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Anche a Milano si vedono le stelle. Un racconto delle Utopiadi 2026
Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹ Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi, all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde, con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento, mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.  L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio, giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa. Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale venivano sospesi fino a metà marzo. Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore, area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio 2020. NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.  La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp. LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere, reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per l’occasione. La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere. Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole e timidi sorrisi con le ragazze in corteo. Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi, indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito: «E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme, qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica, dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme». Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport, ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro. QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire. Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti, reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO. In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere». Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa. Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta, dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere, hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione» nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione «ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati, trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle finestre. In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth, quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere». La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e per la successiva giornata dedicata allo sport popolare. A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina) ________________________ ¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio, Melania Rima e Lorenzo Vargiu.
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Le avventure della città di Santa Chiara. L’introduzione al volume
(disegno di diego miedo) È in libreria a Napoli, e presto in altre città italiane, Le avventure della città di Santa Chiara e dei suoi abitanti (Monitor edizioni, 76 pagine, 10 euro), un libro a fumetti di Diego Miedo. Una storia distopica, “ma meno del nostro quotidiano, in cui sradicamento, espulsioni e sgomberi sono promossi dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza”.   Pubblichiamo a seguire La realtà è più avanti, introduzione al volume scritta da Stefano Portelli.  *     *     *  “Napoli è il caso emblematico di una pressione turistica cresciuta in modo esponenziale”, scrive il direttore del dipartimento di architettura dell’Università Federico II su Repubblica a dicembre 2025. Poi spiega l’impatto del turismo sulla città: “Aumento dei canoni abitativi, congestione, espulsione di abitanti fragili dai quartieri centrali, rarefazione dei servizi essenziali, perdita di identità”. Sembrerebbe un disastro a cui cercare rimedi. Invece, continua l’esperto, bisogna cambiare prospettiva: smettere di vedere tutto questo come un pericolo da cui difendersi, provando invece a reinvestire i profitti del turismo come “valore aggiunto in infrastrutture, servizi e nuove qualità urbane”. L’articolo si conclude così: “Napoli ha la straordinaria opportunità di usare il turismo […] non come un problema da contenere, ma come risorsa per ridisegnare il futuro”. Sembra una parodia ancora più fantasiosa delle avventure della città di Santa Chiara disegnate da Diego Miedo. Anche l’inquinamento, la deforestazione, gli sversamenti tossici in mare sono grandi opportunità se i loro profitti raggiungono lo Stato! Anche sui terremoti si può guadagnare, e magari finanziarci biblioteche, infrastrutture, nuovi boulevard sul mare. Pure dal traffico di droga possiamo tirar fuori qualcosa, magari per fare i centri di disintossicazione. Un cambio di prospettiva geniale: perché lamentarsi, se riusciamo a farci soldi sopra? Purtroppo, per il momento, è invece lo Stato che spende per aumentare l’invasione turistica su cui speculano i privati. L’anno scorso le aviolinee low-cost che portano i turisti in Italia hanno incassato quasi mezzo miliardo di euro dallo Stato – la metà dei quali sono andati a Ryanair. Centinaia di milioni l’anno vanno ai porti per le navi da crociera, e miliardi su miliardi ai grandi eventi come le Olimpiadi di Milano-Cortina, sempre per attrarre visitatori. Le storie raccontate da Diego Miedo sembrano esagerazioni ma non lo sono. Sono anche meno distopiche della realtà, oggi che la gentrificazione, la turistificazione, lo sradicamento, sono promosse dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza. Pensiamo alla strage compiuta a fine ottobre 2025 nel quartiere Penha di Rio de Janeiro, dove la polizia ha ucciso oltre cento persone: più che colpire il narcotraffico, rimasto indenne, l’operazione ha fatto crescere la violenza e il disprezzo contro gli abitanti delle periferie – neri, poveri e favelados, già colpiti dall’allestimento dei Mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016. Oppure pensiamo all’irruzione di un cane-robot della polizia di New York nel 2020, durante un’assemblea di inquilini in un quartiere di case popolari. O ai gruppi di neonazi, pugili, ex militari, che minacciano gli inquilini indesiderati, attraverso imprese considerate legali e pagate dai proprietari immobiliari, come Desokupa in Spagna. O ai suicidi: solo negli ultimi mesi del 2025, a Sesto San Giovanni un settantenne si è buttato dalla finestra durante lo sfratto, a Barberino nel Mugello un uomo della stessa età ha fatto esplodere la casa, e vicino Verona tre fratelli hanno dato fuoco alla casa uccidendo anche i tre carabinieri che erano andati a sfrattarli . Si resiste alle espulsioni a rischio della vita: si pensi all’omicidio di Marielle Franco in Brasile, e a quello di Breonna Taylor a Louisville (Usa), uccisa dalla polizia che cercava di svuotare il quartiere dai neri. “La gentrificazione è un crimine!”, ripeteva spesso una attivista afroamericana di Washington DC, Gloria Robinson, nelle riunioni di un comitato locale. Poi è stata cacciata di casa, e ora vive in un altro stato. Nella capitale degli Usa in venti anni sono stati espulsi quarantamila abitanti neri, prima sotto la forma dell’impoverimento intenzionale dei quartieri che si voleva “riqualificare”, togliendo sussidi e investimenti pubblici; poi sotto la forma delle ruspe che hanno abbattuto le case, spingendo gli afroamericani ad andare altrove o ad accamparsi in tende e rifugi di fortuna, dove molti hanno passato anche la pandemia. Un altro membro dello stesso comitato, Dominic Moulden, si domanda in un articolo: Is gentrification a municipal crime? . Un giornale nero californiano, il San Francisco Bay View, considera addirittura che la riqualificazione e la gentrificazione delle città statunitensi siano una continuazione del genocidio coloniale. Se le vite nere contano davvero, sostiene, bisogna chiedere la riparazione dei danni. A Napoli sicuramente il fenomeno prenderà una forma diversa, ma non per forza meno drammatica, visto che l’Italia è attualmente il paese europeo con il maggiore indice di sfratti. Un ricercatore di Londra ha fatto una lista dei danni provocati dalla trasformazione degli spazi urbani in macchine per il consumo o per il turismo. Ha individuato cinque categorie: sfruttamento, spossessamento, sradicamento, marginalizzazione, violenza. A Santa Chiara ci sono tutte: chi lavora sfruttato per le pizzerie dei turisti; chi non si riconosce più nel suo quartiere invaso dalle spritzerie; chi viene cacciato di casa; chi viene costretto a vivere in periferia, magari nel quartiere di Rosabella, a sua volta oggetto di nuova gentrificazione; chi è spinto oltre il confine della marginalità, e deve rifugiarsi nelle grotte sul Vesuvio. Un’altra serie di danni, meno visibili, riguarda l’appropriazione della cultura: “Dobbiamo puntare sulla cultura – dice il sindaco di Santa Chiara –. Prendiamo consensi e ci consolidiamo”. Quindi, la banalizzazione e la distruzione della cultura popolare, della musica, dei legami sociali, dei rituali, della vita quotidiana – quel “dolce sogno” da cui inizia il libro. Anche per gli afroamericani, secondo Mindy Fullilove, la perdita dei quartieri aveva ucciso il jazz, incarnazione della vita urbana. Ma la retorica sulle magnifiche sorti delle città turistiche è troppo forte per poterla scalfire con gli articoli scientifici o le inchieste indipendenti. I giornali mainstream presentano la realtà sempre in un modo “imparziale”, che naturalmente fa fare bella figura ai promotori della gentrificazione più che alle vittime. La tattica di questo libro, fatta di paradossi, straniamento, avventure, è forse l’unica efficace per mettere in crisi il discorso ufficiale. Nei decenni passati molti artisti hanno criticato poeticamente la trasformazione delle città in macchine per far soldi. In Chi ha incastrato Roger Rabbit, umani e non-umani lottano contro uno speculatore che vuole trasformare un quartiere di Los Angeles – Cartoonia – in un nodo autostradale. I Blues Brothers invece devono salvare un orfanotrofio di Chicago dalla demolizione (e gli scontri di auto nel centro commerciale vendicano lo straniamento del nuovo modello di consumo). In Beetlejuice, invece, sono i fantasmi che vogliono rimanere nella loro casa, spaventando i gentrificatori. Anche i fumetti di Astérix ci hanno regalato una mitologia potentissima per difendere l’autonomia dei quartieri assediati da un potere gigantesco. Tutti i documentari sulla turistificazione – Terramototourism su Lisbona, Welcome Goodbye su Berlino, La sindrome di Venezia, The Last Tourist, Gringo Trails – non riescono a trasmettere l’inquietudine di Jurassic Park o Westworld, che raccontano quanto può andare male un’attrazione per turisti. Il fumetto ha la capacità low-cost di farci immaginare qualunque cosa: è il mezzo ideale con cui sublimare i danni subiti, rovesciare le sorti, immaginandoci a scacciare chi ci ha cacciato. L’abitante di Rosabella che grida dalla finestra: “Americani di merda, non saremo mai il vostro zoo!”, è lo stesso che esce armato sul balcone in Dodici di Zerocalcare, gridando: “Non verrete qui a suonare i vostri bonghi! Questa non sarà mai una terra di fottute apericene!”. In Roma città morta, di Luca Marengo e Giacomo Keison Bevilacqua, a occupare la capitale sono invece gli zombie; i sopravvissuti la attaccano dalle loro riserve fortificate fuori le mura – quasi tutte a Roma Est, dove da sempre vivono gli espulsi. Ci sono così tanti fumetti ambientati in città post-apocalittiche, da Akira ai lavori di Enki Bilal a Le acque di Mortelune di Patrick Cothias e Philippe Adamov, che sembra quasi che il fumetto sia un mezzo privilegiato per immaginare usi della città radicalmente diversi. Iniziare a fantasticare su un cambiamento, anche se distopico, è il primo passo per uscire dalla paralisi dell’immaginario provocato dall’invasione turistica, dal bombardamento delle demolizioni e degli sfratti, dalla moltiplicazione dei grattacieli e dei grandi progetti inutili. Un giorno rileggeremo questi anni come la fase in cui i barbari al potere tentarono di distruggere le città più belle del mondo, in alcuni casi riuscendoci. I danni saranno quantificati e si esigeranno riparazioni; o almeno, si farà in modo che non possa più succedere. Sui muri della Santa Chiara del futuro sarà affissa una lapide, a perenne monito: “Chiunque contribuirà a svuotare la città dai suoi abitanti, per profitto o per ignoranza, spingendoli a confinarsi in ghetti di periferia contro la loro volontà, sarà considerato un criminale e sarà punito”. Sempre che la città sopravviva alla barbarie.
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Bagnoli, solo la piazza può fermare i lavori della vergogna
(foto di mattia crocetti) Bagnoli, dove eravamo rimasti? Più o meno qui, con un quartiere già provato da una pesante crisi bradisismica che le istituzioni locali e nazionali hanno affrontato con irritante passività, e che si appresta a fronteggiare una nuova emergenza, definita dal professore Benedetto De Vivo (geologo), tra i massimi studiosi del territorio, “un disastro ambientale annunciato”. Eppure, nel frattempo, di cose ne sono successe abbastanza per scriverci un libro. RIASSUNTO DELLE PUNTATE PIÙ RECENTI Da circa due mesi sono incominciati i lavori sulla colmata a mare, la gigantesca superficie (circa otto campi di calcio regolamentari) contaminata da idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB), composti pericolosissimi che le operazioni in corso stanno liberando nell’aria per permettere una nuova cementificazione, al fine di costruire un porto a beneficio dell’inutile America’s Cup. Dall’inizio di gennaio centinaia di camion ogni giorno attraversano le strade di Bagnoli, creando disagi di ogni tipo: alla viabilità, per esempio, intasando a tutte le ore persino le arterie più larghe, in un territorio che ha il bradisismo come fenomeno peculiare (è facile immaginare il panico che potrebbe scatenarsi in caso di nuove scosse, ma d’altronde non è la prima volta che la giunta Manfredi si affida al fato su questo tema e intraprende l’incrocio delle dita come azione politica più concreta); oppure all’ambiente, considerando lo smog e la quantità di polveri sottili che non solo si innalzano dalla colmata, ma che vengono trasportate su e giù tra Bagnoli e Agnano, talvolta con coperture approssimative; e ancora al benessere mentale degli abitanti del quartiere, che oltre al traffico devono fare i conti con rumori insostenibili dall’alba al tramonto, con voragini stradali, con palazzi sempre più provati perché in ogni lingua ci hanno detto, negli ultimi ventiquattro mesi, che non è una scossa per quanto forte a fare tanti danni, ma la somma delle vibrazioni che li sollecitano (tipo quelle provocate da tir stracarichi di materiale). Da un paio di settimane il quartiere si è organizzato. Ogni volta che possono, all’alba, gruppi di abitanti fermano il passaggio dei camion per qualche ora, facendo grande attenzione a non creare danni agli altri residenti, che vengono fatti passare e che infatti spesso solidarizzano e approvano (l’azione si interrompe spontaneamente poco dopo le sette, quando il traffico legato all’ingresso a scuola e al lavoro potrebbe altrimenti impazzire). Gli abitanti si sono messi in rete coinvolgendo tutti gli interessati, dagli ottantenni ai sedicenni, hanno costituito un presidio permanente, hanno organizzato manifestazioni, rilasciato interviste, boicottato un incontro-farsa in prefettura e soprattutto indetto una grossa manifestazione cittadina per dopodomani, sabato 7 febbraio. I loro obiettivi sono chiari: sul lungo termine, impedire che con il pretesto della Coppa America i piani urbanistici sul quartiere vengano ridotti a carta straccia; sul breve, fermare immediatamente questi lavori che definiscono “della vergogna”. (foto di mattia crocetti) I LAVORI DELLA VERGOGNA Riguardo al rischio ambientale, al netto delle posizioni specifiche della comunità scientifica, pare di capire che non faccia molta differenza tra tombare (sul serio, non come stanno facendo) la colmata e rimuoverla attraverso tecniche all’avanguardia come il desorbimento termico in situ (ovvero, prima decontaminarla sul posto e poi smontarla pezzo dopo pezzo). Per cui bisogna dire chiaramente che se il sindaco-commissario non vuole rimuoverla non c’entra niente il rischio ambientale, che sarebbe bassissimo con le tecniche citate: è perché non vuole la lunga spiaggia pubblica da Nisida a Pozzuoli, ma vuole una gigantesca piattaforma di cemento dove fare un porto per yatch o uno spazio appetitoso per organizzatori di grandi eventi privati (coppe di vela, festival della mozzarella, tornei di golf, concerti a pagamento, con tanti saluti alla restituzione del territorio agli abitanti). Non regge il motivo economico, perché è dimostrato che i costi sarebbero ampiamente sostenibili con le risorse stanziate, né la grottesca scusa dei camion, prodotta ad arte qualche mese fa, che andrebbero in giro per il quartiere per anni a creare disagi; in primo luogo perché questo sta accadendo anche senza rimuoverla, anzi dai calcoli dei comitati risulta che vi sia una movimentazione di materiale che avrebbe potuto nello stesso tempo smontare quasi metà della colmata; in secondo luogo perché esistono numerosi accordi passati che prevedevano lo spostamento della colmata rimossa via mare, senza che nessun problema fosse creato all’abitato. Il vero tema ambientale non è quindi la permanenza o meno della colmata, ma la tecnica scelta per la sua messa in sicurezza, il desorbimento termico ex situ: si prendono le parti parzialmente rimosse, si lasciano esposte per un po’ agli agenti atmosferici (vento e pioggia forte, in questi giorni) e quando evidentemente si ritiene che abbiano fatto abbastanza danni si portano via sui camion. Per De Vivo, quella dell’ex situ è già di per sé una scelta non opportuna a Bagnoli: questa tecnologia è infatti vietata in tutto il mondo nelle aree urbanizzate, come è il caso appunto di Bagnoli (e dei quartieri limitrofi: Cavalleggeri, Fuorigrotta, Posillipo) e Pozzuoli. Questa scelta, diventa addirittura «scellerata quando effettuata in prossimità del mare», attraverso lavori «che dovrebbero comportare un intervento da parte delle autorità preposte al controllo dei rischi sanitari-ambientali, rischi che si configurano per le operazioni che con molta leggerezza e superficialità si stanno portando avanti». Il rischio sono ancora i famosi IPA e PCB che stanno dentro la colmata, e che si stanno disperdendo nell’aria a ridosso della costa, entrando in contatto con elementi quali il cloro e il mercurio e lo stagno (naturalmente presenti in un’area vulcanica e marina) con un’alta possibilità di formare diossine, e gli ancora più pericolosi dibutil e tributil-stagno e metil-mercurio, tra lesostanze cancerogene più letali in assoluto. Eppure, o forse proprio per questo, la struttura commissariale si è guardata bene dal sottoporre i lavori all’ordinaria Valutazione di impatto ambientale, nascondendosi dietro un semplice parere di non assoggettabilità fornitogli dal ministero. Né meglio fanno gli organi di controllo: l’Arpac ci comunica lo sforamento delle polveri sottili, ma né lei né l’Asl si preoccupano di analizzarle, rischiando evidentemente di scoprire che vi sia un’alta concentrazione di IPA e PCB, che presupporrebbe l’immediato stop ai lavori che chiedono gli abitanti. (foto di mattia crocetti) Che fare, allora? Il movimento contro la Coppa, e contro questi devastanti lavori, sta acquisendo consenso e visibilità. A mostrarlo non sono soltanto le interviste, le pacche sulle spalle nel quartiere, quanto piuttosto il patetico storytelling di regime messo in campo negli ultimi giorni, che ha il compito di produrre precise risposte (inconsistenti, per chi conosce la questione) alle obiezioni degli abitanti, e l’attivazione delle solite truppe cammellate del territorio, che si agitano da settimane sui social network e organizzano eventi propagandistici come questo di cui sono stati protagonisti la vicesindaca Lieto (mandata allo sbaraglio dal sindaco in prefettura a inizio settimana, a prendersi la porta chiusale in faccia dai comitati) e il sempre arrogante vice commissario De Rossi. La manifestazione del 7 sarà uno spartiacque, in qualsiasi forma si articoli. È una manifestazione a cui parteciperanno attivisti di ogni quartiere della città ma soprattutto abitanti bagnolesi di ogni età ed estrazione sociale. Già questo sarebbe un grande successo, considerando la macchina della propaganda che questo genere di eventi produce, ma un successo non sufficiente. L’obiettivo dev’essere fermare il nuovo disastro ambientale, e considerando il potere che la legge ha fornito all’autocrate Manfredi, non c’è altro modo che la piazza. (riccardo rosa) _________________________ ¹ Un articolo scientifico (De Vivo et al., 2026, su J. Geochemical Exploration) sulla tematica della rigenerazione del brownfield site di Bagnoli è in stampa a cura del prof. De Vivo, con i suoi collaboratori.
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Milano-Cortina 2026. Il Grande Gioco olimpico e le Utopiadi
(immagine da: il grande gioco. milano-cortina, il rovescio delle medaglie) Dal 6 al 22 febbraio 2026 Milano e parte dell’arco alpino tra la Valtellina e Cortina d’Ampezzo ospiteranno la venticinquesima edizione dei Giochi olimpici invernali. Un grande evento su cui si è scatenata una fitta propaganda secondo cui le Olimpiadi sarebbero un’occasione unica per lo sviluppo dei territori coinvolti e la crescita della reputazione turistica dell’Italia. Memori di Expo2015, associazioni, comitati e collettivi attivi tra montagne e città, tra cui Off Topic, hanno elaborato negli ultimi anni un discorso critico sulle nocività connesse al grande evento, in opposizione alle narrazioni dominanti. Osservando il recente passato, il presente e le ipotesi di futuro di territori divenuti mera scenografia olimpica si vedono in azione logiche speculative volte a massimizzare il consumo di suolo, aumentare le disuguaglianze e far perdere terreno a quel che resta della città pubblica. L’esigenza di organizzarsi contro il modello di sviluppo connesso con i Giochi olimpici e per uno sport che sia veramente popolare ha dato vita al Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO), che da tre anni promuove analisi e mobilitazioni tra Milano e l’arco alpino. Tra le principali criticità individuate nel dossier olimpico: sette miliardi di euro di investimenti prevalentemente pubblici utili a foraggiare il privato – a Milano, il dominus COIMA ma anche Covivio, Prada e CTS Eventim – e che rispondono solo in minima parte alle istanze degli abitanti. Grandi infrastrutture per il trasporto su gomma che rendono più semplice il trasporto merci e l’accesso alla montagna per chi vive in città, ma che in larga parte non saranno nemmeno pronte per le Olimpiadi. E ancora: nessun nuovo impianto sportivo lasciato in eredità, nessuna nuova pista del ghiaccio, un piano di smantellamento della società comunale MilanoSport e di vari impianti pubblici a favore di un modello di pratica sportiva intesa come fitness e wellness a caro prezzo. Un’idea di performance individuale a discapito di occasioni per creare comunità e relazioni attraverso uno sport che sia accessibile e popolare. Questo grande evento, come altri che l’hanno preceduto, conferma di essere uno strumento di erosione del diritto alla città e di semplificazione procedurale di opere complesse per le quali, nella maggior parte dei casi, non si richiede nemmeno di presentare valutazioni sull’impatto ambientale. UN FILM E UNA RETE Nell’indagare questi temi, il CIO si è interrogato su quali strumenti fossero più adatti per realizzare un’iniziativa che potesse coinvolgere la popolazione interessata dagli impatti delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e non solo gli addetti ai lavori. È nata così la proposta di realizzare un prodotto audiovisivo in grado di svilupparsi insieme al percorso politico e capace di suscitare curiosità per il tema. Un’occasione per accrescere la rete di relazioni senza la quale ogni attività che si ritiene di base diventa mera questione da tavolo. Il laboratorio per la realizzazione di un film sulle Olimpiadi, proposto in seno a Off Topic e sviluppato nell’alveo del CIO, si è interrogato fin dall’inizio sulle possibili forme del prodotto, cercando di rendere possibili anche le ipotesi più fantasiose. Il campo da gioco che ha ospitato la realizzazione del film si è definito fin da subito nella dialettica realtà/finzione, promozione territoriale/bisogni dei cittadini, barbarie/soluzioni percorribili. Nel far west del liberalismo gli attori che hanno promosso quest’avventura hanno intrapreso duelli contro personaggi di finzione prodotti dalla rigenerazione urbana, hanno risignificato porzioni di territorio e hanno camminato sui sentieri tortuosi della sfiducia nel presente e nel futuro, così come su quelli reali dei territori investiti delle Olimpiadi. Davanti alla campagna propagandistica a cinque cerchi atta a vendere un’ideologia esposta in forma di render, la scommessa è stata come presentare la parte di realtà nascosta, sottovalutata o contraffatta. La città brillante e verticale presentata tramite i render posizionati sul perimetro dei cantieri dei grandi progetti ha lasciato il posto alle zone d’ombra, ai palazzi e alle strutture abbandonate, ai nuovi quartieri in cui vecchi e nuovi abitanti si incrociano mettendosi in relazione. All’idea della città dei grattacieli con quartieri attrattivi abbiamo contrapposto l’abbandono di strutture frutto non dell’apocalisse zombie ma della fine dell’intervento pubblico a fini redistributivi. (il grande gioco. milano-cortina: il rovescio delle medaglie | trailer)  Mentre il progetto avanzava abbiamo conosciuto le storie del comitato abitanti zona 4 e di altri quartieri popolari coinvolti, dei piccoli commercianti, degli occupanti della piscina Scarioni, dei partecipanti al World Congress for Climate Justice. Ci siamo interfacciati con le associazioni dei territori montani per comprendere e comunicare un disagio nato dall’ingerenza della città e dei suoi bisogni sul fragile equilibrio montano. Abbiamo trovato ovunque spunti in grado di arricchire le mobilitazioni del CIO. Abbiamo appreso cose nuove da nuovi punti di vista, anche in dialogo con volti più noti della critica alle politiche urbane o per le terre alte come Duccio Facchini, Lucia Tozzi e Marco Albino Ferrari, presenti nel film. Il documentario Il Grande Gioco, reso possibile grazie a una raccolta fondi e ora distribuito da OpenDDB, è l’esito di un processo partecipato anche da chi non ha avuto la possibilità di seguire ogni passo della realizzazione, ma che in questo modo si è avvicinato alla mobilitazione. Proprio la presentazione del film in città e territori coinvolti dalle Olimpiadi e più in generale in tutto il Nord Italia a partire dallo scorso dicembre, con fughe che hanno raggiunto anche la dorsale appenninica fino a Roma, ha dato slancio al percorso politico sviluppato intorno ai temi del diritto alla città, del valore dello sport popolare e del rispetto per i territori montani. A oggi contiamo quasi cinquanta proiezioni. L’intenzione, superato l’appuntamento olimpico ormai alle porte, è di proseguire il viaggio in altri territori in lotta in Italia e non solo. VERSO LE UTOPIADI Nell’autunno 2024 il CIO ha promosso la prima edizione delle Utopiadi attraverso una serie di mobilitazioni e l’occupazione temporanea di un importante impianto sportivo in disuso. ll riferimento sono le Utopiadi che si sarebbero dovute svolgere a Barcellona nel 1936, come esplicita critica alle Olimpiadi organizzate per quell’anno a Berlino, nel contesto del Terzo Reich. Le Utopiadi di Barcellona non videro la luce a causa del golpe franchista e dell’inizio della guerra civile in Spagna, ma l’impresa ha continuato a ispirare movimenti di critica e contestazione ai Giochi olimpici ufficiali. Per questo il CIO promuove una nuova edizione delle Utopiadi per le giornate dal 5 all’8 febbraio, a Milano, con contestazioni diffuse, parate di quartiere, un corteo nazionale contro le Olimpiadi e la loro eredità e due giornate dedicate allo sport popolare. Le Utopiadi si propongono come momento di convergenza per i movimenti che desiderano andare in direzione opposta rispetto al nuovo ciclo economico condotto da poteri repressivi, razzisti e bellicisti, che non offrono spazio ad alcun contradditorio e hanno disseminato nelle due settimane olimpiche chiusure di scuole, imposizione della DAD, protocolli sindacali che rendono tecnicamente impossibili gli scioperi, come nel caso di ATM, e zone rosse a delimitare confini interni alla propria città. Dal 5 febbraio, data in cui inizieranno le contestazioni in città, fino all’8, data di chiusura delle Utopiadi, attendiamo a Milano tutte le persone che hanno intenzione di ricostruire un mondo in cui le macerie si accumulano, che a parole difende la pax olimpica ma che nei fatti si presenta con la sua faccia da guerra. Estendiamo quindi l’invito ad attraversare le Utopiadi e costruire con noi comunità resistenti: contro Daspo urbani e zone rosse, sicurezza “privatizzata” in mano all’ICE e alle polizie militari di mezzo mondo, scuole chiuse e divieto di sciopero per non disturbare il grande evento e il suo turismo tossico. Riprendiamoci la città, liberiamo le montagne. Le nostre vite non sono un gioco! (laboratorio politico off topic) _______________________ QUI il comunicato di lancio delle Utopiadi e aderire al corteo nazionale di sabato 7 febbraio
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Sulla campagna stampa contro il Centro Culturale Handala Ali
(disegno di diego miedo) Come tutti gli anni, dall’inizio di questa settimana il Centro Culturale Handala Ali ha avviato la propria campagna di tesseramento. Quest’anno, però, l’iniziativa ha indispettito alcuni esponenti politici dei partiti di governo e il quotidiano Il Giornale, che ha avviato una campagna stampa contro gli attivisti e le attiviste del centro, diffamandoli e diffondendo informazioni false, tanto da costringerli a replicare con un comunicato stampa, pubblicato ieri. Lo riproponiamo, ricordando che è possibile visitare il centro (nonché tesserarsi) tutti i martedì e giovedì pomeriggio, in via Candelora 4/5 a Napoli. *     *     *  Dal 27 gennaio, il Centro Culturale Handala Ali è oggetto di una campagna mediatica, condotta dal quotidiano Il Giornale e da altre testate, che mette apertamente in discussione la libertà di associazione, diritto costituzionalmente garantito. Con un linguaggio diffamatorio e privo di qualsiasi riscontro giudiziario, il nostro centro viene accusato di aver partecipato a mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese insieme ad altre realtà, come l’Udap (Unione democratica arabo-palestinese) e i Gpi (Giovani palestinesi d’Italia), come se questo costituisse un reato. Negli stessi articoli vengono riportate le dichiarazioni di una deputata di estrema destra che, in occasione del lancio della nostra campagna di tesseramento, arriva ad accusarci di voler fondare un presunto “partito filo-Hamas”: un’accusa ovviamente infondata e strumentale. Il Centro Culturale Handala Ali nasce sei anni fa a Napoli come progetto di diffusione culturale e politica, in memoria di Ali Oraney, storico esponente della diaspora palestinese. Da allora promuove la cultura palestinese attraverso libri, incontri pubblici, seminari e collaborazioni con università e associazioni, costruendo uno spazio vivo di memoria, solidarietà e partecipazione nel quartiere e nella città. In quanto associazione culturale no-profit, la nostra forza risiede nella comunità che sostiene e rende possibile questo progetto. Proprio questo radicamento sociale e la sua capacità di costruire partecipazione rendono il Centro Culturale Handala Alì un obiettivo di attacco, nel tentativo di screditarlo e ridurre la Palestina a una questione di “sicurezza” e terrorismo. Quanto sta accadendo non è un episodio isolato. Da mesi in Italia è in corso una campagna repressiva contro il movimento di solidarietà con la Palestina, costruita attorno al paradigma della “sicurezza” e finalizzata a criminalizzare associazioni, realtà politiche, singoli palestinesi e chiunque sostenga la causa, sistematicamente accusati di terrorismo. Ne sono prova il tentativo di espulsione dell’imam Mohammed Shahin a Torino, l’arresto di cittadini arabi e palestinesi – tra cui Mohammed Hannoun, presidente dell’Api – sulla base di presunte “prove” prodotte e trasmesse direttamente dall’intelligence israeliana, senza possibilità di verifica indipendente, oltre al processo politico che ha colpito Ali Irar, Mansour Doghmosh e Anan Yaeesh, anch’esso basato su un impianto accusatorio proveniente da Israele: un’ingerenza esterna gravissima, che mette oltretutto in discussione l’autonomia del sistema giudiziario italiano. Questo è il segnale grave di un processo più ampio di importazione di logiche e pratiche repressive proprie del sistema di “sicurezza” israeliano, in cui la sospensione delle garanzie e la criminalizzazione preventiva diventano strumenti ordinari di controllo sociale. La repressione che colpisce oggi chi si mobilita in Italia è parte dello stesso sistema di dominio che in Palestina produce violenza e annientamento. Questa offensiva riflette la paura del governo italiano e del sistema sionista nei confronti della Resistenza palestinese e di un movimento di solidarietà capace di rompere la narrazione dominante che occulta genocidio, occupazione e apartheid israeliani. In questo quadro si inseriscono anche i recenti disegni di legge – dai ddl Gasparri e Del Rio al provvedimento leghista approvato nei giorni scorsi alla Camera – che, attraverso l’adozione delle definizioni dell’Ihra, mirano a equiparare antisemitismo e antisionismo, criminalizzando il dissenso anche a livello penale e colpendo non solo la libertà di ricerca e di insegnamento, ma la libertà di espressione in generale. A questo si aggiungono le recenti liste di proscrizione promosse dal movimento studentesco figlio del partito di governo, volte a identificare gli insegnanti “di sinistra” colpevoli, fra le altre cose, di parlare della questione palestinese. A questa deriva contribuisce una parte del giornalismo italiano che, dopo aver taciuto in merito all’uccisione di centinaia di giornalisti palestinesi, oggi funge da scorta mediatica a politiche che mirano a cancellare il genocidio in corso e le responsabilità del governo italiano nella sua complicità politica, economica e militare. Le diffamazioni sul Centro Culturale Handala Alì che sono state riportate da alcuni giornali ne sono la prova concreta. Ma noi non arretreremo di fronte ai tentativi di criminalizzare la solidarietà e di cancellare il genocidio palestinese. Continueremo a parlare di Palestina, a mobilitarci e a organizzarci. Se questo viene considerato un reato, allora rivendichiamo con forza di essere, oggi come ieri, colpevoli di Palestina. (centro culturale handala ali)
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“Siamo ancora qua!”. Ostinazione e ambiguità nel mercato dell’Albergheria di Palermo
(foto di agnese giovanardi) È una domenica notte di metà gennaio, i fuochi d’artificio hanno appena brillato sul cielo di Palermo. Attraverso il centro storico, pattugliato da auto della polizia devote al presidio delle nuove zone rosse. È passata da poco la mezzanotte quando percorro in bici le strade dell’Albergheria, in direzione di casa. Tutto tace. A piazza Colajanni, epicentro del progetto di riqualifica dell’Albergheria Creativa, c’è solo un ragazzo che fa da guardia a un camion con tanti cavalli disegnati sugli sportelloni laterali. Il bar Astra è chiuso, il braciere di Piero lo stigghiolaro riposa sotto il gazebo che dà sulla piazza. Oggi il mercato dell’usato è stato grande. Domani, pioggia permettendo, monteranno in pochi, quelli che per tirare su dei soldi hanno solo questo lavoro. Una mia amica stamattina cercava degli occhiali da sole. «Belli questi, ma sono rovinati», le ho detto mentre si provava un modello buffo, appariscente, un po’ da diva. «E chi è che non è rovinato di noi qua», mi ha fatto eco Mariana, che é tornata da poco dalla Romania con suo marito, le tre figlie, suo fratello e la loro gallina Nikolaj. Qualcuno vendeva un tavolo e panche di legno che sembravano provenire da un rifugio alpino. Davanti la chiesa stava esposto il modellino di un veliero alto più di in un metro. Poco più in là, un vestito da prete, vero, non da carnevale. Sì, oggi il mercato è stato grande, divertente e pieno. A testimoniarlo, a notte ormai giunta, un cumulo di roba invenduta che riposa tranquillo in piazza San Francesco Saverio, la zona da cui si vuole espellere il mercato, inadatto per quello che le istituzioni auspicano diventare presto il nuovo “distretto creativo e del riuso”. È in quel cumulo di stoffe e piatti e pagine di libri e infinità di altre materie che trovo Massimo. STORIA DI MASSIMO È da mesi che non lo vedo. L’ho conosciuto una notte infame di due anni fa. Un gruppo di ragazzini lo aveva messo sotto col motorino, lasciandolo a terra con una gamba fracassata e sanguinante. Non voleva che chiamassimo l’ambulanza, voleva solo che lo aiutassimo a tornare al suo giaciglio tra le aiuole che costeggiano corso Tukory, quasi all’altezza della ex pompa di benzina. Stasera invece sembra in gran forma. Sta provando a smontare il cestello di una lavatrice abbandonata sul marciapiede. Dopo qualche chiacchiera gli chiedo se vuole che gli porti un martello da casa, visto che ormai ci sono quasi. Mi dice che non ce n’è bisogno, ce l’ha quasi fatta. Massimo ha quarantatré anni, è originario di Monreale. Ha lavorato a lungo come muratore. Un matrimonio alle spalle, due figli, già due nipoti. Tempo fa passammo una serata assieme nel cuore del mercato del cibo, da Sonia, la donna africana che ogni sera, da quattordici anni a questa parte, accende la brace in piazza del Carmine e ci mette su piccantissimi arrosticini e pezzi di pollo. Sonia pensa che prima il mercato era più divertente: «Gli stanno togliendo l’anima con tutti questi turisti». Quella notte Massimo aveva voglia di parlare accanto alla griglia esalante fumi caldi e odore di spezie forti come la donna che ci tribolava su. «Quando mi sveglio cerco ancora l’odore della roba (l’eroina), poi non lo sento e mi accorgo di non avere più bisogno di sentirlo, io non lo so com’è che ho fatto a togliermi sta croce. Pesavo centocinque chili, dopo che mi facevo mangiavo come un porco, io non mi sono mai bucato guarda – mi faceva vedere le mani e le braccia – la roba me la fumavo. Stavo con l’obbligo di firma, quando vivevo a Monreale, perché per anni mi ero attaccato alla luce del comune e quando cominciarono ad arrivare le bollette non le pagavo, fino a che non mi hanno sgamato. Arrivavo sempre tardi in questura, perché lavoravo in cantiere. Potevo firmare dalle cinque alle sei e io magari arrivavo alle sei e dieci, sei e un quarto. Fino a quando un giorno il commissario m’ha detto: “No no non c’è bisogno che firmi, ti riaccompagniamo noi a casa”. Ce l’ho detto mica mille, tremilacinquecentosessanta volte che si trattava solo di un ritardo! Ma niente, sono iniziati i domiciliari. Dopo tre giorni c’avevo il braccialetto al piede. Io ero dipendente dall’eroina, ho chiamato subito l’avvocato che mi avevano assegnato e gli ho detto: “O mi fai fare il foglio per andare al SERT o io stasera esco e mi vado a fare”. E così ho iniziato: lunedì, mercoledì e venerdì al SERT. La luce non pagata si è trasformata in metadone. Otto mesi di arresti uguale primi otto mesi senza eroina». Ritrovata la libertà, dal carcere e dalla dipendenza, Massimo si è allontanato da Monreale e ha preso a frequentare Ballarò, dove si è inventato un mosaico di lavoretti: pulire il banco di un fruttarolo la mattina, aiutare nel pomeriggio un amico che fa sbarazzi, di notte raccogliere dalla munnizza pezzi di ferro per rivenderseli, ogni tanto montare al mercato. Non può permettersi di pagare regolarmente un affitto, perciò abita per strada e quando riesce dà qualche soldo a un amico per piazzarsi sul divano di casa sua. Lo saluto mentre è ancora ostinatamente intento a scassare il cestello della lavatrice abbandonata. Mentre salgo le scale di casa mi ricordo di una mattina in cui l’avevo beccato al campetto di bocce, dove con altrettanta ostinazione insisteva nel vendere sotto la pioggia battente. Gridava: «Oggi sconti visto che piove!». Sul lenzuolo steso a terra quel giorno aveva un sacco di libri. Mentre li sfogliavo mi disse: «Io coi libri ho sempre fatto così: leggo l’inizio, qualcosa a metà e poi la fine». CON CHI STA IL TERZO SETTORE? Il ricordo di Massimo al campetto di bocce mi fa tornare a riflettere sull’Albergheria Creativa. All’associazione Sbaratto, nata nel 2019 sotto la giunta Orlando, il progetto assegnerà la gestione del mercato dell’usato, una volta terminati i lavori di riqualifica degli spazi urbani. Nel dicembre del 2023 Sbaratto, per una lunga giornata, ha partecipato al tavolo con gli esperti della facoltà di giurisprudenza e coi nuovi potenti della giunta Lagalla. Tra i tanti c’era anche Maurizio Carta, l’assessore all’urbanistica promotore del progetto di riqualificazione dell’Albergheria. All’uscita da quell’incontro Sbaratto ha stilato un documento dal titolo “Verso un regolamento del mercato dell’usato dell’Albergheria”. Oltre a pulizia regolare, bagni chimici, ambienti ben mantenuti e ben illuminati, pedonalizzazione, eccetera, l’associazione richiedeva anche più presenza delle forze dell’ordine in quartiere. E poi scriveva: “È possibile stralciare alcune zone di mercato [grassetto loro], come il campo di bocce in via Villanueva o la piazza San Francesco Saverio, quest’ultima da sempre esclusa dalle mappe del mercato. Ma è necessario non limitare troppo l’area, ad esempio prevedendo la possibilità di vendita su piazza San Pasquale e piazza Ritiro San Pietro, che sono parti fondamentali del mercato”. >Nonostante queste dichiarazioni, nei più recenti post sui canali social le operatrici e gli operatori dell’associazione sembrano ritrattare. Scrivono frasi come: “L’Albergheria Creativa, l’espulsione dei mercatari del campo di bocce, la pedonalizzazione di fronte la chiesa di San Saverio: sono tutte decisioni che ci hanno imposto, che si sappia!”. Oppure: “Sicuramente una cosa che abbiamo capito è che i processi di formalizzazione sono ambigui, sono fragili, hanno delle contraddizioni. […] Sono però anche l’unico strumento che al momento conosciamo per dare un minimo di protezione, di visibilità mediatica, di capacità negoziale”. Quest’ultima asserzione proviene da un post in solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori del mercato torinese di via Carcano a Torino, attualmente minacciato da una modifica della legge regionale. L’associazione ViviBalon, che gestisce il mercato di via Carcano e che ha contribuito a realizzare l’espulsione dei venditori “illegali” da Borgo Dora, è comunque sempre portata in palmo di mano da Sbaratto, come nobile esempio da seguire. Mi chiedo spesso quale sarà la fine di questa storia, consapevole che le pagine mancanti sono ancora tutte da scrivere. Non mi riesce però difficile immaginare lo scenario lugubre in cui l’armata dei buoni rimetterà alla giunta di destra la colpa dell’espulsione di molte, troppe persone dall’Albergheria. Mai ammetteranno che la loro angoscia di cambiamento necessario – tanto dedita all’imbellettamento urbano “dal basso” e alla legalizzazione del lavoro informale – coopera visceralmente con un sistema che, a prescindere dal partito di turno al governo, decide chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha la dignità o le carte in regola per vivere nei luoghi asettici del decoro e chi deve essere spinto lontano dai riflettori della società dello spettacolo. PERMANENZA IN STATO DI ALLERTA Dalla primavera a oggi, il campo di bocce di via Villanueva è stato sottratto al mercato dell’usato. Red Bull ci ha pittato su un osceno murales con tanto di scritta “Ti mette le aaali” e una pattuglia della polizia lo ha presidiato ogni weekend fino alla fine dell’estate. Dall’autunno mi è capitato spesso di incontrare lì una guida turistica che porta a spasso signori che camminano a testa china per via delle pesanti fotocamere appese ai loro colli. La guida declamava la rinascita di un quartiere per mezzo di due spruzzi di vernice che sono valsi al comune di Palermo duecentomila euro grazie alla pubblicità dell’energizzante. Così perlomeno mi ha raccontato a inizio settembre Nanà, mercataro da vent’anni, espulso dal campetto. In estate Nanà ha preso a montare su corso Tukory, alimentando il processo di naturale straripamento che solo un fiume senza foce come il mercato può mettere in atto nel momento in cui gli si devia il corso. Un giorno di fine estate, dopo una retata della polizia che una mattina aveva sgomberato sia i mercatari sia le persone che vivono per strada in quel tratto del corso, Nanà mi ha detto: «Abbiamo arrivato! Salvo Imperiale [il consigliere comunale della DC, molto in voga nel quartiere] ha detto che noi che non siamo iscritti all’associazione Sbaratto dobbiamo trasferirci al parcheggio Basile [un quadrilatero adiacente al Centro di Raccolta Comunale, a due passi dalla strada a scorrimento veloce che circumnaviga Palermo, nella periferia ovest]. Per due anni saremo autonomi, poi arriverà anche lì l’associazione a rappresentarci. Intanto dentro l’Albergheria ci rimangono solo quelli già tesserati». Per qualche settimana di settembre effettivamente chi montava su corso Tukory si è spostato nel parcheggio. Lì tirava un’aria quieta e desolata che nulla aveva a che vedere col pullulare di urla e sguardi, oggetti stravaganti e beni di prima necessità che ogni mattina abita le strade dell’Albergheria. L’ultimo weekend di ottobre, però, su via Basile era rimasto solo lo sportello in lamiera di un vecchio armadio. “Il mercatino dell’usato è qui nel parcheggio” diceva, ma dentro regnava il deserto. Nanà aveva ripreso il suo posto su corso Tukory e mi ha detto: «Ho cambiato idea, finché non ci cacciano con la forza resto qui». A fine agosto del 2025 il comune di Palermo ha emanato un bando di gara per l’affidamento dell’appalto dei “lavori di rigenerazione dell’Albergheria come distretto creativo e del riciclo”. Il 14 gennaio 2026 l’appalto è stato aggiudicato alla Coinap Srl di Bronte, che ha presentato un’offerta al ribasso rispetto all’importo a base d’asta pari a 350 mila euro. “Al posto dell’asfalto, di concerto con la sovrintendenza dei Beni culturali, si è scelto il basolato in Billiemi quale materiale per la pavimentazione. Il fulcro del cambiamento sarà piazza San Francesco Saverio, che verrà trasformata in un’isola pedonale e area conviviale. Qui, nell’area che va dalla chiesa alla via San Francesco Saverio, saranno invece utilizzati ciottoli di fiume con inserti di pietra calcarea di Sicilia, che verrà posizionata lungo le linee di attraversamento diagonale della piazza”. Così scrive PalermoToday, allegando rendering della piazza del futuro, attraversata da avatar di donne sui tacchi a spillo e di uomini in carriera che parlano al telefono. I lavori dovrebbero iniziare la prima settimana di febbraio. Ora è mattina. «Hai visto? Siamo ancora qua!» – mi ha detto Alessia, mentre il mercato brilla affollato nel suo splendore. «Sta per tornare mio figlio dalla Svizzera. Quando finisce la stagione al ristorante viene a farsi un po’ di vacanze qui. Mi darà una mano a montare, anche se io non mi posso lamentare, un aiuto qui lo ricevo da tutti». Alessia è sempre di buon umore. Prende la pensione di invalidità, ma per arrivare a fine mese ha bisogno di fare il mercato. Per questo è ancora qua. E il suo solo esserci significa resistere alle politiche di bonifica di questo tempo della storia. Non smetto di pensare che dovremmo mantenere gli occhi aperti su quanto accade al mercato e posizionarci a fianco delle mercatare dell’Albergheria, soprattutto di quelle non associate. I volti e le storie di Alessia, di Massimo, di Nanà non possono trasformarsi in gelide pietre calcaree, che io non saprei mai ingoiare. (agnese giovanardi)
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Atlante di un territorio sacrificato. La storia di via De Roberto a Ponticelli
(disegno di cyop&kaf) Gelsomina è un’agricoltrice di sessantacinque anni che ha vissuto sin da quando è nata nella periferia est di Napoli, in via De Roberto, la strada di Ponticelli che oggi scorre interamente sotto il viadotto della tangenziale – il cosiddetto “ponte della Fiat”. L’appezzamento che continua a coltivare è lo stesso che lavoravano suo padre e suo nonno. Insieme al fratello Mimmo e al nipote Andrea vende come coltivatrice diretta zucche, finocchi, cavoli e altri ortaggi. «Prima che costruissero il cavalcavia negli anni Settanta – dice –, la terra che avevamo in fitto era molto più grande. Non era nostra ma di un avvocato, pagavamo poco e ci aveva concesso di costruire la nostra casa. Era grande e ci vivevamo tutti: aveva il piano superiore e pure la taverna». Poi le cose cambiano. La tangenziale taglia in due i campi e Ponticelli, nei primi anni Settanta, viene inserita in un Piano di Zona previsto dalla legge 167 del 1962, che individua nuove aree per l’edilizia popolare e consente ai comuni di espropriare terreni agricoli o edificabili in cambio di indennizzi, spesso cospicui. Già dal dopoguerra, questa periferia era interessata da opere di edilizia residenziale popolare e aveva visto nascere dapprima il rione De Gasperi e poi il rione Incis, ma è dal 1980 che questa fase di espansione urbanistica ha un impulso ulteriore. Le conseguenze del terremoto generano infatti l’urgenza di fornire un alloggio agli sfollati e viene varata la legge 219 del 1981, per finanziare la massiccia edilizia di emergenza. È in questo periodo che si aggiungono ai rioni già esistenti i nuovi Lotto O e Parco Conocal. Questi complessi, oltre ad accogliere chi ha perso la casa per colpa del sisma, diventano il luogo in cui viene traslocato chi deve lasciarla per fare spazio a nuove infrastrutture. Gelsomina e la sua famiglia sono tra questi: devono far posto al progetto del depuratore di acque reflue di Napoli Est. «Quando l’avvocato ha venduto quasi tutto al Comune – continua Gelsomina –, ha chiesto che ci dessero un altro posto dove stare, e da allora vivo al Parco Conocal. Per fortuna mio padre è riuscito a comprare questa piccola parte di terra in via De Roberto, ma non ha potuto fare di più; anche se avevamo il diritto di prelazione non avevamo abbastanza soldi, come molti altri contadini. Gli aspiranti acquirenti facevano le offerte e noi avremmo dovuto rilanciare, ma non era semplice. E poi non conveniva essere proprietari di terreni: le tasse sulla terra agricola in quegli anni salirono moltissimo, chi le possedeva era spinto a vendere in fretta, mentre chi voleva acquistare senza cambiarne la destinazione d’uso era disincentivato». Negli stessi anni, infatti, arriva anche l’effetto della grande riforma tributaria nazionale. Nel 1971 il Parlamento approva la cosiddetta “legge Preti”, dal nome del ministro socialdemocratico, che ridisegna l’intero sistema fiscale. Nei due anni successivi una serie di decreti attuativi, varati da governi a guida democristiana, aggiorna le basi su cui vengono calcolate le tasse sulla proprietà dei terreni. In pratica, per chi detiene molti ettari alle porte della città, il possesso dei campi diventa più oneroso; mantenere terreni agricoli in aree urbane è sempre meno conveniente, soprattutto in un periodo in cui gli enti pubblici sono interessati ad acquisirne la proprietà per realizzare opere di servizio alla città. In pochi decenni, la morfologia urbana e sociale di Ponticelli cambia radicalmente. Trasferiti nei rioni vicini e rimasti senza campi da coltivare, una parte dei contadini diventa manodopera nelle nuove strutture che sorgono: impianti di vario tipo, aziende di servizi, imprese di trasporto. «Alcuni vicini presero “il posto” al depuratore, principalmente per fare le pulizie – racconta Mimmo, il fratello di Gelsomina –. Solo che, finiti i loro contratti, nessuno della zona ha più trovato un lavoro lì. Non c’è stato nessun ritorno vero sul territorio. Anzi, per anni le vasche del depuratore non avevano un sistema di filtraggio adeguato e si riempivano di materiale organico che si decomponeva, rendendo l’aria irrespirabile. Molti non hanno retto e sono andati via». Negli anni successivi l’impianto di depurazione è rimasto al centro di discussioni tecniche e politiche: è un impianto ancora basato su un trattamento chimico-fisico e la Regione ha programmato un intervento di adeguamento per trasformarlo in un impianto biologico e ridurne l’impatto sul mare e sull’aria. Per chi abita intorno, come Mimmo, il depuratore è una presenza stabile che influisce negativamente sulla vivibilità.  Così le zone limitrofe al depuratore si svuotano dei campi agricoli e di una parte dei loro abitanti, mentre chi resta vive in piccoli agglomerati di case, compresse tra il viadotto della tangenziale sopra la strada, il depuratore, i capannoni che avanzano verso i terreni rimasti. In parallelo, i processi di industrializzazione e de-industrializzazione apportano nuove conseguenze per l’ambiente e la salute degli abitanti, al punto che nel 1998 l’area è inclusa in un Sito di Interesse Nazionale (SIN) che sancisce l’urgenza di bonificare parte del territorio di Napoli Est. Il perimetro intorno via De Roberto, poco più di un chilometro quadrato, diviene gradualmente un’area desolata, con interstizi vuoti in cui si accumulano discariche spontanee ed ex terreni lottizzati che vengono – nel corso del tempo – acquistati da imprese di trasporto e stoccaggio per conto di terzi; si addensano così operatori che offrono servizi di magazzinaggio e piccoli depositi le cui torri di container si alzano a pochi metri dalle case e dagli orti, disegnando una linea continua di lamiere tra chi abita lì e il resto del mondo. Nel contesto dei conflitti ambientali locali, la posizione di Gelsomina e dei suoi vicini viene spesso considerata una protesta Nimby (Not in my backyard, “non nel mio cortile”). Le opere che servono alla collettività, da qualche parte dovranno pur andare. Ma qui non è semplicemente il rifiuto di un’opera pubblica; a chi vive tra via De Roberto e le strade interne non è stato chiesto di accettare un singolo impianto, ma l’accumulo, in pochi decenni, di funzioni tecniche che se, collocate più equamente, peserebbero meno su ogni singolo quartiere. Intorno al “ponte della Fiat” non si solleva solo la questione della necessità di impianti di servizio alla città, ma si pone il problema di come vengono distribuiti gli oneri del funzionamento urbano. Perché la stessa porzione di territorio deve sostenere insieme depuratore, futuro impianto di compostaggio, viadotto e stoccaggi di container, mentre altre parti di Napoli ne restano quasi del tutto libere? Finché questa asimmetria resta fuori dal dibattito sulle scelte urbane, le voci di chi continua a coltivare e ad abitare qui saranno facilmente archiviate come rifiuto del cambiamento, invece che come richiesta di ridefinire chi, e in quali proporzioni, deve farsi carico delle funzioni più ingombranti della città. (delfina esposito)
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All’osteria del Vaticano
(disegno di otarebill) Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino, Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano Portelli.  *   *   * A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima, Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle richieste dei clienti. Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non si è concluso. Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge. La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei baraccati devastati dall’eroina. Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura, affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle. Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines, già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba. Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire. “La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”, gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli “Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco, in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e nel buio incatenarli. “La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa. Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato, espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora: un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in gioco per capire come e dove agire. Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati, colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno restituite, e redistribuite. (stefano portelli)
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