(disegno di cyop&kaf)
Gelsomina è un’agricoltrice di sessantacinque anni che ha vissuto sin da quando
è nata nella periferia est di Napoli, in via De Roberto, la strada di Ponticelli
che oggi scorre interamente sotto il viadotto della tangenziale – il cosiddetto
“ponte della Fiat”. L’appezzamento che continua a coltivare è lo stesso che
lavoravano suo padre e suo nonno. Insieme al fratello Mimmo e al nipote Andrea
vende come coltivatrice diretta zucche, finocchi, cavoli e altri ortaggi. «Prima
che costruissero il cavalcavia negli anni Settanta – dice –, la terra che
avevamo in fitto era molto più grande. Non era nostra ma di un avvocato,
pagavamo poco e ci aveva concesso di costruire la nostra casa. Era grande e ci
vivevamo tutti: aveva il piano superiore e pure la taverna».
Poi le cose cambiano. La tangenziale taglia in due i campi e Ponticelli, nei
primi anni Settanta, viene inserita in un Piano di Zona previsto dalla legge 167
del 1962, che individua nuove aree per l’edilizia popolare e consente ai comuni
di espropriare terreni agricoli o edificabili in cambio di indennizzi, spesso
cospicui. Già dal dopoguerra, questa periferia era interessata da opere di
edilizia residenziale popolare e aveva visto nascere dapprima il rione De
Gasperi e poi il rione Incis, ma è dal 1980 che questa fase di espansione
urbanistica ha un impulso ulteriore. Le conseguenze del terremoto generano
infatti l’urgenza di fornire un alloggio agli sfollati e viene varata la legge
219 del 1981, per finanziare la massiccia edilizia di emergenza. È in questo
periodo che si aggiungono ai rioni già esistenti i nuovi Lotto O e Parco
Conocal. Questi complessi, oltre ad accogliere chi ha perso la casa per colpa
del sisma, diventano il luogo in cui viene traslocato chi deve lasciarla per
fare spazio a nuove infrastrutture. Gelsomina e la sua famiglia sono tra questi:
devono far posto al progetto del depuratore di acque reflue di Napoli Est.
«Quando l’avvocato ha venduto quasi tutto al Comune – continua Gelsomina –, ha
chiesto che ci dessero un altro posto dove stare, e da allora vivo al Parco
Conocal. Per fortuna mio padre è riuscito a comprare questa piccola parte di
terra in via De Roberto, ma non ha potuto fare di più; anche se avevamo il
diritto di prelazione non avevamo abbastanza soldi, come molti altri contadini.
Gli aspiranti acquirenti facevano le offerte e noi avremmo dovuto rilanciare, ma
non era semplice. E poi non conveniva essere proprietari di terreni: le tasse
sulla terra agricola in quegli anni salirono moltissimo, chi le possedeva era
spinto a vendere in fretta, mentre chi voleva acquistare senza cambiarne la
destinazione d’uso era disincentivato».
Negli stessi anni, infatti, arriva anche l’effetto della grande riforma
tributaria nazionale. Nel 1971 il Parlamento approva la cosiddetta “legge
Preti”, dal nome del ministro socialdemocratico, che ridisegna l’intero sistema
fiscale. Nei due anni successivi una serie di decreti attuativi, varati da
governi a guida democristiana, aggiorna le basi su cui vengono calcolate le
tasse sulla proprietà dei terreni. In pratica, per chi detiene molti ettari alle
porte della città, il possesso dei campi diventa più oneroso; mantenere terreni
agricoli in aree urbane è sempre meno conveniente, soprattutto in un periodo in
cui gli enti pubblici sono interessati ad acquisirne la proprietà per realizzare
opere di servizio alla città.
In pochi decenni, la morfologia urbana e sociale di Ponticelli cambia
radicalmente. Trasferiti nei rioni vicini e rimasti senza campi da coltivare,
una parte dei contadini diventa manodopera nelle nuove strutture che sorgono:
impianti di vario tipo, aziende di servizi, imprese di trasporto. «Alcuni vicini
presero “il posto” al depuratore, principalmente per fare le pulizie – racconta
Mimmo, il fratello di Gelsomina –. Solo che, finiti i loro contratti, nessuno
della zona ha più trovato un lavoro lì. Non c’è stato nessun ritorno vero sul
territorio. Anzi, per anni le vasche del depuratore non avevano un sistema di
filtraggio adeguato e si riempivano di materiale organico che si decomponeva,
rendendo l’aria irrespirabile. Molti non hanno retto e sono andati via».
Negli anni successivi l’impianto di depurazione è rimasto al centro di
discussioni tecniche e politiche: è un impianto ancora basato su un trattamento
chimico-fisico e la Regione ha programmato un intervento di adeguamento per
trasformarlo in un impianto biologico e ridurne l’impatto sul mare e sull’aria.
Per chi abita intorno, come Mimmo, il depuratore è una presenza stabile che
influisce negativamente sulla vivibilità.
Così le zone limitrofe al depuratore si svuotano dei campi agricoli e di una
parte dei loro abitanti, mentre chi resta vive in piccoli agglomerati di case,
compresse tra il viadotto della tangenziale sopra la strada, il depuratore, i
capannoni che avanzano verso i terreni rimasti. In parallelo, i processi di
industrializzazione e de-industrializzazione apportano nuove conseguenze per
l’ambiente e la salute degli abitanti, al punto che nel 1998 l’area è inclusa in
un Sito di Interesse Nazionale (SIN) che sancisce l’urgenza di bonificare parte
del territorio di Napoli Est.
Il perimetro intorno via De Roberto, poco più di un chilometro quadrato, diviene
gradualmente un’area desolata, con interstizi vuoti in cui si accumulano
discariche spontanee ed ex terreni lottizzati che vengono – nel corso del tempo
– acquistati da imprese di trasporto e stoccaggio per conto di terzi; si
addensano così operatori che offrono servizi di magazzinaggio e piccoli depositi
le cui torri di container si alzano a pochi metri dalle case e dagli orti,
disegnando una linea continua di lamiere tra chi abita lì e il resto del mondo.
Nel contesto dei conflitti ambientali locali, la posizione di Gelsomina e dei
suoi vicini viene spesso considerata una protesta Nimby (Not in my backyard,
“non nel mio cortile”). Le opere che servono alla collettività, da qualche parte
dovranno pur andare. Ma qui non è semplicemente il rifiuto di un’opera pubblica;
a chi vive tra via De Roberto e le strade interne non è stato chiesto di
accettare un singolo impianto, ma l’accumulo, in pochi decenni, di funzioni
tecniche che se, collocate più equamente, peserebbero meno su ogni singolo
quartiere.
Intorno al “ponte della Fiat” non si solleva solo la questione della necessità
di impianti di servizio alla città, ma si pone il problema di come vengono
distribuiti gli oneri del funzionamento urbano. Perché la stessa porzione di
territorio deve sostenere insieme depuratore, futuro impianto di compostaggio,
viadotto e stoccaggi di container, mentre altre parti di Napoli ne restano quasi
del tutto libere? Finché questa asimmetria resta fuori dal dibattito sulle
scelte urbane, le voci di chi continua a coltivare e ad abitare qui saranno
facilmente archiviate come rifiuto del cambiamento, invece che come richiesta di
ridefinire chi, e in quali proporzioni, deve farsi carico delle funzioni più
ingombranti della città. (delfina esposito)
Tag - città
(disegno di otarebill)
Il numero 15 de Lo stato delle città è nelle librerie di Napoli, Roma, Torino,
Milano e prossimamente in altre città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Stefano
Portelli.
* * *
A un certo punto a Roma toglieranno la licenza residenziale e daranno quella
ricettiva. La città eterna è una grande osteria di paese, una bottega storica
impolverata i cui avventori sono Hines, Royal Caribbean, Blackstone, DeA
Capital, Fabrica Immobiliare, Cerberus Capital Management, Ardian, Miria, Coima,
Colliers. Tutti ubriachi intorno al bancone a sbraitare contro l’oste, a cantare
stornelli sconci e a sfottere il buttadentro sulla porta. È l’osteria del
Vaticano. Portace ‘n artro litro! sghignazzano, mentre i preti suonano le
campane e li benedicono con l’incenso, e sindaci, giornalisti e assessori al
patrimonio si sbattono per farli contenti. Cos’altro possiamo fare per voi? Una
nuova variante, una nuova concessione, nuovi poteri speciali? Vi bevete un altro
vincolo? Ogni venticinque anni un Giubileo fa recuperare a Roma il tempo
perduto: gli osti smettono per un attimo di litigare per aggiornare il menu alle
richieste dei clienti.
Quello del 1925 permise al fascismo di ricominciare a fare affari pubblicamente
con la Chiesa, in teoria offesa dall’unità d’Italia. La riconciliazione si
celebrò sventrando il centro storico e cacciando il popolo romano: iniziava la
lunga marcia di migliaia di sfollati verso le periferie, un esodo che ancora non
si è concluso.
Poi il Giubileo del 1950 consacrò la vendita definitiva della “capitale
corrotta” alla speculazione fondiaria: la Società Generale Immobiliare vaticana
otteneva dal Comune tutte le varianti e gli aumenti di cubature che voleva. I
benpensanti si finsero scandalizzati al conoscere le trame di quest’alleanza
segreta; con il Giubileo del 1975 quello stesso sistema era diventato legge.
La Chiesa si era rifatta l’immagine con il Concilio, il piccone risanatore
mussoliniano era diventato una scavatrice democristiana che piangendo i mali di
Roma distruggeva la città popolare, mentre lo Stato metteva a tacere chi lottava
contro il nuovo fascismo, insieme bigotto e consumista. A quel punto non ci si
scandalizzava più per il sistema, solo per i suoi effetti visibili: un corpo
massacrato in riva al mare, un diciannovenne ucciso dalla polizia, i figli dei
baraccati devastati dall’eroina.
Il Giubileo del 2000 fu una grande festa del there is no alternative, col buon
papa che lodava la solidarietà verso i poveri, applaudito da destra e sinistra
finalmente libere dallo spettro del comunismo; mentre il Comune svuotava la
città da ogni anima residua, da ogni vita e da ogni mistero. La conquista di
Monti e San Lorenzo completò la gentrificazione, che iniziò a lambire il
Pigneto; si iniziò a privatizzare le poche case ancora accessibili e a
consegnare il welfare pubblico al privato sociale. Si recintava la cultura,
affidando musei e festival a una società a gestione privata. Il sindaco ex
comunista cacciò i rom fuori dal Raccordo, mentre si costruiva un Cpr per
rinchiudere anche i poveri che non avevano commesso reati. Alberghi e catene di
moda colonizzarono la città dentro le mura. I nuovi sfollati, ipotecati e
automuniti, vennero stoccati nelle “nuove centralità”, milioni di metri cubi di
cemento sversati sull’agro romano per farne cittadelle private intorno a maxi
centri commerciali – Parco Leonardo, Porta di Roma – la cui unica via del Corso
è il Grande Raccordo Anulare. Per cooptare le voci critiche ci furono piccole
regolarizzazioni, delibere ad hoc, favori, lavori e pacche sulle spalle.
Un quarto di secolo dopo, tutti questi processi sono saltati al livello
successivo. Per il Giubileo 2025 sono stati invitati finalmente al gran bistrot
i capitali finanziari, i fondi immobiliari, le società di real estate, le catene
del lusso, da Milano e New York; per loro la città ha aperto tutte le fontane
che danno champagne – privatizzazioni, concessioni speciali, affidamenti
diretti, grandi deroghe. Il sindaco, ora anche commissario straordinario al
Giubileo fino a fine 2026, è dotato di superpoteri che gli permettono di
adattare ogni normativa alle richieste dei nuovi avventori. Invocando la formula
magica dell’“interesse pubblico” si può far sparire un bosco – come a
Pietralata, dove il magnate statunitense Friedkin vorrebbe un grande stadio
privato proprio accanto all’ospedale –; si possono privatizzare le spiagge, se
la Royal Caribbean chiede un porto privato tutto per lei, anche fuori dal comune
di Roma; si risolve in un baleno il dibattito decennale sul futuro dei Mercati
Generali, regalati per quattro soldi l’anno agli speculatori texani della Hines,
già amici del modello Milano, che ci faranno macro-parcheggi e studentati di
lusso; si può far costruire un inceneritore che vanifica decenni di raccolta
differenziata: sarà il centro profumato del nuovo quartiere di Santa Palomba.
Gli abitanti sfollati lì rimpiangeranno Porta di Roma. E intanto, si inventano
nuovi strumenti per sfrattare, sorvegliare e punire.
“La Royal Caribbean / non so chi cazzo sia / ve ne dovete solo andare via”,
gridavano a inizio novembre gli abitanti di Fiumicino in una grande
manifestazione contro il Porto Crocieristico. Pochi giorni prima c’era stata
un’assemblea pubblica ai Mercati Generali per protestare contro l’accordo tra il
Comune e Hines. Continui cortei attraversano i Castelli contro l’inceneritore a
Santa Palomba; un’altra manifestazione in difesa del lago Bullicante ha percorso
il Pigneto; a Pietralata gli abitanti si sono sdraiati davanti alle ruspe che
volevano abbattere il bosco; a Laurentino 38, a Spinaceto, a Casal Bertone, ci
si organizza in vista di possibili tentativi di sgombero delle occupazioni, e
contro i nuovi Student Hotel (o Social Hub); all’Idroscalo sono partiti gli
“Stati generali” per un piano popolare che restituisca dignità all’ultimo
quartiere autogestito di Roma – per nominare solo i casi meno conosciuti. L’anno
del Giubileo Roma è esplosa in enormi mobilitazioni per la Palestina, ma ha
visto anche un continuo lavoro di base per difendere i territori e unire le
lotte contro la speculazione con quelle contro la militarizzazione. Non è poco,
in un contesto in cui le liti, le spaccature e le guerre per il potere sono pane
quotidiano anche nei movimenti; e soprattutto di fronte ai continui tentativi di
cooptazione, favori, progetti, finanziamenti, incarichi, che provano a
imbrigliare le voci critiche. Un anello per domarli, un anello per ghermirli… e
nel buio incatenarli.
“La speranza non confonde”: era l’apertura della bolla papale che annunciava al
mondo questi dodici mesi di genocidio, deportazioni, arresti e torture di massa.
Invece è proprio la speranza a confonderci. Su che basi chi viene sfrattato,
espulso, imprigionato, chi non può pagare l’affitto o la spesa, dovrebbe sperare
in qualcosa, tipo il progresso, dio, il sindaco, il papa, o un progettino con
una fondazione privata? La speranza era l’ultimo dei mali del vaso di Pandora:
un grande mostro che rendeva tollerabile una vita infernale. Niente di più
controproducente oggi, quando dobbiamo invece leggere lucidamente le forze in
gioco per capire come e dove agire.
Eppure il Giubileo non era una festa della speculazione e dell’impoverimento del
popolo. Originariamente quello che si celebrava era la periodica remissione dei
debiti, la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei privilegi e delle
concessioni speciali. Era un anno sabbatico in cui si lasciava riposare la terra
per ricominciare da capo alla pari. Fino a metà Settecento il potere dei
creditori e dei proprietari non era assoluto: c’erano zone di rifugio per i
debitori, dove non potevano entrare esattori, guardie e ufficiali giudiziari, e
c’erano amnistie periodiche dei debiti e delle tasse. Ma dalla remissione dei
debiti materiali si è passati a quella delle “colpe” spirituali, eliminando la
giustizia dal Giubileo. I pellegrini che vengono a Roma oggi sperano nella
purificazione dell’anima, non certo nella riparazione dalle ingiustizie che
subiscono nei loro territori. L’unica speranza che servirebbe trasmettere ora è
proprio l’idea che questa macchina per fare profitti a costo delle vite altrui
si possa fermare, anche solo per un anno. Le città sono territori occupati,
colonizzati, alla meglio sono concessioni in scadenza: prima o poi andranno
restituite, e redistribuite. (stefano portelli)
(disegno di ginevra naviglio)
All’angolo tra via Galileo Ferraris e corso Arnaldo Lucci, a pochi passi da
piazza Garibaldi, è stato da poco inaugurato il Campus X. Alla cerimonia sono
presenti un circoletto di manager e autorità cittadine, tra cui sindaco e
rettore della Federico II. L’ex palazzo dell’Inps è stato revampato e al posto
degli uffici ora ci sono miniappartamenti, aree di coworking,
palestre, rooftop panoramici e ristoranti. È stato presentato come il modello
“europeo” di studentato che a Napoli tanto mancherebbe, ma in realtà dello
studentato ha ben poco, se non il fatto che ospiterà nei 540 posti letto
disponibili un esiguo numero di studenti (84) a tariffe agevolate (ma solo per
tre anni); in cambio di ciò, Investire SGR, la società d’ investimento parte del
Gruppo Banca Finnat che ha acquistato lo stabile per circa quaranta milioni di
euro, ha potuto beneficiare dei fondi del Pnrr: ventimila euro per ogni posto
letto, per un totale di circa due milioni di euro. Una volta dichiarate di
“interesse nazionale” queste strutture, in pratica private, si sottraggono
all’iter del piano urbanistico comunale.
Il palazzo dell’Inps è stato rinnovato e gli interni hanno assunto le sembianze
di un rendering 3D. Si ha l’impressione di trovarsi nella hall di un ostello
fighetto, con divanetti e mobili di design (ma forse è quello che è in
sostanza). Perché la struttura, oltre a quei pochi posti riservati ai vincitori
di borsa, è in sostanza un hotel privato e le restanti stanze/zone comuni
saranno affittate a un prezzo ben al di sopra di quello mercato, 1.100 euro al
mese per una singola di sedici metri quadrati.
Anche per questo un gruppo di studenti universitari si è presentato il giorno
dell’inaugurazione chiedendo un confronto con sindaco e rettore, che però non
hanno voluto parlare con loro. Nello spot promozionale, con tanto di
musichetta royalty-free, apparso inspiegabilmente sul canale YouTube del comune
di Napoli, il rettore Lorito ha fatto solo un rapido e vago accenno al fatto
che, nel prossimo anno, dovrebbero partire i progetti per cinque strutture,
queste finalmente pubbliche, con i fondi della legge 338/2000, che prevede il
cofinanziamento da parte dello Stato per interventi rivolti alla realizzazione
di alloggi e residenze per studenti universitari. Si tratta circa di circa
seicento posti letto, che si aggiungerebbero agli attuali novecento. Queste
nuove strutture pubbliche, ancora lontane dall’essere pronte, saranno riservate
ai vincitori di borsa di studio regionale, e si trovano nella Zona ospedaliera
(100 posti), Portici (60 posti), a Napoli (330 posti), a Pozzuoli (70 posti).
Ben poca cosa se paragonati ai 150 mila iscritti delle università partenopee, di
cui 35 mila fuorisede. Tra questi ultimi quasi 30 mila risultano idonei ma non
beneficiari, ovvero studenti che nonostante abbiano tutte le carte in regola per
beneficiare di un alloggio studentesco rimangono fuori dalla graduatoria per
mancanza di strutture.
Sono stati proprio questi studenti i primi ad accusare le conseguenze
dell’impennata degli affitti in città. Negli scorsi anni in diverse occasioni
hanno piazzato tende nei cortili delle università per denunciare che affittare
sul mercato privato sta raggiungendo cifre proibitive. A influire sono vari
fattori, tra cui spicca il fatto che molti degli alloggi del centro storico sono
stati convertiti in stanze destinate ad affitti brevi orientati al mercato
turistico. Le amministrazioni locali non saputo (o voluto) mettere dei limiti
al proliferare di questo nuovo tipo di strutture, che stanno determinando
l’espulsione dei ceti più fragili. Le famiglie sfrattate, e gli studenti che non
trovano più alloggio nelle zone che prima abitavano, sono costretti ad
accontentarsi di case decrepite o a spostarsi in periferia. In questo modo gli
effetti della speculazione si spalmano a cascata in tutta la città.
ABBANDONATI A GIANTURCO
Qualche giorno fa, in università mi trovo a commentare una notizia di attualità
con due ragazzi da poco conosciuti: l’acquisto delle due torri del Banco di
Napoli al Centro Direzionale. L’idea sarebbe di riconvertire pure quei due
torrioni in acciaio e cemento armato in appartamenti per studenti universitari.
In città, d’altronde, c’è penuria di case a prezzi abbordabili. I miei
interlocutori, Antonio e Gennaro, sono entrambi studenti di giurisprudenza poco
più giovani di me. Antonio ha avuto un’esperienza diretta della questione: ha
ventidue anni ed è un fuorisede lucano che si è trasferito a Napoli per i suoi
studi. Oggi vive in un appartamento condiviso con altri tre studenti in pieno
centro storico, ma i suoi primi tre anni a Napoli li ha passati nello studentato
pubblico di Gianturco, zona industriale a est di Napoli. Oggi paga quasi il
doppio, perché non ne poteva più della struttura in cui stava. I tre anni che ha
passato a Gianturco li descrive come un incubo. Mi mostra foto dei soffitti che
cadono a pezzi: «Sembrava un ospedale, ti toglieva la felicità, quando si
risolveva un problema se ne ripresentava subito uno nuovo, nella paura costante
di essere trasferiti in altre strutture. La sensazione che provano inquilini e
lavoratori dello studentato pubblico è abbandono, abbandono da parte
dell’istituzione universitaria, da parte di chi dovrebbe gestirlo». Gianturco
secondo lui è troppo isolata e pericolosa, quindi per evitare brutte sorprese
aveva preso l’abitudine di tornare a casa entro le 18, praticamente un
coprifuoco.
«Quale studente potrebbe permettersi una singola a novecento euro al mese?», si
chiedono i miei due amici. Gennaro aggiunge, tra l’esasperato e il rassegnato:
«Lo Stato ha abbandonato il ruolo di garante del diritto allo studio, creando un
vuoto che ora viene “colmato” unicamente da operatori privati». Contribuisco
alla discussione: gli dico che a Bagnoli stanno facendo un’operazione del
genere: al posto di un hotel termale, poi scuola superiore, dismessa da anni,
vogliono fare uno Student Hotel di lusso con vista mare. Anche qui il progetto è
il sogno dei palazzinari, migliaia di metri cubi di cemento a ridosso
dell’arenile. Ma non è l’unico, anche al Rione Berlingieri, a Calata
Capodichino, ad Arzano, a Pietrarsa si preparano i cantieri per ristrutturare o
creare da zero nuove strutture acquistate da fondi di investimento, gestite da
privati, ma che beneficiano di circa venti milioni del Pnrr. In realtà, quello
dello studentato sembra una facciata per poi guadagnare anche su altri business:
pernottamenti di turisti e viaggiatori, affitto di spazi di lavoro alle piccole
aziende, palestra, ecc. Come spiegano bene Portelli e Davoli nel recente
volume Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, la
diffusione degli studentati di lusso è al centro di una più larga serie di
dinamiche urbane. Innanzitutto l’arrivo di attori e capitali finanziari nel
mercato dell’edilizia studentesca, poi la contemporanea speculazione immobiliare
in altri settori (per esempio quello turistico). Questa nuova stagione di
“imprenditorialismo urbano”, dopata dai miliardi del Pnrr, è in sostanza una
chance per investitori privati di fare cassa. La casa non è più bene d’uso ma
investimento dal quale estrarre rendite crescenti. Quello del “partenariato
pubblico-privato” è solo un mito, nei fatti il ruolo delle amministrazioni
locali è quello di mettere disposizione risorse e garanzie, mentre i profitti
ricadono sui soggetti privati.
Gli studentati di lusso a Bagnoli e al Centro Direzionale, il Campus X a piazza
Garibaldi, sono la dimostrazione che i cosiddetti vuoti urbani — cioè fabbricati
non utilizzati, trascurati o mantenuti sfitti di proposito — non derivano quasi
mai da coincidenze o da semplice negligenza. Lasciare che intere aree restino in
stato di abbandono permette agli attori immobiliari di comprarle a prezzi
irrisori, attendere gli interventi pubblici di riqualificazione e,
successivamente, trarre profitto dall’aumento del loro valore. Queste strutture
sono presentate da autorità e giornali cittadini come interventi di
“rigenerazione” che tentano di risolvere il problema degli alloggi per studenti
in città. In realtà, queste opere non fanno altro che riprodurre il problema che
millantano di voler risolvere. (francesco nunziante)
(disegno di francesca ferrara)
Ogni sabato e ogni domenica si tiene un mercato delle pulci in via Carcano, in
un angolo lontano della periferia settentrionale di Torino fra il cimitero
monumentale e un centro di raccolta di rifiuti urbani. Il mercato – controllato
dall’associazione Vivibalon – garantisce la sopravvivenza di persone che
appartengono alle classi sociali più povere della città. Quest’estate la regione
Piemonte ha modificato la legge regionale relativa a questo tipo di esercizio e
ha imposto un limite di dodici mercati annuali. In seguito a un negoziato con la
giunta cittadina, a dicembre è stata emanata una convenzione che alza a quaranta
il tetto di mercati annuali: meno della metà delle giornate attuali. Anche la
convenzione sancirebbe la fine del mercato, realizzando finalmente il desiderio
di politici di destra interessati a guadagnare consensi grazie alla guerra a
poveri e immigrati. Da poche settimane è nata una mobilitazione per difendere il
mercato: un comitato raccoglie le firme contro la legge regionale, politici di
sinistra ed entità del terzo settore sostengono la realtà di via Carcano, altri
gruppi invocano sui social la necessità di preservarne l’esistenza.
Certo è importante opporsi alle politiche regionali discriminatorie, eppure
provo scoramento nel leggere gli appelli alla difesa di via Carcano. Il mercato
di via Carcano è un ghetto dove negli ultimi anni sono stati rinchiusi i poveri
a seguito di politiche di riqualificazione urbana che hanno interessato l’area
di Porta Palazzo e Borgo Dora. Nel 2017 il mercato domenicale, che un tempo
occupava piazza della Repubblica, è stato spostato qui, accanto al cimitero. Poi
nel 2019 la giunta Appendino ha attaccato il mercato degli straccivendoli che si
teneva ogni sabato al Balon di Borgo Dora: i venditori più poveri sono stati
esiliati in via Carcano dopo nove mesi di resistenza e lotte, in seguito a
cariche della Celere e multe onerose. Mi auguro che possibili forme di
solidarietà si espandano e siano efficaci e spero si possa immaginare uno
scenario che trascenda la mera difesa di una gabbia. Per questo credo sia
fondamentale conoscere la storia del mercato e ascoltare la voce e le esigenze
di chi lo anima ogni settimana. Per contribuire al radicamento di una lotta
consapevole, segue la storia di vita raccontata da Vittoria, venditrice al Balon
negli anni Sessanta, Ottanta e in questo secolo, impegnata nella resistenza
contro lo spostamento del mercato nel 2019 e oggi venditrice in via
Carcano. (francesco migliaccio)
* * *
Sono nata in corso Brescia al 32, dove c’era una piola con una bocciofila nel
cortile. All’età di quattordici anni lavoravo in fabbrica, mia madre mi faceva
lavorare perché avevamo bisogno di soldi, mio padre era piastrellista, una testa
matta anche lui perché era stato partigiano e non trovava lavoro. Una vita
difficile. Sono andata a lavorare in fabbrica, ma studiavo anche. A quel tempo
ho conosciuto il padrone del Maglificio Calzificio Torinese, quello con il
simbolo dell’aquila, da cui poi sarebbe nato Robe di Kappa. Ho conosciuto il
proprietario e lui mi ha preso a benvolere e mi lasciava studiare: facevo le
tecniche alberghiere e studiavo lingue. Questo proprietario era interessato alla
mia formazione e mi ha aiutato, facendomi andare a scuola la mattina e il
pomeriggio a lavorare. Andavo a scuola dalle otto all’una, mangiavo e alle due
andavo in fabbrica e lavoravo fino alle dieci. Questo fino a diciassette anni.
Nel frattempo ho trovato casa a mia mamma, perché noi abitavamo in una stanza
soltanto al terzo piano di corso Brescia, una casa ballatoio, eravamo tre figli,
mamma e papà. Ho trovato una casa al terzo piano in via Monza, davanti alla
fabbrica Nebiolo, avevano appena chiuso la Nebiolo. Io e le mie sorelle avevamo
una camera, i miei un’altra. E mio papà muore nel ’65.
La mia era una famiglia tradizionalista. Quindi proibizionismo assoluto: fino ai
vent’anni la mia vita era casa e lavoro, lavoro e casa, e niente di più. Uscivo
la sera al massimo fino a mezzanotte dai diciotto anni ai ventuno. Mio padre
muore e io ho ventun anni. Una sera – era ottobre o novembre del 1965 – esco e
non rientro a casa per dormire. Mia madre dice: «Vattene via!». Io esco, me ne
vado via, e mi trovo in mezzo alla strada. Lavoravo, però avevo la testa in
panne e ho smesso di lavorare. E sono andata al Balon: lì ho conosciuto per la
prima volta la realtà del Balon. Il Balon era ancora su tutto il fianco della
Dora, da corso Giulio Cesare e scendeva giù. E c’era il fianco della Dora che
era un prato e noi – che eravamo i più poveri – facevamo il mercato lì, tutto
fino in fondo. C’era ancora la rotaia sul ponte e passavano ancora i treni. E
c’era il Balon che continuava anche in via Borgo Dora e in tutte le viuzze
attorno, ricordo che un uomo comprava il ferro davanti al Maglio. Si andava
liberi, si arrivava la mattina e chi arrivava, arrivava: il primo si piazzava. È
chiaro che io ero giovane e avevo un posto piccolino e c’erano i prepotenti che
arrivavano con tanta roba e ti volevano mandare via, gli altri ti difendevano,
ma era una lotta verbale tra compagni. Eravamo abituati a essere autonomi, a
gestirci da soli, ci controllavamo da soli e facevamo in modo che non
succedessero stronzate tra noi. Trovavo le cose in giro, amici che conoscevano
le mie condizioni mi davano una mano. E questo è stato un periodo molto breve,
un paio di mesi, però mi ha dato da vivere: sono sopravvissuta.
Abitavo in corso Vittorio Emanuele, in una pensione. Combinazione: ho vinto un
concorso di miss, perché ero una bella ragazza, e ho partecipato al Cantagiro.
Avevano liberalizzato la birra e io ero diventata Miss Birra Bruna, facevo il
Cantagiro e facevo la velina. E lì ho conosciuto cantanti e musicisti, ho
conosciuto la vita che non conoscevo. Sono andata a Ischia e lì ho conosciuto
dei grandi sarti. E ho cominciato a fare la matta: non lavoravo più, ho fatto
l’indossatrice per le sorelle Fontana, ho fatto la fotomodella per le fotografie
della Fiat.
Poi ho fatto anche la rivoluzione del Sessantotto! Ho fatto la sessantottina, la
rivoluzionaria, e nel frattempo andavo in giro di notte. Ero una testa accesa. A
quel tempo vivevo con un musicista, però ho conosciuto il padre di mia figlia e
sono diventata la sua amante. Lui è stato il primo importatore di flipper e
jukebox dall’America, quindi era ricchissimo. Lui in via Po, angolo via Rossini,
aveva aperto una discoteca. Il locale si chiamava Don Pepe. Sotto c’era la
discoteca, al primo piano aveva un ristorante e di fronte aveva una paninoteca.
E lui – dopo qualche anno – voleva che gestissi tutte queste attività. Al Don
Pepe, di sera, servivamo tutto: whiskey, birra; di giorno invece non servivamo
alcolici. Anche perché il Don Pepe è nato per i ragazzi che tagliavano da scuola
e venivano da noi. Nel nostro locale di via Rossini è nata Lotta Continua e si
incontravano anche quelli di Potere Operaio. Venivano sotto la sera, dove c’era
la discoteca. Io partecipavo alle lotte alla Fiat nel ’69 e ’70.
Il padre di mia figlia nel frattempo faceva puttanate, aveva giri strani e io
non lo sapevo. Quando mia figlia aveva otto anni suo padre è finito in galera in
Francia. Mi aveva detto che era stato coinvolto involontariamente. E il palazzo
dove c’era il Don Pepe era crollato, quindi non avevo più niente, non avevo la
sussistenza. E lì sono tornata a fare il Balon, perché ero bloccata. Ho fatto di
nuovo per qualche mese il Balon, che era sempre libero, non c’erano vincoli,
niente: si arrivava, si piazzava e si vendeva. Mi figlia era piccola e veniva
con me a fare il Balon; pensa, si ricorda che le avevano insegnato a fare le
figure di carta, sai gli uccelli, le rane, e lei faceva quelle e le vendeva:
dieci lire, venti lire. E mi aiutava così. Io vendevo le mie cose perché,
essendo ricca prima, avevo tanta roba da casa mia. Poi un amico del padre di mia
figlia mi ha detto: «Ma cosa fai a fare il Balon? Apri una sala giochi». E ho
aperto una sala giochi in via Po, angolo via Rossini, la prima sala giochi di
Torino è stata la mia. La sala giochi era di fronte al posto dove c’era il Don
Pepe, là dove prima gestivo la paninoteca. Questo amico mi ha aiutato e abbiamo
messo i flipper e i jukebox. E siamo andati avanti, poi c’erano i videogame e lì
c’era la prima sala dei videogame.
Nel frattempo il padre di mia figlia torna dopo tre anni di prigione e mi fa la
guerra. Voleva rimpossessarsi di tutto e io ho detto: «No, non mi sta bene
perché non voglio avere a che fare con te». Lui mi ha buttato fuori di casa, mi
ha tolto la sala giochi e io mi sono trovata di nuovo al Balon. Sono finita al
Balon perché non avevo altra soluzione! Facendo il Balon, incontro un mio cugino
e mi offre di lavorare con lui per INA Assitalia. «Vieni a lavorare con me, ti
faccio fare il corso», dice. E lui mi ha aiutato veramente, mi ha mandata a
studiare a Milano: ho fatto una specie di master in economia per poter lavorare
nel mondo finanziario perché vendevo polizze pensionistiche, le prime polizze
pensionistiche. A metà anni Ottanta nascono i fondi di investimento e mio
cugino, con un suo socio, comincia a lavorare per Agos, finanziaria del gruppo
Montedison e mi chiede se voglio lavorare anche io. Io faccio di nuovo un master
a Milano e comincio. Chiaro che quel mondo lì era tutta un’altra cosa, non era
più il mondo della notte, delle marachelle, non era più il mondo della
tossicità. Era un mondo bello, mi piaceva. Poi sono caduta in disgrazia. Tutto
quello che avevo guadagnato fino al 1988 – e guadagnavo bene perché avevo
lavorato per INA Assitalia e poi Montedison – l’ho investito in un fondo
sbagliato.
Allora vado a lavorare in banca. Do l’esame, che è un esame di stato, e divento
consulente finanziario di questa grossa banca. Inizio nel 1988. Però sono una
irrequieta e lavorando in banca conosco persone del settore immobiliare e mi
chiedono se volevo lavorare per l’immobiliare e ho detto sì. Ho conosciuto gente
molto ricca che aveva degli immobili e ho fatto l’amministratore per questi
ricconi di Pinerolo. Uno è un assessore, tutta gente ricchissima, che aveva
proprietà enormi, fazendas in Sud America. Mi guardi stupito, eh? Mi davano una
percentuale sugli affitti che andavo a riscuotere. Tutti gli anni Novanta ho
lavorato in banca e come privato per questa amministrazione. Mantenevo mia
figlia, non mi costava poco. Ero una brava venditrice.
In seguito mia figlia è a Roma e io decido di mollare tutto e andare a Roma. Ho
chiesto aiuto a una conoscente e lei mi ha fatto lavorare per una società di
Milano, siamo nel Duemila, una società che si occupa di caricamenti nei
supermercati. Coprivo il centro Italia: Lazio, Marche, Abruzzo. Facevo la refill
manager per gli ipermercati. Questa società di Milano faceva i caricamenti dei
supermercati, significa che mandava il personale nei supermercati a caricare per
le grandi aziende: Coca Cola, Barilla e altre. Arrivava il materiale e i ragazzi
pagati dalle società di distribuzione mettevano a posto gli scaffali. Io
insegnavo ai ragazzi le tecniche per riempire gli scaffali e andavo negli
ipermercati a controllare che facessero questo. In tutti gli ipermercati: Coop,
Conad e altri. Io come refill manager gestivo duecentocinquanta ragazzi. Andavo
in giro per l’Italia, non stavo mai a casa. Poi ho una discussione con mia
figlia, litighiamo e io faccio le valigie e vengo via dopo aver vissuto due anni
a Roma, era il 2002. E lascio quel lavoro di punto in bianco, a Milano erano
disperati.
Torno a Torino e vado ospite da mia sorella. Poi avevo la residenza in una
stanza che era una ex portineria, me la sono fatta riattare e ho messo il
soppalco. Ero insoddisfatta, irrequieta. E sono arrivata a sessant’anni nel
2004, l’età della pensione, e vado in pensione, però lì non so più cosa fare.
Allora sono andata a lavorare per un’agenzia di viaggi, però non faceva per me:
sì, io parlo tre lingue, sono andata in Corsica, in Francia, ma non mi sentivo a
mio agio a fare quel lavoro lì. Per qualche anno, tornata da Roma, sono
sopravvissuta, ma ero in difficoltà e allora mi sono ricordata del mercato e di
come mi aveva aiutato in passato: così mi sono riavvicinata al Balon!
Sono andata in giro per vedere che cosa succedeva al Balon e dal 2007 a oggi
faccio il Balon. Andavo nel canale Molassi [dietro a via Borgo Dora, non
distante dal luogo originario dove piazzavano gli straccivendoli] e allora il
mercato dei poveri era controllato dall’associazione Vivibalon [l’ente che
controlla il mercato dei venditori più poveri dal 2003]. Era cambiato, perché
dovevi pagare una quota per il tuo spazio. Prima non dovevi pagare, non ero
abituata e ho dovuto abituarmi, però non mi sono trovata male. Finché non ci
hanno rotto i coglioni [nel 2019] non si stava male. Sempre raccattavo oggetti
dagli amici, dai conoscenti, con la vita che ho vissuto conoscevo un mucchio di
gente, di tutto e di più. La gente aveva visto che ero caduta in disgrazia.
Prima ero milionaria, poi sono diventata una pensionata. Io in tutto prendo
seicentoventi euro al mese di pensione, e questa cifra solo da quando ho
compiuto ottant’anni.
Ti ho conosciuto nel canale Molassi in Borgo Dora nel 2017, 2018, poi è avvenuto
lo sfacelo. Un macello! Succede che ci vogliono far chiudere, ma noi non eravamo
abituati a questo tipo di atteggiamento da parte della politica. [Alle fine del
2018 la giunta Appendino intima lo spostamento del mercato gestito da Vivibalon:
un trasferimento dalla sede storica di Borgo Dora in via Carcano]. Io
chiaramente non sono d’accordo, voi ragazzi ci aiutate a fare casino, a farci
sentire. Siamo andati davanti al municipio a far bordello, ma non è servito a
nulla. A un certo punto il gran capo qui [di Vivibalon] ci dice che dobbiamo
lasciare tutto perché la polizia ci trasferisce qui in via Carcano. Io sono una
di quelle che non è venuta in via Carcano, sono stata nove mesi abusiva in
canale Molassi. Pochissimi venivano qui in via Carcano. Le notti di venerdì
accendevamo i fuochi e prendevamo i posti in Borgo Dora. Il venerdì sera andavo
a prendere il posto dopo le sette nel canale Molassi, con il mio baracchino.
Facevo il fuoco, stavo lì a chiacchierare, a tenere compagnia. A volte non ce la
facevo e andavo a dormire, ma c’era sempre qualcuno che guardava affinché non mi
rubassero la roba. E nessuno ha mai toccato niente! I ladri non esistevano, fra
di noi non ci siamo mai rubati niente. In questa lotta ci organizzavamo da soli,
tra noi, senza controlli, senza bisogno che qualcuno venisse a dirci come
comportarci, anzi tra di noi ci controllavamo ed eravamo tanti, veramente in
tanti. Anche per raccogliere le immondizie, eravamo noi a gestire: controllavamo
che tutti buttassero dentro il camion, che continuava a esserci. Poi hanno
costruito un muro [nel piazzale di San Pietro in Vincoli, accanto al canale
Molassi] per impedirci di vendere ed è arrivata la Celere. Io sono una che è
stata caricata dalla polizia! Volevo lo stesso piazzarmi, e non mi hanno
lasciato, poi ho visto degli altri, poverini, che hanno piazzato e gli hanno
sequestrato tutto, gli hanno fatto la multa, li hanno portati via, un sacco di
casini. Io, combinazione, non avevo piazzato perché non avevo fatto in tempo:
ero lì che manifestavo e mi hanno caricato! Nonostante hanno visto i miei
capelli bianchi, non gli è fregato un cazzo di niente: hanno caricato lo stesso.
E io sono una di quelle che si è messa a urlare e le ha prese.
E adesso? Mi sono integrata qui in via Carcano, sto facendo via Carcano. E
quanti anni è? Dal 2020, tanti anni. Il mercato qui non è male, ma chi lo dirige
[l’associazione Vivibalon] fa il bello e il cattivo tempo e noi venditori non
abbiamo nessun potere: non fanno assemblee, fanno tutto loro. E nel frattempo la
politica ha deciso che ci vuole chiudere perché dicono che qua ci sono i ladri,
i delinquenti, ma non è vero. Pensa che qua hanno fatto delle multe con verbali
per dei portasaponette. I vigili hanno fatto la multa di centosessanta euro
perché sul banco di Michele hanno trovato due portasaponette che avevano ancora
il cartellino attaccato e qui non si può vendere nulla di nuovo. Qui la gente
vive di elemosina e i vigili vanno a caccia di due piccoli oggetti nuovi. E
siamo anche tutti obbligati ad avere il tesserino addosso quando vendiamo. Passa
il vigile, che ci conosce da sempre, e ci dice: «La tessera!». Siamo obbligati a
tenere la tessera al collo, da qualche mese. Il Balon era la libertà e adesso ti
hanno messo l’anello al naso!
Il Balon è stata un’ancora di salvezza in tutti i momenti difficili e adesso lo
è ancora. Che cosa faccio io? Vado a chiedere l’elemosina? Se non faccio il
Balon, come faccio la spesa? Non bastano le offese della vita? Ho fatto delle
puttanate, e le ho pagate tutte, ma non rimpiango niente di quello che ho fatto.
Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto nella vita: errori compresi. Anche
perché io sono il risultato dei miei errori e se ho una sensibilità di un certo
tipo è perché ho pagato sulla mia pelle i miei errori. Altrimenti non sarei così
a ottantun anni, non sarei disposta a fare la guerra alla mia età. Quelli della
mia età non hanno più voglia di fare la guerra, io ce l’ho ancora. E ti dirò di
più: anche se non faccio più il Balon perché non ho più il fisico per farlo, se
c’è bisogno di contestare, io ci sono, io vengo. Se chiudono via Carcano, ci
mettiamo tutti qua davanti a protestare e far casino e poi torniamo in Borgo
Dora, al Balon! Non c’è dubbio! Non c’è alternativa. Questa è tutta gente che,
bene o male, vive di questo.
(disegno di peppe cerillo)
Nel museo del Risorgimento di Torino c’è una stampa ottocentesca davanti alla
quale mi soffermo spesso. Si ritrae un’immaginaria piazza del Plebiscito a
Napoli. La piazza s’apre sul mare, il Vesuvio appare lontano avvolto dal fumo e
la città attorno è scomparsa. In primo piano il re Ferdinando II regge
spaventato la costituzione del 1848 mentre s’accalca attorno una folla
inferocita pronta a bastonarlo. Il re è tenuto fermo da tre figure: uno
scheletro che reca una falce con su scritto “Morte”, una donna guerriera con una
spada con l’incisione “Forza” e una vecchia dai capelli scarmigliati con una
veste che dice: “Paura”. Una didascalia recita: “Il re di Napoli nel momento che
dava le riforme al suo popolo”. Poco oltre, basta attraversare alcuni corridoi
del museo, s’apre la Sala Plebisciti di palazzo Carignano, ampia e decorata con
stucchi, appesi alle pareti vasti dipinti risorgimentali con cannoni e patrioti
all’assalto. Qui si tiene un incontro organizzato da La Stampa e rivolto ai
lettori. Sul palco leggo lo slogan “La Stampa è con voi”. È il pomeriggio di
giovedì 18 dicembre: una data che segnerà la coscienza storica della città.
Non sono settimane facili per il giornale torinese. Dopo l’irruzione in
redazione da parte di alcuni manifestanti, era il 28 novembre, La Stampa ha
ottenuto un sostegno pressoché unanime e ha ricevuto anche la visita del suo
editore John Elkann. Solo pochi giorni dopo lo stesso editore – certo persona
corretta, educata, non un vandalo che distrugge redazioni – ha annunciato la
vendita del gruppo che controlla il giornale e il destino de La Stampa è ancora
incerto. La conferenza di oggi assume così un valore simbolico: gli ospiti
partecipano e intervengono per mostrare affetto e sostegno. La mattina si sono
alternati sul palco, fra gli altri, l’ex-sindaco Chiamparino, la presidente
della Fondazione CRT, il presidente dell’Unione Industriali di Torino,
l’assessora alla cultura della città. Questo pomeriggio, invece, vedo Luigi
Ciotti, il presidente della Compagnia di San Paolo Marco Gilli, Elsa Fornero, il
direttore del Museo Egizio, il presidente di Iren Spa, Carlo Petrini di Slow
Food e altre personalità del mondo della cultura e dell’imprenditoria. Dialogano
con loro il direttore, il vicedirettore e i giornalisti de La Stampa.
«Io penso che è il momento di far rinascere questo giornale. Non viviamo questo
momento come un momento di lutto, ma di rinascita!», esclama Petrini invano. È
un funerale, anche se nessuno lo ammette. La famiglia Agnelli ha abbandonato il
suo giornale così come ha lasciato la città: all’ombra delle fabbriche dismesse
non c’è più bisogno d’un foglio padronale che garantisca il consenso e
amministri la verità. Oggi tutti, contriti eppure ottimisti, si riuniscono al
capezzale e raccontano di quando, da bambini, vedevano i nonni dispiegare sul
tavolo i fogli stampati di fresco. Segue in platea un pubblico attento, borghese
e invecchiato, che non fa mancare i suoi applausi e sommesse risate a
sottolineare i passaggi arguti.
Se fosse stato un altro giorno, avrei scritto un articolo comico, o grottesco.
«Torino ha qualcosa di veramente speciale», dice Baricco con ampi gesti delle
mani. «Se c’è uno sport nel mondo che consiste nell’essere una città che si
sfila dai suoi splendori per trovare un nuovo equilibrio, una compostezza e una
bellezza sua – Baricco in video allarga di nuovo le braccia con pausa da retore
– …se c’è questo sport del declino delle città – pausa, sorniona – …se c’è
questo sport Torino è veramente campione mondiale». Avrei scritto un articolo
comico citando a caso una frase tratta dall’intervento a distanza di Maurizio De
Giovanni. Avrei potuto menzionare la già presidente dell’Accademia Albertina
lanciare un monito democratico: «Non ricordo chi lo disse: “Libertà è
partecipazione”». E il vicedirettore de La Stampa: «Gaber!». O ancora Vladimir
Luxuria: «Bisogna difendere La Stampa, è spesso stata sotto attacco. Penso ad
alcuni, non so come definirli, teppisti che hanno assalito la redazione. Lunga
vita a La Stampa!». Ma non posso scrivere un articolo grottesco, o ironico il 18
dicembre, il giorno in cui sgomberano Askatasuna. Poco distante, là fuori,
mentre qui parlano le classi dirigenti, ci sono due idranti che lanciano acqua
ai solidali e una ventina di camionette bloccano il quartiere di Vanchiglia. Le
scuole accanto sono state chiuse sin dall’alba.
La difesa della democrazia è un discorso ricorrente. Nei giorni successivi al 28
novembre La Stampa è stata riconosciuta come irrinunciabile “presidio di
democrazia”. Ora afferma Andrea Malaguti, il direttore del giornale:
«L’informazione è la fonte della democrazia e io credo fermamente in questo. Noi
siamo in un pianeta in cui il novantadue per cento degli esseri umani, il
novantadue per cento, quindi praticamente tutti, sono guidati da governi che non
sono democrazie. Noi facciamo parte dell’otto per cento. Noi, piccolini, pochi,
abbiamo questo privilegio che non capiamo, che rischiamo di perdere». Prima di
lui Luigi Ciotti libera una metafora: «L’informazione è sorgente di democrazia,
innanzitutto – la voce è interrotta dagli applausi – e una democrazia
progredisce solo se è costituita da cittadini informati e quindi proteggere un
giornale, proteggere i giornalisti, vuol dire proteggere la democrazia di un
paese». Dal telefono osservo un idrante della polizia su corso Regina Margherita
che riversa acqua su persone sedute a tavolini piazzati in mezzo alla strada.
Si susseguono gli interventi a ritmo serrato. Fra le facezie, il brusio
insignificante tipico di questi eventi, le frasi di circostanza, spiccano le
considerazioni di chi gestisce brani importanti di potere in città. Luca Dal
Fabbro, presidente di Iren (la società partecipata dalla Città di Torino che
controlla le reti elettriche, gas e rifiuti), ragiona sullo stato
dell’imprenditoria nella regione «di Agnelli e Olivetti». Riflette sulle
strategie industriali e sul rapporto con la ricerca universitaria e avverte
dell’importanza dell’innovazione in ambito informatico per affrontare una futura
“guerra ibrida”: «L’Italia è tra i paesi che può offrire soluzioni. […] Tutti
siamo molto preoccupati dai missili, dai carri armati, dagli aerei, ma costano
molti soldi, mentre un attacco cibernetico fa lo stesso danno di un missile e
costa un decimo, un centesimo, un millesimo».
Per Marco Gilli, presidente della Compagnia di San Paolo, «oggi è successo
qualcosa di importante». Ecco, ora si espone sullo sgombero. «Oggi abbiamo dato
i risultati del concorso di progettazione per la completa riqualificazione di
tutto l’edificio della Galleria di Arte Moderna (Gam)». Menziona il vincitore
del progetto, «una archistar di Rotterdam», e annuncia che «questo processo
vuole ripensare la Gam, conservando ciò che c’è, e avere una grande capacità
trasformativa. In modo da integrare veramente la Gam nella città, con gli spazi
pubblici, gli spazi privati, gli spazi chiusi e gli spazi aperti». Massimo
Broccio, presidente della Fondazione Torino Museo, annuisce fra il pubblico. Ma
la Gam non è l’unico “progetto speciale” della Compagnia e alla fine
dell’intervento Gilli ricorda anche la Cavallerizza, “polo culturale” e futuro
quartier generale della fondazione. E ancora l’area dell’Ex-Moi: «Lì – conclude
Gilli – vorremmo provare a mettere insieme laboratori della scuola di medicina e
laboratori del Politecnico, per promuovere la ricerca interdisciplinare, una
sinergia fra i nostri atenei e anche nuova imprenditorialità».
Seguire i progetti della Compagnia di San Paolo significa impostare un’ampia,
per quanto parziale, mappa dello sviluppo urbano e della speculazione a venire.
Solo tre giorni fa la giunta comunale ha approvato il progetto preliminare del
nuovo piano regolatore. Il piano garantirà più flessibilità di intervento, meno
burocrazia e meno regole per gli investitori. Il piano regolatore ispira Paolo
Verri direttore della fondazione Mondadori: «Dobbiamo lavorare sull’area
metropolitana, pensare a un piano regolatore della cultura. E non a livello
comunale, serve un piano regolatore della cultura a livello regionale,
macro-regionale». Verri è stato il promotore della candidatura di Matera a
capitale europea della cultura nel 2019 e adesso s’auspica lo stesso destino per
Torino: «Torino deve vincere la candidatura a capitale della cultura nel 2033.
Fate un applauso a Torino 2033!».
Innovazione digitale, sviluppo culturale, incremento dell’offerta artistica.
Nella Sala dei Plebisciti le classi dirigenti disegnano l’avvenire di una Torino
morbida e flessibile, disposta ad accogliere gli investimenti e i turisti.
Risulta allora necessario smussare gli spigoli, ricucire le smagliature,
eliminare i resti refrattari al cambiamento. Immagino sia all’opera un generale
processo di metabolismo urbano: tutto ciò che è informale, non ancora governato,
o spontaneo, deve essere tradotto in un nuovo codice, comprensibile a chi
amministra e a chi investe, e messo a valore. L’opera di traduzione può essere
dolce e riformista: si possono impiegare gli strumenti innovativi come i patti
civici e i beni comuni per trasformare l’esistente, e adeguarlo al nuovo tempo.
Oppure si può impiegare la forza violenta delle camionette, come è avvenuto oggi
là fuori. Mentre ascolto rimbombare l’eco delle parole emanate dal microfono,
immagino che i reazionari al governo nazionale non siano null’altro che uno
strumento di cui il neoliberismo si serve per conquistare nuove porzioni di
territorio. Forse l’aria è cambiata anche a Torino e ci aspettano stagioni meno
ipocrite, dove i colpi cadono più duri e diretti.
Intorno a me gli ospiti parlano ancora, sono passate tre ore, e paiono
soddisfatti, o compiaciuti. Qualcuno di loro osa ricordare quel che accade
fuori. Paolo Verri si rivolge al pubblico: «Oggi è una giornata difficile, anche
culturalmente. Perché lavorare sullo scontro è facile, lavorare sul dialogo è
difficile. Io vorrei fare un applauso alla possibilità di fare il dialogo». Non
ho capito il seguito a causa del battito collettivo di mani. E poi è il turno di
Christian Greco, direttore del Museo Egizio: «Intendo il museo come piazza, come
forum, come agorà, il museo come luogo sicuro in cui memorie si possono
incontrare nel dialogo. Come si dice in greco? Dialegein, che lingua
meravigliosa. Perché il dialogo è il sangue della nostra società. Se noi fossimo
sempre tutti d’accordo non andremmo da nessuna parte». In realtà proprio qui,
oggi, sono tutti d’accordo: non esiste alcuna alterità in questa melassa di
linguaggio già omologato e adeguato al dominio del profitto sul mondo intero. Ho
assistito a un monologo questo 18 dicembre, lo stesso monologo che ogni mattina
trovo sulle pagine di carta.
È tardi ormai, fuori la sera è inoltrata. È tempo di andare. Il direttore de La
Stampa Andrea Malaguti vuole però intervenire sulla prima pagina di domani,
dedicata allo sgombero di Askatasuna. «Si può trattare in molti modi quello che
è successo oggi a Torino, riguardo ad Askatasuna – afferma Malaguti. Ho sentito
i commenti durante la giornata di gente che si mette la maglia. Ci sono quelli
che dicono “Finalmente, era ora! Questi si devono cacciare perché non si può
mancare di rispetto alla legalità”, il che è sacrosanto. E ci sono quelli che
dicono invece: “Poveretti, avevano diritto anche loro di avere un luogo, bisogna
ascoltare tutte le sensibilità”. Ora, io confesso che non so esattamente dove
posizionarmi in questo dibattito, salvo schierarmi sempre dalla parte della
legalità. Però noto, e mi domando: ma perché esisteva questo luogo? Esisteva
perché anche le forze dell’ordine si rendono conto che è più facile controllare
chi ha comportamenti illegali, se queste persone sono concentrate in un posto.
Io suppongo – ma non lo so – che dentro ci fossero un sacco di microspie, che ci
fosse una intercettazione approfondita. Quindi il motivo per cui rimaneva lì non
era un motivo banale: buoni contro cattivi. Era invece legato all’idea su come
si controlla una situazione di questo genere nella maniera migliore. Da domani
possiamo immaginare che queste persone non è che spariscono, ma vanno altrove. È
più facile o meno facile controllarle?». Il presidio di democrazia chiude per
oggi, l’aperitivo aspetta nella sala accanto. (francesco migliaccio)
(archivio disegni napolimonitor)
«E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo
arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30
del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone
in movimento provenienti soprattutto da Pakistan, Afghanistan, Nepal e
Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento
in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle
grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per
impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano
dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir
che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle
persone che camminano, ci sono dei panni stesi.
Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere
identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi
è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia
che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per
formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e
riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime
settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha
spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo
poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono
quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza
locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non
è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro
che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni
abitative alternative ai vecchi magazzini.
Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici:
una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a
seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in
grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni.
Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano
insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che
voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle
soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai
diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di
approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta
il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte
della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un
parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil
durante la scorsa estate.
Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste
hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa.
L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà
dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del
porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini
a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la
diffusione dei container come strumenti per spostare le merci.
Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del
Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento
diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta
ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un
numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il
Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta
persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha
denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio
nell’accoglienza alle persone in movimento.
Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati
nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi
accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o
in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo
per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le
temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento.
Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo
emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il
problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza
nessun tipo di servizio.
Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso
3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal,
un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo
compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le
circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato
ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia
capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere
d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della
giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture
di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle
rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto
possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni
come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla
rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San
Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento
per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste.
Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha
avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in
cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di
sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa
situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del
Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre
tre morti di migranti in Friuli Venezia Giulia: Shirzai Farhdullah, venticinque
anni, a Pordenone; Nabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a
Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio,
avvenuta mentre cercavano di scaldarsi.
Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i
lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di
Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza
che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni
dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento
rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?». (alessandro stoppoloni)
A Macerie su Macerie riprendiamo il tema dell’urbanistica, in vista del nuovo
piano regolatore della città previsto per il 2026.
Attraverso un’intervista di qualche anno fa a Jean Pierre Garnier, sociologo e
compagno, riflettiamo sulle ideologie urbane degli ultimi decenni, tra le
retoriche sulla partecipazione attiva della cittadinanza e la metropoli della
paura che prende forma.
Ascolta qui la puntata precedente sull’argomento: Il “modello Milano” per
Torino: il nuovo piano regolatore.
(foto del movimento disoccupati 7 novembre)
Chissà se quando il dirigente della Digos saluta i manifestanti con il canonico:
«Finisce qua?», si rende conto dell’allegoria prodotta. È martedì mattina, siamo
all’esterno della sede Rai di Napoli, dove il Movimento disoccupati 7 Novembre
ha organizzato una conferenza stampa per rivendicare il recente avvio di un
percorso di tirocinio finalizzato all’inserimento lavorativo, ottenuto dopo
oltre dieci anni di lotte.
Sono le dieci e trenta, la conferenza è finita da poco e il gruppo si sta
lentamente sciogliendo. La domanda del poliziotto è quella che fanno di solito
gli agenti al termine di una manifestazione, per assicurarsi che questa non
continui altrove o che non vi siano altre azioni in continuità con quella
conclusa. In quel contesto, mentre il movimento celebra quella che è una
innegabile vittoria, e in un certo senso la conclusione di un percorso politico
decennale, la sua domanda potrebbe risuonare come una sorta di invito a darsi
una calmata: “Il posto l’avete avuto: ora avete finito?”.
In realtà, le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai delegati del
movimento, vanno nella direzione opposta. Per prima cosa, dicono, bisogna
continuare a vigilare, e se necessario a fare pressione, affinché tutti i mille
e duecento tirocini comincino; secondo, è importante che gli impegni presi
riguardo alla trasformazione in un lavoro stabile e dignitoso di questi tirocini
vengano rispettati; terzo, nel movimento c’è già chi pensa che la lotta per il
lavoro debba mutarsi ora in lotta sindacale, per un mantenimento e miglioramento
delle condizioni e dei diritti.
Il Movimento disoccupati 7 novembre nasce undici anni fa, dopo che un gruppo di
abitanti delle periferie a ovest della città partecipa alla grande
manifestazione di Bagnoli contro lo Sblocca Italia e il commissariamento dell’ex
area industriale. Col tempo il gruppo cresce, arriva a raccogliere circa
quattrocento iscritti da diversi quartieri e si “federa” con un’altra grossa
lista di lotta per il lavoro, il Cantiere 167 di Scampia. Centinaia di persone
sono in strada quotidianamente, pretendono la garanzia di un diritto
costituzionale, e manifestano, presidiano, occupano, arrivano a forme di scontro
radicale per ottenerla. Gli anni passano, si creano opportunità, ci sono inganni
e tradimenti istituzionali, ogni volta si ricomincia daccapo. Le inchieste
giudiziarie si moltiplicano, le accuse sono spesso assurde, arrivano anche
condanne, pesantissime. Eppure oggi il prefetto, che evidentemente ha la memoria
corta, parla di “proteste garbate”, e nelle prime righe del recente accordo
firmato da comune e governo ammette che il movimento ha rappresentato un
problema di ordine pubblico, perché queste centinaia di persone non facevano
altro che rivendicare per un proprio diritto.
Alla fine, dopo undici anni di lotta, l’accordo arriva. Mille e duecento
disoccupati napoletani verranno impiegati per la cura e la manutenzione del
verde pubblico e scolastico, la sorveglianza delle strutture museali, altri
interventi di pubblica utilità. I primi cominceranno a breve, gli ultimi saranno
chiamati entro febbraio. Dopo un anno si comincerà a pianificare la loro
assunzione in cooperative comunali che si occupano di questo stesso genere di
interventi. L’investimento complessivo è di circa tredici milioni di euro. «La
nostra intenzione – ha spiegato il sindaco Manfredi – è quella di far
progressivamente transitare queste persone all’interno delle cooperative che
operano al Comune e Città metropolitana, che noi utilizziamo per la gestione del
verde pubblico. Queste cooperative oggi vivono una riduzione dei partecipanti
per i pensionamenti, ma l’obiettivo è quello di mantenere immutata la loro
dimensione numerica». Questo scenario fino a qualche anno fa non sembrava
nemmeno lontanamente ipotizzabile, considerando le resistenze delle stesse
istituzioni che oggi rivendicano il risultato, che si è invece delineato
soprattutto grazie agli sforzi del movimento.
Al termine della conferenza abbiamo fatto alcune domande a Eduardo Sorge, uno
dei portavoce dei 7 Novembre, chiedendogli se davvero, come sottintendeva forse
l’ispettore della Digos, la loro lotta è finita qua. (riccardo rosa)
* * *
«Al netto della forza della lotta, dell’incessante lavoro di mobilitazione e di
piazza, negli ultimi due anni c’è stata un’attenzione trasversale su questa
vertenza, perché si potesse concretizzare un risultato in questa direzione. Dal
punto di vista prefettizio c’è stato e c’è l’interesse a pacificare una delle
poche aree che rompeva e speriamo rompa l’immagine della Napoli città-vetrina,
per cui in un momento in cui Napoli sta diventando un parco giochi, una delle
loro valutazioni è stata che forse non era il caso di continuare ad alzare muri
verso una lotta che coinvolgeva un migliaio di persone, le quali tra l’altro
andranno a svolgere un’attività che va a colmare un vuoto di servizi. Dal canto
nostro, sappiamo che anche questo intervento sui servizi è finalizzato a
supportare una città che si prepara ad accogliere flussi turistici ancora più
imponenti di quelli attuali, e insomma il ragionamento istituzionale è stato che
conviene anche a loro che una serie di persone piuttosto che stare a bloccare le
strade vadano a garantire quello che considerano “decoro urbano”, a potenziare
l’accoglienza museale o migliorare i servizi scolastici.
«Le cooperative dove si andranno a svolgere questi tirocini sono le stesse dove
i disoccupati hanno svolto gli stage in una fase precedente, con il piano Gol,
sono cooperative attualmente finanziate da un investimento nazionale di decine
di milioni di euro, soldi che vanno nelle casse del comune che li gestisce.
Quindi l’amministrazione per questo servizio non investe risorse, seppure per
l’allargamento della platea ha contribuito con una quota. Di questa platea di
mille e duecento persone noi possiamo dire di rappresentarne circa la metà, ma
ci sono state spinte, per esempio durante la campagna elettorale delle
regionali, con interessi di parte molto lontani da noi, per frammentarla; il
vantaggio di essere riusciti a mantenere compatto il movimento, sta nel fatto
che questo risultato non potrà essere merce di scambio, non saremo disponibili a
essere strumentalizzati. Negli ultimi mesi, soprattutto i partiti di governo,
hanno provato a candidarsi come “rappresentanti” di questa vertenza. Da questo
punto di vista, riuscire a garantire risultati per tutta la platea, e non
soltanto per i nostri iscritti, è stato decisivo. Anche il fatto che
ventiquattr’ore prima di questo risultato siano arrivate condanne di due anni e
due mesi per otto esponenti del Movimento è un modo per dire “ok, vi siete presi
quello che volevate, ora però non rompete le scatole su tutto il resto”. Ma se è
vero che il movimento è nato per il lavoro, è anche vero che è sempre stato
nelle battaglie politiche generali – contro il riarmo, contro la guerra, per
l’unità dei lavoratori; e rispetto alla città, nella denuncia della
privatizzazione del verde cittadino e di tutte le operazioni che si stanno
svolgendo sulla costa, da San Giovanni a Bagnoli, e quindi continuerà ad
alimentare le lotte territoriali.
«Quando si fa un bilancio politico, tutto va inquadrato nel momento storico. Da
un certo punto di vista è una vittoria gigantesca, non tanto per il risultato,
ma per la rete che si è costruita tra la gente, i quartieri popolari, l’unità
anche con chi, come il Cantiere 167, politicamente non era vicinissimo a noi.
Forse se trent’anni fa avessimo raccontato questa vertenza non avremmo parlato
di vittoria, avremmo parlato di un’elemosina di Stato fatta per risolvere un
problema di ordine pubblico, ma io credo che tutto vada inquadrato in un
contesto, e in quello attuale gli operai e i lavoratori prendono sempre meno
salario, sono sempre più sfruttati, hanno sempre meno diritti sindacali. Siamo
in un momento di arretramento a oltranza, e il fatto che si ottenga un risultato
per mille e duecento persone, che non è solo il tirocinio, ma è qualcosa che
darà la possibilità dopo dodici mesi di entrare nelle cooperative, significa non
solo dare a chi ha cinquanta o sessant’anni una dignità personale, ma anche per
diverse centinaia di ragazzi di venticinque-trent’anni di avere un’alternativa a
fare il rider sotto la pioggia, oppure a fare i servizi nei b&b di cui Napoli è
piena.
Questo io credo sia il grande valore politico: la lotta ha pagato, e questo, in
un momento in cui c’è una disillusione totale verso le pratiche collettive di
organizzazione, è la cosa più importante. Molti di quelli che ieri erano bassa
manovalanza della criminalità o erano nella totale marginalità sociale, adesso
fanno i corsi nelle loro sedi, nei quartieri popolari, con i bambini di comunità
srilankesi, fanno battaglie contro le chiusure degli ospedali pubblici. In una
fase, tra l’altro, in cui siamo bombardati da giornali che ci dicono che non è
possibile garantire la spiaggia e il parco urbano a Bagnoli, ora noi abbiamo un
esercito di manutentori del verde, per cui sarebbe anche divertente andare a
dire al comune di Napoli: perché queste persone che già pagate non le spostate
tutte quante per garantire il parco urbano e la spiaggia? Stimolarli quindi sul
fatto che se il danaro pubblico si vuole tirar fuori per il lavoro pubblico,
dignitoso e stabile, si può tirare fuori.
(disegno di martina di gennaro)
È fecondo configurare l’attualità come storia contemporanea. In merito
all’irruzione presso la redazione de La Stampa di Torino di venerdì 28 novembre,
lo storico contemporaneo dovrebbe studiare la reazione mediatica, e
spettacolare, che si è scatenata, e chiedersi perché in modo così unanime e
accorato istituzioni, politici, intellettuali e organizzazioni di questo paese
hanno condannato l’evento. Qual è l’origine materiale di un discorso tanto
compatto, in apparenza inscalfibile?
Il primo dicembre nelle pagine nazionali de La Stampa compare un articolo
intitolato: “Stampa città aperta”. Si riportano le visite in solidarietà alla
redazione e le dichiarazioni rilasciate per l’occasione. Appaiono l’editore
Elkann, il presidente della regione Piemonte, un deputato del Pd, un ministro
del governo; è annunciata la venuta del ministro della cultura e, forse, di Elly
Schlein. Il sindaco della Città s’era già presentato in visita. Uno sguardo
storico deve allora individuare le relazioni concrete fra un centro di
emanazione dei discorsi e le classi dirigenti. E da qui discende una possibile
mappatura delle forme del potere e della loro riproduzione simbolica.
Ecco un esempio, forse marginale eppure peculiare. Una delle prime reazioni è
stata quella di Jacopo Rosatelli, assessore alle politiche sociali della Città e
membro di Sinistra Ecologista, la costola di Avs a Torino. Lo stesso venerdì
pomeriggio dalle colonne blu di Facebook scriveva l’assessore: “Nel giorno in
cui le e i giornalisti scioperano, un vile attacco squadrista colpisce la
redazione de La Stampa. Nulla può giustificare questa violenza. Solidarietà al
quotidiano e a tutta la comunità professionale dell’informazione torinese”.
Durante il mandato di Rosatelli sono stati sgomberati i baraccati di piazza
d’Armi e senza garantire degne soluzioni abitative. Di recente sono state create
“zone a vigilanza rafforzata” per sottoporre a controlli di polizia persone
potenzialmente destinate al Cpr e si è condotta una repressione sistematica di
uomini senza dimora che vendono pochi oggetti in strada. Ancora, si è portata
avanti una campagna di sgombero di famiglie occupanti di case Atc senza offrire
soluzioni alternative e spesso lasciando in strada donne e bambini.
In merito a questa violenza urbana contro poveri e subalterni La Stampa, come
tutto il giornalismo cittadino, è silente o compiacente. Per quale ragione? Come
spiegare il silenzio? Lo sgombero di piazza d’Armi avvenne per permettere il
sereno svolgimento di Eurovision. Accanto alle zone a vigilanza rafforzata
sorgono aree interessate da interventi di speculazione immobiliare, i presìdi di
polizia riguardano spesso i distretti aperti ai sogni turistici e gli isolati
pronti ad accogliere la nuova linea della metropolitana. E dopo la stagione di
sgomberi degli alloggi occupati è recente la notizia della possibilità
di privatizzare alcune unità delle case popolari torinesi. Qui lo storico può
intravedere le connessioni tra istituzioni, poteri economici e funzionari della
diffusione dell’informazione.
Abbiamo in passato analizzato stile e contenuti del giornalismo torinese e di
certo dovremo trovare il modo di persistere con più continuità e ostinazione.
Ora ricordiamo le parole vivissime che Goffredo Fofi scriveva a proposito del
quotidiano torinese. Era il 1964 e il libro – straordinario – è L’immigrazione
meridionale a Torino. (redazione monitor)
* * *
Il monopolio a Torino ha costruito una sua catena d’influenza economica e
politica, esercitata attraverso il controllo diretto o indiretto della vita
pubblica. Questa influenza è determinante anche e specialmente all’interno della
fabbrica, dove l’operaio è compresso e asservito da una politica paternalistica,
e allo stesso tempo non meno oppressiva: da una parte la possibilità di arrivare
al frigorifero, alla 600, alla televisione, e all’appartamento; dall’altra un
progresso tecnologico che impone massacranti ritmi di lavoro e un comportamento
da macchina, la impossibilità di processi di avanzamento nella qualifica al
tempo stesso in cui cambia la mansione e il tipo di lavoro in conseguenza del
processo tecnologico, l’impossibilità di un “rapporto tra la forza-lavoro
incorporata nelle merci prodotte e l’ammontare delle paghe”.
Al di fuori, essa si esercita innanzitutto con uno strumento formidabile di
formazione e controllo dell’opinione pubblica, La Stampa. Il giornale della Fiat
ha infatti un’influenza determinante nella vita e nelle opinioni dei torinesi.
Esso sbandiera un antifascismo sterile e di ricordi, e una politica di “riforme
sociali”, propone un paternalismo “illuminato” avallato anche sul piano
nazionale grazie alle firme di rispettabili nomi della cultura e
dell’antifascismo italiani, e sul piano torinese, con la seconda pagina e “Lo
specchio dei tempi”, indirizza l’opinione pubblica su binari ben precisi. In
essa trovano posto le “inchieste” e le “denunce” interessate (il costo della
vita, le case che mancano e che lo Stato dovrebbe finanziare, e così via), le
cronache della Torino-bene e dei suoi eroi con le loro mensili “opere buone”, i
preti e gli assi della Juventus, la cronaca delle disgrazie, degli incidenti
(narrati, sempre, in stile “Cuore”), i fattacci degli immigrati (con
appariscenti titoli: “calabrese ruba…”, “meridionale uccide…”, “siciliano
rapisce…”) ed infine le buone azioni quotidiane.
Il tono è dato pur sempre dallo “Specchio dei tempi”. Questa rubrica epistolare,
che si dice sia personalmente supervisionata dal direttore del giornale, è più
una guida che uno specchio della pubblica opinione. In essa trovano posto
regolarmente le recriminazioni antimeridionali, il patriottismo più vecchio
(specialmente in occasione delle infinite rievocazioni risorgimentali),
un’incredibile dose di richiami al “buon senso”, le piccole proteste (della
vecchietta sui tranvieri scortesi, ad esempio, ma anche di Togliatti sugli
chalet scomparsi dalla Valle d’Aosta o su “l’amore del prossimo”), e infine i
“casi pietosi”. La soluzione miracolistica dei problemi più gravi, attraverso la
sottoscrizione del “caro Specchio”, serve a contrabbandare il più vecchio dei
paternalismi. Ma gli esempi più chiari sono sempre dati dalle lettere,
accuratamente scelte e presentate con appropriati titoletti, che riguardano gli
operai. L’esaltazione sfacciata del crumiro, condotta durante gli scioperi Fiat
(e nella pagina di fronte, si trovava l’articolo di qualche noto scrittore o
intellettuale di sinistra) col ricorso al patetico familiare o a quello della
“libertà da difendere”; l’appoggio “fraterno” agli operai delle piccole
fabbriche come ai tessili della valle di Susa, che guadagnano così poco, e che
serve a ricordare agli operai Fiat la loro “condizione di privilegio”; la
richiesta di un’automobile che un impiegato Fiat fa allo “Specchio” e che serve
di pretesto per stimolare dozzine e dozzine di lettere che lo accuseranno di non
volersi accontentare e lo inviteranno a ringraziare il cielo e Valletta del suo
stato di privilegio – tutto questo mira al mantenimento di un clima di
subordinazione passiva e addormentamento delle coscienze, mira alla
conservazione di una Torino che si vorrebbe tranquillamente sottomessa e che non
pensi da sé, ma si lasci guidare, accontentandosi di sentirsi blandita ed
esaltata per il suo “buon senso”, le sue “tradizioni di civismo” e la sua
“operosità”.
Per gli immigrati il discorso viene ripetuto fino alla ossessione, alla nausea:
la Torino dal buon cuore che li accoglie, nonostante i loro difetti e i loro
demeriti, chiede delle condizioni. Si dice insomma, e con il tono del padrone:
siete sporchi e incivili, sfaticati e violenti, analfabeti e disonesti, ma noi –
così bravi! – vi lasciamo venire… ma, attenzione!, c’è un patto da seguire:
dovete cioè diventare come noi vi diciamo, come il bravo torinese medio, il buon
operaio o impiegato che non dà fastidio, il cittadino gentilmente egoista.
Dovete “adattarvi” e adeguarvi: adattamento è una parola che si legge con
estrema frequenza sulle pagine de “La Stampa” e si sente nelle relazioni e nei
discorsi ufficiali sull’immigrazione, come nelle chiacchiere del tram o
dell’osteria. I sociologi e gli psicologi – di fabbrica o no – ne fanno poi un
uso superlativo, premurandosi tutt’al più di mascherare il concetto con il
termine più intelligente di “integrazione”, ma intendendovi esattamente le
stesse cose: tutta la tematica dell’immigrazione si riduce per loro, in fondo, a
questo. Adattarsi vuol dire dunque inserirsi in uno stato di fatto accettandone
in pieno le regole, non provocando scosse, non protestando per la propria
condizione inferiore, seguendo i modelli offerti da chi comanda.
(disegno di sam3)
Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di via Salluzzo a Torino,
si trova al Cpr di Caltanissetta dopo aver ricevuto un decreto di espulsione,
firmato dal ministro degli interni Matteo Piantedosi.
A Mohamed è stato revocato il permesso di soggiorno come lungo soggiornante e
rischia il rimpatrio nel suo paese d’origine, l’Egitto di Al Sisi, dove prima
dell’arrivo in Italia, vent’anni fa, era oppositore al regime. In Egitto,
rischia la tortura e la morte.
Le ragioni della revoca del permesso sono legate al suo pensiero ed al fatto di
averlo espresso sulla pubblica piazza: parlare di Gaza e del genocidio in corso,
prendere posizione senza censure equivale a condannarsi, soprattutto se sei
musulmano.
In questi anni Mohamed non è stato il solo a ricevere la revoca del permesso di
soggiorno con successivo trattenimento in Cpr per aver parlato di Palestina.
Noto è anche il caso del cittadino algeino Saif Bensouibat, trattenuto al Cpr di
Ponte Galeria e poi liberato.
Negli anni passati anche diversi palestinesi sono stati rinchiusi in centri per
il rimpatrio: a Ponte Galeria, Brindisi, Palazzo San Gervasio. Le ragioni
risultano perverse: tra queste la pubblicazione di foto “sospette”, o
valutazioni discrezionali delle forze dell’ordine relativamente alle interviste
rilasciate alla commissione per la protezione internazionale. Rinchiusi in Cpr
per il solo fatto di essere gazawi o per aver parlato a favore della Palestina,
questi uomini sono stati prelevati, imprigionati, in un attimo resi nulla e
deprivati di ogni diritto, un trauma che ancora oggi segna le loro vite.
La situazione negli ultimi mesi continua a peggiorare, con un attenzionamento
feroce verso chi continua a portare in piazza la questione palestinese. Una
spirale repressiva che sembra non aver fine e che lede la libertà di espressione
soprattutto verso chi osa promuovere una narrazione alternativa a quella
dominante, complice dello stato genocida di Israele.
Questi tempi distopici richiedono grande coraggio per continuare a mobilitarsi.
Lo ha fatto Mohamed Shain che per questo rischia ora, concretamente, la morte.
La negazione del genocidio e dei crimini di Israele, nonostante le testimonianze
quotidiane dei palestinesi sotto assedio, dei giornalisti uccisi, delle immagini
che arrivano attraverso canali social, delle accuse della Corte penale
internazionale e dele relazioni e dichiarazioni dei rapporteurs o della
relatrice speciale Onu per i territori palestinesi Francesca Albanese,
rappresenta una delle più grandi vergogne della storia, di cui parleranno le
future generazioni, pari alla violenza che continua a proseguire a Gaza e in
Cisgiordania.
Tante sono le realtà ed i gruppi che hanno espresso solidarietà nei confronti di
Mohamed, mostrando la sua forza, evidenziando la sua capacità di promuovere
dialogo tra realtà diverse, dialoghi che hanno innescato processi di
pacificazione e collaborazione con la comunità ebraica torinese e con le chiese
valdesi, come dichiarato in un comunicato firmato circa un mese fa dove Mohamed
viene lodato come esempio di dialogo interreligioso e promotore di una
convivenza pacifica. Non solo, al fianco di Mohamed vi è anche il gruppo per il
dialogo cristiano-islamico di Torino, che ha presentato una lettera al capo
dello stato, Mattarella, in difesa di Mohamed e che così riferisce rispetto alla
moschea di cui è imam: “Come la maggior parte dei centri culturali islamici
della Città di Torino, la moschea di via Saluzzo è sempre stata aperta e
collaborativa, ospitando iniziative che hanno coinvolto tutte le comunità,
laiche e religiose, testimoniando concretamente e giorno dopo giorno l’impegno
sincero della sua direzione, dell’imam e di tutti i fedeli nel senso del
rispetto delle leggi, della pace e della cooperazione civile e inter-culturale.
Auspichiamo perciò che il sig. Shahin possa essere rilasciato, che gli possa
essere concesso di riprendere la sua permanenza in Italia e così la sua opera di
dialogo e di solidarietà”.
In questi giorni numerosi sono stati i presidi di piazza a Torino,
Caltanissetta, Milano, che hanno solidarizzato con Mohamed cui nel frattempo è
stato convalidato il trattenimento e per il quale sono a lavoro gli avvocati
Gianluca Vitale e Fairus Ahmed Jama, contro l’espulsione e l’incredibile diniego
della commissione per la protezione internazionale.
Una rete di docenti universitari e ricercatori e ricercatrici ha presentato un
appello per Mohamed oggi: potete leggerlo a seguire e firmarlo a questo link.
Per sottoscrivere la petizione promossa su Change.org invece si può cliccare
qui. È nostro dovere rafforzare queste posizioni e continuare a chiedere che
Mohamed venga immediatamente liberato, torni alla sua famiglia e nella sua
comunità, a Torino, il prima possibile. (yasmine accardo)