È uscito l'”opuscolo di versi” Poesia per tutte le stagioni, risonanze dal
carcere, di Juan Sorroche. Nonostante sia stato stampato, lo pubblichiamo sul
sito in versione completa.
Dall’introduzione:
L’idea di questo opuscolo di versi nasce tra la primavera e l’estate del 2023 a
partire dall’ispirazione di vari progetti in particolare il calendario del 2023
benefit per i prigionieri della cassa delle Alpi Occidentali con le bellissime
illustrazioni di Gabra Pan e che adoro e ho utilizzato. Nasce anche da stimoli
nel collaborare ai progetti solidali come “Haiku senza Haiku e versi scatenati”
o come “Respiro” con relazioni tra fuori-dentro e dentro-fuori e di tanti e
diversi impulsi che sono alla radice di questi progetti, e non solo, hanno
saputo creare delle risonanze e così amplificando articolazioni di relazioni sia
collettive che individuali di creatività espressive, e che arrivano tramite
energie ed entrano ed escono dal carcere sotto forma di impulsi costanti e
periodici anche con diverse intensità, e che con frequenza arrivano da diversi
luoghi.
Qui l’opuscolo: Calendario Juan2
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Riceviamo e diffondiamo:
È disponibile la riedizione del libro “Memorie di libertà. Della Western
Wildlife Unit, dell’Animal Liberation Front”.
Per ricevere copie scrivere a memoriediliberta@canaglie.net.
5 euro copia singola
4 per distributori
A seguire la prefazione della nuova edizione:
Presentiamo con gioia la riedizione del libro “Memorie di Libertà” uscito nel
2005 per la prima volta tradotto in italiano.
Questa è la storia di un piccolo gruppo di persone impegnate nella lotta di
liberazione animale, che decisero di agire direttamente contro l’industria delle
pellicce in alcuni stati dell’ovest americano.
Petizioni, cortei, volantinaggi e tutto il resto delle forme di mobilitazione
consuete e permesse non bastarono a placare il senso di impazienza di questi
ribelli. Mentre la società veniva lentamente sensibilizzata sulle mostruosità
dello sfruttamento animale, le vittime designate continuavano a soffrire e
morire a milioni negli allevamenti, nei macelli e nei laboratori e dovunque ci
fosse del profitto da ricavare.
Questa realtà innegabile spinse negli anni passati molti animalisti a passare
all’azione diretta, alle vie di fatto per liberare davvero gli animali dai
luoghi di tortura e per infliggere danni economici agli sfruttatori.
Non è poi così strano che qualcuno, se convinto dell’uguaglianza tra gli umani e
tutte le altre creature della terra di fronte a ciò che subiscono
quotidianamente, decida di non limitarsi a placare la sua coscienza con i riti
della protesta, ma preferisca fare la differenza agendo nel senso che ritiene
giusto a prescindere dalla legge. In fondo sono poi quelle stesse leggi a
decretare lo status di oggetto e proprietà per un essere vivente.
Riflettendo, liberandosi dalla concezione riformista e dalla logica
dell’intervento settoriale, comprendendo i legami che legano lo sfruttamento
animale alle più ampie dinamiche di dominio che impestano le stesse società
umane, si capisce come non sia possibile alcuna autentica liberazione per
nessuno se resta in piedi questo sistema basato sulla gerarchia, sull’autorità e
sulla produzione forsennata di merci per un consumo insensato.
Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che hanno gli allevamenti intensivi
e all’interdipendenza di questi con le pratiche di agricoltura industriale,
produzione di pesticidi, manipolazioni genetiche e foraggiamento di sterminate
concentrazioni di umani inurbati attraverso la grande distribuzione. Non si
tratta solo della sofferenza del singolo individuo (maiale, gallina, manzo) nei
capannoni ma anche della deforestazione, dell’inquinamento, della fame e della
repressione che colpiscono le popolazioni rurali di gran parte del mondo, dove
le terre vengono privatizzate e le comunità locali sbriciolate materialmente e
culturalmente.
Insomma, se vogliamo liberare gli animali, esattamente come noi stessi, dobbiamo
cercare la rivoluzione, e non ha senso provare a convincere chi ci domina ad
essere un po’ meno spietato.
Questi ragionamenti, questa tensione non hanno certo interessato solo il
gruppetto di cui sono narrate le gesta in questo piccolo libro.
Dalla fine degli anni ’70 si diffuse la pratica della liberazione animale e
nacque una sigla che ha sparso la paura tra gli aguzzini e gli sfruttatori di
animali in molte parti del mondo [1].
Si tratta dell’ALF (Animal Liberation Front).
L’ALF non è un’organizzazione clandestina, non ha strutture gerarchiche o di
altro tipo: è piuttosto un’idea; liberare gli animali dai luoghi di tortura
facendo tutto da sé, senza chiedere a nessuno. Chiunque lo faccia può usare a
suo piacimento quell’acronimo.
Moltissime persone per decenni hanno reso concreta questa idea liberando
centinaia di migliaia di animali da ogni tipo di struttura assassina e spesso
distruggendo le proprietà degli sfruttatori. In certi paesi le azioni erano
quotidiane e andavano dalle più piccole come rompere i vetri ad una pellicceria,
alle più grandi come ridurre in macerie un laboratorio o un fast-food [2].
Negli USA, ad esempio, nella seconda metà degli anni ’90 l’ALF era considerato
dall’FBI come la principale minaccia terroristica interna avendo causato milioni
di dollari di danni soprattutto ai settori della ricerca e dell’allevamento.
È proprio in questo contesto che si muovono i protagonisti del libro. Le loro
imprese sono solo un piccolo tassello di un movimento molto ampio che continuava
ad agire anche alla luce del sole con tenacia, coraggio e aggressività.
Un esempio sono le campagne contro dei luoghi specifici: più che altro
laboratori di vivisezione o allevamenti di animali destinati a questo orrore.
Quando partiva una di queste mobilitazioni gli attivisti facevano tutto il
possibile per portare alla rovina queste imprese impedendo il normale svolgersi
del “lavoro”: picchetti, blocchi, raduni rumorosi a qualsiasi ora, disturbo alle
abitazioni dei proprietari e degli impiegati, e spesso si faceva vivo l’ALF
rendendo dura economicamente e psicologicamente l’attività presa di mira. In
questo modo sono stati chiusi numerosi allevamenti e cani, gatti, cavie,
conigli, scimmie sono stati affidati a mani amorevoli invece di finire sotto il
bisturi di sadici in camicie bianco [3].
Anche in Italia ci sono stati successi in questo campo come con gli allevamenti
Morini e Greenhill. Quello che le associazioni burocratiche e legalitarie
specializzate in attivismo e piagnistei non avevano neanche provato a fare è
stato ottenuto in pochi anni da un movimento spontaneo, senza leader e
organizzato in modo orizzontale.
Poi è successo qualcosa.
Chi scrive non ha ancora capito cosa, ma in poco tempo, negli ultimi quindici,
dieci anni dall’offensiva si è passati alla stasi e poi a ripiegare per arrivare
alla situazione attuale in cui il movimento antispecista non può certo essere
considerato una minaccia per lo status quo. Certo, in alcuni paesi la
repressione dello stato si è fatta sentire con leggi speciali create ad hoc e
pesanti condanne in carcere per un ristretto numero di attivisti [4].
Ma non si può addebitare solo a questo la passività e l’inconcludenza che sono
dilagate e hanno demolito un movimento che era tra i più vivaci e diffusi. Forse
è stato lo spostarsi progressivo delle attività dal mondo reale a quello
virtuale, l’accomodarsi esclusivo su pratiche più comode e accettabili come la
dieta vegana, un ritorno a prassi degne delle burocrazie che un tempo venivano
criticate (delega, raccolta firma…), l’influenza di tanti piccoli leader con le
loro divisioni e l’incessante narcisistico filosofeggiare, e di sicuro anche
altro. Di certo vi è
l’incapacità dei più di pensare e intraprendere una prospettiva e progettualità
a lungo termine, probabilmente anche dovuto ad un sistema sociale che annienta
la capacità di pensiero profondo e di azione progettuale a discapito del
sensazionalismo immediato e dell’indecisione atavica. La liberazione animale non
consiste solo in uno sfogo di rabbia spontaneo ma, come descrive bene questo
libretto, in un desiderio di libertà lungimirante e costante nella propria vita.
Richiede passione, esperienza, relazioni di fiducia, conoscenze pratiche,
contatti e sangue freddo, altrimenti il massimo che saremo in grado di fare è
accodarci all’ennesima protesta senza sbocco.
Il compito di analizzare ciò che è successo avrebbe dovuto essere preso in
carico da un intero movimento ma questo non è accaduto. Ad oggi anche le tante
esperienze del passato rischiano di perdersi nella società degli smartphone e
della comunicazione istantanea che non sedimenta… Ma finché c’è oppressione c’è
resistenza, e l’augurio è che questo libretto possa far riflettere qualche
ribelle.
1 Tutta l’Europa compresa la Russia; USA e Canada, Messico e alcuni stati
del sud America come Cile, Argentina, Brasile, Indonesia, Australia.
2 Consultare online le riveste “No compromise” e “Bite Back” e “Arkangel”
3 Alcuni di questi posti: Newchurch (cavie), Hillgrove (gatti), Consort
Kennels (cani), Shamrock (scimmie)
4 Come in U.K. con l’A.E.T.A. (Animal Enterprise Terrorism Act) diretto
contro le proteste di massa
Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il primo numero di La Ginestra, rivista di critica ecofemminista,
stampata in proprio nell’estate 2026.
Per inviare contributi o ricevere copie scrivere a: laginestra@canaglie.org – 47
pagine, offerta libera
Qui la copertina: Copertina
Qui indice e prefazione: Indice+prefazione
“I motivi per cui abbiamo deciso di iniziare questo progetto sono diversi.
Alcuni forse si comprenderanno leggendo i vari testi che abbiamo scritto e
raccolto. In primo luogo c’era l’esigenza di studiare, in un mondo in cui le
notizie arrivano continuamente ci carichiamo di una serie di informazioni che
non sempre riusciamo a cogliere con senso critico. La continua lotta di
“intellettuali” e “politicanti” contro il significato, e il lavoro di
annientamento che svolgono contro il pensiero critico, ci fa sentire moralmente
obbligate a lavorare contro
la rinuncia al sensibile. Non avevamo idea di cosa sarebbe diventata la
Ginestra, l’abbiamo capito solo durante, e grazie, la lettura e il confronto che
hanno caratterizzato questi mesi. La Ginestra non vuole essere una raccolta di
approfondita analisi teorica, non perché
questo non sia importante, ma perché semplicemente non è il nostro obiettivo, e
probabilmente richiederebbe uno studio ancora più approfondito. Piuttosto la
consideriamo un viaggio tra i nostri pensieri e le nostre tensioni, tensioni e
pensieri che di certo vanno anche al di là di questo piccolo progetto. Ci sono
stati libri e pensatrici che ci hanno accompagnate. Da Leopardi, ai surrealisti
francesi; dalla letteratura greca alle letture ecofemministe; dalla poesia ai
racconti palestinesi. Dobbiamo molto a ciascuna di queste pagine, quelle in cui
ci siamo
ritrovate, ma soprattutto quelle in cui non ci ritroviamo. Importante per noi è
raggiungere orizzonti nei quali troppe poche volte ci siamo immaginate,
aggiungere una nota poetica non è stato casuale. L’eccesso di realtà ha bisogno
della poesia. Come non è stato casuale interrogarci sulle questioni relazionali.
Partendo da esperienze molto diverse ci siamo ritrovate incastrate nello stesso
nodo, e senza tentare di scioglierlo ci sembrava impossibile immaginarci in una
prospettiva rivoluzionaria e di sussistenza. Il nodo della questione relazionale
ci ha accompagnato in tutto il nostro piccolo viaggio. La conclusione, o meglio
il punto di partenza, a cui siamo giunte è che ci mancano delle esperienze di
sorellanza. Che non è, almeno per 5 noi, l’esperienza di unione interclassista
di donne unite contro il patriarcato. Il nostro sentimento di sorellanza non può
andare oltre la classe, così come non può andare oltre i sentimenti di affinità
e reciprocità. E la ricerca di questo sentimento non può prescindere dalla lotta
contro la macchina tecno-bellica e gli Stati che la proteggono e allevano,
sperimentando sui nostri stessi corpi.”
Riceviamo e diffondiamo:
Fervono i preparativi per il secondo numero de IL MOVENTE, che pensiamo di poter
far uscire attorno a settembre/ottobre!
Prima di poter far annunci e proporre una pubblicazione sufficientemente
strutturata e in linea con i propositi di non voler rincorrere gli eventi e gli
accadimenti, come per il primo numero, ci vorrà quindi ancora un po’ di tempo.
Tuttavia dei fatti di non trascurabile rilevanza ci portano a voler condividere
una riflessione che vogliamo non rimanga sospesa per troppo tempo.
Negli ultimi mesi, in Sicilia è stato inscenato un teatrino dai toni
allarmistici e drammatici, prontamente alimentato dallo Stato e dai sui
protettori, per rafforzare l’immaginario – razzista e estrattivista – di
un’escalation di violenze e antichi mali che dall’oltretomba sarebbero tornati
ad assediare le nostre quotidianità. Lo scopo? Più carceri, più polizia, più
militarizzazione e, chi lo avrebbe mai detto, proteggere il profitto dei soliti
pochi.
Puoi leggere “tragedie e tragediatori” qui:
https://ilmoventerivista.noblogs.org/2026/07/21/tragedie-e-tragediatori/ (eggià,
c’è pure il blog ora!)
In allegato, trovate anche una versione impaginata dell’articolo nel caso
voleste stamparla e diffonderla in autonomia.
Invitiamo tutte le persone che hanno voluto confrontarsi con la proposta del
primo numero a commentare o inviare riflessioni, mosse da spiriti complici, alla
mail: ilmoventerivista@bruttocarattere.org
PS: abbiamo ancora qualche copia. Il ricavato della distribuzione va a sostenere
la cassa VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carceri
una copia 7€, per più di dieci 5€. spedizione esclusa.
a presto!
La redazione de IL MOVENTE
Qui lo speciale infranumero in pdf: Tragedie e tragediatori
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXV)
Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione
Un’opera che non poteva essere tollerata
Nel 1864, lo stesso anno in cui viene fondata a Londra l’Associazione
Internazionale dei Lavoratori, Maurice Joly scrive e pubblica il suo Dialogo
agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu. Ex-ragazzo ribelle, procuratore
legale e futuro esule, osserva con estrema lucidità la messa in opera dei nuovi
meccanismi del potere.
Machiavelli è qui il portavoce del dispotismo moderno: espone cinicamente i suoi
scopi, i suoi procedimenti e il loro sviluppo storico. Inizialmente la forza
bruta, il colpo di Stato militare, il rafforzamento della polizia e
dell’esercito, la preminenza degli alti funzionari sugli eletti, e
l’allineamento dei magistrati, dell’università, della stampa.
Ma la forza, ostentatamente dispiegata, suscita sempre delle forze contrarie.
Non viene utilizzata che per modificare in alcuni anni le istituzioni, la
Costituzione, e per creare forme legali per il nuovo dispotismo. Così la
carcerazione dei giornalisti deve essere rapidamente sostituita con disposizioni
economiche sulla stampa e con la creazione di giornali devoti al governo. Una
tale tribuna associata ad astute divisioni in circoscrizioni elettorali consente
di mantenere una tirannide eletta a suffragio universale.
Per farla finita con tutte queste forme di opposizione, di partiti, di
consorterie, di trame, di complotti, che davano tanto fastidio agli antichi
despoti, lo Stato moderno deve creare esso stesso la propria opposizione,
rinchiuderla entro forme adeguate, e attirarvi i malcontenti. […]
Un ultimo meccanismo regolatore garantisce infine la perpetrazione del nuovo
regime: una tale società sviluppa velocemente nei suoi membri un insieme di
qualità che lavorano per essa: la viltà, l’asservimento e il gusto per la
delazione sono allo stesso tempo i frutti e le radici di questa organizzazione
sociale. Il cerchio si chiude.
La forza bruta impiegata dalle antiche tirannie non ha dunque più ragione
d’essere, tranne che in rare circostanze. Nel tempo del macchinismo si sanno far
lavorare le forze ostili a mezzo di dispositivi adeguati. Si può perfino
utilizzare la loro energia assertiva per assoggettare quelle che potrebbero
sorgere. Questa autoregolazione è alla base di tutte le società veramente
moderne.
Di fronte a questo nuovo potere, nell’opera di Joly personificato da
Machiavelli, cosa rappresenta Montesquieu? Gli antichi princìpi politici, morali
e ideologici di uomini che, un secolo prima, si preparavano ad assumere la
direzione della nuova società. Il genio di Machiavelli consiste nel citare
volentieri Montesquieu: l’attuale dispotismo non è in nulla in contraddizione
con quei fondamenti e quell’ideologia.
Il nostro XX secolo ha riccamente illustrato la tesi di Joly. Ma si avrebbe
torto a evocare qui le molteplici dittature totalitarie in cui l’esercito e la
polizia si mostrano ovunque, in cui i tiranni non dissimulano ancora il loro
potere. Il modello descritto da Joly è precisamente al di là di questa fase
storica: è quello del Capo di Stato eletto a suffragio universale, quello degli
alti funzionari inamovibili, quello delle consultazioni elettorali che
mascherano la vera cooptazione del personale politico. Questo tipo di governo
non è quello del partito unico, bensì quello degli pseudo scontri tra partiti
politici che parlano “tutti i linguaggi” del Paese, quello dei falsi complotti
organizzati dallo Stato stesso, quello infine in cui l’apparato educativo e
mediatico, nelle mani dello stesso potere, mantiene un tale avvilimento degli
spiriti e dei costumi, che non vi è più alcuna resistenza possibile. Il sistema
di governo descritto da Jolly è quello del complotto permanente occulto dello
Stato moderno per mantenere indefinitamente la servitù, sopprimendo, per la
prima volta nella storia, la coscienza di questa infelice condizione.
Una tale opera non poteva essere tollerata da uno Stato moderno ancora fragile.
Non lo è stata. Stampato in Belgio nel 1864 e introdotto clandestinamente in
Francia, Il Dialogo agli Inferi viene immediatamente sequestrato dalla polizia e
il suo autore imprigionato a Sainte-Pélagie. Nello stesso anno, una traduzione
tedesca tenta di diffondere altrove questo testo. Nel 1868 nuova stampa
francese, sempre in Belgio. In seguito, il libro apparentemente sparisce per 80
anni, sconosciuto a tutti, tranne chiaramente che ai servizi di polizia che lo
hanno sequestrato.
L’interdizione poliziesca di quest’opera non era tuttavia risposta degna di un
potere moderno del quale Joly aveva descritto il funzionamento; e innanzitutto
perché una tale risposta era insufficiente nei confronti di un testo a proposito
del quale l’autore fa notare che è non solamente un’opera individuale, ma che è
già il frutto di una corrente di pensiero quasi impersonale. Ecco una forza
pericolosa che si può certamente arginare in modo brutale in un primo momento,
ma che un vero Stato moderno deve poter manipolare e far lavorare a proprio
vantaggio. Cosa sono diventati questo libro e questa consapevolezza del
complotto permanente occulto durante tutti questi anni in cui nessuno ha
ritenuto opportuno ripubblicarlo?
Al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo
All’inizio del nostro secolo compare a Mosca uno straordinario pamphlet, che
diventerà ben presto un best-seller, e sarà il libro più venduto al mondo dopo
la Bibbia: I Protocolli dei Savi di Sion.
L’origine di quest’opera è oggi nota: è una falsificazione del Dialogo agli
Inferi di Joly, secondo un procedimento che i situazionisti francesi chiameranno
più tardi una “maspérisation” (dal nome di un editore parigino che si era reso
famoso in quest’arte). Tale procedimento, che consiste nell’impadronirsi di un
testo importante, nel cambiarne alcune parole, nel sopprimere qualche frase,
nell’intercalarne altre, permette di conservare la struttura di un’analisi
(della quale si sa che incontra già troppi spiriti disposti a comprenderla) ma
di modificarne il bersaglio e di portare così una corrente di opposizione, che
rischierebbe di diventare pericolosa, verso azioni inoffensive o persino utili
ai manipolatori. Permette di accattivarsi gli spiriti per poi fuorviarli,
illustra precisamente il procedimento esposto nel Dialogo agli Inferi: parlare
tutte le lingue allo scopo di deviarne il corso.
Joly è dunque vittima di quella manovra che aveva denunciato. Nei Protocolli dei
Savi di Sion si conserva l’analisi del Dialogo, la requisitoria contro il
complotto totalitario occulto, l’esposizione precisa dei suoi mezzi convergenti,
finanziari, politici, polizieschi e mediatici. Ma il complotto statale per il
mantenimento dell’ordine è sostituto da un preteso complotto ebreo teso a
impadronirsi del potere mondiale. Il testo falsificato si presenta come il
verbale di una riunione ultrasegreta di capi della cospirazione ebrea.
Qualificare, come è stato fatto in seguito, un tale procedimento come “plagio”,
lascia intendere che si tratterebbe in qualche modo di una vaga truffa
letteraria ai danni di un infelice autore. Aggiungere che si tratta di “falso” e
di una “mistificazione” permette di scagionare, con sollievo o rammarico, la
malignità giudaica, e di concludere che insomma non vi è complotto, se non,
forse, contro i soli ebrei. In verità, questa falsificazione di un testo
effettivamente importante non è che l’aspetto superficiale di una manovra ben
più generale che è al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo.
Le condizioni di creazione e diffusione dei Protocolli permette di seguire i
grandi movimento di questa storia.
La contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria
La prima edizione esca a Mosca nell’agitazione rivoluzionaria di inizio secolo.
Henri Rollin esita tra l’attribuirne i meriti alla polizia segreta dello Zar, la
famosa Okhrana, e alla principale opposizione ultrareazionaria basata sulla
grande proprietà fondiaria (H. Rollin, L’apocalypse de notre temps, ed. Allia,
1991). In ogni caso i suoi due primi editori sono noti: Krouchevan e Boutmi sono
cofondatori delle “centurie nere”, organizzazione paramilitare incaricata di
armare sicari per assassinare alcuni democratici e socialisti. Durante la prima
controrivoluzione russa del 1905, l’opera è diffusa massivamente e il
metropolita di Mosca ne ordina la lettura in tutte le chiese della capitale. Poi
la sua diffusione rallenta e il libro esplode nuovamente nel 1917. I milieu
dell’emigrazione russa lo portano nei loro bagagli mentre si instaura
nell’antico impero degli Zar un potere apertamente dittatoriale.
Nel corso dell’intenso fermento rivoluzionario che segue al primo conflitto
mondiale, i Protocolli sono tradotti in una quarantina di lingue e diffusi in
tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Vi accreditano la voce, diffusa
da altri emissari, che i democratici e i socialisti non sono che agenti pagati
da una cospirazione ebrea internazionale per impadronirsi del governo del mondo.
È uno degli strumenti della propaganda nazista, inizialmente in Germania, nelle
condizioni rivoluzionarie che seguono al crollo dell’Impero, poi nella sua
guerra contro i paesi a regime parlamentare. Tanto che Henri Rollin, agente dei
servizi segreti francesi, si permette di rivelarne nel 1940 l’inganno e
l’origine. Il suo libro viene quasi immediatamente sequestrato dalla polizia
tedesca e mandato al macero.
Dopo il 1945, l’impero europeo ridiviene “liberale”. È riuscito a distruggere o
riassorbire le vecchie energie rivoluzionarie, grazie al lavoro efficace dei
partiti stalinisti e dei loro compagni di viaggio. I Protocolli perdono allora
la propria efficacia e non sopravvivono più se non in qualche setta di riserva.
Hanno trovato un nuovo terreno di manovra nell’agitazione del terzo mondo che
segue, dalla fine della guerra, al crollo degli antichi imperi coloniali, e in
particolare nei paesi arabi dove dal 1951 non hanno cessato di essere
ripubblicati e diffusi.
Recentemente infine, la sparizione dell’impero sovietico – e il terribile
marasma economico che l’accompagna – ha visto riapparire il pamphlet, nel luogo
stesso del suo parto, sventolato e diffuso da curiosi emissari, davanti a
compiacenti giornalisti.
I Protocolli dei Savi di Sion sono stati una delle opere di riferimento del
moderno antisemitismo, la cui reviviscenza alimenta ancora periodicamente la
problematica mediatico-universitaria. Si tratterebbe, ci viene detto ora, di una
falsa teoria creata e diffusa da una “paranoia collettiva” uscita perfettamente
armata di decine di milioni di cervelli malati. Ci mettono dunque saggiamente –
ma fermamente – in guardia contro la tentazione di “demonizzare il potere” e di
immaginare ovunque un preteso complotto mondiale dai mille tentacoli economici,
politici, mediatico-universitari, vero e proprio delirio che manifesta una
“fobia collettiva di tipo arcaico”.
Si dovrà tuttavia osservare che i Protocolli non sono stati forgiati nel
calderone diabolico della “paranoia collettiva”, ma nei retroscena polizieschi
di uno Stato autocratico; che non stati inizialmente diffusi da una voce
pubblica ma tramite il metropolita di Mosca e da due poliziotti-editori; che il
partito nazionalsocialista tedesco che ne ha tratto ispirazione non è stato
portato al potere da folli sommosse, ma dagli industriali tedeschi che l’hanno
finanziato; che l’opera di Rollin che rivelava l’origine dei Protocolli non è
stata distrutta dalla “paranoia collettiva”, ma sequestrata e distrutta da una
polizia di Stato; che i Protocolli non sono stati distribuiti negli Stati Uniti
da una voce impazzita ma dall’industriale Henry Ford, che sapeva far lavorare a
suo vantaggio altri deboli; che infine questo libro non è un “miserabile
grossolano falso”, una “nevrosi collettiva in pieno XX secolo”, ma una manovra
poliziesca razionale, la punta di diamante di una guerra controrivoluzionaria.
In verità, l’antisemitismo sta precisamente alla critica sociale come i
Protocolli al libro di Joly: non una teoria insensata, come non cessano di
ripetere gli ingenui, ma la contraffazione poliziesca di un’agitazione
rivoluzionaria. Ecco la ragione del suo successo popolare: esso parla la lingua
più pericolosa del Paese per deviarne il corso.
[…]
Così la falsificazione poliziesca del libro di Joly, e il successo mediatico di
tale mistificazione, sono sufficienti a garantire la pericolosa verità
dell’originale. Il Dialogo agli Inferi non era stato recentemente sottratto
all’oblio che per dimostrare la falsità dei Protocolli, quando al contrario è
l’operazione mediatico-poliziesca dei Protocolli che prova la verità di Joly.
(da L’État retors di Michel Bounan, prefazione all’edizione definitiva del
Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly, Edizioni
Allia, Parigi, 1992. La traduzione, con il titolo Lo Stato astuto, è quella
curata da Banalità di base, nella ristampa pubblicata da Acrati, Bologna, 2005.
Del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu esistono due edizioni
italiane, una pubblicata da ECIG nel 1995 e un’altra da Ibex nel 2024)
Nota
Contrariamente a tutte le precedenti, queste Luci da dietro la scena richiedono
un accompagnamento.
In tanto parlare (straparlare e falsificare) in materia di antisemitismo, è
probabile che ben pochi conoscano la storia veridica dei Protocolli dei Savi di
Sion, il libro senz’altro più influente dell’antisemitismo moderno; e in Italia
ancora meno che in Francia, dove la ristampa, nel 1992, del Dialogo agli Inferi
con la prefazione di Bounan l’ha resa nota se non altro in un certo ambito
intellettuale e sociale. Non siamo di fronte a una generica mancanza di
erudizione, ma all’assenza di un tassello fondamentale di comprensione storica
che si proietta sul presente. La “falsificazione poliziesca di un’agitazione
rivoluzionaria” – cosa ben diversa, come spiega Bounan, dalla “paranoia
collettiva” – è un procedimento molto simile a quello messo in atto rispetto al
cosiddetto Piano Kalergi sulla pretesa “sostituzione etnica” dei bianchi da
parte dei popoli di colore per gli interessi della “élite mondialista”. Lo scopo
è lo stesso: stornare la rabbia sociale nei confronti dello sradicamento
capitalista delle proprie vite (nonché della ben reale sostituzione macchinica
degli umani) verso gli ultimi o i penultimi della gerarchia sociale. La parodia
reazionaria della guerra di classe. L’invenzione di finti complotti per
occultare il “complotto statale per il mantenimento dell’ordine”. E parte dello
scopo è che a tale falsificazione non si contrapponga un’effettiva agitazione
rivoluzionaria, bensì qualche lezione di educazione civica impartita
dall’antirazzismo democratico, sempre attento – guarda un po’ – a non
“demonizzare il potere”.
Un’ulteriore astuzia – una sorta di falsificazione al quadrato – consiste nello
scaricare l’accusa di antisemitismo contro gli anticapitalisti (mobilitando in
segreto il topos antisemita del capitalista come ebreo e quello suprematista del
colono israeliano come vittima che la barbarie palestinese vorrebbe gettare a
mare).
Grazie a una certa conoscenza storica del potere, si possono smascherare nel
presente le falsificazioni mediatico-poliziesche al fine di cogliere delle
verità in tempo per il loro uso (cinquant’anni dopo sono capaci tutti e
soprattutto non serve a granché); ma si può anche, per dirla filosoficamente,
buttarla in vacca. Al primo caso appartiene senza dubbio Il tempo dell’AIDS
(1990) di Michel Bounan; al secondo, invece, Logica del terrorismo (2003) dello
stesso autore, il quale vi sostiene la tesi tanto rivoluzionaria quanto
originale dell’eterodirezione delle Brigate Rosse da parte dei servizi segreti.
Con questo brillante risultato: non solo quel libello non è stato sequestrato
dalla polizia, ma l’edizione italiana è uscita con la postfazione dell’immondo
Gian Carlo Caselli, che di vite sovversive ne ha sequestrate fin troppe,
Se insomma ci si può anche scordare del loro autore, le verità storiche
descritte ne Lo Stato astuto sono parte necessaria di un collettivo molino delle
armi.
Rilanciamo da
https://terraeliberta.noblogs.org/post/2026/06/12/via-contadina-o-via-cibernetica/
Per richiedere copie: terraeliberta@inventati.org
VIA CONTADINA O VIA CIBERNETICA
Note su agroecologia e digitale alternativo
La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato
può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce
dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un
territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento
in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con
essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una
variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci
sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine,
software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo.
Introduzione
Nell’aprile 2025, il Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC) pubblica
un testo di posizionamento intitolato “Le sfide che la digitalizzazione pone
all’agroecologia contadina”. Il testo, a margine di un’analisi approfondita,
individua 25 raccomandazioni indirizzate all’UE e agli Stati membri su come
regolamentare e gestire la digitalizzazione dell’agricoltura1.
Il rapporto argomenta in maniera puntuale come il processo di digitalizzazione,
per come si sta dispiegando nel settore agricolo, sia in contrapposizione
netta ad una agricoltura contadina e agroecologica. L’ECVC cita i danni
ecologici, la contaminazione delle acque e lo sfruttamento neo-coloniale
necessario a reperire le materie prime per chip e sensori, così come i costi
energetici astronomici del funzionamento dei data center. Il Coordinamento
evidenzia come le tecnologie digitali siano pensate per le coltivazioni
monoculturali su larga scala, e dunque come la loro diffusione metta a rischio i
piccoli appezzamenti e la biodiversità. Inoltre gli agricoltori, indotti a
delegare sempre di più a computer e macchine, rischiano di perdere la loro
autonomia e i saperi tramandati nel tempo. Infine, ECVC è ben consapevole che la
digitalizzazione, tutt’altro che affidata alla libera scelta dei singoli, viene
di fatto imposta agli agricoltori, che vengono intrappolati in un vincolo di
dipendenza tecnologica ed economica e diventano produttori di dati il cui vero
scopo è alimentare i profitti di grandi aziende.
Dopo una disamina così ampia e attenta, ci si aspetterebbe una posizione netta
contro l’agricoltura digitale. ECVC, invece, conclude in senso esattamente
opposto: la digitalizzazione «può giocare un ruolo nella creazione di un sistema
alimentare giusto», e favorire la sovranità e la sicurezza alimentare. Quindi,
gli Stati membri devono garantire connessioni Internet veloci per tutti,
soprattutto nelle zone rurali, e promuovere l’educazione al digitale senza
lasciare nessuno indietro. Ora, se la maggior parte della propaganda a favore
della digitalizzazione dell’agricoltura si basa su omissioni plateali dei suoi
costi e delle sue conseguenze – ignorando ad esempio gli aspetti ambientali ed
energetici –, non si può certo dire la stessa cosa di questo documento. ECVC
passa in rassegna in modo convincente e preciso molti dei motivi per cui sarebbe
necessario opporsi alla digitalizzazione, ma poi, con un colpo di scena poco
adatto ai deboli di cuore, finisce per difenderla – a patto che sia una
digitalizzazione diversa. Questo testo offre dunque un’ottima opportunità per
criticare non tanto l’ECVC, quanto una più ampia tendenza, purtroppo non rara e
non recente nel mondo “alternativo”, che mobilita i contenuti della critica al
complesso tecnologico-scientifico-industriale non per minarne le fondamenta ma
per legittimarlo.
Lontani sono i tempi in cui, anche tra le file dei movimenti sociali, si
potevano riporre speranze nel potenziale liberatore della rete. Controllato
ormai da pochi miliardari con ambizioni sempre più apertamente reazionarie, e
piegato alle esigenze della speculazione finanziaria, il mondo digitale ha
rivelato anche agli osservatori più distratti il suo ruolo di controllo,
repressione, sfruttamento. A protendersi verso l’agricoltura sono le mani
sporche di sangue delle aziende che hanno sorvegliato e massacrato il popolo
palestinese, e l’hanno fatto con le stesse tecnologie che ora vogliono imporre
ai contadini. Il testo dell’ECVC però dimostra che non è necessario negare la
realtà, è sufficiente non trarne le dovute conseguenze. Se il digitale così
com’è si rivela irrimediabilmente segnato dalla sua collusione con gli interessi
dei capitalisti e può esacerbare le disuguaglianze sociali – sostiene ECVC –, un
digitale alternativo adeguatamente regolato potrebbe garantire tutti i benefici
di maggiore efficienza evitando le conseguenze negative a livello agricolo,
sociale, ambientale. Questa è la tesi di fondo di ECVC, ed è su questa tesi che
vogliamo concentrarci. Per farlo, ci sembra utile separarla nelle sue quattro
componenti principali, che rimangono implicite nell’argomentazione ma ne
sottendono tutto l’impianto. Affinché la digitalizzazione auspicata da ECVC
possa essere una alternativa sostanziale alla digitalizzazione reale guidata
dalle corporation, allora 1) la digitalizzazione alternativa deve evitare gli
impatti negativi sugli agricoltori in termini di autonomia, biodiversità,
sorveglianza; 2) la digitalizzazione alternativa deve evitare o ridurre
drasticamente l’impatto ecologico e sociale; 3) gli Stati devono poter
regolamentare e controllare la digitalizzazione sottraendola al potere delle
corporation e rendendola aderente agli interessi dei loro elettori; 4) la
digitalizzazione alternativa deve produrre dei benefici reali.
Una premessa sul concetto di agroecologia
Prima di entrare nel vivo, ci sembre utile fare una premessa sul concetto di
agroecologia: ad oggi, non esiste una definizione unanime – e anche per questo
il termine si presta a una certa ambiguità. Ciascun attore fa riferimento a una
propria definizione di agroecologia; tendenzialmente, tuttavia, queste sono
accomunate da alcuni elementi chiave: una scienza degli ecosistemi agricoli
(l’applicazione di concetti e principi ecologici ai sistemi agricoli); pratiche
rispettose di tutte le componenti dell’ambiente; un movimento sociale a difesa
di sistemi agricoli e alimentari sostenibili ed equi. Inoltre, se per alcuni
attori l’agroecologia è intrinsecamente incompatibile con l’agroindustria, altri
– in particolare quelli istituzionali – ne sostengono la piena compatibilità con
un’agricoltura industriale riformata.
Dal nostro punto di vista, perché quello di agroecologia possa essere un
concetto significativo attorno al quale si possa coagulare un movimento di
resistenza all’espropriazione dell’autonomia contadina, è cruciale porsi il
problema di quali tecnologie sono concretamente compatibili con questo obiettivo
e quali no. Un’agroecologia autentica non può che essere luddista, riprendendo
un filo storico di resistenza attiva al processo di espropriazione del controllo
sulle proprie condizioni di esistenza da parte dell’industria, e accettando solo
le tecniche realmente conviviali – che accrescono cioè l’autonomia di individui
e comunità anziché minacciarla.
1. Può una digitalizzazione alternativa evitare le conseguenze negative sugli
agricoltori?
L’idea centrale sostenuta da ECVC è che, se è pur vero che la digitalizzazione
reale (quella che sta effettivamente avvenendo su scala globale)
dell’agricoltura mette a rischio l’autonomia dei contadini, esista una
digitalizzazione agricola alternativa che invece la preserverebbe. Questa
digitalizzazione alternativa ha come cardini la trasparenza degli algoritmi
(l’uso di software open source), il controllo dei dati da parte di chi li
produce, e l’uso di strumenti digitali progettati dal basso e riparabili
localmente.
1.1 Algoritmi trasparenti
La possibilità di integrare vaste quantità di dati eterogenei è oggi tipicamente
affidata ad algoritmi che fanno riferimento al campo del machine learning
(ML), una branca dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi possono
“imparare” dai dati. Ovviamente la digitalizzazione ricopre un insieme di
tecnologie ben più vasto, ma questi sono gli strumenti più promettenti se
l’obiettivo è quello di utilizzare i dati per «ottimizzare le pratiche agricole»
e aumentare l’«efficienza» del lavoro agricolo (obiettivi che ECVC non sembra
mettere in discussione), dunque ci concentreremo brevemente su questo.
Nel caso di quella che viene comunemente chiamata intelligenza artificiale ai
giorni nostri, ovvero il cosiddetto deep learning basato su reti neurali,
l’apertura è impossibile. Quando uno di questi sistemi “prende una decisione”,
infatti, è impossibile risalire al perché. Si tratta del “problema della scatola
nera” (black box problem)2: nemmeno i programmatori dell’algoritmo possono
risalire, una volta che il sistema è stato addestrato, al motivo per cui produce
un certo risultato. L’apertura del codice sorgente, in questo caso, aumenta ben
poco la trasparenza delle decisioni.
Si obietterà che esistono algoritmi di ML più semplici e più trasparenti del
deep learning, ed è sicuramente vero. Ma prendiamo l’esempio di un decision tree
(“albero di decisione”), un semplice algoritmo di ML tra i più interpretabili.
Per ogni decisione presa dall’algoritmo, è possibile ripercorrere l’albero delle
decisioni e capire quali aspetti dei dati hanno condotto al risultato. Ma il
costo di tale trasparenza è che un algoritmo così semplice non è in grado di
analizzare vaste quantità di dati complessi come ad esempio le immagini
satellitari. Ipotizzando anche che fosse adatto alle esigenze, il pieno
controllo operativo sul funzionamento di un tale algoritmo richiede competenze
che non è pensabile diventino di dominio comune. L’addestramento di un decision
tree, per quanto elementare rispetto agli algoritmi di deep learning, richiede
comunque vari accorgimenti per evitare l’eccessivo adattamento ai dati di
addestramento: per usarlo in maniera autonoma è necessaria una comprensione
dettagliata dell’algoritmo e dei suoi vari parametri che poggi su basi di
statistica e informatica. È quindi probabile che nella maggior parte dei casi
l’agricoltore riceva dei risultati dall’analisi dei dati dei quali non
padroneggia la genesi, e che non è in grado di verificare o correggere
autonomamente. Anche laddove gli algoritmi siano “aperti”, dunque, l’agricoltore
cede una parte della sua autonomia decisionale sulle proprie pratiche a un
processo che è fuori dal suo controllo.
Ovviamente, anche nel rendere le decisioni in campo dipendenti dalle previsioni
meteorologiche gli agricoltori basano la loro attività su analisi di dati che
non controllano. L’utilizzo di algoritmi predittivi però aumenta la delega a
strumenti opachi, e va nella direzione opposta rispetto alla difesa
dell’autonomia dei contadini. Detto in altre parole, la riduzione degli
agricoltori a operatori di macchine guidati non dal loro sapere ma dalle
decisioni degli algoritmi non dipende dalla maggiore o minore trasparenza del
codice sorgente. L’approccio di fondo della digitalizzazione – che quantifica il
mondo per farlo elaborare ai computer sottraendolo alle menti umane nella
ricerca di sempre maggiore efficienza – non viene minimamente intaccato dalla
trasparenza degli algoritmi utilizzati. Il contadino delega comunque il suo
potere, semplicemente lo delega agli sviluppatori di software libero piuttosto
che alle Big Tech.
1.2 Controllo dei dati
Per garantire una digitalizzazione compatibile con l’autonomia dei contadini,
sarebbe inoltre necessario secondo ECVC assicurare agli agricoltori il
«controllo sui dati» e il «giusto accesso ai profitti». Da un punto di vista di
controllo “informazionale”, i dati generati dalla digitalizzazione sono dati che
non sono fatti per essere elaborati dalla mente umana ma dalle macchine, ovvero
dati che, senza l’utilizzo degli algoritmi di cui sopra, sono del tutto inutili.
Per mole e struttura non possono essere interpretati dagli umani senza il
ricorso ad algoritmi statistici più o meno sofisticati. Da un punto di vista di
controllo “materiale”, l’efficienza degli algoritmi di addestramento richiede la
raccolta di grandi quantità di dati, che difficilmente potrebbero essere
archiviati direttamente dagli agricoltori in server autogestiti. In ogni caso,
la gestione di flussi di dati in tempo reale e la loro archiviazione non
potrebbero essere fatte dagli agricoltori stessi, salvo immaginare un futuro di
agricoltori-ingegneri. Quindi, più che di reale controllo, al massimo potrebbe
essere riconosciuta agli agricoltori una proprietà formale dei loro dati, ovvero
un ritorno economico invocato dall’ECVC come «giusto accesso ai profitti».
Ovvero: i dati sono materialmente gestiti da altri, interpretati esclusivamente
dalle macchine, utilizzati per generare una economia dei dati, e parte dei
profitti verrebbe redistribuita ai produttori di dati. Alla faccia del
“controllo”.
1.3 Progettazione dal basso di strumenti riparabili
L’altro elemento di novità del “digitale agroecologico” sarebbe la possibilità
per i contadini di contribuire allo sviluppo di strumenti open source pensati
per le loro esigenze e che siano economici, adattabili, e riparabili dai
contadini stessi. Ma cosa vuol dire strumenti digitali riparabili dai contadini
stessi? Se ci si trovasse di fronte a un malfunzionamento a livello del
software, solo un ingegnere informatico con competenze in analisi dati potrebbe
intervenire a correggere errori nel codice sorgente o – come accennavamo prima –
modificare l’addestramento dell’algoritmo. Dal lato dell’hardware, invece,
praticamente tutti i dispositivi digitali, anche quelli con prestazioni
relativamente modeste, si basano su componenti – come i microchip – dal processo
produttivo incredibilmente complesso, come vedremo a proposito del suo impatto
ecologico: solo pochi grandi gruppi industriali possono essere in possesso delle
risorse economiche e tecnologiche necessarie a produrli. L’eventuale
riparabilità non potrebbe quindi che ridursi alla possibilità di aprire i
dispositivi per sostituirne i vari componenti, prospettiva che potrebbe forse
portare un certo risparmio economico, ma che sarebbe lontana dal rompere la
dipendenza nei confronti dell’industria.
2. Può una digitalizzazione alternativa evitare conseguenze negative
sull’ambiente?
2.1 Biodiversità, monocolture e standardizzazione
«Bisogna creare standard per tutto, perché la standardizzazione dei dati che
compongono la società e l’essere umano è l’unico modo per garantire la piena
applicazione della tecnica e, allo stesso tempo, assicurarne
l’universalizzazione»3. Queste parole, scritte da Jacques Ellul in un’epoca dove
il digitale non si era ancora propagato a livello sociale, sono rivelatrici di
quanto si sta affermando anche in agricoltura. La meccanizzazione delle campagne
messa in atto dopo la Seconda Guerra mondiale ha avuto come conseguenze
certamente l’aumento delle dimensioni delle aziende agricole e la diminuzione
del numero di contadini, ma ha determinato anche una semplificazione
dell’ambiente coltivato. Ci si avviava così verso un mondo tecnologicamente
fuori misura, costituito da attrezzature specializzate inapplicabili al mondo
contadino che si voleva soppiantare. Un nuovo mondo che fu tanto distruttivo per
le attività umane quanto per l’ambiente agricolo, e che ha posto le basi per un
progressivo impoverimento della biodiversità e de facto per una
standardizzazione dell’agricoltura (basti pensare alla spinta offerta dalla
genetica agraria nel selezionare piante omogenee e adatte alle operazioni
colturali meccaniche).
A differenza di questa meccanizzazione, di cui l’agroecologia ha saputo
criticare con fermezza i limiti sviluppando talvolta anche delle tecniche
alternative, la rivoluzione digitale sembra essere considerata in qualche forma
utile per l’agricoltura contadina. L’assunto di base è che, nonostante le
escrezioni tossiche dell’agricoltura smart, lo sviluppo di tali tecnologie sia
di indiscusso interesse per il mantenimento e lo sviluppo della biodiversità in
agroecologia. La gestione tecnocratica e accentratrice delle tecnologie legate
all’agricoltura 4.0 viene in gran parte vista, giustamente, come un ulteriore
tassello dell’industrializzazione dell’agricoltura che non fa altro che
sviluppare le monocolture, l’omogeneità negli approcci al vivente e un’elevata
meccanizzazione. E allora in che modo queste tecnologie, tra le tante funzioni,
risulterebbero dei moltiplicatori di approcci agroecologici? Non sono piuttosto
degli ostacoli a dei processi di conoscenza e gestione dell’agrobiodiversità?
Uno degli assunti di queste tecnologie è che sarebbero così precise da poter
“scansionare” l’intera componente biotica e abiotica dell’agroecosistema.
Un’evoluzione dell’agricoltura di precisione che grazie allo sviluppo
dell’Internet delle cose e dell’intelligenza artificiale porterebbe informazioni
utili circa gli interventi nell’agroecosistema. Ma quali output ci forniscono le
applicazioni smart in un contesto, quello agroecologico, che cerca di seguire il
sentiero, non certo sempre facile, della diversificazione dell’ambiente
agricolo? Non solo la complessità del vivente è difficile da quantificare e
convertire in dati (presupposto necessario per l’informatizzazione delle
campagne), ma la coltivazione stessa, quando realizzata su piccola scala, basata
sull’intreccio di consociazione delle colture, su continue rotazioni, con campi
coltivati interrotti dalla biodiversità naturale, necessiterebbe di tecnologie
digitali molto specializzate e quindi costose. Di fatto l’agricoltura smart, in
questo contesto, produrrebbe dei dati molto eterogenei, spesso non
rappresentativi e difficili da interpretare. Infatti non è un caso che
l’agricoltura digitale che più si è affermata sul mercato sia quella che ben si
adatta ad un tipo di azienda che presenta un processo lineare, omogeneo e
standard e che ha sostituito passo dopo passo il rapporto con la terra. Pensiamo
a questo proposito alla raccolta automatizzata della frutta ad opera di robot
che per poter operare necessita di un frutteto a spalliera disposto quindi su
filari uniformi.
Ma proviamo ad entrare un po’ più nello specifico. Considerando le tecnologie
dell’informazione come un sistema di tecnologie, che va ad esempio dai sensori
per il rilevamento dei parametri fisici del terreno, all’uso dei droni per i
rilievi della vegetazione o della fertilità, e che possono appoggiarsi anche ai
sistemi satellitari, l’elemento comune e centrale diventa il dato raccolto.
Attraverso la misurazione dei parametri fisici, della quantità di sostanza
organica, del potere riflettente delle foglie si raccolgono dei dati che un
determinato contesto tecno-scientifico considera utili e necessari. Pensiamo per
esempio per quanto tempo, e in certi ambienti tuttora, la fertilità del suolo
sia stata equiparata esclusivamente alla concentrazione di alcuni nutrienti
chimici. Un sensore che misura la quantità di azoto nel terreno fornisce
sicuramente un dato legato alla produttività, dato che da solo però è riduttivo
e insufficiente rispetto all’importanza di tutti gli altri fattori che non si
limitano alla componente chimica del terreno, ma includono la dimensione fisica
e biologica, dalla quale la fertilità chimica deriva. Ciò che si crea è quindi
una rappresentazione impoverita del “reale” che non tiene conto della ricchezza
che si può percepire in campagna. Se crediamo ancora che la produzione di cibo
sia un’attività umana che deve restare alla portata di tutti e tutte e che la
produzione industriale non abbia fatto altro che impoverire quello che mangiamo,
abbiamo da moltiplicare le nostre pratiche agroecologiche e non orientarci verso
pratiche mutuate dall’attività informatico-industriale. Certo, in terreni
impoveriti dall’uso di diserbanti e concimi chimici e dalle continue
monosuccessioni si può essere costretti ad affidarsi ai rilevatori di
macroelementi, ormai ultima spiaggia per rendere ancora un po’ produttivo un
terreno che si discosta molto da quella pellicola palpitante di vita che è il
suolo. Ma questo non è certo il caso di ambienti ricchi di vita coltivati da
persone che hanno a cuore tanto la terra sotto i nostri piedi quanto il rapporto
che si crea con la natura.
Queste misurazioni inoltre creano implicitamente una classificazione di terreni
dove il più fertile chimicamente risulta quello idealmente da raggiungere. Non
tutti i terreni, però, sono fertili allo stesso modo e le popolazioni locali
hanno saputo per millenni coltivare varietà locali, meno produttive ma anche
meno esigenti, che non alterassero in maniera rovinosa la produttività e la
ricchezza del suolo, questo anche in terreni naturalmente più poveri e più
soggetti all’erosione di fertilità. L’agricoltura 4.0, anche se declinata in
chiave “agroecologica”, non risolve le criticità che le sono costitutive;
risulta invece evidente che questo nuovo pacchetto tecnologico digitale
avvicinerà ulteriormente l’agricoltura a un settore industriale, uniforme e
standardizzato. Per quanto precise e veloci siano le nuove tecnologie, un cibo
sarà di qualità se affidato ai custodi dei saperi secolari e quindi alla cura
degli uomini e delle donne.
2.2 Gli inevitabili rovesci del digitale
Nel documento relativamente articolato di ECVC sul digitale applicato alla
terra, stride lo scarsissimo spazio dedicato alla filiera produttiva dei
dispositivi e alle sue conseguenze ecologiche. Fra i «rischi» ecologici, ci si
riferisce perlopiù al problema del consumo di energia, oltre alla possibilità
che la digitalizzazione spinga l’agricoltura verso pratiche ancor meno
sostenibili (un inciso: ci sembra indicativo che nel testo tornino a più riprese
termini come rischi e sfide, tipici della lingua del nemico – ossia di chi,
lungi dal voler contrastare un processo, si candida a gestirlo). La proposta di
una “digitalizzazione alternativa” nella direzione dell’agroecologia si rivela
così sostanzialmente dissociata dalla realtà materiale che inevitabilmente
sottende e fondata su contraddizioni insanabili, a partire proprio dalla
sostenibilità ambientale.
Per fare un esempio (ma lo stesso vale per tutti i dispositivi digitali), un
oggetto dato ormai per scontato come un normale smartphone contiene oltre
cinquanta materie prime, il doppio di un cellulare degli anni Novanta e cinque
volte quelle contenute in un telefono degli anni Sessanta. Ricavare e assemblare
queste materie prime richiede un’organizzazione globale di inimmaginabile
complessità: dovrebbe essere ormai risaputo che intere montagne devono essere
sbancate per estrarne materiali che hanno richiesto miliardi di anni per
formarsi all’interno della terra, e che per essere separati dagli scarti
richiedono bagni di acido e altri procedimenti che lasciano in eredità residui
radioattivi, acqua inquinata e altre sostanze tossiche. Le catene di
approvvigionamento delle materie prime sono talmente complesse che è a dir poco
illusorio immaginare di conoscere nel dettaglio le condizioni ambientali,
sociali e lavorative a monte, e le filiere di produzione sono suddivise in
centinaia di processi che coinvolgono migliaia di subappaltatori in decine di
Paesi del mondo, comportando un consumo energetico e livelli di inquinamento
folli. Nel caso dei microchip, che sono allo stesso tempo il cuore di qualsiasi
dispositivo digitale e il componente dal maggiore impatto ecologico e fra i più
complessi da produrre, si arriva al rapporto di 1 a 16.000 fra il peso del
prodotto finito e quello delle risorse mobilitate nel suo ciclo di vita. Ai
singoli dispositivi occorre aggiungere i ripetitori e la quantità smisurata di
chilometri di fibra ottica necessari a farli comunicare tra loro – e a garantire
«un’infrastruttura digitale veloce per tutti gli individui», come chiedono gli
estensori del documento. Ogni successiva generazione di dispositivi e di reti
promette di essere energeticamente più efficiente, ma in realtà fa ulteriormente
impennare il traffico di dati, e richiede la sostituzione di molti apparecchi. I
dati prodotti e trasmessi anche per le attività più banali mobilitano centinaia
di data center, infrastrutture che per garantire la sicurezza dei dati devono
essere “ridondanti” (cioè almeno doppie) e il cui numero – e con esso il loro
mostruoso consumo energetico – è in crescita esponenziale a causa
dell’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale4. I dispositivi e le
altre componenti di questa infrastruttura globale hanno una durata limitata, e
un loro parziale riciclo, ove possibile, richiederebbe comunque
un’organizzazione non meno complessa della loro produzione.
Come sostiene fra gli altri L’Atelier Paysan in Liberare la terra dalle
macchine5, l’unica reale possibilità di immaginare una via d’uscita dalla
società industriale è quella di ricreare comunità che si sentano responsabili
della conservazione della capacità di autorigenerazione di determinate
eco-regioni. Questo implica, oltre a produrre in base alle necessità reali della
comunità e non a quelle artificiali del mercato globale, anche astenersi da
quelle attività i cui rifiuti e altri effetti collaterali non possano essere
riassorbiti dalla stessa eco-regione. Appare evidente che la produzione di
dispositivi digitali è tra queste, dipendente com’è da una complessa – e a dir
poco iniqua, perpetuando gerarchie coloniali – divisione internazionale del
lavoro e dallo scellerato consumo di risorse non rinnovabili.
In alcuni passaggi del testo, la cosiddetta agricoltura di precisione, basata su
sensoristica IoT, GPS e intelligenza artificiale viene – giustamente – criticata
in quanto centrata sui dati e sugli investimenti in tecnologia, e la sua
presunta efficienza in termini di risorse viene definita – ancora, giustamente –
una «falsa promessa». Ma allora di quali dispositivi e infrastrutture si parla,
in concreto, quando ci si riferisce a un digitale che invece «può supportare
l’agroecologia»? Di un’eventuale nicchia di dispositivi digitali da filiera
certificata “equa e solidale”, più simile allo scaffale del biologico dentro un
ipermercato che alla radicale messa in discussione dell’agroindustria? O di
strumenti talmente rudimentali che davvero non si capisce quali significativi
vantaggi potrebbero offrire, in un’ottica agroecologica, rispetto a
un’agricoltura a bassa tecnologia? L’efficacia (tutta interna a un’ottica di
efficientismo industriale e soluzionismo tecnologico, che per quanto ci riguarda
comunque rifiutiamo) delle tecnologie informatiche è una funzione della quantità
di dati raccolti, della potenza di calcolo e della capacità di trasmissione,
tutti fattori all’aumentare dei quali aumentano inevitabilmente anche la
complessità produttiva dei dispositivi e il loro impatto ambientale: ci sembra
una contraddizione non aggirabile. I difensori del digitale alternativo tendono
sempre a evitare di entrare nel merito – sul piano materiale, delle risorse
necessarie, e non solo su quello del controllo dei dati – di quale sia il
livello di tecnologia capace di salvaguardare l’autonomia di individui e
comunità.
Ignorare la materialità del digitale significa anche ignorare il suo stretto
legame con la guerra: se le tecnologie informatiche sostanzialmente devono al
mondo militare la propria stessa nascita e il proprio sviluppo, oggi queste
tecnologie si trovano al centro della tendenza globale alla guerra e allo stesso
tempo nel ruolo di posta in gioco: il controllo delle materie prime, delle
filiere produttive, e dei mezzi della potenza. Per questo, tra l’altro, si
progetta di rilocalizzare sul suolo europeo l’estrazione dei minerali
strategici. Accettare la digitalizzazione dell’agricoltura come inevitabile
significa rendere dipendente la sussistenza delle comunità da sistemi che non
saranno mai autogestibili anche perché strategici militarmente (e renderla così
anche potenziale bersaglio di attacchi più o meno cyber). Sistemi che, mentre si
vaneggia di una loro possibile riappropriazione e uso alternativo, diffondendosi
allontanano la possibilità di scrollarsi di dosso le catene del mercato e delle
burocrazie, approntando capacità di controllo e ricatto sempre più pervasive: se
le tecnologie digitali non fossero state già ampiamente diffuse, quella vera e
propria ginnastica di guerra che è stata la gestione pandemica, con
l’emarginazione automatica di chi non si adeguava alle direttive, non sarebbe
stata possibile; e a dimostrazione del fatto che non si è trattato di una
parentesi, in Ucraina e in Russia sistemi analoghi al green pass sono impiegati
per scovare chi cerca di sottrarsi all’arruolamento forzato.
3. Possono gli Stati governare la digitalizzazione?
La proposta di ECVC è di affidare la digitalizzazione dell’agricoltura alla
regolamentazione statale, che sarebbe in grado di conservarne gli aspetti
“positivi” e buttarne a mare quelli più invasivi e distruttivi. Il problema, al
di là degli aspetti specifici, è che la digitalizzazione applicata
all’agricoltura non è separabile dallo sviluppo della digitalizzazione nel suo
complesso, che a sua volta non è separabile dalle altre tecnoscienze e da tutto
l’ecosistema della ricerca: dipartimenti universitari, laboratori, industrie.
Per normare una applicazione specifica – ad esempio dell’intelligenza
artificiale in agricoltura – bisognerebbe normare e limitare tutto l’insieme.
Ciò che lo Stato non ha, e non può avere, nessuna intenzione di fare. Perché lo
Stato (qualsiasi Stato) dovrebbe infatti desiderare un’intelligenza artificiale
meno invasiva, e quindi meno sviluppata e performante? Se la caratteristica
fondamentale dell’intelligenza artificiale è quella di evolversi
proporzionalmente alla quantità di dati che riesce ad assorbire, quello Stato
che limitasse la disseminazione di dispositivi di controllo o il furto di dati
(e lo sviluppo di sistemi d’arma) si infliggerebbe da solo uno svantaggio
strategico; con il risultato che ad approfittarne sarebbero altri, tra i quali
si troverebbe come un vaso di coccio tra i vasi di ferro (e silicio).
Oltre a ciò, quale Stato non tende ad accrescere il controllo sui suoi
cittadini, quando ne ha i mezzi? Che si tratti di combattere organizzazioni
criminali o gruppi rivoluzionari, sovversivi o teppisti (o magari agricoltori
che non si attengono alle norme…), o ancora di rispondere alle ansie securitarie
di cittadini o partiti politici, lo Stato troverà sempre nel controllo più
ossessivo la modalità che gli assicura i maggiori vantaggi, o che gli crea meno
problemi. Se a questo poi si aggiunge che i legislatori non tengono minimamente
il passo delle innovazioni prodotte dalle industrie e dalla ricerca, o ancora
che tutti gli Stati vivono grazie al credito che gli viene irrogato dalle
banche, a sua volta tanto più abbondante quanto più “liberamente” circolano i
capitali a livello internazionale, ci si renderà conto di come pensare di
regolare lo sviluppo o l’uso della digitalizzazione attraverso la legge sia
molto più utopistico dell’Anarchia.
Entrando più nello specifico del rapporto fra Stato e industria digitale, a
partire dall’11 settembre 2001 questo si è fatto sempre più stretto, fino a
formare quello che è stato definito complesso militare-digitale. Gli Stati Uniti
e le aziende della Silicon Valley hanno fatto da apripista, ma lo stesso vale
anche per i loro contendenti: il rapporto fra apparati militari-polizieschi e
Big Tech è sempre più di mutua dipendenza. Da una parte, i primi hanno bisogno
delle seconde per le loro capacità tecnologiche e infrastrutturali che vanno
ormai al di là della portata dei singoli Stati (raccolta ed elaborazione dati su
larga scala, sistemi di intelligenza artificiale, comunicazioni satellitari…);
dall’altra, le seconde hanno bisogno dei primi per difendere le filiere
produttive dei dispositivi digitali – a partire dalle materie prime – e
l’accesso ai mercati, e per mantenere regolamentazioni favorevoli.
L’imperialismo delle piattaforme digitali – che rendono intere popolazioni
dipendenti dai propri monopoli – e quello delle potenze militari si rafforzano a
vicenda. Non è un caso che negli ultimi anni le Big Tech siano entrate
prepotentemente, al fianco dei “vecchi” oligopoli industriali (energia,
telecomunicazioni, automobili, armamenti), nel sistema delle “porte girevoli”
fra industria e apparato statale: i vertici delle società del digitale approdano
nelle amministrazioni pubbliche (in particolare in quelle legate alla difesa)
portando con sé competenze chiave e relazioni con le start-up più promettenti;
mentre funzionari e generali fanno il percorso inverso rafforzando la capacità
delle piattaforme di relazionarsi con il settore pubblico, partecipare ai
progetti di ricerca e ottenere commesse. Fra i molti, si può fare l’esempio di
Eric Schmidt, già amministratore delegato di Alphabet (la “casa madre” di
Google) e poi a capo di diversi organismi del Dipartimento della Difesa
statunitense nei quali ha ricoperto un ruolo di consigliere sulla politica
tecnologica in ambito militare, nonché “ideologo” dell’alleanza fra Stato e Big
Tech6. Attriti e contraddizioni fra gli interessi immediati di questi due
attori, pur spesso presenti, vengono puntualmente superati in nome del superiore
interesse comune – quello della supremazia commerciale e militare e del
controllo degli individui –, dimostrando che ostinarsi a vedere nonostante tutto
nelle istituzioni un possibile arbitro imparziale fra gli interessi delle
popolazioni e quelli dell’industria non è che un’illusione rinnovabile.
Conclusioni
Tutto considerato, a cosa si riducono i benefici che una digitalizzazione
alternativa dovrebbe portare a un’agricoltura non industriale? Lo stesso ECVC
non approfondisce né dimostra concretamente in che modo i presunti vantaggi si
possano realizzare. Si accenna a una facilitazione dello scambio di conoscenze e
pratiche attraverso «applicazioni e reti» – ma questo scambio non è sempre
avvenuto anche senza dispositivi digitali? Si spiega che «la digitalizzazione ha
il potenziale di semplificare i processi amministrativi e ridurre gli oneri per
i piccoli agricoltori» – ma non è esperienza diffusa proprio il contrario?
Infine, si cita «la vendita tramite piattaforme di mercato digitale». Ma se uno
degli elementi costitutivi dell’agroecologia è ridurre sprechi ed impatti
negativi, allora si guarda a modalità di vendita a chilometro zero, non a
mercati digitali!
Perché allora dovremmo consegnarci a nuove dipendenze quando stiamo già pagando
il prezzo di quelle vecchie? L’agricoltura moderna è cresciuta sotto il segno
del petrolio: fertilizzanti, pesticidi, macchinari, trasporti. Una dipendenza
profonda, sistemica, che ha reso la produzione di cibo vulnerabile, fragile. Già
oggi la nostra società è estremamente dipendente da risorse e tecnologie che
possiedono tutte le caratteristiche per trasformarsi in nuove forme di
sottomissione e monopolio. La digitalizzazione in ambito agricolo viene
raccontata come inevitabile e neutra, ma in realtà introduce nuove forme di
subordinazione. Software, sensori, piattaforme, cloud, aggiornamenti continui:
strumenti che non appartengono a chi coltiva, che richiedono capitale,
infrastrutture, competenze specifiche e che funzionano secondo logiche impostate
da chi le produce. L’agricoltore non solo dipende dall’energia e dai mercati
globali, ma anche da sistemi tecnologici di non sempre facile comprensione
gestiti da grandi (o piccole) aziende che controllano dati, decisioni e processi
produttivi. Questa nuova dipendenza non sostituisce le precedenti, le
stratifica. L’agricoltura, invece di liberarsi, viene ulteriormente incastrata
in un sistema complesso e vulnerabile, in cui un blackout, un guasto o un cambio
di licenza possono compromettere intere stagioni di lavoro. Criticare questa
tendenza significa rifiutare l’idea che ogni problema debba essere risolto con
più tecnologia. Significa riconoscere che la resilienza agricola non nasce
dall’iper-connessione, ma dalla semplicità, dalla conoscenza diretta dei luoghi,
dalla capacità di adattarsi senza dipendere da sistemi esterni. Ogni nuova
dipendenza riduce lo spazio di scelta e aumenta il controllo esercitato
dall’alto. Difendere un’agricoltura orientata all’autonomia vuol dire scegliere
consapevolmente di non aggiungere nuove catene a quelle esistenti. Vuol dire
criticare una digitalizzazione che non serve a nutrire meglio le persone, ma a
rafforzare un modello economico che trasforma anche il cibo in un nodo di
controllo. In gioco non c’è solo il modo in cui coltiviamo, ma il grado di
libertà con cui potremo continuare a farlo. Per secoli l’agricoltura è stata
molto più di un lavoro, era una forma di vita, e il legame profondo con la terra
una fonte di gioia. Un dialogo quotidiano con le stagioni, con le ore di luce
all’interno di una giornata, con il suolo toccato, annusato, ascoltato. In quel
gesto ripetuto di cura e fatica donne e uomini trovavano equilibrio,
appartenenza e una libertà essenziale, lontana dal ricatto della produttività e
dell’accumulazione. La spinta alla digitalizzazione agricola accelera
incredibilmente la rottura di questo rapporto, iniziata già da tempo. Trasforma
la terra in un’interfaccia, la vita in un flusso di dati, l’esperienza in un
elemento da ottimizzare. Ci viene detto che serve, che è progresso, che senza
sensori e algoritmi non si può coltivare, o che comunque quella sarà la
direzione inevitabile; anche in nome della cosiddetta sostenibilità. È falso.
L’agricoltura di sussistenza ha sostenuto l’umanità per millenni senza
piattaforme, senza cloud, senza intelligenze artificiali, e ancora lo fa in
diverse aree del Pianeta. Ad oggi il concetto di sussistenza non deve essere
inteso come un ritorno nostalgico al passato, ma come una profonda scelta di
campo. Vivere di sussistenza, nel contesto contemporaneo, significa ridefinire i
bisogni, ridimensionare la dipendenza dai sistemi economici dominanti e
ricostruire un rapporto diretto con ciò che rende possibile la vita7. Non si
tratta di autosufficienza totale, ma di una tensione verso l’autonomia, verso
una vita meno mediata e meno ricattabile. Ciò che oggi viene chiamato
innovazione è per lo più solo un nuovo modo di sottrarre conoscenza, autonomia e
responsabilità a chi vive la terra ogni giorno. Come ha scritto Silvia Federici,
l’accumulazione di innovazioni tecnologiche disaccumula le capacità e i saperi
individuali e comunitari8.
La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato
può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce
dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un
territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento
in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con
essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una
variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci
sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine,
software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo. I benefici non ricadono
sulle comunità, ma sulla macchina capitalista che vive di controllo,
standardizzazione e estrazione di valore. La digitalizzazione non serve al
vivente; serve al mercato. Rivendicare una vita orientata alla sussistenza
significa rifiutare questa colonizzazione tecnologica. Significa scegliere una
relazione diretta con la terra, basata sulla realtà, sulla cura e
sull’autonomia. Significa sottrarsi alla logica dell’efficienza forzata e
riaffermare che coltivare non è produrre dati, ma vivere. In questa scelta non
c’è arretratezza, ma resistenza.
Rovereto, maggio 2026
Collettivo Terra e Libertà
1 Le raccomandazioni di ECVC sono state tradotte in italiano e pubblicate sul
numero sei di Rivista Contadina (settembre 2025). Il testo di posizionamento
completo è consultabile in inglese sul sito di ECVC www.eurovia.org.
2 Per risolvere il problema della scatola nera è nato negli ultimi anni il
filone di ricerca della “explainable AI”, o “IA spiegabile”, che sperimenta
approcci per rendere più trasparente il funzionamento delle reti di deep
learning. Nonostante i tentativi in questo senso, al momento il problema della
scatola nera è però sostanzialmente irrisolto.
3 Citato in Nicolas Alep e Julia Lainae. Contro il digitale alternativo. Perché
non può essere né ecologico, né democratico, Edizioni Malamente, Urbino, 2023.
4 La crescita del consumo di energia per alimentare l’IA è talmente esponenziale
che Microsoft, Google e Amazon si stanno orientando verso il nucleare per
sostenere i propri impianti; Microsoft ha siglato un accordo per riaprire la
centrale di Three Mile Island (quella chiusa a seguito dell’incidente di fusione
del nocciolo, il 28 marzo 1979), mentre Amazon e Google puntano allo sviluppo di
reattori modulari.
5 Atelier Paysan, Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia
contadina e alimentare, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2023.
6 Il tema dell’interdipendenza fra potenze militari e piattaforme digitali è
trattato più approfonditamente in Dario Guarascio, Imperialismo digitale.
Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026.
7 Veronika Bennholdt-Thomsen e Maria Mies, The subsistence perspective, Zed
Books, Londra, 1999. Segnaliamo in italiano, La sussistenza – una prospettiva
ecofemminista. Brani scelti, a cura del collettivo terra e libertà, Rovereto.
8 Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons,
ombre corte, Verona, 2018. Per l’attinenza con i temi qui trattati, segnaliamo
in particolare l’ultimo capitolo, “Reincantare il mondo. La tecnologia, il corpo
e i commons”
Riceviamo e diffondiamo questa lettera-opuscolo dal nostro Stecco. Domande che
illuminano esperienze ed esperienze che pongono domande. Semplici, necessarie,
inaggirabili.
Mettere del peso
Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il terzo numero di “Lahar”. Per info e richiesta copie contattare:
louisemichel@autistici.org
Qui la copertina: copertina Lahar 3
“Questo numero di Lahar nasce a seguito di un incontro di discussione con quelle
realtà e individualità, in particolare a sud, con cui si era già avuto un primo
confronto sui temi della rivista e condiviso un interesse a continuarlo. È
quindi al tempo stesso un punto di approdo e un punto di partenza.
Uno dei propositi con cui era nata questa rivista era proprio quello di
condividere ragionamenti e limiti, arricchirci reciprocamente anche a partire da
esperienze diverse, per ritrovarci dove possibile individualità complici
nell’affrontare questo maleodorante presente. Muoverci dalla nostra prospettiva
– in particolare dal sud di questa penisola – per guardarne altre.
Confrontarsi sui punti di continuità e di rottura tra le lotte e le forme di
oppressione esistenti nei territori del sud non voleva essere in alcun modo la
proposta di una via maestra alla liberazione dai rapporti di potere, ma solo uno
dei mille multiformi metodi per demistificare certe forme di propaganda;
individuare alcuni nodi critici dell’oppressione; confrontarsi sulla realtà di
ieri, oggi e domani, per capirci qualcosa in più e sapere cosa dire e a chi
dirlo; cogliere i fiori della rivolta e piantare altri germogli; affinare
strumenti di lotta.
Questo numero nasce infatti dal desiderio di ragionare insieme su esperienze di
mobilitazione e repressione, così come su obiettivi e metodi (cioè le strade che
li collegano e che intendiamo percorrere per perseguirli), in modo da provare a
combattere una certa sensazione di spaesamento nel buio. Trovare delle
complicità, dilatare l’immaginazione, condividere pezzi di percorsi di
liberazione, creare delle occasioni organizzative: per tutte queste cose, a
parer nostro, il confronto in carne e ossa resta insostituibile. Del resto, ciò
che rimane nero su bianco nelle pagine di questa rivista non è che il frutto mai
maturo di tutti i confronti costanti, collettivi, individuali, mancati,
complessi, utopici che l’hanno accompagnata finora, e un seme per altri che
verranno. Queste pagine non avrebbero senso di esistere se non fossero state
messe insieme per diventare un’occasione di conoscenza, discussione e
intervento, sia tra individualità che vivono uno stesso territorio, che tra
territori diversi (ma con delle caratteristiche simili), e ciò per due motivi.
In primo luogo, affinché lo scambio di informazioni e di visioni del mondo non
sia mera restituzione di notizie fine a sé stessa, ma per individuare dei campi
d’azione. Era nostra intenzione darci uno strumento più in un momento storico in
cui, se stiriamo l’idea che abbiamo della guerra e la estendiamo anche ai
territori quasi pacificati che viviamo, una guerra quotidiana contro poveri e
dissidenti la troviamo anche nel bombardamento di informazioni che distrugge
ogni possibilità di distinguere ciò che conta: il nostro sguardo diventa cieco –
senza prospettiva; la nostra coscienza muta – non sappiamo cosa dire e a chi
dirlo, cosa fare e con chi farlo. In questo caos imposto dall’alto, la
controinformazione può essere uno strumento di lotta, perché è un’informazione
non solo diversa da quella dei poteri dominanti, ma che vuole contribuire a
distruggerli. Riconosciamo infatti che nella costruzione di un sistema di
dominio come quello in cui viviamo sapere è potere: non solo come sostantivo, ma
anche come verbo.
Il secondo motivo, soprattutto per quanto riguarda l’efficacia dello scambio tra
persone che vivono territori diversi, è che ciò permette di condividere
esperienze e conoscenze che solo chi li attraversa possiede. Per questo, curvare
le analisi degli scenari bellici e repressivi globali o italiani per guardare
alla loro concretizzazione in specifici progetti di potere locali è così
importante. Nessuno, nemmeno il potere, può conoscere i territori che viviamo
meglio di noi. Per questa ragione abbiamo pensato che per ampliare il nostro
sguardo d’insieme potesse essere utile ritrovarci per uno scambio su quanto sta
succedendo in vari territori del sud, e provare a condividerlo nero su bianco in
questo numero. Affinché nuove affinità e nuove forme di lotta possano
germogliare.
Analizzare il ruolo chiave dei territori del sud Italia (e del mondo) nello
stringere la morsa della guerra e nel preparare un futuro energivoro,
tecnocratico, nuclearizzato e mlitarizzato è per noi una delle angolature da cui
provare a seminare conflitto contro questa prospettiva agghiacciante. La
devastazione di intere regioni per la costruzione di grandi opere utili solo al
capitale militare-industriale; la colonizzazione delle isole e di alcuni punti
strategici da parte delle basi militari; la costruzione di poli tecnologici e di
ricerca a servizio della guerra; l’estrattivismo di acqua ed energia nelle
province spopolate; lo sfruttamento del lavoro di chi resta; la costellazione di
reclusori, carceri e cpr; l’incarcerazione di massa in galere e 41 bis; il
reclutamento dei giovani al servizio delle forze di polizia e militari, insieme
all’aumento dell’odio e della violenza tra sfruttati; la turistificazione al
servizio di un piano di espulsione della gente povera: il quadro è più o meno
chiaro, ora sta a noi andare fino in fondo e capire come intervenire.
Contro la repressione politica e poliziesca che vorrebbe prevenire il conflitto
sociale e punire ogni scintilla di ribellione è quantomai importante contrastare
la propaganda con gli strumenti di controinformazione di cui disponiamo, ma
perché? Per nutrire un attacco al potere, ma in che forma? Un duello privato tra
pochi vendicatori solitari e lo stato? Forse. Una mera indignazione umanitaria
della società civile contro lo stato? Anche no. È possibile trovare complici in
un sistema ormai intollerabile per la stragrande maggioranza delle persone?
Chissà.
Una cosa è certa. Partire dal proprio radicamento nei luoghi che viviamo serve a
rafforzarci e a rafforzare connessioni con altre esperienze molto vicine o anche
molto lontane: contro ogni confine imposto e contro ogni gabbia teorica,
geografica o politica. Coscienti che l’internazionalismo antiautoritario è una
delle armi più forti che abbiamo contro gli stati e le loro guerre.”
Riceviamo e ben volentieri diffondiamo:
fcg9
Le curatrici del programma Harraga, che va in onda su Radio Blackout, hanno
intervistato in due puntate del mese di aprile la compagna italo-palestinese
Mjriam Abu Samra, ricercatrice e fondatrice del Palestinian Youth Movement.
Dal concetto di “orientalismo” alla depoliticizzazione umanitaria della causa
palestinese, dagli accordi di Oslo al ruolo delle ONG, dal palestinese-vittima
al palestinese-terrorista, dalla violenza coloniale in Palestina
all’israelizzazione delle società occidentali, questi approfondimenti sono
solidi come i sassi, e come tali andrebbero scagliati contro l’ordine coloniale
del mondo.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma
vittima/terrorista – parte1
Parte 2: decostruire il paradigma vittima/terrorista