Riprendiamo
da https://pungolorosso.com/2026/08/27/i-volenterosi-della-guerra-totale-alla-russia-e-litalia-e-nel-mazzo-a-modo-suo/
I VOLENTEROSI DELLA GUERRA TOTALE ALLA RUSSIA – E L’ITALIA È NEL MAZZO (A MODO
SUO)
La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita
lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una
guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni.
ESERCITAZIONI MILITARI IN POLONIA
La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari
che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia
e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si
tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle
stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti
impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro
dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo
un ipotetico cessate il fuoco.
Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle
ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la
volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito,
anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO
ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del
fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro
simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto
nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta
esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori
russi siano amministrati da paesi e organismi terzi.
Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un
contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta
una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate
in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari,
“volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e
così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno. Non a caso, il
ruolo-guida dell’operazione (di cui potremo valutare l’ampiezza nei prossimi
mesi) è in capo ai due paesi che, nel declino/trasformazione dell’alleanza
atlantica determinato dagli USA, aspirano al ruolo di architrave dei nuovi
equilibri militari del vecchio continente, grazie al loro armamento nucleare
autonomo e all’esperienza maturata sul campo.
L’Italia, invece, come la Germania, ha escluso l’impiego di truppe, mettendo
l’accento sull’invio di generatori elettrici, necessari per affrontare un
inverno che si preannuncia quanto mai duro. Ma ciò non significa affatto che il
governo Meloni intende ridimensionare il suo impegno bellico, quanto piuttosto
che esso potenzierà le forniture militari rinunciando all’invio di truppe. Una
decisione che l’accomuna a Berlino, che pure è il principale finanziatore dello
sforzo bellico di Kiev.
Nel darne notizia, i giornali hanno sottolineato che il governo Meloni mantiene
così ferma la propria posizione rispetto a tali incontri, decidendo di non
partecipare direttamente, ma di collegarsi in video da Palazzo Chigi. Un modo
per ostentare una differenza con i partners europei, in omaggio al suo preteso
ruolo di pontiere con Washington, recentemente ridicolizzato dalle polemiche con
Trump. In realtà, si tratta di un escamotage puramente mediatico, che ricorda il
Clinton di molti anni fa, quando l’allora presidente americano confessò di aver
fumato uno spinello “ma senza aspirare” … Ecco, anche Meloni “non ha aspirato”.
Ciò non toglie che il suo governo è immerso fino al collo nelle manovre militari
e affaristiche della guerra in Ucraina.
COSTRUZIONE IN UCRAINA DI MISSILI A LUNGO RAGGIO
Questo ci porta alla seconda decisione del summit dei volenterosi, che
testimonia della volontà di proseguire e spingere sempre più a fondo la guerra
alla Russia.
La riunione di Kiev, infatti, ha dato il via libera ad un poderoso piano per la
costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina, grazie alla
condivisione dei dati riservati necessari alla loro costruzione, per la quale
mancava ancora l’assenso del premier britannico. Si tratta dei missili Scalp,
prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica
Leonardo. Non è una decisione di poco conto, perché amplia enormemente la
capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo, non solo con gli
sciami di droni prodotti ormai in gran quantità dall’industria bellica ucraina,
ma con armi ben più potenti e sofisticate, capaci di infliggere alla Russia
danni molto superiori a quelli (molto rilevanti) che ha già subìto. E infatti i
vertici del Cremlino hanno prontamente dichiarato di essere già all’opera per
individuare e distruggere i siti in cui verranno prodotti.
La possibilità di costruire in loco missili a medio-lungo raggio in società con
Francia e Inghilterra supera quindi uno dei limiti delle capacità offensive
dell’Ucraina, cui il governo Zelensky aveva tentato di mettere fine con la
richiesta alla Germania di fornire i missili Taurus, una richiesta rimasta
sempre inevasa.
Ma la costruzione di missili a lunga gittata non è l’unica novità di questa
escalation bellica, né è limitata alle decisioni di Parigi e Londra. Anche
l’Italia, pur muovendosi in sordina, mostra la ferma volontà di non rimanere
indietro nel sostegno militare a Kiev. Certo, il centro studi tedesco Kiel
Institute ha certificato che Roma è all’ultimo posto in Europa per valore delle
forniture militari all’Ucraina: si va infatti dai 24,9 miliardi della Germania
ai 15,8 miliardi del Regno Unito, ai 6,3 della Francia per arrivare infine ai 3
miliardi dell’Italia (esclusi i finanziamenti non militari). Ma il governo
Meloni è ben deciso a rafforzare questa sua posizione, perché non intende
perdere terreno rispetto agli altri Stati dell’UE, potendo contare su
un’industria bellica di livello internazionale.
L’ITALIA DI MELONI-MATTARELLA FA LA SUA PARTE…
Ecco allora che il tredicesimo “Decreto Aiuti”, che diverrà operativo ad
ottobre, interviene a colmare questa lacuna. Da quello che trapela dai programmi
pur secretati dal governo, sono previste cessioni di batterie contraeree Samp-T,
versione NG, in grado di intercettare e distruggere missili balistici, di
intercettori Aster 30 e di radar Kronos ad ampio raggio, tutto armamento
prodotto in comune da Italia e Francia. Si tratta di dispositivi la cui
fornitura era stata sospesa perché le scorte nei depositi dei due paesi erano
arrivate al livello minimo e la cui produzione è già stata potenziata per far
fronte a questa nuova tornata di aiuti militari. Repubblica, in un articolo del
26 agosto, sostiene di aver avuto conferme sull’impegno dell’esecutivo in tale
direzione. Grazie ai finanziamenti dell’UE verranno approntate quattro batterie
Samp-T NG le cui prestazioni, a detta degli esperti, sono pari, se non
superiori, ai più famosi Patriot prodotti negli USA, per la cui produzione a
Kiev, su licenza, Trump sembrava aver dato l’assenso, salvo rimangiarsi
successivamente tale decisione. Non a caso Zelensky, in attesa delle batterie
italo-francesi, ha chiesto all’amministrazione americana di poter accedere
almeno al cinque per cento delle scorte USA.
Per quanto riguarda gli intercettori Aster 30 NIBT, Roma e Parigi ne avrebbero
autorizzato la produzione in loco, contribuendo così ad un sostanziale salto di
qualità della produzione bellica autonoma dell’Ucraina. In attesa che l’accordo
divenga operativo, l’Italia manderà entro ottobre una fornitura prelevata dalle
proprie scorte e così farà la Francia. Per i radar a grande raggio d’azione,
Parigi ne fornirà sei, prodotti dalla sua società Thales, e l’Italia uno,
prodotto da Leonardo.
Finché c’è guerra c’è speranza, recitava un vecchio film. E del resto gli
articolisti di Repubblica, appartenenti al mondo dell’informazione
“progressista” (!), non esitano ad informarci che “il valore complessivo
dell’intera operazione [la fornitura d’armi a Kiev col tredicesimo decreto-aiuti
– n.] dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro …. Salverà tanti civili dai
bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione
nelle nostre industrie”. Insomma, l’economia di guerra “ci” salverà…
… E PUNTA MOLTO SU LEONARDO E LEONARDO UKRAINE LLC
E proprio Leonardo è un perno essenziale dell’industria bellica italiana, sul
cui potenziamento il governo punta molte delle sue carte.
Come si sa, è stata recentemente costituita Leonardo Ukraine LLC, controllata
interamente da Leonardo International. Leggendo le note ufficiali di questo
gruppo, si può avere un’idea chiara del modo di muoversi dell’industria bellica
di cui Leonardo rappresenta un esponente di spicco, campione del made in Italy
nel campo degli strumenti di morte.
Ma lasciamo parlare direttamente Leonardo. Questa impresa “guarda con interesse
alle tecnologie e alle applicazioni militari sviluppate da Kiev nella guerra con
la Russia… una partnership che dovrebbe prevedere forme di cooperazione con
l’industria ucraina dei droni, … dove il gruppo italiano sta consolidando la
joint venture LBA Systems con la turca Baykar… Leonardo testerà inoltre in
Ucraina il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata e
multi-dominio che sta sviluppando”. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo
Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi
contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e
rimessa in campo”. Si noti, en passant, il linguaggio asettico con cui questi
“operatori della difesa” parlano delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il
drone? Quanta distruzione ha causato? Questi i test cui si riferisce l’AD sopra
citato.
Leonardo inoltre coopera con Brave 1, il polo statale ucraino che riunisce circa
2500 aziende e oltre 5.000 soluzioni tecnologiche, tra cui più di 500 produttori
di droni, oltre 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e
nell’intelligence dei segnali e più di 200 sviluppatori di prodotti basati
sull’AI. Una cooperazione ad ampio raggio fra l’industria bellica italiana e
quella ucraina, quest’ultima rapidamente diventata un vero e proprio hub della
produzione di armamenti e dispositivi bellici a livello europeo, su cui il
governo Zelensky punta per rilanciare l’economia di un paese ormai devastato. Da
granaio di Europa e, per certi versi, del mondo, a grande fabbrica della morte
per conto terzi.
Da quanto abbiamo sommariamente ricostruito, è evidente che il vertice di Kiev
di lunedì segna un’ulteriore escalation della guerra fra NATO e Russia sul suolo
ucraino.
RILANCIARE L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA REAZIONARIA TRA NATO E RUSSIA
Ne escono confermate le tesi che abbiamo sostenuto fin dallo scoppio del
conflitto, a partire da quella sopra richiamata: la guerra in Ucraina è una
guerra reazionaria fra NATO e Russia, condotta da entrambi i fronti per finalità
di dominio, che riapre la lotta per una nuova spartizione del mondo, a seguito
della crisi dell’egemonia planetaria dell’”ordine occidentale”.
Chi pensava che il conflitto si sarebbe risolto in una sorta di guerra-lampo,
agendo come un fattore di riequilibrio dei rapporti interstatali, deve
arrendersi di fronte all’evidenza. Esso dura da più di quattro anni e non
accenna a finire, nonostante il terribile massacro di centinaia di migliaia di
proletari ucraini e russi, le distruzioni e le indicibili sofferenze che ha
prodotto. Ed è destinato a durare e aggravarsi, come confermano le decisioni
della “Coalizione dei Volenterosi” e le minacce di ritorsioni della Russia,
perché entrambi i fronti non possono accettare una sconfitta, che assumerebbe il
carattere di una minaccia ai loro interessi strategici, una vera e propria
minaccia esistenziale.
La guerra in Ucraina ha rappresentato un giro di boa per il capitalismo
mondiale, spostando in modo determinante lo scontro dal terreno economico a
quello militare. Essa ha dato impulso ad una gigantesca corsa al riarmo e al
militarismo in tutto il vecchio continente, rafforzando in modo esponenziale la
tendenza verso un nuovo conflitto mondiale. Nei paesi dell’Unione Europea sono
cresciuti enormemente gli stanziamenti per la guerra, sia nei bilanci di ogni
singolo paese, sia con l’attivazione di linee di debito comune, superando nello
spazio di un mattino “regole finanziarie” considerate intoccabili.
Allo stesso tempo, si va imponendo la progressiva militarizzazione di tutta la
vita sociale, con l’integrazione sempre più stretta fra esercito, propaganda
bellica, scuola e università; si torna a battere sulla necessità di superare il
carattere volontario dell’arruolamento e reintrodurre la coscrizione
obbligatoria (come nelle misure preparatorie predisposte dal governo tedesco);
si procede verso l’economia di guerra, con la riconversione in senso bellico di
imprese civili e la riorganizzazione in tal senso delle stesse infrastrutture
(potenziamento e finalizzazione al trasporto di armamento delle linee
ferroviarie) ; si restringono ovunque i diritti democratici, con limitazioni
crescenti del diritto di sciopero (di cui è esempio in Italia l’estensione della
legge 146 alla logistica privata); si inasprisce la repressione contro i
movimenti di lotta in tutti i settori, dalle proteste contro le cosiddette
“grandi opere” ai movimenti per il diritto alla casa, dalle proteste contro il
degrado ambientale a quelle di solidarietà con la resistenza palestinese e
contro il genocidio a Gaza; si creano nuovi reati e si aumentano le pene allo
scopo di pacificare preventivamente o con la forza il fronte interno in vista
delle guerre in preparazione. Ovunque, le organizzazioni politiche di classe, i
sindacati conflittuali, gli organismi sociali che promuovono lotte e
mobilitazioni sono additati sempre più come i nemici interni, coloro che remano
contro gli interessi nazionali, i “disfattisti” da isolare e perseguire.
I partiti borghesi, di destra e di sinistra, alimentano la propaganda di guerra,
in proprio e attraverso i mass media che controllano, giustificandola come una
necessità ineludibile. Sul Corriere della Sera di martedì 25, per fare solo un
esempio, troviamo un articolo a firma di Goffredo Buccini che lamenta la mancata
determinazione dell’UE “nonostante la presenza dei Volenterosi e la preziosa
spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina”. Non solo.
L’articolista ridicolizza i sacrifici crescenti che la guerra impone (“tra i 50
e i 70 euro pro capite” appena…) e non esita ad affermare che “… scuole e
ospedali diventano macerie se non vengono difese da forze armate credibili
contro ogni aggressore.”
L’articolo non manca di omaggiare Zelensky, “eroe che ha galvanizzato la
resistenza contro l’invasore” e si conclude degnamente ricordando la repressione
in Russia con la frase “Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”.
Una propaganda incalzante, spudorata, costruita su catene di menzogne, nella
quale si distingue anche il PD, deciso sostenitore della guerra fino in fondo
alla Russia e, semmai, critico dell’understatement di Meloni.
La guerra fra NATO e Russia, dunque, è una guerra contro i proletari ucraini,
contro quelli russi e contro il proletariato di tutti i paesi. Se le classi
dominanti mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per
portare gli sfruttati a scannarsi l’un l’altro, per noi, per i rivoluzionari
internazionalisti, la consegna è opposta: disfattismo da entrambi i lati del
fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina e contro gli
oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati.
In tutte le situazioni, dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per
affermare questo “principio”, ma per farlo valere in ogni nostra iniziativa, in
ogni mobilitazione, per far sì che le lotte operaie, le proteste contro
l’economia di guerra e i sacrifici che essa impone ai proletari, tutte le
battaglie sociali e contro la militarizzazione, la corsa al riarmo, la
repressione si intreccino strettamente a questo cardine strategico, contribuendo
alla formazione di un campo internazionale degli sfruttati capace di opporsi
agli schieramenti imperialisti che si fronteggiano.
E questo è tanto più necessario in un momento in cui la guerra in Ucraina, a
dispetto del suo incrudimento crescente, appare dimenticata, sia dalla massa dei
lavoratori e delle lavoratrici, sia negli stessi ambienti militanti.
Nello stretto di Hormuz come a Kiev gli spazi di ricomposizione pacifica dei
conflitti sono sempre più stretti. La marcia verso un nuovo conflitto mondiale,
capace di ingoiare e distruggere la stessa civiltà umana, può essere fermata
solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Questo è possibile solo
con l’azione organizzata delle masse proletarie, contadine, sfruttate, che
rappresentano la grande maggioranza della popolazione umana. Rilanciare la lotta
contro la guerra in Ucraina in una prospettiva disfattista e internazionalista è
parte integrante di questa azione.
Tag - Rompere le righe
Riceviamo e diffondiamo questo articolo in anteprima da una nuova pubblicazione
dell’assemblea Sabotiamo la guerra, di prossima uscita.
Qui in pdf: imperialismo italiano(1)
NESSUNO SCONTO. NOTE SULL’IMPERIALISMO ITALIANO
Lo scontro verbale tra il presidente statunitense Donald Trump e la premier
italiana Giorgia Meloni – o, per meglio dire, le invettive del primo contro
quest’ultima – ha suscitato un prevedibile scalpore sia all’interno del Bel
Paese che a livello internazionale.
Nel teatrino parlamentare, il dibattito sulla politica estera dell’Italia, su
cui si accipiglia quella che pare davvero essere la più mediocre classe
dirigente della sua storia, è in fondo riducibile alla questione se l’attuale
governo di destra sia succube di Trump (tesi dell’opposizione) o se al contrario
offra una lungimirante politica di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico
(tesi della maggioranza). Le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza
hanno elevato appena un poco il livello del dibattito, fondamentalmente nel
tentativo tardivo di inseguire le piazze al momento del loro parossismo (con gli
scioperi di settembre e ottobre 2025) da parte della minoranza di
centrosinistra, che sperava di potersene accaparrare qualche piccolo profitto
elettorale; ma in fondo allargando appena la questione: ovvero gridando che
l’attuale governo sia succube di Trump e di Netanyahu.
Stante il livello della discussione, non sorprende che anche lo scontro tra
Trump e Meloni sia stato tradotto in questi termini dagli attori politici
italiani: per la sinistra, come la dimostrazione che l’attuale governo sia
talmente asservito all’attuale amministrazione americana da venire finanche
maltrattato dal proprio padrone; per la destra, come la dimostrazione al
contrario che Giorgia Meloni non si inginocchia davanti a nessuno e che, quando
serve, può anche scontrarsi a testa alta contro l’uomo più potente del mondo.
Si tratta in fondo di un ulteriore impoverimento della discussione politica dei
tempi della cosiddetta “prima repubblica”. Se all’epoca avevamo i “comunisti”
che accusavano i democristiani di aver reso l’Italia schiava dei nordamericani,
oggi la “sinistra” rimprovera la destra di essere succube degli statunitensi
solo quando ci sono amministrazioni repubblicane a Washington (viceversa, quando
ci sono i democratici sono loro a candidarsi come servi). Da questo punto di
vista, quel che resta del “movimento” (qualunque cosa significhi), che non ha
una visione più avanzata rispetto al livello culturale della politica
istituzionale, è semplicemente rimasto indietro. Nelle manifestazioni, nei
canali di controinformazione, persino fuori dai tribunali dove sono a processo i
tanti “colpevoli di Palestina”, anche da parte di tanti nostri compagni di
strada continua a venire propinato l’equivoco luogocomunista per cui l’Italia è
una colonia degli Stati Uniti, oppure che i nostri governanti, i magistrati, la
polizia, ecc., sono servi di Israele.
Ma le cose stanno davvero così?
A ben vedere quella italiana è la terza economia dell’Unione Europea e la
seconda potenza industriale europea (che significa la seconda nazione per
capacità di produrre acciaio, motori, macchine, aerei, armi). L’Italia è un
Paese del G7, vale a dire uno dei sette Paesi più potenti del blocco
politico-militare occidentale. La Leonardo, controllata al 30% dal “nostro”
ministero dell’economia e delle finanze, è in termini di grandezza la
quattordicesima azienda di armi nel mondo, la seconda in Europa. Di recente la
“nostra” Unicredit ha scalato in borsa e infine “conquistato” il colosso tedesco
Commerzbank. E l’elenco potrebbe continuare.
Evidentemente l’Italia non è il vertice della piramide alimentare dei pescecani
che depredano il mondo, nondimeno il nostro Stato va senz’altro iscritto nel
novero dei predatori e non certo delle prede. Collocata nel blocco occidentale e
sottomessa al predominio statunitense, l’Italia conserva relativi margini di
autonomia. Le amicizie coltivate nel mondo arabo dai governi Andreotti, la crisi
di Sigonella ai tempi di Craxi, l’amicizia personale di Berlusconi con Gheddafi
e Putin sono solo degli esempi – talvolta drammatici, talaltra ridicoli – di
come si sia espressa negli anni questa autonomia relativa.
Da ultimo, il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, programma di investimento
neocoloniale dell’attuale governo, ricalca sin dal nome l’espressione di questa
auspicata autonomia imperialista: la dedica è non a caso a quell’Enrico Mattei,
fondatore dell’ENI, esponente della corrente del cosiddetto neoatlantismo, che
avrebbe osato fare concorrenza al monopolio a stelle e strisce
nell’approvvigionamento degli idrocarburi e che per questo, forse, sarebbe stato
assassinato. Un manifesto di specificità coloniale “all’italiana”,
fondamentalmente con lo strumento dell’indebitamento dei Paesi “beneficiari”
(siamo pur sempre il Paese che ha inventato le banche).
Anche lo scontro tra Trump e Meloni va letto in questa cornice. Matura
evidentemente nella frustrazione dell’istrionico presidente americano per la
sconfitta cocente che sta subendo nel Golfo Persico, quindi nella rabbia nei
confronti degli alleati colpevoli di non averlo aiutato abbastanza nella guerra
contro l’Iran. In effetti l’aggressione all’Iran è apparsa incomprensibile alla
gran parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali, spesso giudicata
come un autentico suicidio sin dalle prime ore del conflitto. Sembrerebbe
peraltro che gli stessi servizi segreti italiani abbiano giocato un ruolo nel
raffreddare ulteriormente gli entusiasmi per questo nuovo fronte di guerra,
rivelando informazioni, che si sono dimostrate per giunta più esatte di quelle
in possesso dell’amministrazione americana, sull’effettiva capacità missilistica
iraniana (fonte: La Stampa, 6 marzo 2026).
Che i nostri governanti abbiano cercato di smarcarsi un poco di più dalla
partecipazione alla guerra all’Iran di quanto abbiano fatto con il genocidio a
Gaza, dove per quasi due anni la copertura istituzionale e materiale dei crimini
di Israele è stata molto più generosa, dimostra peraltro una certa vigliaccheria
morale della borghesia tricolore. Laddove la repubblica islamica ha dimostrato
di possedere argomenti di deterrenza piuttosto convincenti, meglio non farsi
coinvolgere più di tanto.
Queste osservazioni non solo non finiscono per avvalorare un giudizio positivo a
favore dei nostri governanti, ma al contrario ne accentuano le responsabilità:
la loro non è la complicità del servo che obbedisce al padrone, ma quella del
corrèo. Ne è esempio tra i più significativi, quanto disgustosi, la
partecipazione proprio dell’ENI nella spartizione dei giacimenti di gas davanti
alle coste di Gaza. Anche qui, più che Italia serva di Israele, è piuttosto
Israele che serve quale avamposto dell’imperialismo occidentale (quindi anche di
quello italiano) in Asia Occidentale.
Un’alleanza che non si esprime soltanto ai livelli più alti, a livello politico
o economico, negli incontri al vertice fra i capi del governo, ma penetra a
fondo l’organismo sociale e l’organizzazione dello Stato. I procedimenti
giudiziari contro esponenti e simpatizzanti della resistenza palestinese in
Italia vanno davvero compresi nella loro gravità: quindi non tanto come
espressione di un tale giudice servo di Israele, quanto piuttosto come
l’espressione di veri e propri tribunali di guerra contro i nemici di guerra. E
su questo c’è una certa coerenza con la repressione anti-anarchica e in generale
contro il nemico interno. Tribunali che non sono riformabili, ma possono essere
distrutti solo con la sconfitta del nostro imperialismo.
D’altro canto non bisogna nemmeno esagerare sul pacifismo del gabinetto Meloni,
nemmeno limitatamente al conflitto nel Golfo: la base di Sigonella è stata
utilizzata ripetutamente come terminale logistico per i voli statunitensi
diretti o di ritorno dalla guerra, mentre solo dopo diversi mesi dallo scoppio
del conflitto si è saputo della presenza di ben 700 militari italiani in Arabia
Saudita, Kuwait e Baherein a supporto della difesa aerea contro le rappresaglie
iraniane. E non bisogna certo dimenticare la missione Aspides, di cui l’Italia è
ammiraglia, a proposito di imperialismo tricolore.
Anche sull’altro grande fronte di guerra, quello ucraino, l’Italia non è del
tutto allineata con l’amministrazione Trump: se in questo caso quest’ultima ha
abbozzato dei tentativi contraddittori di disimpegno, al contrario l’Italia è
allineata all’Unione Europea su una politica di scontro totale con la Russia.
Diversamente da quanto rappresentato nella recita politica, sulle questioni
strategiche – dall’Ucraina alle scelte economiche principali – le politiche di
Giorgia Meloni sono in perfetta continuità con quelle di Mario Draghi e in
generale sono ben accordate con l’orchestra multinazionale europea. Con le
elezioni che si avvicinano e il volume della propaganda che si farà sempre più
assordante sarà bene ricordarcelo, anche di fronte all’eterno ritorno
dell’antifascismo elettorale.
Ribadire che l’Italia non è una colonia, ma un Paese imperialista, pur con tutte
le precisazioni e relativizzazioni del caso (collocato nel blocco occidentale,
subordinato agli USA, che ha rinunciato a una quota di sovranità a favore
dell’Europa delle multinazionali, ecc.), non è un mero esercizio di
puntigliosità teorica, ma ha delle evidenti implicazioni pratiche, non da ultimo
anche di tipo etico. La retorica dell’Italia colonia implica – consapevole o
meno – la necessità del fronte di liberazione nazionale. Ovvero salvare un pezzo
della borghesia italiana, quella giudicata illuminata o progressiva, con la
quale fare un’alleanza per liberarci dal male comune che ci opprime
dall’esterno.
Decidete voi quale: i perfidi americani, i tecnocrati di Bruxelles, la lobby
sionista. Che l’impero del male sia nell’internazionale tecno-fascista o in
quella di Soros, le fazioni opposte del multiverso rosso-bruno e dell’arcobaleno
postmoderno a ben vedere affondano le radici nello stesso equivoco frontista,
pur dandone delle interpretazioni opposte. È l’equivoco della lotta di
liberazione da un potenza straniera. Tutte queste interpretazioni, anche quando
sono opposte tra loro, tradiscono una mentalità sciovinista e finiscono per
portare acqua al mulino della guerra.
Il nostro internazionalismo viceversa si fonda sulla chiarezza di chi combatte
ogni Stato, ma a partire dal proprio. Non è solo una questione di principi o di
tattica; in fondo è una questione etica. Significa che ai nostri padroni non
concediamo nessuna attenuante, e non gli faremo nessuno sconto.
assemblea Sabotiamo la guerra
Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
A breve il programma completo dell’iniziativa
DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
La guerra è sempre un fatto di politica interna.
Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica,
ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra
al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare
alla classe proletaria).
Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra
contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento
specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà
internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra
epoca.
Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di
Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e
pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie
a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di
blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello
che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute
meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”.
Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran
e Libano.
L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata
della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei,
scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie
città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE).
La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel
riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse
necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica,
mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano
le temperature record dell’estate trascorsa).
Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a
considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame
da macello.
Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società
occidentale.
L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata
attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi
di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della
gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e
antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone…
Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di
classe.
Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla
Bolivia).
Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro
i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti
(testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio).
In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un
movimento di massa contro il governo.
In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al
conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come
la piazza bolognese per Fakir.
Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di
riflessione quanto di iniziativa.
Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli
interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui
partecipiamo e parteciperemo.
Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra,
genocidio e incarcerazione tecnologica?
Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di
Israele?
Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto
si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e
genocidio?
Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i
rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama
dell’interesse economico?
A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo
giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle
nostre latitudini?
Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni
più tangibili, come i data center?
Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo)
oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori”
di dati necessari al suo stesso mantenimento?
Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un
diritto penale da stato di guerra.
La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è
sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la
disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di
terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese
hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due
compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure.
Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi
nell’eventualità di essere arrestati/e?
Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla
mobilitazione internazionale in loro sostegno?
Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno
del carcere?
In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri
prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in
Italia?
Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe
per manifestazioni e “grida sediziose”)?
Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e
alla mobilitazioni per la Palestina?
Con Sara e Sandrone nel cuore.
Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva
(Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile
campeggiare e sono gradite le distro.
Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
Riceviamo, traduciamo e diffondiamo:
[it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE
Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano
diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per
bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per
liberare…
In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha
fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari
che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla
difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo
Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a
tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare
volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta…
Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi
a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi
una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile?
La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra!
Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue
«soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di
distruzione/ricostruzione e di controllo sociale.
Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per
«mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo
delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle
tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di
«unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per
disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che
sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali,
come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle
strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando
così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei
periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è
qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli
armamenti!
La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può
sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema!
È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci
senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le
nostre lotte dallo Stato.
Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati;
sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le
rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di
partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee
antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista.
Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto
reciproco.
Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno,
opponiamo l’attacco contro chi ci opprime.
Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera.
Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione.
Assemblea antimilitarista a Bruxelles
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[fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION
Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se
répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar,
Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des
excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser
pour libérer…
En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a
fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires
qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense
partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo
Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous
les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire
volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout,
s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se
battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité
? Aucune autre perspective ne serait envisageable ?
La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre !
Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses «
solutions », offrant au système économique un mécanisme de
destruction/reconstruction et de contrôle social.
Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour
« sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des
ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions
politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à
un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population,
notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme
menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par
exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de
l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors
une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de
conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien
quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de
l’armement !
La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut
survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système !
Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle :
organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos
luttes de l’État.
Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ;
soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et
révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer
à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées
antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste.
Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide.
Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons
l’attaque contre ceux qui nous oppriment.
Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté.
Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution.
Assemblée antimilitariste à Bruxelles
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[es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN
¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución
Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se
extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para
bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar…
En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo
su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan
escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las
calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de
Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años
invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits
de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que
hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para
“perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra
perspectiva posible?
¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra!
Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las
“soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción,
reconstrucción y control social.
El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y
apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar
la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la
miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el
patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la
represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y
movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el
fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los
presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay
periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay
alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria
armamentística!
La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin
ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema!
Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala:
organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer
las luchas contra el Estado.
Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los
Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las
luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en
el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas;
defender una perspectiva internacionalista.
Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua.
Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos
atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos
por una vida de libertad.
Ni guerra ni “paz”, revolución.
Asamblea Antimilitarista – Bruselas
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Altre lingue/other languages:
ČESKY:
https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce
[3] # PDF [4]_
PORTUGUÊS:
https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao
[5] # PDF [6]_
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/07/28/scontri-in-ucraina-oltre-200-persone-hanno-attaccato-i-militari-e-ribaltato-un-veicolo-per-il-reclutamento-leopoli-ucraina-8-luglio-2026/
Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un
veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026)
Gravi scontri tra civili, militari e forze dell’ordine a Leopoli, nell’Ucraina
occidentale, hanno riportato alla luce profonde tensioni sociali legate al
processo di mobilitazione in atto nel Paese. La sera dell’8 luglio 2026, un
gruppo di persone ha bloccato un veicolo che trasportava ufficiali del centro di
reclutamento e lo ha ribaltato, come mostrano, tra l’altro, le immagini
pubblicate sulla piattaforma social X. Il fatto ha innescato scontri su larga
scala con la polizia e i soldati, ai quali hanno preso parte circa duecento
civili. La situazione di tensione è durata circa cinque ore, protraendosi fino
alle prime ore del mattino del 9 luglio.
Le immagini trasmesse dalla televisione ucraina hanno mostrato folle di persone
che si facevano strada tra le auto in un quartiere residenziale immerso
nell’oscurità, al grido di «Vergogna!» e strappando l’uniforme a uno degli
ufficiali. Questo episodio è stato l’ultimo di una serie di attacchi contro gli
ufficiali presso i centri di reclutamento, a testimonianza della rabbia che
covava da tempo riguardo alle modalità con cui l’esercito ucraino sta reclutando
i propri effettivi.
L’incidente è avvenuto in tarda serata nel quartiere di Sykhiv a Leopoli, sul
viale “Chervona Kalina”. Gli agenti del Centro Territoriale di Reclutamento e
Sostegno Sociale locale hanno fermato e arrestato un uomo ricercato per essersi
sottratto al servizio militare. Dopo che il fermato è stato portato via a bordo
di uno dei veicoli, una folla di circa 200 persone si è rapidamente radunata sul
posto e ha bloccato l’unità rimasta lì. La folla ha circondato il veicolo di
servizio, ne ha sfondato i finestrini e lo ha completamente ribaltato. I vertici
della stazione di polizia del distretto di Sykhiv hanno confermato che due
agenti del TRC sono stati trasportati al pronto soccorso, tuttavia le loro vite
non erano in pericolo.
Video riportante quanto accaduto: https://www.youtube.com/watch?v=36uxUq0adRU
Gli scontri che hanno preso di mira la pattuglia di mobilitazione hanno dato il
via a un’indagine immediata da parte della Procura e dello Stato Maggiore
ucraino. I funzionari di Kiev avvertono che, a loro avviso, gli scontri interni
sono «un’arma della propaganda nemica». Questa posizione delle autorità non
sorprende affatto. Ogni volta che qualcuno si ribella allo sforzo bellico del
proprio governo, i suoi lacchè ricorrono all’argomento secondo cui tali azioni
aiuterebbero il nemico.
Tuttavia, come si può osservare in eventi simili in tutta l’Ucraina, le voci dei
rivoltosi esprimono chiaramente il loro disgusto per il fatto che l’aggressione
russa venga strumentalizzata per aumentare l’aggressività delle autorità locali,
della polizia e dell’esercito.
Le statistiche dell’agenzia Interfax-Ucraina mostrano un aumento drastico delle
tensioni in Ucraina: mentre nel primo anno di guerra (2022) sono stati
registrati solo 5 attacchi contro i dipendenti del TRC, lo scorso anno se ne
sono verificati 341 e dall’inizio di quest’anno (2026) il numero ha già superato
i 100 casi. Va sottolineato che queste cifre rappresentano solo gli episodi
registrati ufficialmente e che è possibile che le informazioni relative a molti
altri episodi non vengano inserite nelle statistiche ufficiali o nella copertura
mediatica, al fine di minimizzare pubblicamente il problema delle tensioni
interne in Ucraina.
Compilato sulla base delle informazioni tratte dai seguenti articoli dei media:
[CZ] –
https://cnn.iprima.cz/nepokoje-na-ukrajine-civiliste-ve-lvove-prevratili-vuz-s-verbiri-do-armady-ukazuji-zabery-516724
[EN] – https://www.kyivpost.com/post/79920
[EN] –
https://fakti.bg/en/world/1066590-riot-in-lviv-over-200-civilians-attacked-military-personnel-and-overturned-a-tcc-car-review
Riceviamo e diffondiamo:
Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui
gioca la nazionale israeliana? E soprattutto, perché si permette ancora a
Israele – uno Stato guerrafondaio e genocida – di partecipare alle competizioni
sportive? Ci riferiamo ovviamente alla partita Israele-Grecia che inaugurerà il
campionato europeo di basket under 18 il prossimo 25 luglio (Rovereto,
Palamarchetti ore 13), e a quelle che seguiranno nei prossimi giorni a Trento e
Rovereto.
Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la
squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si
aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa
d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può.
Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e
bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare,
torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli
israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari
arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento.
I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi
divorare come un’anguria.
I giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un
popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto
chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la
possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che
disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della
«convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per
primi ogni connivenza con il loro Stato.
Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in
Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per
noi siete i benvenuti.
Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la
accoglie e la sua pelosa “solidarietà”.
Mentre, in questi giorni, Israele sta cominciando a internare i palestinesi di
Gaza in riserve-lager, dobbiamo dare ancora più voce alla solidarietà reale.
Contestiamo la partita!
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Rovereto, 25 luglio
Contestiamo rumorosamente la partita di basket under 18 Israele-Grecia al
Palamarchetti
Appuntamento ai Giardini “Perlasca” (Giardini Milano) dalle ore 12
Qui la chiamata in pdf: rovereto eurobasket 25 luglio
Qui le locandine scaricabili:
Diffondiamo questo volantino, che sta venendo diffuso a Rovereto in varie
iniziative patrocinate dal Comune in vista della partita Israele-Grecia, con la
quale, il prossimo 25 luglio, si vorrebbe inaugurare il campionato europeo di
basket under 18 proprio nella “città della pace”:
Qui il volantino:
A colori: estate rovereto-1
In bianco e nero: estate rovereto bn
ROVERETO, “CITTÀ DELLA PACE”, ACCOGLIE A BRACCIA APERTE LA NAZIONALE ISRAELIANA
NEL CAMPIONATO EUROPEO DI BASKET UNDER 18
Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui
gioca la nazionale israeliana? Israele non è forse uno Stato che si trova fuori
dall’Europa, responsabile della cacciata, segregazione, eliminazione di un
popolo arrivata al suo ultimo stadio – il genocidio? Ci riferiamo ovviamente
alla partita che inaugurerà il campionato a Rovereto il prossimo 25 luglio
(Palamarchetti ore 13).
A spiegarci il perché – si fa per dire – è lo stesso Comune di Rovereto, in un
dépliant dove viene esibita l’immagine di un’anguria (realizzata dagli studenti
del Liceo Depero nell’ambito della tristemente nota “alternanza scuola-lavoro”).
Con queste parole: «non [è] solo [un] frutto estivo e simbolo di condivisione.
Tagliata a fette, rivela infatti i colori della bandiera palestinese […] Nata
come emblema di identità e resistenza pacifica, l’anguria è oggi un’icona
globale di solidarietà. Attraverso questo potente contrasto visivo, la città di
Rovereto si fa portavoce di un messaggio di pace, invitando a superare le
apparenze e a riflettere sul valore universale dei diritti umani e della
convivenza civile.»
Insomma, è questa la “solidarietà” ai palestinesi del Comune di Rovereto:
scippare loro un simbolo di resistenza e disarmarlo con tante parole vuote, e un
«contrasto» non solo visivo.
Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la
squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si
aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa
d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può.
Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e
bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare,
torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli
israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari
arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento.
I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi
divorare come un’anguria, e rinfrescare un po’ le coscienze in una calda estate
roveretana.
Difficile essere insieme più complici e più ipocriti. Al di là delle
«apparenze», i giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un
popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto
chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la
possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che
disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della
«convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per
primi ogni connivenza con il loro Stato.
Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in
Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per
noi siete i benvenuti.
Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la
accoglie e la sua pelosa “solidarietà”.
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: comunicato rettorato
Contro guerre, genocidio e divieti
CIRCONDIAMO IL RETTORATO
Da alcune settimane a questa parte, come Assemblea di solidarietà alla
resistenza palestinese, abbiamo ripreso l’attività di pressione contro
l’Università di Trento, che – in omaggio alle lotte dei neri sudafricani contro
l’apartheid – chiamiamo «campagna di sfida». Il nostro obiettivo è spingere
Uni-Tn a rompere ogni collaborazione con le università israeliane, le aziende
che collaborano al genocidio dei palestinesi e più in generale l’industria
bellica. Abbiamo deciso di concentrarci in particolare contro il Rettorato di
via Calepina, sotto il quale, tutti gli scorsi lunedì dalle 18, abbiamo tenuto
dei rumorosi cacerolazo (battiture di pentole) alternati a interventi contro le
collaborazioni, il genocidio e la guerra.
La cosa deve avere almeno un po’ infastidito l’Ateneo e il rettore Deflorian,
non nuovo peraltro alle reazioni scomposte (memorabile quando, l’anno scorso,
negò su un giornale locale ogni collaborazione con la guerra e il genocidio, per
essere sonoramente smentito nel giro di pochi giorni da una lettera aperta di un
gruppo di ricercatori). La Questura, infatti, ci ha notificato negli scorsi
giorni che la protesta potrà tenersi ovunque tranne sotto il Rettorato, perché
disturberebbe «il regolare svogimento delle attività amministrative» e «potrebbe
evolvere verso episodi di ulteriore intemperanza verso il Rettore», già
apostrofato mentre usciva dagli uffici («si vergogni!», «complice del
genocidio») e addirittura costretto a interrompere una telefonata (!).
Se in fondo ci fa piacere che le nostre modeste attività abbiano dato almeno un
po’ di fastidio, non possiamo ignorare lo sfondo su cui si colloca questa prova
tecnica di silenziamento e repressione. Mentre al vertice di Ankara la NATO
prepara riarmo e guerre per decenni; mentre viene varato un pacchetto
“sicurezza” dietro l’altro; mentre Trump e i suoi preparano un vertice
internazionale contro gli «Antifa» e «l’estremismo di sinistra», il messaggio
non potrebbe essere più chiaro: in una società in guerra, disturbare il
manovratore è vietato. Dopo non aver mai interrotto le proprie collaborazioni
con la guerra e il genocidio, la «comunità accademica» trentina che Deflorian
rappresenta e dice di avere dietro di sé, si fa coerentemente complice di ciò
che la guerra porta sempre con sé: controllo e repressione.
Facciamo appello a chi non vuole accettare tutto ciò a scendere in piazza con
noi. Ne va delle lotte, della libertà, delle vite di tutti e tutte.
Palestina libera!
TRENTO, LUNEDÌ 13 LUGLIO
DOPPIO PRESIDIO
in via Garibaldi (Piazza d’Arogno) e via Roccabruna
Ritrovo ore 17.30 in via Garibaldi
Portare pentole, fischietti, trombe da stadio e tutto quel che serve per far
rumore
Microfono aperto
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e ben volentieri diffondiamo:
fcg9
Riprendiamo da
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/06/17/uninfuocata-misura-di-disarmo-presso-la-telekom-attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-della-deutsche-telekom-contro-la-guerra-e-contro-la-sorveglianza-tecnologica-berlino-germania-giugn/
“Un’infuocata misura di disarmo presso la Telekom!”. Attacco incendiario contro
il parco auto della Deutsche Telekom, contro la guerra e contro la sorveglianza
tecnologica (Berlino, Germania, giugno 2026)
“Il settore della difesa rappresenta un nuovo ambito di attività che Telekom
intende sviluppare e nel quale intravede un elevato potenziale di crescita”.
Ciò che il presidente del consiglio di amministrazione della Deutsche Telekom,
Tim Höttges, definisce qui “potenziale di crescita” non è altro che: la guerra è
un affare redditizio e il gruppo vuole la sua fetta di torta.
L’azienda parastatale, con i suoi servizi informatici destinati alle autorità di
difesa e sicurezza, è da tempo sinonimo di integrazione tra tecnologie civili e
militari. Tuttavia, l’attuale spinta verso il mercato degli armamenti assume una
dimensione decisamente nuova e, in questo senso, Telekom si trova in ottima
compagnia. La Germania, infatti, vuole diventare un Paese pronto alla guerra e,
di conseguenza, la sua industria in crisi viene riorientata verso il settore
degli armamenti. Ad esempio, presso lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück e
presso il produttore di treni Alstom a Görlitz, dovrebbero presto uscire dalla
catena di montaggio dei carri armati, mentre nell’ex stabilimento Pierburg di
Wedding, a partire da luglio, Rheinmetall intende avviare la produzione delle
relative munizioni di artiglieria. Da parte sua, la Telekom prevede di
sviluppare, insieme a Rheinmetall, uno scudo di difesa contro i droni.
Attraverso il proprio fondo tecnologico da 2 miliardi di euro, l’azienda
partecipa inoltre alla start-up Quantum Systems, che sviluppa droni autonomi da
combattimento e di sorveglianza.
Tutto questo non può passare inosservato, ecco perché la scorsa notte abbiamo
alleggerito il parco auto della Deutsche Telekom di sei veicoli nel quartiere di
Alt-Hohenschönhausen a Berlino. Hanno fatto i conti senza di noi. Non vogliamo
cedere i nostri quartieri alla loro produzione di armi né morire come carne da
cannone al fronte per i potenti.
Saluti di solidarietà agli Ulm5 e a tutti gli altri antimilitaristi che
ultimamente sono finiti nel mirino degli sbirri!
Contro ogni guerra! Contro ogni genocidio!
Fanculo il servizio militare obbligatorio! Fanculo la Bundeswehr!
Attacchiamo la militarizzazione e la distopia della sorveglianza e
dell’intelligenza artificiale!
E come sempre: difendiamo Rigaer94!
Voi avete il potere, noi abbiamo la notte!
[Pubblicato in tedesco in https://de.indymedia.org/node/744269 | Tradotto in
italiano e pubblicato in
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/06/17/uninfuocata-misura-di-disarmo-presso-la-telekom-attacco-incendiario-contro-il-parco-auto-della-deutsche-telekom-contro-la-guerra-e-contro-la-sorveglianza-tecnologica-berlino-germania-giugn/]