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Atlante di un territorio sacrificato. La storia di via De Roberto a Ponticelli
(disegno di cyop&kaf) Gelsomina è un’agricoltrice di sessantacinque anni che ha vissuto sin da quando è nata nella periferia est di Napoli, in via De Roberto, la strada di Ponticelli che oggi scorre interamente sotto il viadotto della tangenziale – il cosiddetto “ponte della Fiat”. L’appezzamento che continua a coltivare è lo stesso che lavoravano suo padre e suo nonno. Insieme al fratello Mimmo e al nipote Andrea vende come coltivatrice diretta zucche, finocchi, cavoli e altri ortaggi. «Prima che costruissero il cavalcavia negli anni Settanta – dice –, la terra che avevamo in fitto era molto più grande. Non era nostra ma di un avvocato, pagavamo poco e ci aveva concesso di costruire la nostra casa. Era grande e ci vivevamo tutti: aveva il piano superiore e pure la taverna». Poi le cose cambiano. La tangenziale taglia in due i campi e Ponticelli, nei primi anni Settanta, viene inserita in un Piano di Zona previsto dalla legge 167 del 1962, che individua nuove aree per l’edilizia popolare e consente ai comuni di espropriare terreni agricoli o edificabili in cambio di indennizzi, spesso cospicui. Già dal dopoguerra, questa periferia era interessata da opere di edilizia residenziale popolare e aveva visto nascere dapprima il rione De Gasperi e poi il rione Incis, ma è dal 1980 che questa fase di espansione urbanistica ha un impulso ulteriore. Le conseguenze del terremoto generano infatti l’urgenza di fornire un alloggio agli sfollati e viene varata la legge 219 del 1981, per finanziare la massiccia edilizia di emergenza. È in questo periodo che si aggiungono ai rioni già esistenti i nuovi Lotto O e Parco Conocal. Questi complessi, oltre ad accogliere chi ha perso la casa per colpa del sisma, diventano il luogo in cui viene traslocato chi deve lasciarla per fare spazio a nuove infrastrutture. Gelsomina e la sua famiglia sono tra questi: devono far posto al progetto del depuratore di acque reflue di Napoli Est. «Quando l’avvocato ha venduto quasi tutto al Comune – continua Gelsomina –, ha chiesto che ci dessero un altro posto dove stare, e da allora vivo al Parco Conocal. Per fortuna mio padre è riuscito a comprare questa piccola parte di terra in via De Roberto, ma non ha potuto fare di più; anche se avevamo il diritto di prelazione non avevamo abbastanza soldi, come molti altri contadini. Gli aspiranti acquirenti facevano le offerte e noi avremmo dovuto rilanciare, ma non era semplice. E poi non conveniva essere proprietari di terreni: le tasse sulla terra agricola in quegli anni salirono moltissimo, chi le possedeva era spinto a vendere in fretta, mentre chi voleva acquistare senza cambiarne la destinazione d’uso era disincentivato». Negli stessi anni, infatti, arriva anche l’effetto della grande riforma tributaria nazionale. Nel 1971 il Parlamento approva la cosiddetta “legge Preti”, dal nome del ministro socialdemocratico, che ridisegna l’intero sistema fiscale. Nei due anni successivi una serie di decreti attuativi, varati da governi a guida democristiana, aggiorna le basi su cui vengono calcolate le tasse sulla proprietà dei terreni. In pratica, per chi detiene molti ettari alle porte della città, il possesso dei campi diventa più oneroso; mantenere terreni agricoli in aree urbane è sempre meno conveniente, soprattutto in un periodo in cui gli enti pubblici sono interessati ad acquisirne la proprietà per realizzare opere di servizio alla città. In pochi decenni, la morfologia urbana e sociale di Ponticelli cambia radicalmente. Trasferiti nei rioni vicini e rimasti senza campi da coltivare, una parte dei contadini diventa manodopera nelle nuove strutture che sorgono: impianti di vario tipo, aziende di servizi, imprese di trasporto. «Alcuni vicini presero “il posto” al depuratore, principalmente per fare le pulizie – racconta Mimmo, il fratello di Gelsomina –. Solo che, finiti i loro contratti, nessuno della zona ha più trovato un lavoro lì. Non c’è stato nessun ritorno vero sul territorio. Anzi, per anni le vasche del depuratore non avevano un sistema di filtraggio adeguato e si riempivano di materiale organico che si decomponeva, rendendo l’aria irrespirabile. Molti non hanno retto e sono andati via». Negli anni successivi l’impianto di depurazione è rimasto al centro di discussioni tecniche e politiche: è un impianto ancora basato su un trattamento chimico-fisico e la Regione ha programmato un intervento di adeguamento per trasformarlo in un impianto biologico e ridurne l’impatto sul mare e sull’aria. Per chi abita intorno, come Mimmo, il depuratore è una presenza stabile che influisce negativamente sulla vivibilità.  Così le zone limitrofe al depuratore si svuotano dei campi agricoli e di una parte dei loro abitanti, mentre chi resta vive in piccoli agglomerati di case, compresse tra il viadotto della tangenziale sopra la strada, il depuratore, i capannoni che avanzano verso i terreni rimasti. In parallelo, i processi di industrializzazione e de-industrializzazione apportano nuove conseguenze per l’ambiente e la salute degli abitanti, al punto che nel 1998 l’area è inclusa in un Sito di Interesse Nazionale (SIN) che sancisce l’urgenza di bonificare parte del territorio di Napoli Est. Il perimetro intorno via De Roberto, poco più di un chilometro quadrato, diviene gradualmente un’area desolata, con interstizi vuoti in cui si accumulano discariche spontanee ed ex terreni lottizzati che vengono – nel corso del tempo – acquistati da imprese di trasporto e stoccaggio per conto di terzi; si addensano così operatori che offrono servizi di magazzinaggio e piccoli depositi le cui torri di container si alzano a pochi metri dalle case e dagli orti, disegnando una linea continua di lamiere tra chi abita lì e il resto del mondo. Nel contesto dei conflitti ambientali locali, la posizione di Gelsomina e dei suoi vicini viene spesso considerata una protesta Nimby (Not in my backyard, “non nel mio cortile”). Le opere che servono alla collettività, da qualche parte dovranno pur andare. Ma qui non è semplicemente il rifiuto di un’opera pubblica; a chi vive tra via De Roberto e le strade interne non è stato chiesto di accettare un singolo impianto, ma l’accumulo, in pochi decenni, di funzioni tecniche che se, collocate più equamente, peserebbero meno su ogni singolo quartiere. Intorno al “ponte della Fiat” non si solleva solo la questione della necessità di impianti di servizio alla città, ma si pone il problema di come vengono distribuiti gli oneri del funzionamento urbano. Perché la stessa porzione di territorio deve sostenere insieme depuratore, futuro impianto di compostaggio, viadotto e stoccaggi di container, mentre altre parti di Napoli ne restano quasi del tutto libere? Finché questa asimmetria resta fuori dal dibattito sulle scelte urbane, le voci di chi continua a coltivare e ad abitare qui saranno facilmente archiviate come rifiuto del cambiamento, invece che come richiesta di ridefinire chi, e in quali proporzioni, deve farsi carico delle funzioni più ingombranti della città. (delfina esposito)
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All’osteria del Vaticano
(disegno di otarebill) Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino, Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano Portelli.  *   *   * A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima, Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle richieste dei clienti. Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non si è concluso. Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge. La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei baraccati devastati dall’eroina. Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura, affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle. Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines, già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba. Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire. “La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”, gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli “Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco, in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e nel buio incatenarli. “La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa. Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato, espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora: un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in gioco per capire come e dove agire. Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati, colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno restituite, e redistribuite. (stefano portelli)
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Studentati di lusso a Napoli, soldi pubblici profitti privati
(disegno di ginevra naviglio) All’angolo tra via Galileo Ferraris e corso Arnaldo Lucci, a pochi passi da piazza Garibaldi, è stato da poco inaugurato il Campus X. Alla cerimonia sono presenti un circoletto di manager e autorità cittadine, tra cui sindaco e rettore della Federico II. L’ex palazzo dell’Inps è stato revampato e al posto degli uffici ora ci sono miniappartamenti, aree di coworking, palestre, rooftop panoramici e ristoranti. È stato presentato come il modello “europeo” di studentato che a Napoli tanto mancherebbe, ma in realtà dello studentato ha ben poco, se non il fatto che ospiterà nei 540 posti letto disponibili un esiguo numero di studenti (84) a tariffe agevolate (ma solo per tre anni); in cambio di ciò, Investire SGR, la società d’ investimento parte del Gruppo Banca Finnat che ha acquistato lo stabile per circa quaranta milioni di euro, ha potuto beneficiare dei fondi del Pnrr: ventimila euro per ogni posto letto, per un totale di circa due milioni di euro. Una volta dichiarate di “interesse nazionale” queste strutture, in pratica private, si sottraggono all’iter del piano urbanistico comunale. Il palazzo dell’Inps è stato rinnovato e gli interni hanno assunto le sembianze di un rendering 3D. Si ha l’impressione di trovarsi nella hall di un ostello fighetto, con divanetti e mobili di design (ma forse è quello che è in sostanza). Perché la struttura, oltre a quei pochi posti riservati ai vincitori di borsa, è in sostanza un hotel privato e le restanti stanze/zone comuni saranno affittate a un prezzo ben al di sopra di quello mercato, 1.100 euro al mese per una singola di sedici metri quadrati. Anche per questo un gruppo di studenti universitari si è presentato il giorno dell’inaugurazione chiedendo un confronto con sindaco e rettore, che però non hanno voluto parlare con loro. Nello spot promozionale, con tanto di musichetta royalty-free, apparso inspiegabilmente sul canale YouTube del comune di Napoli, il rettore Lorito ha fatto solo un rapido e vago accenno al fatto che, nel prossimo anno, dovrebbero partire i progetti per cinque strutture, queste finalmente pubbliche, con i fondi della legge 338/2000, che prevede il cofinanziamento da parte dello Stato per interventi rivolti alla realizzazione di alloggi e residenze per studenti universitari. Si tratta circa di circa seicento posti letto, che si aggiungerebbero agli attuali novecento. Queste nuove strutture pubbliche, ancora lontane dall’essere pronte, saranno riservate ai vincitori di borsa di studio regionale, e si trovano nella Zona ospedaliera (100 posti), Portici (60 posti), a Napoli (330 posti), a Pozzuoli (70 posti). Ben poca cosa se paragonati ai 150 mila iscritti delle università partenopee, di cui 35 mila fuorisede. Tra questi ultimi quasi 30 mila  risultano idonei ma non beneficiari, ovvero studenti che nonostante abbiano tutte le carte in regola per beneficiare di un alloggio studentesco rimangono fuori dalla graduatoria per mancanza di strutture. Sono stati proprio questi studenti i primi ad accusare le conseguenze dell’impennata degli affitti in città. Negli scorsi anni in diverse occasioni hanno piazzato tende nei cortili delle università per denunciare che affittare sul mercato privato sta raggiungendo cifre proibitive. A influire sono vari fattori, tra cui spicca il fatto che molti degli alloggi del centro storico sono stati convertiti in stanze destinate ad affitti brevi orientati al mercato turistico. Le amministrazioni locali non  saputo (o voluto) mettere dei limiti al proliferare di questo nuovo tipo di strutture, che stanno determinando l’espulsione dei ceti più fragili. Le famiglie sfrattate, e gli studenti che non trovano più alloggio nelle zone che prima abitavano, sono costretti ad accontentarsi di case decrepite o a spostarsi in periferia. In questo modo gli effetti della speculazione si spalmano a cascata in tutta la città. ABBANDONATI A GIANTURCO Qualche giorno fa, in università mi trovo a commentare una notizia di attualità con due ragazzi da poco conosciuti: l’acquisto delle due torri del Banco di Napoli al Centro Direzionale. L’idea sarebbe di riconvertire pure quei due torrioni in acciaio e cemento armato in appartamenti per studenti universitari. In città, d’altronde, c’è penuria di case a prezzi abbordabili. I miei interlocutori, Antonio e Gennaro, sono entrambi studenti di giurisprudenza poco più giovani di me. Antonio ha avuto un’esperienza diretta della questione: ha ventidue anni ed è un fuorisede lucano che si è trasferito a Napoli per i suoi studi. Oggi vive in un appartamento condiviso con altri tre studenti in pieno centro storico, ma i suoi primi tre anni a Napoli li ha passati nello studentato pubblico di Gianturco, zona industriale a est di Napoli. Oggi paga quasi il doppio, perché non ne poteva più della struttura in cui stava. I tre anni che ha passato a Gianturco li descrive come un incubo. Mi mostra foto dei soffitti che cadono a pezzi: «Sembrava un ospedale, ti toglieva la felicità, quando si risolveva un problema se ne ripresentava subito uno nuovo, nella paura costante di essere trasferiti in altre strutture. La sensazione che provano inquilini e lavoratori dello studentato pubblico è abbandono, abbandono da parte dell’istituzione universitaria, da parte di chi dovrebbe gestirlo». Gianturco secondo lui è troppo isolata e pericolosa, quindi per evitare brutte sorprese aveva preso l’abitudine di tornare a casa entro le 18, praticamente un coprifuoco. «Quale studente potrebbe permettersi una singola a novecento euro al mese?», si chiedono i miei due amici. Gennaro aggiunge, tra l’esasperato e il rassegnato: «Lo Stato ha abbandonato il ruolo di garante del diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da operatori privati». Contribuisco alla discussione: gli dico che a Bagnoli stanno facendo un’operazione del genere: al posto di un hotel termale, poi scuola superiore, dismessa da anni, vogliono fare uno Student Hotel di lusso con vista mare. Anche qui il progetto è il sogno dei palazzinari, migliaia di metri cubi di cemento a ridosso dell’arenile. Ma non è l’unico, anche al Rione Berlingieri, a Calata Capodichino, ad Arzano, a Pietrarsa si preparano i cantieri per ristrutturare o creare da zero nuove strutture acquistate da fondi di investimento, gestite da privati, ma che beneficiano di circa venti milioni del Pnrr. In realtà, quello dello studentato sembra una facciata per poi guadagnare anche su altri business: pernottamenti di turisti e viaggiatori, affitto di spazi di lavoro alle piccole aziende, palestra, ecc. Come spiegano bene Portelli e Davoli nel recente volume Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, la diffusione degli studentati di lusso è al centro di una più larga serie di dinamiche urbane. Innanzitutto l’arrivo di attori e capitali finanziari nel mercato dell’edilizia studentesca, poi la contemporanea speculazione immobiliare in altri settori (per esempio quello turistico). Questa nuova stagione di “imprenditorialismo urbano”, dopata dai miliardi del Pnrr, è in sostanza una chance per investitori privati di fare cassa. La casa non è più bene d’uso ma investimento dal quale estrarre rendite crescenti. Quello del “partenariato pubblico-privato” è solo un mito, nei fatti il ruolo delle amministrazioni locali è quello di mettere disposizione risorse e garanzie, mentre i profitti ricadono sui soggetti privati. Gli studentati di lusso a Bagnoli e al Centro Direzionale, il Campus X a piazza Garibaldi, sono la dimostrazione che i cosiddetti vuoti urbani — cioè fabbricati non utilizzati, trascurati o mantenuti sfitti di proposito — non derivano quasi mai da coincidenze o da semplice negligenza. Lasciare che intere aree restino in stato di abbandono permette agli attori immobiliari di comprarle a prezzi irrisori, attendere gli interventi pubblici di riqualificazione e, successivamente, trarre profitto dall’aumento del loro valore. Queste strutture sono presentate da autorità e giornali cittadini come interventi di “rigenerazione” che tentano di risolvere il problema degli alloggi per studenti in città. In realtà, queste opere non fanno altro che riprodurre il problema che millantano di voler risolvere. (francesco nunziante)
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Nuovo attacco al mercato dei poveri. La storia di Stefania, venditrice del Balon a Torino
(disegno di francesca ferrara) Ogni sabato e ogni domenica si tiene un mercato delle pulci in via Carcano, in un angolo lontano della periferia settentrionale di Torino fra il cimitero monumentale e un centro di raccolta di rifiuti urbani. Il mercato – controllato dall’associazione Vivibalon – garantisce la sopravvivenza di persone che appartengono alle classi sociali più povere della città. Quest’estate la regione Piemonte ha modificato la legge regionale relativa a questo tipo di esercizio e ha imposto un limite di dodici mercati annuali. In seguito a un negoziato con la giunta cittadina, a dicembre è stata emanata una convenzione che alza a quaranta il tetto di mercati annuali: meno della metà delle giornate attuali. Anche la convenzione sancirebbe la fine del mercato, realizzando finalmente il desiderio di politici di destra interessati a guadagnare consensi grazie alla guerra a poveri e immigrati. Da poche settimane è nata una mobilitazione per difendere il mercato: un comitato raccoglie le firme contro la legge regionale, politici di sinistra ed entità del terzo settore sostengono la realtà di via Carcano, altri gruppi invocano sui social la necessità di preservarne l’esistenza. Certo è importante opporsi alle politiche regionali discriminatorie, eppure provo scoramento nel leggere gli appelli alla difesa di via Carcano. Il mercato di via Carcano è un ghetto dove negli ultimi anni sono stati rinchiusi i poveri a seguito di politiche di riqualificazione urbana che hanno interessato l’area di Porta Palazzo e Borgo Dora. Nel 2017 il mercato domenicale, che un tempo occupava piazza della Repubblica, è stato spostato qui, accanto al cimitero. Poi nel 2019 la giunta Appendino ha attaccato il mercato degli straccivendoli che si teneva ogni sabato al Balon di Borgo Dora: i venditori più poveri sono stati esiliati in via Carcano dopo nove mesi di resistenza e lotte, in seguito a cariche della Celere e multe onerose. Mi auguro che possibili forme di solidarietà si espandano e siano efficaci e spero si possa immaginare uno scenario che trascenda la mera difesa di una gabbia. Per questo credo sia fondamentale conoscere la storia del mercato e ascoltare la voce e le esigenze di chi lo anima ogni settimana. Per contribuire al radicamento di una lotta consapevole, segue la storia di vita raccontata da Vittoria, venditrice al Balon negli anni Sessanta, Ottanta e in questo secolo, impegnata nella resistenza contro lo spostamento del mercato nel 2019 e oggi venditrice in via Carcano. (francesco migliaccio) *     *     * Sono nata in corso Brescia al 32, dove c’era una piola con una bocciofila nel cortile. All’età di quattordici anni lavoravo in fabbrica, mia madre mi faceva lavorare perché avevamo bisogno di soldi, mio padre era piastrellista, una testa matta anche lui perché era stato partigiano e non trovava lavoro. Una vita difficile. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma studiavo anche. A quel tempo ho conosciuto il padrone del Maglificio Calzificio Torinese, quello con il simbolo dell’aquila, da cui poi sarebbe nato Robe di Kappa. Ho conosciuto il proprietario e lui mi ha preso a benvolere e mi lasciava studiare: facevo le tecniche alberghiere e studiavo lingue. Questo proprietario era interessato alla mia formazione e mi ha aiutato, facendomi andare a scuola la mattina e il pomeriggio a lavorare. Andavo a scuola dalle otto all’una, mangiavo e alle due andavo in fabbrica e lavoravo fino alle dieci. Questo fino a diciassette anni. Nel frattempo ho trovato casa a mia mamma, perché noi abitavamo in una stanza soltanto al terzo piano di corso Brescia, una casa ballatoio, eravamo tre figli, mamma e papà. Ho trovato una casa al terzo piano in via Monza, davanti alla fabbrica Nebiolo, avevano appena chiuso la Nebiolo. Io e le mie sorelle avevamo una camera, i miei un’altra. E mio papà muore nel ’65. La mia era una famiglia tradizionalista. Quindi proibizionismo assoluto: fino ai vent’anni la mia vita era casa e lavoro, lavoro e casa, e niente di più. Uscivo la sera al massimo fino a mezzanotte dai diciotto anni ai ventuno. Mio padre muore e io ho ventun anni. Una sera – era ottobre o novembre del 1965 – esco e non rientro a casa per dormire. Mia madre dice: «Vattene via!». Io esco, me ne vado via, e mi trovo in mezzo alla strada. Lavoravo, però avevo la testa in panne e ho smesso di lavorare. E sono andata al Balon: lì ho conosciuto per la prima volta la realtà del Balon. Il Balon era ancora su tutto il fianco della Dora, da corso Giulio Cesare e scendeva giù. E c’era il fianco della Dora che era un prato e noi – che eravamo i più poveri – facevamo il mercato lì, tutto fino in fondo. C’era ancora la rotaia sul ponte e passavano ancora i treni. E c’era il Balon che continuava anche in via Borgo Dora e in tutte le viuzze attorno, ricordo che un uomo comprava il ferro davanti al Maglio. Si andava liberi, si arrivava la mattina e chi arrivava, arrivava: il primo si piazzava. È chiaro che io ero giovane e avevo un posto piccolino e c’erano i prepotenti che arrivavano con tanta roba e ti volevano mandare via, gli altri ti difendevano, ma era una lotta verbale tra compagni. Eravamo abituati a essere autonomi, a gestirci da soli, ci controllavamo da soli e facevamo in modo che non succedessero stronzate tra noi. Trovavo le cose in giro, amici che conoscevano le mie condizioni mi davano una mano. E questo è stato un periodo molto breve, un paio di mesi, però mi ha dato da vivere: sono sopravvissuta. Abitavo in corso Vittorio Emanuele, in una pensione. Combinazione: ho vinto un concorso di miss, perché ero una bella ragazza, e ho partecipato al Cantagiro. Avevano liberalizzato la birra e io ero diventata Miss Birra Bruna, facevo il Cantagiro e facevo la velina. E lì ho conosciuto cantanti e musicisti, ho conosciuto la vita che non conoscevo. Sono andata a Ischia e lì ho conosciuto dei grandi sarti. E ho cominciato a fare la matta: non lavoravo più, ho fatto l’indossatrice per le sorelle Fontana, ho fatto la fotomodella per le fotografie della Fiat. Poi ho fatto anche la rivoluzione del Sessantotto! Ho fatto la sessantottina, la rivoluzionaria, e nel frattempo andavo in giro di notte. Ero una testa accesa. A quel tempo vivevo con un musicista, però ho conosciuto il padre di mia figlia e sono diventata la sua amante. Lui è stato il primo importatore di flipper e jukebox dall’America, quindi era ricchissimo. Lui in via Po, angolo via Rossini, aveva aperto una discoteca. Il locale si chiamava Don Pepe. Sotto c’era la discoteca, al primo piano aveva un ristorante e di fronte aveva una paninoteca. E lui – dopo qualche anno – voleva che gestissi tutte queste attività. Al Don Pepe, di sera, servivamo tutto: whiskey, birra; di giorno invece non servivamo alcolici. Anche perché il Don Pepe è nato per i ragazzi che tagliavano da scuola e venivano da noi. Nel nostro locale di via Rossini è nata Lotta Continua e si incontravano anche quelli di Potere Operaio. Venivano sotto la sera, dove c’era la discoteca. Io partecipavo alle lotte alla Fiat nel ’69 e ’70. Il padre di mia figlia nel frattempo faceva puttanate, aveva giri strani e io non lo sapevo. Quando mia figlia aveva otto anni suo padre è finito in galera in Francia. Mi aveva detto che era stato coinvolto involontariamente. E il palazzo dove c’era il Don Pepe era crollato, quindi non avevo più niente, non avevo la sussistenza. E lì sono tornata a fare il Balon, perché ero bloccata. Ho fatto di nuovo per qualche mese il Balon, che era sempre libero, non c’erano vincoli, niente: si arrivava, si piazzava e si vendeva. Mi figlia era piccola e veniva con me a fare il Balon; pensa, si ricorda che le avevano insegnato a fare le figure di carta, sai gli uccelli, le rane, e lei faceva quelle e le vendeva: dieci lire, venti lire. E mi aiutava così. Io vendevo le mie cose perché, essendo ricca prima, avevo tanta roba da casa mia. Poi un amico del padre di mia figlia mi ha detto: «Ma cosa fai a fare il Balon? Apri una sala giochi». E ho aperto una sala giochi in via Po, angolo via Rossini, la prima sala giochi di Torino è stata la mia. La sala giochi era di fronte al posto dove c’era il Don Pepe, là dove prima gestivo la paninoteca. Questo amico mi ha aiutato e abbiamo messo i flipper e i jukebox. E siamo andati avanti, poi c’erano i videogame e lì c’era la prima sala dei videogame. Nel frattempo il padre di mia figlia torna dopo tre anni di prigione e mi fa la guerra. Voleva rimpossessarsi di tutto e io ho detto: «No, non mi sta bene perché non voglio avere a che fare con te». Lui mi ha buttato fuori di casa, mi ha tolto la sala giochi e io mi sono trovata di nuovo al Balon. Sono finita al Balon perché non avevo altra soluzione! Facendo il Balon, incontro un mio cugino e mi offre di lavorare con lui per INA Assitalia. «Vieni a lavorare con me, ti faccio fare il corso», dice. E lui mi ha aiutato veramente, mi ha mandata a studiare a Milano: ho fatto una specie di master in economia per poter lavorare nel mondo finanziario perché vendevo polizze pensionistiche, le prime polizze pensionistiche. A metà anni Ottanta nascono i fondi di investimento e mio cugino, con un suo socio, comincia a lavorare per Agos, finanziaria del gruppo Montedison e mi chiede se voglio lavorare anche io. Io faccio di nuovo un master a Milano e comincio. Chiaro che quel mondo lì era tutta un’altra cosa, non era più il mondo della notte, delle marachelle, non era più il mondo della tossicità. Era un mondo bello, mi piaceva. Poi sono caduta in disgrazia. Tutto quello che avevo guadagnato fino al 1988 – e guadagnavo bene perché avevo lavorato per INA Assitalia e poi Montedison – l’ho investito in un fondo sbagliato. Allora vado a lavorare in banca. Do l’esame, che è un esame di stato, e divento consulente finanziario di questa grossa banca. Inizio nel 1988. Però sono una irrequieta e lavorando in banca conosco persone del settore immobiliare e mi chiedono se volevo lavorare per l’immobiliare e ho detto sì. Ho conosciuto gente molto ricca che aveva degli immobili e ho fatto l’amministratore per questi ricconi di Pinerolo. Uno è un assessore, tutta gente ricchissima, che aveva proprietà enormi, fazendas in Sud America. Mi guardi stupito, eh? Mi davano una percentuale sugli affitti che andavo a riscuotere. Tutti gli anni Novanta ho lavorato in banca e come privato per questa amministrazione. Mantenevo mia figlia, non mi costava poco. Ero una brava venditrice. In seguito mia figlia è a Roma e io decido di mollare tutto e andare a Roma. Ho chiesto aiuto a una conoscente e lei mi ha fatto lavorare per una società di Milano, siamo nel Duemila, una società che si occupa di caricamenti nei supermercati. Coprivo il centro Italia: Lazio, Marche, Abruzzo. Facevo la refill manager per gli ipermercati. Questa società di Milano faceva i caricamenti dei supermercati, significa che mandava il personale nei supermercati a caricare per le grandi aziende: Coca Cola, Barilla e altre. Arrivava il materiale e i ragazzi pagati dalle società di distribuzione mettevano a posto gli scaffali. Io insegnavo ai ragazzi le tecniche per riempire gli scaffali e andavo negli ipermercati a controllare che facessero questo. In tutti gli ipermercati: Coop, Conad e altri. Io come refill manager gestivo duecentocinquanta ragazzi. Andavo in giro per l’Italia, non stavo mai a casa. Poi ho una discussione con mia figlia, litighiamo e io faccio le valigie e vengo via dopo aver vissuto due anni a Roma, era il 2002. E lascio quel lavoro di punto in bianco, a Milano erano disperati. Torno a Torino e vado ospite da mia sorella. Poi avevo la residenza in una stanza che era una ex portineria, me la sono fatta riattare e ho messo il soppalco. Ero insoddisfatta, irrequieta. E sono arrivata a sessant’anni nel 2004, l’età della pensione, e vado in pensione, però lì non so più cosa fare. Allora sono andata a lavorare per un’agenzia di viaggi, però non faceva per me: sì, io parlo tre lingue, sono andata in Corsica, in Francia, ma non mi sentivo a mio agio a fare quel lavoro lì. Per qualche anno, tornata da Roma, sono sopravvissuta, ma ero in difficoltà e allora mi sono ricordata del mercato e di come mi aveva aiutato in passato: così mi sono riavvicinata al Balon! Sono andata in giro per vedere che cosa succedeva al Balon e dal 2007 a oggi faccio il Balon. Andavo nel canale Molassi [dietro a via Borgo Dora, non distante dal luogo originario dove piazzavano gli straccivendoli] e allora il mercato dei poveri era controllato dall’associazione Vivibalon [l’ente che controlla il mercato dei venditori più poveri dal 2003]. Era cambiato, perché dovevi pagare una quota per il tuo spazio. Prima non dovevi pagare, non ero abituata e ho dovuto abituarmi, però non mi sono trovata male. Finché non ci hanno rotto i coglioni [nel 2019] non si stava male. Sempre raccattavo oggetti dagli amici, dai conoscenti, con la vita che ho vissuto conoscevo un mucchio di gente, di tutto e di più. La gente aveva visto che ero caduta in disgrazia. Prima ero milionaria, poi sono diventata una pensionata. Io in tutto prendo seicentoventi euro al mese di pensione, e questa cifra solo da quando ho compiuto ottant’anni. Ti ho conosciuto nel canale Molassi in Borgo Dora nel 2017, 2018, poi è avvenuto lo sfacelo. Un macello! Succede che ci vogliono far chiudere, ma noi non eravamo abituati a questo tipo di atteggiamento da parte della politica. [Alle fine del 2018 la giunta Appendino intima lo spostamento del mercato gestito da Vivibalon: un trasferimento dalla sede storica di Borgo Dora in via Carcano]. Io chiaramente non sono d’accordo, voi ragazzi ci aiutate a fare casino, a farci sentire. Siamo andati davanti al municipio a far bordello, ma non è servito a nulla. A un certo punto il gran capo qui [di Vivibalon] ci dice che dobbiamo lasciare tutto perché la polizia ci trasferisce qui in via Carcano. Io sono una di quelle che non è venuta in via Carcano, sono stata nove mesi abusiva in canale Molassi. Pochissimi venivano qui in via Carcano. Le notti di venerdì accendevamo i fuochi e prendevamo i posti in Borgo Dora. Il venerdì sera andavo a prendere il posto dopo le sette nel canale Molassi, con il mio baracchino. Facevo il fuoco, stavo lì a chiacchierare, a tenere compagnia. A volte non ce la facevo e andavo a dormire, ma c’era sempre qualcuno che guardava affinché non mi rubassero la roba. E nessuno ha mai toccato niente! I ladri non esistevano, fra di noi non ci siamo mai rubati niente. In questa lotta ci organizzavamo da soli, tra noi, senza controlli, senza bisogno che qualcuno venisse a dirci come comportarci, anzi tra di noi ci controllavamo ed eravamo tanti, veramente in tanti. Anche per raccogliere le immondizie, eravamo noi a gestire: controllavamo che tutti buttassero dentro il camion, che continuava a esserci. Poi hanno costruito un muro [nel piazzale di San Pietro in Vincoli, accanto al canale Molassi] per impedirci di vendere ed è arrivata la Celere. Io sono una che è stata caricata dalla polizia! Volevo lo stesso piazzarmi, e non mi hanno lasciato, poi ho visto degli altri, poverini, che hanno piazzato e gli hanno sequestrato tutto, gli hanno fatto la multa, li hanno portati via, un sacco di casini. Io, combinazione, non avevo piazzato perché non avevo fatto in tempo: ero lì che manifestavo e mi hanno caricato! Nonostante hanno visto i miei capelli bianchi, non gli è fregato un cazzo di niente: hanno caricato lo stesso. E io sono una di quelle che si è messa a urlare e le ha prese. E adesso? Mi sono integrata qui in via Carcano, sto facendo via Carcano. E quanti anni è? Dal 2020, tanti anni. Il mercato qui non è male, ma chi lo dirige [l’associazione Vivibalon] fa il bello e il cattivo tempo e noi venditori non abbiamo nessun potere: non fanno assemblee, fanno tutto loro. E nel frattempo la politica ha deciso che ci vuole chiudere perché dicono che qua ci sono i ladri, i delinquenti, ma non è vero. Pensa che qua hanno fatto delle multe con verbali per dei portasaponette. I vigili hanno fatto la multa di centosessanta euro perché sul banco di Michele hanno trovato due portasaponette che avevano ancora il cartellino attaccato e qui non si può vendere nulla di nuovo. Qui la gente vive di elemosina e i vigili vanno a caccia di due piccoli oggetti nuovi. E siamo anche tutti obbligati ad avere il tesserino addosso quando vendiamo. Passa il vigile, che ci conosce da sempre, e ci dice: «La tessera!». Siamo obbligati a tenere la tessera al collo, da qualche mese. Il Balon era la libertà e adesso ti hanno messo l’anello al naso! Il Balon è stata un’ancora di salvezza in tutti i momenti difficili e adesso lo è ancora. Che cosa faccio io? Vado a chiedere l’elemosina? Se non faccio il Balon, come faccio la spesa? Non bastano le offese della vita? Ho fatto delle puttanate, e le ho pagate tutte, ma non rimpiango niente di quello che ho fatto. Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto nella vita: errori compresi. Anche perché io sono il risultato dei miei errori e se ho una sensibilità di un certo tipo è perché ho pagato sulla mia pelle i miei errori. Altrimenti non sarei così a ottantun anni, non sarei disposta a fare la guerra alla mia età. Quelli della mia età non hanno più voglia di fare la guerra, io ce l’ho ancora. E ti dirò di più: anche se non faccio più il Balon perché non ho più il fisico per farlo, se c’è bisogno di contestare, io ci sono, io vengo. Se chiudono via Carcano, ci mettiamo tutti qua davanti a protestare e far casino e poi torniamo in Borgo Dora, al Balon! Non c’è dubbio! Non c’è alternativa. Questa è tutta gente che, bene o male, vive di questo.  
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Monologo Torino. Voci di classi dirigenti durante lo sgombero di Askatasuna
(disegno di peppe cerillo) Nel museo del Risorgimento di Torino c’è una stampa ottocentesca davanti alla quale mi soffermo spesso. Si ritrae un’immaginaria piazza del Plebiscito a Napoli. La piazza s’apre sul mare, il Vesuvio appare lontano avvolto dal fumo e la città attorno è scomparsa. In primo piano il re Ferdinando II regge spaventato la costituzione del 1848 mentre s’accalca attorno una folla inferocita pronta a bastonarlo. Il re è tenuto fermo da tre figure: uno scheletro che reca una falce con su scritto “Morte”, una donna guerriera con una spada con l’incisione “Forza” e una vecchia dai capelli scarmigliati con una veste che dice: “Paura”. Una didascalia recita: “Il re di Napoli nel momento che dava le riforme al suo popolo”. Poco oltre, basta attraversare alcuni corridoi del museo, s’apre la Sala Plebisciti di palazzo Carignano, ampia e decorata con stucchi, appesi alle pareti vasti dipinti risorgimentali con cannoni e patrioti all’assalto. Qui si tiene un incontro organizzato da La Stampa e rivolto ai lettori. Sul palco leggo lo slogan “La Stampa è con voi”. È il pomeriggio di giovedì 18 dicembre: una data che segnerà la coscienza storica della città. Non sono settimane facili per il giornale torinese. Dopo l’irruzione in redazione da parte di alcuni manifestanti, era il 28 novembre, La Stampa ha ottenuto un sostegno pressoché unanime e ha ricevuto anche la visita del suo editore John Elkann. Solo pochi giorni dopo lo stesso editore – certo persona corretta, educata, non un vandalo che distrugge redazioni – ha annunciato la vendita del gruppo che controlla il giornale e il destino de La Stampa è ancora incerto. La conferenza di oggi assume così un valore simbolico: gli ospiti partecipano e intervengono per mostrare affetto e sostegno. La mattina si sono alternati sul palco, fra gli altri, l’ex-sindaco Chiamparino, la presidente della Fondazione CRT, il presidente dell’Unione Industriali di Torino, l’assessora alla cultura della città. Questo pomeriggio, invece, vedo Luigi Ciotti, il presidente della Compagnia di San Paolo Marco Gilli, Elsa Fornero, il direttore del Museo Egizio, il presidente di Iren Spa, Carlo Petrini di Slow Food e altre personalità del mondo della cultura e dell’imprenditoria. Dialogano con loro il direttore, il vicedirettore e i giornalisti de La Stampa. «Io penso che è il momento di far rinascere questo giornale. Non viviamo questo momento come un momento di lutto, ma di rinascita!», esclama Petrini invano. È un funerale, anche se nessuno lo ammette. La famiglia Agnelli ha abbandonato il suo giornale così come ha lasciato la città: all’ombra delle fabbriche dismesse non c’è più bisogno d’un foglio padronale che garantisca il consenso e amministri la verità. Oggi tutti, contriti eppure ottimisti, si riuniscono al capezzale e raccontano di quando, da bambini, vedevano i nonni dispiegare sul tavolo i fogli stampati di fresco. Segue in platea un pubblico attento, borghese e invecchiato, che non fa mancare i suoi applausi e sommesse risate a sottolineare i passaggi arguti. Se fosse stato un altro giorno, avrei scritto un articolo comico, o grottesco. «Torino ha qualcosa di veramente speciale», dice Baricco con ampi gesti delle mani. «Se c’è uno sport nel mondo che consiste nell’essere una città che si sfila dai suoi splendori per trovare un nuovo equilibrio, una compostezza e una bellezza sua – Baricco in video allarga di nuovo le braccia con pausa da retore – …se c’è questo sport del declino delle città – pausa, sorniona – …se c’è questo sport Torino è veramente campione mondiale». Avrei scritto un articolo comico citando a caso una frase tratta dall’intervento a distanza di Maurizio De Giovanni. Avrei potuto menzionare la già presidente dell’Accademia Albertina lanciare un monito democratico: «Non ricordo chi lo disse: “Libertà è partecipazione”». E il vicedirettore de La Stampa: «Gaber!». O ancora Vladimir Luxuria: «Bisogna difendere La Stampa, è spesso stata sotto attacco. Penso ad alcuni, non so come definirli, teppisti che hanno assalito la redazione. Lunga vita a La Stampa!». Ma non posso scrivere un articolo grottesco, o ironico il 18 dicembre, il giorno in cui sgomberano Askatasuna. Poco distante, là fuori, mentre qui parlano le classi dirigenti, ci sono due idranti che lanciano acqua ai solidali e una ventina di camionette bloccano il quartiere di Vanchiglia. Le scuole accanto sono state chiuse sin dall’alba. La difesa della democrazia è un discorso ricorrente. Nei giorni successivi al 28 novembre La Stampa è stata riconosciuta come irrinunciabile “presidio di democrazia”. Ora afferma Andrea Malaguti, il direttore del giornale: «L’informazione è la fonte della democrazia e io credo fermamente in questo. Noi siamo in un pianeta in cui il novantadue per cento degli esseri umani, il novantadue per cento, quindi praticamente tutti, sono guidati da governi che non sono democrazie. Noi facciamo parte dell’otto per cento. Noi, piccolini, pochi, abbiamo questo privilegio che non capiamo, che rischiamo di perdere». Prima di lui Luigi Ciotti libera una metafora: «L’informazione è sorgente di democrazia, innanzitutto – la voce è interrotta dagli applausi – e una democrazia progredisce solo se è costituita da cittadini informati e quindi proteggere un giornale, proteggere i giornalisti, vuol dire proteggere la democrazia di un paese». Dal telefono osservo un idrante della polizia su corso Regina Margherita che riversa acqua su persone sedute a tavolini piazzati in mezzo alla strada. Si susseguono gli interventi a ritmo serrato. Fra le facezie, il brusio insignificante tipico di questi eventi, le frasi di circostanza, spiccano le considerazioni di chi gestisce brani importanti di potere in città. Luca Dal Fabbro, presidente di Iren (la società partecipata dalla Città di Torino che controlla le reti elettriche, gas e rifiuti), ragiona sullo stato dell’imprenditoria nella regione «di Agnelli e Olivetti». Riflette sulle strategie industriali e sul rapporto con la ricerca universitaria e avverte dell’importanza dell’innovazione in ambito informatico per affrontare una futura “guerra ibrida”: «L’Italia è tra i paesi che può offrire soluzioni. […] Tutti siamo molto preoccupati dai missili, dai carri armati, dagli aerei, ma costano molti soldi, mentre un attacco cibernetico fa lo stesso danno di un missile e costa un decimo, un centesimo, un millesimo». Per Marco Gilli, presidente della Compagnia di San Paolo, «oggi è successo qualcosa di importante». Ecco, ora si espone sullo sgombero. «Oggi abbiamo dato i risultati del concorso di progettazione per la completa riqualificazione di tutto l’edificio della Galleria di Arte Moderna (Gam)». Menziona il vincitore del progetto, «una archistar di Rotterdam», e annuncia che «questo processo vuole ripensare la Gam, conservando ciò che c’è, e avere una grande capacità trasformativa. In modo da integrare veramente la Gam nella città, con gli spazi pubblici, gli spazi privati, gli spazi chiusi e gli spazi aperti». Massimo Broccio, presidente della Fondazione Torino Museo, annuisce fra il pubblico. Ma la Gam non è l’unico “progetto speciale” della Compagnia e alla fine dell’intervento Gilli ricorda anche la Cavallerizza, “polo culturale” e futuro quartier generale della fondazione. E ancora l’area dell’Ex-Moi: «Lì – conclude Gilli – vorremmo provare a mettere insieme laboratori della scuola di medicina e laboratori del Politecnico, per promuovere la ricerca interdisciplinare, una sinergia fra i nostri atenei e anche nuova imprenditorialità». Seguire i progetti della Compagnia di San Paolo significa impostare un’ampia, per quanto parziale, mappa dello sviluppo urbano e della speculazione a venire. Solo tre giorni fa la giunta comunale ha approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore. Il piano garantirà più flessibilità di intervento, meno burocrazia e meno regole per gli investitori. Il piano regolatore ispira Paolo Verri direttore della fondazione Mondadori: «Dobbiamo lavorare sull’area metropolitana, pensare a un piano regolatore della cultura. E non a livello comunale, serve un piano regolatore della cultura a livello regionale, macro-regionale». Verri è stato il promotore della candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019 e adesso s’auspica lo stesso destino per Torino: «Torino deve vincere la candidatura a capitale della cultura nel 2033. Fate un applauso a Torino 2033!». Innovazione digitale, sviluppo culturale, incremento dell’offerta artistica. Nella Sala dei Plebisciti le classi dirigenti disegnano l’avvenire di una Torino morbida e flessibile, disposta ad accogliere gli investimenti e i turisti. Risulta allora necessario smussare gli spigoli, ricucire le smagliature, eliminare i resti refrattari al cambiamento. Immagino sia all’opera un generale processo di metabolismo urbano: tutto ciò che è informale, non ancora governato, o spontaneo, deve essere tradotto in un nuovo codice, comprensibile a chi amministra e a chi investe, e messo a valore. L’opera di traduzione può essere dolce e riformista: si possono impiegare gli strumenti innovativi come i patti civici e i beni comuni per trasformare l’esistente, e adeguarlo al nuovo tempo. Oppure si può impiegare la forza violenta delle camionette, come è avvenuto oggi là fuori. Mentre ascolto rimbombare l’eco delle parole emanate dal microfono, immagino che i reazionari al governo nazionale non siano null’altro che uno strumento di cui il neoliberismo si serve per conquistare nuove porzioni di territorio. Forse l’aria è cambiata anche a Torino e ci aspettano stagioni meno ipocrite, dove i colpi cadono più duri e diretti. Intorno a me gli ospiti parlano ancora, sono passate tre ore, e paiono soddisfatti, o compiaciuti. Qualcuno di loro osa ricordare quel che accade fuori. Paolo Verri si rivolge al pubblico: «Oggi è una giornata difficile, anche culturalmente. Perché lavorare sullo scontro è facile, lavorare sul dialogo è difficile. Io vorrei fare un applauso alla possibilità di fare il dialogo». Non ho capito il seguito a causa del battito collettivo di mani. E poi è il turno di Christian Greco, direttore del Museo Egizio: «Intendo il museo come piazza, come forum, come agorà, il museo come luogo sicuro in cui memorie si possono incontrare nel dialogo. Come si dice in greco? Dialegein, che lingua meravigliosa. Perché il dialogo è il sangue della nostra società. Se noi fossimo sempre tutti d’accordo non andremmo da nessuna parte». In realtà proprio qui, oggi, sono tutti d’accordo: non esiste alcuna alterità in questa melassa di linguaggio già omologato e adeguato al dominio del profitto sul mondo intero. Ho assistito a un monologo questo 18 dicembre, lo stesso monologo che ogni mattina trovo sulle pagine di carta. È tardi ormai, fuori la sera è inoltrata. È tempo di andare. Il direttore de La Stampa Andrea Malaguti vuole però intervenire sulla prima pagina di domani, dedicata allo sgombero di Askatasuna. «Si può trattare in molti modi quello che è successo oggi a Torino, riguardo ad Askatasuna – afferma Malaguti. Ho sentito i commenti durante la giornata di gente che si mette la maglia. Ci sono quelli che dicono “Finalmente, era ora! Questi si devono cacciare perché non si può mancare di rispetto alla legalità”, il che è sacrosanto. E ci sono quelli che dicono invece: “Poveretti, avevano diritto anche loro di avere un luogo, bisogna ascoltare tutte le sensibilità”. Ora, io confesso che non so esattamente dove posizionarmi in questo dibattito, salvo schierarmi sempre dalla parte della legalità. Però noto, e mi domando: ma perché esisteva questo luogo? Esisteva perché anche le forze dell’ordine si rendono conto che è più facile controllare chi ha comportamenti illegali, se queste persone sono concentrate in un posto. Io suppongo – ma non lo so – che dentro ci fossero un sacco di microspie, che ci fosse una intercettazione approfondita. Quindi il motivo per cui rimaneva lì non era un motivo banale: buoni contro cattivi. Era invece legato all’idea su come si controlla una situazione di questo genere nella maniera migliore. Da domani possiamo immaginare che queste persone non è che spariscono, ma vanno altrove. È più facile o meno facile controllarle?». Il presidio di democrazia chiude per oggi, l’aperitivo aspetta nella sala accanto. (francesco migliaccio)
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Trieste, gli sgomberi di migranti nel porto vecchio
(archivio disegni napolimonitor) «E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30 del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone in movimento provenienti soprattutto da Pakistan, Afghanistan, Nepal e Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle persone che camminano, ci sono dei panni stesi. Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni abitative alternative ai vecchi magazzini. Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici: una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni. Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil durante la scorsa estate. Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa. L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la diffusione dei container come strumenti per spostare le merci. Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio nell’accoglienza alle persone in movimento. Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento. Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza nessun tipo di servizio. Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso 3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal, un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste. Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre tre morti di migranti in Friuli Venezia Giulia: Shirzai Farhdullah, venticinque anni, a Pordenone; Nabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio, avvenuta mentre cercavano di scaldarsi. Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?». (alessandro stoppoloni)
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Macerie su Macerie – PODCAST 15/12/25 – Urbanistica partecipata alias urbanistica securitaria
A Macerie su Macerie riprendiamo il tema dell’urbanistica, in vista del nuovo piano regolatore della città previsto per il 2026. Attraverso un’intervista di qualche anno fa a Jean Pierre Garnier, sociologo e compagno, riflettiamo sulle ideologie urbane degli ultimi decenni, tra le retoriche sulla partecipazione attiva della cittadinanza e la metropoli della paura che prende forma. Ascolta qui la puntata precedente sull’argomento: Il “modello Milano” per Torino: il nuovo piano regolatore.
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Mille e duecento posti per i disoccupati napoletani. “Finisce qua” la lotta per il lavoro?
(foto del movimento disoccupati 7 novembre) Chissà se quando il dirigente della Digos saluta i manifestanti con il canonico: «Finisce qua?», si rende conto dell’allegoria prodotta. È martedì mattina, siamo all’esterno della sede Rai di Napoli, dove il Movimento disoccupati 7 Novembre ha organizzato una conferenza stampa per rivendicare il recente avvio di un percorso di tirocinio finalizzato all’inserimento lavorativo, ottenuto dopo oltre dieci anni di lotte. Sono le dieci e trenta, la conferenza è finita da poco e il gruppo si sta lentamente sciogliendo. La domanda del poliziotto è quella che fanno di solito gli agenti al termine di una manifestazione, per assicurarsi che questa non continui altrove o che non vi siano altre azioni in continuità con quella conclusa. In quel contesto, mentre il movimento celebra quella che è una innegabile vittoria, e in un certo senso la conclusione di un percorso politico decennale, la sua domanda potrebbe risuonare come una sorta di invito a darsi una calmata: “Il posto l’avete avuto: ora avete finito?”. In realtà, le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai delegati del movimento, vanno nella direzione opposta. Per prima cosa, dicono, bisogna continuare a vigilare, e se necessario a fare pressione, affinché tutti i mille e duecento tirocini comincino; secondo, è importante che gli impegni presi riguardo alla trasformazione in un lavoro stabile e dignitoso di questi tirocini vengano rispettati; terzo, nel movimento c’è già chi pensa che la lotta per il lavoro debba mutarsi ora in lotta sindacale, per un mantenimento e miglioramento delle condizioni e dei diritti. Il Movimento disoccupati 7 novembre nasce undici anni fa, dopo che un gruppo di abitanti delle periferie a ovest della città partecipa alla grande manifestazione di Bagnoli contro lo Sblocca Italia e il commissariamento dell’ex area industriale. Col tempo il gruppo cresce, arriva a raccogliere circa quattrocento iscritti da diversi quartieri e si “federa” con un’altra grossa lista di lotta per il lavoro, il Cantiere 167 di Scampia. Centinaia di persone sono in strada quotidianamente, pretendono la garanzia di un diritto costituzionale, e manifestano, presidiano, occupano, arrivano a forme di scontro radicale per ottenerla. Gli anni passano, si creano opportunità, ci sono inganni e tradimenti istituzionali, ogni volta si ricomincia daccapo. Le inchieste giudiziarie si moltiplicano, le accuse sono spesso assurde, arrivano anche condanne, pesantissime. Eppure oggi il prefetto, che evidentemente ha la memoria corta, parla di “proteste garbate”, e nelle prime righe del recente accordo firmato da comune e governo ammette che il movimento ha rappresentato un problema di ordine pubblico, perché queste centinaia di persone non facevano altro che rivendicare per un proprio diritto. Alla fine, dopo undici anni di lotta, l’accordo arriva. Mille e duecento disoccupati napoletani verranno impiegati per la cura e la manutenzione del verde pubblico e scolastico, la sorveglianza delle strutture museali, altri interventi di pubblica utilità. I primi cominceranno a breve, gli ultimi saranno chiamati entro febbraio. Dopo un anno si comincerà a pianificare la loro assunzione in cooperative comunali che si occupano di questo stesso genere di interventi. L’investimento complessivo è di circa tredici milioni di euro. «La nostra intenzione – ha spiegato il sindaco Manfredi – è quella di far progressivamente transitare queste persone all’interno delle cooperative che operano al Comune e Città metropolitana, che noi utilizziamo per la gestione del verde pubblico. Queste cooperative oggi vivono una riduzione dei partecipanti per i pensionamenti, ma l’obiettivo è quello di mantenere immutata la loro dimensione numerica». Questo scenario fino a qualche anno fa non sembrava nemmeno lontanamente ipotizzabile, considerando le resistenze delle stesse istituzioni che oggi rivendicano il risultato, che si è invece delineato soprattutto grazie agli sforzi del movimento.  Al termine della conferenza abbiamo fatto alcune domande a Eduardo Sorge, uno dei portavoce dei 7 Novembre, chiedendogli se davvero, come sottintendeva forse l’ispettore della Digos, la loro lotta è finita qua. (riccardo rosa) *     *     * «Al netto della forza della lotta, dell’incessante lavoro di mobilitazione e di piazza, negli ultimi due anni c’è stata un’attenzione trasversale su questa vertenza, perché si potesse concretizzare un risultato in questa direzione. Dal punto di vista prefettizio c’è stato e c’è l’interesse a pacificare una delle poche aree che rompeva e speriamo rompa l’immagine della Napoli città-vetrina, per cui in un momento in cui Napoli sta diventando un parco giochi, una delle loro valutazioni è stata che forse non era il caso di continuare ad alzare muri verso una lotta che coinvolgeva un migliaio di persone, le quali tra l’altro andranno a svolgere un’attività che va a colmare un vuoto di servizi. Dal canto nostro, sappiamo che anche questo intervento sui servizi è finalizzato a supportare una città che si prepara ad accogliere flussi turistici ancora più imponenti di quelli attuali, e insomma il ragionamento istituzionale è stato che conviene anche a loro che una serie di persone piuttosto che stare a bloccare le strade vadano a garantire quello che considerano “decoro urbano”, a potenziare l’accoglienza museale o migliorare i servizi scolastici. «Le cooperative dove si andranno a svolgere questi tirocini sono le stesse dove i disoccupati hanno svolto gli stage in una fase precedente, con il piano Gol, sono cooperative attualmente finanziate da un investimento nazionale di decine di milioni di euro, soldi che vanno nelle casse del comune che li gestisce. Quindi l’amministrazione per questo servizio non investe risorse, seppure per l’allargamento della platea ha contribuito con una quota. Di questa platea di mille e duecento persone noi possiamo dire di rappresentarne circa la metà, ma ci sono state spinte, per esempio durante la campagna elettorale delle regionali, con interessi di parte molto lontani da noi, per frammentarla; il vantaggio di essere riusciti a mantenere compatto il movimento, sta nel fatto che questo risultato non potrà essere merce di scambio, non saremo disponibili a essere strumentalizzati. Negli ultimi mesi, soprattutto i partiti di governo, hanno provato a candidarsi come “rappresentanti” di questa vertenza. Da questo punto di vista, riuscire a garantire risultati per tutta la platea, e non soltanto per i nostri iscritti, è stato decisivo. Anche il fatto che ventiquattr’ore prima di questo risultato siano arrivate condanne di due anni e due mesi per otto esponenti del Movimento è un modo per dire “ok, vi siete presi quello che volevate, ora però non rompete le scatole su tutto il resto”. Ma se è vero che il movimento è nato per il lavoro, è anche vero che è sempre stato nelle battaglie politiche generali – contro il riarmo, contro la guerra, per l’unità dei lavoratori; e rispetto alla città, nella denuncia della privatizzazione del verde cittadino e di tutte le operazioni che si stanno svolgendo sulla costa, da San Giovanni a Bagnoli, e quindi continuerà ad alimentare le lotte territoriali. «Quando si fa un bilancio politico, tutto va inquadrato nel momento storico. Da un certo punto di vista è una vittoria gigantesca, non tanto per il risultato, ma per la rete che si è costruita tra la gente, i quartieri popolari, l’unità anche con chi, come il Cantiere 167, politicamente non era vicinissimo a noi. Forse se trent’anni fa avessimo raccontato questa vertenza non avremmo parlato di vittoria, avremmo parlato di un’elemosina di Stato fatta per risolvere un problema di ordine pubblico, ma io credo che tutto vada inquadrato in un contesto, e in quello attuale gli operai e i lavoratori prendono sempre meno salario, sono sempre più sfruttati, hanno sempre meno diritti sindacali. Siamo in un momento di arretramento a oltranza, e il fatto che si ottenga un risultato per mille e duecento persone, che non è solo il tirocinio, ma è qualcosa che darà la possibilità dopo dodici mesi di entrare nelle cooperative, significa non solo dare a chi ha cinquanta o sessant’anni una dignità personale, ma anche per diverse centinaia di ragazzi di venticinque-trent’anni di avere un’alternativa a fare il rider sotto la pioggia, oppure a fare i servizi nei b&b di cui Napoli è piena. Questo io credo sia il grande valore politico: la lotta ha pagato, e questo, in un momento in cui c’è una disillusione totale verso le pratiche collettive di organizzazione, è la cosa più importante. Molti di quelli che ieri erano bassa manovalanza della criminalità o erano nella totale marginalità sociale, adesso fanno i corsi nelle loro sedi, nei quartieri popolari, con i bambini di comunità srilankesi, fanno battaglie contro le chiusure degli ospedali pubblici. In una fase, tra l’altro, in cui siamo bombardati da giornali che ci dicono che non è possibile garantire la spiaggia e il parco urbano a Bagnoli, ora noi abbiamo un esercito di manutentori del verde, per cui sarebbe anche divertente andare a dire al comune di Napoli: perché queste persone che già pagate non le spostate tutte quante per garantire il parco urbano e la spiaggia? Stimolarli quindi sul fatto che se il danaro pubblico si vuole tirar fuori per il lavoro pubblico, dignitoso e stabile, si può tirare fuori.
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Lo specchio dei tempi. Sulle reazioni all’irruzione a La Stampa di Torino
(disegno di martina di gennaro) È fecondo configurare l’attualità come storia contemporanea. In merito all’irruzione presso la redazione de La Stampa di Torino di venerdì 28 novembre, lo storico contemporaneo dovrebbe studiare la reazione mediatica, e spettacolare, che si è scatenata, e chiedersi perché in modo così unanime e accorato istituzioni, politici, intellettuali e organizzazioni di questo paese hanno condannato l’evento. Qual è l’origine materiale di un discorso tanto compatto, in apparenza inscalfibile? Il primo dicembre nelle pagine nazionali de La Stampa compare un articolo intitolato: “Stampa città aperta”. Si riportano le visite in solidarietà alla redazione e le dichiarazioni rilasciate per l’occasione. Appaiono l’editore Elkann, il presidente della regione Piemonte, un deputato del Pd, un ministro del governo; è annunciata la venuta del ministro della cultura e, forse, di Elly Schlein. Il sindaco della Città s’era già presentato in visita. Uno sguardo storico deve allora individuare le relazioni concrete fra un centro di emanazione dei discorsi e le classi dirigenti. E da qui discende una possibile mappatura delle forme del potere e della loro riproduzione simbolica. Ecco un esempio, forse marginale eppure peculiare. Una delle prime reazioni è stata quella di Jacopo Rosatelli, assessore alle politiche sociali della Città e membro di Sinistra Ecologista, la costola di Avs a Torino. Lo stesso venerdì pomeriggio dalle colonne blu di Facebook scriveva l’assessore: “Nel giorno in cui le e i giornalisti scioperano, un vile attacco squadrista colpisce la redazione de La Stampa. Nulla può giustificare questa violenza. Solidarietà al quotidiano e a tutta la comunità professionale dell’informazione torinese”. Durante il mandato di Rosatelli sono stati sgomberati i baraccati di piazza d’Armi e senza garantire degne soluzioni abitative. Di recente sono state create “zone a vigilanza rafforzata” per sottoporre a controlli di polizia persone potenzialmente destinate al Cpr e si è condotta una repressione sistematica di uomini senza dimora che vendono pochi oggetti in strada. Ancora, si è portata avanti una campagna di sgombero di famiglie occupanti di case Atc senza offrire soluzioni alternative e spesso lasciando in strada donne e bambini. In merito a questa violenza urbana contro poveri e subalterni La Stampa, come tutto il giornalismo cittadino, è silente o compiacente. Per quale ragione? Come spiegare il silenzio? Lo sgombero di piazza d’Armi avvenne per permettere il sereno svolgimento di Eurovision. Accanto alle zone a vigilanza rafforzata sorgono aree interessate da interventi di speculazione immobiliare, i presìdi di polizia riguardano spesso i distretti aperti ai sogni turistici e gli isolati pronti ad accogliere la nuova linea della metropolitana. E dopo la stagione di sgomberi degli alloggi occupati è recente la notizia della possibilità di privatizzare alcune unità delle case popolari torinesi. Qui lo storico può intravedere le connessioni tra istituzioni, poteri economici e funzionari della diffusione dell’informazione. Abbiamo in passato analizzato stile e contenuti del giornalismo torinese e di certo dovremo trovare il modo di persistere con più continuità e ostinazione. Ora ricordiamo le parole vivissime che Goffredo Fofi scriveva a proposito del quotidiano torinese. Era il 1964 e il libro – straordinario – è L’immigrazione meridionale a Torino. (redazione monitor) *     *     * Il monopolio a Torino ha costruito una sua catena d’influenza economica e politica, esercitata attraverso il controllo diretto o indiretto della vita pubblica. Questa influenza è determinante anche e specialmente all’interno della fabbrica, dove l’operaio è compresso e asservito da una politica paternalistica, e allo stesso tempo non meno oppressiva: da una parte la possibilità di arrivare al frigorifero, alla 600, alla televisione, e all’appartamento; dall’altra un progresso tecnologico che impone massacranti ritmi di lavoro e un comportamento da macchina, la impossibilità di processi di avanzamento nella qualifica al tempo stesso in cui cambia la mansione e il tipo di lavoro in conseguenza del processo tecnologico, l’impossibilità di un “rapporto tra la forza-lavoro incorporata nelle merci prodotte e l’ammontare delle paghe”. Al di fuori, essa si esercita innanzitutto con uno strumento formidabile di formazione e controllo dell’opinione pubblica, La Stampa. Il giornale della Fiat ha infatti un’influenza determinante nella vita e nelle opinioni dei torinesi. Esso sbandiera un antifascismo sterile e di ricordi, e una politica di “riforme sociali”, propone un paternalismo “illuminato” avallato anche sul piano nazionale grazie alle firme di rispettabili nomi della cultura e dell’antifascismo italiani, e sul piano torinese, con la seconda pagina e “Lo specchio dei tempi”, indirizza l’opinione pubblica su binari ben precisi. In essa trovano posto le “inchieste” e le “denunce” interessate (il costo della vita, le case che mancano e che lo Stato dovrebbe finanziare, e così via), le cronache della Torino-bene e dei suoi eroi con le loro mensili “opere buone”, i preti e gli assi della Juventus, la cronaca delle disgrazie, degli incidenti (narrati, sempre, in stile “Cuore”), i fattacci degli immigrati (con appariscenti titoli: “calabrese ruba…”, “meridionale uccide…”, “siciliano rapisce…”) ed infine le buone azioni quotidiane. Il tono è dato pur sempre dallo “Specchio dei tempi”. Questa rubrica epistolare, che si dice sia personalmente supervisionata dal direttore del giornale, è più una guida che uno specchio della pubblica opinione. In essa trovano posto regolarmente le recriminazioni antimeridionali, il patriottismo più vecchio (specialmente in occasione delle infinite rievocazioni risorgimentali), un’incredibile dose di richiami al “buon senso”, le piccole proteste (della vecchietta sui tranvieri scortesi, ad esempio, ma anche di Togliatti sugli chalet scomparsi dalla Valle d’Aosta o su “l’amore del prossimo”), e infine i “casi pietosi”. La soluzione miracolistica dei problemi più gravi, attraverso la sottoscrizione del “caro Specchio”, serve a contrabbandare il più vecchio dei paternalismi. Ma gli esempi più chiari sono sempre dati dalle lettere, accuratamente scelte e presentate con appropriati titoletti, che riguardano gli operai. L’esaltazione sfacciata del crumiro, condotta durante gli scioperi Fiat (e nella pagina di fronte, si trovava l’articolo di qualche noto scrittore o intellettuale di sinistra) col ricorso al patetico familiare o a quello della “libertà da difendere”; l’appoggio “fraterno” agli operai delle piccole fabbriche come ai tessili della valle di Susa, che guadagnano così poco, e che serve a ricordare agli operai Fiat la loro “condizione di privilegio”; la richiesta di un’automobile che un impiegato Fiat fa allo “Specchio” e che serve di pretesto per stimolare dozzine e dozzine di lettere che lo accuseranno di non volersi accontentare e lo inviteranno a ringraziare il cielo e Valletta del suo stato di privilegio – tutto questo mira al mantenimento di un clima di subordinazione passiva e addormentamento delle coscienze, mira alla conservazione di una Torino che si vorrebbe tranquillamente sottomessa e che non pensi da sé, ma si lasci guidare, accontentandosi di sentirsi blandita ed esaltata per il suo “buon senso”, le sue “tradizioni di civismo” e la sua “operosità”. Per gli immigrati il discorso viene ripetuto fino alla ossessione, alla nausea: la Torino dal buon cuore che li accoglie, nonostante i loro difetti e i loro demeriti, chiede delle condizioni. Si dice insomma, e con il tono del padrone: siete sporchi e incivili, sfaticati e violenti, analfabeti e disonesti, ma noi – così bravi! – vi lasciamo venire… ma, attenzione!, c’è un patto da seguire: dovete cioè diventare come noi vi diciamo, come il bravo torinese medio, il buon operaio o impiegato che non dà fastidio, il cittadino gentilmente egoista. Dovete “adattarvi” e adeguarvi: adattamento è una parola che si legge con estrema frequenza sulle pagine de “La Stampa” e si sente nelle relazioni e nei discorsi ufficiali sull’immigrazione, come nelle chiacchiere del tram o dell’osteria. I sociologi e gli psicologi – di fabbrica o no – ne fanno poi un uso superlativo, premurandosi tutt’al più di mascherare il concetto con il termine più intelligente di “integrazione”, ma intendendovi esattamente le stesse cose: tutta la tematica dell’immigrazione si riduce per loro, in fondo, a questo. Adattarsi vuol dire dunque inserirsi in uno stato di fatto accettandone in pieno le regole, non provocando scosse, non protestando per la propria condizione inferiore, seguendo i modelli offerti da chi comanda.
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La libertà non è un’opinione. Per la liberazione di Mohamed Shahin
(disegno di sam3) Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di via Salluzzo a Torino, si trova al Cpr di Caltanissetta dopo aver ricevuto un decreto di espulsione, firmato dal ministro degli interni Matteo Piantedosi. A Mohamed è stato revocato il permesso di soggiorno come lungo soggiornante e rischia il rimpatrio nel suo paese d’origine, l’Egitto di Al Sisi, dove prima dell’arrivo in Italia, vent’anni fa, era oppositore al regime. In Egitto, rischia la tortura e la morte. Le ragioni della revoca del permesso sono legate al suo pensiero ed al fatto di averlo espresso sulla pubblica piazza: parlare di Gaza e del genocidio in corso, prendere posizione senza censure equivale a condannarsi, soprattutto se sei musulmano. In questi anni Mohamed non è stato il solo a ricevere la revoca del permesso di soggiorno con successivo trattenimento in Cpr per aver parlato di Palestina. Noto è anche il caso del cittadino algeino Saif Bensouibat, trattenuto al Cpr di Ponte Galeria e poi liberato. Negli anni passati anche diversi palestinesi sono stati rinchiusi in centri per il rimpatrio: a Ponte Galeria, Brindisi, Palazzo San Gervasio. Le ragioni risultano perverse: tra queste la pubblicazione di foto “sospette”, o valutazioni discrezionali delle forze dell’ordine relativamente alle interviste rilasciate alla commissione per la protezione internazionale. Rinchiusi in Cpr per il solo fatto di essere gazawi o per aver parlato a favore della Palestina, questi uomini sono stati prelevati, imprigionati, in un attimo resi nulla e deprivati di ogni diritto, un trauma che ancora oggi segna le loro vite. La situazione negli ultimi mesi continua a peggiorare, con un attenzionamento feroce verso chi continua a portare in piazza la questione palestinese. Una spirale repressiva che sembra non aver fine e che lede la libertà di espressione soprattutto verso chi osa promuovere una narrazione alternativa a quella dominante, complice dello stato genocida di Israele. Questi tempi distopici richiedono grande  coraggio per continuare a mobilitarsi. Lo ha fatto Mohamed Shain che per questo rischia ora, concretamente, la morte. La negazione del genocidio e dei crimini di Israele, nonostante le testimonianze quotidiane dei palestinesi sotto assedio, dei giornalisti uccisi, delle immagini che arrivano attraverso canali social, delle accuse della Corte penale internazionale e dele relazioni e dichiarazioni dei rapporteurs o della relatrice speciale Onu per i territori palestinesi Francesca Albanese, rappresenta una delle più grandi vergogne della storia, di cui parleranno le future generazioni, pari alla violenza che continua a proseguire a Gaza e in Cisgiordania. Tante sono le realtà ed i gruppi che hanno espresso solidarietà nei confronti di Mohamed, mostrando la sua forza, evidenziando la sua capacità di promuovere dialogo tra realtà diverse, dialoghi che hanno innescato processi di  pacificazione e collaborazione con la comunità ebraica torinese e con le chiese valdesi, come dichiarato in un comunicato firmato circa un mese fa dove Mohamed viene lodato come esempio di dialogo interreligioso e promotore di una convivenza pacifica. Non solo, al fianco di Mohamed vi è anche il gruppo per il dialogo cristiano-islamico di Torino, che ha presentato una lettera al capo dello stato, Mattarella, in difesa di Mohamed e che così riferisce rispetto alla moschea di cui è imam: “Come la maggior parte dei centri culturali islamici della Città di Torino, la moschea di via Saluzzo è sempre stata aperta e collaborativa, ospitando iniziative che hanno coinvolto tutte le comunità, laiche e religiose, testimoniando concretamente e giorno dopo giorno l’impegno sincero della sua direzione, dell’imam e di tutti i fedeli nel senso del rispetto delle leggi, della pace e della cooperazione civile e inter-culturale. Auspichiamo perciò che il sig. Shahin possa essere rilasciato, che gli possa essere concesso di riprendere la sua permanenza in Italia e così la sua opera di dialogo e di solidarietà”.  In questi giorni numerosi sono stati i presidi di piazza a Torino, Caltanissetta, Milano, che hanno solidarizzato con Mohamed cui nel frattempo è stato convalidato il trattenimento e per il quale sono a lavoro gli avvocati Gianluca Vitale e Fairus Ahmed Jama, contro l’espulsione e l’incredibile diniego della commissione per la protezione internazionale. Una rete di docenti universitari e ricercatori e ricercatrici ha presentato un appello per Mohamed oggi: potete leggerlo a seguire e firmarlo a questo link. Per sottoscrivere la petizione promossa su Change.org invece si può cliccare qui. È nostro dovere rafforzare queste posizioni e continuare a chiedere che Mohamed venga immediatamente liberato, torni alla sua famiglia e nella sua comunità, a Torino, il prima possibile. (yasmine accardo)
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