Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹
Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della
stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la
città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco
probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi,
all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde,
con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento,
mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff
degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.
L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori
controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime
settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di
buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio,
giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa.
Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva
comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di
stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse
intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale
venivano sospesi fino a metà marzo.
Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno
sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di
auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore,
area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena
di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono
svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari
negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura
temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno
ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria
di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci
fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio
2020.
NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI
A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata
la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del
nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna
a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a
Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della
città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una
serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO)
nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate
di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state
immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di
mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi
approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande
evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione
temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di
relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.
La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata
in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra
gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari
Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello
sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti
abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono
abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della
montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua
riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata
incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla
partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come
si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San
Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est
milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp.
LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO
Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato
alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati
della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei
Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il
quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si
sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro
teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere,
reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme
dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine
e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per
l’occasione.
La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori
dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di
personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di
interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi
sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste
Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri
sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere.
Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal
CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere
ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva
Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare
a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole
e timidi sorrisi con le ragazze in corteo.
Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la
parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono
indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e
sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi,
indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto
colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito:
«E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme,
qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica,
dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le
Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per
Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha
poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era
abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante
la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa
facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che
un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme».
Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport,
ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film
Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate
alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero
scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro
insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano
si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone
bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro.
QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO
Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per
protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta
Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire.
Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti,
reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello
sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti
della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO.
In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di
cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli
alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di
apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne
sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere».
Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato
il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille
euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una
città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono
in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non
stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole
d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa.
Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta,
dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della
Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In
prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere,
hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione»
nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione
«ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex
mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati,
trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via
Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy
Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle
finestre.
In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi
mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per
riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre
la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte
si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La
voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth,
quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che
sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la
gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della
tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo
alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta
guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E
se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere».
La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la
trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa
governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la
risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla
facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla
collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi
notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e
per la successiva giornata dedicata allo sport popolare.
A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive
della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle
azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era
scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è
tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina)
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¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del
triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due
anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio
Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul
paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna
Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio,
Melania Rima e Lorenzo Vargiu.
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(disegno di diego miedo)
È in libreria a Napoli, e presto in altre città italiane, Le avventure della
città di Santa Chiara e dei suoi abitanti (Monitor edizioni, 76 pagine, 10
euro), un libro a fumetti di Diego Miedo. Una storia distopica, “ma meno del
nostro quotidiano, in cui sradicamento, espulsioni e sgomberi sono promossi dai
governi di mezzo mondo, spesso con la forza”.
Pubblichiamo a seguire La realtà è più avanti, introduzione al volume scritta da
Stefano Portelli.
* * *
“Napoli è il caso emblematico di una pressione turistica cresciuta in modo
esponenziale”, scrive il direttore del dipartimento di architettura
dell’Università Federico II su Repubblica a dicembre 2025. Poi spiega l’impatto
del turismo sulla città: “Aumento dei canoni abitativi, congestione, espulsione
di abitanti fragili dai quartieri centrali, rarefazione dei servizi essenziali,
perdita di identità”. Sembrerebbe un disastro a cui cercare rimedi. Invece,
continua l’esperto, bisogna cambiare prospettiva: smettere di vedere tutto
questo come un pericolo da cui difendersi, provando invece a reinvestire i
profitti del turismo come “valore aggiunto in infrastrutture, servizi e nuove
qualità urbane”. L’articolo si conclude così: “Napoli ha la straordinaria
opportunità di usare il turismo […] non come un problema da contenere, ma come
risorsa per ridisegnare il futuro”. Sembra una parodia ancora più fantasiosa
delle avventure della città di Santa Chiara disegnate da Diego Miedo. Anche
l’inquinamento, la deforestazione, gli sversamenti tossici in mare sono grandi
opportunità se i loro profitti raggiungono lo Stato! Anche sui terremoti si può
guadagnare, e magari finanziarci biblioteche, infrastrutture, nuovi boulevard
sul mare. Pure dal traffico di droga possiamo tirar fuori qualcosa, magari per
fare i centri di disintossicazione. Un cambio di prospettiva geniale: perché
lamentarsi, se riusciamo a farci soldi sopra? Purtroppo, per il momento, è
invece lo Stato che spende per aumentare l’invasione turistica su cui speculano
i privati. L’anno scorso le aviolinee low-cost che portano i turisti in Italia
hanno incassato quasi mezzo miliardo di euro dallo Stato – la metà dei quali
sono andati a Ryanair. Centinaia di milioni l’anno vanno ai porti per le navi da
crociera, e miliardi su miliardi ai grandi eventi come le Olimpiadi di
Milano-Cortina, sempre per attrarre visitatori. Le storie raccontate da Diego
Miedo sembrano esagerazioni ma non lo sono. Sono anche meno distopiche della
realtà, oggi che la gentrificazione, la turistificazione, lo sradicamento, sono
promosse dai governi di mezzo mondo, spesso con la forza. Pensiamo alla strage
compiuta a fine ottobre 2025 nel quartiere Penha di Rio de Janeiro, dove la
polizia ha ucciso oltre cento persone: più che colpire il narcotraffico, rimasto
indenne, l’operazione ha fatto crescere la violenza e il disprezzo contro gli
abitanti delle periferie – neri, poveri e favelados, già colpiti
dall’allestimento dei Mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016. Oppure pensiamo
all’irruzione di un cane-robot della polizia di New York nel 2020, durante
un’assemblea di inquilini in un quartiere di case popolari. O ai gruppi di
neonazi, pugili, ex militari, che minacciano gli inquilini indesiderati,
attraverso imprese considerate legali e pagate dai proprietari immobiliari, come
Desokupa in Spagna. O ai suicidi: solo negli ultimi mesi del 2025, a Sesto San
Giovanni un settantenne si è buttato dalla finestra durante lo sfratto, a
Barberino nel Mugello un uomo della stessa età ha fatto esplodere la casa, e
vicino Verona tre fratelli hanno dato fuoco alla casa uccidendo anche i tre
carabinieri che erano andati a sfrattarli . Si resiste alle espulsioni a rischio
della vita: si pensi all’omicidio di Marielle Franco in Brasile, e a quello di
Breonna Taylor a Louisville (Usa), uccisa dalla polizia che cercava di svuotare
il quartiere dai neri. “La gentrificazione è un crimine!”, ripeteva spesso una
attivista afroamericana di Washington DC, Gloria Robinson, nelle riunioni di un
comitato locale. Poi è stata cacciata di casa, e ora vive in un altro stato.
Nella capitale degli Usa in venti anni sono stati espulsi quarantamila abitanti
neri, prima sotto la forma dell’impoverimento intenzionale dei quartieri che si
voleva “riqualificare”, togliendo sussidi e investimenti pubblici; poi sotto la
forma delle ruspe che hanno abbattuto le case, spingendo gli afroamericani ad
andare altrove o ad accamparsi in tende e rifugi di fortuna, dove molti hanno
passato anche la pandemia. Un altro membro dello stesso comitato, Dominic
Moulden, si domanda in un articolo: Is gentrification a municipal crime? . Un
giornale nero californiano, il San Francisco Bay View, considera addirittura che
la riqualificazione e la gentrificazione delle città statunitensi siano una
continuazione del genocidio coloniale. Se le vite nere contano davvero,
sostiene, bisogna chiedere la riparazione dei danni.
A Napoli sicuramente il fenomeno prenderà una forma diversa, ma non per forza
meno drammatica, visto che l’Italia è attualmente il paese europeo con il
maggiore indice di sfratti. Un ricercatore di Londra ha fatto una lista dei
danni provocati dalla trasformazione degli spazi urbani in macchine per il
consumo o per il turismo. Ha individuato cinque categorie: sfruttamento,
spossessamento, sradicamento, marginalizzazione, violenza. A Santa Chiara ci
sono tutte: chi lavora sfruttato per le pizzerie dei turisti; chi non si
riconosce più nel suo quartiere invaso dalle spritzerie; chi viene cacciato di
casa; chi viene costretto a vivere in periferia, magari nel quartiere di
Rosabella, a sua volta oggetto di nuova gentrificazione; chi è spinto oltre il
confine della marginalità, e deve rifugiarsi nelle grotte sul Vesuvio. Un’altra
serie di danni, meno visibili, riguarda l’appropriazione della cultura:
“Dobbiamo puntare sulla cultura – dice il sindaco di Santa Chiara –. Prendiamo
consensi e ci consolidiamo”. Quindi, la banalizzazione e la distruzione della
cultura popolare, della musica, dei legami sociali, dei rituali, della vita
quotidiana – quel “dolce sogno” da cui inizia il libro. Anche per gli
afroamericani, secondo Mindy Fullilove, la perdita dei quartieri aveva ucciso il
jazz, incarnazione della vita urbana.
Ma la retorica sulle magnifiche sorti delle città turistiche è troppo forte per
poterla scalfire con gli articoli scientifici o le inchieste indipendenti. I
giornali mainstream presentano la realtà sempre in un modo “imparziale”, che
naturalmente fa fare bella figura ai promotori della gentrificazione più che
alle vittime. La tattica di questo libro, fatta di paradossi, straniamento,
avventure, è forse l’unica efficace per mettere in crisi il discorso ufficiale.
Nei decenni passati molti artisti hanno criticato poeticamente la trasformazione
delle città in macchine per far soldi. In Chi ha incastrato Roger Rabbit, umani
e non-umani lottano contro uno speculatore che vuole trasformare un quartiere di
Los Angeles – Cartoonia – in un nodo autostradale. I Blues Brothers invece
devono salvare un orfanotrofio di Chicago dalla demolizione (e gli scontri di
auto nel centro commerciale vendicano lo straniamento del nuovo modello di
consumo). In Beetlejuice, invece, sono i fantasmi che vogliono rimanere nella
loro casa, spaventando i gentrificatori. Anche i fumetti di Astérix ci hanno
regalato una mitologia potentissima per difendere l’autonomia dei quartieri
assediati da un potere gigantesco. Tutti i documentari sulla turistificazione –
Terramototourism su Lisbona, Welcome Goodbye su Berlino, La sindrome di Venezia,
The Last Tourist, Gringo Trails – non riescono a trasmettere l’inquietudine di
Jurassic Park o Westworld, che raccontano quanto può andare male un’attrazione
per turisti. Il fumetto ha la capacità low-cost di farci immaginare qualunque
cosa: è il mezzo ideale con cui sublimare i danni subiti, rovesciare le sorti,
immaginandoci a scacciare chi ci ha cacciato.
L’abitante di Rosabella che grida dalla finestra: “Americani di merda, non
saremo mai il vostro zoo!”, è lo stesso che esce armato sul balcone in Dodici di
Zerocalcare, gridando: “Non verrete qui a suonare i vostri bonghi! Questa non
sarà mai una terra di fottute apericene!”. In Roma città morta, di Luca Marengo
e Giacomo Keison Bevilacqua, a occupare la capitale sono invece gli zombie; i
sopravvissuti la attaccano dalle loro riserve fortificate fuori le mura – quasi
tutte a Roma Est, dove da sempre vivono gli espulsi. Ci sono così tanti fumetti
ambientati in città post-apocalittiche, da Akira ai lavori di Enki Bilal a Le
acque di Mortelune di Patrick Cothias e Philippe Adamov, che sembra quasi che il
fumetto sia un mezzo privilegiato per immaginare usi della città radicalmente
diversi. Iniziare a fantasticare su un cambiamento, anche se distopico, è il
primo passo per uscire dalla paralisi dell’immaginario provocato dall’invasione
turistica, dal bombardamento delle demolizioni e degli sfratti, dalla
moltiplicazione dei grattacieli e dei grandi progetti inutili. Un giorno
rileggeremo questi anni come la fase in cui i barbari al potere tentarono di
distruggere le città più belle del mondo, in alcuni casi riuscendoci. I danni
saranno quantificati e si esigeranno riparazioni; o almeno, si farà in modo che
non possa più succedere. Sui muri della Santa Chiara del futuro sarà affissa una
lapide, a perenne monito: “Chiunque contribuirà a svuotare la città dai suoi
abitanti, per profitto o per ignoranza, spingendoli a confinarsi in ghetti di
periferia contro la loro volontà, sarà considerato un criminale e sarà punito”.
Sempre che la città sopravviva alla barbarie.
(foto di mattia crocetti)
Bagnoli, dove eravamo rimasti? Più o meno qui, con un quartiere già provato da
una pesante crisi bradisismica che le istituzioni locali e nazionali hanno
affrontato con irritante passività, e che si appresta a fronteggiare una nuova
emergenza, definita dal professore Benedetto De Vivo (geologo), tra i massimi
studiosi del territorio, “un disastro ambientale annunciato”.
Eppure, nel frattempo, di cose ne sono successe abbastanza per scriverci un
libro.
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PIÙ RECENTI
Da circa due mesi sono incominciati i lavori sulla colmata a mare, la gigantesca
superficie (circa otto campi di calcio regolamentari) contaminata da idrocarburi
policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB), composti pericolosissimi
che le operazioni in corso stanno liberando nell’aria per permettere una nuova
cementificazione, al fine di costruire un porto a beneficio dell’inutile
America’s Cup.
Dall’inizio di gennaio centinaia di camion ogni giorno attraversano le strade di
Bagnoli, creando disagi di ogni tipo: alla viabilità, per esempio, intasando a
tutte le ore persino le arterie più larghe, in un territorio che ha il
bradisismo come fenomeno peculiare (è facile immaginare il panico che potrebbe
scatenarsi in caso di nuove scosse, ma d’altronde non è la prima volta che la
giunta Manfredi si affida al fato su questo tema e intraprende l’incrocio delle
dita come azione politica più concreta); oppure all’ambiente, considerando lo
smog e la quantità di polveri sottili che non solo si innalzano dalla colmata,
ma che vengono trasportate su e giù tra Bagnoli e Agnano, talvolta con coperture
approssimative; e ancora al benessere mentale degli abitanti del quartiere, che
oltre al traffico devono fare i conti con rumori insostenibili dall’alba al
tramonto, con voragini stradali, con palazzi sempre più provati perché in ogni
lingua ci hanno detto, negli ultimi ventiquattro mesi, che non è una scossa per
quanto forte a fare tanti danni, ma la somma delle vibrazioni che li sollecitano
(tipo quelle provocate da tir stracarichi di materiale).
Da un paio di settimane il quartiere si è organizzato. Ogni volta che possono,
all’alba, gruppi di abitanti fermano il passaggio dei camion per qualche ora,
facendo grande attenzione a non creare danni agli altri residenti, che vengono
fatti passare e che infatti spesso solidarizzano e approvano (l’azione si
interrompe spontaneamente poco dopo le sette, quando il traffico legato
all’ingresso a scuola e al lavoro potrebbe altrimenti impazzire). Gli abitanti
si sono messi in rete coinvolgendo tutti gli interessati, dagli ottantenni ai
sedicenni, hanno costituito un presidio permanente, hanno organizzato
manifestazioni, rilasciato interviste, boicottato un incontro-farsa in
prefettura e soprattutto indetto una grossa manifestazione cittadina per
dopodomani, sabato 7 febbraio. I loro obiettivi sono chiari: sul lungo termine,
impedire che con il pretesto della Coppa America i piani urbanistici sul
quartiere vengano ridotti a carta straccia; sul breve, fermare immediatamente
questi lavori che definiscono “della vergogna”.
(foto di mattia crocetti)
I LAVORI DELLA VERGOGNA
Riguardo al rischio ambientale, al netto delle posizioni specifiche della
comunità scientifica, pare di capire che non faccia molta differenza tra tombare
(sul serio, non come stanno facendo) la colmata e rimuoverla attraverso tecniche
all’avanguardia come il desorbimento termico in situ (ovvero, prima
decontaminarla sul posto e poi smontarla pezzo dopo pezzo). Per cui bisogna dire
chiaramente che se il sindaco-commissario non vuole rimuoverla non c’entra
niente il rischio ambientale, che sarebbe bassissimo con le tecniche citate: è
perché non vuole la lunga spiaggia pubblica da Nisida a Pozzuoli, ma vuole una
gigantesca piattaforma di cemento dove fare un porto per yatch o uno spazio
appetitoso per organizzatori di grandi eventi privati (coppe di vela, festival
della mozzarella, tornei di golf, concerti a pagamento, con tanti saluti alla
restituzione del territorio agli abitanti). Non regge il motivo economico,
perché è dimostrato che i costi sarebbero ampiamente sostenibili con le risorse
stanziate, né la grottesca scusa dei camion, prodotta ad arte qualche mese fa,
che andrebbero in giro per il quartiere per anni a creare disagi; in primo luogo
perché questo sta accadendo anche senza rimuoverla, anzi dai calcoli dei
comitati risulta che vi sia una movimentazione di materiale che avrebbe potuto
nello stesso tempo smontare quasi metà della colmata; in secondo luogo perché
esistono numerosi accordi passati che prevedevano lo spostamento della colmata
rimossa via mare, senza che nessun problema fosse creato all’abitato.
Il vero tema ambientale non è quindi la permanenza o meno della colmata, ma la
tecnica scelta per la sua messa in sicurezza, il desorbimento termico ex situ:
si prendono le parti parzialmente rimosse, si lasciano esposte per un po’ agli
agenti atmosferici (vento e pioggia forte, in questi giorni) e quando
evidentemente si ritiene che abbiano fatto abbastanza danni si portano via sui
camion. Per De Vivo, quella dell’ex situ è già di per sé una scelta non
opportuna a Bagnoli: questa tecnologia è infatti vietata in tutto il mondo nelle
aree urbanizzate, come è il caso appunto di Bagnoli (e dei quartieri limitrofi:
Cavalleggeri, Fuorigrotta, Posillipo) e Pozzuoli. Questa scelta, diventa
addirittura «scellerata quando effettuata in prossimità del mare», attraverso
lavori «che dovrebbero comportare un intervento da parte delle autorità preposte
al controllo dei rischi sanitari-ambientali, rischi che si configurano per le
operazioni che con molta leggerezza e superficialità si stanno portando avanti».
Il rischio sono ancora i famosi IPA e PCB che stanno dentro la colmata, e che si
stanno disperdendo nell’aria a ridosso della costa, entrando in contatto con
elementi quali il cloro e il mercurio e lo stagno (naturalmente presenti in
un’area vulcanica e marina) con un’alta possibilità di formare diossine, e gli
ancora più pericolosi dibutil e tributil-stagno e metil-mercurio, tra lesostanze
cancerogene più letali in assoluto. Eppure, o forse proprio per questo, la
struttura commissariale si è guardata bene dal sottoporre i lavori all’ordinaria
Valutazione di impatto ambientale, nascondendosi dietro un semplice parere di
non assoggettabilità fornitogli dal ministero. Né meglio fanno gli organi di
controllo: l’Arpac ci comunica lo sforamento delle polveri sottili, ma né lei né
l’Asl si preoccupano di analizzarle, rischiando evidentemente di scoprire che vi
sia un’alta concentrazione di IPA e PCB, che presupporrebbe l’immediato stop ai
lavori che chiedono gli abitanti.
(foto di mattia crocetti)
Che fare, allora? Il movimento contro la Coppa, e contro questi devastanti
lavori, sta acquisendo consenso e visibilità. A mostrarlo non sono soltanto le
interviste, le pacche sulle spalle nel quartiere, quanto piuttosto il patetico
storytelling di regime messo in campo negli ultimi giorni, che ha il compito di
produrre precise risposte (inconsistenti, per chi conosce la questione) alle
obiezioni degli abitanti, e l’attivazione delle solite truppe cammellate del
territorio, che si agitano da settimane sui social network e organizzano eventi
propagandistici come questo di cui sono stati protagonisti la vicesindaca Lieto
(mandata allo sbaraglio dal sindaco in prefettura a inizio settimana, a
prendersi la porta chiusale in faccia dai comitati) e il sempre arrogante vice
commissario De Rossi.
La manifestazione del 7 sarà uno spartiacque, in qualsiasi forma si articoli. È
una manifestazione a cui parteciperanno attivisti di ogni quartiere della città
ma soprattutto abitanti bagnolesi di ogni età ed estrazione sociale. Già questo
sarebbe un grande successo, considerando la macchina della propaganda che questo
genere di eventi produce, ma un successo non sufficiente. L’obiettivo dev’essere
fermare il nuovo disastro ambientale, e considerando il potere che la legge ha
fornito all’autocrate Manfredi, non c’è altro modo che la piazza. (riccardo
rosa)
_________________________
¹ Un articolo scientifico (De Vivo et al., 2026, su J. Geochemical Exploration)
sulla tematica della rigenerazione del brownfield site di Bagnoli è in stampa a
cura del prof. De Vivo, con i suoi collaboratori.
(immagine da: il grande gioco. milano-cortina, il rovescio delle medaglie)
Dal 6 al 22 febbraio 2026 Milano e parte dell’arco alpino tra la Valtellina e
Cortina d’Ampezzo ospiteranno la venticinquesima edizione dei Giochi olimpici
invernali. Un grande evento su cui si è scatenata una fitta propaganda secondo
cui le Olimpiadi sarebbero un’occasione unica per lo sviluppo dei territori
coinvolti e la crescita della reputazione turistica dell’Italia.
Memori di Expo2015, associazioni, comitati e collettivi attivi tra montagne e
città, tra cui Off Topic, hanno elaborato negli ultimi anni un discorso
critico sulle nocività connesse al grande evento, in opposizione alle narrazioni
dominanti. Osservando il recente passato, il presente e le ipotesi di futuro di
territori divenuti mera scenografia olimpica si vedono in azione logiche
speculative volte a massimizzare il consumo di suolo, aumentare le
disuguaglianze e far perdere terreno a quel che resta della città pubblica.
L’esigenza di organizzarsi contro il modello di sviluppo connesso con i Giochi
olimpici e per uno sport che sia veramente popolare ha dato vita al Comitato
Insostenibili Olimpiadi (CIO), che da tre anni
promuove analisi e mobilitazioni tra Milano e l’arco alpino.
Tra le principali criticità individuate nel dossier olimpico: sette miliardi di
euro di investimenti prevalentemente pubblici utili a foraggiare il privato – a
Milano, il dominus COIMA ma anche Covivio, Prada e CTS Eventim – e che
rispondono solo in minima parte alle istanze degli abitanti. Grandi
infrastrutture per il trasporto su gomma che rendono più semplice il trasporto
merci e l’accesso alla montagna per chi vive in città, ma che in larga parte non
saranno nemmeno pronte per le Olimpiadi. E ancora: nessun nuovo impianto
sportivo lasciato in eredità, nessuna nuova pista del ghiaccio, un piano di
smantellamento della società comunale MilanoSport e di vari impianti pubblici a
favore di un modello di pratica sportiva intesa come fitness e wellness a caro
prezzo. Un’idea di performance individuale a discapito di occasioni per creare
comunità e relazioni attraverso uno sport che sia accessibile e popolare. Questo
grande evento, come altri che l’hanno preceduto, conferma di essere uno
strumento di erosione del diritto alla città e di semplificazione procedurale di
opere complesse per le quali, nella maggior parte dei casi, non si richiede
nemmeno di presentare valutazioni sull’impatto ambientale.
UN FILM E UNA RETE
Nell’indagare questi temi, il CIO si è interrogato su quali strumenti fossero
più adatti per realizzare un’iniziativa che potesse coinvolgere la popolazione
interessata dagli impatti delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e non solo gli
addetti ai lavori. È nata così la proposta di realizzare un prodotto audiovisivo
in grado di svilupparsi insieme al percorso politico e capace di suscitare
curiosità per il tema. Un’occasione per accrescere la rete di relazioni senza la
quale ogni attività che si ritiene di base diventa mera questione da tavolo. Il
laboratorio per la realizzazione di un film sulle Olimpiadi, proposto in seno a
Off Topic e sviluppato nell’alveo del CIO, si è interrogato fin dall’inizio
sulle possibili forme del prodotto, cercando di rendere possibili anche le
ipotesi più fantasiose. Il campo da gioco che ha ospitato la realizzazione del
film si è definito fin da subito nella dialettica realtà/finzione, promozione
territoriale/bisogni dei cittadini, barbarie/soluzioni percorribili. Nel far
west del liberalismo gli attori che hanno promosso quest’avventura hanno
intrapreso duelli contro personaggi di finzione prodotti dalla rigenerazione
urbana, hanno risignificato porzioni di territorio e hanno camminato sui
sentieri tortuosi della sfiducia nel presente e nel futuro, così come su quelli
reali dei territori investiti delle Olimpiadi.
Davanti alla campagna propagandistica a cinque cerchi atta a vendere
un’ideologia esposta in forma di render, la scommessa è stata come presentare la
parte di realtà nascosta, sottovalutata o contraffatta. La città brillante e
verticale presentata tramite i render posizionati sul perimetro dei cantieri dei
grandi progetti ha lasciato il posto alle zone d’ombra, ai palazzi e alle
strutture abbandonate, ai nuovi quartieri in cui vecchi e nuovi abitanti si
incrociano mettendosi in relazione. All’idea della città dei grattacieli con
quartieri attrattivi abbiamo contrapposto l’abbandono di strutture frutto non
dell’apocalisse zombie ma della fine dell’intervento pubblico a fini
redistributivi.
(il grande gioco. milano-cortina: il rovescio delle medaglie | trailer)
Mentre il progetto avanzava abbiamo conosciuto le storie del comitato abitanti
zona 4 e di altri quartieri popolari coinvolti, dei piccoli commercianti, degli
occupanti della piscina Scarioni, dei partecipanti al World Congress for Climate
Justice. Ci siamo interfacciati con le associazioni dei territori montani per
comprendere e comunicare un disagio nato dall’ingerenza della città e dei suoi
bisogni sul fragile equilibrio montano. Abbiamo trovato ovunque spunti in grado
di arricchire le mobilitazioni del CIO. Abbiamo appreso cose nuove da nuovi
punti di vista, anche in dialogo con volti più noti della critica alle politiche
urbane o per le terre alte come Duccio Facchini, Lucia Tozzi e Marco Albino
Ferrari, presenti nel film.
Il documentario Il Grande Gioco, reso possibile grazie a una raccolta fondi e
ora distribuito da OpenDDB, è l’esito di un processo partecipato anche da chi
non ha avuto la possibilità di seguire ogni passo della realizzazione, ma che in
questo modo si è avvicinato alla mobilitazione. Proprio la presentazione del
film in città e territori coinvolti dalle Olimpiadi e più in generale in tutto
il Nord Italia a partire dallo scorso dicembre, con fughe che hanno raggiunto
anche la dorsale appenninica fino a Roma, ha dato slancio al percorso politico
sviluppato intorno ai temi del diritto alla città, del valore dello sport
popolare e del rispetto per i territori montani. A oggi contiamo quasi cinquanta
proiezioni. L’intenzione, superato l’appuntamento olimpico ormai alle porte, è
di proseguire il viaggio in altri territori in lotta in Italia e non solo.
VERSO LE UTOPIADI
Nell’autunno 2024 il CIO ha promosso la prima edizione delle Utopiadi attraverso
una serie di mobilitazioni e l’occupazione temporanea di un importante impianto
sportivo in disuso. ll riferimento sono le Utopiadi che si sarebbero dovute
svolgere a Barcellona nel 1936, come esplicita critica alle Olimpiadi
organizzate per quell’anno a Berlino, nel contesto del Terzo Reich. Le Utopiadi
di Barcellona non videro la luce a causa del golpe franchista e dell’inizio
della guerra civile in Spagna, ma l’impresa ha continuato a ispirare movimenti
di critica e contestazione ai Giochi olimpici ufficiali. Per questo il CIO
promuove una nuova edizione delle Utopiadi per le giornate dal 5 all’8 febbraio,
a Milano, con contestazioni diffuse, parate di quartiere, un corteo
nazionale contro le Olimpiadi e la loro eredità e due giornate dedicate
allo sport popolare.
Le Utopiadi si propongono come momento di convergenza per i movimenti che
desiderano andare in direzione opposta rispetto al nuovo ciclo economico
condotto da poteri repressivi, razzisti e bellicisti, che non offrono spazio ad
alcun contradditorio e hanno disseminato nelle due settimane olimpiche chiusure
di scuole, imposizione della DAD, protocolli sindacali che rendono tecnicamente
impossibili gli scioperi, come nel caso di ATM, e zone rosse a delimitare
confini interni alla propria città. Dal 5 febbraio, data in cui inizieranno le
contestazioni in città, fino all’8, data di chiusura delle Utopiadi, attendiamo
a Milano tutte le persone che hanno intenzione di ricostruire un mondo in cui le
macerie si accumulano, che a parole difende la pax olimpica ma che nei fatti si
presenta con la sua faccia da guerra. Estendiamo quindi l’invito ad attraversare
le Utopiadi e costruire con noi comunità resistenti: contro Daspo urbani e zone
rosse, sicurezza “privatizzata” in mano all’ICE e alle polizie militari di mezzo
mondo, scuole chiuse e divieto di sciopero per non disturbare il grande evento e
il suo turismo tossico. Riprendiamoci la città, liberiamo le montagne. Le nostre
vite non sono un gioco! (laboratorio politico off topic)
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QUI il comunicato di lancio delle Utopiadi e aderire al corteo nazionale di
sabato 7 febbraio
Ciao a tuttu, siamo la collettività politica Manituana, spazio occupato e
collettivo da dieci anni, qui, a Torino. In città…
(disegno di diego miedo)
Come tutti gli anni, dall’inizio di questa settimana il Centro Culturale Handala
Ali ha avviato la propria campagna di tesseramento. Quest’anno, però,
l’iniziativa ha indispettito alcuni esponenti politici dei partiti di governo e
il quotidiano Il Giornale, che ha avviato una campagna stampa contro gli
attivisti e le attiviste del centro, diffamandoli e diffondendo informazioni
false, tanto da costringerli a replicare con un comunicato stampa, pubblicato
ieri. Lo riproponiamo, ricordando che è possibile visitare il centro (nonché
tesserarsi) tutti i martedì e giovedì pomeriggio, in via Candelora 4/5 a Napoli.
* * *
Dal 27 gennaio, il Centro Culturale Handala Ali è oggetto di una campagna
mediatica, condotta dal quotidiano Il Giornale e da altre testate, che mette
apertamente in discussione la libertà di associazione, diritto
costituzionalmente garantito. Con un linguaggio diffamatorio e privo di
qualsiasi riscontro giudiziario, il nostro centro viene accusato di aver
partecipato a mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese insieme ad
altre realtà, come l’Udap (Unione democratica arabo-palestinese) e i Gpi
(Giovani palestinesi d’Italia), come se questo costituisse un reato. Negli
stessi articoli vengono riportate le dichiarazioni di una deputata di estrema
destra che, in occasione del lancio della nostra campagna di tesseramento,
arriva ad accusarci di voler fondare un presunto “partito filo-Hamas”: un’accusa
ovviamente infondata e strumentale.
Il Centro Culturale Handala Ali nasce sei anni fa a Napoli come progetto di
diffusione culturale e politica, in memoria di Ali Oraney, storico esponente
della diaspora palestinese. Da allora promuove la cultura palestinese attraverso
libri, incontri pubblici, seminari e collaborazioni con università e
associazioni, costruendo uno spazio vivo di memoria, solidarietà e
partecipazione nel quartiere e nella città. In quanto associazione culturale
no-profit, la nostra forza risiede nella comunità che sostiene e rende possibile
questo progetto. Proprio questo radicamento sociale e la sua capacità di
costruire partecipazione rendono il Centro Culturale Handala Alì un obiettivo di
attacco, nel tentativo di screditarlo e ridurre la Palestina a una questione di
“sicurezza” e terrorismo.
Quanto sta accadendo non è un episodio isolato. Da mesi in Italia è in corso una
campagna repressiva contro il movimento di solidarietà con la Palestina,
costruita attorno al paradigma della “sicurezza” e finalizzata a criminalizzare
associazioni, realtà politiche, singoli palestinesi e chiunque sostenga la
causa, sistematicamente accusati di terrorismo. Ne sono prova il tentativo di
espulsione dell’imam Mohammed Shahin a Torino, l’arresto di cittadini arabi e
palestinesi – tra cui Mohammed Hannoun, presidente dell’Api – sulla base di
presunte “prove” prodotte e trasmesse direttamente dall’intelligence israeliana,
senza possibilità di verifica indipendente, oltre al processo politico che ha
colpito Ali Irar, Mansour Doghmosh e Anan Yaeesh, anch’esso basato su un
impianto accusatorio proveniente da Israele: un’ingerenza esterna gravissima,
che mette oltretutto in discussione l’autonomia del sistema giudiziario
italiano.
Questo è il segnale grave di un processo più ampio di importazione di logiche e
pratiche repressive proprie del sistema di “sicurezza” israeliano, in cui la
sospensione delle garanzie e la criminalizzazione preventiva diventano strumenti
ordinari di controllo sociale. La repressione che colpisce oggi chi si mobilita
in Italia è parte dello stesso sistema di dominio che in Palestina produce
violenza e annientamento. Questa offensiva riflette la paura del governo
italiano e del sistema sionista nei confronti della Resistenza palestinese e di
un movimento di solidarietà capace di rompere la narrazione dominante che
occulta genocidio, occupazione e apartheid israeliani.
In questo quadro si inseriscono anche i recenti disegni di legge – dai ddl
Gasparri e Del Rio al provvedimento leghista approvato nei giorni scorsi alla
Camera – che, attraverso l’adozione delle definizioni dell’Ihra, mirano a
equiparare antisemitismo e antisionismo, criminalizzando il dissenso anche a
livello penale e colpendo non solo la libertà di ricerca e di insegnamento, ma
la libertà di espressione in generale. A questo si aggiungono le recenti liste
di proscrizione promosse dal movimento studentesco figlio del partito di
governo, volte a identificare gli insegnanti “di sinistra” colpevoli, fra le
altre cose, di parlare della questione palestinese.
A questa deriva contribuisce una parte del giornalismo italiano che, dopo aver
taciuto in merito all’uccisione di centinaia di giornalisti palestinesi, oggi
funge da scorta mediatica a politiche che mirano a cancellare il genocidio in
corso e le responsabilità del governo italiano nella sua complicità politica,
economica e militare. Le diffamazioni sul Centro Culturale Handala Alì che sono
state riportate da alcuni giornali ne sono la prova concreta.
Ma noi non arretreremo di fronte ai tentativi di criminalizzare la solidarietà e
di cancellare il genocidio palestinese. Continueremo a parlare di Palestina, a
mobilitarci e a organizzarci. Se questo viene considerato un reato, allora
rivendichiamo con forza di essere, oggi come ieri, colpevoli di Palestina.
(centro culturale handala ali)
(foto di agnese giovanardi)
È una domenica notte di metà gennaio, i fuochi d’artificio hanno appena brillato
sul cielo di Palermo. Attraverso il centro storico, pattugliato da auto della
polizia devote al presidio delle nuove zone rosse. È passata da poco la
mezzanotte quando percorro in bici le strade dell’Albergheria, in direzione di
casa. Tutto tace. A piazza Colajanni, epicentro del progetto di riqualifica
dell’Albergheria Creativa, c’è solo un ragazzo che fa da guardia a un camion con
tanti cavalli disegnati sugli sportelloni laterali. Il bar Astra è chiuso,
il braciere di Piero lo stigghiolaro riposa sotto il gazebo che dà sulla piazza.
Oggi il mercato dell’usato è stato grande. Domani, pioggia permettendo,
monteranno in pochi, quelli che per tirare su dei soldi hanno solo questo
lavoro. Una mia amica stamattina cercava degli occhiali da sole. «Belli questi,
ma sono rovinati», le ho detto mentre si provava un modello buffo, appariscente,
un po’ da diva. «E chi è che non è rovinato di noi qua», mi ha fatto eco
Mariana, che é tornata da poco dalla Romania con suo marito, le tre figlie, suo
fratello e la loro gallina Nikolaj. Qualcuno vendeva un tavolo e panche di legno
che sembravano provenire da un rifugio alpino. Davanti la chiesa stava esposto
il modellino di un veliero alto più di in un metro. Poco più in là, un vestito
da prete, vero, non da carnevale. Sì, oggi il mercato è stato grande, divertente
e pieno. A testimoniarlo, a notte ormai giunta, un cumulo di roba invenduta che
riposa tranquillo in piazza San Francesco Saverio, la zona da cui si vuole
espellere il mercato, inadatto per quello che le istituzioni auspicano diventare
presto il nuovo “distretto creativo e del riuso”. È in quel cumulo di stoffe e
piatti e pagine di libri e infinità di altre materie che trovo Massimo.
STORIA DI MASSIMO
È da mesi che non lo vedo. L’ho conosciuto una notte infame di due anni fa. Un
gruppo di ragazzini lo aveva messo sotto col motorino, lasciandolo a terra con
una gamba fracassata e sanguinante. Non voleva che chiamassimo l’ambulanza,
voleva solo che lo aiutassimo a tornare al suo giaciglio tra le aiuole che
costeggiano corso Tukory, quasi all’altezza della ex pompa di benzina. Stasera
invece sembra in gran forma. Sta provando a smontare il cestello di una
lavatrice abbandonata sul marciapiede. Dopo qualche chiacchiera gli chiedo se
vuole che gli porti un martello da casa, visto che ormai ci sono quasi. Mi dice
che non ce n’è bisogno, ce l’ha quasi fatta. Massimo ha quarantatré anni, è
originario di Monreale. Ha lavorato a lungo come muratore. Un matrimonio alle
spalle, due figli, già due nipoti. Tempo fa passammo una serata assieme nel
cuore del mercato del cibo, da Sonia, la donna africana che ogni sera, da
quattordici anni a questa parte, accende la brace in piazza del Carmine e ci
mette su piccantissimi arrosticini e pezzi di pollo. Sonia pensa che prima il
mercato era più divertente: «Gli stanno togliendo l’anima con tutti questi
turisti».
Quella notte Massimo aveva voglia di parlare accanto alla griglia esalante fumi
caldi e odore di spezie forti come la donna che ci tribolava su. «Quando mi
sveglio cerco ancora l’odore della roba (l’eroina), poi non lo sento e mi
accorgo di non avere più bisogno di sentirlo, io non lo so com’è che ho fatto a
togliermi sta croce. Pesavo centocinque chili, dopo che mi facevo mangiavo come
un porco, io non mi sono mai bucato guarda – mi faceva vedere le mani e le
braccia – la roba me la fumavo. Stavo con l’obbligo di firma, quando vivevo a
Monreale, perché per anni mi ero attaccato alla luce del comune e quando
cominciarono ad arrivare le bollette non le pagavo, fino a che non mi hanno
sgamato. Arrivavo sempre tardi in questura, perché lavoravo in cantiere. Potevo
firmare dalle cinque alle sei e io magari arrivavo alle sei e dieci, sei e un
quarto. Fino a quando un giorno il commissario m’ha detto: “No no non c’è
bisogno che firmi, ti riaccompagniamo noi a casa”. Ce l’ho detto mica
mille, tremilacinquecentosessanta volte che si trattava solo di un ritardo! Ma
niente, sono iniziati i domiciliari. Dopo tre giorni c’avevo il braccialetto al
piede. Io ero dipendente dall’eroina, ho chiamato subito l’avvocato che mi
avevano assegnato e gli ho detto: “O mi fai fare il foglio per andare al SERT o
io stasera esco e mi vado a fare”. E così ho iniziato: lunedì, mercoledì e
venerdì al SERT. La luce non pagata si è trasformata in metadone. Otto mesi di
arresti uguale primi otto mesi senza eroina».
Ritrovata la libertà, dal carcere e dalla dipendenza, Massimo si è allontanato
da Monreale e ha preso a frequentare Ballarò, dove si è inventato un mosaico di
lavoretti: pulire il banco di un fruttarolo la mattina, aiutare nel pomeriggio
un amico che fa sbarazzi, di notte raccogliere dalla munnizza pezzi di ferro per
rivenderseli, ogni tanto montare al mercato. Non può permettersi di pagare
regolarmente un affitto, perciò abita per strada e quando riesce dà qualche
soldo a un amico per piazzarsi sul divano di casa sua. Lo saluto mentre è ancora
ostinatamente intento a scassare il cestello della lavatrice abbandonata. Mentre
salgo le scale di casa mi ricordo di una mattina in cui l’avevo beccato al
campetto di bocce, dove con altrettanta ostinazione insisteva nel vendere sotto
la pioggia battente. Gridava: «Oggi sconti visto che piove!». Sul lenzuolo steso
a terra quel giorno aveva un sacco di libri. Mentre li sfogliavo mi disse: «Io
coi libri ho sempre fatto così: leggo l’inizio, qualcosa a metà e poi la fine».
CON CHI STA IL TERZO SETTORE?
Il ricordo di Massimo al campetto di bocce mi fa tornare a riflettere
sull’Albergheria Creativa. All’associazione Sbaratto, nata nel 2019 sotto la
giunta Orlando, il progetto assegnerà la gestione del mercato dell’usato, una
volta terminati i lavori di riqualifica degli spazi urbani. Nel dicembre del
2023 Sbaratto, per una lunga giornata, ha partecipato al tavolo con gli esperti
della facoltà di giurisprudenza e coi nuovi potenti della giunta Lagalla. Tra i
tanti c’era anche Maurizio Carta, l’assessore all’urbanistica promotore del
progetto di riqualificazione dell’Albergheria. All’uscita da quell’incontro
Sbaratto ha stilato un documento dal titolo “Verso un regolamento del mercato
dell’usato dell’Albergheria”. Oltre a pulizia regolare, bagni chimici, ambienti
ben mantenuti e ben illuminati, pedonalizzazione, eccetera, l’associazione
richiedeva anche più presenza delle forze dell’ordine in quartiere. E poi
scriveva: “È possibile stralciare alcune zone di mercato [grassetto loro], come
il campo di bocce in via Villanueva o la piazza San Francesco Saverio,
quest’ultima da sempre esclusa dalle mappe del mercato. Ma è necessario non
limitare troppo l’area, ad esempio prevedendo la possibilità di vendita su
piazza San Pasquale e piazza Ritiro San Pietro, che sono parti fondamentali del
mercato”.
>Nonostante queste dichiarazioni, nei più recenti post sui canali social le
operatrici e gli operatori dell’associazione sembrano ritrattare. Scrivono frasi
come: “L’Albergheria Creativa, l’espulsione dei mercatari del campo di bocce, la
pedonalizzazione di fronte la chiesa di San Saverio: sono tutte decisioni che ci
hanno imposto, che si sappia!”. Oppure: “Sicuramente una cosa che abbiamo capito
è che i processi di formalizzazione sono ambigui, sono fragili, hanno delle
contraddizioni. […] Sono però anche l’unico strumento che al momento conosciamo
per dare un minimo di protezione, di visibilità mediatica, di capacità
negoziale”. Quest’ultima asserzione proviene da un post in solidarietà alle
lavoratrici e ai lavoratori del mercato torinese di via Carcano a
Torino, attualmente minacciato da una modifica della legge
regionale. L’associazione ViviBalon, che gestisce il mercato di via Carcano e
che ha contribuito a realizzare l’espulsione dei venditori “illegali” da Borgo
Dora, è comunque sempre portata in palmo di mano da Sbaratto, come nobile
esempio da seguire.
Mi chiedo spesso quale sarà la fine di questa storia, consapevole che le pagine
mancanti sono ancora tutte da scrivere. Non mi riesce però difficile immaginare
lo scenario lugubre in cui l’armata dei buoni rimetterà alla giunta di destra la
colpa dell’espulsione di molte, troppe persone dall’Albergheria. Mai
ammetteranno che la loro angoscia di cambiamento necessario – tanto dedita
all’imbellettamento urbano “dal basso” e alla legalizzazione del lavoro
informale – coopera visceralmente con un sistema che, a prescindere dal partito
di turno al governo, decide chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha la dignità o
le carte in regola per vivere nei luoghi asettici del decoro e chi deve essere
spinto lontano dai riflettori della società dello spettacolo.
PERMANENZA IN STATO DI ALLERTA
Dalla primavera a oggi, il campo di bocce di via Villanueva è stato sottratto al
mercato dell’usato. Red Bull ci ha pittato su un osceno murales con tanto di
scritta “Ti mette le aaali” e una pattuglia della polizia lo ha presidiato ogni
weekend fino alla fine dell’estate. Dall’autunno mi è capitato spesso di
incontrare lì una guida turistica che porta a spasso signori che camminano a
testa china per via delle pesanti fotocamere appese ai loro colli. La guida
declamava la rinascita di un quartiere per mezzo di due spruzzi di vernice che
sono valsi al comune di Palermo duecentomila euro grazie alla pubblicità
dell’energizzante. Così perlomeno mi ha raccontato a inizio settembre Nanà,
mercataro da vent’anni, espulso dal campetto.
In estate Nanà ha preso a montare su corso Tukory, alimentando il processo di
naturale straripamento che solo un fiume senza foce come il mercato può mettere
in atto nel momento in cui gli si devia il corso. Un giorno di fine estate, dopo
una retata della polizia che una mattina aveva sgomberato sia i mercatari sia le
persone che vivono per strada in quel tratto del corso, Nanà mi ha detto:
«Abbiamo arrivato! Salvo Imperiale [il consigliere comunale della DC, molto in
voga nel quartiere] ha detto che noi che non siamo iscritti all’associazione
Sbaratto dobbiamo trasferirci al parcheggio Basile [un quadrilatero adiacente al
Centro di Raccolta Comunale, a due passi dalla strada a scorrimento veloce che
circumnaviga Palermo, nella periferia ovest]. Per due anni saremo autonomi, poi
arriverà anche lì l’associazione a rappresentarci. Intanto dentro l’Albergheria
ci rimangono solo quelli già tesserati».
Per qualche settimana di settembre effettivamente chi montava su corso Tukory si
è spostato nel parcheggio. Lì tirava un’aria quieta e desolata che nulla aveva a
che vedere col pullulare di urla e sguardi, oggetti stravaganti e beni di prima
necessità che ogni mattina abita le strade dell’Albergheria. L’ultimo weekend di
ottobre, però, su via Basile era rimasto solo lo sportello in lamiera di un
vecchio armadio. “Il mercatino dell’usato è qui nel parcheggio” diceva, ma
dentro regnava il deserto. Nanà aveva ripreso il suo posto su corso Tukory e mi
ha detto: «Ho cambiato idea, finché non ci cacciano con la forza resto qui».
A fine agosto del 2025 il comune di Palermo ha emanato un bando di gara per
l’affidamento dell’appalto dei “lavori di rigenerazione dell’Albergheria come
distretto creativo e del riciclo”. Il 14 gennaio 2026 l’appalto è stato
aggiudicato alla Coinap Srl di Bronte, che ha presentato un’offerta al ribasso
rispetto all’importo a base d’asta pari a 350 mila euro. “Al posto dell’asfalto,
di concerto con la sovrintendenza dei Beni culturali, si è scelto il basolato in
Billiemi quale materiale per la pavimentazione. Il fulcro del cambiamento sarà
piazza San Francesco Saverio, che verrà trasformata in un’isola pedonale e area
conviviale. Qui, nell’area che va dalla chiesa alla via San Francesco Saverio,
saranno invece utilizzati ciottoli di fiume con inserti di pietra calcarea di
Sicilia, che verrà posizionata lungo le linee di attraversamento diagonale della
piazza”. Così scrive PalermoToday, allegando rendering della piazza del futuro,
attraversata da avatar di donne sui tacchi a spillo e di uomini in carriera che
parlano al telefono. I lavori dovrebbero iniziare la prima settimana di
febbraio.
Ora è mattina. «Hai visto? Siamo ancora qua!» – mi ha detto Alessia, mentre il
mercato brilla affollato nel suo splendore. «Sta per tornare mio figlio dalla
Svizzera. Quando finisce la stagione al ristorante viene a farsi un po’ di
vacanze qui. Mi darà una mano a montare, anche se io non mi posso lamentare, un
aiuto qui lo ricevo da tutti». Alessia è sempre di buon umore. Prende la
pensione di invalidità, ma per arrivare a fine mese ha bisogno di fare il
mercato. Per questo è ancora qua. E il suo solo esserci significa resistere alle
politiche di bonifica di questo tempo della storia. Non smetto di pensare che
dovremmo mantenere gli occhi aperti su quanto accade al mercato e posizionarci a
fianco delle mercatare dell’Albergheria, soprattutto di quelle non associate. I
volti e le storie di Alessia, di Massimo, di Nanà non possono trasformarsi in
gelide pietre calcaree, che io non saprei mai ingoiare. (agnese giovanardi)
(disegno di cyop&kaf)
Gelsomina è un’agricoltrice di sessantacinque anni che ha vissuto sin da quando
è nata nella periferia est di Napoli, in via De Roberto, la strada di Ponticelli
che oggi scorre interamente sotto il viadotto della tangenziale – il cosiddetto
“ponte della Fiat”. L’appezzamento che continua a coltivare è lo stesso che
lavoravano suo padre e suo nonno. Insieme al fratello Mimmo e al nipote Andrea
vende come coltivatrice diretta zucche, finocchi, cavoli e altri ortaggi. «Prima
che costruissero il cavalcavia negli anni Settanta – dice –, la terra che
avevamo in fitto era molto più grande. Non era nostra ma di un avvocato,
pagavamo poco e ci aveva concesso di costruire la nostra casa. Era grande e ci
vivevamo tutti: aveva il piano superiore e pure la taverna».
Poi le cose cambiano. La tangenziale taglia in due i campi e Ponticelli, nei
primi anni Settanta, viene inserita in un Piano di Zona previsto dalla legge 167
del 1962, che individua nuove aree per l’edilizia popolare e consente ai comuni
di espropriare terreni agricoli o edificabili in cambio di indennizzi, spesso
cospicui. Già dal dopoguerra, questa periferia era interessata da opere di
edilizia residenziale popolare e aveva visto nascere dapprima il rione De
Gasperi e poi il rione Incis, ma è dal 1980 che questa fase di espansione
urbanistica ha un impulso ulteriore. Le conseguenze del terremoto generano
infatti l’urgenza di fornire un alloggio agli sfollati e viene varata la legge
219 del 1981, per finanziare la massiccia edilizia di emergenza. È in questo
periodo che si aggiungono ai rioni già esistenti i nuovi Lotto O e Parco
Conocal. Questi complessi, oltre ad accogliere chi ha perso la casa per colpa
del sisma, diventano il luogo in cui viene traslocato chi deve lasciarla per
fare spazio a nuove infrastrutture. Gelsomina e la sua famiglia sono tra questi:
devono far posto al progetto del depuratore di acque reflue di Napoli Est.
«Quando l’avvocato ha venduto quasi tutto al Comune – continua Gelsomina –, ha
chiesto che ci dessero un altro posto dove stare, e da allora vivo al Parco
Conocal. Per fortuna mio padre è riuscito a comprare questa piccola parte di
terra in via De Roberto, ma non ha potuto fare di più; anche se avevamo il
diritto di prelazione non avevamo abbastanza soldi, come molti altri contadini.
Gli aspiranti acquirenti facevano le offerte e noi avremmo dovuto rilanciare, ma
non era semplice. E poi non conveniva essere proprietari di terreni: le tasse
sulla terra agricola in quegli anni salirono moltissimo, chi le possedeva era
spinto a vendere in fretta, mentre chi voleva acquistare senza cambiarne la
destinazione d’uso era disincentivato».
Negli stessi anni, infatti, arriva anche l’effetto della grande riforma
tributaria nazionale. Nel 1971 il Parlamento approva la cosiddetta “legge
Preti”, dal nome del ministro socialdemocratico, che ridisegna l’intero sistema
fiscale. Nei due anni successivi una serie di decreti attuativi, varati da
governi a guida democristiana, aggiorna le basi su cui vengono calcolate le
tasse sulla proprietà dei terreni. In pratica, per chi detiene molti ettari alle
porte della città, il possesso dei campi diventa più oneroso; mantenere terreni
agricoli in aree urbane è sempre meno conveniente, soprattutto in un periodo in
cui gli enti pubblici sono interessati ad acquisirne la proprietà per realizzare
opere di servizio alla città.
In pochi decenni, la morfologia urbana e sociale di Ponticelli cambia
radicalmente. Trasferiti nei rioni vicini e rimasti senza campi da coltivare,
una parte dei contadini diventa manodopera nelle nuove strutture che sorgono:
impianti di vario tipo, aziende di servizi, imprese di trasporto. «Alcuni vicini
presero “il posto” al depuratore, principalmente per fare le pulizie – racconta
Mimmo, il fratello di Gelsomina –. Solo che, finiti i loro contratti, nessuno
della zona ha più trovato un lavoro lì. Non c’è stato nessun ritorno vero sul
territorio. Anzi, per anni le vasche del depuratore non avevano un sistema di
filtraggio adeguato e si riempivano di materiale organico che si decomponeva,
rendendo l’aria irrespirabile. Molti non hanno retto e sono andati via».
Negli anni successivi l’impianto di depurazione è rimasto al centro di
discussioni tecniche e politiche: è un impianto ancora basato su un trattamento
chimico-fisico e la Regione ha programmato un intervento di adeguamento per
trasformarlo in un impianto biologico e ridurne l’impatto sul mare e sull’aria.
Per chi abita intorno, come Mimmo, il depuratore è una presenza stabile che
influisce negativamente sulla vivibilità.
Così le zone limitrofe al depuratore si svuotano dei campi agricoli e di una
parte dei loro abitanti, mentre chi resta vive in piccoli agglomerati di case,
compresse tra il viadotto della tangenziale sopra la strada, il depuratore, i
capannoni che avanzano verso i terreni rimasti. In parallelo, i processi di
industrializzazione e de-industrializzazione apportano nuove conseguenze per
l’ambiente e la salute degli abitanti, al punto che nel 1998 l’area è inclusa in
un Sito di Interesse Nazionale (SIN) che sancisce l’urgenza di bonificare parte
del territorio di Napoli Est.
Il perimetro intorno via De Roberto, poco più di un chilometro quadrato, diviene
gradualmente un’area desolata, con interstizi vuoti in cui si accumulano
discariche spontanee ed ex terreni lottizzati che vengono – nel corso del tempo
– acquistati da imprese di trasporto e stoccaggio per conto di terzi; si
addensano così operatori che offrono servizi di magazzinaggio e piccoli depositi
le cui torri di container si alzano a pochi metri dalle case e dagli orti,
disegnando una linea continua di lamiere tra chi abita lì e il resto del mondo.
Nel contesto dei conflitti ambientali locali, la posizione di Gelsomina e dei
suoi vicini viene spesso considerata una protesta Nimby (Not in my backyard,
“non nel mio cortile”). Le opere che servono alla collettività, da qualche parte
dovranno pur andare. Ma qui non è semplicemente il rifiuto di un’opera pubblica;
a chi vive tra via De Roberto e le strade interne non è stato chiesto di
accettare un singolo impianto, ma l’accumulo, in pochi decenni, di funzioni
tecniche che se, collocate più equamente, peserebbero meno su ogni singolo
quartiere.
Intorno al “ponte della Fiat” non si solleva solo la questione della necessità
di impianti di servizio alla città, ma si pone il problema di come vengono
distribuiti gli oneri del funzionamento urbano. Perché la stessa porzione di
territorio deve sostenere insieme depuratore, futuro impianto di compostaggio,
viadotto e stoccaggi di container, mentre altre parti di Napoli ne restano quasi
del tutto libere? Finché questa asimmetria resta fuori dal dibattito sulle
scelte urbane, le voci di chi continua a coltivare e ad abitare qui saranno
facilmente archiviate come rifiuto del cambiamento, invece che come richiesta di
ridefinire chi, e in quali proporzioni, deve farsi carico delle funzioni più
ingombranti della città. (delfina esposito)
(disegno di otarebill)
Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino,
Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano
Portelli.
* * *
A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella
ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica
impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA
Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima,
Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare
stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del
Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le
campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al
patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una
nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro
vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo
perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle
richieste dei clienti.
Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente
con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si
celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la
lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non
si è concluso.
Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale
corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana
otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I
benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza
segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge.
La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore
mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di
Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava
contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si
scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo
massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei
baraccati devastati dall’eroina.
Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon
papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra
finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la
città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di
Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il
Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a
consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura,
affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex
comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per
rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di
moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e
automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di
cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi
centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso
è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole
regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle.
Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello
successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot
i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene
del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane
che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti
diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al
Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di
adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula
magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a
Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio
privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se
la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune
di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati
Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines,
già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di
lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta
differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba.
Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano
nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire.
“La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”,
gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande
manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata
un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il
Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a
Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso
il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che
volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci
si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e
contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli
“Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo
quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno
del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha
visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le
lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco,
in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane
quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di
cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a
imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e
nel buio incatenarli.
“La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al
mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa.
Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato,
espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare
in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con
una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora:
un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più
controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in
gioco per capire come e dove agire.
Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del
popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei
debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle
concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra
per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei
creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i
debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e
c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei
debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la
giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella
purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che
subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è
proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui
si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati,
colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno
restituite, e redistribuite. (stefano portelli)