ZUT FESTIVAL!
Radio Alice Chieri - Via Avezzana 24, Chieri
(sabato, 12 settembre 17:00)
🎙️ ZUT! Festival arriva a Chieri.
Due giorni per incontrarsi, discutere, ascoltare, ricordare e immaginare
insieme.
📅 12–13 settembre 2026
📍 Via Avezzana 24, Chieri
📆Sabato 12/09 h.17-23
H 18.30 Talk inaugurazione mostra fotografic a sulla memoria
delle vittime della st rage fascist a del 18-20 dicembre 1922 a Torino.
H 20 Concerto in acustico con panini e bevande
📆Domenica 13/09 h. 17-23
H 17-23 Mostra fotografica, attività e laboratori
per tutte le età!
H 19.30 Presentazione nuova stagione di Radio Alice Chieri
H 20 Jam Session in acustico con panini e bevande
Un festival che mette al centro memoria, cultura e partecipazione, perché
conoscere il passato è il primo passo per costruire il futuro.
🔴Ingresso con tessera arci
Tag - torino
TENIAMO INTERNET LIBERA
Radio Blackout 105.250 - Via Cecchi 21/a, Torino
(venerdì, 11 settembre 19:00)
Il collettivo Autistici/Inventati chiude dopo 25 anni di attività, dopo esser
stato inserito, il 26 agosto, tra le organizzazioni terroristiche mondiali dal
governo USA. L'accusa è quella di fornire infrastrutture digitali a movimenti e
militanti, in USA come in Europa e nel resto del mondo.
L'inserimento nella lista di organizzazioni terroristiche avviene per decisione
amministrativa e comporta l'esclusione dai circuiti finanziari. Il dominio
autistici.org è stato cancellato pochi giorni dopo la decisione.
Cerchiamo di ricapitolare cosa è successo, quali conseguenze possano avere le
forme di repressione utilizzate e di immaginare come costruire insieme nuovi
strumenti.
A Torino un convegno con Roberto Vannacci è stato riconosciuto dalla Questura
come aggiornamento professionale per i poliziotti. Il questore è annunciato per
i saluti. Il SILP CGIL chiede la …
CINEFORUM EVIL DEAD(1981)
Piazza Santa Giulia - Piazza Santa Giulia, 10124, Torino
(lunedì, 14 settembre 20:00)
SUPPORT YOUT LOCAL FILM-MAKERS!
siamo un collettivo di ame che stanno realizzando un film a budget 0 da ormai un
paio di anni, proietteremo EVIL DEAD (1981) nel nostro spazio abitativo con
l'obbiettivo di raccogliere qualche soldino per un microfono, costumi e simili.
ingresso a offerta libera, bar a prezzi popolari
Troverai: Birrette, Amari homemade dalle ame, presa bene
vi aspettiamo!
ps: viva il cinema lowbudget
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri)
Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui,
tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi
e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le
merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi
di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e
stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici.
Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli
arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici
improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In
mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli,
bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che
intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le
loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se
non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico.
È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo
queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo
allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del
Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e
loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono
la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate
dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e
divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati –
incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per
celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno
scopo più alto, legato alla morale del tempo.
In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne
circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo
era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato
gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi
dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe,
accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano
all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di
Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza
di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di
modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce
che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere
l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e
successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e
severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e
gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani
e in quelle dello stato sabaudo.
Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale
della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città
commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato.
In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la
cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto
competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi
rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e
“i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i
mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le
guardie, in divisa e munite di armi di repressione.
Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza
dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello
scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato
un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un
venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato
su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su
sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme
di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere,
le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto.
Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri
giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo
mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene
minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante
vengono confiscate delle ceste d’uva.
Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in
mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente
vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare
e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del
Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici,
accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola
fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza
affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati
dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi
dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se
ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio
diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda:
un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso.
Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato
iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del
Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a
loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti,
espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli
altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori
d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui
comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente
quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti
della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini
“di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il
secolo.
L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli
studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona
parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi;
visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che
non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a
colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale
al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né
visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci
qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con
le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a
danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le
ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate
e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione,
organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere
cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le
politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in
questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo
modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti
ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace.
Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto
al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi.
All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori
informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a
garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia
locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze
centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e
turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi
illustri della cultura torinese.
È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin,
riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della
polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori
abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi
visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività
illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro
invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo,
Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita
l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e
le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con
pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che,
spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che
espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica
agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano.
Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli
sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri
musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza
San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in
altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio
davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del
libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli
abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di
visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi
sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad
aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi
però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna.
In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il
compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle
immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le
foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di
questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti
sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è
solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e,
finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco,
ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a
trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione
tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i
democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per
distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano
precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”.
In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi
parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza
autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro
esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le
scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere
fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto
celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale
intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
COMPLOTTI DI FERRAGOSTO 2-PARTE
Associazione Clapie - frz. Cels Moliere 58 Exilles(TO)
(lunedì, 17 agosto 17:30)
COMPLOTTI DI FERRAGOSTO
Passando dagli "Epstein Files" e ritornando su gli usi politici di
"complottismo" e "fascismo" per capire la quarta rivoluzione industriale (Data
Center, AI, Cibernetica nei campi come in guerra)
Con Stefania Consigliere, Maddalena Gretel Cammelli, Elisa Lello, Cecilia
Vergnano... (Antropologhe/Sociologhe)
17 AGOSTO H 17:30 - 2 PARTE
Ritrovo al circolo "Amici del Cels" per dibattito e merenda sinoira
COMPLOTTI DI FERRAGOSTO 1-PARTE
Associazione Clapie - frz. Cels Moliere 58 Exilles(TO)
(venerdì, 14 agosto 10:00)
COMPLOTTI DI FERRAGOSTO
Passando dagli "Epstein Files" e ritornando su gli usi politici di
"complottismo" e "fascismo" per capire la quarta rivoluzione industriale (Data
Center, AI, Cibernetica nei campi come in guerra)
Con Stefania Consigliere, Maddalena Gretel Cammelli, Elisa Lello, Cecilia
Vergnano... (Antropologhe/Sociologhe)
VENERDI 14 AGOSTO H 10:00 - 1 PARTE
Ritrovo a Clapie per passeggiata nei castagneti con caffè, focacce e
chiacchierata
LUNEDÌ 17 AGOSTO H 17:30 - 2 PARTE
Ritrovo al circolo "Amici del Cels" per dibattito e merenda sinoira
Il Corriere della Sera suggerisce che i due giovani tedeschi arrestati in Val di
Susa sarebbero vicini ad Askatasuna anche perché hanno nominato come legale
Gianluca Vitale. L’avvocato replica con …
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Sandro,
lavoratore in università di Torino iscritto al sindacato di base CUB. Con lui
abbiamo commentato quanto riportato nel loro ultimo comunicato:
“La gestione del cambio d’appalto per i servizi di portierato e supporto
logistico dell’Università di Torino è inaccettabile. Tra proroghe infinite e
totale mancanza di comunicazioni ufficiali, i lavoratori si trovano ad
affrontare un momento delicato basandosi solo su voci di corridoio.
Ricordiamo alla nuova azienda subentrante che esistono diritti che NON possono
essere messi in discussione:
Salvaguardia del contratto e dell’anzianità
Mantenimento delle mansioni
Nessuna riduzione di ore o stipendio“
Buon ascolto
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Il secondo argomento della puntata è stato quello dei controlli dell’Ispettorato
del Lavoro, infatti in compagnia telefonica di Valeria, Ispettrice iscritta al
sindacato USB, siamo andati a discutere su come vengono fatti i controlli, con
che limiti e come si potrebbero migliorare le cose. Abbiamo voluto fare questo
approfondimento per fare capire in quali condizioni versa questo istituto, che
se organizzato e finanziato meglio di come lo è allo stato attuale, potrebbe
essere davvero efficace per sgominare situazioni criminogene o rischiose per chi
lavora e per la popolazione in generale.
Buon ascolto
(collage di stefania spinelli)
Mercoledì 10 giugno in piazza della Repubblica, sera. Sono alla tettoia dei
contadini. La tettoia ospita ogni mattina il mercato dei contadini che giungono
dalle campagne della cintura metropolitana. Oggi è il primo giorno del Festival
di Porta Palazzo, una celebrazione dell’aura culturale del quartiere organizzata
dalla Città di Torino. Leggo dal programma: “Un’occasione per condividere
storie, sapori e tradizioni, valorizzando la ricchezza culturale che
caratterizza Porta Palazzo”. Questa sera si prevede una “cena delle comunità”,
ovvero “un appuntamento pensato per favorire il dialogo e la convivialità tra le
numerose realtà che animano quotidianamente il quartiere”. Ci sono due lunghi
tavoli apparecchiati sotto la tettoia e intorno sono poste, come confine, delle
grate. Su ogni grata sono appesi dei pannelli che appartengono alla campagna
pubblicitaria dedicata ai mercati urbani. Queste pubblicità sono rivolte agli
avventori, io sto al di fuori del recinto e vedo solo il dorso bianco. Quello
che accade oltre le barriere è visibile tra gli interstizi. Un ingresso è
presidiato dalla polizia municipale, l’altro dallo staff del festival che
controlla gli inviti. I guardiani dell’ingresso dicono che hanno accesso alla
cena solo i venditori e gli operatori del mercato, ma io vedo anche i soliti
volti del terzo settore di quartiere, un accademico, politici locali. Al di là
del recinto ecco apparire Chiavarino, assessore al commercio. È intervistato da
una tv locale: muove le braccia in ampi circoli e mostra all’occhio meccanico
una sequenza cangiante di espressioni eloquenti con occhi spalancati e bocca
allargata. Gli avventori hanno preso posto e la cena inizia: arrivano le prime
portate.
Giovedì 11 giugno, sera a Porta Palazzo. Adesso sotto la tettoia il festival
propone un dj set in collaborazione con il Kappa Future Festival. Si vendono
panini con carne di maiale, birre, spritz, mojito. Non ci sono più le grate, ora
i passanti possono liberamente accedere allo spazio attraversato dai suoni
diffusi dalle casse. Di fronte alla tettoia c’è una pescheria costosa che
propone anche un servizio di ristorazione. Un tempo la pescheria aveva il banco
presso il mercato ittico della piazza, ma anni fa ha lasciato quel luogo e ha
aperto il locale qui, al piano terra del social housing di Compagnia di San
Paolo. Vedo bodyguard di un’azienda di sicurezza: controllano l’area del dj set
e redarguiscono chi beve birre in bottiglia; si possono bere solo le bibite
vendute allo stand. L’azienda dei bodyguard si chiama SIVIS Security & Facility
Management. Due auto della SIVIS, poste di traverso rispetto alla carreggiata,
chiudono la strada che circonda la tettoia. Non c’è la polizia municipale. La
classe sociale dei giovani che ballano e consumano è davvero omogenea e poco ha
a che vedere con le persone giunte da oltremare che ancora vivono qui o
frequentano il mercato durante il giorno.
Venerdì 12 giugno, tardo pomeriggio. Sotto la tettoia dei contadini è stato
montato uno schermo. Sarà proiettato un film su una mercante di Porta Palazzo,
film fiabesco e rasserenante molto apprezzato dalle istituzioni. In fondo,
accanto ai bagni, è stato allestito un buffet con vini e pietanze che verranno
servite poco prima della proiezione. Gli addetti del catering mandano via più
volte una donna con una lunga gonna colorata che si avvicina al cibo, la
scacciano come si fa con le mosche. La proiezione è introdotta da un dibattito
con accademici e dirigenti di enti culturali cittadini. Anche Chiavarino,
l’assessore al commercio, intrattiene il pubblico presente. «Porta Palazzo è un
luogo iconico della nostra città – esordisce –. Un luogo legato al sistema del
commercio, delle bancarelle belle, colorate, piacevoli o dei negozi
prospicienti. È un luogo straordinario dove la cultura è caratterizzata dalle
genti, dai rapporti umani, dai rapporti negoziali e commerciali, dalle etnie con
le proprie tradizioni e con un proprio retroterra storico, culturale».
L’ossessione per la cultura è una traccia da seguire. «Ora – continua Chiavarino
– Porta Palazzo è una piccola Versailles, vedrete che bellezza, che cornice!
Bisogna gustare i colori, i sapori, gli odori, i profumi di questa bella Porta
Palazzo. Il mercato di Porta Palazzo, il primo a livello europeo come mercato a
cielo scoperto, primo in Europa! Apprezzatissimo dai turisti che vengono qua per
tutti questi begli aspetti».
IL MODELLO CAPITALE DELLA CULTURA
Scrivo un diario, raccolgo immagini e appunti, trascrivo dichiarazioni di
piccoli gestori del potere per cogliere il senso nelle loro parole, per
individuare il concreto piano delle istituzioni riguardo al quartiere, alla
città. Trovo un indizio quando Chiavarino menziona un luogo vicino alla tettoia,
dall’altra parte della piazza: il dismesso mercato ittico. «Un lavoro
supplementare ulteriore – informa Chiavarino – riguarda il mercato ittico che è
stato rimesso in sesto e riaperto con una funzione che non è più prettamente
commerciale. Temporaneamente lo sperimentiamo come luogo della cultura. Tant’è
che daremo vita a iniziative di carattere convegnistico, a delle mostre». Dove
un tempo c’erano i pescivendoli sorgerà un “hub culturale” per accogliere,
probabilmente, «la sede dell’ufficio che si occuperà del dossier per candidare
Torino a capitale europea della cultura nel 2033». Ecco uno stimolo solido per
elaborare un’interpretazione: la Città vuole candidarsi a divenire capitale
europea della cultura nel 2033 e ha individuato proprio Porta Palazzo – crocevia
di culture, tradizioni culinarie e mescolanze migratorie, dicono gli
amministratori – come centro simbolico e operativo.
La Città ha ufficializzato la candidatura nel novembre 2023, ma il desiderio era
già espresso nel programma elettorale del sindaco Lo Russo. Con una delibera di
giunta del dicembre 2023 la Fondazione per la Cultura ottiene il coordinamento
della candidatura. Più di un anno dopo, nel febbraio 2025, è approvato un
protocollo di intesa tra la Città, la Regione, le due fondazioni bancarie, i due
atenei e la Camera di Commercio: una ufficiale unità di intenti in vista della
competizione per l’investitura a capitale europea. Nel maggio 2025 si palesa il
direttore della candidatura: è Agostino Riitano, già direttore
di Procida capitale italiana della cultura nel 2022 e stretto collaboratore di
Paolo Verri, il coordinatore dell’ultima capitale europea della cultura in
Italia, Matera nel 2019. Nella primavera del 2025 si annuncia che il quartiere
di Porta Palazzo sarà il “cuore pulsante” di Torino 2033: “Metteremo al centro i
legami internazionali e interculturali di Torino e quello sarà il luogo
paradigmatico”, afferma Riitano sui giornali.
In un’intervista a La Stampa del giugno 2025 Riitano sostiene che l’eventuale
investitura può portare alla Città finanziamenti per cento milioni di euro. Nel
gennaio 2026 Paolo Verri scrive un articolo per La Stampa e pronostica che, in
caso di vittoria, Torino 2033 saprà attrarre finanziamenti per duecento milioni
di euro. Nel 2019 Verri e il suo gruppo dirigente hanno costituito a Matera una
fondazione privata partecipata dagli enti pubblici che ha raccolto circa
cinquanta milioni di euro dallo stato italiano (il finanziatore più
consistente), dalla Regione Basilicata e dalla Città di Matera. Tre milioni sono
stati impiegati nei costi di gestione della fondazione, il resto è servito a
finanziare i progetti culturali, la promozione e il marketing urbano. Per un
anno a Matera si sono tenuti eventi e progetti culturali in gran parte effimeri,
inconsistenti e vacui, incapaci di lasciare una traccia sulla città e sulla
parte di popolazione, di fatto maggioritaria, che non è stata coinvolta
nell’organizzazione. In compenso sono aumentate le visite brevi a Matera, il
valore della filiera turistica è raddoppiato, i Sassi – privi ormai di residenti
– hanno consolidato la tendenza a diventare scenario attraente con offerte
alberghiere di lusso. I contadini furono rimossi nel dopoguerra perché i Sassi
erano la “vergogna d’Italia”, ora le case e i vicinati sono così affascinanti da
ospitare per poche notti le ricche élite internazionali.
Il modello “capitale europea della cultura” nasce negli anni Ottanta su
iniziativa del Consiglio dell’Unione europea e rappresenta per ogni città
l’opportunità di esporsi in vetrina al fine di aumentare il carisma
internazionale e incentivare flussi turistici e investimenti immobiliari.
Torino, città inquieta tra macerie industriali, tenta da decenni di risollevarsi
da una crisi economica strutturale scommettendo sulla cultura come forma di
consumo e sulla crescita del mercato turistico. Porta Palazzo è un emblema di
questo processo: negli ultimi anni ha accolto in piazza della Repubblica un
ostello di lusso, un social housing di Compagnia di San Paolo e il Mercato
Centrale dell’imprenditore Montano. Nel frattempo gli sgomberi delle occupazioni
e gli sfratti in zona sono stati violenti e centinaia di venditori poveri sono
stati allontanati con schieramenti di forza pubblica in assetto antisommossa. La
“cultura”, a Torino come a Matera, è un fenomeno interessante: prima si
allontanano le classi popolari, che vengono esiliate in modo coatto, e poi si
costruisce un sistema simbolico nostalgico ispirato alle forme di vita che non
ci sono più o che stanno scomparendo. Così gli spettatori paganti possono
giungere a godere di proiezioni simulacrali emanate in un deserto sociale.
IL FESTIVAL DI ARCHITETTURA
Martedì 7 luglio 2026, ore 18, Porta Palazzo. Il vecchio mercato ittico si trova
nell’angolo opposto di piazza della Repubblica rispetto alla tettoia dei
contadini. Questa struttura ottocentesca ha ospitato, fino alla pandemia, i
venditori del pesce, che disponevano i loro banchi ai due lati del corridoio che
attraversa l’edificio. Alcuni hanno lasciato il mercato prima della chiusura,
come la pescheria Gallina che ha aperto il ristorante davanti alla tettoia dei
contadini, altri invece hanno sbaraccato quando la Città non ha rinnovato la
concessione. Dopo anni di chiusura il mercato riapre come “hub culturale” e oggi
la sua nuova funzione è inaugurata dal Festival dell’architettura. Il festival,
organizzato dall’Ordine degli architetti e dalla Fondazione per l’architettura,
accoglie per tre giorni lezioni e discorsi di esperti sulle politiche
immobiliari, con particolare attenzione alle strategie urbane da dedicare alle
case disabitate. “Chi abiterà le case vuote?” è il titolo del festival che è
inserito – e non è un caso – nell’ambito del percorso di candidatura della città
a capitale europea della cultura. Il logo di Torino 2033 appare in fondo alle
locandine e ai depliant informativi.
Sono vicino all’ingresso. Una donna canta con accompagnamento di piano. Nei vani
che un tempo accoglievano i banchi dei pescivendoli ci sono mostre di fotografia
urbana, esempi di progetti di architettura innovativa e l’esposizione di un
giornale del 1972 sulla lotta per la casa a Torino. Osservo con attenzione
quest’ultimo pannello: il titolo del numero era “The struggle for housing”, un
fotoromanzo realizzato da un gruppo di architetti ed esposto al MOMA di New
York. La storia racconta delle condizioni penose di vita degli immigrati nella
città piemontese, delle speculazioni immobiliari dell’epoca e delle
rivendicazioni avanzate dalla classe operaia. Ecco passa vicino Maurizio
Marrone, assessore regionale alle politiche sociali: un fascista fautore, con la
collaborazione della giunta torinese, dei recenti sgomberi delle occupazioni
negli appartamenti delle case popolari. Sul lato opposto del corridoio il
sindaco Lo Russo taglia il nastro prima di tenere il suo discorso.
Camminano accanto architetti e professionisti del settore immobiliare,
accademici in visita al festival. Uomini in mocassini o completi blu, camicie
aperte sul petto che mostrano collanine d’oro; donne in tailleur o vestito lungo
che muovono con spossatezza i ventagli. Attorno il mercato conserva alcuni segni
materiali che notavo quando venivo a comprare il pesce. Ci sono ancora le
piastrelle azzurre e hanno lasciato le insegne. Ne leggo una: “Pescheria P. G. &
Giosuè. Servizi ristorante. Consegna a domicilio”. In alto altre piastrelle
colorate formano una scena di pesca in mezzo al mare. I pescivendoli non ci sono
più, come gli straccivendoli più poveri fuori in strada e i materani nei Sassi,
ma restano i loro segni trasformati in scenografia.
Mentre intervengono le autorità, nel vecchio mercato si aggirano gli assessori:
Chiavarino, Tresso e Mazzoleni. Chiude gli interventi istituzionali proprio
Riitano: «Il mio non è un discorso, ma una piccola testimonianza per aggiornare
chi di voi non sia sintonizzato sul percorso che la Città di Torino sta facendo
ormai da qualche anno per candidarsi al titolo di capitale europea della
cultura. […]. Abbiamo trovato questa intesa con la Fondazione per l’architettura
perché abbiamo raccolto la volontà di rendere il festival un’occasione connessa
alle riflessioni che stiamo facendo sui temi della candidatura. “Chi abiterà le
case vuote” non è una questione […] meramente abitativa, ma è una questione
squisitamente culturale. Dare una risposta credibile, sensata, per noi è
elemento vitale per costruire un pezzo di questo percorso. Perché la candidatura
a capitale europea della cultura non consiste nell’organizzare un
super-cartellone di eventi con migliaia di appuntamenti, non è un tema
muscolare, ma è l’occasione per fare una riflessione profonda sull’immaginario
da tratteggiare insieme per i prossimi anni. Strumenti come i festival […] sono
l’occasione per porci delle domande, in alcuni casi scomode, a cui
collettivamente dobbiamo provare a dare una risposta». Una tecnica
interpretativa da tenere a mente per i prossimi anni: i discorsi di Riitano
devono essere rovesciati per individuare sprazzi di verità tra le frasi
rimasticate.
Sono affaticati gli applausi finali, appesantiti dal caldo di un sole che
tramonta. Un rinfresco con vino bianco attende il pubblico nell’angolo di un
vecchio banco del pesce. Torino è probabilmente la candidatura più forte tra le
altre in Italia ed è coordinata da dirigenti d’esperienza. Mi guardo intorno,
osservo le immagini degli anni Settanta sulle lotte per la casa. Che cos’è, in
questo luogo e tra queste persone, la cultura? Un discorso egemone per
manipolare e controllare i simboli e le parole che emergono dal passato o che
sorgono nel nostro tempo, annullando ogni potenziale spinta di trasformazione
della società. La cultura m’appare come un vasto e capillare processo di
traduzione, efficace per quanto in apparenza insulso e retorico. Prevedo allora
che Torino 2033 sarà un’infrastruttura discorsiva utile a legittimare una città
aperta ai capitali di investimento e violenta contro le classi più
deboli. Eppure, Torino 2033 non sarà soltanto un sistema di pubblicità turistica
e di manipolazione simbolica. I milioni che giungeranno serviranno a cooptare i
creativi, gli intellettuali, gli operatori del terzo settore e in generale chi
elabora i linguaggi urbani. Per un anno vedremo una penosa corsa ai bandi per
ottenere qualche migliaio di euro in più, mentre le voci dissidenti saranno
ancora più isolate e flebili. Questo esito, tuttavia, non è inesorabile. È
necessario lanciare subito un allarme e dialogare con chi non guadagnerà nulla
dalla trasformazione di Porta Palazzo e di altri quartieri popolari in scenari
per un consumo spettacolare. Ostacolare Torino 2033 adesso è una strategia più
efficace di quanto potrà esserlo un’opposizione organizzata tra sette anni,
quando sarà ormai in moto un colossale macchinario simbolico votato
all’ottundimento. (francesco migliaccio)