2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres
[3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de
quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026.
[4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres,
Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in
«economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in
economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in
guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo
fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è
aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle
aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si
realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo
impresa della Francia.
Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html
[5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari
letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in
Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel
2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i
Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani.
https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/
[6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in
corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto
internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI).
[7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati
Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi.
[8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The
Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226
[9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle
tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che
il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della
Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le
diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo
de L’Orient le jour del
20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html
[10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le
principali importazioni di armi francesi.
[11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli
ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la
mobilité en haute intensité ».
[12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf
[13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato
nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e
mezzo il numero totale dei morti in questa guerra.
[14] Unmanned Aerial Vehicule.
[15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y
aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle
immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con
l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al
riparo.
[16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata,
rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones
redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense
nationale (IHEDN), Febbraio 2026.
[17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila
euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro.
[18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/
[19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1°
aprile 2026.
[20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati
trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera
Scalp (400 chilometri di portata).
[21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech
[22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin,
nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per
quello francese.
[23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze
armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata
da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026.
[24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con
l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de
Défense, n. 18, Inverno 2026.
[25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire
[26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php
[27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640
[28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667
[29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn
[30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto,
possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora
nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la
guerra in Germania.
[31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné,
15 aprile 2026.
[32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione
dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un
nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile
qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048
[33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de
la sécurité nationale
(SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf
[34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/
[35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma
di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte »,
Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026.
[36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et
biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/
Tag - Rompere le righe
Ringraziando chi l’ha fatta e inviata, diffondiamo la traduzione di un
comunicato cristallino di compagni iraniani e afghani. Al di là di quello che
“ci auguriamo” sulle sorti della guerra (la completa disfatta di Washington e
Tel Aviv), non abbiamo dubbi su dove “posizionarci”: dalla parte degli sfruttati
e oppressi che vogliono semplicemente vivere le proprie vite, contro tutte le
trame, gli interessi, le guerre dei potenti. Proprio come fanno questi compagni.
Per saperne di più sul Fronte Anarchico: https://anarchistfront.noblogs.org/
Comunicato dal fronte anarchico in Iran e Afganistan
Contro tutti gli Stati, contro tutte le guerre
Da più di un mese, le bombe statunitensi e israeliane stanno cadendo sopra
l’Iran.
I civili muoiono, centinaia di loro erano bambine/i.
Più di un milione di persone sono state sfollate. Internet è bloccato dal 28
febbraio. La guerra ormai si è estesa in tutta la regione.
Vogliamo dire qualcosa che i mezzi di comunicazione silenziano.
Non siamo in lutto per la repubblica islamica. Abbiamo lottato contro di essa da
tutta la vita. Ha torturato i nostri compagni e compagne. Ha imprigionato le
nostre sorelle. Ha massacrato la nostra gente per quarantasette anni.
Ma le bombe imperialiste non sono la nostra liberazione.
Lo stesso Trump l’ha detto. Non sta lottando per la democrazia. Non sta lottando
per le donne iraniane. Lotta per gli interessi strategici statunitensi, per
distruggere lo schieramento militare e controllare la regione. Washington non
bombarda per la libertà. Basterebbe chiederlo alla gente in Iraq. O la gente in
Afghanistan.
Mentre le bombe fuori cadono, la repubblica islamica crea una guerra interna.
Chi manifesta viene giustiziato.
I prigionieri politici son detenuti senza accesso al cibo. I nostri compagni e
compagne vengono fatte sparire.
La gente in Iran si trova intrappolata tra due forme di violenza. Una porta il
turbante. L’altra, giacca e cravatta.
A coloro che durante la diaspora sventolano la bandiera dello Shah, vogliamo
dire con tutta chiarezza: non siamo sopravvissuti durante questi 47 anni di
dittatura per consegnare la nostra terra al figlio dell’altro dittatore. La
corona e il turbante sono due facce della stessa medaglia. E rifiutiamo questa
medaglia.
Quello che vogliamo è semplice. Vogliamo una società dal basso. Senza re. Senza
mullah, senza scià. Vogliamo l’organizzazione del lavoro nelle mani di chi
davvero ci lavora. Comunità autorganizzate e autogestite. Tutte le persone
libere di decidere del proprio futuro.
Spalla a spalla con la gente in Iran. Non con Washington, non con la repubblica
islamica. Non con la corona.
Con i popoli.
Con la gente.
Contro la guerra imperialista! No ai mullah! No allo scià!
Riceviamo e diffondiamo:
Già su https://gancio.cisti.org/event/taz-contro-la-guerra-vol2
TAGLIAMO LA CORRENTE ALLE RETI DELLA GUERRA, ORGANIZZIAMOCI IN STRADA!
Da dove arriva l’energia che alimenta la macchina urbana e quale legame ha con
la guerra? Negli anni Settanta si è reso esplicito il nesso tra guerra e energia
come ambito strategico del tecno-capitalismo. Dalla “sicurezza energetica” alle
misure di austerità sociale, l’energia e la sua gestione entrano stabilmente
nell’orizzonte della sicurezza nazionale e del controllo dei comportamenti. Oggi
come allora, da Nord Stream, al blocco di Hormuz, ai contatori digitali, la
guerra non è solo al fronte: è nelle case e nella città che si fa smart, dove il
controllo passa sempre più dalla stessa infrastruttura tecnica che governa la
circolazione dei “flussi”. Città dei varchi, delle soglie, delle frontiere
interne, fatta di algoritmi, checkpoint, polizia.
Si fa strada il concetto di “lockdown energetico”, in una continuità inquietante
con l’esperienza del lockdown pandemico. Vengono descritti scenari in cui
l’energia non sarebbe più sufficiente a garantire la continuità della vita
sociale, rendendo inevitabili – ma solo per per qualcuno! – razionamento,
riduzione dei consumi, limitazione della mobilità, secondo la solita retorica
della necessità e della catastrofe naturale che cancella le cause sociali e
presenta ogni scelta come inevitabile.
In altri termini, una possibile di riorganizzazione coercitiva della vita
ridotta a flusso da parte dello stato e dei racket che governano la riproduzione
materiale di questo mondo, con effetti che si scaricano in modo diseguale sulle
condizioni di vita delle classi popolari. La possibilità di lockdown energetico
tiene insieme guerra esterna e guerra interna: la competizione mondiale per il
controllo dell’energia si riflette direttamente nella gestione interna della
scarsità indotta, nella selezione delle priorità di circolazione e nella
distribuzione differenziale e coercitiva del peso e dei costi della guerra.
Smart working e didattica a distanza, austerità energetica governata da
contatori digitali, teleriscaldamento, ZTL, checkpoint, QR code e telecamere che
decidono chi può muoversi e chi deve restare confinato, al buio o al freddo: chi
ha un’auto a benzina, chi vive in un palazzo vecchio e non efficiente, chi è uno
studente o un lavoratore “non essenziale”. Intanto, i data center, le fabbriche
della guerra e la loro logistica energivora devono continuare a girare in regime
di continuità assoluta, difesi militarmente, perché la loro interruzione
coinciderebbe con un collasso del sistema.
LA “SCARSITÀ” NON È UNIFORME. QUALE PARTE DELLA SOCIETÀ DEVE “RISPARMIARE”
ENERGIA, E QUALE INVECE È AUTORIZZATA A DIVORARLA SENZA LIMITI?
MA SOPRATTUTTO: ENERGIA PER PRODURRE E CONSUMARE COSA? PER QUALE SOCIETÀ? PER
QUALE VITA?
Per non farci trovare ancora una volta impreparati.
Per iniziare a discutere di come organizzarci contro il prossimo lockdown.
Per riattivare il rimosso di quella guerra contro la popolazione chiamata green
pass.
Come l’anno scorso più dell’anno scorso…
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Riprendiamo
da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/05/08/guerra-e-repressione/.
Si tratta dell’intervento conclusivo del convegno “Sabotiamo la guerra e la
repressione” tenutosi a Viterbo lo scorso 8 febbraio.
Qui in pdf: VITERBO-Guerra-e-repressione-PER-PUBBLICAZIONE
Guerra e repressione
Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra
al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio
2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione.
Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema
guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno.
Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi
delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare
così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti
su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di
definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a
comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre
capacità di intervento.
La fine del mondo unipolare
Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione
della nostra assemblea: la guerra.
Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui
tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una
linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto
principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la
spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare,
tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹
Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo
unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni,
dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi
vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un
quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il
mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine,
nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia
statunitense.
L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione
dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli
anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in
aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari.
Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della
storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase
finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la
democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”.
Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul
predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e
neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un
autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi,
del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari
all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del
pianeta.
Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi
limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si
manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello
militare a quello etico.
Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della
geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko
in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci
interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro
punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi
sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra
agli oppressori.
Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali
economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un
insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su
diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del
possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della
competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello
della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario
alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro),
per arrivare fino a quello della forza militare.
Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso
come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e
Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova
potenza globale.
La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi
protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia
statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito
i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso
della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o
perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che
ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza
(America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale).
La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle
estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di
intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri
internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico
totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala
di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale,
in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima
origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio
od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure
espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia
più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra
fornisce al massimo un’interpretazione.
Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono
investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra
tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale,
quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni
transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una
determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica,
ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi
strutturali e profondi.
Alcune caratteristiche della guerra contemporanea
Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e
della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni
seguenti siano stati un periodo di pace.
A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a
mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato
esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di
conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di
interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni
propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo»,
che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo,
impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti
dell’industria e della classe militare.
Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre
asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze,
risorse e capacità tecnologiche.³
Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza
militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha
così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché
alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di
superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le
società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i
loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di
dottrina la guerra non è stata più vista dagli occidentali come un fenomeno che
ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo
gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare
questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte
interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a
comprendere quale tragedia sia la guerra .
Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli
avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari
contro cui si rivolge l’occidente sono vere e proprie potenze militari quali
Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno
scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica.
Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla
riproposizione di strategie del passato.
Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina,
ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da
allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in
Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio,
l’impiego di grandi masse di soldati, il grande consumo di materiali che servono
in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché
sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti
ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati
devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi,
avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla
coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi
dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente
allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa
in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea.
Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente
fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle
tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente
(che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni
pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco
all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a
distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto
diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio
algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e
l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire
l’eliminazione di un popolo).
Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per
essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del
convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di
identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora
pronti per alimentare quella distopica società del controllo totale che è un
incubo per tutti gli sfruttati ed un sogno per i capitalisti.
La guerra ibrida
Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della
guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma
che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto
variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere
dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre
determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida
possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni:
ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una
vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per
cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e
deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la
guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è
necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del
sistema dominante.
Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei
militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi.
Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli
apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in
testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove
fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera
genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro
diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e
coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della
corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso,
ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle
strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale
in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo
palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la
diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare
realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare
correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la
condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra
ibrida.⁵
I fronti della repressione
Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in
considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco
al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della
popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione
della libertà di espressione.
Mondo del lavoro
Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a
questioni di necessità che di opportunità.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per
i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di
società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a
partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno
progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico
per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione
sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle
condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il
precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i
risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione,
se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente
pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a
vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste
giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo
di base ne è testimonianza.
La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a
termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono
l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e
aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato
del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale
(pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società
fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde
di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è
necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta
affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità,
necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la
tenuta.
La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e
l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei
lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i
blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a
tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe
essere notevolmente aggravato.
Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe
lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente
guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e
armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra.
Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente
impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia,
come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero
ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente
specializzato, selezionato e fidelizzato.
Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non
può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e
interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per
il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi.
Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina
bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora
completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la
guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il
blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per
impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno
dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la
guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice,
qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della
militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non
vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono
per uccidere i loro fratelli.
Esclusione sociale
«Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra
radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa
dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali
sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in
cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono
parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di
combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle
enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società
capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della
popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi
aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per
combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano
le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha
messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città.
Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle
nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele,
ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una
colonia penale extraterritoriale.
Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire
militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo
del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la
funzione di esercito industriale di riserva.
Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi
sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati
a livello di massa.
Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella
quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita
di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la
repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista
tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in
quanto detenuti.
L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come
forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva
prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela,
dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e
soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di
espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che
questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento
ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo.
Società del controllo
La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del
controllo che rappresenta un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli
sfruttati. La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e
dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di
condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e
sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per
essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente
una costante della nostra quotidianità.
Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello
della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che
prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e
predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a
determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre
(ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone
a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei
dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra
società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della
capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che
questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di
controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di
controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo.
Repressione politica
Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa»
nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di
“antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che
chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle
autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra
ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta.
In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non
statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte
rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci.
Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è
quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica.
Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al
corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti
dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che
hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo
ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse».
La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic
terrorism». Gli Stati capitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e
trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano
in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli
spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte.
Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione
politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze
rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione
preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui
nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis,
l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di
associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali
la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e
tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari
decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che
contengono sempre elementi di repressione politica.
Censura
Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che
per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura.
Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo
l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema
dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente
l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza
come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità
di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le
aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le
mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la
spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi
si mobilita contro il genocidio in Palestina.
Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo
affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure
tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte
ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente
falsificata.
La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha
comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce
costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione
indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è
attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione
falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e
da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali,
apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte
appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare
statunitense).
Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la
tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema
dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque
faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di
mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi
occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal
panorama della comunicazione ufficiale.
Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose
stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le
iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di
parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere
liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di
una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i
canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli
ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet
ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello
dell’operazione Sibilla.⁶
Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione
leggi specifiche.
Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo
della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta
di introduzione del DDL “antisemitismo”.
Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della
parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un
anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in
seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo
arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle
palestinesi. ⁷
Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed
anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale
41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di
comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è
impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di
partecipazione al dibattito politico.
Conclusioni
A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste
conclusioni.
La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un
aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione
sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta
aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente
nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni
inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo
proporzionale.
La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per
aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la
repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e
contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi
delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue
forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati,
non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della
repressione è la controinsurrezione.
Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo né
l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta
certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita
un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il
movimento di classe può crescere e rafforzarsi.
Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna
possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario
riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una
manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali
quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una
reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista.
Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è
possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i
suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del
mondo.
Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in
grado di cambiare l’ordine presente delle cose.
Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la
lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione
disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in
un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di
riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere
posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base
per il lavoro da fare.
Viterbo, 8 febbraio 2026
NOTE
¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf
²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e
l’ultimo uomo, 1992)
³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso
dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo
(1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno
causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della
«balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in
Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo
(2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma
sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella
Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra
fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti.
L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e
recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie
capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani.
⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio
quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream);
omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi
(gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di
paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle
petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia),
inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le
concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni
statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in
Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e
degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio
informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire
dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO,
molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei
movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il
conflitto sociale interno agli Stati avversari.
⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/
⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/
⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/
Riprendiamo
da https://pungolorosso.com/2026/05/07/israele-progetta-decenni-di-guerre/
ISRAELE PROGETTA DECENNI DI GUERRE…
Mentre nel vorticoso susseguirsi di giravolte comunicative provenienti dalla
Casa Bianca non è dato sapere – a noi comuni mortali – se ci sarà o no un
qualche accordo provvisorio tra Teheran e Washington, le notizie che arrivano da
Israele non lasciano dubbi di sorta: lo stato sionista si prepara ad altri anni,
se non decenni, di guerre, contro il popolo palestinese, l’Iran, il Libano, e
non solo – esplicitamente, su giornali e tv, si parla della Turchia come del
prossimo bersaglio da colpire, ma le folli ambizioni di questo esecutivo di
terroristi macellai vanno perfino al di là del Medio Oriente (o Asia occidentale
che dir si voglia).
Nei giorni scorsi, infatti, il governo Netanyahu ha deciso di raddoppiare il
numero dei caccia F-351 Adir ed F-15IA a propria disposizione. Le imprese
fornitrici sono. rispettivamente, la Lockheed Martin e la Boeing. Le due nuove
squadriglie di bombardieri per un totale di 50 aerei sono necessarie, dicono,
“per garantire la superiorità delle Forze Aeree israeliane nei prossimi
decenni”. L’obiettivo è arrivare a disporre di 100 caccia F-35I e 50 caccia
F-15IA. Secondo Tel Aviv, questi acquisti sono “il primo passo nel piano di
rafforzamento delle Forze Armate israeliane per il prossimo decennio, con un
budget totale di 118 miliardi di dollari” – pari al 20% del pil annuale del
paese – un gigantesco programma di potenziamento del suo apparato di distruzione
e sterminio.
Dietro queste decisioni non c’è un formidabile sviluppo della economia sionista,
che al contrario è sempre più disorganizzata dalla sottrazione alle imprese di
decine di migliaia di riservisti e dalla fuga da Israele di altre decine di
migliaia di dipendenti; ci sono gli ennesimi “pacchetti di aiuti” amerikani
(solo i due ultimi ammontano a quasi 12 miliardi di dollari) e ci sono le
relazioni commerciali tutt’ora pressocché integre – nonostante il genocidio –
sia con l’Europa che con i paesi Brics. L’esecutivo sionista conta su questo
sostegno permanente degli uni e degli altri per consolidare il suo status
attuale di “potenza regionale, e in alcuni casi globale”.
Questo sogno delirante porterà la “nuova Sparta” – che per l’ennesima volta non
riesce ad aver ragione degli Hezbollah – a preparare, attraverso nuove guerre,
la propria disfatta storica.
Per intanto ha dovuto prendere atto della propria disfatta, già avvenuta, sul
piano della “opinione pubblica mondiale”, tant’è che ha deciso di quadruplicare
il proprio budget per la “diplomazia pubblica”, altrimenti detta hasbara,
portandolo in un solo anno da 150 milioni di dollari a 730. Ma il danno è fatto,
ed è irreparabile se perfino negli Stati Uniti, dove operano le più potenti
lobby ebraiche del mondo e vivono 6,3 milioni di ebrei (poco meno di quelli che
sono in Israele), oltre il 60% delle persone (e perfino il 57% dei votanti per
Trump) dichiarano di avere un’opinione negativa su Israele.
Il danno a sé stesso non l’hanno fatto solo l’operazione-genocidio a Gaza e la
nuova feroce pulizia etnica in Cisgiordania (“stiamo uccidendo come mai dal
1967”, ha dichiarato uno dei capi dell’IDF impegnato in questa infamia), è il
risultato della straordinaria resistenza del popolo palestinese e del movimento
mondiale di solidarietà alla Palestina che esso ha generato.
Come abbiamo scritto su “Il Pungolo rosso” uscito a stampa il Primo Maggio, “il
tentativo di farla finita una volta e per tutte con l’immortale Gaza e l’idea
stessa di Palestina, ha provocato un effetto imprevedibile: volevano svuotare
Gaza, e invece si sono riempite le piazze di mezzo mondo” per Gaza e per la
Palestina.
Mega-investimenti per seminare altra morte e distruzione, mega-investimenti per
l’hasbara, la diffusione delle menzogne coloniali sui palestinesi, gli arabi, i
musulmani, non potranno evitare a questa dominazione coloniale di essere, come
le precedenti, distrutta. Lo stato di Israele che si è a lungo vantato di essere
“l’avamposto della civiltà” nel Medio Oriente è ormai identificato nel mondo
intero degli oppressi e degli sfruttati come un cancro da estirpare. “Nonostante
questa seconda Nakba, la causa palestinese è oggi più viva che mai. E il
sionismo e le sue ‘imprese’, sono più odiati che mai”. Solo chi crede
stoltamente nella onnipotenza del denaro può immaginare di rovesciare questa
tendenza storica divenuta irreversibile.
Tutto sta ad affrettarne il compimento.
Riprendiamo
da https://pungolorosso.com/2026/05/07/i-grandi-profittatori-del-riarmo-e-delle-guerre-del-capitale/
In questa tabella tratta dall’ultimo rapporto del SIPRI 2025 (Top 100
arms-producing and military services companies in the world, 2024) si registra
il perdurante primato del complesso militare-industriale statunitense, l’unico
comparto industriale – ormai – in cui questo primato permane.
L’italiana Leonardo è seconda in Europa solo alla britannica BAE Systems.
Se mettiamo a confronto questa tabella con quelle relative al 2004 e al 2014, si
riscontra anche in questo campo la prepotente ascesa delle grandi imprese cinesi
(sono 4 nelle prime 15). Sia nel 2004 che nel 2014, infatti, non ce n’era
neppure una.
Si riduce, viceversa, il numero delle mega-imprese statunitensi produttrici di
morte ai vertici della piramide mondiale: erano 9 tra le prime 15 sia nel 2004
che nel 2014, si riducono a 6 nel 2024.
Il sistema-Italia è costantemente presente nelle prime 15 mega-imprese militari
del mondo nel 2004, nel 2014 (con Finmeccanica) e nel 2024 (con Leonardo).
Tu chiamala colonia…
Nel frattempo la Germania (che finora non è presente nella cupola delle maggiori
imprese) ha lanciato la sua rincorsa alla grande, e già si vanta di aver
superato gli Stati Uniti nella produzione di munizioni. Lo ha dichiarato giorni
fa il capo della Rheinmetall, Papperger. In effetti l’incremento dal 2022 è
stato fulmineo: per i proiettili di artiglieria di calibro 155 mm. si passa da
70.000 l’anno a 1.100.000 (è la previsione per il 2026, a fronte di poco più di
500.000 per gli Stati Uniti), mentre per le munizioni da veicoli corazzati si
passa da 800.000 l’anno a 4 milioni.
Alles gut, avanti così!
Riceviamo e diffondiamo:
2 Giugno a Lecco Piazza Diaz ore 10
Corteo Antimilitarista contro fascismo, sionismo e ogni imperialismo
Continuare a costruire mobilitazioni e percorsi di lotta in grado di bloccare la
guerra globale in divenire a partire dai propri territori resta a nostro avviso
la sola strada percorribile. I proclami di pace e le false tregue dei governanti
dell’occidente sono serviti esclusivamente a sedare le mobilitazioni di massa
contro guerra, riarmo e genocidio del popolo palestinese: una strategia
propagandistica per impedire che dalla rabbia degli oppressi possano svilupparsi
pratiche ancora più incisive. Chi come noi ha ben chiaro che solo una risposta
dal basso può essere efficace, continua a cercare di essere sabbia negli
ingranaggi del militarismo, sia esso sotto forma di produzione bellica,
indottrinamento, repressione o carcere. Riteniamo essenziale che le molteplici
espressioni della lotta alla guerra comunichino tra loro, in modo che ciò che
viene messo in campo dagli individui e dai gruppi a livello internazionale
diventi patrimonio di lotta comune; convinti noi, che solo un approccio
internazionalista può incrementare la capacità di far fronte in modo sempre più
efficace alla guerra che avanza.
PER UNA LOTTA ANTIMPERIALISTA SENZA FRONTIERE
Arrivo al parchetto AVIS a Pescarenico
A seguire
Ore 13 pranzo popolare
Ore 14.30 Discussione a partire dalle lotte in corso contro la guerra in varie
parti della penisola.
AREA LIBRI, DISTRO, MOSTRE FOTOGRAFICHE
Riceviamo e volentieri segnaliamo questa iniziativa, con un solo appunto da
parte nostra: non siamo affatto d’accordo che “le nuove tecnologie, compresa
l’intelligenza artificiale” permetterebbero di vivere meglio e lavorare meno se
strappate al capitale, prima di tutto perché sono progettate per ingegnerizzare
la vita nel suo complesso (dall’esistenza quotidiana fino ai segreti delle
cellule e degli atomi) anziché il “solo” lavoro. Ciò detto, troviamo più urgente
che mai opporsi con tutte le forze disponibili alla guerra capitalista. Ben
venga quindi un Primo Maggio contro la guerra!
https://pungolorosso.com/2026/04/27/milano-30-aprile-1-maggio-due-giornate-di-lotta-contro-sfruttamento-ed-economia-di-guerra-si-cobas/
Volantino distribuito a Trento al corteo del 25 aprile:
Qui in pdf: 25 aprile vol 4
RESISTIAMO ALLA GUERRA! LIBERIAMOCI DALL’IMPERIALISMO!
L’ultimo attacco della “Coalizione Epstein” all’Iran e al Libano, che prosegue
in barba a ogni tregua con la brutale occupazione israeliana del territorio
libanese, è l’ennesimo capitolo di un’unica guerra mondiale scatenata dalle
potenze occidentali. Se è probabile che l’iniziativa sia stata del governo
israeliano, si tratta di fatto – dopo l’invasione del Venezuela – della seconda
aggressione in pochi mesi contro un membro dei BRICS, un fornitore di petrolio
alla Cina nonché un tratto delle sue “vie della seta”. Se quindi la guerra
globale, inaugurata con l’allargamento di fatto della NATO all’Ucraina nel
2013-2014 (operazione di regime change detta “EuroMaidan”), non si sta
espandendo in modo lineare – con un attacco a Mosca che finisce per tirare in
ballo Pechino – la direzione rimane la stessa: un massacro planetario, in cui a
ogni capitolo si rinsaldano fronti e alleanze.
Mentre continua il genocidio a Gaza (con oltre 1000 morti in Palestina dalla
falsa pace di Sharm el Sheik); mentre Israele si annette per legge la
Cisgiordania; mentre viene varato un osceno progetto neofeudale come il Board of
Peace; mentre le burocrazie europee cercano in tutti i modi lo scontro diretto
con la Russia… dovremmo chiederci una cosa: per quale diavolo di motivo stenta a
formarsi un vero movimento contro la guerra?
Crediamo che su questo pesi non poco la propaganda occidentale, che imprigiona
tutti in una falsa alternativa: o con le nostre, cosiddette “democrazie”, o con
le brutali “dittature orientali”. Un’autentica porcheria colonialista, che
occulta sistematicamente le responsabilità storiche e attuali dei “nostri”. E
sulla quale marcia quella sinistra con l’elmetto che nel migliore dei casi
continua a votare l’invio di armi a Kiev, e nel peggiore (si vedano i Verdi
tedeschi…) esprime un furore bellicista persino superiore ai vari Merz, Macron e
Von der Leyen.
Se dovrebbe essere scontato che, in caso di guerra, gli sfruttati e gli oppressi
dovrebbero disfare il proprio fronte, attaccando i piani di guerra della propria
classe dirigente; questo dovrebbe valere ancora di più per noi “occidentali”,
che viviamo nel cuore della bestia. Ovvero almeno del principale (se non per
forza l’unico…) polo imperialista mondiale, inferocito come non mai di fronte al
crollo della propria supremazia.
Se simili ragioni morali non bastassero per opporsi alla guerra nella sua
totalità, crediamo che arriveranno presto delle motivazioni materiali molto più
convincenti. Mentre la brama di potere & profitto di USA e Israele sta
scatenando una recessione mondiale, dovrebbe essere chiaro cosa ci viene
apparecchiato: se non per forza l’autodistruzione nucleare (che resta
possibile), di certo un immiserimento generalizzato in cui tutto (salari, spesa
sociale, libertà – nonché vite da mandare al fronte) finisce nel pozzo nero
della guerra e della sua economia.
Le minacce di lockdown energetici sono il biglietto da visita di quanto ci
aspetta.
Mentre la solidarietà con i palestinesi e la loro resistenza è assolutamente
necessaria, essa è anche insufficiente. Andrebbe anche allargata a tutti i
popoli già bombardati, affamati, reclutati: dall’Ucraina al Libano, dalla Russia
all’Iran, dalla Siria al Sudan, dal Venezuela allo Yemen.
Se vogliamo una vita degna, o anche solo una vita, dobbiamo liberarci dal nostro
imperialismo e dalle sue classi dirigenti (di destra e di “sinistra”),
disertando le loro guerre e opponendoci a tutte le strutture che le rendono
possibili: dalle basi militari alle fabbriche d’armi, dalle strutture logistiche
(strade, ferrovie, porti) ai laboratori dove si approntano le tecnologie di
offesa e controllo (a Trento: UniTn e FBK). Fino a una vita quotidiana che sarà
sempre più militarizzata, tra soldati nelle strade, pacchetti-sicurezza e
passaporti digitali. Se poi la mobilitazione bellica diventasse davvero
operativa, a suggerirci “che fare” è proprio l’Ucraina, dove sempre più persone
abbandonano il fronte e attaccano i reclutatori militari.
La guerra la vogliono i padroni. Che la paghino i padroni!
Trento, 25 aprile 2026
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e diffondiamo:
Costellazioni Sotterranee
Mettere in luce gli ingranaggi della guerra e dell’ecocidio
Di cosa c’è bisogno per costruire un progetto di lotta capace di fare il
necessario? […] Nella realtà di oggi, certo molto differente, che sforzi
potrebbero dar vita ad una tale dinamica di contagio? Che cosa dovrebbe
succedere affinché delle reti di anarchici negli Stati Uniti diventino capaci di
suggerire delle azioni che ispirino tutti quelli che provano rabbia di fronte al
genocidio di Gaza, alla macchina bellica, all’ecocidio? Non è la rabbia a
mancare, ma le proposte potenti di azioni dirette che abbandonino gli obiettivi
altamente simbolici come gli uffici dei governi o delle imprese per colpire dove
più nuoce.
È uscita la traduzione di un testo, poi impaginato come opuscolo, pubblicato nel
n. 7 della rivista “Tinderbox”: Costellazioni Sotterranee.
Partendo dal contesto statunitense, tratta i temi dell’elaborazione di
progettualità di lotta, di prospettive anarchiche a medio/lungo termine, di
metodi di organizzazione e di affinità.
Per averlo è richiesto di scrivere all’email qui sotto chiedendo il link per
poterlo scaricare. Chi lo diffonde chiede, se possibile, di usare email
“sicure”, quindi non gmail, yahoo, libero ecc.
costellazionisotterranee2@riseup.net