presentazione del libro “città in guerra – appunti di geopolitica urbana” con
l’autore Francesco Chiodelli.
La guerra combattuta sui confini e la resistenza nella giungla o nel deserto
sono scenari ormai lontani da quel che è il teatro dei conflitti odierni. Le
città sono lo spazio dove eserciti regolari, milizie e altri attori si
scontrano, dove si avanza metro per metro, isolato per isolato. Uno spazio,
quello della città, che ha modificato la dinamica dello scontro da orizzontale a
verticale, in uno scenario fatto di palazzi, cunicoli, tunnel e feritoie tra i
muri. A questi nuovi scenari gli eserciti si adattano con un portato di
tecnologia elevatissimo, armi e strumenti che vengono poi riadattati alla vita
civile, sottoforma di prodotti di consumo o strumenti di controllo. Perchè nel
conflitto perpetuo e globale che stiamo vivendo la guerra si gioca anche in
casa: la militarizzazione delle città e della società è un processo decennale
che usa i grimaldelli della sicurezza e del decoro per apporre nuovi paradigmi
di controllo.
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Lo sradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane.
(S. Weil)
Non si può negare che l’insicurezza urbana costituisca un fenomeno concreto non
riducibile a una mera costruzione discorsiva, reale al punto che politici di
ogni schieramento hanno potuto dare spiegazioni fondate sull’individuazione di
capri espiatori sociali immediatamente riconoscibili, contribuendo a rafforzare
una percezione emergenziale.
A Macerie su Macerie proviamo a portare alcune riflessioni sulle condizioni
strutturali attraverso cui l’organizzazione dello spazio urbano produce
sradicamento e violenza.
(disegno di roberto-c.)
Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del
quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada
stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione
ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita
l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso
un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di
Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio
di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che
resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena.
È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e
associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica
napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una
rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo
Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni
sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica.
Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto
nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per
l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole
dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni
da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra
cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da
allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito
dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del
Forte restano una promessa ancora disattesa.
Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San
Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento
Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo
degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno
precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e
all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni
precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi
dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura
Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti
non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto
questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle
priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di
inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto
meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece
l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla
rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il
presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la
responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione
di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe
scadere tra circa tre anni.
L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al
centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere
una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti
che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni
interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla
riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del
fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa,
dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero.
A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire
risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere
profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che
convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi
ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche
e logistiche.
È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie
l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa
domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse,
alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata
considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da
conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di
tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che
conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi
ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue
principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di
ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container
e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e
resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre
secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche,
come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo
fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino
alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto
del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a
importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei
petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle
contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto
proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle
trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno
ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città.
La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la
consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che
proprio per questo può essere trasformato.
Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso
l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le
rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un
luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua
condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione
finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e
persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono
riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la
memoria viene custodita e coltivata, allora cambiano anche le domande che siamo
disposti a porci sul suo futuro.
Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla
collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e
difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le
trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa
consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai
bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive.
Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il
diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al
mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il
territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i
costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe
però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale,
e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o
riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel
tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di
prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia
scognamiglio)
(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
(archivio disegni napolimonitor)
Il silenzio elettorale cade sul porticciolo di Pastena come una tregua
improvvisa. È mezzogiorno di un sabato assolato di maggio, vigilia delle
elezioni comunali a Salerno, e nei pressi dei muretti affacciati sul mare sono
radunate alcune decine di persone: qualcuno seduto sugli scogli, qualcuno in
piedi col bicchiere in mano, qualcuno più giù che si fa il bagno. La Ghassan
Kanafani — una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, la flottiglia
internazionale di solidarietà con la Palestina che toccherà cento porti in cento
città — è ormeggiata poco lontano. Il suo passaggio ha trasformato quella che
doveva essere un’assemblea organizzativa del comitato Giù le mani dal
Porticciolo in un momento di confronto tra realtà diverse che condividono la
stessa grammatica di lotta. Mi siedo per terra sotto un ombrellone da spiaggia
con alcuni attivisti del comitato. «C’è un filo rosso che unisce queste
battaglie», dice Lorenzo. «La libertà dei popoli di autodeterminarsi, di
decidere cosa fare della propria vita, della propria terra». Alle spalle c’è
Pastena: ingoiata dal cemento, con un’alta densità abitativa, priva di spazi
verdi. Il porticciolo è uno degli ultimi tratti di costa accessibile a tutti in
questa striscia di città.
Salerno conta già quattro porti su meno di dieci chilometri di costa: il porto
commerciale, il molo Manfredi, il Masuccio Salernitano e il Marina d’Arechi. Il
progetto Pastena farebbe nascere il quinto, sempre con lo stesso pretesto da
quindici anni: la mancanza di posti barca. Solo che Marina d’Arechi è stato
costruito nel frattempo, il Masuccio è in ampliamento e un ulteriore intervento
di grandi dimensioni è già previsto nella poco lontana Pontecagnano. Il
ministero dell’ambiente lo ha notato: tra le integrazioni richieste al
proponente c’è proprio la dimostrazione dell’effettiva necessità di nuovi posti
barca — argomento che, evidentemente, allo stato attuale non regge.
La storia ha radici nei primi anni Duemila, quando il Comune affidò in un’unica
delibera le concessioni demaniali a due promotori. La famiglia Gallozzi costruì
il Marina d’Arechi, mentre quella Ilardi ottenne la concessione per il porto di
Pastena, anche se non aveva i soldi per aprire i cantieri. Per quel porto fu
funzionale anche la progettazione di un pennello foraneo sull’arenile:
realizzato con finanziamenti pubblici, ma progettato in vista dell’opera
privata. Nel 2008 il project financing cristallizzò la presenza del porto nel
Piano urbanistico comunale, ma da allora l’operazione è rimasta congelata.
La cittadinanza scoprì il pericolo solo nel 2011, quando i promotori allestirono
al Polo Nautico un plastico in scala del progetto. «Quando è stato
pubblicizzato, i giochi erano già fatti: avevano tutte le autorizzazioni»,
racconta Chiara. Il plastico rimase esposto poche settimane. «Dopodiché hanno
pensato bene di levarlo», aggiunge Davide. «Era controproducente che la gente
capisse cosa stava succedendo»
D’altronde il Comune, la Provincia, la Regione e la Soprintendenza avevano già
dato il via libera. Il sindaco che aveva gestito l’iter era Vincenzo De Luca,
che però anni dopo, da “neo” candidato per l’ennesima volta a primo cittadino di
Salerno, si sarebbe detto contrario al porto. «Si è schierato contro – spiega
Lorenzo – ma dodici anni fa era stato lui a dare i permessi». Una domanda resta
senza risposta: «Se De Luca oggi è contrario, e se tutti i candidati si sono
schierati contro il progetto, chi lo vuole, questo porto?».
Il progetto è tornato d’attualità quando i fratelli Ilardi hanno ripreso in mano
la pratica. La connessione tra il Polo Nautico e il resto del progetto approvato
costituirebbe un pacchetto da circa venticinque milioni di euro. Per
monetizzarlo serve però la Valutazione di Impatto Ambientale ministeriale, che
ancora manca. Quella rilasciata dalla Regione a suo tempo è infatti scaduta
perché i lavori non sono stati avviati nei termini — per responsabilità dei
promotori stessi. La competenza è passata così al ministero dell’ambiente, che
ha raccolto una cinquantina di osservazioni: ingegneri, architetti ed esperti di
pianificazione costiera hanno smontato il progetto pezzo per pezzo. «Le tavole
mancano dei dettagli. Non c’è mai una legenda che ti riporti al progetto
generale. Sembrano cose buttate là», spiega Chiara. Il ministero ha chiesto
integrazioni su tutti i fronti, riconoscendo il valore culturale del tratto di
costa e domandando ai promotori quale utilità pubblica concreta garantirebbe
l’opera.
Nelle settimane successive alle elezioni anche il ministero della cultura è
entrato nella partita. La Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio
ha trasmesso le richieste di integrazione avanzate dalla Soprintendenza di
Salerno e Avellino, rilevando gravi carenze nella documentazione paesaggistica.
La relazione presentata dai promotori, secondo la Soprintendenza, non consente
di verificare la compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici
tutelati. Vengono richiesti aggiornamenti sullo stato dei luoghi, nuove analisi
dell’impatto visivo, rendering aggiornati e valutazioni sulle alternative
progettuali. Soprattutto, la Soprintendenza ha dichiarato non più valida
l’autorizzazione paesaggistica del 2012. Due ministeri con le mani alzate sullo
stesso progetto: «La mobilitazione civica e il lavoro tecnico di questi mesi
hanno avuto un peso concreto nell’iter amministrativo», sostiene Chiara.
Guardare le tavole di progetto è, in effetti, cruciale. Il porto di Pastena
prevede circa quattrocentocinquanta posti barca, ma soprattutto parcheggi a
pagamento, box auto, un centro commerciale, l’ampliamento dell’albergo, una
piscina di acqua di mare depurata. «Tecnicamente non è neanche un porto. È un
centro commerciale con una darsena», dice Davide. A chi giova? Non ai pescatori
locali, che oggi ormeggiano a prezzi accessibili. Non ai cittadini, a cui
verrebbero sottratte le ultime spiagge libere. Non ai commercianti, a cui è
stata promessa una ricaduta economica: i negozi del nuovo centro faranno
concorrenza a quelli esistenti.
Pastena è un quartiere popolare, senza parchi né luoghi di socialità. Il
porticciolo è l’unico spazio che non sia privato o commerciale. «I salernitani
sono sempre stati chiamati pisciaioli (chi lavora e vive di pesce, ndr)», dice
Chiara con ironia. «Questa identità è stata massacrata. I luoghi legati alla
cultura del mare sono spariti uno dopo l’altro. Adesso esistono solo grandi navi
e piccoli yacht». La cura del posto è affidata agli abitanti: c’è chi pianta
alberi tra le panchine, chi pulisce la piazzetta senza che nessuno glielo
chieda. I cantieri del ripascimento del litorale poco lontano sono un’altra
fonte di frustrazione: l’Ambito 2 è sotto sequestro per materiali non conformi —
sabbia dura, inutilizzabile, tanto che qualcuno l’ha individuata come arena per
l’edilizia. Quasi un quarto della costa centrale è inagibile. «Le persone
pensano che prima o poi arriverà il prossimo potente a mettere le mani su ciò
che abbiamo di più bello», dice Alessandra.
In effetti, finché il porto di Pastena resta nel Piano urbanistico comunale,
quella zona resterà bloccata. «Morto un porto se ne potrà fare un altro. Finché
non cambia il piano regolatore la lotta sarà lunga», aggiunge Davide. Dal canto
suo il comitato lavora su più fronti: questionari rivolti alla cittadinanza,
rigenerazione partecipata con studenti Erasmus, eventi sportivi con le squadre
di rugby e calcio popolare del territorio. Nelle due settimane prima del voto
sono state raccolte duemila firme per fermare la realizzazione del progetto:
tutti i candidati a sindaco si sono detti contrari, ma nessuno ha spiegato come
avrebbe rimosso la destinazione dal piano regolatore.
Ora che lo sceriffo De Luca è stato rieletto, il comitato monitora la distanza
tra le parole e gli atti. Sul muretto del porticciolo la gente resta a
chiacchierare e mangiare qualcosa. C’è ancora qualcuno in acqua, qualcuno
rassetta la spiaggia. La comunità parla chiaro: nessuno ha intenzione di
guardare il mare dalle vetrate del parcheggio di un albergo. (edoardo m.
benassai)
(disegno di otarebill)
È una domenica mattina di febbraio, il tempo non è dei migliori ma regge. Si
tiene il carnevale sociale di Scampia, il 44esimo da quando esiste. Decido di
andarci insieme a mio fratello più piccolo. Ci dirigiamo verso la prima fermata
dell’R5 di corso Secondigliano, provenendo da Capodichino. Come ogni domenica
mattina, per le strade c’è un gran via vai. Il Perrone, la prima traversa del
corso, è denso di attività commerciali: pescherie, fruttivendoli, mercatini;
dalla rotonda Di Vittorio verso via De Pinedo si raggiungono San Pietro a
Patierno e poi i comuni di Casoria e Casavatore; nonostante i ritardi, sulla
rotonda sono visibili i lavori per l’apertura della nuova fermata della Linea 1,
che renderà più facile muoversi verso il centro della città.
Un tempo Napoli Nord era una terra fertile, caratterizzata da masserie, frutteti
e una fitta rete di antichi casali. La modernità industriale, unita
all’espansione demografica e al conseguente assorbimento della classe contadina
nel nuovo tessuto urbano, portò alla nascita dei quartieri odierni, frutto di
una politica urbana che non mirava all’integrazione socio-economica degli
inurbati, favorendo piuttosto gli interessi di costruttori, proprietari terrieri
e classe politica.
IL LAURISMO E LA SPECULAZIONE EDILIZIA
Il cambiamento cominciò a partire dal ’51, quando la destra si aggiudicò il
governo della città con il sindaco Achille Lauro, figlio di una nota famiglia di
armatori e fondatore dell’omonima flotta. Gli anni della sua amministrazione,
noti come “laurismo”, vengono ricordati per la forte spinta speculativa. Nel ’58
il prefetto Correra, nominato commissario in seguito allo scioglimento della
giunta laurina, consegnava alla città il nuovo piano regolatore generale,
bocciato dal ministero dei lavori pubblici quattro anni dopo per il suo
carattere speculativo. Era ormai troppo tardi: si stima che dal ’51 al ’61
vennero costruiti circa 300 mila vani in tutta la città, mentre migliaia di
abitanti furono cacciati dal centro storico per dare spazio alle demolizioni.
Nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, l’urbanizzazione selvaggia portò alla
nascita di condomini multipiano che eliminarono man mano lo spazio tra la chiesa
e il confine perimetrale dell’aeroporto di Capodichino. Via del Cassano, oggi
importante arteria di Secondigliano che porta verso Casavatore e Arzano, perse
la caratteristica di strada di campagna a causa di densi blocchi edilizi lungo
tutto il percorso, con la nascita del rione Berlingieri e del rione Kennedy.
IL CORSO SECONDIGLIANO E LA BIRRERIA DI MIANO
Dopo circa venti minuti, arriva l’autobus. Mentre prendiamo posto, vedo turisti
che scendono alla fermata con i loro trolley: la turistificazione tocca oggi
anche il corso Secondigliano a causa della sua vicinanza all’aeroporto. Il corso
è la principale arteria del quartiere, dal finestrino del bus vedo centinaia di
attività commerciali, tra cui la storica Taralleria Tonino e la mitica pizzeria
Carminiello. Anche qui, durante il laurismo, sorsero palazzi multipiano,
lasciando poche tracce di vecchi edifici come villa Cimmino, dal ’56 stazione
della polizia. Subito dopo la pizzeria c’è l’incrocio che a destra porta verso
il centro storico di Secondigliano, a piazza Zanardelli, un tempo chiamata Miez’
all’Arco, mentre svoltando a sinistra si arriva alla vecchia fabbrica di birra
Peroni a Miano, oggi divenuta un centro commerciale. Miano e Mianella erano un
tempo casali distinti, oggi invece il secondo è considerato una frazione del
primo.
Durante il tragitto, quasi all’altezza del quadrivio, sento tre ragazze parlare
del carnevale. Dall’accento capisco che non sono di Napoli. Vengono infatti da
Bologna e sono arrivate per la prima volta in città per partecipare allo stesso
evento a cui siamo diretti io e mio fratello. Superato il quadrivio, scendiamo
insieme alla prima fermata di via Roma verso Scampia all’altezza della pompa di
benzina Q8. Attraversiamo e raggiungiamo il rione Monterosa, edificato a partire
dagli anni Cinquanta. Il concentramento è alla storica sede del Gridas – Gruppo
risveglio dal sonno, fondato nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna,
Franco Vicario e tante altre persone che dal 1983 hanno dato vita al carnevale
sociale di Scampia. Centinaia di persone, tra cui famiglie e bambini, arrivano e
di lì a poco il corteo incomincia. Il quartiere si riempie di maschere e carri
allegorici fatti con materiale riciclato, coloratissimi, mentre i gruppi
preparano le coreografie e gli strumenti musicali. Il corteo si addentra nel
rione per poi sfociare su via Arcangelo Ghisleri, nel cuore di Scampia.
DALLA LEGGE 167/62 ALLE LOTTE PER LA CASA
Provo a raccontare alle ragazze la storia di Scampia: parlo della legge 167 del
’62, dei piani di edilizia economica e popolare che avrebbero dovuto invertire
la tendenza speculativa del periodo laurino, di come con questa legge gli enti
pubblici fossero vincolati a individuare delle aree edificabili per la
costruzione di case popolari da assegnare alle famiglie in condizioni di
precarietà; spiego che la nascita del quartiere è il frutto di vari processi,
tra speculazioni e lotte popolari. Scampia venne divisa in lotti: alcune strade
persero le caratteristiche tipiche dei borghi per dare spazio ai nuovi edifici
della 167; via Roma verso Scampia divenne l’anello di congiunzione tra la
vecchia Secondigliano e il nuovo quartiere, caratterizzato da edifici a torre;
nacque il rione Don Guanella e furono costruite le Vele, progettate
dall’architetto Franz di Salvo. Nel progetto iniziale si prevedeva la creazione
di una “città nella città”, con la creazione di spazi comuni e servizi
integrati, come scuole e negozi. La realtà fu ben diversa. Il piano di edilizia
economica e popolare nella zona settentrionale di Napoli portò alla nascita di
quartieri-dormitorio, con prefabbricati di scarsa qualità, senza servizi
adeguati e collegamenti con il resto della città. Inoltre non furono subito
assegnate le abitazioni, anzi, dagli anni Settanta in poi scoppiarono le prime
lotte organizzate per la casa a Napoli Nord. Emblematica fu l’occupazione del
rione Don Guanella, in cui presero casa ottocento famiglie. La prima occupazione
con grossi numeri fu tentata a Marianella, ma non durò a lungo e, dopo ripetute
cariche della polizia, il rione venne sgomberato. Ma le famiglie già organizzate
occuparono l’intero Don Guanella, grazie anche alla forte mobilitazione delle
famiglie di Secondigliano e Piscinola.
Da via Ghisleri arriviamo a piazza Giovanni Paolo II, di fianco al parco Ciro
Esposito. Al centro della piazza si comincia a preparare il falò per bruciare,
allegoricamente, i simboli negativi e far trionfare quelli positivi che danzano
intorno alle ceneri. Sullo sfondo è possibile osservare il cantiere per
l’abbattimento delle Vele, in seguito alle lotte condotte dagli abitanti del
quartiere. Infatti dal 1980, con il Piano per il recupero delle periferie e poi
con il terremoto dell’Irpinia che causò danni ingenti anche a Napoli, esplosero
le occupazioni di massa. In seguito al terremoto furono oltre 10 mila gli
edifici danneggiati, e 170 mila gli sfollati, di cui il settanta per cento
proveniva dal centro storico. Nel 1981 il parlamento approvò la legge 219, con
la quale si rilanciò un Programma straordinario di edilizia residenziale (Pser)
per la costruzione di 20 mila alloggi da assegnare agli aventi diritto nell’area
metropolitana di Napoli. Molte famiglie furono costrette a trasferirsi in campi
container (36 container leggeri installati a Secondigliano, 113 a Piscinola, 174
a Miano e 337 a San Pietro a Patierno). Successivamente furono edificati nuovi
complessi residenziali, come il rione 25/80 a Chiaiano, il rione dei Fiori, poi
soprannominato Terzo Mondo, a Secondigliano, le abitazioni popolari e il parco
pubblico in viale IV Aprile a San Pietro a Patierno. In questo contesto vennero
occupati gli edifici della 167 a Piscinola e Scampia.
Se in un primo momento gli abitanti lottarono per la permanenza, con la nascita
del Comitato Vele ci si concentrò per l’abbattimento e la riqualificazione del
quartiere. Vittorio Passeggio, attivista della prima ora del comitato, spiega
che i progetti iniziali per le Vele vennero completamente disattesi: «Nelle Vele
più grandi non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva
nemmeno a quel poco di luce di filtrare. L’economia del vicolo, nelle intenzioni
del progetto, non è mai esistita». Domenico Lopresto, segretario dell’Unione
Inquilini, in una intervista del 2013 condotta da Nicola Angrisano in Stalking
Asilo. Le mani sulla città, racconta che «se si gira nei rioni popolari, si vede
che il degrado è tantissimo, ma va tenuto presente anche la gestione delle
organizzazioni criminali. Basta ricordare che i più grandi clan della città
stanno tutti nei rioni di edilizia residenziale pubblica». Nel 1990 venne
inoltre avviato il funzionamento di un nuovo carcere la cui collocazione ai
margini del quartiere era stata decisa diversi anni prima. Pino Guerra,
militante dei comitati popolari di Napoli Nord e occupante della Vela Gialla,
parla di un quartiere di “annientamento”: «Era un circolo vizioso: senza lavoro,
delinqui e vai in carcere, nel quartiere stesso. Il tuo ciclo di vita rimaneva
nel quartiere». Negli anni Novanta nacque il Comitato Occupanti Case, che portò
a migliaia di occupazioni per tutta Napoli. Sempre Pino Guerra racconta che «si
mobilitarono in piazza circa 10 mila persone, con bambini e carrozzini. E
vincemmo la vertenza, perché gli occupanti abusivi si trasformarono in
assegnatari. Nel ’95-96, con la chiusura della vertenza, ottennero il diritto di
rimanere nelle case».
NAPOLI NORD OGGI
Mentre mio fratello corre e gioca in piazza con altri bambini in mezzo alla
musica e alle danze, le ragazze mi chiedono dei cantieri delle Vele che vediamo
in lontananza. Spiego del lungo percorso del comitato, che dal ’97, con
l’abbattimento della prima Vela, ha portato alla nascita di nuovi alloggi
popolari e al rilancio del progetto Restart Scampia. Racconto pure che dopo le
guerre di camorra sono nate tantissime associazioni e nel 2010 venne occupato il
Cantiere 167, una scuola abbandonata, ancora oggi sede del Comitato Vele. Si è
fatta ora di pranzo ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono tante le
riflessioni sulla giornata: il comitato dichiara che il popolo delle Vele ha
vinto, ma a che costo? Ragiono sulle trasformazioni su tutta Napoli Nord, sulle
differenze rispetto anche a quando ero più piccolo. Oggi ci sono tanti processi
urbani in corso: nuovi edifici residenziali continuano a sorgere; ci sono lotte
come quella del rione 25/80 di Chiaiano che ancora attende una riassegnazione
dopo il terremoto; l’ex Motel Agip, nei pressi del quadrivio, è stato
sgomberato; a San Pietro a Patierno il comitato per il verde pubblico chiede la
riqualificazione del parco IV Aprile. Capita spesso che ci siano disservizi,
come l’estate scorsa con la chiusura della Linea 1 nella tratta
Piscinola-Chiaiano, ma nonostante ciò non manca una risposta da parte delle reti
sociali. Napoli Nord, in un certo senso, ha ripreso a vivere: c’è ancora chi
lotta ogni giorno per il diritto alla città. (zidan shehadeh)
(disegno di lorenzo la rocca)
È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle
spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove
vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato
il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora
di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su
Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette,
otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per
secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine
dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle
anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di
protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere
bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche
considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal
Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e
riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il
Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico.
Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita
fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il
“Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione
del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi
d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia,
devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio
quartiere.
Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il
Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a
mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere
che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex
cava diventata cimitero.
Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop
delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi
rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags,
qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro
mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del
Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo.
Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea
dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada.
Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo
Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e
cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità
San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è
scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto
sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta
lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto
di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla
d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle
calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi
dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant
srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone
cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli.
Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti
pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello
blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10
anni, 4°A plesso Lombardi.
Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono
turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in
viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la
visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti
minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza
guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal
passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento
persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il
biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede
la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i
residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare
l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete
internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova
gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la
cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre
Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San
Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere.
Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650
mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e
dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati
e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di
messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio
marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord
Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani
architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico
II, coordinato da Renzo Piano.
La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno
nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie,
cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i
libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della
Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso,
che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta,
arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare
centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e
prospettive per il futuro.
Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida:
«Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e
simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi
abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla
collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e
ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006,
dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia
e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo
nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico.
Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio,
criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino
molti abitanti del posto tendevano a evitare…».
Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un
ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti
evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di
turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il
commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il
cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo
parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non
c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso
patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti
giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La
Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi
quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel
2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti
esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo
settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più
strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…».
Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel
cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto
diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso
dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le
capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le
“grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e
pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante.
La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste
dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad
ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che
racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria
orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori,
percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle
persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti
d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini
fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza
di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di
sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a
desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla
nuova gestione.
Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci
nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così
grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente
labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o
sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo
atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo
facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore.
Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei.
Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi
entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha
coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati
inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure
tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la
differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta».
Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per
aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che
con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al
resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un
ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori
del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su
Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità.
Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo.
(errico forte)
(disegno di ginevra naviglio)
Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal
Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte
del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me,
anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si
trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da
casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a
breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le
montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente
al suo lato meridionale.
Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone
un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede
antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è
diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno
striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli
è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra,
che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di
riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo
pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è
problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione.
In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo
tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la
regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale,
l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del
personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti,
mentre in radiologia sono tre su dodici.
Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è
arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei
subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia
e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita
demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico:
secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero
rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è
sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo
di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del
Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà
necessariamente arrivare a Campobasso.
In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un
aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita.
Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace,
circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e
Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una
macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un
verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato
solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico,
sembra scarseggiare.
Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La
strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime,
sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma
a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a
trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a
un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma
di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a
due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in
questa strada.
Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come
quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci
riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza
principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra”
e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa
su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce “A Isernia
non si nascerà più”.
Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e
consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il
dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio
all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante del nostro
territorio, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone
ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno
soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è
soltanto un anticipo di quello che accadrà in questi territori, ovvero il totale
smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi
la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità
privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico».
La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree
interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie
associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La
Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce
secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre
elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per
farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo,
periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai
quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è
un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di
offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma
Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla
Strategia Nazionale».
Quello delle aree interne non è un problema esclusivamente molisano, ma una
realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di
cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi
essenziali in questi territori, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per
il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte
quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni
realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di
spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di
fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono
porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere
abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa
assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo
“socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”
Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto, tenendo in
conto, però, la prima battaglia, che è sia culturale che psicologica. «Da
abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini:
“qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io
invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta
durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano
Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e
volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze
demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa di
concreto, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il
destino è abbastanza segnato».
Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui
Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un
discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, da
momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un
gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di
Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti
ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di
raccolta e di salvaguardia della memoria storica».
Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai
margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati
molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone –
sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la
sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo
regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un
murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La
Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una
famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si
gira, all’ultimo, per dare un’ultima occhiata al paese, con uno sguardo
nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno,
come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come
generazione di persone costrette a migrare loro malgrado».
Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo,
ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la
nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento
si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la
notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei
amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio
ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e
le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un
privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non
saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, e
mai come ora il Molise ha bisogno di provare a trovare tante piccole soluzioni».
Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta.
Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo lì con gli
altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è
fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e
abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno
per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti
dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza.
Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa
dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino
per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di
persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche
una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da
dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i
pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è
svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)
(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
Mentre si passeggia per il centro storico di Napoli, in particolare nella zona
di piazza Garibaldi, è facile osservare come la fisionomia della città, almeno
in superficie, rifletta anche le istanze e le necessità di una società
multietnica in continua evoluzione. Nonostante non esistano dati precisi circa
la presenza musulmana in città, si stima che vi risiedano circa trentamila
musulmani provenienti da cinquantatré paesi (senza considerare i convertiti),
prevalentemente nei quartieri del centro: San Lorenzo, Mercato, Pendino, dove il
costo degli affitti è più basso e si concentra gran parte delle attività
commerciali, per le quali lavorano molti musulmani. Questa forte presenza della
comunità musulmana ha portato all’apertura di spazi pubblici che rispondono ai
suoi bisogni culturali e religiosi. Nei tre quartieri sono infatti situate le
sette moschee della città, che sono in realtà sale di preghiera o centri di
aggregazione, e negozi di alimentari halal. L’alta concentrazione di queste
strutture ha reso però difficile per i musulmani non residenti in centro
usufruire quotidianamente degli spazi islamici, quasi assenti nelle province e
in misura ridotta nelle zone lontane dal cuore della città. Ne parlo con Afaf e
con Iman, studentesse marocchine dell’Orientale, su una terrazza
dell’università.
È ora di pranzo e abbiamo appena seguito una lezione di arabo. Mentre si
presentano, le loro voci si confondono con il rumore dei clacson nel traffico di
via Marina e cercano di sovrastare il caos della zona portuale della città. Afaf
ha diciannove anni e studia inglese e arabo. Vive in una frazione di Caserta con
la sua famiglia e mi racconta che per arrivare all’università impiega quasi
un’ora. Nella sua zona «i musulmani si contano sulle dita di una mano», ma
frequentando l’università sta conoscendo delle ragazze arabe, alcune arrivate in
Italia da meno di due anni. «A Caserta – dice – non esiste una comunità
musulmana, quindi la fisionomia della città risente poco dell’esistenza di
gruppi culturali e religiosi diversi, che hanno necessità diverse, e ciò ha
impattato molto sul modo in cui ho vissuto la mia religione per tanto tempo,
perché mi ha impedito di essere la musulmana che vorrei essere. Io mangio la
carne del supermercato, perché la macelleria islamica più vicina è a Santa Maria
Capua Vetere e non siamo neppure certi sia davvero halal. Nel mese di Ramadan i
miei vanno a Napoli per comprare la carne, ma sarebbe impossibile comprarla qui
tutti i giorni. E non vado in moschea, perché quella più vicina è al centro di
Napoli. Si sente che a Napoli la comunità musulmana è più forte. Qualche giorno
fa passeggiavo con un’amica a piazza Mercato ed è stato confortante notare che
vendevano tappeti per la preghiera e che ci fossero persone musulmane che mi
sorridevano, mi stringevano la mano e mi chiedevano come stessi. Avevo la
sensazione che mi stessero dicendo “tu sei mia sorella, anche se non ti
conosco”. Frequentare Napoli è un’opportunità per crearmi uno spazio in cui
vivere la religione diversamente da come ho fatto finora».
L’assenza di una comunità musulmana adeguatamente riconosciuta si nota anche
dagli spazi interni all’università. Afaf mi spiega che durante la giornata ci
sono cinque momenti di preghiera, ma che spesso è a lezione e non riesce a
rispettarli: «Qui in università non c’è una sala adibita alla preghiera, non
solo musulmana, che invece è presente in molte università all’estero». Iman è
una studentessa fuorisede. Mi racconta di essere cresciuta a Cersosimo, un
piccolo paesino in provincia di Potenza, e che la sua famiglia era l’unica
musulmana della zona. Mi spiega che l’Islam è una religione comunitaria, in cui
è centrale il concetto di “umma”, vale a dire la comunità di fedeli, e che
quindi non sentire l’appartenenza a un gruppo ha una grande influenza
sull’esperienza religiosa del singolo. Secondo Iman il cristianesimo è una
religione più individuale, in parte perché nasce in una società che spinge
all’individualizzazione; qui un cristiano non sente il bisogno di rivedersi in
qualcun altro, perché dà per scontato che gli altri siano come lui, credano in
ciò in cui crede lui. «Penso che noi, in quanto esseri umani, sentiamo la
necessità di appartenere a un gruppo – mi dice Iman –. Sarebbe stato bello
condividere il momento della preghiera in moschea o l’esperienza del mese di
Ramadan con altre persone, perché sapere che qualcuno vicino a me doveva pregare
o digiunare mi avrebbe invogliata a farlo. Quando manca quel senso di
appartenenza, spesso rischia di venire meno anche un’identità religiosa forte e
definita».
Iman mi spiega che l’assenza di una comunità musulmana a Cersosimo, e in
generale in Basilicata, si riflette nello spazio pubblico del suo quartiere e
impatta sulla quotidianità della sua famiglia. «Mio padre nei giorni festivi va
a pregare in una moschea in Calabria, a due ore di macchina da casa, e lì vicino
c’è anche una macelleria halal, dove compriamo la carne. Io mi sono trasferita a
Napoli da poco, quindi non conosco bene la città e non frequento ancora posti
come piazza Mercato, ma almeno so che esistono e questa è una consolazione. So
che se voglio andare in moschea posso farlo senza dover guidare per due ore e
che se ho voglia di mangiare la carne ci sono le macellerie in cui posso
comprarla. Posso finalmente contare su degli spazi che nel mio paesino non
esistono e che in qualche modo mi permettono di rafforzare la mia identità
musulmana. È bello vedere che Napoli, al pari di altre città, si sta modellando
sui bisogni di quella che ormai non è più una minoranza, ma un gruppo
consolidato con delle necessità. Credo che anche qui, nelle strutture
universitarie, ci siano i presupposti per creare degli spazi inclusivi, in cui
potersi rilassare o in cui poter pregare».
Per Afaf essere una musulmana in Italia significa anche cercare di preservare
cultura e religione dalle spinte all’occidentalizzazione. «Non ho mai avuto
amici musulmani e i miei non conoscono arabi qui a Napoli, perché nella mia zona
ce ne sono davvero pochi. Io e la mia famiglia non abbiamo un legame quotidiano
con la cultura marocchina: non mangiamo il couscous tutti i venerdì, che è il
giorno sacro, dedicato alla preghiera e alla famiglia, e il tajine, una pietanza
che si cucina all’interno di un particolare piatto di ceramica che dà il nome al
cibo, lo mangiamo una volta a settimana. Se avessimo un legame più forte con le
nostre tradizioni lo mangeremmo tutti i giorni, ma mangiamo con il pane e
utilizzando la mano destra, perché è sunnah, cioè è una consuetudine presente
negli Hadith, detti e fatti attribuiti al profeta che fanno parte della Sunna».
Afaf mi parla delle due feste importanti celebrate dall’Islam, l’Eid al-Adha, la
Festa del Sacrificio [che comporta l’uccisione degli agnelli, pratica proibita
in Italia all’interno di case private e negli spazi pubblici] e la festa della
rottura del digiuno alla fine del Ramadan, l’Eid al-Fitr, che negli ultimi anni
si è celebrata a piazza Garibaldi e a piazza del Plebiscito. Mi racconta che i
suoi genitori sono arrivati in Italia venticinque anni fa e che quindi si sono
“italianizzati”: sua madre non porta il velo e a casa non parlano in arabo,
infatti sua sorella minore non conosce ancora la lingua, se non qualche parola.
«Io l’ho imparato per necessità durante un’estate che ho trascorso in Marocco –
mi spiega –. Avevo sei anni, dovevo comunicare con i miei parenti e i miei
genitori non erano con me. Lo parlo come lo parlerebbe un bambino e si sente la
mia pronuncia italiana. Mio padre ha subìto l’occidentalizzazione meno di mia
madre. Lui va molto più spesso in Marocco e ha un legame più forte con la cucina
marocchina e con il paese».
I genitori di Iman sono arrivati in Italia più di trent’anni fa: «I miei a casa
parlano in arabo, ma quando lo parlo si nota che sono italiana, e spesso mi
capita di fare confusione tra le lingue o di passare da una lingua all’altra.
Mia madre è arrivata qui quando aveva ventidue anni, quindi ha lasciato andare
la cultura e la lingua, ma porta ancora il velo». Iman va spesso in Marocco e
cerca di mantenere un contatto costante con l’arabo, che parla bene, perché sa
che i suoi genitori ci tengono a preservare la cultura marocchina e la religione
islamica. «Stando qui e tornando lì ti accorgi di quante differenze ci sono tra
un mondo e l’altro». In Marocco la situazione è diversa rispetto ad altri paesi
più tradizionalisti. «Si può tranquillamente girare senza indossare l’hijab – mi
spiega –, si è superata l’idea che le donne debbano necessariamente portarlo.
Quello sul velo è un discorso molto complesso, che spesso utilizza la religione
come giustificazione di una cultura patriarcale e repressiva».
Negli ambienti accademici, sia in Oriente che in Occidente, accanto a un
femminismo laico, che guarda alla religione come ostacolo all’emancipazione
femminile, si è sviluppato un movimento femminista islamico, ancora poco noto
tra le donne e le giovani della comunità musulmana, tant’è che Afaf e Iman mi
dicono di non averne mai sentito parlare. La prima a parlare di femminismo
islamico è stata l’antropologa iraniana Afsaneh Najmabadi nel 1994. Secondo
questo movimento, all’origine dell’oppressione femminile e della diseguaglianza
di genere nei paesi islamici non ci sono i testi sacri, bensì la loro
interpretazione patriarcale da parte delle élite al potere, che hanno negato il
punto di vista femminile nel processo di esegesi e distorto il contenuto dei
testi, al fine di imporre e giustificare una gerarchia religiosa e
socio-culturale intrisa di misoginia. Il dibattito sul velo è diventato uno dei
principali terreni di scontro tra femministe laiche e femministe islamiche. Tra
le femministe islamiche ci sono coloro che non indossano il velo, e coloro che
lo indossano. Tutte però difendono la scelta di coprirsi il capo.
La prima immagine che viene in mente a chi pensa all’Islam è quella della donna
velata, costretta a stare in casa, che nell’immaginario occidentale è il simbolo
della coercizione e dell’oppressione di una religione che vuole la donna in
posizione di subalternità, ma nessuno pensa mai all’uomo con il vestito lungo,
la barba lunga e le braccia coperte. Così come le donne indossano il velo, anche
gli uomini musulmani devono vestire con abiti modesti, che coprano la awrah,
cioè la zona dalla vita fino alle ginocchia, come la tunica lunga fino alle
caviglie, e devono indossare l’irham durante l’hajj, il pellegrinaggio verso la
Mecca. «All’uomo musulmano – dice Iman – è concesso un margine di scelta molto
più ampio: la donna che non vuole indossare il velo è un mostro, mentre l’uomo
che non rispetta il codice di abbigliamento è socialmente accettato». «Noi
ragazze ne paghiamo le conseguenze: se io venissi molestata in Marocco, sarebbe
colpa mia, perché non porto il velo, ma come lo spieghi a tutte le ragazze con
il velo che sono state molestate che non avrebbero potuto evitarlo? Che anche se
avessero indossato il velo sarebbero state molestate lo stesso? Io non mi
aspetto che tutti gli uomini musulmani abbassino lo sguardo quando passo davanti
a loro, come c’è scritto nel Corano, ma mi aspetto che non mi infastidiscano».
La scelta di indossare il velo non ha solo un carattere religioso per le ragazze
che vivono in contesti occidentalizzati. Indossare il velo significa scegliere
la possibilità di rappresentarsi diversamente nello spazio pubblico e di
rifiutare i simboli occidentali di emancipazione femminile, presentati come
unica alternativa possibile di femminilità giusta. Se da un lato l’hijab è un
simbolo di emancipazione e di rifiuto per il modello occidentale di femminilità,
anch’esso limitante, dall’altro diventa uno strumento di oppressione nel momento
in cui le donne sono obbligate ad indossarlo. Chiedo alle ragazze quanto del
divario di genere, di cui l’obbligo di indossare l’hijab è solo una delle tante
espressioni, è imputabile alle sacre scritture e quanto alla cultura e alla
società. «Parlare di interpretazione patriarcale delle sacre scritture è
giusto», sostiene Iman. Mi spiega che un esempio di interpretazione fallace è
proprio legata all’uso del velo. Il versetto 59 di sura XXXIII del Corano esorta
il Profeta a dire alle spose, alle figlie e alle donne di coprirsi con i loro
veli, affinché vengano riconosciute e non molestate. Fatima Mernissi, sociologa
e scrittrice marocchina, che fu impegnata in un processo di reinterpretazione
delle sacre scritture, sosteneva che il velo avesse una funzione temporanea di
protezione delle donne nei primi anni dell’Islam, durante la crisi militare
della città santa di Medina. «Coprirsi potrebbe significare indossare vestiti
con le maniche lunghe, o semplicemente non andare in giro senza vestiti. Le mie
zie in Marocco sono state molestate, nonostante indossassero il velo e il
vestito lungo, da uomini che possono scegliere di non seguire delle regole che
esistono tanto per noi quanto per loro. Essere femminista non è scoprirsi né
coprirsi, ma è la possibilità di scegliere liberamente di fare entrambe le cose,
ed è patriarcale qualsiasi gesto che ci priva di questa possibilità».
Iman non porta il velo, ma ha sempre desiderato indossarlo. Mi racconta che
quando era alle elementari si è presentata a scuola indossandolo e l’ha nascosto
ai suoi genitori. Quando hanno chiamato sua madre, lei è arrivata a scuola e le
ha detto di toglierlo. «Abitavo in un paesino molto piccolo e lì mia madre era
l’unica donna a indossare l’hijab. Vedere una bambina con indosso il velo induce
erroneamente a pensare che sia stata costretta a farlo, ma io ero soltanto una
ragazzina che emulava la madre. Invece dei tacchi e il rossetto, io volevo
indossare il velo, perché pensavo che mi avrebbe fatta sentire adulta».
Afaf concorda con l’idea che i testi della Shari’a, la legge divina islamica,
siano interpretati da un punto di vista patriarcale. Mi spiega che il Corano è
un testo criptico, non semplice da leggere, in quanto è scritto in arabo
standard e nei paesi islamici si parlano perlopiù i dialetti. Inoltre, può avere
tantissime interpretazioni diverse, ma quella dominante continua a essere quella
che legittima l’oppressione femminile. «Il dibattito sul velo – dice Afaf – è
parzialmente riconducibile alle interpretazioni. La donna indossa il velo perché
è Allah che glielo dice, non l’uomo. Gli uomini non possono imporre il velo alle
donne, è una scelta molto intima, quindi chi non si sente pronta a indossarlo è
libera di non farlo. Portare il velo non significa rinunciare ai diritti sul
proprio corpo o sulla propria libertà, significa voler professare ciò in cui si
crede seguendo la parola di dio». La relazione religiosa – ci tiene a
sottolineare Afaf – è tra il credente e Allah. Nessuno può giudicare le scelte
altrui. Confessare i peccati è un peccato stesso, infatti nell’Islam non esiste
la pratica della confessione attraverso un sacerdote. «Indossare il velo è un
impegno e una scelta sentita. Non si indossa l’hijab per compiacere la propria
famiglia ed è sbagliato pensare che ci copriamo per gli altri uomini, che non ci
dovrebbero guardare a prescindere dal velo».
Per Afaf oggi l’hijab può avere una forte funzione di emancipazione: «Scegliere
di coprirsi non significa accettare e legittimare l’oppressione, significa anche
rappresentare una minoranza o contrapporsi a dei canoni presentati come
libertari, ma altrettanto limitanti per le donne. Nella mia famiglia non tutte
indossano il velo. Adesso non mi sento pronta a portarlo, ma in futuro lo farò,
per seguire la religione in cui credo nel modo in cui dio ha detto che devo
farlo. Mi è capitato di indossarlo e di essere criticata e discriminata per
questa scelta, con frasi del tipo “è arrivato il kamikaze” oppure il grande
classico, “perché non te ne torni al tuo paese?”».
Afaf e Iman mi raccontano che la maggior parte degli insegnamenti sull’Islam li
ha ricevuti dai genitori, ma che il confronto con persone al di fuori del nucleo
familiare aiuta a emanciparsi da insegnamenti che tendono a confondere cultura e
religione, o che sono il frutto di un’interpretazione soggettiva dei testi. Afaf
racconta di aver imparato tanto sull’Islam tramite i social e su internet, dove
ha scoperto che nel Corano alle donne sono riconosciuti tanti diritti che non
vengono mai menzionati e che di conseguenza non vengono rispettati. «Online si
crea una comunità fantasma, che ti spinge a informarti e a voler sapere di più
sui testi, su quello che è haram o halal o sui diritti e i doveri che abbiamo».
Iman ha conosciuto tante ragazze che, in nome dell’Islam, hanno ricevuto
un’educazione diversa rispetto a quella dei fratelli. Un’educazione prodotta da
una cultura maschilista, che permea il modo in cui i bambini vengono cresciuti
anche nei paesi occidentali, ma che, nel caso delle famiglie musulmane, spesso
viene nascosta dietro l’Islam. Far risalire alla religione il divario di genere,
soprattutto nelle dinamiche familiari, può portare le giovani donne musulmane a
credere che nell’Islam non ci sia uno spazio per loro. «Spesso crescendo si
impara che le scritture non sono l’origine delle discriminazioni – spiega Iman –
ma altrettanto spesso capita che le donne abbandonino la propria religione per
colpa del modo in cui sono state cresciute». Afaf e Iman mi spiegano che le
scritture sacralizzano la figura della donna e che è la loro interpretazione a
essere problematica. Nel Corano c’è scritto che la donna deve studiare, lavorare
e crearsi una propria indipendenza economica. «Non lo conosci il detto “il
paradiso è sotto ai piedi di tua madre”? – mi domanda Iman –. Significa che
trattare bene le proprie madri è fondamentale per andare in paradiso e spiega
quanto la figura della donna sia centrale nell’Islam».
Alle quattro e mezza ci salutiamo: io ho una lezione e Afaf deve avviarsi verso
piazza Garibaldi per prendere il treno per Caserta. «Puoi scrivere questo?», mi
chiede Iman prima di avviarsi verso casa: «Gli uomini, con il pretesto di
costruire un mondo in cui le donne fossero protette, hanno finito per privarle
degli strumenti per costruirsi da sole quel mondo. Questo è il vero problema. Ma
si sa che gli uomini rovinano sempre tutto». (emma de simone)
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente”
Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle
conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike
tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde
generazioni?
A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia
dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e
SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della
nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica
e stigma.
Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel
cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto.
TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE
DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO