Da
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/06/una-proposta-chiara-sul-convegno-di-viterbo-del-7-e-8-febbraio/
UNA PROPOSTA CHIARA
Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio
Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di
approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti,
compreso quello interno della repressione.
Il 7 febbraio più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra
NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle
politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra
e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti
trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della
popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero
della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già
stati oltre un migliaio di morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni
radicali che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre
2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello
NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due
fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei
rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi
argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di
guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo
Stato porta avanti contro la nostra classe.
Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei
numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come
la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una
popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima
politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e
le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il
livello della partecipazione è stato buono.
Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le
complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi
snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno
comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è
sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno
spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori
Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a
pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di
quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e
benpensanti.
E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra,
prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e
propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un
qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e
confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura
sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di
unire le lotte di chi vi si oppone.
Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli
stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco
proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la
parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le
relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo
a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che
proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento
teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi).
Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di
Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton
for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali,
raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in
aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli
interventi:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/
Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un
centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre
iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori.
Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo
dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di
essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato,
questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di
eco nazionale.
E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni
viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo
allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla
lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo
al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il
quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di
più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e
“gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio
dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo
delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a
ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro,
così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda.
Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che
un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”
– Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di
persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un
suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di
una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati.
Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo
cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello
sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella
popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la
sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità
organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”,
tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli
altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte
le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso
al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una
condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione,
fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è
un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di
diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi
personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto
di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il
manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi.
Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo
tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da
parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per
via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in
questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che
evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno
Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte
sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire
dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva,
anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste
per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa
indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un
fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della
pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è
proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una
tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare.
Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della
contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle
ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un
potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva,
non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico
di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi
vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una
cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione
altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno.
In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto
successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare
sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada
giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti,
magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un
genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali.
Assemblea Sabotiamo la Guerra
Rete dei comitati e collettivi di lotta
Tag - Rompere le righe
Riprendiamo da
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/il-rifiuto-della-guerra-in-ucraina-tra-diserzioni-attacchi-ai-reclutatori-e-solidarieta-diffusa/
Qui alcuni interventi precedenti di “Assembly” già usciti sul giornale “disfare”
utili a contestualizzare la situazione:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2026/03/assembly_disfare-2.pdf
IL RIFIUTO DELLA GUERRA IN UCRAINA, TRA DISERZIONI, ATTACCHI AI RECLUTATORI E
SOLIDARIETÀ DIFFUSA
Buongiorno a tutti, cari compagni!
* Abbiamo iniziato quest’anno in un momento interessante. L’esercito ucraino si
sta
sciogliendo sotto i nostri occhi. Come ha dichiarato questa settimana Alina
Mikhailova del
Consiglio comunale di Kiev, dei 30.000 mobilitati ogni mese, 20.000 finiscono
in SZČ
(abbandono non autorizzato del servizio) e solo 10.000, «storti e malandati»,
non riescono a
«scappare oltre la recinzione» e restano nell’esercito. Inoltre, alcuni
giorni fa, il capo della
Polizia nazionale Ivan Vygovskij ha riconosciuto «la riluttanza della
maggioranza ad
arruolarsi nell’esercito» e l’aumento dei casi di resistenza ai reclutatori.
Ha anche affermato
che «quasi ogni giorno si registrano episodi di aggressione contro i militari
dei centri di
reclutamento».
* Cosa dire, se persino il giornale del Partito Democratico degli Stati Uniti
scrive che «i
sondaggi mostrano una crescente disponibilità a concessioni territoriali tra
una popolazione
stanca della guerra, a condizione che all’Ucraina vengano fornite garanzie di
sicurezza
affidabili» e che «ciò rappresenta un notevole cambiamento nella coscienza
della
popolazione ucraina stanca della guerra»
* https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war-donbas-region.html
* Questo significa che siamo sull’orlo di una rivoluzione sociale? No, non lo
significa. Per
ora la classe lavoratrice dell’Ucraina e della Russia è ancora molto più
disposta ad andare al
macello che anche solo a unirsi minimamente nella lotta per i propri
interessi immediati.
Non esiste alcuna situazione rivoluzionaria nemmeno all’orizzonte, e persino
il crollo del
fronte ucraino — che potrebbe rappresentare il modo più semplice per
restituire a tutti la
libertà di movimento e la possibilità di scegliere il luogo dove stare —
continua a essere
rinviato a un futuro indefinito. Al posto di coloro che sono fuggiti o sono
finiti in prigione,
lo Stato ne cattura di nuovi, e non se ne vede la fine.
* Alla generazione precedente, finita nelle trincee della guerra di posizione,
sono bastati
appena tre anni dall’inizio per realizzare la Rivoluzione di Febbraio
attraverso lo sciopero
generale e la conquista della capitale da parte dei soldati rivoltosi, nonché
per minare la
posizione di Kerenskij, che insisteva sulla prosecuzione della guerra. A ciò
non impedirono
né l’assenza di Internet, né l’analfabetismo della maggior parte della
popolazione, né il
sostegno alla continuazione della guerra da parte degli alleati della
triplice intesa.
* In queste condizioni vediamo il momento ideale per sviluppare forme di mutuo
aiuto
orizzontale nella questione oggi più urgente: come uscire dal più grande
campo di
concentramento del mondo. Una delle principali scoperte dello scorso anno è
stata
l’iniziativa «La solidarietà è la via», lanciata un paio di mesi fa e
ispirata dai nostri
reportage e dalle interviste con ucraini che sono riusciti a fuggire
all’estero attraversando
montagne e fiumi. Per saperne di più, potete visitare il sito:
https://solidarityactivities.noblogs.org
* Come noi, questa rete non si identifica formalmente con l’anarchismo, che in
Ucraina ha
ormai praticamente smesso di significare qualcosa, così come le parole
«socialismo»,
«comunismo», «fascismo», «antifascismo» e così via. Vale a dire,che il nostro
rifiuto di
questa etichetta (senza modificare la nostra linea editoriale) è legato alla
totale assenza di
qualsiasi attività antimilitarista da parte di coloro che in Russia si
definiscono anarchici
internazionalisti. Come si suol dire, a questo gioco si gioca in due. Se per
loro il
mantenimento di tale auto-identificazione sembra essere un modo per risolvere
problemi
psicologici personali, noi non abbiamo tali esigenze. Preferiamo quindi
unirci attorno a
cause e pratiche comuni, piuttosto che a parole.
* Un altro motivo per cui è così importante creare reti di questo tipo è che
oggi, su entrambi i
lati della linea di demarcazione che divide la nostra regione slobožana (Il
territorio, che era
al confine sudoccidentale del Regno russo, corrisponde all’intero oblast’ di
Kharkiv e
parzialmente agli oblast’ ucraini di Sumy, Donec’k e Luhansk, e agli oblast’
russi di Kursk e
Voronež), l’attivismo di strada della sinistra internazionalista è
praticamente impossibile.
L’esempio più vicino a Kharkiv di cui siamo a conoscenza è l’Organizzazione
dei marxisti
di Voronež
* (https://t.me/communistvrn/369),a quasi 700 km dalla nostra città. Questo è
il risultato della
fuga massiccia di molte persone attive e dell’inasprimento dei controlli su
quelle rimaste.
Tuttavia, ciò non significa che la situazione non possa cambiare
improvvisamente.
Costruendo ora queste reti, saremo pronti alle opportunità che si apriranno e
potremo
mobilitarci rapidamente per agire in nuove condizioni.
* In sostanza, è più o meno così come stanno le cose. Grazie per l’invito,
seguite i nostri
aggiornamenti su https://libcom.org/tags/assemblyorgua e scriveteci se avete
bisogno di
qualcosa!
* --------------------------------------------------------------------------------
* Всем доброго времени суток, уважаемые товарищи!
Начало этого года мы встретили в интересный момент. Украинская армия тает на
глазах. Как
сказала на этой неделе Алина Михайлова из Киевсовета, из 30 тыс. ежемесячно
мобилизованных 20 тысяч уходят в СЗЧ и только 10 тысяч «кривых и косых» не
могут
«убежать за забор» и остаются в армии. Также несколько дней назад глава
Нацполиции Иван
Выговский признал «нежелание большинства идти в армию» и рост числа случаев
сопротивления людоловам. И что «почти ежедневно есть факты нападения на
военнослужащих центров комплектования». Что говорить, если даже газета
Демпартии США
пишет, что «опросы показывают растущую готовность к территориальным уступкам
среди
уставшего от войны населения при условии предоставления Украине надежных
гарантий
безопасности» и что «это представляет собой заметный сдвиг в сознании
уставшего от войны
украинского населения»
(https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war
donbas-region.html) Значит ли это, что мы на пороге социальной революции?
Нет, не значит.
Пока что трудящиеся Украины и России всё еще готовы шагать на убой гораздо
больше, чем
даже минимально объединяться в борьбе за самые насущные интересы.
Революционной
ситуации нет даже на горизонте, и даже обрушение украинского фронта (которое
могло бы
стать самым простым способом для всех вернуть себе свободу передвижения и
выбора места
проживания) всё сдвигается куда-то вдаль. На смену сбежавшим и посаженным в
тюрьмы
государство отлавливает новых, и конца-края этому не видно. Предыдущему
поколению,
попавшему в окопы позиционной мясорубки, трех лет с момента её начала
оказалось
достаточно, чтобы совершить Февральскую революцию посредством всеобщей
забастовки и
захвата столицы восставшими солдатами, а также расшатать кресло под
требовавшим
воевать дальше Керенским. Не помешали ни отсутствие интернета, ни
неграмотность
большей части населения, ни поддержка продолжения войны союзниками по
Антанте. В этих
условиях мы видим идеальное время
для развития горизонтальной взаимопомощи в наиболее остром на данный момент
вопросе –
как покинуть крупнейший в мире коцлагерь. Одним из главных открытий прошлого
года
стала появившаяся пару месяцев назад инициатива «Солидарность это путь»,
вдохновленная
нашими репортами и интервью с вышедшими за границу через горы и реки
украинцами.
Больше о ней вы можете узнать на сайте:
https://solidarityactivities.noblogs.org/ Как и мы, эта
сеть формально не причисляет себя к анархизму, который в Украине практически
перестал
уже что-то означать, как и слова «социализм», «коммунизм», «фашизм»,
«антифашизм» и пр.
Не в последнюю очередь наш отказ от этого ярлыка (без изменения редакционной
политики)
связан с полным отсутствием какой-то либо антивоенной деятельности со стороны
тех, кто
причисляет себя к анархистам-интернационалистам в России. Как говорится, в
эту игру
нужно играть вдвоем. Если для них поддержание такой самоидентификации,
похоже,
является способом решения каких-то личных психологических проблем, то мы
таких
потребностей не имеем. Поэтому предпочитаем объединяться вокруг общих дел, а
не общих
слов. Еще одна причина, почему так важно создание таких сетей – если сейчас с
обеих
сторон нашего разделенного линией фронта Слобожанского региона практически
невозможен уличный активизм для интернационалистских левых (ближайший к
Харькову
примеру, о котором мы знаем – это Организация воронежских марксистов:
https://t.me/communistvrn/369, почти 700 км от нашего города) из-за массового
выезда одних
активных людей и ужесточения контроля за оставшимися, это не значит, что
ситуация не
способна внезапно измениться. Таким образом мы будем готовы к открывшимся
возможностям и сможем оперативно мобилизоваться для действий в новых
условиях. В
общем, как-то так. Спасибо вам за приглашение, следите за нашими обновлениями
на
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8
febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro
il mondo-guerra”.
Anche all’indirizzo
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/
Qui il pdf: Futuro anteriore.
Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della
penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni.
In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del
servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva
meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella
prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle
componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare
una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte”
dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel
punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del
servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di
rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere
di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in
discussione. Solo si voleva compierlo senza armi.
Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si
chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad
assassinare si fa chiamare patria».
La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di
tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette).
Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese
supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o
fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria
non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni
dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per
«diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la
cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte
della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per
“congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti,
per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino
al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi
di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale,
in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre
volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota
come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della
fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare
– se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già
stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per
«diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato
il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava
«diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto
movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca
cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa
contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo.
Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della
non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la
“sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle
condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu
“sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono
“congedati”.
Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che
pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere
insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di
solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva
economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza
e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida
pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola
durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi
tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un
discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli
marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era
ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento
concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di
non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido,
passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal
movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che
si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera
ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché
«individuale».
Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni
pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa
molto anche sul piano umano.
In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto
della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di
oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra
in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999.
Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non
sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un
reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche
coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge,
che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di
rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale
scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non
finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali
si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città
di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una
mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai
pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio,
processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena
sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a
presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in
piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi
«mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto
storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che
alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in
quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università,
circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi
individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui
quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio
della guerra.
Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento
di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari
per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare
a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel
movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in
Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite
quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la
sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a
quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano
occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei
supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una
società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto
mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di
fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti
non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a
scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari.
Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una
compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del
’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene,
raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su
quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto
emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la
nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo,
le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra
istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte
significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc
rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì
oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle
del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che
si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel
gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine,
fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era
la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende
il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro
anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato
contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo
palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte.
Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di
massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle
riflessioni sulla non-sottomissione.
Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la
condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della
professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al
mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato».
Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla
leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte
alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei
anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca
moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù
volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente
termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire
la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate
d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a
spegnere le fiamme.
Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune
cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e
sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le
tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i
«signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio –
tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo
internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo
appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non
sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che,
incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la
variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione
rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami.
Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di
sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale.
Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco
scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo
stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo
(condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma
soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai
Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte.
Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima
un’umanità «per tre quarti annegata».
Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica
d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo,
recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi
manuali politici).
La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi.
Carcere di Trento, 11 gennaio 2026
Massimo Passamani
Riprendiamo da https://ispiraazione.noblogs.org/?p=336
Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia!
La notte del 13 Febbraio in diversi punti e snodi ferroviari abbiamo incendiato
e danneggiato i cavi lungo i binari provocando di fatto il blocco di diverse
linee dell’alta velocità.
Queste azioni sono il nostro contributo al caloroso benvenuto e augurio a questa
edizione dei Giochi Olimpici Invernali.
Abbiamo partecipato ai blocchi massivi delle strade e i porti durante i mesi di
mobilitazione per la Palestina, abbiamo invaso le stazioni e attaccato la
polizia quando è stato possibile. Ma oggi abbiamo scelto di agire protetti dalla
luce della luna, in un piccolo gruppo riunito dall’affinità e dalla voglia di
essere conseguenti agli slogan urlati nei mesi scorsi: blocchiamo tutto!
Perché pensiamo che oltre a partecipare alle grandi mobilitazioni e al conflitto
che esse possono generare sia necessario diffondere l’azione autonoma, per non
lasciare che vengano disinnescate, recuperate e dirette dai professionisti della
politica “militante”.
Il potere si prepara alla guerra e anche noi, anarchici, rivoluzionari,
individui coscienti vorremmo fare lo stesso. L’infrastruttura ferroviaria è un
nodo principale della mobilità di forze e materiali bellici e l’accordo tra RFI
e Leonardo, volto a implementare la logistica militare nella penisola, ne è il
più chiaro esempio. Attaccare RFI quindi è un atto concreto di antimilitarismo e
un gesto di solidarietà a tutti coloro che subiscono oggi l’atrocità della
guerra e del colonialismo.
Le olimpiadi invernali di Milano-Cortina non fanno eccezione: fiumi di denaro
che alimentano una speculazione edilizia ben lieta di armare fiumi di cemento
per costruire impianti usa e getta e cambiare “destinazione d’uso” sociale di
interi quartieri popolari. Un grande affare che dietro l’immagine patinata e
prestigiosa del grande evento sportivo nasconde ettari di boschi di larici rasi
al suolo per fare spazio a piste da sci e montagne deturpate in modo
irreversibile dai relativi impianti di risalita.
Quest’azione infine esprime la nostra rabbia per la presenza ai Giochi di agenti
dell’Ice, le squadracce anti-immigrati ormai tristemente note per omicidi,
rastrellamenti, abusi e violenze perpetrate contro gli indesiderabili e gli
oppositori interni negli Stati Uniti, il che ci ricorda che ogni polizia e ogni
raggruppamento fascista è lì per essere utilizzato contro la propria popolazione
quando la “ragion di stato” lo richieda.
Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo dello sfruttamento,
dell’oppressione e della devastazione: un po’ di studio, precauzione e
determinazione in uguale misura, qualche complice, qualche litro di
combustibile… e tutto è possibile! Buona fortuna!
Solidarietà ai prigionieri anarchici di tutto il mondo
Solidarietà a Juan, Stecco, Anna, Alfredo, Tonio, Ghespe, Dayvid ai compagni
repressi nell’operazione Ipogeo, ai prigionieri palestinesi
Per l’Anarchia
Riceviamo da email anonima e diffondiamo:
AXA = GENOCIDIO
Nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 febbraio, col favore delle tenebre,
abbiamo danneggiato la sede di AXA assicurazioni a Trento.
AXA trae enormi profitti dal genocidio in corso nei territori occupati di
palestina, dato che investe direttamente più di 170 milioni di euro ogni anno in
aziende che producono armi, di cui una buona fetta tratta anche armi al fosforo
bianco e all’uranio impoverito. Sostanzialmente contribuisce a fornire armi di
distruzione di massa ad un esercito di assassini sionisti fanatici guidati da
un’elite colonialista senza scrupoli. Cosa potrebbe andare storto?
Un mese fa apprendevamo la notizia della condanna del nostro compagno Juan a 5
anni di carcere per attentato con finalità terroriste (280bis) contro la scuola
di polizia POLGAI a Brescia, scuola nella quale sono passate anche le milizie
sioniste che oggi applicano sui palestinesi ciò che in Italia hanno appreso.
Appena un giorno dopo Anan Yaesh, partigiano palestinese detenuto in Italia su
mandato israeliano, veniva condannato a 5 anni e 6 mesi sempre per terrorismo,
con l’accusa di aver organizzato le brigate di autodifesa di Tulkarem, gruppo
della resistenza palestinese nato nel medesimo campo profughi.
In una spirale di guerra interna che lo stato porta avanti ai danni dei
proletari, ancor di più se essi lottano per la libertà, il nostro compito resta
sempre quello di individuare il nemico in casa nostra e agire di conseguenza.
Ancor di più se in “casa nostra” fa capolino la milizia razzista e assassina
dell’ICE, accolta a braccia tese da tutti quegli inetti che si nascondono dietro
al tema della remigrazione.
Riportiamo anche la vittoria del gruppo inglese Palestine Action che, nonostante
conti una trentina di membri in galera con le solite accuse di terrorismo, è
riuscito con più di 50 giorni di sciopero della fame collettivo a far rescindere
un accordo da più di un miliardo di euro tra il colosso militare israeliano
Elbit e il governo britannico. Al loro sciopero della fame si sono uniti vari
prigionieri in solidarietà, tra cui il nostro compagno Stecco, prigioniero dello
stato nel carcere di Sanremo.
Libertà per Anan, Juan, Stecco e Palestine action.
Libertà per la Palestina e per tutti gli oppressi del mondo.
Alla prossima, chissà…
L’incendio
«Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi.
«Non puoi».
Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo
esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte
le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare
ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le
sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito
della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi.
Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un
“paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso
di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel
cuore.
Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato.
Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete
costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad
una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente
senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene
presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in
superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi
sentire nell’acqua.
Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le
fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le
fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita.
Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza.
All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o
il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale
queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo.
Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere
di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter
interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby,
tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete
inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli
cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del
Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si
annienta la vita incompatibile con la sua avanzata.
Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo
d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è
quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che
è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe
Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere
è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza
palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non
resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura
addirittura all’interno della cinica conta dei morti.
Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato
di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete
provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come
selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare
attenzione, di capire.
Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a
tutti.
Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere
i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva
che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così
come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona
sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò
che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il
significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione.
Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la
libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in
una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato
rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la
poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono
dell’umanità.
«Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?».
«Perché poi uno come te perde il controllo».
«Non lo perdiamo, lo acquistiamo».
«Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che
dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene».
Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura
rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le
accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade?
Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a
sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto
ne facesse sanguinare a decine o a centinaia?
Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per
ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra
essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che
l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è
stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E
comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue
pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non
sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che
essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è
quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano,
approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così
come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le
città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga.
Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti.
Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se
non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle
proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare
l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno?
Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro.
Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del
“fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe
potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste
nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che
incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è
inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema.
Conservavano la vita.
La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la
rivoluzione.
«Vi fate ingannare dalle regole del cuore».
«No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio».
«Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con
questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere
pericolosi. Voi siete dei terroristi!».
«Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno
uno».
Riceviamo e diffondiamo:
Alcuni contributi da dentro e fuori le carceri per le iniziative
“Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo
Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la
repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno,
contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo,
in un ricchissimo convegno militante. Qui il testo di indizione delle due
iniziative:
https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf
In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno
disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui
sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre
un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della
caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8
febbraio.
Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia
(Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su
Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più
chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di
politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società,
globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e
risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non
virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal
timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e
fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro
repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di
scrive più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima,
fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e
“straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana
contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito,
né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in
sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non
sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può
essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla
ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare
soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari
processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche
con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei
pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la
“lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e
l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati
nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si
prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di
solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di
mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza
mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e
fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della
riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da
mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in
stato vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota
ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo
qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e
centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri
dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media
locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione
sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di
carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è
quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare
che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso
carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi
e militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS,
stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre
nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di
semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti
spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi
gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è
palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati
nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e
psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di
situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili
sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è
il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle
carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte
degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella
tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si
muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto
negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal
interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino
del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà
dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per
sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della
repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel
“diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta”
repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato
associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della
strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e
procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies,
ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici
nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a
quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà
attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo
“multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio &
“Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più
lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso
militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano
sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di
una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da
queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e
tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale
d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale.
Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato,
lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro.
Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si
amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere
anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che
normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o
meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e
pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora.
Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore
repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione
preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più
facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come
movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e
compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate
e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più.
Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni
nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale,
informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che
privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che
privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del
“non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in
un rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici:
“eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari
per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano
rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato
tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori,
spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in
purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il
passaggio è già avvenuto?
Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e
dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali
siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo
politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di
ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare
sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan,
Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare
però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione”
politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno
altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e
nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di
nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al
momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la
carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top
gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di
casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e
“performativa”, carne da cannone “smart”…
Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e
militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti
rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e
anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto
che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più
confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di
diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo
a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un
sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle
generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui
del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse
postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra
rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se
esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli
oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la
sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come
armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un
piccolo punto di partenza, non un approdo.
Anna,
gennaio ‘26
Roma, Rebibbia
Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il
convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Hola a tutte, compagne, e a tutti, compagni, presenti all’iniziativa che si fa
oggi. Un saluto a chi ha creato questo spazio di confronto, e ci ha dato la
possibilità come prigionieri di esprimerci in questo spazio, e anche per la
solidarietà che spesso esprimete.
lo sono Juan Sorroche, prigioniero anarchico arrestato il 22 maggio 2019, e
scrivo dalla sezione AS2 del carcere di Terni dove mi trovo rinchiuso da 6 anni
con una condanna complessiva di 28 anni con due processi ancora in corso.
Mi preme di dire alcune cose in questo convegno, anche col rischio di passare
per autoreferenziale e retorico. Come anarchico prigioniero non scrivo per il
gusto estetico di farlo e il mio intento è di creare dei confronti e stimoli che
portino ad auto-organizzarsi e coordinarsi per la lotta. Come prigioniero e come
militante anarchico sempre ho pensato che bisogna essere chiari e non nascondere
le nostre opinioni ed intenzioni ideologiche, a volte pure di fronte ai giudici,
a testa alta e non lasciando che nessuno parli per noi.
Sempre ho creduto e mi sono sentito intimamente legato al posto dove sono nato,
però non alla terra o al luogo, ossia non in senso in nazionalista, ma
cosmopolita, della cultura della storia internazionalista anarchica, spagnola.
Prima ancora di essere consapevole di cosa fosse l’anarchia e l’anarchismo, la
mia cara nonna (che credeva molto in dio, ma era una convinta anticlericale per
le esperienze di vita vissute in quel periodo di insurrezione di rivoluzione, e
poi nella guerra civile), già mi cantava da piccolissimo un pezzo di una canzone
della CNT, era in particolare una sola strofa contro i preti che diceva più o
meno; “se i preti sapessero quante botte stanno per prendere canterebbero
libertà libertà libertà”. Poi mio zio che dopo la morte di Franco rientrò in
Spagna, da piccolo abitava con noi, era un punto di riferimento per me, durante
la guerra aveva disertato, era un disertore dell’esercito di Franco, e lo
beccarono dandogli a scegliere: essere fucilato o andare in Tunisia a combattere
per loro. Scelse, ovvio, quest’ultima possibilità: e là disertò di nuovo con il
rischio d’esser fucilato. Poi raggiunge nascosto in nave la Francia, facendosi
lì una vita fino al suo rientro. Potrei spiegare altre diverse esperienze e
racconti della mia famiglia.
Questa piccola digressione per dire che sono arrivato alla conclusione che per
me e probabilmente per tante individualità anarchiche e libertarie, oltre
l’aspetto razionale, c’è anche bisogno di curare, d’animare quello del cuore,
dell’anima di rivolta.
È fondamentale e necessario esplorarli ed osservare continuamente con curiosità
per darci la forza d’animo, nonostante galera, sofferenze, sfiducia, e
nonostante tutti i giudizi pessimisti che uccidono la volontà dell’anarchia. E
personalmente credo che l’anima, il cuore che muove individualmente ogni
anarchico e libertario non è una questione folcloristica perché ci dice tante
cose sagge, se osserviamo sinceramente ci fa delle domande, serve per capirmi e
capire: da dove arrivano quei lontani sentimenti profondi e i nostri primordiali
moti di rivolta che hanno acceso questa fiamma? E ci dice di alzarci dal letto
ogni giorno, muoverci verso la vita-lotta dell’anarchismo. E ci dice anche come
Essere anarchici e dove ciò ci ha portato e dove vogliamo andare. Senza
rimpianti.
Ma sopratutto ci dice e ci dà la nostra volontà e lo spirito la certezza di
credere in noi stessi, nell’Anarchia e nello spirito rivoluzionario-libertario.
E ci dice di continuare e continuare ogni giorno, e principalmente di ascoltare,
comprendere, superare quella parte nostra dell’interno che ci schiaccia, ci
sfiducia, che ci fa rimanere costantemente immobili senza comprendere le nostre
paure e ci corrode dall’interno accrescendo rassegnazioni e frustrazioni. Tutto
ciò e tanto ancora e ancora dicono le nostre radici, il cuore, lo spirito che
muove individualmente ogni anarchico.
E perciò credo che è profondo il mio essere antimilitarista ed
internazionalista-anarchico, per me è una questione molto intima che mi è stata
tramandata nel calore e nell’amore umano; e quelle persone hanno saputo senza
pretese imporsi come figure, e proprio per ciò per me rimangono radici
essenziali, pilastri di riferimento che mi hanno amato e ho amato da bambino,
radici da non perdere che sono in me profonde.
Non riesco a sentire e a capire queste complesse sensibilità-sentimenti come
questi complessi diversi concetti razionali come separati, per me sono un
insieme olistico-taoista, sono integrativi, inseparabili in senso
personale-ideologico.
Però, attenzione, io non penso sia solo esclusivamente questione di sensibilità,
di spirito di volontà anarchica o libertaria!
Perché credo che ci vuole auto-organizzazione, sia come una nostra bussola che
come fondamenta materiali. Ci vuole l’azione diretta libertaria, e che sia
accompagnata dalla progettualità con delle prospettive chiare a livelli diversi,
tattici e strategici, approfondititi tra tutti senza delega.
La Chiarezza è fondamentale con i compagni/e con cui ci auto-organizziamo, siano
anarchici, libertari o non.
Questa chiarezza: che queste prospettive possono essere raggiunte solo dalla
distruzione violenta dello Stato e del capitalismo e dell’industrialismo
progressista nel mondo.
Certo, compagni/e, io non credo che la lotta di classe riguardi esclusivamente
azioni violente. Come anche non credo che riguardi solo ed esclusivamente lotte
pacifiche e culturali. Se mai è l’incontro di tutte queste multiformi lotte e
tante altre; sia lotte sociali con innumerevoli persone che minoranze, gruppi,
individualità che praticano azioni dirette, e anche quelle più specifiche della
propaganda armata, è tutto questo incontro diverso e diversificato ciò che fa la
forza reale, le qualità necessarie per lo scontro di classe.
Lottare contro, vista anche la misera pacificazione sociale interclassista dei
guerrafondai che c’è oggi in Palestina, e nei nostri contesti, che serve solo ad
addormentare, trasformare le coscienze per spegnere le lotte di rottura di
rivolta, e che bisogna auto-organizzasi in autonomia nella lotta di classe.
Perché io non credo che bastino le sole e spontanee esplosioni sociali radicali
delle lotte, come le giornate stupende del 22 settembre del “blocchiamo tutto”
e, attenzione, io credo siano anche comunque importantissime e fondamentali!
Però in questo momento storico serve anche lo spirito, l’animo della volontà dei
rivoluzionari, che devono essere anche connessi e preparati nel corpo e
materialmente auto-organizzati come minoranze rivoluzionarie-libertarie ed
autonome.
Già Malatesta lo diceva nel lontano 1915, nella prima guerra mondiale, affermava
con forza concetti che ritengo oggi ancora validissimi in un contesto come è lo
scontro di classe presente, di guerra mondiale, lo affermava con il testo;
“L’internazionale anarchica e la guerra“. II cosiddetto Manifesto dei
trentacinque. Uscito un anno prima del nocivo e deleterio Manifesto dei sedici.
lo credo come Malatesta quello che scrisse nel testo: “Gli anarchici e la
guerra”.
«Gli anarchici hanno, in tempi di guerra, un’azione personale, molto particolare
da compiere: la loro azione, potremmo dire, azione particolare per quanto
riguarda i mezzi e per quanto riguarda i fini. Noi restiamo fra noi e ci
mettiamo d’accordo a tre o quattro per agire. Un gruppo di quindici, venti,
quaranta individui si dovrebbe suddividere dunque in quattro, sei, dieci gruppi,
liberi rispettivamente dalle preoccupazioni collettive dell’azione.»
Certo qui parla solo agli anarchici. E certo io credo che questo sia solo un
problema che deve essere risolto prima dagli anarchici e libertari.
Però ciò dà uno spunto di riflessione e una domanda per riflettere nel convegno.
Una questione per niente nuova. Ma io credo sia prioritario affrontare come
dovrebbero essere auto-organizzati questi nostri diversi spazi e tempi
specifici.
Dico questo anche perché credo che è un grave errore fare confusione e
confondere tra spazi e tempi auto-organizzativi specifici anarchici e libertari,
confonderli con quelli altri e specifici non anarchici, senza chiarire ciò.
Anche perché questo crea, secondo me, solo confusione e malintesi con tutti,
anarchici e non, e non porta lontano nello scontro di classe.
E che sia chiaro, questo per me non esclude minimamente di lottare con altri
compagni/e non anarchici.
Semplicemente credo che bisogna essere sinceri nell’auto-organizzazione tra
tutti noi compagni/e anarchici e non, per creare diversi altri spazi e tempi con
patti mutui, reciproci e chiari, che siano anti-autoritari.
Però mi domando, e domando nel convegno: se noi stessi non siamo capaci
d’auto-organizzarci autonomamente come si può pensare di poter apportare ed
appoggiarsi mutuamente nei conflitti, nelle lotte specifiche, oppure nella lotta
di classe apportare delle forza reali e qualitative?
E soprattutto: come pensiamo di non trovarci costantemente impreparati e fuori
del tempo e degli spazi delle lotte se non siamo auto-organizzati, senza darci
progetti, e compiti chiari, con obbiettivi tattici concreti, e una bussola
prospettica strategica ideologica per questi nostri specifici incontri come
strumento metodologico e che sia in divenire?
Un’altra questione da affrontare è come auto-organizzarsi per difendere ed
attaccare il gran problema all’interno delle nostre lotte in Italia che causa e
produce il recupero interclassista delle lotte sociali di rivolte radicali e
autonome di rottura?
lo credo che il problema arriva sempre come conseguenza di queste mancanze di
spazi e tempi auto-organizzati in autonomia nella lotta di classe, lasciando dei
vuoti, senza una reale difesa ed attacco per contrastarli con obbiettivi chiari
sia materialmente che politicamente-ideologicamente.
lo credo tutto questo, questa mancanza, a parte piccolissime e coraggiose
componenti minoritarie nel mondo, è una delle principali ragioni dell’incapacità
del nostro movimento anarchico e del movimento generale di rottura
rivoluzionaria, di sviluppare delle lotte articolate verso una reale lotta di
classe e che vada incontro alle lotte sociali e in autonomia nello scontro di
classe.
Questo è il problema, non è solo questione di analisi, che tra l’altro più di
una volta nel nostro movimento sono state puntuali e molto buone, ma rimangono
solo punti di vista teorici. Il punto è come cambiare la realtà dimostrando tali
analisi nella lotta. Ma io credo che l’indirizzo d’interpretazione di alcune
ultime analisi sono giuste ed utilissime – come per me il testo anarchico La
fase nichilista di “Vetriolo”, ma bisogna non cadere nell’inazione, per andare
al passo dello scontro di classe e dare un nostro contributo reale di
prospettiva rivoluzionaria-libertaria. Perché solo l’integrazione tra la
propaganda con i fatti e l’analisi, e viceversa, che è ciò che dimostra la
credibilità, la concretezza reale di tali analisi e delle minoranze
rivoluzionarie, che assieme alle azioni dei movimenti specifici sociali generali
ed internazionali può cambiare con forze reali qualitative nello scontro di
classe il contesto sociale della realtà.
Certo i concetti d’analisi sono fondamentali, e lo è sopratutto saper fare una
puntuale analisi tutt’oggi, ma devono avere un legame sia reale che complesso e
di fatto inscindibile ed intrinseco a quello che ha scritto Malatesta. Così lo
stesso per la intrinseca propaganda armata, in un rapporto integrativo che c’è
tra minoranze rivoluzionarie-libertarie e movimenti specifici generali ed
internazionali e la lotta di classe.
Senza questo intreccio di prassi-teoria-teoria-prassi… e auto-organizzazione nel
reale come forza e nel qualitativo, sia nel tempo che nello spazio, a lungo
andare io credo che le analisi, per quanto buone e qualitative come ad esempio
La fase nichilista, restino un semplice punto di vista filosofico.
E, che sia chiaro, io credo che invece sono preziosi i movimenti
internazionalisti e bisogna ritenerli degni di interesse e credo anche che sia
fondamentale il relazionarsi con questi per lo sviluppo, è la linfa vitale per i
diversi movimenti di lotta di classe rivoluzionaria.
Ma, sinceramente, per il compito rivoluzionario io credo oggi che questi siano
molto, molto, molto timidi e io non gli darei così tanta enfasi. E, ripeto, dico
timidi o non gli darei enfasi per il gran compito rivoluzionario, che per me
deve essere compito libertario di rottura, e soprattutto creare un rapporto di
forza reale che bisognerebbe creare come rivoluzionari, per provare a difendersi
per attaccare nella realtà lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo
progressista e tecnologico.
Ma pure bisogna essere franchi, dibattere tra noi stessi, confrontarci ed essere
auto-critici e critici costruttivamente, al nostro interno, sopratutto di fronte
al “cretinismo parlamentare” e al riformismo-democratico che c’è oggi, e che,
per inciso, è completamente controrivoluzionario.
E sopratutto all’interno di tanti di questi nostri movimenti di lotta, e questo
riformismo democratico è interclassista e molto forte.
E diciamoci sinceramente che il discorso non è nuovo, certi metodi
tattici-strategici di prassi, anche armata, come d’azione dirette d’attacco sia
alle cose che alle persone vanno bene a certi individui, gruppi, minoranze e
movimenti di lotta in Italia solo se succedono in paesi lontani “tropicali” con
le loro folkloristiche guerriglie armate e partigiane. E purtroppo lo stesso
anche oggi tocca di nuovo sull’Asia occidentale come la Palestina, ieri toccava
con Kurdi, Algerini, Zapatisiti, Mapuche ecc.ecc. Però, soprattutto, subito
prendono le distanze, come al G8 a Genova ecc., e soprattutto, mi raccomando,
neanche pensarlo come possibilità qui sulle necessarie guerriglie armate e
partigiane, in un contesto di lotta di classe almeno non qui, siamo in
democrazia costituzionale.
Cose già viste e riviste nelle diverse “ondate” universitarie, e in diverse
lotte di movimenti antagonisti in venticinque anni di lotta in Italia, e non
vedo perché oggi dovrebbe essere diverso senza avere fatto un duro lavoro
politico e concreto di lotta rivoluzionaria e di rottura autonoma nello scontro
di classe.
Dunque ripeto: come contrastare fortemente e politicamente con delle prassi di
rottura e in autonomia questo “cretinismo parlamentare”?
lo credo che Malatesta già nel 1915 ci dava un buon indirizzo.
E il caso Salis è emblematico, ci dà il polso della situazione e ci dice tanto
su questo metodo interiorizzato del “cretinismo parlamentare” interclassista,
che è molto grave, sopratutto per il contesto sociale e storico di guerra in qui
ci troviamo! E soprattutto grave all’interno dei nostri movimenti di lotta,
grave per quanti hanno delegato la lotta di classe antiautoritaria e autonoma
votando un partito, per rinforzare di fatto così lo Stato-nazione, il
capitalismo e l’industrialismo tecnologico e il sistema democratico
guerrafondaio interclassista e così minare fortemente una già debole solidarietà
reale rivoluzionaria ed internazionalista.
lo credo che non affrontare tutto questo con chiarezza nel complesso è un grande
errore per le lotte.
Un abbraccio….
Salut i anarquia!
Juan Sorroche
AS2- Terni- 27/01/2026 –
Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a
Viterbo
Action for Palestine Ireland porge i suoi saluti rivoluzionari ai nostri
compagni in Italia. Rendiamo omaggio alla vostra mobilitazione contro la guerra
e la repressione e alla vostra posizione intransigente contro l’imperialismo in
un periodo caratterizzato dall’accelerazione della militarizzazione, della
censura e del controllo sociale nel cuore dell’imperialismo e nelle sue
periferie.
Dal nostro punto di vista in Irlanda, la fase attuale segna un inasprimento
delle contraddizioni globali. L’intensificarsi dell’assalto sionista alla
Cisgiordania e a Gaza, i continui tentativi imperialisti di destabilizzazione
contro il Venezuela e l’Iran e l’ampliamento dell’arco di confronto guidato
dalla NATO indicano tutti un approfondimento della strategia di guerra
permanente. Questa strategia richiede non solo aggressioni esterne, ma anche un
inasprimento della repressione sul fronte interno. Il prossimo anno richiederà
non solo la resistenza come in passato, ma anche nuove forme di coordinamento
internazionale e chiarezza politica tra i rivoluzionari. È tempo di costruire
nuove ondate di resistenza radicate in un’analisi comune e in una lotta
condivisa.
In Irlanda, questa riconfigurazione di stampo bellico è sempre più evidente.
Abbiamo assistito a una marcata escalation nella repressione delle attività
anti-imperialiste: la brutalità della Garda contro le manifestazioni di
solidarietà con la Palestina e contro la NATO; le violente intimidazioni nei
confronti dei repubblicani irlandesi da parte della Special Branch; e la
creazione di nuovi precedenti repressivi all’interno dei tribunali illegittimi
dello Stato Libero d’Irlanda, che ora rispecchiano le tendenze britanniche in
materia di condanne volte a criminalizzare il dissenso. Questi sviluppi non sono
abusi isolati, ma espressioni di uno Stato che si prepara a disciplinare
l’opposizione interna mentre si allinea più apertamente alla guerra
imperialista.
Un esempio recente illustra chiaramente questo concetto. Attivisti provenienti
da tutta l’Irlanda hanno organizzato una protesta segreta all’aeroporto di
Shannon, da tempo centro logistico per le truppe statunitensi e gli apparati
militari in transito verso le guerre imperialiste. All’arrivo, sono stati
accolti dai vertici della Garda e da unità speciali della polizia investigativa.
Questa mobilitazione preventiva dell’apparato repressivo più alto dello Stato
segnala un’intensificazione della sorveglianza sui militanti anti-imperialisti e
conferma che la presunta “neutralità” militare dell’Irlanda è una finzione. Lo
Stato Libero d’Irlanda sta attivamente abbandonando anche la facciata della
neutralità per integrarsi più pienamente nella macchina da guerra della NATO,
reprimendo al contempo coloro che denunciano e resistono a questo ruolo.
Queste tendenze non promettono nulla di buono per la Palestina, né per la classe
lavoratrice e gli oppressi in generale. Tuttavia, esse mettono anche in luce le
vulnerabilità del sistema. È proprio quando le contraddizioni si acuiscono,
quando la guerra all’estero richiede la repressione in patria, che il
capitalismo rivela la sua debolezza. Il nostro compito è quello di prepararci a
questi momenti, di organizzarci e di agire di comune accordo oltre i confini
nazionali.
Per questi motivi, accogliamo con favore le vostre mobilitazioni a Viterbo e il
vostro impegno in una lotta internazionalista contro la guerra e la repressione.
Auspichiamo un rafforzamento della collaborazione tra le nostre lotte,
contribuendo a un fronte comune contro l’imperialismo, il colonialismo sionista
e gli Stati borghesi che li sostengono. Insieme, attraverso il coordinamento e
la determinazione rivoluzionaria, ci impegniamo a trasformare la resistenza in
una forza concreta.
Solidarietà,
Action for Palestine Ireland
Mentre viene approvata la prima bozza del cosiddetto “ddl antisemitismo”,
pubblichiamo questo testo dell’Assemblea di solidarietà con la resistenza
palestinese di Trento, distribuito in occasione di una manifestazione tenuta in
città (in forma di presidio statico) nel cosiddetto “giorno della memoria”,
nonostante e contro il divieto governativo di manifestare. Nel frattempo abbiamo
appreso con piacere che il divieto è stato rotto anche altrove (per quanto ne
sappiamo almeno a Roma, Venezia e Cagliari).
La memoria è nella lotta contro il genocidio
Il Ministero degli Interni ha vietato le manifestazioni durante la Giornata
della Memoria, qualora prevedano il riferimento al genocidio in Palestina e
critiche allo Stato d’Israele.
Lo fece già due anni fa, ma ora è l’anticipazione di quello che accadrebbe ogni
giorno con il disegno di legge in discussione al Senato (“Contrasto
all’antisemitismo”), il quale equipara l’antisionismo all’antisemitismo,
attraverso una definizione di quest’ultimo proposta da un organizzazione
sionista, incentrata sul «diritto all’esistenza dello Stato di Israele», cioè il
diritto di esistere di un progetto di colonialismo di insediamento a spese di
nativi che vanno espulsi. Addirittura prevede corsi annuali di antisionismo per
i docenti e l’obbligo di delazione per questi rispetto ad atti
“antisemiti/antisionisti” (un collega che ricorda gli studenti uccisi nei
bombardamenti a Gaza? uno studente con la kefiah? la diffusione di un volantino
che invita al boicottaggio d’Israele?).
Con il disegno di legge presentato da Gasparri di Fratelli d’Italia – non
diverso da quelli presentati da Delrio e Giorgis del Partito Democratico – la
propaganda sionista diventa legge e si traduce in censura e repressione.
Non si potrebbe paragonare la rivolta del Ghetto di Varsavia all’azione del 7
ottobre o il ruolo di IBM nel fornire la tecnologia per i campi di sterminio
nazisti a quello svolto da IBM nel genocidio algoritmico compiuto dall’IDF.
Non si potrebbero criticare i progetti in corso tra Università di Trento e IBM
Israel, riferendosi al ruolo di IBM Israel nel genocidio a Gaza.
Non si potrebbe accostare la schedatura in Italia degli studenti palestinesi
disposta a gennaio dal Ministero dell’Istruzione a quella degli ebrei sotto il
fascismo.
Non si potrebbe contestare la presenza di Israele ai Giochi Olimpici Invernali
di Milano-Cortina.
Uno scenario già realtà in altri paesi europei, come Germania e Regno Unito,
dove il gruppo d’azione diretta Palestine Action è stato dichiarato “terrorista”
e una trentina di suoi appartenenti sono tuttora in carcere – alcuni dei quali
hanno portato avanti uno sciopero della fame di più di due mesi, ottenendo la
revoca di un contratto tra l’azienda di droni israeliana Elbit Systems e il
governo britannico.
Anche in Italia stanno aumentando i “colpevoli di Palestina”: Mohamed Shahin che
rischia l’espulsione per frasi dette a una manifestazione, Ahmed Salem in
carcere di massima sicurezza per aver diffuso dei video della resistenza
palestinese, Anan Yaeesh condannato in Italia a cinque anni e sei mesi per il
coinvolgimento in azioni della resistenza palestinese in Cisgiordania, Tarek
Dridi in prigione per il corteo del 5 ottobre 2024 a Roma, Mohammad Hannoun e
gli altri tre palestinesi incarcerati con l’accusa di aver mandato soldi alla
resistenza palestinese.
E centinaia di persone stanno venendo denunciate – a Trento come nel resto
d’Italia – per le giornate del “Blocchiamo Tutto” e degli scioperi generali.
Quelle giornate hanno tracciato una rotta che dobbiamo seguire, una rotta che
può anche portarci fuori dai confini della legalità di uno Stato complice di
genocidio.
Se passerà il ddl “antisemitismo” ogni manifestazione, ogni conferenza, ogni
serata di raccolta fondi che sollevi critiche allo Stato d’Israele sarà
potenzialmente contro la legge.
Questo deve farci smettere di gridare che Israele sta compiendo un genocidio col
supporto dell’Occidente? Ci può giustificare dal non provare concretamente a
fare qualcosa per impedirlo, agendo sulle collaborazioni attive dove viviamo?
Chi ha aiutato gli ebrei a sottrarsi a rastrellamenti e deportazioni, chi ha
sostenuto i partigiani (anche ebrei), chi ha disertato o sabotato la Wehrmacht,
come altri eserciti, non l’ha fatto nella legalità e spesso l’ha pagato con la
vita.
È questa la memoria che proviamo a tenere viva oggi, ben diversa da quella
ipocrita di chi finge di ricordare i genocidi di ieri mentre si fa complice di
quelli di oggi.
Non accettiamo lezioni sull’antisemitismo da un governo di neofascisti che hanno
tra i loro “padri nobili” gli estensori delle Leggi Razziali.
La Fase 2 del Piano Trump per Gaza è la premessa alla deportazione della
popolazione gazawi, mentre l’imperialismo statunitense si fa sempre più violento
e spudorato, attaccando il Venezuela, progettando di attaccare l’Iran, lasciando
i curdi alla mercé del nuovo governo siriano, dichiarando di volersi prendere la
Groenlandia con le buone o con le cattive, scatenando sul fronte interno la
milizia ICE (peraltro addestrata dalle forze di sicurezza israeliane, che in
quanto a deportazioni e rastrellamenti “vantano” decenni di esperienza) e
prospettando guerre commerciali (di dazi e contro-dazi) che verranno pagate dai
lavoratori e lavoratrici del mondo. La nostra Fase 2 può invece essere la
ripresa di una lotta internazionalista contro chi fa le guerre, di cui saranno
appuntamenti lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio (lanciato dai
portuali genovesi) e gli scioperi studenteschi di marzo in Germania contro il
ripristino della leva militare.
Contro i divieti, scendiamo in strada!
Contro la repressione, rafforziamo la solidarietà!
Contro guerra e genocidio, alla lotta!
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e diffondiamo il testo di un volantino, distribuito a Trento e altrove
in occasione della “giornata della memoria” (una memoria divenuta clava nelle
mani dei sionisti). Lo diffondiamo volentieri per due o tre motivi: perché ne
condividiamo il messaggio internazionalista (“un solo fronte, quello degli
oppressi”); perché ci sembra un buon aggiornamento su quanto sta succedendo in
Rojava e in Siria; perché le complicità con l’oppressione e adesso con lo
sterminio dei kurdi e di altre “minoranze etniche” in Siria sono anche qua, dato
l’appoggio ad Al Jawlani dell’UE e le collaborazioni anche militari dello Stato
italiano con quello turco, oltre che con gli USA: supporters, questi ultimi,
della lotta del Rojava finché ha fatto loro comodo, e ora – com’era prevedibile
– manutengoli dei suoi strangolatori…
DOPO LA PALESTINA, IL ROJAVA
Il nuovo ordine mondiale deciso da Trump col pieno assenso e sostegno
dell’Unione Europea avanza, e dopo Gaza, dove peraltro il genocidio continua a
bassa intensità dietro la maschera del finto cessate il fuoco, ora tocca al
popolo kurdo del Rojava.
A Muhammad al Jawlani, un passato con ruoli di rilievo in Al Qaeda, ISIS e
infine a capo di HTS, il movimento salafita che ha combattuto nella guerra
civile siriana sotto lo slogan “prima ci prendiamo Damasco, poi arriviamo a
Gerusalemme”, è bastato tornare al suo vero nome, Ahmad al Sharà, e dimenticarsi
della capitale palestinese per essere promosso da Trump nel gennaio 2025 a
leader della Siria del dopo Assad. Via la taglia da milioni di dollari che pure
gli stessi Stati Uniti avevano messo sulla sua testa, via le sanzioni
drammaticamente pagate da tutto il popolo siriano ed invito ufficiale a
Washington con tanto di red carpet ad attenderlo (solo pochi mesi prima lo
avrebbero deportato a Guantanamo).
Il primo anno del nuovo regime si è innanzitutto macchiato del sangue di
migliaia di donne e uomini alawiti e drusi, terribili massacri che qualche rara
voce ha giustamente denunciato come pogrom, mentre governi e media mainstream
occidentali li hanno subito liquidati come scontri con bande fedeli al deposto
Assad.
E così lo scorso 9 gennaio Ursula Von der Leyen è pacificamente volata in visita
ufficiale a Damasco annunciando lo stanziamento di 620 milioni di euro di aiuti
da parte della UE, nessun accenno che a pochi chilometri i quartieri di Aleppo a
maggioranza kurda di Sheikh Maqsood e Ashrafieh fossero nelle stesse ore sotto
feroce attacco per ordine di al Sharà, pesanti bombardamenti, comprese scuole e
ospedali, morti e feriti, 40mila civili in disperata fuga, per moltissimi la
seconda volta nella loro vita: avevano trovato precario rifugio ad Aleppo nel
2018 per l’occupazione turca e conseguente pulizia etnica nel cantone di Afrin.
Dopo mesi di false trattative su quantomeno una forma di autonomia per il Rojava
dove esiste di fatto una sorta di repubblica inevitabilmente a trazione kurda ,
ma che ha per pilastri fondamentali la parità etnica e la parità di genere, al
Sharà ha deciso di cancellarla sia politicamente che fisicamente su pressione
turca e sicuro del silenzio-assenso internazionale. Dopo i quartieri di Aleppo
le sue bande hanno preso il controllo pure di Raqqa, scriviamo bande perché è
impossibile distinguere tra effettivi di un regolare esercito statale e orde di
miliziani ex jihadisti riciclati. I video che giungono attraverso la rete
consegnano scene terrificanti: sangue su sangue, vilipendio di cadaveri, gli
slogan del più spietato e raccapricciante fanatismo e le donne a pagare come
sempre il prezzo più orrorifico, ci riportano ai tempi dell’ISIS.
Sono passati solo dieci anni, eppure sembra un secolo, da quando Kobane era
diventata simbolo universale della lotta contro il terrorismo integralista
islamico, le piazze di tutto il mondo si riempivano di solidali, addirittura le
giovani combattenti delle YPJ sulle copertine delle riviste patinate, tutto
dimenticato.
Al momento della stesura di questo testo, 23 gennaio, le forze miste kurdo-
arabe SDF hanno deciso di ritirasi a Kobane e lì opporre una strenua resistenza.
La città è già sotto assedio, manca acqua ed elettricità, terribilmente vero
quanto denuncia la portavoce delle YPJ Nesrin Abdullah: “Questo assedio è più
pericoloso di quello ad opera dell’ISIS del 2014, allora tutto il mondo a parte
la Turchia era con noi, oggi tutti sanno chi è al Sharà, cosa è HTS, cosa è in
realtà l’esercito siriano, eppure li sostengono apertamente”
Nella Giornata della Memoria “MAI PIU’ PER NESSUNO” è per il Rojava come lo è
per la Palestina, che nel corso della loro storia il popolo palestinese e quello
kurdo abbiano confidato in “amici” diversi, Turchia e vari governi arabi il
primo, innanzitutto Stati Uniti il secondo, non importa, li accomuna l’essere
poi sempre stati traditi e venduti. Alla nostra coscienza li unisce essere due
popoli a cui è negata l’autodeterminazione, a cui è stata usurpata la terra in
un Medio Oriente dove gli stati-nazione sono sorti a tavolino con matita e
righello a metà secolo scorso per interessi ed equilibri geopolitici delle
grandi potenze coloniali, disperdendo etnie, vietando idiomi, perseguitando
confessioni religiose, fomentando inimicizie e odi.
Il palestinese “Sumud resistere per esistere, esistere per r-esistere”
terribilmente uguale al kurdo “berxwedan jiyan la resistenza è vita”. Due popoli
pedine sacrificabili nel nuovo ordine imperiale dove nemmeno più formalmente
vengono rispettate norme e diritto internazionale per quel minimo che potessero
valere, l’ONU poco più di una assemblea condominiale, la forza bruta ormai
l’unica regola di cui Trump, torvo e intimidatorio quanto megalomane, è la
perfetta immagine.
La piazza che da 27 mesi veste i colori della Palestina non può che far proprio
il grido che arriva da Kobane.
CON LA RESISTENZA PALESTINESE CON LA RESISTENZA KURDA
CONTRO IMPERIALISMO E NEOCOLONIALISMO
UN SOLO FRONTE QUELLO DEGLI OPPRESSI
Riceviamo e diffondiamo locandine e programma completo delle due giornate a
Viterbo contro guerra e repressione.
Qui il testo di presentazione già
pubblicato: https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf
Corteo del 7 febbraio:
Convegno dell’8 febbraio: