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«Un pessimo affare per gli allibratori». Parole di Mahmud Darwish contro il tempo del “Board of Peace”
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché «imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza». Qui in pdf: Darwish Silenzio per Gaza Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione. Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio. È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico. Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa, perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno d’immagine. Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo bilancio. Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo sangue. Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il sangue, il sudore, le fiamme. Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue. Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio sia per i nemici che per gli amici. Gaza non è la città più bella. Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe. Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo. Gaza non è la città più ricca. (Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando, braccia a noleggio.) Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una nazione. Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più disgraziata, la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore tra tutti noi. Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni. Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi. Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa e di pianti per le case perdute. Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari. (Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.) Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello dell’insegnante con gli allievi. La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione. La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione. Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla firma né al marchio di nessuno. Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza. Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un sorriso stampato. Lei non vuole questo, noi nemmeno. La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la fragranza femminile delle nostre canzoni. Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori. Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi. La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso. I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.) Possono tagliarle tutti gli alberi. Possono spezzarle le ossa. Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue. Ma lei: non ripeterà le bugie. Non dirà sì agli invasori. Continuerà a farsi esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Andando straniero per il mondo A tarda notte il mondo va a dormire. È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono capaci di crescere. A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità. Così dorme il mondo. Così si sveglia il mondo. Così mi dimentica. Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte. Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo, ho cercato di entrare. “Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?” “La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.” “Dove mi hai visto la prima volta?” “Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la tranquillità?” Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco. L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità. Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi. Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza. Così il mondo va a dormire e mi dimentica. “Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.” “Chi l’ha svegliata? Chi è stato?” “Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.” “Da dove soffia?” “Da ogni direzione, dalla patria.” “Chi ha insegnato loro questo termine desueto?” “Poeti che cantano al suono del rababa.” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.” “Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?” “Ferventi rivoluzionari” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.” “Chi ha insegnato loro questo termine?” “L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?” “Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.” “Che facciamo?” “Uccidiamo la memoria.” Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal globo terrestre perché sono io il terrorista. Che cosa faceva il mondo? A tarda notte andava a letto e dormiva. Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti? Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di combattere per la propria libertà. Cos’è l’opinione pubblica internazionale? Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie. Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa “opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi. Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa domanda? Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole giocare e bere. “Perché svegli il mondo?” “Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.” “Perché non muori in silenzio?” “Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.” “E una morte urlata?” “È una causa.” “Sei venuto a dichiarare la tua presenza?” “Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.” “Perché uccidi?” “Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.” “Vai all’inferno.” “Vengo dall’inferno.” Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?” “Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno esplosivo?” “Cacciatelo dal cerchio del mondo.” “Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.” “Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.” “Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione.” “Un terrorista?” “Sì, un terrorista disperato.” Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza, questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi. Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre. Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo: terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo! Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò, so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo. Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da letto.
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Nasce in Sicilia la nuova rivista “IL MOVENTE” – Appello per finanziarne la stampa
Riceviamo e diffondiamo: AIUTACI A STAMPARE E A DISTRIBUIRE la neonata rivista: IL MOVENTE finita di scrivere a gennaio 2026, formato A4, 88 pagine Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo “Mari Maruso” (che vuol dire “Mare Pericoloso” in siciliano) : “In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un abbraccio mortale. […] Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale. Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i cuori di tuttx. […] Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza, costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti.[…] Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura serviva un nome. Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire, sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE! Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione, scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse, ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere. Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e tentativi di risposta. Cosa ti muove?” Qui l’editoriale e alcuni articoli del numero 0: Il movente 0 Mari Maruso editoriale-1   Tolte le spese vive, i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a sostenere la Cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere – vumsec@canaglie.org In questo numero dialoghiamo di: colonialismo, repressione, guerra, carceri e cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia… in lotta! Partecipando e condividendo questa raccolta fondi ci potete aiutare a sostenere lo sforzo necessario a questa pubblicazione e ad approfondire le crepe tra i tanti, troppi, muri che separano il presente dall’orizzonte della liberazione, il come siamo da come vorremmo essere, i corpi e i pensieri reclusi dall’aria aperta della solidarietà complice e del conflitto diretto. https://www.produzionidalbasso.com/project/aiutaci-a-stampare-la-rivista-il-movente-n-0/ Tra le “ricompense”, che sono ragionate per facilitare la distribuzione decentrallizzata e collettiva, abbiamo inserito la possibilità di regalare la rivista a compagnx detenutx che riceveranno anche carta, busta e francobollo per comunicare con chi desiderano. HAI TEMPO PER PREORDINARE FINO AL 7 MARZO POI ANDIAMO FINALMENTE IN STAMPA Ci vorranno un paio di settimane dalla fine della campagna prima che i preordini partano, viaggeranno come piego di libro (mettete l’indirizzo giusto!). Per ulteriori informazioni, ordinare copie senza passare dalla piattaforma (che è meglio), comunicazioni o contributi potete scriverci a ilmoventerivista@bruttocarattere.org diffondete liberamente CONTRO OGNI GALERA E LA LORO SOCIETÀ TUTTX LIBERX la redazione de IL MOVENTE  
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È nato un nuovo blog anarchico: ISPIRA-AZIONE
Riceviamo e diffondiamo: https://ispiraazione.noblogs.org/?page_id=57 ISPIRARE L’AZIONE… Come potremmo sovvertire questo mondo se non agiamo per farlo? La lotta, quando è diretta emanazione di una consapevolezza armata di idee e valori divergenti, ha il potere di far cadere la maschera che copre questo mondo ridotto a merce, scuotendo più di mille parole le coscienze assopite dalle luci degli schermi e dal mantra del produci-consuma-crepa. A patto che ci sia qualcuno disposto a guardare oltre, distogliendo lo sguardo dalla routine accattivante del conformismo; che qualcuno sia disposto ad ascoltare le voci dell’abisso che si levano contro la vita spogliata di senso e le devastazioni e le guerre che sono il motore dell’eterna rincorsa alla potenza che caratterizzano il capitalismo e lo stato. L’agire non è mai privo di senso, perché rappresenta la ripresa tra le proprie mani di una vita espropriata, è esperienza viva di liberazione, è libertà in atto. La lotta stessa è azione, se non vuole ridursi a mera voce dissonante. L’autorità ha mille facce e il dominio è globale e pervasivo, non mancano gli obiettivi da colpire o le motivazioni per farlo. Ciò che manca, forse, è un progetto che conferisca senso ed entusiasmo, fiducia nelle proprie capacità e possibilità e la percezione di riuscire a superare i limiti dell’azione per l’azione sentendosi unite ad altre molteplici volontà determinate a sconvolgere l’ordine leviatanico che governa questo mondo. Questo blog nasce con l’ambizioso proposito di stimolare le menti e armare le mani di chiunque, anarchiche, anarchici, ribelli di ogni risma, senta l’insopprimibile bisogno di liberarsi dalle catene dell’autorità e distruggere le gabbie mentali, virtuali e materiali del carcere a cielo aperto che chiamiamo società. Qui ci proponiamo di diffondere la conoscenza di ciò che accade anche altrove, tradurre testi di rivendicazioni e notizie di azioni prese dai siti di controinformazione di tutto il mondo come contributo allo sviluppo dell’immaginazione, di progetti di lotta che si pongano in continuità e dialogo con le prospettive di chi condivide una propensione all’azione diretta. Uno sguardo internazionale insomma, che permetta di scorgere e tessere i sottili fili che collegano l’agire anarchico aldilà dei confini degli stati e delle coscienze. È un contributo volto ad ampliare gli orizzonti di lotta, affinare le nostre competenze pratiche e conoscenza dei punti deboli del nemico, imparando dalle intuizioni altrui e diffondendo le idee che scorgiamo materializzarsi tra i densi fumi le scintille e le detonazioni, con la convinzione che le parole che accompagnano i gesti di rivolta aprano nuovi immaginari, permettendo di individuare bersagli, scoprire modalità di agire ed ispirare ad attaccare i molteplici volti di ciò che opprime quotidianamente le nostre vite. Questo sito è aperto a contributi, traduzioni e comunicati di chiunque lo reputi uno strumento utile: si pubblicherà tutto ciò che va nella direzione di promuovere l’azione diretta antiautoritaria, compresi manuali per la diffusione di competenze pratiche e informatiche. È completamente anonimo e tale vuole rimanere, per la sicurezza di chi lo cura e di chi vi contribuisce, perciò caldeggiamo l’utilizzo di Tails, i sistemi di anonimizzazione come i servizi di TempMail e l’uso di chiavette criptate per salvare materiale scaricato (consultare il manuale nella sezione dedicata). Vista la tendenza sempre più diffusa delle polizie di ogni stato a reprimere la semplice parola nel timore che si trasformi in qualcos’altro di ben più pericoloso, crediamo sia importante affinare pratiche di sicurezza collettive per spezzare l’illusione di un controllo infallibile a darci nuovo respiro. Per comunicazioni dirette (e criptate) al blog è disponibile un form di contatto in basso a sinistra, oppure è possibile contattarci all’indirizzo e-mail “ispira-azione[at]autistici.org” (disponibile chiave PGP nella pagina “Contatti”).
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È uscito il libro “Souvenirs d’anarchie – La vita quotidiana al tempo de ‘la banda Bonnot'”, di Rirette Maîtrejean – Tremende Edizioni
Riceviamo e diffondiamo: Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot” È stato tradotto in lingua italiana e dato alle stampe per Tremende Edizioni “Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot” di Rirette Maîtrejean del 1938. Qui la copertina: souvenirs copertina —————————- Dalla quarta di copertina: Dopo la morte di Libertad, nel 1911, Rirette Maîtrejean prende le redini, insieme a Victor Serge, de «l’anarchie» e la sede del giornale viene trasferita a Parigi in rue Fessart XIX.  Si trova responsabile dell’organo individualista in un momento in cui i dibattiti sull’illegalismo lacerano il movimento. Appaiono diversi articoli firmati da Serge, o dai suoi pseudonimi, per dimostrare che l’illegalismo non è una buona strategia. Pur facendo parte di questo movimento e ammettendo in teoria alcune inclinazioni illegali, la coppia ne criticò l’attuazione pratica, sostenendo che i rischi fossero sproporzionati rispetto ai benefici.  L’ambiente anarchico, già messo a nudo dall’istituzione delle leggi infami, ha continuato a ridursi al ritmo degli arresti degli illegalisti. Di fatti nel dicembre 1911 comincia l’affare dei banditi tragici per cui verrà arrestata il 20 marzo 1912. Rirette, sebbene muova alcune critiche  all’approccio illegalista, è solidale con i suoi compagni e vien in loro aiuto molto regolarmente nonostante la differenza profonda di metodo.  È nella casa che condivide con Victor Serge che Callemin e Garnier vanno a meditare dopo il furto con scasso in rue Ordener. Durante il processo contro quella che è presentata dai giornali come la Banda Bonnot, Rirette verrà accusata di associazione a delinquere a seguito di una serie di rapine perpetrate da individui vicini a «l’anarchie» – di cui è allora la direttrice ufficiale – e di essere, insieme a Victor Serge, l’ideologa; sconta un anno di detenzione preventiva prima di essere definitivamente assolta. Dopo la sua liberazione si allontana dal movimento individualista di cui condanna la deriva illegalista e osserva una certa riserva politica. È con grande tenerezza e dovizia di particolari che Rirette descrive nei suoi souvenirs questo piccolo ambiente che circonda l’anarchie. Soudy, il piccolo illegalista, porta a spasso le due figlie di Rirette e il piccolo Dieudonné. Carouy canta storie d’amore durante i giri in bicicletta della banda. Callemin, spaccia denaro falso e gestisce perfettamente la cassa del quotidiano «l’anarchie». ———————————– Dall’introduzione: Ci sono alcuni passaggi di critica di Rirette che troviamo comunque problematici riguardo alcuni modus operandi della banda. Riconosciamo a Rirette però non solo una posizione di critica da parte di chi quelle persone e quelle vicende le ha conosciute in prima persona ma anche l’umanità nel ricordare quelli che riconosce come compagni e amici e nel difenderli nonostante la forse insanabile distanza. […] Abbiamo deciso in ogni caso di dare alle stampe Souvenir d’anarchie perché leggendo questi ricordi è la parte più solidale che ha risuonato dentro di noi e per cui abbiamo creduto valesse la fatica tradurre queste pagine. Non la purezza della militante ma le sensazioni del vissuto umano, fatto di emozioni anche dolorose, di volubilità e dei tentativi di affrontarle, non con l’arroganza di chi è incapace di ascoltarsi ma con l’umiltà dei propri limiti. È in questo che ci siamo riconosciute: la distruzione del mito dell’impavido eroe anarchico. Se il mito serve a spiegare la realtà, sarà poi vero che le anarchiche, e gli anarchici, sono valorose combattenti fatte di pietra adamantina, inscalfibili dal mondo che le circonda? O sono semplici esseri umani, fatte di carne e sangue che soffrono e provano emozioni anche devastanti e sono queste sensazioni che le spingono a ribellarsi ed opporsi all’ oppressione? Vogliamo davvero costruire un immaginario che fagocita tutte le esperienze individuali, comuni ma non per questo banali, per ricollocarle in un’aura di eccezionalità? Correndo il rischio di produrre fantastiche chimere da sognare ad occhi aperti? Non si tratta di un gioco di ruoli in cui si definisce la propria identità sulla basa di un mito, ma piuttosto la disintegrazione del mito come base da cui partire per creare la propria unicità ed individualità. Non siamo interessate a suscitare consenso, stupore, ammirazione, adulazione o fascino nè tantomeno ci alletta la persuasione come metodo di lotta. Preferiamo riportare al presente percorsi e progetti, attraverso la memoria, la valenza dei loro contenuti di vita, di idee e di lotta. Ciò che ci sollecita il cuore e la mente è la possibilità, come forsennati prometei, di rubare il fuoco sacro e bruciare tutto, persino l’idea di mito. Però sta a chi legge decidere cosa fare di queste vite, se usarle come feticcio da venerare (e quindi usarle come mito) o al contrario come punto di partenza per costruire la propria storia. ———————– INDICE: Introduzione Souvenirs d’anarchie Biografie Appendice (Illegalismo, Individulalismo, Milleux libre, Causerie populaire, Appunti dal carcere La Santè, Le mie memorie di R. Callemin) ————————- Formato 12×16 , pagine 232. Contributo consigliato 8 euro per singola copia, 6 per i distributori. Spese d spedizione 1,50 con raccomandata tracciabile 5 euro. Per copie tremendeedizioni@canaglie.org Per altri titoli tremendeedizioni.noblogs.org
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La guerra interna si intensifica. Sulle 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di diverse realtà anarchiche e libertarie romagnole. Anche su https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/la-guerra-interna-si-intensifica/ Qui una versione impaginata per la lettura: laguerrainterna Qui una versione in opuscolo: comunicato-opuscolato-stampa   LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO DI RAVENNA. In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion. Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli come MSC, Zim e Maersk. La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale, oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di natura amministrativa”. Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche non allineate. Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il 13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte della stessa logica. Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una cornice di guerra. Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive. I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad un conflitto sempre più diffuso. La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a vedere i propri figli morire al fronte”(1). Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza. Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di perdere il posto di lavoro. Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici: lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna, ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil. La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano. Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action. In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto. Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo, appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia – significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi). La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità. I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania. Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali che gestiscono i territori. Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne satellitari “dual use” (progetto ERiS). Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità. Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna. La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la logistica militare é giusto, oltre che necessario! – Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena – Collettivo Samara – Equal Rights Forlì – Brigata Prociona Imola – Assemblea Anarchica Imolese – Spazio Autogestito Capolinea Faenza ______ NOTA (1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non lontano. 
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A buon rendere. Solidarietà con gli anarchici condannati a Massa
Riceviamo e diffondiamo. Qui il testo in formato volantino, di cui è incoraggiata anche la distribuzione cartacea: a-buon-rendere-massa-5-novembre A buon rendere Solidarietà con gli anarchici condannati dal tribunale di Massa Continuiamo a lottare contro il 41 bis e le politiche di guerra Il 5 novembre 2025 si è tenuta al Tribunale di Massa l’udienza con la lettura della sentenza di primo grado nel processo per la manifestazione tenutasi a Marina di Carrara il 10 settembre 2022. Un’iniziativa in solidarietà con i rivoluzionari prigionieri e in particolare con l’anarchico Alfredo Cospito, trasferito a maggio dello stesso anno nel regime detentivo previsto dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario e all’epoca a rischio di una condanna all’ergastolo nell’ambito del processo “Scripta Manent”. Una sentenza che si discosta di molto poco dalle richieste del pubblico ministero. Due condanne a 3 anni e 6 mesi (più una multa di 1800 euro a testa) e una a 2 anni e 4 mesi (più 700 euro) per “rapina” e “impedimento di una riunione di propaganda elettorale” nei confronti di due compagni e una compagna (tra l’altro già coinvolta nel cosiddetto procedimento “Sibilla” assieme ad altri 11 inquisiti, tra cui Alfredo Cospito, e terminato con una sentenza di non luogo a procedere). Durante il percorso della manifestazione venne incrociata una postazione di propaganda elettorale della Lega, il cui banchetto finì ribaltato dopo un breve parapiglia. Da qui l’accusa di “rapina” per cui questi tre imputati nel marzo 2023 sono stati perquisiti, ricevendo anche la notifica della misura cautelare dell’obbligo di firma, prolungatosi per oltre un anno. Poi, una condanna a 1 anno e 6 mesi (più 7 euro) e un’altra a 1 anno (più 3 euro, con pena sospesa) per il solo “impedimento di una riunione di propaganda elettorale” in relazione al turbamento arrecato dalla manifestazione al baraccone che portò all’elezione dell’attuale governo Meloni. Una multa di 70 euro per “imbrattamento” in riferimento ad alcune scritte murali comparse su una filiale Unicredit situata nelle vicinanze: “Fuori Alfredo dal 41 bis” e “Guerra alla guerra”. Infine l’assoluzione per un imputato. Cinque gli aderenti alla Lega tra le “persone offese” nel processo. Con il solito vittimismo – certamente consueto, ma ogni volta stupefacente per la completa assenza di pudore – nei giorni seguenti i fatti questi signori avevano descritto quella vivace manifestazione come un momento di guerriglia urbana (magari!). La Lega è un partito notoriamente responsabile in particolar modo delle stragi nel Mediterraneo: i suoi dirigenti si sono assiduamente impegnati affinché sempre più migranti possano affogare senza che la falsa coscienza dei benpensanti venga scossa. La Lega ha sostenuto tutte le politiche guerrafondaie e antiproletarie che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Abbandonata ogni demenziale velleità secessionista, al “prima il nord” hanno sostituito un “prima gli italiani”, ma sappiamo bene che – come ogni altro partito politico – ciò che ci stanno dicendo è sempre prima i padroni. Prima i padroni, i capitalisti, i loro interessi e quelli dei loro servitori e reggicoda. Oggi degli anarchici vengono condannati per rapina nei confronti della Lega – il cui magro bottino, lo diciamo senza assumere pose vittimiste, sarebbe stato un tavolino da campeggio – e per aver turbato il sereno svolgimento della farsa elettorale. Non ci aspettiamo un trattamento differente e non abbiamo l’imbarazzo di questo o quel politico quando qualche loro amico viene accusato di qualche intrallazzo, truffa o ladrocinio che è il pane quotidiano della politica (detto en passant, le cronache degli anni passati abbondano di notizie sull’appropriazione indebita di 49 milioni di euro). Non abbiamo amicizie tra questi signori e i loro maggiordomi, né nutriamo illusioni elettorali o istituzionali: tutta la nostra storia è quella di un’ineludibile lotta contro lo Stato, il capitale e i loro servi. Non abbiamo nulla da salvare di questo vecchio, decrepito mondo che intendiamo mettere a soqquadro (ben altro che un banchetto ribaltato). È presto detto: desideriamo la distruzione di ogni ordine politico ed economico in favore della libertà integrale di tutti e di ciascuno. Mentre la guerra è alle porte, tra piani di riarmo europeo, incessanti morti per il lavoro e un genocidio trasmesso in diretta mondiale, la fiducia nei confronti dei governanti pare svanire ogni giorno di più. Eppure, eccettuate incoraggianti eccezioni, sopportiamo supinamente quasi ogni angheria, alzando il capo di tanto in tanto quando la dignità viene calpestata con maggiore vigore. Quando smetteremo di coltivare la nostra rassegnazione, quando cominceremo a rispondere? Continueremo ad alzare le spalle con indifferenza? Il 20 ottobre 2022 Alfredo Cospito iniziava uno sciopero della fame contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, interrotto il 19 aprile successivo a seguito del pronunciamento della Corte costituzionale sulla normativa inerente l’ergastolo. Il movimento di solidarietà internazionale sviluppatosi negli anni 2022-’23 ha impedito una condanna all’ergastolo ostativo per Alfredo (all’epoca pressoché certa con l’esito del processo “Scripta Manent” in Corte di Cassazione), gettato luce sulla natura di un regime detentivo di tortura prima di allora intoccabile, messo un bastone tra le ruote della macchina della repressione statale che riguarda tutti gli oppressi. Azioni dirette e rivoluzionarie, uno sciopero della fame a oltranza, iniziative nelle carceri di mezzo mondo, manifestazioni in ogni dove. Impeti di dignità che non riguardano solamente le sorti processuali e detentive di qualche anarchico recluso. Le calunnie dei politici e le mistificazioni dei mass-media non sono bastate a nascondere una verità lampante: padroni e governanti non valgono un briciolo dell’integrità di un rivoluzionario. Oggi come ieri, nei tribunali si celebra il diritto e si sancisce il monopolio della violenza da parte dello Stato. Che altro dire? Noi andiamo avanti per la strada intrapresa. A buon rendere. Novembre 2025 Circolo Culturale Anarchico “Gogliardo Fiaschi” – Carrara Circolo Anarchico “La Faglia” – Foligno • Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”, via Ulivi 8/B, Carrara — Aperture: mercoledì (16:00-18:00), venerdì (17:30-19:00) • e-mail: circolofiaschi@canaglie.org — pagina facebook: https://www.facebook.com/circoloculturaleanarchicogogliardofiaschi — canale telegram: https://t.me/circoloculturaleanarchicocarrara • Circolo Anarchico “La Faglia”, via Monte Bianco 23, Foligno • e-mail: circoloanarchicolafaglia@inventati.org — canale telegram: https://t.me/circoloanarchicolafaglia
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