Ritorno a Mariana, un crimine lungo dieci anni

NapoliMONiTOR - Monday, June 15, 2026
(disegno di roberto c.)

 

Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues, distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton – fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici. Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015.

Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu, e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni: agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora giustizia.

STORIA DI ESTRAZIONE
Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che cumuli di ghiaia”.

Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure, nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo, l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali, non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili.

Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare. Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas, Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale. Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro fino al porto di Vittoria.

Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di risorse cinese.

Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare con migliaia di abitanti.

L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della società mineira.

Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si stancano di gridare le vittime del disastro.

LA PRIMA CITTÀ
Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio 1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito il nome di Mariana.

Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro, l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi.

Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso. Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere. La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di dislivello tra la diga del Fundão e la valle.

Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno. Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto sulla collina in attesa dei soccorsi.

Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»; «Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!».

Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto! Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi malvagità e ingiustizia!».

La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un progetto di costruzione di una nuova diga nell’area denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21 settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti – una nuova diga.

Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste, anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale.

ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE
In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita.

Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni, storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture, dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno ricevuto».

Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così, vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti – presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024, quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari.

Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni, sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione. Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale – un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi.

Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione.

Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino. Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere le comunità ed espandere i progetti estrattivi.

Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di ‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene, l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)