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Sabotiamo la guerra e la repressione! – Corteo e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio
Riceviamo e diffondiamo. Mentre pubblichiamo questo testo, un nuovo capitolo si aggiunge alla repressione dei palestinesi e degli immigrati che lottano contro sionismo e imperialismo in Italia: l’arresto di 9 persone accusate di finanziare Hamas, tra le quali il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohamed Hannoun, già colpito con un foglio di via da Milano per un suo intervento durante una manifestazione. L’ennesima conferma che guerra e repressione devono essere combattute insieme, come tenterà di suggerire anche questa iniziativa a Viterbo. Sabotiamo la guerra! Fuori Alfredo dal 41-bis! Sabotiamo la guerra e la repressione (corretto al 23.12)
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In primo piano
La guerra interna si intensifica. Sulle 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di diverse realtà anarchiche e libertarie romagnole. Anche su https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/la-guerra-interna-si-intensifica/ Qui una versione impaginata per la lettura: laguerrainterna Qui una versione in opuscolo: comunicato-opuscolato-stampa   LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO DI RAVENNA. In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion. Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli come MSC, Zim e Maersk. La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale, oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di natura amministrativa”. Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche non allineate. Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il 13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte della stessa logica. Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una cornice di guerra. Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive. I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad un conflitto sempre più diffuso. La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a vedere i propri figli morire al fronte”(1). Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza. Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di perdere il posto di lavoro. Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici: lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna, ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil. La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano. Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action. In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto. Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo, appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia – significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi). La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità. I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania. Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali che gestiscono i territori. Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne satellitari “dual use” (progetto ERiS). Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità. Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna. La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la logistica militare é giusto, oltre che necessario! – Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena – Collettivo Samara – Equal Rights Forlì – Brigata Prociona Imola – Assemblea Anarchica Imolese – Spazio Autogestito Capolinea Faenza ______ NOTA (1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non lontano. 
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Stato di emergenza
Materiali
Ucraina: Mobilitati con la forza e poi uccisi dai droni. La logica assassina della guerra nella pratica
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/10/14/mobilitati-con-la-forza-e-poi-uccisi-dai-droni-la-logica-assassina-della-guerra-nella-pratica/ Mobilitati con la forza e poi uccisi dai droni: la logica assassina della guerra nella pratica I media mainstream pubblicano articoli su come l’esercito russo tratti in modo terribile i disertori. “Incatenati agli alberi, rinchiusi nei carri armati o trascinati dietro ai fuoristrada: questa è la realtà dei soldati russi che si sono rifiutati di combattere in Ucraina”, sottolineano. (1) Come al solito, però, non si parla molto dei massacri altrettanto orribili ai danni dei disertori ucraini. Ma una cosa è certa. La capacità di combattimento di entrambi gli eserciti si basa in parte su tecniche di mobilitazione violenta e tortura, volte a scoraggiare la diserzione e a costringere anche coloro che non vogliono andare al fronte a farlo. Mentre migliaia di soldati cercano di disertare, altri vengono mandati in prima linea contro la loro volontà, sperando di sopravvivere e di poter vivere un altro giorno. Questo, a meno che un drone “suicida” armato di esplosivi non voli loro addosso. Su Internet si possono vedere video di tali droni dell’esercito ucraino che massacrano soldati russi su motociclette, nelle trincee, sulle strade, nelle foreste, nelle pianure e altrove. (2) Nella maggior parte dei casi, le riprese di questi eventi sono accompagnate da articoli che li celebrano e che disumanizzano cinicamente le vittime. Non ci si chiede mai chi siano queste persone o come abbiano fatto a finire in quel luogo, dove sono state uccise senza pietà. Non si può non notare che anche il movimento antifascista e “anarchico” sta organizzando raccolte fondi per l’acquisto di droni da destinare all’esercito ucraino. E, come la corrente mainstream filo-occidentale, anche questo ambiente di “sinistra radicale” presenta la guerra come un’azione difensiva contro gli occupanti, quindi probabilmente non si preoccupa troppo del fatto che i loro droni potrebbero massacrare i soldati russi costretti al fronte sotto la minaccia di punizioni. Secondo la logica della “guerra difensiva”, ogni soldato russo in prima linea è un “putiniano” e un occupante. (3) Per i sostenitori di questa logica, migliaia di disertori e soldati mobilitati con la forza non sono nulla e possono essere eliminati senza pietà. (4) Ma cosa c’entri un simile approccio con la dichiarata lotta per la libertà e la giustizia è qualcosa che i sostenitori di questa linea non ci spiegheranno. Dopotutto, la maggior parte di loro non deve affrontare il fuoco incrociato della guerra. Si limitano a inviare di tanto in tanto un contributo finanziario dal sicuro rifugio della piccola borghesia viziata (o dei loro discendenti) per poi scrivere una tempesta ideologica piena di frasi vaghe sulla lotta per la libertà e l’autodeterminazione del popolo ucraino. Al contrario, i soldati, sia sul fronte ucraino che su quello russo, sono in gran parte proletari che non godono di questi privilegi. Sì, sono proletari, perché il proletariato non ha smesso di esistere solo perché alcuni hanno deciso di cancellare questa parola dal loro vocabolario. La verità è che molti proletari si trovano in prima linea loro malgrado e sotto costrizione. (5) Pochissimi hanno i mezzi o i documenti per fuggire all’estero. Molti vivono nell’illegalità: evitano le banche, abbandonano le grandi città, si nascondono nelle foreste. Se c’è qualcosa che ha senso dal punto di vista anarchico, è fornire loro sostegno, non costruire droni che li massacreranno o li rintracceranno perché qualcun altro possa massacrarli. (6) Solidarietà con i disertori e con chi è stato arruolato con la forza! Resistenza contro chi costruisce macchine per ucciderli! Solidarietà di classe contro la logica omicida della guerra! * * * NOTE E FONTI: (1) Ruští dezertéři jsou brutálně mučeni. Svědectví přináší CNN | Newstream [in ceco: I disertori russi vengono sottoposti a torture brutali. La testimonianza è riportata dalla CNN] (2) Ad esempio, qui: https://cnn.iprima.cz/ukrajinska-droni-elita-v-akci-madarovi-ptaci-vyzobali-rusy-na-motocyklech-ti-zkaze-neujeli-479487 [in ceco: L’élite ucraina dei droni in azione. Gli “uccelli ungheresi” hanno colto di sorpresa i russi sulle moto, i quali non sono riusciti a sfuggire alla distruzione] https://cnn.iprima.cz/zabery-ukrajinske-likvidace-okupantu-ruskeho-vojaka-zachranila-lopatka-467046 [in ceco: Immagini dell’eliminazione degli occupanti da parte dei droni ucraini. Un russo ingegnoso si è salvato lanciando una pala] https://cnn.iprima.cz/zabery-hruzy-v-ocich-kratce-pred-vybuchem-ukrajinske-drony-likviduji-ruske-okupanty-475517 [in ceco: Il terrore negli occhi poco prima dell’esplosione. I droni ucraini distruggono gli occupanti russi] e qui: https://www.msn.com/cs-cz/zpravy/other/ukrajinsk%C3%A9-drony-ude%C5%99ily-na-rusk%C3%A9-voj%C3%A1ky-v-lese/vi-AA1JzxmT Cosa vediamo in questo video? Un uomo in uniforme, con uno zaino in spalla, sta camminando nella foresta, quando viene improvvisamente colpito da un drone. Il video viene presentato come un filmato sensazionale che mostra come i difensori ucraini abbiano fermato l’invasore. Tuttavia, dal video non è per niente chiaro chi fosse, perché si trovasse lì e se volesse davvero essere lì o se fosse stato costretto dagli ufficiali sotto la minaccia di una punizione. È morto e nessuno potrà più chiederglielo. (3) La realtà parla da sé. La mobilitazione forzata e i tassi elevati di diserzione nell’esercito russo dimostrano che non tutti i soldati al fronte sostengono Putin. Al contrario, molti sono vittime del “putinismo”, proprio come le persone che vengono bombardate nelle città ucraine. https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2025/02/04/over-russian-18000-soldiers-desert/ [in inglese: Oltre 18.000 soldati russi hanno disertato] (4) L’iniziativa “Solidrones”, che, stando a quanto riportato, produce “droni per i combattenti anti-autoritari in Ucraina”, afferma: “I difensori consumano decine di migliaia di veicoli aerei senza pilota ogni mese, perché un attacco preciso con i droni può distruggere un carro armato, che è significativamente più costoso, e paralizzare l’avanzata degli occupanti”. https://www.afed.cz/text/8191/solidrones Non c’è dubbio che utilizzino i droni, armi progettate per distruggere e uccidere. Ma anche se qualcuno volesse sostenere che questi possono essere utilizzati anche per il rifornimento o la ricognizione, è importante chiarire una cosa. Anche in questi casi, i droni fungono da strumento di supporto per uccisioni insensate. Non c’è alcuna differenza significativa tra un soldato mobilitato con la forza che viene abbattuto direttamente da un drone e uno che viene rintracciato con l’aiuto dello stesso e poi ucciso dalla fanteria (spesso rifornita dai droni), dall’artiglieria o dall’aviazione. Ulteriori interrogativi risultano rilevanti. I cosiddetti “antiautoritari” che producono o utilizzano i droni possono decidere come e contro chi impiegarli? Ciò sarebbe concepibile nel caso di una guerriglia organizzata in modo autonomo al di fuori dello Stato e contro di esso. Tuttavia, questo non è il caso di queste persone che, come loro stessi riconoscono, sono integrate nell’esercito ufficiale dello Stato ucraino. Sono quindi le autorità militari a determinare come i droni verranno utilizzati dagli “antiautoritari” e non può esserci alcuna autonomia d’azione. Cosa fanno questi “antiautoritari” quando i loro ufficiali ordinano loro di usare i droni per rintracciare i disertori che tentano di fuggire? Dopotutto, questo è uno dei punti all’ordine del giorno dell’esercito ucraino che essi servono volontariamente. (5) Secondo le dichiarazioni dei soldati russi sopravvissuti, non gli è stato permesso di evacuare perché un’unità di blocco che li proteggeva alle spalle non li ha lasciati abbandonare le loro posizioni in prima linea e avrebbe sparato se avessero provato a ritirarsi. In alcuni casi, quindi, costringere i soldati ad avanzare può essere meno rischioso che ritirarsi e disertare. Questa crudele tattica è stata utilizzata dall’esercito durante l’era di Stalin e oggi l’esercito russo sembra esserne tornato a fare uso. (6) La mobilitazione forzata e il conseguente assassinio tramite droni sono ben noti alla popolazione ucraina. Tuttavia, non conosciamo nemmeno un caso in cui la produzione di droni da parte dell’esercito russo sia stata finanziata da antiautoritari o anarchici. In ogni caso, dobbiamo condannare la mobilitazione forzata e l’uso omicida dei droni contro la classe proletaria, a prescindere dal fatto che tali pratiche siano messe in atto dall’esercito ucraino, russo o di qualsiasi altro Stato. [Ricevuto via e-mail | Pubblicato in ceco in https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2025/10/12/dronokkal-gyilkoljak-le-a-kenyszerrel-mozgositottakat-a-haboru-gyilkos-logikaja-a-gyakorlatban/ e in inglese in https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2025/08/27/how-many-forcibly-mobilized-people-will-your-drones-help-kill/ | Tradotto in italiano e pubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/10/14/mobilitati-con-la-forza-e-poi-uccisi-dai-droni-la-logica-assassina-della-guerra-nella-pratica/]
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Riarmo e toni apocalittici
Riprendiamo da lanemesi.noblogs.org questa riflessione, che fa da contrappunto a certi “toni apocalittici” sulla guerra spesso utlizzati anche dal nostro sito. Ne apprezziamo soprattutto lo sguardo verso la materialità dei rapporti economici e politici a livello internazionale: ciò che più conta, per noi, non è certo fare allarmismo, ma non perdere mai di vista la realtà, e in particolare quella che va oltre le nostre immediate vicinanze (l’analisi dell’economia e della politica internazionale, assolutamente necessaria in un mondo globale, non è esattamente un punto di forza della maggioranza degli anarchici). Dal canto nostro,  crediamo però che sia sempre buona cosa prepararsi, e preparare chi ci ascolta, allo scenario peggiore, specialmente in tempi di inerzia della catastrofe. Il che non esclude, ma integra l’attenzione – giustamente richiama dall’autore dell’articolo – agli effetti materiali che sono già prodotti dalla guerra sulla pelle degli sfruttati.   Riarmo e toni apocalittici Nell’attuale (e striminzito) campo rivoluzionario – quello che non ha rinunciato ad adottare una postura classista, internazionalista, antimilitarista e disfattista – la questione del riarmo viene spesso affrontata facendo largo ricorso a toni apocalittici. In particolare, per quanto riguarda l’Europa, stante lo scenario ucraino, il fatto che gli stati accelerino la corsa al riarmo, sembra spingere molti a credere che la guerra totale alle nostre latitudini sia questione di mesi, magari anni; la clessidra del tempo di ”pace” va esaurendosi, la catastrofe incombe. Sarà poi così? Se non si può rimanere indifferenti al riarmo europeo, soprattutto a quello intrapreso da potenze come la Germania, per orientarsi nel caos propagandistico e patriottardo promosso dalle classi dominanti del Vecchio continente,è altrettanto impossibile prescindere da una serie di valutazioni circa lo stato del conflitto in Ucraina e le possibilità concrete di ”scelta” alla portata, nel breve-medio termine, degli stati dell’Europa centrale e occidentale, al fine di preparasi a quella che viene presentata come un’incombente minaccia di attacco russo. Sarà allora il caso di prendere atto, come invitano a fare analisti, tutt’altro che sovversivi, del calibro di Fabio Mini o Lucio Caracciolo, che, nell’immediato, la Russia non ha alcuna seria intenzione di attaccare l’Europa, a partire dai paesi baltici; e non perché non disponga dei mezzi convenzionali e nucleari indispensabili a questo scopo, in questo senso semmai il problema vale per l’avversario. Ad esempio, dovrebbe far riflettere l’atteggiamento dell’Europa, che mentre dipinge il nemico moscovita come il nemico della democrazia pronto ad attaccarla da un momento all’altro, temporeggia, sperando nella prosecuzione del conflitto in Ucraina, per compensare le deficienze che si porta dietro da decenni sul piano militare, e non solo. Ad ogni modo, per la Russia, sin dallo scoppio del conflitto ucraino nel 2022, aggredire l’Europa, con la quale fino a pochi anni prima facevano affaroni, non è mai stata una priorità strategica, quanto piuttosto un’azione insensata frutto delle fantasticherie occidentali, dalla portata potenzialmente destabilizzante per Mosca. In tutto ciò, gli USA sono ben lungi dall’essersi defilati dal conflitto in Ucraina; fatto testimoniato dal recupero dei rapporti bilaterali con la Russia, incrinati dall’amministrazione Biden, funzionali ad evitare un coinvolgimento in uno scontro diretto con Mosca e, possibilmente, a tentare di sganciarla dalla Cina. Sempre Fabio Mini recentemente ha sottolineato che la titubanza dell’attuale amministrazione americana nel fornire agli ucraini i tanto richiesti missili Tomahawk si inserisce in questa direzione; senza tralasciare che il Pentagono ha fatto notare al dealmaker della Casa Bianca che la fornitura non rinforzerebbe affatto la capacità di deterrenza verso la Russia, ma anzi potrebbe favorire un’escalation nucleare. La Russia è dotata poi di sistemi difensivi antimissile capaci di ridurre fortemente il successo, in termini di capacità di colpire i bersagli russi individuati, a due missili su dieci lanciati. «In Ucraina è già successo agli ATACMS e ai Patriot, che hanno visto la loro percentuale di successo crollare dal 90% dichiarato al 6% effettivo». Altro che deterrenza. Per lo sbirro mondiale tanto vale allora fare più concessioni tattiche possibili a Mosca, rimettendo l’Europa, lacerata dai contrasti interni, al suo posto, senza mancare di rammentargli la sua irrilevanza, non avendo assolutamente nulla da mettere sulla bilancia dei rapporti di forza esistenti. Ciò che rimane, a partire dalla futura ricostruzione ucraina, è, ancora una volta, questione di affari. Tra i 28 punti della bozza del piano di pace per l’Ucraina, a quanto pare elaborato in un mese di confronto tra la delegazione statunitense e quella russa, era previsto non solo l’addio dell’Ucraina ai piani di integrazione nella NATO, ma anche la riammissione di Mosca nei circuiti della finanzia internazionale (leggi SWIFT), la cancellazione delle sanzioni, in cambio del 50% dei proventi della ricostruzione, finanziata in parte dagli assets russi congelati in Belgio e in parte dalle tasche europee. Le richieste di modifica del piano da parte degli europei evidenziano soprattutto, e per l’ennesima volta, il tentativo di mandare in vacca il deal, rimettendo al centro la palla dell’integrazione ucraina nella NATO. Intendiamoci, i proletari, di qualsiasi nazionalità siano, non hanno amici: piano USA-Russia o piano UE, ogni decisione viene presa sulla loro pelle; quattro anni di massacri in nome della difesa della democrazia contro la tirannide dovrebbero averlo dimostrato, in barba alla mitizzazione della resistenza ucraina, alimentata da disgraziati strappati via dalle proprie famiglie e comunità. Ecco le magnifiche e progressive della coscrizione obbligatorio e della legge marziale, ma, per l’amore del cielo, in salsa democratica, mica come in Russia. Ma torniamo al riarmo europeo, la cui necessità impellente non va attribuita esclusivamente alla minaccia Russa, ma ancor prima al ruolo degli Stati Uniti in Europa e all’incognita della loro permanenza nell’arco del prossimo decennio. La Germania, recentemente presa in considerazione in relazione alla presentazione della nuova legge sulla leva1, come sempre fa scuola, anche se bisogna tenere ben presente che tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene poi applicato la corrispondenza non è automatica: gli investimenti nella spesa bellica e il rafforzamento degli eserciti non avvengono dall’oggi al domani. Perché vengano destinati efficacemente occorre continuità, stabilità politica interna, collaborazione della popolazione e sforzo strategico nel lungo periodo. Partendo dalle deficienze a cui si accennava sopra, le Forze armate tedesche tra gli anni Novanta e il 2022 hanno perso finanziamenti per un valore complessivo di 400 miliardi di euro, con serie conseguenze sul piano della prontezza operativa, delle infrastrutture logistiche, delle scorte, del personale, delle tecnologie della comunicazione, ecc. Nel 2022 Scholz dichiara pubblicamente che la Germania si deve svegliare dal suo letargo pacifista per riarmarsi, e in fretta. Viene così stanziato il primo fondo da 102 miliardi, poi nel marzo del 2025 è il turno del programma di potenziamento della Bundeswher: le spese belliche oltre l’1% vanno fuori bilancio. Per il 2029 è previsto l’investimento di 150 miliardi; intanto, per quanto riguarda il 2026, si passa ai 108 miliardi. Sempre recentemente però, si è stimato ottimisticamente che entro il 2030 la Germania non sarà minimamente in grado di reggere una guerra convenzionale, a causa di tutte le mancanze di cui sopra. Anche perché per farlo è necessaria un’altra cosa: la conversione dell’industria in chiave bellica; un processo che richiede tempi lunghi, capitali e sviluppo tecnico. Rheinmetal punta già ad acquisire stabilimenti Volkswagen, coerentemente con l’idea di far leva sul settore automobilistico in forte crisi per realizzare la riconversione. Ancora poco, se è vero che il tempo stringe, e stiamo parlando della Germania, mica dell’Italietta. In un articolo dell’ultimo numero della Rivista di Geopolitica Limes, sempre in riferimento alla Germania, si riporta come: «le guerre del presente non si combattono con armi tecnologicamente sofisticate e pochi mestieranti. Nessuna blitzkrieg alle viste. Sono conflitti d’attrito, scontri di lunga durata tra apparati bellici di vaste proporzioni. Perdi quando si logora il consenso interno». Quando avviene questa frattura? Questo Limes non ce lo dice, o meglio ce lo dice diversamente: quando le condizioni di vita e la riproduzione della forza lavoro subiscono una forte degradazione funzionale allo sforzo bellico; diversamente gli appelli al disfattismo rivoluzionario, alla diserzione, sono esercitazione retoriche ad uso e consumo degli addetti ai lavori, piaccia o meno. La lotta di classe e l’antimilitarismo devono quindi essere necessariamente legate, giacché separarla, ricondurre la seconda a ragioni etiche, di giustizia e morale, senza sminuire la realtà e concretezza dell’atrocità, della disumanità connaturata a questi fenomeni abominevoli di negazione totale delle vite proletarie, è opera più da pretaglia che da sovversivi. Comunque, è lo stesso articolo a presentarci il sostanziale accordo di due terzi dei tedeschi verso l’aumento delle spese militari entro il 2032, ma con almeno due riserve: innanzitutto che non venga toccato lo stato sociale – ma anche a fronte della possibilità di scorporare la spesa bellica dal patto di stabilità, prima o poi i conti saranno da fare, e saranno dolori-; secondo: poca disponibilità a sacrificarsi per la patria; soltanto un tedesco su sei sarebbe pronto a rischiare la pelle per difendere i confini tedeschi. Ancora una volta: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare! 30/11/2025 1 https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/11/15/una-levataccia-per-la-gioventu-tedesca-ed-europea/
Approfondimenti
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[it, en] “Preferisco morire da leonessa…” Sulla repressione dell’incontro antimilitarista internazionale di Amburgo
Riceviamo e diffondiamo: [it] “Preferisco morire da leonessa piuttosto che vivere come un cane”. Sulla repressione contro il 2° incontro internazionale di Amburgo contro il servizio militare e per il rifiuto di ogni forma di militarismo «Preferirei morire come una leonessa…» Con queste parole, nel 1917, Emma Goldman si oppose al militarismo che si stava diffondendo in tutto il mondo e si schierò contro il servizio militare obbligatorio. A più di un secolo di distanza, ci troviamo di fronte a un altro periodo di massiccia militarizzazione, caratterizzato da nuove e continue guerre e genocidi. Lo scorso fine settimana, dal 14 al 16 novembre 2025, anarchici provenienti da diversi paesi si sono incontrati per la seconda volta in occasione di uno scambio internazionale per analizzare, discutere e approfondire ulteriormente le lotte antimilitariste. Sono stati presentati contributi di compagni provenienti da Gran Bretagna, Grecia, Israele/Palestina, Italia, Francia, Finlandia e Germania, proposti in loco, tramite video o per iscritto. Come facilmente immaginabile, i nemici della libertà e i loro seguaci non sono certamente entusiasti di un momento internazionale come questo. Oltre alla sorveglianza intorno al nostro incontro, desideriamo rendere noto un episodio: La sera di venerdì, un gruppo di cinque compagni anarchici provenienti da Milano è stato fermato dalla polizia federale tedesca all’aeroporto di Amburgo, subito dopo essere sceso dall’aereo. Sono stati sottoposti a controllo e successivamente gli agenti in uniforme hanno cercato di interrogarli, rivolgendo loro domande sull’incontro e, più in generale, sulle loro attività anarchiche. Dopo essersi rassegnati alla mancata collaborazione dei nostri compagni e dopo alcune ore, è diventato chiaro che l’ingresso nel paese sarebbe stato loro negato ai sensi dell’articolo 6. Dopo aver trascorso la notte in una cella della stazione di polizia, la polizia federale ha provveduto a cambiare la loro prenotazione aerea, inserendoli su un volo in partenza la mattina seguente. I loro documenti sono stati consegnati al pilota e sono stati rispediti in Italia, dove sono stati accolti dalla polizia italiana e successivamente rilasciati. Nei documenti consegnati ai nostri compagni, l’incontro dell’anno scorso contro il servizio militare e il rifiuto di ogni forma di militarismo è stato indicato come il motivo di questa azione repressiva. Secondo quanto riportato, durante le giornate dello scorso anno si sarebbe verificata una manifestazione violenta, nel corso della quale sarebbe stato esposto uno striscione con la scritta “Contro il militarismo, no alla Bundeswehr”, distrutto un ufficio della SPD, bloccate le strade, scritti slogan sui muri e aggrediti i poliziotti giunti sul posto. Consideriamo questa repressione come un messaggio rivolto alla nostra iniziativa antimilitarista internazionale e inviamo la nostra solidarietà ai compagni fermati e a cui è stato impedito di partecipare all’incontro. Le nostre lotte non si fermeranno né di fronte alle loro leggi né ai loro confini, né di fronte a chi, in uniforme o meno, difende un sistema che trae profitto dalle guerre e dai genocidi in tutto il mondo. Con le imminenti lotte contro la militarizzazione e la reintroduzione del servizio militare obbligatorio, ci saranno ulteriori interventi repressivi. Siamo già venuti a conoscenza di studenti perseguitati nelle loro scuole per essersi opposti alla propaganda dell’esercito tedesco. Con queste parole, vogliamo esprimere la nostra solidarietà anche al compagno anarchico Stecco in Italia, che ha aderito allo sciopero della fame dell’iniziativa “Prisoners for Palestine”. Libertà per tutti i prigionieri! Contro ogni forma di militarismo! Amburgo, novembre 2025 ——- [de] „Lieber sterbe ich als Löwin, als dass ich ein Leben als Hund führe“. Zur Repression gegen den 2. internationalen Austausch gegen Militärdienst und für die Verweigerung jedes Militarismus in Hamburg „Ich würde lieber als Löwin sterben …“ Mit diesen Worten konfrontierte Emma Goldman 1917 den sich weltweit ausbreitenden Militarismus und sprach sich gegen die Wehrpflicht aus. Mehr als hundert Jahre später stehen wir vor einer weiteren Episode massiver Militarisierung, einhergehend mit neuen und andauernden Kriegen und Genoziden. Am vergangenen Wochenende, vom 14. bis 16. November 2025, trafen sich Anarchist*innen aus verschiedenen Ländern zum zweiten Mal zu einem internationalen Austausch, um antimilitaristische Kämpfe zu analysieren, zu diskutieren und weiterzuentwickeln. Es wurden Beiträge von Mitstreiter*innen aus Großbritannien, Griechenland, Israel/Palästina, Italien, Frankreich, Finnland und Deutschland präsentiert, die vor Ort, per Video oder schriftlich eingereicht wurden. Wie wir uns leicht vorstellen können, sind die Feind*innen der Freiheit und ihre Hunde sicherlich nicht begeistert von einem internationalen Moment wie diesem. Abgesehen von der Überwachung rund um unser Treffen möchten wir einen Vorfall bekannt machen: Am Freitagabend wurde eine Gruppe von fünf anarchistischen Mitstreiter*innen, die aus Mailand (Italien) am Flughafen Hamburg ankam, unmittelbar nach dem Verlassen des Flugzeugs von der deutschen Bundespolizei aufgehalten. Sie wurden kontrolliert und später versuchten die Hunde in Uniform sie zu verhören, indem sie ihnen Fragen über das Treffen und allgemeine Fragen zu ihren anarchistischen Aktivitäten stellten. Nachdem sie die Nichtkooperation unserer Mitstreiter*innen akzeptieren mussten und einige Stunden vergangen waren, wurde klar, dass ihnen die Einreise gemäß § 6 verweigert werden würde. Nach einer Nacht auf der Polizeiwache änderte die Bundespolizei ihre Flugbuchung und buchte sie auf einen Flug am nächsten Morgen um. Ihre Papiere wurden der*dem Pilot*in ausgehändigt und sie wurden nach Italien zurückgeschickt, wo sie von der italienischen Polizei empfangen und anschließend freigelassen wurden. In den Papieren, die unseren Mitstreiter*innen ausgehändigt wurden, wurde der Austausch gegen den Militärdienst und die Verweigerung jedes Militarismus im letzten Jahr als Begründung für die Repression angegeben. Es hieß, dass es während der Tage des letzten Jahres zu einer wilden Demonstration gekommen sei, bei der ein Transparent mit der Aufschrift „Gegen Militarismus, keine Bundeswehr“ getragen, ein Büro der SPD zerstört, die Straße blockiert, Slogans gesprüht und ankommende Polizist*innen angegriffen worden seien. Wir verstehen diese Repression als Botschaft an unsere internationale antimilitaristische Initiative und senden unsere Solidarität an die Mitstreiter*innen, die aufgehalten und an der Teilnahme am Austausch gehindert wurden. Unsere Kämpfe werden weder durch ihre Gesetze und Grenzen gestoppt werden, noch durch diejenigen – ob in Uniform oder ohne Uniform – die ein System verteidigen, das von Kriegen und Genoziden weltweit profitiert. Mit den bevorstehenden Kämpfen gegen die Militarisierung und die Wiedereinführung der Wehrpflicht wird es zu weiterer Repression kommen. Wir haben bereits von Schüler*innen gehört, die wegen ihres Widerstands gegen Bundeswehr-Propaganda in ihren Schulen verfolgt werden. Mit diesen Worten möchten wir auch unsere Solidarität mit dem anarchistischen Mitstreiter Stecco in Italien ausdrücken, der sich dem Hungerstreik der Initiative „Prisoners for Palestine“ angeschlossen hat. Freiheit für alle Gefangenen! Gegen jeden Militarismus! Hamburg, November 2025
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Stato di emergenza
Babele
UniTN-FBK: per la guerra, l’incarcerazione tecnologica della società e a sostegno del regime sionista
Riuniamo in questa pagina i vari contributi usciti sul coinvolgimento dell’università trentina, e della Fondazione Bruno Kessler che ne è il nucleo storico, con il regime sionista, il comparto bellico e il controllo sociale tecnologico: Qui una mappa delle attività di Uni-Tn e FBK: https://ilrovescio.info/2025/11/14/trento-28-novembre-corteo-per-lo-sciopero-generale-con-volantino-mappa-delle-collaborazioni-tra-unitn-fbk-e-industria-bellica/ Qui un contributo di un compagno su FBK: https://ilrovescio.info/2025/05/21/fbk-per-la-guerra-e-lincarcerazione-tecnologica-della-societa/ Qui la vicenda “Truman”, che ha messo pubblicamente l’università di Trento davanti alle sue responsabilità: https://ilrovescio.info/2025/06/17/the-truman-show-luniversita-di-trento-collabora-anche-con-israel-ibm/ Qui i numeri del bollettino “Campagna di sfida”, a cura dell’Assemblea trentina in solidarietà con la resistenza palestinese: https://ilrovescio.info/2025/05/01/campagna-di-sfida-n-2-spezzare-le-collaborazioni-con-il-genocidio/ Qui un contributo studentesco più vecchio: https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2023/11/intervento.pdf Qui un numero del foglio “Dal fronte umano” (del Collettivo Terra e Libertà) in cui si parla anche delle sperimentazioni di controllo tecnologico attuate da FBK nella città di Trento: https://ilrovescio.info/2024/01/08/un-test-chiamato-gaza-dal-fronte-umano-iii/
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Materiali
LA GUERRA È IN CASA NOSTRA
Riceviamo e diffondiamo: UNA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO PER LA MILITARIZZAZIONE ECONOMICA Da pochi giorni il Ministero della Difesa ha pubblicato il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027. Si tratta in soldoni dell’aspetto programmatico del comparto bellico italiano. La propaganda del Ministero definisce la Difesa come “volano per innovazione e sviluppo”. Dietro il linguaggio tecnico, si nasconde un piano di espansione strutturale dell’apparato militare: il Ministero si presenta come “motore industriale” del Paese, giustificando l’aumento delle spese con ricadute su occupazione e tecnologia. L’Italia ha aderito alla nuova linea NATO, che prevede di raggiungere per tutti gli Stati membri il 5% delle spese militari così spartito: 3,5% del PIL in spese militari propriamente dette e all’1,5% per la sicurezza o le infrastrutture (vedasi Ponte sullo Stretto, che collegherebbe il confine sud della NATO – la Sicilia, il Muos etc – con il continente). Un livello di spesa potenzialmente superiore a quello del periodo della Guerra Fredda. La Legge di Bilancio 2025-2027 prevede 35,094 miliardi di euro in 15 anni per: * 22,5 miliardi dal Fondo investimenti della Difesa; * 12,6 miliardi dal Ministero delle Imprese (MIMIT). Gli investimenti coprono ogni settore: * Terrestre: nuovi mezzi corazzati, artiglieria, droni armati. * Aereo: caccia di sesta generazione, sistemi missilistici, capacità “Extended Strike”. * Navale: navi d’attacco, sommergibili, droni subacquei. * Cyber e spazio: intelligence digitale, satelliti militari, “Space Domain Awareness”. Di più. L’Italia con la Legge di Bilancio 2025 stanzia 50milioni per la ristrutturazione di tre stabilimenti militari situati a Baiano di Spoleto, Fontana Liri e Capua, gestiti direttamente dall’Agenzia Industrie Difesa. L’obiettivo è aumentare la produzione di componenti critici come la nitroglicerina e la nitrocellulosa, necessari per munizioni di medio calibro, riducendo così la dipendenza dalle forniture estere e rafforzando l’autonomia produttiva nazionale. Ancora più forte appare la saldatura tra Università e Guerra con il Piano Nazionale della Ricerca Militare – PNRM. La guerra futura, che intreccia militare, civile ed economia, è in realtà la guerra odierna. L’Italia è attualmente impegnata in 43 missioni militari (nel solo anno 2025), con più di 12mila soldati utilizzati. La guerra odierna è anche – e forse soprattutto – guerra interna. Come diceva Simone Weil: “Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra […] è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.” Una parte cruciale del DPP è dedicata alla cosiddetta “funzione sicurezza del territorio”, che affida ai Carabinieri un ruolo centrale nel processo di militarizzazione interna. Soldi per nuove assunzioni, soldi per ammodernamento delle caserme, soldi per nuove armi. Tra le misure previste: * Acquisizione di elicotteri, droni e veicoli tattici con uso duale (militare e civile). * Sistemi di sorveglianza digitale e cyber-investigazione (deep web, criptovalute, digital forensics). * Estensione dell’uso del taser e di armi “non letali” a livelli ordinativi sempre più bassi. * Ruolo crescente nello “Stability Policing”: attività di controllo sociale e gestione di crisi anche in territorio nazionale. Questo spostamento funzionale rafforza il ruolo dei Carabinieri come parte integrante della difesa militare, abbattendo ulteriormente il confine tra sicurezza civile e logica bellica. La militarizzazione non si limita più al piano geopolitico, ma penetra nelle città, nei sistemi informativi e nella gestione dell’ordine pubblico, preparando la società a un modello di sicurezza permanente in tempi di guerra totale. https://controguerra.noblogs.org/post/2025/11/12/la-guerra-e-in-casa-nostra/
Contributi
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