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Prima le assemblee, poi un giorno di lotta. A Napoli est qualcosa si muove
(foto di giuseppe carrella) A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore, infine come vista. In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso principale al mare. Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni, sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare, è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa assemblea, riparo, punto di partenza. Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare. Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde: “Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi. Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale, abitativa, relazionale. La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto. Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui. San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse. La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana. L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire agli abitanti. Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia, mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici, passa una grande nave metaniera LNG. (foto di giuseppe carrella) È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua: puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia polverosa, il mare sporco. Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura. L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi stanno male». La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate, sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se quell’acqua possa farli stare male. Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche Officine, dove un tempo si producevano locomotive. Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato, abitato, rimesso in movimento. (foto di giuseppe carrella) Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale, controllabile, utile alla popolazione. Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che potrebbero essere bellissimi. Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte, una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
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Salerno, il porto di Pastena e la guerra per il mare
(archivio disegni napolimonitor) Il silenzio elettorale cade sul porticciolo di Pastena come una tregua improvvisa. È mezzogiorno di un sabato assolato di maggio, vigilia delle elezioni comunali a Salerno, e nei pressi dei muretti affacciati sul mare sono radunate alcune decine di persone: qualcuno seduto sugli scogli, qualcuno in piedi col bicchiere in mano, qualcuno più giù che si fa il bagno. La Ghassan Kanafani — una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, la flottiglia internazionale di solidarietà con la Palestina che toccherà cento porti in cento città — è ormeggiata poco lontano. Il suo passaggio ha trasformato quella che doveva essere un’assemblea organizzativa del comitato Giù le mani dal Porticciolo in un momento di confronto tra realtà diverse che condividono la stessa grammatica di lotta. Mi siedo per terra sotto un ombrellone da spiaggia con alcuni attivisti del comitato. «C’è un filo rosso che unisce queste battaglie», dice Lorenzo. «La libertà dei popoli di autodeterminarsi, di decidere cosa fare della propria vita, della propria terra». Alle spalle c’è Pastena: ingoiata dal cemento, con un’alta densità abitativa, priva di spazi verdi. Il porticciolo è uno degli ultimi tratti di costa accessibile a tutti in questa striscia di città. Salerno conta già quattro porti su meno di dieci chilometri di costa: il porto commerciale, il molo Manfredi, il Masuccio Salernitano e il Marina d’Arechi. Il progetto Pastena farebbe nascere il quinto, sempre con lo stesso pretesto da quindici anni: la mancanza di posti barca. Solo che Marina d’Arechi è stato costruito nel frattempo, il Masuccio è in ampliamento e un ulteriore intervento di grandi dimensioni è già previsto nella poco lontana Pontecagnano. Il ministero dell’ambiente lo ha notato: tra le integrazioni richieste al proponente c’è proprio la dimostrazione dell’effettiva necessità di nuovi posti barca — argomento che, evidentemente, allo stato attuale non regge. La storia ha radici nei primi anni Duemila, quando il Comune affidò in un’unica delibera le concessioni demaniali a due promotori. La famiglia Gallozzi costruì il Marina d’Arechi, mentre quella Ilardi ottenne la concessione per il porto di Pastena, anche se non aveva i soldi per aprire i cantieri. Per quel porto fu funzionale anche la progettazione di un pennello foraneo sull’arenile: realizzato con finanziamenti pubblici, ma progettato in vista dell’opera privata. Nel 2008 il project financing cristallizzò la presenza del porto nel Piano urbanistico comunale, ma da allora l’operazione è rimasta congelata. La cittadinanza scoprì il pericolo solo nel 2011, quando i promotori allestirono al Polo Nautico un plastico in scala del progetto. «Quando è stato pubblicizzato, i giochi erano già fatti: avevano tutte le autorizzazioni», racconta Chiara. Il plastico rimase esposto poche settimane. «Dopodiché hanno pensato bene di levarlo», aggiunge Davide. «Era controproducente che la gente capisse cosa stava succedendo» D’altronde il Comune, la Provincia, la Regione e la Soprintendenza avevano già dato il via libera. Il sindaco che aveva gestito l’iter era Vincenzo De Luca, che però anni dopo, da “neo” candidato per l’ennesima volta a primo cittadino di Salerno, si sarebbe detto contrario al porto. «Si è schierato contro – spiega Lorenzo – ma dodici anni fa era stato lui a dare i permessi». Una domanda resta senza risposta: «Se De Luca oggi è contrario, e se tutti i candidati si sono schierati contro il progetto, chi lo vuole, questo porto?». Il progetto è tornato d’attualità quando i fratelli Ilardi hanno ripreso in mano la pratica. La connessione tra il Polo Nautico e il resto del progetto approvato costituirebbe un pacchetto da circa venticinque milioni di euro. Per monetizzarlo serve però la Valutazione di Impatto Ambientale ministeriale, che ancora manca. Quella rilasciata dalla Regione a suo tempo è infatti scaduta perché i lavori non sono stati avviati nei termini — per responsabilità dei promotori stessi. La competenza è passata così al ministero dell’ambiente, che ha raccolto una cinquantina di osservazioni: ingegneri, architetti ed esperti di pianificazione costiera hanno smontato il progetto pezzo per pezzo. «Le tavole mancano dei dettagli. Non c’è mai una legenda che ti riporti al progetto generale. Sembrano cose buttate là», spiega Chiara. Il ministero ha chiesto integrazioni su tutti i fronti, riconoscendo il valore culturale del tratto di costa e domandando ai promotori quale utilità pubblica concreta garantirebbe l’opera. Nelle settimane successive alle elezioni anche il ministero della cultura è entrato nella partita. La Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio ha trasmesso le richieste di integrazione avanzate dalla Soprintendenza di Salerno e Avellino, rilevando gravi carenze nella documentazione paesaggistica. La relazione presentata dai promotori, secondo la Soprintendenza, non consente di verificare la compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici tutelati. Vengono richiesti aggiornamenti sullo stato dei luoghi, nuove analisi dell’impatto visivo, rendering aggiornati e valutazioni sulle alternative progettuali. Soprattutto, la Soprintendenza ha dichiarato non più valida l’autorizzazione paesaggistica del 2012. Due ministeri con le mani alzate sullo stesso progetto: «La mobilitazione civica e il lavoro tecnico di questi mesi hanno avuto un peso concreto nell’iter amministrativo», sostiene Chiara. Guardare le tavole di progetto è, in effetti, cruciale. Il porto di Pastena prevede circa quattrocentocinquanta posti barca, ma soprattutto parcheggi a pagamento, box auto, un centro commerciale, l’ampliamento dell’albergo, una piscina di acqua di mare depurata. «Tecnicamente non è neanche un porto. È un centro commerciale con una darsena», dice Davide. A chi giova? Non ai pescatori locali, che oggi ormeggiano a prezzi accessibili. Non ai cittadini, a cui verrebbero sottratte le ultime spiagge libere. Non ai commercianti, a cui è stata promessa una ricaduta economica: i negozi del nuovo centro faranno concorrenza a quelli esistenti. Pastena è un quartiere popolare, senza parchi né luoghi di socialità. Il porticciolo è l’unico spazio che non sia privato o commerciale. «I salernitani sono sempre stati chiamati pisciaioli (chi lavora e vive di pesce, ndr)», dice Chiara con ironia. «Questa identità è stata massacrata. I luoghi legati alla cultura del mare sono spariti uno dopo l’altro. Adesso esistono solo grandi navi e piccoli yacht». La cura del posto è affidata agli abitanti: c’è chi pianta alberi tra le panchine, chi pulisce la piazzetta senza che nessuno glielo chieda. I cantieri del ripascimento del litorale poco lontano sono un’altra fonte di frustrazione: l’Ambito 2 è sotto sequestro per materiali non conformi — sabbia dura, inutilizzabile, tanto che qualcuno l’ha individuata come arena per l’edilizia. Quasi un quarto della costa centrale è inagibile. «Le persone pensano che prima o poi arriverà il prossimo potente a mettere le mani su ciò che abbiamo di più bello», dice Alessandra. In effetti, finché il porto di Pastena resta nel Piano urbanistico comunale, quella zona resterà bloccata. «Morto un porto se ne potrà fare un altro. Finché non cambia il piano regolatore la lotta sarà lunga», aggiunge Davide. Dal canto suo il comitato lavora su più fronti: questionari rivolti alla cittadinanza, rigenerazione partecipata con studenti Erasmus, eventi sportivi con le squadre di rugby e calcio popolare del territorio. Nelle due settimane prima del voto sono state raccolte duemila firme per fermare la realizzazione del progetto: tutti i candidati a sindaco si sono detti contrari, ma nessuno ha spiegato come avrebbe rimosso la destinazione dal piano regolatore. Ora che lo sceriffo De Luca è stato rieletto, il comitato monitora la distanza tra le parole e gli atti. Sul muretto del porticciolo la gente resta a chiacchierare e mangiare qualcosa. C’è ancora qualcuno in acqua, qualcuno rassetta la spiaggia. La comunità parla chiaro: nessuno ha intenzione di guardare il mare dalle vetrate del parcheggio di un albergo. (edoardo m. benassai)
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Uno sguardo su Napoli Nord, tra urbanizzazione selvaggia e lotte sociali
(disegno di otarebill) È una domenica mattina di febbraio, il tempo non è dei migliori ma regge. Si tiene il carnevale sociale di Scampia, il 44esimo da quando esiste. Decido di andarci insieme a mio fratello più piccolo. Ci dirigiamo verso la prima fermata dell’R5 di corso Secondigliano, provenendo da Capodichino. Come ogni domenica mattina, per le strade c’è un gran via vai. Il Perrone, la prima traversa del corso, è denso di attività commerciali: pescherie, fruttivendoli, mercatini; dalla rotonda Di Vittorio verso via De Pinedo si raggiungono San Pietro a Patierno e poi i comuni di Casoria e Casavatore; nonostante i ritardi, sulla rotonda sono visibili i lavori per l’apertura della nuova fermata della Linea 1, che renderà più facile muoversi verso il centro della città. Un tempo Napoli Nord era una terra fertile, caratterizzata da masserie, frutteti e una fitta rete di antichi casali. La modernità industriale, unita all’espansione demografica e al conseguente assorbimento della classe contadina nel nuovo tessuto urbano, portò alla nascita dei quartieri odierni, frutto di una politica urbana che non mirava all’integrazione socio-economica degli inurbati, favorendo piuttosto gli interessi di costruttori, proprietari terrieri e classe politica. IL LAURISMO E LA SPECULAZIONE EDILIZIA Il cambiamento cominciò a partire dal ’51, quando la destra si aggiudicò il governo della città con il sindaco Achille Lauro, figlio di una nota famiglia di armatori e fondatore dell’omonima flotta. Gli anni della sua amministrazione, noti come “laurismo”, vengono ricordati per la forte spinta speculativa. Nel ’58 il prefetto Correra, nominato commissario in seguito allo scioglimento della giunta laurina, consegnava alla città il nuovo piano regolatore generale, bocciato dal ministero dei lavori pubblici quattro anni dopo per il suo carattere speculativo. Era ormai troppo tardi: si stima che dal ’51 al ’61 vennero costruiti circa 300 mila vani in tutta la città, mentre migliaia di abitanti furono cacciati dal centro storico per dare spazio alle demolizioni. Nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, l’urbanizzazione selvaggia portò alla nascita di condomini multipiano che eliminarono man mano lo spazio tra la chiesa e il confine perimetrale dell’aeroporto di Capodichino. Via del Cassano, oggi importante arteria di Secondigliano che porta verso Casavatore e Arzano, perse la caratteristica di strada di campagna a causa di densi blocchi edilizi lungo tutto il percorso, con la nascita del rione Berlingieri e del rione Kennedy. IL CORSO SECONDIGLIANO E LA BIRRERIA DI MIANO  Dopo circa venti minuti, arriva l’autobus. Mentre prendiamo posto, vedo turisti che scendono alla fermata con i loro trolley: la turistificazione tocca oggi anche il corso Secondigliano a causa della sua vicinanza all’aeroporto. Il corso è la principale arteria del quartiere, dal finestrino del bus vedo centinaia di attività commerciali, tra cui la storica Taralleria Tonino e la mitica pizzeria Carminiello. Anche qui, durante il laurismo, sorsero palazzi multipiano, lasciando poche tracce di vecchi edifici come villa Cimmino, dal ’56 stazione della polizia. Subito dopo la pizzeria c’è l’incrocio che a destra porta verso il centro storico di Secondigliano, a piazza Zanardelli, un tempo chiamata Miez’ all’Arco, mentre svoltando a sinistra si arriva alla vecchia fabbrica di birra Peroni a Miano, oggi divenuta un centro commerciale. Miano e Mianella erano un tempo casali distinti, oggi invece il secondo è considerato una frazione del primo. Durante il tragitto, quasi all’altezza del quadrivio, sento tre ragazze parlare del carnevale. Dall’accento capisco che non sono di Napoli. Vengono infatti da Bologna e sono arrivate per la prima volta in città per partecipare allo stesso evento a cui siamo diretti io e mio fratello. Superato il quadrivio, scendiamo insieme alla prima fermata di via Roma verso Scampia all’altezza della pompa di benzina Q8. Attraversiamo e raggiungiamo il rione Monterosa, edificato a partire dagli anni Cinquanta. Il concentramento è alla storica sede del Gridas – Gruppo risveglio dal sonno, fondato nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e tante altre persone che dal 1983 hanno dato vita al carnevale sociale di Scampia. Centinaia di persone, tra cui famiglie e bambini, arrivano e di lì a poco il corteo incomincia. Il quartiere si riempie di maschere e carri allegorici fatti con materiale riciclato, coloratissimi, mentre i gruppi preparano le coreografie e gli strumenti musicali. Il corteo si addentra nel rione per poi sfociare su via Arcangelo Ghisleri, nel cuore di Scampia. DALLA LEGGE 167/62 ALLE LOTTE PER LA CASA Provo a raccontare alle ragazze la storia di Scampia: parlo della legge 167 del ’62, dei piani di edilizia economica e popolare che avrebbero dovuto invertire la tendenza speculativa del periodo laurino, di come con questa legge gli enti pubblici fossero vincolati a individuare delle aree edificabili per la costruzione di case popolari da assegnare alle famiglie in condizioni di precarietà; spiego che la nascita del quartiere è il frutto di vari processi, tra speculazioni e lotte popolari. Scampia venne divisa in lotti: alcune strade persero le caratteristiche tipiche dei borghi per dare spazio ai nuovi edifici della 167; via Roma verso Scampia divenne l’anello di congiunzione tra la vecchia Secondigliano e il nuovo quartiere, caratterizzato da edifici a torre; nacque il rione Don Guanella e furono costruite le Vele, progettate dall’architetto Franz di Salvo. Nel progetto iniziale si prevedeva la creazione di una “città nella città”, con la creazione di spazi comuni e servizi integrati, come scuole e negozi. La realtà fu ben diversa. Il piano di edilizia economica e popolare nella zona settentrionale di Napoli portò alla nascita di quartieri-dormitorio, con prefabbricati di scarsa qualità, senza servizi adeguati e collegamenti con il resto della città. Inoltre non furono subito assegnate le abitazioni, anzi, dagli anni Settanta in poi scoppiarono le prime lotte organizzate per la casa a Napoli Nord. Emblematica fu l’occupazione del rione Don Guanella, in cui presero casa ottocento famiglie. La prima occupazione con grossi numeri fu tentata a Marianella, ma non durò a lungo e, dopo ripetute cariche della polizia, il rione venne sgomberato. Ma le famiglie già organizzate occuparono l’intero Don Guanella, grazie anche alla forte mobilitazione delle famiglie di Secondigliano e Piscinola. Da via Ghisleri arriviamo a piazza Giovanni Paolo II, di fianco al parco Ciro Esposito. Al centro della piazza si comincia a preparare il falò per bruciare, allegoricamente, i simboli negativi e far trionfare quelli positivi che danzano intorno alle ceneri. Sullo sfondo è possibile osservare il cantiere per l’abbattimento delle Vele, in seguito alle lotte condotte dagli abitanti del quartiere. Infatti dal 1980, con il Piano per il recupero delle periferie e poi con il terremoto dell’Irpinia che causò danni ingenti anche a Napoli, esplosero le occupazioni di massa. In seguito al terremoto furono oltre 10 mila gli edifici danneggiati, e 170 mila gli sfollati, di cui il settanta per cento proveniva dal centro storico. Nel 1981 il parlamento approvò la legge 219, con la quale si rilanciò un Programma straordinario di edilizia residenziale (Pser) per la costruzione di 20 mila alloggi da assegnare agli aventi diritto nell’area metropolitana di Napoli. Molte famiglie furono costrette a trasferirsi in campi container (36 container leggeri installati a Secondigliano, 113 a Piscinola, 174 a Miano e 337 a San Pietro a Patierno). Successivamente furono edificati nuovi complessi residenziali, come il rione 25/80 a Chiaiano, il rione dei Fiori, poi soprannominato Terzo Mondo, a Secondigliano, le abitazioni popolari e il parco pubblico in viale IV Aprile a San Pietro a Patierno. In questo contesto vennero occupati gli edifici della 167 a Piscinola e Scampia. Se in un primo momento gli abitanti lottarono per la permanenza, con la nascita del Comitato Vele ci si concentrò per l’abbattimento e la riqualificazione del quartiere. Vittorio Passeggio, attivista della prima ora del comitato, spiega che i progetti iniziali per le Vele vennero completamente disattesi: «Nelle Vele più grandi non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva nemmeno a quel poco di luce di filtrare. L’economia del vicolo, nelle intenzioni del progetto, non è mai esistita». Domenico Lopresto, segretario dell’Unione Inquilini, in una intervista del 2013 condotta da Nicola Angrisano in Stalking Asilo. Le mani sulla città, racconta che «se si gira nei rioni popolari, si vede che il degrado è tantissimo, ma va tenuto presente anche la gestione delle organizzazioni criminali. Basta ricordare che i più grandi clan della città stanno tutti nei rioni di edilizia residenziale pubblica». Nel 1990 venne inoltre avviato il funzionamento di un nuovo carcere la cui collocazione ai margini del quartiere era stata decisa diversi anni prima. Pino Guerra, militante dei comitati popolari di Napoli Nord e occupante della Vela Gialla, parla di un quartiere di “annientamento”: «Era un circolo vizioso: senza lavoro, delinqui e  vai in carcere, nel quartiere stesso. Il tuo ciclo di vita rimaneva nel quartiere». Negli anni Novanta nacque il Comitato Occupanti Case, che portò a migliaia di occupazioni per tutta Napoli. Sempre Pino Guerra racconta che «si mobilitarono in piazza circa 10 mila persone, con bambini e carrozzini. E vincemmo la vertenza, perché gli occupanti abusivi si trasformarono in assegnatari. Nel ’95-96, con la chiusura della vertenza, ottennero il diritto di rimanere nelle case». NAPOLI NORD OGGI Mentre mio fratello corre e gioca in piazza con altri bambini in mezzo alla musica e alle danze, le ragazze mi chiedono dei cantieri delle Vele che vediamo in lontananza. Spiego del lungo percorso del comitato, che dal ’97, con l’abbattimento della prima Vela, ha portato alla nascita di nuovi alloggi popolari e al rilancio del progetto Restart Scampia. Racconto pure che dopo le guerre di camorra sono nate tantissime associazioni e nel 2010 venne occupato il Cantiere 167, una scuola abbandonata, ancora oggi sede del Comitato Vele. Si è fatta ora di pranzo ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono tante le riflessioni sulla giornata: il comitato dichiara che il popolo delle Vele ha vinto, ma a che costo? Ragiono sulle trasformazioni su tutta Napoli Nord, sulle differenze rispetto anche a quando ero più piccolo. Oggi ci sono tanti processi urbani in corso: nuovi edifici residenziali continuano a sorgere; ci sono lotte come quella del rione 25/80 di Chiaiano che ancora attende una riassegnazione dopo il terremoto; l’ex Motel Agip, nei pressi del quadrivio, è stato sgomberato; a San Pietro a Patierno il comitato per il verde pubblico chiede la riqualificazione del parco IV Aprile. Capita spesso che ci siano disservizi, come l’estate scorsa con la chiusura della Linea 1 nella tratta Piscinola-Chiaiano, ma nonostante ciò non manca una risposta da parte delle reti sociali. Napoli Nord, in un certo senso, ha ripreso a vivere: c’è ancora chi lotta ogni giorno per il diritto alla città. (zidan shehadeh)
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“Qui una volta era un ghetto”. Come ci stanno raccontando la riapertura del cimitero delle Fontanelle
(disegno di lorenzo la rocca) È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette, otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico. Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il “Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia, devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio quartiere. Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex cava diventata cimitero. Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags, qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo. Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada. Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli. Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10 anni, 4°A plesso Lombardi. Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere. Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650 mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, coordinato da Renzo Piano.  La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie, cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso, che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta, arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e prospettive per il futuro. Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida: «Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006, dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico. Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio, criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino molti abitanti del posto tendevano a evitare…». Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel 2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…». Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le “grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante. La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori, percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla nuova gestione. Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore. Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei. Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta». Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità. Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo. (errico forte)
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Isernia e le aree interne. Quel confine sottile tra la gestione del declino e l’abbandono
(disegno di ginevra naviglio) Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me, anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente al suo lato meridionale. Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra, che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione. In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale, l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti, mentre in radiologia sono tre su dodici.   Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico: secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà necessariamente arrivare a Campobasso. In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita. Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace, circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico, sembra scarseggiare. Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime, sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in questa strada. Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra” e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce “A Isernia non si nascerà più”. Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante del nostro territorio, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è soltanto un anticipo di quello che accadrà in questi territori, ovvero il totale smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico». La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo, periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla Strategia Nazionale». Quello delle aree interne non è un problema esclusivamente molisano, ma una realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi essenziali in questi territori, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo “socialmente dignitoso per chi ancora vi abita” Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto, tenendo in conto, però, la prima battaglia, che è sia culturale che psicologica. «Da abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini: “qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa di concreto, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il destino è abbastanza segnato». Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, da momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di raccolta e di salvaguardia della memoria storica». Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone – sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si gira, all’ultimo, per dare un’ultima occhiata al paese, con uno sguardo nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno, come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come generazione di persone costrette a migrare loro malgrado». Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo, ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, e mai come ora il Molise ha bisogno di provare a trovare tante piccole soluzioni». Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta. Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo lì con gli altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza. Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)
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Religione, femminismo, emancipazione. Studentesse musulmane a Napoli
(disegno di otarebill) Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città Mentre si passeggia per il centro storico di Napoli, in particolare nella zona di piazza Garibaldi, è facile osservare come la fisionomia della città, almeno in superficie, rifletta anche le istanze e le necessità di una società multietnica in continua evoluzione. Nonostante non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in città, si stima che vi risiedano circa trentamila musulmani provenienti da cinquantatré paesi (senza considerare i convertiti), prevalentemente nei quartieri del centro: San Lorenzo, Mercato, Pendino, dove il costo degli affitti è più basso e si concentra gran parte delle attività commerciali, per le quali lavorano molti musulmani. Questa forte presenza della comunità musulmana ha portato all’apertura di spazi pubblici che rispondono ai suoi bisogni culturali e religiosi. Nei tre quartieri sono infatti situate le sette moschee della città, che sono in realtà sale di preghiera o centri di aggregazione, e negozi di alimentari halal. L’alta concentrazione di queste strutture ha reso però difficile per i musulmani non residenti in centro usufruire quotidianamente degli spazi islamici, quasi assenti nelle province e in misura ridotta nelle zone lontane dal cuore della città. Ne parlo con Afaf e con Iman, studentesse marocchine dell’Orientale, su una terrazza dell’università. È ora di pranzo e abbiamo appena seguito una lezione di arabo. Mentre si presentano, le loro voci si confondono con il rumore dei clacson nel traffico di via Marina e cercano di sovrastare il caos della zona portuale della città. Afaf ha diciannove anni e studia inglese e arabo. Vive in una frazione di Caserta con la sua famiglia e mi racconta che per arrivare all’università impiega quasi un’ora. Nella sua zona «i musulmani si contano sulle dita di una mano», ma frequentando l’università sta conoscendo delle ragazze arabe, alcune arrivate in Italia da meno di due anni. «A Caserta – dice – non esiste una comunità musulmana, quindi la fisionomia della città risente poco dell’esistenza di gruppi culturali e religiosi diversi, che hanno necessità diverse, e ciò ha impattato molto sul modo in cui ho vissuto la mia religione per tanto tempo, perché mi ha impedito di essere la musulmana che vorrei essere. Io mangio la carne del supermercato, perché la macelleria islamica più vicina è a Santa Maria Capua Vetere e non siamo neppure certi sia davvero halal. Nel mese di Ramadan i miei vanno a Napoli per comprare la carne, ma sarebbe impossibile comprarla qui tutti i giorni. E non vado in moschea, perché quella più vicina è al centro di Napoli. Si sente che a Napoli la comunità musulmana è più forte. Qualche giorno fa passeggiavo con un’amica a piazza Mercato ed è stato confortante notare che vendevano tappeti per la preghiera e che ci fossero persone musulmane che mi sorridevano, mi stringevano la mano e mi chiedevano come stessi. Avevo la sensazione che mi stessero dicendo “tu sei mia sorella, anche se non ti conosco”. Frequentare Napoli è un’opportunità per crearmi uno spazio in cui vivere la religione diversamente da come ho fatto finora». L’assenza di una comunità musulmana adeguatamente riconosciuta si nota anche dagli spazi interni all’università. Afaf mi spiega che durante la giornata ci sono cinque momenti di preghiera, ma che spesso è a lezione e non riesce a rispettarli: «Qui in università non c’è una sala adibita alla preghiera, non solo musulmana, che invece è presente in molte università all’estero». Iman è una studentessa fuorisede. Mi racconta di essere cresciuta a Cersosimo, un piccolo paesino in provincia di Potenza, e che la sua famiglia era l’unica musulmana della zona. Mi spiega che l’Islam è una religione comunitaria, in cui è centrale il concetto di “umma”, vale a dire la comunità di fedeli, e che quindi non sentire l’appartenenza a un gruppo ha una grande influenza sull’esperienza religiosa del singolo. Secondo Iman il cristianesimo è una religione più individuale, in parte perché nasce in una società che spinge all’individualizzazione; qui un cristiano non sente il bisogno di rivedersi in qualcun altro, perché dà per scontato che gli altri siano come lui, credano in ciò in cui crede lui. «Penso che noi, in quanto esseri umani, sentiamo la necessità di appartenere a un gruppo – mi dice Iman –. Sarebbe stato bello condividere il momento della preghiera in moschea o l’esperienza del mese di Ramadan con altre persone, perché sapere che qualcuno vicino a me doveva pregare o digiunare mi avrebbe invogliata a farlo. Quando manca quel senso di appartenenza, spesso rischia di venire meno anche un’identità religiosa forte e definita». Iman mi spiega che l’assenza di una comunità musulmana a Cersosimo, e in generale in Basilicata, si riflette nello spazio pubblico del suo quartiere e impatta sulla quotidianità della sua famiglia. «Mio padre nei giorni festivi va a pregare in una moschea in Calabria, a due ore di macchina da casa, e lì vicino c’è anche una macelleria halal, dove compriamo la carne. Io mi sono trasferita a Napoli da poco, quindi non conosco bene la città e non frequento ancora posti come piazza Mercato, ma almeno so che esistono e questa è una consolazione. So che se voglio andare in moschea posso farlo senza dover guidare per due ore e che se ho voglia di mangiare la carne ci sono le macellerie in cui posso comprarla. Posso finalmente contare su degli spazi che nel mio paesino non esistono e che in qualche modo mi permettono di rafforzare la mia identità musulmana. È bello vedere che Napoli, al pari di altre città, si sta modellando sui bisogni di quella che ormai non è più una minoranza, ma un gruppo consolidato con delle necessità. Credo che anche qui, nelle strutture universitarie, ci siano i presupposti per creare degli spazi inclusivi, in cui potersi rilassare o in cui poter pregare». Per Afaf essere una musulmana in Italia significa anche cercare di preservare cultura e religione dalle spinte all’occidentalizzazione. «Non ho mai avuto amici musulmani e i miei non conoscono arabi qui a Napoli, perché nella mia zona ce ne sono davvero pochi. Io e la mia famiglia non abbiamo un legame quotidiano con la cultura marocchina: non mangiamo il couscous tutti i venerdì, che è il giorno sacro, dedicato alla preghiera e alla famiglia, e il tajine, una pietanza che si cucina all’interno di un particolare piatto di ceramica che dà il nome al cibo, lo mangiamo una volta a settimana. Se avessimo un legame più forte con le nostre tradizioni lo mangeremmo tutti i giorni, ma mangiamo con il pane e utilizzando la mano destra, perché è sunnah, cioè è una consuetudine presente negli Hadith, detti e fatti attribuiti al profeta che fanno parte della Sunna». Afaf mi parla delle due feste importanti celebrate dall’Islam, l’Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio [che comporta l’uccisione degli agnelli, pratica proibita in Italia all’interno di case private e negli spazi pubblici] e la festa della rottura del digiuno alla fine del Ramadan, l’Eid al-Fitr, che negli ultimi anni si è celebrata a piazza Garibaldi e a piazza del Plebiscito. Mi racconta che i suoi genitori sono arrivati in Italia venticinque anni fa e che quindi si sono “italianizzati”: sua madre non porta il velo e a casa non parlano in arabo, infatti sua sorella minore non conosce ancora la lingua, se non qualche parola. «Io l’ho imparato per necessità durante un’estate che ho trascorso in Marocco – mi spiega –. Avevo sei anni, dovevo comunicare con i miei parenti e i miei genitori non erano con me. Lo parlo come lo parlerebbe un bambino e si sente la mia pronuncia italiana. Mio padre ha subìto l’occidentalizzazione meno di mia madre. Lui va molto più spesso in Marocco e ha un legame più forte con la cucina marocchina e con il paese». I genitori di Iman sono arrivati in Italia più di trent’anni fa: «I miei a casa parlano in arabo, ma quando lo parlo si nota che sono italiana, e spesso mi capita di fare confusione tra le lingue o di passare da una lingua all’altra. Mia madre è arrivata qui quando aveva ventidue anni, quindi ha lasciato andare la cultura e la lingua, ma porta ancora il velo». Iman va spesso in Marocco e cerca di mantenere un contatto costante con l’arabo, che parla bene, perché sa che i suoi genitori ci tengono a preservare la cultura marocchina e la religione islamica. «Stando qui e tornando lì ti accorgi di quante differenze ci sono tra un mondo e l’altro». In Marocco la situazione è diversa rispetto ad altri paesi più tradizionalisti. «Si può tranquillamente girare senza indossare l’hijab – mi spiega –, si è superata l’idea che le donne debbano necessariamente portarlo. Quello sul velo è un discorso molto complesso, che spesso utilizza la religione come giustificazione di una cultura patriarcale e repressiva». Negli ambienti accademici, sia in Oriente che in Occidente, accanto a un femminismo laico, che guarda alla religione come ostacolo all’emancipazione femminile, si è sviluppato un movimento femminista islamico, ancora poco noto tra le donne e le giovani della comunità musulmana, tant’è che Afaf e Iman mi dicono di non averne mai sentito parlare. La prima a parlare di femminismo islamico è stata l’antropologa iraniana Afsaneh Najmabadi nel 1994. Secondo questo movimento, all’origine dell’oppressione femminile e della diseguaglianza di genere nei paesi islamici non ci sono i testi sacri, bensì la loro interpretazione patriarcale da parte delle élite al potere, che hanno negato il punto di vista femminile nel processo di esegesi e distorto il contenuto dei testi, al fine di imporre e giustificare una gerarchia religiosa e socio-culturale intrisa di misoginia. Il dibattito sul velo è diventato uno dei principali terreni di scontro tra femministe laiche e femministe islamiche. Tra le femministe islamiche ci sono coloro che non indossano il velo, e coloro che lo indossano. Tutte però difendono la scelta di coprirsi il capo. La prima immagine che viene in mente a chi pensa all’Islam è quella della donna velata, costretta a stare in casa, che nell’immaginario occidentale è il simbolo della coercizione e dell’oppressione di una religione che vuole la donna in posizione di subalternità, ma nessuno pensa mai all’uomo con il vestito lungo, la barba lunga e le braccia coperte. Così come le donne indossano il velo, anche gli uomini musulmani devono vestire con abiti modesti, che coprano la awrah, cioè la zona dalla vita fino alle ginocchia, come la tunica lunga fino alle caviglie, e devono indossare l’irham durante l’hajj, il pellegrinaggio verso la Mecca. «All’uomo musulmano – dice Iman – è concesso un margine di scelta molto più ampio: la donna che non vuole indossare il velo è un mostro, mentre l’uomo che non rispetta il codice di abbigliamento è socialmente accettato». «Noi ragazze ne paghiamo le conseguenze: se io venissi molestata in Marocco, sarebbe colpa mia, perché non porto il velo, ma come lo spieghi a tutte le ragazze con il velo che sono state molestate che non avrebbero potuto evitarlo? Che anche se avessero indossato il velo sarebbero state molestate lo stesso? Io non mi aspetto che tutti gli uomini musulmani abbassino lo sguardo quando passo davanti a loro, come c’è scritto nel Corano, ma mi aspetto che non mi infastidiscano». La scelta di indossare il velo non ha solo un carattere religioso per le ragazze che vivono in contesti occidentalizzati. Indossare il velo significa scegliere la possibilità di rappresentarsi diversamente nello spazio pubblico e di rifiutare i simboli occidentali di emancipazione femminile, presentati come unica alternativa possibile di femminilità giusta. Se da un lato l’hijab è un simbolo di emancipazione e di rifiuto per il modello occidentale di femminilità, anch’esso limitante, dall’altro diventa uno strumento di oppressione nel momento in cui le donne sono obbligate ad indossarlo. Chiedo alle ragazze quanto del divario di genere, di cui l’obbligo di indossare l’hijab è solo una delle tante espressioni, è imputabile alle sacre scritture e quanto alla cultura e alla società. «Parlare di interpretazione patriarcale delle sacre scritture è giusto», sostiene Iman. Mi spiega che un esempio di interpretazione fallace è proprio legata all’uso del velo. Il versetto 59 di sura XXXIII del Corano esorta il Profeta a dire alle spose, alle figlie e alle donne di coprirsi con i loro veli, affinché vengano riconosciute e non molestate. Fatima Mernissi, sociologa e scrittrice marocchina, che fu impegnata in un processo di reinterpretazione delle sacre scritture, sosteneva che il velo avesse una funzione temporanea di protezione delle donne nei primi anni dell’Islam, durante la crisi militare della città santa di Medina. «Coprirsi potrebbe significare indossare vestiti con le maniche lunghe, o semplicemente non andare in giro senza vestiti. Le mie zie in Marocco sono state molestate, nonostante indossassero il velo e il vestito lungo, da uomini che possono scegliere di non seguire delle regole che esistono tanto per noi quanto per loro. Essere femminista non è scoprirsi né coprirsi, ma è la possibilità di scegliere liberamente di fare entrambe le cose, ed è patriarcale qualsiasi gesto che ci priva di questa possibilità». Iman non porta il velo, ma ha sempre desiderato indossarlo. Mi racconta che quando era alle elementari si è presentata a scuola indossandolo e l’ha nascosto ai suoi genitori. Quando hanno chiamato sua madre, lei è arrivata a scuola e le ha detto di toglierlo. «Abitavo in un paesino molto piccolo e lì mia madre era l’unica donna a indossare l’hijab. Vedere una bambina con indosso il velo induce erroneamente a pensare che sia stata costretta a farlo, ma io ero soltanto una ragazzina che emulava la madre. Invece dei tacchi e il rossetto, io volevo indossare il velo, perché pensavo che mi avrebbe fatta sentire adulta». Afaf concorda con l’idea che i testi della Shari’a, la legge divina islamica, siano interpretati da un punto di vista patriarcale. Mi spiega che il Corano è un testo criptico, non semplice da leggere, in quanto è scritto in arabo standard e nei paesi islamici si parlano perlopiù i dialetti. Inoltre, può avere tantissime interpretazioni diverse, ma quella dominante continua a essere quella che legittima l’oppressione femminile. «Il dibattito sul velo – dice Afaf – è parzialmente riconducibile alle interpretazioni. La donna indossa il velo perché è Allah che glielo dice, non l’uomo. Gli uomini non possono imporre il velo alle donne, è una scelta molto intima, quindi chi non si sente pronta a indossarlo è libera di non farlo. Portare il velo non significa rinunciare ai diritti sul proprio corpo o sulla propria libertà, significa voler professare ciò in cui si crede seguendo la parola di dio». La relazione religiosa – ci tiene a sottolineare Afaf – è tra il credente e Allah. Nessuno può giudicare le scelte altrui. Confessare i peccati è un peccato stesso, infatti nell’Islam non esiste la pratica della confessione attraverso un sacerdote. «Indossare il velo è un impegno e una scelta sentita. Non si indossa l’hijab per compiacere la propria famiglia ed è sbagliato pensare che ci copriamo per gli altri uomini, che non ci dovrebbero guardare a prescindere dal velo». Per Afaf oggi l’hijab può avere una forte funzione di emancipazione: «Scegliere di coprirsi non significa accettare e legittimare l’oppressione, significa anche rappresentare una minoranza o contrapporsi a dei canoni presentati come libertari, ma altrettanto limitanti per le donne. Nella mia famiglia non tutte indossano il velo. Adesso non mi sento pronta a portarlo, ma in futuro lo farò, per seguire la religione in cui credo nel modo in cui dio ha detto che devo farlo. Mi è capitato di indossarlo e di essere criticata e discriminata per questa scelta, con frasi del tipo “è arrivato il kamikaze” oppure il grande classico, “perché non te ne torni al tuo paese?”». Afaf e Iman mi raccontano che la maggior parte degli insegnamenti sull’Islam li ha ricevuti dai genitori, ma che il confronto con persone al di fuori del nucleo familiare aiuta a emanciparsi da insegnamenti che tendono a confondere cultura e religione, o che sono il frutto di un’interpretazione soggettiva dei testi. Afaf racconta di aver imparato tanto sull’Islam tramite i social e su internet, dove ha scoperto che nel Corano alle donne sono riconosciuti tanti diritti che non vengono mai menzionati e che di conseguenza non vengono rispettati. «Online si crea una comunità fantasma, che ti spinge a informarti e a voler sapere di più sui testi, su quello che è haram o halal o sui diritti e i doveri che abbiamo». Iman ha conosciuto tante ragazze che, in nome dell’Islam, hanno ricevuto un’educazione diversa rispetto a quella dei fratelli. Un’educazione prodotta da una cultura maschilista, che permea il modo in cui i bambini vengono cresciuti anche nei paesi occidentali, ma che, nel caso delle famiglie musulmane, spesso viene nascosta dietro l’Islam. Far risalire alla religione il divario di genere, soprattutto nelle dinamiche familiari, può portare le giovani donne musulmane a credere che nell’Islam non ci sia uno spazio per loro. «Spesso crescendo si impara che le scritture non sono l’origine delle discriminazioni – spiega Iman – ma altrettanto spesso capita che le donne abbandonino la propria religione per colpa del modo in cui sono state cresciute». Afaf e Iman mi spiegano che le scritture sacralizzano la figura della donna e che è la loro interpretazione a essere problematica. Nel Corano c’è scritto che la donna deve studiare, lavorare e crearsi una propria indipendenza economica. «Non lo conosci il detto “il paradiso è sotto ai piedi di tua madre”? – mi domanda Iman –. Significa che trattare bene le proprie madri è fondamentale per andare in paradiso e spiega quanto la figura della donna sia centrale nell’Islam». Alle quattro e mezza ci salutiamo: io ho una lezione e Afaf deve avviarsi verso piazza Garibaldi per prendere il treno per Caserta. «Puoi scrivere questo?», mi chiede Iman prima di avviarsi verso casa: «Gli uomini, con il pretesto di costruire un mondo in cui le donne fossero protette, hanno finito per privarle degli strumenti per costruirsi da sole quel mondo. Questo è il vero problema. Ma si sa che gli uomini rovinano sempre tutto». (emma de simone)
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La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
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Primo Maggio a Bagnoli. Perché non si può non scendere in piazza
(disegno di ) Da circa un anno è in atto un muro contro muro tra le istituzioni che si stanno occupando della rigenerazione dell’ex area industriale di Bagnoli (governo, comune di Napoli e struttura commissariale) e la comunità del territorio. Non è necessario ripercorrere la storia degli ultimi trent’anni, basta ricordare i due momenti chiave dei dodici mesi intercorsi tra la primavera del 2024 e quella del 2025: la modifica della legge 582/1996, che obbligava allo smantellamento o spostamento di tutto quanto insisteva “in deroga” sulla costa (dai locali notturni al Circolo Ilva, da Città della Scienza alla colmata a mare) e al ripristino della sua morfologia, dedicando il litorale alla balneazione; l’assegnazione della Coppa America di vela alla città di Napoli, con conseguente allocazione del parcheggio/rimessaggio per le barche (le gare non sfioreranno neppure l’area flegrea) a Bagnoli. Il nesso causa-effetto tra queste due circostanze è totale. Senza la modifica della legge non si sarebbe potuta mantenere la colmata (è ormai documentato che la sua rimozione è possibile a costi simili a quelli che prevede la sua “messa in sicurezza”), e senza la colmata non si sarebbero potute ospitare le barche a Bagnoli. Ma è un inganno clamoroso far credere che la Coppa America sia stata un’occasione caduta dal cielo all’improvviso (per “guadagnarsi” una possibilità del genere bisogna d’altronde lavorare alla candidatura con molto anticipo) e che tutto quanto sta succedendo sia una rimodulazione dei piani dovuta alla necessità di sfruttare quest’occasione. È, piuttosto, il contrario. La Coppa America non c’entra niente con Bagnoli. La Coppa America si svolgerà nel golfo di Napoli e non in quello di Pozzuoli, e questo parcheggio per le barche a vela e yatch si sarebbe potuto costruire in almeno altri dieci posti non troppo distanti dalla zona delle gare, evitando la devastazione definitiva di un territorio e rischi altissimi per la salute delle persone. La verità – e lo testimoniano decine di dichiarazioni fatte dal 2021 a oggi dal sindaco-commissario Manfredi e dai suoi yes-man, i vice De Rossi e Falconio – è che il Piano regolatore e il Praru imponevano un progetto più orientato alla restituzione del territorio ai cittadini che al profitto, e che questo non è mai stato accettabile, dal 1992 a oggi. Oggi, però, una serie di condizioni hanno reso il terreno fertile per modificare gli indirizzi esistenti: Napoli è una città quasi satura in termini di spazi da dedicare al turismo, bisogna svuotare i quartieri dalle persone con redditi medio-bassi per sacrificarli alle nuove economie (il “modello Milano”), bisogna mettere a profitto anche le risorse naturali. La Coppa America è uno degli strumenti scientemente individuati per poter stravolgere piani che anche trent’anni di incessanti lotte sul territorio erano riusciti a imporre. Chi potrebbe, oggi, opporsi a una manifestazione sportiva, a un grande evento-vetrina, all’opportunità di rilanciare un processo di rigenerazione urbana pieno di inciampi? Cavalcare quest’onda è stato il pretesto per chiedere “qualche sacrificio” ai bagnolesi e ai napoletani: la spiaggia ci sarà (forse), ma ridotta a due minuscoli quadrati compressi tra due porti; il mare sarà balneabile (forse), ma nell’aria viaggeranno diossine e altri cancerogeni; ci si potrà “tuffare a mare” dalla colmata (forse), ma la nuova terrazza a mare si potrà utilizzare (ergo: sequestrare) anche per concerti, festival gastronomici e altri eventi privati. Per mettere in atto questo piano senza troppe rotture di scatole era necessaria una retorica efficace: oggi si risponde a ogni obiezione sostenendo che la Coppa era l’occasione giusta per il rilancio, che almeno si sta facendo qualcosa, che i benefici economici saranno enormi (tutto falso: chiedere al comune di Barcellona). Questo attacco a tutti i piani che blindavano la restituzione del territorio alla città è in esecuzione. Qualcosa è andato storto, però, perché la comunità bagnolese, con la sua rete di collettivi politici, associazioni, attivisti e abitanti, si è (ri)compattata ed è riuscita a porre il tema, a dispetto di una campagna mediatica (chiedere al Mattino, Repubblica, Tg3 e compagnia) schierata spudoratamente in favore dell’evento. A febbraio migliaia di napoletani sono scesi in piazza per opporsi a questo attacco: tantissimi, considerando i tempi che corrono. C’è una nuova chiamata a farlo per il corteo del Primo maggio, che partirà da Fuorigrotta (ore 10:30 a piazzale Tecchio) e arriverà a Bagnoli. Sarà ancora una volta una manifestazione eterogenea, con abitanti, famiglie, studenti e lavoratori. La Rete che si oppone alla Coppa l’ha preparata bussando casa per casa, attraversando il quartiere, adoperandosi per coniugare inclusività e radicalità nelle rivendicazioni. Ma è doveroso per tutti i napoletani parteciparvi: bloccare lo scempio della Coppa America è ancora possibile, ma anche se non ci si dovesse riuscire ci sarà tanto da fare; si dovrà impedire la costruzione del porto turistico sulla colmata, la rimodulazione del bosco in un parco pieno di chioschetti, bar e ristoranti, la cacciata degli abitanti dal quartiere, la trasformazione di un territorio con una composita identità sociale in una rambla per turisti, al cui servizio sgomitano camerieri pagati quattro euro all’ora, “al grigio”, quando tutto va bene. Ogni occasione per dimostrare che la difesa di questa porzione di territorio è una lotta contro l’assalto neoliberista alla città, anzi alle città, va sfruttata. Non solo con i blocchi dei camion all’alba, non solo con i presidi, i volantinaggi, le iniziative divulgative, la contestazione ai protagonisti politici di questa operazione portati avanti dai movimenti bagnolesi. Ma con momenti “di massa” che mostrino l’esistenza di un fronte comune, almeno su una questione così centrale. Venerdì sarà il secondo di una lunga e necessaria serie. (riccardo rosa)
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Peppe, King e gli altri. Migrazioni di ritorno ad Avellino
(disegno di valentina galluccio) È giovedì, metto nello zaino il cambio per un paio di giorni e mi chiudo la porta alle spalle, direzione Avellino. Scendo le scale dei Cristallini e, arrivato nei Vergini, noto che dopo qualche mese di lavori l’Antica Cantina Sepe ha riaperto. Mi affaccio oltre la porta semiaperta e saluto Francesco. Una decina d’anni fa, tornato dall’Inghilterra, aveva cominciato a tenere aperto lo storico negozio di vini e oli di famiglia i giovedì sera. Da quegli anni in cui l’Antica Cantina Sepe, seppure un solo giorno a settimana, era l’unico punto luminoso ai Vergini, il quartiere è cambiato parecchio. Bar e trattorie si sono moltiplicati e ora il locale di Francesco non stona più con la strada. Forse anche per questo ha deciso di metterlo a nuovo. C’è infatti un bel bancone laccato, nuovi stand da muro per le bottiglie, lampadari colorati e un piccolo setup con due giradischi Technics. Dopo aver fatto a Francesco i miei auguri per la riapertura, cammino verso la stazione di piazza Garibaldi. Avendo una decina di minuti d’anticipo per il pullman Air Campania che mi porterà nel capoluogo irpino, mi fermo da Attanasio per comprare delle sfogliatelle. La pasticceria è un’istituzione a Napoli, e negli anni è rimasta com’era, senza strizzare l’occhio alle pasticcerie-gioiellerie europee. Lo ripeto compiaciuto al ragazzo dietro al bancone e lui mi dice che alcune cose sono state messe a posto ma che per loro è importante che rimanga old school. Gli faccio i complimenti per le magliette con il loro logo. Lui mi dice che se voglio posso comprarne una, e indica una vetrinetta in cui sono esposte maglie, borse di tela e cappellini. Forse per le domande da turista, per gli occhiali da sole e la borsa a tracolla, o per l’entusiasmo nel commentare un posto tutto sommato normale, il ragazzo mi chiede di dove sono. Quasi a giustificarmi, gli dico che, anche se ho vissuto a Milano per qualche anno, in realtà sono di Napoli. Dieci euro per cinque sfogliatelle, pago e vado a prendere il pullman. Durante il viaggio mi scrivono vari amici irpini che hanno saputo del mio arrivo. Sono rimasti in città per qualche giorno dopo le vacanze di Pasqua. Dobbiamo assolutamente vederci. In un’ora arrivo alla stazione di Avellino. Ad aspettarmi c’è Peppe, a bordo di una smart bianca, nuovissima. Non ci vediamo da quando vivevamo insieme a Ponte Seveso a Milano. Io rido fortissimo perché lui con una smart lucida fiammante proprio non me lo immaginavo. Ci abbracciamo ed entro in macchina. Nessuno dei due ha ancora pranzato, allora mi propone di prendere delle focacce al Forno contemporaneo Capaldo, che ricordo per il pane grani antichi iper-alveolato dei pacchi che la madre di Peppe ci mandava a casa a Milano. Ci rimettiamo in macchina e in cinque minuti siamo in corso Umberto I. Entriamo nella corte interna del Casino del Principe, costruito a fine XVI secolo per volontà del principe Camillo Caracciolo. Indicando le finestre del primo piano Peppe mi dice: «In questo palazzo, per qualche anno c’è stato Avionica, un circolo Arci. Facevano eventi musicali, c’era la radio, un laboratorio di stampa e progettazione. Poi il sindaco dell’epoca non rinnovò la concessione. Ora il circolo è da un’altra parte. Fino al 2019 non mi è mai pesato stare ad Avellino. All’epoca, al Parco Santo Spirito c’era il Tilt, praticamente l’unico locale che faceva musica dal vivo, concerti o dj set di un certo livello. Ci hanno suonato artisti come Johnny Marsiglia e Venerus, nomi importanti anche a livello nazionale. Per me è stato il punto di avvicinamento all’hip-hop, al mondo dei graffiti, insomma a tutta quella cultura. Giusto prima della pandemia l’amministrazione comunale ha chiuso il Tilt e altri locali. Il Covid è stato il colpo di grazia. A quel punto, col pretesto dell’università, me ne sono andato a Roma, che poi per il secondo lockdown non ho mai vissuto veramente. Dopo meno di sei mesi sono tornato ad Avellino. Con degli amici ci eravamo inventati Red Room, un format di musica elettronica che stava andando abbastanza bene. Se non fosse stato per i miei genitori che mi facevano pesare il fatto di aver mollato gli studi e di vivere organizzando feste, probabilmente ci sarei rimasto ad Avellino… Quell’anno poi sono andato a Milano a trovare un’amica. La città mi aveva fatto una buona impressione e, siccome i miei continuavano a pressarmi, ho deciso di spostarmi là: prima a scienze giuridiche e poi a linguaggi dei media». Finito di pranzare ci rimettiamo in macchina. Dobbiamo passare per casa e prendere un giradischi e dei vinili da portare ad Altrove, uno spazio aperto pochi mesi fa da Alessandra, un’amica di Peppe tornata in Irpinia dopo sette anni a Torino. In macchina passiamo per il multicinema del parco commerciale tra Mercogliano e Avellino. Peppe mi mostra una murata di graffiti iper-realistici, con Joker e altri personaggi dei blockbuster. Mi dice che il murale lo hanno commissionato quelli del cinema a lui e ad alcuni amici suoi: «Ho sempre fatto i graffiti – dice Peppe –, ma qua ad Avellino eravamo una nicchia. Quando sono arrivato a Milano ero diventato uno dei tanti. Lì ti senti quasi obbligato a metterti in gioco, a cercare di migliorare anche tecnicamente. Quell’ambiente così competitivo, per quanto pesante, mi ha fatto crescere a livello stilistico, per potermi ritagliare uno spazio in quella scena. Sinceramente, se non fossi stato tre anni a Milano, a sbattermi, a cercare di fare sempre meglio, imparando da chi era più bravo di me, non mi sarei mai preso la responsabilità di fare un lavoro del genere. Queste cose iper-realistiche poi a me non fanno nemmeno impazzire… Però comunque è un muro grande, e poi porta soldi». Mi parla delle relazioni umane a Milano e di come, a un certo punto, abbia iniziato a sentirle poco autentiche: «Sono rimasto scottato da alcuni rapporti rivelatisi un po’ strumentali, come se l’obiettivo non fosse costruire amicizie ma ampliare il proprio network, in ultima istanza per avere maggiori possibilità lavorative. Inizialmente tornavo ad Avellino solo per Natale, Pasqua e in estate. Poi, anche per una ragazza di qua, ho iniziato a scendere più spesso. Mi mancava un modo più semplice di stare insieme, dei rapporti non orientati a secondi fini. Anche perché, ad Avellino, quella logica semplicemente non c’è; non è che puoi arrivare chissà dove tramite qualcuno… Per questo qua i rapporti rimangono più spontanei». Peppe mi dice che proprio quel cinema dove stanno facendo il graffito è stata l’occasione per cui è tornato ad Avellino: «Dovevo fare il tirocinio obbligatorio per l’università e, tramite avellinesi conosciuti a Milano, è venuta fuori l’opportunità di farlo qui, al cinema Multiplex di Mercogliano. Ho colto la palla al balzo e sono tornato. È stato un tentativo di riportare ad Avellino quello che avevo imparato a Milano. In quel periodo è nato Sonoteca, un progetto di sonorizzazione di film muti con musica elettronica. Riuscire a fare una cosa del genere qui, coinvolgere le persone e vederle tornare la volta successiva, valeva dieci volte di più che farlo a Milano. Là sono abituati a questo tipo di eventi. Nosferatu del 1922 sonorizzato live con droni e sintetizzatori in Irpinia, hai capito che roba!». Recuperati giradischi e vinili, ci allontaniamo dal centro e andiamo verso il Campo Coni. In cinque minuti accostiamo in doppia fila fuori il garage di Antonello che sta lavorando con King. Insieme gestiscono un’associazione culturale, I Love Av: la I, la nocciola avellana a forma di cuore e la sigla del capoluogo irpino. Antonello viveva con me e Peppe a Milano. Per Pasqua è tornato qualche giorno ad Avellino ma vive ancora su e studia al Politecnico. King, di cui non ho mai saputo il vero nome, invece lavora a Varese per Poste italiane. Per un incidente sul lavoro è in malattia ed è tornato un paio di mesi ad Avellino. Il garage puzza di vernice e fumo buono. Stanno serigrafando la Madonna di Montevergine su delle magliette. Ne mancano ancora una trentina per cui li salutiamo per lasciarli lavorare, ci rivedremo in serata. Ripartiamo e torniamo verso il centro di Avellino. Ad Altrove, lo spazio di Alessandra, c’è un laboratorio di scrittura creativa sul rapporto tra poesia e rap, organizzato da alcune ragazze che hanno messo su un club del libro. Lei è fuori a fumare e mi dice che, per quanto a Torino la scena della danza contemporanea sia sicuramente più viva che ad Avellino – dove, a quanto pare, la scena è tutta lei –, era arrivata a un punto in cui voleva provare qualcosa di nuovo, di suo. Farlo ad Avellino è stata la scelta più naturale. Ovviamente è difficile tenersi in piedi, anche solo per l’affitto, però mi dice che valeva la pena provarci.  Finisce il workshop, che più che un laboratorio è stata una conversazione sulla pratica  creativa dell’artista che lo teneva. Peppe dice: «In origine avevano organizzato un laboratorio di scrittura, ma alla fine è diventato praticamente un talk… Però capisci, per un evento del genere servono rapper, gente che scrive. Quante delle persone in questa stanza scrivono secondo te? Questo format può funzionare a Milano, a Roma, pure a Napoli, dove magari c’è il ragazzino che fa le canzoni e usa il laboratorio per sperimentare. Ad Avellino siamo davvero troppo pochi…». Al di là della questione laboratorio o talk, l’evento sembra essere andato bene. Tutti sembrano contenti e, finita la discussione, c’è un aperitivo a base di birre Peroni e vino paesano. Peppe mette qualche disco e dopo un paio d’ore ce ne andiamo. Non abbiamo cenato e, abituato agli orari napoletani, mi fa un po’ strano che di giovedì alle 23 non ci sia nessun posto aperto dove mangiare. Non abbiamo nemmeno tanta fame, per cui decidiamo di saltare la cena. In meno di cinque minuti siamo ai Cappuccini, fuori il bar Picone, ritrovo storico degli ultras dell’Avellino. Anche se ad Avellino non ci sono mai stato, riconosco più di una faccia: avellinesi passati per casa a Milano o conosciuti tramite i miei coinquilini. Tra questi c’è Tommaso, (ormai non più tanto) giovane trapper, che sta flexando la sua impresa del giorno. Gli hanno fatto una multa alla macchina, a detta di Peppe uno degli introiti principali del Comune. Nelle sue storie di Instagram, Tommaso ha pubblicato un video in cui dà degli sciacalli ai vigili urbani. Si avvicinano un paio di ragazzi e gli dicono che è da stamattina che stanno riguardando quel video a loop. Lui è entusiasta. Mi dice che il vigile ha minacciato di denunciarlo e che quel video è un po’ sconveniente… però è troppo iconico, novantotto mi piace, non poteva mai eliminarlo. Lasciamo il bar Picone e le sue nuvole di hashish e torniamo verso casa. Tiriamo fuori dalla dispensa le sfogliatelle che ho portato da Napoli. Ne prendiamo una a testa e Peppe dice: «Me ne sono andato nel momento in cui più sarei dovuto rimanere. Non c’è stato un ricambio che portasse avanti quella scena che avevamo vissuto da ragazzini. A diciott’anni non hai la testa per costruire qualcosa. A pensarci, saremmo dovuti essere noi a raccogliere la legacy di chi era venuto prima e ci aveva avvicinato alla musica, ai graffiti, a tutta quella cultura. Sono molto grato a questo posto. Gli interessi che ho sono nati qui e probabilmente senza quelli non avrei nemmeno sentito l’esigenza di andarmene. Quando sono tornato volevo restituire qualcosa, ma dopo cinque mesi mi rendo conto che è molto difficile. Arrivi a poche persone… ma perché siamo proprio pochi. Se tutti gli avellinesi fuorisede tornassero sarebbe incredibile. Infatti a Natale, a Pasqua, quando organizziamo qualcosa, spacchiamo sempre: siamo tutti qua e inevitabilmente si crea fermento. Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, secondo me ci sarà sempre di più la volontà di tornare a casa, di cercare un posto sicuro. Con la guerra si torna sempre a casa…». (errico forte)
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Napoli, il nuovo piano regolatore portuale conviene solo ai privati e mette a rischio l’ambiente e la salute
(archivio disegni napolimonitor) Mentre la giunta comunale di Napoli annuncia la bonifica degli arenili di San Giovanni a Teduccio e promette di restituire il litorale alla cittadinanza entro l’estate 2026, lungo la stessa costa avanza un’altra trasformazione, molto meno visibile nel dibattito pubblico. Il Nuovo Piano Regolatore Portuale (PRP), presentato alla fine del 2024 e ora in fase di valutazione ambientale strategica (VAS), ridisegna profondamente la geografia del porto. Da una parte il “porto storico”, in corrispondenza del centro cittadino, già orientato al traffico passeggeri (crociere, traghetti), viene rafforzato in questa funzione e accompagnato da interventi di valorizzazione del rapporto porto-città. Tra questi, l’“affaccio urbano” e nuove passeggiate, in linea con l’immagine turistica della città. Proseguendo lungo la costa, l’intera fascia portuale prossima alla stazione centrale viene liberata dalle attività commerciali e riconfigurata anche questa intorno a funzioni turistiche. Dall’altra parte, spostandosi progressivamente verso est, oltre la linea ferroviaria, prende forma il “porto operativo”, dove si intensificano le attività logistiche e industriali, in particolare il traffico di container e prodotti petroliferi. Unica eccezione in questo disegno duale, che separa e gerarchizza centro turistico e periferia produttiva, è il nuovo porto turistico previsto nell’area dell’ex Corradini, destinato al diporto stanziale di circa quattrocento imbarcazioni. Una riorganizzazione presentata come necessaria, ma che solleva interrogativi su quali esigenze stia effettivamente soddisfacendo e su chi ne trarrà beneficio. È proprio nell’area orientale, lungo il litorale di San Giovanni a Teduccio, già segnato da una lunga storia di violenza ambientale, che si addensano le trasformazioni più rilevanti, con il rischio di segnare in modo irreversibile il rapporto di questa parte della città (e dei suoi abitanti) con il mare. Il cuore di questa trasformazione è l’estensione e potenziamento della Darsena Levante, destinata a diventare il principale hub container del porto, con l’ambizione di riposizionare Napoli nelle reti logistiche globali. L’intervento prevede il ripristino della cassa di colmata di Vigliena e il tombamento della Darsena Petroli, operazioni che consentiranno di ampliare significativamente (quasi raddoppiare) le superfici operative e la capacità di movimentazione delle merci. Parallelamente, si prevede lo spostamento del polo energetico “nell’estremità orientale della Darsena di Levante”, ovvero nei pressi della spiaggia pubblica di Vigliena e più vicino all’abitato di San Giovanni a Teduccio. Il nuovo polo energetico sarà accessibile da terra, attraverso via Detta dell’Innominata, e sarà affiancato da nuove infrastrutture dedicate, tra cui diversi punti di attracco per navi fino a 250 metri di lunghezza e al largo della diga foranea, proprio di fronte all’ex Corradini, due mono-boe per l’attracco delle petroliere più grandi. Formalmente, i volumi di traffico dei prodotti petroliferi, che già consentono alla città di avere un ruolo strategico nei flussi energetici globali, resterebbero inalterati, in attesa della “definitiva delocalizzazione dei depositi costieri” prevista nel Piano Regolatore Generale del 2004. A questa riorganizzazione funzionale, si accompagnano il potenziamento della viabilità portuale, la riorganizzazione dei varchi di accesso e il rilancio del collegamento ferroviario. Quest’ultimo rappresenta un intervento chiave per il funzionamento del nuovo terminal di Levante, destinato a connettere l’area portuale con la rete nazionale e con gli interporti di Nola e Marcianise. Il piano introduce anche una serie di interventi presentati come coerenti con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e transizione ecologica. Il principale è il cosiddetto cold ironing, ovvero l’elettrificazione delle banchine, che dovrebbe consentire alle navi attraccate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica, riducendo le emissioni in fase di sosta. Ma nella configurazione attualmente prevista, il sistema riuscirebbe ad alimentare contemporaneamente poche navi di grandi dimensioni, e comunque solo quelle già predisposte all’allaccio alla rete elettrica. Si ipotizza, inoltre, che l’energia necessaria possa essere interamente prodotta da fonti rinnovabili, ma questa prospettiva non è accompagnata da indicazioni su localizzazione, dimensionamento e finanziamento degli impianti, lasciando aperta la questione della sua effettiva realizzabilità. Accanto a questo, il piano prevede interventi più circoscritti, come l’introduzione di due navette elettriche per la mobilità interna al porto, l’installazione di impianti fotovoltaici su alcuni edifici, l’illuminazione a Led e, in forma sperimentale, un dispositivo per la produzione di energia dal moto ondoso, in grado di coprire soltanto una quota marginale del fabbisogno energetico del porto. Si tratta di misure che tentano, in maniera anche un po’ goffa, di offrire compensazioni alla strategia espansiva e dare un’immagine ecologica a un piano che di ecologico ha ben poco. Lo stesso Rapporto ambientale preliminare predisposto dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Tirreno Centrale (AdSP) ammette esplicitamente che lo sviluppo previsto potrebbe comportare un aumento del consumo di energia e acqua potabile, la crescita della produzione di rifiuti e acque reflue, nonché un peggioramento delle già compresse condizioni ambientali, dalla qualità dell’aria al rumore, fino alla pressione sulla salute umana. Accanto a questi, il piano riconosce la trasformazione significativa del paesaggio costiero e l’occupazione dei fondali marini, con la possibile riduzione degli habitat. Ma il passaggio più significativo riguarda proprio i possibili effetti sulla salute. Nel documento si legge di “un’alterazione del contesto da cui potrebbero dipendere un incremento di morbosità e mortalità”: una formulazione che introduce un rischio sanitario rilevante, ma lo colloca all’interno di un registro tecnico che tende a normalizzarlo, quasi come un effetto collaterale da leggere tra le righe di un bugiardino. Non sono previste misure di contenimento o contrasto dei potenziali impatti negativi elencati, rimandate a fasi successive, mentre si insiste sulla valorizzazione degli spazi di maggiore pregio nel porto storico, sul guadagno in termini di competitività e sviluppo, e sulla promessa di effetti positivi in termini occupazionali, riproponendo una retorica già ben nota. È proprio in questa retorica dello sviluppo che i costi ambientali e sanitari non vengono negati, ma ricondotti dentro un orizzonte di inevitabilità: il prezzo necessario di una trasformazione presentata come indispensabile. In questo quadro, anche lo spazio del confronto pubblico tende a comprimersi. Nonostante la rilevanza del piano per il futuro della città, il dibattito intorno al nuovo PRP appare finora confinato dentro circuiti tecnico-istituzionali, con il coinvolgimento marginale di chi è chiamato a convivere con i suoi impatti, in modo particolare i residenti che abitano a poche decine di metri dal nuovo terminal, che hanno già denunciato vibrazioni, polveri, rumore e lesioni agli edifici. Alcune delle criticità ambientali sono state sollevate anche nell’ambito della procedura di valutazione ambientale strategica, tuttora in corso. A oltre un anno dall’avvio (dicembre 2024), il piano è ancora in fase di istruttoria tecnica presso la Commissione VIA/VAS del ministero dell’ambiente, senza che sia stato espresso il parere motivato definitivo necessario alla sua approvazione. Diversi enti, pur non bloccando il piano, hanno evidenziato la necessità di approfondimenti sostanziali su impatti ambientali e sanitari, traffico, dragaggi, sedimenti contaminati, biodiversità, paesaggio, patrimonio archeologico e compatibilità urbanistica. In particolare, il comune di Napoli ha richiesto ulteriori valutazioni sugli impatti ambientali e sanitari e ha sollevato dubbi sulla compatibilità urbanistica di alcune opere previste fuori dal perimetro portuale. L’Arpac ha sottolineato l’assenza di una valutazione quantitativa completa degli effetti ambientali e la necessità di un sistema di monitoraggio strutturato. Il ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica ha richiamato la necessità che ogni intervento sia compatibile con la normativa sui siti contaminati, evidenziando la criticità delle operazioni di dragaggio e della movimentazione dei sedimenti. Il ministero della cultura ha espresso perplessità sugli impatti paesaggistici e archeologici, in particolare sulle trasformazioni più invasive legate all’ampliamento della Darsena di Levante. La commissione tecnica ha invece evidenziato come il piano non analizzi in modo adeguato gli impatti cumulativi con opere già realizzate o in corso, né consideri scenari alternativi, inclusa l’ipotesi di non intervento. Eppure, mentre il procedimento resta aperto, la trasformazione è già in corso e prendono forma alcune delle opere che costituiscono la base fisica del nuovo assetto portuale previsto dal PRP. Si tratta, peraltro, di interventi che si inseriscono in una traiettoria progettuale avviata oltre vent’anni fa, con un accordo istituzionale che prevedeva l’espansione dell’area commerciale e l’approvazione, nel 2008, del progetto del nuovo terminal contenitori da parte del ministero dell’ambiente. Nell’area di Vigliena, fulcro dell’espansione prevista dal piano, sono già stati completati il dragaggio di una parte dei fondali portuali con conferimento dei sedimenti (in parte contaminati) nella cassa di colmata, insieme all’adeguamento della Darsena di Levante in terminal container. Queste opere, inquadrate come interventi di ripristino e messa in sicurezza, non sono state sottoposte a una valutazione di impatto ambientale (VIA) completa, ma a una procedura preliminare con prescrizioni, la cui attuazione risulta solo parziale secondo la documentazione ufficiale. Accanto a queste, risultano in fase di collaudo il prolungamento e rafforzamento della diga foranea Duca d’Aosta, che consentirà l’accesso a navi di dimensioni maggiori. Sono in corso, inoltre, i lavori di cold ironing e il potenziamento dei collegamenti ferroviari e stradali interni. A sostenere questa trasformazione, un intreccio di risorse, pubbliche e private, così complesso da essere difficilmente districabile. Il Pnrr è evocato come principale motore della trasformazione, collocando il progetto dentro una cornice europea di modernizzazione che lo rende, almeno in apparenza, più legittimo. In realtà, dai documenti dell’Autorità portuale, il contributo diretto dei fondi europei risulta concentrato su interventi marginali. Le opere, incluse quelle più rilevanti sul piano infrastrutturale, risultano invece finanziate prevalentemente dal Fondo Complementare, ovvero da risorse nazionali collegate al Pnrr, ma di fatto non soggette agli stessi vincoli, strumenti di monitoraggio e livelli di controllo. A novembre 2025, il ministero delle infrastrutture ha annunciato l’arrivo di circa sessanta milioni destinati ai porti di Napoli e Salerno da impiegare in opere già in corso, tra cui il completamento della cassa di colmata di Vigliena e il rafforzamento della diga Duca d’Aosta, da spendere entro giugno 2026. Si tratterebbe di finanziamenti integrativi, con l’ambizione di accelerare la realizzazione delle opere, ma al momento non c’è traccia di alcun atto formale che ne certifichi l’effettiva assegnazione. A completare il quadro, si aggiungono ulteriori risorse pubbliche (come fondi Fsc e Por-Fesr), stanziamenti diretti dell’Autorità portuale e investimenti dei concessionari privati, tra cui Conateco (gruppo Msc), che ha previsto impegni economici significativi per lo sviluppo del nuovo terminal. Il risultato è un sistema frammentato e multilivello, che non solo rende difficile ricostruire con precisione chi finanzia cosa, ma contribuisce anche a ridurre la trasparenza e ad attenuare le possibilità di controllo pubblico. Altrettanto frammentato e opaco è il quadro di interessi economici che sostengono e orientano il nuovo assetto portuale, rendendo la distinzione tra pianificazione pubblica e iniziativa privata sempre più sfumata. Presentato come risposta a esigenze di interesse generale, il piano appare in realtà strettamente allineato alle strategie di espansione dei soggetti privati che operano nello scalo. Questi non sono soltanto beneficiari diretti, ma attori in grado di incidere concretamente su tempi, priorità e condizioni degli interventi, grazie al controllo delle infrastrutture esistenti, alla disponibilità di capitali e alla capacità di orientare il discorso pubblico. Da un lato, i terminalisti, in gran parte riconducibili al gruppo Msc, interessati a rendere operativa nel più breve tempo possibile la Darsena di Levante. Tra questi, proprio Conateco, principale terminalista, che nel 2006 aveva già ottenuto una concessione cinquantennale sull’area del nuovo terminal contenitori, a fronte dell’impegno a investire oltre duecento milioni. Il suo amministratore delegato è intervenuto più volte pubblicamente per sollecitare l’accelerazione dei lavori, presentandoli come urgenti e decisivi non solo per il futuro del porto, ma per l’intero sviluppo economico regionale. Dall’altro lato, un attore chiave è Kuwait Petroleum Italia (Q8), che gestisce la Darsena Petroli, il cui ruolo è emerso con chiarezza nel conflitto in corso intorno alla realizzazione dei collegamenti ferroviari. Il tracciato previsto, necessario per l’operatività del nuovo terminal, interferisce con il sistema di tubazioni che serve i depositi petroliferi, rendendone necessario lo spostamento. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, Q8 avrebbe subordinato questa operazione alla richiesta di un’estensione della concessione per altri ventitré anni, aprendo un vero e proprio braccio di ferro con i terminalisti e con l’Autorità portuale. Qui è opportuno ricordare che la delocalizzazione delle attività petrolifere era prevista dal Piano Regolatore Generale del 2004, ma un accordo del 2006 ne ha di fatto rinviato l’attuazione, garantendo a Q8 una proroga delle concessioni per vent’anni. Oggi, a scadenza di quel periodo, l’esigenza di portare avanti i lavori si trasforma in una leva negoziale attraverso la quale la società petrolifera può rinegoziare la propria permanenza nel porto. Nel mezzo si collocano l’AdSP, formalmente responsabile della pianificazione e dell’attuazione degli interventi, e il governo centrale, che contribuisce a definirne priorità e tempi. Queste dinamiche mostrano come il Nuovo Piano Regolatore Portuale non si limiti a ridisegnare lo spazio del porto, ma contribuisca a consolidare rapporti di potere e gerarchie spaziali già esistenti, confermando questa parte di città (e non solo) come lo spazio in cui si materializzano gli effetti di scelte fortemente condizionate dagli interessi dei grandi operatori economici, più che dai bisogni locali. Il tutto accompagnato da una narrazione opaca e selettiva, che presenta la trasformazione come necessaria e inevitabile, riducendone al tempo stesso la visibilità nel dibattito pubblico. Nel frattempo, gli abitanti restano ai margini di questo processo, fuori dai luoghi in cui queste scelte si definiscono e neppure pienamente a conoscenza delle trasformazioni che incideranno in modo diretto e duraturo sulle loro condizioni di vita. (giorgia scognamiglio)
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