Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il terzo numero di “Lahar”. Per info e richiesta copie contattare:
louisemichel@autistici.org
Qui la copertina: copertina Lahar 3
“Questo numero di Lahar nasce a seguito di un incontro di discussione con quelle
realtà e individualità, in particolare a sud, con cui si era già avuto un primo
confronto sui temi della rivista e condiviso un interesse a continuarlo. È
quindi al tempo stesso un punto di approdo e un punto di partenza.
Uno dei propositi con cui era nata questa rivista era proprio quello di
condividere ragionamenti e limiti, arricchirci reciprocamente anche a partire da
esperienze diverse, per ritrovarci dove possibile individualità complici
nell’affrontare questo maleodorante presente. Muoverci dalla nostra prospettiva
– in particolare dal sud di questa penisola – per guardarne altre.
Confrontarsi sui punti di continuità e di rottura tra le lotte e le forme di
oppressione esistenti nei territori del sud non voleva essere in alcun modo la
proposta di una via maestra alla liberazione dai rapporti di potere, ma solo uno
dei mille multiformi metodi per demistificare certe forme di propaganda;
individuare alcuni nodi critici dell’oppressione; confrontarsi sulla realtà di
ieri, oggi e domani, per capirci qualcosa in più e sapere cosa dire e a chi
dirlo; cogliere i fiori della rivolta e piantare altri germogli; affinare
strumenti di lotta.
Questo numero nasce infatti dal desiderio di ragionare insieme su esperienze di
mobilitazione e repressione, così come su obiettivi e metodi (cioè le strade che
li collegano e che intendiamo percorrere per perseguirli), in modo da provare a
combattere una certa sensazione di spaesamento nel buio. Trovare delle
complicità, dilatare l’immaginazione, condividere pezzi di percorsi di
liberazione, creare delle occasioni organizzative: per tutte queste cose, a
parer nostro, il confronto in carne e ossa resta insostituibile. Del resto, ciò
che rimane nero su bianco nelle pagine di questa rivista non è che il frutto mai
maturo di tutti i confronti costanti, collettivi, individuali, mancati,
complessi, utopici che l’hanno accompagnata finora, e un seme per altri che
verranno. Queste pagine non avrebbero senso di esistere se non fossero state
messe insieme per diventare un’occasione di conoscenza, discussione e
intervento, sia tra individualità che vivono uno stesso territorio, che tra
territori diversi (ma con delle caratteristiche simili), e ciò per due motivi.
In primo luogo, affinché lo scambio di informazioni e di visioni del mondo non
sia mera restituzione di notizie fine a sé stessa, ma per individuare dei campi
d’azione. Era nostra intenzione darci uno strumento più in un momento storico in
cui, se stiriamo l’idea che abbiamo della guerra e la estendiamo anche ai
territori quasi pacificati che viviamo, una guerra quotidiana contro poveri e
dissidenti la troviamo anche nel bombardamento di informazioni che distrugge
ogni possibilità di distinguere ciò che conta: il nostro sguardo diventa cieco –
senza prospettiva; la nostra coscienza muta – non sappiamo cosa dire e a chi
dirlo, cosa fare e con chi farlo. In questo caos imposto dall’alto, la
controinformazione può essere uno strumento di lotta, perché è un’informazione
non solo diversa da quella dei poteri dominanti, ma che vuole contribuire a
distruggerli. Riconosciamo infatti che nella costruzione di un sistema di
dominio come quello in cui viviamo sapere è potere: non solo come sostantivo, ma
anche come verbo.
Il secondo motivo, soprattutto per quanto riguarda l’efficacia dello scambio tra
persone che vivono territori diversi, è che ciò permette di condividere
esperienze e conoscenze che solo chi li attraversa possiede. Per questo, curvare
le analisi degli scenari bellici e repressivi globali o italiani per guardare
alla loro concretizzazione in specifici progetti di potere locali è così
importante. Nessuno, nemmeno il potere, può conoscere i territori che viviamo
meglio di noi. Per questa ragione abbiamo pensato che per ampliare il nostro
sguardo d’insieme potesse essere utile ritrovarci per uno scambio su quanto sta
succedendo in vari territori del sud, e provare a condividerlo nero su bianco in
questo numero. Affinché nuove affinità e nuove forme di lotta possano
germogliare.
Analizzare il ruolo chiave dei territori del sud Italia (e del mondo) nello
stringere la morsa della guerra e nel preparare un futuro energivoro,
tecnocratico, nuclearizzato e mlitarizzato è per noi una delle angolature da cui
provare a seminare conflitto contro questa prospettiva agghiacciante. La
devastazione di intere regioni per la costruzione di grandi opere utili solo al
capitale militare-industriale; la colonizzazione delle isole e di alcuni punti
strategici da parte delle basi militari; la costruzione di poli tecnologici e di
ricerca a servizio della guerra; l’estrattivismo di acqua ed energia nelle
province spopolate; lo sfruttamento del lavoro di chi resta; la costellazione di
reclusori, carceri e cpr; l’incarcerazione di massa in galere e 41 bis; il
reclutamento dei giovani al servizio delle forze di polizia e militari, insieme
all’aumento dell’odio e della violenza tra sfruttati; la turistificazione al
servizio di un piano di espulsione della gente povera: il quadro è più o meno
chiaro, ora sta a noi andare fino in fondo e capire come intervenire.
Contro la repressione politica e poliziesca che vorrebbe prevenire il conflitto
sociale e punire ogni scintilla di ribellione è quantomai importante contrastare
la propaganda con gli strumenti di controinformazione di cui disponiamo, ma
perché? Per nutrire un attacco al potere, ma in che forma? Un duello privato tra
pochi vendicatori solitari e lo stato? Forse. Una mera indignazione umanitaria
della società civile contro lo stato? Anche no. È possibile trovare complici in
un sistema ormai intollerabile per la stragrande maggioranza delle persone?
Chissà.
Una cosa è certa. Partire dal proprio radicamento nei luoghi che viviamo serve a
rafforzarci e a rafforzare connessioni con altre esperienze molto vicine o anche
molto lontane: contro ogni confine imposto e contro ogni gabbia teorica,
geografica o politica. Coscienti che l’internazionalismo antiautoritario è una
delle armi più forti che abbiamo contro gli stati e le loro guerre.”
Tag - Materiali
Riceviamo e ben volentieri diffondiamo:
fcg9
Le curatrici del programma Harraga, che va in onda su Radio Blackout, hanno
intervistato in due puntate del mese di aprile la compagna italo-palestinese
Mjriam Abu Samra, ricercatrice e fondatrice del Palestinian Youth Movement.
Dal concetto di “orientalismo” alla depoliticizzazione umanitaria della causa
palestinese, dagli accordi di Oslo al ruolo delle ONG, dal palestinese-vittima
al palestinese-terrorista, dalla violenza coloniale in Palestina
all’israelizzazione delle società occidentali, questi approfondimenti sono
solidi come i sassi, e come tali andrebbero scagliati contro l’ordine coloniale
del mondo.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma
vittima/terrorista – parte1
Parte 2: decostruire il paradigma vittima/terrorista
Riceviamo e diffondiamo:
Diamo notizia agli interessati dell’uscita di un libro per le edizioni Colibrì
sui fatti del luglio del ’60. In allegato copertina e di seguito sinossi e
indice.
LI CHIAMAVANO TEDDY BOYS.
Il 30 giugno 1960 fra antifascismo e lotta di classe
a cura della Libreria occupata Adespotos
2026, Colibrì edizioni, 288 pagine, 15 euro –
per ordinare il libro: irregolari@inventati.org
Il presente volume nasce e ruota attorno a un dialogo con Emilio Quadrelli,
avvenuto ormai quattro anni fa, qui trascritto e pubblicato per la prima volta.
Un tentativo di mettere in luce aspetti importanti e originali, sebbene
contraddittori, dell’ambiente politico genovese che Emilio prova a leggere
attraverso la lente d’ingrandimento dell’antifascismo e del rapporto che il
movimento ha con esso. Una lettura che lascia intuire come i moti del luglio
1960, che iniziano a Genova il 30 giugno, non siano ascrivibili solo
all’antifascismo ma contengano alcuni degli elementi – la composizione sociale
emergente, i giovani con le magliette a strisce, i teddy boys, la rottura con la
sinistra ufficiale – che caratterizzeranno gli anni a venire. La prefazione di
Sandro Moiso, i testi di Cesare Bermani, di Danilo Montaldi e del Movimento 30
Giugno, oltre che una scelta di articoli della stampa del tempo, contribuiscono
alla ricostruzione storica delle giornate del giugno-luglio 1960 e del fermento
dell’epoca. Questo volume è dedicato a Emilio e alla sua capacità di avere uno
sguardo mai scontato, teso sempre a intravvedere nel presente le possibilità di
rovesciamento dell’esistente.
It’s Only Rock’n’Roll ovvero dell’insorgenza di classe (come sempre inaspettata)
di Sandro Moiso
Introduzione
L’antifascismo del luglio sessanta di Cesare Bermani
Genova operaia, ribelle, antifascista e… conservatrice? Un dialogo con Emilio
Quadrelli
L’altra Autonomia operaia – scheda
Il 30 Giugno a Genova
Il significato dei fatti di luglio di Danilo Montaldi
Periodici e riviste sul movimento del luglio ’60
Rinnovamento Sindacale, Umanità Nova, Seme anarchico, Volontà, Azione Comunista,
L’Agitazione del Sud, Tempo Presente, Democrazia Diretta_
Appendice documentaria ufficiale
Canzoniere
Riceviamo e diffondiamo
Anche in https://campiselvaggi.noblogs.org/post/2026/06/10/disfare-5-blackout/
È uscito il quinto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”,
della primavera-estate 2026.
Per richiedere copie / To request copies / pour demander des
exemplaires: disfare@autistici.org
* 72 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su)
* 72 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
* 72 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de
3 exemplaires)
Dall’editoriale.
Cavalli imbizzarriti.
Durante le prove della parata del 2 giugno ai Fori Imperiali, decine di cavalli
destinati a sfilare nei reparti a cavallo delle forze armate e dell’ordine
sfuggono al controllo. Quegli animali assolvono una funzione precisa all’interno
del rituale statale: convertire la forza in immagine, rendere visibile la
capacità di un comando di coordinare una pluralità di corpi e movimenti. Non è
un caso che, accanto a forme cerimoniali ereditate da un passato remoto, trovino
oggi posto droni, sistemi antiaerei, cani-robot. L’accostamento mette in scena
la capacità di integrare esseri umani, non-umani e macchine entro una catena
operativa ordinata, governabile. Ma questa rappresentazione si incrina, i
cavalli spaventati si sottraggono alla coreografia, l’addomesticamento militare
si scopre inerme. Uno stampede, una fuga collettiva improvvisa e disordinata,
che può terminare nel violento abbattimento, ma che con la sua stessa esistenza
incrina per un istante il mito dell’ineluttabilità. In un’epoca che sogna
l’amministrazione algoritmica del mondo, l’automazione della guerra e la
governabilità integrale delle società, questo episodio destinato a dissolversi
nel flusso delle notizie ricorda una verità fondamentale: la forza del comando
può addestrare, disciplinare e costringere. Ma il vivente non coincide mai
completamente con le forme che cercano di organizzarlo.
Qui l’editoriale completo: disfare_5_editoriale
Ci vengono segnalati questi due utili e pregevoli opuscoli (in italiano, inglese
e altre lingue), che rilanciamo:
“Chi ha scritto questo?”
https://revs.noblogs.org/?p=195
Also available in English, French, German and Greek at:
https://notrace.how/resources/it/#chi-scritto
—–
“Stabilire una Base di Sicurezza per Anarchicx e Radicali”
https://revs.noblogs.org/?p=199
Also available in English at:
https://notrace.how/resources/it/#stabilire-base
A seguito del suo intervento all’iniziativa a Trento in occasione della Giornata
della memoria dei crimini del colonialismo e dell’imperialismo, abbiamo chiesto
a Pietro Basso di inviarci i materiali utilizzati e distribuiti in
quell’occasione, o materiali comunque utili a costruire e alimentare questa
memoria necessaria. Eccoli qua.
Qui una piccola bibliografia al riguardo:
Oltre al Discours sur le colonialisme di A. Césaire (tradotto in italiano da
Lilith), ci sono E. Galeano e D. Stannard sulla colonizzazione delle Americhe
(ma è fortemente da raccomandare anche I giacobini neri di C.L.R. James sulla
grandiosa sollevazione di Haiti, “la prima rivolta contro l’uomo bianco”, o –
per chi ama leggere – La leggenda nera di Bartolomeo de las Casas, un libro che
racconta con onestà come stavano realmente le cose laggiù all’arrivo dei
conquistadores); sulla colonizzazione dell’Africa, il libro di Rodney (che però
temo non sia tradotto in italiano), Africa di Hosea Jaffe e Storia dell’Africa
nera, un continente tra la preistoria e il futuro di J. Ki Zerbo; sulla
colonizzazione dell’Asia, oltre i testi di A. Gunder Frank e Mike
Davis (Olocausti tardo-vittoriani è un capolavoro!!), Jean Chesnaux, L’Asia
nell’età dell’imperialismo; sulla colonizzazione del Medio Oriente, Filippo
Gaja, Le frontiere maledette.
Qui i materiali: materiali sul colonialismo
Riceviamo e diffondiamo:
È uscito Mangiare è un atto di guerra, a cura di alcuni amici di Ludd. Per
ricevere copie e organizzare presentazioni, scrivere a amicidiludd@proton.me
Prezzo 8 euro, per distributori 5 euro
Qui la copertina: Mangiare è un atto di guerra_copertina3
Di seguito la quarta di copertina:
Stiamo assistendo ad una violenza indicibile nelle relazioni politiche mondiali,
relazioni che oggi sono più che mai di predazione coloniale. Per migliorare
l’efficienza e la velocità di questa predazione ci si sta dotando di tecnologie
dall’impatto sconvolgente. Violenza e tecnologia sono le caratteristiche
principali del sistema Israele. Esso sta sconfinando e raggiunge qualsiasi
campo, compreso quello alimentare e la produzione del cibo. Violenza e
tecnologia sono infatti le componenti della moderna agricoltura e della gestione
alimentare. Dalla pratica più nobile, quella di produrre cibo, si è arrivati a
produrre arricchimento per alcuni e asservimento per altri. Sono, quindi, una
positiva bomba atomica, come le relazioni italiane con Israele, come afferma
esultando l’ambasciatore israeliano. Di fronte a tutto ciò, è necessario
ripartire dalla terra, colei che ci ha insegnato a fare e a disfare.
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXIV)
Luci da dietro la scena (XXXIV) – Sotto ogni mio passo ci sono grovigli di sue
radici
Addio, gelsomino di Palestina
Rifqa El-Kurd, mia nonna, è mancata martedì 16 giugno 2020. Aveva centotré anni.
Ogni giorno, quando tornavo da scuola, mi accoglieva sulla porta con un mazzo di
gelsomini avvolti in un Kleenex. Sono cresciuto nella sua saggezza e la mia
poesia ne è il riflesso. Lei è l’asse delle mie azioni, l’orchestratrice della
mia cadenza. Recita camei nella mia poesia e prassi.
Nonna è scampata a guerre e tanto altro. Aveva più anni della colonizzazione
sionista. Per questo motivo i gerosolimitani l’hanno acclamata come “icona della
resilienza palestinese”. Nel 1948, durante la Nakba, ha lasciato la sua casa ad
Haifa dopo averla pulita per bene, ignara di averla semplicemente sistemata per
i colonizzatori. Profuga, espulsa insieme ai figli da una città all’altra, è
infine riuscita a stabilirsi a Gerusalemme, per poi affrontare la Naksa
[“arretramento” in arabo, indica l’occupazione sionista di Gaza, della
Cisgiordania e di Gerusalemme est, avvenuta nel 1967], il latrocinio della
stessa Gerusalemme e, negli ultimi anni di vita, la presa imminente della
Cisgiordania. È morta tra il caos per “l’accordo del secolo” e i piani sionisti
per rendere perenne il soggiogamento palestinese, definendolo uno stato. Il suo
attivismo l’ha portata in aule di tribunale, proteste, ospedali. Incessante, ha
lavorato finché la sopravvivenza non è diventata una storia divertente da
raccontare a quel che resta della famiglia.
Nel 2009, dei coloni sionisti – con tanto di zaini come se stessero andando in
campeggio per il fine settimana – sono entrati nelle nostre case nella
Gerusalemme occupata, scortati dalle forze di occupazione israeliane.
Sostenevano che casa nostra fosse loro. Dopo una tumultuosa battaglia di fronte
a due comitati coloniali in tribunali israeliani, metà della casa ci è stata
confiscata. Questo rilevamento faceva parte di una più ampia strategia che mira
alla pulizia etnica del quartiere di Sheikh Jarrah nella sua interezza. Noi
eravamo tra le centottanta famiglie palestinesi colpite da decreti di esproprio
emanati dai tribunali israeliani, i quali stabilivano che le nostre abitazioni
poggiassero su suolo ebraico. Guardavamo i Ghawi – la famiglia di fronte a noi
dall’altro lato della strada, buttata fuori di casa – allestire un accampamento
improvvisato sulla terra dove i colonizzatori sionisti si erano insediati.
Da bambino, ho assistito mentre mia nonna, all’epoca sull’ottantina, combatteva
per la libertà – un’ambulanza umana che curava con yogurt e cipolle i
manifestanti intossicati dal gas lacrimogeno. Nel 2009, in cortile l’ho vista
opporsi col proprio corpo a polizia e coloni armati fino ai denti, dall’accento
americano, che rivendicavano la nostra terra per volere divino. Come se Dio
fosse un agente immobiliare.
Essendosi i colonizzatori insediati nell’altra metà della casa – con una
semplice parete in cartongesso a separarci – nel 2009 tale confisca ha fatto
molto scalpore. La casa è diventata un crocevia internazionale verso cui
attivisti solidali e democratici curiosi venivano in pellegrinaggio. Ma nonna si
rifiutava di essere un caso umanitario da contemplare. Non era una sprovveduta.
Aveva sempre argomenti di discussione e fatti storici alla mano. “Lei è
americano?” chiedeva ad alcuni visitatori, prima di informarli che gran parte
della colpa del nostro essere senza tetto e senza stato va agli Stati Uniti.
Diceva lo stesso a chi arrivava dall’Inghilterra: “Non vogliamo la vostra
compassione, noi vogliamo azione”, diceva. Le sue battute intonse.
Prima della morte, ha sofferto di demenza per un anno. Tuttavia, sebbene ogni
tanto si scordasse il mio nome, le sue convinzioni politiche reggevano. Le
atrocità a cui aveva assistito le ammantavano a tal punto il subconscio che, in
pieno decadimento cognitivo, gli aneddoti sulla Nakba erano ancora
dettagliatissimi, i commenti scagliati contro la tivù coerenti e complessi.
Anche il suo umorismo reggeva ancora. Nel suo ultimo luglio, eravamo in visita
da mia zia a Nablus e nonna non sapeva dove fossimo, perciò ha chiesto come
saremmo ritornati a Gerusalemme. “In bici”, le ho risposto scherzando. “La bici
te la prendi tu, io vengo a cavallo”, mi ha rimbeccato. Il suo instancabile
sorrisetto.
Per la verità, io non sono pronto a encomiarla. Perfino scrivendo queste righe,
mi ritrovo a far fatica con i tempi verbali. Certe persone non possono esistere
al passato. Per cent’anni, come una funambola, ha camminato su una corda a metà
fra orgoglio e amor proprio. Nonna mi ha insegnato tutto ciò che so sulla
dignità. Mi ha insegnato a sparare le mie frasi come razzi, a essere resiliente.
Lei ha sempre perseverato, persino di fronte a sfollamenti, pene pecuniarie,
decine di processi e minacce di incarcerazione. “Lascerò Sheikh Jarrah solo
quando mi faranno tornare a casa mia ad Haifa, da cui sono dovuta fuggire nel
1948”, è famosa per aver detto, pretendendo il suo diritto a ritornare.
Non so quando riuscirò a metabolizzarne la morte. Il giorno in cui è mancata,
dai social media sono giunte le più sentite condoglianze. Blog e portali di
informazione piangevano la scomparsa del “gelsomino di Palestina”; proprio come
una pianta, mia nonna è morta in piedi. Pubblico Rifqa, questa mia prima
raccolta di poesie, per onorarla e immortalarla. So che la Palestina non lascerà
morire la propria icona di resilienza. Certe persone non muoiono mai. Già mi
immagino il suo volto, solcato dalle rughe, inciso sulle pietre nella Città
Vecchia. So che sotto ogni mio passo ci sono grovigli di sue radici.
Qualche anno fa, stavamo guardando insieme la tivù e c’erano degli uomini che
predicavano la pazienza: “Siate pazienti! Poiché dopo la pazienza giunge il
conforto!”. Nonna ha replicato: “Dopo la pazienza giunge la tomba!”.
Ha preteso giustizia per tutta la vita e, proprio come James Baldwin non è
riuscito a vivere sessant’anni in più per poter vedere il “progresso” che gli
promettevano di continuo, allo stesso modo tale “progresso” si è preso molto più
del tempo di mia nonna. Stiamo ancora aspettando i frutti della nostra pazienza
decennale.
Mi spezza il cuore sapere che è morta senza rivedere la Palestina libera, ma le
prometto che i nipoti non hanno dimenticato. Questa lotta è una rivoluzione per
la vittoria. Rifqa ha incarnato tutto questo, fino all’ultimo respiro.
(da Mohammed El-Kurd, Rifqa, Fandango, Roma, 2022)
Riceviamo e diffondiamo:
Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi
e scatenati, nata come continuazione del progetto
“Haiku senza haiku” del 2023. La nuova raccolta prendera’ il nome di “Raices y
radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel
carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in
qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato
messicano”.
Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed
espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere
ogni giorno” in diverse latitudini.
Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo
nuovo progetto.
Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che
resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così
come ad ogni modalità di espressione libera.
Questa e’una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare
infiniti mondi nuovi!
Qui l’indirizzo email: raicesyradicalidad@canaglie.net