Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”,
dell’inverno 2026.
Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires:
disfare@autistici.org
* 64 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su)
* 64 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
* 64 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de
3 exemplaires)
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Editoriale
I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere
Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una
rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità.
L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad
eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace
amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso.
Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio
quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che
prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la
creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli
Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza
come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che,
dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul
globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come
sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto,
Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio
dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste
due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra
guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela
mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte
in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò
che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra
blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno
dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei
padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non
si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le
rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo
riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono
manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale,
conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né
vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la
modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di
un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la
condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad
essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi
subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere
costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia
in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p.
40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per
questo numero (p. 38).
Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette
il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero,
per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni
rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto
il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla
Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le
minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad
acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come
un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma
come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso
terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani
dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani –
“riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in
Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come
testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con
accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La
tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere
d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa
oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione
delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato
statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p.
48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la
criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il
dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente
chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per
darne la caccia ovunque.
Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente
come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri”
–, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono
la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in
discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile.
I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica
insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale
si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei
bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una
miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune
esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che
colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si
abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa
continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di
Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo:
pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare
dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere
materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso
tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento
contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37),
lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli
scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di
antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in
profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che
essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della
diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da
cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la
leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p.
56, p. 59).
Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo
spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità
solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non
solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra
ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di
sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la
centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo
difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto
stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa
disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo
(p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito
del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi
passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di
risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le
azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le
pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e
contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania
occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28).
Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi
resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con
forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il
tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli
oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare
numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare
totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare
a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la
possibilità di una vita che meritiamo di vivere.
10 febbraio 2026
Tag - Materiali
Pubblichiamo una proposta di progetto di un collettivo composto da
individualita`antiautoritarie nomadi e semi-nomadi:
Il gancio:
” the west Is the best” (J.M.)
linee di vita e di lotta, e densità sociali da mappare,attraversare e saper
maneggiare con perizia. Procedere a zigzag tessendo trame, orditi e complicità è
gioco con le molteplici curvature degli spazi e dei tempi, sia individuali che
sociali. È una questione di volontà e di attrezzi che possano servirci ad
agganciare occasioni che si profilano nella navigazione, come a saperci
sganciare da ordinarietà, autoritarismi e dalla forza di gravità sociale che ci
tiene schiacciati al suolo del sempre identico e della solitudine digitalizzata.
Per imbastire trame, momenti e mezzi per navigare necessitiamo di spazi e di
materiali sulle rotte dove poter sperimentare forme di vita altra e di lotta.
Stiamo provando a dare presa e corpo ad un nostro sogno: un punto d approdo
sulle strade dove poterci incontrare e respirare assieme. Siamo una piccola
tribù di nomadi e seminomadi delle Terre occidentali d’ Europa. Qui, nella zona
di agen, stiamo cercando un terreno dove provare a dare vita a tutto ciò.
Le crochet :
« The west Is the best » (J.M.)
Des lignes de vie et de lutte, des densités sociales à cartographier, à
traverser et à savoir gérer avec habileté. Procéder en zigzaguant, en tissant
des trames, des chaînes et des complicités, c’est jouer avec les multiples
courbures des espaces et des temps, tant individuels que sociaux. C’est une
question de volonté et d’outils qui peuvent nous servir à saisir les occasions
qui se profilent dans la navigation, comme à savoir nous détacher de
l’ordinaire, des autoritarismes et de la force de gravité sociale qui nous
maintient écrasés au sol de l’éternel identique et de la solitude numérisée.
Pour tisser des trames, des moments et des moyens de naviguer, nous avons besoin
d’espaces et de matériaux sur les routes où nous pouvons expérimenter d’autres
formes de vie et de lutte. Nous essayons de donner corps à notre rêve : un point
d’ancrage sur les routes où nous pouvons nous rencontrer et respirer ensemble.
Nous sommes une petite tribu de nomades et de semi-nomades des terres
occidentales de l’Europe. Ici, dans la région d’Agen, nous cherchons un terrain
où essayer de donner vie à tout cela.
The hook:
‘The West Is the Best’ (J.M.)
Lines of life and struggle, and social densities to be mapped, traversed and
skilfully handled. Proceeding in a zigzag pattern, weaving plots, warps and
complicities, is a game with the multiple curves of space and time, both
individual and social. It is a question of will and tools that can help us hook
onto opportunities that arise in navigation, as well as knowing how to detach
ourselves from ordinariness, authoritarianism and the social force of gravity
that keeps us pinned to the ground of the ever-same and digitised solitude. In
order to weave plots, moments and means of navigation, we need spaces and
materials on the routes where we can experiment with other forms of life and
struggle. We are trying to give shape and substance to our dream: a place on the
road where we can meet and breathe together. We are a small tribe of nomads and
semi-nomads from the western lands of Europe. Here, in the Agen area, we are
looking for a piece of land where we can try to bring this dream to life.
El gancho:
«The west is the best» (J.M.)
Líneas de vida y de lucha, y densidades sociales que hay que cartografiar,
atravesar y saber manejar con destreza. Avanzar en zigzag tejiendo tramas,
urdimbres y complicidades es un juego con las múltiples curvaturas de los
espacios y los tiempos, tanto individuales como sociales. Es una cuestión de
voluntad y de herramientas que nos sirvan para aprovechar las oportunidades que
se perfilan en la navegación, así como para saber desprendernos de la
mediocridad, los autoritarismos y la fuerza de gravedad social que nos mantiene
aplastados al suelo de lo siempre igual y de la soledad digitalizada. Para tejer
tramas, momentos y medios para navegar, necesitamos espacios y materiales en las
rutas donde podamos experimentar otras formas de vida y de lucha. Estamos
intentando hacer realidad nuestro sueño: un lugar en las carreteras donde poder
encontrarnos y respirar juntos. Somos una pequeña tribu de nómadas y seminómadas
de las tierras occidentales de Europa. Aquí, en la zona de Agen, estamos
buscando un terreno donde intentar dar vida a todo esto.
Segnaliamo la seconda uscita delle edizioni Fuochi d’inverno
Iqallijuq Nuummi, L’arpione – Sogno di un Inuk pescatore di Groenlandia, Fuochi
d’inverno, 2026, pp. 20
Per richieste di copie (3 euro a copia, 2 euro dalle 3 copie in su), scrivere a:
fuochidinverno@autistici.org
(Segnaliamo inoltre che è di nuovo disponibile la prima uscita delle edizioni:
Giulio Berdusco, Storia di un gabbiano e del drone che smise di volare, 2025.
Per richieste di copie (3 euro a copia, 2 euro dalle 3 copie in su), scrivere a:
fuochidinverno@autistici.org)
Dalla quarta di copertina
Ataata, mio nonno, diceva sempre: “Ieri era legno, domani sarà cenere, solo oggi
è fiamma che divampa”. Cercherò di gustarmi il momento dunque, tanto prezioso
quanto breve. Mi riempirò gli occhi di quella fiamma, e ne sarò soddisfatto.
Resterò incantato come quando pianto gli occhi davanti alla fiamma calda e fiera
del qullek, la lampada ad olio, quando brilla in casa nelle lunghe notti
d’inverno.
Edizioni Fuochi d’inverno
Che bisogno abbiamo di raccontarci storie? Non dovremmo averne abbastanza delle
vicende presenti, reali?
Perché la fantasia, quando anche l’intelligenza è già sostituita dalla macchina?
Ancora storie invece. Non per conforto o consolazione. Ma per chiarire i
contorni del presente.
Figure, per riscaldare i cuori. Immagini, per continuare a coltivare la
fantasia.
Non un esercizio puerile per evadere il mondo. Ma la sentinella che grida
l’allarme. La fiammella che sfida il gelo.
E poi sogni, per bruciare anche l’inverno.
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXII)
Luci da dietro la scena (XXXII) – La società dei varchi
La fortezza automatica (o il colonialismo hi-tech)
Gli occhi della fortezza saranno ovunque. Nelle videocamere intelligenti montate
sulle torri di sorveglianza ai confini o nei centri dove raccogliere e smistare
i migranti. Nelle analisi a base di IA dei dati satellitari, a caccia dei
comportamenti “anomali” di imbarcazioni, veicoli e individui ai confini. Nei
software di riconoscimento emotivo o di analisi dei dialetti per comprendere se
un richiedente asilo mente o dice il vero quando parla di sé, del suo passato e
dei suoi intenti.
Questo processo essenzialmente disumanizzante rende più semplice architettare
procedure sommarie per detenzioni e deportazioni di massa che riducono le
persone a pacchi postali o bestiame. Più semplice realizzare apartheid che sono,
sempre più spesso, stabiliti da politiche di impronta discriminatoria e
razzista, ma eseguiti da macchine che hanno sempre più autonomia discrezionale.
[…]
Ma è solo l’inizio. Il direttore dell’ICE, Todd Lyons, ha esplicitamente
affermato che sarà l’IA a «riempire gli aerei» delle deportazioni ordinate dal
presidente Trump, mettendo a frutto alcuni degli infiniti usi di tecnologie
«intelligenti» da parte del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (DHS)
dettagliati in un recente rapporto della ONG Mijente, intitolato non a caso
Automating Deportation, l’automatizzazione delle deportazioni.
[…]
Per massimizzare l’efficienza delle deportazioni, ha detto Lyons, ci sarebbe
bisogno di un servizio «Amazon Prime per esseri umani». Perché «dobbiamo
diventare più bravi a trattarle come un business».
[…]
Quando politiche discriminatorie si sommano a potenti soggetti privati che
promettono, senza particolari scrupoli di natura morale, di disporre delle
tecnologie per realizzarle (automaticamente), il risultato è lo spettacolo di
crudeltà intenzionale, separazioni e violenza che la storia ha fatto ben
conoscere a chi l’ha frequentata anche solo di passaggio.
Dalle complicità nell’Olocausto a quelle nell’apartheid sudafricano, passando
per il regime di sorveglianza permanente subito dagli uiguri in Cina e quello
israeliano che uccide i palestinesi (anche) sulla base di decisioni
automatizzate tramite sistemi a base di IA come Lavender e Gospel, gli esempi
non mancano.
Un mondo automaticamente «chiuso» come quello immaginato dagli attori
contemporanei della sicurezza sarebbe un mondo di continua, opaca e arbitraria
discriminazione automatica.
E se, come scrive Frantz Fanon in I dannati della terra, «il mondo coloniale è
un mondo diviso in compartimenti», «un mondo tagliato in due» in cui «le
frontiere si mostrano tramite caserme e stazioni di polizia», allora questo
presunto mondo nuovo è in realtà unicamente una riproposizione hi-tech di
quello, passato ma mai del tutto scomparso, in cui le potenze coloniali
controllavano le popolazioni soggiogate a loro totale discrezione, al servizio
esclusivo dei propri fini.
[…]
Qui i privilegiati, i desiderabili, quelli considerati «affidabili» e «a basso
rischio» – i membri di quelle che la letteratura definisce «élites cinetiche».
Lì gli esclusi, gli indesiderabili, quelli che hanno i natali o il colore della
pelle errato, e non abbastanza denaro per comprarsi una dignità che viene loro
negata.
Le frontiere servono alla tecnologia più di quanto non sia il contrario
[…] non sorprende che non ci siano reali prove che rinchiudere il mondo entro
fortezze automatiche, fisiche e insieme virtuali, produca la tanto agognata
salvezza dall’Altro. Perfino Frontex, che del ricorso a nuove tecnologie
«intelligenti» ha fatto uno dei tratti distintivi del proprio operato, si è
vista costretta ad ammetterlo.
[…]
Ci sono al contrario svariate prove che le tecnologie della fortezza, così come
le più ampie politiche repressive da cui discendono, non bastano a sigillare i
confini. Si prenda per esempio quanto concluso dal Border Violence Monitoring
Network dopo il lavoro di inchiesta sul laboratorio tecnologico in costruzione
in Croazia, per proteggere l’Europa dai migranti in arrivo da Serbia e Bosnia.
Qui, dove sappiamo che i respingimenti illegali avvengono in maniera
sistematica, il ricorso a tecnologie per «catturare, detenere ed espellere
rifugiati e migranti» non ha sortito gli esiti desiderati. Nonostante i fini
dichiaratamente repressivi, il network di organizzazioni della società civile
non ha trovato prove di «relazioni causali tra l’impiego della tecnologia e la
riduzione della migrazione cosiddetta illegale» nel periodo e nell’area oggetto
della ricerca.
Con o senza l’aiuto della tecnologia, la violenza ai confini continua senza
sosta. Come rileva il rapporto, infatti, «i respingimenti sembrano avere luogo
anche senza l’utilizzo di alcuna tecnologia avanzata e la migrazione
illegalizzata continua nonostante l’impiego di IA e tecnologia avanzate della
frontiera».
Il dato più rilevante emerso dallo studio è semmai che le frontiere sembrano
servire all’innovazione tecnologica più di quanto la tecnologia serva a
realizzare buone politiche di gestione delle frontiere. Se, in altre parole, «si
capovolge la domanda, e si chiede non quale sia il ruolo della tecnologia per le
frontiere, ma quello delle frontiere per la tecnologia», conclude il BVMN, «le
aree di confine emergono come un importante banco di prova per le tecnologie su
popolazioni vulnerabili con scarso accesso ai propri diritti e alla protezione
dei dati personali».
Le persone in movimento diventano così cavie per condurre sperimenti
soluzionisti i cui risultati si possono poi diffondere, come insegna la storia
recente, al resto della popolazione.
Tecnocrazia e razzismo
Ciò che conta, in un simile contesto, non è più il confronto con il reale, ma
tra due fantasie di controllo. […]: la «fantasia liberal-tecnocratica» e la
«fantasia illiberale razzista».
Diverse, perché mentre la prima trova ancora possibile una migliore gestione
delle questioni migratorie tramite politiche per maggiori controlli e
cooperazione internazionale, la seconda parla esplicitamente di un cancro da
estirpare con punizioni estreme e performative – ben riassunte nelle file di
migranti deportati in catene, ridotti a meme da sbeffeggiare o esposti come
trofei nelle celle-lager di El Salvador dall’amministrazione Trump.
Ma soprattutto complementari, perché discendono dalla stessa concezione dello
Stato-nazione, assumendo inoltre la stessa visione coloniale dell’ordine
mondiale.
E perché poi, nei fatti, entrambe le fantasie finiscono per informare analoghe
misure reali. A partire dal tentativo di implementare soluzioni tecnologiche via
via più autonome, che fanno intravedere nitidamente che il sogno del controllo
totale alle frontiere debba in ultima analisi realizzarsi tramite la piena
automazione.
«Totalmente automatico» deve essere infatti tanto il riconoscimento di ogni
possibile minaccia (threat detection) portato dall’Altro ai varchi di confine
quanto il continuo comporsi di un completo resoconto dello scenario operativo
(situational awareness) di zone di frontiera sempre più estese, scrivono
documenti ufficiali della Direzione generale della Ricerca e dell’Innovazione e
di Frontex, perfino nell’Unione Europea dell’IA «responsabile». Impossibile del
resto, in presenza di una qualunque resistenza o lungaggine umana, ottenere
quella mobilità «ininterrotta» – per i desiderabili, e solo per loro
naturalmente – che ossessiona gli attori della sicurezza al punto di rendere
l’aggettivo che la esprime, seamless, un vero e proprio mantra in ogni
comunicazione ufficiale o brochure di marketing ben oltre i confini europei.
Di nuovo, tra democrazie liberali e sistemi illiberali la distinzione, quando si
parla di proteggersi dall’Altro, sembra più una questione di retorica che di
sostanza, di parole diverse per descrivere lo stesso immaginario repressivo.
Alla luce di tutto questo, e in un contesto in cui l’estrema destra può dirsi
egemone nel discorso pubblico e nell’agenda delle politiche migratorie, appare
inevitabile che aggiungere ulteriori restrizioni automatiche al mix non potrà
che condurre ulteriore violenza e altri morti nelle tratte, sempre più ostiche,
della speranza, contribuendo a creare – anziché risolvere – emergenze
migratorie.
La morte sul monitor, ovvero la parte sacrificabile dell’equazione
Si prenda per esempio la tragedia al largo dell’isola di Pylos, in quella fatale
notte del 13 giugno 2023 in cui una imbarcazione con a bordo 750 tra uomini,
donne e bambini perlopiù provenienti da Siria, Egitto e Pakistan si è rovesciata
in acque greche lasciando in vita appena 104 persone.
[…]
Lo sguardo che tutto vede – o dovrebbe vedere – ha dimenticato di osservare
proprio ciò che avrebbe dovuto osservare, cioè una situazione di emergenza in
cui un tempestivo intervento avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la
morte per centinaia di esseri umani. […]
Così come il naufragio di Cutro del 26 febbraio dello stesso anno, in cui
un’imbarcazione da diporto partita dalla Turchia si è schiantata – con a bordo
quasi duecento persone – a pochi metri dal litorale di Crotone, mostra poi come
l’occhio della fortezza possa effettivamente vedere senza che nessuno
intervenga.
[…]
Lungi dal salvare vite umane […] le tecnologie di sorveglianza hanno nei fatti
il risultato opposto: diminuire le operazioni di salvataggio – anche quando i
dati prodotti da quelle tecnologie rendono visibile che ce ne sarebbe urgente
bisogno – e incrementare i respingimenti illegali.
[…]
Gli egiziani, i siriani, i pakistani e le altre centinaia di naufraghi erano,
molto semplicemente, dalla parte sacrificabile dell’equazione.
(brani tratti da Fabio Chiusi, La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può
varcare i confini, Bollati Boringhieri, Torino, 2025)
Riprendiamo e rilanciamo
da https://terraeliberta.noblogs.org/post/2026/01/21/la-sussistenza/
È uscito un nuovo opuscolo curato dal Collettivo Terra e Libertà: La sussistenza
– una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, di Maria Mies
Veronika Bennholdt-Thomsen.
62 pagine, 3 euro a copia (2 euro per i distributori, dalle 3 copie in su)
Per ordinare copie: terraeliberta@inventati.org
Nota introduttiva
Là dove il suolo è stato deturpato, là dove ogni poesia è scomparsa dal
paesaggio, lì si è estinta l’immaginazione, la mente si è impoverita e la
routine e il servilismo si sono impadroniti dell’anima individuale inducendola
al torpore e alla morte.
Élisée Reclus, Il sentimento della natura, 1866
La cultura non si basa su particolari forme di tecnologia o di soddisfazione dei
bisogni, ma sullo spirito di giustizia.
Chiunque voglia fare qualcosa per il socialismo, deve mettersi all’opera a
partire da un’intuizione di gioia e felicità ancora sconosciute. Abbiamo tutto
da imparare: il piacere del lavoro, dell’interesse comune, della reciproca
tolleranza. Abbiamo dimenticato tutto ciò, tuttavia ne avvertiamo ancora la
presenza in noi.
Gustav Landauer, Appello al socialismo, 1911
Dopo aver letto, nella versione francese, La sussistenza. Una prospettiva
ecofemminista, abbiamo sentito l’esigenza di tradurne le parti a nostro avviso
più significative (e in qualche modo riassuntive) per farle circolare anche in
lingua italiana. Certo, scegliere qualche decina di pagine da un’opera di oltre
quattrocento è sempre discutibile, e tradurre da una traduzione non è certo dar
prova di rigore filologico. Al netto di queste tare, pensiamo che queste pagine
offrano una preziosa base di discussione. Tanto ricca quanto in controtendenza –
e ciò per diversi motivi. Maria Mies – scomparsa nel maggio del 2023, a 92 anni
– e Veronika Bennholdt-Thomsen hanno animato, a partire dagli anni Settanta, la
«scuola di Bielefield», basata sull’intreccio tra femminismo, sussistenza e
critica del progresso, un lungo lavoro di cui questo libro è una sorta di
sintesi. «La specificità del nostro approccio teorico è di tenere insieme la
questione femminista, la questione ecologica e la questione economica. In questo
libro, vogliamo dimostrare che la visione del mondo che preconizza una crescita
infinita si basa sulla negazione dei processi naturali legati alla riproduzione
della vita. Il primato dell’operatività – o, come anche si chiama, del
produttivismo – porta con sé la distruzione. La svalorizzazione del femminile fa
parte del suo bagaglio etico-morale. Vogliamo indicare i mezzi per liberarcene».
Mescolando una ricca esperienza sul campo nelle comunità locali del Sud del
mondo (Asia, Africa, America Latina) con le lezioni di Ivan Illich e dello
storico inglese Edward P. Thompson, le due ecofemministe tedesche contrappongono
ciò che chiamano «economia morale di sussistenza» al capitalismo, al
patriarcato, al colonialismo e allo Stato. Nella loro disamina storica,
colonialismo, capitalismo e patriarcato sono fenomeni consustanziali, che hanno
trovato nella scienza moderna sia i mezzi della potenza sia l’ordine
simbolico-culturale con cui giustificarli. «Finché la terra fu considerata viva
e sensibile, ogni atto distruttivo contro di essa poté essere condannato come
violazione di un comportamento etico». Con la visione meccanicistica che trionfa
nel corso del Seicento, «le nuove immagini di padronanza e di dominio funzionano
come sanzioni culturali a favore della spoliazione della natura» (Carolyn
Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica). Ma
quel processo storico chiamato «accumulazione originaria del capitale» –
recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, violenza coloniale,
esproprio del sapere medico popolare, caccia alle streghe e subordinazione delle
donne – non è la nostra preistoria, bensì il nostro presente. La ferocia
dell’accumulazione è più manifesta al Sud e più occultata al Nord. Centrale in
questo occultamento è l’ideologia del progresso. Dentro quella storia
sotterranea delle idee e dei movimenti di emancipazione che non si sono fatti
stregare dalle sirene del progresso – su tutti il movimento luddista –, Maria
Mies e Veronika Bennholdt non si limitano a mostrare i rovesci dello sviluppo o
a criticare la concezione lineare, evolutiva e cumulativa del tempo storico. Ne
mettono in discussione l’architrave: l’idea, cioè, che il «regno della libertà»
sia possibile soltanto oltre il tessuto della necessità – che questo oltre venga
garantito dallo sviluppo delle forze produttive, favorito dalla tecnologia o
promesso dal transumanesimo. Procurarsi il cibo, stare al caldo, crescere i
figli, curarsi, rigenerare i beni naturali da cui dipendiamo, sono necessità che
non si possono abolire: o le affrontiamo in modo reciproco, ecologico e non
gerarchico, oppure continueremo ad addossare il loro carico su altri esseri
umani (innanzitutto donne e popoli del Sud), il cui sfruttamento è tutt’uno con
la distruzione della natura. Contro ogni pretesa di neutralità e di
immaterialità delle tecno-scienze, Mies-Bennholdt ci ricordano che ogni
macchinario tecnologico – e quello digitale ancora di più, possiamo aggiungere –
incorpora sempre lavoro vivo e risorse naturali, per quanto questo processo
possa essere allontanato dalla nostra vista. Per le due ecofemministe tedesche,
le tecno-scienze – in particolare i brevetti sulle sementi e sui geni, cioè
l’artificializzazione del cibo e della riproduzione del vivente, umani compresi
– sono parte dell’apparato patriarcale di dominio. Il sogno di onnipotenza,
inaugurato da Bacone, sulla madre-materia – la natura-femmina a cui estorcere i
segreti con la tortura – raggiunge oggi il suo apice, allorché la secolare
guerra contro la sussistenza punta a privatizzare e monopolizzare gli ultimi
commons: le facoltà stesse della specie. Per imparare dalle comunità locali che
ancora praticano la sussistenza e dalla resistenza delle donne, è necessario –
ecco un’altra posizione decisamente in controtendenza – non farsi ingannare
dalle trappole del femminismo postmodernista, di cui nel libro si ricostruiscono
la genesi storica e la funzione politica, per quanto – ai nostri occhi – in
maniera non sempre puntuale e chiara[1].
Se di questa prospettiva ecofemminista condividiamo appieno il dove andare,
certo non mancano i disaccordi su come arrivarci. Ne La sussistenza, infatti, si
traccia un parallelo tra violenza rivoluzionaria, logica di guerra e ruolo delle
avanguardie politiche, fenomeni accomunati da una sorta di ossessione del
maschile a cui le due autrici contrappongono l’erosione del sistema capitalista
e colonialista attraverso la moltiplicazione degli esperimenti comunitari. A
parte che in questo modo la concezione lineare-evolutiva del tempo storico,
scacciata dalla porta attraverso la critica del progresso, rientra dalla
finestra nel modo di intendere la temporalità della resistenza, resta il fatto
che senza rottura rivoluzionaria dello spazio-tempo tecno-capitalista, e senza
sabotaggio concreto dei suoi apparati di cattura, alle nostre latitudini la
sussistenza rischia di assomigliare a un eco-villaggio circondato dalle
nocività. Detto ciò, la critica delle concezioni dominanti di rivoluzione – e
delle loro concrete realizzazioni storiche – non può essere allontanata con il
rovescio della mano, contrapponendo scolasticamente la visione anarchica a
quella autoritaria, la visione federalista a quella statalista, la visione
comunalista a quella incentrata sulla pianificazione industriale. Pensare la
libertà nei limiti della necessità, accettando fino in fondo la nostra
condizione di creature mortali e terrestri, significa praticare la più
paradossale – nel senso letterale di lontana dall’opinione comune – delle
rivoluzioni. Una rivoluzione la cui violenza non sia volontà di potenza, bensì
distruzione del dominio, possibilità collettiva di lasciare la presa sulla
natura, sugli animali, sulle piante, sulle donne, sui bambini, per riscoprire
ciò che abbiamo dimenticato: un’attività umana in cooperazione con i nostri
simili e con la materia vivente di cui siamo fatti.
A dispetto delle astrazioni tremendamente materiali dell’idealismo tecnocratico
e contro ogni confortevole fuga da ciò che produce e riproduce la vita, il
sentiero verso «una gioia e una felicità ancora sconosciute» ha bisogno di
terra. Uscire dalla schiavitù connessa è il primo passo per trovarne le tracce.
Rifiutare ogni volontà di potenza è l’unico modo per non chiamare libertà un
dominio diversamente organizzato.
Rovereto, dicembre 2025
Collettivo Terra e libertà
[1]. Se infatti concordiamo con la sostanza di quanto affermano al riguardo Mies
e Bennholdt (la smaterializzazione del reale e la scomparsa di ogni valore
qualitativamente differente, compreso quello di verità, in nome della lotta a un
generico «essenzialismo», presentato come fonte di ogni oppressione), a volte
fatichiamo un po’ a capire il senso di certe loro affermazioni. A titolo
d’esempio: si può davvero addebitare al «femminismo postmodernista» l’essenza
stessa del capitalismo, ovvero la distruzione del «legame tra ciò che entra in
un processo di produzione e ciò che ne esce», perché «ciò che conta, è il
risultato sotto forma monetaria»? Si tenga però presente, nel leggere queste
pagine, che esse risalgono al 1988, quando l’egemonia postmodernista aveva
cominciato da poco ad attecchire nei dipartimenti universitari, ed era ben
lontana da installarsi negli odierni “movimenti”. Ci sembra interessante far
notare come chi le ha scritte abbia riconosciuto e denunciato la radice
neoliberale di queste ideologie con largo anticipo, e da un punto di vista
tutt’altro che reazionario e patriarcale.
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due
testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria
tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il
presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del
colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di
un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare
per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole
farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma
una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché
«imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo
uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di
queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza».
Qui in pdf: Darwish
Silenzio per Gaza
Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di
morte, non si tratta di suicidio.
È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.
Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione.
Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio.
È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico.
Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal
filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e
attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non
smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne
interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa,
perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla
fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il
tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma
li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma
un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente
diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza
all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita
all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o
dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della
propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza
e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno
d’immagine.
Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo
bilancio.
Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo
sangue.
Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il
sangue, il sudore, le fiamme.
Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di
commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue.
Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la
gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio
sia per i nemici che per gli amici.
Gaza non è la città più bella.
Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe.
Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo.
Gaza non è la città più ricca.
(Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando,
braccia a noleggio.)
Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una
nazione.
Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più
disgraziata,
la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo
del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza
infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte
queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore
tra tutti noi.
Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la
bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo
cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci
siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo
vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico
aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni.
Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla
scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando
ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i
nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se
rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei
ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha
cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza
nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri
attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno
forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa
e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari.
(Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa
benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto
della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello
dell’insegnante con gli allievi.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla
firma né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza.
Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento
mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un
sorriso stampato.
Lei non vuole questo, noi nemmeno.
La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa
bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la
fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la
distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di
spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese
che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando
sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e
dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e
dissenso, morte e dissenso.
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su
una piccola isola.)
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza
dichiara che merita di vivere.
Andando straniero per il mondo
A tarda notte il mondo va a dormire.
È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni
della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre
asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via
chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar
Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a
calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente
ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono
capaci di crescere.
A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha
avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità.
Così dorme il mondo.
Così si sveglia il mondo.
Così mi dimentica.
Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando
sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte.
Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha
ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo,
ho cercato di entrare.
“Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?”
“La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.”
“Dove mi hai visto la prima volta?”
“Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e
tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la
tranquillità?”
Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando
me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco.
L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata
alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità.
Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto
rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e
gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina
in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua
solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato
farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato
la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali
dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi.
Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi
saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla
radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza.
Così il mondo va a dormire e mi dimentica.
“Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.”
“Chi l’ha svegliata? Chi è stato?”
“Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.”
“Da dove soffia?”
“Da ogni direzione, dalla patria.”
“Chi ha insegnato loro questo termine desueto?”
“Poeti che cantano al suono del rababa.”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.”
“Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?”
“Ferventi rivoluzionari”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.”
“Chi ha insegnato loro questo termine?”
“L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?”
“Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.”
“Che facciamo?”
“Uccidiamo la memoria.”
Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato
fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un
giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se
avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso
spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in
passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel
Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba
atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena
dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è
saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in
nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano
generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un
connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi
e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto
rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal
globo terrestre perché sono io il terrorista.
Che cosa faceva il mondo?
A tarda notte andava a letto e dormiva.
Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri
del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti?
Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è
che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione
per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i
propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di
combattere per la propria libertà.
Cos’è l’opinione pubblica internazionale?
Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo
termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di
comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie.
Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la
coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e
falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale
occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto
dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione
ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere
schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa
“opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro
sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi.
Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono
che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo
barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa
domanda?
Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far
tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole
giocare e bere.
“Perché svegli il mondo?”
“Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.”
“Perché non muori in silenzio?”
“Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.”
“E una morte urlata?”
“È una causa.”
“Sei venuto a dichiarare la tua presenza?”
“Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.”
“Perché uccidi?”
“Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.”
“Vai all’inferno.”
“Vengo dall’inferno.”
Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?”
“Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono
accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno
esplosivo?”
“Cacciatelo dal cerchio del mondo.”
“Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.”
“Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.”
“Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di
tragedia, rabbia ed esplosione.”
“Un terrorista?”
“Sì, un terrorista disperato.”
Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della
morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero
un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la
disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare
la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di
suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza,
questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba
protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba
liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora
morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia
schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me
chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del
mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone
e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per
la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale
asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una
paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi.
Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i
bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io
mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di
uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa
dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi
ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre.
Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo:
terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il
mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una
pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia
madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo!
Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò,
so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So
che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete
dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo.
Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da
letto.
Riceviamo e diffondiamo:
AIUTACI A STAMPARE E A DISTRIBUIRE la neonata rivista: IL MOVENTE
finita di scrivere a gennaio 2026, formato A4, 88 pagine
Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo “Mari Maruso” (che vuol dire
“Mare Pericoloso” in siciliano) :
“In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte
all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un
abbraccio mortale. […]
Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale.
Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle
cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i
cuori di tuttx. […]
Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le
relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i
dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la
Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le
proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza,
costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e
allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti.[…]
Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono
state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura
serviva un nome.
Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire,
sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che
si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si
accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci
ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE!
Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione,
scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse,
ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol
dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere.
Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro
come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e
chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità
mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e
tentativi di risposta. Cosa ti muove?”
Qui l’editoriale e alcuni articoli del numero 0: Il movente 0 Mari Maruso
editoriale-1
Tolte le spese vive, i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a
sostenere la Cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere –
vumsec@canaglie.org
In questo numero dialoghiamo di: colonialismo, repressione, guerra, carceri e
cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia… in lotta!
Partecipando e condividendo questa raccolta fondi ci potete aiutare a sostenere
lo sforzo necessario a questa pubblicazione e ad approfondire le crepe tra i
tanti, troppi, muri che separano il presente dall’orizzonte della liberazione,
il come siamo da come vorremmo essere, i corpi e i pensieri reclusi dall’aria
aperta della solidarietà complice e del conflitto diretto.
https://www.produzionidalbasso.com/project/aiutaci-a-stampare-la-rivista-il-movente-n-0/
Tra le “ricompense”, che sono ragionate per facilitare la distribuzione
decentrallizzata e collettiva, abbiamo inserito la possibilità di regalare la
rivista a compagnx detenutx che riceveranno anche carta, busta e francobollo per
comunicare con chi desiderano.
HAI TEMPO PER PREORDINARE FINO AL 7 MARZO POI ANDIAMO FINALMENTE IN STAMPA
Ci vorranno un paio di settimane dalla fine della campagna prima che i preordini
partano, viaggeranno come piego di libro (mettete l’indirizzo giusto!).
Per ulteriori informazioni, ordinare copie senza passare dalla piattaforma (che
è meglio), comunicazioni o contributi potete scriverci a
ilmoventerivista@bruttocarattere.org
diffondete liberamente
CONTRO OGNI GALERA E LA LORO SOCIETÀ
TUTTX LIBERX
la redazione de IL MOVENTE
Riceviamo e diffondiamo:
https://ispiraazione.noblogs.org/?page_id=57
ISPIRARE L’AZIONE…
Come potremmo sovvertire questo mondo se non agiamo per farlo? La lotta, quando
è diretta emanazione di una consapevolezza armata di idee e valori divergenti,
ha il potere di far cadere la maschera che copre questo mondo ridotto a merce,
scuotendo più di mille parole le coscienze assopite dalle luci degli schermi e
dal mantra del produci-consuma-crepa. A patto che ci sia qualcuno disposto a
guardare oltre, distogliendo lo sguardo dalla routine accattivante del
conformismo; che qualcuno sia disposto ad ascoltare le voci dell’abisso che si
levano contro la vita spogliata di senso e le devastazioni e le guerre che sono
il motore dell’eterna rincorsa alla potenza che caratterizzano il capitalismo e
lo stato.
L’agire non è mai privo di senso, perché rappresenta la ripresa tra le proprie
mani di una vita espropriata, è esperienza viva di liberazione, è libertà in
atto.
La lotta stessa è azione, se non vuole ridursi a mera voce dissonante.
L’autorità ha mille facce e il dominio è globale e pervasivo, non mancano gli
obiettivi da colpire o le motivazioni per farlo. Ciò che manca, forse, è un
progetto che conferisca senso ed entusiasmo, fiducia nelle proprie capacità e
possibilità e la percezione di riuscire a superare i limiti dell’azione per
l’azione sentendosi unite ad altre molteplici volontà determinate a sconvolgere
l’ordine leviatanico che governa questo mondo.
Questo blog nasce con l’ambizioso proposito di stimolare le menti e armare le
mani di chiunque, anarchiche, anarchici, ribelli di ogni risma, senta
l’insopprimibile bisogno di liberarsi dalle catene dell’autorità e distruggere
le gabbie mentali, virtuali e materiali del carcere a cielo aperto che chiamiamo
società.
Qui ci proponiamo di diffondere la conoscenza di ciò che accade anche altrove,
tradurre testi di rivendicazioni e notizie di azioni prese dai siti di
controinformazione di tutto il mondo come contributo allo sviluppo
dell’immaginazione, di progetti di lotta che si pongano in continuità e dialogo
con le prospettive di chi condivide una propensione all’azione diretta. Uno
sguardo internazionale insomma, che permetta di scorgere e tessere i sottili
fili che collegano l’agire anarchico aldilà dei confini degli stati e delle
coscienze.
È un contributo volto ad ampliare gli orizzonti di lotta, affinare le nostre
competenze pratiche e conoscenza dei punti deboli del nemico, imparando dalle
intuizioni altrui e diffondendo le idee che scorgiamo materializzarsi tra i
densi fumi le scintille e le detonazioni, con la convinzione che le parole che
accompagnano i gesti di rivolta aprano nuovi immaginari, permettendo di
individuare bersagli, scoprire modalità di agire ed ispirare ad attaccare i
molteplici volti di ciò che opprime quotidianamente le nostre vite.
Questo sito è aperto a contributi, traduzioni e comunicati di chiunque lo reputi
uno strumento utile: si pubblicherà tutto ciò che va nella direzione di
promuovere l’azione diretta antiautoritaria, compresi manuali per la diffusione
di competenze pratiche e informatiche.
È completamente anonimo e tale vuole rimanere, per la sicurezza di chi lo cura e
di chi vi contribuisce, perciò caldeggiamo l’utilizzo di Tails, i sistemi di
anonimizzazione come i servizi di TempMail e l’uso di chiavette criptate per
salvare materiale scaricato (consultare il manuale nella sezione dedicata).
Vista la tendenza sempre più diffusa delle polizie di ogni stato a reprimere la
semplice parola nel timore che si trasformi in qualcos’altro di ben più
pericoloso, crediamo sia importante affinare pratiche di sicurezza collettive
per spezzare l’illusione di un controllo infallibile a darci nuovo respiro.
Per comunicazioni dirette (e criptate) al blog è disponibile un form di contatto
in basso a sinistra, oppure è possibile contattarci all’indirizzo e-mail
“ispira-azione[at]autistici.org” (disponibile chiave PGP nella pagina
“Contatti”).
Riceviamo e diffondiamo:
Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot”
È stato tradotto in lingua italiana e dato alle stampe per Tremende Edizioni
“Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot” di
Rirette Maîtrejean del 1938.
Qui la copertina: souvenirs copertina
—————————-
Dalla quarta di copertina:
Dopo la morte di Libertad, nel 1911, Rirette Maîtrejean prende le redini,
insieme a Victor Serge, de «l’anarchie» e la sede del giornale viene trasferita
a Parigi in rue Fessart XIX. Si trova responsabile dell’organo individualista
in un momento in cui i dibattiti sull’illegalismo lacerano il movimento.
Appaiono diversi articoli firmati da Serge, o dai suoi pseudonimi, per
dimostrare che l’illegalismo non è una buona strategia. Pur facendo parte di
questo movimento e ammettendo in teoria alcune inclinazioni illegali, la coppia
ne criticò l’attuazione pratica, sostenendo che i rischi fossero sproporzionati
rispetto ai benefici.
L’ambiente anarchico, già messo a nudo dall’istituzione delle leggi infami, ha
continuato a ridursi al ritmo degli arresti degli illegalisti. Di fatti nel
dicembre 1911 comincia l’affare dei banditi tragici per cui verrà arrestata il
20 marzo 1912.
Rirette, sebbene muova alcune critiche all’approccio illegalista, è solidale
con i suoi compagni e vien in loro aiuto molto regolarmente nonostante la
differenza profonda di metodo. È nella casa che condivide con Victor Serge che
Callemin e Garnier vanno a meditare dopo il furto con scasso in rue Ordener.
Durante il processo contro quella che è presentata dai giornali come la Banda
Bonnot, Rirette verrà accusata di associazione a delinquere a seguito di una
serie di rapine perpetrate da individui vicini a «l’anarchie» – di cui è allora
la direttrice ufficiale – e di essere, insieme a Victor Serge, l’ideologa;
sconta un anno di detenzione preventiva prima di essere definitivamente assolta.
Dopo la sua liberazione si allontana dal movimento individualista di cui
condanna la deriva illegalista e osserva una certa riserva politica.
È con grande tenerezza e dovizia di particolari che Rirette descrive nei suoi
souvenirs questo piccolo ambiente che circonda l’anarchie. Soudy, il piccolo
illegalista, porta a spasso le due figlie di Rirette e il piccolo Dieudonné.
Carouy canta storie d’amore durante i giri in bicicletta della banda. Callemin,
spaccia denaro falso e gestisce perfettamente la cassa del quotidiano
«l’anarchie».
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Dall’introduzione:
Ci sono alcuni passaggi di critica di Rirette che troviamo comunque problematici
riguardo alcuni modus operandi della banda. Riconosciamo a Rirette però non solo
una posizione di critica da parte di chi quelle persone e quelle vicende le ha
conosciute in prima persona ma anche l’umanità nel ricordare quelli che
riconosce come compagni e amici e nel difenderli nonostante la forse insanabile
distanza. […] Abbiamo deciso in ogni caso di dare alle stampe Souvenir
d’anarchie perché leggendo questi ricordi è la parte più solidale che ha
risuonato dentro di noi e per cui abbiamo creduto valesse la fatica tradurre
queste pagine. Non la purezza della militante ma le sensazioni del vissuto
umano, fatto di emozioni anche dolorose, di volubilità e dei tentativi di
affrontarle, non con l’arroganza di chi è incapace di ascoltarsi ma con l’umiltà
dei propri limiti. È in questo che ci siamo riconosciute: la distruzione del
mito dell’impavido eroe anarchico. Se il mito serve a spiegare la realtà, sarà
poi vero che le anarchiche, e gli anarchici, sono valorose combattenti fatte di
pietra adamantina, inscalfibili dal mondo che le circonda? O sono semplici
esseri umani, fatte di carne e sangue che soffrono e provano emozioni anche
devastanti e sono queste sensazioni che le spingono a ribellarsi ed opporsi all’
oppressione? Vogliamo davvero costruire un immaginario che fagocita tutte le
esperienze individuali, comuni ma non per questo banali, per ricollocarle in
un’aura di eccezionalità? Correndo il rischio di produrre fantastiche chimere da
sognare ad occhi aperti? Non si tratta di un gioco di ruoli in cui si definisce
la propria identità sulla basa di un mito, ma piuttosto la disintegrazione del
mito come base da cui partire per creare la propria unicità ed individualità.
Non siamo interessate a suscitare consenso, stupore, ammirazione, adulazione o
fascino nè tantomeno ci alletta la persuasione come metodo di lotta. Preferiamo
riportare al presente percorsi e progetti, attraverso la memoria, la valenza dei
loro contenuti di vita, di idee e di lotta. Ciò che ci sollecita il cuore e la
mente è la possibilità, come forsennati prometei, di rubare il fuoco sacro e
bruciare tutto, persino l’idea di mito. Però sta a chi legge decidere cosa fare
di queste vite, se usarle come feticcio da venerare (e quindi usarle come mito)
o al contrario come punto di partenza per costruire la propria storia.
———————–
INDICE:
Introduzione
Souvenirs d’anarchie
Biografie
Appendice (Illegalismo, Individulalismo, Milleux libre, Causerie populaire,
Appunti dal carcere La Santè, Le mie memorie di R. Callemin)
————————-
Formato 12×16 , pagine 232.
Contributo consigliato 8 euro per singola copia, 6 per i distributori.
Spese d spedizione 1,50 con raccomandata tracciabile 5 euro.
Per copie tremendeedizioni@canaglie.org
Per altri titoli tremendeedizioni.noblogs.org
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di diverse realtà anarchiche e
libertarie romagnole.
Anche
su https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/la-guerra-interna-si-intensifica/
Qui una versione impaginata per la lettura: laguerrainterna
Qui una versione in opuscolo: comunicato-opuscolato-stampa
LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO DI RAVENNA.
In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un
blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28
novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per
circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci
dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion.
Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei
principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di
componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo
l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli
come MSC, Zim e Maersk.
La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali
che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale,
oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di
natura amministrativa”.
Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo
Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato
collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il
governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi
reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per
colpire chi esprime idee e pratiche non allineate.
Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto
Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore
per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il
decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il
13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono
solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed
economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo
urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di
manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni
cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte
della stessa logica.
Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che
appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di
polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una
cornice di guerra.
Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in
seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta
commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa
pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive
introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato
dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una
economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti
per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive.
I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e
l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità
democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio
giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio
piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad
un conflitto sempre più diffuso.
La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula
von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a
vedere i propri figli morire al fronte”(1).
Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le
ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio
palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi
occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di
tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza.
Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la
Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel
sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi
all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice
contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di
perdere il posto di lavoro.
Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica
all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici:
lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto
ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno
più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna,
ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil.
La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la
guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano.
Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la
Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi
alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri
paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per
vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli
Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro
delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action.
In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le
persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e
spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più
paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere
anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto.
Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un
genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo,
appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia –
significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano
più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi
imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e
Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o
convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze
sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la
risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il
suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza
ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da
così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi).
La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma
germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità.
I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e
l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania.
Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione
palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le
tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed
anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali
che gestiscono i territori.
Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le
ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni
necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della
Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales
Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne
satellitari “dual use” (progetto ERiS).
Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua
ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la
riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una
cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità.
Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna.
La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la
logistica militare é giusto, oltre che necessario!
– Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena
– Collettivo Samara
– Equal Rights Forlì
– Brigata Prociona Imola
– Assemblea Anarchica Imolese
– Spazio Autogestito Capolinea Faenza
______
NOTA
(1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore
dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a
prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non
lontano.