(disegno di vinylico)
“C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere
soddisfatti
e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale
da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e
sostanzialmente a una logica di mercato.
I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile,
anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”.
(Stefano Rodotà)
La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha
avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli
S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro
tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha
riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla
gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua.
Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della
politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a
realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la
natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una
logica di democrazia partecipativa.
L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011.
Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il
comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda
Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una
società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica
al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura
che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote,
azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi
sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e
un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo
tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per
revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai
privati.
Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere
aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale,
aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda
speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere
soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo),
perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione,
l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto
politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della
fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e
l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il
servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile
mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa
ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo
comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la
scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la
quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della
concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda
speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul
punto anche Gaetano Azzariti).
La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori
trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma
verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La
differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale
sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per
produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde,
questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere
(basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio
S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in
economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma
questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro
le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende
speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che
ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di
recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali,
come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della
Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano.
Una volta chiarito questo, cade la maschera.
La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio
come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un
comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro
la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo
democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare,
sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo,
sull’apertura futura al capitale privato.
Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che
si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La
privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta
comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della
contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo
stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della
metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio
erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà
non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può
benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei
piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC
non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città.
La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione.
Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica
(anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge
sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si
è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla
cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle
grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere
d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il
privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione
concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se
la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale
interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la
privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato.
La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto
pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento
delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso
processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i
movimenti territoriali si stanno opponendo.
La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda
speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una
struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace
di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote,
del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta
coerente con il referendum del 2011.
A questo punto gli scenari sono tre.
Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24
luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in
S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo
comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce.
Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga
dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un
gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica
in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni
di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata,
assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e
della Regione.
Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a
sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a
riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le
mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che
tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori,
contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e
rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande
adduzione.
È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche
del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che
andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance,
investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi
sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana
di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che
l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha
capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le
operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico,
servizio, lavoratori e comunità.
Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad
altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti,
i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di
rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela
tuozzo)
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(collage di stefania spinelli)
Mercoledì 10 giugno in piazza della Repubblica, sera. Sono alla tettoia dei
contadini. La tettoia ospita ogni mattina il mercato dei contadini che giungono
dalle campagne della cintura metropolitana. Oggi è il primo giorno del Festival
di Porta Palazzo, una celebrazione dell’aura culturale del quartiere organizzata
dalla Città di Torino. Leggo dal programma: “Un’occasione per condividere
storie, sapori e tradizioni, valorizzando la ricchezza culturale che
caratterizza Porta Palazzo”. Questa sera si prevede una “cena delle comunità”,
ovvero “un appuntamento pensato per favorire il dialogo e la convivialità tra le
numerose realtà che animano quotidianamente il quartiere”. Ci sono due lunghi
tavoli apparecchiati sotto la tettoia e intorno sono poste, come confine, delle
grate. Su ogni grata sono appesi dei pannelli che appartengono alla campagna
pubblicitaria dedicata ai mercati urbani. Queste pubblicità sono rivolte agli
avventori, io sto al di fuori del recinto e vedo solo il dorso bianco. Quello
che accade oltre le barriere è visibile tra gli interstizi. Un ingresso è
presidiato dalla polizia municipale, l’altro dallo staff del festival che
controlla gli inviti. I guardiani dell’ingresso dicono che hanno accesso alla
cena solo i venditori e gli operatori del mercato, ma io vedo anche i soliti
volti del terzo settore di quartiere, un accademico, politici locali. Al di là
del recinto ecco apparire Chiavarino, assessore al commercio. È intervistato da
una tv locale: muove le braccia in ampi circoli e mostra all’occhio meccanico
una sequenza cangiante di espressioni eloquenti con occhi spalancati e bocca
allargata. Gli avventori hanno preso posto e la cena inizia: arrivano le prime
portate.
Giovedì 11 giugno, sera a Porta Palazzo. Adesso sotto la tettoia il festival
propone un dj set in collaborazione con il Kappa Future Festival. Si vendono
panini con carne di maiale, birre, spritz, mojito. Non ci sono più le grate, ora
i passanti possono liberamente accedere allo spazio attraversato dai suoni
diffusi dalle casse. Di fronte alla tettoia c’è una pescheria costosa che
propone anche un servizio di ristorazione. Un tempo la pescheria aveva il banco
presso il mercato ittico della piazza, ma anni fa ha lasciato quel luogo e ha
aperto il locale qui, al piano terra del social housing di Compagnia di San
Paolo. Vedo bodyguard di un’azienda di sicurezza: controllano l’area del dj set
e redarguiscono chi beve birre in bottiglia; si possono bere solo le bibite
vendute allo stand. L’azienda dei bodyguard si chiama SIVIS Security & Facility
Management. Due auto della SIVIS, poste di traverso rispetto alla carreggiata,
chiudono la strada che circonda la tettoia. Non c’è la polizia municipale. La
classe sociale dei giovani che ballano e consumano è davvero omogenea e poco ha
a che vedere con le persone giunte da oltremare che ancora vivono qui o
frequentano il mercato durante il giorno.
Venerdì 12 giugno, tardo pomeriggio. Sotto la tettoia dei contadini è stato
montato uno schermo. Sarà proiettato un film su una mercante di Porta Palazzo,
film fiabesco e rasserenante molto apprezzato dalle istituzioni. In fondo,
accanto ai bagni, è stato allestito un buffet con vini e pietanze che verranno
servite poco prima della proiezione. Gli addetti del catering mandano via più
volte una donna con una lunga gonna colorata che si avvicina al cibo, la
scacciano come si fa con le mosche. La proiezione è introdotta da un dibattito
con accademici e dirigenti di enti culturali cittadini. Anche Chiavarino,
l’assessore al commercio, intrattiene il pubblico presente. «Porta Palazzo è un
luogo iconico della nostra città – esordisce –. Un luogo legato al sistema del
commercio, delle bancarelle belle, colorate, piacevoli o dei negozi
prospicienti. È un luogo straordinario dove la cultura è caratterizzata dalle
genti, dai rapporti umani, dai rapporti negoziali e commerciali, dalle etnie con
le proprie tradizioni e con un proprio retroterra storico, culturale».
L’ossessione per la cultura è una traccia da seguire. «Ora – continua Chiavarino
– Porta Palazzo è una piccola Versailles, vedrete che bellezza, che cornice!
Bisogna gustare i colori, i sapori, gli odori, i profumi di questa bella Porta
Palazzo. Il mercato di Porta Palazzo, il primo a livello europeo come mercato a
cielo scoperto, primo in Europa! Apprezzatissimo dai turisti che vengono qua per
tutti questi begli aspetti».
IL MODELLO CAPITALE DELLA CULTURA
Scrivo un diario, raccolgo immagini e appunti, trascrivo dichiarazioni di
piccoli gestori del potere per cogliere il senso nelle loro parole, per
individuare il concreto piano delle istituzioni riguardo al quartiere, alla
città. Trovo un indizio quando Chiavarino menziona un luogo vicino alla tettoia,
dall’altra parte della piazza: il dismesso mercato ittico. «Un lavoro
supplementare ulteriore – informa Chiavarino – riguarda il mercato ittico che è
stato rimesso in sesto e riaperto con una funzione che non è più prettamente
commerciale. Temporaneamente lo sperimentiamo come luogo della cultura. Tant’è
che daremo vita a iniziative di carattere convegnistico, a delle mostre». Dove
un tempo c’erano i pescivendoli sorgerà un “hub culturale” per accogliere,
probabilmente, «la sede dell’ufficio che si occuperà del dossier per candidare
Torino a capitale europea della cultura nel 2033». Ecco uno stimolo solido per
elaborare un’interpretazione: la Città vuole candidarsi a divenire capitale
europea della cultura nel 2033 e ha individuato proprio Porta Palazzo – crocevia
di culture, tradizioni culinarie e mescolanze migratorie, dicono gli
amministratori – come centro simbolico e operativo.
La Città ha ufficializzato la candidatura nel novembre 2023, ma il desiderio era
già espresso nel programma elettorale del sindaco Lo Russo. Con una delibera di
giunta del dicembre 2023 la Fondazione per la Cultura ottiene il coordinamento
della candidatura. Più di un anno dopo, nel febbraio 2025, è approvato un
protocollo di intesa tra la Città, la Regione, le due fondazioni bancarie, i due
atenei e la Camera di Commercio: una ufficiale unità di intenti in vista della
competizione per l’investitura a capitale europea. Nel maggio 2025 si palesa il
direttore della candidatura: è Agostino Riitano, già direttore
di Procida capitale italiana della cultura nel 2022 e stretto collaboratore di
Paolo Verri, il coordinatore dell’ultima capitale europea della cultura in
Italia, Matera nel 2019. Nella primavera del 2025 si annuncia che il quartiere
di Porta Palazzo sarà il “cuore pulsante” di Torino 2033: “Metteremo al centro i
legami internazionali e interculturali di Torino e quello sarà il luogo
paradigmatico”, afferma Riitano sui giornali.
In un’intervista a La Stampa del giugno 2025 Riitano sostiene che l’eventuale
investitura può portare alla Città finanziamenti per cento milioni di euro. Nel
gennaio 2026 Paolo Verri scrive un articolo per La Stampa e pronostica che, in
caso di vittoria, Torino 2033 saprà attrarre finanziamenti per duecento milioni
di euro. Nel 2019 Verri e il suo gruppo dirigente hanno costituito a Matera una
fondazione privata partecipata dagli enti pubblici che ha raccolto circa
cinquanta milioni di euro dallo stato italiano (il finanziatore più
consistente), dalla Regione Basilicata e dalla Città di Matera. Tre milioni sono
stati impiegati nei costi di gestione della fondazione, il resto è servito a
finanziare i progetti culturali, la promozione e il marketing urbano. Per un
anno a Matera si sono tenuti eventi e progetti culturali in gran parte effimeri,
inconsistenti e vacui, incapaci di lasciare una traccia sulla città e sulla
parte di popolazione, di fatto maggioritaria, che non è stata coinvolta
nell’organizzazione. In compenso sono aumentate le visite brevi a Matera, il
valore della filiera turistica è raddoppiato, i Sassi – privi ormai di residenti
– hanno consolidato la tendenza a diventare scenario attraente con offerte
alberghiere di lusso. I contadini furono rimossi nel dopoguerra perché i Sassi
erano la “vergogna d’Italia”, ora le case e i vicinati sono così affascinanti da
ospitare per poche notti le ricche élite internazionali.
Il modello “capitale europea della cultura” nasce negli anni Ottanta su
iniziativa del Consiglio dell’Unione europea e rappresenta per ogni città
l’opportunità di esporsi in vetrina al fine di aumentare il carisma
internazionale e incentivare flussi turistici e investimenti immobiliari.
Torino, città inquieta tra macerie industriali, tenta da decenni di risollevarsi
da una crisi economica strutturale scommettendo sulla cultura come forma di
consumo e sulla crescita del mercato turistico. Porta Palazzo è un emblema di
questo processo: negli ultimi anni ha accolto in piazza della Repubblica un
ostello di lusso, un social housing di Compagnia di San Paolo e il Mercato
Centrale dell’imprenditore Montano. Nel frattempo gli sgomberi delle occupazioni
e gli sfratti in zona sono stati violenti e centinaia di venditori poveri sono
stati allontanati con schieramenti di forza pubblica in assetto antisommossa. La
“cultura”, a Torino come a Matera, è un fenomeno interessante: prima si
allontanano le classi popolari, che vengono esiliate in modo coatto, e poi si
costruisce un sistema simbolico nostalgico ispirato alle forme di vita che non
ci sono più o che stanno scomparendo. Così gli spettatori paganti possono
giungere a godere di proiezioni simulacrali emanate in un deserto sociale.
IL FESTIVAL DI ARCHITETTURA
Martedì 7 luglio 2026, ore 18, Porta Palazzo. Il vecchio mercato ittico si trova
nell’angolo opposto di piazza della Repubblica rispetto alla tettoia dei
contadini. Questa struttura ottocentesca ha ospitato, fino alla pandemia, i
venditori del pesce, che disponevano i loro banchi ai due lati del corridoio che
attraversa l’edificio. Alcuni hanno lasciato il mercato prima della chiusura,
come la pescheria Gallina che ha aperto il ristorante davanti alla tettoia dei
contadini, altri invece hanno sbaraccato quando la Città non ha rinnovato la
concessione. Dopo anni di chiusura il mercato riapre come “hub culturale” e oggi
la sua nuova funzione è inaugurata dal Festival dell’architettura. Il festival,
organizzato dall’Ordine degli architetti e dalla Fondazione per l’architettura,
accoglie per tre giorni lezioni e discorsi di esperti sulle politiche
immobiliari, con particolare attenzione alle strategie urbane da dedicare alle
case disabitate. “Chi abiterà le case vuote?” è il titolo del festival che è
inserito – e non è un caso – nell’ambito del percorso di candidatura della città
a capitale europea della cultura. Il logo di Torino 2033 appare in fondo alle
locandine e ai depliant informativi.
Sono vicino all’ingresso. Una donna canta con accompagnamento di piano. Nei vani
che un tempo accoglievano i banchi dei pescivendoli ci sono mostre di fotografia
urbana, esempi di progetti di architettura innovativa e l’esposizione di un
giornale del 1972 sulla lotta per la casa a Torino. Osservo con attenzione
quest’ultimo pannello: il titolo del numero era “The struggle for housing”, un
fotoromanzo realizzato da un gruppo di architetti ed esposto al MOMA di New
York. La storia racconta delle condizioni penose di vita degli immigrati nella
città piemontese, delle speculazioni immobiliari dell’epoca e delle
rivendicazioni avanzate dalla classe operaia. Ecco passa vicino Maurizio
Marrone, assessore regionale alle politiche sociali: un fascista fautore, con la
collaborazione della giunta torinese, dei recenti sgomberi delle occupazioni
negli appartamenti delle case popolari. Sul lato opposto del corridoio il
sindaco Lo Russo taglia il nastro prima di tenere il suo discorso.
Camminano accanto architetti e professionisti del settore immobiliare,
accademici in visita al festival. Uomini in mocassini o completi blu, camicie
aperte sul petto che mostrano collanine d’oro; donne in tailleur o vestito lungo
che muovono con spossatezza i ventagli. Attorno il mercato conserva alcuni segni
materiali che notavo quando venivo a comprare il pesce. Ci sono ancora le
piastrelle azzurre e hanno lasciato le insegne. Ne leggo una: “Pescheria P. G. &
Giosuè. Servizi ristorante. Consegna a domicilio”. In alto altre piastrelle
colorate formano una scena di pesca in mezzo al mare. I pescivendoli non ci sono
più, come gli straccivendoli più poveri fuori in strada e i materani nei Sassi,
ma restano i loro segni trasformati in scenografia.
Mentre intervengono le autorità, nel vecchio mercato si aggirano gli assessori:
Chiavarino, Tresso e Mazzoleni. Chiude gli interventi istituzionali proprio
Riitano: «Il mio non è un discorso, ma una piccola testimonianza per aggiornare
chi di voi non sia sintonizzato sul percorso che la Città di Torino sta facendo
ormai da qualche anno per candidarsi al titolo di capitale europea della
cultura. […]. Abbiamo trovato questa intesa con la Fondazione per l’architettura
perché abbiamo raccolto la volontà di rendere il festival un’occasione connessa
alle riflessioni che stiamo facendo sui temi della candidatura. “Chi abiterà le
case vuote” non è una questione […] meramente abitativa, ma è una questione
squisitamente culturale. Dare una risposta credibile, sensata, per noi è
elemento vitale per costruire un pezzo di questo percorso. Perché la candidatura
a capitale europea della cultura non consiste nell’organizzare un
super-cartellone di eventi con migliaia di appuntamenti, non è un tema
muscolare, ma è l’occasione per fare una riflessione profonda sull’immaginario
da tratteggiare insieme per i prossimi anni. Strumenti come i festival […] sono
l’occasione per porci delle domande, in alcuni casi scomode, a cui
collettivamente dobbiamo provare a dare una risposta». Una tecnica
interpretativa da tenere a mente per i prossimi anni: i discorsi di Riitano
devono essere rovesciati per individuare sprazzi di verità tra le frasi
rimasticate.
Sono affaticati gli applausi finali, appesantiti dal caldo di un sole che
tramonta. Un rinfresco con vino bianco attende il pubblico nell’angolo di un
vecchio banco del pesce. Torino è probabilmente la candidatura più forte tra le
altre in Italia ed è coordinata da dirigenti d’esperienza. Mi guardo intorno,
osservo le immagini degli anni Settanta sulle lotte per la casa. Che cos’è, in
questo luogo e tra queste persone, la cultura? Un discorso egemone per
manipolare e controllare i simboli e le parole che emergono dal passato o che
sorgono nel nostro tempo, annullando ogni potenziale spinta di trasformazione
della società. La cultura m’appare come un vasto e capillare processo di
traduzione, efficace per quanto in apparenza insulso e retorico. Prevedo allora
che Torino 2033 sarà un’infrastruttura discorsiva utile a legittimare una città
aperta ai capitali di investimento e violenta contro le classi più
deboli. Eppure, Torino 2033 non sarà soltanto un sistema di pubblicità turistica
e di manipolazione simbolica. I milioni che giungeranno serviranno a cooptare i
creativi, gli intellettuali, gli operatori del terzo settore e in generale chi
elabora i linguaggi urbani. Per un anno vedremo una penosa corsa ai bandi per
ottenere qualche migliaio di euro in più, mentre le voci dissidenti saranno
ancora più isolate e flebili. Questo esito, tuttavia, non è inesorabile. È
necessario lanciare subito un allarme e dialogare con chi non guadagnerà nulla
dalla trasformazione di Porta Palazzo e di altri quartieri popolari in scenari
per un consumo spettacolare. Ostacolare Torino 2033 adesso è una strategia più
efficace di quanto potrà esserlo un’opposizione organizzata tra sette anni,
quando sarà ormai in moto un colossale macchinario simbolico votato
all’ottundimento. (francesco migliaccio)
(disegno di roberto-c.)
Il 9 luglio a Roma un picchetto nel quartiere Garbatella ha costretto
l’ufficiale giudiziario a rinviare lo sfratto di una donna di oltre cento anni
di età. A ordinarne l’espulsione è Francesco Gaetano Caltagirone, il quinto uomo
più ricco d’Italia e principale palazzinaro della capitale. La tragedia non è
solo l’età avanzata della donna, ma anche il fatto che fino a dieci anni fa il
suo appartamento era vincolato a un uso sociale: lo stato obbligava la
proprietà, Cassa Forense, a mantenere gli affitti accessibili. Quasi novantamila
appartamenti della capitale erano tutelati da questi vincoli: erano le case
degli enti previdenziali, un patrimonio di edilizia calmierata che garantiva un
alloggio anche a chi non poteva accedere al mercato privato. Dagli anni Novanta
quasi tutte queste case sono state liberate dai vincoli e una parte importante è
finita nelle mani di banche e speculatori. Caltagirone ha acquisito centinaia di
appartamenti di Cassa Forense; ha alzato gli affitti e ha cacciato chi non
poteva pagare, per trasformare alcuni di questi palazzi in studentati privati.
Gli studentati sono finanziati dal Pnrr, quindi l’imprenditore può aspirare a
soldi pubblici dopo essersi preso delle case tutelate dallo stato.
Come spiega Manuel Aalbers in un recente rapporto all’Ue, la via principale con
cui i grandi speculatori riescono a fare enormi profitti sugli immobili
residenziali oggi è proprio attingendo allo stato. La proprietà immobiliare è
ancora troppo diffusa per mettere insieme un patrimonio abbastanza grande da
produrre rendite rilevanti sui mercati finanziari; bisognerebbe comprare le case
una a una, e ci vorrebbero anni. Attaccando il patrimonio pubblico, o
semipubblico – i grandi patrimoni municipali come Deutsche Wohnen in Germania, o
previdenziali come Enasarco in Italia –, e trasformandolo in fondi privati,
riescono a prenderne grandi quantità tutte insieme. Le nuove mani sulla
città sono spesso anche le vecchie mani, i grandi palazzinari di una volta; ma
il loro gioco è nuovo. Non si punta più solo a costruire per vendere o
affittare, bensì a prendersi lo stato. In un libro scritto con Chiara Davoli
abbiamo usato il concetto di “cattura del regolatore” per descrivere questo
processo: i privati puntano a catturare le strutture che dovrebbero regolarli.
Social housing, finanza a impatto sociale, concessioni straordinarie, interesse
pubblico, filantropia capitalista: oggi il lavoro principale dello stato non è
regolare l’estrazione di valore da ogni aspetto della vita pubblica, bensì
facilitarlo il più possibile.
Questo è il ruolo storico della giunta Gualtieri a Roma. Il modello Milano è
approdato nella capitale, ricompattando le élite su leggi speciali,
commissariamenti, deroghe e varianti che permettono di scavalcare tutte le
regole e i controlli sui beni collettivi. Così, tutti i progetti del “modello
Giubileo” implicano procedimenti straordinari affinché dei grandi speculatori
traggano profitti da beni pubblici. Grazie ai poteri speciali conferiti da
Draghi a Gualtieri per il Giubileo, il fondo texano Hines prende in concessione
gli ex Mercati generali sull’Ostiense e la Royal Caribbean fa un porto privato
su terreni demaniali di Fiumicino. Grazie a Cassa Depositi e Prestiti, la Coima
di Manfredi Catella avrà le ex caserme Guido Reni a Flaminio; grazie al
commissario agli stadi, i Friedkin costruiranno un complesso sportivo privato da
sessantamila posti su un’area naturale pubblica a Pietralata. Questi miliardari
potrebbero comprarsi tutti i terreni e i palazzi che vogliono, ma puntando allo
Stato li ottengono gratis a spese della collettività. Sui ventisette ettari di
Pietralata ceduti per novant’anni, il Friedkin Group di San Diego calcola di
guadagnare centocinquanta milioni l’anno, ma al Comune ne pagherà
sessantaseimila: duecento euro al mese per ogni ettaro di terreno. È un furto ai
danni dell’intera città, ma nel discorso pubblico delle classi dirigenti diventa
“valorizzazione”, “rigenerazione”.
Alla luce di questa premessa possiamo raccontare le tre polemiche romane di
quest’estate, per chi non ha avuto la fortuna di seguirle giorno per giorno. La
prima è sulla trasformazione del convento di via di Sant’Ambrogio in una scuola
privata ebraica. La seconda è il dibattito sul concorso di idee “Roma
Regeneration”. La terza riguarda la controversia tra il sindaco Gualtieri e
Valerio Carocci del Cinema America. Sembrano storie diverse, ma appartengono
alla stessa logica di delega del pubblico al privato – privato speculativo,
privato religioso, privato sociale –, che la sinistra municipale ha trasformato
in una macchina per dispensare soldi e potere sulle spoglie della città
pubblica.
DA BENE PUBBLICO A SCUOLA PRIVATA
Cominciamo dal caso più scandaloso, quello dell’ex-Rialto Sant’Ambrogio dietro
piazza delle Tartarughe. Questo edificio monumentale al centro del ghetto
ebraico, tra piazza Venezia e largo Argentina, a fine anni Novanta era stato
dato in gestione agli occupanti di un cinema abbandonato in pieno centro, il
Rialto. Per riprendere il cinema (che resterà poi chiuso per altri ventisei
anni), la giunta Veltroni incluse il convento nella famigerata delibera per
l’assegnazione del patrimonio pubblico a usi sociali. Per quindici anni, il
Sant’Ambrogio fu la sede del collettivo teatrale dell’ex-Rialto e di altre
associazioni tra cui il Forum dei movimenti per l’acqua, che vi organizzò il
famoso referendum del 2011, e il Circolo Gianni Bosio, che vi creò una scuola di
musica popolare. Nel 2017 il palazzo fu sgomberato. Come per quasi tutti i
progetti interessati dalla delibera, la giunta non aveva completato i tramiti
per la cessione, e il commissario Tronca multò le associazioni per centinaia di
migliaia di euro di mancati introiti per lo stato. Si garantì però che il
Sant’Ambrogio sarebbe stato assegnato alla Soprintendenza per i beni culturali,
restituendolo almeno alla sua finalità pubblica.
Dopo un decennio, tuttavia, la giunta Gualtieri ne ha annunciato la cessione
gratuita e senza bando alla comunità ebraica romana, che vi farebbe sorgere una
scuola privata confessionale. Se le associazioni no profit furono multate per
quindici anni di mancati affitti, la scuola privata avrà il palazzo gratis per
mezzo secolo. Inoltre, di tutte le comunità religiose della capitale interessate
ad aprire scuole confessionali, la giunta ha scelto proprio quella che
rappresenta l’ebraismo sionista, e che ha sempre sostenuto senza
condizioni Israele e i suoi crimini. Una beffa, soprattutto di fronte
alle sedicimila firme raccolte per la rescissione degli accordi del Comune con
Israele. La questione si fa ancora più drammatica quando un’inchiesta rivela che
i fondi per ristrutturare il convento provengono da un imprenditore
ucraino-israeliano del gioco d’azzardo, Uri Poliavich, che gestisce siti di
scommesse proibiti nell’Unione europea. Sfruttando la ludopatia, Poliavich ha
creato una fondazione che ha aperto scuole ebraiche private in diversi paesi. In
un’intervista recente l’imprenditore dichiara che l’obiettivo delle sue scuole è
spingere i giovani ebrei a trasferirsi in Israele e ad arruolarsi nel suo
esercito (in questo video, min. 0:52). Inutile dire che tutte le critiche a
questo accordo sono state considerate antisemitismo.
Il tramite dell’operazione è l’assessore al patrimonio Zevi, che è anche
presidente di un’associazione ebraica, la Fondazione Hans Jonas. Invece di
tutelare la funzione pubblica del patrimonio amministrato, l’assessorato lo cede
gratuitamente a dei privati con cui intrattiene rapporti. Ma lo stesso assessore
è anche referente e promotore di una serie di accordi stipulati dal Comune con
settori di movimenti politici di base; per esempio, l’acquisizione delle due
occupazioni di via del Porto Fluviale (Ostiense) e Metropoliz (Tor Sapienza) per
farne alloggi di edilizia pubblica per gli occupanti, naturalmente visti come
una vittoria dai movimenti per la casa. Il rapporto tra l’assessorato e alcune
realtà del movimento per l’abitare ha dato adito alle polemiche della destra
anche quando i giornali hanno riportato l’assunzione da parte dell’assessorato
di un rappresentante di Spin Time Labs, un palazzo occupato dove abitano
quattrocento famiglie organizzate dalla rete Action-Diritti in movimento.
Nonostante questa parte di movimento sia vicina ad alcuni settori del Pd, il
tentativo di tenere sotto lo stesso ombrello un centro di reclutamento per
l’esercito israeliano e i collettivi di lotta per la casa era destinato a
crollare.
L’URBANISTICA DEI FONDI IMMOBILIARI
Non è molto diversa la situazione che si è verificata con il concorso di idee “A
vision for Rome”, promosso da una fondazione chiamata Roma REgeneration, con il
RE maiuscolo che significa real estate. La fondazione comprende tre grandi fondi
immobiliari: DeA Capital (gruppo De Agostini), InvestiRE (Banca Finnat) e, di
nuovo, Fabrica Immobiliare (Caltagirone), oltre a molti investitori immobiliari
più piccoli. Il fine del concorso era di “contribuire a costruire una visione
nuova della città basata su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed
economica”.
All’inizio del 2025 Roma REgeneration si presenta al Mipim, la fiera
dell’imprenditoria immobiliare di Cannes; nel padiglione Roma del Mipim il
sindaco Gualtieri e gli assessori Zevi e Veloccia mostrano le opportunità di
profitto ai rappresentanti dei grandi fondi immobiliari internazionali, con lo
slogan “Roma è aperta al futuro”. Il concorso – che ha il patrocinio del Comune
e della Regione – riceve trentacinque proposte, elaborate da più di mille
professionisti, tra architetti, urbanisti, artisti, sociologi. A maggio 2026 si
annuncia la vittoria del progetto Roma Continua, che riceve i centoventimila
euro del primo premio. Il progetto dice le solite cose che tanto eccitano la
grande finanza all’assalto dello stato: rigenerazione, innovazione,
sostenibilità, impatto sociale. Quando si rivela il vincitore, però, emerge un
conflitto di interessi. Nella cordata prescelta, infatti, c’è la società di un
economista della Bicocca di Milano, la Open Impact, che ha lavorato anche
sull’impatto sociale dell’occupazione Spin Time Labs, per impedirne lo sgombero.
Ma il palazzo di Spin Time appartiene proprio a InvestiRE, uno dei tre fondi
immobiliari che hanno promosso il concorso! Come l’edificio di Garbatella che
era di CassaForense, Spin Time era la sede dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza
per i dipendenti pubblici. Una volta dismesso dallo stato, e occupato, è stato
acquistato da questo fondo, che vuole farne un albergo di lusso ed è riuscito a
farsi dare ventuno milioni di euro dallo stato per i mancati guadagni. La stessa
società, Open Impact, lavora sia per chi sgombera che per chi è sgomberato; lo
stesso linguaggio si usa per difendere sia l’occupazione che gli interessi di
chi la vuole trasformare in hotel.
Il corto circuito di Open Impact è stato messo in luce da un articolo che ha
fatto scalpore, scritto da due urbanisti, Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico,
uscito a fine maggio. “Prestare – scrivono gli autori – la propria expertise a
soggetti che per anni hanno sostenuto e praticato espansione immobiliare
indiscriminata, spesso in cambio di qualche aiuola, qualche incarico, qualche
concessione cosmetica, è una scelta che chiede quantomeno di essere nominata per
quello che è: una forma di specializzazione professionale che il mercato
remunera e che la critica disciplinare dovrebbe almeno interrogare. Non
condannare, ma quantomeno interrogare”.
Non si capisce, in effetti, che cosa debba succedere ancora per iniziare a
condannarli… La contraddizione, infatti, non riguarda solo Open Impact, ma tutto
il meccanismo di cooptazione utilizzato dalla speculazione immobiliare per
ammantare di buoni sentimenti la cattura del regolatore. L’operazione che al
tempo de Le mani sulla città si faceva in segreto – orientare lo sviluppo urbano
verso il profitto – oggi viene sbandierata e promossa istituzionalmente. Gli
speculatori decidono lo sviluppo urbano ricoprendolo di una patina di belle
parole e scritturando chi sa usare gli strumenti retorici progressisti. Il sacco
di Roma è trasmesso in diretta streaming, accompagnato da un chiacchiericcio
buonista che ne esalta i successi immaginari. Dopo I buoni di Luca Rastello
e L’impresa del bene di Luca Rossomando non possiamo più negare l’appeal che il
mondo del terzo settore ha per i padroni delle città, e neanche l’incredibile
forza di attrazione che questi riescono a esercitare sulle strutture nate per
contrastarli (in un modo diverso ne parla anche Andrea Muehlebach). A fine
giugno, in un dibattito al Torrione di Torpignattara, si è parlato di questo
tema con gli autori dell’articolo, alcuni esperti di studi urbani e l’economista
Luigi Corvo di Open Impact – scelto come rappresentante di una tendenza alla
cooptazione che però non riguarda certo solo lui. La finanza immobiliare non si
appropria solo di terreni e palazzi pubblici, si prende anche il presunto
pensiero critico, quello che avrebbe il compito di smontare le sue logiche, ma
che si può tenere a bada con poco più di centomila euro.
CINEMA ALL’APERTO
L’ultima vicenda è quella del conflitto tra il sindaco Gualtieri e Valerio
Carocci, leader della Fondazione Piccolo Cinema America. A partire
dall’occupazione di un cinema abbandonato a Trastevere, in pochi anni la
fondazione è diventata la stampella culturale della giunta Gualtieri: l’immagine
dei bravi ragazzi giovani, volenterosi e politicamente corretti è l’apoteosi
della cooptazione dei movimenti, che consentono alle élite di ripulirsi la
faccia anche sulla scena internazionale. Carocci, in particolare, in pochi anni
è diventato selezionatore della Festa del Cinema di Roma e referente per
l’incontro del Papa con le star di Hollywood; in un decennio la fondazione si è
aggiudicata quasi tre milioni di finanziamenti, arene estive, addirittura una
sala di Trastevere ristrutturata dal Comune, a poche migliaia di euro di canone
(si veda qui, qui, qui, qui e qui). Queste risorse naturalmente sono sottratte a
decine di altri operatori culturali della città, che infatti vedono la
fondazione come l’equivalente sul piano culturale dei fondi immobiliari che si
accaparrano la città pubblica.
Ma questi accordi sono fragili. Il pretesto per la rottura dell’idillio è stato
la conversione del cinema Metropolitan su via del Corso, chiuso da vent’anni, in
un centro commerciale di tre piani. L’operazione era stata annunciata a maggio
2025 e già condannata dalla Fondazione Cinema America, ma senza troppo rumore.
Un anno dopo, a inizio estate 2026, Carocci tira fuori di nuovo la questione,
forse in risposta a un articolo che lo accusava, forse dopo delle minacce (ma
una precedente vicenda fa dubitare delle sue parole). In ogni caso, il leader
tuona contro la svendita della città al capitale, rompe con la giunta Gualtieri
e annuncia una lista civica alternativa. Segue una lettera di solidarietà
sottoscritta da grandi nomi del cinema, tra cui Ken Loach, grazie alla quale il
tema fa breccia su stampa e social media, portando la questione dei fondi
immobiliari nel dibattito pubblico. Il paradosso è che a parlarne è un
imprenditore della cultura che sta provando a capitalizzare le critiche al
modello Giubileo, provenendo dall’interno di quello stesso modello. Carocci si
fa vedere addirittura a una manifestazione contro la cessione dei Mercati
Generali a Piramide, evidentemente cercando sponde politiche tra chi difende la
città pubblica.
Per alcuni giorni tutti sembrano voler dire la loro. Gli urbanisti fanno subito
una raccolta firme per chiedere una città più vivibile e partecipativa, l’ex
assessore di municipio Raimo ricostruisce la storia dei movimenti sin dal
1977 per rintracciarvi una “tradizione felice” di collaborazione tra attivisti
politici e amministrazione; un altro invoca l’alleanza tra occupazioni e “terzi
luoghi” per resistere alla crudeltà del potere. La sinistra cittadina si divide
subito tra pro e contro, anche perché sullo sfondo c’è lo spauracchio del
neofascismo e i richiami all’unità delle sinistre – nonostante la pessima prova
di sé che hanno dato i fautori della remigrazione (con poche migliaia di persone
per quella che doveva essere una grande manifestazione nazionale), e le varie
macchiette xenofobe come il pugile fallito Simone Carabella. Tutti cercano una
sintesi, una rinascita, un angoletto da ritagliarsi nel collasso generalizzato,
e così facendo alimentano il collasso. Terzi luoghi, terza missione, terzo
settore: di fronte alla fusione compiuta tra stato e mercato, i “buoni” si
rifugiano nell’ossessione trinitaria, immaginandosi come terzo incomodo che
potrebbe mediare tra l’uno e l’altro, fingendo di ignorare il dogma per cui
padre, figlio e spirito santo sono la stessa persona.
Nel frattempo, la polizia sgombera per due volte la storica occupazione
anarchica di via Bencivenga sulla Nomentana; perquisisce le case dei militanti e
ne arresta alcuni senza prove; mette i sigilli all’Angelo Mai; in alcuni
municipi il Pd vota contro il boicottaggio a Israele o lascia l’aula; la
sinistra depotenzia e annacqua le proteste contro la svendita dei Mercati
Generali; il Comune terrorizza e punisce chiunque ostacoli la costruzione dello
stadio di Pietralata; architetta nuove deroghe, varianti e commissariamenti per
eseguire il masterplan di Ostia; e intanto continua a tagliare centinaia di
alberi, sfrattare famiglie, sgomberare spazi, inventando soluzioni assurde per
affrontare i problemi che ha creato. Il nuovo potere finanziario richiede che il
potere politico lavori a suo vantaggio, dividendo i fronti di lotta e reprimendo
chi non si fa catturare. I meccanismi di cooptazione penetrano ovunque, ma se
vogliamo davvero opporci a questo sistema di morte, dobbiamo evitarli senza
eccezioni, perché sono il meccanismo con cui ogni critica viene trasformata in
melassa inoffensiva, il brodo di coltura della cattura del regolatore. (stefano
portelli)
(disegno di peppe cerillo)
Martedì 7 luglio è iniziato il Festival dell’architettura: tre giorni di
monologhi organizzati dalla Fondazione per l’architettura e dall’Ordine degli
architetti di Torino con il supporto della Compagnia di San Paolo e della Camera
di commercio cittadina. Il festival si è tenuto nell’ex mercato ittico di Porta
Palazzo e il tema riguardava la gestione degli immobili vuoti: “Chi abiterà le
case vuote?”, era la traccia su cui hanno discettato urbanisti, economisti,
architetti. Il giorno dell’inaugurazione il sindaco Lo Russo ha intrattenuto per
alcuni minuti una platea di politici e professionisti. Ho trascritto il suo
discorso: è un documento sullo stato della città e sull’ideologia delle classi
dirigenti. A margine della trascrizione segue un commento critico.
* * *
«Grazie di essere qui in questo luogo, sono anche emozionato perché questo credo
sia l’avvio di una fase nuova di questo spazio che noi amministrazione abbiamo
rimesso in gioco per usi temporanei a vantaggio di diverse attività culturali. E
non poteva che partire con il Festival dell’architettura. Una delle discussioni
che mi sono trovato spesso a fare in questi anni è quella del riuso degli spazi
dismessi. Per sua definizione la città è un organismo vivente, un organismo che
crea spazi, li chiude, li apre e li trasforma. Accompagnare questa
trasformazione dell’uso degli spazi e, conseguentemente, la trasformazione degli
spazi, è una delle challenge di qualunque amministrazione e lo è stata anche
della nostra. Sono grato alla Fondazione e all’Ordine per aver scelto questo
luogo e sono grato alla mia amministrazione che lo ha reso possibile. Noi siamo
stati pionieri da questo punto di vista. Noi abbiamo avviato una cosa che il
nostro mitico piano regolatore di Gregotti e Cagnardi non prevedeva: l’uso
temporaneo degli spazi. E questo ha messo Torino davanti a tante altre realtà
nella capacità di flessibilità.
«Il tema posto è cruciale: penso davvero che la questione della casa è cruciale
per le realtà urbane, lo è a livello cittadino, ma lo è anche a livello europeo.
L’agenda dell’housing dà una risposta a uno dei paradossi di Torino. Il
paradosso è avere numerosissime case vuote – il piano regolatore ne ha censite
svariate decine di migliaia – e contemporaneamente una difficoltà all’accesso
all’affitto; un tema che pone tutte le contraddizioni di questa città. Una
città, Torino, che sta attraversando una trasformazione silenziosa ma
importante. Voi pensate che nel 2005 gli ultraottantenni a Torino erano il 3,4
%, vent’anni dopo, nel 2025, questa percentuale era del 10,8 %. Il che vuol dire
che su ogni dieci abitanti uno ha più di ottant’anni. Se andiamo a vedere come
si compongono gli 854 mila abitanti di questa città, ci accorgiamo che il 16 % è
di cittadinanza non italiana, a fronte di una media nazionale del 9 %. Ma se
vado a vedere come si distribuiscono le fasce anagrafiche scopro che tra i
minorenni la percentuale di bambini e ragazzi non italiani a Torino è del 25 %,
come dire uno su quattro.
«Se io guardo questa traiettoria e la interpreto, ho molte risposte in merito
allo stato dell’arte: una situazione in cui i nuclei famigliari nella nostra
città sono composti per quasi la metà da una sola persona, in molti casi persone
anziane. E questo è un tema che pone a chi disegna un piano regolatore una serie
di sfide. Io ringrazio l’Ordine per aver accompagnato questo processo di
redazione, c’era bisogno di un nuovo piano regolatore a Torino, era un dibattito
che si trascinava da almeno una decina di anni. Il fatto che questo piano
regolatore si occupi della questione dell’abitare è un risultato che non era
affatto scontato. […] Questo è un tema che il nostro nuovo piano regolatore
affronta di petto, parlando di riuso e rigenerazione anziché di nuova
costruzione, e lo fa in ottica propositiva rispetto ai nuovi bisogni
dell’abitare, che sono diversi rispetto a quelli del passato, perché
accompagnano una transizione demografica che è accaduta, sta accadendo e
accadrà. Nuclei familiari grandi oggi ne abbiamo prevalentemente in famiglie di
origine straniera, prevalentemente in alcune zone. In molte aree le persone
anziane che vivono da sole hanno abitazioni sovradimensionate rispetto a quelle
che sono le loro reali esigenze. Soprattutto, ed è un tema tutto politico,
abbiamo una fascia grigia di persone che da un punto di vista reddituale non
sono così povere da poter accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non
sono sufficientemente solide da poter entrare nel mercato privato. Questa fascia
in molti casi è composta da giovani, famiglie giovani, lavoratori giovani e a
questa fascia la politica oggi non sta dando adeguate risposte. E non le sta
dando perché non riesce a costruire una strumentazione atta a sviluppare un
mercato della locazione per chi non ha la sostenibilità economica per comprare e
al contempo non può accedere all’edilizia residenziale pubblica. Se dovessi
cogliere uno spunto che spero possa essere esaminato in questi giorni di
festival, credo sia necessaria una riflessione collettiva sugli strumenti che
noi possiamo mettere in campo a livello locale, ma soprattutto a livello
nazionale, per fare in modo che vi sia una maggiore accessibilità a questo tipo
di esigenze: questo è un buon punto su cui concentrare la riflessione in termini
prospettici. […] Fortunatamente, negli ultimi tre anni si è arrestato il calo
demografico che era costante negli ultimi ventidue anni. Siamo riusciti a
stoppare questo calo e gradualmente stiamo risalendo: tutti gli indicatori ci
dicono che la strada che abbiamo imboccato è stata una strada forte; siamo la
città leader in Italia per le transizioni immobiliari, siamo una città che ha
tutti i numeri del turismo in crescita. Questi elementi ci incoraggiano ad
andare avanti. Godetevi i dibattiti in questo straordinario spazio che da oggi
rimane aperto agli usi temporanei della città: uno dei tanti modi con cui noi
interpretiamo la contemporaneità e la gestione dell’importante patrimonio da
lasciare alle future generazioni».
* * *
Il vecchio mercato del pesce appare come un corridoio al coperto: ai lati
c’erano i pescivendoli che disponevano i loro banchi in spazi delimitati da muri
divisori. Oggi la struttura accoglie eventi culturali e la sua nuova funzione è
stata inaugurata proprio questo 7 luglio 2026. Dopo la pandemia la Città ha
ritirato la concessione ai pescivendoli e lo spazio, di proprietà pubblica, è
rimasto a lungo disabitato. Il bando di assegnazione a privati per la gestione
del luogo è andato deserto alla fine del 2023 e nell’ottobre del 2024 i giornali
riportavano la notizia di un’indagine per turbativa d’asta a carico di Paola
Virano, dirigente comunale nel settore commerciale. L’indagine s’era avviata a
partire dai tentativi dell’amministrazione di trovare soggetti privati disposti
a controllare questo vecchio mercato. L’inchiesta è stata archiviata nel 2026
senza accuse a carico di Virano, ma resta evidente la difficoltà gestionale del
Comune: la trasformazione del mercato del pesce in arena per eventi culturali è
una mossa conseguente ai precedenti fallimenti.
Lo Russo menziona la “trasformazione d’uso” del mercato ittico grazie allo
strumento degli “usi temporanei”. Per “uso temporaneo” il sindaco intende la
sospensione della destinazione d’uso di uno spazio prevista dal piano regolatore
degli anni Novanta (elaborato da Gregotti e Cagnardi) e l’attribuzione di una
nuova funzione. Così un immobile adibito al commercio può temporaneamente
diventare un “hub culturale” in deroga al piano regolatore. Questa
amministrazione nel giugno 2024 ha approvato la delibera 444 sugli usi
temporanei che facilita la procedura di trasformazione delle destinazioni d’uso.
La delibera 444 disegna spazi flessibili in cui è più semplice e veloce la
trasformazione della destinazione senza seguire procedure articolate e
tracciabili dai cittadini. Non a caso la delibera è stata presentata
dall’assessore all’urbanistica Mazzoleni come una prefigurazione del nuovo piano
regolatore generale. La “challenge” evocata da Lo Russo è la creazione di una
legislazione urbanistica agile e dotata di “capacità di flessibilità”, ovvero
così porosa e malleabile da attrarre maggiori investimenti privati riducendo
burocrazia e concertazione. Il nuovo piano regolatore supera la rigidità del
piano degli anni Novanta e mette a sistema la visione neoliberale della giunta
al governo di Torino.
Il progetto preliminare del nuovo piano regolatore è stato approvato dalla
maggioranza nel dicembre 2025. Si prevede proprio lo smantellamento della
rigidità delle destinazioni d’uso. I punti 5.03 e 5.04 delle Norme di attuazione
decretano un’ampia flessibilità: “Tutte le destinazioni d’uso sono liberamente
insediabili senza un rapporto percentuale predefinito” a condizione di non
aumentare “l’insediamento di nuove superfici edilizie” laddove il piano non lo
concede. Eppure è possibile derogare a questa norma a patto di non contraddire
le “normative sovraordinate” e di deporre “una relazione asseverata” in caso di
“mutamento di destinazione d’uso per superfici superiori a 250 mq”. In
precedenza, ogni modifica di destinazione d’uso richiedeva una variante
urbanistica da discutere e approvare in consiglio comunale; adesso le procedure
sono più snelle, semplici e meno trasparenti. Lo Russo è la sua giunta si
dichiarano “pionieri”, eppure adottano un modello molto simile a
quello milanese.
Una regola urbanistica peculiare introdotta dal nuovo piano è la perequazione.
Il piano regolatore individua diversi ambiti territoriali e all’interno di
questi distingue fra “sending areas” e “receiving areas”, termini che traggo
dalla Relazione illustrativa. Le “sending areas” sono spazi preposti a “servizi
urbani” e “servizi pubblici” con “attrezzature collettive”, mentre le “receiving
areas” sono porzioni di territorio disponibili alla “rigenerazione urbana” dove
è possibile “densificare”, ovvero costruire e aumentare il volume degli
immobili. A ciascun ambito territoriale sono attribuiti omogenei diritti
edificatori e la perequazione è il meccanismo che regola lo spostamento dei
diritti edificatori dalle “sending areas” alle “receiving areas”. Per avere
facoltà di costruire è necessario trasferire i diritti edificatori da un’area
all’altra: chi vuole aumentare la densità urbanistica in una zona residenziale
deve cedere alla Città i diritti edificatori che detiene su uno spazio dove
possono sorgere servizi per la comunità. Per esempio, un imprenditore può
aumentare l’altezza delle palazzine in un isolato remunerativo e cedere in
cambio i diritti edificatori su una zona in cui realizzare “attrezzature
pubbliche, infrastrutture o servizi ecosistemici”. Il nuovo piano scommette
sulla crescita della densità urbanistica e sull’espansione in altezza dei
volumi per finanziare di conseguenza i servizi pubblici. “Lo scambio regolato di
diritti edificatori – afferma la Relazione illustrativa – redistribuisce il
valore generato dal Piano e finanzia la città pubblica tramite le trasformazioni
private”. Torino si trasforma così in una plancia di un grande gioco strategico.
Nel gioco urbanistico sognato dal sindaco e dalla sua giunta – un Monopoli a
Torino – i residui di welfare dipendono dal successo degli speculatori.
Secondo Lo Russo il piano regolatore si concentra su “riuso e rigenerazione
anziché [sulla] nuova costruzione”. È una manipolazione della verità. Il piano,
come ho appena dimostrato, prevede un’espansione edilizia in verticale,
soprattutto in zone strategiche peculiari come gli isolati vicini alla futura
linea 2 della metro. Eppure il sindaco riconosce il calo demografico strutturale
della città post-industriale. Solo negli “ultimi tre anni” si è stabilizzata la
perdita demografica. Come è possibile allora disegnare un piano fondato su una
crescita immobiliare? Il 17 dicembre 2025, all’indomani della approvazione in
consiglio comunale del progetto preliminare, Lo Russo ha annunciato di prevedere
una città che accoglierà in futuro “un milione e cinquantamila abitanti
teorici”, circa duecentomila in più rispetto ai residenti attuali. Chi sono
allora queste duecentomila persone in più? Le classi dirigenti immaginano una
città dinamica attraversata da professionisti di passaggio, lavoratori
pendolari, turisti, soggetti che consumano e usufruiscono dei servizi della
città senza risiedervi in modo stabile. In questa variegata classe sociale
l’amministrazione individua la leva per legittimare la previsione di
un’espansione cui trarranno beneficio i costruttori.
Queste promesse spiegano anche le politiche per la casa esposte da Lo Russo. Per
il sindaco la casa è un bene privato da cui estrarre profitti, dunque la
gestione degli appartamenti vuoti è un’opportunità per proprietari e grandi
capitali; anziché lasciare case vuote, è possibile gestirle come risorse di una
città in espansione e valorizzarle a vantaggio della “fascia grigia” di
potenziali locatari. Le case vuote per Lo Russo e i borghesi della platea in
ascolto sono nuove occasioni di profitto da sommare alle promesse edificatorie
del nuovo piano regolatore. Le élite non guardano certo a chi è stato sfrattato
o è a rischio di sfratto, ma alla piccola e media borghesia, giovane, itinerante
e flessibile che rappresenta una classe dinamica da attrarre per incrementare il
valore immobiliare complessivo.
Per queste ragioni le politiche abitative eque e attente alle fasce più deboli
sono nei fatti inesistenti nel programma di Lo Russo. I punti dedicati alle
politiche abitative nelle Norme di attuazione del piano regolatore si limitano
ad affermare che in caso di costruzione di “nuove superfici a destinazione d’uso
residenziale” o di “mutamenti di destinazione d’uso verso la residenza” il piano
obbliga a “destinare una quota non inferiore al 20 % della Superficie Lorda
residenziale complessiva alla realizzazione di edilizia residenziale finalizzata
all’inclusione sociale e al supporto alle politiche dell’abitare”. Qui non si fa
riferimento all’edilizia residenziale pubblica, ma alle ibride forme
di housing sociale capaci di accogliere la domanda della “fascia grigia”.
Il nuovo piano è un meccanismo di regole che favorisce gli interessi di
investitori privati e costruttori, toglie ai cittadini la possibilità di
controllare i fenomeni di speculazione e causa un ulteriore impoverimento delle
classi sociali più deboli. Questo scenario, tuttavia, è plausibile se i desideri
degli affaristi e degli speculatori sostenuti da questa giunta sono realizzabili
nel contesto concreto di Torino. Come si presenta la città oggi? I capitali del
Pnrr sono finiti, i cantieri hanno esaurito il loro compito e presto graverà il
peso del debito pubblico generato dai finanziamenti europei. I conflitti
internazionali hanno causato l’aumento dei costi dei materiali edili e già
s’intravedono i segni della crisi: il cantiere lungo la Dora di The Social Hub è
fermo da mesi e anche i lavori per il prolungamento della linea 1 della metro
sono al momento sospesi. La città in espansione e ricca di opportunità
prefigurata da Lo Russo rischia di collassare. Le classi dirigenti, pur di
aggrapparsi al modello di crescita attuale e dilazionarne il fallimento,
agiranno in modo spregiudicato per favorire i flussi di capitali in settori
specifici: l’espansione dell’industria delle armi e del turismo. Queste saranno,
probabilmente, le ultime carte che le élite giocheranno per evitare il dissesto
dei loro sogni. (francesco migliaccio)
(disegno di salvatore liberti)
Nella primavera del 2024 Selma Arnaldo, cittadina brasiliana, aveva
raccontato le angherie subite dalle persone costrette a visitare l’ufficio
immigrazione della questura in corso Verona a Torino. Nei mesi le code notturne
di centinaia di persone fuori da quegli uffici richiamarono l’attenzione
pubblica, suscitando l’indignazione ipocrita di alcuni assessori progressisti
(Tresso, Rosatelli), di un professionista della politica di rappresentanza
(Ahmed del Pd), dei vertici della principale fondazione bancaria e dei consueti
dirigenti del terzo settore. La questura si impegnò a trovare nuove soluzioni e
all’inizio del febbraio 2025 aprì un nuovo sportello in via Botticelli,
assicurando una migliore organizzazione. Nello stesso periodo chiusero gli
uffici di corso Verona, situati in un’area rilevante per lo sviluppo urbanistico
della città: tra il campus universitario e il centro direzionale Lavazza, e
accanto alla nuova palestra GOfit inaugurata dal sindaco in persona nel febbraio
2026. Forse agli occhi del governo urbano le code in corso Verona non erano
scandalose per il trattamento subito dalle persone, ma erano inaccettabili in un
quartiere disponibile agli investimenti dei grandi capitali. Ora lo sportello
dell’ufficio immigrazione di via Botticelli si trova all’estrema periferia nord
della città, tra il fiume Stura e le stecche delle case popolari di corso
Taranto. Accanto vi sono pompe di benzina, rivendite di auto, carrozzerie
scaldate dal sole di luglio. Anche in via Botticelli le code sono lunghe e le
persone sono sottoposte a trattamenti degradanti. I giornali cittadini scrivono
nuovi articoli, i professionisti del progressismo rilasciano ulteriori,
identiche dichiarazioni e la questura afferma che “il periodo estivo è
caratterizzato da una maggiore affluenza dell’utenza, in considerazione anche
della maggiore necessità di viaggio della stessa”. Ogni attore tenta, ancora una
volta, di affermare che il trattamento disumano sia un’emergenza e non la
condizione strutturale cui sono sottoposte le persone senza cittadinanza
italiana. Proponiamo qui, come nuovo documento di questo tremendo presente, la
traduzione di un racconto scritto da -nw, cittadina indiana, sulle code in via
Botticelli.
* * *
Una studentessa arriva all’ufficio immigrazione alle dieci del mattino e vede
centinaia di persone allineate sotto il sole. Chiede a dei giovani se è la coda
per prendere il permesso di soggiorno e loro le dicono che non dovrebbe perdere
tempo ad aspettare, che loro sono in fila dalle sei del mattino e stanno
aspettando solo per tentare la fortuna, non credono davvero di potercela fare.
Lei rimane sul posto per osservare cosa sta succedendo. Nei cinque minuti
successivi qualcuno sviene. C’è un po’ di trambusto nella parte iniziale della
fila. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, stanno tutti aspettando. Due
poliziotti arrivano con alcune bottiglie di acqua da distribuire; quando gli si
chiede qualsiasi cosa rispondono con un “boh”, una scrollata di spalle,
un’alzata di sopracciglia e gli angoli della bocca tirati in basso. Qualcun
altro vomita, la coda rimane lì in attesa. Alle 12:30 la polizia comunica che
non farà più entrare nessuno. La maggior parte delle persone se ne va, alcune
rimangono, sperando che alla fine li facciano passare. Quelli che aspettano
chiacchierano con i poliziotti; i poliziotti trovano alcuni di loro divertenti,
mentre altri li infastidiscono profondamente.
Tra coloro che sono rimasti ad aspettare si è sparsa la voce che il primo della
coda è arrivato alle due del mattino, o a mezzanotte, e che alcune persone hanno
dormito lì fuori piazzando i materassi alle sette di sera. Sentendo questa
storia il gruppo di giovani, a quanto pare tutti studenti, decide di tornare a
mezzanotte, con snack, cibo e maggiori energie; tutto ciò che vogliono è
ottenere il permesso.
Il piano era di arrivare a mezzanotte, ma il giorno dopo la prima di loro arriva
alle tre di notte; ci sono già trentotto persone ad aspettare, pazientemente
disposte. Quelli che sono già lì hanno cominciato a organizzarsi, hanno dei
post-it su cui hanno scritto il numero che assegna loro la posizione nella fila;
sanno che al mattino ci sarà un gran trambusto. La studentessa riceve un post-it
col numero trentanove e informa i suoi amici di sbrigarsi e arrivare
velocemente. Una delle sue amiche era in viaggio e sarebbe arrivata più tardi,
così si organizzano affinché un’altra persona vada lì a prendere un numero e
tenere il posto per lei.
Altri sono venuti con tappetini, libri e sedie. Alcuni sono qui per farsi
scannerizzare le impronte digitali, altri per avviare la richiesta di permesso,
altri ancora sono tornati perché le loro richieste sono state ritenute
incomplete. Il sole non è ancora sorto e tutti sono già stanchi e un po’ nervosi
per quello che li attende; si chiedono se valga la pena fare tutta questa
fatica.
Quelli che aspettano fino all’alba si dicono tra loro che difenderanno con
determinazione l’ordine numerico. Con il sorgere del sole, cresce il ritmo con
cui arrivano le persone e quelli che hanno passato la notte sul posto fanno in
modo che chi è arrivato “in ritardo” non salti la coda: quando gli ultimi
arrivati cercano di avvicinarsi al cancello dell’ufficio, vengono respinti a
gomitate. Pochi nerboruti e testardi non si lasciano intimidire dalle
occhiatacce e dagli insulti e restano saldi e inamovibili.
La polizia arriva alle otto di mattina e l’atmosfera si fa tesa: cominceranno a
dare dei numeri ufficiali? Gli agenti sono rilassati e disinvolti, si mantengono
di buon umore. Si aggirano lì attorno, chiacchierano tra loro, vagamente
sorridenti. Le persone si chiedono cosa succederà, nessuno sa come andrà. C’è
frenesia e agitazione, quando la polizia inizia a distribuire i numeri. Dopo
alcuni falsi allarmi, intorno alle nove del mattino, alle prime dieci persone
viene permesso di entrare. I numeri vengono distribuiti a gruppi di dieci,
quindi chi si trova dietro non sa se oggi riceverà un numero. Si fanno ipotesi
su quante persone riescano a entrare ogni giorno. Alcuni dicono duecento, altri
dicono trecento. In coda ce ne sono già almeno il doppio, o anche di più. Tutti
stanno in piedi sotto il sole estivo, alcuni svengono, altri vomitano, i bambini
piangono, le persone litigano tra loro: chi è arrivato prima di chi, chi sta
cercando di saltare la fila; fianco a fianco, tutti schierati contro chiunque
sia arrivato “dopo”.
Verso mezzogiorno la polizia distribuisce bottiglie d’acqua, molte persone sono
ancora gentili con gli agenti e li riempiono di ringraziamenti; altri li
ringraziano in modo sarcastico, oppure evitano persino di incrociare i loro
sguardi. Coloro che riescono a entrare, quando escono raccontano che ci sono
solo due poliziotti alle scrivanie. Non esiste alcun sistema, o non c’è alcun
incentivo ad averne uno, oppure il sistema è proprio questo caos? (-nw)
presentazione del libro “città in guerra – appunti di geopolitica urbana” con
l’autore Francesco Chiodelli.
La guerra combattuta sui confini e la resistenza nella giungla o nel deserto
sono scenari ormai lontani da quel che è il teatro dei conflitti odierni. Le
città sono lo spazio dove eserciti regolari, milizie e altri attori si
scontrano, dove si avanza metro per metro, isolato per isolato. Uno spazio,
quello della città, che ha modificato la dinamica dello scontro da orizzontale a
verticale, in uno scenario fatto di palazzi, cunicoli, tunnel e feritoie tra i
muri. A questi nuovi scenari gli eserciti si adattano con un portato di
tecnologia elevatissimo, armi e strumenti che vengono poi riadattati alla vita
civile, sottoforma di prodotti di consumo o strumenti di controllo. Perchè nel
conflitto perpetuo e globale che stiamo vivendo la guerra si gioca anche in
casa: la militarizzazione delle città e della società è un processo decennale
che usa i grimaldelli della sicurezza e del decoro per apporre nuovi paradigmi
di controllo.
Lo sradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane.
(S. Weil)
Non si può negare che l’insicurezza urbana costituisca un fenomeno concreto non
riducibile a una mera costruzione discorsiva, reale al punto che politici di
ogni schieramento hanno potuto dare spiegazioni fondate sull’individuazione di
capri espiatori sociali immediatamente riconoscibili, contribuendo a rafforzare
una percezione emergenziale.
A Macerie su Macerie proviamo a portare alcune riflessioni sulle condizioni
strutturali attraverso cui l’organizzazione dello spazio urbano produce
sradicamento e violenza.
(disegno di roberto-c.)
Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del
quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada
stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione
ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita
l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso
un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di
Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio
di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che
resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena.
È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e
associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica
napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una
rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo
Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni
sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica.
Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto
nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per
l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole
dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni
da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra
cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da
allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito
dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del
Forte restano una promessa ancora disattesa.
Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San
Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento
Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo
degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno
precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e
all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni
precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi
dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura
Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti
non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto
questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle
priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di
inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto
meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece
l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla
rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il
presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la
responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione
di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe
scadere tra circa tre anni.
L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al
centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere
una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti
che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni
interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla
riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del
fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa,
dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero.
A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire
risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere
profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che
convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi
ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche
e logistiche.
È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie
l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa
domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse,
alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata
considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da
conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di
tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che
conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi
ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue
principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di
ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container
e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e
resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre
secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche,
come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo
fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino
alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto
del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a
importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei
petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle
contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto
proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle
trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno
ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città.
La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la
consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che
proprio per questo può essere trasformato.
Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso
l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le
rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un
luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua
condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione
finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e
persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono
riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la
memoria viene custodita e coltivata, allora cambiano anche le domande che siamo
disposti a porci sul suo futuro.
Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla
collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e
difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le
trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa
consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai
bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive.
Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il
diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al
mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il
territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i
costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe
però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale,
e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o
riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel
tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di
prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia
scognamiglio)
(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
(archivio disegni napolimonitor)
Il silenzio elettorale cade sul porticciolo di Pastena come una tregua
improvvisa. È mezzogiorno di un sabato assolato di maggio, vigilia delle
elezioni comunali a Salerno, e nei pressi dei muretti affacciati sul mare sono
radunate alcune decine di persone: qualcuno seduto sugli scogli, qualcuno in
piedi col bicchiere in mano, qualcuno più giù che si fa il bagno. La Ghassan
Kanafani — una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, la flottiglia
internazionale di solidarietà con la Palestina che toccherà cento porti in cento
città — è ormeggiata poco lontano. Il suo passaggio ha trasformato quella che
doveva essere un’assemblea organizzativa del comitato Giù le mani dal
Porticciolo in un momento di confronto tra realtà diverse che condividono la
stessa grammatica di lotta. Mi siedo per terra sotto un ombrellone da spiaggia
con alcuni attivisti del comitato. «C’è un filo rosso che unisce queste
battaglie», dice Lorenzo. «La libertà dei popoli di autodeterminarsi, di
decidere cosa fare della propria vita, della propria terra». Alle spalle c’è
Pastena: ingoiata dal cemento, con un’alta densità abitativa, priva di spazi
verdi. Il porticciolo è uno degli ultimi tratti di costa accessibile a tutti in
questa striscia di città.
Salerno conta già quattro porti su meno di dieci chilometri di costa: il porto
commerciale, il molo Manfredi, il Masuccio Salernitano e il Marina d’Arechi. Il
progetto Pastena farebbe nascere il quinto, sempre con lo stesso pretesto da
quindici anni: la mancanza di posti barca. Solo che Marina d’Arechi è stato
costruito nel frattempo, il Masuccio è in ampliamento e un ulteriore intervento
di grandi dimensioni è già previsto nella poco lontana Pontecagnano. Il
ministero dell’ambiente lo ha notato: tra le integrazioni richieste al
proponente c’è proprio la dimostrazione dell’effettiva necessità di nuovi posti
barca — argomento che, evidentemente, allo stato attuale non regge.
La storia ha radici nei primi anni Duemila, quando il Comune affidò in un’unica
delibera le concessioni demaniali a due promotori. La famiglia Gallozzi costruì
il Marina d’Arechi, mentre quella Ilardi ottenne la concessione per il porto di
Pastena, anche se non aveva i soldi per aprire i cantieri. Per quel porto fu
funzionale anche la progettazione di un pennello foraneo sull’arenile:
realizzato con finanziamenti pubblici, ma progettato in vista dell’opera
privata. Nel 2008 il project financing cristallizzò la presenza del porto nel
Piano urbanistico comunale, ma da allora l’operazione è rimasta congelata.
La cittadinanza scoprì il pericolo solo nel 2011, quando i promotori allestirono
al Polo Nautico un plastico in scala del progetto. «Quando è stato
pubblicizzato, i giochi erano già fatti: avevano tutte le autorizzazioni»,
racconta Chiara. Il plastico rimase esposto poche settimane. «Dopodiché hanno
pensato bene di levarlo», aggiunge Davide. «Era controproducente che la gente
capisse cosa stava succedendo»
D’altronde il Comune, la Provincia, la Regione e la Soprintendenza avevano già
dato il via libera. Il sindaco che aveva gestito l’iter era Vincenzo De Luca,
che però anni dopo, da “neo” candidato per l’ennesima volta a primo cittadino di
Salerno, si sarebbe detto contrario al porto. «Si è schierato contro – spiega
Lorenzo – ma dodici anni fa era stato lui a dare i permessi». Una domanda resta
senza risposta: «Se De Luca oggi è contrario, e se tutti i candidati si sono
schierati contro il progetto, chi lo vuole, questo porto?».
Il progetto è tornato d’attualità quando i fratelli Ilardi hanno ripreso in mano
la pratica. La connessione tra il Polo Nautico e il resto del progetto approvato
costituirebbe un pacchetto da circa venticinque milioni di euro. Per
monetizzarlo serve però la Valutazione di Impatto Ambientale ministeriale, che
ancora manca. Quella rilasciata dalla Regione a suo tempo è infatti scaduta
perché i lavori non sono stati avviati nei termini — per responsabilità dei
promotori stessi. La competenza è passata così al ministero dell’ambiente, che
ha raccolto una cinquantina di osservazioni: ingegneri, architetti ed esperti di
pianificazione costiera hanno smontato il progetto pezzo per pezzo. «Le tavole
mancano dei dettagli. Non c’è mai una legenda che ti riporti al progetto
generale. Sembrano cose buttate là», spiega Chiara. Il ministero ha chiesto
integrazioni su tutti i fronti, riconoscendo il valore culturale del tratto di
costa e domandando ai promotori quale utilità pubblica concreta garantirebbe
l’opera.
Nelle settimane successive alle elezioni anche il ministero della cultura è
entrato nella partita. La Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio
ha trasmesso le richieste di integrazione avanzate dalla Soprintendenza di
Salerno e Avellino, rilevando gravi carenze nella documentazione paesaggistica.
La relazione presentata dai promotori, secondo la Soprintendenza, non consente
di verificare la compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici
tutelati. Vengono richiesti aggiornamenti sullo stato dei luoghi, nuove analisi
dell’impatto visivo, rendering aggiornati e valutazioni sulle alternative
progettuali. Soprattutto, la Soprintendenza ha dichiarato non più valida
l’autorizzazione paesaggistica del 2012. Due ministeri con le mani alzate sullo
stesso progetto: «La mobilitazione civica e il lavoro tecnico di questi mesi
hanno avuto un peso concreto nell’iter amministrativo», sostiene Chiara.
Guardare le tavole di progetto è, in effetti, cruciale. Il porto di Pastena
prevede circa quattrocentocinquanta posti barca, ma soprattutto parcheggi a
pagamento, box auto, un centro commerciale, l’ampliamento dell’albergo, una
piscina di acqua di mare depurata. «Tecnicamente non è neanche un porto. È un
centro commerciale con una darsena», dice Davide. A chi giova? Non ai pescatori
locali, che oggi ormeggiano a prezzi accessibili. Non ai cittadini, a cui
verrebbero sottratte le ultime spiagge libere. Non ai commercianti, a cui è
stata promessa una ricaduta economica: i negozi del nuovo centro faranno
concorrenza a quelli esistenti.
Pastena è un quartiere popolare, senza parchi né luoghi di socialità. Il
porticciolo è l’unico spazio che non sia privato o commerciale. «I salernitani
sono sempre stati chiamati pisciaioli (chi lavora e vive di pesce, ndr)», dice
Chiara con ironia. «Questa identità è stata massacrata. I luoghi legati alla
cultura del mare sono spariti uno dopo l’altro. Adesso esistono solo grandi navi
e piccoli yacht». La cura del posto è affidata agli abitanti: c’è chi pianta
alberi tra le panchine, chi pulisce la piazzetta senza che nessuno glielo
chieda. I cantieri del ripascimento del litorale poco lontano sono un’altra
fonte di frustrazione: l’Ambito 2 è sotto sequestro per materiali non conformi —
sabbia dura, inutilizzabile, tanto che qualcuno l’ha individuata come arena per
l’edilizia. Quasi un quarto della costa centrale è inagibile. «Le persone
pensano che prima o poi arriverà il prossimo potente a mettere le mani su ciò
che abbiamo di più bello», dice Alessandra.
In effetti, finché il porto di Pastena resta nel Piano urbanistico comunale,
quella zona resterà bloccata. «Morto un porto se ne potrà fare un altro. Finché
non cambia il piano regolatore la lotta sarà lunga», aggiunge Davide. Dal canto
suo il comitato lavora su più fronti: questionari rivolti alla cittadinanza,
rigenerazione partecipata con studenti Erasmus, eventi sportivi con le squadre
di rugby e calcio popolare del territorio. Nelle due settimane prima del voto
sono state raccolte duemila firme per fermare la realizzazione del progetto:
tutti i candidati a sindaco si sono detti contrari, ma nessuno ha spiegato come
avrebbe rimosso la destinazione dal piano regolatore.
Ora che lo sceriffo De Luca è stato rieletto, il comitato monitora la distanza
tra le parole e gli atti. Sul muretto del porticciolo la gente resta a
chiacchierare e mangiare qualcosa. C’è ancora qualcuno in acqua, qualcuno
rassetta la spiaggia. La comunità parla chiaro: nessuno ha intenzione di
guardare il mare dalle vetrate del parcheggio di un albergo. (edoardo m.
benassai)