Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo l’ultimo numero del “Bollettino dei
ferrovieri contro la guerra”.
I piani europei per la mobilità militare, a cui si sta lavorando alacremente
anche in Italia, confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che i finanziamenti
bellici non sono affatto una “bolla speculativa”, ma degli interventi concreti
di preparazione alla guerra. Quanto mai preziosa, allora, la puntuale denuncia
fatta da questi ferrovieri, soprattutto perché inquadrata in una chiara proposta
di lotta: «Non c’è più tempo. I ferrovieri e le ferroviere devono proporre e
aderire a un concreto percorso sull’obiezione di coscienza ma, allo stesso
tempo, tutto questo non sarebbe sufficiente a fermare la spirale guerrafondaia.
Per interrompere il trasporto militarizzato su ferrovia e i lavori
sull’infrastruttura serve molto di più. La mobilitazione già in essere sui
contratti e accordi a perdere deve diventare tutt’uno con la mobilitazione
antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra».
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Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXIII)-1
Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia,
corpo, autonomia)
Per costruire un’alternativa al capitalismo dobbiamo “reincantare il mondo”,
re-immaginare saperi e potenzialità umane distrutti dalla razionalizzazione
del lavoro, questo non in vista di un impossibile ritorno al passato ma come
ponte verso una società dove i rapporti con gli altri e la natura sono una delle
maggiori fonti della nostra ricchezza.
È passato quasi un secolo da quando Max Weber in Scienza come vocazione
(1918-1919) sosteneva che il destino del nostro tempo è un “processo
irreversibile di disincantamento del mondo”, fenomeno che attribuiva
all’intellettualizzazione e razionalizzazione prodotta dalle moderne forme di
organizzazione sociale. Per “disincantamento” Weber intendeva la scomparsa
dal mondo di ciò che è magico, misterioso, insondabile. Ma possiamo
interpretare questo concetto in modo più politico, e cioè come l’emergere di un
mondo in cui si sta perdendo la capacità di riconoscere una logica diversa da
quella dello sviluppo capitalista. Questo “blocco” ha senza dubbio le sue radici
nella ristrutturazione del processo produttivo, che ha smantellato le comunità
e le forme di organizzazione che la classe operaia aveva creato in secoli di
lotta.
Ma ciò che impedisce alle nostre sofferenze di diventare produttive di
alternative è anche la seduzione esercitata su di noi dai prodotti della
tecnologia che sembrano darci poteri senza i quali non sembra possibile vivere.
Questo è un mito di cui dobbiamo liberarci. Non propongo uno sterile attacco
contro la tecnologia e un impossibile ritorno a un paradiso primitivista, ma è
necessario un calcolo dei costi che paghiamo per l’innovazione tecnologica e
una rivalutazione dei saperi e delle capacità che abbiamo perso con l’uso di
una tecnologia che è essenzialmente finalizzata allo sfruttamento del lavoro e
all’accumulazione privata della ricchezza.
Quando parlo di “reincantare” il mondo mi riferisco dunque alla scoperta di
logiche diverse da quelle dello sviluppo capitalista – che è la condizione
perché
la crisi del capitale non si trasformi in una crisi dei nostri progetti di
trasformazione sociale. Se, infatti, assumiamo che la liberazione dallo
sfruttamento passi per un ulteriore sviluppo tecnologico non potremo evitare
ulteriori catastrofi economiche ed ecologiche e un’intensa competizione di
fronte allo scarseggiare delle risorse.
In questo senso, la re-ruralizzazione del mondo (attraverso la bonifica delle
terre e dei mari, la lotta alla deforestazione, lo smantellamento delle dighe
sui
fiumi) e la rivalorizzazione del lavoro di riproduzione sono condizioni
indispensabili alla nostra sopravvivenza. Sono la strada per ricongiungere ciò
che il capitalismo ha diviso, a cominciare dal nostro rapporto con la natura,
con gli altri, e con il nostro stesso corpo.
Tecnologia, corpo, autonomia
La seduzione che la tecnologia esercita su di noi è l’effetto dell’impoverimento
che cinque secoli di sviluppo capitalista hanno prodotto sulle nostre vite,
anche
(o soprattutto) nei paesi in cui il capitalismo ha raggiunto il suo apice.
Questo
impoverimento ha molte facce. Invece di creare le condizioni materiali per la
transizione al comunismo, il capitalismo ha prodotto scarsità su scala globale,
ha svalutato le attività che ricostituiscono i nostri corpi e le nostre menti
consumate dal lavoro, ha affaticato la terra al punto che oggi non è più in
grado
di sostenere la nostra vita e la vita delle piante e degli animali. Come ha
scritto
Marx in riferimento all’agricoltura: “ogni progresso dell’agricoltura
capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio,
ma
anche nell’arte di rapinare il suolo”.
Oggi il furto industriale della ricchezza della terra non è immediatamente
evidente perché il carattere globale dello sviluppo capitalista ci ha fatto
perdere
di vista molte delle sue conseguenze sociali e materiali, così che è difficile
valutare il costo complessivo di ogni nuova forma di produzione. Come ha
scritto il sociologo tedesco Otto Ullrich, solo la nostra incapacità di vedere i
costi e le sofferenze causati dall’uso quotidiano dei dispositivi tecnologici, e
il
divario tra il nostro vantaggio personale e i pericoli collettivi, fa sì che si
perpetui il mito secondo cui la tecnologia genera prosperità. In realtà,
l’applicazione, da parte del capitale, della scienza e della tecnologia alla
produzione si è dimostrata così costosa, considerati i suoi effetti sulla vita
umana e sul sistema ecologico, che, se si generalizzasse, distruggerebbe la
terra. Come si è spesso sostenuto, la sua generalizzazione sarebbe possibile
solo se ci fosse un altro pianeta disponibile per il saccheggio e per
l’inquinamento.
C’è comunque un’altra forma di impoverimento, meno visibile ma ugualmente
devastante, che la tradizione marxista ha ignorato. È la perdita di poteri
autonomi, individuali e collettivi. Mi riferisco a quel complesso di bisogni,
desideri e capacità che si sono sedimentati in noi attraverso milioni di anni di
sviluppo evolutivo in stretto rapporto con la natura e che costituiscono una
delle principali fonti di resistenza allo sfruttamento. Mi riferisco al bisogno
di
sole, vento, cielo, al bisogno di toccare, sentire gli odori, dormire, fare
l’amore,
stare all’aria aperta invece di esseri circondati da pareti chiuse (tenere i
bambini in quattro mura è ancora in molte parti del mondo una delle principali
sfide per gli insegnanti).
L’insistenza accademica sulla costruzione discorsiva del corpo ha fatto perdere
di vista questa realtà. Eppure, questa accumulazione di bisogni e desideri, che
è la precondizione della nostra riproduzione sociale, ha costituito un potente
limite allo sfruttamento del lavoro, la ragione per cui, fin dalle prime fasi
del
suo sviluppo, il capitalismo ha dovuto ingaggiare una guerra contro il nostro
corpo, facendone un significante di tutto ciò che è limitato, materiale, opposto
alla ragione. […]
Come ci ricorda Vandana Shiva, tutte le culture del sud-est asiatico hanno
avuto origine da società che vivevano in stretto contatto con le foreste, e
anche
le più importanti scoperte scientifiche hanno avuto origine in società pre-
capitaliste nelle quali le vite delle persone erano profondamente marcate
dall’interazione quotidiana con la natura. Quattromila anni fa astronomi
babilonesi e maya, che studiavano il cielo senza telescopi, hanno scoperto e
tracciato le principali costellazioni e i movimenti ciclici dei corpi celesti. A
loro
volta, i marinai polinesiani potevano navigare in alto mare nelle notti più buie
e dirigersi sulla terraferma leggendo i rigonfiamenti dell’oceano, tanto i loro
corpi erano sensibili alla direzione e ai mutevoli cambiamenti delle onde. Le
popolazioni dei nativi americani hanno prodotto le colture che ancora oggi
nutrono il mondo, con una padronanza che non è stata superata da nessuna
innovazione introdotta nell’agricoltura negli ultimi cinquemila anni, e
generando una tale abbondanza e diversità di raccolti che nessuna rivoluzione
agricola ha ancora emulato.
Rievoco questo passato poco noto o sottovalutato per sottolineare
l’impoverimento che abbiamo subìto con lo sviluppo del capitalismo, che
nessun dispositivo tecnologico ha compensato. Infatti, in parallelo alla storia
dell’innovazione tecnologica nella società capitalista, potremmo scrivere la
storia della disaccumulazione dei saperi e delle capacità pre-capitaliste, che è
stata la premessa dello sviluppo delle nostre capacità lavorative. Infatti, la
capacità di leggere gli elementi, scoprire le proprietà mediche delle piante e
dei
fiori, trovare sostentamento nella terra, vivere in boschi, foreste, regioni
montuose, farsi guidare dalle stelle e dal vento lungo le strade e per mari è
stata una fonte di “autonomia” che doveva essere distrutta. “Autonomia”, in
questo contesto, non significa auto-sufficienza e isolamento dagli altri, del
tipo
che Rousseau e la teoria politica liberale hanno immaginato come costitutivi
dell’individui nello “stato di natura”. Significa invece capacità sociale-
collettiva di auto-attivazione e indipendenza da poteri esterni. La storia delle
regioni montane e forestali è istruttiva a questo riguardo, perché le montagne
sono state il luogo privilegiato delle comunità ribelli – di eretici, di uomini
senza padroni e di schiavi fuggiaschi. Lo sviluppo della tecnologia industriale
si è fondato sulla perdita di questi poteri autonomi e l’ha ampliata, catturando
e incorporando nei macchinari gli aspetti più creativi del lavoro vivo. Come
ha scritto Marx: “il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento,
mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio”.
Computer e beni comuni
È importante qui ricordare che le tecnologie non sono mai riducibili a
particolari dispositivi materiali, ma incorporano e producono specifici sistemi
di relazioni sociali, specifici regimi disciplinari e cognitivi che si
infiltrano in
ogni aspetto delle nostre vite e non tollerano alternative. “A loro si
accompagna – scrive Ullrich – una rete infrastrutturale di condizioni tecniche,
sociali e psicologiche senza le quali macchinari e prodotti non sono in grado di
funzionare”. Esemplare è la ridefinizione della produzione industriale e dello
spazio-tempo urbano prodotta dall’automobile, e la militarizzazione
dell’ambiente sociale imposta dallo sviluppo delle centrali nucleari.
Anche le tecnologie digitali comportano uno specifico programma sociale e
politico, in quanto accelerano il trasferimento delle capacità lavorative alle
macchine e sono un’ulteriore tappa nella spersonalizzazione dei lavoratori.
Tuttavia perdura l’illusione che l’introduzione dei computer e dell’I-phone sia
stata un bene per l’umanità, poiché si continua a credere che entrambi riducano
il lavoro necessario e aumentino la nostra capacità di comunicare e cooperare.
In realtà, invece di ridurre la giornata di lavoro e il peso del lavoro fisico e
mentale – la promessa di tutte le tecno-utopie degli anni Cinquanta – la
digitalizzazione e la computerizzazione del lavoro li hanno aumentati. Oggi si
lavora più che mai, perché il computer e il telefono tascabile ci rendono
reperibili e sfruttabili in ogni momento della giornata.
Il Giappone – la terra madre della tecnologia digitale – è in testa nel mondo
riguardo al nuovo fenomeno che è la morte per lavoro. Nello stesso tempo
negli Stati Uniti migliaia di lavoratori muoiono ogni anno per incidenti sul
lavoro e contraggono malattie che accorciano le loro vite.
La computerizzazione ha anche immensamente aumentato la capacità militare
della classe capitalista, e la sorveglianza sul nostro lavoro e le nostre vite.
Grazie alla computerizzazione milioni di lavoratori lavorano in condizioni per
cui tutto ciò che fanno è monitorizzato e registrato e ogni sbaglio o
trasgressione sono penalizzati. Con la digitalizzazione, il dominio sul lavoro e
la sua irreggimentazione hanno raggiunto l’apice, portando a compimento la
visione di La Mettrie dell’”uomo macchina”. Che livelli di stress questo
produce lo possiamo misurare a partire dalle epidemie di malattie mentali –
depressione, panico, ansia, incapacità di concentrarsi, dislessia – che sono
oggi
tipiche dei paesi più tecnologicamente avanzati, e che interpreto come forme
di resistenza alla macchinizzazione dei nostri corpi, come rifiuto di “farsi
macchina” e interiorizzare i piani del capitale.
La digitalizzazione ha anche svuotato i rapporti personali, poiché quando si
passano settimane di fronte agli schermi di un computer viene meno il piacere
del contatto fisico e delle conversazioni faccia a faccia; la comunicazione
diventa più superficiale, poiché l’attrazione esercitata dalla risposta
immediata
sostituisce la lettera a lungo ponderata, producendo scambi sempre più
superficiali. Così nella ricerca di un’illimitata interconnettività si è
prodotto un
nuovo tipo di isolamento e nuove forme di separazione. Si è anche notato che
i ritmi veloci a cui i computer ci hanno abituato generano una crescente
impazienza nelle nostre interazioni quotidiane con altre persone, poiché queste
non possono eguagliare la velocità delle macchine.
Non ultimo, un bilancio di ciò che è necessario per produrre un computer
preclude qualsiasi ottimismo riguardo alla rivoluzione informatica e alla
società della conoscenza. Come ci ricorda Saral Sarkar, produrre un solo
computer richiede in media tra le quindici e le diciannove tonnellate di
materiali e trentamila litri di acqua pura, presumibilmente sottratti alle terre
e
acque di varie comunità in Africa o nell’America Centrale e del Sud che in
molti casi non dispongono nemmeno dell’elettricità. Possiamo, quindi,
applicare alla computerizzazione quello che Raphale Sanuel ha scritto a
proposito dell’industrializzazione: “se si guarda alla tecnologia [industriale]
dal punto di vista del lavoro invece che da quello del capitale, risulta una
crudele caricatura presentare i macchinari come capaci di dispensarci dal
lavoro o dalla fatica [perché] a parte le richieste che gli stessi macchinari
hanno
imposto, è stata necessaria un’enorme quantità di lavoro per la fornitura dei
materiali grezzi”.
[…]
Tutte queste considerazioni contrastano con la tesi che attribuisce alle nuove
tecnologie digitali la capacità di aumentare la nostra autonomia, nonché con il
principio secondo cui chi lavora ai più alti livelli dello sviluppo tecnologico
è
nella migliore posizione per promuovere cambiamenti rivoluzionari. In realtà,
è tra le popolazioni meno tecnologicamente avanzate da un punto di vista
capitalista che oggi troviamo le lotte più forti e più determinate a cambiare il
mondo. I principali esempi di “autonomia” provengono dalle lotte quotidiane
e dagli spazi autonomi costruiti dai contadini e dalle comunità indigene delle
Americhe, che nonostante secoli di colonizzazione non hanno perso il rapporto
con quella “altra” logica, inscritta nei nostri corpi da una vita in stretto
contatto
con il mondo della natura.
Oggi, le basi materiali di questo mondo sono sotto attacco come mai prima, nel
mirino di un incessante processo di recinzione da parte di compagnie
minerarie e petrolifere, di biocarburanti e dell’agro-business. L’assalto a
terre
e acque è aggravato dal tentativo, altrettanto pericoloso, da parte della Banca
Mondiale e di una pletora di ONG, di portare tutte le attività di sussistenza,
che le donne hanno creato per sfuggire alla stretta del mercato, sotto il
controllo
dei rapporti monetari, attraverso la politica della microfinanza. Questo ha già
trasformato in debitrici una moltitudine di donne, commercianti, contadine,
dedite alla produzione di cibo e ad altre attività riproduttive nelle proprie
comunità. Tuttavia, nonostante questo attacco, questo mondo, che qualcuno ha
chiamato “rurbano” per sottolineare la sua reciproca e simultanea dipendenza
da città e campagna, non vuole svanire. Ne sono testimoni il moltiplicarsi delle
occupazioni di terre, delle guerre per l’acqua e la persistenza di pratiche
solidali, come il tequio [una forma di lavoro collettivo che risale al periodo
pre-
coloniale nell’America Latina], anche tra gli immigrati.
[…]
Le lotte delle donne sul terreno della riproduzione giocano un ruolo cruciale
nella costruzione di forme di vita organizzate secondo una logica diversa da
quella del mercato. Come ho scritto in Femminismo e politiche del comune, sia
per
il loro limitato accesso a un reddito monetario sia per il loro coinvolgimento
nel lavoro di riproduzione, le donne sono in prima fila nella lotta per
mantenere forme autonome di sussistenza. Produrre cibo ed esseri umani è
infatti un’esperienza e una pratica qualitativamente diversa dal produrre
macchine, in quanto richiede una costante interazione con processi naturali di
cui non possiamo controllare le modalità e i tempi. Per questo, il lavoro
riproduttivo genera una più profonda comprensione dei limiti naturali al
nostro operare, cosa che lo rende essenziale per il re-incantamento del mondo
che propongo. Non a caso, il tentativo di imporre al lavoro riproduttivo i
parametri dell’organizzazione industriale del lavoro ha avuto degli effetti
particolarmente dannosi. Ne sono prova le conseguenze innescate
dall’industrializzazione del parto che ha trasformato questo evento,
potenzialmente magico, in un’esperienza alienante e spesso terrificante, perché
in molti ospedali si obbligano le donne a partorire in una catena di montaggio,
con tempi fissi, uniformi, supine, con le membra collegate a varie macchine, in
condizioni di totale passività che precludono la possibilità di seguire i ritmi
del
proprio corpo. Non a caso, sulla scia del movimento femminista degli anni
Settanta, sono nate molte iniziative tendenti a ripristinare forme di parto più
naturali, spesso considerate “apolitiche” e tuttavia coerenti con la logica dei
movimenti che oggi lottano per recuperare il controllo sulla nostra
riproduzione e contro la svalutazione a cui è stata soggetta nella società
capitalista.
Anche attraverso questi movimenti intravediamo l’emergere di un’altra
razionalità che non solo si oppone alle ingiustizie sociali ed economiche ma ci
ricongiunge con la natura, e reiventa la vita come un processo di
sperimentazione e di ridefinizione di cosa significa essere umani. Questa
nuova cultura è solo all’orizzonte, perché resta forte la presa dei rapporti
capitalisti sulla nostra vita. La violenza che uomini in ogni paese e classe
mostrano nei confronti delle donne è la misura di quanta strada ci sia ancora
da fare prima di poter parlare di rapporti comunitari. Preoccupa anche il fatto
che molte femministe contribuiscano alla svalutazione della riproduzione, a
cui troppo spesso si contrappone il lavoro extra-domestico come unica fonte di
socialità e creatività. Questo, credo, è un errore profondo, perché nella misura
in cui è la base materiale della nostra vita e il primo terreno sul quale
possiamo
praticare la nostra capacità di autogoverno, il lavoro riproduttivo è il “punto
zero della rivoluzione”.
(da Silvia Feredrici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons,
ombre corte, Verona, 2018)
Riceviamo e diffondiamo questo interessantissimo opuscolo sulla guerra civile
dall’alto in Messico, che raccoglie gli interventi dell’incontro svoltosi a
Radio Blackout il 20 febbraio 2026, a cura di Torino Diserta e Happy Hour, con
Claudio Albertani e Collettivo Nodo Solidale.
Sarà presto disponibile anche il podcast.
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Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”,
dell’inverno 2026.
Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires:
disfare@autistici.org
* 64 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su)
* 64 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
* 64 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de
3 exemplaires)
Scarica il pdf dell’editoriale: disfare_4_editoriale
Editoriale
I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere
Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una
rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità.
L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad
eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace
amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso.
Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio
quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che
prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la
creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli
Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza
come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che,
dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul
globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come
sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto,
Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio
dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste
due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra
guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela
mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte
in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò
che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra
blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno
dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei
padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non
si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le
rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo
riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono
manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale,
conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né
vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la
modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di
un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la
condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad
essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi
subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere
costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia
in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p.
40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per
questo numero (p. 38).
Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette
il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero,
per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni
rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto
il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla
Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le
minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad
acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come
un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma
come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso
terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani
dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani –
“riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in
Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come
testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con
accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La
tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere
d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa
oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione
delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato
statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p.
48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la
criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il
dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente
chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per
darne la caccia ovunque.
Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente
come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri”
–, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono
la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in
discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile.
I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica
insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale
si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei
bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una
miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune
esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che
colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si
abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa
continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di
Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo:
pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare
dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere
materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso
tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento
contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37),
lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli
scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di
antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in
profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che
essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della
diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da
cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la
leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p.
56, p. 59).
Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo
spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità
solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non
solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra
ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di
sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la
centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo
difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto
stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa
disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo
(p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito
del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi
passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di
risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le
azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le
pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e
contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania
occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28).
Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi
resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con
forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il
tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli
oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare
numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare
totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare
a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la
possibilità di una vita che meritiamo di vivere.
10 febbraio 2026
Pubblichiamo una proposta di progetto di un collettivo composto da
individualita`antiautoritarie nomadi e semi-nomadi:
Il gancio:
” the west Is the best” (J.M.)
linee di vita e di lotta, e densità sociali da mappare,attraversare e saper
maneggiare con perizia. Procedere a zigzag tessendo trame, orditi e complicità è
gioco con le molteplici curvature degli spazi e dei tempi, sia individuali che
sociali. È una questione di volontà e di attrezzi che possano servirci ad
agganciare occasioni che si profilano nella navigazione, come a saperci
sganciare da ordinarietà, autoritarismi e dalla forza di gravità sociale che ci
tiene schiacciati al suolo del sempre identico e della solitudine digitalizzata.
Per imbastire trame, momenti e mezzi per navigare necessitiamo di spazi e di
materiali sulle rotte dove poter sperimentare forme di vita altra e di lotta.
Stiamo provando a dare presa e corpo ad un nostro sogno: un punto d approdo
sulle strade dove poterci incontrare e respirare assieme. Siamo una piccola
tribù di nomadi e seminomadi delle Terre occidentali d’ Europa. Qui, nella zona
di agen, stiamo cercando un terreno dove provare a dare vita a tutto ciò.
Le crochet :
« The west Is the best » (J.M.)
Des lignes de vie et de lutte, des densités sociales à cartographier, à
traverser et à savoir gérer avec habileté. Procéder en zigzaguant, en tissant
des trames, des chaînes et des complicités, c’est jouer avec les multiples
courbures des espaces et des temps, tant individuels que sociaux. C’est une
question de volonté et d’outils qui peuvent nous servir à saisir les occasions
qui se profilent dans la navigation, comme à savoir nous détacher de
l’ordinaire, des autoritarismes et de la force de gravité sociale qui nous
maintient écrasés au sol de l’éternel identique et de la solitude numérisée.
Pour tisser des trames, des moments et des moyens de naviguer, nous avons besoin
d’espaces et de matériaux sur les routes où nous pouvons expérimenter d’autres
formes de vie et de lutte. Nous essayons de donner corps à notre rêve : un point
d’ancrage sur les routes où nous pouvons nous rencontrer et respirer ensemble.
Nous sommes une petite tribu de nomades et de semi-nomades des terres
occidentales de l’Europe. Ici, dans la région d’Agen, nous cherchons un terrain
où essayer de donner vie à tout cela.
The hook:
‘The West Is the Best’ (J.M.)
Lines of life and struggle, and social densities to be mapped, traversed and
skilfully handled. Proceeding in a zigzag pattern, weaving plots, warps and
complicities, is a game with the multiple curves of space and time, both
individual and social. It is a question of will and tools that can help us hook
onto opportunities that arise in navigation, as well as knowing how to detach
ourselves from ordinariness, authoritarianism and the social force of gravity
that keeps us pinned to the ground of the ever-same and digitised solitude. In
order to weave plots, moments and means of navigation, we need spaces and
materials on the routes where we can experiment with other forms of life and
struggle. We are trying to give shape and substance to our dream: a place on the
road where we can meet and breathe together. We are a small tribe of nomads and
semi-nomads from the western lands of Europe. Here, in the Agen area, we are
looking for a piece of land where we can try to bring this dream to life.
El gancho:
«The west is the best» (J.M.)
Líneas de vida y de lucha, y densidades sociales que hay que cartografiar,
atravesar y saber manejar con destreza. Avanzar en zigzag tejiendo tramas,
urdimbres y complicidades es un juego con las múltiples curvaturas de los
espacios y los tiempos, tanto individuales como sociales. Es una cuestión de
voluntad y de herramientas que nos sirvan para aprovechar las oportunidades que
se perfilan en la navegación, así como para saber desprendernos de la
mediocridad, los autoritarismos y la fuerza de gravedad social que nos mantiene
aplastados al suelo de lo siempre igual y de la soledad digitalizada. Para tejer
tramas, momentos y medios para navegar, necesitamos espacios y materiales en las
rutas donde podamos experimentar otras formas de vida y de lucha. Estamos
intentando hacer realidad nuestro sueño: un lugar en las carreteras donde poder
encontrarnos y respirar juntos. Somos una pequeña tribu de nómadas y seminómadas
de las tierras occidentales de Europa. Aquí, en la zona de Agen, estamos
buscando un terreno donde intentar dar vida a todo esto.
Segnaliamo la seconda uscita delle edizioni Fuochi d’inverno
Iqallijuq Nuummi, L’arpione – Sogno di un Inuk pescatore di Groenlandia, Fuochi
d’inverno, 2026, pp. 20
Per richieste di copie (3 euro a copia, 2 euro dalle 3 copie in su), scrivere a:
fuochidinverno@autistici.org
(Segnaliamo inoltre che è di nuovo disponibile la prima uscita delle edizioni:
Giulio Berdusco, Storia di un gabbiano e del drone che smise di volare, 2025.
Per richieste di copie (3 euro a copia, 2 euro dalle 3 copie in su), scrivere a:
fuochidinverno@autistici.org)
Dalla quarta di copertina
Ataata, mio nonno, diceva sempre: “Ieri era legno, domani sarà cenere, solo oggi
è fiamma che divampa”. Cercherò di gustarmi il momento dunque, tanto prezioso
quanto breve. Mi riempirò gli occhi di quella fiamma, e ne sarò soddisfatto.
Resterò incantato come quando pianto gli occhi davanti alla fiamma calda e fiera
del qullek, la lampada ad olio, quando brilla in casa nelle lunghe notti
d’inverno.
Edizioni Fuochi d’inverno
Che bisogno abbiamo di raccontarci storie? Non dovremmo averne abbastanza delle
vicende presenti, reali?
Perché la fantasia, quando anche l’intelligenza è già sostituita dalla macchina?
Ancora storie invece. Non per conforto o consolazione. Ma per chiarire i
contorni del presente.
Figure, per riscaldare i cuori. Immagini, per continuare a coltivare la
fantasia.
Non un esercizio puerile per evadere il mondo. Ma la sentinella che grida
l’allarme. La fiammella che sfida il gelo.
E poi sogni, per bruciare anche l’inverno.
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXII)
Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi
La fortezza automatica (o il colonialismo hi-tech)
Gli occhi della fortezza saranno ovunque. Nelle videocamere intelligenti montate
sulle torri di sorveglianza ai confini o nei centri dove raccogliere e smistare
i migranti. Nelle analisi a base di IA dei dati satellitari, a caccia dei
comportamenti “anomali” di imbarcazioni, veicoli e individui ai confini. Nei
software di riconoscimento emotivo o di analisi dei dialetti per comprendere se
un richiedente asilo mente o dice il vero quando parla di sé, del suo passato e
dei suoi intenti.
Questo processo essenzialmente disumanizzante rende più semplice architettare
procedure sommarie per detenzioni e deportazioni di massa che riducono le
persone a pacchi postali o bestiame. Più semplice realizzare apartheid che sono,
sempre più spesso, stabiliti da politiche di impronta discriminatoria e
razzista, ma eseguiti da macchine che hanno sempre più autonomia discrezionale.
[…]
Ma è solo l’inizio. Il direttore dell’ICE, Todd Lyons, ha esplicitamente
affermato che sarà l’IA a «riempire gli aerei» delle deportazioni ordinate dal
presidente Trump, mettendo a frutto alcuni degli infiniti usi di tecnologie
«intelligenti» da parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DHS)
dettagliati in un recente rapporto della ONG Mijente, intitolato non a caso
Automating Deportation, l’automatizzazione delle deportazioni.
[…]
Per massimizzare l’efficienza delle deportazioni, ha detto Lyons, ci sarebbe
bisogno di un servizio «Amazon Prime per esseri umani». Perché «dobbiamo
diventare più bravi a trattarle come un business».
[…]
Quando politiche discriminatorie si sommano a potenti soggetti privati che
promettono, senza particolari scrupoli di natura morale, di disporre delle
tecnologie per realizzarle (automaticamente), il risultato è lo spettacolo di
crudeltà intenzionale, separazioni e violenza che la storia ha fatto ben
conoscere a chi l’ha frequentata anche solo di passaggio.
Dalle complicità nell’Olocausto a quelle nell’apartheid sudafricano, passando
per il regime di sorveglianza permanente subito dagli uiguri in Cina e quello
israeliano che uccide i palestinesi (anche) sulla base di decisioni
automatizzate tramite sistemi a base di IA come Lavender e Gospel, gli esempi
non mancano.
Un mondo automaticamente «chiuso» come quello immaginato dagli attori
contemporanei della sicurezza sarebbe un mondo di continua, opaca e arbitraria
discriminazione automatica.
E se, come scrive Frantz Fanon in I dannati della terra, «il mondo coloniale è
un mondo diviso in compartimenti», «un mondo tagliato in due» in cui «le
frontiere si mostrano tramite caserme e stazioni di polizia», allora questo
presunto mondo nuovo è in realtà unicamente una riproposizione hi-tech di
quello, passato ma mai del tutto scomparso, in cui le potenze coloniali
controllavano le popolazioni soggiogate a loro totale discrezione, al servizio
esclusivo dei propri fini.
[…]
Qui i privilegiati, i desiderabili, quelli considerati «affidabili» e «a basso
rischio» – i membri di quelle che la letteratura definisce «élites cinetiche».
Lì gli esclusi, gli indesiderabili, quelli che hanno i natali o il colore della
pelle errato, e non abbastanza denaro per comprarsi una dignità che viene loro
negata.
Le frontiere servono alla tecnologia più di quanto non sia il contrario
[…] non sorprende che non ci siano reali prove che rinchiudere il mondo entro
fortezze automatiche, fisiche e insieme virtuali, produca la tanto agognata
salvezza dall’Altro. Perfino Frontex, che del ricorso a nuove tecnologie
«intelligenti» ha fatto uno dei tratti distintivi del proprio operato, si è
vista costretta ad ammetterlo.
[…]
Ci sono al contrario svariate prove che le tecnologie della fortezza, così come
le più ampie politiche repressive da cui discendono, non bastano a sigillare i
confini. Si prenda per esempio quanto concluso dal Border Violence Monitoring
Network dopo il lavoro di inchiesta sul laboratorio tecnologico in costruzione
in Croazia, per proteggere l’Europa dai migranti in arrivo da Serbia e Bosnia.
Qui, dove sappiamo che i respingimenti illegali avvengono in maniera
sistematica, il ricorso a tecnologie per «catturare, detenere ed espellere
rifugiati e migranti» non ha sortito gli esiti desiderati. Nonostante i fini
dichiaratamente repressivi, il network di organizzazioni della società civile
non ha trovato prove di «relazioni causali tra l’impiego della tecnologia e la
riduzione della migrazione cosiddetta illegale» nel periodo e nell’area oggetto
della ricerca.
Con o senza l’aiuto della tecnologia, la violenza ai confini continua senza
sosta. Come rileva il rapporto, infatti, «i respingimenti sembrano avere luogo
anche senza l’utilizzo di alcuna tecnologia avanzata e la migrazione
illegalizzata continua nonostante l’impiego di IA e tecnologia avanzate della
frontiera».
Il dato più rilevante emerso dallo studio è semmai che le frontiere sembrano
servire all’innovazione tecnologica più di quanto la tecnologia serva a
realizzare buone politiche di gestione delle frontiere. Se, in altre parole, «si
capovolge la domanda, e si chiede non quale sia il ruolo della tecnologia per le
frontiere, ma quello delle frontiere per la tecnologia», conclude il BVMN, «le
aree di confine emergono come un importante banco di prova per le tecnologie su
popolazioni vulnerabili con scarso accesso ai propri diritti e alla protezione
dei dati personali».
Le persone in movimento diventano così cavie per condurre sperimenti
soluzionisti i cui risultati si possono poi diffondere, come insegna la storia
recente, al resto della popolazione.
Tecnocrazia e razzismo
Ciò che conta, in un simile contesto, non è più il confronto con il reale, ma
tra due fantasie di controllo. […]: la «fantasia liberal-tecnocratica» e la
«fantasia illiberale razzista».
Diverse, perché mentre la prima trova ancora possibile una migliore gestione
delle questioni migratorie tramite politiche per maggiori controlli e
cooperazione internazionale, la seconda parla esplicitamente di un cancro da
estirpare con punizioni estreme e performative – ben riassunte nelle file di
migranti deportati in catene, ridotti a meme da sbeffeggiare o esposti come
trofei nelle celle-lager di El Salvador dall’amministrazione Trump.
Ma soprattutto complementari, perché discendono dalla stessa concezione dello
Stato-nazione, assumendo inoltre la stessa visione coloniale dell’ordine
mondiale.
E perché poi, nei fatti, entrambe le fantasie finiscono per informare analoghe
misure reali. A partire dal tentativo di implementare soluzioni tecnologiche via
via più autonome, che fanno intravedere nitidamente che il sogno del controllo
totale alle frontiere debba in ultima analisi realizzarsi tramite la piena
automazione.
«Totalmente automatico» deve essere infatti tanto il riconoscimento di ogni
possibile minaccia (threat detection) portato dall’Altro ai varchi di confine
quanto il continuo comporsi di un completo resoconto dello scenario operativo
(situational awareness) di zone di frontiera sempre più estese, scrivono
documenti ufficiali della Direzione generale della Ricerca e dell’Innovazione e
di Frontex, perfino nell’Unione Europea dell’IA «responsabile». Impossibile del
resto, in presenza di una qualunque resistenza o lungaggine umana, ottenere
quella mobilità «ininterrotta» – per i desiderabili, e solo per loro
naturalmente – che ossessiona gli attori della sicurezza al punto di rendere
l’aggettivo che la esprime, seamless, un vero e proprio mantra in ogni
comunicazione ufficiale o brochure di marketing ben oltre i confini europei.
Di nuovo, tra democrazie liberali e sistemi illiberali la distinzione, quando si
parla di proteggersi dall’Altro, sembra più una questione di retorica che di
sostanza, di parole diverse per descrivere lo stesso immaginario repressivo.
Alla luce di tutto questo, e in un contesto in cui l’estrema destra può dirsi
egemone nel discorso pubblico e nell’agenda delle politiche migratorie, appare
inevitabile che aggiungere ulteriori restrizioni automatiche al mix non potrà
che condurre ulteriore violenza e altri morti nelle tratte, sempre più ostiche,
della speranza, contribuendo a creare – anziché risolvere – emergenze
migratorie.
La morte sul monitor, ovvero la parte sacrificabile dell’equazione
Si prenda per esempio la tragedia al largo dell’isola di Pylos, in quella fatale
notte del 13 giugno 2023 in cui una imbarcazione con a bordo 750 tra uomini,
donne e bambini perlopiù provenienti da Siria, Egitto e Pakistan si è rovesciata
in acque greche lasciando in vita appena 104 persone.
[…]
Lo sguardo che tutto vede – o dovrebbe vedere – ha dimenticato di osservare
proprio ciò che avrebbe dovuto osservare, cioè una situazione di emergenza in
cui un tempestivo intervento avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la
morte per centinaia di esseri umani. […]
Così come il naufragio di Cutro del 26 febbraio dello stesso anno, in cui
un’imbarcazione da diporto partita dalla Turchia si è schiantata – con a bordo
quasi duecento persone – a pochi metri dal litorale di Crotone, mostra poi come
l’occhio della fortezza possa effettivamente vedere senza che nessuno
intervenga.
[…]
Lungi dal salvare vite umane […] le tecnologie di sorveglianza hanno nei fatti
il risultato opposto: diminuire le operazioni di salvataggio – anche quando i
dati prodotti da quelle tecnologie rendono visibile che ce ne sarebbe urgente
bisogno – e incrementare i respingimenti illegali.
[…]
Gli egiziani, i siriani, i pakistani e le altre centinaia di naufraghi erano,
molto semplicemente, dalla parte sacrificabile dell’equazione.
(brani tratti da Fabio Chiusi, La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può
varcare i confini, Bollati Boringhieri, Torino, 2025)
Riprendiamo e rilanciamo
da https://terraeliberta.noblogs.org/post/2026/01/21/la-sussistenza/
È uscito un nuovo opuscolo curato dal Collettivo Terra e Libertà: La sussistenza
– una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, di Maria Mies
Veronika Bennholdt-Thomsen.
62 pagine, 3 euro a copia (2 euro per i distributori, dalle 3 copie in su)
Per ordinare copie: terraeliberta@inventati.org
Nota introduttiva
Là dove il suolo è stato deturpato, là dove ogni poesia è scomparsa dal
paesaggio, lì si è estinta l’immaginazione, la mente si è impoverita e la
routine e il servilismo si sono impadroniti dell’anima individuale inducendola
al torpore e alla morte.
Élisée Reclus, Il sentimento della natura, 1866
La cultura non si basa su particolari forme di tecnologia o di soddisfazione dei
bisogni, ma sullo spirito di giustizia.
Chiunque voglia fare qualcosa per il socialismo, deve mettersi all’opera a
partire da un’intuizione di gioia e felicità ancora sconosciute. Abbiamo tutto
da imparare: il piacere del lavoro, dell’interesse comune, della reciproca
tolleranza. Abbiamo dimenticato tutto ciò, tuttavia ne avvertiamo ancora la
presenza in noi.
Gustav Landauer, Appello al socialismo, 1911
Dopo aver letto, nella versione francese, La sussistenza. Una prospettiva
ecofemminista, abbiamo sentito l’esigenza di tradurne le parti a nostro avviso
più significative (e in qualche modo riassuntive) per farle circolare anche in
lingua italiana. Certo, scegliere qualche decina di pagine da un’opera di oltre
quattrocento è sempre discutibile, e tradurre da una traduzione non è certo dar
prova di rigore filologico. Al netto di queste tare, pensiamo che queste pagine
offrano una preziosa base di discussione. Tanto ricca quanto in controtendenza –
e ciò per diversi motivi. Maria Mies – scomparsa nel maggio del 2023, a 92 anni
– e Veronika Bennholdt-Thomsen hanno animato, a partire dagli anni Settanta, la
«scuola di Bielefield», basata sull’intreccio tra femminismo, sussistenza e
critica del progresso, un lungo lavoro di cui questo libro è una sorta di
sintesi. «La specificità del nostro approccio teorico è di tenere insieme la
questione femminista, la questione ecologica e la questione economica. In questo
libro, vogliamo dimostrare che la visione del mondo che preconizza una crescita
infinita si basa sulla negazione dei processi naturali legati alla riproduzione
della vita. Il primato dell’operatività – o, come anche si chiama, del
produttivismo – porta con sé la distruzione. La svalorizzazione del femminile fa
parte del suo bagaglio etico-morale. Vogliamo indicare i mezzi per liberarcene».
Mescolando una ricca esperienza sul campo nelle comunità locali del Sud del
mondo (Asia, Africa, America Latina) con le lezioni di Ivan Illich e dello
storico inglese Edward P. Thompson, le due ecofemministe tedesche contrappongono
ciò che chiamano «economia morale di sussistenza» al capitalismo, al
patriarcato, al colonialismo e allo Stato. Nella loro disamina storica,
colonialismo, capitalismo e patriarcato sono fenomeni consustanziali, che hanno
trovato nella scienza moderna sia i mezzi della potenza sia l’ordine
simbolico-culturale con cui giustificarli. «Finché la terra fu considerata viva
e sensibile, ogni atto distruttivo contro di essa poté essere condannato come
violazione di un comportamento etico». Con la visione meccanicistica che trionfa
nel corso del Seicento, «le nuove immagini di padronanza e di dominio funzionano
come sanzioni culturali a favore della spoliazione della natura» (Carolyn
Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica). Ma
quel processo storico chiamato «accumulazione originaria del capitale» –
recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, violenza coloniale,
esproprio del sapere medico popolare, caccia alle streghe e subordinazione delle
donne – non è la nostra preistoria, bensì il nostro presente. La ferocia
dell’accumulazione è più manifesta al Sud e più occultata al Nord. Centrale in
questo occultamento è l’ideologia del progresso. Dentro quella storia
sotterranea delle idee e dei movimenti di emancipazione che non si sono fatti
stregare dalle sirene del progresso – su tutti il movimento luddista –, Maria
Mies e Veronika Bennholdt non si limitano a mostrare i rovesci dello sviluppo o
a criticare la concezione lineare, evolutiva e cumulativa del tempo storico. Ne
mettono in discussione l’architrave: l’idea, cioè, che il «regno della libertà»
sia possibile soltanto oltre il tessuto della necessità – che questo oltre venga
garantito dallo sviluppo delle forze produttive, favorito dalla tecnologia o
promesso dal transumanesimo. Procurarsi il cibo, stare al caldo, crescere i
figli, curarsi, rigenerare i beni naturali da cui dipendiamo, sono necessità che
non si possono abolire: o le affrontiamo in modo reciproco, ecologico e non
gerarchico, oppure continueremo ad addossare il loro carico su altri esseri
umani (innanzitutto donne e popoli del Sud), il cui sfruttamento è tutt’uno con
la distruzione della natura. Contro ogni pretesa di neutralità e di
immaterialità delle tecno-scienze, Mies-Bennholdt ci ricordano che ogni
macchinario tecnologico – e quello digitale ancora di più, possiamo aggiungere –
incorpora sempre lavoro vivo e risorse naturali, per quanto questo processo
possa essere allontanato dalla nostra vista. Per le due ecofemministe tedesche,
le tecno-scienze – in particolare i brevetti sulle sementi e sui geni, cioè
l’artificializzazione del cibo e della riproduzione del vivente, umani compresi
– sono parte dell’apparato patriarcale di dominio. Il sogno di onnipotenza,
inaugurato da Bacone, sulla madre-materia – la natura-femmina a cui estorcere i
segreti con la tortura – raggiunge oggi il suo apice, allorché la secolare
guerra contro la sussistenza punta a privatizzare e monopolizzare gli ultimi
commons: le facoltà stesse della specie. Per imparare dalle comunità locali che
ancora praticano la sussistenza e dalla resistenza delle donne, è necessario –
ecco un’altra posizione decisamente in controtendenza – non farsi ingannare
dalle trappole del femminismo postmodernista, di cui nel libro si ricostruiscono
la genesi storica e la funzione politica, per quanto – ai nostri occhi – in
maniera non sempre puntuale e chiara[1].
Se di questa prospettiva ecofemminista condividiamo appieno il dove andare,
certo non mancano i disaccordi su come arrivarci. Ne La sussistenza, infatti, si
traccia un parallelo tra violenza rivoluzionaria, logica di guerra e ruolo delle
avanguardie politiche, fenomeni accomunati da una sorta di ossessione del
maschile a cui le due autrici contrappongono l’erosione del sistema capitalista
e colonialista attraverso la moltiplicazione degli esperimenti comunitari. A
parte che in questo modo la concezione lineare-evolutiva del tempo storico,
scacciata dalla porta attraverso la critica del progresso, rientra dalla
finestra nel modo di intendere la temporalità della resistenza, resta il fatto
che senza rottura rivoluzionaria dello spazio-tempo tecno-capitalista, e senza
sabotaggio concreto dei suoi apparati di cattura, alle nostre latitudini la
sussistenza rischia di assomigliare a un eco-villaggio circondato dalle
nocività. Detto ciò, la critica delle concezioni dominanti di rivoluzione – e
delle loro concrete realizzazioni storiche – non può essere allontanata con il
rovescio della mano, contrapponendo scolasticamente la visione anarchica a
quella autoritaria, la visione federalista a quella statalista, la visione
comunalista a quella incentrata sulla pianificazione industriale. Pensare la
libertà nei limiti della necessità, accettando fino in fondo la nostra
condizione di creature mortali e terrestri, significa praticare la più
paradossale – nel senso letterale di lontana dall’opinione comune – delle
rivoluzioni. Una rivoluzione la cui violenza non sia volontà di potenza, bensì
distruzione del dominio, possibilità collettiva di lasciare la presa sulla
natura, sugli animali, sulle piante, sulle donne, sui bambini, per riscoprire
ciò che abbiamo dimenticato: un’attività umana in cooperazione con i nostri
simili e con la materia vivente di cui siamo fatti.
A dispetto delle astrazioni tremendamente materiali dell’idealismo tecnocratico
e contro ogni confortevole fuga da ciò che produce e riproduce la vita, il
sentiero verso «una gioia e una felicità ancora sconosciute» ha bisogno di
terra. Uscire dalla schiavitù connessa è il primo passo per trovarne le tracce.
Rifiutare ogni volontà di potenza è l’unico modo per non chiamare libertà un
dominio diversamente organizzato.
Rovereto, dicembre 2025
Collettivo Terra e libertà
[1]. Se infatti concordiamo con la sostanza di quanto affermano al riguardo Mies
e Bennholdt (la smaterializzazione del reale e la scomparsa di ogni valore
qualitativamente differente, compreso quello di verità, in nome della lotta a un
generico «essenzialismo», presentato come fonte di ogni oppressione), a volte
fatichiamo un po’ a capire il senso di certe loro affermazioni. A titolo
d’esempio: si può davvero addebitare al «femminismo postmodernista» l’essenza
stessa del capitalismo, ovvero la distruzione del «legame tra ciò che entra in
un processo di produzione e ciò che ne esce», perché «ciò che conta, è il
risultato sotto forma monetaria»? Si tenga però presente, nel leggere queste
pagine, che esse risalgono al 1988, quando l’egemonia postmodernista aveva
cominciato da poco ad attecchire nei dipartimenti universitari, ed era ben
lontana da installarsi negli odierni “movimenti”. Ci sembra interessante far
notare come chi le ha scritte abbia riconosciuto e denunciato la radice
neoliberale di queste ideologie con largo anticipo, e da un punto di vista
tutt’altro che reazionario e patriarcale.
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due
testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria
tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il
presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del
colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di
un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare
per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole
farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma
una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché
«imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo
uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di
queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza».
Qui in pdf: Darwish
Silenzio per Gaza
Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di
morte, non si tratta di suicidio.
È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.
Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione.
Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio.
È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico.
Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal
filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e
attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non
smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne
interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa,
perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla
fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il
tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma
li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma
un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente
diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza
all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita
all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o
dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della
propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza
e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno
d’immagine.
Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo
bilancio.
Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo
sangue.
Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il
sangue, il sudore, le fiamme.
Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di
commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue.
Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la
gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio
sia per i nemici che per gli amici.
Gaza non è la città più bella.
Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe.
Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo.
Gaza non è la città più ricca.
(Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando,
braccia a noleggio.)
Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una
nazione.
Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più
disgraziata,
la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo
del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza
infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte
queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore
tra tutti noi.
Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la
bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo
cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci
siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo
vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico
aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni.
Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla
scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando
ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i
nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se
rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei
ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha
cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza
nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri
attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno
forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa
e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari.
(Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa
benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto
della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello
dell’insegnante con gli allievi.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla
firma né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza.
Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento
mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un
sorriso stampato.
Lei non vuole questo, noi nemmeno.
La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa
bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la
fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la
distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di
spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese
che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando
sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e
dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e
dissenso, morte e dissenso.
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su
una piccola isola.)
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza
dichiara che merita di vivere.
Andando straniero per il mondo
A tarda notte il mondo va a dormire.
È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni
della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre
asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via
chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar
Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a
calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente
ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono
capaci di crescere.
A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha
avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità.
Così dorme il mondo.
Così si sveglia il mondo.
Così mi dimentica.
Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando
sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte.
Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha
ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo,
ho cercato di entrare.
“Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?”
“La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.”
“Dove mi hai visto la prima volta?”
“Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e
tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la
tranquillità?”
Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando
me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco.
L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata
alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità.
Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto
rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e
gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina
in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua
solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato
farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato
la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali
dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi.
Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi
saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla
radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza.
Così il mondo va a dormire e mi dimentica.
“Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.”
“Chi l’ha svegliata? Chi è stato?”
“Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.”
“Da dove soffia?”
“Da ogni direzione, dalla patria.”
“Chi ha insegnato loro questo termine desueto?”
“Poeti che cantano al suono del rababa.”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.”
“Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?”
“Ferventi rivoluzionari”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.”
“Chi ha insegnato loro questo termine?”
“L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?”
“Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.”
“Che facciamo?”
“Uccidiamo la memoria.”
Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato
fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un
giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se
avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso
spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in
passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel
Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba
atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena
dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è
saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in
nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano
generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un
connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi
e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto
rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal
globo terrestre perché sono io il terrorista.
Che cosa faceva il mondo?
A tarda notte andava a letto e dormiva.
Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri
del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti?
Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è
che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione
per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i
propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di
combattere per la propria libertà.
Cos’è l’opinione pubblica internazionale?
Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo
termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di
comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie.
Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la
coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e
falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale
occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto
dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione
ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere
schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa
“opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro
sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi.
Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono
che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo
barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa
domanda?
Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far
tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole
giocare e bere.
“Perché svegli il mondo?”
“Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.”
“Perché non muori in silenzio?”
“Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.”
“E una morte urlata?”
“È una causa.”
“Sei venuto a dichiarare la tua presenza?”
“Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.”
“Perché uccidi?”
“Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.”
“Vai all’inferno.”
“Vengo dall’inferno.”
Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?”
“Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono
accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno
esplosivo?”
“Cacciatelo dal cerchio del mondo.”
“Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.”
“Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.”
“Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di
tragedia, rabbia ed esplosione.”
“Un terrorista?”
“Sì, un terrorista disperato.”
Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della
morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero
un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la
disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare
la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di
suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza,
questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba
protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba
liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora
morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia
schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me
chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del
mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone
e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per
la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale
asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una
paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi.
Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i
bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io
mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di
uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa
dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi
ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre.
Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo:
terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il
mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una
pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia
madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo!
Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò,
so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So
che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete
dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo.
Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da
letto.
Riceviamo e diffondiamo:
AIUTACI A STAMPARE E A DISTRIBUIRE la neonata rivista: IL MOVENTE
finita di scrivere a gennaio 2026, formato A4, 88 pagine
Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo “Mari Maruso” (che vuol dire
“Mare Pericoloso” in siciliano) :
“In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte
all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un
abbraccio mortale. […]
Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale.
Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle
cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i
cuori di tuttx. […]
Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le
relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i
dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la
Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le
proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza,
costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e
allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti.[…]
Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono
state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura
serviva un nome.
Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire,
sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che
si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si
accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci
ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE!
Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione,
scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse,
ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol
dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere.
Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro
come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e
chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità
mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e
tentativi di risposta. Cosa ti muove?”
Qui l’editoriale e alcuni articoli del numero 0: Il movente 0 Mari Maruso
editoriale-1
Tolte le spese vive, i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a
sostenere la Cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere –
vumsec@canaglie.org
In questo numero dialoghiamo di: colonialismo, repressione, guerra, carceri e
cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia… in lotta!
Partecipando e condividendo questa raccolta fondi ci potete aiutare a sostenere
lo sforzo necessario a questa pubblicazione e ad approfondire le crepe tra i
tanti, troppi, muri che separano il presente dall’orizzonte della liberazione,
il come siamo da come vorremmo essere, i corpi e i pensieri reclusi dall’aria
aperta della solidarietà complice e del conflitto diretto.
https://www.produzionidalbasso.com/project/aiutaci-a-stampare-la-rivista-il-movente-n-0/
Tra le “ricompense”, che sono ragionate per facilitare la distribuzione
decentrallizzata e collettiva, abbiamo inserito la possibilità di regalare la
rivista a compagnx detenutx che riceveranno anche carta, busta e francobollo per
comunicare con chi desiderano.
HAI TEMPO PER PREORDINARE FINO AL 7 MARZO POI ANDIAMO FINALMENTE IN STAMPA
Ci vorranno un paio di settimane dalla fine della campagna prima che i preordini
partano, viaggeranno come piego di libro (mettete l’indirizzo giusto!).
Per ulteriori informazioni, ordinare copie senza passare dalla piattaforma (che
è meglio), comunicazioni o contributi potete scriverci a
ilmoventerivista@bruttocarattere.org
diffondete liberamente
CONTRO OGNI GALERA E LA LORO SOCIETÀ
TUTTX LIBERX
la redazione de IL MOVENTE