Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi

il Rovescio - Monday, February 2, 2026

Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXII)

 

Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi

 

La fortezza automatica (o il colonialismo hi-tech)

 

Gli occhi della fortezza saranno ovunque. Nelle videocamere intelligenti montate sulle torri di sorveglianza ai confini o nei centri dove raccogliere e smistare i migranti. Nelle analisi a base di IA dei dati satellitari, a caccia dei comportamenti “anomali” di imbarcazioni, veicoli e individui ai confini. Nei software di riconoscimento emotivo o di analisi dei dialetti per comprendere se un richiedente asilo mente o dice il vero quando parla di sé, del suo passato e dei suoi intenti.

Questo processo essenzialmente disumanizzante rende più semplice architettare procedure sommarie per detenzioni e deportazioni di massa che riducono le persone a pacchi postali o bestiame. Più semplice realizzare apartheid che sono, sempre più spesso, stabiliti da politiche di impronta discriminatoria e razzista, ma eseguiti da macchine che hanno sempre più autonomia discrezionale.

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Ma è solo l’inizio. Il direttore dell’ICE, Todd Lyons, ha esplicitamente affermato che sarà l’IA a «riempire gli aerei» delle deportazioni ordinate dal presidente Trump, mettendo a frutto alcuni degli infiniti usi di tecnologie «intelligenti» da parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DHS) dettagliati in un recente rapporto della ONG Mijente, intitolato non a caso Automating Deportation, l’automatizzazione delle deportazioni.

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Per massimizzare l’efficienza delle deportazioni, ha detto Lyons, ci sarebbe bisogno di un servizio «Amazon Prime per esseri umani». Perché «dobbiamo diventare più bravi a trattarle come un business».

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Quando politiche discriminatorie si sommano a potenti soggetti privati che promettono, senza particolari scrupoli di natura morale, di disporre delle tecnologie per realizzarle (automaticamente), il risultato è lo spettacolo di crudeltà intenzionale, separazioni e violenza che la storia ha fatto ben conoscere a chi l’ha frequentata anche solo di passaggio.

Dalle complicità nell’Olocausto a quelle nell’apartheid sudafricano, passando per il regime di sorveglianza permanente subito dagli uiguri in Cina e quello israeliano che uccide i palestinesi (anche) sulla base di decisioni automatizzate tramite sistemi a base di IA come Lavender e Gospel, gli esempi non mancano.

Un mondo automaticamente «chiuso» come quello immaginato dagli attori contemporanei della sicurezza sarebbe un mondo di continua, opaca e arbitraria discriminazione automatica.

E se, come scrive Frantz Fanon in I dannati della terra, «il mondo coloniale è un mondo diviso in compartimenti», «un mondo tagliato in due» in cui «le frontiere si mostrano tramite caserme e stazioni di polizia», allora questo presunto mondo nuovo è in realtà unicamente una riproposizione hi-tech di quello, passato ma mai del tutto scomparso, in cui le potenze coloniali controllavano le popolazioni soggiogate a loro totale discrezione, al servizio esclusivo dei propri fini.

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Qui i privilegiati, i desiderabili, quelli considerati «affidabili» e «a basso rischio» – i membri di quelle che la letteratura definisce «élites cinetiche». Lì gli esclusi, gli indesiderabili, quelli che hanno i natali o il colore della pelle errato, e non abbastanza denaro per comprarsi una dignità che viene loro negata.

Le frontiere servono alla tecnologia più di quanto non sia il contrario

[…] non sorprende che non ci siano reali prove che rinchiudere il mondo entro fortezze automatiche, fisiche e insieme virtuali, produca la tanto agognata salvezza dall’Altro. Perfino Frontex, che del ricorso a nuove tecnologie «intelligenti» ha fatto uno dei tratti distintivi del proprio operato, si è vista costretta ad ammetterlo.

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Ci sono al contrario svariate prove che le tecnologie della fortezza, così come le più ampie politiche repressive da cui discendono, non bastano a sigillare i confini. Si prenda per esempio quanto concluso dal Border Violence Monitoring Network dopo il lavoro di inchiesta sul laboratorio tecnologico in costruzione in Croazia, per proteggere l’Europa dai migranti in arrivo da Serbia e Bosnia.

Qui, dove sappiamo che i respingimenti illegali avvengono in maniera sistematica, il ricorso a tecnologie per «catturare, detenere ed espellere rifugiati e migranti» non ha sortito gli esiti desiderati. Nonostante i fini dichiaratamente repressivi, il network di organizzazioni della società civile non ha trovato prove di «relazioni causali tra l’impiego della tecnologia e la riduzione della migrazione cosiddetta illegale» nel periodo e nell’area oggetto della ricerca.

Con o senza l’aiuto della tecnologia, la violenza ai confini continua senza sosta. Come rileva il rapporto, infatti, «i respingimenti sembrano avere luogo anche senza l’utilizzo di alcuna tecnologia avanzata e la migrazione illegalizzata continua nonostante l’impiego di IA e tecnologia avanzate della frontiera».

Il dato più rilevante emerso dallo studio è semmai che le frontiere sembrano servire all’innovazione tecnologica più di quanto la tecnologia serva a realizzare buone politiche di gestione delle frontiere. Se, in altre parole, «si capovolge la domanda, e si chiede non quale sia il ruolo della tecnologia per le frontiere, ma quello delle frontiere per la tecnologia», conclude il BVMN, «le aree di confine emergono come un importante banco di prova per le tecnologie su popolazioni vulnerabili con scarso accesso ai propri diritti e alla protezione dei dati personali».

Le persone in movimento diventano così cavie per condurre sperimenti soluzionisti i cui risultati si possono poi diffondere, come insegna la storia recente, al resto della popolazione.

Tecnocrazia e razzismo

Ciò che conta, in un simile contesto, non è più il confronto con il reale, ma tra due fantasie di controllo. […]: la «fantasia liberal-tecnocratica» e la «fantasia illiberale razzista».

Diverse, perché mentre la prima trova ancora possibile una migliore gestione delle questioni migratorie tramite politiche per maggiori controlli e cooperazione internazionale, la seconda parla esplicitamente di un cancro da estirpare con punizioni estreme e performative – ben riassunte nelle file di migranti deportati in catene, ridotti a meme da sbeffeggiare o esposti come trofei nelle celle-lager di El Salvador dall’amministrazione Trump.

Ma soprattutto complementari, perché discendono dalla stessa concezione dello Stato-nazione, assumendo inoltre la stessa visione coloniale dell’ordine mondiale.

E perché poi, nei fatti, entrambe le fantasie finiscono per informare analoghe misure reali. A partire dal tentativo di implementare soluzioni tecnologiche via via più autonome, che fanno intravedere nitidamente che il sogno del controllo totale alle frontiere debba in ultima analisi realizzarsi tramite la piena automazione.

«Totalmente automatico» deve essere infatti tanto il riconoscimento di ogni possibile minaccia (threat detection) portato dall’Altro ai varchi di confine quanto il continuo comporsi di un completo resoconto dello scenario operativo (situational awareness) di zone di frontiera sempre più estese, scrivono documenti ufficiali della Direzione generale della Ricerca e dell’Innovazione e di Frontex, perfino nell’Unione Europea dell’IA «responsabile». Impossibile del resto, in presenza di una qualunque resistenza o lungaggine umana, ottenere quella mobilità «ininterrotta» – per i desiderabili, e solo per loro naturalmente – che ossessiona gli attori della sicurezza al punto di rendere l’aggettivo che la esprime, seamless, un vero e proprio mantra in ogni comunicazione ufficiale o brochure di marketing ben oltre i confini europei.

Di nuovo, tra democrazie liberali e sistemi illiberali la distinzione, quando si parla di proteggersi dall’Altro, sembra più una questione di retorica che di sostanza, di parole diverse per descrivere lo stesso immaginario repressivo.

Alla luce di tutto questo, e in un contesto in cui l’estrema destra può dirsi egemone nel discorso pubblico e nell’agenda delle politiche migratorie, appare inevitabile che aggiungere ulteriori restrizioni automatiche al mix non potrà che condurre ulteriore violenza e altri morti nelle tratte, sempre più ostiche, della speranza, contribuendo a creare – anziché risolvere – emergenze migratorie.

La morte sul monitor, ovvero la parte sacrificabile dell’equazione

Si prenda per esempio la tragedia al largo dell’isola di Pylos, in quella fatale notte del 13 giugno 2023 in cui una imbarcazione con a bordo 750 tra uomini, donne e bambini perlopiù provenienti da Siria, Egitto e Pakistan si è rovesciata in acque greche lasciando in vita appena 104 persone.

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Lo sguardo che tutto vede – o dovrebbe vedere – ha dimenticato di osservare proprio ciò che avrebbe dovuto osservare, cioè una situazione di emergenza in cui un tempestivo intervento avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte per centinaia di esseri umani. […]

Così come il naufragio di Cutro del 26 febbraio dello stesso anno, in cui un’imbarcazione da diporto partita dalla Turchia si è schiantata – con a bordo quasi duecento persone – a pochi metri dal litorale di Crotone, mostra poi come l’occhio della fortezza possa effettivamente vedere senza che nessuno intervenga.

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Lungi dal salvare vite umane […] le tecnologie di sorveglianza hanno nei fatti il risultato opposto: diminuire le operazioni di salvataggio – anche quando i dati prodotti da quelle tecnologie rendono visibile che ce ne sarebbe urgente bisogno – e incrementare i respingimenti illegali.

[…]

Gli egiziani, i siriani, i pakistani e le altre centinaia di naufraghi erano, molto semplicemente, dalla parte sacrificabile dell’equazione.

(brani tratti da Fabio Chiusi, La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini, Bollati Boringhieri, Torino, 2025)