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Monologo Torino. Voci di classi dirigenti durante lo sgombero di Askatasuna
(disegno di peppe cerillo) Nel museo del Risorgimento di Torino c’è una stampa ottocentesca davanti alla quale mi soffermo spesso. Si ritrae un’immaginaria piazza del Plebiscito a Napoli. La piazza s’apre sul mare, il Vesuvio appare lontano avvolto dal fumo e la città attorno è scomparsa. In primo piano il re Ferdinando II regge spaventato la costituzione del 1848 mentre s’accalca attorno una folla inferocita pronta a bastonarlo. Il re è tenuto fermo da tre figure: uno scheletro che reca una falce con su scritto “Morte”, una donna guerriera con una spada con l’incisione “Forza” e una vecchia dai capelli scarmigliati con una veste che dice: “Paura”. Una didascalia recita: “Il re di Napoli nel momento che dava le riforme al suo popolo”. Poco oltre, basta attraversare alcuni corridoi del museo, s’apre la Sala Plebisciti di palazzo Carignano, ampia e decorata con stucchi, appesi alle pareti vasti dipinti risorgimentali con cannoni e patrioti all’assalto. Qui si tiene un incontro organizzato da La Stampa e rivolto ai lettori. Sul palco leggo lo slogan “La Stampa è con voi”. È il pomeriggio di giovedì 18 dicembre: una data che segnerà la coscienza storica della città. Non sono settimane facili per il giornale torinese. Dopo l’irruzione in redazione da parte di alcuni manifestanti, era il 28 novembre, La Stampa ha ottenuto un sostegno pressoché unanime e ha ricevuto anche la visita del suo editore John Elkann. Solo pochi giorni dopo lo stesso editore – certo persona corretta, educata, non un vandalo che distrugge redazioni – ha annunciato la vendita del gruppo che controlla il giornale e il destino de La Stampa è ancora incerto. La conferenza di oggi assume così un valore simbolico: gli ospiti partecipano e intervengono per mostrare affetto e sostegno. La mattina si sono alternati sul palco, fra gli altri, l’ex-sindaco Chiamparino, la presidente della Fondazione CRT, il presidente dell’Unione Industriali di Torino, l’assessora alla cultura della città. Questo pomeriggio, invece, vedo Luigi Ciotti, il presidente della Compagnia di San Paolo Marco Gilli, Elsa Fornero, il direttore del Museo Egizio, il presidente di Iren Spa, Carlo Petrini di Slow Food e altre personalità del mondo della cultura e dell’imprenditoria. Dialogano con loro il direttore, il vicedirettore e i giornalisti de La Stampa. «Io penso che è il momento di far rinascere questo giornale. Non viviamo questo momento come un momento di lutto, ma di rinascita!», esclama Petrini invano. È un funerale, anche se nessuno lo ammette. La famiglia Agnelli ha abbandonato il suo giornale così come ha lasciato la città: all’ombra delle fabbriche dismesse non c’è più bisogno d’un foglio padronale che garantisca il consenso e amministri la verità. Oggi tutti, contriti eppure ottimisti, si riuniscono al capezzale e raccontano di quando, da bambini, vedevano i nonni dispiegare sul tavolo i fogli stampati di fresco. Segue in platea un pubblico attento, borghese e invecchiato, che non fa mancare i suoi applausi e sommesse risate a sottolineare i passaggi arguti. Se fosse stato un altro giorno, avrei scritto un articolo comico, o grottesco. «Torino ha qualcosa di veramente speciale», dice Baricco con ampi gesti delle mani. «Se c’è uno sport nel mondo che consiste nell’essere una città che si sfila dai suoi splendori per trovare un nuovo equilibrio, una compostezza e una bellezza sua – Baricco in video allarga di nuovo le braccia con pausa da retore – …se c’è questo sport del declino delle città – pausa, sorniona – …se c’è questo sport Torino è veramente campione mondiale». Avrei scritto un articolo comico citando a caso una frase tratta dall’intervento a distanza di Maurizio De Giovanni. Avrei potuto menzionare la già presidente dell’Accademia Albertina lanciare un monito democratico: «Non ricordo chi lo disse: “Libertà è partecipazione”». E il vicedirettore de La Stampa: «Gaber!». O ancora Vladimir Luxuria: «Bisogna difendere La Stampa, è spesso stata sotto attacco. Penso ad alcuni, non so come definirli, teppisti che hanno assalito la redazione. Lunga vita a La Stampa!». Ma non posso scrivere un articolo grottesco, o ironico il 18 dicembre, il giorno in cui sgomberano Askatasuna. Poco distante, là fuori, mentre qui parlano le classi dirigenti, ci sono due idranti che lanciano acqua ai solidali e una ventina di camionette bloccano il quartiere di Vanchiglia. Le scuole accanto sono state chiuse sin dall’alba. La difesa della democrazia è un discorso ricorrente. Nei giorni successivi al 28 novembre La Stampa è stata riconosciuta come irrinunciabile “presidio di democrazia”. Ora afferma Andrea Malaguti, il direttore del giornale: «L’informazione è la fonte della democrazia e io credo fermamente in questo. Noi siamo in un pianeta in cui il novantadue per cento degli esseri umani, il novantadue per cento, quindi praticamente tutti, sono guidati da governi che non sono democrazie. Noi facciamo parte dell’otto per cento. Noi, piccolini, pochi, abbiamo questo privilegio che non capiamo, che rischiamo di perdere». Prima di lui Luigi Ciotti libera una metafora: «L’informazione è sorgente di democrazia, innanzitutto – la voce è interrotta dagli applausi – e una democrazia progredisce solo se è costituita da cittadini informati e quindi proteggere un giornale, proteggere i giornalisti, vuol dire proteggere la democrazia di un paese». Dal telefono osservo un idrante della polizia su corso Regina Margherita che riversa acqua su persone sedute a tavolini piazzati in mezzo alla strada. Si susseguono gli interventi a ritmo serrato. Fra le facezie, il brusio insignificante tipico di questi eventi, le frasi di circostanza, spiccano le considerazioni di chi gestisce brani importanti di potere in città. Luca Dal Fabbro, presidente di Iren (la società partecipata dalla Città di Torino che controlla le reti elettriche, gas e rifiuti), ragiona sullo stato dell’imprenditoria nella regione «di Agnelli e Olivetti». Riflette sulle strategie industriali e sul rapporto con la ricerca universitaria e avverte dell’importanza dell’innovazione in ambito informatico per affrontare una futura “guerra ibrida”: «L’Italia è tra i paesi che può offrire soluzioni. […] Tutti siamo molto preoccupati dai missili, dai carri armati, dagli aerei, ma costano molti soldi, mentre un attacco cibernetico fa lo stesso danno di un missile e costa un decimo, un centesimo, un millesimo». Per Marco Gilli, presidente della Compagnia di San Paolo, «oggi è successo qualcosa di importante». Ecco, ora si espone sullo sgombero. «Oggi abbiamo dato i risultati del concorso di progettazione per la completa riqualificazione di tutto l’edificio della Galleria di Arte Moderna (Gam)». Menziona il vincitore del progetto, «una archistar di Rotterdam», e annuncia che «questo processo vuole ripensare la Gam, conservando ciò che c’è, e avere una grande capacità trasformativa. In modo da integrare veramente la Gam nella città, con gli spazi pubblici, gli spazi privati, gli spazi chiusi e gli spazi aperti». Massimo Broccio, presidente della Fondazione Torino Museo, annuisce fra il pubblico. Ma la Gam non è l’unico “progetto speciale” della Compagnia e alla fine dell’intervento Gilli ricorda anche la Cavallerizza, “polo culturale” e futuro quartier generale della fondazione. E ancora l’area dell’Ex-Moi: «Lì – conclude Gilli – vorremmo provare a mettere insieme laboratori della scuola di medicina e laboratori del Politecnico, per promuovere la ricerca interdisciplinare, una sinergia fra i nostri atenei e anche nuova imprenditorialità». Seguire i progetti della Compagnia di San Paolo significa impostare un’ampia, per quanto parziale, mappa dello sviluppo urbano e della speculazione a venire. Solo tre giorni fa la giunta comunale ha approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore. Il piano garantirà più flessibilità di intervento, meno burocrazia e meno regole per gli investitori. Il piano regolatore ispira Paolo Verri direttore della fondazione Mondadori: «Dobbiamo lavorare sull’area metropolitana, pensare a un piano regolatore della cultura. E non a livello comunale, serve un piano regolatore della cultura a livello regionale, macro-regionale». Verri è stato il promotore della candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019 e adesso s’auspica lo stesso destino per Torino: «Torino deve vincere la candidatura a capitale della cultura nel 2033. Fate un applauso a Torino 2033!». Innovazione digitale, sviluppo culturale, incremento dell’offerta artistica. Nella Sala dei Plebisciti le classi dirigenti disegnano l’avvenire di una Torino morbida e flessibile, disposta ad accogliere gli investimenti e i turisti. Risulta allora necessario smussare gli spigoli, ricucire le smagliature, eliminare i resti refrattari al cambiamento. Immagino sia all’opera un generale processo di metabolismo urbano: tutto ciò che è informale, non ancora governato, o spontaneo, deve essere tradotto in un nuovo codice, comprensibile a chi amministra e a chi investe, e messo a valore. L’opera di traduzione può essere dolce e riformista: si possono impiegare gli strumenti innovativi come i patti civici e i beni comuni per trasformare l’esistente, e adeguarlo al nuovo tempo. Oppure si può impiegare la forza violenta delle camionette, come è avvenuto oggi là fuori. Mentre ascolto rimbombare l’eco delle parole emanate dal microfono, immagino che i reazionari al governo nazionale non siano null’altro che uno strumento di cui il neoliberismo si serve per conquistare nuove porzioni di territorio. Forse l’aria è cambiata anche a Torino e ci aspettano stagioni meno ipocrite, dove i colpi cadono più duri e diretti. Intorno a me gli ospiti parlano ancora, sono passate tre ore, e paiono soddisfatti, o compiaciuti. Qualcuno di loro osa ricordare quel che accade fuori. Paolo Verri si rivolge al pubblico: «Oggi è una giornata difficile, anche culturalmente. Perché lavorare sullo scontro è facile, lavorare sul dialogo è difficile. Io vorrei fare un applauso alla possibilità di fare il dialogo». Non ho capito il seguito a causa del battito collettivo di mani. E poi è il turno di Christian Greco, direttore del Museo Egizio: «Intendo il museo come piazza, come forum, come agorà, il museo come luogo sicuro in cui memorie si possono incontrare nel dialogo. Come si dice in greco? Dialegein, che lingua meravigliosa. Perché il dialogo è il sangue della nostra società. Se noi fossimo sempre tutti d’accordo non andremmo da nessuna parte». In realtà proprio qui, oggi, sono tutti d’accordo: non esiste alcuna alterità in questa melassa di linguaggio già omologato e adeguato al dominio del profitto sul mondo intero. Ho assistito a un monologo questo 18 dicembre, lo stesso monologo che ogni mattina trovo sulle pagine di carta. È tardi ormai, fuori la sera è inoltrata. È tempo di andare. Il direttore de La Stampa Andrea Malaguti vuole però intervenire sulla prima pagina di domani, dedicata allo sgombero di Askatasuna. «Si può trattare in molti modi quello che è successo oggi a Torino, riguardo ad Askatasuna – afferma Malaguti. Ho sentito i commenti durante la giornata di gente che si mette la maglia. Ci sono quelli che dicono “Finalmente, era ora! Questi si devono cacciare perché non si può mancare di rispetto alla legalità”, il che è sacrosanto. E ci sono quelli che dicono invece: “Poveretti, avevano diritto anche loro di avere un luogo, bisogna ascoltare tutte le sensibilità”. Ora, io confesso che non so esattamente dove posizionarmi in questo dibattito, salvo schierarmi sempre dalla parte della legalità. Però noto, e mi domando: ma perché esisteva questo luogo? Esisteva perché anche le forze dell’ordine si rendono conto che è più facile controllare chi ha comportamenti illegali, se queste persone sono concentrate in un posto. Io suppongo – ma non lo so – che dentro ci fossero un sacco di microspie, che ci fosse una intercettazione approfondita. Quindi il motivo per cui rimaneva lì non era un motivo banale: buoni contro cattivi. Era invece legato all’idea su come si controlla una situazione di questo genere nella maniera migliore. Da domani possiamo immaginare che queste persone non è che spariscono, ma vanno altrove. È più facile o meno facile controllarle?». Il presidio di democrazia chiude per oggi, l’aperitivo aspetta nella sala accanto. (francesco migliaccio)
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Trieste, gli sgomberi di migranti nel porto vecchio
(archivio disegni napolimonitor) «E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30 del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone in movimento provenienti soprattutto da Pakistan, Afghanistan, Nepal e Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle persone che camminano, ci sono dei panni stesi. Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni abitative alternative ai vecchi magazzini. Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici: una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni. Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil durante la scorsa estate. Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa. L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la diffusione dei container come strumenti per spostare le merci. Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio nell’accoglienza alle persone in movimento. Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento. Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza nessun tipo di servizio. Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso 3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal, un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste. Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre tre morti di migranti in Friuli Venezia Giulia: Shirzai Farhdullah, venticinque anni, a Pordenone; Nabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio, avvenuta mentre cercavano di scaldarsi. Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?». (alessandro stoppoloni)
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Macerie su Macerie – PODCAST 15/12/25 – Urbanistica partecipata alias urbanistica securitaria
A Macerie su Macerie riprendiamo il tema dell’urbanistica, in vista del nuovo piano regolatore della città previsto per il 2026. Attraverso un’intervista di qualche anno fa a Jean Pierre Garnier, sociologo e compagno, riflettiamo sulle ideologie urbane degli ultimi decenni, tra le retoriche sulla partecipazione attiva della cittadinanza e la metropoli della paura che prende forma. Ascolta qui la puntata precedente sull’argomento: Il “modello Milano” per Torino: il nuovo piano regolatore.
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Mille e duecento posti per i disoccupati napoletani. “Finisce qua” la lotta per il lavoro?
(foto del movimento disoccupati 7 novembre) Chissà se quando il dirigente della Digos saluta i manifestanti con il canonico: «Finisce qua?», si rende conto dell’allegoria prodotta. È martedì mattina, siamo all’esterno della sede Rai di Napoli, dove il Movimento disoccupati 7 Novembre ha organizzato una conferenza stampa per rivendicare il recente avvio di un percorso di tirocinio finalizzato all’inserimento lavorativo, ottenuto dopo oltre dieci anni di lotte. Sono le dieci e trenta, la conferenza è finita da poco e il gruppo si sta lentamente sciogliendo. La domanda del poliziotto è quella che fanno di solito gli agenti al termine di una manifestazione, per assicurarsi che questa non continui altrove o che non vi siano altre azioni in continuità con quella conclusa. In quel contesto, mentre il movimento celebra quella che è una innegabile vittoria, e in un certo senso la conclusione di un percorso politico decennale, la sua domanda potrebbe risuonare come una sorta di invito a darsi una calmata: “Il posto l’avete avuto: ora avete finito?”. In realtà, le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai delegati del movimento, vanno nella direzione opposta. Per prima cosa, dicono, bisogna continuare a vigilare, e se necessario a fare pressione, affinché tutti i mille e duecento tirocini comincino; secondo, è importante che gli impegni presi riguardo alla trasformazione in un lavoro stabile e dignitoso di questi tirocini vengano rispettati; terzo, nel movimento c’è già chi pensa che la lotta per il lavoro debba mutarsi ora in lotta sindacale, per un mantenimento e miglioramento delle condizioni e dei diritti. Il Movimento disoccupati 7 novembre nasce undici anni fa, dopo che un gruppo di abitanti delle periferie a ovest della città partecipa alla grande manifestazione di Bagnoli contro lo Sblocca Italia e il commissariamento dell’ex area industriale. Col tempo il gruppo cresce, arriva a raccogliere circa quattrocento iscritti da diversi quartieri e si “federa” con un’altra grossa lista di lotta per il lavoro, il Cantiere 167 di Scampia. Centinaia di persone sono in strada quotidianamente, pretendono la garanzia di un diritto costituzionale, e manifestano, presidiano, occupano, arrivano a forme di scontro radicale per ottenerla. Gli anni passano, si creano opportunità, ci sono inganni e tradimenti istituzionali, ogni volta si ricomincia daccapo. Le inchieste giudiziarie si moltiplicano, le accuse sono spesso assurde, arrivano anche condanne, pesantissime. Eppure oggi il prefetto, che evidentemente ha la memoria corta, parla di “proteste garbate”, e nelle prime righe del recente accordo firmato da comune e governo ammette che il movimento ha rappresentato un problema di ordine pubblico, perché queste centinaia di persone non facevano altro che rivendicare per un proprio diritto. Alla fine, dopo undici anni di lotta, l’accordo arriva. Mille e duecento disoccupati napoletani verranno impiegati per la cura e la manutenzione del verde pubblico e scolastico, la sorveglianza delle strutture museali, altri interventi di pubblica utilità. I primi cominceranno a breve, gli ultimi saranno chiamati entro febbraio. Dopo un anno si comincerà a pianificare la loro assunzione in cooperative comunali che si occupano di questo stesso genere di interventi. L’investimento complessivo è di circa tredici milioni di euro. «La nostra intenzione – ha spiegato il sindaco Manfredi – è quella di far progressivamente transitare queste persone all’interno delle cooperative che operano al Comune e Città metropolitana, che noi utilizziamo per la gestione del verde pubblico. Queste cooperative oggi vivono una riduzione dei partecipanti per i pensionamenti, ma l’obiettivo è quello di mantenere immutata la loro dimensione numerica». Questo scenario fino a qualche anno fa non sembrava nemmeno lontanamente ipotizzabile, considerando le resistenze delle stesse istituzioni che oggi rivendicano il risultato, che si è invece delineato soprattutto grazie agli sforzi del movimento.  Al termine della conferenza abbiamo fatto alcune domande a Eduardo Sorge, uno dei portavoce dei 7 Novembre, chiedendogli se davvero, come sottintendeva forse l’ispettore della Digos, la loro lotta è finita qua. (riccardo rosa) *     *     * «Al netto della forza della lotta, dell’incessante lavoro di mobilitazione e di piazza, negli ultimi due anni c’è stata un’attenzione trasversale su questa vertenza, perché si potesse concretizzare un risultato in questa direzione. Dal punto di vista prefettizio c’è stato e c’è l’interesse a pacificare una delle poche aree che rompeva e speriamo rompa l’immagine della Napoli città-vetrina, per cui in un momento in cui Napoli sta diventando un parco giochi, una delle loro valutazioni è stata che forse non era il caso di continuare ad alzare muri verso una lotta che coinvolgeva un migliaio di persone, le quali tra l’altro andranno a svolgere un’attività che va a colmare un vuoto di servizi. Dal canto nostro, sappiamo che anche questo intervento sui servizi è finalizzato a supportare una città che si prepara ad accogliere flussi turistici ancora più imponenti di quelli attuali, e insomma il ragionamento istituzionale è stato che conviene anche a loro che una serie di persone piuttosto che stare a bloccare le strade vadano a garantire quello che considerano “decoro urbano”, a potenziare l’accoglienza museale o migliorare i servizi scolastici. «Le cooperative dove si andranno a svolgere questi tirocini sono le stesse dove i disoccupati hanno svolto gli stage in una fase precedente, con il piano Gol, sono cooperative attualmente finanziate da un investimento nazionale di decine di milioni di euro, soldi che vanno nelle casse del comune che li gestisce. Quindi l’amministrazione per questo servizio non investe risorse, seppure per l’allargamento della platea ha contribuito con una quota. Di questa platea di mille e duecento persone noi possiamo dire di rappresentarne circa la metà, ma ci sono state spinte, per esempio durante la campagna elettorale delle regionali, con interessi di parte molto lontani da noi, per frammentarla; il vantaggio di essere riusciti a mantenere compatto il movimento, sta nel fatto che questo risultato non potrà essere merce di scambio, non saremo disponibili a essere strumentalizzati. Negli ultimi mesi, soprattutto i partiti di governo, hanno provato a candidarsi come “rappresentanti” di questa vertenza. Da questo punto di vista, riuscire a garantire risultati per tutta la platea, e non soltanto per i nostri iscritti, è stato decisivo. Anche il fatto che ventiquattr’ore prima di questo risultato siano arrivate condanne di due anni e due mesi per otto esponenti del Movimento è un modo per dire “ok, vi siete presi quello che volevate, ora però non rompete le scatole su tutto il resto”. Ma se è vero che il movimento è nato per il lavoro, è anche vero che è sempre stato nelle battaglie politiche generali – contro il riarmo, contro la guerra, per l’unità dei lavoratori; e rispetto alla città, nella denuncia della privatizzazione del verde cittadino e di tutte le operazioni che si stanno svolgendo sulla costa, da San Giovanni a Bagnoli, e quindi continuerà ad alimentare le lotte territoriali. «Quando si fa un bilancio politico, tutto va inquadrato nel momento storico. Da un certo punto di vista è una vittoria gigantesca, non tanto per il risultato, ma per la rete che si è costruita tra la gente, i quartieri popolari, l’unità anche con chi, come il Cantiere 167, politicamente non era vicinissimo a noi. Forse se trent’anni fa avessimo raccontato questa vertenza non avremmo parlato di vittoria, avremmo parlato di un’elemosina di Stato fatta per risolvere un problema di ordine pubblico, ma io credo che tutto vada inquadrato in un contesto, e in quello attuale gli operai e i lavoratori prendono sempre meno salario, sono sempre più sfruttati, hanno sempre meno diritti sindacali. Siamo in un momento di arretramento a oltranza, e il fatto che si ottenga un risultato per mille e duecento persone, che non è solo il tirocinio, ma è qualcosa che darà la possibilità dopo dodici mesi di entrare nelle cooperative, significa non solo dare a chi ha cinquanta o sessant’anni una dignità personale, ma anche per diverse centinaia di ragazzi di venticinque-trent’anni di avere un’alternativa a fare il rider sotto la pioggia, oppure a fare i servizi nei b&b di cui Napoli è piena. Questo io credo sia il grande valore politico: la lotta ha pagato, e questo, in un momento in cui c’è una disillusione totale verso le pratiche collettive di organizzazione, è la cosa più importante. Molti di quelli che ieri erano bassa manovalanza della criminalità o erano nella totale marginalità sociale, adesso fanno i corsi nelle loro sedi, nei quartieri popolari, con i bambini di comunità srilankesi, fanno battaglie contro le chiusure degli ospedali pubblici. In una fase, tra l’altro, in cui siamo bombardati da giornali che ci dicono che non è possibile garantire la spiaggia e il parco urbano a Bagnoli, ora noi abbiamo un esercito di manutentori del verde, per cui sarebbe anche divertente andare a dire al comune di Napoli: perché queste persone che già pagate non le spostate tutte quante per garantire il parco urbano e la spiaggia? Stimolarli quindi sul fatto che se il danaro pubblico si vuole tirar fuori per il lavoro pubblico, dignitoso e stabile, si può tirare fuori.
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Lo specchio dei tempi. Sulle reazioni all’irruzione a La Stampa di Torino
(disegno di martina di gennaro) È fecondo configurare l’attualità come storia contemporanea. In merito all’irruzione presso la redazione de La Stampa di Torino di venerdì 28 novembre, lo storico contemporaneo dovrebbe studiare la reazione mediatica, e spettacolare, che si è scatenata, e chiedersi perché in modo così unanime e accorato istituzioni, politici, intellettuali e organizzazioni di questo paese hanno condannato l’evento. Qual è l’origine materiale di un discorso tanto compatto, in apparenza inscalfibile? Il primo dicembre nelle pagine nazionali de La Stampa compare un articolo intitolato: “Stampa città aperta”. Si riportano le visite in solidarietà alla redazione e le dichiarazioni rilasciate per l’occasione. Appaiono l’editore Elkann, il presidente della regione Piemonte, un deputato del Pd, un ministro del governo; è annunciata la venuta del ministro della cultura e, forse, di Elly Schlein. Il sindaco della Città s’era già presentato in visita. Uno sguardo storico deve allora individuare le relazioni concrete fra un centro di emanazione dei discorsi e le classi dirigenti. E da qui discende una possibile mappatura delle forme del potere e della loro riproduzione simbolica. Ecco un esempio, forse marginale eppure peculiare. Una delle prime reazioni è stata quella di Jacopo Rosatelli, assessore alle politiche sociali della Città e membro di Sinistra Ecologista, la costola di Avs a Torino. Lo stesso venerdì pomeriggio dalle colonne blu di Facebook scriveva l’assessore: “Nel giorno in cui le e i giornalisti scioperano, un vile attacco squadrista colpisce la redazione de La Stampa. Nulla può giustificare questa violenza. Solidarietà al quotidiano e a tutta la comunità professionale dell’informazione torinese”. Durante il mandato di Rosatelli sono stati sgomberati i baraccati di piazza d’Armi e senza garantire degne soluzioni abitative. Di recente sono state create “zone a vigilanza rafforzata” per sottoporre a controlli di polizia persone potenzialmente destinate al Cpr e si è condotta una repressione sistematica di uomini senza dimora che vendono pochi oggetti in strada. Ancora, si è portata avanti una campagna di sgombero di famiglie occupanti di case Atc senza offrire soluzioni alternative e spesso lasciando in strada donne e bambini. In merito a questa violenza urbana contro poveri e subalterni La Stampa, come tutto il giornalismo cittadino, è silente o compiacente. Per quale ragione? Come spiegare il silenzio? Lo sgombero di piazza d’Armi avvenne per permettere il sereno svolgimento di Eurovision. Accanto alle zone a vigilanza rafforzata sorgono aree interessate da interventi di speculazione immobiliare, i presìdi di polizia riguardano spesso i distretti aperti ai sogni turistici e gli isolati pronti ad accogliere la nuova linea della metropolitana. E dopo la stagione di sgomberi degli alloggi occupati è recente la notizia della possibilità di privatizzare alcune unità delle case popolari torinesi. Qui lo storico può intravedere le connessioni tra istituzioni, poteri economici e funzionari della diffusione dell’informazione. Abbiamo in passato analizzato stile e contenuti del giornalismo torinese e di certo dovremo trovare il modo di persistere con più continuità e ostinazione. Ora ricordiamo le parole vivissime che Goffredo Fofi scriveva a proposito del quotidiano torinese. Era il 1964 e il libro – straordinario – è L’immigrazione meridionale a Torino. (redazione monitor) *     *     * Il monopolio a Torino ha costruito una sua catena d’influenza economica e politica, esercitata attraverso il controllo diretto o indiretto della vita pubblica. Questa influenza è determinante anche e specialmente all’interno della fabbrica, dove l’operaio è compresso e asservito da una politica paternalistica, e allo stesso tempo non meno oppressiva: da una parte la possibilità di arrivare al frigorifero, alla 600, alla televisione, e all’appartamento; dall’altra un progresso tecnologico che impone massacranti ritmi di lavoro e un comportamento da macchina, la impossibilità di processi di avanzamento nella qualifica al tempo stesso in cui cambia la mansione e il tipo di lavoro in conseguenza del processo tecnologico, l’impossibilità di un “rapporto tra la forza-lavoro incorporata nelle merci prodotte e l’ammontare delle paghe”. Al di fuori, essa si esercita innanzitutto con uno strumento formidabile di formazione e controllo dell’opinione pubblica, La Stampa. Il giornale della Fiat ha infatti un’influenza determinante nella vita e nelle opinioni dei torinesi. Esso sbandiera un antifascismo sterile e di ricordi, e una politica di “riforme sociali”, propone un paternalismo “illuminato” avallato anche sul piano nazionale grazie alle firme di rispettabili nomi della cultura e dell’antifascismo italiani, e sul piano torinese, con la seconda pagina e “Lo specchio dei tempi”, indirizza l’opinione pubblica su binari ben precisi. In essa trovano posto le “inchieste” e le “denunce” interessate (il costo della vita, le case che mancano e che lo Stato dovrebbe finanziare, e così via), le cronache della Torino-bene e dei suoi eroi con le loro mensili “opere buone”, i preti e gli assi della Juventus, la cronaca delle disgrazie, degli incidenti (narrati, sempre, in stile “Cuore”), i fattacci degli immigrati (con appariscenti titoli: “calabrese ruba…”, “meridionale uccide…”, “siciliano rapisce…”) ed infine le buone azioni quotidiane. Il tono è dato pur sempre dallo “Specchio dei tempi”. Questa rubrica epistolare, che si dice sia personalmente supervisionata dal direttore del giornale, è più una guida che uno specchio della pubblica opinione. In essa trovano posto regolarmente le recriminazioni antimeridionali, il patriottismo più vecchio (specialmente in occasione delle infinite rievocazioni risorgimentali), un’incredibile dose di richiami al “buon senso”, le piccole proteste (della vecchietta sui tranvieri scortesi, ad esempio, ma anche di Togliatti sugli chalet scomparsi dalla Valle d’Aosta o su “l’amore del prossimo”), e infine i “casi pietosi”. La soluzione miracolistica dei problemi più gravi, attraverso la sottoscrizione del “caro Specchio”, serve a contrabbandare il più vecchio dei paternalismi. Ma gli esempi più chiari sono sempre dati dalle lettere, accuratamente scelte e presentate con appropriati titoletti, che riguardano gli operai. L’esaltazione sfacciata del crumiro, condotta durante gli scioperi Fiat (e nella pagina di fronte, si trovava l’articolo di qualche noto scrittore o intellettuale di sinistra) col ricorso al patetico familiare o a quello della “libertà da difendere”; l’appoggio “fraterno” agli operai delle piccole fabbriche come ai tessili della valle di Susa, che guadagnano così poco, e che serve a ricordare agli operai Fiat la loro “condizione di privilegio”; la richiesta di un’automobile che un impiegato Fiat fa allo “Specchio” e che serve di pretesto per stimolare dozzine e dozzine di lettere che lo accuseranno di non volersi accontentare e lo inviteranno a ringraziare il cielo e Valletta del suo stato di privilegio – tutto questo mira al mantenimento di un clima di subordinazione passiva e addormentamento delle coscienze, mira alla conservazione di una Torino che si vorrebbe tranquillamente sottomessa e che non pensi da sé, ma si lasci guidare, accontentandosi di sentirsi blandita ed esaltata per il suo “buon senso”, le sue “tradizioni di civismo” e la sua “operosità”. Per gli immigrati il discorso viene ripetuto fino alla ossessione, alla nausea: la Torino dal buon cuore che li accoglie, nonostante i loro difetti e i loro demeriti, chiede delle condizioni. Si dice insomma, e con il tono del padrone: siete sporchi e incivili, sfaticati e violenti, analfabeti e disonesti, ma noi – così bravi! – vi lasciamo venire… ma, attenzione!, c’è un patto da seguire: dovete cioè diventare come noi vi diciamo, come il bravo torinese medio, il buon operaio o impiegato che non dà fastidio, il cittadino gentilmente egoista. Dovete “adattarvi” e adeguarvi: adattamento è una parola che si legge con estrema frequenza sulle pagine de “La Stampa” e si sente nelle relazioni e nei discorsi ufficiali sull’immigrazione, come nelle chiacchiere del tram o dell’osteria. I sociologi e gli psicologi – di fabbrica o no – ne fanno poi un uso superlativo, premurandosi tutt’al più di mascherare il concetto con il termine più intelligente di “integrazione”, ma intendendovi esattamente le stesse cose: tutta la tematica dell’immigrazione si riduce per loro, in fondo, a questo. Adattarsi vuol dire dunque inserirsi in uno stato di fatto accettandone in pieno le regole, non provocando scosse, non protestando per la propria condizione inferiore, seguendo i modelli offerti da chi comanda.
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La libertà non è un’opinione. Per la liberazione di Mohamed Shahin
(disegno di sam3) Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di via Salluzzo a Torino, si trova al Cpr di Caltanissetta dopo aver ricevuto un decreto di espulsione, firmato dal ministro degli interni Matteo Piantedosi. A Mohamed è stato revocato il permesso di soggiorno come lungo soggiornante e rischia il rimpatrio nel suo paese d’origine, l’Egitto di Al Sisi, dove prima dell’arrivo in Italia, vent’anni fa, era oppositore al regime. In Egitto, rischia la tortura e la morte. Le ragioni della revoca del permesso sono legate al suo pensiero ed al fatto di averlo espresso sulla pubblica piazza: parlare di Gaza e del genocidio in corso, prendere posizione senza censure equivale a condannarsi, soprattutto se sei musulmano. In questi anni Mohamed non è stato il solo a ricevere la revoca del permesso di soggiorno con successivo trattenimento in Cpr per aver parlato di Palestina. Noto è anche il caso del cittadino algeino Saif Bensouibat, trattenuto al Cpr di Ponte Galeria e poi liberato. Negli anni passati anche diversi palestinesi sono stati rinchiusi in centri per il rimpatrio: a Ponte Galeria, Brindisi, Palazzo San Gervasio. Le ragioni risultano perverse: tra queste la pubblicazione di foto “sospette”, o valutazioni discrezionali delle forze dell’ordine relativamente alle interviste rilasciate alla commissione per la protezione internazionale. Rinchiusi in Cpr per il solo fatto di essere gazawi o per aver parlato a favore della Palestina, questi uomini sono stati prelevati, imprigionati, in un attimo resi nulla e deprivati di ogni diritto, un trauma che ancora oggi segna le loro vite. La situazione negli ultimi mesi continua a peggiorare, con un attenzionamento feroce verso chi continua a portare in piazza la questione palestinese. Una spirale repressiva che sembra non aver fine e che lede la libertà di espressione soprattutto verso chi osa promuovere una narrazione alternativa a quella dominante, complice dello stato genocida di Israele. Questi tempi distopici richiedono grande  coraggio per continuare a mobilitarsi. Lo ha fatto Mohamed Shain che per questo rischia ora, concretamente, la morte. La negazione del genocidio e dei crimini di Israele, nonostante le testimonianze quotidiane dei palestinesi sotto assedio, dei giornalisti uccisi, delle immagini che arrivano attraverso canali social, delle accuse della Corte penale internazionale e dele relazioni e dichiarazioni dei rapporteurs o della relatrice speciale Onu per i territori palestinesi Francesca Albanese, rappresenta una delle più grandi vergogne della storia, di cui parleranno le future generazioni, pari alla violenza che continua a proseguire a Gaza e in Cisgiordania. Tante sono le realtà ed i gruppi che hanno espresso solidarietà nei confronti di Mohamed, mostrando la sua forza, evidenziando la sua capacità di promuovere dialogo tra realtà diverse, dialoghi che hanno innescato processi di  pacificazione e collaborazione con la comunità ebraica torinese e con le chiese valdesi, come dichiarato in un comunicato firmato circa un mese fa dove Mohamed viene lodato come esempio di dialogo interreligioso e promotore di una convivenza pacifica. Non solo, al fianco di Mohamed vi è anche il gruppo per il dialogo cristiano-islamico di Torino, che ha presentato una lettera al capo dello stato, Mattarella, in difesa di Mohamed e che così riferisce rispetto alla moschea di cui è imam: “Come la maggior parte dei centri culturali islamici della Città di Torino, la moschea di via Saluzzo è sempre stata aperta e collaborativa, ospitando iniziative che hanno coinvolto tutte le comunità, laiche e religiose, testimoniando concretamente e giorno dopo giorno l’impegno sincero della sua direzione, dell’imam e di tutti i fedeli nel senso del rispetto delle leggi, della pace e della cooperazione civile e inter-culturale. Auspichiamo perciò che il sig. Shahin possa essere rilasciato, che gli possa essere concesso di riprendere la sua permanenza in Italia e così la sua opera di dialogo e di solidarietà”.  In questi giorni numerosi sono stati i presidi di piazza a Torino, Caltanissetta, Milano, che hanno solidarizzato con Mohamed cui nel frattempo è stato convalidato il trattenimento e per il quale sono a lavoro gli avvocati Gianluca Vitale e Fairus Ahmed Jama, contro l’espulsione e l’incredibile diniego della commissione per la protezione internazionale. Una rete di docenti universitari e ricercatori e ricercatrici ha presentato un appello per Mohamed oggi: potete leggerlo a seguire e firmarlo a questo link. Per sottoscrivere la petizione promossa su Change.org invece si può cliccare qui. È nostro dovere rafforzare queste posizioni e continuare a chiedere che Mohamed venga immediatamente liberato, torni alla sua famiglia e nella sua comunità, a Torino, il prima possibile. (yasmine accardo)
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Il cemento è fatto per sgretolarsi. Dentro il quadrilatero di Rozzol Melara a Trieste
(disegno di irene servillo) Sono a Trieste per lavoro. Alle persone dico che mi occupo dell’accoglienza per un noto festival cinematografico, ma in sostanza faccio l’autista. Devo trasferire gli ospiti in vari teatri e poi assicurarmi che non perdano il volo di ritorno. Non è un lavoro difficile, forse stancante, ma di positivo ha il metterti alla prova in varie situazioni. La principale difficoltà è quella di trovare parcheggio, soprattutto in una città piccola e ricca come questa. Ovunque mi giri vedo suv, berline e macchine costose, sembra che nessuno guidi utilitarie. Ogni volta che torno in questa città il pensiero va al tenore di vita. Le persone sono ben vestite, solitamente hanno una shopper di qualche boutique tra le mani. I palazzi sono bassi, curati, con bellissimi infissi colorati e piante verdeggianti dietro grandi finestre-balcone. Dopo giorni in continuo movimento i miei occhi si abituano a quella realtà fatta di pellicciotti, cappellini, caffè in vetro e attese ai semafori. Finisco per assuefarmi e neanche mi chiedo più dove siano finiti tutti gli altri: quelli che non parcheggiano e non vanno in boutique. Incontro Emanuela, una giornalista che trasporto dal lussuoso e centralissimo Hotel Modernist alla periferica e abbandonata Rozzol Melara. Deve fare una presentazione di un libro nella sede di un’associazione. Percorro i tornanti che dal centro portano verso il limite nord della città. Superata la zona residenziale mi si para davanti un gigantesco complesso brutalista: due scatoloni in cemento collegati da ponti in ferro e costellati da piccole finestre intervallate da giganteschi oblò. Percepisco una sensazione già nota. Sono attratto da quella struttura come da un morto in autostrada, che vuoi vedere e non vuoi vedere. Accompagno Emanuela e decido di addentrarmi. Ho poco tempo prima del prossimo pick-up. Mi rendo conto che quel tipo di complesso è qualcosa di contemporaneamente familiare e inedito. Il cemento delle pareti sta iniziando a macchiarsi e a formare lunghe lingue verdastre. Molte vetrate sono spaccate, i graffiti ricoprono le superfici interne, c’è un’intensa puzza di urina e pochissime persone: un’anziana con un carrello, un uomo con un cane. Mi addentro ancora di più, arrivo fino ai garage. Si accende automaticamente la luce generale, attivata da un qualche sensore. Ci sono molte macchine costose in fila: suv, berline, ecc. Un uomo in tuta e scarpe da ginnastica mi taglia la strada, a tracolla ha delle racchette da tennis. Entra in una Bmw e parte. Salgo la rampa di scale, passo in una delle uscite di emergenza che permettono l’ingresso nei palazzi dal garage. Mi ritrovo in un lungo tunnel con il pavimento in gomma, ai lati file di attività abbandonate. Un gruppo di ragazzi fumano una canna. Li supero e finisco in una piazza coperta all’incrocio di quattro vie. Seduti su un cubo in cemento, utilizzato come panchina, ci sono due anziani. Il signor Michele e il suo amico Giovanni. Chiedo se sono del posto e intanto mi accendo una sigaretta. «Noi sì, siamo nati qua – dice il signor Michele –. Qua l’ha fatta l’Atar, sarebbe l’azienda territoriale per l’edilizia. Ha fatto seicentoquaranta appartamenti, hanno cominciato nel ’69, hanno fatto mezza ala, poi hanno fatto l’altra, ci abitavano milleseicento persone in quasi novantamila metri quadri. Ma adesso sono cambiate le cose. Prima c’era un ufficio postale, c’erano un sacco di cose. L’hanno costruito gli architetti di Trieste, era un Ordine intero… trenta tra architetti e ingegneri. Il coordinatore era Celli, che aveva anche uno studio importante a Trieste. Doveva essere un paese nel paese, ma hanno fatto una cazzata. Il cemento è fatto per sgretolarsi, e qui si sta sgretolando tutto. L’idea di partenza era anche buona, i primi vent’anni ha funzionato. Adesso mi sembra solo un mostro di cemento, non c’è un cazzo». «Qui ci vive un po’ di tutto – continua Giovanni, l’amico –. Lo chiamano “il quadrilatero” quando parlano di cose ufficiali, ma è conosciuto anche come Bronx. Ci sono cose che non vanno bene, mettono gente che si dovrebbe recuperare. Non sanno dove metterla e la mettono qua, extracomunitari e zingari. Gira un po’ di tutto. Qua per fare politica costruiscono casone, palazzoni e se ne fottono di quelle vecchie, qualcuno gli dovrebbe dire: “Dio bono, sistema quello che c’era prima”, no? Lo fanno perché così possono dire che hanno costruito». Ora capisco la sensazione provata inizialmente. Quel richiamo che mi ha portato a scendere dall’auto, che mi ha fatto immergere nel quadrilatero di Rozzol Melara: come trovarsi davanti un sogno disatteso, una visione rimasta incompleta. L’idea di una schiera di ingegneri e architetti influenzati dalle teorie socio-architettoniche di Le Corbusier che hanno creduto di poter costruire una città fatta su misura dei cittadini, con tutto ciò che sarebbe servito, trascurando i fattori dell’identità e del rapporto con la “dimensione umana” che impallidisce all’ombra di un colossale blocco di cemento. Domando al signor Michele e al signor Giovanni come si vive oggi nel “quadrilatero”. «Qua aprono solo cose di comunità e associazioni, non ci sono attività. Provano a fare qualcosa per le persone, hanno aperto una biblioteca per i ragazzi un anno fa – risponde Michele –. Poi c’è un bar e basta, manco un panettiere, bisogna andare fuori, non c’è neanche una banca. Almeno c’è l’autobus che ti porta a Trieste, sono dieci minuti. Poi qua spendono un mare di soldi, stanno a spendere per cambiare gli ascensori, quindi bene, perché qui ci stanno dei vecchi come noi che capirà, come salgono su sti palazzoni? Ma sono cinquanta ascensori, strutture enormi… Quindi qualcosa la fanno. Ma poi è tutto pisciato. Gli extracomunitari, che per carità io non voglio giudicare, ma non si possono integrare, fanno le cose a cazzo e magari non hanno lavoro…». «C’era anche un’altra passerella, ma l’hanno tirata giù – ricomincia Giovanni –, hanno tolto dei ponti perché una decina si sono buttati giù. Sai, qui c’è gente che ha problemi, non c’è psicologo, non c’è niente, e si sono buttati giù dal ponte. Queste sono case popolari. I giovani non possono lavorare e magari si trovano i debiti o si sentono falliti. Io il mio l’ho fatto, prendo mille e quattro di pensione, non mi lamento. Sono del ’54, ho lavorato quarantadue anni e cinque mesi. Mi dispiace per loro. I giovani stanno impazzendo per questo, si fanno patologie, disturbi, io non riesco a fregarmene anche se sono vecchio». «Io ho fatto un po’ di tutto – continua Michele –. Sono andato in alto e poi sono andato in basso, nelle fabbriche sempre qua in zona. Poi sono andato in “mamma Rai”, mi ha mandato l’ufficio del lavoro. Però sempre meglio di quelli di adesso: un ragazzetto che era perito in telecomunicazioni doveva riparare una radio e non sapeva fare un cazzo. Ma dio bono, dico io, che si studiano questi? A che serve? Io sono radioamatore. Sono entrato in Rai con la terza media, sono andato a lavorare con le camere e con i registratori. Ma ci mandavano in posti a cazzo, sui campi minati… Eravamo in tre, giornalista, operatore e uno che segue per portare il necessario. Io portavo le cose, che sembrava avessi addosso un’armatura, quindici chili pesava quella roba là. Era faticoso, in due anni dieci persone se ne sono andate. Uno che è andato dove dovevo andare anch’io, qua vicino in Bosnia, gli è arrivato un missile ed è morto. Ho fatto bene ad andarmene, mi sono salvato, altro che. Gli davano dei soldi, ma ti sparavano, col cazzo che ci andavo, già normalmente camminavo sulle bombe…». Guardo l’orologio, è tardissimo. Ringrazio il signor Michele e il signor Giovanni e procedo a ritroso: passo dalla piazza al tunnel, discendo le scale di uno dei palazzi, taglio per un parchetto con delle giostrine, arrivo sulla strada ed entro in auto. Metto in moto e discendo i tornanti a velocità sconsiderata. Prima dell’ultima curva guardo lo specchietto retrovisore. Vedo i palazzoni in cemento scomparire dietro la montagna. (fabrizio ferraro)
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Maltrattamenti ai disabili nel centro Stella Maris. Per i giudici i dirigenti non hanno responsabilità
(disegno di andrea nolè) Il processo di primo grado per i maltrattamenti nei confronti degli ospiti della struttura per persone con disabilità di Montalto di Fauglia, gestita dalla fondazione Stella Maris in provincia di Pisa, si è concluso, dopo sette anni di dibattimento, il 4 novembre scorso con dieci condanne agli operatori e alle operatrici e cinque assoluzioni. Due operatori sono stati assolti. Assolti anche il direttore sanitario e le due dottoresse responsabili della struttura. Il dispositivo sposa quasi a pieno la tesi che la Stella Maris aveva caldeggiato sin dall’inizio, tanto che la giudice Messina ha condannato penalmente solo gli esecutori materiali delle violenze. Evidentemente non poteva farne a meno: le immagini degli abusi e dei maltrattamenti erano e restano inequivocabili. L’assoluzione dei dirigenti medici, figure apicali dell’organizzazione, vorrebbe rappresentare un segnale chiaro: i piani alti non si toccano. Alla Stella Maris è stata però riconosciuta una responsabilità civile da quantificare in un futuro processo civile, qualora lo decideranno le famiglie. E questo non è poco. Innanzitutto, perché per molti mesi si è rischiato che il processo rimanesse impantanato sino alla prescrizione, tanto era stata lenta, e rallentata scientemente in una prima fase, la successione delle udienze. Poi perché, almeno in primo grado, una forma di responsabilità, anche se solo civile, è stata riconosciuta alla Stella Maris. Alla Fondazione spetta infatti il pagamento delle spese processuali, anche di quelle spettanti agli operatori condannati, qualora questi non fossero in grado di sopperire autonomamente. Il “noi non c’entriamo nulla” che trapela dal conciliante comunicato del presidente della Fondazione (che si conclude con uno goffo appello al “Bene” con la B maiuscola) andrebbe pertanto riconsiderato in questa prospettiva. Rimane lì, infatti, a testimoniare un malcelato imbarazzo nei confronti di una vicenda che ha gettato non poco discredito sulla sbandierata “eccellenza” dell’“istituto di ricovero e cura a carattere scientifico”. La sentenza, tuttavia, non soddisfa la richiesta di giustizia che le famiglie si sarebbero aspettate dopo anni di attesa. La tesi del pubblico ministero, che assegnava alle dottoresse la responsabilità maggiore per le violenze perpetrate all’interno della struttura, è stata ribaltata. Colpevole non è chi aveva assunto personale non qualificato, chi deteneva la gestione della struttura, chi doveva vigilare. Colpevole è, ancora una volta, solo chi agiva in prima linea e lì si è “sporcato le mani”. Rimangono impuniti i responsabili, assolto è chi doveva occuparsi della formazione del personale, non colpevoli penalmente sono state considerate tutte le rappresentanze della filiera di gestione e organizzazione che avrebbe dovuto occuparsi della presa in carico e della cura dei ragazzi con disabilità. Il primo a uscire di scena è stato il direttore generale Roberto Cutajar: dapprima condannato con rito abbreviato a due anni e otto mesi, poi assolto in appello con la motivazione che “le responsabilità della gestione e delle assunzioni andavano ricercate altrove”, una motivazione fondata sul fatto che Cutajar era il responsabile dell’intera Stella Maris e non solo del presidio di Montalto. Le responsabili effettive della sede Stella Maris di Montalto sono state in seguito individuate quindi nelle due dottoresse, ma anche loro, alla fine, sono state ritenute non condannabili (si attendono sul punto le argomentazioni nella motivazione della sentenza). Rimane inevasa una domanda cruciale: ma allora, chi decideva a Montalto? Chi ne presiedeva la gestione e il controllo? Un velo di omertà ha coperto sin dall’inizio le vicende di un processo di per sé clamoroso, che avrebbe dovuto avere una ribalta nazionale. Si è trattato infatti del più grande processo per maltrattamenti a persone con disabilità nella storia d’Italia, eppure le telecamere sono state tagliate fuori sin dalla prima udienza. Secondo la giudice non sussisteva alcuna rilevanza sociale per un evento di questa portata: ventiquattro famiglie, diciassette imputati, oltre duecentottanta episodi di violenza registrati dalle impietose microcamere (posizionate esclusivamente negli spazi comuni) in tre mesi. Coerentemente con questa impostazione, la giudice ha pensato bene di emettere la sentenza a porte chiuse, in presenza di soltanto alcune famiglie, come se per i sette lunghi anni della durata del processo l’aula fosse stata assediata da orde di parenti scomposti e irrispettosi. In realtà, mai un urlo di sdegno, mai un commento sopra le righe si è levato nell’aula. Non davanti alle immagini delle sevizie dei propri cari, quando qualche genitore ha preferito uscire dall’aula piuttosto che inveire; non di fronte alle testimonianze di chi con arroganza parlava di “buffetti di simpatia”, “linguaggio colorito”, “strumenti inadeguati di relazione” da parte degli operatori; non di fronte a un consulente di parte che impunemente affermava che “quelle persone non sono neanche in grado di provare dolore”; e neppure quando, come se fosse una cosa normale, è venuta a galla l’aberrazione dei “tappeti contenitivi”, comprati all’Ikea e spacciati come un “presidio di civiltà”, per “evitare i lividi sui pazienti” prodotti dai consueti strumenti di contenzione fisica (strumenti di contenzione che intanto continuavano a essere utilizzati, producendo fratture e traumi vari). Di fronte a questa galleria degli orrori il pubblico e i parenti hanno mantenuto un atteggiamento fin troppo rispettoso: lacrime e dolore soffocato, nel rispetto di chi avrebbe dovuto assicurare loro una parvenza di giustizia. Solo al termine della requisitoria del pm Pelosi, nella quale erano state individuate motivazioni e responsabilità di tanta violenza a partire dalle figure apicali, si è levato dai banchi in fondo (luogo di costante presenza delle parti civili) un applauso lungo e liberatorio. Ciò che emerge dal processo, ma non dalla sentenza, è che la Stella Maris sapeva. Risultano agli atti violenze compiute nella struttura sin dal 2002. Nel 2009 un altro operatore aveva mandato al pronto soccorso un ospite per una ecchimosi e una frattura a un dito. Nel 2014 lo stesso avrebbe schiaffeggiato e schiacciato con le ginocchia un adolescente (davanti a questa denuncia il direttore Cutajar avrebbe sospeso il responsabile, senza licenziarlo). Dalle intercettazioni telefoniche, le dottoresse responsabili della struttura lamentavano di aver denunciato più volte i dipendenti violenti: “Questi quattro stronzi dovevano essere mandati via illo tempore perché noi abbiamo fatto tutte le segnalazioni all’istituzione, la quale si è ben guardata dal procedere…”. Ancora più inquietanti i messaggi dei genitori alla giornalista della Rai Maria Elena Scandaliato, che provava a intervistarli: “Io ho paura. Me lo dico da sola che è una cosa sbagliata, ma io c’ho mio figlio lì dentro…”. D’altronde anche il tono degli scambi telefonici tra i dirigenti della Stella Maris, era questo: “I genitori sono ambigui, però io voglio dimettere tre persone, per dare un segnale ai genitori eh… Perché loro devono stare attenti!”¹.[1] Il tutto, mentre la struttura di Montalto di Fauglia propagandava sé stessa con queste parole, tratte dalla sua Carta dei servizi: “La nostra filosofia di intervento è ‘prenderci cura’ oltre che curare, ascoltare e coinvolgere sia il paziente che i familiari. […] La nostra organizzazione è centrata sul modello del piccolo gruppo di pazienti condotto da educatori professionali e da assistenti con funzioni educative, che fungono da ‘io ausiliario’ o ‘compagni adulti’ dei pazienti, che li supportano concretamente e psicologicamente in ogni atto della vita quotidiana. I programmi di trattamento sono differenziati sia sulla base dei protocolli che sulla base delle caratteristiche individuali di ogni ragazzo che è visto come portatore di affetti, bisogni emotivi, aspirazioni, competenze”. HANNO VINTO I POTENTI Medici e sanitari dei reparti psichiatrici hanno avuto la conferma di quella sorta di scudo penale che spesso li protegge nell’esercizio delle loro funzioni. Troppe volte come Collettivo Artaud abbiamo assistito alla cerimonia inconcludente della giustizia dei tribunali. Questa sentenza assolutoria è solo l’ennesima di una lunga serie, con la conseguenza che all’aumento della presunzione di intoccabilità corrisponde un incremento del ricorso agli strumenti più controversi della pratica psichiatrica di derivazione manicomiale: elettroshock, contenzioni, Tso. La Fondazione (privata) Stella Maris continuerà a ricevere contribuzioni di milioni di euro dalla Regione Toscana, che intanto si era guardata bene dal costituirsi parte civile al processo. Al contrario, si era anzi premurata di premiare l’eccellenza Stella Maris con il Gonfalone d’argento, massima onorificenza toscana, nello stesso 2021 in cui il processo era nelle sue fasi più calde. D’altronde, Stella Maris continua a investire: 27.830 metri quadri su quattro livelli, quarantaquattro camere per la degenza, altrettanti ambulatori, cinquanta sale per l’osservazione terapeutica, ventiquattromila metri quadri di parco. Sono queste le cifre del nuovo ultramoderno ospedale che sorgerà a Pisa, zona Cisanello. L’inizio dei lavori è stato inaugurato in pompa magna da sindaco, vescovo e autorità varie, compreso il presidente della Regione, quelle stesse autorità che non hanno rivolto nemmeno una parola alla famiglie, di fronte allo scempio del dolore e delle immagini dei maltrattamenti e di un processo che è andato avanti per anni. Certo, non si può sospettare di chi agisce per conto del Bene: “Nei nove anni che sono trascorsi dai fatti di Montalto di Fauglia ­– afferma ancora il comunicato di Stella Maris emesso dopo la sentenza ­– abbiamo impegnato tutte le nostre energie per migliorare sempre più le nostre attività riabilitative. Il nostro compito è sempre quello di dare il meglio con professionalità e soprattutto con il cuore, imparando dagli errori”. A Marina di Pisa, intanto, la struttura che sostituisce Montalto di Fauglia da quando è stata chiusa, il personale è sì cambiato, ma non vi può entrare nessun visitatore, neanche i genitori o i parenti dei ragazzi (gli ospiti vengono accompagnati all’esterno quando i familiari vanno a prenderli). Nel frattempo, all’interno di altre strutture, dove nessuno entra e dove non è previsto alcun tipo di controllo, storie simili a quelle della Stella Maris continuano a ripetersi, riproponendo i dispositivi delle istituzioni totali. Imperia (Villa Galeazza), Manfredonia (Stella Maris), Foggia (Opera Don Uva), Como (Comunità Sacro Cuore), Cuneo (Cooperativa Per Mano), Ivrea (Ospedale di Settimo Torinese), Siracusa (strutture per disabili e anziani), Bologna (Villa Donnini), Perugia (Centro Forabosco), Decimomannu (Centro AIAS), Brescia (Comunità Shalom), tanto per citare solamente i casi più recenti: botte, violenze, contenzioni meccaniche, maltrattamenti, insulti, umiliazioni. Giustizia insomma non è fatta: le pratiche manicomiali sopravvivono intatte e, malgrado le promesse della legge 180, continuano a seminare dolore; le strutture che le utilizzano, continuano a presentarsi all’esterno come paradisi di accoglienza e cura, mentre la giustizia dei tribunali volge lo sguardo altrove, di fronte ad abusi perpetrati da un modello di psichiatria obsoleto e fallimentare (collettivo antipsichiatrico antonin artaud) ______________________ ¹ La Storia di Mattia in una puntata di Spotlight (Rai News 24)
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Emergenza sanitaria e sovraffollamento. Il carcere di Matera visto da dentro
(archivio disegni napolimonitor) La scorsa estate, a seguito di ripetute tensioni createsi all’interno del carcere di Matera, una certa attenzione mediatica si concentrava sul funzionamento dell’istituto e sulle sue criticità. Dopo una visita alla casa circondariale, la garante regionale per i detenuti Tiziana Silletti denunciava una situazione insostenibile in termini di sovraffollamento, con 197 detenuti a fronte di 132 posti (dato coerente con quello di tutte le strutture della regione Basilicata, che si attesta sul 144 per cento). Poche settimane dopo, l’associazione Luca Coscioni, che aveva lavorato a un report sulla situazione sanitaria delle carceri della regione, comunicava che l’azienda sanitaria materana non aveva fornito alcuna documentazione a dispetto della richiesta di accesso civico agli atti. Con il passare dei mesi, a dispetto di una situazione rimasta pressappoco immutata, l’interesse per le condizioni del corpo detentivo dell’istituto materano sembra essersi sopito. Nel tentativo di rialzare il livello di attenzione su quanto accade in quel carcere, e ovviamente in tanti altri istituti del paese, pubblichiamo a seguire un resoconto della dottoressa Maria Clara Labanca, medico penitenziario e membro dell’associazione Yairaiha. *     *     *  Celle sovraffollate, personale sanitario insufficiente e accesso alle cure estremamente limitato: questa è la realtà quotidiana del carcere di Matera. La struttura, progettata per centotrenta posti, ospita stabilmente oltre centosettanta detenuti, con punte superiori alle duecento unità. In questo contesto, il diritto alla salute dei detenuti risulta sistematicamente compromesso. Il presidio sanitario funziona in maniera frammentaria. La mattina non è presente alcun medico, e a volte il peso della gestione di casi clinici complessi ricade sugli infermieri, costretti a intervenire senza supervisione diretta. Le visite mediche, effettuate nel pomeriggio, si svolgono in modo molto concitato a causa della carenza di personale di polizia che limita gli spostamenti dei detenuti. Questo comporta un aumento del rischio di diagnosi incomplete, visite superficiali e ritardi nella presa in carico di patologie rilevanti. Di notte, tutte le emergenze ricadono su un unico medico, senza supporto infermieristico, compromettendo ulteriormente la capacità di intervento tempestivo. La salute mentale dei detenuti è un ambito particolarmente critico. Lo psichiatra effettua interventi solo due ore a settimana, a fronte di un numero elevato di soggetti con disturbi psichici spesso associati a problemi di tossicodipendenze. In assenza di percorsi terapeutici strutturati, molti di essi vengono trattati con psicofarmaci senza adeguato inquadramento diagnostico, aumentando il rischio di effetti collaterali e senza risolvere le problematiche esistenti. Inoltre, alcuni agenti penitenziari esercitano pressioni indebite sui medici affinché somministrino sedativi o ipnotici, trasformando il trattamento psichiatrico in strumento di controllo piuttosto che in intervento terapeutico. Non sono neanche infrequenti episodi di tensione tra personale sanitario e di polizia penitenziaria, di fronte a un rifiuto da parte del medico nella prescrizione di questa tipologia di farmaci. La carenza di supporto psicologico e di personale qualificato determina un peggioramento dei disturbi psichici, con ricadute sulla sicurezza interna e sul benessere dei detenuti. Le visite specialistiche rappresentano un ulteriore fattore di criticità. Consultazioni come quelle gastroenterologiche, infettivologiche o oculistiche possono richiedere mesi di attesa, talvolta oltre un anno. Le carenze nell’ambito del Nucleo Traduzioni, incaricato di accompagnare i detenuti agli appuntamenti esterni, provoca rinvii sistematici. Anche quando l’azienda sanitaria fissa regolarmente gli appuntamenti, questi spesso non vengono rispettati perché non viene presa visione delle comunicazioni e delle prenotazioni, privando i detenuti delle cure pianificate. Molti detenuti si trovano in condizioni di grave criticità clinica a causa di patologie acute o croniche, ma la presa in carico è frequentemente ritardata o inadeguata. Il trasferimento verso strutture idonee è subordinato alla produzione di documentazione che attesti l’incompatibilità con il regime detentivo, determinando ritardi nell’accesso a interventi sanitari appropriati e, in alcuni casi, esiti clinici sfavorevoli. Le strutture e le attrezzature sanitarie risultano insufficienti. Mancano cartelle cliniche informatizzate, dispositivi diagnostici e terapeutici adeguati e personale specializzato in grado di utilizzarli. La combinazione di infrastrutture carenti e organico ridotto compromette la tempestività nell’identificazione e nel trattamento delle patologie, riducendo significativamente la qualità della presa in carico sanitaria. Il sovraffollamento e la carenza di personale di sicurezza aggravano ulteriormente la situazione. Le quattro sezioni della struttura – Accoglienza, Giudiziario, Sirio e Pegaso – ospitano centinaia di persone in spazi inadeguati e obsoleti. Le carenze di personale complicano la gestione dei piantonamenti ospedalieri e delle udienze, spesso impossibili da svolgere tramite collegamento da remoto. Tuttavia, il carcere di Matera è solo l’emblema di un sistema penitenziario in crisi. Sovraffollamento, carenze di personale e un presidio sanitario inadeguato espongono quotidianamente i detenuti a rischi clinici significativi. Senza interventi strutturali urgenti, la detenzione rischia di trasformarsi in un tempo sospeso, in cui i diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla salute, restano sistematicamente negati. (maria clara labanca)
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Riarmo e propaganda. In gita al Villaggio Esercito di Napoli
(disegno di otarebill) Venerdì 15 novembre, rotonda Diaz, le dieci del mattino circa. Da lontano si può vedere un caccia che taglia il cielo alle spalle di Castel Sant’Elmo, mettendo in fuga i gabbiani. Sono a Villaggio Esercito, un’iniziativa promossa dall’esercito italiano, patrocinata dal comune di Napoli e dalla regione Campania. Per la celebrazione dei suoi duemila e cinquecento anni, la città ha scelto di raccontare la propria storia con diciassettemila metri quadri di potenza militare: un parco tematico della difesa dove il soft power si mimetizza nella fiera promozionale. «Buongiorno a tutti! Siamo in diretta su Radio Esercito da una Napoli che ci accoglie sempre calorosamente, vero Benito?», apre uno dei radio conduttori.   «Assolutamente, guarda quanta gente! Ricordiamo gli appuntamenti della mattinata…». In realtà, solo pochi e sparuti avventori si accostano alla quindicina di stand, ben distanziati uno dall’altro. L’area è delimitata da due grandi porte gonfiabili su cui si legge “ESERCITO ITALIANO”. Tra gli avventori c’è qualche scolaresca elementare e superiore. Le giacche di generali, ammiragli e colonnelli sono tutte una gara di coccarde, medagliette e gradi militari. Per l’inaugurazione sono presenti l’assessore alla legalità ed ex prefetto Antonio De Iesu, il generale di corpo d’armata Gianpaolo Mirra ed il viceministro degli affari esteri Edmondo Cirielli. Quest’ultimo, impegnatissimo a stringere mani, è in corsa per la presidenza regionale a capo della coalizione di centrodestra, con la lista civica “Moderati e Riformisti”. Qualcuno si ricorderà di lui per il tentativo di istaurare un “principato di Salerno”, altri per la lunga militanza in Alleanza Nazionale e poi in Fratelli d’Italia, o ancora per le polemiche suscitate da alcune sue dichiarazioni in odore di apologia di fascismo (Cirielli ha sostenuto che “il tratto distintivo più profondo [del fascismo] era uno spirito di libertà straordinario”). Ad eccezione della rappresentanza istituzionale, le persone si muovono con circospezione negli spazi allestiti. C’è un’aria tesa, forzosamente bonaria. Gli stand presentano i modelli più aggiornati di macchine da guerra, robot, i droni più disparati. Mi raccontano che lo Strix‑DF può operare come “occhi volanti”: può identificare obiettivi, sorvegliare aree sensibili, controllare movimenti e inviare dati. Il Raven DDL è un micro‑UAV tattico progettato per fornire sorveglianza ravvicinata e in tempo reale alle unità sul terreno. Ci sono poi i cosiddetti droni “anti-contagio” CBRN, velivoli senza pilota progettati per monitorare e campionare minacce chimiche, biologiche e nucleari in aree contaminate. Nella rotonda intanto sfilano i pachidermici veicoli tattici blindati (VTMM) “Orso” e “Lince”. Il messaggio è chiaro: la “difesa” si espone al grande pubblico. Un investimento di immagine in cui la celebrazione civica si confonde con una fiera campionaria del business bellico. Secondo il Documento Programmatico Pluriennale il bilancio della Difesa per il 2025 è di circa 35,5 miliardi di euro. Alcune stime che considerano anche le spese “in chiave NATO” (Borsa Italiana/Radiocor/ TGCOM) arrivano a 45,3 miliardi per lo stesso anno, comprendenti armamenti, ammodernamenti e investimenti strutturali per le Forze Armate. In tutto, l’incidenza delle spese militari sul Pil italiano raggiunge l’1,5 per cento, non così distante in fondo dal 3,9 investito in istruzione (la media Ocse per quest’ultima voce è di 4,7).  Gran parte di questi fondi è destinata all’acquisto dei caccia F‑35 della statunitense Lockheed Martin, partner di Leonardo Spa, che sponsorizza l’evento. È una flotta di novanta aerei, per un costo complessivo tra i quattordici e i sedici miliardi di euro, la cui manutenzione e operatività nel tempo impegnerà ulteriori risorse. Il vero boom riguarda però i droni: circa seicentosettanta milioni di euro per gli MQ-9B Sky Guardian, anche detti “Mietitori”, e oltre settecento per i Piaggio Hammerhead. Cifre che evidenziano una scelta politica di campo, con implicazioni concrete per la collettività in termini di gestione della spesa pubblica. All’improvviso, un cane robot verde militare fa capolino sull’asfalto della rotonda, alle sue spalle c’è la banda che scandisce le prime note di una fanfara. Mi avvicino a due insegnanti che accompagnano una classe delle superiori, chiedo perché abbiano scelto quest’iniziativa per una gita scolastica: «È stata una scelta della dirigente», mi risponde con scoramento una di loro, l’altra fa spallucce. Per attraversare il piazzale passo accanto a un gigantesco elicottero nero, l’A129 “Mangusta”, col mitragliatore puntato. Alle sue spalle due militari mettono gli elmetti a quattro studentesse per visitare un anticarro. Una passante fuma una sigaretta, affacciata sullo spicchio di spiaggia antistante alla rotonda. L’aria è  quella di una calda mattinata autunnale, tre signori prendono il sole, mentre una donna fa il bagno. I tre mettono un po’ di musica da una radiolina, i gabbiani sono in acqua. Mi avvicino al banchetto del reclutamento dove presenziano le accademie militari locali e nazionali. La marescialla illustra le differenti modalità di ingaggio, mette l’accento sulla semplicità e l’accessibilità dei percorsi occupazionali a tutti i livelli, “con o senza laurea”. Mi mostra i due chat-bot dal sito dell’esercito, si chiamano Atena ed Ettore e mi possono aiutare nelle procedure e con la modulistica. Una ventina di bambini col berretto giallo delle gite si avvicina. Io invece mi allontano dal centro della fiera, schivando un paio di piccoli automi a quattro ruote, che scorrazzano sul cemento. Il cane robot balla impacciato sulle note di O’ Surdato ‘Nnammurato cantata da Massimo Ranieri e passata da Radio Esercito. (edoardo benassai)
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