Riceviamo e diffondiamo. Mentre pubblichiamo questo testo, un nuovo capitolo si
aggiunge alla repressione dei palestinesi e degli immigrati che lottano contro
sionismo e imperialismo in Italia: l’arresto di 9 persone accusate di finanziare
Hamas, tra le quali il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia
Mohamed Hannoun, già colpito con un foglio di via da Milano per un suo
intervento durante una manifestazione. L’ennesima conferma che guerra e
repressione devono essere combattute insieme, come tenterà di suggerire anche
questa iniziativa a Viterbo.
Sabotiamo la guerra! Fuori Alfredo dal 41-bis!
Sabotiamo la guerra e la repressione (corretto al 23.12)
Tag - Rompere le righe
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di diverse realtà anarchiche e
libertarie romagnole.
Anche
su https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/la-guerra-interna-si-intensifica/
Qui una versione impaginata per la lettura: laguerrainterna
Qui una versione in opuscolo: comunicato-opuscolato-stampa
LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO DI RAVENNA.
In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un
blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28
novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per
circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci
dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion.
Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei
principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di
componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo
l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli
come MSC, Zim e Maersk.
La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali
che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale,
oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di
natura amministrativa”.
Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo
Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato
collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il
governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi
reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per
colpire chi esprime idee e pratiche non allineate.
Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto
Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore
per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il
decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il
13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono
solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed
economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo
urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di
manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni
cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte
della stessa logica.
Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che
appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di
polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una
cornice di guerra.
Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in
seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta
commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa
pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive
introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato
dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una
economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti
per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive.
I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e
l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità
democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio
giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio
piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad
un conflitto sempre più diffuso.
La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula
von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a
vedere i propri figli morire al fronte”(1).
Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le
ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio
palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi
occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di
tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza.
Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la
Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel
sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi
all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice
contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di
perdere il posto di lavoro.
Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica
all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici:
lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto
ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno
più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna,
ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil.
La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la
guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano.
Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la
Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi
alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri
paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per
vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli
Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro
delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action.
In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le
persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e
spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più
paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere
anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto.
Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un
genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo,
appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia –
significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano
più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi
imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e
Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o
convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze
sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la
risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il
suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza
ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da
così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi).
La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma
germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità.
I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e
l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania.
Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione
palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le
tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed
anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali
che gestiscono i territori.
Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le
ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni
necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della
Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales
Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne
satellitari “dual use” (progetto ERiS).
Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua
ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la
riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una
cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità.
Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna.
La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la
logistica militare é giusto, oltre che necessario!
– Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena
– Collettivo Samara
– Equal Rights Forlì
– Brigata Prociona Imola
– Assemblea Anarchica Imolese
– Spazio Autogestito Capolinea Faenza
______
NOTA
(1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore
dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a
prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non
lontano.
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/10/14/mobilitati-con-la-forza-e-poi-uccisi-dai-droni-la-logica-assassina-della-guerra-nella-pratica/
Mobilitati con la forza e poi uccisi dai droni: la logica assassina della guerra
nella pratica
I media mainstream pubblicano articoli su come l’esercito russo tratti in modo
terribile i disertori. “Incatenati agli alberi, rinchiusi nei carri armati o
trascinati dietro ai fuoristrada: questa è la realtà dei soldati russi che si
sono rifiutati di combattere in Ucraina”, sottolineano. (1)
Come al solito, però, non si parla molto dei massacri altrettanto orribili ai
danni dei disertori ucraini. Ma una cosa è certa. La capacità di combattimento
di entrambi gli eserciti si basa in parte su tecniche di mobilitazione violenta
e tortura, volte a scoraggiare la diserzione e a costringere anche coloro che
non vogliono andare al fronte a farlo. Mentre migliaia di soldati cercano di
disertare, altri vengono mandati in prima linea contro la loro volontà, sperando
di sopravvivere e di poter vivere un altro giorno. Questo, a meno che un drone
“suicida” armato di esplosivi non voli loro addosso. Su Internet si possono
vedere video di tali droni dell’esercito ucraino che massacrano soldati russi su
motociclette, nelle trincee, sulle strade, nelle foreste, nelle pianure e
altrove. (2)
Nella maggior parte dei casi, le riprese di questi eventi sono accompagnate da
articoli che li celebrano e che disumanizzano cinicamente le vittime. Non ci si
chiede mai chi siano queste persone o come abbiano fatto a finire in quel luogo,
dove sono state uccise senza pietà. Non si può non notare che anche il movimento
antifascista e “anarchico” sta organizzando raccolte fondi per l’acquisto di
droni da destinare all’esercito ucraino. E, come la corrente mainstream
filo-occidentale, anche questo ambiente di “sinistra radicale” presenta la
guerra come un’azione difensiva contro gli occupanti, quindi probabilmente non
si preoccupa troppo del fatto che i loro droni potrebbero massacrare i soldati
russi costretti al fronte sotto la minaccia di punizioni. Secondo la logica
della “guerra difensiva”, ogni soldato russo in prima linea è un “putiniano” e
un occupante. (3) Per i sostenitori di questa logica, migliaia di disertori e
soldati mobilitati con la forza non sono nulla e possono essere eliminati senza
pietà. (4) Ma cosa c’entri un simile approccio con la dichiarata lotta per la
libertà e la giustizia è qualcosa che i sostenitori di questa linea non ci
spiegheranno. Dopotutto, la maggior parte di loro non deve affrontare il fuoco
incrociato della guerra. Si limitano a inviare di tanto in tanto un contributo
finanziario dal sicuro rifugio della piccola borghesia viziata (o dei loro
discendenti) per poi scrivere una tempesta ideologica piena di frasi vaghe sulla
lotta per la libertà e l’autodeterminazione del popolo ucraino.
Al contrario, i soldati, sia sul fronte ucraino che su quello russo, sono in
gran parte proletari che non godono di questi privilegi. Sì, sono proletari,
perché il proletariato non ha smesso di esistere solo perché alcuni hanno deciso
di cancellare questa parola dal loro vocabolario. La verità è che molti
proletari si trovano in prima linea loro malgrado e sotto costrizione. (5)
Pochissimi hanno i mezzi o i documenti per fuggire all’estero. Molti vivono
nell’illegalità: evitano le banche, abbandonano le grandi città, si nascondono
nelle foreste. Se c’è qualcosa che ha senso dal punto di vista anarchico, è
fornire loro sostegno, non costruire droni che li massacreranno o li
rintracceranno perché qualcun altro possa massacrarli. (6)
Solidarietà con i disertori e con chi è stato arruolato con la forza!
Resistenza contro chi costruisce macchine per ucciderli!
Solidarietà di classe contro la logica omicida della guerra!
* * *
NOTE E FONTI:
(1) Ruští dezertéři jsou brutálně mučeni. Svědectví přináší CNN | Newstream [in
ceco: I disertori russi vengono sottoposti a torture brutali. La testimonianza è
riportata dalla CNN]
(2) Ad esempio, qui:
https://cnn.iprima.cz/ukrajinska-droni-elita-v-akci-madarovi-ptaci-vyzobali-rusy-na-motocyklech-ti-zkaze-neujeli-479487
[in ceco: L’élite ucraina dei droni in azione. Gli “uccelli ungheresi” hanno
colto di sorpresa i russi sulle moto, i quali non sono riusciti a sfuggire alla
distruzione]
https://cnn.iprima.cz/zabery-ukrajinske-likvidace-okupantu-ruskeho-vojaka-zachranila-lopatka-467046
[in ceco: Immagini dell’eliminazione degli occupanti da parte dei droni ucraini.
Un russo ingegnoso si è salvato lanciando una pala]
https://cnn.iprima.cz/zabery-hruzy-v-ocich-kratce-pred-vybuchem-ukrajinske-drony-likviduji-ruske-okupanty-475517
[in ceco: Il terrore negli occhi poco prima dell’esplosione. I droni ucraini
distruggono gli occupanti russi]
e qui:
https://www.msn.com/cs-cz/zpravy/other/ukrajinsk%C3%A9-drony-ude%C5%99ily-na-rusk%C3%A9-voj%C3%A1ky-v-lese/vi-AA1JzxmT
Cosa vediamo in questo video? Un uomo in uniforme, con uno zaino in spalla, sta
camminando nella foresta, quando viene improvvisamente colpito da un drone. Il
video viene presentato come un filmato sensazionale che mostra come i difensori
ucraini abbiano fermato l’invasore. Tuttavia, dal video non è per niente chiaro
chi fosse, perché si trovasse lì e se volesse davvero essere lì o se fosse stato
costretto dagli ufficiali sotto la minaccia di una punizione. È morto e nessuno
potrà più chiederglielo.
(3) La realtà parla da sé. La mobilitazione forzata e i tassi elevati di
diserzione nell’esercito russo dimostrano che non tutti i soldati al fronte
sostengono Putin. Al contrario, molti sono vittime del “putinismo”, proprio come
le persone che vengono bombardate nelle città ucraine.
https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2025/02/04/over-russian-18000-soldiers-desert/
[in inglese: Oltre 18.000 soldati russi hanno disertato]
(4) L’iniziativa “Solidrones”, che, stando a quanto riportato, produce “droni
per i combattenti anti-autoritari in Ucraina”, afferma: “I difensori consumano
decine di migliaia di veicoli aerei senza pilota ogni mese, perché un attacco
preciso con i droni può distruggere un carro armato, che è significativamente
più costoso, e paralizzare l’avanzata degli occupanti”.
https://www.afed.cz/text/8191/solidrones
Non c’è dubbio che utilizzino i droni, armi progettate per distruggere e
uccidere. Ma anche se qualcuno volesse sostenere che questi possono essere
utilizzati anche per il rifornimento o la ricognizione, è importante chiarire
una cosa. Anche in questi casi, i droni fungono da strumento di supporto per
uccisioni insensate. Non c’è alcuna differenza significativa tra un soldato
mobilitato con la forza che viene abbattuto direttamente da un drone e uno che
viene rintracciato con l’aiuto dello stesso e poi ucciso dalla fanteria (spesso
rifornita dai droni), dall’artiglieria o dall’aviazione.
Ulteriori interrogativi risultano rilevanti.
I cosiddetti “antiautoritari” che producono o utilizzano i droni possono
decidere come e contro chi impiegarli? Ciò sarebbe concepibile nel caso di una
guerriglia organizzata in modo autonomo al di fuori dello Stato e contro di
esso. Tuttavia, questo non è il caso di queste persone che, come loro stessi
riconoscono, sono integrate nell’esercito ufficiale dello Stato ucraino. Sono
quindi le autorità militari a determinare come i droni verranno utilizzati dagli
“antiautoritari” e non può esserci alcuna autonomia d’azione. Cosa fanno questi
“antiautoritari” quando i loro ufficiali ordinano loro di usare i droni per
rintracciare i disertori che tentano di fuggire? Dopotutto, questo è uno dei
punti all’ordine del giorno dell’esercito ucraino che essi servono
volontariamente.
(5) Secondo le dichiarazioni dei soldati russi sopravvissuti, non gli è stato
permesso di evacuare perché un’unità di blocco che li proteggeva alle spalle non
li ha lasciati abbandonare le loro posizioni in prima linea e avrebbe sparato se
avessero provato a ritirarsi. In alcuni casi, quindi, costringere i soldati ad
avanzare può essere meno rischioso che ritirarsi e disertare. Questa crudele
tattica è stata utilizzata dall’esercito durante l’era di Stalin e oggi
l’esercito russo sembra esserne tornato a fare uso.
(6) La mobilitazione forzata e il conseguente assassinio tramite droni sono ben
noti alla popolazione ucraina. Tuttavia, non conosciamo nemmeno un caso in cui
la produzione di droni da parte dell’esercito russo sia stata finanziata da
antiautoritari o anarchici. In ogni caso, dobbiamo condannare la mobilitazione
forzata e l’uso omicida dei droni contro la classe proletaria, a prescindere dal
fatto che tali pratiche siano messe in atto dall’esercito ucraino, russo o di
qualsiasi altro Stato.
[Ricevuto via e-mail | Pubblicato in ceco in
https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2025/10/12/dronokkal-gyilkoljak-le-a-kenyszerrel-mozgositottakat-a-haboru-gyilkos-logikaja-a-gyakorlatban/
e in inglese in
https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2025/08/27/how-many-forcibly-mobilized-people-will-your-drones-help-kill/
| Tradotto in italiano e pubblicato in
https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/10/14/mobilitati-con-la-forza-e-poi-uccisi-dai-droni-la-logica-assassina-della-guerra-nella-pratica/]
Riceviamo e diffondiamo:
MAAP bw completo
Riprendiamo da lanemesi.noblogs.org questa riflessione, che fa da contrappunto a
certi “toni apocalittici” sulla guerra spesso utlizzati anche dal nostro sito.
Ne apprezziamo soprattutto lo sguardo verso la materialità dei rapporti
economici e politici a livello internazionale: ciò che più conta, per noi, non è
certo fare allarmismo, ma non perdere mai di vista la realtà, e in particolare
quella che va oltre le nostre immediate vicinanze (l’analisi dell’economia e
della politica internazionale, assolutamente necessaria in un mondo globale, non
è esattamente un punto di forza della maggioranza degli anarchici). Dal canto
nostro, crediamo però che sia sempre buona cosa prepararsi, e preparare chi ci
ascolta, allo scenario peggiore, specialmente in tempi di inerzia della
catastrofe. Il che non esclude, ma integra l’attenzione – giustamente richiama
dall’autore dell’articolo – agli effetti materiali che sono già prodotti dalla
guerra sulla pelle degli sfruttati.
Riarmo e toni apocalittici
Nell’attuale (e striminzito) campo rivoluzionario – quello che non ha rinunciato
ad adottare una postura classista, internazionalista, antimilitarista e
disfattista – la questione del riarmo viene spesso affrontata facendo largo
ricorso a toni apocalittici. In particolare, per quanto riguarda l’Europa,
stante lo scenario ucraino, il fatto che gli stati accelerino la corsa al
riarmo, sembra spingere molti a credere che la guerra totale alle nostre
latitudini sia questione di mesi, magari anni; la clessidra del tempo di ”pace”
va esaurendosi, la catastrofe incombe. Sarà poi così?
Se non si può rimanere indifferenti al riarmo europeo, soprattutto a quello
intrapreso da potenze come la Germania, per orientarsi nel caos propagandistico
e patriottardo promosso dalle classi dominanti del Vecchio continente,è
altrettanto impossibile prescindere da una serie di valutazioni circa lo stato
del conflitto in Ucraina e le possibilità concrete di ”scelta” alla portata, nel
breve-medio termine, degli stati dell’Europa centrale e occidentale, al fine di
preparasi a quella che viene presentata come un’incombente minaccia di attacco
russo. Sarà allora il caso di prendere atto, come invitano a fare analisti,
tutt’altro che sovversivi, del calibro di Fabio Mini o Lucio Caracciolo, che,
nell’immediato, la Russia non ha alcuna seria intenzione di attaccare l’Europa,
a partire dai paesi baltici; e non perché non disponga dei mezzi convenzionali e
nucleari indispensabili a questo scopo, in questo senso semmai il problema vale
per l’avversario. Ad esempio, dovrebbe far riflettere l’atteggiamento
dell’Europa, che mentre dipinge il nemico moscovita come il nemico della
democrazia pronto ad attaccarla da un momento all’altro, temporeggia, sperando
nella prosecuzione del conflitto in Ucraina, per compensare le deficienze che si
porta dietro da decenni sul piano militare, e non solo. Ad ogni modo, per la
Russia, sin dallo scoppio del conflitto ucraino nel 2022, aggredire l’Europa,
con la quale fino a pochi anni prima facevano affaroni, non è mai stata una
priorità strategica, quanto piuttosto un’azione insensata frutto delle
fantasticherie occidentali, dalla portata potenzialmente destabilizzante per
Mosca. In tutto ciò, gli USA sono ben lungi dall’essersi defilati dal conflitto
in Ucraina; fatto testimoniato dal recupero dei rapporti bilaterali con la
Russia, incrinati dall’amministrazione Biden, funzionali ad evitare un
coinvolgimento in uno scontro diretto con Mosca e, possibilmente, a tentare di
sganciarla dalla Cina. Sempre Fabio Mini recentemente ha sottolineato che la
titubanza dell’attuale amministrazione americana nel fornire agli ucraini i
tanto richiesti missili Tomahawk si inserisce in questa direzione; senza
tralasciare che il Pentagono ha fatto notare al dealmaker della Casa Bianca che
la fornitura non rinforzerebbe affatto la capacità di deterrenza verso la
Russia, ma anzi potrebbe favorire un’escalation nucleare. La Russia è dotata poi
di sistemi difensivi antimissile capaci di ridurre fortemente il successo, in
termini di capacità di colpire i bersagli russi individuati, a due missili su
dieci lanciati. «In Ucraina è già successo agli ATACMS e ai Patriot, che hanno
visto la loro percentuale di successo crollare dal 90% dichiarato al 6%
effettivo». Altro che deterrenza. Per lo sbirro mondiale tanto vale allora fare
più concessioni tattiche possibili a Mosca, rimettendo l’Europa, lacerata dai
contrasti interni, al suo posto, senza mancare di rammentargli la sua
irrilevanza, non avendo assolutamente nulla da mettere sulla bilancia dei
rapporti di forza esistenti. Ciò che rimane, a partire dalla futura
ricostruzione ucraina, è, ancora una volta, questione di affari. Tra i 28 punti
della bozza del piano di pace per l’Ucraina, a quanto pare elaborato in un mese
di confronto tra la delegazione statunitense e quella russa, era previsto non
solo l’addio dell’Ucraina ai piani di integrazione nella NATO, ma anche la
riammissione di Mosca nei circuiti della finanzia internazionale (leggi SWIFT),
la cancellazione delle sanzioni, in cambio del 50% dei proventi della
ricostruzione, finanziata in parte dagli assets russi congelati in Belgio e in
parte dalle tasche europee. Le richieste di modifica del piano da parte degli
europei evidenziano soprattutto, e per l’ennesima volta, il tentativo di mandare
in vacca il deal, rimettendo al centro la palla dell’integrazione ucraina nella
NATO. Intendiamoci, i proletari, di qualsiasi nazionalità siano, non hanno
amici: piano USA-Russia o piano UE, ogni decisione viene presa sulla loro pelle;
quattro anni di massacri in nome della difesa della democrazia contro la
tirannide dovrebbero averlo dimostrato, in barba alla mitizzazione della
resistenza ucraina, alimentata da disgraziati strappati via dalle proprie
famiglie e comunità. Ecco le magnifiche e progressive della coscrizione
obbligatorio e della legge marziale, ma, per l’amore del cielo, in salsa
democratica, mica come in Russia.
Ma torniamo al riarmo europeo, la cui necessità impellente non va attribuita
esclusivamente alla minaccia Russa, ma ancor prima al ruolo degli Stati Uniti in
Europa e all’incognita della loro permanenza nell’arco del prossimo decennio. La
Germania, recentemente presa in considerazione in relazione alla presentazione
della nuova legge sulla leva1, come sempre fa scuola, anche se bisogna tenere
ben presente che tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene poi applicato la
corrispondenza non è automatica: gli investimenti nella spesa bellica e il
rafforzamento degli eserciti non avvengono dall’oggi al domani. Perché vengano
destinati efficacemente occorre continuità, stabilità politica interna,
collaborazione della popolazione e sforzo strategico nel lungo periodo.
Partendo dalle deficienze a cui si accennava sopra, le Forze armate tedesche tra
gli anni Novanta e il 2022 hanno perso finanziamenti per un valore complessivo
di 400 miliardi di euro, con serie conseguenze sul piano della prontezza
operativa, delle infrastrutture logistiche, delle scorte, del personale, delle
tecnologie della comunicazione, ecc. Nel 2022 Scholz dichiara pubblicamente che
la Germania si deve svegliare dal suo letargo pacifista per riarmarsi, e in
fretta. Viene così stanziato il primo fondo da 102 miliardi, poi nel marzo del
2025 è il turno del programma di potenziamento della Bundeswher: le spese
belliche oltre l’1% vanno fuori bilancio. Per il 2029 è previsto l’investimento
di 150 miliardi; intanto, per quanto riguarda il 2026, si passa ai 108 miliardi.
Sempre recentemente però, si è stimato ottimisticamente che entro il 2030 la
Germania non sarà minimamente in grado di reggere una guerra convenzionale, a
causa di tutte le mancanze di cui sopra. Anche perché per farlo è necessaria
un’altra cosa: la conversione dell’industria in chiave bellica; un processo che
richiede tempi lunghi, capitali e sviluppo tecnico. Rheinmetal punta già ad
acquisire stabilimenti Volkswagen, coerentemente con l’idea di far leva sul
settore automobilistico in forte crisi per realizzare la riconversione. Ancora
poco, se è vero che il tempo stringe, e stiamo parlando della Germania, mica
dell’Italietta.
In un articolo dell’ultimo numero della Rivista di Geopolitica Limes, sempre in
riferimento alla Germania, si riporta come: «le guerre del presente non si
combattono con armi tecnologicamente sofisticate e pochi mestieranti. Nessuna
blitzkrieg alle viste. Sono conflitti d’attrito, scontri di lunga durata tra
apparati bellici di vaste proporzioni. Perdi quando si logora il consenso
interno».
Quando avviene questa frattura? Questo Limes non ce lo dice, o meglio ce lo dice
diversamente: quando le condizioni di vita e la riproduzione della forza lavoro
subiscono una forte degradazione funzionale allo sforzo bellico; diversamente
gli appelli al disfattismo rivoluzionario, alla diserzione, sono esercitazione
retoriche ad uso e consumo degli addetti ai lavori, piaccia o meno. La lotta di
classe e l’antimilitarismo devono quindi essere necessariamente legate, giacché
separarla, ricondurre la seconda a ragioni etiche, di giustizia e morale, senza
sminuire la realtà e concretezza dell’atrocità, della disumanità connaturata a
questi fenomeni abominevoli di negazione totale delle vite proletarie, è opera
più da pretaglia che da sovversivi. Comunque, è lo stesso articolo a presentarci
il sostanziale accordo di due terzi dei tedeschi verso l’aumento delle spese
militari entro il 2032, ma con almeno due riserve: innanzitutto che non venga
toccato lo stato sociale – ma anche a fronte della possibilità di scorporare la
spesa bellica dal patto di stabilità, prima o poi i conti saranno da fare, e
saranno dolori-; secondo: poca disponibilità a sacrificarsi per la patria;
soltanto un tedesco su sei sarebbe pronto a rischiare la pelle per difendere i
confini tedeschi. Ancora una volta: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!
30/11/2025
1
https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/11/15/una-levataccia-per-la-gioventu-tedesca-ed-europea/
Riceviamo e diffondiamo questo prezioso opuscolo “da battaglia”, che raccoglie
le dichiarazioni dei “Prisoners for Palestine” e di altri solidali
internazionali (tra i quali i nostri Stecco e Massimo):
Versione lettura: OPUSCOLO HUNGER STRIKE MODIFICHE1
Versione per la stampa in opuscolo: hungerstrikepdfstampa
Riceviamo e diffondiamo:
[it] “Preferisco morire da leonessa piuttosto che vivere come un cane”. Sulla
repressione contro il 2° incontro internazionale di Amburgo contro il servizio
militare e per il rifiuto di ogni forma di militarismo
«Preferirei morire come una leonessa…» Con queste parole, nel 1917, Emma Goldman
si oppose al militarismo che si stava diffondendo in tutto il mondo e si schierò
contro il servizio militare obbligatorio. A più di un secolo di distanza, ci
troviamo di fronte a un altro periodo di massiccia militarizzazione,
caratterizzato da nuove e continue guerre e genocidi. Lo scorso fine settimana,
dal 14 al 16 novembre 2025, anarchici provenienti da diversi paesi si sono
incontrati per la seconda volta in occasione di uno scambio internazionale per
analizzare, discutere e approfondire ulteriormente le lotte antimilitariste.
Sono stati presentati contributi di compagni provenienti da Gran Bretagna,
Grecia, Israele/Palestina, Italia, Francia, Finlandia e Germania, proposti in
loco, tramite video o per iscritto. Come facilmente immaginabile, i nemici della
libertà e i loro seguaci non sono certamente entusiasti di un momento
internazionale come questo. Oltre alla sorveglianza intorno al nostro incontro,
desideriamo rendere noto un episodio:
La sera di venerdì, un gruppo di cinque compagni anarchici provenienti da Milano
è stato fermato dalla polizia federale tedesca all’aeroporto di Amburgo, subito
dopo essere sceso dall’aereo. Sono stati sottoposti a controllo e
successivamente gli agenti in uniforme hanno cercato di interrogarli, rivolgendo
loro domande sull’incontro e, più in generale, sulle loro attività anarchiche.
Dopo essersi rassegnati alla mancata collaborazione dei nostri compagni e dopo
alcune ore, è diventato chiaro che l’ingresso nel paese sarebbe stato loro
negato ai sensi dell’articolo 6.
Dopo aver trascorso la notte in una cella della stazione di polizia, la polizia
federale ha provveduto a cambiare la loro prenotazione aerea, inserendoli su un
volo in partenza la mattina seguente. I loro documenti sono stati consegnati al
pilota e sono stati rispediti in Italia, dove sono stati accolti dalla polizia
italiana e successivamente rilasciati. Nei documenti consegnati ai nostri
compagni, l’incontro dell’anno scorso contro il servizio militare e il rifiuto
di ogni forma di militarismo è stato indicato come il motivo di questa azione
repressiva. Secondo quanto riportato, durante le giornate dello scorso anno si
sarebbe verificata una manifestazione violenta, nel corso della quale sarebbe
stato esposto uno striscione con la scritta “Contro il militarismo, no alla
Bundeswehr”, distrutto un ufficio della SPD, bloccate le strade, scritti slogan
sui muri e aggrediti i poliziotti giunti sul posto.
Consideriamo questa repressione come un messaggio rivolto alla nostra iniziativa
antimilitarista internazionale e inviamo la nostra solidarietà ai compagni
fermati e a cui è stato impedito di partecipare all’incontro. Le nostre lotte
non si fermeranno né di fronte alle loro leggi né ai loro confini, né di fronte
a chi, in uniforme o meno, difende un sistema che trae profitto dalle guerre e
dai genocidi in tutto il mondo. Con le imminenti lotte contro la
militarizzazione e la reintroduzione del servizio militare obbligatorio, ci
saranno ulteriori interventi repressivi. Siamo già venuti a conoscenza di
studenti perseguitati nelle loro scuole per essersi opposti alla propaganda
dell’esercito tedesco.
Con queste parole, vogliamo esprimere la nostra solidarietà anche al compagno
anarchico Stecco in Italia, che ha aderito allo sciopero della fame
dell’iniziativa “Prisoners for Palestine”.
Libertà per tutti i prigionieri! Contro ogni forma di militarismo!
Amburgo, novembre 2025
——-
[de] „Lieber sterbe ich als Löwin, als dass ich ein Leben als Hund führe“. Zur
Repression gegen den 2. internationalen Austausch gegen Militärdienst und für
die Verweigerung jedes Militarismus in Hamburg
„Ich würde lieber als Löwin sterben …“ Mit diesen Worten konfrontierte Emma
Goldman 1917 den sich weltweit ausbreitenden Militarismus und sprach sich gegen
die Wehrpflicht aus. Mehr als hundert Jahre später stehen wir vor einer weiteren
Episode massiver Militarisierung, einhergehend mit neuen und andauernden Kriegen
und Genoziden. Am vergangenen Wochenende, vom 14. bis 16. November 2025, trafen
sich Anarchist*innen aus verschiedenen Ländern zum zweiten Mal zu einem
internationalen Austausch, um antimilitaristische Kämpfe zu analysieren, zu
diskutieren und weiterzuentwickeln. Es wurden Beiträge von Mitstreiter*innen aus
Großbritannien, Griechenland, Israel/Palästina, Italien, Frankreich, Finnland
und Deutschland präsentiert, die vor Ort, per Video oder schriftlich eingereicht
wurden. Wie wir uns leicht vorstellen können, sind die Feind*innen der Freiheit
und ihre Hunde sicherlich nicht begeistert von einem internationalen Moment wie
diesem. Abgesehen von der Überwachung rund um unser Treffen möchten wir einen
Vorfall bekannt machen:
Am Freitagabend wurde eine Gruppe von fünf anarchistischen Mitstreiter*innen,
die aus Mailand (Italien) am Flughafen Hamburg ankam, unmittelbar nach dem
Verlassen des Flugzeugs von der deutschen Bundespolizei aufgehalten. Sie wurden
kontrolliert und später versuchten die Hunde in Uniform sie zu verhören, indem
sie ihnen Fragen über das Treffen und allgemeine Fragen zu ihren anarchistischen
Aktivitäten stellten. Nachdem sie die Nichtkooperation unserer Mitstreiter*innen
akzeptieren mussten und einige Stunden vergangen waren, wurde klar, dass ihnen
die Einreise gemäß § 6 verweigert werden würde.
Nach einer Nacht auf der Polizeiwache änderte die Bundespolizei ihre Flugbuchung
und buchte sie auf einen Flug am nächsten Morgen um. Ihre Papiere wurden der*dem
Pilot*in ausgehändigt und sie wurden nach Italien zurückgeschickt, wo sie von
der italienischen Polizei empfangen und anschließend freigelassen wurden. In den
Papieren, die unseren Mitstreiter*innen ausgehändigt wurden, wurde der Austausch
gegen den Militärdienst und die Verweigerung jedes Militarismus im letzten Jahr
als Begründung für die Repression angegeben. Es hieß, dass es während der Tage
des letzten Jahres zu einer wilden Demonstration gekommen sei, bei der ein
Transparent mit der Aufschrift „Gegen Militarismus, keine Bundeswehr“ getragen,
ein Büro der SPD zerstört, die Straße blockiert, Slogans gesprüht und ankommende
Polizist*innen angegriffen worden seien.
Wir verstehen diese Repression als Botschaft an unsere internationale
antimilitaristische Initiative und senden unsere Solidarität an die
Mitstreiter*innen, die aufgehalten und an der Teilnahme am Austausch gehindert
wurden. Unsere Kämpfe werden weder durch ihre Gesetze und Grenzen gestoppt
werden, noch durch diejenigen – ob in Uniform oder ohne Uniform – die ein System
verteidigen, das von Kriegen und Genoziden weltweit profitiert. Mit den
bevorstehenden Kämpfen gegen die Militarisierung und die Wiedereinführung der
Wehrpflicht wird es zu weiterer Repression kommen. Wir haben bereits von
Schüler*innen gehört, die wegen ihres Widerstands gegen Bundeswehr-Propaganda in
ihren Schulen verfolgt werden.
Mit diesen Worten möchten wir auch unsere Solidarität mit dem anarchistischen
Mitstreiter Stecco in Italien ausdrücken, der sich dem Hungerstreik der
Initiative „Prisoners for Palestine“ angeschlossen hat.
Freiheit für alle Gefangenen! Gegen jeden Militarismus!
Hamburg, November 2025
Riuniamo in questa pagina i vari contributi usciti sul coinvolgimento
dell’università trentina, e della Fondazione Bruno Kessler che ne è il nucleo
storico, con il regime sionista, il comparto bellico e il controllo sociale
tecnologico:
Qui una mappa delle attività di Uni-Tn e
FBK: https://ilrovescio.info/2025/11/14/trento-28-novembre-corteo-per-lo-sciopero-generale-con-volantino-mappa-delle-collaborazioni-tra-unitn-fbk-e-industria-bellica/
Qui un contributo di un compagno su
FBK: https://ilrovescio.info/2025/05/21/fbk-per-la-guerra-e-lincarcerazione-tecnologica-della-societa/
Qui la vicenda “Truman”, che ha messo pubblicamente l’università di Trento
davanti alle sue
responsabilità: https://ilrovescio.info/2025/06/17/the-truman-show-luniversita-di-trento-collabora-anche-con-israel-ibm/
Qui i numeri del bollettino “Campagna di sfida”, a cura dell’Assemblea trentina
in solidarietà con la resistenza
palestinese: https://ilrovescio.info/2025/05/01/campagna-di-sfida-n-2-spezzare-le-collaborazioni-con-il-genocidio/
Qui un contributo studentesco più
vecchio: https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2023/11/intervento.pdf
Qui un numero del foglio “Dal fronte umano” (del Collettivo Terra e Libertà) in
cui si parla anche delle sperimentazioni di controllo tecnologico attuate da FBK
nella città di
Trento: https://ilrovescio.info/2024/01/08/un-test-chiamato-gaza-dal-fronte-umano-iii/
Riceviamo e diffondiamo. Qui il volantino dell’iniziativa, contenente una
“mappa” sintetica delle varie collaborazioni tra UniTn-FBK e il comparto bellico
oltre che con le università israeliane:
STAMPAsciopero_28nov
Riceviamo e diffondiamo:
UNA STRATEGIA DI LUNGO PERIODO PER LA MILITARIZZAZIONE ECONOMICA
Da pochi giorni il Ministero della Difesa ha pubblicato il Documento
Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027. Si tratta in soldoni
dell’aspetto programmatico del comparto bellico italiano. La propaganda del
Ministero definisce la Difesa come “volano per innovazione e sviluppo”.
Dietro il linguaggio tecnico, si nasconde un piano di espansione strutturale
dell’apparato militare: il Ministero si presenta come “motore industriale” del
Paese, giustificando l’aumento delle spese con ricadute su occupazione e
tecnologia.
L’Italia ha aderito alla nuova linea NATO, che prevede di raggiungere per tutti
gli Stati membri il 5% delle spese militari così spartito: 3,5% del PIL in spese
militari propriamente dette e all’1,5% per la sicurezza o le infrastrutture
(vedasi Ponte sullo Stretto, che collegherebbe il confine sud della NATO – la
Sicilia, il Muos etc – con il continente).
Un livello di spesa potenzialmente superiore a quello del periodo della Guerra
Fredda.
La Legge di Bilancio 2025-2027 prevede 35,094 miliardi di euro in 15 anni per:
* 22,5 miliardi dal Fondo investimenti della Difesa;
* 12,6 miliardi dal Ministero delle Imprese (MIMIT).
Gli investimenti coprono ogni settore:
* Terrestre: nuovi mezzi corazzati, artiglieria, droni armati.
* Aereo: caccia di sesta generazione, sistemi missilistici, capacità “Extended
Strike”.
* Navale: navi d’attacco, sommergibili, droni subacquei.
* Cyber e spazio: intelligence digitale, satelliti militari, “Space Domain
Awareness”.
Di più. L’Italia con la Legge di Bilancio 2025 stanzia 50milioni per la
ristrutturazione di tre stabilimenti militari situati a Baiano di Spoleto,
Fontana Liri e Capua, gestiti direttamente dall’Agenzia Industrie Difesa.
L’obiettivo è aumentare la produzione di componenti critici come la
nitroglicerina e la nitrocellulosa, necessari per munizioni di medio calibro,
riducendo così la dipendenza dalle forniture estere e rafforzando l’autonomia
produttiva nazionale.
Ancora più forte appare la saldatura tra Università e Guerra con il Piano
Nazionale della Ricerca Militare – PNRM.
La guerra futura, che intreccia militare, civile ed economia, è in realtà la
guerra odierna. L’Italia è attualmente impegnata in 43 missioni militari (nel
solo anno 2025), con più di 12mila soldati utilizzati. La guerra odierna è anche
– e forse soprattutto – guerra interna. Come diceva Simone Weil: “Il grande
errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra […] è di
considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di
tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.”
Una parte cruciale del DPP è dedicata alla cosiddetta “funzione sicurezza del
territorio”, che affida ai Carabinieri un ruolo centrale nel processo di
militarizzazione interna. Soldi per nuove assunzioni, soldi per ammodernamento
delle caserme, soldi per nuove armi.
Tra le misure previste:
* Acquisizione di elicotteri, droni e veicoli tattici con uso duale (militare e
civile).
* Sistemi di sorveglianza digitale e cyber-investigazione (deep web,
criptovalute, digital forensics).
* Estensione dell’uso del taser e di armi “non letali” a livelli ordinativi
sempre più bassi.
* Ruolo crescente nello “Stability Policing”: attività di controllo sociale e
gestione di crisi anche in territorio nazionale.
Questo spostamento funzionale rafforza il ruolo dei Carabinieri come parte
integrante della difesa militare, abbattendo ulteriormente il confine tra
sicurezza civile e logica bellica.
La militarizzazione non si limita più al piano geopolitico, ma penetra nelle
città, nei sistemi informativi e nella gestione dell’ordine pubblico, preparando
la società a un modello di sicurezza permanente in tempi di guerra totale.
https://controguerra.noblogs.org/post/2025/11/12/la-guerra-e-in-casa-nostra/