
Le avventure della città di Santa Chiara. L’introduzione al volume
NapoliMONiTOR - Wednesday, February 11, 2026
(disegno di diego miedo)È in libreria a Napoli, e presto in altre città italiane, Le avventure della città di Santa Chiara e dei suoi abitanti (Monitor edizioni, 76 pagine, 10 euro), un libro a fumetti di Diego Miedo. Una storia distopica, “ma meno del nostro quotidiano, in cui sradicamento, espulsioni e sgomberi sono promossi dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza”.
Pubblichiamo a seguire La realtà è più avanti, introduzione al volume scritta da Stefano Portelli.
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“Napoli è il caso emblematico di una pressione turistica cresciuta in modo esponenziale”, scrive il direttore del dipartimento di architettura dell’Università Federico II su Repubblica a dicembre 2025. Poi spiega l’impatto del turismo sulla città: “Aumento dei canoni abitativi, congestione, espulsione di abitanti fragili dai quartieri centrali, rarefazione dei servizi essenziali, perdita di identità”. Sembrerebbe un disastro a cui cercare rimedi. Invece, continua l’esperto, bisogna cambiare prospettiva: smettere di vedere tutto questo come un pericolo da cui difendersi, provando invece a reinvestire i profitti del turismo come “valore aggiunto in infrastrutture, servizi e nuove qualità urbane”. L’articolo si conclude così: “Napoli ha la straordinaria opportunità di usare il turismo […] non come un problema da contenere, ma come risorsa per ridisegnare il futuro”. Sembra una parodia ancora più fantasiosa delle avventure della città di Santa Chiara disegnate da Diego Miedo. Anche l’inquinamento, la deforestazione, gli sversamenti tossici in mare sono grandi opportunità se i loro profitti raggiungono lo Stato! Anche sui terremoti si può guadagnare, e magari finanziarci biblioteche, infrastrutture, nuovi boulevard sul mare. Pure dal traffico di droga possiamo tirar fuori qualcosa, magari per fare i centri di disintossicazione. Un cambio di prospettiva geniale: perché lamentarsi, se riusciamo a farci soldi sopra? Purtroppo, per il momento, è invece lo Stato che spende per aumentare l’invasione turistica su cui speculano i privati. L’anno scorso le aviolinee low-cost che portano i turisti in Italia hanno incassato quasi mezzo miliardo di euro dallo Stato – la metà dei quali sono andati a Ryanair. Centinaia di milioni l’anno vanno ai porti per le navi da crociera, e miliardi su miliardi ai grandi eventi come le Olimpiadi di Milano-Cortina, sempre per attrarre visitatori. Le storie raccontate da Diego Miedo sembrano esagerazioni ma non lo sono. Sono anche meno distopiche della realtà, oggi che la gentrificazione, la turistificazione, lo sradicamento, sono promosse dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza. Pensiamo alla strage compiuta a fine ottobre 2025 nel quartiere Penha di Rio de Janeiro, dove la polizia ha ucciso oltre cento persone: più che colpire il narcotraffico, rimasto indenne, l’operazione ha fatto crescere la violenza e il disprezzo contro gli abitanti delle periferie – neri, poveri e favelados, già colpiti dall’allestimento dei Mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016. Oppure pensiamo all’irruzione di un cane-robot della polizia di New York nel 2020, durante un’assemblea di inquilini in un quartiere di case popolari. O ai gruppi di neonazi, pugili, ex militari, che minacciano gli inquilini indesiderati, attraverso imprese considerate legali e pagate dai proprietari immobiliari, come Desokupa in Spagna. O ai suicidi: solo negli ultimi mesi del 2025, a Sesto San Giovanni un settantenne si è buttato dalla finestra durante lo sfratto, a Barberino nel Mugello un uomo della stessa età ha fatto esplodere la casa, e vicino Verona tre fratelli hanno dato fuoco alla casa uccidendo anche i tre carabinieri che erano andati a sfrattarli . Si resiste alle espulsioni a rischio della vita: si pensi all’omicidio di Marielle Franco in Brasile, e a quello di Breonna Taylor a Louisville (Usa), uccisa dalla polizia che cercava di svuotare il quartiere dai neri. “La gentrificazione è un crimine!”, ripeteva spesso una attivista afroamericana di Washington DC, Gloria Robinson, nelle riunioni di un comitato locale. Poi è stata cacciata di casa, e ora vive in un altro stato. Nella capitale degli Usa in venti anni sono stati espulsi quarantamila abitanti neri, prima sotto la forma dell’impoverimento intenzionale dei quartieri che si voleva “riqualificare”, togliendo sussidi e investimenti pubblici; poi sotto la forma delle ruspe che hanno abbattuto le case, spingendo gli afroamericani ad andare altrove o ad accamparsi in tende e rifugi di fortuna, dove molti hanno passato anche la pandemia. Un altro membro dello stesso comitato, Dominic Moulden, si domanda in un articolo: Is gentrification a municipal crime? . Un giornale nero californiano, il San Francisco Bay View, considera addirittura che la riqualificazione e la gentrificazione delle città statunitensi siano una continuazione del genocidio coloniale. Se le vite nere contano davvero, sostiene, bisogna chiedere la riparazione dei danni.
A Napoli sicuramente il fenomeno prenderà una forma diversa, ma non per forza meno drammatica, visto che l’Italia è attualmente il paese europeo con il maggiore indice di sfratti. Un ricercatore di Londra ha fatto una lista dei danni provocati dalla trasformazione degli spazi urbani in macchine per il consumo o per il turismo. Ha individuato cinque categorie: sfruttamento, spossessamento, sradicamento, marginalizzazione, violenza. A Santa Chiara ci sono tutte: chi lavora sfruttato per le pizzerie dei turisti; chi non si riconosce più nel suo quartiere invaso dalle spritzerie; chi viene cacciato di casa; chi viene costretto a vivere in periferia, magari nel quartiere di Rosabella, a sua volta oggetto di nuova gentrificazione; chi è spinto oltre il confine della marginalità, e deve rifugiarsi nelle grotte sul Vesuvio. Un’altra serie di danni, meno visibili, riguarda l’appropriazione della cultura: “Dobbiamo puntare sulla cultura – dice il sindaco di Santa Chiara –. Prendiamo consensi e ci consolidiamo”. Quindi, la banalizzazione e la distruzione della cultura popolare, della musica, dei legami sociali, dei rituali, della vita quotidiana – quel “dolce sogno” da cui inizia il libro. Anche per gli afroamericani, secondo Mindy Fullilove, la perdita dei quartieri aveva ucciso il jazz, incarnazione della vita urbana.
Ma la retorica sulle magnifiche sorti delle città turistiche è troppo forte per poterla scalfire con gli articoli scientifici o le inchieste indipendenti. I giornali mainstream presentano la realtà sempre in un modo “imparziale”, che naturalmente fa fare bella figura ai promotori della gentrificazione più che alle vittime. La tattica di questo libro, fatta di paradossi, straniamento, avventure, è forse l’unica efficace per mettere in crisi il discorso ufficiale. Nei decenni passati molti artisti hanno criticato poeticamente la trasformazione delle città in macchine per far soldi. In Chi ha incastrato Roger Rabbit, umani e non-umani lottano contro uno speculatore che vuole trasformare un quartiere di Los Angeles – Cartoonia – in un nodo autostradale. I Blues Brothers invece devono salvare un orfanotrofio di Chicago dalla demolizione (e gli scontri di auto nel centro commerciale vendicano lo straniamento del nuovo modello di consumo). In Beetlejuice, invece, sono i fantasmi che vogliono rimanere nella loro casa, spaventando i gentrificatori. Anche i fumetti di Astérix ci hanno regalato una mitologia potentissima per difendere l’autonomia dei quartieri assediati da un potere gigantesco. Tutti i documentari sulla turistificazione – Terramototourism su Lisbona, Welcome Goodbye su Berlino, La sindrome di Venezia, The Last Tourist, Gringo Trails – non riescono a trasmettere l’inquietudine di Jurassic Park o Westworld, che raccontano quanto può andare male un’attrazione per turisti. Il fumetto ha la capacità low-cost di farci immaginare qualunque cosa: è il mezzo ideale con cui sublimare i danni subiti, rovesciare le sorti, immaginandoci a scacciare chi ci ha cacciato.
L’abitante di Rosabella che grida dalla finestra: “Americani di merda, non saremo mai il vostro zoo!”, è lo stesso che esce armato sul balcone in Dodici di Zerocalcare, gridando: “Non verrete qui a suonare i vostri bonghi! Questa non sarà mai una terra di fottute apericene!”. In Roma città morta, di Luca Marengo e Giacomo Keison Bevilacqua, a occupare la capitale sono invece gli zombie; i sopravvissuti la attaccano dalle loro riserve fortificate fuori le mura – quasi tutte a Roma Est, dove da sempre vivono gli espulsi. Ci sono così tanti fumetti ambientati in città post-apocalittiche, da Akira ai lavori di Enki Bilal a Le acque di Mortelune di Patrick Cothias e Philippe Adamov, che sembra quasi che il fumetto sia un mezzo privilegiato per immaginare usi della città radicalmente diversi. Iniziare a fantasticare su un cambiamento, anche se distopico, è il primo passo per uscire dalla paralisi dell’immaginario provocato dall’invasione turistica, dal bombardamento delle demolizioni e degli sfratti, dalla moltiplicazione dei grattacieli e dei grandi progetti inutili. Un giorno rileggeremo questi anni come la fase in cui i barbari al potere tentarono di distruggere le città più belle del mondo, in alcuni casi riuscendoci. I danni saranno quantificati e si esigeranno riparazioni; o almeno, si farà in modo che non possa più succedere. Sui muri della Santa Chiara del futuro sarà affissa una lapide, a perenne monito: “Chiunque contribuirà a svuotare la città dai suoi abitanti, per profitto o per ignoranza, spingendoli a confinarsi in ghetti di periferia contro la loro volontà, sarà considerato un criminale e sarà punito”. Sempre che la città sopravviva alla barbarie.