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Qualcosa dentro di sè. Convertirsi all’Islam a Napoli
(disegno di otarebill) Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino, dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più alte del paese.  Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione, adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.  In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa, associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.  Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane. «C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani. Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo, tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti delle persone che frequentavo».  La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso, improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili. Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini, ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva, volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».  La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso, sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra, la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle persone che sono musulmana».  Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il Ramadan».  Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne». Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e, leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede». Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati, hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo paesino, circondata da persone che le assomigliano».  Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da sola».  Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli animali sia più etico e rispettoso».  Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere se stesse attraverso il corpo”.   Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di cui vado fiera”.  Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più interessato a vederci scoperte”. Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione. “Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo aiuta a ripararsi dal caldo”. Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo. Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria: “Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se facessi parte di una grande famiglia”.  Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar, il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non sono ancora attivi a livello locale”. A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne, perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”. Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta –. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io difenda chi lo fa”. La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa, che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.  Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud, quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il gesto più sacro della salat (la preghiera).  Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano. Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere, spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega –. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho memorizzato diverse sura”. Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante. Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo, ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.  Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”. Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”. (emma de simone)
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Corsi e ricorsi sismici nell’area flegrea sotto attacco
Fotogalleria di Paolo Modugno È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli. È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni, assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e Cosenza). La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400 richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880 abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.   Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli strumenti tecnici ci sono, servono i soldi. E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti, slegate dalle continue crisi. Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti. Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile, ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente non ha un posto dove andare. In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato le persone del quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini di tanti abitanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche (lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti. Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per personale team e visitatori Coppa America”. L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati, dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi – non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro nessuno. (riccardo rosa)
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Privati dell’acqua. A Napoli la giunta Manfredi trasforma l’azienda idrica in società per azioni
(disegno di vinylico) “C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere soddisfatti e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e sostanzialmente a una logica di mercato. I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile, anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”. (Stefano Rodotà) La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua. Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una logica di democrazia partecipativa. L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011. Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote, azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai privati. Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale, aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo), perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione, l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul punto anche Gaetano Azzariti). La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde, questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere (basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali, come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano. Una volta chiarito questo, cade la maschera. La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare, sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo, sull’apertura futura al capitale privato. Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città. La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione. Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica (anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato. La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i movimenti territoriali si stanno opponendo. La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote, del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta coerente con il referendum del 2011. A questo punto gli scenari sono tre. Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24 luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce. Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata, assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e della Regione. Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori, contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande adduzione. È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance, investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico, servizio, lavoratori e comunità.  Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti, i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela tuozzo)
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Contro Torino 2033. Un diario sulla candidatura a capitale europea della cultura
(collage di stefania spinelli) Mercoledì 10 giugno in piazza della Repubblica, sera. Sono alla tettoia dei contadini. La tettoia ospita ogni mattina il mercato dei contadini che giungono dalle campagne della cintura metropolitana. Oggi è il primo giorno del Festival di Porta Palazzo, una celebrazione dell’aura culturale del quartiere organizzata dalla Città di Torino. Leggo dal programma: “Un’occasione per condividere storie, sapori e tradizioni, valorizzando la ricchezza culturale che caratterizza Porta Palazzo”.  Questa sera si prevede una “cena delle comunità”, ovvero “un appuntamento pensato per favorire il dialogo e la convivialità tra le numerose realtà che animano quotidianamente il quartiere”. Ci sono due lunghi tavoli apparecchiati sotto la tettoia e intorno sono poste, come confine, delle grate. Su ogni grata sono appesi dei pannelli che appartengono alla campagna pubblicitaria dedicata ai mercati urbani. Queste pubblicità sono rivolte agli avventori, io sto al di fuori del recinto e vedo solo il dorso bianco. Quello che accade oltre le barriere è visibile tra gli interstizi. Un ingresso è presidiato dalla polizia municipale, l’altro dallo staff del festival che controlla gli inviti. I guardiani dell’ingresso dicono che hanno accesso alla cena solo i venditori e gli operatori del mercato, ma io vedo anche i soliti volti del terzo settore di quartiere, un accademico, politici locali. Al di là del recinto ecco apparire Chiavarino, assessore al commercio. È intervistato da una tv locale: muove le braccia in ampi circoli e mostra all’occhio meccanico una sequenza cangiante di espressioni eloquenti con occhi spalancati e bocca allargata. Gli avventori hanno preso posto e la cena inizia: arrivano le prime portate.  Giovedì 11 giugno, sera a Porta Palazzo. Adesso sotto la tettoia il festival propone un dj set in collaborazione con il Kappa Future Festival. Si vendono panini con carne di maiale, birre, spritz, mojito. Non ci sono più le grate, ora i passanti possono liberamente accedere allo spazio attraversato dai suoni diffusi dalle casse. Di fronte alla tettoia c’è una pescheria costosa che propone anche un servizio di ristorazione. Un tempo la pescheria aveva il banco presso il mercato ittico della piazza, ma anni fa ha lasciato quel luogo e ha aperto il locale qui, al piano terra del social housing di Compagnia di San Paolo. Vedo bodyguard di un’azienda di sicurezza: controllano l’area del dj set e redarguiscono chi beve birre in bottiglia; si possono bere solo le bibite vendute allo stand. L’azienda dei bodyguard si chiama SIVIS Security & Facility Management. Due auto della SIVIS, poste di traverso rispetto alla carreggiata, chiudono la strada che circonda la tettoia. Non c’è la polizia municipale. La classe sociale dei giovani che ballano e consumano è davvero omogenea e poco ha a che vedere con le persone giunte da oltremare che ancora vivono qui o frequentano il mercato durante il giorno.  Venerdì 12 giugno, tardo pomeriggio. Sotto la tettoia dei contadini è stato montato uno schermo. Sarà proiettato un film su una mercante di Porta Palazzo, film fiabesco e rasserenante molto apprezzato dalle istituzioni. In fondo, accanto ai bagni, è stato allestito un buffet con vini e pietanze che verranno servite poco prima della proiezione. Gli addetti del catering mandano via più volte una donna con una lunga gonna colorata che si avvicina al cibo, la scacciano come si fa con le mosche. La proiezione è introdotta da un dibattito con accademici e dirigenti di enti culturali cittadini. Anche Chiavarino, l’assessore al commercio, intrattiene il pubblico presente. «Porta Palazzo è un luogo iconico della nostra città – esordisce –. Un luogo legato al sistema del commercio, delle bancarelle belle, colorate, piacevoli o dei negozi prospicienti. È un luogo straordinario dove la cultura è caratterizzata dalle genti, dai rapporti umani, dai rapporti negoziali e commerciali, dalle etnie con le proprie tradizioni e con un proprio retroterra storico, culturale». L’ossessione per la cultura è una traccia da seguire. «Ora – continua Chiavarino – Porta Palazzo è una piccola Versailles, vedrete che bellezza, che cornice! Bisogna gustare i colori, i sapori, gli odori, i profumi di questa bella Porta Palazzo. Il mercato di Porta Palazzo, il primo a livello europeo come mercato a cielo scoperto, primo in Europa! Apprezzatissimo dai turisti che vengono qua per tutti questi begli aspetti». IL MODELLO CAPITALE DELLA CULTURA Scrivo un diario, raccolgo immagini e appunti, trascrivo dichiarazioni di piccoli gestori del potere per cogliere il senso nelle loro parole, per individuare il concreto piano delle istituzioni riguardo al quartiere, alla città. Trovo un indizio quando Chiavarino menziona un luogo vicino alla tettoia, dall’altra parte della piazza: il dismesso mercato ittico. «Un lavoro supplementare ulteriore – informa Chiavarino – riguarda il mercato ittico che è stato rimesso in sesto e riaperto con una funzione che non è più prettamente commerciale. Temporaneamente lo sperimentiamo come luogo della cultura. Tant’è che daremo vita a iniziative di carattere convegnistico, a delle mostre». Dove un tempo c’erano i pescivendoli sorgerà un “hub culturale” per accogliere, probabilmente, «la sede dell’ufficio che si occuperà del dossier per candidare Torino a capitale europea della cultura nel 2033». Ecco uno stimolo solido per elaborare un’interpretazione: la Città vuole candidarsi a divenire capitale europea della cultura nel 2033 e ha individuato proprio Porta Palazzo – crocevia di culture, tradizioni culinarie e mescolanze migratorie, dicono gli amministratori – come centro simbolico e operativo. La Città ha ufficializzato la candidatura nel novembre 2023, ma il desiderio era già espresso nel programma elettorale del sindaco Lo Russo. Con una delibera di giunta del dicembre 2023 la Fondazione per la Cultura ottiene il coordinamento della candidatura. Più di un anno dopo, nel febbraio 2025, è approvato un protocollo di intesa tra la Città, la Regione, le due fondazioni bancarie, i due atenei e la Camera di Commercio: una ufficiale unità di intenti in vista della competizione per l’investitura a capitale europea. Nel maggio 2025 si palesa il direttore della candidatura: è Agostino Riitano, già direttore di Procida capitale italiana della cultura nel 2022 e stretto collaboratore di Paolo Verri, il coordinatore dell’ultima capitale europea della cultura in Italia, Matera nel 2019. Nella primavera del 2025 si annuncia che il quartiere di Porta Palazzo sarà il “cuore pulsante” di Torino 2033: “Metteremo al centro i legami internazionali e interculturali di Torino e quello sarà il luogo paradigmatico”, afferma Riitano sui giornali. In un’intervista a La Stampa del giugno 2025 Riitano sostiene che l’eventuale investitura può portare alla Città finanziamenti per cento milioni di euro. Nel gennaio 2026 Paolo Verri scrive un articolo per La Stampa e pronostica che, in caso di vittoria, Torino 2033 saprà attrarre finanziamenti per duecento milioni di euro. Nel 2019 Verri e il suo gruppo dirigente hanno costituito a Matera una fondazione privata partecipata dagli enti pubblici che ha raccolto circa cinquanta milioni di euro dallo stato italiano (il finanziatore più consistente), dalla Regione Basilicata e dalla Città di Matera. Tre milioni sono stati impiegati nei costi di gestione della fondazione, il resto è servito a finanziare i progetti culturali, la promozione e il marketing urbano. Per un anno a Matera si sono tenuti eventi e progetti culturali in gran parte effimeri, inconsistenti e vacui, incapaci di lasciare una traccia sulla città e sulla parte di popolazione, di fatto maggioritaria, che non è stata coinvolta nell’organizzazione. In compenso sono aumentate le visite brevi a Matera, il valore della filiera turistica è raddoppiato, i Sassi – privi ormai di residenti – hanno consolidato la tendenza a diventare scenario attraente con offerte alberghiere di lusso. I contadini furono rimossi nel dopoguerra perché i Sassi erano la “vergogna d’Italia”, ora le case e i vicinati sono così affascinanti da ospitare per poche notti le ricche élite internazionali.  Il modello “capitale europea della cultura” nasce negli anni Ottanta su iniziativa del Consiglio dell’Unione europea e rappresenta per ogni città l’opportunità di esporsi in vetrina al fine di aumentare il carisma internazionale e incentivare flussi turistici e investimenti immobiliari. Torino, città inquieta tra macerie industriali, tenta da decenni di risollevarsi da una crisi economica strutturale scommettendo sulla cultura come forma di consumo e sulla crescita del mercato turistico. Porta Palazzo è un emblema di questo processo: negli ultimi anni ha accolto in piazza della Repubblica un ostello di lusso, un social housing di Compagnia di San Paolo e il Mercato Centrale dell’imprenditore Montano. Nel frattempo gli sgomberi delle occupazioni e gli sfratti in zona sono stati violenti e centinaia di venditori poveri sono stati allontanati con schieramenti di forza pubblica in assetto antisommossa. La “cultura”, a Torino come a Matera, è un fenomeno interessante: prima si allontanano le classi popolari, che vengono esiliate in modo coatto, e poi si costruisce un sistema simbolico nostalgico ispirato alle forme di vita che non ci sono più o che stanno scomparendo. Così gli spettatori paganti possono giungere a godere di proiezioni simulacrali emanate in un deserto sociale.  IL FESTIVAL DI ARCHITETTURA Martedì 7 luglio 2026, ore 18, Porta Palazzo. Il vecchio mercato ittico si trova nell’angolo opposto di piazza della Repubblica rispetto alla tettoia dei contadini. Questa struttura ottocentesca ha ospitato, fino alla pandemia, i venditori del pesce, che disponevano i loro banchi ai due lati del corridoio che attraversa l’edificio. Alcuni hanno lasciato il mercato prima della chiusura, come la pescheria Gallina che ha aperto il ristorante davanti alla tettoia dei contadini, altri invece hanno sbaraccato quando la Città non ha rinnovato la concessione. Dopo anni di chiusura il mercato riapre come “hub culturale” e oggi la sua nuova funzione è inaugurata dal Festival dell’architettura. Il festival, organizzato dall’Ordine degli architetti e dalla Fondazione per l’architettura, accoglie per tre giorni lezioni e discorsi di esperti sulle politiche immobiliari, con particolare attenzione alle strategie urbane da dedicare alle case disabitate. “Chi abiterà le case vuote?” è il titolo del festival che è inserito – e non è un caso – nell’ambito del percorso di candidatura della città a capitale europea della cultura. Il logo di Torino 2033 appare in fondo alle locandine e ai depliant informativi.  Sono vicino all’ingresso. Una donna canta con accompagnamento di piano. Nei vani che un tempo accoglievano i banchi dei pescivendoli ci sono mostre di fotografia urbana, esempi di progetti di architettura innovativa e l’esposizione di un giornale del 1972 sulla lotta per la casa a Torino. Osservo con attenzione quest’ultimo pannello: il titolo del numero era “The struggle for housing”, un fotoromanzo realizzato da un gruppo di architetti ed esposto al MOMA di New York. La storia racconta delle condizioni penose di vita degli immigrati nella città piemontese, delle speculazioni immobiliari dell’epoca e delle rivendicazioni avanzate dalla classe operaia. Ecco passa vicino Maurizio Marrone, assessore regionale alle politiche sociali: un fascista fautore, con la collaborazione della giunta torinese, dei recenti sgomberi delle occupazioni negli appartamenti delle case popolari. Sul lato opposto del corridoio il sindaco Lo Russo taglia il nastro prima di tenere il suo discorso. Camminano accanto architetti e professionisti del settore immobiliare, accademici in visita al festival. Uomini in mocassini o completi blu, camicie aperte sul petto che mostrano collanine d’oro; donne in tailleur o vestito lungo che muovono con spossatezza i ventagli. Attorno il mercato conserva alcuni segni materiali che notavo quando venivo a comprare il pesce. Ci sono ancora le piastrelle azzurre e hanno lasciato le insegne. Ne leggo una: “Pescheria P. G. & Giosuè. Servizi ristorante. Consegna a domicilio”. In alto altre piastrelle colorate formano una scena di pesca in mezzo al mare. I pescivendoli non ci sono più, come gli straccivendoli più poveri fuori in strada e i materani nei Sassi, ma restano i loro segni trasformati in scenografia. Mentre intervengono le autorità, nel vecchio mercato si aggirano gli assessori: Chiavarino, Tresso e Mazzoleni. Chiude gli interventi istituzionali proprio Riitano: «Il mio non è un discorso, ma una piccola testimonianza per aggiornare chi di voi non sia sintonizzato sul percorso che la Città di Torino sta facendo ormai da qualche anno per candidarsi al titolo di capitale europea della cultura. […]. Abbiamo trovato questa intesa con la Fondazione per l’architettura perché abbiamo raccolto la volontà di rendere il festival un’occasione connessa alle riflessioni che stiamo facendo sui temi della candidatura. “Chi abiterà le case vuote” non è una questione […] meramente abitativa, ma è una questione squisitamente culturale. Dare una risposta credibile, sensata, per noi è elemento vitale per costruire un pezzo di questo percorso. Perché la candidatura a capitale europea della cultura non consiste nell’organizzare un super-cartellone di eventi con migliaia di appuntamenti, non è un tema muscolare, ma è l’occasione per fare una riflessione profonda sull’immaginario da tratteggiare insieme per i prossimi anni. Strumenti come i festival […] sono l’occasione per porci delle domande, in alcuni casi scomode, a cui collettivamente dobbiamo provare a dare una risposta». Una tecnica interpretativa da tenere a mente per i prossimi anni: i discorsi di Riitano devono essere rovesciati per individuare sprazzi di verità tra le frasi rimasticate.  Sono affaticati gli applausi finali, appesantiti dal caldo di un sole che tramonta. Un rinfresco con vino bianco attende il pubblico nell’angolo di un vecchio banco del pesce. Torino è probabilmente la candidatura più forte tra le altre in Italia ed è coordinata da dirigenti d’esperienza. Mi guardo intorno, osservo le immagini degli anni Settanta sulle lotte per la casa. Che cos’è, in questo luogo e tra queste persone, la cultura? Un discorso egemone per manipolare e controllare i simboli e le parole che emergono dal passato o che sorgono nel nostro tempo, annullando ogni potenziale spinta di trasformazione della società. La cultura m’appare come un vasto e capillare processo di traduzione, efficace per quanto in apparenza insulso e retorico. Prevedo allora che Torino 2033 sarà un’infrastruttura discorsiva utile a legittimare una città aperta ai capitali di investimento e violenta contro le classi più deboli. Eppure, Torino 2033 non sarà soltanto un sistema di pubblicità turistica e di manipolazione simbolica. I milioni che giungeranno serviranno a cooptare i creativi, gli intellettuali, gli operatori del terzo settore e in generale chi elabora i linguaggi urbani. Per un anno vedremo una penosa corsa ai bandi per ottenere qualche migliaio di euro in più, mentre le voci dissidenti saranno ancora più isolate e flebili. Questo esito, tuttavia, non è inesorabile. È necessario lanciare subito un allarme e dialogare con chi non guadagnerà nulla dalla trasformazione di Porta Palazzo e di altri quartieri popolari in scenari per un consumo spettacolare. Ostacolare Torino 2033 adesso è una strategia più efficace di quanto potrà esserlo un’opposizione organizzata tra sette anni, quando sarà ormai in moto un colossale macchinario simbolico votato all’ottundimento. (francesco migliaccio)
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Stato, mercato e spirito santo. Tre polemiche romane su cooptazione e movimenti
(disegno di roberto-c.) Il 9 luglio a Roma un picchetto nel quartiere Garbatella ha costretto l’ufficiale giudiziario a rinviare lo sfratto di una donna di oltre cento anni di età. A ordinarne l’espulsione è Francesco Gaetano Caltagirone, il quinto uomo più ricco d’Italia e principale palazzinaro della capitale. La tragedia non è solo l’età avanzata della donna, ma anche il fatto che fino a dieci anni fa il suo appartamento era vincolato a un uso sociale: lo stato obbligava la proprietà, Cassa Forense, a mantenere gli affitti accessibili. Quasi novantamila appartamenti della capitale erano tutelati da questi vincoli: erano le case degli enti previdenziali, un patrimonio di edilizia calmierata che garantiva un alloggio anche a chi non poteva accedere al mercato privato. Dagli anni Novanta quasi tutte queste case sono state liberate dai vincoli e una parte importante è finita nelle mani di banche e speculatori. Caltagirone ha acquisito centinaia di appartamenti di Cassa Forense; ha alzato gli affitti e ha cacciato chi non poteva pagare, per trasformare alcuni di questi palazzi in studentati privati. Gli studentati sono finanziati dal Pnrr, quindi l’imprenditore può aspirare a soldi pubblici dopo essersi preso delle case tutelate dallo stato. Come spiega Manuel Aalbers in un recente rapporto all’Ue, la via principale con cui i grandi speculatori riescono a fare enormi profitti sugli immobili residenziali oggi è proprio attingendo allo stato. La proprietà immobiliare è ancora troppo diffusa per mettere insieme un patrimonio abbastanza grande da produrre rendite rilevanti sui mercati finanziari; bisognerebbe comprare le case una a una, e ci vorrebbero anni. Attaccando il patrimonio pubblico, o semipubblico – i grandi patrimoni municipali come Deutsche Wohnen in Germania, o previdenziali come Enasarco in Italia –, e trasformandolo in fondi privati, riescono a prenderne grandi quantità tutte insieme. Le nuove mani sulla città sono spesso anche le vecchie mani, i grandi palazzinari di una volta; ma il loro gioco è nuovo. Non si punta più solo a costruire per vendere o affittare, bensì a prendersi lo stato. In un libro scritto con Chiara Davoli abbiamo usato il concetto di “cattura del regolatore” per descrivere questo processo: i privati puntano a catturare le strutture che dovrebbero regolarli. Social housing, finanza a impatto sociale, concessioni straordinarie, interesse pubblico, filantropia capitalista: oggi il lavoro principale dello stato non è regolare l’estrazione di valore da ogni aspetto della vita pubblica, bensì facilitarlo il più possibile. Questo è il ruolo storico della giunta Gualtieri a Roma. Il modello Milano è approdato nella capitale, ricompattando le élite su leggi speciali, commissariamenti, deroghe e varianti che permettono di scavalcare tutte le regole e i controlli sui beni collettivi. Così, tutti i progetti del “modello Giubileo” implicano procedimenti straordinari affinché dei grandi speculatori traggano profitti da beni pubblici. Grazie ai poteri speciali conferiti da Draghi a Gualtieri per il Giubileo, il fondo texano Hines prende in concessione gli ex Mercati generali sull’Ostiense e la Royal Caribbean fa un porto privato su terreni demaniali di Fiumicino. Grazie a Cassa Depositi e Prestiti, la Coima di Manfredi Catella avrà le ex caserme Guido Reni a Flaminio; grazie al commissario agli stadi, i Friedkin costruiranno un complesso sportivo privato da sessantamila posti su un’area naturale pubblica a Pietralata. Questi miliardari potrebbero comprarsi tutti i terreni e i palazzi che vogliono, ma puntando allo Stato li ottengono gratis a spese della collettività. Sui ventisette ettari di Pietralata ceduti per novant’anni, il Friedkin Group di San Diego calcola di guadagnare centocinquanta milioni l’anno, ma al Comune ne pagherà sessantaseimila: duecento euro al mese per ogni ettaro di terreno. È un furto ai danni dell’intera città, ma nel discorso pubblico delle classi dirigenti diventa “valorizzazione”, “rigenerazione”. Alla luce di questa premessa possiamo raccontare le tre polemiche romane di quest’estate, per chi non ha avuto la fortuna di seguirle giorno per giorno. La prima è sulla trasformazione del convento di via di Sant’Ambrogio in una scuola privata ebraica. La seconda è il dibattito sul concorso di idee “Roma Regeneration”. La terza riguarda la controversia tra il sindaco Gualtieri e Valerio Carocci del Cinema America. Sembrano storie diverse, ma appartengono alla stessa logica di delega del pubblico al privato – privato speculativo, privato religioso, privato sociale –, che la sinistra municipale ha trasformato in una macchina per dispensare soldi e potere sulle spoglie della città pubblica. DA BENE PUBBLICO A SCUOLA PRIVATA Cominciamo dal caso più scandaloso, quello dell’ex-Rialto Sant’Ambrogio dietro piazza delle Tartarughe. Questo edificio monumentale al centro del ghetto ebraico, tra piazza Venezia e largo Argentina, a fine anni Novanta era stato dato in gestione agli occupanti di un cinema abbandonato in pieno centro, il Rialto. Per riprendere il cinema (che resterà poi chiuso per altri ventisei anni), la giunta Veltroni incluse il convento nella famigerata delibera per l’assegnazione del patrimonio pubblico a usi sociali. Per quindici anni, il Sant’Ambrogio fu la sede del collettivo teatrale dell’ex-Rialto e di altre associazioni tra cui il Forum dei movimenti per l’acqua, che vi organizzò il famoso referendum del 2011, e il Circolo Gianni Bosio, che vi creò una scuola di musica popolare. Nel 2017 il palazzo fu sgomberato. Come per quasi tutti i progetti interessati dalla delibera, la giunta non aveva completato i tramiti per la cessione, e il commissario Tronca multò le associazioni per centinaia di migliaia di euro di mancati introiti per lo stato. Si garantì però che il Sant’Ambrogio sarebbe stato assegnato alla Soprintendenza per i beni culturali, restituendolo almeno alla sua finalità pubblica. Dopo un decennio, tuttavia, la giunta Gualtieri ne ha annunciato la cessione gratuita e senza bando alla comunità ebraica romana, che vi farebbe sorgere una scuola privata confessionale. Se le associazioni no profit furono multate per quindici anni di mancati affitti, la scuola privata avrà il palazzo gratis per mezzo secolo. Inoltre, di tutte le comunità religiose della capitale interessate ad aprire scuole confessionali, la giunta ha scelto proprio quella che rappresenta l’ebraismo sionista, e che ha sempre sostenuto senza condizioni Israele e i suoi crimini. Una beffa, soprattutto di fronte alle sedicimila firme raccolte per la rescissione degli accordi del Comune con Israele. La questione si fa ancora più drammatica quando un’inchiesta rivela che i fondi per ristrutturare il convento provengono da un imprenditore ucraino-israeliano del gioco d’azzardo, Uri Poliavich, che gestisce siti di scommesse proibiti nell’Unione europea. Sfruttando la ludopatia, Poliavich ha creato una fondazione che ha aperto scuole ebraiche private in diversi paesi. In un’intervista recente l’imprenditore dichiara che l’obiettivo delle sue scuole è spingere i giovani ebrei a trasferirsi in Israele e ad arruolarsi nel suo esercito (in questo video, min. 0:52). Inutile dire che tutte le critiche a questo accordo sono state considerate antisemitismo. Il tramite dell’operazione è l’assessore al patrimonio Zevi, che è anche presidente di un’associazione ebraica, la Fondazione Hans Jonas. Invece di tutelare la funzione pubblica del patrimonio amministrato, l’assessorato lo cede gratuitamente a dei privati con cui intrattiene rapporti. Ma lo stesso assessore è anche referente e promotore di una serie di accordi stipulati dal Comune con settori di movimenti politici di base; per esempio, l’acquisizione delle due occupazioni di via del Porto Fluviale (Ostiense) e Metropoliz (Tor Sapienza) per farne alloggi di edilizia pubblica per gli occupanti, naturalmente visti come una vittoria dai movimenti per la casa. Il rapporto tra l’assessorato e alcune realtà del movimento per l’abitare ha dato adito alle polemiche della destra anche quando i giornali hanno riportato l’assunzione da parte dell’assessorato di un rappresentante di Spin Time Labs, un palazzo occupato dove abitano quattrocento famiglie organizzate dalla rete Action-Diritti in movimento. Nonostante questa parte di movimento sia vicina ad alcuni settori del Pd, il tentativo di tenere sotto lo stesso ombrello un centro di reclutamento per l’esercito israeliano e i collettivi di lotta per la casa era destinato a crollare. L’URBANISTICA DEI FONDI IMMOBILIARI Non è molto diversa la situazione che si è verificata con il concorso di idee “A vision for Rome”, promosso da una fondazione chiamata Roma REgeneration, con il RE maiuscolo che significa real estate. La fondazione comprende tre grandi fondi immobiliari: DeA Capital (gruppo De Agostini), InvestiRE (Banca Finnat) e, di nuovo, Fabrica Immobiliare (Caltagirone), oltre a molti investitori immobiliari più piccoli. Il fine del concorso era di “contribuire a costruire una visione nuova della città basata su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica”. All’inizio del 2025 Roma REgeneration si presenta al Mipim, la fiera dell’imprenditoria immobiliare di Cannes; nel padiglione Roma del Mipim il sindaco Gualtieri e gli assessori Zevi e Veloccia mostrano le opportunità di profitto ai rappresentanti dei grandi fondi immobiliari internazionali, con lo slogan “Roma è aperta al futuro”. Il concorso – che ha il patrocinio del Comune e della Regione – riceve trentacinque proposte, elaborate da più di mille professionisti, tra architetti, urbanisti, artisti, sociologi. A maggio 2026 si annuncia la vittoria del progetto Roma Continua, che riceve i centoventimila euro del primo premio. Il progetto dice le solite cose che tanto eccitano la grande finanza all’assalto dello stato: rigenerazione, innovazione, sostenibilità, impatto sociale. Quando si rivela il vincitore, però, emerge un conflitto di interessi. Nella cordata prescelta, infatti, c’è la società di un economista della Bicocca di Milano, la Open Impact, che ha lavorato anche sull’impatto sociale dell’occupazione Spin Time Labs, per impedirne lo sgombero. Ma il palazzo di Spin Time appartiene proprio a InvestiRE, uno dei tre fondi immobiliari che hanno promosso il concorso! Come l’edificio di Garbatella che era di CassaForense, Spin Time era la sede dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza per i dipendenti pubblici. Una volta dismesso dallo stato, e occupato, è stato acquistato da questo fondo, che vuole farne un albergo di lusso ed è riuscito a farsi dare ventuno milioni di euro dallo stato per i mancati guadagni. La stessa società, Open Impact, lavora sia per chi sgombera che per chi è sgomberato; lo stesso linguaggio si usa per difendere sia l’occupazione che gli interessi di chi la vuole trasformare in hotel. Il corto circuito di Open Impact è stato messo in luce da un articolo che ha fatto scalpore, scritto da due urbanisti, Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico, uscito a fine maggio. “Prestare – scrivono gli autori – la propria expertise a soggetti che per anni hanno sostenuto e praticato espansione immobiliare indiscriminata, spesso in cambio di qualche aiuola, qualche incarico, qualche concessione cosmetica, è una scelta che chiede quantomeno di essere nominata per quello che è: una forma di specializzazione professionale che il mercato remunera e che la critica disciplinare dovrebbe almeno interrogare. Non condannare, ma quantomeno interrogare”. Non si capisce, in effetti, che cosa debba succedere ancora per iniziare a condannarli… La contraddizione, infatti, non riguarda solo Open Impact, ma tutto il meccanismo di cooptazione utilizzato dalla speculazione immobiliare per ammantare di buoni sentimenti la cattura del regolatore. L’operazione che al tempo de Le mani sulla città si faceva in segreto – orientare lo sviluppo urbano verso il profitto – oggi viene sbandierata e promossa istituzionalmente. Gli speculatori decidono lo sviluppo urbano ricoprendolo di una patina di belle parole e scritturando chi sa usare gli strumenti retorici progressisti. Il sacco di Roma è trasmesso in diretta streaming, accompagnato da un chiacchiericcio buonista che ne esalta i successi immaginari. Dopo I buoni di Luca Rastello e L’impresa del bene di Luca Rossomando non possiamo più negare l’appeal che il mondo del terzo settore ha per i padroni delle città, e neanche l’incredibile forza di attrazione che questi riescono a esercitare sulle strutture nate per contrastarli (in un modo diverso ne parla anche Andrea Muehlebach). A fine giugno, in un dibattito al Torrione di Torpignattara, si è parlato di questo tema con gli autori dell’articolo, alcuni esperti di studi urbani e l’economista Luigi Corvo di Open Impact – scelto come rappresentante di una tendenza alla cooptazione che però non riguarda certo solo lui. La finanza immobiliare non si appropria solo di terreni e palazzi pubblici, si prende anche il presunto pensiero critico, quello che avrebbe il compito di smontare le sue logiche, ma che si può tenere a bada con poco più di centomila euro. CINEMA ALL’APERTO L’ultima vicenda è quella del conflitto tra il sindaco Gualtieri e Valerio Carocci, leader della Fondazione Piccolo Cinema America. A partire dall’occupazione di un cinema abbandonato a Trastevere, in pochi anni la fondazione è diventata la stampella culturale della giunta Gualtieri: l’immagine dei bravi ragazzi giovani, volenterosi e politicamente corretti è l’apoteosi della cooptazione dei movimenti, che consentono alle élite di ripulirsi la faccia anche sulla scena internazionale. Carocci, in particolare, in pochi anni è diventato selezionatore della Festa del Cinema di Roma e referente per l’incontro del Papa con le star di Hollywood; in un decennio la fondazione si è aggiudicata quasi tre milioni di finanziamenti, arene estive, addirittura una sala di Trastevere ristrutturata dal Comune, a poche migliaia di euro di canone (si veda qui, qui, qui, qui e qui). Queste risorse naturalmente sono sottratte a decine di altri operatori culturali della città, che infatti vedono la fondazione come l’equivalente sul piano culturale dei fondi immobiliari che si accaparrano la città pubblica. Ma questi accordi sono fragili. Il pretesto per la rottura dell’idillio è stato la conversione del cinema Metropolitan su via del Corso, chiuso da vent’anni, in un centro commerciale di tre piani. L’operazione era stata annunciata a maggio 2025 e già condannata dalla Fondazione Cinema America, ma senza troppo rumore. Un anno dopo, a inizio estate 2026, Carocci tira fuori di nuovo la questione, forse in risposta a un articolo che lo accusava, forse dopo delle minacce (ma una precedente vicenda fa dubitare delle sue parole). In ogni caso, il leader tuona contro la svendita della città al capitale, rompe con la giunta Gualtieri e annuncia una lista civica alternativa. Segue una lettera di solidarietà sottoscritta da grandi nomi del cinema, tra cui Ken Loach, grazie alla quale il tema fa breccia su stampa e social media, portando la questione dei fondi immobiliari nel dibattito pubblico. Il paradosso è che a parlarne è un imprenditore della cultura che sta provando a capitalizzare le critiche al modello Giubileo, provenendo dall’interno di quello stesso modello. Carocci si fa vedere addirittura a una manifestazione contro la cessione dei Mercati Generali a Piramide, evidentemente cercando sponde politiche tra chi difende la città pubblica. Per alcuni giorni tutti sembrano voler dire la loro. Gli urbanisti fanno subito una raccolta firme per chiedere una città più vivibile e partecipativa, l’ex assessore di municipio Raimo ricostruisce la storia dei movimenti sin dal 1977 per rintracciarvi una “tradizione felice” di collaborazione tra attivisti politici e amministrazione; un altro invoca l’alleanza tra occupazioni e “terzi luoghi” per resistere alla crudeltà del potere. La sinistra cittadina si divide subito tra pro e contro, anche perché sullo sfondo c’è lo spauracchio del neofascismo e i richiami all’unità delle sinistre – nonostante la pessima prova di sé che hanno dato i fautori della remigrazione (con poche migliaia di persone per quella che doveva essere una grande manifestazione nazionale), e le varie macchiette xenofobe come il pugile fallito Simone Carabella. Tutti cercano una sintesi, una rinascita, un angoletto da ritagliarsi nel collasso generalizzato, e così facendo alimentano il collasso. Terzi luoghi, terza missione, terzo settore: di fronte alla fusione compiuta tra stato e mercato, i “buoni” si rifugiano nell’ossessione trinitaria, immaginandosi come terzo incomodo che potrebbe mediare tra l’uno e l’altro, fingendo di ignorare il dogma per cui padre, figlio e spirito santo sono la stessa persona. Nel frattempo, la polizia sgombera per due volte la storica occupazione anarchica di via Bencivenga sulla Nomentana; perquisisce le case dei militanti e ne arresta alcuni senza prove; mette i sigilli all’Angelo Mai; in alcuni municipi il Pd vota contro il boicottaggio a Israele o lascia l’aula; la sinistra depotenzia e annacqua le proteste contro la svendita dei Mercati Generali; il Comune terrorizza e punisce chiunque ostacoli la costruzione dello stadio di Pietralata; architetta nuove deroghe, varianti e commissariamenti per eseguire il masterplan di Ostia; e intanto continua a tagliare centinaia di alberi, sfrattare famiglie, sgomberare spazi, inventando soluzioni assurde per affrontare i problemi che ha creato. Il nuovo potere finanziario richiede che il potere politico lavori a suo vantaggio, dividendo i fronti di lotta e reprimendo chi non si fa catturare. I meccanismi di cooptazione penetrano ovunque, ma se vogliamo davvero opporci a questo sistema di morte, dobbiamo evitarli senza eccezioni, perché sono il meccanismo con cui ogni critica viene trasformata in melassa inoffensiva, il brodo di coltura della cattura del regolatore. (stefano portelli)
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Monopoli a Torino. Il piano regolatore al servizio dei costruttori
(disegno di peppe cerillo) Martedì 7 luglio è iniziato il Festival dell’architettura: tre giorni di monologhi organizzati dalla Fondazione per l’architettura e dall’Ordine degli architetti di Torino con il supporto della Compagnia di San Paolo e della Camera di commercio cittadina. Il festival si è tenuto nell’ex mercato ittico di Porta Palazzo e il tema riguardava la gestione degli immobili vuoti: “Chi abiterà le case vuote?”, era la traccia su cui hanno discettato urbanisti, economisti, architetti. Il giorno dell’inaugurazione il sindaco Lo Russo ha intrattenuto per alcuni minuti una platea di politici e professionisti. Ho trascritto il suo discorso: è un documento sullo stato della città e sull’ideologia delle classi dirigenti. A margine della trascrizione segue un commento critico. *   *   * «Grazie di essere qui in questo luogo, sono anche emozionato perché questo credo sia l’avvio di una fase nuova di questo spazio che noi amministrazione abbiamo rimesso in gioco per usi temporanei a vantaggio di diverse attività culturali. E non poteva che partire con il Festival dell’architettura. Una delle discussioni che mi sono trovato spesso a fare in questi anni è quella del riuso degli spazi dismessi. Per sua definizione la città è un organismo vivente, un organismo che crea spazi, li chiude, li apre e li trasforma. Accompagnare questa trasformazione dell’uso degli spazi e, conseguentemente, la trasformazione degli spazi, è una delle challenge di qualunque amministrazione e lo è stata anche della nostra. Sono grato alla Fondazione e all’Ordine per aver scelto questo luogo e sono grato alla mia amministrazione che lo ha reso possibile. Noi siamo stati pionieri da questo punto di vista. Noi abbiamo avviato una cosa che il nostro mitico piano regolatore di Gregotti e Cagnardi non prevedeva: l’uso temporaneo degli spazi. E questo ha messo Torino davanti a tante altre realtà nella capacità di flessibilità. «Il tema posto è cruciale: penso davvero che la questione della casa è cruciale per le realtà urbane, lo è a livello cittadino, ma lo è anche a livello europeo. L’agenda dell’housing dà una risposta a uno dei paradossi di Torino. Il paradosso è avere numerosissime case vuote – il piano regolatore ne ha censite svariate decine di migliaia – e contemporaneamente una difficoltà all’accesso all’affitto; un tema che pone tutte le contraddizioni di questa città. Una città, Torino, che sta attraversando una trasformazione silenziosa ma importante. Voi pensate che nel 2005 gli ultraottantenni a Torino erano il 3,4 %, vent’anni dopo, nel 2025, questa percentuale era del 10,8 %. Il che vuol dire che su ogni dieci abitanti uno ha più di ottant’anni. Se andiamo a vedere come si compongono gli 854 mila abitanti di questa città, ci accorgiamo che il 16 % è di cittadinanza non italiana, a fronte di una media nazionale del 9 %. Ma se vado a vedere come si distribuiscono le fasce anagrafiche scopro che tra i minorenni la percentuale di bambini e ragazzi non italiani a Torino è del 25 %, come dire uno su quattro. «Se io guardo questa traiettoria e la interpreto, ho molte risposte in merito allo stato dell’arte: una situazione in cui i nuclei famigliari nella nostra città sono composti per quasi la metà da una sola persona, in molti casi persone anziane. E questo è un tema che pone a chi disegna un piano regolatore una serie di sfide. Io ringrazio l’Ordine per aver accompagnato questo processo di redazione, c’era bisogno di un nuovo piano regolatore a Torino, era un dibattito che si trascinava da almeno una decina di anni. Il fatto che questo piano regolatore si occupi della questione dell’abitare è un risultato che non era affatto scontato. […] Questo è un tema che il nostro nuovo piano regolatore affronta di petto, parlando di riuso e rigenerazione anziché di nuova costruzione, e lo fa in ottica propositiva rispetto ai nuovi bisogni dell’abitare, che sono diversi rispetto a quelli del passato, perché accompagnano una transizione demografica che è accaduta, sta accadendo e accadrà. Nuclei familiari grandi oggi ne abbiamo prevalentemente in famiglie di origine straniera, prevalentemente in alcune zone. In molte aree le persone anziane che vivono da sole hanno abitazioni sovradimensionate rispetto a quelle che sono le loro reali esigenze. Soprattutto, ed è un tema tutto politico, abbiamo una fascia grigia di persone che da un punto di vista reddituale non sono così povere da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non sono sufficientemente solide da poter entrare nel mercato privato. Questa fascia in molti casi è composta da giovani, famiglie giovani, lavoratori giovani e a questa fascia la politica oggi non sta dando adeguate risposte. E non le sta dando perché non riesce a costruire una strumentazione atta a sviluppare un mercato della locazione per chi non ha la sostenibilità economica per comprare e al contempo non può accedere all’edilizia residenziale pubblica. Se dovessi cogliere uno spunto che spero possa essere esaminato in questi giorni di festival, credo sia necessaria una riflessione collettiva sugli strumenti che noi possiamo mettere in campo a livello locale, ma soprattutto a livello nazionale, per fare in modo che vi sia una maggiore accessibilità a questo tipo di esigenze: questo è un buon punto su cui concentrare la riflessione in termini prospettici. […] Fortunatamente, negli ultimi tre anni si è arrestato il calo demografico che era costante negli ultimi ventidue anni. Siamo riusciti a stoppare questo calo e gradualmente stiamo risalendo: tutti gli indicatori ci dicono che la strada che abbiamo imboccato è stata una strada forte; siamo la città leader in Italia per le transizioni immobiliari, siamo una città che ha tutti i numeri del turismo in crescita. Questi elementi ci incoraggiano ad andare avanti. Godetevi i dibattiti in questo straordinario spazio che da oggi rimane aperto agli usi temporanei della città: uno dei tanti modi con cui noi interpretiamo la contemporaneità e la gestione dell’importante patrimonio da lasciare alle future generazioni». *   *   * Il vecchio mercato del pesce appare come un corridoio al coperto: ai lati c’erano i pescivendoli che disponevano i loro banchi in spazi delimitati da muri divisori. Oggi la struttura accoglie eventi culturali e la sua nuova funzione è stata inaugurata proprio questo 7 luglio 2026. Dopo la pandemia la Città ha ritirato la concessione ai pescivendoli e lo spazio, di proprietà pubblica, è rimasto a lungo disabitato. Il bando di assegnazione a privati per la gestione del luogo è andato deserto alla fine del 2023 e nell’ottobre del 2024 i giornali riportavano la notizia di un’indagine per turbativa d’asta a carico di Paola Virano, dirigente comunale nel settore commerciale. L’indagine s’era avviata a partire dai tentativi dell’amministrazione di trovare soggetti privati disposti a controllare questo vecchio mercato. L’inchiesta è stata archiviata nel 2026 senza accuse a carico di Virano, ma resta evidente la difficoltà gestionale del Comune: la trasformazione del mercato del pesce in arena per eventi culturali è una mossa conseguente ai precedenti fallimenti. Lo Russo menziona la “trasformazione d’uso” del mercato ittico grazie allo strumento degli “usi temporanei”. Per “uso temporaneo” il sindaco intende la sospensione della destinazione d’uso di uno spazio prevista dal piano regolatore degli anni Novanta (elaborato da Gregotti e Cagnardi) e l’attribuzione di una nuova funzione. Così un immobile adibito al commercio può temporaneamente diventare un “hub culturale” in deroga al piano regolatore. Questa amministrazione nel giugno 2024 ha approvato la delibera 444 sugli usi temporanei che facilita la procedura di trasformazione delle destinazioni d’uso. La delibera 444 disegna spazi flessibili in cui è più semplice e veloce la trasformazione della destinazione senza seguire procedure articolate e tracciabili dai cittadini. Non a caso la delibera è stata presentata dall’assessore all’urbanistica Mazzoleni come una prefigurazione del nuovo piano regolatore generale. La “challenge” evocata da Lo Russo è la creazione di una legislazione urbanistica agile e dotata di “capacità di flessibilità”, ovvero così porosa e malleabile da attrarre maggiori investimenti privati riducendo burocrazia e concertazione. Il nuovo piano regolatore supera la rigidità del piano degli anni Novanta e mette a sistema la visione neoliberale della giunta al governo di Torino. Il progetto preliminare del nuovo piano regolatore è stato approvato dalla maggioranza nel dicembre 2025. Si prevede proprio lo smantellamento della rigidità delle destinazioni d’uso. I punti 5.03 e 5.04 delle Norme di attuazione decretano un’ampia flessibilità: “Tutte le destinazioni d’uso sono liberamente insediabili senza un rapporto percentuale predefinito” a condizione di non aumentare “l’insediamento di nuove superfici edilizie” laddove il piano non lo concede. Eppure è possibile derogare a questa norma a patto di non contraddire le “normative sovraordinate” e di deporre “una relazione asseverata” in caso di “mutamento di destinazione d’uso per superfici superiori a 250 mq”. In precedenza, ogni modifica di destinazione d’uso richiedeva una variante urbanistica da discutere e approvare in consiglio comunale; adesso le procedure sono più snelle, semplici e meno trasparenti. Lo Russo è la sua giunta si dichiarano “pionieri”, eppure adottano un modello molto simile a quello milanese. Una regola urbanistica peculiare introdotta dal nuovo piano è la perequazione. Il piano regolatore individua diversi ambiti territoriali e all’interno di questi distingue fra “sending areas” e “receiving areas”, termini che traggo dalla Relazione illustrativa. Le “sending areas” sono spazi preposti a “servizi urbani” e “servizi pubblici” con “attrezzature collettive”, mentre le “receiving areas” sono porzioni di territorio disponibili alla “rigenerazione urbana” dove è possibile “densificare”, ovvero costruire e aumentare il volume degli immobili. A ciascun ambito territoriale sono attribuiti omogenei diritti edificatori e la perequazione è il meccanismo che regola lo spostamento dei diritti edificatori dalle “sending areas” alle “receiving areas”. Per avere facoltà di costruire è necessario trasferire i diritti edificatori da un’area all’altra: chi vuole aumentare la densità urbanistica in una zona residenziale deve cedere alla Città i diritti edificatori che detiene su uno spazio dove possono sorgere servizi per la comunità. Per esempio, un imprenditore può aumentare l’altezza delle palazzine in un isolato remunerativo e cedere in cambio i diritti edificatori su una zona in cui realizzare “attrezzature pubbliche, infrastrutture o servizi ecosistemici”. Il nuovo piano scommette sulla crescita della densità urbanistica e sull’espansione in altezza dei volumi per finanziare di conseguenza i servizi pubblici. “Lo scambio regolato di diritti edificatori – afferma la Relazione illustrativa – redistribuisce il valore generato dal Piano e finanzia la città pubblica tramite le trasformazioni private”. Torino si trasforma così in una plancia di un grande gioco strategico. Nel gioco urbanistico sognato dal sindaco e dalla sua giunta – un Monopoli a Torino – i residui di welfare dipendono dal successo degli speculatori. Secondo Lo Russo il piano regolatore si concentra su “riuso e rigenerazione anziché [sulla] nuova costruzione”. È una manipolazione della verità. Il piano, come ho appena dimostrato, prevede un’espansione edilizia in verticale, soprattutto in zone strategiche peculiari come gli isolati vicini alla futura linea 2 della metro. Eppure il sindaco riconosce il calo demografico strutturale della città post-industriale. Solo negli “ultimi tre anni” si è stabilizzata la perdita demografica. Come è possibile allora disegnare un piano fondato su una crescita immobiliare? Il 17 dicembre 2025, all’indomani della approvazione in consiglio comunale del progetto preliminare, Lo Russo ha annunciato di prevedere una città che accoglierà in futuro “un milione e cinquantamila abitanti teorici”, circa duecentomila in più rispetto ai residenti attuali. Chi sono allora queste duecentomila persone in più? Le classi dirigenti immaginano una città dinamica attraversata da professionisti di passaggio, lavoratori pendolari, turisti, soggetti che consumano e usufruiscono dei servizi della città senza risiedervi in modo stabile. In questa variegata classe sociale l’amministrazione individua la leva per legittimare la previsione di un’espansione cui trarranno beneficio i costruttori. Queste promesse spiegano anche le politiche per la casa esposte da Lo Russo. Per il sindaco la casa è un bene privato da cui estrarre profitti, dunque la gestione degli appartamenti vuoti è un’opportunità per proprietari e grandi capitali; anziché lasciare case vuote, è possibile gestirle come risorse di una città in espansione e valorizzarle a vantaggio della “fascia grigia” di potenziali locatari. Le case vuote per Lo Russo e i borghesi della platea in ascolto sono nuove occasioni di profitto da sommare alle promesse edificatorie del nuovo piano regolatore. Le élite non guardano certo a chi è stato sfrattato o è a rischio di sfratto, ma alla piccola e media borghesia, giovane, itinerante e flessibile che rappresenta una classe dinamica da attrarre per incrementare il valore immobiliare complessivo. Per queste ragioni le politiche abitative eque e attente alle fasce più deboli sono nei fatti inesistenti nel programma di Lo Russo. I punti dedicati alle politiche abitative nelle Norme di attuazione del piano regolatore si limitano ad affermare che in caso di costruzione di “nuove superfici a destinazione d’uso residenziale” o di “mutamenti di destinazione d’uso verso la residenza” il piano obbliga a “destinare una quota non inferiore al 20 % della Superficie Lorda residenziale complessiva alla realizzazione di edilizia residenziale finalizzata all’inclusione sociale e al supporto alle politiche dell’abitare”. Qui non si fa riferimento all’edilizia residenziale pubblica, ma alle ibride forme di housing sociale capaci di accogliere la domanda della “fascia grigia”. Il nuovo piano è un meccanismo di regole che favorisce gli interessi di investitori privati e costruttori, toglie ai cittadini la possibilità di controllare i fenomeni di speculazione e causa un ulteriore impoverimento delle classi sociali più deboli. Questo scenario, tuttavia, è plausibile se i desideri degli affaristi e degli speculatori sostenuti da questa giunta sono realizzabili nel contesto concreto di Torino. Come si presenta la città oggi? I capitali del Pnrr sono finiti, i cantieri hanno esaurito il loro compito e presto graverà il peso del debito pubblico generato dai finanziamenti europei. I conflitti internazionali hanno causato l’aumento dei costi dei materiali edili e già s’intravedono i segni della crisi: il cantiere lungo la Dora di The Social Hub è fermo da mesi e anche i lavori per il prolungamento della linea 1 della metro sono al momento sospesi. La città in espansione e ricca di opportunità prefigurata da Lo Russo rischia di collassare. Le classi dirigenti, pur di aggrapparsi al modello di crescita attuale e dilazionarne il fallimento, agiranno in modo spregiudicato per favorire i flussi di capitali in settori specifici: l’espansione dell’industria delle armi e del turismo. Queste saranno, probabilmente, le ultime carte che le élite giocheranno per evitare il dissesto dei loro sogni. (francesco migliaccio)
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Una burocrazia del disprezzo. Il nuovo ufficio immigrazione della questura di Torino
(disegno di salvatore liberti) Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti (Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza (Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli, assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio 2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori, identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via Botticelli. *   *   * Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare. Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle, un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti, mentre altri li infastidiscono profondamente. Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è ottenere il permesso. Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila; sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi, così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e tenere il posto per lei. Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso, altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa fatica. Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili. La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci, quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque sia arrivato “dopo”. Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
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città in guerra
presentazione del libro “città in guerra – appunti di geopolitica urbana” con l’autore Francesco Chiodelli. La guerra combattuta sui confini e la resistenza nella giungla o nel deserto sono scenari ormai lontani da quel che è il teatro dei conflitti odierni. Le città sono lo spazio dove eserciti regolari, milizie e altri attori si scontrano, dove si avanza metro per metro, isolato per isolato. Uno spazio, quello della città, che ha modificato la dinamica dello scontro da orizzontale a verticale, in uno scenario fatto di palazzi, cunicoli, tunnel e feritoie tra i muri. A questi nuovi scenari gli eserciti si adattano con un portato di tecnologia elevatissimo, armi e strumenti che vengono poi riadattati alla vita civile, sottoforma di prodotti di consumo o strumenti di controllo. Perchè nel conflitto perpetuo e globale che stiamo vivendo la guerra si gioca anche in casa: la militarizzazione delle città e della società è un processo decennale che usa i grimaldelli della sicurezza e del decoro per apporre nuovi paradigmi di controllo.
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Macerie su Macerie – PODCAST 22/06/26 – Città, sradicamento, violenza
Lo sradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane. (S. Weil) Non si può negare che l’insicurezza urbana costituisca un fenomeno concreto non riducibile a una mera costruzione discorsiva, reale al punto che politici di ogni schieramento hanno potuto dare spiegazioni fondate sull’individuazione di capri espiatori sociali immediatamente riconoscibili, contribuendo a rafforzare una percezione emergenziale. A Macerie su Macerie proviamo a portare alcune riflessioni sulle condizioni strutturali attraverso cui l’organizzazione dello spazio urbano produce sradicamento e violenza.
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Napoli est. Un altro anno è passato senza il recupero del Forte di Vigliena
(disegno di roberto-c.) Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena. È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica. Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del Forte restano una promessa ancora disattesa. Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe scadere tra circa tre anni.  L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa, dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero. A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche e logistiche. È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse, alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche, come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città. La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che proprio per questo può essere trasformato.  Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la memoria viene custodita e coltivata,  allora cambiano anche le domande che siamo disposti a porci sul suo futuro. Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive. Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale, e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia scognamiglio)
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