Il progetto Aurora-Barriera. La riqualificazione e le sue retoriche a Torino nord

NapoliMONiTOR - Friday, June 12, 2026
(disegno di diego miedo)

È domenica 7 giugno, un promemoria mi ricorda che alle 10 l’assessora comunale alle politiche educative, giovanili, rigenerazione urbana e periferie, Carlotta Salerno, terrà un incontro pubblico per parlare di “Aurora-Barriera”, il nuovo progetto di rigenerazione dei due quartieri che si estendono a nord di Torino. L’incontro si svolge alla Fondazione Giorgio Amendola, una delle più consolidate realtà del terzo settore attive a Barriera di Milano.

Esco in anticipo e mi incammino verso l’appuntamento partendo dal Lungo Dora Firenze, che segna il confine tra Aurora e il centro. Da qui sono visibili due simboli della riqualificazione urbana operata nell’ultimo decennio da grossi privati i cui interessi hanno incontrato i favori della politica: la ristrutturazione della sede storica dell’Italgas, all’incrocio tra corso Palermo e corso Regio Parco; la Nuvola Lavazza, nuovo centro direzionale della società che ha preso il posto di una centrale elettrica Enel, tra via Bologna e corso Palermo. Attorno alle due strutture sono sorte opere di ripavimentazione, nuovi elementi di arredo urbano, installazioni artistiche, dispositivi di sorveglianza di ultima generazione. Svoltando su corso Brescia e procedendo verso corso Verona, davanti alla ex sede dell’ufficio per l’immigrazione della questura e a una nuova enorme palestra di proprietà spagnola, vedo gli esiti di finanziamenti che hanno dotato il quartiere di nuove fioriere, giochi per bambini, piste ciclabili che si interrompono all’improvviso. Lungo il tragitto, i segni della rigenerazione si arrampicano sulle facciate di alcuni edifici, sotto forma di una street art normata dall’alto e per questo educata.

Il tempo stringe e accelero il passo. Per arrivare alla Fondazione Amendola attraverso corso Novara, che marca il confine tra Aurora e Barriera, e imbocco la strada della destinazione finale, via Tollegno. In questo isolato un tempo c’erano lo stabilimento produttivo e gli uffici della Lavazza. Di recente la proprietà degli stabili è passata a Relife, uno Student Housing inaugurato nel 2024. Qui una camera costa tra 630 e 800 euro al mese, uno “studio privato” con “kitchenette” (angolo cottura) 813 euro. Ma non si tratta di un semplice studentato – leggo nel sito web –, perché Relife ha inventato un “sistema di punteggi” tramite il quale gli studenti che partecipano a “progetti sociali locali” ottengono in cambio l’accesso a “servizi esclusivi e vantaggi speciali nel campus”.

Nella stessa via Tollegno c’è anche la sede della ex scuola elementare Salvo D’Acquisto, aperta nel 1968, famosa per il suo approccio pedagogico sperimentale e per un impianto sportivo con piscina allora ritenuto “sproporzionato” rispetto a quelli di altre scuole. Chiusa nel 2018 per problemi strutturali, la scuola fu occupata dagli anarchici nel marzo 2019 dopo lo sgombero dall’Asilo di via Alessandria. Gli occupanti lasciarono lo spazio spontaneamente tre mesi dopo, ma tra i primi a chiederne lo sgombero immediato vi fu proprio Carlotta Salerno, allora presidente della circoscrizione. Nel 2020 una parte dello stabile venne ristrutturata dalla Vertigimn e da allora è una palestra specializzata in discipline aeree e acrobatiche.

Arrivo alla Fondazione Amendola, intestata a colui che fu tra i massimi esponenti del Pci e tra i membri della Costituente. Inaugurata nel 1982, la fondazione vanta una conoscenza profonda della complessità del quartiere, e cerca di affrontarla seguendo “i valori del pensiero amendoliano”; tra questi – riporto dal sito web – il rispetto dell’autodeterminazione dei cittadini e l’attenzione alle esigenze di giustizia sociale. Grazie a finanziamenti pubblici e privati e a collaborazioni con istituzioni, terzo settore e imprese di vario tipo, essa organizza convegni, iniziative culturali, promuove ricerche, pubblica libri e periodici. La sua sede ospita anche l’associazione lucani del Piemonte Carlo Levi e una biblioteca del circuito nazionale. Tra le sue iniziative più recenti c’è il Torino Podcast Festival, volto a “promuovere inclusione e rigenerazione culturale”. Tra i partner dell’iniziativa c’è anche la vicina Relife. È all’interno di questo programma che si inserisce l’incontro sul progetto di rigenerazione “Aurora-Barriera”.

Le notizie su questo nuovo progetto, finanziato dal Programma nazionale Metro Plus 2021-2027, circolano da un anno almeno. Quasi ventisei milioni di euro saranno spesi lungo corso Palermo, nei tre chilometri che collegano Aurora e Barriera, in un tratto considerato strategico per il futuro collegamento con la linea 2 della metropolitana, ma “problematico”. Area rurale fino a metà Ottocento, industriale fino agli anni Ottanta, e oggi soprattutto commerciale, il quartiere è spesso raccontato – e uso le parole di giornalisti e politici – come un inferno, un far west in cui gli stranieri hanno invaso il tessuto sociale originario stravolgendolo con i loro affari legali e illegali e la loro inciviltà. Chi contraddice questa narrazione lo dipinge come crocevia multiculturale e dinamico dove il terzo settore democratico e inclusivo può esprimere il suo impegno sociale. Sebbene opposti, entrambi i discorsi diventano funzionali alla volontà politica di fare di Barriera il nuovo campo di sperimentazione dell’innovazione sociale.

Obiettivo del progetto è “restituire alla cittadinanza luoghi più sicuri, accessibili e vivibili”. Nel concreto si prevede la piantumazione di quattrocento nuovi alberi, più illuminazione, un nuovo percorso ciclabile, un graffito chilometrico, il recupero di spazi dismessi e locali chiusi. «Se uno la guarda dall’alto sembra Broadway», commentò il sindaco Lo Russo lo scorso luglio, quando venne presentato il masterplan a cui hanno lavorato la società Infra.To, lo studio Carlo Ratti Associati, la cooperativa Liberitutti e altre due agenzie (West8 e Mic). L’inizio dei lavori è fissato tra fine anno e i primi mesi del 2027.

Tra le parole chiave del progetto incontriamo “arte”, “verde”, “attrattività”, “sostenibilità”, “inclusione”, l’immancabile “sicurezza urbana”. Ma il suo cavallo di battaglia è la “partecipazione”. Il piano generale, consegnato a luglio 2025, si vantano i promotori, è stato partorito a seguito di una lunga fase di ascolto degli abitanti, coinvolti anche in una serie di iniziative affidate ad Avventura Urbana, società specializzata in “pianificazione strategica e territoriale” e “processi partecipativi e inclusivi”. Negli ultimi mesi, la stessa Salerno ha coordinato quattro incontri di “co-progettazione” per consentire ai cittadini, “in particolare ai giovani”, di contribuire alla definizione degli interventi.

L’incontro è mediato da Domenico Cerabona, direttore della fondazione, che con domande basilari prova ad animare una conversazione informale. L’assessora lo prende in parola e, nel corso dell’intervista, intervalla le frasi d’ordine che il suo ruolo le impone con aneddoti legati alla storia della sua famiglia, qualche battuta ironica e diverse risate. Aurora-Barriera, dice lei, è un progetto complesso che rischia di non essere immediatamente comprensibile alla cittadinanza. Concentrare i lavori sull’asse di corso Palermo serve quindi a rendere gli interventi più facilmente individuabili. Il potenziamento dell’illuminazione, gli alberi e le piste ciclabili rispondono alle richieste degli abitanti, che avrebbero insistito anche sul tema della sicurezza. Ci sarà poi «uno spazio dedicato alle persone», «una parte di illuminazione artistica molto potente» e un intervento artistico più ampio che non si può svelare, perché i progettisti ci stanno ancora lavorando.

A interloquire con l’assessora sono stati invitati “alcuni giovani del territorio”: Adele, studentessa fuori sede (lucana, precisa il presentatore), che dopo un tirocinio in circoscrizione adesso fa il servizio civile presso l’ente che ospita l’incontro; lei esprime fiducia nei confronti della bellezza, dell’estetica e della rigenerazione, afferma la necessità di comunicare bene l’identità di Barriera e critica i giornalisti che mettono in evidenza gli aspetti negativi anziché i sacrifici del terzo settore. Federico, un giovane medico appena laureato, che vive a Torino da un anno e lavora all’ospedale Don Bosco, confessa di sentirsi ben accolto: frequentando le associazioni del quartiere, il comitato di Barriera e la fondazione stessa, ha scoperto di «poter essere parte attiva della città» pur non essendo di Torino. E infine Simona, una studentessa che vive a Torino da due anni, introdotta come “residente di Relife”; anche lei è affascinata dai murales commissionati dall’amministrazione e insiste sulla necessità di aumentare la sorveglianza, perché in certe strade del quartiere «c’è tanta diversità». Nel corso della discussione, tutti e tre guardano Salerno con ammirazione, annuiscono alle sue affermazioni, ridono alle sue battute.

Quando la conversazione si sposta sul piano della narrazione viene menzionato il bando “Bella storia”. Per cambiare l’immagine negativa di Barriera, il bando sta distribuendo tre milioni di euro a venticinque enti del terzo settore (tra questi la Fondazione Amendola) ingaggiati nella promozione di attività artistiche, culturali e sportive, di “prevenzione del disagio psicosociale e delle dipendenze da sostanze”. Secondo l’assessora è necessario «non mitizzare un passato che non c’era», ma incentivare «il racconto onesto, trasparente, di quello che c’è».

L’incontro va avanti per qualche minuto ancora, ma quello che ho sentito finora mi basta. Il ritornello della partecipazione civica e della co-progettazione è una farsa insopportabile se si pensa al modo in cui questa giunta e i suoi alleati stanno ignorando le istanze formali dei comitati che contestano i loro piani, dal piano regolatore generale a progetti come quello del nuovo ospedale di Torino Nord, che Comune e Regione, con il benestare di tutti i partiti, vogliono costruire a tutti i costi dentro il parco della Pellerina. Credo che gli annunci di nuovi alberi in corso Palermo e tutta la retorica green possano disturbare chi da molti anni sta lottando per opporsi al taglio insensato di alberi sani imposto dal regolamento per il verde urbano; e certamente fanno inorridire chi ha presentato ricorsi e si è beccato denunce, multe e manganellate per opporsi alla devastazione del parco del Meisino, adesso Cittadella per lo sport grazie al Pnrr. E allora si consolida la certezza che l’unica partecipazione ammessa dalle istituzioni è quella che si limita a confermare le loro ambizioni. Del resto, tra le sue ultime battute, la stessa Salerno una verità se la fa scappare, quando afferma che «con Aurora-Barriera stiamo tentando di dare risorse a chi qui lavora, e come dico ogni tanto ai miei colleghi e alle persone che incontro, non è detto che vi piaccia, e non è detto che vi debba piacere».

Prima di andare via mi soffermo a guardare le opere esposte alle pareti; molte sono di artisti indiani, egiziani e di altri paesi extraeuropei. Poi mi fermo al banchetto allestito all’ingresso per scansionare il QR code che rimanda al questionario di rito, creato per ricevere pareri sul festival. Al tavolo ci sono tre ragazzi e ci scambio qualche parola, lavorano per la fondazione. Il colore della loro pelle, diverso dal mio e da quello del pubblico presente all’incontro, mi suggerisce che la scelta di piazzare proprio loro all’ingresso è casuale quanto quella di far parlare i tre giovani ingenui che ho ascoltato poco prima. E allora mi tornano in mente altre affermazioni dell’assessora dedicate alla necessità di cambiare la narrazione di Barriera: «Siamo nella dittatura di chi ha più voce. Le persone caucasiche, adulte, over 50, hanno spazi di narrazione che i ragazzi spesso non hanno, e quindi il racconto di Barriera è fatto solo da una parte, che per di più è quella nostalgica […]. A me interessa la complessità, che questa complessità esca e che escano tutte le voci». Io però di voce ne ho sentita solo una, omogenea e compatta. (alessandra ferlito)