In questa puntata i “Saperi Maledetti” hanno continuato a ragionare sulla
gentrificazione e sulla speculazione urbana, i cui effetti hanno trasformato
radicalmente la nostra cultura urbana.
Se il Sud viene ridisegnato a prova di turismo, nel Nord, bacino della
produttività, gli investimenti sono incentrati sui grandi eventi.
La dimensione urbana di Torino sta affrontando enormi mutamenti ben direzionati.
Se si è vista passare la città da una fase espansiva (termine privo di una
connotazione positiva), in termini di crescita e di investimenti, popolazione e
sviluppo urbano con aumento della progettualità, ora Torino si scopre in una
fase regressiva e costretta a reinventarsi tra festival, olimpiadi, saloni del
libro e ATP finals.
Con Eliana Luceri, sociologa, laureata con tesi su Matera, capitale della
cultura, abbiamo tracciato delle analogie sull’impatto che questa formula
economica ha sui territori. Con Alberto Valz Gris, docente del Politecnico di
Torino, abbiamo invece delineato le prospettive di modifica del contesto urbano
di Torino, in cui negli ultimi anni si sono succeduti uno sgombero dietro
l’altro, verso un sempre maggiore restringimento dell’agibilità sociale in
direzione di un modello di città imprenditoriale.
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(disegno di otarebill)
Venerdì 6 febbraio, presso il CSOA Gabrio a Torino, i comitati impegnati in
lotte ecologiste si incontreranno per ragionare sui loro percorsi e le relative
pratiche. L’incontro sarà ospitato dall’assemblea Un Altro Piano per Torino, che
da anni si batte per criticare il nuovo piano regolatore in gestazione e per
immaginarne uno alternativo. In occasione dell’incontro sarà anche presentato
l’ultimo numero de Lo stato delle città dove è pubblicata un’intervista ad
alcune voci del comitato che lotta contro un progetto che comprometterà
l’ecosistema del parco del Meisino.
* * *
Il parco del Meisino è una macchia di verde a nord-est della città, tra il parco
della Colletta e il confine con il comune di San Mauro Torinese, attraversata
dal Po nel tratto in cui esso si congiunge col fiume Stura. Le peculiarità
ambientali di questo incrocio di acque e terre poco antropizzate hanno attratto
molte specie di uccelli (migratori e stanziali, terricoli e acquatici) e di
altri animali, tra cui diverse specie protette. Questi esseri popolano una
grande varietà di ecosistemi: boschetti, canneti, greti ghiaiosi, zone umide,
prati, campi coltivati. Un’area nota come “isolone Bertolla” è oggi la sede
stabile di una delle poche garzaie urbane d’Europa.
Dal 1997 il Meisino è un parco pubblico a gestione regionale, attualmente
iscritto tra le riserve naturali tutelate dall’Ente di gestione delle aree
protette del Po piemontese, che agisce su delega della Regione. Il parco include
inoltre la Zona di Protezione Speciale Confluenza Po-Stura della Rete Natura
2000, soggetta alle direttive comunitarie per la conservazione della
biodiversità. Oggi, però, la biodiversità del Meisino è minacciata da un’ondata
di interventi finanziati da un bando Pnrr afferente alla Misura 5, “Sport e
inclusione sociale”, per un investimento di undici milioni e mezzo di euro. Il
progetto siglato dalla Città di Torino riguarda la creazione di un “Centro di
educazione sportiva e ambientale” all’interno del parco.
Per opporsi a questa speculazione, nel 2022 è nato il comitato Salviamo il
Meisino, da allora impegnato a monitorare e documentare le modifiche a cui è
sottoposta l’area, organizzando azioni finalizzate a impedire la realizzazione
del progetto. Per il comitato, il Meisino non è solo un “polmone verde”
fondamentale in una città inquinata e cementificata come Torino, ma anche un
esempio di come il rapporto tra abitanti e bene pubblico non necessiti di essere
né organizzato né regolamentato dall’alto. A parlare dell’impatto del Pnrr sulla
vita del parco e delle ragioni della contestazione ancora in corso sono le
persone del comitato stesso, intervistate a più riprese nel corso degli ultimi
mesi.
Da chi è composto il comitato Salviamo il Meisino?
«Innanzitutto da residenti dei quartieri intorno al parco e da frequentatori
abituali, non necessariamente abitanti della zona, che lo hanno sempre
attraversato liberamente: alcuni di loro conoscono bene l’area e le sue
specificità e ne hanno un enorme rispetto. Ci sono anche persone che hanno fatto
parte di altri comitati nati negli ultimi anni; e poi ci sono stati attivisti
dei movimenti ecologisti, come Fridays for Future, e non solo. Ci sono persone
che si sono alternate nel tempo, altre che si sono allontanate perché magari gli
atti giudiziari, le multe o le denunce si sono sovrapposti, e allora per loro
diventava più complicato partecipare. Alcuni del comitato originario facevano
parte di un altro comitato già attivo sul Meisino, quello di Barca e Bertolla (i
due quartieri a nord dell’isolone Bertolla), e quindi da tempo seguivano le
vicende del parco. C’è persino chi ha tenuto lo storico delle proposte di
riqualificazione fallite in precedenza. Quando ci siamo avvicinati al comitato,
un po’ tutti abbiamo cercato di sfruttare le conoscenze e i contatti che avevamo
per capire come muoverci al meglio».
Chi sono invece i soggetti promotori e sostenitori del progetto?
«Per fare nomi e cognomi, gli assessori comunali Domenico Carretta (Sport,
grandi eventi, turismo e tempo libero) e Francesco Tresso (Cura della città, con
deleghe al verde pubblico, tutela animali e protezione civile). Poi anche
diversi dirigenti comunali; e soprattutto i rappresentanti dell’Ente di gestione
delle aree protette del Po piemontese (Ente parco), che dovrebbe preoccuparsi di
salvaguardare l’habitat del Meisino: Roberto Saini, prima presidente e poi
commissario fino al luglio 2025, l’attuale presidente Alessio Abbinante, la
direttrice Emanuela Sarzotti. E ancora, altri enti chiamati a esprimere pareri
sul progetto – pareri che sono stati sempre favorevoli –, come la Soprintendenza
alle Belle arti e paesaggio di Torino, l’Agenzia interregionale per il fiume Po,
la Regione, l’Arpa Piemonte».
Quali sono gli interventi previsti dal progetto di costruzione del Centro di
educazione sportiva e ambientale da undici milioni e mezzo di euro?
«Il progetto iniziale, quello che il sindaco Stefano Lo Russo (Pd) ha firmato
per partecipare al bando Pnrr nell’aprile 2022, è strutturato in due cluster; il
primo riguarda la realizzazione di nuovi impianti, quella che chiamano
Cittadella dello Sport e della Salute, dove ci saranno una passerella
ciclopedonale, aree giochi e fitness, nuove strutture sportive; qui è stata
ristrutturata una tettoia, i sentieri sono stati allargati e trasformati in
piste di larghezza carrabile, altri percorsi sono stati aperti e sono in corso
anche interventi sulla vegetazione. Il secondo è un intervento più prettamente
architettonico, edilizio, e riguarda la cascina Malpensata (l’ex galoppatoio
militare) e le strutture adiacenti. Sette milioni e mezzo per il primo cluster,
quattro per il secondo. Questi interventi saranno fatti dentro la riserva
naturale, dove è previsto un “restyling” delle zone umide, e in parte ricadono
anche nella zona di protezione speciale. Però il progetto ha una grande
“facciata verde”; quando lo leggi sembra fantastico. La narrazione del progetto
di rigenerazione dell’ex galoppatoio militare è che migliorerà la sostenibilità,
rigenererà la biodiversità e sarà energeticamente ecosostenibile. Poi il
progetto è stato leggermente modificato; è stata fatta una variante a seguito
delle nostre proteste, e sono stati dati dei suggerimenti dalla Consulta per il
verde, ma si è trattato di modifiche poco significative. La narrazione che
utilizzano per giustificare questi interventi è quella della “inclusività” e del
“design for all”, una formula presa da documenti Onu che pervade tutto il Pnrr:
dappertutto c’è scritto che le nuove strade permetteranno di raggiungere ogni
parte del parco, quindi la fruibilità andrà al massimo. Noi abbiamo interpellato
alcuni esperti di piste ciclabili e di interventi sulla mobilità di Fiab, la
federazione italiana ambiente e bicicletta, e ci hanno detto che le cose
funzionavano benissimo come erano prima: anche una persona disabile poteva
percorrerlo con la sedia a rotelle. La passerella ciclopedonale, che dovrebbe
essere poco impattante, ha una doppia corsia per le bici, uno spazio per il
pedone, fa delle curve, non è un semplice scavalco. Però nella narrazione
dell’assessore Tresso, anche Fiab sarebbe entusiasta di questo progetto. Noi
intanto abbiamo inviato la nostra relazione in cui segnaliamo i danni già
prodotti e un’analisi su come la mobilità nel parco non viene affatto
migliorata».
Nell’estate 2024 il nome del progetto è cambiato: da Parco dello sport e
dell’educazione ambientale è diventato Centro di educazione sportiva e
ambientale. Cosa significa questa modifica?
«Per noi in quel momento è diventato chiaro il fatto che la vocazione del
progetto non era più incentrata sul parco. Avendo a oggetto un parco tematico,
il progetto avrebbe dovuto per legge subire la verifica di assoggettabilità a
Valutazione di impatto ambientale: questa procedura è stata omessa e per
occultare meglio la violazione, la parola “parco” è stata fatta sparire dal
titolo, con il pretesto di non confondere il nome del parco sportivo con quello
naturalistico: richiesta formulata dallo stesso Ente parco con una sua
prescrizione! Ma la sostanza resta, confermata dalla quantità di attrezzature
che vengono disseminate nel parco e dalle dichiarazioni dei politici e dei
funzionari dell’Ente, che dicono di voler cambiare la destinazione e la
vocazione del Meisino. Del resto, il Dipartimento dello sport ha accettato di
considerare l’ex galoppatoio, che era una struttura militare, come struttura
sportiva, e questo ha permesso di accedere ai fondi del Pnrr».
In che modo questi interventi impattano sull’attuale habitat del parco?
«Pensando ancora all’ex galoppatoio, lì si era generata una situazione di
naturalità inedita per un motivo semplice: i militari non davano accesso al
pubblico e si era creata un’area riservata, dove l’insieme delle caratteristiche
idrogeologiche, morfologiche e la non frequentazione antropica ha fatto sì che
si sviluppasse una situazione di flora e fauna molto particolare e preziosa. In
quest’area adesso sono state realizzate fondazioni di cemento per fare delle
strutture a palafitta, perché qui c’è anche il problema idrogeologico che fa di
questo progetto un enorme spreco economico. Al Meisino c’erano già delle
strutture sportive che negli anni, con tutte le varie piene, si sono rovinate; e
l’idea di porre nuove strutture sportive in un’area che viene allagata spesso,
presuppone che dovranno essere dei privati a gestirle, perché costerà tenerle in
piedi, e non è pensabile che a occuparsene sarà il Comune; e i privati per
gestirle dovranno farsi pagare dal pubblico. In più, il Piano d’area vietava di
ristrutturare l’edificio: sopraelevarlo com’è necessario comporta una
ristrutturazione. Insomma, parliamo di interventi importanti e impattanti. E
ancora, l’area a protezione speciale del Meisino deve il suo riconoscimento
iniziale proprio all’avifauna, e il cantiere avviato sta già frammentando
l’habitat di tutto il parco. Sin dall’inizio abbiamo denunciato che nel progetto
non sia citata tutta una serie di animali perché non c’è stato un aggiornamento
del formulario. Quando abbiamo fatto notare che ci sono dei ricci, hanno fatto
un finto sopralluogo dopo che avevano cominciato a invadere l’area con
decespugliatori, ruspe, eccetera… e chissà dove erano spariti i ricci, nel
frattempo. Poi hanno ignorato la presenza di una colonia di tassi: c’è un
sistema abitativo che abbiamo documentato con foto e video, che comprende anche
altre specie di mammiferi e anfibi non considerate. L’aspetto paradossale è che
il Pnrr è tutto strutturato sul diritto ambientale, ma in pratica alleggerisce
proprio le procedure di tutela ambientale. In generale, al Meisino sono ignorate
un po’ tutte le regole. Pare che le ditte a cui è stato affidato l’appalto per
questi lavori non siano ditte forestali, ma edili, quindi, quando si tratta di
creare passaggi o spostare materiali, hanno un approccio cantieristico e non si
pongono alcun problema, nonostante il progetto preveda una serie di attenzioni
al tipo di macchine da usare, ai percorsi da fare, all’acustica, l’uso del
fonometro, la gestione del legname: queste norme sono scritte, ma nessuno riesce
a controllare che vengano rispettate. Del resto, in una situazione in cui non
c’è un piano di gestione – e di questa mancanza è responsabile l’Ente parco –
non c’è molto da far valere».
Quali altri soggetti si muovono intorno alla contestazione del progetto di
Centro di educazione sportiva e ambientale?
«Quando è nato il comitato Salviamo il Meisino c’erano già altre associazioni
ambientaliste e qualche comitato attivi per la tutela del parco. Comitato e
associazioni, però, sono due realtà diverse. Il comitato nasce su uno scopo
preciso, in un luogo preciso, e quindi ha motivazioni e obiettivi precisi. Le
associazioni spesso hanno storie che vengono da lontano, obiettivi più generici;
molte volte poi hanno dei rapporti tali con le istituzioni da diventare
promiscui. Poi c’è la Consulta per il verde e per l’ambiente presso il Comune,
che possiamo dire essere l’espressione di queste associazioni. Questo organismo
però sembra in crisi: il suo attuale presidente ha lamentato pubblicamente che
essa viene interpellata solo dopo che un progetto viene approvato, non prima. Al
Meisino, a lavori iniziati (settembre 2024), il presidente ha cercato di fare da
mediatore; la consulta ha prodotto un lungo documento che analizzava il progetto
di Cittadella dello sport evidenziandone le contraddizioni. Ma queste azioni
finiscono per essere poco incisive, perché il Comune fa solo finta di ascoltare,
e tutto si riduce a una lamentela ben educata che non porta a nulla. In ogni
caso, i comitati sono mediamente soggetti esterni alle consulte, e anche il
nostro lo è. Poi, per segnalare dei paradossi, ci sono figure come il dirigente
Lipu (Lega italiana protezione uccelli) di Torino, che è vicino all’assessore
Tresso e per questo non lo contraddice; o altri responsabili Fiab, che non ci
hanno sostenuto senza dirci il motivo. In questa situazione è chiaro che
dobbiamo trovare altri modi per opporci».
A proposito di modalità di opposizione: oltre che con iniziative di socialità al
parco, sopralluoghi collettivi, assemblee aperte e cortei cittadini, nell’ultimo
anno e mezzo il comitato è stato molto attivo con presidi ai cantieri e attività
costanti di monitoraggio e documentazione. È stato creato anche un sito web,
dove si trovano aggiornamenti frequenti e un dossier approfondito, che evidenzia
contraddizioni, criticità e ipocrisie del progetto in corso. Come viene prodotto
questo materiale?
«Come attività parallela, indipendente da quelle del comitato, alcuni cittadini
hanno voluto creare un sito tecnico che raccogliesse tutte le evidenze sulla
flora e la fauna presenti prima dell’inizio e durante i lavori. È nata quindi
l’idea del Meisinometro, un progetto di mappatura della biodiversità del parco
finalizzato a evidenziare in modo oggettivo le modifiche che sta subendo. La
piattaforma raccoglie i dati rilevati dai partecipanti al progetto e permette a
chiunque di conoscere nel dettaglio l’evolversi della situazione. Purtroppo non
abbiamo periti che certifichino quello che rileviamo: non ci sono persone
disposte a esporsi, perché gli esperti lavorano per gli enti pubblici,
l’università o il Politecnico. Quindi, per esempio, nel caso del disboscamento
per la costruzione della passerella ciclopedonale abbiamo fatto arrivare un
agronomo da fuori; e ovviamente in quel caso avevano subito nascosto gli alberi
tagliati, quindi non è stato possibile verificare molti dettagli. Comunque
abbiamo un censimento, foto geolocalizzate, misure del boschetto tagliato; e i
nostri dati sono diversi da quelli diffusi dal Comune, che cerca sempre di
minimizzare».
Alcune persone del comitato hanno portato la contestazione anche sul piano
legale, presentando un ricorso al tribunale ordinario contro il Comune – aperto
nel dicembre 2024 e rigettato ad aprile 2025 – e un reclamo al Collegio contro
l’ordinanza del giudice in primo grado, anche questo rigettato, a luglio. Quali
erano le istanze dei ricorrenti?
«Il ricorso si è basato sul principio di lesione del diritto all’ambiente
salubre, la cui tutela spetta al giudice ordinario, e ha chiesto un accertamento
tecnico preventivo sull’impatto ambientale, mettendo in evidenza le incongruenze
tra il progetto e la sua realizzazione. Tra gli argomenti del ricorso ci sono il
non avere svolto un censimento, l’approssimazione e la velocità con cui è stata
svolta la valutazione d’incidenza ambientale, ecc. Il ricorso è stato respinto
per difetto di giurisdizione – secondo i giudici di primo e secondo grado i
cittadini avrebbero dovuto rivolgersi al Tar. A oggi nessun magistrato è entrato
nel merito del progetto e del suo impatto ambientale».
La lotta del comitato, con la presenza costante di attivisti nei cantieri, è
finita sui giornali anche per il modo in cui è stata repressa, nonostante le
vostre forme di protesta siano state pacifiche…
«Dall’inizio dei nostri monitoraggi mattutini, la polizia è sempre stata lì a
presidiare, con volanti e camionette, e anche la digos ci ha sempre seguiti
passo passo. A volte è stato difficile perché siamo stati continuamente ripresi,
filmati; le persone sono finite spesso sui giornali. Per difenderci dalla
polizia abbiamo dovuto filmarci tra di noi, e questa cosa a molti di noi non era
mai successa prima. Siamo abbastanza sicuri di quello che affermiamo, abbiamo
numerosi elementi per dire che certi tagli sono abusivi e che ci sono molte
irregolarità, quindi il conflitto proviene da questa consapevolezza. Il nostro
dissenso è stato censurato e punito prima con il diritto amministrativo e poi
con quello penale; ed è abbastanza inedito il fatto che in alcuni casi – come
per le contestazioni di settembre 2024, quando sono partiti i lavori – siano
stati avviati due procedimenti in contemporanea, una multa e una denuncia penale
per violenza privata in concorso. Anche le modalità in cui è stato ricevuto
l’avviso di garanzia sono strane: lo hanno consegnato a mano, a casa di
trentanove persone, la maggior parte incensurate. L’avviso di garanzia stesso è
formulato in modo anomalo, perché riporta molti dettagli, ed è una cosa che di
solito non si fa. Potevano anche mandarcelo in seguito, ma hanno voluto dare un
segnale preciso: volevano beccarci tutti nello stesso giorno, non a caso, il
giorno prima dei tagli fatti al boschetto, dove hanno abbattuto novanta alberi.
L’idea che ci siamo fatti è che, se avessimo bloccato questo progetto, ci
sarebbero state ripercussioni anche sugli altri progetti Pnrr in città. Non
volevano permetterlo».
A novembre 2025 l’assessore Carretta ha dichiarato che i lavori sono in ritardo
a causa delle contestazioni, ma stanno procedendo e si concluderanno nei primi
mesi del 2026. Poteva andare diversamente? E come state andando avanti?
«Probabilmente bisognava muoversi molto tempo prima e avere delle strategie più
precise; ma, forse, non ci si è subito resi conto della gravità della cosa.
Magari, sulle strategie di resistenza, ci si poteva confrontare con le altre
lotte simili sul territorio nazionale, e si potevano tentare azioni più incisive
sin dall’inizio; ma bisogna anche considerare che non tutte le persone che
facevano parte del comitato originario erano abituate a praticare forme di
opposizione conflittuali. Oggi il comitato continua a muoversi – come sempre –
su più fronti: a ottobre abbiamo inviato una diffida all’Ente parco, per
impedire l’estensione dei lavori nell’area della riserva naturale. Anche i
monitoraggi, le assemblee e le altre iniziative pubbliche non si sono mai
fermate». (alessandra ferlito)
AZIONE DI FOOD NOT BOMBS
Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113,
Torino
(sabato, 7 marzo 13:30)
Unisciti alla prossima azione di Food Not Bombs, movimento internazionale
decentralizzato e autogestito che recupera cibo invenduto per distribuire
gustosi pasti vegani in strada!
Si comincia con la recupera nei mercati locali nel primo pomeriggio, poi ci si
aggrega a Manituana per cucinare, e la sera si distribuisce quanto preparato.
Non è richiesta nessuna competenza specifica, solo voglia di stare assieme e
fare qualcosa di concreto!
Data la concomitanza col corteo NUDM, per questa azione ci divideremo in due
gruppi per il tempo centrale: uno cucinerà a Manituana mentre l’altro porterà
una merenda solidale (tè, cioccolato, frutta…) in piazza. Le attività di
recupera e di distribuzione in strada si svolgeranno rispettivamente prima e
dopo il corteo.
Considerando l'emergenza freddo, per le azioni invernali chiediamo anche, per
chi può, di portare coperte e vestiti pesanti da distribuire in strada. Ti
aspettiamo!
p.s. non esitare a chiedere maggiori informazioni attraverso la pagina instagram
(@foodnotbombs_torino) o la email (foodnotbombsaugustataurinorum@yahoo.it)!
LETTURA DELL’OPUSCOLO DI NOTE SUL REATO DI DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO
Nel luglio 2025 veniva alle stampe l’opuscolo “Il conflitto e il suo rimosso”. A
due anni dal corteo del 4 Marzo 2023, che attraversava il centro di Torino al
fianco di Alfredo Cospito compagno anarchico ai tempi in sciopero della fame
contro il regime del 41bis e l’ergastolo ostativo, quello che tenta di fare
questo testo è ragionare attorno al reato di devastazione e saccheggio,
utilizzato in questo caso per reprimere la piazza torinese solidale con Alfredo
e la lotta che aveva intrapreso.
In vista dell’avvicinarsi della sentenza di primo grado dell’operazione City,
tracciare un breve percorso storico di come le procure usino lo strumento
repressivo dell’art. 419 c.p. in differenti contesti e per reprimere specifiche
lotte – da quelle di strada a quelle nei luoghi detentivi -, può permetterci di
osservare la realtà con sguardo attento e immaginare possibilità nuove per
fronteggiare le lame sempre più affilate della controparte.
Ascolta qui:
“Più una minoranza è circondata dalla pace sociale, più deve trovare in se
stessa le proprie forze, preservandole per la ripresa del conflitto. Solo che la
forza rivoluzionaria, non è qualcosa che si accumula e che si custodisce
gelosamente in cassaforte per tempi migliori. Resta tale solo in esercizio.”
(disegno di escif)
Il 20 gennaio le pagine torinesi del Corriere della Sera annunciano una proposta
di legge depositata da una consigliera di Fratelli d’Italia in Consiglio
regionale. La proposta prevede di riformare i corpi di polizia municipale
affinché i vigili abbiano più responsabilità nella tutela dell’ordine pubblico e
nel mantenimento della sicurezza nei “quartieri più degradati”. L’articolo
menziona l’idea di organizzare i corpi di municipale come reparti mobili,
renderli complementari alle altre forze dell’ordine e arricchire la loro
dotazione con dispositivi di protezione e antisommossa “per gli interventi a
rischio”. Accanto compare un’intervista a Marco Porcedda, assessore alla
sicurezza della Città di Torino. In merito alla proposta della destra Porcedda
commenta: “Siamo contenti che si riconoscano come spunto esperienze che nella
polizia municipale di Torino esistono da tempo e funzionano”. Il giornalista
chiede se i “reparti speciali” della municipale esistono già a Torino. “Sì, come
il reparto informativo sicurezza e integrazione – risponde l’assessore – che fa
controlli itineranti e verifica insediamenti nomadi e aree occupate”. Porcedda,
tenente e colonnello dei carabinieri, è assessore della giunta del sindaco Lo
Russo, sostenuta, tra le forze politiche principali, dal Partito democratico e
da Sinistra ecologista.
Conosco l’esistenza di un reparto speciale della municipale che si occupa di
vessare persone senza casa, abitanti di baracche e altri marginali grazie ai
racconti di Manuela Cencetti. Manuela per anni ha portato solidarietà a chi vive
nei campi, ha supportato le loro lotte e ha raccontato le violenze dei vigili e
dei funzionari istituzionali durante chiacchierate informali, in articoli e in
un film fondamentale come La versione di Jean, realizzato insieme a Stella
Iannitto e Jean Diaconescu. Di recente Cencetti ha scritto un piccolo libro,
altrettanto importante, edito da Eris: Sgomberi dolci. La violenza contro chi
vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative. Nel libro trovo un
passaggio sul corpo speciale della municipale che tanto rende orgoglioso
Porcedda: “Nel 1982 viene istituito il Nucleo Nomadi della Polizia municipale,
una vera e propria polizia etnica ‘specializzata’ in Rom, Sinti e Caminanti. Nel
2018 la giunta Cinque Stelle (sindaca Appendino) cambia la denominazione nella
più politicamente corretta Reparto Informativo Minoranze Etniche. Nel 2022 la
giunta Pd (sindaco Lo Russo) rinomina lo stesso reparto Reparto Informativo
Sicurezza Integrazione. I media e quotidiani locali torinesi utilizzano tuttora
negli articoli la più pedestre espressione Nucleo Nomadi nel descrivere agenti
che da oltre quarant’anni si occupano di censire, identificare, inseguire,
multare, cacciare e sgomberare dallo spazio urbano migliaia di persone
‘indesiderabili’ rom, o etichettate come tali”.
Il libro di Cencetti è una piccola storia della cancellazione di baracche,
abitazioni di fortuna e occupazioni negli ultimi quindici anni a Torino.
L’operazione più importante – per energie impiegate, denaro speso e violenza
esercitata – è lo sgombero del campo di Lungo Stura Lazio (2015), ma si
menzionano anche le operazioni per smantellare l’occupazione dell’Ex-Moi (2019),
il campo di via Germagnano (2020) e gli insediamenti in piazza d’Armi prima di
Eurovision (2022). Dal racconto emergono due linee tendenziali che mi paiono
descrivere bene la gestione dell’ordine sociale in un regime capitalistico
odierno, o neoliberale: la distinzione, in base a criteri comportamentali, tra
chi merita e chi non merita di ricevere forme di supporto e assistenza dopo lo
sgombero coatto; il coinvolgimento del terzo settore e delle fondazioni bancarie
nella gestione dell’ordine pubblico.
Per la distruzione del campo lungo la Stura la Città di Torino creò un progetto
– La città possibile – che si sviluppò, scrive l’autrice, “secondo una logica
che nei documenti ufficiali viene grottescamente definita di welfare universale
selettivo, tramite cui si giustifica la preselezione a monte dei beneficiari” di
misure effimere di supporto sociale e lavorativo. Solo i nuclei familiari
selezionati potevano accedere a soluzioni abitative temporanee e il merito era
misurato “attraverso l’adozione […] di determinati comportamenti, a cui
corrispondono alternative abitative diversificate: inclusione abitativa in
alloggio sul mercato privato; housing sociale temporaneo; alloggio di supporto
fragilità; co-housing sperimentale; autorecupero; rimpatri volontari assistiti
in Romania”. Così comunità di centinaia, a volte migliaia di abitanti, sono
erose al loro interno grazie ai principi selettivi: i meritevoli accedono a
supporti effimeri, i legami sociali tra i componenti del campo di disfano, gli
immeritevoli attendono l’arrivo di ruspe e Celere tra le baracche rimaste in
piedi.
La gestione dei progetti e dei meccanismi selettivi – ed è la seconda linea
tendenziale – è appaltata al terzo settore o alla regia delle fondazioni di
origine bancaria. Il progetto La città possibile era governato, tra gli altri,
da Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti e Stranaidea: tutte entità
impegnate nel sociale, umanitarie, e al contempo erogatrici di servizi di un
welfare frammentato, privatizzato, reso precario e sottoposto a logiche
aziendali. L’operato della filantropia e del terzo settore benevolente mostra
allora due risvolti materiali. Il primo è quello di allentare i legami sociali e
favorire l’agibilità del conclusivo intervento della forza pubblica; il secondo
è quello di edulcorare uno sgombero e presentarlo come pratica umanitaria,
attenta ai diritti, dunque moralmente accettabile, anzi auspicabile. Così, in un
complessivo sovvertimento del senso, a Torino gli sgomberi sono dolci, la
violenza è umanitaria e la filantropia collabora a relegare i soggetti soccorsi
in una condizione di paria senza diritti.
Le distruzioni e gli smantellamenti raccontati da Cencetti hanno costretto i
marginali a costruire nuovi campi di fortuna, a vivere in camper parcheggiati in
strada, oppure a occupare case vuote e inagibili in edifici di edilizia
residenziale pubblica. Questo ha permesso alle varie forze politiche di
perpetrare una nuova, più recente e capillare guerra ai poveri, e ottenere
conseguenti consensi elettorali. Le misure repressive operate contro le persone
che vivono in camper e contro gli occupanti di case compongono le ultime pagine
del libro e meritano qui alcuni, ulteriori approfondimenti.
Maurizio Marrone è un esponente di Fratelli d’Italia, ha ricoperto la carica di
assessore regionale in questa legislatura e nella precedente, e la sua nostalgia
per il fascismo è seconda soltanto al suo ossessivo arrivismo. Nel 2020 Marrone
ha proposto un emendamento al regolamento regionale sul turismo itinerante.
L’emendamento, poi approvato, prevede il “sequestro amministrativo del mezzo
mobile di pernottamento” per chi sosta con camper e roulotte in aree non
autorizzate. Era una manovra volta a colpire reietti e indesiderati cacciati dai
campi. Cinque anni dopo, il 29 marzo 2025, l’assessore cittadino alla sicurezza
– sempre Porcedda – era ospite in un dibattito pubblico presso la sala incontri
della parrocchia Regina Maria della Pace in Barriera di Milano. Qui l’assessore
discettava di sicurezza urbana insieme al parroco e al presidente di
circoscrizione di Fratelli d’Italia. In quell’occasione Porcedda ha annunciato
di voler proporre alla Regione una modifica del regolamento «contro il
camperismo e il nomadismo». La variazione di Porcedda è stata accolta e
dall’estate del 2025 è possibile disporre la “confisca amministrativa” dei
veicoli colti in sosta prolungata. Porcedda ha dunque suggerito l’inasprimento
dell’emendamento di Marrone: prima i mezzi erano custoditi in modo provvisorio,
adesso invece l’autorità pubblica può privare in via definitiva una famiglia del
camper o del furgone in cui vive.
Da tre anni la giunta torinese è impegnata a sostenere una campagna di sgomberi
degli appartamenti occupati nelle palazzine di edilizia residenziale pubblica.
Si tratta di una competizione – tra la sinistra al governo in città e la destra
al controllo della regione – a chi è più abile a dare la caccia ai poveri. In
un’audizione del 21 ottobre 2024 realizzata dalla “Commissione parlamentare di
inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e
delle periferie” Porcedda riferisce delle “occupazioni abusive da parte di
determinate etnie particolari di alloggi tendenzialmente di edilizia pubblica”.
L’assessore sostiene che la Città collabora con “la Polizia municipale, che nel
tempo ha strutturato una squadra che si occupa principalmente di polizia
abitativa, per cui è molto sul pezzo, molto presente per quanto riguarda la
mappatura e il monitoraggio costante delle occupazioni”. Grazie a questo
monitoraggio Porcedda individua “tre tipologie di occupazioni differenti”. La
prima “è quella meno problematica, che è la tipica occupazione da parte di
nuclei familiari in difficoltà, che non creano problematiche particolari né dal
punto di vista dell’integrazione, né dal punto di vista dei riflessi esterni”.
La seconda categoria riguarda “etnie genericamente africane subsahariane, che
creano difficoltà dal punto di vista della concentrazione di dinamiche legate a
spaccio di sostanze stupefacenti, però nei dintorni dell’occupazione
generalmente non creano particolari risvolti esterni sull’ordine e la sicurezza
pubblica”. Infine, afferma Porcedda, la terza tipologia concerne “le occupazioni
messe in atto da famiglie nomadi, che portano sia una percezione che un reale
aumento di alcune dinamiche di microcriminalità nell’area circostante, che ci
vedono più presenti dal punto di vista dell’intervento, soprattutto con un altro
nucleo che la Polizia municipale di Torino ha sviluppato nel tempo, che è un
Reparto di sicurezza integrata che si occupa esclusivamente di nomadi”.
Queste ultime affermazioni dell’assessore alla sicurezza costituiscono un
documento storico rilevante. Le istituzioni distinguono le occupazioni in base
alle “etnie” e ai comportamenti, decidono che i gruppi più pericolosi sono le
“famiglie nomadi” e di conseguenza procedono a sgomberi che lasciano in strada
donne e minori senza offrire alcuna soluzione effettiva. Inoltre l’assessore
riconosce l’esistenza di un nucleo di polizia che si dedica “esclusivamente” a
una comunità di persone definite “nomadi”. Si palesa qui il razzismo
consustanziale all’amministrazione cittadina e a tutte le forze che la
compongono. Ancora, emerge netto lo smantellamento delle politiche sociali: al
loro posto s’organizzano pratiche coercitive di ordine pubblico nel distratto,
complice silenzio della società civile torinese.
Senza l’annoso lavoro di documentazione e critica elaborato da Cencetti sarebbe
davvero arduo, se non impossibile, ricostruire le forme di discriminazione che
connotano le diverse compagini politiche in città. Le ricerche sul campo come
quella restituita da Sgomberi dolci hanno il merito di svelare che le politiche
discriminatorie non sono appannaggio della sola destra, ma sono radicate nei
modi di pensare e di agire della sinistra di governo. Questo svelamento è
fecondo perché rende impraticabile la possibilità di nascondersi in una
rassicurante ingenuità, di rifugiarsi nella speranza di costruire un argine
contro le destre. Sappiamo che l’alternativa governativa alla Lega o a Fratelli
d’Italia è altrettanto discriminatoria e razzista, per quanto più ipocrita e
abile a celarsi dietro un apparato discorsivo umanitario. Ogni forma di
solidarietà e pratica politica deve fare i conti, adesso, con questa
consapevolezza. (francesco migliaccio)
PRENDIAMOCI UNO SPAZIO : CERCHIO DI CONDIVISIONE EMOTIVA
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(lunedì, 2 marzo 17:30)
Considerando le tantissime chiacchiere che ci sono state attorno al corteo del
31 gennaio a Torino, abbiamo sentito l’esigenza di dar vita a un momento di
condivisione emotiva sia su quanto è successo quel giorno, ma anche più in
generale sulle piazze dell’autunno e sulla conseguente ondata di repressione.
L'obiettivo è darci uno spazio per condividere il modo in cui ci siamo sentite e
poi per immaginare nuove pratiche per stare insieme negli spazi.
Sabato 28 febbraio
Cena sovversiva
benefit “una nuova casa per la FAT!”
ore 20 in corso Palermo 46
menù vegan
prenotazioni antimilitarista.to@gmail.com
Qui il testo dell’appello:
www.anarresinfo.org/una-nuova-casa-per-la-fat/
Martedì 24 febbraio h9 le compagne e i compagni imputati nell’operazione City
hanno chiamato una presenza solidale dentro e fuori il Tribunale di Torino, in
occasione di una delle ultime udienze dell’istruttoria dibattimentale del
processo che vede oltre 70 persone imputate per il corteo del 4 marzo 2023.
Un corteo conflittuale che aveva attraversato le strade di Torino, contro il
regime di 41-bis e l’ergastolo ostativo come forma di tortura di Stato e in
solidarietà con Alfredo Cospito, compagno anarchico detenuto in regime di 41-bis
e, in quel periodo, in sciopero della fame da oltre cinque mesi. Infatti,
l’ennesimo rigetto della Corte di Cassazione rispetto alla richiesta di revoca
del 41-bis si stava di fatto configurando come una vera e propria condanna a
morte per Alfredo e questo portò una nutrita assemblea pubblica al lancio del
corteo del 4 marzo.
A seguito di quel corteo, nell’aprile 2024 la Procura di Torino ha avviato
l’operazione repressiva denominata “City”: quasi una trentina di persone sono
state accusate di devastazione e saccheggio (art. 419 c.p.) in concorso con
ignoti, sulla base di una ricostruzione della Procura che parla di una presunta
premeditazione e di un fantomatico impianto paramilitare. Emerge come ulteriore
elemento di sperimentazione da parte della procura, l’utilizzo dell’articolo 115
c.p. (il cosiddetto “quasi-reato”) nei confronti delle persone fermate prima del
corteo, alle quali viene attribuita l’intenzione di commettere il reato di
devastazione e saccheggio per il solo fatto di stare andando alla
manifestazione.
Ne abbiamo parlato con una imputata dell’operazione City.
Oggi è fondamentale parlare del reato di devastazione e saccheggio non solo per
esprimere solidarietà all3 imputat3, ma perché si tratta di uno strumento
repressivo dal carattere chiaramente punitivo ed esemplare, utilizzato come
monito in contesti molto diversi. Viene impiegato per colpire e punire rivolte e
forme di resistenza nei CAS, nelle carceri e nei CPR, come nel caso della
rivolta dell’estate 2024 nel carcere minorile di Torino Ferrante Aporti. A
partire dal corteo del 4 marzo 2023, il reato di devastazione e saccheggio viene
sempre più spesso utilizzato per reprimere in modo durissimo le mobilitazioni di
piazza più conflittuali: è il caso dell’indagine aperta a Genova,
dell’operazione Ipogeo a Catania, fino ad arrivare persino alle ipotesi di
devastazione riportate dalle veline della questura per il corteo del 31 gennaio
a Torino.
I prossimi appuntamenti:
24 febbraio h9 (puntuali) presenza solidale con l3 imputat3 dell’operazione
City, dentro e fuori dal tribunale (aula maxi 3)
27 febbraio h18 BlackOut House – presentazione dell’opuscolo “Il conflitto e il
suo rimosso”, discussione a partire dal reato di devastazione e saccheggio e
aggiornamento sull’operazione City
(archivio disegni napolimonitor)
Esattamente due mesi fa la città di Torino si è svegliata con un quartiere
completamente blindato, tre scuole chiuse e un luogo di aggregazione sociale e
politica in meno. La mattina del 18 dicembre la palazzina di corso Regina
Margherita 47, che ospitava da quasi trent’anni il centro sociale Askatasuna, è
stata sgomberata su indicazioni arrivate direttamente dal ministro dell’interno
Piantedosi con un’operazione muscolare e violenta, buttando per strada le sei
persone che vi vivevano e distruggendo, nelle ore successive, l’interno della
struttura.
Mercoledì 18 febbraio – due mesi dopo questo sgombero – i torinesi scoprono
dalle pagine de La Stampa che un altro luogo di socialità e di promozione della
cultura smetterà presto di esistere nella loro città. L’associazione culturale
Comala, che attualmente gestisce gli spazi della caserma La Marmora in corso
Ferrucci 65, verrà sostituita da una cordata di associazioni con a capo Social
Innovation Teams (SIT d’ora in poi); la cordata ha vinto il bando per ottenere
la concessione dalla circoscrizione di zona per i prossimi dieci anni.
Dal 2020, infatti, la concessione era scaduta e da allora l’associazione Comala
ha gestito gli spazi in proroga, in attesa che fosse emesso un altro bando. Nel
frattempo, l’associazione ha più volte risistemato i locali della caserma,
ampliando lo spazio adibito ad aula studio e mettendolo a disposizione
gratuitamente ad associazioni e gruppi informali; ha, inoltre, ripiantato l’erba
sul prato davanti alla caserma, ha ristrutturato le sale prova e insonorizzato
un’altra sala, dove le sere d’inverno si tengono concertini e spettacoli di
stand-up comedy. Si è dunque presa cura di uno spazio pubblico, rispondendo ai
bisogni di un quartiere popolato e frequentato da moltissimi studenti (data la
vicinanza al Politecnico di Torino), ma privo di biblioteche e spazi culturali e
di socialità gratuiti. Negli ultimi cinque anni l’associazione ha anche
organizzato momenti di socialità come le pastasciutte antifasciste e ha accolto
il progetto di sport popolare “Comala FC – footbal and cricket”, rafforzando il
radicamento di questa realtà sul territorio.
Soprattutto Comala si è schierata contro il progetto di costruzione di
un ipermercato Esselunga nel parco confinante Artiglieri da Montagna, un
progetto che inizialmente prevedeva, tra l’altro, il passaggio di una strada
proprio sul giardino interno della caserma. L’associazione ha contribuito alla
nascita di Essenon, comitato che dal novembre del 2021 monitora l’evoluzione del
piano di Esselunga e organizza iniziative per sensibilizzare il quartiere sugli
effetti della costruzione di un supermercato sull’unica area verde della zona.
Nel corso degli anni il comitato ha organizzato assemblee pubbliche molto
partecipate, volantinaggi nei mercati di zona, biciclettate tra le vie del
quartiere, feste sul parco, sfilate di carnevale, manifestazioni e momenti di
confronto con la circoscrizione. Tali momenti hanno svelato il totale
asservimento dell’attore pubblico agli interessi di quello privato e la sua
incapacità di schierarsi contro un progetto datato e dannoso. Per esempio, nel
consiglio circoscrizionale aperto richiesto da Essenon nel gennaio 2024, i
consiglieri si erano limitati a dire che non si poteva più tornare indietro e
che l’unica via percorribile era monitorare le compensazioni.
Comala, infine, è stata l’unica associazione nel panorama del terzo settore
torinese a esprimere pubblicamente il sostegno alle (ex) lavoratrici
dell’associazione Eufemia, licenziate in tronco nel 2024 dopo avere scioperato a
oltranza per quarantadue giorni per ottenere migliori condizioni di lavoro e
aver denunciato molte storture del lavoro sociale e di cura in città. Proprio
Eufemia, che condivideva gli spazi dell’ex caserma La Marmora con Comala, è
parte della cordata di associazioni vincitrici del nuovo bando. SIT, capofila
della cordata, si presenta sul suo sito come “la community non profit per
progetti e startup a impatto sociale e ambientale” che organizza eventi “dove la
Community di SIT viene riunita: startup, student-, imprenditor- sociali e
chiunque sia appassionato di innovazione sociale e sostenibilità”. Tra le varie
startup del gruppo SIT emerge Escape 4 Change. Secondo la descrizione fornita
dal sito, Escape 4 Change “cerca di migliorare concretamente il mondo attraverso
le esperienze di intrattenimento immersive e cooperative”. Il project leader di
questa startup è lo stesso direttore di SIT ed è anche l’ex presidente di
Eufemia: l’associazione che ha licenziato le sue lavoratrici in tronco dopo
averle sottopagate e demansionate.
In un’intervista rilasciata a La Stampa del 18 febbraio Paolo Landoni,
presidente di SIT e professore ordinario di Ingegneria gestionale e della
produzione al Politecnico di Torino, afferma che rispetto alle attività svolte
finora da Comala “si può fare di più […]. Abbiamo delle idee per portare un
arricchimento ai giovani che lo frequentano che non cercano soltanto svago e
intrattenimento, ma anche prospettive”. Interpellato sulle prospettive future,
il presidente chiarisce che la promozione degli spazi passa da imprenditorialità
e innovazione sociale – termine dal significato nebuloso ma molto alla moda nel
terzo settore, e non solo. Si intuisce quindi che l’organizzazione di eventi
sociali, culturali e politici che hanno caratterizzato la programmazione di
Comala nel corso degli anni e che sono sempre stati gratuiti, passerà in secondo
piano. Sarà, invece, privilegiato lo sviluppo di startup e varie forme di
imprenditoria sociale, con il rischio di distruggere la comunità – e non la
“community” – che Comala ha costruito nel corso degli anni. L’accessibilità ai
futuri eventi che si terranno nella caserma non sarà sempre garantita e questo
risulta evidente da un verbale – datato 10 febbraio – del “Gruppo di lavoro
interdivisionale per la concessione di immobili a enti e associazioni senza
scopo di lucro”, un ente dove siedono i rappresentanti delle circoscrizioni e di
alcuni dipartimenti per la gestione dei servizi della Città. Come si riporta nel
verbale, “gli spazi di aula studio e area esterna continueranno a essere
fruibili da tutti mentre alcune attività non saranno del tutto gratuite”.
La scelta di assegnare gli spazi a una nascente cordata di associazioni a
discapito di chi li gestisce ormai da quindici anni risulta decisamente
politica: la vittoria del bando non c’entra nulla col fantomatico “merito”. La
nuova assegnazione, per quanto non abbia le modalità che hanno portato allo
sgombero di Askatasuna, rientra nella stessa logica di sottrazione degli spazi
di aggregazione sociale dal basso. La decisione è in linea con le politiche che
stanno cambiando i quartieri di Cenisia e San Paolo, in cui è molto forte la
spinta del Politecnico verso l’imprenditoria e la trasformazione di vari spazi
in “incubatori” di startup, come quello già presente nelle vicine OGR. In
parallelo rimane, invece, inascoltata da parte della Città e della
circoscrizione la domanda di luoghi di socialità e abitazioni a basso costo. La
fine della gestione degli spazi dell’ex caserma La Marmora da parte di Comala si
configura, di fatto, come uno sgombero per via amministrativa. Celandosi sotto
la maschera dell’innovazione sociale e dell’imprenditoria, questa operazione
apre la strada a una gentrificazione aggressiva che spazza via relazioni
consolidate e progetti nati dal basso. (francesca ru)
di Network Antagonista Torinerse Questa mattina (19 febbraio), con un’operazione
di polizia all’alba sono stati notificati 5 arresti domiciliari e 12 obblighi di
firma ad altrettanti compagni e compagne come …